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Monday, March 31, 2025

GRICE ITALO A-Z L

 

Luigi Speranza -- Grice e Labeone: il diritto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Ha larga cultura filosofica uno dei maggiori giuristi dell'età d’OTTAVIANO. Si ignora se segue un indirizzo determinato. Giunse fino alla pretura, ma rifiuta il consolato offertogli d’Ottaviano perchè conseguito prima di lui da persona meno anziana. Appartenne al partito repubblicano. Scruve CCCC saggi di cui restano frammenti. Si ricordano fra gli altri: "De iure pontificio" -- in almeno XV libri, diversi "Commentarii giuridici", 7davd, "Responsae", in almeno XV libri, "Librì posteriores", in almeno XL libri. S'interessò anche di studi logico-grammaticali. Grice: “Logico-grammatical stuff is my thing, as was Labeone’s. My example is “Fido is shaggy,” Labeone’s was not!” -- Marco Antistio Labeone.

 

Luigi Speranza -- Grice e Labriola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Cassino -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cassino). Filosofo italiano. Casino, Frossinone, Lazio. Grice: “Labriola is good; he reminds me of pinko Oxford!” -- Essential Italian philosopher -- Con particolari interessi nel campo del marxismo. Nacque da Francesco Saverio, insegnante ginnasiale di lettere. Il padre, oriundo di Brienza, e nipote diretto di PAGANO.  Si iscrive alla facoltà di filosofia di Napoli, città nella quale la famiglia si e trasferita. Qui studia con VERA e SPAVENTA, il cui appoggio gli procura un posto di applicato di pubblica sicurezza nella segreteria del prefetto. Scrive Una risposta alla prolusione di Zeller, un saggio in cui osteggia il CRITICISMO contro ogni ipotesi di un ritorno a Kant. Rivendica l'attualità dell'hegelismo. Consegue il diploma di abilitazione e insegna nel ginnasio Principe Umberto di Napoli. Il suo saggio, premiato dall'Napoli, sull'”Origine e natura delle passioni”: una significativa presa di distanze dall'idealismo in favore del materialismo.  Scrive “La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele”,  premiata dalla Reale Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli. Consegue la libera docenza in filosofia e si mette in aspettativa in attesa di ottenere un incarico nell'università. Scrive la dissertazione “Esposizione critica della dottrina di VICO” e collabora con il "Basler Nachrichten", al quale invia corrispondenze politiche, al quotidiano napoletano "Il Piccolo", fondato e diretto da Zerbi, futuro deputato e leader dell'Unione liberale, un gruppo politico al quale L. aderisce. Entra anche nella redazione della "Gazzetta di Napoli" e dell'Unità Nazionale, diretta da Bonghi, al Monitore di Bologna e alla Nazione di Firenze, nella quale escono le sue X Lettere napoletane. Si dichiara herbartiano in psicologia e in morale, pubblicando a Napoli i saggi Della libertà morale, dedicata a Graf e Morale e religione.  Trasferitosi a Roma, supera  il concorso alla cattedra di filosofia a Roma. Pubblica il saggio Dell'insegnamento della storia.” Divienne direttore del Museo di istruzione e di educazione. Sono anni in cui L. mostra un particolare impegno verso il miglioramento del livello professionale degli insegnanti e la diffusione dell'istruzione di base della popolazione, inteso come primo passo per una maggiore democrazia del paese. A questo scopo s'informa sug’ordinamenti scolastici dei paesi europei. Pubblica gli Appunti sull'insegnamento secondario privato in altri stati e l'Ordinamento della scuola popolare in diversi paesi. Contemporaneamente L. abbandona le convinzioni politiche di moderato liberalismo per approdare a posizioni radicali. Oltre alla lotta all'analfabetismo, auspica l'intervento dello stato nell'economia, una politica sociale di assistenza ai poveri, il suffragio universale che permetta anche a candidati operai l'ingresso al parlamento. Ottiene la cattedra di filosofia a Roma e inizia un corso sul socialismo. A seguito di notizie che danno imminente la stipula del concordato con il Vaticano, L. tiene a Roma la conferenza Della Chiesa e dello stato a proposito della conciliazione, considerando una minaccia per la libertà di pensiero ogni accordo con la Chiesa, temendone l'ingerenza nella vita pubblica italiana. Il  quotidiano romano La Tribuna pubblica una sua lettera in cui, tra l'altro, scrive di essere teoricamente socialista ed avversario esplicito delle dottrine cattoliche e nella conferenza Della scuola popolare, auspica l'ABOLIZIONE DELL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO. Sul giornale Il Messaggero, depreca l'uso della forza pubblica contro le manifestazioni. Tiene agl’operai di Terni un discorso su Le idee della democrazia e le presenti condizioni dell'Italia, in cui afferma di impegnarsi personalmente in politica e dichiara di desiderare un governo del popolo mediante il popolo stesso e la formazione di un grande partito popolare. Scrive che i parlamenti, come forma transitoria della vita democratica d'origine borghese, spariranno col trionfo del proletario e tiene nel Circolo operaio romano di studi sociali il discorso Del socialismo commemorando la comune di Parigi.  L. saluta il congresso della social-democrazia tedesca a Halle scrivendo che il proletariato militante procede sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed l'abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze. Entra in rapporto epistolare con Engels, che conosce a Zurigo, e con i maggiori dirigenti socialisti europei, Kautsky, Liebknecht, Bebel, Lafargue, mentre rimprove a TURATI, il più prestigioso leader socialista italiano e direttore della rivista Critica sociale, superficialità teorica e arrendevolezza nei confronti degl’avversari politici. Vuole che il partito socialista, che deve nascere ufficialmente con il congresso di Genova, sia un partito d’operai e non di intellettuali positivisti borghesi. Vede nei fasci siciliani un concreto esempio di socialismo popolare e rivoluzionario e lamenta che il marxismo non riesca a essere compreso in Italia (cf. GRICE, MARXISMO ONTOLOGICO).  Fa lezione sul manifesto di Marx ed Engels e scrive a quest'ultimo, di star facendo un corso sulla genesi del socialismo ma di non riuscire a risolversi a scriverne un saggio per l'ignoranza su tanti fatti, persone, teorie, etc, che sono tante fasi, tanti momenti né sentiti né conosciuti in Italia, come ribadisce a Adler che il marxismo non piglia piede in Italia. Su sollecitazione di Sorel, scrive In memoria del Manifesto dei comunisti, sulla concezione materialistica della storia, che esce sulla rivista del Sorel, Le Devenir social; lo spedisce a Engels, ricevendone le lodi. Anche CROCE che ne promuove la stampa in Italiane è influenzato tanto da attraversare il suo pur breve periodo di adesione al marxismo. Nei due anni successivi L. scrive altri due saggi, Del materialismo storico, dilucidazione preliminare e Discorrendo di socialismo e di FILOSOFIA. È sepolto presso il cimitero acattolico di Roma. Schematicamente, possiamo suddividere il percorso filosofico e politico di L. in tre diversi momenti: innanzitutto fu propugnatore dell'idealismo hegeliano, influenzato da SPAVENTA, del quale  e allievo a Napoli. Successivamente, possiamo distinguere una fase contrassegnata dal rifiuto dell'idealismo in nome del realismo herbartiano. Infine, il momento in cui aderisce pienamente al marxismo. L'approccio di L. al marxismo è influenzato da Hegel e Herbart, per cui è più aperto dell'approccio di marxisti ortodossi come Kautsky. Egli vide il marxismo non come una schematizzazione ideologica ed autonoma dalla storia, ma piuttosto come una filosofia auto-sufficiente per capire la struttura economica della società e le conseguenti relazioni umane. E necessario aderire alla realtà sociale del proprio tempo storico se il marxismo vuole considerare la complessità dei processi sociali e la varietà di forze operanti nella storia. Il marxismo dove essere inteso come una teoria critica, nel senso che esso non asserisce verità eterne ed immutabili ed è pronto ad interpretare le contraddizioni sociali secondo le diverse fasi storiche, avendo al centro della sua analisi il lavoro e le condizioni dei lavoratori e dunque la concreta e materiale prassi umana. La sua descrizione del marxismo come filosofia della prassi e ripresa nei Quaderni dal carcere di GRAMSCI.  In pedagogia L. avvertì l'esigenza collettiva dei tempi nuovi, il bisogno di una scuola popolare che servisse da reale tessuto connettivo dell'Italia post-unitaria, una lotta dunque per la civiltà, mezzo e fine dell'evoluzione morale e complessiva delle classi sub-alterne.  Nella monografia Dell'insegnamento della storia, dedicata alle più importanti questioni della pedagogia generale, L. aveva asserito la centralità dell'educazione alla socialità. Il metodo pedagogico dove essere quello della ricerca critica e di DIBATTITO e di sperimentazione, unica via capace di condurre alla padronanza del pensiero logico-razionale e in grado di formare personalità aperte alla ricerca e al confronto (non a caso i primi studi di L. Sono stati rivolti a Socrate e al metodo socratico. Traducendo in un linguaggio pedagogico moderno, per L. e necessaria un'attenzione maggiore ai pre-requisiti logici piuttosto che alla struttura interna disciplinare, che comunque va indagata attraverso quella che egli chiama un'epi-genesi analitica.  Celebre e una sua conferenza tenuta nell'Aula Magna dell'Roma, discorso sollecitato dalla stessa Società degli Insegnanti della capitale, che poi ne cura la pubblicazione in opuscolo. E necessario dare concretezza a piani di istituzioni scolastiche entro le quali le didattiche si sviluppassero non da una deduzione della teoria, ma come risultato di lotte politiche, di ideali sociali, di tradizioni storiche, di condizioni ambientali. Per L. proprio l'azione dell'ambiente storico sociale sugli uomini e la loro reazione ad esso costituiscono il tema dell'educazione. Per cui le idee non cascano dal cielo. Il metodo deve partire dalla prassi, dalla pratica e non dalle idee, dai principi astratti.  Il nucleo essenziale della pedagogia della prassi sta nella percezione della connessione dell'opera educativa con le condizioni dello sviluppo economico-sociale.  Trockij conosce con entusiasmo i saggi di Labriola, quando e detenuto nel carcere di Odessa. Egli scrive nelle sue memorie che come pochi scrittori latini, L. possede la dialettica materialistica, se non nella politica, dov'e impacciato, certo nel campo della FILOSOFIA della storia. Sotto quel dilettantismo brillante c'e vera profondità. L. liquida egregiamente la teoria dei fattori molteplici che popolano l'olimpo della storia guidando di lassù i nostri destini. Trockij aggiunge che dopo anni continua a rimanergli in mente il ritornello Le idee non cascano dal cielo. Altri saggi: Una risposta alla prolusione di Zeller, Origine e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Napoli, Stamperia della Regia Università,  Della libertà morale, Napoli, Ferrante-Strada, Morale e religione, Napoli, Ferrante, Dell'insegnamento della storia. Studio pedagogico, Roma, Loescher, L'ordinamento della scuola popolare in diversi paesi. Note, Roma, Tip. eredi Botta,  I problemi della filosofia della storia. Prelezione letta nella Roma, Roma, Loescher, 1Della scuola popolare. Conferenza tenuta nell'aula magna della Università, Roma, Fratelli Centenari, Al comitato per la commemorazione di BRUNO in Pisa. Lettera, Roma, Aldina, Del socialismo. Conferenza, Roma, Perino, Proletariato e radicali. Lettera a Socci a proposito del Congresso democratico, Roma, La CO-OPERATIVA; Saggi intorno alla concezione materialistica della storia I, In memoria del manifesto dei comunisti, Roma, Loescher, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, Roma, Loescher, Discorrendo di socialismo e di FILOSOFIA. Lettere a Sorel, Roma, Loescher, CROCE, Bari, Laterza,  Da un secolo all'altro. Considerazioni retrospettive e presagi, Bologna, Cappelli, L'università e la libertà della scienza, Napoli, Veraldi, A proposito della crisi del marxismo, "Rivista italiana di sociologia", Scritti varii editi e inediti di filosofia e politica, raccolti e pubblicati da Croce, Bari, Laterza, Socrate, Croce, Bari, Laterza, La concezione materialistica della storia, con un'aggiunta di Croce sulla critica del marxismo in Italia, Bari, Laterza, re prelezioni sulla storia e il materialismo storico; In memoria del Manifesto dei comunisti, Brescia, Studio Editoriale Vivi, Lettere a Engels, Roma, Rinascita, Democrazia e socialismo in Italia, Milano, Cooperativa del libro popolare, Opere, Pane, I, Scritti e appunti su Zeller e su Spinoza, Milano, Feltrinelli, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Milano, Feltrinelli, Ricerche sul problema della libertà e altri scritti di filosofia, Milano, Feltrinelli, Scritti di pedagogia e di politica scolastica, Bertoni Jovine, Roma, Riuniti, Saggi sul materialismo storico, Gerratana e Guerra, Roma, Riuniti, introduzione e cura di Santucci, Il materialismo storico, antologia sistematica Poni, Firenze, Le Monnier, Pedagogia e società. Antologia degli scritti educativi, scelta e introduzioni di Marchi, Firenze, La nuova Italia, Scritti politici. Gerratana, Bari, Laterza, Opere, Sbarberi, Napoli, Rossi, Scritti filosofici e politici, Sbarberi, Torino, Einaudi, Lettere a Croce. Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, Dal secolo XIX al secolo XX. Dall'era della concorrenza al monopolio. Nascita e lotte del socialismo. IV saggio della concezione materialistica della storia, Lecce, Milella, Scritti liberali, Bari, De Donato, Scritti pedagogici, Siciliani De Cumis, Torino, POMBA, Epistolario Roma, Riuniti, Roma, Riuniti, Roma, Riuniti,  Lettere inedite. Roma, Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, La politica italiana Corrispondenze alle “Basler Nachrichten”, a cura e con introduzione di Miccolis, Napoli, Bibliopolis, Del materialismo storico e altri scritti, Milano, M&B Publishing, Del socialismo e altri scritti politici, Milano, UNICOPLI, Bruno. Scritti editi e inediti Napoli, Bibliopolis, Fra Dolcino, Pisa, Edizioni della Normale,.  Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell'educazione, Milano, Bompiani Il pensiero occidentale,. Edizione nazionale La casa editrice Bibliopolis ha in corso di pubblicazione l'edizione nazionale delle opere di L., istituita con decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Tra Hegel e Spinoza. Scritti, Savorelli e  Zanardo, Bibliopolis, I problemi della filosofia della storia e recensioni Cacciatore e Martirano, Bibliopolis, Da un secolo all'altro. Miccolis e Savorelli, Bibliopolis, archividifamiglia-sapienza.beniculturali. Trotzkij, La mia vita, Fiorilli, L. Ricordi  «Nuova Antologia», Berti, Per uno studio della vita e del pensiero di L., Roma, Ernesto Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani: Milano, Luigi Cortesi, La costituzione del Partito socialista italiano, Milano, Sergio Neri, Antonio Labriola educatore e pedagogista, Modena, 1968. Luigi Dal Pane, Antonio Labriola, la vita e il pensiero, Bologna, Demiro Marchi, La pedagogia di Antonio Labriola, Firenze, Luigi Dal Pane, Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, Torino, Stefano Poggi, Antonio Labriola. Herbartismo e scienze dello spirito alle origini del marxismo italiano, Milano, Giuseppe Trebisacce, Marxismo e educazione in Antonio Labriola, Roma, Filippo Turati, Socialismo e riformismo nella storia d'Italia. Scritti politici, Milano, 1979. Nicola Siciliani de Cumis, Scritti liberali, Bari, Stefano Poggi, Introduzione a Labriola, Roma-Bari, Beatrice Centi, Antonio Labriola. Dalla filosofia di Herbart al materialismo storico, Bari, Livorsi, Turati. Cinquant'anni di socialismo italiano, Milano, Franco Sbarberi, Ordinamento politico e società nel marxismo di Antonio Labriola, Milano, Antonio Areddu, Sulle lettere di Antonio Labriola a Croce, Firenze, Renzo Martinelli, Antonio Labriola, Roma, Antonio Areddu, A. Labriola e B. Croce nelle vicende del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”,Antonio Areddu, L. e B. Croce nelle vicende del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”, X, Luca Michelini, "Antonio Labriola e la scienza economica. Marxismo e marginalismo", in "Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale  M. Guidi e L. Michelini, Annali della Fondazione Feltrinelli, Milano, Alberto Burgio, Antonio Labriola nella storia e nella cultura della nuova Italia, Macerata, Antonio Areddu, Il pensiero di A. Labriola, "Il Cronista", L. e la sua Università. Mostra documentaria per i Settecento anni della “Sapienza” A cento anni dalla morte di Antonio Labriola, Nicola Siciliani de Cumis, Roma, Nicola D'Antuono, Saggio introduttivo e commento a A. Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, Bologna, Nicola Siciliani de Cumis, Antonio Labriola e «La Sapienza». Tra testi, contesti, pretesti, con la collaborazione di A. Sanzo e D. Scalzo, Roma, 2007. Stefano Miccolis, Antonio Labriola. Saggi per una biografia politica, Alessandro Savorelli e Stefania Miccolis, Milano,. Nicola Siciliani de Cumis, Labriola dopo Labriola. Tra nuove carte d'archivio, ricerche, didattica, Postfazione di G. Mastroianni, Pisa,. Alessandro Sanzo, Studi su Antonio Labriola e il Museo d'Istruzione e di educazione, Roma,,  Alessandro Sanzo, L'opera pedagogico-museale di Antonio Labriola. Carte d'archivio e prospettive euristiche, Roma, Pietro Mandré. Antonio Labriola, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Antonio Labriola, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.  Antonio Labriola, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Antonio Labriola, su Liber Liber.  Opere di L., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Antonio Labriola,. Opere di Antonio Labriola, su Progetto Gutenberg.  L'Archivio Antonio Labriola, su marxists.org. Alberto Burgio, Antonio Labriola, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Roma.  La personalità storica di Socrate Socrate o gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della coscienza di Socrate. Carattere di Socrate. Osservazioni su le fonti. Orizzonte delia coscienza socratica  Posizione di Socrate nella storia della religione. Elementi della coscienza di Socrate. Del valore filosofico di Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del formalismo logico. Limitazione del sapere umano. Socrate e i Solisti. Pretesa soggettività di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti storici e psicologici. Motivo e sviluppo del metodo socratico. Imprecisione formale del metodo socratico. Della differenza fra rappresentazione e concetto, e del principio d'identità. Dell' etica socratica in generale, e del concetto del bene. Conoscere e volere. Equazione fra volere c sapere (ptù&i cautdv). Fondamento della pedagogia socratica. Le forme concrete della vita elica È Socrale un riformatore? L’individuo e le sue relazioni domC5tiche.  L’ individuo e lo stato. Vili. Delle virtù. Generalità. Il concetto delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione della virtù e del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene, della felicità c del sapere.  Del bone. Della felicità. Del sapere. Del divino e dell’anima umana nell’orizzonte socratico. Il Concetto del divino. II concetto dell’ anima. Riepilogo e conclusione La personalità storica di Socrate. Socrate e gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della coscienza  di Socrate. Carattere di  Socrate. Osservazioni su le  fonti. Orizzonte della coscienza socratica. Posizione di Socrate nella storia della  religione. Elementi  della coscienza di Socrate. Del valore filosofico di Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del forma-  lismo logicoLimitazione del sapere umano. Socrate e i Sofisti. Pretesa soggettività di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti storici e psicologici. Motivo e sviluppo del  metodo socratico. Imprecisione formale del  metodo socratico. Della  differenza fra rappresentazione e concetto, p^^-  e del principio d'identità. Dell'etica socratica i?i generale, e del   concetto del bene. Conoscere e volere. Equazione fra volere e sapere (yvttjtì-t.  aauxóv). Fondamento  della pedagogia socratica. Le forme concrete della vita etica . È Socrate un riformatore? L'individuo e le sue relazioni domestiche L'individuo e  lo Stato. Delle viriti. Generalità. Il concetto  delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione della virtù e  del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene, della felicità e del  sapere. Del bene. Della  felicità. Del sapere. Del divino e dell'anima umana nell'orizzonte socratico. Il Concetto del divino. Il concetto dell'anima. Formalismo logico. Senofonte e Platone mettono in bocca agl'interlocutori di Socrate questa notevole accusa, ch'egli solesse ripeter sempre le me- desime cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il libero corso all'esposizione dell'avversario. Socrate in fatti non sapea esprimere il suo pensiero in un discorso con- cepito in forma oratoria, alla maniera di Gor- gia e di Protagora suoi interlocutori, né potea vagare in tutto il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi alla maniera sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa innata sobrietà di spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che era divenuta natura, lo conteneano in certi limiti costanti, ai quali egli cercava ridurre i suoi uditori. Questo fare era monotono, ed avea l'aria di pedanteria: tanto più, perchè rinunziare al mezzo tanto potente della persuasione ora- Sen. Meni. IV, 4, 6. Plat. Gorg. p. 490 E. Strùmpell fa rilevare molto vivamente la differenza che correa fra i Sofisti e Socrate, nell'uso del ragionamento formale. toria non potea non sembrar cosa strana in una democrazia, dove tutte le pubbliche fac- cende dipendeano dall'arte della parola. Ma tornava forse Socrate di continuo all'afferma- zione di questa o quella massima morale, per ripeterla ogni istante, ed improntarla nell'ani- mo degli uditori ? (') Era egli forse un mora- lista bello e compiuto, che catechizza e pre- dica; o tenea forse in serbo uno schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di qui- stioni ? Nulla di tutto ciò. Il suo discorso ca- dea sopra oggetti disparatissimi, e quali l'oc- casione prossima li venisse offrendo: nessuno studio nella scelta degli argomenti potea di- sporre il suo animo alla ripetizione monotona delle medesime cose, né dalla sua occupazione dialogica risultò mai un complesso di pronun- ziati, che prendessero forma di massime e di precetti. Le condizioni stesse della coltura etica ed artistica non consentiano, che a quel tempo si potesse apprendere, come avvenne Zeller ha molto bene criticata l'opinione or- dinaria, che fa di Socrate un moralista popolare; ma noi non ci accordiamo con lui nella determinazione del valore filosofico del dialogo socra- tico; la qual cosa abbiamo voluto dire qui recisamente, per evitare ogni ulteriore polemica.   più tardi, le relazioni morali nell'astratta uni- versalità della massima, o formulare netta- mente una esigenza logica; tanto è vero, che i discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero più a sviluppare, ciascuno per proprio conto, i pfermi che avean raccolto dalle acci- dentali conversazioni del maestro, che a di- scutere sul valore positivo di questo o quel principio ('). Quella monotonia notata dagli avversari non concerneva che l'esigenza della formale evidenza e certezza del discorso; ed era quindi l'intenzionale ritorno ai medesimi presuppo- sti, nel lato formale d'ogni quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come già isolato, e distinto dall'og- getto della ricerca, e come presente alla co- scienza del filosofo per sé ed obbiettivamente; perchè agisce solo come reale esigenza di [Vedi su questo punto Hermann: Gescìiichte ecc.; e lo stesso autore Prof. Ritler's Dar- stellung der sokratischeti Systeme, Heidelberg, Hegel è stato uno dei primi a riconoscere l'importanza delle scuole socratiche per la determinazione del prin- cipio filosofico di Socrate, e cfr. Biese: Die Philosophie des Aristoicles, colui, che ragionando avverte per la prima volta, che il ragionamento dev'essere conse- guente, fondato ed evidente. La maniera corretta e cosciente del ragio- nare è nella nostra coltura filosofica cosa troppo ovvia, e la nostra educazione ci for- nisce ben presto dello schema logico della definizione, della pruova ecc., in guisa, che possiamo al tempo stesso indurre, dedurre, ed argomentare perfettamente, ed aver co- scienza della forma logica per sé stessa, e studiarla nei suoi caratteri e nel suo valore : ma tutto ciò era allora impossibile. In So- crate l'esigenza del sapere esatto e formal- mente corretto è ancora un semplice atto di personale energia, un bisogno intrinseco di certezza e di acquiescenza alla normalità di una opinione chiaramente concepita, un la- voro che si compie per la necessaria coeffi- cienza dei vari elementi etici della coltura e della tradizione, e non può ancora presen- tarsi allo spirito come un dato di estrinseca evidenza. Se noi ci sforziamo per poco di rappre- sentarci il mondo, secondo l'immagine, che la coscienza anche più colta dei contempo- ranei di Socrate ne avea espressa nella storia, nella poesia, nelle leggende, nelle mas- sime e nei detti dei sapienti; e se guardiamo poi quanta differenza corra da quella pienezza ed inconsapevolezza d' intuizione, alle aporie della ricerca, solo allora intendiamo quanta profondità filosofica fosse nelle ricerche di Socrate, e la parsimonia stessa dei mezzi da lui adoperati diverrà più degna di ammira- zione, perchè è pruova evidente della ener- gia, con la quale egli seppe avvertire la ne- cessità di correggere ad una stregua costante tutte le incertezze della conoscenza ordina- ria, e fermarsi poi ed insistere tutta la vita nel criterio acquistato. I presupposti logici, ai quali tutte le qui- stioni del dialogo socratico sono riducibili, consistono nella epagoge e nella definizione; e noi cercheremo in séguito di esporre il modo, come queste due funzioni si sono spie- gate in quell'orizzonte scientifico che Socrate s'era tracciato. Per ora basterà aver notato, come questa è la prima volta che nello spi- rito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di determinare la natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna acquistare una coscienza precisa ed inalterabile delle condi- zioni in cui deve trovarsi la conoscenza, per- Labriola — Socrate. !Hl<^3 che possa dirsi certa ed evidente. Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato come elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente di sceve- rare dalla natura immediata e dalle condi- zioni incerte e fluttuanti del soggetto pen- sante, apparisce nella sfera della ricerca so- cratica come qualcosa di affatto connaturato con le esigenze pratiche di colui che ricer- cava; e senza isolarsi dai motivi che l'aveano praticamente prodotto, acquistò un grado di sufficiente evidenza nella coscienza, tanto da rimanere, non solo principio efficace in So- crate, ma costante centro ed impulso di ogni posteriore attività scientifica ('). (i) Indem die Philosophie des Sokrates kein Zuriick- ziehen aus dem Dasein und der Gegenwart in die freien reinen Regionen des Gedankens, sondern aus einem Stucke mit seineni I-eben ist, so schreitet sie nicht zu einem Systeme fort etc. Hegel, op. p. 51. Da questo e da altri luoghi può scorgersi, come Hegel avesse un concetto più schietto della filosofia socratica, di quello che hanno formulato molti scrittori posteriori, non escluso lo Zeller; il quale, sebbene dica di non volerlo, parla sempre in una maniera troppo astratta del principio del sapere, e ricade nell'errore di Schleier- macher e di Brandis.  Determinazione del valore del formalismo logico La caratteristica, che noi abbiamo data dell'attività filosofica di Socrate in generale, pare risponda a quello che già s'è detto da altri; e che non serva se non a rifermare un'opinione corrente, secondo la quale So- crate sarebbe stato il primo che avesse avuta una chiara coscienza del valore del sapere ('). Si è, infatti, detto più volte, che l'idea del sapere sia la scoverta di Socrate, e che ces- sando per opera sua la esclusiva ricerca del mondo naturale, la filosofia fosse divenuta la scienza dell'idea, del soggetto, dello spirito e così via (^). Senza la pretensione della novità, noi riteniamo per erronee una gran parte di quelle caratteristiche; e perchè at- tribuiscono a Socrate una consapevolezza maggiore di quella ch'egli s'avesse, e perchè devono poi fare molte congetture per spiegare ed intendere la natura dell'etica socratica. Ba- Per es. Schleiermacher. La forma più esagerata è quella del Ròtscher, il quale parla di Socrate come d'un filosofo moderno, op. cit., passim. sterà notare solo questo, che partendosi dalla supposizione, che Socrate avesse avuto co- scienza del sapere preso per sé stesso, come forma o attività in generale, non solo si cade nell'inconveniente di non poter trovare un solo luogo di Senofonte che confermi questa opi- nione, ma si è poi obbligati a fare una qui- stione oziosa su la natura empirica o a priori del sapere socratico, che non c'è motivo al mondo per proporsela; e, in ultimo, si è poi costretti a ritenere, che Socrate abbia in virtù di una scelta, e per certe ragioni teoretiche, limitato le sue ricerche all'etica ('); mentre la repugnanza contro le indagini naturali deve in lui ammettersi, non come un risultato dei criteri logici che applicava, ma invece come una prima e semplice esigenza delle sue con- vinzioni religiose. Abbiamo invero detto, che il valore filo- sofico di Socrate consiste nella esigenza di un sapere normale e certo; ma la forma li- mitativa, con la quale abbiamo espressa que- sta opinione, esclude di fatto tutte le caratte- ristiche alle quali può in apparenza sembrare (i) Vedi specialmente il Bòhringer, op. cit., p. 2 e seg. che ci avviciniamo. Che il sapere figuri allora per la prima volta come una potenza deter- minata, e serva a correggere l'opinione e la tradizione, ed a condurre come norma sicura la ricerca del filosofo in tutte le complica- zioni e le incertezze del dialogo, ciò non vuol dire, che il concetto del sapere abbia rag- giunta una tale importanza ed obbiettività, da segnare esso stesso il termine e lo scopo della ricerca. E quando in fine, dal confronto di Socrate coi precedenti tentativi filosofici si vuole arguire la consapevolezza che egli ha potuto raggiungere della sua posizione storica ('), si viene a confondere due ordini di criteri del tutto diversi perchè dal giudizio che noi riportiamo su la importanza di una personalità storica, non può indursi qual grado di consapevolezza quella persona stessa abbia raggiunto. Il valore filosofico di Socrate sta in rela- zióne diretta con l'orizzonte della sua co- (L'Alberti specialmente fa di Socrate un filosofo dotato di una piena coscienza del proprio valore sto- rico; e non potea evitare un simile errore, dal momento che s'era proposto di seguire il dialogo platonico come un documento biografico; scienza; nel quale noi abbiamo rinvenuti mo- tivi di natura più immediata, più complessa, e più personale di quelli che conducono esclu- sivamente alla conoscenza speculativa. Questa determinazione intrinseca della sua attività ci fornisce ora di mezzi sufficienti, per rifare indirettamente, e mediante la congettura, il processo genetico della sua coscienza filoso- fica, che è stato impossibile d'intendere su la semplice testimonianza delle fonti storiche. Socrate non occupa immediatamente un posto nella storia della filosofia, mercè l'ac- cettazione o la critica di una tradizione teo- retica; e per questa ragione stessa non arrivò all'affermazione astratta del principio logico della certezza, come regolativo della ricerca e correttivo del conoscere comune ed incon- sapevole. Le condizioni speciali del suo ca- rattere lo aveano predisposto a sentire prò-, fondamente il bisogno di una religione intima e depurata dalle esteriorità della tradizione; e di una certezza etica che lo tenesse libero dalle fluttuazioni dei momentanei interessi e delle opinioni correnti: e quella naturale pre- disposizione toccò il suo soddisfacimento in un concetto della divinità, che riconosceva insiememente la bellezza ed armonia del mondo, e la libertà umana come predeter- minata al bene. La costanza, la fermezza d'animo, il naturale sentimento del giusto, la morale certezza della inalterabilità della legge, la perpetua acquiescenza al corso delle cose perchè riconosciuto provvidenziale, — tutte queste tendenze sollecitarono la sua in- telligenza, predisposta alla riflessione, a cer- care una norma costante dei giudizi, e tro- vatala egli persistette ad applicarla come stregua alla condotta morale sua propria, e dei suoi concittadini. E scorgendo egli, che il materiale delle opinioni e dei giudizi etici, qual era raccolto nella lingua e nella tradi- zione ed espresso nella coscienza politica dei contemporanei, se a prima vista potea avere il suo fondamento nelle costanti con- dizioni della natura umana, non corrispondeva sempre a quel grado di consapevolezza, che le sue abitudini riflessive gli aveano reso connaturale, il bisogno di fare entrare nel- l'animo altrui l'intimità e lo spirito di con- seguenza lo fece divenire maestro di morale, ed educatore della gioventù. In questa nostra maniera d'intendere l'at- tività filosofica di Socrate trovano un posto na- turale alcune opinioni, che incontestabilmente gli appartengono, e che altrimenti non sa- rebbero spiegabili ; ed, oltre a ciò, molte quistioni, che si son sollevate su la dottrina socratica, rimansfono escluse di fatto. Tocche- remo alcuni di questi punti. Nel concetto che Socrate s'era fatto dello Stato apparisce, più vivamente che in qua- lunque altra delle sue definizioni, il contrasto (i) Meni., II, 4, 6 e seg.; id., 6, 21-29.  Vedi il Jacobs, Vermischte Schrifteii: Jene Sitte enthalt ebeti so, wie die Liebe zum andern Geschlechte, alle Elèmente des Edelsten und des Nichtswiirdigsten, des Lasters, des Besten und des Schlechtesten in sich.   che correa fra la novità delle sue filosofiche esiorenze e la naturale tendenza alla conser- vazione delle sostanziali relazioni della vita etica, che in lui era sussidiata dal convinci- mento religioso e da una profonda abnega- zione. Il principio normativo della consape- volezza non gli consentiva di ammettere che la potenza, o il dritto ereditario, o la scelta del popolo mediante i voti potessero costi- tuire la capacità dell'individuo a trattare le faccende dello Stato ('). Solo la piena coscienza della propria capacità e la speciale cono- scenza delle faccende da trattare possono e devono invogliare l'individuo ad una legit- tima ambizione politica (^); e questa diviene per sé stessa un dovere, quando è sorretta dal fermo convincimento, che l'attitudine e la specifica intelligenza dell'individuo rispondono alle normali esigenze della vita politica. Al- l'attuazione pratica di questa massima solea Socrate disporre i suoi uditori, sviluppando nel loro animo il bisogno di acquistare una chiara e perfetta notizia degli obblighi spe- (i) Mem., e Plat. Apol. (2) Mem.,.   SOCRATE ciali che spettano a questo o a quello fra gli amministratori dello Stato, e riassumeva tutta la sua politica nel principio che solo chi sa deve e può fare, ossia che il potere sta nel sapere. L'importanza di questa massima in- novatrice ci fa apparire l'attività socratica in una manifesta opposizione con tutti i concetti tradizionali della politica greca, perchè, in virtù di essa, il dritto ereditario della monar- chia e dell'aristocrazia, ed il concetto demo- cratico della maoraioranza erano recisi nella loro radice e subordinati alla necessità di una generale rettificazione di tutte le forme sociali dal punto di vista della consapevo- lezza. Ma pur nondimeno la cosa non andava tant'oltre, e noi non sappiamo scorgere in tutto questo l'esigenza o il presentimento di una radicale riforma dello Stato, o, come altri ha detto, di una teoria sociale fondata sul principio della conoscenza esatta. Il sa- pere, di cui parlava Socrate, non era qualcosa di distinto dalla conoscenza empirica dei vari rami della pubblica amministrazione, e non era costituito in un insieme di teorie univer- sali e scientifiche. Egli non potea quindi, come più tardi fece Platone, ideare la costituzione di uno Stato, in cui la coordinazione e subordinazione delle sfere sociali fossero determi- nate dal concetto psicologico della gradazione della conoscenza. Il suo concetto non ha co- lorito e carattere esclusivo di una tendenza filosofica, che voglia imporsi alle pratiche esi- genze della vita per regolarle a sua posta; ma rimane subordinato alla varietà estrinseca delle sfere sociali, e non ne sconosce la ori- ginalità per farla rientrare nei confini di uno schema astratto. Di qui procede, che, mal- grado l'apparenza di una dichiarata riforma, Socrate riconobbe l'ubbidienza alle leggi come impreteribile ('); e, fedele all'antico principio ellenico della sostanzialità dello Stato, fece dipendere il bene dell'individuo da quello della comunità. E considerando la sua attività filosofica come parte integrale dei suoi doveri di cittadino morì nel rispetto alle leggi, e nel convincimento, che la condanna pronun- ziata contro di lui non fosse che una legittima manifestazione dell'attività dello Stato. L'opposizione fra il vecchio e il nuovo, fra il concetto sostanziale e l'esigenza di una per- [Mem., IV, 6, 6. (2) Mem., HI, 7, 9. (3) Mem., IV, 4, 4: Plat. Apol., 34 D e seg.; e cfr. Phaed., 98 C e seg.   sonale sodisfazione nello Stato, si chiarì mag- giormente nelle scuole socratiche; e specialmente in Platone, il cui ideale politico non deve essere inteso, né come ripristinazione dello Stato dorico, né come un segno precursore del Cristianesimo (^), ma conviene sia spiegato come un progresso teoretico del principio enunciato da Socrate, che il potere deve consistere nel sapere. Che i concetti da noi più sopra esposti non avessero una tendenza dichiaratamente riformatrice, apparisce ancora di più dal modo del tutto pratico come Senofonte introduce il suo eroe a discutere con questo o quello dell'esercizio speciale delle diverse arti, che conferiscono al pubblico bene o al manteni- mento delle sociali relazioni. Una sola è l'idea fondamentale di tutti quei dialoghi: rettificare mediante la definizione il concetto del fine cui l'attività è rivolta, per far convergere tutti gli sforzi dell' individuo all'acquisto di una norma costante, che ne regoli la pratica senza (i) Come vuole Hermann. Come vuole Baur. Vedi su questa quistione lo Zeller, Der Plato7iische Staat, in seiner Bedeutung fiìr die Folgezeit, nei citati Vortràge ecc., pp. 62-82   incertezza e divagazioni. Sotto questo riguardo il calzolaio e lo scultore, il pastore e l'arconte, il marinaio ed il generale ecc., perquantovarie le loro occupazioni e diversi i finì cui sono rivolti, devono tutti convenire nella norma dell'esercizio metodico delle loro funzioni, e sostituire alla pratica istintiva, tradizionale ed incosciente la norma del sapere. Senza entrare nella specializzata esposizione di questo o quel dialogo, perchè in tutti gli svariati casi non rileveremmo che una sola con- clusione, basterà qui dire che Socrate è stato il primo, che abbia nettamente formulata l'esigenza di una tecnica speciale delle arti e ravvisata la necessità, che a capo di ogni pratica occupazione deve esser collocata la riflessione normativa: e, per le cose già espo- ste, non fa mestieri che chiariamo meglio questo pensiero, perchè altri non creda, che egli intendesse conciliare la pratica e la teo- ria, l'arte e la scienza. E qui cade in acconcio di osservare che la meraviglia, con la quale molti hanno ri- guardato il dialogo che Senofonte riferisce con la meretrice Teodota ('), non ha fonda- (i) Mem., Ili, cap. ii,  mento che nella natura delle nostre morali convinzioni. Quel dialogo, che non deve essere addotto a provare che la principale preoccupazione di Socrate fosse la ricerca dei concetti ('), né può essere inteso come interamente derisorio, perchè l'ironia è un momento ofenerale della conversazione socratica, mo- stra, a nostro parere, che il mestiere della meretrice potesse anch'esso nei suoi elementi affettivi venir subordinato al criterio socratico di un esercizio normale e riflesso. Quel- l'arte non destava allora gli scrupoli esage- rati, che noi moderni siamo soliti di provare contro ogni divagazione della natura dalla norma assoluta di una morale precettistica. Anzi, per le speciali condizioni della famiglia greca, sviluppava soventi nelle donne libere un grado di cultura superiore di gran lunga (i) Come fa Zeller. Questa è l'opinione di Brandis: Enhvickelungen ecc., Vedi su questo argomento Hermann: Privatalterthilmer, con tutte le autorità ivi addotte, e specialmente John : The Hellenes, the history of the mannei's of the ancient Greeks,  LE FORME CONCRETE DELLA VITA ETICA a quello della donna legalmente ritenuta nelle angustie del gineceo. E a terminare questo schizzo della coscienza politica e sociale di Socrate osser- veremo, che egli, col rilevare l' importanza dell'attività cosciente, nobilitò il concetto del lavoro, facendone uno degli elementi costitutivi dello stato e della famiglia. Questa veduta era allora qualcosa di nuovo, perchè diretta a reagire contro un pregiudizio, fon- dato nella costituzione sociale dell'antica Gre- cia e già da gran tempo invalso, che facea considerare come indegna dell'uomo libero la produzione ottenuta col lavoro manuale. Se Socrate abbia o no superato il particolarismo ellenico, e se ritenesse per giusta come vuole Senofonte, o per ingiusta come vuole Platone p), l'offesa arrecata al nemico, nella grande incertezza dei criteri seguiti dai vari espositori noi non sappiamo affermare. Ad ogni modo, l'autorità di Senofonte ci par- [V. Jacobs, “Vertnischte Schriften”. Meni. Crit., e Rep.. Questa è anche l'opinione dello Zeller.] rebbe da preferire, e la maniera arbitraria come si è voluto da alcuni interpetrarla ci pare infondata e priva di ogni verosomi- glianza ('). (i) Il Meiners: Geschichte der Wissenschaften, pone una distinzione arbitraria fra il male arrecato sensibilmente all'inimico, e quello che può toccare il suo benessere interno, negando che quest’ultimo sia incluso nel xaxcòj iioistv di Senofonte. Né meno infondata è la supposizione del Brandis, secondo la quale Senofonte non avrebbe espresso interamente il pensiero di Socrate. Strumpell tenta supplire Senofonte col Gorgia. Antonio Labriola. Labriola. Keywords: implicature, comunismo, socialismo, partito socialista italiano, il vico di Labriola, il Bruno di Labriola, Labriola su Herbart, Labriola su Zeller, comune, sociale, filosofia della storia, dialettica socratica, fra dulcino, carteggio con Croce, all’origine del socialismo comunismo materialista in Italia – l’avvento creative del comunismo in Italia.  Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Labriola," “Grice e il Vico di Labriola” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lacida: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lacrate: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lacrito: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lafeonte: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”).

 

Luigi Speranza -- Grice e Lagalla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazoinale della teoria geocentrica – la terra al centro del universo – filosofia campanese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Padula). Filosofo italiano. Padula, Salerno, Campania. Grice: “I love Lagalla: the fact that he was an Aristotelian when everybody in Florence was a Platonist!” Figlio di un alto funzionario della burocrazia vice-reale. Studia filosofia. Perdette i genitori ed e affidato alla tutela di uno zio paterno, che lo avvia agli studi di filosofia. Volle trasferirsi a Napoli per proseguire nella sua formazione. Si iscrive ai corsi di filosofia dello Studio ed ebbe come maestri Stillabota, Vivoli e Longo. Affidato dal Collegio degli archiatri a Provenzale e Caro per un periodo di tirocinio, sembra vi si fosse condotto con una tale competenza da meritare i gradi accademici nulla pecuniarum solutione. Grazie a Longo, divenne l'ufficiale sanitario di una squadra navale pontificia di stanza a Napoli, con la quale si dirigge verso le coste laziali, per giungere poi a Roma. A Roma consegue una  laurea, in seguito alla quale entra al servizio di Santori, per il cui interessamento ottenne da Clemente VIII l'incarico di lettore di filosofia presso la Sapienza. Cura per Facciottola stampa di un commento ad Aristotele, “De immortalitate animae ex sententia Aristotelis VII”,  manifestazione di un interesse verso la questione dell'anima, intorno alla quale L. si interrogò per buona parte della sua vita intellettuale e che contribuì ad attirargli sospetti di eterodossia.  Altre saggi: “La circuncisione di Cristo”. Al problema dell'anima L. dedica corsi della lettura ordinaria di filosofia, che tenne alla Sapienza. Queste lezioni sono raccolte in  “De anima commentarii”. Allo stesso argomento è dedicato un saggio dato alle stampe da L., il “De immortalitate animorum ex Aristotelis sententia libri III” (Roma). L., pur riaffermando le posizioni della tradizione d’AQUINO sulla questione dell'anima umana, secondo le quali l'anima intellettiva è “forma informans” del corpo ed è molteplice, accetta quelle di Alessandro di Afrodisia a proposito dell'animazione dei cieli, ritenendo che non abbiano l'intelligenza come forma assistente che li muove eternamente, ma piuttosto come forma informante. Morto Santori,  s’avvicina ad Aldobrandini, entrando al suo servizio. Conosce Cesi, al quale e legato da una cordiale amicizia. Se questa non da luogo a un'ascrizione all'Accademia dei Lincei, malgrado una precisa richiesta da parte di L., e solo a causa della sua marcata professione aristotelica Cesi lo presenta comunque a GALILEI quando quest'ultimo si reca a Roma per sottoporre il suo telescopio e le scoperte con esso realizzate al giudizio degli autorevoli astronomi del collegio romano, nonché di influenti membri della Curia pontificia e dello stesso Paolo V. Ne derivarono alcuni incontri, durante i quali L., incuriosito dall'occhialino galileiano, lo sperimenta ed e intrattenuto da Galilei con l'esibizione delle pietre lucifere di Bologna. Da ciò che vide, trasse spunto per due saggi, pubblicati in De phoenomenis in orbe Lunae novi telescopii usu a d. GALILEI nunc iterum suscitatis physica disputatio nec non de luce et lumine altera disputatio (Venezia).  Atteso con impazienza da Galilei, che e costantemente informato da Cesi dei progressi nella composizione, il saggio delude l'ambiente linceo.  Nel primo dei due saggi, pur difendendo la verità ottica di ciò che mostra il telescopio, cerca di spiegare l'irregolare -- la scabrosità della superficie lunare, detta perfetta da Aristotele -- come prodotto del regolare, attraverso una sorta di estensione di un principio di regolarità -- invariabilità dei cieli e dei corpi e fenomeni inclusi in essi -- cui risponde l'intera fisica celeste aristotelica. Le asperità lunari dovevano dunque consistere in parti più dense d’etere, più opache alla luce, e in parti meno dense, più chiare. Nel secondo saggio L. racconta una discussione sulla natura della luce avuta con Galilei, Cesi, Misiani e Clementi: dopo aver ribadito che la luce non è una sostanza, ma un accidente o una qualità reale, tratta delle pietre lucifere e, contro l'interpretazione di Galilei, osserva che la luminescenza delle pietre non è una proprietà del minerale non trattato, ma una conseguenza del processo di calcificazione, che rende la pietra porosa e in grado di assorbire una certa quantità di fuoco e di luce, poi lentamente rilasciata. Con ciò esclude che possa essere il prodotto della riflessione della luce solare sulla terra da parte della luna.  A proposito del primo dei due saggi, Galilei medita di fornire una risposta pubblica, sollecitata dallo stesso L., di cui le note di lettura al volume in questione, sembrano essere il lavoro preparatorio. Tale risposta non arriva, ma i rapporti tra i due divennero più stretti, forse per effetto di un lento avvicinamento delle rispettive posizioni scientifiche. In occasione dell'osservazione di una cometa, scrive il Tractatus “de metheoro quod die nona novembris anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium” e poiché quest'opera pare, in alcuni punti, accogliere le posizioni di Galilei, e attaccato di scarso aristotelismo. Si convence così a chiedere a Galilei e a Cesi il sostegno per una lettura a Psa. Pur non mancando l'occasione (la morte di Papazzoni aveva reso vacante un posto), non se ne fa niente, ma anche in questo caso i rapporti tra i tre uomini rimasero saldi. Aumenta intanto la sua insofferenza verso gl’ambienti romani che lo guardavano con crescente sospetto. La sua “De coelo animato disputatio” e in Germania, per l'interessamento d’Allacci. Non rinuncia a coltivare la speranza di ottenere un adeguato incarico al di fuori della capitale pontificia, tanto da valutare con attenzione la proposta di trasferirsi alla corte di Sigismondo III. Le compromesse condizioni di salute (soffriva di una malattia urinaria, forse una ipertrofia prostatica con complicanze) e il timore che l'inclemente clima polacco potesse peggiorarle lo portarono a rifiutare.  Continua a praticare la filosofia, e segue il suo protettore Aldobrandini in diversi viaggi in vari luoghi d'Italia. Gli è stato dedicato il cratere L. sulla Luna. Altre saggi:  “De phaenomenis in orbe lunae novi telescopii usu nunc iterum suscitatis” (Venezia); “De metheoro quod die nona novembris anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium”; “De luce et lumine altera disputatio”; “De immortalitate animorum ex Aristotelis Sententia”(Roma); Biblioteca apost. Vaticana, Barb. lat.; cfr. Kristeller; cfr. Edizione naz. delle opera, Firenze, Biblioteca, Galil., Favaro, nell'ed. naz. delle opere di Galilei, X indica una stampa apparentemente irreperibile, Roma; ma Heidelbergae. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giano Nicio Eritreo [Gian Vittorio Rossi], Pinacotheca imaginum illustrium doctrinae vel ingenii laude virorum, I, Coloniae Agrippina, Leone Allacci, Vita, Parigi, T. Alfani, Istoria degli anni santi” (Napoli); “Dizionario istorico” (Napoli); F.  Colangelo, Storia dei filosofi e dei matematici napolitani, Napoli Stefano Gradi, Leonis Allatii vita, in Novae patrum bibliothecae, A. Mai, Romae, E. Wohlwill, V. Spampanato, “Bruno” (Messina); G. Crescenzo, Dizionario storico-biografico degli illustri e benemeriti salernitani, Salerno); “I maestri della Sapienza di Roma, E. Conte, Roma, ad ind.; M. Bucciantini, Contro Galileo, Firenze, Italo Gallo, Figure e momenti della cultura salernitana dall'umanesimo ad oggi, Salerno,  Paul Oskar Kristeller, Iter Italicum, Lettere del Lagalla, o di altri con notizie su di lui, si trovano nell'Edizione nazionale delle opere diGalilei, a cura di A. Favaro, Firenze, ad indices, è pubblicato il “De phoenomenis in orbe Lunae” con postille di Galilei); G. Gabrieli, Carteggio linceo, Roma. CoMLOL, Grice: “The more I read secondary bibliography about this one qualifying as ‘napoletano’ – la ‘filosofia napoletana’ ‘il filosofo napoletano’ – the less I’m inclined to consider him Italian!” -- Iulius Caesar Lagalla. Giulio Cesare Lagalla. “Un aristotelico che dialogava con Galilei”. Lagalla. Keywords: implicatura, the earth is flat; la terra e al centro dell’universo, la pietra di Bologna, la kryptonite, la luna, l’immortalita dell’anima, animo, spirare, peripatetici, licei, sublunary, lunary. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lagalla” – The Swimming-Pool Library.  Lagalla.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lamisco: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone – Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto – filosofia tarantina – scuola tarantina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean and friend of Archita di Taranto. When Plato runs into trouble in Siracusa, Archita sent L. to rescue him – which takes him ‘two weeks and a half.’

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia Grice e Lamanna: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del risorgimento fiorentino filosofia basilicatese – la scuola di Matera -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Matera, Basilicata. Grice: “I like Lamanna – a very systematic philosopher especially interested in the longitudinal history of philosophy – he wrote on economics during controversial times, too!” Linceo. Fa i primi studi in seminario e poi nel Liceo classico della sua città. Si trasfere a Firenze, laureandosi con Sarlo. Insegna a Messina e Firenze. Pubblica un commento alla dottrina. Autore di un fortunato manuale di storia della filosofia. Membro dell'Accademia nazionale dei Lincei. Diresse la "Collana di Filosofia" delle Edizioni Morano di Napoli. Stabilito, per L., che la religiosità e un'esigenza naturale dello spirito umano, egli rileva le contraddizioni percepite dalla coscienza fra l'”essere” (“is”) e il dover essere (“ought”) -- fra l'esigenza di una realtà concepita come razionalità e ordine, e la percezione di una realtà che appare irrazionale e disordinata, così come fra la concezione dell'assolutezza dello spirito e la concreta limitatezza della realtà umana. Da queste contraddizioni deduce la necessità dell'esistenza di Dio. Analoga antinomia gli sembra esistere tra morale e politica che a suo avviso può essere risolta trasportando nell'attività pratica la riconosciuta razionalità dell'ordine trascendente e divino, che è di per sé bene assoluto. In questo modo l'operare umano si fa etico ossia, secondo L., realmente politico, realizzandosi concretamente nell'ordinamento giuridico e, così come nell'operare razionale si concreta la vita morale, da questa si raggiunge l'armonia in cui consiste la bellezza. Altri saggi: “Lo spirito – l’ispirante” (Firenze), Kant, Milano, “La polizia di Platone e gl’uomini”, Milano, “Filosofi italici d’eta antica” (Firenze); La filosofia, Firenze); “Il bene per il bene” (Firenze); “Il regno di fini” (Firenze); Scritti storici e pensieri sulla storia, Padova; Piovani (Torino); Piovani, Tra etica e storia, Napoli); Martano, L'esperienza speculative, in «Filosofia», Calò, Il pensiero, Napoli, Calò, Studi e testimonianze, Matera, Dizionario biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Grice: “Lamanna was concerned about the idea of the state, which is not an easy thing. More specifically, the concept of the ITALIAN state. In his history of philosophy for ‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a ‘Sommario’. – The history goes smoothly up to Kant. The third volume is about MUSSOLINI. He is the only philosopher he cares to capitalize. He also capitalizes fascism into FASCISMO, which is odd seeing that his main source is Mussolini’s own entry for ‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a status. The third volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and notably GENTILE to end with MUSSOLINI. The idea is presented by L. as a ‘riconstruzione dello stato’ – we are talking of the ‘stato moderno’ – il stato liberale borghese is in ruins – and although he plays with the ‘socialist state’ he does not consider it within the realm of the proper history of philosophy when he talks of French illuminism. So his concern is wht the idea of the state in the liberal party – the philosophy of the laissez-faire. It provides NEGATIVE freedom. Freedom from the other. And there is competition. Also, as he notes, liberalism lies in that the ‘condizioni iniziali’ are hardly ‘equal’ for every member of society, so that liberalism only pays lip service to ‘liberale’. With the socialist state, the problem is the opposite: the state becomes a gestore – and there is this idea of an endless dialectic among the classes. So how does Mussolini reconstruct all this. He calls it ‘stato fascista’ – Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel, the student would be more prepared! Mussolini’s idea of the state is Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While Mussolini speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means the Italians (not the Jews, etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the sum of its individui. Individui come and go – but the state remains. The state becomes governo. Mussolini’s prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric, but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this new or novel idea of the state (after la rivoluzione fascista) with a Kantian approach. Since L. has only read Kant seriously, he applies Kantian categories here: Mussolini’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. L. quotes from CICERONE to the effect that it is obeying the law that makes us free. The emphasis is constantly on the azione or prassi, which is understandable since the pupils are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina? Mussolini is candid about this. When ‘I all started it’ I did not know where I was going. It was the ANTI-PARTY movement --. L. provides the editorial. During the ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT OF THE NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government (polizia, politeia) established. But Mussolini accepts castes in society. Even the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be allowed to worthip the God of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it targets the male – virtu, andreia. Being commanded by one know knows is a privilege. Ths is interesting because this is conceived after the temporary successes in Africa – Mussolini romano e africano – and before the problems of the second world war. For the first time, Italians FEEL they are part of a NATION. The seeds are in the Risorgimento, but this got stuck with a liberal kind of state, which only provides negative freedom, anyway, and where the initial conditions are  unequal. Lo stato fascista does not play with parlamentarism, so Congress is closed, and the only party is the national party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if some wrote panegirici for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations are found in Hegel. If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, Mussolini does so with himself. GENTILE did not really help, although he was the official voice of fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the lessons of history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and indoctrinated in the final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is catechistic, and there is no idea of dissent. L. however emphasises that the stato fascista still recognizes the indidivuality and the personality of each member – as the stato comunista or socialista would not!” IL REALISMO PSICOLOGISTICO NELLA NUOVA FILOSOFIA ITALIANA. Sarlo, nato nel 1864 in un paesello della Basilicata (San Chirico Raparo), venne alla filosofia dalla medicina. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si compiaceva di frequentare, con le lezioni della Facoltà cui era iscritto, quelle di lettere e filosofia: e fu, tra l’altro, uditore dello Spaventa negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un volumetto di Studi sul Darwinismo, ch’egli scrisse ancor giovanetto nel 1887 — attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che passò, come medico, nel Manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ebbe maestri: fu un autodidatta: dovette cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed era naturale che la trovasse solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di positivismo, lo portarono dapprima a seguire questo indirizzo di pensiero: e in uno degii organi della filosofia positivistica, la Rivista dell’Angiulli, egli fece le sue prime armi. Ma non tardò ad allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne ac - quistando coscienza delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustrò poi in quelle Note sul positivismo contemporaneo in Italia, pubblicate in appendice agli « Studi sulla Filosofia contemporanea » nel 1901, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formando nel decennio 1890- 1900. Concorsero a questa formazione lo studio del Rosmini, i rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del neo-criticismo, come Luigi Ferri, Filippo Masci e, in particolare, Francesco Bonatelli, e, più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative del pensiero filosofico e psicologico contemporaneo, segnatamente inglese e tedesco, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fece conoscere in Italia. E di questa sua attività furono frutto due saggi rosminiani: La logica di A. Rosmini e i problemi della logica moderna e Le basi della psicologia e della biologia secondo A. Rosmini considerate in rapporto ai risultati della scienza moderna (Roma, 1893) — poi rifusi in altri lavori — ; due volumi di Saggi filosofici (Torino, Clau- sen, 1896) — posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi —; studi su autori stranieri sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi del tempo nostro (Firenze, La « Cultura Filosofica» editrice, 1916); saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e Moralità (Roma, Balbi, 1898), e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia contemporanea : La Filosofia scientifica (Roma, Loescher, 1901). L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi del De Sarlo, è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei motivi principali del pensiero del De Sarlo, anche quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, ha tratto i principii del suo filosofare non più dal neo-criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo inglese — da Locke a Mill —; dall’intuizionismo della scuola scozzese — specie per il rilievo costantemente dato agli assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza interna e infine dal realismo dell’Her- bart e del Lotze. Conseguita nel 1894 la libera docenza in filosofia presso l'Università di Roma, insegnò questa disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, fino al 1900, quando ottenne per concorso la cattedra di filosofia teoretica all’Istituto di Studi Superiori di Firenze, cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un Maestro. Presso lo stesso Istituto Superiore fondò nel 1903 un Gabinetto di Psicologia Sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi: molte e importanti ricerche vi sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la potenzialità scientifica- mente produttiva del Gabinetto sia stata assai ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a trovare. Dal 1907 al 1917 il De Sarlo ha diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua filosofia (1). (1) Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia, conferitogli nel 1920 dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi, 1898, 1 voi. di circa 250 pagg. in 8: [Contiene: Il naturalismo — Il telismo — L’idealismo e la moralità — Il socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. — Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». — Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze, Seeber, 1907, 1 voi. di pagg. 250 in-16. Principii di Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron, [1907], 2 voi. di circa pagg. 500 in-16 (in collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, [1915], 1 voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi : La formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla filosofia del sec. XIX — I compiti della filosofia nel momento presente. b) Altri tre studi che costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea — Lo psicologismo nelle sue principali forme — / diritti della Metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia contemporanea. c) Altri quattro studi su particolari problemi o correnti filosofiche : Il significato filosofico dell'evoluzione [Filosofia e scienza dei valori — Stillo spiritualismo odierno]. Filosofi del tempo nostro. Firenze, La «Cultura Filosofica» editrice, 1916. [Contiene studi su Paulsen, Hodgson, Ward, Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, Bonatelli]. Psicologia e Filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La « Cultura Filosofica » editrice, 1918. 2. voi. di pagg. 1000 in-8. [Contiene: a) Alcuni studi di filosofia generale, importantissimi per la comprensione della posizione del De Sarlo nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia: Vecchia e nuova Psicologia — La psicologia e le scienze normative — L’esperienza psichica — L’individuo dal punto di vita psicologico — Il soggetto — La causalità psichica — Sensazione e coscienza. b ) Due ampi studi di psicologia metafisica: Il concetto dell'anima nella psicologia contemporanea — Idee metafisiche intorno all’anima c ) Saggi contenenti la materia per un orgànico trattato sulle funzioni psichiche : La classificazione dei fatti psichici — L’attività conoscitiva — L’attività immaginativa Vita affettiva ed attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq studio intorno a Le determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche. (Appartengono a questo gruppo altri saggi minori.- Sulla teoria somatica delle emozioni — Sullo studio dei sentimenti nella psicologia inglese contemporanea - Sulla percezione delle forme). d) Studi di psicologia fisiologica e patologica: Cervello e attività psichica — L’attività psichica incosciente — Sulla psicologia della suggestione — Le alterazioni della vita psichica — La psicologia degli animali]. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. — Ma, è da aggiungere subito, non è data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto 126 E. PAOLO LAMANNA di sostanza: che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché quelPordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. * • * 3. — È innegabile, dunque, che del problema metafisico per eccellenza il De S. presenta costantemente una soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo il D. S., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica. Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè, sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume « Il Pensiero moderno ») è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è immutabile, permanente e eterno. * * * 4. — Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per il De S., quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di questa parola. Prima della « Dialettica trascendentale » e quindi prima della Critica della Ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una « Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un. procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica del De S. ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia. Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale — l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità delle distinzioni a un principio unitario? Il De S. risponde che la filosofia è aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura (o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente, appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica, di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.), dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni, studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora « lo spirito — dice il De Sarlo (p. 412) — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima — morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito — funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche dire che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra. L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili. Ma — e con ciò il De Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, — sostiene il De S., confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal significato equivoco della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni — per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento, non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza,  Dalla scuola del De Sarlo uscì ALIOTA (vedasi) (n. a Palermo nel 1881, ora già da alcuni anni professore di filosofia nell’Università di Napoli). Iniziò la sua attività di studioso con un volume, assai apprezzato anche all’estero, su la Misura in psicologia sperimentale, (Firenze, « Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori », 1905). Nel campo più specificamente filosofico si affermò, oltre che con lavori minori e con l’attivissima sua collaborazione alla «Cultura Filosofica» del De Sarlo, col libro: La reazione idealistica contro la scienza (Palermo, 1912), che è una bella battaglia in difesa del valore della scienza contro tutte le forme d’intuizionismo, di prammatismo e d’idealismo assoluto, che tendono a svalutare i concetti scientifici. Il motivo centrale di questa opera è che i concetti della scienza non sonò un impoverimento della realtà, ma un arricchimento del mondo dell’intuizione. Il concetto, infatti, non è nello schema convenzionale che serve a comunicarlo praticamente, e che per se stesso non ha certamente valore di realtà, ma nella sintesi di esperienze concrete che attraverso quello schema si realizza e nella quale l’intuizione si eleva ad una superiore potenza, inquadrandosi in un contesto più largo di relazioni, completandosi con altre intuizioni che sfuggono alla veduta dell’attimo fuggitivo e ai nostri sensi limitati. Questo modo d’intendere il concetto scientifico, come processo d’integrazione dell’esperienza, che non sostituisce l’intuizione e non può mettersi al suo posto, ma la completa ed arricchisce, già fin dal 1905, nelle sue prime discussioni col Croce, — ora raccolte nel volume L’estetica del Croce e la crisi dell’idealismo moderno, Napoli 1917 — l’Aliotta aveva contrapposto alia teoria dello pseudoconcetto, con la quale il Croce innestava nel ne^hegelianismo la dottrina del Mach intorno al valore puramente pratico ed economico dei concetti- E questo motivo di rivendicazione del valore teoretico della scienza è il nucleo che è rimasto costante nel pensiero dell’Aliotta anche quando dal teismo delle sue prime Linee d’una concezione spiritualistica del mondo (« La Cultura filosofica) — comparse poi come conclusioni della traduzione inglese del suo libro La reazione idealistica contro la scienza (The Idealistic Reaclion against Science, London, 1917) — egli è passato attraverso la crisi della guerra mondiale a una concezione pluralistica del mondo. Questa seconda fase del suo pensiero, che comincia col libro La guerra eterna e il dramma dell’esistenza (Napoli) e si sviluppa e completa per la parte gnoseologica nei saggi La teoria di Einstein e le mutevoli prospettive del mondo (Palermo 1922), Relativismo e Idealismo (Napoli 1922), Il problema di Dio e il nuovo pluralismo (Città di Castello, 1924), è caratterizzata da un radicale sperimentalismo, il quale però sia per i principi! da cui muove e le conclusioni a cui arriva, sia specialmente per gli arditi procedimenti che segue, si allontana di parecchio dallo sperimentalismo del De Sarto, come sarà facile scorgere dalla breve esposizione che segue. La realtà, per l’A., è l’atto stesso di esperienza che ha due aspetti, distinti, ma sempre uniti, il soggettivo e l’oggettivo. Non posso aver coscienza di me senza distinguermi dal mondo e dalle altre persone: l’affermazione della mia individualità implica dunque l’affermazione degli altri individui e del mondo, da cui mi distinguo. Non ha senso parlare d’un soggetto in sè o d'un oggetto in sè, nè di soggetti come monadi solitarie fuori di questa relazione. L’io e il mondo e le varie anime non esistono che nella sintesi concreta dell’esperienza, come momenti, distinguibili, ma inseparabili, del suo processo. Questa sintesi è, per l’A., l’unicovivente modello a immagine del quale possiamo costruire le altre attività reali che non ci son date all’intuizione immediatamente. E l’atto di esperienza col suo processo di unificazione e distinzione del soggettivo e dell’oggettivo, come dell’individuo e delle altre persone, col suo ritmo di concreta durata e la sua intuizione dello spazio concreto, è l’unica forma a priori, soggettiva ed oggettiva insieme. Le forme della nostra conoscenza, dunque, non sono pure apparenze; bensì le forme stesse della realtà che si svolge, essendo questa appunto il concreto processo dell’esperienza. Questo processo, per l’A., è inesauribile; non ha nè principio, nè fine. Non ha senso domandarsi donde sia derivata la esperienza. Ed è originaria la forma della sua distinzione nella pluralità degli individui; pluralità che non esclude, come abbiamo già detto, la concreta unità dell’esperienza, perchè nell’atto stesso in cui si coglie la distinzione, si coglie insieme indissolubilmente l’unità dei termini distinti. I soggetti d’esperienza son dunque originarli e imperituri nella loro eterna correlazione. Possono da una forma oscura di vita elevarsi a una forma più consapevole e chiara, o dalla luce della coscienza discendere nella penombra, ma non si estinguono mai, non cessano di essere e di agire come spontanee energie motrici del processo della realtà. Queste attività non sono originariamente coordinate al raggiungimento d’un fine, allo svolgimento di un piano razionale che si at- turi nella storia del mondo. La materia corrisponde alla fase in cui esse si urtano disordinatamente in continui conflitti, dirigendosi a caso per la loro spontaneità in tutte le direzioni. Statisticamente ne risultano medie costanti di azioni complessive delle masse; onde l’apparente inerzia e uniformità della materia. La vita dalle sue forme più semplici alle più complesse è il coordinarsi di quella attività a un fine comune, che si raggiunge provando e riprovando attraverso secolari esperimenti nell’evoluzione biologica e sociale. E l’armonia del mondo non è mai completa, ma si va ancora realizzando attraverso le più alte funzioni dello spirito: l’arte, la scienza, la religione e la filosofia, che sono tutte forme diverse per le quali la vita dell’individuo si integra progressivamente con la vita degli altri. E le sintesi più alte si raggiungono sempre con l’esperimento: non c’è nessuna teoria e nessun sistema che possa pretendere una giustificazione a priori: la dialettica è arbitraria e infeconda. Agli abusi logici dei neo-hegeliani l’Aliotta contrappone l’assoluto sperimentalismo della sua dottrina della verità. Il vero non è nella corrispondenza a un modello oggettivo, sussistente in sè; ma non è neppure nel processo puramente dialettico del pensiero. Una teoria è vera se le azioni da essa suggerite riescono a realizzare un superiore accordo delle nostre attività umane e delle altre innumerevoli energie operanti nel mondo. E questo criterio non vale soltanto per le teorie scientifiche, ma anche per i sistemi religiosi e filosofici che debbono sottoporsi anch’essi all’esperimento storico. Non vi sono categorie immutabili e definitive, nè nel mondo della natura nè in quello dello spirito. Tutte le forme di sistemazione sono provvisorie e relative. Non c’è una verità assoluta, ma gradi diversi di verità e realtà, secondo che realizzano forme più complete e integrali di vita d’esperienza. L’errore, il falso non è quindi neppur esso tale in senso assoluto; ma è una visione parziale, frammentaria, unilaterale rispetto a una veduta più alta e più comprensiva. Tutte le intuizioni individuali, tutte le varie prospettive sono vere e reali, ciascuna dal suo punto di vista; ma è più vera e reale quella che riesce a coordinarle in una visione più completa da un punto di vista più alto. E questo non esclude e cancella i punti di vista inferiori, ma in sè li comprende integrandoli; dimodoché il progresso verso i più alti gradi di verità è insieme un elevarsi a una maggiore ricchezza di vita. Nel nostro pensiero è la realtà stessa che si tormenta nello sforzo di attingere una superiore armonia. Calò (n. a Francavilla Fontana, in prov. di Lecce) è professore di pedagogia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Rivolse la sua attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a quelli che più direttamente si connettono a problemi filosofici d’ordine generale e metafisico. Il suo primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al Problema della libertà nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che contiene un’analisi molto penetrante e un’ampia e sottile critica del contingentismo e del prammatismo e di altre correnti contemporanee come il neo-criticismo renouvieriano; e giunge all’affermazione del potere di libertà come attitudine propria dello spirito individuale, presupposto indispensabile della libertà etica; attitudine che si confonde con la stessa proprietà della coscienza di porsi come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e irreducibiie d’ordinamento della realtà psichica e insieme d’energia produttrice di fatti. Altri lavori ha dedicato il Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica moderna, come quello su l’ Individualismo etico nel sec. XIX, premiato dall’Accademia Reale di Napoli, un quadro vasto e vivace delle varie forme d’individualismo affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche nella letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma l’obiettività e universalità dei valori morali, riconosce insieme che questi non hanno esistenza concreta nè azione effettiva se non nella sintesi vivente della personalità, che è per ciò da porre come il valore etico supremo, come la sola realtà fornita d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati lavori, costituiscono la conclusione o i principii ispiratori dell’esame critico di svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e sistemate, in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume Principii di Scienza etica (Palermo, Sandron), preparato insieme col De Sarlo e scritto dal C. In esso si illustra la specificità e l’immediatezza dell’esperienza morale attraverso la quale si rivelano i principii etici fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a necessità d’altro genere — al che il C. ha dedicato anche altri scritti minori, tra cui notevole il saggio su L’in- terpretàzione psicologica dei concetti etici (in « Atti del V Congresso Internazionale di psicologia » Roma) — . Vi sono inoltre definiti nel loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività umana, il cui va- ìore intrinseco è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato infine particolare sviluppo all’evoluzione storica dei principii morali, la quale si fa consistere dal C. — come, l’abbiamo visto, dal De S. — nel successivo chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o paramorali; nella loro più rigorosa e coerente esplicazione, resa possibile dallo sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica, della cultura e del pensiero ; nella successiva soluzione dei conflitti nei quali essi a volte vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di armonizzarli in valutazioni sintetiche; nella estensione della loro applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di problemi etici, il C. non ha mancato di portare il suo contributo ad altri campi di discipline filosofiche (notevoli, p. es., i suoi studi sulla dottrina del Brentano intorno al giudizio tetico e intorno alla classificazione dei processi psichici, e parecchi saggi storici e critici sul Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia dell'attenzione in rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Cooperativa); Fatti e problemi del mondo educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema della coeducazione e altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra (Firenze, Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie di storia della pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai volumi di questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca pedagogica ch’egli dirige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera pedagogica del Calò furono E. PAOLO LAMANNA rilevati, con giudizio non sospetto, dal Codignola, che nel 1916 affermò essere il Calò « il più serio avversario della pedagogia idealistica in Italia » (1). Invero, il C., mentre ammette una filosofia dell’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede peraltro, come l’idealismo sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca a filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo delle attività psichiche, sia in sè stesse sia in rapporto con quelle organiche, i quali non possono non essere ricavati direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue leggi, quali si offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme educative che si ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività umana, considerati in rapporto al progressivo potere d’attuazione del fanciullo; vi sono infine tipi e norme didattiche che si ricavano dall’esperienza storica e da necessità storiche. Per il C., perciò, la pedagogia non può trovare la sua sicura costituzione e la sua vera fecondità di vedute e di applicazioni che in una concezione la quale, correggendo e integrando, riprenda la posizione herbartiana e consideri le leggi psicologiche in funzione delle finalità etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto essenzialmente spirituale, che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o di perfezionamento in quanto vi collabora la libera attività del soggetto educando, e porta a un sempre più pieno uso della propria libertà e all’acquisto sempre più consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che il C. nega è che l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e sussista indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia svanisce ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del soggetto, si ha l’attività etica strettamente intesa, non più il processo educativo. Per la tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al C. come un processo di formazione nel quale le attività del soggetto e la forma valgono anche più dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere o dell’operare, e gl 'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si tratta di nutrire e di promuovere in (1) Kant nella storia della pedagogia e dell'etica, Napoli. — Nonostante ciò  o forse appunto per ciò — il Codignola, facendo la storia della pedagogia italiana contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenze, p. 284), si è contentato di accennare al Calò ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un «indirizzo spiritualistico eclettico»; — e questo raccostamelo come questa caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta nel suo Disegno storico della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la personalità più viva e compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui diritti della cultura Jormale, senza peraltro porre nel nulla il valore degli acquisti concreti (conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo formalismo e subiettivismo pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva necessità e insostituibilità della cultura umana e storica e di quella realistica e scientifica. Ha rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa, elementare e aconfessionale prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale nella famiglia. Infine dalla legge della storicità come aspetto essenziale dell’anima umana, egli deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello spirito e quindi alla sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non essere nazionale, non può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità traggano dalla tradi zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo forma e colore che ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di vita, di coesione, di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto quel che abbia riflessi e importanza per questo fine, l’istruzione, l’educazione, la scuolà non possono non costituire ufficio e dovere dello Stato, che è coscienza suprema, organizzazione unitaria, garanzia conservatrice della vita della nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha discusso — e non soltanto in sede scientifica, ma anche in Parlamento, dove egli ha seduto per due legislature — problemi concreti, come quello dell’ordinamento della Scuola media, della preparazione magistrale, della riforma universitaria, dei rapporti tra scuola e famiglia, della coeducazione ecc., mostrando sempre lucidità e prontezza di visione dei termini essenziali di ogni problema e dei rapporti di esso con i principii dottrinari generali, calore vivace e penetrazione nelle proposte di soluzioni. Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleier- macher, del Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò un volume su La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica), nel quale, attraverso un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L. la religiosità è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali, particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della razionalità, la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della razionalità, e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà, questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento del valore e la morale criticistica (Firenze) e II fondamento morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori, Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel contrasto è conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione autonoma nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico il L.. prende occasione per affermare la necessità di un tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica dell’esperienza morale — anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’* anima bella» (Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti tra la funzione etica e quella estetica. 2) Illustra l’ordinamento giuridico come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e l’ostacolo — postoda altri individui — all’attuazione di un bene conforme a un principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). ENZO Bonaventura, libero docente e incaricato di psicologia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze e assistente del De Sarlo nel Laboratorio di psicologia sperimentale, dopo alcuni scritti minori di psicologia e di logica, pubblicò un grosso volume su Le qualità del mondo fisico: studi di filosofia naturale (Firenze, « Pubblicazioni del R. Ist. di St. Sup. », 1916), in cui i dati della fisica, della chimica, della fisiologia non dirò solo che siano largamente utilizzati, ma costituiscono addirittura la base per la soluzione del problema, se sia o no possibile spiegare le differenze qualitative tra le diverse energie fisiche riducendole ad un unico tipo di energia: problema che il B. risolve in modo negativo, dimostrando che la riduzione delle molteplicità qualitative delle energie fisiche ad un’unica forma nel senso del meccanismo e di taluni indirizzi energetici, è illusoria. Posteriormente egli ha volto la sua attività più in particolare agli studi e alle ricerche di psicologia, compiuti, nel laboratorio diretto dal De Sarlo, coi metodi rigorosi propri della psicologia moderna; ma la ricerca psicologica sebbene abbia anche, per lui, un valore in sè stessa, come ricerca scientifica, e un valore sociale, per le sue applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia dal suo pensiero, il punto di partenza e di appoggio per salire verso la filosofia. Tra i problemi psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo (come queile del valore dell’introspezione e- delle sue illusioni, a cui è dedicato il volume intitolato appunto Ricerche sperimentali sulle illusioni dell'introspezione, Firenze), quello che lo ha più attratto e su cui ha più lavorato, è il problema della percezione, concepita come elaborazione intellettuale dei dati sensoriali, e in ispecie della percezione dello spazio e del tempo: problema che da un lato connette la ricerca psicologica con concezioni d’importanza fondamentale per la fisica e per la matematica, dall’altra forma il punto centrale della teoria della conoscenza. Intorno a questo problema egli ha lavorato da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica tutto il lavoro sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso ricerche sperimentali per chiarire quei punti che ancora gli sembravano non abbastanza illuminati. Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del pensiero nella percezione tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce e i limiti entro i quali si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati spaziali tattili; le illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi spaziali visivi nella psicofisica) sono state già pubblicate in Riviste di psicologia italiane e straniere; ma la somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un grosso volume — già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico dello spazio e del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono trattati in tutti loro asp Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleier- macher, del Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò nel 1914 un volume su La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica), nel quale, attraverso un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L. la religiosità è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali, particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della razionalità, la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della razionalità, e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà, questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento del valore e la morale criticistica (Firenze) e II fondamento morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori, Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel contrasto è conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione autonoma nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico il L.. prende occasione per affermare la necessità di un tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica dell’esperienza morale — anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’anima bella» (Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti tra la funzione etica e quella estetica. 2) Illustra l’ordinamento giuridico come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e l’ostacolo — postoda altri individui — all’attuazione di un bene conforme a un principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). MATHIEU STORIA DELLA FILOSOFIA, MONNIER. La  filosofia italiana: idealismo, anti-idealismo, spiritualismo, MONNIER, FIRENZE. Accettando di condurre a termine un'opera altrui, mi sono assunto una responsabilità  assai  grave. Non l'avrei fatto se la storia della  filosofia di L. non è giunta già così innanzi da richiedere questo completamento come quasi  indispensabile, e se le carte manoscritte, fatte trascrivere diligentemente dalla  Signora  Edvige, non mi avessero offerto una trattazione già perfetta di una parte considerevole del periodo scoperto. In una  storia generale della filosofia, composta in Italia, lasciar fuori tutta la filosofia italiana sarebbe stata ima lacuna  grave:  basti pensare alle posizioni radicali di un Gentile o di un Carabellese, che non trovano riscontro in tutto l'arco restante del pensiero. Per di più il piano del lavoro, quale si era andato progressivamente definendo nella mente del L. durante una vita dedicata in gran parte  alla ricerca storica, si allarga a mano a mano che si avvicina a noi. Infatti i capitoli già pronti, sull'eredità filosofica dell'Ottocento italiano, erano proporzionalmente i più, estesi di tutta l'opera. Ciò significa che la parte rimasta fuori sarebbe stata ancor più  cospicua di quanto il paragone con le parti già stampate lascia pensare. Certo, riprendendo il filo interrotto, non potevo presumere  di rimediare alla perdita che aveva rappresentato per gli studi la morte di Lamanna, ma potevo sperare di ridurre in qualche misura il danno. La trattazione già svolta non poteva, infatti, uscir monca; e, d'altro canto, sarebbe stato colpevole verso il pubblico lasciarla inedita, per l'impegno che lo storico vi aveva posto e per V esperienza viva e diretta degli autori e delle dottrine:  un'esperienza che, per quel periodo, nessuno più, avrebbe potuto acquisire. Così gli ultimi due volumi di questa storia della filosofia, che, per la loro mole e per il loro argomento, possono fungere anche da trattazione autonoma, portano il mio nome accanto a quello  di  L. Ho cercato, per quanto potevo, di uniformarmi al tono delle parti già svolte, che, salvo un paio di aggiornamenti,  non ho più toccate. Esse sono: nel volume  I,  le prime due sezioni,  salvo 6,  8, 11-13,  le  prime  due  sezioni   e la prima sezione del capitolo su Croce;  nel  volume  II,  il  capitolo sull'Abbagnano. Di tutto il resto la responsabilità è mia. Avermela data è stata una grande prova di fiducia da parte dell'editore e dei due amici che si son presi cura delle Opere complete di  L. presso  Le  Monnier: Pesce e Piovani, a cui son grato anche per l'aiuto e i consigli datimi. Mathieu. Nel quadro panoramico deUe  correnti di pensiero che si delineano IN ITALIA negli anni di transizione dall'Otto al Novecento, fa spicco il movimento positivistico, sia per ampiezza dell'area  di  diffusione, sia per profondità di forza penetrativa. Questo movimento si caratterizza non per unità di  Unità di procontenuto dottrinale, ma per programma di lavoro e metodo di ricerca: nel continuo contatto con l'esperienza concreta e nel riferimento ai fatti accertati o accertabili – GRICE AS AN EXPERIENTIALIST --, la filosofìa ha la sua ragione, e il suo alimento vitale nello stabilire una essenziale inscindibile connessione, con le scienze particolari, di cui è matrice costante e  coronamento finale. E cioè la filosofia: da un lato si pone come principio La filosofia propromotore di quel processo di speciale spiritualizzazione del sapere a cui sono dovuti i meravigliosi progressi deUa conoscenza deUa  natura, come graduale profilarsi entro un indistinto nebuloso di concetti problematici, ognuno dei quah, sempre più distinguendosi dagh altri, diventa nucleo di un  particolare organarsi di un settore di ricerche; e, dall'altra parte si pone come organizzazione logica dei risultati dei vari settori del sapere. Positivismo e correnti affini Naturalismo. Soggetto e oggetto come insiemi di sensazioni. Per l'uno e per l'altro rispetto, la filosofia positivistica italiana rivendica la qualifica di filosofia scientifica.  E  Rivista di filosofia scientifica s'intitola quella  che tra fu l'organo di questo movimento, fondato e diretto da Morselli, professore nell'Università di Torino, e a cui collaborarono, accanto a cultori di discipUne più specificamente filosofiche, scienziati che godevano di alta fama, particolarmente nei campi della fisica, della biologia e dell'antropologia. Tra essi emerge, universalmente riconosciuto da tutti duce e maestro, la figura di  Ardigò. Proprio in quegli anni egli veniva compiendo la costruzione di un edificio speculativo nel quale il positivismo italiano trova l'espressione più fedele dei propri caratteri e l'indicazione più articolata dei propri compiti. La sua vuol essere una visione della realtà rigidamente naturalistica: non  c'è nessuna forma d'essere che non sia originata dalla natura e non sussista nella natura,  intesa semplicemente come la totaHtà infinita dei fatti d'esperienza. E il fatto d'esperienza fondamentale assolutamente originario è la sensazione. Questa è, sì, coscienza, ma di nient' altro coscienza che di sé,  non implicante, quindi, una duahtà per cui essa sia contrapposta come soggettiva a qualcos'altro che sia l'oggetto: la sensazione come coscienza di sé stessa non é né soggetto, né  oggetto. Certo la distinzione soggetto-oggetto trova posto nell'esperienza, ma non è un fatto primitivo rispetto all'atto della sensazione, non anteriore e trovata primitivamente in sé dalla coscienza, ma posteriore e costruita a poco a poco nella medesima per via dello stesso processo conoscitivo,  Chi considera primitiva e originaria quella distinzione è portato a trasformarla in un duahsmo  metafisico, per cui soggetto e oggetto implicano sostrati eterogenei, l'uno spirituale, l'altro materiale, e si contrappone l'io come sostanza spirituale alla cosa fisica, un mondo interiore a un mondo esterno, ciò che rende insolubile il problema della conoscenza come rapporto tra queste due entità eterogenee. Il fatto originario dell'esperienza, ripetiamo, é la sensazione: Il positivismo  ardigoiano e la sua crisi  e questa è indifferenziata, non è soggettiva più che oggettiva, o viceversa. Soggetto e oggetto non sono che aggruppamenti o sintesi di sensazioni – pirot obble GRICE --, differenziantisi secondo la specificazione degli organi di senso (sensi intemi e sensi estemi) e secondo la stabiHtà e costanza o la accidentahtà e intermittenza delle attività sensoriali. Si ha cosi  l'auto-sintesi (io o mondo psichico – GRICE PERSONAL IDENTITY) e l'etero-sintesi (il  non-io – GRICE NEGATION ITENTION AS DISPOSITION o  mondo fisico): con che, in verità, la differenziazione che si intendeva spiegare, è semphcemente presupposta. Spirito e materia  -- RYLE CATEGORY MISTAKE BEHAVIOURISM GRICE -- non sono opposte entità metafisiche,  ma astrazioni significanti alcuni caratteri generali propri rispettivamente dei fenomeni interni e di quelli estemi. Il che non esclude, tuttavia, con scarsa coerenza che si possa parlare di un monismo psico-fisico – cf. GRICE PERSONAL IDENTITY PURE EGO BROAD GALLIE--,  e che si ricada anche nell'ingenuo dogmatismo  materiaUstico, che del fenomeno psichico pone come  causa necessaria il fatto fisiologico della vibrazione nervosa e giunge, col Taine, a considerare l'intelligenza – GRICE HART HOLLOWAY LANGUAGE AND INTELLIGENCE BANFIELD MEANING -- come una funzione dell'organismo. Il principio ardigoiano dell'assoluta originarietà della Non c'è un sosensazione come fatto costitutivo dell'esperienza – GRICE OAKESHOTT --,  ossia della realtà immediatamente vissuta nella coscienza, esprime in termini psicologici il principio metafisico che riduce il mondo a un processo di formazione naturale, ossia a una continua serie di cangiamenti, che non presuppone alcun sostrato permanente (antisostanziahsmo) ma consiste nello scaturire necessario di un nuovo stato o momento attuale dell'essere dagH stati o  momenti anteriori – PIROTOLOGICAL PROGRESSION --, in virtù di forze insite in questi stati antecedenti. E la struttura di un tal processo universale del divenire si offre intuitivamente nel fatto fondamentale della sensazione: l'esperienza nella sua immediatezza si costituisce nel necessario passaggio daUa unità indifferenziata del sentire originario nella duaUtà soggetto oggetto OBBLE.  Ebbene, il divenire della realtà risulta appunto come un processo nel quale la moltepHcità delle forme di essere che il pensiero apprende come distinte emergono continuamente da un indistinto nel quale quel moltepHce trova la sua unità e la sua condizione. Non che in questa inter prelazione della formazione naturale l'indistinto venga contrapposto al distinto in modo assoluto:  l'indistinto è tale solo relativamente, cioè rispetto ai distinti che esso vale a spiegare; ma ognuno di questi distinti sollecita aUa sua volta ulteriori distinjzioni di cui esso figura come l'unione sintetica –GRICE THE ANALYTIC THE SYNTHETIC A PRIORI Sweaters which are red and green all over no stripes allowed --, e quindi come indistinta. Il processo di formazione naturale come emergenza dei distinti dall'indistinto, è infinito: se i distinti sono finiti, infinito è l'indistinto in seno al quale e ad opera del quale essi si generano. E per questo rispetto il naturalismo ardigoiano s'ispira a quello rinascimentale, rivela l'affinità del suo concetto d'indistinto con quello bruniano d'infinito e respinge ogni interpretazione trascendente del principio generatore – GRICE GENITOR – the betes noires of MECHANISM and NATURALISM -- e unificatore del reale, sia del tipo dell'inconoscibile spenceriano [l'indistinto è semplicemente r ignoto, ossia ciò che non è ancora conosciuto, appunto perchè ancora privo di quelle intrinseche distinzioni che rendono possibile il conoscere) sia del tipo del noumeno kantiano (l'unità sintetica del molteplice fenomenico è appunto l'indistinto immanente ai distinti e fenomenico al pari di questi). Universo infiIn questa tipica struttura – GRICE ON PHENOMENALISM AS SENSELESS WITHOUT NOUMENALISM -- di formazione naturale è concepito dall' Ardigò l'universo, come tutto infinito, le cui parti non sono entità semplici, elementi fissi, ma sono ritmi d'esperienza – GRICE ON NEGATION AND PERSONAL IDENTITY Locke empiricism--,  ossia forme speciaU di regolarità nella successione dei fatti, costantemente ricorrenti e unificantisi in quel ritmo dei ritmi che è l'ordine razionale deUa  natura. Quest'ordine presenta caratteri che possono apparire opposti e anche contraddittori,  ma che nella riflessione filosofica dell' Ardigò tendono a conciMarsi, anche se non  sempre il risultato risponde pienamente al proposito. Così, ad esempio, l'universale ritmicità comporta una rigida necessità causale in tutte le formazioni naturah, ma questa determinazione non esclude la casuahtà. L'universo comporta una infinità di ordini possibili: il verificarsi  -- GRICE AYER -- effettivo di uno di essi e il determinarsi in seno ad esso di essenze causali  necessarie,  non ha nulla di necessario e predeterminato, è il prodotto di combinazioni la cui fortuita rende imprevedibile il corso nito. Il positivismo ardigoiano e la sua crisi degli eventi GRICE ACTIONS AND EVENTS CAUSE.  Analogamente, la necessità che genera e domina l'ordine cosmico, è necessità rigidamente mnemonica, sì che ciò che di più meraviglioso essa presenta è per Ardigò il  fatto che la diversità prodigiosa delle cose che compongono la natura e la varietà inesauribile delle forme che vi si vanno continuamente sostituendo è il risultato di un lavoro semphcemente meccanico, cioè di nuli' altro che certi impulsi, dati e ricevuti – GRICE: NO METIER.  Ma nel tempo stesso l'ordine comporta anzi esige una spontaneità della forza per la quale il processo – alla WHITEHEAD -- di distinzione risulta un vero e proprio processo creativo – alla Bergson --, inconcihabile col meccanicismo puro, che vede nel divenire cosmico un complesso di trasformazioni dell'essere per sé stesso non suscettibile di creazione o distruzione. E Meccanicismo questa duplice faccia che nel positivismo ardigoiano pre« '^^t^deterimmsenta l'ordine cosmico, la faccia meccanicistica e quella antideterministica o contingentistica riappare nell'antitesi tra la tendenza a interpretare lo sviluppo cosmico come un semphce  accrescimento quantitativo e a cercare il segreto delle forme più complesse e derivate in strutture più primitive e povere di determinazioni e la tendenza opposta a vedere nel divenire cosmico un processo dinamico di ascensione dell'essere in forme sempre più ricche di realtà, in sistemi ritmici forniti di un grado di autonomia sempre più elevato. Questo contrasto tra le due istanze appare  in più cruda luce quando oggetto della riflessione filosofica è l'uomo e il mondo umano: esso s'inserisce nell'ordine cosmico senza romperne l'unità e continuità col mondo fisico: formazione naturale è la vita della coscienza, quale è indagata dalla psicologia come scienza positiva, come scienza di fatti dominati dal meccanismo psichico; formazione naturale è la società nella quale gh  uomini formano sé stessi e costruiscono la propria storia; formazione naturale la coscienza delle ideaHtà superiori etiche, giuridiche, rehgiose, estetiche, scientifiche che regolano e promuovono l'operare umano. Ma queste formazioni naturah si presentano nel cosmo con connotazioni speciah che rendono esasperantemente problematica la inseribihtà dell'umano nel monismo naturalistico:  problematica è la derivazione, per meccanismo psichico, dei poteri intellettuali dalla sensibilità e del volere dall'impulsività inerente alla sensazione; problematica la fondazione della libertà spirituale e dell'autonomia umana sulla necessità della natura, come coronamento di essa; problematica, l'identificazione dell'opposizione tra morale e immorale con quella tra socialità antiegoistica  ed egoismo, pur essendo l'uno e l'altro formazione naturale. Fortuna delLa fortuna del positivismo ardigoiano presenta due fasi Ardigo. distinte: l'una,  che riempie l'ultimo trentennio dell'Ottocento ed è compresa tra il discorso su Pomponazzi, che apre la rottura col mondo ecclesiastico in cui aveva fin allora militato, e la decadenza mentale della tarda vecchiaia: periodo di progressiva  maturazione e articolazione del pensiero positivo e di crescente efficacia rinnovatrice cosi nella demolizione dei vecchi idoli della filosofia tradizionale, svuotata negh ultimi decenni di vera vitahtà, come nella costruzione della nuova Itaha uscita dal Risorgimento, laica e democratica: la seconda, che si estende oltre il primo trentennio del nostro secolo, in cui i discepoli di Ardigò, usciti  dalla scuola di Padova, accolgono l'eredità del Maestro, e mentre se ne fanno apologisti e spesso agiografi, mentre esaltano la fecondità del suo positivismo inteso come metodo, sentono il bisogno di sottoporre a revisione critica i temi principaH della sua dottrina, sensibili alle difficoltà e contradizioni che vi si annidavano, messi in sempre più chiara luce dalla polemica incalzante di  agguerriti avversari, militanti nelle file del risorgente spiritualismo e più particolarmente dell'ideahsmo d'ispirazione hegehana, che proprio in quel tomo di tempo si veniva costituendo e grandeggiava sempre più potente, fino a soppiantare il positivismo nel dominio della cultura itaHana. Questa seconda fase fu detta dagh stessi discepoli di Ardigò fase di crisi. È questa crisi del  positivismo che si esprime specialmente nella dottrina del Marchesini, del Troilo e, con iimovazioni più radicali in tutto l'arco dei problemi filosofici, del Tarozzi. Marchesini  Marchesini. Già nel 1898, quando Ardigò era ancora intento a completare il suo edificio speculativo, dal seno stesso della scuola ardigoiana usciva una denuncia di crisi del positivismo: La crisi del positivismo e  il problema filosofico, di cui era autore Marchesini, uno dei discepoli più fedeli ed entusiasta divulgatore del pensiero del Maestro, per lunghi anni fino alla morte professore di filosofia morale nell'Università di Padova. Nella prima fase della sua produzione aveva accentuato contro Vidoiae applicato il principio capitale del positivismo, che non v'è conoscenza la quale non sia fondata  esclusivamente su fatti sperimentati o sperimentabiH. Questo principio era da lui affermato con tanto piri intransigente rigore quanto più viva e urgente era la lotta che il positivismo conduceva contro la tradizione metafisica e rehgiosa. Ma col graduale ampharsi del campo delle sue esperienze culturaH e col maturarsi della sua riflessione critica, Marchesini si formò la convinzione,  svolta appunto in quel suo libro, che proprio siffatta idolatria del fatto poneva in crisi il positivismo. Questo deve attenersi al fatto, ma il fatto vederlo alla luce della ragione, al di fuori della quale non è possibile nessuna conoscenza non che filosofica o scientifica, neppure comune. E per ragione Marchesini intende non solo i poteri intellettuaU, ma anche ambiguamente quegli  atteggiamenti dell'anima umana che più spesso sono quahficati come irrazionaH o alogici, gh slanci del sentimento e deU'immaginazione, che Marchesini volentieri chiama romantici o mistici. Dopo Platone ed Hegel egli scrive dopo i trionfi delle rehgioni, delle metafisiche e dell'arte, è assurdo voler soffocare e sopprimere, per l'amore incomposto del fatto, il senso àeW! idealità  razionale. Non è possibile isolare e circoscrivere il nostro pensiero entro una breve cerchia di fatti minuti e non risahre a principii superiori razionali La crisi del positivismo. Il positivismo è in crisi, ogni volta che limita il suo orizRitmicità. zonte mentale a fatti accertabili nella loro bruta oggettività, dissimulando per giunta la presenta e l'azione di quei principii razionali che costituiscono  V imperativo dell'esperienza e rendono possibile la conoscenza scientifica pur di questo ordine di fatti, ossia la scoperta in esso d'una ritmicità, per la quale la scienza si trova innanzi non a un coacervo di dati empirici (i fatti minuti, di cui Marchesini parla nel passo or ora citato, ma innanzi a un mondo uno e continuo, il mondo della natura materiale, scandita con necessità meccanica,  nei gradi della fisicità, della organicità biologica e della psichicità. Il positivismo è in crisi ogni volta che, presentandosi come naturalismo materialistico, ignora e si mostra incapace di spiegare la realtà di un regno dello spirito, incentrato nell'uomo, quale essere non riducibile a mera realtà bio-psichica, ma soggetto di ideaUtà capaci di rompere il meccanismo della natura materiale e  d'instaurare, pur in seno ad essa, un mondo superiore, il mondo umano della storia, il mondo dell'incivihmento. Superiorità delNell'ordine biologico e nell'ordine psichico, l'uomo  afVuomo. ferma risolutamente Marchesini ha una superiorità su tutti gh esseri, della quale è fattore essenziale la capacità sua a trarre appunto dal suo fondo fisio-psichico delle idealità, ossia principii di  condotta accompagnati da coscienza del dovere, capaci di contrastare a inclinazioni sensoriali insite nella sua natura. L'ideale non è un lusso, perchè non è un lusso la civiltà, che dall'ideale trasse sempre aHmento e forza. È un prodotto umano, dovuto a leggi necessarie, di cui la ragione è il soggetto libero e eterno. Negare l'ideale morale, come fatto e come legge, come principio  fondamentale della nostra esistenza, significa negare, con la nostra ragione e dignità, la nostra stessa natura: in una parola, significa dimenticare sé stessi. Il positivismo non è dunque contrario alla Morale, ma da esso la Morale sorge come scienza, spoglia da ogni preconcetto, forte e sicura. Il positivista non può arrestarsi a scoprire nell'uomo civile il selvaggio e il bruto, e trascurare  quegli elementi di civiltà vera che sono  Marchesini ii come le stratificazioni nuove, solidissime, sovrappostesi agli strati più antichi. Tutta la storia dell'uomo c'insegna che la nostra civiltà è la naturale continuazione e il dinamico sviluppo delle primitive tendenze; ma in questa continuità dinamica il positivista ritrova la legge del progresso civile, e soprattutto del progresso morale. È  merito del Marchesini aver posto al centro del suo positivismo i problemi dell'uomo e della sua formazione nella storia e nell'educazione, conforme alla sua schietta vocazione di morahsta e di educatore. Secondo lui, la via per la quale il positivismo poteva superare la sua crisi era che esso diventasse positivismo idealistico, capace cioè di salvare la specifica funzione delle ideahtà umane  nella realtà deUa natura, e di spiegare come in un mondo di fatti particolari e relativi possano formarsi ed essere operativi principii ideali che s'impongano alla coscienza con la pretesa dell'universahtà e imperatività assoluta. Egli tentò una costruzione sistematica di questo suo positivismo idealistico nell'opera che, anche cronologicamente, occupa il posto centrale nella sua trentennale  produzione speculativa. La dottrina positiva delle idealità. In questo Hbro egU convoghò anche un nucleo di idee già ampiamente formulate nell'opera capitale Le finzioni dell'anima: e costantemente riprese e variamente appUcate negh anni successivi; nucleo d'idee per cui il positivismo ideahstico si configura come funzionalismo o etica e pedagogia del come se – GRICE VAHININGER SEMINARS ON AS IF --, o anche prammatismo  razionale, che egli considerò come l'apporto più originale e significativo da lui recato all'esplorazione del mondo umano, ma che effettivamente è forse la parte più debole del suo pensiero, rivelante l'ambiguità d'impostazione e l'incertezza o addirittura la contraddittorietà di soluzione del suo problema. Il compito che Marchesini si  propone è quello di mostrare L'etica come la idoneità e sufiicienza del metodo positivo a fondare una dottrina deUe ideahtà razionah, ossia a costituire l'etica come scienza. Un tal compito imphca una critica radicale di qualunque forma di etica metafisica ossia di qualunque dottrina scienza Analisi morale. Natura e ir,  flusso sociale. la quale esiga riferimento a una sfera trascendente  l'esperienza per spiegare dati rivelantisi nella esperienza morale: il produrre elementi metafìsici nello studio della moralità è un procedimento non conforme a ragione scientifica, consistendo esso nel proiettare nel mondo trascendentale e assoluto modi soggettivi ed empirici della nostra vita spirituale. La morale come scienza deve eliminare dalla concezione delle idealità siffatte  trasfigurazioni e deformazioni del procedimento metafìsico per fissare i dati concreti dell'esperienza spirituale umana. Vale per l'Etica, non meno che per le altre scienze, il principio che ogni indagine scientifica presuppone una realtà data, la quale ne costituisce l'oggetto: l'Etica presuppone la realtà del  fatto morale, realtà che va non soltanto constatata empiricamente ma determinata  altresì nei caratteri e nelle leggi specifiche ad essa pertinenti. Siffatta determinazione si realizza mediante il procedimento deìl' analisi del fatto morale: si tratta di decomporre questo fatto nei suoi elementi costitutivi e vedere come esso sia il prodotto o la sintesi di coefficienti anche d'ordine inferiore. Riassumendo i risultati di questa analisi quale Marchesini la conduce, vediamo che  le componenti del fatto morale sono: incUnazione naturale propria dell'individuo come essere biopsichico; fattori della socialità propria della vita umana; ideaUtà razionale ossia aspirazione a modi e forme di vita superiori alla realtà attuale – GRICE PERSONS OR US IN OUR BEST MOMENTS OF COURSE THAT IS --; tendenza a concepire e sentire l'ideale etico come la rivelazione  dell'Assoluto. I primi due ordini di taU coefficienti sono omogenei in quanto esprimono i fattori costitutivi della struttura dell'individualità umana come soggetto morale. Il soggetto morale risulta anche dalle attitudini originarie dell'uomo, che si differenziano in ogni individuo per il vario contributo delle eredità biologica o bio-psichica; e risulta inoltre tra i rapporti sociali stendentesi  nello spazio e nel tempo in cui la personalità è compresa, e che del pari si differenziano negli individui per il contributo di una determinata eredità sociale. Il soggetto morale si compie per l'integrazione di questi due ordini di coefficienti: né la natura bio-psichica dell'individuo, né l'influenza sociale bastano isolatamente a spiegarne, con le idealità, la vita morale. I due ordini di fattori  per contrario si fondono, e ripercotendosi negH uni la efficienza degli altri, si modificano reciprocamente La dottrina positiva delle idealità. Siffatta unità organica di vita bio-psichica e vita sociale è la base reale per la formazione della personahtà morale, per la quale é necessario l'apporto di quello che noi abbiamo indicato come terzo ordine di coefficienti, cioè le ideahtà etiche. Queste  sono caratterizzate, a dire del Marchesini, dall’obbligazione ossia dalla coscienza di una necessità ideale  -- Grice: Return Jones the money Repay Jones --  a cui si deve sottostare, dalla coscienza che certi modi di condotta devono essere preferiti a certi altri – Grice: DULL EMPIRICIST versus ‘enough of a rationalists’ – MAXIMS SHOULD BE FOLLOWED and are not JUST FOLLOWED.  The fundamental question. Ma proprio neUa illustrazione di questo concetto del dover essere specifico alla vita morale, il pensiero del Marchesini si presenta particolarmente oscuro. Da una parte sembra che egli insista sulla essenziale amoraUtà della vita sociale in quanto priva del valore derivante daUa idealità (vi sono forme di società animali affini alle associazioni  umane ma prive di ogni carattere di morahtà – THE RELUCTANT CANNIBAL; dall'altra parte tende a identificare socialità e morahtà. Parte dalla giusta osservazione che la morahtà non sarebbe inteUigibile fuori dei rapporti sociali, delle tradizioni, del costume, delle istituzioni varie e dell'azione inter-individuale, e da questa affermazione inferisce che nel sentimento sociale è già  l'essenza del sentimento morale in quanto il primo imphca per sua natura la coscienza dell'obbligazione di risentire e rispettare i vincoH compresi nei rapporti sociali --  ccoperativi, non strategici Grice, l’altro come persona e non cosa, e un bene comune --,  imphca cioè la tendenza a restringere il proprio arbitrio, e a mantenersi in un certo accordo con i consociati: e in ultima anahsi  adunque la tendenza sociale è una tendenza morale. Noi possiamo separare l'uno dall'altro sentimento per astrazione, e fissare neUe rispettive definizioni termini differenziah; ma tutto ciò è ben lungi dal distruggere la loro fondamentale unità psicologica...  per ver essere. la quale le idealità sociali costituiscono il principio supremo della moralità,... e si comprende come si possano  scambiare i due termini morale e sociale – as in Hitler – Grice’s criticism to Hart --,  in quanto ha natura morale tutto ciò che è sociale, ed è sociale ogni morale – or Hegel revisited. Questa tendenza a unificare sul piano psicologico le ideaHtà morali con le esigenze sociaU – cf. Grice on social engineering and socal justice --,  attuata fino in fondo, porterebbe a una dottrina etica  risolventesi in pura socio//  fatto e il dologia. Marchesini sembra restio ad accettare una posizione del genere, intuendo più o meno oscuramente la differenza radicale tra l'obbligazione o normatività sociale e l'obbhgazione o normatività morale – GRICE ON PRIORITY moral right legal right --,  in quanto la prima si risolve in una pressione che di fatto la società – John Austin external reading --,  nel costume – di Kant – Grice -- e nella legge esercita sulla coscienza individuale, e a una tale situazione di fatto l'individuo avrebbe sempre il diritto – NOT GEACH – GRICE -- di contrapporre un altro fatto costituito dalle sue esigenze egoistiche; viceversa l'ideaHtà morale sta ad indicare non una realtà storica o psicologica, bensì il diritto all'esistenza di qualcosa che non  ha attualmente esistenza – ratio essendi, ratio cognoscendi Grice --:  la normatività morale è un dover essere che s'impone indipendentemente da ogni condizione particolare ed è in forza di esso che si sente il valore imperativo – GRICE CHICAGO SECOND LECTURE -- dell'idealità sociale non solo, ma anche la necessità ideale di aspirare ad una costituzione sociale superiore – Grice Social Justice Grice Fairness AUNE --,  nella quale siano superate le deficienze della vita sociale attuale. Ma, ripeto, questa distinzione è intuita da Marchesini solo oscuramente. Egli descrive la vita schiettamente morale in questi termini: si deve sentire e operare altruisticamente superando l'esclusivismo egoistico; si deve attenersi al dovere, qualunque sacrificio possano subirne i  nostri desideri – Grice morality cashing on desire – BAKER akrasia – GRICE/BAKER --;  ci si deve sottrarre alla servitù vile delle passioni ignobih e dei ciechi istinti brutali, e acquistare quella  hbertà che ha nella virtù i propri simboli eterni. Ma quando si domanda quale è il fondamento di quel dovere che è l'anima della vita morale cosi caratterizzata, si risponde che questo fondamento  è dato da quella che egli chiama natura morale essenziale all'uomo, ossia dalla potenzialità propria dell'uomo di costituirsi come soggetto  Potenzialità  morale. Il principio della naturale umanità morale significa che esistono nell'uomo in quanto tale tendenze naturali potenzialmente morali, destinate a svolgersi per l'esperienza della vita, questa non crea le tendenze in cui l'umanità  consiste, ma interviene necessariamente a svilupparsi. Le idealità morali traducono in se medesime la nostra umanità morale, quale è e quale aspira a divenire. Non esiste uomo normale che nella coscienza del valore  delle ideaUtà  non affermi la coscienza del valore umano e proprio; che non riconosca insomma intimamente la necessità che il dovere e il diritto non l'arbitrio e la violenza  -- o FORZA MACHT German Grice Habermas -- governino la condotta individuale della vita sociale. Dal che risulta che la umanità morale è illazione (ILLATUVM) tautologica daM'essere delle ideaUtà morali al loro poter essere e non può quindi offrire a queste un fondamento che esse non abbiano già in sé. La difficoltà nella visuale del Marchesini di distinguere Ricerca di una  chiaramente l'obbhgazione morale da quella sociale risulta anche nella ricerca che egh fa di una norma delle valutazioni  -- GRICE ASSIOLOGIA -- delle idealità etiche. Il regno dei valori – GRICE CONCEPTION OF VALUE, NOT JUST MORAL VALUE -- morah, egU dice, è  l'io dell'uomo – GRICE PERSONAL IDENTITY,  ossia essi sono soggettivi, creazioni del soggetto. Ma  d'altra parte l'individuo stesso li sente come oggettivi --  GRICE SECOND CHICAGO LECTURE -- in quanto la creazione loro da parte del soggetto non è arbitraria – MA MOTIVATA, HA UNO RATIONALE -- e questa oggettività consiste nel riconoscimento che quelli sono valori sociali, storici, tradizionah; che in essi convengono i consociati – the conversational other --; che hanno una durata nel tempo, se non anche la perennità propria dei valori fondamentaU d'ogni consorzio umano; che si fissano perfino nello spazio mediante varie istituzioni, e nel costume. L'individuo perciò ne riconosce la sovrana potenza, superiore infinitamente al suo arbitrio; riconosce che non provengono dalla Ubertà creatrice dello spirito suo  ma da ragioni obiettive concrete. Dunque la validità oggettiva delle idealità etiche si risolve nella normatività delle valutazioni dominanti nella società in una determinata epoca; non è una necessità del genere di quella formulata da Kant con l'imperativo categorico ma una necessità concreta, naturale, immediata, relativa alle condizioni specifiche della convivenza, ossia del modo e  grado di sviluppo che in una determinata epoca e società venne raggiunto dalla comune umanità morale. La necessità delle norme della valutazione è, per Marchesini, razionale solo in quanto è naturale e storica  e come tale si scosta dalla necessità pura immutabile concepita e propugnata dall'idealismo kantiano. La reintegrazioInfine uu tentativo di caratterizzare nella sua specificità  "^l'obbUgazione morale è compiuta da Marchesini col riferire la formazione delle ideahtà etiche al processo che egli chiama di reintegrazione, per cui i motivi interiori, le inchnazioni naturali risultano gli elementi originari che si rifondono, persistendo, nelle formazioni superiori dello spirito. Come la sensazione persiste nell'idea, che non avrebbe senza di queUa né origine né contenuto,  e tuttavia l'idea non si riduce alla sensazione (poiché si pone come un vero, cioè in relazione a una idealità logica, che l'individuo apprende per effetto di una speciale cultura), così persistono nelle ideahtà le tendenze varie, fondamentali della personalità, o insomma persiste quello che possiamo dire il suo interesse, ricostituendosi, reintegrandosi in forme nuove, a cui si attribuisce più  propriamente il carattere di valori. Per Marchesini questo principio della reintegrazione abbraccia l'universa natura: questa procede per integrazioni, disintegrazioni e reintegrazioni; equivale cioè al principio evolutivo del passaggio dall'indistinto al distinto, della continuità tra mondo fisico, mondo biologico e mondo psichico. E entro il mondo biopsichico esso opera come passaggio  dall'istinto animale e piii in generale dalle inclinazioni  biopsichiche  fondamentali alle  formazioni  superiori  della  umanità  morale. Ma nella illustrazione di questo passaggio Marchesini insiste più sul concetto del persistere dei coefficenti inferiori nelle formazioni superiori, che sul concetto dell'originalità e novità di queste ultime e sulla specificità dei caratteri specifici che le  distinguono l'una dall'altra. E così, a proposito lità della norma. Marchesini della formazione della nostra umanità morale non si accenna neppure alla distinzione in essa delle idealità sociali dalle idealità speciiìcamente etiche, limitandosi Marchesini ad affermare che gli elementi inferiori si reintegrano nelle formazioni superiori dello spirito, soprattutto per la provocazione e il materiale  suggestivo di elaborazione che provengono dai rapporti sociah. E ad esempio, a proposito della  ideahtà della Giustizia, si afferma che il processo reintegrativo in essa consiste nella trasformazione degl'impulsi biopsichici dell'individuo assommantisi nella tendenza a perseverare nel proprio essere in un senso di sohdarietà e simpatia che si traduce nelle istituzioni giuridiche, e sembra  che in queste si esaurisca l'obbligazione morale, come dipendenza dell'individuo dalla volontà sociale. L'idealità della Relativa stabigiustizia al pari delle altre idealità etiche è legata alla mobilità dell'esperienza storica dell'umanità: e questa connessione su cui Marchesini giustamente insiste giustifica il principio metodologico che è da questa esperienza che noi dobbiamo ricavare i  criteri di giudizio da appHcare ai nuovi dati dell'esperienza stessa. Il che significa che l'esperienza storica ci presenta elementi che hanno per noi valore normativo: e questi elementi sono quelli che nel mutamento del mondo dell'esperienza storica, risultano i più stabili e che, nei contrasti della vita sociale, raccolgono i consensi più larghi. Ma se questa stabihtà e questo consenso sono  puramente elementi di fatto, bastano essi a costituire quella normatività o imperatività che è essenziale all'ideahtà etica? Lo stesso Marchesini sembra dubitarne: egH infatti in un passo importante parla non semplicemente di stabihtà o di consenso, ma di diritto alla stabihtà e al consenso sempre più generale. Ma non dice su che cosa si fonda e donde deriva un tale diritto. Nell'anahsi  del fatto morale Marchesini rileva un altro coefficiente quello da noi designato come quarto e cioè un ordine d'impulsi, per i quali l'ideale etico è sentito come la rivelazione d'un mondo trascendente e insomma dell'Assoluto. Assoluto. Per Marchesini l'Assoluto si presenta alla coscienza umana: come la realtà suprema da cui ogni cosa dipende e in cui tutte le cose si unificano, oggetto  d'un'idea metafisica; un ideale trascendente di perfezione, con cui la vita degli individui tende a identificarsi, contenuto d'un sentimento essenziale all'umanità morale. Ma pel Marchesini, la critica razionale del pensiero dell'Assoluto nell'una e nell'altra forma dimostra che esso appare fattore costitutivo del fatto morale non in quanto la trascendenza ad esso attribuita significhi un'esistenza  esteriore in un mondo ultraempirico, in quanto cioè si ponga come verità oggettiva; bensì in quanto sia il simbolo di tutto ciò che di eccellente l'uomo sente immanente alla propria natura, esprima una verità soggettiva rispondente a un bisogno essenziale della coscienza. La visione dell'Assoluto nella coscienza morale emerge dal senso del mistero di cui le ideahtà si circonfondono. Il  sentimento dell'Assoluto è essenzialmente mistico: e non risulta dall'idea metafisica, ma la precede e la suggerisce. La esistenza esteriore all'Assoluto è una finzione del pensiero, ma non è finzione il processo psicologico ond'esso è sentito nella sua spirituale potenza, e per cui il soggetto vince gU impulsi accidentali. Analogamente, la trascendenza metafisica dell'ideale assoluto di  perfezione uno, universale, immutato è una. finzione, un'immagine puramente contemplabile ma priva di ogni efficacia pratica. Un ideale è necessario alla vita; fuori dell'ideale non c'è che meccanismo insulso: esso è degno pertanto dell'entusiasmo onde lo si esalta. Ma quando venisse posto fuori della natura umana e dell'esperienza, esso si ridurrebbe a una vuota forma pura, a una  realtà che non è realtà, a un mero nome. Ci si può rappresentare l'ideale etico come uno, immutabile, trascendente, solo in quanto si faccia astrazione dalla realtà concreta, psicologica e storica, dai caratteri individuali e dai modi vari onde si compone nei singoli la coscienza morale; dalle tradizioni etiche, dal costume, dalle leggi, daUe istituzioni sociah e poUtiche; cioè da tutto ciò che  dà un contenuto concreto e relativo all'ideale etico; ma sarebbe Marchesini assurdo ritenere che dopo ciò sussistesse tutt'ora l'ideale stesso. Perchè questo abbia quella funzione teleologica che gli è intrinseca è necessario che attecchisca nella personalità, assumendone il vigore razionale, affettivo, e pratico, ossia che diventi un suo interesse; che si fondi nella esperienza soggettiva  perdendo la purezza astratta e nominale che l'idealismo metafìsico gh attribuisce; che diventi insomma una finzione dell'umanità morale dell'individuo, un bisogno interiore, un modo fondamentale della stessa vita Naturalismo e soggettiva, una legge naturale dell'esistenza. La sua consoggettivismo. cezione naturalistica o realistica importa necessariamente questo soggettivismo. La  critica razionale tende a ridurre l'Assoluto al relativo, l'idea di perfezione quale entità oggettiva trascendente a esigenza biopsichica della coscienza individuale, a fattore immanente della soggettività umana. Così ad esempio l'ideale della giustizia, che dalla metafìsica è prospettata come trascendente la natura, in quanto sovrasta su tutte le accidentahtà e imperfezioni delle cose umane,  incontaminata e perenne e come trascendente la storia, in quanto questa, nella sua perenne mutevolezza, lungi dal rilevare che cosa il Giusto sia, lo presuppone come un a priori, un primum stabile ed eterno, è per Marchesini una formazione naturale e un prodotto storico, emerge dalla natura umana in quanto questa è natura morale oltre che fìsica. La consistenza oggettiva chela  metafìsica attribuisce Osservazioni alle idealità morah è da Marchesini interpretata come estra'^^neità ai voti della vita del soggetto; e perciò insiste nel concetto che la morahtà non possa essere attuata se non nella natura, che i principii ideali valgono in quanto hanno la funzione di investire e organizzare, non già negare, le tendenze naturali perchè il soggetto morale si formi nella sua  concretezza vivente. Ed è, questo, un concetto giusto: ma non è necessariamente derivabile dalla premessa, discutibile, che la trascendenza sia per sua natura esclusiva di ogni forma di immanenza o interiorità al soggetto. Questo appare evidente nel concetto fondamentale di dovere o obbligazione specificamente morale. Marchesini riconosce che l'uomo avverte nella sua natura una  necessità cui spetta un assoluto impero, e vi si sente legato pur se vi facciano contrasto altre inchnazioni: non v'è coscienza, di un valore senza la coscienza di un vincolo, d'una restrizione dell'arbitrio, d'una rinuncia. E giunge perfino ad affermare che l'azione della società sull'individuo, onde si distingue in lui la coscienza delle norme e dei valori moraU, è puramente provocatoria e  suggestiva: l'obbligazione sociale è costrittiva, ossia vincolo esteriore, mentre l'obbligazione morale è interiore, è correlativa al riconoscimento da parte della coscienza del soggetto agente del valore inerente al fine proposto. Di siffatto valore, a cui è correlativa l'imperatività incondizionata, indipendente cioè dalle circostanze empiriche particolari in mezzo alle quali l'azione si svolge,  il soggetto ricerca il fondamento ultimo, le ragioni impersonali e universaU, assolute. E crede di trovarle, queste ragioni, o neUa volontà legislatrice di Dio (morale teologica o religiosa), o in una sfera di realtà oggettiva superiore a tutti gli impulsi del soggetto, in un mondo (di valori) per sé stante (morale ontologica), o in una ragione pura impersonale che, identica in tutti gl'individui,  detta a tutti un medesimo imperativo categorico come forma universale che investe a priori i contenuti più vari e mutevoli della condotta e indica quali tra i fini che l'esperienza dimostra desiderati o desiderabili, debbano essere desiderati (etica formale). A priori reiaMa pel Marchesini sono queste concezioni inaccettabili dal punto di vista positivo, poiché tutte ugualmente pongono il  fondamento dell'obbligazione propria delle ideahtà moraU in qualcosa di trascendente che sfugge all'esperienza: implicano la proiezione delle idealità fuori della vita interiore del soggetto, e pertanto le presuppongono già formate nell'ambito di questa, nell'atto stesso che pretendono essere tale formazione dovuta all'azione estrinseca del trascendente; e quanto alla presunta ragione  impersonale dell'etica iov tivo Marchesini male, essa non è che una forma fittizia della ragione personale consociata, e la necessità a priori del dovere è una necessità naturale. L'identità formale della ragione non esprime che l'identità psicologica dell'umanità morale: Nel dovere formale si traduce la nostra vita morale concreta, che ne acquista il carattere dell'universalità o dell'apparente  incondizionaHtà. Accade cioè che la forma pura, assunta come essenza del dovere, abbia l'apparenza e la funzione della sintesi a priori; ma questa forma pura è in realtà nient'altro che l'indistinto degH elementi concreti della coscienza morale: è una sintesi di questi, ossia un a priori relativo e positivo, non già assoluto e metafisico. Il dovere, per dire con altre parole, è un impulso  originario della nostra umanità morale, una legge della nostra vita, un fondamento della nostra esistenza come individui sociali, e in ciò consiste, se si vuole, il suo carattere a priori. È tale in relazione alla nostra successiva esperienza, rimanendo a questa anteriore non diversamente che la nostra stessa natura morale originaria, in cui s'innesta. In conclusione, per Marchesini, quelle  concezioni etiche Le concezioni sono costruzioni fittizie, sono finzioni, sotto le quah la cri^^l"  j T finzioni. tica razionale deUa scienza positiva non può riconoscere altra radice reale deUe ideahtà che la stessa natura umana nella sua struttura biopsichica, intesa come originaria potenziahtà morale indistinta, su cui la comunione sociale esercita infinite azioni stimolatrici di quei processi  di attuazione da cui emergono le ideahtà stesse. E la dottrina positiva delle ideahtà ponendo il principio fondamentale dell'umanità morale, come germe (e indistinto) sempre fecondabile dell'evoluzione etica, ci lega alla natura, ma non alla natura bruta, bensì aUa natura umana, che non nega né asservisce lo spirito, ma è per sé medesima capace di autonomia morale. Questa soluzione  del problema del fondamento deUe idealità, a dir vero, potrebbe essere sospettata di petizione di principio: le ideahtà morali, quali vengono sperimentate nell'interiorità della vita individuale e neUo sviluppo deUa storia, avrebbero la Positivismo e correnti affini loro base in una natura, che assume la qualifica di morale, solo in virtù e in conseguenza dell'esperienza di quelle idealità che  pur si pretende siano da essa spiegate e giustificate. Comunque, tale dottrina positiva delle ideahtà escludente come irrazionale qualunque interpretazione che faccia appello a un fondamento trascendente la sfera empirica, ha come suo presupposto l'interpretazione naturalistica, della realtà, diciamo pure una metafisica sottostante all'empirismo, al materiahsmo che Marchesini qualifica  come umanistico, in quanto riconosce i caratteri peculiari dell'umanità, ma sempre naturalismo: la fede nelle ideahtà è fede nella natura umana, in cui le ideahtà germinano. Rifiuto del trascendente. Trasfigurazione delle cose. Che il naturalismo etico delineato dal Marchesini, in quanto corollario del naturahsmo metafisico, lasci fuori nel tentativo di giustificare e fondare le idealità  etiche, alcuni aspetti od elementi del contenuto di queste, e che quel concetto di natura umana che Marchesini ha costruite per imperniare su di esso una visione positiva della vita morale, positiva in quanto rifiuti come irrazionale ogni riferimento al trascendente e assoluto, sia così vago e indefinito da includere in se, contradditoriamente, proprio quel bisogno dell'assoluto a cui esso  avrebbe dovuto apporre un'insormontabile barriera, è dimostrato dalla dottrina del finzionalismo che, come abbiamo ripetutamente accennato, a Marchesini sta tanto a cuore. Proprio nel paragrafo conclusivo dell'opera La dottrina positiva delle idealità (il paragrafo, intitolato L'Arte morale) Marchesini dice che è essenziale alla vita dello spirito r insoddisfazione egli dice anzi disgusto,  per la realtà di fatto, e che questo disgusto provoca lo spirito a fare ogni sforzo per vincerlo, svolgendo le sue attività costruttive, ossia quel vigore artistico che gU è proprio. Quest'arte speculativa investe tutte le attività dello spirito, sia quelle del pensiero logico riflesso, il cui prodotto la scienza delle cose se è provocato ne Marchesini cessariamente dalle cose, è tuttavia una costruzione  del soggetto, trasfiguratrice delle cose, a cui viene attribuita oggettività appunto in virtìi dell'arte speculativa, sia il sentimento e il volere con le mirabili sintesi ideali in cui si ripercuotono i moti etici e con i disegni d'azione in cui si congegnano gl'impulsi e le inibizioni. E le idealità stesse sono creazioni estetiche dello spirito (creazioni dell'arte speculativa, che si specifica come arte  morale), in quanto riproducono in immagini sublimi e perfette, moti vaghi e tendenze multiformi della nostra natura sensibile e morale. Ma pur come tali esse rispondono a una necessità naturale dello spirito, e rappresentano inoltre il bisogno umano di adattamento dell'io alle ideahtà sociali. Nelle idealità, sentimento e ragione si armonizzano: la natura nostra, fonte originaria del mondo  ideale, è in pari tempo affettiva e razionale, onde la ragione si spiega pure nel sentimento e il sentimento si modera nella ragione. Ora quest'attività costruttiva o arte speculativa, di cui sono creazione le idealità, è qualificata da Marchesini come potere di finzione, e le ideahtà etiche non hanno efficacia e valore nella vita morale se non in quanto vengono riconosciute come finzioni. E  come abbiamo già accennato, questo concetto è l'idea direttiva dell'opera Le finzioni dell'anima. Il termine finzione è equivoco: Marchesini stesso distingue in esso due significati opposti: nel primo finzione è infingimento e ipocrisia, vera e propria menzogna per cui, mentre si cela agh occhi altrui il proprio essere e pensare, si tenta con atti e parole di farlo apparire diverso da quello  che è, e ciò col proposito consapevole di raggiungere con l'inganno un qualsiasi utile egoistico. Nel secondo Equivocità dei significato, finzione è il risultato d'un atteggiamento della coscienza in cui l'immaginazione ha parte prevalente, per cui si costruiscono (fingere, etimologicamente, è appunto plasmare) parvenze d'essere o tipi ideali di condotta, che in sé non hanno realtà, ma  s'inseriscono nella realtà, conformandola e adattandola a sé. All'inizio della sua trat Positivismo e correnti affini tazione, Marchesini precisa la definizione della finzione in questi termini: il fatto della finzione consiste nel creare enti che, mentre per sé sono irreaU, si assumono e si trattano come reaU.  Esso consiste nel prevalere d'uno stato interno di coscienza per cui si dà corpo alle  ombre, proiettando nel mondo reale un prodotto dell'immaginazione. È quell'artificio interiore, per cui si dà forma di obiettiva verità a credenze che sono dovute a un singolare disporsi dell'anima per effetto di intimi bisogni, di segrete tendenze, e che si stabiliscono e deducono senza che il soggetto penetri veramente l'essere e il modo del proprio spirito. Le finzioni dell'anima. E in  questo quadro del concetto di finzione rientrano le massime pratiche nelle quali si traducono le ideahtà etiche: cerca il bene altrui come il tuo stesso bene (altruismo, come identificazione di sé con gh altri nella comune umanità); riponi la tua felicità esclusivamente nella virtìi (identificazione di virtri e felicità); fa'quel che devi esclusivamente per dovere (identificazione della volontà  buona con la forma del dovere); senti la responsabihtà di tutte le tue azioni, quali manifestazioni della tua libertà assoluta (identificazione del volere con l'agire hbero) E la sintesi dei valori additati da taH MASSIME é simboleggiata nelVideale etico come modello di perfezione, assoluto e universale, trascendente tutte le singole personalità e uguale per tutti. E pertanto il principio  morale supremo é formulabile così: adegua la tua personalità al modello di perfezione assoluta, imphcante il concetto dell'identificazione della volontà individuale con l'assolutezza dell'ideale etico Ragioni del finOra quaU sono le ragioni per le quaU, secondo Marchesini, queste ideahtà sulle quaU la morale si regge, sono finzioni? In breve, sono queste tre: esse sono in contrasto con  la realtà: le identificazioni che l'anahsi discopre impHcite sono irreah, e perciò i concetti etici sono erronei. La impossibihtà d'una concihazione tra realtà e ideahtà in sede teoretica, non esclude la possibihtà d'una conciha ztontsmo. Marchesini  zione in sede pratica, in quanto il fatto, accettabile nell'esperienza, che la vita etica  con le sue idealità si realizza, pur in forme parziali e relative,  giustifica il principio prammatistico che comanda di agire conformemente a quei valori, i cui concetti sono riconosciuti erronei, come se fossero veramente assoluti. Attraverso il prammatismo, l'errore, riconosciuto in sede teorica, dell'obiettività del valore assoluto, è superato in una superiore verità teorica, per cui non è contestabile la realtà della persona, quale si viene costituendo nella sua dignità attraverso l'azione ispirantesi ai valori assoluti: e in tal modo è salva l'unità della ragione pratica e della ragione  teoretica – GRICE AEQUI-VOCALITY thesis. Lavorare è finzione se la si fa consistere nel pieno La perfezione possesso della idealità assoluta morale, o nella perfezione. Ciascuno è morale secondo la propria natura, e condizionatamente a questa, per i  motivi che sono in essa, per le inclinazioni particolari ad essa consentanee, e  nei modi cui comportano le innumerevoli e svariatissime combinazioni degli elementi del suo divenire psichico La perfezione, se fosse un concetto positivamente valutabile, sarebbe in ciascuno in quanto la sua coscienza morale risponde ^^'gnamente alle condizioni da cui è emersa e dalla quale è determinata. Invece la moraHtà di un uomo è sempre l'esponente delle accidentahtà del suo io; e se un grano di bontà morale è possibile, questo risulta necessariamente dalla hmitazione inerente al modo concreto dell'essere e del divenire intimo, personale {Le finzioni). Una conciliazione teorica tra la morale della realtà e quella che l'ideale etico assoluto rappresenta come modello unico,  incondizionato, è dunque impossibile Ma a questa inconciliabihtà teorica non corrisponde Conciliabilità un'assoluta inconcihabiHtà pratica. La personalità che ha le sue proprie tendenze e i suoi propri ideah deve essere tuttavia  dominata e diretta dall'ideale etico impersonale, obiettivo, assoluto; deve ricercarsi dunque una conciliazione tra le tendenze relative ai bisogni soggettivi, e l'impersonalità  -- cf. Grice three levels of generality: impartiality – applicational, formal, and universalisability -- o assolutezza dell'imperativo morale – Grice’s IMMANUEL. E questa conciliazione dovrà necessariamente essere pratica. Questa conciliazione pratica si attua nel principio prammatistico del come se: i valori assoluti sono fittizi, ma noi dobbiamo agire come se fossero realtà. L'esistenza  subiettiva è non meno reale che quella obiettiva, e se esiste nell'anima dell'individuo una credenza qualsiasi, fosse pure nell'assurdo, questa credenza, come modo di essere dello spirito, è una realtà. Reale è quindi nello spirito l'oggetto, il contenuto del credere, e ha necessariamente un'azione motrice o inibitrice, un potere di direzione nel concerto delle idee, dei sentimenti e delle azioni  individuah. L'individuo, per l'eccitamento che a lui proviene dalla sua fede, opera dunque come se questa fosse pienamente giustificata; come se esistesse obiettivamente l'oggetto della sua credenza. Il processo di moralizzazione della vita ha due momenti: constatarsi secondo il proprio reale essere individuale, con la sua relatività, e trasfigurarsi fingendosi mighore: l'individuo constata  in sé il difetto di bontà, di giustizia, di generosità quale gli apparisce dal sincero confronto di sé con le analoghe idealità, ed opera per queste idealità la catarsi del proprio io, l'incremento morale del proprio essere e poiché le ideahtà sono essenzialmente sociali, espressioni di una volontà, la volontà collettiva – l’imperativo conversazionale di Grice --,  non soggettiva ma obiettiva, non  arbitraria ma necessaria, io mi identifico con questa volontà sociale – self love other love benevolence --  e riconosco praticamente questa norma suprema: opera come se ciò che é vero socialmente, ed è socialmente imposto come  assoluto, fosse vero e assoluto anche per te; questa formula esprime la rcLzionahtà della condotta morale, e per il suo valore pratico può dirsi prammatistica.  Fecondità della La volontà morale è per sé stessa feconda, e può volontà morale, crearsi un mondo teoretico obiettivamente razionale – GRICE the objectivity of value.  Non è da escludere a priori che un mondo teoretico razionale, obiettivo, possa costituirsi anche come mondo morale; non è da escludersi che sia conciliabile senza finzione la ragione pratica o volontà morale con la  ragione teoretica o critica, Marchesini che possano mantenersi integri e rigogliosi i valori morali seguendo la scienza. Questo è l'edificio speculativo costruito da Marchesini ideale e valore. per la sua Morale della finzione e del come se. Dei tre punti nei quali, per amor di chiarezza, l'abbiamo articolato, il primo è quello che dimostra il grande equivoco su cui tutto l'edificio si regge. È  l'equivoco per cui l'ideale etico della perfezione, e gii altri ideaH più speciaH in cui esso si determina, siano  realtà in atto, esprimano l'esistenza per sé stante, obiettiva di un'Assoluto trascendente tutti i modi di essere relativi costituenti l'esperienza. E messa a raffronto con la realtà empirica, alla cui stregua noi misuriamo la verità o falsità delle nostre conoscenze, quell'altra realtà che  è significata dall'ideale, risulta in netto contrasto, rivela una contraddizione insuperabile sul piano teoretico: e questa contraddizione spinge il pensiero critico a qualificare come fittizia la realtà attribuita all'ideale, a definire come nulla più che finzioni le idealità stesse e a riconoscere erronee tutte le credenze nell'obiettività di esse. Il vero si è, invece, che ideale non significa realtà, ma solo possibihtà e necessità di realizzazione, non esistenza, ma diritto all'esistenza per il valore intrinseco che essa presenta, e quindi dovere, per la volontà, di proporsele come fine della propria azione. E tra essere e dover essere  non è possibile una contraddizione logica, appunto perchè essi non sono termini logicamente omogenei: per contro, l'essere, in un soggetto di morahtà, fa appello al dover essere per riceverne elevazione e incremento, e il dover essere fa riferimento all'essere di un soggetto per potersi incarnare nella realtà. Perciò l'idealità non ignora la realtà naturale ad essa opposta, ma la investe per  impregnarla di sé, trasfigurandola: é trascendente e assoluta, ma solo nel senso che il suo valore è sovraordinato ad ogni realtà; e la sua imperatività é incondizionata. Se l'esperienza morale é in questi termini, che senso ha il trattare l'ideahtà come finzione? Finzione essa é nel significato etimologico, in quanto é costruzione della coscienza, in quanto Positivismo e correnti afini è  prospettiva di uno stato da realizzare; ma non nel significato d'infingimento, di autoinganno, implicito nel principio prammatistico del come se –cf. H. P. GRICE, SEMINAR ON “AS IF” --, che, problematico dal punto di vista psicologico, è negativo dal punto di vista morale, segno d'insincerità. L'ideale di perfezione segna una mèta, che, posta a distanza infinita, può anche esser  riguardata come irraggiungibile: ma non per questo è fittizia, perchè con la sua imperatività segna alla coscienza, che aspira a quella mèta una direttiva, nella quale è il criterio oggettivo per distinguere ciò che nella condotta è retto, ha valore positivo, e ciò che è deviazione, ha valore negativo. Apoditticità Certo, il pensiero speculativo trova aperta innanzi a del dovere. g^  jg^   metafisica,  c inclina a fare dell'imperatività assoluta dell'ideale etico e della fecondità progressiva dell'azione che ad essa s'ispira, l'indice di una Realtà superiore (Perfezione assoluta, l'Essere divino, la sfera trascendente dei valori). Questo passaggio dal dover essere all'essere si attua in costruzioni problematiche: ma la problematicità delle deduzioni metafisiche non distrugge la certezza apodittica  dell'assoluta imperatività di quei principii morali, da cui la metafisica trae le sue conclusioni sull'Essere assoluto. Alla morale, sia come scienza sia come pratica di vita, basta il possesso di quella certezza. Nell'ambito di essa, aggiungiamo, si pone la questione fondamentale della specificità dei valori morali e della radice della loro obbligazione assoluta. Marchesini, abbiamo visto,  risponde riportando la morahtà alla sociahtà. Contro questa soluzione possono essere riprese le critiche ripetutamente mosse a ogni interpretazione esclusivamente sociologica della moralità. Ma non a questo si riferiscono i nostri rihevi finali, bensì al fiiizionalismo e agh equivoci da cui esso deriva. Troilo: dalla posizione positivistica al realismo  assoluto DaUa scuola d’Ardigò usci  anche Troilo, nato nel MoKse, professore di filosofia teoretica dapprima nell'Università di Palermo e Troilo: il che esprime la concezione universalistica dell etica, nella quale il soggetto che valuta pone sé stesso come un assoluto, senza tener conto delle circostanze particolari nelle quali la sua coscienza morale si è costituita quale è, e assume quella coscienza come infallibile principio  di discriminazione tra il bene e il male. Il dovere, che è l'astrazione di un fatto psicologico ultimo, è di natura formale, e comporta pertanto ogni maniera di contenuti; e il bene morale non può farsi consistere in uno o altro di questi contenuti, bensì neU'atteggiarsi della condotta coerentemente al riconoscimento e al sentimento dell'obbUgazione. È assolutamente infondata l'esigenza di  stabiUre quale è il contenuto in se e per sé buono, quali sono i principii che la coscienza dell'individuo particolare accogherà e riconoscerà. La psicologia della valutazione porta al riconoscimento di una pluraHtà di punti di vista, i quah con le loro armonie e con le loro antinomie le forniscano un proprio oggetto. Ciascuna delle moltephci direzioni costanti del nostro volere vanta diritti  o accampa pretese sopra l'uomo tutto quanto, e in questo é il germe dei conflitti nei quali si esprime la problematica della nostra attività pratica. S'invoca un criterio alla stregua del quale siano conciliati i contrari e superate le contraddizioni. Poiché ciascuno è inclinato a pensare, qualora abbia risolto per proprio conto il problema, che quella soluzione da lui prescelta sia anche la  soluzione adeguata e giusta, si spiega la tendenza ad assegnarle un valore universale, a esigere che universalmente venga approvata e fatta propria dagh altri. L. Limentani: pluralismo etico Questa concezione del Limentani solleva riserve, dubbi, gh intenti dei obiezioni, di cui faremo qualche cenno tra poco. Ma, al di là di tutte le critiche anche le più radicali che ad essa possano muoversi, è da riconoscere innanzi tutto che essa è tutta animata e sorretta da genuina e fervida preoccupazione di salvare i più elevati valori morali. Il concetto centrale che morahtà non è altro che fedeltà nella condotta effettiva all'idea liberamente assunta dal soggetto come il proprio dovere, come direttiva che la coscienza dell'obbhgo impone alla propria azione, significa affermazione  del valore supremo della persona, quale operosa costruzione della propria realtà spirituale nello sforzo di sanare il dissidio interiore inehminabile dalla vita individuale, con l'assicurare l'effettiva supremazia di ciò che è sentito come doveroso sulle tendenze avverse: in quell'enunciazione dell'imperatività della coerenza dell'atto col sentimento del dovere, è l'eco della celebre affermazione  kantiana che l'unico vero bene morale è la volontà buona e universale, nel suo carattere puramente formale questo valore della dignità umana consistente nella fedeltà pratica al proprio sentimento del dovere: nessuno di noi, certo, può penetrare il segreto della coscienza degli altri individui e dare un giudizio sulla moralità del loro operare, ma presumendo in tutti la sincera dedizione di  ciascuno all'idea da lui sentita come doverosa, noi sentiamo negh altri individui, anche se la causa per cui combattono con sincerità sia diversa e perfino antitetica alla nostra, uno sforzo, identico al nostro, di costruire la propria personalità, comprendiamo il senso della loro azione e questa comprensione si trasforma in umana simpatia, che ci affrateUa anche ai nostri nemici nella  partecipazione a uno stesso regno spirituale, E non manca infine nel Limentani, sebbene oscura e incerta, l'aspirazione a porre le basi per interpretare il mondo degli uomini come una società di spiriti che collaborano all'opera comune di costruzione dell'umanità non soltanto in ciascuno di noi ma anche in tutti gh altri consoci. NobiHssime aspirazioni e preoccupazioni, queste, che   Osservazioni pervadono la costruzione speculativa del Limentani dando alle sue sottili e faticose analisi un afflato di schietta ed elevata eticità. Ma gli apparati teoretici che egli appresta per la soluzione dei problemi che l'esame della vita etica viene via via affrontando, sono adeguati all'appagamento di quelle aspirazioni e preoccupazioni?  Qui appunto la critica solleva obiezioni così  numerose e gravi, da giustificare o rendere almeno plausibile la conclusione che quella dottrina, piuttosto che convaUdare e fondare, rinneghi le esigenze etiche affermate, e porti al dissolvimento di ogni eticità. Cosi, all'esame dei concetti che pel Limentani esprimono i vari momenti o elementi costitutivi dell'atto fondamentale della costruzione del valore della propria personalità  individuale, risulta che la coscienza dell'obbligo ossia l'attribuzione del carattere d'imperatività a uno dei molteplici e contrastanti fini verso cui ci spingono le tendenze e inclinazioni costituenti la nostra natura di esseri fisio-psichici e sociah, è per Limentani un dato di fatto, che potrà essere spiegato causalmente nella sua genesi; ma rifiuta qualunque tentativo di giustificazione che  fondi la preferibilità assoluta del fine prescelto rispetto agli altri: io debbo agire così; perchè così son fatto, e, in forza di questa mia costituzione di fatto, così sento di dover agire: la coscienza dell'obbligatorietà non è che sentimento, e il sentimento è espressione della mia soggettività quale è di fatto, e si sottrae ad ogni esigenza giustificativa. Può questa determinazione del mio essere  quale mi si rivela nel sentimento già costituito reggere il peso della prospettiva del mio dover essere ossia della mia opera morale come instaurazione d'un essere che è da costituire come una realtà nuova rispetto a quella che sentiamo al punto di partenza? D'altra parte, il sentimento mi rivela il mio essere individuale quale è costituito in questo momento, in questo punto attuale del  processo di formazione della mia individualità: ma in ulteriori momenti questo mio essere, sotto l'azione dei moltepUci fattori che concorrono a costituirlo, potrà mutare, e il sentimento registrerà questi mutamenti e potrà portare all'assunzione di fini obbligatori diversi da quelli che attualmente s'impongono a me.  Ora Limentani: pluralismo etico è lecito domandare se la possibilità di  siffatta mutevolezza possa conciliarsi con la funzione che al fine assunto come obbligatorio si attribuisce, di bandiera sotto la quale io combatto la mia battaglia morale, di causa alla quale si debba nell'azione testimoniare la propria fedeltà; non implica tale funzione una costanza e continuità, che abbraccia anche i momenti futuri della mia esistenza e renda possibile l'unità e coerenza  interiore della mia personaUtà? Ma nulla giustifica, nella dottrina del Limentani, la pretesa del mio fine attuale, ad estendere il proprio predominio al futuro: il cambiar bandiera, il sostituire alla mia causa di ieri un'altra causa, non altera quel rapporto formale di coerenza tra l'azione e il dovere, che è l'essenza della moralità e il tratto costitutivo della personahtà. Se il valore morale della  mia personahtà sussiste immusì devono ritato pur nella diversità e antitesi dei fini che io posso assu^P  programmi  op mere come obbhgati in momenti diversi dal mio operare, è pressivi? chiaro che questo concetto formale della personalità può essere esteso anche agh altri individui: ma con questa conseguenza palesemente contraddittoria, che, mentre da un lato si afferma che ogni  personahtà merita rispetto essendo assoluto il valore morale di essa, dall'altro lato deve essere non solo compresa ma giustificata, in questo o queU'individuo, la fedeltà a una causa che implichi il programma di oppressione o addirittura di soppressione violenta delle personahtà altrui. Non posso simpatizzare, in nome di una presunta comune umanità con un altro individuo il quale si  arroga il diritto anzi come dovere di farsi persona attraverso l'osservanza di un principio che è negazione di una comune umanità, un principio di sopraffazione deUe personahtà altrui. Di comune a tutti i soggetti che intendono essere membri del regno dello spirito attuantesi nel mondo degli uomini è il diritto e dovere di essere coerenti con sé stessi: ma è un requisito questo che, nella  sua formahtà, nella sua indifferenza per il contenuto del fine e della norma con cui l'individuo si sente obbhgato ad essere coerente, ha un'universahtà che non ehmina ma ribadisce la chiusura dell'individuo in sé stesso, in una radicale estraneità agh altri. Positivismo e correnti a fini Il positivismo Il sociologismo di Levi. Uno svicnhco cerca  ti  i^ppo autonomo del positivismo sociale  troviamo in un altro senso dei  fatti. scolaro dell'Ardigò, Levi che, dopo aver schizzato a vent'anni le vie fondamentali del proprio pensiero in Determinismo economico e psicologia sociale, si specializzò poi in iìlosofìa del diritto Per un programma di filosofia del diritto e insegnò tale discipHna in varie Università, da ultimo a Firenze. Classici sono rimasti i suoi Contributi ad una teoria  filosofica dell'ordine giuridico e il saggio su Filosofia del diritto e tecnicismo giuridico, nonché la Teoria generale del diritto. Dopo la sua morte. Fassò curò la raccolta in due volumi degli Scritti minori di filosofia del diritto, coiTedandoli di una completa bibliografia. Politicamente Levi aveva simpatia per il sociaHsmo, espressa nei lavori suLa filosofia politica del Mazzini e II  positivismo politico di Cattaneo; e nell'analisi concreta dei fatti sociali, pur restando fedele al modello di quello che egli chiamò positivismo critico, seppe fare i conti anche con le esigenze messe innanzi dall'idealismo storicistico. L'accertamento dei fatti, nella sfera dei fenomeni sociali, non può per lui andare disgiunto dalla penetrazione del senso dei fatti medesimi, in cui si manifesta  la coscienza collettiva dei gruppi sociali. Questo tradursi della psiche umana collettiva nei fatti sociaU è oggetto di uno studio che può dirsi di fenomenologia positiva, e che rappresenta un'interessante risposta, da parte di un ricercatore formatosi in clima positivistico, al nuovo modo storicistico e non più naturahstico di intendere i fatti. Al di fuori dei quadri della scuola ardigoiana con  i suoi sviluppi e le sue crisi, si delinearono in ItaUa nei primi decenni del secolo e. Guastella: il fenomenismo indirizzi filosofici d'ispirazione o orientamento più o meno schiettamente positivistico. L'assunzione dell'esperienza senL'esperienza sibile interpretata in senso naturalistico a fonte prima dei criteri di soluzione dei problemi del conoscere, della realtà, della moralità, l'avversione  ad ogni forma d'apriorismo o di presupposti metafisici, un atteggiamento decisamente polemico verso l'idealismo assoluto che veniva prendendo n sopravvento nella cultura italiana, sono tratti comuni a taH indirizzi: tra questi i più rilevanti per la natura delle posizioni in cui sboccano, sono il fenomenismo del GuasteUa, il superrealismo dell' Orestano, lo scetticismo e relativismo del  Rensi, del Levi e del Tilgher. Guastella  professore di filosofia  teoretica all'Università di Palermo, si era formato nel clima del positivismo italiano, ma, risalendo alle fonti lontane di esso, e più particolarmente al classico empirismo inglese, era giunto a formulare una dottrina sistematica sul pensiero e sull'essere, che è in sostanza una rimeditazione e rielaborazione delle tesi fondamentali  di Mill, sviluppate fino alle estreme conseguenze. Espose le sue idee in opere ponderose {Saggi sulla teoria della conoscenza: Saggio primo: Sui limiti e l'oggetto della conoscenza a priori; Saggio secondo: Filosofia della Metafisica in 2 voli.; Le ragioni del Fenomenismo). Ma nonostante il rigore logico della sua trattazione e la fermezza intransigente con cui sostenne le sue idee, queste  non ebbero larga ripercussione nel pensiero italiano, sia per l'indole sohtaria dell'Autore, sia per la scarsa novità dei motivi fondamentali, sia per l'avanzare vittorioso dell'ideaUsmo nella stessa scuola (per alcuni anni, nell'Università di Palermo, accanto al Guastella insegnò il Gentile). Non è possibile oltrepassare il mondo dell'esperienza: impossibilità fuori dell'esperienza non c'è nulla  e non è pensabile nuUa. l'esperZma"^ Ed esperienza significa sensibilità: pensare è sentire, cioè presenza o avvertimento immediato di determinazioni qualitative concrete e particolari, senza che questo implichi Positivismo e correnti afini Problema dell'oggettività. Nominalismo. un ente distinto da esse a cui esse siano presenti o da cui siano avvertite: quel che si dice soggetto  dell'esperienza o io non è esso stesso che un insieme di sensazioni anche se illanguidite o deboh nella forma di immagini o rappresentazioni. E d'altra parte quelli che diciamo oggetti reali, essendo un insieme di sensazioni, sussistono se e in quanto essi sono sentiti : esse est percipi. Se la conoscenza ha per oggetto la verità come accordo tra pensiero e essere, nessun'altra dottrina è,  secondo Guastella, in grado di dare a quest'accordo che è la verità, un fondamento altrettanto sicuro quanto la sua, che considera essere e pensiero fatti della stessa stoffa, la sensazione. Ma su queste basi non si spiega la possibilità di un conoscere oggettivo, del sapere scientifico, le cui verità hanno la pretesa di valere universalmente, di essere leggi della realtà, soverchianti la  provvisorietà e parziahtà e causaUtà delle immediate esperienze soggettive. Occon^e  dunque, a questo scopo, ammettere principii ultrasensibiH? e attribuire al pensiero il potere di oltrepassare i limiti dell'esperienza e di procedere a priori alla conquista di verità oggettive? Guastella lo nega risolutamente, e per riaffermare il suo radicale empirismo sottopone a un esame critico la teoria  del pensiero, nella tradizionale distinzione dei tre momenti di esso, il concetto, il giudizio, il ragionamento. Per quel che riguarda il concetto, di esso non può darsi che un'interpretazione nominahstica: esso cioè è im'entità puramente verbale, un nome che, riferito alla realtà, non designa un contenuto nuovo rispetto a quello sensibile i] cosiddetto intelligibile universale, ma sempUcemente  una molteplicità di sensazioni concrete e particolari: è assurdo attribuire realtà alle astrazioni concettuah, perchè queste sono immagini generali, ed è impossibile ammettere che esista un reale, per esempio un uomo, che possegga i caratteri comuni all'umanità senza quei caratteri particolari che distinguono un uomo da un altro nella sua concreta particolarità. e. Guastella: il fenomenismo  Quanto al giudizio, esso è affermazione di rapporti tra 11 giudizio come dati sensoriaU e tra immagini. Ora pel GuasteUa i rapporti  \Z^f^'ZZu^'  più generali tra le cose sono quelli di tempo e di spazio, sono sequenze o coesistenze: e questi non possono essere offerti che dall'esperienza effettiva delle cose, sono a posteriori: la presenza al pensiero della nozione o immagine di ciò che  in una sequenza è l'antecedente, perchè in esso il pensiero stesso vi trovi il fondamento del passaggio al conseguente. Ma accanto ai rapporti di sequenza e coesistenza Guastella pone un'altra classe di rapporti, quella della somigHanza e dissomigHanza; la cui affermazione è il contenuto di quei giudizi ch'egH chiama comparativi. Ora per questi non è necessario il ricorso all'esperienza  delle cose, basta la comparazione delle nozioni o idee di esse: non c'è bisogno di percepire due gruppi di due oggetti  ciascuno da una parte e di un altro gruppo di quattro oggetti dall'altro,  ma basta la comparazione dei concetti (immagini) di essi, per scorgerne l'uguaghanza (somigHanza), come basta la comparazione delle immagini di verde e di giallo per affermarne la differenza: e  dunque la vaHdità di questi giudizi è a-priori, e solo successivamente è trasferibile nelle cose. La matematica  è,  secondo Guastella, costituita di giudizi di somigHanza, e perciò è scienza razionale a-priori. Ma appunto perchè i giudizi a priori non hanno riferimento aUa realtà, l'ammissione di essi, secondo GuasteUa, non incide menomamente sul valore del principio che solo  l'esperienza sensibile consente  la conoscenza deUa realtà: l'empirismo radicale non è intaccato. Solo i giudizi esistenziali concernono le cose, mentre, i rapporti di somigHanza non sono nuUa di oggettivo, non fanno parte del contenuto dei singoH termini, ma sono il risultato di una sintesi mentale. Pertanto le scienze fisiche come queUe storiche sono costituite di giudizi esistenziaH e sono scienze  sperimentaH, mentre le matematiche sono costituite di giudizi comparativi e riguardano le idee. Con ciò, non è ancora risolto il problema deUa possi Possibilità delia biHtà deUa scienza come sapere oggettivo, come determi sctenza. Positivismo e correnti affini nazione di leggi universali dei fenomeni. I rapporti di sequenza e di coesistenza constatabili nell'esperienza sono particolari:  il passaggio all'universale è compito di quel terzo momento del pensiero che è il ragionamento, di cui l'unica forma legittima per l'empirismo è l'induzione. Il fondamento dell'induzione è la costanza di certi rapporti di sequenza e di coesistenza constatata nell'esperienza passata. Ma questo non basta ancora per la trasformazione di un certo rapporto in legge: a ciò si esige che la costanza  del rapporto constatata nell'esperienza passata sia estesa alla esperienza futura, esige cioè che il futuro sia conforme al passato. Ma la credenza nell'uniformità della natura è un postulato indipendente dall'esperienza. Qui non soccorre più l'empirismo. E si profila nella conclusione l'ombra dello scetticismo humiano. Uiiiusione meUn empirismo così radicale come quello del Guastella  tafistca va spieesclude qualunque forma di conoscenza metafìsica. Eppure, egU riconosce come permanente e irresistibile la tendenza dello spirito umano a oltrepassare il mondo dell'esperienza e ad ammettere una realtà assoluta soprasensibile. Pertanto egh  ritiene che compito del filosofo sia quello di mostrare insieme con l'illusorietà del sapere metafìsico la genesi psicologica del  suo necessario formarsi. La dimostrazione della illusorietà della conoscenza metafìsica comprende i) la critica condotta sul modello dell'empirismo inglese, da Locke a Hume e al Mill dei due concetti fondamentali di causalità efficiente e di sostanza, intesi come arbitraria trasformazione d'una sequenza temporale  attestata  dall'esperienza in  connessione  necessaria  tra  antecedente  e  conseguente (produzione del secondo da parte del primo) per quel che riguarda la causa, e, per quel che riguarda la sostanza, d'un rapporto di coesistenza tra varie rappresentazioni quaUtative in un qualcosa di distinto da esse che ne costituisca come il sostrato permanente; l'arbitrarietà del procedimento psicologico da cui si origina l'aspirazione alla conoscenza di una realtà ultrasensibile,  ossia della tendenza a estendere alla totahtà dei fenomeni a noi non famihari e. Guastella: il fenomenismo le spiegazioni o, meglio le presunte spiegazioni che dei fenomeni a noi più familiari si crede di poter dare mediante il concetto di causazione efficiente. In altri termini, si ritiene che al senso comune e all'intelletto che non ha fatto ancora la critica di sé e delle sue nozioni, sembra  che l'esperienza a noi più familiare presenti due tipi di causazione efficente dei fenomeni, l'azione dello spirito sul corpo (cioè la produzione dei movimenti del nostro corpo da parte dello spirito) e l'urto di un corpo con un altro corpo come causa dei movimenti di questo. L'evidenza di questi due modelli di causazione autorizza ad estendere l'uno o l'altro di essi a tutti quanti i fenomeni  e si hanno così le due classi di sistemi metafisici apparsi nella storia del pensiero, cioè i sistemi spirituaUstici (che antropomorficamente scorgono in tutta la realtà l'azione causale dello spirito) e quelli meccanicistici che considerano tutta la realtà come un complesso di urti reciproci dei corpi. Ma secondo Guastella questa tendenza psicologica a univerzalizzare rapporti che al più  valgono per l'esperienza più famihare a noi uomini non è per nulla giustificata, e pertanto la filosofia della metafisica è dimostrazione deU'iUusorietà della metafisica stessa. La fallacia dei sistemi metafisici, dimostrata attraverso la critica empiristica del concetto di causahtà efficiente, è confermata dalla critica empiristica del concetto di sostanza. Il senso comune e l'intelletto non   critico credono di Fallace concetscorgere nelle esperienze dei fenomeni esterni a noi più fa'° materiale o spi miUari permanenza o identità con sé stesso di qualcosa rituale. che si manifesta nel divenire, ossia nel sorgere e nello scomparire di qualità sensoriaU, ma non si esaurisce in esso, in quanto non nasce e non muore. E col sohto passaggio dal famihare al non famihare s'interpreta  tutto il mondo esterno come una plurahtà di sostanze materiali immutabih, le cui diverse posizioni reciproche nello spazio determinerebbero le variazioni quahtative costituenti il divenire. Si formano così 1 sistemi metafisici materiahstici o meccanicistici, tra cui l'atomismo. Ma la critica scopre l'illusorietà del concetto. Positivismo e correnti affini di identità sostanziale delle cose, in  quanto nell'esperienza non v'è nulla di permanente, e quindi nessun fondamento oggettivo hanno le interpretazioni metafisiche materialistiche e atomistiche. Analogamente è illusoria la credenza che l'esperienza interna ci riveU la permanenza e identità di una sostanza spirituale o anima, perchè questa non è altro che una collezione di stati di coscienza, e quindi infondate sono tutte le  interpretazioni metafisiche di orientamento spirituahstico. Questa critica porta alla conclusione che la filosofia dell'esperienza deve limitarsi alla constatazione dell'esistenza di quaUtà sensoriali e di dati di coscienza, rifiutandosi di ammettere sostanze materiali o spirituali. È soltanto un pregiudizio del senso comune la credenza che il cosiddetto mondo esterno sia costituito da corpi che  esistono per sé quah noi li percepiamo ma indipendentemente dal nostro percepirli: che siano percepiti o no, è indifferente per il loro essere. Su questo pregiudizio si basano tutte le forme di reahsmo, e da esso derivano le antinomie che le concezioni reahstiche presentano e sono per esse insuperabiH. Solo liberandoci da questo pregiudizio si ha una visione coerente della realtà, quale è data dal fenomenismo: esse est percipi. A questa confutazione del realismo e alla conseguente dimostrazione della tesi che non v'è altra realtà che quella degli stati di coscienza ossia quella della nostra esperienza, Guastella dedica la sua opera  conclusiva, Le ragioni del fenomenismo. L'assiologia di Sacheli. Uno sviluppo originale in direzione della filosofia dei valori fu dato al fenomenismo del Guastella da Calogero SACHELI, scolaro, oltre che del Guastella, del pedagogista Colozza, e professore lui stesso di pedagogia a Messina. Il primo nucleo di scritti del Sacheli si colloca poco dopo la fine della prima guerra mondiale  {Assiologia;  Indagini  etiche;  Fenomenismo), e mira soprattutto a scalzare la pretesa di L'assiologia  di Sacheli una struttura concettuale data, che offra una volta per tutte il quadro necessario dell'attività umana. In un secondo gruppo di scritti {Atto e valore e Ragion pratica),  Sacheli mostra che riconoscere la concretezza dell'immediato non significa negare ma, al contrario,  salvaguardare i valori dello spirito. Il proton pseudos, per Sacheli, è cercar  n valore non è di ricondurre il valore all'essere: poiché allora il valore sarà concepito come qualcosa di già dato, vuoi come fatto, vuoi come forma, e perciò come qualcosa di inerte, di irrilevante, che cessa pertanto, non solo di essere valore, ma anche di essere comunque, per ridursi al nulla. L'essere va bensì  cercato, ma muovendo dal dover essere, senza mai pretendere d'averlo trovato compiutamente: va cercato in una tensione continua. Per questo il reale concreto è sempre mobile, imprevedibile, problematico, caratterizzato da quella che Sacheli chiama axiofenomenicità: cioè fenomenicità costituentesi nella tensione verso un valore. In questo concetto dell'esistere si può notare un  influsso, sia della critica del concreto di CarabeUese, sia dell'idealismo di Gentile, nel senso che entrambi stimolano la polemica del SacheU e quindi, in parte, lo condizionano. Contro il primo, SacheU sostiene infatti il vanificarsi di un ontologismo verso cui non ci si muova axiofenomenicamente; contro il secondo, la necessità di ammettere una plurahtà di soggetti, e non un soggetto  unico e assoluto. L'esigenza dell'alterità è, anzi, il principio sintetico originario dell'esperienza, ciò per cui l'esperienza concreta si fa nell'io, in vista dell'unità con l'altro io. Ciascun io, nella sinteticità concreta che egli è, è chiamato a reaUzzare quel pieno sé stesso che non può veramente essere un me, un ego che distingue, separa ed oppone ma un io che per tale mezzo é, in ultima  analisi, quell'unicità axiologica cui solo siamo necessariamente, interiormente orientati Ragion pratica. Non senza forzature e oscurità, Sacheh si sforza così di mettere in luce una vocazione intimamente axiologica nel fenomenismo, affacciatosi con Hume, e soffocato da Kant e dai postkantiani sotto strutture a priori. Positivismo e correnti affini Orestano: scienza etica e superrealismo  Orestano, nato nel Palermitano, professore di FILOSOFIA MORALE e di storia della filosofia, lascia volontariamente la cattedra, dichiarando di voler dedicare tutta la sua attività all'esecuzione d'un  programma speculativo molto ambizioso, o forse, più propriamente, presuntuoso: la costruzione  di un Ricerca di sistcma, nel quale da un lato il problema etico e, più in ge^ifica'^^r^J-^'  dei valori umani, dall'altro, il problema della realtà e della conoscenza, impostati su basi sperimentali, avessero una soluzione rigorosamente scientifica, e costituissero quindi (pur al di fuori dei quadri della scuola positivistica) una nuova filosofia positiva. E d'altra parte questa, a suo giudizio, si inseriva nella più genuina tradizione del pensiero italiano: si presta quindi ad essere  strumento e appoggio nel campo culturale del nuovo regime politico instauratosi in Italia, a difesa e incremento dei nostri valori nazionali. Accademico d'Italia tra i primissimi nominati e quale presidente della Società Filosofica Italiana, abile orchestratore di congressi e convegni filosofico-politici, Orestano con una campagna ferocissima di poco edificanti polemiche svolse un'accanita  concorrenza con l'ala gentiliana deU'ideaUsmo da lui boUata per le sue origini hegeliane come espressione deUo  spirito germanico, in uno sforzo tenace di soppiantarla nella funzione di filosofia ufficiale del regime. I primi lavori teoretici concernono la fondazione di una nuova etica: e con essi egli carezza in segreto e più tardi lo dichiara apertamente l'idea di essere BONAIUTO Galilei o Newton deUa  scienza del bene e del male, / valori umani, e i Prolegomeni alla scienza del bene e del male, sono le più importanti tra le sue opere. Orestano presenta un programma di innovazione nell'indagine dell'esperienza morale, perchè questa possa assumere carattere e valore di una vera e propria scienza quale esperienza pura, analogamente alla concezione che della  scienza dei fatti naturah ha formulata Avenarius. La scienza Orestano: scienza, etica e superrealismo etica non può essere altro che la descrizione della vita moDescrizione di rale da cui risultino lepri esprimenti relazioni funzionali  ^^! / 00 ir j ztonah costanti. costanti tra fenomeni e rappresentanti la massima economia concettuale rispetto alla varietà infinita dei fenomeni stessi, senza  alcuna pretesa normativa. Si aggiunge che la scienza della morale, se vuol essere scienza veramente positiva e riuscire alla descrizione più completa e più semplice della realtà etica, deve rendere formali i propri concetti, senza dare alcuna definizione concreta del bene e del male, né difendere alcuna intuizione particolare della vita morale, sia egoistica o altruistica, sia individualistica  o collettivistica, ecc., bensì applicando indistintamente i propri concetti a tutte le esperienze morali, dai gradi infimi ai supremi. E le relazioni funzionali costanti che si scoprono nel/  valori. l'esperienza morale sono i valori: l'atto di valutazione è quello che la scienza morale deve innanzitutto analizzare. Ogni valutazione è reazione di un oggetto alla soggettività: ma a proposito della  natura di tale reazione, il pensiero dell'Orestano presenta oscillazioni e incertezze tra la persuasione che essa sia un atto di coscienza (reazione psicologica) e l'altra che essa comprenda elementi extra psicologici, inconsci e subconsci. La soggettività, che reagisce nella valutazione, è per Orestano un sistema di vita, che presenta una composizione multipla e pluricentrica: sotto l'aspetto  psicologico è polipsichica nel senso che nello stesso individuo si trovano più centri di attività, fonte di processi sconnessi e discontinui; sotto l'aspetto organico è polizoico cioè costituito da una moltephcità di vite, e sotto l'aspetto sociale policoinotico. Questo sistema di vita di cui la coscienza non sarebbe che una piccola porzione accanto a quelle dell'inconscio e del subconscio è la  fonte onde promanano tutte le determinazioni dei valori umani. Ulteriore chiarificazione della natura dell'atto valutativo sembra all'Orestano la riduzione del valore a uno stato di interesse, inteso non nel senso intellettualistico di curiosità, ma in senso bio-psichico, come reazione della personalità  nella  sua Positivismo e correnti affini totalità bio-psichica, riferita al suo oggetto  determinato e indeterminato (il che, come si vede, non è certo una chiariII subconscio, ficazione). Ma per quanta importanza possa avere neUa vita della personalità il subconscio e l'inconscio e per quanta verità sia contenuta neUe lunghe anahsi che Orestano fa di queste zone, rimane indubitato che gli elementi inconsci e subconsci, intanto possono essere riguardati come fattori della  mia personahtà, in quanto presentano un qualche rapporto e hanno una qualche ripercussione nella coscienza, e propriamente in quel centro di essa che costituisce l'unità di tutte le sue più diverse manifestazioni, e che appunto chiamiamo io. Un valore è valore solo in quanto vien sentito come tale dalla coscienza, qualunque siano le indicazioni che da questa esperienza cosciente possano  trarsi in ordine aUa realtà extra-psichica, qualunque possano essere le condizioni obiettive di essa, tra le quali appunto rientrano i fattori subcoscienti e incoscienti. E questo è in ultima anahsi riconosciuto dallo stesso Orestano sia quando definisce la valutazione coscienza riflessa di uno stato di interesse, sia quando risolutamente afferma che la coscienza è la vera, l'unica sede della vita  morale e quindi della attività valutativa in essa imphcita. Ma allora noi ci domandiamo, perchè dichiarare vano il tentativo di spiegare psicologicamente il fatto della valutazione e respingere la teoria deUa funzione valutatrice come specifica e irriducibile ad altro, quando la sua equazione valore-interesse è espressione diversa di questa stessa tesi e non denota elementi più semphci ai  quali la nozione di valore sia riducibile? La soggettività  NeU'equivoco e nel vago noi restiamo quando Orestano, loi possa immaginare. La vita è im complesso di funzioni e di attività, le quali si svolgono nelle direzioni più varie: è vita quella dell'idiota, come è vita quella di Socrate o di Gesù: a quale delle due debbono venir ragguagliati i diversi valori, perchè se ne possa stabilire una  serie graduale? La vita è il campo in cui l'attività pratica si svolge, diciamo meglio è la materia che questa attività tende ad elaborare, a sistemare, a unificare; è chiaro che questa sistemazione ed unificazione non potrà esser fatta, se non alla stregua di criteri e principii di valutazione che non possono esser fatti dalla vita stessa ut sic. La vita può anche essere considerata, come vuole Orestano, il quantum d'energia qualunque questa sia di cui in ogni istante disponiamo per l'attuazione di questo  o di quel fine; ma è chiaro che è la graduazione dei fini e dei valori, presupposta come già compiuta, quella che determina la misurazione del quantìim di energia da mettere al servizio di questo o quel fine, e non viceversa. E comunque può richiedersi tanta forza fisica, tanta  intelhgenza, tanta energia vohtiva, tanto coraggio, ecc., per perpetrare un dehtto, quanta per compiere un atto di salvataggio. Nessun lume ci viene in proposito dal ricorso a una o altra delle metafore tratte dalla matematica, che per Orestano rappresentano come lo specimen del metodo di misurazione che nello studio dell'esperienza etica deve essere introdotto perchè questo studio sia  veramente scientifico: {scire est mensurare). Nessun lume, dicevo, ci viene dalla possibihtà, affermata d’Orestano, di rappresentare i diversi valori come tante frazioni con numeratore vario e con comune denominatore la vita, quando a questo denominatore, espresso si con un unico simbolo, si dà volta a volta un valore e un contenuto diverso. In questa teoria della valutazione in generale  l'Orestano Teoria delia vainquadra il problema del carattere differenziale che contro^«o^^distingue la valutazione morale dalle altre forme d'interesse. E ravvisa questo tratto caratteristico nel riferimento di un oggetto ad un concetto unitario della vita nella totalità dei Positivismo e correnti afini suoi scopi: il fatto morale è impiego effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione  di un concetto di essa, considerata nella totalità dei suoi aspetti e delle sue relazioni; l'esperienza morale è la vita che pensa e vuole sé stessa. Nei giudizi morali è tutta la vita in questione, non la vita puramente vissuta, ma la vita secondo un concetto o ideale che noi ci formiamo di essa e dei suoi scopi. Questo concetto o ideale è il vero fondamento di tutti i giudizi etici: fondamento relativo, perchè soggetto a mutazioni storiche e individuah; ma una volta fissato, agisce come principio assoluto nella determinazione dei valori dipendenti, e non c'è momento particolare della vita, che non si possa valutare sotto l'aspetto morale. Il centro di riferimento delle valutazioni morali è non necessariamente la vita neUe sue attuali modalità biologiche, ma il concetto di vita  nella totalità dei suoi scopi, sia che questi scopi confermino o sia che tendano a modificare in qualsiasi modo la realtà biologica nel piìi largo senso di questa espressione. u ideale. Nella valutazione morale dunque, la nozione di vita che costituisce per Orestano il fulcro della dottrina dei valori umani, si comphca con l'introduzione di un nuovo elemento, il concetto o ideale di vita: e  questo presenta nuove difficoltà e incertezze. Come si forma questo concetto unitario della vita, a cui devono essere riferiti tutti i valori, perchè assumano carattere morale? Se s'è detto che la vita è l'unità di misura di ogni valore e quindi anche del valore dell'ideale, come si può poi affermare che è l'ideale l'unità di misura? L'Orestano afferma che l'ideale impone la propria legge alla  vita, e parla di coscienza di dovere, immanente in date valutazioni e determinazioni; parla, altresì, di un soggetto che ha capacità e diritto di promulgare ideaH di vita. Ma invano noi cerchiamo nella dottrina dell'Orestano un'analisi approfondita della nozione di dovere. Per lui la norma morale non è che lo schema astratto e costante di un'esperienza o di un gruppo di esperienze che  tendono a stabiLLzzarsi nella ripetizione, e importa la proclamazione di volere e la coscienza di volere persistere in tutti i casi analoghi Orestano: scienza, etica e superrealismo nelle medesime disposizioni valutative  e nell'attività corrispondente. Quando poi la norma è concepita e proclamata in termini universali non soltanto per un dato soggetto, ma per una moltitudine di soggetti  appartenenti ad una data società  (e tendenzialmente per la totalità dei soggetti possibili), quella norma si chiama legge; e le leggi morali sono norme e sistemi di norme che dispongono della vita umana nella totalità delle sue relazioni. Queste sono le conclusioni a cui l'OreStano giunge nella Morale econodescrizione della vita morale, e significano la pura e semplice ^If^ mora e  constatazione del fatto che esistano date valutazioni piìi o meno durevoli, piii o meno intense, più o meno costanti. Ma quando è proposta la questione della legittimità della coscienza, dell'obbligatorietà e della almeno potenziale universalità delle norme e leggi morali che è poi la questione centrale dell'etica Orestano fa una distinzione importantissima, che minaccia di fallimento il  programma stesso della fondazione di un'etica scientifica. E la distinzione è tra due morali, caratterizzate d’Orestano come morale economica e morale elettiva o morale dell'ideale. La prima è un insieme di norme e leggi che hanno una funzione protettiva della vita, di comandi proibitivi di tutto ciò che può nuocere alla vita, e costituiscono l'ordine etico giuridico avente per principio fondamentale il valore assoluto della vita biologicamente intesa (vita tanto di un individuo quanto di una specie). Questa morale fondata sulla economia della vita tende al mantenimento di un ordine sociale che tuteli ogni vita individuale contro qualunque fattore volontario di distruzione e assicuri a tutti il libero svolgimento della personalità. Alle leggi e norme della morale economica  è riconosciuta come essenziale l'obbhgatorietà e universaHtà ma questa si risolve nel consenso sociale, ha la sua fonte nella autorità dello stato. La seconda morale invece si fonda non sul valore assoluto della vita ma sul valore assoluto dell'ideale, ossia del concetto di bene come costituente il contenuto spirituale positivo della vita. Questo problema comporta soluzioni varie sempre  più libere per ciascuna personaUtà  (e perciò è detta morale elettiva. Appunto perchè la personalità è, come s'è visto, una collettività pluricentrica e i vari centri di funzioni sono relativamente autonomi, ad un stesso individuo quel problema presenta conflitti incomponibili e ineliminabili antinomie. L'ideale di vita è assoluto m.a  in rapporto all'individuo che lo formula e che vi si  sottomette, anzi al momento di vita che egli attraversa. I contrasti alle antinomie fra i vari ideali di vita potrebbero portare ad uno scetticismo etico, potrebbero portare a credere che la vita si svolge a caso senza né ordine né legge. Ma Orestano arretra innanzi a questa conclusione negativa e si hmita a dubitare che l'esperienza morale e forse tutta l'esperienza umana non rivela al pensiero  la totaUtà delle sue condizioni; che l'empiria esiga l'integrazione di un qualche elemento metempirico che è forse l'elemento essenziale, ma inafferrabile per la scienza, avvolto nel mistero. Mentre si voleva fondare sull'esperienza pura l'etica come fondazione scientifica e la distinzione fra bene e male, alla fine sembra inevitabile il ricorso alla metafisica come tentativo di svelamento  del mistero. Orestano scrive esphcitamente, alla fine dei Prolegomeni: non tutta la realtà è nell'esperienza. Questo ci dice l'esame scientifico piiì accurato, esaurite le sue più rigorose indagini fra crescenti oscurità e contraddizioni, alla presenza di residui che ci sfuggono. Altra volta la scienza era invocata a far piena luce in tutto: oggi essa non fa che adunare prove intorno all'esistenza  di un mistero inviolabile. V antinomia del Tra le antinomie scaturite dall'anafisi dell'etica impersacrtficto. niata nel concetto di vita, è rilevata d'Orestano in particolare quella relativa al dovere che l'etica elettiva impone del sacrificio assoluto dell'individuo per la causa  ideale trascelta. È quello che Orestano chiama il paradosso della guerra: per l'economia della vita si distrugge la vita:  l'ideale, funzione della vita, può pretendere di attuarsi a prezzo della vita. La vita è per il soggetto la sola vera misura che il soggetto possiede, della realtà e del valore: come può una funzione dipendente di essa, cioè l'ideale, inghiottire la variabile indipendente, cioè la vita?  Questo paradosso non si risolve Orestano: scienza, etica e superrealismo col determinarne un certo rapporto di quantità: la vita è un valore assoluto che non può sottoporsi a misura quantitativa; le vite distrutte nella guerra non valgono meno, sol perchè meno numerose, delle vite protette: forse erano anzi le piìi valide, le più nobili, le piìi degne di vivere. La guerra è un tragico esperimento: il  paradosso della guerra è comprensibile solo se si oltrepassa l'individuo mettendo un legame intrinseco tra esso e il tutto. Se l'individuo fosse veramente individuo, il suo sacrifìcio per la sua collettività sarebbe assurdo. Se egli s'immola all'idea del tutto, vuol dire, che questa vive in lui con una forza e un valore che trascendono ogni considerazione individuale. Quanto più anzi l'idea del  tutto vive nei singoli ed è capace di assorbire e disciplinare tutte le altre valutazioni, tanto più il sacrifìcio individuale diviene facile e pronto. E quando si dice idea del tutto s'intende non la totalità della vita individuale, ma la totahtà dell'Essere. Siamo in piena metafìsica: alla via discendente della riflessione verso lo sviluppo formativo della scienza del bene e del male, qui Orestano  sostituisce la via ascendente, per la quale il problema morale scientificamente trattato diventa tutto il problema umano: problema della verità e dell'errore, della certezza del dubbio, del pensabile e dell'impensabile, il problema della coscienza riflessa, del destino umano universale. Il passaggio è determinato La crisi delia dallo spettacolo tragico della guerra. Fu questo dichiara  §"'^'^Orestano nella prefazione all'opera Nuovi principii ciò che lo indusse a una riforma del pensiero, per renderlo idoneo a quella più integrale comprensione della realtà e del divenire naturale e umano che egH chiama nuovo realismo o iperrealismo; al quale egli dedica, oltre l'opera ora ricordata dei Nuovi principii parecchi altri scritti successivi, tra cui il più importante è Verità  dimostrate. Alla fine il volume di raccolta di saggi intitolato // nuovo realismo. Per Orestano il problema dei problemi della filosofia La realtà obietodierna è quello della realtà: si tratta di vedere, contro l'immanentismo prima dominante, se si possa ammettere l'esistenza e determinare la struttura d'una realtà obiettiva per sé stante, indipendente dal soggetto, Antimmanen È Sorprendente   che, nel procedere alla dimostrazione tismo. della sua tesi realistica in senso anti-immanentistico, 'Orestano muova da premesse che sembra significhino l'accettazione in pieno deUa posizione immanentistica: oggi, egli dice, non è più lecito dubitare né deUa soggettività deUe esperienze, né della impossibilità di un sapere che pretenda uscir fuori dall'esperienza. Da un lato l'esperienza  è necessariamente relativa alla struttura psico-fisica e logico-categoriale del soggetto dell'esperienza stessa; e, dall'altro lato, l'esperienza è invalicabile. Ma per Orestano questo duplice riconoscimento non basta a negare una realtà indipendente dal soggetto, ma anzi la postula a vera necessaria integrazione. Significa andare oltre quella premessa, dedurne che l'esperienza sia nulla più  che indice d'una realtà soltanto soggettiva. Negare in nome dell'esperienza una realtà trascendente è già oltrepassare l'esperienza, e fare dell'ontologia: posizione arbitraria, questa, che contraddice le premesse. E questo va detto non solo delle esperienze particolari nelle loro concrete presentazioni, ma anche delle stesse forme a priori, che Kant proclamò soggettive e soltanto soggettive,  mentre niente autorizza ad escludere che esse, oltre che forme a priori nel soggetto, siano anche schemi oggettivi dell'accadere, o abbiano quanto meno un analogo oggettivo. La subiettività, una volta stabihta, vieta di affermare, ma vieta anche di negare ogni e qualsiasi corrispondenza tra le nostre esperienze e una, sia pure ipotetica realtà transubbiettiva: chi lo nega viola il principio  della subiettività quanto chi l'afferma. Pertanto, se ne desume come unica conseguenza legittima, non la soppressione di qualunque riferimento trascendentale della nostra esperienza a una realtà in sé, ma l'affermazione della problematicità della realtà in sé. Ogni esperienza nasce e si fissa con un suo riferimento ontologico, cioè con un senso vettoriale verso una sia pure ipotetica realtà  in sé, assunta come il sustrato, lo sfondo, ragione F. Orestano: scienza, etica e superrealismo e misura della stessa esperienza. Ma la problematicità di questi riferimenti ne esige una continua verificazione, escludendone l'accettazione passiva e totale. La soluzione del problema della realtà in sé deve per Orestano essere in qualche modo positiva, ancorché parziale, approssimata,  provvisoria, pena la vita; perchè noi viviamo effettivamente non mai tra soU fenomeni, ma tra noumeni, noumeni noi stessi. Come presupposto di tutta la trattazione del problema  La dimensioontoloedco, Orestano ammette quella che egh chiama trascendentale dell'espe dimensione trascendentale dell'esperienza, come componente  Henza. costante e insopprimibile di tutta l'esperienza  nel suo complesso e di ciascuna esperienza particolarmente presa, che ne addita i riferimenti a una realtà in sé, a un ipotetico sfondo noumenico, trascendente tutti i dati componenti l'esperienza stessa. E un tale riferimento si manifesta in due direzioni: l'una verso un non-io (cose esteme, soggetti altri da noi, ecc.), e l'altra verso il nostro stesso io, come entità tanto nascosta e misteriosa  e inaccessibile quanto ogni oggetto o non-io a noi estraneo. E in questa dupUce direzione, le rivelazioni della cosa in sé che riusciamo a coghere sono egofanie, se riferibili al nostro io trascendente, eterofanie se riferibih a un mondo in sé, a un non-io. Sulla dimensione trascendentale si fonda quella che Orestano chiama metafisica del fatto empirico. La dimensione trascendentale  propone per ciascuna esperienza un'ipotesi di ordine ontologico e non soltanto fenomenico; ipotesi suscettibile di verificazioni sperimentaU soltanto parziaU e provvisorie, di correzioni, integrazioni, abbandoni e riprese. La dimensione trascendentale costituisce l'asse non solo di tutto il nostro pensare e conoscere, ma di tutto il nostro agire, in quanto ad essa noi ci appoggiamo nel  trattare i fenomeni sia sul piano teoretico, sia sul piano tecnico e pratico. La questione fondamentale dell'ontologia, secondo Orestano, consiste nell'esaminare se è possibile uscire dalla problematicità ontologica delle esperienze, rimanendo con le esperienze e nella esperienza. Questo problema comporta una soluzione positiva solo a condizione che ammettiamo a priori di poter  distinguere con criterii interni esperienze da esperienze, confrontare cioè le esperienze ontologicamente certe con le dubbie e con le ingannevoli, le obiettivamente condizionate dalle incondizionate, ecc. La scala ontoioCon questo intento e questo procedimento Orestano crede di poter ordinare i valori ontologici del nuovo realismo in una scala ontologica graduata in modo che i gradi  superiori implichino tutti gli inferiori, ma li oltrepassino aggiungendo ai precedenti indici di accrescimento di potere e di valore umano. Questa scala è così costituita: i) ricerca e verificazione di costanti delle esperienze implicante la ripetizione delle esperienze, sia la ripetizione indipendente dalla nostra volontà (osservazione) sia ripetizione a volontà (esperimento): la scienza è tutta  un'ansiosa ricerca di tali costanti; 2) verifica delle costanti teoriche scientificamente accertate, negazione integralmente considerata: l'uomo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, svolge un'azione la quale è come un interrogatorio a una realtà in sé, proposto con le nostre previsioni: i risultati dell'azione sono altrettante risposte; che danno sempre un valore positivo e negativo alle nostre  incognite e costituiscono l'unico controllo che possediamo, sebbene e soltanto approssimativo e provvisorio, delle nostre verità e dei nostri errori in un piano non soltanto fenomenico ma ontologico; 3) gli atti di valutazione, con cui si trasfigura in senso umano la realtà obiettivamente data e vi si inseriscono realtà umane che la stessa natura ignora; 4) funzione creatrice di realtà tutte e  soltanto umane, Creazione di la Creazione del mondo dei valori umani: creazione che ha  luogo non soltanto nella sfera circoscritta di una personalità ma nelle costruzioni storico-collettive le quali danno indicazioni pregnanti e provanti il realismo, nel grado massimo consentito. Questa ontologia non è più confinata ai rilievi realtà  umane. Orestano: scienza, etica e superrealismo di  date costanti, pur utilizzandole tutte; essa va oltre tutto ciò che è già acquisito all'esperienza, non solo, ma che possa esservi empiricamente dato. Non è un'ontologia passiva e contemplativa, ma essenzialmente attiva, guerriera, in cui funzioni creatrici e rivelazioni trascendentali (egofanie ed eterofanie) si compenetrano oltre tutti i hmiti. Per essa il mondo non è più una quantità data;  ma il soggetto s’immette in un mondo di possibilità sconosciute e sconfinate e marcia alla conquista di posizioni assolute. Nel mondo dei valori umani, edificato storicamente da intere collettività umane, i valori spiegano tanta piii potenza realizzatrice propria, quanto meno sono obiettivamente condizionati. Perciò si graduano essi pure in una scala dai più ai meno condizionati, e  inversamente dai meno ai più elettivamente costituiti: valori economici, giuridici, politici, morali, poetici, religiosi. In questa gradazione interna del mondo dei valori umani si va da queUi che segnano un massimo di dipendenza o condizionalità obiettiva (i valori  economici) a quelH (i valori rehgiosi) che segnano il massimo d'indipendenza o incondizionalità empirica e fondano realtà  umane storicamente resistenti e universalmente dominanti. I valori rehgiosi trasformano l'asse ontologico di tutti i valori umani in un sistema metempirico: la categoria dell'Assoluto opera in tutta la sua estensione: la trascendenza involge e domina tutta l'immanenza e questa si potenzia e subhma nella trascendenza. Alle egofanie ed alle eterofanie sono congiunte le teofanie. Tutti i  gradi  di questa ontologia dalla prima ricerca delle costanti dell'esperienza al più alto ed efficiente sforzo costruttivo di un mondo umano in funzione del SoprannaAnelito ai soturale, sono pervasi dall'anelito a una realtà non illusoria.  P''^Questo slancio di continuo superamento riesce a fondare sistemi di realtà spirituale  trasumananti, a cui nessuna realtà fisica e naturale è confrontabile per  potenza ordinatrice e per fecondità creativa. Era un errore di prospettiva della vecchia ontologia dare per veramente reale il regno della natura, e per reale  no Positivismo e correnti affini il regno dell'uomo solo in quanto assimilato al primo. Per rOrestano è vero il contrario: non c'è nulla di cosi labile come il fenomeno fisico, e nulla di più resistente e fecondo di realtà del mondo dei  valori umani, che la stessa natura è incapace di porre in essere e che l'uomo crea e propaga all'infuori di ogni dipendenza da modelli fisici e naturali. La scala ontologica, per essere umana, non è mai soltanto soggettiva, e per essere frutto di pensieri, sentimenti e volizioni dell'uomo non per questo presenta caratteri di realtà meno imponenti, anzi più, di qualsiasi più potente processo  cosmico. E, poiché ciascun grado superiore non solo implica e convahda ma anche supera tutti i gradi inferiori, Orestano quahfica il suo reahsmo costruttivo come superrealismo. Secondo questo realismo costruttivo il processo della conoscenza non è mai sempHce adeguazione passiva a una realtà data, ma si alimenta di un attivismo, che concorre col fatto proprio a stabilire la  consistenza e misura della realtà da noi conosciuta e vissuta. Le nostre categorie contro quel che pensa Kant non hanno impiego e significato, se non sono riferite alla realtà in sé. Esse sono gli schemi relativamente stabih, benché sempre ipotetici, alla cui stregua noi tentiamo di congetturare e organizzare l'accordo deUa nostra mente con una vera e non illusoria realtà. La loro funzione  è quella di ipotesi trascendentale e più precisamente di ipotesi di lavoro. Le configurazioni che l'esperienza assume in esse e per esse sono certo simboliche, ma le risposte che noi otteniamo alla nostra inchiesta logico-categorica della realtà hanno sempre un significato. Le categorie, come  ipotesi di lavoro, sono da conservare finché utili e da abbandonare, se sostituibiH con altre più  feconde. //  «superreaiiNel supcrrealismo dell' Orestano confluiscono: i) motivi del positivismo (invalicabilità dell'esperienza nella determinazione del reale, valore della scienza come attività formulatrice di costanti relazionali e funzionali dell'esperienza, rifiuto dell' a-priorità e fissità delle strutture categoriali del pensiero, da considerare invece come risultato provvisorio d'un  processo  di formazione sempre aperto, concezione dell'io smo. Orestano: scienza, etica e superrealismo i>  ili non come realtà originaria e centro e sostegno dell'esperienza ma come una costruzione mentale); 2) motivi prammatistici {['azione come supremo criterio di verifica e di discriminazione tra vero e falso); 3) motivi spiritualistici (la spiritualità umana come potenza trasfiguratrice di tutta  quanta la realtà alla luce e in forza di valori costitutivi dell'essenza stessa della spiritualità, e come potenza creatrice d'un mondo umano, grado supremo della realtà medesima, culminante nell'Assoluto divino).  Questi motivi di cosi diversa provenienza e così eterogenei sono, nel nuovo realismo delrOrestano, piuttosto accostati e giustapposti che non fusi organicamente in una visione  veramente unitaria, e gli sviluppi di essi lasciano tante oscurità e ambiguità, che essi spesso appaiono asserzioni gratuite piuttosto che, come Orestano pretende, verità dimostrate. Lo stesso concetto di dimensione trascendentale dell'esperienza, che è presentato d’Orestano come l'asse della sua ontologia, non è sorretto da ragioni che valgano a dissipare l'impressione che esso non si  distingua sostanzialmente dall'esigenza, puramente psicologica, che è alla radice di ogni realismo ingenuo. L'ontologia del nuovo reaUsmo si presenta come la trascrizione in chiave trascendentlstica di quella rete di rapporti che l'immanentismo pone come prodotta dall'io e insidente nell'io. IO. Lo SCETTICISMO E IL MATERIALISMO FENOMENISTICO DI Rensi. Rensi dopo  avere esercitato, per molti anni a Verona, sua città natale, e nel Canton Ticino, suo rifugio di profugo, l'avventura e  n giornalismo pohtico, fu professore di filosofia nell'Istituto Superiore di Magistero a Firenze e poi nelle Università di Messina e di Genova,  fino al 1934,  anno in cui, avendo rifiutato il giuramento di fedeltà al fascismo, fu privato della cattedra. Dalla fine della prima  guerra mondiale in poi egh, con una abbondante produzione filosofica, si fece banditore d'un radicale scetticismo, denunciando l'impotenza della ragione a stabihre principii che, oltre le moltepUci e  9. Positivismo e correnti affini contrastanti opinioni, permettano un qualsiasi accordo fra gli uomini nella ricerca del vero, nella pratica del bene, nella contemplazione del bello, nello sforzo  di costruzione d'un ordine sociale e politico, nell'aspirazione al divino Scrittore popòcome fonte di fiducia e di speranza. E si conquistò una larga ^"^cerchia di lettori, anche al di fuori del mondo dei filosofi di professione. Questa quasi-popolarità fu favorita dalle innegabiU doti di scrittore vivace e immaginoso; dallo spirito polemico, pronto agli attacchi piìi violenti contro gl'idoli del  giorno, a cui magari egli stesso aveva il giorno avanti bruciato qualche grano d'incenso (e il neo-idealismo di Croce e Gentile fu l'oggetto dei colpi più duri), pronto, altresì, alla difesa della causa dei vinti, all'abilità dialettica, spesso contaminata se non soverchiata da capziosità sofìstica, nel raccattare alle fonti piìi eterogenee e lontane e accozzare insieme argomenti a sostegno delle  proprie tesi, con scarso senso della prospettiva storica, più per estrinseca giustapposizione che per intima rigorosa connessione logica; infine, dalla consonanza dei motivi fondamentali del suo speculare con lo stato di disorientamento e di angoscia dominante in un'Europa turbata e sconvolta dalla catastrofe della guerra mondiale, della rivoluzione russa, dal croUo di vecchi mondi, dalle  convulsioni violente di lotte tra partiti e nazioni. Nella lunga prefazione al volume che può considerarsi come il Manifesto del suo scetticismo. Lineamenti di filosofia scettica, Rensi insiste nel tentativo di dimostrare la continuità del suo pensiero, quale è formulato in quest'opera, con le idee direttive di scritti antecedenti: e rileva, in particolare, i titoH significativi dei due hbri,  Le antinomie dello Spirito, e Sic et non, oltre che l'orientamento Le antinomie generale dell'altro volume, La trascendenza, per modeiia ragione, strare chc in tutte e tre queste raccolte di saggi è chiaro l'intento di mettere in luce l'insuperabile e reciproco contrasto tra le posizioni che la ragione prende di fronte ai problemi fondamentah della morale e della rehgione [Lineamenti) . Ma è da notare che qui si tratta di un atteggiamento che è soltanto antidogmatico e critico, non ancora Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico propriamente scettico: la negazione non è definitiva, solo si esclude la possibilità di giungere attraverso l'esame comparativo di ipotesi anche opposte a una ricostruzione sintetica: positiva. È  l'atteggiamento che esplicitamente viene affermato dal Rensi stesso nel dehneare, il programma della rivista Coenobium (di cui fu per parecchi anni magna pars), a cui pure fa riferimento la prefazione citata: Qualche millennio di svariate ipotesi metafisiche e un secolo di educazione strettamente scientifica hanno tolto al pensiero contemporaneo ogni rigidità dogmatica. Noi possiamo comprendere, e, quasi diremmo, accoghere nel più  intimo del nostro spirito le ipotesi, le tendenze, le soluzioni più opposte.... tutte noi le comprendiamo ed amiamo, perchè di tutte scorge le ragioni profonde la nostra anima multipla. Comunque, è fuori dubbio che, in quel primo periodo della sua attività di pensiero, Rensi ebbe fede sincera oltre che nel sociahsmo, quale aspirazione a una più alta giustizia nell'idealismo, o almeno in un  certo ideahsmo, al cui incremento, diede opera con la traduzione delle opere del Royce e di uno studio di Hibben sulla logica di Hegel. Egli dà, dell'idealismo hegeUano, un'interpretazione trascendentlstica, quale era richiesta da quella vena rehgioso-mistica che, come egli stesso dichiarò più tardi nella sua Autobiografia intellettuale, si mescolava in lui, in questa prima fase, con la vena scettica o antidogmatica. Contro la tendenza prevalente nel neo-ideahsmo itahano  Contro l'imma contemporaneo, Rensi afferma che 1 immanenza non e lo stadio più alto del pensiero ideaUstico, ma è solo lo stadio  intermedio  tra  una  concezione  meccanica  del  mondo  e  la  concezione  della  divinità  personale,  immanente  e  trascendente a un tempo. Successivamente dichiara Rensi nella  citata  AutoPassaggio a un biografia intellettuale, quella vena reUgioso-idealisticomistica che prima era commista con quella scettica, s’estinse in lui e lasciò il posto a una visione della realtà e della vita decisamente scettico-pessimistica. Tra le ragioni di questa pessimismo  ateistico. Positivismo e correnti afini scelta Rensi pone, in particolare, la guerra. La guerra ci pone  impetuosamente sotto gli occhi la terribile e vissuta grandiosa messa in scena dell'inesistenza d'un'universalità e comunità di ragione. Non mi limito semplicemente a dire: qui non c'è verità perchè gli uomini la pensano diversamente e si contraddicono tra loro (contraddizioni esterne); ma dimostro anche: qui non c'è verità, perchè questo pensiero logicamente non si sorregge, non può  condursi avanti senz'urti, erompono in esso invincibili contraddizioni interne. Se un concetto è interiormente e in sé stesso contraddittorio cioè contiene aspetti insolubilmente inconcOiabiU,  non si ha che da riflettere che ciascuno di questi aspetti viene incorporato e fatto proprio dalla mente di un uomo o di un popolo, per scorgere come la contraddizione interna si traduca  e rispecchi  nella contraddizione estema del dissenso e della guerra [Lineamenti). La guerra. La guerra è un fatto pohtico, in cui si affida alla irra zionalità della forza la decisione delle controversie tra le opposte ragioni dei contendenti. E le lotte interne tra i partiti non sono di natura diversa: la democrazia e il liberalismo ahmentano la fiducia che la Ubera discussione porti a un accordo suUe  questioni controverse, ma i fatti dimostrano che l'urto tra le idee diventa sempre più irriducibile; la ragione continua inesauribilmente a fornir ragioni a tutte le tesi. Un parere vale l'altro: e non c'è che una via per uscire dal contrasto, lasciare la decisione aUa forza, all'irrazionalità deUa violenza camuffata di legahtà: il principio degl'autorità costituisce l'unico fondamento della poUtica.   Il volume La filosofia dell'autorità fu pubblicato da Rensi nel 1920, con largo successo di pubbUco, e forniva argomenti di propaganda al regime autoritario che si veniva preparando in ItaHa, e che pure Rensi combattè tenacemente e sinceramente, dando si direbbe una conferma personale alla teoria scettica della vanità della ragione. La guerra è la molla della storia umana, e appunto  per questo la storia è senza senso, è un vagare cieco verso un fine che non esiste, offre il quadro sconsolante del passaggio  Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico continuo da un'assurdità e sofferenza ad un'altra assurdità e sofferenza: lo scetticismo si fonde col pessimismo. Il presente è insopportabile, si vuole evaderne, si aspira a un futuro che sia altro dall'assurdità e dal  male che è il presente: all'essere si contrappone  un dover essere. E così si crea il tempo: nel presente che è, si sogna un futuro che deve essere: e quando il dover essere si fa essere, cade in quella stessa assurdità e male che è il presente. Il  processo storico è avanzamento da errore a errore, da male a male: se si fosse nel bene e nel vero, non vi sarebbe ragione di uscire da esso, di far  seguire z\ì! adesso un poi: ci sarebbe permanenza, non processo [Interiora  rerum). In conclusione, il principio deU'ideahsmo è n reale è irrada, rovesciare: ciò che è  reale, è irrazionale; ciò che è  razionale  è  irreale. La razionalità è sogno, è fantasia che tenta di mascherare l'assurdità del reale, fìngendo un universale che invano tenta di sovrapporsi alla moltephcità incomponibile dell'individuale: non c'è una ragione una, vi sono tante ragioni quanti sono gH individui, anzi, i momenti delle vite individuah. La ragione sorge nell'uomo quando questi contrappone all'essere un dover essere, che gli permetta di farsi giudice del reale, distinguendo il vero dal falso, il bene dal male, il bello dal brutto. La critica scettica dimostra che il reale si ribella a questa pretesa  deUa ragione, affermandosi costantemente come posto al di là del vero e del  falso, al di là del bene e del male, al di là del bello e del brutto (e, accanto ai Lineamenti di filosofia scettica in generale, Rensi illustra La scepsi estetica, e La scepsi etica). La critica scettica dimostra, da una parte, che quella pretesa della  ragione è una chimera, e, dall'altra, che nell'uomo il perseguimento di  questa chimera è la radice deU'infehcità. Quale lo sbocco di questo scetticismo pessimistico? Il più ovvio sembra sia la rinuncia alla ragione a questo che è, insieme, privilegio e maledizione dell'uomo; rinuncia al suo chimerico dover essere e accettazione rassegnata e inerte del reale quale è di fatto. Ed è la via che il Rensi imbocca risolutamente, specialmente nelle opere dai titoli Positivismo e correnti affini significativi  Realismo, Materialismo critico e Apologia dell'ateismo. Ma v'è anche un'altra via, opposta alla prima: ed è quella di riconoscere un valore positivo all'esperienza del male, nel senso che, nel cruccio pel trionfo del male, nella sofferenza per la sconfitta che il reale infligge alla nostra coscienza del dover essere, s’attua l'elemento piri nobile del  nostro spirito, si ravviva l'aspirazione mistica al divino: e anche questa via percorre Rensi neUe sue ultime opere, quali Testamento filosofico e Lettere spiritiiali. Scetticismo reaRcaUsmo è la posizione nella quale sfocia lo scetticismo hstico. ^Qj^  1^  g^g^  negazione radicale della ragione. Se col sorgere della ragione nasce nell'uomo la pretesa di giudicare la realtà, nell'illusione di  possedere un saldo criterio per la valutazione dei fatti, di approvazione e disapprovazione, il ripudio della ragione significa rifiuto di attribuire alla realtà quelle qualifiche di irrazionale, assurdo, male che essa per sé non possiede, ma risultano da discriminazione operata in nome di un principio per cui qualcosa è ma non dovrebbe essere. Realismo significa constatare la realtà quale è di fatto, accettare quel che ci consta. E ciò che consta, sottratto ad ogni dubbio, è il mondo dei sensi, il mondo del positivismo ridotto al più rigoroso empirismo. Le sensazioni sono, non il tramite dell'apparire della realtà a una coscienza, bensì gli elementi che costituiscono senza residuo  la realtà stessa. Le cose come Le cose souo aggregati di quahtà sensoriaH secondo aggregati di rapporti Spaziali e temporali e categoriah: le cose sono ciò che si palpa, si vede, si ode e così via. E lo stesso io non è altro che un fascio d'impressioni sensoriali. Il linguaggio comune chiama materia ciò che nella sua concretezza è oggetto del sentire, senza complicazioni di significati  metafisici: in questo senso, per RENSI, il reahsmo è materialismo. E questo materialismo egli qualifica come fenomenistico o critico. Dando del criticismo kantiano un'interpretazione opposta a quella prevalsa nell'idealismo, egli afferma che la correlatività del reale  al pensiero,  che costituisce  il  prin  Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico cipio fondamentale del criticismo,  non può non essere raccolta dal realismo (il quale, appunto per questo, è qualificabile come realismo critico), ma va intesa nel senso che il Pensiero a cui il reale in sé (noumeno) deve essere riferito perchè sia soggetto conoscibile (fenomeno), non è un soggetto analogo all'io empirico, una Coscienza originaria a cui siano essenziaU le forme sensibili-intellettuali, (spazio, tempo,  categorie), che vengano immesse nell'oggetto, ma è l'insieme di queste stesse forme come inerenti al mondo dei fenomeni, purificate da ogni elemento psicologico della soggettività, constituenti la pensahilità del fenomeno. Il fenomeno è indipendente da ogni soggettività, e s'identifica quindi con la cosa in sé: ma cosa in sé categorizzata, e quindi conoscibile. Il realismo non è che  fenomenismo, materialismo fenomenistico. E questo, in rehgione, é ateismo. Se nulla è reale all'infuori di ciò che può essere percepito come fenomeno sensoriale, attribuire realtà a un essere che si sottrae ad ogni percezione, quale sarebbe Dio, é pel Rensi pura pazzia. Ma la negazione di Dio non significa irreligiosità: l'ateismo é anzi, per Rensi, la più alta e pura delle rehgioni.  Insegnandoci a guardare alla realtà come sovranamente indifferente, esso bandisce dalla nostra \dta ogni egoismo: é la Uberazione dall'egoismo, la stoica fermezza di fronte alle vicende tormentose del mondo, é religiosità.  Ma quest'atteggiamento non é permanente: in alcuni Ritorno di fede. degli scritti più tardi Rensi riafferma l'antico bisogno di credere: riscopre, al di là del mondo  degli atomi e del vuoto, il divino in me; il regno di Dio riluce come un regno di valori atti a salvare il nostro spirito dal naufragio nel prevalere del male. La genuina rehgiosità consiste, per lui, nel non adagiarsi, sia nella pace della negazione, sia in quella dell'affermazione: il problema ci sta dinanzi come un problema che continua ad eccitarci e ad angosciarci.  Tutta la produzione del  Rensi, dalle prime opere a quelle della vecchiaia, é un perenne intrecciarsi e susseguirsi di motivi contrastanti: inflessioni d'una sensibihtà estrema Positivismo e correnti affini mente mobile e acuta, piuttosto che articolazioni di un pensiero vigile e rigoroso: lirica, piuttosto che filosofia. Lo  SCETTICISMO SOLIPSISTICO DI LeVI Diversissimo, fuorché nel nome, da quello del Rensi  lo scetticismo di Levi, elaborato attraverso un'indagine storica, intelligente e minuziosa, di tutte le posizioni filosofiche fondamentali. Nato a Modena da una famigha di Reggio Emilia Levi, precocemente incline agli studi ma ostacolato da una malferma salute, si licenzia al Liceo Spallanzani di Reggio, e, quando si iscrisse all'Università di Pisa, aveva già in cantiere la pubbhcazione di  alcuni codici. Proseguì poi gli studi a Firenze, con Tocco e Sarlo, e a Roma, dove si laurea con Barzellotti. La tesi, su L' indeterminismo fu lodata da Bergson. Levi entrò nell'insegnamento secondario, che professò con grande scrupolo ed efficacia, ad Arezzo e a Torino. Ottenne la libera docenza, e più tardi la cattedra di storia della filosofia nell'Università di Pavia. La sua produzione  storica, ripetutamente premiata dai Lincei e dall'Accademia delle Scienze di Torino, comprende ormai numerosi titoli, soprattutto di filosofia antica: da Le origini della scienza a Platone [Sulle interpretazioni immanentistiche della filosofia di Platone, Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi problemi del divenire e dell'essere nella filosofia di Platone, che riprende l'identico tema  trattato sulla / sofisti. Rivista di filosofia neoscolastica per il periodo anteriore a Platone. Più tardi Levi affrontò i sofisti, sceverando gli autentici dagli pseudosofisti, difendendoU dall'accusa di aver corrotto i costumi, e insistendo sul contenuto etico del loro insegnamento. I pregi filologici di questi studi (ripresi nella Storia della sofistica, a cura di Pesce, dimostrano come Levi avesse  messo a frutto l'insegnan problema delmento di Vitelli. Seguì una serie di articoli su Verrore. ji  p^^oblema dell'errore, dai presocratici a Windelband in varie riviste, e una serie di saggi su pensatori inglesi  Levi: scetticismo solipsistico Bacone, Hobbes, Berkeley, Hume, messi a raffronto con Descartes e con Leibniz, allo scopo di sfatare la leggenda di una contrapposizione rigida tra  empirismo e razionalismo da Cartesio a Kant. L'interesse teoretico che spinge Levi a queste ricerche non ne falsa, tuttavia, la prospettiva storica. Duro fu per Levi abbandonare l'insegnamento a causa delle leggi razziali. Si ritirò a Todi, nelle terre di famigha della moghe, poi a Roma, dove potè continuare a studiare nelle biblioteche pontifice. Alla fine della guerra fu reintegrato ma,  sempre più debole di salute, non riprese a insegnare: continuò fino all'ultimo l'attività di ricerca preparando, in particolare, una Storia della filosofia romana. Il frutto speculativo che Levi trasse dalle sue ricerche L'estetica. storiche lo troviamo anzitutto nel volume La fantasia estetica, la cui conclusione, tutta problematica, è che l'opera d'arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente, e suscita, in chi la contempla, uno stato particolarissimo, irriducibile e non del tutto definibile; e lo troviamo soprattutto, in Sceptica, ristampato da Ravà con aggiunte inedite. Questo hbro ebbe una risonanza notevole, in Itaha e fuori. Fu largamente letto. Ne parlarono Losacco e Varisco, dopo che Pastore aveva dedicato un intero volume alla sua  confutazione Il solipsismo, Torino. Che il Hbro fosse notato anche in Inghilterra Mind non meraviglia: il suo andamento aporetico ricorda quello di Apparenza e realtà del Bradley. Tra noi, esso urtava inevitabilmente l'ortodossia  gentihana, perchè accusa la teoria deUo spirito come atto puro di essere un soHpsismo trascendentale che avrebbe trovato la propria  coerenza solo diventando  soHpsismo empirico. Comprensibile, quindi, la reazione di Carlini Studi di filosofia,  in AnnaH  deU'istruzione  media, a cui Levi rispose con il scritto Come si ricostruisce la storia Rivista Pedagogica. Il solipsismo. La tesi del Levi trovò per contro, buone accoglienze presso la scuola del Varisco. Castelli ZUBIENA, dopo averla ripresa in Idealismo e solipsismo Roma, dedicherà a II  solipsismo, un intero volume del suo Archivio di filosofia che già aveva pubblicato Scetticismo e solipsismo del Levi medesimo. Anche Allenej giudica con benevolenza la filosofia di Levi sulr Archivio di storia delia filosofia. Muovendo da altro punto di vista, Piovani pubbHca nel Giornale critico della filosofia italiana un articolo. La conclusione del solipsismo, in cui dichiara   fondamentale il contributo del Levi allo studio del sohpsismo, proprio perchè esperto dell'esperienza dell'idealismo: pur osservando che la soluzione raggiunta risulta assai  fragile, nella sua pretesa di formulare un imperativo della coscienza senza sapere Fa ciò che devi, avvenga ciò che può. Infatti l'imperativo implica già, quanto meno un agire sapendo quale sia il dovere da farsi. Tale  incertezza deriva dal  fatto che la posizione del Levi non è attivistica, ma ancora legata, per taluni aspetti, allo scetticismo tradizionale, mentre il sohpsismo, secondo Piovani, non può essere, da ultimo,  che attivistico. Non si sa se Lo Scetticismo del Levi non afferma che sia impossibile sapere: afferma però che è impossibile sapere se si sappia o no. È come il fuoco, che consuma le  altre cose, ma anche sé stesso. Esso sfugge, così, all'accusa di interna contraddizione che colpisce lo scetticismo dogmatico  [Sceptica,  ed. a cura di Ravà, Firenze. E a una tal conclusione giunge muovendo da un'impostazione gnoseologistica, secondo cui tutto ciò che si dice dell'oggetto è condizionato dal pensiero, che pensa l'oggetto. La domanda è allora, anzitutto, se il pensiero sia  uno strumento in sé stesso adatto al suo ufficio, o non includa qualche vizio di costruzione. Solo in seconda istanza, posto che il pensiero sia uno strumento adatto, potremo domandarci quale interpretazione debba darsi dell'oggetto pensato si sa. Levi: scetticismo solipsistico Un motivo fortissimo di diffidenza è dato dall'errore: da quel problema, cioè, che, appunto perciò, Levi anda  studiando sotto un profilo storico. L'esperienza d'aver sbagliato una volta mi fa sospettare che sia possibile sbaghare sempre, e lo scetticismo nasce da questo sospetto. Acutamente Levi vede che, a questo problema, sfugge l'ideaHsmo attuale gentiliano, quando contrappone all'errore, come pensato, l'atto del pensare che, in quanto è attuale, non può non essere nel vero. EgU vede però  anche che questo vantaggio è illusorio: ciò da cui si avrebbe interesse a tener lontano l'errore è, appunto, il pensato. Infatti che l'atto, in quanto atto puro, sia infaUibile, non mi dice nulla circa la validità di ciò che penso. Per poter fruire di un contenuto, occorre affidarsi all'evidenza del pensato: ma si può sempre temere di scambiare per evidenza una sempHce impressione  soggettiva.   Sollevato il dubbio sulla capacità di mediazione del Critica a reaiipensiero, Levi passa a domandarsi se, ciò posto, vi sia  id^una metafisica plausibile, se non certa dell'oggetto pensato: e attacca, nell'ordine, il reaUsmo espHcito, il monismo, la filosofia dell'esperienza, il monadologismo, l'ideaHsmo attuale. Egli osserva che il reahsmo ingenuo, che identifica il reale con ciò che appare,  è messo in crisi dall'esigenza di discernere che cosa vi sia di oggettivo in questo apparire; ma che, d'altra parte, il tentativo di rintracciare la realtà oggettiva in un insieme di elementi materiali, dotati di mere qualità primarie secondo i canoni del meccanicismo, fallisce, perchè non spiega quell'effettivo divenire sensibile del mondo, colorato, sonoro, ecc., che è, appunto, il concreto. Il  meccanicismo altro non è  se un tentativo di eHminare quell'offesa al principio di identità che è rappresentato dal divenire: la realtà vera, afferma infatti il meccanicismo, rimane immutata. Ma  e qui si sente, nell'argomentare del Levi, l'influsso del Bergson e del Meyerson esso non può giustificare come mai questa immutabihtà sostanziale appaia, al soggetto, come un mutamento  qualitativo. Come determinazioni dell'essere, il quale non esiste che in esse determinazioni, le singole coscienze si distinguono in quanto coscienze, s'accordano quanto al contenuto; ciascuna è un variare per conto suo, e insieme, per la stessa ragione, il variare di ciascuna si compie, ciascuna si svolge o si inviluppa, secondo le medesime leggi universah.  L'assoluto, pertanto, viene a  coincidere con l'universo. L'Essere come Nell'unità della sua forma, che imphca la necessità, ma, insieme, neUa moltepHcità deUa sua materia e delle sue forme secondarie: moltepHcità che impHca la accidentahtà. L'essere indeterminatissimo, di cui Varisco parla richiamandosi al Rosmini è, per un verso, l'orizzonte in cui ogni soggetto pensa impHcitamente l'universo; ma non è  qualcosa che sussista indipendentemente dai fenomeni e da quelle loro unità secondarie che sono i soggetti. Ciò spiega, più esaurientemente di quanto non facessero / fnassimi problemi, perchè Varisco non si senta in grado, in questa fase del suo pensiero, di giustificare la trascendenza dell'assoluto a cui, pure, l'esigenza del permanere dei valori lo porterebbe a credere. Il soggetto dei  soggetti. Dopo Conosci te stesso 11 soggetto diil Varisco lavorò per altri vent'anni al suo problema fondamentale, che rimase il problema del principio unitario, il problema di Dio. Qualche altro cauto passo è mosso verso il riconoscimento della trascendenza divina, e porta, da ultimo, a una concezione che a Varisco appare concihabile con una religione positiva quale il cristianesimo.  Nelle Linee di filosofia critica, un hbretto di introduzione teorico-storica alla filosofia, esposto in forma piana e colloquiale, e che fu raccolto per iscritto da Castelli la parte conclusiva, più interessante, verte appunto su Dio, e prospetta la necessità di risalire a Dio muovendo dal problema della subcoscienza. Il soggetto è fatto in gran parte di subcoscienza: basti pensare ai ricordi che  tornano di quando in quando, e in minima parte, alla mente. E ciò suscita il problema: come può il non conscio (o non più conscio) divenire conscio? La subcoscienza rende evidente che il soggetto che conosciamo è finito, cioè che ha qualcosa, per qualche aspetto, fuori di sé. Ma, d'altro canto, una realtà non riducentesi a pensiero pensato è un controsenso. Per superare le difficoltà  rilevate, non c'è che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo; ammettendo, al di sopra d'ogni singolo, il soggetto universale. Il pensiero di questo soggetto universale dovrà essere: in primo luogo, tutto consapevole; in secondo luogo, creatore d'ogni realtà. Allora si potrà capire che, ciò che è subconscio nel singolo sussiste tuttavia come pienamente conscio nel soggetto  universale, e che la realtà, irriducibile al pensiero del singolo, consiste tuttavia in un pensiero del soggetto universale. La creazione. Quella chc generalmente si dice creazione si può, allora, concepire così: il soggetto universale fa, di certi suoi pensieri, un gruppo connesso, e li dota di una coscienza  e di una iniziativa autonome, di cui neppure il soggetto universale conosce in anticipo  gli sviluppi. Ciò peraltro non limita il soggetto universale, se non nella misura in cui lui stesso vtwle questo indeterminismo, mantenuto all'interno di un controllo costante e consapevole.  // teismo. Varisco formula, così, un teismo in cui Dio è, in certo modo, esterno ai singoh, ma non viceversa: perchè il soggetto singolo, essendo, anche in ordine alla propria iniziativa, interno al  soggetto universale, nella coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia, ipso facto, anche nella coscienza del soggetto universale. // soggetto dei soggetti  È quello che il volume Dall'uomo a Dio, chiamerà immanentismo relativo, o identicamente trascendentahsmo relativo, in contrapposto a trascendentahsmo e immanentismo assoluti: non senza citare San Paolo, negU Atti  degli Apostoli, secondo cui gli uomini in generale, i soggetti vivono, si muovono ed esistono in Dio Dall'uomo a Dio. Frattanto Varisco aveva pubblicato in Logos un articolo su La prova ontologica, affermando che l'argomento di AOSTA non compie un salto ingiustificato dall'ordine del pensiero a quello dell'esistenza, perchè, quando si pensa un oggetto, non lo si pensa isolatamente,  ma sempre in un sistema di relazioni; quindi, quando si pensa id quo maius cogitari nequit, si pensa qualcosa che effettivamente non si trova nella sola mente umana. Ma significa anche, ciò, che questo essere sia tutt'uno col Dio del cristianesimo?  Cosi si chiede Dall'uomo a Dio; e risponde: si tratta, senza dubbio d'un pensiero (anzi di un pensare), senza, però, che se ne possa concludere  nulla rispetto ad altri attributi, pur necessari al concetto cristiano di Dio. Dall'uomo a Dio rappresenta, per certi aspetti, un perDifficoltà. fezionamento del monadologismo varischiano, ma non toglie tutte le difficoltà. Non soddisfa l'esigenza, sentita da Varisco fin dal periodo positivistico, di ascendere al concetto di Dio attraverso una riflessione ben fondata, compatibile con quella della  religione positiva. E, questo, perchè il Dio di Varisco è pur sempre un concetto gnoseologico-metafisico. Pili che di quel rapporto lo-Tu, in cui l'uomo rehgioso si sente rispetto a Dio, si tratta, insomma, del rapporto tra una monade infinita, leibnizianamente priva di rappresentazioni oscure e confuse, e, quindi, di materia e le innumerevoh monadi finite, che essa costituisce in sé, come  espressione (non già parziale, ma prospettica) di particolari punti di vista. Tutto ciò che l'uomo presentemente pensa è, in ogni caso, pensiero divino presente: l'uomo non è staccabile dalla coscienza divina di cui è una formazione. L'uomo è tutto immanente in Dio, invece Dio non è tutto immanente in alcun uomo; essendoci necessariamente nel pensiero divino qualcosa che nessun  singolo, né  tutta insieme la moltitudine dei singoli, pensa con determinazione. Del resto, nonostante gli sforzi meritori della figlia, e poi, dopo la sua morte, di Castelli-ZUBIENA coadiuvato dal nipote del Varisco, Alliney, per riordinare i manoscritti inediti seguendo alcune sommarie indicazioni rinvenute in un libro di appunti. Dall'uomo a Dio risente della mancanza di una revisione  definitiva da parte dell'autore, e le sue conclusioni rimangono, in parte, sospese. Interesse pra La filosofia del Varisco, pur nel suo  '^mai abbandonato teoreticismo cioè nel suo intendere il problema della realtà essenzialmente come un problema di teoria della conoscenza è assai sensibile al problema morale, quando questo sia inteso nel suo senso piìi universale e profondo. Il pensiero  infatti, che della realtà è il fondamento, consiste essenzialmente in un'attività, in un fare (sia pure non riducibile al fare poetico di chi plasma una materia preesistente; e il bene consiste neU'espandersi di questa attività, protesa su tutto l'universo. La sezione introduttiva del capitolo su I valori, nei Massimi problemi, afferma appunto: Il soggetto, per sua natura, ossia in virtù di quella  legge a cui deve l'essere, tende insieme a intensificare sé stesso e ad espandersi, ad includere in sé l'universo: la soddisfazione o l'insoddisfazione di queste due tendenze (che, in sostanza, ne fanno una sola) sono essenzialmente, per il soggetto, un bene o un male. Questo espandersi mostra il suo vero valore solo quando non riguardi l'animale associato all'io, bensì l'io medesimo; e io  vuol dire autocoscienza, ossia cognizione. // conoscere è Di Conseguenza, conoscere o non conoscere, o, peggio, errare, sono un bene e, rispettivamente, un male: do\Temmo anzi dire, il bene, il male. Ma questo, aggiunge Varisco, non vuol dire che bene e male si riducano a  mo  identico al bene.   //  valore menti di coscienza teoretica, perchè coscienza teoretica, attività e sentimento  non sono tre cose, sono tre aspetti, o tre forme, d'mia stessa cosa. Ciò implica una particolare unità della coscienza in senso pratico con la coscienza in senso teoretico, in virtù di un originario principio di organizzazione universale necessario indicato comunemente col termine di a priori e che si riduce all'essenziale connessione della coscienza umana con la divina Dall'uomo a Dio. In  questo senso Varisco può affermare che la coscienza, una, saldamente organizzata, essendo la radice dei valori, è il massimo valore. Questo particolare carattere attivo, e non soltanto contemplativo, del coscienziahsmo varischiano spiega l'interesse del Varisco per i problemi dello stato: di uno stato che deve essere fortissimamente organizzato: cosi organizzato come un uomo robusto,  intelligente e di carattere che s'afferma, s'apre una via, sviluppa l'attività propria d'accordo con gh altri, se gli riesce: ma anche, se non gU riesce, contro chiunque gli impedisca di realizzare il suo diritto, che è la sua forza, ma che sta un poco anche nella sua forza. Questo l'ideale che accomuna gh scritti di La scuola per la vita con i Discorsi politici, da cui la citazione è tratta. Codesti  discorsi si concludono con lo scritto introduttivo su L'idea dello stato, che indica la vera funzione deUo stato nel realizzare la prosperità, così del popolo in quanto moltitudine ordinata, come dello stato, cioè ancora del popolo, in quanto unità viva e spirituale. A uno stato che la compia, non si può domandare altro se non che seguiti a compierla, sviluppandola. Uno stato che non la  compia non fa che disorganizzare sé stesso e il popolo. Neoclassicismo filosofico. In una età di ritorni romantici in filosofìa, la dottrina del Varisco rappresentò un esempio di filosofìa neoclassica, che dal romanticismo, tuttavia, è condizionata. Condizionata per la sua impostazione, costituendosi come una riflessione di secondo grado Monadismo teistico  di Varisco sull'attività del  soggetto, attraverso la quale si perviene a una conoscenza dell'oggetto, cioè della realtà unitaria, costituita dall'interferire di infiniti centri soggettivi. E condizionata nel suo esito: perchè  tale conoscenza dell'oggetto a differenza che nei grandi classici della filosofia, a cui Varisco si ispira non riesce più a svilupparsi in una forma schiUerianamente ingenua, ma solo in una forma  sentimentale. E, infatti, la cautela scientifica, che, pur trasformandosi, rimane il canone metodologico del Varisco, dà luogo, non già a una vera e propria inibizione speculativa perchè Varisco non esita a proporre un suo sistema ma, certo, a una speculazion e fatta più per discutere che per Eredità più di costruirc. Ciò che Varisco trasmise a una parte non trastimoh che di scurabile della  filosofia italiana fu, quindi, un'eredità fatta contenuti. più di stimoli che di contenuti. All'estero, il suo pensiero ebbe qualche risonanza in Francia, e meglio che altrove fu capito in Inghilterra, grazie all'attenzione che gli dedicò Taylor. In effetti, se la forma mentis del Varisco ha qualcosa in comune con quella del Bradley, il suo monadologismo si lascia facilmente avvicinare a quello  degli idealisti inglesi non monisti, e del McTaggart in particolare. La cosa può colpire,  considerando che il Varisco ha fonti  al di fuori delle italiane (Rosmini) soprattutto tedesche e francesi; ma, in realtà, si spiega facilmente: l'idealismo inglese non monistico e l'idealismo varischiano risalgono a una stessa radice comune, non sempre scoperta, ma assolutamente fondamentale: il  pensiero del Lotze. Di qui Varisco trasse, oltre che i materiali più importanti della sua costruzione coscienzialistica, l'impulso (di origine lontanamente leibniziana) che gU permise di uscire dalla prospettiva del positivismo: il riconoscere, cioè, alla scienza la possibilità di afferrare l'intero reale, però sotto un suo aspetto soltanto. Ciò rende inevitabile, per giustificare l'oggetto stesso  della scienza, il non rimanere chiusi nella sua prospettiva soltanto, bensì l'uscirne, pur con tutte le necessarie cautele metodologiche, verso una prospettiva specificamente filosofica. La formazione di CaraBELLESE  ben corrisponde aUa  difficoltà di collocare il suo  pensiero in uno sviluppo organico della filosofia italiana. Dopo aver frequentato le scuole secondarie presso il Seminario di Molfetta (dove era nato), si iscrisse in Giurisprudenza a Napoli, e si laureò con una tesi, poi stampata, dal titolo Sulla vetta ierocratica del Papato, che rivela abbastanza scoperte ambizioni letterarie. Solo nel 1905 si laureò in filosofia a Roma, dove avvenne l'incontro col Varisco sotto il segno di un comune interesse per il Rosmini. La teoria della percezione intellettiva in Rosmini fu  l'argomento della tesi, pubblicata , e recensita dallo stesso Varisco sulla Rivista di filosofia. Anche quando, dopo aver insegnato a lungo nelle scuole secondarie, CarabeUese salì in cattedra a Palermo, forte ormai di una concezione tutta sua, egli rimase devoto al Varisco come al massimo rappresentante di un ideahsmo non storicistico. E grazie a Varisco, che premeva su Giovanni Gentile, CarabeUese fu chiamato a Roma, di dove ebbe modo di esercitare una influenza quantitativamente meno vasta di quella di Gentile, ma assai profonda. Quando CarabeUese mori (a  Genova) la sua attività speculativa, cominciata  assai tardi, era  an L'Ontologismo  di Carahellese Soluzione originale di un problema comune. L'uovo di Colombo. Cora in pieno corso, sul binario  su cui, da  25 anni, egli l'aveva avviata. Ma l'essenziale del suo pensiero, probabilmente, era ormai stato detto: difficilmente le applicazioni che egli anda definendo soprattutto attraverso una preparazione meditatissima dei suoi corsi di teoretica avrebbero dato un indirizzo nuovo alla sua riflessione, che aveva proposto, ormai, una sua soluzione personaUssima a una problematica tutta inserita nell'ambiente italiano di quegli anni. Se, infatti, la soluzione di Carabellese non è avvicinabile a nessun'altra, i problemi che egU affronta non sono sollevati da  lui:  gU sono posti, piuttosto, dalla filosofia di Gentile, e dalla  interpretazione che Gentile dato dell'Ottocento tedesco, in relazione alla filosofia moderna. Gentile rappresenta, come si vedrà, il punto d'arrivo di un processo storico lunghissimo, cominciato con Platone, giunto al suo punto di rottura con Hegel, e portato da Gentile a un estremo che rovescia i termini stessi del problema; del problema di determinare il contenuto dell'idea. Colla teoria  dell'atto puro,  Gentile era giunto a un  radicale ideahsmo senza le idee. Varisco, per contro, affonda le sue radici in un passato piìi recente: da Leibniz in poi; e propone in Italia  (parallelamente a quanto fa l'idealismo personahstico in Inghilterra) temi dello spirituaUsmo tedesco non hegehano: in particolare, il tema del rapporto indispensabile, ma cosi difficile da configurare tra soggetto  e oggetto del conoscere. Con un tratto di genio  (uovo di Colombo, lo chiama la Critica del concreto), Carabellese si accorge che è possibile soddisfare alle esigenze del Gentile e del Varisco insieme, h'idea può essere considerata in una forma non assolutamente plurahzzabile, e tuttavia non come un atto come atto soggettivo bensì come oggetto puro. Il compito di attuare tale idea andrà invece affidato a soggetti plurimi, mai unificabili nel varischiano soggetto assoluto. Così i punti d'arrivo delle due distinte evoluzioni dell'idealismo assoluto e  dell'idealismo personalistico vengono a coincidere in un punto solo, grazie a un riassestamento  Il problema nel significato di certi termini tradizionali, che li rende compatibili in una forma nuova. Per certi aspetti, questo riassestamento è bensì un rovesciamento di Gentile, come sostiene Abbagnano sulla scorta di una osservazione dello stesso Carabellese: ma non certo un rovesciamento meccanico. Occorre un pensiero originale per arrivarci, sebbene, poi, i concetti così riassestati assumano tutta l'aria d’essere appunto qualcosa che le due Hnee idealistiche precedenti  avrebbero voluto pensare,   senza  riuscirci. Ripensamento della filosofia moderna. Tratinteresse storitandosi, dunque, di riprendere originalmente problemi altrui,  ^o-teorehco. si spiega che la filosofia  del CarabeUese nasca da una continua discussione storico-critica dei sistemi che formavano la base della cultura filosofica del tempo: essenzialmente, da una reinterpretazione della filosofia moderna Da Cartesio a Rosmini, che, come dice il sottotitolo di questo volume, stampato da Carabellese, rappresenta la fondazione storica dell'ontologismo critico carabellesiano. D'altro canto la  pretesa, che CarabeUese manifesta, di trovare, in questo medesimo materiale storico  (e in particolare neUa tappa pili importante rappresentata  da  Kant), un significato speculativo tutto diverso da quello che s’era comunemente abituati a riconoscervi spiega perchè Carabellese, pur nel suo filosofare tutto appoggiato a una critica storica, assuma un atteggiamento che potremmo dire profetico: non nel senso di predire il futuro, s'intende, bensì di parlare in nome di altro, essendo questo altro una Verità con cui gl’uomini erano già prima a contatto, ma senza essere capaci di riconoscerla: come i dormienti di EracUto, che non si accorgono di quel logos con cui massimamente hanno a che fare (framm.). Atteggiamento profetico, al punto che CarabeUese giunse a pensare che fosse necessaria la sua sparizione come persona fisica perchè la verità da lui proclamata trionfasse. Questo presentarsi come uno che dice: Ora vi spiego io ciò  che cercavate di pensare, senza riuscirci dava inevilabilmente fastidio a molti; e l'espressione piìi fuor dei denti di questo fastidio si trova probabilmente in un articolo d’Ottaviano: Pontifex Maximus locutus est (in  «Sophia Ma, in fondo, Carabellese non ne poteva nulla se il suo filosofare era un ripensare creativo, e se il suo ripensamento dei problemi era una trasposizione, che da un senso nuovo a un materiale già apparentemente sfruttato fino in fondo. Interpretazione In che cosa consiste qucsta trasposizione, che trasforma del termine  i^ogjj  problema quasi con un colpo di bacchetta magica?  Consiste in una interpretazione del termine oggetto, che per un verso rovescia ciò che con quella parola si è sohti pensare, ma per un altro porta in piena luce una esigenza che, pure, aveva guidato i filosofi nel parlare di oggettività. Oggetto è, comunemente, il determinato che sta contro alla facoltà di rappresentazione cosciente: il Gegen-stand, rispetto a cui una coscienza, in sé  potenziale, si determina in guise particolari. Oggetto è il calamaio, la penna, il libro senza i quali la mia coscieriza sarebbe una tabula rasa, priva di segni che la determinino. Rasa non è detto che significhi inattiva: anzi, la mia facoltà rappresentativa non sarebbe tale se non fosse attività; ma, certo, questa attività rimarrebbe priva di contenuto, se non si riferisse a certi dati esterni particolari, che sarebbero gh oggetti. Questa impostazione realistica del problema dell'oggetto è,  per Carabellese, il proton pseiidos della filosofia: il primo falso, e, in fondo, anche l'ultimo, perchè questo falso radicale ritorna, rovesciato, anche in quella dottrina che tradizionalmente s’oppone al realismo empiristico, l'idealismo. L'idealismo si era sforzato, con Platone, di porre oggetti  (in questo caso sarebbe meglio dire: principii di determinazione) sovratemporaH, le idee, distinti dagli oggetti empirici. Molto più tardi, con Berkeley, aveva cercato di riportare all'attività di uno Spirito il principio di determinazione particolare delle coscienze, che le cose materiali, inattive, non potevano fornire. In seguito Fichte aveva cercato in una egoità pura quell'unità delle  coscienze che, prima. Ripensamento della filosofia moderna si era soliti attribuire al fatto che le coscienze, per determinarsi, si riferirebbero ai medesimi oggetti. Infine, con Gentile, l'idealismo si era scrollato di dosso tutta questa problematica. Aveva interpretato quella moltepHcità di determinazioni, in cui si è soKti cercare il concreto, come un mèro salto in basso: come una caduta  dall'atto puro, nell'astratto. Di fronte al soggetto, sempre identico a sé, la molteplicità delle determinazioni non è piri che l'astratto, sebbene, dialetticamente, sia contenuta nel soggetto medesimo. A questo punto era divenuto inutile fondare l'ideahsmo su un mondo di idee, vuoi eterne, vuoi prodotte volta per volta da uno Spirito divino. L'ideahsmo poteva liberarsi dal problema delle  idee, al plurale, la pluralità non essendo altro che caduta nell'astratto, da cui l'ideahtà deve, appunto, riscattarci. Sembra così, al momento in cui Carabellese cerca la sua via, che il problema di una pluralità ideale fosse stato risolto definitivamente, cancellandone il concetto. Unicità dell'oggetto. Una linea diversa, di idea Non u soggetto hsmo pluralistico, oppone tuttavia al monismo  l'irriduci^^^.J'°  bihtà dei soggetti plurimi, eppure concreti. Una esigenza che era giusto far valere; ma essa aveva il torto di farla valere attraverso una contrapposizione estrinseca all'idealismo trascendentale: quindi di non poter spiegare a quest'ultimo, dall'interno, perchè, impostando il problema in quel modo, l'ideahsmo si rovesciasse, paradossalmente, in un idealismo senza le idee.  Per contro, osserva Carabellese, basta chiarire una cosa semplicissima: quell'esigenza d’unità e unicità a cui l'ideahsmo gentiliano cerca di rispondere con il concetto di un soggetto unico come atto puro è invece precisamente l'esigenza espressa dal termine oggetto. Non è appunto l'oggetto ciò in cui tutti i soggetti s'incontrano, convengono, riconoscono un'unità? È dunque l'aspetto  oggettivo quello che non si lascia plurahzzare, l'unico per tutti, e non l'aspetto soggettivo dell'esperienza. Converrà, dunque, cessare di parlare di oggetti, al plurale: sarebbe uno scambiare 1'oggetto colla cosa. unico. lato. E, dal momento che le cose non sono l'oggetto (sebbene abbiano, certamente, un'oggettività, non occorrerà piìi, come fa l'ideaHsmo tradizionale, andare in cerca di  oggetti superiori alle cose, le idee, per superare l'empiricità. L'oggetto è inconfondibile coll'empiricità, per ciò stesso che è unico. In questo modo l'idealismo riesce a scalzare veramente il reahsmo, senza lasciarsene soggiogare. Per contro gli oggetti superiori alle cose, presi al plurale, come idee, sono in realtà concepiti ancora al modo di cose. E appunto per sfuggire a tale incongruenza  l'ideaHsmo s’era visto costretto, da ultimo, a rifugiarsi in una egoità pura, e poi in un atto puro, di cui tutte le determinazioni particolari non sono che una caduta. Realismo deheiAppena si csclude dall'oggetto, in quanto oggetto, ogni pluralità, il realismo è debellato, perchè il modello empirico delle cose non vale piìi. Non per questo i soggetti saran costretti ad attribuire aUa mèra  empiria (seguendo Gentile) il loro reciproco distinguersi l'uno dall'altro. Anzi, liberati dall'obbligo di fornire il principio di unificazione, i soggetti molteplici potranno, e dovranno, rivendicare come irriducibile la propria plurahtà, ben piìi fondatamente che nell'ideaKsmo personaHstico varischiano. Quest'ultimo, per spiegare l'incontro dei soggetti che costituisce una stessa esperienza   oggettiva, doveva ricorrere a un Soggetto assoluto supremo, che tollererebbe in sé i punti di vista Umitati dei soggetti particolari. NeUa nuova situazione, invece, il concetto di un oggetto, assolutamente unico, come idea, non solo tollera, ma esige d’essere intrinseco, nella coscienza, a una pluralità di punti di vista  soggettivi. Intrinsecità di soggetto e oggetto. Occorre dunque cessare  di concepire l'oggetto come qualcosa che ci sta contro, secondo una relazione che, per ciò stesso, risulterà esterna. Ciò che ci sta contro non è l'oggetto come idea luogo d'incontro di tutti i soggetti bensì l'altro da me; cioè sempre l'edtro soggetto. Le cose, è vero, ci stanno contro: ma solo perchè nascono daU'interferire dei vari Intrinsecità di soggetto e  oggetto soggetti, non perchè siano  oggetto, o oggetti al plurale, a cui ci riferiamo. In altri termini, il rapporto, su cui tanto avevano insil« concretezza stito i vari idealismi spiritualistici dell'Ottocento, non nei rapporto tra i soggetti e l'og mtercorre tra 1 soggetti e 1 oggetto: il rapporto, legando getto. altro ad altro, è sempre tra i diversi soggetti; e aver concepito V intrinsecità di soggetto e oggetto come un rapporto (in  conseguenza di un uso troppo generico, e perciò equivoco, delle parole rapporto e relazione) ha fatto fallire gli innumerevoh tentativi (conosciuti anche in Italia, soprattutto da Martinetti in poi), di costruire la concretezza  dell'esperienza attraverso il rapporto tra soggetto e oggetto. Che il concreto non si trovi, né nell'oggetto per conto suo, né nel soggetto per conto suo, ma solo nel loro  rapporto, era stato ripetuto in mille maniere da spiritualisti, psicologi, monisti, idealisti, neokantiani, ecc.  : ciascuno cercando di utilizzare a modo suo il trascendentalismo di Kant. Ma nessuno aveva saputo liberarsi da quell'elemento falsificatore attraverso cui, malauguratamente, il trascendentahsmo kantiano era filtrato: la teoria della rappresentazione di Reinhold. Dire che il concreto  non si trova né nel soggetto per conto suo, né nell'oggetto per conto suo, é vero, ma non implica che si trovi in un loro rapporto; e neppure nel semphce rapporto dei soggetti tra loro, come per il Varisco. Il concreto si trova neU'intrinsecità dei soggetti con l'oggetto, che non può dirsi rapporto perché non é un riferimento ad altro. CarabeUese chiama questa intrinsecità compattezza  interpretando in questo modo il problema che l'Ottocento tedesco aveva ereditato da Kant, e poi trasmesso, irrisolto, al secolo successivo: l'inseparabilità del soggettivo e dell'oggettivo. Kant, osserva la Critica del concreto, ha dimostrato, con evidenza che finora nessuno é riuscito di oscurare, che quei due mondi formano una concreta compattezza Nella terza edizione, il testo sarà variato: che quei due mondi necessariamente formano o richiedono un mondo solo, che non é piìi mondo, ma é essere concreto deUa coscienza. L'aggancio a Questo Oggetto che è unità (non Rosmini, Gio-Qi^^dMìk di cose o di idee a immagine e somiglianza delle berti e Gentile. cose) è l'essere; l'essere in quanto oggettività pura: dunque, se si vuole, 1'essere oggettivo di Rosmini.  Ciò spiega a sufficienza l'attenzione di Carabellese verso la dottrina del  roveretano che attraverso Bonatelli e per ragioni tutte diverse era stata già una fonte anche del Varisco. In che modo, però, si potesse adoperare Rosmini per ovviare davvero (come Rosmini avrebbe voluto) all'errore gnoseologistico della filosofia moderna, non poteva risultare chiaro a CarabeUese ai tempi della  laurea: occorre, in verità, che Gentile porta alle sue ultime conseguenze quell'errore. Questa è la ragione sostanziale per cui Carabellese, come filosofo, matura tardi. Dopo che Gentile ebbe pubblicato la sua Riforma della dialettica hegeliana, il pensiero di CarabeUese comincia a dehnearsi. Nel volume suLl’essere e il  problema religioso. A proposito del Conosci te stesso di Bernardino  Varisco si configura il tema di quello che sarà il suo ontologismo; e nel saggio sula coscienza  morale, stampato a qualche settimana di distanza dal precedente, è già quasi esplicita (Critica  del  concreto) la scoperta della concretezza dell'essere, Venne, però, la guerra e la meditazione del Carabellese dovette interrompersi per cinque anni. Quando riprese (Gentile, frattanto, aveva  pubbhcato le sue opere principali), le linee maestre del suo pensiero mostrano, ormai, queUo che sarà  i] loro assetto definitivo, l'assetto della Critica del concreto. Rosmini è rimasto, ma l'essere oggettivo e indeterminato che, con la sua presenza alle menti, permette loro di pensare, non è più la mèra idea dell'essere, è l'essere. L'ontologismo di Gioberti, con la sua critica al mèro essere  ideale, è ripreso, ma con un intento diverso e ben piti radicale: perchè l'essere non è più r ente e neppure è il concreto; è la pura ontologicità degh enti: pura idea, inseparabile dalla loro pluralizzazione soggettiva. In altri termini, l'essere è pensabile, ormai, solo L'Ontologismo in una assoluta immanenza: quell'immanenza che Gentile e, ancor più, i gentiliani andano spasmodicamente  cercando, e che, paradossalmente, veniva trovata in un rovesciamento della posizione di Gentile. Unità di conoscere e fare, nel concreto. Il testo fondamentale per penetrare nell'ontologismo del La Critica dei Carabellese è, dunque, la Critica del concreto, che, uscita 'a Pistoia, fu dall'Autore rimaneggiata abbastanza profondamente pella seconda edizione romana, e meno profondamente  pella terza, che usci a Firenze, in vista di una opera omnia poi non condotta alla fine. La Critica del  concreto è lo strumento costante  di  meditazione e di espressione del Carabellese; e, nonostante che nella prefazione alla terza edizione egli insista molto sulla provvisorietà di questo sillabario concettuale delle successive ricerche, rimane il testo fondamentale. Del resto le successive  ricerche, per Carabellese, erano più quelle che rimanevano da svolgere che quelle svolte: e, quindi, noi non possiamo sapere quali sarebbero state. Anche le opere storiche, per quel che si è detto, vanno capite muovendo da quella intuizione fondamentale, che a tratti illumina, senza dubbio, gU autori considerati, ma che essenzialmene si chiarisce attraverso di essi. Dopo gli scritti su Kant e sulla filosofia da Kant a Fichte, queste opere storiche si concretarono soprattutto nel primo periodo romano, in cui Carabellese occupa una  cattedra di Storia della filosofìa, prima di passare sulla cattedra, a lui più congeniale, di teoretica. Esse erano infatti, in origine, corsi universitari usciti in dispense, e poi ristampati nei tre volumi delle Obiezioni al cartesianesimo e nel volume  La fdosofia dell'esistenza in Kant (Bari). Del resto, non fu solo un interesse archeologico quello storiografia che spinse Carabellese a ritornare per due volte sulla Crispeculativa, tica, Hbro, bensì la coscienza che di lì si sviluppava tutta la sua filosofìa. Seguiremo dunque la Critica del concreto nella sua edizione definitiva, che differisce dalla originaria su punti non trascurabili (il termine  esperienza, ad esempio, a partire dalla seconda edizione è spesso sostituito dal termine varischiano di coscienza. Teoria e praIl CarabcUese comincia col distinguere, nell'attività ttca non corneiu^^ana, i duc aspetti della teoria e della pratica che si rifiuta dono con cono scema e azione, di assimilare, comc si fa di solito, a conoscenza e azione. La teoria è l'aspetto universale di ogni  attività, e la pratica ne è l'attuazione moltepUce: indispensabile anche quando si tratti di attività conoscitive. Del pari Carabellese mostra falsa l'identificazione del binomio pratico-teoretico col binomio astratto-concreto: Sia la teoria che la pratica, se prese ciascuna per sé, sono astratte; sono entrambe aspetti separati dell'attività spirituale, e quindi entrambe affette da una astrazione  per  cui dimezziamo l'atto, per fermarci a una parte di esso. Concreta è solo un'attività che attui, in forme particolari, una idea unica e universale, senza la quale idea non sarebbe presente nel nostro volere un dover fare che non è dovere etico soltanto, e quindi si cadrebbe in una inconsistente vanità delle azioni nella loro singolarità plurima. Per contro è evidente nel concreto volere la  presenza della qualità universale di esso l'idea, quanto evidente nel concreto conoscere la presenza dei molti fatti conosciuti. L'individuazio7 QuestO ne deiv unico nei rifiuto di chiamare teoretico il conoscitivo soltanto vuol singoli essere una contestazione dei distinti crociani, ed evitare, al tempo stesso, il monismo gentiUano. Ma esso serve anche a ben piìi:a dirigere le menti verso la  vera sintesi a priori dell'essere, e cioè l'individuazione dell'unico nei singoli; o, come diceva la seconda edizione, verso la concretezza e cioè la compattezza dei singoH nell'unico. La teoria è, dunque, l'orizzonte impersonale in cui i singoH si attuano personalmente. Essa serve, inoltre, a fondare ontologicamente la struttura dell'agire sulla struttura dell'essere. La temporalità dell'essere e  il male Croce aveva fornito, dell'attività umana, una sistemazione che aveva avuto un successo perfino superiore aUe sue intenzioni. Ma il Carabellese, prima ancora che comparisse sull'orizzonte uno Heidegger, fornisce un sistema delle forme di coscienza la prima edizione diceva esperienza fondato ontologicamente sui momenti dell'essere, cioè sulla intrinseca temporalità  deW essere  come essere presente nella coscienza. Noi conosciamo ciò che fu, sentiamo ciò che è, vogliamo ciò che sarà. La conoscenza, è, infatti, una particolare forma di coscienza, che si rivolge al passato; l'intuizione è un sentire come coscienza, del presente; l'azione è coscienza dell'essere che sarà, coscienza del futuro. Momenti del tempo, che sono gh stessi momenti dell'essere, in corrispondenza  dei quali troviamo, rispettivamente, nell'oggetto il vero, il hello, il buono. Il concreto importa, così, una valutazione ontologica // tempo. del tempo che, affacciatasi già in L'essere e il problema religioso, starà alla base del modo antistoricistico di concepire e salvare La storia, prospettato nel saggio con questo titolo uscito in Scritti in onore di Varisco. Nasce qui il concreto come  compattezza o, come Carabellese preferirà dire piìi tardi, intrinsecità di oggetto e soggetto: Oggetto e soggetto, in quanto separati, sono astrazioni le stesse che si chiamano, rispettivamente, teoria e pratica mentre in concreto la coscienza è pratica dell'essere come l'essere è teoria della coscienza. Una appHcazione importante è fatta da Carabellese al L'errore di vaproblema dell'errore di  volontà, o male, in cui Croce,  'distinguendo Tattività pratica in due gradi, e rendendo Ìl primo indipendente dal secondo, era rimasto invischiato. Nella moralità come tale, dice Carabellese (rovesciando, si può osservare, quello che per Croce vale dell'economia non c'è errore: la  coscienza morale, come teoria della volontà, è infallibile. Ma, di per sé, la moralità non è ancora concreta:   è solo la teoria del concreto volere, e di questa un mio atto (o io stesso tutto intero addirittura?) potrà essere un errore. Vi è, insomma, un'oggettività morale (e una estetica), e non soltanto un'oggettività conoscitiva. A tale oggettività, i soggetti tendono con un volere che non è pura facoltà del soggetto, ma è attività concreta, e perciò unità di teoria e di pratica, di oggettività e soggettività  insieme. L'oggettività, in tutte le sue forme, è intrinseca ai soggetti, ma non certo identica ad essi: essa è infatti l'unità, di cui i soggetti sono il molteplice. I soggetti sentono, dunque, l'oggettività come una esigenza, come un bisogno; e ciò fa della filosofìa del Carabellese una tipica filosofìa del finito e della tensione del  finito verso l'infinito. Filosofìa dinamica, ma non prassistica,  essendo la prassi tesa verso la teoria, e la teoria accessibile solo attraverso la prassi. Idealismo assoE poichè l'cssere è l'oggetto, presente nei soggetti, la luto non soggetfilosofìa di Carabcllese si presenta come un idealismo asso tivtsttco.  ^ luto, non però soggettivistico: perchè nell'idealismo soggettivistico l'oggetto è concepito ancora al modo del realismo, come un particolare, mentre  per Carabellese l'oggetto ha da essere l'universale, il valere per tutti. La cosa particolare a cui mi riferisco in un mio atto (conoscitivo, intuitivo o pratico), ad esempio un ulivo che vedo dalla finestra, non è un oggetto in quanto sia un mèro particolare: è, tutto al contrario, qualità o atto soggettivo. Quello che esso ha di oggettivo è l'essere ulivo non solo per me, ma per tutti: cioè il  rappresentare sia pure individuata in un atto particolare l'unicità dei soggetti. Se, allora, si conserva astrattamente questa unicità da sola, si ottiene 1'oggettività dei soggetti, che non è però l'oggettività dell'ulivo: cioè la particolarità, in quanto, tale si perde. L'ulivo in quanto universale vuol dire l'unicità (per quanto parziale, perchè si tratta soltanto di un ulivo) dei soggetti. E se  l'universalità  costituisce l'oggettività, questa unicità dei soggetti costituisce l'oggettività loro. Quell'ulivo, in fondo, costituisce una parte della oggettività naturale dei soggetti uomini. Nel realismo, o nel La temporalità dell'essere e il male l'idealismo soggettivistico che lo ricalca, i soggetti e gH oggetti si presentano, invece, come membri di una stessa comunità (in relazione tra loro): hanno un  analogo modo d'essere, che impedisce a questi due aspetti del concreto di assumere la loro vera funzione. Questo è l'errore. L'essere, come puro oggetto, non è un insieme di cose: è piuttosto quella  «coscienza normale  »  kantiana su cui tanto avevano insistito invano le fonti tedesche; quella normalità della coscienza, con cui CarabeUese giungerà presto a identificare il concetto kantiano di cosa in se. I soggetti,  per contro, sono molteplici  /  soggetti come per definizione. Non  enti-io, da porre accanto agU enti-cose:  ^soiaredtco ., scienza. in quest'ultimo caso non si avrebbe modo di risolvere la vertenza tra il realismo ingenuo, che fa dei primi i soggetti passivi di una attività dei secondi, e l'idealismo  parimenti ingenuo, che inverte semplicemicnte la relazione, ma non muta la natura dei suoi termini. I soggetti non sono neppure coscienza, in concreto, bensì il singolare di coscienza, così come l'oggetto è l'universale di coscienza; sono individuazione dell'essere, termini singolari della sua individuazione. Parlare di un soggetto unico è, dunque, il massimo dei Rifiuto dei sognon sensi:  il soggettivizzarsi della coscienza è identico al  ^ suo pluralizzarsi. Codesto pluralizzarsi non chiude, tuttavia, i soggetti in sé stessi: perchè l'io, che è il soggetto concreto, non è  aw^ocoscienza, non è un riflettersi su sé stesso che porterebbe diritti al solipsismo, è l'aprirsi sull'unica oggettività dell'essere. Sicché, mentre le monadi varischiane s’aprivano l'una al guardare dell'altra, e producevano l'oggettività con il loro reciproco interferire, i soggetti  carabeUesiani s’aprono pell'immanere in essi di un identico oggetto, in cui si è rovesciata la concezione gentihana dell'unico soggetto. Del Soggetto universale di Varisco non c'è, dunque, pili bisogno, anzi esso non è neppur concepibile. Se io penso Dio come un principio soggettivo, non ottengo altro che il personale Dio pagano, tutt'altro che unico; mentre se lo affermo come soggetto  unico ne faccio un  di là che, non dovendo constare per nulla nel di qua, non ha piìi per noi alcun significato: Affermare, dunque, la personalità di Dio è non affermare Dio; è negarlo. La trascendenza. Ciò non toglie che si possa e si debba dare un significato alla trascendenza. Trascendenza, dice l'edizione, significa che il concreto è sempre inadeguato alle sue condizioni trascendentali  che, nella loro purezza, superano la coscienza concreta, non vengono da questa raggiunte interamente. Anziché di condizioni trascendentah, l'edizione definitiva parla di distinti, che la coscienza non attua interamente: probabilmente perchè la dizione condizioni trascendentah sembra imphcare un' antecedenza sul concreto, sia pure logica e non cronologica. Trascendenza La stessa  Struttura del concreto porta quindi Cararehgiosa e  traj^gjjgse ad ammettere le due forme tradizionah di trascen scendenza  gnoseologica, denza: la trascendenza religiosa, per la quale si afferma l'esistenza separata e irrelativa dell'ente spirituale assoluto, e la trascendenza gnoseologica, più grossolana e primitiva, che afferma l'indipendenza e assolutezza dell'essere in sé. Ma egli riconduce entrambe queste forme alla inadeguabilità dell'intrinseco, cioè dell'essere oggettivo puro, che non è qualcosa di esterno, bensì qualcosa d'intrinseco, appunto, ai soggetti che trascende. Del resto Carabellese riconosce alla trascendenza religiosa il merito di rilevare, sia pure in modo imphcito soltanto,  il valore della coscienza, e così di porsi veramente sul terreno dell'essere concreto. Infatti, anche se ad essa accade d’insistere sull'eternità di Dio, si deve tener presente che l'assolutezza divina ha sempre avuta una propria rappresentanza nell'essere concreto, almeno in coloro che l'affermavano. ,.tT..J7JAt^,l  Riformulate così le due forme di trascendenza tradizionale, concreta. il  Carabellese non le accetta, tuttavia, tali quali: sostituisce La  trascendenza ad esse due forme di trascendenza concreta, la trascendenza relativa, cioè l'alterità reciproca di coscienza tra un soggetto e l'altro, e la trascendenza dell'unico assoluto di fronte ai singoli soggetti. Quest'ultima non è, al contrario della prima, relativa, perchè tra l'essere assoluto e i soggetti, come abbiamo visto,  non intercorre una relazione. La trascendenza assoluta, in altre parole, non è simmetrica, perchè, mentre noi non riusciamo ad adeguare l'oggetto, questo non è mai trasceso da noi: Il principio non si trascende. Così, mentre la trascendenza gnoseologica, che si crede trascendenza dell'assoluto oggetto alla coscienza, si riconosce come irriducibihtà relativa di un soggetto concreto singolare  all'altro, la trascendenza religiosa, che pare soltanto soggettiva, manifesta veramente la sua assolutezza in quanto inadeguabihtà dell'oggetto puro, immanente neUa coscienza dei soggetti. La trascendenza è dunque nella coscienza, e perciò non è il reaUstico di là da questa. L'esigenza della trascendenza è, invece, l'esigenza che il concreto ha di un principio, esigenza che è soddisfatta  relativamente dalla reciprocità condizionata dei soggetti, e assolutamente dalla unicità universale dell'oggetto. A questo punto si in  Il sacrificio del nesta la più sorprendente conclusione della Critica del concreto. coscienza. Abbiamo visto che, isolando le condizioni del concreto, si cade nell'astratto: ma allora perchè la coscienza cerca di cogliere detti distinti nel loro isolamento, perchè  cerca di dissolvere la propria individua concretezza nell'uno o nell'altro suo distinto? In luogo di distinto l'edizione precedente diceva estremo. CarabeUese avvicina questo sacrificio che la coscienza fa della propria concretezza al dramma di Gesìi, che prega: Transeat a me caUx  iste, pur sapendo che il sacrificio a cui va incontro è necessario alla redenzione. Il transire della ricerca del  distinto come tale non può avvenire senza l'annullamento L'Ontologismo di Carahellese della stessa concretezza, come non poteva avvenire quello di Gesìi senza l'annullamento della redenzione. In altri termini, alla concretezza è necessaria anche la distinzione delle sue condizioni intrinseche (oggettiva e soggettiva): non già per una necessità di tipo dialettico, che faccia risultare il  concreto dalle antitesi, bensì per una necessità immediata: Il credente muove dal bisogno di sapere la sua stessa essenza singolare, di sentirla distinta. D'altra parte, di fronte al credente, la coscienza rappresenta uno sforzo continuo che non giunge mai al termine per risolversi nel suo principio universale, e perciò essa è sempre inesausta e inesauribile problematicità e, quindi, filosofìa.  Le attività traNel concrcto pcrciò, a cagione della sua polarità come scendentah: re  chiamata, ad escmpio, in L'idealismo italiano (Napoli, hgione e filosofia), si costituiscono due attività trascendentali,  rehgione e filosofìa che sono l'intrinseca trascendentahtà del concreto, non la concretezza stessa. Esse dovran tornare, dice Carabellese, dopo tutte le scaltrezze, alla loro esigenza  ingenua. La concreta coscienza umana non segue, certo, solo la misteriosa fede del credente o la superba ansia dimostrativa del filosofo, ma nella sua attività è proprio sforzo che richiede riposo, riposo che prepara lo sforzo. In che misura il credente possa sentirsi soddisfatto dell'esigenza ingenua della religione, quale Carabellese ghela presenta, è dubbio: il credente ha generalmente  bisogno di un Dio a cui rivolgersi come a un Tu, e non soltanto di genuflettersi dinnanzi all'universale mistero che lo trascende. Ma il filosofo può essere più soddisfatto. Egli può trovare nella trascendenza carabellesiana la ragione della prohlematicitcì della sua ricerca, che una mèra considerazione dell'oggettività come tale non avrebbe fatto supporre. In un immanentismo di tipo  hegehano, in cui la filosofia è il prendere coscienza dell'Assoluto, la problematicità si risolve interamente nello sviluppo storico; in un immanentismo gentihano, in cui l'atto coincide eternamente con I due poli del concreto sé stesso, la problematicità scade nell'indifferenza verso la singolarità dei fatti. Per contro nell'immanentismo carabellesiano, in cui l'oggettività è una idea pura,  universale e di per sé astratta, l'esigenza di una tale oggettività riesce invece, inevitabilmente, problematica e pluralisticamente attuata. Per questo l'analisi del concreto nelle sue condizioni, o nei suoi distinti di per sé astratti, é necessaria alla redenzione. Una redenzione che riscatta anche quello che abbiamo chiamato il  profetismo di Carabellese. La profezia in nome dell'assoluto apre,  infatti, e non chiude la ricerca. Rimane, senza dubbio, un problema gravissimo: con Quai è u crUequal criterio misurare se questa esigenza di oggettività sia ''^o deii'oggethpiù o meno soddisfatta? Il criterio non può essere dato, é chiaro, da una formula; l'oggettività carabellesiana non sarebbe tale se vi fosse una formula capace di definirla. Ciò rende difficile quasi altrettanto nella  posizione di Carabellese quanto in quella di Gentile passare dalla sistemazione del valore in generale a una valutazione specifica, dei prodotti portatori di valore. Ma ciò dà altresì al problema della filosofìa una apertura che le posizioni di dialettiche, di stampo hegeliano, per contro gli negavano. Possibilità di un pluralismo filosofico. L'anno stesso della Critica del concreto, 1, il  Carabellese pubbHca infatti, sulla Rivista di filosofìa un articolo fondamentale Che cos'è la filosofia? in cui riconosce la difficoltà della conciliazione dell'assoluta universalità della filosofia colla sua determinata concretezza (edizione in volume, con altri saggi); e non esita, dovendo scegliere, a lasciar cadere pittosto la concretezza, per conservare l'universafità. Ma, se si tien conto della  attuazione e pratica della filosofia, ci si accorge che, rispetto a quella universahtà,  il filosofo è esso il problema dell'individuazione. L'universaHtà ha bisogno di essere individuata per esistere, e quindi l'esplicazione dell'imphcito, che è il problema filosofico fondamentale, quando si consideri la filosofia nella sua attuahtà diviene il problema dell'individuazione dell'universale. Si parte  dall'affermazione dell'essere nella sua universalità, e si arriva a una assoluta affermazione della individualità, che può parere dogmatica, intollerante, tirannica ed arbitraria solo a chi nulla sente di filosofia, e perciò scambi l'arbitrio del singolo, che deve farsi valere pur quando debba affermare non il suo proprio arbitrio, ma l'assoluto universale, con l'universale idea animatrice da quel  singolo, toccata in un  potente sforzo di sublimazione.  In questo senso è riconquistato il concetto ingenuo della filosofia, che non è possesso ma sforzo. Il saggio del  '21 sul concetto della filosofia fu ristampato come secondo volume dei Saggi: ma le postille e l'ultimo saggio, aggiunto, fanno in realtà, di questo volume l'espressione di una maturazione ulteriore del Carahellese, che  presuppone tutto il lavoro di insegnamento universitario e di polemica. Infatti, Carabellese si dedica a verificare la propria concezione sulla storia della filosofia, soprattutto kantiana: su quello strano destino, cioè che aveva portato l'annunzio kantiano (mal formulato) della pura oggettività a rovesciarsi nella soggettività assoluta di Fichte. //  problema della filosofia. Da Kant a Fichte è  il problema interno della filosofia: quel problema che la filosofia soUeva a sé stessa quando si interroga suUa propria possibiUtà, e che va distinto accuratamente dal problema oggettivo che la filosofia vuol risolvere, che CarabeUese chiama problema teologico. Kant (e questo è il punto in cui l'esegesi del Carabellese si mostra più aderente ai problemi testuah) non chiarì mai in modo  soddisfacente il rapporto tra critica propedeutica Il problema teoe metafisica filosofìa. Ciò portò i suoi successori a confonogtco. ^gj.g  ^ problema interno della filosofia col problema oggettivo,  e a pretendere di risolverh in un sol colpo, col concetto di autocoscienza. È la tesi che Carabellese espone nella prima parte di La filosofia di Kant. L'idea teologica  (parte non più seguita dalla  seconda e dalla terza, che avrebbero dovuto riguardare, rispettivamente, 1'idea psicologica  e  l’idea cosmologica. Carabellese contesta la legittimità Possibilità di un pluralismo filosofico di presentare come filosofia di Kant il criticismo, che voleva essere soltanto la via per arrivarci; ma non perchè segua l'indicazione espressa di Kant, secondo cui il contenuto effettivo deUa filosofia  andrebbe cercato in una metafisica della natura e dei COSTUMI, contenente l'insieme delle condizioni a priori rispettivamente della scienza deUa natura in generale e della MORALITA. Carabellese cerca, al contrario di determinare, attraverso la dottrina metafisica che Kant tacitamente o esplicitamente professa, quella che la critica gli impone di professare. In che cosa consiste questa  dottrina? Essa è la dottrina dell'idea come oggettività pura; dell'idea Dio come Carabellese ama dire, e  LUidea dìo. non idea di Dio: secondo una precisazione che risale, effettivamente, a  Kant àeWOpus poshimum, sebbene Carabellese conosce l'Opus postumum solo indirettamente. Carabellese riconosce che Kant non fu consapevole della scoperta che egh fa quando, di fronte al  problema dell'esistenza di Dio, risponde che Dio è idea, e trasforma così l'argomento ontologico  La filosofia di Kant. Riconosce, cioè, che la verità che egli attribuisce a Kant è, in fondo, la stessa verità scoperta da lui, Carabellese. Con tutto ciò il suo hbro, come tutto il resto delle sue ricerche storiche, pur nel carattere molto personale delle sue vedute, contiene spesso intuizioni  illuminanti. Il problema teologico. Dopo questi saggi, non esaurienti ma condotti in profondità, su Kant e su Fichte, Carabellese poteva raccoghere la somma del proprio pensiero intorno al problema oggettivo e non piìi interno soltanto della filosofia, nel volume II problema teologico come filosofia, che, pur avendo una origine alquanto composita, costituisce una sintesi molto coerente.   La filosofia trascendentale sbagHa quando fa della critica La critica DELLA RAGIONE CONVERSAZIONALE non è la scienza assoluta: ma non per questo ha ragione  scienza suHegel che critica tale assunto di cercare la verità nel dialettismo. L'errore di Kant è di muovere dalla critica DELLA RAGIONE CONVERSAZIONALE della conoscenza soltanto,  anziché  della coscienza: che, allora, si scoprirebbe in essa l'immanenza dell'essere in sé, come puro oggetto, cioè come idea. La metafisica critica può, dunque, essere definita come l'attività teorica della trascendenza nella immanenza dell'assoluto. Ma poiché la trascendenza é sforzo verso l'assoluto e non l'assoluto medesimo, la filosofia si personalizza; e non capitalizza, come la religione, un patrimonio di  fede, ma si consuma in sempre nuovo sforzo. Con ciò Carabellese rende esphcito e risoluto il suo schierarsi per una filosofia critica contro ogni filosofia normativa. La filosofia rinunzia ad essere, con le proprie norme, la guidatrice di ogni concreta attività spirituale, avendo natura di sforzo, e non di scienza. La filosofia deve dunque abbandonare la scientificità, per salvare, insieme con  la propria oggettività, quella stessa dell'essere. Dio come asso Giustificate  COSÌ le tesi della Critica del concreto e quelle luto oggetto ^j  £j^^Q^  i^filosofia?,  la nuova analisi del Carabellese viene  puro. a trovarsi direttamente di fronte al problema di Dio. Dio, come assoluto oggetto puro, é ancora il problema del lontano volume, L'essere e il problema religioso, filtrato, tuttavia,  attraverso tutta l'esperienza storiografica e speculativa di quegli anni. Al volume era stato obiettato che l'essere, che è il piìi astratto dei concetti, non può illuminare il problema religioso, che é tra i piìi concreti; e la meditazione carabellesiana di quegli anni era stata la risposta a tale obiezione: l'inserzione dell'essere nel concreto. Perciò Carabellese torna a dire che la filosofia, non solo  non può evitare, ma ha per suo compito oggettivo specifico il parlare di Dio, e il correggerne la rappresentazione realistica che ne dà generalmente la religione; nonché il liberare Dio dai due presupposti, della esistenza e della soggettività, senza peraltro aver punto la pretesa di contestare l'atteggiamento dell'adorazione religiosa: anzi, offrendole il suo vero oggetto. Dio è, non esiDÌO,  afferma Carabellese, è, non esiste. Era stato detto ^già da molti altri, in particolare da Vico, al termine della // problema teologico Prima risposta al Giornale dei letterati: Impropriamente esplica la sua pietà chi come Cartesio inferisce dalla propria esistenza l’esistenza di Dio, perchè Dio non esiste, ma è e ancora: Iddio non c'è, ma è. Il senso, tuttavia, in cui il CarabeUese  riprende  questa formula è originale: Se, infatti, Dio è essere in sé, e l'esistere invece è essere in relazione, dire che Dio come tale esiste, comunque si intenda l'esistere, è pronunciare verbalmente soltanto una contraddizione, ma non dire nulla: affermare l'esistenza di Dio è negare Dio. Affermare l'esistenza di Dio è negare Dio rendendo impossibile uno spirito che lo affermi. Anche l'argomento  ontologico, che CarabeUese come L'argomento quasi tutti gh idealisti riprende e accogUe originalmente,  °s^°adattandolo al proprio tipo di idealismo, è bensì inadatto egH dice a dimostrare l'esistenza di Dio, ma serve ad attestarne la pura inseità: la quale è solo di Dio, dato che tutto ciò che esiste non è in sé, perchè l'esistenza sta proprio nella reciprocità, che è alterità, e non inseità.  L'essenza dell'argomento ontologico sta proprio nella negazione della singolarità e rappresentatività di Dio negazione della quale l'inconoscibilità kantiana non è lontana. Pensare, e non pensare Dio, è davvero impossibile, come osserva AOSTA:  perché  Dio è l'oggettività di ogni atto di pensiero. La manifestazione dell'essere. Tuttavia questo essere come puro oggetto del pensiero, pur  essendo stato immesso nel concreto, rischia facilmente di apparire troppo povero di determinazioni per costituire il problema oggettivo della filosofia. E negH anni dell'insegnamento di teoretica a Roma  CarabeUese si sforza di quaUficarlo maggiormente, servendosi deUe determinazioni del tempo, secondo la hnea già indicata daUa Critica del concreto. Queste meditazioni di  CarabeUese furono raccolte in cinque volumi di dispense, preparate da lui prima dei rispettivi corsi.  I titoli sono: L'essere e la sua manifestazione. La  dialettica  delle  forme;  L'essere.  Io GRICE PERSONAL IDENTITY THE “I” -- ;  L'attività spirituale umana. Linee di una logica dell'essere. Uessere quali  L'essere qualitativo egli spiega nel primo di questi tahvo. volumi proprio  perchè è il diverso, presenta la sua attività,  che è attività prima e principio di ogni attività, sotto tre aspetti, che finora hanno costituito tre ordini di problemi separati gli uni dagli altri, e che, quindi, sono stati risolti indipendentemente e incoerentemente: dico i problemi dei valori delle categorie e degU atti dell'attività spirituale. Anche se l'essere è una pura potenziahtà eterna, gli atti si  diversificano: il passato, inserendosi nel presente, vi costituisce il fatto e il futuro vi costituisce il fine: Il fine, come già il fatto, è un diverso atto in sé, e ha anch'esso una sua oggettività pura, perchè il sommo fine in sé non può essere uno dei tanti che sentono il fine, ma dev'essere, invece, proprio quel tale unico sentimento del bene che tutti noi abbiamo quando ci proponiamo dei fini .  La bellezza. Auchc la bellezza ritorna,  nell'esame di Cara bellese, come realtà in sé del sentimento fondamentale, e, quindi, non come prodotto dell'arte crocianamente, bensì all'inverso come suo presupposto: Dio come bellezza è l'ineliminabile presupposto dell'arte e degli artisti. Coerentemente con tutto il resto della sua posizione, Carabellese considera un grave errore il presupporre  l'artista al bello, cioè il singolare all'universale. Nella seconda parte dell'opera, intitolata L'io, Carabellese ribadisce la sua concezione della coscienza concreta: Il consapere è il sapere che io, compatta unità plurima, ho di Dio, l'unico universale. Maggiori novità si trovano nella parte su L'attività spirituale umana, che obbedisce a questo canone generale: L'attività spirituale umana attui  l'essere: canone specificantesi poi nell'imperativo di attuare l'essere in quanto bene e in quanto necessità. Su quest'ultimo punto si fonda la logica, come legge dell'attività umana consapevole, dato La  manifestazione dell'essere che il logo si rivela come lo stesso essere in quanto presente nell'attiva coscienza umana. Sotto questa rubrica Carabellese estende ora la sua  riLa società. cerca  a un campo che poteva sembrare marginale, rispetto ai suoi interessi, la società: poiché la logica, come legge dell'attività umana, sotto il suo aspetto sentimentale, è logica della famigha, oltre che della poesia e dell'arte, e sotto il suo aspetto intellettivo è logica della nazione, della scuola e della storia. Infine, sotto il suo aspetto vohtivo, è logica del popolo, dello Stato, del  costume.  Per  quanto affiancate, però, da un volumetto, L'idea politica d'Italia, queste riflessioni di Carabellese sui temi della società appaiono prive di sufficiente elaborazione. Del resto, questo non è un caso: risponde al rifiuto del Carabellese di sacrificare alla concretezza della filosofia la sua universalità. Abbiamo già incontrato questo rifiuto nell'articolo, e nel Problema teologico; e lo troviamo  ribadito negli scritti Che cos'è la filosofia? Esso non è altro che un corollario del rifiuto di accettare l'idealistica riduzione dell'essere alla coscienza, la quale impedirebbe alla filosofia di continuare ad essere filosofia dell'essere, e quindi, in ultima analisi, annullerebbe la possibilità della filosofia medesima. Capire ciò osserva una postilla al saggio irriducibilità  deve essere ben difficile,  se i miei amici, certo di  filosofia. pronto ingegno, come Spirito prima e Calogero dopo, non hanno visto che, con la loro aperta professione di riduzione della filosofia alle determinate scienze (Spirito),  o a filosofia della prassi (Calogero) non hanno fatto altro che dotarmi di spirito profetico, in quanto avevo prearmunziato il necessario finire della filosofia neohegehana in genere, e  attuahstica in specie, nell'uno o nell'altro dei detti estremi Che cos'è la filosofia? La stessa soluzione che Carabellese aveva proposta, peraltro, \'iene da lui criticata, perchè in essa il problema interno della possibihtà del filosofare non era visto nella sua connessione colla soluzione ontologica del problema oggettivo. Là si parla ancora, infatti, di una trascendenza della filosofia, mentre  la filosofia come la religione non è trascendente essa stessa, bensì ricerca del trascendente, trascendentalità. Entrambe, filosofia e religione, se rivendicassero il concreto, dovrebbero perire insieme nel contendersi tutta l'attività spirituale concreta, o una determinata forma di questa. Ma che periscano è impossibile: bisogna dunque che rinunzino entrambe alla concretezza, per salvarsi  entrambe, ciascuna col suo proprio valore. Eppure questa rinunzia è ancora soltanto una condizione negativa. Dopo di essa bisogna chiedersi, come fa il saggio conclusivo del volume: È possibile filosofare? Kant aveva dimostrato secondo CarabeUese che una filosofia come specifico sapere dell'essere è indispensabile. Ma i post-kantiani annullarono la dimostrazione kantiana, e con  ciò la stessa filosofia, ridotta all'attività spirituale in genere. Solo la riflessione pura della coscienza ontologica ristabilisce la possibilità della filosofia, evitando di identificarla, sia col sapere concreto delle scienze, sia con lo stesso principio trascendente verso il quale è sforzo. Allora problema interno e problema oggettivo del filosofare si stringono saldamente tra loro, pur senza  confondersi: perchè sia possibile filosofare devesi ammettere l'essere in sé, del quale la filosofia sia riflessione; perchè si ammetta l'essere in sé, bisogna che sia possibile la filosofia come speciale sapere o meglio, se si vuole, come quello speciale atteggiamento di coscienza che ricerca il trascendente assoluto, che é l'essere in sé.  La filosofia e  I4. DcttO  CÌÒ, tuttavia, l'oggethvtia. gj  vcdc aucora da che cosa il filosofo possa desumere ciò che ha da dire.Il filosofo non deve professare la filosofia che a lui personalmente piaccia, ma quella a cui l'oggettiva coscienza lo induca Che cos'è la filosofia? ma quale è quella filosofia a cui l'oggettiva coscienza lo induce? A questa domanda Carabellese non può ri  co. Sovranità  della  filosofia spendere, se non con una perenne  problematicità, che corrisponde, in qualche modo, a quella problematicità che Spirito trarrà dall' attuaUsmo. Egli dice che la problematicità del filosofo non parte affatto dal nulla, né dalla negazione: parte dalla coscienza concreta: ma con ciò non fa altro che reinserirsi, in sostanza, nella tradizione socratico-platonica  (Carabellese ne cita come rappresentanti Aristotele e Agostino, qui  d'accordo, secondo cui sapere è sempre sapere in modo piìi  espUcito ciò che già si sapeva. Questo appello a un implicito da esphcitare si giustifica, tuttavia, forse meno nell'ontologismo critico che nelle filosofie tradizionali, platoniche e cristiane. Queste riserve non tolgono che Carabellese, con il suo spirito profetivolume sulla possibilità della filosofia scritto che può considerarsi  come il suo testamento spirituale ponga il tema principale del dibattito filosofico in Italia per almeno un decennio: il tema della morte della metafisica. Anche se non tutti coloro che conducevano quel dibattito si ricordarono di lui, anche se i più tra quelli che pronunziarono una sentenza di morte per la metafisica non si accorsero della loro ignoratio elenchi rispetto alle tesi del  Carabellese, noi non possiamo non riconoscere ancora una volta in Carabellese una sorta di spirito profetico e, questa volta, anche rispetto al futuro. Con lucidità impressionante, infatti, egli respinge, insieme col pregiudizio della normatività della  filosofia, l'identificazione tra filosofia e politica pura, tra filosofia e pohtica determinata, tra filosofia e storia della filosofia nel senso che  sarà sostenuto poi, tra gh altri, da Garin e, infine, tra filosofia e fede oltre che, come già si è visto, tra filosofia e scienza e tra filosofia e prassi. La capacità di prevedere e prevenire i nemici, in Carabellese, non aveva l'eguale. Il vedere neUa non hegeliana identificazione di filosofia e politica pura la esasperazione della hegehana eticità dello Stato; il riconoscere l'inutihtà del filosofare  nelle determinate esigenze  poUtiche, contro il sogno platonico dei filosofi reggitori di Stato; il sostenere l'inutilità del filosofare per la vita, come segno deUa  sovranità della  filosofia, sono una battaglia combattuta in anticipo contro nemici non ancora tutti schierati. E, se si dove guardare al suo esito pragmaticamente e storicisticamente, si dove anche dire: una battaglia perduta. Ma  il senso del testamento spirituale di Carabellese è appunto il rifiuto di una considerazione pragmatica e storicistica della filosofia. Questo rimane, anche se la tendenza a sacrificare il concreto all'universalità toghe, a quel rifiuto, molte opportunità di proporsi come più positivamente costruttivo. CrOCE giunse assai tardi alla  Tardivo  appro fìlosofia. Benché la sua attività di studioso  fosse  precocissima  (prima dei vent'anni egli aveva già pubblicato alcuni lavori) e si esplicasse fin dall'inizio con rara intensità, tuttavia essa non offrì stimoli efficaci al manifestarsi della sua vocazione filosofica, essendo dominata d’una curiosità d’erudito e di letterato che trova il suo pascolo nella ricerca d'archivio e di biblioteca, in collaborazione con altra onesta e buona e mite gente, uomini che non avevano l'abito del troppo pensare {Etica e Politica, Bari), come s’esprime Croce stesso; ne taU stimoU al pensare venivano offerti a Croce dai casi della vita e dalle influenze  dei vari ambienti in cui tah casi si verificavano sotto forma di problemi spirituali d'indole etico-rehgiosa, o pratico-sociale, e simili (e son preziose per questo rispetto le confessioni del Croce medesimo nel suo Contributo alla critica di me stesso, ripubbhcato in appendice al volume Etica e Politica.  Nato a Pescasseroh, paese montano degl'Abruzzi, l’amhiente da una ricca famiglia di  proprietari terrieri, trova in questa esempi di severe virtii domestiche, austera laboriosità del padre nell'amministrazione del suo patrimonio, cura attenta e amorosa della casa da parte della madre, la quale serba altresì amore per i libri e soprattutto pella letteratura romantica di costume medievale oltre che pell'arte e per gl’antichi monumenti, amore che trasmise vivissimo fin dai primi  anni d'infanzia al figlio, il quale come scrive si trova ad avere in tutta la sua fanciullezza come un cuore nel cuore, e questo cuore era la letteratura o piuttosto la storia. Ma manca in quell'ambiente familiare qualunque risonanza di vita pubblica e politica: il persistente segreto attaccamento ai Borboni, la sorda diffidenza pelle idee e il costume del nuovo stato piemontese, vietavano ogni partecipazione attiva al moto del risorgimento e all'opera di costruzione del nuovo stato nazionale. E le relazioni della famigha con i due fratelli SPAVENTA, cugini del padre, s’erano rotte: l'ex-prete Bertrando, allora professore di filosofia a Roma, era oggetto di scandalo per la sua apostasia; e Silvio, esponente autorevole del liberalismo trionfante, era sentito come l'incarnazione di  quel mondo a cui i Croce erano intimamente estranei o avversi. Eguale sordità alle esigenze della nuova politica e del nuovo pensiero, Croce trova nel collegio tenuto d’ecclesiastici a Napoli, dove egli entra a circa io anni e dove compì i suoi studi secondari, che alimentarono le sue inclinazioni letterario-erudite, specialmente sotto l'influenza di SANCTIS e CARDUCCIC, da lui letti e  riletti sui banchi del liceo, senza che tuttavia riuscisse a sentire, se non in modo superficiale l'alta ispirazione morale della loro opera critica. E si compì in quegli anni quella ch'egli chiama crisi religiosa, determinata non da profondo travaglio o inquietudine interiore, ma dal graduale spontaneo spegnersi dell'adesione a credenze da lui fino allora passivamente accolte e dall'abbandono  delle pratiche esteriori. Gli studi. Al termine degli studi secondari, la sua vita fu sconvolta da una gravissima sciagura familiare, la perdita d’entrambi / casi della vita i genitori e dell'unica sorella nel terremoto di Casamicciola (nell'isola d'Ischia, dove la famiglia era a villeggiare), ed egli stesso rimase per molte ore seppellito sotto le macerie, uscendone colle ossa fracassate. Guarito  daUe ferite, avendo lo zio Silvio Spaventa assunto la tutela dei due orfani sopravvissuti, egli si trasferi a Roma, in casa del tutore, e ci rimase tre anni. In questo periodo fece due esperienze nuove, che lasciarono tracce durevoli nel suo spirito: casa Spaventa era frequentata da gran numero di parlamentari e giornalisti ed esponenti deUa cultura universitaria, tra i quali si accendevano vivacissime discussioni sui fatti del giorno e sugh avvenimenti della vita politica, discussioni dominate da passioni e contrasti così importanti e violenti da turbare l'animo del giovanetto che vi assisteva, trasformando l'indifferenza pella politica, propria  degli ambienti in cui fino allora era vissuto, in vera e propria avversione. D'altra parte, iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, per  essere avviato alla diplomazia, non trovò in quegU studi  nulla che lo interessasse e valesse a placare le sue ansie per la vita avvenire, a sollevare il suo spirito dalla nera depressione nella quale la sciagura famihare lo aveva lasciato (fu pessimo scolaro, e non giunse mai alla laurea). Ma nella Facoltà di Lettere insegna allora Filosofia Morale un uomo di grande ingegno e di forti  entusiasmi, Labriola, ch'egU aveva conosciuto e preso ad ammirare nelle conversazioni serali di casa Spaventa. Croce si diede a frequentare le lezioni universitarie del Labriola, e ne fu preso. Quelle lezioni scrive Croce nel suo Contributo Labriola, vennero incontro inaspettatamente al mio angoscioso bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri, avendo  perso la guida della dottrina rehgiosa e sentendomi nel tempo stesso insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quah non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione della moraUtà stessa, risoluta in egoismo piìi o meno larvato. L'etica herbartiana del Labriola valse a restaurare nel mio animo la maestà dell'ideale, del L'idealismo  storicistico  di Croce dover essere contrapposto all'essere, e misterioso in quel suo contrapporsi, ma perciò stesso assoluto e intransigente. L'herbartismo del Labriola suscita in Croce reverenza per forme ideali eterne, platonicamente scisse dal reale e collocate nell'empireo, fornenti nella loro assolutezza un solido fondamento alla morale, e anda incontro alla sua istintiva avversione al  naturalism.o positivistico, che sommerge nell'esperienza e abbassa a superstizione ogni culto dell'ideale.Piiì tardi Croce tornerà sull'herbartismo, e porrà ogni suo sforzo nell'intento di colmare quell'abisso tra ideale e reale, attribuendo alle idee calate dall'empireo nel mondo dell'esperienza il valore di principii direttivi o forme dell'operare umano, e riconoscendo le esigenze più profonde  dell'aborrito positivismo. Ma per il momento l'herbartismo suscita in lui un fermentare d'idee sul rapporto tra dovere e piacere, sulla distinzione tra azioni ispirate al rispetto della pura idea morale e quelle scaturite da impulsi passionali. Indagini eruTomato a NapoH,  dopo tre anni di soggiorno a Roma, lasciata la pohticante società romana acre di passioni, entrò in una società tutta  composta di bibliotecari, archivisti, eruditi, curiosi e a quella società egli si adeguò pienamente e fu com'egli dice tutto versato nell'esterno, cioè nelle ricerche di erudizione. L'intensità e la foga di questo lavoro d'indagini nei campi angusti degli aneddoti e curiosità, finì col produrre in lui sazietà e disgusto per quelle esercitazioni esterne. E da questo scontento credette di poter uscire  allargando l'orizzonte delle sue ricerche dall'ambito di vicende locali a quello della vita morale delle nazioni nei loro reciproci rapporti (ad esempio i rapporti italo-spagnoH nel Rinascimento). Ma di quello scontento egli intuì la più vera e profonda ragione nel fatto che, mentre da tanti anni fa o crede di fare storia, non sa che cosa fosse la storia, quale ne fosse la natura: e meditando su  questo problema, con ampie letture (prendendo, tra l'altro, un primo contatto con La scienza nuova del Vico) s'accorse che la dite  / casi della vita  soluzione di esso impKca un radicale cangiamento di prospettiva, uno spostamento d'interesse da quello che è l'oggetto del conoscere storico, dai fatti costituenti il passato che s'intende ricostruire, alla mente dello storico che è il soggetto di  quell'opera di ricostruzione, per ricercare in essa, nella coscienza dell'uomo, i tratti specifici di quella forma di conoscenza che è la conoscenza storica nelle sue connessioni con le altre forme di sapere di cui l'uomo è capace e con l'operare pratico costitutivo della vita dell'uomo. Era, // problema quello, un problema di logica della storia, concernente cioè  '^*^il concetto della storia, era  dunque un problema di filosofia, di filosofia sulla storia. Da queste meditazioni nacque il saggio  La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte, che fu come dice Croce come una rivelazione di me a me stesso, come cosa che mi sta a cuore e mi usce dal cuore, e non come una più o meno frivola e indifferente scrittura di erudizione. Quel saggio suscita un gran fervore di polemiche  che tennero impegnato Croce per vari mesi, e lo indussero a chiarire e sviluppare il suo pensiero in vari scritti, raccolti poi nel volume Saggi. Ma quando, gettata luce filosofica sul lavoro storico, egH crede di poter tornare a questo riprendendo le sue  ricerche sui rapporti tra ItaUa e Spagna, una nuova spinta improvvisa e irresistibile lo ricacciò con rinnovato fervore nelle riflessioni sul  problema della storia e fu un secondo incontro col suo maestro e amico Labriola, che, passato dall'herbartismo al marxismo, mise il suo amico a parte dell'opera, a cui egli si era accinto, di teorizzamento del socialismo e della dottrina del materiahsmo storico che ne costituiva l'ideologia. Il contatto col marxismo ingenerò nel Croce anche un 11 marxismo. appassionamento politico, la  fede sociaHstica nella pahngenesi del genere umano redento dal lavoro, e nel lavoro: ma fu un appassionamento politico passeggero, che quella fede fu corrosa dalla critica ch'egU venne facendo dei concetti del marxismo, in una serie di saggi, da lui scritti, raccolti poi nel volume che porta il titolo Materialismo storico ed economia marxistica. Ma del tumulto di quegli anni mi rimase  come buon frutto l'accresciuta esperienza dei problemi umani e il rinvigorito spirito filosofico Saggi,  Bari. Croce si sente ormai maturo per dare una organica sistemazione alle idee sulla storia, scaturite primamente dalle riflessioni sulla connessione della storia con l'arte e ampliatesi poi e approfonditesi nell'esperienza marxistica. Quest'organica sistemazione costituirà quella  che Croce  chiamerà Filosofia dello Spirito, che si apre con l'Estetica e si conclude con la Teoria e storia della storiografia, occupando il quindicennio che precede la guerra mondiale. Politica attiva. Dopo la fine della guerra Croce, senatore, entrò a far parte del gabinetto Giolitti come ministro dell'Istruzione, e progettò una riforma scolastica che, tuttavia, non ebbe il tempo di far approvare dalle  Camere, per la caduta del Ministero. Con l'avvento del fascismo non volle pili accettare incarichi di governo, ma lui stesso indica in Gentile l'uomo che avrebbe potuto portare a termine la riforma. Già in questo momento, tuttavia, i rapporti tra i due filosofi si andavno raffreddando: sia per ragioni teoriche (come vedremo), accentuate ancora dalle polemiche tra i rispettivi discepoli, sia  per ragioni politiche. Dopo il delitto Matteotti, Croce, che aveva in un primo tempo accettato il fascismo come minor male, muta il suo voto favorevole, prudente e patriottico, in una decisa opposizione. Cessa quasi del tutto di frequentare il Senato, e pronunziò, e mise per scritto, severe condanne del fascismo. Salvo, tuttavia, un'invasione della sua casa napoletana da parte d’esagitati,  che la moglie Adele contribuì a fermare, fu sempre lasciato tranquillo, e alla rivista che Croce fonda, La critica, fu lasciata una libertà, per quei tempi, eccezionale. Questa voce d'opposizione, per un verso, serviva da aUbi culturale al regime, ma per un altro servì a raccogliere intorno al crocianesimo tutto l'antifascismo rimasto nei / casi della vita confini italiani. Caduto il fascismo,  tuttavia, non riuscì a Croce di trattenere se non in minima parte tale antifascismo nel quadro e nello spirito del ricostituito partito liberale, di cui Croce fu presidente. Membro della Costituente e ministro, Croce conclude definitivamente la sua vita politica, per proseguire senza soste i suoi studi, fino alla morte. Lasciò parte del suo palazzo napoletano e la ricchissima biblioteca all'Istituto  per gli studi storici, da lui fondato, con lo scopo soprattutto d’indirizzare i filosofi verso quelle ricerche che più aveva amate. La storia come  arte e come scienza. Avendo l'occhio alla futura costruzione del sistema della Filosofia dello Spirito, delineeremo brevemente come preparazione di essa le idee principah contenute così nella memoria su La storia ridotta sotto il concetto generale  dell'arte e negh scritti ad essa collegati, come nella raccolta dei saggi sul Materialismo stanco. Nell'attività intellettuale di Croce, la ricerca La storia tra storico-erudita e quella storico-letteraria o critica della poesia erano costantemente affiancate e spesso (come ad esempio nell'esame della poesia popolare e delle leggende locali) s'intrecciavano tra loro, guidate, se non dal concetto,  dall'intravvedimento d'un'affinità spirituale e d'una comune radice spirituale della storia e dell'arte. Si capisce quindi che, quando nella Memoria con cui Croce inizia la sua attività filosofica, prese ad esaminare di proposito nei suoi termini più generali il problema della natura della storia, egH avesse presente quel ravvicinamento della storia all'arte, da lui sperimentato negh anni  precedenti. E partendo  dal presupposto comunemente accettato, anche se non criticamente fondato che vi siano due e non più di due forme di conoscenza, quella sopraccennata dell'arte e quella della scienza, il problema deUa natura della conoscenza storica assume la forma del problema se la storia rientrasse nell'ambito dell'arte o in quello della scienza, e si risolve arte e scienza. con  la tesi che la storia non si identificasse senz'altro con l'arte, ma fosse riducibile sotto il concetto generale dell'arte, come suona il titolo della Memoria. Occorre dunque innanzi tutto precisare i caratteri che differenziano l'arte dalla scienza. E in questa precisazione si conclude che la scienza è elaborazione della realtà in forma concettuale, per cui il particolare è inteso in quanto riportato all'universale; l'arte invece è elaborazione della realtà in forma rappresentativa, è conoscenza immediata o intuitiva dell'individuale. Vero è che Croce, all'inizio della sua Memoria, esaminando le varie definizioni dell'arte date dagli studiosi, ritiene come sola definizione accettabile quella che gH storici dell'Estetica attribuiscono ad Hegel, secondo la quale l'arte è manifestazione sensibile  o ESPRESSIONE di qualcosa che per Hegel è l'idea. Sembra che con ciò Croce enunci un concetto dell'arte, nuovo rispetto a quello dell'arte come conoscenza dell'individuale. Ma in effetti Croce non dà al concetto d’ESPRESSIONE alcun rilievo particolare in questo senso, e in ogni caso non sarebbe pertinente al problema ch'egH  discute, concernente la natura artistica della storia:  per questo problema il concetto di arte-espressione è irrilevante, mentre s’accentua a questo scopo il concetto di arte come conoscenza rappresentativa, non concettuale. La storia come  Da quauto SÌ è detto sui caratteri differenziali tra scienza e arte, risulta che la storia non è scienza, appunto perchè non elabora concetti, ma espone fatti nella loro concretezza individuale. Vero è che da  varie parti si è tentato di considerare la storia come elaborazione di concetti. Da parte del positivismo la storia è presentata come scienza dello svolgimento degli uomini nella loro attività di esseri sociali, identificandola colla sociologia, che convertiva l'idea della vita storica nella monotona ripetizione di alcuni schemi poHtici, sociali e variamente istituzionah, e nell'azione di alcune  leggi generali, e con tale conversione si menava vanto d' innalzare 1'ingenua  storia degli storici a scienza positiva e naturale. E d'altra parte,  arte La storia come arte e come scienza nel tempo stesso il positivismo abbassava l'arte a piacere dei sensi, piacere di associazioni psichiche, piacere di abitudini e disposizioni ereditarie non diverso da quello dell'utile e non mancavano coloro  che la riportano addirittura all'istinto sessuale o alla preistoria animalesca e la descriveno come una sorta di Hbidine affinata e svaporata. Contro tali deformazioni del concetto di storia, miranti  Polemiche canai caratterizzare la storia come scienza o elaborazione con^^0  le pseudostorte. cettuale, Croce assume un atteggiamento risolutamente polemico. Per quel che riguarda il positivismo,  come contro il sensismo che considera l'arte torbida e oscura vibrazione del piacere e dell'utile, Croce riafferma che l'arte è conoscenza, così contro il sociologismo afferma che la storia non è conoscenza di ritmi generali della vita sociale, ma è, al pari dell'arte, conoscenza di fatti individuah; e agli evoluzionisti osserva che la storia non è scienza dello svolgimento, non determina che  cosa lo svolgimento è  (compito, questo, della filosofia indagatrice dei concetti che sono i principii dell'essere); la storia espone i fatti dello svolgimento umano. E con argomenti analoghi critica la filosofia della storia. Che la realtà storica sia attingibile all'esperienza e sia specificamente realtà umana, è concetto che si collega a un ordine di considerazioni con cui Croce fa un nuovo  passo avanti sulla questione della natura della storia. Si, la storia s'è visto è riducibile sotto il concetto generale dell'arte, in quanto questa è conoscenza rappresentativa della realtà, intuizione immediata e irriflessa dell'individuale nella sua concretezza. Ma non per questo la storia s'identifica con l'arte: entro l'ambito della produzione estetica la storia occupa un suo posto speciale che si  tratta di definire. La storia, rispetto alle altre produzioni dell'arte, si occupa non di ciò ch'è possibile, ma di ciò ch'è realmente accaduto. E sta al complesso della produzione dell'arte come la parte al tutto; Ora, nel senso corrente della parola, si chiama arte solo quell'attività, ch'è diretta a rappresentare il possibile (piìi  propriamente l'arte in senso stretto è indifferente alla distinzione tra  possibile e reale. In  fondo, anche la rappresentazione del realmente accaduto la storia è processo essenzialmente artistico ed offre interesse simile a quello dell'arte. Costruire la Prima Condizione per avere una storia vera (e insieme narrazione. opera d'arte) è secondo Croce che sia possibile costruire una  narrazione, cioè appurare la materia da esporre con lavori preparatore di ricerca  critica e interpretazione dei documenti, i quali tuttavia solo di rado consentono una narrazione completa, ostacolata dal sorgere continuo di dubbi e riserve e discussioni. Ma a questo punto il problema della natura della storia cambia radicalmente d'aspetto e presenta gravi difficoltà: è conciliabile l'antico concetto di storia-arte col nuovo di storia-narrazione? Si può ancora mantenere la  tesi che la storia sia rappresentazione immediata e irriflessa e intuitiva, escludente qualsiasi elaborazione concettuale, quando si afferma che la storia-narrazione ha il compito di ridurre i fatti alle loro cause, e questo compito implica un complesso e faticoso lavoro di preparazione che, per giunta, solo di rado porta allo scopo? Non occorre forse rinunziare a quella che era la tesi  fondamentale della Memoria, che la storia dovendo essere ricondotta sotto il concetto dell'arte, resta esclusa dall'ambito della Scienza? Questi interrogativi si fanno sempre piìi assillanti, via via che procediamo nell'esame di considerazioni  espHcative che Croce fa negli scrittarelli da lui pubblicati nei due anni successivi, e particolarmente in quelli sulla filosofia della storia e in quelli sulla classificazione dello scibile: considerazioni le quali, pur con oscillazioni derivanti dall'attaccamento alla vecchia tesi della  storia-arte, accentuano il carattere scientifico del concetto di storia-narrazione. Distinzione tra Del resto è Opportuno sottolineare Croce stesso possibile e reale. ^Iq^^ìì  anni dopo, quando aveva già percorso un lungo itinerario speculativo fino al punto di giungere alla sua tesi  La storia come arte e come scienza fondamentale dell’identità della storia colla filosofia quale scienza dei  concetti puri, raccogliendo in saggi gli scritti sopra esaminati, scrive nella prefazione ad esso, che quando compone quegli scritti, non scorge il problema che la concezione della storia come rappresentazione estetica del reale, gli pone innanzi: ossia, che una rappresentazione, nella quale il reale è dialetticamente distinto dal possibile, è più che semplice rappresentazione ed estetica  intuizione,  e s’attua proprio per virtù del concetto, filosoficamente inteso come unità d’universale e individuale. Il problema della storia negli studi marxistici. Dal travaglio di pensiero che s’esprime negli scritti crociani afiìora sempre più chiaro il convincimento che la storia, pur rimanendo saldata all'arte nelle sue radici, in quanto conoscenza rappresentativa, a-concettuale del reale  nella sua concreta individualità, implichi altresì in quanto narrazione di fatti realmente accaduti un'elaborazione dei dati pella quale i fatti siano ricondotti alle loro cause, in una concezione generale della natura dell'uomo autore della storia tanto come individuo quanto come essere sociale: e in questa elaborazione la storia s’accosta alla scienza. Siffatto convincimento, che negli scritti  sopra accennati volti alla dimostrazione della riducibilità della storia sotto il concetto generale dell'arte appare vacillante e marginale, si consolida e si pone al centro della riflessione speculativa di Croce, quando, attraverso i suoi rapporti con LABRIOLA, gli si venne scoprendo un mondo nuovo, a lui fino allora del tutto ignoto, raffigurato nella dottrina marxistica del materialismo  storico, di cui LABRIOLA si rivela autorevolissimo interprete in saggi pubblicati a cura dello stesso Croce. Intanto io scrive Croce molti anni più tardi, Lo studio d’infiammato dalla lettura delle pagine di LABRIOLA, preso dal sentimento d’una rivelazione che s’apre al mio spirito Marx. ansioso, mi cacciai tutto nello studio di Marx e degl’economisti e dei comunisti moderni e antichi,  studio che dovevo proseguire intensamente, per oltre due anni  - Materialismo storico ed economia marxistica, Bari,  Appendice. Frutto di questo studio fu una serie di saggi, raccolti nel volume dal titolo Materialismo storico ed economia marxistica. Ed è opportuno sottolineare subito il punto di vista dal quale per esplicita dichiarazione egli si propone d’esaminare la dottrina marxistica:  questa gl’importa soprattutto al fine di quel che se ne potesse o no trarre per concepire in modo piti vivo e pieno la filosofia e intendere meglio la storia  -- Appendice; il che significa che, nell'interpretazione del marxismo, nello sforzo di liberarne il nocciolo sano dalle sovrapposizioni accidentali introdottevi dallo stesso autore e dalle incaute deduzioni della scuola, erano presenti al  Croce gli stessi problemi attorno a cui egli si travaglia fin dal periodo precedente, e cioè la natura gnoseologica della storia e la determinazione del posto che essa occupa nel quadro generale della vita spirituale, che è compito della filosofia delineare. Era un allargamento d'orizzonte e un arricchimento di materiale idoneo all'avviamento a soluzione, ma in una continuità di problematica.   Il materialismo storico presenta due aspetti, che Croce nettamente distingue pur riconoscendo che nella dottrina sono strettamente connessi. Il materialismo Per un lato, esso vuol essere una teoria scientifica, che storico. mette in luce la struttura del divenire storico. Sostrato della storia è l'economia, cioè quel sistema nei rapporti tra l'uomo e le cose della natura e tra l'uomo e l'uomo,  che si concreta nel LAVORO – GRICE ONTOLOGICAL MARXISM --, produttivo per un lato di beni materiali, il cui valore, s'identifica e si commisura colla quantità di lavoro necessario a produrli, e pell'altro lato di socialità e divisione di classi in  un giuoco d'interessi contrastanti. Di questa Il problema della storia negli studi marxistici struttura reale della storia sono eco o riflesso  (sovrastrutture) quelle manifestazioni della vita umana che si chiamano moralità e religione, diritto e politica, arte e scienza o filosofia, sistemi d'idee (ideologie) attraverso i quaU l'uomo acquista coscienza del suo proprio essere economico e del divenire d’esso nella storia.  Pell'altro lato, il materialismo storico è un programma Il programma pratico-politico, che, appoggiandosi sulla  previsione dell'avP^^o'^^arx. venire umano resa possibile dalla teoria, assegna all'azione degll’uomini una direttiva rivoluzionaria, tendente cioè non più a comprendere ma a cangiare la realtà storica, verso uno sbocco finale nel quale il dramma della storia abbia il suo scioglimento (rivoluzione comunista). La necessità immanente al divenire storico porta, nell'età moderna, alla  strutturazione della società sulla base dell'economia capitalistica, caratterizzata dalla formazione di due classi in reciproca lotta radicale: l'una è quella dei detentori di tutti gli strumenti di produzione, minoranza privilegiata sempre pili ristretta, classe dominante; l'altra è la massa di coloro, che, per vivere, dispongono soltanto del lavoro delle proprie braccia che, in regime di sfrenata  concorrenza, essi sono costretti a vendere ai dominatori a condizioni sempre più esose. La ripartizione della ricchezza prodotta si traduce in un sistema d’implacabile sfruttamento dei lavoratori da parte dei datori di lavoro. Quando lo sfruttamento avrà raggiunto il suo culmine, non potrà non determinarsi l'insorgere degli sfruttati contro gli sfruttatori, non potrà non determinarsi l'urto  violento fra le due classi, la rivoluzione che spezzerà l'involucro capitalistico e porta all'espropriazione degl’espropriatori. I capitalisti abbandoneranno allora alle masse gli strumenti di produzione di cui si sono impossessati. Lo stato italiano diventa così l'unico imprenditore e datore di lavoro. E coll'abolizione della proprietà privata cessa anche la divisione della società in classi. A    conclusione delle lunghe ricerche e meditazioni su questo mondo di pensiero rivelatogli da LABRIOLA,  Croce L.  storia  della  filosofia. ima espresse sul  materialismo storico il suo giudizio che ulteriormente sarà sviluppato e articolato, ma non mutato nella sua sostanza in due saggi,  uno intitolato Sulla forma scientifica del materialismo storico, e l'altro intitolato  Pell’interpretazione  e la critica d’alcuni concetti del marxismo, nel  voi. cit. Materialismo  storico. Critica  del  conE  innanzitutto affronta la tesi che è al centro della dottrina, secondo la quale sostrato o struttura sottostante della Storia, sorreggente tutto il resto e principio di spiegazione, è l'Economia. In questa tesi egli rileva un'ambiguità  fondamentale. Per un verso l'Economia è presentata come una  entità trascendente la storia, materia, in quanto negazione della spiritualità o coscienza umana, dea ascosa della storia, quella che tira i fili dei personaggi e delle loro azioni, con un disegno preordinato, implicante uno stadio terminale e apocahttico, che segna il passaggio fatale dalla servitù al regno della libertà; forma o nome nuovo dell'antico Dio dei teologi o dell'Assoluto e dell'Idea  dei metafisici. Ne deriva la conseguenza deUa tendenza metodologica a costruire la storia secondo leggi a priori, mettendo a tacere la voce genuina dei fatti; ne deriva altresì una scissione, nella vita storica, tra realtà e apparenza, noumeno e fenomeno, tra essere originario materiale non determinato dalla coscienza e coscienza determinata dell'essere, tra struttura economica e  soprastrutture  ideologiche. Per l'altro verso: il materialismo storico è una prospettiva di umanizzazione dell'economia, in quanto questa non è che un momento o aspetto dell'operosità umana, unica autrice della storia, inserita quindi in un processo immanente a un processo di vita cosciente o spirituale, che la salda a tutte le altre manifestazioni egualmente originarie, della coscienza. La dialettica  dell'economia non è l'astratta dialettica dell'Idea, ma la dialettica dei bisogni ossia dell'effettiva operosità umana, quale si concreta e si svolge non in forme meccanicamente preordinate e prevedibili a priori, ma in fatti empiricamente accertabili; la storia è concepita come Il  problema della storia negli studi marxistici un unico tutto, in cui è indistinguibile il nocciolo dalla corteccia; lo  spirito, creatore della propria storia, non è lo spirito economico, cioè in una forma particolare e astratta, ma è lo spirito nella sua reale unità e totalità; si scioglie quindi il nesso arbitrario fra storia e problema socialista e in genere economico, e si annoda quello tra storia e vita, concependosi la vita nella totalità delle sue forme, a ogni momento nuova, e perciò anche come economia, ma  non solo come economia. Questi due ordini di motivi sono frammisti e confusi. Filosofia delia cosi nell'esposizione dei due fondatori della dottrina Marx  ^smrcHHcoT^'  e  Engels come nei seguaci della scuola. Per Croce si tratta di due orientamenti opposti, termini d'un'alternativa che impone una scelta: o la via vecchia delle filosofìe della storia, teologiche o metafìsiche che siano, o  la via nuova d'un umanismo critico e realistico. Abbiamo veduto che Croce, anche prima di prender contatto col marxismo, aveva preso un atteggiamento di netta opposizione ad ogni forma di filosofìa della storia; si comprende quindi come, di fronte al materialismo storico, egli ribadisca il concetto che la reazione filosofica dello spirito critico ha colpito a morte e gettato a  teiTa  quelle  costruzioni della storia, fantasiose e arbitrarie e anche tendenziose; e affermi risolutamente, per far valere quegli elementi in esso contenuti che costituiscono un contributo positivo e fecondo al rinnovamento della storiografìa e della filosofìa, che il materialismo storico non è una filosofìa della storia -- Materialismo storico ; e per la distinzione dei due opposti orientamenti del  materialismo, l'opera di Croce, Storia della storiografia italiana, Bari, Laterza. Per quali ragioni il materialismo storico non ha validità come filosofìa della storia?  E per quali ragioni gli autori e gl’interpreti d’esso gl’hanno dato questo orientamento fallace? Alla prima domanda Croce risponde: la possibilità d'una filosofìa della storia presuppone la possibilità d’una risoluzione  concettuale del corso della storia, ossia, di ritrovare il concetto al quale si riducono i complessi fatti storici, di scoprire in una parola la legge della storia. Ora mentre è possibile ridurre concettualmente gl’elementi di realtà che appaiono nella storia (moralità, diritto, economia, arte, scienza) e anche le loro relazioni reciproche, non è possibile elaborare concettualmente il complesso  individuato di questi elementi, ossia il fatto concreto, che è il corso storico Materialismo storico. La società è un dato scrive LABRIOLA, e  CROCE vi aderisce, e la storia non è che storia della società. Il materialismo storico non è una teoria rigorosa. Li conclusione, per Croce nel materialismo storico non bisogna cercare una teoria da prendere in senso rigoroso e anzi esso non è punto  quel che si dice propriamente una teoria. Il che non significa disconoscimento del valore delle feconde scoperte che sono dovute al materialismo storico per intendere la vita e la storia, l'affermazione della reciproca dipendenza di tutte le parti della vita, e della genesi d’esse dal sottosuolo economico: sicché è accettabile l'affermazione d’'Engels che le condizioni economiche formano il  filo rosso che attraversa tutta la storia e ne guida l'intendimento. Rispetto alla storiografia, il materialismo storico si risolve in un ammonimento a tener presenti le osservazioni fatte da esso come nuovo sussidio a intendere la storia, fornisce allo storico un buon paio di occhiali, che permette al miope di vedere ben altrimenti e di dare contorni precisi a tante ombre incerte; ma sono  formule non assolute, che sottintendono sempre un presso a poco e un all'incirca. Esso sorge dal bisogno di rendersi conto d’una determinata configurazione sociale, quella scaturita dalla Rivoluzione francese, non già dal proposito di ricercare i fattori della vita storica in generale, e si formò nella testa di politici e di rivoluzionari e non già di freddi e compassati scienziati di biblioteca.    Per Croce, Marx era personalità di uomo pratico e rivoluzionario, impaziente di ricerche schiettamente storiche, preoccupato soprattutto di cercare nelle anahsi della società ti co. Il problema della storia negli studi marxistici attuale capitalistica le premesse per una società futura comunistica da realizzare con un'azione rivoluzionaria, a cui una teleologia storica, determinata a priori,  assicurasse con una infallibile previsione dell'avvenire il pieno successo. Per lui tra la comprensione della realtà storica e l'azione Prevalere deivolta, a cangiare questa realtà v'è connessione, ma  non «'•'^sse pf^nel senso che l'una costituisca il prius che condiziona l'altra, bensì nel senso che sia l'azione a crearsi quella forma di comprensione che si presti a fungere da strumento per lo  scopo che essa persegue. Un tal predominio dell'interesse pratico-politico su quello teorico-scientifico Croce rileva anche in LABRIOLA, che pure, nella sua interpretazione del marxismo, da un  riUevo all'aspetto umanistico d’esso, tale che alla sua posizione s’era inizialmente appoggiato Croce nella sua critica del marxismo quale filosofìa della storia. Egli, che pure ha così alto il  rispetto della storia ed è così cauto di fronte ai fatti concreti, rimane impigliato nelle formule teoriche del materialismo storico, non riesce a liberarsi del tutto dal fardello delle teorie metafìsiche. In lui, che pure era uomo di scienza, predomina la fede nell'immancabile avvento del comunismo, e questa fede era sostenuta e illuminata dalla Weltanschauung metafìsica del materialismo  storico, ultima e definitiva filosofìa della storia. Sicché per lui la posizione di Croce che, preso da tenace passione scientifica, accetta, sia pure con limitazioni e riserve, 1'economismo marxistico, ma rifiuta recisamente il socialismo significa rinuncia ad intendere sia l'uno che l'altro dei due termini; era posizione d' intellettuale indifferente alle lotte della vita, d’epicureo contemplante amatore solo dei dibattiti delle idee nei Hbri. Contro una tale connessione o anzi  identificazione, operata da LABRIOLA, tra interpretazione materialistica della storia e sociaHsmo,  Croce scrive: Spogliato il materialismo storico di ogni sopravvivenza di finalità e di disegni provvidenziali, esso non può dare appoggio né al socialismo né a qualsiasi altro indirizzo pratico della vita.  Solamente nelle sue determinazioni storiche particolari, nell’osservazione che per mezzo d’esso sarà possibile fare, si potrà eventualmente trovare un legame tra materiahsmo storico e socialismo. L'osservazione sarà, per esempio, la seguente: la società è ora così conformata che la più adatta soluzione, che contiene in sé, è il socialismo. Osservazione la quale, per altro, non potrà  diventare azione e fatto senza una serie di complementi, che sono motivi d’interesse economico non meno che etici e sentimentali, giudizi morali ed entusiasmi di fede. Per sé stessa, è fredda e impotente. Il rapporto tra  È qui adombrato il problema del rapporto tra conoscere conoscere e  agi^ agire, che sarà d'ora innanzi costantemente presente alla speculazione crociana e avrà la sua  più articolata e ragionata formulazione nell'opera che porta appunto il titolo di La storia come pensiero e come azione. La critica crociana del materialismo storico quale teoria dell'interpretazione della storia ha mirato finora a liberare quella dottrina d’ogni concetto aprioristico sia che si trattasse d’eredità hegeliana, sia che si tratta di contagio di volgare evoluzionismo, sia che fosse  richiesto dalla preoccupazione di dare fondamento saldo alle previsioni dell'avvenire contenute nel programma d'azione pratico politico proprio del socialismo. Compiuta quest'opera negativa, si ripropone la questione da cui essa ha preso le mosse: si salva dalla critica qualcosa per cui il materialismo storico possa essere utilizzato dalla storiografia? Che cosa può farsi di esso per un  compiuto intendimento della storia? E si risponde: il materiahsmo storico è accettabile solo come canone d'interpretazione storica, che consiglia di rivolgere l'attenzione al cosiddetto sostrato economico delle società, per intendere meglio le loro configurazioni e vicende: canone che non importa nessuna anticipazione di risultati, ma solamente un aiuto a cercarli, e che é di uso affatto  em.pirico. Il materialismo storico non può essere che questo: una somma di nuovi dati, di nuove esperienze, che entrano nella coscienza dello storico. Il problema della storia negli studi marxistici In questa formula crociana perchè se ne intenda il significato e la portata è da sottolineare il rilievo che in essa è dato al carattere d'interiorità, alla coscienza dello storico, del nuovo canone  d'interpretazione. Non si tratta d’accrescimento quantitativo del materiale elaborato dallo storico, di aggiunta di fatti nuovi a quelli già considerati dall'antica storiografia nella loro esteriorità, e presunta oggettività; si tratta invece di dare alla coscienza storiografica una dimensione nuova, di arricchire con nuovi elementi l'interesse vivo dello storico, per penetrare nel passato, e  comprenderlo in una sempre più articolata connessione dei fatti; opera quindi della mente dello storico. Ecco in che senso Croce ha utihzzato il materialismo 11 posto dei penstorico ai fini della soluzione dei problemi su cui la sua spe^o  logico nei \ la storiografia. culazione si travagliava anche prima di entrare a contatto con la nuova dottrina. Ricordiamo che questi problemi si  accentravano nello sforzo di determinare la natura della storia e la sua riducibilità sotto il concetto dell'arte. In questo sforzo si affermava sempre più chiara l'esigenza d'integrare e conciliare, nella storia, con l'elaborazione intuitiva dei fatti per la quale s'identifica con l'arte, un'elaborazione concettuale che la ravvicina alla scienza. Ora l'esame critico del materialismo storico, che scopriva  nell'economismo della vita sociale un nuovo canone d'interpretazione storica, rafforza la convinzione della necessità d’avvicinare la storia aUa scienza. Il nuovo canone d'interpretazione, per un lato, apre un campo di nuove esperienze, che sono interne alla coscienza dello storico, e quindi non hanno consistenza che nell'attività spirituale esercitata dallo storico sui dati grezzi, attività  per la quale dalla materialità dei frammenti di realtà storica offerta dai documenti nascono a poco a poco intuizioni di persone e situazioni e avvenimenti sempre meglio definite, affini alle forme create dalla fantasia dell'artista; ma, per l'altro verso, impone una connessione mentale dei fatti, costituita dai rapporti concettuali che la scienza economica fissa nella valore. realtà storica. E il  socialismo marxistico ha la pretesa di essere socialismo scientifico appunto perchè fondato sulle leggi dell'economia quale scienza rigorosa. Valore e plus Ma era veramente giustificata la pretesa dell'economia marxistica di essere assunta alla dignità di scienza autonoma? Ed erano validi i concetti di VALORE  e plus-valore – H. P. Grice, The conception of mehrwert --,  posti al centro  dell'economia marxistica, come pernio della teoria cosi del materialismo storico come della ideologia socialistica? È questo il nuovo campo nel quale s’esercitò largamente la critica crociana della dottrina di Marx. La critica del materialismo storico come teoria paneconomica della storia si conclude con l'affermazione che essa non è affatto teoria, ma in sostanza corollario d'un  programma pratico-politico, il programma del socialismo, e ai fini della storiografia non poteva essere utilizzato che come un nuovo canone d'interpretazione dei fatti storici. Analogamente, l'economia marxistica, che pretende essere la trattazione eminentemente scientifica dei fatti economici e della nozione di VALORE INERENTE ai beni prodotti da una società, non è affatto scienza  economica, perchè non abbraccia tutta la regione dell'attività economica quale si svolge in qualunque forma reale o possibile di convivenza sociale né si eleva a un concetto di valore applicabile a tutti i beni comunque prodotti. Essa costruisce astrattamente una società ipotetica, che assume come società tipo, alla quale devono essere conguagliate altre forme di società per coglierne i  fattori anomali, in quanto divergenti dalla prima: e questa società tipica è quella costituita esclusivamente di lavoratori, è questa società proletaria, che rappresenta il termine ideale del programma politico del socialismo. È l'intrusione di queste preoccupazioni sociali-pohtiche nel campo economico ciò che vizia i concetti fondamentali di esso valore e sopravalore MEHRWERT, e  impone di contrapporre all'economia marxistica un'economia pura, ossia un'economia come scienza generale. La tesi centrale dell'economia marxistica è l'eguaglianza del valore dei beni che si producono alla quantità del lavoro // problema della storia negli studi marxistici necessario per produrli: ma essa ha il suo fondamento appunto nell'ipotesi di una società fatta esclusivamente di  lavoratori e nell'assunzione di questa società a società tipica (e quindi del valore-lavoro come misura di ogni valore). Ma nella realtà  (ad  es.,  nell'attuale società capitalistica) i lavoratori rappresentano solo una frazione della società produttiva che agisce tra altre categorie economiche, quelle appunto che apportano alla produzione non il lavoro ma il capitale. Da queste considerazioni,  tuttavia, non risulta, secondo n valore-lavoro. Croce, che la concezione marxistica manchi affatto di rispondenza ai fatti: la determinazione del valore-lavoro avrà una certa rispondenza nei fatti, sempre che esisterà una società che produca beni per mezzo del lavoro. E la storia ci mostra finora soltanto società di tal fatta, e quindi l'eguaglianza affermata da Marx del valore col lavoro è  un fatto: ma, sottolinea Croce, è un fatto, che vive tra altri fatti, ossia un fatto che empiricamente ci appare contrastato, sminuito, svisato da altri fatti, quasi una forza tra le forze, la quale dia risultante diversa da quella  che darebbe se le altre forze cessassero di operare. Non è un fatto dominante assoluto, ma non è nemmeno un fatto inesistente e semplicemente immaginario. La critica  di Croce all'economia marxistica si riassume in queste due proposizioni, che essa non è la scienza economica generale, e che il valore-lavoro non è il concetto generale di valore. Onde la conclusione che, accanto alla ricerca marxistica può, anzi deve vivere e prosperare una scienza economica generale, una economJa pura, che deduca il concetto di valore da principii affatto diversi e  più comprensivi di quelli particolari di Marx. E ritiene che questa esigenza sia soddisfatta dalla scuola edonistica o austriaca, allora fiorente, la quale, muovendo dalla natura economica dell'uomo, ne deduce il concetto di utilità  («ofelimità»  del  Pareto – OTTIMO -- GRICE), «e man mano tutte le leggi secondo le quali si governa l'uomo in quanto astratto homo oeconomicus. r homo oeconomicus. Critiche all'eco Sembra dunque che l'obiettivo cui mira Croce nella nomia pura. g^g^  critica  dell'economia marxistica sia la difesa della scienza economica pura quale la scuola edonistica la veniva costruendo. Ma in essa era operante un motivo profondo, che nel corso dei suoi studi marxistici emerge sempre più chiaro e netto, essenziale al pensiero crociano, e valido in  esso anche al di là dell'obiettivo della costruzione della scienza  economica. Questo motivo viene esplicitamente enunciato in uno scritto in cui la sua adesione all'economia pura è limitata e corretta con qualche riserva e cautela. Io credo egli scrive che ci sia ancora d’elaborare filosoficamente il concetto di valore, e che bisogni percorrere fino al fondo quella strada, che gl’economisti  puri hanno percorso solo fino a un certo punto. L'attività delElaborazione filosofica del concetto di valore economico, ecco la nuova istanza posta da Croce; che significa esaminare quell'umana attività che tende al conseguimento col minimo mezzo e il massimo risultato di scopi individuali, non pili astratta considerazione àe l’homo œconomicus, ma come inserita nella concreta totalità della vita dell'uomo, con  un suo posto specifico e una sua funzione ben definita rispetto alle altre attività dell'uomo, con un suo principio autonomo, che potesse essere assunto come fondamento e premessa della scienza economica pura. Risalire dalla scienza alla filosofia per ridiscendere deduttivamente dalle conclusioni di questa a una rinnovata e piìi salda costruzione di quella, significa poiTe in questione e  problematizzare quelle che pegl’economisti sono le premesse o i postulati dei loro procedimenti. Quali sono queste premesse che gl’economisti accoglieno come pacifiche, e che invece a un ulteriore esame, l’elaborazione filosofica, risultano ambigue o false? Croce, che vede in Pareto un rappresentante tipico dell'economia pura, gli prospetta in due lettere la questione, sforzandosi di  convincerlo della necessità del passaggio dalla pura scienza alla filosofia del principio economico. Tre sono le erronee premesse del problema della storia negli studi marxistici l'economia pura, ch'egli critica: quelle che riguardano il fatto economico o come meccanico, o come edonistico, o come egoistico – H. P. GRICE CONVERSATIONAL SELF-LOVE CONVERSATIONAL BENEVOLENCE – CONVERSATIONAL HELPFULNESS. Per Croce, il principio economico non può avere natura meccanica. Il fatto meccanico è un fatto bruto. Il fatto economico è un fatto di valutazione – H. P. GRICE THE CONCEPTION OF VALUE --,  è una scelta suscettibile d’approvazione o disapprovazione, a seconda che la scelta cada o no su ciò che è realmente  conveniente a chi la compie. Quanto alla concezione edonistica – GRICE DESIRABILITY GRICE KANTIAN HAPPINESS --,  è fuori dubbio che ogni atto di scelta economica ha come suo concomitante un fatto di sentimento piacevole se la scelta è economicamente ben condotta. L’UTILE – GRICE MORALITY CASHES ON DESIRE DUTY AND INTEREST --  è, insieme,  piacevole. Ma non è vera la reciproca: il piacevole non è l'utile -- che è la tesi dell'edonismo. Il piacere può apparire scompagnato dall'attività umana o accompagnarsi a una forma d’umana attività che non sia l'economica. Infine la concezione egoistica del fatto economico è inficiata da questo errore: mentre pretende distinguere, nell'ambito dell'attività pratica umana, l'economico dal  morale (che sarebbe qualificato come altruismo), in realtà assorbe il primo nel secondo, perchè la qualifica d’egoistico attribuita a un atto è una qualifica di valutazione morale, qualifica negativa, immoralità, pervertimento della stessa attività morale. Il fatto economico non sta col fatto morale in antitesi, bensì è nel rapporto pacifico di condizione a condizionato; come cioè la condizione generale che rende possibile il sorgere dell'attività etica. Tanto il morale quanto l'immorale sono azioni economiche: il che vuol dire che l'azione economica, per sé presa, non è né morale né immorale: è amorale o pre-morale – GRICE ON PRE-RATIONAL. E in conclusione, Croce dà del fatto economico questa L'economìa in definizione: esso è l'attività pratica dell'uomo in quanto  'l'fZm'^ie si consideri per sé, indipendentemente d’ogni determinazione morale o immorale. E pertanto il concetto d’utile o di valore o di ofelimo OTTIMO – GRICE OPTIMALITY -- non è altro se non l'azione economica stessa in quanto ben condotta, cioè in quanto è veramente economica. Riallacciare a queste proposizioni generali le varie questioni che si dicono di scienza economica  è compito degl’economisti. Quella definizione FILOSOFICA del fatto economico, dice Croce, a me piace vederla a capo dei trattati d’economia. Ma Croce non dove tardare ad accorgersi che la sua era un'illusione. Già egli stesso non scorge e non mostra per quali vie potessero essere derivate da quel concetto filosofico l’operazioni di comparazione e calcolo delle diverse scelte  economiche e quali vantaggi ne derivassero alla scienza. Ed era naturale che gl’economisti non accogliessero l'invito di Croce a riallacciare le questioni di cui essi s’occupano alle proposizioni generali alle quali egli era pervenuto: alla scienza non interessa la determinazione della natura filosofica del fatto economico. Suo compito esclusivo è quello di trattare i fatti dell'attività umana  come fenomeni in nulla differenti da quelli fisici, sottoporli cioè a comparazione e astrazione, per stabilirne e calcolarne l’uniformità e le divergenze. La scienza economica era e intende rimanere per poter progredire una scienza naturalistico-matematica, rinserrandosi nei fenomeni e volgendo le spalle all'indagine filosofica dell'atto economico. E qualche anno più tardi, Pareto dove  illustrare e attuare questo proposito nel suo manuale d’economia politica. D'altra parte, Croce stesso, affrontando nel frattempo il problema logico, giunge alla conclusione della radicale eterogeneità tra conoscenza o pseudo-conoscenza scientifica e la conoscenza filosofica: poteva quindi abbandonare la scienza al suo destino, che la condanna al procedimento empirico e astratto del  naturalismo matematico, e volgere la propria riflessione alla filosofia dell'economia come indagine sull'atto economico, nelle sue relazioni cogl’altri atti spirituali, inserita in una generale filosofia dello spirito. Uutiie. Alla fine dei suoi studi economici, chiariti gl’equivoci che sono al fondo del suo dibattito cogl’economisti puri, rimane fermo nel pensiero di Croce il risultato di cui mena  vanto: l'ufficio essenziale,  nella // problema della storia negli studi marxistici vita dello spirito, dell'utilità o dell’economicità, messe in luce come non era stato fatto d’altri. L'utile è stato reputato iìnora dai filosofi o un atto secondario e misto, o un semplice caso di deviazione dalla morale: l’egoismo. Esso è invece, a mio parere, un momento distinto e autonomo della vita dello spirito:  il momento in cui la volontà è volontà, senza essersi ancora determinata e dialettizzata in morale e immorale. La critica deve consistere nel dimostrare che, affermandosi essere ogni azione dell'uomo dominata dal criterio dell'utile, s’afferma cosa ir\dubitabile; ma che ciò non toglie punto che essa debba essere, e sia insieme, determinata anche dal criterio del dovere, il quale è sempre  (e  come potrebbe non essere?) dovere-utile. Di questa, che è stata detta scoperta crociana dell'utile, Croce si sente in gran parte debitore al marxismo, che vede nell'economia il sostrato e la molla della storia. E se Croce incentra la definizione dell'utile nel rapporto di questo colla morale, anche di questa impostazione egli cerca traccia in Marx. Questi dichiara che la questione sociale non  è questione morale, e critica acerbamente quelle ideologie morali che ipocritamente mascherano interessi di classe. Ma intende con questo sostenere che la questione sociale non si risolve coi sermoni d’un astratto moralismo, che s'illude di poter sanare i mali di cui una società soffre, senza tener conto delle particolari situazioni storiche nelle quali è la radice di quei mah, e alle quah  devono essere commisurati i programmi d'azione morale perchè questa possa avere efficacia risanatrice. In questo senso la morale è corrispettiva alle condizioni sociali e in ultima anahsi alle condizioni economiche. Ma con ciò, la questione del pregio intrinseco e assoluto dell'ideale morale, della sua riducibihtà o irriducibilità alla verità intellettuale o al bisogno utihtario, rimane intatta  pel marxismo, il quale anzi, di fatto, considera l'ideale morale come un presupposto necessario, come dimostra la costruzione del concetto di SOPRA-VALORE – GRICE THE CONCEPTION OF MEHRWERT --, che in pura economia non ha senso, ma è ispirato d’un interesse schiettamente morale. L’asserzioni marxistiche che paiono negazione della modeiie condanne,  j-g^jg^  hanno per Croce ben altro significato. Quella che Marx chiama impotenza della morale sta a significare la vanità  pratica delle condanne o delle commiserazioni per uomini, che, dominatori o dominati, sono gl’uni e gl’altri schiavi di situazioni storiche necessarie pel momento, e non potrebbero essere diversi da quel che sono, né potrebbero compiere se non l'ufficio ad essi assegnato  dalla natura stessa delle cose. Ma le situazioni che la storia crea, possono anzi debbono dalla storia essere disfatte. Per queste considerazioni, a giudizio di Croce, Marx, pur colle sue proposizioni approssimative e paradossali, insegna a penetrare in ciò che la società è nella sua realtà effettuale, e potrebbe esser chiamato, a titolo d'onore, il Machiavelli del proletariato – GRICE ONTOLOGICAL MARXISM.  In questa sua fase di studi marxistici, Croce amplia via via e varia il significato dell'utile o economico, la cui scoperta egU riconduce alla potente suggestione di Marx  (non appare ancora nei suoi scritti quella definizione dell'utile come volizione dell'individuale con cui poi caratterizza il grado economico della forma pratica dell'attività spirituale). Che  l'economicità o utilità fosse intesa come una categoria autonoma d’aggiungere a quelle costituenti la triade tradizionale di bello, vero, buono, sì che la triade s’allarghi in una tetrade; o che essa fosse intesa come ciò che vi è di primario in ogni attività umana, come la base comune di tutte l’attività, il primum della vita, non nel senso di primo della serie delle quattro forme, ma appunto  di primordiale indifferenziato che emerge nelle forme e le connette tra loro, sì che l'economia finisca coll'identificarsi umazione pucon 1'azione pura, principio di qualsiasi atto spirituale e la forza, vuoto di ogni contenuto determinato; o che, infine, l'economico o utile – GRICE FUTILITARIAN -- fosse identificato colla  forza o vigore del volere, come abilità calcolatrice e lucida  tensione verso il  fine, per affermarsi nella lotta contro altre volontà. ra Il problema della storia negli studi marxistici e che è la dura legge della vita politica d'onde l'allacciamento, caro a Croce, del marxismo alle MIGLIORI TRADIZIONI DELLA SCIENZA POLITICA ITALIANA – machiavellismo --, e l'esaltazione della politica di potenza contro i sermoni dei profeti disarmati  -- Materialismo storico, prefazione; e rav\àcinamento di Marx a MACHIAVELLI,  nota -- sempre, pur in questa varietà d’accezioni, l'utile è per Croce il punto d'appoggio pili solido e indispensabile pell'esplicazione dell'operosità umana nella costruzione della storia, nel senso immanentistico e mondano proprio dello spirito moderno. Il progresso è lotta continua e ha per motore l'uomo,  l'uomo come passionalità naturale resa lucida dalla disciplina intellettuale per andar dietro alla verità effettuale delle cose; l'uomo come forma primordiale, nella quale anche l’idealità più alte debbono tradursi e incarnarsi, per poter affermarsi efficacemente in questo mondo che è la palestra della nostra operosità. Nell'utile, rivelatogli dal marxismo, Croce scorge la chiave per svincolare  l'operare umano da qualsiasi piano storico trascendente religioso o metafìsico che fosse, e risolvere positivamente i problemi che di continuo scaturiscono dal divenire storico. L'anno  stesso che racLa  scienza  dei coglieva in volume gli studi sul materialismo storico Croce ^P''dava alla luce una memoria accademica intitolata: Tesi fondamentali d'un' Estetica come scienza dell'ESPRESSIONE e linguistica generale; ripubblicata da Attisani in La prima forma dell'estetica e della logica, Messina. Queste tesi sono riesposte, ampliate e inquadrate in una concezione generale della filosofia,  nell’Estetica  che, originariamente concepita come opera a se, rimase lo scritto meritatamente pii!i famoso di Croce. In seguito essa sarà ripubblicata come primo dei  volumi di cui si compone la crociana filosofia dello spirito. Il sistema. La sistcmazionc che quest'opera  dà del sapere filosofico è semplice. La realtà è un prodotto dell'attività  spirituale, la quale si specifica, secondo una classica distinzione, in attività teoretica e attività pratica. Ciascuna di queste due specificazioni ha due gradi, a seconda che lo spirito si rivolga al particolare o  all'universale. L'attività teoretica rivolta al particolare è l'arte o pensiero intuitivo, e la scienza filosofica che la studia è l'estetica; l'attività teoretica rivolta all'universale è il pensiero discorsivo, oggetto della logica; l'attività pratica rivolta al particolare è l'economia, oggetto dell'economica; e l'attività pratica rivolta all'universale è la morale, oggetto dell'etica. L'universale, in ciascuno  dei due campi, presuppone il particolare. Il concetto, infatti, presuppone l'immagine prodotta dall'arte, senza la quale non potrebbe esprimersi; e l'operare morale implica un agire indirizzato all'utile, perchè non si potrebbe fare il bene – WITHOUT THAT BITE GRICE --  senza giovare, in qualche modo, a qualcuno. Almeno in questa prima sistemazione, al contrario, il particolare non  esige l'universale: l'utile si può perseguire prescindendo del tutto d’una moralità OGGETTIVA; e l'immagine artistica prodotto aurorale dello spirito può presentarsi indipendentemente d’ogni intenzione concettuale. Ciò non toglie, ovviamente, che l'attività concreta dello spirito sia un continuo intrecciarsi e collaborare di queste quattro forme, ciascuna delle quali, presa per se,  apparirebbe astratta. Tutte l'altre attività spirituali devono potersi ridurre in qualche modo a queste quattro. Così, ad esempio, il diritto e la pohtica rientreranno integralmente nell'attività economica; la scienza, nella misura in cui sia autenticamente conoscitiva  (ciò che significa, per Croce, filosofica) rientra nell'attività logica. La religione non rientra propriamente da nessuna parte; ma,  in quanto abbia pretesa di conoscere il trascendente, è una forma, piìi o meno genuina, di filosofia; in quanto si pone come atteggiamento morale, o Estetica: primo schizzo del sistema espressione d’ideali pratici, trova la sua collocazione nel quarto grado dello spirito; e, infine, in quanto mera ESPRESSIONE di sentimenti può considerarsi sotto la rubrica dell'economia, che, nel sistema  crociano, assume la funzione di cestino in cui va a finire tutto ciò che non trova collocazione altrove. H P GRICE BAR HILLEL WASTE PAPER BASKET PRAGMATIC – IMPLICATURE HAPPENS -- All'efficacia sistematoria della sua filosofia, per un verso. Le categorie Croce non da troppa importanza, convinto che il concreto  ^P ^conoscere non possa se non portarsi sulla  attività spirituale nella sua interezza; ma, per un altro verso, egli non si riconobbe mai disposto a lasciarla cadere, cioè ad assegnare un carattere semplicemente empirico alla quadruplicità delle forme. Al contrario, essa ebbe sempre per lui un carattere categoriale. Le quattro forme dell'attività spirituale sono tutte e sole le categorie che si possano, e si debbano, ammettere come tali. Ciò  significa che vi è una radicale irriducibilità d’una forma all'altra, trascurare la quale significa confondere e mescolare ciò che va tenuto filosoficamente distinto: la concreta dialettica, che si instaura tra questi distinti, in tanto ha valore filosofico in quanto essi conservino questa loro irriducibihtà. Tale principio, strenuamente difeso da Croce, in particolare contro i gentiliani, suscita molte  difficoltà e, appunto perciò, anche molti spunti positivi. Peraltro, nella comune cultura italiana, in cui il crocianesimo fu largamente accolto nel periodo tra le due guerre, l'efficacia classificatoria delle quattro forme prevalse nettamente sulla loro funzione categoriale. L'uomo mediamente colto in fatto di filosofia, che abbraccia il sistema crociano, si sente spiritualmente sorretto dalla  possibiUtà, poniamo, di dichiarare che una opera d'arte mal riuscita era un atto pratico, che il prodotto d’una ricerca psicologica era uno pseudo-concetto, ecc.: dalla possibilità, insomma, d’assegnare ogni manifestazione della vita alla sua giusta casella. Definizione dell'arte per via negativa. Quando traccia lo schizzo sistematico con cui s’apre l'Estetica,  L..  storia  della  filosofia.  VII.    dell'attività artistica. Croce non pensa, probabilmente, che esso avrebbe avuto tanta importanza nella ricezione del suo pensiero. Il suo scopo era solo di sistemare nel modo migliore l'attività spirituale in genere, per passare poi a considerarla in quella forma che, al momento, gl’interessa: la forma artistica. Questa comprende in questa fase della speculazione crociana anche l'istorica,  dato che, come conoscenza dell'individuale, la storia si riduce sotto il concetto generale dell'arte. La distinzione La sistemazione, tuttavia, ha anche una diretta efficacia sull'oggetto specifico della trattazione, l'arte. Infatti la specificità e l'autonomia del valore estetico si definiscono attraverso una serie di negazioni, che lo distinguono dagl’altri valori spirituali: Dimmi da che cosa ti  distingui e ti dirò chi sei è il motto, implicito, dell'estetica crociana, fino al breviario. In questo senso l'identificazione dell'arte, vista nella sua specificità, dipende dalla struttura sistematica dei distinti. L'arte non è concetto, perchè le sue rappresentazioni non intendono l'universale: e con ciò cade l'intellettualismo estetico. L'arte non è rivolta dovutile (sentito, in ultima analisi, dal  soggetto come piacere): e con ciò cade l'edonismo estetico – LORD H P GRICE INSTRUMENTALISM PLEASURE MAXIMISATION. L'arte non persegue il bene perchè, non si sviluppa come obbedienza all'universale dovere: e con ciò cade il moralismo estetico. L’altre negazioni, attraverso cui Croce delimita e, quindi, definisce il valore dell'arte, dipendono da queste: l'arte non  ha uno scopo didascahco; non si propone d’offrire il vero condito in molU versi; non mira a fini d’edificazione, né a scopi pragmatici, ecc. Che potesse far pili che tanto, e dire, anche positivamente, in che cosa l'arte consista, Croce, in certo senso, esclude sempre; e questo non è strano: perchè un genere sommo come lacategoria è per parlare in termini di filosofia classica un predicato  da cui ogni definizione muove, quindi non può essere il risultato di definizioni antecedenti. Perciò, il breviario d’estetica si  inizia con questa affermazione: che Estetica: definizione dell'arte per via negativa l'arte è ciò che tutti sanno che cosa sia; e riprende poi la determinazione per via negativa, che già era stata propria noi giudichiamo ora buoni ora cattivi, ora importanti ora  insignificanti, trovano un posto. Tutti i fatti sono fatti storici aveva detto la Logica, e ripete la Teoria della storiografia. E poiché la storia, nel pensiero crociano, è ciò che comunemente si chiama Dio, codesta frase viene a costituire l'esatto equivalente storicistico dell'affermazione che ARDIGÒ enuncia in chiave naturalistica: Tutti i fatti sono divini. La  UOvità più importante 11  sentimento  del breviario d’estetica,  scritto pell'inaugurazione del Rice Institute di Houston, nel Texas, è, come è noto, l'introduzione d’un nuovo sinonimo del termine intuizione: il sentimento. Una novità già annunciata, del resto, dalla conferenza tenuta al congresso di filosofia di Heidelberg, sull’intuizione pura e il carattere lirico dell'arte, in Problemi d’estetica, da cui forma e  contenuto, nell'opera d'arte riuscita, vengono identificati. Notando come ogni grande opera d'arte sia classica e romantica insieme, il breviario fa risalire ciò alla necessaria fusione, nell'opera d'arte riuscita, del momento lirico col momento immaginativo. Lo scopo dichiarato di tale dottrina è dare un fondamento alla distinzione (indispensabile pel critico)  tra opera d'arte riuscita e non  riuscita: L'idealismo storicistico di Croce e, quindi, ancora di far posto al disvalore che, come abbiamo visto, stenta a trovare una giustificazione nella filosofia crociana. La coerenza. Come nella pratica così nell'estetica, il valore è inteso come coerenza: ma, mentre nella pratica il segno di codesta coerenza era piuttosto il successo d’una certa attività, nell'estetica il suo indizio si presenta  come uno stato d'animo che, fino allora, Croce considera sotto una luce piuttosto negativa, come espressione di passività: il sentire. In realtà, il sentire – GRICE FEELING BYZANTINE -- utilizzato dal breviario d’estetica è molto diverso dal sentire – GRICE FEELING BYZANTINE RYLEAN AGITATION -- come stato d'animo passivo materia non informata, o non perfettamente  formata, dall'attività spirituale che aveva dato luogo, nella Filosofia della pratica, alla negazione della forma spirituale del sentimento. Là, l'intenzione era di contestare l'esistenza d’una terza forma d’attività, accanto alla teoretica e alla pratica; qui è di riconoscere, nel sentimento – GRICE FEELING BYZANTINE A RYLEAN AGITATION,  il modo d'essere incoativo in cui si presenta  la stessa attività spirituale che, nella sua esistenza piena, si sviluppa come immagine: L'intuizione è veramente tale perchè rappresenta un sentimento, e solo d’esso e sopra d’esso può sorgere  -- Saggi d'estetica. Grazie alla sua globalità, alla sua indivisibilità essenziale, il sentimento offre a Croce quel fondamento d’unità che egli va ormai cercando: Ciò che dà coerenza e unità  all'intuizione è il sentimento. L'intuizione è veramente artistica, veramente intuizione, quando sia, non caotico ammasso d'immagini, ma solo quando ha un principio vitale che l'anima, facendo tutt'uno con lei. E questo principio è il sentimento, che permette, cosi, di distinguere tra l'intuizione-immagine, che è sempre nesso d'immagini, non esistendo immagini atomi e quella falsa  intuizione che è coacervo d'immagini: falsa e imperfetta pel contrasto non unificato di piìi e diversi stati d'animo, la loro stratificazione o il loro miscuglio, o il loro procedere traballante, che riceve una unità apparente dall'arbitrio dell'autore. Allo stesso modo la filosofia della pra riuscita. L' intuizione lirica  tica aveva distinto tra esistenza unitariamente raccolta ed esistenza dissoluta,   lacerata dalla contraddizione. La distanza dall'estetica, dove si considerano L'opera d'arte come opere d'arte alcune espressioni assai complicate e diffìcili, è evidente. Per un verso, si tratta d’una ripresa del motivo estetico, molto tradizionale, dell'opera d'arte come organismo vivente, individuato d’un principio vitale. Infatti, ciò che ammiriamo nelle genuine opere d'arte è la perfetta  forma fantastica che riassume uno stato d'animo, e codesto chiamiamo vita, unità, compattezza, pienezza dell'opera d'arte. Ma, nel sistema crociano, questa distinzione e fusione tra un principio globale d'unità e una forma articolata che l'esprime rappresenta una novità: essa non ha mai avuto una espressione cosi esplicita, neppure nella teoria della coerenza pratica propria del volume. La filosofia della pratica contene, peraltro, uno spunto importante di questo sviluppo: nel capitolo stesso in cui nega l'autonomia del sentimento. Qui infatti Croce, mentre contesta che al sentimento si possa assegnare un posto a sé, dà tuttavia una interpretazione eccezionalmente acuta delle teorie del sentimeno che erano fiorite nella storia della filosofìa. Il sentimento, egli dice, è  comparso nella storia della filosofìa, colla funzione d’una escogitazione – GRICE FEELING BYZANTINE RYLEAN AGITATION -- provvisoria, ogni qualvolta ci si è trovati innanzi a una forma o sottoforma dell'attività spirituale che non si riusciva né a eliminare né ad assorbire nelle forme già conosciute -- Pratica. Sicché il vedere una qualsiasi attività spirituale specifica come sentimento è la prima forma che assume la rivendicazione della sua autonomia.  Così, infatti, era accaduto. L'estetica del sentimento, nelle sue forme piìi disparate, da VICO a  Rousseau, da Shaftesbury ad Alison, dalla Scientia cognitionis sensitivae di Baumgarten all’osservazioni sul sentimento del bello e del sublime di Kant, è, effettivamente, una rivendicazione dell'autonomia dell'arte rispetto alla conoscenza L' idealismo  storicistico di Croce concettuale: perfino quando (come in Baumgarten) sembri intellettualistica. Ma anche l'etica del poi  i^  Filosofia  perenne e personalità  filosofiche, Padova, Guzzo, Vita e scritti di Juvalta, Giorn. crit. d. filos. It. SoLiNAS, L'autassia dei valori e le indagini etiche di Juvalta, Torino, Basciani, e. Juvalta e l'etica della  giustizia, Roma,VlDARI Opere Problemi generali d’etica, Milano, Elementi d’etica, Milano, Doveri sociali, Milano, L'individualismo nelle dottrine  morali, Milano, Elementi di pedagogia, Milano, Torino, Pell’educazione  nazionale. Saggi e discorsi, Torino, Educazione nazionale, Torino, La cultura dello spirito come ideale pedagogico, Torino, Etica e pedagogia, Firenze, Il pensiero  pedagogico italiano nel suo sviluppo storico. Delineazione sommaria, Torino, L'educazione  dell'uomo. Il bello e l'educazione estetica, Torino, L'educazione in Italia dall'umanesimo al Risorgimento, Roma, Le civiltà  d'Italia nel loro sviluppo storico. Le civiltà organizzatrici; Le  civiltà liberatrici, Torino, Manzoni, Torino, Letteratura. Gentile, Educazione e scuola laica, Firenze, Cappiello, Il pensiero pedagogico di Vidari, Roma, Vidari. In memoriam, Torino,  Calò, Credaro, Maresca. Solari, Tarozzi. Autori vari, Vidari, Riv. pedag. Faggi Opere La  filosofia  dell'incosciente. Metafisica e morale. Contributo alla storia del pessimismo, Firenze, La  religione e il suo avvenire secondo Hartmann, Firenze, Hartmann e l'estetica tedesca, Firenze, Lange e il  materialismo,  Firenze, Questioni logiche e psicologiche,  Bologna. Il materialismo psicofisico, Palermo, Lenau e Leopardi, Palermo, Principi di psicologia moderna, Palermo, Schelling e la filosofia dell'arte, Modena, Hartmann,  Milano, Studi filosofici e letterari, Torino, Letteratura. Noce, La solitudine di Faggi, Filosofia, Barabino, Ricordo di Faggi. Inediti, Filosofia, Resta Opere. L'anima del fanciullo e la pedagogia, Roma, I problemi fondamentali della pedagogia, Roma, Trattato di pedagogia. La pedagogia generale, Roma, II lavoro e la scuola del lavoro, Roma, La metafisica realistica dell'io, Messina, Dante e la filosofìa dell'amore,  Bologna, Comenio e la scuola della democrazia, Bari. Dio secondo la ragione, Bari, Metafisica dell'insegnamento, Bari, Filosofia dell'educazione. L'educazione come legge della persona, Padova, La teoria della cultura e l'insegnamento, Genova, L'esistenza e l'immortalità dell'anima. Lecce, Letteratura. E. Tozzi, Profili di educatori viventi, Firenze, Ambrosio, R. Resta precursore della  riforma  Bottai, Napoli, Calogero, R. Resta e la  pedagogia della cultura, Catania, Autori vari, Gli aspetti essenziali d’una vita e d’un pensiero. Studi in onore di R. Resta, Bari, Maresca Opere. Di due opposti atteggiamenti della filosofia moderna rispetto alla religione, Napoli, Fatto etico e fatto pedagogico, Lucca, Le antinomie dell'educazione, Torino, Saggi sul concetto della pedagogia come filosofia applicata, Roma, Il problema  della scienza e l'educazione, Roma, Il problema della religione nella filosofia contenporanea, Roma, Introduzione generale alla pedagogia, Roma, Moralità e conoscenza. Critica del razionalismo morale, Roma, Aquino e la Scolastica, Milano, Letteratura. Cappiello, Il pensiero filosofico-pedagogico di M. Maresca, Milano, Nobile Opere. L'indagine causale e l'autonomia morale. Saggio  pedagogico, Napoli Saggi vari intorno ad alcuni problemi di filosofia e pedagogia, Napoli, Brevi saggi di logica, Napoli, Dualismo e religione, Roma, Boehme e il suo dualismo essenziale, Roma, Il dualismo nella filosofia. Sua ragione eterna e sue storiche vicissitudini, Napoli, I limiti del misticismo di Jakob Boehme, Napoli, Presupposti filosofici per una storia delle religioni, Napoli,  La morale e le altre forme dello spirito, Roma, Napoli, La legge morale alla luce del dualismo filosofico, Napoli, Panteismo e dualismo nel pensiero di Schelling, Napoli, s. a., ma  La pace come ideale della ragione, Napoli, L'idea dell'immortalità dell'anima e la sua efficacia sulla civiltà e  sull’educazione, Napoli, Panteismo e dualità nel pensiero di Schelling e dei suoi oppugnatori,  Napoli, Della Valle Opere. La psicogenesi della coscienza. Saggio di una teoria generale dell'evoluzione, Milano, Le leggi del lavoro mentale, Torino, La pedagogia realistica, Napoli, Teoria generale e formale del valore come fondamento d’una pedagogia filosofica. Le premesse dell'axiologia pura, Torino, Lucrezo Caro e l'epicureismo campano, Napoli, Il concetto filosofico della  pedagogia, Torino, La pedagogia realistica come teoria dell'efficienza, Milano, Letteratura. Gentile, Le leggi del lavoro mentale di Valle, Educazione e  scuola laica, Firenze, Oraziani, La scienza pedagogica nell'opera di Valle, Probi, d. pedag. L'ETÀ DELL'IDEALISMO Opere generali Spirito, L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze, Carabellese, L'idealismo italiano, Napoli, Roma, Guzzo,  Cinquant' anni d’esperienza idealistica in Italia, Padova, Martinetti Opere. Introduzione alla metafisica. Teoria della conoscenza,  Torino, Milano, Sul formalismo della morale kantiana, Milano, Breviario spirituale (anonimo), Milano, Saggi e discorsi, Torino, La libertà, Milano, Torino, Gesìi Cristo e il Cristianesimo, Milano, Torino, Schopenhauer (con antologia), Milano,  Ragione e fede. Saggi religiosi, Torino, Hegel, Milano, Kant, Milano, Letteratura. Gentile,  La teoria della conoscenza del Martinetti, in Saggi critici. Lanciano, Savinelli, La religione nel pensiero di Martinetti, Firenze, Sciacca, Martinetti, Brescia, Poggi, P. Martinetti, Vicenza, Alessio, L'idealismo religioso di Martinetti, Brescia, Goretti, Il pensiero filosofico di Martinetti, Bologna, Pellegrino, Religione ed educazione nell'idealismo trascendente di Martinetti, Brescia, Romano, Il pensiero filosofico di Martinetti, Padova, Autori vari. Giornata martinettiana, Filosofia Mariani, Esperienza e intuizione, Saggio sul pensiero di Martinetti, Roma, Terzi, Martinetti: la vita e il pensiero originale, Bergamo, Varisco Opere. La necessità logica, Napoli, Scienza e opinioni,   Roma, Appunti critici di filosofia naturale, Bergamo, Le mie opinioni, Pavia, Introduzione alla filosofia naturale, Milano, Studi di filosofia naturale, Milano, Corpo e anima, Pavia, Appunti sulla conoscenza, Pavia, Forza ed energia, Pavia, Su alcune questioni di gnoseologia e di filosofia morale, Pavia, Dottrine e fatti, Pavia, Paralipomeni alla conoscenza, Pavia, Scienza e filosofia,  Trani, Modernismo e modernità, Treviso, Massimi problemi, Milano, Lo spirito della filosofia, Ortona, Conosci te stesso, Milano, Firenze, La Patria. Idealità e interessi,  Roma, La scuola e l'esperienza, Palermo, La scuola pella vita. Scritti pedagogici, Milano, Firenze, Linee di filosofia critica, Roma, Discorsi politici, Roma, Dall'uomo a Dio (a cura di ZUBIENA e AUiney), Padova,  II pensiero vissuto  (cur. Castelli-ZUBIENA), Roma, Letteratura. Carabellese, L'essere e il problema religioso  (a proposito del Conosci te stesso), Bari, Negri, La metafisica di Varisco, Firenze, Chiappetta, La teodicea di Varisco, Napoli, Moretti Costanzi, Il problema dell'uno e dei molti nel pensiero di Varisco, Napoli, Librizzi,  Il pensiero di Varisco, Padova, Alliney, Varisco,  Milano,  Drago, La filosofia di Varisco, Firenze, Calogero, La filosofia  di Varisco, Messina, Morra, Il pensiero teologico di Varisco, Il Saggiatore, Volpati, Il concetto della persona. Colloqui con Varisco, Albenga, DoLLO,  L'assoluto come soggetto in Varisco,  Momenti e problemi dello spiritualismo,  Padova, Lamanna. storia  della filosofia, Carabellese  Opere. La teoria della percezione  intellettiva di SERBATI,  Bari, Sulla vetta ierocratica del papato, Palermo, L'essere ed il problema religioso. A proposito del Conosci te stesso,  di Varisco, Bari, La coscienza morale. La Spezia, Critica del concreto, Pistoia, Roma, La filosofia di Kant: l'idea teologica, Firenze, Il concetto della filosofia da Kant ai nostri giorni. Kant, Palermo, Il problema della filosofia da Kant a Fichte,  Palermo, Il problema teologico come filosofia, Roma, L'idealismo italiano, Napoli, Roma, Il problema della filosofia in Kant. Guida allo studio dei Prolegomeni, cur. Damonte, Verona, Il problema dell'esistenza in Kant, Lezioni, Roma, Che cos'è la filosofia?, con postille e altri saggi, Roma, L'essere e la sua manifestazione.  L'essere nella dialettica delle forme, Lezioni. Roma, La  dialettica, Roma, Disegno storico della filosofia come oggettiva riflessione pura. Lezioni, Roma, La realtà e l'attività spirituale umana, Lezioni, Roma, Da Cartesio a Rosmini. Fondazione storica dell'ontologismo critico, Firenze, L'idea  politica d'Italia, Roma, L’obiezioni al cartesianismo, Messina, La spiritualità dell'essere. Filosofia del Cristianesimo. Lezioni, Roma, L'essere, Io.  Lezioni, Roma, L'attività spirituale umana. Prime linee d’una logica dell'essere. Lezioni, Roma, La filosofia dell'esistenza in Kant, a cura di Semerari, Bari, Letteratura. Bariè, Soggettività e oggettività nella filosofia del Carabellese,  Rendiconti del R. Istituto Lombardo, Maresca, Il problema della religione nella filosofia contemporanea, Roma, Fano, La  metafisica ontologica di P.  Carabellese,  Giorn. crit. d. fil. it. Verrua, Il pensiero filosofico di Carabellese, Bobbio, Lombardi, Carabellese (serie di articoli su  Civ. Catt. Lombardi, La posizione di Carabellese nella filosofia contemporanea, Urbino, Mattai, Il pensiero filosofico di Carabellese, Chieri, Padalina, La critica del concreto di Carabellese, Palermo, Moretti  Costanzi, L'asceta moderno: Carabellese,  Giorn.  crit. d. fil.  it. Ventura, Filosofia e religione in un metafisico laico: Carabellese, Milano, Vicarelli, Il pensiero di Carabellese, Roma, Autori vari, Storia e storicismo. Studi sul problema della storia nella filosofia di Carabellese, Trani, Montone, La critica di fronte all'ontologismo, Castrovillari, Tebaldeschi, Il problema della natura nel pensiero di Carabellese, Roma, Tozzi, Pantaleo   Carabellese, Torino, Semerari, Storicismo e ontologismo critico, Bari, Forni, Il problema dell'esistenza in Kant nell'interpretazione di Carabellese, Kantstudien, Giornate di studio carabellesiane, con scritti di autori vari, Genova, Croce Opere. Salvo le Pagine sparse, e pochi altri scritti, le opere complete sono state raccolte dall'editore Laterza di Bari. La storia ridotta sotto il concetto  generale dell'arte, Napoli, La critica letteraria,  Roma, Primi saggi, Materialismo storico ed economia marxista, Palermo, Bari, Tesi fondamentali d’un' estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Napoli, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Palermo, Logica come scienza del concetto puro, Napoli, Bari, Ciò che è vivo e ciò che è morto della  filosofia di Hegel, Bari, Letteratura e critica della letteratura contemporanea in Italia, Bari, Filosofia della pratica. Economica ed Etica, Bari, Problemi d'estetica e contributi alla storia dell'estetica italiana, Bari, La filosofia di Vico, Bari, Saggi sulla letteratura italiana, Bari, La rivoluzione napoletana, Bari, Breviario di Estetica. Quattro lezioni, Bari, Cultura e vita morale. Intermezzi  polemici, Bari. La letteratura della nuova Italia, Bari, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, Bari, Aneddoti e profili, Palermo, I teatri di Napoli, Bari, Teoria e storia della storiografia, Bari, Contributo alla critica di me stesso, Napoli, Conversazioni critiche, Bari, Storie e leggende napoletane, Bari, Curiosità storiche, Napoli, Pagine sparse, Napoli, Goethe. Con una scelta  delle liriche nuovamente tradotte, Bari, Primi saggi, Bari, Nuovi saggi di estetica, Bari, Ariosto, Shakespeare, Corneille, Bari, Storia della storiografia italiana, Bari, La poesia di Dante, Bari, Poesia e non poesia. Nota sulla letteratura europea, Bari, Uomini e cose della vecchia Italia, Bari, Poeti e scrittori d'Italia, Bari, Bari, Storia d'Italia dal  i8yi  al Bari, Storia dell'età barocca in Italia.  Pensiero, poesia e letteratura. Vita morale, Bari, Aesthetica in nuce, Napoli, Manzoni. Saggi e discussioni, Bari, Nuovi saggi sulla letteratura italiana del Seicento,  Bari, Etica e politica, Bari, Storia d'Europa, Bari, Poesia popolare e poesia d'arte. Studi sulla poesia italiana, Bari, Orientamenti. Piccoli saggi di filosofia politica, Milano, Nuovi saggi sul Goethe, Bari,  La critica e la storia  delle arti figurative, Bari, Sanctis. Pagine sparse (in collaborazione con Clone e Muscetta, Bari, Ultimi saggi, Bari, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, Bari, La storia come pensiero e come azione, Bari, II carattere della filosofia moderna, Bari, Poesia antica e moderna. Interpretazioni, Bari, Storia dell'estetica per saggi,  Bari, Pagine sparse, Napoli, Discorsi di varia filosofia, Bari, Pagine politiche, Bari, Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, Bari, Pensiero politico e politica attuale. Scritti e discorsi, Bari, Bibliografia vichiana (accresciuta e rielaborata da  Nicolini, Napoli, Quando l'Italia era tagliata in due. Estratto di un diario, Bari, Due anni di vita politica italiana, Bari, Filosofia e storiografia, Bari, Nuove pagine  sparse, Napoli, La letteratura italiana del Settecento, Bari, Ariosto, Bari, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, Bari, Intorno alla dialettica. Discussioni, Bari, Letteratura. Bibliografie:  L'opera filosofica storica e letteraria di Croce,  a cura di vari autori, Bari, CiONE, Bibliografia crociana, Milano, Borsari, L'opera di Croce, Napoli, Studi Chiocchetti, La filosofia di Croce, Firenze, VoLPiCELLi  e Spirito, Croce, Roma, Fraenkel, Die Philosophie Croces und das Problem der Naturerkenntnis, Tiibingen, trad. it., Bari, Lameere, L'esthétique de Croce, Parigi, Carbonara, Sviluppo e problemi dell'estetica crociana, Napoli, Caracciolo, L'estetica di Croce nel suo svolgimento e nei suoi limiti, Torino, Faucci, Storicismo e metafisica nel pensiero crociano, Firenze, Sfrigge,  Croce, Man and Thinker, Cambridge; trad. it., Milano, Guzzo, Croce e Gentile, Lugano, Sainati, L'estetica di Croce. Dall'intuizione visiva all'intuizione catartica, Firenze, Olgiati, Croce e lo storicismo, Milano, Mautino, La formazione della filosofia politica di Croce, Bari, Antoni, Commento a Croce, Venezia, Caponigri, History and Liberty. The Historical Writings  of  Croce, Chicago, Raggiunti, La conoscenza storica. Analisi della logica crociana, Firenze, Abbate, La filosofia  di Croce e la crisi della società italiana, Torino, Vinciguerra, Croce, Napoli, Caracciolo, L'estetica e la religione di Croce, Arona, Seerveld, Croce's Earlier Aesthetic Theories and Literary Criticism, Kampen, MossiNi, La categoria dell'utilità nel pensiero di Croce, Milano, Gennaro, The  Philosophy of Croce, New York, Grandi, Croce , Milano, Agazzi, Croce e il marxismo, Torino, NicoLiNi,  Croce (biografia), Torino, CiONE,  Croce e il pensiero contemporaneo, Milano, Franchini, Croce interprete di Hegel, Napoli, Puppo, Il metodo e la critica di Croce, Milano, Capanna, La religione in Croce, Bari, Bausola, Filosofia e storia nel pensiero crociano, Milano, Bausola,  Etica e politica nel pensiero di Croce, Milano, RoGGERONE, Croce e la formazione del concetto di libertà, Milano, L., Introduzione alla lettura di Croce, cur. Pesce, Firenze, Gentile Opere. La raccolta delle Opere complete ed epistolario, Sansoni di Firenze, a cura della Fondazione Gentile per gli studi filosofici. Rosmini e Gioberti, Pisa, Firenze, La filosofia di Marx. Studi critici,  Pisa, Dal Genovesi al Galluppi. Ricerche storiche, Napoli, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, Milano, Studi sullo stoicismo romano, Trani, Bruno nella storia della cultura, Palermo, Il modernismo e i rapporti tra la religione e la filosofia, Bari, Telesio,  Bari, Per il riordinamento dell'istruzione superiore. Studi e proposte, Palermo, I problemi della scolastica e il  pensiero italiano,  Bari, La riforma della dialettica hegeliana ed altri scritti, Messina, Sommario di pedagogia come scienza filosofica: Pedagogia generale. Didattica, Bari, Studi vichiani, Messina, Firenze, Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa, Bari, Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa, Bari, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici. I  positivisti. I  kantiani e gli hegeliani, Messina, Il tramonto della cultura siciliana, Bologna, Il problema scolastico del dopoguerra, Napoli, Guerra e fede. Frammenti politici, Napoli, Roma, Discorsi di religione, Firenze, Bruno e il pensiero del Rinascimento, Firenze, La riforma dell'educazione. Discorsi ai maestri di Trieste, Bari, Dopo la vittoria. Nuovi frammenti politici, Roma, Saggi  critici, Napoli, Firenze, Frammenti di estetica e di letteratura, Lanciano, Educazione e scuola laica, Firenze, Capponi e la cultura toscana, Firenze, I fondamenti della filosofia del diritto, Roma, Firenze, Dante e Manzoni. Con un saggio su arte e religione, Firenze,  Albori della nuova  Italia, Lanciano, Studi sul Rinascimento, Firenze, I profeti del Risorgimento italiano, Firenze, Difesa  della filosofia. Lanciano, Preliminari allo studio del fanciullo, Roma, Firenze, Spaventa, Firenze, La riforma della scuola, Bari, Il fascismo al governo della scuola. Discorsi e interviste, Palermo, La nuova scuola media, Firenze, Che cosa è il fascismo,  Firenze, L'eredità d’Alfieri, Venezia, Frammenti di storia della filosofia, Lanciano, Cuoco. Studi e appunti, Venezia, Manzoni e  Leopardi. Saggi critici, Milano, Fascismo e cultura, Milano, Origini e dottrina del fascismo,  Roma, La filosofia dell'arte, Milano, Der aktuale Idealismus. Zwei Vortràge, Tiibingen, La riforma della scuola in Italia,  Milano, Introduzione alla filosofia, Milano,  La profezia di Dante, Roma, La filosofia dell'arte in compendio, Firenze, Memorie italiane e problemi della filosofia e della  vita, Firenze, Dottrina politica del fascismo, Padova, Poesia e filosofia di Leopardi, Firenze, Il pensiero italiano del Rinascimento,  Firenze, Il pensiero di Leonardo, Firenze, La filosofia italiana contemporanea. Due scritti, Firenze, Genesi e struttura della società. Saggio di filosofia pratica, Firenze, Letteratura. Un vasto insieme di studi sulla filosofia del Gentile è rappresentato dalla  raccolta, di vari autori, Gentile: La vita e il pensiero, Firenze. inoltre: Chiocchetti,  La filosofia di Gentile,  Milano, La Via, L'idealismo attuale di Gentile, Trani,  Sarlo, Gentile e Croce,  Firenze,  D'Amato,  Gentile,  Milano, Spirito, L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze, Thompson, The Educational Philosophy of Gentile,  Los Angeles, Hessen,  Die Pàdagogik  von Gentile, Die  Erziehung. trad. it., Roma,  Baur,  Gentiles  Philosophie und  Pàdagogik,  Langensalza,  Holmes, The Idealism of  Gentile, New York,  RoMANELL, The  Philosophy of Gentile,  New York,  Collctti, Il problema religioso dal punto di vista dell'idealismo attuale, Messina, Bontadini, Dall'attualismo al problematicismo, Brescia, Guzzo, Croce e Gentile, Lugano, Scarpelli, La filosofia di  Gentile e le critiche di Solari, Torino, Spirito, Note sul pensiero  di Gentile, Firenze, Bellezza,  L' esistenzialismo positivo  di Gentile, Firenze, Carlini, Studi gentiliani, Firenze, Harris, The Social Philosophy of Gentile, Urbana, SciACCA, Dall'attualismo allo spiritualismo, Milano, Bellezza, La problematica attualistica della storia, Firenze. Eustachio Paolo Lamanna. E[ustachio] P. Lamanna. E. Paolo Lamanna. E. P. Lamanna. Lamanna. Keywords: il risorgimento fiorentino, Mussolini nella storia della filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lamanna” – The Swimming-Pool Library. Lamanna.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lami: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della ragione dei antichi romani – la tradizione della polizia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “I like Lami; he has written interesting approaches to Plato and Aristotle.” Si laurea e insegna a Roma. Altri saggi: "La ragione degli antichi” (Giuffrè, Roma); "La politica di Platone” (Rubettino, Cosenza); "Tra utopia e utopismo" (Cerchio, Rimini) "Qui ed ora -- per una filosofia dell'eterno presente" (Cerchio, Rimini); "Il libro Manifesto – in difesa dell’oggettività" (Heliopolis, Pesaro); G. Sessa, "Voegelin -- Ordine e Storia” (Angeli, Roma, Filosofia politica Filosofia della storia nuova destra. Letteratura e Tradizione//miro renzaglia.org letteratura-tradizione-il-resoconto/ Scuola Romana di Filosofia Politica//centro studi la runa Fondazione Julius Evola. E’ davvero difficile per me, ricordare L. In questi giorni, ho dovuto farlo più volte, intervenendo a pubbliche commemorazioni della Sua memoria, a cominciare da domenica quando, in un gelido pomeriggio invernale, improvvisa e sorprendente, ci è giunta la notizia della Sua dipartita, durante la presentazione di un libro, alla quale avrebbe dovuto essere presente, come relatore, anche lui.  Immediatamente, il pensiero è corso al nostro primo incontro, quando io, giovane studente di filosofia, lo conobbi in qualità di assistente di Noce. Fin da allora, non si trattò di un semplice rapporto professionale, in quanto Lami seppe trasmettere a noi giovani che lo frequentavamo, l’amore per il sapere autentico, quello che si tramuta in testimonianza, in vita. Mi coinvolse immediatamente in un progetto ambizioso: quello di introdurre in un paese dominato culturalmente dalla Sinistra, il filosofo della storia Voegelin, allora praticamente sconosciuto. Il risultato di questa ricerca, alla quale ebbi l’onore e il piacere di partecipare in prima persona, assieme a Borghi e pochi altri, si concretizzò nella pubblicazione di una serie di antologie voegeliniane (qui è bene rinviare a Voegelin: un interprete del totalitarismo, Astra), che fecero ampiamente discutere. Il merito maggiore, conseguito da Lami, in questo ambito di studi, fu di individuare nel filosofo austro-americano, un diagnosta della crisi della modernità. In particolare, attraverso l’analisi e la traduzione di Ordine e storia, opera monumentale, Egli presentò l’esperienza classica della ragione, quale unica terapia possibile delle devianze neo-gnostiche contemporanee (si veda, prefazione a VOEGELIN, Israele e rivelazione, Aracne, ma anche L., Introduzione a Voegelin, Giuffré).  Fece propria, in modo critico e originale, l’eredità di Noce, secondo modalità più profonde rispetto a chi, tra i suoi presunti discepoli, scelse, come il Maestro, una via di fede. La cosa, è facilmente deducibile dalla lettura dell’organica monografia che egli dedicò al filosofo cattolico (Introduzione a Augusto Del Noce, Pellicani), da cui si evincono tanto la gratitudine per il discepolato e per gli insegnamenti ricevuti, sostanziati da un metodo rigoroso d’analisi quanto le differenze speculative essenziali, dovute alla valorizzazione filosofica, propria di Lami, delle qualità virtuose dei singoli, nell’ambito pratico-politico. A questa scelta, che peraltro individua, nello specifico, il campo d’indagine della scuola romana di filosofia politica, che a Lui faceva e fa, tuttora, riferimento, hanno fortemente contribuito gli interessi per gli autori dimenticati del novecento. Tra essi, TILGHER e EVOLA. Al primo dedica un volume significativo (TILGHER, un pensatore liberale, Seam), nel quale evidenzia il tema della pluralità delle morali, come caratterizzante il pensatore napoletano. Ciò, secondo L., lo avvicinava al filosofo tradizionalista, poiché il suo pensiero, individua effettive vie realizzative in grado di determinare le tipologie umane dell’eroe, del santo, dell’asceta, del saggio e del dotto. Sul secondo da alle stampe la prima monografia filosofica: Introduzione a Evola. Un passo per la vita e un passo per il pensiero, Volpe. Inoltre, quale collaboratore della Fondazione Evola, cura diversi volumi della “Biblioteca evoliana” nei quali, come pochi, è riuscito a contestualizzare storicamente l’opera del filosofo romano e a coglierne il valore, in un lavoro esegetico sempre aperto alla comparazione.  E’ proprio Evola, l’autore attorno al quale si sono dipanate, nel corso degli anni, le nostre discussioni. Mi pare, infatti, che Egli leggesse EVOLA, tentando, almeno su certi aspetti, di andare, con gli strumenti della tradizione platonico-aristotelica, oltre le posizioni consuete a quest’ultimo, interpretando, al medesimo tempo, la consolidata lettura di matrice cristiana del pensiero classico, alla luce dell’esegesi evoliana. Stigmatizza sempre negativamente l’abbandono, dovuto all’irruzione della visione del mondo ebraico-cristiana, della dimensione civico-virtuosa, sulla quale la civiltà romana tanto insiste. La cosa, è particolarmente chiara nello studio dedicato a questo specifico tema (Socrate Platone Aristotele, Rubbettino), nel quale tenta di presentare il simbolo epocale del mondo antico, la “vita contemplativa”, come realizzantesi pienamente nella dimensione della Città, a testimoniare della contrapposizione tra tensione utopica tradizionale, e scacco utopistico, tipicamente moderno. Tema questo, attorno al quale spese le sue energie intellettuali nel recente volume Tra utopia e utopismo (Il Cerchio).  Corrispondere a quella che è stata la via da lui indicata, ad un tempo ideale ed esistenziale, a quella che egli definiva una filosofia dei pochi, del divino e dell’ordine, è compito complesso e gravoso, al quale comunque, chi come me, gli è stato vicino, non può permettersi il lusso di sottrarsi. Sarà la memoria della Sua luce interiore, che accendeva anche negli studenti della “Sapienza”, o in chi lo ascoltava nelle innumerevoli occasioni culturali per le quali tanto lavorava, dai Convegni alle presentazioni librarie, a sostenerci nella Sua assenza. Ma, più in particolare, l’idea di una tradizione sempre viva e presente, che si realizza, addirittura nella comunanza dei vivi e dei morti, come Roma (ma non solo) ci ha insegnato, e che rappresenta il suo testamento spirituale più prezioso (al riguardo si veda, Qui e ora. Per una filosofia dell’eterno presente, Il Cerchio.  L’università di Roma, con Lui ha perso una delle ultime personalità carismatiche, in grado di fare Scuola. Personalmente, non posso che ringraziarlo per avermi onorato, in questo mondo, della Sua amicizia, rara e preziosa: quella di un Signore. Tratto da Area. Grice: “Lami touches some crucial points. For one, he criticizes Jowett for mistranslating Plato. What Plato wrote is fair and simple, ‘Police’ – Politeia --. Lami as a Roman hates the Pope – who does he think he is? The Papal dynasty is take in that they cannot reproduce. So we must go to the civil-political organization of the Romans, as seen from the the heroic ‘eta’ of Romolo. La citta. La Civilta. La tradizione. La tradizione una. Espressione varie e tradizione una.  With the birth of Christ, Roman words acquired new implicatures, for bad. Pagan started to mean ‘heathen’, and ‘ethnicus’ (ennico) more or less the same. Of course the old Romans were anything but PAGAN or heathen – they did almost EVERYTHING for Marzio, to whom they dedicated the downtown gym! (Campo Marzio). Lami knows all this – and more --. Gian Franco Lami. Lami. Keywords: la ragione degl’antichi,  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lami” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lampria: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto – scuola tarantina – filosofia tarantina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. Tutor of Aristosseno di Taranto, although he seems to have taught him music rather than philosophy.

 

Luigi Speranza -- Grice e Landi: la ragione conversazionale e la semiotica economica – prinzipio di economia dello sforzo razionale – filosofia lombarda – scuola milanese – scuola di Milano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I would call Landi a Griceian; but he’d call me a Landian!” Studioso della dottrina del ‘segno,’ vis-à-vis- scienze umane e antropologia, apportato un notevole contributo agli sviluppi alla semantica (senso) e la pragmatica (prassi, pratica – ragione pratica) -- crt, cercando di unificare la dialettica romana e fiorentina  con quella oxoniense. Diplomato al Regio Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni, si laurea a Milano. Studia a Pavia. Insegna a Padova, Lecce. Riceve, e Trieste. La sua opera si può suddividere in tre fasi. La prima riguarda studi su la prassi (ragione pratica), nonché l'analisi dei processi di “segno.” La seconda fase propone una teoria della “produzione” del segno intendendola come teoria del lavoro cui fondamento è l'omologia tra la teoria del segno e so-miscalled aeco-nomia. (cf. Grice, P. E. R. E.). La terza fase studia l'intricato rapporto tra il segno e la ideologia e teorizza l'”alienazione” dell’usuario del segno (ego/alter/alien). Opere: Pratica communicativa (Bocca, Milano); “Segno” (Manni, Lecce); “Significato, comunicazione e parlare comune,” – cfr. Grice, “SignificARE, communicARE, impiegare, implicARE, -- ‘common’ is Landi for Grice’s ‘ordinary’ as opposed to extra-ordinario. Marsilio, Padova. La semiotica e  “Segnare” come lavoro e mercato, -- cf. Grice against an utilitarian and pro a Kantian account of the rational effort – but remarks in the “Retrospective Epilogue” about his concern with ‘rationality’ as being co-operative. And Grice’s remarks about the independence of the two thesis: semiosis as rational and semiosis as cooperatively rational. Bompiani, Milano, Segno ed ideologia (Bompiani, Milano), “Segnare” (Bompiani, Milano); “Ideologia” (Mondadori, Milano); “Metodica filosofica e semiotica -- scienza dei segni, o teoria? – cf. Grice on philosophical psychology,’ folk science of psychology – ceteris paribus – ‘law’ of the science of psychology --. The laws of psychology – “That’s why we call them ‘psycho-logical’ concepts, or theoretical terms, -- psychological theory --. Theory Th.  (Bompiani, Milano). Cf. Grice on the boundaries of ‘mean,’ and the idea of ‘consequence,’ y is a consequence of x, x means y. Il corpo del testo tra riproduzione sociale ed eccedenza, Scritti su G. Ryle e la filosofia analitica” (il Poligrafo, Padova); “Semiotica Filosofia del linguaggio  su ferrucciorossilandi.c om. Grice: “Landi takes economics seriously, as did Aristotle – unfortunately, those researching onto Landi hardly quote from Aristotle!” “While the Italians think that Landi is being very Original, we at Oxford don’t! Game theory, strategy theory, and efficiency theory are all basic to ‘oeconomica’ in most pragmatic models of efficient communication – “Information is like money!” – Cf. la teoria del valore e le formulae dell’egoismo, l’altruismo o non-egoismo, Meinong. Teoria formale del valore. I valori egoistici risultano espressi con le lettere T e e te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli valori altruistici sono espresso con le lettere: i. I valori neutrali sono espresso colle lettere : Ym. Siccome non si propone di dare una teoria compiuta dei fatti concomitanti di questo o quello valore, ma solo di ANALIZZARE tal unicasi va   speciali, così, quando adopera i simboli senza l'indice soscritto, intende significare il valore egoistico – con la lettere ‘e’ sottoittesa. Questi simboli possono esprimere questo o quello BENE, ma anche questa o quella volizione a questo o quello BENE riferentisi. Per indicare una volizione, si adopera il stesso segno *fra parentesi quadratti*. Infine, si suppone, di regola ceteris paribus,che la circostanza concomitante sia sempre una sola, la quale, insieme alla volizione, formi ciò che chiamamo il “bi-nomio” della volizione. Se le circostanze sono più, allora si forma un “poli-nomio” della volizione. La precedenza di una lettera in un binomio o un polimonioindica il valore principale, sia desiderato o sia attuato. In che modo i fatti concomitanti del valore sono connessi collo scopo della volizione? Siccome ogni scopo di volizione è anche un oggetto di valutazione, la domanda può formularsi così. Come i valori possono entrare in connessione tra loro? Si noti però che la connessione deve stabilirsi prima del cominciamento della volizione, giacchè questa volizione deve tenerne conto. Le co-esistenze casuali restano naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla volizione e l'oggetto della valutazione concomitante possono correre varie relazioni. C’e una relazione d’identità. Ciò che il  artista o un politico come Mussolini crea non soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in qualche modo come un BENEFICATORE di tutta una sfera di uomini – la nazione italiana. C’e una relazione di CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa, o anche di più cose. Per esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un bel tono. Ma il piano ha anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia molto vigile (+), il quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora bene (+), ma che fa rumore e fumo (-),ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due forme: a) lo scopo è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per esempio, promuove il movimento e l' industria dei forestieri, mira ad arricchire la sua nazione (+), ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si può raggiungere che come EFFETO di dati valori morali. Per esempio: un fabbricante per  . Ora torniamo alla domanda principale. In che modo il valore morale di una valutazione dipende dai valori concomitanti, e,in caso di un simple bi-nomio della volunta, dal valore concomitante? Abbiamo distinto quattro categorie di valori, “g”, “T”, “u”, e “u”, le quali si applicano anche ai fatti concomitanti. Però il caso u si può omettere, perchè non accadrà mai, CHE SI VOGLIA UN PROPRIO NON-VALORE PER sè stesso. Rimangono così tre possibilità, le quali, liberamente combinate, dànno *dodici* casi che costituiscono la tavola dei valori. Per l'esame di questi casi bisogna pensare che ad un oggetto di volizione si aggiungano gli altri come fatti concomitanti, e osservare le variazioni di valore che questo intervento produce. La VOLIZIONE ‘POSITIVAMENTE ALTRUISTICA’ (benevolenza e beneficenza) è data da una formula. Il momento più importante è qui l'associazione della circostanza concomitante u, IL PROPRIO DANNO. È evidente che l'aggiunta di questo secondo momento accresce il valore di (i) e di tanto, quanto più grande sarà il sacrificio proprio. Indicando il valore con “W”,si avrà dunque: W(ru) > WV. Se invece si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI, sia dello stesso beneficato (quando il beneficio produce pure un MALE al beneficato), sia di persone estranee al rapporto (quando per beneficare uno si danneggia altri), allora il valore della volizione con questa circostanza concomitante diventerà minore. E la formula sarà: W(ru) < W(r). Se la circostanza concomitante è pure in favore del beneficato, allora la formula sarà indubbiamente: guadagnare di più deve migliorare la condizione materiale dei suoi operai. W (rr)> Wr.   glianze. Invece L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI nè diminuisce, nè aumenta il valore. La volizione egoistica è espressa dalla formula, la modificazione più grave qui si ha, quando al caso si aggiunge la circostanza del  MALE ALTRUI. Allora si avrà: W(gu)<W(9). Se la circostanza concomitante è invece “r”, il valore della volizione egoistica si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione egoistica si aggiunga la circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO (plusvalia) o anche di un proprio danno, non modifica il valore di (g). Si avranno quindi le due egua W (99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta il non-valore, se oltre al danno principale si aggiungono altri danni. Epperò: W (UU)< W (U). Per quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che al male altrui si associ una qualche conseguenza buona, indiretta,  W (rg)= Wr. La volizione altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con una formula. Se per attuare il danno altrui, si fa anche il danno proprio u, questa circostanza aggrava il male e aumenta il non-valore: W (uu) < W (u). W(UY) > W(u). Il fatto concomitante della propria utilità non aggiunge nè toglie al valore della volizione principale anti-altruistica. Si avrà quindi l'eguaglianza: W (ug)= W u. La somma dei risultati ottenuti si può disporre in un Quadro. W(rr) > W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)? W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U) W(ru)<W(Y) W(gu)<W(g) W(UU)<WU) W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0 W(uu)<W(U). Da questo quadro si rileva che le circostanze concomitanti con segno negativo non sono più feconde di effetti di quelle con segno positivo. Di queste ultime, “g” non modifica nulla, e “r” non dà risultati sicuri, come indica il punto interrogativo. L'influenza dei fatti concomitanti si può dunque riassumere così. Agisce aumentando debolmente il valore. ‘g’ non modifica nulla. ‘u’ diminuisce grandemente il valore. ‘u’ opera secondo lo scopo della volizione -- ora aumentando, ora diminuendo e ora non-modificando il valore. Si è già detto che sarebbe uni-laterale il voler giudicare del valore morale di una volizione dallo scopo ;che però, in quanto lo scopo prende parte alla determinazione del valore, l'altruismo positivo è buono, L’EGOISMO è INDIFFERENTE. L’altruismo NEGATIVO (malevolenza e maleficenza) è cattivo. Ora è importante constatare, che il senso in cui i tre momenti valutativi operano sui fatti concomitanti è completamente lo stesso La validità della tavola dei valori, dianzi tracciata, ma pure prevista. Allora il non-valore si ridurrà, nel modo indicato dalla in-eguaglianza: subisce variazioni, se cambia la qualità della volizione? Itendendo per qualità la differenza tra appetizione e repulsione, che però non deve equipararsi a una contra-posizione logica tra affermazione e negazione, i cui termini si escludano a vicenda, ma considerarsi come una doppia possibilità psicologica, di cui l'una abbia altret tanta realtà indipendente, quanto l'altra. Un'analisi della NOLIZIONE mostra, che esse si comportano egualmente come la volizione, solo che si applicano di regola ai valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO (IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U) (U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo stato subbiettivo di rappresentazioni ed i predisposizioni anteriore alla volizione è indicato con il concetto di “Progetto”. E siccome in questo stato abbiamo supposta anche la cognizione delle circostanze concomitanti valutabili, così al binomio della volizione o al polinomio della volizione corrisponde un binomio o un polinomio del progetto. Per indicare questi stati si adopera gli stessi simboli *senza la parentesi quadratti*. Osservando le volizioni in rapporto agli stati predisposizionali, l'analisi delle valutazioni dei fatti concomitanti può rendersi più esatta.  (ū) si possono fare le seguenti sostituzioni, che aiutano a trovare il corrispondente valore nella tavola relativa alle volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio iniziale della volizione “uu”, che esprima il mio desiderio di far male, al momento opportuno, a una persona, ma che non mi sia possible evitare, ciò facendo, conseguenze dannose pe rme,u. Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale, allora non si avrà più il binomio (uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la volizione è risultata nel senso di non volere il male proprio, pur ammettendo che questa volizione abbia per circostanza concomitante y, cioè il bene altrui. In forma positiva la volizione finale sarà (gr). E così da una situazione iniziale negativa “vu” si riesce nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati fra loro due bi-nomi di progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente concordanti. Anche i due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra loro. Essaminemo la coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la maggiore importanza pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col proprio danno. Il secondo bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui. Nel primo rientrano, nel senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui si può affermare la grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o grado minimale, i casi della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s duty). La sezione di linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL CORRETTO è tutta espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione che va dal punto d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde alla negazione di questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi tutti i casi che vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose dell'altruismo. Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal semplicemente dove ROSO ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due bi-nomi comprendono adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati in principio. I due bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non coooperazione) fra l'interesse proprio e l'interesse altrui. È evidente che dalla grandezza di questi interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il valore morale della valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella negazione di “g” e “y”. Intanto è certo che il VALORE EGOISTICO in cui “g” è congiunto con “u”, “W(gu)”, si trova sempre al di sotto del zero della scala, ed ha segno negativo. Mentre il valore altruistico in cui è congiunto con “u”, “W(ru)”, si trova al di sopra del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la funzione valutativa tra i termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire agevolmente con una semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse proprio a un grande interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il sacrificare a un piccolo interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra parte chi non pospone a un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio produce un non-valore morale più basso, che non colui il quale per una utilità propria rilevante non tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo abbozzo di una LEGGE del valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C” e “C'” indicano le costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla qualità delle due unità “g” e “r”. Nell'applicazione di queste due formule all'esperienza si rendono necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori “r” o “g” eguali ai limiti 0 e 0,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g per g. L’ESPERIENZA NON è però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno ammetterà che l'adoperarsi nell'interesse altrui si accosti l punto morale d’INDIFFERENZA, quanto più grande è quest'inteesse; e che il trascurarlo divenga nella stessa misura RIPROVEVOLE, “u” pposto costante e limitato l'interesse proprio da sacrificare. È F,  1 W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = - C per r = 00 per r = 0 lim W (ru) = 0, lim W(ru)= 0, lim W (ru)= 0 limW(ru)= 0, lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0 lim W (gu)= 0 lim W (gu)= – 00. pure evidente, che la trascuranza di un interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto più IRRILEVANTE è questo interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il valore dell'altruismo di venga allora infinito, come nella seconda formula. Osservando però bene, questi casi non rientrano nel campo della morale. Si contrasterà pure che il valore del sacrificio di un bene proprio per l'altrui, cresca colla grandezza del bene sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza prova che l'esitazione al sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene cui si sta per rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta formula. Non si può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè NON si determina un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si debbono mitigare nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla realtà. Per far ciò, basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere aggiungendo a “g” ogni volta una costante “c” o “c '”.  Queste formule non modificano i limiti funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T = 0 0 g = 00. Cambia bensì la formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C, lim W(gu) = - ' Sin qui abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE dall'altra. Che avverrà però, se le variazioni si compiranno in entrambe le variabili congiuntamente, supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro per grandezza di valore? Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule diverranno altri. Si avranno così le formule. Tr W (ru) = 0 9 + c g +di  e Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' . Da questo risulta che il non-valore deve crescere e diminuire nello stesso senso o grado limite di “r” e “g”, e il valore in senso o grado di limite contrario. Consultando l'esperienza, si può riscontrare agevolmente che un oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso valore per chi lo dà e per chi lo riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà un valore più alto o più basso del regalare di meno? Senza dubbio più alto. E se si contrapponga vita a vita, CHI SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare quella di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. QUESTO è però IL CONTRARIO DI ciò che quelle formule esprimono. O “c” corre adunque correggere le formule e per far ciò introducemo un esponente di “g”, più grande dell'unità, e lo indicamo colle lettere “k” e “k'”. Le due formule diverranno così, rimettendo “y” al posto di “r”. Sicchè si avranno i seguenti limiti. A questo punto, il concetto di limite non hanno più bisogno di alcun'altra correzione. Per semplicità di espressione ponendo C= 1ek =2, la formula del binomio divienne W(gu)= T. È questa una formula a discuttere. . g2+1 ghto Y gkilt o W(gu)= W (ru)= C per r= 9 perr= g= 0 T g2+1 W (ru)= e Y e limW(ru)=00 lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0. Preliminarmente non si ne ricava alcune conseguenze. Ogni pr getto offre a colui, che dovrà reagire con una volizione,l a doppia possibilità di fare o di tralasciare. Le due volizioni staranno, secondo la formula principale or ora  ricavata, in un rapporto di RECIPROCITà negativa, per ciò che ri guarda il loro valore morale. In secondo luogo, siccome una volizione di grande valore (positivo o negativo) o e MERITORIA O RIPROVEVOLE. Quella volizione di piccolo valore o e CORRETTA o TOLLERABILE, così potrà dirsi in generale che quanto PIù DISTANTI sono il NUMERATORE E IL DE-NOMINATORE della formula in una scala ordinale (1, 2, 3, … n), tanto più il valore della volizione e indicato dalle parti estreme superiore o inferiore della linea dei valori. Quanto più vicini o meno distanti sono invece quei numeri, tanto più l'indice del valore cadde verso il punto di mezzo di detta linea. La formula si applica inoltre anche ai casi di una volizione I cui scopo non siano accompagnati da circostanze concomitanti. Basta ridurla. W(9)=0(1). UU. Mentre la prima coppia esprime il caso di CONFLITTO D’INTERESSI, la caratteristica della seconda formula è la CONCOORDANZA O INTERSEZZIONE O COOPERAZIONE O CONDIVIZIONE gl'interessi propri con gli altrui, positive, o, come nella guerra o il duello, negativi.  Se il progetto offre l'occasione di congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi rappresenta un pericolo altrui nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione corrispondente e espressa con (gr). V'è però anche la rappresentazione del desiderio di un male altrui, cui si associa anche la previsione di un danno proprio. La corrispondente volizione e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g” e”v”, cio è fra “g” e -Y Questa riflessione ci fa subito applicare al caso attuale la formula principale del primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)= >.  Passamo ora ad esaminare un'altra coppia di binomi: gr g+1 1 T   (go+ 1)r. Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa dei due binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili concomitanti, com’era di sperare! Ferruccio Rossi-Landi. Landi. Keywords: implicature. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landi,” The Swimming-Pool Library, Villa SPeranza, Luigi Speranza, “Grice e Rossi-Landi a Oxford.” Luigi Speranza, “Grice’s principle of economy of rational effort and Rossi-Landi’s economical semiotics.” Luigi Speranza, “Grice and Rossi-Landi: over-informativeness and excess: the implicature” – The Swimming-Pool Library. Landi.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della sforziade degl’italiani – filosofia toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze – scuola fiorentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I love the way a philosopher can be judged by his fellow citizens and by furriners: Landino’s “De Anima” fascinates the Germans, for example! While his poetry fascinates the Americans, as I Tatti testifies!” Nacque da una famiglia originaria di Pratovecchio, nel Casentino, e compì gli studi in materie letterarie e giuridiche a Volterra. Gli venne affidata presso lo Studio fiorentino la cattedra di oratoria e poetica che era stata del suo maestro Marsuppini: L., sostenuto dai Medici, e stato avversato da non pochi personaggi in vista, come Rinuccini e Acciaiuoli. Tra i suoi allievi ci furono Poliziano e FICINO (si veda). In quel periodo ricopre anche incarichi pubblici, facendo parte della segreteria di Parte guelfa e della prima Cancelleria. Tra i suoi viaggi, spicca quello a Roma. La sua Xandra e una raccolta di componimenti dedicata inizialmente ad Alberti e de' Medici. In campo filosofico scrisse III dialoghi: il De anima, le Disputationes Camaldulenses  e il De vera nobilitate. La maggiore fama nei secoli di L. e però legata alla sua attività di commentatore dei classici. Diede alle stampe il Comento sopra la Comedia di ALIGHIERI, su ORAZIO e su VIRGILIO. Traduttore dal latino in fiorentino della Storia natural di PLINIO e la Sforziade di Simonetta Il volgarizzamento pliniano e un vero e proprio evento. Per la prima volta la plebe puo leggere la più importante e vasta enciclopedia del mondo romano -- tra i suoi lettori Pulci, Colombo e Vinci. Per i meriti acquisiti, la signoria fiorentina gli assegna una torre nel Casentino e una pensione.  Venne ritratto tra illustri fiorentini a lui contemporanei da Ghirlandaio nella Cappella Tornabuoni di Santa Maria Novella. Altri saggi: “Orazione alla Signoria fiorentina incipit della Historia naturale tradocta di lingua latina in fiorentina”; Xandra, “De anima”; “Disputationes Camaldulenses; “De vera nobilitated”; “Comento sopra la Comedia di Dante”; “Commento a Orazio”; “Commento all’epopea eroica di Virgilio”; “Historia naturale di Caio Plinio Secondo tradocta di lingua latina in fiorentina  al serenissimo Ferdinando re di Napoli”; “Orazione alla Signoria fiorentina quando presenta il suo Commento di Dante, Firenze, Niccolò di Lorenzo, Formulario di epistole, Firenze, Bartolomeo de' Libri. Il testo si può leggere in edizione critica. Carmina omnia ex codicibus manuscriptis primum edidit A. Perosa (Firenze); “Disputationes Camaldulenses” Lohe (Firenze, Sansoni); C “De vera nobilitate, M. T. Liaci, (Firenze, Olschki); R. Cardini, La critica del Landino” (Firenze, Sansoni). Dallo stesso studioso è stata allestita la raccolta: C. Landino, Scritti critici e teorici, Cardini, Roma, Bulzoni, Comento sopra la Comedia, I-IVProcaccioli, Roma, Salerno editrice, Questo commento è stato solo parzialmente edito (la sezione relativa all'Ars poetica): Cristoforo Landino, In Quinti Horatii Flacci Artem poeticam ad Pisones interpretationes, G. Bugada, Firenze, Sismel, R. Fubini, Quattrocento fiorentino. Politica, diplomazia, cultura, Pisa, R. M. Comanducci, Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta, «Interpres» Uno studio complessivo, sia filologico sia storico-culturale, dell'opera in A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano” (Messina, Centro di Studi Umanistici). Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, Orazio, “Artem poeticam ad Pisones interpretationes. G. Bugada, Firenze, Sismel-Società internazionale per lo studio del Medioevo latino, Galluzzo, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano Messina,  di Studi Umanistici, Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Lee Sorensen. ALCUIN, Ratisbona. Liba secundus u aut Eandetn otionanft in anibus denrchedas. Ars enim natnratn quoad ua  Itt feropq imitatur. Sed nefeio quo pado cum de eqmalo quod iti vita Kiriorio  iMispa natura nucttigadum nobis propofuannus:iam fecundo in naturam rela« bor.lta^ bacomifla ad illud tademrueamusipcimunique omnibus PHILOSOPHIS omnibmi cbtifiianis audoribus non in eo quod ab ad ione proueninfcdin fo»  h ratione coUocemus. Non enim quid fadum iinfed qua mente fadum animad  uettunt. Quapropter quatuor ueluti principia ponunt. Cum enim fe nobis ilu  quid offert: mouctuc ea te fic oblata uis quzdam animorum nofttorums ut illam  cognoscat: tandem p decernit aliud bonum efTc aliud contra maium. Quapto ptrrcumiam feferes obtuleritrcum iam fecundo loco (it de ea iudicium fadumt  adtamr tertio loco uoluntast ut hoc quidem fequamur. Illud vero fugiamus. Qua quidem uoluntate ita iubente motus poftremo in corpora infurgut : ut id  tncmbræzc quantur quod noiunusancea de creuerit.Ncffi igitur a duobus illis  ptimisprindpiisnetp ab boc poftremo uitiumfpedatur:led a voluntate qua in ordine tertiam pofuimust. Non enim eo Verres pcccauit quod tabulz ftgnac ac  reliqua ftculorum preriofilTima fupeliez illi fefe of Ferreti Non rurfus quia iudica  ret forefibi ex ufu huiufccmodi ornatu abundaretfcd quia rapere uoluit cu uf«p  adeocz fola uoluntate res pendat: ut etiam ft non rapuerit :tamen quia rapere uo  luerit fitelus commifllim fitx Non enim interfecerit ne an non interfecerit: fed uo  lueiitne interficere in culpa eft:Defueruntuires. P.CIodio quominus Annium Milonem oeddere pof Tetx. Qua quidem in re fi naturz uitium quzras t pcccauit  ea uis:quzmentis propofitum non implcuit:fi uero ad morem teconuertas non  aduscorpord motus fed uoluntatis adus crimen concipit: Dicetur iure homi  dda Clodius quia Milonem uoluit ocddere: Fac autem ocddifte cum minime ta  men uoluerit exddere ftarim crimine abfoluetur. Qui enim non ex uoluntate:  fed uel ex infirmitate uirium quas modo pofiii vel ex insdiia rem quampiam c6  mittunnii non modo culpa carent: uCTum etiam cdmiseratione fzpistime digni  putanmr. Quis enim cum illud de Cephalo in procrin legit etiam fi fabulosum  putetmon iolum illum crimine liberat: Sed fumma infupercomifetatione profe  quituRcum animadvertat hominem ex infdria dum feram uulnerarc putat: ca tifiimam fibi coniugem percu Eiffeteuius morte in summum moerorem acludu  paulo postcafuruseifett Vides igitur auolutatisadu ueluti a fua origine uitium  in monbus flum: Verum cum iam conftet imbedllitatem adionis prouenire ex  infirmitate primi agentis rem hanc planius exponendam cenfeo: Videamus ita in quo defidatuoluntas ante commifllim fadnus. Qui quidem defedusfibi a  natura non erinfemperenimadbzrct/ femp pcccaret:ne rurfus eftcafu bc for  luna:eflet enim extra nos. Est igitur uOluurius.S'ed ut uideasundeifit error boc  ædpe. Visdus rd quz agit ab eo agente perficittu quod fupra fe eft: Donec enim  id quod fecundo loco agit perfeuerat in ordine primi agentis munus fuum abfo  lute peragit:Sinautemao illo declinet nullum iam remedium eflqn aut fiatim  aut paulo poftdefidattin gyrum uertitutdrculus qui manu humana torquef. Hic idem fi nunu dedinet a mom ceflabit. Ergo igitur ut ad rem redeam nupa  dicebam duo cflic pdndpiarquæ uoluntatcm aateire ntt Res quz fefe nobis oSu a : k [ t  Oerumniobonp nttitt K uii gucdam ilfas oblatu fufdpiatt At cum qiiicgd bnhi!!»ttb£ A Ut moueri poffifaliguidhabeat proprium a quo moucaturmoo omnis pcrap et  di uis omnem appetitum mouebit. Nim quz fmlibilia percipit cum dutaiatape  petitum qui a renfibus e(i mouere ualai Ratio autem proprie uoluntatem mouc  biti Rurfuscum latio varia bonorum genera percipere poiritcuiuilibetautcm et  proprius finist Etit uoluntatis quoque pprius nnis k primum quo moueatiu n5  bonum quodlibetifed certum aliquod ac pncfizum.Siigit" mensnofira acuolo  tas perceptione eius rati6ismoueac7quz tedum bonorum malotu iudiciui B  teneat reda indeadio exorictur. Sinautem ab iis ezorit" quz falfo fenfuum iudb  do bona efle deæta Tunticum minime flnt bona Ibtim peccat in uiu 6tmorib9  uoluntas. Peiueriio igit" ordinis qui est ad rationem et ad proprium finem gignit  peccatum in adione. Ad rationem quidem cum ad fubium fec fiis perceptionem voluntas fertunin id quod fi rede pcrfpidas bonum non efiifcd quia fuis ilicee brisrcnrusdemulfitia Dillis bonum iudicatat. Efirurrus cum ratio ipfa minime  decepta id bonum efle decemittquod uere bonum dici potcft.Hcx tamen tepore aut hocmodo bonum efie negatur. Voluntas tamen in id fertur nu llam ordinis tanonem babens.huiufccmodi igitut ordinis per uerfio uoluntaria eih pptc reaqi uitio non carets Loquacior fortalTc fum q par cfi in natura mali. Addam tamen ex iis argumentationibus quibus demonftracum efimalum nullam efienda  am eflesati ob eam tem per fe fubfifierenon polle: facile animaduerti id aliquo  in bono feroper efle oportere: Verum idem hac quoip ratione probatur. Cum malum dicimus priuationem dicimus:hoc enim iam conuicnPnuatio autem ipla K  foima qua res priuatut in eodem funt.ld autem quod formz fubiidtur huiuTce  modi cil ut fua natius facultate formam fufeipere ualeat. Hoc autem quis bona  negabit cum eodem in genere et ipsa sive facultas sive potentia Scadus qui inde  cll omnino confilhnt. Prxterea malum ta folum ratione malum didiT quia nev  cct. At non ncKct malo. ElTc enim bonum fi malo pemitirm afiFcrrct. Nocet igitur  bono. Nonautefi de rei forma loquamur noceret nifi in eoelTet. Quzenimcz  citas polyphcmo nocebitinifi fit in polyphemo excitas. Verum cum uulum boa  no opponatur quo pado utn idem erit fubiedum.oppofiro 9 t enim altc/alte tum pellinhoc fi dicas ita tibi refpondebo.Quicquid ens did poteft idem 8C boa  num dicitunNon autem abfurdum cll ut non ens in ente fit:quzlibct enim ptia  uatio in aliqua elTentia c(l:quz cll ens tamen non efi in ente fibi oppofito. Si  enim czeitatem dico hoc non eos comune quide minime eft ut uifum ubi^ tola  lat:Ergo non ell in uifu uelud in fuo fubicdo fcd in animaote. Q_ux quide om  nia eo teduntiut non pofliit iu fummum malum inueniri:ut inuenitur fummn  bonum.Quod enim fummum malum fututum fit id fine alicuius boni cofora  tio elTc oportet. At nullum malum a bono omnino feparatu efle inuehies. C^ua  doquidem ut paulo ante ofiendimus fuas in bono radices malu egit: et in eo luu  ut Ita loquar fundamentum iedt:Ptztctea fi mihi dabis aliquid fummum malis  fututum effe id ita fua eflentia malum futurum erit/ut fua eflenda fummum bo  num clfc uidemus. At malum eflentiam nullam babæ iam demonfiratu efi. Ita  quod ptiouUD pdndpiii eft eus cflcpo^too cogn ellet pti IaP.Vitg«M.AIl^o.Liba tettius   cipranificflct caura iitidepcadcrettt Dafiautcaurambotiucfre dirimus. A 4 de  et boc^uTa enim qux per fe caufa diatunfcmpcr prior eft illa quz per accidens  caula dicitur. At malum non efi caufa niri per accidens.Non igitur inuenimr (u  Inum malum.Hatc funt quæ de plurimis longecp «ccllenrioribus quz Leo Baptista memoriter diluride ac copiose in tantorum uirotum confriTu difputauit t  mcminil Te ualui.ln quibus cum abunde Laurentio fatilTadum efletxfol^ ia me*  ridiemalccndi(ret:nos omnes ita adbottante Mariotto hofpite libeta Mimo to» Kzimusiillumf fecuti ad tefidenda corpora difi:ellimus. L. CAMALDVLENSLVM DISPVTATIONVM AD ILLVSTREM FEDERICVM VRBINATVM PRINCIPEM IN P. VIRGILIO MARONIS ALLEGORIAS. Um Satuissem cum fermonem illustrissime Federice litteris  mandate quem Leo BAPTISTA Albertus no sine summa  oiumquia et erunt admirarione: at(^ftu porede iis  Homeris  habuiflct inqbus. VIRGILIO j fundiflimam illam fcietiam  i occultatcqua fummu bois bonum diuinitus defcribit et quU  uia ad id Hcircamur mirificc exprimit: uercbar ne in nonui 1 holum reprehcnlionem incidcrem:qui cunria ex fui ingenii imbecillitate tnericntcs et Maronem ipfum nihil przter fabellas:quibus ociofas auditoru au  icsdcledaret cdmctum ræ credant et nos pro arbitrio nodro quz dicimus ottu  uia finxilTe exifiimcnt. Qui quidetn fi quid poctz fint: fi quam eorum origo ue  tufia appareat fecum teputentifi q magna/q uaria dodrina plurimi in eo artifii< rioflorucrint confidcTcnncogoofccnt profedoid quod grauil Timorum PHILOSOPHORUM iudido comprobatum uidemus nullum efie feriptorum genus : qui  autmagnitudine cloquentiz.aut divinitate iapictiz poetis pates fuerintr Qua  quidem ce ARISTOTELE virum excellenti ingenio et doctrina pofi PLATONE om  nino singulari motum crediderimrut eofdem prifds temporibus theologos poe  tafi} fuine a£btmet;Et profedo fi poesis ipsa quid sit diligentius inturamur: fad  k erit nofle non cfle illam unam ex iis artibusrquas noflri maiores quoniam reli  quis excellentiores funt libctales appcllarunnin quarum una altera ue fiqui 0 o lucrunttin maximo funt femper pretio habiti:fed cfi res quzdam diuiniortquz universas illas compledcns certis quibufdam nu meris aftridatcerris quibufdam  pedibus ptogrcdienstuariifi luminibus ac floribus diftinda quzcutp homines  qjotnt quæcn norint: quzeu contemplati fuerint: ea miris figmetis exoractr  atip in alias quasdam spedes traducattut cum aliud quippii multo inferiusimul (09 humilius narrare uideantur:aut cum metas fabellas ad ceflantium aures ob  kftmdas ludere credantur:tum maxime cxcclla quzdatfic in ipfo diuinitaris fbn  tctecondita pTonunt: Quo quidem gratilTimo errore tandem animaduerfo au  ditoc non Colum in fummam rerum cognitionem deucniat: fed mira eriam uolu  ptatccz figmento pctfundatuc. Quam quidem temdiuinam potius s humani f iii fn.   cfle cu! potius f Platoni credidcrimnilr rnim in lonr dicit pot ffm non arte yana tradi;f<d divino furore npftras tnentesirrepne.ln co aurem qui phxdrua  infcnbitur/cum tria alia diuini furoris genera expliraflet/quaitum furoretn quc  poeticum elfe uult/huiurcemodi([ni fallor^fentcntia exprimir. Rcfeit enim da  ibcxleftibusredibusucr farcntur animi no(lri/ et cius harmonix quxinxtema dei mente confiftitiK eius quxcxlorum motibus conficitur/illos participes fuit  fe. Verum cum deinde monalium rerum cupiditate degrauati propterca ad ia  feriora iam deuoluti corporibus incluti tint:tunc terrenis artubus ac monbodia  membris impeditos uix eos concentus qui humano artiHno comparantur auribus padperc poflerqui et Ii a cxledi harmonia longe abfintinihilominus quoni  om ucluti fimulacra quxdam ac imagines illius funt nos in tacitam quadam ex Icftium recordationem inducuntiacardcntiifiroa cupiditate ad antiquam patrw  am reuolandi inflammanciut ueram ipfam muficam/cuius hxc adumbrata ima  go lit pnofcamus.interim uero quo ad pemiolcdilT mum corporis carcerem noa  bis licet/bac noftra illam imitari cdtedimus non uocum modulationibus ueluti  uulgares quidi et leviores mulici cofucueruntrquos aunu frufus demulcete posse no negauerimtquicq aut prxterea prxihre posse no cocedor Sed grauiori quo«  dam iudicio diuinam harmonia imitati/ pfundos inrimof mentis fenfus elega  ti arminc exprimutsat divino furore concitati res frpe adeo mirabilesiadcoq  fupra humanas uires cofticutas gradi spiritu proferunt: ut cum paulo poft furoc  ille iam refedetitifeipfosadmirentVat obllupercant. Quapropter non folum  auribus adulant ifed fuaui nedarc et diuina ambrolia mentes demulcet hi igic  diuini uates funt/& faai mufarum facerdotesihi iure optimo fandti ab Ennio ap   E elbnt": his folum diuiniiuscocefl'umeft/ut carmine modo iocude fuauiteripla  entitmodo grauiter alteq; furgetitmodo uchemeti impetu ruerirmodo in leda  ti amnis morem fluetiinonunq copiofe exundantiinonunq breuiicr atqt copref  fef gredicnti quocui uelint auditorem rapiat.quiobrcm quonia diuimor uche  metior^ in iilis spiritus infurgitiab huiufmodi ueheroeria uates appcllant. Grxa  dautipfos poetasdixeruntteo quod apud illos facere figniriut. At dices fonafle none 8C reliqui feriptores fuo libto poetx id eft effedores iuie dici  poiTunt ( poflunt illi quide. Veru quoniam hi foii et dicedo limul et intelligedo  ni reliquos oes longe fuperant/nomen id quod oibus feriptoribus comune etie  opottuitsucluti fuum ac pprium fibi uedicauerunt. Et piedo quicuqi uates boc  noie digni fueriitiii fupra humanamuim aliqd pofle uili funticuius rei teftimoe DIO elTe poflunt prifei illi uiri:quos poetas fuifliecoflatinam apud hebrxos Moy  fes uir bello inuidus:qui 6C xgyptios ab xthiopibus SC ab xg 3 tptiis hebrxos lib^;  rauitmdne cius ucrlibusiuerlibus enim uolume cofalplitiocm diuinitate cofai  plitiocm diuinitate coplexus cft.uir adeo prifeus/u t cum odoginta iam natus an  nos iudxos e leruitute educeretrCecrops athrnis r aret. Nam qux ea fint qux  Idumxus lob fuiscanninibus madauit:ormine ex iis chriflianis qui paulo dudi  ores babet latere puto. At hic ut ex libro fuo coiedari licet tertia xtate poli iftæl  tutPcftincc nuc {>fcqr quata qliaue fint qux catminib^^Oauid regis:q d^iiJii Si  Jonumis i qux dcutctonomiuquc Ibix catico codnent" tEgregiu dno inudu cotitinuab dekiceps ferie r<rfiiper rctetitum: ut iion modo poete: verum exteri 9uo(^ rcriptorcs quicutK remaliguam maiorem litteris mandarent: eam ua tiis Hgmentis/uariisfigurarum integumentis obfcurarent: putabant enim fo  teii negodumdifibcilius ccdderent: ut fi: gux rciip(i{rent: maiorcmeflent dignitatem audoritatemc^ habitura: 8C 9U1 percepiffent: guoniam non fine la^  borc at(^ induftria id afreguerenturtea pluris elTe faduros.maiorem inde  uoluptatem percepturos fi guz ipfi tenerent minime fibi cum indodis commu  ciaclfent.Hac igitur ratione a fandis facrifi^ rebus profanos arcebant non  inuidiamoti sed ut aliquod inter follertem at mentem diferimen appareret:  cum non idem ociofusguod studiosus affeguetetur: sic enim dC premia guz dodis debentur folis illis proponebantur exteri ut iifdem artibus quando leKguis noD prohccrent niterentur fummopere accendebantur. Difficultate  enim inopia rei mortalium ingenia acuuntur: uindt onmia la bor impro  bus: et du ris um ens in rebus egeftas 2 Quam guiiguam feribendi ratione grxid guoi^lccutimntfguortim et Orpheum thracem:& atheniefem museum et  thebanum Linum antiguiflimos fuiffe accepimus: Verum Lini Mufei^ uiz  uciligia eztant: Orphd autem poemata in quibus multa deui diuinainecpau  ca dererumnatura continentur 2 ad eam quam diaimus formam confcnptitaf  fe/fadle efl cognofeere 2 de reliquis uero qui deinceps doruerunt/nihil dicam:  Fabularum enim figtUenta quibus aut deorum/aut rerum naturam /aut ea gu»  ad uitam et mores pertinent obfcuriusquidem sed maxima cum dignitate exprimunt: rem manifeffam reddunt. Qua propter cui mirum uideatur: fi otnnisxtas:omnesnationes. Omnesguialigua ufguamdodrinacxcelluerint: poc  tasfemper maximi fecerint.Nam ut reliquos adprzfens omittamq multos q  maximos in philofophia locos Aristotele tanms uir poetarum tcflimonio cot roboranquibus quidem nifi tatu tribuifletmunqua netpde poetis duosme^  de arte poetica tres libros accuratiffime confaipfiflet. Quanti autem hoc bomi  num genus PLATONE fadat: ipfe in libro de re.p.fadle offendit: q uoniam n ihil uei  jbementius mentis intima penetrare/qua poefim affirma. At dicet aliquis no ne  in libro de legibus idem PLATONE poefim reiidendam ccnfctmufquam ille hoc. Sed  eam rdidenda dmonet: qux more tragico pturbatos animos imitatur;qux uee  to laudes canit deoru:patria inffituta defcribitimores edocet: probosuiros extol  ]it:iroprobos deprimit/ædpiendam iubet. Deni nonullis in lods aliquod poe  tarum genus uitupetari ab hoc philofopho inuenias. Poesim autem ipfam qua  donout diuina mex tollit quas quidem res cum diligentius fecu reputauerint  qui confilium noftrum damnantifentetiam illos fuam immutaturos exiffimo:  qui tamen si nos carpere uoluerint: potius temeritatis arguantiquoniam ea qux  fupranoftrasuires funt/aggreffi fuerimus: qua aliquid quod Maro non uidc  tit 2 nos uidif Te putent 2 Ego autem quauis non tantum mihi arrogem: ut hu  ius poetx diuinitatem fatis pro dignitate explicare pofIim:non tamen inutile fii  turum putauirH noff ra indufiria quantulacunc ea fit/dodiores uicos ad tnaioif  ra de ENEIDE demonftranda exdtar 02 qui cum nos non omnia potuiffeintelli  indigo oiK no otn&mq ioiufta aduerfus nos induti utbca ca coi nim lutun erga Iiuiurcemodi dodris» cupidos adtadiS errata Uoftra conS  gant i ii qua detint addant t Qua quide in re non modo emendari me xquo  animo fctam: r<d ultro iam nunc omnes qui hoc polTunt ut id faciant uebemc  ter oro. dam m maxi me propriu m hominis p utem» 8t quod jpfe. uiderit U>  ter aliis oftendet er et qu od ne^t fiudipie adijj^ercum in hoc fibi Ipii in il  lo reliquis profuturus iitu o 6c uitam inftitui s ut fic quicquid in me efi iiberalif  fime effundamtfl Canullo mortalium quz mihi delint/fumere dedigner:ad que  autem nofha hrc potius qualiacun<p imt fcribamiquam ad te iUui^ime Fcde  tice:qui et Maronis pra; terca KeTos et udiofiirimusrem perfuetist et cum reliqui  iulue principes in eo omnem indufiriam ponannut quamaximos fibi tbc£uitos  comparent i auri^ at^ argenti aceruus magis magifi^ indies æfcatitu maxu  mam tuarum opum partem in mularum et eorum qui mulas colunt omsmen  ta liberalissime effuns: ut iam quemadmodum Homericus ille Agamenon  coniidebat/fi decem aliifibi Nefimesadeircntiforeut breui Troiam apturus  eflett fienospro comperto habeamus fi Itali populi non diam decem ut iliet  fcd duos przteta Federicos haberent t brevi futurum ut universa ITALIA alterz  Athenz futun fitr feddeczteris alio locoi Non enim in hunc fermonem hoc  tempore uemmus t ut quequam arpamus t fcd ut te fic dc litteratis hominibus  meritum quamaiimispof Tumus laudibus profequamuri qui quauisfolus ex  omnibus qui in imperio confiituti funt has parta tuearis : amen iu late patet  tua in oes litteratos liberalitas. Ut non pauciora ez a fiC poetæ BC ontorat et om  niuffl rerum feriptora prouenturi fintsqua ii fuerint t quos olim Nicolaus lUe  quintus pontifex mazimus:quem omnes uidimus fuis pulcherrimis muneris  bus/ac maximis pretniisprouoauittqui quidem tuo beneficioad ftudia czdta  ti:8t fibi gloriam fua dodrina fua eloquentia ucndiabunt.6: te ulem roufape   E atronu etiam tuc cum multorum principum qui et nuc uiuunt/& olim regna«  ut fama fepulta iacebit in xtema femper^ recenti memoria uiuum retinebut. Veru hæc quoniam omni luce clariora fu Dt; longiusprofequenda non cenfeot  Præfertim cu ipfa iam ra postuletaut diuinum dodimmi uiti Baptiftz Termone  ego quantum memoria repetere poteto Tuo ordine referam.Ille enim cum bci>  ne mane ad confuctum locum ueniflemus : 8i min audiendi cupiditate inflam  mati ab eius ore Tummo cum filentio penderemus huiufccmodi principio dil/  putationem exorfus cfi|£)um eius poctz mentem tibi Laurenti aperiri cupias r  qui uel ex omnibus re^onibusaquarum babiatorcshifioriacognofant suci  cxotnnibus lzculis squkadnofhamur memoriam acriptorum beneficio per  uenerintsfi non primus primo tamen par æqualif (^ exifiatsno poflfum meo oea  tionbingreflu tantzrei magnitudine non penitus pctturbaii. Ncmo modome  diocri fit dodrina imbutus hunc uirn ui ac copia dicendi ipfnn ut ita loquar eloquentia fuperare unquam dubitauit.Nam cumtraindidionefiue figuræ  rrnt sive charaderasin quotum uno fiquis excelluerit maximam fit glot L - am adeptus. Quis non uidetnon folum in lingulis fuis uoluminibus fiivmlos adimplet Verum paucis liepe uctfibtis ita omnacofudific æpennL:  fcuific/ut miro quodam temperamento u clotifidiucifcuoc Bcoocctu Mluaf^ t«a Z iotl dk\ M aia uFdi £ IIBD mu DCMI mat vtik lia cnlK lioilfl olis a tpai KSoa 10 ik lOa B oulip icbui>  nft» none flbfr  qSiQ  011 ipiB’ bSlfimu cottfiaabt incredibilefli auribus voluptate pariat. Ex quatuor aut riie&  di generibus ita opus contcxitiut ne ocio copiame negocio brevitas defit. Vi  dcbis quxdarua sic dtatc at<j ariditate placerctquzdamuetoueluri flofculis ib  lufhau at diftint Sa deledare.Sunt deni^ eunda eo attifido confirudaiut un#  deoiaadoe elocutionis genus exempla potius qbincrumas/fcriptum DulIum invenias. Adde ad hæc cognitionem hifioriatai Adde quadili gentissimus and»  quitaristt oonmodonofliaturctuifed &grzcaru &omm nationu inuelliga#  torcxriterittqptil conjmuaborumobretuatiinmus fueritiq elegata quxdain  Boua ex fe fotmaucritiqua f pric omniu uim tenuerit. Prxterco ius duile: omit  loiuspontiridu nihil dicodeiurcauguratqus; oiaita tenuitaitnonab aliis accepilTeifed ipfc conftituiOie uideatue. Hzc igitur et cotum limilia fi a me tibi ex«  pheanda pctæstac ut fifiguk» in eo poeta locos diligeorius apetiiem contende  tes: 8C operofum fimul et difiidle mihi negociu imponetes. Quis enim illa pub  chetrima cxcdlentiiliinaf/ac fummo artifido tccondita non ludicct: fed funt ta  nicri a multis iifdcm^ dodisuitis patefada. Quod aute petis id et multo diviiuuscftt Kmagisinobrcuro UtetiKanullo quod ego quide rdam/badenus  fua ferie patcfadum.quod ne gtimaricus nc tbetot nouerit.fed fi ex intimis  FILOSOFI arcanis eruendum. Vis enim nolTe quid per fua illa enigmata de Æ  ncæctrotibusidc dus hominis in italia profei^one fibi Maro uoluerit.Q^ua  qua (untnonulli/qui di ea quæ paulo ante dicebam promaximb admirentutt  at^ in ipfis fuma abfolutam^ poetx laudem contineri putent: nihil maius in eo  uate fuicent. Quos tamen fi roges quid fibi in ea te VIRGILIO perficere uolue  riti Hometumimitandu fibi propofum eafibtmabut: Addent^ ne^ ingeniu ne dodrinamtquo minus id pilare pofTet fibi defuifreiQ^uod nobis cu dederint  fuccubat penitus necefle efl. Habemus enim ^ut gramaiicope iiinita pene tutba  omitta multoseofde grauifTimos PHILOSOPHOS tqu i Homerii ocm zgypriopi  dodrina haufilTctca^ more illote uariis hgmetis adubraffe cotcdat. Qua in fen  tcnria nili ARISTOTELE fuiiret nunqua homeriaru ambiguitatii libros fex scripfif  fet. Na quid Balilius Bi dodrinz magnitudie/K mo^ fanditate magnus coo  minatus de homine fentianfacileefi iudicare:qui tota Homeri pocfim laude/  uittutis continete dixit /fccutus ut puto Anaxagoram Claxomeniiitqui quidem  idem de hoc poeta a Sirmauit t Arcbefiias ucto mediz academiz inudor tra OMERO tribuitiut nunqua fe iniedu tecepcritiquin prius aliquid ex eo legerit: Sed  et inlucem le ad amauum ite dicebatiquo hin dus legendi maior copia daretur,  yctum quid reliquos nunc colligamtcum unius PLATONE testimonio nihil fit,  quod probari non polTitlls igitur in eo uolumine quod de summo bono scripsit omnes artes huc diuinz fiue humanz illz fint in unum Homeri poema uciuti r  in proprium receptaculum confluxifle afHrmat. Quamobrem animaduettens  Mato dodrinam huius hominis ex egyptiorum sacerdotum fontibus bauftam  fimillimamcum Platonicist quorum Qud iofifTimus fuit rauonem babere eam  uTadeo admiratus dl:ut idem in fuo ENEA efficere uolucrit : quod ille antea  in Vlyxc finxerat^ Q_uaproptet pulcherrimis poeticif:^ figmentis eum nobis  unw i^oiinai qui pluri, a^ aux^nis u itiis pauwim expiatusue dckeps 'ir»v I f  •*/ .«MI inr   ; iRft.    mitis uiituHbiu Illuftratus id quod fummahotmnibdliæStquoiI^ tufi et pl  ip6t/ tatnnlal^ equnec^ VcTdcu illud mrera diuinanunfpcca msnullusafTequii latione conlidcre a PLATONE didioirctylimul SC illud didicit co antbt minime  perueniripofle/q animi nofhiuirtutibns illissquz deuiu K moribus funtex  piati penitus reddantur. Cum SOCRATE i pfe puru impuioiittiogetc fas c$/cfle  neget. Quapropcet non folumflnes bonoru nobis miririceezpreiritt Verum  etiam qua uia qua ue ratione eo cuadere tandem homini liceat demonftrauitt  Ne qua pars eius philofophia; qui gtxd ethicen/nos de vita et moribus nomp  namus: prxtermitteretur:in ea enim nos nihil aliud quammus nili primum bo  notum malorum^ iincstdeindeof Scia quibusueluti uia quadam ad eosdem  ducamur. Laboriofum omnino negodum/at^ omni difficultate plcnum: divinum tamen et quo uno foelix limul atip fapiens homo effidaturtdeo^ iungaf  Soli enim fapienti fas eft ufi adeo deo c6iungi:ut nihil quod feparcr/intercink  ce poflit. Deus enim ueritas eft .Q^uis aut nefdat qui uerum mente non pettin  gat/eum lapientem efle minime poiTet^os autem cum quatuor lint qu 2 in feru  ptoris mente aperienda inue(tigemus in rem nolfram futurum puto: ut certos  ia terminos drcufaibamus: quos in poeta interpretando egredi non liceat. ES  igitur cum id quod geffum Iit quxrimus: quam hilforiamappelbnt/ut cum le  gimus apud Matonem haud ptocul inde dtx Meda indiue^ qoadrigxdiSa  lerant.C^uxrimus itidem non quid geSum litifed qua ratione geSum nt:ut eS  illud At tu didis albanemanetes. Nam eoloco dcmonfhat propter eadifcerptu  a quadrigis elTcalbanorum regem /quoniam illein fide non manlilTet.hic gta&«  dethimologiam dictuit. Quxrimus et tertio in loco an ea qux dicantur pu^  gnantia inter fe lintr Alibi enim didt ChriSus patrem fe maiorem efle:alibi ego  &pater Idem fumus. Quapropter cum ita interpteumur/ bxc ut minime intec  fediiridereo ()endamus. Analogiam sequimur. Interpretamur postremo aliquod  per allegoriam quod tunc sit cum non qux uaba SIGNIFICANT INTELLIGIMUS sed  quiddam ALIUD SUB FIGURA OBSCURATUM. Scribunt poetx Amphionis lyra motos  m lapides ut fua fponte in thebanorum moenium flruduram coirettper quod  figmentu quid aliud intelligimus:nili fapientillimi viri eloquentia esse dum eifer  ut BOEZIO populi qui hadenus ad omne rone ueluti lapides Supidi: K aduetfus  oem humanitate durilfimi czi(ferent:e fyluis ac luflris in duitatem uenirentrac  poSremo legibus qux ad comunem ufum latx cfTennultro fefe rubiicerct. Nos  igitur reliqua tria genera hoc tempore omittemus:at(^ in ipfa fola allegoria uet  fabimur:ut quid per Troia(n: quidpCTxneam:quid per ITALIA reliqua^ huiu&  modifibiuelituideamus. froixigit" oritur ENEA rperquautberedeut puo  to prima bois asutem intelligemus.in qua cu ro adhuc ois cofopita (lufolus fen  fusregnat: At ipli mottales/quia ea xtate fapientia ne furpicaot' quide ea fola  fibi proponut qux philofophi prima naturx appellat. Ni cu oe aial (ibi a natura  comendatu (it:in primis feipfum diligit:deinde o^s corporis partes ita integras:  ualidafip hne cupit ut ufui (imul fit pulchritudini fibi (int: maxime autem uohi  ptatibus demulcetur flc quauis animum fefimul corpur^efTe intelligattat  Utru faluum efb cupiautamen in iis qux in animo apetenda funt/ quoniam   BOO dbm plane ilhcog Oolat minus laboratsea autem quz corpori corporeilm  uoiuptanBus conducunt/anxie expetit. Sunt enimflbi abipfoortu iamnotissima. QuaptopteiT cum in hac zutcnaturxui potius trahamur/g nofharum  adionum domini efTeualeamusmel minimum uc omnino nullum uirtuduw  do^ locum relinguamus:cum que agimus eanccuoiuntariaflnt: neccum de  ledu aliquo fiant. Ita in puero virtutem e(1'e nemo dicet. Verum ubi iam pro  gtcflu ztatis rationis lumine aliquo illufirari indpit mens noftra s tum demum  tanm in nobis conlilii apparet:uta prauisreda difcerncrcualeamus. Eft enim  iam ad illud PITAGORICA litterxbiuium pcrucntum/fic iatnuitzne Tciuseiton  utcil apud P um. Deduxit trepidas ramofa in compita mentes. Vnde cum di  fceflciimus nccefle efitut uel reda pergamus : uel in finifira deiledamus. Nam  quz deinceps agimus/quoniam ceru quadi ratione agimus/fi reda fuerint uit  tutitfin contra uitioadlcribuntur. Troiz igitur 8t Æneas limul fit Parisa/un  tur. Verum alter quoniam Venerem Paladi ideft uirtuti f uoluptatem ante«  poni neceife efitut una cum Troia pereat. Alter autem ducematie Venere fe  ab omni incendio explicat. Quod quid aliud intelligamus/nifi cos/ qui magno amore inflammati ad uen cognitionem impclluntur omnia facile confer  qui pofle. Qua propter Venerem diuinum amorem rede interpretabimur.  Sed tu LAVRENTl ncfdo quid iam diu uclle dicere uiderisiCupio quidem  inquit LAVRENTIVS t Ni uerear perpetuum tux disputationis filum intec  nimpæ.lmmo potius iflo modo inquit BAPTISTA: Nam cum uniuerfus  hiefermo non ad oflentandum ingenium neq; ad gloriam comparandam a  nobis infticutus fit : fed ut honeflifiimx- uoluntati tux obtemperem: fit fi quid  in me dodrinx efi/id libenter cfiFundam : interroga : inter peilaiobiice: confuta  pro arbitrio tuo.Hac enim uia id quod quxrimus verum dilucidius apparebit. Vtar quod mihi permittis arbitrio inquit LAVRENTIVS utrum id non  tui confutandi sed mei erudiendi caula. Miror igitur cur tu Venerem amorem interpreteris eum prafertim amorem : qui non modo cadus verum etiam divinus fit. Ego enim Venerem non folum apud poetas : fed etiam apud  reliquos feriptoresita fumptam uideo: ut per eam nonnifi maris foeminz^  coniundionem fignificarc uelinr.hinc illud Terentianum, e Cerere fit Bac  chouenæmfrigefceretEt ipfc in bucolicis: Parta mez uenerifunt munera.  Quapropter fi uenerem pro huiufce modi'coniundioneponas:quxbadenua  dixidi/ea omnia inter fe pugnate uidebuntur. Sed eft fit aliud qu^ nifi tu mi<  ili petfpicuum reddas ego minime explicare ualeam. Qui enim fit ut cum duo  fintuiri Æneas at^ Paris: Alter quoniam Palladi Venerem prxponattnecefle  fit ut una cum Troia pereat : Alter ueto quoniam prxeipienti Veneri obtempe  reriomne periculum incolumis cuadat. Ego enim non uideo cur fi bona fit Ve  nus Paridi noccat:fi mala prqfit ENEA. Qux quidem dum cogito/in eorum  potius Icntenciam labor:qui rem omnem ad eam flellam qux hoc nomine ap  pellet'':flt ad ipfam bidoria referut: Putat enim qd* te no fugit/qua hora a Troia  ITALIA versus jificifcerct Æneas:librz fignu qd* domiciliu ucnetis 6ad nfm hoc  hcaifpcpu afiacdifli^lpfam Y^ete in medio czlo loui fuide roniundam. Quibus oibus poftendebat" foelidtas illi tegtia^ per muliere peruentufoioJo'  uem enim regnU ptzeflc non ra odo OMERO SIGNIFICAT qui reges ; id enim eS a loue nutritos rcribit. Sed et mathematici ide ditant. Salutareenini  omnino Itduse Qsquonia inter Saturni frigus K Marcis ardorem colloatu opti  moeemperamento Iit: 8i propterea eundis euentibus profpcrum. Nam cum ui  tam noftram praxipue sol et luna gubernet: iccirco lupitet omnium nobis fa  luberrimus eihquia foli per omnes numeros/iunzautem per plurimos coniuo  dus eft. Refecunr etiam in initio mundanzfabricziouem in ariete dotniciiio  tuncafcendcnte fui/Te. Volunt illum inducere leges/caliicatem/mirericordiam  in egenos K calamitate opprelTos. Veridicos homines fadt/& vere amicos fine  fraude fine dolo: Saturni fzuitiam frangit fiCquzcun^ ille mala infert:hicaut  tollit aut minuit. Quapropterfcite Petii us Satutnumip grauem nolito loue  frihgimu s una: Oeni^ fi in alicuius ortu fe bene habeaticum ille hominem for  tunatumreddit.bfinimehzc dilpliccnt inquit BAPTISTA. Sunt enim ex 15  ma dodtina eruta: 8C hifioriz uehementer accommodata. Verum cum omnis  nofira difputatio nullam hilloriz ratione habeat i Sed eam qui totiens gtzco  uabo allegoriam nomino/exprimete conetut/non uideo cur ea qua adhibui in  terpretatio iure amitti non pofiit : Si enim iis omilTis quz de ENEA deqj cztctis  troianis prifei faiptores tradidere/pro arbitrio licuifiet poetz non modo finge  te:fed SL peruertere et addere et fubtrahere.Si deni^ nulla hifioriz ratione liabi  ta id folum tentaret quo pado per ENEA cum nobis uirum informaret: qui ta  dem fapiens beatufqj citet futurus/nonueneremfortafiefed cupidinem aliud  ue numen pofuiflet. Sed cum ita poeticum figmentum profequi inSituifiet: ut  tamen ab hilloria non difccderet:cum Ænez matrem fuilTe et exilii ducem naviganti filio fc przQitilTe Vennem Icgil Tenfuit cx iis quz aderant res perficiedat  non autem nomina fingenda. Hoc enim plus negocii poetz cll qua reliquis  qui alio figmento rem obfcurateuolunc. Illi enim ab omni hiftoria foluti pro  arbitrio ea cominifcuntunquz magis rei fuzjpromendz quadrent. Quodut ! )lanius teneas/unum de multis excmplicaula proponendum cenfeo. Placuitil  I primo huius fabulz audori ollendcrc quz in tempore ex materia gignuntur:  ea omnia in interitum cadæ quatuor dutaxat clementis exceptis: quz principia  (unt oibus rebus generadis Duos igitut comentus ell deos Saturnii at Opima  et illum temporis fjmbolu obtinere uoluittquod gtzcu nomen indicat. Chronos enim qui Saturnus ell ab eo fubtrada harpitatioe deducifrquem ipfi chro  non appellant. At quis ntfdat tempus grzce chronon dici. Per Saturnum igitut  teropus: per Opim fiuerhcamterram intelligit. Addit deinde Saturnu pmnes  quos de thearufccpilTct filios uoralTe prztcr loue lunonc Neptunnu Plutonem. Qua fabula exprimit omnia quz ex materia funt prartctipla quatuoc  elementa tempore conteri: at in interitum deduci. Quorfum igitur hzc  ne reliquum fabulz profequar : nempe utintelligas licuilTe huic homini pro  arbitrio quzeum^ uolebat fingere: ut quod de rerum procreatione sentiebat: commode exprimeret : cum nihil aliud prztcr phyfices particulam fibi  propofuiflc. Maroni autcih longe alia rado cfi: qui cum ENEA res io laudem' I II Litxr tertius AngulH ezoritatidas t ft librum iprum omnibus poeddsluminibasitluftrandum  fibi fumpfiflet t non iis qux ipfe uio ingenio digeret t (ed iis quz hiftoria porrigit  banc fuprcmam ingemi fui laudem comparat. Mirus profedo uir qui non ex op  tads fed ex datis ha opus intexat : ut cum hiftonam minime deferat :pet eam rame  illædibili integumento humanam fcelicitatem exprimatiHabcs^ut opinor^qua  ratione uenæm pro diuino amore ponæ coadus iit. Quod ita tamen rede pro  cedit < ut ni£ ab iniquis reprehendi non poiTit. Videmus enim Platonem in eo fa  mone quem phatdtum nominat : Aphr^iten/quaic nos uenæm nuncupamus:  oqn lafouololum sed et diuino amori ptaxiTci Verum quam uenerem piatonie  cua poeta Ænez matrem eife uoluerit : faale intelligemus ii quzdam paulo altu  uscx ipso PLATONE repetamus. PauCmiasigiturin fympofio duas ueneres comme  morat/aketam czlcfiem vulgarem alraam. prinum autem czio natam refert: cui  nulla mater iit. Quod cum lingit eam intelligentiam iignihcat/quz in angeli me  te poiita amore ingenito ad dei pulchntudinem intelligendam rapirur/quam quo  numprocula bomnifflaterizcon fortiolitiinc matre prodiidam dicit. Secudam  uao uenæm mundi animz tribuitiita ut patre loue : matre uero Dione eam na»  tam feribat. Manat enim ab ea ui quz in anima mundi eft : et uim creat quz infe«  hora bzc omnia gignat et mundi fyluam fubeat: Vtra igitur fibi ingenito amo  ce rapitur czlefiia ilU ad dei pulchritudinem intuendam : hzc uao ut eandem pul  chritudinem e fylua conforma. Sed hzc parum ad rem. Animus autem noda  cum&ip Ge similes quafdamuires habeat inteliigendi at y gignendi duas itidem  ueiiera habædicitur/quas gemini comitentur cupidines. Cum enim corporea  puichnmdo oculis nodtis obiicitucrmcns noftra^quz piima uenus eft}eam non  quia corporea litillcd quia limulaaum divini decori admiratunar diligitiea quz  ueluu uia quadam ad czlos effenur: Gignendi aurem uis: quz fecunda uenus ell  formam gignæ huic limilem concupifcir uapropter uterqi amor iure dicitur   utaltcr contemplandz altergignendz pulchficudinis defidcrium fit. Nemo igU  tur nifi totius rationis expas fit duos iflos amores damnare audebit t cum uta  qj humanz naturz neceflariusfit: Nerp enim diu efremortalium genus finefo  bolis propagatione t neij ruifus beneefte fmcueri inuefligatione potait. Prza  ttantiuri igimr illa ucnæ duce in italiam perucnire potuit zneasi Ac dices cui  hzc fecunda fi bonacfl paridi nocuit: quia illa male ufuscfl. Vir enimgignen  di autdior quam reda ratio didatfitin ea re plus quam oportet occupatus /in  Ibiis corporas uoluputibus meretur. Quo fit ut 6i primam quz ad fummutn  bonum dudt omninn deferat : et fecunda pcffime abutatur : proptæarp in om  nes animi petturbanones incidat: ueritater^ defpctata mifaq^ efifedusin omne  indignitatem dcfccndat Efi ut dixi diuious amor fi Platoni credimus dcfideti«  um redeundi a corporea pulchritudine ad diuinam contemplandam: Non ta uencum diuinam defidetamus eam quz oculis pcrcipitur/contemnimus.Nam  qui aliquid appetit hunc illius quom rei : quam appetit imagine delcdari ne«  ceffe cfi. Verum funt quidam ita hebeti ingenio: ut mentem a fcnfibus nullo  modo feuocate poffint: hi ueiam pulchritudinem non norunt. Huiufccmodi  igitui amot adultctinus cfl / et a uao degenoans: quem lafduia ac pcocadtas  frtnpff cotnit3tnr:quem diffiniunt cupidinem eius uoluptatist que e cotpdo  rea Forma percipitur rrede qux dicunt cum ardorem animi in fuo cotporetnot  tui in alieno uiuenns i quod fecums poeta quidam dixit J, I Plato ucio ait illum   natum ab humanis morbis follicitudineqi plenum. At quis non uideat illum  nerp confilium in fe nc modum ullum habere. InefTci^ in coiniurias/furpi#  dones/ ac reliquas illas omnes peftes : quas fidelis Feruus Terentiano phzdtix  prudenter oftcndit. Habes(urputn^dupliccm amorem verum illum fidiuino:  de quo paulo ante dicebam /& hunc falfum et adulterinum: et qui uetoamo  ri talis fit qualem aut amico adulatorem: aut medico coquum efifeuidemus: cui  quidem cum fe totum dedidiffet Paris uiia cum Troia periit. ENEA autem cz  lelii illo duce paulatim ex troiano incendio ideftex corporearum uoluputum  ardore fe expediens li non reda nauigatione id enim humanz condidoni : aut  nunquam aut raro conceditur: ut eodem rempore licfiulcitiam exuat. &rapiens  efficiatur: tamen poft multos errores in luliamad ueram fapieutiam pcrucnit.  Quam quidem nauigationem cumfudorislabonfi^ plcniliima fit/nemouna  quam nili fummoillius amore inccnfus difficultatem omnem perferre paratus  fit penitus perficiet. Amor enim uerus/ut apud eundem Platonem offendit  Eriximachi oratio omnium naturalium rerum creator effat feruator : eo emn  fimilia omnia ad eaquz fibi fimilia funt perhenni concordia ttahuntur.Effitt  dem omnium maximorum artium magiffer. Nemo enim aut artem inuenitiaut  ab alio inurntam addifcit : nili inueftigationis obiedatio/K difeendi cupido ia  dtet uam quidem rem fi non apette offendit : obfcudus tamen ut poeta  rummos efl SIGNIFICAT noffer VIRGILIO. Cum enim in georgicis fe uen cognidonem reliquis rebus prxponere dicat difficultatem ipfamfumma amoris ui fu  peraturum his ueibis demonffrat. Me uero pnmum dulces ante omnia mulas  Quarum sacra fero ingenti pnculfus amore Accipiant. Ingenti ergoamotela«  boies fummos:quiin factis mufarum/ id eff in rerum cognitione fubeuodi funt  fe laturum affirmat |0 uinus enim amor/nii aliud meditatur: nil molicurmui  Ia alia in re laborat t nihil tentat: nihil nititur /nili utiam corporex pulcbritudinis afpedu concitus addiuinam nos pulchritudinem rapiat. Dum enim cor/  porcis tenebris demetfi funt animi noffti diuin i non recognofeunt : nifi umbris  et simulacris quibuf damtqux fefenoffris lentibus obiidunt. Q^uam quidem  rem non folum exprefferunt prifei ex grzcia pbilofophi : in quibus Pythagoram EMPEDOCLE DI GIRGENTI Heraclitum sed longe ante alios Platonem enumerare poC  fiim tSed Bi chrifhani ab eadem fententia minime difcedunt: Nam et Paulus  et qui Pauli auditor fuit Dionysius areopagita cxleffuac diuina : qux in fetu  fus non cadunt/pet ea qux fenfibus percipiuntur /cerni uolunt. Inxc eff igu  tur illa uera uenus: qux mentem noffram ad diuina erigit: qua matre quisoc  Idat natum xneam nomen abeo quod effxneos id eff a laude dedudum. Vb  rum enim ad omnia magna dCexccIfa natum: quis non fummis laudibus proe  fequaturf Verum &ipfea uolunrate delinitusdrca Troiz defenfionem laborat  Xioiamco impdiuatuturztin quibus, voluptates corpotex plurimum uigent/  Liba totius   intoprctari licet : prima enim >tate’cum ipfa ratio non dum fe exdtare : ft fuas ui  CCS EXPLICARE poflit / etiam qui magni at^ admirandi uiri futuri funt uoluptate de  mulcentur: prima naturas ueluri fumma admirantur: di quoniam diuina qux  fint nem nouaunt : beatiflimam eam uitam putant: per quam uoluptate frui lice  at * Hi igitur quid fummurn bemum rit: nondum compei tum habent: Veni cum  illius acquirendi fummo ardore inflammentunpaulatim bxc omnia qux dixi pri  ma tiaturx aduca momentaneai efle animaduertunt. Habet enim hanc irim ue  tus amor : ut paulo ante dixi  ut mentem ucbementn exacuat : magifterep illi re  cum inuenieodarum paulatim fit t ut nibil eam latæ poflit. Qua propta egre ei llud qi £Ulete poifit atuanton : Deinde cum nihil dfficik puta / modo re  amata potiatur : omnes labores tolaat: omnes difficultates fupetat. Hxc eff uenus illa non uulgaris ; qux materix admixta utm haba gnendi/fed illa cxicflis  ab omtii materia remota : qux a mente noflra eft : ipfamq; mentem excitat;& Iu*  cem illi liiam nobis badenus incognita in node id enim efl in nofita infritia oflen  dit t fc^ deam &taurfeenim indicans fua diuinitatem demonftrat: admonet  non peme feruari Troiam id eft originem corporis qux necefle eft ut pneat. Hxc  eadem oftendit uoluptates cotporeas non Tolum ab ipa lacena id eft a feipfts/ut in  beftema difputatione diximus cotrumpi: sed ab lunone a Pallade at a exteris di  is: Nam deos Troiam populati quis ignoret f Divina enim omnia uoluptatibus  aduafantuc. Sed in primis Pallas. Hxc enim sapientix symbolum obtinet. Sapientia autem non folum uoluptates contemnit: verum eriam (fummopæ exhore  ret. eft quod de lunone quifquam dubita : qux quamuis regnomm dea ha  be Oiiriproptaca in hxc caduca ac mottalia magis ptopenfa uideatur: tamen  cumlidmmes imperandi aipiditate nullum labotem pafetre recufent t omnibus  uoluptatibus bellum indiaint: modo eo perueniant unde poflint reliquis impe*  ritare: Deos autem minime uida ENEA dum pronoluptate pugnat. Nubium  cni Biteilebtis cnnnis ei ptorpedus eripitur. Sunt enim animi noftri ita a deo æa  diutfuapte natura facile omnem utritatem confequantur. Sed a materia corpo* ea quam philofopfaifyluam appellant: omnia nobis mala proueniunt.llla enim  tardat heb^t at^ pemirbat mentes noftras:: at tenebris obfcutat. Sioiim ex in  fritia omnia uitia ptoueniunt: Quaproptcr et Chty lippus et reliqui ftoici perturintiones omnes a fallis opinionibus oriri dicunt :(^uodtamai longe ante  feoferat MERCURIO ille: quem grxciob ingenii diuinitatem Trimaxinnimappeihnt. Siigitur omnia uitia ex infritia ptoueniunt. Infrit ia autem ex corpotea calu  ginecft/ut PLATONE putat /erunt omnia uitia a corpore. Quam caufam prxeipu*  am fuH&idixerini / ut is quem paulo ante nominaui Meteutius fyluam malignita temappella: fedderylua commodiordifputandi locuspaulopoft dabitur. Pugnat igitur xneas pro uita uoluptuofa: illat demerfus deos uidæ nequit. Verum  cuminhuiufcemodi miferia non delit amor neri inueftigandi valet ipfe amot  mentem excitare: ut feco Uigens tenebras difaitiat:flt uideat quibus numinibus  Trcria cuertatur. Ducetp eodem amore pa medias flammas at^ hoftes ita tutum  anipit. Et profedo uolenti ad tes arduas profleifri / hinc mira quxdam'uoluptatum : qux defoendx funt cupiditas ucluti flamma quxdam illinc laborum difiS* cultatutntp terror / qui aduerfus honeftatem afliduo pugnet fefe opponfit. Quz  omnia ducente Venere Aræx cedunt. Nam niii amor abfit : netp ram blandas oo  luptatescontcmnere>ne<^ tam duras difficultates fuperare pofTemus. Venit igu  tur domum ut familiam omnem componat : at^ inde ex urbe proficifatur. Ridit enim in fe ipfum animus t omnef^ fuas uires : at<p uirtutcs gux uariz funnad  profcAionem / id enim eif ad ueri cognitionem quam Troix nunquam afTeque^  retur: fuo ordine componit omnia^ (ibi ex uoto fuccederent: (1 pater filium fe  qui uelit.Verum negat ANCHISE fe ex Troia difcefTurum» Hoc ueroquid (ibi ue  lit : (i me roges ego (ic puto. ENEA huiufcemodi parentibus natus efi: ut Venus  dea: ANCHISE mortalis (it : homo enim ex animo qui immortalis diuinufip eftiK  ex corporemortali Kcito in interitum cafuroconftactMmsigitur originem fuam  femperfufpicit: ad eamcp redire cupiens Troiam auidiflime dcferit. Senfus au«  tcm qui a corpore funt corporea incorporeis pratponunt. Hinc igitur alTiduum  atrox<^ certamen illud exoritur rpiritusaduerfus carnem ut noftti dicunt t cum  mens totum hominem ad diuina trahæ conetur t BC fenfus in potefiatem tedige«  re 8 C fibi obtemperantes reddere cupiat. Contra uao fenfus feculcnto elementa  rum potu ebrii / 8 C lahea obliuione grauati nihil nili caducum et tenenum cupi»  unr ANCHISE igitur id efi tenenus pata i 8 i ea qux a chrilHanis uabo parum tri»  tofcnfualitas appellatur 2 Troiam fedeferturum negat .Mauult enim perire fen»  fus / quam uoluptate priuari. Mox tamen cum filium omnemq; domum t id eft  totum hominem periturum audiat 2 cump cxleftibus monihis meliora moneatur 2 mutat fententiam/ab ENEA^ fublatus exportatur : molliltitna enim bxc at«  ^ eneruata animi pars ad fummum bonum nunquam fat t fed i pfa potius inficr»  tur. Hxc de ancbife j ENEA autem cum iam incendii 2 armorumcp pericula eua»  ftlVct ; atep incolumis urbem e(Tct egrelTus : ingentem comitum afduxilfc nouo#  rum inuenit ad miransnumaumtqui quidem undi^ conuenerant animis opi»  buf^ parati in quafcunt^ uriit pelago deducere tereas.t et rede quidem. Nani ca  tandcmcferuitio incendioi uoluptatum fumus liberatit e(f<^ iam animus redi  uaiqtinueniendiauidus/tum plunmx animorum uires 2 quxhadenus ignauia  torprbant :ucbementa excitantur2 8 C bene in(fitutammentcra quocunt uocæ  uerit / fequuntur. Quo quidem tempore ne a redo itinere omnino aberraret  xneas / Iam iugis fummx Turgebat luciret idx t Ducebattp diem. Eff enim ludBtr  uenerisfydust quodurfolem lunamip omittam 2 omnium quinque fteliarum  quas nolfri aratiles grxei planctas uocitantt lucidiflimumlitizodiacum autem  odo ac quadraginta diebus fupra trecentos perficit / nunquam a fole longius fex  et quadraginta unius (igni partibus difcedens. Verum/quoniam modo pcxcedit/  modo TubTequitur 2 folem non eandem (lellam fed duas eife prifei crcdidcrunttpti  mum autem Pytbagoram extitiffe ferunt :qui in eo apud grxeos unum depreben  derit .Cum igitur folem prxuenit lucifer dicitur : uefperus autem cum fubfequi»  tur. Rede autem lucifer prxuius foli eff. Stella enim uennis/is enim amor efi ue  ri inueniendi / ei exoritur 2 qui iam uiram uoluptari obnoxiam deferir 2 dudt^ di  em 2 nam rationem excitat talis amor / cuius luce illuSrati uetum noffe ualeamus.  Apparet autem a idamonu id eft a pulchritudine.Idos eoimapudgntos formam figaificat. Amor autem apud Platonem pulchittudioisdefideri um diffii   S, Quapropter in ipfo pudor nos a turpibus auoc^: cupiditas ucro czcellen  quztj boneiia rapit. Fertur igitur ENEA duce m are exui in alt um incertus  quo fata ferant ubi iiftæ detur. Quz omnia non fine fumma fapientia a poeta  ponuntur: facile enim cognofeit Troiam relinquendam : et fummi boni princi'  panun uoluptati minime esse tradendum. In qua autem re fummum bonum coii  tiatnondum cognofcit.lureigitur exui appellatur. Nam ab eoquod habuit cie  dus eft : ne^ dum id quod ucluti proprium poflideat inuenit. Mari autem fermt  quia animi nofiri quocun^ moucantw nulla alia re niii appetitu mouentur : qui  quam fimilis mari iit paulo poft aperiam ii pauca prius de appetitu dixeto^ft igi^  tur fenfus et uis quzdam in animis nofiris t quam cogitandi nominant : cui bono  tum malorum iudicium a natura demandatum efi, Non nunquam autem ita  iudicat buiufcemodi uis : ut nihil prarter fenfus refpiciens : 8L ueluti illorum illc«  cebris attrada et uoiuptatis oblato ptzmio corrupta quod pecudis bonum eft i{v  fa hominis bonum decernat. Si autem eadem cogitandi uis falutari rationis lumi  ne illuftretur et eius norma dirigatur : non id bonum eife iudicat / quo fenfus de  mulcentur ; fed quod reda didat ratio: quod uemm (implexi^ bonum cui iit ne«  ^interire ne^ corrumpi pofiit. Cum igitur huiufcemodi uis bcx bonum illud  ucro malum elfedeacuerit excitatur in nobis alia quzdam uis quz ad bonum afei  Icendum / malum^ declinandum infurgat. Huncautem appetitum omnes ap«  pellant. Sed &, eum duplicem efle oportetialtrtum qui ab eo iudicio quod folus  fenlus fcdt femper pendeat : nibil^ cum ratione expetat: alterum qui nihil omni  no sequitur t niii quod ratio prius pra^epent : primum illum libidinem : hunc fe  eundum uoluptatem nuncupamus. uaptopter erit appetitus quo animi honii  num ad bonum afdicendum maium  declinandum moucantur redus quU  demiiaratione/contraii a fenfu.Quaptopter pulcherrimo enygmate diuinus  Elato cum animum noibum ueluti cunum pofuilTet : aurigam ilii duofep equos  adiungit. Nam ueluti equis currus trahitur : iic animus ab appetitu duatur. Fe.<  mnt autem equi non suo arbitrio: fed imperio aurigz a quo reguntur eodem pa  do appetitus nihil ex fe agendum decernit. Sed quod iam ab aii a ui deætu m eli  fequitur. Quarc autem equorum alterum album pulchettimum^ i at^ hono«  tis cupidum : Bi qui non minis ui<^ / sed cohortatione ratione regatur. Alterum  nigrum inglorium et contumacem hnzerit ex iis quz paulo ante a me de duplici  appetitu dicebantur perfpicuum eft. ExprefVit enim per bonum rationalem : per  B^um ucro irrationalem appetitum quo animus fertur: at<^ hzc de appetitu :  quem quidem mari limillimumelTe quis negaueritr Videmus enim mareftnuL»  lis uentis uetbcretur fedatum tranquiliumtp perdurare. Sin autem diuerfistun  datur uentis: in geauiflimas turbulentiflimaftp tcmpeftates infurgir : Sed hzc  eadem in appetitu dcprzhendastFac illum uacarc a pcttutbationibust nihil ni  fi rede appetet : Fac rurfus iliis uehementer uezari : quos iam ftudus   quasuc procellas intuebere: Quapropter illud elegannflime u^tio^ irarum 6)s  d^t (ftu. Illud autem tibi fortalTc occurren/ quod non bene iis quz diximus  cohzrere uideatur : Nam fi radonali appethufertur zneas : fi iam uitam uoluptu   g iiofatn damnault t unde nunc illud quod patnx liHota lachrimajupotfutnij^KliQ  quit. Q_uod enim odifle iatn coeperimus: id non lachrimantes: fed Izti fugcR fo  letnus t Sed uoluic Virgilius primum a uolupcatc ad uirtutem difcelTum demoo'  I firare. In quo cum temperati non dum fed continentes fimus : agimus illud qui>  I dem t fed cum diu uoluptati aifueti illius illecebris demulceamur t non nili zgte, ab ea diuellimur : imitemur^ fenes tioianos: qui cum ELENA ut grxconun tro> ianorumtp certamen fpedarct mcenia confcendilTet admirabatur cum (hiporemu  lieris pulchritudinem t ea uehementer deledabantur : uetum tantorum maltv  rum illam caufam eflie animiduertentcs : abeat dicebant potius Helena: quamp  pter illam pereat Troia. Quod ut plaiuus intelligas. Qucmadmodnm tordnk  do uirtus eft qua dura omnis ar^ afpera inuido animo ferimus: lic tempcran»  tia aduerfus uoluptates armamur : in qua quoniam iam habitum contraximus li  ne ulla difficultate aut moleffia negocium conficimus. Quod li habitus nem  dum contratSus Iit: Si tamen illud idem efficere tentamus t tandem^ effiamusfi  nitimum quoddam 6C uiriuti proximum nancifeimur ut nondum temperantes effedi tamen abftineamus quamuis xgre et non line luda: Quz contmenna di  citur in qua li diu exerceamur : paulatim temperantiam acquirimus: htij uirtus  id quod hadenus uirtus non erat: fed ingrelfus ad virtutem. Hoc igitut intcrcft  intcttempcrantiamfii contincntiam. Namquam uisutrai^ idem przdet:continens tamen eo detenor eft quia cum dolore ablhnetmec ctt fatis Armus aduerfus  uoluptates Tempuans uero bene uolens Iztufk^ abffinet. quod li itidem de ineo Anente intemperantem inuelliges: facile ell uidere quanto a temperantia condoe  da fuperatur i tanto incontinmte ipfum intemperantem pemitioliorem elfe: I na  continens enim quia non dum in uitii habitu ell rationem difeemit: prindpiui Knct:pugnatm aduerfus malum: fed tadem magnitudine cupiditatis et fui animi  imbecillitate uidusucluticmtiuus in feruitutem rapitur. Vetum uc qua; uctbts  adumbro ea exemplo exprediora reddantur t dicimus continenum a pruicipiofii  ilTc DIDONE quz quamuis Acnez amore teneretur: tamen adeo lunliter repuagnat utmori malit:q pudorem uiolare. Incontinens autem paulo polf redditui cum fororis oratione uida pudorem foluit. Prius enim fortiufcula adhuc ita puagnabat: ut uidrix cuaderet. Deinde eneruats omnino pugnando fuccumbit.pua  gnatenim incontinens/ fedfupaatur. Intemperans autem in habitu uitiiconftitutus omnem rationem amiDti ne pugnat aduerfuscupiditates: quin illis uo»  lens gaudmfqi obtemperat: quippe in quo adeo deprauamm Iit iudidumtut qdf  tnalum fit bonum rlTe dicat. Sed ut iam ad inffitutum redeamus: non dum tem'  perantia munitus erat zneas: nuper enim ea ratio in homine uluxcrat: ut uolupts tum fordes intueri poffet: nei^ rurfus tempeians : aut incontinensinon enim io de fe expedilTet. Sed cum hincilleccbrx uoluptatum traherent: illinc honefti uui pulchritudo ad omnia excclfa cum erigeret/demuiccbatur quidem a uoluptate cam feolibusfuauilTtmam iudicabat: non potccatip non zgte ab ea diuelli.51i  da enim adulatrix voluptas efi.uehementcr fenlibus applaudit: ut etiam gcQ’tolioiit animi qui funt illa capiantur .lu cnim fuauiter nos irrepit aut totos pau lanm occupctt Smgjt igitm comn ucac ft guis lachiimaiu taincta littcin tioiaiu ti s h P U Ii 9 si Q lu ia K a» 10 k liu tic adi li] tu »1I» bi » m inii tta ip DOi tUU) aoi pqai V» 'Z tiO*iJuti idtai am i&:l» oap jiua riKil apoi at(p  tdib ;iup» ib 0f Libettmiiu Klinquittquonii c6tines. Quod H unam tcpnitii adcptua fuifTn no lacbrimSs  fcd lema reliquidet : po<ta enim non ipfum a principio sapientem fingit:£C  una uircure ornatum t (icd cum qui a perturbationibus animum uendica»  K cupiens fe paulatim a uitiis redimat t k poft uarios errores in italiam id eft  aducram fapicatiam pnumiat» Nam quznos de continentia dc^ incontinen  eia diximusan quibus fenfus pugnat U ratioiuidiTim^ uincuntacuincunmr.  eadem de reliquis uitiis ac uirtunbusintelligas mtn quas mediæ funtaffcdio  nes nullo adhuc habitu latis Hrmxifcdquz modo ad has modo ad illaimpel lantiquisfortadeinuiu ciuiiiin qua quz ad bonum tendunt incohau potius  quam pctfcda lepenas non nulli uittutes nominarent. Sed profici fcatur iam no  &r Acncastuerum quo tandem exui pn altum feretur: Nempe in thraciamre^  gionem patrue fininmam/fiC terram Matd confcaatamnnquanupn Polynco  ftoc holpitem fuum POLIDORO ut auro potiretur interemerati Erit autem aua  titia; fjtnbolum thtada.Nam ipfe paulo poft: Fuge littus auarum. Vnum cum  duplex auaritix genus fit. Eft enim auarus 8C iis qui inde rapit unde minime con  ucnitideis qui cui dandum eft ei minime dat.primum illud genus perthraciam  cxpdmimroi enim in illa Mars colitur -quisncldt habendi cupi ditate plurima a  mortalibus bella geri. Sed ne Polyneftor borpitisintcrfedots6( Tuorum bo»  Domm raptor quicquam expreftius quam auaritiam rapinaft^ denoubit Cur igi  tur prima inthraciam ENEA nauigatioeftrQ^uiacuma uolupute difceftimus  at<j non dum ueræ uirtutis habitum contraximus facile ex ilia in aliam cupidita«  tcminadimusiinfurgitip habendi libidoibeatilTimam enim uitam multi feade<  ptos putantifi opibus maximifip diuitiis reliquos mortales fupecet:Qua cupidi  tace inflammati non dubitant non modo nefaria: uerum etiam laboribus pericu  lil^ refcitiftima bella fuTciper e. Ingens profedo ftultitia:6i ab coanimo profeda:  qui et fi uoluptates contempferitcnihil adhuc altum furapete poiTit.Habet enim  auaritia pccuniz ftudiumiquam nemo unquam fapiens optauit. Nihil enim illa  mobiliusinihil quod magis fottunz temeritati fubiiciatar. Quapropter rede Sa  luftius auahtiam ita malis uenenis imbutam dixittut animum cotpufij uirilc cf<  foemineuquando quidem Si ad omnem humilitatem infimaTqi fordes dcTcende  tccogic:& inomnem crudelita temproreuili(Iimainfurgete.lpra enim perfidia  am pctiuriumip edocet:cot fraudibus: linguam mendaciis:manum uenenis/fer.»  to in aliorum pemitiem inftruit. Apud eam quid fandum efle poteft: cum ho.*tes quoip qu Polydori exemplo docet poeta minime incolumes fint. Nemi  nem tamen mirari oportet fi Ancas fapientiz quidem cupidus minime tamen ad  buc fapiens in huiurcemodiuitiumprolapTus fit. plurima enim inuiu humana  Uidemusiquzquauis caduca momcntaneaip finntamen morulcs pro maximis  admirantur: quz quidem omnia cum ucnalia efteuideantipecuniz prz czte^  ris ftudent.Q_uotus enim quifi^ repetitur: qui non putet quod genus ficfoc  mm regina pecunia donat t quis non totus commouetur : cum auditi Si b^  ne numatum decorat fuadela Venus. Verum qui duce Venere fertur Si tna  gnarum rerum amore incenius cfi/pauladm errorem recognoliit. uitiumip  abominans Xfaradz auariflimutn lictas fugit, At^ cum iam fecundo deceptus i deinceps turpi Timum mirerrimumep iudicet Apollinem: cuius oracula ue  riiTima e(Te audient confulendum iudicac: Retur enim (i ex illius dei ptxut  pris uitam inftituat futurum. ut mifet ciTe non pofTit. Qua proptei naviga donem in delum fumit: per Apollinem autem qui fol cft: quid aliud quam  lapientiam intelligemusf^Nam ut id omittam quod ut fole eunda qux in lien  fum cadunt illuftrantur:(ic lapientia illuftiatus animus eunda profpicete ua.  leat uideamus reliquam eius plancta: naturam. Sed illud in primis. Nam cum  Heraclitus fontem cælefiis luds appellat. CICERONE ueto ducem carterorum lu«  minum ea ratione dixit: quoniam fui luminis maiellate præcedit: dixh itidem  ptindpem dixit moderatorem: Nam SC ita eminet/ ut ptopterea quod buiut>  modi folus appareat fol uodtetur : curfus reliquorum recurfuf^ipre mode   ramr. Nam certa fptii diffinitio eS ad quod cum quaim erratica ftdia recc'  deos a fole peruenerit tanquam ultedus accedere prohioeatur agitur retro.  Rurfus autem cum certam partem recedendo attigerit : ad diredi curfuscon  fueta reuocatur.Q^uapropter non iniuria et mens mundi cor czliapri«  fcisdidus ell:Quz omnianon ne fapientiz quadrant Non ne fapien^  tia reliquas animi uires przcedit : non ne illis moderatur C Quin etiam li  uim huius fyderis diligentius aduertas iurc datur fapientiz dicetur: Nam  ut a Saturno ratiodnandi a loue agendi uim : ut a Marte animorum uehe«  mentiam at^ calorem ædpimus; uta Venere deliderii motum fumimus: et  quod loquimur atqi intcrptztamur a Mercurio cft: ut deni^ a luna quod grz  ci phyticon idcll gignendi augendic^ uim habemus; (ic ipfe fol quod friamus:  quod^ opinemur nobis prxllat : Sed hzc de Apolline. Deli autem nomen S  ipfumnon nihil ad rem affert, grzce enim manifeflum flgnificat. Loca enim  quibus fapientia przfidet : clara femper manifefta^ fuat.Q_uod autem tot»>  us infulz Anius imperet: qui et rex hominuni et deorum facerdos iittnonca  ret ratione : Sapientia enim humanarum rerum cognitionem continet. Qua  ptopternihilnouum fapienti accidere poteft: quippe qui omnia iam percepo>  rit : quam quidem rem nomen regis oftendit. Anius enim didtut quali   id elf (inc nouo. Hic igitur hofpitio Æneam fufdpit: SC pio*  fedoipfa fapientia animi nolfti aluntur. Veneratur autem templa : at^ ea retn  pia quz faxo uetullo conftuida fint.Nam quid obfecro te: aut flabilius im*  mobiliufi^ : aut antiquius ipfa fapientia deprehenditur : quam fapientiflimus  ille omnium bebrzorum S^omon ab initio Si ante fzcula creatam fxcula æa  ta effe uerilfime didt.Sed tu quid me o LAVRENTI fubridens fpedas.Non  polfum inquit LAVRENTIVS dodillimorum uirotum ingenia non admirati  lztuf(|:quz a principio de hifioiia decp allegoria dixilli mecu repeto :Q_^uis  enim non obfiupefcat huius poetz confilium .Q_uicum apud Cioatiumueri  umlegilTetinDelo aram elfc Apollinis genitoris: in qua nullum animal facrifi  atur: quam Pythagoram ueluti inuiolatam adorauiffe fetunt : legiffct eti^  am Sc apud Epaphum : Delon ne antea nem pofiea tettz motu uexatam:  femper eodem manere luo legiifet: et apud Thucydidem non mirum esse fi przlidio tebgionis tuta infula femper fit : cum teucreruia locotumfibi acccficrit Liber tertius coBtltiuafax Ieiurdetn firmitate: Cum igitur bacc legilTet itafcnblt/ ut eodem  tempore ex antiquitate hifioriam eruatiponit enim Æneam Tolis przcibui deum  uenerari:K templa antiquo Taxo confirudæfTe/ficbxc cum ponit fimul ea affert  quz PER ALLEGORIAM Tapientiz conueniant. Dices quid in cacteris : hoc idem. Sed  nefdoquo pado hic me locus in quo hifioria non minus qua allegoria latet:mul  to magis mouinSed perge obTcaomolo enim mea interpellatione mihi ipfi audi  endi cupidiffimo moleftiam ex mora afferre. Datur igitur ab Apolline oraculu  inquit BAPTISTA z Dardanidx duri quz uos a fiirpe parentumzPrima tulit tel^  Ius eadem uos ubere Izto Accipiet reduces:antiquam exquirite matremz Hic do#  mus znez eundis dominabitur oris:Et nati natorum 8C qui nafeentur ab illis.  Q_uo quidem oraculo quid diuinius excogitari poffit non reperio:Q^uid enim  faomini salutarius: quid conducibiliusefi: qu3 originem Tuam noffexin quam cu  redire potuerit /tum demum fit futurus beatiffimus: Dixit igitur pluribus/ne a  poeta difcederet Maroxquod grzci duobus tm uerbis expediutx qui omnium ora#  culorum quz Apollini tribuuntur maximum effeuolunt i«r</7>> V   nofceteipfumx Verum ut haxea nobis planius explicenturx Omnesquicuh^un#  quam de fummo bono ferip Terunt philofophi in eo fi non uerbis re Taltem con Ira Teruntxutbenebeate^ uiuere fit apte conuenienterq; naturz uiuere t Verum  ubicoiamdeuenturn efl/ut fit hominis natura diffinienda : tunc innumerabi#  les pemitiofilTimi^ errores emanant: cum animorum nofirorum ui ignorata  plufquampar efi corpori attribuatur. Nam cum ex animo corpore^ conflare  bomo dicatur. et alterum brutum/caducumt^ at(^ facile in interitum pronuma  Alter mcorrufmbiiis immortalis diuinuft fitxpaud omnino ita mentem a fcnfi#  busfeuocat: ut feanimi nobilitate imniortales cogoofcant: corpufcp in nulla  pene parte habendum cenTeant.prædpitur ergo Troianis ut eo reuertantur  de originem ducunt. Duplex autem illis origo efi.Nam Teucer Scamandri cu#  iufdam filius profedus ex creta infula in Phrygiam uenit; 62 una cum Dardano  Kgnau:t ; Dardanus autem prius SCipfe in Phrygiam ueneratatnon ex creta:  ut ille fed ex italia: nec mortali patre natusxfed ex deo loue. Veniunt igitur am#  bo in Phrygiam id efl in uitam: et pnmam ztatem quam perTroiam fignificari di  ximusxfed hic a czlo ille a mortali. Ad huius enim animantis quem hominem  dicimus compofitionem animus a cziefii corpus a mortali patre prouenit.Qua propter cum primam nofiram onginem inquirere nos Apollo iubeticuius ora#  culum efl Nqfce te ip Tum : non quid corpus fitxquid ue illi conducat inuefiiga#  re iubct.Sed quid animus fit 8C quo pado fecundum animi natutam uiuere fodi  ces effepoflimus inquirendum mandatxQ^uam quidem rem ut ezpreflius fignifi  caietannquam didtxEfi enim animus fi non tempore/ut Platonid uolunt digni  tate Tua at(^ excellentia prior: Optimum igitur oraculum: Sed quid prodeft  fi illud male interpretatur ANCHISE. Hic mortalis Ænez parens omnia ad  lenfns referens ibi (edes collocandas cenfet ubi prima corporis origo fit. quafl  prima naturz non animi fed corporis fpedanda fint t Quaraobrem non ia  Italiam fed in Cretam enauigandum proponit: qua in infula multa mala Tubi#  bui fint Ttoiani. Nam cum (ummum bonum non iis quæ animum: fed quaa    In.P,Vtrg. M.AlIego. corpus fpcdcnt natura noftra ignorata reponimus necefle eft/guoniaft illa pati>  io po(Hnpe(lem/ac demum in interitum cafuraiint/ut non bearirredmiferi fiu  turi (imus:TuIerunt ergo prxrium ob ftuitiriam Troiani:gui in italiam nauiga»  te iulTi actam ptticrint. Si enim in italiam.i.in originem animi redeant Troiam  percipiunt cognitionem rerum diuinarum in qua fola flabiles et manfuras feda  inueniuBt ; Hic enim domus Ænea; eundis dominabitur oris:Et nati rutorum  et qui nafeantur ab illis. In æta enim nullum e(l Ænex imperium. Na corpus  ne^ fe nerp aliud mouet:fed iners brutum: 8C line fenfu iacetrnec quicquara Ii  ne animi auxilio ualet.ln italia uero imperium latepatet.Corports enim domina  tor et redor eft animusrin nullam^ nin uolens fauitutem cadit. Cunda autem  fue cognitioni rabiiciu Se enim pafe uideticum autem deum cognofccie tem/  ptat fuz menris acie ad fuperiora erigimr. Colidaado oia fpedat: Rimatut   occulta. Videt abfeiitia:breuicp temporis momento uniuerTas mundi oras anv  bit:Defcendit ad interiora: Afcendit cxlum. Adxret deo: in quo efl patria fua:Et   ? uoniam imorulis eft hxc femper facit : Quapropta eius imperiu eft æterna:  ixcaprincipioqua uisdiuiniscflentmomtiprxcepris cognoicere no potuerat  Troiani: Nunc uao calamitates eipaticognofamt. Epimetheo quidem ferius:  Sed uidete quxfo quam admirabili ingenio reliqua profequaturt. Cum pefie labo  rarent Troiani danmatfuam oraculi interpretationem Anchifes.Nam poftqui  diutius debaccliatus eft homo dum fenfibus obtemperans omnem fpem in rebus  caducis reponit/tandem ufu Si experientia dodior redditus animadueftit no fua«  fifle acta Apollincm.i.nunqua pofleefte homines beatos ex iis qux mortalia fntt Cenfaigimr alibi quxrendamfoelicitatenuVenmi non dum tanta metiris arie  ualenut qua inrcconliftat discernerc poiritr Na humiproftratusanimus/St fieri  gi nitatur tamen corpote'obrutus qu x in/cxcclfo collocata funt non nili poft mui  tum tempus difeemit: At dii penates eadem dicent qux didurus efliet ApolIotPu  tabantenim antiqui deos penates elfe ex animisiuotummatoTumtqui clari ilhi^  ftref(^ multis egregtiftp uirtutibus fuilTent quali deos domcfticos: Ergo Si hos  animoru noftro excellentiores uires intapretabimur:quales funt ratio intelle#  dus atqr intelligentia. Qux hadenus furentibus fenlibust Si omnia tumultu co  plentibus nihil fanuiudicare poterat: Nunc autcpoftquamfuograui damnoeu  pertus eft homo fenfuu iudicium falfum elfe illos a tribunali quod tumultuo &oc  cupaucrant deiicit:& luris dicundi potcftatem iisjuiribus quas paulo ante nomii>  nauipermittinillx autem cum iam fcnlibus parentioribus ut atuc:quippequipu  dorc confufi nihil amplius audeant/K cum eorum iudicium diuturnus iam ufus  at^ experientia confutauerinparaciam non amplius prxeipne deæucrintrfc a  tumulm colligunt:at (pfeipfascxdtant:fumma ( contentioeruftitix nebulis fua  luce fugatis mentem ab iniquiffimo fenfuum iudido prouocauit ita a ætenfi  domicilio abfoluunt : ut tamen italicam profedionem fuo dcacto 'edicant, ii dunt^ proptnea fux fententix ftandum: quoniam eadem iubeant quxipfe Apollo a quo mittuntur didurus fit: Et profcdomcns nostra multatum rerum usu  iam dodior reddita multa, ex fe cognofdt: qux fapientia ptxdpere con sueuitt Nec ucto quempiam moveatli deorum pcnatii oratione pct fu ad catut Andrifas I t ( II P nudfi D B B< P>  h Jrj-B SNitn ubi ndo pneualerc iitn crprrit : appetitus Hli rubiicitun MuItS iatn profeoe  nintdii pcnatess quiquz obfcunus Apollo SIGNIFICAT prrfpicue enodaruntt  docent«piniuIuadrcrum diuinarum cognitionem enauigandum rfle: Beatus  profedo ENEA (i decretis ftarett (i quod bonum efTe cognouit:id ita mordicus  arriperet ut nulla re inde po(Tet auclli:Non enim totiens a redo curfu deiicere^ s  Veru non is adhuc uir eft qui conftanti habitu in hisobdurauerit:& per (uma t&  perantiam a rerum moruliu cupiditatibus sit penitus purgatustfed inter contine  tia; at(^ incontinentiz uarios frudus uacillans fzpe cum ad aliquod Tparium fuo  uento procelTerit: nauisfubito a redo curfu deiicitur. Non enim is gubernator  clauum tenet qui fummo nauigandi artiBdo arperrimam etiam tempeftatetn  fupcrarcualeattfed Palinurus t qui poftquam ceruleus fupra caputaftiiit imber  nodem hyememt^fercns.poftquam inhorruit unda tenebris : poftquam conti»  nuouenti uoluiit maretmagna^ rurguntzquora:& quz fequuntur.ipfe diem  nodemt^ negat difcernereczios nec ræminifTeuiz: Diximus a ptindpio foloap  petitu moueri aniraumtdiximus itidem duplicem e(Te appetitum alterum qui a  fblis feniibus ex dtetutitationi^ aduerfeturidicatnttp libidotalterum qui ratione  pareat:uoluntaf(^iure nuncupetur. Qui quidem sinauiprzfuifTetiporerat ea  am aduafantibus uentis iter redum tenere, oed przFuit Palinurustis enim eft qui folisfeniibasob temperatiuirefij aduerfus uentosinterprxtari poteft enimgrzce retro uentis didtur quali qui in contrarium refetat. Hic igitur infurgcntibus pertutbationibus/uehementioriburi^ cupiditatibus  uelutitcncbiis animuminuoluetibuscum ipfenulla rationis luce illuRracus (it  dicsano dibus ideft ucrumafairodifcerncrenrgat. Magna profedo hominum  ioldtiatmazima^ fenruum perturbatio qui ita rationi aduerfanturi ut quauisil  la fzpe infarg.it t ut animum ab illorum nefaria tyrannide feruituteq; eripiattipfa  uclutiiulbirima regina ueramuelit inducere libertatemitamen cum nondum  uiresfuasrecupetaueritm Dpercp a diuturno exilio reuerfa a paucis fuorum ciuin  cognofeatur fzpe antea qua dus regni quod (ibi iure dcbctur polfeinonem recu»  peret ab lilis repellitunquippe qui multos iam annos tyrannidum tenentes omni  largitionum genere appetitum corruperint : illum cp adeo demulfcrinttur malit  io feruitute uolaptuofc degere qua honorifice in libertate laborare. uamob»  temcum acbrainterillos przliac6mittantur:difcedic fzpeuida ratio, lllicnim  parere rccuCiDS Palinurus nihil sanum fentit : Eiufcp ilultitiaatcptrmeiitate cd»  mittirurtuc dedituto curfu t quem penates dii prasceperantin (Itophadas infu»  lasdeclinetur. Hunc autem locum nos ni fallor auaritizuitium redeinterprzta  bimur/non illud tamen quo inde rapimus tunde minime conuenitiid enim  nobis Thrada ddignauit. Verum aliud quod tunc patratur: cum ex iis qux  iam peperimus minime illis (ubuenimus : quibus tus naturacp ac humanz fo  detatis uinculum fubueniendum poftulat. Oodus enim'iam Fragilitate rerum  buroanarum Æneas ad diuina ratione id efflagitante ferebatur. Sed appetitus aduerfus illam adhuc contumax ftaredeætis non potuit. Verum ad ea quæ  uulgus admiratur rurfus conuerfus diuitias cupit. At quoniam multum de pti*  fiuufcritateitniautufuctaUndui nc rapiaisilJafibicompatatecoBteodit: fcd    In.P.Vitg.M.AIIego.   per (oBUS fordes plus qustn psr eft parto pacens nullo libmlitatis munere fiigiei  DC(p (ibi nc(^ Tuis beneficus eft.Q_ux quidem cum facit fe parcum non auarutn  prsdicatiprzfert enim fpeciem boni uiri cum peflfimus Ar. Q_uaproptcrnon io«  iuna harpyz ipfz uirginea facie Angunturdimulanc enim pudorcmimodtfHaou  robrietatem^iomneri^ uirtutesprzfe ferunt. At earu ucntris ptoluuies fcedifli<  tna eft.Q_uisenim po(TetauaritizfordesexpIicare:quis qui turpis hominis di  uitis eiufdemtp tenacis uita fdt latis referrer Cum furor bau d dubius s cum ftene  As manifefta At egenus uiuereiut diues moriaris. Quid miru igitur A earum fu  des palidafcmperc fame et macilenta AtiNarahuiulizmodi homines iure tanta • locomparamussqui inter aquas.interi^ uaria poma confbtutus Ati tamen at^  fameconAdturiNam ut cumulus diuitiarum acrcatiprcinterim ruum/utillete«.  centianus Gcta defraudans genium partis abfbnct ac timet uti: Quod autem ua  ds Angantur manibus ratione non aretiNihil enim remittunt quod femel ctpe>  nntauarii Q_uinfunt adeoperaino A auarinxundiut hominem ad dtuma qua  dam natum ab alnlTimis curis ad hzcinfenoratrahantifiC uelutide czioin terras  K e lucidis fjderibus in profudilTima tartara trudant. Auertit enim nos at^ feuo«  cat habendi cupiditas a cognitione carum reru quibus folis Axiiz animus ciTe po(  At. Sapienter igitur adiugit.TrilHus baudillis mdiltunec fzuior ulla peAisidtjia  deum ftygiis fefe extulit undis: Non autc Aulta rado poetas impulittut ex Thau«  inante patre: matre Helcdraoceani Alia natas harpyas fabulentur.Thauroan«  tem tede admiratione dicemus grzci enim admiran dicunt. Cu   cnimobfumma fiultitiam diuicias maxima bona putemus cum aut bona non  Antaut minima bonaiproptcreaq^ illas adrairamut:cuenit:utcx ca admiratione  cupiditas habendi nosinflamct.Ncmo enim cupit caquz negligit:at(j contenv  nit.Suntautem ex eamatrequzAt Oceani Aiia:Nam liquis maieriam diuinarn  diligentius conAderct:omnia mari Amillima in ea uidebit.Vt enim mare in afli'  duo motu cAicundac^ inco facilem ifcentunat^ pcnurbanturaAc diuitiis ai<jf  opibus nihil Auxibilius inuenias:multiq) tumultus ac fzui Aima bella inde ezota  tur. Hz igitur c£.'n paflim armenta gtegcfij pafcant : nihil inde Abi ad ncccAiu  tem fumunt. nihil aliis rumerepermittunqvcrumfiC ab hocquoq^ regenereaua  tinz quando^ explicat uir fummi boni acquiredi cupidus. Relin querat olim uo  luptates.indderat in rapinasiquibusquo^ damnatis otacuium confuliti A quo  accipitnofceteipfum:in quo errat Ancbifcscum ea ad corpus refcrctrquz de ani  tno przcipiebanturicauturqi ruo damno fadus errorem cognofat: con Alium  inutat:rclida(^ creta tendit in lauum. Verum rurfus perturbationibus uexatus  animus ad diuicias rutfus refluit: non tamen ad eas quas rapinis ut hadeoust  fed quas nimis fordida pat Amonia comparet: Sed et boc quo<^ uinum effc  cognofccns / proptetea^ damnans < ad Helenum per hoftcsproAafatui.  bes igitur quare in harpyarum infulam delatum mixcrit Æneam y?^uod ue^  IO ab ip As uefd prohiberetur iam parariscpulis inde efliqnia eam uim habet  auarina/ ut qui etiam dinflimi Antfame penrequamuci minimam acerui par«  Aculam imminuæ malint JAcmis tamen eas pepulerunt Troiani: Nam di aua  AAacxifflbcdllitateat^ builitate animi tuliaf':qiiz ci cAiut&fctia et tnulict«'  i-% « % % t ik tltl I- 1 II- 1- i j mii oa* iff  Liber toriiu <aIcgux'tninori animo runtauarioresTemp^e pncbeact/tunc Fadle pellitur  fi foitemgcn ercfum^ fumamus animum ^6Ilcedit e fitopbadibus a;neas t fed  non prius quam cnfle a ccleno oraculum ædpiat < mendax omnino uates Bc in   E s fubdola } et quz uctborum firepitu honorem inde incutere uelit unde ni  timendum : bed profedo hoc morbo laborant auari i Nam fi quando ho«  ncOa quzdam SC una ratio lilos ad divina exploranda erigat < propterea^ huma  na bzcfiC mortalia negligendafuadeatrihtiminfuigit ex auaritia metus si rem  noftram familiarem negiigentius curemus fore ut (i fame pereundum x Sed ne«  fiauot fiuItilTimt homines quam paucis natura contenta (it i quam facile t quam  minimo fumptu eius diuitiz comparentur: Efi autem fames iis timenda qui in  anesqui infinitas cupiditates et quz ne^ neceifariz ne<^ naturales lint fibi exple  das propofuaint quorum uotago um lata tam profunda efi : ut nulla auri ui t  nullo gemmatum iapillorumtp cumulo repleri queat. Qui autem ita uitam ia*  fiituerunt > ut fola fe uirtute bntos putent : animum^ non corpus ditandum ^  ponant : his omnia femper abunde adaunt t Q_uam quidem rcm:quo tibi pia*  nius exprimam : at^ adeo potius oculis fubiiaam.ptopone tibi duos diuetlifii^  mz quidem fottunz/fedeiufdem pene ztatis utros Alexadrum macedonumte  gem/& Cynicum Liogenem utrum ditiorem iuch'cabis:uide quid dicas. Maximi  Alexandro thc Ciuri erant plurimi tobu Riflimi^ exerdtus (ibi militabant : Imperium latilTimum poflidebat. Innumerz pene nationes acpopuli ex Europa A(ia*  ^uedigales huic erant.Diogene autem quid potcftangu (liusexcogitari: qui prz  tet rimofum illud uas e figulo acceptum : quo l'e recipetet ut e frigore calorctp tuf  tuselletnetuguriolum quidem haberet : quem eodem panno in utroi^ folftirio  obfitum confpiccrcs : cuius auda olera etiam nullo file alperfa beati (limorum re  gum dapes fuperarent. Vttum igitur horum ditiorem Laurenti iudicabisr Ego q  dem inquit LAVRENTlVS h a deptauatilTima confuetudine : quz altera pene  in nobis natura cfl dirce{l'eto/& rem totam fenfiiu iudicio exclufo rationi cogno»  lixndam tradam beablfimum Diogenem:miferrimum Alexandrum proferre no  dubitabo. Vehementer enim iis aifentior : qui in diuitiis penfiiandis non quam  tum tuii^ adiit : fed quam abunde id quod adeft fibi futurum (it animaduerien»  dum cenfent.Si emm is diues eft cuius cupiditanbus adeo fatis fupercp fadum (it  ut nihil pczterea defidcret quis Diogene ditior :qui cum (lue pafiurem (iue arato  rem quendam cauis manibus aquam e fonte ad potum haurientem uidiifet : po  culum quod ad eundem ufum hdile gerebat ueluti fuperuacaneum abnædum  putiuu. Q^uis rutfus Alexandro pauperior : qui podquam a Democrito ut p\i  to PHILOSOPHO plureselfe mundos audiuaat : lamentari non crilauit tanquam  nulla ratione diues effici poffet nili illos prius imperio fuo adiecilfcif Rede o Lau  tenti de utro^fentis inquit BAPTISTA. Q^uamobtem cum idem rex motus  animi tranquilliute quam in Cynico cognouerat ita pronuciaiTcticupcrem Diogenes e(Te nifi cifem Alexander : magna ex parte fiultitiam fuam indicauit : cum  in fummis opibus zgere : quam in fumma inopia ditefeæ mallet. Quamobte  difeant homines quam paucis natura contenta fic s quod cum didicennttoracu#  ium a Cclcno zditum &cile tldcbunt:quamuis ipla ut otadoni liiz fidem faciat diat fe ca pronunciare guz Phabo pater otnnipoteos flbi  Pbccbus Apollo pn«  dixit. Natn rempn auari qui funt : uiriutn quo laborant fallis uirtutum limula»  cbtis tegere conantur. NatnquzmoEraauaritia eftream patlimoniatn uocants  et aut deorum t aut maximorum uirorum audoritate famem timendam pctfua»  dete conantur. Oolofa profedo cupiditas et quz cos etiam quos prudendotes  putamus fzpe decipiat. Aduerfus cuius fraudes illud unicum remedium cft nof  fe ea quz hominum ftultilfima cupido ad uitam degendam neceffaria putabnoa  modo nihil peodelTc i fed omnium noftrorum malorum caulam exiiiæ.  Deferens igitur Harpyarum infulam Æneas ad Helenum enauigatrEll au»  tem Helenus 8C uates K conduis«|Q_uapropccr rede ilium dicemus ingeni»  tam nobis rationem et ueri lumen quod natura in nobis refulget,: quod  nos fallis bonis decepti confulhnus ut in redam uiam ab erroribus reducat»  Ipfe autem uates uera przdicere poteft : fed ditfidle eft ad illum petuenitei  cum Iit itet pn medios hoftes tenendum : Nam 8i fenfus omnes 8i apped»  tus fenlibus obtempetans uolentibus nobis in uetum iudidum delcendcrc (em»  per aduerfantur:,At(p adeo nobis confultantibus obfirepunt: ut uix radonem  adire et uera bona a fallis fecetnerc poflimus. Verum cum ad Helenum perucne  rimus iuuat cualilfe tot urbes argolicas medios fu^m ten uilfe pa hgges : Supe»  rads emm perturbationibus iratiquilla'quTdai^ r^nquitut mens: in qua lecxd  tans lux radonis nobis ucrum oftendit : Q^uo dodior fada mens agnofeit itali»  am t quam propinquam elfe putabat uia inuia longe diuidi: multum^ matis ef  fedreueundumi et ad inferos defeendendum antea quam quietas in Italia fedu  collocet : uz quidem omnia quanta ratione dicantur ; faulius cS mente coo pledi quam uerbis exprimeret poliquam enim animus non dico profligatis /fed  magna ex parte repreitis uitiis per medios / ut diximus hoftes in lumen luz luca  defeeudit Itum demum aduertitfummum bonum: quod in propinquo coUo«  catum habemus putabat poculabclleioporterei^ nos amplo dreuitu Mariamo  ftris obfelfa peraauigare : Nam inter ipfam contemplationem: hanc quam ui  uimus uiuminteriacet is quem iam totiens appetitum nomino uelutiturbulcn liifimum mare: quod fcyllacharibdifcp pernitiofiirima monlha infeftum red»  dant: Si tamen eft pei hzc loca enauigandum li IN ITALIAM VENIRE nolumus : Oi»  ximus enim a principio (i rede memini nulla alia ui nilT appetitu animum motuti .Sed quoniam de duobus iis monftris dicitur a poeta : facile eft ex ipfis fabulis  quid fibi uelit coniedari. Nam cum eas foeminas rapaci fhmas fuilfe memorizf  proditum Iit : non ne per eas commode exprimi animi nimias cupiditates dice»  mus : quarum prindpes luxuriem at^ auaritiam eife nemo dubitat. Scjlla e^o  s glauco adamata ucneteasuoluptates exprimet: quz maxime rebus nofttis fio»  rcndbus uigent: Nam quod eius uniunia pubes m canes latrantes conuerlafu/? uantum ad negodum faciat : fadle eft cognofccre. Chanbdim ueroipli quof  Icrculiboucs quondam fubripereaufam quis non intelligat limulai tum nobis auandz refene : 8I qnoniam ab ca non ita in rebus fxliatei fuccedenubus ut  gemur quemadmodum a libidine. Sed tunc potius cumnimi sanguftiis diuida  nun terminis incluli uidemur: ac ob eam oufam minime nobis noUxa placent ii •p. a MI ia Bi  itk iw “!f   lab ipoK   imi». okib!  abii   l{DKd   biW   uocA \^2Dli   .qmX (uitbi SUID* jniisi^uin®^ iCID# aajb crlb<   jola* OUfl^ 1^1^' amba* mfia eKccT^ eflcopinaiaut t iccirco dextrum a fcylla : Icuum a cbarybdi latus obfi  dcri Mato dixit (quoniam altera in rebus quas aduetfas putamus t altaa in iis  quibus uebcmenter dele Aamur : nimis nos urget. Quz cum Baptifta dixiflct :  at^ refumendi fpiritus caufa aliquantulum obdcuiflet. Admiror inquit Laurendus tam magnx tam^ reconditx dodrinz diuinitatem. Verum quanto me iffa  tnagis deleant / tanto magis cupio : ne minima quidc m in tota re mibi dubita»  donem relinqui. (tai^ utar ea quam mihi conceiTi^ libertate uel licentia potius:  At^ ut iamioulligas quid illud (it (quod nili tibi aliter uideamr/ planius heri  cupio. Odenderas a principio ea ratione politum ellc a Marone Troiam zneam  cekquifle t quoniam lam uir ille corporeas uoluptates contempriflet t per thraci»  amuero at^ dropbadas utrun^ auaridx genus exprelTum cfTe uoluidi : Cur igi»  tur (i buiufccmodi iam uitia exuerat Æneas ( rurfusnunc ut illa uitet ab Heleno  monetur C Dcle&at me tua interrogado o Laurend inquit BAPTISTA t Oden»  dit cnimmaion quodam iudicio quam idbxc xtas gerere foleat te ea qux dixi c6  fideralTe: Veium quo omnia tibi plane pateant: memineris non eum uinim a  Virglio [VIRGILIO] produci ÆNEAM Æneam: in quo uirtutum habitus conoboratus fit. fcdqui  pro uirtuteaduetfus uida ita pugnet tut non (inemulta difficultate per continen  dam uincat : nonnunquam etiam uelud incondnensuincatur.Q^ui ueroin Ita  liam id enim ed ad diurnarum retum inueibgarionem uentuius ed/ huic non fa  dsed : ut continens fit. Nam quamuis condnentia a cupiditatibus arceatitamen   S uoniam in affiduo certamine uerfatur:non przdat eam animis nodris tranquil  tatcm/quaadrestamexcclfascognofccndas opus ed Quimobrcm egenus  ipfa temperantia uirrute undi^abfoluta: et in ipfo pene cerdo uirtutum ordine  corroborata qua qui inlbudi fuirt/nonfolumonuies cupiditates Tupc Tantiue»  lum edam illatum penitus obiiuiftuntut. H oc autem habitu nemo mortalium  fe corroboratum in confidat : nili plurimis afliduif^ adionibus prius ad eum co  fequendum fe exercuerit : Q_^ux res line longioris temporis interuallo effici nem  poted. Huiufcemodi igitur temporis moram VIRGILIUS poetice quidem fed opd  me tamc exprelTic : cum dixit : Prxdat trinaaii moeras ludrare pachtnni. Ceffan  tem longos/ Sedteunfledere curfus. Quod autem moneat ut eo quem dixi ha»  bieurn fe con firmet xneas uerfus unus indicio elTe pet^d. Adiungit enim quam  fcmel informem uadouidilfefub antro rcy1lam. Quamobrem icdiflime uni»  uerfum locum concludemus neminem poffeipram dminitatem attingere : nili  perlongum prius intefuallumeuih: quem dixi habitum ita contraxerit: ut non  modo non rapiatur a fcjlla : fed ne femel quidem ipfam uideat. uod quid ali   nd fibi nuit : nili ita obiiuifeatut cupiditatum omnlumtut nunquam illx in con  ipedum fuxmentisredeantrperpulchrc per^ commode omnia ida inquit LAVRENTIVS. Verum quid tibi paulo ante explicare libuerit: triplici illo ordine oir  tutnm non plane intclIigo.Res inquit BAPTISTA huiufcemodi ed : qux &: Iz  pe alias maximo tibi ufui et prxfcnti fermoni apprime neceffaria futura linOiui»  nus enim Plato cum uirtutes de uita Sl motibus eafdem quas exteri pofuilTet:ita  sd podremum illas diueilis Gue ordinibus Gue generibus didinguit :.ut alia qua  dam ratione ab iis illas coli odendat : qui ccetus ac duitates adamant t alia ab iia   h ii i  I qui omnan mortalitatem dedifcnc cupimtes/ft humanatum rerum odio taoii  •d fula diurna rognofccnda eriguntur : alia poftrcmo ab iis qui ab omni iamc6«  tagionc expiati in folis diuinis ueriinturtprimas igitur ciuiles dixir/fecundas pw  gatorias/ac tertias animi iam puigati.Eft enim triplex hominum rcÆ et ex ratitv  oe uiuenbum ordo.Horum trium inferior eft eoru qui io fudali acciuili uita dt  gentes rerum publicarum adminiftrationem fufcipiut.His {iximi fed m ercdioti  gradu confiituti ii funtiqui a publicis adionibus ueluti tepcftuoflsiac procellolis  Kin qbus fortuna; temeritas oino dominet'' :fe in portum tranqllitatis trafferuot  et a turba io odum fe tecipietes/ quirta uitam degutinon ita tn ut no aliqd adhne tefictaduerfus quod Iudadumlit. Supremo autIocoeoscerncsqui penitusa re«  rum humanatu concurfitionerac tumultu remoti nihil cuius panitcdum sit /c&  mittut.Eft autem oibus his ordinibus hoc c6munr/ut uirtute dure ciida ad boni  redi^ normam dirigati Verum qa in uita duili cupiditaribusiac pturbationibus  omnia tumultuant hifip non oiu xgre refifti^ rdicunt in ea hoium genere uiitm   tesi Dcohataspotiusqabfolutast Quaproptetidinill bptadcntiac6tendit/utm   bil agatuticuius non polTit ratio (^tem probabilis reddi i Fortitudo uero animd  fupra omne piculum at<p moetum affett : et nihil nifi turpia timenda admonet.  Tcm{watia autem oftedit fola honefta appeicdainulla in re moderationis legnn  excellcdamioea cupiditates iugo ronisrubiidendasiluftitta; poftre moptesfuni:   ut unicuimruumredd»’' iutx quoiureoesuiuant .lnrccudoautilioh>iumgene   tctqui ea it ronea negodo in odum uendicat/ut liberius poflit rerum diuinaium  conicplationi incubcrcifunget munetefuoprudciiafifpretis oibus mortalibus  rebus &cxleflium collatione pro nihilo habitis omni cura omnim cogitatione  ad diuina copuertat". Temperitia autem cum ea folum nobis cdce(Utit/bne qui busferuari uita non polTiticaitera omnia fcueriffimoiudidocontenendarf^upeii  datp pronuciabit. Sed necaberit fortiiudo qu* afliduo pridpiatiut nullum meo  moduminullumlaboreminullu periculum horrefeamus/quo minus redo 8£w  petuo^uti**' - j 1 n- ». tuo^ut ita loquar)curfu ad cxlcftia et ad origine fuam icdat animus.Diccs q d  luIhtia.Hoc jifcdo minus libi imponctiut reliquarum uinutu cofenfum in hu iulcemodi ppoAtum firdatilfti quo^utrupiarcsaduafuspturbationcspugnit  fcd fadiius fupcratsfei^ paulatim expi .tos reddunt. Quapropter uirtutes ipCrin  illis purgatoriz appellantur. Verum audi iam tertium illud eorum genus/quota  animi ab omni uitiorumlabe ^cul ab Ant. Hi igit' in eo prudentiam exered/non  ut deledu quodam habito diuma terrenb prxferantifed iit illa fola nofcantifuU   J ueluti nibil aliud At intueantur. Adhibent autem temperantura non ut cupitates coberceatifed lilas penitus ignorent.Eadem ratio erit fortitudinis.llla eni  pernitbariones non uincicifed ignorati Quin opubic dura at^ horreuda Abi of ferrirnon ut uidoriamaiTequacurired ut in eorum obliuione perpetua riimiuts 'ifidiligentetinfpides/ fadiecognofcesidabhelenoadmo  petduret. Quxomniaf  ^ neri xneam non pofle illum fedes in Italia qetas ftabi colloare/niA priiis ad   boc tertium uirtutum genus peruenerit : (^uid ergo hadenus: nonne Troiam deftrueiatjacthradam ftrophadefipteliquerat. Defenieiatquidemjred nondum  $mca uitia fugiflct illa dcdilutc poterat Jiunc autem non ut Moliirnt^iP  Liber tettiai «Birittaib^ deponatt^od tam feceratered ita de tnte deleat: ita perpetue obK  tuooi roaadntut nunquam eorum memoria illum rubeat:Cu autem prz omni  bus rcbua iterum at(p iterum 1 unonem pbcandam moneatsqua quidem adua  •imte Italiam nunqua podturua (itmdnc nobis documentum eftroaximum nui  Ium ex innumeris uahif^ uitus eflieta quo etiam ii qui ad quzip ezceifa eriguiu  lur t scgriiu liberetur quam ab bonorum imperii^ cupiditate.Fadle eft enim cd  temnere uoluptatesa qui iam maiora mente conccpit.Diuittasuero &li fpecie  maximorum bonorum a principio nobis oftendantipoftrcmo tamen ab excelle  tianimo negiiguotur.Atucrohooorcsmagiftratus& imperia quoniam exedi'  lens quodda et eminens in fe cotinere uidetuunfpecie decori at<p magnifici ztu*  mum etiam excclfum deripiuntiNamcum cupiat ille fefe qua proximii deo red  deretanimaduertac autem nulla alia te nos magis deo fimiles efle qua dandis bc  ncficiisiNt^ hzc przftari ab hominibus pofle nifi in fumma reru poteftate coo  flinitifintiaocenduuruebcmenti quadam cupnditate ut reliquos antecedat: Eft  enim natura nobis iditu/utfcnm (upiores in rebus oibus euadere cupiamusi Ce  dcrcauteautfuccumbeieturpimmumputemus.Q_uz quidem naturalis cupv»  ditas nifi reda ronc temperer in ambitione ac pofttcmo in tyrannide nos rapit:  in qua muka aduerius humanitatem audelia tetra nefariaip comitthnus : cu   natura ipla nifi deprauata fuerit ad magnanimitatem erigat nos ad fupetbiam  ft dominatum omnia rapimus.Hinc fraudes:hinc czdes : hinc reliqua imania  fiagitiainfurgunt.Q^uibustcbusipfam humanitatem exuri in truculcntilTima  monfiu conueitimur.Non igitur fine fiimma lapinia ad Cyclopum littora ht Dti dedudt diuinus poctatut ofiendat qui magna quzdam et cxccifa petuntten  nulla certaratio anima reganfefe falli et pro animi magnitudine in imanitaicla  bi.Scd hzcquocp loca miferia ad fc fugientis uiri admonitus qua primu cifugit  ENEA. Quid enim aliud nobis cxprciTius cfiFmgerc:at^ipfis(^ucica loquar oculis fubuccrc potcfi ambitio larofiC fumma efferitate deteflandam 1)^300103  uitam quam cyciops Polipbemu$:qui procul ab omni hominum confortio hu  manis carnibus paicatur^^ inter luflra feraru fola uita agat. Nonne enim iure  Andropophagos tfic enim eos appellant grzci qui humanis arnibus uefeun' nmilloscl Te dicemus: non qui carentia iam anima corpora id enim multo ma  gnto Uerandumefiiinfuas epulas conucTruntifed qui uiuentes omnibus ctu»  oatibuscrudelil Timc exeduntiqui ut aut tytannidem|fibi comparentiaut iam cd  paratamtut cnturioptimum queipuirum et iufhzqui ac libertatis amatoicm lzuifiiimemteTficiuat. Qui utfcelerariirimi uori compotcsc £ Ficiantut:aonmo  do fingulos homines ttuddanttfed totam urbem:ne^ folum totam urbemifed  integras nationes ferroigni fameij populantuncun^ libidini militari fubiid  imtt. Qui nc^ agris cultoribus fpoliaietne hominum pecudum^ przdas abi  gete uomturiqui pueros tcncraf uirgines ex parentum complexu aut ad mor  tcmautad libidinemrapiunnqui caftarum mationara pudicitiam expugnat:  qui publica acpriuata faaa ptofanacpzdificia funditus cuertunt:S qui modo  in florcnrifiinu re publica ampIifTimum dignitatis gradum fumma cu gloria ob  tincbantitot nunc oibux foituius lpoliatos mmiraritni feruttutc abducunu  V' I.4 In.P .Virg-M.AIIego. uos igitur cydo^quos leftrigonas cum iftorum imani fcttida cofErcnaif  Quimobrtm uir iummi boni cupidus qui antea non bene infttcuta animi (oi  magnitudine quacun^ uia ad honores imperia^ nitebaturmunc demum tam  nefariam crudelitatem quam primum eam nouit deteftatunnouit autem a ma  dlenta rqualenci<| achemenide forma per quii lapiens poeU omnes calatnittla  quz ex tyrannide generi humano perueniunt s latenter (ignilicauiticum dues  paulo ante omnibus ampiifhmotum honorum gradibus honefiati/ ad rern ino  piam cxtremai^ famem cdpellunturicum illudiis mortis moetu latere ct^un^t  Rclida enim ariffmu patna ignobililfimis obfcurilbmirip lods exulant: Qua:  quidem miferia edam li in graium hominem et Ænex hodem cadatitame non  poted ipfequi uit bonusauc fu aut elTe dudat ad fummul tyrannidis odium no impelli. Qudigitur Maronis fapiendam noniureadmiretun qui uirumm ita  liamuentutum maria at^adiaceda littora tam horrendis mondris obfefla ita  caute dreuire iubetiut illis omnibus euitads in Siciliam incolumis perueniat un  de breuidiffius curfus in italia dc.Fadle enim ed homni qui fe ab omni ii auari» dxfpcde cxpediucntomnemip iniuditiaatipei Fentate exuedtiadreru magnis  rum cognitionem edgi iprxfctdm fi iam in Sidliam uenerit. Ed aut Sidlia nue  in(u Ia olim uero italix coiumdai Bt condnends parstfed uenit medio in pontus  K undis hefpenum (iculo latus abfddittarua^ Si utbes littore didudas angudo  interluit zdu.lta enim abimortali deoapnndpioæatæd diuinitas animoti  nodrorumiut una cademi^ dt pars infedot rdniside qua paulo pod ent didin  dius difputandum di parte rupertori.Scd quoniaipfa,in agendis rebua uerfaf  drea ea quz loco 6i tempore citcdfcnpta adiduam mutadonem redpiunt euenit  ut interucnientibus Uanis pettutbadonibusi quibus prudenda decepta (xpe pto bonis mala cligitiratio ipfa inferior illis uelun uehemcdlTimit fludibus alfiduO  percu(riabitaliatandem diuellacur:6 (aruperiodradonead appedtum defid>  at Quz omnia quauis ita fint unde tamen breuiot ciufusad italiam.i.ad eo»  teplatiunciquz m ipfa ratione fupedod polita ediquaa ratione inferiod quz  per Siciliam lignidcatur nihil repedes przferdm humato patenteique nos mol  bticm quanda eneruata homini a fenfibus prouenienteinterprætati fumus.NS  quam enim ad ueram contemplationem deuenicmusinifi pdus ipafut ebddia  notum uerbo utar)fenfualitasnon modo earinda uerii eria penitus fepulta in  nobis fuerit. Q_uapropterli rede animaduerds de Anchife mocte meminit  poeta de fepultura non meminittno enim in iuliam ed uenturus.ln quinto ueto libto celebratur funusiut demu fepuito Anchife in italiam cotenderc lice Apparatis itai^ rebus oibus Æneas ex dciliafoluens paulo pod italix pot/  tus fubite fperat.Ne(p fuilfet a fua fpe deceptus (i lunonem aduerdiTimam . bi dea ex Heleni przcepto antea placauiffct.Odendimus paulo ante lunonoa  honopi impcriiij cupiditate expnmeredn qua quidc « fi Æneas ita fe geiatiut  nihil iniude/nihil audeliter in reru adminidtadone aduius fit.faocenima Po  lyphemo fuga indicauit nihilominus cum in confpedu Italix iam fiti& in li  nunc pene fpeculandi conditurus: Animadueitat^ non poife in rerum diuiu  nuncognidonedcucnidsnifi humana hæc omnia cotenat/nidtut ille quidf Liber tettiiu rem perficere. Std appetitus qui nou dum ratione fubiedus fit omnino ro>  pugaat: faKU 9 argumentationibus perfuadet noncireaurneg]igendoihono«  tes/autimpia relinquenda .Percomodeo tnqiUate inquit LAVRENTfVS tC  ad rem uehementer appofitx.Sed unum efl de quo SC fi fortafTe confentanea fu  fpicer > tamen fentendam tuam uehementer cupiam.Na quid fibi obfecro uult  ^fficilis ilia et apprime moiofa dea luno. Si enim manentibus TroixTtoianis  iiafcebaturscur deinceps iifdem illis in italiam enauigatibus adeo boftili animo  aductlatunan fortaiTequiautracp uiuambltiofoK imperii cupido aduerfa Et.  ifibne ipfum inquit BAPTISTA. Atnbitiois enim dea olim Ænex irafeebatun  quiuoluptatibus dclinitui nihil honorificum quacreretmunc autem rurfus ira  fdtnncum uideat illum ad altiora quxdam eredum ea qux exteri mortales in  admiratione habentsotnnino contemnere. Omittens enim illa que primum  gradum in uita duili tenent non motulia amplius ifed immortalia quxrin mi  rifice ictura poeta.Vix e confpedu SicuIx telluris in altum  Veb dabant Ixd j K fpumas falis xre ruebant. Cum luno xtemum feruaru fub pedore uulnus:  quæ deinceps fequuntur: Ratio enim uiuendiiqux honoribus inferuit cum  animadueitatfc ab Ænea deferiia quo olimquo cu ille uoluptatemtociu  amaret negleda fuaatyuehementadolet.Cognofcit enim fi ROMANUM IMPERIUM ed fhtuutur foreiut fua Carthago ruituta Et: Quisenimnon intelligat E  ad c6tcplationem:qui ptxftanti ingenio funt uiti accefferint/ illos ciuiles actio.*  nes ccdercrturos. Oolet igitur St pfeotiiniutia admonita pteiitotutcminifdt.  Manet enim alta mente repoEum  ludicium paridisfpretx^ iniuria formx. Et genus inuifum et RATTO GANIMEDE ONORE. Qux quidem fabulx E diligentius conEderentur nihil aliud nobis prader de*  ditauoluptanbusuitam referct: Nam Paridis ludicium in quo lunonl Venus  prxferturiquid aliud cefeasniEuitx honorum cupide molle enetuata^ 8 (uo  luptatibusaddidam prxponi: Genus autc inuifum.i.louis Eledtxt^ adulteri'  um:acpoSremo RATTO GANIMEDE nemo modo mediocriter eruditus Et alia  traduccuHisigituraccenla luno naufragio Troianos perdere tentat. Verunx  ne noseaquxfubhuiufcemodi tempeftatis Egmento recondita funt ulla ex  pattelateant: neuequidluno: quidxolusiquid neptunnus Ebi uelit incogni'  tum relinquatur:pauca de animorum noEroruui at<^ natura repetenda funt.  Illud tamen pmonebo cuenireiut eadem ad multos locos enodandos adhiben  da Ent t Q_u« E fcmel a’me expteEa exteris deiceps in locis ueluti ia cognita file  tioptacanc luideo me qd* fumopete cupio breuitati inferulturu.Sed rurfus cu  eodieteprKc/E Ecagamus/duplextibionusipo Eturus Emieritenim eode tpe  8C memoria qd alibi didum Et repetendum: K quod interim perpetuo orationis filo contexif' : Ene ulla inteccapedine:percipiendum malo loquacior etk/q  oomittere ne ingeniu eodem mometuo in plura diEradum:ucl minima difpu  lationis paidcula incogmta ptaucrmlttcre cogaturiCum igitur ad id quod pro Ia.P. VIRGILIO M^IIfgo* tPrn/f <«•’<*•  'v'»^ prium noSnim^ tft:quod(^ a noftrz onginls diuimtate traximus t id eSsdt»  tiocinandum/ad concemplandum/ad intelligendum mgitDut:eam animi pai>  tcmadhibcmus:quamgrzci nos mentem nuncupamus. Verum hæ  mutiifed przcipuc Platonici chriffiani FILOSOFI duplicem elTe uolueruntt 4 alteracu inrctiorem quam rationem appcllant:diuiniorem alteram et fuperioro   TIfct. qu- i 4eIIedumnuncupant.QU3propterfapienter Auicena animos noftroi  ur t alterum lanu duplici ore inllgnitos e(Te dizitiut hoc furfum uerTum ptia  r .na altilTima per (apientiam rufpiciamus.lllo uero res mortales et adioneshua  manas per prudentiam adminifhemus. Diuiditur igitur mens in duo rurfum in  tapientiara/deorfum in prudendamrquz Ht reda rerum agendarum ratio qua  iiinuirumfiC mulieremrutuirrupcnor iit &regat:Mulier inferior 8l regatUR Quapropteregregiei!lud:^lioieiliniquitas uiriiqui mulier bencfadensrnd enim przponitur iniquitas uiriliszquitari muliebri: Sed commode exprimitut  I 'tedius eum agereiquideiideriorerumczieftium raptus plurima corporis &fo  cialis uitz commoda negligat: quz res uideturiniquatquam eum : qui ut nuW  Ium uitæ ciuilis officium deferat:czlcftium rerum curam omittit : (^uz cura  ita (intiuideamus quz a Marone dicuntur: Nrmpe zoium lunonis przdbus  uentostquoslouis iulTu regere debet/in mare cmififTeiqua tempeflate obrui  poterant Troiani nili illis aNeptunno rubuentumfuilTct. Quo in loco fi ui  tz ciuilis cupiditas (it luno commode zoium inferiorem: neptunum uerofu«  periorem hominis rationem interprztabimur. Non igitur mirum liabhono»  rumæ imperii ardentilTima cupiditate ratio illa inferior (lediturrattp de fuo  gradu deiieiiur. Referunt fabulz zoium uentisprzpolitum aloueefleiut iuC> TuAioillos BC intra carcerem cohiberet&indeemmcreceru quadam lege ualc4 at. Quamobrem celfa fedet znius arce Seeprta unfDS mpHit^ apimos: K  teinperatiras:_8£,iilud N i faciat maria ac terra stcilumq: profundum. Quippc  fei^tfec^ rapidi : uertantep per auras. Et profrd Ot&infiituti funt animi  noflri ^etum omnium fumnioatcfiitcdotut cum Iit in nobis ea pars quz ad  tes afeifeendas fugiendaf^ inlurgit: przponatur libi ea rationis particula : quz  infenor cum(it:adres omnes agendas rede appetitum moueat. Ratio auum -  Iplis mortalibus indita non a corpore efttfcd aloue.Hzciguurdumfuo co  ditori obtemperat celfa arce fedet:quia nihil humile cogitat: fed quztp aigre^  gia: attp excelfa meditatur : teneti^ fceptra.Nam totius uitzadminifttatianein  habet: mollit^ animos /& temperat itas: cum nimiis cupidiutibui appetii  tum cohercet : at^ inna modelliz fines continet : Sin autem ita lunonis blan>'  ditiis demulceaturiut fuz naturz propriz^ originis immemot rerum rettena  rum cupiditatibus irretiatur/ totum lilife przbet : eiult^ iuffu non autem lo  uisuentos/hi enim penuibationcsrunt/emittit.llli uao mare quem apped<>  tum cflic diximus paulo ante tranquillum ex diuafispartibus ferientes bor«  tendas tempeflatcs excitant: hebetant enim tadonis adem honorum cupidi  tatesrquz uelud nubibus obdudauerum bonum a falfo non difccrnitiip  fumcp appedmm : qui a fenfibus originem dudt: non modo non refhnguit  ardæmractum ultro inflamat: &gcntemiunonisinimicaseaautcft mens no / » Liba totius   Itlbullu Qanitn rnunicotit^tm:diuinatuin autftn cupida/mratiis perturbati  poibusobtuæ nititur.Scd rcæo ad lunonemillla enim cum tecencitiiuriaanti  / MUm (H)i uulnus refrkafictiira plena in zoiiatn tendit.   Kimbofum in patriam loca fceta furentibus auibis.   Cidlidaomnino dea guz regionem ad ea quzcupiebatpaHcienda fibi deligat  nott'ignotauic:Cum enim raum humanarum amor nos ad diuinarum cogniti  onem abfttabæ nititurrin zoiiam patriam uento^rad enim eft in appeti tum p  tuibationibus expofitum ueniat necefle efi. Verum iouis iuflli hoc regnum zoio  commiffum cds Nam ri deo obtempæmus rationi fempa obtemperabit appeti  tU&Redifljme enim Platonicum illud bpnp uiro legem deum ellr : malo autem  bbidincm: Quaobrem huiulcemodi rarionemdeprauare aggreditur Iuno:& ue  iuriti qui caufz (iiz diflFiduntrfit fallis rationibus perfuadæ/& largitionibus cor  tumpæ iudices patanttita ipla zolum adoriturteonaturep oftendere zquum elTc  4tillc gentem fibi INIMICAM ITALIAM attingne prohibeat. Perfuade zolustfe^ cn  da M iulTu lunonis fadurum redpit:Q_uin quicqd imperii habet/id omne a iu  BoUe tecognofcit.Nam nili inflametur appetitus cupiditate rerum terrenaruiatrp  illp uduti mare ucntls turbet rminime uideretur indigere uita nofira impio ratio  tus.Hocigi^ padotromnia lunoni debere ratio fatetur ueluriquz(^nifi pturba  lioæsaflint^aibil habeat in quo fuum impium exerceatrac decepta cupiditate ea  tum raum quas magnas putatmentis habenas remittit/ac mare perturbattquoni  •tUturbulemimis cupiditatibus appetitum codut.Quibuszneasqui ad cxle^  Bium rerum contcplarioncm tedit/adeo labo paiculorut^ magnitudine infrio  giturtuta jppolitodciiciat" :Et ^fedo cum appetitus quo folo animus moueturr  ftquonosad fummum bonum duci oportet/aKonosrapiat/infurgit atrorilTima  iUa tempeftasrin qua eripiunt fubito nubes czlui^ diemt^ teucroru ex oculis. Na  qui paulo ante tranqllo appetitu adrpeculationemfæbant"tinfurgentibuspaturi Mtionibus adeo illis oixzcant" :ut quicqd luminis a rdnepueniebat/peniti»  tollat tVnde fit ut nox atra ponto incubet. Appetitus enim qui hadenus luce rationis illul habac nuc illa amilTa in tenebris uetfatur. Adeot^ zfi uat hoc maretuc lii aqlone fetuntur/hzc enim elatio quzdam elliquz a rebus fecundis profluit.  Alii in fummo fludu pendentmam fupra fuas uires difficilia ardua^ aggrediens  tes amdi foliciti perpaua expedatione pendet. Alii terram inter fludus tangens  tcsabipfa fortuna dnedi mifetiarum cumulo obruuntur.Sunt deniip qui in fas  alatcntiacontorqurantur. Nam multi cum impetu perturbationum ad huiuf^  cemodi cupiditates explendas ternæ ferunturiin uariatp pericula fibi improuifa  inddunt. Sunt poftremo quos auaricia ueluri in fyrtes ttahat.Nam quis non uis  dæfle aiam quorum nauis demergatur. Vnde utre omnino apparent rari nan  tes in gurgite uaftoiNam ex inumera mortalium turbaiquos perturbationum p  cclh]dcmagit: paud emagæ ualentiFado enim habitu pauci ad portum enare  pofluntiprzfertim cum ipfe gubernator a temone tcuulfus imo in przceptls deie  dus in profundum ruitiCum enim ea animi pars quz uitz regedz przpolita eft  fuaiicde deiidtur/adum iam de uniuafa te cite quis non putarHzc autem otns  Iliacum lunonis zoli^ culpa acddiftenttinterim Neptunnus commotus graui*   i In. P. VIRGILIO M. AIlego. tate t<tnpcfta^sf>Ia'd(]uin caput ex fumma unda cxtuIk. N(ptaliutn  mum macia deum cfTe finxerunt: Dico aut fummumiguia alia quo^smaf^o»  mina extann&ptofcdo plutea uires appetitui prxfantimouet' enimilfe iudit»  fcnfuumrmouct" tonis inferionsifummum tamen impium fupioii ronirefenu  tur. hæc igif r^tio quam nuc neptrai nomine (ignifiat poeta cum oibuspturba«  tionibus rapi uexariip uideat:caput e fumma unda ueiuti ex fpecula rifetttVnde  ipfius appetitus fludus jicellafip animaduertes aium illius furore in pram pinum  rapi cognofcitinei^ folum tcpe(htemfmtit:fed etiam ipfam lunonisdolisexdta  tam intucc :Nouit enim reda ratio aium ita afFedum:,ppterea in hasmiferiasitw  ddiffeiquonia falfa bonop: fpe decepta inferior ratio urntos no modo non cohi  buerit: fed ultro emiferinC^uamobre utfubitn tato malo remedi uni affecat cuje  zephyrui^iac reliquos uctos ad feconuocas grauirer increpariqui impio titanum  fanguineorti/deo^i regnum infeftareaudeanReferut enim fabuix uctos Aftrd  filios fuilTei Aftreum aut unum ex iis titanibus eifedicunquiimani impietate ad«  uerfus deos imortales temeratiu bellum fumere lint aufi.Hxcigi^ in fabulis rcr periesi Non aut CICERONEM reliquofip dodiflimos uirosaudiamusiquidoa ali  ud cum diis bellum gerere qnaturxnolhx repugnare interptabimur;Q_ua qui  dem re quid magis temeratiu rflepolTit non rcperio:nam queadmodutn cosUi  demum fapietes Bi dicimus Sc frntimus:qui naturam optimam ducem fequund  ita illos (hiltos temerariofep putabimus:qui ab ea oino dcfcifcut.lure igic' uentM  c titanibus ortos iinxeruuquonia ptuibjtioncs a temerario fempi&nalurc repu  gnante iudicio pueniunt. Audax igitur facinus comittunt perturbationes i qux  flultitia 6i temeritate humana gente appetitum diuinitatis nolhx id eft tonis itm  perio fubiedum turbare audeant.Quaraobrcm iufte a neptuno obiurganifues  ti:fu(lcc^ impium pelagi fibi uedicat ncptunus/cum in bene inftituto animo hw  iufcrmodi illud e(fc oporteat ut folo mentis iudicio moueatur. Ad huiufccmodi  igitur fentemiam commode polfe ttanffcrri xolum/at^ neptunum putaui. Qod  (1 qua in parte fatis tibi fadum non e(l:aut li quid in mentem urnitiquod aptius  IcKo quadret:promas illud licet: Nihil enim c(l quod uereatis:aut pudore impe<  diaris:Nam neminem ex omnibus qui uiuuntiuucnics/qui aut xquiori animo  refutari patiatur:q ego fero/aut auidiusqucxlnefcicntaddifcat: Necp eft etiam  quod dicas huiufccmodi fenem ego adolefcens. Vidi enim multos ex iis qui et ha  bentur et funt dodiflimi nonnunq admonitu etiam indodilTimi hominis in at  rum rerum cognitionem ueni(Te:in quam fuo ingenio tam diuturno nunquatD  tempore hadenus uenerant.Ego inquit Laurentius quid aliis euenerit ncfaoiiiu  hi tamen nunq tantum arrogabo. Verum quia accidere in tanta rerum copia at^  uirictatc dodilTimis quibufc^ folet/ut cum plurima eodem tempore fefe med of  ferant: nonnulla fint:qux fic fi non explicent" :facile umen Sc reliquorum fimilitudine percipi pofiint.Sint etiam et alia qux quamuis enucleate planecp ediflicræ  turihcbetiori tamen ingenio qui funt illa minime confequant":utar ea quam mi  hi pamittis licentia:& quoniam de confugio xoIi:at(^ deiopex nihil a te didum  cftipetam nifi id omnino inutile ducas:ut fi quid ea in fabella fitiquod ad rcno<  fisata confciat/nobis explices. At dices n unquid tibi m mentem uenit i ac edam Liber tertiuf nthinu Horib^tne(!erat!ges« Vcnicqdetn. Kamaiffi nKo adiuiDis ad humana  abducenda cftinullum pene maius przmium proponi pote(l:g pulchrum cafiu m coniugium:inde enim cupiditas ilia naturalis:quz eft coniundionis maris SC  fttminæezpIetur. Lndefoboliseft |> pagatio:quxquidem non fotum uoluptatiii  tuul ac ufui nobis cd;uetuffl etiam pofteritati confulit/ut etia morrui aliquo mo  do ih illis uiuamus.Ulbucipfum inquit BAPTI5TA nec modo |>po(itx quxlH  oni rationem habcas quicq eft prxterea defiderandum.Nam id hoc in loco aperi  amiquod alio paulo pofi foret aperiedum*Prifci igit" illi qui de deoni natura fcii» pferunritria ibeologiz genera pofuerutiunum fabulofum/quod grzci mithicon  nomtnant:quo quidem populum ociofum in theatro oblec rent: Alterum nata  rale/idenimeft phy ficonrper quod comode uimnaturxexprimuntiut cum per  iatumumhlios omnes przter illos quatuoruorantem tempus nebis denotant: itodii quatuor elementa ezcipias:omniafua edacitate confumit.Tertium uero  iccirco ciuiJeappcllant:quia inde ad benebeareqj uiuendum przcepta promatur  Coofueuerc igitur poetx quibus nihil dodius reperias/hzc omnia ita confundere:at<p m unum comifcereiut optimo quodam temperameto eodem tempore et  aures fummauoluptacedemulceant:& mentem recondita dodrina alantiac nos  adredum at^ honeftum et ad ipfum fummum bonum deducant: Nos aur quo ciam A hzc omnia exadius in Marone ^fequi uoIuiiremus:nimis operofum ne  godum |poni uidebat" duobus primis generibus obmiiTis intra ciuilis generis ca  cellos difputationem noAram mcluAmus.Q_uapropter illud paululumtqd mo*  do de fabula decerpferas/noftro operi conducet: Nam reliqua phy Acen fpedanr.  Dicunt enim Pbccbi Aurorzi^ Alias.xiiii.fuiiTe eafcp lunoni nymphas attributas  exiliorum enim intcrptatione luno ær cA* Æri autem feptem quzdam attributa  fuiit.Septem itidem in ære ignum''. Quz omnia ipAus folis tunc maxime cum  in noftro hcmifpcrio ueriat :opera proucniunt.Sed ut de primis priori loco dica  tur eft æris ut leuisAt:ut mobilis:utcalidus:ut humidus: utferenus: uttacitum P Utlpirabilisxbasigic ueluti feptem nymphas finxerunt poctz:earutn autem quz  in ære gignunt pi imam ponunt quz Ins appellac'':Cui etiam attnbuut tres ueiu  li minittras pluuiam grandinem niuem.ln his enim contingit ut nubes fuli oppo  Dat :fcd eft id^ut ita loquar^nubiu corpus ut alia fui parte denfum/ut alia denii^  us/alu den Aflunum At.Q_^uapropter a prima fubrubeus/a fecuda ccruleus/a ter<«  tia niger color perucnitx Contra ucro partes quz in ca purz funt croceumiquz ue  ro puriores uindemxquz poftremo puriftimz album colorem remittuntibzc igi  tur piima ex alus feptem nympha eftxquam deinde fex fequutur phy thon come.*  ta fulmen ronitruumxcxhalatio ac tcrremotustdeqbusfuo ordine difpacarc no  grauereniuriniii ex tnbus illis quz dixi generibus ciuile folum profequi conftitu  il Temus: Vaum cum uoies bzc probe et quid qua ratione gignantur: faci* ]ccognofccs.Sunteniminiisquzmeteora appellanturab Ariftotele quidem pr  acute:ab Aiberto uero cui magno cognomen eft etiam aperte petferipta. Quod  autem dciopeam omnium pulcherrimam fe daturam pollicetur luno ratione no  carenEft enim ca in ære facies quz ferenitas didtur.(^uz res autein magis io cu  pidiutem tcruin humanarum trahere zolumpotetauqDamfctena czii facies. Perplacent ifiainquic LAVRENTlVSs at ita perplacentuit nihil in iis prxt»  rea deiideretn:perplacent quo^ quz tu de ratione appetitu^ diziftitfed uide at  pugnantia Ioquaris.Natn(ire^tnemini/tu paulo ante xoluminferioiemratu  netnelTcuoIuiditnuncncptunum fuperiorem ponis:redeutru^:Verumcn hic  impetiutn fibi non autrtn illi datum dicattnon uideo cur zolo quotp non conoe  datur:ut mare uel io mittendis uel coheteendis uentis:aut extollat aut fcdett No  co inficias inquit Baptifta pertinere ad hanc inferiorem rationrmiut cum deage  dis rebus iudicium habeat/ipfa appetitum et ad raquz afeifeenda funtimpellati  et ab iis quzfunt fugienda auocet.Vcrum quemadmodum in bene inlhtutare  publica fupremus quidam magifiratuscreaturicuiusatbitrio £d ii omnia getan^t  alii tamen aifunt minores magiQratusiquibus fingulis fmgula committantunili  totius uitz imperium in mente confi(ht:ita tamen ut infenor ratio appetitui ea Ic  ge propolita (itsut nihil niii rede iudicet.Q_^uod ii illecebris rerum humanatum  decepta non rede fentiat:fcd iint eius iudteta falfa/adeft fupremus ille magifha*  tus ad quem prouocare liceat:Q_uapropter rede faipcura eil zoium no niii clau  fo carcere regnare: quoniam in uita hac communi ac ciuili potius cohibetur appe  titus ui quadam rationistquam quietus tranquilluf^ tcddatur:non enim in bo  nas affcdionesconucrtuntur:red potius moderatione cohercenturjRatio autm  fuperior cum caput ex undis exculittemiiTamt^ a lunonc hiemem cognouitteun  da in tranquillitatem redigit. Emittit enim raput ex undis cum fe a corporea mo  letqua hadenus obruta opprimebatur ucndicans ipfa fe excitaUat^afeniibus fe  uocattquo tempore non folum cognofeit qua hieme opprimatur zneasne in Ita  liam tendat:uerum etiam tantorum malorum caufam lunonem id eft rerum bu  manarum cupiditatem ei1'einteliigit;(^uamobrem uentos qprimumanutire  mouet : Nam uacuuspertutbationibus appetitus rationi obtemperantior reddi  tut lllofq) ut deterreat maiores poenas fibi daturos minitatur: quam illi ab  Ænea acceperint: nec iniuria. Nam appetitus a perturbationibus inuafusad  tempus uexatur « Intelligentia autem illa fuprrma fi imperium fibi uendicæ  tit/ quoniam fummo lumine animus illufiratus nunquam deinceps nec ded  pitut:nec labitur : neccfle eft ut perturbationes: quarum genitrix falfa opinio  fuerat in nobis penitus fepultz reddantur. Quapropter non fimili pasnaco  milTa uenti Neptuno luent. Sed undz quz fequantur. Remotis uentis ou bes dirperfas in unum colligit Neptunnus: at«^ colledas fugat: Efi enimboc  intelligcntiz:ut a principio fingulas falfas opiniones profequatur : in unum  congerat : atq demum confutet: quibus confutatis tum demum folis lUe  ce: ea enim efi ueri cognitio eunda iiluftrantur. Q^uio 81 dmothoe et totos  naues a fcopulis abducunt. Cimothoe per undas currens fi gtzcum uerbum  aduertas faale interpretatur. Triton autem neptunni tubicen babetur. Iftaigi  tur duo numina afcopulis cupiditatum naues reducuntr quia cum tedum DOuerimus/uana relinquimus. Scientiam autem autnofiro ingenio al Tequimun  cum id fua uclodtatc pet eunda difeunat t aut dodtina aliunde accepta pd«' IIs I a :v t Ii* :lil i i M d nit ai fli iib idi &bi m Ml  ItM IS it alti nbi lii» IStl' uti  «m 110 0» 1» ufl «I (i ‘i? iit tf tnumilludd motlioesuelodtasciprimir hoc autem tnton signifiat. Mam ut  Cubidæs fuo przconio mandata prindpis manifcfti Qtidc dodrina quid ucriras  4ieIitaperit: quod autem prorpcrocurfu per pacatum mare utatur neptunus  fadleprobatur.Nam cum pacatus eftab omnibus perturbationibus appetitus  ita per eum labitur ratioiut nufquam ofFendat.Diximus de tempeftate.Nuc ad  reliqua pergamus: Neptuni beneficio ex tam manifefto peri culo erepti Troiani  cum fefu fradi(p Italiam utpote longinquam terram contingere pofTe defperatent:extemporaneo ac^ minime przmeditato confiiio ad propinquum carebam  ginenfium littus uela dirigunt: puto uosmeminifTeitaliam fpecu!ationis:cartha  ginem adionis figuram habere. Quapropter id nunc exprimit poeta quod in  humana uita fxpe ufu ucnire uidemus sSunt enim multi:qui cum ne in uoi  luptatcne^ in diuitiisnet^ poftremo in honoribus fummum bonum inueni^  ant ad ueri cognitionem fefe conferant; Verum cum fe humana omnia Facile  poircconcemncrci& reorfum ab hominum coctu contemplationi incumbere  cxiftimenniamtp rem aggrediantur uix illam reliquerunt cum tantum relidam  tum rerum defiderium infurgitiadeo ex recordatione tantarum illecebrarum  cffeminanrur: utrurfusin fumma spcrruibationes incidant : qux quauts tan«  dem fumma ratione fedentur:adeo tamen defefTi defacigatit^ relinquuntur ant  mi nodriteum non fine difficultate tam horrendam tcmpdiatem euaferintiut  latis fupert^egiffe putent fi focietatem humanam incolentes qux immania 8i  humano generi pernitiofa funtuitia effugiant. Virtutes autem fi non exadas; ati^perfcdas/incohatas tamen retineantifi: cum difficultate dus uitzqux in  ucnfpeculatione pofitæfideccrreantut:animaduettantqux hutufccmodi ui^  tz genus humanam pene imbecillitatem excedere cum Arifioteles maius aliV  quid quam hominem effe qui hzec poffir affirmet fecum fic ratiocinantur.Non-  parum erit uoluptatum incendia euafiffe : Thracenfium rapinas euicaffe : hac  harpyarum fordes et Cyclopum immanitatem refugiffe. Nunc ucro fi id non.  pofiumus: quod diuinitatis potiusiquam humanitatis effe uidetunillud quis  reprehendet ut in hominum locierate ad quam colend >m tucndamiaugendam  ^ nati fumustuerfati prudenter iufte fortiter deniqi ac temperate uiuamus/ pa  rati pro pania ac parentibus nullum laboreminullum periculum deuicemus..  In omnes qui nobis fangumeconiundifunt pietatem obferuemus: Ciuibus  nofiris aut egenis liberaliterfubucniamus: aut errantibus redam uiam demo-  firemusiaut iniuriaoppreffos confiiio opera gratia audontate noffra fub«'  leuemus.Speculationem ucro magnarum rerum in maturiorem zratem anp  inipfam fenedutem: quz a multis perturbationibus i quibus huiufcemodf  uita maxime impeditur liberior effefolcC reiiciamusiquamquidem fententt  am iis quz de Hyfach magni Abraz filio dicuntur : tueri fe poffe confidunt:  Nam quod de patriarcha lilo legitur egreffum effe ad meditandum in agrum  inclinata iam die ita interpretantur exiffc illum a corporeis fenfibus adme ditandum in agrum quafi feorfum ab humana frequentia inclinata iam die/  id enim efi circa fenedutem iam femore fanguinis ceffante.Conanr prztereii  Cuamcaufam grauiffimotu uiioium teffimonio corroborareiqui ufutn potius lQ. P.Virg.M.AIIcgo< triqaam aufamunde bonum (it confidcrantesadionem contemplationi aiw  teponunt. Pcxfcrtim in uiridiori ætate: in qua philofophum agere, dicere rem  publicam adminiftrare militare at^ imperare iubemtoftenduntip Platon ip  tum uakdioribus annis K nauigationes io (Iciliam : et (iudia in Dione exerciM  retSencfccotem autem in academia circa ueri inqai(itione quieuilTe: Xen ophi»  tem quorp adolefccntem in rebus agendis fummopere laudant:Srn:m ueto in  fpcculatione admirantur: et beatum propter odum putant: Q_ui n etiam mub  tos ut fapiendorex fierent plurimos populos paagrafle oftedunt : Q^iuproptct  K Homerus Vlyxem fapientem propterea dicit:quod multorum hominum ut  bes ac mores nouerit:Huiurcemodi igitur ac plura alia in unum collig^es/qux  tu fummo artificio ac prudentia nudius tertius cum hoc genus uiucdi laudibus  efferes enumerabas fpeculandi propofimm in feriorem ztatem rdiciunt i at^  ad res ciuilcs agendas interim fe conuertunt:Q_uod quidem uitx genus qui ui  tuperabit/is profedo iuflam ut ab om nibus uituperetur caufam prxbebit.Sunt  enim fua (ibi qutxp muneraiSt plutima quidem at^ przclaraiquibus (i rede fu  gaturi&czteris utilitatem ficfibi gloriam tranquillitaremip quoad imbedllitai  bumana patitur (ine controuer(ia pariet:Q_uapropter non (ine fumma ratione  tutus tranquillnfip portus in caithaginen(i littore defcribituricuius formam li<  tum^quzfo diligentius infpidte.Eftenim in fece(fu longo locus:quem infula  portum ef&datiMortalium enim uita continentem: ea enim terra eft quz marU  nis fludibus minus e(f expolita nufquam hibct.lnfulam autem habet zfiuinti  busafliduofurentibafip undis undu^perculVam.Sed quz tamen ita fua mole  beteat: ut aduerfus omnem uentorum undarumip impetu immobilis fimpcr  obduret : Nam cum hzc quz momentanea funt: et tamen (f ultitia humana bo  na putantur fortunz temeritad fubieda (inticut^ amore fui mentes humanas in  Cendant conficerent profedo nos nili infula in medio mari (imus : quz quauis  unditp mari mndaturitamen uirtutibus (fabilita non mergitur.Eif autem in 16  gofccefTuiNam animus uirtutibus aduerfus fortunz impetus munitus procul a  perturbationibus feiunduscft.lllz enim obiedu laterum repelluntur. Cu hin:  fortitudo contra res aducrfasihinc temperantia aduerfus res fecundas opponar i  rede^ uafte rupes appellantur. Virtus enim in diffidli luco polita etf.Aode qtf  ita medium tenet:ut quocunt^ te inde araoueas:ad extrema peiuemi ndutn liu  unde tanquie piti rupe labatis gemini^ minamurinczlum fcopuli. Nam  non folum noUra prudentia freti res magnas aggredimur. Vei um multo magu  diuinoconfilioconfili.NcctemetedidumeQfubrcopulorumuettice zquota  tuta li(ere. Nam appetitus duplid lumine illuftratus ab omni feniper pemiiba  tione liba cfi.C^uod autem defupafczna corrufeis filuis6t atrum nemus  horrenti umbra imminettnon caret rationeiNullo enim in homine prudenti'  am inueniasiqut earum rerum quas fua temeritate fortuna uafat cuentus pem  tus przuideaticum tortam^ diuerfis caiibus cxponamuriut pcrfzpe Si quz  nocitura (int fummis uotis expaamusi6C ea quzfieuenircnt falutiufui ef  fcntiueluti noxia omni indufltna fugiamus tOeni^ in aduafa fronteaquz  dulces depizbcnduntur.Nam cum procul a uatiaium cupiditatum fludilMis Liber totius botiSftifflunezur^ buiufcctnodi uita:quz (ioo beata omntæ e quieta tamen  'tcanquiUa^ (it.H uiufcemodi igitur pottum Tubcunt: qui fuprema diu fedati  ac poRrrmo difficultate deteriti fe in uitam focialc contccucnin qua ciuilibus  uirtutibua exculticuinuerrentuc laudem non medioæm reportanti longe ta« en ab ea diuinitate qua quairimus abfunt. Quod aute feptem nauibus huc  iubicritiquodi^ reliquos c (copulo profpiciens requirerenquod detnu focioru  inopiam raritu uinoij rublenaunic buc pertinent ut intclligamus eu qui rc pu«  bJicamadminiflrandam fumat oes labores omnia incdmodafubire oportera  ut illoru quz fuz fidei cdmifTi funt falutem incolumitatcmi^ conrcruet. Qua riptopter fit Acate$(^ea enim principis cura efl^ igneexcitabit/ id eft dcfides ad tes  agendasaccendetiutquz ad uidumncceffana funt minime defintifit fcopulos  Buendens abrentes requiretiquos (i tutari non poterit iis qui afTunt confulitiillo  tnm^ inopiam cu fublcuauerit etiam oratione confolabituc:optimif(^ pcepds  ita in^oet/ut admoneat non effe huiufcemodi hoc uitz genus ut m eo fedes et  gere uelimusiSed effe omnes labores ac difFiculutes fuperandas /ut in italia per  ucniamusiubi demum fedes quietas muenietiubi etiam Troia reforgetiNam cu  uitauoluptuofaibiquzreretur eaaderat uoluptas iquza fenfibusprofeda cor  porca edet fit caduca: fit qua (latim poenitentia fequebatur.In italia autem uolua  ptasfuma prouenictadiuinaturaum fpeculatione.quz uera fimplexcp fituo  luptas quz perpetuaiquæ ztema qua nullus moeror fubfequac. Hzc enim opti  tni principis adminidratio eft:na cu u ideat ciuile adione humanz indigencizt  non aute ei quz io nobis efl diuinicati inferuiteiita in illa uerfabic :utcu quz ad  mottaliu inopiineceflaria funt uidetinfuotutame animos ad diuina etigatt  iubebit^ eos aduerfusfortunzcafus durare: fit fe rebus fecundisquas in latio inucniet feruare.O diuinum ingeaiu.O uitu inter ratidimos uitos omnino ex  cellencemifit poetz nomine.uere dignumiqui non chridianus omnia tamc chri  dianopr ueridimz dodrinz fimi liima proKrat.lege apodolu Paulu. libet enim  unum hinc ex omnibus ucluti nodrz religionis caput nominareiqui uitam hu  manam ad huiufcemodi notmam dirigitiut ne corporis necedatia fubtrahen  da:flt uero inuedigando femper uacandu cenfeat.Q_uid enim ille fufe late de  Cmbinquod hic poeticis an gudiis non coardetiMiraprofedo restut fingula pe  ne uerba longidimas e platonicaiaridotelicac^ re publica:fentetias ampledi ua  IcantiSed nolo quod quidem hadenusnur quainfeci:itæxade hunc IcKum  profequi:ut reliqua deinceps aut omittenda:aut ea celeritate przteruolanda  fintiut idem nobis eueniatiquod longam piduram in citatiiTimo curfu per«  (piciennbus euenire folet.Ii enim in puado teraporisicum id etiam magnope  tecontendanticolorcs notare uix poffuntiliniamenta autemifit corporu fimu  Iæra fit quam grzci fjmettiam nominant ne uix quidem. Q_uapropter relu  quaadtnaiusocium differantun^Oratio autem Venerisad iouemrurfuftp lo«  uisad Venerem meram textus (criem continere placet.lnferuiut enim omnia  poetico f)gmento:ita tamen:ut non nihil de mathematicis decerpat Maro: fit  unde luboyt familiam in primis autem AGUSTUM (OTTAVIANO) Augudu laudet.Nam quz ad allegori  am tcfcitc uoluffius iude folu accetfenda cefeo unde duc^.fiu fpote fcquanf In. P. Virg.M. AIItgo. Sin 3utc ui ingenii inuitamuntur/twtu de grauitateruaamittunttatridtada  pene reddaqtuttluc^ omittamus anxias interprxtationes:ea(p folumaflim»  tnus/quz non modo in abdico non latentsfed ultro Tefe quxrehtibus offerant.  Quod autem paulo ante ad mathematica pertinere dixi pauds quidem fcd,uc  temporu anguSiz ferebat no oino obfcurz in principio expolitu clTe puto.Ita^  teuertor ad Acnea^lc enim per node plurima mete repeti ftatuit ut prima illa  ccfceret loco^t natura diUgctius exploraretSt hoics ne an ferz teneit inucdigarc.  Q_uibus untibus qualem oporteat eife rei publicz adminiftratorem egregie, a {timit. At^ in primis illud bomericd approbat.   Q_uis enim cui tot mortalium cura c6mi£Qi Iit uu'  uerfam nodem fomno impendet. Id aurem fumma (apientia didum omnes  fatebuntunEft cnim’optimi principis uel præcipuum munus cum loca inculta  uideaciut homines ne an ferz inhabitent iibi exquirendum proponat. Na qui  uitam ciuilem diligenter intueturmaria hominum ingenia;uaria fiudia uario^  q motes inueniet. Sunt enim qui redo honefto^ r(mperincubant:ciuili con  cordiz faueancsLibertatem (aluam eflecupiantmeroinc plufqua leges intepui  blia ualete uelint.Iniuria oppreflbs fubleuent. Superbiam fcditiolorumciuid  deiedam cupiant. Maieftatem publicam pro uiribus augeant.Religionem de«  ni^iac iufticia omnibus rebus przferat.Hi igitur iure hoics appellari polTunt:  quoniam humanz naturz officia non deferunt.Contra autem plurimos repeti  as/quotum pctulantifTima libido nihil fandum/nihil pudicum relinquat: pluri  mos qui fuma auaritia acccli/omnia uenalia habeat:& aut ueluti uulpeculz do  lisiinftdiif^p incautos decipiat:auc uiribus fuperiores cum iTnt opibus quo fit  honoribus eos anteite uelint:quibus fapientia ac uirtute longe fintintetioress  buiufccmodi igitur uitiis deprauati homines quauis effigiem mebra:^ humana  retineant/tamen quoniam mores ferinos induerunt/no amplius hominesifed  immaniffimz ferz putandi funt.Q^uapropter in humanis coetibus longe plura funt illa;quz uitiorum uepretis at<^ fenticetis unq inculu hortent: quam ea  quz ingenuis artibus prxclarifd^ uirtutibus exculta nitefeant: progreditur igif  Æneas ut fingula diligenter exploretinon temere tamen:fed Acacem tidiffima  comitem fecum ducit:8( armis inffrudusincedit:Nam quis unquam rede re  publicam admini(lrauit:cuius animus aut cura ac diligentia uacuus fit:aut for  tiCudinecareat. Iliis enim quz agenda funt multo antea przuidemus.bac au  tem nequid ex iis quz magna ac przclara puidimus ob moetu infedu relinqua  turtcfiffimusiCum igitur rciedo in aliud tempus contemplationis propoiito  adeiuilem uitam digrediatur Æneas:Sit^& in ea multum elaboridd/opus  eft ut et duce matre ad illam perueniat.Nifi enim amote catum reru quz age  dz funt calefcat animus aduerfustantos:tam^uarios labores obtorpeatnc.>  ceffe eft.Fit ergo illi obuiam mater no tamen cofeffa dea/qualif(^ uideri czlieo  lis et quanta foletiEam enim fe tuc offendit cu filium a uoluptate eo cdtilio ab  ducebat/ut ad fumu tenderct:Q_uo tempore oportebat ed inflamari amote di  uinaru rerutqui et ipfe diuinus ab omni materia 8C corpore jicul abfit. Hic adt  catum reru amote incendit" : quz corpotez Bi magna ex parte mataiademafz Liber lotiui li io “!• lA ab ife «pg bb aS sua tsb mt   s'4U. utii at». ia? r   i*f   a O liii ga<  'fb fihhQuapro{iter non deam confcf Taafed humana fotma di  RiffluTata fefe filio  offcit:ftin (yiuaotueiiatriziIIi appartt. Quem quidem locu planius uobis nf  primamati pauca omnino necniu ea qux nrcriTaria funt prius de fylua rxpofur^io. Omnium tetum qux funt redum quendam ordinem eiiflere : Trifmegiftus  Homerus ac PLATONE oftenderunt: Atm ut quot fentirent dilucidius exprimeret au  ream cathenama naturx fonte ad innmam ufep Fecem demitti finxeruntiqua fa>  is gradibus eunda connedanturteuius origo cifentia dei cum (it eo ordiue proce  ditut ut fecundo in loco potentiaztertio fap'entia:at<p quarto uoluntas collocet t  bxc fequitur fatum attp illud anima munditdeinceps funt cxieltes demonest (iit  xtbnriifunt æreisfunt bumedeitfunt deni^ terreni. VItima autem omnium by  le^quam nos fyluamdidmus^in infimo refideti Poifem fingula non fine fum<  mo ufu atip voluptate oratione mea profequi. Sed quoniam difputatidi noftrx  neceflarianon funt brcuitaticonfuIam. Quamobrem exteris obmiffis deu prin  apium lyluam extremum in catbena ponemus.Nihil igitur deo fuperius. Nihil  fjlua interius.nibil hocprxftantius.nihil illa uilius. Media uero inferiora fupe«  nntta fupetioribusuincuntur. Eft igitur deus et fyluathxc autem niatetia efttex  qua omnia corpora funt. Vt enim lignarius faber materiam ex qua eunda fadat luam habet. Continet enim illa rude adhuc lignum s K informe: Sed quo tamen innata fibi facultate formas omnes redpere ualeatifaber autem in quafcun^ uult formas illud tradudt tcadem ratione ad deum materia eft.Deus enim for  masomncsabxtcmitate complexuseft. Materia uero fi illius naturam infpicias  formam nullam certam expreffam habet. Verum innata fibi recipiendi faculta  te t et ut ita loquar confufe omnes continere uidetur. Materiam uero quia matet  fit didtur. Ceus autem pater: forma uero prole$.Deus enim dat.fylua redpit. *fotma nafeitur. Q^uapropter rede Trifmegifhis patrem matremtp xtemos: pro  lem uero mortalem didt. Mater cfi materia quia finum prxfiat. Deus gignit : 8C  oeat : ac fua quidem ui. fila autem ex alterius immiztione condpit .Condpit au  teminfufione fpiritus diuinitquam animam mundi nominat Tnfmegiffus t  Q_ux res eum mouet: ut deo ofiidum patris tribuat : quoniam infundit: SyU  ux uero mattis t quia a deo condpiat: Animam denicp mundi uim feminis hsb>  bere dicit : quia a deo ipfa infpiretur in fylux gremium. Prxtereo plurima nomi  aatquibus uariasfyluxproprietatesexprimit:Illænim nihil ad hxcqux agi«  mus: Sxpe umen totam materiam appellat malignitatem :ne« iniuria.lpfa eni  Iblacau Qefitutresmintentumcadant. Namquod a materia feparatum efit id  nunquam interit: Nunquam enim quod fibi contrarium fit capiti fed illud fu«  gitat femper at^ declinat: Quod vero fylux gremio continetur: iccirco in la^ teritumiabitur: quoniam fylua/cum ad omnes quas qualitates appellant xque  lebabeatcuenittutuelutialtera Helenaintra teda uocet Menelaum:ac limina  pandat. Num dum foimas illis quas hadenus receperat contrarias admittit: fc«  cile fit ut cxtemx irrumpentes domefticasextinguant.Q^uapropter quis illam  malignam non dixerit t qux familiares fotmas prodatiignotas admittat: K uelu  ti fufiepri iam in fuam fide m clientis caufam deferens : aduerfariiqi fufcipies per  timtnam perfidiam p eaoiaticeruf i Tardat etiam et perturbat noftras mctesfyb  k rn.P.Virg. M.AIIego «   Ui t omæ ab ea uiHum nunat. Viaa enim mfcitia igaotatioa [«St   At ignorationem ipfam cz craflitudine caligine^ corporis prouenire et Plato S  plæri^ cz iis qui grauiflimi habetur philofophi audorcs funt.Huiurcemedi igi  tur rationcmotus diuinus Maro cum rerum humaiurum:8;qua; corpore no a  rent:proptrrca^ in uariis erroribus uerrenmr:amore inflametui is qui in re pu>  blica princeps effe cupittuenerem Tub mortali forma inducit Sc in tpia lylua:guo  niam eunda quz agimus in materia demerla funt illam ponit.Nec temere umv  tricis habitu ezomat : Eas enim feras de quibus paulo ante dizimus fibi infedai  das proponiuquifuis cibus rcdcconrulturuseO.Acneas tamen non nihil diuir  nitatisin ea etiam iic diiTimulante cognofcit.nam Si (i populorum temperatocai  circa humanas adiones uerfenturuamen quoniam honelhim redum^ tuentor  eodem illo amoroquo hzc caduca appetimus originem nollram diuinam eflie  fcntimus.cum enim reIigioncm:cum luditiam: cum animi magnitudinem atb  amamus : uerfantur hzc profedo circa adiones .Sed tamen quis non uideat illa  a diuinitate proiteifei C Eft tamen oratio uenetis non ut dcz : fcd ut hominb: K  tamen nefeio quam diuinitatem redolens : Nam cum Carthaginem proficiid lii  adeat:argumentationibusab humana prudentia profedis utitur: Nam K quz  de hilioria Didonis eruit : ea omnia falutis fpem afferunt : Si cum aliquid funp  rum przdicitmon ut deaifcd ut augut ex cygnorum uolatu przdicit. Illud aute  fumma fapientia czcogitauit poeta : ut in orationis fine fe deam manifeftatet Ve  nus : Nam cum in uita ciuili quz reda Si honefta funt diu coluerimus ez illotn  pulchritudine ad diuina quotum hzc ueluti (imulaaa funt erigimur.His igitur  rationibus a matre perfuafus Carthaginem tendit oblitus tamen tenebris : ne illi  us conatus aliquis impediret. Et profedo fic fe res habet. Nam qui magna pru<  dentia przditi funt uiri cztnam multitudinem quam adminiftrandam fufeipi unt ita ad redum honefl um^ trahunt : ut fua conlilia fzpilTime tegant:quz q dem fi palam facerent autzmulor uminuidia: aut dulcorum infcicia impediti  illa ad ezitum minime perducerent: Vtenim prudentes medici zgrotos(^qucv  tum libido nihil falubre ezpetit])perrzpe fallunt : Sic optimi prinapes fimutan^  do aut dilTimulando fua conlilia occulcant. Nam ut cztera obmittam nonne  qui leges tuleruntiquo maior ei audoritas inelfet/fua conlilia alicui deo actnbu^  erunt fCunda enim ez Egerie nymphz przceptis Numa Pompilius facere finiu  labatilusciuile Spatthanorumez Apollinis fententia faiplifife iinzit Licurgust  Quicquid Zautrades apud Atimafpos conltituitid a bono numine accepilTedi  cwt.Zamolzis autem quzcuis Scythis tradiditiin Vedam reculitxNam q mul  ta q difBdlia inter tumultus militares rede ad ninidrauit.Q_. Sertorius cum fe ii  la a Diana per ceruam accepilfe diditarct tSed nimis multa dere przfertim ta tna  nifeda: Carthaginem ueto e loco fuperiore cernunt: quoniam ut nudius quo^ tertius difputatum ed nuquam optimis indituris  Si legibus temperata erit res  pub.nili qui illi przfunt eunda qu aut przcipiunt aut prohibent ad eotu qax  per rerum magnatum speculation emuideritu regulam ac normam sapiennllb tne diligant. Cum autem Carthaginen lium operam indudriam circa urbem difiandam dclaibit/nonnc pauciflimis ueifibug onuiia colligit: quæ^iia9 c*\Ili «f m ii m ta ai l U U Kl ii M ib gia \tt\ th ‘S ipn iii^ F! jpb  (f ob 09 0* xb s 3 ib  <1 Liber'tertiui edam (apfari( Cine de re pub. latprerut)t:noa ni/i  pluribus libris exprimuntur tamum enim ea parant ibiis aduarus ho(tiles impetus tuti (t nt: uibus  V^^fe contra czliiniurias priuatisx difidisfedefenduntiHzcenim duoprx^  fiant ut duitas efle pofiit.Poft bzc uero ad iura et magilhatus fe conuertunt : ut  nonmodoe/Te fed quod proprium hominis e/l i cede bonefte^ e/Teualeant:  Quoniam autem ad magnificentiam et ad liberaliutem &ad uim propulfan^dam publicz opes in primis utiles funtipottus optimi/efiiciundi ratio habetur t  Poftrcmo autem (icznz ac theatri cura non negligitunubi et corpora ad ualitudi  nem &robur exetceri:& animi publicis priuatifi^ negodis defatigatiihonefii/Ti*  mis ludis relaxati pofiint: Qua autem mente et quo confilio illos apibus com«  paraucrit : quzfo diligentius animaduertite t Si enim huius inferti naturam con  fideretis nihil illo aut induflria ac folertiaacuriusraut a/Tiduo labore indefe/Tius  (eperietis Ouccm in primis habent quem fequanturt cuius impenum nuquam  contemnannlabores inter fefumma zquitatediftribuuntiSummaconcordia 8C  opera fua fadunt et boftes arcent. Quicquid quzrituriid omne in comune qux  iituri Quz quidem omnia fi in rem pu.aliquam tranfferasiplatonicam ciuitate  cxmfiitues. Erat autem in media urbe templum lunoni facrumiut ofiendatur ni  bil oportere in re pub.antiquius religione eife • Et quoniam primx in uita cluili  przces funt/utimperium non folum conferueturifcd etiam augeaturmo fuit ab  re templum ipfum lunoniiqux imperiorum dea habeturiomni cultu confcaare  longior fim:at<p etiam minutior/q tantz rei conueniat fi fingula quz in templo  depida erantiquz a regina adminiftrabantur : quz ab opificibus efiiciebanf idU  fiindiusrefetamiMultactiara in Ilionei at Didonis orationecontinentur:plu«  ra in congtefTu zneziplurima in conuiuio Si in coiimdione hofpitalitacis deprz  hendasiquibus uita fiatufi^ ciuilis expnmituriQ^uoniam uero nouerat fapictif  fimus uatrs primordia rerum pub.& imperiorum uirtutibus niti: Veriiep effe Sa«  lufiianum illud fi imperia iifdem artibus retineientur/quibus acquirunturind ef  fe tot mutationes habituras res humanastiedreo primum regis reginzq; congref  fum ateligione/a bberalitate/St abomni genere uirtutum profidfci uult.Srd ita  paulatim in deterius labantur/ut quz pudidflima fuerat mulier/K in re pub.ad«  minifiranda uigiIantiiTima:turpi amore uida in odum lafciuiamip labat ui«   bus omnibus oftenditur q fadle rebus fecundis humanz mentis a labore in libi«  dinem declinent.Quotiiam autem uirtutes tn uiu fodali potius inchoatz q ab  Iblutz funtiHic autem ita de uita duili agituriut uelit exprimere quod paulo an  te dicebam fundameta rerum.p.qux ex paruis æfeunt/habere meliora initia / q  exitus; iccirco reginam a prindpio in omni re temperatam pofuit:paulo uero po  fiea amote infutgente paulatim ex temperantia in continentiam labitur: pofire»  mouida amore incontinens iu redditur:ut demum in fummam intemperaiui»  aminddat, Moueturautemaprindpio Dido/ut znramamet/non solum uittute quam urum in uita cotemplationi dedita intuemur:Sed iis qux humanis cm  tibus non folum bona uerum etiam fumma bona babentunC^uis enim in ge«  neris nobiliutemiquis formx dignitatemiat^ excellentiamrquis deni^ multo  ornatu infignetn orationem inter fumma non enumætiCurn in foro/cum in fe  t lo P. Virg.M. Allego oituhzc BOB fapieBtum ftatcmfed populari trutina pondereBtarfX^uofliia  utro ta uica comuni pmulti hitcreii quibus cofulroribus utaris. Muiti cnitn aut  tnalo exrinplo motiiaut rorum quos caros habrnt non res fuationibus impui  n ad praua raoum^ snon fuit abfonum ut Didonrm fororis hortatu impudici  fadam inducat. Mifere enim amis mulier plurimu iam de eo animi robore rt*  mittens: quod inteperata hadenus apparueratcontinctem in primis uabis qux  ad fotorem facit fefe oftedit;Nam quis amore urgeaiT /atgre quidem fed tameilli  reftftitiSororis autem oratio ex uita comuni uniuerCi fumif i Non enim ex philo  fophia fumptis argumctationibusifrd aut uoluptate ppoiitasaut ihcetu earu te*  rum quxtantopeietimendxnon funtiniedoiaut fpc nec firma necfolidapror  pofita in fuam fentctiam adducere conaftut deniip fpem det dubiz meri: foluat  qi pudorem. Qua quidem re acciditi ut uidam in incotinentiam probbertt:ln  ea uero cum uerfaretunpaulatim impudica confuetudine eo redada eftsut nulla  amplius obflantr pudore furriuum amorem minime mediteturifed impudenUi  ma tffeda turpem libidinem honefto nomine appellet: In qbus omnibus quid  aliud teneat/quid conat' diuinius poeta/nill ut Didonem grauifTimum nobis ex  cmplar ^ponat/quatum detrimetum iis qui fub imperio luiit j>ueniat/cum prin  cipum mentes pro induftria ac labore luxuria at<pignauiairrepai:lila enim qua:  paulo ante extetnos at<j peregrinos non nili breuiter ac demilTo uultu alloqueba  tut:Cuius religio fumma in deos/liberalitas in hofpites/cofilium in urbis ex *dv  ficmone/iuftitia in fuos ad czlum ferebat ;qu* in publico nili aut diuiu* aut pu  blicz rei caufa cofpici nefariu facinus putabat. Cuius aius pudore munitus aboi  pturbatione liber pfcuerabatmuc eo furore agitat ut tota urbe ames uaget :aut li  domi fine amato fecorineat ucluti li fola fit/ar^ aboibusdeferta fummomaro*  letabefcat. Publica aut opa ita negligat/ut qu badenus fua curatfuifip fupnbust  quz fuoyt ciuium labore ac (ludio fumma cum celeritate erigebant iniicimperfe  da interruptatp pendeat; Æneas aut cuius cdfilium italiam fibi propofuerat/ue*  tum difficultate rerum defatigatus Canhaginem no ut illic fcdes ponereufed ut  claffem reficeret digtefliis fuerat illecebris Didonis illedus fipofuum ^fiafcmdi  abiiat:Nec deefl I uno.Qu ne res tomanz oriantur/ Ænez Didonifi^ coniugi  um Carthagine facicdum curet. Verum cum id fine uenais opera pfia nonpop  (et: Venus aut filium non Carthagine uerfari:(ed in Italiam enauigare cupetihac  deam dolis aggtedif lunoiut quz Catthaginen fiom caula faceret: eaoia Ænez  beneficio fieri uiderent. Quz cum dicit Maro diuina pene lapientia uitam foa  alrmdepingitiinquacumita quidam excelfoanimoucrfenfiut humana cotem  nentes ex hoc primo uirtutum genere paulo pofl in eas uenturi fmtiquas purgatorias appellatiat^ inde ad illas tandem quz funt animi purgati puenire conten dantitn illecebris rerum terrenaru ita molliunt" lutczlefhum quas fibi folasppo  fuetant/peneobliuifcanf. Libido enim imperadi ENEA Didoni coniugete: id  aut eft uiru excellete regno przficere cupit:Sed rem pficere non ualct nifi alfeotv  atur eius amor: Amor autem aiaduertit huiuiccmodi coniudione no Ænez/ftd  Didoni cofuli /no enim animis hotum ad maiota natistfed ipfi impio condodt»  ptzfiat Dobisad uctam fapicmiatn ^ ficild/quam in adioni^ uciDwfcd cetum sdtnitiiftratioa (apientibusii deferatur adum iit de rebus hutnatirs opor  trtifta quauis falia e(recogoofcat:quæ libido regnandi perfuadet tjmen ailin  titur; iiuc iam illa inetitusllt ifiueeorum quibus confulendum cft mifaicordia  motus sCcldiratur autem huiufcemodi matamonium in venatione: de qua quid femiremptulo ante latis ut opinor uobisdiludde explicaui: Quodaute  in fpelunca loco fubtercaneo conuenerint:quidnam aliud indicare crediderim/  nifi cos qui honores/qui opes/qui imperia quzrunt intra corporeas caducafc^  tesanimuminclufumgerererCuicdnubio prarter tellurem &lunonem;prxtet  nemorum bibitarrices nymphas uides numen nullum afiFuilTe: Q^uz omnia  iis quz de fpelunca diceba apte quadrare uideotunirrentus igitur Didonis amo  K Æneas abeundi propolitum abiidt:& hieme quam longa eft in fummo lu<»  zu conterere non pudet.Hoc uero quid libi aliud uult nili egregios quo<^ uiros  interdum a redo curfu ambitione aduerti:& honorum imperii^ uoluptate de«  linitos hiemis afperitatem& enauigandi in italiam dilhculcatcm exhoirefcerc»  Q^uapropter nili diuinitusfubuentum Iit excellentilfimzatc^ immortales bo^  mmumuirtutes tam pemiriofapefte pereunt; Id ingenii at<^ beneiiciiin Circe  fuilTe fcruntxut Vlyxis fodos in uana monllra tranlFormaret: Illam tamen ica in  luam potclhtem ttaduxifle Vlyxem audimusiut Forma priftina fociis fit relhtu*'  ta.Neccgoid admiratus fuerim.Excello enim animo qui funt corporeas Iibidi^  ties fadle contcnunt; Quin et cos qui illis dediti funt rede monendo a tanra fer  uitute in libertatem uendicant. At lu Donemfuperare ranOimi mortales potuco  tunt:Nam qui imperandi cupiditate non tangiturxeum omnem iam humanitas  tem ruperalfe &ad dioinitatem proxime accemfTe crediderim:Q_^uapropter ena  quos in fumma admiratione habemus: cos ita frangi huiufcemodi cupiditate ui  demusxutrelidauerauictuteinligniaulrtutisueJuti umbram fedentut: Fadle  enim ell Sardanapalli aut Heliogabali molliflimas delitiasacluxum cotenere:  At^ adeo odilTctCum uero nobisaut Alexandrum macedonemtautlulmcz  larem proponimus eorum res geftas:in quibus utrum a uero cedo^ difcedcre  fzpe uidemustra glonz cupiditate admiramur:ut illud ex Euryde impium oma  nmo& dignum eo rege a quo profertur interdum approbare non dubitemus;  putem uf^ homini conducere li regnandi caufa iu$ uiolet: Quz quide res una  mouit poctas/ut Herculem quem fapiente ferunt:&; rebus a fe przclanl Time ge  ftisczlumafile daircuoluntpriusomniamonllradomaire/ qua lunouis fzuitu  amfuperal Telingeceac.Illa enim non mater fed iniuftilTima nouerca magnord  uiioium rede dicitur. Non enim mortaliuroCut plzriq^ credunt } fed czleftiu  rerum cupiditas eas uirtutes parit quibus ad fummum bonum peruenire licet:  (^uor^uide nili placata prius iunone id autem intelligjmus aid fedara ambi dooeallcqui no potuit HercuIes. Quis igitur hoc Ænz non condonaueritxac  potius quis illius no comifercanli Dondu in italiæxillensxtis eoimeft fumaru  uirtutu habitus.fcd in ipfo curriculo ut illhuc^Edfcai:’' adhuc coftitutusiu luno  nis dolis apiat"' :uc matnmoniu cu Didone initu fedibus libi a fatis cocel&s ppch»  nat;& colilio abeudi abiedo arces Carchag^s fudaretac teda nouare iftituac t pur^  puea^ SC ento lapillis aon^umtquasqu impetti  Uignia funt gelbrc gaudeat:  In. P.Virg.M.AlIego Non eft o LAVRENTI non inqui eft hutnan* itnbedllitatls.red cmol damfacul»ti  «qua tamen condmo no Ora arduum-.tatntp «xcelfum tetum culmen ‘U»**®* BAPTl ST Ai K (imul fuo ordine de reliqui* difpuututui uidætut Mani^  hofpes nofter fiuuilTimus tum ex diei fpatio in iis qu* hai^u* dida effcni civ  fum^oitum ex multitudine eorum qux adhuc dicenda  quum lucis effet in ea di fputatione abfuroptum in colligens non pertmtam in 3uitruauifl'. miuiri:utcontrac6modumual. tudinem<jno (bam^qu.b^^?uidiuapudmeeriris: mibiomnid.ligentu«nfuJ endi^!^ difputatio longius ptoducaturi Atquiegoitidm. nqmtLAVK£NW^   idem cenfebaraifed ne tanti uiti oratione moleftii« intapell«em/pudore i^  diebar prxfenim cu te o Manotte tuas partes fuo tepore  equide mquit MariottusiK fimul fua lolita feftiuitate BAPTISTAM manuap  prehendem/nos ad cellulas ubi menfx paratx erant reduxu. R URISrOPHORI L. FLORENTINI CAMALDVLENSIa vM niivTASvM  laVSTREMFEDERlCVM VRBINA-   jKSrJbER ^IaRIVS 1N.P. VIRGILIO MARONIS  allegorias incipit feliciter,   S Eruenerat iam fuperior libet Inclyte ac Inuii Si^me Fedence   in quotundaro hominum manus 1 qui cum dofli linti dry  aiffimi quocp et haberi 8£ dici uolunti Qui quidem quauis  'de Maronis Æneide antehac longe aliter dC fenfiffent/8: pri*  'dicahenticouiai tamen ut puto iis argumentanonibus : qux  I nobis in probamio illius libri expofitx fuerantimulta in eo   F li rnnfcrinta elTe necate non audentiSed ea huiufcemodi el   fe Jowmduntiut non ad ethicen ut nos longa oratione difputauimus s fed a J   IhvSferendafint:ptoferunt 5 ad id qued defendere cupiunt probandum   fcriptoresqui paulo antenoararoxtatcm fueiut minime illiiteratosiqui non J L/indel Mos« acute et doæinmpretati naturam tetum il is exponi conttn   los inde locos K ac „fpondendum ctnfemus/ut multa in eam qua diA SmriorisquoJdieifermonenosdixifl-ememiniyirgilm   nlura deorum genera inueniffet s confulto ita fcnpfifle fl£  A Fmmffeuteademilla et aduitammottfip: 8 Caduimnaturas:Kad   wriuruoluputtm f eferantur.Verum cum confilium mettmij   tcstotafufceftacftnoircuolumusiidcenfco femper   ipfo hn«qu3nf.bie.ration. fcriptotpropomt:  ^um fipttahuj omnuiniiri ludingttut» ipfcqcquid narrat iqcqd tctninv 1 1 Ir £ I- 8- r K P B-t.-«. Libet   ii iuiatnr referat. Hoc oun ita fit quis non uideat ea quæ ille ttadiutamdegett»   M damt& ad fununum bonum acquirendum (^dantia fcripfit no iccirco fcripfiC'  B Cuquo naturz uim ezprimeret.Sed contra cum iugi:perpctua^ oratione ea pro (eqiutut m quibus et uitia damnet<& uirtutis pulchritudinem eztoIlat.& ad ue   I» riinuefligationem perducat/ nonnullaadiunxifTe&omandi et deledandi cao  Ia b qua: fint ab ipfa phyfice repedta s Q_uz omnia cum non propter fe t fed eoru   li quæ dixi caula confaipfetit equis non uidet id fulcepti operis primum efle feu  ^ malis ultimum dicere > quod nos hefiemo fermone perpetuo quodam filo ita   ia intezuimusrut nibilineointerruptumquzn poiTis. Nam ad idquodaptinci  Sh pio przpofituffi cfl omnia deducuntur Si fcquentia iis quz antecmerunt/uebe  menta cobzTcnt:Q_uapropta quz ab iis quorum audoiitate nituntur/ad pby  fictnrclata funtminime damno. Nam quauisca ne multa fmtine^intafc  haaliud cz alio pendat > ut non potius membra quzdam diuulfæquam integrn  corpus uideantur t tamen non incommode traducuntur : ne<j fententiz nofoz  ccpognantiScd fac repugnare an plus apud me reda rado qua iliorum audori^  tas ualebitrprzferdmcumfi audoriute certandum fit eos proferte poifimus/  quorum fplendoteiiti uclud folis luce noduz hebetentur : Nam ut omicta eos  quos diligendilimus omnium grammadeorum Seruius fingulos libros in fiogu  los huius poctz locos commemorat: ut taceam quzaMacrobio exceliend inta  platonicos phiiofophotut nihil diam de iisquz&adiuo Hieronymo et a di.  uo Augufiino in hanc fententiam apud Maronem interpretantur : nonne e  noftris Oantbcm uirum omni dodnna excultum grauilTimum audorem faabe«  mus: qui eius idneris quo mundum omnem ab imis tartaris ad fuprzmum ufi^  czhimpcragcatiine olibiillum ducem fingit/in quofummum hominis bona  paquitens/miro quodam ingenio uniam Æneida imitandam proponiciut cu  paua omnino inde excerpæ uideatur: nunquam tamen (i diligentius infpicie . mus ab a difcedat : Nam nonne fiatim a principio ea quz de medio ztatis tem   ) 3ore:quz de fyluatquz de tribus ferisrquz de montis fublimiiam folis radiis il  uftntoconfa ipfit:binc omnia funt. Mitto cætera: quz ita abdita in Oantfais  poemate funt:ut non nili a paucis iifdem^  dodiffimis dcptzhendi pofiint.  przponit igitur libi ducem Maronem in u re quz ad fummum bonum.non au  tcmadpbyiiccrpedetifeduideo me nimis cunofum in eo fuilfe : quod paruo  omnino nodo confutari poterat. Quapropter ego inilitutum repetam.  Tu autem indyte atip inuidilTime Fedence ut cztera fuperiora fic Si ilh quz in  ultima quaru diei duputationc continentur/diligentillime leges. Multa enim  illic inuenies propta quz te cum dTc : qui Si nunc es Si fempet fuifti fummo»  pæ lactahacict^norcef^ ex deo confilium tuum fuilfe : quos a primis annia  bpientiz amore flagrans ita te bonarum artium fludiisaddiafti: ut quanto ta  dic tua ztas grauior fitttanto ardentius illis incumbastnam quod reliqui prin»  dpes apprime regium ducunt:ut aut multo odo uanifip ludis mircelcit:aut au  cupiis ucnarionibuf^ oe tempus tcrant:tu ne libero quide homine nili relaxan  dimtaduai aula dignu efle duxiflitred oportac eum qui aliis imperaturus fit  nWB omni dodrina excultu itddaaquq no fibi folatfed et iis qui fuz fidei co} In. P.Virg.M.AIIegflu   mifll rantjK dum «fit agit «emplo: «dum fapienter inontt pncepto maplo  limum prodifft po(Tit. Qui rigis munus clTe ducat non alieno labore ueluri fu   cus inter apes alisfed pro aliorum falute laborare uiinnoaio sabiniuriupro  hibtrr/fceleftorura<j petulantiam compnmeretoibuafe «quum prxbere curcts  Hrc autem sola philofophia nobis pracftat. A FILOSOFIA enim habrmuatui  pie uiuamus tui pietatem ocmabhominemuft« ab omni fcelereabibneaniust  b uapropter uere iliud ufurpabat Ariftoteles fe id a FILOSOFIA afleculum efle/  Ut ea beneuolens/ cumuolupute ficerettquzmaliuinlegumatufaccrectv  I gunrurtbonis enimCut piato ait)lex deus eatmalis autsm libido.huiufcctnodi   Igitur fludia teita exculturo/ita omni ex parte expolitum reddiderunt/ut cum a inultis quod crimen fortunx eft imperiis finibus fupereristiis tamen uirtutibiisi  finequibus nemoun quam iedeimperauit/ omnesexcedas. Sed cartera omoa  quibus ex mortali humuculo te immotulem ducem reddidifli ad prxfw omit  to> Ptxcipuam autem in mnfaium ac philofophix cultores benignitate tacinii  prxterire nullo modo polTumtium animaduertam te ea in reiure omnibus prx  ferri poffe.Scimus in tata admiratione apud antiquos fuifle Ptolomxu philadel  phum ut ptxclariffimorum faiptorum laudibus etiam poft tot fiecula florentit  fima fama celebretur.Et profedo fingulatis fuit in eo rege iuftina mitabilifip cie  mentia.In te autem militarimec uirtus illi/nec fortuna unquam drfuinSed nb  bil in fuis omnibus aaionibusmagisextolliturtqua quod regnum fuM libera  liffimu oibus litteratis hofpitiu efle uoluerit. Tantu autem iis qui aliquid fcripfif  (ent debere putauittut Demetrio phalereo no folum philofopbo grauiflimotfed  oratori copiofilTimo negocium dcdentsut fibi ad quin^ faltem milia librorum  in fuam bibliothecam congerenda curaret. Q_ua quidem io re quos furoptus fe  cetitttunc optime conieiSati poterimustcum uidetimus quantu in fola mofaya  lege elaboraueriti ut illam interpretadam ac in grxeam linguam conuenendam  abhebrxisinterprctatetur. Primo enimoesiudzos quifuperionbusbelliscapti  in fuo regno fetuirent diligmter inudligandosiat tingulos uicrnis drachmu  redimendos/& in patriam incolumes diraittedosmandauit: quorum numerus  adeo ingens fuinut foluta fint a rege fexcenta ulenu fupta fexaginta milia. Dtf  inde legatos ad Eleazatum iudxorum pontificem uitos sumx audori tatis mifit  Arifteaside quo paulo ante dixi et Andtea prxfcdumfuuiMifitptxterea men<  hm auteam/craterefej ac phialas donaria in hierofolymitano templo ponendi.  Mateiia uero hoium uaforum fuit auri quinquagintatargenti uetofeptuaginta  ulenuigemmatum autem atqj lapillotum quibus uafa omab dilUnctatp funt/  ad quinm milia adhibuit/qui omnes mira elfentmagnitudine. Q_ux liberalit« adeo accepta gratacp Eleazaro fuittut duos ac feptuaginu ftatim ad regem mi'  fent i non plxbeos illos quidem/fed ex principibus dodiflimis ita elrdos/ut ex  fingulis tribus fenos fumeret s qui legem dei in grxeam linguam Ptolotnxo  conuerterent. Q^uorfum igitur hxef Nempe ut intelligant qui diligennus  rem confiderauennt Magnificentiam tuam erga dodrinas noOra tempelb'  tt non minorem efle / quam oLm Ptolomxi fuerit s Hoc enim folis luce cla/   liua apparebit ; Si Imperium Imperio 1 Si Sumptus Sumptibus conferantur. Libtt guattui   nfeaumnonfdl amutiiuerrz xgyptiopulentiitiimum regnum poHidebat/un^  dcaurt argenti^ inædibilisuis proue Diretired Tyriz quo^ ac phcnictz tnaxi^  mam partem ucdigalem babcbat.Tuos autem bnes nemo ignorat. Adde quod  quo tempore Ptolomeus regnauit/plurimos A(ia at Europa prineipes habuit •  qui poetas t qui pbilofophos/qui oratores/qui hiftoricos benore opibufi^ bone  rent:ut et li fuo ingenito (hidio illa faceret magna tamen cx parte emulatione  quadam excitari uidereturme quos opibus uinccoatxabiifdem huiufcemodi glo tix genere fuperaretur.Tua uero benignitas in ea tempora ineidir/ur nili ardeUi*  tilbmafittfacile czterorumprincipum auaritia extinguaturxQ^uaproptcr nulla  omnino eorum munerum quz in mulas con fers/gratia noftro fzculo eft bahim'  daxinquo neminem reperias ex iis qui nunc imperat:cu*us exemplo excitari pof»  lis.Sed quicqd estes autemres omnino przcIarifTima/id omnetuo ingenio;'U3 innata humanitate cs.Nam ab aliorum moribus procul dircedens/unieum te  exemplar ofiFersrquem et ad fummam liberaliutem czteraf<^ omnes redas adid  æs/&ad ueri inueftigarionem reliqui fcquantur.lta enim uirtuiem adamas: ut  illam non glona dudus/fed eius amore alledus ampledaris.Euenit rame ut qud  admodum umbra corpus (emper fequitur: etiam li id corpus non quzrarxHc < ua  pie iuHe/clementeti^/ac fortiter fada non adumbrata quzdam et inanisiTed foli  da cxprclTa^ gloria fcquatutx Scd res polhilatxutiam ad noftriim heroa rrutrra^  murxin cuius adionibus tu mores tuos ac uitx inlliiutum facile recognofces. Co  ucneramus igitur eodem in loco bene mane quarta huius difputationis dic. AN  ^ cum miro deliderio BaptiHz fermonem expetere uultu gcftucp fignificarcm^  illexurquz explicaturus eilet iis quziamdida fuerant commodius annedrrrt:  buiuiinodi difputatiotii fux prindpium adhibuit. Vidimus badenus dodilTimi  uiri qua piudmiia ac animi magnitudine omnibus iis fotdibusxqux a corpore^  ueniunt fc explicauerit zneasxNamne troiz periret: 8C corporeis uoluptanbus pe  nitusobruerctucmon dubitauit exui in altum ferri quis incertus quo fata ferret:  pod hzc thracenfes rapinas uc eas primum cognouit mira celeritate effugit. Ar«  mox in rebus dubiis a fapicnria conlilium coepir : deceptufi]^ Anchife interprz  tatione.Namquz a corpore funt facile corporea fequunuir.uitam duilem in  Oeta fibi propofuit * Sed nec piguit errore cognito uela uentis iam tertio dare .Delatu!^ mlhropbadasaducrfusharpyarumauaritiam inuidus pugnauit. Nec  per medios hoftes ad Helenum enauigare foimidauit: Prztereoqua prudentia  qua animi przdantia iam ab hcleno dodior reddirus immanitatem cyciopu de<<  ciinauem : qua indudria ac celeritate fcyllz charibdif^ mondra euirauenr : quo  fiudio atramentis ardore defundo iam in licilta parente nauigationem in lra.< liam rufeeperit. Verum cum lunonis dolis :zoli<^ ac uentorumuiribus parcis  fc non pollet: celTicilIequidim conlilio ad ueri inucdigationemin aliud trm  pusreicdoinaphricam eo animo diuertit: ut quam primum per tnaris id edap>  petitus tempellarem liceret : in Italiam tenderet Verum in ditione aduerlilTimz  dezconditutus : et amore Didonis delinitus/Vide quid pTolfit ambitio: quantu  ad mentes maximorum etiam uirorum euertendas ual eat / regnandi i nquam  cupiditate dclmitus is qui reliquos iam perturbationes ac uirufupctauerant di<« In.P. Virg.M.Allego. uinil Tifflumcoafiliatnio Italiam enauigandiomiiTtttotum^rein eo dednatt  ut regnum carthaginmfium coSabiliret : perrcueraflctcp in errore ni(i acczpifb  a Mercurio non placere loui ur pulchram urbem uxorius extruat. Regni autem  et rerum Tuarum obliuifcatur : Prxcipitur enim homini a fumrno deo ut ad fu«  am originem rcuertiuelitrQ^ux præcepta nobis dodrina quam litteratilTmKv  rum uirorum uel Termonibus uel libris accipimus i facile tradit. Rede igitur ar«  guitur arncM/quod uxods urbis t ea enim eft uita in adione polita adminifbatio  nem TuTcepeiit. Suiautem regni 8c totius contemplationis qua Tola mentes hu> manz regnant Iit oblitus : Maximei^ hoc urgetur/ut Ii tantarum rerum gloria ip  fum non mouet i Afcanio Taltem tuerediTuccefloricp Tuo conTulat < cui regnum  lulia; t ac romana tellus debetur: quo in loco quidnam aliud ATcanium intelligcmus nili futuram ztemami^ uitam: qua: huic breui Atmomentanea; Tuccedit.  Nam li dum intra bzccorpu Tculauer Tanturanimino lhitantisrerum terrenarii  illecebris demulcenturiut carleflium contemplationem de Terant/ memineriot 11 in futuram uitam uitiotum labe inquinati et nulla dodrina exculti migraærint foce ut nulla unquam ueritatis luce illuftren tur: Q uapropter regnabit Aiani< us:nuIIuT<^Tuoimpecioiiniseritnilieoapatre dmaudecur i futura enim uita  ab hac quam uiuimus ea rationeiquam oftendi iure gigni dicitur : ab eadem^ li  focdida 6i uitiis tenebriTcj inuoluta Iit: tanto bono denaudatur.   Sin contra manebit fcelix at^ a:tcma : Nam  Hic domus xnez totis dominabitur oris.   Et nati natorum et qui nafcentur ab illo:  Q_uzquidem mandata cum acczpilTetzneas: quid mirum li uehementercom<  motus Iit : Erat enim in eo animus qui excclTa Temper TuTpiceret. Ita^ Te tandem  excitas cupit qptimum abire: et terras quamuis dulces relinquere. Alluetusenim  poteftatibus at^ imperio uirfi£ dulcedine captus non line dificultate diTcedit.  Sed cum ucrum bonum ab eo quod falTa opinione bonum putat" diTcetneteptv  tueritiillud tamen anteponit: Cum uero poli diuturnam conTuItationem inla«  lutata inTcia^ Didone diTcederedecemat. Nouerat enim no efle pal Turam illum  diTcedete fi IdlTct/egregie admonet cum ab huiuTcemodi rebus animum abduce  re uolumus non efle molliores animi partes confulendas: Ted clam illis uela in Ita  Itam facienda: Talia enim bzc Tunttut quanto blandius ea appellemus : quato familiarius Talutemus/tanto maiori contumacia aduerTcntur. Sentit tamen d(v  los regina :&iniquo animo fert uita ciuilis a uiro excellenti deTeritpradcrtitn li  non fit alius Tapiens/qui Icxro illius Tuccedat.binc illz quzrelz nulla libizx znca  robolcmfuperciTe. Quamobrem ratio inferior quam mulierem appellari diximus huiuTcemodi argumentationibus uirum egregium in uita ciuili retinereitt  a speculandi propofito auertete nititur i Primum enim ita urget ut quzrat quo  modo eam deiicrete Tublbncatia qua tam ardenter ametur. Amat enim ucbementer virum excellentem vita duilis. lllius enim cunfiliis imperia non modo paran  tur/& parta con Teruanfuriuetum etiam augentur. Sed nec illud retinet non Tet'  uate illumlidcm quam dederat. Suavitare enim imperandi iam totum Te adminiHtarioni dederat zneasi Quio di Te moritiuam Tidc Teipture docet; Nccinub 1i I I I t t t P u 9 0 9 u n I» P“ ca nii da ttico: iKg da dd od R.! dia b&' ht loj on IBU' «nI 1« tii AV u tua 8“ liii Ml LlOfi Odi ns ilii ntoi iU IIlBl' lO* loli   niii jA«< Dlli   tffll*' yb BD^ a<? J»!*Libo gimttu to alito eucf UKloIcb Namdcflituta a uimite agendi facultas pereat necefle cft: Dctcnetezdif&cukate hiemalis navigationis. (^uare (Tgnifiantut labores ma^  jdmi t quos (i in Italiam uenite uolumus fubituri fumus.pofiremo in hoc uche><  mentet mlifiit/li reuotetetur ad Ttinam Bl ad uitam uoluptuol^ t non tamen  illi efle concedendum: ut honores relinqueret t multo autem minus cum loca fi bi incognita petat t nondum enim nouerat Ipeculandi uitam. Dcmum ad c6mi< fetarionemconuer{alachriinaseffundit.connubium, incoeptum ad memoriam  reducit. Q^uicquid fuaue oUm a fe acczpiflict exprobat:& ne domum labent em  dcioatobuftatur. Pofluntenim uchementercommoueri mitiora ingcniaicuia  parcntes/cum liberi aattiif (anguine coniundi/cum amici/cum patM ne dcfci'  ratrogantrne incoeptam fcxictatem relinquat przfertim cum uer^umfitineim  perium a bonis uiris defiitutum/aut Pigmaleonis auaritiaiaut larbc tyram*de in«  uadaf .Q^uodtunemagu ucnoemur cum alius (apies qui (ibi fucceclat no telin  quaf sQuz quidem omnia cum rerum agedatum rado animis noSris obiidatr  non pollumus non uebemeto comoueriiSuccurnt enim platonicum illud quo  quttum generi humano debramus /grauifiimeadmonetiut humanitate eruere  uideamur/fi humani focietatedeferamusiucru cum aladuettatmagnus uir men  tem fola eficiqua boies fumus; ea no agendo fed cognoiicedo pcrhdrid^ louis  pcaneptucfieimotusmanetiat obnixus curas fub corde prraut.habet aut quo|>  pofitu opnme tueri poiTittNon enim inficiaf bene ^meriti ciTe reginam. Quis  enim no uideat magna humanx hnbecillitad adiumeta ab hcK uitx genere fue*  nirc:(^um BC polliceffe illius recordaturu dum fpintus hos reget attus: Nam eu  derua abfoludflimu appellabimus:qui iu in fpecmadone dum uiuit uetfef : ut  uicifliW cum ccs poftulat agat.Etgo no fugit a uita agedi < fed inde recedit: qa cu  ea no cotraxerat matriffioniu.Non enim nati fumus ut drea mortalia uerfemur:  illif{^ coniugamur.Sed neceiCtatis caufa efi illis in(iftcdum:ut tanta opere impd  damus:quantnad fodctatcconfcruandam fat fit:quaptopter (i Dido Carthagine  deledac :hoc autem efifi in adione inferior rado libenter uerfaf liceat: fit fuperi^  ori Italia dclcdan poflem mulca ciufdcm otadonis ad eadem fentendam trilTa^  ce. Sed fit aliquid ex mera hiftoda didumiRcIiqua ueto qux ad plurimos uerfus  dicunmt:eam uhn babet/ut libidinofum K corruptum amorem detefienf :at^  tantxfceminx grauifiimocxcmplo nosadmooeat:ut tam mrpem/tam pctnitio.«  (am pefie fugiamus:comode aut eunda qux a PauEmia in platonis fympofio de  tutpi amore dida funtiad bde locum ttan(Feremus:ex quibus pauca qux a nobis  cum de Paride uerba fcdmus dida funt : memoria (i repeteris intelligeris umSu  mum effe Ptoperrianum illudi Durius in terris nihil efi quod uiuat amate .Q^d*  autem magno pedore curas pcrCmfcrit xneas: fit tamen mens immota man ferit/  oftendic uirum qui deorum prxeepris parete deacuerittiam ab inconrinenria in  quam Didonis illecebris ptol^fus fuerat/ad continendam redi(rc:tt quis amore  urgetetuntamen hone&umuoIuptariprxpofui(re.Oidonis ueto interitus nobis  pcrfpicue oflendit perire ncceffe c& eas res publicas qux a fapientibua deferanf. Non tamen aberrabimus fi amandum at^ amentium furorem cxtrcmainij de f^aarionem huiulcemodi exde oilendi putemus. Æneas igitur deorum admi}«  1 ti  In. P.Virg M. Allego»    nitu in Italiam enaiugat. Verum infurgente uentopt u! palinurus nauis gubertia  tor negat ea tcpeftate Italiam pe Q poiTc.anenticur zneasiut in Sidliam in qua in  fula extindus parens nondum debitis exequi is oraatusiacebat/dcfledat. ^uo  in loco quid fibi palinurusuelitline ncgocioex iisquz de illo paulo fupra expt’  fi cogDolcerepotcttsicum enim huiufcemodi appetitus facile pturbationib^ob  tuar' inon modo a tedo cuifu auertic' :fed znea( hæc aut excelleris uiri mens eft}  pctixpc infuam femetiam trahiteut ad patre» hanc autem imbecillitatem quama  corpore cotrahit aius iam ciTe diximustbeet intelligere ad patrem inq/quis iam de  fundum redeat»(i uero ad memoriam ea teuocaueris qua: de ficilia lam diximux  non ab re cftipfistroianisiut in eam infulam redeaaundebreuifiima (it in lulia  nauigatio»Poeta tamen cuius cofiliumefi no folii ut grauiffimas res j>ferat:fedil  Iaauatiaiocudiutciuafpergat:uttcdiumtrifiitia« pfundarum rerum comites  penitus amoueat/uaria ludopt genera interponit.Hzc igit' iu adminiriobantut  abznea ut paulo poft oibus ablolutisin Italiam elfct foluturus.luno uerocui^in  troianos o^um/nec ulla calamitas/ncc tpis diuturnitas explere poterat : qa quo  illosltaliz j>pinquiorcscerneret:eomagisaccenderet' oblatam occafionem non   5 rztermittit:Cum enim feorfum a uiris imbecille mulierum genus deliderio ta<  em quiefcedi mcedius cofpicare^ pa irim illis ut naucs incedat pfuaden Quz  qdem (ic accipiteirerum terrenarum cupiditas no uiros/nam pars fupior rationis  non facile his rebus frangit':fed ipfam inferiotenr tonem a fupiori dUluudam p  fuadetiut rerum magnatum ^poficotcicdo tedium longioris nauigationisrefii  giaud^ubieficonfidcaCiMuUetcsigit quibus inglorium odumlongccarius (iu  q honelius labor prijtiio ambiguz miferuminter amorem pizfenris tertz fatifq|  uocatia regni malignis mare oculis ifpiciut.Namcum ratio tnfmocquzafupe*  tiocipfuaU illam ad quxqj xgregij Tequit' nuceaabfente paularimfenfuumiiiei  cebris cncruac' idoncc tadtm uidi fc iliupi potefiati pmittat.Naucs igi^ mulieres  inwcn dioafrumei caduriunt. Hoccumdicicportauolutatcquz ad res magnas,  ferebatur incendiocupidiutum perire o(lcdit:pen(rrtauttoticlanisnifi Eumci  Ius piculum (fatim ad zn eam reiuliffeciErat enim Eumelus uir ad mulierum cu  fiodiam telidusiNam huic parti inferioti metis acerrimus qdam cofeietiz remoc  fus/cui bonaceda^ cuiz fimp funt ftmp adcfiiHzcgtzce fynderelis didturuis  (.nobis ingenita qua animus Sc ad bonefta crigiturtK a turpibus tefugit»Hacau  lem nomen ipfum uii i ajpertc demondrat; enim boni cura facir   leinterptabimr»Hicigit^Iapfaiam in facinus muKere temaduitutefcrt: Quo  nuncio percepto primus Afeanius ad iiaues eripiendas aduolat: ASCANIO autem  celer robuduli^ magno animo prxditus Æn»iiliuscft:quemiuceiatetptc  tari licet uigotem quendam ex ip(j mente natum: Hic autem nullo tenore pto  liibemr qum contra pericula pnmus feratur: Sequuntur reliqui t fed io primis  zncas: At mulieres uiris cogitis incoepti poenicet t A uiro enim feiunda muli*  er aduerfus appetitum minime repugnat <Q_uod (i tutfus uiro coniungattirt  iam robufbor fada/ SC ueluti e tenebris erepta tum demum acata iam cetatt/Sl a  lunonedcIuCam e(fe dolet pudet^: Non tamen incendium facile tolli^a Nam  optusalunoæappeunuiacop^cueut ut uoluntatcmsquæ, nobis ad (uo»; tti «di  r S 5 1? S B jr 3 .te e Liber quarttu   inutn bonum euehit/omnino perdat: fir^ mifera in bomine diftradio t eu atio  ratio dutat:aIio appetitus rapiat i Q^uo in loco cum mms noRra fe tanto cer« tamini imparem cognofcattnititur illa quidem fuis uinbus/fed limul etiam di  uinum auxilium implorat id autem impetrare meretur. Nam qui ita deu præ  atur/utiaterimipfe quoad ualeat libi non delinis adeo minime derenc. Nam  quodaSaluRiofcribiturnecprzcibusnec fuppliciis mulieribus auxilia deo«  cum pararitrededidumell. Non enim inerti ac delidi/ K qui in fummam rr^  tum defperationem prolapfus nihil contra pericula parat auxiliatur deus. At  qui magno aduetfus difih^ltatea animo infurgit:qui nihil inaufum: nihil in«  tentatumrelinquitiquincc periculis terreturmec laboribus torpelattis profodo fe dignum f^tcuius S dii d homines commirereantur. Quapropter fapi«  enter Æneas ciun nec uires beroumtnec aquarum uis infufa prodelTrt: ad prx*  cesconucrtiturtauxilio impetratotcum iam quatuor naufsai Tumpræeirentt  teliquz ab incendio feruantun Cum autem naurs ad totam turbam tranfuehen  dam deeflimt terat fenis nautz conliliumutimbeallior turba in Sicilia reiin'  quctctursutbfm illis habitanda conderctur:hoc confilium oraculum paternum  louis enim iulfu locutus cR patens/ex ancipiti ratum hrmumt^ rcddidit:Q_ue  iocum nili uos aliter cenrcatis/itaintcrpreubimoi. Ad diuinarum rerum fpecuo  lationem fola mens omni uirtutum robore iam fuffulta acceditiReliquzenim  animi uires quz imbecilliores funt naues/illz enim fune uoluntas/quibus illuc  ucbantur incendio amifcrc: Q_uaproptcrreuocanda cR mens a frafibusihocau  tem confilium ab. eo uiroprohcifciturtcuimagi Rra Pallas fueritteR enim a fapi  entu dodus: Approbatur autem ab Anchife fed iam fcpulto; Nam qui a ra«  bonetamfubadiruntfcnrus/facilein eius dicionem conccdunr/ przfemm lo>  ue iu iubencct conuertutur^ in rationem hoc ordinc/ut ratio ipfa etiam fupeno  remlocumarcendensaf Ficiacurintellcdus: llleautem£(iprein altiorem gradu  cuadens intclligcntia redditur. AR intelligentia in deum comutatur. Hmuic&>  modi igitur cofilio at^ oraculo utimrÆnas.Non tamen prius e lidlia foluict  qua lacta pie tite faaatinorat enim qua laboriofitquiip periculis plena lic h\u  iuCccmodi nauigaboiNoueratquancz molis erat romanam condere gentetSed  nec Venus quicqui interea remittitiquinuehementer pro faluce hlii anxia oia  drcufpiciat.ln primis autem Neptunum rogattac mare tranquillum reddauNa  amor quo ad fummum bonum rapimur fupiemam in bomine rationem horta  tur/ut appetitum m fua poteRate cemtineat: N epcun us om nia benign illima pol  bcctuciNihii enim denegat ipfa mens amori ad redum eam excitanti : Neqi ell  ptocula ratione/quod oRendat Venerema fuo regnoottamtlTetEReaim Ne«  ptuncu regnum marciquod quidem ducn ab illo regitur/ctanquillu eR. In hoc  czii uitilia lada dum agitanturifpumam gignunt ex qua oritur Venus. Supte«  ma ergo ratio appetitum intra fe continens in quem uiriliaczliiiccirco decide»,  re didmus/quia in appetit um a ratione adminiihatum uls quzdam cziitus ca  dittquz in eo agitata diuinarum rerum amorem proæat t uod autem oes prztcr unum Pahnuru incol umes in italiam peruenturos promittit i no ne cz  oxtdia^ut aiunt gtaxi^philofopbia erutu cR: Nam clalli in Italiam tendenti In. P.Vtrg.M.AIl(go. flurimeaductbtut appetitus /qiii a folofenAi profedustulul altum (iifpic^  Quapropter rquadiu claiG prxfuitinunquam ttaliam tangere potuerunt Tnv  unuSedundema Tomno opptcfTus mari cztinguitur.Nam poftquam rado  acarime ad contemplationem conuettitur:& caducorum curam reliquit: Nt<  hil ex iis qux fenTum petmuicere pofltnt/appetiturt Vnde uniuetfus Uleappcdi»  tuspaulatimiapituctac fopmisezdnguitur: Cial Csautcmcnamline fuoguber  tutore tuta fcrtuc Neptuni promiiTis donec ad fyrenum fcopuJos deueniretrlbi  autem fluitate ciuncarpiiTet Æneas temonem capiens nauem in undis noAur«  nistezitiNam animus nofler cum iam fibiitaliam propofucrit fccurus fertur/  donec in uoluptatumfcopulos incidattTuncetum temonem capiat oportet ap  pedtus tationalis Tquiaduerfantibus uoluptatibuscaiitra obflfism Eztmdoigw  cur Palinuro Æneas tandem poli diuturnos enores euboids allabitur oris .In iuliam enim ucntumcll ad quam gubernatore Palinuro nunquam perueiuflet  1 ingrefli funt Jn quo non idem curnit quod in cartbagine    Æneasslam portum ingrefli funt :In quo non idem curnit quod in cartbagine  a portu euenifleoflcndit poeta. Ulic enimnaues'ficli procul a rabiat fluduum in  tranquillo efle uideremurmulla tamc nant anchora alligatx. Quapropter qua  quam non omnino ucxabantuRin aliquo tamen erant motu.1^ autem anebo  ra fundabat naucs: quo oflenditur eas ueluti fundamento nhex lint flabiles hx«  rcrcoportere.Summum enim illud bonum:quod in negociola et duiliuita a  philoiophis ponitur: 8t flinbuiufcemodireceflupofltumflt/utprocuia fotttu  nx procellis uirtutum benefido abflc:non tamen ita conflabilitum cfltquin la«  bcfadan poflit:Q_ui autem oi.'':} vum rerum libi contemplationem finem lU  timum propofuit/bic iu in tuto ac folido rationes fuascollocauit:ut nulla ui di  tnouere poirit.Nam aduentusin italiam oflendit habitum uirtutum um contradumiu: utaptopoiitauita non fit difcefliirus Æneas/non tame earum uit  tutumtquxfuntanimiiampurgatit Namnihil fibi diffidle iam proponeretur/  fed earum quas dicunt purgatorias. Quod quidem propolitum iam conflabis  litum fortitudo fit animi robur non deferitinec ipfe ardor rd aggrediendx.  Q^uam quidem rem tunc ezpnmit cum ait luuenum manus emicat ardens Lic  tus in befpcrium: Manus enim indicat omnes animi uires cocurreretqux e me«  dio iam fublato Palinuro fefe menti ultro fubieceranti quod autem ardens fit  concurfus uehemcntiamindicatiNe^ ab te efl quod fit manus iuucnum.Ofle  dit enim animi bene affedi uires nnllo fenio in quo tedium torpor^ ficigna«. uia efle (olet unquam aflid: Quapropter non lento palTu rem agit/fed emican Verum quia dum in corpore ezulat animus:quauis fe totum fpecuiatioai dc^  dati non potefl tamen non curare neceflariat ea’ enumerat poeta quxnonuo  luptatem fenfus: fed incolumitatem uitx rcfpiciant. Nam quxnt parsfemi  nafiamis ObfttuIainuenisfilicupatsdela feratu Teda rapit filuasinucta^ flu  mina moftratiinferiorcs igitur animi uires bxcagut. ENEA aut quo nobis m&  exprimit" i Arces quibus altus Apollo prxfidctsHotridxip procul feæta fybil»  kc: Antru imane petitt(^uod cu fadtad rea diutnas cdtcpladas erigit t Na qui aliquid figurarum inuolucris fcribuntibuiufce modi rpeculatioes per excelfu  loca aprimBt. yadc illud e p(almoi(^uis afccdct ia mdee duif A et illud = b Sj K n n  i»  la Ap OL ttl d bt ttn  lut % dt.QURI bii  iO  ni£ fid «w  Ots sed| iæ N «I K Liber quartus   Nam cum in ui^tum in contemplatione pofitarum finis uerum fit/ quo fapi^ Clite efficimurtreiSe omnino folem huic rpeculationi mopolicumeflediiitNa  ut nox tenebrz infcitiam arguunt :ita lucis dator fol ueriratcm fignificat: Cuius exemplum fecutus ciuis noder Damhes cum ab ignorarione rerum ad ue-  ri cognitionem progrefiiim ponit fe ez node filua<]^egreflum montem cuius iu  ga foleilluilrata fint/afcendere reflatur. Addit pratterea antrum ibi efle Sybii«  be magnam cui mentem animum^ Delius infpitac uates aperitrp futura. (^u£  quidem locum ut diluddius-ezpritnamus pauca prius de Sybilla percurr^mt  mox ad rem de qua agitur redibo. Conflat igimt Sybillasapud grzcoseas mu»  iieres urxitati folitas t qtiz furore diuinb afflatz futura prædicerent t Eft autem  Sybilla quafi id enim efl dei fentennatquoniam dei conlilium fitn   tuitura et enim æoles deum dicunt : quem reliqui græci nomnantt Quanquam (iimtquiuelint fatidicam muiiæm apud Ociphos bocno  mine appellatamta qua demdereliquz futurorum confcia: cognommatz linn  faas exuariis regionibus' decem fuifle colligit. M. Vano :Q_uas ego omnes fi  quid ad rem pertinacatbitearertfuo ordine proiequi non grauarenSed ut ui>  ^.nihil ad hoc de quo nunc agitur iQ^uamobccm fatis fuerit uidifle Sybil  lam facile rerum diuinarumdoi^inam interprztari.hzc autem nobis ca qux  Apollini nota fumifine mendacio przdicitt Nam fapientiam uericatcmtp ape»  m.quodueto antium ponitiexprimic ucritatem m obfcuto latete. Nrtpreme»  tetriuiz lucos Apollini templo adiungit: luna enim corpulenta uebementei  cflifiC reliquis lyderibus inferior. Q_uapropca rerum humanarum quz diuinis  longe inferiores funt/figuram iutc habdne : 1 lia enim lucis przpouitur: res au»  tcmhumanzin fylua obrutzfunt: non enim corpore carent:& utiuna afoie  lumen recipit t ita Si ipfz quiequid habent a diuinis habent. Collige ergo cu  lapientia non modo diuiturumterum/fcd etiam humanarum fæntialit re»  de Apollinis templo Dianz lucum adiungi. Templum dtumatum rerum lo»cus efl. fylua macenanotat.Templum laoius zdiheium deo (aaumiin quo  res fdlasdiuinasagimustab reliquis abftinemus t quoniam cum illud mgrcdi»  muria negoaisceflamustfiC foli contemplationi incumbimus.Trmplum aute  a Ozdalo conditum ponit t Q^uid igitui aliud efl zdilicare templum Apollini  nifi reddere fe idoneum ad fapientiam capiendam.Q_uod quidem tunc dcnii^  fadmusicum ab omni corporea labe purum animum ad contemplanda diuina  tranfferimus.hocautem Ozdalusuiromnibus optimisaitibusinflrudus fa»  cuepotefliin quo tantum ingenium fucriciut Si DzdaIaCitce& tellus dzdala  a poetis tunc maxime dicatuticum maximum ingenium oflendercuolunt.Ve»  tutantem non mariinontetrainec ad meridiem infimam nobis mudi panemt  fcd per fublimem acrem ad reptetrionemiNibil enim humileinihil terrenum fit  in camente/quz ad fpecuUtionem fertur I fed ad fublimia czlefliai]p engaturt  Efl autem primus fpeculandi ingteiTus a uitiis. primam enim cogniuonem  efie oportet circa mali naturam /ut ualcamus ab eo abAinere. Nam nifi expiati a uitiis fuerimus i nunquam diuina attingemus t Vt enim idem fiepu  ut icfctam/ negat Dauid quenquamalcendctepoflc in montem domini/nifi    Ia.P. Virg-M.AlIfgo. cum qui fit innoces ihanibus 8C mudo corde:(^uapp in foribus per qmt etat  in templum aditus homicidiu Androgei: Adulterium Pafipbzs& Icari faftus  i|>onic .Hzc ergo a principio fpeculatur Æneas.In uitiorutn autem cognitione  'non cft diutius imoradu.Nam Si (latim ea noile oportet: et ftatim a noris dilco  dere.Rede igitur^ fjrbillaquaiamprarmilTus Acatesacceriieratadmonef Acne  asine in tali fpedaculo Idgius tepus cdterat:Nam excellentiores quoep uiri uad  is uoluptatu illecebris alledi labercnt :hi(i.eoru cura BC Ihidio eam elTent adrpd  dodrinamtqua monemur ut paululu illud uitæ ac temporis:quod humanz ra  dcoDccfrum eft non nili magnis et excellis rebus conterendii ducamus.Hocau  tem inter egregiu uiru ac ftuliumintere&.Nam alter li femel labatur/non facile  furiet Altet liquonia corpore uac animuspauluquandotpeuia deflexerit/  flattm adeft ab Achate accerlita fjbillatquzad redudeducattledmira profedo  poetz ingeniu:qui fapientiamipGm Tua fapientia nos edocettprima ita<^ dodri  na ea efl ut purgati mundicp templum ingrediamur : Deinde oflenditquiuis  mens nollra quzdam Tua SC a fummo deo fibi indiU ui cognofeere poflit:eogai  tionem tamen diuinarum retum huiufcemodi eflexut nili diuino lumine extu  .tusillulVremur:illamcondperenonpoirimus:Hoccum fit/quis non uidetprz  cibus et ficrificus rem efle a deo petendam: Elegit autem feptem hoftiastquonii  Teptenarium numerum multi pnilofophorum perfediflimum putauenmttpro  ptereatp fapientiz attribuitur:8t uirgo ac pallas appellatur: Sacrificat igitur fepte  qmrapientiioptat: Ne(p temere didum efl quo late ducut aditus cctu:hoftiace  tum:per aditas enim multiplicem uariamt^ dodrinam expim!t:quaad fapien  riam ducamuriHoQiiueroquz quidem uenientibus:refe opponunt non pat  uam in re difficultatem oflenduntiHateautem non ante patebut : quam id prz  dbus ab imo pedore fufls impetrauerimus.Sumo enim animi ardore et mente  illi penitus deuota fapientia acquiritur: Vt aute Gpientiam aflequamuri promit  tit le templu Pbcebo et Dianz fadurum:fed de templo paulo fupra dixi:huc ue  to quare illud de folido mamiote Fadurum fe pollicetur / breuibus expediam:  marmor res dura ell:ac mirus in eo 6i candor et fplrndor apparet: Vnde ab eo  quod gratei fplendere dicunt nomen fumpflt:   C^uz omnia in ea mente/quz ad Ipcculationem erigitur infint nrcefle eft:Brit  cn m folida ut quemadmodum inunis fludibus fua duririz ita obfllHt feopu^  lusutipfe integer maneat/illi ucto illidantur:difruprir<^/rclidant:ltcmens nui  lis perturbation bus frangaturifed illas frangat: dicimus przterea aliquid ez fo  lido marmore clTe.cumnon marmoreis cruftis externe exornatum fit ; fed tota  cx tnaimore conftet.O uapropter 8i buiurcemodi mentem efle oportetiut no  figna quzdam quibumpientiam exoptet przfeTat:rcd tota exardefcensilli fetn  per incumbanErit itidem fummo candore nitens: ut nulla fit corporea labe  polluta.Q_uo enim padofplendore carere poflit ea meos cum fapimtiam na  qua perceptura fit:nifi prius multis dodrinis illuflrec%Teplu uero Pbcebo Dia  nzip ponir:qa^ut mo diceba ^ et diuinayt et buanape reru cognitio cft rapictia Dies aut fcftosfoli Apollini illituit:qauenis cultus foKs diuinis debctur.polfi  ctt et S jbilJz penetndia: in qbus fuz fortes 8C arcana codanf : Na nifi alta totte I^bct giMrtus. rcpofita maneant ea qax per dodnnam acquirimus 'ueluti rianai puelfa; alHduo  labonbimus:ne<p unquam pcrforarum uas adimplere uaI(bimus:Q_uapr(v  pter 6C uiri ledi fortibus przponendi funt t Nam excellentes funt uires animi ad  bbendx : quibusiqux didicerimus optime mandentur : Curadum autem in pri  Inis ne refponla frondibus (dipta tradantur: Sed ore pronuntient ur:Non enim  JibcUisfiCcommcnUrioIi SCT edmdafuntquzaddircimus: fed menti: Ne^ ruro (iuleuium flultilium^ rerum eQ quærenda dodrina ueluti qui in dialedicorum  fuperfluis apdunculis/ac uanis amphibologiis/autlnanibus fabellis omne pen e  tempusterunt: Vereautem illud didumeftfybillam circa principiuih nondum  pbcebi padentem eflie : Ea enim principium nondum pheebi patientem effe: Ea  enim quz cognitu difficillima funt/fuidpete non ualent noftra ingeniola donec  Apollonis enim eff neritas nos componat : ea enim inffrudis omnia Facilia redo  •duntut : Sed audi quid dicat Ijbilla. O tandem magnis pelagi defunde periclis:  Sed toris grauiora manent : Nihil grauius nihil uerius: Qui enim omiffa ciuili  uitaad eam peruenitiquz in contemplandis rebuspolitæffiille relido pelago^  io contipentem fefe recepit : Vita enim quz in adionibus uerfatur: fluduati ma  ti fimiliima eff : Videmus enim omnia quz in ea aguntur : fottunz procellis ezo  polita effe: Contemplatio autem cum ad ea uertatup : quz eodem femper fe mo  do habent: ne^ in intoitum cadunt in folido hzret: Magnis itacp pelagi pericuo  lisiadatus eft zneas prius quam longis erroribus circumadus diuerfa horrendao  ^ maris monffra uitare potuerit: Diffeile enim fuit ut troianum incendium ino  columis ruaderet : laborioTum ut audelitate atep auaritia deterritus e tbracia abi  ret : In commodum ut ambiguitate oraculi deceptus in trinacenfem pedem incio  deret. Q_uisautem barpyarum foedam illuuiem non abhomineturr Q_uamuis  iter ad Helenum per medios hofies non formidet. Q_uh cyclopum immanitao  tenonconffematurrMariaautemlicula ita caute obire: utneue Ttyllam neue  •baiybdim conrpidati^^ tempeftati a lunone zolo^ ezeitatz ita refidere:ne nau  &agium faciat non hominis fed herois eff. prztereo quz in fodis in africano Kt«  tore paffus eff : quas ilh fraudes luno parauerit : quo amoris uinculo Dido illiga  •erit : prztereo quz in Sidlia ex incendio nauium damna acczperit: uz om«   nia gtauia ac tunc periculis plena cum perpeffus fuerit: quo nammodoin Italia  duriora paffurus eff : Non tamen procul a uero aberat fybilla : Cum enim a com  muniuitaac hominum coetu te in folitudinem ucndicaueris : tunc acriores quaf  dam uduti faces carum rcrum/quas rcliquiffi memoria admouet : et illarum de  Gdepo acenimi infurgunt morius : At^ cum obliuioni iam eam mandaffe puta  tnus : tum maxime illuum ingeminant curz : rurfufip refurgens fzuit amor':ut  nili firmiffimaancbotaiuuesfundauerit/uideatur in Afncamrenaaigaturuve  Non enim 6C li firmum fit propofitum minime inde difccderc: tamen ceffat ccr«  tamen cum aliud illecebrzolimadzuitz aliud przfens confiliumfuadeat. Ve»  tutin Italiam Æneas:uenim eo uimitumgcnerequipurgatoriz appellantur a  quibus antea quam penitus expiau fit mens necefle eff ut acerrimum beliu quc«  adsetidum nofftt aiunt fpiritus aduerfus carnem gerat : Nam quanto magis hzc  l^ta humanam imbedllitatem funt: tantnniainri pcriculoaggtcdimUC.Hu<i   tn la. P.Virg. M^Ahcg Of   inaHani enim rodctitemcum deferimus/aut in ferinam lutam per tninian U  atram bilem degeneramuc/aut heroico robore fupra hominem erigiimjt. Qua propter intenogatus quidam qui in littore folusuagabaturquicum loquerctot  rcrpondi(Tet<p mecuni loquor* Atqui uide inquit ille ut cum bono homine 1»  quaris/& rede quidem t Non enhn facile SCIPIONE inueniaaqui nunquam mi  nus folua elTet quam cum folui • propter huiufccraodi igitur difficultates ah Sj>  bilJa fore/ut cum in Italiam uenerint dardanida;/ii enim uiri tegregii funt / nolA  uenilTc. Inuenientenimaliumin latio Achillem.inuenientK lunonemaquV  bus non mediocriter uezandi Hnt i Ambitio enim quz ut in lunone ita ia bello  cofo uiro etprimitur quemadmodum troia; et uoluptati aduerfabatui i fic et fpc  culationi quam fibi przfcrri egre patitur aduerfabitur : Eft autem ex dea natui  achillcs / quia diuiiu qux damgenerolitas in animis noftnsiolita eft t qiuenctni  ni parere i omnibus autem imperare uclit > Hzc ft reda ratione excolatur/ueram  fortitudinem parit i lin autem contra rationem elata omnia in fuam libidinem  coouertere tenet/ambitionein creat t et regnandi cupiditatem t Q^uaproptet tt  ft uehementer degenerer a dea tamen id eft adiuina animi ui origiuem du.itsNd  autem eatolum t quz ucnturanntptzdicitSfbilla : uerum ftcaufain tantorum  malorum profert: Ait cnimuttroiamcuertuntnuptiz mulieris eatdnz: lic ft  in Italia lauinz coniugium bellum acerrimum concitabit t coniungitur cztemz  mulieri animus nofter cum omilla uirtute rebus caducis deledatur. Q^uapio*  pter uoluptas paridis troiam euertit. In Italia uero cum nondum cupidiutem tc  rum humanarum deponere ualeat animus bella excitantur afpcta illa quidem /  fed non in quibus ueluti apud troiam ruocumbatt fed unde uidor triumphafiy  parto regno redeat. Accommodate ut mihi uidentur omnia hzc inquitAt illud quare didum fit : fed npn ueniiTc ualcnt non intelligo.NI  (i eum qui iam ad fpeculationem peruencrit firmo iam propolito ce oportet cur  illum peenitentia fequatur non uideo t Non enim infiaot uirum etiam grauem  in huiufermodi ftabili propoliro acri fzpe morfu affici : non tamen ita magnoaf  fici puto ut ad pmnitentiam redigatur i nifi fortalTe hoc didum fu : ut multa per  quandam hipctbolcm t (icenim grzci rupcriationcin appellant / dici confueuere  ut ex iis unbis quibus peenitentia (ignificatur non peenitentiam fed fumma diC>  ficultatemoftcndcreti Ifthuc ipfum inquit BAPTi&TA : uerum uidramus qd  rerpondeat zneas : nempe id quod qui uera dodrina imbuti fuot femper obfer^  uant : Ait enim fe ita ptzmeditaium uenifle : ut antea fecum animo omnia euoi  uerit. uz enim ante a nobis ptouifa funt ea id fpatium przbenr/ut antea qui   ucniant uel cuitari poflint uel faltem ne tantum Izdant prouideri : Cum animus  ipfefuasuires colligens tobuftioraduerfus difficuitates reddatur: Nam queme  admodum ii boftes incautos ac nihil tale metuentes inuadamus quamuis 81 Itv  co et numero auperiores flnt facile illos fuperamus. Contra uero uel exiguz eo*  piz ii fpatium ad ea paranda affit: quz prziio conducant lulidii Timo ezcrcitiB  pares fzpe inueniunturific et nos finobifcum cogitauerimus/ quamuis multa  per corporis cogitationem accidere pofTint/ animos tamen czleM femine oetoa  atfi focotdi» ignauixy Ide dederint: aullis laboribus t nullis difticultatibiill ul iJi M Stl eu P ffli «I IV.N a id ni ifi m M k d Pf Liber quartus nuDa foitunz iniutia modo uelintimpediri pofle quo minus in originem fuam  redeant inui<3i ab omni perturbationum prxiio euademus. Ha»; fecum cu iam  diumcditatus effetarneasnonpetitnuncdemumiila doceri. Verum in limine  contemplandarum rerum poAtus ad inferos deduci orat. Quo in loco quid G*  bi ueiit amez ad infaos dcfcenfus conabor paucis abfoluere i Si pnus quid infer  bus fit : Si quot modis ad eum deficendatur breuiter demonfhaueto : Infemiim  igitur plurimis ante chriQianum nomen fzculis no folumhebrziuerum etiam  cgyptii pofuerunt. Q_uz autem poft chtiftum natu noftra religio fine ulla dubitatione de inferis de^ peenis t quas apud inferos nocentutn animz luunt / af>  firmat ea omnia ab hebrzis ni fallor accaqrimus.Q^uz uero zgyptiorum monu  mentis mandata funt ea primus ad grzcos tranftulit Orpheus. Hzc deinde fu«  is figmentis auxerut plaui^ ez grzcorum poetis / quorum principes Homerum  H^odumtEurypidem t Arifiophanemm e(Tc uidemus. Q_uos deinde fecuti e  nofirisfuntptzter Maronem / Ouidius mlmonenfis/ biex bifpania Statius Pa»  piniusacLucanus : &quem plzri^ florenrinum fuilfe putant Claudianus: At ii omnes inferomm ledes fubterraneas elTe et ad cctrum ufip : qui locus in fpe  ta infimus efi portendi ædidetunt: Q_uapropter fpeluncas quafdam ac terrx  hiatus przfemm fi ignem fumum ue euomant ingrmum ad inferos n5 line mu  liercularum ac rotius uulgi fummo afTenfu fabulati funt. Nam et in laconica re<  gionc Tenanis mons eft circa finem malei promontorii / e cuius profundiifimo  antro quoniam fpiritu id agente fhepitus auditur: facile fuit uulgo petfuadere  inde ad inferos defcendi.Acberufia autem palus in epiro no procul ab beraclea  abargiuo ut fauntHerculedidafpccum habet per quam cerberum tricipitem  Plutonis canem ab Hercule edudum crediderit antiquitas : Nam de auemo lz>  cu nihil efi quod referam: uulgatænimresefi&a pizrifi^ decantata. Ac de poe  tishadmus. Plato uero eadem difciplina : qua et Orpheus imbutus ita fingula  ptofequicur/ut nihil aliud inferorum locum animis noflris efle ueiit quam cor»  pus ipfiim quo ueluti carcere includuntur. Ipfe em'm animos a fummo deo æ*  atos ponit : Q^ui quidem fuapte natura dudi In deum parentem fuum conuer  tuntur. Nec mirum. Nihil enim eft quod in originem luam cum pollit non re  uetutur. Videmus enim(^ut loco exepli hoc ponam}ignem huc^ut ita loquar^  tenenum/quia fuperiotis ui ac femine genitus efl fuz naturz impulfu ad fuperi  ora erigi. Conuerfi autem in deum animi eius radiis ita illuflrantur ut ubi hade  nus eorum efientia per fe ueluti informis fuerat : nunc ilb fulgore conformet' :  fit 9 miro quodam modo ut intra animi eifentiam receptus fulgor no ueluti ez^  terna quzclam Si aduentitia res in ea refideat : fed ad illius capacitatem tradus ob  foinor quidem reddatur : 8C a fe ipfe degeneret : mend autem proprius ac nattis  talis efiiciatur.Q^uaptopter hoc duce in fui ipfius at^ omnium quz infra fe ezi  ftunt: ea enim corpora funt: cognitionem animus uenit: Deum uero Si aav>  ra quz fupra fe apparent: hoc lumine non cernit. Qui enim fi iamconnamra«  le fibi fadum efl ea quz fupra naturam fuam funt/illo continget : I d tamen men  ti noftrz przfiat : Nam per primam hanc ueluti fcintillam deo propinquior fz>  da aliud accipit lumen et clarius quidem/quo iam czlefiiumquo^ Si fuperna* m ii ~  f  l Ia. P. Virg.M. Allego.   nim remm cognitionem accipiat. Sed hxc te LAVRENTI latere mmitne puto:  Sunt enim non folum dode ac diftinde/fcd omnino dilucide a Marfilio noftro  in iis dialogis explicata : quos ille in Platonis rympolium confaiptos fub tuo no  mine zdidit : Quos quidem cum quia ad te funt t tum maxime quoniam pluri  mis acfeledilTimis rebus abundant familiariflimosribi elTe cupio t Sunt illi quidem inquit Verum przcipue locus ifte menti noftrzhzretsin  quo geminum in nobis lumen elucere demofttat : naturale unum et ingenitum  ut dicebas : diuinum alterum et infufum/quibus limul iundis animi noftri uelu  ti geminis fulFulti alis/totum hunc ruperiorem mundum pcruoLue poiTunt: Ad dit^li diuino illo femper utantur fore t ut frmpet diuinis bxreant. Infimus autem hic tctrz locus animante in quo ratio fit canturus uideatur. Quod nefiat  efrediuinainflitutumprouidentiatutanimusfui omnino potens flt:ualeat<p  pro fiio arbitrio uel utro<p fimul lumine cum libuerit uti : uel altero (bIo:propte  rea<^ fieri ut natura duce ad natiuum lumen conuerfus fe s uirefi^ fuas : quz ad  fabricandum corpus fpedant/diuino lumine ad przfensomiflblolum confide.'  tet : illafcp in corpore conflruendo exercere cupiat. Rede ac memoriter tenes inquit Baptifla s confifHt igitur in czio ut Platoni quem poeta fequitur/placere ui.<  demus animus noder ipfius diuinz naturz contemplatione pcifiuens : Verum il  la quam dicebas cupiditate infedus et ipQi cogitationis mole degrauatus in infe»  ra defeendere indpit .Verum quoniam cum de inferni finibus ex fententia Plato  nisquzritur non fimpicx apud eius philofophi fedatores opinio cdtnoscam  boc tempote fequemur :quam et animorum rationi magis congruam putamust  et dodiotibus magis placere cernimus. Hi igitur bipartitum mundum ponunt.  Nam fupremum czium quod Aplanes uocitatur dellis^ut cd apud poeta^ardetibus aptum fuperorum regionem ede uolu erunt :eofq) campos elyfios ac beato  Tum infulas nominarunt : Saturni uero fpera ac fex reliquz quz fub illa funtrrut  fufep quicquid fpatii inter lunam terramc^interiacetripfami^ tenam inferis at^  tribuerunt : Altiffima igitur pars illa qua uel fubdentatur diuina uel condant/ne  dar uocatur i di deorum potus ede ctedimr. Inferiorem uero Icthzum/ac horni  num pomm dicunt r in hunc enim cum a fupetiori czIo per cancrum ea enim ho  minum porta diciturrprolapfa fuerit anima in ipfius hyles quz elcmctorum ma^  terta ed tumultum incidit: quo in loco noui potus ebrietate degrauata& ueluri  temulenta effedadiuinorum obliuifcitur : terrenatum^ rerum cupiditate ilie«  da ita per fubiedas fperas dclabitur : ut ex lingulis czlotum ordinibus aliquem  cotum motuumtquibusufuradeincepsfitin corporibus acquirat:Nam ab ea  quam faturniamdellam nominant ratioanandi& intelligendia loue agendi a  marte audendi uim abducit : fol uero ut fciat ut etiam opinetur illi cocedittMox  a Venere excepta defiderii motum mutuatur : Inde per mercurii ac lunz czlos de  fcendens ab illo pronunciandi interpretandii^ ab hac plantandi et augendi uires  acquirit : Ac podremo ad terram ueluti ad centrumtquo gtauia omnia feruntur  delata:6C corpus quafi carcerem uel potius fepulchmm ingreda iurc apud inferos  relegata didtur: Moritur enim in corpore anima uelut in fepulchto demerfar  non ita tamen t ut fauiufccmodi morte extinguatur : licd ut ad tempus obtusturt Liber quartus quabdo quidem illius diuinitarem noxia corpora tardatititertenishcbetaat  artus moribunda^ metnbra.-habes^fed breuiter^quid Platonidinf^um pu  tcnt:& quem animatum ad ipfum defcenfum ponant» Nam^ de tartaris fabii^  lanturpoetzea omnia animam in corpore pati manifeftum eft. In materiam  enim protrada nouam fyluz ebrietatem haurit cum illam ueluti flumine dema  gaturtFIumen autem ipfum non line exadarationeinquatuor flumina ac flj  giam paludem deducunt. Lethzu achaonta ftygem cocytum ac phegechotu>  tenitMateriz enim admixta anima eunda quz in czlis uidaat obliuifcitur. Quaproptaiure lethzum nomen ab eo quod elt.  ficenimobbuifei grzd dicunt potare finxerunt. Ex hoc autem Achaon ma«  nat: quzrcs gaudii priuationem denotat: quafi Nam   quod in dd contemplatione purus exiflens animus gaudium ædpiebattidom  ne ex obliuione amitdttquo quidem amiflbt flyx quamfadletriflitiam intere  pretaberis exonaturneccite efttftygisdemumpoflrema zfluaria coitum e£fi.<  dunb Quis enim ex triftitia in ludum non cadat: te autem non fugit id grz  cos dicere: quod latini lugæ interpretantur. Ex diu tumo autem ludu in furoris infaniz^ ardorem inddere roIemustquemphe. gethontem nominant. Ex hyle igitur unico flumine mala hzcomnja eueniV  unt: Quapropternon fine fummadodrina ex letham reliqua fluenta deriua  ci finxeruntrfed hzc in Phzdone a Soaate latius explicantur : N obis autem de  multis puea ad bunclocumtranffnenda fuerunt :at(^ ea fola quibus defeen  fus ad inferos ex Platonis fententia perfpicuus redderetur: Noflri autem qui  ita a deo animas æari redifljme fentiunt: ut eodem momento et creentur fi;  fuis corporibus infundanturrnon eas in hoc inferiori mundo uerfari uoluerut:  ut commifla purgarent: Quid enim fi ante corpus non fuerant : extra corpus  peccare potuaunnfedutfuisrcdis adionibus: quas omnino liberas habent cz«  Io aliquando frui mererentur. Conceflit enim nobis deus : ut noflro arbitrio Ii'  bere utæmur:non ut per nequitiam delinqueremus: fed ut per religionem  fi; iuflitiam nobis fummum bonum acquireremus: Verum cum perfummam  fiultiriam illud negligcntes corporeis tetrife^ uoluptatibus dciiniti maximis ua  nilc fceleribus coinquinemur oportuit efle locum ubi a corpore digreflx buiuf  cemodi animz fuorumfadnorumdebitiflimasposnaspcrderet.Himcautc lo  cum arca terrz centru maxime eflie uoluerut:Na cu fi; propheta eripuit deus ani  ma mea de iofernoinferiori dixerit fi; ipfc humani generis faluatorfe triduo in  corde terrxfuturuadmouerit facile couincitur centru eflctNihilenim eflcctro  infcrius:quin fi; ita in medio terrz confiflittut in medio animante cor efle uide  musiQ_ua in parte fi; tenebras exteriores/quonia a luce remotiflimz fint:fi; de  tiu flridorc quonia nulla folis uis illuc defeendat efle nemo negauerit.Erit igitur  in terrz cerro infernus:fed ita erit ut etia ex iis quz fapietiflime a Gregorio colli  gunc ad ære uflp huc ex terrz fi; aquz caligine cralTioreptcdat^.Acrp deiferno  hadenus ad illu aut aias defcedere oe fere hominu genus dixit. Sed tn aliud alii  fentiut.Na przdpitatio illaaioru afuptcmoczloin hzc corpora ad inferos de  fccofuscdea Platone acdicuit Cbriflianiuaofczleflo^ animasc fuiscoipotL In. P. Vtrg. M. Allego. busad inferos trahi admonent. Dicimus itidem uiuentes homines cuminid  tialabuntur/ad inferos rueret Sunt quoc^ qui credant magicis artibus 6: cat minibus fieri uelutidefcenfus quidam/ut inde euocarianimx poflint. Verum  præter bos quatuordefccfusqnrus quicftnonuideir omittendus: Na £( ad in«  feros tendimus/cum lumen rationis noftrx ac induihiam in mali ac omnium  oitiorum naturam fpeculandamdeiidmus. Ego igitur libenter de te feifeitoro  Laurenti cum hæc omnia perceperis quid putes hoc Ænezdetcenfu Virgilu  um exprimere uoIuifleTlamdudum quid agas uideo o Baprifta inquit Laurcntius/ac pro eo maximas tibi gratias habeo: Quis enim non uideatuni.  Uetfamhanc difpuutionem nonfolum meisptzabusdatam/uerum etiam a  me fratremij meum erudiendum elaboratam : 'Nam fiCli cæteri t qui afTunt  omnes mirifice tua otatione deledcnturt tamen eft eorum ztas ac dodrina  huiufcemodi t ut etiam fine duceipfi per fe hzc omnia cognofeere ualeant.  Hos igitur duos erudiendos cum fuiceperis : propterea^ rede netan fecus  quz hadenus difputafii teneamus / nofie cupias fine ulla cundationequaxd. rogaueris / cerpondebo: fic enim et errata facile emendare poteris : 8i fiqd  rede teneo id tuoiudicio confirmatum firmius hzrebit. Petit igitur afybilla  quam tu iam dodrinam interprztatus es/ut ad inferos K ad parentem dedo.>  cat: Q_uod cum petit oftendit mentem przmonfitante ipfa dodtina in fem  fualitatem defcendece. Vult enim nitia quz ab ea funt penitus cognofeere: fed  uide quantum tibi ex hac difputatione debeam : nam non folum effeciftt ut  hzc a Marone diuinitusdida tenerem: fed fimilitudine rerum admonitus ia  quidfibi nofierquoi^ Oanthesuoluerit facile coniedor. fed de hoc alias: Tu  ueto fi placet ad reliqua perge: Rede tu quidem inquit Baptifiainterprztaris; Me autem tuum ifiud ingenium ac iudicium fummopere deledant: Verum  audiquidilli auaterefpondeatut.ln primis enim defcenfum ad infetosnul'.  lius negocii eiTc demon(lrat:cum nodes diefc^ datis ianua pateat : Q^uod pro  fedo nimis etiam q utilem uerum efi: Naracum procliues ut fenexquo<^Te  rentianus conquzritur a labore ad libidinem fimus / facile in uitium labimur.  RcdilTime^ illud ab Hefiodo Redifiime quo^ 6i   illud uel claufis oculis illuc defeendi: Nam fiue delinquendo in uitia labimur   ? [uoniam id per llultitiam fit: llultitia autem rariflimi carent; quid obfccrote  acilius inuenies : fiue:fed t^iquos defcenfus nunc mifibs facio : quorum pro  cliuitas pcrfpicue apparet : Id autem de quo nunc agitur : quis non uidet.  Mentem ipfam ac rationem facile in cognitionem fcnfuum dcfcendcre.Ma  ximum autem fit periculum ne dum cicca lingulas corporis uoluptates uer.>  famur / ita illarum illecebris demulceamur / ut irretiti hzreamus : Facile igi.>  tur fenfus defeendit mens / non autem facile a fenfibus rcuocatur.Id enim  eftab inferis redite: pauci enim quos zquus amauit lupiter: aut ardens  euexitad ztheca uirtus diis geniti pomere : Tria ut uides hominum gene<a  ra ponit quibus liceat ad fuperos reuerti: Sed nos prius de duobus pofirei>  mis dicemus : cenfet Plato quod paulo fupta explicatiur demonfirauimus  animos nofitos rerum terrenarum cupiditate degrauatos incorpora dcfixt>  Liber giiaituf   Jcre : (Quapropter qui prius imbroda nedare<p ueTccbantunid enim eft deo  'fiuebantur t atqi inde mirum gaudium Tumebat t nunc letheum rpoti in re»  lum omnium obliuione mnli Tunt.CQuod (i intra corpus conftitutus ani^  musillius cogitatione ac fordibus inquineturttamdeoiis tenebris obducitur/  utnulla deinceps fpes (it ad Tuperiorem lucem redeundi: Sin autem TcipTuni  infccoIKgms integre cafte^ degat: 6ecorporis quoad potedeonfotrium declinet ipauladmcz illa obliuione qua ueluti crapubuino(p opprtlTus obdor»  tniTccbat Teexatansualet libi geminas illas quas iam totiens nomino alascom  patate. Illis autem fuffultus facile ex inferis reiilit: &ad Tuperos rediens iii re  gionemfuam reuolattper duas igitur alas totidem uittutum genera intclligi  mus /& eas quz uitx adiones emendant: quas uno nomine iuftitiam nun»  cupatt&eas quibus in ueri cognitionem ducimur: quas iure optimo religio»  nem nominat. Illud igitur pauci quos ardens cuexit ad æthera uinus:alam  primam exprimit : et uittutes qux de uita et motibus Tunt intelligit: cumde  indeaddit diis geniti potuere SIGNIFICAT alam secundam :at<pipfam rrligionem  quamexuirtutious iisquxad uerum ducunt conftare uul: Placo : Hxc itaip  auntopbilofopho mutuatur Maro cuius quidem dodrinx non nihil ex ma»  thematicorum fcntentia ita addidit : ut nei^ ius Tuum ac libertatem animis adi  merctmeip cxleftia corpora fuaui priuaret:Nam li animis nolitis uimnecef»  Utatcmqi f/dera afferre dicamus/non modo id in religione noflra impium eiitr  fed 6t a Tummorum FILOSOFI dodrina abhorrens : Verum ut intelli»  gas ntip hoc a Platonico dogmate alienum elfe / refert ille in Thimxo ratio»  naiis animi effedionem nulli nili deotribuendamiquoniam ipfe eiTentiam ac  ^ rationem animorum noftrorumcreat.Corpus autem ac exteras animi par»  tcstuteæffqux concupifeit flC qux irafdCur nos ab animo mundi mutuarie  Q_uapco{ær St li mens ipTa nolha nullo fyderum imperio fubieda Iit : tamen  quia nullam adionrm ex iis unde uirtutes uitiam manant nili per fenTus ac ap»  petitum exercet: Illis autem quoniam a corpore funt uacias aut ad uirtutes affe»  dionesiauc in uitfa prcKliuitates inferunt fydera /permulti interelTe uidet ur quo  fydere nati fimus:Nr<^ solum ad bxcqux ad uicam et mores pertinere diximusr  ucrum d ad ea qux fpeculationem K ueri cognition cm refpiciunn Nam li on»  nes omnium animi eadem natura funtiunde nili a corpore eritrquod alii inge»  nioiudicio ac memoria excellentilTimir xillanttln aliis hxcnulla appareanc: cu  autem omnis nofira cognitio ab iis qux efficiuntur ad cfficientiatn:& ab iis qux  loco 8C tempore nrcufcribu Dtur ad infinira initium fumatrmulta obiicinir dif»  licultas animis noftristut intelligentiamut feientiam ut fapientiam alTequanturt  cumuircsillx:qux paulo ante dicebama membrotum : quibus ueluti inftru»  mentis utuntur deprauatione bebercant : nei^ fe explicare poflint: cura igi»  lurapud Platonem ruumlegilfet Maro nili geminas illas alas recuperemus ad  Superos redite non poffe : Cum itidem illarum recuperationem a fyderibus  caquam oilendi ratione impediri aniroaduerterctiut a loue xquoamarrmur  opus ciTe ofiendit. Hoc autem nihil aliud eft / nili ut benignitate fydaun»ffcdionca ad icdaa adiooa acdpctcmt^Natacum plancutum uuia uiafit,1  In.P. Virg- M. Allego.   Videmus iouis natura hulufcemodt elTc: ut quos ille in fuo ortu benigfle a(^e  dt illi ad iuftitiam ac religionem proni reddinturrita ut ad eas quas diximus alas  recuperandas impelbtr colligamusigiturnetnincmabinferis rcmeate/nili al^s  recuperet : id autem non clTe fadlc nili iis qui benignitateiiderum adfupera eti  guntur. Sed quid tu.L.Marfilium intuens clanculum rubmurmuraftit Nempe  id Tolum refpondit.L.quod paucis ante diebus cum T imxum Platonis in maoi  bus babetet:mibi de anima mundi dixerat Marlilius > Cautius inquit.B. mihi  progrediendum elTe uideorcum res nobis non modo cum dodo : V erum etiam  cum mcmoriolo litifed quod de mundi anima dicis/id 6L uerum huic lo>   co apprime quadrat : cenfet enim PLATONE rationis fementem a deo fadamianitnof  ^ nodros ab ipfo æatos/ac deinde mundi animz ueltiendos corpore traditos:  ut £2 corpore uedircntur:& eius pedilTequis uiribus informarentur: Æquum  enim fuit:ut quoniam concupiTcibilis irafcibilifi^ appetitus (alutis corporis gra  na func:ii ab eodem nobis darenturtqui nos corporibus inclulilfct: Vetumquia  faz partes lubricz funtipat fuit: ut qui nobis illasin deterius facile labeutcs dedif  fet idem ipfe aliqua ex parte aberrotibustueretur: labenter<jfubdetatct.Q_u3'  propter iuflit illi fummus pater/ut quando ipfetccirco animis nodris caufaffl  obiiuionisptzditiir<t: quoniam luteo corpore circundederit hominibus fulgo,  rcmueriutis infunderet. Huiufcemodi ita^ przccpbs obtemperans mundi  animus eos omnes quibus zquus ell/aut fomniis oraculis et portentis autio.  terao quodam motu Si ad futuri prouirionrm:6t ad diuinz legis cognido.  nem perducit : ut eo duce alas recupctcmus.Huncautemmundianimumue  tetes theologia qui illos fccuti funt Platoiuci fzpe louem appellant. Hinc  pbcus lupitet inquit pnmogenitus eft: Iupiter nouiflimus; lupiter capui:Iupb  ter mediu.Vniuctfa autem e loue nata funtihinchinc illud lupitet eft quodeo. uides quodeun^ moueris i Q_uin Si ipfe Maro A ioue principium mufz io.  uis omnia plena. Sunt enim omnia plena animo munducum ijle ita totus in to  to mundo fl£ in qualibet parte totus : ubi uigeantutnoftrianimiin fuison.  pufculis : Hic deniip czlumueluti citharam continens harmoniam cfificit ex di  uerforum czlorum fanis: quas cum mufas appcllentiute louisiiliz dicuntur  eiremufz:Q_uantam igitur dodrinamMato tribus uerfibusincluferit/ facili,  tis mente concipio : quamuerbis exprimam. Rede igitur pauci quos zquus  amauitlupiter: aut ardens euexit adzthera uictus. RedefiC illud tenent  nia liluz: Ab hyle enim(^ ut fupra dcmolhauimus ) eS omnis nodra duldtia et omnibus ahimisconugio: quibus impediantur ne ad fuperos redeant. Ve  tum de remeandi difficultatibus badenus: Deinceps nero eas exponit rationa  quibus ita tuto defeendamus ut pateat reditus: Aures autem lamusfapientiam  nobis indicat dne quanonedfpcculado eligendarum agendarum^ rerum iu  dex. Ne mireris aurum fapientiz fymbolum apud hunc poetam obtinere  cum plzii^ idem faiptotes fecerint: Vndeillud bpiens aurum et multitudo  gfmmarum Si uas pretiofum labia fdentiz: Aunim enim eft fapientiz uigor at(j fulgor. Ndium cx metallis auro pretiofius eft. Nibl in rebus entia pluris facieadum. Fulget maxime aunim. Nihil (apimciacll endi^ i (i 01 ik IXI BS XD u m uv mt Bd: od Nx m HC pn ioqi iHgg imcttdi di dux BOC (jB) da. Bidi   BUi  liuBi   Btit   imt  « D!  feuii   Uni  OlC Wl  D« Lib«r guartui £iu. Nulla eni^oe exeditur aurum: Nulla rea imminuit fapietitiam t Nullis  lordibu saurum coinquinatur t Nullis maculis Tapicntia deturpatur t Sed latet  arbore opaca: mulus cnim ac uariisinfeitiz tenebris ita obruitur uerumft luco  ca cnimcorpons^uc ita ioquar^bebetudo eft ita tegitur t ut difficile omnino (it  illud erueretScite enim Si a Ocmocrito ufurpabatur natur^n in profundo ueri^  tatem demer(i(fe : Non tamen prius in hanc contemplationem defeendere uaW  mus : quam aureum ramum deccrpfciimus. Proferpina enim ad fe ire quempi^  am (ine huiuCcemodi munere uetat. Efi enim profeipina ipfa animi pars quz ni  bil przter lenfus contina : ad quam (i (ine fapientia accederemus nullum przte»  rearemediumdarcturiquomuiusdenobisadum ei Tet.llla enim irretiti nulla  unquam effet fpes redeundi. Rede Si illud piimo^ auulfo non deficit alter au«  reus I fe ip(a enim alitur (apientu : at<p cuenit inueffigando/ut aliud uerum ali<  ud aperiat: nec quicquam percipiatur: quod ubi perceptum (it ad aliud percipi*  endum non diKat : Illud autem quis non uideat de uero uenifime didum elTe.  Nam alte inuefliganduse(l.diuina enim &czleffia(^(i ueru inuenire uolumus^  non infima hzc at^ aduca infpicienda funt : omnis enim dodrina a frientia ex  iis efi: quz nullis terminis circunictipta funt&in interitum non cadunt:lubet  ptzterea iam repertum rite a nobis carpi : et iure quidem ita iubet. Nam nili cer*  so quodam otdine pergamus/nibil unquam proficiemus; Addit enim poffremu  illum facile te fecututum i (i a fatis uoceris : fin autem non uoceris : nec uiribus  tunc nec duro ferro polfeconuelli.Virtutibus enim quz mores corrigunt Si quz  tedum zquumij relpiciunt ualct omnes ira animum a fordibus purgareiut mu  di e corporis migrent : Ad fupremam autem illam rerum cognitione uenire pau  ds ommno datur : at^ iis (blis qui a facis uocantur. (Quapropter rede (i te fata  uocant : Q^uod tamen ut planius exprimam /uolunt Platonici deum poft fe ip*  fum cognolcere. Deinde omnes reliquas res : Tertio autem loco ea eunda effice  lequz cognouit : Poftrema ergo hzea fecunda : Secunda rurfus a prima dependet. Namomnes res ptodudt quia illas nouit : Nouit autem nulla alia ratione :  nili quia fe iplum in quo omnia funt contemplatur. Huiufcemodi itaip ordine  rria illa in deo ponunt iu ut pdmam fapientiam: Secundam prouidentia: Tertium fatum nominent. Chnffiam autem cum hæc eadem (nt fallor^fentiant:Fa  ti tamen nomen uiz ponere audent: non quia Platoni irafcanturifed cum uidif  fent clfe quafdam in pbilofophia familias : quz eam fato necelTitatem imponat:  ut nullam io adionibus nobis decernendi libertatem relinquant fati nome odif  fe uidentur. At nos eum quem paulo ante dixi philofophum fecuti dicamus deum retum caufas id cft fe ipfum confiderare: Ddnde ortum ordinem : ac deni  gubematiunem rerum quas compleditur intueri t (Quz ddneeps ita omnia  excquitut ut nullo mexio ualeat impediri i (Quam quidem rem fatum dicunt:  Quod fi ita eff uon abeiiant qui dicunt rationem ac ordinem rerum : quam ita  mente dd prouidentiam dicunt in rebus mobilibus ac loco Si tempore dteuioi*  pds fatum did.Te itaip fi f^ta concelTcriiu camus aureus uolens fadiifcp feque c  Datur igitur pauos Si id diuino quodam extra fortem munere ab ipfa dei proui  dendatcuiusconfilium ferutati nefas bomini efirReduscoim dotdnus et reda    Jn.P. Virg. M.AIIfgO*   confiliacius t fed qux mortali ingenio cotnprzhendi non poirint.Quis rniffl  adeo temerarius: ut noiTe contendat cur loanni: cur Pauioapoftolu caapcruc«  rit dominus : quz multis fandifrimisuirts& multa dodrina illuftratis detegere  coluerit : Quod exemplum late patet et ad omnes qui in aliquo dodrinz gene  te laborauerint ttanffetri poteft t ut cum multa eodem (ludio dagrauerint t eatu  dem^ operam ac laborem impenderint alii fummum in eaatte attigerint: aliis  autem uix in poftiemis confidere licuerit. Habes quid aureus ramus meo iudb  cio fibi uelit : Quod autrm ad miferi funus pertinet (ic accipe. Mileri odiufa Ia  us rede interpietatur. Q^u ipropter erit eadem inanis quzdam gloria-Snt enim  fummo odio digm qui uiitutrm negligunt : unde folida exprrflai]^ manat glo>  tia. Honores ueto ac reliqua uirtutisiDfigniaredantur:Qu 'm qui in uita ct»  Ulli res egregias adoriuntur in primis captare cunfueueiunt. Hi cn<m non redi  honedii^ amote : fed gloriz cupiditate laborant: quam dum aSequi cupitmuS  rem publicam fzpc perdunt x&infummumouium odium incidunt: Egregie  igitur luuenalis. Tanto maior famz (itis ed quam uirtutts. Huiurccmodiigb'  tur uiri animi excellentiam (iue a natura fibi in litam/(iue indudna/atcp exetaca  Cone comparatam penitus corrumpunt. Non enim uirtutera ammt.^cd uita  tutis infignia i qua; fzpius malis quam bonis exhibentur. inanis igitur atip ad»  umbrata gloria in rerum publicarum adminidrationc exceliintioribus ferop ada  hatret. Quaproptet Hedoris quotj comitem mifernum fuille tingit. bi enim  caritate patriz magis quam cupidine gloriz moucretur huiufctmodi uiri beatifa  (Ima; omnino ciTent ciuitates : quibus illi przcfTcnti Qut igitur ad uitiorum fpe  culationrm ea gratia tendit: ut fe ab illis explicet: cum in primts hu.ufcimodi  gloriam abiiccre necciTe ed :Quaproptcr rede eo tempore roifcrnus extinguitut  quo zneas a fybilla prxeepta accipit. I nitium enim ueri inuedigandi a onlctni m  tcritu optime funiitiir : Ncc tamen fatis fuerat illum extingui :nift etiam fepelu  tur : ut nufq jam urdigium illius appareat : nec unquam reuiuifcat: Quud au  tem illum tubicine fuiiVc dicit : optime quadrat. Ed cnira huiufccmudi hutni«  num : ut rrs a fe gedas quam latilVimc diuulgmt : Si fuo przconio ommbus ofle  dant : Ed prztcrea zoii uentorum regis filius:Nam nibil uentoltus ed illi qui ne  gleda uirtute tc folida et cxprelfa adumbratam quandam et penitus inanem glo  riam aucupentur: unde et tumidi et inflati Si uentoli dicuntur. Rede Si nlud  quo non przdanrior alter ære ciere uiros martemtp accendere cantu.Quid eni  aut Ninum aut Cyrum aut Xerfem ut hos folos de innumeris aflaticis regibus te  feram : quid qua;fo aliud impulit : ut non contenti patriis Enibus multis popu/  lis ac nationibus beilum inferrent; Q_ uid apud grzcos fpartanos aut athenieo'  fescxcitauit ut magnam Aftx partem ruoimpetioadiungerent: QuidHvnni'  bali ruafit ut bifpaousgalliift^ fubadisromam orbis caput peteret: i^uidapud  njod(os.L. Syllam prius ac. C.Marium: Deinde luIiuro Czfartm.CD.^PompC''  ium ac podrcmo Odauium K.M. Antonium eo furore accendit ut ciuiltfaogui occunt^ replerentur nili infanz quzdam famz cupiditas. Cum gloriam miis  rebus quzrerent: quz dolidil Timum uulgus dupefeere quidem cogant i fapicn  Us autem ad iuihfumam indignaiioncm fummum^ odium concuent t at Q C*1 Gi  d DCt  BIB  I»  '1 ip» a» K*», tUH cnu   cpi)iii   100 ad   siil  itd  id* ^1 afi \0 «? |lP< <« Liber guartui   mo tnodo ipfe malus non Ct huiufnmodi uiros bonos dixerit. Sed quid (i o{v dtni que^ m hominum Ibcictatc uiti : ac pro re publica emoti ptomptiilimi prz  ter id quod patriz caritate in manifedifTimam mortem ruebant igloriz quoq; cu  piditate extremum cafum zquiore animo ferebant : uis enim ftbi perfuadeat   aut Thcmifiocicm athenicnrcm in nauali prziio apud Salamina gcflu t aut Epa«  minundamin ea uidoria qua de Lacedzmoniis potitus efiraut Spartanum Leo  eidam in tbctmopylisuirilitcr pugnantem nihil de gloria cogitaffe. Ego enim  oet^ Brutum lingulari certamine aduerfus regis exulis filium concurrentem : ne  a Sczuolam tanti animi confiantia dexteram exurentem: ne Decios illos in co  jf^ifimos hoftes iiruentes : ne^ innumerabiles alios qui patnz libertatem fuz  nitz prztulerunt famam quam de fe pofieritati teliduri elTent nihil unquam fe*  dlTe arbitror. Sed nos in re omnibus manifefla nimium fortaffe moramur. Ita«  redeo ad mifemum qui cum tritonem deum prouocare audeat : iute demens  appellari pofTittQ^uid enim fiultius quam (i inanis hzc gloria a caducis ac cito  perituris tebus ptofeda audeat fe illi : quz uera eft et a diuinis rebus proficifeitur   E fumtnam temeritatem zquiperare.Q^uapropter facile ab ea obruitur. Sed  cad rem noftiamtReliqua autem quz circa funusdeferibuntur hidoriz attp  aurium uoluptati concedantur. Geminas autem columbas geminas illas alas qs   d o fupra diximus intellige. Illas enim ducibus ad contemplandas res tendit :  t autem uoluæs ucnetis: quia oportet illas elTe ab ardenti amore : Nec iniu  tia matrem inuocat : Nam tantam difficultatem nili rapiat amor facile fugiut ho  mines < Illz autem non femel aut uno impetu/fed paulatim uolando ad locu du  eunt : Non enim hominis ell omnia momento uidete : fed ratiocinando gtada«  timacognitisad incognita uenire:Seduidcquidfequatur:inde ubiuenere ad  fauces graue olentis aueroi.   Tollunt fe celeres liquidum^ per æra lapfz:   Sedibus oputis geminz fuper arbore fidunt:   Nam quz ad cantarum raum cognitionem duces fe przbent/eas rerum terrena^  tum contagionem id enim ell auerni teter odor celerrimo uolatu effugere opor«  tet. Duplex igitur uirtutum genus nos ad ueritatem ducit: quam fine mora ra.>  pit zneas / ut eius luce ea quz per infernum obrcutiffima funt cernere pofTit.De  ioiprio ucro auerni naturalem lod litu demonftrat. Ne efl quod faaa ab znea  petada in feriem noflrz fentenriz digerere laboremus. Inferuiens enim fuo ar.>  gumento poeta eorum lacrorum quz ad ncaomantiam adhibeant ueteres expli  cat. Q_^um autem zneas nudo enfe Iter aifumere lubeat 6C fi hoc in Ilfdem facris  obferuare confucuerint : tamen admonetur ipfe ut robuflo animo rem arduam  acediatur. Æneas ita^ ducem haud timidis uadentem pafltbus zquat.Nam  quis non uideat : quod dodrina aliqua nobis oftendit id quam celerrime quam  oiligentillime effe arripiendum. Erat autem iter per obfcura : uel quia ut dixi ue  ritatem in obfcuto ab&rufit natura : uel quia uitiorum fedes procul a luce funt:  Q_ui enim rationis lumine illuflratut : is et uerum cognofeit /dc rede agit: illam  autem qui amiferint fua natura ignorata in ultia Incidunt • Appellat przterea do  plutonis uacuas et inania regna. Q^uo quid ucrius dici poteftfEfi enim   u ii 1 1  I!’,! i;l I * i'i  In. P.Vir g.M, Allego.   nudiuftertius manifeiHs rationibus ronuidum mala uitiatp nihil omnino ef  fe; quando quidem nihil afFcrant/fcd bonum pellant. Hoc cum prudens ue  hemenf^ uates Perfius intelligeTctrgrauilTime in eam exclamationem proru/  pit/O curas hominum /O quantum eft in rebus inane :Vt autem quale eflet  ad uin'a initium expreflius poneret oftendit in tantis tenebris non nihil tamen  lucis apparuilTe.Nam 6C Amentis carcitate in uitium labamur a tamen circa  principia non omne penitus lumen tollitur: Prius enim incontinentes cAicif  mur quam intemperantiam cadamns.Miro autem iudidoquz fequunturin  inferorum ingreAii ponit: Si enim exfententia eius quem fequitur Platonis  deicenfum animorum in fua corpora defaibit / manifcAum eA animum qui  badenus omnium horum malorum expers fuerat in ea nunc omnia corporis  contagione incidere : Omnes enim perturbationes inde fentit: Luduenimea  riA^ angitur. Impendentia timet imotbos laboreAp experitur : fame anp ege^  ftate urgetur : omnibus denitp quas ille enumerat calamitatibus prxmitur :  quas a corpore liber expertus unquam fuerat. Sin autem prolapfum animor  rum in uitia huiufcemodi defcenfu interpretari uolumus non multum diuer  fa ratio erit : Q_ua; enim res tanta ucloatate commilTum facinus confequb  tur quam fadi pernitentia. Q_u.r autem pernitet is Ane ludu effe non po#  teA. Adde quod confeientix Aim ulis affiduo purgatur neceÆ eA : Vrgent enim  illum a Aidux curx : qux ueluti ultrices furix poenas Aagiriorum feueriAune  extinguunt: uod quam dode quam eleganter quam expteÆ pofuetit lu'  urnalis quxfo recordamini. Exemplo enim inquit ille quocunip malo cotn*  mittitur ipA difplicct autori prima hxc eA ultio: quod feiudicenemo nocens  abfoluitur. Ac paulo poA; Nam fcoclus intra fc quicun^ cogitat ullum fadt  crimen habet. cedo A conata peregi perpetua anxietas nec menfx tempore cef  fat. lure igitur ultrices curx funt in ucAibulo poAtx : Nec mirabimur A paU  lentes habitent morbi oim Aoicorum acutiflimas argumentationes intelli^^  mus. Aiunt enim quemadmodum temperantia fedeat appetitiones: &cmcit  ut illx redx rationi pareant iconfcruat^ conAderata iudida mentis : Ac huic  inimicam intemperantiam eiTcieamcp omnem animi Aatum inflammare cd  turbare ac incitare : eoq; pado omnes ex ea perturbationes gigni. Nam ue»  luti cum fanguis in corpore corruptus eA: aut pituitabilis uere redundat  morbi xgrotationcr(p nafeuntur: Ac prauarum perturbationum diAotunta  animum fanitate fpoliat : uehementerep petturbat : ex perturbationibus ue»  ro morbi conAciuntur qux illi uocant : deinde xgrotationes   qux appellantur. Quapropter perturbatio quia inconAanter turbide^ fe iadant opiniones in motu femper cA. Verum cum iam huiufcemodi furor ac mentis concitatio inueterauerit : &tan  quam in uenis medullif^ infederit : tum exiAit motbus at^ xgrotatio.Na  cum ex falfa quadam opinione qux plus tribuat diuitiis quam tribuendum  At pecuniarum cupiditate inflammemur : nec adhibeatur continuo Socrati»  a quxdam medicina : qux cupiditatem extinguat manat illa in uenas efficit»  ^ cum morbum at^ atgrotationem quam auaritiam nuncupamus. Rede to Liber quartus   ^detn demorbis ut mibi uideris inquit Laurentius &|ad locum eiplicandum appoiitet Non enim philofophi folum / ut tu probe demondraui: Sed  et oratores BC poetx non corporis folum fed et animi fcpiflime morbos di«  eunt. Ergo ut morbos inquit Baptifta ad animum ita SC fene Autem reÆ refe  ternus. Nam cum ipfe adcmrobur<p mentis ueluti iuuentutem admireritt&  ignauia ac torpore quodam ueluti fenio tabefeit/ facile in uitia: ha;c autem  motsanimotum eS/ eum adere uidemus. Mala autem fuada fames quidnam  aliud quaauaritiadefignat: qua homines ad omne facinus impelluntur.' Q_ua;  nam enim res alia nobis fuadet aut iniuftilfimts bellis innoxios populos iacef  (iere I aut caidesiK rapinas exercere: aut inlatroaniis grafTati:aut uenena pa«  rate: aut fidem fallne: aut patriam at^ dues prodete:ni(i auri facta famesf  Quod quidem fi ita cft eodem quo<^ in loco erit ponenda turpis zgefias.Cii  cnim homines paupertatem: quam nemo fapiens turpem exifiimauit turpilTk  mam putent :eam^ ueluti fummum malum exhorreant /nihil repugnat: nui  Ius pudor obftat quin quo illam fugiant/ omnia uenalia habeant /nec abfunt  tembile suifuformzletum^ labof^: Namquialuccexulcsinhistcncbrisuer fiintur: nihil præter defidio fumooum quærunt: Nec meminerunt homines  adagendum ati^ fpeculandum natos nullum laborem/qui quidem honefta^  dadiunAusfitelfe fugiendum: De lato ucto fic accipe. Philosophi qui dt«  ca prudentis acquifitioncmuerfanturanimaduettunt corpus fi fociumad rem  agendam afiumatut maximo fibi eflie impedimento: Sensus cnim qui a.cor<  pore funt nihil in feueritatis: nihil fincen/utrcÆ dc his rebus iudiute uale«  ant in fe continent ; Ex quo fit ut animus fi illis ad inueftigandum utatnrtfzpe  dedpiatur:& illorum illecebris ebrius nihil ptofpiciat. Quapropter mentem  quam maxime pofliint a fenfibus: BC a corpore feuocant. Aic cnim in eo qui phe  don inferibitut Plato nos tum denii^ beatos futuros fi a corporeis abfirahamur:  ac deo fimiles reddamur. Hoc autem quid aliud qua mori effe dicemusrQ^ua  propter fijhuiufcemodi uiri dum uiuunt mori medicantur: uenientem nemor  tem illos trepidaturos cenftbis.''Stulti autem qui nihil przter corpus nouerut:  iniquifiimo animo illud difiblui patientur.ReÆ igitur is quem totiens nomi  no Plato [PLATONE] ut illos philosophos sic istos philosomatos appellat. Quz omnia ca  probe nofiet Maro non illas terribiles formas elfeifed uideri terribiles dixit.Re  fiquaueroquz enumerantur &fopor& mala mentis gaudia ac poftremo bcU luni/funz BC difeordia ad eandem rationem quicun^ uel mediocri ingenio uir  fuenc facile referet. Nam qui in uitio eft is tanquun fomnolentus ad omnem  honefiam rationem obtorpefeitrNe^ ullam uoluptatem nifide rebus turpi.»  bus capit. bellum autem ac difeordiam non modo cum aliis : fed fecum geritt  cum aliud libido aliud auatitia fibi uelit.Oefidia illum ad odum: ambitio uero  ad labores aduocet.Q_ua animi difira Aide ueluti furiis exagitatur.in ultimi au  tem deferiptione idem quod BC paulo fupra ofienderac pulcherrimo nuc ac om  nino poetico figmeco depigit. Ipfa enim in medio polita magnu fpariu occupat:  fhiAaautnulluprzbctifedfola umbra nosdeleAattfic turpe facinus ea no«  bisonditiquz nihil folidi habcatifiCquzcu magna uideant /nihil finttut phip    Ia.P.Virg.M.Mlego.   gii zfopi ncmplo telido corpore umbram fedemur > Q^uod eo quo^ ezprcC>  fius notat ciun addat in Hngulis frondibus (Togula inlidere fomnia: at^ ea  quidem uana: Nihil leuius/nihil mutabilius eft frondibus: Ea autem in quibus fummum bonum reponunt ftulti:& quorum gratia rapinas fraudesmul  taipalia flagitia patrant: ut honores diuitias ac reliqua alTequantur: in qua fot  tunastemeriute pofTta Ht/SCqua facile mutentur at^ defluant: nemo eft qui  ignoret: Q_uz etiamuanisfomniis uerilTime comparantur. Sunt eodem in  loco plurima monflra non temere polita: Nam (i ca monflra dicimus qux  przternaturx legem eueniunt/ eunda flagitia ueio nomine monflra appellax  buntur / cum pmer rationis legem qua lola homines fumus exoriantur.Me  fito autem Ixionis filii putantur centauri : nam ille contempta iuftitia abm«  pto^ humanitatis uinculo populos libetos iugo tyrannidis oppre(Tu:Qua^  propter eius cogitationes apnneipio aliquid humanitatis przferentes inim«  manitatemat^ eficriutemquandam tandem degenerant: Non infdte igitur  Plutarchus dimonflrat / huiufcemodi homines tanquam fimulachro uirtu»  tis adhzrentes/ nihil ITncerum/nihil tedum/fed mixta omnia at<p nota facere: Cum fuam quif^ uoluptatem fequatur/fummis petturbationibus ad fu*  os impetus delatus: Prolixior limqua rerum multitudo poflulat: 11 utran^  fcyllam profequar:in iift^ nimias cupiditates exprimi oftendam: nam Hy*  dra ad dolos fraudefi^ referti facile potcft.Fuit enim Hydra Platone tcllefo*  phiflaalidillimus: nam cuueri inuelligandi duplex modus fitpetuetas alter  alter pa fophiftiasrationeshydracauillofasatq} deceptricesargumentationes  ponimus: Cuius uno capite czfo plura renafeantur. Nam una confutata ratione ille fuis argutiis plurimos fubiungit. Hanc autem Hercules igne idefl  ingenii feruore extinguit.Nei^ eft quod et hoc inter monftra enumerandum  negesi Namut uera dialedica ab omnibus dodiflimisfummoperefemperap  probata eft t lic hanc captiofam grauilTimi femper uiti abhominati fuot : Chi meram aut ad iracundiam iGorgones ad uoluptatum illecebras/ quibus ftul*  d in faxum conuati iccirco dicuntur / quia nimis illas obftupefcunt.Prudca  tes uero et Palladis zgide 8i Mercurii gladio facile interimunt refetn quis no  uideat : Briarei autem ac reliquorum qui aduetfus deos bella gelferunt / fabu  lamrcdilfime interpretatur CICERONE (vedasi) /cum id nihil aliud lic qua bene monenti  naturz repugnate: Gerion uero 11 grzcum nomen interpreteris / terrz litem  exprimet. Lis autem zterna eft terrz id eft corporis aduerfus fpiritum.Ecitita  ^ Gerion pars elfccminatior animi a fenfibus ptofeda : quz in homine uitio  fo uniuerfz animz imperat. Q_uaproptet quoniam funt ttes animz par**  tes / tribus illum infulis impcralfe fabulantur : cuius canis iccirco biceps cfit  quia cupidiute llmul et timore laborat. His igitur monftris pettenefa*  dus ENEA uim parabat. At Sybilla hominem cotnmouefadens ea omnia  fimulachrauanacfleoftendit: llIa^ non ui fupcranda/fed radone cognolizn  da: cognita^ fugienda iubet. Poft huiufcemodi monftra ad Acherontem Si  cocytum deuenitunde quibus fluminibus Si 11 paulo fupta didum llt:ea tame  alia quadi tone ptofequamut.A cdcupilcentia nfa uelud a fonte manat aqua:  que ttygnu palude cffidt.Ne a concupifeentia primu j>uenit cogrtatio/drnide  adioquapeccamus: Achcronpo(lhzccoDatatiorfluuiusc(l:nain per cum tt*  ptimirur motusad dagitiarhic autem poft cogitationem excitatunNrqt prerer  rationem cft quod illum ingenti tumultu ferri Seneca dicat: Non entm poteft  animus Itnefirepitu reludantis confeientiz in facinus ferti:Q^uoniam autem  fauiufccmodi peccandi deliberatione uoluntas in uitium traniitsiccirco in hoc  flumine nauiculamnautamipponunt.Poftuero buiufcemodi tranlltum id au  tem cft poli peccatum/fequitur mceror/quem refert ipfa flyx.pollrrmo maior  ludus qui eft cocytus. Vt igitur ponatur ante oculos illa ut ita loquar} gradatioi primo loco eliconfcientiz motustfecundo deliberatio fu fapiendi flagitiit  poft hanc mæror ac demum maior ludus:primum ita^ ac tertium (lyx fignifi»  cat/f ecundum Acherontquattum cocytus. Sumopere me hzc deled.<nc inquit LAVRENTlVS. nerpme offendit quod eofdem fluuios nonaduna/fed ad  piares rationes ttanfFeras. Videmus enim et grauiflimosin nollra theologia lo  cosuariismodisadodilTimisuiris intcrprctari. Habes igiturdrfluminibus in  quit BAPTlSTA:Nunc quid libi Charon uelit/confiderandu cenfeorNara  portitor has horrendas aquas: et flumina feruat terribili fqualote charonicui  plunma mento Canicies inculta iacet.uerum ut res fuo ordine progrediatur/  non nautam folum: fed £Cniuem limul intcrprerabimurtSit igitur nauis uolu>  tas:licnautalibeteuoluntatisaibitriuni: Nauis lurfus cocoinfuum cu fumdi  ngitur.Hiceledionrm exprimittipra enim eiedionc libetum aibitrium uolun  tatem dirigit t Qoin U per uela eziefles incliuadones non erit abfurdum incel  Iigere: Nam quo czii inclinant/id libenter eligimusmili illis fefe ratio opponat:  cuius tanta uisell/ut etiam fyderibusdominetur.Pergrata hzc funt quz dicis  inquit LAVREntius. Video enim te chrillianorum dogma retinere: ut tamen  mathematicos oinonoirrideasiScdfequereobrecrotSenex cll chaio inquit bA  PTlSTA tqmaiali no tepore ut Platonici:quosfequic poeta/uolut dignitate  faltem et origine prior cil corpore. Adde qdzternacfl:zcemitate aut nthil ana  tiquius:Q_uaproptcr Si, arbitnu libetu in illis zternu:Sed auda deo uiridili^ fc  ncdustqanuquamdeficit.Ellaut terribili fqualore &ex humeris fordidustili  amidusdepcndet.Q_uz omnia ad corpus tediflime ni fallor referuncut : cor«  pus enim ucluti ueltimemum ellanimz: quod alfiduo mutatur ueterafeit: actz  dem tabefcit.Addit duplicem oculis flimmam:quia liberi cll arbitrii ad utmta  ucliiflcdi/dC ad rationis fulgotem/8t ad cupiditatum ardorem.non temere au  tcmncc tine exadilTima quadam ratione herebi nodifip flliusell Charon: Ce£  Iffcnim nox in nobis quz nihil aliud ell nili ipiz ten(brz/quz abinfeinapro  iieniut/nulla erit cofultatioe opus:mens enim fumu bonu perfpicue nofccrcta  &in illud line ulla dubitatione ferret .nuquam enim eligimus nccelTatia/ac fub  lata dubitatide ois confultatio celTat :Quapropter qui iam in tertio uirtutu gea  &erefunt:quas purgati animi appellani/ii prudentia in repe deledu no utunc' t  led przter ea quz lut uera bona nihil nouetutiea^ fola mtuent. Herebus igi  tur.quud uerbu grzce ab obfcuritate originem ducit:ita lefc rationi opponit  Utopuslit cofuitatioci (^uoniauao Cutmdd Keba}acmodeacccllarii&cota la .P.Virg.M.AIlego»   fuUc:opottuit bancuim ea libertate donatam clTerut aut de plutibua unum/aut  de uno <tt ne agendum pro fuo arbitrio deccrtut. Hoc (i itæfta gratia didtuc Charon«Nibil enim iibaius cft gratia cum fua fponteproueniattnon autem a  cuiufquam merito debcatur.Q_uaproptei cogi nullo pado uultsat(^ ea de au«  fa cum Æneam pet tacitum nemus ucnite uidetific prior alIoquitur:Q_uiiiquit  cs armatus qui noiha ad iimina tcdis/Fare age quid uenias idbinc et comprime  grclTum>Nam cum etiam rationem ad (c ucnire uideat liberum arbitri ums Non  ante illam admiære uult-quam difcutiat diligentius quid fibi agendu fit.Qua»  ptopter addiuNcc uero aladcm me Tum lætatus euntem accepilte lacu > quu ne  ad uirtutem quidem trahi uult liberum arbitrium. Verum antea confultat i Et  pofi confultarionem deledum adhibet. Quam quidem rem animaduettensff  billa; (Luimrubiicin Nuilxbci Dndiznccuimtelaferunt;&: ut appareat illum  con cogi/fcd per confuitatiomm peifuaderi aureum ramum oftcndittllleaute  ad uifam fapientiam libenter conuetticur: fiC de natura hadenus.Nauis uero a  czruleo colore confiatilile autem ex albo nigrocp conEcitur.Conteplator enim  inter iofeitiam at^ cognitionem uerfatur.Non enim mouetur quifpiam ad in»  ueftigandum luli aliquid uideat: Rurfus cum omnia in ea re uidcrit definit fpe  culari. Eadem fere ranone futilis hngitunperceptis enim percipienda adneditt  Si autem futilis &, timofa.Nam antea quam habeatur perfeda rerum cognitio/  non ctit ita perpetua rerum fenes/ ut nullum intermedium relinquat: Animas  uao quas ut Æneam recipiat e naui pellit:omnes animorum affedus qui ratio  ni aduerlantur interpretandas opinor. Sed uos fortafie nimis cutiofam nimir(^  ineptam huiurccmodi interpretationem exifiimabitisicum ita minute etiam tni  nmiaptofcquar. An tute cutiofum aut ifia minuta appellas inquit LAVRENTlVS: quxetiamli nimis ingeniofe elicienda el Tentidigna tamen funt io qui»  buscJaboresi Nuncuerocum fe ultro offerant/quis ea repudietr Q^uin igitur  ptofequetetfiC qyz difputationi noftrx quadrant ne przteri. At^ in pnmis quid  libi Cerberus uclit/nobis apeiiiNam &quod cymba gemuetitifiC quo drimofa  inultam paludem acceperit : ego nifi tu aliter fentias fic accipio/ut in altero fpeca  lationis diificultatemiin altero terrenarum uolupratum illecebras : qux furtim  dum uitia fpeculamut interfluunt/exprimere uolueritiPromptum pa immortalem deum ingenium/^ ad omnia uerfanle in te elTe uideo LA VTENTi in» quit bAPTlSTAtnei^ commodius ifia meintapretari potuiflie fateor: Ad cer  betu autem de quo audire cupis /paulo poftucniam:Interim pauca qux omi(<  fafunt/percutramus: Ad nautam omnes confluunt animxtomant^ pnmx  tranl Huuiumpottariitelt dunt^ manus tipz ulterioris amore: Hic iguur con»  curfushocut puto fignificatomnes natura fdre. cupimus: natura autem non  omnes admittit: quia liberum menns arbitrium non omnes ad.fpcculatiooe  adtmttit : nam quod in humatorum animx cenmm annos uagentutt de zgf*  ptiorumconfuctudinc tradum: 6c Seruius et Seneca affirmant i Q^uam rem  deinde Orpheus^ad inferos tranfiulit: Vehementer uero quadrat Palinurum  a fybilla feuere calbgari: nefas enim efi cum appetitum ad ueriinuefligatio»  bem ttaduccre/qui aducHiis rationem contumax fit r Sed redeo ad Ænca;^ at at 0  jlU, DI ii a a » 0 3 i i Liboguartuf   tat) jcm charon ad ahetam lipam iocolumetn traducit.Ipfd «tiim poft diutumu  catamen rationis Kappetttus in fpeculationtm tradudtur.Q_uo in loroaio^  uutn adunfus fc bellum cxdtari Tentit, Cerberus enim ha;c ingens latratu regna  tnfaud petfoiutaduerforecubans immanis in antro.Scd animaduerte qua par»  1)0 negodo omnia a Sybilla pacata reddanturrOffam enim latranri cani porngit  Qua uorata ille in fomnum inndit.Q_uaptoptet occupat zneas aditum cufto«  de (iepultotCerberum igitur ea fortalTe ratione tridpitem poetæ tradideruttguo*  biam illum terram gux trifanam diuiditur /interpretantur. dicuntcp grzce  quali Omnia enim corpora uoratterra:quado quidem io ea omnia reddunt.Si i^‘tut terra eft cerberus : quis non uideat porta  noflrum per cciberi latratus noftri corporis indigentiam exprimere uoIuifTe. Cu  enim ad rerum magnarum cognitionem eriginiunhoc profedo agimustut men  tem quoad dus fieri potefi a fenfibus reucKemusremoritp dircamustnon tamen  ex buiulcemodi mortis comentarione intereat corpus neerfle putestred cft illius  ratio babenda.Reclamat enim ne fibi neceflaria fubnahastlnmrgit^ trifaud lar  ttam.Tribus enim rebus indiget dbo potu ac fomnotin quibus nifi fatis illi a no  bis fiat adeo obflrepct/ut nihil egregium meditari (inat. Cuamobrem nullo par  donegligenda e(l cura corporisrlimplicitcr tamen modelle ac omnino fobrie/re  fidendumtut cum laboribus ruperetTepoflit: nimio tamen luxu contumax adr  uerfus animum non reddaturtpaucis enim natura contenta eft : at<p ea huiufcer  modi funt/ut fine labore: fine fumptu facile comparentur. Nam ne fortafte ad ea  re me te reuocare ardas quibus Ginicus cotctuscfti^oflincuicmdumolusnul 10 etiam lalecoditum fuauilTimas epulas prxbere pofnttaudi ea quibus uolupta*  tum patronus Epicurus acquiefdt :Num ipfe minus uiliflimo panno:quam aut  purpurea aut ccKdna ucfte a frigore defendi rxiftimat.nu fitim nifi chio aut æte   11 uinoatinguitnum famem nifi exquiritiflimisregiin^ dapibus fedari pofte pu  tat: Epicurus inquam qui in corporis uoluptatefummum bonum ponit nullu  aliud pulmentum in coenaptzta famem ac fitim quzfiuit : quem etiam legimP  ad panem raro quicquam prztn cafeum addere folitum.Ficedulas autem ac par  Uoncsreliqua(| ilb flagitia quz et Maaobius in pontificalibus Tuorum tempope  ccenisdeteiiaturt&nosno ftratempeftatein romanorum przfulum dipibus fir  nefumma indignatione ac gemitu meminifte non poflumus ueluti pemitiofilTi  mamonftra exhorrebat: Qua quidem in te ego terni LAVRENTI ficut inc zr teris temperantiz partibus iumma laude dignum puto;Nam przter id quod plu  timos iamannos utiunfiurarum articulorum dolores efFugias:uinum non bi bis nonne pro miraculo haberi poteft/ut tu in tanta mum omnium affluentia: in tanto urbis noftrz luxutin frequentibus lautiflimir^proptaalTiduashofpita  liutcs BC æbra fodalitia tuz domus conuiuiis nihil intuum uidum nifi fimplex  ac populare fumas: Q_uzdum cogito redeunt mihi ad memoriam ea quo quzdeFederico Vrbinatumprindpcnon folum audiui:fed etiam propter antir  quumhofpitiumfl Cueteremamidtia fzpiflimeuidi:Inquoduce et fiplurimz  aliz^ ea magnitudine uirtutes elucefcant/ut ueluti folis radiis minora fydera  Oiancfcunt t ita hzc illatum fplendote obruatuntamen quis non obftupefcat ta    Id.P. Virg.M.AlIego;   tiu Meorinaum acrobrirtitf modicamincaftrisubiuJrtrolrt   Wtn f*t« inopia nullu inter fumtnfi duce ac extremos lyxas et alones d.(c^«,  elTe patn tfed domi quocj ac in aulatin qua cu ota ornamenta pana  fefe offerantmec uiq aut liberalitas/autmagnificeoa defideret s tamc difcubent*  illo nulli aut palalaSo aut nometano/fed Bi philofopho et oraton ocw relin^  tur.lpfe enim a primis annis uini prciflT.mus fuiticuius ufum paulatim inteitendo eo progtelTus eft/ut iam diu illud omiferit/nemo eQ qm communioni   epulis/nerao qui fimplidoribus uefcatur/quibus dum corpons U.TO r  fiaui(rimisinterimd Wu«o™“‘l'fP»°"J'l?“perfipefii dum lingulis annis ualitudinis oaanduj raufa romanos aumnmos Sfugiensadillum diuertor:uidearmihia Sardanapall.c«rn.sm AIano.conu.-   uium inddiffe/K ad aliquem foaaticum hofpitem deueniftim quo pnfc* con.  tinentix ueftigia tam uehementer me deledat/quamm notoojir hominum qui  rubris nigrifqj galeris:ac niueis riciniis totius fanditatis doannam phtent luxm  lafciuiam exaritat.Pudet enim pudet mi Uurenti pigetip noftroju «orumm m  totius rei publicx chriftianx curiam in qua integra religione maximaij dodnia  nonnullos optimos patres K tanto fenatu dignos elTe non negaueom/iis homu  nibus aditum quotidie patere uideamiquos ego tunc demum fenatorium ordi.  nem romx iure obtinere cenferem/li Heliogabalus ib inferis redudus rurfusim  peraret. Verum cu hxcme alio in loco deploralTe meminenm agamus quod iltat.  AtcB naturam noftram minimis cotetam effe intelligamus.Q_uod cu expnmere   cupet Maro Sybillam quxueradodhinæft inducit offam in qua et andu 8Cb^   mefcens fimul alimetum fit/Cerbero porrigetem/qua faale et fihm? I*'   det:& in fomnu inddat.Aureu pfedo prxceptu.Nam qui aut Uutiflimis epulis  corpori indulgetiaut uaria uina exqrit ipfa crapula at(j ebrietate « c^us contu  max fibi reddit/8J animi aciem ita hcbetat/ut nihil altu fufpicere poflit. Upt^  quidem funt ifta qux dids inqt LAVRENTlVS. Verum de Cerberonon idem  TOCtas omnes fentire uideoiMaro enim eum canem ita latratem inducit/ut non  egredi fed ingredi cupientibus aduerfet":cuius qdem rei rationem optime a te ex  Mfitam effe intelligo. Nam huiufcemodi corporis indigentia non iis allatrat qui  corpus curadum redeutifed iis qui illo negUao ad ueri cognitione £0“«“^  ItacK ut dixi ego qd Maro fibiuelit plane tenere uideot; Veru cum apud Heli»  dum poetam ut te non fugit nobiliflimum legerim Cerberum uenieti busauda  auribufm blandiriiExire ucro nemine patiiln infidiis enim delitefcesjqucmcua  extra ianuam offendatiftatim morfu laniat s no intelligo quo nam modo hxcoi  no inter fe diuctfa non fint nifi fortaffe alium ad inferos defccfum  um Maro exprimere uoluerit.Ingeniofe tu quidem inquit ®  dit enim ad infaos xneasiqa in uitiopr cognitione tcdit:Q_uod fi ita eu ingit™  enti aduerfabic Cerberusrodit enim hxc corpusiFac aut aliu no ut imU nan^  cognofcat inferos petereifed in ipfa uitia labi auribus 8i cauda bladiet Cnbe^  qppe qui illu ingredi cupiatiNam qd aliud moliunt' iquid aliud conant perd»  boies nifi ut tridpitisbelluac non folii indigeti* fatiffadatifed oes uoluptates  plcanuQ^uod fi ide ifti nonunq pdita uita reliqua «id enim eft infaos egteoi* - >4^».Liba guam»   tcnctit tuc latrat tunr mordtt canis.Rrde igtt'’ addubitaftt.Rrdt us aut dubitatio  orm fuluifii.brd ut ad Maronis cci bttutn rrdcam facile ille (imp KnlTtnis rpuHs  arquieuits Acneasautnn celer ripam cuaditsNon enim lente K cum fegritie bacc  adtunda funcfcd omni contentione at<]t ardore captiTcnda. Qucniam autor do in rebus huiufccmodi cft ut primo uitia cognolcanf. Cognita deinde effuga»  lunut pofirtmo illis purgati rerum diuinatum in quibus fummumbrnum con  fidit idonei contemplatores eifiriamur/erat illi totius bumanz uitz curfus mrn<  te repetendus/ut peripicuc intelligeret no folum quato fe fcelere adnngit qui no  biliore fui parte neglcda in uno corpore:& in iis qux a corpore fum uoluptatib?  fpem omnem reponunt. Veium etiam quata miferia opptimanf. Earo enim uir  tutum armis quibus folis uidenes euadne potuilTi nt penitus exuti nudelilTimis  fortunzidibus nudos fefe obticiunt/& ut ca»era aduerfa/qux innumera quoti«  die æddunt omittam /mortem ipfara qux lingulis borarum momentis impedet  uelub lummum omnium maloium rxlKHret.Q_ui quidem matus enam Ii nui  la alia ptutbanone adiaans ipfe unus nos nunq refpirare linit.Quaprnpter hac  iirpeipfosmfantesin pnmo uitz limine petere oftedit.Hac et in fontibus p uim  mferri edocet. Hac et libi iplis eos afferre demonfiratiqui adeo imbecillo animo  fimt/ut grauilTimis quibufdam ptutbationibus fe pares gerere nequeat. Qux q dem omnia diUgenter intuens xneas decernit tadem hoc in primis fapienti prx«  fiandum elTe ut culpa uacet/mortem autem ipfam inter naturx munera eoumc  ret/cum cz ea no folum nihil mali nobis id eft animis noftris eueni» / fed contra  fummum bonum/quonia a tam tetro carcercfoluti in noftram nanira rcdeam5.  Qua qdem ratione faceti cogemur amice at<^ indulgentet cu illis efle adum qui  antea ad buUifcemodi miferiis erepti Itnt/quam in casinciderint diuind omni  nomunus illudincIcobim/ttbito Dcalunonecollatumtquipfofuma in ipfam  deam arqi in matrem pietate moetemcofecuti fint/Cxtenlt^ omnibus natienb  bus ac populis fapietiotescl Te traufosputabimus/ii enim populi in thracia funt  qui fuorum onum multis lachrimis ac lamentationibus excipiunttquot mala il«  hsin uica cucnmra line enumerares. Obitum uero omni genere lattitix fcquua  tur.Cogitant enim quot erunisq uariisgrauibufip fortunx cafibus morte libera  ti fint.Huiufcetoodi igitur rationibus paulanm xneas moetum mortis deponit:  Quin fi aur fe aut quempiam bonum uiium fupplicio morte ue per fummaiiv  iuiiam peti uidcbit non duliilHme ur Xanthippe illa de (bcrate falrc merenti hoc  cucnitetdicet.Scd quod uetumefferapientes norunt Ihilti uero negant a nrmi ne nifi a fe ipfo quenq Izdi polTc affirmabitmetp quicq quod turpitudine careac  in malis cuumerabiti^uin Kfoaatica argumentatione couincctquicuipiniue  fiecrudeliterip in aiiuiu «gerit non illum fed fcipfum iniuria alficere.Eos autem  omni odio infcdandosducct/qui animum immortalem fiuptr natura itaro bulium/ut humana omnia contencre polTit adeo fua ftulttria enenuuerittadeo £ taua confuetudinc imbecillum reddittut famineo amore incefus in eum pau»  tim furorem ptolapfus fittut fibi ipfc manus atruleritiK morte q fummum tC> fetnalum putabatiid quo urgebatur malum effugere tentauerit. Qua quidem  in te pnmum ignauiam ai<f incttiam cotum damnat:quia fua culp in eum Lbt   o ii    In.P.V;rg.MtAIkgo. dinofum atnortin inciderint quem Plato ab humani» morbis natum affirmat:  quoniam illi eofoli afficiant qui uentri ac fomno dediti: et diuinitate fua quam  aroris denlis tenebris obrui pemuferut penitus obliti nihil præter caduca : et aut  morbo aut ætate cito perituram corporis fortnaih reTpidunn Quamobrem bis  pcccant. Nam 8C a principio Tuo deiidioro ocio ac libidinofa lafduia effedum e(l  ut in rem follidtudine plenam inciderint. Deinde cum morbum fua culpa cotn  dum diutius pati ncqueant:fumma fc impietate afttingunt qui a fummo deo in  coipus ueluti in cuftodiam mifii in iuflu ipiius illud deferunt.Specula^ poii bax  extremam eorum hominum inlaniam/qui cum perfummam iuffitiam intrati/  quillo fccuro^ odo degere poflient/per fummara tame inturiam ac impietate pa  cem pcrturbare/ac omnia mifcere maluerut. Nam aut nulb iniuria affedi ipfi ul  tto auatitia ambitione ueimpulfi ferto igni fraude nihil tale merentes laceiletut/  aut ipii lacelTiti nihil de iure quod hominis pprium eft difeeptantes ad uim qux  faamm ed fe contulerunt: Hinc genus humanum cui pa edeordiam in fummo  odo uiuere licuaat affiduo mifccri uidcmusiHinc multarum regionum popula  dones fiC infinito;: mortalium catdes oriri aiaduertimusmt cum undi quzeu^  nobis calamitates eueniut colligerimus:nulla homini q homo acerbior pedis in.>  ueniat : Vides igit q exada lapietia hasc oia poeticis ligmetis exponantur.  quidem quoniam huiufccmodi clVe animaduertit/ut et cum fcelæ dant/ fit po£ fint etiam uido carere/placuit ut una ac limplid cdmunit^ uia irecur.Cum autea  Deipheebo iam difccirum fuerit/quonia eam iam fefc contcplanda offerut / quz  aut penitus flagitiofa (int/aut pcul ab omni fcelæ folam uittutem continet du  plicem iam efle uiam oportetrut altera in itnidram ad ui tia defledaturcAltera uf  to indutt^tnaduirmtesdcueniat^Hociglt inquit LAVRENTIVS fitPytba  goram illum exprimac uoluiife acdiderimtqui littaam yadinuenit. Quod no  latuit Perfiuspoeta/cuius cdillud.Et uitz nefeiusenor C5eduxit trepidas ramola  incompita mentes» Ifrhuc ipfum inquit BAPTlSTA.Sed uideamus quzfequa/tur. Æneas fub rupe (inidra mcenia iata uidet triplid circudata muto, fetifica p/  fcdu tartarotum defcriptio.Locus enim exprimendus iam edin quo uarialole/  ta puniantut. Hzc grzci tartara ab eo quod ed tarattiiid enim cd pettutbatetex p  turbationibus enim uitia oriunc .‘cademi^ paturbatam femper peccatoris meo»  tem tencntilnduduntur autem triplici muroiquia non una ac fimplid uia fcd tri  plia peccamus.ptimo enim quodam folo animi motu ab deprauata uoldtatc fce  Ius condpimus.Secundo deinceps loco accedit adus.Qui podtetno iteeum at/  iterum muItoticnf(^ repetitus habitum obdudt.Q^uamobrcmhzctria in tat  taris iure expreflit poaa quz procul a uiro beato edic tedatur laaoruffl cartniiid  uates.Ille enim fiatim a principio dc ordif. Beatus uir/qui non abiit in condlio i  piotum.Videsiammotum primumanimi adrcclus.Ocindc fit in uia pacatora  non dctit. Quid enim aliud uia cd nid ipfa adioreitquz depius repaita nd am  piius in motu ed:fed iam fedcmdbi ponit fit redda in habitu iam coadabilito. Rcde igit fit in cathedra pedilentiz non fcdit.Quod autem flammifluo phlege  thontbis flumine tartara ambiant" :minimc abfurde dixit. Odendit enim aidp/  cem itacundiz: fit arumotum zdus quibus id hominum genus alGduo torretuta Tantum fnim tH uittoruu odium/ut et qui illis delcdati lutif tandftn pcraitoi  tiamdcdudi uitaniprattcTitan]datnncnt:urhcinrntn(^ oderim i fibi uno ipfia ætnime iraiiantur. Nam tu donum cblTes tranfifTc dies luretn palufttttn: Ca  ptiui tamen unico habitus dnnui inuiti trahuntur at(^ ira furore^ exeduntur. Quapfciptcr tapidus flammis ambit torrentibus omnis t Tartareus phlegethon. Nulla cnun fomax/nulb fabrorum oflirina magis exxfluat quam feeleratorum  mens Nam Taxa a flumine contorta oflendunt quam graues quam molefli flnt  buiufccmodi motus ati^ «agitationes. Addit ad ba;c portam munitifilma fit foli  do adamante columnas: quibus locum ita munitum redditiut net^uirorumne czluolarum ui efitingi poflit. Quid ergo flbi uult dodiffimus uir: Nempe  hoc ut puto uiros flagitiofos ac permtos cum in tartara deuenerint. Id autem est cutn longo habitu fcclaum mancipia cfFcdi fint/nullis uirorum monitisi nullis diuinis ptxccptiss nulla deniipfyderum clemmtiainde eripi pofleiQ^uaprcs'  pter iute tales homines fit larini perditos it grxd afotos appellant.Erit igitur in quit LAVRENTlVS amifliim in illis liberum mentis arbitrium ut fit fl uelint  aduirtutem redire nequeant. Video fit in hoc ingenii tui acumen inquit BAPTi  bTA. Nam breui interrogatiuncula illa omniaconcitafli: quz a grauiflimis phr  lofophis de uoluntario dem inuoluntario quzri folent. ua quidem in re no solum ingenium laudo/ redconfilium quotp uehrmenter approbo .Nam cum  multa liefe tibi offerant tquzfloc cuiufquam auxilio ipfe tibi foluere polTis/ea  tamen ab alio dici mauis/ut fit raodeftizquod nihil tibi arroges: fit igmiiquod  prudenter interroges flmul laudem feras. Verum facile ita huic loco occurretur  li dicemus non uoluiife poetam ineuitabilem neceflitatrm/red eam difficultate quz impoflibilitati proxima (it demonflrare.Sed fac etiam(^(T placet)omnrtn ex cidendi facultatem adimere. Non tamen dicemus flagitia quz committunt in^  uoluntariacffe.quando illorum principium uoluntaiium ruit. Nouitenimin#  continens peccate curo adulterium committit: potefl^abflinerefi uult. Peccat  igitur uolcDS donecafliduishuiufcemodi deprauatis adionibiTs eo perueniat/ut  contrada iam intemperantia etiam fi uelit abfhnerc non poffit/non tamen inui.'  tus dicetur peccaffe/quamuis tunc nolit quoniam licuerat a principio/modo uo  luiffet in firmum illum intemperantiz habitum non deuenireK^ uaproprer no  magis inuituspeccaffe dicetur/q qui fua fponte in quempiam lapidem iaciat de^  inde pOEnitcntiadudusteuocatetfipoffet lapidem : qui per ærem fertur quoni  amnoUer hominem ferire. Ferit igitur fi! bene uolens : quoniam initium a fua  uoluntatc fuit. Sed hzclatiusapud Ariflotelem in libro de moribus difputata  inuenies. Itatp redeo ad zneam : qui ut uides urbem ipfam non ihgredit. Nam  qui uitiafpeculanmrnon uniantur interuitia .lllorumuerouimat^ naturam  a S)rbilla(^nam eunda edocet dodrina^penitus intelligit. Procul tamen in limi  ne Tyfiphonem uidet.ponit igitur furias in limine tartari/de quib^plzra<]p quz  a poetis finguntur uelutinotiffima omittam. Plane aurem conflat placuiffe pri  (as foiptonbus quicuni^ maiori flagidofeobflrinxetint a furiis uexari t ut in  Horcfhs Alcmconifi^ matricidio uidemus. Quo in loco quidnam aliud expri  tount furiz : nifi inquietudinem æpotius uexationem quandam turbulentif In.P.Virg.M.AUego. Narorima hxttd uluo quod fe ludia neroonoanaabfolmtur. VtminU  cts/ut mdida/ ut d«d<cus/ ut infamiam effugias ; nemo uident : nemo a^ienfc   Q uitcftisdtaripolTitadcfttamen Sp& confciennaiquxu “*8«* Sicium rapit. |au.ff.mum tcftimonium dior i comnncjt ^am «jb cod,; U^uenaled.fc  ilU flacellai hi fcrpentum moifus quibus fun* nos «agitant. Habes de tun t S aurem Ufcelera. at, V «auilf.ma«iftunt a principio enumexat. Impietatem in  S in homincs.Nam et tianiam prolem   flurni naulo ante dicebam / confæntix cruciatum dodioreinterpretantu^ ?e enm ueluti Ceuiffmus fcelcrum uindearqux flagitio obnoxujU^ i^  na affiduo nmarur: et dum commilli in mentem  dia corrodit /curafm afliduo excitat /nec eefpirandi fpanum  ueroK fxioncm tyrannidis exemplar effe uuir/quo Upfura cadenti imminet affimiUs: Nunquam enim fine pe^ione uiuunt. (^uod et Dionyfius ille iyracufanus Uamodi tamilun  L illum beanffimum putanti probe oftendit / cum illam ita int«   ^s epulas ac pretiofa unguenta coliocaflct /ur umen metu   fupta caput equina feta pendentis nulla poffet uoluptate a la.   mSlto rnelius\ofcunt h^ines quam detur modo impeni acquirendi fa tasttuitate fciant.Ncc ueto diffiale eft intelligne quid ftbi te ora paratx regifico luxu; cur furiatum maxima luxta   ptohil^t contmgæ menfas ; Neq, emm uerius neq, «prelf.us   Le potuittqux in eam homines dementiam protrabit/ut cumpluniM^   geffeS/tum maxime fame per, re malint quam congefta   fe et pulchre Orarius Tantalo illos comptat / qui apud in miiima aquarum pomotumtp copia fm fame^ torqueatur. Pulchre em   am^ illud tCongefiis undiq, Ciccis indormis inhians et tanq^uain   SI coceti* j pidi» unquam gaudete ubellis. Magna ptofedo nutn da qw non norunt harum rerum poffelTioncm non propter fe   ntef illatum ufum.6 uapropttrbonailia nontede/uuliaautemtecteappmus. Sed nimis mulu quando multis iamin locis de auanua diximus /i deliqua uidcamu* : Saxum enim ingens ii uoluum i. Quotum uiu per Itm  mam mftriamin eo uerfaturiutCcmpcr ea prtantitamohn “ir ««/qux aut nativam aut fortunam suam confbtuu efficere nequeant i o^el^ eoii«  conatus irtiti mefficacefij fint.Rourum uao udus dettndi pendere nmw‘ Kdicuntur.quinibilranonefiiconfilM) ptzuidcnteiinihil P‘“^,  deo fe fortunx conimittilnt/ut eius cafibusuelun inter eutyp fludibus ucw  affiduo totentur. ne« uittutem ullam habent in quatn ueluu in tutum ttanq him potturo W^tteapoepofli Bu Huiufcemodiigitutu Ut tactchqnaquxpItt r- Liber guaitiu  rimi uaria^ fuot edocet Æneam Sybilla / dodum^ flattci ut feiUis «pii>  ct admonet: ut punis campos clyfios ingredi poflit. ms igitur Matontm  a Platonis dogmate difcedcrc diat. lllc enim cumfummum bonum in di'  uinarumtetum cognitione pofuiiretiproptetea^ ccnittctomniuuiuium gr^  nete excellere cum opottæ : qui cum Iit futurus beatus / tamen ab iis in<  dpiendum cITc oftcndit qua: Ant in uiu et moribus poliiz. Cum enim dv  uioa / quæ puriflima 6i ab omni labe corporea impolluta lunt impurus nr-<  mo attingere ualeatt pcrhuiufccmodi uirtutes expiemur neccire cU/ illis ctjita  tL uitia cogDolicimust SC cognita abhominamunat puiilliau ndiu i.xlo^  fiia ac immortalia egredi poAumusiHac igitur ratione iinpuilus Maio cum  ad tummum bonum perducæ honunem uelitt ira Acnram iiiflicuendum  curati ut primo uitia omnia edoceat/ deinde illis cum opiaium ad campos  clyAos perducat. Cognita enim uitiorum turpitudine totum odium  Boa inepuiquz quidem prima omnino lapientia cft. Audirus cnim ad il«  km/cA,ut fiulritia careamus. Sed tu nefcioquid mirabundus tecum animo  ooluisiifibuc ipfnm inquit LAVRENT1VS. Stduide.quantum tibi extua  diTputationc debeam. Dum cnim mihi planum icddeie Maronem ttnusi  id^ efficis eodem tempore in noAri duis diuinum poema induds. Nunc enim demum pcrfpido quid Abi uclit Oanihcs qui piimum ad inferos descendattat^ inde emergens, nullam aliam uiamniA pcrpurgato iialocaadca;  Ium inucniat : Made uiitutis adolcfccns inquit liAPTlSTAi qui non ea ib  lumquz dicam Si A diffidlia Ant facile acapias. Seu quadam Aaulitudiueou  dusinde ad alia accedas/ut cum ilk maximam laudem ex diiigcntiilin<a quadam ingenii atrihd^ plena imitatione alVccutus At : tu quoqi uuuciedio  acm laudem mcrcaris.qui bzc omnia/quanquam uebemcutcr dilliuiuJata lint  in illo poeta rccognofcas. Ego uero inquit.L. quantum cx huc merear ipfciu«  dicabis tqtianquam ueriorne nimio in me amureiaplus noAiutnlioc ingcnk  um longe pluru facias/ qua oportet.iliud tamen Si A alicnuni a ptopolito fcf<t  mone uideatur/non omittam .Tu autem quod dicam ea laiiunc amc dida  ædas ueliin / non ut meum ueluti decretum in tanta icponam / fed ut iudtci'  iitntuum quod ego onmium reliquorum ludicioaotcponomcu uerbis elici  am • Ego a prima pene puetma cx uiaufqi patentis m Aituio adeo famibate uni  uctfum opusAorentim poecz mihi reddidi / ut pauci omnino Ant in eu lod  quos ego Aquando illi huiufecmudi oblcdamcntt gciius rcquitcter.t/ non fa«  cilc ad uubum exprimerem. Sed quid poteram puer ex um dtumo uacc ptet  maa uerba pcteipcre.Nunc autem cum uniuetfum rci argurocniu mciice peu  curro tumma admirauone cius uiii ingenium ptofequor.Na oi lu upexe fuo te  xendo pauca onuiino Ala de uirgiliaiu teia mutuari uideac ttameii mde oia pe  ne Ant.l uiobtcmnuncnd demum inteiligo/quod nos cx Cict-roms peepto  Izpenufflcco Lidinus admonete folct cc in aliquo imitadu diligctcm oino u* dooe adhibcnda.Nci^ enim id agendum uri idem funus qui fuut miquos imi  tamut.Scd cotum ita iimilcs : ut ipla Amilitudo uix illa quidem neq oiA a do  dia iatcUigauit.Sed tu A uidetut ad inceptum tedi. Cum igitut inquit. et la.P .Virg. M. Allcgo. omnibus iam uidis expiatum Æneam ad eamm rerum cognitionem Mato  deduAurus elTettqua; in casiis funt noncxlum fed elyfios ampos nominat. Miro profedo ingenio u3tes/& qui eodem tempore et figmento fu o Kuerita  tiin(eruiat:Nam& (i apud inferos poetarum more heroas relcgalTct i tamen  nt hzc omnia de czio ilium fentire animaduertamus largiorem ztherem: ac fuum folem fua^ fydera illis tribuit / ut cum a figmento nufquam difcedat  philofophizumen ucritatem profequatur. Nos autem (i quos uirosilleincz  ios reponat diligentius confiderabimusiea omnia quz primo difputationis die  de utroi^uitz genere a nobis erporiiafunt acubflime ilium elTe complexum  animaduertemus / ut K qui in rerum cognitione reIigiofe/8; qui in adionu  bus ac uitaduiliiufte uafati Hnt digni omnino exiftant: qui in czlumuelu«  ti in originem fuam redeant i Q_uapropter BC Orpheum Si Mufeum ac reliquos qui cafti fuerunt facerdotes : qui phoebo digna locuti uerum reliquis ape  rite potueruntsqui uaharum aitiu inuentioneuitam cxcultiorem reddiderunt  tanquam fpeculatores cotnmemorat. Nei^ tamen eosobmittit qui aut piisar<  mis aut confilio opera induftriaat audoritate rem publicam dcfendcruntiK  in duiliacfocialiuita ueifati funt.Huiufcemodi ita animos ab omni corporea contagione expiatos cum fimplidlfimz 8C omnino incorporez naturas  fint: SC maximarum rerum capaces exiftant mullis locorum anguftiis arcuferi  ptos nullis regionum terminis inclufos eum animaduettac sed liberrime per omnes mundi oras uagareuideat: ita Mufeum loquentem indudt: ut often. dat nulli e(fe certam domum Quin et cum ita fenoit quz gratia cunumiarmo  rum^uiuis fuit quz cura nitentes pafcere equus eadem fequitur tellure repo  flos, demonfkat non clTe fcimroemoremeotu quz et divinus Plato t placo,  nicus CICERONE de animis noftrisfentit.Cenfent emm adminift ratores terum.p. cum in czium recepti fuerint regendorum hominum curam non deponere.  Net^folumii quiiuflepieqt uixerunt eodem audore iifdcm (ludiis detinen. tur corpore exuti t quibus dum uita manebat deledabantur: Verum llagttio.  forum quotp animi quoniam multum ex fordibus quibus intta corpora fe  fadauerunt/ fecum inde trahunt a prilhnis curis difcederc nequeunt. Vidt«  ftis ni fallor longum quidem iter ac difficultatibus erroribufi^ plenum: fed  quo tandem uir uirtutis amator finem diu concupitum attigent. Per uari.  05 enimcafus pertot diferimina rerum initaliam tendam s OC in quietas f&.  des deuenit Æneas. Quem quidem fi imitabimur nos corporeis pedibus  liberati / SC nitido uirtutum fonte irrigari eodem uitz genere SC dum intra  hzc corpora uerfabuntur animi nofiri gaudebimus /& cum inde uoiucrint  innoftram originem reuerfi zterno zuo fruemur. Q uz cum ita a BAPTi.STA dida fuilTcnt : ut difputationi finem impofuiffe uideretur/nihil polfutn  inquit LAVRENTIVS in ram longo fetmone defiderare.Nam a principio ad  hunc uf^ locum ita perpetuo tenore difputatio perduda edtut nihil aut inter*  niptu/aut diuulfum/aut ptzcipicatu t in quu inter mediu aliquod rclidn omif  fum ue fit qri poffu.Sut eni oia mirabili fetie colligata/& eo ordiecotextaiut ni  hil inde demi pofTintiquin quz tcliquutur manca fmt futuraiK nihil addi qrf  J M M S IJ i J i-S rg.§S l-l 1 t-i t 1 1^4"S fi-lltt  quidem 6 ab/it /multopere requlreudu uideat. Ignoscens tamen nimiz cupidi  tari no(trz/ri td nunc rcquiram:quod cu uehementer mihi planum reddi cupii  idne^badcnusateez porituintclligisnc locuinquo deinceps exponi poflit  teKdu uidei:Ezpefiabam enim non modo fufpenfo uerum etiam anxio animo quid tu de iis fenrircsrquz furpiciens Anchifes fuo ordine pandit. T u ueto dum  rcbqua inter dirputandum fuis quz^ lods difiribuis/illa no ueluti familiaria io  iufteeiedarfcdtanqua aliena rine ulla iniuria czclufa procul a tua difputatione  amouifti. Qua propter incertus fum quid agam:Nam ne audeo te longa ora rione defatigatum quicquaprztercarogareme is quz fcire cupio zquo aiu^  mopoilu carere. Hic arridens BAPTISTA meminiife inquit te oportet o Lau  miri nos huiufcemodi terminis aniuetram quzfiionem drcurcripiifre : ut quz  ambagibus quibufdam/atip allegoriz figmentis obfcurata effent aperienda pro  poncremusim autem ea tequins quz fuis uerbis fine ullo figmento enarramr. Ego tamen non ita exada ratione tecum agam/utquodexpado debetur/id fo  Ium enumerem t Sed prauerid gratis aliquid in ea hbcraliiatc accedere uolo : Id  igitur quod Maro ut Principio czlum ac tenasicampofcp liquentes. Lucentenv  ^globum lanzritania^a(ha:Spiritus intus alit : huiufcemodi eri utftoicora  de diis opinionem refetat:Longum effe fi nunc omnium antiquorum philosophorum de diis immortalibus sententias referam. Q^uz quidem tam diuetfx  ta^ inter fe aduerfz funt/ut totidem pene reperiantur/quot funt eorum qui feri  pfciuntcapita: Nonenimfingulzfolumfamilizfingulas fmccrias excogitari. Sed fzpe inter fe eiufdem fedz uiri uehementer de re ipfa diffentiunt. Verum ut  reliqua ad przfcnsmiffa faciam et ad ea quz przfenti inquifitioni confentanca  funt deucniam:plzri^ ffoicotum:fed przfertim eorum princeps Zeno universum mundi globum mentem et ratione & fummafapientiaprzdita habere æ«  didaunt /eam esse ignem quendam purissimum ac tenuimmu. At ueluti ani  mi noftri per fui corporis particulas oes diffunduntur/ita illu per oia mundi me  bta ueluti geniule femen unde eunda procreantur penetrarciquippe qoi uigot  fcmeni^ fit omniu procreandorum. Virgilius igitur qua uis ui reliquis a Platone  fuo nunqua difcedat tamc cum uidiffet Chiylippu in eo quem de natura deope limpfic libro Orphei mufd Hefiodi at^ Homeri fabellas ita interpretari ut ide  prifcosolim poetas fenliffeconeturoftendereiquod multis pofiea annis (loici  fenferuntifbtuithacinreneab iis poetis quorum fimilis effe cupiebat diftiml> Iis putaretur ipse PORTICUM fulcire ac floicis adhauere.Na Platonis longe alia  fententia eff. Ponit enim deu penitus incorporeum:at^ extia omnem materia  omnem mundum inipfoczlidorfo exiflentem. Qua propteeillu hypcrcof  mlon appellatiquoniam eifentia sua supra cxli uerricem mancaticum tamen ui ac providentia nufquam abfit.fed omnia circufpiciens etiam minima curet.In  phzdro enim ait. Magnus in czio lupiter citans alatum curtum inccditJ^mua  exoinanscunda.Eodem in libro demonftrat locum illum neminem adhuc  laudaiTe poetaiummec unquam pro dignitate laudaturum.Q^uaroobrem cum  Platonici deum eztta mundum ponantiquibus etiam Ariflotelici alfentiuntutt Stoici aut illu per omne ut dixi mundum diffundat, qs no uiderit Virgilium /i in. P. VIRGILIO (vedasi) W. AII fgo. cutn dcutn quctn in potticu uiderat dcfcriplii Tcnnimorip noftros illius partica  bs elfe a Chrjiippo acccpilTe.Cu autem prouidcntiam dci multis in loas prafe quatutinufquara a Phtune difcedit. Non enim idem omnes rendum.Quzras  fottaUe quid de mundo sentiat PLATO [PLATONE]. Ccufet quidem animam eu babcrc/a qua reliquorum animantium animz (int. bominum autem animos abeo deo que  paulo ante dixi creah:££ ratione exornari uultiCorpus autem atip cacterasoes vires quas praner ratione mia bi seiTefamus bomiiaiabanimo mundi elTe (ai  bit.EQ enim lile dei uicatiusicuirjlua uniuetla ueluti fua prouinda denudata  Imltai illi uita moturai prxbet/non fuaui autfacultate ledquicquidagitid  uelun dei in(humentuagit.Oeclinat igitur paululum de uia Matotat a Pia/  tonefuo discedit. Cum autem dei prouidentiaplunmis locis profcquicuri illi  totus adbzret.Non enim idem omnesfentiunt.Sunten:minfortunz qui calt  bus omnia ponantiK nullo credat mundum rectore moueti.Q^ua in sententia Leucippum abdaitem/eiufe conduc Oemoctimm: Protagoram quo^S  Theodorum ac L’ORTO repenasi^unt itidem qui Andotelem fecuti non ita  odofum deu ponauut nibil omnino curare dicant. Illius tamen prouidentia Iu  nz orbem dclcenderenoæduntiSunt deni^K tettiiqui fitliuniucifumper tingere illam uelint maxima tamen dutaxat curatr/mininu ucro omnino negli  gere opinent. At Piato ut eunda a deo fada putat/ ftc eunda illum curare exifti mau Atipbzcdedeo.Otbeucto quo uiallim animos nodtos ab inferis ad coc pustat inde rurfus ad inferos tranfirefaibit ab academia cftc non negamus: Verum si latius de re buiufccmodi dilTcrendum propofuilTcmusiextant multo  diuiniota quz a tato philosopho de aiope corpore difcclTu pferre poiTimustSed  difficile oino eff um breui tempore res arduas longa diligende otadone explicandas bisanguftiis includere ltaij quod roluminffat idagamus lnuenies igitur apud Platonicos cu mille annos apud inferos fuciint animi bominn ad  corpora illosredireiatijinde uidffim ad inferos remeate.ldi^ totiens facere do  nec duodedm anno^ milia tranliednt. Hunc enim orbe perfedu extChmat.Na  eo fpado penitus purgari aios CTcduti^ptcrea^ poffe illos tu demu purgatos/in  fuam origine et adezicifes fedes reduc: Q_uod iiquis fuerit qui pbilofophiz fe  dcdacibuic ta fadiis purgado obumit:ut aceat ei poft tria annopt milia ad fupe  ros euolate: Adduc ena fiqs teligiofc oino uixeritieu ante mille annos H purga/  ti/S purgatu (fatim in fua origine redire: Eff prztcrea quemagnu annu appcl/  ]at:quc cuc finiri aedunt cum fol una cu luna ac quin^ reliquis enatilibusffel  lis ad eade zodiaci parte rcdieiint. Exado igitur boc tpis circmtu:quc et si vatta sit dodoru de illo uiro ru sententia rex tamen ac triginta millibus annoruconfi  ci plzrii^ acdidere.ccafec Plotinus omniu bominu animas ad eunde uitz babi  tu rcditutas.Hzcigif'& qualia (int/& quid facicnda/fadleexco libro perapi  cs/que nodu expolitu in manibus hic noffet Matfilius habet: nec adhuc edidit. Vciu ego cum apud ipfum inbgbinenffdiueniffcm/cafuin cu incides aperui locof  quofdam fuma cum uoluptate percurri. Res omnino magna eff LA V/  tcd/fl( magnis ingcniuinbus ttadata Sprotfus digna in qua labores. Poterit nitn no tolum maxima ac pulcherrima et homini fe ipfum noffc cupiend per quartus   aeeelTariatedocercrcdmrummatn quo admirationem rapere. Scnbit enim  non phyticcCut plxri solent sed metaphyiicc de animoru noftroru immorta  litate/utplane poffit de ea re omnem dubitationem amouere. Quem librum cu  Icges/&ha;c quz deMaronereqiuris:&plzra^ alia quz nos paulo antediuinif  fima cfle non rumusmentiti/facilec^nofces. Qux quidem res facit ut in iis quzpo (hilafiibre uiorquelles /forta(»fuerim.l^hil tamen eft quod breuitad ^cenfeas. Nam cum ea requireres/quz nullis eius difputationis quam pepige  camus cancellis includerentur/poteram illa meo iurefilentio przterire. Itacpid  facile fi forte obiidatur diluam. Apud vos vero dodif Timi viri quomodome  purgem non invenio.Video enim dum pofiulanti LAVRENTIO nihil d&>  ncgo/duplids errati culpam inddifle.Nam quid me aut loquadus fingi poteft/  qui quarto iam die ea eruditifiimis aunbus uefiris inculcare non delinam: quæ quadodrina efiis/uobisqua mihi notiora fint: aut aud adusex cogitari quiim  praemeditatus ad differendum de iis rebus accelferim quzado dilfiinis iifdci diuprz meditads uids uix faris eleganter pro sua dignitate explicari folcant. Im  mo quid humanius/quid tua fadiitate dignius refpondit Alamanus effid potu  Itqua meanobisodofis dilferere quz tamen magnis vehementer cp urgentia bus occupationibus przponere non dubitaremus.Nos autem inquit Petrus ac  daiolus uolo enim et pro fratre meo refpondecc ne optare quidem id aulielfe tnuss quod ultro nobis arridens fortuna attulitiut tu tali przditusfapientia at ELOQUENTIA VIR ea deduplid quzftione primis duobus diebus breuiter per. Ipicueiabfoluteip in unum congereresrquz non nili per fummum laborem: (i>  mam indufiriamex multis ac uariis fcnptoribus cruipolfunt. Nam Maro  nis diligentifiima at^ multiplid dodrina referta interpretatio in qua tertio ac quarto iam die uetfarisitum quia pulcherrima tum quia inaudita accidit no mi  nori Ihiporetqua deledationc nos alfecit. Non polfut fatis pro fua dignitate lau  dariquzatedidafunt inquit Antonius: Sed utinam Baptifia quoniam reli quamztatem Romzcon fumpfilb hanc tandem fenedutem patriz uel optao ticodonare uei illa tanquaafuociue exigenti corpore uelisutfzpius te de magnis rebus difputantem audientes ciues tui dodiores indies meliorefc reddantur. Verum has ego huius Marci partes ee ducoiTe enim pro ea quz illi tecu intercedit nec clfitudine modo nitat facile in sua sententia tradudurum confido. Quin ifihuc ia diu ago inquit Marcusinec prius defina qua aut ronibus impc' travero aut praecibus ezotnaueto aut defatigando extorfero. Sed ut confido  muItum meineateiuuabit LAVRENTll acluliani ingeniu acftudiu. NI cu  inultu iam in litteris uter pfeccrit: fitr multatu tetu addifceda^ ardentiffima  cupiditasrcu cztera illis et a natura 8C a fortuna adiumeta ad re perficiendam  abunde aifintind pariet'' ille diu adolescentibus quos cariflimos habet operam  sua desiderari. At q liceat md iqt BAPTIfta ego talib5’adolescentibus ounq deerot  Sed furgamus ii/SC qm primo mane uobis e in urbe redeudu.intellexifti cni pau  lo an uurcriu publicis Ifis accctfiri quod reliquu diei eft ualimdini ipedamus.  Quzftionu Canuldulefiu Cbrifiophori Landini [LANDINO] florentini  QuaitifiC ultimi libri Finis. Cum Priuilegio. -Z.sisqfc "Moibc scof.  Questo lavoro porta nuovi elementi allo studio delle complesse vicende inerenti i RERVM GESTARVM FRANCISCI SPHORTIAE commentarii di Giovanni Simonetta e il relativo volgarizzamento, la sforziada di L. Nel saggio introduttivo si indagano gli aspetti biografici, storici e filologici riguardanti le due opere, partendo proprio da SIMONETTA, attivo nella cancelleria di SFORZA assieme al piú noto fratello Cicco Simonetta, e ricostruendo la storia testuale dei Commentarii dalle loro origini agli emendamenti eseguiti dall’umanista POZZO in vista dell’editio princeps, senza trascurare le vicende editoriali e le prime reazioni all’opera. Punto di forza dell’analisi è l’aver ritrovato e studiato nel dettaglio il manoscritto originale, nonché esemplare di dedica, dei Commentarii, già noto a SORANZO il secolo scorso quale codice Castelbarco. L’attenzione si sposta quindi da Milano a Firenze, entrando nell’officina testuale di L. per sondare la sforziada dal punto di vista metodologico e contenutistico, con un conseguente particolare riguardo per le vicende successive all’invio del manoscritto di dedica (copiato da Baldinotti) a Milano, dove il testo viene sottoposto dal Simonetta a numerosi interventi visibili ancora oggi. Chiude la parte introduttiva un capitolo che vuole delineare la storia dello sviluppo dei commentarii come genere nel quadro storiografico dalle origini alla fine del Quattrocento. A seguire il lettore troverà l’edizione critica della sforziada in veste integrale, corredata di un approfondito apparato comprensivo degli interventi che ne testimoniano la ricezione a Milano. Grice: “Perhaps more interesting than the fact that he loved the Achilleid, and commented on the Eneide, is that he sold the sforzeide – sull’eroe Milanese, l’invitto Francesco Sforza! Howell in I Medici. Cristoforo Landino. Cristoforo Landino. Grice: “I love Landino; for one he wrote the first Italian philosophical dialogue, “Disputationes” – for  another, I love the setting!” Landino. Keywords: dialettica fiorentina – implicatura fiorentina – la Sforziada di Simonetta. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landino” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landucci: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- i misteri del delitto Gentile e le bestie senza stato di Vespucci – la scuola di Sarzana -- filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sarzana). Filosofo italiano. Sarzana, La Spezia, Liguria.  Grice: “If I had in Hardie a wonderful mentor to Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si laurea a Pisa con Luporini. Insegna a Firenze. Altri saggi: “Cultura e ideologia in Sanctis” (Milano, Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza); “L’origine della scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la storia” (Firenze, Nuova Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea” (Napoli, Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS),  Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente in Cartesio, Milano, F. Angeli,  I filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista, "Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice: “Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI L. – I MISTERI DEL DELITTO GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68 IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN saggio SULLA DEMENZA SENILE CHE STA ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE DICE: "GRANDEZZA È CIÒ CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE L'ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli per Robinson-la Repubblica  landucci LANDUCCI  Per molto tempo il suo nome è rimasto associato a un grande libro che quando apparve nei primi anni Settanta fu come una meteora, tanto sembrò strano nel panorama delle cose che allora si pubblicavano. Sto parlando de I filosofi e i selvaggi (uscì allora per l' editore Laterza ed è stato ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa da Einaudi). La sua lettura mi colpì allora e mi rimanda all' oggi con i "selvaggi", sempre meno variopinti ed esotici, spinti dalla disperazione ad abbandonare le loro terre martoriate. Il paragone turba L.. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua faccia triste. Sono venuto a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si scusa per il fastidio che mi avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso, gentile ma altresì con un retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è stato allievo di Luporini, ha insegnato all' università di Firenze, subendone, dice, tutti i contraccolpi politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente percepii un generale clima di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità incredibile la facoltà di filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero avanti a passo di carica gli analfabeti, i carichi didattici furono alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho vissuto tremendamente male gli anni dell' insegnamento e decisi per la pensione anticipate. È stato così frustrante il lavoro universitario?  «Lo è stato certamente per uno come me. Mi consideravo, come si diceva allora, un "cane sciolto". Mi stupì constatare che la facoltà si era ridotta a una grande cellula del Pci, su cui si incistò dopo il '68 la contestazione studentesca».  I punti di riferimento furono però due grandi personalità di sinistra: Garin e Luporini.   «Maestri indiscussi. Mi chiedo tuttavia quanto sia stata acuta la loro vista politica. Garin fu il grande interprete di una filosofia come sapere storico, il suo storicismo era totalmente in sintonia con le posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c' era un inquietudine ben maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con le ragioni degli studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo moltissimo, sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il sopravvento. Era lo spirito del tempo. Ne facevo parte anch' io, ma senza tessere o bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi all' Università di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da Luporini. Quali erano i vostri rapporti?  E mio professore a Pisa e con lui mi laureai. Mi affascinava quest' uomo che andò in Germania a occuparsi di esistenzialismo e seguì i corsi di Heidegger». Credo sia stato uno dei pochi italiani a frequentarne i seminari. C' è un episodio rivelatore del rapporto con HEIDEGGER Quando il filosofo tedesco pronuncial il famigerato discorso con cui si insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato da quell' adesione al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò che lascia Friburgo per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che era interessato ai corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico "tanti auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio lupo, così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i dettagli dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche particolare?  « C' è innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe con Gentile, il quale lo chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione di Oscar Kristeller, ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi razziali. GENTILE aiuta Kristeller, come pure tanti antifascisti che si rifugiarono alla Treccani e all' Università, fornendogli soldi e assistenza. Poi chiama Luporini alle due di notte dicendogli di decidere in fretta perché altrimenti sarebbe venuto qualcuno dalla Germania, quasi certamente un insegnante di fede nazista».Questo è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando la situazione precipita. Luporini va a casa di Gentile e lo scongiura di non entrare nella Repubblica Sociale. Gli dice. Professore c' è gente che non aspetta altro per ucciderla. GENTILE aderisce alla Rsi e viene ucciso in un attentato. Si è detto che Luporini conosce i mandanti e gl’esecutori dell' omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa nulla, o almeno nulla di diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal senso, ma credo e il frutto di un fraintendimento. La frase di L. e questa: Cose che forse non si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e frutto di equivoco? Il fatto che accreditasse la versione offerta da Mattei, che sull' argomento cambia più volte opinione. Fino a sostenere che dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI. Mai uno straccio di prova. Credo si sia perfino inventata che fu lei a indicare al commando gappista la figura di GENTILE, che non ha mai conosciuto. Poi c' è la testimonianza della moglie di LUPORINI Maria Bianca Gallinaro, la quale mi disse sconsolata che la storia che Luporini sapesse era solo una leggenda, del tutto infondata». Possibile che non ci fosse un grano di verità?  « La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI e emotivamente coinvolto. Dopo l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo all' ospedale. Il fratello della signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli se vuole vedere per l' ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in fin di vita. Non credo sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo quella dichiarazione radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non pronunciare più quella frase».E lui?  « Non so se fu una mia impressione ma gli lessi negli occhi un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi frequentava?  «Tra le persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO.  Di quest' ultimo divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una certa paura per il modo di fare lezione e interrogare.  «A me, che non sono stato suo scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita ideologica piuttosto travagliata?  « Se allude al passaggio dal fascismo al comunismo non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato il pensiero liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia guidata dal potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma perché non ne poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.  «Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un ambiente che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua famiglia com' era?  « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un impiego modesto. Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre anziano e la mamma che gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio fratello, per paura che lo scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di altri tempi. Anche nel lessico ricordava la belle époque. Invece di autista dice chauffeur, vis à vis a posto di specchio e quando chiedeva l'asciugamano dice passami il Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo e mia madre. Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più di quanto non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU  Dà l' impressione di un uomo provato dalla vita.  Sono molto amareggiato dalla mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di entrare nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato dalla vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata la mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha consentito di vivere».     Non è vero, il suo libro sui " Filosofi e i selvaggi" è un grande libro.  «Non diciamo sciocchezze, troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Diaz. Scriverlo, fu un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo che mi appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del selvaggio e a prenderne le difese.  « Non è il primo, ma in qualche modo rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni, non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà?  «È solo una tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau.  «Fino a un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di Montaigne Hobbes parla di uno "stato di natura".  firenze  FIRENZE Dove tutti si fanno la guerra e dove la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine di questa condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che vengono fatte dei selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente fin dall' antichità si sia servito di questo mito con le peggiori intenzioni?  « È passata l' idea, con qualche eccezione, che fossero troppo diversi da noi per ogni ipotetica assimilazione». Al punto che ancora oggi questa diversità è vissuta come una minaccia di contagio e sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino parlato di "uomo bianco" in pericolo di estinzione.  «Nelle fasi di grave fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto della vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di trionfare. Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce ahimè ai miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna giustificazione al male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la teodicea, mi piacerebbe scriverne uno sulla demenza senile che sta attanagliando l' Occidente.  Ma non credo di averne più la forza. Mi resta questa infelicità che è come un che sovrasta le mie parole che non so più maneggiare con delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal vecchio Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non siamo". Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio ancora, dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the ‘barbarian’. It all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake philosophical position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy, and they have no state! Vespucci moe or less thought the same, but for different reasons. Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a savage!” -- Landucci. Keywords: i misteri del delitto Gentile. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lalla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella selezione sessuale di Nerone, il musicista – filosofia friuliana – la scuola di Trieste -- filosofia triestina – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste). FIlosofo italiano. Trieste, Friulia Venezia Giulia -- Grice: “I have been called a Darwinist, which offended de Lalla!” -- Figlio unico di Achille de Lalla  e Anna Millul.  Il padre, nato a Napoli da famiglia originaria di Tolve, aveva intrapreso la carrriera militare, giungendo a ricoprire il grado di Tenente colonnello dell'esercito e congedandosi con il grado di Generale dell'esercito. Prese parte alla Prima guerra mondiale nonché alla Seconda guerra mondiale, dove rimase ferito alla spalla destra in Russia. Fu in seguito Dirigente dell'Istituto per la Ricostruzione Industrial. Achille de Lalla era figlio di Ludovico e di Maria Buonomo, figlia a sua volta di Alfonso Buonomo, compositore e musicista napoletano di fama.  La madre Anna Millul era nata a Roma in una famiglia ebrea originaria di Livorno. Si laurea, allievo di Kalinowski di cui traduce in italiano il saggio "Interpretazione giuridica e logica delle proposizioni normative".  Scappa a Parigi, prendendo parte al Maggio. Tuttavia, fu tra i primi ad intuire che il Partito Comunista francese non aveva alcuna seria intenzione politica di sostenere la Contestazione e, in anticipo sul fallimento dell'iniziativa giovanile, lascia la Francia rientrando in Italia deluso. Studioso di Evoluzionismo e Politologia, e è proprio sulle sue teorie sull'Evoluzione umana e sul pensiero di Darwin che scrive l'opera “La selezione sessuale”. Insegna a Siena e Napoli. A testimonianza del grande successo che riscuotevano i suoi corsi universitari, rimane la petizione indetta dagli studenti affinché il Senato Accademico li prorogasse per un biennio.  Gl’ultimi anni Ritiratosi a vita privata, muore a Napoli nella tarda serata del 25 settembre  d'infarto mentre attende alla redazione della sua ultima opera. Est Deus in nobis Contributo alla Nuova Evangelizzazione e, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto costituire il completamento della trilogia iniziata con Evoluzione e proseguita con La Comunità Democratica.Convinto assertore della superiorità del Diritto pubblico rispetto a quello privato, si è sempre posto a tutela delle prerogative statuali.  Convinto assertore dei rischi della dilagante esterofilia in campo politico e fondamentalmente euroscettico negli ultimi anni di riavvicinamento al cattolicesimo, ideò un progetto di edificazione di un nuovo partito politico che, nelle sue teorizzazioni avrebbe assunto il nome di PARTITO CRISTIANO COMUNITARIO (DEMOCRATICO) ITALIANO PCC(D)I.  Saggi: “Il concetto legislativo di azione penale” (Jovene, Napoli); “La scelta del rito istruttorio” ( Jovene, Napoli); “Logica della prove penale” (Jovene Napoli); “La pena militare” (Jovene, Napoli); “Topografia politica della repubblica” (Scientifiche, Napoli); “Il completamento istruttorio del giudice nelle indagini preliminari in "Riv. it. dir. e proc. pen."); “Evoluzione,” “Darwin e la selezione sessuale” (Salerno, Roma); “ Selezione sessuale” (Scientifiche, Napoli); “La comunità democratica: idee per una politica nuova” (Guida, Napoli) – concetto di KRATOS --“Comunitarismo” (Guida, Napoli); “Nerone, o Musica nella antica Roma”  (Guida, Napoli); “Composizioni musicali Per pianoforte Sonata n.° 1 Suite "italiana" Sonata n.° 2 Sonata n.° 3 "napoletana" Musica da camera Sonata per violino e violoncello Sonata per violino e pianoforte Sonata per violini, viola e violoncello Note  de Lalla F., Una famiglia borghese, Ed. Ibiskos   de Lalla F.,   in "Il foro penale" ilcambiamento,// ilcambiamento/ articoli/ evoluzione_2_ darwin_de_ lalla_millul. ateneapoli,// ateneapoli/news/ archivio-storico/ reintegro-del-prof-de-lalla-il-consiglio- di-facolta--si-esprime- negativamente.  petizioni.com/ petizione _pro_prof_paolo de_lalla. Grice: “When I hear that a philosopher has written yet another trattarello on the filosofia della musica, I always thought not of Orpheus and his lute, but of NERO and his lyre!” -- Paolo de Lalla Millul. Paolo de Lalla. Lalla. Keywords: evolutionary, sexual selection, Nerone, filosofia della musica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lalla” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Latini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e Cicerone -- implicatura – filosofia toscana – la scuola di firenze – filosofia fiorentina – scuola fiorentina --  filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “Latini reminds me of Hardie; he was Aligheri’s mentor; Hardie mine!” -- Grice: “People say it all starts with Alighieri; but the real ‘filosofo’ behind Alighieri surely is Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’ ‘Aristotele,’ and the rest of them.”  «Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde»  (Divina Commedia). Figlio di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente ad una nobile famiglia. Le fonti storiche e una serie di documenti autografi testimoniano la sua attiva partecipazione alla vita politica di Firenze. Come egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di Alfonso X per richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia, la notizia della vittoria dei ghibellini a Montaperti lo costrinse  all'esilio in Francia. I cambiamenti politici conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento sconsentirono il  suo ritorno in Italia. Fu risarcito del torto subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed onorato dai suoi concittadini.  La sua influenza divenne tale che a partire si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico importante al quale non abbia preso parte. Contribuì notevolmente alla riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace di Latino".  PPresiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si fa frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono. Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona.  L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto” è presente già nei manoscritti più antichi,  presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”. Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia, Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola.  Il primo libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia, geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù, attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il romano Publio Vegezio e Cicerone.  Altre opera: è inoltre autore di un altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss, Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal "Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni” (Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti, Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo,  La tradizione dei volgarizzamenti toscani del Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del volgarizzamento toscano.  La colonna posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio et fratelli da Sabbio, ad instanza di N. Garanta et Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I. Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche: Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari, Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op Varese,  L. Frati, Brunetto Latini speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini, Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV dell'Inferno dantesco"). Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura", Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi,  Longo, Ravenna; "Representations", R. Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie  Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal, su florin.ms. G. Orto, L.. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto da: Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Milano, Concordanze del libro del Tesoretto, su classicis tranieri, Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe Chabaille, Paris M. Giacomelli. La rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di rettorica, lo quale è ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti filosofi per ser Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è il testo  di Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia il prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia  del DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male agl’uomini et alle città. Però che quando considero li dannaggii del nostro comune e raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle grandissime città, veggio che non picciola parte di danni v’è messa per uomini molto parlanti sanza sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe SCIENZA di due manière. Una la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel suo saggio. L’altra  insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne trattò cosi del tutto apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel  processo del saggio, in suo luogo e tempo come si converrà. Rettorica s' insegna in due modi, altressì come l’altre scienzie, cioè di fuori e dentro.Verbigrazia: Di fuori s'insegna dimostrando che è rettorica e di che generazione, e  quale sua materia e lo suo officio e le sue parti e lo suo propio strumento e la fine e lo suo artifice. Ed in questo  modo tratta BOEZIO nel quarto della Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si dimostra che sia da fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò viene a dire come si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE PARTI DELLA DICIERIA o della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in perciò che Tulio non dimostra che sia rettorica né quale è '1 suo artefice, sì vuole lo sponitore per più chiarire l'opera dicere l'uno e l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI BENE DIRE, ciò è rettorica quella scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE dire e dittare. Inn altra guisa è così diffinita. Rettorica è  scienzia di ben dire sopra la causa proposta, cioè per la quale noi sapemo ornatamente dire sopra la quistione aposta. Anco àe una più piena difiìnizione in questo modo. Rettorica è scienza d'usare piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle  publiche cause e nelle private. Ciò viene a dire scienzia per la quale noi sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle publiche e nelle private questioni. E certo quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua diceria mette parole adorne, piene di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna città o comunanza di genti. Private sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale persona. E ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che  queste parole sopra '1 dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal puote sapere bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere le sue parole davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere dittare.  Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo  artifice. Dico che è doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è quelli che 'nsegna questa  scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti dell'arte. Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore,  cioè il trovatore di questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti i detti de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno fece suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più sapientissimo de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di Firenze, il quale mise tutto  suo studio e suo intendimento ad isponere e chiarire ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio appella sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e de' filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio, sì come il  buono intenditore potràe intendere avanti. La sua intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si mette a fare questo  trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione  proposta.  Et e' tratta secondo la forma del saggio di CICERONE di tutte le parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento di ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo che sono nel secondo saggio che CICERONE fa ad Erennio suo amico, sopra le quali il conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio è fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la  quale fue traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte guelfa, la quale si tenea col papa e  colla chiesa di Roma, fue cacciata e sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue vicende,  e là trova uno suo amico della sua città e della sua parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale era l)uono intenditore di lettera  et era molto intento allo studio di rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua scienzia  e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di questo saggio è grandissima, però che  ciascuno che sa bene ciò che comanda lo libro e l'arte,  sì sa dire interamente sopra la questione apposta. E in questo punto si parte elli  da questa materia e ritorna al propio intendimento del  testo. In questa parte dice lo sponitore che CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale  al suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi, nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia  dee prima purgare ciò che pare a lui che sia grave; e  così fa CICERONE, che purga tre cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE purgando questi tre gravi  articoli procede in questo modo. Che in prima dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza. Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più. Nella terza parte dice tre cose. In prima, dice che pare a lui di sapienzia; apresso dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare a lui di sapienza ed eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì mette  le pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi dovemo studiare in rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali muovono d' onesto e d' utile e lo possibile e necessario. Nella quinta parte mostra di  che e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel suo cuminciamento dice come molte fiate e lungo tempo pensa del bene e del  male che fosse advenuto, immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si ricordano più d'uno nuovo male che di molti beni antichi; e cosi Tulio, mostrando di non ricordarsi delli antichi beni, s' infigne di biasraare questa scienzia per potere più di sicuro lodare e  difendere. E per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra potemo intendere apertamente che in  queste medesime parole ove dice che i mali che per eloquenza sono advenuti e che non si possono celare, in quelle  medesime la difende abassando e menimando la malizia. Che là dove dice dannaggi si suona che siano lievi danni  de' quali poco cura la gente. E là dove dice del nostro comune altressì abassa del male, acciò che più cura l'uomo del propio danno che del comune; e dicendo NOSTRO comune intendo ROMA, però che Cicerone e cittadino di Roma nuovo e di non grande altezza; ma per lo suo senno fue in sì alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua parola, e fue al  tempo di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per lo bene della terra fue al tutto contrario a Catellina. Et  poi nella guerra di Pompeio e di Giulio Cesare si tenne  con Pompeio, sicome tutti ' savi eh' amano lo stato di  Roma. E forse l'appella nostro comune però che ROMA èe capo del mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove  dice l'antiche adversitadi altressì abassa il male, acciò  che delli antichi danni poco curiamo. Et là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1 male, però che, sì  come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto alle  grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime cose rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male  che viene alle grandissime città. E là dove dice che  danni sono advenuti per nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende rettorica,  dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne' quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza,  che dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE, O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E  nota che dice son messe ordinatamente acciò che prima si raunaro gli uomini insieme a vivere ad una ragione et a buoni costumi et a  multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti ricchi montò  tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie.  Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero compagnie usando e mercatando insieme; e  di queste compagnie cuminciaro a ffare ferme amicizie per  eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice e signifficano  queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole  di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è   15. amico e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo  sponitore non vuole lasciare un solo motto donde non dica  tutto lo 'ntendimento. Che è cittade. Cittade èe uno raunamento di gente  fatto per vivere a ragione; onde non sono detti cittadini   20. d'uno medesimo comune perchè siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a vivere  ad una ragione.  Che è compagno. Compagno è quelli che per alcuno  patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi  divegnono fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile  vita si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e però dice «per uso  di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non sia a  cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele     i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/ aslroppiarc,  m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono  Af ad avere una ragione, m  "al avere una medesima ragione M l'uno, -If' fuor {cfr. Tesor., vii, 54)  il' montò loro M-m parlando anno attutato - le guerre  il.' M forme amicitio, »» forme  d'amie i^:mdichono i^.- m dimostrare quello  io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/' volle intralasciare de genti  V-m raccolti - SI: m rachollì 25: M son  S7 : M-m che è coiiipannia  M' si i>  28 : .V ad un altro  3U' porciò  31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et con quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per utilitade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manifemente che quella amistade eh' è per utilitade e per dilettamento nonn è verace, ma partesi da che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è sajoiemia. Sapienzia è comprendere la verità  delle cose si come elle sono.  Che è eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome  parole guernite di buone sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente pensante la ragione stessa mi mena  in questa fermissima sentenza, che sapienzia sanza eloquenzia sia  poco utile a le cittadi, et eloquenzia sanza sapienza è spessamente  molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se alcuno in l.ó. tralascia li dirittissimi et onestissimi studii di ragione e d'officio e  consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert' elli èe cittadino inutile al sé e periglioso alla sua cittade et al paese. Ma quelli  il quale s' arma sie d'eloquenzia che non possa guerriere contra il  bene del paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e   20. cittadino utilissimo et amicissimo alle sue (>) et alle publiche ragioni.   Lo sponitore. Poi che CICERONE ha dette le prime due parti del suo  prologo, si comincia la III parte, nella quale dice tre cose.  Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove  25. dice : « Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda,  nella quale dice che pare a llui d'eloquenzia, infino là ove  dice : « Ma quello il quale s' arma ». Et quivi comincia la  terza, ne la quale dice che pare a llui dell'una e dell'altra  giunte insieme.     3: M' om. e  4: M- pdesi  m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1 diloclo   8-9: .»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia.... sapienza  i-J : M' om. molto ^  i5: M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi)  IG: M-m sola la parlatura  18: 3l-m  sama  .)/ giuriare, m ingiuriare  Ì9-20.- .1/ luiomo cittadino, »i mi pare cittadino  .V-»i  a' suoi  .?3 • .1/ conincìa  S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr. Tcsnr.. xi, 1074)  So:  yr-ìii dice jiarla  M-m qui - 26: M insino  m là dove M-m la (|ual dice.   (1) Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile a ssè et al  suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere avacciamente in opera alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene  avere sapienzia giunta con eloquenzia, però che sai)ienzia  sempre è tarda. Et questo appare manifestamente in alcuno  V 5. savio che non sia parlatore, dal quale se noi domandassimo  uno consiglio certe noUo darebbe tosto cosìe come se fosse  bene parlante. Ma se fosse savio e parlante inmantenente  ne farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che  dice Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio, intendo là dove dice « ragione » la sapienzia, e  là dove dice « officio » intendo le vertudi, ciò sono prodezza,  giustizia e l'altre vertudi le quali anno officio di mettere  in opera che noi siamo discreti e giusti e bene costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e studia   15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto che, però  che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui  avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa  trattare le propie utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo  e luogo et ordine che conviene. 5. Adunque colui che ssi  mette 1' arme d' eloquenzia è utile a ssè et al suo paese.  Per questa arme intendo la eloquenzia, e per sapienzia  intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo  da' nemici e colla forza sostenemo 1' arme, tutto altressì  per eloquenzia difendemo noi la nostra causa dall'aversario   2.5. e per sapienzia ne sostenemo (2) di dire quello che a noi  potesse tenere danno. Et in questa parte è detta la terzia  parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae il conto alla  quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto davanti et a conducere che noi dovemo studiare in rettorica     i : M Lande  M' avacciatamente, ma L avacciamente  S: m si cci conv.  0; m  ODI. cosio, M e' noi darebb»; cos'i tosto M' credibile quello, m di quello  .)/' disse   10: .Vi om. il 2' et  12: .»/' et altro  13: .»f' che non siano  i4.- .V-m dall'altre vertufli  15:m adiviene  16 : jn a lini  : solo L nelle ; (jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -19: M Adunque che colui  22: M-m torma  M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo   23: il l'armi - 23-24: Af difendo  m così altresì la eloquenzia difendo noi dal nostro  aversario la nostra cliausa  25: m om. ne; S non sostenemo  26: m a noi potesse avejjire (li danno, .V che noi potessimo tenere danno  28-29: m dinanzi e; Jfi om. et.   (1) Cos'i richiede il senso; la lezione nelli ò nata certamente dall'aver preso  l'aggettivo comuni per un sostantivo.   (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci asteniamo », coni' è richiesto  dal senso e secondo gli esempii citati dal Vocabolario della Crusca.  per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò reca Tulio  molti argomenti, li quali debbono e possono così essere, e  tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta  cosa pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sottile secondo la forma del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi volemo considerare il principio d'eloquenzia  la quale sia pervenuta in uomo per arte o per studio o per usanza   lo. per forza dì natura, noi troveremo che sia nato d'onestissime  cagioni e che ssia mosso d'ottima ragione, (e. li) Acciò che fue un  tempo che in tutte parti isvagavano gli uomini per li campi in  guisa di bestie e conduceano lor vita in modo di fiere, e facea  ciascuno quasi tutte cose per forza di corpo e non per ragione   l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la divina religione né umano  officio non erano avuti in reverenzia. Neuno uomo avea veduto legittimo managio, nessuno avea connosciuti certi figliuoli, né aveano  pensato che utilitade fosse mantenere ragione et agguallianza. E così  per errore e per nescìtade la cieca e folle ardita signorìa dell'animo, cioè la cupìditade, per mettere in opera sé medesima misusava le  forze del corpo con aiuto dì pessimi seguitatori. Lo sponitore. In questa parte del prologo vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e muove jper cagione e   2.5. per ragione ottima et onestissima, sì dice come in alcuno   tempo erano gli uomini rozzi e nessci come bestie; e del   3: ìl-m tale  .1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili dovere così essere-, .1/' de pur essere   .5 J/ ' la spositione  9-tO: .»/' o per l'orca di natura o per usanca  H: m d'ottime  chagioni 7 ragione  12: il-m in tempo  13: it^ lor vita per li campi in modo de  bestie 7 de fiere  14: i/' om. e [non p. r.| M maritaggio  M iihylosofi, m lilosafi  18: M j gualianoa - 19: il^-L ignoranza, m necessitade  .»A' la cieca la folle 7  ardita  20: M-m per mette  M-m (fuivi susavano, l. masusavano  21:31' seguitori   23: M-1U nm. quarta  24: m om. e per ragione  26: il' nefa, m noscii. l'uomo dicono li filosofi, e la santa scrittura il conferma,  che egli è fermamento di corpo e d' anima razionale, la  quale anima per la ragione eh' è in lei àe intero conoscimento  delle cose. 2. Onde dice Vittorino: Sì come menoma la forza  5. del vino per la propietade del vasello nel quale è messo, cosie  r anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo  a cui ella si congiunge. Et però, se quel corpo è mal disposto e compressionato di mali homori, la anima per gravezza del corpo perde la conoscenza delle cose, sì che  appena puote discernere bene da male, sì come in tempo  passato neir anime di molti le W quali erano agravate  de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et  indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde  misusavano le forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol 15. liendo le cose per forza e per furto, luxuriando malamente,  non connoscendo i loi'o proprii figliuoli né avendo legittime  mogli. Ma tuttavolta la natura, cioè la divina disposizione, non avea sparta quella bestialitade in tutti gli uomini igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello dici 20. tore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci a ragionare, usò di parlare a lloro per recarli a divina connoscenza, cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo sponitore dicerà per innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio  nel testo di sopra che eloquenzia ebbe cominciamento per   25. onestissime cagioni e dirittissime ragioni, cioè per amare  Idio e '1 proximo, che sanza ciò l' umana gente non arebbe  durato. 4. Et là dove dice il testo che gli uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case né luogo,     1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi)  M' sucra  S : M' eh ehi ì\ l'ormato  3: intero è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito  4: M Ondee  7 : m al (|uale  8: M-m  mali hiiomini  9: m per la gravezza  .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il bone  dal male  il: M'-L animo  .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali orano aggravati  i2: W del peso de corpi, L de' pesi del corpo V in lor medesimo  14:  lU-m Ivi susavano  18: M-m nonn ào  M bestilitade  10: M' oiii. savio o  SI: W  tralloro  23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S ha cornine.  26-27: »l' non averla  durata, L non avrìa durato  i« K colà.   (1) È lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali si cambiò facilmente  in li quali (o i quali) per effetto del molti che precedeva, e da li quali, naturalmente, venne in M'-L anche il maschile angraoati invece di aggravate. Che si  tratti solo delle animo risulta da tutto il periodo, e in particolare dallo parole  - la anima per gravezza del corpo ».   ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice che  viveano come fiere intendo che mangiavano carne cruda,  erbe crude et altri cibi come le fiere. 6. Et là dove dice  « tutte cose quasi faceauo per forza e non per ragione »  5. intendo che dice « quasi » che non faceano però tutte cose  per forza, ma alquante ne faceano per ragione e per senno,  cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi muovono  dall' animo. Et là dove dice che divina religione non  era reverita intendo che non sapeano che Dio (D fosse. Et là dove dice dell' umano ofiìcio intendo che non sapeano vivere a buoni costumi e non conosceano prudenzia  né giustizia né l'altre virtudi. Et là dove dice che non  mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia, della  quale dicono i libri della legge che giustizia è perpetua e   15. ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ragione. Et là dove dice « aguaglianza » intendo quella ragione  che dae igual i)ena al grande et al piccolo sopra li eguali  fatti. Et là doye dice « cupiditade » intendo quel vizio  eh' è contrario di temperanza; e questo vizio ne -conduce   20. a disidei-are alcuna cosa la quale noi non dovemo volere,  et inforza nel nostro animo un mal signoraggio, il quale  noi permette rifrenare da' rei movimenti. 12. Et là dove  dice « nescitade » intendo eh' è nnone connoscere utile et  inutile; e però dice eh' è cupidità cieca per lo non sapere,   25. e che non conosce il prode e '1 danno. 13. Et là dove dice  « folle ardita » intendo che folli arditi sono uomini matti  e ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là dove  dice « misusava le forze del corpo » intendo misusare cioè     i-2: M-m om. Et là.... come licre  3 : M erbi ciiiili, .1/' 7 erbe crude  4-6: m l'aceano quasi per forza; poi, saltando al 2° forza, continua: ma al([uanle ecc.  7: .i/'-L  dice quasi perciò ke ne faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice  quasi, ma alquante ne faceano M' che muovono  9: M-m chi idio  11: .1/' ne  prudenza  14: m' de legge  14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà  /": .1/ egual    18: M' mìsfacti  M lae  .V quello e poi rasura su cui altra mano scrisse apetito,  t quello che contrario, S quello appetite V om. noi - 22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non conosce il prode ol danno ~ m intendo che  non è  m dal danno  27: .M-m e tratti, L orati  2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano   .u misusere, .V' misure, L misusare  m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ». Così mi par preferibile per il senso; e la lezione  di M-m è facilmente spiegabile da un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero  però che le ragioni paleografiche varrebbero anche per il caso inverso.  usare in mala parte ; che dice Vittorino che forza di corpo  ci è data da Dio per usarla in fare cose utili et oneste, ma  coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto lo sponitore sopra '1 testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia cominciò a parere. Omai dicerae in che modo  appario e come si trasse innanzi. Nel quale tempo lue uno uomo grande e savio, il quale  cognobbe che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli uomini a grandissime cose chi Ili potesse dirizzare e megliorare per  comandamenti. Donde costrinse e raunò in uno luogo quelli uomini  che allora erano sparti per le campora e partiti per le nascosaglie  silvestre ; et inducendo loro a ssapere le cose utili et oneste, tutto  che alla prima paresse loro gravi per loro disusanza, poi T udirò   15. studiosamente per la ragione e per bel dire; e ssì Ili arecò umili e  mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano.   Lo sjaonitore.   1. In questa i)arte vuole Tulio dimostrare da cui e come  cominciò eloquenzia et in che cose ; et è la tema cotale   20. In quel tempo che Ila gente vivea così malamente, fue un  uomo grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il quale  cognobbe che materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé  naturalmente per la quale puote l' uomo intendere e ragio  nare, e l'acconciamento a fare grandissime cose, cioè a ttenere i)ace et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e cittadi,  castella e magioni e bel costume, et a ttenere iustitia et  a vivere ordinatamente se fosse chi Ili potesse dirizzare,  cioè ritrarre da bestiale vita, e mellioi-are per comandamenti, cioè per insegnamenti e per leggi e statuti che Ili 2: M' om. ci  3-4: M-iii Or o della la sposilione  5: M-m loninciò (hi coro).  7 pare  M' oggimai  6: M-m apparve  8: il' uno buono  iO: 31' adrinure   12: M-m per campora  12-13: M-w le nascose selve 13: M-m et facciendo loro assapere  14: M' grave - L'i: M' si Hi recò  16: M' crudelilà  23: M-m nm. l'uomo   24 : M-m el lo ncomincianiento, L el chominciamenlo  25: M'el ad amare ~ 26: M'  7datener  27: M' chi le polesse adrifrure - m om. potesse  28: M' enirare da b. v.   afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che potrebbe  alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non  erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la  ragione dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel  5. modo eh' è detto. 3. Donde questo savio costrinse - e dice  che i « costrinse » però che non si voleano raunare - e  raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1 savio  uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando  belle ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in   10. dare mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri,  che ssi raunaro e patiero d'udire le sue parole. Et elli insegnava loro le cose utili dicendo: « State bene insieme,  aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e forti; fate cittadi e  ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo : « Il pic 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre » etc. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestialmente paresser gravi amonimenti di vivere a ragione et ad  ordine, acciò eh' elli erano liberi e franchi naturalmente e  non si voleano mettere a signoraggio, poi, udendo il bel dire   20. del savio uomo e considerando per ragione che larga e libera licenzia di mal fare ritornava in lor gi"ave destruzione  et in periglio de l'umana generazione, udirò e miser cura  a intendere lui. Et in questa maniera il savio uomo li ritrasse di loro fierezza e di loro crudeltade - e dice « fierezza » perciò che viveano come fiere; e dice « crudeltade »  perciò che '1 padre e '1 figliuolo non si conosceano, anzi  uccidea l'uno l'altro - e feceli umili e mansueti, cioè volontarosi di ragioni e di virtudi e partitori (2) dal male.     1 : m rafrenasse, S affrenassono  J/ " Et acade, L e ecci una (\.  2 : il poneno (cerio  per falsa lettura di potieno; cfr. Wiese in Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m il'  poteano  4: m dunque  6: it-iii om. che i  9: W l'utilitade  i^l' metendo '1 suo 10: m mangiare cene e desinari 19: il sottomettere  20-23: it-m om. e considerando....  il savio uomo  23-24: m si ritrassono  24: il lore fier., M' lor fior,  me dalloro  crud.  24-25: H-m om. e dice.... crudeltade  26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo)  - 28: il' partito, l. e'dipirtironsi, s partiti.   (1) Parrebbe preferibile la lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti  i mss. abbiano il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune, basta  pensare che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e statuti » siano considerati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere al singolare (p.es. «ciò»);  e quest'uso del verbo è attestato da un altro passo di Brunetto, IO, 3, e dal Varchi,  Ercolano, ediz. Bottari (Firenze Senza ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la lezione di M intendendo « partitore » in senso riflessivo : « colui che si parte, che si allontana ». Cfr.  Manuzzi. Or à detto CICERONE chi cominciò eloquenzia et intra cui  e come; or dicerà per che ragione, eanza la quale non  potea ciò fare.   Tullio.    Per la qual cosa pare a me che Ha sapienzia tacita e povera   di parole non arebbe potuto fare tanto, che così subitamente fossero  quelli uomini dipartiti dall'antica e lunga usanza et informati in  diverse ragioni di vita. Lo sponitore. In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale   non si potea fare ciò che fece '1 savio uomo; e dice sapienzia tacita quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per opera, come fanno ' romiti. Et  dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno non sanno addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar  credere ad altri il suo parere. Et per questo potemo intendere che picciola forza è quella di sapienzia s'ella nonn  è congiunta con eloquenzia, e potemo connoscere che sopra  tutte cose è grande sapienzia congiunta con eloquenzia.  Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello  savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapienzia, ma non cosi avaccio né così subitamente come fece  abiendo eloquenzia e sapienzia. Et là dove dice « in diverse ragioni di vita » intendo che uno fece cavalieri, un   25. altro fece cherico, e così fece d'altri mistieri.   Tullio.   7. Et così, poi che Ile cittadi e le ville fuoron fatte, impreser  gli uomini aver fede, tener giustizia et usarsi ad obedire l'uno l'altro  per propia volontarie et a sofferire pena et affanno non solamente 2 : M-m om. e come  sanza (luale  5: M-m Per ((ualcosa - 7 : M' luioniiiii quelli   13: M' i romiti, m li romiti  14: M-m alloro senno, L in loro senno  i7: M-m om.  che  i9: M' giunta  22: Af' si avaccio  23: M-m om. e sapienzia  28: m ad avere  lede 7 tenere.... adusarsi  M l'uno a l'altro. A qualcuno e sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma siccome  non è inutile, preferisco mantenerlo.  per la comune utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La  qual cosa non s'arebbe potuta fare d) se gli uomini non avessor potuto dimostrare e fare credere per parole, cioè per eloquenzia, ciò che  trovavano e pensavano per sapienzia. 8. Et certo chi avea forza e  5. podere sopra altri molti non averla patito divenire pare di coloro  ch'elli potea segnoreggiare, se non l'avesse mosso sennata e soave  parladura; tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale era  tanto durata lungamente che parea et era in loro convertita in  natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi delli uomini nelle vicende di pace e di guerra.   Lo sponitore.   I. In questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia  non avrebbe messo in compimento per sé sola, ella fece   15. avendo in compagnia eloquenzia; e però la tema èe cotale:  Si come detto è davanti, fuoro gli uomini raunati et insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però fecero cittadi  e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad avere  fede. Di questa parola intendo che coloro anno fede che   20. non ingannano altrui e che non vogliono che lite né discordia sia nelle cittadi, e se vi fosse sì la mettono in pace.  Et fede, sì come dice un savio, è Ila speranza della cosa  promessa; e dice la legge che fede è quella che promette  l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo dice in un altro libro delli offici che fede è fondamento di giiistizia,  veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa ée  quella virtude eh' é appellata lealtade. E così sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia congiunta, che     2: ilf'-£ potuto - M' om. non  4: Jlf> Certo  5: M-m vinavea charebbono potuto  divenire paii  6: M-m chelli poteano, M^-L cui potea  M-m santa  7: M^-L allegrezza   8-9 : M era converita la loro natura, m era convertila in loro natura  9 : m onde   14-15: M^ il fece in compagnia d'eloquentia.... si ò cotale M-m detto oe dinanci  19: 3/' fede, 7 di q. p.  PO : M^ om. e o discordia  21-22: M-m in pace et  in fede  m om. è - 23: M^ quello, ma L quella  26: M-m et intermezza  M' delenpromesse  27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII, 15)  M somatamente, m asommatam.  congiunta con sapienzia.   (1) Sarà certo da legger così, e non sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso  dell' ausiliare avere presso gli antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota  di M. Barbi nella sua ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il  Parodi in Bullett. della Soc. Bant. Lo stesso si dica per s'arebhono del commento, sanza ciò le grandissime cose non s'arebbono potute mettere in compimento, e dice che poi àe molto de ben fatto  in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che tutti  i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono per due stati o di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bisogna la nostra rettorica sì al postutto, che sanza lei non si  potrebbono mantenere.   Tullio.  Ma poi che Ili uomini, malamente seguendo la vìrtude sanza  10. ragione d'officio, apresero copia di parlare, usaro et inforzaro tutto  loro ingegno in malizia, per che convenne che ile cittadi sine guastassero e li uomini si comprendessero di quella ruggine, (e. Ili)  Et poi che detto avemo la cumincianza del bene, contiamo come  cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea detto davanti i beni che sono  advenuti per eloquenzia, in questa parte dice i mali che  sono advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò che  Ila sua intentione è più in laudarla, sì appone elli il male a coloro che Ila misusano e non a Ilei. 2. Et sopra ciò la  tema è cotale: Furono uomini folli sanza discrezione, li  quali, vegga ndo che alquanti erano in grande onoranza e  montati in alto stato per lo bell.o parlare ch'usavano secondo li comandamenti di questa arte, sì studiaroO solo in parlare e tralasciare lo studio di sapienzia, e divennero  sì copiosi in dire che, per l'abondanza del molto parlare  sanza condimento di senno, che (2) cumìnciaro a mettere     cioè  2: M-in che poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto  -J: M om. duri stali  i 1 : M conviene, M' conveiiia  IS: M-m om. e li uomini si comprendessero  13: M \a cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento  16: m ave... dinanzi    18: M^ dopo advenuti ripete per eloquenlia in quesUi parte (ma ri son trticiie di etpunzione)  19: m om. elli  20: M El perciii  24: M' il comandamento.... studiavano    25 : ilf intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto  m om. elio.   (1) Invece di si studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come già  si è trovato, 3, § e studia puro in dire le parole. Sintatticamente questo che ò pleonastico; ma ò attestato da ambedue le  famiglie di codici e non costituisce una rarità per il nostro volgare antico (anzi,  per Brunetto stesso, cfr. IO, 1: avegna che ma tutta volta).   sedizione e distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et a  corrompere la vita degli uomini; e questo divenia però  ch'ellino aveano sembianza e vista di sapienzia, della quale  erano tutti nudi e vani. 3. Et dice Vittorino che eloquenzia  5. sola èe appellata « la vista », perciò che ella fae parere che  sapienzia sia in coloro ne' quali ella non fae dimoro. Et  queste sono quelle persone che per avere li onori e F uttilitadi delle comunanze parlano sanza sentimento di bene;  così turbano le cittadi et usano la gente a perversi costumi. Et poi dice Tulio: Da che noi avemo contato '1 principio  del bene, cioè de' beni che avenuti erano per eloquenzia,  si è convenevole di mettere in conto la 'ncumincianza del  male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo:   Tullio tratta della comincianza del male  15. adveniito per eloquenzia. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo gli  uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usavano tramettersi delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi  e savi parlieri non si trametteano delle cause private. E con ciò   20. fosse cosa che sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi  penso che furo altri uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare  le picciole controversie delle private persone; nelle quali controversie  adusandosi gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incontra la verità, imperseveramento di parlare nutricò arditanza   25. 11. Sì che per le 'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade   che' maggiori si contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse  le sue bisogne; e così, parendo molte fiate che quello eh' avea  impresa sola eloquenzia sanza sapienzia fosse pare o talora più  innanzi che quello che avea eloquenzia congiunta con sapienzia,     i-2: m nelle loro ciltadi  M' om. et a corr.... uomini  2: m avenia  3 kelli aveano  sombianca de giusta sap.  4: m om. Et  6: M' li quali  7: M' questi  10: m om.  Et  11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il cominciamento  i3: Jlf chende seguita, j/i  che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M meno di savi, m ch'erano  meno che savi  17-18: M-m non sapeano, L non osavano  M-m om. e  19: Jlf sintrametteano dele cose  21: M-m om. uomini  M verrali  3f' vennero  22: M' om.  delle pr.... controversie  23: M-m om. spessamente  24: M' il persev. - 26: M' aiutasse  m adornasse  29: M' giunta. Un costrutto più regolare si avrebbe sopprimendo il che o inserendone un  altro dopo verisimile; appunto. per questo conservo' il che, non sembrando probabile che un copista volesse complicare di suo. Questa maggiore libertà sintattica  non è nuova.  aveni'a che, per giudicio di moltitudine di gente e di sé medesimo  paresse essere degno di reggiere le publiche cose.  E certo non ingiustamente, poi che' folli arditi impronti  pervennero ad avere reggimenti delle comunanze, grandissime e miserissime tempestanze adveniano molto sovente; per la qual cosa  cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo  ingegno, quasi per scampare di torbida tempestade in sicuro porto,  così fuggiendo la discordiosa e tumultuosa vita si ritrassero ad alcuno altro queto studio. Per la qual cosa pare che per la loro posa li altri dritti et onesti studii molto perseverati vennero in onore. Ma questo studio di rettorica fue abandonato quasi da tutti loro,  e perciò tornò a neente, in tal tempo quando più inforzatamente si  dovea mantenere e più studiosamente crescere; perciò che quando  più indegnamente la presumptione e l'ardire de' folli impronti manimettea e guastava la cosa onestissima e dirittissima con troppo  gravoso danno dei comune, allora era più degna cosa contrastare e  consigliare la cosa publica. Della qual cosa non fugìo il nostro  Catone né Lelius né, al ver dire, il loro discepolo Àffricano, né i  Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini era sovrana virtude et altoritade acresciuta per la loro sovrana virtude; sì che la loro  eloquenzia era grande adornamento di loro et aiuto e mantenimento  della comunanza.   Lo sponitore. In questa parte divisa Tulio come divennero quelli due mali, cioè turbare il buono stato delle cittadi e corrompere la buona vita e costumanza delli uomini; et avegna  che '1 suo testo sia recato in sie piane parole che molto fae  da intendere tutti, ma tutta volta lo sponitore dirae alcune  parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale: La elo   1 : M-m avogiia  2: M per essoi-o degno d'essere 7 di reggiere, M' paresse degno  de reggere  3: M' poi ke fuor iaiditi in pronti, m enpronti  4-5 : M' pervennero i  reggìm.  7 de miserissime tempeste  spessamente  7 : M' lempcstande  * : M-m la  discordia (m echontumulosa)  9 : Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa  i i : itf ' do  tutto loro " i4: M dì [olii  18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i G. n. d'AII'ricano   Jlf' erano sovrane vertudi  26: M' la vita 7 la buona costumanca - 27: M< suo stato   m in se  28: itf' om. tutti, ma  M' alcuna parola  S9: Af' Et la tema 6 cotale.  De la el. ecc. È possibile tanto la lezione di Af quanto quella di m; ma proferisco questa  perchè corrisponde alle parole del commento, § 6: « pareano essere degni». Il testo latino ha studium aliquod quieUtm. Lo scambio di queto por questo  era facilissimo, e forse risalo r.llo iirimo copio.  quenzia mise in sì alto stato i parladori savi e guerniti di  senno, che per loro si reggeano le cittadi e le comunanze  e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li onori e  le grandi cose, e non si trametteano delle cause private, cioè  5. delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere né altre picciole cose. Ma erano altri uomini di due maniere:  l'una che non erano parlatori, l'autra che non aveano sapienzia, ma erano gridatori e favellatori molto grandi; e  questi non si trametteano delle cose publiche, cioè delle signorie e delli officii e delle grandi cose del comune, ma  impigliavansi a trattare le picciole cose delle private persone, cioè delli speciali uomini. 3. Intra' quali furono alcuni  calidi e vezzati - cioè per la fraude e per la malizia che in  loro regnava parea ch'avesse in loro sapienzia-; e questi s' ausarono tanto a parlare che, per molta usanza di dire  parole e di gridare sopra le vicende delle speciali persone,  montare in ardimento e presero audacia di favellare in  guisa d'eloquenzia tanto e sì malamente che teneano la  menzogna e la fallacia ferma contra la veritade. Onde, per li grandi mali che di ciò adveniano, convenne che'  grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano le grandi  cose, venissero et abassassero a trattare le picciole vicende  di speciali persone, per difendere i loro amici e per contastare a quelli arditi. Et nota che arditi sono di due ma 25. niere : l' una che pigliano a fifare di grandi cose con provedimento di ragione, e questi sono savi; li altri che pigliano  a ffare le grandi cose sanza provedenza di ragione, e questi  sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i buoni e  savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non aveano   30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano e  garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire  e di dire torto palese; sicché spessamente pareano pari di  senno e di parlare e talvolta migliori. Sì che per sentenza     4 : M' om. e non s. t. d. cause  5: M-m ont.aò  6: m odaltre p. o.  7  M< parliei-i   iO: M' de comuni dele piccole cose cioè che jier la lYaude ecc. parean  (/^ parea) cavassero sapienlia lo.- 3f< pei' la molta  17: M^ presero baldanza  19: M' contro alla verità  20: A/' ohi. che d. e. adveniano  m avenia savi e parladori   m le cittadi  23: M' appilgliano a taro le g. e.  26: M^ om. di ragione  L l'altra   27: L provedimento  31-32: Me dire,moHi. mentire e di  33:M' talocta m. visi che p.s  Cosi leggo con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a  lavareria, il Manuzzi registra esempii di lavoriera.    del popolo, la quale è sentenzia vana perciò che non muove  da ragione, e per sentenza di sé medesimo, la quale è per  neente, pareano essere degni di covernare le publiche e le  grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et alli  5. officii et onori delle comunanze. Et poi che cciò avenne,  non fue meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e  miserissime tempestadi. Et nota che dice « grandissime »  per la quantità e che duraro lungamente, e dice « miserissime » per la qualitade, ch'erano aspre e perilliose chende   10. moriano le persone ; e dice « tempestanza » per similitudine,  che sì come la nave dimora in fortuna di mare e talvolta  crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade per  le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé  medesime e patono distruzione. « Per la qual cosa eloquenzia cadde in tanto odio et invidia »... Et nota che odio  non é altro se nno ira invecchiata; e così i buoni savi erano  stati lungamente irosi, veggiendo i folli arditi segnoreggiare  le cittadi. Et invidia è aflizione che omo àe per altrui bene;  donde i buoni savi aveano molta aflizione per coloro ch'erano segnori delle grandi cose et erano in onore. 8. Et perciò li  buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose ad  altri queti studii per scampare della tumultuosa vita in  sicuro porto. Et nota: là dove dice « altissimo ingegno »  dimostra bene eh' arebboro potuto e saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero furo bene da riprendere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l' altre  scienze di filosofia, sì come trattare le nature delle divine  cose e delle terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi  e le costumanze; et appellali « queti studii » che non trattano di parlare in comune, e perciò che ssi stavano partiti  dal remore delle genti. Et appella « vita tumultuosa » che     2: Jl/i per ragione ~ 4: M furoro, M^ fuoro  7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano,  m duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade  14: M'  medesimo ~ 15: m om. Et  16: m buoni e savi  18: m om. Et  m i'uomo... l'altrui  SO: M> et in lionore erano  m ad altre  M-m questi, M' certi om. Et noia la dove  25 : M-m non fecero  26 : Tutti i mss questi  27 : M de  trattare  28: M-m sicome dice che l.  29: M^ appellasi, L appellansi  mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma forse dopo crescono è andato perduto un soggetto, richiesto dal senso o dalla sintassi, come i venti o l'onde (abbiamo anche  altrove la prova che le due famiglie di codici risalgono a un capostipite già corrotto).  Pure non sarebbe impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le  fortune. spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in cittade coll'arme  e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar lo studio  d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè pregiata. Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro in grande onore. Et ora riprende Tulio questi  savi e dice che fecior questo a quel tempo che eloquenzia  avea più grande bisogno per lo male che faceano i folli  arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa onestissima e dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle cose oneste e diritte. U. Dalla qual cosa non fugio il nostro  Catone né quelli altri savi ch'amavano drittamente il comune et aveano senno e parlatura; ma dimoraro fermi a  consigliare et a difendere il comune da'garritori folli arditi; e però montaro in onore et in istato sì grande che le loro dicerie erano tenute sentenze, e perciò dice che in  loro era autoritade, che autoritade èe una dignitade degna  d' onore e di temenza. Ma da questo si muove il conto  e ritorna a conchiudere per ragioni utili et oneste e possibili e necessare che dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise.  CICERONE conclude che sia da studiare in rettorica. Per la qual cosa, al mio animo, non perciò meno è da  mettere studio in eloquenzia s' alquanti la misusano in publiclie et  in private cose; ma tanto più clie ' malvagi non abbiano troppo di podere con grave danno de' buoni e con generale distruzione di tutti.  Maximamente cun ciò sia la verità che rettorica è una cosa la quale  molto s'appartiene a tutte cose, è publiche e private, e per essa diviene  la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda; e per essa medesima molte  utilitadi avengono in comune se fia presta la modonatrice di tutte  cose, cioè sapienzia; e per lei medesima abonda a coloro che H'acquistano lode, onore, dignitade; e per essa medesima anno li amici  certissimo e sicurissimo aiutorio. 1: M-m spesse volte  2: m tralassaro  8: m le chose honestissime  10: M  (Iride, m diritte  3f' Dela q. e.  11: M' dirittamente, m om.  12: M' dimorato  y f.: M 7 folli arditi, £ e da f. a.  14: M^ J montaro perciò  18: m e torna,  M 7 condoura tornerà per ragioni, L e mosterrà per rag.  Jlf-;» honesti ~ 19: M -m necessarie 20: m lodarla  ^3: M* misuna, corretto poi misusa  27: M' molto pertièno  devegna  28: M> y hon. 7 illustra 7 gioconia, m illustra  29: M sia  31: M^-m 7  honore 7 dignitade.  La tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio:  Se alquanti di mala maniera usano malamente eloquenzia,  non rimane pertanto che 11' uomo non debbia studiare in  5. eloquenzia, al mio animo (cioè per mia sentenza), acciò  che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a' buoni  né di fare generale distruzione di tutti. Et nota che distrutti sono coloro che soleano essere in alto stato et in  ricchezza e poi divennero in tanta miseria che vanno men 10. dicando. 2. Et poi dice le lode di rettorica, come tocca al  comune et al diviso, e come per lei diviene l'uomo sicuro,  cioè che sicuramente puote gire a trattare le cause, et appena troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice chende  diviene la vita « onesta », cioè laudato intra coloro che '1   15. cognoscono; e dice «illustre», cioè laudato intra li strani;  e dice « ioconda », cioè vita piacevole, però che ' savi parlieri molto piacciono ad sé et altrui. 3. Et altressi molto  bene n'aviene alle comunanze jier eloquenzia, a questa condizione : se sapienzia sia presta, cioè se ella sia adiunta con eloquenzia. Et dice che sapienzia è amodenatrice di tutte  cose però che ella sae antivedere e porre a tutte cose certo  modo e certo fine. 4. Et poi dice che questi che anno eloquenzia giunta con sapienzia sono laudati, temuti et amati;  e dice che Ili amici loro possono di loro avere aiutorio sicurissimo, però che appena fie chi Ili sappia contrastare,  poiché sanno parlare a compimento di senno. Et dice « certissimo » però che '1 buono e '1 savio uomo non si lascia  M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema de questo è cotale  3: M' aliijuanti   6: M' de fare male  7: m om. nota  9: il' divegnono  11: M huomo siguro   13: M' troverà  14: M-m laudata.... che cognoscono  15: M' illustra, L illustro   17: A/' ad altri  M-m nm. Et altressi e n 19: Hin presta  M' giunta  21 :M siae  ad intivedere, m a ad antivedere  22: m om. Et  23: M^ 7 temuti  25: m Tia chelli  sappia, M' fie chelli il sappia  37: M non so lascia.  Anche la lezione di ilf è possibile, ma forse nacque da un accomodamento  arbitrario del testo già corrotto. Invece quella di M' è spiegabilissima collomissione della parola testo (la somiglianza con questo rese più facile l' errore) e riceve  conforma dal principio del capitolo seguente, con quell'uniformità di espressione  che è caratteristica di tutto il commento.   (2) Troverai è preferibile come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M' potrebbe trattarsi non di troverà, ma troverà'. corrompere per amore ne per prezzo né per altra simile  cosa. Et qui si parte il conto e fae nn' ultima conclusione  in questo modo: Tullio conclude in somma. Et però pare a me che gli uomini, i quali in molte cose   sono minori e più fievoli che Ile bestie, in questa una cosa l'avanzano, che possono parlare ; e donque pare che colui conquista cosa  nobile et altissima il quale sormonta li altri uomini in quella medesima cosa per la quale gli uomini avanzano le bestie. La tema in questo testo è cotale : La veritade è che  gli uomini in molte cose sono minori che Ile bestie e più  fievoli, acciò che sanza fallo il leofante e molti altri animali sono più grandi del corpo che nonn è l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della persona  che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi sono  certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza  fallo lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo  cerviere del vedere e la scimmia del saporare, e l'avóltore   20. dell' anasare ad odorare, e '1 ragnol del toccare. Ma in  questa una cosa avanza 1' uomo tutte le bestie et animali,  che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene la  sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae  alli altri uomini.   25. Tullio dice di che elli tratterà 16. Et questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista  solamente per natura né solamente per usanza, ma per insegnamento  d'arte altressi. Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono  coloro i quali sopra ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi     S: il-m un'altra condictione  7 : M' costui  il-m conquesta  8: M-m la quale;  om. li  9 : )» om. cosa e gli uomini  11: il' de questo t. M' molti huomini....  minori 7 più fievoli chelle bestie  15: U-m om. altre  16: M' che tucti  19-20: M-m  7 l'avóltore dell'odore, M']j lavoltoio delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et  l'avoltoio del nasare et d'odorare  M-M' 7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a ragnolo  M'-L ne! toccare  22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma cfr. ^ \)  27 : M'  per la natura  2S: M-m nm. d'arte  29: m certi. che noi diciamo ciò che ssi comanda in rettorica, pare che sia a  trattare del genere d' essa arte e del suo officio e della fine e della  materia e delle sue parti; imperochè sapute e cognosciute queste  cose, più di legieri e più isbrigatamente potrà l'animo di ciascuno  5. considerare la ragione e ia via dell'arte.   Lo sponitore.   1. Poi che Tulio avea lodata Rettorica et era soprastato  alle sue commendazioni in molte maniere, sì ricomincia nel  suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo libro.  10. Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo  di ciascuno sia più intendente di quello che seguirà, e così  pone fine al suo prolago e viene al fatto in questo modo:   Tullio ae fiìiito il prolago, e comincia a dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la quale richiede et è  15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una grande et ampia  parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata Rettorica. Che al  ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono che Ila scienzia  delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne discordiamo da  coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et in arte del  20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica porremo in quel  genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile scienzia, cioè  della scienzia delle cittadi.   Lo sponitore.   I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are ordinatamente ciò che elli avea promesso nella fine del prolago. Et primamente comincia a dicere il genere di questa  arte. Ma anzi che Ho sponitore vada innanzi sì vuole fare  intendere che è genere, perchè l' altre parole siano meglio  intese. Ogne cosa quasi o è generale, sicché comprende  molte altre cose, o è parte di quella generale. Onde questa     1-2: M' (la tratto, poi corr. da trattar.;  3: M-m generalmente della decta- arte   3: m però che - 4: M-m più diligente, M' nm. più  8: M A rinconincia  11 : M'  (luelle, ma L quello  14-13: M'-L richiede molte cose grandi  16: M-m cai ver diro   18: M-m abbiano  30: M-m [lorromo quel genero  SG: m quella  S8: M-m y perchè   29: M ìì quasi generale, m è quasi geu.  30: M onde jvirte quella gen.   parola, cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende  molti, cioè Piero e Joanni etc, ma questa parola, cioè  « Piero, » è una parte- A questa somiglianza, per dire più  in volgare, si puote intendere genere cioè la schiatta; che  5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro di quella  schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una  parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice  di rettorica sotto quale genere si comprende, per meglio  mostrare il fondamento e Ila natura sua. Et dice così che Ila   10. ragione delle cittadi, cioè il reggimento e Ila vita del comune e delle speciali persone, richiede molte e grandi cose,  in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In fatti è la ragione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de' sartori, de'  pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi. In  detti è la rettorica e l'altre scienze che sono in parlare.  Adonque la scienza del governamento delle cittadi è cosa  generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè l'arte  del bene parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più innanzi, pensando che Ha scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che muove di filosofia, sì vuole elli dire un  poco che è filosofia, per provare la nobilitade e l'altezza  della scienzia di covernare le cittadi. Et provedendo ciò  ssi pruova l'altezza di rettorica.   6. Filosofia è quella sovrana cosa la quale comprende  sotto sé tutte le scienze; et è questo uno nome composto   di due nomi greci : il primo nome si è phylos, e vale tanto   a dire quanto « amore », il secondo nome è sophya, e vale   - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde FILOSOFIA tanto vale   a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa neuno   30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh' elli  intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad  avere intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì / M-m cioè che comprende  2: Af' nm. o J cioè Piero  5: M' ovi. chi    4-6: m om. tutto il passo da che « quella schiatla  8: m om. per  9: M^ demostrare   10: jU' i reggimenti  12: M-m om. che b  13: Af ' l'arti (ma anche L l'arto)  m e de'pannali, .)/ 7 de sartori de panni  16-17: m o parte d'un altro generale  1M' de  ben p.  20: M in podio  22: m om. della scienzia, 3/' niii. della scienzia l'altezza  25: M sotto di sé  26: m fue fdos, .W filis  27 : m om. nome  29: M^ de  la scienza  31: M-m tuote l'altre  J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare ' M' Donde.   (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in Tesar., X, 39-40; però  lo ronde poco probabile la forma arti che subito segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e ama,  e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si riduce. nizione di filosofia : ch'ella è inquisizione delle naturali cose  e connoscimento delle divine et umane cose, quanto a uomo  è possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che filosofia  è onestade di vita, studio di ben vivere, rimembranza della morte e spregio del secolo. Et sappie che diflfinizione  d'una cosa è dicere ciò che quella cosa è, per tali parole  che non si convegnano ad un' altra cosa, e che se tu le  rivolvi tuttavia signiffichino quella cosa. Per bene chiarire  sia questo l'exemplo nella diffinizione dell'uomo, la quale   10. è questa: « L'uomo è animale razionale mortale ». Certo  queste parole si convegnono sì all'uomo che non si puote  intendere d'altro, né di bestia, né d'uccello, né di pescie,  però che in essi nonn à ragione; onde se tue rivolvi le  parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ? certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. Or è vero che anticamente per nescietà delli uomini  furon mosse tre quistioni delle quali dubitavano, e uon  senza cagione, però che sopr'esse tre questioni si girano  tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse l'uomo   20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che ragione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza  quistione era di sapere le nature di tutte cose che sono.  Et perciò che le questioni fuoro tre, sì convenne che' savi  filosofi (2) partissero filosofia in tre scienzie, cioè Teorica,   25. Pratica e Logica, si come dimostra questo arbore.      i: M inquistione, m inquestione, L inqulslione  2: M^ quando  3: M enpossib'ile   (5: Mss. quella cosa 7 per t. p.  8: if-M' le rivuoli, L le rivolgi  il' el per bene   .9-/0: if' lo quale questo, L la i[ualo questo  16: m necessità, M' neccssiladc  16-17:  .¥' luiomini in esse (L messe)  18: sospeso, cnrr. sopresse  19: .1/' liuomo  20: m  la seconda che lasciare  20-21: lU-m om. la 2" quistione  22.: M-m om. quistione   M-iii la natura  m tutte le oliose - 23: M-m Et però quelle quistioni furono tre   23-24 : M si convenne i savi phylosoi)hy che partissero  jf > si conviene -^ 23: M mn. e.   (1) Si potrebbe anche leggere (con una costruzione più regolare ma con una  coordinazione poco opportuna) ciò eh' è quella cosa, e per tali parole ecc.   (2) Questa lezione ò comune a codici di ambedue le famiglie, e perciò la preferisco a quella di M, che pure si può difendere facendo transitivo conreìtne e  intendendo i -savi filosofi come complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per  dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare  e che lasciai'e. La seconda scienzia, cioè logica, è per dimostrare la seconda quistione, cioè per che ragione dovesse  quel fare e quello altro lasciare. 10. Et questa scienza, cioè  logica, sì ae tre parti, cioè dialetica, efidica, soffistica. La  prima tratta di questionare e disputare l'uno coli' altro, e  questa è dialetica; la seconda insegna provare il detto dell' uno (1) dell' altro per veraci argomenti, e questa èe efidica; la terza insegna provare il detto dell'uno e dell'altro  per argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è  sofistica. Et questa divisione pare in questo arbore. La tex'za scienzia, cioè teorica, si è per dimostrare  le nature di tutte cose che sono, le quali nature sono tre;  15. e però conviene che questa una scienza, cioè teorica, sia  pai'tita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e Matematica, sì come dimostra questo arbore.      4: m cioè la ragione  6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica (un'altra mano aggiunse  sotìslicha)  7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e dell'altro  i 1 : if infinite   M' argomenti frodolenti 7 jier infinita pruova  12: m apare.   (1) Conservo invece di e, comune a quasi tutti i codici, appunto per la sua  singolarità e perchè sembra indicare una differenza tra l'efldica e la sofisticala prima dimostra la verità di una delle due parti, la seconda pretende dimostrare l'una e l'altra parte.  Onde la prima di queste tre scienze, cioè teologia,  la quale è appellata divinitade, si tratta la natura delle  cose incorporali le quali non conversano in traile corpora,  sì come Dio e le divine cose. La seconda scienzia, cioè  5. fisica, sì tratta le nature delle cose corporali, si come sono  animali e He cose che anno corpo; e di questa scienzia fue  ritratta l'.arte di medicina, che, poi che fue connosciuta la  natura dell'uomo e delli animali e de' loro cibi e dell'erbe  e delle cose, assai bene poteano li savi argomentare la saio, nezza e curare la malizia. La terza scienzia, cioè matematica, sì tratta le nature de le cose incorporali le quali sono  intorno le corpora; e queste nature sono quattro, e perciò  conviene che matematica sia partita in quattro scienze, ciò  sono arismetrica, musica, geometria et astronomia, sì come  15. appare in questo arbore:  La prima scienzia, cioè arismetrica, tratta de' conti  e de'nomeri, sì come l'abaco e più fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare voci e  suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e delle proporzioni. La IV scienza, cioè astronomia, tratta della  disposizione del cielo e delle stelle. Or si torna il conto dello sponitore di questo libro  alla prima parte di filosofia, della quale è lungamente taciuto, e dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica,   25. che pervegna a dire della gloriosa Rettorica. E sì come  fue detto già indietro, questa pratica è quella scienza che  dimostra che ssia da ffare e che da lasciare, e questo è di     3:m traile corpora  7: #' dela mudicina  9: M' assai poteo bone argomentare isani   10-13 : M-m mltnno da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si e)  16: m om. scien7.ia  17: M' noveri  18: M [a musica  SO: M astorlomia  M' tracta Io sponilore   22: Af' si ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro alla prima p.  33: m ae, Jtf' oo   24: m della prima parte  25: m perverrà.     tre maniere: i>erciò conviene che di questa una siano tre  scienze, cioè sono Etica, Iconoiiiica e Politica, sì come  mostra la figura di questo arbore :  La prima di queste, cioè etica, sì è insegnamento di  5. bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento delle  cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per  assennamento di quatro vertudi, ciò sono prndenzia, iustizia, fortitudo e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono  superbia, invidia, ira, avarizia, gula e luxuria; e così dimoio, stra etica clie sia da tenere e che da lasciai-e jier vivere  virtuosamente. 16. La seconda scienza, cioè iconomica, sì  'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per covernare  e reggere il propio avere e la propia famiglia. La terza  scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere  15. le cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è provato, è in due guise, cioè in fatti et in detti, sì come si vede  in questo arbore:      18. Quella maniera eh' è in fatti sì sono l'arti e' magisterii che in cittadi si fanno, (i) come fabbri e drappieri e li 1 : M-m però clic convion(3  3.m am. la ligura  ;>: Af' accostumatamente M' om. ira  10: M^ da necnto  1 1: m virtmliosamonte  13: m avere, la patria e  la famiglia  14: m fare, mantenere 7 r.  16: M-M' 7 in due guise  M' in detti.  18: m om. tutto il g 18  M' 7 mestieri  19 : M che cittadini fanno   (lì Si rimane incerti fra le due lezioni, perchè il senso è il medesimo e anclie  paleograficamente la differenza è lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i) cittadini'! Adottiamo la lezione un po' più diffìcile.     altri artieri, sanza i quali la cittade non potrebbe durare.  Quella eh' è in detti è quella scien^ia che ss' adopera colla  lingua solamente; et in questa si contiene tre scienze, ciò  sono Grramatica, Dialettica, Rettorica, si come dimostra  5. questo altro albore:  Et che ciò sia la verità dice lo sponitore che gramatica è intrata e fondamento di tutte le liberali arti et  insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè  per parole propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica non potrebbe alcuno bene dire  né bene dittare. La seconda scienza, cioè dialetica, sì pruova  le sue parole per argomenti che danno fede alle sue parole;  e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mostri ragioni per che, sicché le sue parole abbiano provanza   Ib. in tal guisa che Ili uditori le credano e diano fede a cciò  che dice. La terza S(!Ìenza ciò è Rettorica, la quale truova  et adorna le parole avenanti alla materia, per le quali l'uditore s'accheta e crede e sta contento e muovesi a volere  ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a   20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò  che '1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a  diritto e per sì propie parole che sia inteso, e questo fae gramatica; e dee le sue parole provare e mostrare ragioni (2),     1 : Af ' artefici sanza quali le cittadi non potrebbero durare  3: M^ ] questa si contiene  6: m Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia  7: M' l'arti liberali  9: Mm om. e sanza sologismo; t-S silogismo  10: M' om. alcuno  I-i: M ragione si che  le s. p.  pruova  i7 : M-m advoncnti  18-19 : M' per bisogno al parliere et al dictatore  S3: M-m mostrare con ragiono, L mostrare por ragione  Non credo necessario, data l' impossibilità di distinguer la grafia dei copisti  da quella dell' autore, ristabilire la forma esatta solecismo; la stranezza della parola spiega pure l'omissione di M-m e lo sproposito di L-S.   (2) Che questa sia la giusta lezione è confermato dal § precedente, 1.16 («ragioni per che ») ; e si noti che mostrare con ragione o per ragione equivarrebbe a  provare.  e questo fae dialetica; e dee sì mettere et addornare il suo  dire che, i)oi che 11' uditore crede, che stia contento e faccia  quello eh' e' vuole, e questo fa Rettorica. Or dice lo sponitore che Ha civile scienza, cioè la covernatrice delle cit5. tadi, la quale èe in detti si divide in due: che ll'una è co llite  e l'altra sanza lite. Quella co llite si è quella che sisi fa domandando e rispondendo, si come dialetica, rettoi'ica e lege;  quella eh' è sanza lite si fa domandando e rispondendo, ma  non per lite, ma per dare alla gente insegnamento e via di   10; ben fare, sì come sono i detti de' poeti che anno messo inii  iscritta l'antiche storie, le grandi battaglie e l'altre vicende  che muovono li animi a ben fare. Altressì quella civile  scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una artificiosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale  il parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della  materia, vi reca suso argomenti secondo che ssi conviene,  e questo è in dialetica et in rettorica. Quella che non è  artificiale è quella nella quale si recano argomenti pur per  altoritade, si come legge, sopra la quale non si reca neuna   2'^ pruova né ragione per che, se non tanto l' altoritade dello  'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è artificiale  dice BOEZIO nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte di  ragione. Alla fine conclude Tulio e dice che Rettorica  è parte della civile scienzia. Ma Vittorino sponendo quella   25. parola dice che rettorica è la maggiore parte della civile  scienzia; e dice « maggiore » per lo grande effetto di lei,  che certo per rettorica potemo noi muovere tutto '1 popolo,  tutto '1 consiglio, il padre contra '1 figliuolo, l'amico centra  l'amico, e poi li rega(i) in pace e a benevoglienza. Or è detto   30. del genere; omai dicerà Tulio dello oflfizio di rettorica e del  fine.     1: M ordinare, m e iliraeltero e ordinare lo siidire  3: M^ cliolll stea  5: M-m si  vede in due  7: M' y reclorica  9: M' a. lo genti  i 1 : m-M in iscripto  M' 7  le g. b. 7 altro vicende  IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta civ.  13-14: mchS l'ima  e art. 7 l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra none art. (X non art.)  16: m su argomenti  che crede ohe si chenvieno, S secóndo la cosa  19: M sopralla quale  21 : J/' di questa non artificiosa  S6: m e M' alFecto, ma L el'ctto  S8 : m M' contro al f.  wchontro  all'amico, M' contra amico.  29: m li reca, Af' recalgli a pace 7 benev., L-S recarli a p.  Q n h.  80 : m M' oggimai.   (1) Con libertà non nuova alla nostra ling'.ia antica, si può sottintendere il  soggetto, « rettorica », dalle parole « per rettorica » che precedono. La lezione  ? ecarli, appunto perchè piii semplice e chiara, mi par da scartare : non si vedrebbe CICERONE dice che è l'ufficio di questa arte.   18. Officio di questa arte pare che sia dicere appostatamente  per fare credere, fine è far credere per lo dire. Intra 11' ufficio e Ila  fine èe cotale divisamente : che nell'officio si considera quello che  5. conviene alla fine e nella fine si considera quello che conviene all'officio. Come noi dicemo l'ufficio del medico curare apostatamente  per sanare, il suo fine dicemo sanare per le medicine, e così quello  che noi dicemo officio di rettorica e quello che noi dicemo fine intenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare il parliere, e dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili dice. In questa parte àe detto Tulio che è l'officio di questa arte e che è lo suo fine; e perciò che '1 testo è molto  aperto, sì sine passerà lo spouitore brevemente. Et dice   15. cotale diffinizione : officio è dicere appostatamente per fare  credere. Et nota che dice « appostatamente », cioè ornare  parole di buone sentenze dette secondo che comanda quest'arte; e questo dice per divisare il parlare di questo dicitore dal parlare de' gramatici, che non curanq d'ornare   20. parole. E dice « per far credere », cioè dicere sì compostamente che ir uditore creda ciò che ssi dice. Et questo dice  per divisare il detto de' poeti, che curano più di dire belle  pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del fine.  Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi   25. considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo  'ntendimento del parliere è di far credere le sue parole  all'uditore. Donque questo è la fine, cioè far credere; che  2: M* om. ilk'Oi'O  3: M-M' 7 lar  M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio  e ripete è cotale ilivisumento che no l'ollicio  M 7 è colalo  0: m il' e curare  9: t intenderemo cli6 olicio è quello ecc.  m om. e  JO: il ella, mi e la  i3 : .tf' et che il  lino  15: il apostamonle  M-m saltano dal l'ai ^ apposlatanicnto.  10: .tf-m-.l/' ornate  20: m diro si ornatamente et cliom))ost.  21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m  che farle credere - 24: M-m per 1 udire  23: M 7 troverà - 26: M' del parlare   la ragione per cui fu mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia  derivata da recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante di ìi  reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la cosiddetta legge  del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc. Dani., N. S., XIV, 90-91)    'mmantenenle che l'uomo crede ciò eli' è detto si rivolve (1)  lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1 dicitore intende.  3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine di questa arte è doppio, uno nel parladore et un altro nell'uditore.  5. Il parladore sempre desidera questo fine in sé: che dica  bene e che sia tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è  questo fine: che '1 dicitore a questo intende, che nell'uditore sia cotale fine che creda quello che dice; e questo fine  non desidera sempre IL PARLATORE sì come quello di sopra.   10. 4. Et per mostrare bene che è l' officio e che è il fine e che  divisamento àe dall'uno all'altro, sì dice Tulio che officio  è quello che '1 parliere de' fare nel suo parlamento secondo  lo 'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per cui  cagione il parlieri dice compostamente; e certo questa cagione e questo fine nonn è altro se non fare credere ciò che  dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che Ilo   officio del medico è medicare compostamente per guerire   r amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo   suo medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di rettorica; omai procederàe il conto a dire  della materia. Materia di questa arte dicemo che ssia quella nella quale  tutta l'arte e Ilo savere che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi  dicemo che Ile malizie e le fedite sono materia del medico, perciò  che 'ntorno quelle è ogne medicina, altressì dicemo che quelle cose  sopra le quali s'adopera questa arte et il savere eh' è appreso dell'arte sono materia di rettorica; le quali cose alcuni pensaro che     1 : M sinvolve, m si involve, M^-L si muove  S : M' quello olio.  9 : M-m considera    10: M' om. l)ene  15: M-m non ae altro  m se none a faro  16: Af ' in ciò   17-18 : M Olii, è medicare.... del medico  19: M-m Già ae d. s. (mi s. d.)  20: M' del fine    ogimai procederà Tulio a dire  S,4: m e tutta l'arte  Jlf ' e sapere  S3: M-m le  malizie, cioè le malattie (glossa)  87: M e savere  tulli i inss, apresso  Questa è senza dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con  ragioni paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il sinvolve  di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di Mi L. Invece di  si rivolve lo suo animo  (soggetto) si può anche intendere « (l'uomo) si rivolve  lo suo animo », ma forse l'espressione riesce meno naturale.   (2) La correzione è suggerita dalle parole precedenti : « lo savere che dell'arte  s'apprende». Il testo latino ha facuUas oratoria.  fossero piusori et altri meno. Che GORGIA DI LEONZIO, che fue quasi  il più antichissimo rettorico, e in oppinione che IL PARLATORE puo  molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a questa arte  grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede a questa  5. arte molti aiuti et adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo  e giudiciale. Lo sponitore.   1. In questa parte dice Tulio che materia di rettorica   10. è quella cosa per cui cagione furo pensati e trovati li comandamenti di questa arte, e per cui cagione s'adoperala  scienzia clie 11' uomo apprende per quelli comandamenti.  Così fuoro trovati li comandamenti di medicina e gli adoperamenti per le infertadi e per le ferute; et insomma   15. quella è Ila materia sopr' alla quale conviene dicere. Et  sopra ciò fue trovata questa arte per dare insegnamento di ben dire secondo che Ila materia richiede e per fare  che ir uditore creda. Et di questo è stata diiferenzia  tra' savi : che molti furo che diceano che materia puote   20. essere ogne cosa sopr' alla quale convenisse parlare. Et se  questo fosse vero, donque sarebbe questa arte sanza fine,  che non puote essere; e di questi fue uno savio, GORGIA DI LEONZIO, antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'appella antichissimo sì dimostra che non sia da credere.  Ma Aristotile, a cui è molto da credere, perciò che  diede molti aiuti et adornamenti a questa arte in perciò  che fece uno libro d' invenzione et un altro della parladura,  dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e catuua  maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo 30. strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti  apiiare :     2: m cliel parlaro  3: M-m che (loggia (w dohbia) aiiiiistare  6: M' generi   7: M-m giiulicalivo - IS: M-m et per (incili comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com.,  S per qiialnni|ue com. (t bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo inf.   M' fedito  15: m. M'-L sopra la quale  19: M' dissero  ?0: m sopra la ipiale  l'uomo chonviene parlare, M' sopra la (pialo  SS: M-m di questo  S3-S4: M' 1 aix.'llava  S6: M-m (lice molti aiuti  M' in ciò che, m però che  S7: Mdinvctione, hi d'invotione - S8: M-m materie  M' de cosa {ma L S di cose)  M^ ciasouna  30-31:  M-m om. come ecc. e la figura.  Et a questa sentenzia s'accorda Tulio, e sopra queste tre  maniere è tutta l'arte di rettorica. 4. Ma ben puote essere  oh' e' maestri in questo punto fanno divisamente intra dire  e dittare; che pare che Ila materia di dittare sia si generale che quasi sopra ogne cosa si possa fare pistola, cioè mandare lettera. Ma dire non si puote per modo di rettorica  se non delle dette tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca tutta  la rettorica in quistione di parole. Et intendo che quistione  è una diceria nella quale àe molte parole sie impigliate che ssine puote sostenere l'una parte e l'altra, cioè provare  si e no' per atrebuti, cioè per propietadi del fatto o della  persona. Et ecco l' exemplo in questa diceria che fie proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco Tulio  Cicero no, che davanti (i) al popolo di ROMA fece anegare molti ROMANI a tempo che '1 comune era in dubbio? In  questa proposta à due parti, una del sì et un'altra del no.  Quella del sì è cotale : « Cicero è da sbandire, perciò che  à fatta la cotale cosa *. Quella del no è cotale: « Non è da  sbandire, che ricordando pure lo nome signififica buona cosa   20. et isbandire et exìlio (2) sìgnifBca mala cosa, e non è da credere che buono uomo faccia quello che ssia da sbandire  degno né de exìlio ». 6. Grià è detto che è la materia di  quest'arte, et afferma Tulio la sentenza d'Aristotile. Et  però che elli l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì quelle   25. tre maniere sì compiutamente che per lui e per lo sponì   1 : m sachosta  2: Mi tucta  3:m tra dire od.  4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote   6: M' lectoro  7 : 3f ' se non le docte  om. perciò  m tutta rettorica  9: M' ov'a   il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti  m cioè i)roiiietadi  12: M sie o fie, m Ila,  M'-L fu - 14: m om. Cicero  M^ Cicerone che davanti il p.  15: M' al tempo   16: M imposta  19: M' il suo nome ò buona cosa  20: M' in exilio  21-22: m dongno  da sb., M' dengno di sbandire in oxilio  24: J/' la conferma   Non e' è dubbio sul testo, in cui la tradizione manoscritta è concorde;  quanto all'interpretazione cfr. Maggini, La Rettorica italiana di B. L.   Che et e non in sia la lezione originaria è comprovato dal seguente né  de exilio (cambiato da M< in exilio per analogia colla prima alterazione).    tore potrà quelli per cui è fatto questo libro intendere la  materia, lo movimento e la natura di rettorica. Ma ben  guardi d'intendere ciò che dice questo trattato e di Connoscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti non potrebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima  del dimostrativo. Del dimostr amento. Dimostrativo è quello che ssi reca in laude o in vituperio  d'una certa personale. In questa parte dice CICERONE che, con ciò sia cosa che  Ile cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda indella quale  l'uno afferma e l'altro niega siano di tre maniere, sì insegna Tulio avanti quale causa è dimostrativa. Ma lo sponi 15. tore non lascerà intanto che non dica la natura e Ila radice  di tutte e tre, oltx'e che dice il testo di Tulio; et in ciò  dicerà chi è la persona del parliere che dice sopra la causa,  e dicerà che è il fatto della causa. La persona del parliere è quella che viene in causa per lo suo detto o per lo   20. suo fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o che ssi  crede ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che detto  noll'abbia; altressì intendo «fatto» quello che fece o che ssi  crede ragionevolemente che elli abbia fatto, avegna che fatto  non sia. 3. Il fatto della causa è quel detto o quel fatto per lo quale alcuno viene in causa e questione; et in ciò sia  cotale exemplo: Dice Pompeio a Catellina: « Tu fai tra   1: in poUà collii è: M' c\ inovini. ~ 5: .W Jioooia, L ilice ora  6: i/del dimoslratio, m  (Iella dimostrationo  8: S si moslra  13-14: il' sia in ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio  inprima  M-m cosa  il' sia doni.  13: m oni. e la radice - lS-19: il-m Persona  del ]). 7 quella  19-20: il' per lo suo facto o per lo suo dello, m per lo s. d. e per lo s. f.  intondo suo detto e latto (pielli (nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello   S4 : il' ijucl detto  SS- il' et in ipiest., m. ohi.  L siae     -- 41  dimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde:  « Non fo ». In questo convenente Pompeio e Catellina sono  le persone de'parlieri; e la causa è questa: «Tu fai tradimento »  « Non fo »; e chiamasi causa però che 11' uno ap5. pone e dice parole contra l'altro e mettelo in lite. 4. Et per  maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che èe dimostramento e che deliberazione e che iudicamento, e così sopra  che è ciascuna maniera di rettorica.   Dimostramento. Dimostramento è una maniera di cause tale che per sua propietade il parliere dimostra ch'alcuna cosa sia onesta o disonèsta, e per questo mostra che è  da laudare e che da vituperare; e questa causa dimostrativa  è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. La speciale dimostrativa è quella nella quale i parlieri si sforzano di provare una cosa essere onesta o disonesta,  non nominando alcuna certa persona; et intendo certa persona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie e  di cotali certe cose e determinate tra Ile genti, non intendo  dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della   20. luna, che questa quistione non pertiene a rettorica. Et  di questa causa speciale dimostrativa sia cotale exemplo :  « Il forte uomo è da laudare Dice l'altro: Non è, anzi è  da vituperare. E di questo nasce quistione, se '1 forte è  degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa, ma   25. non nomina certa persona, e perciò è speciale. 8. La causa  dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale  i parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o disonesta nominando certa persona, in questo modo. CICERONE è degno di lode. Dice l’altro. Non è. E  di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare.  Et questa quistione comprende due tempi : presente e preterito. Che al ver dire di ciò che 11' uomo fae presentemente  è lodato biasmato, et altressì di ciò che fece ne' tempi passati. 9. Et sopra ciò dicono 1' antiche storie di Roma che   35. questa causa dimostrativa si solca trattare in Campo Marzio,     5: 3/' perciò maggioro  7 : ìlt' cheo... cheo (ma L clie... che) - saprà che è   10: M' per sue propietadi il parladore  14: M' i parladori  m spellale o dimostrativa   16: M' nm. et intendo certa persona, vi om. et  17: M' et dele ciltadi  18: m  cliase diterminate  19: M-m et della gr.  20: m non apartiene  ^i :?» om. speciale   M-m dimostrata  M k cotale lessemplo - So: M-m om. è  27: M' alcuna persona  essere  M-m di tre tempi  m pres., preter. e luturo  32: M-m Et al ver dire   33 : M-m om. di     - 42  nel quale s'asemblava la comunanza a llodare alcuna persona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a biasmare quella che non era degna. E già è ben detto della  causa dimostrativa; sì dicerà il maestro della causa deli5. berativa.   Del diliber amento.   21. Diiiberativo è quello il quale, messo (^' a contendere et  a dimandare tra' cittadini, riceve detto per sentenzia. In questa parte dice Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a' cittadini a contendere il lor  pareri et a domandare a lloro quello che nne sentono; e  sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè alla  fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di   15. causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà  delle genti, che raunano li consillieri per diliberare che  ssia da fFare sopra alcuna vicenda e che da non fare; e  quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché alla fine si  prende quella che pare migliore. 3. Et in ciò sia questo   20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare oste in  Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano  qual sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa  quistione si considera pure nel tempo futuro, che al ver  dire sopra le cose future prende l'uomo consiglio e dili 25. bera che ssia da fare e che noe. 4. Et questa causa diliberativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote  partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera d'ai  cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando     1-3: M alcuno cli'era dengno  om. e signoria.... degna  6: Tutti i mss. omesso,  S è messo  H : M-m che in essa - m M' i loro pareri, L illoro pareri  12: M' da  loro - 13: M-m dicono  14: M-m lo migliore  15: M-m cassare (M 7 quello)    16: M-m raunavano  17: M-m non daffare  20: M' ressom])ro  M-m che  pone -22: M' il migliore  24: m nel tempo futuro  ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo)  M-m Questa ì; causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia   m una e spetiale  M-m om. che  27: M-m alcuna cosa  28: M-m om. sellò   (1) Il testo latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a  tutti i codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la rendeva facile.   (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma preferisco quella di M' perchè  corrisponde esattamente alla fino del § 2.    alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace  è da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di  ciò nasce causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere  o no. L'altra che non si può partire è quella nella quale  5. i dicitori studiano di provare e' alcuna cosa sia utile o dannosa, nominando certe persone, in questo modo: Dice l'uno:  « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi. Dice l'altro: «Non è». Et già è detto della causa diliberativa;  omai dicerae il maestro del iudiciale. Ma questo sia conto  a ciascuno, che Ila propietade della diliberazione èe mostrare che ssia utile e che dannoso in alcuno convenentre.  Et questa diliberativa si solca trattare nel senato, e prima  diliberavano li savi privatamente che era utile e che no  e poi si recava il loro consiglio in parlamento e quivi si fermava la loro sentenza, e talvolta si ne prendea un'altra  migliore.  Judiciale è quello il quale, posto In iudicio, à in sé accusazione e difensione o petizione e recusazione. La natura di iudicamento si è una forma la quale si  conviene al parladore per cagione di mostrare la iustizia  e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè per mostrare d'una cosa  s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo : che uno ac-cusa un altro e l’accusato si difende elli medesimo o un  altro per lui; overo che uno fa sua petizione e domanda  guidardone per alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un  altro recusa e dice che non è da guidardonare, e talvolta  dice. Anzi è degno di pena. Et questa causa si pone  in iudicio, cioè in corte davante a' indici, acciò eh' elli indichino tra Ile parti quale àe iustizia; e questo si fae in  corte palese in saputa delle genti, acciò che Ila pena del     S. in Iva  3: M-m e so la p.  4: M' L'altra la quale  7 : Ai da melanesi, m tra  mei. - Af ' e li crem.  M-m l'altro dice  *: J/ E già detto  U-m cosa  9 : M ' oggimai dicera del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno  m e damostrare  12: m ohe prima  14: m om. e  m M' in loro consiglio (ma L illoro cons.)  14-15: A/' in loro sententia  si fermava  18: Tuttiimss. e [tosto  i9: m accnsatione, difensione, pctitiono  Tutta mas.  recusatione {ma cfr. testo latino)  24: m chontro a iust.  m om. che  V e medesimo, L elli med.  27: m fatta bene  28: m om. e dice  32: m traile genti.  malfattore dia exemplo di non malfare, e '1 guidardone  de' benfattori sia exemplo agli altri di ben fare. Et sopra  questa materia dice uno savio: « I buoni si guardano di  peccare per amore della vertude, i malvagi si guardano  5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale doppia: una speciale et un' altra che non si puote partire.  Speciale è quella nella quale il pai'lierc si sforza di mostrare alcuna cosa che ssia insta o iniusta, non nominando  certa persona; in questo modo: « Il ladro èe da 'mpendere,   10. perchè commette furto ». Dice l'altro: « Non è ». 4. Quella  che non si puote partire è quella nella quale il parliere si  sforza di mostrare una cosa essere iusta o no, nominando  certa persona; in questo modo: « È da impendere Guido  eh' à fatto furto, o no? » Od « E da guidardonare GIULIO Cesare eh' à conquistata Francia, o no? Et tutte que  ste cause iudiciali si considerano sopra'1 tempo preterito perciò che di ciò che l’uomo à fatto in arrietro è guidardonato o punito. CICERONE dice la sua sentenzia della materia di rettorica riprende quella d' Ermagoras. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del parliere (0  e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre. (cai). VI) Che   certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice ne attenda C^)   ciò che promette, acciò che dovide la materia di questa arte in causa   25. et in questione.     1 : VI exempro allo genti  -V far malo  M il guidardone  S: M' tini benfacloro   m om. VA  4: M' o li malvagi seno guardano  6: U' et una che  7: il' il dicitore  - 9: M-m om. modo  m è da mpichare  10: M' un altro  12-15: M-m om. ila  nominando alla fine del paragrafo  i6: il-m om. si  i7: m per adietro  i8:m pulito  SI : M-m parlare, M' parladore, L parlatore M Amagoras   Che sia da legger cosi dimostra non tanto la variante di M' quanto, specialmente, il trovare nel § 1 del commento lo stesso errore di Mm di fronte a  parliere di M'. Conservo, coi codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia nel  primo caso attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo dunque intenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe spiegabilissima. Ma  anello con attenda il senso va bene; e forse una prova della somiglianza sostanziale per l'autore fra attendere e intendere si ha nel § 7 del commento, dove,  riferendosi a questo passo, i due verbi sono invertiti di posto: «non pare che  Ermagoras intendesse quello che dicea, nò che considerasse (= attendesse) quello  che promettea. Poi elle Tulio àe detto davanti le tre partite della  materia di rettorica sì come fue oppiuione d'Aristotile, in  questa parte conferma Tulio la sentej^izia d'Aristotile; e  5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la sentenzia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del parliere è di due partite, cioè causa e quistione. Ma certo  e' dovea così riprendere coloro che giungeano alla materia  di quest'arte confortameuto e disconfortamento e consolalo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente perciò ch'elli  era più novello e però dovea elli essere più sottile, e riprendelo ancora però che ssi traea più innanzi dell'arte;  e riprendendo lui pare che riprenda li altri. Ma però che  Tulio CICERONE non disfina (D lo riprendimento delli altri, si vuole lo sponitore chiarire il loro fallimento, e dice così: 3. Vero  è che, si come mostrato è qua in adietro, l' officio del parliere si è parlare appostatamente per fare credere, e questo  far credere è sopra quelle cose che sono in lite, e' ancora  non sono pervenute all' anima ; ma chi vuole considerai e  il vero, e' troverà che confortameuto e disconfortamento  sono solamente sopra quelle cose che già sono pervenute  all' anima. Verbigrazia: Lo sponitore avea propensato di  fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava;  onde da questa negligenzia il potea bene alcuno ritrattare per confortameuto, e questo conforto viene sopra  cosa la quale era già pervenuta all'anima, cioè la negligenzia.Et se alcuno disconforta un altro che avea proposto di malfare, tanto che ssinde rimane, altressi viene lo  sconforto in cosa la quale era già pervenuta all' anima. Adunque è provato che conforto né disconforto non pos   1 : m dinanzi  3: L dico e conferma  4: M-m la sciencia  6-7 : M-m parlaro  10:  M'-L non mattamente li: M-m om. elli  14: m diffina (o anche disfina), ilf'-/y non  examina delli altri  m om. si  16: M^ in qua dietro  m del parlare  17: M-m  om. si  18: M' et che ancora, m e anchora  SO: M' et trovare  21: m om. già  - S3 : L pensato, S per pensato  23: M lo tralassava, m lo lasciava  24: M' bene  ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi sconforta  30: M-m sconforto  Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por « dichiarare »,  che mi sembra qui il senso piìi adatto.   (2) Non mancano esempii (cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e  questa parola in senso di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss. altìsono essere materia di questa arte. 5. Ma consolamento  puote anzi essere materia del parliere, perciò che puote  venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta all' anima.  Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di  menare dolorosa vita per la morte d' una persona cui elli  ama sopra tutte cose. Ma un savio lo consola, tanto  elle propone d'avere allegrezza, la quale non era ancora  pervenuta all'anima. Ma perciò che in questo consolamento  non ha lite, perciò che '1 consolato non si difende né non allega ragioni contra il consolatore, non puote essere materia di questa arte. 6. Or è ben vero che altri dissen che  dimostrazione non era materia di questa arte, anzi era materia di poete, però eh' a' poete s' apartiene di lodare e di  vituperare altrui. Et avegna che CICERONE no Ili riprenda nominatamente, assai si puote intendere la riprensione di loro  in ciò eh' e' conferma la sentenza d'Aristotile che disse che  dimostrazione e deliberazione e iudicazione sono materia di  questa arte. Et sopra ciò nota che dimostrazione pertiene a' poeti et a' parlieri, ma in diversi modi : che ' poeti  lodano e biasmano sanza lite, che non è chi dica contra,  e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice contra  il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea, né che considerasse  quello che prometea, dicendo che tutte cause e questioni   25. proverebbe per rettorica. Or dicerà Tulio le rii)rensioni  d' Ermagora sopra causa e sopra questione. Tullio seguita Ermagoras della causa, etc.  Causa dice che ssìa quella cosa nella quale abbia controversia posta in dicere con interposizione di certe persone; le quali  30. noi medesimo dicemo che è materia dell' arte e, sì come detto avemo  dinanzi, che sono tre parti : iudiciale, dimostrativo e deliberativo.     2: M' innanzi  del parlatore  3: m non 6 jiervenuta  5-6: M ellamava   6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto sì clid iiropone  8: M-m che questo cons.   .9: in e non allega  i3: m di poota.... a poeti, M' de poeti... ali poeti  M' o di vit.   i-i: M nelle, m non le, M' non gli  i6: M' elicgli conferma  17: m dim., dilib. et  iiivochationo  19: M' ali poeti et ali pailadori 5i : M II parlieri, »i 11 parlieri?, 3/«  E! parladore  m pero che è chi dicha chontro al suo dire  S-1: A/' chelgli prom.   26: m e questione, M' sopra questioni  30: m nm. medesimo  itf' nm. o    Sponitore.   1. Poi che Tulio avea detto che Ei-magoras non intese  se stesso dicendo che causa e questione sono materia di  questa scienzia, sì dice in questa parte che Ermagoras  5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa della  quale molti sono in controversia, perciò che 11' uno ne  sente uno intendimento e l'altro ne trae un'altra diversa  intenzione; sicché sopr' a cciò contendono di parole mettendo e nominando alcuna certa persona, che non si possa  10. partire e che propiamente e determinatamente si partenga  alle civili questioni. 3. Et di questo dice Tulio che ss' accorda co llui, che ciò àe elli detto davanti per sé e per  Aristotile; ma dicerà omai com' elli errò in questione. Qtd rijivende Tullio Ermagoì     asQuestione apella quella che àe in se controversia posta   in dicere sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che  èe bene fuori d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del  mondo? Chente è la grandezza del sole? Le quali questioni intendemo tutti leggiermente essere lontane dall'officio del parliere;   20. che molto n' è grande mattezza e forseneria somettere al parliere  in guisa di picciole cose quelle nelle quali noi troviamo essere consumata la somma dello 'ngegno de' filosofi con grandissima fatica.   Sponitore.   1. Ora dice Tulio che Ermagoras appellava questione   25. quella cosa sopra la quale era controversia intra molti,   sicché contendeano di parole l'uno contra l'altro non no   5 M diceva - m ch'era chausa  7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na {sic)  trae, m ne atrae  8: M-m contendemo  10: M' nominatamente  m sautenga   13: Jf' oggimai  15: M' la quale ae  16-17: M' che ben  M-iii li senni vari   M' om. h  M-m la l'ama  19: M-m del parlare  20: M-m oiii. raaltozza, ilf ' om. e forseneria  JZ-w parlare, M' parladore  SI: l/Tiusta,//i in vista 24 ^/-w appellalo: M' era questione  m tra molti  26: M ne contendeano   (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna anche nel commento;  è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel francese.  minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse  alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che  è bene fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' filosofi qual fosse il sovrano bene in vita: et erano molti  5. che diceano d'onestade, e questi fuoro i parepatetici; altri  erano che diceano di volontade, e questi sono epicurii.  3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò che  alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco  sia oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. Altressì fue questione della forma del mondo, però eh' alcuni filosofi  provavano che '1 mondo è tondo, altri dicono eh' è lungo, o  otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì era questione della grandezza del sole, che alcuni dicono che’l sole è otto tanti che  Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si sforzalo, vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra,  e per essa misura ritraeano quella del sole. Et perciò  mostra Tulio che Ermagora non intese quello che dicea,  ch'assai legiei'mente s'intende che queste cotali questioni  non toccano l'ufficio del parliere. Et nota che dice officio però che ben potrebbe essere che '1 parliere fosse FILOSOFO,  e così toccherebbe bene a lini trattare di quelle questioni,  ma ciò non arebbe per officio di rettorica ma di FILOSOFIAf. Donque ben è fuori della mente e vano di senno quelli che  dice che'1 parliere possa o debbia trattare di queste questioni, nelle quali tutto tempo si consumano et affaticano  I FILOSOFI. Or à provato Tulio che Ermagoras non intese  quello che disse. Ornai proverà come non attese quello che  promise, in ciò che promettea di trattare per rettorica ogne  causa et ogne questione. 8. Et ciò fae a guisa de' savi, i     1 : 3/' sì plenesse - 3: M-m fuori con lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori  d'hon.  .W grande (juostione  mi traili lilosali  -I : m «m. et  5 : .V diceano hon.   M-m OHI. questi fuoro  il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici  6: il' diceano volontade  (S ugg. cioè piacere)  7: M-m se songni - 8: M' chel ricalco  9: S il nostro sentimento  iO: il perciò  id: il' diceano  IS: il Hangolo ('/), "i troangholo, .W'-i  triangolo, S otangolo  m quadro  i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella  terj-a 16: m ritraevano la misura d. s.  17: il' che elgli diceva. Kt assai ecc.   S3: M' Dunque ben  M' chi dice  24: M' debbia parlare  25: M' et faticano   S7: il-m non inteso  28: M-m perche (> rectorica  29: M-m di savi   (1) La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata da quella di  S che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male interpretato come abbreviatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo. Il commento di Vittorino a  questo passo non parla nò di triangolo né di ottangolo.   (2) Il latino Ila in ca.     - 49    quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono  ad alcuna arte per la quale non si puote provare; come  s' alcuno volesse trattare d' una questione di dialetica et  aponessela a gramatica, per la quale non si pruova né ssi  5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando per argomenti  la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di Tulio.   Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che se Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere  acquistato per istudio e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando la sua scienzia, avesse ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere,  e non avesse sposto quello che puote l'arte ma quello che potea elli.  Ma ora è quella forza nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto rettorica che no-lli concedesse filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi  pare del tutto malmendosa, ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate cose elette ingegnosamente e diligentemente ritratte delle antiche arti,  et alcuna v'àe messo di nuovo; ma molto è piccola cosa dire dell'arte sì come fece elli, e molto è grandissima parlare per l'arte, la  qual cosa noi vedemo ch'esso non poteo fare. Per la qual cosa pare  a noi che materia di rettorica è quella che disse Aristotile, della   20. quale noi avemo detto qua indietro. In questa parte dice CICERONE che se Ermagoras fosse  stato bene savio, sicché potesse trattare le quistioni e le  cause, parrebbe eh' avesse detto falso, cioè che avesse dato al parliere quello officio che nonn é suo; e così non avrebbe  mostrata la forza dell'arte, ma averebbe mostrata la sua.  Ma ora è quella forza nell'uomo, cioè tal fue questo  Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e' non sappia rettorica nolli concederae che sia FILOSOFO. Ma perciò l'arte     1 : 3f siila pongono  3: m trattare una q.  4-5: M' per la quale non si porla  provare  M' om. per argomenti  9: M^ o \)ev insegnamento parendo 10: »i ordinato   M-m del parlare  11 : M-m non avesse posto (»m in et n.)  M' ([nello puote   13: M' che fece nolli cono.  14-15: M-m messe, A/' in esse  M-m ^ locate le cose  («4 nm. le cose) 7 lecte  17: M dell'arti, in delle urti  itf' grandissimo  18: Jl/ potea,  M' ]jotero  19: ni sia quella. M' qua in adietro  S4: M-m ciò  M' cavesse  detto  25: Af a parliere  28: M' ch'olii  28-29: S che non lu veruno che dicesse  ch'elli non sappia retorica non dirà giù che egli sia philosopho   (1) Il testo latino ha in ea.     che fece non pare in tutto rea ». In questa parola il cuopre (1) Tulio e dimostra eh' elli avrebbe bene ijotuto dire  X^egio. Et dice « non è del tutto rea » perciò eh' elli àe  messo nel suo libro con molta diligenzia e con ingegno li  5. comandamenti delli altri maestri di questa arte, et alcuna  cosa nuova v' agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là ove  il vitupera, dicendo che fosse furo in perciò che delle scritte  d' altri maestri fece il suo libro. Ma molto è picciola  cosa dire dell' arte, ciò viene a dire eh' al parliere non s'apartiene dare insegnamenti dell'arte, sì come fece Ermagora, ma apartiensi a llui in tutte guise parlare secondo  li 'nsegnamenti e comandamenti dell" arte, la qual cosa non  seppe fare esso. 5. Adonque è da tenere la sentenzia d'Aristotile, che dice che materia di questa arte è dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto sofficientemente e  diligentemente del genere, cioè generalmente, dell' officio  e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue  parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le parti di rettorica.   20. 27. Le parti sono queste, sì come i più dicono: Inventio, di spositio, elocutio, memoria e pronuntiatio.     Lo sponitore. Cinque parti dice Tulio che sono et assegna ragione   per che, e quella ragione metterà lo sponitore in suo luogo.   25. Ma prima dicerà le ragioni che nne mostra BOEZIO nel   quarto della Topica, che dice che se alcuna di queste cin   1-2: S scuopre  4: M' con non molto.... ingegni i com.  6: J/' vi giiingnesse   i>f-»i la dove  7:M* fosse ladro  m poro che dello dette scritte - 8-9: M' delli altri   om. Ma... arte  m cosa a dire  10: M-m a dire  12 : m egli noi seppe fare  14 : m  dice materia  15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento detto del genere, dell' officio et  del (ine dì rectorica. Si dicerà l'autore déle sue parti  M sulficientemcnte dilig.  m ora  dirà  20;mLLQ parti di rettoriclia  M' inveutione, dispositione, ccc  24: S questa   M-m che dico se alcuna  Cioè «lo difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre letto  iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di dimostra.  que ijarti falla nella diceria, non è mai compiuta; e se  queste parti sono in una diceria o inn una lettera, certo  l'arte di rettorica vi fie altressì. 2. Un'altra ragione n'asegiia BOEZIO: che però sono sue parti perchè esse la 'INFORMANO E ORDINANO e la fanno tutta essere, altressì come '1  fondamento, la i)ai'ete e '1 tetto sono parti d'una casa sì  che la fanno essere, e s' alcuna ne fallisse non sarebbe la  casa compiuta. Et dice Tulio che queste sono le parti  di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo alcuni  che diceano che memoria non è parte di rettorica perciò che non è scienzia, et altri diceano che dispositio non è  parte d' essa arte. Et così va oltre Cicerone e dicerà di  ciascuna parte perse, e primieramente dicerà della 'uvenzione, sì come di piti degna; e veramente è più degna, però   15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma l'altre non  possono essere sanza lei. Tullio dice della invenzione.  Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili  le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione è quella scienzia per la quale  noi sapemo trovare cose vere, cioè argomenti necessarii e nota « necessarii », cioè a dire che conviene che pure cosi  sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti ac 25. conci a provare che così sia, per li quali argomenti veri  e verisimili si possa provare e fare credere il detto o '1  fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che dica incontro ad un' altra. 2. E questo puote così intendere il  porto dello sponitore. Verbigrazia: Aviene una materia   30. sopra la quale conviene dire parole, o difendendo 1' una     i: .W manca  3: m vi (ia, M' vi l'u - 3-4: M' dice Boelius, che poroiù  5: m  fannola tutta essere, Af' li fanno essere tutto alti-essi ecc.  6: M' son parte  8 : m om.  Et  10: m non era ~ 11: M^ dispositlone  12: M-m dell'arte  13: m primamente 16: m essere o stare  18: M' invontione (e coù semiire)  m pensamento  il' overo  simili  19: il-m la cosa  S3: SI' om. a dire  23-24: m pure che cos'i sia. E sappiano  M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto - 27-28: m chontro ad un altra     - 52  parte o dicendo centra l'altra; o per aventura sia materia  sopra la quale si conviene dittare in lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare né la mano presta alla penna,  ma consideri che '1 savio mette alla bilancia le sue parole  5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn iscritta. 3. Consideri ancora che '1 buono difficiatore e maestro poi che  propone di fare una casa, primieramente et anzi che metta  le mani a farla, sì pensa nella sua mente il modo della casa  e truova nel suo extimare come la casa sia migliore; e poi   10. eh' elli àe tutto questo trovato per lo suo pensamento, sì  comincia lo suo lavorio. Tutto altressi dee fare il buono  rettorico: pensare diligentemente la natura della sua materia, e sopra essa trovare argomenti veri o verisimili sì  che possa provare e fare credere ciò che dice. 4. Et già   15. é detto quello che è inventio. Ora procederà il conto a dire  quello che è dispositio.     Dice Tullio de dispositio. Dispositio èe assettamento delle cose trovate per ordine. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR CREDERE il suo dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine, cioè mettere ciascuno argomento in quella parte  e luogo che ssi conviene, per più affermamento della sua  parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2. E dice eh' è quella   25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare li argomenti  trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti nel  principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non  si possa contrastare lievemente, nella fine. Cosi fae il  difficatore della casa, che poi eh' elli àe trovato il modo     1 : m chontro all'altra - 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano alla  penna - 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in iscriptura  6-S:.il diliciatore  prima che metta lo mani a lare  mr=.)/, ma o maestro - 9: m Poi - 10: M' U suo lavoro  i3: M-m si veri che possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' omquello - M-m Ora procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a dire  che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -,W-»i ohi. i, m om. argopienti  27: M' ali (piali     nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel luogo  che ssi conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e  camere e caminate, et a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già  è detto che è dispositio; or diceva il conto che è elocutio.     5. Tullio dice della locuzione.   30. Elocutio è aconciamento di parole e di sentenzie avenanti  alla invenzione.   Sponitore.   I. Perciò che neente vale trovare od ordinare chi non  sae ornare lo suo dire e mettere parole piacevoli e piene  di buone sentenze secondo che ssi conviene alla materia  trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che è quella scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di  parole e di sentenze a quello che noi avemo trovato et ordinato. E nota che ornamento di parole èe una dignitade la quale proviene per alcuna delle parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia. Il  grande valore che in voi regna mi dà grande SPERANZA del  vostro aiuto. Certo questa parola, cioè “regna”, fa tutte  risplendere l'altre parole che ivi sono. Altressì nota che  ornamento di sentenze è una dignitade la quale proviene  di ciò che in una diceria si giugne una sentenza con un'altra con piacevole dilettamente. Verbigrazia. In queste parole di Salamene. Melliori sono le ferite dell'amico che frodosi basci del nemico. Et già è detto che è elocutio, cioè  apparecchiamento di parole e di sentenzie che facciano la diceria piacevole et ordinata di parole e di sentenzie. Omai procederà il conto alla quarta parte di rettorica, cioè memoria.     i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo.... l'ascia, charaere3: M^ camminate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc.  0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche  S intenliono)  9: M om. od  10: M' sa adornare il suo dire  15: m om. E 16: M dignità della quale, m M' dignità la quale pervieneSO: M' vi sono  SI m,»f' perviene  22 .- M-m om. Ai  M un'altra seutenfa con un altro, m in un'altra diceria  si giungne un'altra sententia chon un altro piacevole dil.  23: M-m dice Salamene   25: M' li frodolenli basci  m om. Et  26-27: M om. e di sentenzie, m om. piacevole  el; M om. che.... parole  Ambedue le lezioni sono possibili; ma con quella di M si spiega meglio una  pretesa correzione in dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?),  mentre poi il verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole.  Dice Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e delle  parole e dell'ordinamento d'esse.  Et perciò che neente vale trovare, ordinare o acon ciare le parole, se noi nolle ritenemo nella memoria sicché  ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice Tulio  che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere:  una naturale et un'altra artificiale. La naturale è quella forza dell'anima per la quale noi sapemo ritenere a memoria QUELLO CHE NO APRENDEMO PER ALCUNO SENNO SEL CORPO. Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per insegnamenti delli FILOSOFI, per li quali bene impresi noi possiamo ritenere a memoria le cose che avemo udite o trovate  o APRESE PER ALCUNO DE’ SENNI DEL CORPO e di questa memoria artificiale dice Tulio eh' è parte di rettorica. Et dice  che memoria è quella scienzia per la quale noi fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo trovate et ordinate,  sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire. Et già é detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et ultima  parte di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della pronunziagione. Pronuntiatio è avenimento della persona e della voce secondo la dignitade delle cose e delle parole. Et al ver dire poco vale trovare, ordinare, ornare  parole et avere memoria chi non sae profFerere e dicere le  sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice Tulio Però che niente  ot acconciai-e  7: w» cene, Af' cine  M volere  9:mom,  et  il: M' senso  IS: M' quella memoria  i-i: J»/' udito  i5: 4f' sensi  16-,  m nnu Et  i8 : m olle parole  i9: M' noi vegnamo a dire  SO- « ultra parte, hi  ora dirà il conto la quinta jiarte, .W" il maestro - S6 : m o ornare  27: in a chi non sae  prollbrere o diro     -òsche è pronuntiatio; e dice eh' è quella scienzia per la quale  noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare et accordare la voce e '1 portamento della persona e delle membra secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione della diceria. Che chi vuole considerare il vero, altro modo vuole nelle voci e nel corpo parlando di dolore che  di letizia, et altro di pace che di guerra, ('he '1 parliere  che vuole somuovere il populo a guerra dee parlare ad  alta voce per franche parole e vittoriose, et avere argoglioso advenimento di persona e niquitosa ciera contra ' nemici. Et se Ila condizione richiede che debbia parlamentare a cavallo, si dee elli avere cavallo di grande rigoglio,  sì che quando il segnore parla il suo cavallo gridi et anatrisca e razzi la terra col piede e levi la polvere e soffi per e nari e faccia tutta romire la piazza, sicché paia che  coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo punto  non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per  mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. Tutto altrimenti dee in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera amorevole, LA VOCE SOAVE, la  parola paceffica, le mani chete; e’1 suo cavallo dee essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di soavitade  che sopr'a llui NON SI UMOVA UN SOL PELO, ma elli medesimo  paia factore della pace. Et così in letizia de' 1 parlatore  tenere LA TESTA LEVATA, il viso allegro e tutte sue parole e  viste SIGNIFICHINO allegrezza. Ma parlando in dolore sia LA TESTA INCHINATA, il viso triste e li occhi pieni di lagrime  e tutte sue parole e viste dolorose, sicché ciascuno sembiante per sé e ciascuno motto per sé muova l'animo dell’uditore a piangere et a dolore. Et già é detto delle  V parti sustanziali di rettorica interamente secondo  l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote  fare meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scusare sé medesimo di ciò che non àe mostrato ragione perché     2: m e misurare ~ 5: M' che a chi vuole  0: M' noia boce  7 : M' parlare, m  Il parliere  8: m smuovere  i/' om. il populo  11 : M parlantare, m p-are  12: m  mn. elli  14-15: M' delle nari, vi sozzi le anari  16: il' incominci  17: M-m om.  per  19-20: M' humili avenimenti  m nel chorpo  21 : M' le parole pacefiche   22 : L di tanta jwssa  24 : M' om. Et  mss. del parlatore  25 : M-m levata in suso il' le sue parole  26: il-m e signilichino  27: m chinata, il' inchina, L inchinata   28 : M-m parole iuste e dolorose  29: il' muove  30: m piangerò a dolore. Ora è detto   31 : il' sustanziali parti  32: M' il puote      56    quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli  àe fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo.   Tullio dice che tratterà della materia e delle parti. Oramai dette brievemente queste cose, atermineremo in  5 altro tempo le ragioni per le quali noi potessimo dimostrare il  genere e IPofficio e Ila fine di quest'arte, però che bisognano di  molte parole e non sono di tanta opera a mostrare la propietade  e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che scrive l'arte rettorica  pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre due, cioè della maio teria e delle parti. E io perciò voglio trattare della materia e delle  parti congiuntamente. Adunque si dee considerare più intentivamente  chente in tutti generi delle cause debbia essere inventio, la quale  è principessa di tutte le parti.  In questa parte dice Tulio che non vuole ora provare perchè quello sia genere di rettorica che detto è  davante, né Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie  parole e non sono di molto frutto, e però l' atermina nelr altro libro nel quale tratta sopr' a cciò; et in questo presente libro tratta della materia, cioè dimostrazione,  deliberazione e iudicazione, et altressì tratta delle pai'ti,  cioè inventio, dispositio, elocutio, memoria e pronuntiatio. Et di tutte queste tratterà insieme e comunemente. Ma  però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE chente ella dee essere in ciascuno genere di rettorica,  cioè come noi dovemo trovare quando la materia sia di  causa dimostrativa, e quando sia deliberativa, e quando  sia iudiciale; e tratterà si comunemente che mosterrà  come sia da trovare in catuna di queste cause, e come   30. ordinare e come ornare la diceria, e come tenere a memoria e come profferere le sue parole.     1 : M-m quella  4 : M' Ogimai  7 : M admostrare, ni a dimostrare  M' le propicladi  9: M-m che convenga - iO-H : M-m om. K io.... congiuntamente  IS: M-m  chente e  i3: Af' do tutte l'arti  16: M-m quella, M -L quel  M' detto davanti   18: M' lo termina  20: M-m dimostrative  23: M' congiuntamente; m om. e  24:  M-m om. SI dicerà Tulio  i'S : M' om. sia  congiuntamente  S9: Af' come iu e. d.  q. e. sa da trovare  30: iii nm. e come ornare  Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi ch'elli àe impresa altezza di  tanta opera come questa èe, che a llui piaccia di si dare  l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in connoscere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che sono il fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per  innanzi, eh' elli intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo  buono aprendimento e per lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell' arte, il libro e lo sponitore ne riceveJO. ranno perpetua laude. Della constitnzione e delle quattro sue parti.   34. (e. Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna controversia in  diceria o in questione contiene in se questione di fatto o di nome  di genere o d'azione; e noi quella questione delia quale nasce la causa apelliamo constituzione. E constitnzione è quella eh' è  prima pugna delle cause, la quale muove dal contastamento della intenzione in questo modo. Facesti. Non feci, o Feci per  ragione. Poi che CICERONE àe detto di mostrare e trattare della   invenzione e della materia insieme, sì mostra lo sponitore  in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore chiarezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono  queste parole, cioè causa, controversia, constituzione e stato. Causa vale tanto a dire quanto il detto o '1 fatto d' alcuno, per lo quale è messo in lite, ed è appellato causa  tutto '1 processo dell' una e dell' altra parte. Et appellasi  causa tutta la diceria e la contenzione cominciando al  prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo:     3: M-m di darli l'animo  7-10: M^ chel baono  ben dire  per tua laude, M-m  dello sponitore, M ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf ' om. contiene in se  questione  14 : M-m di quella  15: M^ constitutione ò la prima pugna  21 : M' om.  insieme  M' mosterra, ma L mostra  SS : M delinventia, m della inventia, M^ della  inventione  23: m tutto innanzi  Af' mi. si prendono  S7 : M' dell'una parte 7 dell'altra  28: M-m la 'nlentione  M' dal prol.   La mia causa è giusta, cioè, la mia parte è giusta. Controversia vale a dire tanto come causa, e viene a dire  “controversare” cioè usare l'uno coli' altro di diverse ragioni  e contrarie. Questione tant' è a dire come '1primo detto di colui che comincia contra un altro e '1 secondo detto  di colui che ssi difende. Et appellasi quistione una diceria  nella quale àe due parti messe in guisa di dubitazione, et  appellasi questione per l'una e per l'altra parte della questione. Constituzione si prende et intende in quelle medesime significazioni che sono dette davanti. Stato è appellato il detto e '1 fatto'l) dell'aversario, però che' parliere  stanno a provare quel detto o quel fatto; e questo medesimo  è appellato constituzione perciò che '1 parliere constituisce  et ordina la sua ragione e la sua parte di quel detto o di quel fatto. Et per ciò è appellato “CONTRO-VERSIA” che diversi  diversamente sentono di quel detto o di quel fatto. Qui dice lo sponitore come Tullio tratterà della Invenzione. Et poi che Ilo sponitore àe dette le significazioni di queste parole, dicerà in chente ordine Tulio tratta della 'nvenzione. Et certo primieramente insegna invenire e trovare  quelle questioni le quale trattano i parlieri, et appellale  constituzioni e dice la proprietade di constituzione e dividela in parti. Nel secondo luogo mostra qual causa sia  simpla, cioè di due divisioni, e qual sia composta, cioè di quattro o di più. Nel terzo luogo mostra qual contraversia sia in scritta e quale in dicere. Nel quarto luogo  mostra quelle cose che nascono di constituzione, cioè la  diceria nella quale àe due divisioni e ragioni, e Ila giudicazione e '1 fermamento. Nel quinto luogo mostra in che guisa si debbono trattare le parti della diceria secondo  rettorica. Nel VI luogo mostra quante sono esse parti  e quali e che sia da ffare in ciascuna. Et disponesi cosi     2 : Af' vale quasi tanto  3: M' controversia  centra l'altro diverse ragioni  4:M'  k tanto a dire  M-m come primo  5: m e secondo  7: M-m parti in essere  M dnbitatione sanfa dubitatione  9: M' i s'intende  10: m dinanzi  J8: m om. VAIO: M' sì dicerà oggimai  20: L a trovare  23: m In quattro parti  M-m dimostra  - M qual cosa, m ciualo luogho  26 : M-m sia scripta - 28 : M'-L e la ragiono el iudicamento el fermamente  29: m dimostra  31: M luorao (tic) . 32: M' ciascuno  M Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et dispone   Ci aspetteremmo o 'l fatto, anche per uniformità colle frasi seguenti ; ma  la concordia dei codici per e lascia incerti sulla conesiione, che non è neppure  indispensabile per il senso.      59    il testo di Tulio per fare intendere onde procedono le quistioni che toccano al parliere di questa ai'te. Ogne cosa la quale àe in sé CONTRO-VERSIA,  cioè della quale i diversi diversamente sentono sicché alcuna cosa dicono sopr' a cciò con inquisizione, cioè per  sapere se alcuna delle parti è vera o falsa, sì à' in sé questione di fatto, cioè questione la quale muove di ciò che  alcun fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno contra l'altro. Tu mettesti fuoco nel Campidoglio. Et esso risponde. Non misi. Di questo nasce una cotale questione, se elli fece questo fatto o no, et è appellata questione di fatto per quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome, cioè che l’una parte appone  un nome a un fatto (D e l'altra parte n'appone un altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo o  altra cosa che non sia sagrata. Dice l’una parte contra lui. Tu ài commesso sacrilegio. Dice l'altro. Non sacrilegio, ma furto. Et nota che sacrilegio è molto peggiore  che furto, perciò che colui commette sacrilegio che fura  cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di questo nasce una  questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere nome  furto sacrilegio, e però è appellata QUESTIONE DEL NOME. Od è questione del genere, cioè della qualitade d'alcuno  fatto, in ciò che l’una parte appone a quel fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia : Dice F uno. Questi  uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea morto il suo  padre. Dice l'altro. Non è vero, ma iniustamente l'à  fatt; e di ciò nasce cotal questione di questa qualitade. Se l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò è appellata questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e   di che maniera sia. Od è questione d'azione, cioè viene   a dire che contiene questione la quale procede di ciò,   e' alcuna azione si muta d' un luogo ad altro e d'un tempo   ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra un altro. Tu m' ài    M' diversi  6: M' se l'una parte  8: 3f' un facto  8-9: M' uno contra un  altro  M' Elgli, mie 12-13: m che 6 allui aposto, il/' perche il facto che allui e  e apposto da questione ecc.  M-m Onde questione  i4 : M-m in nome o in facto, M'  ialla dal 1° al 2° appone  18: m M' oin. Et  M' peggio  20: m Onde  21: M'  del nome del facto  22: m di nome  23: M-m Onde  m di genere  25: M-m l'altro   28: iW' OHI. e  29: M-m om. se l'à fatto  30: M' o di che m. - 31 : M-m Onde   mcioò che viene  32-34: M' dico calcuna ad un altro  om. e.... ad altro  uno a un altro   È lezione congetturale, ma sicura, come dimostra l'espressione analoga del § 16.  furato un cavallo »; et esso risponde: « Vero è, ma non tine  rispondo in questo tempo, perciò che ttu se' mio servo, o  perciò eh' è tempo feriato, o perciò eh' io non debbo risponderti in questa corte, ma in quella della mia terra. Onde di questo procede una questione, la quale Tulio dice che  è d'azione, cioè se colui dee rispondere o no. Et dice  Tulio che tutte le quistioni che sono dette davanti sono  appellate constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice  che constituzione è la prima pugna delle cause, cioè  quello sopra che da prima contendono i parlieri, cioè il  detto dell'uno e '1 detto dell'altro, e questo sopra che  de prima contendono i parlieri si è il nascimento, cioè che  muove del contrastamento della intenzione, cioè del detto  di colui che ssi difende contra le parole dell'accusatore. Onde contastamento è appellato el primo detto del difensore e intentione è appellata il primo detto dello accusatore. Et pare che il nascimento della constituzione vegna  della difensione ch'è della accusa, non che nasca della difensione, ma perciò che del detto del difenditore si puote cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di genere o di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli  che sono messi davanti.  Et omai dicerà Tulio le nomora  e Ile divisioni e Ile proprietadi e He cagioni di tutte le dette  questioni.  Del fatto, et è detto congettìirale. Quando la controversia è di fatto, perciò che Ila causa si  ferma per congetture, sì à nome constituzione congetturale. In questa parte dice Tulio che quando la contenzione è per alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì come   davanti si dice, sì conviene eh' ella sia provata per con   1 : M' 0(1 cigli, VI et e  3: m e però ch'io  M' rispondere  6 : M' se quelli   m OHI. Et  10: M i parliero, vi quello dello quale contendono da prima  14: M difontu  15: m M' il primo  16: M' appellato - 17: M-m che nascimento  19: M' owi.  del  23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le detto | cagioni I (piestioni  SS: Moni.  è  26-27: M-vi om. è  per cometlere  30: M' apposto altrui  gettare, cioè per suspezioni e per presunzioni. Verbigrazia:  Dice uno contra un altro. Veramente tu uccidesti Aiaces,  ch'io ti trovai e VIDI TRAIERE IL COLTELLO DEL SUO CORPO. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò  5. che a provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'altressì ferme ragioni si possono inducere per l’una parte  come per 1' altra. E poi eh' è detto della constituzione di  fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di nome.  Del nome, et è appellata ilifjìnitiva.  Quando è la controversia del nome, perciò che Ila forza   della parola si conviene diffinire per parole, sì è nominata diffinitiva. In questa parte dice Tulio che quando la conten 15 zione è del nome del fatto, cioè come quel fatto eh' è apposto altrui abbia nome, quella questione si è diffinitiva  perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella parola  e di quel nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispianare che viene a dire e che significa, non per exempli ma per parole brevi e chiare et intendevole.Verbigrazia. Un uomo è accusato che tolse uno calice d' uno luogo sacrato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si difende  dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa controversia si è tutta la questione per lo nome di questo fatto: è sacrilegio o furto? Onde per sapere la veritade si conviene diffinire l'uno nome e l’altro, cioè dire la signifficazione e Ilo 'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie  chiarito per le parole quello che '1 nome significa, assai  bene si potrà intendere e provai e qual nome si XJonga a   30. quel fatto. Et poi eh' è detto del nome, sì dicerà Tulio  del genere.     3: m e viJili trarre, M' ol ti vidi trarre  5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f.  r. se ne possono  7: in ora. E  *: m om. sì  W: M' la controversia è  ii: M'-L  appellata  13: M-m om. è  3f ' 7 ilei facto  16: M' om sì  17:M' che ella airorca   M-m a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro  23: M' ma e furto  24-25:  AT» se questo facto è sacrilegio furto  26: m l'altro  M-m dare - 28: M-m che  nome  30: m om. Ei e si    Dice Tullio del genere, et è appellato generale.  Quando è quistione della cosa qual sia, perciò clie Ila.  controversia è della forza e del genere del fatto, sì è vocata constituzione generale. In questa parte dice Tulio che quando è questione  della cosa quale ella sia, perciò che Ila controversia è della  forza del fatto, cioè della quantitade, e della comparazione  et altressì del genere, cioè della qualitade d'esso fatto, si è   10. vocata constituzione generale. Verbigrazia. La quantitade del fatto si è cotale questione : se uno à fatto tanto  quanto un altro, si come fue questione SE CICERONE AVEA TANTO SERVITO AL COMUNE ROMA QUANTO CATONE. La comparazione del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia migliore, si come fue questione quando i ROMANI presono Cartagine  QUAL ERA MEGLIO TRA DISFARLA O LASCIARLA. Il genere del  fatto si è questione della qualità del fatto sì come davanti  fue messo F exemplo, cioè se colui che fece il fatto fece  iustamente o iniustamente.  Dice Tullio dell'azione, et è appellata translativa.  Ma quando la causa pende di ciò che non pare che quella  persona che ssi conviene muova la questione, o non la muove contra  cui si conviene, o non appo coloro che ssi conviene.d) o non in tempo  che ssi conviene, o non di quella lege o di quel peccato o di quella  pena che ssi conviene, quella constituzione à nome translativa, però che  ir azione bisogna d' avere translazione e tramutamento.     8: M-m o decta forfa  9: M-m sia  M' aiiiiellala  H : M-m senno - 14. m do  fatto  i7: M-m qualità  2'1: A/' l'accusa  24: M convenne, M-m nm. o non   (1) La frase o non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma si  ricava dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento.  In questa parte dice CICERONE della controversia dell'azione, che quando sopr'acciò è Ila questione e' si conviene  che l’azione si tramuti in tutto o in parte, e perciò à nome translativa, cioè trarautativa. Et questo è o puote essere  Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel testo, cioè:  2. Quando non muove la questione quella persona a cui la  conviene di muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra  ad un altro. Tu se' venuto troppo tardi a scuola. Et  esso dice. A te no'nde rispondo, che non ti si conviene  muovermi questione di ciò, ma conviensi al nostro maestro. O non muove la questione contra quella persona  che ssi conviene. Verbigrazia. Fue trovato che in ROMA  si trattava tradimento e fue alcuno che ll'aponea contra GIULIO Cesare, et esso dicea. Contra me non si conviene  muovere di ciò questione, ma contra CATELLINA CATILLINA che l’ àe  fatto e fa tutta fiata ». non muove la questione appo  coloro che ssi conviene, cioè davanti a quelle persone che  dee. Verbigrazia : Fue accusato il vescovo di simonia davanti al re di Navarra. Il vescovo dice. Tu non m'accusi  davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son bene  tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico. O non  muove la quistione in quel tempo che ssi conviene. Verbigrazia. Uno fue accusato il giorno di Pasqua. Esso dicea. Non rispondo ora di questo, perciò che oggi non è  tempo d' attendere a cotali convenenti» non muove  questione a quella lege che ssi conviene. Verbigrazia : Uno  cittadino di ROMA era in Parigi e volea piatire contra uno  francesco secondo la legge di Roma; ma quel francesco dice     3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om.  5: Af 7 puote, m e questo puole essere  M' in sette m.   7-8: m si conviene  M' in contro a un altro  9-iO: M' Ed elgli, m et elli  M-m om.  ti  12: M-m muovere, M' muove questione  i4: Af alcuna 16: m questione di ciò,  M' di ciò non si conv. m. q.  ' 17: m tuttavia  M-m contra coloro  18-19: M' che  si dee.... Il vescovo fu acc.  21: M davante a giudici, m /> davanti a giudici, M' davanti  giudice - 24: m della Pasqua  egli  25: M' non ti rispondo ora di ciò  26: m M'  da rispondere  29: M' la legge romana  m il Francesco   (1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si trova una valida ragione  per considerarla arbitraria, quantunque dalle due famiglie di codici sembri risultare un da rispondere: sarà stato determinato dal rispondo con cui comincia la frase che non dee rispondere a quella legge ma a quella di  Francia. O non muove la questione di quel peccato che  ssi conviene. Verbigrazia. Fue accusato uno, che non avea  il membro masculino, ch'avesse corrotta una vergine; esso dice. Io non risponderò di questo peccato -- non  muove questione di quella pena che ssi conviene. Verbigrazia. Fue uno accusato ch'avea morto uno gallo et erali  apposto che perciò dovea perdere la testa; esso dicea: Non  rispondo a questa pena, perciò che non tocca a questo peccato. Donde tutte queste questioni sono translative,  cioè che ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata in  tutto e tal fiata in parte, si come appare nelli exempli di  sopra.  Dice Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non sarebbe causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne maniera di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo  in quella non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che  non sia tenuta causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione  et àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le  loro nomerà, sì vuole Tulio provare che quando l'una di  queste questioni, che sono del fatto o del nome o della qualità del tramutare l'azione, non è intra parlieri, certo intra  loro non puote essere controversia ; e poi che 'ntra loro  non à controversia, certo il fatto sopra il quale dicessero  parole non sarebbe causa, e così non sarebbe materia di  questa arte, cioè che non sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2. Et provando questo sì dimostra Tulio     i: i non si dee  4-5: m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo uno  8: M' nm_  perciò - m egli dice  M' non li lispondo  9: M' non tocclia (piosto peccato  ti:  M' in altro slato, m om. e stalo - J2:M' paro  16: M' luna de ipicste sia - 17: M tn  i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m provare Tulio - S3-S6: M-m  om. ^  m tralloro - 30: m quando ([U'-sto    che Ile predette cose in questa arte sono si congiunte insieme che qualuuiiue causa è dimostrativa o deliberativa  o iudiciale sì conviene che sia constituzione o del fatto o del  nome o della qualitade o dell' azione, et e converso che  5. qualunque constituzione è del fatto o del nome o della  qualità o dell'azione sì conviene che sia dimostrativa o  deliberativa o iudiciale. Et omai perseverra Tulio sua materia per dicere di ciascuna parte per sé.  Del fatto. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo modo. Ulisse uccise Aiace o no ? Et puotesi fare questione che ssi fa  ora, in questo modo Sono i Fregelliani in buono animo verso lo  comune o no ? Et puotesi fare questione che ssi farà, in questo   15. modo : Se noi lasciamo Cartagine intera, everranne bene al comune  no? In questa pai'te dice CICERONE che Ila CONTRO-VERSIA la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la quale àe nome constituzione congetturale sì come fue detto in  adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi,  cioè preterito, presente e futuro. Nel PRETERITO pone  Tulio r exemplo della MORTE D’AIACE, che fue cotale.  Stando l'assedio di Troia sì fue morto il buon Achille,  et apresso la sua morte fue grande questione delle sue armi  intra Ulisse et Aiace. Et certo Ulisse fue, secondo che  contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor  parliere, sicché per lo grande senno che i-llui regnava e  per lo bene dire niettea in compimento le grandi vicende, alle quali altre non sapea pervenire, e perciò adoperò e' più  di male contra' Troiani per lo suo senno che non fecero   M dimoslraliva  3: M' constitutione del facto  4-6: M-m om. ot e conweiso....  dell'azione  7 : M' Et oggimai perseguita  10: M' in dui tempi  11: m clie exututo   13: M* de buono animo  14: m om. che ssi farà  15: M-m, L in terra  ikf' averranne, m e veramente bene  S3 : M' Tulio la morto  24: M* a Troia  26-27: M'  secondo che recitano le storie, fue M-m et niilior  29: M* per .ben dire  30: Mie  quali, m le quali oltre non sapeano  M adopio 7, m adoppio più, M' adopero elgli  M' in contro a  la non fé, L non fece     quasi tutta l'oste per arme, et alla fine si parve uianifestameute, eh' elli fue trovatore del cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita; ma veramente in guerra non si  5. fatigava molto con arme e non era di gran prodezza, ma  tuttavolta dimandava che Ili fossono CONCEDUTTE L’ARMI D'ACHILLE, e dicea che nn'era degno e ch'avea in quella  guerra ben fatta l'opera perchè etc Et dall' altra parte  Aiaces era uno cavaliere franco e prode all'arme, di gran  guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza molto** (D  francamente avea portate l'armi in quella guerra, e perciò  domandava l'armi d'Achille e dicea che non si conveniano  ad ULISSE. Onde alla fine l'armi furono concedute ad  Ulisse, per la qual cosa montò tra lloro TANTA INVIDIA che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo tempo e  morto Aiaces e fue della sua morte ACCUSATO Ulixes, et  esso si difendea e negava ; e di questo sì era QUESTIONE DI FATTO in preterito, cioè che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo mette Tulio l' exemplo de' Fragellani, che furo una gente i quali fui'ono accusati in ROMA eh' elli aveano male animo contra il comune. Et elli si difendeano e diceano che 11' aveano buono e dritto ; e di ciò  si era QUESTIONE DI FATTO PRESENTE, cioè se sono ora presentemente di buono animo o no. Nel FUTURO mette CICERONE l’exemplo di CARTAGINE, la quale fue una delle più nobili  cittadi e delle più poderose del mondo, e tenne guerra  contro a ROMA, sì eh' alla fine I ROMANI vinsero e presero  la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila cittade si disfacesse per lo bene di Roma, ET ALTRI CONSIGLIARO DEL NO perciò che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella rimanesse  intera, e di ciò è QUESTIONE DEL TEMPO FUTURO, cioè se  bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse intera o s'ella  si disfacesse. Ma poi che Tulio à detto della controversia  del fatto, sì dicerà di quella del nome in questo modo.     i: M' ne non era.  6: M' ben dengno  7 : M' ben l'opera perchè, L bene adoperato perchè  9: m orti, e sanza molto  10: M-m provale  14: m iim. mezzo   15 : m 7 dela sua morte fue aco.  16-17 : M-m onde di questo era già (piestione... in perciò  che già ecc. (vi om. in perciò)  18: M' Fregiani  19: M' che fuoro accusati  SO: SI'  comune de Roma  22 : m om. si  S6: M incontra  S7 : m om. e  M' vollero (ma L  voleano)  28: m om. et  M' di no  m pero che meglo ne potrebbe loro intervenire  M-m, L in terra  Af' e questo nel tempo futuro  M-m che bene  31: M, L'in terra   (1) Così hanno i mss. e perfino la stampa, ma evidentemente manca qualche  parola (anzi itf " dopo molto lascia uno spazio bianco), come dire o parlare. Basti  averlo notato, senza pretendere d' indovinare.  Del nome. Controversia del nome è quando lo fatto è conceduto, ma  è questione di quello eh' è fatto in che nome sia appellato; et in  questo conviene che sia controversia del nome, perciò che non  s'accordano della cosa; non che del fatto non sia bene certo, ma  che quello ch'è fatto non pare all'uno quello eh' all' altro, e perciò  l'uno l'appella d'un nome e l'altro d'un altro. Per la qual cosa  in questa maniera la cosa dee essere diffinita per parole e brevemente discritta, come se alcuno à tolta una cosa sacrata d'uno luogo  privato, se dee essere giudicato furo o sacrilego, che certo in  essa questione conviene difinire l'uno e l'altro, che sia furo e  che sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa conviene  avere altro nome che quello che dicono li aversarii. In questa parte dice CICERONE della controversia del   nome ; e perciò che di questo è molto detto davanti, sì siue  trapassa lo sponitore brevemente, dicendo solamente la  tema del testo, sopra '1 quale il caso è cotale: Roberto  accusa Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa sacrata, si come UNO CALICE o altra simile cosa la quale sia  diputata a' divini mistieri, e dice che Ila tolse d'uno luogo  privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non sacrato. Viene  l'accusato e confessa il fatto. Dice l'accusatore. Tu ài  fatto sacrilegio. Dice l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma furto. Et così sono in concordia del fatto, ma non della cosa, cioè della proprietade per la quale si possa sapere che nome abbia questo fatto, perciò eh' all' accusatore  pare una, che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato pare  un' altra, che dice eh' è FURTO. Onde in questa maniera di CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che dice sopra  questa materia dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE     3 : it 7 (li questo  9 : M-m distrecta 10: M- sacrato  M-m per furto o per sacrilegio, L furto sacrilegio 11: M-m con l'altro  m furto  12: M-m che sacrilegio, A/' che  sia sacrilego  il/' scriptione  16:Mom. detto  M' nm. si  18: m sopralla quale - J/'  Uberto : M' tolto  19 : m cosa simile  SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere)   23-24: M il l'atto. Et dice laccusato  m Non o, ma furto  27-28: m però chellachusatorc...  una diosa  2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò  30: jV' jjarladore  3t: M' didinita     - G8  che cosa è SACRILEGIO e che è FURTO; e così dee mostrare  come questo fatto non à quel nome che dice l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome; omai dicerà Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo :     5. Del genere.   ^Z. (e. IX) Controversia del genere è quando il fatto è   conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma è questione della   quantitade del fatto o del modo o della qualitade, in questo modo :   giusto ingiusto - utile o inutile - e tutte cose nelle quali è questione chente sia quel fatto.  In questa parte dice Tulio CICERONE della questione del genere,  e di questa è tanto detto dinanzi che 'n poche parole dimorerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è del genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in concordia coir accusatore del nome d' esso fatto, ma sono in  discordia della quantitade del fatto, cioè se grande o piccolo o molto o poco. Verbigrazia. Un gran romano  quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato eh' ha fatto danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e '1 nome del  facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO.  Dice  l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO. Ed è la discordia  tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì come fue detto qua indietro nell'exemplo  di Cartagine, qual fosse la migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del fatto, sì  comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si  difende e dice che l'à morta giustamente, ma bene con   OM,     8: M'in modo della qualitndo  9: m o non giusto  12: M' tracia  i3: M-m  detto  VI di questo  M die poclie p.  m dimora, Af' <limorra - 16-17: M' ohi. ma  sono.... del fatto  20: M-m t>m. e male  S3: M-m nm. Ed  So: >/' Or sono, M-m  OHI. - 26: M' nm. si - 27 : M' o disfare - 2S : M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo  di ((uestl, M-vi dotesles  30-.il : m nm. ot esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea     - 69    fessa il fatto e 1 nome del fatto; ma sono in discordia della  qualità, cioè se 11' àe fatto GIUSTAMENTE O INGIUSTAMENTE. Ben  è vero che Tulio CICERONE non mette in exemplo della quàntitade  nel testo, né della comparazione, se non solamente della  5. qualitade ; e questo fae perciò che più sovente ne vien tra  Ile mani che non fanno l'altre, e perciò dice che tutte cose  nelle quali si confessa il fatto e '1 nome del fatto, ma è  questione della qualità d'esso fatto, sì è controversia del  genere. E poi che Tullio CICERONE à detto di questa questione del genere secondo il suo parimento, sì procede immantenente a riprendere Ermagoras dell'errore suo in questa  controversia del genere. A questo genere Ermagoras sottopuose IV parti, ciò sono DELIBERATIVO, DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale suo  fallimento non mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in  breve, perciò che sse noi ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che noi lo seguissimo sanza cagione; o se lungamente soprastessimo  in ciò, paia che noi facessimo dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se deliberamento e dimostramento sono generi  delle cause, non possono essere diritte parti d'alcuno genere di  causa, perciò che una medesima cosa puote bene essere genere d'una  e parte d'un' altra, ma non puote essere parte e genere d'una medesima. Et certo deliberamento e dimostramento sono genera delle cause. Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale solamente, è iudiciale e dimostrativo e deliberativo. Dicere che non  sia alcun genere di cause, con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice che  Ile cause sono molte e sopra esse dà insegnamento, è grande forseneria. Un genere, cioè pur iudiciale solamente, non puote essere, acciò che diliberamento e dimostramento non sono simili intra lloro  e molto si discordano dal genere iudiciale, e ciascuno à suo fine  al quale si dee ritornare. Adunque è certo che tutti e tre son generi delle cause, e così deliberamento e dimostramento non possono     4: M> nel testo exemiilo - 5: M' in tra le mani  iO: m om. secondo il suo parimente  M mantenente  13: M-m II (juale lue  i7 : 3/' nm. i)erciò  cene passassimo  18: m stessomo - 19: M' dimora, m imped. 7 dimoro  20: M-m dim.   22 : m M' causa  M-m genere 7 parte d' una medesima - 23 : M' Ma none, vi Ma anno  ale.  26: M-m om. e deliberativo  27: M' ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti   28-29 : M 7 grandi; fors (?), m 7 grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere.  .12 :  M 7 certo  3:i : M' de cause... dimost. 7 del.    essere a diritto tenute parti d'alcuno genere dì causa. Dunque malamente disse ch'elli fossero parte della constituzione del genere.  46. (e. X) Et s'elle non possono essere tenute diritte parti della  causa del genere, molto meno fien tenute parti della diritta parte della causa; e parte della causa è ogne constituzione; donde no la  causa alla constituzione, ma la constituzione s'acconcia alla causa.  Ma dimostramento e diliberamento non possono essere tenute diritte  parti della causa del genere, perciò che sono generi: donque molto  meno debbono essere tenuti parte di quello ch'esso dice. Appresso ciò, se Ila constituzione et essa e ciascuna parte della constituzione è difensione contra quello eh' è apposto, conviene che  quella che no è difensione non sia constituzione ne parte di constituzione. Et certo deliberamento e dimostramento non sono constituzione. Dunque se constituzione et ella e la sua parte è difensione contra quello eh' è apposto, il dimostramento e '1 diliberamento non  è constituzione ne parte di constituzione. Ma piace a Itui che ssia  difensione. Dunque conviene che Ili piaccia che non sia constituzione,  né parte di constituzione. Et in altrettale isconvenevile fie condotto,  se esso dica che constituzione sia la prima confermazione dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ; e così seguiranno  lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa congetturale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un medesimo genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la diffinitiva  causa non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere diffinitiva e translativa. Et al postutto neuna constituzione  ne parte di constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui;  perciò che ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se  l'altra si prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si  cresce la forza della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una medesima parte in un medesimo genere suole avere  la constituzione congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et  alla fiata una e talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione  né parte di constituzione. Et questo medesimo suole usatamente  advenire della causa dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto   3,5. davanti, questi, cioè deliberamento e dimostramento, sono generi  delle cause e non parti d'alcuna constituzione.     1 : M' a diricto essere tenute parte  5: M-tn om. parto delln causa ìvi om. no 7: JV' tenuti  9 : m tenute parti, il/' im. tenuti  M-m cliossi dice  iO: M-m chella  const.  11: M-m ? difensione  M' (piella - IS: M-m non sia la constitutione  13:  m om. Et  14: M 1 dunque le const., m Dunque la const.  15: M' nm. e '1 diliberamento  16-18: m om. i due periodi  ^0 : m seguiteranno - l' 1 : M-m si convenevoli 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf.  25 : M-m om. e translativa - 26: M-m om. nk - M' ne tenere  2S: m il novero  il/ sic radoppia  31: m coniotturalc generale  32: i wim. illusori      (i     Lo sponitore.   I. In questa parte dice Tulio che Ermagoras dicea che  Ila controversia del genere avea quattro parti sotto sé, ciò  sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e negoziale; della  5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra molte  ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova  manifestamente per argomenti dialetici: che dimostramento  e deliberamento sono generi delle cause si che Ile cause  sono parti di loro; e poiché sono generi, cioè il tutto delle   10. cause, non possono essere parte delle cause, acciò ch'una  cosa non puote essere tutto d'una cosa e parte di quella  medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli argomenti  conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi seguentemente dice la sua sentenza : quali sono le parti della constituzione del genere, cioè della quantitade e del modo  e della qualitade del fatto, sì come qui dinanzi fue detto.  Et in ciò incomincia la sentenzia di Tullio in questo  modo :   Le parti della constituzione generale.   20. ^S. (e. XI) Questa constituzione del genere pare a noi ch'ab bia due parti : Iudiciale e negoziale.   Lo sponitore.   1. Poi che Tullio àe ripresa l' oppinione d' Ermagoras  delle quattro parti, si dice la sua sentenza e dice che sono  25. pur due parti, cioè quelle altre due che dicea Ermagoras:  iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua sentenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì  dice e dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo  modo  4: M' dimostrativo, deliberativo ecc.  6: M-m provava  9: m genero  10: M el  acciò  11 : M-m tiicta  13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere  17 : il/' comincia   23 : m ripreso  28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m che iudiciale 7 che {ni om.  che) negotiale ludiciale è quella nella quale si questiona la natura dì  dritto e d' iguaglianza e la ragione di guiderdone o di pena.   Sponitore.   5. 1. La iudiciale coustituzioue è quella nella quale per   diritto, cioè per ragione provenuta per usanza e per iguallianza, cioè per ragione naturale o per ragione scritta, si  questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione o  sopra la qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è  giusto o ingiusto o buono o reo. Altressì è iudiciale  quella nella quale è questione d'alcuno per sapere s'egli  è degno di pena o di merito. Verbigrazia. Alobroges è  degno d'avere merito di ciò che manifestò la congiurazione  di Catenina? e questionasi del sì o del no. Et anche questo exemplo. È Giraldo degno di pena di ciò che commise  furto ? e questionasi del si o del no. Et poi che à detto  Tulio del iudiciale, si dicerà dell'altra parte, cioè della  negoziale. Negoziale è quella nella quale si considera chente ragione  sìa per usanza civile o per equitade, sopra alla quale diligenzia  sono messi i savi di ragione. Dice CICERONE che quella constituzione è appellata negoziale nella quale si considera per usanza civile, cioè per   quella ragione la quale i cittadini o paesani sono usati di   tenere i-lloro uso o in loi'o costuduti, o per equitade, cioè   per legi scritte, chente ragioni debbiano essere sopra quella     2: m quello nel (juale  3: M'-L ella ragione di diritlo, S di merito  6: m pervenuta  8.me sopra la comp.  9: m se questo giusto il: M^ si questiona d'alcuno  selglie ecc.  12-14: m o di morte  M-m o alabroges di Catenina et questionisi del si  et del no (m di si o di no), L e questo exemplo 16: m quistionìsi... om. Et  A/ 7 del  no  16-17: M' Tulio a detto dela giuridicialo  20: M' Di negotiale  26: M' om.  paesani  27 : M' i loro costuduti m illoro chostuduli, M' in loro constituti  M-m  equalitade  S8 : M' cliente ragione debbia  constituzione. 2. Et intra la iudiciale e la negoziale àe cotale differenzia : che Ila iudiciale tratta sopra le cose passate et intorno le leggi scritte e trovate ; ma la negoziale  intende intorno le presenti e future (1) et intorno le legi et  5. usanze che saranno scritte e trovate.Et questa è di molta  fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di grande guisa a  provarla et a formare nuove ragioni et usanze allegando  in ciò ragioni da simile o da contrario. Et questa questione  si tratta davante a' savi di legge e di ragione, ma in provare la iudiciale basta dicere pur quello che Ila ragione  ne dice. 4. Et poi che Tulio à detto che è la iudiciale e  che è la negoziale, sì dicerà delle parti della iudiciale per  meglio dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo  dell' Arte.  Di due parti di Iudiciale.  La iudiciale dividesi in due parti, ciò sono assoluta et  assuntiva. In questa parte dice Tulio che quella questione la quale è iudiciale, sì come davanti è mostrato, sì à due  parti. Una eh' è appellata assoluta e l'altra la quale è appellata assuntiva ; e dicerà di catuna per sé.      3 : M interno  4: i mss. futuro  M' il presente  8 : m in se ragioni  9 : M  assaivi, m si tratta da savi  10: M pur di quello  16: M' si divido  21 : M' luna  la quale è appellata - M-m e assunptiva  Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e futuro) sembri ottima, preferisco ricorrere alla lieve correzione di futuro in future.: M* ha tendenza a cambiare, e quindi non è improbabile che, trovando già l'errato futuro, abbia voluto  accordare con esso l'aggettivo precedente, le presenti. Non saprei invece come  spiegare un cambiamento inutile in M-m.  Assoluta è quella che in sé stessa contiene questione o  di ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che quella questione iudiciale del genere   èe appellata assoluta la quale in sé medesima è disciolta  e dilibera, sì che sanza niuna giunta di fuori contiene in  sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade o  sopra la comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce  s'egli é di ragione o d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto  o ingiusto o buono o' reo, sì come in questo exemplo donde  fue cotale questione. Verbigrazia : Fecero quelli da Teba  giusto o ingiusto quando per segnale della loro vittoria fecero un trofeo di metallo? Et certo questo fatto, cioè fare un trofeo di metallo per segnale di vittoria, piace per sé  sanza neuna giunta et in sé contiene forza della pruova,  perciò ch'era cotale usanza. Assuntiva è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa  a difendere, ma di fuori prende alcuna difensione ; e le sue parti   sono quattro : concedere, rimuovere lo peccato, riferire lo peccato e  comparazione.      S:M-m slesso  7: M-m nm. ai  fi: M-m «m. o sopra la (luantilude  7 invece ili  09: M' in f|uel facto  12: M-m Ino - »« di Teba  14-13: m et cerio questo trofeo  fatto faro per sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo  16: M' la forfa   1 9 : M-m ohi. olio per sé non dà alcuna CICERONE dice che quella constituzione è appellata assuntiva della quale nasce questione, la quale in sé non à  fermezza per difendersi da quello peccato eli' è allui appo5. sto, ma d'un altro fatto di fuori da quello prende argomento da difendersi; si come nella questione d'Orestes, che  fue accusato eh' avea morta la sua madre, et elli dicea che  ll'avea morta giustamente. Et certo il suo dire parca crudel  fatto, sì che queste parole per sé non anno difensione  com'elli l'abbia fatto giustamente, ma prende sua difensione d'un altro fatto di fuori e dice: « Io l'uccisi giustamente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare che  con questa giunta piaccia la sua ragione. Efc questa cotale questione assuntìva à quattro parti, delle quali il testo   15. dicerà di catuna perfettamente per sé.   Concedere e concessione è quando l'accusato non difende  quello eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato ; e questa si  divide in due parti, ciò sono purgazione e preghiera.   20. Sponitore.   I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la questione  assuntìva e com' ella si divide in quattro parti, sì vuole dicere di ciascuna per sé divisatamente perchè '1 convenentre  sia più aperto. 2. Et primieramente dice che é concedere, e dice che quella constituzione é appellata concessione  quando l'accusato concede il peccato e confessa d'averlo  fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e questo puote essere in due maniere: o per purgazione o jjer preghiera, e  di ciascuna di queste dirà Tulio partitamente, e prima   30. della purgazione.     3: M> non àe in se  5: M' di quello  7 : M' Pt elli rispondea  8-iO: M-m om.  Kt certo.... giustamente  i4: M' nm. assuntìva  15: M' per se perfectamente  17: M'  o concessione - 18 : 3f ' domanda chelgli sia p.  m. 7 questo  21 : m che e quale, M'  che 7 quale 6  23: m di chatuna  24: M-m concede  26: m confessa il pechato  d'averlo facto  Purgazione è quando il fatto si concede ma la colpa si rimuove, e questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e necessitade. Dice CICERONE che quella maniera di concedere la quale   è per purgazione sì è et aviene quando l'accusato confessa,  ma lievasi la colpa e dice che quel fatto non fue sua colpa ;  e questo puote fare in tre maniere, delle quali è prima  Imprudenzia, cioè non sapere. 2. Verbigrazia : Mercatanti   10. fiorentini passavano in nave per andare oltramare. Sorvenne  loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in pericolosa  paura, per la quale si botaro che s' elli scampassero e pervenissero a porto che elli offerrebboro delle loro cose a  quello deo che là fosse, et e' medesimi F adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato Malcometto ed era tenuto deo. Questi mercatanti l' adoraro come  idio e feciorli grande offerta. Or furono accusati ch'aveano  fatto contra la legge ; la qual cosa bene confessavano, ma  allegavano imprudenzia, cioè che non sapeano, e perciò   20. diceano che fosse perdonato. Et di ciò era questione, se  doveano essere puniti o no. 3. La seconda maniera è caso,  cioè impedimento eh' adiviene, sì che non si puote fare  quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante caursino avea inprontato da uno francesco una quantità di pe 25. cunia a pagare in Parigi a certo termine et a certa pena.     6: M-m om. b  7 : M-m imi. non  8: M' Kl puotesi l'art!  o In prima  tO: M  per mare oltramare, di passavano per maro in nave  Jf sopravenne  li: mi miseli,  JV/' om. che  14: M' edelgli medesimi  15: M' Macliometlo, m Maometto  17: M'  fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m mii. Or  19: M' noi sapeano  21: m puliti   S4 : m inprontato moneta da uno franeesclio     Avenne che '1 debitore, portando la moneta, trovò il fiume  di Rodano si malamente cresciuto che non poteo passare  né essere al termine che era ordinato. Colui che dovea  avere domandava la pena, l' altro confessava bene eh' avea  5. fallito del termine, ma non per sua colpa, se non che '1 caso  era advenuto ch'avea impedimentitotU la sua venuta, e però  dicea che Ila pena non dovea pagare; e di ciò è questione,  se Ila dovea pagare o no. La III maniera è necessitade, cioè che conviene che ssia così et altro non potea fare. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che qualunque  nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò che  entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che mercatanti genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro  con grande carico d'avere. Convenne che per impeto di tempo per forza di venti, centra' quali non si poteano parare, pervennero nel porto e fue presa la nave e le cose  per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti che Ila nave  era veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso porto,  e però diceano che non doveano perdere le cose ; e di ciò era questione, se Ile doveano perdere o no. Tutto altressì  i Veniziani, cui fue la nave, raddomandavano la nave o la  valenza; i mercatanti diceano che l'amenda non dovea essere domandata, perciò che per necessitade e non per volontade erano iti in quel porto. Et poi' che Tullio àe detto  della purgazione e delle sue parti, si dicerà della preghiera. Preghiera è quando l'accusato confessa ch'elli àe commesso  quel peccato e confessa che 11' àe fatto pensatamente, ma sì domanda  che Ili sia perdonato, la qual cosa molte rade fiate puote advenire.     1 : M-m avieno  S : M-m polea  3: M' a. termine ordinato  5 : M' al termine 5-6: M impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea impedimentita  il: M' nel  loro porto  13: m una nave viniziana, 3/' una nave de Viniziani 7 passavano  14-15:  M per un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento, m di vento  18: M^ in quel  porlo  SO: M' ora la questione  m dovea  22: M' che por lamenda  24 :m om.  Et  28-29: m domandasi  M' om. molto   (1) Questa lezione di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè dall'altra famiglia di codici. Lo scambio, avvenuto in M, con impedimento era facilissimo e lo favoriva  il fatto che il senso restava quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto impedimento ^>.  Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è manifestamente guasto  (impedimento è correzione arbitraria), mentre l'espressione impeto di tempo, analoga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può bene corrispondere alla magna tempestas  di cui parla l'esempio ciceroniano {De Inv., II, 98) sul quale è modellato il nostro CICERONE dimostra in questa picciola parte del testo  che cosa è appellata preghiera in questa arte. Et dice che  allotta è questione di preghiera quando l'accusato confessa  5. e dice che fece quel peccato che gli è aposto e ricognosce  che ir à fatto pensatamente, ma tutta volta domanda perdono. 2. Onde nota che questa preghiera puote essere in  due maniere, o aperta o ascosa. Verbigrazia : In questo  modo è la preghiera aperta : Dice l' accusato. Io confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore e per  reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera  ascosa è in questo modo : « Io confesso eh' io feci questo  fatto e non domando che voi mi perdoniate ; ma se voi  ripensaste quanto bene e come grande onore i' òe fatto al comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato ».  3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono advenire rade volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono  giurati a lege sie che non anno podere di perdonare. Ben  puote alcuna fiata lo 'mperadore e '1 sanato avere prove 20. denza in perdonare gravi misfatti, sì come poteano li anziani del popolo di Firenze ch'aveano podere di gravare  e di disgravale secondo lo loro parimento. Et poi che  Tullio àe detto della prima parte della constituzione assuntiva, cioè della concessione e che cosa è concedere, et à  delle due maniere di concedere detto, cioè di purgazione  e di preghiera, sì dicerà della seconda parte, cioè rimuovere lo peccato. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si sforza di  rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo sopra un     S : M' mostra  5 : M' elicigli lece  6' : M' nppensatainentc  8 : M' nascosa   14: M' om. bene  17 : M^ fiato (ma L volte)  li ([uali sono  18: M noniianno   19: m prudenzia  SS: m eclisgravare, M> 7 disgravare  ni lo loro parere, L illoro parere, S il loro piacimento  m om. Et  So: M' m e a detto delle duo maniere ecc. 30 : M' mettelo (ma L metterlo)   (1) Conservo volte appunto perchè questa parola in itf è meno frequente di  fiate Q non si può considerare correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sostituito per uniformità col testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per forza e per podestà di lui ; la qual cosa si puote fare in  due guise: o mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo  la colpa e la cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia  fatto per sua forza e per sua podestade. Il fatto si mette sopr'altrui  5. dicendo che dovea un altro e potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è rimuovere lo peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è accusato d'uno malificio, et elli vegnendo a sua defensione si  leva da ssè quel maleficio e mettelo sopra un altro, o dice  bene che 11' à fatto, ma un altro cli'avea in lui forza e signoria il costrinse a ffare quel male ; e questo rimovimento  del peccato dice Tullio che ssi puote fare in due guise :  l'una si mette la colpa e la cagione sopra un altro, l'altra   15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la colpa e la cagione si mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli  à fatto quel male per colpa d'alcuno il quale à sopra lui  forza e signoria. Verbigrazia. Il comune di Firenze elesse  ambasciadori e fue loro comandato che prendessero la paga   20. dal camarlingo per loro dispensa et immantenente andassero alla presenzia di messer lo papa per contradiare il  passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in Toscana  contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il pagamento e '1 signore no '1 fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la pecunia, sicché li ambasciadori non andaro e' cavalieri vennero. Della qual cosa questi ambasciadori fuorono accusati, ma elli si levaro la colpa e la cagione e     3: m la chosa  7: Af' die e rimuovere  9: M' do malilicio - i4 : m luna mette,  M' l'una si e mettere  ^5: M' si e mettere  m om. Kt - 20: Af inmanlenenente, it/'  incontanente  21 : m cliontradire - 23: M-m domandano  24: M m il segnore  m  e il chamarlengo  25: m il nego di dare la pecliunia  26:m li anbasciadori  27 :M'  si levano miseria sopra '1 signore e sopra '1 camarlingo, i quali  aveano la forza e la seguoria e non fecero lo pagamento.  3. Mettere il fatto sopr' altrui è quando l'accusato dice  ch'egli quel fatto non fece e non ebbe colpa né cagione  5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto et ebbevi colpa  e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il mette  dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Catenina andavano da ROMA a Kieti, et incontrarono uno  parente di Catone, a cui Catellina portava grande maialo, voglienza per cagione della coniurazione di Roma, e perciò  in mezzo della via l'uccise. Né Catone non avea podere di  difenderlo, perciò eh' era malato di suo corpo, ma rimase  intorno al morto per ordinare sua sopultura. Et Catellina si  n'andò inn altra parte molto avaccio e celatamente. In questo mezzo genti che passavano [per la via] per lo camino trovaro il morto di novello, e Catone intorno lui, sì PENSARO CERTAMENTE CHE CATONE AVESSE FATTO IL MALIFICIO, e  perciò fue esso ACCUSATO di quella morte; ond'elli in sua  defensione levava da ssè quel fatto dicendo che fatto noll'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'ERA SUO PARENTE, e  dicea che noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era malato di sua persona. Et così recava il fatto e LA COLPA SOPRA CATELLINA, perciò che '1 dovea fare come di suo nemico  e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. Et poi che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì insegnerà  in questa altra partita riferire il peccato.     Ttillio dice che è riferire il peccato.   58. Riferire il peccato è quando si dice che ssia fatto  per ragione, in perciò che alcuno avea tutto avanti fatto a liuì  30. ingiuria. i : m 7 al chamai-lingo  4-ò: M om. ch'egli... ma dice  m nel fare  5 : Af ' che un  altro  9: VI om. grande  12 : m di suo corpo malato  15: M^ gente  J/' m om. per  la via - 16: m il novello morto  18 : M' tn fu elgli - 1!) : M' chelgli facto  20-Sl :  m avea nel dovea fare  o?n. e dicea che  Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli  23: m  pero chelli dovea fare  25: M-m om. si  M' insegna  26: M' jxirte  M-m refrenare (sempre)  : vi pero che  da\anti  Le parole per la via sono con tutta probabilità una glossa o una variante  di per lo camino; infatti mancano in codici delle due famiglie.     81     Lo sponitore.   I. Dice Tullio che riferire il peccato è allora quando  l'accusato dice ch'elli àe fatto a ragione quello di che elli  é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta tale ingiuria che dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come apare  neir exemplo d' Orestes, che fue accusato della morte di sua  madre, et esso dicea che ll'avea morta a ragione, perciò che  primieramente avea ella fatta a llui ingiuria, cioè ch'avea  morto il padre d' Oreste; e di questo nasce cotale questione se Oreste fece quel fatto a ragione o no. Et poi che  Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì insegnerà ornai  che è comparazione. CICERONE dice che è comparazione. Comparazione è quando alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et utile, e dicesi che quello del quale è fatta la riprensione fue commesso perchè quell'altro si potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella questione è appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à fatto quello eh' è a llui apposto, i^er cagione di poter fare un altro  fatto utile e diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel  più alto officio di ROMA, sentìo che coniurazione si facea  per lo male del comune, ma non potea sapere chi né come.  Alla fine diede dell'avere del comune in grande quantitade   25. ad una donna la qiiale avea nome Fulvia, et era amica per  amore di Quinto Curio, il quale era sapitore del tradimento ;  e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose in tale maniera eh' elli difese la cittade e '1 comune della molt'alta  tradigione. Ma alla fine fue ripreso ch'elli avea troppo ma 2 : M' allocta  4 : M' facla prima  5 : M' prenderne (ma L prendere) tale vendctla   pare  6: M' dela sua madre  8: m prima  J/' facto, m aliai fatto - iO: m om.  El  14: M-m quanto un altro  16: M' per quell'altro - 18: JW in questa parte   19: M-m che facto  26: M^ ora parteDce  28: M' dela mortalo     lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di  sé dicea che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto  utile e diritto, cioè per scampare la terra di tanta distruzione, e quello scampamento non potea fare sanza  5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del quale elli è  ripreso fue fatto per bene. Et poi che Tullio àe detto delle  quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte  della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della constituzione del genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la questione traslativa, della quale fue assai detto in adietro,  per dire alcuna cosa che là fue intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della questione translativa. Nella IV questione, la quale noi appelliamo translativa,  certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona a cui convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o davante  a cui, per quale ragione, o in che tempo ; e sanza fallo tuttora è  controversia o per mutare o per indebolire l'azione. Et credesi che  Ermagoras fue trovatore di questa constituzione; non che molti antichi parlieri non l' usassero spessamente, ma perciò che Ili scrittori   20. dell'arte non pensaro che fosse delle capitane e non la misero in  conto delle constituzioni. Ma poi che da llui fue trovata, molti l'anno  biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito non pur in prudenzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per invidia  e per maltrattamento. Questo testo di Tullio è assai aperto in sé medesimo,  e spezialmente perciò che della questione o constituzione  translativa è assai sufficientemente trattato indietro in     i : M' l'avere del comune  3:3/' diiicto 7 utile - 4: M' non si pelea fare   7: M< om. assiintiva - 8: M' iuridiciale  //: M-m che ella l'uo translassala  lS:M-m  emargonis  13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn translativa)  15-1 (!: M' davanti cui   M-m sanfa follia  19: M' parladori  23: M' cambiano - S4 : M' per mal.   (1) La traduzione non è esatta, poicliè il testo latino dice: quos non tamimprudentia falli indamus (res enim perspìcua est) quam invidia atque óbtrectatione  quadam inipediri. Si potrebbe proporre per congettura non per imprudenzia ; ma  non sembra contraddirvi il 8 -3 del commento parlando di '' alquanti che non  erano bene savi,, ?   altra parte di questo libro, e là sono divisati molti exempli  per dimostrare come si tramuta 1' azione quando non  muove la questione quelli che dee, o centra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel tempo che .  5. dee. Z.Sicchè al postutto in(i) questa translativa conviene che  sempre sia : o per tramutare l' azione in tutto, come appare indietro nell'exemplo di colui che risponde all'aversario suo: « Io non ti risponderò di questo fatto né ora né  giamai »; e così in tutto tramuta l'azione dell'aversario etc. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto, si  come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aversario suo : « Io ti risponderò di questo fatto, ma non in  questo tempo» o «non davante a queste persone». Et dice  Tullio che Ermagora fue trovatore della translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso  da alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia  e maltrattamento contra lui. Nota che invidia è dolore  dell'altrui bene, e maltrattamento è dicere male d'altrui. Tullio dice che davanti diceva   exempli in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le constituzioni e le loro parti; ma li   axempli di ciascuna maniera parrà che noi possiamo meglio divisare   quando noi daremo copia di ciascuno de' loro argomenti; perciò   25. ch'allotta sarà più chiara la ragione d'argomentare, quando l'exemplo   si potrà a mano a mano aconciare al genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del suo libro,  brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che dimo2: M-m si traclava  3: M^ che dee conLra cui dee ~ 6: M come pare  8: M'  non ti rispondo  iO: M-m Oo, M' Onde  M imparte  m non in tutto  H : M' pare   13 : Mi dinanzi a ([.  14: M translatore, m traslatotore  15: M^ìa conto 17: 3f dalquanti  18 : M-m male tractamento con altrui  21: M-m construclioni  22: M exposte  le e. 7 loro parti  24: Mi di loro argomenti  25: M' de l'argomentare  26:m della cosa   29: M ke detto, m che detto  Jlf ' dinanzi   (1) L'essere attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come la  sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere dal periodo precedente la parola questione : " conviene che sia questione in questa translativa „ ecc.   strato à che sono le constituzioni e le loro parti, ma in altra  parte porrà certi exempli in ciascuno genere delle cause,  cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e nel iudiciale,  quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da cciò  si parte il conto e torna a trattare secondo che ssi conviene all' ordine del libro per insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia simpla e quale congitmta. Poi eh' è trovata la constituzìone della causa, ìmmantenente  ne piace di considerare se Ila causa è simpla o congiunta. Et s'ella è congiunta, si conviene considerare se ella è congiunta di piusori  questioni o d'alcuna comparazione. Apresso al trattato nel quale Tullio àe insegnato trovare le constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare qual causa sia simpla, cioè pur d'uno fatto e qiiale sia congiunta, cioè di due o di più fatti, e quale sia congiunta  d'alcuna comparazione, e di ciascuna dice exemplo in  questo modo :   Della causa simpla. Simpla è quella la quale contiene In sé una questione   assoluta in questo modo: « Stanzieremo noi battaglia contra coloro  di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che quella causa è simpla la quale è pur d'uno fatto e che non è se non d'una questione solamente.   Verbigrazia : La città di Corinto non stava ubidiente a   Roma, onde i consoli di Roma misero a consiglio se paresse     2 : M-m om. parte  m delle cose  4-5 : J/' Et di ciò si diparte l'autore, m 7 accio   8: M mantenente, m inmantanento  9: m simplice (sempre cos'i) M' sedella  li: M-m  compi^ratione  13: M' il tractato  15: M (|ualcosa, «i quale chosa  /*: M< l'exeniplo  21: M' m (pielli  25 : vi iliinn chosa  SO : M-m <m. stava  A/' ali Romani   loi-o di mandare oste a fai"e la battaglia centra loro, o  no. Et così vedi che causa simpla è pur d'una questione del  sì o del no.   Della causa congiunta.   5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella nella quale sì   dimanda di piusori cose in questo modo: « È Cartagine da disfare  da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn altra parte loro  abitamento ? Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice della   congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella quale  àe due o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani vinsero a forza d'arme la città di CARTAGINE, et  erano alcuni che diceano che al postutto si disfacesse; altri diceano che Ila cittade fosse renduta agli uomini della  terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare di quel  luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa causa  è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa congiunta di comparazione.  Dì comparazione è quella nella quale contendendo si que stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in questo modo :  « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto a' compagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti  contra Anibal ? Poi che Tullio avea detto della causa la quale è congiunta di piusori questioni, sì dice di quella causa eh' è  congiunta di comparazione di due o di tre o di quattro o     i : M-m o fare  2 : M^ om. Et  Jlf om. b  5 : M' om. questioni  6 : m di più  sore  7 : M' da. rendere a Cartaginesi  12 : m due tre o quattro questioni  J3: m  per forza  om. la cittade di  J4: M' elio a! postutto diceano cliella si disfacesse   17: M-m om. che  18: m essere coniunta di tre (luestioni dette  21: 3/' o quale finissimo  22: M' incontro a Filippo  28: M-m di due, di tre  m om. o di quattro   (1) Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia deducatur.   di più cose, nella quale si considera qual partito sia il migliore de' due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e  l'uno migliore che 11' altro, per sape];e qual sia finissimo,  cioè il sovrano di tutti. Verbigrazia : I Romani aveano mandata oste in Macedonia contrà Filippo re di quello  paese, et in quello medesimo tempo attendeano alla guerra  d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni savi  di Roma diceano che '1 migliore consiglio era mandare  gente in Macedonia, per attare l'altra loro oste la quale  10. era in questa contrada; altri diceano che maggior senno  era di ritenere la gente in Italia, per adunare grandissima  oste contra Anibal ; e così contendeano qual fosse il migliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la gente.   Della contraversia inn iscritto et in ragionamento.   15. 66. Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in   ragionamento.   Lo sponitore.   1. Apresso ciò che Tulio à dimostrato qual causa è simpla e quale è congiunta e quale di comf)arazione, sì vuole   20. fare intendere quale contraversia nasce et aviene di cose  e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento, cioè  di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole  CICERONE aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre  de' dire a ciascun ponto di tutte le cause che possano inter 25, venire ; e perciò dicerà della scritta per sé e del ragionamento per sé, e di ciascuno partitamente in questo modo :   Della contraversia che nasce di cose scritte.   67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna qua litade di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa che   30. sono partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta pare che Ile     i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc.  il/' o Ire o iiifi  •/: iV/' ohi. cion il sovrano  5: M'-L   (li i|iielli del paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste  * : hi elio mogio  iO: m   J/i in ipiella contrada  il : M' om. di  m a rilenore gente  12 : M contra nibal, i»  contro ad Anibal  15: M-m e scripla, If' e in scriplo o in ragionamento  /*' : M-m  i|ual cosa  19: m quale e  22: M-m om. dire e che non sono scritte  23: M' mostrare - 24: m possono  25: M'E cosi  29: M da. questa  30:M' dale constilutioni parole medesimo iU siano discordanti dalla sentenzia dello scrittore ;  e talvolta pare che due legi o più discordino intra sé stesse; e  talvolta pare che quello eh' è scritto signiffichi due cose o più ;  e talvolta pare che di quello ch'è scritto si truovi altro che non è  5. scritto ; e talvolta pare che ssi questioni in che sia la forza della  parola, quasi come in diffinitiva constituzione. Per la qual cosa noi  nominiamo la prima di queste maniere di scritto e di sentenzia; il  secondo appelliamo di legi contrarie, la terza apelliamo dubiosa,  la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta apelliamo diffinitiva. Poi che CICERONE  à dimostrato qual causa sia pur d' un  fatto o di più, immantenente vuole dimostrare qual contraversia è in scritta e quale in ragionamento; et in questo  dice primieramente di quella ch'è inn iscritto, cioè che   15. nasce d'alcuna scrittura. Et questo puote essere in cinque  modi. Il primo modo è appellato di scritto e di sentenza,  pei'ciò che Ile parole che sono scritte non pare che suonino  come fue lo 'ntendimento di colui che Ile scrisse. Verbigrazia: Una lege era nella cittade di Lucca, nella quale erano scritte queste parole: « Chiunque aprirà la porta  della cittade di notte, in tempo di guerra, sia punito nella  testa ». Avenne che uno cavaliere l'aperse per mettere  dentro cavalieri e genti che veniano inn aiuto a Lucca,  e perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la legge scritta. L'accusato si difendea dicendo che Ila  sentenzia e lo 'ntendimento di colui che scrisse e fece la  legge fue che chi aprisse la porta per male fosse punito ;  e cosi pare che Ile parole scritte non siano accordanti alla  sentenzia dello scrittore, e di ciò nasce controversia intra loro, se si debbia tenere la scritta o la sentenza. La  seconda maniera è apiiellata di contrarie leggi, perciò che     1 : M' m medesime  m dalle sententie  2: me téilora -- M' si discordino  3: M'  significa  4: M-m o talvolta  M' che nono che scripto  6: M-m nm. in  A/' mdilTìnitiva ([uestione  11: M-m qual cosa  13: M-m e Sbripta - m e in ragionamento   14 : m primamente  18 : M om. fue  20: M ai)iira, m apira  21 : M-m om. in tempo  di guerra  M' si sia punito della testa  23: M' si difende  30: m se si dee  M'  lo scritto  31 : M' om. maniera   (1) Cfr. p. 46, 1. 30: nai medesimo.  pare che due leggi o più discordino intra sé stesse. Verbigrazia : Una legge era cotale, che chiunque uccidesse il  tiranno prendesse del senato cheunque merito volesse.  Et nota che tiranno è detto quelli che per forza di suo  5. corpo o d'avere o di gente sottomette altrui al suo podere.  Un'altra legge dice che, morto il tiranno, dovessero essere  uccisi cinque de' pili prossimani parenti. Or avenne che  una femina uccide il suo marito, il quale era tiranno, e  domanda al senato per guidardone e per nierito un suo figlio. LA PRIMA LEGGE concede che ssia dato, l'altra comanda CHE SIA MORTO. E così sono due leggi contrarie, e  perciò nasce questione se alla femina debbia essere renduto il suo figliuolo o se debbia essere morto. La terza  maniera è apellata DUBBIOSA, perciò che pare che quel eh' è scritto SIGNIFICHI DUE COSE O PIU.  Verbigrazia. Alessandro  fa testamento nel quale fa scrivere così. Io comando  che colui eh' è mia reda dia a Cassandro C vaselli d'oro  e quali esso vorrà. Api^esso la morte d'Alessandro venne  Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e che a llui piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io  vorrò. Et cosi di quella parola scritta nel testamento, cioè,  i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere del cui  volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione  intra loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE,  perciò che di quello eh' è discritto si truova e se ne ritrae  altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia : Marcello entra nella  chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il crocifixo, e taglia  le imagini di là entro. E accusato, ma non si truova  neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non era che nne scampasse sanza pena. E perciò il  suo adversario ritraeva d'altre leggi scritte quella pena  che ssi convenia a Marcello ragionevolemente. La quinta  maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che pare che ssi  questioni LA FORZA D’UNA PAROLA  scritta, sicché conviene     i : M' si discordino - M stesso  m tralloro - 5 : M^ di genti - 6-7: m L essere  morti - Jl/' om. de'  7 : M'-L una femina il suo marito.... uccise  9 : m e merito   10: M' che le sia dato, l'altra leggie  iS: m nasce controversia  Mm sella femina   13: m se dee  14-15: M' che lo scritto  i6: Jtf' cos'i scrivere  1 7 : M-m om. coUii  eh' è  18: M' i quali  19: M' cento vaselli d'oro  20: J/' la rede. [o ti voglio dare  - m om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 : M'  San Piero  38 : M-m om. Fue accusato - /. trovava  29-30 : m alcuna legge.... colalo  maliflcio, e convenevole non era che scampasse  32 :M' che si conviene  Mm Martello  che quella parola sia diffinita e dicasi il proprio intendimento di quella parola. Verbigrazia : Dice una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna di tempo  ed un altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne che una nave di Pisa venne in Tunisi e presso al  porto sorvenne sì forte tempesta nel mare, che '1 signore  usce della nave et entra inn una picciola barca. Un altro  ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto là entro  che '1 mare torna in bonaccia, e la nave campa in terra.  E perciò dicea che la nave e sua secondo la legge, perciò  che '1 segnore l'abandona et esso l'avea difesa. Il  segnore dicea che perch'elli entra nella picciola barca  non abandona perciò la nave ; e cosi era questione intra  loro sopra questa PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per   15. sapere LA FORZA d'essa parola conviene che ssi difinisca e  dicasi il proprio intendimento. 6. Già à detto Tullio di  quella contraversia la quale è in iscritta e delle sue cinque  parti. Omai dicerà di quella contraversia eh' è in ragionamento.   20. Della contraversia la quale nasce di ragionamento.   68. Ragionamento è quando tutta la questione è inn alcuno argomento e non inn ìscrittura. Quella è contraversia in ragionamento nella quale non si considera alcuna cosa che ssia per scrittura, ma  prendesi argomento e pruova per parole FUORI DI SCRITTA a dimostrare che dee essere sopra quella questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo che Italia è migliore paese che  Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò era questione ti'a  lloro, e perciò conviene recare argomenti in ragionando  per mostrare che nne dee essere, e questo senza scritta  acciò che sopra questo no è legge né scrittura.     3: m om. della nave  M' labandona  S : M' de Pisani  M-m di Tunisi  6 : M  sovenne, m venne, L sopravenne  M^ di mare  7-8 : M' usci di fuori  un altro corse  a governare la nave  9: m campo intera 11: m et egli  12: m pichola nave   13: 3f' non avoa abbandonata perciò 1. n., m non pero elli abandonava la grande  14: M'  di questa parola, m sopra questo abandono  15: M-m la forma  m ripete conviene   16: m dicha  22: m e none  24 : M' Qurlla controversia 6 in rag.  28: M' Anibal   29 : m lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico che no  31 : m 7 questo e senza scritta    Delle IV parti della causa. Adunque, poi che considerato è il genere della causa e  cognosciuta la constituzione et inteso quale è simpla e quale è congiunta, e veduto quale contraversia è di scritto e di ragionamento,  5. ornai fie da vedere quale è la quistione e quale è la ragione e  quale è il giudicamento e quale è il fermamento della causa ; le  quali cose tutte convengono muovere della constituzione.   In questa parte dice CICERONE che poi ch'elli à insalo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo e diliberativo e giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè e qual sia congetturale e quale diffinitiva e  quale translativa e quale negoziale, et à fatto intendere  quale è simpla e quale congiunta, cioè qual contiene in sé una questione o più, et à fatto vedere qual contraversia  è inn iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti questi  insegnamenti paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo  inn iscritto e trattato di ciascuno sufficientemente, ornai  vuole CICERONE procedere e dimostrare apertamente qual sia  20. la questione e la ragione e '1 giudicamento e '1 fermamento  della causa ; le quali cose tutte muovono e nascono della  constituzione, ciò viene a dire che la constituzione è il  cominciamento di queste cose. Questione è quella contraversia la quale s'ingenera del   contastamento delle cause in questo modo : « Non facesti a ragione Io feci a ragione». Questo è contastamento delle cause nella quaied)     2: m om. 63: m om. cognosciuta  M intesto  Af' qual congiunta  4: M-m  quale conti'aversia <ii scripto  m o di ragionamento  5: A/' oggimai sarà  5-6: M' ha  sulo il primn b  M-m il confermamento  6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv. 9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo, ilimostrativo  i2: in  cioè qual sia  13: M-m a facto cognoscere  14: m quale simplice - 17: M' amaeslramenti  M paio sàdietro, Mi-L jiaiono in adiotro  18: M 7 tracio  22: M-m um. ciò  V. a d. e. la constituzione  25 : M -L Di (|uistione  m si genera  26-27 : M' de cause   M-m om. a  M' il contrastamento ~ L nele quali, S nel quale   (1) Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per questo non saprei  spiegare come alterazione volontaria né come svista il nella quale (dato tanto da  M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto dovuto a una distratta traduzione del  latino Causarum haec est conflictio, in qua constitiUio constai.  è la constituzìone, e di questa nasce contraversia la quale noi appelliamo questione, in questo modo: se fatto l'à a ragione o no.   Lo sponitore.   1. Nel testo il quale è detto davanti insegna Tullio  5. cognoscere e sapere che è la questione; et in ciò dice che  questione è quella che ssi conviene considerare sopr' a cciò  di che le parti tencionano, e così s'ingenera del contastamento delle parti, cioè di quello che 11' uno appone e l'altro  difende. Verbigrazia : Dice la parte che appone all'altra .   10. « Tu non ài fatta i-agione, che tu prendesti il mio cavallo »;  e la parte che ssi difende risponde e dice : « Si, feci ragione Or è la causa ordinata, cioè che ciascuna parte à  detto, l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è appellata constituzione. Sopra questo si conviene sapere se   15. n'accusato à fatta ragione o no. Questo è quello che Tullio  appella questione. Dunque potemo intendere che quando  le parti anno detto e quando l'accusatore àe apposto in.  contra l'aversario suo e l'accusato àe risposto o negando  o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata ; e però   20. infine a questo punto èe appellata constituzione, cioè viene  a dire che Ila causa è cominciata et ordinata ; da quinci  innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si conviene che ssi  connosca se Ila sua defensione è dritta o no, cioè quando  dice : « Io feci ragione » conviensi trovare s' elli à fatto   25. ragione o no, e questa è appellata questione. 3. Et perciò  che la scusa dell'accusato, a dire pur così semplicemente:  « Io feci ragione », non vale neente se non ne mostra ragione per che e come, insegnerà Tullio immantenente che  ragione sia.   30. Di ragione.   71. Ragione è quella che contiene la causa, la quale se ne  fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in contraversia. In questo  modo mo sterremo, per cagione d'insegnare, un leggieri e manifesto     4: M-m nel quale - 6: M' 6 quella  m sopra quello  10: M' facto ragione   i5: M dopo ragione ripete che tu prendesti il mio cavallo  13: m luna luna  M' {(uesto   15: M^ m facto  15-16: M' Et questo.... comune questione  17: M-m posto  19: M  S l'accusa - SO: M' m ciò viene a dire  SS: M-m om. sì  S4: M' facta  S5: M'  e facta questione  S6: M-m om. Et - l'accusa  S7 : M' m se non mostra  S8 : M'  si insegnerà  31 : m se non fosse  3S : M' non vi rim.  33: M-m d'insegnare leggere manifesto exemplo   exemplo. Se Orestres fosse accusato di matricidio et elli non dicesse:  « Io il feci a ragione, perciò eli' ella avea morto il mio padre »,  non avrebbe difensione; e se non l'avesse non sarebbe contraversia.  Dunque la ragione dì questa causa è eh' ella uccise Agamenon.   5. Lo sponitore.   1. Si come appare nel testo di Tulio, ragione è quella  clie sostiene la causa in tal modo che, chi non assegna e  mostra la ragione della sua causa, certo non sarà controversia, cioè non à difensione; e cosi la causa dell'aversario   IO. rimane ferma e non à contastamento. 2. Verbigrazia: Vero  fue che Ila madre d'Orestres uccise Agamenon suo marito  e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per movimento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre.  Fue accusato di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1   15. fece a ragione; se non dice perchè e come, la sua difensione non vale neente, e se la difensione non vale neente  non è contraversia né questione. 3. Ma se dice cosi : « Io  lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre », sì  mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la   20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi  che CICERONE à dimostrato che è questione e che ragione, sì  dimosterrà che è giudicamento.  Giudicamento è quella contraversia la quale nasce de lo 'nde25. bolire e del confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo  exemplo della ragione che noi aven detta poco davanti : « Ella avea  morto il mio padre ». Dice il savio: « Sanza te figliuolo convenia  eh' essa madre fosse uccisa ; perciò che 'I suo fatto si potea bene  punire sanza tuo perverso adoperamento ». (e. XIV) Di questo  30. mostramento della ragione nasce quella somma controversia la quale  noi appelliamo giudicamento, la quale è cotale: se fosse diritta cosa  che Orestres uccidesse la madre, perciò ch'ella avea morto il suo padre.  i : m di martecidio  2 : M-m om. ella  4 : M-ni chelluccise a ragione  7-8 : M'  mostra 7 assegna ragione  10: M' m 0111. Vero  13: M' om. cioè.... di matricidio   16: M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) 19: m difesa   20: m om. El  22: M-m dimostra  24: M' om. quella  M-m ohi. nasce  25: M-m  in ciò a quel med.  26: M' aveino dello  27 : M' Dice l'avversario  2S: M-m si  potrà  29 : M' sanila il tuo p.   31 : M' se fu    Cicerone dice e insegna che è ragione; et perciò  che della ragione nasce il giudicamento, sì tratta egli  del giudicamento per dimostrare come e quando et in che  5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato assegna ragione perchè  fece quel fatto e conferma la sua difensa per quella ragione. L'accusatore dice contra questa difensa et indebolisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che conferma  l'uno et inforza la sua difensione e l'altro la infievolisce   10. e falla debole, sì ne nasce una questione la quale è appellata giudicamento, perciò che quando ella è provata si  puote giudicare. 2. Et in ciò sia quel medesimo exemplo  di sopra : Orestres assegna la ragione per la quale elli  uccise Clitemesta sua madre: perciò ch'ella avea morto   15. Agamenon ; e così conferma la sua defensione. Ma contra  lui dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non convenia ad te punirla di ciò, ma altre la dovea e potea punire sanza tua perversità, e sanza tua così crudele opera,  come del figliuolo uccidere sua madre ». Et così indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in vituperoso abominio,  e sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra lo 'ndebolimento della ragione, nasce questione la quale è appellata giudicamento perciò che ssi puote giudicare. 3. Et omai  à detto Tullio che è questione e che è ragione e che è   25. giudicamento ; sì dicerà che è fermamento.   Del fermamento.   73. Fermamento è il firmissimo et appostissimo argomento  al giudicamento, come se Orestres volesse dire che ll'animo il quale  la madre avea contra il suo padre, quel medesimo avea contra lui  30. e contra le sue sorelle e contra il reame e contra l'alto pregio  della sua ingenerazione e della sua familia, sicché in tutte guise  doveano i suoi figliuoli prendere in lei la pena.     2: M-m om. è  3-4: M-m che deliboragione nasce del iuilicamento por dimostrare  ecc.  5: M' om. sia  M' assegno 7:3/' quella  3/ difesa  8-10: M' che rimo conferma 7 inforfa la sua ragione.... fa debole  M-m isforca  m la indebolisce  IS : m a  quello med.  13: M' assegna ragione  16: M 7 non convenia, m e non si convenia   17: m 7 convenia punirla  18-19: M' om. tua e del  m la sua madre  21-22: M<  sopra confermamento dela ragione  23: m om. Et  24: M i ohe ragione, m nm.   27: M-m om. è  30: M' \n serocchie.... l'altro pregio   Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ragione e giudicamento, sì dice in questa parte che è fermamento. E certo lo 'nsegnamento suo è molto ordinata 5., mente : che primieramente è questione intra Ile parti  sopr'alcuna cosa la qual'è aposta ad uno e detto sopra lui  che non à fatto bene o ragione, et elli in sua difesa dice  ch'à fatto bene o ragione, e di questo nasce la questione,  cioè se esso à fatto ragione o no. Apresso dice l'accusato  10. la cagione per la quale elli avea ragione di fare ciò, e  questa è appellata ragione. Et quando l'accusato à detta  la ragione, il suo adversario dice contra quella ragione et  indebolisce quello dove l'accusato ferma la ragione, e  questa è appellata giudicamento.   15 Fermamento. Poi che Ila questione del giudicamento è nata, si  conviene che ll'accusato tragga innanzi i fermissimi argomenti bene apposti contra il giudicamento. Verbigrazia :  Orestres à detto che uccise la madre perciò ch'ella avea  morto il padre, e così assegna la ragione perch'elli l'uccise;  il suo adversario mettendolo in questione di giudicamento  dice c'a llui non si convenia ma ad altrui, e così indebolisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica manifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella   25. uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo  d'uccidere me e le mie sorelle, cui ella avea ingenerate  di suo corpo, e mettere il nostro regno a distruzione et  abassare l'altezza del nostro sangue, e mettere in periglio  la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento,  e dice: « Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et     2: M-m ragione 7 ((iiestione (m nm. 7)  3: M' s\ dicerà (mn S dico)  5: M-m questioni  6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad uno 7 detto contra lui  8: Mhii om.  ch'à fatto bene ragione  9: M' se elgli, m selli  M' a l'acto a ragione  H : M\ m*  detto  i3;Jf fermava  i4: m questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre   18: M» appostati - i9: M' clielgli uccise.... chella uccise  SI: A/ niente dolo - S3: M'  om. sua  JW i fermissimi argomenti  29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7 di questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo per effetto  della parola precedente.   avea pensato di fare cotanta crudelitade, sì fue al postutto  convenevole che Ili suoi propii figliuoli ne le dessero pena  e non altri >. Et questi sono fermissimi argomenti ne' quali  dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e mali5. zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il quale  alcuno adopera centra' maggiori, sì come quella fece uccidendo il re Agamenon. Et quello è crudele fatto il quale  alcuno adopera contra' suoi, sì come quella fece contra la  sua famiglia. Et quello è malizioso fatto il quale è molto   10. fuori d'uso, sì com'è contra naturale usanza ch'alcuna femina uccida il suo marito e figliuoli e distrugga un alto  reame. 5. Onde questi fermissimi argomenti e' quali l'accusato mette davanti per confermare le sue ragioni et  incontra lo 'ndebolimento che facea l'aversario, sì è ap 15. pellato fei'mamento.   In quale constiti izione non à gindicamento. Et certo neil'altre constituzioni si truovano giudicamenti a  questo medesimo modo ; ma nella congetturale constituzione, perciò  che in essa non s'asegna ragione (acciò che '1 fatto non si concede)  20. non puote giudicamento nascere per dimostranza di ragione; e però  conviene che questione sia quel medesimo che giudicamento: « fatto  è, nonn è fatto, sé fatto o no ». Che al vero dire, quante constituzioni lor parti sono nella causa, conviene che vi si truovino  altrettante questioni, ragioni, giudicamenti e fermamenti.   25. Lo sponitore.   1. In questa parte del testo dice Tullio che, sì come  per lui è stato detto davanti, così si possono trovare giudicamenti inn ogne constituzione; salvo che nella constituzione congetturale, della quale è molto trattato inn  30. adietro, perciò che in essa l'accusato nonn asegna (i) neuna  1 : Af' avea pensala cotanta crudeltade  2: M nelle, ÌU-L lene dessero  3 : Mi lorlissimi argomenti  5: m nel quale  7 : M Tde agnzenò {sic), m i ro Agamenon  m ohi. è   8: M' luomo adopera  9: m om. è ambedue le volte  il : A/ un altro  IS-i^-.M' om.  et, 7» e contro allo  i7 : M' ì giudicamenti  22: Mi se facto e. no ~ quante questioni   26 : m om. che  28 : vi nella questione   (1) Si potrebbe anche leggere non n' asegna; ma in M' è scritto qui e qualche riga più sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n 6 frequente in M  (cfr. pag. seg., 1. 6, nonn abisogna).    ragione, anzi niega, al postutto non ne puote nascere giudicamento. 2. Verbigrazia : Uno accusò Ulixes ch'elli avea  morto Aiaces. Dice Ulixes : « Non feci » et cosi nega quel  fatto che gli è apposto. Et perciò non conviene che sopra '1  5. suo negare assegni alcuna ragione. Et poi che nonn asegna  ragione, il suo adversario nonn abisogna d' indebolire la  ragione dell'accusato. Dunque nonde puote nascere giudicamento ; e perciò conviene che in queste constituzioni  congetturali la questione e lo giudicamento siano ad una  10. cosa: che là ove dice l'accusatore « Tu uccidesti » et Ulixes  dice « Non uccisi », la questione e '1 giudicamento fie sopi-a  questo, cioè se ll'uccise o no. 3, Poi dice CICERONE che quante  constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ragioni e giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa.   75. Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da considerare ciascuna parte della causa ; eh' al ver dire non si dee pur  pensare prima ciò che ssi dee dicere in prima ; perciò che se le  parole che sono da dire in prima tu vuoli inforzatamente congiungere  20. et adunare colla causa, conviene che d'esse medesime traghe quelle  che sono da dire poi.     Sponitore.   1. Or dice Tullio : Dacché '1 parliere connosce la causa  et àe inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il libro  25. insine a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la  quale convegna che dica, sì dee il buono parliere pensare  con molta diligenzia e considerare nella sua mente, anzi  che cominci a dire, tutte le parti della sua causa insieme  e non divise. Che s'elli pensasse in prima pur quella che     4: m chelli fu aposto - 6: M' non a bisogno, m non a ragione  8: M-m om. e   9: M-m la constituzione  i 1 : M' sie sopra q., m fla  i3: M-m otn. v'à  17: M-m  e al ver dire  18: M' in prima quello  M-m om. dicere  S che è da dire inprlma   19: M-m om. in prima  M' tu le vuoigli  M isforcatamonte, m sforfatamenie congiungnerle  20: M' i raunaro  M-m elio esse medesime  S4: M'-L tutto il titolo, i' tutto  il telo (tic)  S8: i/' causa sua  S9: M' pur quello che sia da dire (Z. aggiunge in  prima)  prima sia da dire e non pensasse ch'elli dovesse dire poi,  senza fallo il suo cominciamento si discorderebbe dal mezzo  et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene le sue parole  colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi convenga dire davanti e che poi, certo la comincianza fie tale  che nne nascerà ordinatamente il mezzo e la fine. Tutto  altressì fae il buono drappiere, che non pensa prima pur  della lana, ma considera tutto il drappo insieme anzi che  Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e la grandezza  del drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri, e  poi comincia e fae il drappo. Di VI parti della diceria. Per la qual cosa, quando il giudicamento e quelli argomenti che bisognano di trovare al giudicamento saranno diligente15. mente trovati secondo l'arte e trattati con cura e con cogitatione,  ancora sono da ordinare l'altre parti della diceria, le quali pare a  nnoi ai tutto che siano sei : Exordio, narrazione, partigione, confermamento, riprensione e conclusione.   Sjtoììitore.   20 _ I. Poi che Tullio sufficientemente à dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1 buono parliere  innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare il  mezzo e la fine colla comincianza del suo dire, si che sia  l'una parola nata dell'altra, sì dice esso medesimo che poi   25. che tutto questo eh' è fatto,(3) e trovato il giudicamento della     1 : M' che sia da dire poi 4: M' m om. in  5 : M' la incomincianca, m il cominciamento  6: M' che nostera (corr. moslera), L mosterra, S mostra  7: if ' in prima   9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri  m sono mestiere  11: M^ i\ suo drappo  ordinatamente, L affare il s. d. ordinatamente  14 : M^ che si bisognano -17: M' che  sono sei.... petitione invece di partigione  20 : M^ a sofficientemente dem.  S3: M' el  Dne con la incomincianpa  M-m om. sì  24: M om. nata  25: M^-L questo e facto   (1) Tutti i codici hanno 7 daver 7 davere, che può esser nato facilmente  dall'aver preso il de' per la preposizione di. Tanto il senso quanto la sintassi sarebbero poco chiari leggendo e d'aver.   (2) Preferisco la lezione di M perchè non è probabile che la parola ordinatamente, che si trovava in evidenza in fine al discorso, sia sfuggita al copista. Forse  l'aggiunta If' (L) fu determinata AaW ordinatamente di poche righe prima.   (3) Cioè " dopo che tutto questo è fatto „ . Per il che pleonastico cfr. p. 20,  n. 2, p. 21, n. 1 e qui dopo p. 99, 1. 18. Le lezioni di M^ e di L si spiegano con  quelle di M-m, ma non viceversa. causa e ciò che vi bisogna secondo i comandamenti di rettorica (i quali si convengono trattare con molto studio e  con grande deliberazione) ; anco sopra tutto questo si convengojio pensare l'altre parti della diceria, delle quali non  5. è detto neente, e sono sei ; e di ciascuna per sé tratterà  il libro interamente.   Lo sponitore chiarisce tutto ciò eh' è detto inn adietro. Et sopra questo punto, anzi che '1 conto vada più  innanzi, piace allo sponitore di pregare il suo porto, per cui amere è composto il presente libro non sanza grande  afanno di spirito, che '1 suo intendimento sia chiaro e lo  'ngegno aprenditore, e la memoria ritenente a intendere  le parole che son dette inn adietro e quelle che seguitano  per innanzi, sì che sia, come desidera, dittatore perfetto e   15. nobile parladore, della quale scienzia questo libro è lumiera e fontana. 3. Et avegna che '1 libro tratti pur sopra  controversie et insegni parlare sopra le cose che sono in  tendone, et insegna cognoscere le cause e Ile questioni, e  per mettere exempli dice sovente dell'accusato e dell' ac 20. cusatore, penserebbe per aventura un grosso intenditore  che Tullio parlasse delle piatora che sono in corte, e non  d'altro. 4. Ma ben conosce lo sponitore che '1 suo amico  è guernito di tanto conoscimento ch'elli intende e vede la  propria intenzione del libro, e che Ile piatora s'aparten 25. gono a trattare ai segnori legisti ; e che rettorica insegna  dire appostatamente sopra la causa proposta, la qual causa  no è pur di piatora né pur tra accusato et accusatore, ma  é sopra l'altre vicende, sì coinè di sapere dire inn ambasciarie et in consigli de' signori e delle comunanze et in   30. sapere componere una lettera bene dittata. 5. Et se Tullio  dice che nelle dicerie intra le parti sono le constituzioni e  questioni e ragioni e giudicamento e fermamento, ben si dee  pensare un buono intenditore che tuttodie ragionano le     1: M' Olii, vi  S: vi làlluro  3: M liberalione - M ancora, m aiicir  4 : m le  IKirli  5: M-m oiii. per sé  8-9: Mi cliel maestro.... più avanti  iO: m questo libro   i3: m mii. clie son  M' seguiranno  i4: in per lo innanzi  i8: vi insegni  o»n. o  dinanzi a per  i9:m exenpro  20: M-vi 7 penserebbe  .?;: if' trattasse  S2:m  ha bene  24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a singnorì  M-m le giustitio  26- M' appostamento  M' in sapere  2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi delle comunanze  31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni, e l'ermamento  m ohi. si      99  genti insieme di diverse materie, nelle quali adiviene sovente che ir uno ne dice il suo parere e dicelo in un suo  modo e l'altro dice il contrario, sì che sono in tencione ;  e r uno appone e l'altro difende, e perciò quelli che appone  5. contra l'alti-o è appellato accusatore e quelli che difende  èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è appellata causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al  postutto di questo non puote nascere questione se non di  sapere se quella cosa che niega elli l'à fatta o detta o no.  Ma quando l'uno appone e l'altro difende, sì è la causa  incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la constituzione della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa  è a ragione o no; e poi ciascuno contende come pare a llui  per confermare le sue parole e per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel trattato della questione e della ragione e del giudicamento e del fermamento. Onde non sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li  exempli messi inn adietro, che ORESTE e accusato in  corte della morte di sua madre ; ma le genti ne contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non avea fatto né  bene né ragione, e questo è appellato accusatore, un altro  dicea in defensione d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e questo è appellato nel libro accusato.  De consiglieri. Così aviene intra' consiglieiù de' signori e delle comunanze, che poi che sono aserablati per consigliare sopra  alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è messa  e proposta davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro  pare un'altra; e cosi è già fatta la constituzione della causa,   30. cioè eh' è cominciata la tencione tra lloro, e di ciò nasce  questione s' elli à ben consigliato o no. Et questo è quello  che Tullio appella questione. 9. Et perciò l' uno, poi ch'elli  àe detto e consigliato quello che llui ne pare, immante   2 : M ndicc  M' di.cela  m in suo modo ~ 3 : M' in contentione ~ 4: M n lalti-o  appone, m laltio appone  M-m quel  6: M quello che, m quello di che  7-9: m om.  al postutto.... che nioga  M che quella cosa  M' selgli la facta  il : m cominciata   M' intra loro 7 questa  13: M-m è ragione - 16: M om. il 1" e 3° e, hì il 1" e S° 20 : m tralloro  dicea chelli  21 : m o ragione  22: m ave fatto  25: M' adiviene - mi  tra cons.  27: M-m. e in essa  28: m davanti a loro  M-m om. cosa et  30: M'  lantentione  31 : M-m selli alta consigliato   m che allui   nente assegna la ragione per la quale il suo consiglio èe  buono e diritto. Et questo è quello che Tullio appella  ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la cagione e la ragione per che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno consigliasse o facesse il contrario come sarebbe male e non  diritto ; e così infievolisce la partita che è contra il suo  consiglio; e questo è quello che CICERONE lappella GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la contraria parte,  sì raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni   10. che puote trovare per più indebolire l'altra parte e per  confermare la sua ragione ; e questo è quello che Tullio  appella fermamente. 12. Et certo queste quattro parti, cioè  questione, ragione, giudicamento e fermamento, possono  essere tutte nella diceria dell'uno de' parlatori, sì come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et puote bene essere  la sua diceria pur dell'una, cioè pur infine alla questione,  dicendo il suo parere e non assegnando sopra ciò altra  ragione. Et puote bene essere pur di due, cioè dicendo il  suo parere et assegnando ragione per che. Et puote bene essere pur di tre, cioè dicendo il suo parere et assegnando  ragione per che et indebolendo la contraria parte. Et puote  essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di sopra.  13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à  consigliato e posto fine al suo dire, immantenente si leva   25. un altro consigliere e dice tutto il contrario che àe detto  colui davanti ; e così è fatta la constituzione, cioè la causa  ordinata, e cominciata la tenciouB ; e sopra i loro detti,  che sono varii e diversi, nasce questione, se colui avea bene  consigliato o no. Poi dimostra la ragione perchè il suo   30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il detto e '1 consiglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi riconferma il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che  può trovare. Adunque le predette quattro cose o parti  possono essere nel detto del primo parliere e nel detto   35. del secondo e di ciascuno parlamentare. 14. Cosie usata   3-4: M' la ragione 7 la cagione.... clie s'olciin  6: M' a diriclo  m la parie  8:m om  Et - i5: M-m cagione, ragione ecc.  i4: 3f' d'uno  y5:3f'pare i 6 : 3f-m om. cioè  pur  17: m pero  M' altre ragioni  18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in suo parere assengnanJo perche  SO: M' il suo pare  21 : M^ la contraria partita - SS: m di tulli  e q.  25-26: Jlf' tutto il contrario di colui ca detto davanti  27 : M' lunlcntione  m  la tencionc sopra  S8: M' om. sono -- M 7 se colui  31-32: in rilennu  3/' il suo  consiglio  33: M' ([uattro jiarti  33: M' ciascuno che vuole parlamentare  mente adviene che due persone si tramettono lettere l' uno  all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o  inn altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così  fanno tencione. Altressi uno amante chiamando merzè alla  sua donna dice parole e ragioni molte, et ella si difende  in suo dire et inforza le sue ragioni et indebolisce quelle  del pregatore. In questi et in molti altri exempli si puote  assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure  ad insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che  neuno possa buono advocato essere né perfetto (2) se non  favella secondo l'arte di rettorica.   15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto inn  adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che  sono in tencione et in contraversia tra alcune persone, le  15. quali contendano insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe  alcuno dicere che molte fiate uno manda lettera ad altro  nela quale non pare che tendoni centra lui (altressi come  uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua donna,  nella quale non à tencione alcuna intra llui e la donna),  é di ciò riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo  sponitore medesimo di ciò che non dessero insegnamento  sopra ciò, maximamente a dittare lettere, le quali si costumano e bisognano più sovente et a più genti, che non  fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi volesse  bene considerare la propietà d'una lettera o d'una canzone, ben potrebbe apertamente vedere che colui che Ila  fa o che Ila manda intende ad alcuna cosa che vuole che   1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro ~ 6: m slorza  7 : m i molti  9: m in  insegnare - M' piatire  10: M-m neuno buono advocato possa essere perfetto 11: M  della rectorica  13 : «i intorno a (pielle  15 : m chontendono  M' conlra.... 7 parebbo   16: Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda lettere a un altro  (ma ambedue nela (piale)  17 : M che contenda tencioni  18: 1/' per amore, fa  e, L uno che ama per amore fa e.  19: m tra lui  23: M-m om. et  24: m  traile genti     (1) Le parole inn altro, che sembrano inutili, non possono essere un'aggiunta di copisti, ai quali invece doveva venir fatto di ometterle, come in M* e  in i.Dando a volgare il senso limitato di volgare italico, si intende l'altro  per gli altri linguaggi, specialmente il provenzale e il francese. Brunetto vuol dire che la rettorica di CICERONE non serve solo ai legisti, quantunque nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto meno perfetto,  senza averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla lezione di ilf • ; con quella  di M-m, più semplice a prima vista, non si spiega la relazione fra buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la manda. Et questo i)uote  essere o pregando o domandando o comandando o minacciando o confortando o consigliando ; e in ciascuno di  questi modi puote quelli a cui vae la lettera o la canzone  5. o negare o difendersi per alcuna scusa. Ma quelli che  manda la sua lettera guernisce di parole ornate e piene  di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede poter  muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse  alcuna scusa, come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una tendone tacita intra loro, e così sono  quasi tutte le lettere e canzoni d'amore in modo di tendone o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non  sarebbe di rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo, luogo innanzi, isforza  i suoi insegnamenti in parlare et in dittare secondo la  rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che dica  pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore  isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende 20. volemente che '1 suo amico potrà bene intendere l' una  materia e l'altra. 18. Et ecco Tullio che incomincia a dire  di quelle partite della diceria o d'una lettera dittata, delle  quali non avea detto neente in adietro: e queste parti sono  sei, sì come apare in questo arbore.    I e. 2   ^'Olii'     /^M/     25. Queste sono le sei parti che Tullio mostra certamente   che sono nella diceria o nella pistola, specialmente in     i: m per cholui che la manda  2: M' essere pregando  3: M-m o in  6: Jf'  manda guernisce la sua lederà d'ornati^ parole  il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o  clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m inloruo al pr. 14-15: M' o di tenciono o di non tencione  da quello luogo innanci inforfa  16: M'  IH secondo rothorica ~ 18: M^ insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M'  m comincia  22 : M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M indietro - 24: il' pare in  ipiesto albero - Nello gchetna M' ha l" l>roomio, 3» Divisione, ó" Uisjwnsionc - SO: M-m 7  nella pistola (ma c/r. l. 22)    quelle che sono tencionando, sì come appare nel detto  dello sponitore qui adietro ; e, sì come detto fue in altra  parte di questo libro, Tullio reca tutta la rettorica alle  cause le quali sono in contraversia et in tencione. Et ben  . dice tutto a certo che Ile parole che non si dicono per  tencione d'una parte incontra un'altra non sono per forma  né per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola, cioè  la lettera dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di contendere, anzi è uno presente che uno manda ad un altro, nel quale la mente favella et é udito colui  che tace e di lontana terra dimanda et acquista la grazia,  la grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte cose  mette inn iscritta le quali si temerebbe e non saprebbe  dire a lingua in presenzia; sì dirae lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi e della sua medesima in quella parte  di rettorica ch'apartene a dittare, si come promise al cominciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é un  dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente aconcio a quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò conviene intendere ciascuna parola d'essa  diffinizione. Unde nota che dice « dritto trattamento »  perciò che Ile parole che ssi mettono inn una lettera dittata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome  col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e l'altre  cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo sponitore  dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù avenente;  e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti  di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat 30. tamento » perciò che tutta la pistola dee essere guernita  di parole avenanti e piacevoli e piene di buone sentenze;  et anche questo ornato si richiede in tutte le i)arti di rettorica, sì come fue detto inn adietro sopra '1 testo di Tullio.  22. Et dice « trattamento di ciascuna cosa » perciò che,   35. si come dice Boezio, ogne cosa proposta a dire puote     1:M' pare  4:M oin. sono  m le quali e In contr. e tencione. Et dico  5-6: M' non  sodono  m om. per te.ncione  a un altro  8 : M'de tencione  iO : M' 7 ae udito il: M'  om. la grazia  12-13: M la gra  M' sinlorca  m/ molte cose  M' m in iscriptura   Mi non, ma L e non  14: m lo sponitore dira uno pocho  16: M' om. di reltorica  19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a quella cosa aconcia  23: M-m adietro,  M' a diricto  24-25: M' m el mascolino (m il maschulino)col leminino  3/' el plurale  el singulare  M-m pulare  27 : m fia M' in tutte parti  33 : M-m nel lesto   34 : m om. Et  35 : m si puote    essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla  sentenzia di CICERONE, che dice che Ila materia del parliere  non è se non in tre cose, ciò sono dimostrativo, deliberativo  e iudiciale. Et dice « convenevolemente aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore asettare le parole  sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore dicere  parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle  non fossero aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dittatore da cciò che dice Tullio; e perciò di queste due   10. materie, cioè del dire e del dittare, e dello 'nsegnamento  dell'uno e dell'altro potrà l'amico dello sponitore prendere  la dritta via. Et per questo divisamento conviene che Ile  parti della pistola si divisino da queste della diceria che  Tullio à detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione, partizione, conferm amento, riprensione e conclusione.  24. 1. E oppinione di Tullio che exordio sia la prima parte  della diceria, il quale apparecchia l'animo dell' uditore a  l'altre parole che rimagnono a dire, e questo è appellato  prologo della gente. //. Et dice che narrazione è quella   20. parte della diceria nella quale si dicono le cose che sono  essute o che non sono essute, come se essute fossoro ; e  questo è quando uomo dice il fatto sopra '1 quale esso  ferma la forma della sua diceria. E dice che è partigione quando IL PARILERE à narrato e contato il fatto et   25. e' si viene partiendo la sua, ragione e quella dell'aversario  e dice : « Questo fue cosi, e quest'altro così » ; et in questo  modo acoglie quelle partite che sono a lini più utili e pivi  contrarie all'aversario, et afficcale all'animo dell' uditore ;  et allora pare ch'ai tutto abbia detto tutto '1 fatto. IV. Et   30. dice che confermamento è quella parte della diceria nella  quale il parlieri reca argomenti et assegna ragioni per le  quali agiugne fede et altoritade alla sua causa. F. Et dice  che riprensione (1) è quella parte della diceria nella quale il     5: Mi agoisare  6: m om. Et  7 : M' non varrebbe  8: M' j cosi e divisato da  ciò  10: Jf maniere  i3: M^ da quelle  i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Oppinione di Tulio e  M exordìa  18: M rimagnono udite, m om. a dire  21 : M issate  22: M 1 quando  M^ m l'uomo  om. esso 23  M' forma la sua diceria   25 : M' edesso viene partendo, m e viene ripetendo.... del chonpagno  28 -. M7 nfììcale (?),  m e ficliale, M' 7 afficcalle  29: M' paro cabbia detto  m detto il fatto - 30 : M' confermagione  33: i mss. responsione  M-m 7 quella   (1) Non esito a scostarmi dai codici per la concorde lezione degli altri luoghi,  che corrisponde al latino reprehensio. Il passaggio da reprensione a responsione è  facilissimo attraverso un repensione.     I)arliere reca cagioni e ragioni et argomenti per li quali  attuta e menoma et indebolisce il confermamento dell'aversario. VI. Et dice che conclusione è Ila fine e '1 termine  di tutta la diceria. 25. Queste sono le sei parti che dice  5. Tullio che sono e debbono essere nella diceria; e di ciascuna tratterà qua innanzi il libro sofficientemente. Ma in  questo eh' è detto puote uomo bene intendere che queste  sei medesime possono convenire inn una pistola, di tal materia puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque materia   10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la pistola  colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella conclusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento  e reprensione, possono più lievemente rimanere e non  avere luogo nella pistola. Tutto altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene rimanere e non avere  luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè «petitio»,  avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della  diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'appena pare che diceria possa essere sanza petizione. Dunque   20. le parti della pistola sono cinque, ciò sono salutazione,  exordio, narrazione, petizione e conclusione, sì come appare in questo arbore :      26. Et se alcuno domandasse per qual cagione Tullio intralasciò la salutazione e non ne trattò nel suo libro, certo  25. lo sponitore ne renderà bene ragione in questo modo. Certa  cosa è che Tullio nel suo libro tratta delle dicerie che ssi     l-S: m ragioni 7 cagioni  Jlf' l'aiingatore  wn. cagioni e  per li ifiiali allassa M-m il fermamente  3 : 3/' il line  4-5 : m Questo.... che Tulio dico che debbono essere   6 : M' m illibro qua innanzi  7 : jn luomo -- Af ' om. bone  m che tutte 7 queste  sei  8-9 : M tal maniera  M-m da qualunque, M^ de ([ualunque  li : 3f' in exordio   M' m 7 conclusione 12: M' om. tre e soitiiuisce di\hione rt partigione M salta  dal lo al 2" aver luogo  22: M' pare 'in questo albero  24: ilf intrallassò, m lasciò   25: Af' ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio tracia      106  fanno in presenzia, nelle quali non bisogna di contare'!) il  nome del parlieri né dell' uditore. Ma nella pistola bisogna  di mettere le nomora del mandante e del ricevente, c'altrimente non si puote sapere a certo né l'uno né l'altro.  Apresso ciò, la salutazione pare che sia dell'exordio ; che  sanza fallo chi saluta altrui 'per lettera già pare che cominci suo exordio. Et Tullio trattòe dello exordio compiutamente, non curò di divisare della salutazione né distendere il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che rechi tutta la rettorica a parlare et in controversia tencionando. Et in perciò furo alcuni che  diceano che Ila salutazione non era parte della pistolaj  ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che la salutazione è porta della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e' meriti delle persone e l'affezione del  mandante. Et nota che dice « porta, cioè entrata della  pistola, e che chiarisce le nomora, cioè del mandante e  del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il grado  e l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo Imperadore, Acchilles cavaliere, Oddofredi  Judice, e cosi dell'altre gradora. Et dice « ordinatamente », cioè che mette il nome e '1 grado di ciascuno  come s'a viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè com'elli  manda al ricevente salute o altra parola di bene, o per   25. aventura di male, secondo la sua affezione, cioè secondo  la sua volontade. 28. Adunque pare manifestamente che  Ila salutazione è così parte della pistola come l' occhio dell' uomo. Et se l'occhio è nobile membro del corpo dell'uomo,  dunque la salutazione é nobile parte della pistola, c'altressi   30. allumina tutta la lettera come l'occhio allumina l'uomo.  Et al ver dire, la pistola nella quale non à salutazione è  altrettale come la casa che non à porta né entrata e come '1     1 : M-m bisogna contare  S-3 : M' nome del dicitore  M-m bisogna mettere M 7 dell' uditore 7 del ricevente, m om. 7 del ricevente  M-m 7 altrimente  4: M' non  si porrebbe  7-9: M-m om. dello exordio  non curo divisare salutalione 7 distemdere ìli intorno alle salutationi  10: M' om. et  11-12: M' Et jìerciò funro  ciie salutalione  15: m e mèli  16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè  S3 : M' om. di   24 : M' 7 altra  2,5 : M eirectione  m om. secondo la sua afTezione cioè  26: M' parte  (ma t espunto)  28 : M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A completo)  29: iW' e la  salutatione n. p.  m e altres'i  32 : il/' ne jiorta   (1) La lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di « conviene dire »,  mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire».     - Itì7  corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla chi dice che  salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s' inchiude W e sugella dentro ; ma '1 titolo della pistola è la  soprascritta di fuori, la quale dice a cui sia data la lettera.  Ben dico c'alcuna volta il mandante non scrive la salutazione, o per celare le persone se Ila lettera pervenisse  ad altrui o per alcun' altra cosa o cagione. (2) Né non  dico che tutta fiata convenga salutare, ma o per desiderio  d'amore, o per solazzo, talora (3) si mandano altre parole che   10. portano più incarnamento e giuoco che non fa a dire pur  salute. Et a' maggiori non dee uomo mandare salute, ma  altre parole che significhino reverenzia e devozione; e talvolta no scrivemo a' nemici altro che Ile nomora e tacemo  la salute, o per aventura mettemo alcuna altra parola che   15. significa indegnamento o conforto di ben fare o altra cosa;  sì come fa il papa che scrivendo a' giudei o ad altri uomini  che non sono della nostra catholica fede o a' nemici della  Santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in quel luogo  spirito di più sano consiglio o connoscere la via della veritade o ahundare inn opera di pietade et altre simili cose.  Adunque provedere dee il buono dittatore che, similemente come saluta l'uno uomo l'antro trovandolo in  persona, così il dee salutare in lettera mettendo et adornando parole secondo che la condizione del ricevente richiede. Che quando uomo va davante a messer lo papa o  davante ad imperadore o a alti-o segnore ecclesiastico o  seculare, certo elli va con molta reverenzia et inchina la  testa, et alla fiata si mette in terra ginocchioni per basciare     2-3: M' anche  M-ìn si richiude  M' ma titolo  M 7 \a. s.  5 •m iscrive salutatione  6-7: M' venisse ilata altrui per alcuna cagione  Mo per cagione dalcunaltra cosa  cagione ; m id., ma oiii. cagione  8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s. si mandano, M-m per solazzo di loro si mandano  il: M' a maggiore  M-m non debbono - 12: M*  che significanza abbiano di revercntia 7 dev.  13-14: M' a nomici non scrivemo  M-m 7 per  aventura 16: M-m il papa scrivendo... om. altri 19: M-m di chonnoscere  M' conoscere  via de veritade 20: M' opere (mai opera)  om. altre  21  il/' dee prevedere  22  M' un  huomo un altro ^ó:ni Quando luomo  26:M' davanti imperadore od altro, >« davante a lomj)eradore  27 : Jf certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in  M' ginocohione in terra     (1) S'inchiude è più esatto di si richiude. Lo scambio fra n e l'i occorre altre  volte: cfr. p. 37, n. 1.   (2) In 3f e' è qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha accomodato di suo,  perchè la parola cagione come finale è confermata da M'; forse 1' errore nacque  dall'avere scritto subito pei- cagione e voler poi rimediare.   (3) Scrivo così per avere un senso, ma non presumo davvero di avere indovinato; potrebbe anche mancare qualche parola.  il piede al papa o allo 'mperadore. Tutto altressì dee lo  dettatore nominare lo ricevente e la sua dignitade coij  parole di sua onoranza e metterlo dinanzi ; apresso dee  nominare sé medesimo e la sua dignitade, e poi dee scri5. vere la sua affezione, cioè quello che desidera che venga  a colui che riceve la lettera, sì come salute o altro che sia  avenante, tuttavolta guardando che questa affezione sia di  quella guisa e di quelle parole che ssi convegnono al mandante et al ricevente. 31. Che quando noi scrivemo a' magio, giori di noi o di nostro paraggio o di minore grado, noi  dovemo mandare tali parole che ssiano accordanti alle  persone et allo stato loro. Et non pertanto eh' io abbia  detto che '1 nome del maggiore si de' mettere dinanzi e  del pare altressì, io oe ben veduto alcuna fiata che grandi  15. principi e signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori, mettono dinanzi il nome di colui a cui mandano, e questo  è contra l'arte ; ma fannolo per conseguire alcuna utilitade.  Perciò sia il dittatore accorto et adveduto in fare la salutazione avenante e convenevole d'ogne canto, sicché in essa me20. desima conquisti la grazia e la benivoglienza del ricevente,  sì come noi dimostramo avanti secondo la rettorica di CICERONE. Et bene è questa materia sopr'alla quale lo sponitore potrebbe lungamente dire e non sanza grande utilitade. Ma  considerando che Ila subtilitade perché '1 verbo non si mette  25. nella salutazione, e che "1 nome del mandante si mette in  terza persona per significamento di maggiore umilitade, e  che tal fiata si scrive pur la primiera lettera del nome,  par che tocchi più a' dittatori IN LATINO che’n VOLGARE,  sene passex'à lo sponitore brevemente e seguirà la materia di Tullio per dicere dell'altre parti della diceria e di quelle  della pistola, sì come porta l'ordine. Et in questo luogo  si parte il conto della salutazione, e dirà dell' exordio in  due guise. L’una secondo ciò che nne dice Tullio e che     i : M' y allomperudoi'o  S-3: M-m dignilailo corporale di  m aggiunge di reverenza 7 ^ 4: M^ nm. S" e  3: M-m oirectione  ([nella  7 : m tuttavia  M' guani ino  clic l'airectione  9-10: M' ali maggiori  M-m ili nostro .grado  i2: M' alloro slato   M-m om. ch'io abbia dolio  i3: in il nome  M' si debbia  13-16: m sengnori   M-m scrivono -- m e mellone  M' elgli mandano  17: Af-w por sognile  18: mom.  et adveduto  19: M' dongiii jìarle  20: M-mnm.ìa grazia e  21-SS: il/' dimoslorremo, m dimostraiiio davanti  Af' m Et bene cpiesta  24: JZ-m uhella subtitade, A/' che  sotti! itude  23: M<- in salutalione 7 perche! nome  26: M-m utilitade  27: M' 7 perche.... pur una lederà  m la prima  28: m om. in Ialino  31-32: L Et in questa  parte  ilf' dala salutalione  33: M' om. ci6      109  pare che ss'apartegna a diceria, l'altra secondo che ssi conviene ad una lettera dittata et ad una medesima diceria,  oltre quello che porta il testo di Tullio.   Exordio.   5. 77. Et perciò che exordio dee essere principe di tutti, e noi   primieramente daremo insegnamenti in fare exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell' exordio prima che  dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe dell'altre  10. parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che ssi  mette e si dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che  nel exordio pare che noi aconciamo et apparecchiamo  r animo dell' uditore ad intendere tutto ciò che noi volemo dire di poi.   15. Dell' exordio.   78. (e. XV) Exordio è un detto el quale acquista convenevolemente 1' animo dell' uditore all' altre parole che sono a dire ;  la qual cosa averrà se farà l' uditore benivolo, intento e docile.  Per la qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, ad lui  20. conviene diligentemente procedere e conoscere davanti la qualitade  della causa.   Lo sponitore.   1. Poi che Tullio avea contate le parti della diceria,   sì vuole in questa parte trattare di ciascuna per se divi 25. satamente, e prima dello exordio, del quale tratta in questo     2 : Af' e la diceria medesima  3: m oltre a quello  5 : M-mom.e  6: M' oxordii   iO: m nm. tutte  M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione  10-li M' luna  pei che, m luna che  M-m 7 davanti si dice  13-14 : m quello die noi poi volerne diro   M' dire poi  18: m dolce (cosi sempre in seguito) M' converrà  om. procedere e   24 : M' divisamente, ma L divisatamente   Questa lezione è quella che spiega meglio le altre: soppresso il de, nacque  è ragione di M, che m, colla pretesa di accomodare,' peggiorò in a ragione; la  variante di L deriva certo dal non aver inteso il significato di de ragione (= secondo ragione).     - no  modo: Primieramente dice che è exordio, mostrando che  tre cose dovemo noi lare nell'exordio, cioè fare che 11' uditore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente et  intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne  5. conviene connoscere la qualitade del convenente sopra '1  quale noi dovemo dire o dittare. 2. Nel secondo luogo divide  l'exordio in due parti, cioè principio et « insinuatio », e mostrane in qual convenentre noi dovemo usare principio et  in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa intendere   10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare benivoglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo  queste tre usare in quello exordio eh' è appellato principio  e come in quello eh' è appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto  luogo pone le virtù e' vizi dell'exordio. Et perciò dice   15. che exordio è uno adornamento di parole le quali il parlieri e '1 dittatore propone davanti nel cominciamento del  suo dire in maniera di prolago, per lo quale si sforza di  dire e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso lui, cioè  che Ili piaccia esso e '1 suo parlamento, e procacciasi di dire e di fare sì che l'uditore sia intento a llui et al suo  detto; similemente si studia di dire e di fai'e sì che l’uditore sia docile, cioè che pi'enda et intenda la forza delle  parole. 6. Et perciò dico che immantenente che 11' uditore  è docile sicché voglia intendere e connoscere la natura   25. del fatto e la forza delle parole, sì è elli intento ; ma perchè  l' uditore sia intento a udire, puote bene essere che non sia  docile ad intendere. Et di ciascuno di questi tre dirà il  conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma perciò che '1 parliere che non conosce dinanzi di che maniera e di cliente   30. ingenerazione sia la sua causa non puote bene advenire  alle tre cose che sono dette inn adietro, cioè che 11' uditore  sia benivolo, intento e docile, si dicei'à Tullio quante e  quali sono le generazioni delle cause, in questo modo:     1 : m Prima  MM' nm. è  2-3 : m liiditore sia inverso noi benivolo intonlo 7 dolco  a quello ecc.  4-5: m ci conviene  7-8: m nm. et  e mostra  9: M' nensegna,  L insegna dove  JO: M' potremo  ii: M',allenlione - 13: M nm. in  15: m i  parlieri, M' il parladore 17: M' perla (piai cosa  19: ni jiiaoci il suo p.  procliaccisi  20 : M-m 7 fare sicché  m attento  21 : M' 7 fare  22 : il/' ciò che imprenda   «1 le parole  ^.5: hi nm. e la l'orza delle i>arole - 26: m che non 027: M' ohi. tre   28-29: M' vorrà suo luogo  chel dicitore  7 di che ìnjj.     - Ili  Qualitadi delle cause.   79. Le qualitadi delle cause sono cinque: onesto, mirabile  vile, dubitoso et oscuro.   Sponitore.   5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le qualitadi   delle cause, cioè di quante generazioni sono le dicerie.  Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che esso  medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e  le qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale,   10. et or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, io risponderei che Ile primiere tre sono  qualitadi substanziali sie incarnate alhi causa che non si  possono variare. Onde quella causa eh' è deliberativa non  puote essere non deliberativa, e quella eh' è dimostrativa   15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico della iudiciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non  onesta, e quella eh' è mirabile puote essere non mirabile,  e così dico della vile e della dubbiosa e della oscura.  Adunque sono queste qualitadi accidentali che possono   20. essere e non essere; ma le prime tre sono substanziali che  non si possono mutare.   Dell'onesta.   80. Onesta qualitade di causa è quella la quale incontanente,  sanza nostro exordio, piace all'animo dell'uditore.   25. Lo sponitore.   I. Quella causa è onesta sopr'alla quale dicendo parole,  immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore si  muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice  sopra '1 convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa   3: M' dubbioso  7 : M' m cholgli medesimo  8: M-m om. elio - M^ li generi   10: M' dubbioso  1 1: m io rispondo che le prime tre  13 -.M' puole  13-14: M-m mllann dal lo al S° deliberativa  15 : M-m essere dimostrativa  17 : L bone essere bene non  mir.  19: M-m om. queste  23: M incontenenlo  27: M-m mantenente     iole per acquistare la benivoglienza dell'uditore, perciò  che ll'onestade della causa l'à già acquistata per sua dignitade, sì come nella causa di colui che accusa il furo o  che difende il padre o l'orfano o le vedove o le chiese. Mirabile è quello dal quale è straniato l'animo di colui  che de' audìre. Quella causa è appellata mirabile la quale è di tale  10. convenente che dispiace all'uditore, perciò eh' è di sozza  e di crudele operazione. Et perciò l'animo dell'uditore è  centra noi et è straniato dalla nostra parte; et in questo  abisogna d'acquistare benivolenzia sì che l'uditore intenda,  sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo padre  15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che  una medesima causa puote essere onesta e mirabile : onesta  dall'una parte, cioè di colui che difende il suo padre, mirabile dall'altra parte, cioè di colui medesimo che è coutra  la sua madre propia. E di questo uno exemplo si puote  20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello del quale non cura l'uditore e non pare che  sia da mettere grande opera a intendere.   Lo sponitore.   25. 1. Quella causa è appellata vile la quale è di picciolo   convenente, sì che non pare che ne sia molto da curare e  l'uditore non sine travaglia molto ad intendere, sì come  la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco valere.  Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che   30. ir uditore sia intento alle nostre parole.     1: M' om. la  id: M' o l'uiiiino - i2: vi e straniato  i3: M' bisogna  14: M-m  om. nella oanaa di colui c'avcsso morto  15: M a facto, m a l'atto  19: M\a sua iiropria  madre  26: M-m om. ne  27 : M' non si maraviglia  28: hi di jioclio valoro, Jt/' de  piccolo valoro  89: Mi nm. di l'are si    Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la  causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché  Ingenera benlvolenzla e offenslone.  Quella causa è appellata dubitosa nella quale l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che  sentenzia alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes  che dicea ch'avea morta la sua madi e giustamente per due   10. ragioni : 1' una perciò ch'ella avea morto il suo padre, l'altra  perciò che '1 deo APOLLO glile comandò. Onde l'uditore non  è certo la quale di queste due cagioni cagia in sentenzia.  Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte  d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso 15 nestade e perciò dispiace all' uditore, si come nella causa  de filio: O d'un furo che fue accusato d'un furto e '1 suo  figliuolo si sforzava (ii difenderlo in tutte guise. Certo la  causa era onesta quanto in difender lo padre, ma era disonesta quanto in difendere lo furo.   20. Dell'oscuro.   84. Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o per aventura  la causa è Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a conoscere.  Dice CICERONE che quella causa è appellata oscura nella   25. quale l'uditore è tardo, cioè che non intende ciò che portano   le parole del dicitore sì bene ne sì tosto come si conviene,   perciò che non è forse ben savio o forse eh' è fatigato per     2: M-m eia sentenzia  3: M' in parte socca  4: M-m o offensione  7-8: M' o  in clie sententia torni ala fino 10: m il suo marito  li: M chel deo apellollil, m chello  lio appello il, M^-L che dio appello glile comando  13: M' quella parte dove parte   16: M do fili?, *i demi?, Mi-L dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo ~ 17 : m s\  sforza  19: M' lo furto  24: ino oschura apellata  23-26: 3f-»i portava  del dictatore - M' om. nò, L e si tosto, m o si tosto ~ 27:M' om. il 1" forse  M-m 7 forse - faligata   (1) L'abbreviatura insolita ài M e m porta a supporre una formula giuridica  latina, quantunque tale abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio  (la lezione di M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde  qualche nome proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per  aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che  sono oscure e malagevoli ad intendere.   Della divisione dell' exordio.   5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse,   sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in  ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in  due parti, ciò sono principio et « insinuatio ».   Lo sponitore.   10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali tadi delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque  modi sì come detto è qui di sopra, e l'uno modo non è  accordante all'altro, sì conviene che in ciascuna qualità  di cause et in catuno de' detti cinque modi abbia suo modo   15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla qualitade sopr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2, Et  vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che  exordio è di due maniere : una eh' è appellata principio et  un'altra ch'jè appellata « insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli   20. interamente. E così dovemo e potemo sapere che le cause  sopra le quali dice alcuno parlieri o sopra le quali scrive  alcuno dittatore sono cinque, cioè sono: onesto, mirabile,  vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et sopra  tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè   25. principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale apertamente et in poche  parole fa l'uditore benivolo o docile o intento. Quella maniera de exordio è appellata principio   quando il parlieri o '1 dittatore quasi incontanente alla     1 : M^ parladori  3: M' mn. oscuro o  fi: m diversi, dispari  7:m di cose  8:M' cioè  principio 7 insiniiatione (sempre)  / i : m dolio cose  M' dele qualitadi sono tante divei-se -Melo che sono 13: M' coU'altro  i4-i5: M' si abbia s. m. in fare  A/' «hi.cìò  18-19:  m una che apjinllala ins. 7 una che ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo  ins.,7 di ciascuno  21 : vi .ilchimo parlinre dice  M-m 7 sopra  M' dice alcuno dictalon»   22: M-m honesta - 23: M* jiare  31 : M' il dicitore ol dictatore  M-m incontenonte     comincianza del suo dire, sanza molte parole e sanza neuno  infingimento ma parlando tutto fuori et apertamente, fa  l'animo dell'uditore benvolente a llui et alla sua causa,  o talora il fa docile o intento, si come fece Pompeio par5. landò a' Romani sopra '1 convenente della guerra con Julio  Cesare, che fece tale exordio : « Perciò che noi avemo il  diritto dalla ifostra parte e combattemo per difendere la  nostra ragione e del nostro comune, si dovemo noi avere  sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto ». Dell' insinuatio. Insinuatio è un detto il quale, con infingimento parlando  dintorno, covertamente entra nell’animo dell'uditore. CICERONE dice che quella maniera de exordio è apellata  « insinuatio » quando il parlieri o '1 dittatore fa dinanzi  un lungo prolago di parole coverte, infingendo di volere  ciò che non vuole, o di non volere quello che dee volere,  e così va dintorno con molte parole per sorprendere l'animo  dell'uditore sì che sia benevolo o docile o intento; sì come  disse Sino parlando a coloro che riteneano la sua persona  in gravosi tormenti: « Insin a oi"a v'ò io pregato che mi  traeste di tante pene ; oimai non dimando se non la morte,  ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m' avesse scampato ». Et in questo modo covertamente s'infingea di non   25. volere quello che volea, per venire in animo di loro che Ilo  scampassero per avere, da che mercè non valea. 2. Et cosie  à divisato il conto che è principio e che è «insinuatio»; omai  dicerà quale di questi due modi de exordio dovemo usare  in ciascuno de' cinque modi delle cause, cioè nell'onesto,   30. nel vile, nel mirabile, nel dubitoso e nell' oscuro.     i: M' alancomincianza  m sanza alcliuno - 2-- M' om. et  3: M' benivolente,  m benivolo  M^ o ala sua causa : m come fé  5-6: M' a Romani parlando del  convenente,  cotale  9: M diede saranno  IS: m intorno  15: M-m i parlieri,  M' il parliere  M o dictatore  17 : m quello che non vuole  iW' in (juello che vuole   20-21 : L Sitio  m teneano... gravi tormenti  2S: M' oggimai non domando io   23: M' dati  wi dato chi  26: m merco domandare  27: M' a divisatoli maestro   28 : M-m (|uali  M' noi dovemo  29: M' de cause, M in ciascuno di delle causo, m in  ciascheduna delle chause   (1) Per tutte le citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine son  molto frequenti, rimando al mio studio su La «Rettorica» italiana di Brunetto Latini  pp. 35-50; ivi son ricercate e discusse le fonti di questi esempii, e così riesce anche  piti facile rendersi conto della costituzione del testo.   Della mirabile.   88. Nella mirabile generazione di causa, se il'uditore non fosse  al tutto turbato contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per  principio. Ma s'ei troppo malamente fosse straniato ver noi, allora   5. ne conviene rifuggire a « insinuatio », in però che volere così isbrigatamente pace e benivoglienza dalle persone adirate non solamente  non si truova, ma cresce et infiamasi l'odio.   Lo sponitore.   1. Inn adietro è bene detto che quella causa è appello, lata mirabile la quale è di rea operazione, sicché pare che  dispiaccia all'uditore. Et perciò dice Tullio CICERONE che quando la  nostra causa è mirabile puote bene essere alcuna fiata che  Il'uditore non sia del tutto coruccioso contra noi. Et allora  potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel modo  15. de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un breve  prologo in parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse  adiroso e curicciato contra noi malamente, certo in quel caso  ne conviene ritornare ad altro modo de exordio, cioè « insinuatio », e fare un bel prologo di parole infinte e coverte,  20. sicché noi possiamo mitigare l' animo suo et acquistare la  sua benivolenza e ritornare in suo piacere. Ch'ai ver dire,  quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse acquistare da llui pace così subitamente per poche et aperte  parole dicendo il fatto tutto fuori, certo non la troverebbe,  25. ma crescerebbe l' ira et infiamerebbe l' odio ; e perciò dee  andare dintorno et entrarli sotto covertamente.   Della causa vile.   89. Nella causa la quale è di vile convenente, per cagione di  trarrela di vilanza e di dispetto, ne conviene fare l'uditore intento. S : M-m Della mirabile  ?» e solluditoro  3 : M^ del tutto  4 : 3/' se  m se troppo  fosse crucciato  5: Mi fuggire  m ci conviene.... chosi di presente - 7: m crescesi   9: M-m ubiamo detto  i2: M^ alcuna volta  13: m crucciato  14: M' potremo  (ma L lìotemo)  15: M-m in breve  17 : M' iroso 7 crucciato verso noi, m adirato contra  noi molto,  18: m tornarne  M alaltro modo 19: M-m nni. fare  converte  M iulìnito  20: M' otii. la  SS: M^ cruccioso, m crucciato  S3: in per i)Oclie )iaroIo  7 aperte  S6: M-m darò dintorno  M entrali, M' intrarli, wi rilrarlo sottilmente sotto  coverta  S8 : M e diviene convenente m udiviene e.  S9 : M' trarla de viltanca 7 de  dispregio  Quando la nostra causa ella è vile, cioè di piccolo  convenente sicché l' uditore poco cura d' intendere, allora  ne conviene usare principio et in esso fare che 11' uditore  5. sia intento alle nostre parole; e questo potenio ben fare  traendola di viltanza e facciendola grande et innalzandola,  sì come fece Virgilio volendo trattare de l'api: «Io dicerò  cose molto meravigliose e grandi delle picciole api ».   Della dubbiosa qualità. Nella dubbiosa qualità di causa, se Ila sentenza è dubbia   si conviene incominciare l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se  Ila causa è in parte onesta e in parte disonesta si conviene acquistare benivolenzia, sicché paia che tutta la causa ritorni in onesta  qualitade. La causa dubitosa, si come fue detto in adietro, èe  in due maniere: 1' una che Ila sentenzia è dubbia, sì come  apare nelF exemplo d' Orestes, che per due ragioni e cagioni  dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel caso   20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella ragione  dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler provare, e per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma  se '1 convenente è dubitoso perciò che sia in parte onesto  et in parte disonesto, in quello caso dee il buono parlieri   neir exordio acquistare la benivolenzia dell' uditore per  principio, sicché tutta la causa paia che sia onesta. 2: M' m om. ella  m cioè di vile convenente 7 di picciolo ,9: 3f' -Ldelontendere   4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento  6: m vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f. g.   7 : m tràre  8: M' om. molto  iO: M' Dela dubitosa  li: m cominciare  i2 : M-in om.  è in parte onesta  M' parte lionesla 7 parlo dis.  i7 : M-m cliella causa  hi dubbiosa  i8: M> om. apare  cagioni 7 ragioni  m om. 7 cagioni  19-20 : m in questo  dovea elli com.  21 : M' la (juale  22: M-m 7 per qua! (?;i om. 7)  M' sigli crede  davere  23: m om. sia  M'-L honesta.... disonesta  25: M' acquistare nelexordio  benivolenca daluditore  M libenivolentia  26 : M-m om. che sia   (1) Cioè « fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'.   La causa onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo principio, 0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o  dalla legge, o d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria.  5. A\a se ne piace usare principio, dovemo usare le parti di benivoglienza per accrescere quella che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene dire  è onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire noi potemo bene  intralasciare lo principio e non fare neuno exordio né  prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla narrazione, cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare  da quella legge che tocca alla nostra materia o da quella  ragione che sia più fermo argomento e più certo. Ma se  nne piace usare ijrincipio e fare alcuno prologo, certo noi  lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma per  crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro   20. principio dee essere in parole apropiate a benivolenza.   Della causa ohscura.   (e. XVI) Nella causa la quale è oscura conviene che nel  nostro principio noi facciamo che ir uditore sia docile.   Lo sponitore.   25. 1. In adietro fue dimostrato qual causa e quando sia   oscura. Et perciò dice Tullio che nella causa la quale sia     2 : M' m tia  3 : i« / Se ci paro  -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo  M o alcuna,  )/i adalcluina, Mi o dalcuna  5: Miw paro, m non paro  6 : il/i om. che h - 9: M-m  nm. certo - facto pro])io  iO: M-m sanja molto ailorn.  i i : Mi j perciò  M noi  doviamo a dire, m noi doviamo diro  i2: m alchuno oxordio  13-15: M-m no cominciare ~ M' 1 cominciare do quella legge - M-m o a ([uolla ragione  16: M' la (jualo  sia  18: M' ben faro  19: M-m il docto, M' in (juesto caso  25: M' mostrato (|ualo  causa e 7 (juando sia (ma L ([uando sia)  26: M' la quale e   (Cioè «quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf e JVf ' ronde sicuro  a dire, e con questo si escludo la lezione, buona in apparenza, di m {doviamo dire)  come evidente accomodamento di M.   oscura all' uditore a intendere noi dovemo usare quella  parte de exoi'dio la quale è appellata principio, et in  quello dovemo noi si dire che 11' uditore sia docile, cioè  ch'elli intenda e ch'elli senta la natura del fatto, in que5. sto modo: che noi diremo in poche parole sommatamente  la sustanzia del fatto dell' una parte e dell' altra. Et poi  che noi vedremo che U' uditore sia apparecchiato in via  d' intendere (1) il fatto, noi andremo innanzi a dire la nostra  ragione sì come si conviene al fatto.   10. Le ragioni delle cose.   93. Et perciò che infìn ad ora noi avemo detto che ssi conviene fare nell' exordio, oimai rimane a dimostrare per quali ragioni ciascuna cosa si possa fare.   Sponito7-e.   Infino a questo luogo à insegnato Tullio tutto ciò che   ssi conviene dire o fare nello exordio; e perciò ch'elli àe  detto in quale exordio ed in qual causa ne conviene usare  parole per acquistare benivolenza, sì vuole elli da qui innanzi mostrare le ragioni come si puote ciò fare ; e questo   20. insegnamento fa bene di sapere.   De' quattro luoghi della temperanza.   94. Benivolenza s' acquista di quatro luogora : dalla nostra  persona, da quella de' nostri adversarii, da quella dell! giudici e  dalla causa. Lo sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare benivolenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello  che ss' apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro  luogora sono dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp     i: if-»» om. all'uditore a intendere  2.M^As lexordio  4: Af' chela intenda et senta 5: m dopo diremo r(pe(e in ([uesto modo  6:m la natura  om. Et  7-8: 3f' apparecchiato  intendere, m-L appareccliiato a intendere  12: m a mostrare  15: M-m In  ipiosto luogo  om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu quale causa, i e in quale  causa  M-m luoghi, della nostra p.  27-28: M' da quello... alla persona   (1) L' espressione certamente è ridondante {in via sembra quasi una variante  di apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta alla forma pili semplice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una errata lettura di a, che anche  in quel codice ha una forma simile alla nota tironiana.    si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo. Il  secondo luogo si è la persona de' nostri adversarii e di  coloro contra cui noi dicemo. Il terzo luogo si è la persona  de' giudici, cioè la persona (l) di coloro davanti da cui noi  5. dicemo. Il quarto luogo si è la causa e '1 fatto e '1 convenente sopra '1 quale noi dicemo. E di ciascuno di questi  dicerà il conto ordinatamente e sofficientemente.   Tallio sopra lo lìvolago.  Dalla nostra persona se noi dicemo sanza superbia de'  10. nostri fatti e de' nostri officii; e se noi ne leviamo le colpe che  nne sono apposte e le disoneste sospeccioni; e se noi contiamo i  mali che nne sono advenuti et li 'ncrescimenti che nne sono presenti; e se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino.   Sponitore.    1. Conquistare benivolenza dalla nostra persona si è   dicere della persona nostra, o di coloro per cui noi dicemo,  quelle pertenenze perle quali l' uditore sia benivolo verso  noi. Et sappie che certe cose s' apartengono alle persone  e certe alla causa; e di queste pertinenze tratterà il conto   20. sofficientemente, e fie molto bella et utile materia ad imprendere. Et qui pone Tullio quattro modi d'acquistare benivolenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo modo si è se noi dicemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' nostri fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti »   25 quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per  forza, ma per movimento di natura. Et così dicendo Dido     1 : m Olii, si  2: M-m om. luogo  m ohi. si  5 : m om. si  J : M-in om. la jiersoiia  Afiia  coloro  m davanti a chui, il/' davanti cui  5: M^ il facto  m om. ól convonento  6-7 :  M' om. di questi  dioera lautore  m om. e soBìcientemento  9-10: M-m Alla nostra p.   di nostri faoti  Ai' lo nostre colpo  12: il/' che sono presenti   M' i scongiuramento  16: M^ dola nostra persona 7 di coloro  17: m aparlenentle  20: m om.  suflicientementc  M-mom. materia  22: m om. moiio  2-i:M-m intende, L intendo   25: m diciamo per distretta  26: M-m dicendo didio   (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò a prima vista si preferirebbe  la lozione di M-m; ma è molto più probabile l'omissione di parole inutili che la  loro aggiunta in Af'.   (2) Scrivo cosi per analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm, intende,  potrebbe conservarsi come una forma di 2" persona dell' imperativo (per la desinenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la benivolenza degli uditori: « Io » dice  ella, « accolsi e ricevetti in sicura magione colui eh' era  cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi eh' io udisse  il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che ella  5. si mosse a pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla  distruzione di Troia. 3. Et al ver dire noi avemo merzè  e pietade delle strane genti per natura, non per distretta.  Ma offici sono quelle cose le quali noi facemo per distretta,  non per movimento di natura. Onde dice Tullio che dell'uno   10. e dell'altro dovemo dire temperatamente sanza superbia.  4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi  et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono  messe et apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati  que' peccati che sono apposti altrui apertamente davanti al  viso, sì come fue apposto a Boezio eh' elli avea composte  lettere del tradimento dello 'mperadore. Il quale peccato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè  per sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la froda delle quali sarebbe mani 20. festamente paruta se noi fossimo essuti alla confessione  dell' accusatore ». 5. Le disoneste sospeccioni sono le colpe  eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle pone davante  al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i domoni per desiderio d'avere le dignitadi; e questa sospeccione   25. si levò elli parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che  pensaro ch'io sozzasse la mia coscienza per sacrilegio (o per  parlamento de' mali spiriti). Ma tu, filosofìa, commessa in me  cacciavi del mio animo ogne desiderio delle mortali cose ».•  Et così parve che volesse dire: « Poi che in me avea sapien 30. zìa, non era da credere che in me fosse così laido fallimento ».  Tutto altressì Elena, voglìendosi levare la sospeccione che  '1 suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi fida in me  della vita, dubita per la mia biltade; ma cui assicura prodezza non dovrebbe impaurire l'altrui bellezza ». 6. Il terzo  1 : M' deluditore  2: S m sicuro porto  4: M' il suo nomo  Mìi dica  m il roame  mio  5: A/' dela  7: m M' 7 non  0: m L ^ non por m.  13-14: m ci sono aposto  (om. sopra)  M' appellate.... apjioste  16: M \e lectoro  17: M' elgli rimovca  ciò  fu  18: M' falsamente composte  20-21 : M-m jiartita ....stati.... dellaccusato   22: m centra un altro  ^f' appone  25: m parlando olii  25-27: M-m Mentita chi  solcasse  om. per sacrilegio.... spiriti  28: cacciavi (il latino ha pellebas) è solo in L;  M-m chaccia, Jf' cacciava con un i aggiunto tra v e a, s caccia via  29: M-m paro   31 : m schusare 7 levare  33: m della biltade mia   modo è se noi contiamo i mali elie sono advenuti e li 'ncrescimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò ch'avenuto era, acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per  guidardone della verace vertude sofferò pene di falso incol5. pamento ». Et Dido, dicendo i suoi mali dopo il dipartimento  d'Eneas, acquistò la benivolenza per la sua misa ventura, e  disse : « Io sono cacciata et abandono il mio paese e Ila casa  del mio marito e vo fuggendo i)er gravosi cammini in caccia  de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi in perillio di   10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire, per confortare  i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di Cesare, guardate le catene e pensate che questa testa è presta  a' ferri e' membri a spezzamento». Altro modo è se  noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino,   15. cioè devotamente e con reverenza chiamare merzede con  grande umilitade. Et intendi che preghiera è appellata  sanza congiuramento. Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi  alla pugna della mortai guerra di Cesare, confortando i  suoi di battaglia disse: «Io vi priego de' miei ultimi fatti   20. e delli anni della mia fine, perchè non mi convenga essere  servo in vecchiezza, il quale sono usato di segnoreggiare  in giovane etade » (0. Et queste pi'eghiere talfiata sono  aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì  come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad   25. Eneas: «Io » disse ella « non dico queste parole perch'io  ti creda potere muovere; ma poi ch'io ao perduto il buon     4 : M-m fossero peno  5 : M-m Et dicio dicondo  6-7: m dicendo  M-m chaccialo   8: M el mio marito, m om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio  12-13 : itf' epresso   li membri  M 7 membri, m 7 i membri  La sprezzamento  14: M-m 7 scongiuramento  Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino - 13: m om. cioè  chiamando  19: m abattagla — 20: M delli anni ilelli amici lino, m delli anni /siche  21: M servo  in vilezza la (piale, m servo 7 in vilczza il quale  22-23: M-m om. sono aperte, m anlhe  il 2° talfiata  24: M di diedi  26: M' o perduto, m chio perduto   (l) Il testo di Lucano (Fars., VII, 380), da cui è tradotto questo esempio,  ha ultima fata deprecar, tutti i codici della Eettorica portano ultimi fatti. Non  credo che si possa pensare a uno sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come  fati (che del resto qui non sarebbe traduzione esatta) manca di ogni probabilità  in quel tempo; sarà dunque da risalire a un'alterazione facilissima del latino,  ultima facta, che certo riusciva più intelligibile della frase poetica originale.  Quanto al servo in vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se potesse supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia nato  l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea di «condizione  vile, meschina».   pregio e la castitade del corpo e dell' animo, non è gran  cosa a perdere le parole e le cose vili ». 8. Ma scongiuramento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio o  per anima o per avere o per parenti o per altro modo di  5. scongiurare, sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo padre, per le lance e per le saette  de' tuoi fratelli e per li compagnoni che teco fuggirò,  per li dei o per l'altezza di Troia, etc.  Or à detto il  conto del primo luogo donde muove la BENEVOLENZA, cioè  10. della nostra persona e di coloro che sono a noi ; ornai  dirà il secondo luogo, cioè della persona delli adversarii  e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli aversarìi se no! li mettemo inn odio  15. invidia o in dispetto.   Lo sponitore.   1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de' nostri adversarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per  le quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario  20. malivolo; et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo  modo è dicere le pertenenze delle loro persone per le  quali siano inn odio dell'uditori; il secondo che siano in  loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto; e di ciascuno di questi tre modi dirà il testo bene et interamente.   25. Tullio.   97. Inn odio saranno messi dicendo com' ellino anno fatta  alcuna cosa isnaturatamente o superbiamente o crudelmente o maliziosamente.  M om. a  711 lo chose vili 7 le i»arole  4: M' o per parenti por avere  m oin.  rli scongiurare  6-7 : M' per lo tuo padre 7 per le 1. 7 [jor le s. de tuoi f., per li compagniper saette di tuoi I"., m per le saette de tuoi parianti 7 per li compagni - 8-0 : M' om. etc.   Et ora a detto il maestro  om. la  Ì0:m dalla nostra parte  YS: 3i' odindispregio   19: M-m om. a noi M' deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia  m loro in  invidia.... loro in dispetto  26-27: M' comelgli anno alcuna cosa facta  vi 0»». isnatur.  e o maliziosamente     Noi potemo i nostri adversarii mettere ina odio dell' uditore se noi dicemo eh' elli anno alcuna cosa fatta isnaturalmeute, contra l'ordine di natura, si come mangiare  5. .calane umana et altre simili cose delle quali lo sponitore  si tace presentemente. O se noi dicemo eh' elli abian fatto  superbiamente, cioè non temendo né curando de' signori né  de' maggiori, avendoli per neente. O se noi dicemo ch'elli  abbiano fatto crudelmente, cioè non avendo pietà né mise 10. ricordia de' suoi minori né di persone povere, inferme o misere. se noi dicemo ch'elli abbiano fatto maliziosamente,  cioè cosa falsa e rea, disleale, disusata e contra buono uso.  2. Et di tutto questo avemo exemplo nelle parole che BOEZIO  dice contra NERONE imperadore. Ben sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA, tagliando i parenti et uccidendo il  fratello e sparando la madre. Altressì fue malizioso fatto  il qual racconta Euripide di Medea, che sta scapigliata  tra' monimenti e ricogliea ossa di morti. 3. Omai à detto  lo sponitore sopra '1 testo di Tullio come noi potemo met 20. tere il nostro adversario in odio et in malavoglienza dell' uditore. Da quinci innanzi dicerà come noi li potemo  mettere in loro invidia.   Tullio.  In invidia dicendo la loro forza, la potenza, le ricchezze,  2.5. il parentado e le pecunie, e la loro fiera maniera da non sofferire,  e come più si confidano in queste cose che nella loro causa.   Sponitore.   1. Noi potemo conducere i nostri adversarii in invidia  et in disdegno dell' uditore se noi contiamo la foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla stessa maria)  isnaluratamente contra online M' tace ora presentemente  m al ])rosonte  M-m 7 se noi dicemo che labian  7-8: M  tenendo M^ 7 non venerando de sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori  M-m 3/' chelabbiano  9-10: m misericordia.... di persone M' 7 misero  M-m Et se dicemo  cliollabbiano  12: Af' cosa rea falsa et disleale 7 disusata contra b. u., m om. cosa  o  disleale 7 contro a b. u.  13: M' exemplo avemo  lo : M' uccidendo i parenti, talgllaiido  il fratello  M-m i fratelli  17 : S Euripide  M-m di medici  IS: M corresse monimenti in moUimenti  20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca  21-22: M Da ipii 3f' diceremo.... li potremo mettere loro in invidia  24 : M-m om. M' si lidano: Af' i nostri avorsari conducere degliuditori Cfr. Magoini, La rettorica italiana di B. L. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, e la potenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè  servi, ancille e posessioni, e'1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e parenti e seguito di genti, e le pecunie, cioè  5. denari, auro et argento, in cotal modo che noi diremo  come ' nostri adversarii usano queste cose malamente et  increscevolemente con male e con superbia, tanto che sofferire non si puote. 2. Cosi disse Salustio a' Romani: Ben  dico che Catenina è estratto d'alto lignaggio et à grande   IO. forza di cuore e di corpo, ma tutto suo podere usa in tradimenti e distruzioni di terre e di genti ». Così disse Catenina centra ' Romani: Appo loro sono li onori e le  potenzie, ma a nnoi anno lasciati i pericoli e le povertadi. Ed ora è detto della invidia contra i nostri adversarii;  sì dicerà il conto come noi li potemo mettere in dispetto.   Tullio.  In dispetto degli uditori saranno messi dicendo che siano  sanza arte, neghettosì, lenti, e clie studiano in cose disusate e sono  oziosi in iuxuria.   20. Sponitore.   I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in dispetto  degli uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se noi  diremo che sono uomini nescii sanza arte e sanza senno,  da neuno uopo e da neuna cosa; o che sono neghettosì,   25. che tuttora si stanno e dormono e non sì muovono se non  come per sonno; o diremo che sono lenti e tardi a tutte  cose; o diremo che studiano in cose che non sono da neuno  uso né d'alcuna utilitade; o diremo che sono oziosi in Iuxuria dando forza et opera in troppo mangiare, in nebriare,   30. in meretrici, in giuoco et in taverne. 2. Et ora à detto il Af' om. e le signorie, poi continua: E le pecunie, ciò sono i danari e seni 7 ancelle 7 possessioni. ¥A parentado di genti, in cotal modo ecc.  6: M' come i nostri aversarii   11 : M^ in tradimento 7 distructione de terra 7 <le gente, m in tradimenti distructioni: M-in a Romani : m lasciato  14: M iì detta  L'i : M' o»i noi  in dispregio  (l. 17 idem) 17: M' om. degli uditori  18: M disulate  19: M octosi, m ottosi   22: M' om. degli uditori  23: 3f' siano, m sieno  M' sanza sonno? sanza arte di neuno  huopo - 24: m om. da neuno uopo e  25 : m si stanno, dormono - 26: M' per sonno/  7 diceremo, L per sogno  27-28 : m alclumo uso  M ' 7 dicoremo  29-30: M' de troppo  mangiare .T ebriare. in puttane  m 7 in bere  M in cliaverne M' a decto luditore come   )?t om. E conto come noi potemo acqnistare la benivolienza dell'uditore dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn odio  et in invidia et in dispetto, et à insegnato come si puote  ciò fare. Ornai tornerà alla materia per dire come s' acqui5. sta benivolenzia dalla persona dell' uditore, e questo è il  terzo luogo.   La benivolenza dell'uditore.   lOO. Dalla persona dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo  che tutte cose sono usati di fare fortemente e saviamente e man10. suetamente, e dicendo quanto sia di coloro onesta credenza e quanto  sia attesa la sentenza e l'autoritade loro.   Lo sponitore Noi potemo acquistare la benivolenza delli uditori  dicendo le buone pertenenze delle loro persone e lodando   15. le loro opere per fortezza e per franchezza e per prodezza,  per senno e per mansuetudine, cioè per misurata umilitade,  é dicendo come la gente crede di loro tutto bene et onestade, e come la gente aspetta la loro sentenza sopra questo fatto, credendo fermamente che fie si giusta e di tanta   20. autoritade che in perpetuo si debbia così oservare nei simili convenenti. Di forte fatto Tulio lodò Cesare dicendo:  « Tu ài domate le genti barbare e vinte molte terre e sottoposti ricchi paesi per tua fortezza». 3. Di senno il lodò  e' medesimo parlando di Marco Marcello: Tu nell'ira, la quale è molto nemica di consellio, ti ritenesti a consellio. Di mansueto fatto il lodò Tulio dicendo: Tu nella  vittoria, la quale naturalmente adduce superbia, ritenesti  mansuetudine ». 5. D' onesta credenza il lodò Tallio in M' in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m in odio, in invidia  M-m om. si   8: Jf' m delludilore {ma il testo auditorum) ~ 9: M' sono usi  M-m 7 suavomento  {m nm. 7) : i mss., ambedue le volte, quando  M' di loro  li: M-m intesa  13: M-m  om. delli uditori  M^ deluditore M' dicendo che buone  M-m om. e per franchezza  M' 7 per senno  17: m M' om. e  19: Jtf' credendo che la loro sententia  sia si giusta  m che sia  SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili  23-84: m e lodo,  M' il lodano 7 medesimo parlano  m marche metcllo M-m om. molto  Af tu  ritenesti a consellio, m tu ritenesti consiglio  26: M ilio Tullio tu ecc., m di mansueto  fatto /7 nella vittoria  M adato, m adato, L odduce  28: m om. credenza il lodò  Tullio In tutti 1 codici l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né  metterebbe conto darne notizia.    questo modo: Cesare volle alcuna fiata male a Tullio, ma  tutta volta lo ritenne in sua corte; e non pertanto Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea intendere a  rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non li  5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto  a me et alla mia primiera vita l’usanza che tolta m' era,  ma in tutto ciò m'avevi lasciata alcuna insegna per bene  sperare »; e questo dicea perchè l'avea ritenuto in corte,  sicché tuttora avea buona credenza. 6. D' attendere la sua buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco Marcello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo convenente non tocca pure ad una cosa, ma à ad convenire (D  a tutte le somiglianti, perciò che quello che voi giudicarete  di lui atterranno tutti li altri per loro ». 7. Or é detto come   15. s'acquista benivolenzia dalle persone delli uditori; sì dirà  Tullio coni' ella s'acquista dalle cose.   La benivolenza delle cose.  Da esse cose se noi per lode innalzeremo la nostra causa,  per dispetto abasseretno quella delii adversarii. Sponitore. Noi potemo avere la benivolenza dell'uditori da esse  cose, cioè da quelle sopra le quali sono le dicerie, dicendo  le pertenenze di quelle cose in loda della nostra parte et  in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse  25. Pompeio confortando la sua gente alla guerra di Cesare :  « La nostra causa piena di diritto e di giustizia, perciò  eh' ella è migliore che quella de' nemici, ne dà ferma spe   4 : M' om. non  6: M-m la causa dm t.  i a me la mia primiera vila e liisanza   7: tutti, eccetto L, m'avea  M-m la sua insegna  8 : M' 7 in questo (?«re i et ((uesto)  M' buona speranna  M-m lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m a) convenire, M-L ma dee convenire Mt per lui  i5: 3f' dele persone  i8:M-mom.  so  L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel latino manca) M' m 7 per disp.   21 : M' deluditofo, m delli uditori  24 : m nm. in dispetto  M-m om. idi  25: M confermando la sua gente  26: m M'-L e piena  Lo pero chella  27 : m forma  speranza   (1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa (come  avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella seguente di ad.  Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un futuro (« converrà »)  scomposto nei suoi elementi.  -ranza d'avere Dio in nostro adiuto(i)». 2, Et ornai à divisato  il conto le quattro luogora delle quali si coglie et acquista  la benivoglienza, molto apertamente et a compimento; sì  ritornerà a dire come noi potemo fare l'uditore intento. Di fare V uditore intento. Intenti li faremo dimostrando che in ciò che noi diremo  siano cose grandi o nuove o non credevoli, o che quelle cose toccano a tutti a coloro che 11' odono o ad alquanti uomini illustri,  ai dei immortali, a grandissimo stato del comune, o se noi prof10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se noi proporremo la giudicazione, o le giudicazioni se sono piusori. Avendo Tullio dato intero insegnamento d'acquistare la benivolenza di quelle persone davante cui noi   15. proponemo le nostre parole, sì che l' animo s' adirizzi  et invìi in piacere di noi e della nostra causa e che siano  contrarii e malevoglienti a'nostri adversarìi, sì vuole Tullio  medesimo in questa parte del suo testo insegnare come noi  I)otemo del nostro exordio, cioè nel prologo e nel cominciamento del nostro dire, fare intenti coloro che noi odono,  sì che vogliano achetare i loro animi e stare a udire la  nostra diceria; e di questo potemo noi fare in molti modi  de' quali sono specificati nel testo dinanti, et in altri simili  casi. 2. Et posso ben dire manifestamente che ciascuna per 25. sona sarà intenta e starà ad intendere se io nel mio comin1: m nm. Et  3 : 3f' nm. la  hi odi. molto  4: m alento  8-9: A/' o aliquanlì....  o ali iilii imm. o a  M |)iQrRremo, vi protreremo {lat. pollicebimur)  iO: M-m owi. brevemente  VI proiroromo la giuil.  i3 •M-m Quamlo Tullio a dato  14:  J/tlavento  7/1 (lavante a cimi  13-16: 3/' loro siiivii 7 dlrirvi  17: vi malagevoli  19: M'  nel nostro exorilio  vi nm. nel coniiiiciamento  21 : 3f' si che noi vogliamo  32-23:  3f ' Et questoi (jua'.i.... davanti  vi om. el  25: M-m sono noi mio com.   (1) Cfr. Lucano, Phars., VII, 349: " Causa iubet melior superos sperare secundos „. Solo la lezione di M corrisponde anche per la forma sintattica.   (2) Si rimano alquanto in dubbio sulla lezione da preferire, perchè tra un Avendo  e un Quando la differenza grafica ò lieve, data la somiglianza di una forma di A  con Q. Ma il gerundio Avendo, con una costruzione meno comune, più difficilmente  può esser dovuto a un copista; d'altra parte il quando in senso di " dopo che „  non è dell'uso di Brunetto, clie adopra continuamente la formula " Poi che Tullio  ha detto ha insegnato (S’intende clie l'inserzione di a davanti a dato  diveniva necessaria leggendo Quando).  -ciamento dico eli' io voglia trattare di cose grandi e d'alta  materia, sì come fece il buono autore recitando la storia  d'Alexandro, che disse nel suo cominciamento : « Io diviserò  e conterò così alto convenente come di colui che conquistò   ó. il mondo tutto e miselo in sua signoria ». 3. Altressì fie  inteso s' io dico eh' io voglia trattare di cose nuove e contare novelle e dire eh' è avenuto o puote advenire per le  novitadi che fatte sono, sì come disse Catellina : « Poi che  Ila forza del comune è divenuta alle mani della minuta   10. gente et in podere del populo grasso, noi nobili, noi potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti vile  populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade. Altressì fie intento s' io dico eh' io voglia trattare di  cose non credevoli, sì come '1 santo che disse : « Il mio   15. dire sarà della benedetta donna la quale ingenerò e parturio figliuolo essendo tuttavolta intera vergine davanti  e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare essere centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era  cosa da credere che Paris avesse tanto folle ardimento che venisse 'n essa terra a rapire Elena. Altressì fie intento  s'io dico che '1 convenente sopra '1 quale dee essere il mio  parlamento a tutti tocca od a coloro che 11' odono, sì come  disse Gate parlando della congiurazione di Catellina: « Congiurato anno i nobilissimi cittadini incendere e distruggere  1 : M traclai-e cose, m cliio voglia di trattare chosa grande  2 : M actoro, m attor.j M' recontcro conquise7 mise  5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario novelle - 7: M' 7 puote 9: M storca  m e venuta.... gente minuta  10: m M'-L non  potenti  iy : J>f' noi a cui  13: M Altre si 14-15: M'-L sicome disse il santo  che disse - i II mio dotto  16: M' partorie il figluplo  M^ -j di. poi  M-m om.  la quale.... natura  19: M-m oni. folle  m om. che venisse SO: M nessa terra, m in  essa terra, M'-L nela nostra terra M arape 22: M' tocclia a tutti coloro anno nob. citt. dincendore [Nonostante l'accordo di tutti gli altri codici, mi attengo a M, la cui lezione  è confermata dal testo di Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque ignobiles „ ecc. Brunetto non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la  dignità delle persone, e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno dei  primi apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla negazione: non potenti.  Favoriva l'errore anche il tono insolito della frase " noi nobili, noi potenti,.,  mentre le parole " in podere del populo grasso „ inducevano a considerare " non  potenti „ i nobili. Intendo in essa terra (come scrive m), cioè " nella patria stessa „, in ipsa  terra. Leggendo con 21f » nella nostra terra si avrebbe lo stesso senso in forma più  chiara; ma non saprei allora spiegare la variante di M-m. È possibile che, omesso  il nostra, un nella sia stato letto nessa, che a prima vista non dà senso ? Invece  nulla di più facile del caso inverso, e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l. isola patria nostra, e '1 lor capitano ne sta sopra capo. Adunque dovete compensare clie voi dovete sentenziare de' crudelissimi cittadini che sono presi dentro nella cittade » Altressì fie intento s' io dico clie Ila mia diceria tocca  5. ad alquanti uomini illustri, cioè uomini di grande pregio   e d'alta nominanza in traile genti sì come disse Pompeio  parlando della battaglia civile: « Sappiate che l'arme de' nemici sono appostate per abbattere l'alto e glorioso sanato ». Altressì fie inteso s'io dico che Ile mie parole toccano a'dei,  10. si come fue detto di Catellina poi ch'elli ebbe conceputo   di fare cotanta iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i dei di  sopra potrebbero ornai trarre il populo delle sue mani. Altressì fie intento s' io dico nel principio di dire la mia  causa brevemente et in poche parole, sì come disse il poeta   15. per contare la storia di Troia: «Io dirò la somma, come  Elena fue rapita per solo inganno e come Troia per solo  inganno fue presa et abattuta. Altressì fie intento s'io  nel mio exordio propongo la giudicazione una o più, cioè  quella sopra che io voglio fondare il mio dire e fermerò   20. la mia provanza, sì come fece Orestes dicendo: « Io proverò che giustamente uccisi la mia madre, imperciò che  dio Apollo il mi à comandato, perciò che uccise il mio  padre». IO. Et di tutti modi per fare l'uditore intento  potemo noi coUiere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7 lor  M' ne sopra capo  2-3 : m dovete pensare, Mi pensale  M-m esmarn  {m esimare) de nobilissimi citi.  M' ohe sono dentro ala cittade (anche m dentro alla) M fue, m (la 5-6: M' cioè de gr. M-m 7 da tale nominanca 7 : M-m che  latine M-m sano, M' senato M' fia intonto O-ll: M-m poi chelll anno  conceputo di faie tanti iniipii mali gridava (m om. gridava) M apena ornai 3f' nel cominciamento  14: Jf' o in jioclie parole M' om. Io dirò.... e  come Troia, M om. Troia [spazio bianco) m diclio 7 propongo nel mio exordio Mi sopra che infomliiro il mio dire e fondata  m sopralla quale M-m che io  ajmllo il mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo mavea), 7 perciò cliella m atento M' exemiilo M-m om. a  M' parlando a lui   Questo periodo è d'incerta lezione, male varianti registrate in nota sono  palesi accomodamenti, specialmente il pensate di Jtf ' per evitare la ripetizione  di dovete; co.si esmare esimare può esser nato da una sigla di sentenziare (0 si  tratterà di fmare, fermare?). Glie sia poi da leggere crudelissimi cittadini ò confermato, oltre che dal senso, dalla parola hostibiis che vi corrisponde i\el tosto  di Sallustio ; nobilissimi ò derivato dalla frase del periodo precedente. La lezione di M., che è tutta accettabile, dà ragione degli errori di Mm:  il primo elli parve plurale, e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi divenne  mali e portò con sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto sia genuino"  mansuetudine e cosi inaudita e non usata pietade e cosi  incredebile e quasi divina sapienzia in nessuno modo mi  posso io(l) tacere nò sofferire ch'io non dica». Et poi che  Tullio à pienamente insegnato come per le nostre parole  5. noi potemo fare intento l'uditore, si dirà come noi il poterne fare docile.   Come l'uditore sia docile.  Docili faremo li uditori se noi proporremo apertamente   e brevemente la somma della causa, cioè in che sia la contraversia. E certo quando tu il vuoti fare docile conviene che tu insieme lo   facci attento, in però che quelli è di grande guisa docile il quale  è intentissimamente apparecchiato d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso io fare docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio, alla 'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco  d^l fatto sopra '1 quale io dicerò, cioè brevemente et apertamente dicendo la somma della causa, cioè quel punto nel  quale è la forza della contenzione e della controversia. Cosi  fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa ch'io  in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che  se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda  in mal udire ». 2. Questo et altri molti exempli potrei io  mettere per fare l'uditore docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto davanti. E  perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due maniere  exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato  M consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine L nm. lo e cosi. M mandila. M-m mi possono, M-L io posso  m om. Et. M' luditore intento, M nm.  l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore  M-m proi)onemo  iO: Af' Et credo quando  tu vuoli. m nm. è attentissimamente. m davanti a chui  docile  cioè intenditori de tutto il facto  M-m sarò nel mio ex. M' incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria  m cominciamo 7 toccho Af' om. dicendo nel  quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M' ti lispondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio  [È chiaro che posso io fu dall'archetipo di M-m trasformato in possono  perchè tutti i sostantivi che precedono parvero soggetti e non complementi oggetti ; e vi dovè contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23, seno  per se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento.  ciò che ssi conviene fare e dire nel principio per fare  l'uditore benivolo, docile et intento, sì dirà lo 'nsegnamento  della INSINUAZIONE in questo modo. Oramai pare che sia a dire come si conviene   trattare le insinuazioni. INSINUAZIONE è da usare quando la qualitade  della causa è mirabile, cioè, sì come detto avemo inn adietro, quando  l'animo dell'uditore è contrario a noi. E questo adiviene massimamente per tre cagioni: o che nella causa è alcuna ladiezza, o coloro  10. e' anno detto davanti pare ch'abbiano alcuna cosa fatta credere all'uditore, se in quel tempo si dà luogo alle parole, perciò che  quelli cui conviene udire sono già udendo fatigati; acciò che di  questa una cosa, non meno che per le due primiere, sovente s'offende l'animo dell'uditore. In adietro è detto sofficientemente come noi potemo  acquistare la benivolenza dell" uditore e farlo docile et intento in quella maniera de exordio la quale è appellata  principio. Oramai è convenevole d' insegnare queste mede 20. sime cose nell'autra maniera de exordio la quale è appellata  « insinuatio ». 2. Et ben è detto qua indietro che « insinuatio »  è uno modo di dicere parole coverte e infinte in luogo di  prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo indaurato dovemo noi usare quando la nostra causa è laida e disonesta inn alcuna guisa, la qual causa è appellata mirabile, sì come pare in adietro là dove fue detto che sono  cinque qualità U) di cause, cioè onesta, mirabile, vile, dubiosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne potemo  noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile, 1 : M cioè  M' om. fare e  S : M-m om. s\  6: 3f ' della ìnsinualiono  7: m ohi.  s'i M-m 7 di questo diviene  iS: L Kt di questa  Iti: M-m a detto  20: W  nella maniera  2i : m Bono dotto  S3: M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/' cotale  prolagoS6: M-m nm. in adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso, vin lo spazio  fa supporre lo slesso), M'-L qualitadi dolio cause  M' cioè nollamirabile   Conservo la parola qualità attestata da ambedue le tradizioni, tanto più  Clio anche prima Brunetto usa lo stesso vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente si tratta di una sostituziono o variante, che venne  poi introdotta nel testo (a mono clie non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene usare INSINUAZIONE [IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has beautiful handwriting”] per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere di lui ed in grazia quel che  pare essere in suo odio. Adunque ne conviene vedere in quanti e quali casi la nostra causa puote essere mirabile, e poi vedere come noi potemo contraparare a ciascuno. E  sono tre casi. Primo caso si è quando sie nella causa  alcuna ladiezza per cagione di mala persona o di mala cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo dell'uditore contra  il reo uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso è quando il parlieri ch'à detto davanti à sie et in tal guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA NELL’ANIMO dell'uditore  e pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la quale  cosa r uditore, poi che comincia a credere alle parole che  ir una parte propone et extima che Ila sua causa sia vera, apena si puote riducere a credere la causa dell'altra parte,  anzi sine strana et allunga. Il terzo caso è d'altra maniera che sovente aviene che quelle persone davanti cui noi dovemo proporre la nostra causa e dire i nostri convenenti anno lungamente udito e stati A INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima di noi, DONDE L’ANIMO dell' uditore è fatigato sì che non vuole né agrada lui  d'intendere le nostre parole; e questa è una cagione che  offende l'animo dell'uditore non meno che 11' altre due  Et perciò conviene a buon parliere mettere rimedi di parole incontra ciascuno caso contrario, secondo lo 'nsegnamento di Tulio. Della laidezza della causa. Se la laidezza della causa mette l'offensione, conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un altro uomo che sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra cosa che sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO dell'uditore si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et infingerti di non difendere quello che pensano che tu voglie  difendere, e così, poi che l’uditore sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e dicere che quelle cose, le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi paiono non degne. Et poi che tu avrai  allenito colui che ode, dei dimostrare che quelle cose non pertiene  atte neente, e negare che tu non dirai alcuna cosa dell' aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente tu non danneggi coloro che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi quanto puoi da  lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia d'altri in  somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita; et  apresso dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore minore. In questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato contra noi per cagione della causa nostra che sia o che paia laida per cagione di mala persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE INSINUAZIONE NELLE NOSTRE PAROLE in tal maniera che in luogo della persona contra cui pare CORUCCIATO L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare un'altra  persona amata e piacevole all'uditore, sì che per cagione  e per coverta della persona amata e buona noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la persona che lui semblava rea. Si come fece AIACE nella  causa della tendone che fue intra lui et ULISSE per l'arme  eh' erano state d'Achille. Et tutto fosse AIACE un valente uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente né tenuto di buona maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui regna, e molto amato. Onde AIACE, volendosi  contraparare, nel suo dicere ricorda com' elli era NATO DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al tempo del forte ERCOLE. E così mette la persona avanti amata e graziosa  in luogo di sé ed in suo aiuto, per piacerne alla gente e per avere buona causa. E quando la causa è laida per cagione di mala cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO PARLAMENTO un’altra cosa buona e piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi della congiurazione che fa in ROMA, che mise una giusta cosa per coprire quella rea, dicendo. Elli è stata mia usanza di prendere ad atare li miseri  nelle loro cause. Brunetto Latini. Latini. Keywords: rettorica, le fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio Vegezio, insinuazione, parlari, parlatore, controversia, auditore, animo dell’auditore, modo, essempio di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica oratoria togata – sacrilegio o furto --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Latini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Laurino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei longobardi – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Laurino). Filosofo italiano. Laurino, Salerno, Campania. Duca di Aquara e di Laurino, appartenente alla nobile famiglia napoletana degli Spinelli. Allievo di VICO, si forma al Clementino a Roma e poi all'Accademia di Loreto. Ritornato a Napoli, divenne amico di vari illuministi napoletani, quali FILANGIERI (si veda) e Galiani. Autore di vari saggi di stampo illuministico. Le “Riflessioni filosfiche” rappresenta un tentativo di metodo geometrico. Si oppone alle teorie di Broggia. Fa attivamente parte della massoneria napoletana, all'epoca diretta dal principe di Sansevero, Raimondo di Sangro. Cavalerie del Real Ordine di San Gennaro. A Napoli, fa ristrutturare il palazzo di famiglia, il palazzo Spinelli di Laurino, trasformandolo in una suggestiva realizzazione. Muore a Napoli e venne sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Altri saggi: “Degl’affetti degl’uomini”, Napoli, Muzio; “Della moneta” (Napoli); “Cronologia dei re di Napoli,” Napoli, Bisogni; “Del nobile”, Porsile; “Lettera nella quale si dimostra non esser nota di falsità, che nel diploma di fondazione della chiesa di Bagnara si ritrovi l'anno 1085 segnato coll'indizione sesta correndo l'ottava del computo volgare; Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.   -- ria che forma la materia del presente saggio: E metodo col quale questa siè composto. I tutte le città e popoli dell'Italia ciascuno ha la sua particular forma di governo prima che sussestato vinto da’ ROMANI. Ed anche dopo ciò, molte delle città medesime, quantunque al popolo di ROMA veramente ubbedissero. Pure così fatti nomi, e tale forma aveano di domestica polizia, che libere in certo modo facevanle apparire. Ma essendo stata dalla legge giulia a ciascuna di quelle LA ROMANA CITTADINANZA conceduta che non da tutte senza con Trans 1 AN 1x IN line ill SAGGIO TAVOLA CRONOLOGICA compongono DI NAPOLI. Dalla venuta de LONGOBARDI in Italia fino che quelle terre sono da NORMANNI della Puglia conquistate. PROΟEMIO trasto è accettata, e la quale da Marco Aurelio ANTONINO Antonino Caracalla è all'intiero orbe romano distesa, col vanto di esser parte del capo, a Roma, ed a coloro, che la ressero, sono tutte senza alcuna dubitazione, anche nell'aspetto, sottoposte. [tem Civitati ante ferret CICERONE pro Bal CICERONE PRO BALBAM, Edit.Ve. bon. Edit.Venet. L. inorbeff. de Stat. hom. L., Roma. Sigon. de Antiquo Jur. Ital. Ad bomnib. Rutil. Numan. itinerar. In quo magna contention Heracliensium, Aloja Ins: DE’ PRINCIPI E PIÙ RAGUARDEVO LI UFFICIALI, che anno signoreggiato, e retto le PROVINCIE, ch’ora: Ι Mich. Fiaschino Inven. e C.I. REGNO DI, Strabon. Geograph. Edit. Parifienf. Parsin Civitatibus fæderisfui liberta e Neapolitanorum fuit, cum magna I LL ]. Transferita però la sede del  ROMANO IMPERATORE in Costantinopoli, varie BARBARE NAZIONI con più fortuna di quello, che aveano fattosotto LA ROMANA REPUBLICA, invadero l'Italia molte volte, e distrusfero. Radagasio Re de’ GOTI con MM armati, cagiona danni gravissimi all'Italia. Ma in Toscana da Stilicone resta con tutto il suo esercito vinto e sconfitto. Alarico ed Ataulfo re di que' medesimi BARBARI che ove Alarico dimora circa II anni, ed ove muore, avidamente sacchegiarono. Attila re degl’UNNI in così fatta maniera quella parte dell'Italia av'egliera entrato, devasta, che IL FLAGELLO DI DIO è nominato. Genserico re de’ vandali chiamato dall'Africa d’Eudossia moglie di Valentiniano III imperatore, per vendicarsi di Massimo, che avea costui ucciso, e lei ignara in prima dell'infame assassinamento, sposata, ed occupato d’Occidente l'Impero; viene in Italia, ne scorre molte provincie, DEVASTA LA NOSTRA CAMPANIA e molte città di essa avendo distrutte, in Cartagine carico di preda se ne ritorna. E finalmente Odoacre co’suoi Eruli, e Turcilingi, INVADE TUTTA L’ITALIA e Re de Goti, che nella PANNONIA, ove egli no dimora, aveano cominciato a tumultuare, gli concede l'Italia, acciocchè ne avesse Odoacre discacciato. Ovvero, come altri vogliono, lo stesso  TEODORICO senza la concessione dell'imperadore in vase quella provincia, ne discaccia Odoacre, che poscia uccise, e re se ne fa nominare -- Histor, Miscell. est cod. Ambrosiin. in Philostorg, hist. Ecclesiast. Ma Prosper. Aquitan. Chron.; Augut. De Civit. Dei, Marcellin. Chron. In Sirmond. Philostorg. hist. Eccl. In Vauclid. Chron. Idatius in Chron. Isidor. Chron. Goth. in rebo Got., Langobard. Jornand. de reb. Get. Agnel. Pontific. Raven. in S. Joan . Evagr. Schol. hist., Valef Ital. Murat, Cassiod. in Conf. Boet. Conf.] per essersi fermati poi nell'Occidente si dillero VESTRO-GOTI. A modo di locuste Roma II volte, ed una gran parte delle nostre Provincie -- Histor. Miscell. ex cod. Ambro. Olympiod. In Photii Biblioth. Jian, in Murat. Rer. Ital., Sigebert. Chrona Jornand. de reb.Goth. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. Axon.Valesian. Sigebert, Procop. De bella Gotb. -- Re, e circa anni pacificamente la possiede. quista, se ne titola colle proprie forze da quella l'imperatore Zenone vedendo di non poterlo Teodorico. Perchè discacciare, evolendosi render benevolo bella parie del suo impero la con Regi non. -- Chron. Histor. Miscell. Paul, Disc, de Gest. Langob. ex cod. Ambrosian., i Reginou. Chron. Socrat. hist. Ecclesiasi., Jornand.de reb.Goth. de re- Anon. Cuspiniana Eusippiusin vita S. Severini. znor. success. Anon Valesian. rer. Ital. Munic. Marcellin. Chron. in Sirmond. L. de Tironib. C. Theodos. Z fimus Jornand. de reb. Goth. e Idat. Chron .in Du-chesn. de regnur, success., Prosper. Aquitan. Chron. Procop.de belio Goth. Marcellin. Coron. in Sirmonds. Casiodor. Chron. Edit. Spicil. Ravenn. histor.Ven., Isidor, Chron. Goth. Aimon. de Gest. Francor. Sozomen. histor. Ecclesiast. Sigebert. Chron.in an.Vales. la to Marii Aventic. Chron. in Duchesne, Evagr. Scholast. hist. Eccl. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. in Valef. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. In rer. Sigebert. Chron. Prosper. Aquit. Chron, in Du-Chefne Marii Aventicenf. Chron.in Du-Chesne, pa I Anon. Cuspin. --. Ma dopo di avere e codesto principe, ed alcuni suoi successori in tal regno per molti anni signoreggiato; circa l'anno della salutifera divina incarnazione l'imperadore GIUSTINIANO delibera di toglierlo a codėsti barbari, col pretesto, che Teodato re di essi non avea vendicata la morte daia ad Amalasunta già loro Reina; perchè vi manda Belisario, che in breve tempo occupa conquistato. n cosi fatia espedizione furono in ajuto de' Greci i Longobardi nazione che nella Pannonia dimorava: i quali dopo, che fu l'Italia pacificata, ivi, e d in casa degli Amici più difordini commettevano, che contro gl'inimici farenon avrebbono potuto, perchè Narsete caricandoli di doni, contenti nel loro paese oltre a ciòavea discacciato dall'Italia i francesi, che sotto il lur Duca Bucelino tutta, o quasi tutta, presa, e devasiata l'aveano; perchè egli era rimastoin nome dell'Iinperadore, Supremo Governadore di quella Provincia, che avea all' Impero restituita: quando perque'nembi, che da'più vili, e fecciəsiluoghi alzandosi nelle Corri, oscurano gli astri più luminosi, e più chiari, ad istanza de’ Romani fu datal Governo da Giustino che è succeduto a Giustiniano Imperatore, rimosso: e dall'ingiuria unendo il disprezzo perchè egli era Eu. le se vissuto, non avrebbe potuto distrigare. Ed alla minaccia segue l'effetto, dappoichè ritiratosi in Napoli, stimola co’ [Melli Comorimurtom Marcellini Chronic. Aimon, de Gest. Francor.  Joan. Diac. Chron. Jornand. de regnor. Success. Landul. Sagac. additam. Ad Miscell. Procop. DE BELL. GOTH. De bell. Goth. Aimon. de Gestis Franccr. Agath. de bell. Goth. Gregor. Mag. Dial. Excerpt. ex Agat. hist. Aiuion. De Gesti Francor. Anast. Biblioth. Invita Joan. III.  Paul. Disco de Gest. Langobard.] eunuco l'imperatrice Sofia gli scrive che fosse andato in Costantinopoli a dispensar la lana alle fanciulle; alla qual cosa si dice, che Narfete sdegnato risposto avesse, che tal tela egli lo avrebbe ordita, ch’ella mentre avesse vis i  longobardi a conquistare l'Italia copiosa di tutte le naturali ricchezze, la sterile Pannonia abbandonando. Il quale in vito allegri que’ BARBARI sotto il loro re Albuino vennero abbracciando in Italia. Nello spazio di VII anni la maggior parte colla [ut citm puellis in Gynaceo. Gregor. Turon. histor. lanarum faceret pensa dividere. Anast. Biblioth. in Benedict. I. Landul. Sagac. additam. ad Miscellap. Aimon. de Gest. Francor.] delle armi ne conquistarono. Forza è fama Ed indi sì inanzi estesero leloro, che Autariuno de loro Re fino conquiste, che in Regio fusse pervenuto, e che avendo e dindi parte dell'Italia, éd iessa il rimanente dall'Eunuco Narsete, che a Belisario succede, dopo xvini, anni di asprissima guerra è interamente [Aimon. de Gest. Francorum] la Sicilia rimandolli. Avea Narsete vinto i Goti, ed eziandio gl’unni [Histor. Miscell. Aimon . de Gest. Francor. Isidor. Hispal. Marius Aventic. Aimon. de Gestis Franc. Procop. de bell. Gotb. Paul. Diac. Paul. Diac. Gregor. Turon. hist. Histor. Miscell. Paul. Diac. Joan. Diac. Chron. excerpt. Cron. per Fredeg. Scholaft. Landul. Sagac. additam. ad Miscell. pa hist. Miscell. Aimon.de Gest. Franc. Paul. Diac. Sigebertus, alii. Joan. Diaz. Chron.] ivi ivi tra le onde del mare una colonna ritrovato l'avesse collasta per cossa, ed avesse detto, fin qui saranno de’ Longobardi i confini. Delle terre occupate da Longobardi in Italia se ne forma un Regno il quale poscia ha alcuni re francesi, e dopo essi altri di diverse nazioni. È l'Italia in tempo de’ Re Longobardi in II Principati solamente divisa, in quello dei longobardi, ed in quello de Greci. Ma passato il Regno a Carlo Magno, surse in quella bella parte del mondo il principato di Benevento, da cui non molti anni dopo nacque quello di Salerno, e finalmente quello di Capua. Nel tempo de’ quali Principati per le guerre, che arsero fra di loro furono in trodotti nelle nostre parti i saraceni, i quali non però, comeche molte terre avessero conquistate, a varii capitani ubbedirono, almeno pressodi noi non mai e uno stato formarono. Ed i medesimi Principati di Benevento e di Salerno e di Capua durarono finchè sono da Normanni che nella Puglia sonsi stabiliti, interamente conquistati. Imperochè alcuni pellegrini di codesta nazione ritornando dopo da terra Santa ov'erano andati per la fede a guerreggiare, ajutarono il Principe di Salerno da’ saraceni assediato; e rimandati da costui a casa con grandissimi doni, allettarono a venire nelle nostre Parti i Paesani loro, i quali discesivi, ed ora al soldo del uno de’ nostri Principi, ora a quello dell'altro rimanendo, alla fine s’istabilirono nel luogo che diceasi in Octaba, e la Città d'Aversa ivi edificarono. Uno di loro, chiamato Rainolfo per capo, conte, o sia console stabilendovi. Impresero i Greci in quel tempo di liberare la Sicilia da saraceni che la tenea no per quasi II secoli sottoposta, ed è capo dell'esercito greco Maniaco, il quale chiama a’ suoi soldi una parte de Normanni, che sono in Aversa fermati, e costorovi andarono. Mi dopo qualche tempo disgustati della sua avarizia, abbandonandolo se ne ritornarono a casa. La qual cosa avendo conosciuto un certo Auduino a’ Gieci ribelle, propose a Rainulfo di mandare una parte della sua gente in Puglia a torla al Greco Imperatore, che vi signoreggiava ed a cosi fattari chiesta Rainulfo acconsentendo, un buon numero de’ suoi capitani e i mandovvi, i quali avendo di repente occupata Melfi città di quella provincia, ed indi altre terre; fissarono in Melfi la sede loro e diedero principi o ad un altro Principato, che continuoffi sotto i figliuoli di Tancredi, Conte d’Altavilla, Gentil-uomo anche egli Normanno -- i quali in varii tempi nelle no il suo Principato. Ma I Normanni, ch'eransi stabiliti in Melfiforto i Figliuoli di Tancredi, di ben altre conquiste saziarono la loro ambizione. Conquistarono tutte le terre, che i Greci aveano in quele nostre Parti. Tolsero a’Saraceni la Sicilia ed a’ longobardi il Principato di Benevento e di Salerno, e fino a'lo ro medesimi nazionali il Principato di Capua, siccome finalmente da una gran parte del ducato di Spoleti i Re d'Italia discacciarono e di tutti così fatti principati un regno essendosi formato in sul principio Regno di Sicilia del Ducato di Puglia in didi Sicilia, e l'altro di Napoli è nominato. Di tutte le cose qui sopra sommariamente esposte, la parte più intrigata ed oscura è quella che vien compresa dalla SECONDA VENUTA de’ Longobardi in ltalia, finchèle nostre Provincie da’ Normanni, stabiliti nella Puglia, inun solcor po forono ridotte .xii )1 e stre parti poi vennero . In tanto I Successori di Rainulfo aveano tolto a’Longobardi la Città di Capua, ed Puglia, e di Calabria, e del Principato di Capua fi diske, ed in di in II Regni diviso, uno fu detto di Trinacria alcuna volta ed pl, è detto, ed il quale per anni è de LONGOBARDI, o fia d'Italia discese Carlo Signoreggiato. Ma verso da re di quella nazione il re Desiderio ultimo re Longo in quella Provincia, ed avendo preso Magno, senza mutarne la natura il Regno bardo, trasfere nella sua persona sopradetto che Regno I va. [Paul. Diac.  Paul Diacon. Supplem. Longobar. varj Principati, i quali in così fatto spazio di tempo, siccome si è veduto, te la natural forma diesse fide e a gran fatica, e molto dubbio sa mente indovinare. De’ Principati che sursero nelle Provincie le quali ora compongono il Regno di Napoli, in tempi così dubbiosi ed oscuri, io ho deliberato di scrivere in una Tavola Cronologica i Principi, ed i più ragguardevoli Officiali, gl’anni de loro Regni ed ufficii, e delle loro morti, i loro matrimonii; e sommariamente i fatti, che quelli o sovrani od in alcuna maniera dipendenti o tributarii posso dimostrare ei diritti delle loro signorie anno stabilito. Ed oltre a 7 ciò dellistesi Principati una, per quanto io ho potuto esatta e particolare Geografia. E nella Tavola Cronologica io hor accolto tutto ciò che da' varii filosofi, o Sincroni, o quasi Sincroni, o molto antichi nella proposta materia si legge scritto, e narrato, come che discordie gli no siano tra loro ramente appariscano. Senza volerli corregere, ove avesli potuto, o concordare; di esaminare ne’ loro cetti il vero, o a me medesimo in altro tempo, o a d’altrui, che mi voglia in ciò precedere, riserbando. Contentandomi per orà di fornire solamente secondi semi di un’esatta e diffusa storia delle nostra li cose me Geografia non va ancora sotto il Torchio, in un foglio quella parte di essa ch'è necessaria alla presente opera, esponere, e dimostrare ho voluto e dalla Tavola dame scritta il titolo di SAGGIO ho apposto, conoscendo che in essa moltissime altre cose essere potrebbono a diritta ragione, o d’altri, o da me stesso pervenisse a' principi l'Impero in ciaseuno de' detti Principati; e quale fuffe la natura degl’ufficii, a cui in essi il reggimento di Terre cra affidato, presso il Popolo, o presso una parte di esso, o presso un solo uomo. Dice Cicerone. “Respublica res est populi.” Cum bene, ac juste geritur, sive ab uno rege. La seconda perchè suole essere degl’optimati: ARISTOCRAZIA. E l'ultima si chiama “MONARCHIA,” osia REGNO, il qual nome non perde quantunque eomi, due, o tre. Principi regnino in essa collegati, com'è avvenuta sovente tra Romani Imperadori e quasi sempre tra Principi Longobardi, de quali noi descriviamo la Serie; imperocchè una tal forma di stato essendo molto più distante dall'aristocrazia che dalla monarchia dalla più vicina piuttosto che dalla più lontana, dee prender esenza alcun fallo il suo nome. Ed oltre aciò quello ch'è stra-ordinario non dee caggionar nell’arti divisione regolare. Nè codesti pochi principi costituiscono un collegio legittimo, in cui ciascuno la sentenza della maggior parte dee seguitare. Ma ognuno riguardo alla sua amministrazione libero senza alcun fallo rimane. Scrive Ubero. Monarchiam esse Io note, e più oscure. Ed acciocchè il tutto con chiarezza si abbia ad intendere, dappoichè la promessa. Quali siano le varie forme di governo, ed i varj modi di acquistare i regni -- fursero in quella felice parte del mondo, ora si aggrandirono, ora si diminuiropo, ora dalle potenze maggiori furono interamente absorti, e quasi distrutti. Tal volta in essi si viddero eliggersi i principi, tal volta si viddero in essi succedere a’ padri i figliuoli nella signoria. Quei, che vi regnavano, furono soventi sia te uccisi, ed i privati il loro luogo occupando, trasmisero a’ loro Posteri l'iniquamente acquistato Impero. I BARBARI chiamati per difesa di alcuni sistabilirono per ruina di tutti -- e desolazione. In fine la faccia dell'Italia divenne in que tempi assai diversa da quello ch'è prima, e che è poi, e la sua Geografia non mai stabile osservossi, e costante. Nè di tutti così varii, e moltiplici accidenti vi fu chi la storia distintamente scrivesse. Ma da pochi e quali a frammenti quelli, e BARBARAMENTE sono esposti, o piuttosto accennati. E le opere de’ filosofi di quei tempi  da sin egli genti Copistifurono traseritte, che spesse fia, > ) 9 > no . in un'altra Edizione, che sene facesse, aggiunte. Ma prima di ogni altra cosa io ho reputato di far manifesto per quali ragioni di codeste forme di regimenti con voci greche. La prima si dice “DEMO-CRAZIA”, feve a paucis optimatibes, sive ab universo populo CICERONE, DE REPUBBLICA. Edit. Venoye. Se unius imperium solo satis vocabuli argumento constat. Qicod tamen ita præci Je captari nolim, rat quasi escumque plures in uno regno romini esostitere, toties Reipublicæ formam mutaris tatuamus. Neque enim recte existimaturus videtur qui in Romano imperia si quando plures OTTAVIANO fuere, PRINCIPATVM defiisse contenderet. Cum enim longius ila societas imperantium ab ARISTO-CRATIA, quam a monarchia distet, confentaneum est, ut ab ea specie, cui proxima est, appellatio petatur. Ita Lacedemoniis II Reges fuerunt – DIA-ARCHIA --, id que Regnum vocabatur nec non verum fuisset Regnum,fi potestas vere summa fuisset. Præter quod extra ordinarius, atque ut ita loquar, accidentalis ile plurium concursus plerumque habetur. Unde formas peculiares DYARCHIAS  out TRI-ARCHIAS in Artem introducere nec congrueret, neque expediret; tamet si fatendum monarchiæ vocabulum tunc elleminus commodum. Accedit, quod isti Condomini, ut hivelbis similes a Germanis Jurisconfultis appellantur, non constituant collegium, adeoque nec mus plurium sententiam sequi compellatur. Nam ut hocjuris fit, opus est. parto, Condomini autem Imperium Civitatis habent eodem jure, quo plures eandem remi fine tractatus Societatis pro indiviso tenent. Quo casu notum est; quemque liberum Juc partis arbitrium, nec reliqucrum consensui obnoxium, retinere la 28. ff. c o m m .divid. Altri poi vi aggiungono IV altre forti d’imperi, cioè i III sopra-detti, quando sono corrotii, ovvero ingiusti, ed il IV da’ due oda III già esposti insieme uniti. Ma CICERONE stesso con diritta ragione afferma che ne’corrotti imperi la repubblica non più esiste. Onde di ella non possono essere così fatti imperi. Cum vero in iustus est Rex, quem tyrannum voca:aut injufti optimates, quorum consensus factio est. Aut in justus ipse Populus cui nomen usitatum mullum reperio nisi ut etiam ipsum “tyrannum” appellem. Non jam vitiosa, rola, dappoiche essa nulla alla mia intenzione può giovare. Or, nella monarchia, o sia nel regno, abbia avuto egli il suo principio dalla FORZA, o dal volere de cittadini, o dall'utile, o dalla paura stimolari, abbiano questi la facoltà di stabilire solamente i regnanti, o di conferirle anche l'impero. Aliter, dice Ubero, ediam etro instituunt, qui imperium immediate a deo esse volunt. Hi negant, imperium ullo modo a voluntate populi perdere, nec a civibus quicquam juris ad imperantes manare nec adeo causam monarchie, aut ullius in civitate potestatis esse populum, quos inter Ziegle rus ad Grotium Ethidictum P. Apostoliano bisali quoties adduetum, quod imperium sit humanæ creationis, interpretantur, quod sit hominibus proprium, vel ratione cause instrumentalis, quia per homines exercetur utuntur argumentis e sacris, de potestate solvendi ligandi sacramenta administrandi, quce ministro ecclefice competit. Quem ad modum igirur populus eligen dopaftorem non confert potestate millam nec conferre potest, quia non habet eam ipse, nihil que agit, quamut personam eleectam potestatia deo immediati proficiscenti applicet. Sic etiam populu, quando eligit regem, non confert pote [Huber. de Jur. Civit. Gudling. De Jur. Nat. ac Gent.] omnino nulla respublica est, quoniam non est res populi sed cum tyrannus eam factiove capesat. Nec ipse populus iam opulus est, si sit in justus, quoniam nonest multitude juris consensu et utilitatis communione sociata. E Bodino egregiamente dimostra che il composto di alcuno o di tutte le suddette III forme d'impero non può una città, o sia republica che tale sia secondo il fine che si è proposto, cio è la pace ed il giusto, costituire. Onde Gudlingio ebbea dire. Talem rei publice speciem qui appellant “mixtam”, ferendi quadantenus sunt. Si mixtum idem fonet atque irregulare, della qual cosa io non faccio più pa. [Edit. Ven. C. edit. Francf. an. Hobbes de CICERONE fragm. DE REPUBLICA. Bodino de Republ.] fta Cive. Bodino de Republ. Hobbes de Civ. Huber. Edit. Francf.] statem imperandi, sed personam electam producit eamque abhibet exercitio potestatis illia deo immediate conferendse ego qualis, quanta in ordinee juse fe debeat. Necquo minus populus imperium retineat, si id expedire judicet, deus intercesit. Multo minus quo parte mali quam imperii reservaret, umquam prohibuit; quodde ministerio ecclesiæ institutoque matrimonii nullo moda affirmare licet. Nel regno dico, a sia nella monarchia i principi anno II sorti di diritti. L’una, che ne costituisce l'impero in mezzo a' Popoli loro. L’altra, che determina il modo di averlo -- o sia per la quale il principe regna, o l’impero pofliede che modo di acquistarlo si può anche direttamente chiamare. Altera cautio est, dice Grozio, aliud efede requærere aliud ese modo habendi, quod non in corporalibus tantum sed et in in corporalibus procedit  Ed. Ubero:Poft Species Monarchie fequuntur modi,quibus. Regna acquiruntur. Hi funt velordi narii, vel extra-ordinarii. Priores duo sunt electio, do successio Extra-ordinarii per inde duo, matrimonium O jus belli. De jure belli o matrimonio dié tum quod satis sit, in superioribus. De forte nihil quidem, sed nec rarisime i nu fu est, aut pro electione fungitur; ut olim apud Per fasin Dario H. Staspide. E Gudlingio. Id queri dignum, an per duret vita O anima civitatis una, etiam fi vel electio obtineat, vel successio. Et putem id contingentibus ad numerandum que unitatem nec efficient pror sus, nec tollunt. Scilicet electio et successio per Jonas tangit, non autem modum regnandi definit, nec illum impedit imperanti dominica in subjectos, tamquam in servos proprios potestas competit. Appellatur etiam Dominatus. La qual forma di Regno se giudico, che mai si possa ritrovare fra gl’uonini, salvo la teo-crazia, bene del suo popolo, e non già di lui, dee ordinare le cose. Scrive Bodino. Rex est, qui summa potestate constitutus naturæ legibus non minus obsequentem se præbet, quam sibi subditos, quorum libertatem, ac rerum domini ac eque ac fucetuctur, fore confilit. Subditorum libertatem, ac rerum dominationem. adjecimus -- ut Jus Soc., Gent. Huber. De Jur. Civit. Gudling. de Jur. Nat. ac. Gent. Guiling, pergo Nat. Ac Gent. c. vel collate. Nec sequitur, cedunt e populi elientis voluntate. Primeva succedere videntur. Riguardando la prima di codeile II sorti di diritti ne procedono III forme di reggimento, osiano: di monarchie una in cui il regnante de’ Corpi, Beni de’ Cittadini dispoticamente dispone, e che perciò Erile o, o lia “barbarica” vien nominata, scrivendo Ubero. Dominatus finitur, quod sit imperium, quo princeps sibi subjectis ut pater familias servis imperat, omnium quetam quod ad o civilium naturam maxime ab effectibus vesti mandammo, rerum moralium, cuius limites excedere non licet imperii formam, et tenorem Si Deuscertam, electionem persone fatemur ejus juris vim in fringerenon populis, præscripserit potest auferre jus ligandi e Solvendi suispa pole, quam cætus fidelium invito adimere potest. Sed hoc de magis uxor viro principatum domus storibus aut non legimus esse determinatum. Hatenus quidem de imperio civitatis a deo, cui omnis anima debeat bere aliquem ese ordinem imperandi, atque parendi ef ita ex cestise subiecto non tamen res quam corpora dominus existens, actiones publicas ad suam præcipue utilitatem dirigit. Ed Arrigo Koehlero: Imperium dominicum seu despoticum dicitur osia governo di dio. E l’altra delle suddette forme di monarchia è quella, nella quale il Principe pel [Grot. De Jur. bell. Ac pac. Huber. de Jur. Civit.] tum promover. Imo successi opere nec mul ab antecedente electione pendet. Unde qui luc o de' in quo nec sequitur, ita pergit Zieglerus, homines ab initio Sponte adanéti in s ocietatem civilem coierunt ex hoc ortum habet potestas civilis. Ergo talis potestas origine est humana. Sic enim per indeliceret argumentari. Adam et Evas ponte adducticcierunt in matrimonium. Ergo matrimonium institutione NON est divinum. Huber. De Jur. Civit. Heinr. Toebl. Jus Soc., ut Regis, ac Domini distinctionem certam adhiberemus. Ed essa dicesi civile – leggendosi  in Ubero. Nobis igitur plures monarchie species non sunt considerande, quam hee duce, Regnum, et Dominatus, five Imperium, ut ARISTOTELE DAL LIZIO loquitier, außacidendo, aut Baplaponèv. Regnum verum et plenum est, ubi princeps habet summam, liberam potestatem faciendi in civitate quod ere  a petita., qui ed appresso. Ex his tertia resultat differentia, a fine diverso ristabiliti, est utilitas regnantis. Quae nec ipsa tamen absque commodo subjectorum potest custodiri. Ex his relique differentie, inter dominum, &. Reczorem, servos ac cives, de quibus Claudius ad Meherdatem apud Tacitum [TACITO (si veda) Annal. quæque similia per se intelliguntur. Ed anche comune; Scrive Kochlero: Imperium civile est jus præscribendi ea, quæ ad commune civitatis bonum promovendum faciunt. Eiusmodi imperium civile dicitur commune ad amplificationem boni civitatis communis tendat. E la terza delle II sopra-dette forme composta che mista vien detta. Scrivendo Grozio. Quisibi singulos subjicere potest servitute personali, nihil mirum est f li i d o universos sive ili Civitas fuerunt, sive Civitatis pars, subjicere sibi potest subjectione sive mere civili, sive mere herili, suve MIXTA. Riguardando poi la seconda forte degl’esposti diritti sorgono III altre forme di nellaquale il principe regna per elezione del suo popolo forma dicesi ELETTIVA. La II, in cui il principe riceve l’impero per legge generale dello stesso suo popolo o per CONSUETUDINE da questo ricevuta, per trasmetterlo poi a colui, che dalla medesima legge, viene stabilito; sia egli il primogenito del preterito regnante, o calui, che glinacque nel regno. Sia egli il FIGLIUOLO LEGITTIMO del PRINCIPE; ossia, il NATURALE, maschio, della stessa sua famiglia o dell'altrui; favorisca finalmente quella legge ipiù vecchi della Prosapia, o la linea del primo nato, la qual forma di regno da tutti sichia ma SUCCESSIVA, ed a molti una specie della prima, cio è una diversa sorte d’ELEZIONE essere si crede. Dappoichè scrive Ubero: Plane, origine cujufqueci vitatis inspecta, nullum non regnum ex voluntate populiortum, fuit electivum. Sed diversitas est in Regno Civili ordinaliter utilitas subjectorum. Quamquam illa fine commodo imperantium obtineri non potest. In Dominatu originalis Scopus Impe una parte di esso ma pel tempo della sua vita solamente. Venga co tale ELEZIONE, fatta o espressamente, o per via di sorte, o di deputati. E codesta electionis et successionis deincep sorta est, cum quædam ex imperiis ita funt delata principibus, ut identidem fedes vacua per electionem repleretur. Quædam it aut successio secundum ordinem certum propinqui sanguinis ab uno in alium devolveretur, ex prescripto Legis. Hanc quidem vocant electionis speciem. Quo modo Althusius in Polit. qui negant, ullum dari imperiumjure familie hereditarium, sed totum a populo dependens, quod G' in Anglia multi opinantur. Si dicerent, successione mele nihil, quamele &tionis primevæ continuationem, nihil errarent. Atfijus Imperiinum quam a populis alienari velint, resreditad STATUM [STATO] disputationis supra aliquotie speractze. Qua per electionem, ipsum jus Imperii independenter alienari posse probavimus, ad vitam, vel etiam pro heredi bus. Quie tunc est successio, non amplius a primis eligentibus dependens, sed familie propria, per actum alienationis.  Gudlingio: Id quæri dignum, an perduret vita in anima civitatis una, etiam sive lelečžic obtineat, vel successio. Bodin. De Republ.  Grot. De jur. bell. ac. pac. Regni. La prima, 3 Huber. De jur. Civit., Koehler, de Jur. Soc. Gent.Spe-o sia di princ: de jur. Nat. ac Gent. Huber. de jur. Civit.  Gudlingio, communi videbitur, Salva tamen civium libertate, proprietate rerum cim.V. de Imp. Civ. cum Et  xvii et putem id contingentibus ad numerandunt, quæ unitatem nec efficiunt prorsus, nectollunt. Scilicet eleftin, o luccelio personas tangit non autem modum regnandi definit, nec illum impedit, nec multum promovet ; imo fuccessio pene ab suo. Antecessore, ed ha l’arbitrio di lasciarlo a chi più gli piaccia, come della sua eredità privata fare ei potrebbe. E così fatti Regni diconfi EREDITARII. In tutte codeste cinque forme di regni sono comprese, siccome sarebbe agevole il dimostrare, tutte le differenze, che de' supremi Imperi delle monarchie si sogliono fare. Ele quali Ubero per modo di quistioni propone: Junt qui ex alisquo querebus differentiam fu m m e potestatis colligunt. Primo enim sotto posti. Ma quando vennero in Italia vi fondarono il regno, che è detto de Longobardi, osia dell'ITALIA e dil quale, e sotto i re loro, e sotto i re francesi, edi altre nazioni finchè dura  è sempre ELETTIVO. Che EREDITARIO è il Principato di Benevento. Che fimile a lui è il Principato di Salerno. Che non diverso da essi in tal cosa il Principato di Capua esser si vidde. Ma da poichè il più delle volte difficil cosa è il determinare daloro principii espo fie forme de sopradetti principati. Quindi è, che ne conviene  sovente immitare i più saggi investigatori del vero nelle produzioni della natura: iquali non potendo vedere le occulte caggioni di essa, da’ continui, e costanti effetti loro, quando esterna violenza non li disturbi, sicuramente le deducono. Scrive Newton tra quelli filosofi senza alcunfallo il più famoso. Ideo que EFFECTUUM NATURALIUM EIUSDEM GENERIS E ÆDEM SUNT CAUSÆ. Uti respirationis in homine doo in bestia. Descensus Lapidum in Europa in qualitates corporum, que intendi o remitti o nequeunt, queque corporibus omnibres competunt, in quibus experimenta instituere Ticet nun, a sibi semper consona. Extensio corporum non nisi per sensus innotescit, nec in omnibus sentitur. Sed quia sensibilibus omnibus competit, de universis affirmatur. Corpora plura dura este experimur; Oritur autem durities totius a duritie par tium, et in de non horum tantum corporum quæ fentiuntur, sed aliorum etiam omnium particulas indivisas es se duras merito concludimus. Corpora omnia impe netrabilia es se non ratione; sed sensu colligimus. Que tractamus impenetrabilia; Lucis in igne culinari do in sole; reflexionis lucis in ter America ra in Planetis inveniuntur, in deo oncliedimus IMPENETRABILITATEM efe proprietatem corporum universorum. Corpora omniam obilia efle et viribus quibusdam, quas viresiner tiæ vocamus, perseverare inmotu, velquiete, ex hifce corporum visorum proprietatibus colligimus. Extenso, Durities, IMPENETRABILITAS, Mobilitas,& Vis [Gudling., de jur.Nat., ac Gent.; Huber. De jur. Civit. antecedente electione pendet; unde qui succedunt, e populi eligentis voluntatepri meva succedere videntur. E finalmente la terza nella quale il principe possiede il regno per volere del git [Or dichiarari nella maniera sopradetta l'esposte cose io dico che i lombardi sono inprima nella Pannonia ad un Regno EREDITARIO vel plu, pro qualitatibus corporum universorum habende sunt TES CORPORUM NONNISI. Nam QUALIT A PER EXPERIMENT AINNOTESCUNT OQUE GENERALES STATUENDÆ, IDE MENTIS GENERALITER SUNT QUOTQUOT CUMEXPERI. possunt QUADRANT. De quemimi non possunt auferri. Certe contra experimentorum tenorem fomnia non funt, nec a Nature analogia recedendum temere confingendo est, cum ea simplex esse soleato, qua forma Reipublice Civitas gubernetur, Monarchia tant plurium dispoticum, an Civile regnum Patrimorium imperio. Et in Monarchia, sit ne Populo volente an invitofit conftitutum . Eligantur, niale, anquasi fructuarium, an perpetua sit potestas. Non an successionegaudeant imperantes.Temporalis Imperii variarivi parvitate vel magnitudine civitatum jus jummi nullis quoque Species hominum judicia sæpe perstrin fum. Denique, nominum titulorumque interesse pu iner inertie totius, oritur ab extensione, duritie, impenetrabilitate viribus inertice partium: inde concludimus omnes omnium corporumpartes minimas extendi, et durasele, o impenetrabiles et mobiles viribus inertice præditas. E nella festa maniera scrive Ubero, che s'abbiada giudicare nelle cose morali, e civili. Sed ego ita existi morerum moralinm, civilium NATURAM maxime ab effectibus cefti mandam. Perchè quando non ne è conceduto di avere documento dell'istituzione delle repubbliche, osia de'Principati, di cui ragioniamo. Da quello, che si è veduto sempre accadere in essi, quando estraneecaggioni l'ordine naturale non abbiano sconvolto, l'istituzioni suddette possiamo dirittamente argomentare. Egli è vero non però, che non di leggieri gl' Imperi Ereditari da Successori con regola cosi fatta si possono distinguere, imperocchè io alcuna forte di regni successivi all' ultimo Regnante succedono i figliuoli, od i più stretti Congionti ; E lo stesso avvienene Regni Ereditarjquandocoluisenza Testamento, o senza nomina real. cuno Estraneo Erede lascia di vivere la vita. Più folto bujo quellume fidee prendere, che si può, comechè picciolo, ed incerto egli e. Il Regno de’ Longobardi fu prima Successivo, a Ereditario, ed che, usciti dalla Scandinavia, provincia detta VAGINA GENTIUM, abitarono di qua dal Danubio ed I quali WINILI erano chiamati furono poscia detti LOMBARDI, o dalle finte o dalle vere LUNGHE loro BARBE, ovvero, secondo scrive Guntero, che altri affermino da’ popoli della Sassonia detti Bardi. Furono costoro inprimada Duchi eposcia da Refignoreggiati; ed il regno loro finchè rimasero nel loro paese, e sempre ereditario, ovvero successivo. Newton, Philus. Natur.princ.Ma Gregor. Turon. Excerp. Chron. ex Reg Fredeg. Schol. hist. Miscell. Paul. Diac. de Gefie Langob.. Gunt.  mobilitate, 9 appreso elettivo non potendosi che LA NATURALE INCHINAZIONE DEL SANGUE a figliuoli ed a Cogionti, gli Estran gli abbia permesso diante porre. Scrivendo GROZIO: Succeflio ab intefiato, de qua agimus, nihil aliud est, quam tacitum testamentum ex voluntatis conjectura. Quintilianus pater in declamatione: Proximum locum a testamentis habent propinqui: et ita, si intestatus qui sacfine liberis decefferit. Non quoniam utique jufium fit, ad hos per venire bona de functorum. Sed quoniam reliéta et velutin medio posita nulli propius videntur contingere. Quod de bonis noviter quæsitis diximusex NATURALITER proximis deferri, idem locum habebit in bonis paternis avitisque, finecipsiaquibusvenerunt, nec eorum liberi extent ita ut gratie Philuf. edit. Ami. Paulo Diac. De Gest. Langob., istelod. Huber., de jur. Civ., Reginon. Chron. inprinc. de RegnoWi., Grot. De jur. bell. Ac pac. nilorum. Constant. Porphyrog. De Themat. Gregor.Turon.Excerp.Chron.exc Otto Frifingens. De Geft. Friderici Impe credere De Popoli Q. Agle  relatiólocum noninveniat. Ondeda Equali essettinonsi possono argomentare diverse cagioni. Ma nel. Grice: “This conceptual analysis of the noble is complicated – noble is the male who merits recognition from his community.” Nono duca di Laurino. Troiano Spinelli, duca di Aquara e di Laurino. Troiano Spinelli di Laurino. Spinelli di Laurino. Laurino. Keywords: implicatura, analisi geometrico della’economia razionale, Broggio, lombardia, lombarda, lunga barba.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Laurino” – The Swimming-Pool Library. Laurino.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lavagnini: il deutero-esperanto – la scuola di Siena – filosofia toscana -- filosofia italiana –Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano. Siena, Toscana. L. progetta una lingua inter-nazionale su base latina che chiama “neo-latino” e ci prova con l'uni-lingue (o inter-lingue) pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'inte-rlingue od uni-lingue, Roma, e con il Monario, dato alle stampe nel Corso de Monario prima e in “Interlexico  Monario: Italiano français English deutsch kum introduxion rammatal appendo, fonetal regios, Casa Editrice Elettica (Casella Postale 331), Roma.. Persona informo Naskiĝo en provinco Sieno Morto en Meksiko Lingvojitala ŜtatanecoItalio Reĝlando Italio Redakti la valoron en Wikidata Okupo Okupoverkisto Redakti la valoron en Wikidata v • d • r Okultisto, naskiĝis en Italio, mortis en Meksikurbo, Magistro de framasonismo, ano de ACADEMIA PRO INTERLINGUA, fondinto de la Asociación Biosófica Universal kreinto de la planlingvoj "Monario" kaj "Mondi Lingua", esperantidoj kaj "Unilingue", modifita latina. La projektoj de L., laŭ oni pensas, estis tre influita de ideoj de aŭtoro pri la "perfekteco" de sanskrito kaj kelta lingvo, ĉefe laŭ verba aspekto. Pro tio, la verbaj formoj estas tre malsimplaj, kiel en Volapuko. Li estis framasonisto ano de la Martinismo en Italio. En lia tekstoj framasonaj oni vidas influojn de Teozofio, astrologio kaj jogo, ankaŭ rimarkindaj en la teorioj de la Asociación Biosófica, kion li fondis en Ameriko. Verkoj Colección de manuales masónicos Grammatica dell' Unilingue od Interlingue, Rom. Corso di Monario, Rom. Interlexiko Monario: italiano, francais, english, deutsche, Rom. Kurso astrologis, Short lessons on Mondi Linguo, Mexiko. Hacia una lengua internacional, Mexiko. Origin astronomic del Alfabeto (s.j.). Bibliotekoj PeEnEo: Kategorioj: Mortintoj en MeksikoNaskiĝintoj Mortintoj VirojNaskiĝintoj Mortintoj InterlingvaoLingvokreinto. j. Interlingue Con questo nome si conoscono una serie di progetti di lingua internazionale (- AUSILIARIA INTER-NAZIONALE, LINGUA) fra cui: l'I. di Triola (- TRIOLA), più conosciuto con il nome di «Italico» (ITALICO): l'I. di L. (- L.) sinonimo del progetto denominato Uni-lingue elaborato nel corso pro Corrispondenza d'inter-lingue od unilingue, pubblicato a Roma (Drezen), di cui ecco un esempio:  L’uni-lingue deve esser ante omnicos un lingue vivent, germinat ex principies fundamental, nascent naturalmen del leyes general, vegetant quam un plante, segun li lineas, in queles es cultivac, absorpente circum se e assimilance li materies de su vive.  (Duticenko)  Infine esiste l'I. di Wahl (WAHL) che, per motivi politici. ribattezza il suo precedente progetto chiamato «Occidental» (OCCIDENTAL) con il nome di I. (Monneror-Dumaine; Silfer). Aldo Lavagnini. Lavagnini Keywords: monario, il deuteuro-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lavagnini.” Lavagnini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ermetico-esoterica – filosofia marchese – la scuola di San Severino Marche -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Severino Marche). Filosofo italiano. San Severino Marche, Marche. Grice: “I would call Lazzarelli a Pythagorean; most Italian philosophers are, as most English philosophers are Lockean!” -- Grice: “I would call Lazzarelli what Italians call ‘un filosofo ermetico.’ He certainly flouts all my desiderata for conversational clarity!” Il documento più importante per ricostruire la vita di L. è “Vita L.” scritta da Filippo L. e indirizzato all'umanista Colocci. L. e educato e vive a Campli, in Abruzzo, dove frequenta la biblioteca del Convento di San Bernardino da Siena, che egli cita nella sua opera i Fasti Christianae Religionis. Riceve da Sforza un premio per un poema sulla battaglia di San Flaviano. Ha contatti con i più importanti filosofi dell'epoca ed e seguace dell'ermetismo. Raccolse il Pimander di FICINO, l'Asclepio e tre trattati sull'ermetismo realizzando una versione che amplia il corpus testi ermetici. Autore di saggi a carattere ermetico come il “Crater Hermetis,” in sintonia con il sincretismo religioso dei suoi tempi e in anticipo sulla filosofia di PICO (si veda), con la fusione del cabalistico e il cristiano, ma anche di poemetti a carattere allegorico come l'”Inno a Prometeo” o didascalico-allegorici come il “Bombyx”. Altri saggi: “De apparatu Patavini hastiludii, Padova; “De gentilium deorum imaginibus”, dedicato a Borso d'Este e a Federico da Montefeltro; “Fasti christianae religionis” dedicato a Sisto IV,  Ferdinando I d'Aragona e Carlo VIII, Bertolini, Napoli; Epistola Enoch, Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma; “Diffinitiones Asclepii”;  De bombyce, Lancellotti, Aesii; “Crater Hermetis edito in Pimander Mercurii Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei; “Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate divina”; “ Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano” (Parigi); Vademecum ( Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma); “Un carme per la morte della duchessa d'Atri, Biblioteca del Seminario di Padova; “Carmen bucolicum” (Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection); carmi di occasione -- tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) (Biblioteca nazionale di Napoli); epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita. Il testo dell'opera può essere letto in M. Meloni,"Lodovico Lazzarelli umanista settempedano e il “De Gentilium deorum imaginibus”, in Studia picena, pubblicato in appendice a C. Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in S. Champier, in Umanesimo e esoterismo, l’esoterico E. Castelli, Padova, pG. Roellenbleck, Opusculum de Bombyce, anche in edizione moderna integrale in C. Moreschini, Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis" -- studi sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Dizionario Biografico degli Italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia ermetica, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere, L..  rivista Campli Nostra Notizie. L. Nacque di nobile famiglia di Campli. La tradizionale data di nascita è stata recentemente corretta da Tenerelli sulla base di un'annotazione manoscritta che si legge nella biografia del L. composta dal fratello Filippo (meglio trascritta da Meloni) e della notizia d'archivio riferita da Aleandri, secondo cui il padre risulta già morto. L. stesso ama definirsi "Septempedanus", dal nome dell'antica colonia romana che sorgeva nei pressi dell'odierna San Severino Marche.  Alla morte del padre, L. si trasfere a Campli, presso Teramo, dove riceve la prima educazione e - stando alla citata biografia, non immune da toni agiografici, scritta subito dopo la morte - egli dimostra precocemente inclinazioni filosofiche, tanto da comporre un carme sulla battaglia di San Flaviano che gli merita le lodi di Sforza, signore di Pesaro, oltre che l'appellativo di "antiquorum poetarum simia".  L'episodio è il primo di una serie di testimonianze che permettono di ricostruire alcune tappe, peraltro dalla cronologia, della vita fitta di spostamenti condotta dal L. E dapprima ad Atri, con l'ufficio di istitutore del figlio del signore della città, Capuano, dove compose un carme esametrico per la morte della duchessa Balzo, indirizzato con un'epistola accompagnatoria al fratello Filippo, allora studente di diritto a Padova, che, nella sua biografia, la define "sententiis quidem refertam quam optimis ultra eius aetatem". E a Teramo presso Campano, "ut eiusdem Campani fratrem amoenioribus artibus inficeret simulque ut ipse viri familiaritate doctior fieret" (Lancellotti), dove si applica allo studio della filosofia. Il fratello riferisce di essere stato testimone a Teramo di una sua disputa con un tal Vitale ebreo, che nega la Trinità, e che sarebbe stato vinto anche grazie all'allegazione da parte del L. di autorità talmudiche. Di qui passa a Venezia, dove perfeziona lo studio del latino alla scuola di Merula. Il componimento esametrico De apparatu Patavini hastiludii, scritto in occasione dei giochi e nel quale i componenti dell'Accademia padovana dei giuristi sono comparati a personaggi mitici, rivela una buona dimestichezza con l'ambiente accademico patavino. Forse su suggerimento di Merula compose un Carmen bucolicum, costituito da X egloghe dedicate ai principali misteri della vita di Cristo: l'avvento preannunciato dai profeti, la natività della Vergine, l'incarnazione del Verbo, la nascita, la passione e la morte, la discesa agli inferi, la resurrezione, l'ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo, l'assunzione di Maria Vergine. Al soggiorno in Veneto è inoltre legato il più importante riconoscimento pubblico dell'attività poetica del L., l'incoronazione per mano dell'imperatore Federico III, nella chiesa di S. Marco a Pordenone.  Secondo il racconto del fratello, L. si reca presso l'imperatore, di passaggio nel suo viaggio verso Roma, e, colta un'occasione propizia, gli avrebbe declamato un suo carme esametrico, accolto con plauso dall'imperatore che spontaneamente gli avrebbe conferito l'alloro poetico. L. stesso celebra poco più tardi l'evento nell'egloga Laurea.  Una serie di stampe, del tipo dei tarocchi del Mantegna, acquistata in una bottega di Venezia, fornì al L. lo stimolo per la composizione dei due libri De gentilium deorum imaginibus, poemetto di carattere mitologico-astrologico. I più rilevanti testimoni dell'opera sono due manoscritti della Biblioteca apostolica Vaticana (Urb. lat.), entrambi di elegante fattura e corredati da una serie di sontuose miniature (che ricordano, appunto, la tipologia mantegnesca dei tarocchi). I due codici sono dedicati a Federico di Montefeltro, ma la dedica del ms. 716 è vergata in modo evidente su una dedica precedente abrasa, che Campana è riuscito a leggere parzialmente, quanto basta però per riconoscervi il nome di Borso d'Este. È così possibile datare il manufatto, e quindi l'ultimazione dell'opera, al lasso di tempo dall’assunzione del titolo ducale di Ferrara da parte di Borso alla sua morte. Anche all'interno del testo il nome di Borso è sistematicamente sostituito con quello di Federico e i passi relativi sono adattati al nuovo dedicatario. Il ms. è portatore di una seconda redazione, fin dall'inizio dedicata a Federico già insignito del titolo ducale di Urbino, quindi posteriore. Meloni ipotizza che si possa riconoscere in quest'ultimo il codice originariamente pervenuto a Urbino e che il ms. vi sia giunto più tardi, non solo riconfezionato come si è detto, ma anche corredato di un ulteriore carme finale di congratulazioni per la guarigione di Federico da una grave malattia, attribuibile alle conseguenze dell'incidente occorso al duca.  L'originaria dedica a Borso d'Este è perfettamente congruente con la cultura astrologica praticata a Ferrara, ma non estranea neppure alla corte urbinate. L'opera amplifica la consuetudine di "appropriare", nel gioco praticato a corte, dei versi alle carte, secondo il modello dei tarocchi boiardeschi. Ma iL. intende riscattare dall'uso ludico le antiche immagini delle carte, diffuse anche presso il volgo, che "triumphos / appellat tactu commaculatque rudi / priscorum formas et simulachra deorum", per restituirle alla loro funzione astrologica e sapienziale di rivelare il vero "obliquis figuris", poiché "invenere suis corrispondentia rebus / signa olim vates et simulachra deum, / quae nunc pro nihilo reputant, gens indiga sensus, / sacrilegi et ludis asseruere suis.. Nel primo libro sono presentate e descritte, in successione, le sfere celesti, dalla Prima causa alla Luna, con l'aggiunta di un carme conclusivo dedicato alla Musica come prodotto delle sfere celesti. Dei pianeti, identificati con gli dei antichi, sono descritte le immagini, indicate le rispettive domus (i segni zodiacali), sinteticamente narrati i principali miti che hanno come protagonista il dio eponimo, fornite essenziali notizie astronomiche e illustrati gli influssi astrologici. Il secondo libro presenta le immagini della Poesia, di Apollo e delle nove Muse, di Pallade, Giunone, Nettuno, Plutone e, infine, della Vittoria (alla quale è dedicato un carme in versi eroici, mentre tutti gli altri sono in distici elegiaci). Nei due codici urbinati, come si è detto, la descrizione verbale trova riscontro e integrazione nel ricco apparato iconografico che, a sua volta, può aver ispirato elementi decorativi del palazzo ducale di Urbino.  La vicenda compositiva del poemetto probabilmente si compì durante il soggiorno di L. a Camerino, dove era stato chiamato da Giulio Cesare da Varano per attendere all'educazione del nipote Fabrizio. L. intraprese quindi la stesura di un nuovo ambizioso poema, i Fasti Christianae religionis, che portò a compimento in una prima redazione a Roma, dove si recò al seguito di Lorenzo Zane, patriarca di Antiochia, presso il quale approfondì gli studi astronomici e astrologici.  La composizione del poema è dai biografi (e, in primis, dal fratello) addotta a documento dell'ortodossia religiosa del L., contro i sospetti di esercitare arti magiche: "Quidam, livore atque invidia perfusi, et palam et in occulto Lodovicum criminari coeperunt, dicentes ipsum negromanticis magicisque artibus, sive praecantationibus, operari" (Vita Lodovici). L. avrebbe, in effetti, compiuti alcuni esorcismi, vaticini e guarigioni, ma sempre attraverso il segno della Croce e la mediazione dell'assistenza divina.  Bertolini ha ricostruito la complessa vicenda compositiva dei Fasti sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti (tra cui il ms. Vat. lat., autografo, nel quale si depositano varie fasi redazionali) e delle indicazioni cronologiche interne, che permettono di riconoscere tre redazioni: una prima, dedicata al pontefice Sisto IV, compiuta entro il 1480; una seconda dedicata al re di Napoli Ferdinando d'Aragona e a suo figlio Alfonso duca di Calabria, compiuta immediatamente dopo, entro il 1482; una terza più tarda, dedicata al re di Francia Carlo VIII, probabilmente abbandonata dopo il fallimento dell'impresa italiana del sovrano. Si tratta di un vasto poema in sedici libri, costruito secondo il modello del Fastiovidiani. Sono descritte e celebrate le ricorrenze liturgiche cristiane secondo la loro successione nel calendario; vengono inoltre introdotte osservazioni di carattere astronomico e saltuarie indicazioni relative alle attività agricole. I primi tre libri celebrano le feste mobili del calendario liturgico, i dodici successivi sono dedicati ai singoli mesi, cominciando da marzo, l'ultimo tratta del Giudizio finale.   Il poema ricevette onorata accoglienza da parte dell'ambiente romano, come dimostrano i due epigrammi del Platina e di Paolo Marsi riferiti dal fratello Filippo e pubblicati dal Lancellotti, nei quali il poeta è celebrato come una sorta di OVIDIO (si veda) reincarnato. Al Platina sono anche indirizzati un paio di epigrammi del L., il secondo dei quali in morte.  Secondo Foà, al 1481 daterebbe la conoscenza con Correggio, alla quale lo stesso L. attribuisce un ruolo fondamentale per la propria conversione alle dottrine ermetiche. L'episodio più noto relativo al rapporto fra i due e al quale il L. stesso fa emblematicamente riferimento risale però all'11 apr. 1484, domenica delle palme, sotto il pontificato di Sisto IV, quando assistette all'apparizione romana di Giovanni da Correggio che, a cavallo e coronato di spine, attraversò la città e, pur privo di qualsiasi istruzione grammaticale e retorica, predicò al popolo compiendo atti e riti simbolici e manifestando una sapienza teologica dovuta a una sorta di mistica ispirazione che gli valse anche incontri con il pontefice e vari prelati.  Gli studi di Kristeller hanno infatti dimostrato l'appartenenza al L. dell'Epistola Enoch de admiranda ac portendenti apparitione novi atque divini prophetae ad omne humanum genus, dove è diffusamente narrato il viaggio romano di Giovanni da Correggio seguito da una dichiarazione dell'autore di piena adesione e di conversione: "quod novae ac tantae rei sacramentale mysterium ego attonitis aspiciens oculis, mecumque ipse attente et ex totis animi viribus tunc revolvens, ne diuturnior obesset mora, relictis Parnasi collibus ceterisque omnibus, ad montem Syon primus eum sum protinus insequutus" (ed. Brini).  Con lo stesso pseudonimo di Enoch il L. firmò anche alcuni epigrammi dedicati agli scritti dello Pseudo Dionigi l'Areopagita e, soprattutto, le prefazioni ai testi contenuti nel ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, una raccolta completa del corpus ermetico nella traduzione di Marsilio Ficino, integrato dall'Asclepius attribuito ad Apuleio e dalle Definitiones Asclepii (ignote a Ficino perché mancanti nel suo codice), tradotte per la prima volta dallo stesso Lazzarelli. Nelle tre prefazioni, una delle quali in versi, il L. indirizza la sua opera di raccoglitore e traduttore a Giovanni da Correggio, nel tono solenne e sacrale dell'iniziato, affermando il sincretismo tra teologia cristiana e teologia ermetica, sostenendo, contro Ficino, la maggiore antichità di Ermete Trismegisto rispetto a Mosè e presentando la propria conversione dalla poesia agli studi sacri come una vera e propria rigenerazione: "quondam poeta nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius" (Kristeller).  L. entra quindi in rapporto con  Colocci quando questi, avendo con sé il nipote Angelo, si trovava nel Regno di Napoli come governatore di Ascoli Satriano. Secondo Fanelli, i Colocci passarono nel Regno di Napoli: poco prima andrebbero dunque collocate la composizione e la stampa del poemetto del L. De bombyce, dedicato "ad Angelum Colotium honestae indolis puerum".  La datazione dell'opera è controversa e il più recente editore, Roellenbleck, ne propone una molto più alta, che peraltro non si concilia con la tematica ermetica del poemetto né con l'anno di nascita di Colocci, che pare dovesse avere un'età idonea a essere prescelto come lettore esemplare ("lege sollicito mea carmina visu"), vero e proprio filius da rigenerare (l'appellativo di puer può avere un'estensione molto ampia). Il Bombyx si presenta, infatti, come un poemetto didascalico dedicato all'allevamento del baco da seta, ma teso a svelarne, sulla traccia di analogie già suggerite da s. Basilio, la simbologia cristologica e a farne il simbolo di una rigenerazione alla quale tutti gli esseri umani sono chiamati, compiuta la quale potranno a loro volta generare una prole divina: "Surgite, terrigenae, bombycum exempla sequuti. Linquite corporeos sensus, mens candida regnet Sancta palingenesis vos complectatur et orti / rursus humo coelum penitus penetrate relicta Gignite divinam repetito semine prolem. Quo pacto id fieri possit, mox forte docebo,  hic gradus aethereo primus statuatur Olympo. L'ulteriore opera dedicata al tema della generazione divina, annunciata in chiusura del Bombyx, può forse essere riconosciuta nel De summa hominis dignitate dialogus qui inscribitur Crater Hermetis. Si tratta di un dialogo nel quale sono inseriti alcuni componimenti poetici, di vario metro, nei momenti di maggiore intensità d'ispirazione e di proclamata esaltazione mistica. Gli interlocutori sono lo stesso L., che ha ruolo di maestro, e il re di Napoli Ferdinando d'Aragona, dopo che, ormai vecchio, ha ceduto il governo dello stato al primogenito Alfonso II. Queste indicazioni permettono di collocare l'azione, e anche la composizione, tra il 1492 e la morte del re. Il recente editore, Moreschini, ha anche riconosciuto due redazioni dell'opera, la più antica testimoniata dal ms. della Biblioteca nazionale di Napoli, la seriore dalla stampa procurata  da Lefèvre d'Étaples a Parigi. La differenza più evidente tra le due redazioni consiste nella presenza, nella prima, di un terzo interlocutore, PONTANO, con il ruolo, secondario ma non indifferente, di affiancare il re, discepolo entusiasta e convinto, come poeta desideroso di approfondire anche verità filosofiche e teologiche. L'origine del titolo è in un passo del Corpus Hermeticum in cui si parla di un crater inviato d’Ermete sulla terra affinché in esso gli uomini possano battezzarsi e ricevere così l'intelletto che li rende capaci di partecipare alla gnosi. A conclusione dell'opera il L. si autorappresenta come colto da una sublime ispirazione che lo rende capace di rivelare il mistero della generazione di anime divine da parte del vero uomo, che ha raggiunto la pienezza della conoscenza e che si rende così simile a un dio. Moreschini osserva come nella seconda redazione il L. eviti di rendere troppo espliciti i rapporti tra ermetismo e cristianesimo (lo stesso titolo, nella prima redazione, recitava: … qui inscribitur via Christi et crater Hermetis), attenuando, per esempio, le argomentazioni che tendevano ad attribuire all'ermetismo priorità cronologica (e anche genetica) nei confronti di ebraismo e cristianesimo. Lo scritto manifesta inoltre ampie conoscenze cabalistiche e talmudiche, che tradizionalmente si ritenevano patrimonio, in quegli anni, del solo PICO (vedasi).  Ultima opera del L. sembrano essere i De mathesi et astrologia libri, segnalati da LANCELLOTTI, che invano ne cerca copia presso gl’eredi del filosofo. Brini ne propone, ma senza indizi veramente probanti, l'identificazione con un trattato di alchimia, conservato nel ms. 984 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: una raccolta di preparazioni alchimistiche tratte daLullo e da altri, presentate da L. con un breve testo introduttivo che si apre con un epigramma di sei distici. Il L. stesso, definendo questo suo libro vademecum, ne indica il contenuto: "agemus in hoc libro Vade mecum de alchimia que est naturalis magia et vocatur astrologia terrestris. In questa scienza dichiara di essere stato istruito "a Joane Ricardi de Branchis de Belgica provincia […] qui in hoc fuit magister meus currente ab incarnatione verbi" (ed. Brini).  Nella sua biografia il fratello attribuisce al L. capacità divinatorie attraverso il sogno -- habebat somnia, quae potius visiones, sive oracula dici potuissent" (Vita Lodovici) - e in sogno il L. avrebbe anche antiveduta la propria morte, intervenuta a San Severino a pochi giorni di distanza da quella del fratello Girolamo. Delle opere del L. sono a stampa: De apparatu Patavini hastiludii, Patavii; De gentilium deorum imaginibus, a cura di O'Neal, Lewiston, NY; Fasti Christianae religionis, a cura di M. Bertolini, Napoli; Epistola Enoch, Venezia, cfr. Indice generale degli incunaboli [IGI]), ora a cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo, Roma; la traduzione delle Diffinitiones Asclepii in appendice a Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in uno scritto di Symphorien Champier, in Umanesimo e esoterismo, a cura di E. Castelli, Padova; le prefazioni del ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo in appendice a P.O. Kristeller, Ficino e L.. Contributo alla diffusione delle idee ermetiche nel Rinascimento, Annali della R. Scuola superiore di Pisa, quindi in Id., Studies in Renaissance thought and letters, Roma; De bombyce [Roma, Eucharius Silber, s.d.] (IGI) quindi in Bombix. Accesserunt ipsius aliorumque poetarum carmina, a cura di Lancellotti, Aesii, e ora in G. Roellenbleck, Ludovico Lazzarelli Opusculum de Bombyce, in Literatur und Spiritualität. Hans Sckommodau zum siebzigsten Geburtstag, a cura di Rheinfelder, Christophorov, Müller-Bochat, München; Crater Hermetis nel corpus di testi ermetici raccolti da J. Lefèvre d'Étaples: Pimander Mercurii Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei. Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate divina. Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano, Parisiis, in officina Henrici Stephani, quindi, in edizione moderna, parzialmente, a cura di Brini in Testi umanistici sull'ermetismo, e, integralmente, in C. Moreschini, Il Crater Hermetis di L., in Id., Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis". Studi sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Vademecum, a cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo. Ampie sillogi di scritti del L., frutto di compilazioni sette-sono contenute nei mss. della Biblioteca comunale di San Severino Marche; il carme per la morte della duchessa d'Atri è conservato nel ms. della Biblioteca del Seminario di Padova (cfr. A. Tissoni Benvenuti, Uno sconosciuto testimone delle egloghe di Calpurnio e Nemesiano, in ITALIA medioevale e umanistica. Il codice unico del Carmenbucolicum si trova nella Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection; una silloge di carmi di occasione (tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) è nel ms. V. E. della Biblioteca nazionale di Napoli. Gli epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita si leggono nel ms. della Walters Art Gallery di Baltimora.  Fonti e Bibl.: San Severino Marche, Biblioteca comunale, Mss.; due copie di Lazzarelli, Vita L. Septempedani poetae laureati per Philippum fratrem ad Angelum Colotium, da cui deriva in gran parte la biografia premessa da Lancellotti al poemetto del L. Bombix…, cit., Aesii; Vecchietti - Moro, Biblioteca picena, V, Osimo, Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni tempo e d'ogni nazione, Milano, Aleandri, La famiglia L. di Sanseverino (Marche), in Giorn. araldico genealogico diplomatico italiano, Ohly, Ioannes Mercurius Corrigiensis, in Beiträge zur Inkunabelkunde, Thorndike, A history of magic and experimental science, V, New York, Donati, Le fonti iconografiche di alcuni manoscritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in La Bibliofilia, vi è riferita la lettura di Campana della dedica del ms. Urb. lat. Kristeller, Lodovico L. e Giovanni da Correggio, due ermetici del Quattrocento, e il manoscritto II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, in Biblioteca degli Ardenti della città di Viterbo. Studi e ricerche, a cura di Pepponi, Viterbo, Delz, Ein unbekannter Brief von Pomponius Laetus, in Italia medioevale e umanistica, Ubaldini, Vita di Colocci, a cura di Fanelli, Città del Vaticano, Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L., in Res publica litterarum, Sosti, Il "Crater Hermetis" di L. L., in Quaderni dell'Istituto sul Rinascimento meridionale, Tenerelli, L. ed il rinascimento filosofico italiano, Bari, Saci, L. L. da Elicona a Sion, Roma; Foà, Giovanni da Correggio, in Diz. biogr. degli Italiani, LV, Roma, Walker, Magia spirituale e magia demoniaca da Ficino a Campanella, Torino, Meloni, L. L. umanista settempedano e il "De gentilium deorum imaginibus", in Studia picena; Kristeller, Iter Italicum, ad indices; Rep. fontium hist. Medii Aevi. Luigi Lazzarelli. Lodovico Lazzarelli. Ludovico Lazzarelli. Lazarelli. Keyword: implicatura ermetica, mascolinita romana, religione officiale romana, campo marzio, marte, dio della guerra, marte come pianeta, il simbolismo di marte nell’arte e la filosofia, marte e apollo, marte e Nietzsche --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lazzarelli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lazzarini: il deutero-esperanto – filosofia ialiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato mai da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo [VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli.  Si potrebbe continuare a lungo, ma a questo punto è già ben chiaro al lettore da dove provenga quel testo riprodotto nel riquadro di qualche paragrafo fa: da un saggio presente nel volumen ritrovato. Riportarne il titolo integrale equivale anche a dare le risposte alle due domande proposte (del refuso non vale la pena parlare). Infatti, troneggia il titolo "Il latino sine flexione" di PEANO (si veda), memora a firma di L..  Che PEANO (vedasi), che quasi con certezza è il maggiore matematico prodotto dall'Italia negli ultimi due secoli, ha profuso gran parte del suo tempo nel tentativo di creare una lingua che è a un tempo precisa e semplice, insomma perfetta sia per la matematica che per tutti gli altri scopi a cui una lingua è deputata, è cosa che si ritrova anche nelle note biografiche più frettolose sul genio cuneese. È però assai più raro, a meno che lo si ricerchi esplicitamente, imbattersi in qualche esempio scritto nel suo latino sine flexione L. invece ne riporta un lungo brano, dopo aver ricordato, tra le altre cose, che quello di PEANO (vedasi), recentissimo ai tempi della pubblicazione del volume del periodico, non è stato un tentativo particolarmente originale, visto che di lingue universali precedenti al latino sine flexione ne sono già comparse almeno altre sette, tra cui l'Esperanto. Spiega poi come il problema di una lingua universale ben strutturata se lo fosse posto già Leibniz, il quale elencava dei principi da seguire per chi si fosse voluto impegnare nell'impresa di crearla; e si vede che Peano a quei principi leibniziani si attiene diligentemente: applica l'eliminazione delle desinenze nei casi e impiega in sostituzione delle particelle specifiche. Elimina le coniugazioni dei verbi, usando solo l'infinito del verbo senza il "-re" finale (dicere→dice→dire; mensurare→mensura→misurare; scire-sci→sapere,  etc.), e attua  l'eliminazione della specificazione del genere nei nomi. In questo modo, armati di un vocabolarietto di latino in grado di ricordarci il significato di alcune parole dimenticate (oporte→ occorre; igitur→ allora, etc.) il saggio dove diventare ragionevolmente leggibile, una volta appreso che nella Pisa l'unità di lunghezza è la pertica e quella di superficie il panoro, e che un panoro equivale a 5,5 pertiche quadrate, come ricorda PEANO (vedasi). PEANO (vedasi) dimostra con pochi calcoli elementari che il fatto che FIBONACCI (vedasi) asserisca che per trovare l'area di un cerchio basta dividere per 7 il quadrato del diametro implica che per il pisano valeva l'uguaglianza n = 2. È divertente vedere PEANO (vedasi) destreggiarsi senza timore tra pertiche e panori, ed è curioso anche l'uso spregiudicato che fa dei "numeri misti", ormai passati quasi del tutto nel dimenticatoio,  2 "Discrimen generis nihil pertinet ad grammaticam rationalem", sancisce Leibniz, e chissà cosa avrebbe pensato oggi che le discussioni su quale sia il modo più corretto per trattare al meglio il genere delle persone sono molto divisive e cariche di significati che trascendono la mera razionalizzazione della lingua. Con numeri misti si intende quella grafia che consente di scrivere ad esempio "5½" - come fa PEANO (vedasi) nella citazione - semplicemente accostando un numero intero e una frazione, senza esplicitare il sottinteso segno "+". È un metodo di scrittura di numeri frazionari abbastanza naturale, ma poiché di solito l'assenza di segno è caratteristica delle moltiplicazioni, la grafia può generare confusione, ed è caduta in disuso. Nei paesi di lingua inglese è però ancora abbastanza diffusa, al punto che la maggior parte delle scuole dedicano qualche lezione all'aritmetica dei numeri misti. Atkinson, noto appassionato di matematica ricreativa e dell'Italia ha condotto una ricerca sulla sopravvivenza dell'uso dei numeri misti nella nostra nazione, con risultati curiosi e piacevolmente  piasmentmathssesantat/ divulgazione/matematica-il linguagiortini Versa pubblicato  su  MaddMaths!: forse con le sole eccezioni dei voti  sui compiti in classe e dei tabelloni di alcune  metropolitane che segnalano l'arrivo dei treni con una precisione fino al mezzo minuto.  L'escursione in quel dimenticato volumen si è rivelata già ampiamente sufficiente a dimostrare quanto possa essere gratificante il "viaggio nella libreria", anche quando si  riduce solo a una gitarella di un paio d'ore. E si potrebbe chiudere qui anche questo articolo, una volta pagato un minimo pegno di riconoscenza all'autore del sagio saccheggiato. Ma tutti i viaggi che si rispettino presentano almeno un paio di imprevisti, e nel nostro caso è proprio L. a fornircene uno.  Come recita il suo frontespizio, il "Periodico di Matematica per l'Insegnamento Secondario" non è una rivista accademica destinata ad ospitare memorie di ricercatori professionisti, ma un giornale che perseguiva la missione di facilitare il lavoro di chi si occupa di insegnamento. Per quanto nel celebrato indice rifulgano tra gli autori nomi di matematici di prima grandezza, è assai probabile che tra i collaboratori più o meno abituali comparissero anche coloro che più di altri conoscevano i dettagli della didattica, cioè proprio i professori, ed è quasi certamente tra questi che occorre collocare il nostro L.. Pur essendo assente dai maggiori siti specializzati in biografie dei matematici più importanti, una ricerca un po’più generale intercetta facilmente un saggio che lo riguarda.  L'autore è Hans van Maanen, direttore di "Skepter", la rivista dell'associazione di  "scettici", e perciò in qualche modo consorella della corrispondente associazione italiana, il CICAP fondato d’Angela. Naturalmente, la maniera di gran lunga migliore per godersi il saggio è quello di leggerlo direttamente. Ma per chi si accontenta di un riassunto veloce giusto per capire come L. scrive qualcosa che quasi un secolo dopo ha molto irritato un pezzo grosso di Nature, ne riporteremo i punti salienti.  Vista la lunga estensione temporale della storia, forse vale la pena di procedere  cronologicamente.  Premessa: Buffon, osserva che il valore di n è determinabile per via sperimentale con il metodo che resta famoso nella storia proprio con il nome d’ago di Buffon. Immaginando un pavimento diviso in sezioni trasversali di larghezza s, lanciando a caso un ago di lunghezza a e registrando le volte m che l'ago intercetta una delle linee del pavimento, presupponendo un numero di lanci n tendente a infinito, si può risalire al valore di a utilizzando i rapporti s/a e m/n.  Il nostro L. pubblica, sempre sul  Periodico di Matematica per l'Insegnamento, (ma  volume XVII,  non il  XIX  ritrovato  nel  "viaggio in  libreria"), un sagio in cui  afferma di aver applicato il  metodo di Buffon e di aver  ottenuto un valore sperimentale di n esatto fino alla sesta cifra decimale, 3,141529, con una serie di 3408 lanci di cui 1808 positivi, e con valore di a pari a 2,5 e s pari a 3,0. Nell saggio afferma anche di aver raggiunto il risultato grazie a una sua [Ho avuto invece approssimazione maggiore col disporre la retina traversalmente, vale a dire coll'utire tra loro i lati maggiori del rettangolo. Qui le espurienze vanno divise in doe serie, ginechi. Mentro ho mantenuto sempro costante la lunglezza della sbarretta. ho fatto invece variare l'altezza della striscia compresa fra le parallele: ed ecco i rimaltati ottenuti: 1• Seme I1 SREI 100 300 13000 9000 4000 611 1200 1600 2148 3,101  3,152  3,147  8,125 8,185 100 200 10? 1000 1,115  3,180  8,1446  1142 3.1415129  3,1416 3 Estratto dell'articolo di L. Grazie alla traduzione di Garlaschelli lo si può leggere in italiano, o direttamente su Query, la rivista del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze] macchina, descritta in dettaglio, che consente di meccanizzare i "lanci casuali di un ago sul pavimento piastrellato come richiesto dall'idea di Buffon. Il risultato viene accolto inizialmente con grande entusiasmo, diventa noto a livello internazionale e non sono pochi i grandi nomi della matematica che lo accolgono con sperticate parole di elogio. Il nome di L. diventa abbastanza famoso. A parte la sua, le migliori approssimazioni sperimentali arrivano, e a fatica, a una precisione di un paio di decimali. Compaiono però i primi saggi che esprimono dubbi sulla correttezza dell'esperimento.  Badger scrive il saggio, "L.'s lucky approximation of t" in cui analizza in dettaglio tutte le fragilità della memoria di L. Parte dalla strana coincidenza - già notata del rapporto 3408/1808, cruciale nel testo di L., che è identico alla nota frazione 355/113, scoperta già nel V secolo da Chongzhi come approssimazione di p; prosegue notando la stranezza di quei "3408 lanci", poi passa a calcolare la probabilità d’ottenere per via randomica quel risultato, giungendo alla conclusione che è una probabilità talmente bassa, circa tre parti su un milione, da ritenere che quella stima fosse il frutto o di un colpo di fortuna davvero eccezionale o di un "hoax" termine che si può tradurre come qualcosa a mezza via tra uno "scherzo" e una "beffa".  Badger, grazie a quello saggio, vince un premio istituito dalla Mathematical Association of America, e ovviamente il saggio viene letto anche da Maddox, redattore capo di Nature. È naturale che un redattore capo di una prestigiosissima rivista scientifica vede la manomissione dei dati sperimentali più o meno come il proverbiale diavolo guarda l'acqua santa, e la sua ira funesta colpisce Lazzarini: titola il suo articolo come "Falsa misura sperimentale di n", usa senza mezzi termini la parola "fraud" ovvero  "frode" al posto del più morbido "hoax", e lancia perfino una specie di anatema: " ...l'articolo  di Badger dovrebbe restare come un ammonimento, a tutti coloro che inquinano la  letteratura, che i loro misfatti li seguiranno fin nella tomba.  D'altro canto, il saggio di Maanen che ci ha consentito di scoprire questo affascinante giallo matematico sembra più orientato a smorzare lo scandalo. La descrizione accurata della macchina per i lanci che fa L., a ben vedere non sembra poi così efficiente da meritarsi d'essere costruita. L’aver posto in bella vista il numero 3408 nella tabella che riporta i suoi tentativi quando i valori intermedi esposti vanno per blocchi interi di centinaia o migliaia. Insomma tutto lo spirito del saggio di L. sembra più uno scherzo che la rivendicazione di una scoperta. È anche possibile che, da insegnante, cerca e suggerisse ai colleghi qualche metodo scherzoso per affascinare gli studenti, come quella complicata macchina lancia-aghi o la meraviglia di una costante matematica trovata sbattendo oggetti per terra. A voler cercare una morale da tutta la storia, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Dall'opportunità o meno di scherzare con la scienza alla troppo diffusa propensione agli entusiasmi, o alla rissa, anche tra i più autorevoli critici. O anche sulla necessità di ricordare sempre che anche gli scienziati sono donne e uomini, con tutte le caratteristiche e le debolezze degli esseri umani. E poi, a dire la verità, la morale più evidente e ovvia che ci sembra emergere è semplicemente quella che ricorda alle riviste scientifiche prestigiose e autorevoli di non concedere i loro spazi ad arruffoni incompetenti fin troppo disposti a scherzare su qualsiasi cosa pur di vedere stampate le loro sciocchezze: ma uno strano e persistente brivido lungo la schiena ci suggerisce di non evidenziare troppo questo aspetto,  chissà perché. Cortesia: Alembert, Riddle, e Silverbrahms. Mario Lazzarini. Lazzarini.

 

Luigi Speranza -- Grice e Leanace: la ragione conversazionale e la setta di Sibari -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari). FIlosofo italiano. Pythagorean. Giamblico.

 

Luii Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lecaldano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della traspatia – l’impassibile di Cicerone – filosofia veneta – la scuola di Treviso -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Treviso). Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Lecaldano is interested in altruism as the basis for morality; I’m interested in morality as the basis for altruism; he ain’t Kantian; I am!” -- Grice: “I love Lecaldano; perhaps because he is an Italian, he focused on Scots! His analyses of Smith and Hume on ‘sympathy’ is ‘simpatico,’ as the Italians say.” Grice: “Lecaldano engages in the kind of linguistic botanising I do when I reflect on ‘cooperation’ versus ‘benevolence’ versus ‘empathy’ versus ‘sympathy’ versus ‘compassion.’ Unlike Lecaldano, I end up with a rationality-based account of cooperativeness – or rather a narrowing of ‘co-operation’ to ‘rational co-operation’ – there are others!” Si laurea a Roma, insegna a Siena e Roma. Fonda La Società Italiana di Filosofia Analitica (“to keep us apart from non-analytics like Plato!”). Membro della Società Filosofica Italiana. Le riflessioni di L. spaziano dalla storia della filosofia morale sino alle discussioni contemporanee sulla bioetica. Avvalendosi anche del rigore concettuale della filosofia analitica, indirizza la sua ricerca alla ricostruzione storiografica della morale, con particolare riferimento ai filosofi scozzesi (Hume, Smith). Ha inoltre indagato criticamente i problemi della meta-etica. In bio-etica, L. si prefigge l'obiettivo di una chiarificazione delle implicazioni morali legate alle bio-tecnologie, che sfocia in una prospettiva laica per la pacifica gestione del conflitto morale che le "tecnologie della vita" hanno prodotto. Saggi: “Le analisi del linguaggio morale – “Buono" e "dovere" (Roma, Ateneo), “La fallacia naturalista” (Roma, Laterza); “La lume della ragione, gl’iluminati”” (Torino, Loescher), “Lo scetticismo” (Roma, Laterza); “Etica, Torino, POMBA); “Bio-etica: la scelta morale” (Roma, Laterza); “La morale” (Gaeta, Bibliotheca); “Dizionario di bio-etica” (Roma, Laterza); “Un'etica secolare – senza Dio” (Roma, Laterza); “Prima lezione di Filosofia Morale” (Roma, Laterza); “Simpatia, impassibile” (Milano, Cortina); “Senza Dio – gl’atei romani” (Bologna, Mulino); -- la religione officiale in Roma antica – “Sul senso della vita, Bologna, Mulino); “Bioetica Comitato Nazionale per la Bioetica Biotecnologie); “La bioetica. Il punto di vista morale di L. sulla nascita, la cura e la morte di Corchia. Riflessioni di L. sul Senso della Vita In Riflessioni. I significati di simpatia tra conversazione comune e letteratura  “La molteplicità di usi di simpatia”  È possibile riconoscere diversi significati nel termine simpatia che di solito è accompagnato da un  significato positivo, anche se in realtà è possibile estendere il suo significato fino a usarlo con connotazione negativa. Nel dizionario troviamo distinte 13 accezioni del termine, dall’attrazione  sentimentale alla condivisione di un atteggiamento o posizione politica. Come nota Hume, è molto difficile parlare delle operazioni della nostra mente in termini del tutto esatti, perché  il linguaggio comune raramente fa delle sottili distinzioni. Il termine “simpatia” viene compreso dalla  gran parte delle persone, ma paga la sua ampia diffusione con l'indeterminazione che ad esso si  accompagna. E enorme l'utilizzazione che ha avuto la simpatia, sia in forma implicita che  esplicita. Hunt suggerisce che la nozione di simpatia sia la prosecuzione di quella che nei testi  illuministi viene analizzata come simpatia; Hunt, poi, privilegia la simpatia assimilata alla  compassione. Già nel diciottesimo secolo Rousseau, assimilando la simpatia e la compassione, la  considerava una forma di pietà suscitata solo da pene e dolori. Mentre Hume e Smith la  considerano come la capacità, più sviluppata negli uomini che negli animali, di partecipare  attivamente alle condizioni altrui, sia dolorose che gioiose. E’ illuminante la tesi di Hunt secondo cui  il rafforzarsi della simpatia fra gli esseri umani nella cultura europea (reso possibile  dai romanzi) portò a riconoscere l'eguaglianza di molti esseri umani che fino a quel momento erano  stati emarginati. Molti romanzi in secoli successivi accesero le emozioni e la partecipazione  simpatetica del pubblico.Verosimilmente anche molta della forza espressiva del cinema  può essere identificata nella capacità di quest'arte di rendere conto, con le sue tecniche, degli stati  d'animo e della trasformazione delle emozioni dei personaggi. (discorso su Kundera)  “Un percorso di approfondimento”  Lo sforzo di conoscere il funzionamento della simpatia si connette con la questione relativa a quanto  la simpatia si debba ritenere essenziale per la genesi della pratica morale diffusa tra gli esseri umani.  Cercheremo di capire se la simpatia sia necessaria o meno per la moralità ed esporremo le  argomentazioni pro e contro questa tesi. Fermo restando che la simpatia può essere considerata  necessaria per la nostra vita etica, ma non sufficiente. Simpatia può riferirsi a un'attitudine  conoscitiva tramite la quale riusciamo a cogliere le condizioni mentali altrui, oppure a una reazione  affettiva ed emotiva nei confronti dei sentimenti altrui. Concordando con Stueber, andremo verso la  simpatia intesa come preoccupazione per le altre persone e le loro menti. Vi sono due criteri in base  ai quali individuare tipi diversi di simpatia: Da una parte quello che considera la simpatia come un'operazione mentale semplice e istintiva,  un contagio emozionale automatico;  Dall'altra quello che considera la simpatia come un processo psicologico più complicato e che  comporta un minimo di riflessione.  L'impostazione adeguata è quella che non confonde i due livelli di simpatia e non semplifica le cose,  presentando una concezione riduttiva. Insisteremo inoltre sulla connessione tra simpatia e la pratica  non solo della moralità, ma della giustizia, della politica, così come sulla sua incidenza nelle forme di  civilizzazione. Prenderemo le distanze dall'esportazione della simpatia sul piano normativo che vede  in essa ciò che è necessario e sufficiente per la costruzione di una moralità umana. La nozione di simpatia ha una lunga tradizione nella storia della filosofia. La prima importante  nozione di simpatia è quella che le riconosce una forza cosmica che tiene insieme tutte le cose del  mondo. Nella cultura classica greca e latina, la simpatia utilizzata per richiamare una connessione  armonica che unisce fra loro esseri umani e realtà naturali. Inoltre, la nozione di simpatia nella  filosofia antica viene usata per richiamare un processo che si sviluppa nel mondo fisico e solo  secondariamente in quello umano, infatti gli stoici si riferiscono ad una simpatia universale per  indicare l'affinità oggettiva esistente fra tutte le cose. Gli stoici sono importanti per l'influenza che  ebbero sui moderni interessati alla simpatia come Hume e Smith. In Plotino troviamo un'immagine  che verrà ripresa da Hume. Questo concetto naturalistico della simpatia è il  fondamento della magia e verrà ripreso dai maghi del Rinascimento. Nella cultura antica la simpatia  ha un'estensione prevalentemente cosmologica e ontologica, identificandosi con un fenomeno  universale e con la forza che tiene insieme tutte le cose in una relazione automatica. Fin dall'antichità, quindi, la simpatia ha un'accezione positiva. Prima del passaggio alla modernità c'è  un'importante innovazione nell'uso della simpatia ad opera di Assisi, che nel “Cantico  delle creature” chiama suoi fratelli e sorelle, animali, piante, ma anche il sole, la luna, l'acqua e il  fuoco. Questo atteggiamento è “empatia” (oriente e Schopenhauer)  “Una relazione attiva fra due poli”  La simpatia conquista il suo posto come forza dinamica della natura umana. Critica a  Hobbes che negava qualsiasi presenza di empatia nell'uomo, visto come essenzialmente egoista. Significativi qui sono Shaftesbury e Hutchenson che però, pur riconoscendo agli esseri umani un  grado di apertura affettiva l'uno verso l'altro non ne avevano realizzato quella completa soggettivizzazione che troviamo in Hume e Smith. Shaftesbury, infatti, con l'impostazione platonizzante tende a considerare la simpatia come una trama che si estende al di là del mondo  umano, creando armonia fra vite umane ed ordine universale. Hutchenson, invece, preferisce il  termine simpatia quello di “senso pubblico”, facendo riferimento ad un contagio emotivo. Hume contesterà ad Hutchenson una trattazione della simpatia erronea perché incapace di  cogliere il suo collegamento con l'immaginazione e la riflessione. Ciò non toglie che le analisi di  Hutchenson siano tornate attuali. Troviamo la trattazione più approfondita dell'idea di simpatia e si può  individuare nelle analisi di Hume e Smith due diverse concezioni che influenzeranno molti pensatori. Hume e Smith concordano nel considerare la simpatia solo come un dato della natura della psicologia umana e non una forza cosmica. Per Hume la simpatia è un principio psicologico che permette la comunicazione e la partecipazione fra gli esseri umani; per Smith è altresì un principio psicologico, ma tende a distinguere fra ciò che possiamo approvare e ciò che dobbiamo  disapprovare. Queste diversità tra i due autori incidono sulla connessione fra simpatia e moralità: Smith la concepisce come necessaria e sufficiente, Hume solo necessaria ma non sufficiente. Hume dedica alla simpatia molte analisi nel “Trattato sulla natura umana”, in cui troviamo una linea  interpretativa ben riconoscibile che sarà illuminante. La simpatia viene considerata da Hume un  principio costitutivo della vita umana ed egli fissa due punti fondamentali. La simpatia non riguarda le relazioni fra cose o oggetti, ma solo quelle fra esseri umani,  nonostante coinvolga anche relazioni con gli animali e tra loro stessi;  Nella natura umana esiste una gran tendenza a prestare agli oggetti esterni le stesse emozioni che  osserviamo in noi stessi -- tendenza che si manifesta nei bambini, nei poeti e nei filosofi. L'estensione della simpatia anche al rapporto tra uomini e animali ed alla condotta di questi  ultimi, è evidente che la simpatia si manifesta anche negl’animali suscitando le stesse emozioni  provocate nella nostra specie. Hume distingue due livelli di simpatia: quella istintiva e automatica presente fin dall' infanzia, riscontrabile anche negli animali e quella che opera in modo indiretto, ricorrendo  all'immaginazione riflessiva e non immediata che genera i sentimenti morali. A quest'ultima  forma di simpatia può essere ricondotto la trattazione della questione sul coincidere tra morale e  simpatia. Hume offre una lunga analisi per spiegare che la simpatia non è in grado di rendere conto  della distinzione che facciamo tra virtù e vizio. Nella teoria dei sentimenti morali, Smith presenta una concezione della simpatia alternativa  a quella di Hume. Infatti, a Smith non interessa la simpatia come contagio emozionale, ma anzi la  identifica come una specie di emozione che si prova quando si concorda con le emozioni e passioni  altrui. Provare simpatia per qualcuno significa provare piacere su nel condividere emotivamente la  risposta che l'altro dà alla situazione. In Smith, approvare moralmente una condotta significa  simpatizzare con essa. Per Smith la simpatia si presenta come uno stato complesso e articolato: vi è un primo stadio che è  la capacità di ricostruire la passione e condotta dell'altro, o spiacevole se comporta sofferenza o  piacevole se provoca gioia; un secondo stadio dato dall'approvazione o disapprovazione che si dà  della condotta altrui; infine, uno stadio in cui si troverà un piacere simpatetico, se le nostre  approvazioni concordano e un dispiacere se discordano. Considerando la simpatia come  approvazione, Smith cattura una nozione più determinata di quella generica analizzata da Hume, ma  molto più aperta per ciò che riguarda il ruolo che gioca in essa l'immaginazione. La simpatia come  approvazione morale in Smith si allarga ad includere in ogni relazione simpatetica l'intervento di uno  spettatore immaginario capace di far valere le esigenze di una più completa ricerca delle  informazioni rilevanti. Concezione diversa la possiamo trovare in Rousseau, il quale si riferisce alla simpatia col ter. Grice: “While his research on sympathy is erudite, he shows little sympathy! As far as his philosophy of laicity (an Italian obsession) is concerned, he forgets for Romans religio WAS a matter of state – those who did not submit were thrown to the lions!” – Grice: “Lecaldano fails to recognize, but then he would, being a post-Lateran-pact traumatized Italian – that not only religion was for the romans in the ‘eta antica’ a matter of state, but that the STATE was a matter of religion. This was well perceived by that branch of fascism who culticated the ‘paganismo’ which is a misnomer and only applies to the birth of Christ! I would hardly say a Roman in ‘eta antica’ saw himself as ‘ethnic, ‘ethnicus, ennico, a pagan, or heathen!” LE DISCIPLINE FILOSOFICHE   o doo lerprene CUCA CO SC {y/ertse e Ul insonne do SAU  VOVASVARIZZZA quali Sé prese NARO 1 SSCONI SUL problemi  ‘ORGONO per gli CSSOLL UAN quando AYIscOno © cerci  ole è princi da Seguire nelle diverse dimensioni d  > Oa pratica. Sa parte integrante di questa ILCELC  “tazione delle regole TAN c0 pri «e giù disponibili Q/  we da altre pers one. Afrontereno WZZZ volte nel co  SAGGIO la questione di Guanto l'etica assorba i sé  4   AGUA dall'economia per fare valere 77) generale Pa  ‘va (esa a lenee distinte concettualmente CALO,    da. In questo senso ‘etica’ occuba lo spazio. Ordinario di Storia delle dottrine morali all'Università «La Sapienza» di Roma. I suoi lavori sulla filosofia inglese dei secoli  XVII e XVIII vanno dall’edizione italiana delle Opere di Hume), all’edîzione italiana delle Lettere a Serena di Johni Roma. I suoi lavori sulla filosofia inglese dei secoli  XVII e XVIII vanno dall’edizione italiana delle Opere di David Hume, all’edîzione italiana delle Lettere a Serena di Toland, all’ampia antologia L’ilyminismo inglese (1985), al volume Hume e la nascita dell'etica contemporanea.  All’etica contemporanea ha dedicato, tra gli altri, i volumi Le analisi del linguaggio  morale e Introduzione a Moore  ETICA STEAS TEA - Tascabili degli Editori Associati S.p.A.  Corso Italia 13 - Milano UTET, corso Raffaello, Torino. UTET   dal Volume ITI della Fi/osoffa, diretta da  Rossi TEA ETICA. Con il termine etica ci si riferisce all'insieme di scritti e discorsi nei quali si  presentano riflessioni sui problemi che si pongono per gli esseri umani  quando agiscono e cercano regole e principi da seguire nelle diverse dimensioni della loro vita pratica. Fa parte integrante di questa ricerca la valutazione delle regole e dei principi già disponibili o fatti valere da altre persone. ETICA  Affronteremo più volte nel corso del saggio la questione di quanto l'etica assorba in sé e si distingua dall'economia per fare valere in generale una prospettiva tesa a tenere distinte concettualmente etica ed economia. In questo  senso ‘etica’ occupa lo spazio semantico che nella tradizione dotta italiana si  collega a ‘filosofia morale’. L'etica in questo senso ampio comprende dunque  tutta una serie di più determinate specificazioni che riguardano di volta in  volta i problemi morali, quelli di pertinenza del diritto e della legge e quelli  che più propriamente rientrano nel campo della politica o dell’azione del governo. Usando un altro linguaggio si può dire che l'etica riguarda l'universo  dei valori e delle norme complessivamente inteso e dunque in questo senso sia  la morale, sia il diritto e la politica. È chiaro che, invece, gli aspetti più tecnici  e specifici del diritto e della politica, quali, poniamo, la teoria dell’ordinamento giuridico o le varie tecniche da adottare per rendere efficaci le sanzioni, o ancora le riflessioni sulle varie forme di governo e i rapporti tra i vari  poteri non sono di pertinenza dell'etica come qui intesa. Verranno dunque  brevemente trattate le questioni relative al diritto e alla politica solo per individuare con più precisione gli ambiti specifici di problemi pratici in gioco in  queste aree dell'etica, La pretesa per quanto riguarda queste sezioni è di col.   locarle con chiarezza nel campo più generale dell'etica piuttosto che affrontare partitamente i loro problemi specifici. La scelta concettuale fatta comporta che si lasci completamente da parte la pretesa di occuparci dell'etica 0  della morale in un senso più sociologico, ovvero come insieme di costumi di  un popolo, o in un senso più psicologico, ovvero come stili di vita 0 inclinazioni e abitudini a determinati tipi di associazione mentali effettivamente riconoscibili nella biografia di esseri umani concretamente esistenti. L'etica nel  senso in cui ce ne occuperemo coinvolge piuttosto la riflessione e il pensiero  impegnati nella caratterizzazione, critica, difesa e revisione del costume o  delle pratiche effettive.   La scrittura di questo testo è stata orientata da due linee guida. Da una  parte si è cercato di fare valere l'ottica di chi scrive alla fine del secolo XX.  Anche se probabilmente una partizione che prenda troppo sul serio lo stacco  tra secoli va incontro a forzature, si muove, comunque, da una prospettiva  che è largamente influenzata dalla considerazione di quei problemi morali che  nel nostro secolo si sono dovuti affrontare, e si stanno ancora affrontando, per  la prima volta, quali ad esempio le questioni della bioetica, o dell'etica ambientale, del trattamento degli animali ecc. In secondo  luogo chi scrive assume la prospettiva fatta valere da Derek Parfit secondo la  quale una vera e propria etica nel senso moderno può essere vista nascere solo  con il XVII secolo. Ma un'etica che unisca insieme la consapevolezza della sua autonomia e un certo impegno in senso professionale riguarda solo la seconda parte di questo secolo (Parfit). Ed è dunque a questa  etica moderna e contemporanea più che a quella antica e medievale che in  questo scritto si farà principalmente riferimento per dare spessore storico alle  distinzioni e conclusioni che si avanzeranno.   Anche se l'etica si presenta come una disciplina già consolidata e con una  tradizione di sapere costituito, si può indicare una strada che permette di accedere ai problemi di cui si occupa muovendo dall'esperienza comune e quotidiana. Infatti la pretesa dell'etica  come del resto di quasi tutti i rami della  riflessione filosofica  è quella di occuparsi di problemi che tutti gli uomini  affrontano e incontrano nella loro vita. Nel caso dell'etica teorica è frequente   anzi  trovare affermata la pretesa di essere più vicina e direttamente rilevante per la vita delle persone di quanto siano altri ambiti della filosofia,  quali poniamo la gnoseologia (con la sua elaborazione teorica sulla conoscenza), 0 l'epistemologia (con le sue riflessioni sulla teoria della verità) ecc.   Questa pretesa di una più stretta vicinanza con la vita di tutti si accompagna spesso nelle elaborazioni teoriche nel campo dell'etica con un'ulteriore  pretesa per cui tali elaborazioni vengono presentate come la parte più importante delle riflessioni filosofiche 0 comunque come quella che ha priorità e  centralità regolativa rispetto alle altre.   Nella vita quotidiana si presentano numerose situazioni problematiche che  possono essere considerate come punti di partenza per la riflessione etica.  Suggeriamo di classificare queste situazioni problematiche ricorrendo a due  distinte tipologie, quella dei conffitti e quella dei disaccordi. Casi di conflitto   per così dire il versante privato o soggettivo dell'etica  sono quelli in cui  noi stessi non riusciamo a trovare una soluzione valida a un problema etico 0  perché i nostri principi tradizionali risultano inadeguati o perché non riusciamo a risolverci appunto tra differenti principi egualmente rilevanti. Casi  di disaccordo  per così dire il versante oggettivo o pubblico dell'etica   sono quelli, molto frequenti e diffusi nelle nostre società complesse, in cui  petsone diverse tendono a fare valere principi etici contrastanti per risolvere  la stessa situazione moralmente rilevante, î   Il cammino verso l'elaborazione di un'etica più riflessa sembra aprirsi non  già quando le regole e i principi tradizionali rispondono alle nostre esigenze,  ma piuttosto in una situazione in cui gli esseri umani incontrano difficoltà nel  campo delle loro scelte e decisioni pratiche. Se, infatti, la vita pratica procede  in modo del tutto ordinato all’interno di una routine consolidata non vi è  quella base necessaria per un'elaborazione critica, Il presentarsi di una diffi.  coltà nell'applicazione dei codici normativi tradizionali è, in genere, il punto di partenza per l'elaborazione dell’etica nel pensiero moderno e tale quadro  problematico è diventato costitutivo della teoria etica nel pensiero etico contemporaneo.   La stretta connessione della riflessione etica con situazioni di conflitto e di  disaccordo sembra voler suggerire che proprio all'etica in quanto tale spetta  di proporre una soluzione e che quindi rientra negli obiettivi specifici dell'etica teorica prescrivere esplicitamente ciò che è bene o giusto fare in situazioni particolari. Una pretesa che nel corso della nostra ricostruzione delle  varie posizioni riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea avremo l’occasione di valutare criticamente.   L'elaborazione etica di cui renderemo conto in modo più sistematico in  questo scritto si colloca in un quadro generale individualistico. A monte infatti della nostra rivisitazione dell'etica vi è l’assunzione filosofica che in generale i problemi con cui si ha a che fare riguardano individui ovvero persone  umane. L'etica così intesa si muove in un contesto  che può essere considerato come proprio del pensiero moderno da Cartesio in avanti  in cui i problemi di fronte ai quali ci si trova sono problemi che nascono per esseri umani  particolari e finiti. Anche se nei primi secoli della ricerca moderna la riflessione era volta a fissare il campo dell'etica tenendo conto della natura umana  complessivamente intesa, fin dal secolo XVII essa muoveva da problemi pratici di individui ben determinati. Il lettore troverà dunque privilegiata nell'esposizione seguente una tradizione empiristica e naturalistica nella quale,  tra il XVII e il XXX, si sono collocati tra gli altri: Hobbes, Locke, Hume, Smith, Bentham, Mill,  e Sidgwick. La riflessione sulla morale di Kant  malgrado non rientri in questa tradizione sarà tenuta presente  per la sua capacità di far valere l'ottica di una responsabilità individuale autonoma nella vita morale, Esponenti del neoempirismo e della filosofia analitica  hanno contribuito nel corso del XX secolo a questo approccio più generale  nei confronti dell’etica  e il loro contributo sarà largamente presente nelle  pagine seguenti , che è stato più recentemente caratterizzato esplicitamente come «individualismo metodologico». Una linea di ricerca ampiamente  percorsa  anche se non senza differenze  in ITALIA, ad esempio, da Juvalta, Abbagnano, Preti, Scarpelli e Bobbio.   È vero che i casi in cui gli esseri umani individuali e le persone si trovano  effettivamente di fronte a problemi etici quali quelli che rendono possibili laserie di riflessione di pertinenza dell'etica sono probabilmente più rari di quanto in genere si ritenga. Ma la rinascita dell'etica e il fiorire della riflessione pratica a cui abbiamo assistito nella seconda metà del secolo XX (dai  disaccordi pubblici sulle questioni di giustizia distributiva e di discrimina.  zione che hanno caratter izzato gli anni Settanta, ai conflitti che negli anni Ottanta ci hanno coinvolto tutti sui principi e le regole da far valere di fronte alle  nuove condizioni del nascere, morire e curarsi degli esseri umani) mostrano  l'ampio radicamento nella vita comune di questa dimensione filosofica. Probabilmente riflessioni e decisioni si svolgono in modo meno esplicito e più  impersonale (attraverso la meditazione della discussione pubblica intersoggettiva) di quanto risulterà dal taglio individualistico di questo saggio. Ma nelle  pagine seguenti, senza la pretesa di tutto abbracci are o risolvere, renderemo  conto in modo sistematico e critico delle diverse concezioni elaborate per  avere a che fare con quelle scelte individuali che sono influenzate da ragioni  etiche.    2. Lanatura dell'etica.    2.1. Meta-etica e meta-morale.  La riflessione sulla natura dell’etica ha  una priorità logica una volta assunta la prospettiva riflessiva e critica alla cui  genesi abbiamo fatto riferimento nel paragrafo 1. Si tratta infatti, in primo  luogo, di capire l'ordine di problemi intorno a cui si riflette econseguentemente di individuare quali siano i criteri cui si può ricorrere per risolverli 0  mettere alla prova la validità delle soluzioni alternative che ci si presentano.   Un esempio particolarmen  te rappresentativo di questo percorso logico  troviamo delineato da Moore nei suoi Prircipis Ethica. Moore chiarisce che il problema centrale dell'etica  a suo parere,  l’unico problema dell'etica  è quello di fornire una definizione delle principali nozioni che ricorrono nei nostri discorsi morali, ovvero le nozioni di  buono, giusto, obbligatorio, dovere ecc. Moore sostiene poi che tutte le nozioni etiche sono riducibili, in modo più 0 meno diretto, a quella fondamentale e primaria di «buono». Ecco quindi quanto scrive Moore:    Ciò che ‘buono’ significa è in effetti, a parte il suo contrario «cattivo», il solo oggetto  semplice di pensiero che appartenga peculiatmente all'etica. La sua definizione, di conseguenza, è il punto essenziale nella definizione dell'etica; e inoltre un errore su questo  punto porta con sé un numero di giudizi errati di gran lunga più grande che qualsiasi  altro errore in materia. Se questa domanda preliminare non è pienamente compresa è  non se ne vede chiaramente la risposta, tutta il resto dell’etica ha un valore praticamente  nullo dal punto di vista della conoscenza sistematica [...] in ogni caso, è impossibile che,  finché non si conosca la risposta, si possa sapere quale è la prova richiesta per un giudizio  etico qualsiasi. Ma il principale obiettivo dell'etica come scienza sistematica è dì fornire  ragioni corrette per pensare che una cosa 0 un'altra è buona; e se non si risponde alla  nostra domanda tali ragioni non si possono dare (Moore, 1964: 48-49).    Secondo l’impostazione di Moore dunque  che faremo nostra  i metodi di prova e confutazione che hanno efficacia in etica potranno essere identificati solo dopo che avremo capito la natura dell'etica, ovvero il tipo di problemi di fronte ai quali ci troviamo laddove è in gioco la parte morale della  nostra esistenza.   Cominciamo quindi con il passare in rassegna criticamente le più importanti concezioni sulla natura dell'etica. In filosofia è corrente una nozione per  riferirsi a questa parte della ricerca e, specialmente in questo secolo, ci si è  molto dilungati sulle diverse meta-etiche o meta-morali (assumiamo qui queste etichette in un senso generico e che le rende equivalenti senza investire la  distinzione tra etica e morale su cui invece ci soffermeremo nel $ 6). Una determinata concezione meta-etica o meta-morale si colloca sul piano conoscitivo e logico. Essa si propone infatti, prima di tutto, di farci capire qual è la  natura dell'etica e quali sono i metodi di prova e dimostrazione in essa in vigore. Tutto ciò è preliminare e solo dopo si ritiene possibile passare a sottoscrivere una determinata soluzione. La riflessione meta-etica viene quindi non  solo concepita come preliminare o logicamente prioritaria, ma in genere come  del tutto neutra da un punto di vista normativo, Si tratterebbe dunque, per  usare formule che piacciono molto ai filosofi, di identificare preliminarmente  ciò che è comune a tutti i punti di vista etici in quanto etici, per eventualmente passare poi a sottoscrivere una determinata etica a preferenza di altre.   Naturalmente vi sono anche pensatori che negano che una meta-etica neutrale e del tutto priva di implicazioni normative sia possibile. In questalinea  troviamo un autore di tendenze analitiche come Scarpelli che sottolinea la natura prescrittiva di tutte le scelte a monte della costruzione di una particolare  meta-etica (Scarpelli,). Ma anche autori del filone postanalitico  come Hilary Putnam e Donald Davidson che negano la validità dell'assun zione che distingue tra forma e contenuto, distinzione a monte della tesi della  neutralità delle teorie meta-etiche (H. Putnam, 1985; D. Davidson, 1992).  Questa controversia riguarda però più propriamente il modo di intendere il  lavoro filosofico e il modo di concepire le relazioni e connessioni tra analisi  concettuali e logiche e opzioni valutative e normative e dunque in questa sede  laasciamo da parte. Così come non affrontiamo esplicitamente la questione  di quale si debba considerare l'oggetto proprio delle analisi meta-etiche. Se  cioè esse debbano vertere esclusivamente sulle parole e il linguaggio morale   come ha sostenuto una parte dei filosofi di questo secolo e specialmente gli  esponenti della  filosofia del linguaggio ordinario come ad esempio Stevenson, Hare e Nowell-Smith, o  possano essere caratterizzate in modo meno ristretto. Più recentemente, ad  esempio, Bernard Williams ha suggerito di considerare come oggetto proprio  delle analisi sulla natura dell'etica  in coerenza con una concezione più liberale dell'analisi filosofica  non solo i discorsi, ma anche esperienze,  azioni, emozioni ecc. (B. Williams, 1987). Tenendo conto del livello generale  di questo scritto potremo fare tesoro di questa proposta liberalizzatrice e considerare come campo della meta-etica o della meta-morale l'insieme delle diverse dimensioni della vita etica degli uomini. La concezione dell'edonismo egoistico.  La via più ovvia per identificare la natura generale dei problemi che sorgono quando stiamo scegliendo  o decidendo tra differenti alternative che ci stanno di fronte è quella di sostenere che in realtà siamo esitanti solo perché non ci risulta chiaro cosa ci conviene fare di più. Ovvero  lasciando da parte la questione di una differenza  tra le più specifiche caratterizzazioni di che cosa intendiamo con la formula  «ciò che ci conviene di più» -ciò su cui stiamo deliberando è solo l'individuazione del corso di azione che farà maggiormente il nostro proprio interesse, 0 ci darà più piacere o ci farà guadagnare di più ecc. Questa concezione  meta-etica riconduce quindi le azioni in gioco in questa dimensione della nostra vita pratica all'interno di un contesto che riguarda le azioni umane in  generale: tutte le azioni umane sono rivolte a ottenere il proprio personale  piacere e a evitare il dolore. Si tratta di una concezione che riconduce l'etica  all’interno di quel quadro dell’edonismo egoistico che  con una certa approssimazione interpretativa  viene attribuito a pensatori come Epicuro e  Hobbes. Troviamo ad esempio che Hobbes negli Elements of Law Natural  and Politic (Elementi di legge naturale e politica) sostiene: «Ogni uomo,  dal canto suo; chiama ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male  ciò che gli dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e male. Né esiste una cosa come l’agaton aplos, vale  a dire il bene assoluto» (Hobbes,).   Questa concezione della natura dell'azione umana in generale in realtà  porta a negare che vi sia una dimensione etica nella vita degli esseri umani.  Infatti ci troviamo di fronte a una posizione che propone di tradurre tutti gli enunciati 0 giudizi etici in questioni che hanno a che fare esclusivamente con  valutazioni, pro 0 contro una certa linea di azione, sulla base di un criterio  esclusivo che è quello del proprio personale tornaconto. La natura dell'etica  non viene certo caratterizzata in questa direzione da tutti coloro che presentano delle teorie meta-etiche o meta-morali. Infatti al di lì delle diversità da  un punto di vista epistemologico, gnoseologico, psicologico 0 genetico, tutte  le diverse concezioni concordano nel presentare, in termini contenutistici e  sostantivi, il campo dell'etica come quello che ha a che fare con scelte e valutazioni che hanno come punto di riferimento degli obiettivi che vanno al di là  del solo interesse personale.   Naturalmente una caratterizzazione dell'etica che insiste sulla natura non  interessata, imparziale e generale del punto di vista che essa coinvolge pone  come questione preliminare quella più propriamente empirica e psicologica  della possibilità che gli uomini effettivamente agiscano mossi da motivazioni  non strettamente egoistiche. Vedremo più volte nelle pagine seguenti che una delle grandi questioni intorno a cui sono convergentemente confluiti gli sforzi di melti pensatori è proprio quella di riuscire a  salvaguardare nel comportamento umano uno spazio per le azioni mosse da  ragioni etiche e dunque non strettamente egoistiche. In questa sezione ci limitiamo dunque a fissare in via del tutto preliminare il punto su cui convergono  le diverse concezioni sulla natura dell'etica e della morale di cui renderemo  conto in questo paragrafo.   In modi diversi le numerose concezioni meta-etiche cercano di rendere  conto di un fatto considerato più o meno acclarato ovvero che nella vita degli  esseri umani esiste una sfera di azioni, scelte, valutazioni che è di pertinenza  dell'etica e della morale. Questa sfera ha a che fare comunque con valori,  principi, criteri, norme, regole che riguardano la condotta degli uomini ove la  si veda come non esclusivamente indirizzata verso la realizzazione di obiettivi  strettamente egoistici ponendosi dal punto di vista di ciascuno degli agenti. Vi  è cioè secondo le diverse teorie meta-etiche che ora passeremo in rassegna  una dimensione sovraindividuale e intersoggettiva (se non addirittura universale) coinvolta nelle azioni umane e che sarebbe appunto quella di pertinenza  dell'etica. Sulla base di questa premessa comune le meta-etiche si differenziano poi per il modo di rendere conto di questa dimensione e conseguentemente delle vie per fondare e giustificare scelte e giudizi etici corretti.    2.3. L'etica come insieme di comandi divini.  Una delle teorie meta-etiche più antica e fortunata è quella che ritiene che al centro dell’etica vi siano  una serie di doveri e di obblighi che ricavano la loro origine, validità e forza dal fatto di essere comandi di un’autorità superiore. In genere poi all'interno  di questa concezione meta-etica si tende a identificare l'autorità i cui comandi  vengono messi in pratica nell'etica con una qualche divinità, si tratti del Dio  di una delle diverse religioni positive, o piuttosto l'Autore della Natura della  religione naturale, o ancora qualcuna delle divinità minori delle religioni politeistiche.   Nel mondo moderno una tale concezione meta-etica è stata presentata  nella forma più chiara dai teorici del giusnaturalismo provvidenzialistico del  XVII secolo e in particolare la si trova difesa approfonditamente da Locke  negli Essays on the Law of Nature (1660-1664, Saggi sulla legge naturale). Si  tratta di una concezione meta-etica che proprio per il riferimento essenziale ai  comandi di una autorità sovrannaturale considera primarie e centrali per rendere conto di questo campo della vita umana le nozioni di legge, obbligazione, dovere e mette, dunque, in secondo piano altre nozioni quali quelle di  buono, giusto, diritti, virtù ecc. In questa prospettiva l'etica è poi strettamente  connessa con la religione. Infatti se tutto ciò che è in gioco nelle nozioni etiche è un qualche comando o legge di un’autorità divina che rende obbligatori  i suoi dettami attraverso sanzioni a cui nessun essere umano può sfuggire allora un'etica così intesa dipenderà fortemente dalla disponibilità di prove dell'esistenza dell'autorità divina presupposta e andrà incontro a insormontabili  difficoltà nel momento in cui entra in crisi la credenza nell'esistenza di un  essere che trascende la natura. I fautori della concezione che vede nell’etica  una serie di comandi o leggi o ordini di una qualche autorità divina, giunti a  questo punto o riterranno scomparsa l'etica dall'orizzonte della vita degli uomini 0 dovranno indicare una qualche autorità terrena da cui fare dipendere  la validità dei principi etici 0, infine, dovranno abbandonare del tutto la metaetica che rende conto dei principi morali come di comandi di una qualsiasi  autorità. Una trasformazione del genere fu al centro della riflessione di Hobbes portando inizialmente a una forma implicita di positivismo giuridico. Ma  più in generale guardando alla riflessione morale dal XVII secolo ad oggi, con  una qualche semplificazione, si può rendere conto dell'etica moderna e contemporanea come un processo di progressivo allontanamento della meta-etica  in termini di comandi di una qualche autorità distinta dal soggetto che sceglie,  decide o giudica eticamente.   Laddove si istituisce il collegamento tra l’etica e la legge divina si aprono  le due diverse possibilità dell’intellettualismo e del volontarismo. Chi ritiene  che l’etica non sia altro che un insieme di comandi divini può infatti ritenere  che Dio comandi ciò che è bene perché lo riconosce come tale oppure  alla  lucedi una concezione volontarista  può concludere che ciò che è buono è  tale proprio in quanto è Dio a volerlo. Non ci soffermeremo sulle difficoltà  presenti in queste due distinte vie teoriche. In particolare l’intellettualismo  sembra andare incon tro alta difficoltà di rendere in qualche modo il bene precedente e superiore a Dio. Viceversa il volontarismo si scontra con la teodicea  ovvero con la questione dell’esistenza del male nel mondo e dunque con la  necessità di ammettere un qualche limite alla potenza di Dio di fronte ad esso.  Si può ipotizzare che proprio le difficoltà incontrate  una narrazione di  queste difficoltà si può trovare nei volumi di S. Landucci e Scribano  nel corso del XVII secolo nel delineare in modo coerente e accettabile queste diverse strategie per fare dipendere il bene morale  dalla legge divina, hanno segnato una delle cause del crollo della concezione  meta-etica che stiamo esponendo. Sulle macerie di questa concezione si sono  andate consolidando le meta-etiche che ritengono costitutiva per una ricostruzione adeguata di questo campo il pieno riconoscimento dell'autonomia delPetica.   Cerchiamo di delineare sia pure sommariamente le principali argomentazioni che giustificavano questo sforzo di ricondurre l'etica alla legge divina.  Nella sezione successiva ricostruiamo invece il tentativo di connettere comunque l’etica ai comandi di un'autorità, non già però sovrannaturale, ma solo  terrena e positiva.   Come si è detto la biografia intellettuale di Locke è particolarmente significativa per chi sia interessato a una riflessione critica sulle ragioni pro e contro un’etica del comando divino. Lo sforzo di Locke era quello di conciliare  questa concezione meta-etica con ragioni che potessero essere accettate anche, al di fuori della metafisica innatistica del pensiero medievale e cartesiano,  da chi si muoveva accettando un’epistemologia empiristica. Vi erano alcuni  vantaggi a favore di una concezione della morale e dell'etica come una legge  divina presente nella natura umana. Quest'impostazione permetteva di risolvere in modo semplice le complesse questioni della motivazione propria della  condotta etica e dell’universalità ed eternità dei principi morali. Locke mostra  con chiarezza che questa concezione meta-etica veniva abbracciata in defini  tiva proprio in quanto permetteva di rendere conto di un'etica in cui i principi venivano appunto considerati come eterni e universali e obbligatori per  tutti gli esseri umani. Infatti come insistentemente ripete Locke  e non solo  negli Essays on the Law of Nature, ma anche in An: Essay concerning Human  Understanding (1690, Saggio sull'intelletto umano) e negli scritti pubblicati  dopo il 1690  un'adeguata filosofia morale deve riuscire a delineare le condizioni che rendono vincolante principi e regole, ovvero la legge naturale, per  tutti gli esseri umani in qualsiasi epoca. Ma il punto decisivo è che l’obiettivo di una filosofia morale non è solo mostrare che un certo principio è vincolante  e obbligante, ma anche che ciò che esso ci comanda va fatto perché noi ricoposciamo che è giusto. Tutto ciò possiamo realizzarlo solo concependo la  legge naturale al centro dell'etica come un comando di Dio. Solo questo infatti garantisce che il comando sarà giusto, direttamente presente în tutti gli  esseri umani e vincolante in modo efficace in quanto tutti sanno che qualsiasi  defezione alla legge sarà punita da Dio senza scampo in una vita eterna.   Locke nella sua presentazione della natura dell'etica come una legge naturale non solo si sforzava di insistere sulla natura obbligante di questa legge  facendola derivare da un comando divino, ma di rendere possibile la conoscibilità di questa da parte della coscienza umana senza doverla presupporre  come innata o ammettere un consenso universale non riscontrabile empiricamente. Proprio il fatto di fare derivare la conoscenza della legge naturale da  un processo che univa senso e ragione portava Locke a considerare tale legge  come costitutiva della natura umana. Locke finiva dunque con il congiungere  la concezione che vede l'etica come il campo dei comandi divini con un’altra  concezione che vede piuttosto l’etica come l’esplicitazione di quelli che sono i  caratteri necessari della natura umana. Nelle sue analisi Locke non distingueva tra due strategie radicalmente diverse, quella che concepisce la legge  morale naturale come un comando divino che ci viene direttamente comunicato da Dio o da un suo interprete autorizzato e quella che invece vede la  legge naturale come qualcosa solo indirettamente scopribile ricostruendo le  leggi morali incorporate nella condotta umana.    2.4. L'etica come comando di una qualche autorità.  L'insistenza sulla  tesi che la natura propria dell'etica può essere colta solo mettendo al suo centro principi morali che sono obbliganti e vincolanti in quanto comandati è  presente anche in un’altra linea di caratterizzazione meta-etica e meta-morale.  Si tratta di quella concezione che, negata la possibilità di riconoscere una autorità sovrannaturale e divina, mantiene pur tuttavia l'apparato concettuale  dell'etica religiosa per cercare di rendere conto in termini mondanizzati della  natura vincolante della morale. Questa strategia di traduzione dell'etica del  comando divino nella meta-etica che definisce comunque le nozioni morali in  termini di imperativi o comandi sia pure di una autorità terrena e umana fu  percorsa già nel corso del XVII secolo, ad esempio secondo alcuni studiosi di  etica da Hobbes. Ma l'interpretazione di Hobbes in questo senso è controversa e dunque risulta dubbia la possibilità di rendere conto della sua concezione della legge etica o morale considerandola come una concezione che  la riduce al comando di un'autorità positiva riconosciuta. Né ritengo che, diversamente da quanto pensano altri studiosi di storia dell’etica (ad esempio  M. A. Cattaneo, 1962), una concezione del genere si possa ritrovare nell'opera  del fondatore dell’utilitarismo Jeremy Bentham in quanto è chiaro da un  punto di vista concettuale che per un utilitarista il criterio decisivo dell'etica  non è il rinvio a qualcosa che è comandato  secondo procedure riconosciute idonee  ma direttamente a ciò che è accettabile in termini di utilità  generale. Tale concezione può dunque essere più correttamente attribuita ad  autori come John Austin o, per venire al secolo XX, ai sostenitori del positivismo giuridico come Hans Kelsen. Si tratta di una concezione legalistica dell'etica; ciò che ha una validità etica può essere obbligante solo se vi è un’autorità che è in grado di fare rispettare, con opportune sanzioni, la legge o le  regole codificate. Tale impostazione non solo esige una qualche codificazione  dell'etica, ma richiede anche che vi sia una autorità in grado di fare rispettare  i suoi decreti.   Numerose sono le obiezioni che sono state mosse a questa concezione legalistica dell’etica e in generale a una concezione come quella che sarà sviluppata sistematicamente dal positivismo giuridico che tenta di ricondurre la totalità del valore etico ai comandi di un'autorità positiva in grado di fare rispettare con l'uso della forza i suoi decreti. Già nel XVII secolo viene messa a  punto un’ampia batteria di critiche. Esse rendono difficile accettare questa  concezione come in grado di spiegare la natura dell’etica in generale e finiscono con il delimitarne la portata esplicativa, eventualmente, al solo diritto  positivo strettamente inteso (cfr. infra, $ 6.2).   Ricordiamo alcune di queste critiche. Il punto decisivo sta nel fatto che  ricondurre l'etica a un insieme di comandi non permette di discriminare   come ha mostrato nel dettaglio ad esempio F. Snare (Snare)   tra tre situazioni che sono concettualmente distinte. 1) Una posizione è quella  di chi accetta un comando in quanto teme l'eventuale sanzione di chi promulga il comando, ovvero quella di chi considera il comando obbligatorio e  vincolante in quanto prevede che chi lo ha emesso ricorrerà a una forza efficace coercitiva per farlo rispettare. 2) Completamente diversa è poi la posizione di chi accetta un comando in quanto riconosce un'autorità a chi promulga il comando. In questa posizione ricadono non solo i fautori  di cui  abbiamo già detto nella sezione precedente  di un legalismo religioso alla  Locke che vedono il comando divino come obbligante non potendosi non  avere «fiducia» nell’autore della natura che non può regolarsi in modo diverso da quello proprio di un padre buono. Vi ricadono anche i fautori del  positivismo giuridico (per una presentazione ed una critica di questa posizione sono utili Bobbio, 1965; Scarpelli, 1965} che ritengono di non potere non obbedire alle leggi promulgate da un'autorità che riconoscono come legittima in quanto rispetta le procedure costituzionalmente previste per promulgare leggi. 3) Infine del tutto diversa è la posizione di coloro che accettano  un comando in quanto discriminano tra comandi giusti e comandi ingiusti e  dunque rispettano le leggi del loro paese fino a quando le considerano eticamente accettabili. Si tratta di tre situazioni ben distinte e una meta-etica che  non riesca a mantenere autonoma l'obbligatorietà della morale dalla mera accettazione di un comando legittimo o dal timore di una qualche sanzione data  da un potere che ha la forza di costringerci risulta una meta-etica inadeguata.   Le critiche alle concezioni religiose o legalistiche della natura dell’etica  sono una chiara via pet giungere a cogliere l'autonomia dell'etica. L'autonomia che così viene in primo piano è quella di decisione di ciascun soggetto  individuale responsabile. L'etica ha a che fare con decisioni autonome di individui che non possono ritenere risolti i loro problemi meramente facendo  appello a una qualche autorità che comanda loro che cosa fare. In realtà resta  sempre aperta da un punto di vista etico la domanda che conta ovvero se obbedire o meno al comando riconoscendolo giusto. Il senso peculiarmente  etico di tale domanda ci si rivela laddove comprendiamo che con essa ci si  chiede non tantose l'autorità che ci sta di fronte sarà in grado di scoprirci o  punirci ove non rispetteremo i suoi comandi, quanto piuttosto se il comando  è giusto o meno, ovvero se è o no moralmente accettabile.   Le concezioni legalistiche dell'etica e il positivismo giuridico non riescono  dunque a discriminare tra potere giusto e ingiusto. Collocandosi al loro interno non trovano una spiegazione tutte le situazioni  su cui ha molto insistito Ronald Dworkin (Dworkin, 1990) nella sua critica al riduzionismo metaetico del positivismo giuridico  quali quelle in gioco quando ci si rifiuta di  obbedire a un comando ingiusto (le forme di totalitarismo del XX secolo  hanno di continuo fatto sorgere per gli esseri umani dilemmi del genere}. Ma  più in generale partendo da una concezione meta-etica del genere non si riesce a spiegare proprio la genesi di istituzioni quali la giustizia e il governo.  Naturalmente intendiamo riferirci a una genesi che cerchi sul piano logicocritico le ragioni della validità morale di un certo governo e della giustizia,  non già a una genesi che si contenti di qualche risposta di ordine storico 0  fattuale. Le concezioni che riconducono la validità dei principi morali a comandi vincolanti dati da una qualche autorità tendono infatti a considerare  che l'unico problema in gioco laddove ci interroghiamo sulla genesi della validità del potere di un certo governo o di determinate regole di giustizia non è  altro che il mero interrogarsi sul fatto storico se questo governo esiste o meno  e se queste sono o meno le leggi che vigono nel nostro paese. Chi riduce l'etica ai comandi di una qualche autorità non riesce più a rendere conto del  perché distinguiamo tra governi e leggi giuste e governi e leggi ingiuste. In  questo quadro legalistico non ha nemmeno molto senso porsi il problema, che  pure sembra centrale per l'etica moderna e contemporanea, dello spiegare  quali sono le basi per cui si debba obbedire a una qualche norma anche  quando si sa che non c’è nessuna autorità in grado di osservare il nostro comportamento e dunque premiarci o punirci per la nostra fedeltà o la nostra defezione. Se l'unica validità di una legge etica è data dalla forza che chi la comanda ha di farla rispettare, è evidente che non c’è nessuna ragione di seguire  una norma etica quando l’autorità non è in condizione di raggiungerci con le  sue sanzioni, Questa concezione meta-etica dunque non solo non spiega il  passaggio da una situazio ne priva di etica a una in cui vi è un qualche principio etico, ma finisce con il lasciare sempre aperta  in definitiva come fisiologica e legittima  la possibilità di defezionare dai comandi dell'etica ove  si sia in condizione di sfuggire al controllo dell’autorità che li ha promulgati.    2.5. L'etica come legge naturale 0 razionale.  Un'altra concezione sulla  natura dell'etica che ha una lunga storia dietro di sé è quella che identifica il  bene e il giusto con ciò che è naturale per gli uomini ovvero con ciò che è  razionale per essi. Le derivazioni della morale in termini di ragione umana e  in termini di natura umana rappresentano certamente due diverse concezioni  meta-etiche se le si vede da un punto di vista contenutistico; infatti è ben diverso presentare come un tratto definiente del bene e del giusto la natura o la  ragione umana. Per una lunga parte della storia dell’etica però le due vie sono  state fatte coincidere e fino al XVII secolo la natura umana è stata appunto  presentata principalmente come natura razionale. Solo nel XVIII secolo si  sono andate divaricando le due diverse strategie che hanno ricondotto l’etica  o ad aspetti della natura umana non strettamente razionali (i sentimentalisti e  Hume) o proprio alla parte razionale in quanto non influenzata da desideri e  passioni (Kant). Per quanto riguarda queste concezioni che riconducono  l'etica alla natura o alla ragione umana va rilevato che diversamente da quanto  accade nel caso dell'etica del comando divino la definizione del campo proprio del bene e del giusto non viene data rinviando a realtà al di sopra o al di  là degli esseri umani, quali sono appunto i comandi di un Essere Supremo. Ci  troviamo infatti di fronte a concezioni che ritengono di potere rendere conto  del campo della morale ricavandolo integralmente da ciò che è interno all’universo della vita umana. Si viene così a superare una concezione eteronoma  dell'etica nel senso di una concezione che rinvia a qualcosa che è al di sopra o  al di fuori della natura e ragione umana. Non tutte però le concezioni che collegano l'etica alla natura o ragione umana  e che potremmo caratterizzare in un senso molto generale come naturalistiche o immanentistiche  ne  riconoscono pienamente l'autonomia, e non mancano fino al XVIII secolo  concezioni riduzionistiche che tendono ad assimilare l'etica a tratti generali  della vita o della natura umana niente affatto peculiari. Alle concezioni metaetiche di Hume e Kant possiamo fare risalire il pieno riconoscimento dell’autonomia dell’etica pure nell’alveo di spiegazioni che fanno ricorso alla natura  o alla ragione umana. Nel senso più radicale di collegamento dell'autonomia  dell'etica con le scelte e le decisioni individuali dobbiamo invece guardare a  un processo che si è sviluppato solo nel XIX e XX secolo.   Cerchiamo di individuare i tratti distintivi di questa concezione meta-etica  o meta-morale rendendo brevemente conto delle tradizioni che l'hanno maggiormente sviluppata. In primo luogo la tradizione naturalistica che ha guardato  e guarda tuttora  all'etica nei termini metafisici e ontologici propri  della filosofia di Aristotele con le trasformazioni e manipolazioni più o meno  profonde operate dalle filosofie tomistiche e neotomistiche. In secondo luogo  la tradizione razionalistica che possiamo fare coincidere con il giusnaturalismo razionalistico del XVII secolo. Come si è detto vanno tenute distinte da  queste due strategie meta-etiche che potremmo caratterizzare come riduzionistiche quelle che pur rinviando alle nozioni di natura o ragione umana riconoscono uno spazio del tutto autonomo per la morale o l'etica. Così va considerata a parte la forma di naturalismo presente nelle opere di Hume che riconosce nell’etica una dimensione del tutto peculiare della vita umana della  quale non si può rendere conto nei termini di una generale ricostruzione ontologica e metafisica della natura umana complessivamente intesa. Va ugualmente tenuta distinta dalle concezioni riduzionistiche dell'etica la ricostruzione che della morale realizza Kant. Infatti questi, pur ammettendo lo stretto  collegamento tra razionalità ed etica, salvaguarda l'autonomia del campo della  morale distinguendo nettamente tra il piano della ragione pura conoscitiva e  quello della ragione pratica.   Presenteremo dunque quattro distinte caratterizzazioni dell'etica: nel  senso di un giusnaturalismo ontologizzante e metafisico; nel senso dell’estrinsecazione di un'unica Ragione ontologicamente radicata; nel senso di un collegamento con una natura umana universalmente intesa al cui interno si cercano però tratti che consentano di salvaguardare l'autonomia del campo della  morale; e infine nel senso dell'estrinsecazione di una razionalità pur sempre  sovrastorica e universale ma che viene connotata in una dimensione specificamente pratica distinta da altre dimensioni.   In Aristotele troviamo chiaramente formulata la tesi che la virtà e il bene consistono per gli uomini nel realizzare il comportamento che è proprio della  loro natura. L'essere umano è dunque naturalmente etico (come del resto è  naturalmente politico), e l'etica nella sua realtà può essere derivata solo dalla  conoscenza dell'essenza stessa della natura umana. Una prospettiva che tra  l’altro rende praticamente impossibile distinguere il piano dell’analisi metaetica da quellodelle analisi normative: identificare lo spazio dell'etica coincide  con l’identificare il bene che gli esseri umani sono naturalmente inclini a riconoscere. Nell’Etica Nicomachea (Aristotele, 1979) Aristotele presenta la più  chiara formulazione di una concezione che ricava la definizione dell'etica  dalla definizione della natura umana. L'elenco delle virtù umane e la loro gerarchia viene infatti derivata da una preliminare conoscenza di quella che è la  natura sostanziale dell'uomo. Anche se in Aristotele si riconosce come propria  della vita pratica una dimensione di indeterminatezza e probabilità che la  rende del tutto diversa dal sapere teorico in cui si possono attingere sia la  certezza, sia la conoscenza dimostrata, poi non troviamo tale indeterminatezza  quando si passa a delineare i fondamenti dell'etica. Che per gli uomini  la virtù  somma stia nella vita contemplativa e che la giustizia rappresenti la virtù  suprema della vita associata viene derivato logicamente dalla definizione dell'essenza dell’uomo come appunto animale razionale propriamente adatto al  sapere teorico e al vivere in società. Vi è nell’etica aristotelica non solo una  derivazione della definizione dell’etica da quella che si ritiene la natura essenziale e sostanziale dell'uomo, ma anche una particolare strategia teleologica  per rendere conto della vita etica in modo tale da salvaguardare l'impianto  dinamico e progressivo della vita pratica. In Aristotele infatti il bene per  l’uomo e quindi l'orizzonte di realizzazione dell'erica non rinvia a qualcosa di  già dato e posseduto, ma richiede piuttosto l'impegno dell'uomo a realizzare  quello che è lo scopo ad esso più proprio.   Questo impianto teleologico dell'ontologia aristotelica permette alla filosofia di Aristotele di venire riproposta nel tomismo e nel neotomismo come  struttura portante della concezione mediante cui il cristianesimo elabora il suo  peculiare tentativo di ridurre l’etica alla natura umana (si veda Maritain,  1971). Nella tradizione cristiana non è necessario percorrere la strategia che  riduce l’etica direttamente ai comandi divini: si può infatti percorrere anche la  strada che vede la natura umana come di per se stessa fornita di caratteri etici  imprescindibili. L'Autore della Natura con la sua bontà e provvidenza ha  creato la natura umana in modo tale da fornirla intrinsecamente di quel particolare te/os che le permette di realizzarela felicità e i risultati migliori per gli  uomini. Realizzare i fini propri della natura umana diventa così un comandamento anche per la religione cristiana in quanto appunto nella n atura umana sono rintracciabili chiaramente i tratti distintivi propri della vica etica. Ciò che  è innaturale risulta negativo e malvagio e nello stesso ordine naturale delle  cose possiamo rintracciare la regola di ciò che è buono e giusto.   Ma questa via di ricondurre l'etica a qualche tratto tipico della natura  umana viene percorso nel pensiero moderno e contemporaneo anche su basi  diverse da quelle metafisiche e ontologiche proprie dell'etica aristotelica. Se il  carattere comune în base al quale caratterizziamo una meta-etica come naturalistica è quello di ricondurre i tratti distintivi dell'etica a qualcosa che è peculiare della natura umana allora numerose meta-etiche naturalistiche sono  state presentate anche dal Seicento in avanti. Ma queste forme moderne e  contemporanee di naturalismo rifiutano poi di irrigidire la natura umana alla  luce di una concezione sostanzialistica e di conseguenza non percorrono la  strada che presenta l'etica come qualcosa di ontologicamente o concettualmente necessario per una definizione della natura umana ed evitano anche di  ricorrere alla strategia finalistica 0, nella versione cristiana, provvidenzialistica,  per fondare il campo della morale. Presentiamo alcune di queste meta-etiche  naturalistiche delineate nella cultura moderna econtemporanea e alcune critiche ad esse mosse.   Abbiamo un filone di meta-etiche naturalistiche, inaugurato dalla filosofia  di Anthony Ashley Cooper Shaftesbury, che pone al centro dell'etica un qualche istinto 0 sentimento originario e irriducibile ad altro: un «senso morale»  proprio di tutti gli esseri umani, Qui ci troviamo non solo di fronte a una  meta-etica chiaramente immanentistica, ma anche a una con cezione che non  deriva la definizione dell’etica da una caratterizzazione di tipo essenzialistico  della natura umana, ma da una ricognizione empirica degli esseri umani. Resta poi vero che attraverso questa procedura empirica si ritiene di potere individuare qualcosa che è comune a tutti gli uomini e quindi come tale proprio  della natura umana e almeno nel caso di Shaftesbury, e dopo di lui di Francis  Hutcheson, anche qualcosa di originario. Va sottolineato che l'etica viene qui  collegata alla disposizione da parte degli uomini a reagire alle cose del mondo  sulla base di qualche sentimento o senso piuttosto che in termini meramente  intellettuali o razionali. Ancora per tutto il secolo XVILI vi è stata una metaetica riconducibile a una forma di naturalismo sentimentalistico. L'etica infatti ha a che fare con sentimenti e emozioni proprie di tutti gli uomini anche,  ad esempio, per Hume e Smith. Nel caso di Hume tale caratterizzazione in  termini naturalistici dell'etica risulta temperata, sia dalla portata complessivamente ipotetica delle sue spiegazioni filosofiche, sia dal presentare i sentimenti e le emozioni proprie dell’etica come in larga parte non originarie, ma  piuttosto come il risultato di un processo artificiale di sviluppo della natura umana. Di conseguenza da una parte l'etica si presenta come qualcosa che ha  a che fare con un risultato artificiale e non originario della vita umana, ma  dall'altra questo stesso artificio è presentato come del tutto naturale per gli  uomini nel senso che Hume ne ricostruisce la genesi ricorrendo a cause naturali. Tale concezione naturalistica è stata così vista  ad esempio da Ruse  come un precedente di quella evoluzionistica elaborata da  Darwin e che si trova sviluppata poi a un livello filosofico (non privo di inclinazioni assolutistiche) in Herbert Spencer. Nel naturalismo evoluzionistico  l’etica viene considerata come un insieme di istinti e abitudini cooperative acquisite dagli uomini nel corso dell’evoluzione, ma una derivazione evolutiva  dell’etica non esclude che essa venga considerata  specialmente laddove si  insiste sulle sue radici biologiche  come propria di tutta la specie umana.   ‘Tutte queste diverse forme di meta-etica naturalistica sono state sottoposte  a critiche radicali lungo due linee convergenti, tra la fine del XIX secolo e la  prima metà del XX. Da una parte si èobiettato, come ad esempio fa J. $. Mill  nel primo dei suoi Three Essays on Religion (1874, Tre saggi sulla religione)  dedicato alla natura (Mill, 1972: 13-52), mostrando la vaghezza e genericità  della nozione di natura che come tale è del tutto incapace di fornire un qualche criterio preciso per avere a che fare con i problemi etici, dato che sta le  azioni più crudeli sia quelle più generose rientrano nella Natura latamente intesa. Dall'altra si è obiettato, come fa ad esempio G. E. Moore nei Prircipia  Ethica (Moore, 1964: 91-120) che da un punto di vista logico econcettuale il  naturalismo cade nella cosiddetta «fallacia naturalistica» riducendo appunto  a naturale ciò che non lo è (cfr. oltre $$ 3.4 e 3.11).   Malgrado queste critiche nel XX secolo concezioni naturalistiche dell’etica  sono state pur tuttavia riproposte, sia in termini evoluzionistici (ad esempio  nel caso della sociobiologia, specialmente da E. Wilson, 1975), sia attraverso  forme aggiornate di neoaristotelismo (ad esempio P, Foot, 1978 e A. Mac.  Intyre, 1988).   In contrasto con queste meta-etiche naturalistiche vanno viste quelle concezioni che rendono conto dell’etica non tanto riconducendola alla natura  umana, in generale, quanto piuttosto collegandola strettamen te, in modo più  specifico, con la ragione umana. Tale strategia è stata percorsa lungo due di.  verse linee, Da una parte i razionalisti etici del XVII secolo, quali ad esempio  i giusnaturalisti Ugo Grozio e Samuel Pufendorf, consideravano questa ragione umana come una facoltà ontologicamente garantita in grado di cogliere  l'essenza stessa dell’uomo e dunque i suoi obiettivi più propri (Bobbio, 1963).  Questa concezione della ragione è rintracciabile anche alla base dei numerosi  tentativi nel corso del XVII secolo di dare vita a un'etica dimostrata, un compito verso cui tendono pensatori per altri versi molto differenti quali ad esempio Hobbes, Baruch Spinoza, Locke e Samuel Clarke. L'idea era quella di  presentare una morale che derivasse le leggi del comportamento umano da  principi o auto-evidenti, o assunti comevalidi per definizione, o radicati nella  struttura metafisica del mondo.   Il razionalismo etico è stato però successivamente elaborato anche al d  i  fuori di questo quadro metafisico, essenzialistico o dimostrativo. Questa è ad  esempio la strategia percorsa nel modo più rigoroso ed approfondito da Kant  nella Kritik der praktischen Vernunft (\788, Critica della ragion pratica), ma  poi ampiamente ricorrente nella storia dell'etica contemporanea. Nel caso di  Kant l'etica ha a che fare non più con la struttura essenziale del mondo,  quanto piuttosto con la forma pura della razionalità umana. Kant precisa anzi,  salvaguardando la sua meta-etica dalla critica di ridurre il dovere al fatto, la  morale alla scienza, che la ragione di cui egli tratta nell'etica non è la ragione  pura conoscitiva ma è la ragione pratica. L'etica secondo Kant non ha un contenuto diverso dai principi generali che presiedono alla possibilità stessa di  una razionalità pratica per gli uomini, ed è in questo senso che l'etica ha a che  fare con una dimensione trascendentale che riguarda la volontà umana in generale. L'etica fissa e precisa le leggi che presiedono al funzionamento di qualsivoglia volontà umana che non si proponga questo o quell'obiettivo particolare, ma piuttosto di conformarsi alla sua struttura generale. L'etica rende così  esplicita la struttura categoriale della razionalità pratica umana. Vedremo nel  paragrafo 4.6 quali sono i contenuti normativi precisi a cui Kant giunge muovendo da questa concezione meta-morale; qui ci limitiamo a sottolineare alcuni tratti della meta-etica kantiana.   Nel caso della caratterizzazione della natura della morale fornita da Kant  risulta del tutto salvaguardata l'autonomia dell'etica rispetto alle dimensioni  della conoscenza empirica e della fede religiosa (Landucci, 1993): la razionalità pratica umana è infatti in grado da sola di fondare la validità della vita  morale. Anzi nella concezione kantiana gli stessi contenuti principali della religione sembrano presentarsi come risultati dell’azione della razionalità pratica umana in quanto suoi postulati che garantiscono la validità della vita morale. Nell’approccio kantiano l’esigenza di non ridurre l'etica a qualche altra  cosa viene dunque salvaguardata sia attraverso l'affermazione della netta distinzione tra ragionpura conoscitiva e ragion pura pratica, sia con la negazione della riconducibilità dell'etica a sentimenti ed emozioni naturali degli  uomini. Rifiutando di assumere un qualsiasi sentimento o emozione particolare degli uomini come in grado di rendere conto della natura della morale,  Kant ritiene anche di  poter giungere a garantire l'universalità della legge morale. Questa teoria meta-etica ha come sua conseguenza un pregiudiziale rifiuto rigoristico di considerare come bene una qualunque cosa che possa soddisfare un sentimento, un'emozione 0 un desiderio individuale.   Malgrado l'impegno con cui Kant si è sforzato di salvaguardare l’autonomia dell’etica non sono mancate nei confronti della sua meta-etica le critiche  di coloro che vi trovano una forma di riduzionismo non diversa da quella presente nell’etica naturalistica. Si insiste dunque che in Kant il dovere etico è  ridotto a quella che è la legge e la struttura della volontà. E ancora che nei  suoi scritti vi è la riduzione di tutte le ragioni pratiche dei singoli esseri umani  finiti a una razionalità universale e assoluta. Si rileva poi che l’uso di una nozione come quella di trascendentale è una traccia del permanere di tentazioni  di tipo ontologizzante ed essenzialistico. Va segnalato che  come avremo  modo di documentare ulteriormente  l’impostazione kantiana ha avuto comunque una grande fortuna nel corso del XX secolo. Autori su posizioni filosofiche molto diverse  quali ad esempio J. Rawls, H. Putnam, K. O. Apel   la ripropongono in nuove vesti. La tendenza è quella di depurare l'imposta»  zione kantiana dalle tentazioni di ordine metafisico e considerare l'etica come  qualcosa che ha a che fare non tanto con la struttura di fondo della razionalità  pratica quanto con le condizioni stesse della comunicazione umana in generale o con le presupposizioni della vita civile. Coloro che elaborano il modello  della razionalità pratica kantiana giungono così per quanto riguarda la natuta  dell'etica a conclusioni non molto diverse da quelle raggiunte da alcuni teorici  del prescrittivismo non cognitivistico di cui renderemo conto nella prossima  sezione.    2.6. L'etica come prescrizione universalizzabile.  Nel corso del XX secolo il tipo di concezione dell'etica che ha avuto la prevalenza è quella preoccupata principalmente di rendere conto della vita morale in modo tale da segnarne una netta autonomia e differenziazione rispetto al piano della conoscenza empirica e scientifica; potendosi oramai ritenere già del tutto acquisito,  sul piano teorico, il processo che ha portato a segnare il distacco dell’etica  dalla religione. La distinzione dell'etica rispetto al campo della scienza e della  conoscenza empirica è stata poi tracciata su basi molto diverse, rimanendo  dunque costante la tendenza a definire la natura dell'etica come campo del  tutto irriducibile e peculiare della cultura umana.   Così Moore consolida in modo definitivo  la tendenza a segnare una completa autonomia dell'etica rispetto alla conoscenza empirica 0 metafisica, anche se poi egli legava le principali nozioni etiche con una forma di conoscenza intuitiva del tutto peculiare. Conclusione  quest'ultima che verrà rifiutata da coloro che più rigorosamente negheranno  che l'etica abbia a che fare con una forma qualsiasi di conoscenza, ovvero da  quei teorici del non-cognitivismo preoccupati piuttosto di salvaguardare la dimensione prevalentemente normativa o prescrittiva al centro della morale. Ma  la soluzione di Moore era quella di indicare nelle proprietà oggetto dell’intuizione etica  ovvero nel bene e nel dovere  delle proprietà del tutto uniche  e irriducibili ad altri tipi di proprietà naturali, presentandole quindi come peculiari e indefinibili qualità non-naturali. Tutte le meta-etiche che non avevano riconosciuto l’indefinibilità e l'irriducibilità delle proprietà etiche secondo Moore avevano compiuto, in generale, l'errore logico da lui chiamato  «fallacia naturalistica», errore consistente prima di tutto nel ridurre ciò che  non è naturale al naturale.   Su basi diverse all'analoga conclusione dell’affermazione di una netta distinzione tra conoscenza empirica o scienza e ambito della morale arriveranno  anche quei neo-positivisti che —— come ad esempio Alfred Jules Ayer in Language, Truth and Logic (1946, Linguaggio, verità e logica) — allargavano la  loro analisi verificazionista del discorso fino a presentare conclusioni a proposito della natura dell'etica. La tesi generale di Ayer era quella dell'impossibilità di rend ere conto dei giudizi morali con le stesse concezioni esplicative che  rendono conto delle normali asserzioni empiriche e scientifiche. Ma Ayer non  si limitava a tracciare una distinzione tra l'ambito delle asserzioni empiriche e  l'etica. Egli infatti concludeva sulla base della generale teoria del significato  accettata dai neo-positivisti — secondo la quale solo le proposizioni empiricamente verificabili, sia pure in linea di principio, hanno un significato — che  l'autonomia dell’etica è data dal fatto che i suoi enunciati, proprio per l’uso di  nozioni quali buono, giusto e dovere non sono verificabili in termini empirici  e dunque sono privi di senso. Ayer non si limitava però alla conclusione negativa, ma aggiungeva anche una caratterizzazione in positivo dell’etica. Ayer infatti riconosceva alle proposizioni dell'etica un ruolo loro proprio: quello di  esprimere le emozioni di chi parla e di suscitare emozioni in chi ascolta. Proprio sulla base di questa caratterizzazione emotivistica della natura dell'etica  Ayer finiva con il sostenere sul piano epistemologico che non esistono modi  razionali per cercare di superare il disaccordo in morale (cfr. srfra, $ 3.9).   Anche Stevenson salvaguardava in Ethics and Language (1944, Etica e linguaggio) l'autonomia dell'etica collegandola agli atteggiamenti, mentre le altre  specie di discorso hanno a che fare principalmente con le credenze. Gli strumenti teorici generali di Stevenson erano però quelli del pragmatismo e non  già quelli del neopositivismo, e proprio perciò permettevano di delineare una  ricostruzione meno rinunciataria e negativa del discorso etico. Infatti secondo Stevenson l’etica è costituita da un insieme di giudizi in cui chi parla espone  appunto i propri atteggiamenti e cerca di provocarne di analoghi anche negli  altri. Rispetto all'analisi riduttiva di Ayer, in quella dell’«ernotivismo moderato» di Stevenson viene riconosciuto il ruolo peculiare del discorso etico  come pienamente significante sia pure collocandolo su dì un piano non conoscitivo. Rispetto al neopositivismo (ma anche all'intuizionismo di Moore) il  punto di svolta sta nel riconoscimento che non solo le conoscenze sono significanti. Rispetto a quanto era stato fatto dalla riflessione meta-etica precedente  quello che per Stevenson e i non- cognitivisti diventa centrale non è solo riuscire a rendere conto di quanto l'etica sia distinta dalla conoscenza, ma anche  specialmente dello stretto collegamento che essa ha con l'azione e la pratica  effettiva. Su questo piano diventa prioritario nella riflessione meta-etica la salvaguardia della distinzione tra l'è di cui appunto si occupa la conoscenza e il  deve che è di pertinenza della morale.   I fautori della meta-etica non-cognitivistica si impegnano particolarmente  lungo una linea analitica rivolta a rendere esplicito il collegamento del discorso etico con l’azione fissando in termini di regole precise e non già di espressione di emozioni questo ruolo del linguaggio umano. In questa direzione  sono stati elaborati numerosi tentativi di caratterizzazione. Tutta la riflessione europea sull'analisi del linguaggio morale nel periodo successivo alla fine  della seconda guerra mondiale è dedicata principalmente a questo obiettivo.   Rendiamo qui conto della più fortunata tra le concezioni non-cognitivistiche, quella di Richard Mervyn Hare, già delineata fin dal 1952 con The Language of Morals (Il linguaggio della morale) e poi ripresa e sviluppata, prima  sul piano epistemologico nel 1963 con Freedom and Reason (Libertà e ragione)  € poi su quello normativo nel 1981 con Mora! Thinking. Its Levels, Method  and Point (Il pensiero morale).   Secondo Hare l’etica è caratterizzata dalla presenza di nozioni la cui funzione è tale che non può trovare realizzazione in nessuna altra parte del discorso umano: la funzione propria del discorso etico è quella di dare voce a  «prescrizioni universalizzabili soverchianti». Tutti questi tratti dell'etica vengono spiegati dettagliatamente da Hare nei suoi scritti. Le impostazioni filosofiche generali di L. Wittgenstein e di J. L. Austin gli forniscono gli strumenti per dare corpo alla sua meta-etica. Con il sottolineare la natura prescrittiva dell'etica Hare salvaguarda quello stretto collegamento delle nozioni  morali con le azioni effettive di chi esprime una propria posizione e di chi  ascolta. Si tratta di quel nucleo proprio dell’etica per cui essa è necessariamente collegata con una qualche motivazione ad agire, e per cui si imparenta  con i comandi e con gli imperativi e include il ricorso alle nozioni di dovere e obbligo. Si tratta appunto di quel nucleo prescrittivo che veniva perso di vista da quelle concezioni meta-etiche  quali l'intuizionismo sostenuto da  Moore  che tendevano invece a rendere conto dell'autonomia e specificità  della morale in termini di una conoscenza peculiare. In realtà l'etica non è in  alcun modo una conoscenza di ciò che è, ma è un insieme di prescrizioni rivolte a ciò che deve essere.   Un altro punto importante della concezione meta-etica di Hare è quello  che insiste sul farto che i nostri discorsi morali non solo sono prescrittivi, ma  in realtà trasmettono prescrizioni universali, ovvero prescrizioni che si ritengono valide per tutti i casi simili. Il riconoscimento di una universalizzabilità  dei giudizi morali così come affermata dalla meta-etica non-cognitivistica  vuole rendere conto di un'esigenza peculiare di coerenza e strutturazione propria della vita morale, per cui i giudizi dell'etica si distinguono dai giudizi di  gusto 0 di preferenza relativamente ai quali tale esigenza non viene abitualmente fatta valere. Una distinzione tra giudizi morali e giudizi di preferenza  della quale invece non riuscivano a rendere conto le meta-etiche emotivistiche. Attraverso questa via dell'universalizzabilità Hare e i non-cognitivisti recuperano e includono nelle loro spiégazioni un tratto dell'etica che è stato  fortemente richiamato e sottolineato da Kant ed è centrale per coloro che ne  riprendono la concezione della morale. Non diversamente come un tentativo  di rendere conto di un'etica che ha molti dei tratti della moralità così come  già la presentava Kant, va visto l'ultimo carattere che Hare riconosce come  proprio dell’etica nel suo modello non-cognitivistico: il fatto di essere soverchiante. Ciò significa riconoscere che l'etica è costituita non solo da prescrizioni universalizzabili, ma anche che in quanto «soverchianti» sono gerarchicamente preordinate rispetto ad altre prescrizioni.   Il non-cognitivismo di Hare è stato ampiamente discusso nella seconda  metà del secolo XX come tentativo fertile di cogliere la natura propria dell'etica, La concezione dell'etica come insieme di prescrizioni universalizzabili  soverchianti è stata fatta propria anche dai teorici tedeschi dell'etica del discorso come K. O. Apel e J. Habermas (Apel, 1977; Habermas, 1985). Non  sono mancate le critiche a questa concezione che è stata considerata  ad  esempio da B. Williams (1987)  non tanto come una spiegazione o un’analisi neutra di quella che è l'etica per noi, quanto piuttosto come una posizione  che cerca di imporre una ben precisa concezione, rigida e superata, della  moralità. Altre critiche hanno rilevato come tale meta-etica sembri volere negare, sul piano logico, la possibilità  invece del tutto aperta a ogni essere  umano  di restare al di fuori di una vita etica così intesa. Hare ha cercato di  rispondere a questo ultimo tipo di critiche precisando che la sua tesi non sostiene che non si può fare a meno di sottoscrivere nel corso della propria vita  prescrizioni universalizzabili soverchianti, quanto piuttosto che non si può  rendere conto in modo logicamente corretto della natura dell'etica e della  morale fuoriuscendo da questo quadro esplicativo.   Altri problemi aperti riguardano dimensioni ulteriori della meta-etica noncognitivistica e avremo occasione di fermarci su di essi nei prossimi capitoli.  Proprio in quanto la meta-etica non-cognitivistica si presenta, secondo chi  scrive, come quella più adeguata e fertile si tratterà di completarne l'esame  affrontandone anche le altre implicazioni, relative alla genesi dell’etica (cfr.  $ 3.10), alle forme argomentative ad essa proprie fcfr. $$ 3.9 e 11) e ai suoi  eventuali suggerimenti normativi (cfr. $ 4.7).    2.7. La negazione dell'etica: libertà e determinismo.  Nel rendere conto  delle posizioni che si sono occupate in generale della natura dell'etica dobbiamo soffermarci su quelle concezioni che hanno negato che in realtà vi sia  uno spazio per le scelte etiche degli uomini. Per quanto riguarda queste posizioni  molto differenziate e sempre più diffuse nel secolo XX  distinguiamo tra coloro che negano decisamente che gli uomini possano mai agire  realmente in modo libero e dunque essere imputabili di una qualche respon.  sabilità, e le posizioni che invece, pur ammettendo che gli uomini possano  agire liberamente, negano che possano essere effettivamente motivati dalla ricerca di obiettivi non strettamente personali. Le negazioni dell'etica dell'ultimo tipo nascono da quelle teorie psicologiche che non ammettono che gli  esseri umani possano essere mossi ad agire da prospettive imparziali o valori  più o meno universali.   Le concezioni che negano qualsiasi spazio per una libera scelta da parte  dell'uomo sono chiamate abitualmente deterministiche. Va subito precisato  però che qui ciò che è in gioco non è tanto la questione su cui sembrano contrapporsi deterministi e non- deterministi se vi possano mai essere per gli esseri umani azioni del tutto immotivate e dunque arbitrarie, quanto piuttosto  la questione se gli uomini possono scegliere liberamente di fare le azioni che  vogliono fare sulla base delle ragioni e motivazioni a cui sono più sensibili,  comprese le motivazioni e ragioni specificamente morali. Nella lettura che noi  proponiamo dunque la questione della libertà e della responsabilità etica degli  uomini non si colloca nel quadro di discussione sul determinismo e indeterminismo proprio della filosofia medievale, incline a identificare la libertà degli  uomini con un irrealizzabile libero arbitrio, ovvero con una libertà di volere in  assenza di qualsiasi motivazione. In alternativa va invece accettata l’impostazione delle analisi sulla questione libertà-necessità dell'agire umano fatte valere nella linea empiristica da Thomas Hobbes, John Locke, David Hume.  Secondo questi pensatori è del tutto compatibile (0 se si vuole addirittura essenziale) con il riconoscimento di una libertà e responsabilità morale nelle  azioni umane, una posizione che considera le azioni umane sempre determinate o motivate da una qualche causa o ragione (W. K. Frankena, 1981: 155162). Il punto decisivo nella diatriba non è dunque se le azioni umane siano o  no sempre motivate da ragioni o cause, ma se gli uomini possano 0 meno scegliere liberamente di fare le azioni per le quali hanno motivi o ragioni. In questo senso la libertà delle azioni umane non si contrappone tanto all’esistenza  di motivi o ragioni che determinano la volontà, quanto al fatto che gli esseri  umani sono costretti a fare certe azioni da altri esseri wmani o che vi siano  comunque delle cause  che essi non possono in alcun modo controllare   che li costringano a fare delle azioni che, ove fossero liberi, non farebbero. Si  è costretti a concludere che gli uomini non sono liberi € l'etica non ha alcuna  possibilità di sussistere laddove si ritenga non tanto che tutte le azioni umane  abbiano {o debbano avere) dei motivi, delle cause o delle ragioni, ma si ritenga che tali cause e motivi agiscano necessariamente anche laddove gli uomini credano di avere altri motivi e ragioni per agire. Dunque non sussiste  uno spazio per l'etica quando si abbraccia una concezione che ci porta a ritenere tutte le azioni umane come effetto necessario di cause esterne ai differenti individui umani esistenti, cause sulle quali né ciascuno di questi esseri  umani singolarmente né in collegamento con gli altri può avere una qualche  influenza.   Esistono numerose concezioni che specialmente nel corso del XIX e XX  secolo hanno insistito sulla completa assenza di spazio per una libera scelta  nelle azioni umane nel senso che abbiamo appena definito. Non possiamo qui  rendere conto di tutte le concezioni del genere; ricordiamo solo quelle più  importanti e certamente inquietanti per chi crede a una qualche realtà ed efficacia delle distinzioni morali.   Già Darwin, nei primi appunti stesi in collegamento con le sue prime riflessioni tra il 1833 e il 1840 sulle sue scoperte intorno alle trasformazioni  delle specie viventi, suggeriva le implicazioni per la morale di una concezione  evoluzionistica (Desmond e Moore, 1992: 293-320). Tutto il processo evolutivo è dominato dal caso e dalla sopravvivenza dei più adatti in termini meramente biologici e sessuali. Come risulta chiaro poi la lotta per la vita in termini evolutivi riguarda non già i singoli individui, ma le specie nel loro complesso. In questo quadro tutte le azioni umane si presentano come frutto di  cause che riguardano complessivamente la specie umana. Questa prospettiva  biologica sulla vita degli uomini è stata sviluppata e approfondita da autori che hanno elaborato quella che è chiamata sociobiologia (Wilson, 1979). A) di  là delle opzioni apparentemente libere che si presentano alle scelte umane, in  realtà tutte le azioni umane sono casuali e soggette a condizionamenti in termini di ciò che è vantaggioso per la sopravvivenza della specie complessivamente intesa. Così se identifichiamo l'etica con la presenza di una dimensione  cooperativa nelle azioni umane, tale dimensione non è altro che un effetto  dell'evoluzione biologica naturale e le azioni che ne conseguono sono del  tutto istintive e sottratte al nostro controllo. Del tutto illusoria è dunque la  prospettiva dell'etica che vi siano dei contlitti, disaccordi e scelte drammatiche di fronte agli uomini e che essi possano responsabilmente e liberamente  dare ad esse una soluzione. La vita umana è sottoposta alle leggi generali della  vita e del tutto casualmente si realizzano processi e trasformazioni, i quali tutti  vanno dunque al di là di qualsiasi libera scelta individuale.   Un'altra concezione che sembra negare qualsiasi spazio alle scelte libere e  responsabili di cui tratta l'etica è quella che viene considerata come una conseguenza dell’accettazione dell’impostazione psicanalitica di Sigmund Freud.  È dubbio che una tale schematica concezione sia presente in Freud, che, se  leggiamo opere come Das Unbebagen in der Kultur (1929, Il disagio della civiltà) sembra piuttosto impegnato a rendere conto della genesi della coscienza  morale all’interno della sua generale teoria sulla dinamica psichica, senza volersi dunque impegnare su di un piano essenzialistico (Freud, 1978). Ma vi è  comunque una vulgata che considera una conseguenza dell’impostazione psicanalitica la tesi che le azioni umane individuali non possono essere viste  come frutto di scelte consapevoli, ma sono il risultato piuttosto di motivazioni  inconsce che sfuggono a qualsiasi controllo individuale. Quando noi riteniamo di avere di fronte determinate alternative tra le quali scegliere razionalmente la migliore, in realtà siamo spinti a percorrere una certa strada da pulsioni profonde (amore- odio ecc.) che sfuggono completamente al nostro controllo consapevole e che dettano  anche tenendo conto della nostra storia  psicologica personale  i nostri comportamenti in modo necessario. Una  analoga riduzione delle motivazioni consapevoli ad altre più profonde cause si  troverebbe nella concezione di Carl Gustav Jung e in tutte quelle dottrine che  elaborano una qualche tipologia o caratteriologia.   Rispetto a questi approcci alle azioni umane che negano all’etica un qualunque ruolo va mossa una critica preliminare. Queste tesi hanno un valore se  sono presentate come ipotesi scientifiche, ma se vengono presentate come tali  la loro validità non può essere estesa appunto al di là di quella propria di  spiegazioni empiriche per un campo ben determinato di comportamenti  umani. Rendere conto delle azioni umane secondo una spiegazione evoluzionistica non può essere presentato  pena l'abbandono del piano scientifico di  discorso  come l’unica e necessaria spiegazione di qualsiasi azione umana,  come una sorta di caratterizzazione essenzialistica e sostanzialistica della natura delle cose. Gli stessi teorici, metodologicamente più avvertiti, dell’evoluzionismo  come ad esempio Richard Dawkins (Dawkins, 1992)  non  hanno mancato di temperare in vari modi questa semplicistica negazione dell'etica. Da una parte hanno così insistito sull'incidenza solo statistica e non  necessaria delle cause evolutive. Dall'altra hanno anche riconosciuto una capacità degli esseri umani, non solo di essere consapevoli dei processi evolutivi,  ma di sottrarsi proprio sul piano procreativo ai meccanismi dettati dall’evoluzione, Infine si sono impegnati ad elaborare spiegazioni che rendono conto  della superiorità, sul piano evolutivo, di quelle culture che realizzano al loro  interno un equilibrio selettivo stabile intorno ad abitudini cooperative, rispetto alle culture dominate dal completo egoismo individuale.   Una estensione dunque su di un piano ontologico o metafisico dell’evoluzionismo risulta effettivamente incompatibile con qualsiasi altra spiegazione o  interpretazione delle azioni umane, ma in quanto tale rappresenta una fuoriuscita dal piano del discorso scientifico e la trasformazione dell’evoluzionismo  in una religione. Non diversamente si può ritenere indebita la generalizza  zione del modello esplicativo proprio della psicanalisi a tutte le situazioni in  cui gli uomini scelgono, decidono e deliberano. La fertilità della psicanalisi è  indubbia laddove è presentata come una spiegazione di ben precise azioni e di  situazioni patologiche del comportamento umano. Ma non si può se non impropriamente estenderla in modo tale che essa pretenda di spiegare tutte le  azioni umane in qualsiasi situazione con le forze e pulsioni inconsce su cui  richiama l’attenzione,   Un'altra strada è stata percorsa sempre più insistentemente negli ultimi  due secoli per negare qualsiasi spazio all'etica. Si tratta qui di quella posizione  che sostiene che gli uomini sono in definitiva mossi solo da motivazioni del  tutto personali ed egoistiche e che dunque cercano sempre e solo la soddisfazione dei loro interessi. È poi molto diffusa la tendenza a caratterizzare questi  interessi in termini strettamente economici. La negazione dell'etica in questo  senso deriva da una concezione essenzialistica dell'azione umana che identifica come unico movente di tutte le scelte la realizzazione del massimo vantaggio da un punto di vista economico. Secondo alcuni  ad esempio Louis Dumont (Dumont, 1984)  è questo il tipo di prognosi sulla civilizzazione  umana nell'Occidente che troveremmo già in Bernard de Mandeville (Mandeville, 1987) e in Smith e che dovremmo realisticamente fare nostra. La tesi  generale è che la realizzazione e il consolidarsi delle società dominate dalla logica del mercato rende praticamente impossibile la ricerca da parte di ciascun essere umano di obiettivi non strettamenté autointeressati. Vi sarebbe  quindi, paralletamente al progressivo consolidarsi delle strutture delle società  di mercato, una vera e propria morte dell’etica. In luogo di una spiegazione  pluralistica  ancora legittima nel secolo XVII  dell’azione umana che la  riconduceva a ragioni etiche, economiche, di moda ecc. ora saremmo dunque  costretti a fare nostra una spiegazione monistica per la quale le uniche ragioni  delle scelte e decisioni sono economiche, e tra l'altro quasi mai sotto il controllo dell'individuo. Secondo questa filosofia della civilizzazione sono dunque del tutto scomparse le condizioni che permettono azioni mosse da ragioni  etiche, altruistiche 0 universalistiche. Ancora una volta una spiegazione che  può avere una sua fertilità se tenuta su di un terreno del tutto limitato finisce  poi con il risultare inaccettabile una volta estesa su di un piano essenzialistico.  Tutte queste concezioni contestano la possibilità dell'etica sulla base di  una pretesa ingiustificata di caratterizzare in termini sostanziali ed essenziali  l'azione umana. La ricostruzione che dell'azione umana viene offerta da chi  ammette l'incidenza delle ragioni etiche è una delle possibili spiegazioni che  restano aperte nella nostra cultura. Certo non l’unica, forse nemmeno quella  più importante e significativa, ma di sicuro una spiegazione fertile sul piano  esplicativo e non priva di forza prognostica. Se si cerca di rendere conto delle  azioni umane sulla base dell'assunzione che gli uomini sono mossi ad agire  anche da ragioni etiche si riesce  come ha recentemente in vari modi mostrato Amartya K. Sen (Sen, 1986, 1988, 1992, 1994)  a rendere conto di  alcuni comportamenti effettivi e a prevedere alcune situazioni future in modo  non diverso (e non meno esteso) di quanto accade con le altre spiegazioni.    3. Fondazione, giustificazione e spiegazione: l’epistemologia dell'etica.    3.1. Dalla meta-etica all'epistemologia.  La ricerca rivolta a identificare  la natura della morale, il senso delle nozioni che operano nell'etica, rappresenta un passaggio preliminare prima di affrontare un altro genere di questioni decisivo per l'etica, quello relativo alle vie disponibili per fondare, giustificare, o eventualmente spiegare, le scelte e i giudizi normativi. Sapere che  tipo di domande ci poniamo quando siamo alla ricerca di ciò che è bene ©  giusto fare in una data situazione è appunto preliminare  da un punto di  vista logico e concettuale  per arrivare a individuare le procedure mediante  le quali si può trovare la risposta adeguata.   Rendiamo dunque conto in questo paragrafo delle diverse linee lungo le  quali si è risposto al problema dei modi in cui si possono conoscere, fondare 0  giustificare le norme e i valori con cui l'etica ha a che fare. Nel corso del secolo XX vi è stato, prima, uno spostamento deciso dal problema di come  sono conoscibili i valori etici, a quello di come sono fondabili i nostri giudizi  normativi e le nostre decisioni pratiche. Successivamente l'elaborazione filosofica ha visto affermarsi una prospettiva che in luogo della tesi della fondabilità delle conclusioni etiche ha preferito limitarsi a sostenere la possibilità di  giustificarli o di argomentare pro o contro i valori in gioco. In questo paragrafo renderemo anche conto di un altro approccio che si è andato sempre  più consolidando nella riflessione etica del secolo XX rivolto non più a fondare o giustificare le conclusioni normative, quanto piuttosto a spiegare la genesi dell'etica e delle distinzioni che in essa vengono istituite. Quest'ultimo  approccio che abbandona le pretese di elaborare criteri gnoseologici ed epistemologicì per passare ad un'analisi propriamente esplicativa non coinvolge  solo le posizioni (di cui abbiamo reso conto nel $ 2.7) di coloro che negano la  validità delle distinzioni etiche. Un analogo approccio esplicativo troviamo in  chi occupandosi dell'etica filosofica si rifiuta di passare sul piano più direttamente prescrittivo e normativo, fissando così i limiti dell'intervento riflessivo  nella determinazione della natura dell'etica, dei tipi di procedure gnoseologiche ed epistemologiche che essa coinvolge e dei meccanismi genetici che  l'hanno costituita.   Nel rendere conto dei diversi modelli gnoseologici ed epistemologici riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea mescoleremo ancora la prospettiva storica con quella critica e teorica. Per procedere con questo bilanciamento delle due prospettive le partizioni di questo paragrafo non seguiranno  l'ordine di quelle esposte nel precedente paragrafo, né riprenderanno in  modo esclusivo le distinzioni già fissate a livello di meta-etica. Dal punto di  vista gnoseologico ed epistemologico alcune delle partizioni fatte valere sul  piano meta-etico risultano infatti o troppo strette o troppo larghe, nel senso che  un approfondimento analitico permette di riconoscere diverse procedure epistemologiche alla base della stessa concezione meta-etica o procedure epistemologiche analoghe laddove siamo costretti a tracciare delle distinzioni sul piano meta-etico. Il lettore si accorgerà che il quadro precedentemente delineato di  concezioni meta-etiche trova comunque un riscontro in questo paragrafo.    3.2. La conoscibilità della legge divina.  Come si è già avuto modo di  sottolineare il secolo XVII rappresenta un punto di riferimento essenziale per  chi voglia rendere conto dello sviluppo dell’etica teorica nel senso in cui ne  stiamo trattando in questo scritto. Numerosi pensatori riconoscono che le soluzioni a proposito dell'etica devono essere tali da poter essere accettate da  esserti umani, finiti razionali, che siano in grado di ripercorrere la strada che  viene ad essi indicata per superare coniflitti e disaccordi. Questa prospettiva di  ricerca sull’etica e sulle sue basi epistemologiche e gnoseologiche è ad esempio del tutto operante in Cartesio, che però non la percorre arrestandosi alla  sua soglia. Infatti Cartesio non sottopone anche le verità etiche all’analisi in  termini di dubbio e di ricerca della certezza a cui egli sottopone le altre verità,  e proprio in quanto non intraprende tale indagine si arresta a quella che lui  stesso chiama una «morale provvisoria». Una morale assunta acriticamente  dalla tradizione e che andrà confermata o sostituita dopo che si sarà percorsa  sisternaticamente la strada della ricerca critica sulle verità morali. Questa rinuncia dichiarata a percorrere una strada fondazionale non esclude, del resto,  la presenza nell'opera di Cartesio di una vasta ricerca sulle basi antropologiche della vita morale e una rivisitazione, per molti versi scettica, delle concezioni tradizionali di virtù e felicità (Canziani, 1980).   Una ricerca sulle basi razionali dell'etica viene invece esplicitamente avviata, nel secolo XVII, da pensatori come Hobbes e Locke. Negli scritti di  Locke troviamo in realtà percorse diverse strategie gnoseologiche ed epistemologiche per l'etica e il suo problema fondamentale fu proprio quello della  conoscibilità della legge morale e degli articoli della fede religiosa (Colman,  1983; Fagiani, 1983). Locke dunque affronta sistematicamente la questione di  come sia conoscibile la legge morale naturale in un contesto che assume che la  legge naturale è un comando divino. Dopo avere ricostruito analiticamente  diverse strategie alternative mediante le quali si potrebbe giungere a conoscere tale comando Locke finisce poi però con il dichiarare la loro inadeguatezza. Possiamo quindi ricavare dai suoi scritti sia una indicazione delle diverse procedure epistemologiche a cui può fare appello chi accetta la tesi che  l’etica sia in definitiva un insieme di comandi divini, sia l'indicazione dei limiti  propri di queste procedure e dunque la difficoltà complessiva di dare una  base razionale al tentativo di derivare l’etica da tesi di ordine religioso.   Una prima strategia consiste nel legare la conoscibilità e autorevolezza della  legge morale quale comando divino ad alcuni testi in cui tale legge è rivelata.  Locke si mostra petò consapevole dei limiti presenti in questo appello ai testi  rivelati. Egli riconosce, ad esempio in The Reasonableness of Christianity, as deliver'd in the Scriptures (1695, La ragionevolezza del Cristianesimo), che il ricorso  ai testi sacri per la tradizione cristiana può al massimo valere sul piano pedagogico e retorico. Argomenti analoghi possono essere fatti valere per tutte le  religioni positive. Il ricorso ai testi sacri e rivelati può rappresentare un aiuto e  una facilitazione per chi si preoccupi di convincere 0 persuadere altri, ma non  può però rappresentare una via adeguata per giustificare una conclusione etica per tutti gli esseri umani, Il collegamento della verità etica conoscibile con la  lettura di qualche testo in cui la divinità ha espresso i suoi comandi  oltre il  problema della molteplicità delle interpretazioni possibili della lettera del testo   comporterebbe l’assurda conseguenza di considerare tutta quella parte dell'umanità che è vissuta prima, 0 vive al di fuori, della rivelazione come del tutto  priva di etica. Una ulteriore conseguenza assurda: considerare del tutto privi di  morale coloro che sono in disaccordo con noi su alcuni dei punti caratterizzanti  la religione rivelata che noi accettiamo.   Lo stesso Locke fa valere una obiezione più generale nei confronti del tentativo di ricondurre la base di validità di una tesi etica al fatto che si tratti del  comando di una certa divinità. Si tratta di una critica contro il volontatismo di  quei teologi che considerano invece questa strategia come in grado di fondare  la moralità. La critica generale presente negli scritti di Locke  già negli Essays (Saggi) del 1664 (Locke, 1973)  è che il fatto di trovare un certo comando espresso in un testo che  più o meno fondatamente  crediamo  espressione della volontà divina è del tutto irrilevante sul piano etico; su questo piano il problema che si pone non è tanto se ci si trova di fronte ad un  comando di qualcuno, quanto piuttosto se ciò che viene comandato è giusto. I  sostenitori dell’origine divina dell’etica hanno sempre considerato come necessaria e sufficiente la coincidenza tra volontà divina e legge morale, ma la  riflessione moderna e contemporanea ha invece fatto valere sempre di più  l'autonomia dell'etica. Questa autonomia viene affermata già a livello concettuale distinguendo nettamente le nozioni etiche dalle nozioni che fanno riferimento a ciò che è comandato da qualcuno, sia pure l'Autore della Natura. Il  riconoscimento di tale autonomia ha poi un riflesso sul piano epistemologico  e gnoseologico e porta a fissare con precisione la diversità delle procedure  gnoseologiche con cui si conosce la volontà divina rivelata nei testi sacri rispetto a quelle con cui si conosce la legge morale valida.   Prima di illustrare le vie percorse in positivo da Locke per cercare di fondare razionalmente le conclusioni etiche soffermiamoci invece su una strada  da lui rifiutata. Si tratta di quella concezione che indica in una particolare  coscienza 0 facoltà morale il modo più sicuro per arrivare a conoscere direttamente i comandi mortali della divinità. Una strategia per fondare e conoscere l'etica tuttora molto frequentata e cara ai fautori di una riduzione dell'etica alla religione. Per quanto riguarda Locke nel I libro dell’Essay nega che  alla «coscienza» ci si possa appellare come a una prova valida in morale e la  nozione di coscienza viene fatta rientrare nell'armamentario delle assunzioni  innatistiche che non possono avere alcun riscontro sul piano empirico (Locke,  1971; 92-93). La concezione che Dio stesso ci comanda direttamente  senza  per questo servirsi della rivelazione  la legge morale, e che noi abbiamo una  cognizione diretta di tale legge attraverso la nostra coscienza, è stata sviluppata, nel secolo XVII, da alcuni neo- platonici di Cambridge, e in particolare  da Herbert di Cherbury con la sua dottrina delle notiones comsmunes. La  stessa linea fu poi riproposta nel secolo XVIII su basi nuove da intuizionisti e  sentimentalisti che conservavano un quadro provvidenzialistico. Così Joseph  Butler legava la conoscenza delle verità etiche all’attività intuitiva di una peculiare «coscienza» capace di obbligare e fornita di autorevolezza, e Hutcheson indicava nel «senso morale» la base di quel particolare sentimento che ci  fa cogliere la virtà in un mondo ordinato dall’Autore della Natura. Contro la  tesi che Dio ci rende noti direttamente nella coscienza i suoi ordini morali vi  sono alcune argomentazioni già formulate da Locke. L'appello alla coscienza  non può essere certo un criterio definitivo in etica perché dovremmo disporre  di almeno altre due ulteriori specificazioni. In primo luogo un qualche criterio  che ci permettesse di discriminare quei dettami della nostra coscienza che  sono affidabili da quelli che sono errati. In secondo luogo un qualche fondamento che ci autorizzasse a ritenere  laddove sorgessero disaccordi  che  ciò che ci fa conoscere la nostra coscienza è veramente la legge morale per  tutti gli uomini, anche per quelli che con i loro discorsi e con le loro azioni  testimoniano di non trovare nelle loro coscienze principi analoghi ai nostri.  Rifiutata la via della coscienza Locke invece si impegna positivamente nel  cercare di conciliare una concezione che vede la morale come caratterizzata  da comandi divini con una strategia empiristica. L'accettazione di una epistemologia e gnoseologia empiristiche porta Locke ad elaborare una strada indiretta di fondazione e giustificazione della legge morale naturale come corando divino. Secondo questa via di fondazione indiretta noi giungiamo ad  accettare il comando morale divino espresso nella legge naturale dopo avere  percorso un ragionamento che ci porta a risalire a Dio come all'Autore della  Natura buono che ha creato gli esseri umani in modo tale che essi effettivamente siano in condizione di ottenere la loro felicità. Ovviamente questa strategia comporta l’assunzione che ciò che Dio comanda non può che essere il  bene per gli uomini, un passaggio verso l'accettazione dell’intellettualismo  etico che non vede più nella volontà divina l'unico fondamento del bene e  rende del tutto secondario il valore dei testi rivelati. La strategia di giustificazione della validità della legge naturale morale avanzata da Locke comprende  diversi passaggi: in primo luogo trovando un ordine o un disegno nel mondo  si risale a un autore della natura; poi si postula una natura divina buona e  razionale per cui l’autore della natura non può che volere la felicità degli esseri umani; ancora si crede che l’autore della natura non solo abbia trasmesso agli esseri umani un insieme di leggi naturali, universali ed eterne, per realizzare la loro felicità, ma anche che abbia messo gli esseri umani in condizioni  di conoscere tali leggi con certezza con il ricorso alle loro facoltà naturali del  senso e della ragione; infine si assume che conoscere tali leggi naturali equivale a essere obbligati a obbedire a ciò che ci richiedono. Le lacune e le cir.  colarità presenti in questi vari passaggi risultavano già evidenti allo stesso  Locke che nel corso di tutta la sua vita si affannò a cercare di ovviare ad esse.   In effetti la procedura di giustificazione lockiana della validità delle leggi  naturali come comandi divini comporta il continuo passaggio dal piano empirico a quello sovrannaturale, dal piano dell'essere a quello del dovere. Con  l’aiuto di questa strategia si potrà al massimo disporre di ragioni del tutto ipotetiche a favore di ciò che noi siamo già giunti ad accettare come un comando  divino del tutto indipendentemente e prima del ricorso a queste procedure  gnoseologiche ed epistemologiche. Consapevole di ciò Locke presentava nell’ultima parte della sua vita il suo tentativo di elaborare un'etica dimostrativa  come una via per confermare le opzioni morali trasmesse dalla tradizione cristiana. Una volta che cadono le assunzioni che sorreggono l'argomento del  disegno e le pretese sulla bontà provvidenziale dell'Autore della Natura questa strategia sembra crollare, Non c'è più nessuna divinità da cui far dipendere la validità della legge morale, nulla garantisce che l’autore della natura  sia buono piuttosto che malvagio, nulla è più in grado comunque di farci superare l'abisso tra l'eventuale conoscenza di una norma come comando divino  e il nostro accettarla come obbligante. Locke stesso cercò di superare questo  abisso, ma legando la validità e l'efficacia della legge morale naturale non  tanto al riconoscimento che si tratta di un comando divino in sé giusto,  quanto piuttosto al timore per la sanzione che sarebbe derivata in un'altra vita  in caso di infrazione verso di essa. Ma questo tentativo di agganciare la validità e l'obbligatorietà di un principio etico a una qualche sanzione che segue  una infrazione verso di esso, è una strategia che non possiamo più percorrere   indipendentemente dall’accettabilità o meno delle credenze sull’immortalità dell'anima e sull'esistenza di uno stato futuro  ove riconosciamo l’autonomia dell'etica. Fare appello a qualche sanzione ultraterrena infatti al massimo riesce a giustificare o fondare che noi si faccia qualcosa perché temiamo  la sanzione o cerchiamo i premi che una certa autorità lega a questi comportamenti, Ma percorrere questa strada impedisce di vedere che il piano concettuale investito dall’etica è quello che comporta fare ciò che è giusto o bene  fare e non già quello che comporta fare una certa cosa solo perché teniamo la  sanzione di una qualche autorità (per quanto illuminata} ove non dovessimo  obbedire ai suoi comandi.  La fondazione dell'etica attraverso un calcolo prudenziale.  Un'altra  strada percorsa per fondare l'assunzione di un punto di vista etico è quella  che cerca di riconnettere la ricerca individuale del bene personale con la considerazione pet il bene comune. Naturalmente non si tratta di quelle concezioni che sulla base di considerazioni empiriche e a posteriori concludono che  la ricerca del bene personale risulta essere l’unica via che consente di realizzare un incremento del bene comune. Una concezione del genere è spesso alla  base della difesa dell'economia di mercato e viene attribuita a Smith ed è stata  esposta in modo approfondito da FÀ. von Hayek (Hayek, 1986). Affrontiamo invece in questa sezione la questione se si possa o meno fornire un fondamento razionale all'esigenza di essere morali: dove si considerano razionali  solo le argomentazioni che rinviano alla soddisfazione di propri interessi o  piaceri e con «morale» si intende il rispetto di qualche regola generale o  norma di cooperazione quali  ad esempio  mantenere le promesse, rispettare i contratti e obbedire alle leggi del proprio paese.   Questa impostazione è presente in modo del tutto esplicito nelle pagine di  Hobbes. Così la risposta che Hobbes dà allo «sciocco razionale» nel capitolo  XV del Leviathan, or tbe Matter, Forme and Power of a Common-wealth Ecclesiasticali and Civili (Il leviatano; Hobbes) è rivolta a cercare di mostrare che, calcolando sulla base degli interessi in gioco, la salvaguardia di un minimo di principi etici e cooperativi è vantaggiosa per i diversi  individui. Troviamo dunque nelle pagine di Hobbes il tentativo di elaborare  una giustificazione di ordine prudenziale a favore del riconoscimento dell'opportunità di rispettare i principi dell'etica. La razionalità in gioco nel calcolo  prudenziale è stata sistematicamente delineata  nei suoi assiomi e nelle sue  deduzioni  nel corso del XX secolo dalla «teoria della scelta razionale 0  teoria delle decisioni» (Axelrod, 1985; Resnik, 1990). Proprio tra i teorici  della scelta razionale di questo secolo vediamo ripresentarsi il problema di  Hobbes formulato in un diverso modo (Kavka, 1986). Si tratta cioè di individuare se e in che modo sia possibile provare la razionalità dell’accettazione di  un minimo di regole cooperative anche quando quest’accettazione sembra essere in contrasto con i nostri interessi più immediati e diretti e ci si trovi in  una situazione in cui un’eventuale nostra defezione unilaterale potrebbe sfuggire al controllo altrui.   Già in Hobbes troviamo dunque un tentativo di argomentare a favore  dell'accettazione di regole © principi etici contro le pretese dello «sciocco  razionale» di fare sempre e comunque ciò che è per lui più vantaggioso e  dunque di defezionare o sospendere la propria fedeltà nei confronti della regola o del principio etico quando ciò è per lui più conveniente o quando comunque può sfuggire alla sanzione altrui. Torneremo su queste argomentazioni quando affronteremo i tentativi di presentare come una  vera e propria teoria etica normativa la teoria della scelta razionale. La situazione dello «sciocco razionale» è molto simile a quella di cui si occupano i  teorici della scelta razionale quando affrontano i problemi posti dal «dilemma  del prigioniero», e si impegnano nell’analisi del comportamento del free rider.  Già Hobbes elaborava alcune argomentazioni che insistevano sulla rischiosità di un comportamento di defezione unilaterale e sulla probabilità di ricavare un danno nel momento in cui gli altri  prima o poi  giungeranno a  scoprirlo.   Negli ultimi decenni il paradigma hobbesiano è stato in vari modi interpretato e sviluppato da diversi teorici dell'etica. Particolarmente stringente è  stato il modo in cui David Gauthier (Gauthier, 1986) ha cercato di fondare la  preferibilità di avere una morale in luogo di esserne privi all'interno di quella  posizione che ha caratterizzato come «contrattualismo reale» per distinguerla  dal «contrattualismo ideale» di Rawls (Rawls, 1982). Secondo Gauthier il  quadro concettuale di Rawls con l'assunzione in partenza della validità del  principio di equità implica già l'accettazione di un piano etico e dunque dà  per dimostrato quella che vorrebbe giustificare. Gauthier cerca di elaborare  invece una teoria in cui l'accettazione dell’etica e del contratto sociale originario che garantisce la vita civile e la cooperazione non viene fatta dipendere da  condizioni ideali presupposte, ma piuttosto dal beneficio che ciascuno dei  contraenti ricava in termini di ragioni prudenziali o di utilità personale.   Il programma di Gauthier è quello di riuscire a mostrare all’interno della  teoria della scelta razionale come sia più conveniente e vantaggioso essere un  «massimizzatore vincolato» dall’accettazione di qualche principio etico interpersonale, piuttosto che un «massimizzatore diretto» che tende sempre e solo  alla soddisfazione dei propri interessi immediati. Gauthier elabora tutta una  serie di argomenti che fanno emergere l’ottimalità dei risultati raggiunti attraverso la via della massimizzazione vincolata, una volta messi a confronto con  le disponibilità di partenza o con i risultati raggiungibili attraverso la massimizzazione diretta propria di chi procede come un free rider,   Gauthier sostiene che il modo in cui un agente delibera influenza le opportunità da lui attese. Così se guardiamo al modo di deliberare proprio di un  massimizzatore vincolato potremo aspettarci che egli consenta volontariamente con i termini di un accordo precedente, anche se questo comporta che  egli così vincoli il diretto perseguimento dei suoi interessi. Ma sulla base di  tali aspettative il massimizzatore sarà il benvenuto come partner în progetti  cooperativi reciprocamente benefici. Se invece consideriamo il modo di deliberare proprio di un massimizzatore diretto, da costui non potremo aspettarci  che consenta con i termini dei suoi precedenti accordi a meno che ciò non  contribuisca direttamente a soddisfare i suoi interessi. Ma proprio sulla base  di questa aspettativa sul suo comportamento il massimizzatote diretto sarà  estromesso come partner nelle iniziative cooperative in quanto non si può gemuinamente avere fiducia in lui. La conclusione di Gauthier è dunque che il  massimizzatore vincolato può aspettarsi di godere di opportunità che invece il  massimizzatore diretto può solo prevedere che gli saranno negate. Si tratta di  una differenza che evidentemente opera a tutto vantaggio del massimizzatore  vincolato. Sulla base di questa argomentazione Gauthier conclude che si può  ritenere razionale incorporare nelle proprie deliberazioni i vincoli con cui si è  razionalmente concordato come filtri tra possibili azioni tra cui scegliere, Ed è  chiaro che qui razionale significa un calcolo con un saldo positivo a proposito  della soddisfazione dei propri interessi.   La teoria di Gauthier si presenta come molto potente in quanto presume  di potere dimostrare la razionalità dell'assunzione di vincoli etici come mezzo  per realizzare un surplus di soddisfazione dei propri interessi. Ma l'elaborazione di Gauthier va incontro a una serie di difficoltà che mostrano come sia  ancora irrisolto il tentativo di fondare in termini prudenziali la preferibilità di  una vita etica. Infatti da una parte, legando il saldo attivo che ricava il massimizzatore vincolato alla fiducia di altri nei suoi confronti, Gauthier sembra  dovere fornire un criterio sicuro per discriminare tra situazioni in cui la fiducia è bene riposta e casi in cui invece una tale fiducia è errata. Un criterio del  genere non viene offerto da Gauthier, ma si può ipotizzare che esso non sia  disponibile e che, nel caso in cui si tratti di fiducia da concedere a un qualche  partner, si debba oscillare tra una valutazione diretta, caso per caso, 0 una  assunzione di trasparenza delle motivazioni del partner o una qualche circolarità. L'altra difficoltà di ordine generale dell’argomentazione di Gauthier (e  più in generale di quelle strategie che tentano di giustificare l’etica in termini  prudenziali o di salvaguardia dei propri interessi) sta nella pretesa di potere  dimostrare che il surplus di ottimalità conseguente all'assunzione di un vincolo etico riguardi tutti i possibili contraenti con qualsiasi interesse di partenza. Gauthier si impegna ad elaborare una concezione non riduzionistica di  «interessi» (concerns) non definendoli in termini strettamente economici, ma  lastiandone indeterminato il contenuto mediante un rinvio alle preferenze di  ciascuno. La cooperazione e dunque l'etica secondo Gauthier rende possibile  soddisfare con esiti migliori i propri interessi di partenza  di qualsiasi tipo  essi siano  che vanno quindi vincolati secondo le aspettative degli altri. Resta difficile da capire come si possa mettere su uno stesso piano interessi che esigono soddisfazioni molto differenziate e, ciò che più importa, vincoli ben  diversi. È difficile cioè riuscire a capire come si possa assemblare e considerare vincolabili alla stessa stregua preferenze di partenza per beni diversi (poniamo, beni condivisibili e beni esclusivi). Difficile capire come si possa costruire in modo unitario il «massimizzatore vincolato» tenuto conto che in  genere gli interessi degli esseri umani  si intende dello stesso essere umano  in tempi diversi  sono molteplici e probabilmente bisognosi di un qualche  ordinamento interno. Ma la difficoltà più generale riguarda la pretesa della  teoria di Gauthier di fornire la mossa vincente per convincere chiunque   solo sulla base di un calcolo strettamente interessato  della convenienza  a interiorizzare una disposizione a rispettare gli accordi. Sembra opinabile che  questa mossa possa risultare efficace anche laddove per esempio non si avesse  già una disposizione a rispettare gli accordi o non vi fosse una qualche base  motivazionale, emotiva o psicologica, sulla quale fare leva per radicarla o rafforzarla.   Vedremo poi in una sezione successiva un'altra difficoltà intrinseca all'approccio prudenziale o della teoria della scelta razionale. Vedremo  infatti che per restare coerenti con questo approccio finiamo, in alcune situazioni, con il tendere a risultati niente affatto ottimali.    Vi  sono però strategie per la fondazione dell'etica molto più antiche di quelle  che abbiamo appena ricordato e ad esse si continua a ricorrere anche nell'etica moderna e contemporanea. Ad esempio quelle strategie che ritengono  che nella natura umana siano rintracciabili dei caratteri e delle proprietà che  fondano una particolare considerazione e rispetto per gli esseri umani, conseguenza del riconoscimento di uno status privilegiato e unico dell’uomo nell'universo. Abbiamo visto soprache vi sono cacatterizzazioni dell'etica  che vedono al suo centro una legge naturale razionale e dunque concepiscono  il comportamento morale come realizzazione di alcuni tratti propri delia natura umana. È costitutivo di questa strategia argomentativa il tentativo di derivare ciò che si deve fare da quella che è la natura umana in quanto tale.   Due passaggi sono caratteristici di questa strategia sul piano fondazionale.  In primo luogo questa strategia implica che si abbracci una forma di cognitivismo essenzialistico e può essere percorsa solo da chi ritenga di disporre di  una concezione che coglie in modo assoluto e compiuto la natura umana. In  effetti le etiche che procedono lungo questa strada presentano come loro premessa una qualche definizione sostanziale della natura umana e in genere rendono conto del suo posto nell'universo in termini metafisici o ontologici. Troviamo percorsa questa linea nella tradizione aristotelico-tomistica di cui Jacques Maritain ha reso conto, nel XX secolo, in modo simpatetico (Maritain,  1971). In questa strategia il contenuto dell'etica viene derivato da una definizione dell’uomo concepito come persona con una propria peculiare natura sostanziale che ne garantisce la dignità. La difficoltà per questa strategia sta  nella discutibilità della caratterizzazione della natura della persona, una natura della quale linee di pensiero diverse hanno reso conto in termini dei tutto  alternativi e incompatibili (come argomentano Scarpelli, 1985: 181-203; Preti,  1989: 63-95). Nell'elaborare la concezione della persona morale si procede di  solito o impoverendo l'essere umano di tutti gli elementi concreti, o presentando l'individuo umano in vesti tanto astratte e ideali che una tale rappresentazione finisce con il non avere alcuna presa sul piano delle azioni concrete.  Un'altra via che pone al centro della morale una definizione della natura personale dell’uomo è quella che connota la persona con una serie di tratti che  non sono altro che l’ipostatizzazione di assunzioni di ordine ideologico o religioso. Una tale costruzione  e conseguente uso  della nozione della persona come fondamento dell'etica è ad esempio presente nel XX secolo nei  documenti ufficiali su questioni morali della Chiesa Cattolica.   Un altro limite di questa impostazione sta nel commettere in modo evidente l'errore logico di ridurre ciò che deve essere a ciò che è. Si tratta di  quella «fallacia naturalistica» ovvero di quella offesa alla cosiddetta «legge di  Hume. Infatti le  diverse caratterizzazioni della natura umana in termini ontologici e sostanziali  non fanno che richiamare ciò che è già proprio di tutti gli esseri umani. Ma  allora non si riesce a capire in che modo da ciò che è già proprio dell’uomo in  quanto tale si possa ricavare ciò che l’uomo dovrebbe fare e che in quanto  dovrebbe ancora realizzare non può logicamente già essere. Proprio questa  indebita riduzione del dovere all'essere è stata al centro di una serie di contestazioni contro tutte le forme di riduzionismo dal Settecento in avanti. Tali  critiche sono particolarmente decisive contro quelle forme di ragionamento  che presumono di potere conoscere quale sia il bene 0 il dovere per gli omini  ricorrendo a una definizione di quella che è la loro natura essenziale. In generale va quindi detto che chi procede per la strada di una fondazione ontologica dell’etica compie tutta una serie di errori logici; il tentativo di ridurre i  valori a fatti ovvero a realtà empiriche o metafisiche; il non cogliere la peculiare funzione prescrittiva e normativa che è propria di tutti i giudizi etici;  l'assimilare le procedure mediante cui si può giustificare o argomentare in  etica a quelle seguite dalle scienze empiriche o da presunte discipline metafisiche per descrivere o spiegare il mondo come è.  La natura umana come fondamento dell'etica: la via empirica.  Vi è  stata un'altra strategia che ha cercato di indicare come procedura propria  della fondazione della morale un esame della natura umana. In questa linea  non ci si propone di risalire a una qualche definizione metafisica o ontologica  della natura umana, ma di cercare di cogliere, attraverso l’esperienza e l'osservazione, quale è per gli esseri umani il comportamento più consono ed adeguato. Anche questa via di fondazione epistemologica dell'etica si presenta  come destinata al fallimento. Da una parte la ricerca empirica sulla natura degli uomini ben difficilmente potrà ottenere dei risultati di ordine universale,  ma finirà sempre con l’identificare la natura umana con alcuni tratti propri  degli esseri umani in un determinato momento del tempo e in una ben precisa  cultura. Inoltre questa strategia non può sfuggire alla fallacia tipica di tutte le  forme di naturalismo che riducono ciò che deve essere a ciò che è.   Tra le concezioni che hanno cercato di sviluppare sistematicamente il tentativo di provare attraverso un’indagine empirica che cosa è bene o giusto si  colloca certamente l'evoluzionismo erede di Darwin, specialmente nella forma  che esso ha preso con Herbert Spencer. Berirand Russell agli inizi di questo  secolo negli Elements of Ethics (1910, Gli elementi dell'etica) criticava, in  quanto riduzionistica, la pretesa di ricavare indicazioni etiche da un presunta  linea dell'evoluzione umana empiticamente corroborata. Nella concezione  evoluzionistica, rilevava Russell, la strategia argomentativa procede attraverso  continui passaggi dal piano del riscontro empirico a quello delle definizioni  implicite. Così laddove si identifica ciò che è giusto e ciò che è buono con la  linea evolutiva che si ritiene avere scoperto empiricamente in realtà si è introdotta una definizione etica per cui ciò che è più evoluto è moralmente superiore, Proprio per queste difficoltà generali a cui va incontro l’evoluzionismo  etico dopo l’ubriacatura dei sociobtologi, neo-evoluzionisti epistemologicamente avvertiti come R. Dawkins (Dawkins, 1992; cfr. $ 2.7) rifiutano di presentare le loro concezioni come una fondazione dell'etica. Tra l’altro non è  certo possibile percorrere questa strategia con un minimo di utilità pratica,  ovvero rintracciare in termini empirici la soluzione a un problema etico connettendola con un corso di azioni migliore evolutivamente, ovvero che favorisce la sopravvivenza del genere umano o del gruppo di cui facciamo parte  biologicamente. Non vi sono procedure empiriche che consentono di arrivare  a confrontarsi con un’aliernativa secca tra ciò che favorisce la sopravvivenza  del genere umano e ciò che l’ostacola. Non esistono di certo sicuri metodi  empirici per decidere se una certa linea di comportamento è più o meno in  contrasto con i bisogni della specie umana. Né può rappresentare una fuoriuscita dalle difficoltà etiche con cui ci confrontiamo, sostenere che però a posteriori può essere poi dimostrato  ammesso che ciò sia possibile  che ciò  che gli uomini fanno è quanto rende possibile la loro sopravvivenza. Si tratta  di procedure dubbie perché finiscono con il razionalizzare catastrofi e guerre  e comunque si tratta di ricostruzioni che vengono date dopo che le azioni  sono state compiute e che poco dunque possono aiutarci sul piano deliberativo o della costruzione di una qualche concezione etica.   Difficoltà insormontabili si presentano per tutti gli altri tentativi di ricondurre il bene e il giusto a delle proprietà del mondo che, non diversamente  dalla forza e dall’energia, possono essere verificate, misurate e quantificate.  Ma più in generale e su un piano meno materiale sono destinati al fallimento  tutti quei tentativi di ricondurre le procedure di fondazione dell'etica a quelle  in uso in scienze, quali la psicologia e la sociologia, più direttamente rivolte  allo studio degli uomini. La via di ricondurre l'etica alla psicologia è stata più  volte percorsa nel corso del secolo XX. Così procedeva Moritz Schlick nei  suoi Fragen der Ethik (Problemi di etica) quando indicava nel bene ciò  che è considerato più idoneo ai bisogni di un individuo che vuole mantenere  l'armonia con il gruppo sociale di cui fa parte. Una definizione che, ammesso  sia in grado di suggerire un qualche criterio di valutazione, dà per scontata la  preferibilità  sempre e comunque  dell'armonia rispetto alla disarmonia,  con ovvie implicazioni conformistiche. Un più recente tentativo di ricondurre  le procedure della deliberazione etica a quelle in uso nella psicologia è stato  fatto da Richard Brandt in A Theory of the Good and Right (1979, Una teoria  del bene e del giusto). Brandt si è sforzato di mostrare come il processo deliberativo dell’etica sia assimilabile alla tecnica usata nella terapia psicologica  cognitiva per mettere alla prova i desideri e gli obiettivi sulla base di una valutazione della loro razionalità. Brandt sostiene che nell’etica come nella terapia cognitiva si tratta di valutare razionalmente se i desideri che abbiamo sono  o meno adeguati: ovvero tali che li confermiamo avendo tutte le informazioni  empiriche necessarie, tali che ci propongono obiettivi per realizzare i quali  disponiamo dei mezzi necessari e infine tali che non comportano delle conseguenze inaccettabili. Questi sono certamente passaggi a cui si può ricorrere  quando è in corso una deliberazione etica, ma va aggiunto che parte dell’etica  sembra consistere nel valutare se noi riteniamo che determinati desideri debbano essere accettati da tutti coloro che si trovino in situazioni analoghe. I  riscontri empirici ci dicono quali desideri gli uomini hanno, ci presentano le  distribuzioni statistiche di questi desideri, ma nulla dicono su quali siano i  desideri da privilegiare e quelli da mortificare, quelli da rafforzare e quelli da  controllare ad ostacolare.   Non mancano coloro che non si fanno influenzare da questi dubbi sulla validità conclusiva in etica di un metodo di deliberazione e giudizio che cerchi  di controllare empiricamente come stanno le cose per quanto riguarda gli uomini e le situazioni in discussione. Fautori di un naturalismo ingenuo, sostengono che noi di fatto già sappiamo che certe azioni sono negative e malvagie  (per esempio l'assassinio o il furto) e che certe istituzioni (per esempio i contratti, il mantenimento delle promesse e la fedeltà verso un certo governo)  sono giuste. Si può ammettere che questa strategia naturalistica aiuti a individuare inclinazioni e tendenze ira le più radicate negli esseri umani, ma il  punto è che tali inclinazioni e tendenze non possono essere giustificate con la  mera argomentazione che di esse già disponiamo di fatto, o che sono universalmente presenti tra gli uomini (il che tra l'altro non si riesce a dimostrare).  Ancora una volta si fa appello a predisposizioni o inclinazioni così generiche e  indeterminate che il rinvio ad esse ci può essere di scarso aiuto nel risolvere i  concreti problemi etici di fronte ai quali ci troviamo. Così, ad esempio, nessuna indagine empirica sulla natura umana potrà riuscire a risolvere la questione se vanno considerati o meno come omicidi alcuni casi controversi (per  esempio l'aborto nelle prime settimane dal concepimento, o alcuni casi di eutanasia volontaria). Inoltre forse egualmente naturali e per così dire universali  si presentano inclinazioni all’aggressività e predisposizioni all’odio, al risentimento, e alla gelosia che non risultano certamente giustificate per la loro diffusione e riscontrabilità empirica.    3.6. L'appello a una ragione universale come via per la fondazione dell'etica.  Un'altra concezione epistemologica per l’etica è quella che fonda  le sue conclusioni non tanto genericamente sulla natura umana, quanto più  specificamente sulla ragione umana, ovvero su quello che è considerato il  tratto più peculiare degli uomini. Così larga parte del giusnaturalismo del  XVII secolo si presenta come un vero e proprio giusrazionalismo. Grozio e  Pufendorf si impegnarono, infatti, nel tentativo di edificare il diritto, e più in  generale l'etica come scienza razionale dimostrativa. Questo stesso tentativo è  presente anche  accanto ad altre vie  in Locke. La possibilità di edificare  la morale come scienza dimostrativa viene fatta dipendere da Locke dalla natura del tutto artificiale delle principali nozioni morali (come egli sostiene si  tratta di «modi misti»), ciò che permette dunque di stringere con un collegamento logicamente necessario tutti i giudizi in cui ricorrono nozioni morali  (Locke, 1971: 632-636). Ma questo rigore dell’etica, questa sua struttura dimostrativa, e la sua completa dipendenza dalla razionalità, è possibile solo in  quanto si sono svuotate di qualsiasi portata realistica le nozioni etiche ricavandole integralmente da convenzioni linguistiche che permettono di dare vita a definizioni essenziali di tipo arbitrario. In generale questa forma di razionali  smo etico si unisce con una qualche fondazione contrattualistica dei principi  dell'etica nel senso di un qualche accordo sulla definizione delle sue nozioni  centrali. Ma la procedura contrattualistica può fondare una validità solamente  convenzionale  ovvero limitata a coloro che accettano di sottoscrivere il  patto  e dunque le basi della conseguente scienza etica dimostrativa risultano del tutto esili (cfr. $ 3.8).   Il razionalismo seicentesco ha presentato anche tentativi di dare una portata realistica alle conclusioni etiche scoperte mediante la ragione. Così ad  esempio in autori come Samuel Clarke e William Wollaston la ragione si presenta come la facoltà che permette di scoprire la verità in etica. Questo è possibile solo in quanto si ritiene che il bene e il male, il giusto e l'ingiusto siano  identificabili individuando quali sono le relazioni adeguate alle cose in se  stesse. Nel caso di Clarke il giusto non è altro che una relazione di adeguatezza tra l’azione e lo stato delle cose; per Wollaston il giusto non è altro che  un collegamento veritativo tra l’azione e lo stato complessivo delle cose (così  come l’ingiusto è dichiarare, con la propria azione, il falso). Ma questa prospettiva che riconduce il giusto e l’ingiusto a un giudizio di adeguatezza o  inadeguatezza tra le azioni e lo stato delle cose comporta due assunzioni che  saranno fortemente contestate nel pensiero successivo. Da una parte la convinzione che gli esseri siano ordinati secondo una gerarchia ben definita  la  grande catena degli esseri  che distingue nettamente tra livelli separati ontologicamente e forniti di valore diverso. Solo sulla base di questa assunzione  si può ad esempio, all’interno di questa prospettiva, considerare inadeguata  quella azione in cui l'animale sia preferito a un essere umano, o un essere  umano trattato in modo inadeguato al suo status ontologico. Questa tesi della  gerarchia tra gli esseri è contestata decisamente da tutta la ricerca evoluzionistica del XIX e XX secolo, Non necessariamente la scala evolutiva corrisponde a una scala di valore; non mancano inoltre i casi di confine difficilmente decidibili; nulla vieta di riconoscere valore anche agli esseri che si presume siano al fondo della scala degli esseri. La seconda assunzione dei  razionalisti realisti è che dare un giudizio sulla giustezza o meno di un atto {o  di un evento) si possa identificare con l’individuare una qualche relazione tra  le cose. Questa pretesa è criticata e dissolta da Hume che mostra con chiarezza (Hume) come un giudizio di relazione tra cose non  possa in alcun modo esaurire lo spazio di un giudizio morale. È infatti indubbio che relazioni dello stesso tipo di quelle in gioco nell’incesto sono rintracciabili tra animali, o che tra le piante ritroviamo collegamenti analoghi a quelli  che si hanno nel parricidio, eppure non possiamo certo concludere con un giudizio morale sulle «azioni» degli animali e delle piante. La pretesa di ridurre i giudizi morali a formule matematiche o a conclusioni razionali dimostrative risulta del tutto fallace.   Un tentativo  ma in una forma del tutto diversa dalle precedenti  di  fondare l’etica sulla ragione è stato anche quello di Kant e di coloro che ne  riprendono il razionalismo etico. In questo caso si sostiene che è la stessa ragione pratica o volontà pura, in quanto tale, che implica certi principi morali  che vanno rispettati se si vuole dare coerenza alle nostre conclusioni etiche.  Ciò che è bene e ciò che è giusto può essere quindi individuato conformando  la nostra scelta e decisione alle presupposizioni che vincolano qualsiasi volontà umana razionale. La razionalità pratica in quanto tale implica certi principi formali che sono rispettati solo da coloro che compiono le azioni effetti  vamente giuste o ingiuste (Kant; Landucci). È questa la strategia  fondazionale seguita da Kant per ricavare le diverse formulazioni dell'imperativo categorico (si veda $ 4.6) dalle regole trascendentali che presiedono alla  volontà umana. Critiche alla procedura epistemologica alla base dell'etica  kantiana vengono mosse su due piani. In primo luogo si obietta che la prospettiva kantiana in realtà concepisce la volontà umana in termini sostantivi e  dunque inttoduce fin dall’inizio nelle sue analisi apparentemente formali e  neutrali del volere umano dei tratti che non possono che portare a un ben  preciso esito morale. In secondo luogo viene obiettato che un mero appello  alla coerenza formale è del tutto inefficace in etica perché alla costrizione in  gioco nell’appello alla coerenza si può sempre sfuggire rifiutandosi di considerare come effettivamente insostenibile uno stato di incoerenza.   In questa rivisitazione del razionalismo etico faccio dunque mia la prospettiva critica che rileva che la ragione in quanto tale può solo permetterci di  trarre delle conclusioni che si esprimono in quelle che chiameremo deduzioni  o giudizi analitici. Ma se così stanno le cose ciò che è eticamente rilevante o è  già dato nelle premesse del nostro discorso  e allora occorrerà spostare la  discussione su come sono state costruite queste premesse  o non potrà certo  essere raggiunto ricorrendo al solo aiuto della deduzione razionale. La razionalità e la ragione umana in quanto tali non solo risultano eticamente vuote,  ma se si guarda poi alla ragione come facoltà intellettuale questa presenta l’insufficienza più generale, dal punto di vista fondazionale, di portare a conclusioni © esiti che non risultano direttamente motivanti. Scoprire che vi è una  certa relazione tra le cose, o che date certe premesse se ne ricavano per via  analitica determinate conclusioni è cosa ben diversa dall'essere mossi a fare  ciò che è bene, giusto, doveroso fare. La ragione può dunque solo aiutarci a  identificare ulteriori situazioni a cui estendere i nostri principi etici, una volta che noi già abbiamo  sulla base delle nostre sensazioni, emozioni e passioni  discriminato tra quello che approviamo 0 disapproviamo, apprezziamo o svalutiamo.    Il collegamento con la ragione umana  concepita come la parte migliore e più  alta, quasi una patte divina, della natura umana  è spesso sembrata la via  maestra per garantire alle conclusioni dell'etica sia una strategia peculiare sia  una superiorità rispetto a tutto il resto. Ma nel pensiero moderno e contemporaneo la consapevolezza dell’autonomia della morale ha portato ad abbandonare questa strada. Questa esigenza di riconoscere l'autonomia dell'etica  veniva già raccolta da Kant, sia pure in un quadro generalmente razionali.  stico, attraverso l'identificazione di una peculiare razionalità pratica. Ma altri  pensatori hanno preferito incamminarsi sulla strada di una derivazione dell'etica e delle distinzioni in essa in gioco da una facoltà ad doc del tutto peculiare ed irriducibile sia alla ragione o intelletto sia ai vari sensi che contribuiscono a dare agli uomini il bagaglio delle loro esperienze.   La strada dell'individuazione di una vera e propria facoltà ad hoc per la  vita morale è stata percorsa in modo sistematico e nel dettaglio da Hutcheson. Nei suoi scritti infatti egli presenta articolatamente uno  specifico «senso morale» che permette di cogliere direttamente le distinzioni  morali e che non è riducibile né alle operazioni dell'intelletto, né agli altri  sensi. La ricostruzione che Hutcheson fornisce del senso morale come facoltà  del tutto peculiare che permette di fondare oggettivamente le conclusioni etiche sembra giustificare l'attribuzione a questo pensatore di una concezione  intuizionistica (Norton, 1982). In definitiva il senso morale di Hutcheson è in  grado di cogliere direttamente delle vere e proprie qualità delle azioni e situazioni naturali da giudicare, Hutcheson si impegna anche a ricostruire il modo  in cui proprietà e qualità etiche sono collegate necessariamente con le altre  proprietà oggettive e reali delle cose di cui abbiamo esperienza. Dunque in  Hutcheson possiamo trovare un quadro intuizionistico che vedremo ripreso,  al di fuori di alcune pretese sensistiche, nel secolo XX.   Infatti intuizionisti come Sidgwick e Moore {o in parte H. Prichard,  A. Ewing e D. W. Ross; si veda Hudson, 1980: 74-104) insisteranno nel trovare nel campo dell'etica la presenza di peculiari proprietà non-naturali, ben  distinte dalle qualità naturali ordinarie, che solo una intuizione del tutto speciale può cogliere. La strategia di fondazione propria dell’intuizionismo etico  viene criticata in quanto perde di vista che al centro dell'etica non c'è tanto la  questione di riuscire a cogliere la presenza di questa o quella proprietà non-naturale  sia poi questa proprietà considerata come sopravveniente o come  una accanto a quelle naturali , quanto piuttosto di essere motivati o sentirsi  obbligati a fare certe cose considerate buone, giuste o doverose. Naturalmente questa difficoltà può essere supetata sostenendo che le proptietà nonnaturali con cui l'intuizione etica ci mette direttamente in contatto si presentano come costitutivamente motivanti e obbliganti. Ma un aggiustamento del  genere non sembra nulla di più che uno stratagemma convenzionalistico.   Per ovviare a questa difficoltà è stata elaborata una strategia  già in parte  riconoscibile secondo alcuni interpreti negli scritti di Hutcheson  che concepisce la facoltà in gioco nella conoscenza morale non tanto come uno strumento intellettuale e conoscitivo di registrazione e individuazione, quanto  piuttosto come essa stessa emotiva o sentimentale e dunque motivante e carica di energia attiva. In questa linea si collocano tutte le analisi sviluppate a  proposito dell'etica dai sentimentalisti del Settecento come ad esempio Shaftesbury, Hume e Smith. Ma in questa stessa direzione vanno le analisi di coloro che nel XX secolo sostengono (come è il caso di David Wiggins, 1987 e  John McDowell, 1981) sia rintracciabile nell’etica una peculiare sensibilità che  risponde appunto con una qualificazione di valore a certe azioni o situazioni.  La strategia epistemologica del sentimentalismo sembra però fuoriuscire dal  quadro fondazionale e muoversi piuttosto in quell'orizzonte più moderatamente giustificativo 0 esplicativo di cui renderemo conto nelle successive sezioni di questo paragrafo.   Infatti questa sensibilità peculiarmente morale si presenta come qualcosa  che va ricostruita e delineata nella sua specificità attraverso un esame a posteriori degli esseri umani. L'appello poi a questa base di giustificazione non permette certo di edificare giudizi etici forniti di quei caratteri di necessità e universalità definitiva a cui tendono invece coloro che si muovono in un orizzonte fondazionale.    Rifiutando la strada di una fondazione assoluta e aprioristica dell'etica vi  sono alcune concezioni che considerano le opzioni etiche come esiti a cui si  può arrivare dopo avere seguito una determinata procedura razionale. Percorrono questa strada quei pensatori che sul piano meta-etico considerano l'etica  € la morale come un universo di principi e norme frutto di decisioni 0 scelte  individuali e intersoggettive. Questa linea di giustificazione è propria ad esempio del contrattualismo etico. Il contrattualismo è stato inizialmente presentato  specialmente nel XVII e XVIII secolo da pensatori come Hobbes,  Locke, J. J. Rousseau e Kant  come una teoria mediante la quale rendere conto della genesi della società civile e delle istituzioni politiche (Gough). Ma il ricorso a qualche forma di contratto è stato spesso presentato  anche come una procedura in grado di dirimere in generale i disaccordi pubblici su tutti.i tipi di distinzioni etiche. In particolare nel XX secolo il contrattualismo è stato ripreso e sviluppato, ad esempio da Rawls e Gauthier, come  la teoria etica e la procedura di giustificazione di regole e principi capaci di  impostare meglio le questioni di giustizia sociale. In questa sede ci limitiamo a  presentare sinteticamente le concezioni di Hobbes e di Rawls viste come due  forme tipiche di tentativi di derivare la giustificazione delle conclusioni etiche  da procedure contrattuali. In realtà il contrattualismo si lega strettamente alle  forme di giustificazione prudenziale di cui abbiamo dato conto nel paragrafo  3.3. Le differenze che qui richiameremo non riguardano il tipo di ragionamento  in genere appunto prudenziale  che porta ad accettare il contratto  come una procedura idonea per risolvere i contrasti etici. Le differenze concemono piuttosto il contesto in cui la procedura contrattuale interviene, le  sue implicazioni e le conseguenze che se ne ricavano per quanto riguarda il  carattere vincolante degli esiti.  Nel caso di Hobbes il ricorso a una procedura contrattuale in etica si sviluppa dopo la presa d’atto dell’impossibilità di trovare una fondazione del  bene e del giusto in termini di rinvio al piacere di ciascuno e ai desideri e alle  « passioni individuali. Fare riferimento ai piaceri e desideri individuali non permette di superare quella condizione di guerra di tutti contro tutti che è propria dello stato di natura in cui ciascuno definisce bene, male, giusto e ingiusto, appunto a suo modo. Se si vuole mantenere uno stato di pace e convergere su qualche bene considerato comune (che certo comunque non potrà  essere trattato come un bene assoluto) bisognerà limitare la completa discrezionalità naturale concordando sull’accettazione di una procedura che permetta di realizzare patti condivisi. Secondo Hobbes, dunque, solo un contratto è in grado di vincolare i singoli individui all'accettazione di principi  etici che non siano direttamente riconducibili agli interessi egoistici di qualcuno. Nel fare ricorso al contratto come risolutivo Hobbes delineava tutta  una serie di condizioni che presiedono alla sua genesi e alla sua efficacia. Da  una parte il contratto incorporava tutta una serie di principi  secondo Hobbes le «leggi naturali»  che venivano considerati giustificati razionalmente,  in linea esclusivamente strumentale, come mezzi idonei alla conservazione in  vita dei contraenti e al mantenimento della pace tra loro. Dall'altra parte la  necessità di rendere vincolanti gli equilibri che vengono identificati mediante  la procedura di contrattazione porta a un completo trasferimento della forza  coercitiva a un potere che in nome della sua funzione di garantire il rispetto del contratto non è sottoposto ad alcun limite. Anche questa è una conseguenza derivante dalle assunzioni generali di Hobbes che vede appunto gli  esseri umani come del tutto egoisti e mossi da un irrefrenabile impulso possessivo in una condizione di scarsità di beni. Infine va rilevato che laddove in  Hobbes il potere non può avere limiti esterni, esso ha un ampio limite interno. Ciò dipende dalla convinzione di Hobbes che leggi contrattualmente  definite possono valere solo per i corpi di coloro che stipulano il patto, mentre sentimenti, emozioni e pensieri sono al di fuori della portata dell’applicazione di principi e regole create con la procedura condivisa.   AI modello di contrattualismo hobbesiano sono state mosse numerose critiche. In particolare è la sua peculiare derivazione artificialistica dei principi  etici ad essere oggetto di diverse obiezioni. La prima linea di obiezioni viene  da coloro che ritengono necessaria una fondazione assoluta dell'etica e che  rilevano la parzialità e la limitazione di una derivazione da un qualche contratto di regole e principi etici. Le leggi concordate mediante il patto possono  valere solo quando si è sotto il controllo di un potere totale e completo come  quello appunto ipotizzato nel Leviafazo di Hobbes, ma non riusciamo così ad  escludere defezioni quando il potere è inefficace. Hobbes sembra tentare una  risposta a queste critiche quando ammette la validità delle leggi naturali anche  «in foro interno» {Hobbes, 1976: 150-154; ma si veda Warrender, 1974), ma  risulta difficile capire qual è la base di obbligatorietà in questo caso delle leggi  naturali. Una seconda linea di obiezioni viene da quei pensatori che  come  ad esempio Hume  pur condividendo una spiegazione artificiale della genesi di principi e regole etiche, prendono poi le distanze da Hobbes e dal suo  contrattualismo per il particolare tipo di artificialismo razionalistico in gioco.  L’obiezione in questo caso è che il «costruttivismo razionalistico» hobbesiano   il considerate cioè i principi etici come il frutto di una scelta consapevole  di una serie di individui razionali  risulta del tutto inadeguato quando si  tratta di rendere conto della genesi di regole e principi etici. Vedremo nelle  ultime due sezioni di questo paragrafo în che senso il convenzionalismo etico  di Hume presentava un modello artificialistico di spiegazione dell'etica del  tutto alternativo rispetto a quello di Hobbes.   Un altro modello di giustificazione procedurale dell'etica è quello presentato nel modo più sistematico ed argomentato da Rawls.  Si tratta di un modello che viene ora abitualmente chiamato «contrattualismo  ideale» per distinguerlo da quello di Hobbes e da quello detto «contrattualismo reale» sviluppato da Gauthier,   Il modello epistemologico del «contrattualismo ideale» sostiene pur sempre che i principi giusti dell'etica possano essere individuati attraverso accordi, ma poi fa valere tutta una serie di vincoli relativamente alla procedura  considerata idonea per realizzare accordi equi. Rawls delinea tale procedura  come una «posizione originaria» del tutto artificiale. In primo luogo, gli individui che entrano nella posizione originaria da cui si scelgono i principi di  giustizia vanno considerati come individui rappresentativi e non già come singoli individui concreti. In secondo luogo, gli individui rappresentativi scelgono tra le diverse opzioni a loro aperte in una condizione caratterizzata da  «un velo d’ignoranza», ovvero si immagina che gli individui nella posizione  originaria non debbano sapere quale sarà la loro condizione effettiva e il loro  status concreto nella società. Infine Rawls ritiene che le scelte nella posizione  originaria debbano essere ispirate da un principio generale, che egli chiama  del maxinmin, secondo il quale si debba sempre preferire quell’alternativa che  permette di massimizzare le esigenze degli individui rappresentativi dello  stato peggiore.   La linea argomentativa di Rawls in realtà non si presenta come un tentativo di giustificare o fondare il nucleo centrale dell'etica, ma piuttosto come  un tentativo di decisione o risoluzione dei conflitti una volta assunta una determinata definizione della morale. Troviamo che fin dalla delineazione della  «posizione originaria» sono presenti alcune opzioni morali sostantive che  vengono incorporate nella procedura prevista per l'individuazione dei principi di giustizia. Ad esempio è fuori discussione fin dall’inizio che le soluzioni  da preferire saranno quelle più imparziali ed eque. Rawls non spende nemmeno un’argomentazione a giustificare queste opzioni di fondo che sono costitutive del suo contrattualismo. Ancora, in quanto Rawls si preoccupa principalmente di questioni di giustizia sociale o di distribuzione delle risorse, troviamo che egli fa valere il citato criterio di waxiziz. Contro questo criterio  numerosi studiosi di etica (ad esempio Harsanyi, 1988: 109-136) hanno obiettato che esso ha delle conseguenze controintuitive. Infatti il criterio del maximin ci costringe a preferire sempre e comunque quel corso di azione che può  migliorare sia pure di pochissimo le condizioni di chi sta peggio senza minimamente tenere conto di quanto questo corso d'azione peggiori le condizioni  di tutti gli altri o senza minimamente instaurare un confronto tra i diversi  corsi d'azione possibili ad esempio sulla base della probabilità effettiva che si  realizzi ciascuno di essi,   Dunque la procedura epistemologica a cui si richiama Rawls, ben lungi dal  giustificare le opzioni etiche, in realtà dà già per acquisita la natura dell'etica e  il suo ambito. Del resto questo è ampiamente ammesso dallo stesso Rawls che  ha riconosciuto che la sua ricostruzione della natura dell’etica è adeguata a  rendere conto delle intuizioni morali di un cittadino di una società caratterizata, come quella statunitense, dalle istituzioni liberal-democratiche. Spiega  Rawls che la sua etica è tale da non avere una portata metafisica, ma che si  presenta come prevalentemente rivolta a rendere conto di un ben preciso contesto storico e dunque politico (Rawls, 1994: 155-182). La procedura giustificativa delineata da Rawls può dunque operare solo presupponendo una serie  di intuizioni o credenze morali già date. La linea argomentativa del contrattualismo ideale è rivolta ad ottenere un risultato che Rawls stesso presenta  come una sorta di «equilibrio riflessivo» tra le nostre intuizioni di partenza e  i risultati più equi e giusti raggiunti attraverso una correzione delle distorsioni  e parzialità di tali intuizioni.   Caratteristico di questo modello è la caduta della pretesa di una fondazione assoluta e compiuta dei principi etici. Il contrattualismo ideale di Rawls  in definitiva riesce a generare accordi solo in quanto parte già da un accordo  dato in partenza tra tutti i membri della stessa società. Nulla può essere fatto  per convincere ad accettare l'etica da parte di coloro che non sono già cittadini della stessa società ideale che condivide il contratto. Laddove la posizione hobbesiana sembrava incapace di generare accordi se non presupponendo il ricorso a uno strumento extra-teorico quale la forza; la posizione di  Rawls è sterile perché si limita a ricostruire il modo in cui già di fatto si realizzano accordi, nelle società liberal-democratiche, tra coloro che accettano  politiche progressiste e nulla dice per dirimere i contrasti tra individui rappresentativi di società profondamente diverse (quali, poniamo, quelle del mondo  occidentale e quelle dei paesi dell’Africa o dell'Asia). La procedura contrattualista di giustificazione etica ha sicuramente un ampio spazio laddove contrasti e conflitti sorgano tra individui già vincolati a un certo patto e all’accettazione di una certa procedura per dirimere i contrasti. Ma poco o nulla può  offrire laddove si affrontino le questioni più sostanziali: da una parte di come  giustificare la scelta di avere un contratto da rispettare in luogo di non avere  nessuna forma di contratto; dall'altra di come giustificare l'opzione di continuare a rispettare il contratto, in luogo di defezionare, anche quando ciò danneggia i nostri interessi personali.    3.9. Il non-cognitivismo e la giustificazione logico-argomentativa del punto  di vista etico.  Una teoria della giustificazione © argomentazione etica è  stata messa a punto anche dai teorici del non-cognitivismo (cfr. $ 2.6).   Laddove gli emotivisti consideravano del tutto fallace la convinzione che si  potesse avere una reale discussione su questioni etiche, i teorici del non-coBnitivismo trovano possibile indicare una serie di procedure come peculiari  del ragionamento etico. Vale la pena di fermarsi brevemente sulle differenze    www.scribd.com/Filosofia_in Ita3    56 ETICA    sul piano della giustificazione e dell’argomentazione, dunque sul piano epistemologico, tra le posizioni degli emotivisti e quelle dei non-cognitivisti. Infatti  lo sviluppo di questa differenza rappresenta una delle vicende centrali dell'etica del XX secolo che viene completamente trascurata da quanti  come  ad esempio A. MacIntyre (MacIntyre, 1988)  assimilano rigidamente emotivismo e non-cognitivismo,   Nel caso degli emotivisti occorre distinguere tra le posizioni di Ayer e di  Stevenson. È appunto nelle pagine di Ayer (Ayer, 1961) che troviamo la posizione più radicale che ritiene che l’unico punto di dibattito effettivo in una  discussione etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come sono  andate le cose e, per il resto, sia da considerare comeeffettivo in una  discussione etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come sono  andate le cose e, per il resto, sia da considerare come del tutto illusoria la  pretesa di aprire una qualche discussione criticamente valutabile sulla rilevanza etica di ciò che è accaduto, In definitiva connotando eticamente qualcosa ciascuno esprime solo i propri gusti morali del tutto personali e, come è  noto, sui gusti non si può certo disputare. La posizione di Stevenson (Stevenson, 1962; cfr. qudo eticamente qualcosa ciascuno esprime solo i propri gusti morali del tutto personali e, come è  noto, sui gusti non si può certo disputare. La posizione di Stevenson (Stevenson, 1962; cfr. qui sopra $ 2.6) è meno riduttiva, ma finisce con il sostenere  che tutto ciò che possiamo fare da un punto di vista argomentativo o epistemologico in morale è divenire pienamente consapevoli del come usare nel  modo appropriato, come un potere causale, la forza emotiva presente nelle  nozioni etiche, vuoi per persuadere altri ad accettare i nostri standards, vuoi  impedendo che altri ci persuada con il mero ricorso a delle definizioni persuasive, Ma non resta nessuna possibilità pet discutere in una qualche forma argomentativa l'appropriatezza etica di un determinato giudizio morale. Laddove consideriamo l’etica come un linguaggio emotivo  sia pure, come fa  Stevenson, come un linguaggio guidato da regole nel suo uso  tutto ciò che  possiamo fare sul piano epistemologico è richiamare l’attenzione sulla presenza di tecniche di persuasione che possono essere utilizzate sia da una persona che voglia fare passare dei valori giusti, sia da chi invece voglia imporre  dei valori ingiusti, L'argomentazione etica, così come ce la presenta Stevenson  con il suo emotivismo moderato, non ci permette di discriminare tra questi  valori, ma solo di sostenerli nel modo migliore ed egli quindi riconosce in  questo campo solo uno spazio per procedure di tipo retorico o propagandistico.   Nel caso invece del non-cognitivismo, come sostenuto ad esempio da Hare  (Hare, 1971 e 1989), troviamo l'impegno a elaborare un'epistemologia per  l’etica che fornisca criteri di discussione e critica anche per il nucleo peculiare  di valori che è in gioco nel discorso morale. Come si è già spiegato (cfr. sopra,  $ 2.6) secondo questa concezione meta-etica la morale è costituita di prescrizioni universalizzabili soverchianti. Partendo da questa caratterizzazione della natura della morale un non-cognitivista ha di fronte a sé due problemi distinti. Si tratta, in primo luogo, di esaminare se vi sono vie argomentative per  convincere razionalmente a farsi guidare nelle proprie azioni da una morale  così intesa chi non la vuole fare propria preferendo un completo amoralismo.  In secondo luogo si tratta di delineare quali procedure argomentative sono  disponibili per sottoporre a controllo le diverse opzioni mortali possibili al fine  di individuare, per la situazione in cui ci troviamo, quale è la migliore prescrizione universalizzabile soverchiante. Esponiamo qui di seguito le due diverse  strategie argomentative così come vengono delineate da Hare.   Per quanto riguarda il livello di discussione che si apre nei confronti di chi  non intende in alcun modo ispirarsi a regole morali, sul piano argomentativo  non c'è molto da fare. Non si può cioè costringere logicamente qualcuno a  usare il linguaggio della morale; si può solo, una volta che egli lo usi, mostrare  che lo ha usato in modo inadeguato rispetto alle regole che ne governano  l'uso. Hare dunque sembra voler fissare come limite invalicabile per l’argomentazione morale il confine al di lì del quale si collocano tutti coloro che  non fanno in alcun modo uso del linguaggio morale. Nei confronti di costoro  si potrà fare qualcosa solo collocandosi da un punto di vista non strettamente  argomentativo. L'educazione e l’uso della forza sono due diverse strategie cui  si ricorre per far si che le persone facciano propria la forma di vita che include la morale.   All’interno della prospettiva non-cognitivista di Hare si può invece argomentare contro chi pretende di formulare giudizi morali ed invece in realtà  non rispetta le condizioni logiche necessarie perché un proferimento faccia  parte del linguaggio etico. Come sappiamo un'espressione linguistica farà  parte del discorso morale solo in quanto si presenta come una prescrizione  universalizzabile soverchiante. Possiamo identificare con chiarezza coloro che  pretendono di dare una portata morale alle loro affermazioni, ma compiono  degli errori logici (oltre che morali}. Le analisi di Hare sono rivolte a delineare  il tipo di argomentazione che può essere sviluppata contro il più comune  errore nell'uso del linguaggio morale, quello proptio dei fanatici morali. Le  posizioni dei fanatici morali nascono in quanto si prescrivono dei principi che  non vengono fatti valere  come la loro natura di principi morali esigerebbe  in modo analogo per tutte le situazioni simili indipendentemente dal  posto occupato da coloro che sono coinvolti. Un tentativo, coerente con la  concezione della morale propria del non-cognitivismo, può essere fatto per  contrastare il fanatismo morale ad esempio nella forma più ricorrente che è  quella del razzista (Hare, 1971; ma Hare più recentemente ha trattato anche  del caso di un medico che in nome dei suoi doveri professionali fa proprio    l’accanimento terapeutico: Hare). Si tratta di chiedere al fanatico di immaginarsi in una situazione in cui egli occupa il posto di colui nei confronti  del quale egli vuole fare valere in modo diseriminante i suoi pretesi principi  morali. Che cosa fa il razzista anti-semita quando una nuova informazione fornisce le prove che lui stesso è di origine ebraica? Il non-cognitivista può con.  siderare l'articolazione di un esperimento mentale del genere come un’estensione epistemologica della sua concezione meta-etica.   Si badi infine che l’argomentazione propria dell'etica che viene individuata  muovendo dalla concezione della natura dei giudizi morali avanzata da Hare  non si limita  come nel caso del formalismo kantiano  ad avanzare la richiesta di una mera coerenza formale, ma enuncia un requisito contenutistico.  In linea del tutto pregiudiziale un giudizio potrà essere incluso nell'universo  dei giudizi propri del discorso morale solo se prescrive un qualche principio  che si è pronti a far valere in modo analogo per tutti i casi simili indipendentemente dalla propria collocazione nelle situazioni investite. Lavorando su  questa condizione epistemologica della concezione che vede la morale come  insieme di prescrizioni universalizzabili soverchianti, più recentemente Hare  ha elaborato ulteriori passaggi critici a cui sottoporre le prese di posizione etiche. Nello sviluppare queste implicazioni epistemologiche si è incamminato lungo una linea che giunge a presentare come adeguate  su basi sostantive  quelle conclusioni che vengono ricavate dall’utilitarismo dell’atto.  In quanto ci troviamo di fronte ad un’argomentazione che ricava da una meta-etica una ben precisa etica normativa, ce ne occuperemo in un prossimo    paragrafo. Dalla giustificazione allo spiegazione dell'etica.  Proprio nel nostro secolo la riflessione filosofica sull'etica ha elaborato una serie di analisi  conseguenti a un radicale mutamento di approccio. L'effetto di questo cambiamento è che anche per quanto riguarda le procedure argomentative in uso  in morale l’obiettivo cui si tende è di ricostruirne il complesso delineando anche il contesto in cui si sono formate. Con questo approccio non ci si propone  dunque di fondare o giustificare aleunché 0 di modellare al meglio strutture  argomentative, quanto piuttosto di presentare spiegazioni complessive rivolte  a comprendere qual è il posto che l’etica occupa nella nostra vita. In definitiva  è la prospettiva che Hume aveva sviluppato nella sua scienza della natura  umana che viene recuperata, tradotta nel linguaggio del nostro secolo e resa  più rigorosa e determinata. L'etica viene così considerata come un presupposto della nostra forma di vita che non tanto va giustificato o fondato quanto  piuttosto spiegato nella sua concretezza. Si tratta dunque di un programma esplicativo che considera l'etica e le sue distinzioni come costitutive della  nostra esperienza del mondo, con un approccio in parte analogo a quello  kantiano impegnato a identificare le forme generali della nostra esperienza.  Ma questo approccio esplicativo non percorre poi la linea aprioristica kantiana dell'analisi trascendentale, proponendosi piuttosto di avanzare ipotesi  empiriche sulla natura dell'etica e le forme di argomentazione in essa correnti  (Preti, 1986). ;   Questo tipo di ricerca ha avuto nel nostro secolo una notevole espansione  parallelamente al tentativo della filosofia di trasferirsi dal piano fondazionale  a quello esplicativo (cfr. Gargani, 1975 e Nozick, 1987). Una prima differenza  tracciabile in questa linea filosofica, come si è detto, è relativa al tipo di spiegazioni, ovvero alla natura logica delle presupposizioni a cui ci si richiama,  caratterizzate o in una direzione trascendentale oppure come ipotesi empiriche.   Su basi kantiane un tentativo di spiegare l'etica è presente nelle analisi di  Putnam. La tendenza a esprimere giudizi morali è secondo  Putnam un modo del tutto aprioristico e comune al genere umano di categorizzare; in modo analogo va spiegata la stessa predilezione sostantiva per certi  contenuti (benevolenza, giustizia ecc.). Invece sul piano empirico si trovano,  tra le altre, le seguenti spiegazioni della morale. Da una parte abbiamo una  concezione come quella di Mackie che ritiene che l'etica  sia una produzione artificiale della cultura umana con cui gli vomini cercano  di fare affermazioni su specifiche proprietà del mondo, ovvero i valori o le  qualità etiche; ma queste affermazioni sono tutte false in quanto tali proprietà  non sussistono realmente. Dall'altra abbiamo le posizioni proiezioniste, quale  ad esempio quella di Blackburn, secondo le quali invece  si guarda all’etica come un prodotto della nostra cultura che ci consente di  fare riferimento a qualità o proprietà quasi reali (le proprietà morali) che noi  abbiamo proiettato sulle cose e sul mondo. Sono ancora da ricordare le analisi  sensiste di Wiggins e McDowell i quali ritengono viceversa che si debba considerare l’etica come il campo che gli esseri umani  costituiscono in quanto forniti di un peculiare senso o sentimento che li mette  in grado di cogliere delle proprietà nel mondo (appunto ciò che rende moralmente rilevante una qualche situazione) che hanno poi su di essi una forza  motivante e vincolante. Infine in un contesto più evoluzionistico Gibbard  indica nella morale un insieme di norme che gli uomini   anno elaborato nel corso di una loro attività peculiare che li muove a discutere pubblicamente sul come condurre le loro vite e come sentire a proposito  delle scelte fatte nel corso delle loro vite. Tutti questi diversi modelli esplicativi dell'etica e della sua genesi come si può vedere ne rendono conto in ter.  mini universalistici; l'etica si presenta cioè come un'istituzione del genere  umano che include al suo interno il ricorso a procedure pubbliche pet controllare la validità delle opzioni privilegiate. Larga parte di queste concezioni  esplicative sono rivolte a trovare una collocazione per la credenza che il controllo fattuale giochi un ruolo importante nella discussione etica. Una credenza del genere sussiste anche se i fatti morali non esistono, 0 sono solo delle  nostre proiezioni o tali che noi li cogliamo perché forniti di una peculiare attrezzatura percettiva.    In questo secolo un ampio dibattito si è sviluppato intorno a due nuclei problematici centrali per chiunque si  ponga l’obiettivo di una fondazione o giustificazione di conclusioni etiche. In  primo luogo hanno avuto un’ampia diffusione le discussioni relative alla cosiddetta «legge di Hume» che coinvolgono tutti i tentativi di fondare una  conclusione etica su basi scientifiche, osservative o empiriche. Il punto di partenza per questa linea di riflessione viene indicato in un passo del Treazise di  Hume (Hume, 1987: I, 496-497), il cosiddetto «is-ought paragraph», in cui si  richiama l’attenzione sulla differenza tra proposizioni in cui è presente la copula è {:5) e quelle in cui compare la nozione deve (ough)). A questo passo si  sono richiamati tutti coloro che hanno criticato come logicamente inaccettabile la derivazione di una conclusione normativa, e in generale etica, da premesse descrittive, assertive o in generale non-etiche (cfr. Hudson, 1969; Carcaterra; Oppenheim; Scarpelli; Celano). Sul  piano storico occorre precisare che è molto probabile che Hume non fosse  direttamente impegnato a formulare un vero e proprio principio logico relativo all’inderivabilità del dovere dall'essere, quanto piuttosto a segnare con  precisione la «grande divisione» concettuale tra conclusioni con l'è e quelle  con il deve. Importa però qui richiamare che nel XX secolo invece si fa rilevare che proprio da un punto di vista strettamente logico-formale e sintattico  si deve ritenere del tutto scorretto qualsiasi ragionamento o argomentazione  che pretenda di ricavare una decisione, una scelta o un giudizio etico da considerazioni che riguardano lo stato dei fatti o delle cose.   Questa posizione è stata ampiamente sostenuta nel corso del XX secolo  con articolazioni lievemente diverse. Così ad esempio Max Weber insisteva  con decisione sulla differenza di piani tra fatti e valori e dunque tra conclusioni avalutative e scientifiche sulla natura e sulla società e decisioni o assunzioni di responsabilità intorno a ciò che si deve fare (Weber, 1958; Rossi,  L'EPISTEMOLOGIA DELL'ETICA 61    1971: 249-315; Hennis, 1991). Partendo dalla stessa tesi della inderivabilità  dei valori o doveri dai fatti si sono rifiutate numerose concezioni spesso accusate di essere cadute nella «fallacia naturalistica» (Moore). Così da una patte vengono denunciate come frutto di un errore logico tutte quelle posizioni riduzionistiche o conformistiche che concludono  che ciò che si deve fare è o ciò che è naturale per l'uomo o ciò che è già  indicato dai valori accettati più o meno diffusamente nella società. Non diversamente viene considerata fallace quella specie di argomentazione etica propria dell'approccio consequenzialista che considera come completamente risolvibile un qualche problema morale ricostruendo con precisione  ammesso che tra l'altro questo sia fattibile  quali sono le conseguenze delle  diverse opzioni tra cui dobbiamo scegliere. In realtà sapere con precisione  quali sono le conseguenze delle alternative che ci sono davanti non basta per  ricavare una conclusione su ciò che dobbiamo fare perché una tale previsione   se attendibile  ci dirà solo ciò che ci sarà nel futuro, ma nulla ci dice sul  punto se certe conseguenze che ci saranno vanno poi preferite o meno ad altre  e dunque approvate o disapprovate. Tra l’altro era proprio questa l’argomentazione che faceva valere Hume nella sua Exquiry concerning the Principles of  Morals (Ricerca concernente i principi della morale; Hume)  contro i tentativi di derivare le distinzioni etiche dal principio di utilità.   Contro l’uso di questa critica come ghigliottina decisiva per numerose  concezioni etiche si sono schierati quei pensatori  particolarmente numerosi nell'ultirna parte del XX secolo  che hanno negato che si potesse nettamente distinguere un piano di descrizioni neutrali del mondo da un piano  di opzioni valutative su di esso. Questo tentativo di superamento del quadro  concettuale che sorregge la cosiddetta «legge di Hume» è stato principal  mente rivolto a contestare la concezione della scienza dei neopositivisti che  sembra sorreggere una forte divaricazione tra fatti e valori, essere e dovere.  Questa divaricazione è stata criticata e giudicata superata da numerosi pensatori pragmatisti, tra i quali in particolare Putnam. In secondo luogo indubbiamente rilevante per il problema della fondazione e della giustificazione dell’etica è tutto il dibattito  specialmente vivo  nella seconda metà del XX secolo  relativo alla possibilità di costruire una  logica delle norme. Collocandosi dunque sul piano della ricerca di una sintassi di un discorso etico che voglia fare valere al suo interno principi di coerenza e non-contraddizione è stata contestata la stessa possibilità di enunciare  una logica delle norme. Una posizione del genere è presente nelle conclusioni  a cui era giunto H. Kelsen nell'ultima parte della sua vita (Kelsen, 1985). Rilevando che le norme sono, dal punto di vista del significato, dei comandi, e che dunque come tali non possono essere valutati in termini di verità e falsità,  Kelsen negava che si potesse costruire un sillogismo logico in cui premesse e  conclusioni fossero degli asserti normativi. Le implicazioni della sintassi logica  possono valere solo in presenza di proposizioni empiriche o asserzioni scienrifiche, ovvero laddove premesse e conclusioni si collocano sul piano della verità e dunque da premesse vere (o false) si traggono conclusioni vere (o false).  Ma un enunciato normativo non è in alcun modo vero 0 falso e dunque non  può funzionare da premessa di nessuna conclusione logicamente derivata,  Così se presentiamo nella premessa maggiore un enunciato normativo di caratrere universale, laddove nella premessa minore troviamo l'individuazione  di una fattispecie rilevante sulla base della norma generale enunciata nella  premessa maggiore, secondo Kelsen non siamo autorizzati a presentare come  una conclusione logicamente necessaria una qualche azione o omissione {con  relativa sanzione). Coloro che contestano la possibilità di una logica delle  norme obiettano infatti che comunque il linguaggio normativo esige sempre  che ci sia un qualche comando effettivo ripetuto subito prima del compimento di qualsiasi azione.   Sia le «legge di Hume» sia le obiezioni alla possibilità di elaborare una  «logica delle norme» risultano particolarmente rilevanti nei confronti di chi si  muove all’interno di un contesto fondazionale e pretende dunque di dare una  qualche fondazione assoluta o conclusiva dell'etica. Ma se ci collochiamo sul  piano dell’argomentazione o della giustificazione (per non dire del piano della  spiegazione delle procedure effettivamente adottate) le cose risultano più  complesse. Per quanto riguarda, ad esempio, la cosiddetta «legge di Hume»,  sembra difficile non ammettere l'efficacia di quelle critiche rivolte al tentativo  di ricavare le proprie conclusioni etiche semplicemente da una ricostruzione  dei fatti in gioco, o da una mera raccolta di informazioni, o dall’accumulo di  una congerie più o meno estesa di previsioni. Dovrà introdursi prima o poi la  nostra preferenza per un qualche principio da fare valere in modo analogo in  tutte le situazioni simili, una preferenza che sia radicata nelle nostre emozioni  e che siamo pronti a mettere in pratica quando starà a noi agire facendola  prevalere su nostre opzioni non strettamente etiche. Questa ammissione di  una qualche frattura, divisione o salto tra il piano delle ricostruzioni empiriche della situazione e quello di una valutazione  e conseguente decisione   delle diverse opzioni che ci stanno di fronte non deve essere spinto però fino  ad esiti eccessivi. Così risulterà insostenibile sul piano metodologico una ricostruzione della natura dell’indagine empirica e scientifica che non tenga conto  di quanto le nostre osservazioni e le nostre esperienze siano dipendenti dalle  teorie, ipotesi e opzioni (anche valutative) da cui muoviamo. Né sarà accettabile un divisionismo spinto fino all’estremo di non riconoscere la rilevanza   in un certo senso come condizione necessaria anche se non sufficiente di  un’argomentazione etica  dell'impegno sia a verificare come stanno realmente le cose nella situazione in esame, sia a immaginare quali conseguenze  seguiranno una volta incamminatici lungo l’uno o l’altro corso di azione.   Non diversamente a proposito della questione della possibilità di costruire  una logica delle norme è difficile negare la nostra capacità sia di squalificare  certe prese di posizione etiche perché in contraddizione con principi già assunti, sia di estendere i nostri principi a situazioni nuove sulla base della tesi  logica che esse sono del tutto simili a quelle che abbiamo già giudicato. È  probabile che nel riconoscere questo ci muoviamo a un livello che non è esattamente quello della sintassi logico-formale, ma piuttosto  come ha suggerito Nowell-Smith delle implicazioni di una logica pragmatica che dà vita a una valutazione dei giudizi in gioco in termini di stranezza  logica. Ma la rilevanza e la portata di strategie di tipo sintattico o logico resta  innegabile se si abbandona la pretesa di muoversi sul piano di un'etica dimostrata in modo assiomatico e geometrico.   Va, infine, sottolineato che  malgrado le obiezioni di fondo dei puristi  della logica  larga estensione hanno avuto nella seconda metà del XX secolo  i tentativi di elaborare simbolismi e formalismi idonei al trattamento di  norme. Ben al di là dei tentativi o delle enunciazioni di principio si sono spinti  tutti coloro  da Wright a Alchourron e Bulygin  che si sono impegnati a elaborare la logica deontica e la logica delle  norme. I risultati raggiunti con tutta la loro complessa articolazione mostrano  la fertilità di un tentativo di dare vita a un trattamento simbolico della sintassi  delle norme e di inserire in un contesto logico le relazioni tra obbligazioni etiche. Difficile peraltro che tali modelli di linguaggi perfetti o ideali per le norme  o le valutazioni etiche possano essere di aiuto per ciascuno di noi quando, nella  vita comune, siamo alle prese con i nostri problemi etici concreti. Tali linguaggi  invece illuminano certamente il lavoro di giuristi, politici, scienziati sociali impegnati nel mettere a punto sistemi di norme più o meno stabili, efficienti, chiari  e comprensibili da tutti coloro per cui tali norme debbono valere.    4. Le etiche normative: concezioni in contrasto.    4.1. Eriche conseguenzialiste e deontologiche: principi, mezzi e fini nell'etica.  Quando si tratta di classificare le diverse concezioni etiche possiamo ricorrere a differenti criteri formali che si intersecano. È quanto faremo  n questo paragrafo, esponendo le differenti concezioni normative esistenti usando diverse strategie di classificazione. In primo luogo distingueremo le  etiche normative in generale sulla base di una loro struttura di fondo che col.  lega la valutazione etica 0 a un riferimento a principi 0 a una considerazione  delle conseguenze. Renderemo così conto della differenza tra etiche deontologiche o tuotanti intorno a principi ed etiche teleologiche o rivolte principalmente alle conseguenze, e accenneremo anche ad alcuni tentativi di elaborare  etiche miste. Passeremo poi a rendere conto delle diverse etiche normative  classificandole sulla base di un diverso criterio formale che ritiene essenziale  la distinzione tra etiche che fanno uso di una nozione di valore intrinseco, in  quanto contrapposta a quella di valore estrinseco, ed etiche che invece rifiutano tale distinzione. Esamineremo, infine, alcune concezioni normative che  identifichiamo come le più diffuse e vitali nelle discussioni di etica teorica nel  secolo XX. Ovviamente di pari passo con l’esposizione cercheremo sia di fornire le ragioni delle inclusioni ed esclusioni nella lista, sia della nostra preferenza critica per una di queste etiche.   Un modo ricorrente per distinguere tra le diverse concezioni normative è  dunque quello che contrappone l’etica che ruota intorno a un appello ai principi a quella che tiene piuttosto conto delle conseguenze dell’azione. Si tratta  di una distinzione che è centrale, ad esempio, nella riflessione di Max Weber,  che però se ne è valso non tanto per distinguere due tipi diversi di etica  quanto piuttosto per richiamare l'attenzione su due piani diversi della vita  etica: quello proprio del moralista che fa appunto appello alla rilevanza dei  principi e quello di chi  come il politico o chi sia comunque impegnato in  una dimensione tecnico-pratica  invece, muovendosi nel quadro di un'etica  della responsabilità, deve badare principalmente alle conseguenze dei diversi  corsi di azione in cui si impegna (Weber, 1966). Dietro queste due diverse  strategie possiamo anche ritrovare  come subito vedremo  un diverso  modo di considerare il rapporto mezzi-fini nella vita pratica.   Sono state presentate concezioni deontologiche dell'etica diversamente  strutturate. Avremo così diversi tipi di etiche dei principi a seconda che pongano al loro centro uno o più principi, e a seconda che concepiscano tali principi o come assoluti e aprioristici o come ricavati dall'esperienza e in generale  rivedibili. È così chiaro che l'etica kantiana si presenta come un'etica deontologica che ruota intorno a un solo principio di fondo, assoluto e a priori, dato  dall'imperativo categorico, e le diverse formulazioni offerte, dell'imperativo  categorico, non presentano in realtà principi diversi (Kant, 1970a). Nel caso  di alcune etiche del comando divino (come ad esempio l’etica cristiana o cartolica) vi è invece una tendenza a presentare come costitutivi della vita morale  diversi principi tutti assoluti (i vari comandamenti divini o le norme che costituiscono la legge naturale). Un'etica deontologica pluralista si trova di  fronte al problema (quasi mai invece affrontato esplicitamente in queste etiche) della necessità di disporre di un criterio chiaro per ordinare i diversi  principi e risolvere quei casi in cui più principi assoluti entrano tra di loro in  conflitto. Ma una concezione etica deontologica non è logicamente costretta a  considerare i principi al centro della vita morale come assoluti, immutabili e  di derivazione non empirica. Non mancano infatti analisi della vita etica (ad  esempio quella dell'evoluzionismo filosofico di H. Spencer  H. Spencer,  1893  o di certe forme contemporanee di intuizionismo  si vedano ad  esempio W. D. Ross, 1930 e A. C. Ewing, 1948) che pur ritenendo costitutivo  della vita morale l’appello a principi, non rendono conto del costituirsi di  questi principi lungo l’asse dell’impostazione kantiana o di quella religiosa. I  principi dell'etica vengono piuttosto considerati o come regole fissatesi nel  corso dell'esperienza quali abitudini o come assunzioni  più o meno convenzionali  preliminari, o anche come ipotesi più o meno rischiose da avanzare in situazioni risolvibili difficilmente con gli strumenti ordinari.   La questione centrale per una valutazione critica delle etiche deontologiche è quella di chiederci fino a che punto le si possa seguire nella loro assunzione che i principi e la coerenza sono il criterio determinante della vita morale senza che st debba tenere conto delle conseguenze di un'applicazione di  questi principi. Le etiche deontologiche incontrano in realtà difficoltà insormontabili in quanto si presentano come la struttura di riferimento di tutte le  forme di fanatismo morale, ovvero di quelle concezioni che ritengono che  l'unico modo per elaborare decisioni e giudizi eticamente validi sia quello di  dedurre coerentemente le implicazioni suggerite da principi considerati come  indiscutibili e non modificabili. Il fanatismo nasce laddove si spinge la fedeltà  ai principi fino a non tenere in alcun conto le eventuali conseguenze disastrose di questa fedeltà. Le etiche deontologiche partoriscono quindi spesso  moralisti che riaffermano continuamente vecchi principi che, in realtà, non  sono più in consonanza con la vita effettiva degli esseri umani, Paternalismo e  rigidità sembrano essere sul piano pragmatico alcune delle possibili implicazioni delle etiche deontologiche. Tali conseguenze sono evitate attraverso l’impegno a formulare elaborate casistiche che prevedono un'ampia gamma di  condizioni in cui si può fare un'eccezione alle regole, Mentre sul piano psicologico non è infrequente che tali etiche generino forme più 0 meno estese di  ipocrisia per cui regole e principi assoluti sono enunciati solo verbalmente e  in pubblico, ma non seguiti nelle scelte effettive e in privato.   Proprio come correttivo di questi eccessi formalistici e rigoristici sono  state presentate come più adeguate le teorie etiche che mettono al centro della vita morale una considerazione delle conseguenze delle azioni. Si tratta di etiche in cui è centrale la considerazione per la dimensione della responsabilità.  In luogo di una stretta fedeltà ai principi l'atteggiamento etico è quello di chi  è impegnato in una continua valutazione dei risultati. Si tratta di quelle concezioni dell'etica che già nel mondo antico, ad esempio con gli stoici, richiamavano l’importanza della prudenza per rendere conto del nucleo centrale  della vita morale, Queste posizioni conseguenzialiste hanno avuto un grande  sviluppo dalla fine del secolo XIX in quanto sono divenute la struttura portante delle etiche utilitaristiche. Sul piano logico non è però corretta un’assimilazione tra conseguenzialismo e utilitarismo. Infatti l'utilitarismo è una  delle varie forme che può prendere il conseguenzialismo, quella che considera  come criterio di valutazione dei risultati la realizzazione del massimo bene per  il maggior numero. Altre forme di conseguenzialismo possono assumere,  come criteri di valutazione dei risultati, concezioni del bene o del valore da  realizzare del tutto alternative rispetto a quella felicifica dell'utilitarismo.   Però proprio la possibilità di distinguere tra utilitarismo e conseguenzialismo richiama quella che sembra essere la difficoltà principale delle concezioni  conseguenzialiste, ovvero la loro incompletezza. Infatti una concezione che  mette in primo piano per la valutazione morale la considerazione delle conseguenze delle nostre azioni non sembra in grado di rendere conto pienamente  del giudizio etico, in quanto tale giudizio non può limitarsi a esaminare quali  saranno le conseguenze di certe scelte, ma dovrà anche valutarle sulla base di  ben precisi criteri di valore. Ci troviamo dunque di fronte alla difficoltà che  già richiamava Hume (Hume, 1987: II, 301-311), ovvero che una considerazione delle conseguenze può informarci solo relativamente ai mezzi e resta poi  da valutare del tutto indipendentemente l'accettabilità dei fini. Ma per quanto  possa essere incompleta, un'etica conseguenzialista richiama su quello che è  un passaggio necessario per le nostre valutazioni e decisioni; la considerazione  appunto di ciò che la loro accettazione comporta. Anche se poi questo approccio non può esimerci da una valutazione dell’accettabilità o meno dei risultati che si raggiungeranno. La concezione conseguenzialista dell'etica riesce  a rendere conto delle nostre valutazioni su ciò che è giusto o ingiusto ed esige  di essere integrata con una teoria della bontà o del valore dei risultati.   Per quanto riguarda poi l’uso della distinzione tra mezzi e fini in etica va  anche detto che specialmente nell'ultimo secolo varie forme di naturalismo  etico si sono impegnate nell’approfondire e render meno semplicistica una  considerazione esclusiva dei mezzi come passaggio obbligato verso i fini, riflutando così di considerare i mezzi come una dimensione incompiuta della vita  pratica. In questa linea si collocano le analisi di John Dewey nella sua Theory of Valuation (1939, La teoria della valutazione) che ha insistito nel richiamare  l'attenzione sul processo mediante il quale gli stessi mezzi possono trasformarsi in fini e nel mettere quindi in crisi una concezione che vede i fini come  un risultato finale, per sostituirvi una prospettiva che nella condotta umana  trova un conzinuute di azioni che da mezzi si trasformano in fini che a loro  volta si trasformano in mezzi ecc. Dall'altra parte vi sono stati teorici che  hanno concepito il conseguenzialismo come autosufficiente laddove non si  considerino i fini come valori intrinseci o valori in sé, ma piuttosto come valori estrinseci. Il valore intrinseco nell'etica.  Dal punto di vista normativo le diverse etiche possono essere differenziate anche sulla base del ricorso o meno  alla nozione di valore intrinseco. La nozione di valore intrinseco trova un uso  centrale nell’etica di Moore, ma anche ad esempio sul versante fenomenologico nell'opera di F. Brentano e poi di Max Scheler (Scheler, 1944: 121-130).  Nella seconda metà del XX secolo l’uso di tale nozione nella teoria etica è  stato più volte fatto oggetto di critiche in particolare da pensatori pragmatisti  {su questa discussione è da vedere G. Pontara, 1974, che presenta anche una  difesa dell’uso in etica di tale nozione). Vi sono stati altresì tentativi di delineare una nuova caratterizzazione della nozione ad esempio da parte di  R. Nozick (Nozick, 1987).   La nozione di valore intrinseco è legata al tentativo di dare all’etica una  dimensione oggettiva. Infatti in questo senso Moore (1964) collegava la nozione di valore intrinseco con quella di «unità organica». Le cose fornite di  valore sono uniche in quanto presentano una unità organica che non è definibile riducendo l’intero alle sue parti. In questo senso il valore intrinseco è la  contropartita a livello ontologico della tesi gnoseologica che riconosce nel  bene una qualità del tutto unica, semplice e indefinibile. D'altra parte il riferimento al valore intrinseco fa sì che si consideri il bene come qualcosa che  viene conosciuto come presente nel mondo oggettivo e non già come un  modo di sentire soggettivo. In questo senso Moore riteneva che le proprietà  etiche avessero una loro realtà e sussistessero indipendentemente dall'essere  percepite,   La tesi che vi sono degli interi forniti di valore intrinseco (come ad esempio per Moore le relazioni personali e le cose belle) permette di identificare il  normativo e l'etico con qualcosa che ha uno statuto peculiare e che dunque  non può essere ridotto a nessuna altra realtà. La posizione che ammette l’esistenza del valore intrinseco nega che ogni azione possibile sia fornita solo di  valore estrinseco e strumentale e che possa essere sostituita da qualsiasi altra azione. La concezione del valore intrinseco si accompagna dunque all’elaborazione di una teoria normativa che riconosce l'autonomia dell’etica e ritiene  anche che vi sia un modo compiuto e definitivo per fondare le conclusioni  dell'etica.   Anche Nozick (1987) usa la nozione di valore intrinseco come mezzo teorico per arrivare a riconoscere alle realtà al centro dell'etica un'oggettività e  una forza vincolante indipendenti dalle motivazioni individuali. Nozick, come  Moore, collega la nozione di valore intrinseco con quella di unità organica e  anzi propone una gerarchia delle realtà sulla base del diverso grado di valore  intrinseco, nel senso che sarà fornito di maggiore valore intrinseco quell’intero che connette in modo più organico, ovvero più stretto e unitario, un  maggiore numero di parti differenti. In questo senso la nozione di valore  intrinseco secondo Nozick può essere attribuita a un gran numero di esseri e  permette misurazioni e graduazioni. La moltiplicazione di esseri forniti di  valore intrinseco nella teoria etica di Nozick è confermata dalla tesi che  questo valore può essere creato o costituito (in quanto «valore contributivo»  alla totalità di valore intrinseco già esistente nel mondo). Nozick poi delinea  una precisa lista di realtà fornite di valori, suggerendo che in particolare sono  le persone e i sé ad avere una maggiore quantità di valore intrinseco e a  poterne creare di nuovo. Riprendendo la gerarchia degli esseri della tradizione aristotelico-tomistica Nozick indica nella persona umana il vertice tra le  realtà fornite di valore intrinseco nel senso che i sé personali possono scegliere di costituire unità organiche molto originali e strette, unificando l’insieme  molto differenziato di parti rappresentato dal fluire delle loro vite. Nozick  sembra dunque essersi impegnato a riproporre su una base laica e empiristica  la concezione religiosa e spiritualistica che indicava negli esseri personali  realtà fornite di un valore intrinseco e non sottoponibili a una valutazione  strumentale.   Un'etica che faccia uso della nozione di valore intrinseco va incontro alla  difficoltà di coinvolgere chi la sostiene in una serie di pretese metafisiche dif  ficilmente accettabili una volta sottoposte a controllo empirico. Così nel caso  di Moore la nozione di valore intrinseco in definitiva rinvia a una struttura  essenziale e sostanziale delle cose buone che può essere direttamente conosciuta solo ricorrendo a una intuizione niente affatto empirica. Nozick riesce  in parte a depurare la sua utilizzazione della nozione di valore intrinseco da  queste implicazioni ontologizzanti e metafisiche in quanto colloca tutta la sua  teoria non già su di un piano fondazionale, ma piuttosto su quello esplicativo,  Ma procedendo per questa strada non si capisce più perché sia strettamente  necessario usare in etica la nozione di valore intrinseco. Infatti se rale nozione viene introdotta solo per spiegare alcune assunzioni e intuizioni che si dà per  scontato siano presenti nel nostro modo di vivere la dimensione etica, potremmo rifiutarla negando di trovare in noi tali assunzioni e intuizioni, oppure  sottoponendo le assunzioni e intuizioni presupposte a una critica che ne faccia risultare l’artificiosità e l’inaccettabilità.   La nozione di valore intrinseco può avere un suo uso nel campo dell’estetica quando si tratta di spiegare il valore di cui una certa opera d’arte come un  tutto è fornita, valore che non è riconoscibile nelle diverse parti che la  costituiscono. Ma sembra difficile accettare come pacifica un'estensione di  tale nozione alla vita morale, In realtà affermando l'imprescindibilità dell'etica  dalla nozione di valore intrinseco si ripropone sotto una nuova forma l’obiezione che contro le concezioni conseguenzialiste muove chi fa appello all’ineliminabilità dei principi. Il sostenitore dell'etica  dei principi rimarca che la considerazione delle conseguenze esige comunque  una loro valutazione ticorrendo a principi. In modo analogo chi ritiene  ineliminabile dall’etica l’uso della nozione di valore intrinseco rimarca che  una considerazione etica in termini di valore strumentale rinvia sempre a  qualcosa che è fornito invece di valore intrinseco 0 finale. Con questo lessico  la critica al conseguenzialismo si carica di allusioni ontologiche, metafisiche e  oggettivistiche che è difficile possano avere un riscontro sul piano dell’analisi  empirica,  L'etica giusnaturalistica e la legge naturale. Passando al piano più  sostantivo un'etica normativa chiaramente identificabile è quella giusnaturalistica o della legge naturale. Abbiamo già avuto modo (cfr. $ 3.4) di sostenere  come il giusnaturalismo e la concezione della legge naturale vadano incontro a  profonde difficoltà epistemologiche, ma resta fermo che anche nel corso del  XX secolo  benché con minore fortuna che nel passato  sono riconoscibili dei sostenitori di un concezione giusnaturalista o della legge naturale (ad  esempio Finnis, 1983), Si tratta di quella posizione etica che ritiene che gli  uomini hanno per natura determinati doveri e obblighi e che tali doveri e obblighi siano determinabili prima e indipendentemente dal costituirsi di qualsiasi istituzione giuridica o politica.   La tradizione giusnaturalistica ha avuto, dopo la presentazione da parte di  Tommaso d’Aquino di un’etica cristiana della legge naturale, una ripresa e  una formulazione sistematica nel corso del XVII secolo da parte di autori  come Grozio e Pufendorf. La concezione della legge naturale è stata poi varie  volte ripresentata nei secoli successivi e tuttora costituisce l'etica prevalente  nelle visioni cristiane e religiose. Le concezioni della legge naturale ruotano intorno al riconoscimento di una serie di obblighi e di doveri propri della natura umana. Proprio conseguentemente a questo riconoscimento i teorici  della legge naturale fanno ampio uso del linguaggio dei diritti, anzi possiamo  ritenere che la diffusione nell'età moderna e contemporanea di tale linguaggio  sia una ricaduta del giusnaturalismo del XVII secolo. Va però sottolineato  come sia del tutto differente il ruolo che i diritti hanno nelle concezioni giusnaturalistiche rispetto a quello che essi hanno nelle teorie etiche dei diritti  propriamente dette. Infatti i diritti affermati da un'etica giusnaturalistica non  sono mai illimitati e assoluti, ma trovano una delimitazione nell’obbligo o  dovere che occorre comunque rispettare facendo valere il proprio diritto. Le  diverse classificazioni dei diritti rinviano quindi a un contesto di leggi, doveri  e obblighi che resta primario.   I teorici della legge naturale concordano nel ritenere che gli uomini in  quanto tali hanno tutta una serie di diritti e doveri paralleli: ad esempio, l’esistenza di un diritto alla vita da parte di qualcuno sì accompagna al dovere del  rispetto della vita di costui da parte degli altri. Tra gli obblighi più frequentemente richiamati dai teorici della legge naturale ricordiamo i doveri verso se  stessi, i doveri verso gli altri (distinguendo in questo ambito tra i doveri verso  i propri familiari e i doveri verso i propri concittadini) e i doveri verso Dio. I  doveri verso se stessi sono spesso identificati con tutta una serie di massime di  tipo prudenziale, sulla base di un più generale principio che considera la vita  umana  più specificamente la propria vita  come non disponibile. All’interno del quadro delle etiche giusnaturalistiche infatti il suicidio è general  mente considerato inaccettabile.   Per quanto riguarda poi la dimensione dei doveri verso gli altri una prima  proposta è quella che distingue tra i doveri in senso più stretto nei confronti  dei propri familiari e i doveri in senso più generale verso i propri simili.  Un'altra distinzione ricorrente tra i teorici del giusnaturalismo è quella tra  doveri perfetti e imperfetti. Ci si trova di fronte a doveri perfetti laddove a  questi doveri non si può disattendere in quanto sono legati a un corrispondente diritto da parte degli altri e dunque con una qualche codificazione. Così  in questa classe rientra il dovere di non ledere gli altri o di ottemperare a una  promessa o patto sottoscritto. Nella nozione di lesione si fa spesso rientrare  non solo il danno fisico, ma anche il danno relativo ai beni ovvero alla  proprietà. Vi sono invece tutta una serie di doveri imperfetti: essi riguardano  azioni che non siamo sempre tenuti a realizzare perché gli altri non le possono  pretendere da noi come un loro diritto (ad esempio le azioni mosse da  generosità 0 beneficenza); oppure si tratta di doveri speciali legati al partico.  lare posto che si occupa, ovvero al ruolo professionale, o al ruolo nella famiglia (padre, madre, figlio ecc.), o alla carica che si ricopre nella società.  Non mancano tentativi fatti dai teorici della legge naturale specialmente  nel XVII secolo con Grozio, Pufendorf, Althusius e Thomasius (Bobbio,  1980) di esporre in forma compiuta e sistematica tutto il codice di obblighi e  doveri.   I teorici della legge naturale riconoscono uno statuto del tutto peculiare al  dovere nei confronti del governo o dello Stato, ovvero al dovere di obbedienza 0 lealtà nei confronti delle leggi del proprio paese. Ma proprio la riflessione intorno a questo dovere, alla sua assolutezza o ai suoi limiti, segna nel  corso del XVII secolo il processo di crisi per l'etica della legge naturale. Infatti Hobbes mette in luce la difficoltà di conciliare all'interno di un'etica  della legge naturale due distinte esigenze entrambe considerate essenziali: da  una parte il dovere di obbedienza al governo e dall'altra un qualche diritto a  resistere al governo ingiusto. Hobbes indicava la soluzione nel rimettere al  governo attraverso il patto tutti i diritti e dunque complessivamente anche il  diritto di resistenza, lasciando però all'individuo la possibilità di salvare con la  fuga la propria vita quando in pericolo.   La concezione giusnaturalistica dunque è entrata in crisi non solo sul  piano epistemologico (cfr. $ 3.4), ma anche per la sua incapacità di fornire  soluzioni pratiche effettive ai problemi etici che di volta in volta si sono presentati agli uomini. Quanto più le condizioni di vita degli esseri umani sono  andate collocandosi in un ambiente artificiale, tanto meno il richiamo alla natura è risultato decisivo e chiaramente comprensibile. Non solo il dovere di  resistenza del cittadino nei confronti dei governi ingiusti o delle guetre ingiuste è risultato inderivabile da una presunta legge naturale, ma molti dei doveri  a cui rinviava la legge naturale sono apparsi desueti o inutili o lacunosi  quando le condizioni di vita si sono andate trasformando radicalmente nel  corso di un processo di civilizzazione che ha segnato il prevalere di condizioni  artificiali di vita. Si pensi, ad esempio, alle profonde trasformazioni che hanno  subito le relazioni familiari. Da queste trasformazioni deriva la vuotezza di  quelle concezioni che pensano di potere risolvere i conflitti facendo appello a  ciò che è naturale. Le questioni legate alle relazioni familiari o ai rapporti tra i  sensi non trovano certo più una soluzione ovvia e condivisa rinviando a una  presunta famiglia naturale ideale o a un comportamento appropriato e lodevole secondo un qualche modello naturale di padre, madre, figlio e dei rispettivi doveri. Ancora, per cogliere le difficoltà a cui va incontro il giusnaturalismo si pensi come al suo interno sia arduo trovare risposte per i problemi che  nascono con le nuove professioni o le nuove responsabilità etiche (pensiamo a  chi si occupa di gestione o trasmissione delle informazioni o delle immagini, o a chi si occupa di terapia delle malattie mentali). L'etica della legge  naturale pretende di trovare nella natura umana da sempre e per l'eternità  doveri e diritti relativi a condizioni e situazioni che solo cinquant'anni fa  erano inimmaginabili. Né una riduzione a una presunta essenza della condizione umana può risolvere queste difficoltà in quanto per questa via le norme  ricavate dalle leggi naturali si presentano con una formulazione tanto astratta  e generica da risultare del tutto inefficaci. Proprio perciò la tradizione giusnaturalistica si è andata sempre più svuotando della sua forza pratica e l'appello  alla legge naturale è divenuto solo uno strumento retorico e ideologico, unito  alla reiterazione di regole (spesso del tutto incapaci di guidarci) molto generali quali «non uccidere», «non rubare» ecc.    44. L'etica contrattualistica e le sue forme.  Il contrattualismo come  teoria etica fu elaborato inizialmente nel corso del XVII secolo proprio come  superamento del giusnaturalismo cristiano e medievale. La possibilità di indicare nella natura umana un fondamento adeguato per l’etica veniva messa in  crisi da Hobbes indicando la completa assenza, nella natura originatia degli  uomini, di tendenze che rendessero possibili la pace, l'ordine e la cooperazione sociale. Proprio in quanto la natura umana immaginata in uno «stato  di natura» è incapace secondo Hobbes di dare fondamento alla distinzione  tra il bene il male, tra il giusto e l'ingiusto, queste distinzioni vanno collegate a  una procedura artificiale che coincide con il contratto. Il contratto fu ampiamente usato nel corso del XVII secolo come criterio etico decisivo da  autori  molto diversi tra loro  come Hobbes, Pufendorf, Spinoza e Locke  {Gough, 1986).   Un tratto tipico comune del contrattualismo del XVII secolo sta nel fatto  che il contratto è presentato come un criterio che può riuscire a fondare solo  una parte del contenuto dell'etica  quello che ha a che fare con le leggi  giuridiche e con le istituzioni politiche , ma non la totalità dell'etica e în  particolare non può rappresentare un criterio adeguato per fondare la morale  nel senso stretto in cui ne trattiamo in questo scritto. Proprio perciò i teorici  nel XVII secolo, al di lì dello spazio garantito dal contratto, rinviano a una  diversa base come fondazione per la morale propriamente detta. Ad esempio  nella teoria di Hobbes troviamo che o  secondo la maggior parte dei suoi  interpreti  vi è una completa assenza di morale nello stato di natura e prima  del patto che dà vita all’ordine civile, oppure  ad esempio secondo H. Warrender (1974)  la morale viene fatta dipendere dagli ordini di Dio, o infine   ad esempio secondo Bobbio (1989)  la si fa dipendere da un calcolo  prudenziale. Pufendorf e Locke invece ritengono che il contrattualismo per quanto riguarda l'obbligo giuridico e politico possa (e debba) essere accompagnato dall'accettazione del giusnaturalismo per quanto riguarda l’obbligazione morale propriamente detta. Una prospettiva che restringe la portata  della procedura artificialistica del contratio è presente anche in un autore  come Jean-Jacques Rousseau che pure indica, nel contratto sociale (Rousseau,  1966), l’unica via per correggere le distorsioni generate dalla corruzione prodotta dallo sviluppo della società e ricostituire così condizioni etiche più consone alla natura degli uomini (Rousseau, 1988).   Solo con il XX secolo il contrattualismo si è presentato come criterio etico  generale non ristretto alle situazioni di pertinenza del diritto e della politica. È  infatti con Rawls e la sua «teoria della giustizia» (Rawls, 1982) che la concezione contrattualista viene proposta come strategia adeguata per individuare i  principi etici in generale. Va però rimarcato che il «contrattualismo ideale» di  Rawls riesce a funzionare da criterio generale per l’etica solo in quanto si delinea come una procedura che ha incorporato in sé un altro requisito ritenuto  caratteristico dell’etica: quello dell’imparzialità o dell'assunzione di un punto  di vista generale. Abbiamo già indicato (cfr. $ 3.8) i limiti del contrattualismo  di Rawls per quanto riguarda le procedure epistemologiche a cui si richiama;  sul piano normativo va rilevato che tale criterio è in grado di indicare soluzioni  ad esempio nella distribuzione dei beni disponibili  solo in quanto  tutti coloro che sono coinvolti accettano già alcuni vincoli. Perché la procedura contrattualistica possa risultare decisiva bisogna, dunque, ritenere che ci  sia già un qualche accordo nel considerarsi cittadini di una stessa comunità;  oppure, in alternativa, bisogna ritenere che ci sia un’armonia prestabilita (un  residuo del provvidenzialismo settecentesco) che garantisce la confluenza degli interessi individuali nel bene generale. Proprio come correttivo di queste  limitazioni Gauthier ha presentato una procedura delineata come una forma  di «contrattualismo reale» (Gauthier). Questa strategia si sforza di mostrare che un certo esito identificato come un equilibrio di contrattazione risulta per tutti coloro che sono coinvolti più conveniente in termini di soddisfazioni personali. Resta però da dire che in questo caso il criterio etico decisivo sembra presentarsi  al di lì del contratto  in una sorta di «egoismo  razionale» che accetta i vincoli di una contrattazione come mezzo migliore  per l'ottimizzazione di risultati anche dovendo fare conto su eventuali sostegni o ostacoli da parte degli altri (cfr. $ 3.3).   In generale dunque il contrattualismo presenta un criterio normativo che  non è in grado di esaurire nella sua interezza lo spazio dell'etica, ma che ha  bisogno di rinviare a criteri aggiuntivi (imparzialità o egoismo razionale) ove  lo si voglia fare valere al di là del piano giuridico e politico. Un'etica dei diritti.  Anche l'etica dei diritti si è andata sviluppando nella cultura moderna e contemporanea come un correttivo della concezione giusnaturalistica. Una prima fase dell'etica dei diritti nel corso del  XVII secolo fu la via attraverso la quale si cercò dì garantire la sfera di autonomia delle persone nei confronti dell'intervento della legge e del potere politico. I diritti che vengono fatti valere sul piano etico si presentano dunque  prevalentemente come diritti negativi e di libertà contro l’ingerenza di un potere esterno. Così, da una parte, autori come Hobbes e Locke si fermarono a  lungo sui diritti negativi alla autoconsetvazione e alla proprietà dei beni ed  altri autori  come ad esempio Anthony Collins (1990)  e in generale i  free-tbinkers  cercarono di far valere il diritto alla libertà di pensiero. Il processo teso a garantire i diritti negativi ebbe esito sul piano storico con le varie  Dichiarazioni dei diritti degli Stati Americani (1776-1789) e con la Dichiarazione dei diritti della Rivoluzione francese (1789; cfr. Cassese, 1988).   Nel corso del XIX secolo e nella prima metà del XX vi è stata una contestazione della teoria etica dei diritti, da una parte dagli utilitaristi sul piano  epistemologico e, dall'altra, dai marxisti sul piano di una critica storico-sociale. Ma  come rileva Brenda Almond (Almond, 1991}  una ripresa dell'etica dei diritti si è avuta dopo la seconda guerra mondiale in particolare  come reazione alla soluzione finale e al penocidio voluto dai nazisti. Si è così  assistito a un progressivo ampliamento dell'etica dei diritti fino al punto che  Bobbio ha potuto indicare come adeguata per la nostra epoca l’espressione di  «età dei diritti» (Bobbio, 1990). Infatti più recentemente hanno fatto ricorso  al linguaggio dei diritti anche quelle concezioni che in precedenza lo avevano  criticato, come ad esempio l’utilitarismo  che l'aveva riftutato come del  tutto privo di sensatezza  o l'etica cattolica  che l’aveva attaccato come  espressione del trionfo di una mentalità moderna anarchica e priva di eticità.  Nella seconda metà del secolo XX si è altresì assistito a una espansione della  sfera dei diritti affermati come degni di salvaguardia. Infatti la più recente  etica dei diritti non si limita più a rivendicare i tradizionali diritti negativi ma  ha esteso le pretese anche a tutta una serie di diritti cosiddetti positivi (ad  esempio alla salute, all'educazione, ad un lavoro ecc.). Ma in questa sede non  possiamo limitarci a prendere atto della larga diffusione a livello di opinione  pubblica del linguaggio dei diritti; dobbiamo piuttosto impegnarci a identificare e valutare criticamente le concezioni teoriche che hanno visto nell’affermazione dei diritti il criterio etico fondamentale.   Nel corso del secolo XVII laddove i sostenitori della legge naturale preferivano richiamare sul piano etico il primato dei caratteri essenziali della natura umana intesi in modo complessivo, o per così dire olistico, i sostenitori di un'etica dei diritti  pur conservando la convinzione di una legge naturale o  divina che fonda in modo assoluto l’etica  facevano proprio  sia pure in  modo grezzo e schematico  il quadro teorico dell'individualismo metodologico. Muovendo da questa prospettiva, almeno per una parte della storia dell'etica dei diritti possiamo accettare il quadro esplicativo proposto da autori  come L. Strauss (1990) e C. B. Macpherson (1973) che identificano questa storia con quella della lotta di una nuova classe in ascesa  la borghesia 0 ceto  medio, ovvero il ceto di produttori  per giungere a un ticonoscimento delle  sue esigenze da parte della legge o del potere politico. Dunque una prima fase  dell'affermazione dei diritti fu rivolta a far valere pretesi diritti naturali degli  uomini contro lo strapotere della legge e dello Stato. Si tratta di quella fase  che possiamo ritenere conclusa con le Rivoluzioni americana e francese in cui  si affermano i diritti negativi alla vita, alla libertà, all'autonomia, alla resistenza, alla proprietà ecc. In questo quadro, oltre ai teorici del liberalismo  settecentesco, possiamo collocare anche autori che, come Rousseau, sono impegnati a recuperare una serie di esigenze naturali degli uomini contro le limitazioni progressivamente delineatesi nella storia della corruzione umana.   Nel corso del XX secolo invece i fautori dell'etica dei diritti hanno cercato, sempre su un piano morale o pregiuridico e prepolitico, di argomentare  a favore del riconoscimento di una serie di esigenze minime che gli esseri  umani avrebbero in quanto tali e che le collettività dovrebbero garantire con  le loro istituzioni e forme di vita organizzate. Tra questi diritti positivi rientrano ad esempio quelli alla salute, al lavoro, a una casa o più genericamente  alla liberazione dalla povertà o addirittura al benessere o alla felicità. Laddove  nella prima fase erano i diritti dell’individuo o del cittadino che si cercava di  considerare come criterio decisivo dell'etica, nella fase più recente si prendono a guida piuttosto i diritti della persona umana più ampiamente intesa.  Va però rilevato che ci si trova di fronte a una sorta di contrasto 0 incompatibilità tra l'affermazione dei diritti negativi e quella dei diritti positivi. Come  ha più volte sottolineato Bobbio (1990) l'espansione dei programmi di difesa  dei diritti sociali o positivi (a parte le difficoltà di concordare una lista precisa  dei diritti da includere in questo programma e di convergere su una loro gerarchia) non può che essere realizzata dando al potere politico e giuridico una  qualche autorità per limitare eventualmente i diritti negativi individuali che,  se illimitati, non permettono il raggiungimento per tutti i membri di una società dei diritti sociali.   Dal punto di vista teorico nel nostro secolo l'appello ai diritti è stato collegato, sul piano fondazionale, non solo con la legge naturale, ma anche con  altre strategie etiche. Non è mancato chi ha cercato di fondare i diritti in un quadro generalmente contrattualistico (ad esempio Rawls, 1982), o di recupecarne un qualche riconoscimento anche in un quadro utilitaristico (ad esempio Hare, 1989), anche se in queste concezioni i diritti non hanno più una  collocazione primaria e originaria ma solo un ruolo sussidiario e derivato.  Non sono poi mancate profonde divaricazioni per quanto riguarda il tipo di  tradizione etico-politica al cui interno sono state calate le affermazioni dei diritti. Da una parte si è fatto ricorso alla tradizione liberale che ha piuttosto  insistito sui diritti negativi degli individui nei confronti della società civile e  spesso contro lo Stato (così da I. Berlin, 1989, fino alle posizioni anarchiche di  R. Nozick, 1981). Dall'altra si colloca la strategia  che ha trovato espressione nei movimenti democratici e socialisti e in forma più totalitaria nei regimi comunisti  che in nome della realizzazione dei diritti sociali dei cittadini ha proposto limitazioni più 0 meno estese delle libertà negative.   Una storia del progressivo espandersi e modificarsi delle rivendicazioni dei  diritti può essere una strada molto fertile per ripercorrere la storia della morale e del costume sociale nelle società occidentali, ma non permette di arri.  vare a identificare un preciso criterio etico. In questa direzione già Bentham  mostrava le fallacie e le insufficienze di una teoria etica dei diritti che a suo  parere non poteva che confluire in un'etica della legge naturale e dunque in  una forma di etica autoritaria o dell’ipse dixit {Bentham, 1981). Un'alternativa  alle concezioni giusnaturalistiche che può essere percorsa dall’etica dei diritti  è quella che, secondo alcuni interpreti, sarebbe propria di Hobbes, il quale  identifica i diritti con le prerogative che ciascuno individuo si trova di fatto ad  avere a ragione delle sue condizioni storiche, del suo status sociale, delle sue  capacità, forza ecc. Una impostazione che però rende praticamente impossibile un qualche bilanciamento dei titoli che qualsiasi individuo può far valere  come decisivi. Ovviamente si presentano qui come insolubili pretese confliggenti di diritti in una condizione come quella umana nella quale per la scarsità  delle risorse e i vincoli emotivi degli esseri umani non sono contemporaneamente soddisfacibili tutte le esigenze di tutti.   L'etica dei diritti manifesta la sua maggiore inadeguatezza sul piano critico  e teorico proprio nella seconda metà del XX secolo, quando realizza il maggiore successo dal punto di vista della sua diffusione come forma di discorso  prevalente nell'opinione pubblica. Infatti proprio in questo periodo vi è stato  un fiorire di nuovi diritti ed un indubbio processo di democratizzazione (ovvero di allargamento della base di coloro che avanzano le pretese di diritti),  fenomeni che ben lungi dal risolvere problemi etici ne hanno fatto sorgere di  nuovi. Abbiamo assistito, proprio come conseguenza del prevalere della  forma di rivendicazione etica che fa appello ai diritti, a un riacutizzarsi dei contrasti in campi quali quelli della nascita, della morte, della cura, dell’ambiente, del trattamento degli animali, della considerazione delle generazioni  future ecc. Da un punto di vista puramente descrittivo  e lasciando sospeso  il giudizio di merito su questi fenomeni  si può rilevare una crescita esponenziale di nuovi soggetti di diritti e di diritti che ciascun soggetto avanza con  la pretesa che siano riconosciuti da tutti e salvaguardati dalle istituzioni politiche e giuridiche. Dietro questo diffondersi delle pretese ai diritti, invece, da  un punto di vista teorico e fondazionale restano valide le strategie del passato  con cui si era già cercato di giustificare il primato dei diritti presentandoli, di  volta in volta, come una pretesa di verità (White, 1984), uno strumento emotivo particolarmente persuasivo (Hagerstròm, 1953), una sorta di «asso di briscola» (Dworkin, 1982), un titolo richiamato come valido (Nozick, 1981), Ma  il tentativo di costruire una qualche etica dei diritti come risolutiva va incontro a difficoltà insuperabili quando si tratta di fornire criteri sicuri per decidere quali nuovi diritti riconoscere effettivamente come meritevoli di codificazione giuridica o di tutela morale. Non diversamente, il contesto teorico  dell'etica dei diritti non è in grado, di fronte a casi concreti, di offrire una  strada argomentativa per superare contrasti e conflitti proprio relativamente a  diritti da riconoscere convergentemente. Per questi suoi limiti epistemologici  l’etica dei diritti si presenta, più che come una teoria valida e coerente, come  una retorica pubblica largamente usata oggi nella nostra cultura.    4.6. L'etica kantiana e la persona umana.  Un modello del tutto peculiare di etica normativa è quello che si trova negli scritti di Kant. Come ha  sottolineato Frankena, nel caso di Kant ci troviamo di fronte a una ben precisa forma di «deontologismo della regola» {Frankena, 1981). L’universalità  richiamata dall’etica kantiana si collega, su un piano epistemologico, con una  forma di intuizionismo che attraverso la via del trascendentalismo sfocia in un  realismo etico che esclude la possibilità di conciliarlo con una meta-etica noncognitivistica. Va così rifiutato il tentativo di Rawls {Rawls, 1980) di trovare in  Kant un'etica sostanzialmente costruttivistica e puramente procedurale.   La legge etica di fondo dell’etica kantiana  ovvero l'imperativo categorico «agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere nello stesso  tempo come principio di una legislazione universale» (Kant, 1970a: 167)  si  presenta come decisiva e capace di indicare le soluzioni dei diversi conflitti e  disaccordi etici. Ma è proprio questo universalismo dell’etica di Kant che è  stato più frequentemente criticato. L'etica kantiana si presenta secondo i critici come una mera etica della coerenza formale e propria di una volontà che  per rendersi il più universale possibile si depotenzia, si svuota di contenuti e si rende del tutto incapace di incidere in qualche modo sulle effettive opzioni  presenti nelle situazioni reali.   La comprensione della proposta etica kantiana passa attraverso una più  precisa individuazione della natura dell'imperativo categorico. In Kant si  tratta di una massima che è universalizzabile solo se può essere voluta senza  contraddizione come legge universale, cioè se e solo se qualcuno può volere,  senza incoerenza nella volontà, che ognuno adotti questa massima e agisca  secondo essa. L’universalizzabilità in questo senso «è la prova dell’accettabilità morale di una massima dell’azione e conseguentemente della condotta»  (cfr. M. G. Singer, 1985: 55). Per Kant l’universalità è un principio morale e  come tale non ha molto a che fare con l’universalizzabilità che Hare riconosce  come carattere proprio dei giudizi morali, in quanto tale carattere, almeno  nelle prime affermazioni che ne fa Hare (cfr. $ 2.6), si presenta come una tesi  sulla logica del discorso morale.   Ma per rendere conto adeguatamente dell’etica normativa kantiana non ci  si può limitare alla componente universalistica. Vi sono altri tratti che la rendono storicamente riconoscibile, e almeno altre due tesi ne rappresentano il  nucleo essenziale: il complessivo approccio rigoristico a preferenze, desideri e  passioni umane; l'affermazione della centralità morale della persona.   Nel caso dell’etica kantiana la legge morale e gli imperativi categorici nascono proprio negando  in nome della libertà  interessi egoistici e desideri individuali e non già rendendo possibile, con il fare valere punti di vista  imparziali e generali, una loro conciliazione. Uno degli aspetti caratteristici  dell'etica normativa kantiana sta nel riprendere il discorso delle etiche ascetiche cristiane che indicavano un'incompatibilità tra la ricerca del proprio benessere e il piano morale. In questa linea l’etica kantiana non si spinge solo a  fissare una distinzione tra il cosiddetto piano prudenziale e il piano etico, ma  procede fino a prescrivere la salvaguardia di un piano morale che nega recisamente  contrapponendovisi  tutta l'impostazione delle etiche eteronome  che fanno del benessere il fine delle azioni umane. Proprio in questo senso  l'etica di Kant si presenta come un'etica del dovere e della scelta responsabile  e razionale della legge universale, in contrasto con qualsiasi tendenza a considerare la felicità individuale come obiettivo finale dell'etica. La posizione kantiana si presenta, dunque, come del tutto alternativa rispetto a quella fatta valere sempre più decisamente nella tradizione empiristica  da Hume all’utilitarismo, al prescrittivismo universale  secondo la quale solo desideri,  sentimenti e preferenze sono in grado di motivare le scelte (etiche o non etiche) e la ragione invece risulta inefficace su questo piano, Non bisogna per  dere di vista questa componente dell'etica kantiana che rende del tutto eccentrici aleuni tentativi contemporanei  ad esempio quelli di J. Rawls e R. M,  Hare  di conciliare l’universalismo kantiano con un bilanciamento dei desideri e delle preferenze effettive di coloro che sono coinvolti.   Kant rifiutava tutte quelle etiche che facevano discendere la determinazione della moralità da motivi diversi da quelli propriamente etici. La sua teoria è del tutto in linea con l'affermazione nella cultura moderna e contemporanea dell'autonomia della morale. In particolare Kant rifiutava come eteronome tutte quelle etiche che assimilavano il bene morale a qualcosa che  dipendeva o dall'educazione (Montaigne), o dalle leggi civili (Mandeville), o  dal sentimento fisico (Epicuro), o dal senso morale (Hutcheson), o dalla perfezione oggettiva (Wolff e gli stoici), o dalla volontà di Dio (Crusius e altri  moralisti teologici; Kant, 1970a: 178). Secondo Kant l’amore di sé, i sentimenti e le preferenze personali non sono in grado di costituire il punto di  vista morale: laddove l’azione è motivata da questi scopi essa è chiaramente  eteronorna e dunque non morale. Solo una legge della ragione può motivare  autonomamente. Nel primo caso si hanno solo imperativi ipotetici e precetti  prudenziali, mentre nel secondo caso si giunge agli imperativi categorici morali nella loro peculiarità.   La concezione etica kantiana infine riconosce un posto centrale alla persona. Kant presenta una caratterizzazione della persona umana in termini essenzialistici e semplici ovvero come qualcosa che ha una sua realtà sostanziale  continua e inconfondibile {tra l'altro che sopravvive alla stessa morte}, anche  se questa realtà sfugge alia nostra conoscenza e si presenta come collocata sul  piano noumenico. Ecco ad esempio una definizione dell’essere umano, non  priva di implicazioni assiologiche, offerta da Kant nella Axtoropologie in pragmatischer Hinsicht abgefasst (1798, Antropologia dal punto di vista pragmatico): «Che l’uomo possa avere una rappresentazione del proprio io, lo innalza  infinitamente al di sopra di tutti gli altri esseri viventi sulla terra. Perciò egli è  una persona e, grazie all'unità della coscienza in tutti i mutamenti che subisce,  una sola e stessa persona» (Kant, 1970a: 547). Malgrado alcune limitazioni  epistemologiche nell’affermazione di un personalismo essenzialistico Kant  considera decisamente come tratto definiente della persona umana  che è  l'unico soggetto-oggetto dell'universo morale  la sua razionalità. La centralità della nozione di persona nell’etica kantiana risulta esplicita in una delle  formulazioni dell'imperativo categorico che suona: «agisci in modo di trattare  l'umanità nella tua persona come nella persona di ogni altro sempre come fine  e mai soltanto come mezzo» (Kant, 19704). Proprio sulla base della persona è  fondata la tavola dei doveri presentati in Die Merapbysik der Sitten (1797, La  metafisica dei costumzi). Kant riprendeva le distinzioni avanzate dai giusnaturalisti (in particolare Pufendorf e Thomasius) tra doveri positivi e negativi (che  si intreccia con quella tra doveri verso Dio, verso gli altri e verso se stessi),  riformulandola come una distinzione tra doveri perfetti {quelli verso se stessi  stabiliti da massime universali per le quali persare un'eccezione equivale a una  contraddizione) e doveri imperfetti (doveri verso gli altri in cui la contraddizione si presenta laddove vogliazzo un'eccezione) (Kant, 1970b: 269-374).   Le critiche alla concezione kantiana dell'etica sono state mosse lungo diverse linee. Ricordiamo quelle che ci sembrano più decisive: la mera forma  dell’universalità o è vuota 0 può essere soddisfatta dalla coerenza e fedeltà  verso qualsiasi valore anche negativo; l’uso dell'autonomia dell’etica in chiave  rigidamente rigoristica rende del tutto astratta e ininfluente la norma kantiana  che non potrà includere nessuno dei desideri effettivi di esseri umani concreti.  Inoltre, l'ancoraggio dell'etica da parte di Kant alla persona razionale comporta per la sua prospettiva alcuni limiti: non può essere estesa a rendere  conto di situazioni etiche in cui siano presenti esseri non razionali (animali,  ambiente ecc.); resta pur sempre un residuo di colorazione egoistica in una  prospettiva che si muove esclusivamente in un contesto di persone in qualche  modo distinte e separate l'una dall'altra. Quest'ultima critica è stata fatta valere in particolare da Parfit (1989). La tesi è che solo un quadro concettuale  che  come quello elaborato da Parfit  dia una spiegazione riduzionistica e  complessa per quanto riguarda la natura dell'io e della persona potrà permettere di non considerare le singole persone umane come unità di misura finale  pes l'etica. Dunque solo chi sappia liberare la morale dai confini ontologici  della persona umana potrà porre le basi per la costruzione di un'etica effettivamente universalistica e altruistica.    4.7. Le etiche utilitaristiche.  Una concezione etica molto diffusa e fortunata è quella utilitaristica. Si può trovare un appello generico all’utilità  come criterio di scelta etica in molti pensatori dall’antichità ai giorni nostri.  Ma prendendo in esame l’utilitarismo propriamente detto facciamo riferimento a quelle concezioni che riprendono da Bentham lo sforzo di sviluppare, in termini precisi e rigorosi, un criterio di scelta e valutazione morale  con al centro l'utilità, a sua volta definita ricorrendo a nozioni quali piaceredolore, felicità-infelicità, soddisfazione di preferenze ecc. La storia dell’utilitarismo, anche in questo senso più stretto e determinato, è molto ampia e non si  può qui ripercorrerla se non in modo sommario limitandosi a delineare alcuni  dei filoni principali in esso riconoscibili.   Nel rendere conto delle varie forme di utilitarismo proviamo a differenziarle sulla base della diversa caratterizzazione che viene offerta della nozione del bene che alla fine si deve ottenere. La nozione di utilità è, infatti, sempre  ricondotta ad una più determinata nozione di bene che identifica con più  precisione in che cosa risiede l'utilità che va massimizzata. Un'altra linea di  distinzione che sviluppererno in questo paragrafo è quella tra le concezioni che applicano il criterio utilitaristico alle singole azioni o agli atti particolari e quelle che viceversa fanno valere tale criterio per le regole o norme in  generale.   Occorre precisare preliminarmente  una precisazione particolarmente  necessaria in una cultura come quella italiana in cui l’utilitarismo, ben lungi  dall'essere studiato e discusso, è aprioristicamente liquidato e stigmatizzato  come una forma di egoismo del tutto inconciliabile con la moralità (è ancora  l'atteggiamento avanzato da Alessandro Manzoni nelle sue Osservazioni sulla  morale cattolica nel 1819 a fare testo)  che l'etica utilitaristica va tenuta nettamente distinta dalle cosiddette concezioni egoistiche. È tipico dei fautori  dell'etica utilitarista fare riferimento a un’utilità che non riguarda mai il singolo agente, ma che riguarda  a seconda della formula privilegiata  la  massima utilità generale, l’utilità del maggior numero, l’utilità di tutti, l'utilità  di tutti coloro che sono coinvolti ecc. Si possono individuare diverse concezioni dell’utilitarismo anche tenendo conto della prospettiva sottoscritta per  quanto riguarda l'universo dei soggetti da tenere presente nel calcolo utilitaristico. Vi è la tendenza a considerare la massima utilità che va cercata come  coinvolgente tutti coloro nei quali può essere rintracciato il tipo di stato mentale che va massimizzato, che si tratti di piacere, dolore, preferenze, desideri o  altro. Proprio in questo senso è tipico dell'utilitarismo il presentarsi come una  concezione della morale che estende la sua portata anche al di là dell’ambito  delle persone umane, fino a coinvolgere tutti gli esseri viventi in cui si trovi lo  stato mentale (ad esempio la sofferenza o il piacere) che il criterio deve minimizzare o massimizzare con il corso di azione prescelto. Già in Bentham  {Bentham) era presente quell'apertura a una considerazione  etica del mondo animale che troviamo poi largamente sviluppata nell’utilitarismo contemporaneo.   Per quanto riguarda la caratterizzazione del bene che va massimizzato una  differenza classica è quella tra concezione edonistica che distingue tra i piaceri  solo su basi quantitative e quella che riconosce differenze qualitative. Così in  Bentham troviamo sviluppata l’idea che la misurazione quantitativa del piacere € del dolore è l'unico criterio in grado di dare una base esterna, valida e  pubblicamente discutibile, alle prese di posizione etiche. Bentham quindi critica tutte le etiche alternative all’utilitarismo in quanto inclini a far valere un  criterio del rutto arbitrario in morale. La formulazione di un criterio di misurazione della quantità del piacere, in gioco in corsi di azione che coinvolgono  più esseri senzienti, non è priva di difficoltà. Proprio sull’inadeguatezza, ad  esempio, del criterio offerto da Bentham si sono concentrate le critiche degli  avversari dell’utilitarismo. Si è rilevata tra l’altro l'impossibilità di ridurre a  una base unica piaceri diversi e l'impraticabilità di quei confronti interpersonali di piacere e dolore che sarebbero necessari. Resta poi anche costante la  critica che la ricerca del solo obiettivo della massimizzazione dei risultati sembra lasciare completamente da parte le esigenze di una distribuzione giusta  del bene massimizzato. Considereremo eticamente preferibile un corso di  azione che realizza un incremento della quantità di piacere, anche se questo  risultato si accompagna a una distribuzione del tutto iniqua di tale piacere o  benessere e addirittura accentua la distanza tra individui che ottengono  grandi quantità di piacere e individui che ne ottengono una ridottissima.  Dunque vi sarebbe un’opacità di fondo dell'utilitarismo rispetto a questioni di  giustizia distributiva, e più in generale a questioni di diritti.   Una diversa forma di utilitarismo fu delineata da John Stuart Mill in Ut  litarianism in parte già come risposta a queste critiche e difficoltà del  particolare edonismo di Bentham (Mill, 1981b). Le variazioni più significative  riguardano l’introduzione di una distinzione qualitativa tra piaceri e un'insistenza sul principio che ciascun individuo è sovrano nella determinazione  delle proprie gerarchie di piacere e che le sue opzioni  laddove non procurino danno agli altri  vanno incorporate nel criterio utilitaristico. Mill nei  suoi scritti non si limita ad assumere come rilevante la distinzione qualitativa  tra piaceri più elevati e più bassi, ma sviluppa anche una tecnica con l’aiuto  della quale risolvere eventuali contrasti, e ciò che più conta usa questa distinzione per proporre sostanziali innovazioni del costume morale a proposito del  trattamento delle donne, della questione dei lavoratori manuali, della povertà  e della scelta responsabile delle nascite. Per quanto riguarda i contrasti relativi  ai piaceri qualitativamente diversi coinvolti Mill ritiene che essi possano essere  risolti facendo appello all'opinione  che si esprime nella discussione pubblica con l'approvazione o la disapprovazione morale  di coloro che conoscono tutte le forme di piacere in gioco. La posizione di Mill per quanto riguarda la distinzione qualitativa dei piaceri è stata spesso criticata e denunciata come contraddittoria, in quanto mescolerebbe due differenti criteri di  valutazione (cfr. Musacchio, 1981). Occorre ammettere che Mill presenta  un’etica mista, ovvero che unisce due diversi criteri di scelta e di decisione,  ma non.va data come ovvia e scontata l'inaccettabilità di una posizione normativa che cerchi di conciliare due distinti principi ad esempio facendoli  valere a diversi livelli etici. Ma la grande svolta nella storia dell'utilitarismo è segnata da quel momento in cui il criterio passa a prendere in considerazione non tanto le componenti del piacere e del dolore, quanto, più genericamente, le preferenze di  coloro che sono coinvolti nelle situazioni in esame. L'utilitarismo delle preferenze che si sviluppa in particolare nel secolo XX realizza uno spostamento  decisivo del criterio che non pretende più di fare riferimento a una unità di  misura comune e oggettiva quale il piacere, ma muove piuttosto accettando  come tutte di eguale valore le preferenze dei diversi soggetti coinvolti e dunque identificando come giusto quel corso di azione che massimizza la soddisfazione delle preferenze quali che siano. Le preferenze possono tendere  verso oggetti completamente diversi e dunque l’utilitarismo delle preferenze  dispone di uno strumento di valutazione etico più flessibile, recuperando e  ampliando  in un senso ancora più liberale e individualistico  quell’esigenza di pluralismo fatta valere da Mill contro il riduzionismo oggettivistico e  paternalistico dell’utilitarismo di Bentham (Harsanyi, 1988 e Hare, 1989).   L'utilitarismo delle preferenze è stato poi elaborato nel tentativo di trovare  una risposta per numerose questioni dell’etica teorica; in particolare sono stati  messi a punto criteri per distinguere preferenze di ordine diverso, quali quelle  antisociali di un sadico e quelle benevole o altruiste. Così John Harsanyi (Harsanyi, 1985: 75-126} ha considerato rilevanti per l'etica solo le preferenze benevole considerate imparzialmente, mentre Hare ha identificato come eticamente significative le preferenze universalizzabili (Hare, 1989). Infine non  sono mancati utilitaristi che hanno proposto complesse tecniche di valutazione critica delle preferenze: ad esempio Brandt ha proposto di accettare,  dopo averle sottoposte a una sorta di vaglio terapeutico, le sole preferenze  razionali ovvero basate su desideri non egoistici e pienamente informati  (Brandt, 1979). Anche la storia dell’utilitarismo mostra dunque come, a livello  teorico, prevalga l’elaborazione di concezioni miste. Nel caso specifico al criterio della massimizzazione si affianca quello della selezione delle preferenze  in base alla loro universalizzabilità formale o imparzialità sostanziale.   Malgrado questi tentativi di evitare il riduzionismo, l'utilitarismo è stato  insistentemente attaccato (Smart e Williams, 1985; A. Sen e B. Williams,  1984) contestando la legittimità di un approccio che considera come decisive  le preferenze che di fatto un certo individuo si trova ad avere. Procedendo in  questo modo l’utilitarista non terrebbe conto che le preferenze esistenti possono essere indotte dall'esterno o comunque niente affatto adeguate ai bisogni  reali degli individui che di fatto le rivelano. In particolare A. Sen (1986) ha  obiettato che la mera registrazione delle preferenze rivelate finisce con il consolidare le distribuzioni di beni inique di fatto già istituzionalizzate. Gli utilitaristi hanno cercato di rispondere a queste critiche indicando che l'esigenza  della massimizzazione delle soddisfazioni delle preferenze può essere ottimiz.  zata solo laddove si accetti l’esistenza di una soglia per ciascun individuo al di  là della quale un incremento della soddisfazione delle sue preferenze realizza  risultati meno validi di quelli realizzabili incrementando la soddisfazione delle  preferenze di individui che stanno peggio (Pontara, 1988).   Nella storia dell’utilitarismo, specialmente nel XX secolo, si è proceduto  anche su di un altro piano nel cercare un correttivo che permettesse di fare  valere nella massimizzazione una qualche regola o principio distributivo. In  questa linea si sono sviluppate ad esempio varie forme di utilitarismo della  norma © della regola. Sul piano storico vi è stata una tendenza a considerare  Bentham come un tipico esponente dell’utilitarismo dell’atto e a trovare invece in Mill una posizione che anticipa le esigenze dell’utilitarismo della regola o della norma (J. Urmson, 1953). Il problema principale affrontato da  questa parte della riflessione teorica interna all’utilitarismo è stato quello della  possibilità o meno di ricondurre l’utilitarismo della regola all’utilitarismo dell’atto. Nel caso poi in cui si è concluso per la specificità dell'utilitarismo della  regola, la questione è stata se una teoria che fa valere un qualche riferimento a  regole, principi e norme non comporti una fuoriuscita dal quadro conseguenzialista proprio dell’utilitarismo (Lyons, 1965). Nella riflessione sullassibilità di conciliare l'accettazione primaria dell’utilitarismo dell’atto con un riconoscimento di un qualche ruolo nella vita etica a principi e norme, partico  larmente interessante risulta un tentativo come quello di Hare. Hare ha  presentato una teoria dei due livelli di pensiero etico: uno, più intuitivo e  di senso comune, all’interno del quale valgono le regole e le norme, e l'altro   che si colloca invece sul piano della riflessione critica  nel quale, viceversa, si applica ditettamente alle singole azioni il criterio utilitaristico della  massimizzazione della soddisfazione delle preferenze di tutti coloro che sono  coinvolti (Hare, 1989). Più fertili sono da ritenere però quei tentativi di presentare un utilitarismo della norma e della regola come itriducibile  sul  piano normativo  all’utilitarismo dell'atto. Così ad esempio procede Brandt,  che ha più volte fatto valere la sua posizione come una forma di utilitarismo  della norma ideale. In questa teoria il criterio etico decisivo è quello che identifica le soluzioni rappresentandosi le norme da accettare in una società ideale rivolta a soddisfare massimamente i desideri razionali dei suoi cittadini  (Brandt, 1992).   Nel rendere conto delle varie specie di utilitarismo va infine ricordato  quell’utilitarismo che è sembrato preoccupato non tanto di realizzare un saldo  attivo di piaceri, quanto di minimizzare le sofferenze e i dolori (R, N. Smart, LE ETICHE NORMATIVE). Questo tipo di utilitarismo negativo è stato spesso criticato  ad esempio da J. J. Smart (Smart, 1985)  come paradossale in quanto implica che  la soluzione migliore è quella che riduce al massimo il numero di esseri senzienti esistenti, in quanto per questa via si procede certamente a una riduzione della quantità delle sofferenze. Ma se si va al di là del piano speculativo  sul quale si muove l’etica teorica sembra chiaro che proprio il criterio di una  riduzione delle sofferenze inutili ha avuto un ruolo decisivo nei dibattiti più  recenti sull’etica pratica. È stata questa la via principale mediante la quale si è  allargato l'ambito del discorso etico anche alle questioni del trattamento degli  animali ed ancora è questa la via mediante la quale  riprendendo le critiche  di Bentham nei confronti delle etiche ascetiche  si continua a fare emergere  l'inaccettabilità di quelle soluzioni fittizie ricavate dall’imposizione di antropologie astratte.    4.8. La scelta razionale come criterio normativo.  Consideriamo poi  quella concezione normativa che sostiene che ciò che è bene o giusto fare, in  una qualsiasi situazione che ci presenta diverse alternative, può essere deciso  cercando ciò che è razionale o ragionevole fare, nel senso di ciò che soddisfa  massimamente i propri interessi e bisogni. Una concezione etica della scelta  razionale è riconoscibile in particolare negli scritti di alcuni teorici che difendono l'economia di mercato, sostenendo che proprio la ricerca da parte di  ciascun individuo della massima realizzazione delle proprie esigenze consente  di ottenere i risultati migliori per la società nel complesso (Arrow, 1977 e  Buchanan, 1989). Naturalmente un punto decisivo per questa concezione  normativa sta nell'impegno a definire con maggiore precisione la natura di ciò  che è razionale massimizzare nella ricerca di una soddisfazione personale. In  questa luce si presentano come nettamente distinte: da una parte, una posizione che tende a ritenere razionale qualsiasi scelta che ciascuno consideri  come massimizzante la propria utilità interpretata in termini di benessere o  vantaggio economico personale  una teoria etica che muove dal riconoscimento di una qualche sovranità del consumatore; dall’altra una posizione che  interpreta la scelta razionale come quella che massimizza, ad esempio, i bisogni più profondi ed elevati della persona che sceglie.   La teoria che ritiene eticamente preferibile come criterio per le scelte pubbliche il comportamento che tende a massimizzare l’utilità attesa da ciascuno  degli agenti negli ultimi decenni è stata attaccata lungo due linee: una rivolta a  mostrarne le difficoltà interne laddove venga presentata come teoria normativa da adottare per identificare l'alternativa di azione ottimale; l’altra rivolta a  farne risaltare la scarsa portata analitica e esplicativa. Il primo ordine di difficoltà si esprime specialmente osservando che, col.  locandoci all’interno della teoria della scelta razionale e regolandoci non diversamente da giocatori che cercano di vincere la partita contro avversati  egualmente razionali, finiamo con il trovarci di fronte al ben noto dilerzizza del  prigioniero (Axelrod, 1985 e Resnik, 1990). Se più individui razionali in una  situazione che li coinvolge in competizione si fanno guidare per decidere la  via da seguire dalla ricerca del migliore risultato prevedibile  sulla base del.  l'attribuzione di un calcolo eguale agli altri individui  saranno costretti a  privilegiare corsi di azione che porteranno a un risultato niente affatto ottimale. Ll risultato migliore a cui tenderà ciascuno cercando di garantirsi la massima utilità attesa, presupponendo anche da parte degli altri un analogo comportamento, non garantirà affatto quel buon esito che si potrebbe realizzare  solo introducendo l'accettazione di qualche vincolo cooperativo da parte di  tutti gli individui presenti nella scena.   L'altro tipo di critica  avanzato ad esempio da Sen (1986)  è rivolto a  mostrare i forti limiti esplicativi presenti nella teoria della scelta razionale in  quanto risulta del tutto incapace di rendere conto di tutte le nostre scelte in  situazioni che coinvolgono beni pubblici. Infatti se pensiamo a scelte che riguardano la disponibilità di beni quali strade, servizi ecc. ci rendiamo conto  che ciò che di fatto facciamo laddove privilegiamo una decisione che porti alla  creazione o all'uso regolato di uno qualunque dei beni pubblici  creazione e  uso regolato che risultano costitutive della nostra forma di vita  non può  essere in alcun modo spiegato come esito di una scelta ispirata dalla teoria  della scelta razionale. Infatti ispirandoci a tale criterio dovremmo sempre tutti  regolarci come free riders, ovvero come battitori liberi che si preoccupano  esclusivamente dei propri interessi, e ciò renderebbe impossibile la convergenza sulla creazione e l’uso regolato di un bene pubblico, Tale teoria non  riesce dunque a rendere conto dell’esistenza di una larga fetta della nostra  realtà sociale.   Va però segnalato che i teorici della scelta razionale sono tuttora impegnati a elaborare modelli, coerenti con le loro assunzioni, con cui rispondere a  tutte queste obiezioni. In particolare si sono sforzati di mostrare come nel  quadro teorico della cosiddetta teoria della scelta razionale o dei giochi  ovvero in una situazione in cui sono presenti più agenti razionali con obiettivi in  competizione  è possibile spiegare l'insorgenza di norme e regole cooperative che permettono di convergere sui risultati ottimali. In questa linea si è  mosso ad esempio R. Sugden {Sugden, 1986) che ha molto lavorato nel cercare di mostrare come una teoria della scelta razionale che preveda scelte ripetute, con la ricerca da parte degli agenti di un aggiustamento reciproco in vista di un equilibrio più stabile, permette di arrivare a rendere conto dell’accetrazione sociale di norme con un minimo di contenuto cooperativo. Questo  modello cerca di rendere conto dell'ordine sociale in generale sviluppando  alcuni tratti della ricostruzione della genesi delle istituzioni cooperative già  presente in Hume (Magri, 1994). Questi modelli esplicativi valgono solo in  quanto a posteriori rendono conto di quello che si è già realizzato, ma è difficile usarli come criteri normativi per scegliere comportamenti rivolti al futuro. I modelli della scelta razionale sono stati adottati in modo indubbiamente fertile per rendere conto, all’interno di un generale quadro evoluzionistico, di come tra gli animali superiori si rafforzano abiti cooperativi in  alternativa a quelli o del tutto egoistici o assolutamente benevoli (Dawkins,  1992). Ma questa teoria nulla può dirci quando si tratta di decidere quale, tra  le differenti alternative di comportamento che ci sono davanti, dobbiamo  scegliere.    L'esistenza  di differenti concezioni etiche  il loro conflitto sempre risorgente  non  solo fa nascere la questione della disponibilità o meno di criteri per affrontare  razionalmente i contrasti, ma fa sorgere anche il problema di come conciliare  la presa d'atto di una pluralità di concezioni etiche con il riconoscimento all'etica di una qualche validità.   In primo luogo il riconoscimento del pluralismo etico sembra essere ineliminabile nella società attuale. Non solo si tratta di una constatazione di fatto,  ma il pluralismo etico è considerato anche un valore. Viene cioè considerata  più apprezzabile una società pluralistica che una società che in forme più o  meno coercitive impone il prevalere di una sola etica. Quest'ultima assunzione valutativa non è però condivisa dalle cosiddette concezioni comunitarie  (Ferrara, 1992) che invece privilegiano società in cui si realizzi una forte convergenza sui valori e anzi al limite siano caratterizzate da un'unica morale  {MacIntyre, 1988). Ma al di là dei timori per un pluralismo etico eccessivo e  delle tentazioni per una società segnata da una forte uniformità, vi sono argomentazioni e distinzioni che sorreggono una preferenza per situazioni caratterizzate da una pluralità di etiche in competizione.   Tutta la tradizione liberale trova nella fioritura pluralistica una condizione che favorisce lo sviluppo di tutte le differenti potenzialità creative  presenti nella natura umana. Tale posizione  presente ad esempio in  pensatori come W. von Humboldt (Humboldt, 1974) e J. S. Mill (Mill,  19814)  ritiene che solo un'effettiva libertà per gli esseri umani di vivere  Îl tipo di vita che essi ritengono giusta, libertà garantita anche accentuando le differenze, permette che vi sia una piena realizzazione e un progresso  delle capacità umane. L’uniformità porterebbe invece a una completa atrofizzazione di queste capacità.   Una posizione a favore del pluralismo etico presuppone che si riescano a  tenere ben distinte due dimensioni dell'etica: da una parte, quella che riguarda quel minimo comune denominatore di principi e regole cooperative  che sembrano essere una condizione necessaria perché vi sia una qualche stabilità della vita associata; dall'altra parte invece quella che ha a che fare coni  modelli e gli ideali che ciascuno può assumere per quanto riguarda lo stile di  vita da preferire. Proprio sul piano che riguarda i valori e gli ideali etici un  confronto tra progetti anche alternativi può segnare un arricchimento e uno  sviluppo della cultura umana. Sul piano più ristretto dell'etica minima in  gioco laddove si tratta delle basi della convivenza è invece difficile ritenere  adeguato un pluralismo di fondo. Ritorna qui dunque una distinzione già presente nella tradizione giusnaturalistica tra il piano dei diritti o doveri perfetti e  quello dei doveri imperfetti.   Questa posizione di apprezzamento per un contesto sociale e culturale  segnato dal pluralismo etico o pluralismo dei valori va tenuta però distinta da  una concezione che sottoscriva un completo relativismo. Va, infatti, tenuta  chiaramente distinta una posizione che, sul piano descrittivo, prenda atto che  si confrontano diverse concezioni etiche, dunque tutte relative e non assolute,  da una posizione che assuma da un punto di vista normativo le conclusioni  del relativismo. Il relativismo normativo infatti sostiene che non abbiamo  ragioni per ritenere che nelle questioni etiche sia preferibile una posizione a  un'altra. Il relativista dunque, in definitiva, non riconosce alcuna validità alle  distinzioni morali o etiche tra bene e male, giusto e ingiusto. È invece caratteristico del nostro tempo il fatto che si riesca a sostenere con decisione e  forza di convinzione la propria soluzione etica ai problemi pur rispettando è  tollerando quelle diverse dalla nostra. Ma in questo caso l'ammissione di altre  posizioni etiche non equivale a ritenere che l’una vale l’alira. Come si è ben  detto (in particolare da parte di Berlin, 1989 e Rorty, 1989, ma a livello  teorico la posizione era stata già illustrata da Juvalta, ed è stata più  recentemente derivata da una meta-etica non-cognitivista, da Scarpelli, 1982)  la situazione è  per paradossale che possa sembrare  quella di chi si  impegna con decisione a fornite ragioni a favore del proprio punto di vista  etico pur riconoscendo, ammettendo e rispettando un interlocutore che fa  valere un altro punto di vista e differenti ragioni. La consapevolezza che il  proprio punto di vista etico non è quello assolutamente giusto e buono  consente di tollerarne altri. Ciò non toglie che, comunque, è il nostro punto di  vista a valere di più  ad essere più buono e più giusto  fin quando non ci  verranno presentate ragioni o non faremo esperienze che ci costringeranno ad  abbandonarlo.   Le distinzioni che stiamo suggerendo partono dal presupposto che si sia  completamente abbandonata la pretesa di un'assolutezza dei valori in generale e dunque anche del proprio punto di vista etico. Una condizione  propria del nostro tempo che M. Weber esprimeva con l’espressione «politeismo dei valori» (Weber, 1958). Viceversa risulterà impossibile conciliare  pluralismo, relativismo empirico, tolleranza e impegno per il proprio punto  di vista se si muove dalla convinzione che l’etica deve avere a che fare con  qualcosa di assoluto. Ma quest’ultima prospettiva nel XX secolo è largamente inattuale e perdente, in quanto certamente non può essere conciliata  con una meta-etica che pretenda di avere dalla sua una qualche verità e  capacità di rendere conto della nostra effettiva esperienza morale. Proprio  la persistenza di questa prospettiva assolutistica dell'etica continua a generare confusione e conflitti e contrasti etici spinti fino a mettere in pericolo  la coesistenza, in quanto mossi da forme di fanatismo morale che non  tollerano le differenze. La trasformazione che stiamo vivendo con il passaggio da un contesto etico caratterizzato dall’aspirazione all’assolutezza ad  uno che accetta la finitezza e mutevolezza dei punti di vista morali può  essere vissuta in due diversi modi. Da una parte ci sono i nostalgici che  vivono il tempo e la società presente come caratterizzati da una perdita e  da un regresso; sono coloro che identificano il passaggio da valori assoluti  a valori frutto delle scelte umane come l’atto di nascita di un completo  nichilismo e di una cultura del tutto irrazionalistica. Per costoro non vi è  alternativa tra un fondamento assoluto e la più completa irrazionalità e  mancanza di senso. Dall'altra  e chi scrive si riconosce in questa seconda  linea  vi sono coloro che vedono la nuova condizione come un guadagno  in quanto ci si è finalmente liberati di miti e illusioni. La credenza in valori assoluti è stata, ed è tuttora, all'origine di pericolosi e insanabili contrasti. L'alternativa non è il nulla o la perdita di senso della nostra esistenza ma piuttosto un'etica che muove da un piano più realistico e empirica.  mente fondato. I valori derivano quindi da scelte e decisioni che gli uomini  assumono responsabilmente tenendo conto delle loro emozioni, delle loro  limitate capacità intellettuali e delle loro condizioni effettive. Credere questo non equivale ad avere perso qualcosa, ma viceversa ad avere puadagnato una prospettiva che permette agli esseri umani di muoversi, su un  piano di parità, verso soluzioni realizzabili e adeguate per i loro problemi  pratici.  Dall’etica teorica all'etica pratica. Dall’etica teorica all’antropologia: motivazione e obbligazione. La  storia dell'etica è ricca di pensatori che uniscono alle tesi normative, specifiche concezioni antropologiche relative alle motivazioni, i bisogni, i desideri e  gli interessi degli esseri umani. Potremmo anzi sostenere che è comune che a  un'etica teorica si accompagni un’etica antropologica, ovvero una psicologia  della morale che su basi più o meno empiriche pretende di descrivere come  gli uomini sono fatti e procedono nelle loro scelte. Questa commistione tra  piano normativo e piano descrittivo ed empirico risulta largamente praticata  specialmente dal secolo XVII in avanti, dopo che è entrata in crisi Ja conce.  zione innatistica della legge naturale, che riteneva la legge morale naturalmente obbligante in quanto presente originariamente nella coscienza di tutti  gli esseri umani. Il quadro filosofico del XVII secolo segna il tramonto di questa soluzione innatistica nel collegamento tra legge morale obbligatoria e base  motivante negli esseri umani e dunque per l’etica moderna e contemporanea  diventa essenziale non solo la questione di ciò che è bene o giusto, ma anche  di ciò che rende effettivamente obbligante per gli uomini il bene e il giusto  (cfr. Fagiani, 1983). Si avvia quindi una ricerca sistematica sulla motivazione e  la base psicologica che rende obbligatoria una condotta etica,   Nel pensiero moderno è ricorrente, per quanto riguarda la motivazione  morale, una concezione che nega che ciò che viene scoperta 0 trovato con  l’aiuto della sola ragione possa avere di per sé forza obbligante o motivante,  Un residuo di attribuzione di forza obbligante alla ragione in quanto tale si può trovare nella concezione di giusnaturalisti come Grozio (Grozio,  1625) o in quei pensatori che  come ad esempio Joseph Butler (Butler,  1970)  nel corso del Settecento indicano nella coscienza non solo un principio in grado di trasmettere la consapevolezza della legge morale, ma anche  di obbligare ad essa. Ma la via percorsa dai teorici dell'etica è piuttosto quella  alternativa di negare alla ragione la capacità di motivare all’azione e dunque di  negare forza obbligante alle norme e leggi scoperte attraverso l’uso del solo  intelletto. Muovendo da questa premessa è dunque necessario procedere a  uno studio empirico della natura umana e in particolare della condotta per  vedere che cosa muove ad agire. Viene così ampiamente ripresa nel corso del  XVII secolo la tesi edonistica secondo la quale solo il piacere e il dolore muovono all'azione (cfr. $ 2.2). Sia Hobbes che Locke, quando fanno riferimento  al piacere e dolore come cause motivanti guardano, in modo del tutto esclusivo, alla persona che agisce. Proprio su questa base tanto Hobbes quanto  Locke sembrano appoggiare la forza obbligante della legge naturale esclusivamente sul potere di sanzione. Nel caso di Hobbes il potere sanzionatorio  viene legato a un calcolo prudenziale relativo ai benefici e ai danni che nel  corso della vita terrena si ricevono uniformandosi alle leggi naturali. Locke  lega invece il potere sanzionatorio della legge naturale, e dunque la sua forza  obbligante, alla considerazione del premio e delle pene che si potranno ottenere in un’altra vita (Locke, 1971). La concezione che lega la forza obbligante  e la capacità di motivare della morale e dell'etica in generale a qualche sanzione viene spesso riproposta nel pensiero moderno e contemporaneo, ad  esempio rinviando alla forza sanzionatoria data da qualche piacere o dolore  fisico comunque in gioco. Erede di questa tradizione può essere considerato  Bentham con il suo tentativo di agganciare al potere sanzionatorio del sovrano  la forza della legge giuridica. Non diversamente in questa linea va collocato il  positivismo giuridico del secolo XX.   Proprio l’approfondimento della conoscenza della natura empirica degli  uomini porta tra la fine del XVII secolo e la metà del XVIII a elaborare una  concezione della forza obbligante dell’etica che, pur non riconducendola a  una capacità automotivante della ragione o delle facoltà intellettuali, non la  tiduce però al sanzionamento in termini di piacere e dolore fisici, genericamente intesi. Questa ricerca di una base specifica di motivazione per la morale  è già presente alla fine del secolo XVII in Shaftesbury, che proprio dall'osservazione empirica degli uomini fa derivare la scoperta di un peculiare «senso  morale» che non solo porta gli uomini ad approvare le azioni virtuose, ma  anche a sentirsi spinti a compiere tali azioni e ove tali azioni non sono compiute a provare emozioni di disagio e sradicamento da ciò che è più proprio  del genere umano, È dunque la struttura passionale degli uomini a presentare  un'inclinazione  in parte già colta dall’antropologia aristotelica  a compiere azioni in generale cooperative.   Questa stessa linea analitica verrà sviluppata ancora nel corso del XVIII  secolo da Hutcheson e Hume. Il nucleo distintivo di questa ricostruzione  della forza obbligante del comportamento etico sta nel mostrare nella psicologia degli esseri umani una base motivazionale del tutto autonoma e specifica  che spinge a fare azioni eticamente rilevanti. Questi autori poi si differenzieranno tra loro in quanto presenteranno o meno come motivazione universalistica tale base psicologica. Così mentre da una parte troveremo pensatori  come Shaftesbury, Hutcheson e Smith che rinviano a un altruismo o benevolenza più o meno universali, dall’altra troveremo chi, come Hume, riconoscetà come motivante solo una benevolenza limitata che si estende piuttosto  ai legami familiari. L'idea di tutti questi autori è comunque comune. Il senso  morale approva determinate azioni perché esse risultano motivate non solo da un esclusivo amore di sé, ma da una benevolenza più o meno estesa. La stessa  approvazione del senso morale costituisce poi una motivazione aggiuntiva al  comportamento virtuoso.   Risulta dunque chiaro in questa strategia analitica che la condotta etica  trova una sua base motivazionale in inclinazioni naturali degli uomini per una  forma più o meno estesa di altruismo e interessamento per gli altri. Un  aspetto teorico significativo per il quale questi autori si distingueranno sarà il  loro modo di rendere conto della naturalità della motivazione etica. Accanto a  coloro  come ad esempio Shaftesbury o Hutcheson  che considereranno  la motivazione a fare azioni cooperative come originaria per la natura umana,  vi saranno coloro che la presenteranno piuttosto come risultato o prodotto di  un processo evolutivo o di civilizzazione piuttosto lungo. Nel corso del XVIII  secolo la spiegazione delle basi motivazionali del comportamento morale sarà  inserita sempre di più in un quadro artificialistico ed evolutivo,   Una spiegazione genetica evoluzionistica e artificialistica della motivazione  alla condotta etica è, ad esempio, già presente in Mandeville e viene sviluppata estesamente da Hume e poi  in una direzione ancora più ampia  da  pensatori come J. J. Rousseau, A. Smith e A. Ferguson. Questi ultimi sono  impegnati nel progetto, che sembra centrale per gli intellettuali del XVIII secolo, di ricostruire la storia della civilizzazione umana avvalendosi della teoria  stadiale, ovvero di quella concezione che scandisce in quattro stadi diversi  (della caccia e pesca, dell’allevamento, dell’agricoltura, e del commercio) la  storia dell'umanità (Meek, 1981). La prospettiva impegnata a delineare il processo artificiale attraverso il quale gli uomini giungono a disporre di una base  psicologica e motivazionale specifica per il comportamento etico (0 coopera  tivo) viene realizzata nel corso del XVIII secolo anche lungo una diversa linea  associazionistica. In questa chiave il costituirsi delle motivazioni propriamente  etiche viene spiegato come un risultato di ripetute associazioni. Significativo   anche per un lettore del XX secolo  il contributo analitico di David  Hartley, il cui associazionismo è propriamente fisiologico, e poi di alcuni  esponenti dell'Illuminismo francese (ad esempio Claude-Adrien Helvétius,  Etienne Condillac, Paul Heinrich Dietrich D'Holbach ecc.) e ancora di utili  taristi come James Mill e J. S. Mill. Nel XIX secolo la genesi delle motivazioni  cooperative sarà collocata in un quadro più esplicitamente evoluzionistico  da Darwin e Spencer (Ruse, 1986). Questa linea di spiegazione evoluzionistica   che coinvolge il livello biologico  della genesi di una base motivazionale  ad hoc per il comportamento morale è stata ampiamente ripresa nel corso del  XX secolo. Abbiamo così chi, come E. Wilson (1975), ha presentato una vera  e proprio concezione socio-biologica, o chi, come K. Lorenz (1990), si è piuttosto impegnato a mostrare analogie e differenze tra gli istinti cooperativi presenti negli uomini e quelli rintracciabili negli animali.   La ricerca rivolta a individuare una base motivazionale nella natura emotiva degli uomini a cui agganciare l'obbligazione etica si estende ben al di là  delle concezioni che abbiamo appena delineato. Non sono mancati coloro che  hanno indicato come carattere distintivo della specie umana la capacità di essere motivati a compiere azioni degne di apprezzamento per il solo gusto o  senso del dovere da compiere, e dunque per il solo essere richiamati da ciò  che vale: una strategia che risulta percorsa da Kant e da coloro che a lui si  richiamano come ad esempio K. O. Apel {Apel, 1977). Al polo opposto si  colloca la strategia di analisi, scettica e riduzionistica, che ha del tutto negato  che negli uomini sia rintracciabile una qualche capacità di auto-motivarsi o  scegliere liberamente, e dunque tanto meno una inclinazione a partecipare ai  piaceri e ai dolori degli altri esseri umani.   Nel XX secolo entra in crisi la pretesa di disporre di una antropologia universalistica che sia in grado di indicare con nettezza passioni e sentimenti presenti in tutti gli uomini o viceversa di negare agli esseri umani generalmente  intesi una qualche motivazione. L'analisi antropologica, piuttosto che rinviare  a una base motivazionale comune, si impegna ad elaborare più strategie mediante le quali si può spiegare la forza obbligante delle regole morali. Risulta  pur sempre difficile riuscire rendere conto del ruolo obbligante dell'etica laddove si ritiene che gli esseri umani siano mossi dal più rigido egoismo; stanno  a dimostrarlo la crisi e le difficoltà a cui è andata incontro la teoria della scelta  razionale (cfr. $ 4.8). In positivo, dunque, risulta del tutto acquisito che  per  dirla con Williams (Williams)  nessun discorso può riuscire a rendere motivante per un essere umano un principio etico cooperativo  se nella struttura emotiva di questo essere umano non è già presente (probabilmente come frutto della sua formazione e iniziazione alla cultura umana)  un minimo di interessamento per i piaceri e i dolori di un altro essere urnano.  Da questa prospettiva come da altre il contesto dell'etica coinvolge direttamente non solo la capacità di chi agisce di presentarsi come essere fornito di  una sua identità, ma anche di riconoscere l'identità degli altri. Passiamo dunque a rendere conto della portata delle analisi sulla natura dell’identità personale nell’etica teorica.    5.2. Il ruolo dell'identità personale nell’etica.  Nell’etica medievale il  rinvio all'anima sostanziale rappresentava un fondamento e un preciso criterio  per risolvere le questioni morali. Infatti, da una parte, proprio al fondo della  sostanza spitituale si presentavano le norme da applicare in etica e dall'altra l'individuazione dell'universo di esseri forniti di sostanza spirituale metteva a  disposizione un chiaro criterio di applicazione ed estensione dell’ambito mo.  rale. Questa concezione semplice dell'etica che ruota intorno a una sostanza  che è la persona umana e che non è riducibile ad altro, nello stesso tempo  oggetto e soggetto esclusivo della vita morale, è entrata in crisi tra il XVII e il  XVIII secolo quando l’identità personale non è più risultata riconducibile a  una sostanza.   Alla filosofia di Locke prima e a quella di Hume poi si può far risalire il  superamento critico della concezione sostanzialistica della persona umana e  dell'identità personale e l'avvio di quell'approccio che concepisce tali realtà  come complesse e cerca di spiegarne la natura riconducendola a qualcosa  d'altro. Ma sulla strada dell’elaborazione delle concezioni complesse e ridu  zionistiche dell’identità personale si presenta la difficoltà di riuscire a rendete  conto del soggetto morale con quel minimo di stabilità necessaria per dare  una base a nozioni essenziali per l'etica  quali responsabilità, merito, demerito ecc. Un altro problema a cui vanno incontro le concezioni riduzionistiche  e complesse dell'identità personale sta nella difficoltà con cui riescono a rendere conto del valore morale senza farlo dipendere esclusivamente da una  considerazione degli atti di per sé stessi, ma riuscendo a collegarlo anche con  una considerazione del carattere e dei motivi dell'agente. La connessione tra  la considerazione del carattere e dei motivi e i giudizi morali è al centro, ad  esempio, dell’analisi delle virtù e dei vizi delineata da Hume e Smith e sembra  tanto profondamente radicata nel senso comune morale da non poter essere  soppiantata da una qualche teoria che indica come eticamente rilevanti le sole  azioni. La riflessione di marca empiristica e analitica sulla natura dell’identità  personale si è dunque sempre più impegnata dal Settecento a oggi nell’elaborazione di una spiegazione della continuità e stabilità dell’io che, senza dover  ricorrere alla nozione sostanzialistica e semplice di io, fosse conciliabile con  l’uso di categorie centrali del linguaggio etico-giuridico quali responsabilità,  merito, demerito, punizione, condotta virtuosa ecc.   Un’estensione dell'analisi complessa e riduzionistica dell'Io anche a livello  di ricostruzione della vita morale  oltre che sul piano conoscitivo  viene  avviata da Henry Sidgwick nel 1874 con i suoi Methods of Ethics (I metodi  dell'etica), ed è stata poi sistematicamente realizzata nella seconda metà del  secolo XX da pensatori come Nagel, Parfit, Nozick ecc. Si può ipotizzare che  questa recente fortuna di un'analisi dell'etica che muove da una concezione  complessa dell'identità personale sia un riflesso, a livello filosofico, di quel fenomeno più generale a cui si allude sinteticamente con l’espressione «perdita  del Soggetto». La rapidità delle trasformazioni nelle società occidentali, la grande quantità di novità che quotidianamente ciascun essere umano deve  raccordare con l’esperienza passata e con i punti di equilibrio in essa raggiunti  hanno reso sempre più frammentaria la continuità della vita interiore e difficoltosa l'operazione di recuperarne una qualche stabilità. Va peraltro sottolineato che le concezioni complesse e analitiche dell'identità personale più che  essere impegnate in lamentele e declamazioni sulla «Perdita del Soggetto»  cercano di elaborare una concezione dell’essere umano eticamente responsabile che sia adeguata alle trasformazioni culturali degli ultimi secoli, trasformazioni che hanno reso il rinvio a un qualche Soggetto sostanziale solo un  mito privo di qualunque fondamento empirico.   Le analisi di Parfit sfociate nel volume del 1984 Reasons and Persons (Ragioni e persone) presentano lo sforzo più approfondito di sviluppare gli spunti  presenti nell'opera di Sidgwick e di ridefinire, muovendo da una nuova concezione  appunto riduzionistica e complessa  dell’identità personale nozioni come quelle di responsabilità morale, merito e demerito ecc. Se tuito ciò  che troviamo dietro la soggettività e l'identità di una persona umana è una  qualche continuità psicologica più o meno stretta, ne consegue che i nostri  giudizi morali © giuridici dovranno essere del tutto a posteriori e investire interrogativi quali: «quanto la persona che ci sta di fronte è la stessa di quella  che ha compiuto l’azione? », «quanto l’azione che la persona ha compiuto si  inserisce nel flusso più continuo e stabile delle sue abitudini e del suo carattere e quanto invece ne rappresenta una rottura?» ecc. L'approccio empiristico all’identità personale comporta dunque non già l’eliminazione delle nozioni etiche tradizionali dal nostro lessico morale, ma una loro ridefinizione in  modo tale da presupporre connessioni più deboli e meno definitive: tra le  azioni e la persona che le ha compiute; tra la persona come attualmente è e la  sua storia passata; tra il tipo di intervento che possiamo fare sulla persona  attuale e la sicurezza che, utilizzando determinati mezzi, potremo ottenere  certi risultati che coinvolgono il suo io futuro. In generale ci si muove verso  una concezione meno assolutistica e necessitante dell'etica di quella che accetta chi crede nella persona come sostanza. Ed è ovvio che una prospettiva  del genere risulta del tutto in linea con l’epistemologia empiristica, ma  e si  tratta di ciò che più conta  anche forse, oggigiorno, fertile sul piano esplicativo e predittivo,   L’approccio all'identità personale che la considera come una successione  di io che hanno tra di loro una connessione psicologica più o meno stretta è  ben lontano dall'essere diventato «senso comune» e ranto meno sembra corrispondere intuitivamente a quella concezione della persona che troviamo radicata nella parte morale del nostro «senso comune», una parte che tende a trasformarsi con più lentezza e prudenza di quella intellettuale. Vanno però  messe in luce le implicazioni normative che accompagnano le analisi di tipo  complesso e riduzionistico dell'identità personale, anche se per ora occorre  confinatne la portata solo alle premesse intellettuali di un sistema morale che  pretenda di essere costruito su credenze vere.   Un approccio all'identità personale che metta in secondo piano una concezione sostanzialista e semplice della persona umana favorisce anche un  complessivo riassetto normativo. In primo luogo questa linea epistemologica  porta al rifiuto di una concezione statica e sostanziale del bene morale, la  presa di distanza da un modo di intendere la responsabilità morale come legata a colpe, peccati o meriti che solo un Essere Assoluto, in grado di conoscere la struttura sostanziale della persona e i più riposti pensieri degli esseri  umani, può giustamente distribuire. La responsabilità morale in questa prospettiva ha invece a che fare non già con riposte intenzioni, ma principal.  mente con ciò che effettivamente si compie in un campo di azioni pubblicamente osservabili.   In secondo luogo poi tale approccio contribuisce anche a scalzare le basi  analitiche che sorreggono l’impianto normativo dell’egoismo razionale. Ancora a Parfit si devono dettagliati argomenti che mostrano, una volta assunta  la prospettiva complessa e riduzionistica dell'io, quanto risulti ingiustificata  una preferenza per le parti future della propria vita nei confronti delle vite  attuali di altri esseri umani. La ragionevolezza ed evidenza di una preoccupazione esclusiva  su base egoistica e prudenziale  per i nostri io futuri non  risulta affatto giustificata una volta che si diventi consapevoli della complessità di passaggi che muovendo dal nostro io attuale porta ai nostri io futuri  laddove non si postuli più la persistenza di una stessa sostanza semplice. Tra il  nostro io attuale e quello che saremo fra numerosi anni vi sono connessioni  più dubbie  e dunque relazioni più deboli  rispetto a quelle che possiamo  istituire oggi con i Sé degli altri esseri umani. L'impegno nella costruzione di  un'etica più imparziale e meno rigidamente egocentrica sembra dunque avere  tutto da guadagnare dalla revisione dell'identità personale intrapresa dalla filosofia empiristica.   Infine risulta del tutto indebolito il ruolo della nozione di persona come  categoria essenziale per la determinazione dell'universo di esseri per i quali  valgono le nozioni etiche. Se ciò che conta in morale non è più solo la presenza di qualche peculiare sostanza semplice di natura spirituale, ma gli atti  che si compiono più o meno responsabilmente, nulla vieta che divengano eticamente rilevanti anche atti che non coinvolgono persone umane. Passando  attraverso atti responsabilmente connessi con dimensioni quali la sofferenza e il danno o il piacere e la soddisfazione di bisogni e desideri, possono diventare rilevanti per l’etica gli animali, o gli oggetti che costituiscono l’ambiente,  o realtà  di certo non personali nel senso di essere effettivamente presenti  ora come sostanze semplici con una loro propria individualità  quali, ad  esempio, i membri di generazioni future molto lontane. È questa dunque la  via epistemologica che porta ad abbandonare quella concezione ristretta dell'etica che si ha quando si è costretti a passare sempre attraverso la cruna  d'ago fornita dalla persona. In particolare sono le etiche utilitaristiche e conseguenzialiste che si sono impegnate in questo sforzo di fornire indicazioni  normative congruenti con le concezioni di derivazione empiristica dell'identità personale e dell’universo degli esseri moralmente rilevanti. Etica del carattere 0 dell’azione.  Come abbiamo visto le diverse  concezioni etiche si distinguono sulla questione di quale sia da considerare  l'oggetto proprio di una valutazione. Su questo piano la differenza più rilevante è quella tra chi ritiene che l’unico oggetto peculiare di valutazione etica  sono le azioni e le loro conseguenze e chi invece ritiene essenziale il riferi  mento al carattere 0 comunque a qualche qualità interna (intenzione ecc.) di  chi agisce. Le due diverse concezioni hanno entrambe dei punti a loro favore.  Si può anzi suggerire che la concezione più adeguata sia quella che non ricorra in modo esclusivo o all'uno a all’altro approccio  o azione o tratti del  carattere  ma piuttosto sappia integrare entrambe le esigenze.   A favore della concezione che ritiene esclusiva l’attenzione per le azioni vi  è l'esigenza  fatta valere in modo decisivo non solo dall’utilitatismo, ma anche dal garantismo giuridico (Fetrajoli, 1989)  che ciascuno possa essere  ritenuto responsabile solo di quello che ha effettivamente compiuto e non  possa essere giudicato negativamente sulla sola base di presunte predisposizioni 0 inclinazioni ad agire, che tra l’altro rinviano a una pretesa capacità di  cogliere l'essenza o vera natura di una persona. Il riftuto della concezione sostanzialistica della persona umana è tra l’altro accompagnato dallo sforzo di  ricollocare l'etica su un piano più esterno e comportamentale. La considerazione prevalente delle azioni effettivamente compiute segna anche il tramonto  di valutazioni che investono i piani del peccato o della colpa.   Considerando come positivo il superamento di un approccio etico che  pretenda di presentare valutazioni assolute basate su di una presunta conoscenza finale del carattere o della natura di una persona, va però segnalato un  limite di questo approccio. Un'etica che pretenda di derivare in modo esclusivo le sue valutazioni dalla considerazione dei comportamenti esterni degli  esseri umani sarà costtetta a omologare azioni criminose e incidenti colposi e non sarà comunque in grado di discriminare tra azioni compiute in contesti  motivazionali e intenzionali differenti. La valutazione etica non sembra potere  prescindere dall'esame di quanto le azioni in gioco siano responsabili e dunque frutto di intenzioni e non del tutto casuali o determinate da costrizioni al  di là della portata di chi agisce.   Proprio la necessità che l'etica riesca a coinvolgere anche la responsabilità  delle azioni considerate rappresenta un argomento a favore delle concezioni  che pongono al centro della loro considerazione il carattere di chi agisce. In  questo si sono impegnate le cosiddette etiche della virtà. Una tradizione  che  diversamente da quanto è stato recentemente sostenuto (MacIntyre,  1988)  non è certo confinata alla cultura antica e medievale, ma ha trovato  anche nella cultura moderna e contemporanea dei sostenitori.   La concezione dell'etica che ritiene centrale la considerazione del carattere  sembra salvaguardare alcune esigenze essenziali per una adeguata teoria della  valutazione morale. Anche questo approccio ha però bisogno di correttivi,  ÎNon solo risulta dubbia un'attenzione per il carattere tanto esclusiva da giudicare una persona condannabile per il solo fatto che ha determinate intenzioni, ma una considerazione etica esclusivamente attenta al carattere può  portare a considerare virtuoso anche chi si limiti a manifestare certi principi o  convinzioni etiche e poi di nascosto agisce in modo completamente diver:  gente. Un’etica dell’intenzione può anche portare a ritenere giustificati atti  gravemente dannosi rinviando a presunte intenzioni benefiche di chi li compie. Un'etica dell'intenzione o del carattere corre il pericolo di sottoscrivere  posizioni morali esclusivamente predicatorie o addirittura ipocrite, alle quali  comunque non corrisponde alcun effettivo comportamento.Nella conciliazione, tutt'altro che semplice, delle due concezioni sull’oggetto della valutazione morale sono impegnati in particolare i fautori dell’utilitarismo della regola o delle norme (cfr. $ 4,7). Nel senso di un'integrazione  delle considerazioni etiche sugli atti con quelle relative ai caratteri e alle intenzioni vanno anche molte delle discussioni di casi concreti nelle quali si sono  impegnati  specialmente nella seconda metà del secolo XX (cfr. $ 5.4) gli  esponenti dell'etica contemporanea.   Ad esempio, larga parte della discussione etica contemporanea su situazioni concrete quali quelle legate alla nascita  e in particolare all'aborto  €  alla morte  e in particolare all’eutanasia  è legata alla riflessione sul ruolo  più o meno decisivo delle intenzioni in gioco. Proprio la tesi di un ruolo essenziale delle intenzioni nelle valutazioni delle scelte relative all'inizio e alla  fine della vita umana ha portato ad elaborare la dottrina del «doppio effetto»  (Anscombe, 1958 e Foot, 1978). Con questa dottrina si è ritenuto di potere distinguere tra diverse ricorrenze della stessa azione, considerandola rispettivamente o come una conseguenza diretta e voluta dell'intenzione di ottenere  questo risultato o viceversa come effetto secondario e non direttamente voluto dell'intenzione rivolta a un risultato benefico. Laddove l'effetto diretto  della nostra intenzione è, ad esempio, garantire la nascita di un bambino, solo  un doppio effetto non voluto è la morte della madre; o  all’altro confine  della vita  laddove effetto diretto della nostra intenzione è l’azione rivolta a  un'attenuazione delle sofferenze di un morente, è solo un effetto secondario  non direttamente voluto la morte della persona, quale conseguenza dell’uso di  farmaci per attenuare il dolore. Ma questa concezione va incontro a un’insormontabile difficoltà di ordine epistemologico, in quanto ovviamente non sono  disponibili procedure affidabili per discriminare tra una dichiarazione di intenzione del tutto ritualistica o ipocrita e una dichiarazione veritiera. In questo senso la prospettiva che ruota intorno alla centralità dell’intenzione si presenta come il residuo di una fase in cui l’etica teorica era impegnata a far valere per il giudizio sulle azioni umane un punto di vista ideale o divino.  Un'’etica fatta su misura per le esigenze della specie umana, pur riconoscendo  la rilevanza delle motivazioni delle azioni, indebolisce però la portata delle  intenzioni considerandole come componente aggiuntiva e sussidiaria del giudizio etico e non già come aspetto decisivo ed esclusivo.   Fa parte della riflessione sull’oggetto proprio delle valutazioni etiche anche la discussione sulla possibilità di distinguere nettamente da un punto di  vista assiologico tra azioni e omissioni. Questa distinzione viene considerata  sempre meno influente per l'etica (Glover, 1977; Singer, 1989) proprio da  quelle concezioni che  come l’utilitarismo  hanno messo al centro della  valutazione le azioni e la considerazione delle conseguenze. L’utilitarismo  contemporaneo fa propria in realtà una nozione non riduttiva di azione, data  la quale risulta chiaro che il non fare qualcosa quando si ha la possibilità di  farlo è eticamente rilevante non meno del compimento effettivo di un atto.  Ciò che conta è la nostra responsabilità  che si agisca o non si agisca  per  conseguenze nella situazione futura, in quanto esse dipendono comunque da  nostre scelte e decisioni.   Si può avanzare l’ipotesi che nel corso degli ultimi secoli della storia della  cultura occidentale la struttura del nostro discorso morale si sia trasformata  nel senso di un'estensione della portata del lessico legato primariamente alle  azioni e di una correlativa riduzione dell'incidenza di quella parte del lessico  legato a emozioni, sentimenti, stati d'animo, intenzioni, caratteri ecc. Da questa ipotesi si ricava che per quanto forte possa ancora essere, al livello della  predicazione, la riaffermazione di un’etica di tipo agapistico o dell'amore universale (un’etica cristiana genericamente intesa), tale etica risulta poi in secondo piano, quando ci si impegna in una riflessione critica rivolta a indivi.  duare regole e principi etici concreti a cui ispirarsi. L'appello a sentimenti  quali l’amore o una benevolenza universale sembra essere del tutto irrilevante  quando siamo impegnati a identificare il migliore comportamento effettivo  nelle situazioni eticamente rilevanti che ci sono di fronte. Certamente tale appello può continuare a mantenere un ruolo decisivo laddove siano in gioco  concezioni super-erogatorie e ideali sul dovere (che coinvolgano ad esempio  la santità e l’eroismo), che hanno però un ruolo sempre più marginale nella  morale di senso comune di società altamente complesse e popolate come  quelle nelle quali viviamo. La nostra ricerca etica è piuttosto rivolta a regole  più modeste e limitate che incidano però effettivamente sulle azioni o omissioni della nostra vita quotidiana, in modo tale che le conseguenze dei nostri  stili di vita siano benefiche  o quanto meno non disastrose € dannose  per  le generazioni future. La svolta normativa e l'irruzione dell'etica applicata.  Nel corso del  XX secolo l'orizzonte di riflessione che muove dai problemi pratici concreti  degli esseri umani è stato riafferrmato come primario e decisivo da una serie di  pensatori che hanno contestato l'utilità di una ricerca esclusivamente metaetica e astratta. Si è soliti fare riferimento a questa svolta, realizzatasi nella  riflessione sulla morale specialmente a partire dagli anni Settanta, con  l’espressione «l'irruzione dell'etica applicata» (De Marco e Fox, 1986). Questo appello all'etica applicata è stato fatto valere, successivamente, con due  diversi obiettivi critici. In un primo periodo l'appello era rivolto a fare sì che  punto di partenza e punto di arrivo della riflessione etica fosse considerato  non già la conoscenza della natura della morale e delle forme di ragionamento in essa valide, ma la ricerca di soluzioni normative. In un secondo periodo   a partire dagli anni Ottanta  si sono contestate le stesse risposte normative offerte dalle opere sistematiche degli anni Settanta e la richiesta avanzata  è stata che in luogo di criteri normativi generali validi per tutte le questioni  etiche la riflessione critica fosse rivolta a delineare soluzioni più determinate e  settoriali in grado di risultare rilevanti per una delle diverse dimensioni problematiche riconoscibili all'interno dell'etica pratica.   La prima esigenza fatta valere negli anni Settanta è stata dunque quella di  trasformare la teoria etica in modo tale che in essa l’obiettivo principale fosse  non già quello logico-conoscitivo di mettere a punto una meta-etica e dunque  una conseguente epistemologia, quanto piuttosto lo sviluppo sistematico di  un risposta esplicitamente normativa. Il neo-contrattualismo di J. Rawls e  Gautbier, il neo-utilitarismo di }. Harsanyi e poi di R. M. Hare e R. Brandt,  le diverse teorie dei diritti di R. Nozick e di R. Dworkin ecc.  tutte concezioni a cui abbiamo già fatto riferimento specialmente nel paragrafo 4  sono  alcuni dei tentativi più influenti di elaborare teorie etiche impegnate prevalentemente sul piano normativo.   Le differenti teorie etiche normative presentate nel corso degli anni Settanta sono, di volta in volta, la riproposta sotto una nuova veste di opzioni già  formulate a partire dal secolo XVIL Il neocontrattualismo di Rawls e Gauthier tiene largamente conto dell'elaborazione contrattualista precedente da  Hobbes a Kant. Il neo-utilitarismo ha largamente discusso e riproposto le precedenti impostazioni di J. Bentham e J.S. Mill. I teorici dei diritti non hanno  mancato di tenere conto delle analisi di Locke ecc. Restano dunque in larga  parte operanti le stesse concezioni che nel corso dell'età moderna e contemporanea sono state indentificate come utilizzabili da chi fosse alla ricerca di un  criterio generale per risolvere i problemi pratici degli esseri umani. Al livello  dei principi o procedure più generali non sembra si possa segnalare la nascita  di nuove etiche, ma si assiste solo allo sviluppo e all'approfondimento delle  linee etiche normative già disponibili.   La novità principale nell’«etica teorica» {e qui si intende una teorizzazione etica con obiettivi esplicitamente normativi) del XX secolo sta dunque  nelle forme che prendono le diverse concezioni normative, una trasformazione che in realtà era stata già anticipata da H, Sidgwick con i suoi Methods  of Ethics (Sidgwick, 1963). In primo luogo le diverse proposte normative non  fanno più parte di una ricerca filosofica generale. Chi si occupa di etica e contribuisce ad essa non colloca la sua ricerca in una più ampia prospettiva che  ad esempio affronti questioni generali sulla conoscenza umana, la natura  umana ecc. Si parte dando per scontata una sorta di specializzazione per cui  chi si occupa di etica e di problemi normativi guarda esclusivamente a questi.  I teorici dell'etica contemporanea sono dunque eredi dei professori di filosofia morale come Hutcheson o Smith, più che di filosofi come Hobbes, Locke  € Hume (per non dire che nulla hanno a che fare con personalità quali quelle  dei fondatori di morali come Cristo, Budda o Gandhi}. Laddove Hobbes,  Locke e Hume  ma ovviamente anche Kant  collocavano la loro attenzione per i problemi etici in un contesto filosofico generale, i teorici dell'etica  contemporanea limitano invece le loro analisi ai soli problemi pratici. Questo  si accompagna non solo con la specializzazione che abbiamo sottolineato, ma  anche con un più limitato orizzonte critico che viene fatto valere nelle proposte etiche contemporanee. Tutti i diversi teorici dell'etica muovono nelle  loro analisi assumendo la validità di tesi più generali sulla conoscenza, la ragione ecc. In questo senso le diverse etiche teoriche acquistano senso solo vi.  ste sullo sfondo delle diverse prospettive filosofiche generali elaborate dai  pensatori  che abbiamo più volte richiamato  del XVII e XVIII secolo,   Questa più marcata limitazione del contesto dell’etica teorica contemporanea è in molti di questi pensatori esplicitamente riconosciuta e programmati.  camente affermata anche per quanto riguarda il piano dei valori di riferi.  mento. Così molti dei teorici dell’etica contemporanea ammettono di muoversi in contesti storici e culturali ben definiti identificando lo sfondo che dì  validità alle loro teorie normative con quello delle credenze etico-politiche  condivise nelle società liberal-democratiche occidentali (Rorty, 1989; Rawls,  1994). Emerge dunque in molti teorici contemporanei la tesi che l’etica è una  riflessione critica che non solo muove da intuizioni 0 credenze morali di par  tenza che sono già date, ma che in realtà non può operare al di fuori di un  qualche contesto di credenze condivise. Questo orientamento segna di fatto  non solo una specializzazione dell’etica teorica, ma anche l'abbandono in essa  del quadro universalistico in cui si muovevano i filosofi del XVII e XVIII  secolo.   Parallelamente con questo restringimento della base del discorso dell’etica  teorica troviamo viceversa  e specialmente nelle opere sisternatiche elaborate negli anni Settanta  uno sforzo di approfondimento analitico molto più  marcato, con la pretesa di realizzare un'elaborazione coerentemente sistematica e un’argomentazione persuasiva di ampio respiro. Se ci volgiamo infatti  alle opere principali dell'etica teorica contemporanea vediamo che la loro.  mole e complessità rispetto agli scritti dell'etica tradizionale è fortemente cre.  sciuta. La base di partenza è più ristretta ma la pretesa di approfondimento  analitico è maggiore. Le nozioni che la tradizione etica precedente trovava del  tutto comprensibili vengono ora sottoposte ad analisi dettagliate. In questa  direzione contributi del tutto nuovi vengono offerti, ad esempio: o con una  dettagliata tassonomia  dovuta in particolare agli utilitaristi  delle diverse  forme di preferenze; o con una classificazione  che troviamo principalmente  negli scritti dei neo-contrattualisti e dei teorici dei diritti  delle principali  differenze tra bisogni e interessi; o con lo scavo  e qui sono i teorici della  scelta razionale ad offrire il maggiore contributo  delle diverse forme di ragionamento con cui possiamo valutare le linee di azione che coinvolgono conseguenze future più o meno lontane e più 0 meno sicure. Ll terreno dell'etica  teorica appare dunque certamente come più limitato e ristretto  un campo  che si cerca di tenere distinto da quelli confinanti  ma esso viene scavato  con una profondità maggiore che nel passato in tutte le sue parti. La convinzione che muove questo approccio è che le radici delle questioni etiche possano essere raggiunte non già derivandole da un altro campo di ricerca, ma  andando sempre più a fondo nello scavo dell’area dell’etica considerata come  autonoma e autosufficiente. Quello che lascia particolarmente insoddisfatti è  che i tratti generali del paradigma della ricerca si trovano messi in pratica e  ripresi acriticamente senza nessuna elaborata valutazione della loro adeguatezza. Né vi è una sensibilità per la questione  a mio parere decisiva  di  come la vicenda dell'etica teorica contemporanea possa essere raccordata   acquistando con questi raccordi senso e rilevanza  con i lasciti e i residui  della passata elaborazione.   Molto più accentuata che nel passato è poi la pretesa di sistematicità e di  coerenza interna, così come della massima completezza possibile. In questo  senso l’etica teorica si muove prendendo a modello le teorie scientifiche in  generale. Proprio per questo tentativo di strutturarsi in analogia con gli universi scientifici prevale tra le diverse concezioni normative una tendenza al  monismo etico e nello stesso tempo assistiamo ad un progressivo allargamento  dell'ambito di casi e fenomeni investiti. Una tendenza verso il monismo normativo era presente anche nelle etiche tradizionali che insistentemente andavano alla ricerca di un solo principio fondamentale. Una volta caduto l’orizzonte fondazionale il monismo etico si presenta come la ricerca di un unico  criterio di decisione per tutte le situazioni problematiche nella convinzione che  la presenza di più criteri non può che originare conflitti e disaccordi insanabili.   Nei sistemi normativi degli anni Settanta troviamo infine approfondito lo  sforzo di argomentare in modo persuasivo e convincente a favore della posizione fatta valere. La dimensione per così dire retorica e persuasiva diviene  esplicita e diventa primario l'impegno a fornire già all'interno di ciascuna teoria una risposta alle critiche avanzate dalle concezioni alternative. Prevalgono  quindi nell’etica teorica contemporanea le esigenze di una discussione pubblica. Le diverse etiche si presentano infatti in primo luogo come discorsi sistematici e razionalmente giustificati nel modo più compiuto, sviluppati per  convincere gli interlocutori nella discussione pubblica a proposito della preferibilità delle opzioni normative proposte. Questi tratti spiegano nello stesso  tempo, da una parte la maggiore concretezza delle etiche teoriche contemporanee rispetto a quelle tradizionali e, dall'altra, il loro minore respiro e la loro  collocazione in un contesto storicamente più limitato.    5.5. I principali campi dell'etica applicata.  Ma come si è detto un’ulteriore svolta ha segnato l'etica teorica a partire dagli anni Ottanta. Vengono  contestate ora le stesse teorie impegnate nella presentazione di grandi sistemi  normativi, denunciando la loro astrattezza e la loro irrilevanza per i problemi pratici effettivi. L'impegno in una riflessione etica che abbandonasse il piano  delle concezioni astratte veniva a caratterizzare sempre di più gli anni Ottanta. Anzi in questa direzione era la medicina a salvare l'etica  come si  esprimerà Toulmin {$. E. Toulmin, How Medicine saved Etbics, in De Marco e  Fox)  nel senso che i nuovi problemi etici generati dagli sviluppi della medicina e della biologia ponevano in modo urgente una richiesta  di soluzioni che non poteva essere soddisfatta dai grandi sistemi normativi  classici o contemporanei. Laddove infatti i sistemi normativi degli anni Settanta avevano al loro centro i problemi della giustizia sociale e della cittadinanza, le questioni della guerra giusta e delle relazioni internazionali, viceversa i nuovi problemi posti dalle mutate condizioni nella nascita, morte e  cura degli esseri umani coinvolgevano dimensioni etiche completamente diverse,   Inizia così un processo di articolazione e sviluppo di una miriade di settori  nuovi nell’etica applicata che, in parallelo con la tendenza della cultura americana alla specializzazione e alla professionalizzazione, porta al consolidarsi e  istituzionalizzarsi di vari campi dell'etica pratica considerati come autosufficienti. Compare così la nuova figura professionale dell’eticista, ovvero dell'esperto dei problemi di un particolare settore. Certamente la riflessione etica  guadagna così in concretezza, ma una ricerca esclusivamente impegnata nell’evidenziare i criteri ed i principi etici validi per specifici e peculiari problemi  applicativi va incontro ai limiti del settorialismo e della iper-specializzazione.  Dopo lo sforzo di scomposizione e di indagine ravvicinata dei singoli campi  problematici che ha accompagnato il fiorire delle varie dimensioni dell'etica  pratica è ora auspicabile un lavoro di sintesi e di ricomposizione che identifichi i principi e i criteri etici validi in generale e che sappia fornire visioni d'insieme della vita etica.   La maggior parte dei diversi settori dell'etica applicata consolidatisi negli  ultimi decenni del secolo XX ha a che fare con i problemi pratici del tutto  nuovi che sono sorti con lo sviluppo della tecnologia e detta ricerca medicobiologica. Tutta una serie di azioni e pratiche umane che risultavano neutre da  un punto di vista etico o che comunque erano affidate quasi integralmente a  processi naturali e biologici, e dunque considerate al di là delle decisioni responsabili, sono entrate a far parte dell’universo di eventi influenzati dai diversi criteri per discriminare tra scelte giuste e ingiuste.   In primo luogo si sono andate consolidando come aree largamente indipendenti dell’etica applicata alcune dimensioni problematiche già colte dalla  riflessione del secolo scorso, Laddove nel Settecento trovavamo solo degli accenni in Bentham sulle sofferenze degli animali, nella seconda metà del XX  secolo si è assistito al fiorire di una vera e propria etica impegnata nel realizzare la liberazione degli animali (Singer, 1992). St sono sviluppate diverse concezioni generali rivolte a giustificare un trattamento non discriminante per le  sofferenze degli animali: da posizioni mistiche o religiose, a quelle utilitaristiche a quelle che ruotano intorno all'elaborazione di una teoria dei diritti anche per gli animali (T. Regan, 1990). In questo caso la presentazione di una  risposta normativa alla questione del trattamento degli animali va di pari  passo con una ridescrizione della loro condizione. I libri dei teorici della liberazione animale sono infatti insostituibili per la ricchezza di dati e esemplificazioni che forniscono sulle pratiche invalse  il più delle volte inutilmente  crudeli  per quanto riguarda l'uso degli animali nella ricerca medica e farmaceutica, nell'industria cosmetica a dell’abbigliamento, nella produzione industriale di cibo ecc. (Singer, 1992).   Una grande fioritura, in quest'ultima parte del XX secolo, hanno avuto i  tentativi  già presenti ad esempio in uno scritto del 1869 di J. S. Mill su The  Subjection of Women (La soggezione delle donne)  di affrontare in modo  esplicito e sistematico i problemi etici legati al differente trattamento  nelle  istituzioni e nelle pratiche sociali  di persone di sesso diverso. Il dibattito  critico sulle discriminazioni legate alle differenze sessuali ha assistito non solo  a una ricerca rivolta a ricavare soluzioni giuste dalle diverse concezioni normative disponibili, ma anche alla presentazione di tesi femministe che hanno  insistito sulla radicale inconciliabilità tra l’elaborazione di un'etica delle  donne e le concezioni tradizionali. Così da una paste si è discusso sull’alternativa tra l’universalismo che sarebbe proprio dell'etica maschile e l'assunzione  delle differenze di genere come orizzonte decisivo che è proprio dell'etica  femminile {Irigaray 1985). Dall'altra si è insistito sulla tesi che il recupero del  punto di vista femminile farebbe emergere valori del tutto peculiari e in luogo  di una centralità del valore della giustizia tipicamente maschile segnerebbe  l'affermazione del valore della cura (Gilligan, 1982).   Molti altri tradizionali problemi etici sono stati rivisitati alla luce della situazione contemporanea e coloro che se ne sono occupati hanno dato vita a  un'ampia produzione specialistica. Tra i campi più significativi per la costituzione di un'ideale «Enciclopedia Pratica» del nostro tempo ricordiamo le riflessioni dedicate a: le guerre giuste e l'uso  lecito o no  della violenza  {Walzer, 1990); le particolari regole che governano le relazioni internazionali  tra stati (Bonanate, 1992); le questioni più strettamente legate alle discriminazioni di tipo razziale e culturale (Walzer, 1987); i problemi del trattamento  della povertà anche riconoscendone le articolazioni geografiche (Sen, 1981); il  tuolo della pena nel diritto (Ferrajoli, 1989). Una ben precisa area di etica degli affari si è costituita per i problemi morali posti dall'attività economica e  produttiva, e qui i maggiori avanzamenti sono venuti dall’uso di una tecnica  del tutto nuova fornita dalla «teoria della scelta razionale» (Sacconi).   Infine un incremento notevole hanno avuto le riflessioni morali  già presenti in Ar Essay on the Principles of Population del 1798 di Thomas Robent  Malthus (Saggio sul principio di popolazione) e nei Principles of Political Economy di Mill (Prizcipi di economzia politica)  relative alla questione etica di una procreazione responsabile. Tali riflessioni hanno forte  mente approfondito le questioni collegate al contesto di decisione costituito  dall’intreccio tra le previsioni sullo sviluppo demografico e quelle sulla disponibilità di risorse. Tutta questa tematica ha portato ad elaborare una vera e  propria etica delle generazioni future. Le questioni della giustizia tra generazioni, della regolazione delle nascite in previsione della presenza nel 2050 di  oltre dieci miliardi di esseri umani, dei rischi dello sviluppo tecnologico per  gli esseri umani futuri sono al centro di riflessioni che hanno anche contribuito a modificare il quadro complessivo delle etiche tradizionali (Parfit; Jonas).   Del tutto nuovi sono invece due settori di etica applicata. Da una parte  abbiamo il consolidarsi e determinarsi della bioetica come disciplina autonoma che affronta sistematicamente i problemi etici posti dallo sviluppo della  medicina e della biologia. Non possiamo qui fare altro che accennare ai principali tra questi problemi del tutto nuovi che coinvolgono la nascita, la morte  e la cura degli esseri umani: la fecondazione artificiale ix vitro: l'uso nei reparti di terapia intensiva di strumenti vicarianti le funzioni essenziali della  respirazione, alimentazione e idratazione; il ricorso ai trapianti; la diagnostica  prenatale; la ricerca sul DINA e l’ingegneria genetica; l’accresciuta conoscenza  dello sviluppo embrionale e la possibilità di realizzare in laboratorio le prime  fasi di questo sviluppo con eventuali conseguenti sperimentazioni ecc. Vita  umana, persona umana, sanità, malattia, benessere, diritti dei malati, dignità  della morte, doveri dei medici ece. sono solo alcune delle nozioni che vengono sottoposte a riesame nella riflessione bioetica che si è concretizzata in  una sterminata letteratura e nella nascita di una ben precisa disciplina. Nel  corso di questa ricerca sono emerse tendenze a far valere alcuni nuclei tema:  tici specifici come nucleo della discussione (ad esempio la contrapposizione  tra un’etica che si impegna principalmente nel sostenere la non disponibilità e  sacralità della vita umana e un'altra che ritiene invece centrale la preoccupa  zione per una buona qualità della vita umana; Kuhse, o a enucleare  principi più specificamente rilevanti per le problematiche della nascita, morte  e cura degli esseri umani (in questo senso è, ad esempio, frequente il richiamo a un principio di beneficenza o ad un principio di autonomia: Engelhardt,  1991, ma anche Gracia, 1993).   Infine le conseguenze devastanti che sull'ambiente hanno avuto gli sviluppi scientifici e tecnologici e l'incremento demografico a livello planetario  hanno reso eticamente rilevante una serie di azioni umane con effetti più o  meno diretti, immediati o futuri sulla natura. La riflessione di etica ambientale  è stata caratterizzata da una molteplicità di concezioni (Bartolommei, 1989):  quella più religiosa e sacrale rivolta a dare un valore intrinseco alla natura;  quella utilitaristica tesa a calcolare le differenti conseguenze (in termini di  danno e beneficio) sull'ambiente di differenti strategie operative; quella che  cerca di estendere il linguaggio dei diritti anche a oggetti naturali ecc.   Non abbiamo fatto altro che elencare le differenti dimensioni dell'etica applicata. Infatti dalla prospettiva complessiva da cui muoviamo dobbiamo limitarci a rilevare la fertilità di questo recente dibattito, sia nel senso di un arricchimento delle nostre conoscenze sui problemi pratici effettivi degli esseri  umani, sia nel senso di un incremento del processo di democratizzazione dell'etica (al centro di tutti i diversi settori dell'etica applicata troviamo individui  umani che affrontano autonomamente i loro problemi). Il pericolo che sta  dietro questo specializzarsi e professionalizzarsi dei vari campi dell'etica applicata è quello della frammentazione. Ciò che fa questione non è tanto il fatto  che ciascun individuo elabori da sé la propria etica, quanto piuttosto quella  confusione che nella vita pratica di ciascuno può derivare dall’appello, in situazioni diverse, a principi o criteri etici differenti come risolutivi. Una frammentazione in questo senso può spingersi fino a esigere dallo stesso individuo  comportamenti incompatibili. In contrasto con questa tendenza l’obiettivo di  una unificazione richiede un recupero di tutte le diverse dimensioni dell'etica  teorica di cui abbiamo reso conto nei paragrafi precedenti. Un contesto unitario per le riflessioni etiche può infatti essere offerto da teorie generali che   sul piano meta-etico, epistemologico e normativo  identificano quel nucleo  comune valido per qualsiasi approccio o discorso che pretenda di farsi valere  come etico.  Nel corso dei paragrafi precedenti abbiamo reso conto dei problemi generali al centro dell'etica in modo  unitario non tracciando distinzioni al suo interno. Così finora in modo unitario si sono affrontate le questioni di una caratterizzazione, definizione, giustificazione o fondazione, applicazione e formulazione sistematica dell’etica. Ma le norme e i valori con cui ha a che fare l’etica complessivamente intesa vengono in vari modi distinti in campi più o meno nettamente differenziati nei  nostri discorsi e nelle forme di vita. In questo paragrafo renderemo conto brevemente della distinzione più comune e consolidata che vede l'etica comprendere i diversi piani della morale, del diritto e della politica.   Ricorrendo all'aiuto della storia dell'etica possiamo rilevare che nell’età  moderna e contemporanea vi è una certa convergenza nel discriminare tra  morale, diritto e politica, mentre notevoli differenze vi sono per quanto riguarda i criteri a cui ci si è richiamati per tracciare queste differenze. I differenti  criteri risultano  come vedremo nelle pagine seguenti — in definitiva funzionali alle diverse opzioni meta-etiche, epistemologiche e normative da cui sono  mossi coloro che hanno proposto una ricostruzione dei campi dell'etica.   Un primo modo per caratterizzare il campo dell'etica che proponiamo di  chiamare morale in senso stretto è quello di considerarlo come quel settore in  cui sono in gioco principi e norme che guidano, 0 dovrebbero guidare, azioni  che producono negli altri conseguenze positive o negative diverse dal danno  in gioco con le azioni di rilevanza giuridica e dai benefici o danni provocati  dalle azioni di rilevanza politica. Proprio in quanto diverso è il raggio di influenza con cui ha a che fare la morale strettamente intesa essa ha anche a che  fare con una sanzione del tutto particolare che va tenuta distinta da quella in  gioco con la legge giuridica e con quella politica: una sanzione semplicemente  in termini di disapprovazione pubblica piuttosto che di concrete pene 0 multe  o di allontanamento dalla cittadinanza politica. Questa caratterizzazione dei  vari campi dell’etica è largamente corrente tra gli utilitaristi ed è stata delineata già in On Liberty di J. S. Mill (Saggio sulla libertà).   La caratterizzazione così avanzata della natura delle regole e dei principi  specificamente morali  ovviamente nel senso meta-etico di cui qui ci occupiamo  è in realtà pur sempre carica di normatività in quanto si presenta  come una ridefinizione stipulativa. Alcuni avvertiranno in questa caratterizzazione un limite dato dal fatto che essa esclude comunque una qualunque rilevanza etica per quelle regole e principi che riguardano stati d'animo o azioni  del tutto privati, ovvero tali che non hanno nessun tipo di conseguenza  né  benefica, né negativa  sugli altri. Possiamo offrire un chiaro esempio di questo campo di azioni del tutto private e che non sarebbero di pertinenza della  morale così intesa rinviando ad atti di auto-erotismo o al modo in cui impieghiamo il nostro tempo libero.   È così chiaro che stiamo proponendo una caratterizzazione della morale  più stretta rispetto a quella a cui giungono coloro che, muovendosi all’interno  di una tradizione spiritualistica e giusnaturalistica, trovano l'etica complessivamente intesa come un insieme di doveri verso Dio, se stessi e gli altri. Anche all'interno di questo approccio all’etica, comunque, il livello della moralità per così dire del tutto privato si presenta come diverso rispetto a quello  della moralità che coinvolge altri; nel complesso poi l’insieme della morale va  tenuto distinto dalle azioni con cui hanno a che fare il diritto e la politica. Il  piano delle regole morali del tutto private e personali può essere considerato  come campo di applicazione di principi e regole super-erogatorie che hanno a  che fare con una vita santa, eroica o perfetta (Urmson): una forma di  vita che solo cedendo al fanatismo può essere prescritta universalmente. La  morale super-erogatoria va dunque tenuta distinta dalla morale che ha a che  fare con azioni di benevolenza o generosità che per quanto considerate doverose e obbligatorie non lo sono certo nello stesso senso delle azioni che evitano il danno fisico per gli altri. Vediamo così ricomparire una distinzione tra  diversi piani della vita etica, sia pure su basi differenti.   Muovendoci all’interno dell'approccio utilitaristico già delineato suggeriamo però di collocare al di fuori dell'etica generalmente intesa non solo le  azioni strettamente interessate a obiettivi economici, ma anche molte azioni  del tutto indifferenti moralmente che ciascuno di noi può compiere nel modo  che preferisce laddove queste non coinvolgano in alcun modo gli altri. In questo senso questa concezione dell'etica si presenta come fornita di limiti anche  per quanto riguarda l'ambito della moralità strettamente intesa (Williams,  1987). i   Possiamo dunque collocare l'ambito della morale nel campo delle azioni  benevole e generose che non siamo tenuti a compiere con la stessa coercività  dei nostri obblighi giuridici e politici. La morale cioè ha a che fare con un  universo di azioni  che saranno poi distinte in buone e cattive a seconda dei  diversi valori sottoscritti  che gli altri non si aspettano da noi come soddisfacimento di loro diritti giuridicamente o politicamente riconosciuti. Le nozioni di obbligo, dovere, diritto possono avere un uso nel contesto della morale, ma con un significato che va tenuto nettamente distinto da quello che tali  nozioni hanno nel contesto giuridico e politico. Molte confusioni e conflitti  sociali nascono dall’incapacità di tenere distinti questi diversi livelli dell'etica,  In un campo della morale così inteso le diverse concezioni dei valori potranno  confrontarsi presentando appunto diversi modelli e stili di vita virtuosa. La  vita virtuosa si distinguerà poi, da una parte, dalla vita santa o eroica e dall'altra da quel tipo di vita che è richiesto a ciascuno di noi dalle leggi del suo  paese e dalle regole politiche della sua società. :   In un approccio del genere diventerà decisivo riuscire ad individuare, e  tenere ben distinto, un ambito di danno o offesa che è coinvolto dalle azioni di pertinenza della morale strettamente intesa. Si tratta di sviluppare l’idea   messa a punto dagli utilitaristi e più recentemente da Hart e Feinberg che ci sono alcune aree delle nostre  azioni interpersonali in cui non sono in gioco danni di rilevanza giuridica, ma  solo danni e offese morali. Gli altri si aspettano da noi un certo comportamento anche se questo comportamento non è sanzionabile mediante l’intervento della legge. Il piano di questi obblighi morali coinvolge principalmente  le relazioni più strettamente personali ovvero quelle relazioni che riguardano i  rapporti familiari, i rapporti tra persone di sesso diverso, le relazioni tra persone di diversa età, le relazioni collegate a diverse responsabilità professionali  o di status sociale ecc, Tutta un'area di relazioni personali coinvolgono per  ciascuno di noi obblighi relativi al suo status (figlio, padre, marito, amico, medico, docente ecc.) che non fanno riferimento a danni giuridici, ma a danni  morali. Possiamo provare a suggerire l'estensione e l’importanza di un ambito  della morale così determinato pensando al rilievo che nelle relazioni umane  hanno le promesse che non siano state codificate in un contratto, o alle aspettative che ci legano con gli altri esseri umani con cui abbiamo istituito più  strette relazioni personali. Proprio quest'ambito della moralità è quello che  rende possibile la convivenza civile. Infatti laddove cerchiamo di ancorare la  permanenza di una qualche forma di società civile o ordine sociale al riconoscimento di obblighi e danni esclusivamente legali non riusciamo a rendere  conto di niente altro che di uno stato di polizia. Senza basi morali la convivenza può essere garantita solo da uno Stato ossessivamente preoccupato che  nessuna azione dei suoi cittadini sfugga al controllo delle sue sanzioni. E si  tratterà comunque di uno stato di polizia la cui accettazione come legittimo  da parte di coloro che si riconoscono come suoi cittadini risulterà del tutto  incomprensibile a meno che  con un ragionamento circolare e vizioso   non si voglia fare appello alla autorità derivata dalla sola forza. Il divitto e î sistemzi codificati.  Un ambito dell'etica completamente  diverso da quello in gioco nella morale è quello in gioco nel diritto e nell'insieme delle norme giuridiche. Qui  come peraltro con la politica  ci muoviamo nel campo dell’etica pubblica, laddove con la morale abbiamo a che  fare con l’etica privata (Veca). Largamente condivisa è la tesi di una  marcata differenza tra piano delle regole morali e piano del sistema giuridico,  nel senso che quest’ultimo rinvia necessariamente a un momento di codificazione. Anche i teorici del giusnaturalismo, che pur vedono la sfera giuridica  come strettamente correlata con la legge morale naturale, accettano Ja distinzione  sia pure cronologica 0 tecnica  tra il piano naturale della morale €  quello civile proprio delle procedure che caratterizzano il diritto e la politica,  Significativa in questa luce la posizione espressa da Locke nei Due trattati sul governo. Locke vede già presente nello stato di natura il diritto di punire come diritto di ognuno, ma individua nel passaggio alla società civile la realizzazione  di una completa delega di questo diritto a un magistrato che potrà usare   unico autorizzato  la forza e fare rispettare le sue decisioni, che non saranno più caratterizzate dagli inconvenienti che accompagnano nello stato di  natura l’uso del diritto di punizione da parte di ciascuno.Uno dei grandi problemi al centro dell'etica è proprio quello delle connessioni tra morale e diritto. La questione preliminare è quella di spiegare in che  senso le norme del sistema giuridico  ovvero le norme che si occupano della  giustizia penale e pubblica e che sono sanzionate con l’uso della forza  sono  collegate con le norme morali (ovvero pre-giuridiche o non-giuridiche). La  soluzione più semplice è quella del positivismo giuridico che ritiene che di  vero € proprio diritto non si possa parlare se non dopo il costituirsi di un  governo riconosciuto, legittimato e autorizzato a promulgare norme giuridiche. Queste norme saranno poi valide giuridicamente laddove siano state promulgate osservando le procedure previste nello Stato  dalla Costituzione o  dalle sue leggi fondamentali  per l’amministrazione della giustizia (Scarpelli). La posizione del positivismo giuridico non è priva di difficoltà in  quanto confonde due nozioni etiche concettualmente diverse, ovvero la legge  promulgata correttamente, e cioè nei modi previsti dalla Costituzione, e la  legge giusta. Norme del tutto in regola dal punto di vista  della validità formale richiesta dal positivismo giuridico  come quelle promulgate dal regime nazista  possono risultare del tutto ingiuste e tali da  esigere un obbligo di resistenza da parte dei cittadini (Dworkin).   Alcune posizioni che si presentano come alternative al giusnaturalismo si  distinguono dal positivismo giuridico proprio in quanto riconoscono un collegamento tra morale e diritto. Questo è ad esempio vero per l'utilitarismo fin  da Bentham. Infatti Bentham riconosceva l’ineliminabilità di questa connessione rappresentando la morale e la legge come due sfere concentriche, l'una  più ristretta costituita dal diritto e l’altra più ampia costituita dalla morale.  Questa immagine permette di capire sia in che senso la morale condiziona la  sfera giuridica, sia in che senso l'ambito del diritto debba essere considerato  più ristretto di quello proprio della morale. Questa stessa linea di analisi è  stata elaborata in modo compiuto da Mill,   I collegamenti tra queste due dimensioni dell'etica  la morale e la legge  giuridica  sono complessi e ineliminabili, Non solo i limiti di applicazione della legge giuridica  ovvero la distinzione tra l'ambito di pertinenza della  sanzione giuridica e quello in cui c'è completa libertà dalle sanzioni e in cui  dunque vale la sola critica che si manifesta nella discussione pubblica , ma  le stesse procedure mediante le quali vanno accertate le azioni che sono rilevanti dal punto di vista della responsabilità giuridica e infine gli stessi modi in  cui va articolata la sanzione e la pena giusta esigono un rinvio continuo a considerazioni di ordine morale (Ferrajoli, 1989). Il riconoscimento di un’effertiva responsabilità giuridica rientra anch'esso in un discorso che esige il ricorso ad assunzioni di ordine morale. Non diversamente assunzioni di ordine  morale sono in gioco laddove si discute la questione della pena adeguata o  giusta o meritata pet un determinato reato. Tutta la discussione sull’uso della  tortura, della pena di morte e dell’ergastolo da parte di sistemi penali sta lì a  mostrare questo intreccio.    La politica e i fini del governo.  L'ambito dell’etica che invece possiamo denominare «politica» è quello che rinvia ai principi e alle norme che  all’interno di una società riguardano non tanto i rapporti giuridici, quanto  l’azione del governo e il riconoscimento della sua legittimità. Una parte della  dottrina etica che coinvolge la politica riguarda dunque l'individuazione dei  principi che sono in grado di dare ai governanti l'autorità per governare, e  conseguentemente gli obblighi di lealtà dei cittadini nei confronti dei loro governanti (e di riflesso gli obblighi dei governanti nei confronti dei loro cittadini) e infine l’esistenza o meno (e in quali limiti) di un diritto dei cittadini a  resistere alle leggi dello Stato.   Basta volgersi alla riflessione di filosofia politica per vedere quanto già in quell'epoca fosse centrale la ricerca di una base morale che  desse validità alla pretesa dei governanti di avere un'autorità sui loro cittadini,  Il primo dei Tivo Treatises di Locke rappresenta un chiaro tentativo di contestare la pretesa avanzata da Filmer nel Patriarca che i sovrani potessero ricavare il loro diritto ad un'autorità assoluta sui loro sudditi da una investitura  diretta da parte di Dio ad Adamo che era poi stata trasmessa  secondo una  linea diretta, di successione  ai suoi eredi. La cultura filosofica presenta non solo l’attacco più radicale alla concezione assolutistica del  potere politico come di origine divina, ma anche i primi decisi tentativi di  ricavare da principi più mondani il potere dei governanti. Così Hobbes e  Locke percorrevano la strada del contratto come base del potere politico, ma  le due forme di contratto a cui si richiamavano erano tali da condurre a due  diversi tipi di potere politico, l’uno totalitario ed illimitato e l'altro invece determinato e limitato dal rispetto di una serie di diritti che comunque il cittadino deve salvaguardare. Perciò, mentre Hobbes non sembra riconoscere un  vero e proprio diritto di resistenza, Locke lo accetta, come del resto dopo di  lui faranno tutti i teorici dello stato liberale.   Quasi tutta la filosofia politica contemporanea, da J. Rawls a R. Dworkin,  da A. Downs a R. Dahl, si muove elaborando le basi etiche di una teoria liberal-democratica (Brown). È oramai fuori discussione che solo l’investitura popolare mediante votazioni democratiche può giustificare il potere politico. Così come è largamente accettata la convinzione che il potere politico  deve limitarsi nelle sue leggi in modo tale da non toccare i cosiddetti diritti  negativi dei suoi cittadini. Non viene nemmeno posto in discussione  specialmente dopo l’esperienza dei regimi totalitari del XX secolo quali il nazismo e lo stalinismo  il riconoscimento del diritto dei cittadini di resistere ai  comandi ingiusti dei loro governanti, anzi addirittura viene riconosciuto il  loro dovere di boicottarli e di lottare contro di essi.   Per quanto riguarda poi la riflessione etica sugli scopi del governo essa ha  subito una radicale trasformazione laddove si è considerato come uno dei compiti primari dei governi garantire ai cittadini non  solo la pace sociale, la vita, la salvaguardia dei diritti di proprietà, ma anche il  benessere, la salute, la qualità della vita ecc. Quando sono entrati in gioco  quelli che si considerano più propriamente i diritti positivi dei cittadini si è posto il problema di quanto si dovesse ritenere autorizzato  il potere di un governante che, ad esempio, ponesse dei limiti ai diritti  negativi dei suoi concittadini al fine di far progredire i diritti positivi della  maggioranza. Si tratta di questioni etiche che la riflessione sul potere politico si è trovata davanti in particolare all’interno della questione sociale e  sulla base delle lotte sostenute dalle classi operaie e dal movimento socialista (Bobbio).   Molte delle questioni etiche in gioco nella politica coinvolgono direttamente le relazioni internazionali tra Stati. È oramai del tutto superata la posizione considerata ovvia nel XVII secolo per esempio da Hobbes, ma anche da  Locke, che riteneva i rapporti tra Stati come costitutivamente collocabili nella  sfera di uno «stato di natura». Nel corso dell'età moderna e contemporanea  non solo è cresciuta l’esigenza di una valutazione etica delle motivazioni che  ispirano le azioni internazionali dei governanti (Bonanate), ma si è anche affermata sempre più la spinta a far valere anche tra Stati una serie di  principi consensualmente accettati che garantissero, nei limiti del possibile, la  pace. È stato Kant {Kant) che ha fatto valere con decisione  l'esigenza di estendere anche alle relazioni internazionali quel requisito della  pace che si riteneva necessario per i rapporti all'interno della società civile. Le Filosofia_in_Ita3 riflessioni etiche sull'uso della forza nelle relazioni internazionali tra Stati nel  XX secolo hanno poi dovuto affrontare le questioni nuove segnate dalla creazione di armi nucleari. Molto insistita è stata la conclusione che l’uso di armi  che, come quelle nucleari, mettono a rischio l’esistenza della stessa umanità,  non può essere giustificabile al di lì della sola funzione deterrente (Kavka; Pantara). Anche sul piano delle relazioni internazionali si è poi ripresentata in questo secolo una riflessione etica che non investe solo quei fini dei governi esclusivamente rivolti a salvaguardare o difendere i diritti negativi dei cittadini del  mondo, ma ancor più i cosiddetti diritti positivi. In particolare l'incremento  della popolazione mondiale, una differenza sempre più incolmabile tra qualità  della vita nei paesi ricchi e sviluppati dell'Occidente e povertà nei paesi sottosviluppati dell’Africa, dell'Asia e dell'America del Sud hanno posto come  problema etico primario per la politica la questione di quanto si debba ritenere obbligatoria una qualche forma di giustizia sociale internazionale (Pontara; Singer; Sen),   Da un punto di vista teorico generale, così come si è assistito a un allargamento dello spazio per l’etica nel senso di una progressiva democratizzazione  delle responsabilità e decisioni che essa richiede in modo paritario a tutti i  cittadini del mondo, si assiste altresì a un analogo allargamento di questo spazio nella direzione di un incremento delle questioni che ad essa si demandano.  L’ipotesi che avanziamo  ovviamente carica di un’opzione normativa  è  che ci si muova verso un allargamento delle aree problematiche che vengono  affidate alla discussione pubblica e dunque a una regolamentazione pacificamente concordata, sottraendole al terreno in cui si fa ricorso alla forza. Così  sul piano internazionale vediamo sempre più riconosciuta  almeno al livello  del dover essere  l'esigenza di un governo mondiale  democraticamente  costituito e rispettoso della libertà dei suoi membri  impegnato a garantire  pace e giustizia sociale a livello planetario. Oggigiorno sembrano quindi privilegiate quelle teorie etiche normative in grado di rendere conto in modo  adeguato delle nuove estensioni problematiche presenti nella situazione storica degli esseri umani, Una competizione con le sole armi dell’argomentazione razionale e della conoscenza tra concezioni normative può favorire l’in-  dividuazione di soluzioni giuste ed efficaci. In generale poi una richiesta di  maggiore riflessione sull’etica può trovare una sua giustificazione in quanto  questa riflessione  sia pure in modi più o meno indiretti  contribuisce a  rendere più realizzabili gli obiettivi della pace, della libertà e della giustizia  sociale per l'insieme dell'umanità senza dovere ricorre alla forza delle armi 0  alla violenza. Filosofia_in_Ita3  Testi    ArisToTELE, Etica Nicomachea, a cura di C. Mazzarelli, Milano, Rusconi, BentHam, An Introduction to the Principles of Moral: and Legislation, a cura di J. H. Burns e Hart, London, Methuen.   In., If fibro dei sofismi, a cura di Formigari, Roma, Editori Riuniti,   J. BurLen, Analogia della religione, a cura di A. Babolin, Firenze, Sansoni, Cottins, Discorso sul libero pensiero, Macerata, Liber Libri, Faeuo, J/ disagio della civiltà, in Opere, a cura di Musatti, Torino, Boringhieri,  Grozio, De lure Belli ac Pacis, Paris.   T. HossEs, Opere politiche. 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Un riesame critico, Bologna, Il Mulino, A. Sen e B. WitLiaMs (a cura di), Utiliterismo e altre, Milano, Il Saggiatore, Sincer, Universalizability and the Generalization Prinaple, in Morality and Universality.  Essays on Etbical Universalizability, a cura di  Potter e Timmons, Dordrecht, Reidel,  Sincea, Etica pratica, Napoli, Liguori,,   Io., Liberazione anitrale, Milano, Mondadori, Ssant e B. WicLias, Utilitarismo: un confronto, Napoli, Bibliopolis, Smant, Negative Utilitarianism, in «Mind», Snane, The Nature of Moral Thinking, London, Routledge, STEVENSON, Etica e linguaggio, Milano, Longanesi, Strauss, Diritto naturale e storia, Genova, 1l Melangolo, SugneN, The Ecomortcs of Righis, Cooperation and Welfare, Oxford, Blackwell, Ursson, The Interpreiation of the Moral Philosophy of J. S. Mill, in «The Philosophical Quarterly»,    Ip., Saints and Eroes, in Essays in Moral Philosophy, a cura di A. I. 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Shaftesbury Alchourron Crusius Almond Althusius Dahl Anscombe Darwin Apel Davidson LIZIO Dawkins Arrow De Marco Austin Descartes Austin Desmond Axelrod Dewey Ayer D'Holbach Downs Baier Dumont Bartolommei Dworkin Bentham Engelhardt Berlin Epicuro L’ORTO Blackburn Ewing (CITED BY GRICE) Bobbio Bonanate Fagiani Brentano Feinberg Brown Ferguson Buchanan Ferrajoli Buddha Ferrara Bulygin Filmer Butler Finnis Foot Canziani Fox Carcarerra Frankena Cartesio, v. Descartes R. Freud Cassese Clarke Gandhi Collins Gargeni Colman Gauthier Condillac (Etienne Bonnot de), 92. Gibbard om/Filosofia_in_Ita3 Gilligan Glover Gough Gracia Grice, H. P., Grice (Welsh) G. R. Grozio Habermas Hagerstròm Hare Hart Hartley Hayek Helvétius Hennìs Herbert di Cherbury Hobbes Hudson Humboldt Hume Hutcheson Irigaray Jonas Jonsen Jules Jung Juvalta Kant Kavka Kelsen Kuhse Landucci Locke Lorenz Lyons Mackie Macpherson Magri Malthus Mandeville Manzoni Marirain McDowell Melniyre Meek Mill Mill Montaigne Moore Moore Musacchio Nagel Norton Nowell Smith Nozick Oppenheim Parfit Pontara Preti Prichard Pufendorf Putnam Rawls Regan Resnik Rorty Rass Rossi Rousseau Ruse Sacconi Scarpelli Scheler Filosofia_in_Ita3    INDICE DEI NOMI    Schlick Sen Shaftesbury Cooper Sidgwick Singer Singer Smart Smart Smith Snare Spencer Spinoza Stevenson Strauss Sugden Thomasius Aquino Toulmin Urmson Veca Viano Walzer Warrender Weber White Wiggins Williams Wittgenstein Wolff C., Wiollaston Wright .Filosofia_in_Ita3 Introduzione  La natura dell'etica si ci. Fondazione, giustificazione e spiegazione:  l’epistemologia dell'etica CRA ERA Le etiche normative; concezioni in contrasto  Dall’etica teorica all’etica pratica Di Le dimensioni dell'etica Nota bibliografica Indice dei nomi ..  po.

 

Eugenio Lecaldano. Lecaldano. Keywords: simpatia, simpatico, antipatico, compassione, compassivo, empatia, impassibile, transpatia, patia, patico, il patico, diapatia. Psi-transmission. Grice: “Scheler uses ‘transpathy,’ but then he would use anything!” filosofi italiani della simpatia, croce, l’intersoggetivo, simpatia ed amore, empatia, impassibile, im- negative, im- enfatico – teorie della simpatia morale in Italia, illuminati e illuministi --. Refs.: transpatia, dia-pathia, trans-passione – trans-passio. Luigi Speranza, “Grice e Lecaldano” – The Swimming-Pool Library. Lecaldano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lelio: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza.  (Roma). Filosofo italiano. Ha fama soprattutto per l’intima amicizia che lo lega all’Africano Minore. Conosce i tre filosofi inviati a Roma, ma e attirato principalmente da Diogene, del Portico. In seguito L. ha rapporto con Panezio e ne diffuse la dottrina nell’aristocrazia romana.Come legato di Scipione, C. L. partecipa alla guerra contro i punici e si distinge nell’assedio di Cartagine, ottenendo in premio la pretura. Appartenne agl’auguri è diviene console. Nelle lotte civili determinate dall'azione di Tiberio GRACCO (si veda), L. si schiera contro questo e i suoi fautori. E  ammirato, se non come oratore, come uomo politico, e dove il soprannome di "sapiente" datogli dall’aristocrazia, al suo atteggiamento politico più che ad altro. Console della repubblica romana. Filosofo del portico, politico e militare romano. E uno dei migliori amici e più stretti collaboratori di Publio Cornelio SCIPIONE (si veda)  Africano, che segue durante la guerra punica come prefetto della flotta, legato e questore.  Si distingue particolarmente nella conquista di Cartagine e in seguito, nella campagna contro Siface e nella decisiva battaglia di Zama. Dopo un viaggio di XXXVII giorni, partito da Tarraco in Spagna, in seguito alla presa di Carthago, raggiunse a Roma. Quando entra in città insieme ad una grande schiera di prigionieri attira l'attenzione del popolo che si riversa lungo le strade al suo passaggio. Il giorno seguente venne ricevuto in senato, dove racconta che Cartagine e presa in una sol giorno. Oltre a questa notizia rifere che sono state riprese alcune delle città che si sono ribellate ai romani, mentre altre sono state accolte come nuove alleate. I prigionieri riferirono cose analoghe a quelle comunicate in precedenza dalla lettera di Marco Valerio Messalla, secondo il quale Asdrubale Barca si sta preparando per passare con un grande esercito in Italia, tanto da destare preoccupazioni nei senatori, visto che a stento si e riusciti a resistere ad Annibale ed al suo esercito. L. rifere degli stessi argomenti anche all'assemblea del popolo. Alla fine il senato decreta che venissero ordinate per un giorno pubbliche cerimonie di ringraziamento a GIOVE CAPITOLINO per l'esito felice della guerra e ordina a Lelio di far ritorno dal suo comandante SCIPIONE il prima possibile, con le stesse navi con cui e venuto. Dopo la fine della guerra e edile plebeo, pretore e console e fornisce importanti informazioni sulla vita dell'amico SCIPIONE Africano, a Polibio. L. è il padre di L. SAPIENTE, console insieme a Quinto Servilio Cepione.  Smith, Dictionary of greek and roman biography and mythology, The Ancient Library.Polibio, Livio. Polibio. Appiano di Alessandria, Historia Romana. Livio, Ab Urbe condita libri. Polibio, Storie, Strabone, Geografia. Brizzi, Storia di Roma, dalle origini ad Azio, Bologna, Patron; Piganiol, Le conquiste dei romani, Milano, Saggiatore; Scullard, Storia del mondo romano. Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine, Milano, BUR, L,, in Who's Who in The Roman World, Londra, Routledge, Romanzi storici Posteguillo, L'Africano, Casale Monferrato, Piemme; Posteguillo, Invicta Legio, Casale Monferrato, Piemme, L., Enciclopedia Britannica. Predecessore Console romano Successore Manio Acilio Glabrione e Publio Cornelio Scipione Nasica con Lucio Cornelio Scipione Asiatico Gneo Manlio Vulsone e Marco Fulvio Nobiliore; guerra punica, guerra romano-siriaca ("Guerra contro Antioco III") Antica Roma Portale Biografie Categorie: Politici romani Militari romani Militari. Consoli repubblicani romani Laelii Persone della seconda guerra punica. A statesman and orator who takes a keen interest in philosophy, becoming an acquaintance of members of the Porch like Diogene and Panazio. He was given the nickname ‘sapiens’ (know it all). According to CICERONE, this was not because L. knew it all, but because of his self control in matters of judicial sentencing. Cicerone greatly admires him and featured him in a number of his philosophical works. Gaio Lelio. Lelio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Leocide: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone. Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana– Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speraza -- Grice e Leofronte: la ragione cnversazionale e la setta di Crotone – Roma – filosofia calabrese – scuola di Crotone -- filosofia italiana– Luigi Seranza (Crotone). Filosofo italiano. A Pythagorean, according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Leone: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone – Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). FIlosofo italiano. A Pythagorean, according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide. Alcmaeon di Crotone dedicates a ‘saggio’ to him.

 

Luigi Speranza -- Grice e Leonzio: all’isola -- la setta di Leonzio -- Roma – filosofia siciliana – filosofia leonzia – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo italiano. Filosofo siciliano. Filosofo leonzio. Leonzio, Sicilia. Pupil of Girgenti. He seems to have written one essay on philosophy. In it, he argues that nothing exists, or that if anything did exist, there could be no knowledge of it, or if there could be knowledge of it, that knowledge could not have passed from one person to another. Poche e scarne le notizie relative a L. sotto il dominio di Roma. Inquadrata in primo momento tra le città decumane, sottoposte al pagamento della decima parte del raccolto, si trasforma a poco a poco in città censoria, il cui territorio viene dato in affitto a cittadini di altre città dietro pagamento di un canone prestabilito. Alla fine del I secolo a.C. il territorio di Leontini viene usato per i donativi agli alleati dei triumvirato.  La città entra in un periodo di grande decadenza, scompare praticamente come città, mentre la popolazione preferisce trasferirsi nelle campagne e nelle fattorie sparse nel territorio. Quasi del tutto assenti le notizie relative alla città in periodo imperiale. Le poche informazioni giunte fino a noi sono inserite nel contesto delle vicende dei santi martiri Alfio, Filadelfo e Cirino, chiaramente leggendarie e quindi di poca utilità. Secondo la tradizione, la chiesa leontina è una delle prime ad affermare che Maria è madre di Dio, prima che questa verità di fede venga ufficialmente proclamata dal concilio di Efeso.  La riscoperta tra studi e scavi  Paolo Orsi, R Carta, R Santapaola in una foto degli anni 30 Dopo un secolare abbandono del sito, torna l'interesse per la storia del luogo grazie ai primi studi favoriti da vari studiosi. Le prime indicazioni sull'antica L. provengono da C.M. Arezzo, Fazello, Alberti, Maurolico e Cluverio. Nel XVIII secolo Vito Amico identificò la valle S. Mauro come l'agorà e la Valle S. Eligio come sede dell'antico fiume Lisso. Nel 1781 Ignazio Paternò Castello evidenzia lo stato di decadenza della città. Schubring studiando il testo di Polibio sulla città ne identifica la struttura assieme alla strada citata anche da Tito Livio per la morte di Geronimo nel 215 a.C.   La testa del kouros della collezione Biscari Le prime segnalazioni in merito alle necropoli di Leontinoi risalgono al 1879 ad opera di Giuseppe Fiorelli, con tombe nella zona nord di Lentini. Nel 1884 Francesco Saverio Cavallari rinviene un ipogeo cristiano e nel 1887 una necropoli sicula nella Valle Ruccia. Nel 1891 il Columba presenta uno studio sulla topografia della città con un rilievo del Castellaccio.  Le ricerche effettuate misero in evidenza l'esigenza di mettere ordine al patrimonio per bloccare i traffici illeciti di materiali verso collezioni private. Lo stesso Paolo Orsi evidenzia questo problema suggerendo già nel 1884 la fondazione di un museo archeologico. Sono proprio gli studi di Paolo Orsi a dare impulso alle ricerche tramite gli scavi condotti in varie parti del sito. Nel 1902 viene ritrovato il kouros di Lentini, oggi al Paolo Orsi cui viene associata la testa della collezione Biscari. Nel 1925 lo Ziegler pubblica una sintesi sulle conoscenze di Lentini.  Gli scavi riprendono nel 1940 con Pietro Griffo presso le fortificazioni del S. Mauro e ulteriori indagini relative alla topografia. Dal 1950 al 1955 viene messa in luce la porta sud (la cosiddetta porta siracusana) e viene esplorata la necropoli esterna. Ulteriori ricerche di Adamesteanu e Rizza mettono in luce altre strutture. Mentre nel 1960 viene rinvenuta casualmente una stipe votiva ad ovest del colle della Metapiccola. Vengono scoperti dei blocchi in Piazza Vittorio Veneto, nel 1971 e nel 1974 vengono esplorate delle tombe presso la Valle di S. Eligio, e nel 1977-78 si riprende l'esplorazione della necropoli di contrada Piscitello.  In contrada Crocifisso viene riportata alla luce un'abitazione che rispecchia le descrizioni di Polibio. Tra il 1981-82 le ricerche vengono effettuale a sud della porta meridionale in contrada Pozzanghera, mettendo i luce delle tombe di età arcaica sino a quella ellenistica. Si prosegue con scavi nel 1986 sul colle Metapiccola, nel 1987 sul Castellaccio da cui emergono anche le strutture murarie della porta nord. Gli scavi sono proseguiti su varie aree sino al 1989, poi nel 1993 in Piazza Umberto è stata rinvenuta una necropoli musulmana sopra a quella greco-arcaica, sino ad arrivare agli ultimi anni con ulteriori aggiornamenti.  Il sito  Mappa di Leontinoi «La città di Leontinoi è interamente rivolta verso settentrione: vi è nel mezzo di essa una valle piana, nella quale si trovano le sedi dei magistrati e dei giudici e tutta l'agorà. Da un lato e dall'altro della valle vi sono alture scoscese: I ripiani di queste alture sopra i colli sono pieni di case di templi. Due porte ha la città, di cui una è al termine della valle anzidetta verso mezzogiorno e porta a Siracusa, l'altra, al Nord, porta ai campi detti Leontini e alla regione coltivabile. Sotto uno degli scoscendimenti, quello verso Occidente, scorre un fiume che chiamano Lisso. Parallele a questo, E la maggior parte sotto lo stesso pendio, giacciono delle case contigue, tra le quali e il fiume vi è la strada anzidetta.»  (Polibio, Historiae)  Il sito di Leontinoi è stretto tra Carlentini a sud e Lentini a nord. L'area dell'agorà si trova in una vallata circondata a sud est dal colle della Metapiccola e a sud ovest dal colle San Mauro. Mentre a nord vi è l'area del Castellaccio. Il parco archeologico copre parzialmente l'intera estensione dell'antica città ed è accessibile da sud, con ingresso dalla porta siracusana, una porta a tenaglia di cui sono ben visibili i tratti murari.  Sull'ingresso sono rintracciabili anche dei monumenti funerari e delle vicine necropoli del IV e III sec a.C. Le prime tombe di questa zona risalgono al VI sec a.C. L'agorà si trova al centro della vallata. Le fortificazioni arcaiche sul monte S. Mauro Sul colle della Metapiccola è presente un villaggio preistorico identificato con l'antica Xouthia. Gli scavi hanno evidenziato la presenza di capanne rettangolari col basamento infossato. Le capanne erano di legno, difatti sono visibili anche i segni dei pali sul terreno. La cinta muraria La cinta muraria ha un andamento complesso e mostra quattro interventi costruttivi. La più antica risale al VII sec a.C. e circondava solo l'acropoli, sono emersi dei tratti sul lato est del colle S. Mauro con incisioni che distinguono la cava di estrazione.  La seconda cinta è degli inizi del VI sec a.C. e dal fondovalle risaliva sino al colle della Metapiccola. La fortificazione ben visibile a piccoli blocchi presenta una torre circolare. Un restauro delle mura avvenne nel III sec a.C. durante la guerra tra Roma e Siracusa.  Lentini nell'Enciclopedia Treccani, su Treccani. LENTINI Enciclopedia dell' Arte Antica, Treccani. Bibliografia Massimo Frasca, M. Congiu, C. Miccichè e S. Modeo, Tucidide e l’archaiologhìa di Leontinoi, in Dal mito alla storia. La Sicilia nell'Archaiologhia di Tucidide (Atti del VIII Convegno di Studi, Caltanissetta). Massimo Frasca, Leontinoi. Archeologia di una colonia greca, Roma 2009 Massimo Frasca, Interazione tra Greci e Indigeni nella Sicilia orientale Il caso Leontinoi. Maltese, I Tetradrammi di Leontinoi. Dinamiche produttive e storico-artistiche, Trieste Sicilia, Touring Club d'Italia, Voci correlate Monte San Basilio Storia di Lentini Museo archeologico di Lentini Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Leontinoi Leontinoi, su sapere. Agostini. Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Leontinoi, su sicilia fotografica Filmato audio Leontinoi. Memorie da una città dimenticata. Frasca, Leontinoi, città dei Calcidesi in Sicilia. Città della Magna Grecia Siti archeologici della Sicilia greca   Portale Antica Grecia   Portale Sicilia   Portale Storia Categorie: LeontinoiSiti archeologici del libero consorzio comunale di SiracusaCittà della Sicilia grecaCittà romane della SiciliaLentini [altre]. L. Se stai cercando altri significati, vedi L. (disambigua).  Busto di L. ad opera dello scultore lentinese Caracciolo. L. (in greco antico: Γοργίαςs; Leontini – Larissa), retore e filosofo siceliota.  Discepolo di Empedocle di GIRGENTI (si veda), è considerato uno dei maggiori sofisti, teorizzatore di un relativismo etico assoluto, fondato sulla morale della situazione contingente, spinto fino al nichilismo. Figlio di Carmantida, nasce a LEONZIO, Leontini (odierna Lentini, nella provincia di Siracusa), città greca della Sicilia. Fu discepolo del filosofo Empedocle di GIRGENTI (si veda) e dei retori siracusani Corace e Tisia, inventori della retorica, ma subì anche l'influenza delle scuole pitagorica ed eleatica. Prese parte ad un'ambasceria ad Atene per richiedere aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande successo per la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia). Viaggiò anche in Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di frequentare le sue lezioni), a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette statue. Vendendo i propri insegnamenti di città in città, pare guadagnasse ingenti ricchezze facendosi pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in realtà alla sua morte lasciò una somma piuttosto modesta. Muore in Tessaglia, dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere, pare ultracentenario[8]; a chi gli chiedeva il motivo di tale longevità, egli rispondeva: «il non aver mai compiuto nulla per far piacere ad un altro. Di sicuro visse con sobrietà dominando le passioni, lontano da simposi e incurante di tutto ciò che potesse turbarlo. Tra i suoi numerosi discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia, Alcibiade, Tucidide, Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che intrattenesse ottimi rapporti di amicizia con Pericle. Tipico dell'oratoria di L. era l'ampio uso di complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico ed epico. Si prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù, e vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come testimoniato anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide, viene tradizionalmente ricordato come uno dei grandi sofisti. Contenuto delle opere principali Opere conservate sono l'Encomio di Elena e In difesa di Palamede. Solo frammenti, invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di un Epitafio per i morti della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei, di un Discorso Olimpico e Discorso Pitico.  Encomio di Elena  Lo stesso argomento in dettaglio: Encomio di Elena.  L'amore di Elena e Paride, olio su tela di David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L. difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente, perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi (logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina.  Nel primo caso Elena è una vittima, poiché Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro avrebbe fatto innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel secondo caso Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare a Paride. Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche in questo caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se fu per l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui progetti non possono essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza.  Sul non essere o sulla natura Nell'opera Sul non essere G. dimostra, tramite la reductio ad absurdum, tre ipotesi, volutamente opposte alla scuola di Elea. Il suo argomentare svolge il seguente percorso logico:  Nulla è; Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione ultima. Che niente esista G. dimostra in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o l'essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma non è nato dall'essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può generare.  Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l'essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere non è pensato.  Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l'udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l'oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser manifestato ad altri.»  (Sesto Empirico, Contro i matematici)  Interpretazione dell'opera  Lo stesso argomento in dettaglio: Relativismo etico sofistico  Il nichilismo di G. E' decoro allo Stato una baldanzosa gioventù, al corpo la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la verità.  (G. Encomio di Elena)  Le interpretazioni di G. si possono dividere fondamentalmente in due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte con intento serio o ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e dello stile argomentativo tipico di Parmenide e della sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione convinta che invece farebbe di G., secondo alcuni, un precursore del nichilismo.  Nel Sul non essere G. giunge alla conclusione (secondo l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele) che solo il nulla è. Di conseguenza, l'essere non esiste: poiché se è infinito nessun luogo potrebbe contenerlo, e non può essere finito poiché gli stessi eleati lo negano come tale. Ancora, se anche esistesse, non sarebbe conoscibile: chi è all'interno dell'Essere, dello Sfero parmenideo, non può conoscerlo. Infine, se anche fosse conoscibile, non sarebbe dicibile né comunicabile ad altri: mancherebbero le parole per esprimerlo, e anche se fosse esprimibile non si potrebbe comunicare se non ciò che è oggetto d'esperienza, sicché per L. appare una conoscenza espressa in termini negativi: la verità non esiste, ogni sapere è impossibile, tutto è falso perché tutto è illusorio.  Se la verità non è raggiungibile né con i sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il comportamento di ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della sua cultura, delle circostanze.  Significativo è il fatto che, quando G. fu incaricato dal governo ateniese di celebrare i caduti della guerra del Peloponneso, egli disse che questi non furono eroi, ma che erano da onorare perché accettarono la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano – seppero cioè rispondere all'occasione (kairós) offerta dalla situazione. Di fronte al dramma della vita, l'unica consolazione è la parola (logos), che acquista valore proprio perché non esprime la verità ma l'apparenza (doxa). La parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa è «un potente signore, che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più divine. La parola esprime al meglio le passioni che guidano la vita dell'uomo, è in grado di evocarle e modificarle, e così di sottomettere chiunque. Essa è dunque onnipotente e addirittura in grado di creare un mondo perfetto dove vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso (tyche), il quale domina ogni vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in grado di sfruttare a proprio vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli offre: è per questo, in ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto ha saputo sfruttare a proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino.  In conclusione, un'interpretazione filosofica del pensiero di G. tenta di tracciare un percorso che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle, conduce alla cosiddetta crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco in un più sereno scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse un'effettiva sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto, un'enorme fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare tutto e il contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra parte, resta anche incerto quanto G. fosse cosciente dell'onnipotenza della parola o se essa non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività retorica.  Infine G., a differenza di alcuni filosofi di epoca successiva come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se esistesse l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma siccome l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo artista è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi delle proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa farsi ingannare.[18]  Note Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Assenzio, Quintiliano DK Diodoro Siculo, XII 53, 1-3. ^ Olimpiodoro, commento a Platone, G., Pausania, VI 17, 7 per Olimpia; X 18, 7 per Delfi. ^ Probabilmente il prezzo di 100 mine d'oro, testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole lezioni ma all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che lo stesso Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le ingenti ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr. Antidosis, 155-156. ^ Le fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni. Apollodoro di Atene, FGrHist 244 F33. ^ DK 82 A11. ^ Filostrato, Vite dei sofisti, I 9, 3. ^ Filostrato, Vite dei sofisti, I 1. ^ Forse provenienti da manuali di retorica (frr. 12-14 D.-K.) contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^ La scuola eleatica, a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce l'essere come infinito, soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso. ^ M. Sacchetto, La morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le polis e l'età di Pericle, p. 72. ^ DK 82 B6. ^ DK 82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L. e Isocrate ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F. Romano (a cura di), L. e la sofistica, numero monografico di «Siculorum Gymnasium» Cfr. DK82 B23. Bibliografia L., Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli, Roma, Carocci, 2013. L. di Leontini, L. "Su ciò che non è", edizione critica, traduzione e commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms, 2010. Barbara Cassin, Si Parménide. Le traité anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse Universitaire de Lille, 1980. I presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006 ( = DK) Stefania Giombini, L. epidittico. Commento filosofico all’Encomio di Elena, all’Apologia di Palamede, all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti, Passignano, Aguaplano, 2012. Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del verosimile, Sankt Augustin, Academia Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario Untersteiner (a cura di), Sofisti: testimonianze e frammenti, Milano: Bompiani, Voci correlate L. (dialogo), il dialogo platonico di cui è protagonista Ippia di Elide Prodico Protagora Relativismo etico sofistico Sofistica Gòrgia di Leontini, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, L. di Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, L. di Leontini, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gòrgia (sofista e retore), su sapere.it, De Agostini. L.s of Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. L., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata (EN) Opere di L., su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di L., su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) L., su Goodreads. Modifica su Wikidata Registrazioni audiovisive di L., su Rai Teche, Rai. Modifica su Wikidata (EN) C. Francis Higgins, L.s (483—375 B.C.E.), su Internet Encyclopedia of Philosophy. Taylor, Mi-Kyoung Lee, The Sophists, in Edward N. Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information (CSLI), Università di Stanford. V · D · M Presocratici V · D · M Sofisti Portale Biografie   Portale Filosofia   Portale Letteratura   Portale Magna Grecia Categorie: Retori siceliotiFilosofi siceliotiFilosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo a.C.Morti a LarissaFilosofi greci antichi del V secolo a.C.SofistiCentenari greci antichiMagna Grecia[altre]L.. L. o Leonzio? Cf. Empedocle o Girgentu. Cf. William or Occam? L.. Conversational reason as a PRESUPPOSITION for conversation. Trascendental argumentation. L. as a character in Plato’s dialogue where Socrates and L. argue that, unless understanding that the other is abiding by a principle of conversational helpfulness, it is not worth conversing! Or even POSSIBLE! L.. Grice e Leonzio. Grice e Lionzio. Grice e Lionzo. Grice e Lionzi Grice e Leonzi: l’arte dell’implicatura – filosofia siciliana – la scuola di Leonzio – filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo siciliano. Filosofo italiano, Leonzio, Sicilia. Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi L. (disambigua).  Busto di L. ad opera dello scultore lentinese Salvatore Caracciolo. L. (in greco antico: Γοργίας?, Gorghías; Leontini, 485 a.C. oppure 483 a.C. – Larissa, 375 a.C. circa) è stato un retore e filosofo siceliota.  Discepolo di Empedocle, è considerato uno dei maggiori sofisti, teorizzatore di un relativismo etico assoluto, fondato sulla morale della situazione contingente, spinto fino al nichilismo.  Biografia Figlio di Carmantida, nacque intorno al 483 a.C. a Leontini (odierna Lentini, nella provincia di Siracusa), città greca della Sicilia.[1] Fu discepolo del filosofo Empedocle e dei retori siracusani Corace e Tisia[2], inventori della retorica, ma subì anche l'influenza delle scuole pitagorica ed eleatica.[3] Nel 427 prese parte ad un'ambasceria ad Atene per richiedere aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande successo per la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia)[4]. Viaggiò anche in Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di frequentare le sue lezioni)[5], a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette statue[6]. Vendendo i propri insegnamenti di città in città, pare guadagnasse ingenti ricchezze facendosi pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in realtà alla sua morte lasciò una somma piuttosto modesta.[7]  Morì in Tessaglia, dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere, intorno al 375 a.C., pare ultracentenario[8]; a chi gli chiedeva il motivo di tale longevità, egli rispondeva: «il non aver mai compiuto nulla per far piacere ad un altro»[9]. Di sicuro visse con sobrietà dominando le passioni, lontano da simposi e incurante di tutto ciò che potesse turbarlo. Tra i suoi numerosi discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia, Alcibiade, Tucidide, Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che intrattenesse ottimi rapporti di amicizia con Pericle.[10]  Tipico dell'oratoria di L. era l'ampio uso di complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico ed epico. Si prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù, e vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come testimoniato anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide, viene tradizionalmente ricordato come uno dei «grandi sofisti».[11]  Contenuto delle opere principali Opere conservate sono l'Encomio di Elena (415 a.C.) e In difesa di Palamede[12]. Solo frammenti, invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di un Epitafio per i morti della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei, di un Discorso Olimpico e Discorso Pitico.  Encomio di Elena  Lo stesso argomento in dettaglio: Encomio di Elena.  L'amore di Elena e Paride, olio su tela di Jacques-Louis David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L. difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente, perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi (logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina.  Nel primo caso Elena è una vittima, poiché Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro avrebbe fatto innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel secondo caso Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare a Paride. Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche in questo caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se fu per l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui progetti non possono essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza.  Sul non essere o sulla natura Nell'opera Sul non essere L. dimostra, tramite la reductio ad absurdum, tre ipotesi, volutamente opposte alla scuola di Elea. Il suo argomentare svolge il seguente percorso logico:  Nulla è; Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione ultima.  «Che niente esista L. dimostra in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o l'essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma non è nato dall'essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può generare.  Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l'essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere non è pensato.  Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l'udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l'oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser manifestato ad altri.»  (Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 65 ss)  Interpretazione dell'opera  Lo stesso argomento in dettaglio: Relativismo_etico_sofistico § Il_nichilismo_di_L.. «E' decoro allo Stato una baldanzosa gioventù, al corpo la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la verità.»  (L., Encomio di Elena, 1)  Le interpretazioni di L. si possono dividere fondamentalmente in due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte con intento serio o ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e dello stile argomentativo tipico di Parmenide e della sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione convinta che invece farebbe di L., secondo alcuni, un precursore del nichilismo.  Nel Sul non essere L. giunge alla conclusione (secondo l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele) che solo il «nulla è». Di conseguenza, l'essere non esiste: poiché se è infinito nessun luogo potrebbe contenerlo, e non può essere finito poiché gli stessi eleati lo negano come tale.[13] Ancora, se anche esistesse, non sarebbe conoscibile: chi è all'interno dell'Essere, dello Sfero parmenideo, non può conoscerlo. Infine, se anche fosse conoscibile, non sarebbe dicibile né comunicabile ad altri: mancherebbero le parole per esprimerlo, e anche se fosse esprimibile non si potrebbe comunicare se non ciò che è oggetto d'esperienza, sicché per L. appare una conoscenza espressa in termini negativi: la verità non esiste, ogni sapere è impossibile, tutto è falso perché tutto è illusorio.  Se la verità non è raggiungibile né con i sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il comportamento di ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della sua cultura, delle circostanze[14].  Significativo è il fatto che, quando L. fu incaricato dal governo ateniese di celebrare i caduti della guerra del Peloponneso, egli disse che questi non furono eroi, ma che erano da onorare perché accettarono la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano – seppero cioè rispondere all'occasione (kairós) offerta dalla situazione[15]. Di fronte al dramma della vita, l'unica consolazione è la parola (logos), che acquista valore proprio perché non esprime la verità ma l'apparenza (doxa). La parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa è «un potente signore, che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più divine»[16]. La parola esprime al meglio le passioni che guidano la vita dell'uomo, è in grado di evocarle e modificarle, e così di sottomettere chiunque. Essa è dunque onnipotente e addirittura in grado di creare un mondo perfetto dove vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso (tyche), il quale domina ogni vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in grado di sfruttare a proprio vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli offre: è per questo, in ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto ha saputo sfruttare a proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino. In conclusione, un'interpretazione filosofica del pensiero di L. tenta di tracciare un percorso che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle, conduce alla cosiddetta crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco in un più sereno scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse un'effettiva sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto, un'enorme fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare tutto e il contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra parte, resta anche incerto quanto L. fosse cosciente dell'onnipotenza della parola o se essa non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività retorica.  Infine L., a differenza di alcuni filosofi di epoca successiva come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se esistesse l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma siccome l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo artista è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi delle proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa farsi ingannare.[18]  Note ^ Tommaso Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Giuseppe Assenzio, 1817. ^ Quintiliano, III 1, 8 ss. ^ DK 82 A2. ^ Diodoro Siculo, XII 53, 1-3. ^ Olimpiodoro, commento a Platone, L., 46, 11. ^ Pausania, VI 17, 7 per Olimpia; X 18, 7 per Delfi. ^ Probabilmente il prezzo di 100 mine d'oro, testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole lezioni ma all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che lo stesso Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le ingenti ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr. Antidosis, 155-156. ^ Le fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni. Cfr. Apollodoro di Atene, FGrHist 244 F33. ^ DK 82 A11. ^ Filostrato, Vite dei sofisti, I 9, 3. ^ Filostrato, Vite dei sofisti, I 1. ^ Forse provenienti da manuali di retorica (frr. 12-14 D.-K.) contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^ La scuola eleatica, a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce l'essere come infinito, soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso. ^ M. Sacchetto, La morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le polis e l'età di Pericle, p. 72. ^ DK 82 B6. ^ DK 82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L. e Isocrate ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F. Romano (a cura di), L. e la sofistica, numero monografico di «Siculorum Gymnasium» n. 38 (1985), pp. 429-443. ^ Cfr. DK82 B23. Bibliografia L., Encomio di Elena, testo greco a fronte, a cura di Giuseppe Girgenti, Milano, Alboversorio, 2014. L., Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli, Roma, Carocci, 2013. L. di Leontini, L. "Su ciò che non è" , edizione critica, traduzione e commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms, 2010. Barbara Cassin, Si Parménide. Le traité anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse Universitaire de Lille, 1980. I presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006 ( = DK) Stefania Giombini, L. epidittico. Commento filosofico all’Encomio di Elena, all’Apologia di Palamede, all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti, Passignano, Aguaplano, 2012. Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del verosimile, Sankt Augustin, Academia Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario Untersteiner (a cura di), Sofisti: testimonianze e frammenti, Milano: Bompiani, 2009. Voci correlate L. (dialogo), il dialogo platonico di cui è protagonista Ippia di Elide Prodico Protagora Relativismo etico sofistico Sofistica Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a L. Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su L. Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su L. Collegamenti esterni Gòrgia di Leontini, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Guido Calogero, L. di Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933. Modifica su Wikidata L. di Leontini, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Gòrgia (sofista e retore), su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) L.s of Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (EN) L., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata (EN) Opere di L., su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di L., su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) L., su Goodreads. Modifica su Wikidata Registrazioni audiovisive di L., su Rai Teche, Rai. Modifica su Wikidata (EN) C. Francis Higgins, L.s (483—375 B.C.E.), su Internet Encyclopedia of Philosophy. (EN) C.C.W. Taylor, Mi-Kyoung Lee, The Sophists, in Edward N. Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information (CSLI), Università di Stanford. V · D · M Presocratici V · D · M Sofisti Portale Biografie   Portale Filosofia   Portale Letteratura   Portale Magna Grecia Categorie: Retori siceliotiFilosofi siceliotiFilosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo a.C.Morti a LarissaFilosofi greci antichi del V secolo a.C.SofistiCentenari greci antichiMagna Grecia[altre] Gorgia di Leonzi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leonzio”. Leonzio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Leonzio: la ragione conversazionale la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean, according to The Vita di Pitagora di Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lettine: all’isola – la diaspora di Crotona – Roma – filosofia siciliana – scuola di Siracusa -- filosofia italiana – Luigi Spearnza (Siracusa). Filosofo italiano. Siracusa, Sicilia. A Pythagorean, according to “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Leoni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia marchese – scuola di Ancona -- filosofia italiana – il vincolo mi fa libero -- Luigi Speranza (Ancona). Filosofo italiano. Ancona, Marche. Grice: “I love Bruno Leoni; my balance between the principle of conversational self-love and the principle of conversational benevolence is what all his philosophy is about!” – Grice: “Leoni has technical concepts here: his is an individualism, i. e. subjectivisim, and he believes that the ‘scambio’ or ‘inter-subjective,’ inter-individual exchange’ is ‘spontaneous – he calls it ‘ordine spontaneo.’ He doesn;’t see it necessarily as ethical or meta-ethical – but descriptive; similarly I speak of conversational maxims as different from ‘moral’ maxims!” “La situazione paradossale del nostro tempo è che siamo governati da uomini non, come pretenderebbe la classica teoria aristotelica, perché non siamo governati dal diritto, ma esattamente perché lo siamo. Vive a Torino, Pavia, e la Sardegna. Per la sua filosofia, viene associato ad un modello liberale e anti-statalista della società. All'interno della filosofia,  si inserisce nella tradizione del liberalismo classico. Allievo di SOLARI, di cui e pure assistente volontario, e collega di Firpo, insegna a Pavia. Nel corso del conflitto, fa parte di A Force, un'organizzazione segreta alleata incaricata di recuperare prigionieri e salvare soldati.  Insegna filosofia e ricoprendo l'incarico di preside della facoltà di Scienze Politiche. Muore in circostanze tragiche, ucciso. Un collaboratore del suo studio legale, Quero, di professione tipografo ma che svolge amministrazioni di condomini e palazzi, ha perpetrato truffe e sottrazioni di denaro. Quando se ne accorse e minaccia di denunciarlo, Quero lo assassina colpendolo ripetutamente alla testa e nascose poi il corpo in un garage, inscenando un sequestro di persona, ma venne subito scoperto. Negli anni della ricostruzione postbellica, mentre in tutti i paesi europei si affermavano politiche economiche di stampo statalista, anda contro-corrente sostenendo il liberalismo, che ormai quasi più nessuno e pronto a difendere. L. critica la logica dell'intervento pubblico mentre esalta la superiore razionalità e legittimità degli ordini che emergono dal basso, per effetto del concorso delle volontà dei singoli individui.  Fondatore di Il Politico, svolge ugualmente un'intensa attività pubblicistica, soprattutto scrivendo corsivi per Il Sole 24 ORE. Membro della Societa Mont Pelerin di cui fu segretario e poi presidente, il filosofo torinese e pure molto impegnato nel Centro di Studi Metodologici della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e Documentazione Einaudi. Filosofo poliedrico (giurista e filosofo, ma anche appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che della storia delle dottrine politiche), L. Promuove le idee liberali all'interno della filosofia italiana: proponendo temi ed autori del liberalismo contemporaneo, ma soprattutto aprendo prospettive ad una concezione della società centrata sulla proprietà privata e il libero mercato. Per comprendere quanto sia stata importante la sua azione tesa a favorire una migliore conoscenza delle tesi più innovative, è sufficiente scorrere l'indice della rivista da lui diretta, Il Politico, in cui da spazio ad autori spesso a quel tempo poco noti, ma desti segnare le scienze economiche.  Con i suoi saggi, inoltre, L. apre la strada a molti orientamenti: dalla Teoria della scelta pubblica all'Analisi economica del diritto -- filoni di ricerca che esaminano la politica ed il diritto con gli strumenti dell'economia -- fino all'indagine interdisciplinare di quelle istituzionitra cui il diritto che si sviluppano non già sulla base di decisioni imposte dall'alto, ma grazie ad un'intrinseca capacità di auto-generarsi ed evolvere dal basso.  E stato quasi dimenticato: soprattutto in Italia. Il suo saggio più conosciuta (frutto di lezioni ). L’ndividualismo integrale di L. risulta ben poco in sintonia con la cultura del suo tempo. Il liberalismo dell'autore di Freedom and the Law è pervaso da quella cultura che egli assimila in profondità grazie all'intensa frequentazione di alcuni tra i maggiori filosofi di quell'universo intellettuale.  Inoltre, segue sempre con il massimo interesse i protagonisti della scuola austriaca -- Mises e Hayek, soprattutto -- cheanche se europei proprio in America hanno scritto alcuni dei loro maggiori contributi e in quel contesto hanno trovato folte schiere di allievi. In questo senso, bisogna rilevare che il percorso filosofico di L. e stato molto differente senza la Societa Mont Pelerin, nei cui convegni egli ha l'opportunità di entrare in contatto con filosofi e scuole di pensiero estranei al clima dominante nell'Italia. In effetti, l'associazione fondata da Hayek ha rappresentato un'occasione di scambi e approfondimenti per quanti cercano interlocutori radicati nella cultura del liberalismo. Dimenticato o quasi in Italia, la filosofia di L. continua a vivere fuori dei nostri confinigrazie alle iniziative, ai saggi dei suoi amici e, oltre a loro, all'interesse che i suoi saggi suscitano nelle nuove generazioni di studiosi liberali. La situazione è cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione de “La libertà e la legge,” filosofi di vario orientamento sono tor riflettere sulle pagine del  torinese, dando vita ad una vera e propria riscoperta che sta producendo numerosi frutti e grazie alla quale si va finalmente riconoscendo a L. la sua giusta posizione tra i maggiori filosofi del liberalismo. Oggi.  non è più considerato semplicisticamente un epigono di Hayek o un semplice ripetitore delle sue tesi.  In questo senso, è interessante rilevare che perfino filosofi lontani dalle posizioni liberali e libertarian di L. avvertano sempre più il carattere innovativo della sua filosofia, che nell'ambito della filosofia del diritto ha saputo offrire una prospettiva alternativa ai modelli kelseniani del normativismo dominante e all'ispirazione social-democratica che ancora prevale all'interno delle scienze sociali. In particolare, mentre il diritto è stato ripetutamente identificato con la semplice volontà degli uomini al potere, uno dei contributi maggiori di L. è quello di aver indicato un altro modo di guardare alla norma giuridica, sforzandosi di cogliere ciò che vi è oltre la volontà dei politici e ben oltre la stessa legislazione. Per questa ragione, si guarda alla teoria di L. come ad una radicale alternativa rispetto al normativismo formulato da Kelsen, più volte criticato da L.. Quella di L., per giunta, è ancora oggi una proposta teorica talmente liberale da indurre più di uno studioso a parlare di “La liberta e la legge” come di un classico della tradizione libertariana, al cui interno sono racchiuse idee e intuizioni che restiamo ben lontani dall'aver compreso e sviluppato in tutte le loro potenzialità.  Al fine di tenere viva la lezione dell'autore è stato fondato l'Istituto L., con sedi a Torino e a Milano, animato da Lottieri, Mingardi e Stagnaro, che si propone di affermare, all'interno del dibattito filosofico, i principii liberali difesi da L, stesso e di promuovere la conoscenza della filosofia di L. e, in generale, delle teorie liberali e libertariana.  Altri saggi:“Lo stato” (Mannelli, Rubbettino); “Filosofia del diritto” (Mannelli, Rubbettino); “La libertà e la legge, InMacerata, Liberilibri); “Scienza politica e teoria del diritto” (Milano, Giuffrè); “Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica” (Milano, Società Aperta); “La sovranità del consumatore” (Roma, Ideazione);  “La libertà del lavoro” collana IBL “Diritto, Mercato, Libertà”, Treviglio Mannelli, Facco Rubbettino,  “Il diritto come pretesa, A. Masala (Macerata, Liberi); Il pensiero politico moderno e contemporaneo, Masala, Bassani, Macerata, Liberi libri,  Istituto L.. L'idea di uno stato privo di co-ercizioni nella filosofia del diritto; Un "austriaco" di adozione  Articolo su l'Unità. Il Luogo dei Ricordi di O. Quero, su in mia memoria. Tra i pochissimi, in Italia, che hanno continuato a sviluppare le ricerche di L. è da ricordare Stoppino. Per merito di Cubeddu, che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria leoniana.  E necessario liberarelo dall'ombra di Hayek, rendendo in tal modo possibile una più adeguata valutazione delle sue tesi e del suo originalissimo contributo all'elaborazione di una filosofia coerente con i principi del liberalismo e con i suoi stessi esiti libertari. Masala, Il liberalismo (Mannelli, Rubbettino); saggio su L.. Masala  La teoria politica (Mannelli, Rubbettino); Lottieri, “Libertà e stato” in Masala, cur., La teoria politica; Mannelli, Rubbettino; Lottieri, Le ragioni del diritto. Libertà e ordine giuridico”, Mannelli, Rubbettino; Approfondisce il tema di un libertarismo non ancora compiutamente espresso in L., ma già ampiamente riconoscibile nelle sue tesi fondamentali. Favaro, L.. Dell'irrazionalità della legge per la spontaneità dell'ordinamento, della Collana “L'ircocervo. Saggi per una storia filosofica del pensiero giuridico e politico italiano”, Napoli, ESI, Gulisano, Tra positivismo e gius-naturalismo. Il diritto evolutivo, Foedrus. Gulisano, La teoria empirica di L. La centralità dell'approccio metodologico, Biblioteca delle liberta. riscoprire.bruno.l.Bruno Leoni. Leoni. Keywords: implicatura, freedom, il concetto di ‘freedom’ in Grice e il liberalism italiano – il concetto di Freiheit in Kant e la tradizione liberale, Croce, Enaudi, il partito liberale italiano, partito nazionale fascista, protezionismo, fascismo, storia d’italia, storia del liberalismo italiano, libero e vincolato, libero e fozato, libero e spontaneo --  Refs: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The Swimming-Pool Library.  

 

Luigi Speranza -- Grice e Leoni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia umbra – scuola di Spoleto – filosofia perugiana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Spoleto). Filosofo italiano. Spoleto, Perugia, Umbria. Grice: “In Italy, they like ‘renaissance men,’ but there’s a peril in that: Leoni was a philosopher and a physician (to Medici) – when he died, Medici did, Leoni was accused of malpractice (poisoning), strangled to death, and thrown into a ditch. Categorie: philosophers in ditch – Thales, Leoni.” Di famiglia aristocratica, studia a Roma. Insegna a Padova e Pisa.  E qui che ha modo di entrare in contatto con la cerchia di filosofi che gravitano attorno a Lorenzo de’ Medici, a Firenze. Ha contatti e una fitta corrispondenza con Ficino e Pico. Venne considerato uno dei più valenti filosofi. I più illustri personaggi e sovrani dell'epoca, come il duca di Calabria, il re di Napoli, Ludovico il Moro, forse anche IInnocenzo VIII, richiedeno le sue cure, tanto che divenne il medico personale dello stesso Lorenzo de Medici.  All'indomani della morte di Lorenzo de Medici venne ingiustamente sospettato di essere stato il responsabile del suo avvelenamento, e venne quindi strangolato e gettato in un pozzo il giorno seguente. Diverse fonti dell'epoca  sostengono che il mandante dell'uccisione di L. e il figlio di Lorenzo, Piero il Fatuo. F. Bacchelli, Dizionario Biografico degl’Italiani, riferimenti in.  Dagli Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz. Pirri (Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Era adpresso del dicto Lorenzo uno excellentissimo et famosissimo medico de grandissima scientia in FILOSOFIA, nominato magistro Pierleone de leonardo da Spolitj, reputato el più singulare valente homo in dicte scientie che ogie dì viva. E questo uomo in tanto prezzo adpresso del dicto Lorenzo che, senza quisto clarissimo doctore, non podiva stare. E conducto ad Pisa ad legere, ha mille ducatj de provisione per anno: poj e conducto ad Padova, ha mille et ducento ducatj per anno. Ad Pisa stecte annj ad legere e similemente ad Padova. Dagli Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz. D.Pietro Pirri (Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Lorenzo se amala, mandò per luj, e anda a Firenze. E questo mastro L. de tanta scientia, che predisse la morte sua essere infra IV misi. E anda mal voluntierj ad Firenze. Tandem jonto ad Firenze trova Lorenzo stare male: sono lì clarissimj medicj et valentj et excellentj: poj ce venne el medico del duca de Milano: et predice mastro L. la morte de Lorenzo. Ipso non presta mai et non se mestecù in alcuna medicina ne potione sue. Il cronista forse vuol dire che L, non s'ingerì affatto in ciò che riguarda l'assistenza sanitaria dell'infermo, limitando l'opera sua alla pura DIAGNOSI della malattia ed a consultazioni astrologiche. E con ciò vuole, forse, velatamente intendere che niente ha a che vedere L. con quelle strane pozioni a base di gemme e perle triturate somministrate da un altro medico, il Piacentino, le quali, attese le lesioni viscerali che tormentano il paziente, servirono forse ad accelerarne il tracollo -- ma solo ipso in consulendo et predicendo. Tandem venendo alla morte Lorenzo, Perino, figliolo del dicto Lorenzo, homo de poca prudentia, reputato homo bestiale e senza prudentia, ordina che el dicto mastro L. fosse morto. Lorenzo e in villa ad uno suo casale, e lì tucto dì sta mastro L. Essendo morto Lorenzo, et lì insino alla sera stando mastro L., volendo tornare luj allu solito loco, e menato per uno Carlo o vero Alberto martellj ad uno suo casale, et lì e strangulato dicto mastro L., et buctato in uno pozo. Poj e retracto e portato in Firenze, e retenuto il suo corpo con guardia et veneratione assai. Et de tanto tradimento et iniusta morte se ne dolse tucta la città, perché la bona memoria de Lorenzo ama questo uomo più che uomo vivesse, et tucti li secretj soj sapiva, savio, sapientissimo e pieno de verità, bontà et integrità."  Nella sua "Storia della Letteratura Italiana" Tiraboschi, Firenze, Landi, riporta fonti dell'epoca, fra cui Ammirato. Cavossi voce che egli vi si fosse gittato da se medesimo ma si rinvenne esservi gittato da altri, secondo dice Cambi, da due famigliari di Lorenzo. Lo stesso testo riporta le affermazioni di Sanazzaro, il quale non nomina l'autore di questo misfatto. Ma è chiaro abbastanza ch'ei parla di Pietro de Medici, figliuol di Lorenzo, e di Allegretti, storico senese contemporaneo di L., che riporta. L. da Spoleto, che lo medica (si riferisce a Lorenzo) e gittato in un pozzo, perché e detto, che l'avvelena, nientedimeno si conclude per molti non esser vero. Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corti: Sannazaro. Branca V: Dizionario critico della letteratura italiana. POMBA, Torino, Cotta, Klien: I Medici in rete, Olschki, Firenze, C. Dionisotti, “Appunti sulle rime del Sannazaro”, Giornale storico della Letteratura italiana, Mauro, Opere volgari, Laterza, Bari; Montevecchi, Storie fiorentine, Rizzoli, Milano; Nibby, Analisi storico-topografica-antiquaria della carta de' dintorni di Roma, Belle Arti, Roma, Orio, Le iscrittioni poste sotto le vere imagini de gli huomini famosi il lettere, Torrentino, Firenze, Pesenti, Professori e promotori di medicina nello Studio di Padova,  Repertorio bio-bibliografico, Radetti, Un'aggiunta alla biblioteca di L. In.: Rinascimento: Rivista dell'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Firenze, Ranalli: Istorie Fiorentine con l'aggiunte di Ammirato il giovane, Batelli, Firenze, Rotzoll M.: Pierleone da Spoleto: vita e opere di un medico del Rinascimento. Olschki, Firenze. Sansi: Storia del comune di Spoleto dal secolo XII al XVII: seguita da alcune memorie dei tempi posteriori.  Pierleone Leoni, Piero Leoni, Pierleone, Pier Leone. Leone. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The Swimming-Pool Library. Leoni.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leopardi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del favoloso – Leopardi fascista – filosofia maceratese – la scuola di Recanati -- filosofia marchese – scuola di Recanati -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Recanati). Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche. Grice: “Oddly, Leopardi’s philosophical semantics is negative; admittedly, he is wedded to the Fido-‘Fido’ theory of meaning, so he thinks, pretty much like the first Vitters, that language is a prison. Man has a need for ‘non-linguistic thought,’ to think without naming – without conceptualizing! The oddest philosophy of language for Italy’s greatest poet, one would first think!”  -- Grice: “One could write a whole dissertation on Leopardi’s implicata – not I My favourite expression would be ‘gli infiniti silenzi’” -- Grice: “While there is a philosophical griceianism, seeing that my theories were stolen by non-philosophers, there is ‘leopardismo filosofico,’ seeing that he wasn’t one!” -- essential Italian philosopher, and founder of a whole movement, ‘leopardismo.’  L.  Al dibattito sulle lingue universali partecipò anche Giacomo L. nello Zibaldone de' pensieri.  Sostenne che a rendere internazionale una lingua non è la potenza della nazione che la parla o la diffusione dei suoi domini, e nemmeno il suo prestigio letterario: se così fosse la lingua italiana, che per molto tempo fu intesa e letta nelle corti di tutta Europa e oltre, sarebbe assurta a lingua  utilizzata da più nazioni, ma così non è stato.L. spiega che invece ciò che fa di una lingua universale è un aspetto ad essa intrinseco, ovvero la sua capacità di essere geometrica e regolare e di possedere una struttura semplice e ideale. Esattezza, precisione, chiarezza i suoi punti costitutivi fondamentali:  Quello poi che ho detto che una lingua strettamente universale, dovrebbe di sua natura essere anzi un'ombra di lingua, che lingua propria, maggiormente anzi esattamente conviene a quella lingua caratteristica proposta fra gli altri dal nostro Soave I...I, la qual lingua o maniera di segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le idee, bensì alcune delle inflessioni d'esse parole (come quelle de' verbi), ma piuttosto come inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a niun suono pronunziato, né significazione e dinotazione alcune di esso. Questa non sarebbe lingua perché la lingua non è che la significazione delle idee fatta per mezzo delle parole.linguaggio (così nominiamola) la quale giustamente si è riconosciuta per quella maniera di segni ch'è meno dell'altre impossibile ad essere  strettamente universale. 63  Ella sarebbe una scrittura, anzi nemmeno questo, perché la scrittura rappresenta le parole e la lingua, e dove non è lingue né parole quivi non può essere scrittura. Ella sarebbe un terzo genere, siccome i gesti non sono né lingua né scrittura ma cosa diversa dall'una e dall'altra. Quest'algebra delLa proposta L.ana si avvicina alle idee di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua universale solamente qualora questa sia rappresentata da segni matematici, algebrici. Conscio però della forza implacabile del mutamento linguistico, a cui tutte le lingue sono soggette,  L. aggiunge:  Resta dunque provato che la lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse condizioni ond'ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e senza cui l'universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico, di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per causa di tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime condizioni, che naturalmente e necessariamente l'occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe conseguentemente la sua universalità, la durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal durata  indispensabilmente richieggonsi.oIn sostanza quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di linguaggio universale auspicabile, cioè quello composto matematicamente da segni e caratteri, L. rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di una tal lingua, della sua resistenza al cambiamento. Di questo  tratta anche Stefano Gensini quando spiega che per L.  In termini teorici l...] un'autentica universalità è impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero a convenire su un sistema artificiale di comunicazione esso, una volta calato nell'uso, inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L.]  anticipa a livello teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante sianostrettamente universale. books.google.it/ books?id=hnS1DwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad  =0#v=onepage&q&f=false consultato in data 06/05/2020.  La proposta L.ana si avvicina alle idee di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua universale solamente qualora questa sia rappresentata da segni matematici, algebrici. Conscio però della forza implacabile del mutamento linguistico, a cui tutte le lingue sono soggette,  L. aggiunge:  Resta dunque provato che la lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse condizioni ond'ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e senza cui l'universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico, di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per causa di tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime condizioni, che naturalmente e necessariamente l'occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe conseguentemente la sua universalità, la durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal durata  indispensabilmente richieggonsi.otIn sostanza quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di linguaggio universale auspicabile, cioè quello composto matematicamente da segni e caratteri, L. rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di una tal lingua, della sua resistenza al cambiamento. Di questo  tratta anche Stefano Gensini quando spiega che per L.  In termini teorici (.../ un'autentica universalità è impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero a convenire su un sistema artificiale di comunicazione (...] esso, una volta calato nell'uso, inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L. anticipa a livello teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante siano elementi 'interni' dell'organismo linguistico, svuotando di senso, fra l'altro,  ogni atteggiamento normativo di tipo puristico.5STEFANO GENSINI, «Sul campo semantico del linguaggio nello Zibaldone», in Lo «Zibaldone» di L. come ipertesto. Atti del Convegno internazionale, a cura di Marìa de las Nieves Muñiz Muñiz, Barcellona, 2012, pp. 162-163.Il conte Giacomo L., al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro L. (Recanati), filosofo.  È ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del romanticismo letterario; la profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umanadi ispirazione sensista e materialistane fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.  L., intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell'antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano ed altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialistederivate principalmente dall'Illuminismosi formarono invece sulla lettura di FILOSOFI come il barone d'Holbach, VERRI e Condillac, a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico. Muore di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera di Napoli. Il dibattito sull'opera L.ana, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che L., al pari di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'Esistenzialismo. L. nacque a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli. Quelli che arrivarono all'età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo, Paolina, Luigi, e Pierfrancesco. I genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli studi e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l'affetto di cui sentiva il bisogno.  In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito, la marchesa prese in mano un patrimonio familiare fortemente indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto solo grazie a una rigida economia domestica. La rigidità della madre, contrastante con la tenerezza del padre, i sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari pesarono sul giovane Giacomo.  Fino al termine dell'infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.  La formazione giovanile  La casa natale Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori, Torres e Sanchini che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo L.ano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati ed accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.  Il ruolo avuto dai precettori non impedì, comunque, al giovane L. di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati come membro onorario della cattedrale della cittadina. Compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me L. è da considerarsi una composizione. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati puerili. La produzione dei puerili  Puerili e abbozzi vari Il corpus delle opere cosiddette puerili dimostra come il giovane L. sapesse scrivere in latino fin dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli. Iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell'elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l'anima delle bestie. Con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti ad esaminatori di vari ordini religiosi ed al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico. Si immerse totalmente in uno "studio matto e disperatissimo" espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco. Seppure in modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese, l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo cessa la formazione dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia dell'astronomia, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta). Per quanto riguarda la compilazione della Storia dell'astronomia L. si avvalse di numerose fonti: il testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly, ridotta in compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires del celebre astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera termina con la scoperta del pianeta Urano da parte di Herschel. Invece il lavoro di L. presenta ulteriori aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere, Pallade, Giunone e della cometa. Per l'elaborazione del suo testo, L. fece uso, anche, dell’Abrégé d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di casa L.), del Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di matematica inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre L. adoperò diverse opere generali come la Storia della letteratura italiana di Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane L.. Nella Storia dell'astronomia L. lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la matematica. Nulla, probabilmente sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici), e sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs avendo udita la invenzione de’ logaritmi fatta da Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo. Probabilmente infatti L. non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla geometria cartesiana e al calcolo differenziale.  Iniziò nello stesso periodo anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal greco e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre da Frattini di Reca, la Batracomiomachia e pubblicata su «Lo Spettatore italiano», gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano». La conversione letteraria: dall'erudizione al bello Tra Si avverte in L. un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri, Parini,Foscolo e Vincenzo Monti, che serviranno a maturare la sua sensibilità romantica. Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo L. inizia a liberarsi dall'educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese ed a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L'Appressamento della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata ai redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno. Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per la sua fragile salute, rifiuterà di intraprendere questa strada. Fu colpito da alcuni seri problemi fisici di tipo reumatico e disagi psicologici che egli attribuì almeno in partecome la presunta scoliosiall'eccessivo studio, isolamento ed immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo. La malattia esordì con affezione polmonare e febbre e in seguito gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia "gobba"), con dolore e conseguenti problemi cardiaci, circolatori, gastrointestinali (forse colite ulcerosa o malattia di Crohn) e respiratori (asma e tosse), una crescita stentata, problemi neurologici alle gambe (debolezza, parestesia con freddo intenso), alle braccia ed alla vista, disturbi disparati e stanchezza continua. Era convinto di essere sul punto di morire. Il marchese Filippo Solari di Loreto scrive poco dopo a Monaldo L.i: «L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo dopo cinque anni consunto e scontorto, con avanti e dietro qualcosa di veramente orribile.»  Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Giordani, per la lunga cantica L'appressamento della morte e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui ripensa a questo e definisce la sua malattia come un "cieco malor", cioè un male di non chiara origine, che gli fa pensare al suicidio assieme all'angusto ambiente: «Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco malor, condotto della vita in forse, piansi la bella giovanezza, e il fiore de' miei poveri dì, che sì per tempo cadeva. L'ipotesi più accreditata per lungo tempo (diffusa e sostenuta da medici di Recanati e da Citati) è che L. soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell'epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell'età evolutiva), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare, oppure dalla spondilite anchilosante (secondo Sganzerla), una sindrome reumatica autoimmune che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali con deformazione e rigidità del rachide, uniti ad ampi disturbi infiammatori sistemici, oculari e neurologici-compressivi in casi gravi, il tutto unitamente a problemi nervosi. Alcune di queste sindromi hanno predisposizione genetica, derivabile dal matrimonio tra consanguinei dei genitori. Tutti i fratelli L. furono deboli di salute, con l'eccezione di Carlo, forse però sterile, e Paolina, la quale presentava solo una leggera asimmetria del viso. Citati afferma che avesse anche dei disturbi urinari e di probabile impotenza, e sarebbero stati questi, più che l'aspetto fisico (a cui poteva ovviare essendo un nobile benestante) la causa del suo rapporto difficile con le donne e la sessualità. Nel decennio seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici fiorentini, come altri medici consultati in gioventù, a parte la deformità fisica asserirannoprobabilmente in maniera erroneache numerosi disturbi del L. erano dovuti a neurastenia di origine psicologica (sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive che taluni attribuiscono all'impatto psicologico della malattia fisica), come lui stesso a tratti sostenne, anche contro il parere di numerosi dottori.  «Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre.»  (Lettera dedicatoria dei Canti, agli amici di Toscana) Secondo il neurologo Sganzerla, propositore della tesi sulla spondilite al posto della tubercolosi, L. non mostrava invece alcun segno di vera depressione psicotica, sfatando il mito sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi e Sergi. Queste patologie comunque, se non condizionarono il suo pensiero in maniera diretta (come ribadito spesso da L.), influenzarono comunque il suo pessimismo filosofico e lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana e il significato della vita da una prospettiva originale, divenendo, come affermato dal critico Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento conoscitivo".  Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici. E per L., che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria ed insofferente dell'angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante. In questo periodo è anche la prima formulazione della "teoria del piacere", una concezione filosofica postulata da L. nel corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero L.ano in questi termini avviene. Scrisve al classicista Giordani che aveva letto la traduzione L.ana del II libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza ed un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, il giovane L. sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressive. Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo. Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia»  Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo. Fissa le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della cugina, provando per la prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani riconosce l'abilità di scrittura di L. e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classicisti e romantici. L. difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona che riesce a comprenderlo. Il primo amore «Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!»  (Il primo amore, v.3)  Geltrude Cassi Lazzari con i figli, illustrazione di Chiarini per la Vita di Giacomo L.. Inizia a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto "Letta la vita scritta da esso" che toccava i temi della gloria e della fama. Un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il "Diario del primo amore" e l'"Elegia I" che verrà in seguito inclusa nei "Canti" con il titolo "Il primo amore". La posizione di L. verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche ed aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", in risposta a quella di Madama la baronessa di Staël, ed il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron. Le due opere mostrano l'avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di L. rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica. Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani. Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell'unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua. E il naufragar m'è dolce in questo mare.»  (L., L'infinito. Si riacutizzarono i problemi agli occhi.Tra il luglio e l'agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Fu nei mesi di depressione che seguirono che il L. elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o "piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici. Ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A L. Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l'alto numero di prostitute che gli fece abbandonare l'immagine idealizzata della donna, come scrive in una lettera al fratello Carlo. Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come Nerina e Silvia, tratti dall'Aminta). Nell'ambiente culturale romano L. visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen (poi ministro del regno di Prussia e fondatore dell'Istituto di Archeologia a Roma) e Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma L. rifiutò. Ritorna a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a Recanati, L. si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale compose buona parte delle Operette morali. Lontano da Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa. Il poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di Cicerone ed altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima gli era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia. Ritratto di L. a metà degli anni '30, da alcuni indicato come una realistica proto-fotografia, probabilmente una riproduzione in eliografia (o altri tipi) di un'incisione; in alternativa realizzata con la tecnica della camera oscura da artista: tramite bulino oppure immagine fissata secondo il metodo di Joseph Nicéphore Niépce (sali d'argento o bitume e lunga esposizione). Recanati, casa L.. Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Reca mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese L. conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento alla quale fece seguito una "Crestomazia" poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si innamorò senza essere corrisposto. L. frequentò i Malvezzi per quasi un anno, ma poi la donna lo allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante del fatto che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.L. si sfoga in una lettera ad un corrispondente, usando parole molto dure verso di lei. Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta, patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici,con la famiglia Brighenti e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani. L. in un ritratto postumo del 1845 (olio su tavola), commissionato da Antonio Ranieri al giovane pittore Domenico Morelli sulla base della maschera mortuaria, del ritratto di L. sul letto di morte di Angelini e delle descrizioni fisiche fatte da Ranieri, da Paolina, sorella di quest'ultimo; Morelli vi lavorò per molto tempo, a causa delle insistenze di Ranieri sui particolari, ma alla fine il quadro venne ritenuto, dal Ranieri stesso e da altri testimoni, come il più fedele e realistico dei ritratti di L., con l'aspetto che aveva verso la fine della sua vita, soprattutto nei tratti del volto, oltre che il vestiario e l'acconciatura che portava negli anni napoletani; i critici hanno però argomentato che sia un ritratto comunque "idealizzato", in quanto Morelli non vide mai L. dal vivo, ma solo nella maschera mortuaria in gesso e nei ritratti eseguiti da altri. Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux tra i quali Capponi, Niccolini (amico e corrispondente di Foscolo allora esiliato a Londra), Colletta, Tommaseo ed anche Manzoni, che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di L. Fu invece conflittuale il rapporto col Tommaseo, cattolico liberale, ma fortemente avverso al razionalismo ed al materialismo, il quale giunse a provare una forte avversione per L., attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se riconosceva l'abilità stilistica nella prosa); Tommaseo arrivò a denigrare L. per il suo aspetto fisico (cosa che farà, però solo in lettere private rivolte ad altri, anche il Capponi stesso irritato per la Palinodia). L. risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi. Si recò a Pisa, dove rimase. Qui strinse un'affettuosa amicizia con la giovane cognata del padrone del pensionato, Teresa Lucignani, a cui dedica una breve lirica rimasta a lungo inedita. Grazie all'inverno mite, la sua salute migliorò e L. tornò alla poesia, che tace (con l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al conte Carlo Pepoli e del Coro di lo studio di Ruysch contenuto nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette morali); compose la canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia (figura forse ispirata, secondo i critici che si basano su appunti dello Zibaldone e dichiarazioni del fratello Carlo, alla figlia del cocchiere di Monaldo, morta giovane, Fattorini), inaugurando il periodo creativo detto dei Canti "pisano-recanatesi", chiamati anche "grandi idilli", in cui il poeta si cimenta nella cosiddetta canzone libera o L.ana, il cui primo sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a conoscenza. Vaghe stelle dell'orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi»  (Le ricordanze) Il periodo di benessere era finito ed il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e già durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella speranza di riuscire a vivere in modo indipendente. Chiese aiuto ad alcuni amici: Tommasini,il più bello, gli propose una cattedra di Mineralogia e Zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la materia poco consona alle conoscenze di L.; Bunsen gli offrì la possibilità di una cattedra a Bonn o Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito, poiché il clima tedesco era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma. L. allora progettò di mantenersi con un lavoro qualsiasi, ma le sue condizioni di salute non gli permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a Recanati, dove rimase. In questi «sedici mesi di notte orribile. Si dedica nuovamente alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze (la cui ultima parte è dedicata ad una giovane recanatese morta poco prima, Maria Belardinelli, da L. chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti pisano-recanatesi".  In questo periodo l'insofferenza per la sua città natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta, proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese, secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti del tipo: "Gobbus esto fammi un canestro, fammelo cupo gobbo fottuto. A Firenze dal Perì l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei.»  (A se stesso). Fanny Targioni Tozzetti Intanto, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli "amici di Toscana", l'opportunità di tornare a Firenze, dove fu eletto socio dell'Accademia della Crusca. Per mantenersi accettò la sottoscrizione e progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo spettatore fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del timore della censura. A Firenze cura un'edizione dei "Canti", partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri, futuro senatore del Regno d'Italia, che durerà fino alla morte. Grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorto dai moti), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci restaurano il governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un modesto assegno mensile che gli permette di sopravvivere; L. accetta ma, reputandolo umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Risale sempre a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e ultimo amore secondo i biografi, dopo la Cassi Lazzari e la Malvezzi), moglie del medico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di Aspasia", una raccolta di poesie che contiene: Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il L. più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella dell'amore (l'inganno estremo). Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una "donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in L., il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che dalle lettere di L., dalle affermazioni di Ranieri nei Sette anni di sodalizio e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia accenna anche a toni polemici e misogini, in cui L. si dice felice di essersi perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi come un servilismo morale di cui si vergogna, un giogo ormai spezzato, in una lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di Consalvo e con Amore e morte: «E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle né degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro. Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e credetemi sempre vostro.»  (Lettera da Roma) «Due cose belle ha il mondo: / amore e morte. All'una il ciel mi guida / in sul fior dell'età; nell'altro, assai / fortunato mi tengo.»  (Consalvo) Lo spostamento del Consalvo nei Canti molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare che il personaggio di Elvira sia ispirato anche a Teresa Carniani Malvezzi e non solo a Fanny. Per circa 4 anni frequenta molto spesso casa Targioni, cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi autografi di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo periodo L. diviene amico anche della contessa Carlotta Lenzoni de' Medici di Ottajano, affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta negativamente come Aspasia sarebbe stata la Lenzoni. Si reca a Roma con Ranieri per ritornare a Firenze e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure in maniera più fredda e distaccata. Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra L. e Ranieri vi fosse un rapporto amoroso. Pietro Citati però precisa che si sarebbe trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo al Giordani. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri: Antonio Ranieri, tra gli anni '40 e '60 «Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo. Dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Ranieri dichiarò:  «Quivi L., mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da ravviare i capelli, e le cesoie. Pare infatti che la padrona di casa volesse cacciarli, per timore che L. fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva e lui stesso sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci faceva caso. Ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse. «L. ist klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend er den Tag zur Nacht macht und umgekehrt führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer Bekanntschaft verschwindet jedoch alles die Feinheit seiner klassischen Bildung und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein. L. è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente fa del giorno notte e viceversa conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l'animo in suo favore.  Busto del poeta presente a Villa Doria d'Angri Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità borboniche, a cui seguirà la messa all'Indice dei libri proibiti dopo la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni "dialoghi". L. così ne parlava in una lettera a Sinner: «La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto». Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse probabilmente riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest'ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita. Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo pseudo Omero della Batracomiomachia, (che già L. aveva tradotta in gioventù, e di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del L.. Le ultime ottave sarebbero state dettate da L. morente poco dopo aver terminato l'ultima poesia, Il tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come autentici, con poco successo finanziario. Quando a Napoli scoppiò l'epidemia di colera, L. si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri assisterà, personalmente e con profondo affetto, L. nei suoi ultimi anni, all'aggravamento delle sue condizioni fisiche. Paolina e l'unica donna che lo amò, sebbene si trattasse di un amore fraterno. A Napoli L. lavora incessantemente, nonostante la salute in peggioramento, componendo varie liriche e satire; non segue le raccomandazioni dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata per una persona dalla salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al pomeriggio e sta sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmente sorbetti e gelati), talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del colera) e beve moltissimi caffè. La morte  L. sul letto di morte, ritratto a matita di Tito Angelini, anch'esso simile alla maschera mortuaria e quindi molto realistico e verosimile In Campania egli compose gli ultimi Canti La ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava anche di tornare a Recanati, per vedere il padre, o partire per la Francia. L. aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona (il tono delle lettere a Monaldo diventa molto affettuoso negli ultimi tempi, dal formale e nobiliare "signor padre" e al voi delle lettere giovanili passa all'incipit "carissimo papà" e al tu). In questo periodo cominciò ad ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo destino. In una lettera al conte L., una delle ultime di Giacomo, il poeta avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando più i suoi mali. Ritorna a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute.  L. si sentì male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all'inconsueto orario delle 17); quel mattino, aveva mangiato circa un chilo e mezzo di confetti cannellini comprati da Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso sera.  Fu colpito da malore poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato programmato, e nonostante l'intervento del medico l'asma peggiorò e poche ore dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, L. si spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio, Totonno, non veggo più luce". La morte fu dichiarata all'ufficio dello stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era avvenuto "alle ore venti". Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso. La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata, pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure scompenso cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite a problemi polmonari e reumatici cronici, a quelle più fantasiose[146], fino al colera stesso.Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale, diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare ("idropisia di cuore" o idropericardio), il che è comunque verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della colonna vertebrale; è anche possibile che l'edema fosse una delle conseguenze dei problemi cronici di cui soffriva, e che la causa principale fosse un problema cardiaco, forse accelerata da una forma fulminante di colera che avrebbe ucciso il debilitato L. (che notoriamente soffriva di disturbi cronici all'apparato gastrointestinale, i quali potevano mascherare la gastroenterite colerosa) in poche ore. L. era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spogliequesta la versione accettata dalla maggioranza dei biografinon furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa dell'epidemia, ma inumate nella cripta e poi, dopo una breve riesumazione alla presenza di Ranieri che volle anche aprire la cassa, nell'atrio della chiesa di San Vitale Martire (oggi Chiesa del Buon Pastore), sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro Giordani:  «Al conte Giacomo L. recanatese filologo ammirato fuori d'Italia scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente coi greci che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserissima fece Ranieri per sette anni fino all'estrema ora congiunto all'amico adorato.” Il ministro avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo, non il medico curante Mannella, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia per poter dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. In realtà fin dall'inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue versioni furono molte e diverse a seconda dell'interlocutore, facendo sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero delle Fontanelle, o in quello dei colerosi (o nell'attiguo cimitero delle 366 Fosse), destinati in quel periodo ai morti per colera o per altre cause, come attesta il registro delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca di Napoli (riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e "sepolto id.") o addirittura occultate nella casa di vico Pero, e che Ranieri avesse inscenato, per un motivo recondito, un funerale a bara vuota, con la partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco compiacente a cui avrebbe regalato dei pesci freschi.   La lapide originale, traslata nel parco Vergiliano Comunque, Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell'atrio della chiesa di S. Vitale e che il certificato d'inumazione fosse un falso redatto dal parroco su richiesta del ministro di Polizia, onde aggirare la legge sulle sepolture in tempo di epidemia. Nel 1898 avvenne una prima ricognizione; secondo il senatore Mariotti, smentito da altri, durante i lavori di restauro di alcuni anni prima, un muratore ruppe inavvertitamente la cassa, danneggiata dalla troppa umidità, frantumando le ossa e provocando la perdita di parte dei resti contenuti, forse gettati nell'ossario comune o addirittura con i calcinacci, mescolando i resti con altre ossa.  La tomba di L. (Parco Vergiliano a Piedigrotta o Parco della Tomba di Virgilio, Napoli). Alla presenza dei rappresentanti regi e del comune di Napoli, venne effettuata la ricognizione ufficiale delle spoglie del recanatese e nella cassa (in realtà un mobile adattato allo scopo clandestino dai fratelli Ranieri), troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui delle costole, delle vertebre recanti segni di deformità, e un femore sinistro intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, e un altro femore a pezzi), una tavola di legno (con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), una scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna traccia vi era del cranio e del resto dello scheletro, per cui in seguito si arrivò anche a formulare la teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi lombrosiani di frenologia amici del Ranieri. Nonostante i dubbi, la questione venne ben presto chiusa; secondo l'incaricato professor Zuccarelli, era plausibile che quelli fossero parte dei resti di L.. Il medico parla esplicitamente di aver rinvenuto una parte di rachide e una di sterno entrambe deviate. Alcuni, pur pensando ad un'effettiva morte per colera, credettero comunque che Ranieri fosse riuscito davvero nell'intento di salvare il corpo dalla fossa comune corrompendo, se non il ministro, perlomeno dei funzionari incaricati. La scarpa ritrovata, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di L., e donata alla città di Recanati. Dopo vari tentativi di traslare i presunti resti a Recanati o a Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a quelli di grandi italiani del passato, la cassa, per volontà di Benito Mussolini che esaudì una richiesta dell'Accademia d'Italia, venne con regio decreto di Vittorio Emanuele III che ne stabiliva l'identificazione, riesumata di nuovo e spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellinail luogo fu dichiarato monumento nazionaledove tuttora sorge appunto il secondo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno; nei pressi venne traslata anche la lapide originale, mentre parte del monumento venne portata a Recanati. Questa versione è quella sostenuta ufficialmente dal Centro Nazionale Studi L.ani. Nel 2004 venne anche chiesta (da parte dello studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato anche della riesumazione e identificazione dei resti di Caravaggio, Boiardo, Pico della Mirandola e Monna Lisa) la terza riesumazione, onde verificare se quei pochi resti fossero davvero di L. tramite l'esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello degli attuali eredi dei conti L. (Vanni L. e la figlia Olimpia, discendenti diretti del fratello minore del poeta Pierfrancesco) e dei marchesi Antici, ma la richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza sia dalla famiglia L. (tramite la contessa Anna del Pero-L., vedova del conte Pierfrancesco "Franco" L. e madre di Vanni). La posizione ufficiale della famiglia L. (esplicitata dal 1898 in poi) e della Fondazione Casa L. da loro presieduta (presidente fino al  conte Vanni L.) è invece che i resti nel parco Vergiliano non siano comunque del poeta e Ranieri abbia mentito, che il corpo si trovi alle Fontanelle e che quindi la riesumazione sia inutile, occorrendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Un altro membro della famiglia, chiamato anche lui Pierfrancesco, si è invece detto disponibile. Tale esame non è stato finora autorizzato. «Cantare il dolore fu per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla disperazione, cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole, l'unica felicità. n quei canti veramente divini il L. trasformò l'angoscia in contemplativa dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni morti in visioni di splendore.»  (Papini, Felicità di Giacomo L.) Il pensiero di L. è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque contenuto ontologico. La contraddizione tra anelito alla vita e disillusione, tra sentimento e ragione, tra filosofia del sì e filosofia del no,  era del resto ben presente allo stesso L., il quale, secondo Karl Vossler, si adoperò costantemente per ricomporle, non rassegnandosi mai allo scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in ogni caso mantenere i legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato De Sanctis. L. non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Francesco De Sanctis, Schopenhauer e L.,Luoghi L.ani A Recanati  Targa della piazzuola del Sabato del Villaggio Palazzo L.: è la casa natale del poeta. Tuttora il palazzo è abitato dai discendenti e aperto al pubblico. Esso venne ristrutturato nelle forme attuali dall'architetto Carlo Orazio L. verso la metà del XVIII secolo. L'ambiente più suggestivo è senza dubbio la biblioteca, che custodisce oltre 20.000 volumi, tra cui incunaboli ed antichi volumi, raccolti dal padre del poeta, Monaldo L.. Piazzuola del Sabato del Villaggio: sulla quale si affaccia Palazzo L.. Ivi si trova la casa di Silvia e la chiesa di Santa Maria in Montemorello, nel cui fonte battesimale fu battezzato Giacomo L. nel 1798. Colle dell'Infinito: è la sommità del Monte Tabor da cui si domina un panorama vastissimo verso le montagne e che ispirò l'omonima poesia composta dal poeta a soli 21 anni. All'interno del parco si trova il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura, sede di convegni, seminari, conferenze e manifestazioni culturali. Il Colle dell'Infinito è diventato un Bene del Fai aperto a tutti.  Palazzo Antici-Mattei: casa della madre di L., Adelaide Antici Mattei, edificio dalle linee semplici ed eleganti con iscrizioni in latino. Torre del Passero Solitario: nel cortile del chiostro di Sant'Agostino è visibile la torre, decapitata da un fulmine e resa celebre dalla poesia Il passero solitario. Chiesa di San Leopardo): venne fatta edificare dalla famiglia L. insieme e nei pressi della villa affidando la progettazione all'architetto Gaetano Koch. La cripta, a cui si accede esternamente, è la tomba gentilizia della famiglia L.. Chiesa di Santa Maria di Varano (XV secolo): costruita nel 1450 per i Minori Osservanti insieme al Convento annesso, cacciati i frati e abbattuti due lati del convento, l'orto divenne quello che ancora è il civico cimitero di Recanati. Vi si conserva ancora il pozzo di San Giacomo della Marca ed affreschi nelle lunette del portico. All'interno è la tomba di famiglia dei L. ove sono sepolti Monaldo e Paolina, Altrove Spoleto, Albergo della Posta (corso Garibaldi),  Palazzo Antici Mattei (Roma, via Michelangelo Caetani), dove fu ospite.Roma, tomba del Tasso in Sant'Onofrio al Gianicolo, "uno dei posti più belli della terra, in mezzo agli aranci e ai lecci". Bologna ("ospitalissima"), convento di San Francesco (piazza Malpighi), primo soggiorno bolognese. Casa dell'editore Anton Fortunato Stella, vicino al Teatro alla Scala a Milano ("veramente insociale") (Casa Badini, vicino al teatro del Corso (oggi via Santo Stefano, 33) a Bologna ("tutto è bello, e niente magnifico"). Locanda della Pace, via del Corso, a Bologna, Ravenna (qui si vive quietissimi), ospite del marchese Antonio Cavalli. Firenze, "sporchissima e fetidissima città", Locanda della Fonte, nei pressi del mercato del grano e di Palazzo Vecchio Targa sull'ultimo domicilio di L. a Napoli Casa delle sorelle Busdraghi, via del Fosso (oggi via Verdi), Firenze. Palazzo Buondelmonti, abitazione di Giovan Pietro Vieusseux, a Firenze. Pisa ("una beatitudine"), via Fagiuoli (casa Soderini). Il Lungarno pisano ("spettacolo così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora"). "Una certa strada deliziosa" da lui battezzata "Via delle Rimembranze", dove va a passeggiare a Pisa (lettera a Paolina L.). Levane, Camucia e Perugia, di passaggio. Roma (città oziosa, dissipata, senza metodo), via dei Condotti 81 (spendo qui un abisso), con Ranieri. Napoli, piazza Ferdinando; poi Strada nuova di Santa Maria Ognibene (casa Cammarota); poi vico Pero (tre appartamenti affittati con Ranieri e la sorella di lui Paolina). Villa Ferrigni, detta villa delle Ginestre, a Torre del Greco, alle pendici dello "sterminator Vesevo". Opere di Giacomo L..  Copertina della prima edizione dello Zibaldone di pensieri. Epistolario Di L. ci sono rimaste oltre novecento lettere, composte nell'arco di una vita e indirizzate a circa cento destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al padre e al fratello Carlo). L'intero corpus epistolare di L. è raccolto dall'Epistolario, che malgrado le origini si può leggere come un'opera autonoma: questa raccolta di prose private, infatti, costituisce un fondamentale documento non solo per seguire le vicende biografiche del poeta, ma anche per comprendere l'evoluzione del suo pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue riflessioni culturali. L. prese parte all'acceso dibattito culturale innescato dalla pubblicazione del saggio Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël: questa polemica vide schierarsi da una parte i difensori del classicismo, quali Pietro Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova poetica romantica.  L., amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste, mettendo per iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai compositori della Biblioteca italiana e nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, rimasti entrambi inediti sino al 1906. Nella prima L., pur riconoscendo la bontà dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria alle istanze della lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad aprirsi alle nuove letterature europee. Secondo il poeta di Recanati, infatti, si tratta di un «vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella più vicina alle uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e quella latina. Nel Discorso, invece, L. approfondì la sua riflessione poetica in merito al dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della poesia L.ana, come l'opposizione tra i concetti di «natura» e civilizzazione. Zibaldone Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe nelle quali L. depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari. Inizialmente l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario, essendo semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: L. iniziò a datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso scartafaccio»), arrivando perfino a stilare due indici. Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, composto a Recanati e rimasto inedito, è un breve trattato filosofico dove L. analizza le peculiarità che contraddistinguono la società italiana, e le compara con il carattere, la mentalità e la moralità delle altre nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera L. giunge all'amara conclusione che l'Italia, dilaniata da un esasperato individualismo, è troppo poco civile per godere dei benefici del progresso (come in Francia, Germania ed Inghilterra), ma troppo civile per godere dei benefici dello «stato di natura», come accadeva nelle nazioni meno sviluppate, quali Portogallo, Spagna e Russia. Secondo manoscritto autografo dell'Infinito Le Operette morali, per usare le parole dello stesso poeta, sono un «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici»: è ancora L. a descrivere la propria opera in una lettera indirizzata all'editore Stella, sottolineando «quel tuono ironico che regna in esse» e specificando che Timandro ed Eleandro sono una specie di prefazione, ed un’apologia dell’opera contro i filosofi moderni». Le Operette, oggi considerate la più alta espressione del pensiero L.ano, racchiudono l'essenza del pessimismo del poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale dell'uomo, la tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura. I Canti, considerati il capolavoro di L., racchiudono trentasei liriche composte da L.. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del dì di festa, Alla luna, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei testi più rappresentativi della poetica L.ana.  Le ultime opere Durante gli anni napoletani L. scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia e I nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali: «Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre Batracomiomachia è battaglia dei topi e delle rane, ovvero un'opera pseudoomerica che L. aveva tradotto in gioventù. Dietro la finzione comica L. qui stigmatizza il fallimento dei moti rivoluzionari napoletani. I topi infatti, simboleggiano i liberali, generosi ma velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini, che non esitano a chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi.  nuovi credenti, invece, sono un capitolo satirico in terza rima dove L. esprime una spietata satira contro gli esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali condanna la religiosità di facciata e lo sciocco ottimismo. Parole d'autore A Giacomo L. si devono numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno in un linguaggio colto e sorvegliato), come "erompere", "fratricida", "improbo", "incombere",Al suo tempo, questa vena creativa di L. non fu apprezzata e fu oggetto degli strali di un atteggiamento purista che opponeva resistenze all'adozione, e all'accoglimento nei lessici, di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva all'«aureo Trecento» In un caso, un frutto della sua creatività, "procombere", gli guadagnò accuse postume mossegli da Niccolò Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana.  Poesia e musica A sé stesso, romanza, versi di L., musica di Frontini, Milano, Edizioni Ricordi.Coro di morti, versi di G. L. (dal Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, Operette morali), musica di Goffredo Petrassi, per coro e strumenti. Tre liriche di Goffredo Petrassi, per baritono e pianoforte, testi di L., Foscolo e Montale. Epistolario di Giacomo L.. L. nell'immaginario collettivo Il fatto che l'opera di L. sia stata e sia ogni anno oggetto dello studio di migliaia di studenti ha determinato (come per Dante) che molte locuzioni delle sue opere siano divenute d'uso corrente. Fra le principali:  studio matto e disperatissimo (in: lettera a Pietro Giordani  e Zibaldone di pensieri); passata è la tempesta... (in: La quiete dopo la tempesta, 1829); che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai... (in: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia); natio borgo selvaggio... (in: Le ricordanze); la donzelletta vien dalla campagna... (in: Il sabato del villaggio); godi, fanciullo mio; stato soave... (in: Il sabato del villaggio);...e naufragar m'è dolce in questo mare (in: L'infinito). Il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12 pirografie sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie città della penisola: Recanati, Macerata, Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano, Napoli.  Tali opere sono esposte nel CARTCentro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva anche altre opere di Trubbiani dedicate a L.:  10 disegni originali realizzati sul tema "L. figurativo", 8 incisioni a colori, una scultura in rame, bronzo e argento con il Poeta pensoso in osservazione di un gregge di pecore (“Move la greggia oltre pel campo e vede greggi”, ispirata al Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, un'installazione scultorea sulla Batracomiomachia ("battaglia dei topi e delle rane") ispirata ai Paralipomeni della Batracomiomachia L.ani. L'ispirazione prodotta in Trubbiani dall'opera L.ana è raccontata dall'artista nel breve documentario "Le Marche di L.", patrocinato dalla Regione Marche.  L. nella musica pop italiana L. è citato nella Canzone per Piero di  Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i suoi versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore errante dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di Roberto Vecchioni.  Giorgio Gaber, nella canzone "Benvenuto il luogo dove", contenuto nell'album "Gaber" del 1984, dedicata all'Italia, parla della penisola come il luogo "dove i poeti sono nati tutti a Recanati. Opere cinematografiche su L. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere, cortometraggio di Ermanno Olmi. Pisa, donne e L. (), mediometraggio di Roberto Merlino. L. è interpretato da Orazio Cioffi; Il giovane favoloso, film di Mario Martone. L. è interpretato da Germano. Vari brani del film sono presenti nel programma televisivo"L., il rivoluzionario" di Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la storia"; "Le Marche di L.", breve documentario diretto da Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche. Video in rete su L. "L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica televisiva "Il tempo e la storia" con Massimo Bernardini e lo storico Lucio Villari; "Giacomo L. e l`importanza di Recanati", per Rai Storia, vita e opere di Giacomo L. nel commento del critico teatrale Guido Davico Bonino. L’attore Umberto Ceriani legge: L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, La vita solitaria; "Ecco il vero Colle dell'Infinito descritto da L."]: Guzzini del Centro Studi L.ani mostra l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito; "Marche, le scoprirai all'infinito", spot turistico della Regione Marche con il noto attore statunitense Dustin Hoffman che tenta di recitare in italiano L'infinito. Regia di Giampiero Solari; "A casa di Giacomo L.", intervista di Pippo Baudo alla contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L. di Recanati; "Un L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata di "Visionari" programma televisivo condotto da Corrado Augias su Rai 3. "L'arte di essere fragilicome L. può salvarti la vita", intervista allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo omonimo libro e spettacolo teatrale. Inoltre, sono pubblicate in rete numerose letture/interpretazioni dei principali canti L.ani da parte dei più importanti attori italiani. Fra questi si possono ascoltare: Gassman: L'infinito, A Silvia, La sera del dì di festa, Amore e Morte, La quiete dopo la tempest, A se stesso; Carmelo Bene: L'infinito, Passero solitario, La ginestra (o Il fiore del deserto) Alla luna,  La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, Le ricordanze, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Inno ad Arimane, Amore e Morte; Foà: L'infinito, Passero solitario, A Silvia, Il sabato del villaggio, La sera del dì di festa, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Le ricordanze, La ginestra (o Il fiore del deserto), Il tramonto della luna, All'Italia, Alla luna; Giorgio Albertazzi: L'infinito; Nando Gazzolo: L'infinito; Gabriele Lavia: L'infinito,  Lavia dice L.; Alberto Lupo: Ultimo canto di Saffo; Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone: L'infinito], parte de La ginestra (o Il fiore del deserto) la prima parte de La sera del dì di festa, un brano di Amore e Morte, l'ultima parte di Aspasia. L. "testimonial" della Regione Marche La Regione Marche, dopo aver più volte utilizzato l'immagine del poeta recanatese per la promozione turistica del proprio territorio ed anche della propria offerta enological commissionò una discussa campagna pubblicitaria attraverso un video, per la regia di Solari, trasmesso sui principali canali televisivi italiani ed anche esteri, con protagonista il noto attore statunitense Dustin Hoffman[236], già conoscitore delle Marche per aver interpretato ad Ascoli Piceno il film di Germi "Alfredo, Alfredo", assieme ad una giovane Sandrelli.  Questa la descrizione della sceneggiatura dello spot per la promozione della stagione turistica:  «Un uomo legge una delle poesie più note della letteratura italiano, l’Infinito di Giacomo L., la cui emozionalità è strettamente legata alle visioni, alle luci, ai colori della terra marchigiana. L’uomo legge la poesia camminando, cerca di capire e pronunciare bene la lingua non stando fermo, dietro una scrivania, ma immergendosi nella terra che ha visto nascere questo capolavoro; legge, riprova, si arrabbia, vuole assolutamente penetrare la lingua, il sentimento di questa poesia, l’anima di questa terra e riprova e riprova. Nel sottofondo le note sublimi del Tancredi di Rossini, che accompagnano il silenzio di questa meditazione nuova che l’uomo cerca per sé: l’uomo cerca emozioni, vuole fare un’esperienza nuova, e leggere l’Infinito nelle Marche che l’hanno generato è un’esperienza nuova, formidabile, ma difficile e faticosa. Ma ne vale la pena. Provare e alla fine sorridere, la poesia è mia, le Marche sono la mia meta faticosamente conosciuta, capita e raggiunta.»  (dal comunicato stampa della Regione Marche) Nello spot Hoffman tenta di recitare i versi dell'Infinito in un italiano "condito" dal suo marcato accento californiano. Un accento tanto forte e straniante da suscitare numerose critiche all'operato della Regione. Tra queste, quella di Mina[239], che nella sua rubrica sulle pagine de "La Stampa", ebbe a scrivere:  «L. bisogna meritarselo. Sarebbe andato benissimo anche Oliver Hardy. Al quale, paradossalmente, in questa demoralizzante «performance», mi sembra che assomigli. Non so come l'avrebbe fatta Ollio. Non peggio, credo... Sentire la nostra potente, meravigliosa lingua strapazzata dal pur bravo divo americano mi ha rigettato giù nella nostra condizione di sempiterna colonia... il mondo della pubblicità è un mondo di matti. A volte geniale, ma più spesso volgare e irrispettoso. Dustin Hoffman, from Los Angeles, sarà pure un nome che tira, ma non li avevamo noi degli attori al suo livello? E che parlano l’italiano? E che conoscono la musica dell’andamento di un’esposizione poetica?»  (Mina Mazzini) Al contrario, l'operazione promozionale fu elogiata da Rienzo, linguista e critico letterario, da Francesco Sabatini e Francesco Erspamer, rispettivamente presidente onorario e presidente emerito dell’Accademia della Crusca; quest'ultimo commentò lo spot con queste parole: «Sprovincializza la lingua italiana» Comunque sia, lo scopo perseguito fu raggiunto: anche grazie alle polemiche, la versione non definitiva del video della Regione Marche, inserito su YouTube, totalizzò quasi 21.200 visualizzazioni in tutto il mondo solo nella prima settimana.  Visto il successo del, Dustin Hoffman fu confermato per la campagna promozionale della stagione turistica. Niente più lettura dei versi L.ani, ma, come sottolineò Grasso sul "Corriere della Sera", nella nuova edizione «il volto del testimonial diventa più importante dell’oggetto da reclamizzare. Attraverso gli scatti di Bryan Adams, si snoda un racconto tutto personale: i cinque sensi di Dustin Hoffman dichiarano infinito amore per le suggestioni concrete che la regione riesce a offrire: la gastronomia, l’arte, la musica, i vini e i paesaggi. Nella campagna promozionale del  Dustin Hoffman fu sostituito dall'attore marchigiano Neri Marcorè.  Continuò comunque l'utilizzo a scopi promozionali dell'immagine di L.: sull'onda del successo del film "Il giovane favoloso", diretto dal registra Mario Martone e interpretato dall'attore Germano, la Regione mise in campo una serie di iniziative per promuovere la visione del film e di conseguenza del territorio marchigiano che ne aveva ospitato le location, tra cui un "movie-tour", consentito gratuitamente a tutti gli spettatori muniti del biglietto del cinema. La Regione ha patrocinato la realizzazione di un breve documentario, "Le Marche di L.", diretto da Alessandro Scilitani, nel quale l'assessore alla cultura dell'epoca tratteggiava il riepilogo delle iniziative regionali per valorizzare la figura del poeta recanatese. Seguono una breve biografia di L., con le immagini di Recanati, e gli interventi di vari operatori culturali marchigiani che, rifacendosi a veri o presunti collegamenti con la vita ed il pensiero del Poeta, introducono ad altri importanti personaggi nati o presenti nella Regione (Gioacchino Rossini, Antonio Canova, Terenzio Mamiani, Valeriano Trubbiani, Osvaldo Licini), il tutto "condito" dalle musiche di musicisti marchigiani (Giovan Battista Pergolesi, Gaspare Spontini) e da squarci paesaggistici di varie località della regione.Opere biografiche su L. Giacomo L., Puerili e abbozzi vari, Bari, G. Laterza et f.i,Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Milano-Napoli: Ricciardi, 1920; poi Milano: Garzanti, (con una nota di Alberto Arbasino); Milano: Mursia (Raffaella Bertazzoli); Milano: SE, Mario Picchi, Storie di casa L., Milano: Camunia; poi Milano: Rizzoli, 1990 Renato Minore, L.. L'infanzia, le città, gli amori, Milano: Bompiani, Rolando Damiani, Album L., Milano: Mondadori «I Meridiani», Attilio Brilli, In viaggio con L., Bologna: Il Mulino, Rolando Damiani, All'apparir del vero. Vita di Giacomo L., Milano: Mondadori «Oscar Saggi» Marcello D'Orta, All'apparir del vero: il mistero della conversione e della morte di L., Piemme,. Pietro Citati, L., Milano, Mondadori,. Il Centro Nazionale di Studi L.ani nel primo centenario della morte del poeta, fu istituito a Reca Centro Nazionale di Studi L.ani.  Esso ha come scopo la promozione di ricerche e studi su Giacomo L. in campo storico, biografico, critico, linguistico, filologico, artistico, filosofico. Roberto Tanoni, L'aspetto di Giacomo L., Effettivamente il titolo di conte con cui L. veniva talvolta appellato, e che egli stesso usava, in quanto primogenito dei conti L., era un "titolo di cortesia", in quanto il vero titolo nobiliare era ancora in capo a Monaldo, finché fu in vita.  Uno sconosciuto: l'ateo filantropo barone d'Holbach, su elapsus. ).  Giulio Ferroni, La poesia del dolore: Giacomo L., su emsf.rai).  Forse la malattia di Pott o la spondilite anchilosante.  Erik Pietro Sganzerla, Malattia e morte di L.. Osservazioni critiche e nuova interpretazione diagnostica con documenti inediti, Booktime,: «Questo libretto rende giustizia a un uomo che soffriva di numerosi problemi fisici, che ebbe una vita non felice e una cartella clinica in cui sono posti in evidenza i sintomi e il loro decorso temporale, l’età d’esordio della progressiva deformità spinale e dei problemi visivi e gastrointestinali, l’influenza delle condizioni psichiche e ambientali nell’accentuazione o remissione dei segnali. altamente probabile la diagnosi di Spondilite Anchilopoietica Giovanile»; viene poi sostenuto che L. «affetto da una pneumopatia restrittiva con insufficienza respiratoria cronica, aggravata da episodi infettivi intercorrenti, sia morto per uno scompenso cardiorespiratorio terminale in paziente affetto da cuore polmonare e possibile miocardiopatia. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale, qualche bene o contento avrà fors'altri; a me la vita è male»  (L., Canto notturno di un pastore errante dell'Asia)  Renato Minore, L.. L'infanzia, le città, gli amori, Milano, Lettera di G. L. (Recanati) a Pietro Colletta (Livorno), ed atteso ancora che il patrimonio di casa mia, benché sia de' maggiori di queste parti, è sommerso nei debiti.  Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della letteratura italiana. Milano L'Ottocento  Zibaldone  «Il Chimico italiano. Rossella Lalli, Si spegne la contessa L., erede e custode della memoria del poeta, newnotizie,Scritti vari inediti di Giacomo L. dalle carte napoletane, Firenze, successori Le Monnier, Maria Corti in «Giacomo L.. Tutti gli scritti inediti, rari e editi», Milano, Bompiani 1972  Citati20-25.  Cecchi, Sapegno, oGiuseppe BonghiBiografia di L., su classicitaliani. Lettera a Pietro Giordani a Milano, Recanati,in Epistolario di Giacomo L. con le iscrizioni greche triopee da lui tradotte e lettere di Giordani e Pietro Colletta all'Autore, raccolto e ordinato da Prospero Viani,  I, Napoli, Lettera all'Avv. Pietro Brighenti a Bologna, Recanati, in Epistolario di L. con le iscrizioni ecc. Il padre Monaldo lo vide parlare, con sorpresa, in questa lingua con un rabbino di Ancona, secondo quanto riportato dallo storico Lucio Villari nella trasmissione RAI Il tempo e la storia di Massimo Bernardini (puntata "L., il rivoluzionario", 15 ottobre, RaiTre-RaiStoria)  Sarà la lingua utilizzata nelle lettere allo Jacopssen  Il programma delle celebrazioni L.ane, su giornale. regione. marche. Il sanscrito nella teoria linguistica di Giacomo L., in L. e l'Oriente. Atti del Convegno Internazionale, Recanati  a c. di F. Mignini, Macerata, Provincia di Macerata, M. T. Borgato, L. Pepe, L. e le scienze matematiche,  5-8.  Aimé-Henri Paulian su data.bnf.fr.  Un episodio della sua vita farà da spunto a una delle Operette morali, Il Parini ovvero della gloria  Cecchi, Sapegno, Spesso nell'epistolario afferma di soffrire il freddo e di coprirsi le gambe con una coperta di lana.  C 33 esegg.  Giuseppe Bortone, Il "morire giovane" in L.i, su moscati..: "frequenti mi occorrono febbri maligne, catarri e sputi di sangue…" scrive nel testo  Alessandro Livi, giacomo L., le malattie ed i misteri sulla morte e sepoltura, alessandrolivistudiomedico, Paolo Signore, Giacomo L.: il genio di Recanati favoloso e malato, su Rotari Club Fermo,  «Di contenti, d'angosce e di desio, / Morte chiamai più volte, e lungamente / Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il fiore / De' miei poveri dì, che sì per tempo Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso / Sul conscio letto, dolorosamente / Alla fioca lucerna poetando, / Lamentai co' silenzi e con la notte / Il fuggitivo spirto, ed a me stesso / In sul languir cantai funereo canto» (Le ricordanze, L. torrese, su torreomnia. Giuseppe Sergi e Giovanni Pascoli furono i primi a ipotizzare la malattia, "diagnosi" ripresa poi da Pietro Citati e altri, e considerata probabile causa della deformità fisica e dei problemi di salute di L. anche da una ricerca scientifica condotta nel 2005 da due medici pediatri recanatesi, Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece.  Es. sindrome della cauda equina  Alcuni propongono altre diagnosi: diabete giovanile con retinopatia e neuropatia, tracoma oculare con sindrome di Scheuermann alla schiena e disturbo bipolare, sindrome di Ehlers-Danlos di tipo cifoscoliotico, rachitismo e neuropatia periferica originate da celiachia o malassorbimento, sifilide congenita con tabe dorsale (Ranieri, negli anni napoletani, arrivò a pensaresalvo poi smentireaffermando che L. morì vergine (cosa dibattuta), Sette anni di sodalizio con L.i che avesse contratto la sifilide o che l'avesse ereditata dal padre. cfr. R. Di Ferdinando, L'amarezza del lauro. Storia clinica di Giacomo L., Cappelli, Bologna, Con un'analisi postuma molto contestata poiché basata sulle teorie pseudoscientifiche dell'antropologia criminale e della frenologia, Cesare Lombroso e i suoi allievi Patrizi e Giuseppe Sergi affermarono che L. aveva l'epilessia, e avesse disturbi ereditari come tutta la sua famiglia. Cfr.: M_ L_Patrizi.  Prof. M. L. Patrizi, Saggio psico-antropologico su L. e la sua famiglia, Torino, Fratelli Bocca Editori, Patrizi. G. Chiarini, Vita di G. L.453.  E. Galavotti, Letterati italiani Lettera di Paolina L. a G.P. Vieusseux, G. L., Lettera ad Adelaide Maestri, Lettera ad Antonietta Tommasini, G. L., Zibaldone, autografo, Scritti vari inediti di Giacomo L. dalle carte napoletane, cUn'analisi critica del Discorso, insieme a un saggio sui Paralipomeni alla Batracomiomachia si trova in: Riccardo Bonavita, L.: Descrizione di una battaglia, Nino Aragno Ed., Torino, Aldo Giudice, Giovanni Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana,  3, tomo 1, Paravia, Cfr. pag. 118 del ms. dello Zibaldone, con pensiero. Dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia  infelicità in un modo assai più tenebroso. Cecchi, Sapegno Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città grandi. V'assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi. Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non (omissis) (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono così pericolose come sapete.» Il passo omesso dalla pubblicazione dell'epistolario venne censurato alla prima edizione ed è stato ripristinato solo in edizioni recenti, come quella dei Meridiani, poiché troppo esplicito ("non la danno"); cfr. Il senso di L. per la donna di città. Pierluigi Panza, La casa di Silvia (amata da L.) restaurata e aperta, in Corriere della Sera L'eliografia, metodo di riproduzione messo a punto da Joseph Nicéphore Niépce fu da questi usato per la prima fotografia (precedente di 13 anni il dagherrotipo).  Bonghi, Biografia di L., su classicitaliani. La donna nelle parole di L., su casatea.com. Paolo Ruffilli, Introduzione alle Operette morali, Garzanti  Citati 226 e segg.  Bortolo Martinelli, L. oggi: incontri per il bicentenario della nascita del poeta: Brescia, Salò, Orzinuovi, Vita e Pensiero,  Fotografia della maschera (JPG), Centro Nazionale di Studi L.ani Recanati. 1º gennaio  (archiviato il 1º gennaio ).  Donatella Donati, L. a Napoli, Centro nazionale di studi L.ani Centro mondiale della poesia e della cultura "G.L."Recanati Città della poesia, Per lui scrisse la celebre Palinodia al marchese Gino Capponi  Niccolini era già stato l'ispiratore del personaggio di Lorenzo Alderani delle Ultime lettere di Jacopo Ortis  «Ora bisogna che io scriva a quel maledetto gobbo, che s'è messo in capo di coglionarmi» (Lettera di Gino Capponi a Gian Pietro Vieusseux)  Una stroncatura per L. Archiviato   in.; mentre fu più meditato e indulgente il giudizio dato dal Capponi stesso, in tarda età, sulla poesia e su L. stesso.  Introduzione alla Palinodia  L., Epigramma contro il Tommaseo, su fregnani. Giuseppe Bonghi, Analisi di "A Silvia", su classicitaliani.Carlo L. così ricordava, su ilgiardinodigiacomo. wordpress.com. Cfr. lettera di G. L. (Recanati) a Colletta (Livorno), in cui dichiara di aver percepito venti scudi romani (diciannove fiorentini) al mese.  Lettera aColletta dcome citato in Marco Moneta, L'officina delle aporie: L. e la riflessione sul male negli anni dello Zibaldone, FrancoAngeli, Milano, in CitaTO Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e l'interpretazione, Palermo, Palumbo, Le ricordanze, v. 30.  Gente che m'odia e fugge, per invidia non già, che non mi tiene maggior di sé, ma perché tale estima ch'io mi tenga in cor mio, in Le ricordanze, Camillo Antona-Traversi, I genitori di Giacomo L.: scaramucce e battaglie, Recanati, A. Simboli, Cecchi, Sapegno. L., in Catalogo degli Accademici, Accademia della Crusca. CNote ad Aspasia, nei Canti, edizione Garzanti  Donne fatali 2:  L. e Aspasia"Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando...", su sulromanzo.  "Tu vivi / bella non solo ancor, ma bella tanto, / al parer mio, che tutte l'altre avanzi"Aspasia, G. Sarra, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti e link in.  Giovanni Mèstica, Gli amori di G. L., in Fanfulla della domenica,  (Fonte DBI). Altri ritengono che il canto alluda piuttosto alla sola Fanny Targioni Tozzetti, tra questi, Giovanni Iorio nel commento ai Canti, edizione Signorelli, Roma. L.: dama invaghita del poeta non fu ricambiata ma evitata, su adnkronos.com. 1M. de Rubris, Confidenze di Massimo d'Azeglio. Dal carteggio con Tozzetti, Milano, Arnoldo Mondadori, Paolo Abbate, La vita erotica di L., C.I. Edizioni, Napoli. Orto, Sempre caro mi fu, pubblicato in "Babilonia" Robert Aldrich e Garry Wotherspoon, Who's who in gay and lesbian history,  1, ad vocem  L. gay? Vietato dirlo, su ricerca. repubblica. Simone D'Andrea, Normalmente diverso, su L.. Epistolario, BrioschiLandi, Sansoni Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Garzanti, Milano. D'Orta12. Cfr. anche la lettera di Stanislao Gatteschi a Monaldo L. in L. Epistolario, Brioschi Landi, Sansoni È stravagantissimo nelle abitudini del vivere. Si leva verso le due pomeridiane, mangia ad orari irregolari, va a letto verso il fare del giorno. La sua vita non può esser longeva per i complicati mali onde è gravato." e Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Garzanti, 1 "Durante tutta la sua vita, egli fece, appresso a poco, della notte giorno, e viceversa."  Traduzione in Michele Scherillo, Vita di Giacomo L., Greco Editori, Milano, Epistolario, lettera. L. e le donne una storia tormentata, su ricerca.repubblica. Moro, Ranieri Paola (Paolina), su treccani. 2 D'Orta25.  L. Il poeta della sofferenza, su archivio storico. corriere. Teorie alternative sulla morte del conte L. sono state trattate e documentate negli studi condotti da Cesaro (cfr. Sfrondando gli allori della poesia)  Lettera di Antonio Ranieri a Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli Confronta anche Citati, L., Mondadori,, Milano, Secondo originale dell'atto di morte di L., su dl.antenati.san.beniculturali.  Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e delle Arti, Napoli dalla Tipografia Plautina,  cfr. anche Notizia della morte del Conte Giacomo L. Angelo Fregnani Ad esempio cibo avariato, congestione, coma diabetico o indigestione  Cenni storiciFu un'indigestione a causare la morte di L.?, su spaghettitaliani.com. Napoli e L., su ildelsud.org. Ecco i confetti che uccisero L.. Al Suor Orsola la collezione Ruggiero, su corrieredelmezzogiorno.corriere. in Lettera di Ranieri a Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli, 1 idem in Lettera di A. R. a Monaldo L., Napoli, in Opere inedite di Giacomo L., G. Cugnoni,  I, Halle, Max Niemeyer Editore, Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di Giacomo L., G. Piergili, Firenze, Le Monnier,   in.; "Idrotorace" in Lettera di A. R. a De Sinner, Napoli, idropisia di petto" dice Paolina L. in una lettera a Marianna Brighenti  Biografia sulla Treccani, su treccani. are LB, Matthay MA. Acute pulmonary edema. N Engl J Med Giovanni Bonsignore, Bellia Vincenzo, Malattie dell'apparato respiratorio terza edizione, Milano, McGraw-Hill, Picchi, Storie di casa L., BUR, Dalla foto pubblicata qui, su rete.comuni-italiani. Cfr. anche Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia, Palermo, dalla tipografia di Filippo Solli, Opere di Pietro Giordani,  Scritti editi e postumi di Giordani, pubblicati da Antonio Gussalli, Milano presso Francesco Sanvito, Riproduzione, che presenta lieve variazione di testo, sotto forma di disegno in Opere di Giacomo L., edizione accresciuta, ordinata e corretta secondo l'ultimo intendimento dell'autore, da Antonio Ranieri,  Firenze, Successori Le Monnier, 1889, fuori testo Archiviato il 10 ottobre  in..  Pasquale Stanzione, Giacomo L.Una tomba vuota a Fuorigrotta, su pasqualestanzione. Foto del Registro (JPG), su pasquale stanzione. Ingrandimento (JPG), su pasqualestanzione.Nuove scoperte su L.? Occorre cautela in. da Cronache maceratesi Garofano, Gruppioni, Vinceti Delitti e misteri del passato: Sei casi da RIS dall'agguato a Giulio Cesare all'omicidio di Pier Paolo Pasolini, Rizzoli PIER FRANCESCO L.: SONO DISPONIBILE ALLA PROVA DEL DNA, MA I RECANATESI SONO D’ACCORDO?  Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di L., Guida,,Ida Palisi, L., strane ipotesi su morte e sepoltura, “Il Mattino di Napoli”, recensione a: Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo L., Guida, Picchi, Storie di casa L. Si riporta anche il verbale ufficiale delle persone presenti.  E' vuota la tomba di L.. Guerra sulla riesumazione dei resti, su ricerca.repubblica. La Vita  L., sito gestito dal CNSL  Si torna a parlare dei resti di L., nato comitato per l'esumazione dal sacello del parco Virgiliano di Napoli, su ilcittadinodirecanati. Il ritratto della pinacoteca di Recanati, su cdn.studenti.stbm. In Opera Omnia, Milano, Mondadori,  Cfr. in proposito anche gli studi che il filosofo Gentile ha dedicato a L., in particolare: Manzoni e L.: saggi critici (Milano, Treves, Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni).  Paolo Emilio Castagnola, Osservazioni intorno ai Pensieri di Giacomo L., pag. 26, Tipografia del Mediatore, Gino Tellini, Filologia e storiografia. Da Tasso al Novecento,  Roma, Ed. di Storia e Letteratura, Sebastian Neumeister, Giacomo L. e la percezione estetica del mondo  Peter Lang, In Saggi critici, Russo, Bari, Laterza Chiese e Santuari Comune di Recanati, su comune.recanati.mc.  Per L., su pergiacomo L..altervista.org. Tutte le indicazioni su luoghi e viaggi sono prese da Attilio Brilli, In viaggio con L., Il Mulino, Bologna Tra virgolette le parole di L., tratte da sue lettere.  Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Operette morali, su internetculturale. Sambugar, Sarà, Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marri, Neologismi Enciclopedia dell'Italiano (), Istituto dell'Enciclopedia italiana.  Catalogo della mostra "Viaggi e transiti opere L.ane di Valeriano Trubbiani" realizzata in occasione dell'inaugurazione del Centro culturale "Pergoli" di Falconara Marittima Comune di Falconara Marittima, Aniballi Grafiche, Ancona, Vedi la scheda dedicata al CARTCentro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima nel sito "La memoria dei luoghi" del Sistema Museale della Provincia di Ancona: CARTCentro permanente per la documentazione dell'Arte contemporanea, su Associazione "Sistema Museale della Provincia di Ancona".   "Le Marche di L.", breve documentario diretto da Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche: youtube.com /watch?v= Km1EK0MH6Sg  ascolta la canzone nel sito della Fondazione Giorgio Gaber:// Giorgio gaber/ discografia-album/ benvenuto-il- luogo-dove-testo Archiviato il 6 settembre  in.  vedi il testo dell'Operetta morale in Operette _morali /Dialogo _di_ un_ venditore_ d%27 almanacchi_ e_di_un_passeggere. Il corto metraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere: youtube. com/ watch? v=hiJOBK JZNaU  Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere è inoltre visibile all'interno del programma "L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica televisiva di Rai Storia "Il tempo e la storia" con Massimo Bernardini e lo storico Villari://raistoria.rai/ articoli/l.- il-rivoluzionario/default.aspx "L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la storia" con Bernardini e lo storico Lucio Villari://raistoria.rai/ articoli/ L. -il-rivoluzionario/ default.aspx in.  Rai Storia, "Giacomo L. e l`importanza di Recanati"://raiscuola.rai/articoli/ giacomo-L.-parte-prima/3205/default.aspx Archiviato l'8 settembre  in.  Nel sito web de "La Stampa", Guzzini del Centro  Studi L.ani mostra l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito:// lastampa//07/16/ multimedia/ societa/ viaggi/ecco-il-vero- colle-dellinfinito- descritto-da-giacomo-L.-fncjkba7 fEJyVoUSrazy1H/ pagina.html. Lo spot turistico sulle Marche con Dustin Hoffman con la regia di Giampiero Solari: youtube."A casa di Giacomo L.", intervista di Pippo Baudo alla contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L. di Recanati: youtube. com/watch?v=oNlkBu0E  "Un L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata di "Visionari" del 15 giugno, programma televisivo condotto da Augias su Rai 3: youtube. com/watch? v=KwFnKv0T BaI  Intervista allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo libro e spettacolo teatrale “L'arte di essere fragilicome L. può salvarti la vita” nel sito di RepubblicaTv (): youtube.com/watch?v=oX Gh3g6lQsM Gassman interpreta L'infinito, su youtube.com. Gassman interpreta A Silvia:  youtube. com/watch?v=7hEbvxBi2ZQ Archiviato il 29 marzo  in.  Vittorio Gassman interpreta La sera del dì di festa: youtube. com/watch?v=TPpCs6tws_U Gassman interpreta Amore e Morte: youtube Gassman interpreta La quiete dopo la tempesta: youtube.com/watch?v=- 8jasZDrV2U Gassman interpreta A se stesso: youtube .com/watch?v=F0lhF2s_5s4  Bene interpreta L'infinito: youtube.co  Bene interpreta Passero solitario: youtube. com/ watch?v=IZz Qbnzpaok  Bene interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube. com /watch?v=ZqzVXF3Fx4Y  Bene interpreta Alla luna: youtube.com/watch?v= v9Iria UNWQk Bene interpreta La sera del dì di festa: youtube.com/ watch?v= qydGUiV1wwI  Bene interpreta Il sabato del villaggio:  youtube. com/watch?v=vI9PJfCtWw4 Bene interpreta Le ricordanze: youtube. com/watch ?v=jyB0eM9AOoM  Bene interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: youtube Carmelo Bene interpreta Inno ad Arimane: youtube.com/ watch?v=f2-QAubKbLE  vedi su Inno ad Arimane: Canti_ (superiori )# Le_ posizioni_ contro _ l.27 ottimismo _progressista Archiviato   in.  leggi il testo di Inno ad Arimane init.wikisource.org/wiki/ Puerili_(L.) /Ad_Arimane Archiviato il 15 settembre  in.  Bene interpreta Amore e Morte: youtube.com/watch?v=epYU4-n2jGw  Foà interpreta L'infinito: youtube Arnoldo Foà interpreta Passero solitario: youtube.com/watch?v= nOr3Qbceuhg  Foà interpreta A Silvia: youtube Arnoldo Foà interpreta Il sabato del villaggio: youtube. com/watch?v=kmk_gd-48XE  Foà interpreta La sera del dì di festa: youtube. com/watch?v=a WOJfMZeCVo  Foà interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: youtube Arnoldo Foà interpreta Le ricordanze: youtube.com /watch?v= hL 855FC_juA Foà interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube.com/ watch?v= zB nDqu8X5fk  Arnoldo Foà interpreta Il tramonto della luna: youtube Arnoldo Foà interpreta All'Italia: youtube. com/watch?v=iN HqhHiIqok  Arnoldo Foà interpreta Alla luna: youtube. Com /watch?v=oxzCzwR05WE Albertazzi interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v=  BLmhOx6IuCw Archiviato il 1º giugno  in. Gazzolo interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v=Te8tyDDsh2A Lavia interpreta L'infinito: youtube.com/ watch?v=oSV7eBa-_Ao  Lavia discetta sull'opera di L., prima della "dizione" delle opere di L.: youtube Alberto Lupo interpreta Ultimo canto di Saffo: youtube   Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di M. Martone, interpreta L'infinito: youtube.com/watch?v=jIvz Qvi75rQ  Germano, nel film Il giovane favoloso di Martone, interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube IGHm4  Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di M.n Martone, interpreta la pri ma parte de La sera del dì di festa: youtube.com/watch?v NgI8uekF6H4  Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta un brano di Amore e Morte: youtube Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta l'ultima parte di Aspasia: youtube nito», su corriere,/ turismo.marche/ Portals/1/L./ L.%2 0nel%20mondo.pd Il backstage dello spot promozionale della Regione Marche con Dustin Hoffman ed il regista Giampiero Solari: youtube.com/ watch?v=zi- UJTIBatM  La stroncatura di Mina allo spot della Regione Marche: you tube.co riportato in: "Il cittadino di Recanati", Anche Mina nella sua rubrica su "La Stampa" affonda lo spot con L'infinito, su ilcittadinodirecanati, "Il Resto del Carlino" Ancona, "L. bisogna meritarselo" Mina critica lo spot della Regione, su ilrestodelcarlino,"Il Resto del Carlino" Ancona, Spot di Hoffman, su YouTube 21 mila visualizzazioni, su il resto del carlino, Dustin Hoffman ancora sponsor delle Marche. Ma sembra lo spot di se stesso, su blitzquotidiano. 6 settembre  (archiviato il 6 settembre ).  vedi la serie di spot "Le Marche non ti abbandonano mai" interpretati dall'attore marchigiano Neri Marcorè, con la regia di Rovero Impiglia e Cagnelli: youtube Minnucci, La regione Marche rispedisce Hoffman in America e pone fine allo stupro di L., su qelsi,  su Giacomo L.. Edizioni delle opere Giacomo L., [Opere. Poesia], Bari, G. Laterza, Epistolario Epistolario di Giacomo L., Francesco Moroncini, Firenze: Le Monnier, Lettere, Solmi e Solmi, Milano-Napoli: Ricciardi, poi Torino: Einaudi «Classici Ricciardi» Il Monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo L., Graziella Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano: Adelphi «Biblioteca» Brioschi e Landi, Torino: Bollati Boringhieri, Damiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore «I Meridiani», Zibaldone Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giosuè Carducci e altri, Firenze: Le Monnier, Pensieri di varia filosofia, Ferdinando Santoro, Lanciano: Carabba, Attraverso lo Zibaldone, Piccoli, Torino: Pomba  scelto e annotato con introduzione e indice analitico Giuseppe De Robertis, Firenze: Le Monnier, Il testamento letterario, pensieri scelti, annotati e ordinati in sei capitoli da «La Ronda», Roma: La Ronda, con prefazione e note di Flavio Colutta, Milano: Sonzogno, Opere: Zibaldone scelto, Robertis, Milano: Rizzoli,  Francesco Flora, Milano: Mondadori, in Antologia L.ana: Canti, Operette morali, Pensieri, Zibaldone ed Epistolario, Giuseppe Morpurgo, Torino: Lattes, in Opere, Sergio Solmi e Raffaella Solmi, Milano-Napoli: Ricciardi, poi parzialmente Torino: Einaudi, «Classici di Ricciardi», in Tutte le opere, introduzione e cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze: Sansoni); Moroni, saggi introduttivi di Solmi e Robertis, Milano: Mondadori «Oscar» (con uno scritto di Ungaretti) e edizione fotografica dell'autografo con gli indici e lo schedario, Emilio Peruzzi, Pisa: Scuola normale superiore, Il testamento letterario, pensieri dello Zibaldone scelti annotati e ordinati da Vincenzo Cardarelli, con una premessa di P. Buscaroli, Torino: Fogoli, Pensieri anarchici scelti Francesco Biondolillo, Napoli: Procaccini, edizione critica e annotata Giuseppe Pacella, Milano: Garzanti «I Libri della Spiga», Damiani, Milano: Mondadori, «I Meridiani», Teoria del piacere, scelta di pensieri con note, introduzione e postfazione di Vincenzo Gueglio, Milano: Greco e Greco, edizione tematica stabilita sugli indici L.ani, Fabiana Cacciapuoti, prefazione di Antonio Prete, Roma: Donzelli Editore, Lucio Felici, premessa di Trevi, indici filologici di Marco Dondero, indice tematico e analitico di Dondero e Marra, Roma: Newton Compton, «Mammut», Tutto e nulla, antologia Mario Andrea Rigoni, Milano: Rizzoli «BUR», edizione critica Ceragioli e Ballerini, Bologna: Zanichelli, Canti con note per cura di Francesco Moroncini, L., Giacomo, Canti: commentati da lui stesso, Palermo: R. Sandron, Gallo e Garboli, Torino: Einaudi, Poesie e prose. Poesie, Mario A. Rigoni, Milano: Mondadori «I Meridiani», n Tutte le poesie e tutte le prose, Lucio Felici, Roma: Newton Compton, «Mammut», Canti e poesie disperse, ed. critica Franco Gavazzeni (con C. AnimosiItalia, M.M. Lombardi, F. Lucchesini, R. Pestarino, S. Rosini), Firenze: Accademia della Crusca, Giacomo L., Canti, Bari, G. Laterza e Figli, Operette Morali L. Operette morali; edizione critica di Francesco Moroncini, Bologna: Cappelli, 1929 introduzione cura di Prete, Milano: Feltrinelli «Universale economica classici», Milano: Mursia, in Poesie e prose. Prose, Rolando Damiani, Milano: Mondadori «Meridiani», in Tutte le poesie e tutte le prose, Emanuele Trevi, Roma: Newton Compton, «Mammut»,  poi da sole nella collana «GTE», Giacomo L., Operette morali, Bari, Laterza, Pensieri Giacomo L., Pensieri, Bari, G. Laterza e Figli Edit. Tip., introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli «UEF classici», 1994 Crestomazia italiana Giulio Bollati e G. Savoca, Torino: Einaudi, «Nuova Universale Einaudi», Memorie del primo amore Galimberti, Milano: Adelphi, Epistolario di Giacomo L. L. (famiglia) Opere Pensiero e poetica di L. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Giacomo L., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giacomo L., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. L., su The Encyclopedia of Science Fiction. L., Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  accademicidellacrusca.org, Accademia della Crusca.  L., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.  Opere di Giacomo L., su Liber Liber.  Opere di L., su openMLOL, Horizons Unlimited srl.Progetto Gutenberg. Audiolibri di L., su LibriVox. L., su Goodreads.   italiana di L., su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. 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Angelini, "Sereno in L.", su cesareangelini. Buonofiglio, "L'inquietudine ritmica dell'in(de)finito", su academia.edu. Il primo di questi scritti usci nella Rassegna bibliografica della  letteratura italiana d’Ancona,. Il secondo nella  Critica. Il terzo nella stessa Critica. Tutti e tre furono riprodotti nei Frammenti di  Estetica e Letteratura, Lanciano, Carabba, Si ha alle stampe un’ Esposizione del sistema filosofico  di Giacomo L. *. E una dissertazione di laurea, e  reca infatti l’impronta comune a tutti i lavori giovanili.  L’inesperienza apparisce nello stesso titolo del libro, un  po’ troppo prosaico, e incongruo col contenuto del libro,  che non vuol essere propriamente un’esposizione fatta  dall’autore del sistema filosofico del L.; ma appunto questo sistema, portato innanzi al lettore con le  stesse parole del L.; non volendo l’autore da parte  sua aggiungervi se non prefazione, note ed epilogo.  Metodo anche questo alquanto ingenuo e da scrittore  che non vede ancora la necessità, chi voglia rappresentare nella sua unità logica e nell’organismo delle sue  parti il pensiero d’un filosofo, d’appropriarsi questo  pensiero, entrarvi dentro, mettendosi allo stesso punto di  vista del filosofo, e quindi in grado di rielaborare il suo  pensiero, chiarendolo con le attinenze storiche a cui è  legato, e con le dilucidazioni intrinseche di cui logicamente è suscettibile, salvo a mostrarne, ove occorra, la  inconsistenza: in modo che l’esposizione riesca una vita  nuova del sistema filosofico nella mente dell’espositore. GATTI, Esposizione del sistema filosofico di L., saggio sullo Zibaldone” (Firenze, Le Monnier). Lavoro difficile, certo, e che non riesce felicemente se  non agli scrittori provetti; ma che nessuno ordinariamente crede di potere schivare, se non limiti il proprio  ufficio a quello di semplice editore; e tutti ne escono  alla meglio, esponendo i vari sistemi come ciascuno li  ha intesi.   L’autore di questo libro, invece, ha voluto mettere  insieme i passi dello Zibaldone L.ano, mostrando  come fil filo un pensiero si svolgesse dall’altro; e dove  la connessione non appariva evidente nelle parole del  testo, ha supplito di suo i legamenti opportuni, ma continuando a parlare, in prima persona, a nome del L.: proprio come se questi avesse riordinata e organizzata quella copiosa congerie di riflessioni già via via  segnate sulla carta a schiarimento del proprio pensiero  e a sfogo della sua malinconia. Né ha lontanamente sospettato il rischio, e stavo per dire la responsabilità, a  cui andava incontro, facendo parlare per la sua bocca  lui, il L.. Ha creduto che nello Zibaldone stesse,  pezzo per pezzo, tutto un sistema; e non ha saputo resistere al seducente disegno d’innalzare, con la semplice  composizione degli stessi materiali L.ani, la statua  del filosofo sul piedestallo finora vuoto. Laddove è chiaro  che, se anche nei pensieri inediti del L. fosse implicito un sistema perfetto di filosofia, la via di ritro-  varvelo e dimostrarvelo non poteva essere questa scelta  dall’autore.   Ma veniamo all’argomento. L’autore, come già altri,  ha creduto che, se le opere edite ci avevan dato il L. poeta, questi inediti Pensieri di varia filosofia e  di bella letteratura venuti ultimamente in luce, ci scoprissero il L. filosofo. Questa era anche la tesi dello  Zumbini nel suo studio Attraverso lo Zilbaldone, da cui  il nuovo studioso manifestamente prende le mosse, distinguendo due fasi principali della filosofia pessimistica del L.: nella prima delle quali il dolore sarebbe conseguenza della civiltà; nella seconda, della stessa  natura; donde prima una concezione storica del pessi-  niismo, e poi una concezione cosmica. Ma lo Zumbini  non insisteva sul valore sistematico di questa filosofia  L.ana; e, d’altra parte, nel secondo volume dei  suoi Studi su L., esaminando le Operette morali,  veniva in realtà a mostrare come tutto il succo di quelle  riflessioni dello Zibaldone, le conclusioni di quel lungo soliloquio che L. aveva fatto seco stesso  per iscritto, fossero appunto condensate nelle Operette. Gatti, invece, ha esagerato fuor di misura la tesi dello  Zumbini, cominciando col cancellare quelle differenze  cronologiche, che lo Zumbini aveva badato bene a mantenere tra i vari Pensieri (datati, com’ è noto, dal L.) : cancellarle a disegno, per poter adoperare i singoli  pensieri liberamente come parti integranti d’un sistema  logico. Ora, lo Zibaldone comprende centinaia e centinaia di pensieri annotati come si formavano giorno per  giorno nella mente del L. attraverso ben (juindici  anni periodo lungo per ogni vita, lunghissimo  per quella del Leopai'di, che in 39 anni forse non visse  meno che il Manzoni in 78. Esso è anzi il diario degli  anni in cui si svolse la vita morale del poeta, e offre  perciò, com’ è stato notato, un riscontro a tutti i sentimenti, a tutti i pensieri già noti dai canti e dalle prose  da lui stesso pubblicate. Ed è chiaro che, se in questi  sette volumi abbiamo, per dir così, i segreti documenti  di tutto il lavorìo intimo di quello spirito, non potremo  apprezzarli nel loro giusto valore, se prescindiamo dalle  loro rispettive date; perché a chi scrive ogni giorno le  proprie riflessioni, la verità è quasi la verità di quel  giorno: e quel lavoro di sistemazione e organizzazione,  per cui di tutti i pensieri slegati si possa fare un tutto  coerente, manca.   Gentile, ifa» 2 ont e L..  Il Gatti protesta che non va imputato a sua «poca  accortezza qualche salto anacronico, a dir così, facile a  rilevarsi, che qua e là avvicinerà pensieri cronologicamente  molto lontani fra loro ». E la sua ragione sarebbe questa : Tali salti, mentre da un lato ci forniscono ancora una  prova evidentissima e incontrastabile della profonda ripugnanza.... provata da L. per una concezione  cosmica del dolore, rivelano nettamente, d’altronde, il  proposito nell’Autore di rifare spesso a ritroso coll’ immaginazione la via già percorsa dal pensiero allo scopo  di viemmeglio assicurarsi che non battesse falsa strada,  e così riprendere, sempre jiiù sicuro di sé, il cammino,  allorché quella linea immaginaria d’orientamento non gli  avrà mostrata altra via da battere per giungere alla mèta  prefìssa». Cioè, se ho capito bene; a dilucidazione di pensieri anteriori Gatti stima di poter addurre  pensieri di un tempo più avanzato, anche quando occorra  ammettere avvenuto nell’ intervallo un cambiamento  sostanziale di pensiero, iierché L. rifà talvolta  con l’immaginazione la via già percorsa col pensiero, e  già superata. Ci sarebbero certi « pensieri di ritorno », o  « ritorni immaginari », per cui, secondo il Gatti, non  bisogna credere che il L. contraddica al suo pensiero posteriormente acquisito, anzi lo lasci intatto, ma,  per certa ripugnanza sentimentale alle più accoranti verità, per un bisogno del cuore ili certi temperamenti,  torni per un momento agli ameni inganni, o alla mezza  filosofia d’una volta. Ma per immaginario che sia, un  ritorno siffatto nella mente del L., se noi crediamo di poter fissare questa nella coerenza di certi pensieri definitivi, è evidente che non può essere altro che  una contraddizione. Di che, qua e là, il Gatti è costretto,  quasi suo malgrado, ad accorgersi, e a cercarvi una sanatoria. Sanatoria inutile, se egli avesse rinunziato a  pretendere dal L., nelle sue stesse intime confessioni, queU’unità sistematica che non era nella natura  di tali confessioni.   E non era neppure nella natura dello spirito del L., che fu un poeta, un grande, un divino poeta, ma  non fu un vero e proprio filosofo. Che fa che egli abbia  tante volte protestato di possedere una sua filosofia ?  Allo stesso modo del L., più o meno, chiunque  si ritiene in grado di giudicare dei sistemi dei filosofi,  ossia di mettersi, non dico alla pari, ma al di sopra di  costoro, e insomma di affermare una filosofia propria  che possa aver ragione di quei sistemi. E dal proprio  punto di vista chiunque, così facendo, ha ragione; e aveva  ragione il L. ; perché in fondo a ogni mente umana,  sopra tutto in fondo a quella dei grandi poeti, è incontestabile l’esistenza di una filosofia: e però è lecito parlare così di una filo.sofia del L., come di una filosofia del Manzoni, dell’Ariosto, di Shakespeare, di Omero.  Ma questa filosofia dei poeti non è la filosofia dei filosofi,  e bisogna trattarla, per non snaturarla e non distruggerla, con molta delicatezza.   Una delle differenze più notabili tra la filosofia dei  poeti e quella dei filosofi è che il poeta può averne una,  se è capace di averla, in ogni singola poesia; laddove  il filosofo che dice e disdice, e muta sempre la sua dottrina, non ha nessuna dottrina. Il L. è in pieno  diritto, come poeta, di affrontare il problema del dolore,  sempre da capo, con nuovo animo, con considerazioni  nuove, da un nuovo aspetto, ora maledicendo alla virtù,  ora inneggiando all’amore onde l’umana compagnia deve  stringersi contro il fato. Ogni poesia, ogni prosa di L. è infatti una situazione d’animo nuova; quindi  una nuova vista dello stesso dolore che domina l’anima  del poeta; un nuovo concetto, una filosofia nuova, che  solo trascurando le differenze essenziali, che in una  poesia e in una prosa del genere di quelle del L. son tutto, si può rappresentare come sempre  identica.   Egli è che il poeta, checché si proponga e dica di  aver fatto, non espone propriamente una filosofia: ma  esprime soltanto un suo stato d animo, occupato, determinato e quasi colorito da certi pensieri dominanti.  Abbozza in se medesimo (e quindi in un diario intimo)  una filosofia provvisoriamente sufficiente ad appagare  i bisogni della propria ragione (che non sono poi grandi  in uno spirito prevalentemente poetico); e questa filosofia, in quanto profondamente sentita, in quanto vita  della propria anima, diventa materia di poesia. Di poesia  anche in prosa; perché, in sostanza la prosa L.ana  è anch’essa poesia, cioè espressione piena di certi stati  d’animo del Poeta, diversi da quelU manifestati nei Canti per lo sforzo che nella prosa come nei Paralipomeni il  L. fa di costringere il sentimento spontaneo dentro  r intenzione ironica, satirica, che gli fece appunto pre-  f0rire la prosa al verso. Ma in realtà, nelle Operette come  nei Canti c’ è L. con la sua filosofia tetra e col  suo candore, col suo disprezzo degli uomini e col suo  grande amore per essi; con tutte quelle contraddizioni,  che altri ha studiosamente cercate in lui, e che sono il vero  segno caratteristico del suo spirito poetico e non filosofico. La filosofia vera e propria non deve aver niente dell’anima individuale di chi la costruisce. Essa è una liberazione assoluta compiuta dal filosofo dai limiti della  soggettività; è una contemplazione, diciamo così, d’una  verità eterna, in cui il filosofo, come persona particolare,  si dimentica di se stesso, e dei suoi dolori, e di tutte le  tendenze affettive dell’animo suo. La filosofia di Spinoza, la cui \dta e il cui animo han parecchi punti di  somiglianza con quelli del L. non presenta nes-  Cfr. Tocco, Biografia di Spinoza, nella Rivista d’ Italia,  asuna traccia, non offre nessuno indizio di sentimenti  personali. K veramente una visione del mondo sub specie  aeternitatis, come egli diceva, in cui la personalità del  filosofo scompare. La filosofia dei poeti, si potrebbe dire,  scompare nell’animo dei poeti stessi; l’animo dei filosofi. invece, scompare nella loro filosofia. Onde una volta  noi abbiamo innanzi una persona determinata, viva in  tutto l’agitarsi dell’animo suo; un’altra volta, un sistema di concetti, in sé.   Certo, tra le due filosofie non c’ è un taglio netto, che divida i filosofi dai poeti; ma il pessimismo L.ano è, come è stato tante volte osservato, così imprgnato di elementi ottimistici, così logicamente frammentario e contradittorio, e d’altra parte così poeticamente  coerente e vivo, che lo scambio non è possibile. Noi possiamo studiare, dunque, la sua filosofia, ma come vita  del suo spirito, materia della sua poesia. Studio, ripeto,  molto delicato; perché in esso non bisogna mai lasciarsi  sfuggire che la realtà vera, a cui bisogna aver l’occhio,  non è questa filosofia in se medesima, astratta materia  della poesia, ma la poesia appunto, in cui quella filosofia  è per acquistare la vita che uno spirito poetico è capace  di comunicarle. La filosofia quindi va studiata per intendere la poesia, e valutata in quanto poesia, per quella  vita poetica che riuscì a vivere nello spirito del Poeta.   La pubblicaizione dello Zibaldone ha fortemente contribuito a fare smarrire questo criterio. Ci s’ è trovata  innanzi la materia grezza della poesia L.ana, quella  tal filosofia, che il L. rimuginava dentro se stesso,  e che, per quanto confidata a uno Zibaldone, non aveva  pregato nessuno di mettere in pubblico: quella filosofia,  che egli destinava a far materia di espressione più perfetta, cioè di opera poetica; e che infatti divenne in  parte materia di canti e di dialoghi (com’ è stato osservato, ma merita di essere particolarmente studiato).  E dimenticando che pel L. tutti questi materiali  non avevano valore per sé, ma l’avrebbero acquistato  soltanto quando egli li avrebbe trasformati, qualcuno  s’è detto : o eccoci finalmente innanzi la filosofia del  L.! No, questi sono i detriti della sua poesia:  tutto ciò che la sua forza poetica non avvivò, non trasfigurò, o rinnovò interamente, avvivandolo e trasfigurandolo nel suo canto e nella sua satira.   E produce davvero una strana impressione il procedimento seguito dal dott. Gatti, che riferisce nel testo  certe informi osservazioni dello Zibaldone, e a sussidio  di esse, in nota, luoghi delle Operette o versi dei Canti,  in cui gli stessi pensieri assursero a forma artistica. Il  perfetto fatto servire all’imperfetto; la poesia ridotta  a documento d’un suo documento!   Ecco un esempio di filosofia documentata con poesia.  In un pensiero L. S’era  domandato. Che vale per noi questa «miracolosa e  stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente  che artificiosa macchina e mole dei mondi? A che  serve, dunque, questo infinito e misterioso spettacolo  dell’esistenza e della vita delle cose », se « né resistenza  e vita nostra, né quella degli altri esseri giova veramente  nulla a noi, non valendoci punto ad esser felici ? ed essendo per noi l’esistenza, così nostra come universale,  scompagnata dalla felicità, eh’ è la perfezione e il fine  dell’esistenza, anzi l’unica utilità che resistenza rechi a  quello ch’esiste ?» Qui, in verità c’ e tutta la Idosofia  del L.. Ma che significano queste sue interrogazioni ? Esse non possono aver altro significato che questo,  che, non sapendo concepire il fine dell’esistenza umana  [ Zibald.,  Queste giunture frapposte alle parole del L. sono del  Gatti, che riassumo e in questo caso mi pare modifichi leggermente  il senso del testo. e mondiale se non come felicità, e non vedendo, d’altronde,  che tal fine sia o possa mai esser raggiunto, egli, Giacomo  L., finisce col non sapersi più spiegare quale possa  essere il fine di quest’universo, che pur nella sua artificiosa costruzione e nella sua vasta armonia farebbe  pensare a un’ intima finalità. Qui non è affermata una  verità obbiettiva; è bensì manifestata la situazione personale del poeta: situazione, che sarà jierfettamente  espressa quando il L. ci dirà tutta la risonanza  che questo suo ondeggiare tra il concetto di una finalità  eudemonistica universale e il dubbio suUa validità di tal  concetto ha neU’animo suo; quando da questo suo perpetuo ondeggiare (che non è filosofia, ma atteggiamento  filosofico, o filosofia soltanto iniziale e potenziale), egli  sarà ispirato al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia che il Gatti reca a confronto e conforto  di quelle note dello Zibaldone. Nel Canto notturno L. dice con l’energia della fantasia commossa quello  che nelle note fugaci del diario era sommariamente accennato, quasi appunto o traccia del canto.   E quando miro in cielo arder le stelle.   Dico fra me pensando:   A che tante facelle ?   Che fa l’aria infinita, e quel profondo  Infinito seren ? che vuol dir questa  Solitudine immensa? ed io che sono?   Cosi meco ragiono: e della stanza  Smisurata e superba,   E dell' innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti  D’ogni celeste, ogni terrena cosa. Girando senza posa. Per tornar sempre là donde son mosse;  Uso alcuno, alcun frutto  Indovinar non so.   Qui veramente c’ è l’anima tormentata dal dubbio  che non ci sia un fine nel mondo; e non è il dubbio astratto di un filosofo, ma il dubbio che irrompe neH’anima di  un poeta, che mira in cielo arder le stelle, quasi tante  faci accese a illuminare il mondo; e sente l’infinità dell’aria, il sereno profondo infinito (elementi di grande  commozione, com’ è noto, per L.), e l’immensità  della solitudine attorno alla propria persona non dimenticata {ed io che sono P) né dimenticabUe perché palpitante; ecc. Qui c’è, non più il germe d’una filosofia,  ma l’uomo L., intero, con l’ansia e il terrore che  gh desta lo spettacolo dell’ infinito misterioso, muto al  dolore di lui che vi si sente dentro smarrito. C’ è anche,  innegabilmente, un dubbio filosofico : semphce dubbio  («qualche bene o contento avrà /o;'s’altri. Forse  s’avess’ io l’ale.... più febee sarei, o forse erra dal vero  b mio pensiero, Forse in qual forma.... è funesto a chi  nasce il dì natale); ma come elemento o momento della  lirica grande.   La pubblicazione dello Zibaldone, badiamo bene, è  stata, in fondo, una certa quale indelicatezza, che nessun  onesto avrebbe giustificato, vivo L., e che non  si permise infatti il Ranieri, intimo del Poeta e conscio  deUe sue intenzioni e del valore da lui attribuito al proprio diario. Ognuno che scriva e stampi, pubblica soltanto  queUo che gli par compiuto secondo il fine a cui, più o  meno consapevolmente, mira scrivendo. Un poeta non  beenzia al pubbbeo le tracce e gli abbozzi delle sue poesie.  Anzi, questi antecedenti naturali del suo prodotto artistico, ha un certo schivo pudore di mostrarli al pubbbeo: sono il suo segreto. Sono infatti cosa sua personale; laddove quello che egli crede arte, gb par bene  appartenga, o possa appartenere, a tutti gb spiriti. Certo,  r interesse storico, il legittimo e nobile desiderio d’intendere le opere del genio, mediante la conoscenza più  larga che sia possibile della sua anima, bastano a giustificare la pubblicazione di siffatti abbozzi, come degb    epistolari intimi, che svelano, senza riguardi, i più gelosi  segreti delle persone, le quali a un certo punto si finisce  col credere che appartengano agli altri più che a se stesse.  Ma questa giustificazione non deve farci dimenticare che  gli abbozzi del poeta, sono abbozzi delle sue poesie, come  gli appunti provvisori del filosofo sono antecedenti spesso  superati e rifiutati della sua filosofia. Ad ogni modo non  si dovrà mai pretendere d’attribuire ad essi altro valore  che di sussidio a intendere quelle opere, che rappresentano la conclusione definitiva del poeta e del filosofo.   Tutto questo, si potrebbe osservare, sarà un bel discorso; ma è troppo generale ed astratto. Bisogna vedere  al fatto, se il L., dopo gli studi di Gatti,  ci apparisca nello Zibaldone un vero filosofo. Potrei rispondere con un altro discorso astratto, sostenendo che  è ben difficile che uno stesso genio possa essere insieme  poeta e filosofo; richiedendosi alla poesia un’attività, che  la filosofia necessariamente combatte e mortifica. Ma  penso a Dante: unico, secondo me, e se non sempre,  quasi costantemente mirabilissimo esempio dell’energia,  onde è capace lo spirito umano, di individualizzare e  stringere nella fantasia e nel sentimento di un’anima  singolarmente potente il sistema più intellettuahsticamente universale ed astratto che la storia della filosofia  ci presenti: penso a quella fusione e unità quasi sempre  perfetta d’un sistema miracolosamente vario e armonico  di fantasmi che son pure astratti concetti: unità, che non  si finisce e non si finirà mai di studiare nella Divina  Commedia ». E preferisco perciò una risposta particolare  e concreta, che è questa. Tutto il mio discorso generale  io r ho fatto appunto a proposito del L., dopo Alla quale per questo rispetto non credo si possa paragonare,  ma a distanza grandissima, altro che il Faust: dove l’unità dell’opera,  come arte e come filosofia, rimase lungi dall’esser raggiunta.   aver letto attentamente il saggio di Gatti. Libro, che  non ò certo inutile, perché molti schiarimenti particolari  a concetti del L. da uno studio così attento e  minuzioso dei Pensieri si hanno; c molti istruttiva raffronti, oltre quelli già fatti dal Losacco e dal Giani, vi  sono opportunamente istituiti tra pensieri del L.  e luoghi di Helvétius, di Rousseau, di Maupertuis e degli  altri autori del Poeta; ma insufficiente a dimostrarci la  tesi che il Gatti s’era proposta, che nella mente del L. si fosse organizzato un sistema filosofico; atto anzi  a dimostrare il contrario, per lo stesso esame accurato  che ci dà dei Pensieri L.ani con l’intento di cavarne un sistema. 11 sistema non c’ è. C’ è la travagliosa  meditazione sui fantasmi del Poeta; ci sono le accorate  riflessioni, che gli suggerirono quei jiroblemi che furono  il tormento e la musa perpetua del suo spirito: ma non  più di questo. Il L. lo ritroveremo sempre nel  disperato lamento de’ suoi canti e nel sorriso amarissimo e pur soave delle prose. 11 materialismo della sua metafisica, il sensismo della  sua gnoseologia, lo scetticismo finale della sua epistemologia, l’eudemonismo pessimistico della sua etica sono  nei pensieri inediti, come in tutti gli altri scritti già noti,  i motivi costanti del breve filosofare leoparebano : ma  sono spunti filosofici, anzi che principii d’un pensiero  sistematico; sono credenze d’uno spirito addolorato, anzi  che veri teoremi di un organismo speculativo. Le sue  pretese dimostrazioni non vanno mai al di là dell’osservazione empirica; e non servono ad altro che a dirci  come vedev^a le cose Giacomo L..   In lui non trovi né anche una critica della ragione,  come in Montaigne o in Pascal, a cui per molti riguardi  somiglia. Ma un prendere di qua e di là proposizioni  contestabili, e accettarle come verità assiomatiche e  principii di deduzioni pessimistiche. Passione v^era per a speculazione il L. non ebbe mai. Non studiò  nessun grande sistema filosofico: egli, conoscitore e studioso dei classici, non si sforzò mai d’intendere il pensiero di Platone e di Aristotele. La sua storia della filosofia antica ò tratta da Diogene Laerzio, da Plutarco o  altri dossografi. Del Medio Evo non studia nessuna filsofia. Di Cartesio, di Spinoza, di Hume non conosce  neppur nulla. Lesse Locke, ma come si leggeva. Di Leibniz sorrise come Voltaire, non sospettando in alcun modo la profondità del suo pensiero  Ebbe una vernice di cultura filosofica, come l’avevano  allora tutti i letterati; ed ebbe velleità di filosofo; ma  la sua vera indole, quella che noi dobbiamo guardare  in lui, è r indole poetica, convinti che fuori della sua  poesia il suo pensiero, a considerarlo nel valore filosofico, è molto mediocre. Non entrerò nei particolari della esposizione di Gatti. Ma non voglio tacere che quella filosofia pratica  edilicatrice, che egli, conZumbini, giirstamente mette  in rilievo di contro alle conseguenze negative della sua  filosofia teoretica, non ha niente che vedere coll’odierna  filosofia prammatistica, a cui egli studiosamente la raccosta, per dimostrare così la modernità del pensiero  L.ano. Quella filosofia pratica è il retaggio dello  scetticismo da Pirrone in poi: il quale ha contrapposto  sempre la vita alla scienza, e salvata almeno quella dal  naufragio di questa. Salvataggio operato ora con la natura, ora col sentimento, ora con la volontà, e in generale con un principio irrazionale, o concepito come tale,  che, appunto perciò, non contraddice aUo scetticismo  fondamentale. L. ricorre all’ immaginazione e a  un certo qual senso dell’animo, che fan contrappeso agli  argomenti dolorosi della ragione e bastano a confortarci  a vivere. Né anche questo principio, del resto, è sviluppato. Certo, esso non giova a chi presuma di vedere nel Recanatese un precursore del James e degli altri pram-  matisti d’oggi, i quali non sono scettici, benché in realtà  abbiano una dottrina negativa del conoscere; non vedono  nell’attività pratica un surrogato dell’attività teoretica:  ma unificano le due attività, e immedesimano la verità  con l’utile, in modo che quel che giova credere, sia  esso stesso il vero; laddove quel che gioverebbe credere,  secondo L., sarebbe né più né meno che un’ illusione. La differenza tra L. e James è la differenza  profonda tra lo scetticismo di tutti i tempi e il nuovo  prammatismo, che si professa dottrina essenzialmente  dommatica e positiva. Gli studi del Gatti furono ripresi da Giulio A. Levi *, uno degl’ ingegni più fini tra  gh studiosi di letteratura italiana, e dei più valenti e  competenti interpreti del pensiero L.ano; ma con  altro criterio e altro intendimento. E io son lieto di leggere al principio del suo libro le seguenti parole; «Fu  tentato da Pasquale Gatti, e parzialmente dal Cantella,  di ordinare e comporre in un sistema filosofico i pensieri  dello Zibaldone L.ano; con esito che non poteva  essere altro che infelice; quando si pensi che sono riflessioni scritte giorno per giorno, senza disegno prestabilito,  per lo spazio di circa quindici anni, da quando prima  il poeta adolescente cominciò a voler pensare col suo  cervello, fino aUa sua piena maturità. Che fu uno degli  argomenti principali che a suo tempo io opposi al tentativo di GATTI. E sono interamente d’accordo con LEVI che lo Zibaldone, con gli ondeggiamenti e gli sforzi speculativi di cui ci conserva i documenti, può esser materia alla storia (anzi, alla preistoria) del pensiero del  poeta, la cui forma definitiva va piuttosto cercata nei  prodotti più maturi, dove parve all’autore d’avere impressa l’orma definitiva del suo spirito, nei Canti e nelle  Operette. Questa è, in sostanza, l’idea centrale del saggio  del Levi, e conferma pienamente il mio giudizio sul valore e sull’ interesse dello Zibaldone.   Questa idea bensì nel libro del Levi non apparisce  netta e ferma quanto si potrebbe desiderare, costretta  com’ è dall’autore ad andare in compagnia di certi prin-  cipii direttivi, che oscurano, a mio avviso, la visione  esatta di taluni momenti dello sviluppo del pensiero L.ano e turbano il giudizio sulla sua forma ultima. Cosi, quando comincia a notare che io ho ecceduto « negando a priori allo Zibaldone ogni interesse speculativo,  per la qualità stessa dell’autore; il quale sarebbe bensì  un osservatore acuto, ma troppo essenzialmente poeta,  dominato interamente dal sentimento, e perciò di pensiero incoerente, mutevole e spesso contradittorio », egli,  da una parte, esagera e àltera il mio giudizio sullo Zibaldone e, in generale, su tutta l’opera del L.;  e dall’altra, accenna a un concetto (che non manca subito dopo di dichiarare esplicitamente), il quale non gli  può consentire una ricostruzione storica non arbitrariamente soggettiva, ma razionalmente giustificabile del  pensiero L.ano. In primo luogo, non è esatto che io abbia negato o  voglia negare ogni interesse speculativo allo Zibaldone e  tanto meno alle poesie e alle Operette morali', anzi sono  disposto a riconoscere che tutta la poesia di L.  non abbia altro contenuto, in tutte le sue forme e in  tutti i suoi gradi, che il problema speculativo, nei termini,  s’intende, in cui egli poteva e doveva porlo. Quel che  ho negato e nego è; i) che nello Zibaldone ci sia del  pensiero del L. qualche cosa di più che non fosse  negli scritti da lui pubblicati; qualche cosa che, dal punto  di vista del L., fosse già pervenuto a quel punto  di maturità spirituale, di verità, in cui il L. s’acquetò, a giudicare dalle opere con cui egli stesso volle  entrare nella nostra letteratura; qualche cosa che possa  nello Zibaldone farci vedere nulla di diverso {si parva  licei componere magnis) da quelle note, onde ognuno di  noi si prepara ai suoi lavori, e che, compiuti questi,  quando ci pare d'averne spremuto bene tutto il succo,  si buttano al fuoco; e tanto più volentieri, quando dalle  note alla stesura dei nostri scritti le idee nostre si siano  venute correggendo e integrando in più logica compattezza ' ; 2) che si possa adeguatamente valutare la grandezza di L., facendogli il conto del tanto di verità speculativa che è nella sua poesia: poiché, a prescindere da ogni dottrina sulla natura della poesia, basta  considerare le critiche profonde e ineluttabili, onde quella  verità fu superata da uno spirito, che ebbe inizialmente  una profonda simpatia congeniale col L., il Gioberti (specialmente nella Teorica del sovrannaturale. Levi scrive: « Fii detto che la pubblicazione del Diario  sia stata un'indelicatezza, quando il L. medesimo di questa  pubblicazione non aveva pregato nessuno. Oh si, sarebbe un indelicatezza esporre quelle cose agli occhi bene aperti d’un pubblico di  pedanti, i cjuali spiegherebbero con trionfo gli errori del grand'uomo  che si viene formando. Ma chi ha già imparato ad amarlo e a venerarlo, può accostarsi senza scrupoli a tutte quante le sue reliquie.  Se il Levi con le prime parole si riferisce a quel che scrissi io nella  Rass. bibl. tett. U.,  mi rincresce  di dovergli rispondere che egli non ha inteso lo spirito della mia affermazione. La quale mirava soltanto a chiarire che dello Zibaldone non  ci si può servire se non come di documento della formazione del pensiero del L., la cui forma ultima dobbiamo per altro cercare  sempre nelle opere che da <iuegli abbozzi trasse l'autore, e pubblicò  egli stesso come sole degne di sé.  nel Gesuita e nella Protologia), in pagine che il Levi non  anteporrebbe di certo né pur a quelle dello Zibaldone. L vero che « nei sistemi filosofici le parti più caduche  sono spesso quelle dovute alle esigenze di sistema ». Ma  ciò non dimostra che la filosofia non è sistema, anzi dimostra che è: perché gli errori di questo genere non si  scoiarono dal critico se non come errori della costruzione  del sistema, ossia come divergenze dalla costruzione che,  secondo lui, sarebbe più conforme alle verità fondamentali intuite d<al filosofo. E se U critico non rifacesse per  suo conto la costruzione del sistema, non avrebbe modo  di discernere nel sistema criticato il vero dal falso, nato  dunque non dal sistema, ma dal falso sistema. Giacché  un giudizio che affermasse immediatamente : questo è  vero, e questo è falso, senza dimostrazione di sorta, non  credo che pel Levi sarebbe un giudizio per davvero.  E vero, d’altra parte, che la coerenza del pensiero non  è privilegio dei filosofi, di contro ai yioeti; se per filosofi  s’intende i filosofi storicamente esistenti, Socrate, Platone, Aristotele ecc., e per poeti quelli che sono realmente  vissuti o vivranno. Omero, Dante, Shakespeare, ecc.  Per tutti costoro, non c’ è dubbio, secondo me, Iliacos  intra muros peccatur et extra. D’incoerenze, di maglie  rotte nel sistema, ce n’ è state, e ce ne sarà sempre, da  una parte e dall’altra. Ma noi non possiamo parlare di  Omero poeta e di Platone filosofo senza un concetto  del poeta e del filosofo, e cioè della poesia e della filosofia: le quali, come funzioni dello spirito, trascendono  la storia, che è la concretezza stessa della realtà spirituale. E soltanto alla poesia e alla filosofia come funzioni  trascendentali dello spirito si possono assegnare caratteri  distinti, dei quali quello che è della poesia in quanto  tale non sarà della filosofia, e per converso.   Nella storia tutte le funzioni concorrono in un’unità  concreta, in cui il poeta, essendo anche filosofo, partecipa  del carattere dello spirito che è filosofia; e il filosofo,  essendo pure poeta, partecipa del carattere dello spirito  che è poesia, sempre. E la rigida e salda distinzione delle  funzioni astratte cede il luogo alla plastica e mobile distinzione della storia, che fa essa stessa la divisione dei  grandi spiriti nelle due schiere dei poeti e dei filosofi,  secondo che negli uni prevale il momento poetico e negli  altri il momento filosofico; onde la distinzione e però  la categorizzazione del giudizio critico sono poi, ogni  volta, funzioni di giudizio storico, concreto.   Perché il L. va considerato come poeta, e  non come filosofo ? Perché, se conosco il L. storico, quale si formò e quale si espresse nel suo canto,  io ci vedo bensì dentro una filosofia; ma questa filosofia  la vedo chiusa, compressa, fusa e assorbita nella intuizione immediata che questo spirito ha della sua personalità materiata di cosiffatta filosofia; per cui dico che  egli non rappresenta una filosofia, ma la sua anima; e  poiché il suo occhio è tutto intento alla risonanza tutta  soggettiva, in cui vive per lui un certo, oscuro, vago e  frammentario concetto del mondo, la verità è per lui,  e dev’essere per me che lo giudico, non in questo concetto, ma nella vita di esso, in quella tale risonanza,  nella sua Urica. Beninteso che, per quanto oscuro, vago  e frammentario, quel concetto sarà pure un concetto,  che avrà una chiarezza e saldezza organica sufficiente  alla logicità dello spirito lirico, e quindi per lui assoluta.  E non ci sono principii astratti ed estrastorici che possano segnare a priori i limiti della filosoficità del concetto  che vive neUa Urica del poeta. Ma ciò non toglie che la  distinzione non perda mai la sua ragion d’essere, e che  non si possa mai trascurare, volendo rilevare, a volta a  volta, il valore deUo spirito rispetto alle sue forme es-  senziaU ed assolute.  Ma, dice Levi, «la grandezza in tutte le sue forme  è in fondo una sola, grandezza morale ed umana; e se  è suprema esigenza etica che la nostra vita sia azione,  ed abbia un senso; non sarà fuor di luogo nei poeti, di  cui sentiamo la grandezza, sospettare qualche cosa di  più che la passività del sentimento, o l’attività dell’espressione: sospettare e cercare un’attività etica con un suo  senso determinato e costante ». Ond’egli si propone di  cercare negli scritti del L. «per quah vie egli giunse  alla sua profonda intuizione, e potè prendere un atteggiamento interiore costante e sicuro di fronte all’universo Ebbene, tutto questo è molto vago perché  possa servire di criterio alla storia del pensiero di un  poeta. Se la grandezza in tutte le sue forme è una sola  soltanto « in fondo », bisogna pure che si rispettino le  differenze tra le varie forme, in cui unicamente è possibile che quello che è in fondo venga su, e si manifesti,  e assuma così una forma storica determinata. E se è  suprema esigenza etica che la nostra vita sia azione,  posto, com’ è necessario, che le suddette forme della  I grandezza, o, più modestamente, dello spirito, siano più  d’una, oltre la suprema esigenza etica, ci saranno (dato  pure c non concesso che questa sia la radice di tutte)  altre esigenze supreme : come quella che la vita sia poesia,  e che la vita sia filosofia; le quah, se il Levi ci riflette  bene, s’avvedrà che non sono meno supreme, anche per  la sua posizione, in cui l’azione è fondamentalmente un  ^ atteggiamento dell’uomo di fronte all’universo : poiché; quest’atteggiamento o è un pensiero, o l’imphca; e questo   pensiero, dovendo essere una filosofia, non può non essere anche una poesia.  In realtà, quel che cerca il Levi nel poeta, non è la   ! soddisfazione di una esigenza etica, bensì una metafisica,  I una rivelazione della ragione dell’esser nostro o del regno  soprannaturale dei fini: e con l’occhio a questa mèta. Gentile, Manzoni e L.] pur accennando qua e là all’ identità del valore poetico  e del valore del contenuto filosofico della poesia, egli  non si propone nemmeno, in nessun punto del suo libro,  il problema dei rapporti tra arte e filosofia, e non mira  quasi mai al giudizio estetico dell’arte L.ana; ma  si restringe a tracciare la linea di svolgimento del pensiero  che c’ è dentro, e che egli crede abbia assunto la sua  forma finale in una specie di individualismo romantico  corrispondente alle tendenze dello stesso Levi. Dirò bensì  che la distinzione tra arte e filosofia accenna a svanire  nel pensiero dell’autore appunto pel concetto meramente  estetico, più che etico, di questa filosofia romantica a  cui egli aderisce: quantunque pur in questo concetto la  differenza permanga e obblighi il Levi a far violenza,  qua e là, al pensiero del L. per dargli queUa sistematicità, che è necessaria anche a una filosofia individualistica.   Il risultato degli studi del Levi, in breve, è questo.   Nel pensiero del L. si devono distinguere due periodi; uno come di distruzione e dissoluzione dell’uomo,  l’altro di affermazione e ricostruzione dell’uomo stesso;  il quale allora si contrappone aUa natura pessimistici^- !  mente e agnosticamente concepita in cui termina il primo  periodo, e si aderge in tutta la sua grandezza, che è la j  sua stessa infeUcità, o piuttosto la coscienza della sua p  infelicità. 11 primo periodo terminerebbe verso la fine |  del 1823, e sarebbe rappresentato, sostanzialmente, dallo 1  Zibaldone', il secondo comincerebbe, presso a poco, nel J  gennaio 1824, quando il L. pose mano alle Operette morali', a proposito delle quali il Levi scrive giusta- #  mente ; « Fa onore al buon gusto e al senso critico del 1  L. l’aver lasciato da parte tutto quello ch’egU l  sentiva estremamente ipotetico nelle sue teorie inrorno jS  alla storia dell’ incivilimento e agli intenti dcUa natura, ?.  e l’aver esposto definitivamente per il pubblico solo il nocciolo essenziale dei suoi pensieri intorno alla virtù  e alla felicità umana. Insomma, anche pel Levi, lo Zibaldone è il periodo  jelle indagini e dei tentativi (de’ suoi sette volumi i  primi sei giungono al 23 aprile 1824): il periodo, in cui  il L. cerca tuttavia se stesso, e ancora non si ritrova qual era nella sua giovinezza e all’ inizio del suo  speculare: «pieno d’ardore per la virtù, e assetato di  felicità, di bellezza e di grandezza ». La riflessione, in  questo periodo, che comincia intorno al ’20, si stringe  addosso a quest’ ideali, che erano la vita dello spirito  L.ano; e non riesce a giustificarli, anzi h corrode  e distrugge. Che cosa è il bello ? e il bene ? e il vero ?  e il talento ? Movendo dal sensismo, che negava lo spirito e non vedeva altro che la natura, tutti i valori dello  spirito si dileguano facilmente dagli occhi del giovane  pensatore, poiché perdono tutti la loro assolutezza, la  loro apriorità. Ma da ultimo la vita stessa, che prende  in lui il dolore di questo dileguo di tutti gl’ ideah, si desta  nell'esser suo di coscienza, e prorompe in una espressione  ingenua della verità disconosciuta: espressione, che ferma  giustamente l’attenzione del Levi; e giustamente gli fa  segnare questo momento come principio d’un nuovo periodo  dello svolgimento del L., ma comincia ad essere  interpretata alla stregua del difettoso concetto che  egli ha delle attinenze della poesia con la filosofia,  e a far deviare quindi tutta la sua interpretazione del  secondo periodo.   11 L., il 27 novembre 1823, scriveva nel suo  Diario : « Bisogna accuratamente distinguere la forza  dciranima dalla forza del corpo. L’amor proprio risiede  neH’animo. L’uomo è tanto più infelice generalmente  quanto è più forte e viva in lui quella parte che si chiama    Storia, anima. Che la parte detta corporale sia più forte, ciò  per se medesimo non fa ch’egli sia più infelice, né accresce il suo amor proprio. Nel totale e sotto il più  dei rispetti [l’infelicità e l’amor proprio] sono in ragione  inversa della forza propriamente corporale.... La vita è  il sentimento dell’esistenza. La materia (cioè quella  parte delle cose e dell’uomo che noi più pecuharmente  chiamiamo materia) non vive, e il materiale non può  esser vivo e non ha che far colla vita, ma solamente  coll’esistenza, la quale, considerata senza vita, non è  capace di amor proprio, né d’ infelicità. Quello che in questo luogo il L. chiama sentimento vitale, o vita», avverte esattamente il T.evi,   « è manifestamente la coscienza ». Ma continua : Di qui  innanzi egli negherà ancora in astratto la nozione metafisica dello spirito (al che egli ha  avuto cura di tenersi aperta la strada colle circonlocuzioni quella parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale ’ e  ' quella parte delle cose e dell’uomo che noi più peculiarmente chiamiamo materia'). A questo lo movevano il suo  bisogno di concretezza, e l’avversione a tutto 1 accattato  e il falso ch’ei sentiva negli entusiasmi spiritualistici dei  romantici. Ma, praticamente, rispetto a sé e rispetto  all’uomo in generale, egli ha fermato con sufficiente sicurezza la nozione di ciò che in esso è di  natura spirituale e della sua dignità». Ora qui è il piincipio  del maggiore equivoco, in cui si dibatte poi il Levi in tutta la  sua interpretazione del L.. Nel luogo citato del Diario  c’ è la coscienza della vita, ma non c è la coscienza (il  concetto) di questa coscienza; il L. sente la propria grandezza come uomo sugh animaU e sugli esseri  inferiori, e la propria grandezza come L. sugli  uomini comuni, come potenza di essere infehce. ma non  pone mente che egli è grande, non perché infelice, ma  perché conscio della sua infelicità ; cioè non vede 1 esser  cuo nella coscienza che si eleva al di sopra del dolore,  e lo impietra, nell’arte; e però non si può a niun patto  asserire che possegga la nozione della propria natura spirituale e della propria dignità di contro alla natura. Infatti  il possederla praticamente (e soltanto praticamente)  come vuole il Levi, che significa se non che non la possiede come nozione, bensì con quella immediatezza onde   10 spirito ha, qualunque sistema si professi, coscienza  di sé ? Che se egli ne raggiungesse la nozione, il suo pessimismo, che è il contenuto della sua poesia (attualità  reale del suo spirito), sarebbe superato; poiché sarebbe  risoluto nella poesia diventata essa stessa contenuto od  oggetto dello spirito consapevole della propria vittoria  sulla natura, come opposizione e limite dello spirito, e  quindi sorgente dell’ infelicità.   Il pessimismo è assolutamente inconciliabile col concetto del valore dello spirito; e questa è la vera e profonda ripugnanza che prova il L., pur quando  intravvede nella vivacità stessa della sua spiritualità  l’essenza propria del reale, che è sentimento, com’egli  s’esprime, dell'esistenza ad affermare quella realtà che  non ha posto nella visione pessimistica del mondo in  cui si chiude e fissa l’anima sua; e però ricorre a quelle  circonlocuzioni « quella parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale » ecc. ; circonlocuzioni, che sono la patente documentazione del fatto, che il L. non si  solleva al concetto dell’essenza dello spirito. Che se questo  concetto si fosse rivelato comunque alla sua mente, con  tutta la sua « avversione all’accattato e al falso che ei  sentiva negli entusiasmi spiritualistici dei romantici »,  con tutto « il suo bisogno di concretezza », come avrebbe  potuto egh chiudere gli occhi alla luce, e non vedere che   11 sentimento dell’esistenza, non essendo materia..., non  è materia, e che la presunta concretezza della materia  come tale non è altro che un’astrazione, dal momento che essa non ci può esser nota altrimenti che pel sentimento che ne ha il vivente? Orbene questa contraddizione intrinseca tra il sentimento, non elevato a concetto, dell’umana grandezza, e  il concetto (contenuto della poesia L.ana) della  nullità dell’uomo di fronte alla natura e quindi della fatalità assoluta del dolore, questa è la grande situazione  poetica di L. rappresentata così splendidamente  dal De Sanctis nel saggio su Schopenhauer:  L. produce l’effetto contrario a quello che si propone.  Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede  alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore,  la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio  inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore;  e non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purilìcarti, perché non abbi ad arrossire al suo  cospetto. È scettico, e ti fa credente; e mentre non crede  possibile un avvenire men tristo per la patria comune,  ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma  a nobili fatti. Ha così basso concetto dell’umanità, e la  sua anima alta, gentile e pura la onora e la nobilita ».  Appunto, questo flagrante contrasto tra il suo concetto  e la sua anima è la forma e il valore speciale della sua  poesia: ma non perviene mai a distinta coscienza degli  opposti motivi che vi concorrono senza scoppiare dentro  il contenuto (astrattamente considerato come filosofia) in  manifesta contraddizione logica, come avviene nella  Ginestra: con quanto vantaggio della poesia non so.  Certo, la forma L.ana si regge sull’equilibrio di  questi opposti motivi, che sono la personalità del poeta  e il suo mondo pessimistico: equilibrio che si mantiene  perfettamente, per esempio nell’ Ultimo canto di Saffo,  Saggi critici, à  nel canto A Silvia, nel Canto notturno e, in modo tipico,  nei versi All' infinito, dove la personalità si dimentica  nel suo mondo, lo pervade e ne è la forma poetica : laddove,  appena vi si contrapponga, come parte di contenuto (che  qui coscienza che il poeta ha di se medesimo) accanto all'altra parte affatto ahena, tende necessariamente a spezzare  l’unità del fantasma, che è la logica del pensiero poetico. Di tale contrasto il Levi, poeteggiando anche lui per  interpretare il L., non vedo abbia chiara coscienza;  e però scambia la forma col contenuto dell’arte L.ana, e vede una filosofìa (quella con cui piace a lui  d’interpretare l'anima umana) dov’ è soltanto l’anima,  e cioè la poesia del L..   Tralascio i bei capitoli, che il Levi consacra alla storia  della concezione storica del pessimismo, quale si disegna  già nella critica dello Stato e della civiltà, della scienza  e della filosofia e nella teoria delle illusioni attraverso   10 stesso Zibaldone per trovare in fine la sua espressione  nei primi canti; Nelle nozze della sorella Paolina, A un  vincitore nel pallone. Bruto minore. Ultimo canto di Saffo,  Alla primavera e Inno ai Patriarchi. ’E vengo al secondo  periodo. 11 Levi studia gl’ indizi della coscienza che il  L. comincia ad acquistare della propria grandezza  dopo la dimora che fa in Roma: coscienza culminante da ultimo, in questa nota del Diario: «Ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano  intelletto, che il poter l’uomo conoscere e interamente  comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza....  E veramente quanto gli esseri più son grandi, quale  sopra tutti gli esseri terrestri è l’uomo, tanto sono più  capaci della conoscenza, e del sentimento della propria  piccolezza » ». Quindi s’inizia il secondo periodo, il cui  Zibald.] pensiero il Levi vede maturarsi tutto nelle prose {Storia del genere umano, Dialogo della  Natura e di un'Anima, Dialogo della Natura e di un  Islandese, Frammento apocrifo di Stratone) e nelle note  sincrone dello Zibaldone. In questo secondo periodo  dall’uomo L. ritrae la causa del dolore universale  nella natura; alla concezione storica del pessimismo sottentra quella cosmica; ma di fronte alla natura inesorabile artefice del nostro doloroso destino e imperscrutabile prosecutricc di fini divergenti dai fini dell’uomo  s’accampa questo con la coscienza del proprio valore:  dell’uomo, secondo intende il Levi, in quanto individuo,  e pur creatore del suo valore nel virile disdegno d’ogni  illusione, nella magnanima sfida al Potere ascoso: nell’affermazione, insomma, di sé come coscienza del dolore.  Onde il L. acquista una serenità, una sicurezza  ignota a quell’angoscioso piegarsi e stridere dell’anima  sotto il dolore, che è l’atteggiamento del primo jieriodo.  Questo mi pare, se ho bene inteso il cenno più che esposizione del Levi, il suo modo d’intendere questa forma  suprema dello spirito L.ano.   Ma contro questa interpretazione vedo due princijiali  difficoltà, la prima delle quali confesso di proporre con  qualche esitazione, perché non sono sicuro di cogliere  interamente il pensiero del Levi. Ed è che non vedo i  documenti dell’ interpretazione del Levi per ciò che  riguarda l’individualità dell’uomo, che in questo secondo  periodo starebbe di contro alla natura. Nell’allegoria  dell’Amore, alla fine della Storia del genere umano, la designazione dei « cuori più teneri e più gentiU, delle persone più generose e magnanime », che vengono a provare  « piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine »,  comprende bensì il L., anzi rappresenta soltanto  il L.: ma non come individuo che crea se stesso,  col suo valore. Non è coscienza del dovere dell’ individuo.    che può nello spirito vincere l’avversa natura e toccare  (juindi la beatitudine da questa contesagli ; ma è l’im-  niediata condizione spirituale del Poeta, la cui serenità  estetica si diffonde per tutta la Storia e ne placa il dolore.  11 ragionamento dimostra la vanità delle illusioni, e di  ogni desiderio della felicità ignota e aliena alla natura  dell’universo, e l’amarezza dei frutti del sapere; ma della  beatitudine che spira intorno al nume, figliuolo di Venere  celeste, non v’ è giustificazione, né quindi concetto.  « Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili  a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla  consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per  questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né  potendo essere vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi. Qui dunque c’ è l’anima  che non s’arrende alla verità; ma non la verità, come  concetto dell’anima. E l’anima è appunto quella dolce  serenità che si diffonde per tutta la prosa: ossia la forma,  la poe.sia, non il contenuto, la filosofia, del pensiero L.ano.   Altrettanto, mulatis mutandis, ' mi pare sia da osservare di quella individualità che il Levi vede nelle varie  prose al di sopra del pessimismo cosmico, fino a Tristano  che non si sottomette alla sua infelicità, né piega il capo  al destino, né viene seco a patti, come fanno gli altri  uomini. L'affermazione di Tristano è piuttosto negazione:  E ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni  cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta  credo fermamente che non sia desiderata al mondo se  non da pochissimi. In altri tempi ho invidiato.... quelli  che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri  mi sarei cambiato con alcuno di loro. Oggi non invidio  più né stolti né savi.... Invidio i morti, e solamente con  loro mi cambierei. In secondo luogo, di questo disdegnoso gusto, o come altrimenti si manifesti la vittoria dell'uomo sulla natura,  perché e come potrà farsi una caratteristica del secondo  periodo se nel primo periodo resta, per esempio,  il Bruto minore col « prode » di cedere inesperto, che  guerreggia teco   Guerra mortale, eterna, o fato indegno;   e resta 1 ’ Ultimo canto di Saffo, in cui l’uomo si erge  magnanimo contro i numi e l’empia sorte, e, conscio  della propria grandezza al di sopra del « velo indegno »,  emenda il crudo fallo del cieco dispensator dei casi ?   Però credo che nell’esame dei canti del secondo periodo, cui è consacrato l’ultimo capitolo dell’acuto e  suggestivo studio del Levi, la poesia L.ana sia più  d’una volta tormentata affinché risponda docilmente ai  preconcetti filosofici costruttivi dell'autore. Nel Risorgimento sarebbe celebrata « con gioconda sicurezza la superiorità della vita affettiva sulla conoscenza e su tutto,  e la forza invitta con cui l’io profondo si afferma, non  ostante la contraddizione di tutto l’universo ». Ma, se il  L. canta:   Proprii mi diede i palpiti  Natura, e i dolci inganni;   Sopire in me gli affanni  L’ingenita virtù.   Non l’annullàr, non vinsela  Il fato e la sventura;   Non con la vista impura  L'infausta verità. Pur sento in me rivivere  Gl’ inganni aperti e noti;   E de’ suoi proprii moti  Si maraviglia il sen. la chiave, l’intonazione della poesia è in questo mera-  vigharsi dell’animo di fronte al risorgimento dell’ ingenita  virtù: a questo miraeoi novo, che, appunto perché tale.   j^on è menomamente sicura coscienza della superiorità  della vita affettiva sulla conoscenza. Data la sicurezza,  perché meravigliarsi ? E se togliete questa meraviglia,  questo stupore innanzi al subito rianimarsi del mondo  al risorgere del vecchio cuore, la poesia è svanita.   Un altro esempio significativo. Nei versi .4 se stesso,  secondo il Levi, « ancora una volta si sfoga riaffermando,  disperatamente, ma pure ancora superbissimamente, l’assoluta solitudine della sua grandezza » ; e cita i versi; Non vai cosa nessuna  I moti tuoi, né di .so.spiri è degna  La terra. Amaro e noia   La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.   Ma dov’ è qui la solitudine della grandezza, se il L. vi nega ogni finalità ai moti stessi del cuore, se  cioè non crede che il cuore possa aspirare a nulla, e tutti  i versi sono uno schiacciamento del cuore stanco sotto  r immane fatalità ?   Infine : « La Ginestra », dice il Levi, « è da taluni,  non senza un po’ di retorica, esaltata per il suo contenuto morale; da altri è trovata troppo arida e raziocinativa. A me sembra una cosa grande, anche per quella  maschia e dantesca sprezzatura, onde il poeta non rifugge,  per rispetto all’ intento morale, dall’ interrompere la sua  melodiosa poesia colle pagine ossute di ragionamenti in  versi. Certo le parti più belle sono le meditazioni intorno  all’ immensità dell’universo e alla piccolezza dell’uomo,  eppoi la straordinaria descrizione delle eruzioni vesuviane. La bellezza di questa nasce da cosa molto più  alta che non sia l’eccellenza espressiva : e questa è l’intensità tragica del pensiero universale simboleggiato, e  la potenza di una personalità, che si colloca di fronte  alla natura, e ne abbraccia e comprende la terribile grandezza senza lasciarsene opprimere ». Ma io direi che la Ginestra non può esser cosa grande  per la cosiddetta sprezzatura dantesca d’interrompere la  poesia con pagine di ragionamenti. Se vi sono ragionamenti che interrompono davvero la poesia, il L.,  mi pare, sarebbe stato più grande non interrompendo la  sua poesia; dato che la grandezza della poesia non possa  essere altro die il carattere eccellente di una poesia,  tanto più poetica, di certo, quanto più ò fusa e una, e  tutta poetica. Vero è che soltanto la retorica può persuadere ad esaltare la Ginestra per il suo contenuto morale;  poiché questa parte appunto (oltre che la polemica contro  la filosofia e contro Mamiani ROVERE (si veda)) è quella  in cui è compromesso l’equilibrio lirico della poesia;  ma mi pare anche un errore staccare la bellezza delle  meditazioni sul contrasto tra la grandezza sterminata  dell’universo e la piccolezza deU’uomo, o ciucila della  descrizione dell’eruzione, dall’organismo, dalla vita di  tutta la ])oesia, dove é la vera e sola bellezza, da cui le  altre particolari sono irradiate: e che è, credo, la bellezza della ginestra, del fior gentile, immagine del L., che, mentre tutto intorno una mina involve,   al cielo   Di dolcis.simo odor manda un profumo.   Che il deserto consola:   l'espressione più delicata della divina poesia leojìardiana.  E dove il Levi afferma con intenzione, che la bellezza  non so se della descrizione delle eruzioni vesuviane o se  di tutta la Ginestra, « nasce da cosa molto più alta che  non sia l’eccellenza espressiva » alludendo a una dottrina  estetica, che dice altrove di non poter accettare, noterò  che egli mostra di non aver forse compreso che s’intende  in questa dottrina per espressione : perché l’intensità  tragica che egli vi contrappone non è niente di diverso  dalla espressione, se di questa intensità tragica intende    parlare in quanto la vede nella Ginestra] poiché l’espressione va cercata nell’atteggiamento individuale che lo  spirito assume di fronte a una certa materia, e questa,  quindi, in lui.   Ma c’ è poi quella personalità, che si colloca di fronte  alla natura senza lasciarsene opprimere? Qui sarebbe il proprio della interpretazione del Levi. Né supplicazioni codarde, né forsennato orgoglio. Ma la ginestra  non supplica semplicemente perché, più saggia dell’uomo,  non crede sue stirpi immortali, e sa pertanto che supph-  cherebbe indarno al futuro oppressore. Non c’ è, dunque,  né pur qui, l’individuo che si contrappone alla crudel  possanza, ma la serenità pacata della coscienza della  sua inesorabihtà ; insensibiUtà di saggio antico, più che  affermazione romantica dell’umana personalità.   In conchiusione, anche al nuovo schema filosofico la  poesia L.ana si sottrae e repugna, per richiudersi  sempre ostinata nella naturai veste del suo pathos lirico.   ^l//o scritto precedente il prof. Levi rispose con alcune  osservazioni ingegnose ^ a cui fu replicato con la seguente  lettera: Egregio Professore, Mi par difficile discutere delle interpretazioni particolari di questa o quella poesia o altro documento del  pensiero L.ano senza rimettere in discussione il  concetto generale e quindi i canoni critici del Suo lavoro.  Perché le mie osservazioni singole non miravano a confutare singole opinioni e determinati giudizi, né a mostrare piccole infedeltà ed inesattezze, sì bene a far vedere in atto r illegittimità del criterio fondamentale con  cui aveva Ella ricostruito la sostanza dello spirito leo- [Si possono leggere nella Critica,] pardiano. Così, nella risjiosta che Ella dà a talune delle  mie critiche particolari, mi pare si sia lasciato sfuggire  r intento generale e il significato complessivo del mio  articolo. Per esempio, perché, pur consentendo che nel luogo  citato dello Zibaldone con vita o sentimento  dell’esistenza H L. intenda la coscienza,   10 negavo che si dimostrasse la coscienza, ossia il concetto,  della coscienza ? Perché questo concetto, in quanto tale,  in quanto parte di una generale intuizione del mondo,  era ciò di cui Ella aveva bisogno per cominciare a vedere  nel L. la filosofia individualistica, in cui Ella intende riporre l’essenza della più alta poesia L.ana.  Con ciò io non dovevo attribuire al L. soltanto   11 possesso immediato della coscienza (com’Ella mi fa  dire), che sarebbe stato invero troppo poco: ma solo un  senso vago o, se vuole, una nozione imperfetta, o magari  un concetto, che però non era un vero concetto, della  coscienza. Il Leoparch insomma vede lì la coscienza, ma  non la pensa; sicché per lui pensatore questa coscienza  è come se non fosse ; e non può dirsi perciò, che « praticamente, rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale,  egli ha fermato con sufficiente sicurezza la nozione di  ciò che in esso è di natura spirituale e della sua dignità ».  Il senso della spiritualità e della dignità spirituale di sé  e dell’uomo in generale sì; e questo appunto io dicevo  essere non il contenuto (la filosofia, il concetto) della  poesia L.ana, ma la forma (la poesia, la lirica,  l’espressione della personalità del poeta, superiore alla  sua filosofia).   Così, sarà verissimo che il L. si creda infelice  perché grande, piuttosto che grande jierché infelice.  Ma questo non ha che vedere con la mia osservazione  che, se egli avesse avuto il concetto della coscienza,  avrebbe veduto la propria grandezza in un grado spirituale che è al di sopra del dolore e della infelicità. La coscienza per lui era la stessa sensibilità, non la coscienza  vera e propria, il superamento della sensibilità, la filosofia del  dolore, che, come filosofia e quindi oggettivazione e visione sub specie aeterni del dolore stesso, non può non  liberare da esso il soggetto. Nel Dialogo della Natura e  di un Anima il L., phi che far dipendere l’infelicità dalla grandezza, identifica l’una con l’altra. L’Anima  domanda Ma, dimmi, eccellenza e infehcità straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? o quando  sieno due cose, non le potresti tu scompagnare l’una  dall’altra?» e la Natura risponde; Nelle anime degli  uomini, e proporzionatamente in quelle di tutti i generi  di animah, si può dire che l’una e l’altra cosa sieno quasi  il medesimo : perché l’eccellenza delle anime importa  maggiore intensione della loro vita; la qual cosa importa maggior sentimento dell’ infelicità propria ; che è  come se io dicessi maggiore infelicità ». Dove è chiaro  che la infelicità maggiore è maggiore sensibilità, cioè  eccellenza, grandezza spirituale: perché l’infelicità è tale  in quanto è sentimento di essa, cioè quella vita, nella  cui intensione consiste l’eccellenza dell’animale. E però L. deve ad ogni modo commisurare la propria  grandezza con la propria infelicità ; ciò che egli non avrebbe  fatto, se avesse fermato con sicurezza, sia pure praticamente, la nozione della vera realtà spirituale,  che in lui spontaneamente s’afferma quando, come per esempio nella sua lettera del 15 febbraio 1828, tra i « maggiori frutti » che si proponeva e sperava da’ suoi versi  annoverava «il piacere che si jirova in gustare e apprezzare i propri! lavori, e contemplare da sé, compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con  altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al  mondo ; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui. Dove c’ è quel dolore impietrato, di cui io parlavo come  dell’unica forma possibile del dolore in quanto contenuto della coscienza « ; ma di questa coscienza, e quindi di  quella vita del dolore che non è più dolore nella vita  dello spirito il L. non ha coscienza.   E però il contrasto interiore che io vedo nella poesia  del L. è identico a quello che ci vedeva il De Sanctis,  anche se, nel passo citato da me, rappresentato da un  solo aspetto; il contrasto tra la ricchezza spirituale della  personalità del poeta e la povertà, per non dire negazione, di ogni sostanzialità spirituale, propria del contenuto della sua poesia.   Del Dialogo di Tristano e di un amico non è esatto  che il primo periodo citato da me sia; E ardisco desiderare la morte ecc. ». Le parole precedenti erano state  pur da me riferite immediatamente prima fino a  Tristano che non si sottomette alla sua infelicità, né  piega il capo al destino, né viene seco a patti, come fanno  gli altri uomini » Ma queste parole non potevano impedirmi di vedere in quel che segue, e in cui confluisce  il pensiero di quelle stesse parole, e però in tutto il Dialogo, una negazione piuttosto che un’affermazione: e negazione non soltanto, come Ella dice, della propria persona empirica; perché la morte, pel L., non distrugge soltanto la persona empirica, ma tutto l’essere  dell’ mdividuo.  Mi piace ricordare la felice osservazione di Sanctis {Studio  sul L.). L. ha la forza di sottoporrei  il suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e generalizzarlo, e fabbricarvi su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva anche  la forza di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e melodie, e  fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino il .suicidio, e  appunto perché può trasferirlo nella sua anima di artista e immaginare]  Bruto e Saffo, non c’ è pericolo che voglia imitarU. Anzi, se ci sono  stati momenti di felicità, sono stati appunto questi. Chi più felice del  poeta o del filosofo nell'atto del lavoro ? — L’anima, attirata nella  contemplazione, esaltata dalla ispirazione, ride negli occhi, illumina  la faccia. Quanto alla differenza di disposizione spirituale tra  ;j pruto minore, per esempio, e il Dialogo tra Plotino e  Porfirio o VAmore e morte, dove si anela alla morte, ma  la si attende serenamente, deposto ogni disperato pensiero di suicidio, non occorre negarla per non vedere  né anche nei componimenti più tardi quella coscienza  jel valore della propria individualità, che Ella ci vede.  ^'el detto Dialogo non si cela, almeno io non riesco a  scorgere, « quella robusta fede nella grandezza umana,  riconosciuta possibile sempre, perché bastevole a se  stessa ». Se l’essere dell’uomo è la sua vita, quivi si dice  che «la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo,  in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né  di ritenerla né di lasciarla. E, se non m’inganno, la  nota fondamentale del dialogo è nelle ragioni della tollerabilità della vita, per misera che sia: le quali ragioni  sono bensì la critica del pessimismo materialistico del  L., ma restano nella forma di sentimento, bastevole a conferire al dialogo quell’ intonazione affettuosa  che gli è propria, e sono veramente l’opposto di quella  affermazione dell’ individualità dello spirito, di cui si va  in cerca : « Aver per nulla il dolore della disgiunzione e  della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni;  0 non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno;  non è di sapiente, ma di barbaro. Non far ninna stima  di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d’altrui, e di troppo curante  di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso  non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca  se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro  alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto  che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il  più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men  liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo.  Se prendessimo atto di questa critica del suicidio — che.  risolvendosi in una serie di asserzioni, vale certo come  effusione di stati immediati deU’animo, ma non come  filosofìa che filosofia diverrebbe questa del Poeta che  ha ragionato sempresul presupposto che la vita dell’uomo  sia racchiusa nella sua sensibilità, e che tutto il mondo  all’uomo non si rappresenti se non nella breve sfera del  piacere e del dolore suo individuale ? Ma, d’altra parte,  senza questa contraddizione interna tra la filosofia dominante nel dialogo e il senso affettuoso onde il poeta  è avvinto ai suoi prossimi e a tutto il genere umano (cfr.  la Ginestra) e che pervade tutta la conversazione intima  di Plotino con Porfirio, dove se n’andrebbe la poesia  del commovente dialogo ?   Nell’ intendere come ho inteso il Risorgimento posso  sbagliarmi; e la sicurezza con cui Ella crede si debba  intendere altrimenti, mi fa dubitare forte del mio giudizio. Ma la ragione che mi oppone non mi riesce molto  persuasiva; c’è, di sicuro, nella poesia una risposta alle  domande: «Chi dalla grave, immemore Quiete or mi  ridesta ? Che virtù nova è questa ? Chi mi ridona il  piangere Dopo cotanto oblio ? » ecc. ;   Da te, mio cor, quest’ultimo  Spirto e l’ardor natio. Ogni conforto mio  Solo da te mi vien;   ed è vero che nella quartina precedente l’accento maggiore è nel terzo verso. Ma è anche vero che questa risposta è la soluzione del problema, in cui consiste la  poesia : l’inaspettato, il miracoloso risorgimento del vecchio cuore. E quindi il sentimento che regge tutta la  poesia mi pare la meraviglia. Ragione, invece. Ella ha  certamente nel correggere il significato da me attribuito In un periodo ora non più ristampato dello scritto precedente. agli ultimi versi del canto A se siesso; ma pur dopo la  correzione, il significato del canto non è punto favorevole alla tesi dell’affermazione della propria grandezza,  gi a quella del grido della disperazione, comune a quasi  tutta la poesia L.ana. E nella Ginestra chi negherà il motivo da Lei richia-  luato, della personahtà del Poeta che non si lascia opprimere dalla crudel possanza della natura ? Ma bisogna  vedere quanto questo motivo sia attenuato qui dall’umile  coscienza delle proprie sorti («che con franca hngua. Confessa il mal che ci fu dato in sorte, E il basso stato  e frale...; ma non eretto Con forsennato orgoglio inver  le stelle. Né sul deserto.... » ecc.), e quasi rammoUito e  sciolto nell’amore con cui l’animo abbraccia tutti gli  uomini fra sé confederati, e nella poesia consolatrice che,  commiserando i danni altrui, manda al cielo, come la  ginestra, un profumo di dolcissimo amore, che consola  il deserto. Anche la ginestra, che piegherà il suo capo  innocente sotto il fascio mortai, insino allora non piegherà indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma ciò non toglie nulla alla gentilezza  del fiore di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante,  né alla solenne rassegnata pacatezza del vero sapiente  cantata da L. Certamente, tutte queste cose meriterebbero di essere  chiarite con un’anahsi più accurata degli scritti L.ani; e io voglio sperare che questa discussione possa  invogliar Lei, che ha studiato tutte le cose del nostro  grande Poeta con tanto acume e con tanto amore, a non  staccarsene senza prima avervi gittate su la luce di  nuove ricerche. Maestro di vita L.? Bertacchi >  si è proposto appunto di « raccogliere dagli scritti di  Giacomo L. e di comporre in multiforme unità  gli elementi dell’opera sua nei quali parlino più alto le  feconde ragioni della vita»: «quanto di sereno o di mcn ;  triste ricorre neUe pagine del Nostro; quanto di attivo  e di energico, pur nello stesso dolore, risulta dal senti- j   mento, e dal pensiero di lui.... allo scopo di integrar, ^  se pos’sibUe, la figura del grande Scrittore ». Per dire la '  cosa più semplicemente e chiaramente, egli intende illu- | j  strare tutti gli elementi ottimistici propri della poesia .‘1   L.ana. 1; Elementi che non mancano certamente nella detta 'i  poesia; e costituiscono la singolare caratteristica del suo j  pessimismo, come già osservava sessant’anm fa il De San- '  ctis nel suo dialogo sullo Schopenhauer (dopo che allo  stesso concetto aveva accennato un ventennio prima Alessandro Poerio, in una sua lirica rimasta inedita);,  e conferiscono infatti agli scritti di questo dolente e de- I  solato pessimista un’alta virtù educativa e consolatrice. E molti studi diligentissimi furono fatti in questo senso i  da Negri, nelle sue Divagazioni, che pare siano t  rimaste ignote al Bertacchi. Ma c’è ottimismo e ottimismo; e la ricerca del Bertacchi mi pare avviata m una J  direzione, che potrà condurre a falsificare interamente il,  carattere dello spirito L.ano, attribuendogli un ot- l  timismo edonistico od estetico, che solo un lettore di-A proposito del libro di Bertacchi, Un rft   vita-. Sag^o L.ano, Il poeta e la natura, Bologna, /a  nichelli, igi?- stratto e superficiale può vedere in alcuni aspetti della  sua sublime poesia. Giacché l’ottimismo del L. è  la fede e l’esaltazione della virtù, della grandezza e della  lenza dello spirito, di quelle necessarie illusioni, come  egli le chiama, a cui non trova posto nel mondo, guardato come cieco crudele meccanismo naturale; ma che  non perciò egli abbandona, anzi afferma sempre più  vigorosamente: di guisa che il suo mondo triste e doloroso viene da ultimo purificato e rasserenato in questa  intuizione schiettamente spiritualistica. La quale, d’altra  parte, non a\Tebbe il suo proprio particolar significato,  disgiunta dalla negazione pessimistica della vita dei piaceri e delle gioie naturah, che ne è come la base o il  contenuto. In questa contraddizione intima tra la natura  cattiva e lo spirito buono che in sé accoglie la visione  di cotesta natura, consiste proprio la radice, da cui trae  alimento tutta la poesia del L.; per intender la  quale non bisogna lasciarsi sfuggire né l’uno né l’altro  dei due elementi contradittorii.   11 Bertacchi invece crede di poter quasi cogliere  in fallo il Poeta ogni volta che il vivo senso delle bellezze naturali (poiché in questa prima parte egli studia  il Poeta in rapporto con la natura) fa lampeggiare dentro  ai suoi canti una sensazione di letizia; per modo che,  contro r intenzione del Poeta, la sua poesia tratto tratto  scoprirebbe nella stessa realtà naturale ravvivata dall’anima dello stesso Poeta le ragioni della vita; ossia  una fonte di dolcezza, a cui il Poeta inconsapevole pur  seppe attingere. Poiché, per lui, « vita è sentire e far  sentire il bello e il sereno di natura; vita ravvisare e  creare le fide corrispondenze con essa », e poi « l’uscirle  incontro così, con gli occhi luminosi di gioia o impregnati di pianto, narrarle le anime nostre, consenta o  contrasti essa con noi, moltiplicarci, nel suo cospetto, di  atteggiamenti e di modi, circuirla di umani argomenti. ] dedurre dal suo stesso sensibile le conchiusioni jiiù nostre  e i significati inattesi » ecc., e il Poeta studiato « ne’ suoi  fedeli commerci con la natura esteriore » apparirebbe  maestro di vita «spirito vigile e attivo. ])ronto a fecondarsi d’intorno e a moltiplicarsi le cose » che sdoppia  e ingrandisce e abbellisce con la sua fantasia. Insomma  la vita di cui sarebbe maestro il L. è una vita di  piacere | del piacere procurato dalla intuizione estetica  della natura. Tesi in parte ingenua e oziosa, in parte falsa. Perché  se si volesse dire soltanto che il L. insegna a guardare esteticamente la natura e in generale a dar vita  estetica al mondo sensibile, questo sarebbe verissimo, ma  così del L. come, più o meno, di ogni grande poeta;  e non c’ è nessun bisogno di dimostrare questa tautologia,  che un’opera d’arte, qualunque essa sia, è rappresentazione estetica; e quel che può avere un interesse e un  significato, è dimostrare nel caso particolare in che modo  un artista rappresenti il suo mondo. Ma la tesi di Bertacchi ha in più la pretesa d’indicare attraverso questo  vagheggiamento fantastico della bella natura una vita  diversa da quella apparsa triste al Poeta: quasi che questi  ne avesse avuto innanzi due, una bella e luminosa e 1 altra  squaUida e buia, e gli occhi di lui, senza ch’egli se ne  accorgesse, fossero attratti più dalla prima, e la luce  di questa s’effondesse sull’altra. Che è una pretesa affatto  erronea; e giustificabile soltanto col criterio dal Bertacchi  candidamente esposto fin dalla prima pagina del suo  libro, come norma fondamentale del suo metodo critico.   Quivi infatti dice essere «comunissima sentenza che  l’opera d’uno scrittore non valga solo per sé, ma anche  per il modo diverso ond’essa, quasi, si adatta a ciascuno  di noi », poiché « spesso dalla parola d’un autore, acco-  r   stata alle anime nostre, si svolgono sensi ulteriori che  l’autore non previde, ma che le affinità degli spiriti e le  somiglianze dei casi vi sanno naturalmente ritrovare. Il creatore è creato a sua volta, è rinnovato via via di  significazioni e di uffici ». Sicché L. maestro di  vita è il L. dei sensi ulteriori e non il L. storico; L. creato più che il creatore: creato,  s’intende, in questo caso, dal Bertacchi. 11 quale, una  volta sul punto di creare, non è più legato da nessuno  dei vincoli onde ogni critico e storico è legato alle opere  che intende interpretare; e può scegliere tra gli scritti  L.ani quelli soli o di alcuni di essi quelle parti  soltanto, in cui meglio può vedere adombrata l’imma-  I gine del maestro di vita che desidera raffigurare.   Così comincerà con lo scartare le prose ; perché « nella  voluta terribile aridità » di queste, « il pensatore sinistro  svolge i suoi tristi argomenti, e noi non abbiamo agio  di aggiungervi nulla del nostro » (nessun senso tiUeriore !) ;  «egh non suscita in noi altro moto che non sia d’attenzione a quella sua logica amara ». E il Bertacchi vuol  dire che lì c’ è il pensiero del L., e non c’ è la natura nei suoi aspetti suscitatori d’immagini belle: il che  non è poi vero, se si considerano almeno la Storia del  genere umano, il Dialogo della Natura e di un Islandese,  La Scommessa di Prometeo e V Elogio degli Uccelli. Pel  Bertacchi le Operette morali sono filosofia e non poesia.  Da scartare poi le poesie in cui il Poeta «trasferisce  nel canto quella materia medesima», malgrado «la maggior seduzione portata dall’onda del verso, dal periodar  musicale, dalle pur rare imagini che infiorano il discorso  qua e là ». E con questi caratteri il Bertacchi non si perita di designare, oltre 1 ’ Epistola al Pepoli, la Palinodia  ed / miovi credenti, canti come II pensiero dominante.  Amore e morte, il Bassorilievo antico e il Ritratto di bella  donna ; definite « Uriche anch’esse di pensiero e infuse di sentimento » ! Scartate, almeno questa volta, le  poesie in cui il L. parla bensì diretto al nostro  cuore {Sogno, Consalvo, A se stesso, Aspasia), ma cantando se stesso non esce dall’ambito umano e sdegna  ogni elemento esteriore : giacché « chi legge, anche in tal  caso, è legato alla parola del poeta, e solo la rielabora  in sé in quanto essa gli desti nel cuore un moto di passioni consimili che il cuore abbia provato esso stesso ».  Da escludersi infine i canti civili {AW Italia, Monumento  di ALIGHIERI, Ad .-l. Mai, Alla sorella Paolina, A un vincitore nel pallone) ; sempre per lo stesso motivo, che « si  resta, sebbene con ampiezza maggiore  nell’ordine  voluto dal poeta ». Restano le altre poesie, dove il L. « canta all’aperto » ed effonde il canto dell’anima  al cospetto della natura: «vive con la natura, o almeno,  nella natura. E questa natura, poi, è quasi sempre serena ».   Qui il ])oeta Bertacchi, creatore del creatore, può  spaziare a suo agio nel vasto cielo dei sensi ulteriori.  Ecco; 1 paesaggi campestri, le scene umili o grandi  in cui si veniva a comporre l’anima del dolente poeta,  sono sempre evocati nei loro aspetti più belli ; soleggiati sono i suoi giorni; le sue notti sono stellate e inargentate di luna. La pioggia, che appar malinconica in  un dei giovanili b'ranintenti, e procellosa in un altro,  riappare in Vita solitaria con fresca dolcezza mattutina,  attraversata dal sole che entro vi trema sorgendo».  E questa presenza della natura « non è senza effetto per  noi ». Creare qui si può. « Egli, il poeta, potrà bene, contro  ogni serena bellezza, accampar le sue tristi fortune, o  le innate sventure di tutto il genere umano, o l’arcano  terribile dell’esistenza; noi potremmo bene, com’ei vuole,  seguirlo nei suoi tristi argomenti, veder quella bella  natura velarsi del dolore di lui, sentir vivo il contrasto  che si agita tra quel poeta e quel mondo: ma, poi, non  possiamo impedire che alcunché di quel bello, di quel  sereno che egli evoca, si apprenda alle anime nostre, e  festi in noi quasi a sé, quasi distinto dai sensi che il poeta  vi associa, congiungendosi, anzi, dentro di noi con quante  visioni di giorni dorati e di pure notti profonde vi si  raccolsero negli anni ». Che sarà anche, come si sarà avver-  t^ito, neh’ onda del verso — una poesia bertacchiana,  un senso ulteriore, che L. non ci mise (come ALIGHIERI (vedasi) della novella sacchettiana), ma non ha più niente  che vedere colla poesia del L. E dove pare si  accenni a un giudizio critico, non può essere altro che  una vaga e soggettiva impressione priva d’ogni valore.   Così il Bertacchi ci dirà che nel Sabato del villaggio  e nella Quiete dopo la tempesta « il poeta ha compromesso  il filosofo versandoci con troppa pienezza nel cuore  tutta la poesia soave, tutta l’ondata di vita che trabocca dalle ore descritteci. Che, come giudizio, è un  errore, perché tutta quella poesia traboccante è l’incarnazione deU’ idea stessa del filosofo, che nel Sabato non  si esibisce già nella sentenza finale (« Questo di sette è  il più gradito giorno, Pien di speme e di gioia; Diman  tristezza e noia Recheran l’ore »), ma vive in tutta la  rappresentazione precedente: dove tutta la gioia è la  gioia d’una speranza guardata coi mesti occhi della provata delusione: è la soavità della fanciullezza ma non  quale la sente il fanciullo, bensì come la rimpiange l’uomo  già esperto della vita, in cui ad una ad una si son dileguate le speranze lusingatrici della prima età. E bisogna  non vedere questa pietosa malinconia, che prorompe da  ultimo, ma s’annunzia già dalla malinconica donzelletta  tornante dalla fatica dei campi sul calar del sole, cioè  chiudere gli occhi su tutta la poesia, per parlare d’un  dualismo tra poeta e filosofo, e d’un poeta che prende  la mano al filosofo. O. c., p. IO.  Altro esempio, o L'idillio A llu Lufiu e 1 altro La vtla,  solitaria..., pur movendo da uno stato di tristezza, lasciano tanto agio alle malie naturali, da non permettere  a queUa di farsi vero dolore, la mantengono in una sospensione fluttuante, nella quale diresti che il poeta sia  perplesso sul proprio stato » >. Ora, il breve idiUio Alla \  luna non fluttua punto, ma esprime nettissimamente il  piacere deUa ricordanza sia pur nel noverare l’età del  proprio dolore; il grato «rimembrar delle passate cose,  ancor che triste, e che l’affanno duri». E la Vita solitaria  fluttua soltanto agli occhi di chi non vegga l’umtà e  la sintesi che ne è tema (neU’anima, s’intende, del poeta,  e quindi in ogni parte della sua poesia) tra la fresca c  solenne beUezza della natura e il sospirante solingo muto,  che non trova in essa pietà (« E tu pur volgi Dai miseri  lo sguardo; e tu, sdegnando le sciagure e gh affanni,   alla reina FeUcità servi, o natura »).   Ma in tutto il volumetto non si trova una pagina in  cui propriamente il Bertacchi affisi la poesia del L. invece di vagare nei suoi cari sensi ulteriori.   Dei quali a volte sente come il bisogno di scusarsi, dicendo  per esempio delle Ricordanze che, dopo avere sentito col poeta, «poi è naturale, è umano che noi, da parte nostra,  riviviamo tutti quei sensi di vita che, sia pure a cagione  di rimpianto, quivi il poeta rievoca; che essi nell’anima  nostra, non afflitta da quelle cagioni, lascino pure qualcosa  della originaria dolcezza; è umano che le stelle dell Orsa  e le lucciole del giardino e il canto della rana remota e  j viah odorati e i cipressi e il chiaror delle nevi si aggiungano, come sorte da noi, alle sensazioni già  nostre, ai retaggi deU’essere nostro»». Umano, troppo  umano, certamente. Ma che lavoro sarà questo ? Sarà poesia sulla poesia ? Dovrebbe essere. Ma la  poesia, per dir la verità, non so vederla nella prosa agghindata, saltellante e retoricamente sonante del Ber-  tacchi. « Ma il dono che L. fece a se stesso ed  a noi, godendo e mettendoci a parte di tante scene serene, non è il significato maggiore della complessa sua  opera, cede, per importanza, alla virtù ivi profusa di  vivere della natura e di comunicare con essa, quali ne  siano gli aspetti, quali ne siano gli effetti ». « Corrispondenza tra la natura e lui, che era in se stessa, per lui,  elemento e ahmento di vita ». « Quelle mitologie che, sia  pure fingendo e trasfigurando, ci definiscono innanzi la  visione delle cose, non le sgombrano forse di quell’aura  d’arcano e di vago che è tanto cara al poeta, conforme  all’ inconscio e aU’ ignoto onde è come infusa ed effusa  la fanciullezza dei singoli, la giovinezza dei popoli ».  «Momenti e motivi reali, più che di pura idea, sono que’  tocchi ed accenni di cui venimmo parlando; son temi  di canto, perché ci son dati da tale che tutto era uso ad  avvolgere in aura di poesia i temi son temi e temi  che, comunque, ci attestano come la stessa malia delle  sensazioni infinite fosse cagione per lui a meglio indugiar  sulle cose ed a sorprenderle meglio ne’ loro attimi sacri » ».   Né sarà poesia la ritmica prosa, in cui il Bertacchi  ama troppo spesso cullarsi per jiagine e pagine, dove  forse i sensi ulteriori gli soccorrono più lenti alla fantasia. Ecco, per un esempio, la chiusa d’un capitolo. Come Saffo e Bruto, pur la Ginestra e il Pastor, le grandi  liriche sorelle nate dalle notti d’ Italia, aggiungono alle  notti medesime qualcosa che prima non c’era. Molti di  noi certamente, in qualche grande ora deU’anima, guardando i cieli notturni, sentirono ripioversi in cuore un’eco  di quei canti stellati, e ripensando al poeta congiunto  da quei canti a quei cieli, ridissero a se medesimi. Egli  è passato di là ». Squarci, dunque, di eloquenza, anzi  di oratoria ritmica ; alla quale potranno non mancare  gli ammiratori; ma in cui non direi che sia ricreato i]  L.. Proprio il L. ! Meglio, molto meglio che  quest’oratoria si volgesse a qualche altro tema di risonanze ulteriori: per esempio a un Cavallotti. Prolusione al Corso di letture L.ane che il Comitato della  Dante Alighieri di Macerata istituì nel 1927 presso quella Università;  nella cui Aula Magna questo discorso venne pronunaiato; quindi pubblicato nella Nuova Antologia. A inaugurare oggi in Italia un corso perpetuo di  letture L.ane c’ è da essere assaliti da un certo  sgomento, per la responsabilità che si assume. E ciò  per un doppio motivo. L’uno, il più ovvio, è che il L. si rajjpresenta generalmente come un maestro di  pessimismo; ed alzare una cattedra a illustrazione del  suo pensiero e della sua poesia può parere perciò tutt’altro  che opportuno in un paese che ha bisogno di reagire a  vecchie e radicate tradizioni d’indifferentismo e scetticismo e di allargare il petto ad energici sentimenti di  fiducia nelle proprie forze e ad alte convinzioni di fede  nella vita che è chiamato a vivere. Oggi sopra tutto,  che il popolo italiano è raccolto nella coscienza di grandi  doveri da assolvere e nel senso della necessità di rifare  nella disciplina, nel lavoro, negli ordinamenti civili, nella  educazione della gioventù a maschi propositi e metodi  di vita l’antica fibra del carattere nazionale. E sarebbe  questo il momento di diffondere nei giovani e nel popolo  gli ammaestramenti pessimistici del poeta, la cui poesia  non si gusta senza sentire con lui tutta la miseria di questa  vita e l’inanità d’ogni sforzo che si faccia per medicarla?   Motivo grave di esitazione e titubanza; ma che, lo  confesso, non turba tanto l’animo mio quanto l’altro  che vi si aggiunge a far temere un pericolo nella istituzione che oggi si inaugura. Giacché chi abbia anche una  elementare conoscenza della poesia L.ana, sa bene  che il suo pessimismo non ha mai fiaccato, anzi ha rinvigorito gli animi; e lungi dallo spegnere, ha infiammato nei cuori la fede nella vita, nella virtù e negl’ ideali  che fanno degna e feconda la vita umana degl individui  e dei popoh. Ma il più preoccupante sospetto è che L., come già altri poeti e sopra tutto Dante, argomento di letture pel pubbhco, diventi anche lui materia  di quel malfamato genere letterario che troppo è stato  coltivato negh ultimi tempi dagl’ Italiani, e che dicesi  delle «conferenze»; genere che vorremmo avesse fatto  il suo tempo, e potesse ormai relegarsi tra le smesse abitudini dell’anteguerra. Giacché bisogna che gl’ Italiani si  persuadano che, se si vuol far davvero, e stare tra le  grandi Potenze, ed essere un popolo vivo, serio, temibile,  realmente concorrente con gli altri popoli che sono alla  testa della civiltà nel dominio del mondo materiale e  morale, bisogna romperla col passato. Dico col jiassato  dell’accademia e della «letteratura», dei sonetti e delle  cicalate, degli eleganti ozi e trattenimenti per dame e  colti signori in cerca di onesti passatempi, più o meno  noiosi; in cui ogni argomento era buono purché leggermente, discretamente, spiritosamente trattato, o agitato  con oratoria adatta a mover gli affetti e guadagnare  gli applausi: ma in cui né dicitore mai, né ascoltatori  debbano sentirsi impegnati, pel solo fatto di parlare o  di ascoltare, a sentire seriamente, schiettamente, con  tutta l’anima, e a pensare, a trarre da quel che si dice  o si apiilaudisce, conseguenze che siano norme di condotta e quasi cambiali che prima o poi scadranno e si  dovranno scontare. La conferenza, si sa, non è un discorso da comizio, in cui oratore e pubblico, in buona  fede, e anche in mala fede, compiono un’azione e si preparano a compierne altre; e non vuol essere una predica,  che debba edificare un uditorio di fedeli. L’ ideale è che  nessuno vi sbadigh ma neppure vi s interessi tropjio,  nessuno vi si riscaldi; e a trattenimento finito, ognuno  Si    ge ne torni a casa con lo stesso animo — vuoto con   è venuto alla conferenza.   Ideale vecchio per gl’ Italiani. Sorse e si sviluppò  durante il Rinascimento, quando dall’umanista venne  fuori il letterato, e nacquero, fungaia che si estese rapidamente per tutto il suolo del bel Paese, tutte quelle  accademie dai nomi strani e burleschi che attestavano  es«i stessi la frivolezza dei propositi e la spensieratezza  jegli studiosi perditempo che \’i si riunivano; accademie,  che pullularono in tutte le città e borghi d’ Italia dalla  nietà del Cinquecento in poi, e di cui molte ancora resistono al sorriso, al sarcasmo e al fastidio degli spiriti  nioderni e alla storia, e vivacchiano oscuramente sul  margine dei bilanci dello Stato nelle provincie e anche  nelle maggiori città ricche di tradizioni letterarie, a danno  delie istituzioni più utili e più serie. All’ombra delle accademie vegetò tutta la vecchia cultura italiana, esanime  e priva d’un profondo contenuto e interesse religioso,  morale, filosofico, umano; poesia senza ispirazione, filosofia alla moda, erudizione per l’erudizione, scienza per  la scienza, nessuna fiassione, né anche nella letteratura  politica, che legasse il pensiero alla persona e la persona  al suo pensiero. Una repubblica delle lettere, in cui l’uomo  non era cittadino della sua patria, né padre della sua  famiglia, né credente della sua religione, ma puro spirito  innamorato di astratte forme, senza attinenza con la  pratica della vita e con la realtà degl’ interessi personali.  Cultura intellettualistica, di cervelli magari pieni zeppi  di notizie peregrine e di squisite nozioni e raffinatezze  di arte, ma senz’anima, senza cuore, senza né odi né amori.  Cultura estranea alla vita; che era poi vita senza cultura,  cioè senza riflessione e senza idealità ; la vita degli uomini  proni alla frivolità e agl’ interessi particolari, chiusi ad  ogni alto e generoso sentimento e ad ogni idea la cui  attuazione richiedesse fatica e sforzo. Gentile, MaiXrZoni e L..  Chi non conosce queste debolezze dello spirito italiana  nei secoli della decadenza ? Chi non sa che 1’ Italia ^  risorta tra le nazioni quando s’ è vergognata di quella  cultura e di quella letteratura, e con Parini ed Allieri  ha cominciato a sentire che il poeta dev’essere pur uoiuo  e che poesia, come ogni altra forma d’ingegno, vuoi  dire pure volontà, carattere, umanità ? Chi non sa che  j)ur dopo la miracolosa risurrezione di quest’attesa fra  le genti, come fu delta 1’ Italia, si sentì che essa sarebbe  stata una creazione effimera ed insignificante senza gl;  Italiani ? Cioè senza Italiani che cominciassero a unire  e a fondere insieme quel che avevan sempre diviso, l’in.  teUigenza e la volontà, la letteratura e la vita, la scienza  e gl’ interessi concreti e attuali deH’uomo, facendola  finita jier sempre con l’accademismo e con la rettorica  e con tutta la vecchia sapienza scettica dell’ « altro è il  dire e altro è il fare », per cominciare a prender sul serio  tutto, a lavorare tenacemente, a sentire come proprio  r interesse comune, a stringere la propria sorte a quella  della patria, a sentirla perciò questa patria come intima  a sé e tale da meritare che per lei si viva e che per lei  si muoia ? Chi non sa che la vecchia Italia rifatta di fuori  si doveva pur rifare di dentro? Questa almeno l’aspirazione del Risorgimento. Ma  venuto meno lo slancio morale di quell’età eroica, tale  aspirazione si attenuò e fu meno sentita; e nei riposati  tempi di pace e di raccoglimento succeduti al periodo  agitato della rivoluzione e della formazione del Regno,  certi vecchi spiriti dell’anima italiana tornarono a galla;  nel rifiorire della cultura (che certamente molto s’avvantaggiò di quei decennii ultimi del secolo scorso, in cui  r Italia parve godersi le prospere condizioni acquistate  con l’unità) risorse con gioia l’antico gusto idillico c arcadico della letteratura, della cultura intellettualistica ed  elegante; e da Firenze, centro di questa rifioritura letagraria, fecero epoca le conferenze prima sulla vita italiana e ]50Ì sulla Divina Commedia. L’esem]no fu imitato  jn tutte le principali città, e i conferenzieri più brillanti  f celebrati viaggiavano da una tribuna all’altra recando  j„ giro le loro arguzie, i loro motti ed aneddoti, le loro  pagine patetiche e scintillanti, a gran diletto, si diceva,  del lor^^ pubblico di dilettanti di cultura a buon mercato.  Perché a certe conferenze, con certi nomi, di dire che  l’ora é lunga a passare pochi hanno il coraggio.   L. non può esser materia di conferenze. Vi si  ribella la pudica delicatezza della sua anima sensibilissima, che cerca i luoghi solinghi e i silenzi della notte  dove il suo canto possa spandersi in una religiosa elevazione di tutto il cuore verso l’eterno e l’infinito; dove  il pastore po.ssa interrogare la luna, e l’uomo stare a  fronte della natura, e ragionare tra sé e sé de’ più gelosi  segreti del suo cuore. Vi si ribella la religiosa austerità  del suo spirito tormentato dal mistero del dolore universale. Non amerebbe egli, schivo com’era e orgoglioso  della sua solitaria grandezza, mostrarsi al pubblico e far  suonare la sua voce esile e tremante di commozione in  mezzo a un numeroso uditorio distratto e proclive a  mondani pensieri e a cure di frivola oziosità o di vanità  letteraria.   No, quanti amano il Poeta, non tollereranno che  anche L. venga alle mani dei pedanti, dei letterati,  dei conferenzieri; e che ei diventi materia e pretesto di  vane esercitazioni onde gli animi si alienino dai problemi  che fanno yiensoso ogni uomo che viva e rifletta sulla  sua vita con vigilante coscienza morale. E io inizio questo  corso formulando il voto e, per cyuanto è da me, fermando  il programma, che qui sia sempre vivo e presente  L. poeta, che è il L. degli uomini, e non L. dei letterati, degli accademici, dei curiosi, dei pettegoli e dei perditempo. Giacché L. fu anche un erudito ap.  passionatissimo ; anzi, ricorderete, si rovinò la comples.  sione e si precluse la via a ogni godimento della vita per  la furia con cui nella età più giovanile si gettò sugli studi  per puro amore di sapere. Per molti anni aspirò, finché  la perduta salute e la vista indebohta non gli ebbero  create difficoltà insormontabili, ad essere un filologo  consumato. Delle questioni letterarie, un tempo delizia  degli accademici, fu anche lui studiosissimo, ancorché  ironicamente guardasse dall’alto, per la coscienza che  ebbe del suo più squisito gusto e della sua più perfetta  dottrina, le accademie italiane antiche e recenti. Ma  la sua anima non si chiuse né nella filologia, né nella  letteratura. Se ne servì come di strumenti a vedere e  sentire più addentro nel proprio animo, e di grado in  grado elevarsi alla sua forma di poetare. Egli (e la prova  più manifesta è in quel suo diario dello Zibaldone) visse  sempre raccolto e concentrato in se stesso: osservando  la vita, studiando gli uomini, speculando sulla natura e  sull’anima umana, indagando i destini dei mortali e le  forme onde l’uomo rifrange nel suo cuore e nel suo iiensiero  la luce di tutte le cose, da cui si vede attorniato. Il suo  pensiero è una continua, commossa meditazione su se  stesso, in forma che ora rimane un filosofema, ora assurge a fantasma, e vibra e rifulge agli interni occhi  trepidanti.   L., con diversa temperie spirituale e cultura  diversissima, è dell’età stessa del Manzoni : figlio di  quella nuova Italia che guarda la vita religiosamente, e  ne sente il valore e la serietà; profondamente differente  da quella anteriore aH’Alfieri e al Farmi, quando i poeti  italiani cominciarono ad accorgersi che nella stessa poesia  c’è il vuoto se non c’è tutto l’uomo; l’uomo, che è legaio    da intìniti vincoli e in tutti gl’ istanti della sua vita    a una divina realtà, governata da leggi che domano e  annientano ogni arbitraria velleità dei singoli; a una  realtà, in cui il singolo uomo viene a trovarsi nascendo  da cui si diparte morendo, ma in cui deve inserire e  jnserisce, con 0 senza frutto e vantaggio, ogni sua azione,  ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo pensiero o sentimento, durante tutta la vita, dal dì della nascita a quello  jella morte. Anche L., razionalista e irrisore di  superstizioni e di dommi, è uno spirito profondamente  religioso, sempre faccia a faccia del destino: incapace di  abbandonarsi a qualsiasi sorta di dilettantismo, e di  prendere alla leggiera i problemi della vita. Sul suo viso  è sempre un sorriso di austera, solenne mestizia, e si  scorge il pacato accoramento dell’uomo che non riesce  a distrarsi in vani divertimenti, neppure nel mondo subbiettivo del pensiero e dell’ imaginazione : tutto preso  dalla considerazione ine\'itabile del mondo, in cui l’uomo, ed egli in particolare, si sforza di vincere il dolore. Per  questa sua costituzionale religiosità L. non fu  soltanto un poeta, ma fu anche un filosofo, allo stesso  titolo e per la stessa ragione di MANZONI. Bisogna intendersi. Se domandate ai filosofi, diciam  così, di professione, ai filosofi cioè che tengono a distinguersi dal resto degli uomini, essi vi risponderanno che  L. filosofo non fu, non ebbe un sistema; e le idee  speculative che si formò per la lettura dei filosofi recenti  più affini al suo modo di sentire, non ebbero da lui svolgimento e impronta personale, perché non furono fecondate da una sua speciale ispirazione. Accettò, riecheggiò,  Ria senza elaborare quel che accettò, senza svilupparlo,  ordinarlo e potenziarlo a nuova forma sua propria di verità. In una storia della filosofia ei perciò non può trovar  posto; quantunque di lui non si possa non parlare di stesamente in un quadro della cultura filosofica della  prima metà del secolo passato. In questo senso, d’accordo, L. non fu un filosofo.   Ma c' è un altro senso in cui si deve parlare della  filosofia; ed è quello poi per cui la stessa filosofia dei  filosofi è una cosa seria, va rispettata, e può interessare  tutti gli uomini, e non essere una malinconica fantasticheria di gente che viva fuori del mondo. Ed è quello  per cui c’ è la filosofia di quelli che inventano nuovi sistemi filosofici; ma c’è anche la filosofia di quelh che,  senza inventarne, li cercano questi sistemi nei libri dove  sono esposti, e leggono questi libri, li studiano, ne fanno  prò, li gustano, han bisogno di farsene nutrimento e  forza dello spirito, in cerca di risposta a domande che  sorgono spontanee dal fondo della loro anima, insistenti,  invincibili, e che essi perciò non saprebbero reprimere e  far tacere. Talvolta questi filosofi-lettori sentono il pungolo dei problemi dei filosofi-autori, e fanno perciò ressa  intorno a costoro, jjer averne soddisfazione ai bisogni da  cui sono senza tregua assillati. Giacché, insomma, la filosofia, come la poesia, non è privilegio né monopoho dei  pochi quos aequus amavit luppiter] ma è in fondo allo  spirito umano, e quindi nell’animo di tutti. Soltanto,  c’ è chi si distrae e corre e si disperde per le cose e gl’ interessi esteriori, senza mai per altro dissiparsi a tal punto  nelle esteriorità da non portare in tutto l’accento, per  quanto leggiero, della sua personalità; e c’ è chi si ripiega  e raccoglie in sé, e dentro di sé cerca, trova e coltiva il  germe della sua vita e del suo mondo.   In questo senso più largo e fondamentale il L.  fu squisitamente filosofo: e stette sempre anche lui con  gli occhi intenti, ansiosi, sopra il mistero della vita, quale  ad ogni uomo che sente e che pensa esso si presenta in jiìczzo a tutte le idee quotidiane, di tra il confuso agitarsi  passioni svariate che gli tumultuano incessantemente  pel cuore. Giacché ogni uomo che sente, non può vivere  così spensierato e abbandonato all’ istinto da non avvertire che la sua vita non scorre tranquilla com’acqua  sopr^ un letto già scavato e terso. Sono sempre ostacoli  da superare, bisogni da soddisfare, desideri! non ancora  appagati e ondeggianti tra la speranza e il timore; e la  gioia offuscata sempre dal dolore, che, vinto, risorge in  mezzo allo stesso ]ùacere; e nell’alterna vicenda di vittorie  e sconfitte, cadute e risorgimenti, speranze e disinganni,  giubilo e scoramento, in fondo, alla fine, uno sparire  totale di tutto, un disseccarsi e inaridirsi definitivo della  sorgente stessa, a cui l’uomo accosta ad ora ad ora le sue  labbra assetate; il nulla, la morte. La morte, che ci atterrisce prima di colpirci, toghendoci per sempre e annientando intorno a noi tante delle nostre persone care,  con cui ci era comune la vita, in guisa che la morte loro  ci pare la morte di una parte di noi. E che è questa  morte ? e che questa vita che precipita fatalmente nella  morte ? Che è questo bisogno di cui viviamo, di non  arrenderci a questo fato, che infrange ad una ad una  tutte le nostre speranze, disperde tutte le nostre gioie,  ci priva di tutti i nostri beni, ci chiude dentro mille ostacoli. ci combatte, c’ insegue, ci sbarra la via, e non ci  concede tregua finché non ci abbatta per sempre ? Nascere  è entrare in una lotta, che di giorno in giorno richiede  sempre nuove e maggiori forze, e una volontà sempre  più agguerrita, per vincere una battaglia sempre più  aspra. Svegliarsi ogni mattina è, presto o tardi, pronti  0 lenti, rispondere all’appello delle cose, della natura, del  destino, che ci attende, e ci spinge a nuove fatiche per  soddisfare i nuovi bisogni che riempiranno tutta la nostra giornata. Per gli uni la vita sarà più facile, o men  difficile: ma per tutti è una scala, che bisogna salire;  salire sempre; da un gradino all’altro: sempre più  senza fermarsi mai.   Ma, appena l’uomo che ha un cuore, sente quest  affanno e scorge, anche da lungi, la tragedia e la catastrofe”  non può non interrogarsi e riflettere se a questa lotta ché  par destinata a una sconfitta assoluta egli abbia forz.  sufficienti, o se non sia un’ illusione questa jier cui egfi  confida a volta a volta di poter affrontare la lotta stessa  per conquistarsela la sua gioia, e farsi insomma una vita  sua, quale ei la vagheggia, filiera dai mali la cui minaccia  mette in moto la sua attività; e se egli non debba aprire  gli occhi, e riconoscersi vittima del giuoco inesorabile  della natura, granello di polvere sperduto nel turbine, o  ruota di un ingranaggio universale, il cui combinato  movimento non s’arresterà né devierà mai, e dentro i]  quale ogni sforzo di volontà non può essere, esso medesimo, al pari delle idee e dei sentimenti che lo sollecitano, se non un necessario effetto di una causa necessaria  predeterminato ab eterno in eterno. £ il mondo, in cui  si svolge la nostra vita, una realtà massiccia, tutta chiusa  neUa sua natura e nelle sue leggi, immodificabile, e noi  dentro di esso, tutt’uno con tutte le altre cose, anche  noi mossi dalla forza irresistibile del destino ? 0 siamo  noi veramente capaci di metterci di fronte a ciuesto  mondo, modificarlo con la nostra opera, con la nostra  volontà, e al di sopra delle ferree leggi del meccanismo  naturale col nostro amore, con l’impeto dell’animo nostro innamorato dell’ ideale, instaurare una legge che sia  la norma del bene e di un mondo spirituale dotato di  un valore assoluto ? E se non fosse possibile questo  mondo superiore, in cui il bene si distingue dal male,  e c è una verità che si oppone all’errore, come si potrebbe  pensare lo stesso mondo inferiore e quella natura spietata tutta chiusa nel suo meccanismo, la cui affermazione implica che si ritenga vera? E se a questo mondo superiore, alla cui esistenza occorre l’attività libera dello  spirito che sceglie il bene e si apprende alla verità resping^n*^ contrario, se ne contrappone un altro che è  la nepzione della hbertà, come si farà ad ammettere  che sia libera la natura umana, circondata e condizionata da una natura che è l’opposto della hbertà ?   Pensieri, che il filosofo più esperto mette in formule  stringenti, e scruta a fondo; ma che confusamente, e  non perciò meno tormentosamente, affiorano in ogni  umana coscienza, e ora vi gettano lo sgomento, ora v’ infondono la fede di cui ogni uomo ha bisogno per non  fermarsi e cadere. Giacché 1 uomo non dà un passo senza  credere di poterlo dare; senza pensare che c’è una mèta  innanzi a lui da raggiungere, e che quella è la via buona  per giungervi. E quando questa convinzione gli manchi,  e gli manchi del tutto, allora non gli resta che rifugiarsi  nell’ Èrebo, come la misera Saffo. O la fede, o la morte. Ci sono mezzi termini, ma per gh uomini che pensano e sentono poco, e perciò si cUstraggono. Nessuno  invece sentì mai cosi acutamente come il nostro L.. nessuno vi pensò mai con tanta insistenza, e ne  trasse espressioni di tanta umanità. Poiché il L.  se fu un filosofo in largo senso, fu poi, viceversa, un poeta  in senso stretto. Il che vuol dire, che le sue convinzioni  filosofiche non gli rimasero nella testa; ma gli scesero  al cuore, e \'i si abbarbicarono, e furono la sua persona,  lui stesso, la sua anima, 1 immediato sentimento, in cui  \ibrò a volta a volta tutto il suo cuore. La sua concezione  della vita, come or ora vedremo, si chiuse in poche idee,  ma queste si fusero e colarono ardenti sulla stessa fiamma  della sua passione viva, e quindi fiammeggiarono in  accenti e fantasmi di poesia. La quale questo ha di proprio, a differenza della scienza ragionata e del sapere  speculativo; che in questi il pensiero si spersonahzza e  si stende in una tela universale, che ogni intelligenza può SÌ ritenere, e far sua, e viverne anche, ma elevandosi  sopra di sé e quasi uscendo da sé, e mediandosi, cioè  svolgendosi, e quasi aprendo e dilatando il nucleo vivente  della sua individualità, in guisa da parere che non senta  più né affetti, né passioni, né gioie, né dolori, assorta  nella contemplazione del suo oggetto. Laddove la poesia,  lungi dall’alienare da sé il soggetto, lo stringe a se stesso,  e lo fa vedere immediatamente così come esso è, dentro  di se medesimo, chiuso nel suo sentire, fremente nel  brivido della sua subbiettiva interiorità, nel suo essere  e nel suo atteggiamento non ancora mediato, sviluppato,  riflesso, ragionato e disindividuato. Lo scienziato cerca  e trova la verità che è di tutti, astrattamente obbiettiva,  in guisa che non par più né anche spettacolo di occhi  umani od oggetto conformato alla mente che lo pensa;  e il poeta in^’ece non cerca e non trova se non se stesso:  l'amore o qual’altra passione gli detta dentro le parole  in cui egli si esjirime. In questa immediatezza, spontaneità e quasi naturalità dello spirito poetico è il segreto della miracolosa  potenza della poesia, raffigurata dagli antichi nella virtù  incantatrice della lira di Orfeo, che traeva a sé e trascinava non pure gli uomini che riflettono, ma le fiere che  solo sentono. Perciò la poesia, quantunque richieda  anch’essa cultura e finezza spirituale, risultato di studio  e di educazione, s’appiglia al cuore dei semplici e delle  moltitudini, invade gli animi, conquide e trae seco non  per virtù di persuasivi e irresistibili raziocinii, ma, appunto, d’un tratto, immediatamente, quasi per divino  miracolo. Perciò Tefficacia e la virtù diffusiva dell’arte  è senza paragone superiore a quella della filosofia.   Perciò quella filosofia, che fu nel L. sentimento  e diventò sublime poesia, ha una potenza infinitamente  maggiore di qualunque più sistematica filosofia; e se si  chiudesse nel gretto circolo di una concezione pessimistica della vita, non sarebbe, a dir vero, prudente accorgimento di educatori del popolo italiano erigere qui una  cattedra a commento ed esaltazione di essa. I filosofi,  per raggiungere la loro verità, devono salire l’erta faticosa del monte; e giunti alla cima, vi restano per solito  in una solitudine magnanima, anche a malgrado della  moltitudine che dal basso sogguarda e sogghigna. I poeti  si traggono dietro il popolo, toccandone il cuore anche  lievemente, con quella loro arte che « tutto fa, nulla si  scopre ». L. è tra essi; ma materia del suo  canto è la sua filosofia.  E qual è dunque il contenuto di questa sua filosofia ?  Quello che abbiamo già detto dei problemi filosofici, che  spontaneamente sorgono dal fondo del pensiero umano,  ci apre la via a chiarire le idee che furono la vita intellettuale e sentimentale del nostro Poeta. 11 quale su quei  problemi martellò il suo pensiero; e di quei problemi  vagheggiò soluzioni, che scossero profondamente il suo  animo. E sono i problemi fondamentah o massimi della  filosofia: che è pensiero umano derivante dal bisogno  di assicurare all’uomo la fede che gli è indispensabile  per vivere: la fede nella propria libertà; ossia nella possibilità che egli ha, e deve avere, di esercitare un suo  giudizio, di conoscere una verità, di agire, e farsi un  suo mondo, conforme cioè alle sue aspirazioni e a’ suoi  ideali e non dibattersi vanamente in una rete di illusioni  e di sforzi infecondi. Bisogno, rispetto al quale ogni filosofia materiahstica, evidentemente, è una filosofia fallita;  la quale, logicamente, se l’uomo non si risolvesse da  ultimo a non lasciarsi più guidare dalla logica e ad abbandonarsi all’ istinto, dovrebbe condurre l’uomo, come  ho detto, al suicidio.  Ora Giacomo L., ogni volta che si trovò a fare  di proposito una professione di fede, fu esplicito nel  manifestare la sua adesione alla filosofia sensualistica e  materialistica; e il Frammento apocrifo  di Stratone di Lampsaco, inserito nelle Operette morali, è  una dichiarazione del suo proprio pensiero, quale, per  altro, si ripercuote in una buona metà de’ suoi scritti  in prosa e in verso. Poiché da per tutto egh si vede innanzi quella natura simbolicamente rappresentata nel  Dialogo della Natura e di un Islandese', la quale non sa  e non si cura dei desiderii né delle sofferenze umane;  natura grande, enorme, infinita, la quale racchiude in  sé tutto, e non conosce perciò l’uomo che pretende di  contrapporsele, di deviarla dal suo corso, piegarla alle  proprie tendenze, conformarla a quei fantasmi di una  vita bella ideale, che egli si finge e pretende di far valere  in concorrenza della dura, quadrata realtà che lo fronteggia. Questa perciò, conosciuta che sia, spezza ogni  umana velleità, e aggioga l’uomo al dominio universale  delle leggi di natura: dove non c’è bene né male, ma  tutto è necessario, tutto accade perché, data la causa  che lo determina, non può non accadere; e la stessa necessità ha ogni umano pensiero o volere, che non deriva  da un principio autonomo, che si faccia centro di una  vita superiore e indipendente, avente in sé la propria  misura, ma è effetto del generale meccanismo, che si  abbatte sulla così detta anima umana attraverso le sensazioni e gh appetiti che queste producono. Filosofia materialistica, dunque. Ma è questa, in  conclusione, la filosofia del L. ? Io \’i invito a riflettere che c’ è due modi di giungere a conclusioni materialistiche : uno proprio degh spiriti poco sensibih, che,  raggiunte quelle conclusioni, vi si rassegnano: le trovano  inevitabili, e si fanno un dovere, il cui adempimento  non costa a loro grande fatica, di accettarle senza reazione  di sorta; e l’altro invece proprio di quegli altri, che se  non trovano la via di affrancarsene, e scoprirne l’errore  e la manchevolezza, ne soffrono, e vi reagiscono contro,  e vi si ribellano con tutta la forza del loro sentimento,  che ò come dire della loro stessa personalità. I secondi  non riescono ad affisarsi tanto nella visione di quella  natura che è opposta alle esigenze morali proprie dell’uomo, da restarvi come assorbiti, dimenticandosi affatto di queste esigenze, e cioè della lor propria natura. Il loro tormento, la loro angoscia nasce appunto da questo  stridente contrasto, di cui essi infine vengono a fare  l’esperienza, e a vivere. La realtà finale, al cui cospetto  vengono a trovarsi, non è una sola, ma duplice: da una  parte, la natura disumana, in cui tutte le luci onde s’illumina la via dello spirito si spengono; e dall’altra,  questa realtà fiammeggiante e splendida, che arde dentro  di loro, e alla cui luce, infine, essi comunque guardano  e vedono la prima. Giacché anche questa è oggetto di  una affermazione, in cui lo spirito umano manifesta la  fede che ha nelle proprie forze e nella propria capacità  di distinguere il vero dal falso, e di appigliarsi al primo  in quanto esso è opposto al secondo. La realtà che è lì  di fronte allo spirito, è sì quella realtà naturale, materiale,  meccanica, chiusa e impervia ad ogni idealità, inconciliabile con qualsiasi concetto di libertà; ma il contrapporsi di essa allo spirito importa pure l’opporsi dello  spirito ad essa: dello spirito, che è una realtà dotata di  attributi contrari a quelli con cui vien pensata l’altra.  E per ammettere questa, bisogna ammettere prima quella ;  senza la quale mancherebbe lo stesso pensiero, a cui si  chiede tale ammissione. E chi dice pensiero, dice libertà.  Dunque ? Siamo liberi ? Possiamo cioè col nostro pensiero,  con la nostra volontà, crearci il mondo che ci sorride  alle menti innamorate; il mondo della verità, delle cose  belle e buone, a cui il nostro cuore tende con irresistibile  slancio ? E come spiegar l’ali, onde noi vorremmo innalzarci nel libero cielo dell’ ideale, se esse urtano sul  muro di bronzo di questa materiale natura, che ci attornia e stringe da tutte le parti, dalla nascita alla morte ?   Ecco l’esperienza del L., ecco la sua lìlosofìa,  che è molto ]ùù complessa del semjjlicismo materialistico;  ed essa è il reale contenuto della poesia L.ana:  quella filosofia fatta sentimento e persona, che ho detto  esser materia al canto del Poeta recanatese. 11 quale non  si rassegna alla pura affermazione materialistica, perché  la ricca e sensibilissima vita morale che gli riempie il  cuore, è la negazione del materialismo; e poi perché egli  è un poeta, e come ogni poeta crede nel suo mondo, lo  prende sul serio; e questo suo mondo è la ])rova più  luminosa della sua capacità creatrice e della sua libertà. Si consideri che questo è uno dei caratteri principali  dell’arte : che laddove l’uomo pratico, lo scienziato, l’uomo  religioso, lo stesso filosofo può sentirsi legato a una realtà  che prcesiste alla sua azione, alla sua ricerca scientifica,  alla sua preghiera o alla sua speculazione, che è in sé  quello che è, con le sue leggi, a cui l’uomo deve arrendersi e subordinarsi, l’artista crea il suo mondo e, prescindendo nella sua fantasia dalla realtà preesistente,  celebra la sua assoluta libertà, arbitro della nuova realtà  che egli si finge, e in cui vive, e si aliena dal mondo naturale dell’uomo comune e della sua stessa vita ordinaria:  sì che il suo sogno diventa a lui cosa salda, e si slarga a  orizzonti infiniti, e gli fa sentire il gusto deH’cterno e  del divino. La poesia del L. ribocca e freme di trepidante tenerezza per le vaghe immagini figlie dell’arte  sua: per quelle dolci parvenze che un po’ gli sorridono  e poi, a un tratto, lo abbandonano rapite via dalla corrente di quella disumana realtà, che ignora il dolore  che essa cagiona ai cuori teneri e gentili. E insieme con  le immagini belle, gli arridono tutte quelle che una volta egli dice le « beate larve », familiari agli uomini non ancora giunti alla conoscenza del tristo vero, ossia non  ancora spinti dalla malsana riflessione alla disperazione  (ji quella mezza filosofia, che è il materialismo: le beate  lar\e, che allietano e confortano la vita agli uomini,  nelle antiche età, e nei primi anni della fanciullezza e  della gioventù quando non ancora si sono appressate le  labbra all’amaro calice della vita; e nelle prime ore del  mattino, (juando incomincia il giorno e Tuomo non ha  riassaporato per anco la realtà, e se ne foggia con 1’ immaginazione una che lo anima e alletta alla nuova fatica.  Le beate larve delle illusioni naturali e necessarie : di tutte,  cioè, le idee che formano il pregio della vita, e che quella  filosofia materialistica non potrà giustificare come dotate  di un legittimo fondamento, e pur non potrà sradicare  dallo spirito umano.   Perche illusione la virtù ? Perché illusione ogni idea  onde ebbe pregio il mondo ? Perché la vita che noi conosciamo, risponde il L., ne è la negazione. Ricordate  il dialoghetto di un venditore d’almanacchi e di un passeggere? L’almanacco promette per l’anno nuovo tante  cose belle; ma il passeggere è scettico; «quella vita eh’ è  una cosa bella non è la vita che si conosce, ma (jueUa  che non si conosce; non la vita passata, ma la vita futura ».  La quale però un giorno sarà passata, e allora si conoscerà, e apparirà quale sarà aneli'essa, una volta sperimentata; brutta, come tutta la vita passata. 11 futuro  è il mondo che vi finge lo spirito; il mondo, dice L., delle illusioni. Lì è la virtù che vince il male e  trionfa; lì è il sacrifizio dell'uomo per l’uomo; lì è l’amore;  lì è la fede e l’amicizia; lì è la gioia, ecc. Ma quello non  è il mondo reale. Infatti il futuro bisogna che avvenga,  e diventi passato. La realtà realizzata, quale noi possiamo  averla innanzi a noi, ed effettivamente conoscerla, quella  ci disillude, e ci dimostra che la virtù è un nome vano.  e che tutte le più vaghe speranze e gl’ ideali più cari  finiscono nel nulla.   Tant’ è che Tuomo conchiuda o per condannare come  semplici ombre fallaci tutte le illusioni, e dire che la  vita non si può governare se non in rapporto al reale  all’esistente, al mondo qual è (che è poi il passato); o  per risolversi animosamente a dir no a questo mondo  reale (che è il passato senza futuro) e a governarsi con  l’occhio all’avvenire, dove lo trae la sua natura di essere pensante, e perciò creatore di ideali e vagheggiatore  di una vita superiore a quella puramente naturale. E L. dice questo no con tutta la forza del suo animo,  con tutto r impeto della sua possente poesia. Egli è tutto  proteso verso il futuro, verso l’ideale, e torce con coscienza prometeica lo sguardo dalla legge fatale che  incatena l’uomo come essere naturale alla ferrata necessità di morte. Egli, di cedere inesperto, disprezza il  brutto poter che ascoso a comun danno impera e V infinita  vanità del tutto. Per lui   Nobil natura è quella  Ch’a sollevar s’ardisce  Gli occhi mortali incontra  Al comun fato. E quanto a sé non cederà certo ; e alla morte può dire:   Erta la fronte, armato,   E renitente al fato.   I.a man che flagellando si colora  Nel mio sangue innocente  Non ricolmar di lode. Non benedir. Solo aspettar sereno   Quel dì eh’ io pieghi addormentato il volto  Nel tuo virgineo seno. Egli è conscio dell’ invitta potenza dell’anima umana  pur nell’estrema miseria. Vivi, dice la Natura all’Anima jn uno de’ suoi dialoghi; vivi, e sii grande e infelice.  Infelice perché grande; perché sentire la infehcità è solo  jelle anime grandi, che con la loro gagharda natura si  jnettono al di sopra del mondo, che le fa soffrire, e regnano sovrane in quella superiore realtà che è propria  dello spirito. L. sa che la grandezza del suo dolore  si commisura alla grandezza del suo pensiero che lo sente  e analizza e ne fa materia al suo altissimo canto; e che  un’anima volgare e torpida non saprebbe provare tutto  il dolore del Poeta, che il volgo infatti non intende e irride.  L. sa che la coscienza dell’umana miseria è già  segno di grandezza. Sa che ancor che tristo, ha suoi diletti il vero: che l'acerbo vero, a investigarlo, dà un amaro  gusto che piace. E poi quando l’anima, disillusa e stanca  della vita che non mantiene mai le sue promesse, si riduca infatti all’estremo della infelicità, che non è la disperazione, ma la noia >, la morte ncUa vita, non dolore  né piacere, ma il sentimento della nullità, questo terribile privilegio degli uomini, a cui la natura non ha provveduto perché non ha neppur sospettato che l’uomo vi  potesse cadere; quella noia che, a simiglianza dell’aria  «la quale riempie tutti gl’intervalli degh altri oggetti,  e corre subito a stare là donde questi si partono, se altri  oggetti non gli rimpiazzino », « corre sempre e immediatamente a riempire tutti i vuoti che lasciano negli animi  de’ viventi il piacere e il dispiacere » ’ ; ebbene, anche  allora l’anima non cade, non è vinta. Giacché, secondo  L., « la noia è in qualche modo il più sublime dei  sentimenti umani. Il non potere essere soddisfatto da ’ « La disperazione è molto, ma molto più piacevole della noia.  La natura ha provveduto, ha medicato tutti i nostri mali possibili,  anche i più crudeli ed estremi, anche la morte, a tutti ha misto del  bene, a tutti fuorché alla noia» (Zibald.).  Zibald., Giuntile, Manzoni e L..  alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera;  considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che  tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio;  immaginarsi il numero dei mondi infinito, e 1 universo  infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe  ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accu-  sg^re le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vóto, e pero noia, pare a me il maggior segno  di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura  umana. Perciò la noia è poco nota agh uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali » Su tutte le delusioni, su tutti i dolori, su tutte le  miserie, al di sopra della mole sterminata di quest’universo, in cui s’infrangono tutte le speranze e si spengono tutti gl’ideah, l’infinità dello spirito. Quindi la  hbertà, quindi la possibilità di crearsi una vita superiore  degna delle più nobili aspirazioni connaturate all’animo  umano. Anche pel L., poca scienza pregiudica e  mortifica, ma molta scienza ravviva e ringaghardisce la  fede di cui l’uomo ha bisogno per vivere. E questa natura,  che la mezza filosofia del materialista ci rappresenta  in voley mutyignu, è pur quella natura che mette nell’animo nostro le illusioni; e se non sopravvenga la riflessione e l’opera dcU’ irrequieto ingegno dell’uomo non  più contento delle condizioni naturali della vita che egli  dapprima vive istintivamente, conforta l’uomo con l’amore,  con la pietà, con tutti gli affetti gentili che riempiono  il cuore di dolci consolazioni e di magnanimi ardimenti. Pensieri, N. 68. Questa natura che governa Tuomo, madre benigna e pia  nell’età dei Patriarchi, nei tempi oscuri e favolosi del  genere umano, e risorge amorosa nella prima età di  ciascun uomo a infondergli con la virtù del caro immaginare la speranza nel futuro a cui egli va incontro;  questa natura, che nell’amore torna sempre a rinverdire  le speranze, e che ci fa conoscere una « verità piuttosto  che rassomighanza di beatitudine»; essa torna da capo,  quando l’uomo ha tutto conosciuto il tristo vero e vuotato il calice amaro, torna a confortare l’uomo, amica e  consolatrice. La natura del materialista è via; ma non  è punto di partenza, né punto d’arrivo. 11 savio torna  fanciullo, e alla fine, come al principio, l’uomo è alla  presenza di un mondo il quale non è quello del meccanismo, che tutto travolge e distrugge quanto a lui è più  caro, ma quello del pensiero, dello spirito umano, dell’amore, della virtù. Onde ai suggerimenti egoistici della  filosofia (nel Dialogo di Plotino e di Porfirio) che indurrebbe il filosofo al suicidio, Plotino può rispondere :  <iPorgiamo orecchio piuttosto alla natura che alla ragione»'.  alla natura primitiva « madre nostra e dell’universo »,  la quale ci ha infuso un certo senso dell’animo, che è  amore degli altri e che ferma la mano al suicida ricordandogli la famigha, gli amici e quanti si dorrebbero  della sua morte. Perciò a Porfirio, il filosofo che vorrebbe  togliersi la vita, il filosofo più savio, il maestro, Plotino  dirà:   Viviamo, e confortiamoci a vicenda; non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita dei mali della  nostra specie ! Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un  l’altro; e andiamoci incoraggiando e dando mano e soccorso  scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica   della vita.E quando la morte verrà, allora non ci dorremo : e   anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, cosi  molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora. Perciò Sanctis paragonando Schopenhauer a  L., notava questo grande divario tra n filosofo  tedesco e il poeta italiano: che questi quanto più mette  in luce il deserto desolante e disamabile della vita, tanto  più ce la fa amare; quanto più dichiara illusione la virtù,  tanto più ce ne accende vivo nel petto il desiderio e il  bisogno. Perciò la lettura del L. non sarà mai  pericolosa, anzi salutare e corroborante a chi saprà leg-  gergh nel fondo dell’anima. E di lui può dirsi che preso  per metà è il più nero dei pessimisti; preso tutto intero,  è uno dei più sani e vigorosi ottimisti che ci possano  apprendere il segreto della vita operosa e feconda.   La morte, anche la morte, il simbolo della fatalità  avversa che opprime ogni sforzo umano, e che pare minacci sempre da lungi e ammonisca della inanità d’ogni  speranza e d’ogni fatica, e della nullità della vita a cui  ci sentiamo tutti legati, la stessa morte al Poeta, nella  maturità piena della sua poesia, quando il suo animo  ha più nettamente ravvisato e sentito nel profondo la  sua verità, e quasi toccato il fondo di se stesso, diventa  germana di Amore, che è pel L., come s’ è veduto,  ciò che dà verità più che rassomiglianza di beatitudine.   Fratelli, a un tempo stesso. Amore e Morte   Ingenerò la sorte.   Cose quaggiù si belle   Altre il mondo non ha, non han le stelle.   Morte diviene una bellissima fanciulla, dolce a vedere; e gode accompagnar sovente Amore:   E sorvolano insiem la via mortale.   Primi conforti d’ogni saggio core.   Non vedo che abbia attirata l'attenzione della critica, come  merita, uno studio recente del prof. Cirillo Berardi, Ottimismo L.ano, Treviso, bongo e Zoppelli,  Il Poeta sente che   Quando noveUamente  Nasce nel cor profondo  Un amoroso affetto.   Languido e stanco insiem con esso in petto  Un desiderio di morir si sente:   Come, non so: ma tale   D’amor vero e possente è il primo effetto.   Il Poeta vuol rendersi ragione di questa coincidenza,  e non vi riesce. Ma ben sente che quando si ama, non ha  più valore la vita naturale dell’ inditdduo chiuso nei suoi  limiti, di là dai quah spazia quell’ infinita natura che  fiacca ogni umana possa. Che anzi l’individuo per l’amore  scopre che la sua vera vita è di là da questi hmiti; e che  bisogna ch’egli perciò muoia a se medesimo, e spezzi  r involucro della sua individuahtà naturale, centro di  ogni egoismo, per attingere la vera vita. Perciò la morte  opti gran dolore, ogni gran male annulla. Perciò la morte  è liberatrice, affrancando lo spirito umano dai vincoli  onde ogni uomo è da natura incatenato a se medesimo,  chiuso in sé, in mezzo agli altri esseri e forze naturali,  incapace di libertà e di virtù. Amare è redimersi, entrare nel mondo morale, che è il mondo della libertà.   Questo il concetto che il Poeta sentì e visse: questa  la materia del suo canto. Formiamo oggi l’augurio, che  attraverso il corso di queste letture, che inauguriamo,  tale concetto apparisca in luce sempre più chiara. Pubblicato la prima volta negli Annali delle Università toscane (Pisa) e come proemio alla edizione con note delle Operette morali  di G. L., da me curata, Bologna, Zanichelli, Se si volesse considerare le Operette morali come una  raccolta delle varie parti, in cui il libro è diviso, sarebbe  tutt’altro che agevole stabilirne la cronologia. Certo, non  sarebbe consentito di starsene alle indicazioni fornite  con perentoria precisione dallo stesso autore innanzi alla  terza edizione iniziata a Napoli. Queste Operette », egli diceva, « composte nel 1824, pubblicate la  prima volta a Milano, ristampate in Firenze coll’aggiunta del Dialogo di un Venditore di  almanacchi e di un Passeggere, e di quello di Tristano  e di un Amico; tornano ora alla luce  ricorrette notabilmente, ed accresciute del Frammento  apocrifo di Stratone da Lampsaco, del  Copernico e del Dialogo di Plotino e di Porfirio.  Intanto, non tutte le Operette furono pubblicate la prima volta a Milano; giacché tre di  esse, come « primo saggio », avevano visto la luce a Firenze nel gennaio 1826, nell’ Antologia e quell’anno  stesso erano state riprodotte a Milano nel Nuovo Ricoglitore. Ed è pur vero che tutte le Operette, ad eccezione  di quelle che nella notizia testé riferita sono assegnate  dall’autore furori composte; perché l’autografo originale, che è tra le carte  L.ane della Biblioteca Nazionale di Napoli, ce ne Scritti letterari, ed. Mestica, li,  fa sicura testimonianza con le date apposte alle operette  singole, e tutte correnti dal 19 gennaio al 13 dicembre  di quell’anno Ma si dovrebbe pure distinguere il tempo  in cui ciascuno scritto fu steso, da quello in cui prima  fu concepito, o ne cadde il motivo fondamentale e inspiratore nell’animo del L.. Giacché con qual fondamento si toglierebbe l’una o l’altra delle Operette a documento di quel periodo spirituale che si suole infatti atribuire agli anni tra il canto Alla sua donna con i Frammenti dal greco di Simonide (appartenenti probabilmente a quello stesso tempo), e l’epistola  Al Conte Pepoli o II Risorgimento, se quei pensieri che sono caratteristici delle  Operette risalgono ad epoca più remota ? Fu già osservato j  che negli Abbozzi e appunti per opere da comporre, che  sono fra le carte napoletane, «scritti in piccoli foglietti  staccati senza indicazione di tempo » 3, è segnato un  Ecco le singole date, già in parte pubblicate dal Chiarini, Vita  di G. L., Firenze, Barbèra, e da  me riscontrate tutte sul manoscritto autografo (che si conserva tra  le Carte della Biblioteca Nazionale di Napoli): Storia del genere umano); Dialogo d' Ercole e di Atlante; Dialogo della Moda e della Morte; Proposta  di premi; Dialogo di un Lettore di umanità e di Sallustio; Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo ;  Dialogo di Malamhruno e di Farfarello; Dialogo della Natura e di un’.dnima; Dialogo della Terra e della Luna; La scommessa di Prometeo; Dialogo  di un Fisico e di un Metafisico; Dialogo della Natura  e di un Islandese; Dialogo di Tasso e del  suo Genio familiare (i-io giugno); Dialogo di Timandro e di Eleandro; Il Parini, ovvero della gloria; Dialogo di  Ruysck e delle sue Mummie; Detti memorabili di Ottonieri. Dialogo di Colombo e di  Gutierrez);  Elogio degli Uccelli; Cantico del Gallo silvestre; Note,  Da N. Serban, L. et la France, Paris, Champion, I Avvertenza premessa agli Scritti vari ined. di G. L. dalle carte  napoletane, Firenze, Le Monnier, Dialogo della natura e dell’uomo, sul proposito di quella  parlata della natura, all’uomo, che Volney le mette in  bocca nelle Ruines sulla fine, o vero nel Catéchisme » dialogo, che si trova nelle Operette col titolo di Dialogo  della Natura e di un'Anima) il quale, dunque, al tempo  di quell’appunto non era scritto. Pure nello stesso foglietto, segue un « TrattateUo degli errori popolari degli  antichi Greci e Romani » (che non può essere la stessa  cosa del Saggio), e quindi subito dopo: « Comento e riflessioni sopra diversi luoghi di diversi autori, sull’andare  di quelle ch’io fo in un capitolo del F. Ottonieri»; ossia  nel penultimo capitolo dei Detti memorabili, che è delle  ultime operette del '24. Ora, se questi appunti sono pertanto da ascrivere ad epoca posteriore a tale data, in  qual modo spiegarsi che del suo Dialogo della Natura  e di un’Anima l’autore parlasse come di opera da comporre ? O egli non aveva neppur composti i Detti memorabili, e si riferiva ai materiali che vi avrebbe messi  a profitto, e che già, come vedremo, possedeva ?   Comunque, in altra serie di appunti, relativi, come  par probabile, a dialoghi tuttavia da scrivere, e tutti  segnati nel medesimo foglietto, s’incontrano, tra gli  altri, i seguenti argomenti: Salto di Leucade) Egesia  pisitanato) Natura ed Anima) Tasso e Genio) Galantuomo e mondo) Il sole e l’ora prima, o Copernico. Ed ecco,  da capo, il Dialogo della Natura e di un’Anima, ma accanto a un altro dialogo. Galantuomo e mondo, che l’autore  abbozza, per tornarvi sopra nel '24, senza condurlo tuttavia a termine e la sua prima idea pertanto  deve risalire. E secondo lo stesso documento, contemporanei sono i disegni primitivi di altre  [Vedi abbozzo negli Scritti vari, Il foglietto relativo,  riscontrato per me dall’amico prof. V. Spampanato, è nelle Carte L.ane della Bibl. Nazionale di Napoli, nel pacchetto X, fase. 12. quattro operette, due del '24 e due del '27. Giacché,  oltre il Dialogo del Tasso e del suo Genio e il Copernico,  qui son pure facilmente ravvisabili in Egesia pisitanato  la prima idea del Dialogo di Plotino e di Porfirio > ; e nel  Salto di Leucade quella del Dialogo di Cristoforo Colombo  e di Pietro Gutierrez e in Misénore e Filénore quella  del Dialogo di Timandro e Eleandro 3. E il documento  certamente dimostra che del Plotino e del Copernico,  scritti entrambi, come s’ è veduto, nel '27, non solo il  concetto, ma anche la forma in cui il concetto si ])re-  sentò alla mente del L., non è posteriore alle  Operette.   E c’ è altro. Stando alla cronologia dataci dai documenti, r Ottonieri fu composto nell’ultimo mese d’estate  del 1824; ma un’anahsi molto accurata dei singoli Detti,  riscontrati coi Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, ha dimostrato, in modo incontestabile, che in  questo scritto « liberamente il L. raccolse dal suo  Zibaldone gh appunti più singolari e umoristici; certo  intendendo a una vaga e libera somiglianza e rispecchiamento delle proprie opinioni, ma più col fine di  pubblicare qualche parte del materiale  accumulato giorno per giorno». Sicché s’è  creduto poter conchiudere che nell’ Ottonieri al L.  « venne fatto un centone, non un’operetta come le altre  organicamente intessuta » 4. Scegliamo infatti un paio  d’esempi, tra i tanti che si potrebbero riferire. Nel cap.  Ili dell’ Ottonieri si legge :> Egesia infatti è ricordato nel Plotino. Cfr. quel che dice di questo Salto il Colombo e Pensieri.  Questo dialogo infatti originariamente recava il titolo di Dialogo di Filénore e di Misénore.   Luiso, Sui Pensieri di L., nella Rassegna Nazionale.  Dice che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di  commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno  apparenza di malvagità o crudeltà; come, a cagione di esempio,  in uno che trattenendosi fuori di casa in qualche suo passatempo,  lascia i servi in luogo scoperto infracidare alla pioggia; non per  animo duro e spietato, ma non pensandovi, o non misurando  colla mente il loro disagio. E stimava che negli uomini l’inconsideratezza sia molto più comune della malvagità, della inumanità e simili; e da quella abbia origine un numero assai maggiore di cattive opere; e che una grandissima parte delle azioni  e dei portamenti degli uomini che si attribuiscono a qualche  pessima qualità morale, non sieno veramente altro che inconsiderati.    Idee che fin dall’ ii settembre 1820 L. aveva  sbozzate nello Zibaldone dei suoi Pensieri, scrivendo:   La negligenza e l’irriflessione spessissimo ha l’apparenza e  produce gh effetti della malvagità e brutaUtà. E merita di esser  considerata come una delle principali cagioni della tristizia degli  uomini e delle azioni. Passeggiando con un amico assai filosofo  c sensibile, vedemmo un giovinastro che con un gros.so bastone,  passando, sbadatamente e come per giuoco, menò un buon colpo  a un povero cane che se ne stava pe’ fatti suoi senza infastidir  nessuno. E parve segno all’amico di pessimo carattere in quel  giovane. A me parve segno di brutale irriflessione. Questa molte  volte c’induce a far cose dannosissime e penosissime altrui, senza  che ce ne accorgiamo (parlo anche della vita più ordinaria e  giornaliera, come di un padrone che per trascuraggine lasci penare il suo servitore alla pioggia ecc.), e avvedutici, ce ne duole;  molte altre volte, come nel caso detto di sopra, sappiamo bene  quello che facciamo, ma non ci curiamo di considerarlo e lo facciamo cosi alla buona; considerandolo bene, noi non lo faremmo.  Così la trascuranza prende tutto l’aspetto e produce lo stessissimo effetto della malvagità e crudeltà, non ostante che ogni  volta che tu rifletti, fossi molto alieno dalla volontà di produrre  quel tale effetto, e che la malvagità e crudeltà non abbia che  fare col tuo carattere Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, no  Voltando appena pagina, nell’ Ottonieri si torna a  leggere;   Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi siamo  inclinati e soliti a presupporre, in quelli coi quali ci avviene di  conversare, molta acutezza e maestria per iscorgere i nostri pregi  veri, o che noi c’ immaginiamo, e per conoscere la bellezza o  qualunque altra virtù d’ogni nostro detto o fatto; come ancora  molta profondità, ed un abito grande di meditare, e molta memoria, per considerare esse virtù ed essi pregi, e tenerli poi sempre a mente: eziandio che in rispetto ad ogni altra cosa, o non  iscopriamo in coloro queste tali parti, o non confessiamo tra  noi di scoprirvele.   E anche questo pensiero, quantunque in forma compendiata a mo’ di appunto, era già nello Zibaldone;   Noi supponiamo sempre negli altri una grande e straordinaria penetrazione per rilevare i nostri pregi, veri o immaginari  che sieno, e profondità di riflessione per considerarli, quando  anche ricusiamo di riconoscere in loro queste qualità rispetto a  qualunque altra cosa.   E il numero di simili riscontri è tale che pochi sono  i luoghi dell’ Ottonieri di cui non si trovi la prima prova  nei Pensieri degh anni anteriori. Non sarà dunque da dire  che nel ’24 l’autore abbia dato soltanto la forma definitiva a questa operetta, facendone, come ad altri è sembrato, un centone di sue osservazioni di tre e quattro  anni prima ?   Né la domanda vale unicamente per l’ Ottonieri.  Anche del Parini è stato notato che la sostanza è già  nei Pensieri [ b Caratteristico  questo luogo del cap. IX, dove l’autore fa dire al Parini;   Come città piccole mancano per lo più di mezzi e di sussidi  onde altri venga all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine; e   V. tra gli altri B. Zumbini, Studi sul L., Firenze, Barbèra, -  04, II, 42; e Losacco, in Giorn. stor. letter. Hai., come tutto il raro e il pregevole concorre e si aduna nelle città  grandi; perciò le piccole sogliono tenere tanto basso conto,  non solo della dottrina e della sapienza, ma della stes.sa fama  che alcuno si ha procacciata con questi mezzi, che l’una e l'altre  in quei luoghi non sono pur materia d’invidia. E se per caso  qualche persona riguardevole o anche straordinaria d’ingegno e  di studi, si trova abitare in luogo piccolo. Tesservi al tutto unica,  non tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in modo, che spesse  volte, quando anche famosa al di fuori, ella è, nella consuetudine  di quegli uomini, la più negletta e oscura persona del luogo. E tanto egli è lungi da potere essere onorato in simili luoghi,  che bene spesso egli vi è riputato maggiore che non è in fatti,  né perciò tenuto in alcuna stima. Al tempo che, giovanetto, io  mi riduceva talvolta nel mio piccolo Bosisio; conosciutosi per la  terra eh’ io soleva attendere agli studi, e mi esercitava alcun  poco nello scrivere; i terrazzani mi riputavano poeta, filosofo,  fisico, matematico, medico, legista, teologo, e perito di tutte le  lingue del mondo; e m’interrogavano, senza fare una menoma  differenza, sopra qualunque punto di qual si sia disciplina o favella intervenisse per alcun accidente nel ragionare. E non per  questa loro opinione mi stimavano da molto; anzi mi credevano  minore assai di tutti gli uomini dotti degli altri luoghi. Ma se io  li lasciava venire in dubbio che la mia dottrina fosse pure un  poco meno smisurata che essi non pensavano, io scadeva ancora  moltissimo nel loro concetto, e all’ultimo si persuadevano che  essa mia dottrina non si stendesse niente più che la loro.   Mirabile pagina, piena di verità. Ma essa trae origine  da riflessioni jiersonali e autobiografiche già dal L.  segnate sulla carta fin dall’ottobre 1820;   Spessissimo quelli che sono incapaci di giudicare di un pregio,  se ne formeranno un concetto molto più grande che non dovrebbero, lo crederanno maggiore assolutamente, e contuttociò la  stima che ne faranno sarà infinitamente minor del giusto, sicché  relativamente considereranno quel tal pregio come molto minore.  Nella mia patria, dove sapevano eh’ io ero dedito agli studi,  credevano eh’ io possedessi tutte le lingue e m’interrogavano  indifferentemente sopra qualunque di esse. Mi stimavano poeta, rettorico, fisico, matematico, politico, medico, teologo ecc., insomma enciclopedicissimo. E non perciò mi credevano una gran  cosa, e per T ignoranza, non sapendo che cosa sia un letterato. non mi credevano paragonabile ai letterati forestieri, malgrado  la detta opinione che avevano di me. Anzi uno di coloro, volendo  lodarmi, un giorno mi disse: A voi non disconverrebbe di vivere  qualche tempo in una buona città, perché quasi quasi possiamo  dire che siate un letterato. Ma, s’ io mostravo che le mie cognizioni fossero un poco minori ch’essi non credevano, la loro stima  scemava ancora e non poco, e finalmente io passavo per uno  del loro grado   Né soltanto la cronologia diventa un problema di  difficile soluzione, una volta sulla via di siffatti riscontri.  I quali però non sono possibili se non dove si consideri  ciascun elemento del pensiero del L. astratto dalla  forma che esso ha nelle Of erette. Che se si guarda a questa,  è facile scorgere, per esempio, la superficialità del giudizio, che abbiamo ricordato, per cui l ’Ottonieri non  sarebbe nient’altro che un centone di luoghi dello Zibaldme. E si badi, d’altra parte, a non prendere né anche  questa forma in astratto, quasi la forma speciale del  tale passo delle Operette, il quale abbia un antecedente  più o meno prossimo nello Zibaldone (quantunque, pur  così intesa, essa sia sempre nei due casi profondamente  diversa). Anche questa è una forma astratta; perché  la vera forma assunta in concreto da ciascuna parte di  un’opera è quella tal forma soltanto in relazione con  tutta l’opera, in conseguenza del motivo fondamentale,  ossia di quel certo atteggiamento spirituale, in cui l’autore  si trovò componendola. Sicché un centone si può certamente trovare anche in un’opera che abbia una salda  e vivente unità organica, ma solo pel fatto che si prescinda da questa unità, e si cominci a indagarne il contenuto, decomposto meccanicamente nelle singole parti, Pensieri, dalla cui somma a chi se ne lasci sfuggire lo spirito pare  che l’opera risulti. Che è quello che è stato fatto per le  prose L.ane da tutti i critici che se ne sono occupati, ora considerando e giudicando le singole operette  ad una ad una, ora sminuzzando Cuna o l’altra di esse  in una serie di frammenti facilmente rintracciabili in  altri scritti, in verso e in prosa, dello stesso L.  (dando l’idea d’un L. che ripeta inutilmente se  stesso), o in precedenti scrittori, massime francesi del  secolo XVIII (in confronto dei quali poi tutta l’originalità dello scrittore svanirebbe). Il maggior critico che il  L. abbia avuto, il De Sanctis; se ha sdegnato  ogni ricerca analitica e mortificante di fonti e confronti,  fermo nella dottrina, che è sua gloria, dell’ inseparabilità  del contenuto dalla forma nell’opera d’arte, e perciò della  necessità di cercare il valore e la vita di quest’opera  nell’accento personale, nell’ impronta propria, onde ogni  vero artista trasfigura la sua materia; non s’è guardato  tuttavia né pur lui, di cercare la vita nelle parti, la cui  serie forma il contenuto del libro, anzi che nel tutto,  nell unità, dove soltanto può essere l’anima e l’originalità dello scrittore. E ha creduto di poter cercare, per  così dire, un L. in ciascuna delle operette, presa  a sé, invece di cercare il L. di tutte le operette,  che sono un’opera sola.   In primo luogo, sta di fatto che, ad eccezione del  Venditore di almanacchi e del Tristano, con cui nel '32  l’autore volle tornare a suggellare il pensiero delle Operette, tutte le altre pullularono dall’animo del L.  nello stesso tempo, da un medesimo germe d’idee e di  sentimenti, da una stessa vita. Abbiamo visto che il  Copernico e il Plotino erano già in mente al poeta quand’ei  vagheggiava il suo Tasso, il Colombo e fin lo stesso Ti-  mandro; e meditava insomma quegli stessi pensieri, che  presero corpo nelle Operette del '24; con le quah infatti, poiché nel '27 l’ebbe scritte, l’autore sentì che dovevano  accompagnarsi. 11 all’amico De Sinner,  che gh chiedeva scritti inediti da potersi pubblicare a  Parigi, scriveva : « Ho bensì due dialoghi da essere aggiunti  alle Operette, l’uno di Plotino e Porfirio sopra il suicidio,  l’altro di Copernico sopra la nullità del genere umano.  Di queste due prose voi siete il padrone di chsporre a  vostro piacere: solo bisogna eh’ io abbia il tempo di  farle copiare, e di rivedere la copia. Esse non potrebbero  facilmente pubbhcarsi in Italia » '. Ma avvertiva subito,  che da soU questi dialoghi non potevano andare; e tornava a scrivere al De Sinner: «Dubito che  le mie due prose inedite abbiano un interesse sufficiente  per comparir separate dal corpo delle Operette morali, al  quale erano destinate»*. Quanto al Frammento  apocrifo di Stratone da Lampsaco, esso è del ’25; cioè immediatamente posteriore alle altre prose compagne;  anteriore ad ogni tentativo fatto dall’autore per pubblicare le Operette. Alle quali, nelle edizioni parziali e totali  fattene a Firenze e a Milano, era ovvio che l’autore non  potesse pensare ad includerlo a causa del crudo materialismo che vi è professato, c che le Censure non avrebbero lasciato passare.   Ma, lasciando per ora da parte queste cinque operette [Stratone, Copernico, Plotino, Venditore d’almanacchi  e Tristano) che vennero successivamente ad aggiungersi  alle prime venti, è certo che queste venti, composte tutte  di seguito in un anno di lavoro felice, furono dall’autore  scritte e considerate come parti d’un solo tutto. E quando  ebbe in ordine il suo manoscritto completo, escluse che  le singole operette potessero venire in luce alla spicciolata. Nel novembre del ’25 sperò poterle pubblicare  Epistolario, Firenze, Le Monnier,  * Epistolario, nella raccolta delle sue Opere, che un editore amico voleva fare allora in Bologna; e, andato a monte quel disegno, fece assegnamento sugli aiuti efficaci del Giordani,  al quale consegnò il manoscritto affinché gli trovasse un  editore: con tanto desiderio di vedere stampata la sua  opera, che scrive impaziente  a Papadopoli : « I miei Dialoghi si stamperanno presto,  perché se Giordani, che ha il manoscritto a Firenze, non  ci pensa punto, come credo, io me lo farò rendere, e lo  manderò a Milano » >. Ma da Firenze scrivevagh il Vieus-  seux il 1° marzo : « Giordani, usando della facoltà lasciatagli, mi passò il bel manoscritto che gli avevate confidato,  dal quale abbiamo estratto alcuni dialoghi, che troverete  riferiti nel n. 61 dell’Antologia, ora pubbhcato, eh’ io ho  il piacere di mandarvi. Graditelo come un pegno del mio  fervido desiderio di vedere il mio giornale spesso fregiato  del vostro nome; e più del nome ancora, dei vostri eccellenti scritti. Sento che queste Operette morali verranno  probabilmente pubbhcate costà, e ne godo assai pel  pubblico, e per voi, tanto più che sembrano meglio fatte  per comparire riunite in una raccolta, che spartite in un  giornale » ». Quella prima pubblicazione, dunque, non fu  altro che un saggio. Del quale L. scrive all’amico Puccinotti: «I miei Dialoghi stampati  ntW Antologia non avevano ad essere altro che un saggio,  e però furono così pochi e brevi. E soggiungeva 1 « La  scelta fu fatta dal Giordani, che senza mia saputa mise  l’ultimo per primo; affermando così che tra i dialoghi  c’era un ordine, e ciascuno doveva tenere il suo posto. Proponendo pertanto la stampa dell’opera intera all’editore Stella di Milano, gli scriveva: « Ha ella veduto  [Lett. del 9 nov. al fratello Carlo, in Epist., II, 47.  » Nell' Epist. del L.   3 Epist., II, 142-43. il numero 6i dell’ An tologia, gennaio 1826 ? E penetrato, ed ha avuto corso in cotesti Stati ? Vi ha ella veduto il Saggio delle mie Operette morali ? Le parlai già.  in Milano di questo mio manoscritto. Ne abbiamo pubblicato questo saggio in Firenze  per provare se il manoscritto passerebbe in Lombardia.  Giudica ella che faccia a proposito per lei ?... Tutte le  altre operette sono del genere del Saggio, se non che ve  ne ha parecchie di un tono più piacevole. Del resto,  in quel manoscritto consiste, si può dire, il frutto della  mia vita finora passata, e io 1’ ho più caro de’ miei occhi » '. Questa lettera è del 12 marzo ’26. 11 22 di quel  mese lo Stella rispondeva : « Ho letto il Saggio ; ed ella  ha ben ragione d’amar cotanto quel suo manoscritto.  11 fascicolo dell’Antologia era stato ammesso dalla Censura, ma l’editore non credeva di poterne tuttavia sperare  altresì l’approvazione per la stampa Avrebbe provato:  intanto gli facesse sapere la mole del manoscritto. E il  L. subito a riscrivergli, il 26 : « Confesso che mi  sento molto lusingato e superbo del voto favorevole che  ella accorda alle predilette mie Operette morali. 11 manoscritto è di 311 pagine, precisamente della forma del  ms. d’Isocrate che le ho spedito, scrittura egualmente  fitta di mio carattere. Sarei ben contento se ella volesse  e potesse esserne l’editore.... La prego a darmi una risposta concreta in questo proposito tosto ch’ella potrà » i.  Lo Stella, per saggiare le disposizioni della Censura milanese, chiese licenza di ristampare nel suo Nuovo Ricoglitore i dialoghi usciti nell’ A ntologia ; « de’ quali »,  scriveva all’autore il 1° aprile, « poi formerò un opuscolo  a parte che mi farà strada a pubblicar tutte queste, da  0 . c., Lei chiamate Operette, che lo saranno per la mole, non  pel pregio certamente » «. Perciò il 7 il L. affret-  tavasi a mandargli la nota dei molti errori incorsi nella  stampa fiorentina, insistendo nel desiderio che lo Stella  assumesse Tedizione del libro intero ; che il 26 si disponeva  a inviargli : « Debbo però pregarla caldamente di una  cosa. Mi dicono che costì la Censura non restituisce i  manoscritti che non passano. Mi contenterei assai più  di perder la testa che questo manoscritto, e però la supplico a non avventurarlo formalmente alla Censura senza  una assoluta certezza, o che esso sia per passare, o che  sarà restituito in ogni caso » ^ E il prezioso manoscritto  partì infatti sulla fine del mese per Milano 3, e lo Stella  j)oté  informare l’autore d’averlo ricevuto.  poi gli scriveva; « Nei brevi ritagli di tempo che mi  restano, vo leggendo le Operette sue morali, le quali  quanto mi allettano.... altrettanto temo che trovar debbono degli ostacoli per la Censura. Forse il rimedio potrebbe esser quello di darle prima nel Ricoglitore, per poi  stamparle a parte, e in fine fare una nuova edizione di  tutte in piccola forma » 4. Ancora uno smembramento  delle care Operette ? La proposta ferì al vivo l’animo del  L., che, a volta di corriere, il 31 rispose: «Se a  far passare costì le Operette morali non v’ è altro mezzo  che stamparle nel Ricoglitore, assolutamente e istante-  mente la prego ad aver la bontà di rimandarmi il manoscritto al più presto possibile. O potrò pubblicarle altrove,  o preferisco di tenerle sempre inedite al dispiacer di  vedere un’opera che mi costa fatiche infinite, pubblicata a brani.... » 5. Furono infatti pubblicate in volume     l’anno seguente, come l’autore ardentemente desiderava,  conscio dell’organicità del corpo di tutte le venti operette, nate come venti capitoli di un’opera sola.   All’unità della quale ei certamente mirò nell’ordinamento definitivo che fece delle singole parti, quando le  ebbe condotte a termine tutte. Abbiamo veduto come  tenesse a rilevare e attribuire al Giordani l’inversione  avvenuta nei tre dialoghi ceduti dlVAntologia. Il Ti-  mandro doveva essere l’ultimo, egli avA^erte. Infatti era  stato scritto dopo il Tasso-, ma era stato pure scritto  prima del Colombo. Anzi nell’ordine cronologico • era  quattordicesimo, sui venti del 1824: ma evidentemente  fin da principio era destinato al ventesimo o, comunque,  ultimo posto, che tenne nella edizione milanese del '27.  È invero un’apologià del libro; e l’apologià non poteva  essere se non la conclusione e il giudizio, che, nell’atto  di Ucenziare il libro, l’autore voleva se ne facesse. Ma,  nel passaggio dall’ordine cronologico a quello ideale che L.ebbe da ultimo ragione di preferire, non soltanto il Timandro venne spostato. Infatti tra il Dialogo  di un Fisico e di un Metafisico e il Dialogo della Natura  e di un Islandese, scritti successivamente, con un solo  giorno di riposo tra l’uno e l’altro, parve opportuno  frammettere il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio  familiare, a cui il L. pose mano appena finito  quello della Natura e di tm Islandese. È ovvio che senza  una ragione né anche quest’ordine sarebbe mutato; ed  è ovvio Mtresì che la ragione non potrà consistere se non  negli scambievoh rapporti da cui questi dialoghi eran  legati, agli occhi di chi li scrisse. Va da sé poi che i vari  scritti devono per lo più esser nati già con questi rapporti, l’un dopo l’altro, secondo che il pensiero germoghava via via nella sua spontaneità organica; ma dove Cfr. sopra, p. io6, n. i.  una ripresa di idee già non sufficientemente svolte, e il  risorgere di un’ ispirazione che era parsa esaurita, traeva  l’autore a tornéire su se stesso, è pur naturale che l’ordine  cronologico non corrispondesse più allo svolgimento e  alla coerenza del pensiero. Così il Tasso, scritto appena  levata la mano dall’ Islandese, nasce come un anello che  salda questo dialogo a quello del Fisico col Metafisico;  e se l’autore scrive il Timandro,  bisogna pensare che, saldato così l’ Islandese agli antecedenti dell’opera, egli dovè per un momento credere  esaurito il suo tema; credere perciò di potersi arrestare  a quella fiera rappresentazione finale AtW Islandese: e  quindi volgersi indietro a giudicare e difendere il libro.  Passarono infatti dodici giorni senza che si sentisse riattirato verso il suo lavoro, ripreso il 6 luglio col Panni,  e condotto innanzi a sbalzi fino alla fine dell’anno, quando  fu compiuto il Cantico del Gallo silvestre ; altre sei operette  in tutto, che s’ è condotti a pensare formino un gruppo  distinto, nato da questo risorgimento, seguito al Timandro, del motivo ispiratore delle operette. Ma tutto ciò, si può dire, non prova nulla per l’organismo e unità dell’opera L.ana, se questa unità  non si trova effettivamente nel suo intimo. Ed è vero.  Com’ è pur vero che quando tale unità fosse messa bene  in luce con lo studio interno del hbro, potrebbe anche  apparire inutile tutto questo preambolo, indirizzato ad  argomentare che l’unità ci doveva essere. Ma è infine  non meno vero che non si trova quel che non si cerca;  e che l’unità delle Operette L.ane, ritenute generalmente una semplice raccolta, aumentabile (con la Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto,  come tutti fanno), o riducibile (come pure han creduto gli autori delle varie scelte di prose L.ane) non si  è mai indagata, perché si sono ignorati o trascurati tutti  questi indizi di un disegno, che lo stesso autore ritenne  essenziale.   Intanto, lo spostamento osservato del Timandro  epilogo, in origine, delle Operette, ci ha condotto a scorgere un gruppo, che non è forse il solo tra questi singoli  scritti, così come vennero quasi rampollando Tuno dall’altro. Sottraendo, oltre il Timandro, destinato ad epilogo, la Storia del genere umano, che, ])er il suo distacco  formale dal resto dell’opera (è la sola infatti che abbia  la forma di un mito), e la sua rajipresentazione complessiva, in iscorcio, di tutto il destino del genere umano  a parte a parte ritratto poscia nelle varie prose, si può  a ragione considerare come un prologo; le diciotto operette intermedie, formanti il corpo del libro, si distribuiscono naturalmente in tre gruppi, di sei ciascuno, come  tre ritmi attraverso i quali passa l’animo del L..  Innanzi al terzo, nato, come s’ è veduto, da una ripresa  dell’ ispirazione originaria, si spiega il secondo, che comincia col Dialogo della Natura e di un’Anima e si compie,  (]uasi ritornando al suo principio, con l’altro Dialogo  della Natura e di un Islandese. Precede, e inizia la trilogia, un primo grujipo, aperto dal Dialogo d’Ercole e  di Atlante e conchiuso da un dialogo parallelo, in cui  all’eroe classico della potenza e della forza. Ercole, sottentra un eroe della potenza dello spirito immaginato  dalle superstizioni moderne, un mago, Malambruno, dialogante con un Atlante spirituale, un diavolo. Farfarello.  Disposizione simmetrica, sulla quale non giova certo  insistere troppo, ma che non può apparire arbitraria o  fortuita quando si osservino gl’ intimi rapporti spirituali  onde sono insieme congiunte e connesse, in tale ordinamento, le diverse operette.   Ascoltiamo dalle parole stesse del L. la nota fondamentale di ciascuna operetta; e vediamo se le varie  note degli scritti appartenenti a ciascun gruppo non forniino per avventura un solo ritmo. Cominciamo dal  primo gruppo.   Ercole va a trovare Atlante per addossarsi qualche  Qja il peso della Terra, come aveva fatto già parecchi  secoli fa, tanto che Atlante pigli fiato e si riposi un poco.  j(a la Terra da allora è diventata leggerissima; e quando  Ercole se la reca sulla mano, scopre un’altra novità più  nieravigliosa. L’altra volta che l’aveva portata, gli « batteva forte sul dosso, come fa il cuore degh animali; e  metteva un rombo continuo, che pareva un vespaio.  Ma ora quanto al battere, si rassomiglia a un orinolo che  abbia rotta la molla »; e quanto al ronzare, Ercole non vi  ode uno zitto. E già gran tempo, dice Atlante, « che il  mondo finì di fare ogni moto o ogni romore sensibile;  e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse  morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse  col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire, e l’epitaffio che gli dovessi porre. È lo stesso  grido, come si vede, de La sera del dì di festa'.   Kcco è fuggito   11 dì festivo, ed al festivo il giorno  Volgar succede, e se ne porta il tempo  Ogni umano accidente. Or dov’ è il suono  Di quei popoli antichi ? Or dov’ è il grido  De’ nostri avi famosi, e il grande impero  Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio  Che n’andò per la terra e l’oceano ?   Tutto è pace e silenzio, e tutto posa  li mondo, e più di lor non si ragiona.   Perché questo silenzio e questa morte ? Ecco che la  Moda, sorella germana della Morte, vien a dirlo essa  questo perché alla Morte stessa: poiché i soh frivoli e  accidiosi costumi dei nuovi tempi possono spiegare i  « lacci dell’antico sopor » che, pel Poeta, non stringono  soltanto «l’itale menti»; i costumi «di questo secol  morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio », e pgj.  cui il Poeta domandava agli eroi già dimenticati e riscoperti dai filologi, « se in tutto non siam periti » t  La Moda spiega infatti aUa Morte: «A poco per volta  ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi  che giovano al ben essere corporale, e introdottone o  recato in pregio innumerabih che abbattono il corpo in  mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo  nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa,  così per rispetto del corpo come dell’animo, è più morta  che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità  che sia proprio il secolo della morte ».   Morti gli uomini, spenta la forza dei corpi, infranto  il vigore degli animi. In compenso, si fabbricano macchine, e H secol morto può dirsi «l’età delle macchine».  L’Accademia dei SUlografi ne fa la satira nel suo bizzarro  bando di concorso per l’invenzione di tre macchine, che  restituiscano al mondo quel che agli occhi del Poeta  costituisce il pregio maggiore della vita, anzi la vita stessa,  quale fu una volta: ramicizia, lo spirito delle opere virtuose e magnanime, e la donna: quella donna, che fu  r ideale degli spiriti gentili, e fu pur ora cantata come  la « sua donna » da esso il L. :   Forse tu l’innocente   Secol beasti che dall’oro ha nome.   Or leve intra la gente   Anima voli ? o te la sorte avara   Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti ornai  Nulla spene m’avanza 3 .  Sopra il monumento di Dante (rSrS), vv. 3-4.   » Ad Angelo Mai 3 Alla sua donna. fbbene, una macchina ne adempia gli uffici, essendo  «espedientissimo che gh uomini si rimuovano dai negozi  jjeUa vita il più che si possa, e che a poco a poco diano  luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. Questa  I la morte dell’uomo ; la morte dell’amicizia e dell’amore,  la morte degh ideali che già fecero virtuoso e magnanimo l’uomo antico, finito con Bruto minore; il quale  non può sopravvivere alla maledizione scaghata alla  stolta virtù, che ei respinge da sé nelle cave nebbie e  nei campi dell’ inquiete larve. Onde se un romano, e  5Ìa Catihna, può credere, secondo Sallustio, d’infiammare i soci alla battaglia, parlando ad essi non solo delle  ricchezze, ma dell’onore, della gloria, della libertà, della  patria, affidate alle loro destre, un moderno lettore d’umanità non può senza peccato d’ipocrisia vedere nel testo  di Sallustio quella gradazione ascendente che il luogo,  a norma di rettorica, richiederebbe. La patria ? Non si  trova più se non nel vocabolario. La libertà ? Guai a  proferir questo nome. Di essa, dice il L., che ne  sa anche lui qualche cosa « non si ha da far conto ».  La gloria ? Piacerebbe, se non costasse incomodo e fatica.  Insomma, la ricchezza è il solo vero bene: è quella cosa  «che gh uomini per ottenerla sono pronti a dare in ogni  occasione la patria, la hbertà, la gloria, l’onore ». Sicché  il testo è da restituire, per travestirlo alla moderna, facendo dire a Catilina: Et quum proelinm inibitis, memi-  neritis, vos gloriam, decus, divitias, fraeterea spectacula,  epulas, scorta, animam denique vestram in dextris vestris  portare. Animam vestram, la vita: quella vita, che non hanno !  Quella \dta, che Sabazio, l’eterno Dioniso, dio della vita   [Ancona, nel Fanfulla della domenica del 29 novembre  *895: G. Carducci, Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. L.,  Bologna, Zanichelli, 1898, pp. 207-08. e della morte, è in sospetto anche lui sia cessata da un  pezzo in qua; e però manda su dalle viscere della terra  uno spiritello, uno Gnomo, ad accertarsene. E uno spi  rito dell’aria, un Folletto, può dirgli infatti che «gjj  uomini sono tutti morti e la razza è perduta ». Mancati  tutti: «parte guerreggiando tra loro, parte navigando  parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi nori  pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte  stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e  disordinando in mille cose; in fine, studiando tutte le vie  di far contro la propria natura » ; studiandole tutte con  queir « irrequieto ingegno, demenza maggiore » che « (juel-  l’antico error, di cui « grido antico ragiona », onde fu  negletta la mano dell’altrice natura, come il L.  aveva appreso dal Rousseau. Oh contra il nostro  Scellerato ardimento inermi regni  Della saggia natura ! Morto l’uomo; e «le altre cose.... ancora durano e  procedono come prima ». E l’uomo che presumeva il  mondo tutto fatto e mantenuto per lui solo ! Il Folletto  invece crede fosse fatto e mantenuto per i folletti; come  lo Gnomo per gli gnomi ! La vanità umana pareggia essa  la nullità dell’uomo. Ecco, gli uomini « sono tutti spariti,  la terra non sente che le manchi nuUa, e i fiumi non sono  stanchi di correre.... e le stelle e i pianeti non mancano  di nascere e di tramontare... ». La saggia, l’altrice natura  non si commuove allo sterminio di sé a cui l'uomo è  tratto dal suo ardimento. Fu certo, fu {né d’error vano e d’ombra  L’aonio canto e della fama il grido  Pasce l’avida plebe) amica un tempo Inno ai Patriarchi. Al sangue nostro e dilettosa e cara  Questa misera piaggia, ed aurea corse  Nostra caduca età. Non che di latte  Onda rigasse intemerata il fianco  Delle balze materne, o con le greggi  Mista la tigre ai consueti ovili  Né guidasse per gioco i lupi al fonte  Il pastorei; ma di suo fato ignara  E degli affanni suoi, vota d'affanno  Visse l’umana stirpe. Amica è la natura a chi sta contento della vita spontanea e irrifiessa, qual’ è appunto la vita della natura.  Lo svegliarsi dell’ intelligenza (scellerato ardimento !) è  il principio della perdizione. E invano l’uomo cercherà  col pensiero di restaurare la sua vita e riconquistare la  dilettosa e cara piaggia d’un tempo! Faust lo sa* *;  Malambruno che mvoca gli spiriti d’abisso, che vengano  con piena potestà di usare tutte le forze d’inferno in suo  servigio, lo riapprende da Farfarello, impotente a farlo  felice un momento di tempo. La felicità è la vita che si  V’iva sentendo che mette conto di viverla: è la vita col  suo valore. E il L. pare la intenda come un diletto  infinito ; il cui bisogno nasce dall’ infinito amore che ogni  uomo ha di se stesso, ma non può esser soddisfatto mai,  perché nessun diletto è infinito, nessun piacere tale che  appaghi il nostro desiderio naturale. Onde il vivere sentendo la vita è infelicità; e questa non è interrotta se non  dal sonno, o da uno sfinimento o altro che sospenda  l’uso dei sensi: non mai cessa mentre sentiamo la nostra  vita ; e se vivere è sentire, « assolutamente parlando », il  non vivere è meglio del vivere. La vita non ha valore. È, a rigore, l’ultima conclu- [Malambruno è Faust, non Manfredo, come mostra d' intendere  il Losacco, L.ana, in Giornale storico della letteratura italiana,  sione di quella premessa, che la felicità o valore della  vita consista nel diletto; il quale non può essere altro  che limitato, e quindi mai mero diletto, senza mistura  di amarezza.  Tale il concetto del primo gruppo delle Operette, che  pone l’animo del poeta in faccia alla morte e al nulla:  ossia al vuoto della vita, non più degna d'esser vissuta:  poiché degna sarebbe la vita inconscia, e la vita dell’uomo  è senso, coscienza. La vita nella felicità è la natura; e  l’uomo se ne dilunga ogni giorno più con la civiltà, con  r irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e la consuma. Ed ecco il problema e il tormento dell’anima di  L.: l’uomo in faccia alla natura. La natura, che è  quella del dialogo dello Gnomo e del Folletto; e l’uomo,  che è, non quella ciurmaglia già spenta, da cui lo Gnomo  avrebbe caro > che uno risuscitasse per sapere quello che  egli penserebbe della già sua vantata grandezza: è anzi  quest’uno, Malambruno, che pensa e vede tutti gli uomini morti e la natura viva, muta, indifferente. Problema affrontato nel Dialogo della Natura e di un’Anima,  il primo del nuovo gruppo, dove la natura dice all’anima,  dandole la vita: «Va’, figliuola mia prediletta, che tale  sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi,  e sii grande e infelice ». Giacché, come poi le spiegherà, nelle anime degli uomini, e proporzionatamente in quelle  di tutti i generi di animali, si può dire che l’una e l’altra  cosa sieno quasi il medesimo: perché l’eccellenza delle    I Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre co.se, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come  prima, dove si credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto  per loro soli » (Operette morali, ed. Gentile, Zanichelli, Bologna).   jjiinie importa maggior sentimento dell’ infelicità proria; che è come se io dicessi maggiore infelicità»; e  l’uomo « ha maggior copia di vita, e maggior sentimento,  che niun altro animale; per essere di tutti i viventi il  niù perfetto; e però è il più infelice. E il meglio è per  l’anima spogliarsi della propria umanità, o almeno delle  (loti che possono nobilitarla, e farsi « conforme al più  stupido e insensato spirito umano » che la natura abbia  jjjai prodotto in alcun tempo.   Di guisa che quella morte dell’umanità, che nei dialoghi del primo gruppo poteva parere una colpa dei degeneri nepoti, ecco, apparisce il destino dell’uomo : la  cui storia non può avere altra conchiusione che la rinunzia alla propria umanità. La quale, dice il poeta col  suo amaro sorriso, scacciata dalla Terra, non si rifugia  e raccoglie nella Luna, come immaginò l’Ariosto di tutto  ciò che ciascun uomo va perdendo. La Luna, a cui la  Terra, nel dialogo che da esse s’intitola, ne domanda,  non solo la convince che l’immaginazione ariostesca è  semplice immaginazione, ma in tutto il dialogo dimostra  che il linguaggio umano e relativo allo stato degli uomini,  che la Terra usa, non ha significato fuori di questa: e  che insomma non ha base in natura quello che gli uomini  considerano pregio della loro ^^ta, e che, non trovandolo  fondato in natura, riconoscono quindi mera illusione.   Ma il concetto più direttamente è trattato nella  Scommessa di Prometeo: scommessa perduta con Momo  (che è lo stesso spirito satirico pessimista con cui  L. guarda la \'ita nella sua vanità).'Perduta, perché  Prometeo deve confessare che alla prova il suo genere  umano, che avrebbe dovuto essere il più perfetto genere  dell’universo, « la migliore opera degl’ immortali, gli era  fallito, dimostrandosi, dallo stato selvaggio degli antro-  pofagi a quello più incivilito dei suicidi per tedio della  vita, il più sciagurato e imperfetto. Prometeo paga la scommessa senza volerne sapere più oltre, quando a Londra  vede gran moltitudine affollarsi innanzi a una porta  ed entra, e scorge «sopra un letto un uomo disteso su!  pino, che aveva nella ritta una pistola; ferito nel petto  e morto; e accanto a lui giacere due fanciullini, medesimamente morti»: sciagurato padre, che per dispera-  zione ha ucciso prima i figliuoli e poi se stesso: (juan-  tunque fosse ricchissimo, e stimato, e non curante di  amore, e favorito in corte: ma caduto in disperazione  «per tedio della vita, secondo che ha lasciato scritto. Il tedio della vita ! Ecco la scoperta che si è fatta  andando in cerca di quella felicità, di cui si pose il problema nel primo dialogo di questo secondo gruppo. E i  due seguenti dialoghi hanno questo argomento. Il Dialogo  di un Fisico e di un Metafisico dimostra la vita non essere bene da se medesima, e non esser vero che ciascuno  la desideri e l’ami naturalmente: ma la desidera ed ama  come « istrumento o subbietto » della felicità, che è ciò  che veramente vale. E questa, guardata più da vicino,  consistere nell’efficacia e copia delle sensazioni, nelle  affezioni e passioni e operazioni, e insomma, non nel  puro essere, ma nella sensazione dell’essere e nel far  essere (come ben si può dire) l’essere stesso. Non l’inerzia  e la vuota durata, ma la mobilità, la vivacità, il gran  numero e la gagliardia delle impressioni, e cioè il tempo  pieno, questo è l’oggetto dei nostri desiderii: e la vita  degli uomini « fu sempre non dirò felice, ma tanto meno  infelice, quanto più fortemente agitata, e in maggior  parte occupata, senza dolore né disagio ». La vita vacua,  che è la vita «piena d’ozio e di tedio», è morte; anzi  peggio della morte, che è senza senso. Infine, dice lo stesso  Metafisico (che ha cominciato negando che la felicità sia  vivere), «la vita debb’esser viva»: cioè la vera felicita,  in fondo, è sì nella vita ; ma la vita (il L. così sente)  non è vita; è la morte; quella morte di cui s’ è acquistata la certezza nelle operette del primo gruppo; e che  non è pura morte, ma la morte sentita; la morte nella  coscienza dell’uomo che non conosce altra realtà che  l’eterna natura, di là dall’opera sua, e non può sperare  perciò di far nulla che abbia valore. La morte è dolore  perché è tedio: quel \moto dove dovrebbe essere il pieno;  la morte al posto della vita.  E questo tedio è la malattia, il segreto tormento del  Tasso, che ne ragiona col suo Genio: del Tasso già dal  ’zo, quando fu scritta la canzone Ad Angelo Mai, apparso  al L. come suo spirito gemello, al par di lui « miserando esemplo di sciagura: O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa  Tua niente allora, il pianto  A te, non altro, preparava il cielo.   Oh misero Torquato ! il dolce canto  Non valse a consolarti o a sciorre il gelo  Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda.   Cinta l’odio e l’immondo   Livor privato e de’ tiranni. .Amore,   Amor, di nostra vita ultimo inganno.  T’abbandonava. Ombra reale e salda  Ti parve il nulla, e il mondo  Inabitata piaggia.  Tasso medesimo, che non trova nel mondo  altro più che il nulla, e si rifugia nei sogni e nel vago  inunaginare, dal quale più duro bensì gli riesce il ritorno  alla realtà; questo Torquato parla nel Dialogo del Tasso  e del suo Genio ', e non si lagna già del dolore, ma della  noia, che sola lo affligge e lo uccide. La quale gli pare  abbia la stessa natura dcU’aria: «riempie tutti gli spazi  interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti  in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro  non gh sottentra, quivi ella succede immediatamente.  Così tutti gl’ intervalli della vita umana frapposti ai  piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però.  come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si  dà vóto alcuno; così nella vita nostra non si dà vóto»;  e poiché piacere non si trova, la vita è composta parte  di dolore parte di noia. E la vita tutta uguale monotona  del povero prigioniero immagine d’ogni uomo di fronte  alla immutabile natura — si viene via via votando cosi  del piacere come del dolore, e riempiendo tutta della  tristezza soffocante del tedio.   L’uomo prigioniero della natura ritorna ncll’ultinio  dialogo del gruppo, in cui si presenta da capo la Natura  a render conto di sé all’uomo: al povero Islandese, che  la vicn fuggendo per tutte le parti della terra, e se la  vede sempre innanzi, addosso, incubo schiacciante: e  l’ha innanzi, prima di morire, in effigie di donna, di  forme smisurate, seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; viva, di  volto tra bello e terribile, occhi e capelli nerissimi, con   10 sguardo fisso e intento. Perché, le chiede il povero  errante, tu sei « carnefice della tua propria famiglia, de’  tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue  viscere », e « per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi ? Se io vi diletto o vi benedico, io non lo so », risponde la Natura. La vita dell’universo è un circolo perpetuo di produzione e distruzione. Ma, riprende 1’ Islandese, poiché chi è distrutto  patisce, e chi distrugge sarà distrutto, « dimmi quello  che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova  cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con  danno e con morte di tutte le cose che lo compongono ? E prima di aver la risposta 1’ Islandese è  mangiato dai leoni, già così rifiniti e maceri dall’ inedia,  che con quel pasto si tennero in vita ancora per quel  giorno, e non più. Questa Natura, che non sa il bene e il male dell’uomo, è la Natura che al principio ha detto  aU’anima: Sii grande, e infelice. La vita infatti   È infelicità, in quanto è noia; e noia è, perché vuota;  e non può non esser vuota, se l’uomo è di fronte a questa  Matura terribile nel cui perpetuo giro esso rientra, molecola ignorata, e senza valore, non appena con la sua  coscienza si stacchi dalle cose, e vi si contrapponga.  L’uomo dunque è veramente infelice, come s’è detto  nel primo dialogo, perché con la sua attività (che è l’anima,  il sentire) non ha posto nella natura, che è poi tutto.  Perciò l’anima è vuota, e la vita è tedio. E qui potè parere al L., come osservammo,  di aver esaurito il proprio tema; e, prevedendo le facili  critiche, che non sarebbero mancate al piccolo e doloroso  libro, ritenne opportuno difenderlo col Timandro.   Ma poi considerò che la sua dimostrazione non era  veramente perfetta. Il dolce canto non era valso a consolare Torquato; ma potrebbe dunque il canto consolare  Panimo addolorato ? Gino Capponi, l’amico del Tommaseo, che fu giudice sempre acerbo e ingiusto al grande  Recanatese b scrisse una volta. L.comincia  uno de’ suoi Dialoghi, inducendo la natura che scaraventa nel mondo un’anima con queste parole:  Vi\d  e sii grande ed infelice.  Io per me credo proprio il  rovescio, e che le anime nostre non sieno infelici se non  in quanto sono esse piccole £ cosa facile esser grandi  uomini, se basti a ciò essere infehci, ed L. insegnò a molti la via della infelicità; ma non l’aveva  imparata egh quando produsse quelle canzoni per cui   Acerbo e ingiusto anche nel giudizio, che pur contiene sensazioni  profonde di alcuni aspetti dell'arte L.ana, raccolto nel volume  La donna, Milano, .Agnelli, Vedi i miei Albori della  nuova Italia, Lanciano, Carabba,  Scritti ed. ed ined., Firenze, Barbèra,-- sta in alto il nome suo »>. E il De Sanctis doveva osser\’are  più tardi: «Quel suo nullismo nelle azioni e nei lini della  vita, che lo rendeva inetto al fare e al godere, era riempiuto dalla colta e acuta intelligenza e dalla ricca immaginazione, che gli procuravano uno svago e gli fa,  cevano materia di diletto quello stesso soffrire. Egli aveva  la forza di sottoporre il suo stato morale alla riflessione  e analizzarlo e generalizzarlo, e fabbricarvi su uno stato  conforme del genere umano. Ed aveva anche la forza  di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e melodie,  e fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino  il suicidio, e appunto perché può trasferirlo nella sua  anima di artista e immaginare Bruto e Saffo, non c’è  pericolo che voglia imitarli. Anzi, se ci sono stati momenti di felicità, sono stati appunto questi. Chi più felice  del poeta o del filosofo nell’atto del lavoro ? Ma né  il Capponi, né il De Sanctis avvertivano cosa sfuggita  al L.. È suo questo pensiero vero e profondo ; L’uomo si disannoia per lo stesso sentimento  vivo della noia universale e necessaria ». E suo è ciuesto  altro che lo precede ; « Hanno questo di proprio le opere  di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente  e facciano sentire 1 inevitabile infelicità della vita, quando  anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad  un animo grande, che si trovi anche in uno stato di  estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita o nelle più acerbe e mortifere  disgrazie servono sempre di consolazione, raccendono  l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro  che la morte, gh rendono, almeno momentaneamente,  quella vita che aveva perduta » I Studio su L.. Napoli, Morano, Pensieri. Cfr. lett. M avveggo  ora bene che, spente che sieno le passioni, non resta negli studi aura   Ebbene, sentire ripullular questa vita, che il raziocinio aveva dimostrata morta, era pur sentire il bisogno  (ji riprendere la dimostrazione. L. non affronta  nelle Operette, né in altro dei suoi scritti, il problema di  questa vita incoercibile che risorge dalla sua più fiera  negazione. Ma sente oscuramente questa diificoltà, non  superata nei primi due gruppi de’ suoi dialoghi. Tutto  l’argomentare della sua filosofia non genera la convinzione che ne dovrebbe deri\ are: la convinzione che arma  la mano di Bruto contro se stesso, e fa gittare dalla misera Saffo « il velo indegno », per rifuggirsi ignudo animo  a Dite, e così emendare il crudo fallo del destino. L’amor  della vita non è vinto: la Natura ha detto all’Anima  che le infinite difficoltà e miserie, a cui vanno incontro  i grandi, « sono ricompensate abbondantemente dalla  fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a questi egregi  spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità della ricordanza che essi lasciano di sé ai loro posteri.   Ebbene, questa gloria, che già non arride all’anima,  quando natura gliel’addita, questa gloria abbelliva pure  agli occhi del L. questo mondo di morti, in cui  gli sembrava di vivere. Filippo Ottonieri, che è lui stesso,  potrà esser « vissuto ozioso e disutile, e morto senza  fama », come dice il suo epitaffio, ma sentiva bene d’esser nato alle opere virtuose e alla gloria ». Questa gloria,  che è il premio della grandezza e la sublime consolazione dei grandi infehci, che tanto più saran grandi quanto  più sentiranno la loro infehcità, e più quindi saranno  infelici, è la lode che nell’animo degli altri e pei secoli  riecheggia la lode stessa che il grande tributa egli alla loute e fondamento di piacere che una vana curiosità, la soddisfazione  della quale ha pur molta forza di dilettare: cosa che per Taddietro,  finché mi è rimasta nel cuore l'ultima scintilla, io non potevo comprendere, Epist,,-- propria grandezza nella coscienza felice del suo genio.  La sua sostanza è veramente in questa lode interna e  soggettiva: la sua esteriorità è in quella eco che si ripercuote lontano, e ferma, e pare consolidi il valore onde  il genio vede illuminata la propria opera. L.,  nudrito la mente dei concetti classici e delle idee materialistiche, cerca la realtà di questa gloria,  in cui lo spirito attinge la propria liberazione da tutte  le miserie, in quella eco esterna, in quel consenso che in  fatto altri verrà tributando alla nostra grandezza. E  perciò si trova in faccia al problema del valore tuttavia  superstite della grandezza spirituale, veduto in questa  forma; l’anima grande e infelice è destinata essa alla  gloria ? o la speranza è fallace, come tutte quelle che  ei rimpiangerà dileguate nelle Ricordanze? ' Ed ecco il  Farmi, che tante difficoltà mostra opporsi all’acquisto  di questa gloria, specialmente nell’età moderna e nel  mondo presente, da farla apparire mèta inattingibile.  Talché vien meno anche questa aspettazione, e al grande  non rimane che seguire il suo fato, dove che egli lo tragga,  con animo forte, adoprandosi nella virtù, perché la natura stessa lo fece nascere alle lettere e alle dottrine.   Dileguata quest’ultima consolazione, la sola che si  possa chiedere alla stessa eccellenza dell’animo, quando  altra realtà, e fonte eventuale di gioia, non si vegga  da quella che l’animo mira esterna a se stesso, qual  porto rimane allo stanco spirito umano? Vivere infeUce ?  Dovecanterà: O speranze, speranze; ameni inganni  Della mia prima età ! sempre, parlando.  Ritorno a voi; ché per andar di tempo.  Per variar d'alletti e di pensieri,  Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,  Son la gloria e l’onor; diletti e beni  Mero desio; non ha la vita un frutto.  Inutile miseria. E sia; ma se non si può né anche farsi un monumento  della propria infelicità ?   Sola nel mondo, eterna, a cui si volve  Ogni creata cosa.In te, morte, si posa  Nostra ignuda natura.   Lieta no, ma sicura Dall'antico dolor.   La risposta viene dai morti, che si sveghano per un  quarto d’ora nello studio di Ruysch, e cantano, e descrivono questa loro sicurezza dall’antico dolor, nella quale  vivono immortah; senza speme, ma non in desio, come  le anime del limbo dantesco:   Profonda notte  Nella confusa mente  Il pensier grave oscura;   Alla speme, al desio, l’arido spirto  Lena mancar si sente:   Così d’affanno e di temenza è sciolto,   E l’età vote e lente  Senza tedio consuma. Vita vuota, dunque, anche quella: ma senza sentimento. Vero porto, in cui il povero Islandese finalmente  avrà pace, e in cui si può giungere in un languore di sensi  senza patimento, com’ è degli ultimi istanti della vita,  quando sopravvive solo un senso « non molto dissimile  dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del  sonno, nel tempo che si vengono addormentando.  Dolce morte hberatrice ! Ma prima che la morte ci  abbia sciolti dal tedio ? Filosofare, come Filippo Ot-  tonieri, il socratico, che « spesso, come Socrate, s’intratteneva una buona parte del giorno ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e massime con alcuni  suoi familiari, sopra qualunque materia gli era somministrata dall’occasione ». E per tal modo filosofava sempre.  non per farne trattati (ché, al pari di Socrate, non credeva giovasse mettere la filosofìa in iscritto e irrigidir]^  in formule che non risponderanno piti ai mutevoli bisogni dell’animo), ma per intendere senza pregiudizi e  senza illusioni la vita, e adattarvisi da saggio, tralasciando  ogni vana querimonia: come aveva detto Spinoza: non  ridere, non liigere, neque detestari, sed intelligere. Questo  r ideale dell’ Ottonieri, che vivrà ozioso e disutile e  morrà senza fama, ma « non ignaro della natura né  della fortuna sua »>. E con la sua pacata magnanimità e  la sua bonaria ironia rinnoverà l’immagine di Socrate  anche in questa modesta, anzi umile coscienza del sapere, e quindi, per lui, del potere umano. L’ Ottonieri  vuol essere quasi la filosofia delle Operette fatta vita e persona.   Ma, oltre la filosofia, non v’ è altro rimedio alla noia ?  Sì : c’ è la rupe di Leucade. Ce lo insegna Colombo, in una bella notte vegliata sull’oceano .sterminato e inesplorato col fido Gutierrez, confidando all’amico  che anche in lui vacilla la fede e che, in verità, ha posto  la vita sua e de’ compagni sul fondamento d’una sem-  phee opinione speculativa » che può fallirgli. Ma, egli  soggiunge, « quando altro frutto non venga da questa  navigazione, a me ]iare che ella ci sia profittevolissima  in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia,  ci fa cara la vita, ci fa prege\'oli molte cose che altrimenti  non avremmo in considerazione. Scrivono gli antichi,  come avrai letto o udito, che gli amanti infehei, gittan-  dosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di  Leucade) giù nella marina, e scampandone, restavano,  per grazia di Apollo, liberi dalla passione amorosa. Io  non so se egli si. debba credere che ottenessero questo  effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno  per un poco di tempo, anco senza il favore di Apollo,  avuta cara la vita, che prima avevano in odio; o  pure avuta più cara e più pregiata che innanzi. Ciascuna  pavigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla  fxipe di Leucade. E navigazione è ogni rischio della  vita, ogni azione eroica. O filosofare, dunque, come Ot-  tonieri; o navigare come Colombo, e far guerra al tedio,  P riafferrarsi insomma alla vita, finché la morte non ce  ne liberi.   E lo stesso giorno * che finiva di scrivere il Dialogo  a Colombo e Gutierrez  L.,  nel fervore dell’animo commosso da questa coscienza  del valore e quasi gusto della vita riconquistato mercé  l’attività, di questa grandezza felice, mette mano  al bellissimo Elogio degli uccelli: Urica stupenda, sgor-  gatagU dal pieno petto, al guizzo d’una immagine Ucta  e ridente: di queste creature amiche delle campagne  verdi, delle vallette fertili e delle acque pure e lucenti,  del paese bello e dei soli splendidi, delle arie cristalline  e dolci e di tutto ciò che è ameno e leggiadro, e rasserena  e allegra gli animi; e che, col perpetuo movimento e col  canto che è un riso, sono simbolo di quella vita piena  d’impressioni, che non conosce tedio, anzi è tutta una  gioia. E ci fanno amar la natura, che ebbe un pensiero  d’amore, assegnando a un medesimo genere d’animali il  canto e il volo ; « in guisa che quelli che avevano a ricreare gU altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario  in luogo alto ; donde ella si spandesse all’ intorno per  maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori ». Così viva è r intuizione della gioia gentile che il  poeta riceve da questa vaga immagine degU ucceUi,  che è già appagato il desiderio finale di questo Elogio: lo vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in  uccello, per provare quella contentezza e letizia della  loro vita ». Non ha cantato qui anch’egU la gioia ? Cfr. Pens.  E un favoloso uccello, il Gallo silvestre, di cui parlano  alcuni scrittori ebrei, che sta sulla terra coi piedi, e tocca  colla cresta e col becco il cielo, con un altro cantico vibrante gli dirà Tultima parola di questa filosofia della  vita, attenuando bensì il tono della lirica precedente, c  smorzando l'entusiasmo, al quale mai come in questo  caso s’era abbandonata l’anima del poeta; e additandogli  anzi lontano il pauroso nulla di tutte le cose, e la morte  a cui ogni parte deH’universo s’affretta infaticabilmente,  ma pur rasserenandogli l’animo con la fresca sensazione  del puro e frizzante aer mattutino, ravvivatore e rin-  francatore. Sensazione già nota al Poeta:   La mattutina pioggia, allor che l'ale  Battendo esulta nella chiusa stanza  La gallinella, ed al balcon s’affaccia  L’abitator de’ campi, e il sol che nasce  I suoi tremuli rai fra le cadenti  Stille saetta, alla capanna mia  Dolcemente picchiando, mi risveglia;   E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo  Degli augelli sussurro, e l’aura fresca,   E le ridenti piagge benedico. Canta il Gallo silvestre per destare i mortali dal sonno;  « Il dì rinasce : torna la verità in sulla terra, e parton-  sene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma  della vita : riducetevi dal mondo falso nel vero ». La fiera  soma! Meglio, meglio dormire, e non destarsi; ma verrà  la morte a liberar dalla vita. Ad ogni modo », dice il Gallo, la terribile voce che riempie di sé il mondo, c  canta questa corsa universale alla morte, « ad ogni modo,  il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più  comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella  loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne  La Vita solitaria    producono e formano di presente; giacché gli animi in  quell’ora eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono  disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali.  Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta  uovamente neU’anima la speranza, quantunque ella in  niun modo se gli convenga ». Ed ecco, dunque, la speranza risorgere ogni giorno, anche se la sera finì nella  disperazione ; e se il Gallo silvestre paragona la vita  dell'universo al giorno, che comincia col mattino ma va  alla notte, e alla vita umana che muove dalla heta giovinezza incontro alla vecchiaia e alla morte: e se termina annunziando che tempo verrà, che la stessa natura  sarà spenta, e « un silenzio nudo e una quiete altissima  empieranno lo spazio immenso »; il dolce gusto della speranza mattutina e giovanile non è distrutto: perché  quel tempo è molto remoto e (secondo avvertì più tardi  l’autore in una nota della seconda edizione) non verrà  mai: e la vita mortale ritorna sempre dalla notte al mattino, e la speranza risorge, e la vita rinasce di continuo. Le operette dunque del terzo gruppo ricostruiscono,  nella misura e nel modo che si può secondo L.,  quello che le prime dodici hanno abbattuto. Ricostruiscono, movendo dall’estrema mina in cui è caduta anche  la speranza della gloria, nel Parini. Il quale lega il terzo  gruppo ai precedenti; e fu ritirato dopo le prime due  edizioni verso il principio, e attratto nell’orbita del secondo gruppo, poiché tra la Storia del genere umano e  il Timandro l’autore non voUe più il Sallustio] e lo rifiutò e gli sostituì il Frammento di Stratone, collocato al  diciannovesimo posto, innanzi al Timandro. Allora il gruppo ricomprese il Dialogo della Natura e di un'Anima  e il secondo II Parini. E il Frammento, lì sulla fine del-  l’opera, innanzi all’epilogo apologetico, fu come l’interpretazione metafisica che da ultimo il pensiero, ripiegatosi su se medesimo, diede della propria intuizione  filosofica: concezione, sullo stile delle teorie cosmologiche greche più antiche, di un universo go\'ernato da  pure leggi meccaniche, com’era quello che giaceva in  fondo a ogni concetto pessimistico del L.; onde  si tenta suggellare, nell’ intenzione del Poeta, l’immagine  di quella Natura che eternamente passa, e che negli ultimi detti del Gallo silvestre è rimasta «arcano mirabile  e spaventoso.   Si noti che il Sallustio fu conservato tra le venti operette primitive anche nell’edizione di Firenze.  quantunque in questa fossero aggiunti i due nuovi dialoghi  del Venditore d’Almanacchi e di Tristano] e si noti che  in questa edizione invece non potè entrare il Frammento  di Stratone molto probabilmente per le difficoltà già accennate, derivanti dalla materia di esso, poiché è il solo  scritto crudamente materialistico, che sia tra le Operette.  11 che, se si pensa pure al fatto che il Frammento fu scritto quando L. aveva tuttavia presso di sé il manoscritto delle Operette, e a\ rebbe  già fin d’aUora pensato ad incorporarvelo, se questa  aggiunta non avesse disordinato il disegno simmetrico  del hbro), dimostra all’evidenza che i dialoghi fiorentini, che sappiamo scritti a Firenze due  anni prima, formano un nuovo gruppo a sé, che si viene  ad aggiungere alle prhnitive operette, senza fondervisi:  come avverrà del Frammento, appena l’autore crederà  potere e dover tralasciare il Sallustio, e sostituirlo.   Perché tralasciarlo ? « Forse », risponde il Mestica    I Cfr. Chi.\rini, O.C., Scritti letter. di G. L., perché gli parve troppo scolastico e di materia non   [ abbastanza originale, sebbene i pensieri in esso contenuti siano conformi al suo filosofare ». « Il dialogo ha poco  movimento e scarso valore artistico », osserva lo Zingafelli ' : « l’invenzione è misera, e sull’attrattiva dello  strano e del fantastico prevale nel lettore un senso d’incredulità. Per queste ragioni l’autore dovette rifiutarlo,  e forse anche per rispetto a Sallustio medesimo. Forse  anche col passar degli anni, il L. non credè più  che tutta la grandezza antica perisse con Bruto e per  opera di Cesare e dei cesariani ». Più si è accostato al  L vero questa volta il Della Giovanna > : « Forse egli si sarà  I pentito delle parole crudissime che usa parlando della  I libertà e della patria. È ben vero che anche altrove egli   f lamenta la mancanza d’amor patrio e di libertà, ma in   modo più vago ». Il Sallustio, in questo cinico pessimismo,  contraddice al motivo fondamentale delle Operette: logico  nell’ordine di pensieri da cui sorse, ma ripugnante a quei  sentimenti più profondi, onde la personahtà del poeta  abbraccia in sé e contiene, e tempera quindi e solleva  a un suo particolar significato, siffatti pensieri. I quali  non sono qui un sistema filosofico astratto, ma l’alimento  segreto di un’anima che si riversa ed esprime in una  poesia di grande respiro, la quale in tutta la sua unità  risuona all’anima del lettore come una musica, secondo  che osservò un amico del poeta, il Montani i, appena    I operette morali di L.,   ’ Le prose morali di L.Vedi la sua recensione ncWAntologia del gennaioche incomincia; «Non vi è mai avvenuto una sera d’opera  nuova, di entrare in teatro a sinfonia cominciata, e imaginandovi un  motivo musicale diverso dal vero, trovar men bello e men significante  ciò che poi dee sembrarvi meraviglioso ? — Quando VAntologia, or  son due anni, pubblicò un saggio dell’operette del L. ancora inedite....  io non ne fui che leggermente colpito; mi mancava il motivo della  musica. Intesone il motivo, al pubblicarsi delle operette insieme unite,  mi parve d'aver acquistato nuovo orecchio e nuovo sentimento. E ne  scrissi al Giordani, ch’era a Pisa, ov’oggi è il L., il quale allora stava  potè leggere tutta la collana delle Operette. Questo rrio  tivo fondamentale facilmente si riconosce nel preI^^]i^^  e nell’epilogo, onde è inquadrata nella sua naturale cor  nice la trilogia delle operette : ossia nella Storia del genere  umano e nel Timandro: due operette, che sono affatto  estranee a qucUo spirito, che si può dir proprio di tutte  le altre, ad eccezione dell’ Elogio degli uccelli, dove ji^re  qua e là s’insinua a frenare l’impeto Urico di gioia e  d’entusiasmo; a quello spirito, che si può definire con le  parole stesse con cui il L. ritrae se medesimo in  una lettera al Giordani  (del tempo  in cui forse raggiunse nel Frammento di Stratone l’estremo  termine di questo suo stato d’animo) : « Quanto al genere degli studi che io fo, come sono mutato da quel  che io fui, così gli studi sono mutati. Ogni cosa che tenga  di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo  e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro più fuorché  il vero, che ho già tanto odiato e detestato. Mi compiaccio  di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria  degli uomini e delle cose, e di inorridire freddamente,  speculando questo arcano infelice e terribile della vita  dell’universo ». Lo stesso animo, non altrettanto felicemente, ma con maggior abbandono, esprimerà tuttavia, nel ’26, nell’ Epistola al Pepoli :   Ben mille volte  Fortunato colui che la caduca  Virtù del caro immaginar non perde  Per volger d’anni; a cui serbare eterna  La gioventù del cor diedero i fati qui nel più quieto degli alberghi (già ridotto d’allegra gente a’ di del  Boccaccio), dicendogli che dalla porta di questo alla camera del suo  amico più non salirei che a cappello cavato. Le operette del L. sono  musica altamente melanconica... ». La recensione contiene più d’una  osservazione notabile.  SuU’amicizia del  L. col Montani, vedi G. Mestica, Studi L.ani, Firenze, Le Mounier,    (si ricordi il Cantico del Gallo silvestre)]   Della prima stagione i dolci inganni  Mancar già sento, e dileguar dagli occhi  Le dilettoso immagini, che tanto  Amai, che sempre inlino all’ora estrema  Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.   Or quando al tutto irrigidito e freddo  Questo petto sarà, né degli aprichi  Campi il sereno e solitario riso.   Né degli augelli mattutini il canto  Di primavera, né per colli e piagge  Sotto limpido ciel tacita luna  Commoverammi il cor; quando mi fia  Ogni bel tate o di natura o d’arte.   Fatta inanime e muta; ogni alto senso.   Ogni tenero affetto, ignoto o strano;   Del mio solo conforto allor mendico. Altri studi men dolci, in eh’ io riponga  L’ingrato avanzo della ferrea vita,   Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi  Destini investigar delle mortaU  E dell’eteme cose.. In questo specolar gh ozi traendo  Verrò: che conosciuto, ancor che tristo.   Ila suoi diletti il vero.   Questo era stato il suo ideale nelle Operette] speculare,  scoprire, frugare la miseria degli uomini e di tutto, e  inorridire, ma con petto irrigidito e freddo. Se non che  nel '25, nel caldo ancora dell’opera, poteva credere di  aver raggiunto già questo stato d’animo; l’anno dopo  egli, più ingenuamente, o meglio con maggior consapevolezza, sente che il suo petto sarà forse un giorno, non  è ancora, al tutto irrigidito e freddo; non è eterna la  gioventù del cuore, né in lui, né in altri, ma non è ancora  del tutto tramontata. Così nelle Operette il freddo inorridire e il disprezzo d’ogni cosa che tenga di affettuoso  e di eloquente è un desiderio, un programma, un propo sito; ma non è, né può essere il suo stile, poiché né ogni bellezza ancora gli è inanime e muta, né ogni alto senso  ogni tenero affetto ignoto e strano. E questo sente liené  e proclama il Poeta nel dialogo di Timandro e di Eleandro; dove a Timandro che, secondo la filosofia di moda  fa alta stima dell’uomo e del progresso di cui egli è capace'  ed è insomma un ottimista, il pessimista, che sente invece  per l’uomo un’alta pietà, il futuro cantore della Ginestra  protesta di non essere un Timone (per quanto non abbia  sdegnato la parte di Momo di fronte a Prometeo) ; « Sono  nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto  può mai cadere in anima viva Oggi, benché non sono  ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, né  forse anco tepida » (aveva appena ventisei anni !) ; « non  mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché me  stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile ». Dove ognun vede che realmente certo invinciliile  pudore arresta Eleandro innanzi alla conseguenza delle  sue dottrine; e si ripigha subito infatti: « Contuttociò  sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che  esser cagione di patimento ad altri. E di questo, per  poca notizia che abbiate de’ miei costumi, credo mi  possiate essere testimonio ». L’amore degli altri si ribella alla negazione che se n’ è voluto fare, e s’appella  all’ intima e irreprimibile attestazione del cuore. Altro  che freddezza e petto irrigidito! E da ultimo Eleandro  conchiude; «Se ne’ miei scritti io ricordo alcune verità  dure e triste, o per isfogo deU’animo, o per consolarmene  col riso, e non per altro ; io non lascio tuttavia negli stessi  libri di deplorare, sconsigUare e riprendere lo studio di  quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte  o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo,  [Ed ecco perché, scritto il dialogo, sentì di non doverlo più intitolare, come aveva pensato da principio, di Misinore e Filénore : egli  non era davvero quell’odiatore dell’uorao (ixio-TjVcop) che poteva parere; né vero Filénore poteva dirsi l’ottimista. iniquità e disonestà di azioni, e perversità di costumi:  laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle opinioni,  benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti,  magnanimi, \nrtuosi, e utili al bene comune o privato;  quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che  danno pregio alla vdta; le illusioni naturali dell’animo;  e in line gli errori antichi, diversi assai dagh errori barbari; i quali, solamente, e non quelli, sarebbero dovuti  cadere per opera della civiltà moderna e della filosofia ». Dunque, ogni alto senso e tenero affetto, destato da  queste illusioni, non sarà spiegabile nel mondo a cui si  volgono gh occhi del L., il mondo di Stratone  da Lampsaco, o la natura dell’ Islandese, come non è  spiegabile nel mondo che solo esiste per la scienza; ma  non perciò è ignorato, o è divenuto estraneo al cuore  del Poeta. 11 quale non è Timandro, ma è bene Eleandro;  e a dispetto di quella natura, che è il vero, ama gli uomini  e la virtù, dichiarandola un’illusione, ma naturale, e  quindi vera, quantunque contradittoria a quell’altra natura, che non conosce né amore, né bene. Inorridire freddamente, sì; ma inorridire, ed elevarsi quindi al di  sopra della universale miseria, sentita come tale, e non  assentirvi, non semplicemente intelligere, come Spinoza  avrebbe voluto.   Così nella Storia del genere umano, vero preludio  alla sinfonia delle Operette, quando l’uomo è pervenuto  all’ uno fondo di cotesta miseria, rappresentato dall’ap-  parire in terra della Verità, spunta egualmente una  divina pietà al soccorso dell’ infelicità intollerabile dei  mortali : « La pietà, la quale negli animi dei celesti non è  mai spenta, commosse, non è gran tempo, la volontà  di Giove sopra tanta infehcità; e massime sopra quella  di alcuni uomini singolari per finezza d’ intelletto, congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali  egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più    IO.(‘tKSTli.y.. iicnz* ni r L'-'p ’rtìi.     che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione  di quel genio»: ossia appunto, della Verità. Giove, «compassionando alla nostra somma infelicità, propose agjj  immortali se alcuno di loro fosse per indurre l’animo a  visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare  in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente  quelli che dimostravano essere, quanto a se, indegni  della sciagura universale. Tacciono tutti gli altri Deima si offre Amore, figliuolo di Venere Celeste, «questo  massimo iddio », che « non prima si volse a visitare i  mortali, che eglino fossero sottoposti all’ imperio della  Verità ». Di rado egli scende, e poco si ferma, e perché  la gente umana ne è generalmente indegna, e perché  gli Dei molestissimamente sopportano la sua lontananza.  EgU è dunque premio, che l’uomo conquista con la sua  grandezza. La quale perciò è condannata sì all’ infelicità  del vero; ma è pur redenta e beatificata da Amore.  « Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri  e più gentih delle persone più generose e magnanime;  e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina  e mirabile soavità, ed empiendoh di affetti sì nobili, e  di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa  al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che  rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge  due cuori insieme, abbracciando l’uno e l’altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima  istanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non  gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché  la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve  intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l’essere  pieni del suo nume vince per se qualunque più fortunata  condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Ed  ecco perché il Poeta inorridisce, sia pur freddamente,  allo spettacolo del tristo vero. La sua anima è calda  (iel divino beneficio di Amore. Né può in lui la verità  (quella mezza verità) contro le sacre illusioni, che né  egli può respingere, né altri egli ha consigliato mai a  respingere. « Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già  segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio  riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo  Giove, né potendo essere vietato dalla Verità, quantunque  inimicissima a quei fantasmi, e nell’animo grandemente  offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei  geni di contrastare agli Dei ». Non può, cioè, la nostra  logica non render l’arme all’arcano, che resta pel Poeta  questa natura, la quale mette in cuore il bisogno della  virtfi, e la fa apparire poi stolta a Bruto. Infine, quella  stessa giovinezza e freschezza mattinale, arrisa e ringagliardita dalla speranza, ecco, risorge per x’irtù di questo  Amore ; « E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza  eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli  uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia. Perciocché negli animi che egh si elegge ad abitare,  suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egh vi siede,  l’infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli  anni teneri. Molti mortah, inesjierti c incapaci de’ suoi  diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano  come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non  ode i costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun sup-  phzio ne prenderebbe: tanto è da natura magnanimo e  mansueto.   Qui non c’ è satira, né riso, né fredda anahsi; ma  la più ferma fede e l’anima stessa del Poeta, che con la  pietà di Giove accenna già da lungi alla pietà di Elean-  dro: e raccoghe in questo suo magnanimo e mansueto  amore tutta la infehcità degli uomini e delle cose, e la  purifica e sana nel gran mare tranquillo del cuore, dove le illusioni rinverdiscono ad ora ad ora in una perpetua  giovinezza; e la vita vera non è quella dell’egoismo e  della barbarie, ma dell’affetto che lega le anime con  nodi divini, e della bellezza, della libertà, della patria,  e di tutte le cose nobili e alte che fan grande l’uomo.   Questo amore, che dà piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine, e ristaura tutta la  vita umana, questo è il vero spirito delle Operette morali. Pessimista, sì, ma alla Pascal, che disse; L’homme n’est qu’un  roscau, le plus faible de la nature] mais c’est un roseau pen-  sant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser ;  une vapeur, une gcmtte d'eau, suffit pour le tuer. d/a/s,  quand l’univers l’écraiserait, l' homme serait encore plus  noble que ce qui le tue, par ce qu’ il sait qu’ il meiirt, et  l’avantage que l’univers a sur lui] l’univers n’en sait rien\  sicché la grandeur de l’homme est grande en ce qu’ il se connaU  misérable E il L. nell’agosto del ’23, alla vigilia  delle Operette, e quando il concetto di esse era già maturo ; Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza  e la potenza dell’umano intelletto, ossia 1 altezza e nobiltà deH’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza.  Quando egli considerando la pluralità dei mondi, si sente  essere infinitesima parte di un globo che è minima parte  degh infiniti sistemi che compongono il mondo, e in  questa considerazione stupisce della sua piccolezza e profondamente sentendola e intensamente riguardandola, si  confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensità delle cose, e si trova come smarrito  nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior piova della  sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua  mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere. I Pensées, (Brunschvicg).    è jiotuta pervenire a conoscere e intendere cose tanto  superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della  esistenza e delle cose. Questa coscienza dell’umana grandezza e sovranità  sulla trista natura il L. non smarrì mai; ed è  l’anima di tutta la sua poesia, in cui queste Operette  rientrano. E chi voglia intenderle, deve nel loro insieme  e in ogni singola parte che le costituisce, aver l’occhio  a questo punto centrale, da cui s’irradia la luce che  tutte le investe e compenetra. Tutte, ad eccezione del  Sallustio, che è negazione fredda, senza l’orrore, la ri-  beUione dell’animo, il dolore, sia pur mascherato da  amaro sorriso, che si diffonde in tutte le altre. E questo  parmi il giusto motivo che indusse l’autore a sopprimerlo. Quando nel ’27 una nuova ripresa della primitiva  ispirazione diede il Copernico e il Plotino, venutisi quindi  ad aggiungere alle prime Operette già formanti un organismo, r ispirazione non era punto mutata. Giacché il  Copernico dimostra, secondo il detto dello stesso autore,  la nullità del genere umano; e la dimostra ripigliando  un’ idea che contro i Timandri medievali attardati aveano  già nel Cinque e Seicento svolta Bruno nella Cena delle  ceneri e Galileo nei Massimi sistemi] donde la conclusione necessaria che Porfirio ricava nell’altro dialogo  (che sarebbe poi la conclusione rigorosamente logica di  tutta la parte negativa delle Operette) : che sia ragionevole uccidersi. Ed egh vince a furia di argomentare  (movendo da premesse, che son quel che sono, ma a lui  paiono ben fondate) il suo stesso maestro, Plotino. Ma  Pensieri, Plotino può opporgli una sapienza assai più profonda  più vera: «Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro ragion^  1 accomodar l’animo alla vita : certamente quello è u ^  atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuoP  elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostr^'  che secondo natura uomo. Perché contro natura e contro umanità il suicidio  ancorché conclusione di logica inesorabile? Porgiam’orecchio, dice Plotino, «piuttosto aUa natura che alh  ragione. E dico a quella natura primitiva, a quella madre  nostra e deU’universo; la quale se bene non ha mostrato  di amarci, e se bene ci ha fatti infelici, tuttavia ci è stata  assai meno inimica e malefica, che non siamo stati noi  coir ingegno proprio, colla curiosità incessabile e smisurata, colle speculazioni, coi discorsi, coi sogni, colle opinioni e dottrine misere: e particolarmente, si è sforzata  ella di medicare la nostra infelicità con occultarcene, o  con trasfigurarcene, la maggior parte. E quantunque sia  grande 1 alterazione nostra, e diminuita in noi la jjo-  tenza della natura; pur questa non è ridotta a nulla  né siamo noi mutati e innovati tanto, che non resti in  ciascuno gran parte dell’uomo antico. Il che, mal grado  che n’abbia la stoltezza nostra, mai non potrà essere  altrimenti. Ecco, questo che tu nomini error di computo; veramente errore, e non meno grande che palpabile;  pur si commette di continuo; e non dagli stupidi solamente e dagl’idioti, ma dagl’ingegnosi, dai dotti, dai  saggi; e si commetterà in eterno, se la natura, che ha  prodotto questo nostro genere, essa medesima, e non già il  raziocinio e la propria mano degli uomini, non lo spegne.   E credi a me, che non è fastidio della vita, non  disperazione, non senso della nulhtà delle cose, della  vanità deUe cure, della solitudine dell’uomo; non odio  del mondo e di se medesimo, che possa durare assai:  benché queste disposizioni dell’animo sieno ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò,  passato un poco di tempo, mutata leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco, e spesse volte in un  subito, per cagioni menomissime, e appena possibili a  notare; rilassi il gusto della vita, nasce or questa or  quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella  loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche cura;  non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire,  al senso dell’animo » •. E infine, conclude Plotino, questo  senso, non 1 ’ intelletto, è quello che ci governa. Sicché è  evidente che non la filosofia negativa, che spazia dal  Dialogo d’ Ercole e di Atlante fino al Cantico del Gallo  silvestre e al Frammento di Stratone, e poi nel Copernico,  opera di puro intelletto, è la somma della sapienza L.ana; ma questa stessa filosofia in quanto dichiarata  stoltezza dalla natura e da questo « senso dell’animo ».   Senso dell'animo, che è sempre amore per L. Giacché non la sola natura ci riattacca alla vita, sì anche  un bisogno d’amore, che a noi spetta di alimentare:  « E perché », chiede Plotino, « anche non vorremo noi  avere alcuna considerazione degh amici; dei congiunti  di sangue; dei figliuoli, dei frateUi, dei genitori, della  moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali  siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo,  bisogna lasciare per sempre : e non sentiremo in cuor nostro  dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto  di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona  cara o consueta, e per l’atrocità del caso ? ». E dice la  parola, che si va cercando attraverso tutte le Operette,  ma di cui può dirsi quello stesso che Tacito dell’ imma-  Il solo, a mia notizia, che abbia rilevato l’importanza che questo  «senso dell'animo» ha nel sistema dello spirito L.ano, come  principio di redenzione dal pessimismo, è stato il prof. Giovanni  Negri, nelle sue Divagazioni L.ane (6 volumi, Pavia, 1894-99),  passim, e specialmente voi. V, pp. lys-yy.  1gine di Bruto mancante ai funerali della sorella: prae-  fulgebat eo ipso gitoci non visebatiir. « E in vero, colui che  si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno  degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta  per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il  genere umano: tanto che in questa azione del privarsi  della vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o certo  il men bello e men liberale amore di se medesimo, che  si trovi al mondo. Dunque quella grandezza non è infelicità; perché  l’uomo infelice dovrebbe darsi la morte; e si ucciderebbe  se vivesse per la felicità e si attenesse quindi al calcolo  dell’utile. Ma la vera vita è non sembianza, sì verità di  beatitudine se è amore, in cui l’uomo non distingue più  sé dagli altri, né agli altri antepone più se stesso. E questa  è la A’irtù, la magnanimità, di cui parla tanto spesso L., che non è più il dolore incomportabile che ci  fa invidiare i morti, ma questo amore che ci stringe ai  viventi, e ci ammonisce dal fondo del nostro cuore di  uomini, come Plotino con voce tremante di affetto dice  al suo Porfirio: «Viviamo, e confortiamoci a vicenda;  non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci  ha stabìhta, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l'altro; e andiamoci  incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente;  per compiere nel miglior modo questa fatica della vita».  Questo amore, che ci regge e riempie la vita, ci conforta  la morte e ci abbellisce l’idea di questo mondo, da cui  non spariremo senza sopravvivere. « E quando la morte  verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo  momento gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci  rallegrerà il pensiero che, poi che saremo sjienti, così  molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora ».   Vili.   Amore è la prima e l’ultima parola delle Operette.  Le quali ebbero ancora una ripresa nei due dialoghi fiorentini: il Venditore d’Almanacchi e Tristano. Nel primo ritorna il motivo del Cantico del Gallo silvestre. Il venditore d’almanacchi col suo  grido festoso annunzia l’anno nuovo, il tempo che ricomincia, e risveglia le speranze e promette. Ma il passeggero in cui s’incontra oppone la sua fredda riflessione  a quell’ impeto di vaghe e indefinite speranze, e lo conduce a considerare che « quella vita eh’ è una cosa bella,  non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce ; non la vita passata, ma la futura ». La vita che si  conosce è la passata, mista di beni e di mali, e a cagione  di questi ultimi tale che nessuno vorrebbe riviverla:  vita brutta, dunque. La futura è quella che non si conosce,  e che sarà egualmente brutta quando sarà passata; e  sarebbe perciò non meno brutta, se noi ce la vedessimo  venire incontro quale in effetti sarà. Dunque ? L. non conchiude ; ma la conclusione è quella che viene  dalle Operette: sperare non è ragionevole, poiché, come  cantava il Gallo silvestre, già si corre alla morte; ma  non sperare non si può; perché, è evidente, il futuro  sarà brutto quando sarà passato; ma bello è finché futuro; né di questo futuro potrà mai tanto passarne che  non ce ne sia sempre dell’altro, in cui possa rifugiarsi  la speranza, o innanzi a cui non possa il Gallo intonare  il suo canto consolatore. E la vita resta sempre con  queste due facce ; a vedersela innanzi, qual’ è, una miseria disperante; a viverla, a \'iverci dentro col nostro  cuore, i nostri fantasmi, le nostre speculazioni e il nostro amore, una beatitudine divina. Fu per Giacomo l’anno della tragica prova  della sua fede. Dopo dieci anni tornò la misera Saffo a rivivere nel suo animo; non però luminosa immagine  della fantasia, come nell’ Ultimo canto, ma vita del cuore  stesso di Giacomo.   Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella  Sei tu, rorida terra. Airi di cotesta  Infinita beltà parte nessuna  Alla misera Saffo i numi e l’empia  Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni  Vile, o natura, e grave ospite addetta,   E dispregiata amante, alle vezzose  Tue forme il core e le pupille invano  Supplichevole intendo   Non meno supplichevole Giacomo guarda ad Aspasia;  onde ricorderà:   Or ti vanta, che il puoi. Narra che prima,   E spero ultima certo, il ciglio mio  Supplichevol vedesti, a te dinanzi  Me timido, tremante (ardo in ridirlo  Di sdegno e di rossor), me di me privo.   Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto  Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi  Fastidi impallidir. E cadde l’inganno, e la vita, orba d’affetto e del gentile  errore, fu « notte senza stelle a mezzo U verno ». Ma  Saffo proruppe nel grido disperato ;  Morremo ! -- e violenta cercò l’atra notte e la silente riva. L.  scrisse invece Amore e morte] dove la morte non è più  l’orrido Dite di Saffo, anzi si palesa in tutta la sua gentilezza fino alla donzeUa timidetta e schiva. È sorella  d’Amore ; 1 Ultimo canto di Saffo. Aspasia. Bellissima fanciulla,   Dolce a veder, non quale  La si dipinge la codarda gente. Gode il fanciullo Amore  Accompagnar sovente;   E sorvolano insiem la via mortale.   Primi conforti d'ogni saggio core   £ la morte sospirata dall’amante, nel languido e  stanco desiderio di morire, che si sente   Quando novellamente  Nasce nel cor profondo  Un amoroso affetto,   perché già a’ suoi occhi la vita diviene un deserto: a se la terra Forse il mortale inabitabil fatta  Vede ornai senza quella  Nova, sola, infinita  Felicità che il suo pensier figura;   Ma per cagion di lei grave procella  Presentendo in suo cor, brama quiete.   Brama raccorsi in porto  Dinanzi al fier disio.   Che già. rugghiando, intorno intorno oscura.   E a questa morte consolatrice, che insieme con amore  è quanto di bello ha il mondo, a questa morte, senza  armare la mano, anzi con umile e mansueto animo, vol-  gesi il Poeta con un sospiro di religiosa preghiera:   Bella morte, pietosa   Tu sola al mondo dei terreni affanni.   Se celebrata mai   F'osti da me, s’al tuo divino stato  L’onte del volgo ingrato  Ricompensar tentai.  Amore e morte -- Non tardar più, t’inchina  A disusati preghi.   Chiudi alla luce ornai   Questi occhi tristi, o dell’età reina.   Non già che amore e morte abbian potere di cancellare  la fatale infelicità: né che l’uomo e il L. abbiano  mercé loro, a lodarsi del fato. Quando Morte spiegherà  le penne al suo pregare, lo troverà   Erta la fronte, armato,   E renitente al fato.   La man che flagellando si colora  Nel suo sangue innocente  Non ricolmar di lode.   Non benedir. La morte è consolatrice e liberatrice da questo fato crudele: ma già L. aspetta sereno quel dì ch’ei pieghi  addormentato il volto nel vergineo seno di lei; e il fato  è vinto nel suo animo gentile da questa aspettazione:  vinto nella stessa vita. E questo è Tanimo di Tristano;  il quale, dopo avere con amara ironia fatta la palinodia  del suo libro, conchiude che il meglio sarebbe di bruciarlo : « non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro  di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici,  ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore»;  perché, soggiunge al suo amico Tristano, con accento  che viene dal cuore e vibra di commozione, « perché in  confidenza, mio caro amico, io credo febee voi e felici  tutti gli altri; ma io, quanto a me, con licenza vostra e  del secolo, sono infebeisshno: e tale mi credo; e tutti i  giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario ».  Egb è flagellato dallo stesso fato di Amore e morte. «E  di più vi dico francamente eh’ io non mi sottometto alla  mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco  a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare  la morte, e desiderarla sopra ogni altra cosa.... Né vi  parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il  fatto non ismentirà le mie parole.... In altri tempi ho  invidiato gli sciocchi e gh stolti, e quelli che hanno un  gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non in\'idio più né stolti  né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti»: i morti di Ruysch, già sicuri àzH’antico  dolori E quest'invidia, questo desiderio intenso della  morte, è fiducia confortata da una speranza che non  falhrà, e che già allieta di sé Tanimo sottratto per lei a  quella vita che è dolore: a quella cosa arcana e stupenda,  che i morti di Ruysch possono ricordare senza tema,  poiché è un passato irrevocabile: «Ogni immaginazione  piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come  accade nella mia solitudine, e con cui vo passando il  tempo, consiste nella morte»: che è un avvenire, adunque, quale il venditore di almanacchi lo prometteva.   In conclusione, ancora una volta, e sempre, l’amore  trionfa del dolore, anche nella morte, che ci libera infine  da quella vita che la natura e il fato danno all’uomo  « di cedere inesperto ». Cederebbe il suicida egoista, non  il magnanimo che allarga la sua persona nell’amore, e  guarda sereno alla morte amica che lo sottrarrà, e lo  sottrae, alla miseria di Saffo e dell’ Islandese. Quanta  differenza tra la morte di cui Ercole ragiona con Atlante  0 quella che s’incontra nella Moda, al principio delle  Operette) e questa morte, a cui l’animo si volge desioso  alla fine delle Operette stesse ! Il filo aureo che dall’una  conduce all altra è già nella Storia del genere umano'.  Amore figlio di Venere celeste. Questo scritto fu pubblicato prima nel Messaggero della domenica, poi nei Frammenti  di estetica e letteratura, A proposito di L. toma sempre in campo la  questione delia differenza e del rapporto tra filosofia e  poesia: poiché questo poeta voUe essere, e per certi rispetti nessuno può negare sia stato infatti un filosofo;  ma, d’altra parte, egli stesso pare abbia voluto distinguere una cosa dall’altra, come res dissociabiles, e in un  libro di prosa volle in forma più sistematica e più razionalmente convincente esporre quel suo pensiero da  cui traeva intanto ispirazione il suo canto nelle poesie.  E non importa se non ci sia una sola delle sue poesie  in cui il L. non ragioni la sua fede e non si sforzi  di dimostrare la verità del concetto ch’egli s’era formato  della vita, e che attraverso una determinata situazione  personale, un paesaggio, un ’immagine, si sforza costantemente di mettere in piena luce. Non importa se nessuna  delle prose raccolte nelle Operette morali si presenti sotto  la forma di scolastica dimostrazione e scevra di quel  sentimento, di quella viva commozione, in cui \dbra la  personalità del poeta così nelle Operette come nei Canti.  La distinzione pare tuttavia innegabile, poiché, non po-  tenilo altro, se ne fa una questione di quantità e di più  e di meno: affermando che l’elemento filosofico predomina  nelle Operette, e l’elemento hrico nei Canti. E si crede  così di salvare la tesi generale, che bisogna rinunziare  alla filosofia per esser poeti, e viceversa: giacché la loro  natura è così diversa e ripugnante, che l’una non può  esser l’altra e una sempre deve essere sacrificata.   Ma io non voglio ora affrontare la questione, che  potrà sembrare tanto teoricamente difficile e dehcata uanto praticamente inutile e oziosa. Nel caso di L. la questione di principio è priva d’ogni interesse,  perché il L., anche nelle sue prose, è indubbiamente  poeta ; temperamento poetico sempre, che, canti o ragioni,  cioè si proponga Luna o l’altra cosa, in realtà non riesce  se non ad esprimere se stesso; a vivere di quella verità  che gli invade l’anima e non gli lascia modo di dubitare  e di assoggettarla a quella più alta razionalità, a quella  critica oggettiva che s’inquadra in un sistema, e in cui  consiste propriamente una filosofia che non vuol  dire che non abbia anche lui la sua filosofìa; ma è una  filosofìa fatta vita e persona, fatta vibrazione e ritmo  del suo stesso sentimento, incapace come tale d’acquistare  intera coscienza di sé, e perciò di superarsi. E, cioè, un  certo suo atteggiamento spirituale, che s’effonde nella  divina ingenuità della poesia, e che riesce perciò superiore  a quella dottrina che l’autore si sforza consapevolmente  di formulare.   Superiore perché, ormai è noto agh studiosi più  attenti della sua poesia  questa ha pel poeta un contenuto pessimistico, e per noi, invece, ha un contenuto  ottimistico. La vita infelice, necessariamente e fatalmente infelice, è ciò che il poeta aveva innanzi agli occhi,  vedeva e si proponeva di cantare. Ma poiché quella \nta  che ogni poeta canta non è quella che ha innanzi agli  occhi, bensì quella che ha dentro al cuore, e però ogni  poeta canta non la vita quale egli la vede, ma il cuore  con cui egli la guarda; e poiché il cuore di L. era, come egli disse una volta, nato ad amare,  ed aveva amato, e forse con tanto affetto quanto ]iuò  mai cadere in anima vdva », così, in realtà, tema del suo    I Vedi ora il mio scritto Arte e religione, nel Giorn. crii. d. filos-  Hai.,  e nel voi. Dante e Manzoni, Firenze, Vailecchi,-- canto non fu mai quella brutta vita, che è piena di dolore, ma quell’altra che egli più profondamente sentiva,  redenta dall’amore, la quale «dà piuttosto verità che  rassomiglianza di beatitudine. Poiché appunto qui è il divario tra pessimismo e ottimismo: che il primo vede la vita quale apparisce nella  natura considerata dal punto di vista materialistico,  brutale, sorda ai bisogni e alle finalità dello spirito, chiusa  in sé di contro alle aspirazioni dell’anima umana bisognosa di amore e di consenso, ossia di un mondo conforme  alla sua vita e a lei consentaneo; e l’altro invece crede  nello spirito, nel valore de’ suoi ideali, e nell’energia  dell’amore che sola è capace di reahzzare un tale valore.  11 mondo del pessimista è il mondo dell’egoismo, per cui  il dovere e la \nrtù sono mere illusioni, e il mondo dell'ottimista è il mondo in cui la più salda e vera realtà è  quella che risponde alle esigenze dell’animo. E la verità  è questa: che il L., pessimista di filosofia, e ijuasi  alla superficie, fu invece ottimista di cuore, e nel profondo dell’animo: tanto più acutamente pessimista, col  progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista. Basta confrontare la canzone All’Italia con La Ginestra. Di qui la sublime bellezza della  sua poesia, dove la bestemmia e lo strazio della disperazione si smorzano e dissolvono nella commossa e tenera  effusione di un’anima angosciosamente agitata da un  bisogno di amore universale e da un’ incoercibile fede  nella virtù e nella realtà dell’ ideale. Egli non ha la filosofia di questo superiore ottimismo in cui rimane assorbita la sua iniziale visione pessimistica; e continua a dire  che la sua è sempre la filosofia del Bruto Minore^-, ma  l’anima, che non perviene al concetto filosofico di quella storia del genere umano. Lett. al De Sinner -- realtà che è per lei la vera e suprema realtà, raggiungo  bensì la forma poetica della sua espressione in modo  pieno e perfetto.   Se cerchiamo in lui il filosofo, avremo lo scettico,  ironista, materialista piuttosto mediocre nell’ invenzione,  dove riesce facile scoprire quanto egli debba ai libri che  lesse, e come pronto fosse ad attingere dalle fonti ph,  disparate tutto ciò che comunque paresse giovare a conferma delle sue idee: mediocre nell'esposizione od elaborazione della materia, per evidente inesperienza del  metodo lìlosofìco e insufficiente familiarità coi grandi  pensatori di tutti i tempi. Ma chi legga il L. e si  fermi a ciò che in lui è mediocre, non ha occhi né anima  per vedere che cosa c’ è propriamente in lui che è vivo  ed eterno e grande: ciò per cui anche a chi pedanteggi  la sua poesia s’impone e suscita un’eco solenne nell’animo.  In questo senso bisogna pur dire che in L. non si  deve cercare e non c’ è il filosofo: ma c è un anima, che  rifulge in tutto lo splendore della sua grandissima umanità. C’ è insomma il poeta.   Anche nelle sue Operette. Le quali io credo di avere  definitivamente dimostrato con argomenti esterni, attestanti nella maniera più esplicita 1’ intenzione di esso L., e con argomenti interni, desunti dallo svolgimento del pensiero e dagli evidenti legami onde le  singole operette sono congiunte tra loro per graduali  passaggi di atteggiamenti spirituali e di sentimenti dal  primo all’ultimo anello, che non sono una raccolta, ma  un organismo, un tutto unico, che si articola dentro di  se stesso e si conchiude. Si conchiude tra un preludio e  un epilogo in una opera, che è un poema, e non è un  trattato: un libro di poesia, anch’esso, e non di contenuto didascalico e speculativo. Il quale si compone o ginariamente di venti capitoli, scritti tutti in  un anno di lavoro felice, ma con un intervallo tra i primi  quattordici e gli altri sei: in guisa da suggerire il sospetto che la ripresa, da cui trasse origine Tultima parte,  svolgendosi in sei capitoli, potesse trovare riscontro nella  prima serie: dalla quale sottraendo il primo e l’ultimo  capitolo, quello perché introduzione e questo perché  apologia e conchiusione di tutta la serie, si ottengono  infatti dodici capitoli, che naturalmente si dividono in  due gruppi di sei capitoli ciascuno; e ciascun gruppo è  destinato a svolgere un certo motivo, e quindi forma  un ritmo a sé. Sospetto confermato da alcuni spostamenti  dall’autore introdotti nel primitivo ordine cronologico,  e poi costantemente mantenuti, salvo una sostituzione  che nella terza edizione del libro mise uno scritto, per l’innanzi non potuto mai pubbhcare, al  posto di un capitolo del primo gruppo: capitolo abolito  allora perché infatti non armonico né col gruppo, né  con tutta l’opera.   La distribuzione, è ovvio, non può avere se non una  importanza relativa. £ ragionevole pensare che fosse  voluta e curata dall’autore. Il quale egualmente non  volle mai rispettare l’ordine cronologico nelle edizioni da  lui curate dei Canti, e diede loro un ordinamento ideale,  che per lui aveva un \'alore, e che per i lettori ed interpreti non può essere perciò trascurabile. Ma il fatto stesso  che tutte e venti le operette furono scritte successivamente, l’una dopo l’altra, nello stesso periodo di tempo,  e hanno tutte un prologo generale e un unico epilogo,  dimostra evidentemente che i loro singoli gruppi non  si possono considerare separatamente, quasi ognun d’essi  formasse un tutto a sé.   La distribuzione del nucleo principale delle Operette  in tre gruppi di sei capitoli ciascuno, con a capo un capitolo introduttivo e in fondo un altro capitolo conclusivo, può servire soltanto a renderci attenti per leggere  le varie parti del libro cercandovi tre motivi fondamentali  che nel pensiero deU’autore si fondo no in un solo ritmj  complessivo, e formano l’unità organica del libro; e in  questo modo può servire quasi di chiave a un libro, che  fino a ieri si leggeva qua e là, scegliendo l’uno o l’altro  capitolo, come se ciascuno stesse da sé. E non occorre  dire che ci vuole discrezione, e non bisogna pretendere  un taglio netto tra un gruppo e l'altro, e una soluzione  di continuità che non si sa perché l’autore avrebbe dovuto introdurre una prima e una seconda volta nel  corso della sua unica opera.   Discrezione che non vedo, per esempio, nel professor  Faggi ', quando del Dialogo di Malambrmio e Farfarello  che resta collocato alla fine del primo gruppo e da servire quindi come passaggio al secondo, mi domanda:  « Ma non potrebbe stare anche nel secondo, poiché è  una affermazione chiara ed esplicita dell’ infelicità assoluta dell’esistenza, onde si conchiude che, assoluta-  mente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere ? ». Ma io non avevo eretto nessuna muraglia tra il  primo gruppo concluso da questo dialogo di Malambruno  e Farfarello e il secondo aperto da quello della Natura  e di un’Anima: anzi, dopo aver mostrato il pensiero  dominante nel primo gruppo, additavo in Malambruno  quell’anima che si ritrova di fronte alla Natura al principio del nuovo ciclo; e tra i due dialoghi successivi non  un salto, anzi un passaggio naturale e come insensibile  ove non si osservi che quella che nel primo ciclo è una  constatazione, un'osservazione di fatto, diventa nel secondo ciclo il problema.   Il Faggi, tratto forse in inganno da alcune parole [Una nuova edizione delle fn Operette movali n di G. L., nel Marzocco -- da me usate incidentalmente, mi fa dire che la differenza tra primo e secondo periodo in questa trilogia  delle Operette consisterebbe, secondo me, in ciò: che nel  primo « r infelicità del genere umano si considera particolarmente nell’età moderna come effetto più che altro  della volontà pervertita dell’uomo e della civiltà », e nel  secondo invece, « questa infelicità si considera come  legge imprescindibile e ineluttabile dell’umanità o del  mondo in genere»; sicché «la Natura, che nella prima  ipotesi apparisce fonte in se ancora inesausta di vita e  di fehcità, apparisce invece nella seconda vero principio  di ogni male e di ogni dolore. Cotesta sarebbe la nota differenza osservata dallo  Zumbini tra la prima fase « storica » del pessimismo  L.ano, e la seconda metafisica o cosmica. Ma non  corrisponde per l’appunto alla distinzione da me indicata, tra il concetto del primo e quello del secondo gruppo  delle Operette. Nel primo, io dissi, l’animo del poeta vien  posto in faccia alla morte e al nulla : « ossia al vuoto  della vita, non più degna d’essere vissuta; poiché degna  sarebbe la vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso,  coscienza. La vita nella fehcità è la natura; e l’uomo  se ne dilunga ogni giorno più con la civiltà, con l’irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e la consuma ».   Qui il pessimismo storico è già superato, e Malam-  bruno può dire che « assolutamente parlando » il non  vivere è meglio del vivere. Lo può affermare, perché la  vita umana, fin da principio e per sua natura, è senso,  coscienza, e si è strappata a quell’ ingenuità istintiva e  affatto inconsapevole, che è pura animalità. « Può parere », scrissi io, « che la morte dell’umanità, la sua nul-  htà o infelicità sia, nei dialoghi del primo gruppo, una  colpa dei degeneri nepoti » : poiché infatti civiltà è aumento progressivo di coscienza e di pensiero. Ma in realtà,  fin dalle origini, insieme col sapere, che fa uomo l’uomo. c’ è già il dolore, ed il destino dell’uomo è fissato. Malambruno perciò è benissimo al suo luogo alla fine del  primo ciclo.   Il secondo ciclo ricava la conseguenza pratica della  verità scoperta nel primo. E si apre infatti col Dialogo  della Natura e di un’Anima, nel quale dalla proporzione  del dolore con la grandezza dell’uomo (il cui progresso  e perfezione consiste nell’acquisto di sempre maggior  copia di sentimento che gli fa sentire sempre più acuto  il dolore dell’esistenza) deduce, che dunque è meglio  spogliarsi deU’umanità, o delle doti che la nobilitano, e  farsi « conforme al più stupido e insensato spirito umano che la natura abbia mai prodotto in alcun tempo. Negare  l’umanità, rinunziare a ciò che fa il pregio della \ùta,  rinunziare ad affiatarsi con la Natura indifferente, che  ci respinge da sé, ossia rinunziare alla vita: e rassegnarsi  alla vita vuota, al tedio, all’ inerzia. Laddove il primo  ciclo addita aU’uomo l’abisso che con la coscienza s’è  aperto tra lui e la natura, il secondo gli fa sentire il destino a cui gli conviene di rassegnarsi, rinunziando a  quella natura che non è per lui, e a quella vita che soltanto nella natura potrebbe spiegarsi. Il primo ciclo è una negazione, per così dire teoretica; il secondo è la negazione pratica, che consegue  dalla prima negazione. La conclusione dovrebbe essere  quella di Bruto minore e di Saffo, il suicidio; non ò però  la conclusione del L., il quale non finisce con  r Ultimo canto di Saffo, ma con la Ginestra. E perché  quella di Bruto non sia la sua conclusione è detto nel  terzo ciclo delle Operette. Il quale svolge questo motivo:  che quella vita che certamente non ha valore, perché è  dolore e perciò negazione della vita che noi vorremmo  vivere, ripullula rigogliosa e incoercibile dalla sua stessa  negazione. La \àta è abbarbicata aH’anima umana; e questa, attraverso le attrattive e le lusinghe della gloria, la stessa  contemplazione della morte liberatrice, porto sicuro da  tutte le tempeste, come la cantano i morti di Ruysch,  attraverso una filosofia che sappia intendere e sorridere  con la magnanimità bonaria di un Ottonieri, attraverso  gli stessi rischi in cui la vita si perde e si riconquista  col gusto di una cosa nuova, e in generale attraverso  l’attività, il movimento, la passione e la speranza che  non vien mai meno; ma sopra tutto, attraverso l’amore  che ci fa ricercare nell’uomo, neW’umana compagnia,  quello che la natura ci nega anche nella piena coscienza  della propria infelicità fatale e immedicabile, vive e sente  la gioia d’una vita che trionfa del destino fatto all’uomo  dalla natura.   Una soluzione dunque del problema della vita nei tre  cicU delle Operette morali c’ è. Ma è una filosofia ? È evidente che no: perché la via che filosoficamente si dovrebbe seguire per superare il pessimismo radicale dei  primi due cich è, senza dubbio, quella per cui l’anima  dello scrittore si avvia e spontaneamente e vigorosamente  procede nel terzo; ma questo non è una dottrina, bensì   10 slancio naturale dello spirito che risorge con tutte le  sue forze dalla negazione pessimistica. E il pessimismo,  in linea di teoria, rimane la verità assoluta e insuperabile. L. sente bensì e vive la verità superiore, ma  non riesce a darle forma riflessa e speculativa. Egli sperimenta in sé ed attesta coi moti del suo animo la potenza dello spirito, che anche nell’uomo che s’immagina scliiavo e vittima della natura, trionfa della forza  tirannica e feroce di questo brutto potere, e vive, e gusta  la gioia di questa sua vita in cui consiste la realtà dello  spirito. E in questo balsamo, che il suo animo sparge  così su tutte le piaghe che ha aperte e che ha fissate  inorridito, in questa dolcezza che sana ogni dolore, in  quest’ idealità che sopravvive a ogni negazione, qui  la personalità, qui è la poesia del L.. Così, ripeto  nelle Operette, come nei Canti.   Si rilegga l’affettuosa parlata di Eleandro onde si  conchiuse da prima tutta la serie delle Operette-, o il di.  scorso di Plotino, con cui il libro tornò ad essere suggei.  lato nelle aggiunte posteriori; e si neghi, se è possibile,  che il centro e l’accento principale dello spirito leojiar-  diano è in quel « senso dell’animo », com’egli dice, che,  agli occhi suoi, lega l’uomo all’uomo, e con l’amore, vincolo soave insieme ed eroico, instaura un ordine morale  inespugnabile a ogni riflessione scettica, e superstite  infatti (coni’ è detto nella Storia del genere umano) a  quella fuga di tutti i lieti fantasmi che è prodotta dal  sorgere della verità tra gli uomini. L’animo del L.,  come quello di Porfirio, non si scioglie dalla vita, anzi  vi si stringe vieppiù, e la trova, malgrado tutto, degna  d’esser vissuta, per quel che dice appunto Plotino: «E  perché non vorremo noi avere alcuna considerazione  degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei  fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari  e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran  tempo: che morendo, bisogna lasciare per sempre: e non  sentiremo in cuor nostro dolore di questa separazione;  né terremo conto di quello che sentiranno essi, per la  perdita di persona cara e consueta, e per l’atrocità del  caso ? ». Questo non è un argomento filosofico, ma un  cuore che trema in ogni parola; e ogni parola si sente  come velata dal pianto dell’anima che il dolore apre ed  espande nell’amore. Ma è proprio vero, torna a domandarmi il professor Faggi, che amore sia la prima e l’ultima parola delle  Operette ? Ecco: che la Storia del genere umano faccia  consistere tutto il pregio, la bellezza e la felicità della  vita nell’amore, mi pare sia così chiaro dalle ultime pagine del mito, che nessuno possa dubitarne. E non vedo  che ne dubiti lo stesso Faggi. Il quale dubita piuttosto  che amore sia l’ultima parola del libro. Non gli pare che  sia nella prima forma di questo, quando finiva col Dialogo  a Timandro e di Eleandro\ né che sia nella forma definitiva, quando all’ultimo posto fu collocato il Dialogo  di Tristano e di un Amico. La compassione di Eleandro,  egli dice, « non è amore : tant’ è vero che questo dialogo  dovea dapprincipio intitolarsi Misénore e Filénore, e  Mis nore, cioè odiatore dell’uomo, doveva essere L. ». Ma il Faggi non ha badato che (come avrebbe  potuto vedere da tutte le varianti che io ho tratte dall’autografo) cotesto titolo, poi mutato dall’autore nell’altro con cui pubblicò il dialogo, non solo fu ideato  quando ancora il dialogo era da scrivere, ma mantenuto  fino alla fine della composizione del dialogo stesso. Sicché  il concetto di Mist'nore è puntualmente quel medesimo  che vediamo incarnato in Eleandro: in chi cioè non si  oppone propriamente all’amatore degli uomini, ma si  oppone soltanto a chi, anzi che Filénore, merita d’esser  detto Timandro, perché eccessivamente valuta, col domma  della perfettibilità progressiva, il potere umano di impadronirsi della feheità. L’uomo del L. non è l’uomo  vantato e millantato dagl’ illuministi del secolo XVIII  e dai progressisti del suo secolo: l’uomo dalle magnifiche  sorti e progressive del Mamiani: è l’uomo vittima della  natura e però degno di compassione.   La compassione non è amore; certo. Ma ne è la radice. E perciò Giove, mosso da pietà, nella Storia del  genere umano, manda Amore fra gli uomini. Perché solo  l’amore lenisce i dolori, per cui si commisera l’infelice;  e se Eleandro, dopo aver protestato con un grido che  gli si sprigiona dal più profondo del cuore: Sono nato  ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto  può mai cadere in anima viva », soggiunge. Oggi non  mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché nie  stesso, per necessità di natura, e il meno possibile»-  l’aggiunta è un’asserzione voluta dalla coerenza del si'  sterna pessimistico della vita che Eleandro oppone al  dommatico ottimismo di Timandro; ma si smentisce  subito continuando. Con tutto ciò sono solito e pronto  a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimenti ad altri ». E questa è compassione, che è pnrg  una sorta di amore. Che se Tristano non sa più pensare se non alla morte  questa morte (come credo di aver chiarito abbastanza  col riscontro di quel dialogo con i canti dell’amore fiorentino, Aspasia e Amore e morte), non è la disperazione  della vita, cantata da Bruto minore e da Saffo, ma è la  bellissima fanciulla che   Gode il fanciullo Amore   Accompagnar sovente;   la bella morte, pietosa, sospirata in quel languido e stanco  desiderio di morire che sorge col nascere d’un amoroso  affetto. E r ironia, così nel Timandro come nel Tristano,  non è rivolta contro la vita confortata dall’amore, bensì  contro quel volgare ottimismo che parla il fatuo linguaggio di Timandro e deH’amico di Tristano. Vero è che per leggere L. non bisogna tanto  badare a quello che egli dice, ma al modo piuttosto in  cui lo dice, al tono delle sue parole, in cui propriamente  consiste la sua anima, e quindi la vita e il valore della  sua prosa. Che io perciò desidero considerare più come  poesia che come argomentazione. E perciò non posso  accettare quel che il Faggi dice del Dialogo di Tasso e del suo Genio familiare e dell’ Elogio degli uccelli.   Come mai, mi domanda del primo, «appartiene al  secondo gruppo e non al terzo ? Anche questo dialogo è  senza dubbio.... una ricostruzione; e, per questo lato.   vale il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez ».  Infatti, egli osserva, « non dee spaventare la differenza  che c’ è fra un uomo chiuso nelle quattro mura d’una  prigione e un altro che corre a vele spiegate 1’ Oceano  infinito. 11 Tasso prova nello spirituale colloquio col suo  Genio familiare press’a poco la stessa soddisfazione che  il grande Genovese nel suo fortunoso viaggio. Tutt’e due  han trovato la maniera di fuggire la noia, questa compagna indivisibile dell’esistenza. Quando altro frutto non  ci venga da questa navigazione, dice Cristoforo Colombo  a Pietro Gutierrez, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per lungo tempo essa ci tiene  Uberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte  cose che altrimenti non avremmo in considerazione.  E il povero Tasso ha ricevuto tale conforto dalla conversazione col suo Genio, che, si può ritenere, il consigUo  da questo datogli di ricercarlo, ov’ei lo voglia, in qualche  Uquore generoso, non andrà perduto. Tutt’e due, tra  fantasticare o navigare, van consumando la vita: non  con altra utiUtà che di consumarla; che questo è l’unico  frutto che al mondo se ne può avere: e l’unico ‘intento  che l’uomo deve proporsi ogni mattina in sullo svegliarsi ’ ».   Ora tutto ciò, se si guarda alla nota fondamentale  dei due dialoghi, non credo si possa sostenere. Lo spunto  del Colombo ci è indicato dallo stesso L., che,  come io ho mostrato, aveva prima concepito questo scritto  col titolo di Salto di Leucade\ e il senso o nucleo del dialogo va quindi cercato nel passo che segue alle parole  citate dal Faggi, dove Colombo dice: « Scrivono gU antichi,  come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittan-  dosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di  Leucade) giù nella marina, e scampandone, restavano  per grazia di Apollo, liberi dalla passione amorosa. Io  non so se egli si debba credere che ottenessero questo  effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno  per un poco di tempo, anco senza il favore di Apollo  avuta cara la vita, che prima avevano in odio; o pm-g  avuta più cara e più pregiata che innanzi. Ciascuna na  vigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla rupe  di Leucade; producendo le medesime utihtcà, ma pj(,  durevoli che quello non produrrebbe; al quale, per questo  conto, ella è superiore assai. Credesi comunemente che  gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in  pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per Io stesso  rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da’ navigatori e  soldati ».   Non il consumai'e la vita è l'utilità del rischio, a cui  Colombo espone sé e i suoi marinai, ma la gioia di riafferrarsi aUa vita che nell’oceano sterminato si teme sfuggita per sempre: il gusto che si prova per ogni piccolo  bene, appena ci paia di averlo perduto, se lo riacquistiamo. 11 Colombo è questa gioia del pericolo vinto, ma  che bisogna perciò affrontare per vincerlo.   Il Tasso è tutt’altra cosa. Il navigatore pregusta il  piacere della vista di un cantuccio di terra: ma il povero  prigioniero non conosce né spera mutamento alla sua  sorte, e lasciando, com’egli dice, anche da parte i dolori,  la noia solo lo uccide. La noia, di cui egli può parlare  perché ne ha esperienza; ma che gh pare il destino universale degh uomini, quasi la sua prigione fosse simbolo  della natura, che circonda e chiude dentro di sé l’uomo:  A me pare che la noia sia della natura dell’aria : la  (juale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose  matcriah, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro:  e donde un corpo si parte, e l’altro non gli sottentra,  quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così  nella vita nostra non si dà vóto : se non quando la mente  per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero.  Per tutto il resto del tempo, l’animo, considerato anche  in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo  da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno di  noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il  dolore e il diletto. Che egli consumi pure un po’ di tempo nel colloquio  col suo Genio, è vero. Ma lo consuma senza dolcezza, ]ier  confermarsi nella convinzione della sua immedicabile tristezza: «Senti. La tua conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia tristezza,  ma questa per la più parte del tempo è come una notte  oscurissima, senza luna né stelle ; mentre son teco, somiglia  al bruno dei crepuscoli, piuttosto grato che molesto.  Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o trovare  quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare. Il Genio risponderà con amara ironia che la sua abitazione è in qualche liquore generoso. Ma il Faggi crede  sul serio che ci sia qui un consiglio da prendersi alla lettera ? « Cruda ironia », scrisse il Della Giovanna, che  ebbe pure la strana idea di cercare negh scritti del Tasso  l’eventuale fondamento storico di questo tratto. Il quale,  per chi legga la prosa L.ana con animo sensibile  all’angoscia desolata che vi è sparsa dentro, non può  significare altro che un realistico strappo che 1 autore  vuol dare alla stessa poetica illusione consolatrice del-  r infelice prigioniero.   E porgendo l’orecchio all’accento commosso dello  scrittore io credetti di poter dire 1 Elogio degli uccelli  lirica stupenda sgorgata al L. dal pieno petto al guizzo d’una immagine lieta e ridente, e come un canto  di gioia. No, oppone il Faggi, « è un elogio degli uccelli  un’opera non d’ispirazione, ma, in massima parte (jj  riflessione; benché questa sia ravvivata dal soffio della  poesia inerente al soggetto. Il L. non intendeva  di fare altro ». Piuttosto egli penserebbe al Passero no  litario) ma avverte subito da sé il carattere del tutto  estrinseco del ravvicinamento, e nota che « anche quello  non è un canto di gioia ». Anche nell’ Elogio, secondo  il Faggi, il L. è filosofo, e non è poeta. « Non ha  creduto di spogliare del tutto la giornea del filosofo-  che anzi egli parla per bocca di un Amelio, filosofo solitario come egli dice, che si potrebbe credere il neoplatonico, scolare di Plotino, se non lo cogliessimo a citare  Dante e Tasso. .Scrive, e ha davanti i suoi libri, soprattutto le opere del Buffon; si difende in una lunga digressione sull’origine e la natura del riso, suggeritagli dall’osservazione che il canto è, come a dire, un riso che  fa l’uccello ; e, intorbidando l’immaginazione lieta e serena in cui l’animo suo volea riposarsi, si lascia attrarre  a considerare il riso umano nello scettico, nel pazzo e  nell’ebbro; che non è più manifestazione sincera, o spontanea dell’animo, e non ha jùù quindi relazione col canto  degli uccelli ».   Donde s’avrebbe a concludere che il L. abbia  voluto scrivere sul serio l’elogio degli uccelli, proponendosi una tesi ritenuta da senno per vera, e industriandosi di dimostrarla nel miglior modo per tale. No, per Dio, non mi prendete alla lettera  ci  ammonirebbe il poeta. Il quale ad altro proposito scriveva al padre scandalizzato dalle forme pagane di Giacomo : « Io le giuro che l’intenzione mia fu di far poesia  in prosa, come s’usa oggi, e però seguire ora una mitologia ed ora un’altra ad arbitrio; come si fa in versi,  senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ecc. » Senza essere creduti perciò zoologi o filosofi,  possiamo aggiungere noi. E del resto a quella conclusione io non credo che il Faggi abbia voluto andare incontro intenzionalmente, poiché egli pure vede « l'imaginazione beta o serena in cui l’animo del L. volea  riposarsi » ; e rispetto alla quale gli uccelli non sono davvero gli uccelli dello zoologo; ancorché nella tessitura  dell’ Elogio l’autore si giovi spesso di reminiscenze delle  sue letture del Buffon (che è poi un poeta, anche lui,  della storia naturale) ; ma sono appunto un’ immagine,  simbolo di quella vita piena d’impressioni, che non conosce tedio, anzi è tutta una gioia. La cui espansione  e penetrazione nel cuore del poeta si vede bene dove a  questo si svegha nell’animo un senso di gratitudine verso  quella Provvidenza, che volle il dolce canto degli uccelli  a conforto degli uomini e d’ogni altro vivente. «Certo fu  notabile prowedimento della natura l’assegnare a un  medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa  che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla  voce, fossero per l’ordinario in luogo alto, donde ella si  spandesse all’ intorno per maggiore spazio e pervenisse  a maggior numero di uditori. E in guisa che l’aria, la  quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata  di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto  e diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri  animali che agli uomini, l’udire il canto degli uccelli.   La prosa tranquilla e contenuta vuol essere nella  sua forma esteriore l’eloquio didascalico di un filosofo, ma  tanto più perciò essa fa sentire la dolcezza gioiosa che vi  si agita dentro, con quella stessa mobilità irrequieta,  che fa dal poeta contrapporre all’ozio pigro e sonnolento  degli uomini la vispezza dei volatili. « Gli uccelli per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; van- [ I Episiol., lett. no e vengono di continuo senza necessità veruna ; usano T  volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più cen  tinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, i]  medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccol  tempo che soprasseggono in un luogo, tu non h ved^  stare mai fermi della persona; sempre si volgono cjua I  là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si croK  lano, si dimenano; con quella \ds]iezza, queU'agUità  quella prestezza di moti indicibile. E con la stessa intenzione del contrasto tra l’esposizione solenne e dotta del filosofo e il sentimento che ’  deve vibrare dentro, si spiegano i ricordi anacreontd  che il Faggi dice eruditi e freddi, e che tali vogliono essere infatti, nella conclusione dell’ Elogio, nel desiderio  finale di Amelio: Similmente io vorrei, per un poco  di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella  contentezza e letizia della loro vita ». Ultime parole  dell’ Elogio, che ne sono quasi la chiave, e che reca meraviglia non vedere intese esattamente nepjmr dal Faggi  Già il Della Giovanna, che, mi rincresce dirlo, troppo  pedanteggiò irriverentemente nel suo commento erudito  ma offuscatore assai più spesso che rischiaratore del nitido pensiero L.ano, postillò: n Per un poco di  tempo. Meno male ! chè dopo la vantata perfezione degli  uccelli, c era da aspettarsi una conclusione meno restrittiva. E il Faggi rincara: «Fa quasi sospettare che  Amelio non sia riuscito a convincere pienamente se stesso,  o il suo entusiasmo non sia stato davvero troppo profondo ». Come se si trattasse di convincere!   A me pare ci sia un modo più ragionevole d’intendere quell’inciso; ed è quello che verrà subito in mente  ad ognuno, che rifletta che se il filosofo avesse espresso  il desiderio d’essere convertito per sempre in uccello,  avrebbe fatto ridere. Che diamine, il poeta invidia degh  uccelli la contentezza, la letizia; e ora essi non sono altro per lui, ma né anche la contentezza e la letizia per lui  sono tutto, ed egli ama troppo la propria umanità per  essere disposto a barattarla con esse per sempre. Anche  la morte potrebbe essere per lui, come per Porfirio, la  soluzione del problema dell’esistenza. Ma il «senso dell’animo» lo ammonisce colle parole di Plotino: «In vero,  colui che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero  alcuno degh altri; non cerca se non la utilità propria;  si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi,  e tutto il genere umano; tanto che in questa azione del  privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido,  o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si trovi al mondo ». Commemorazione tenuta nell’Aula Magna del  Palazzo Comunale di Recanati; e pubblicata nel fascicolo giugno-  luglio dello stesso anno del periodico “Educazione fascista”. Il modo più degno di commemorare un poeta è quello  di entrare nella sua poesia, cioè nel suo animo, nel mondo  dei suoi fantasmi, come egli li vide e li sentì. Gli elementi  della sua biografia, tutti, dalla data di nascita a quella  di morte, i casi della sua vita, le persone e le cose in  mezzo alle quali questa vita si svolse, le idee stesse che  egh accolse e che professò, le correnti spirituali antecedenti o contemporanee di cui partecipò, sono semplici  generahtà, paragonabili alle note d’un passaporto; le  quah, ove non si accompagnino e precisino con una fotografia, rimangono appunto generalità, riferibili a migliaia di persone.  Ogni uomo è una determinata personalità in quanto  è un’anima. La quale, quando si conosca da vicino e  cioè per davvero, è singolare e inconfondibile: unica.  E la sua singolarità in fondo consiste non nella periferia  del mondo di cui l’uomo fu centro, ma in quello piuttosto  che egli fu, al centro di questo mondo, col suo modo di  reagire a questo mondo che era il suo, raccolto nel suo  pensiero e nel suo sentimento. Due possono nascere nello  stesso anno e nello stesso giorno, vivere nello stesso  luogo e quasi cogli stessi spettacoli dinanzi agli occhi,  tra gli stessi uomini e quasi con le stesse voci negli orecchi; e ricevere la stessa educazione, incorrere magari  nelle stesse malattie, e insomma viv'ere tutta materialmente la stessa vita e concorrere perfino nelle stesse  idee, ed essere come due anime gemelle. Eppure ciascuna di queste anime, se vi provate ad entrare nel suo intern  è se stessa, diversa, assolutamente diversa dall’altra  quel certo suo dèmone ascoso, che tratto tratto si senr  nel timbro della voce o lampeggia nelle pupille, svelane!^  subitamente l’essere dell’indi\dduo : quell’essere eh”  ognuno di noi, nella vita, spia e riesce a scoprire  atti e nelle parole delle persone che frequenta. Quest  dèmone interno, sorgente segreta da cui scaturisce in  verità tutta la vita effettiva dell’uomo non soltanto  quale essa è, ma quale è sentita e perciò nel valore che  ha, è quello che i filosofi dicono 1’ Io: il soggetto, che è  la base d’ogni individualità umana. Qualcosa d’inafferrabile in se stesso, perché infatti non si manifesta  se non in quanto si realizza nelle concrete determinazioni  del carattere, nel complesso degh atti e delle parole,  che formano la trama della vita dell’ individuo. 11 centro non  è rappresentabile se non in rapporto alla sua circonferenza.   Ora questo demone segreto che si cela e si svela nella  vita di ciascun uomo, è la fonte viva dell’ispirazione  del poeta. Il quale non si distingue dagli altri uomini se  non jierché riesce a stampare una più profonda impronta  di questa segreta potenza nelle espressioni del suo essere.  E pare che per lui innanzi agli occhi meravigliati della  moltitudine si levi e grandeggi in una solitudine infinita  l’immagine di un’anima divina, creatrice, che di sé fa  il suo universo; e quelli che per gli altri sono sogni e  ombre, per la virtù sua onnipossente son corpi saldi, viventi e luminosi, e riempiono tutta la immensa scena  del mondo che il poeta sostituisce a quello della comune  esperienza. Nel poeta, in quanto tale, tutto ciò che egli  vede e tutto ciò che può dirci è la sua anima, anzi  questo dèmone che si cela nella sua anima.  Nel caso di L., quanto difficile cercarla e trov'arla questa scaturigine della sua poesia: e quanto perciò  s e girato e si gira tuttavia intorno al segreto della sua grandezza ! Questa poesia da un secolo e più conquide  tutti i cuori, trova la via di tutte le anime, che spontaneamente si aprono alle soavi commozioni di essa. Ma  studiata lungamente, pertinacemente, ingegnosamente da  mille ingegni, alla luce di mille sistemi e sulla base di  mille preconcetti, analizzata, tormentata dalla pretensiosa volontà indagatrice della critica, impegnata per lo  più nella superba impresa di ricostruire l’arte dagli sparsi  frammenti esanimi ottenuti attraverso una fredda operazione anatomica, essa si è sottratta e sfugge ancora  alla intelligenza riflessa, che si sforza di coglierne l’essenza e chiuderla in una definizione.   Negli ultimi tempi vi si son provati critici di grande  levatura e dottrina; e si sono avuti saggi, di cui non  disconoscerò io il merito insigne. Questi scritti giovano  indubbiamente alla comprensione della poesia L.ana; ma solo in quanto ne scoprono alcuni aspetti.  11 loro comune difetto è quello di trascurare la verità,  che io ritengo evidente e indiscutibile, dalla quale ho  creduto opportuno prender le mosse. Trascuranza il cui  effetto è questo: che il critico non sente la necessità di  risalire sino alla sorgente da cui la poesia L.ana  sgorga, e in cui soltanto è possibile scorgere l’unità della  sua ispirazione e rendersi conto della varietà dei motivi  in essa dominanti. Così accade che si aprano i canti e  le prose del L., e si dica. Nelle prose, manco  a dirlo, non c’ è poesia. C’ è una pretesa filosofia, che è  una filosofia per modo di dire. Lambiccatura di cervello  che si sforza di dimostrare sistematicamente uno stato  d’animo personale; e perciò si mette fuori di questo stato  d’animo; e quindi riesce amaro, falso, estraneo al vero  e profondo sentire dello stesso scrittore, e perciò freddo,  sofistico. Né filosofia, né poesia. Nei canti, bisogna distinguere: c’è poesia e non poesia. Vi sono strofe o versi  in cui il poeta trova se stesso e parla serio e commosso; e lì è il poeta; il poeta le cui parole non si dimenticano  e tornano da sé a risuonare nell’animo, a commuoverci  col calore e la passione della vita che ogni uomo vive e  sente. Ma ci sono negli stessi canti poesie giovanili rettoricamente patriottiche; ci sono poesie filosofiche non  meno fredde e artifiziate delle prose: ci sono pezzi ora-  torii, in cui il poeta cerca l’effetto e pensa al lettore e  non si dimentica nello schietto moto della sua anima  Manca qua e là negli stessi canti più felici il caldo di  queir ispirazione, che s’apprende immediatamente all’animo di ogni uomo. Risorge il ragionatore a freddo  che vede il mondo dall’angustissimo foro che le sciagure  fisiche e le tristi condizioni personali gli han lasciato  aperto sulla grande scena della vita, e vien meno il poeta  che accoglie beato nel suo petto la voce naturale del  mondo e il vasto respiro delle cose.  £ fortuna se alla  prova di questa critica si salva qualche frammento della  poesia del L..   Ma si salva davvero ? Io vorrei invitare questi critici  a ristampare L. purgandolo da tutte le scorie  della sua poesia, per darcene il fiore, un’antologia; contenente i soli pezzi ^'eramente poetici a cui si fa grazia.  Temo che al fatto questa antologia riescirebbe estrema-  mente difficile, se non impossibile: poiché non solo il  significato di ciascun verso risulta dal contesto a cui  appartiene, e ogni strofa ha il suo valore nel complesso  del componimento; ma, si sa, ogni parola ha sempre  un accento, in cui è la sua anima e individuahtà; e quell’accento non si può sentire se non nel ritmo dell’ insieme.  Isolare una parola è impresa vana ed assurda. E se si  crede il contrario, ciò accade perché in realtà quella  parola che ci pare di isolare, noi la facciamo nostra e la  fondiamo in un nuovo nesso, in un ritmo da noi creato,  in cui non è più la parola di quel poeta, ma l’espressione  del nostro animo. L. non è soltanto il poeta degl’ idillii, dove  il suo petto si allarga e s’inebria del profumo della natura, e il suo cuore batte all’unisono col grande cuore  del mondo, commosso dal senso della vita che ride a primavera nei campi, brilla a notte nel mite chiarore della  luna, imporpora il viso alle fanciulle innamorate, tuona  tra le nubi nell’ infuriar della tempesta, e ridesta ad ora  ad ora negli animi stanchi e delusi la speranza e la dolcezza dell’amore. Il L. è anche Tristano ed Eleandro; ed è Copernico e Ottonieri; ed è Colombo  e Tasso visitato nel mesto carcere dal suo Genio familiare; ed è Stratone e Plotino; ed è 1’ Islandese al cospetto della Natura dal volto mezzo tra bello e terribile; ed è il gallo silvestre che sta in sulla terra coi  piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, e riempie  del suo canto l’universo e dice di questo « arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale » che, « innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi ». E insomma il Leopardi pacato e placato nel  sentimento solenne e religioso del dolore e del mistero  e della vanità dell’opera umana, e pur raccolto nell’ intima soavità dell’amore, onde gh uomini vincono ogni  travagho c gustano una beatitudine divina, ancorché  confusa a certo mistico senso del proprio dissolvimento  nella vita universale. Ed è anche il poeta che come italiano vede le colonne e i simulacri e le ruine della grandezza antica, ma non vede più la gloria e le armi dei  padri; e non sa rivolgersi indietro a (juella schiera infinita  d’immortah, che onorarono già la nostra terra, senza  pianto e disdegno per la presente viltà; e sente in cuore  la disperazione di Bruto per l’impotenza della virtù  sconfitta dalla perversa fortuna e lo strazio della misera  Saffo, spregiata amante, vile e grave ospite nei superbi regni della natura bellissima. Ma non sì che l’animo non  gli si esalti nell’ idea della guerra mortale che il prode  di cedere inesperto, guerreggerà sempre contro l’indegno  fato, e in cui anche il virile animo di Saffo si sentirà  sparso a terra il velo indegno, di emendare il crudo fallo  del cieco dispensator dei casi. E anche l’uomo che si  leva col pensiero al di sopra della ferrea vita e sentendo  che conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il vero, si  compiace d’investigar Yacerbo vero e i ciechi destini delle  mortali e delle eterne cose] e trae gli ozi in questo speculare. E in fine l’uomo che si rifugia con questo altissimo  sentimento della invitta potenza del pensiero umano  nella rocca inespugnabile della noia: di questo che egli  dice « in qualche modo il più sublime dei sentimenti  umani », poiché « il non poter essere soddisfatto da alcuna  cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, n numero e  la mole maravighosa dei mondi, e trovare che tutto è  ])oco e piccino alla capacità deU’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito,  e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora  più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le  cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento  e vóto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. E perciò anche L., nel colmo della sua delusione,  può giungere a fermare in se stesso ogni desiderio e ogni  moto, a disprezzare perfino se stesso, come la natura,  il brutto Poter che, ascoso, a comun danno impera, E V infinita vanità del tutto: e, pur caduto l’incanto che gli  fece vedere e amare in una donna mortale la Dea della  sua mente, pur vedendo ormai nella propria vita una  notte senza stelle a mezzo il verno, può trovare al suo fato   Pensieri. mortale bastante conforto e vendetta nella coscienza di  se medesimo:   su l’erba   Qui neglùttoso immobile giacendo,   Il mar, la terra e il ciel miro, e sorrido.   Se noi rinunciamo a questi ed altrettali motivi della  poesia L.ana, per restringerci al dolce gusto di  quell’ idillico che è la prima e immediata forma di questa  poesia, noi avremo sì elementi di una poesia squisita,  ma perderemo la poesia propria del L.. Nella  quale quella prima forma è solo uno degli elementi del  dramma e del fiero contrasto, nella cui superiore soluzione la poesia L.ana per l’appunto consiste. L’i dilli o è certo alla base di L. poeta. Ne  risuona il motivo di continuo nell’ Epistolario, nello Zibaldone, nei Canti, nelle Operette morali. Se volete rendervi conto della natura dell’ idillio, come L.  r intese e lo sentì, rileggete l’ Infinito, quei quindici versi  che gittano la fantasia del Poeta al di là della siepe in  spazi interminati, sovrumani silenzi e profondissima  quiete: dove l’infinito silenzio e l’eterno assorbono in  sé e annichilano la voce del vento che stormisce tra le  piante e il suono delle lotte e delle fatiche umane: Così tra questa  Immensità s’annega il pensier mio  E il naufragar m’ è dolce in questo mare.   L’uomo scioglie il suo pensiero, ond’egli riflettendo  si distingue e si oppone alla natura, e si confonde con essa. Ricordate il Canto notturno di un pastore errante  dell’Asia, che dice alla sua greggia:  Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe. Tu .se’ quieta e contenta;   E gran parte dell’anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,   E un fastidio m’ingombra  La mente, ed uno spron quasi mi punge  Si che, sedendo, più che mai son lunge  Da trovar pace o loco. Nell’ Inno ai Patriarchi il Poeta rammenta l'antico  mito della colpa che sottopose Vuman seme alla tiranna  Possa de’ morbi e di sciagura ; e attribuisce all’ irrequieto  ingegno dell’uomo la prima origine dei suoi dolori. La  noia, la sublime noia, è il privilegio del pensiero. Finché  la riflessione non è sorta, e il pastore errante non è ancora in grado di domandare alla luna il fine di tanti  moti, e che sia   Questo viver terreno.   Il patir nostro, il sospirar che sia;   Che sia questo morir, questo supremo  Scolorar del sembiante,   E perir dalla terra, e venir meno  .‘Vd ogni usata, amante compagnia;   egh può esser queto e contento come la sua greggia.  Pensare è distinguersi dalla vita, opporvisi, sentirsene  fuori, cercare e non trovare, sentire la vanità di tutto:  non aver più né contentezza né pace. Il L. intanto  sa bene che senza pensiero non c’ è grandezza. Perciò  in uno de’ suoi dialoghi la Natura dice a un’Anima. Va’, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e  chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande  e infelice. Perciò il Poeta dice ai « nuovi credenti » che  non credono al dolore: A voi non tocca  DeU’umana miseria alcuna parte,   Ché misera non è la gente sciocca. Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna  Kon è dagli astri alcun poter concesso.   Non al dolor, perché alla vostra cuna  Assiste, e poi sull’asinina stampa  11 pie’ per ogni via pon la fortuna. E se talor la vostra vita inciampa.   Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio  Il non sentire e il non saper vi scampa.   Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio  Rompon l’alme ben nate. Ma se il pensiero è la sorgente del dolore, bisogna  pur distinguere tra pensiero e pensiero. E anche questo  è avvertito dal L.. C’ è un pensiero che è la stessa  natura deU’uomo ; deiruomo che sente e crede nell amore  e nella virtù ; che sente e crede nella bellezza della natura  e della vita; che spera e apre l’animo alla gioia delle illusioni, che tali si dimostreranno al cimento della esperienza, ma che la natura stessa risusciterà sempre dal  fondo del cuore umano a rendere amabile o almen sopportabile la vita. Questo è pensiero. Ma c’ è un altro  pensiero, che si sovrappone a questo primo e lo critica  e lo demolisce e lo irride, e, scoprendone tutte le debolezze e gli arbitrii, gitta lo sconforto nel cuore umano e  lo inonda d’immedicabile amarezza. Non occorre pertanto che l’uomo si abbrutisca come il gregge per sottrarsi al dolore. Può essergli simile, e al pari di esso rimaner congiunto con la natura e godere del benefizio  di essa, se si abbandona, per dir così, al pensiero naturale,  e vede la vita con quegli occhi che la natura gh ha dati.  Vive nel suo stesso pensiero la vita spontanea e istintiva  che è propria di tutti gli esseri naturali, senza che questa  natura sia sconvolta o turbata dal suo irrequieto ingegno.  Così fa il fanciullo, così tutti gli spiriti semplici e sani. Questa è la giovinezza sempre rinascente del genere umano; dell’anima aperta alla speranza e fortificata  dalla fede: dell’anima quale ogni uomo la ritrova in se  stesso al mattino sul primo svegliarsi, all’ inizio d’ogni  suo giorno, come d’ogni nuovo periodo della sua vita  « Il primo tempo del giorno », canta anche il gallo silvestre  « suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo  svegliarsi ritrovano nella mente pensieri dilettosi o lieti-  ma quasi tutti se ne producono e formano di presente  perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia  alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla  giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla  pazienza dei mah. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato daUa disperazione;  destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza  ciuantunque cUa in niun modo se gli convenga. Molti  infortuni e travagli propri, molte cause di timore o di  affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non  parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del  dì passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in  riso, come effetto di errori e d’immaginazioni vane.  La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario,  il principio del mattino somiglia alla giovanezza. Cresce l’esperienza della vita, sopraggiunge la riflessione, la speranza dilegua: sottentra il dolore e la noia:  tanto più acuto quello, tanto più grave questa, quanto  più viva fu la speranza e ardente la fede nella vita. Quindi  la grande importanza del momento idillico, o giovanile,  spontaneo, naturale in una poesia che, come quella del  L., accentua poi il momento negativo del distacco  e della opposizione, che è il momento del dolore. Questo  dolore è materiato, si può dire, dalla stessa dolcezza  dell’ idiUio. Odi et amo. La negazione non avrebbe mai il  suo significato lirico se non corrispondesse a un’affermazione vigorosa e potente. Appunto perché la vita è così  bella agli occhi del Poeta, ed egh ne sente sì forte il fascino nel fondo del suo cuore, egli si duole tanto di non  possederla. Al disperato affetto di Saffo non arride spet-  tacol molle: ma questo spettacolo pur le è fitto negli  occhi e nel petto;   Placida notte, e verecondo raggio  Della cadente luna; e tu che spunti  Fra la tacita selva in su la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettoso e care  Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato.   Sembianze agli occhi miei. Del resto questo molle spettacolo non fugge da’ suoi  occhi senza che questi si volgano desiosi ad altri spettacoli di natura, meglio rispondenti al suo stato d’animo. Noi r insueto allor gaudio ravviva  Quando per l’etra liquido si voi ve  E per li campi trepidanti il flutto  Polveroso de’ Noti, e quando il carro. Grave carro di Giove a noi sul capo.   Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli  Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta  Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto  Fiume alla dubbia sponda  Il suono e la vittrice ira dell’onda.   Saffo ha l’animo popolato di ridenti immagini di  questa natura di cui ella si vede prole negletta:, Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella   Sei tu, rorida terra. A me non ride   L’aprico margo, e dall’eterea porta  Il mattutino albor; me non il canto  De’ colorati augelli, e non de’ faggi  Il murmure saluta: e dove all’ombra  Degl' inchinati salici dispiega  Candido rivo il puro seno, al mio  Lubrico pie’ le flessuose linfe  Disdegnando sottragge,   E preme in fuga l’odorate spiagge.  GkktIx<s, Manzoni e L. Bruto minore, fermo già di morire, percote l’aura  sonnolenta di feroci note. Ma tra queste note se ne odono  di soavi, affettuose, per quanto solenni, come queste:   E tu dal mar cui nostro sangue irriga. Candida luna, sorgi,   E l’inquieta notte e la funesta  All’ausonio valor campagna esplori. Cognati petti il vincitor calpesta,   Fremono i poggi, dalle somme vette  Roma antica mina;   Tu si placida sei ? Tu la nascente Lavinia prole, e gli anni   Lieti vedesti, e i memorandi allori;   E tu su l'alpe l'immutato raggio  Tacita verserai quando ne’ danni  Del .servo italo nome.   Sotto barbaro piede  Rintronerà quella solinga sede.   Ecco tra nudi sassi o in verde ramo  E la fera e l’augello.   Del consueto obblio gravido il petto. L’alta mina ignora e le mutate  Sorti del mondo: e come prima il tetto  Rosseggerà del villanello industre. Al mattutino canto   Quel desterà le valli, e per le balze   Quella r inferma plebe   Agiterà delle minori belve.   D’altra parte, fin da quando il  Poeta ascolta nel suo profondo questa voce antica ed  eternamente giovanile della santa natura e del mondo,  contro cui si volgerà sempre più risentito e dolorante,  egli sente nel petto   Nell’ imo petto, grave, salda, immota  Come colonna adamantma,   quella noia immortale, di cui parlerà nell’epistola Al Conte  Carlo Pepoli. E nello stesso Infinito, nella Sera del dì di festa e negli altri piccoli e grandi idilli che altro, infine, si canta se non il dolore ?   Dolce e chiara è la notte e senza vento,  E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti  Posa la luna, e di lontan rivela  Serena ogni montagna. O donna mia.   Già tace ogni sentiero, e pei balconi  Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol soimo  Nelle tue chete stanze; e non ti morde  Cura nessuna; e già non sai né pensi  Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che si benigno  Appare in vista, a salutar m’affaccio,   E l’antica natura onnipossente. Che mi fece all’affanno. A te la speme  Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro  Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. La serenità, il dolce chiarore lunare dei primi versi  e lo stesso sonno tranquillo e scevro d’affanni de lla donna  formano lo sfondo del quadro, in cui risalta la personalità  di quest’uomo, a cui la speranza è negata e i cui occhi  non brilleranno mai se non di lagrime. L’amarezza di  questa anima desolata nasce dal contrasto. La donna  sogna forse a quanti oggi piacque e quanti piacquero a  lei. Fantasmi e sentimenti pieni di dolcezza; ma sorgono  alla mente del Poeta soltanto per fargli sentire che egli  ne è escluso:  non io, non già eh’ io speri,  .à.1 pensier ti ricorro. Egli non dorme, non posa, non sogna. Si getta per  terra, grida, freme. E il suo pensiero si insinua nella  gioia altrui e vi soffia dentro il vento della riflessione  che l’inaridisce:  Ahi, per la via   Odo non lungo il solitario canto  Dell’artigian, che riede a tarda notte. Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;   E fieramente mi si stringe il core,   A pensar come tutto al mondo passa,   E quasi orma non lascia.   L’artigiano probabilmente non fa questa malinconica  riflessione. Probabilmente egli, come la donna, rimembra  i sollazzi del giorno, la cui memoria non è spenta e basta  tuttavia a riempirgli e consolargli l’animo. Ma su quel  mondo festivo e gorgogliante ancora di sensazioni dilet-  tose il Poeta riversa l’angoscia fredda del suo cuore desolato.   E altrettanto si i)uò osservare di tutte queste sue  poesie, che L. stesso definì idillii, e in cui più  forte risuona la corda dell’animo commosso e vibrante  della stessa vita del mondo.   Citerò ancora il primo periodo della Vita solitaria   che comincia;   La mattutina pioggia, allor che l’ale  Battendo esulta nella chiusa stanza  La gallinella, ed al balcon s’afìaccia  L’abitator de’ campi, e il Sol che nasce  I suoi tremiili rai fra le cadenti  Stille saetta, alla capanna mia  Dolcemente picchiando, mi risveglia;   E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo  Degli augelli susurro, e l’aura fresca,   E le ridenti piagge benedico;   per rivolgersi subito contro le cittadine infauste mura, e  per concludere;   In cielo.   In terra amico agh infehci alcuno  E rifugio non resta altro che il ferro.   Principio idillico, conclusione tragica. Tragica quanto  è idillico il principio. I due termini si corrispondono e  si congiungono insieme in un nesso inscindibile. Togliete a L. la commozione e l’amore per la natura, per  la vita, per la donna, ])er la bellezza, per la forza magnanima, per l’ardimento generoso, per la virtù, j>er la  patria, per i parenti, per gli amici, per tutto ciò che  rende amabile e santa la vita, e non intenderete più lo  strazio delle sue delusioni. Prescindete dal fermo convincimento, che la sua filosofìa gli ha piantato nel petto,  della arbitraria soggettività degli ideali in cui l’uomo,  non ancora caduto in preda al pensiero, crede provvidenzialmente; chiudete gli occhi sull’amarissimo gusto  con cui egli, tornando sempre ad esaminare i suoi pensieri e la vita e il proprio essere e il fato universale degli  uomini, ribadisce sempre quel suo convincimento; e non  potrete più sentire il tumulto con cui il suo cuore s’attacca  a questa vita fallace e il tremito giovanile e sto per dire  virgineo con cui tutto il suo essere si stringe al mondo,  che non può, malgrado tutto, non amare. Leggete II  pensiero dominante e V Aspasia, dove culmina l’arte del  Poeta. Quel pensiero, cagion diletta d' infiniti affanni, è  gioia ed è dolore. Quella donna, per cui egli ha vaneggiato, ma il cui incanto è caduto, risorge nella sua memoria e nel suo cuore superba visione, sua delizia ed  erinni'. e l’angehca sua forma, sempre viva e presente,  torna sempre a imprimergli a forza nel fianco lo strale,  che già lo fece per tanto tempo ululare.   L’atteggiamento negativo ed ostile, quando non si  scompagni dal suo contrario, che gli dà vigore e significato, si può intendere e s’intende anche in quelle forme  di fredda ironia e di affettata irrisione, che assume in  qualche raro tratto dei Canti e in parecchie delle Operette morali. Di cui si è potuto parlar con sì distratta  intelligenza da vedervi lampeggiare non so che sorriso cattivo e sinistro: mentre chi legge ed ama L.,  sa che nulla è più alieno dal suo spirito. Ma questi critici  sono i critici del frammento. Si fermano a una pagina  delle Operette L.ane, e non curano di guardarne  l’insieme; e così si lasciano sfuggire quella vivente unità  organica, da cui esse nacquero tutte ad una ad una,  sotto la stessa ispirazione, nel pensiero e nel sentimento  dell’autore. Così vedono Momo, i sillografi, Stratone;  ma non vedono il principio e la fine del libro. E si lasciano  sfuggire il significato e l’accento del mito iniziale, la  Storia del genere umano, vaga immaginazione tutta per-  v'asa di una commozione contenuta e pudica di un amore  gentilissimo; come si lasciano sfuggire le meditazioni  finali di Eleandro e di Plotino, tutte umanità ed affetto.  Non vedono perciò lo spirito complessivo e centrale e  quell’onda viva di universale e irresistibile simpatia,  che abbraccia uomini e cose, e in sé scioglie i sentimenti  più duri, più pungenti, più amari, onde l’animo del Poeta  è colpito allo spettacolo del freddo vero. L’incanto della jioesia è qui, in questa unità dei due  opposti motivi, che si fondono insieme e infondono nello  spirito del L. l’impeto della sua lirica sublime.  La quale nel momento stesso che pare prostri gli animi  nel più disperato dolore, li solleva, conforta ed esalta,  aspergendoli di non so che affettuosa soa\ ita. Idilho e  dolore. L’uomo che vive lietamente e serenamente la  vita; e l’uomo che diffida di essa, e se ne apparta ed  estrania; e fattosene spettatore deluso e sconsolato, sente  dentro di sé un vuoto infinito. Due cuori diversi, ma non  posti l’uno accanto all’altro, bensì unificati in un cuore  solo. Questa tragedia, che non è ottimismo, né ])cssimismo, ma il commosso e serio concetto della nobiltà,  del valore e della superiore letizia della vita, tremenda  insieme e adorabile, angosciosa e febee : questa è 1 essenza della poesia L.ana.  In verità, l’origine del dolore è nel pensiero. Ma L. sa, e soprattutto sperimenta in se stesso, che quel  pensiero che ferisce, sana esso stesso le sue ferite. 11 pensiero che sfronda l’albero della vita di tutte le sue illusioni, e specula e scopre l’infinita vanità di tutto, è lo  stesso pensiero dentro eh cui quell’albero ad ora ad ora  rinverdisce di nuove fronde. Non si può negare che esso  faccia guerra continua alla nativa confidenza deH’uomo nella natura; ed esso certamente spegne nei cuori la fede  e la speranza. Ecco, da una parte. Saffo supphchevole ;  e dall’altra, il ruscello che al piede della misera donna,  la quale tenta d’immergervisi e sentirne il refrigerio,  sottrae disdegnoso le flessuose acque, e fugge e s’affretta  per le piagge odorate.   Se non che questo pensiero devastatore e distruttore  della originaria unità dell’uomo con la natura, è esso  stesso una nuov'a natura: è la natura di quell anima  grande perché infelice, e infehee perché grande, onde il  Poeta insuperbisce sopra la turba degli sciocchi. E in  verità sempre che il pensiero non si guardi dal di fuori,  ma si pensi, si attui, si viva, esso non è più nulla di  estraneo alla vita, ma è la vita stessa. E in esso, ancorché  rivolto ed affisso alle idee più dolorose e più aride, rifluisce l’onda della vita e si risveglia il palpito della gioia.  Allora, ecco, il L. acquista coscienza della felicità  superiore in cui si purifica e rinvigorisce il suo spirito  attraverso al pensiero e al canto; poiché (come egli dice)  « ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la  potenza dell’umano intelletto, ossia l’altezza e nobiltà  dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente  comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. I Pens. di varia filos., Allora egli sente che lo stesso intìnito, in cui gli è dolce  naufragare, è contenuto nel suo pensiero, che lo abbraccia  spaziando più oltre. Allora egli, piccolo ed esile fiore  sull’arida schiena del Vesuvio sterminatore, s’inebria del  profumo della sua poesia, che consola il deserto. Allora  egh ritrova in sé, nel genio che nessuna forza maligna  gli può strappare, nel demone divino e onnipotente che  fa insieme la sua infelicità e la sua grandezza, la gioia  e il fervore della vera vita; in cui, a dispetto dei ragionamenti, risorgono le speranze e si riaccende l’amcre  con cui gli uomini, malgrado tutte le delusioni, si riattaccano alla vita e han la forza di vivere e di morire.  A Porfirio che a conclusione d’un rigoroso ragionamento  si vuol togliere la vita, Plotino ammonisce che « non dee  piacer più, né vuoisi elegger piuttosto di essere secondo  ragione un mostro, che secondo natura uomo. Mostro  chi non cerca se non la utilità propria, e si gitta, per cosi  dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere  umano. Uomo chi l’amore di se medesimo pospone all’amore degli altri. Ma questa natura, che ci fa uomini,  è proprio contraria alla ragione che ci farebbe mostri ?  O non ci sono, per dir così, due ragioni: una, inferiore,  che ci trarrebbe al suicidio attraverso il più sordido amore  di noi medesimi, e una superiore, che ci libera dal giogo  di questo amore, e ci fa amare la vita e gli uomini che  ci amano ? Si cliiami ragione o poesia, certo questa non  è la natura primitiva e inconsapevole, ma Tumanità  che soffre ed ama e canta.   Quale in notte solinga  Sovra campagne inargentate ed acque.   Là 've zefiro aleggia,   E mille vaghi aspetti  E ingannevoli obbietti    1 Operette. Fingon l’ombre lontane   Infra Tonde tranquille   E rami e siepi e collinette e ville;   Giunta al confin del cielo. Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno  Nell’ infinito seno   Scende la luna; e si scolora il mondo;   Spariscon Tombre, ed una  Oscurità la valle e il monte imbruna;   Orba la notte resta,   E cantando, con mesta melodia. L’estremo albor della fuggente luce. Che dianzi gli fu duce. Saluta il carrettier dalla sua via;   Tal si dilegua, e tale  Lascia l’età mortale  La giovinezza. La luna è tramontata, e il carrettiere canta. La giovinezza si dilegua; ma l’uomo resta, e intona il suo canto.  In questo canto, nella sua mesta melodia, è il più alto  segno dello spirito del Poeta. Qui la sua poesia.  Conunemorazione centenaria letta alla R. Accademia Nazionale  dei T .inr ei neUa seduta reale e pubbUcata, oltre che  ncgU Atti dell’Accademia, nella Nuova Antologia del i» lugUo  dello stesso anno. Ripubblicata in Poesia e filosofia di Giacomo  L. (Firenze, Sansoni Tra pochi giorni sarà un secolo dalla morte di L. Secolo, segnatamente per 1’ Italia, pieno  di grandi eventi ; storia mossa e agitata da fedi e interessi  in massima parte estranei all’animo del L., anzi  osteggiati e a volte irrisi da lui. Altra filosofia, altro  uomo. E gli effetti sono stati così cospicui, così importanti, anche secondo il modo di vedere del L.,  da riuscire un’aperta condanna delle sue convinzioni e  de’ suoi giudizi storici. Secolo, si può dire, anti-L.ano, culminante in questa Italia, potente, imperiale,  creazione audace della stessa Italia che alla fantasia giovanile del L. apparve inerme, anzi di catene carche  ambe le braccia, seduta in terra, negletta e sconsolata, la  faccia nascosta tra le ginocchia, piangente.   Eppure lungo questo secolo la fama del L. è  venuta crescendo; s’è dilatata nel mondo, ma in Italia  ha messo radici sempre più profonde nei cuori. L’intelligenza della sua poesia, della sua anima ha acquistato  d’anno in anno, e quasi giorno per giorno, di penetrazione, di comprensione e di intima simpatia a mano a  mano che gl’ Italiani da prima si svegliavano e in una  coscienza più seria e positiva della vita e de propri doveri e delle proprie forze risorgevano a dignità civile e  politica. Scendevano quindi in campo contro gli oppressori e li affrontavano nei congressi, e accordavano rivoluzione e forze conservatrici dimostrando maturità di  accorgimento e di patriottismo da meravigliare 1 Europa ; e tra audacie e negoziati facevano dell’ Italia archeologica, letteraria ed artistica una nazione viva, operante  e presente nella storia dell’ Europa e del mondo. Intanto  sentivano il bisogno di farsi un nuovo pensiero, una  nuova scienza, una nuova cultura, adeguata all’altezza  dell’assunto politico; e creavano un esercito nazionale; e  sviluppavano, in una più attiva collaborazione alla vita  economica internazionale, le loro industrie e i loro traffici; e creavano le scuole, organizzando tutto un sistema  nuovo di pubblica istruzione e portando via via la luce  neUe menti delle plebi abbandonate da secoli all’ignoranza e alla superstizione ; e negli esperimenti di un sistema politico aperto alle lotte e alle competizioni di tutte  le energie individuali si venivano educando al senso e  alla tecnica dello Stato; e infine, in una riscossa della  coscienza nazionale che si era venuta formando negli  animi più giovanili in un fermento nuovo d’idee religiose sociali c filosofiche, si trovavano pronti alla più  grande guerra della storia; combattevano con grande  onore, e contribuivano più d’ogni altra nazione alleata  alla vittoria finale. E dopo questa prova stupenda dell’antico valore, arditamente si accingevano con una profonda rivoluzione politica e sociale a fare una nuova  Itaha e una nuova Roma. Quanto cammino! E quanta vita  in quella moribonda Italia, di cui parlava L.!   Eppure, dicevo, il miracoloso progresso di quesb  cento anni, lungi dall’allontanare 1’ Italia dal L.,  r ha portata sempre più vicino a lui, a misurare la sua  grandezza. La bibliografia L.ana è una delle più  ricche tra quante se ne siano formate intorno ai maggiori  poeti e pensatori itaUani, da gareggiare con la dantesca.  Segno visibile del vasto interesse che ha suscitato e suscita la personalità del L. con i suoi scritti e con  i casi della sua vita. Selva foltissima, di grandi alberi  che soprastano con le loro alte cime al vento, da De San-    ctis a Carducci e a Pascoli, per non citare viventi, e di  fitta boscaglia pullulante per tutto, ai piedi dei grossi  tronchi. Intorno al L. non pure letterati, deside-  sori di esattamente conoscere tutti i particolari della biografia e dello svolgimento graduale del genio, e di risolvere tutti i problemi che lo studio di tal materia fa nascere; ma filosofi e storici della filosofia, poiché il L.  ebbe il gusto degli alti concetti speculativi, e nel suo  stesso vocabolario riecheggiano detti e pensieri di dottrine  celebri a cui egli, a suo modo, aderì; e insieme scienziati  (antropologi e fisiologi) entrati a un tratto in sospetto  che certi limiti nell’orizzonte spirituale del Poeta derivino da non so qual limite somatico; sospetto nascente  da improvvisate teorie e appoggiato a improvvisate osservazioni di fatto; ma fecondo tuttavia di costruzioni  e interpretazioni, se oggi cadute di moda, utili tuttavia  a chi voglia farsi un pieno concetto del lavoro compiuto  in questo secolo intorno al L.. Fortunatamente,  peraltro, se ci sono state deviazioni ed eresie critiche e  storture di metodi materialistici suggeriti da pigrizia  intellettuale di letterati ottusi, o da presunzione pseudo-scientifica di cervelli rozzi e ignari dei rudimenti di qualsiasi serio concetto intorno ai valori dello spirito, ci sono  stati pur saggi di quella critica magistrale che attraverso  le forme storiche e letterarie e i conseguenti atteggiamenti  della espressione artistica sa scoprire il principio profondo  dell’ ispirazione, che è l’anima del poeta e 1 essenza di  quell’eterna poesia che lo fa immortale. Critica che in  Italia, in questo secolo, da L. a noi, ha avuto  esempi da fare epoca, e che hanno infatti educato nell’universale la coscienza del solo metodo che ci sia per  raggiungere il poeta là dove egli e poeta.   Così in questa selva della letteratura L.ana noi  non abbiamo smarrito il Poeta. Anzi, a capo di questo    secolo anti-L.ano si può dire che egli sia stato prima  scoperto, e poi veduto più e più giganteggiare come uno  dei più grandi spiriti della storia del mondo, e come il  creatore della più intensa poesia che si sia prodotta mai  in Italia. Fu scoperto quando un nostro grande critico,  che lo aveva conosciuto di persona, gentile e mansueto  come era, e molto ne aveva studiato ed amato gh scritti,  e acutamente investigato lo spirito che ci vive dentro,  non poteva paragonarlo allo Schopenhauer senza sentire  la infinita differenza tra il pessimismo amaro del filosofo  tedesco e il pessimismo sui generis del poeta itahano. L., dice, produce l’effetto contrario a quello  che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama  illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in  petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che  non ti senta migliore; e non puoi accostar tigli, che non  cerchi innanzi di raccogherti e purificarti, perché non  abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa  credente; e mentre non crede possibile un avvenire men  tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo  amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così  basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile  e pura l’onora e la nobilita. E se il destino gli avesse  prolungata la vita infino al Quarantotto, senti che te  l’avresti trovato accanto, confortatore e combattitore. Atteggiamento contradittorio ? Lo aveva confessato  il L. medesimo, in quel libro in cui più freddamente  si provò ad abbattere le umane illusioni, che agli occhi  dell’uomo il quale si affidi allo istinto dell’anima senza  indagare il mistero dell’universo, fanno la vita bella e  degna di esser vissuta, ossia nelle Operette morali. Dove  esce candidamente a dire « che non è fastidio della vita,  non disperazione, non senso della nuUità delle cose, della  vanità delle cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo; che possa durare assai;  benché queste disposizioni dell’animo siano ragionevolissime e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò,  passato un poco di tempo, mutata leggermente la disposizione del corpo; a poco a poco, e spesse volte in un  subito, per cagioni menomissime e appena possibih a  notare; rilassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella  speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro  apparenza, e mostransi non indegne di qualche cura; non  veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire, al  senso dell’animo ».   Benedetto «senso deU’animo», che salva l’uomo dal  sapiente: l’uomo che non odia e non fugge l’uomo, poiché  sente di dover affermare, come fa L. Sono  nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto  può mai cadere in anima viva, sohto e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che essere cagione di patimento agli altri ». Questo senso dell’animo gh fa dire :  <( Se ne’ miei scritti io ricordo alcune verità dure e triste,  o jier isfogo dell’animo, o per consolarmene col riso, e  non per altro; io non lascio tuttavia negli stessi libri di  deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio di (juel  misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o  di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo,  iniquità e disonestà di azioni, o perversità di costumi;  laddove, per Io contrario, lodo ed esalto quelle opinioni,  benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti,  magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune e privato;  quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che  dànno pregio alla vita; illusioni naturali dell’animo; e  infine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari;  i quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere  per opera della civiltà moderna e della filosofia ». Così  aveva pensato quando scriveva con animo  di credente il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Così continuava a pensare, da miscredente, sette anni  dopo, nella canzone Alla primavera, o delle favole antiche.   Non si può credere al Poeta, quando, raccogliendo il  succo dell’amarissima esperienza amorosa fiorentina e assaporandone il fiero gusto, rivolge .4 se stesso nel '33  quegli accenti disperati ed empi;   In noi di cari inganni   Non che la speme, il desiderio è spento. Amaro e noia   La vita, altro mai nulla ; e fango è il mondo. Al gener nostro il fato   Non donò che il morire. Ornai disprezza   Te, la natura, il br\itto   Poter che, ascoso, a comun danno impera,   E r infinita vanità del tutto.   Momento satanico, ma un solo momento: voce sì  dell’anima L.ana, ma che il lettore attento non  può ascoltare se non commista in armonia profonda a  voci più alte che sgorgano da polle maggiori; e che lo  stesso Poeta ascolta dentro il suo petto come espressione  più schietta della sua propria natura. Alla quale egli non  può rinunziare, convinto che sia da fare « poco stima  di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora gl’ impedisca di ammettere un pensier vile, e di  fare un’azione indegna. Il momento satanico ricorre spesso nel L..  Ma esso è la prima e fondamentale ribellione di questa  forza incoercibile che egli sente insorgere di dentro a  se medesimo, di fronte e a dispetto della natura, ossia  di questo universal meccanismo che regge il mondo  concepito, come L. aveva appreso a concepirlo,  in maniera rigorosamente materialistica: quel mondo in  cui non c’ è posto per la libertà, né quindi per la virtù,  né per l’immortalità; per nulla di ciò che forma l’essenza    umana dell’uomo, e gli conferisce la forza d’una fede, e  la fiducia nella sua forza di contrastare alla natura, di  dominarla e farne strumento di una vita spirituale sempre più ricca. Lampeggia sì da lungi allo spirito del Poeta l’immagine enorme e tremenda di quella Natura disumana,  che stritola e annienta l’uomo e tutte le pretese del suo  audace ingegno. Si vegga, p. e., come ella gli si presenta  nel Dialogo della Natura e di un Islandese: dove all’uomo  che aveva fuggito quasi tutto il tempo della sua vita  per cento parti la Natura e la fuggiva da ultimo nel-  r interno dell’Africa, sotto la hnca equinoziale, in un  luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ecco  che gli interviene qualche cosa di simile che a Vasco  di Gama nel passare il Capo di Buona Speranza; e s’imbatte nella stessa Natura in petto e in persona: «Vide  da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò doveva essere di pietra, e a somiglianza degli  ermi colossali veduti da lui, molti anni prima neh’ isola  di Pasqua. Ma fattosi jiiù da vicino, trovò che era una  forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto,  appoggiato il dorso e il gomito a una montagna; e non  finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di  occhi e capelli nerissimi ; la quale guardavalo fissamente ».  La Natura è infatti qui nelle parti dove si dimostra più  che altrove la sua potenza. E alle molte parole con cui  1 ’ Islandese si lagna delle tribolazioni che affliggono  l’uomo in questa vita a cui non egli ha chiesto di nascere,  risponde breve che « la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate  ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo;  il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione ». Intanto sopraggiungono « due leoni, così rifiniti e maceri dall’ inedia, che    appena ebbero forza di mangiarsi quell’ Islandese; come  fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita  per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso,  e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che  r Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gh edificò  un superbissimo mausoleo di sabbia; sotto il quale colui  disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato  nel museo di non so quale città di Europa. Ma lo stesso tono malinconicamente beffardo della  prosa dimostra con qual animo il Poeta accolga questa  immagine deUa Natura. E spesso gli torna alle labbra  una dichiarazione esphcita: che cioè egli si compiace  d’indagare questo mistero enorme delbumverso non per  addolorarsi del disperato destino deU’uomo, anzi per  riderne. L’ideale deUa sua personalità è Ottonieri, filosofo socratico, che con occhi di lince scopre  tutto il vano e il doloroso della vita, ma ne ragiona con  impcrturbabUe pacatezza di savio che sta al di sopra  e al di fuori della vita, e la ironizza. Insomma, l’uomo L. non fa la fine dell Islandese; non soggiace aUa natura, pasto dei leoni o còlto  improvvisamente dalla sabbia del deserto. Guarda dall’alto e sorride, e sente la propria umanità superiore  nell’ intelligenza vittoriosa e nello stesso potere di reagire al fato col sentimento. £ BRUTO MINORE che dispregia  n plebeo il quale, non valendo a cessare gli oltraggi del  destino, si consola con la necessità dei danni, quasi fosse  men duro un male senza riparo o non sentisse dolore  chi è privo di speranza. No,  Guerra mortale, eterna, o fato indegno, Teco il prode guerreggia. Di cedere inesperto. È Saffo la misera Saffo, misera e magnanima, riso  luta ad emendare il crudo fallo del cieco dispensator de    casi. A quel modo di emenda a cui s’induce Saffo, L., a pensarci, non potrà consentire, come sappiamo.  Ma per lui resterà sempre, che al fato l’uomo non devecedere.   Resterà sempre la grandezza dell’animo che col pensiero si leva al di sopra del fato, intende, comprende  e sorride;   Che se d'affetti   Orba la vita, e di gentili errori, È notte senza stelle a mezzo il verno. Già del fato mortale a me bastante  E conforto e vendetta è che su l’erba. Qui neghittoso immobile giacendo. Il mar, la terra e il cielo miro e sorrido.   Grandezza eroica, a cui il petto del Poeta si allarga  allo spegnersi del caldo raggio di amore di donna che fece  battere un momento il suo cuore di speranza e di felicità.  Ma questa eroica grandezza non basta; poco stante,  nella piena maturità delle sue esperienze morali, tornata  la calma dopo la tempesta della patita delusione e del  sospettato scherno femminile, egli lascerà venir su dal  cuore la risposta più vera che si deve al cieco dispensator  dei casi. Quando, presso Portici, mirerà i campi  cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti d’ impietrata lava,  là dove erano state liete ville e ricche messi e armenti  e città famose, e ora tutto intorno una ruma involve, il  suo occhio poserà sul gentile fiore della ginestra, che,  quasi i danni altrui commiscrando, di dolcissimo odor  manda un profumo, che il deserto consola: simbolo della  sua poesia, del suo animo, che da questa spietata empia  natura sa che c’ è un conforto e un riparo nella umana  compagnia e nell’amore che la stringe insieme incontro  al destino:   Nobil natura è quella  Che a sollevar s'ardisce  Gli occhi mortali incontra  Al comun fato, e che con franca lingua, Nulla al ver detraendo.   Confessa il mal che ci fu dato in sorte. E non si rivolge stoltamente contro gli uomini, ma contro la natura che sola è rea:   che de’ mortali   Madre è di parto e di voler matrigna.   Costei chiama inimica; e incontro a questa  Congiunta esser pensando.   Siccome è il vero, ed ordinata in pria  L'umana compagnia. Tutti fra sé confederati estima  Gh uomini, e tutti abbraccia  Con vero amor, porgendo  Valida e pronta ed aspettando aita  Negli alterni perigli e nelle angosce  Della guerra comune. Oh l’alta meraviglia del L., dopo circa un  lustro di sforzi fatti per affisarsi in quel concetto desolato  del mondo che le meditate dottrine gli mettevano innanzi,  e spogliarsi d’ogni personale sentire, e obliarsi nella speculazione dell’acerbo vero (non più acerbo del resto a  chi lo gusti, poiché conosciuto, come dice lo stesso Poeta,  ancor che tristo ha suoi diletti il vero) ; dopo avere scritto  le Operette che sono la filosofia del L., ma sono  pure un momento essenziale dello svolgimento della sua  poesia; dopo avere scritto il prosaico programma della  sua vita avvenire nell’epistola Al conte Carlo Pepoli; dopo aver preso quel freddo bagno nella filologia  italiana, che furono per lui le cure spese intorno alle  Rime del Petrarca e la compilazione della Crestomazia  italiana. oh l’alta meraviglia, quando si sentì rifluire  in petto la vita ! Non che risorgesse la speranza; non  che la natura gli apparisse sott’altra luce; non che si  accorgesse comunque d’errore alcuno ne’ suoi filosofemi.  Ma insomma. Proprii mi diede i palpiti  Natura, e i dolci inganni.   Sopirò in me gli affanni  L’ingenita virtù ;   Non l'annullàr: non vinsela  Il fato e la sventura;   Non con la vista impura  L’ infausta verità.   Dalle mie vaghe immagini  So ben ch’ella discorda;  che natura è sorda. Che miserar non sa Il mondo, in ogni parte, è proprio qual egli 1 ’ ha raffigurato nelle Operette:  Pur sento in me rivivere  Gl’inganni aperti e noti;   E de’ suoi propri moti  maraviglia il sen.   Da te. mio cor, quest’ultimo  Spirto, e l’ardor natio.   Ogni conforto mio  Solo da te mi vien. Saffo ha ragione quando afferma;   Mancano, il sento, aH’anima  Alta, gentile e pura. La sorte, la natura.   Il mondo e la beltà.   Saffo però ha dimenticato il suo cuore:   Ma, se tu vivi, o misero.   Se non concedi al fato.   Non chiamerò spietato  Chi lo spirar mi dà.   Ecco, Tanima si calma, torna la vita con le sue attrattive,  con la sua gioia; risorge la poesia. Torna al cuore del Poeta Silvia, la giovinetta Silvia splendente di bellezza  negli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa; toma  l’onda di beate speranze, di pensieri soavi che gli riempivano il petto, al suon della sua voce; quando questa  voce gli faceva lasciare gli studi leggiadri per affacciarsi  al balcone della casa paterna:   Mirava il ciel sereno.   Le vie dorate e gli orti,   E quindi il mar da lungi, e quindi il monte.   Lingua mortai non dice  Ouel eh’ io sentiva in seno.   E pur lo aveva detto la sua lingua, dieci anni prima,  in quel capolavoro che è l’idillio scolpito nei quindici  versi de L’ infinito, quando, nel fondo dell’empia matrigna, della spietata natura, aveva intravvista, sentita,  amata un’altra Natura; l’immensa Natura, verso la  quale dal limite stesso della prossima siepe l’anima è  lanciata con un impeto di raccoglimento infuso di mistica dolcezza: interminati   Spazi di là da quella, e sovrumani  Silenzi, e profondissima quiete ove per poco  Il cor non si spaura. E come il vento  Odo stormir tra queste piante, io quello  Infinito silenzio a questa voce  Vo comparando; e mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la presente  E viva, e il suon di lei. Cosi tra questa  Immensità s’annega il pensier mio;   E il naufragar m’ è dolce in questo mare.   Di questo momento mistico del L. poco s’è  parlato; ed è momento di grande valore per la comprensione della sua anima, che in quest’atteggiamento religioso placa definitivamente il fiero contrasto tra la sua    indomita soggettività e la realtà onnipotente e infinita,  in cui quella par destinata ad infrangersi. Lo placa in  una situazione idillica che, riportando l’individuo alla  natura madre, infonde in lui la fiducia rinfrancatrice,  di cui l’uomo ha bisogno per vivere, abbandonarsi all’azione e sentire nel proprio petto il respiro eterno e  r infallibile sostegno divino del tutto. Negli idilli perciò,  com’egh stesso chiamò i primi, e quelli posteriori, i grandi  idilli che dal canto a Silvia vanno a quello del pastore  errante dell’Asia, scritti tra il ’zq e il ’30, anni della più  potente espansione e della lirica più piena e felice del  Poeta, è la chiave di vòlta di tutta la poesia L.ana.   Quando si legge la lettera al Giordani : « Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta  la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e  un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi  cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune  immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel  cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla Natura, la cui voce mi parve  di udire dopo tanto tempo »; non si può non essere commossi da questo prorompere di così alta vena mistica la  cui scaturigine evidentemente si cela nel centro vivo  più remoto della personalità L.ana. E allora s’intende l’invocazione ansiosa della canzone Alla primavera:   Vivi tu, vivi, o santa  Natura ?   Allora si ode quasi il lento respiro queto e dolce e l’arcana soave mestizia della Vita solitaria: Talor m’assido in solitaria parte,   Sovra un rialto, al margine d’un lago  Di taciturne piante incoronato. Ivi, quando il meriggio in ciel si volve. La sua tranquilla imago il sol dipinge.   Ed erba o foglia non si crolla al vento;   E non onda incresparsi, e non cicala  Strider, né batter peima augello in ramo,   Né farfalla ronzar, né voce o moto  Da presso né da lunge odi né vedi.   Tien quelle rive altissima quiete;   Ond’ io quasi me stesso e il mondo obblio  Sedendo immoto; e già mi par che sciolte  Giaccian le membra mie, né spirto o senso  Più le coramova, e lor quiete antica  Co' silenzi del loco si confonda.   Allora, infine, si scorge il tono vero del Canto del Pastore, così buio e pur così luminoso, così accorato e pur  così sereno, con i suoi perché disperati, e col suo funereo  sigillo (è funesto a chi nasce il dì natale) e la sua alata  poesia :   Forse s'avess’ io l’ale  Da volar su le nubi,   E noverar le stelle ad una ad una,   O come il tuono errar di giogo in giogo.   Più felice sarei. Poiché il pastore vede che la sua greggia è beata, quasi  libera d’affanno, e che, sopra tutto, tedio non -prova, a  differenza di lui, che non ha pace anche sedendo sopra  l’erba, all’ombra, poiché un fastidio gl’ ingombra la  mente e uno sprone lo punge di dentro e non gli lascia  riposo. E ogni animale giacendo, a bell’agio, ozioso, si  appaga. Vede il pastore che nel seno della natura è la  felicità; e l’affanno nasce dall’opporsi a lei con l’irrequieto ingegno destinato ad avvolgersi in un insolubile  intrigo, in una fatica vana senza speranza.   Tutta la poesia del L. attinge in quel punto  mistico del ritorno alla gran madre la pace e la gioia.  Allora egli parla dei pensieri immensi e dolci sogni che    gli ispirò sempre, nello stesso modesto giardino della  casa paterna, « la vista di quel lontano mar, quei monti  azzurri ». Per lui, come pel jiassero solitario, non sollazzi,  né riso, né amore: ma cantare sì, come ruccellino che  dalla vetta della torre antica va cantando, alla campagna,  finché non muore il giorno; ed erra l’armonia per la  valle, mentre   Primavera d’intorno   Brilla nciraria, e per li campi esulta. Si ch’a mirarla intenerisce il core.   L'uccellino non si tormenta col pensiero della giovinezza che passa e della morte che s’avvicina: poiché  di natura è frutto ogni sua vaghezza e in lei non è affanno :  e da lei sgorga pure il suo canto; il canto che aduna  nel cuore la dolcezza della primavera che fa brillare  l’aria e esultare le campagne. Anche uomini di alto intelletto, come Capponi,  han voluto dar sulla voce al L. per quel suo concetto della infehcità che cresce negli uomini in proporzione della loro grandezza: ossia del loro ingegno e sapere. Come se questo stesso lamento non uscisse dalle  Sacre Carte ! E gli han voluto far osservare che felice  era certo egh stesso mentre componeva i suoi canti, e  riusciva ad essere L.. Come se non fosse questo  il significato di tutta la poesia L.ana, e la sorgente  del suo irresistibile incanto! L. lo sapeva bene,  e sotto la data del 30 novembre 1828 ne’ suoi Pensieri  annotava: «Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo eh’ io abbia passato in mia vita,  e nel quale mi contenterei di durare finch’ io vivo !  Passar le giornate senz’accorgermene e parermi le ore  cortissime, e meravigliarmi sovente io medesimo di tanta  facilità di passarle ». E nell’agosto del '23 non aveva  egli scritto, tra gli stessi Pensieri, che « ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza deU’umano  intelletto.... che il poter l’uomo conoscere e interamente  comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza?  Tale il suo canto; il più squisito frutto dell’operare  della natura santa e onnipossente, raccolta, per dir così,  a far la più alta prova del suo potere dentro il genio  dell’uomo. Il quale, pertanto, in se stesso, infine, trova  se stesso, scoperta che abbia la fonte della sua vita:  quel divino, che ha in sé e gli colora il mondo delle beate  larve, e lo solleva da questa vicenda perpetua di nascere  e di morire, di fallaci promesse e di v'ane speranze, al  regno immortale della vita dello spirito. E quando scopre  questa sorgente, egh è veramente lui, il genio; e sente  l’amore che abbellisce e conforta, e crede nella potenza  e nella grandezza dell’umana intelligenza, e torna ad  amare la vita nobilitata dall’ ideale. E pur con le dolenti  parole suggeritegli dallo spettacolo del mondo esteriore  in cui l’uomo rischia di smarrirsi, sente l’ineffabile gusto  dello spirito che si ritrae in se stesso e nel sentimento  del proprio valore, quale si svela al contatto di quella  natura eterna, in cui è il suo principio e con cui perciò  deve immedesimarsi per trovare le radici del suo proprio  essere. E il naufragar m è dolce in questo mare.   Qui la grandezza del Poeta; qui l’incanto della sua  poesia, che i giovani amano per l’amore della giovinezza  che vi spira dentro; che gh uomini maturi ed esperti  della vita amano non meno per il lucido specchio che  essa offre degli aspetti dolorosi dell’esistenza, attraverso  i quah si deve avere il coraggio di vivere, malgrado ogni  disinganno; che tutti gli uomini, piccoh e grandi, dotti  o ignoranti, considerano come uno dei doni più preziosi  di Dio all’umanità. Piccolo libro, in cui un gran cuore  parla a tutti i cuori, e li unisce (poiché unirsi devono  per sedvarsi) in un sentimento acuto della miseria innegabile della vita e della non meno innegabile azione dello  spirito che affranca da ogni miseria e infonde la fede  per cui si ha la forza di vivere. Piccolo hbro, sacro per  gl’ Itahani e per tutti gli uomini, come tutti i libri in  cui grandi pensieri si sono fatti semplici e chiari e perciò  faciU, com’ è al passero solitario il suo perpetuo canto :  anima della sua anima. Piccolo libro da leggere bensì  non a brani e frammenti, ma intero, affinché non sia  frainteso, dimostri tutta la sua bellezza e spieghi insieme  la sua dolce virtù consolatrice e animatrice. Conferenza tenuta al Lyceum di Firenze e  pubblicata nel volume di letture Giacomo L. a cura di Blasi (Firenze. Sansoni). Ripubblicata in Poesia e filosofia di  Giacomo L. (Firenze, Sansoni). A parlare della filosofia di un poeta, e di un grande  poeta, o, che è lo stesso, delle relazioni del pensiero di  questo poeta con la filosofia, un pover uomo, per discreto  che voglia essere, si espone al rischio di toccare un tasto  falso e di riuscire uggioso e molesto fin dalle prime parole.  Ripugna infatti al senso poetico di cui ogni spirito bennato è più o meno riccamente dotato, questa ricerca che  ha tutta l’aria d’una pretesa pedantesca, illegittima e  affatto arbitraria : questa ricerca di mettere quel che  pensa un poeta, sopra tutto, ripeto, se è un grande poeta,  e cioè un poeta vero, quel che egli riesce a dire, ossia  quello che egli sente, e sente profondamente, al paragone  degh astratti schemi in cui ogni filosofia va a finire.  Non già che i poeti non abbiano anch’essi la loro filosofia,  un loro concetto della vita, una loro fede. Oh se 1’ hanno !  Non c’ è uomo che non ne abbia una. Anzi con la vivezza  e col vigore del suo sentire la sostanza della propria vita  spirituale, nessuno così fortemente come il poeta afferma  la propria fede e la oppone ad ogni più meditata dottrina  che si esibisca da coloro che passano per gh autorizzati  interpreti della filosofia; nessuno più di lui è convinto  d’avere una sua filosofia capace di sbaraghare tutte le  altre. Ma le battaglie che il poeta combatte e vince, si  svolgono dentro al chiuso della sua fantasia. E gh possono bensì procurare la gioia della vittoria, ma una gioia  tutta soggettiva come di chi in sogno viene a capo del  suo più arduo desiderio e coglie il fiore più bello del giardino della vita. E nella storia — che giudica tutti gli individui e le opere loro, perché con la ragione sovrana  prima o poi valuta le ragioni di ciascuno — di fronte  al poeta rimane sempre il filosofo, che scopre le contraddizioni del primo, il carattere dommatico e gratuito delle  sue asserzioni, l’immediatezza irrazionale della sua fede;  e insomma i difetti e le debolezze del suo pensiero ; e viene  così a trovarsi nella impossibilità di scorgere la grandezza  della sua personalità se a misurarla non adotti un metro  diverso. E che cosa di più irriverente e ottusamente inumano e brutale che accostarsi ai grandi uomini per guardarli da tutti i lati, anche da queUi che lasciano scorgere  i loro difetti, e non guardarli mai da quell’unico aspetto  in cui rifulge la loro grandezza ? Fu detto che non c’ è  grande uomo per il suo cameriere; e potrebbe parere che  in fine il filosofo sia, per tale rispetto, il cameriere del  poeta; gli spazzola i vestiti, gli allaccia le scarpe, ma  non lo guarda mai in faccia.   Oh la servitù numerosa che sta intorno al poeta !  C’ è il filosofo; ma c’ è anche l’antropologo e lo psicologo ; c’ è lo storico puro e c’ è il filologo ; schiere e schiere  di scienziati, servitori dalle più vistose livree; i quah,  per quel garbo e quella riservatezza che sono tra i requisiti più elementari del mestiere che esercitano, non alzano mai gli occhi verso il padrone, per entrargli nell’anima e scrutarne la passione, intenderla, sentirla, parteciparvi. Certo non si permetterebbero mai tanta confidenza!   Nessuna mera^'iglia ]ioi se il poeta guarda dall’alto  tutto questo servitorame, e sta sulle sue, per non confondersi, per salvare se stesso e \fivere la sua vita superiore, di cui è geloso come del suo tesoro. Talora può  concedere un sorriso di umana indulgenza o signorile  degnazione; ma il più spesso guarda con que’suoi acuti occhi che penetrano negh ascosi pensieri così laboriosi, così opachi, così grevi; e negh angoh della bocca  il sorriso diventa ironia, sarcasmo. E allora la povera filosofia, anche pel poeta, come per tutti gli uomini che  la filosofia assedia, assilla e infastidisce con le sue incessanti inchieste e pretese, diventa materia di satira.   Allora, il L. esce in un’osservazione di gusto volteriano, come questa che è nello Zibaldone. L’apice del sapere umano e  della filosofia consiste a conoscere la di lei propria inutilità  se l’uomo fosse ancora qual era da principio; consiste a  correggere i danni ch’essa medesima ha fatti, a rimetter  l’uomo in quella condizione in cui sarebbe sempre stato  s’ella non fosse mai nata. E perciò solo è utile la sommità della filosofia, perché ci libera e disinganna dalla  filosofia. Osservazione che ama ripetere, dandola come un suo principio. La sommità  della sapienza consiste nel conoscere la propria inutihtà,  e come gli uomini sarebbero già sapientissimi s’ella non  fosse mai nata: e la sua maggiore utilità, o almeno il  suo primo e proprio scopo, nel ricondurre l’intelletto  umano (s’ è possibile) appresso a poco a quello stato in  cui era prima del di lei nascimento ». E in assai più nitida  forma tornerà a ribadirla infine come uno de’ capisaldi  delle sue più profonde convinzioni, nel ’zq, nel Dialogo  di Timandro e di Eleandro: «L’ultima conclusione che si  ricava dalla filosofia vera e perfetta, si è, che non bisogna filosofare ».   Nei Paralipomeni degli ultimi anni, anzi  degli ultimi giorni della sua vita, più amaramente dirà;   Non è filosofia se non un'arte  La qual di ciò che l'uomo è risoluto  Di creder circa a qualsivoglia parte.   Come meglio alla fin 1 ’ è conceduto.   Le ragioni assegnando empie le carte  O le orecchie talor per instituto  Con più d'ingegno o men, giusta il potere  Che il maestro o l'autor si trova avere.    Eppure, s’ingannerebbe sul vero pensiero del L. chi si limitasse a leggere questa sola ottava dei  Paralipomeni, come chi si diverte a ripetere col Petrarca.  Povera e nuda vai filosofia, dimenticando o ignorando  che PETRARCA continua; Dice la turba al vii guadagno  intesa. Dopo l’ottava che ho letta, il L. infatti si  ripiglia nella seguente, e precisa, compiendolo, il pen-  sier suo in questo modo:   Quella filosofia dico che impera  Nel secol nostro senza guerra alcuna,   E che con guerra più o men leggera  Ebbe negli altri non minor fortuna,   Fuor nel prossimo a questo, ove, se intera  La mia mente oso dir, portò ciascuna  Facoltà nostra a quelle cime il passo  Onde fosto inchinar 1 ’ è forza al basso.   La filosofia, dunque, che il L. schernisce è quella  teologica, come allora si diceva, dommatica, spiritualistica; la filosofia della Restaurazione e del Romanticismo. La filosofia imperante al suo tempo: non ogni  filosofia. Anzi la filosofia imperante, tutta ottimistica,  presuntuosa, intollerabile alla mentalità L.ana perché in contrasto coi fatti e con le necessità di ogni libera mente, proveniente, come pur quivi si dice,   da quella   Forma di ragionar diritta e sana  Ch’a priori in iscola ancor s'appella,   Appo cui ciascun’altra oggi par vana.   La qual per certo alcun principio pone  E tutto l'altro poi a quel piega e compone;   cotesta filosofia non è satireggiata qui propriamente  dalla poesia, ma dalla filosofia stessa, o, se si vuole, da  un’altra filosofia. Si tratta deUa filosofia falsa che è combattuta e debellata dalla vera: ossia da quella che all’autore par vera. Neanche si può dire quel che dice MANZONI degli avversari della filosofia respinta in tutte le sue  forme e in generale, quando osserva che anch’essi, questi  avversari della filosofia, senza saperlo, hanno una loro  filosofia, servitori senza livrea. Il L. sa di avere  la sua filosofia; anzi, per cominciare ad intenderci, egli  propriamente professa di averne due. Dico cU più: senza  r intelligenza di questa sua duphce filosofia si rischia  di fare, a proposito del L., di quella esegesi filosofica, ov\’ero sia di quella filosofia, che s’ è soliti fare,  e che s’ è sempre fatta fin dal tempo del L.; una  filosofia infarcita di luoghi comuni e di massiccia pedaneria: filosofia da camerieri che allacciano le scarpe e  non guardano in faccia. Con la filosofia cosiffatta va a braccetto una critica  che si chiama infatti filosofica, presuntuosa non meno,  tutta chiusa alla intelligenza dell’anima del Poeta e però  della sua poesia. La quale critica io mi permetto di condannare per una ragione di metodo, che ritengo fonda-  mentale. Ed è questa: che l’essenza della poesia non è  nel pensiero del poeta, ma nel sentimento che il poeta  ha del suo pensiero: non è nel mondo che egh vede, ma  negh occhi con cui lo vede e lo accoglie, lo fa vibrare e  vivere nel suo interno. Fuori del quale ogni realtà, sensibile o ideale, è semphce astrattezza inafferrabile. Lì,  nel trepido moto dell’ intimo sentire, in cui il mondo  ha il suo centro di vita, è l’attuahtà di quanto si vede  o si pensa, o si può vedere e pensare; e lì è la sorgente  della poesia. Perciò una critica che innanzi alle Operette  morali si ferma allo «spirito angusto, retrivo e reazionario », cioè alle idee negative che vi spaziano dentro, e  per ciò non riesce a scorgere quanto v’ è di umano e  cioè di positivo ed eterno, è critica radicalmente sbaghata,  che scambia le ombre con i corpi saldi. Poiché le idee,  una volta astratte dall’atteggiamento che l’anima assume  verso di esse, ossia dal concreto atto vitale a cui esse partecipano e da cui traggono il loro significato vivente,  sono pallide ombre che il critico si fingerà astrattamente,  ma non {lotrà mai abbracciare al suo petto.   Nel caso del L. poi c’ è di più; perché, come ho  accennato, se egli ha una filosofia tutta negativa, natu-  rahstica e materialistica, che gli sembra inoppugnabile e  che fa materia di assiduo pensare e ispirazione altresì  del suo canto, egli ha la filosofia di cotesta sua filosofia.  E in questa filosofia superiore che è negazione della negazione, e che afferma perciò, come abbiamo udito da  Eleandro, ultima conclusione della filosofia v'era e perfetta esser quella, che non bisogna filosofare; in questa  filosofia superiore è il senso serio e profondo di quella  che a primo aspetto ci è parsa condanna beffarda della  filosofia, giudicata inutile anzi dannosa.   Lo stesso L., teorizzando questa filosofia superiore, in cui fa consistere la cima della sapienza, la  chiama, nello Zibaldone, «ultrafilosofia»:  una filosofia « che conoscendo l’intero e l’intimo delle  cose, ci ravvicini alla natura: filosofia naturale, spontanea, primitiva, barbara; più che alle origini, si trova  nella maturità della intelhgenza umana. Sentiamo da  capo Eleandro, che nel suo stesso nome vuol essere 1’interprete della filosofia L.ana contro la pretensiosa  filosofia ottimistica alla moda di Timandro: «S’ingannano grandemente », egli dice, « quelli che dicono e predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza del vero, e tutti i suoi mali provengono dalle  opinioni false e dalla ignoranza, e che il genere umano  allora finalmente sarà febee, quando ciascuno o i più  degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello  solo comporranno e governeranno la loro vita. E queste  cose le dicono poco meno che tutti i filosofi antichi e  moderni ». Timandro ha concesso ad Eleandro che tutti    sono infelici; gli ha concesso la necessità della nostra  miseria, e la vanità della vita, e l’imbecillità e piccolezza della specie umana, e la naturale malvagità degli  uomini; gli ha concesso che in queste verità si assommi  la sostanza di tutta la filosofia; ma deplora egh che tali  verità vengano divulgate col solo frutto di spogliare gli  uomini della stima di se medesimi («primo fondamento  della vita onesta, della utile, della gloriosa ») e distorh  dal procurare il loro bene. Ma dunque, ribatte Eleandro, quelle verità che sono la sostanza di tutta la  filosofia, si debbono occultare alla maggior parte degli  uomini; e credo che facilmente consentireste che debbano essere ignorate o dimenticate da tutti: perché sapute, e ritenute nell’animo, non possono altro che nuocere. 11 che è quanto dire che la filosofia si debba estirpare dal mondo. Dunque, non bisogna filosofare, come  s’ è detto.   Dunque, incalza Eleandro, « la filosofia primieramente  è inutile, perché a questo effetto di non filosofare non  fa di bisogno di essere filosofo; secondariamente è dannosissima, perché cjuella ultima conclusione non vi s impara se non alle proprie spese, e imparata che sia, non  si può mettere in opera; non essendo in arbitrio degli  uomini dimenticare le verità conosciute, e dcponenclosi  più facilmente qualunque altro abito che quello di filosofare. Non si può mettere in opera. Il che significa che  rultrafilosofia — che è la conclusione perfetta e perciò  la vera filosofia — non estirpa e distrugge l’altra, falsa  o insufficiente. La quale, buona o cattiva che sia, è quella  che è: e, una volta piantata nel cervello dell’uomo, vi  resta confitta incrollabilmente, anche suo malgrado,  quantunque insieme con essa e al disopra di essa ci sia  una verità certamente più umana e degna dell’uomo,  diretta a ricostruire quel che la prima ha demolito. Verità ? Se per verità s’intende solamente quel che  si conosce per mezzo deU’esperienza e di quello schietto  ragionare che s’appoggia sempre ai fatti osservati, questa  della filosofia superiore non è verità, ma esigenza dell’animo, e voce misteriosa della più profonda natura,  che la filosofia più tenace e più pervicace non riuscirà  mai a spegnere. Ma se verità è la mèta raggiunta filosofando, questa è la verità assoluta, perché messaci innanzi  dalla stessa filosofia quando sia riuscita ad elevarsi fino  alla sommità della sapienza. Dove, volendo pur non  contraddire alle verità via via accertate e sempre più  strettamente connesse e saldate insieme in irrepugnabile  sistema, bisognerà sì rassegnarsi a dire errori in sembianza di verità, illusioni, fantasmi, tutte quelle altre  verità che come tali si rappresentano all’uomo il quale  a quella sommità sia pervenuto; e quindi veda rivivere  il mondo nella pienezza rigogliosa della sua vita primitiva, felice, ridente, soffusa di una divina aura di giovinezza ignara e fidente. L’uomo L. non può non  filosofare; non può non passare attraverso la prima filosofia; ma non può né anche non giungere infine alla seconda e superiore. Dove egli ritrova tutto quello che ha  perduto. Lo ritrova, s’intende, com’ è possibile soltanto dopo  averlo perduto; poiché dimenticare quel che ha saputo  e sa, non potrà mai ; a quel modo che può tornar fanciullo  un uomo che ha vissuto e sofferto tutte le delusioni e le  amarezze del mondo, e può riacquistare il gusto della  virtù chi abbia una volta bevuto al calice del bene e  del male.   Chi distingue nel pessimismo L.ano due fasi o  forme, la prima di un pessimismo storico in cui tutto il  male è frutto dell’ « irrequieto ingegno e dello scellerato ardimento degli uomini contro gl’ inermi regni della saggia natura (di cui si parla nell’ Inno ai Patriarchi),  e l’altra di un pessimismo cosmico che fa gli stessi uomini  vittime incolpevoli della immane natura, si lascia sfuggire l’unità fondamentale dello spirito del Poeta, dov’ è,  ripeto, il segreto della sua poesia; di quella dolcezza che  ci suona dentro alla lettura dei canti dal primo all’ultimo,  e in forma più palese e più sistematicamente determinata,  almeno nell’ intenzione dello scrittore, nelle Operette morali: dolcezza che vince, per così dire, tutta l’amarezza  che negli uni e nelle altre si riversa nelle più varie forme  dell’anima di quest’uomo, che fu certamente tanto grande  quanto infelice, e seppe accogliere nella vasta onda della  sua poesia tutto il dolore del mondo, ma non per avvolgere il mondo stesso nella tenebra della disperazione,  anzi per illuminarlo coi raggi d’una indomata fede nella  vita con i suoi ideali e con i suoi entusiasmi. La verità è quella che ci viene apertamente attestata  nello stesso disegno delle Operette. Le quali cominciano  col mito delle origini della umanità governate dall’amore  e finiscono nella conclusione di Eleandro. Se ne’ miei  scritti io ricordo alcune verità dure e triste, o per isfogo  dell’animo, o per consolarmene col riso, e non per altro  [e dunque egli ha sfogato, e s’è consolato e ora può parlare  con animo pacato e sereno], io non lascio tuttavia negli  stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio  di quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è  fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza  d’animo, iniquità e disonestà di azioni, e perversità di  costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle  opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili,  forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune e privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane,  che dànno pregio alla vita; le illusioni naturali dell’animo;  e in fine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari.  i quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere  per opera della civiltà moderna e della filosofia. E più  tardi l’autore aggiungerà il Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove l’accento torna sull’amore come sovrana legge  della vita e rintuzza la volontà suicida dell’egoista giunto  al fondo della disperazione della sua vita senz’amore.  Prima parola ed ultima, amore. Quella stessa che risuona  in fondo ai Canti, nella Ginestra. E contraddice certamente al freddo vero dell’ Epistola al Popoli e dello Zibaldone, e delle Operette e dei Pensieri e dei Paralipomeni e dei Nuovi credenti e insomma a tutto il contenuto  prosaico della poesia L.ana; voglio dire a tutto  quel sistema di filosofia che era, nel vocabolario del L., la verità in opposizione agli errori: a tutto il complesso degli insegnamenti di quella filosofia che, per altro, negli stessi Paralipomeni, dove più espressamente essa viene esaltata, non impedisce al L.  di uscire in quel famoso grido del cuore. Bella virtù, qualor di te s’awede. Come per lieto avvenimento esulta  Lo spirto mio. Cotesta filosofia, non occorre esporla. Tutti la conoscono. E quella concezione del mondo, che giustifica un  empirismo assoluto. Lo spirito vuoto; e tutto quello che  in esso può mai trovarsi, un derivato meccanico dall’esterno attraverso i sensi. Quindi lo stesso spirito, il  quale da chi tenga fermo al concetto delle sue esigenze  imprescindibili, non può non raffigurarsi dotato di liberta,  e quindi appartenente a quel mondo dei valori per cui  è possibile un pensare logico che sia vero in opposizione  al falso, o un volere buono in contrasto col malvagio,  e un’arte creatrice di bellezza che si libri nel puro aere  ideale e sovrasti alla miseria di tutte le cose brutte; lo  stesso spirito, dico, tratto a sentirsi, nel vuoto assoluto che si trova dentro, nulla: assoluto nulla, in cui libertà  e verità e virtù e bellezza non possono essere, in fondo,  altro che vane larve e falsi miraggi di un’ immaginazione  ingenua e fanciullesca. E il tutto è natura: cioè questa  realtà che si rappresenta a un tratto tutta spiegata ncUo  spazio e nel tempo, materiale, risultante da infinite parti  e particelle che si condizionano a vicenda in guisa che  ciascuna sia 0 si muova in conseguenza di tutte le altre;  in un meccanismo universale, dove tutto quel che accade,  è fatale di una necessità che schiaccia e stritola ogni  vana pretesa dell’uomo che si ])rovi a mutare il corso  del destino. Tutto. Anche il sentimento che sboccia nel  cuore degli uomini, e che soltanto l’irriflessione e l’ignoranza ci possono far giudicare buono o cattivo; anche  il giudizio con cui ci s’illude di distinguere il vero dal  falso. Anche la volontà che non sceglie, come si favoleggia, tra bene o male, ma scoppia in un senso o nell’altro con la stessa cieca necessità del fulmine nelle  tempeste della natura.   La natura dunque è tutto, e l’uomo nulla. La natura,  perché meccanica, incomprensibile, opaca, ripugnante a  ogni razionalità (perché la ragione è discriminazione,  scelta, libertà). Un mistero.   Così dice cotesta filosofia, come se tutto questo, che  essa dice con tanta sicurezza, fosse possibile; come se  cioè fosse possibile un mondo in cui, se non altro, la verità sia una parola vana, e ci sia nondimeno posto per  l’uomo che, in mezzo a questo universale meccanismo,  nel mistero di questa tenebra profonda e per definizione  invincibile, abbia pure il diritto di affermare che la verità sia proprio quella che egli asserisce ! Come se fosse possibile salvare una verità qualsiasi dal naufragio d’ogni verità.   Filosofia dunque essenzialmente contradditoria, che  nei filosofi empiristi, naturalisti, materialisti, tipo secolo XVIII, è ignara di questa sua immanente contraddizione, tra la ragione che si nega e la ragione che per  negarsi rivendica di fatto il proprio potere e valore.  Filosofia accettata dal L., ma con un’anima che  troppo sente le conseguenze dolorose di essa e troppo è  naturalmente dotata di quella forza con cui lo spirito  reagisce ai hmiti che si oppongono alla sua libertà, e quindi  al dolore, per non aver coscienza di tale contraddizione.  E questa coscienza è in lui acutissima. L’uomo, pertanto,  che dovrebbe prostrarsi di fronte alla natura nel senso  angoscioso del proprio niente, non piega, invece, non  s’accascia, non rinunzia alle sue verità, anche se battezzate fantasmi. Il dolore, attraverso la potente reazione  di tutto il suo spirito nel senso gagliardo e tenace con  cui l’apprende e lo ferma nel cristallo della sua divina  fantasia, si trasfigura: non è più il limite della sua forza  e della sua libertà; è poesia, cioè umanità; è grandezza  umana, trionfo della potenza creatrice, che è Ubera e  infinita potenza.   Qui l’anima di L., qui il fascino deUa sua  poesia. La quale non trae la sua ispirazione centrale  dall’astratto concetto di quel crudo materialismo, che  annienta l’uomo e fiacca perciò ogni velleità di vivere a  proprio modo, a norma de’ propri ideaU, in un mondo  qual egU perciò lo vagheggi, liberamente, ma da questo  senso profondo, or cupo e straziante, or placato e sereno,  che gli \aene dalla sua « ultrafilosofia », dal bisogno di  respingere come antiumana e contradditoria alla incoercibile natura dell’uomo cotesta filosofia negativa e soffocante. Ora è Bruto minore, nudo di speranza, ma prode,  di cedere inesperti), neUa sua guerra mortale contro il  fato indegno, in atto di sfida magnanima contro il Destino, che egU vince, violento irrompendo nel Tartaro:  e la tiranna   Tua destra, allor che vincitrice il grava.   Indomito scrollando si pompeggia.   Quando nell’alto lato l’amaro ferro intride, e maligno alle nere ombre sorride.   Ora è la misera Saffo, grave ospite di natura, estranea  alla infinita beltà di questa, consapevole del prode ingegno  che pur le venne in sorte assegnato, delle proprie virili  imprese, del dotto canto, della virtù insomma che può  vantare; ed ecco, è risoluta di spargere a terra il velo  indegno ricevuto da natura, primo principio della sua  infehcità; e morire, ed emendare così «il crudo fallo del  cieco dispensator de’ casi. Ora è il Poeta stesso, che invoca la morte hberatrice. Ma certo troverai, qual si sia l’ora che tu le penne al mio pregar dispieghi.   Erta la fronte, armato,   E renitente al fato. La man che flagellando si colora  Nel mio sangue innocente  Non ricolmar di lode. Non benedir, com’usa   Per antica viltà l’umana gente;   Ogni vana speranza onde consola  Sé coi fanciulli il mondo. Ogni conforto stolto  Gittar da me. O che, stanco di sperare e disperare, sente in sé spento  anche il desiderio, e vuol acquetarsi nell’ultima disperazione e cliiudersi in un superbo disdegno di se medesimo,  della natura e di questa infinita vanità del tutto. Nel disprezzo del brutto poter che, ascoso, a comun  danno impera. Ora invece, il Poeta s’accosta a questa Natura misteriosa, arcana, e si scioglie in un mistico sentimento della sua vita infinita e divina. Giacché si sa che il naturalismo è stretto parente della mistica, che ugualmente  oppone la realtà all’uomo al punto da non lasciargli più  modo di distinguersene e spingerlo perciò al desiderio  d’immergersi e immedesimarsi col tutto infinito che gli  è davanti e lo attrae. E allora L. ricompone il suo volto dal ghigno della ribellione, e scioglie il suo  dolore, ossia quella sua soggettività solitaria e disperata  di uomo che, perduta la giovinezza, vede intorno a sé  il deserto e il buio della sera e deH’orrida vecchiezza,  nella languida consolazione degli Idilli: de l’infinito,  dove il poeta non canta più il suo dolore, ma il dolce  gusto dell’eterno:   Così tra questa   Immensità s’annega il pensier mio;   E il naufragar m’ è dolce in questo mare;   de La sera del dì di festa, dove il cuore si stringe   A pensar come tutto al mondo passa  e quasi orma non lascia;   e il suono delle umane glorie e degl’ imperi più famosi  cede come il canto dell’artigiano che riede a tarda notte  al suo povero ostello poiché la festa è finita:   Tutto è pace e silenzio, e tutto posa  Il mondo;   e risvegha nella memoria del poeta una immagine accorante insieme e viva divenutagli familiare:   ed alla tarda notte  Un canto che s’udia per li . sentieri  Lontanando morire a poco a poco;   de La vita solitaria, dove « l’altissima quiete » del meriggio presso all’ immoto specchio del lago di taciturne  piante incoronato gli fa obliare se stesso e il mondo: e già mi par che sciolte  Giaccian le membra mie, né spirto o senso  Più le commova, e lor quiete antica  Co’ silenzi del loco si confonda.   Estasi; estasi mistica che fa risalire dal petto il trepido grido dell’angoscia religiosa, che echeggia nel canto  Alla primavera, 0 delle favole antiche:   Vivi tu, vivi, o santa  Natura ?   e quello anche ])iù antico della stupenda lettera al Giordani, che convien rileggere: «Poche sere  addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia  stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna,  e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano  da lontano, mi si svegharono alcune immagini antiche,  e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi  a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi parve di udire dopo tanto  tempo. A questa religione, da cui la filosofia inferiore allontana, riconduce quella superiore, la ultrafilosofia. Quando L. annota nello Zibaldone che  « la filosofia.... s’ ha per capitai nemica della eeligione,  ed è vero, egli parla, com’ è evidente dal seguito della  sua nota, della FILOSOFIA inferiore. Egli stesso ha il pensiero  a una diversa filosofia quando, sotto la datasegna cjuesto pensiero profondo: «1 tedeschi  si strisciano sempre intorno e appiedi alla verità; di  rado l’afferrano con mano robusta: la seguono indefessamente per tutti gli andirivieni di questo laberinto  della natura, mentre l’uomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni,  situato su di una eminenza, scorge d’un’occhiata tutto  il laberinto, e la verità che sebben fuggente non se gli può nascondere ». La mano robusta dunque non si contenta della ragione, ma vuole anche cuore, fede, natura  o « senso dell’animo », genio ; e cioè, non sa che farsi della  piccola ragione, poiché ha bisogno della grande. La quale  non s’illude di aver spiegato tutto quando ha spiegato  la natura, e non ha spiegato e si mette in condizioni  di non poter più spiegare l’uomo, e deve rassegnarsi a  dire errori quelle verità che sono fondamento alla \'ita  umana. L’uomo, che è poi colui che si propone il problema della natura, e senza del quale {pertanto il problema stesso non sorgerebbe mai. L’uomo, che quella  mezza filosofia della ragione piccola rinserra e schiaccia  nel meccanismo della natura e condanna alla schiavitù  del nulla, ma che risorge in tutta la sua libertà e nel suo  valore infinito appena la grande ragione gh faccia sentire  la sua grandezza nella sua stessa infehcità: « Niuna  cosa » infatti, come si legge nello Zibaldone « maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire  la sua piccolezza » ; e provare la gioia del comporre, del  cantare, del pensare, del sentire. L’infehcità, essa stessa, poiché sentita, intesa, espressa,  è grandezza, eccellenza. E perciò l’uomo non soggiace  alla natura, e può non temere la morte, e può, come la  ginestra, consolare il deserto col profumo del suo divino  alito spirituale. Perciò infine il poeta c’ insegna, in una  forma lapidaria che fa parere il suo detto quasi proverbio,  che « nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco  savio, che voler savia e filosofica tutta la vita. Verità infatti che merita di passare in proverbio  tra i filosofi. E pel L. vuol dire che nella vita non  c’ è soltanto la filosofia : c’ è altro ancora, che è poi sempre  filosofia. La vera però, che afferra la verità con mano  robusta, non quella falsa che sola par vera all’angusto intelletto del filosofo chiuso nel bozzolo del suo intellettualismo.  La quale FILOSOFIA, si ponga mente, una volta, come  s’è veduto, il Poeta la chiama ultrafilosofia; ma non è  poi altro propriamente che la sua personalità, il suo modo  di vedere e di sentire la vita, quell’ingenita virtù  che prorompe nel Risorgimento, quando l’anima si risvegliò e rivide meravigliata salire su dal profondo i  palpiti naturali, i dolci inganni, la speranza, e il sentimento della natura. Meco ritorna a vivere, La piaggia,  il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte. Meco favella il mar ») : quella ingenita virtù, che gli affanni poterono sopire;   Non l’annullàr: non vinsela  Il fato e la sventura;   Non con la vista impura l’infausta verità. La virtù da cui sgorga la poesia; e che è, io dico, la  stessa poesia, depurata dalle forme in cui il pensiero la  determina e attua. Giacché io non vorrei che nelle parole,  nelle formule, nei concreti pensieri, come sistematica-  mente si possono comporre ad unità nelle esposizioni che  l’autore non fece delle sue idee, e che, sempre a fatica  e non senza arbitrarie glosse, continuano a imbandirci  quei camerieri di L. che sono i suoi interpreti,  pronti a sobbarcarsi a scriver loro sulla FILOSOFIA di L. i volumi che questi non pensò mai di scrivere;  non vorrei, dico, si ricercasse una vera e formata FILOSOFIA come opera riflessa e logicamente costruita su’ suoi fondamentali convincimenti e orientamenti  Mi perdoni la grande e austera ombra del Poeta questa parola  cara oggi a certi spiriti spigoUsti e vanitosi, che ogni giorno che il  Padre manda in terra, suonano a stormo per adunar gente e catechizzarla tra un sorriso mellifluo e un ohibò di pelosa carità, e disporla  a cercare con essi l’orientamento che essi non riescono mai a trovare. Xtnnznni. No. LE PAROLE, i pensieri più o meno frammentari e  sparsi, le sentenze assai spesso felicemente formulate  non possono essere pel critico altro che accenni, spie  dell’anima del filosofo. La cui individualità è caratterizzata e, propriamente, individuata da un certo atteggiamento, che è la concreta FILOSOFIA dell'uomo: quella  che, conferendo all’uomo un carattere, non ci spiega  tanto le sue parole, spesso espressioni di cose pensate e  non sentite, ma le azioni in cui l’uomo opera come sente  nel suo più intimo essere; là dove egli, arrivi o no ad  averne coscienza in un sistema chiaro e bene organato  di idee, è quello che è : quello che l’uomo nella sua singolare e inconfondibile individualità si mamfesta e si fa  conoscere non per quel che dice ma per il modo in cui  lo dice, non pel contenuto delle sue parole ma pel colore  che esse hanno sulla sua bocca, per l’accento con cui la  sua anima vi suona dentro. Stile, essenza della poesia  d’ogni uomo. Sicché, infine, a parlare degnamente della  filosofia del Leopardi, non bisogna ridursi alla parte del  cameriere. Conviene guardare il Poeta negh occhi, dove  la pupilla trema della commozione segreta: ascoltare il  suo canto, dove la sua filosofia è la sua stessa poesia. Giacomo Leopardi. Leopardi. Keywords: il favoloso. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e gli usi di Leopardi nella filosofia italiana," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leopardi: l’implicatura conversazionale – 1150 – implicatura – filosofia italiana – filosofia maceratese -- Luigi Speranza (Recanati). Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche.  Grice: “We don’t have at Oxford a ‘chip off the old block’ as they have in Recanati!” --  Importante esponente del pensiero controrivoluzionario e padre di Leopardi. Leopardi, targa commemorativa apposta sui portici di piazza Leopardi a Recanati Figlio primogenito del conte Giacomo e di Virginia dei marchesi Mosca, nacque in una delle famiglie più preminenti di Recanati. Rimasto a quattro anni orfano del padre, crebbe con la madre (che non volle risposarsi per accudire i quattro figli), gli zii paterni rimasti celibi e i fratelli. Educato in casa dal precettore Giuseppe Torres, padre gesuita fuggito dalla Spagna a seguito della cacciata dell'ordine dal regno, ricevette una formazione improntata agli ideali cristiani, cui rimase fedele per tutto il resto della sua vita. Fu sottoposto alla tutela di un prozio, non potendo amministrare direttamente il patrimonio familiare per disposizione testamentaria. Ottenne tuttavia da papa Pio VI la deroga alla disposizione paterna e, all'età di 18 anni, assunse l'amministrazione della propria eredità.  Dopo un primo progetto di nozze andato a monte, sposa la marchesa Adelaide Antici, sua lontana parente. Il matrimonio fu un matrimonio d'amore strenuamente osteggiato dalla famiglia di Monaldo, in base ad antiche dispute tra casati e per questioni economiche (mancanza di una dote adeguata), che per manifestare la propria contrarietà non partecipò al matrimonio, che venne infatti celebrato nella sala detta "galleria" di palazzo Antici a Recanati. Il patrimonio di famiglia, dalle mani di Monaldo, passò in quelle della moglie, a causa dei debiti del prozio che il conte non riusciva a ripianare. Frutto di questa unione tra opposti caratteri furono numerosi figli: di questi, raggiunsero l'età adulta Giacomo, Carlo, Paolina, Luigi, e Pierfrancesco. A causa della impossibilità di gestirli (dovuta alla sua indole caritatevole verso i poveri, agli sperperi dei parenti e all'invasione giacobina), l'amministrazione dei beni di famiglia passò nelle mani della consorte, donna energica e severa; Monaldo poté così dedicarsi totalmente alla sua passione, gli studi e le lettere. Tra i suoi molti meriti vi è aver grandemente contribuito alla formazione del nucleo fondamentale della biblioteca di famiglia dei L., nella quale il giovane Giacomo passò i suoi anni di "studio matto e disperatissimo" (compresi i libri proibiti per i quali il conte ottenne la dispensa della Santa Sede, per metterli a disposizione dei figli) e che Monaldo donò all'intera cittadinanza recanatese, come ricorda la lapide apposta nella cosiddetta "prima stanza".  L'impegno civico  Angolo della biblioteca di palazzo L. con i ritratti di L., Adelaide e Giacomo  Il medico e naturalista britannico Jenner La sua opera è rappresentativa del concetto di reazione (per es., la demolizione dell'egualitarismo nel Catechismo sulle rivoluzioni), inoltre gli vanno riconosciuti diversi meriti acquisiti durante lo svolgersi della sua vita politica, indirizzata nei confronti di Recanati, città in cui visse.  Monaldo fu consigliere comunale a diciotto anni, governatore della città, amministratore dell'annona. Fu tra coloro che si mantennero fedeli al papa Pio VI nel periodo dell'occupazione francese. S'adopera per mantenere tranquilla la popolazione in tumulto contro le forze dei rivoluzionari francesi e, in accordo con i suoi principî morali e religiosi, rifiutò di assumere incarichi pubblici durante la Repubblica Romana e il primo ed effimero Regno d'Italia. Fu gonfaloniere di Recanati, la massima carica amministrativa, e si occupò della costruzione di strade e di ospedali, dell'illuminazione notturna, del sostegno ai meno abbienti, della riduzione delle tasse, del rilancio degli studi pubblici e delle attività teatrali.  Sebbene fosse preoccupato per le conseguenze della meccanizzazione sull'occupazione, ritenne che le ferrovie e le macchine a vapore fossero tutt'altro che inconciliabili con una società cristiana. Stimolò inoltre il diboscamento del suolo, la messa a coltura dei prati, lo stabilimento di case coloniche e l'applicazione di nuove colture, come il cotone o la patata. Fu anche il primo a introdurre nello Stato Pontificio il vaccino antivaioloso dell'inglese Edward Jenner e lo fece sperimentare sui propri figli; poi, da gonfaloniere, rese obbligatoria la vaccinazione che svolgeva personalmente (in ciò smentendo la raffigurazione caricaturale di "retrogrado" che si attribuì ideologicamente alla sua figura da parte della critica novecentesca). Sostenne anche un progetto per la fondazione di un'università nella sua città natale, che però alla sua morte non ebbe seguito.  Infine, durante la carestia, fece erogare gratuitamente i medicinali ai più bisognosi e creò occasioni di lavoro, sia maschile, con la costruzione di strade, sia femminile, con la tessitura della canapa. Come scrisse una volta, quelle attività riformatrici non erano in contrasto con le sue idee controrivoluzionarie; infatti dichiarò: «Oggi si pretende di costruire il mondo per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale»  Morì il celebre figlio Giacomo: nonostante tra i due i rapporti non fossero distesi, la perdita gli causò grave dolore. Si spense nella città natale e fu sepolto nella tomba di famiglia presso la chiesa di Santa Maria in Varano a Recanati. Dei molti scritti religiosi, storici, letterari, eruditi e filosofici di Leopardi, i più famosi sono i “Dialoghetti sulle materie correnti” usciti con lo pseudonimo di "1150", MCL in cifre romane, ovvero le iniziali di "Monaldo Conte Leopardi". Ebbero immediatamente un grande successo, ben sei edizioni in cinque mesi, furono tradotti in più lingue e divennero notissimi nelle corti europee. Il figlio Giacomo, da Roma, ne informa il padre in una lettera dell'8 marzo:  «I Dialoghetti, di cui la ringrazio di cuore, continuano qui ad essere ricercatissimi. Io non ne ho più in proprietà se non una copia, la quale però non so quando mi tornerà in mano.»  Per umiltà lasciò i molti guadagni allo stampatore, il Nobili. È probabile che con quest'opera Monaldo volesse contrapporsi alle Operette morali del figlio, che giudicava negativamente e riteneva contrarie alla fede cristiana. In essi, infatti, esprimeva gli ideali della reazione (o anche controrivoluzione). Tra le tesi sostenute, la necessità della restituzione della città di Avignone al papato e del ducato di Parma ai Borbone, la critica a Luigi XVIII di Francia per la concessione della costituzione (che violerebbe il sacro principio dell'autorità dei re che "non viene dai popoli, ma viene addirittura da Dio"), la proposta della suddivisione del territorio francese fra Inghilterra, Spagna, Austria, Russia, Olanda, iera e Piemonte, la difesa della dominazione turca sul popolo greco, in quegli anni impegnato nella lotta per l'indipendenza.  Risalgono alcune opere di satira politica: Monaldo era infatti ottimo satirico e disseminava le sue opere di scherzi letterari. Tra esse, il Viaggio di Pulcinella e le Prediche recitate al popolo liberale da don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della Poca Pazienza (versione digitalizzata). Fu inoltre autore di ricerche erudite, ammonimenti ai fedeli cattolici e articoli su varie riviste, tra cui si segnalano «La Voce della Verità» di Modena e «La Voce della Ragione» di Pesaro, che Leopardi stesso diresse. La rivista ottenne un buon successo, come dimostrano i 2000 abbonamenti sottoscritti in tutta Italia, tuttavia fu soppressa d'autorità. Rimasero inediti, invece, i suoi Annali recanatesi dalle origini della città ae la sua Autobiografia: in quest'ultima la prosa di L. si arricchisce di leggerezza, ironia e umorismo.  Negli ultimi anni di vita Monaldo visse appartato (non amava allontanarsi da Recanati: la sua più lunga assenza dalla casa paterna consistette in 2 mesi a Roma), deluso dalle caute aperture liberali del governo pontificio e degli esordi del regno di papa Pio VI. Collaborò al periodico svizzero Il Cattolico, di Lugano, tornando poi, negli ultimi anni, agli studi storici su Recanati, coltivati in gioventù.  Opere digitalizzate Monaldo Leopardi, La Santa Casa di Loreto. Discussioni storiche e critiche, Lugano, presso Francesco Veladini e C. Monaldo Leopardi, Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei sacri Evangelisti, spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni, Pesaro, pei tipi di A. Nobili. Monaldo Leopardi, Dialoghetti sulle materie correnti dell'anno, Leopardi, Prediche recitate al popolo liberale da don Muso Duro, curato nel paese della verità e nella contrada della poca pazienza. Rapporto con il figlio  ritratto di Giacomo Leopardi. Nonostante la vulgata dica il contrario, il rapporto con il figlio illustre appare buono: senz'altro nei primi anni Monaldo dovette essere orgoglioso della precocità del ragazzo, e nelle opere giovanili di Giacomo, ad esempio il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, si avverte ancora l'influenza delle idee del padre. Ben presto, però, i loro spiriti presero strade diametralmente opposte: la crescente autonomia di pensiero di Giacomo preoccupava Monaldo.  La lettura del carteggio fra i due rivela una relazione affettuosa, soprattutto negli ultimi anni. La lettera più sincera scritta da Giacomo al padre è quella che quest'ultimo non lesse mai: si tratta della missiva datata luglio 1819, quando il poeta progettava la fuga, e che non fu mai spedita, perché egli dovette rinunciare ai suoi piani.  «Mio Signor Padre. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto, ed hanno portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente. Io so che la felicità dell'uomo consiste nell'esser contento, e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero.»  Finalmente, Giacomo lascia Recanati, per farvi ritorno solo saltuariamente. Da lontano, il padre assiste alla crescita della sua fama nel mondo intellettuale italiano, ma non riesce a comprendere la grandezza del figlio: disapprova la pubblicazione delle Operette morali, scrivendogli in una lettera (perduta) le "cose che non andavano bene", suggerimenti che nella risposta Giacomo promette di prendere in considerazione, ma che di fatto non sono mai accolti. La pubblicazione dei Dialoghetti di L. è causa di attrito fra padre e figlio. Giacomo Leopardi si trovava a Firenze: nell'ambiente iniziò a circolare la voce che fosse lui l'autore dell'opera, espressione delle tesi reazionarie, cosa che egli fu costretto a smentire seccamente sul giornale Antologia di Vieusseux. Si sfogò poi per lettera con l'amico Melchiorri: «Non voglio più comparire con questa macchia sul viso. D'aver fatto quell'infame, infamissimo, scelleratissimo libro. Quasi tutti lo credono mio: perché Leopardi n'è l'autore, mio padre è sconosciutissimo, io sono conosciuto, dunque l'autore sono io. Fino il governo m'è divenuto poco amico per causa di quei sozzi, fanatici dialogacci. A Roma io non potevo più nominarmi o essere nominato in nessun luogo, che non sentissi dire: ah, l'autore dei dialoghetti.»  In toni decisamente più miti ne scrive poi a L. il 28:  «Nell'ultimo numero dell'Antologia... nel Diario di Roma, e forse in altri Giornali, Ella vedrà o avrà veduto una mia dichiarazione portante ch'io non sono l'autore dei Dialoghetti. Ella deve sapere che attesa l'identità del nome e della famiglia, e atteso l'esser io conosciuto personalmente da molti, il sapersi che quel libro è di Leopardi l'ha fatto assai generalmente attribuire a me. E dappertutto si parla di questa mia che alcuni chiamano conversione, ed altri apostasia, ec. ec. Io ho esitato 4 mesi, e infine mi son deciso a parlare, per due ragioni. L'una, che mi è parso indegno l'usurpare in certo modo ciò ch'è dovuto ad altri, o massimamente a Lei. Non son io l'uomo che sopporti di farsi bello degli altrui meriti. [ L'altra, ch'io non voglio né debbo soffrire di passare per convertito, né di essere assomigliato al Monti, ec. ec. Io non sono stato mai né irreligioso, né rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei, ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi né debba né voglia disapprovarli.»  Nelle ultime lettere Giacomo esprime la volontà di rivedere il padre, passando dai toni formali a quelli affettuosi ("carissimo papà" nell'ultima lettera).  Monaldo sopravvisse 10 anni al figlio. L'incompatibilità fra i due rimaneva però ancora evidente otto anni dopo la morte di Giacomo, non accettando lui le idee areligiose del poeta; la sorella di lui, Paolina, scriveva a Marianna Brighenti:  «Di Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai tutto quello che di lui veniva fatto di sapere, come di quello che non combinava punto col pensiero di papà e colle sue idee. Pertanto, non abbiamo fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere, e quando le abbiamo comprate le abbiamo tenute nascoste e le teniamo ancora, acciocché per cagion nostra non si rinnovi più acerbo il dolore.»  Su richiesta dell'ultimo amico di Leopardi, Antonio Ranieri, pochi giorni dopo la morte del figlio, Monaldo gli spedì un Memoriale con cenni biografici su Giacomo, con aneddoti e curiosità, in cui si avverte il dolore per la rottura fra i due e l'incapacità del padre di capire la direzione intrapresa dal figlio; il Memoriale si interrompe: "Tutto ciò che riguarda il tratto successivo è più noto a Lei che a me", scrive infatti. Nonostante ciò, Monaldo piangerà con dolore la perdita di Giacomo, al punto che quando redigerà il proprio testamento, alla settima volontà scrisse:  «Voglio che ogni anno in perpetuo si facciano celebrare dieci messe nel giorno anniversario della mia morte, altre dieci il giorno 14 giugno in cui morì il mio diletto figlio Giacomo. Manetti, Giacomo L. e la sua famiglia, Bietti, Milano. La famiglia Leopardi è protagonista del romanzo fantastico di Michele Mari Io venìa pien d'angoscia a rimirarti. L., di Sandro Petrucci  Monaldo In viaggio per Leopardi, Leopardi fu chiamato alla collaborazione a tale rivista dal suo fondatore, il Principe di Canosa Antonio Capece Minutolo.  Giacomo Leopardi, Carissimo Signor Padre. Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna ed., Giacomo Leopardi, Il monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi, Graziella Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano, Adelphi,Monaldo Leopardi. La giustizia nei contratti e l'usura. Modena, Soliani, Monaldo Leopardi, Autobiografia, con un saggio di Giulio Cattaneo, Roma, Dell'Altana ed., Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Mursia ed.,  (L'ultimo amico del poeta narra di un suo incontro con Monaldo mentre era di passaggio a Recanati). Monaldo Leopardi, Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, Fede et Cultura, L., Dialoghetti sulle materie correnti e Il viaggio di Pulcinella, in, L'Europa giudicata da un reazionario. Un confronto sui Dialoghetti di Monaldo Leopardi, Diabasis, Raponi, Due centenari. A proposito dell'autobiografia di Monaldo Leopardi, Quaderni del Bicentenario. Pubblicazione periodica per il bicentenario del trattato di Tolentino,  n. 4, Tolentino, Giuseppe Manitta, L.. Percorsi critici e bibliografici, Il Convivio, Anna Maria Trepaoli, Gubbio, i Leopardi, Recanati: un legame da riscoprire, Perugia, Fabrizio Fabbri editore, Pasquale Tuscano, Monaldo Leopardi. Uomo, politico, scrittore, Lanciano, Casa Editrice Rocco Carabba,, Giacomo Leopardi Leopardi (famiglia) Pierfrancesco Leopardi.  Monaldo Leopardi, su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ferretti, Monaldo Leopardi, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Corno, L. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Monaldo Leopardi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.  Opere di Monaldo Leopardi, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Monaldo Leopardi,.Dizionario del pensiero forte, IDISIstituto per la Dottrina e l'Informazione Sociale, sito "alleanzacattoliga.org". Il conte Monaldo Leopardi. Monaldo Leopardi, conte di San Leopardo. Cf. Il Leopardi anti-italiano. che dopo questa vila comincia un'altra vila, bisogna ripudiare lulli isofismi elutte le menzogne della filosofia. Queste sono le norme del saggio, questi sono i doveri del galantuomo, e queste sono le verità proposte, dimostrate e raccomandate dalla Voce della Ragione. FILOSOFIA Ponam Civitatem hanc in stur em etinsibilum. La Filosofia e il Cervello. La Filosofia.Già vihodelto chedo potanti anni di fatiche e di pensieri per accomodare il mondo a mio modo, questo veccbio con serva ancora certi suoi pregiudizi, e non trovo in esso una sola cillà la quale sia in lutto e per tullo secondo le mie regole e secondo il mio cuore. Perciò ho risolutodi fabbricarpe una nuova, e chi sa che a poco a poco non diventi la capitale di un grande impero. Cer. Tutto questo va bene, e polete fabbricare e fondare quanto volete, ma come ci entro io con le vostre fabbriche e con le vostre fondazioni? Fil.Oh Diavolo! volete che la filosofia vada avanli in una impresa similesenza cervello?  LA CITTÀ a DELLA Il Cervello. In somma, si può sapere cosa volele da me? Cer. Finora avele sempre operalo senza di me, e potete seguitare a procedere da pazza. Cer. Fin quì non dite male, ma alla fine dei conli che giudizio è questo vostro con cui volete mandare sollosopra il mondo? Fil. Oh bella, ognuno ba i suoi gusti, e de gustibus non est disputandum. Epoiiode sidero diguastare il mondo, perchè voglio àca comodarne un altro meglio di questo. Cer. Vi darà poi l'animo di fare un altro mondo migliore del primo? Fil. Proviamoci: cosa sarà? Non si tratta poi di una gran cosa, e se non riesceci penserà chi vuole. Via cervellaccio mio, ve nile con me e datemi una mano a fabbricare “Filosofopoli”. Già adesso non avete altro da fa re, perchè nessuno vi vuole; e al mondo si fa tutto senza di voi. Cer. Anche questo è vero, e giacchè non si trova più a campare coi savi sarà meglio accomodarsi al servizio dei malti. Fil. Bravo, bravissimo. Vedrele che bella città stabiliremo assieme. Ha da essere il regno della età dell'oro, il paese della cuccagoa, e la vera meraviglia del mondo. come in addietro, senza curarvi neppure adesso della mia compaggia. Fil. Chi lo dice che ho operato da pazza e senza cervello? A buon conto io chevole. va guastare il mondo l'ho mandato sotto sopra, e quelli che avevano obbligo é desiderio di conservarlo lo hanno mandato e lo mandano soltosopra peggio di m e. Chi vi pare dunque cbe abbia più cervello, chi guasta quello che vuol guastare, o cbi guasta quello che vuol conservare? Fil. Oh per questo non dubitale. Sono cent'anni che ho mandalo fuori gli editti e saccio mille smorfie per chiamare la gente, co me fa la civella sul mazzuolo per uccellare i merlolli ; sicchè gli abitatori di “Filosofopoli” non potranno mancare. Anzi ecco qualchedu. no che si avvicina. Meltiamoci dunque sul sodo, e incominciamo le nostre operazioni filosofiche e cervello liche. La Filosofia, il Cervello e il Governo. La Filosofia. Chi siete e cosa volete? Gov. Quanto a questo farete quello che vi pare, ed io starò nelle vostre mani a rice. vere quella forma che vorrete darmi, come l'argilla in mano dello stovigliere. Già oggi  Cer. Chi verrà poi ad abitare in questa nuova città ? Il Governo. Io sono il governo,e domando di essere ammesso nella vostra nuova città, perchè immagino che non vorrete stabilirla senza governo. Fil. Sicuro che un poco di governo ce lo vogliamo, almeno pour bien séance, e per servire alle apparenze,e alle formalilà come l'apparatura nelle feste. Ma intendiamoci bene ; noi non vogliamo un governo all'antica, il quale pretenda di governare davve ro, ma bensì un governo filosofico; e vale a dire un ombra, un simulacro, un brodo di ranocchie e niente di più.  questa è una cosa da nulla, ed è più facile preparare un governo che lavorare un boccale. Fil. E bene ; nella cillà e nel regno di “Filosofopoli” la vostra forma sarà quella di una monarcbia. Cer. Bravo! quesla scelta mi piace perchè il governo monarchico è il più naturale e il più semplice, ed è ancora il più robusto di tullj . Fil. Oibd, oibù ; se fosse questo non vor remmo saperneniente, e si vede bene che voi v'intendele poco di filosofia, e non avele una giusta idea del mondo nuovo. Nel mondo vecchio i monarchi erano certamente forti, rispettatietemuli, perchèsostenevano diavere ricevuto il loro potere da Dio, e nessuno si azzardava di slendere la mano contro una au lorità la quale si riputava stabilita per diritto divino. Ma nel mondo nuovo i monarchi si contenlano di regnare per grazia e volere del popolo,ricevonoilsalario esilasciano incar. tare dal popolo e conseguentemente devono essere il trasiullo e lo scherno del popolo.Il governo monarchico adunque,lavoralo secon do le regole della filosofia, riesce ilpiù comodo e il più leggiero di tulli, e i filosofi si adallano a lasciarsi governare da un re falto dal popolo, perchèchipuòfarepuò guastare, ed è più facile sbalzare dal trono un monar. ca costituzionale, che licenziare dal servizio un gualtero di cucina.Sentite dunque signor governo, e imparate bene cosa ha da essere il governo monarchico nella cillà e nel regno della filosofia. Fil. Prima di tutto, il re ha da essere un re di carta, o vogliamo dire che tulta la sua autorilà deve consistere in un pezzo di carta, esso medesimo deve riconoscerla tutta intiera dalla carta, e guai a lui se si allontana un capello da quella carta. Fil. Inoltre non deve pretendere di dettar le leggi, ma deve riceverle belle e fatte dalla nazione;e,se si tratti di farne delle nuove, gli è permesso di mandare i suoi ministri a sfiatarsi e raccomandarsi nella camera dei d e putati, ma alla fine deve sempre cedere alla voloplà della camera. Quando poi la camera ha fatto una legge e il re l'ha soltoscritta per amore o per forza, e per una semplice for malità, sua maestà di carta deve subito pi gliare la frusta e andare in piazza a menare le mani facendo eseguire idecreti del popolo. Gov. Benissimo. Fil. Di più non deve impicciarsi nè bene nè male con la giustizia,e deve lasciare che i giudici facciano di ogni erba un fascio senza essere ripresi e molestati da nessuno.Anzi se l'istesso monarca cittadino riceverà una coltellala ovvero una schioppeltata non potrà far altro che dare una querela a quell'imper linenle,ese igiudici condanneranno coluia tre giorni di pane e acqua, il re dovràam mirare e ringraziare la imparzialità e la se verità della giustizia. Gov. Benissimo. Gov. Dile pure, che iosono qui a ricevere i vostri comandi. Gov. Benissimo. Fil. Similmente il monarca filosofico costi. tuzionale non avrà l'ardire d'imporre nessu na tassa, e di toccare un quattrino senza il beneplacito e la licenza del popolo. Quando ci sarà bisogno di denari per l'andamento del go verno anderà a domandarli come un pitocco alla cainera dei deputali, e dopo ricevuli li spenderà bene o male,che questo importa poco, e sulla revisione dei conti non si guarda tanto in sollile.Se però la camera non vorrà darglieli,lascerà che il governo cammini da per sè stesso, e resterà colle mani incrociale sul petto come fa il cuoco, allorchè il pa drone non gli dà iquattrini per fare la spesa. Fil. Per ultimo se qualche volta il popolo vorrà divertirsi un poco con sua maestà, ac . compagnandolo con le fischiate ovvero con le sassale, dovrà averci pazienza, e se anche in una giornata gloriosa il popolo vorrà strac ciarelacarta,cambiare la dinastia,edi scacciare il re con tutta la sua maestà e la  Gov. Benissimo. Fil.Siccome poi lacartaaccordaalmonar ca il diritto di far grazia, il re cittadino de ve sapere che quel dirillo gli viene accordato per burla, e che egli pad usarne soltanto a beneplacilo e a capriccio del popolo. Percið se itribunali condanneranno giustamente uno scellerato il quale sia benveduto dal popolo, sua maestà di carta lo dovrà liberare, e se condanneranno ingiustamente un innocente malveduto dal popolo, sua maestà di carta dovrà farlo impiccare. Gov. Benissimo. sua inviolabilità, il monarca cittadino dovrà andarsene col bordone in mano, e avere di caro e grazia di salvare la pelle,perchè alla five dei conti nell'impero della Filosofia la careta, il trono, il governo, tutto è del popolo, e ilmonarca costituzionale è un bawboccio vestito dareper servire di passatempo al popolo. Gov. Benissimo,benissimo,ameraviglia;e vado subito nella cillà a preparare uo trono di cartone per Pulcinella l.monarca cittadino di “Filosofopoli”. Fil.Cosa nedilecompare Cervello? Vi pare cbe abbiamo stabilito una monarchia vera mente solida, dignitosa e utile al buon reg gimento dei popoli? Fil. Sappiatechecisivapensando,eforse col progresso dell'incivilimento si troverà il modo di fare una macchina che muova la le. sta e ci serva da re,senza bisogno di pagare un re cilladino, il quale non è poi tanto a buon mercato quaplo si crede. Intanto però bisogna contentarsi di un re costituzionale, fin. chè non si può averne un altro lutto affallo di legno. Ma zillo che si accosta altra gente per veoire a populare ilregno della Filosofia. Cer. Mi pare cbe quando i monarchi filo sofici debbano essere lavorali sopra queslo m o dello, un re dipinlo,ovvero un re di paglia potrebbe servire nello stesso modo.  La Filosofia. Chi siete, e cosa volete? La Giustizia. Io sono la Giustizia e domando di essere ammessa nella vostra nuova cillà. Fil. Cosa ne dite compare Cervello ? non si potrebbe fare a meno di questa femmina? Fil. Alcuni litiganti, i quali hanno inolla pratica dei tribunali,mi banno assicuratoche considerando bene certe giustizie presenti, sa rebbe meglio cavare a sorte la vincita e la perdita delle cause,ovvero giuocarsi alla morra il torto e la ragione. Così almeno si ri sparmierebbero le spese. Cer. Con questo metodo pazzo e scellerato si confonderebbero il giusto con l'ingiusto, l'innocente col reo,e il galanluomo con l'as sassino. Giu . Parlate pura giacchè sono venula a p  La Filosofia, il Cervello, a la Giustizia.Cer. Come! vorreste stabilire una città ed un governo senza tribunale e senza giustizia? Fil. Questo sarebbe poco male perchè ora mai lulle queste cose sono tanto confuse che non se ne raceapezza più niente. Considero però che se non ci fosse qualche cosa,chia mata giustizia, gli avvocati e i procuratori resterebbero in camicia, e questo non si ac comoderebbe con le idee filosofiche sulla dif fusione dei godimenti e dei beni.È d'uopo dunque per un altro poco adattarsi al siste ma antico, e perciò venile avanli madonna Giustizia e facciamo i nostri palli.   posta per imparare cosa deve essere la giu. stizia nel paese della filosofia. Fil. Prima di tutto lenetevi bene in m e n te che i liberali tauto palesi come occulli non devono avere mai lorlo,e la giustizia deve essere una vera cortigiana consacrata e ven. dula sfacciatamente al servizio dei liberali. Giu.Benissimo,ed io mi venderò e mi prostituiròin verecondamente per compiacere iliberali.Ma ditemi un poco:come ho da fare per favorirli nelle cause, quando stan no evidentissimamente dalla parte del torto ? Giu. Quei giudici però i quali procederan no con ingiustizia manifesta potranno essere discacciati e puniti.  102 re che questo non è proibilo ; e non manca il modo di stancare e assassinare un povero liligante buttando la polvere sugli occhi al mondo, e sostenendo che si opera per la giustizia.Se però qualcbe volta vi troverelealle strelle, rinunziale pure a qualunque pudo re,invocate ilnome di Dio,egiudicatenel nome del diavolo,purchè la villoria sia sem pre assicurala per i liberali. pu. Fil. Finchè potete conservare cerle appa renze e salvare la capra e l'orto, falelo Fil.Non dubitatediquesto,eigiudicinon temano di niente quando sono protetti dai liberali. Primieramenle nel regno della filo sofia i giudicisono una potenza assolutache non dipende da nessuno ; e poi i liberali si mellono per tutto, e coperlamente, ovvero scopertamente comandano in lulli i dicasteri, sicchè alla fine del conto lutto si fa a modo   loro, e a chiunque la prende con essi toc cano sempre la mazza e le corna. Giu.Ho capilo: e lasciatevi servire.Segui tale pure la vostra lezione. Fil. Inoltre se s'incontrano a litigare un uomo indifferenle e un inimico dei liberali, dale sempre ragione all'uomo indifferente an corchè fosse uù ruffiano, ovvero un capo la dro, e date sempre lorlo agl'inimici dei li. berali, acciocchè quesla capaglia impari a rispettare la filosofia e la liberalilà. Fil. In questi casi potete consollare i vo stri affelli privali, ovvero ilvostro interesse; potete farvi merito con qualche Ciprigna ;e in somma fale pure quello che vi pare, che alla filosofia non gliene importa niente.Cosa ne dile compare Cervello ? Fil.Questo sarebbe un partito troppo gras. so per i galantuomini i quali giuocherebbero alla pari,enelregno filosoficoiliberalihan. no da godere sempre qualche vantaggio. A vete capito bene madonna Giustizia ? Giu. Ho capito anche questo e non mi al lonlanerò dai vostri suggerimenti : ma come si dovrà procedere in parilà di circostanze o sia quando s'incontrany a litigare due uo. mini indifferenti, ovvero due liberali ? Cer. Vedo bene che hanno ragione quelli iquali desiderano, che ildirillo eiltorlo si estraggano allasorte oppure vengano giuo catiallamorra.Difalliquando la Giustizia non ha da essere veramente giustizia è m e glio ridurla al giuoco della bianca e della nera . Giu. Ho capito benissimo,e fascialevi per servire. E nelle cause criminali come dovrò regofarmi ? Fil. Generalmente parlando lenele sempre per la parte dei malfaltori,e ricordalevi che nel regno della filosofia non si vuole la m a n naia del boia, e piuttosto si gradisce ilcol tello degli assassini. Se la giustizia dovesse essere quella di una volta non si trovereb bero le gloriose giornate, e noi vogliamo sla re allegramente, e non vogliamo morire di malinconia. Nei casi poi particolari regolate vi come vi bo già detto per la giustizia ci vile. Se alcuno abballe una croce, Salegli grazia eseun altroguardatortolabaq diera di tre colori, ammazzatelo.Se uno be stemmia ovvero calpesla il Sacramento, te. neteloin prigione mezz'ora,quando pon pos siate faredimeoo; eseunaltrodicemez za parola contro la carta, fatelo fucilare. Se laluno prende a calci un prete, un frale, vescovo dite che non ci è luogo a procedere; e se i preli, i frali, i vescovi negano la se poltura ecclesiastica a qualche scomunicato mandateli in galera o fateli scorticare.Se il re viene accusato a dirillo,o a torlo di ave re fatto una sconcordanza, caccialelo in esi. lio, ovvero tagliategli la testa, e se ilpopolo prende a sassale il re e si ribella contro il re, distribuite le pensioni e le decorazioni ai capi dei sollevali. In somma regolatevi in modo da far conoscere che nel regno del la fi'osofia tutto è permesso fuorcbè toc care colla puola delle dila i liberali e la fi    Giu . H o capitotullo benissimo, e vado a stabilire i tribunali e a portare in trionfo la giustizia nel regno della filosofia. Fil. Vedo bene compare mio che i miei ordinamenti fondamentali non incontrano trop. po il vostro genio; ma finchè sarele un cer vello all'anlica tullo pieno di pregiudizi, nonvimetterele livellocoilumidelsecolo, c non potrele figurare nel regno della filoso. fia. Speriamo però che a poco a poco ancho il cervello perderà il cervello, e allora le dottrine e le pratiche della filosofia si diran no regolale col cervello. Fraltanlo diamo u. dienza agli altri che vengono per abitare nel. la nostra nuova cillà. L a Filosofia, il Cervello e la Proprietà . La Filosofia. Certamente ebe nel inio regno ci hanno da essere i proprielari,ma anche 105  1 losofia. Se poi talvolta doveste per rispetto umano proferire qualchecondanna nou viaf fliggete per questo, perchè ire dominati na. scostamente dai liberali faranno sempre la grazia, e non ci sarà mai pericolo, che la scure del manigoldo ardisea di toccare il col lo di un liberale. La Proprietà. Io sono la Proprietà e vengo a stabilirmi nel vostro puovo impero,imma ginando che anche nel vostro regno ci do. vranno essere i proprietari, e non vorrela che sia pieno lullo quanto di mascalzoni. Pro. Mi pare cbe non ci sia gran cosa da rinnovare intorno alla proprietà, e lulle le leggi devono consistere in questo, che ognu. no possa tenere e godere tranquillamente ilsuo. Fil. Sopra cid ci sarebbe qualche cosa da dire, m a siccome ancora non siamo arrivati al punto, basterà stabilire per adesso alcu ne misure e alcuni miglioramenti preliminari. Cer. E che ! vorreste forse che nei vostri paesi la proprietà non fosse più proprietà,e il proprietario non fosse più il padrone delle proprie sostanze? Cosa pensereste di fare per introdurre nel vostro nuovo impero anche questo sproposito ? Fil. Si potrebbe benissimo stabilire una di visione generale dei beni ovvero una legge agrarja, intorno alla quale sono già tantise. coli che sospirano lutti i disperati e tutli i falliti del mondo,ma per quanto la filosofia propenda per questo partito definitivo, l'in civilimento ancora non è giunto al segno, e il mondo non è ancora maluro per tanta fe licità. Basta dunque per ora che tutte le leg gi, tutti i regolamenti e tutte le pratiche go. vernative tendano a procurare lamaggiordif fusione de'beni. Pro. Cosa si avrà da fare perchè i beni si diffondano e diventino come una nebbia di cui abbia ognuno la sua porzione uguale ?  106 voi signora Proprietà dovrete adattarvi alle regole fondamentali della Olosofia, Fil. Parlando in generale si deve sempre avere in mira di spogliare iricchi,i signori   e i benestanti; e di arricchire i cialtroni, e a questo scopo salulare e filosofico devono essere sempre diretle la politica e l'arte dei governanti. Parlandopoi inparticolare,a desso vi dard alcuni precetti con l'osservanza dei quali si è fallogià ungrancammino, e si arriverà quanto prima all'incivilimento completo del genere umano. Cer. Stiamo a sentire queste altre filosofi cbe buscarale. Cer.E che bene verrà da questo volontario dissipamento? Fil.Ne verranno due risultati filosofici di una importanza incredibile. Primieramente il governo scialacquando il denaro dello Sta to senza misuraesenzagiudizio,dovrà imporre tasse gravissime, e siccome alla fi ne Fil.Prima di tuttosideve ingannareilgo verno per farlo spendere come un matto e butlare iquattrini da tutte le parti, inducen dolo a fare tutti gli spropositi possibili e a scegliere tuiti imodi di amministrazione più rovinosi e più dispendiosi. dei conli le tasse si pagano sempre da chi ha,il denaro delle tasse levato per forza a chi ba >, anderà naturalmente in mano di chinonba, conchela diffusione dei beniver rà egregiamente aiutata.Secondariamente poi con questo scialacquo del pubblico denaro, e con questo scorticamento dei benestanti si dif fonderà immancabilmente il malcontento nel popolo,e la filosofiaci avrà un gusto matto, perchè di un popolo scontento si fa presto a faroe un popolo liberale e ribelle. Avele ca pito,signora Proprietà?   Pro. Ho capito a meraviglia, e passate ad un altro precello. Fil. Il secondo precello filosofico consiste in questo, che bisogna stabilire nello Sta. to un diluvio veramente spaventoso d'impie gati ancorchè sieno inutili e non debbano far altro che grattarsi la pancia e divorare la so stanza della nazione.Più ce ne sono e più bi sogna amniellerne; e invece di pigliare a calci nelle natiche tulta quella canaglia che asse-, dia le anticamere, perchè si oslina a voler vivere nell'ozio e nella opulenza a spalle dei mincbioni, se gli impieghi non bastano per contentare lulli questi parassiti bisogna crear ne degli altri.Fra i postulanli poi sidevono sempre preferire i più indegni, i più asini e i più lemerari, e così si deve correre ra pidissimamente verso la diffusione universale dei beni, e verso il perfezionamento filoso fico della civillà. Cer. Quelli però che governano lo Stalo non si contenteranno che venga così manomesso e saccheggiato . Fil. Messo in molo una volta l'appelilo de. gli ingordi e dei poltroni, diffusa l'idea che tulli gli sfaccendali e spiantali devono mantenersi a carico dello Stato, e rotto l'argi ne al torrenle scandaloso delle raccoman . dazioni, igoverni e i ministri del governo verranno strascinati da quella piena, e non potranno più impedire l'assassinio di tutte le proprielà e ladiffusione dei beni.La più bella di luttesarà poi,cbe quellistessi,iqualide clamano contro questo disordine e sono vera  108   mente affezionati allo Stato, daranno mano al l'assassinio economico dello Stato. Imperciocchè tutli i grandi hanno la loro affezioncella pri vata,ed hanno qualcheduno che li mena pel paso sicchè in gražia della affezioncella e del condottiere nasale, lulli metteranno avanti qualche loro protello, tutti diranno che quella è la eccezione della regola, e tulli"daranno mano perchè la pubblica finanza si dilapidi sempre di più.Costui dovrà essere provvedulo perchè altempo delle rivoltenonsi è rivol tato, e colui che si adoperò per fare una ri voluzione deve essere provveduto, acciocchè non simaneggiper farneun'altra;questode ve essere impiegalo perchè furono impiegali ilpadre,ilnonno eilbisnonno,e lasua fa miglia ha acquistato il privilegio di vivere a spalle del pubblico, e quello devee ssere impiegato perchè non ebbe mai niente, e non è dovere che nel giorno della cuccagna un galantuomo rimangacoldenteasciulto.Ilme rito dell'individuo e il bisogno dello Stato non dovranno contarsi per niente; le petizioni, i clamori e le raccomandazioni assordiranno l'aria; il ministero non saprà più dove dare la testa,e le sostanze di chi ha anderanno per amore o per forza, a depositarsi nella pan cia di chi non ha. Pro. Vedo bene che questo sarà un ottimo metodo per operare la diffusione dei beni, o sia per assassinare le proprietà del pabbli co e dei privali;ma se mai la multiplicazione inutile degli impieghi non bastasse per sa - tollare l'ingordigiadi tutti gli infingardi e sfacciali, non vi sarebbe qualche altro modo da contentare questa povera gente ? Fil. Sicuramente che ci è un altro modo ancora più efficace del primo, e questo con siste nell'acconsentire senza riserva a tutte le invereconde domande delle pensioni e delle giubilazioni. Appena un impiegato vuole ri tirarsi a casa per vivere da vero poltrone, e produce l'altestato di un medico per provare che patisce di pedignoni ; ovvero di raffred dori, non importa che quel pelulante abbia prestato un servizio di pochi mesi,non im porla che sia un giovanotto, ovvero un uomo sano e robuslo ; e non importa che lascian do un impiego per mentita impotenza, assu ma poi sfacciatamente altri incarichi più la boriosi dei primi, ma subito sideve m a n darlo a casa accordandogli la giubilazione ri chiesta, con che si ottiene il doppio vantag gio di sprecare quella ginbilazione, e di avere un posto vacante per provvedere un altro pro tello affamato.Le mogli poidegli impiegati, i figli degli impiegati, le sorelle degli impie gali,le mamme e le nonne degli impiegali, gli amici e le amiche dei grandi e dei con dottieri nasali dei grandi, e sino le zitelle, le vedove e le vecchie, pericolate, perico lose, e pericolanti, tulli e tulle devono ave. re una pensione veramente sprecata,e lulli devono vivere a spalle dello Stato.E avver tite bene che secondo gli stabilimenti della fi losofia i salari degli impieghi, e le pensio ni,e legiubilazioninondevono ridursiapic cole cose baslevoli soltanto a mantenere la vila nella frugalilà,ma gl'impiegati,igiubilati, e i pensionati devono sguazzare e scialare, d e vono andare in carrozza o almeno in carret tella, e devono fare i fichi in faccia ai po veri contribuenti annichiliti e distrulli per la diffusione filosofica dei beni e della proprietà. Pro. Questi sono gli stabilimenti veramente grandiosi e giganteschi, e ci voleva proprio un Ercole per immagioare un modo così pron lo per sconquassare da capo a fondo la pro prielàe mandareperariauno stato.Suppon go che basteranno queste pratiche e che non avrele altriprecelli da darmi per operare la diffusione dei beni. Fil.Questi metodi sono senza dubbio effi cacissimi;ma sitrovaancoraqualchealtra ricelta per arrivare più presto alla dirama zione e livellazione filosofica dei beni,o sia al disfacimento generale della proprietà.Una tas sa, per esempio, pazza e spropositata per le funzioni e le competenze dei notarie dei pro curatori servirà a maraviglia per disossare a poco apocoilitigantifacendo passareleloro sostanze nelle tasche dei difensori, e ridurre isignori a piedi mandando incarrozzaino. tari,gli avvocali e i coriali; e così di mano in mano vi anderd dando aliri non meno gio vevoli e preziosi suggerimenti. Fraltanto vi raccomando di non perdere di occhio le casse di risparmio, le quali oggi sembrano una cosa da niente, ma coll'andare del tempo potrebbero essere di grande uso permettere il mon dosottosopra mantenere il livellamento sociale. Fil. Sicuramente;equantunque l'artifi zio sia un poco sollile,potevate sospellarne, vedendo tanto raccomandate queste cose dai raccomandatori perpetui della filosofia. Udite. mi, siguor Cervello, e imparate come pen sano quelli che hanno cervello.Idenariche si vanno depositando dalla plebe nelle casse di risparmio non devono tenersi morti in quelle casse, m a devono investirsi dandoli a frullo con le convenienti ipoteche sopra le sostanze possedute dalla proprietà, perlochè ogni b a iocco depositato nella cassa da un ciallrone diventa un debito della classe dei propriela rii verso la classe dei cialtroni. Finchè sare mo nei principi gli effetti di questa mano vra non saranno sensibili,ma quando lecasse di risparmio avranno un capitale di più m i lioni, e saranno creditrici di tutti i proprie tari e ancora dello stato, allora si manife steranno le forze di questa nuova occulta p o tenza,allora si vedranno compenetrale in quel le casse tulle le proprielà, e allora si toc cherà con mano che la classe dei ciallroni è diventata la vera padrona delloStato.Soccor. rere adunque i poveri con elemosine propor zionate, stabilire imonti d'impreslito per aiu. larli nei loro bisogni,e ricoverarli nell'ospe dale quando languiscono infermi, queste sono le opere della prudenza e della carità ; ma dichiararsi i fattori e gli economi di talli i pezzenti, aprire un salvadenaro ovvero una Cer.Come!ancbe lecasse di risparmio so no un mezzo filosofico per arrivare alla dif fusione dei beni ? a banca per il moltiplico di tutti i mezzi ba iocchi risparmiali alla bellola ovvero rubati nelle bolteghe, e aiutare la feccia della plebe, perchè monti a cavallo sul collo delle clas si elevate e diventi formidabile agli stessi go. verni, questo è propriamente secondo la dol trina della diffusione del potere e dei beni, ed è la vera quintessenza della filosofica malignità. Cer. Confesso il vero che mi avele sor preso, e non credeva cbe la filosofia la sa. pesse tanto lunga, e pensasse di assassina re il mondo anche sotto pretesto di fare la carità ai poverelli. Ma in conclusione quali saranno i vantaggi sociali che proveranno da questa dilapidazione universale della proprie tào vogliamodiredalladiffusionedeibeni? Fil. Compare mio,chiunque sitrovaco. modo non cerca di mutar posto, 3 e così quelli che stanno bene ed hanno molto da perdere non sono mai gli amici delle ri volte. Inoltre le ricchezze acquistate onesla mente e stabiliteda più generazioni nelle fa miglie nobili e benestanti, rendono per l'or dinario ereditarie in quelle famiglie la buo na educazione e la buona morale, il deside rio dell'ordine, l'altaccamento al governo e la considerazione del popolo; e perciò finchè quelle famiglie non sarannoavvilite e degra date dalla miseria, sarà sempre difficile sol levare il popolo, sovvertire l'ordine, distrug gere i governi e corrompere totalmente la moralee icostumi della nazione. Quando però tutte le proprietà sarango livellate, o per meglio dire quando lulli isignori saranno spiantati; quando le famiglie patrizie e le classi superiori ridotle incamicia saranno diventate il ludibrio dei mascalzoni ; quan : do sarà scomparsa ogni idea di dignità e di rispello; quando tutti o quasi tulli a. vranno da guadagnare nei torbidi e nei su surri e quando infine tolta la barriera della ricchezza e della nobillà, o vogliamo dire tolta la barriera della aristocrazia, le sassate della plebe potranno arrivarea diril tura alla'cervice dei re, allora tulto il mondo sarà un perpétuo bordello, sarà più faci le fare una rivoluzione che cambiarsi un v e stilo, e le gloriose giornate saranno sempre a libera disposizione della filosofia. Questo e non altro è quello che si cerca procurando la diffusione dei beni, o vogliamo dire l'as sassinio di tutte le proprietà. Fil.Capisco quello che volele dire, ma  Cer. Certo che I vostri proponimenti no veramenti giudiziosi e benefici,ed il ge nere umano vi deve essere sommamente ob bligato che lo abbiate acconciato per le fesie ; ma in ogni modo levale le proprietà ai possessori presenti passeranno in di altri; a poco a poco si formeranno altre ricchezze,sorgeranno nuove famiglie, si costi tuiranno di nuovo le classi distinte e l'aristo crazia,e ladiffusionedeibeni,ossial'assassi nio filosofico della socielà, non potranno es sere permanenti e durevoli, perchè l'egua glianza delle proprietà è in opposizionecon gli ordinamenti della natura.  sfasciata da capo a fondo una casa ci vuole il suo tempo per edificarla di nuovo, sì quando avremo subissata ben beno la società, non si polrà riorganizzarla in un giorno ; e ci saranno disordini e pianto per tutti quelli che vivono e per i figliuoli di quelli che vivono. Sterminate le famiglie il lustri e potenti, degradate le educazioni e i costumi, distrutte nelle menti del volgo le idee e le abiludini del rispetto, tolte le proprie là agliattuali possessori per metterle nelle mani degli usurai, degli ebreie deipidoc. cbiosi arriccbiti, e consegnato il dominio del mondo all'arbitrio dei sanculotti, non baste ranno cent'anni per ristabilire le cose, e la filosofia non avrà fatto poco se avrà polulo assicurare il bordello, il susurro, e la m i seriadi un secolo.Quanto poi ai secoli successivi, speriamo,che anch'essi avranno iloro filosofi, e non mancherà chi pensi alla futura prosperità del mondo. Orsù dunque,madama Proprietà, ci siamo iplesi. Entrate allegra mente nel mio paese, soltoponetevi ai miei be nefici regolamenti, e ricordatevi che nel re gno dellafilosofiasidevelavorare con lemani e coi piedi per la diffusione dei beni e delle proprietà, o sia per assassinare tulle quante le proprielà.  La Filosofia, il Cervello, l'Insegnamento e l'Incivilimento. Fil. Ecco altre persone che si avvanzano per venire a stabilirsi nella nostra cillà. Cer. Chi è colui che finge di sludiare e tiene il libro a rovescio? E chi è quell'altro talto smorfie e vezzisguaiati che rassembra un maestro di ballo? Fil. Questi sono l'insegnamento e l'incivi limento ; sono fratelli carnali, e amici tan to sviscerali che non vanno mai uno senza dell'altro. Cer. L'insegnamento el'incivilimentouna volta erano persone di garbo e godevano buon nome, ma bisogna dire che l'aria del paese della filosofia abbia la prerogativa di corrom pere tulle le cose buone, perchè questi due cbe si avanzano hanno la cera d'impostori e birbanti. Fil. Al contrario:questisonoilfiorede' galan l’uomini e senza di essi non si potrebbe stabiliregiammaiil regno della Filosofia.Ve nite avanti, signori, facciamo i nostri patti, e poi andale subito ad ammaestrare ed inci vilire i Popoli della mia nuova cillà.  L'Ins. Parlate pure perchè noi siamo pron . fi ad eseguire tulli i vostri comandi. Fil. Prima di tulio bisogna incomincia re dall'insegnamento, giacchè la diffusione de lumi è quella appunto con cui si olliene   Fil.Dibò,oibo.Tutti vidico,tuttiquanti sonogliuomini, tüllidevonoessereammae strati e civili. Cer. Ma,echicifarà poilescarpe, Fil.Oh bella! nel nostro paese come in tutti gli altri ci saranno i calzolari, i cuochi, e i facchini. Cer. E pretendete che gliuominiinciviliti e genlili si preslino volentieri agli uffizi bassi della società, e che anche i guatleri, i cia vallini e i mozzi di stalla debbano essere fi. losofi, letlerati e dottori ? Fil. Tant'è; questo è il voto prediletto della filosofia, e senza questo non si può archi scoperà le strade, e chi attenderà alla cucina? la diffusione della civillà.Voi dunque, signor Josegnamento, dovete mettervi in testa d'in segnare a tutti di rendere tulti eruditi, let terati e saccenti, e di fare in modo che non ci resti un solo ignorante e sempliciano in talla la nostra filosofica dominazione. Cer: Piano un poco, madonna Filosofia, Voi vorrete dire che si ammaestrino e si coltivi no nelle scienze tutti quelli che dalla natura, dallalorocondizionee. Dagli ordinamentiso. ciali sono destinati a trarne vantaggio e di letto per se medesimi,e a rendersiutilicol lorosapereallasocietà; ma quantoalleclassi del basso volgo che la natura e lacondizione destino agli esercizi rustici e grossolani, que stinon vorrete che apprendanoquelledottri ne le quali non servirebbero ad altro che a renderli oziosi,indocili e scontenti diseme desimi, e gravosi e molesti agli altri.   rivare alla diffusione generale dei lumi,e al l'incivilimento universale del mondo. Cer. Facciamoci a parlar chiaro. Qualora si giungesse ad ottenere questo incivilmenlo universale tanto raccomandato dai vostri scon siderati seguaci, qual utile ne verrebbe per un grandissimo numero d'individui, e qual utile ne verrebbe per tulto il corpo sociale? Fil. A dirla schiella per moltissimi indivi dui sarebbe meglio restare nella loro rusticità e semplicità, giacchè una infarinatura di dot trina non può servire ad altro che ad empir- ' gli la testa di errori e a renderli scontenti del loro basso stalo,e così la società in generale sarebbe più tranquilla col suo popolo di vil lapi ignoranti, e col suo popolo di artegiani contenti di sapere quanto basta al rispellivo mestiere.Quello però che conviene agli indi vidui e alla società non conviene alla filoso fia, la quale vuole il movimento e non vuole la quiete, vuole il susurro e lo scandalo, e non l'ordine e la tranquillità. Se predicando l'incivilimento e la collura tutti gli uomini p o lessero giungere alla vera sapienza, che con siste nella cognizione della verità e nel do. minio dellepassioni;ecosìsepotesserogiun gere alla vera civillà cbe consiste nella m o rigeratezza dei costumi e nella custodia dei modi convenevoli al proprio grado, la filoso fia non vorrebbe saperne niente e prediche rebbe contro la diffusione dei lumi e della ci viltà. Siccome però è certo che la grande plu ralità degli uomini non arriva alle perfezio ni, e che ostacoli insormontabili naturali e civili si oppongono alla troppa diffusione dei lumi e della civiltà, così è certa che la propagazione smodera la dell'ammaestramento e dell'incivilimento empirà il mondo solamente di mezzi dolli, di scioli, di sapulelli teme rari e presuntuosi, iqualiappunto ci voglio no per secondare la grand'opera della filoso fia.L'uomo grossolano e di buona fede crede più al curato che alle pappole dei liberali,e rispellando e temendo il sovrano non pensa, neppure quando si trova ubriaco, di essere esso stesso un sovrano.Chi non sa leggere o non presume un poco di letteratura e di ci villà non legge le gazzelte e non modella il suo modo di pensare sui giornali e sui liber coli della propaganda;e senza le gazzelle,senza i libercoli e senza igiornali,come si rendereb bero fuoridimoda iprecettideldecalogo eil calecbismo del Bellarinino ? e dove si trovereb bero gli uomini e le sassale per atlerrare le croci,per abballereitroni,eper fareleglo riose giornate?Vedete dunque,carocompare Cervello,che la filosofia non opera senza cer vello, e che sa ben essa cosa vuole quando predica la diffusione dei lumi,e della civillà.   L'Inc. Orsù, non perdiamo più tempo perchè io muoro di voglia d'incominciare la mia missione, e di andare a diffondere i lumi e la sapienza del secolo. Ditemi piutlo sto quali scienze vi piace che vengano inse goatea preferenza, equalilibricredeleme glio adattati per affascinare la mente e cor rompere il cuore della gioventù. Fil. Quanto allescienze, generalmentepar:   L'ins. Ho capito bene quanto alle scienze e lasciatevi pure servire;e quanto ai libri co me dovrò regolarmi? Fil. Tutti i libri che mettono in ridicolo i preti, i frali, la chiesa e le pratiche della chiesa;tulli quelli che parlano contro l'aulo rità del Papa e dei principi; e lulti quelli che trattano scopertamente ovvero copertamen. te di materie scandalose e lascive lusingando lando, potete secondare il genio dei giovani, purchè avvertiate sempre di oscurargli la verità e di allerare nel loro cuore igermi della virtù. Parlando poi specialmente, le vostre lezioni più frequenti devono essere sulla m e tafisica e su i dirilli dell'uomo, le quali scienzc adoperate dalla filosofia liberale riescono benissimo adattate per diffondere le dollrine dell’empielà e per suscitare lospiritodellale. merità.Sevoinon capilenientedimelafisica, importa poco; purchè viriesca d'imbrogliare la testa dei vostri allievi,di farli dubitaredi fattoediridurlianonsapere,seilmondo fu l'opera di un essere necessario, ovverouscì dai vorlicidelcaso, comeesconoilerniele cinquine del lotto e se essi medesimi sono animali viventi, oppure ciolloli del torrenle o ravanelli dell'orto. Così se di dirillo natu. rale e civile non ne sapele un acca, queslo purenon importa niente, purchèivostridi scepoli ubriacali coi vostri sofismi rimangano persuasi che la ragione delle genti consiste nella libertà, nell'uguaglianza,nella sovrani tà del popolo e nel diritto sacro d'insorgere contro i re e di fare le gloriose giornate.L'Ins. Ho capito tutto a meraviglia, e vado subito a mettere in pratica le vostre lezioni. Immagino poi che l'ammaestramento dovrà farsi sempre in lingua volgare. Cer. Come ! Nelle scuole filosofiche non si dovrà più usare la lingua latina? Fil. Signor no che non si deve usare, per chè questa lingua già morta è stata abiurata e ripudiata dalla filosofia,e a poco a pocoè d'uopo sbandirla affallo non solamente dalle scuole, madatutto il commercio letterario sociale.Che ragioni avele voi,compare Cervello, per desiderare che venga conservato l'uso della lingua latina? gli appelili e scatenando la furia delle pas sioni, tutti questi libri generalmente grandi epiccoli,inversieinprosa,anlichiemo derni, lulti sono altrettanti evangeli della filosofia, e lulti vi serviranno meravigliosamente per diffondere i lumi, per incivilire la società, o sia per ridurre iullo il genere umano una massa abbominevole di corruzione.Per re golarvipoineicasi particolari voi dovete scegliere un buon giornale letterarioilqualesia scrillo con erudizione e con grazie per ac cappiare meglio imerlolli,ma ildicuivero fine sia la rigenerazione filosofioa, o voglia mo direl'assassiniodel mondo. Alloraandate a colpo sicuro e non polele sbagliare,perchè è quasi impossibile che un libro lodato da quel giornale non abbia il suo veleno e non possa servirvi in qualche modo a sollecitare il pervertimento degli uomini. Fil. Questo già s'intende senza nemmen o parlarne . Cer. Le ragioni che raccomandano la con servazione e l'esercizio della lingua latina sono mollissime, mavenericorderòdue princi pali,le quali dovranno venire riconosciule da chiunque non abbia ripudialo l'uso della ra gione. In primo luogo la lingua latina, essen do la lingua della chiesa e delle scienze, vie pe inseguata e diffusa in lullo il mondo, serve a legare tutle le nazioni del mondo coi vincoli religiosi e letterarî, civili, commer ciali e sociali. Perciò sbandire l'uso di questa lingua universale e comune sarebbe lostesso che rinnovare la confusione di Babele, e lo gliere alle nazioni il modo d'iolendersi l'una con l'altra ut non audiat unusquisque vocem proximi sui. In secondo luogo è necessario appunto l'uso di una lingua morta per custo dire le tradizioni, i monumenti e le opere delle lingue viventi,perchè quella si conser va sempre immutabile,passando direttamente dagli scrilli dei nostri anlichi padri fino al l'intelligenza nostra e alle nostre calledre, lad dove le lingue volgari regolate dalla moda, allerale dal mescolamento di voci nuove 0 straniere, e logorate e guastale dall'uso, si mulano e s'invecchiano giornalmente,ebasta il corso di pochi secoli per soltrarle all'intel ligenza comune.Di falli mentre tulli glisco lari intendono il latino di Cicerone e le ope re scritte in latino dieci secoli addietro dagli italiani, dai francesi, dai goli e dagli arabi, i libri scritti in ilaliano e in francese sei o sette secoli addietro sono diventali arabici e golici, e non si possono intendere senza distil ė Fil.Ma noncapitechelalingualatinac'in comoda precisamente per questo, e che vo gliamo levarcela di altorno appunto, perchè è la lingua dei preli e della chiesa ? Finchè quel corpo gigantesco della dottrina ecclesia stica resterà in piedi, vantando diciotto se. coli d’inalterata antichità, i preti e i frati, i vescovi, i papi e i cristiani ce lo sbatte ranno sempre sul viso ; le dottrine della filosofia saranno sempre subissatedaquellamas sa; e gli eretici e i filosofi liberali verranno sempre riconosciuti come apostati e disertori dalla dottrina dei padri e dalla luce della ve. rilà e della ragione. Quando però la lingua latina non sarà conosciuta più da nessuno, e quando la bibbia e l'evangelio, la collezione dei concili e delle decretali, e la bibliotheca patrum avranno servilo per accendere il fuoco e per involtare il salame, allora saremo tulli del paro; la parola di un prele edi un papa varrà quanto quella di un filosofo liberale, e allora si potrà liberamente rigenerare il mondo secondo il gusto della filosofia. Cer. Non può negarsi che l'angelo della malizia non vi abbia dato un suggerimento larsi il cervello è senza il soccorso malsicuro dei commenli. E sevenissedisprezzatoequasi eli minato l'uso della lingua lalina,chi garanti rebbe l'autenticità e l'intelligenza delle scrit ture divine ? e cosa diventerebbero i canoni dei concili, i placiti dei pontefici, le opere dei padri e dei dottori, e tutto il corpo a u gusto e maraviglioso della dottrina del cristia nesimo ? giudizioso e veramente da suo pari, ma in primo luogo è assicurato dall'alto che le po lenze alleale dell'inferno e della filosofia non prevaleranno contro la chiesa e contro le dot trinedellachiesa, e in secondo luogoi go verni conoscendo l'ulililà della lingua latina e sospettando sulle trame della filosofia non permetteranno mai l'espressa o tacita abolizione di quella lingua. Fil. Non sapete che i governi si lasciano menare per il naso, e che con lutti gli edilti e con tuttele scomuniche il regime degli stati resta sempre a disposizione dei liberali? An zi in questi ullimitempi on governo il qua le più di tutti gli altri dovrebbe essere in leressato a sostenere la lingua latina l'ha discacciata dai tribunali dove aveva regnalo pacificamente per due dozzine di secoli,e con ciò le ha dato un grande incamminamen lo verso l'ultima sua rovina.  Cer. Questo certamente è stato un passo falso carpito dai clamori dei liberali e da quel maledetto giusto mezzo nazionale e straniero, che presume di salvare la casa aprendo la porta ai ladri :e una tale concessione rub bata dalla violenza e falta contro la volontà, è appunto una di quelle riforme che bisogna guastare, se non si vuole che l'ardire della filosofia e i danni religiosi e sociali diventi. nosempremaggiori.Siateperòcertachepo co prima o poco dopo le ossa si rimelteran no al loro poslo, la lingua lalina sarà rista bilita nei tribunali, e con questo neppure i litiganti faranno nessuna perdita, essendo   indifferente per essi che gli alli giudiziali si facciano in volgare ovvero in lalino. Fil. Credete forse che i liberali non lo co noscano e che vogliano la lingua volgare nei tribunali per l'interesse e per ilcomodo dei litiganti? I litiganti stannoin mano degli avvocati e dei procuratori come gli ammalati stanno in mano dei medici e degli speziali ; e siccome per gl'infermi è lull'uno che le ricelte sieno scritte in latino ovvero in vol gare, giacchèin qualunque modo bisogna che prendano il beverone sulla parola del dot tore e sulla fede del farmacista, così litiganti è lo stesso che le citazioni e le cause si scrivano nell'una ovvero nell'altra lin. gua, giacchè alla fine dei conti devono sem . pre fidarsi dei loro difensori e dei loro cu riali. Abbiamo però altre buone ragioni per desiderare sbandita la lingua latina dal foro : Fil. La prima è quella ragione generale di cui già abbiamo parlato,giacchè tollialla lingua latina i tribunali si toglie a questa lingua il cinquanta per cento della sua importanza e della sua familiarità, si rende sempre più sconosciuta e straniera,e si spin ge a gran passi verso il suo totale deperi mento. L'altra poi è quella di dilataremag giormente l'incivilimento aprendo la carrie ra forense, l'accessoai tribunali,a e tutti gli impieghi giudiziali a qualanque sortadim a scalzoni. Imperciocchè dove gli alti giudi ziali si faranno sempre in latino, dove ico. dici e i commentari saranno scrilti in la  per i Cer. E quali sono queste ragioni? tino, e dove il foro sarà chiuso per chi non ha sludiato illatino,icursori,iprocuratori, i curiali, gli avvocati e i giusdicenti nelle proporzioni rispettive avranno sempre un poco d'educazione e di dottrina,saranno per sone bennale e non saranno ciallroni cavali dal fango, e somari calzali e vestiti.Quando però sarà levato l'ostacolo insormontabile di quella lingua, gl'impegni, le protezioni e la cabala faranno il resto; il foro, i tribunali e le sedie del pretorio saranno aperte a tutti gli asini e a lulli i facchini;e la piena del l'incivilimento correrà senza ritegno a diffon dersi sopra tulla quanta la canaglia sociale. Vedo già, compare Cervello, che le mie ra gioni vi hanno lasciato a bocca aperta,e per cið senza altre chiacchiere, voi signor Jo segnamento, andate a prostituirvi in volgare nella città della filosofia, e a diffondere spie tatamenteilumie la peste sopra tutteleclassi del popolo; e voi signor Incivilimento, venite avanti a ricevere la vostra lezione. L'Inc.Eccomi a ricevere le vostre istruzioni e i vostri comandi. Fil. Prima di tutto dovete avvertire di non lasciarvi sedurre dal vostro nome, persuaden dovi, che la civillà di adesso non deve essere come quella di una volta, e che l'incivilimen. tonel regno della filosofia ha da essere ilfra. tello carnale dell'insegnamento,regolato secon do i precetti della filosofia. L'Inc.Spiegatevi pure chiaramenteenon mi allontanerò dai vostri precetti. Fil. Una volta adunque la vera civiltà con. e   L'Inc. Ho capito benissimo,e non dubitate che sarele servila. Fil. Inoltre una volta la decenza e la m a gnificenza del portamento e del vestiario era no l'indizioelagaranzia dellaciviltà,ma oggi la decenza e la magnificenza non le vogliamo più, e la civillà presente deve consistere nel ripudio della decenza e della magnificenza. Per ciò accreditate pure la moda e lasciate pure cheigiovaniconsuminoiltempoeildenaro, sludiando sul figurino e riformando il vestito una volta per settimana,ma quando si viene alla conclusione, un'abito d'arlecchino, una balla di pelo sul volto e un sigaro nella bocca sieno sempre il vestito di gala e il gran co slume accreditato dalla civiltà. L'Inc. Ho capito anche questo e non dubi tate che sarete servita. Fil. Per ultimo,una volta il modello della civillà erano le corli e igran signori,e ipro.  sistevanell'onesláen el pudore;maoggique ste cose non servono, e al più si deve con servare l'apparenza dell'onestà e l'affeltazione del pudore. Percið scansate con qualche cura le inverecondie sfacciate e i discorsi d'oscenità dichiarata e brutale, predicando per lutti gli angoli che queste riserve sono il frutto della civiltà, m a rendele poi familiari negli scritti e nei trattenimenti sociali le allusioni impu diche,ifrizzilascivi,ledanze seducentiei sali e i motteggi dell'empietà, e queste allu sioni e questifrizzi,questi motteggi e queste tresche siano per opera vostra il vanto e il diletto delle più colle e delle più civili società. L'Inc. Hocapito tullo,vadoaservirviin tutto,efrapocotuttoilmondodivenleràuna gran beltola per opera della civiltà. Fil. Andate pure, e vi accompagnino cou lelorobenedizionituttigliangeli custodidella filosofia. N Cervello, la Filosofiae il Cullo. Fil. Cosane dite,compareCervello?Mi pa re che la nostra fondazione vada riuscendo a meraviglia, e che la città di Filosofopoli non sarà scarsa di abitatori. Cer. Credo bene, che coi privilegi accordati dalla filosofia, nel suo paese non ci sarà scar sezza di cilladini;ma sospello che una selva gressi dell'incivilimento spingevano ad imitare i modi e le costumanze dei grandi, ma oggi la civiltà deve consistere nel giusto mezzo, e l'incilimento deve esercitare il doppio uffizio di esaltare gli umili e di umiliare sempre i superbi. Voi dunque, andando sempre contro natura,dovele mettere in tuttiifacchini la vo. glia e la superbia d'imilare i signori, e d o vele meltere in tutti i signori il prurilo e la viltà d'imitare i facchini, siccbè queste due estremità sociali s'incontrino nei caffè e nei bordelli, passeggino a bracciello nelle strade, e avvicinate e amalgamale2,per opera vostra costituiscano una sola famiglia filosofica,o vo gliamodire,una sola canaglia sociale.E que. sto è il risullato definitivo cui devono sempre mirare la diffusione dei lumi e della civillà. abitata dagli orsi sarebbe meglio di una città regolata con questi principi e conqueste leggi. Fil. Non lo conosco neppur io,e dubilo che sia qualche mallo,ma adessoloconosceremo. Galantuomo venite avanti, e dile chi siele e che desiderate. Fil. Cosa sono tutti quegli imbrogli e tutte quelle vesti nelle quali siele imbacuccato ?  Fil. Voi vi ostinale apensare all'antica, mi la grandissima meraviglia che il n 1 0 vo pensare del mondo ancora non vada d'ac cordo col cervello.Noi per altrofaremo tan to e diremo tanlo finché a poco a poco an che il Cervello perderà le sue abitudini di una volla,enon glidarà l'animodivederelecose con altri occhiali che con quelli della filosofia. Jilanlo atlendiamo a quelli che seguitano a presentarsi per entrare nel nostro regno. Cer. Cbi sarà mai costui ilquale siavan za foggiato in tanti modi, e ammanlalo con lanta varielà di vestiti che si prenderebbe per un buffone ovvero per una cortegiana? Culto. Io sono il Culto e vengo a prendere servizio nella vostra nuova cillà. Fil. Veramente i veri filosofi non sanno che farsi di voi,e quando il mondo sarà lullo il luminato polrele cercarvi un alloggio nel di zionario della favola . Finlanlo però che non si olliene una vittoria intiera contro i pregiudi zi volgari vi terremo come un servitore pro visorio,eservireleper trastullareilpopolo e per fare ridere le persone civilizzate. Culto.Giacchè oramai per me non sitrova di meglio, bisognerà contentarsi di questo, e verrò provisoriamente al vostro servizio. Cullo. Sono gli ordegni,e gli abili del mio mestiere, eliboportati di diversesorteper adaliarmi a quel Culto che vorrelé stabilire nel vostro paese. Fil. Quando è così avele falto bene a por tarvi una bottega di ordegni e un guardaroba di paludamenti,perchè nella città della Filo sofia deve esserci libertà amplissima per tutti i culti. Cer. Come! Nel vostro paese voleleammel terci tolti i culii ? Cer. Perchè la veritàèunasola,emet terla del pari con l'errore è lo stesso che ri pudiarla. Il Cullo consiste nel professare una religione enell'osservarne iprecetti,lepra tiche e i riti; e siccome una sola religione può esser vera e tutte le altre devono essere false, così un solo cullo può essere sauto e gralo a Dio, e lulli gli altri devono essere allrellanle imposture e mascherate, ridicole agli occhi degli uomini e oltraggiose alla maestà di Dio. Fil. Per adesso non ho voglia di entrare in discussioni di leologia e di scandalizzarvi con le doitrine filosoficheintornoalla religio. ne.Di questoparleremo a suo tempo,ma in tanto dovele considerare che il fondamento della filosofia liberale è la libertà, che la principale di tutte le liberlà è quella della coscienza, e che una città dove non ci fosse la libertà della coscienza e del culto non p o  Fil.Giàsisa, olullio nessuno.Percbè si dovrebbe usare parzialilà e sceglierne uno. facendo torto agli altri ?   trebbe essere la citla della Filosofia. Orsù dunque, signor Culto, entrate pure nella mia residenza con tutti i vostri ordegni e con tutti i vostri vestiti: credele quello che vi pare, operate come vi pare, e incensate quel che vipare,che ditutto questo ame non im porla niente. Cul. Quando è cosi vengo subito ad inca sarmi nel vostro slalo,e vi conduco tutto il mio seguito. Fil. Chi è tutta questa gente dalla quale siele corteggiato? Cul. Sono tulte persone di diverse religio pi,didiversiculti,lequalivengonoago dere i vostri favori, accettando la tolleranza e la libertà. Falevi avanti signori un pochi per volta, e venile a ringraziare la signora Filosofia e a dirle qualche parola sulle vo stre rispettive dottrine. È giusto che essa sappia che venite a fare in casa sua. Fil. Queslo veramente non è necessario, percbè nei paesi della filosofia ci è il datur omnibus, e ciascheduno può fare di ogni er. ba un fascio. Nulladimeno questa specie di rassegna ci servirà per ridere come le vedu te della lanterna magica. Chi siele dunque voi cbe venite avanti di tutti ? Tur. lo sono un turco, e la religione dei turchi è la più comoda di lulle. Pensiamo a mangiare a bere e dormire, e per l'avveni resaràquelchesarà.Intantoviviamo vo luttuosamente nei nostri serragli, come vi vono i galli nel pollaio e i becchi nel peco rile, e la dollrina del padre Maometto ciassicura che troveremo pollaie pecorili ancora nell'altro mondo, e che l'abbondanza delle galline e delle pecore sarà il guiderdone del. la virtù. Fil. E pure, compare mio,questa mi sem bra una religione più comoda e più giusta di tulle le altre. Anzi a dirla schietta, questa, poco più poco meno, è la religione dei fi losofi liberali, i quali non sanno capacitarsi, perchè non debba essere accordata alli due sessi del genere umano quella libertà che si godono ibruti animali. Esaminate pure e analizzate quanto volete le doltrine e i sofi. smi del secolo illuminato, il libertinaggio animalesco libera è il compendio di lulti i voti e lo scopo principale del liberalismo. Per questo mondo un pecorile o vogliamo dire un serraglio, e per l'altro sarà quel che sarà: in quesso consiste tutto l'evangelio della filosofia.Voi dunque,signor Turco mio caro, entratepurenellamia nuova cillà, esercitatevi il vostro culto liberamente, e non dubitale che i pollai, i pecorili e i porcili non saranno mai perseguitati dalla fi losofia. E voi che venile appresso chi siete ? Dei. Io sono un Deisla e credo che ci sia un Dio, ma siccome non so cosa vuole questo Iddio, non m'intrigo nè di culli,nèdi religioni,nèdicomandamenli,emi vado regolando alla meglio secondo il mio giu dizio.  Cer. Basta non esser bestie per conoscere che questa è una religioneeuna dottrinada bestie Fil. Anche questa dottrina non mi dispia. ce e si può accordare molto bene con la fi losofia. Imperciocchè un Dio il quale cred il mondo per passatempo e poi lo lascia anda re senza pensarci più, e non gli volge mai nè uno sguardo, nè una parola ; questo Id dio è come se non ci fosse, si può benissi mo riconoscerlosenzaempirsilatestadipre giudizi, e la dottrina del Deismo non con trasta con quella del libertinaggio e del pe corile.Perciò,signor Deista,siateilbeuve nuto con tulli i vostri compagni, ed entrale pure a stabilirvi vei domini della filosofia. Avanti dunque un altro. Chi siete? Aleo. lo sono un Ateo e non credo all'esi. stenza di Dio. Non so se il mondo è elerno ovvero se incomincið casualmente per una combinazione fortuita della materia ; non so se ha durare sempre questo mondo, ovvero se col tempo prenderà qualche altra figu ra, e non so cosa sia l'uomo e se finirà di essere quando finirà di muovere le gambe : ma so che chiudo gli occhi per non vedere nell'esistenza degli esseri e negli ordini del la natura la mano di Dio, e a dispetto di tutte l'evidenze e di tutti i raziocini, voglio dire che non c'è Dio. Fil. Quanto a questo ognuno è libero di credere e di direquello che gli pare; e inol tre se il Dio dei deisti ha da essere un Dio senza braccia e senza lingua come se fosse di s'ucco, l'essere Ateo e l'essere Deisla è una m e desima cosa . Sopra tutto quando la dottrina degli atei ci lascia il pecorile, o il sarà quel che sarà, può accomodarsi benissimo con la dottrina della filosofia. Entrate dunque voi pure a godere la tolleranza e la protezione filosofica, e venga avanti chi siegue.Chi sie te voi? Ido. Io sono tutto al contrario di quelli che mi hanno preceduto,giacchè insieme coi miei compagni riconosciamo un diluvio di divini tà e facciamo professione d'idolatria. Noi a doriamo il sole e la luna, gli animali, i sas si e le piante; ci facciamo le divinità di le gno e di cocco, e onoriamo con gli incensi į galli, i sorci e le lucerte, è fino le cipolle e gli erbaggi dell'orto, Cer.Comare,questo è un branco dimatli, e immagino che non vorrele riceverli nel vo. stro paese. Fil. E perchè no ? Questa povera gente non fa nè bene nè male, e se la idolatria non è secondo i dellami della filosofia, almeno non riesce molesta alla filosofia. Anzi al Dio M e r curio protettore dei ladri, nel regno dei filo sofi non mancheranno adoratori,e a quella cara Venere, deessa della voluttà si dovreb bero erigere altari in luttiicantonidelmon do. Ditemi un poco galantuomo : suppongo che la morale di tutti voi sarà abbastanza rilasciata, e che contro il libertinaggio non ci avrete niente che dire ? Idol. Potete immaginare cosa debbano es sere la morale e i costumi dove le divinità sono lavorate nelle botteghe dei falegnami e degli sloviglieri. Nulla dimeno il fanalismo e l'imposlura si intrudono per lullo sotto lea p   Ris. Noi siamo riformati e protestanti, lu terani, calvinisti, zuingliani,anglicani, quac queri, puritani, presbiteriani; insomma fra di noi ci è di ogni sorta un poco, é venia mo astabilireinostricollinellavostranuo. va città. Fil. Immagino che sarete tuiti quanti per suasi di essere una gabbia di matli, e co noscerele che essendo una sola la verità, la maggior parte almeno di voi altri deve esse re lontana dalla verità. Rif. Certo che a parlare sul sodo la veri tà non può trovarsi fuorchè in una sola dot trina, e lo stesso tollerarci che facciamo con indifferenza uno con l'altro è una prova che siamo tulli quanti fuori di strada. Per que. sto se ci mettiamo a predicare e fare i zelanli ridiamo di noi medesimi e conosciamo di reci tare in commedia, ma l'interesse, il comodo parenze della pielà, e anche noi abbiamo i nostri sacerdoti e le nostre vestali, e abbia mo i nostri penitenti e i nostri continenti. Fil. Tanto peggio per essi ; e poi ognuno ha i suoi gusti, e noi non dobbiamo inquie tarci se i Bonzi e i Dervis vogliono digiuna re e scorlicarsi in onore delle loro divinità. Quelle credenze e quelle pratiche religiose che non disturbano la società devono essere accolte e protette nel regno della filosofia. Andale dunque tutti liberamente ; incensate quanto vi pare sorci, gatti, porci e somari, e vivele si cuci della nostra filosofica fraternità. Adesso venga avanti chi seguita.Che cos'ètutta que sta turba di gente ?   Rif. Per ultimo il nostro clero è disinvol. to e sociale e non intende di rinunziare alle soddisfazioni della natura ; perlocchè, abbia mo in abbondanza pretesse,curalesse e ve scovesse, e se fra noi ci fossero il papa e i cardinali avremmo ancora le papesse e le cardinalesse. Eb. Io sono un Ebreo, e insieme coi miei compagni vogliamo aprire le nostre sinagoghe nei vostri domini. e l'impegno ci conservano nel nostro rispet livo partilo, e quanlunque fra di noi venia mo spesso a capelli siamo sempre d'accordo in quanto a mantenerci disertori dalla Chiesa romana. Fil. Questo è benissimo fatto,perchèvo lendo godere i privilegi dell'errore, e non volendo assoggettarsi alle seccature della ve. rità è d'uopo lenersi lontani da quella dot tora che presame d'insegnare essa sola la verità. Rif. Inoltre non abbiamo nè scomuniche, nè frati, nè confessionari, e conoscele bene che questa è una grandissima comodità per la vila. Fil. Sicurissimamente; e levato quel tram pino del confessionale, il libertinaggio non si contrasta più da nessuno, Fil. Bravissimi, bravissimi, e questo si chiama essere cristiani a buon mercato: pro priamente secondo il gusto della filosofia. Entrale dunque anche voi col vostro mezzo evangelo, perchè lanto è mezzo quanto è niente, e venga avanti chi resta.  Fil. Senlite, figliuoli miei, nel regno della filosofia ci deve essere senza dubbio il luogo per lulli,ma voi altri giudei avevale tanti pregiudizi e tante pretensioni che non so se starele d'accordo cogli altri, e non vorrei che mi melteste sussurri. Eb. Levatevi pure ogni dubbio,perchè gli ebrei di adesso non sono più di quelli di pri m a, e anche noi abbiamo ripudiato Mosè con tulli li patriarchi per arruolarci sollo le in segne della Filosofia. Ci resta un poco di cir concisione, perchè ce la ficcano quando non possiamo parlare, ma questa non si vede,e in tull'altro siamo una vera canaglia, nata fatta per venire a figurare nei vostri paesi. Fil.Questo anderebbebene, ma intanto puzzatecenlo miglia lontano, non vorrei che facesle venire il vomilo a lulli i miei popoli. Eb. Neppur questo è vero,perchè oggi nei paesi meglio civilizzati noi siamo il fiore della nobillà, veniamo ammessi nelle corti, portiamo titoli e decorazioni, trattiamo fami gliarmente coi signori,e se volessimo degnar. cene faremmo ancora i nostri parentali coi gran signori. Fil.Quando è così entrale pure anche voi, fate le vostre sinagogbe, circoncidetevi a modo vostro,e non dubitale che non vimanche ranno libertà e protezione nel regno della fi losofia. E voi che siete rimasto cbi siete ? Cat. Io sono un cattolico, e insieme coi miei compagni desideriamo di professare li  137 e per ultimo Cat. Eperchèmaiinunpaesedovesifa professione di ammettere tutte le religioni e tulli icalli, la sola religione cattolica dovrà essere esclusa? Fil. Perchè voi altri cattolici siete intol leranti. Cat. Ciò non è vero nel senso in cui voi lo intendele, e non polrete provare in nes sun modo cbe noi siamo intolleranti. Fil. Non è forse vero che pretendete di es sere i soli a credere e insegnare la verità, che fuori della vostra chiesa lulli sono p o veri ciechi deviati dalla strada della salute ? Cat. Questo si chiama essere conseguenti e non già essere intolleranli ; imperciocchè al di là della verilà non può trovarsi niente al iro fuorcbè l'errore,e chiunque è persuasodi trovarsi nella strada della verità deve essere ancora persuaso che quelli i quali cammina no fuori di quella strada procedono nella via dell'orrcre.Anzi perconvincersi cheiseguaci delle altre religioni sono lungi dalla verilà basta solo considerare qualınente essi accor dano che anche fuori delle loro dottrine si trova la verità. In conclusione poi noi non costringiamo nessuno a farsicattolico perfor za,compiangiamo enon perseguitiamoquelli che vivono in un'altra credenza, e neppure ci vendichiamo quando veniamo oltraggiati e  beramente nei paesi della filosofiala religio ne callolica. Fil. Un cattolico! un cattolico!e avreste la presunzione di stabilire nel regno dei filosofi la fede e il culto cattolico? e  perseguitati ; perlocchè in luogo di essere in tolleranti, noi fra tulti í credenli siamo i più mansueti e i più tolleranli. Fil. Inoltre voi vorreste empire lo stato di monache, di frati e di claustrali di tutti i colori,e queste associazionie corporazioni non vanno a genio della filosofia. Cat. Ma, se è vero che nei paesi costituiti filosoficamente, ognuno deve godere amplissi ma liberlà,perchèalcuni uominiealcune donne unanimi nel pensiero, e animali dallo stesso desiderio, non potranno albergare in una medesima casa,vestire un medesimo abi to, vivere come gli pare e godere anch'essi la loro libertà? esegiusta i principi della vostra tolleranza non podresle escludere dal vostro regno i Bonzi dei Cinesi e dei giappo nesi, e i Dervis dei maomettani, perchè lo vostre esclusioni saranno riservate privaliva mente per i soli frati cristiani ? Fil. Tutta la vostra capaglia di frati vuol vivere senza far niente e campare a spalle degli altri. Cat. I preti e i frati callolici predicano la parola di Dio, istruiscono la gioventù, so stengono il ministero del culto, assistono gli infermi, consolano i moribondi e tutto questo dovrebbe essere qualche cosa ancora agli oc chi della filosofia ; e quanto al vivere a spe sedeglialtri, forseinostri prelieinostri frati campano per forza, assassinando i pas saggieri in mezzo alla strada ? forse i predi canlieisacerdotidellealtrereligioni rice vono il villo e il vestito dalle nuvole e non  1 $   Fil. E non contate per niente il celibato del vostro clero il quale naoce alla socielà col l'impedire la molliplicazione del popolo? Cat.Sarebbefacileildimostrarvichelapro sperità di uno Slalo non consiste nell'eccessiva moltiplicazione degli abitanti, ma bensì nella giusta proporzione fra le risorse nazionali e il numero della popolazione. Senza però entrare in queste discussioni, e seguendo solamente i canoni della libertà, forse secondo le regole della filosofia sarà libero ai lurchi di avere cento mogli, e non sarà libero ai preti callo. lici di vivere senza moglie? E forse sarà li bero alle infami dicongregarsiaviverein un bordello, e non sarà libero alle vergini cri sliane di chiudersi in un convento per prega re il Signoree vivere lontane dal bordello? Fil. Dite pure quanto volele, ma quel vo stro culto è troppo serio, troppo pubblico, troppo pomposo e solenne, e non può essere mai gradito nel regno della filosofia. Cat. Nelle terre del paganesimo,e dovela religione callolica èappena conosciuta, sappia mo contenlarci di esercitare il nostro culto privatamente,ma inquelleterrecristianein cui la religione cattolica è la dominante, ov. Vero è la religione dello stato, o al meno è la viene ad essi somministrato dai rispettivi credenti? O forse ci sarà libertà di donare ai conventi di Dervise di Bonzi, alle moschee, allepagode, allesinagoghe, epoifarelaca rità alla chiesa e ai ministri della chiesa sa rà contrario alla filosofia e ai dellami della natura? religione della maggior parte dei nazionali, sarà giusto che si eserciti con pubblicilà o con solennità il culto dominante, ovvero il culto dello stato, o almeno il culto della maggior parte dei nazionali. E poi non avete voi proclamala la libertà dei culti, e non avele dichiarato cbe quelle credenze e quelle pratiche religiose le quali non disturbano la società, devono essere accolte e protette nel regno della filosofia? Ebbene. Noi stiamo alle vostre parole e non vi domandiamo niente di più. Fil. Dite pure esfiatatevi quanto volele; in ogni modo. Cer. Ma via,comare mia ;questa vostra mi Fil. Perchè non vogliovo accordare il libertinaggio. Tant'è : il libertinaggio è la con clusione di tutti gli argomenti e il lapisphi. losophorum della filosofia;e chi non l'accorda il libertinaggio avrà sempre ipimici i filosofi liberali e la filosofia.Voi dunque,signor cat. tolico, avete inteso, e oramai sapete come vi dovele regolare. Se volete accordarci que sla bagallella entrate pure nei nostri paesi con tutti i vostri frati, col vostro cullo e col 1 pare una perfidia, e si vede che volele pro priamente chiudere gli occhi alla ragione. Fil. Cosavoletefarci?Argomentate pure e convincetemi di contraddizione quanto vi pare, i filosofi liberali non si accordano mai coi cattolici, e non li possono vedere. Cer. E perchè tutto quest'odio e tutto que slo controgenio? Fil. Volete saperlo veramente il perchè? Cer. Dite pure e sentiamo. vostro evangelo, perchè accomodata quella piccola differenza tulle queste cose cidaran no poco fastidio e serviranno per ridere e stareallegramente;ma sevioslinateneivo stri pregiudizi e non volete accordarci il bru tismo, le terre della filosofia non fanno per voi. Oramai è venuto il tempo di par lar chiaro; e non c'è più bisogno di pallia menli, di sutterfugi e di misteri. O libertini o niente. I frati dunque, i preti e i cat tolici pensino ai casi loro; il mondo capisca una volta questa dottrina, e inlanto Turchi, atei, deisti, idolatri, scismatici, giu dei e filosofi liberali, entriamotutti allegra mente della città di FILOSOFOPOLI e por tiamo in trionfo IL LIBERTINAGGIO, nel regno della filosofia. per si 1, Bert mert doi efis scar cont dang rita fusi Si aprono le porte della nuova città, o la sciati di fuori il Cervello e il Culto 'cattolico entra la filosofia accompagnata da tutto il suo ministero liberale, e viene festeggiata con allegrissimo Charivari all'usanza di quelli con cui il popolo sovrano accoglie i suoi rappre sentanti, quando tornano dalla camera dei de putati.La sovranità popolare in qualità di signora della festa offre lo spettacolo gratuito dellebarricate, distribuisce un generosorinfre. sco di mattonelle, e dà segno per l'incomincia mento del ballo. La Giustizia dopo quattro sal ti si lascia cadere le bilance,perde l'equilibrio, sirompeleanche,evazoppicandoperlasa la appoggiatasulle stampelle. La Proprietà bal lando ballando viene distribuendo i suoi vestiti con dare a questo il cappello e a quell'altro la ca rive pres spec sce CAS un miciuola, finchè restata in pennazza si ritira per non servire di scandalo. L'Insegnamento fa un ballo equestre a cavallo sull'asino, epoi si mette in disparte a compitare il libro di Bertoldo. L'incivilimento con un corleggio n u meroso di guatteri e di facchini vestiti secon do il figurino, fa la sua danza pippando, e fischiando, e poi corre ai bettolino a rinfrea scarsicon un bocale.ICultiliberiballanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guara dandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la dif fusione del potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i filosofi liberali, e così fini sce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vanno dicendo:è stata troppo lunga. llanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la diffusione del potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i filosofi liberali, e così finisce la comedia. Gli spettatori nel ritornare acasa vanno dicendo:è stata troppo lunga. llanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la diffusione del potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto arriva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'ospedale dei maiti i filosofi liberali, e così finisce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vannodicendo:è stata troppo lunga. La Libertà. La Sovranità. La Costituzione. Il Governo. La Rivoluzione. I Poleri. La Patria. Conclusione. La Città della Filosofia. La Filosofia ed il Cervello. L'insegnamentoe l'incivilimento. La Filosofia. La Civiltà. e la Giustizia. La Società. Lo stato il Governo. L'Uguaglianza. I Diritti dell'uomo. La Leggiltimità. Le Opinioni. .La Indipendenza e la Proprietà. Il Cervello, la Filosofia e il Cullo. DROSTE- della Pace fra laChiesa e gli Stati. Considerazioni sulla rivoluzione. Sulla scomunica contro gl’usurpatori del dominio ecclesiastico. E sul monopolio universitario. Parenti. Leopardi. Keywords: 1150. – the coding of a name. The philosophical Leopardi. The Leopardi fascista – interpretazione fascista da Gentile dell’ultra-filosofia di Leopardi – l’ultrafilosofia di Leopardi padre. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leopardi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lettieri: all’isola -- la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – filosofia siciliana scuola di Messina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Messina). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “Lettieri rightly contrasts sensualism in the practical sphere of reason as ‘egoism’ – my ‘principle of conversational self-love’ – but focuses on benfeficence, and solidarity – as ‘rational’ – my principle of conversational benevolence, -- or conversational helfpfulness.” Grice: “I like Lettieri for two reasons: he uses ‘diritto razionale’ which we at Oxford don’t! – He cherishes the ‘dialogo filosofico’ as a genre as we Aristotelians at Oxford don’t – he wrote one on ‘l’intuito’ – While he wrote on ‘sensualism,’ he also explored the idea of ‘man’ and ‘ragione,’ or ragiun, as he put it in his vernacular!” Insegna a Messina. Presidente della Real Accademia Peloritana dei Pericolanti. Molto apprezzato da Mamiani,  Gioberti e Galluppi. Altri saggi: Il sensualismo – cf. Grice, “Some remarks about the empire of the five senses” – Austin, “Sense and sensibilia” --, dissertazione, Messina, Capra; “La fisiologia calunniata di materialismo, Messina, Nobolo; La potenza del pensiero, Palermo, Console; Etica e diritto naturale, Messina, Amico; L’intuito: dialogo filosofico, Messina, Arena; L'omu nun avi l'usu di la ragiuni -- cicalata di lu professuri cav. A. Catara- Lettieri (Messina, Amico; Introduzione alla filosofia morale e al diritto razionale, -- Grice: “I like the idea of ‘rational’ right!” (Messina, Amico; “La cognizione del dovere -- poche nozioni dirette all'operaio e ad ogni classe di cittadini” (Messina, Amico; “Ricordi storici intorno al movimento filosofico in Siciliam Messina, Amico; “L’uomo” Pensieri” (Messina, Amico; Via Lettieri, Messina. Lettieri basis his moral system on rationality – solidarity, beneficence and all the conversational principles appealed by Grice find room in Lettieri’s system – ‘dovere verso l’altri” o “il prossimo” – The fundamental one is that of equality, as when Chomsky says that competence is an ideal natuve speaker with another one --. Grice: “Lettieri would hardly consider hiseself an Italian philosopher, seeing that he wrote a trattarello on ‘filosofia in Sicilia’ meaning that Italy does not belong to him, nor does he belong to her!” –  Antonio Catara Lettieri. Antono Catara-Lettieri. Antonio Catara-Lettieri. Lettieri. Keywords: implicatura.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lettiere: la ragione conversazionale” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lia: la memoria conversazionale – filosofia napoletana – scuola di Castrovillari – filosofia cosenze – filosofia calabrese – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Castrovillari).  Filosofo . Filosofo italiano. Castrovillari, Cosenza, Calabria.  Frate minorita. Nato a Castrovillari da Amostante L. e una Gesualdo, assunse il cognome materno in quanto di più antico e nobile casato. Entrato ad appena dieci anni come oblato nel convento cittadino di San Francesco, ret-  to dai frati minoriti, fu ammesso al noviziato. I Minoriti si presero cura della  sua formazione, mandandolo a studiare a Roma, Treviso e Padova. In quest’ultima città  Gesualdo prese gli ordini sacerdotali egli venne affidato un lettorato presso lo  studium. La sua attività didattica si protrasse per un ventennio in vari collegi dell’ordine  e il capitolo generale gli conferì il titolo di Maestro. Venne eletto ministro generale dell’Ordine, di cui perseguì una radicale riforma. Il generalato del Gesualdo è dunque volto al rinnovamento dei voti di povertà e di vita comune, spesso disattesi  dagli stessi frati. Tra l’agosto e il settembre dello stesso anno, egli fissò i Decreta de casuum  reservatione, con i quali venivano abolite tutte le deroghe ai voti, s’introduceva l’obbligo  di rendicontazione e conservazione dei documenti amministrativi e, infine, veniva isti-  tuita l’obbligatorietà dei seminari per i novizi. La carica a Generale venne riconfermata  per altre due volte, grazie all’appoggio di Clemente. E vescovo di Cariati  e Cerenzia. Muore a Cariati. Su di lui e la sua opera si veda Busolini; Russo; Keller-Dall’Asta; Cipani. Iofepbus Tamplorut. PJJ >. PLVTOSOFIA di FILIPPO GESVALDO MINOR CON. Nella quale, fi (piega l'Arte, della Memoria con altre cole notabili pertinenti,    24. ì> . 31.. ‘ ... i r, } /T'4 T"V t'f   - ì -A S. ^ v-« 'w->' X i ' li A   \h '  IJ A V 23 f    "7 ? J r T   iù i -a X o 3 ;. o A 1 t/i   ÈiottfiW. r.'!sb su k'I II : XX   Q - l  t br: ii;v, ; o H : d ti ic . 1 5)03 oi -A ì >1 J W 4 i4 A 4 J A O 1 ;3 A T J A jl v t a h -, V.I.V.  x - x ; r », .IO   '•• r&v.  V»*      'MCa V,. •- > Vt et.   ^•.... *T /    m V    > f?£  ' 1 c£$é . - w.    r-^iL   >«r 'v-.'vr^  v r :x’  J \ i-ì à • : * oliif ! oì)o:r*q A «Violai a: 7 *   4. a Ai    .XXXV.v^ *&$gij,x. 41 ALLILLVSTRISS ET REVERENDISS. SIGNOR arnolpho vchanskii, CONTE DI SLVZEVVO j { *1   ABBATE DI SVLEOVIA. Signor mio Colendisfimo.   cn > o   Diuotisfimo feruo r   : > 3 j 'Z\nii*r-Pi s   Paolo Meietti. ALLA    GLORIOSISSIMA HABITATRICE DEL CIELO CATERINA VERDINE ILLVMINATRICE, ET PROTETTRICE   DI S^TlEJ^Tl&c.   I € H E gli antichi fapienti appende nano in Sa c/e Colonnt le compite Opere .loro, egli Moderni qlii nomi dì Fa  mòfi et lllujlr tifimi Trencipi cort e crar le fogliano : però battendo io dato fine hoggi all utilis fimo Compendio  della memoria artificiale, quale per  esser tesoro e ricihc^a d'ogni bimana fapienza, mi parue intitolarlo con parole greche plutosofia, hò no luto raccomandarlo alh MeJJaggieri angelici, che colonne fono del Cielo, e confecrarlo al nome di te che feiuna  delle più care Spofe di Chrifìo, et una delle più fauorite Tren  cipejje del' Taradifo t Serenisftma per fangue, Illuflrisfima per  lapidila, purisftma per virginità, Santisfima per gratia t Con  ftantisjima flantìsfìma per Martìrio, felicìsfima per gloria . JE fe tate  non è il dono, quale ric ercar ebbe t importane del foggetto t  e meritarebbe la dignità dello tuo fiato ; è perà tale quale fi  può da me pre/entare, in qucHa fua prima delineatura.  Ideila quale t fe ui è co fa di lode, lariconofco dalle tue gratic, col le quali ni impetra (li gratta apprefjo il tuo e mio Signo  re di formarla . E fe cofa ui è di biafimo ( coni io {limo di  certo ) ante s' attribuita, che tmperfettis/imo mi ricono fco.  Spero che accettando tu il dono, et aggradendo per tua pietà il Donatore ; ti digneraì ancora ( di che uiuamente tiprie •  go ) ottenere à me lume, ch'io pojja col tempo illufìrarla di  quella chiarella e perfettione, che con la prima mano non  Jho laputo e potuto darle ; et à quelli che la leggeranno, gratia  dinteUigen'^a,fi che poffano arricchirli felicemente in quello  foblime The loro di Memoria * Ex fi come io tenacemente ten  go fcolpito il tuo gran T^ome nella mia Memoria, E femprc  uiuol tuo culto fra gli diuotipcufieri della mia Mente ;  coti ti fupplico che mi tengbi uiuo, tra le tue uiuaci  et efficaci Intercesso, inaila. ghriofa prefenT^a del Tadre delle mifericordte Dio, c  •j diOieùi tuo Spofo,& dilla M«drc   ielle gratie Mar (adergine, 1 ' J XX  ., alli quali con profonda fima humiltà   1,  di CH&rt t ‘ C- a X-L  per   me%p tuo faccio riueren^a.   Dì Palermo  ÌV, Tuo Diuotixfimo Sento   Fra Filippo Cefualdi Minor' Conuentoale. TAVOLA delle colè notabili contenute nella Plutofofia.  Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima  et il b. moftrala feconda facciata  :uu    1 I.  . 1.  Memoria è Teforo et Erario.  Necessità dealermo     ÌV, '. Tuo Diuotixfimo Sento   Fra Filippo Cefualdi Minor' Conuentoale. TAVOLA delle cose notabili contenute nella Plutofofia.  Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima  et il b. moftrala feconda facciata* :uu 1 I. . 1. Memoria è Teforo et Erario. Necessità della Memoria. Titolo di qutft Opera,  i^c 9. Guide allukezza delle Mule*  Encomij della Memoria •   Memoria diumità Humana.   Memoria nona Sfera Cclcttc et angelica No«e ordini Angelici nell’Huomo.   Memoria perche nuda nell’Origine. Memoria come fi uefte. Memoria prima parte dell'Oratore Memoria rara e difficile. Pcrfonc illuftrisfime nella Memoria. Pci/onc infelici di Memoria .   LETTIGHE. SIGNIFICATI della Memoria. ^Se nell Huomo fia Memoria intellettiua. Se nella parte lènfitiua ui fia Memoria.   Se li Bruti hanno Memoria. In che qualità confitte la Memoria. Tre forti d'ingegni. Caggione della tenacità della Memoria. Co'i e fi caggionano li fimolacri perla Memoria.  Detti fimolacri imaginati . LETTIGHE. III. A Tto di Memoria qual fia.  Due atti di Memoria. Differenza tra Memoria e Reminiscenza.   Come posfiamo ricordarci di colà dimenticata •  Documenti per facilitar U Memoria.   Muodi di facilitar la Memoria C me fi aiuta la Memoria otturale Rimedi j per la Memoria J t.u   i. b;   a.a.   14 . a a.  a. ai а. bu j. a.  j.b.  j.b. 4   4 «a.   4 .b» a ff Accora    /Aceorgùncntr per aiuto della Memoria Dcirefftrrcitio. neceflario alla Memoria.  Nome Hebraico della Memoria mifteriofb •  Dell’Arte della Memoria.   Inuentore dell’Arte della Memoria.   Auttori c Scrittori dell’Arte della M emoria»  Muodo d’infegnar queft'Arte.  L ETT I 0 7^E. ITi   C He colà fia Memoria artificiale •   Nomee titolo di queftfArtc.   Soggetto di qucft’Arte..   Parti tionc di qucft’Arte. Delli Luoghi perla Memoria.’» Dclli luoghi imaginati (è fumo per l’Arte.  Deili luoghi Naturali fepofiono ulàrfi  Delli luoghi Artificiali ottimi  Conditioni perla formatione di luoghi  Del Doue, prima conditionc del luogo  Del Sen/àto, feconda conditone  LETT l  V * A   D Ella formatione di luochi til   Dell’ufo di luochi    ai . s ini    jqt:    E. V.    iDb uxa/    vM    ti cruoiiE j CU adì    E VU  l / . f.X  Della    10. a.   10. a.b.  iò.a.  xo.b. 11. a»  1 IUU   x i.a»  X i.b, n.b.   ri.bt  1 1.b»   ia,b. a>.a.   Ijb*   l£.b.   ì^b.   X   15. su   I/Jéb..   lòa.   16. b» 1 7.8»  J7.b.   i8.a.  18. b.  ip.b»  ao.a.  ao.b.  ao.b.  ai. a. ai.b.   11. a. Detta Perfona (labile neìluocM   LETTfO'KE  lEtti taoCirinmiTc raTr Vili . a 6 . a.  26 ai  » 7 »a*    D Lh*   Detti lunchiperckittwiayaf  Detti luochi alternati  Luochi (opra la perfona humana  Q T* E IX,   L Voghi perprogreflfo rigreffo et alternati a8. 29- 30,  Luoghi perla Circolatione   limoli' jt.   D Elle Imagini per l’Arte   Due muodi di collocar imaginiDel collocar mediato in due muodi  Del collocar Concetti  Del collocar le parole  Della collocatone di uerbi  Della collocatone delle cole   L E T T 1 0 ìi É   /^Ottocatione dette cofe figurate formabili  Collocatone delle cofe naturali eccedenti  Collocat one delle perfone.   MetHt do dì collocar cofe no figurate»   Collocar per limili longilinea tio ne.   L ETTI 0 ^ E X T T,   C ^Oilocarper Mmiimiùmeui vu^   A  “ X A tv lUHVf m   Collocar per aggiungimento.   Cotto   Collocar per il nuolgimento .  rTT " r_rT 7  L h x — 1  j u e X 1 71. C ollocare pei ta uaiiabonc   Collocar per bittitci    Collo    la com    linone    Collocar perla diuilione  Alfabeti per la diuiuon E X J V. nocar pe ma di uppoin Collocar perii uolontario  Mcto che quello fi può intendere da tre  cole, Complesfione, Età, et alteradone. quanto al primo, eh 'c  la Complcfììone,dico fecondo lifìlofofi, che dalle due qualità humidità,etficcità,fi argomentano e concludono l’apprcn  fiua,c la retétiua-.poiche 1 numido è atto all’app renderceli fèc  "co al ritenere. Colsi fi uedel Acqua, che facilmente appréde,  malamente ritiene;il Salso difficilmente apprende, tenacisfimamente ritiene; l’Acqua per l'humidità, il Salso per la licci*  tà.Parimentc l’apprenfiua in noi confille nella qualità humi*  dada retentiua nella qualità lecca del ceruello . £ fi trouano  tre lord d’ingegni, alcuni nel predominio de? lécco, c quelli  difficilmente apprendono; ma tenacemente ritengono, com’il  Saffo. Altri nel predominio delThumido, e quelli prontilfimamentc apprendono; ma puoco ritengono, à guila dell’Acqua. Altri confiflono in una mediocre qualità d humido, et  lecco, e quelli mediocremente apprendono, e mediocremen  te ritengono.La caggione dunque della cattiua Memoria, è  il flulftì, et il fouerchio humido del ceruello . Quanto al fccó  do dell'Età dico, che dall’Età fi uedel'augmento et il mancamento negli organi fènficiui; l’augmento nclli Fanciulli nelli  quali ui c l’alteratione del nutrimento che lèmpre crelcc: fi co  me nelli vecchi ui è il mancamerto; per la quale alteratione,  li fimolacri fenfibilifonoimpcdid,e periicono ; àguilà, che  la forma del uolto,che fi uede ftapataaiell’Acqua penice, per  l'alterationc, c mouimento dell' Acqua. Di piu dall’iflcfaEtà  li uede, cheli Fanciulli fon teneri et numidi ; li Vecchi duri c  fecchi: per lo che, quelli facilmente,nceueno li fimolacri ;et  in quelli ; per la durezza e ficcittàdc gli organi intcriori, difficilmentc .,7   film erteli Gmolacri trapassano: tome fi nedc,c'hel lume trapala per l’Aria, thè ha del fottile è puro ; non però trapala  pef il Marmo, che ha del grò (so, duro,c, fecco. Quanto al ter  20 dico, che l'alteratione può naScere, ò da pasfionc di timo  re,ò d’infermità, ò d’imbriachezza ; perle quali alterationi per  turbati gli organi, non riceuono ; ò Se riceuono, non ritengo  noli fimolacri Sòmmiftillrati da Senfi, E Semi dirai che li Fan  ciulli hanno tenace Memoria; poiché creSciuti in età fi ricordano delle prime co/è, che appre/èro : e parimente li Vecchi  fi ricordano di molte colè antiche. Rispondo quanto alli Fan  ciulli, che per due raggioni hanno quella tenace Memoria.La  prima Secondo Arinotele et Auerroe; perche alli fanciulli, le  prime cole ch’apprendono sono nuouec mirabile però con attentionc apprendendole, tenacemente le ritengono. La onde  li fanciulli meglio fi racordano d’una semplice favola, che pargoletti intcScro dalla nutrice; che di cento altre ch’esfi  medesimi huomini fatti leggano ne i Poeti. Veggiamo eSfer  ciò cònaturalc à noi, che lecoSenuouc prime, e rare ci appor  tano marauiglia;la marauiglia porta Sèco gagliarda attentionc  nellapprendente, ilqualc inten/àmente attendendo, tenacemente ritiene. L’ifteSlo ci rroftra l’eSperienza, che più ci ricor  damo d’vna Cometa apparta, che de mille Stelle cadenti nel  notturno Cielo; più d vn’Eccli/Te del Sole, che di dieci della Luna; come che la Stella crinitica, ò il Sole Eccli Sfato hanno  men del frequente, c piu del nuouo e raro ; e per confequcnza piò marauiglia apportano. La feconda ragione è d'Auiccn  na, ilquale dice che li Fanciulli tenacemente ritengono quel  che apprendono nella fanciullezza; perche in quell’età Sono  alieni da penfieri, cure, affanni, c trauagli : perlochc, come  fgombrati da ogni impedimento fbn’attisfimi à riceuere,per  ritener tenacemente le prim’apprenfioni . E quella ragione  d’Auicenna, è rifiutata dal Sig.Porta,nel fuo trattato della Me  moria nel capitolo vndecimo. Mà perche la ragione di AriSlo  tele mira I oggetto mouentc;e la ragione d‘ Auiccna mira il fo*  getto riccucntc : lolodola prima ragione mirante la dtfpofitione oggettiua; e non rifiuto la lèconda ragione, laquale ma  rala difpolìtione del riceuenteipoiche la nouità dell’oggetto, Ja purità del Soggetto, fanno ch’il Fanciullo tenacemente ritenga;    rìtenga;oue per cagione di qualità complesfionale non potrei  be tenacemente ritenere. Al fecondo dubbio delti vecchi fi ri  Iponde, chè quella facilità di Memoria nafee, per la moltiplfcatione delle meditationi, Se eflercitio, Se vfo dell'intenderej  Però dice Arillotele nel fecondo capo del fuo libretto della  Memoria, e Remini feenza, che Meditationes Mcmoriam confer  uant reminijeendo. E quello, perche l’Intelletto viene ad habi  tuarfi colla frequente meditatone; è queflhabito poi,viene à  facilitare l'atto del ricordare . £ quello balli quanto al primo  lignificato della Memoria,chc è la potentia memoratiua. E •  paflfando al fecondo lignificato della Memoria, che c il fimolacro dirò due cofe; prima, comcfi fà in noi quella Memoria; fecondo fe oltre latro del Senio, fi polla in noi far Memo  ria. Al primo dico, che il fimolacro in noi fi caggiona prin  cipalmente da Senfi, li quali riceuono lifimolacri Icnfibili, e  per quelli Senfi, come per tante Finellre, e Porte, paflàno al  le llanze interiori Senio comune e Memoria, doue fi ftabiliIcono e fermano : li quali fimolacri fono da le potenti muoue  re la potentia cognitiua,per l’atto del conofcere . E quelli fimolacri, idee, Se imagini fono da Filofofi chiamati fantalmi, li  quali depurati poi per l’intelletto agente diuentano fimolacri, e fpccie intelligibili. E quelli limolacri intelligibili fi ri  ceueno neU’Intelletto posfibile; poiché come diceuamo l’Anima lepacata, pure ritiene li fimolacri conofoibili ; il che non  irebbe, fe fidamente nella Memoria finfitiua li fimolacri fi ri  ceucfTero.   Al fecondo dico, che la Memoria, non fidamente riceue li  fimolacri, li quali intieramente fumo nei Sentì; rnà ctiandio  li fimolacri imaginati formati dalla nofira Cogitatiua, la qua  lehauendo li primi fimolacri nella Memoria contemplandoli, puolc congiongcrc uno fimolacro con 1 altro;ò uero racco  gliere dalTifiefio fimolacro nuoue imagini, e quelli fimolacri  et imagini poi fi riceuono nella Memoria. Per clcmpio nella  Memoria ui è il fimolacro del Sole, Se il fimolacro del verde  villi dal Senfo; prefentandofi quell» due fimolacri al a Cogitatiu ;li congionge, è dice, il Sole verde, Se nidi la Memoria riceue quello fimolactodel Sole verde. È parimente fi fa de  gli altri imaginati fimolacrij come del monte d’0.o,ckll’B*p   ‘pocctuc. p© cerno, e della Chimera. Forma ancora delle prime figure,  et idée, ò arguitiuamente, ò per ragione di fbmiglianza altri nuoui fimolacri; li quali fi chiameranno imaginati; perche  non comprcfìda fenfi. Liquali fimolacri imaginati fono necef  fari j all’Arte della Memoria: nella quale ci {bruiremo, non fòllmente de gli fimolacri hauuti da gli Senfi ; ma ancora degli  raccolti dalla Memoria,c Cogitatiua. E quello balli perla cognitione del fecondo lignificato della Memoria,& anco per  quella Lettione. Douendo raggionare del Terzo lignificato delia Memo  ria,ch*è l'attoal recordatione, quando attoalmente ci ra  cordamo, ( il qual’atto propriamente fi chiama ricordare, fi  ben’ anco li chiama con nome generale, Memoria ) diremo  tre colè. Prima, come fi fa quelt'atto.Secondo in quanti muo  di fi fa auefl'atto.Tcrzo in che modo fi può facilitar quell- . atto, al che mira l'Arte della Memoria, della quale noi trattando.   Quanto al primo dico, che quell’atto fi fa, quando la potè  za cognitiua fiumana drizzata al Tesoro della Memoria, fé li  offerifeano fpeditamente,e prefentano li fimolacri, con li quali  ò contemplai raggiona,ò infegna,ò predica, fecondo l’ufo  delle forze interpretatiue.   Quanto al fecondo dico, che l’atto della Memoria paragonato all’impedimento antecedente, prende due nomi, l’uno  chiamato ripigliamento di memoria^’ altro Rcminifccnza. Il  primo quando fi frapone interrompimcnto di tempo.ll fèco  do, quando fi framette interrompi mento d’obliuione, e dime  ticanza. E che quelli due atti fiano differenti, appare per due  ragioni Arifloteliche. La prima dall’attitudine, La feconda  i dai fòggetto.Quantoalla prima chi è pronto ad apprendere^  capire, e ueloceadimpararc;è pronto, e uelocealla reminifeenza.E chi è tardo ad imparare et apprendere; è pronto alla ri  membranza « Quanto alla feconda, la rimembranza o ricordarsi; è atto dt molti Animali: mila reminileenza ddTHuotr»  lolamente,comc dirò piu inanzi . £ per darui vn cflcmpio di  quelli due atti, prendo qucll’auttorità, Sapientiam fine fi filone* 0  didici, et fine inuidia communico,& bone fìat era illitts nonabfcon  do . Haueudo hoggi riporto nella Memoria quell ’auttorità, e  domani volendo recitarle, le inticramctela Memoria me la ra  prefenrarà, quell’atto di Memoria li chiama ripigliamcnto di  Memoria: perche tra l’atto d'hieri, c quello d’hoggi fidamente ci ètrapollo interromptmento di tempo. Mi fcdelvcrfb  che hieri m’albergai in Memoria, hoggi io mi ricordo la prima, e la feconda parola, e non mi ficordcrò la terza, ò quarta; e pcnlàndo, eripenlàfldo, dopò quella obliuione,è dimen  ticanza mi lòuiene la parola dimenticata; qncfl’atto di ricordarmi colà /cordata, li chiama atto di reminileenza ; perche  vi fi c trapolla dimenticanza et obliuione.Sichela reminilceiT  aa none ogni atto di Memoria, dopo qual fi uoglia interrom  pimento; mà lolamcntc l'atto di Memoria dopò l'interrompimento di obliuione. £ quelli due atti fecondo Ariflotile fono  coli differenti, che >1 primo è communc à gli Huomini et alti  Giomenti; mà il fecondo, che di reminileenza conuiene lolamcnte à gli Huomini: perche la reminileenza c vna reflesfio f  ne dell'Intelletto difcorrcnte, per ricordarli la colà dimenticata; fiche la reminileenza è atto dell intelletto, ò della Cogita  ciua lènfitiua,congionta all'Intelletto. Quanto al terzo principale, in ch$ muodo fi può facilitar  l’atto della Memoria, dico che ò pariamo dell’atto della reminileenza, ò del repigliamento della Memoria. Se del primo atto, racoglicndo da quel che dice Arillotcienel libretto della Me  moria c reminileenza, dico che in tre muodi noi postiamo ri  cordarci di colà dimenticata. Primo hauendo l’occhio all'ordine delle colè; Secondo al tempo ; Terzo al luogo . Quanto  al primo, dico che dobbiamo mirare alle cole antecedenti, ò  iòflequenti alla colà che noi ci fiamo /cordati ; che coli ci Ibuenirà la colà mezzana; ilche fi vede per elperienza di quelli p  che làpendo molti uerfi, e /cordandoti del terzo, ò quarto;  recitando il primo, e fecondo, li louiene il terzo, et il quarto. Da quello nalcc dice il Filolofo, che alle volte ci ricordiamo d’vna colà pafiàta d’?n gran tempo ; et una cola del riftcflfo gjornojA d’vn’altro innanzi fatta, non «i G>uiene:per»  che quella cofa fouucnutaci nouamente,hà qualche collegaza  et ordine có quella cofa, che noi prefcntialmcnte penfàuamo.  Et il procreilo in quella colliganza fi fa in tre maniere, come  dice Ariliotilc; dal limile; dal contrario : dal propinquo. Dal  Amile, come le mi ricorderò di Socrate; ricordandomi di Platone, ìlquale c limile à quello nella fapienza. Dal contrario,  come fe mi ricorderò di AchiIIc;facendo mentionedel fuo au  uerfario Hettore. Dal propinquo, fe mi ricorderò del Padrementre fò rimembranza del Figlio. Il fecondo muodo è mira  re al tempo;perche volendoci ricordare d’vna colà paflàta,diftinguendoli tempi, e conAdcrando d’hora in hora potremo  ricordarci della colà dimenticata. Il terzo muodo, è mirare al  luogo: perche conAdcrando diparte, in parte, i luoghi ne’qua  li habbiamo fatto dimora et operato, potrà louuenirci il fatto che vogliamo . Quelli tre muodi di ageuolare la reminiIcenza, lon fondate nell’ordine, ilqualc è ottima guida per la  facilita ancora del recordare. Indi A traggono d’Arillotilc a.  documenti per facilitar la Memoria, e la reminilcenza. Il primo, chele cofe da collocare in Mcmoria, Aano ben ordinate,  diftinte, e ridotte in capi : perlochelc colè malamente ordinate, tardamente ci lbucngono.Il lècondo, che le gli porga vna  gagliarda attentione di mente: perlochc alle uolte ci ricordamo piu d’vna cofa villa vna fol volta ; che un’altra villa piu,  volte. Il terzo che frequentemente Aano meditate, et repetite  con ordine. 11 quarto che nel volerli ricordare colà dimentica .  ta, li Riabbia 1 occhio al principio della colà, ilqualc è atto atra  her a fe il nello, per la colligaza et ordinejcome A tira vn luco  filo, da chi prende il capo. Se pariamo del ripigliamcnto della Memoria, et vmuerfalmentcd ogni atto di Memoria dico  chem tre muodi posAamo haucr faciltà in quell’atti; primo  per natura; fecondo per clfercitio; terzo per arte. Della natu  ra noi non posAamo farci maeftri; poiché c dono di Dio, ilqualc dono l’habbiamo An da forigine; et cflendonenoi dotati eccellentemente, dobbiamo renderne lode a l’auttor della natura ; et eAèndonc bifognoA, dobbiamo ricorrere a fua  diurna MaeAa per aiuto: poiché ìnitium omnù Sapienti, timor  Domini e/t . E ben vero, che la Memoria naturale puoi elfer   C aiutata    aiutata dalli Medicamenti, dairE{Tcrcitio, e dall’Arte. Dell’Arte, e dell’Effcrcitio diremo poi. Quanto alli Medicamenti, no  reiterò di dire*, che per lo più fogliono riufcire perigliofi, e par  ticolarmcntc le vntioni, che li fogliono tare alla poppa del  cerucllo ( chiamata l’occiput ) per ingagliardire la Memoria.  Lequali vntioni fogliono effer di qualità calida,c fecca; e per  che il caldo accende li fpiritidel cerucllo, e quelli (piriti aceli  et infiammati alterano, muouono, perturbano, dilordinano  li fimolacri; ne fiegue che quelli liquali vfano imprudentemé  te limili vntioni bene fpelfo diuentano frenetici, e pazzi. E fè  pure non incorrcfiero in quello danno ; non polìono fuggire  qucll’altro: perche fi sa bene, che l’ingagliardimento d’vn còtrario,rende debole la forza dell’altro contrario; à guifà, che  il calor che fubentra nell’Acqua, quanto più prende forza, tan  to più fi feema e, và mancando il freddo ; c perche l’ingegno  e l’acutezza dcllapprenfiua confitte nell humido; la tenacità  della Memoria confitte nel fccco ; però li Medicamenti calidi,  è fecchi; mentre ditteccano la Memoria, chiaro è che ingagliardendo la retentiua, debilitano l'apprenfiua . Laonde quefti tali mentre cercano d’hauer felice retentiua, diuentano roz'  zi, (tolti, c tardi, nell’apprenfiuaj intanto, che non fon’attimè  da fe fare inuentioni; nè ben faper’ imitar l’altrui; habili folamente à leggere l’altrui fcritti, e quelli parolatamente riporli  alla Memoria, Ne per quello intendo negar affatto tali Medicamenti: mà concedo bene poter effer vfati,col configlio d’vn  efpertisfimo Medico, ilqualc conofccndo la qualità e forza par  ticolare del medicamento, la qualità, la complesfione, l’età, il  bifogno delmcdicato,potràopportunamenteordinare,& indi  con ficurczza vfarfi l’ordinato medicamento. Fra gliremedij  vniuerfali,fi recitano, Il moto, Il lauare; La tenebra, e la mediocre attcntione. La onde fi formano quelli quattro quefiti.  Il primo perche caufa quelli, che fi vogliono ricordare muouono il Capo. 11 fecondo, perche caufa il lauare del Capo gi.o  ua alla buona Memoria. Il Terzo, perche meglio ci ricordiamo nella tenebra, che nella luce.ll Quarto, perche fapendo noi  recitar vna cefi, udendo darci molta diligenza, et attcntione;  ci feordiamo di quella. Al primo rifpódo,che alle volte nell’organo della potéza Mcmoratiua,vi è qualche oppilatione, laqua IO   le impedifceil libero paflaggio dell» 1 (piriti fenfitiui: e mouédoì  noi il capo, s’apre quell’impedimento, et aperto pa/Tano li  Spiriti, c ci ricordiamo. Al fecondo dico, che per tal lauamen  to s’aprono li pori della Tcfta, perii quali cleono fuora li fu  mi, che ingombrauano il ceruello, et impediuano illuogo co  fèruatiuo dclli fimolacri; la onde ufciti quelli fumi,reftando  libero l’organo, facilmente ci ricordatilo. Al terzo ri/pondo,   . che ne. la luce li moti de l’oggetti lenfibili efteriori, come piu  gagliardi, impediuano il moto delli fimolacri interiori, che fò  no men gagliardi. Per lo che fi da regola, che l’huomo per ricordai fi, e per collocar in Memoria, li può feruire dellatenebra,ò naturale, ò uolontariamaturalc del luogo o/curo;uoloa  taria, chiudendo gli occhi nella luce. Al quarto dico, che la fi>  uerchia diligenza^ attcntionc,preci/àmcntenclli fimolacri bc  ne habituati, perturba li /piriti, c muouc gagliardamente li fimolacri riporti nelforgani ; c quefta pcrturbatione ecommo  uimcnto alterando, dilfordinando, e confondendo li fimolacri, impedi/ce l’atto perfetto della Memoria- Ma ponendo mediocre attentione,e diligenza : non ne fiegue quefta perturba  tionc,e di/ordinationeje però li fimolacri meglio fi ripigliano.   Quanto all c/sercitio dico, che ottimo rimedio, per facilitar  l’atto della Memoria, è l’clcrcitio mentale, e uocalejpcr Io che  fi riferilee di quel Filo/òfo lettore, il quale più e più uolte ri  chiefto da’Difcepoli,chc uoleflelor’infegnare l’Arte della Me  moria : dopò molte preghiere, all’vltimo con Metafore di Me  tonomia figurando l’e/èrcitio difse,chc fi riccucflc Scarpa fa  na,c Scanno confumato.Volendo inferire, che lo Scolaro, per  far buona Memoria, fuggendo li fuiamenti; debbe /edere, c  uigilando /Indiar molti Libri, E chi non sà,chc fedendo affai  lo Sc-nno, ouc fi fiede fi confuma ;ele Scarpe, perii ripo/ò  rimangono lanc.E qudfto forfè, uolfe dire il Filo/ofo in quel  fuo detto fedendo, e ejuiefcendo,Jinimns fit prudens. Indi credo, che Adamo /àpientemente impor endo li nomi alle co/c,  chiama/Tc la Memoria con parola hebrea, Zecher. Il qual nome, c comporto di trelettre; Zain,che c Interpretata oliua.  Caph,chc interpretata,curuati funt: Res, ch’e interpretata  Caput. Volendo dire, chelaMemoria confifte nel Capo curilo^ per Io cheuolendoci noi ricordare d’una cosa dimenticata, curuamo et inarcamo il Capo; perche ri fedendo la Memoria nella parte deretana del ceruello, chinando noi il Capo  al Petto, con quello moto s’aprc l’organo, e fasfi più atto, e fa  cile alla fua operatione. E di più la Memoria dice Capocuruo; perche dobbiamo curuar il Capo à lludiar li libri ; e da  qui nalce poi(come dice il filosofo)cheli Studenti per lo più,  hanno qualche poco di Gobba ; perche non piegano pigri  il Capo alle (palle fopral'otiofe piume; mà diligenti I'incuruano al petto, fopra gli aperti Libri . E di più il nome della  Memoria contiene l'Oliua, dalla quale fi fa foglio, udendoci  moftrare,che l'Huomo per acquillar buona Memoria, debbe  uigilare, non folamente con la luce diurna del Sole ; màcon  la notturna dcll’oglio.Oltra che il lume dell’oglio,è più atto  di quello del Seuo,ò graffo, il quale col noiofo fumo, e feto  re appanna gli occhi, c difturba affai il cerudlo. Auertendo per fine di ciò,che in quello capo curuo non fi prenda fred  do nell’occiputjmà fi mantenga col fuo calor naturale, non ec  ceduto, nè alterato da calor eitrinleco : acciò il calor’acciden  tale, non perturbi l’ordine de’fimolacri :& il freddo nonag  giacci,& induri l’humidojfi che fi rendano poi l’organi tardi,  pigri, e difficili all’operatfone.Disfi dell’efercitio uocale, inté  dendo di quelli li quali ripongono in Memoria, per recitare  leggendo, predicando, od orando; perche lappiamo, che non  folamente l’Intelletto è habituabile; mà ancora la Mano, eia  Lingua; quella à fcriuere, quella al recitarejpcr chchauendo  noi imparato uinti,ò trenta uerfi,& affoefacendoci in recitar  li molti, è molti giorni, la Lingua uiene ad habituarfi, intanto, chefenza penlarci ò darci mente recita, e feorre diuerfo  in uerfo ottimamente.Dunque, perche la Lingua è cosfi habituabile,e porge aiuto alla Memoria in recitare;è molto ben  fatto alloggando nella Memoriale colè, e repetendoleper Ha  bilirle in quella, fare che ancorla Lingua le reciti, el’efplichi  con uocc quanto più fi può intelligibile ; e quello fi uederì  con elperienza,'chc apporterà grandiflimo giouamento alla  Memoria.   Quanto aTArte da facilitar l’atto della Memoria ; quella  farà la parte, che s’ha da trattare diffufamentedanoi . Della  quale, come uoglionocommunementcli periti de quell’ Arte   e P  1 1   e precifàmente Cicerone, e Quintiliano, nc fu primo inuento  re Simonide Melico Poeta Lirico, il quale hauendo uifto mol  ti fedenti in unconuito,& efsendo poi caduta la ftanzadelcó  uiuio;& vccifi, c dislìpati li cóu tati di maniera, che nó poteua  no elTerconofciuti diflintamcte dalli parenti et amici, che vole  uano farli gli honori funerali, Simonidc Poeta fbp radette, hauS  do per prima riporti nella Memoria licóuitati, fecondo l’ordine de’luoghi oue fedeuano; diftintamente vno p vno li rico?- nobbe . Metrodoro feeptio fece perfetta qucft’Arte, Cicer:  adHercnnio ne trattò efquifìtamente, cort Quintiliano, Sene  c a, Petrarca, Rauenna ne fa un trattato ih  titolato la Fenice. Fra Lorenzo Guglielmo debordine minor  conuentuale, pienamente ne tratta nella fua Rhettorica. Fra  Cofma Rortellio dell’ordine dc’Predicatori, ne fà un libro intitolato, Thesàurus memoria: artificiose . E prima di lui ne  trattò pienamente F.Gio. Romberch, Iacopo Publitio, Matheolo Perugino, Francefco Monleo et altri nelle opre della  Retorica.il Sig.Dolce in forma di Dialogo, uolgarizò il Trac  tato del Romberch. E finalmente il Sig.Gio:Battifta la PORTA (vedasi), n’hà fatto un bellissimo trattato, Io mi sforzerò, et imitando inuentando; ridur queft’Arte, àquel compito Metodo,  che fi potrà maggiorc.Notando, che due colè iidefiderano in  qucft’Arte; primo, Il ucro Methodo della Dottrina; fecondo  la Voce uiua di chi bene l’infègni.Per difetto del primo, mol  tireftanopriui di queft’Arte; per difetto del Secondo Tariffi  mi ne riefeono; perche queft’Arte, à mio giuditio,è limile alla Mathematica,c Notomia ; le quali, mentre fi fpiegano, bifo  gna ch’il Mathcmatico habbi la fua tauoletta ingefsata, fbprà  la quale difegni, e moftri le Figure Mathematiche: et il Noto  mifta habbi dinanzi a gli occhi, e /òtto le Mani, e tagli di Prattici, il Corpo humanojfòpra il quale infegnando con la Lingua; moftri con il Dito di parte in parte, tutte le membra hu  manc.Cofiì il Lettore d» que/l'Arte,bifogna che feelga uinti,ò trenta luoghi, e quelli uifti dalli Scolari, c ben polli in Me  moria, come preamboli; fiuadipoidi parte, in parte, efplican  do il contenuto dell’Arte. D Alle cofc fopradette raccolgo, c concludo quattro colè;  la diffinitionc della Memoria Artificiale, il titolo dell'Art, il foggetto, la partitione. Del primo dico, che la Memoria Artificiale^ vna forza acquiftatacon arteficio ingeniofo, perlaquale tenacemente li fimolacri di cofe ò di parole fi ritengono, c viuacemcnte alla  virtù contemplatiua, cnarratiua fi rapprefentano. Dclfecon  do dico, che queft’Arte fi chiama, Arte di Memoria ; e chi la  volcfle chiamare Arte di Memoria vdita, non errarebbe ; poiché è vn’Artc, che conuienc,non folamentc efler iftudiata nel  li Libri; ma vdita ancora da voce viua ; nella guifà che forfè  Ariftotele (fecondo alcuni) intitulò li primi Libri della Fdofòfia,de Phifico auditu . Indi credo, che tra gli Ieroglifichi,  l’Orecchia fi troua confccrataalla Memoria . E fi bene dottamente Porta, intitulò queft’Arte, l’Arte del ricordare :  poiché la Memoria Artificiale mira, et attende à facilitar l’atto della Memoria, che è il ricordare; non però ne ficgue, che il  titolo antico, e communc diqueft’Arte debbia edere rifiutato; poiché e da Filofofi, e daThcologi, tanto la potenza della  Memoria; quanto il fuo fimolacro, c l’atto, son chiamati memoria. E fe ben affermo,  che queft’Arte mira anco la reminifccnzajquando ne i limola  cri albergati, foccedeffe obliuione: nondimeno conuenientemcnte fù chiamata da gli antichi Rettorici, Arte di Memoria;  non fedamente dal fine, come dice il Sig. Porta: poiché il tutto  fi fa per accrefcere la Memoria; ma perche ogni atto di ricor  dare, e chiamato Memoria, com’io disfi. Del Terzo dico, che  il foggetto di queft’Arte, c il Luogo ideato per ricordarci;inté  dendoper l’Idea il fimolacro,la fimilitudine,I’imagine, la quale fi colloca nel Luogo ftabile: acciò viuacemcnte ci raprefèn  ti la co(à,ò parola della quale vogliamo ricordarci.E da que»  fto foggetto, io prendo la partitione dell'Arte, laqualc è diuifa,in Luoghi, et Imagini.E fèbene il Signor Porta aggiongala  Perfona,tra il Luogo, e l’Imaginc j nondimeno diremo al fuo  luogo,fe quefta Perfona, fi deue ammettere in queft’Arte . Et ammettendofqla redurremoal Luogo, ò allTmaginctfi che re  ftafofficientela partitione,in Luoghi et Imagini.il luogo è  come Materia; l'imagine come Forma; Il Luogo ca guifa del  la carta nella quale li fcriuc: L knaginec à guifa della (cattura che fi (tende (òpra la carta, e come dice Quintiliano con CICERONE (si veda) il Luogo c come tauoletta incerata, l'imagine, come lettera. Si che il Luogo, è quella parte materiale, (labile,  diftinta, e proportionata, laquale c bafe della Imagine, Figura,  è fimilitudme della cofa,ò parofa,come vn’Angolo d’vna Cella. L’imagine c la Forma,!* Figura, la Similitudine, ó Segno  di quella cofa,ò parola, che noi vogliamo ricordarci, come la  forma d’vn’Huomo, ò d’vn Leone, quale con la noftra Mente, noi collocamo nel Luogo.Del qual Luogo, e poi dell’Imaginctrattarcmo.   Delli Luoghi.   Dirò ordinatamente tre colè delli Luoghi, ’la Partitiotie, le  Conditioni, ò Regole, et il muodo da formarli nella Memoria .   Quanto alla Paninone, ò diuifionede i Luoghi, dico che il  Luogo c di tre (orti ^ Imaginato.   rti, il primo Reale, il j. imiginato. Il pri  roo e quello, che nel Luogo ucde il Senio,comc nel primo  Luogo ci troua la Porta, nel fecondo l’Angolo,nel terzo la Fi  ncllra. Iinagmato c quello, che ut formala Mente; per clfempio le da Angolo ad Angolo di una danza ui foffe uno fpatio  troppo grande per un luogo, ecapacedt due Luoghi, c‘  che non ci foffe in tale fpatio niunodidintiuo ; io pollo formarcene uno, con la mente, collocandoci una Pcrlona, una Fi  gura, un colore, un’altro limile fegno ;ò pure le uoi hauede  commodtcà, farebbe bene farci un fegno reale, come làrebbeà dire prender un Banco ò Caffa,ò altro artificiato, e por   10 in quello fpatio per fegno ; ò pure appendere nel Muro  qualche colà con un chiodo, come un Quadro, una Figura, ò  ergerui un’Altare, fè pure non uiuolede (bruire del Muro per  carta di pazzi, dipingendoci un legno col carbone, o altro co  lorante. Equedi fegnifian uidi, reuidi,e maneggiati; c poi  fermati,e repetiti nell.; Memoria. E fc bene fi rimouinoqucl   11 fegni da i luoghi, fi ritengano però fempre nella Memoria,  come la prima uolta ui fi uiddcro.Auucrtendo (opra il tutto,  che il fegno del didintiuo, non fia troppo piccolo; perche nó  darebbe quella uiuezza che fi dcfidcra .   Seftò, Del Numero. Il numero di Luoghi, mira il bilogno di chi li forma; perche chi uuole Luoghi per li Concetti, un mediocre numero li bada; chili uuole ufare anco per le parole di molto  numero n’ha-btfogno, fi come colui,che fcriucpoco, di poca  carta hàbtfogno; mà chi Icriue molto, di molta è bifrgnolbr J 6 Il Raaenna fi uanta d’hauerne formati cento diece mila . Il  Rolfellio ftima, che il gran numero offende alla Memoria .  Cicerone ftimò,che fidamente cento luochi baftalfcro. S.TomafTo con Teglia ad hauerne molti. Il Petrarca, il Rauéna,Gio:  di Michiele, Matheo Veronefèò Perugino, ìsibuto, e Chirio,  et con quelli il Romberch fi dilungano da Cicerone. Voi formatencne prima cento, per rclfcrcitio j e poi di mano in marno formatene dell’altri, hor collocando vnaChiefa,hor un  Palazzo, hor un’altra Chiclà, finche haueretc la lèmma d’un  mille luoghi. E le quelli non ui baftalTero, potrete formarne,  de gli altri; purché non pasfiatc à formar li Luoghi della feconda Chiefa, ò Palaggio;fe prima non haurete molto bene Ila  biliti nella Memoria li luoghi formati nella prima Chiefà ò  Palazzo, ch’altrimente facendo, offendcrelle la Memoria, e con  la confu fione, e con la fatica.   Settimo, Della Diuerfìtà.  Non è colà doue fi ricerca tanta uarietà,c diuerfità, quan  toin queft’Artc; per lo che l’uniformità, ò Gmilitudine  delle colè, c diametralmente opposta alla Memoria di Luoghi.  Però in un Clauftro,doue fi ueggono Archi, e Colonne tutte  limili, non fi polTono formar Luoghi;!! come nc meno nelle  Celle di Dormitori; di Rcligiofi, parlo di quelle che tutte ha  no le porte, e diftanze fimili. Si ben’ alcuni uolcndofi feruire  di tali Luoghi fimili, diano Regola delli Diftintiui imaginati;  come legnarcon la mente le Colonne, una con una Croce,  un’altra con una Mano, vna Cella con un Santo, l’altra con  un’altra Figura;non dimeno quello mi pare uano c fuperfluo,  si perla difficoltà, che s’aggiongealla Memoria, come per ha  ucr noi ampia commodità da poter cIegger’aItrfLuoghi,qua  li per la dilfomiglianza,c diftintiui reali fon più atti, e facili al  la Memoria, lènza lottomcttcrci Se à quella nuoua fatica, et à  tal pericolo di uacillarnclli fimili. E ben uero, che le noi nel  formar di Luoghi, doùesfimo palTar da Luogo Commune  ad altro Luogo Commune, come palfarda una Cielàad una  Sacreftia; e per congiongcr quelli due Luoghi Communi, ci  conuenilfe palTar, per un Clauftro colonnato, e che le Colon   ne fu  nefuflero poche in numero, come tre,ò quattro ; non negarei il palTat per quelle, e diftinguerle con qualche legno reale  pofto ad tempus^com’io disfi nel Capo quinto del Diftintiuo,  ò collocandoci perfone familiari, fecondo le regole che fi di  ranno delle perfone ftabili, ò almeno diftinguerle con fegni  imaginati. Delle Celle fimih di Dormitori, s’auerta,che ce  ne potiamo lèruirc,ò palpando, ò entrando; le palTando,e tut  te le Porte, e le dirtanzc,tra Porta, e Portalono uguali, e fimi  li: è difficoltà a i oprarle, àchi non le li fàprattiche,diltinguc  dole per diftintiui efficaci, c particolarmente per Peritane che  ui habitano, quando lon molto ben conolciute dal Formato  . re. Se entrando è gran commodità ; perche col diftintiuo ef  ficace ritrouata la Cella, fi portono dentro di quella ordinatamente formare alcuni Luoghi, et ufeendo da una paflarc  per lo fpatio tra mezzo alla lequente Cella.   Ocrauo Dell* Lumi,   DErche forniamo fi Luoghi,per collocarci l’Imagini, e talmé  *•' teli raprelentano alla Mente l’Imagini, quafi l’hauesfimo  dinanzi à gli occhi: però bilogna,che il Luoco fia illuminato;  acciò Mangine fi posfimortrareallofguardo. La onde il Luo  go oleuro, non catto per queft’ Arte; perche fèpelifce, uela,&  acceca Tlmagine.E fi come l’Imagine porta in aperto Luogo,  perii fouercnio lume fi rende all’occhio fbuerchiamentefplc  dente, d’occhio irtelso s'offulca in mirarla, ne può diurnamente, e commodamente contemplarla; cofi la Mente non ef  fìcacemente apprende, nè uiuacemente la Memoria csfibilce  qucll'Imagine, cheda foucrchto lumeè illuftrata . E però le  Strade aperte; le Piazze, le Muraglie, che fono dalla parte di  fuori dell’Edificii, non fono troppo atti per quert’Arte. E qua  to aH’ofcurità,il Sauona dice,cheil Luogo oleuro, fi può far  luminolo: le fi confiderà, efi forma con un lume di Lucerna,  e Tempre fi mantenga nella Memoria cosfi illurtrato,come fu  uifto con il lume quella prima uolta.Ma quello io l'ammetto,  quando quel Luogo oleuro forte neccrtario all’ordine di Luo  ghi, per non interromperli; fi che per continuarli bilognaflc  palfar per un Luogo oleuro. Il limile dico dclli Luoghi aper    ti, che per cotinuar Luogo Còmfflune, al Luogo Comma  ne, mi bi/bgnaffc pattar per vn'Andito, ò per vna Strada,ò  per vn Cortile': potrei in tali Luoghi aperti, formar i Luoghi  diftinti.E quando fodero /ouerchiamenie luminofi :fitormino i Luoghi in tempo nuuololojò nell’hore, quando s’itn  bruna il giorno la /era, ò quando fi chiarifce la mattina. E  nel modo che furo vidi la prima volta che fi formaro ; così  fiano Tempre ramcntatt. Et auertail Formatore, di non eflcr  troppo fcrupoloio intorno alli Luoghi aperti; perche cttendo aperti uerio il Cielo, e per il progretto, nondimeno fono  chiufi a faccia, con mura et habitationi non troppo dittanti»  come /bgliono ctter le ftrade per le Città;e s’ofl'crui quelche  fi dirà della folitudinc,e fic detto di lumi, di formar i luoghi  in certe hofe del giorno, quando e men frequentati, e men  luminofi fi veggono; non c dubbio che permisfibili fono alfArtè. •   Nono Della Quantità. m   P Erche ne gli Luoghi fi collocano l’Imagini corporali, diftefe per larghezza, et altezza;però bifogna, che li Luoghi  habbino la loro debbita grandezza. Et perche il Luogo trop  po piccolo, non potrebbe capir l'Imaginc ; e fe fotte troppo  grande fuiarebbe lo /guardo, et confequentemente la Mente # laquale ila attenta alla Memoria, che è fondata nel fenfo:  però fi attegna la larghezza di otto ò noue palmi, òpiedi;per  che in tanta larghezza, fi può à braccia aperte, e fpiegatediftender vn’Huomo.Nó meno, acciò nello fpiegar delle brac  ciad’vna perfona,noningombratteilLuogointanto: che nò  reftatte fpatio per l’altra Per/ona, quando per occorrenza del  l'Imaginc bifbgnatte fimilmcnte fpiegar le braccia.Non più»  perche noi uogliamo feruirfi delti Luoghi, non /blamente  per li Concetti: ma anco per le Parole. E fi come malamente leggiamo le parole, quando le lettre, fillabe, ò le parole an  Cora /on'troppo dittanti l’vna dall’altra: così tardamente /om  minittra la Memoria, quando li fimolacri non hanno tra loro vna cofiueniente vicinità» come diremo nelfeguente Capo della Dittanza. E Decimo Della Diftantia.'   C icerone vuole, che un Luogo Ila dittante dall’altro trenta  Piedi, ilchc lìcgue ilMonlco. Il Rottcllio vuole, che 30 .  Piedi, s’intenda del Luogo ampio; ma del particolare, quindici ò vndici Piedi. Il Sig. Porta dice, che Cicerone vlàua i  Luoghi per li Concetti giudicali, douebifognaua hauer fpa  tio grande, per depingcrci gran fatto: ma per le noftre Regole batta la diftanzadi otto palmi . Alche fottoferiuo io di  ccndo y col detto Sig.Portarche le per calò ogni otto palmi*  non s’ihcontrafle Angolo^Porta^ Fineftra, ò dtftintiuo nel  Muro ; mà il dittintiuo fotte puoco amati, 11 che bifognal^  fc dittender’il Luogo altri due palmi, non importa che la didimi Ila di dieci palmi . Si come incontrando il dittintiuo  nel lètti mo palmo, e nelfottauo non ci fette ; non farebbe er  rorc, il fermarfì nel dittintiuo.E la dittanza s’intende, dal cétro,e dal mezzo del Luogo, al centro dell’altro Luogo : lì che  ne fìegue,che li Luoghi habbino ad etter fbccesfiui, e contigui . Il Rauenna adegua la dittanza di cinque ò Tei piedi : il  che le ben potette pattare,nondimcno è più lìcuro darli la Iar  ghezza d'vn huomo,con le braccia (piegate e diftefejaccio  occorrendo farli Ipiegar le braccia non s’ingombrino le Per  ione tra loro.URomber eh oltre che (lima ottimala Regola  dclRauenna,aflegna ancora la dittanza di due piedi quando  l’Angolo,ò altra cola lègnalata,abbracciafle i luochi.Ilche le  s’i mende da centro à cétro, forfè pattarebbe, per la collocano  ne immcdiata:ma non è congruo perla cJlocatione mediata, laquale ricerca Pcrlone Se Imagini,lequali douendofi fpie  gare per larghezza,non li ballano due piedi; le pure per piedi, non intendefle due moti, e pasfi. Ma s’egli intende della di  flanza,tra il fìne di vn Luogo, et il principio del feguente : fe  la necessitaci conftringe à far quello* c permetto com’io dif  fi con Porta.-,  Icttioiic La soccessione di Luoghi, ò s'intende tra Luogo Comma ne,e Commune:ò tra Particolare, è Particolare . Quanto  alla prima foccesfione, (irebbe bene in vna Città, hauendo  più Luochi Communi:chc il Formatore (ì sforza (Te ordinar  li, conforme al (ito ideilo che fi trouano;paflàndo da Luogo  Comtnune al Luogo Commune ordinatamente:cioc da un  Luogo Commune, li pas(i all'altro Luogo Commune più ui  cinoje co(i poi al terzo, c poi al quartoje girando, ò caminaa  do per dritto ordinatamente, pauarall altri foccesfìuamente.  E non potendoli ciò fare di tutti; (i faccino in due ò tre par*  tite.Et perpaflar da vn Luogo Commune, ad vn’altro Com  mune, coinè da vna Chieli ad vn Palazzo, da quedo ad vn altra Chicli: (irà ben’incatenar quedi Luoghi Communi, con  alcuni Luoghi Particolari;purche il uiaggio da brcue,cli Luo  ghi fi posfino formare commodamcnte, come disli nell’otta  uo.capodelli Lumi, e nel (èttimo della Diucrfità. E queda  (òcceslìone tra Luoghi Communi c vtile: perche collocando  voi vna T*redica,od Oratione, e li Luoghi Particolari d’vna  Chieli, non ui badalsero, perlochc ui bilognalse paflar ad  vn’altro Luogo Commune:gioua il paflirci,per un mezo con  tiguatojaltrimente la Memoria fuariarcbbc.È notate, che que  fio paflagio li fà in due modi nel recitare, primo conpaulà,  fecondo lenza paufa.Con paula c poli, per elfempio hauendo finito il Prohemio, il dicitore prende fiato, epoi ripiglia  la Narratiua:in queda polita, può il dicitore far paesaggio  da Luogo Scontiguato,ad un Luogo Dilcontiguato ; c non  (blamente da Luogo Commune, ad vn’altro Commune, che  lia in unaidefsa Città:tna ad un’altro Luogo Commune, che  fia in vn’altra Città.Pcr efempio, hauerò collocato il Prohemio, nclli Luoghi della Chiefa di San Francefcodi Palermo;  polso collocar la prima Parte della Predica, nclli Luoghi di  San Domenico di Palcrmojò nelli Luoghi della Minerua di   £ a Roma, e la feconda parte, in vn’altrà Chicli . E così, non è inconucniente pattar da Luogo feontiguato,à Luogo feontiguato;& ctiamdio lontano, quando li prende fiato . Mal nel  fecondo muodo,tjuando bifogna farpaiTaggio lènza paulà,  e fenzapofata: è pericolofo,il pattar da Luogo Commune, à  Luogo Commune, lènza qualche mezo. Per eflempio,la  prima parte d’vna Predicabile va fcguita lènza pofata ; bilbr  gna collocarla in un Luogo Commune. E fé un Luogo Com  munc non baftaflè ? Dico che collocandola tu ledeui daraitergo in un Luogo Commune, che fiacapace:e così fuggiti  pericolo.E le per mancamento di Luoghi, ò per inauertenza  te la troui collocata in un Luogo Commune, e poi fei forzato pattar ad vn’altro Luogo Communc:dico chedeui pattare  advn’altro Commune vicino, quale però fia contiguato per  Luoghi Particola ri, co m’io diceua. E le quello non fofic có  modo difarfi? Dico che bifogna adoprarl’allutia, fingendo  qualche coliche ti dia tanto di Paulà; quanto commodamc  te la Memoria, con la Mente uoliiio al principio dell’altro  Luogo Commune, e trouato il principio lèguir la Narratiua.  Per efsempio predicando, quando farògiutoal finedelli Luo  ghi Particolari d'vna Chiela,c douédo pafsar ad vn’altraChie  falontana;fingerò che mi venghi vnatofse, ò cheti Compagno michiama;c mentre ltarò,ò à tosfire e purgarmi, ò uoltandomi parlar, ò attenderai Compagno; pafserò con la Me  moria, e con la Mente, al principio dell’altro Luogo Comma  ne, e trouatolo e ben polsedcndolo, ripiglio il ragionamento, e così con l’Arte, e con l’allutia cuopro il difetto . E quello  fia detto della lòccesfione de’ Luoghi Communi, che della  lòccesfione di Luoghi Particolari, non occorre dir altro: poi  che quella li conchiude dalle due Regole antecedenti, Quanti  •tà, e Dillanza, alle quali necefiariamente ficguc la contiguationc,e lòccesfione. L’Ordine del Moto, s’intende dell’ordine che li de tenere  dilcorrcndo per li luochi : fe fi deue cominciare da man  delira, c campando finire nella man finillra; ò difeorrere al   v - -- contrario.il Raucnna parche cominci dalla delira. Si bené  il Rombcrch r duca il Rauenna al mot* perla deftra;ma cominciaudo dalla liniftra.il Roffcllio vuole, che lì cominci da  man finiftraj (è bene non rifiuta il contrario.. Il Porta lodai’*  rn’è l’altro;purchc li fèguiti l'ordine, che cominciando dallyna,fi Unifica all’altra.Che dalla delira fi de cominciare, cc Ioperfuade il Filofofo diccnte, ch'il moto comincia dalla parte  delira. Che dalla liniftra lo proua il Rofcelho: perche queft*Arte,è poco differente dall Arte di Icriuerc, come dice Cicero  ne:e perche noi lcriuendo,e leggcndo;fcriuemo,è lcggemo,Co  minciaudo dalla f!niftra,e cammamoalla dcftra;però li de ca  minar. per i luoghi dalla Anidra alla delira. Alcuni ftimano,  che quelli che ucggono bene col l’occhio deliro, come lon’io; e poco e niente coll’occhio lìniftro, Icofrefsero dalla delira alla finiftra; quelli che vgualmente ueggono, con ambedue gli occhi, pofsono indifferentemente di /correre dall’ vna,  e dall’altra parte. Nódimeno l’elperienza moftra, che ècosì facile cominciar da vna parte, e finir nell’altra : come cominciar dall’altra, e finir nell’vna.EIa raggione,non è, nè l’vna,nèl’altra asfignata dal Rofsellio : perche l’vna, efclude l’altra. Che fe fofse,pcr il moto dello fcriuere: non farebbe facile vgualméte il leggerete i Luoghi al rouerlo, come l’efperienzaci moftra. Se fofseil mote, che comincia dal deliro : ci  farebbe difficile il cominciar da man manca,ilchenon c vero:  fi che ne l’vna nel altra raggione, elattamente,& elquifitamé  te ci quieta.La ondeùn quello fatto ftimo, che ò pariamo de  la collocatone dell’Imagini : ò della formatone di Luoghi. Quanto alli Luoghi, vgualmente è facile rallentarli, per vn  verlo;comc per l'altro . Quanto airimagini,ò fono Imagini  intere e Iole, di concetti, ò di parole intiere i E così, perche ogni Luogo hi la fua intiera Imagine; parimente è così facile  i difeorrere per un uerfo,come peri altro.Mà fel'Imagini fof  lerodi parole, et Imagini fpezzatc, cbilògni leggerle, nel muo  do è uerfo,che fi leggono le fìllabe al dritto non al riucrlb :  così è più facile difcorrer’à quel verfo,chc fon collocate. Per  elsempio,nel primo Luogo ci metto quelle parole, te Ibl’ado  ro. per T. ci metto vna pei fona chiamata Tiberio, alqualc  dò in mano un Tridente, colquale fora una fòlad’oro . e così   da da Tiberio, hòilT.dal Tridente l'E,e dalla fclàdioro,que*  Ile due parole fol’adoro,e tutte tre quelle figure fanno,te fol*  adoro.Qucde tre figure le pofso collocare in due muodi,pri  mo all’vfo hebreo, che legge dalla delira alla fmiftra, fecondo all’ vfo greco, ò latino, che fcriue,e legge dalla fin idra alla  dedra.Se io le colloco al primo muodo, 'più facile farà proce  der poi, dalla dedra alla finidrarperchccon quclVordinc io  tengo albcrgatcncllaMcmoria.Se le colloco al fecondo muo  do;più facilmente procederò, dalla lìmdra alla dedra parte .  Mà feillmagincc intiera d’vna fola figura, come fe nel j^ri- ’  ino Luogo ci metterò queda parola Geronimo, 1 eper quedft  parola ci colloco l’Imagine di vn San Geronimo, colpetto  ignudo, e col fallo alla dedra mano : pollo ugualmente ben  ricordarmi queda parola, ò dalla dedra, ò dallj linidra parte, ch’io cominci.E la raggionc, perche la nodra Memoria, et  al dedro,& all’oppodo muodo vgualmcntc esfibifee, credo  che fia: perche non mira l’ordine del moto di nodripiedi;ma  l'ordine che ritroua nelle colè uide dall’occhio. E perche nel  le cole uide, non /blamente ui c l'ordine dal primo al fecondo, e daquedo al terzo,ecofi loccesfiuamentc fin’ull’vltimo j  ma vi è parimente l’ordine dall’infimo focccsfiuamente fino  al primo:pcrò ordinati ncU’idelTò muodo li fimolacrì, puole la Memoria fondata nel lenfo,&al dritto,& al rouerfo esfi  birh fenza difficoltà alcunaifi come l’occhio con l’ide/fa faci  lità,che mira gli oggetti dalla dedra alla finidraj puolc mirar  li dalla finidra alla dedra. Della Solitudine. Non parlo di quella solitudine, chefinfe Cicerone della Città da formarsi da noi cò l’imaginationein vn De  (èrto, per darli tutte le conditionidi Luoghijperchc di queda  ne raggionaiyquando disfi delli Luoghi imaginati : ma intendo dclìi Luoghi artificiali reali, liquali fecondo 1 ide/To Cice  fonedeuono efler eletti, in Luoghi folitarii, non frequenta»  da gcnte;pcrche la frequentia.il pa/feggio,lo drepito delle gé  ti,didurba, e debilita li fegni delFlm?gini, che all’incontro la sòlitudinc conlerua integre llmagioìdi fimolacri.il Rauenni dima ftinuuana ropinione della fblitudine, ciocche non fi eleggano Luoghi,d >uec frequenta di gente, come le piazze publi  che, le ftradc della Città frequentate: perche balla hauer uifti  quelli Luoghi qualche uolta lolita rii, e lènza gente. loftimo  che quel che dice il Raucnna fia uero delle Chielè,e Tempii,  liquali in certe horelòn uacue,e lènza gente: et inqucll’bore noi poslìamo formar li Luoghi;!! che balla la prima uolt.i haucruilli tali Luoghi uacui. Ma delle piazze, e llrade frequentate d’ognihoradiurna, non so come le poslìamo ueder  folitdrie,e uacuejeccétto che lèm’empilTe l’orccchiedi bombacc,ò cottone,pcr non lèntir’il tumultojc con 1-occhi facef  fi un’eftàfe mctaphilìcale, e non attendere ad altro con gli oc  chi Cc non à ucdcr’e formar i Luoghi; ò pure formar iXuoghi, nella prima hora del giorno, quando tali Luoghi fogliono elfer quafi igombri di gentc,com'io disfi nel cap.8. à propofito di lumi. Et in quella maniera, potresfimo ancora formar Luoghi in tali Luoghi frequentati; Ma potendo hauer*  altri Luoghi più com modi, io non mi metterei à quella im«  prelà faticofa, e periglio là. Dell’Altezza.   I L RauennauuoIe, che li Luoghi non fiano alti:ma coli iti  lpofti,che mettedoci l’Imagine dcll’Huomo, tocchi il Luo  go dcfignato.& à mio giudicio, poiché haueteintelo della Iar  ghezza del Luogo, douete anco hauer Regola dell’ Altezza, che  mira la !ommità,ela baie del Luogo. La lommità,e bafe, ftabilitcla con l'altezza d'una perlbna humaua:fiche il piedcye  balè del Luogo, fia il tcrreno,ò l’aftricatOjò il mattonato, ò  folaroda fommità fia. (òpra il capo, tanto quanto può gionger col braccio dirtelo insù, e toccar conia fommità della ma  no.E quello,pcrche occorrerà alle uolte,dar gefto alla pérlo  na di braccio alzato uerlb il ciclo, ò darli qualche colà in mano, quale per fila conditti one ricerca TAltezza;comelè tenef.  fè una bandicra.Et il piede l intendo in Luogo, che l'occhio  poflà mirar tutta la perfona albergata . E fe nel Luogo ui fia  banco, poggio, ò grado, fi potrà ftabilir la perlbna, con li pie- *  di fopra di quellijsforzandofi però per quanto più fi potrà.    che li Luoghi fiano pari, e di fimile altezza, quando la {labili  tà di Luochi,non ricerchi far’altrimcnte, come nelle fcalc, nel  li afcenfi Src.Epcr la parità di Luoghi, che da cofc mobili fuf  fè impedita: fi potrebbe, o ad tenipus,o con 1 imaginatione fi  muoucrc quelle cofe,& formar nella Memoria li Luoghi pa Dei Sito. ;  • Z   N On balla hauer il Luogo particolare : mabifogna conofeer la parte del Luogo, douc s’ha da fituare rimagi  ne;e quella parte deuc cller’il mezzo del Luogo particolare.  E (ebene il Roflcllio dubita, e difputa fiele Figure fi debbono colle care ne gli Angoli, ò nelTlnterflitii tra Angoli, Se Aa  go!i; non dimeno noi hauendo asfignata la quantità, e la diilanza de’ Luoghi particolari, con la mifiira della larghezza .  d’vn’Huomoj confequcntementc concludiamo la Figura, e l’Imagine doucr effer fituate, nel centro; difendendole poi dal  l*vna, e l'ajtra banda, delira e finiftra, tanto quanto ricercherà  la grandezza et quantità delle Figure, et Itnagini. E fé in un  Luogo occorrerà collocar più Figure: fi potranno collocare  proportionataipentc compartendoli Luogo, fi che ciafcuna  Figura habbi il filo didimo, e conueniente Sito.il Romberch  non loda gli Angolitperche la ftrettezza,che farebbero le col  locate Imagini,&l’ombra et ofeurità, impedirebbero la didin  tione,& chiara uifta. Nondimeno quello impedimento fi toglievo! giuditiodel collocante; mentre non ingombrerà fo4i erchiatnente il Luogo; ma in tal mifura, che le Imagini fi  modrino all’occhio lueidee didime.  Della Signatione Numerica.   V Volc Cicerone, che per ogni quinto Luogo particola  re; fi ponga un fegno numerale. Per efiempio, al quinto  Luogo mettere una Mano d’oro, che con le cinque dita moftra un cinque, e così (occcsfiuamente . Il Signor Porta (lima  quella Regola di CICERONE (si veda)  /uperflitiofà, e difiutile. Ermippo,  come dice Iacopo Supplitio,uuole che ciafcun Luoco è SEGNATO col numero. Alberto, che ogni decimo Luoco habbi U  j ~ ' fuo t ir   Tuo mimero, Qulntiliatio con CICERONE (si veda) .chc ogni quinto. Que  flinumeriòli pongono per dirtimiui, ò per recitartele per  diftintiui fon fuperflui: poiché cialcun Luoco hi il fuodt(lintiuo, fenza far quella terza fatica. Se per recitarli, il numero è parte d lmagine,c pero mobile, non immobile ; poiché nè à tutti li Luochi fcrue, ne in ogni occafione . L per  le occafioni, bada ad hauer li Luochi numerali dclli quali  dirò poi. E quella Regola Ciceroniana – CICERONE (si veda) -- fia da me riferita, più  torto, per non lafciar cofa intatta, per la intiera notitia di que  {l’Arte; che ci habbia* o à lèruir di quella. E perche molti  Scrittori quali Dilcepoli Pitagorici, feguendo chi prima fcrif  fe c dille, empiono le loroprc di dottrine fuperflue, mutili,  et alle volte nociue, con poco profitto di chi le Icgqe;laonde  per auertirui rtn conftrctto alle volte trattar di cofe à fuga,  non a lèquela. Comc anco firn sforzato dirui di quella rego  ia'che dà il Roinberch, che li Luoghi non liano circolari :  perche il Circolo non hà principio, ne mezzo, ne fine. Nulla è quella Regola; perche parlando noi dclli Luoghi perii  quali li dilcorre; le ben c’incontramo in vna danza Circolare, cffendoci la parte per la quale s’entra; bilogna, che ci  fia la faccia dcringrello, &. indi la parte delira, e limftra ; e  dalle parti dell’ingrediente, c caminante lòcccsliuamente, li  formano li Luoghi con li fuoidirtintiui. Della Proporcione' . I L RolTcllio affegna quella condittione nelli Luoghi, che  habbmo proportione con le cole Iocate;perchc volendo ra  contar Panni di Sacrcrtia,più colimene collocarli in Sacreftia; clic in Cantina, ò in Cocina. Io rtiinarei quella Regola  efler bona, quando com meda mente fipotefle lare: perche le  racconterò molte cofe,c l’albergarò in vn Palazzo;c gtongcn  dpal mezzo, non conuiene, douendo idear colà Sacra, lenza  paula lalcia r li Luoghi locccsliui, per entrar* in Sacrertia ;  ma fi deue continouar nelli Luoghi cominciati ; perche col  lalto ad altro Luogo communc, non loccesliuo, fuariarebbe, e li perderebbe la Memoria . Oltra che la cola in lolita,   F apporta    apporta con la nouità maggior atttntione: Uche fuppli&e, »  quel che manca della proportionc.   Letti one VII P Ropofi la Partitione,e le Condittioni di Luoghi, et an  co laformationc di quelli} hauédo à baftanza detto del  primo c del fecondo ; reità che breuemente tratti del terzo, e poi dica dcU’vfo di Luoghi, c delle Perfòne, coni io  prumilì • • i t >* i r .1 . > ;)} Della Formationo di Luoghi . H Auendovoi ben iftudiateli foprapofti d ieci fette capi, an  darete alli Luoghi communi;& iui conforme alle Conditioni,e Regole aslignate, formarete i Luoghi. Laqualformationc, nura tre cole, IlDengnare,U Colli care, et il Rcpc  tere Primo, con l’occhio ben mirate, e rimirate il Luogo »  col foo diftintiuo; edifcgnato il primo Luogo particolare,  defignate il fecondo, e coli focccsfiuamente procedendo,  finche giongerctc al fine del Luogo communc. E fatto que  Ito al dritto, ritornerete àriuedcrli alrouerfo, e tante uolte  ciò fate, finche habbiate perfettamente il difegno di Luochi.  Secondo, ben difegnatilt Luoghi, con le regole fopradette  in mano,cominciarcte a collocarli in Memoria, uno per vnc;  collocandone una uolta dieci, poi altri dicci, e così di uolta  in uolta in più giorni collocaretc tutti. Terzo li repctirete,  più e più uolte, dt à dritto, et à rouerfo; fin tanto, che fenza  alcun’impedimento, c difficoltà, da per uoi lontano dalli  Luoghi, li fàprctc così ben recitarejcome felhauefte attoalmente dinanzi à gli occhi. E non ci rincre(ca(dice il Signor  Porta) recitarli trenta è cinquanta uolte il giorno ; poiché  quello c il fondamento dell opera. E come diccilRauenna,  quelli Luochi coli formati, li repetano,tre,o quattro uolte il  Mele: perche la repctitione di Luoghi, non è prezzo che Rimar la nosft .    che le dimoftrino, e faccino parere;  dunquegran facilità farà à tutti quefti bifogni, il ritrouar  ne i Luoghi le Perfone . La quarta perche con grande allegrezza^ chiarezza li viene al Luogo,oue fu una Persona, la- quale dii porga merauigl!a,ò II apporti diletto. La onde le  tn Muronud >ò altra Pcr(oua>nt, n così circonlìantionata,  ci fa ricordare vna fola parola; quella ci porgerà vn veri© m  tiero,come chfcfe ci preferita chiara» lumino!*, desiderata,  amata, diletteuole,"e : lrabilita.E le bene per vn numero con  ucnicnte e mediocre di Luoghi, comedi cento, ò ducano, lì  potrebbe far quella diligenza delle pecione inondimene in  un numero grande di cinqueccnt, e mille, e più Luoghi, lì  tratta co fa molto difficile il vler aggeauar la Memoria di  quella doppia fatica. Gkrachc farebbe vn’empir i Luoghi  di perfbnc communi, lcquali non farebbono ni una gagliarda motionc, come le foprapolle,e però a colui, che ha nume  ro grande di Luoghi, ne li reftano molti nudi. Olirachc in  certe occafioni*fon più atti li nudi, che li pfònati;come in ro  ler recitare vinti, ò trenta Santi, ò eflemptgò Auttomà lóro*  et effondo note à noi lelor figure ; più facile ci farà albergar  ne i Luoghi nudi, quelle figure grandi proportionate,e quali  Ttue,che il uolcr addattar la perlòna,chc fìanel Lu' go,chc  prenda figura di quel Santo: perche in collocar quel Santo,  nò lolo letica d: colVcarlo;mà far che la Pcrlona del Luogo, me lo rapprclcnti,hò due fatiche, la pr.ma di fpogliarmi della fila qualità, è pervadermi, che lia un’altro, e poi  datali quella figura, a llocarla nella Memoria; fi che con l’cIpcricnza, riefee più facile il primo muodo . Il limile dico,  in uolcr recitare molti nomi di Pcrfoneconofciute;chepiù  facile mi làrà,fubbito nel Luogo nudo collocar la Pcrfòna  cóno!ciuta,che m ler con l'imaginationc, formar’ altra Ima  gine,ò Figura nella Perfona (labile del Luogo. li fimilc dico di molte Imagini, che lì formano dalla conuenicnza del  la lcrittura,ò pronuntia, come diremo al fuoLuogo;lc quali  imagini, più fpeditamenre et cfijuifitamente fon raprefenta  te.ptfrle proprie imagini delle Pcrfonc, che dalle aliene. •  InoItrc,fc uorremo ufarc I Alfabeto perlonalc del Rauea.  na, che ogni lettera hà la fua Perfona,come A Antonio B  Bifliano C Carlo ecc., fàrà un metter Perii ma nella perfo-na,fe il Luogo none ignudo da altra Perlòna.Oltra cheuofendo noi effigiare la Pcrlona flante,non Icmpre conucrrà  à lei l’effigie dcliderata : che te uorrò l’effigie d’Androtnc  Ja,ò di Lucrerò)» trouado nel Luogo un‘huomo uecchio,'  molto ben da.mé coup Aiuto, come lo fatò Donna, fenza  «he gran repugnanza mi fi dia, e nel Collocai la, e nel ramentarla-ln olircela Perfona,per la Aia friabilità, è inetta à rollar Tempre col luoco; perche à quella Perlòna,che fi trou  collocata, puole Tuccedere alla giornata cafo di morte, e  di morte orwbde,ilcheal formatore, come amico, apporterà difgufto et borrorp,e difturbo graude ogni uolta, che  Te li tara incontro rimembrando, llqual difturbo, quanta  fu nociuo all’ufo della memoria; la elperienza l’infegni.  Per quefte caggioni dunque c per lelpericnza iftefla conclu  do, che non conuiene,haucr tutti li Luoghi perfonati.E le  d’alcuni lo concedo, non oftaranno leraggioni, che fi po£  fono addurre in contrario, Non ofta primieramente eh?  gli Antichi, non deflero quello Mctodo:perche l’Arti col tf  po fon crefciute, migliorate, augmenrate,c fatte lèmprepii);  perfette, con le nuoue raggioni, inuentioni, Scelperienze,  Nc olla fecondo, che il Metodi della Perfona, aggionge fa  ne;poiche l’efperienza, laquale  r uerace maeftra delle cole c* infegna,che quelle Perfone apportano all Arce merautgliofogiouamento, et inelphcabiJc  ageu dezza, c facilità alla Memoria, e chi noi crede, ne facci  lc(pcricnza,e poi parli. E quello balli delle Perfone.  Per compimento della coguitlone di Luoghi, voglio m  quella Lcttionc raggionaredi alcuni metbodi Angolari  degni da saperli, il primo di Numeri, il fecondo dell» Luoghi per dritto, e per riuerfo, il terzo 'per ogni verfo dal capo,  dal piede, dal mezzo, quinci, e quindi, il quarto Luogo per  la circjlationc color rettoria? («li..; Dclli Luoghi Numerali t ..d  -’-O* J • *>- ‘fj ... fi* * i Essempio. r,    -mi)!   •un ijl *5 ESSEMPIO .’*>   Parole che s’han da collocare làran XX.  Videlicec. 0 *i L L   ( 9, Morte.   ’UI CliO'   io. Porta. li. Inferno.    i2.Cie'o.   iflitfD •:   1 3. Sole.   u sA iy   -iì 14. Luna. ; HHli'l if.Orizonte. ' o ( ina3i   iil j O .5   ip.Marc. • oq «fati   ao.Tempio. 1 &i>Oili   0. ./od i\   »OT 3 t 5 ;i   ;, - >• b "  • ’J • l«- i* /(. li 1. 1 L   pftiarri (.1 f|o r j 0 i> ; .V .1k /.'Vc-mb ù Riti    -sxapaiibnu tlkuaiaiip tlciSOlU T -il 3.1 . Modo di Collocarle. 1 11 1  1Tr'mo le finità e Decine,  I. Rota.  io.Porta.  ao.Tempio. Secondo per le Cinquine,  5. Luce.  ij.Orizonte. fi Terzo per li Tari a. Pena. 4 Pane 6 Vita 8 Verità 12 Cielo 14 Luna 16 Raggio 18 F»gho,  >1   t   e  P tt  1 tO’j-Ó lì XtJDii starno? 1*1 noa oiu'    xi « • t ' * . .u / ;>q ìm    si sr   » * 4 £. Pietra.   7 -V^   5. Morte. ^ >,oìtìi. 1  li. Interno. etnico >1   IJ.Solc.,. n,   jp.Marc. G Oltre «  .1 Oltre di ciò nel collocarle parole, bifogna collocarle immediatamente fenza imagincima folamente fiano quelli numeri come la carta neHa quale Hanno ferine leproprieparo  le, fenza Imagini.E s’aucrra che collocando à memoriali nu  n eri con le parole, non fi fermino ò dabililcono in Luoghi  ò nella carta:perche v’apportarebbe confusone col ricorrere à duebande,& alli Luoghi imaginati, et al luogo ou’cra  fermo il numero, e la parola. Ma folamente prendete il lem  plice nome ò parola col fuo numero, e collocateli in memoria. Et di più nel recitar bilogna non (blamente recitar le pa  role, malinameri congiouti con le paiole, perche hauendo  noi familiari li numeri, dicendo il numero lubito ci rapprefenra la parola collocata nel numero, e con esplicar il numero si prende tempo tra pareli, e parola, fiche lì può commodamente e pensare, e pigliare la paro a fcguente.E per far  quello bifogna al principio proporre tutt’il numerò intiero  dclli titoli, ò nomi,ò cofe da recitarle, e cofi propofte poi  condì numeri ordinali recitarti, per eflempio dirò. SanMat  theo che (criue la Genclogia di Chrido con. quarantadue  perlonaggi, il pnmo è Abramo, il fecondo Ilàac, il terzo la  cob, il quarto Giuda, il quinto Pharcs, e così Seguiterai fino al 42. e poi volendo dir concetti, ò fpiegar vno per vno,  ù coimnci dal 42. retrocèdendo linai primo.E quello badi  quanto alli Numeri, per Luoghi numerali, quali àmerielco  no facili per il cotid ano edcrcitio che ci ho latto.Ma perche  noi non lodainolt luoghi imaginati potendo haucr li reali;  però potrete fcruiruid’vn’altro modo numeralc,ilqualcèdi  neceslità che fi facci in queft'arte, cioè che lì habbi uno, ò  due Luòghi communi, chchabbino cento, ò ducente Luoghi,  e quelli tutti lianb ordinatamente fegnati con li numeri.1.2.  $ .4. c così procedendo, c quelli Luoghi liano podi in memo  ru con li fuoi numeri, fiche lappiate recitarli al dritto, et al  riucr(o,e làppiatbàll'tmprouilopigliar qual lì uoglia numero contenuto ndccmo, o nclli ducento . Le note numerali  £ di riino nel trattato dcllìmagini.E quando vorrete recitar  molte cole numerate, collocarne le parole con l'imagini in  detti Luoghi, e potretc-lermrui di quelli ad ogni verlb.   mio w Peni Dclli Luoghi per dritto, e riucr fo . .* n. r.: • ., . (} (r   I L recitare al dritto>& al riuerfo fi può Far in due modi, ò  con le parole fole,ò con le parole e numeri, del primo le io  Uoglio recitar lènza numero, li patri della Gcntlogu dirò,  Mactheo racconta (antenati di Chrifto,ehe fon quelli, Abra  mo,I/aac, Giactb, Giuda, Fares,&c. quelli nomi li collocale  rò per-via d’Imagini nelli Luoghi ftabih nudi,ècon l’ifteffa  facilita li diro al dritto che al, riuerfo . Del foco n do le io voglio non folamentc dir quelli nomi; ma h numeri ordinali  dicendo Abramo il primo,il fecondo Ifaac, il terzo Giacob»  il quarto Fares, Sic. per quello recitare io mi fornirò dclli  Luoghi numerali, quali fon neccllarij in quell’arte, e quelli  lou di due forti come diifi nel palfato capo, li Luoghi di nu  meri foli,ò luoghi {labili fognati con li numeri, l’vm, e l’altri poflono foruir à quello effetto, li ben li fecondi fon mU  ghori.   Dclli Luoghi Alternati. '»L recitare non fidamente à dritto, et al riuerfo, ma ancora  f dal capo e dal fine alternata méte, per effempiod1rel142.no  mi della Genclogia di Chrilto cominciando d’Àbramo fino  a Chnllq,ficondo far regreffo cominciando da Chrillo e ri  tornando fino ad Abramo, Terzo prendere Abramo, e Chri  do, Ifaac eh e il focoudo,& il penultimo, e cosìalternatamé  te pigliando vno al dritto, Se vn’altroal riuerlb,uno dal pria  cipio, l'altro dal fine: fi può fare in tre modi, primo con li  Luoghi d’vna perfona humana, fecondo con li Luoghi dabili fucceslìui, terzo co li Luoghi dabtli che danno à faccia . Quanto al prun> della pcriòna humana fi uede l'effehi  pio apprefio, doue fono numerati 4 Luoghi . Il primo alla punta del piede, tl ai calcagnoli £. al ptfoione della gam  ba,il 4. al «inocchio, e così il 5. alle cofoie, alla Centura il 6 .  al fegato il /.all’afoella 1 8. Al gomito il 9. alla giuntura della  mano il x. al dito auncularc l’i i* al duo anolarc il 1 a. al 4i G x to to mezzano il i $. al dito indice i! 14. al dito police il r y.  allofTo tra la mano, e’1 gomito il 16. nelloflo tra il gomito, C la fpalliil ^.nclla altezza della fpalla il i8.nella gola il ijfc  Yiell’orccebia il 20. nelli capelli il 21.& altri tanti aU’aliro  lato procedendo di maniera, che li Luoghi liano fegnati l’vno  di 1 impetro all’ altro nelli lati, come lì vede, l’orecchio con 1 al  tro orecchio. £ praticati nella voftra ifteifa perlona quelli  Luoghi, volendo collocare li nomi, partiteli per metà,& Vna  parte méttete da vn lato, e l’altra metà dall’altro lato, comm  ciaiido à cóllocar dal capo difendendo al ballo finche ui (a  ranno nomi, e poi prender 1 altri dall altro lato fin al capotac  ciò il primo nome li rincontri e llta di rimperto coll'vltimo,  et il fecondo col penultimo, et in quella guifa potrete reci  tarli al dritto, al riucrfb, c d'ambe 1? parti alternatamente. Notando che quelle parole si pongono lènza Imagine, et im  mediatamente à guifa che fanno le parole fritte fopra la  Carta. E di quella perfona cosi difpofla,vi potrete anco fruire nelle parole con li numeri ordinali, udendoli recitare  per ogni ucrfo,e col proceflò alternato. •idsnflitn lt ^ ; ^*i:l>i 0 o r,. . .1  .ili* 7*4} 'HO    n taf   040! 7  Gratia 13 18   Piena 1 4 1 .  Nel quale esscmpio appare come è cofàfacilisfima far quelli progresli,e regredii, et alternati; Te ben all auditii  te appare gran cofa quel uaj-iare, come quello che non sà  l’Arte: che yòi dicendo al nucrfo, e prendendo in qua, et in  li le parole, tutte nondimeno le recitate per la drittura, è  foccesfioue ord nata di Luoghi. Anzi dico di più, che po«  trete. far n iT medclimo; eoo xij. Luoghi, che /ararono un terzp manco, e faranno èflfcttojdixviij. Luoghi, c quello fi fi,  collocando l’vlti ma parola njcl primo Luogo, e nel fèllo ui',  fia la prima, enelli figucriti vi. Luoghi collocateci le parole alternate # e recitando cominciate dal fèllo Luogo i  ritornando al primo: poi ripigliate il primo  Luogo, c fegu ite fia' al xij. e così ha  ll.  r  o : il    uerctc dette le 6. parole tre  uolte, peti dritto, per  riucrfo,& after^   natamente, eme appare inqueflo et    l  I i    i - il } I    io. DI    n   •a  ' Fi    i    r»-i    r vi    /Si, . - 1.. j> j   sn*M j t    r • ^ììgj'^ìc va    l :,1   -4   stv>n 1 «» ! I ; £,;  I 1 LVOCHI    x. lanieri di Luoghi, che in tutto fono XII.    »!> '  LVOCM   1  1   4 .li .   Tcctlljl   0   lfr!   »   i Dominus 5  ?   ii|'   • Piena   4   Progteflo   OJP jS   4 -,n   Grada  3   il -ri:   5 Maria  i  i   Auc   i 7   Aue   (   -a   8   • Tecum   os 1  1   0   o   o   9   Maria   l   o 1   tu   ro   Donvnus   5   ni  -i   a   1 1   Gratta   3   tu   rt   II   Piena 4 H RegrefTo     /?\ Vanto al muodo delti Luoghi {labili,' che danno à fap  eia. Dico che quello fi potrà fare, quando il forma*  tore potelfe incontrarle in vna corfia di Luoghi, ò camere  dentro Camere, che habbino quelle Conditioni. Siano i Luoghi dalle Bande l’vn contra Palerò. I  Luochi di quà, c di là, non funo troppo dittante; e fe folfc*  ro diftanti o'jò, ò diesci piedi, làrebbono ottimi. Da  no li Luoghi particolari àiuerfi, 6 che per la fimihtudìne,  non fu.irij la. Memoria. Perq le camere dentro camere, quando le porte danno nej mezzo, e Tvna di rimpetto all'altra,  fon atte, sì perla dmerlità J come ancp perche fi Ipoflonq  formar Luoghi l’f n contro l'altro, per 1 Angoli, Se. i  Interdici). Quar^oifiano dedgnàti li Lqo^  ghi particolari, t che l’vri dia dirimpetto' all’altro; fiche dando  tu in mezzo, pof   tr riveder li y j Luoghi, fenza troppo giro doc^   chi. Comcapparc nel te- r guentc edempio . „ [tz  «IjVÙ) CI    1 i  j t   -r i    V>«   -Si    %x  { . 1.1 ., r«   . ! ! 1 1 1 1  X I r  3J   Z r,J! 5 I -j {.r.U^' t? iàiAì tj G    a .ti 3 jì:  ÌÌ»i/£ i  i jtn^u;  omiiq,  TPOÌ  JàJ r rton    li o    ; U    11, B   II !, ai ... •!    l fQf   ni i.!).cij    16  7  t 1 ‘V • c j - '   1. : ni .‘.fi   oj ait uno-ld^Jog ii> ;>  y s.ic I iì ‘-> *•> 11 >, * 3 (* i *4, .che è  delle imagini . ob.'*; : l . Q S 1 orr.tiu !. CI v! a ù ut    I O t Ill^> ; étagenus,Sul tri pi iciter 1 intédo, dalle tre dita della ma  Zioalzate.il fccódo muodo, ponedo la prima parola fola, p  laquale il recitate hi legno di tutte le parole fequcti ( p elle  po)p raccordarmi quella femeza. Specie» eft qu* predica tui,3ic. porrò nel Luogo fola mente la parola Ipec.e», dando in mano d'vna perfora un ncartocc-o, o un tacchetto di  fpetie,ò pure una piperà. Auertcndo per co p mcio di tut  to quefto,ci.equando nelle parole, li vainueft gaiidoffcUi fi  troua attionc; nò loio intendo 1 attuane immediata éte ftgnifì  cata per la parola; ma anco 1 anione, clic (i j otti, e med atamente rurarc dalla parola . Dell’ Attiene immediata fu  queflo esempio. Voglio metter quella fcntcnza, Sede e cft  verbum infinitum . La parola federe immediatamente può  cfTer’ideata,pcrvno che licda m vno Scanro: mà fe dirò,  Aue giatia piena, Se benedilla, quell Aneli può ridurre all'attione d’vno che faluu vn'altro;e coli la parola bened    Figurate, j p cr Volontà. Per Ingegno.  Le cofe figurate per Natura, ò sono uomini, ò altre co I i fc fotto  fc fottocelefti . Per Arte lecolc materiali formate dell’Arte.  Per Volontà come gl’Angeli, e ii Demoni j, che in certe oo  cafioni piendono forma Humana; e le Diurne perfone che  vna lì vede d Humanità, che fù il Figlio che fi riè huomo in  tempo, lo spirito santo appare in forma di colomba, e il  padre ancora ci vien dipinto in forma Maieftofa d’un vecchio sedente nel trono reale. Per ingegno come fono le £»  magini figurate, e fìnte di tanti Dei, con li loro Pegni, et im>  prelè, Giquc con li fulmini, Saturno con la falce, MARTE con LA LANCIA, Venere col fuo Cupido, Amore arcicro, Dia  naia Fonte, Mercurio con l’Alce’! Caduceo, Apolline col  Parrò, e cofi de gli altri . Così anco le Imagini, delle virtù  Morali, e Theologali, delle fcicnze, et Art» hberali, delle Muie, della Morte, della Vita, e filmili. Delle figurale per ingegno, e per volontà, dò unacoirmune Regola, chcoccorren  dori fintili cofc, le potiamo collocare con le loro Imagini, nel muodo, cheli formatore 1 ha utile, depinte; e conforme  a quel che bà letto, le fonnacon la imaginatione talmente,  quafi che rhaueffe dinanzi à gli occhi Delle colè Artificiali fi dice il medefimo, eccetto fe fodero eccedenti, che in ta^  calò bifogna ricorrer’ al limile ritratto ; conte fi dirà poi in  altro propofito,che farà delle cofe Eccedenti, nel lèguen ie. Delle cofe Nariuali > et eccèdenti.   Le cose naturai, o son uomini, o no. Trattamo delle seconde, quali ò fon proportionate al Luogo ; ò sono  improportionate, ed eccedenti. Se nel primo modo, quelle  iftelfe colè fi poffono collocare. Se fuflcro eccedenti, bisogna ò con la forza della mente invaginarle piccole c propor  nottate; ò attender alla foitanza della colà, lènza far troppo  penficro della grandezza; ò uero ( ilche meglio mi pare, e  più fccuro) collocar nel luogo la imagine di qualche figura artificiale dipinta, o scolpita di quella cola Pcreflempio,  mi bifogna collocar una Città, un monte una gran torre,  una naue, una Chicfa, un palaggio, una lèlua, una uigna, una   quer  qticrcia'& altre cote fimi!! naturali et artificiali. 11 collocar  nel luogo cofe tali, è una improportione grande ; peròbi»  fógna ricorrer’ alle tre regole adegnate, cioè ò {limandole  piccole, ò non attendendo fé non alla fi>llanza,ò feruendofi delli ritratti loro, Il che lèrue ancora, per le cote cclefticor  forali; et per qual fi uoglia alrra coti troppo eccedente,  E te quello non bafta,ò non piace; fi ricorra alle ^regole del  le parole non figurate. Nel collocar le persone ne 1 luoghi ; io miro à tre colè,  al proprio, aH'Imaginc,al limile. Chiamo proprio la  j>erlona propria tale dame mila, e conolciuta facialmente,   E quello farà il primo muodo di collocar Ieperlóne ; quan  do ci metterò le proprie perfone,perloro diede. Per eflem  piouorrò dire il papa, il re, 1’mperadore; porrò nel luo  go l'i(let(ì, Papa Rè, &. Imperadore da me uilli ecopolèiutl  11 fecondo muodo è, quando la perfona io non l’ho uill*  facialmente; ma fi bene per ritratto, e pitturalo fcultura, c  quello muodo lèrue, per collocar li Santi, li Profeti, li Patr j  archi, e tutte quelle perfone, le quali ci fon note per piuu  «,ò fcultura II terzo muodo è dal limile, che mancandomi 1 Imagini delle perlonc uilte facialmente, ò per ritratto 1  di pittura, ò fcultura ; io ricorro al fimilc( per elfempio)  udendo dir Papa Sifta, collocherq.un papa da me uifio,  che per habito papale, mi rapprelenta il prefèntc Papa, i  Coft uolendo metter quelli tre nomi, Pietro, Martino e Francesco; io metterò alii luoghi tre perfone, che hanno fimile nome, e fon da me conol’ciute. Le quali fc bene non fono.  Ti delle perfone, delle quali fi raggiona; fono nondimeno fintili di nome. Enel collocar delle perlóne bi fogna sforzar  fi, per quanto p ù fi potrà, collocar delle perfone più note, e  conofciute; perche più efficacemente mucuono.Nemi Icor.  do delle perfone, quali dieesfimo douer eflèr’ in alcuoàLuoghi ; non mobili, mà immobili ; che eflèndoui tali perloue immobili, bifjgnarcbbe dar à loro il tutto, e trasformar ', ~ " l«>per D fc, per p«rcp.«rcl fi nomi che noi uoghW * ben l «e   rnre che nel particolare di nomi nefea piu fac.Ie,& cfped»  «b,il metter Ie P propne,d dipinte, à fintili p(one,delchcinl  rimetto all’efpertenza, e quello baRi per hora. Delle Cofe non figurato.   Jsfi abattanza delle parole di anioni, e delle cofe fìgtl -Jratc* refta trattar della difficd.siima parte delle Im agirla qulle confitte intorno alle cose non figurate E prefupponco una diftintione.chc le cofe non figurate lono in  due modi.Le prime non figurate dallocchio, le feconde no  figurate da mun fenfo, Le prme fondi oggetti dell. quac.  tro fenfi, vd.to.gutto, odorato e tatto;come.l duro, A gol  le, il caldo, .1 freddo, l'amaro, il dolce, 1 odore, il fuono.Q^c  fte colereali, e perccpute dagl, alm leni», non pcio fon^  fte da gl. occhi, li chenepasfi Idea perla Memoria at tttic.a  le. Come dunque collocaremo no. .1 do ce, tamaro, 1 odore, il fuono, e limili > R.fpondo che b. fogna ricorrere alle  Caufe,airelfet. ice, alla materiale, et all, getticeli,ftesl. fenfi.  Primieramente b.fogna uederc,dachi natte, e procede, “  fa; c così fi porrà l’efficiente F cr 1 effetto; cosi la can pana,  per il fuono, li cantanti per la uoce. fecondo mirateti oggetto, e la materia in cui f. troua quella colmici f ggeto  ponete, per la cofa Aggettata; e cosi porrete ^^co per.l  caldo, la neue per il freddo, .1 P ;,mo per 1 odore,.l fatto per  ilduro, l’acqua per il molle, il fauo per .1 dolce, I  per l'amaro, e così d. fimili, sforzandofi di Pender .l fogget  to in cui eccesfiuamcntc fi troui quella qual.tà fcnfibile.l er  20 mirate li getti di fenfi patienti, e così il capo piegato coir  Parecchie erfe, moftrail fuono; le nari ritratte col pomo in,  nanzi, moftrano 1 odore, &c. E fe mi d.ra. come (. formerà  Immagine del tuono Celefte, ò del Lampo ? R.fpondo dh .1  Tuono lo formo, con poner un Arteghana dinanzi a Gio-,   ue, ilquale con la Saetta llda fdocd je così hauerete Lan po;   Fulgore, et fracalTo del Tuono. Quello fi* detto delle co  ft, che non hanno Irnagme daU’occhio; fe bene dall altri tta fu Dell’altré co Teglie da neflun fenfola Memoria Artific/a  le prende le Tue Imagini,dirò eoa quella .maggior facilità, c  Mcthodo> che làrà posfibile.   Quelle Imagini fi formano io In Significa- i.Ina rei J tione. * » : "4i   il Si- i a.In Vo primo quando auuiene che la uqcc  tutta intiera lignifica cola, disfunilem colà, limile in noce •  Per cflempio, incontrandomi in quella parola auuerbiule.  Àncora, metterò nel Luogo l i nagincd'un’Ancora di Nauc; poiché quello nomee quell auueib.o han limile fcsétttt.* r i  fa, Te ben son dissimili ih SIGNIFICATO, e accento. Cosi ìncoii  tran domi in quella parola “porrò” (cf. Grice, ConTENT) : metterò nel Luogo in ma  no d’yna persona vn “porro” (cf. Grice, CONTent). E fe la parola tutta ioticra'non c  Amile ad un'altra parola, che SIGNIFICA cosa figurata; bisogna ricorrere al secondo muodo della similitudine in voce,  fecondo alcuna parte, e quello com'io proposi si fa in varij muodi.  DcU’Aggiongimento. Per ritrouar rimagine in parola Amile in parte, conuicne  alterarla con aggiungerli qualche fillaba o lettera. Perciò  fèmpio, uolcndo collocar quella parola Per. ui aggiungo  un'A. nel principio, e fi forma la parola Aper, laquale figni  fica colà Figurata, e cosi pongo nel luogo un Porco lèluaggio,e mi raprefenta il Per. E quello aggiungimcnto fifa in  tre muodi, nel principio, nel mezzo, e nel fine . Liquali tre  muodi, fon le tre Figure allignate da Grammatici, e Poeti,  la Protefi, laquale aggiunge nel principio . L'Epentefi, Che  aggiunge nel mezzo. LaParagoge, che aggiungenel fine. Si  che hauendo parola di cofa Infigurata, fi dilcorra perle lette  re, e per le fiUabc, aggiungendo nel principio, poinel mezzo,  poi nel fine: è riufeendo parola che fignifìchi colà figurata,  quella fi collochi nel Luogho . Della prima figura alTegno  quattro elTempi,il primo elfempio del per, 3t Aper, detto dì  /opra. 11 fecondo elfempio del Che, alla quale parola aggiun  gendo un’o,farà la parola oche. Laonde mettendo in mano  d’uua perfona due oche, mi rapprelènterà il che. Il terzo e£  /èmpio di quella parola, Scire, ui metterò il Sarto col fuo  cufure; perche allo (ciré aggiungendo la fillaba cu, fà cucire. 11 quarto elTempio di quella parola Amo, allaquale aggiungendo la lettera h, fà la parola hamo di pefeatore .  Della feconda figura, che aggiunge al mezzo, fia il primo ef  /èmpio, quella parola, pena, allaquale aggiungendo la lette  ra n, fi fila parola penna di fcr;uerc,ò altra. Il fecondo c£  fempio ila quella parola, Alium, allaquale aggiungendo un  1, fi fa la parola Album, fiche dando una penna, ò Aglio in   K mano    mano d’una perfòna, mi rapprefenterà la parola pena,©  ali u m. Interzo eflempio di quella parola, forme, aggiungen  do'oci linaio la Intera A, fila parola, foramejficbe la perfò  na inoltrante il forame dun muro, mi rapprcfenter4 quella  pacala forme . Della.terza Figura,cheaggiimgenel fine,  fia. per eflempio quella parola, ò articolo, uolgarejAH», à cui aggiungo la lìHaba um, e farà album. II fecondo eflèmp : o diquetta parola Vcl, allaquale giungi un’o,e-farà Velo.   Il terzo di quella parola, Vdut,aggiungafi un’o,c fifaràla  parola Veluto . Mà bi fogna hauerla Regola della coltoca*  none delle parole, cosi figurate coll’aggiongimento, et è,  •che fi ponga legno aila.cofa, perequale fi conofca, clic bifogna tome qualche colà dal principio,© dal mezzo, ò dal fi  ne. £ lidie per lane fi farà, con la nudità: nelle bcftié, con li  fccwtitdtura, ò troncatura di membra ; nelle piante, con la  fcorticatura, ò inedionc; ncU’attioni, col mancamento nclliilrumenti,ò coliègno nelle perfonej nelle cofc tenute dalle  perfone,con uelami,ò fógni nella perfona tenente. E quelli  fegnidi faccino ordinatamente ; fiche per la prima figura,  xhc aggiunge al principio, fi facci il legno al capo, ò princi  pio della colà, per la feconda al mezzo, et per la terza al fine?  Per eflempio alfApcr, li tronco, ò fcorticoilcapo, che mi  moflra douerfi torre la prima Intera, e fillaba; alloche pari  mente le ‘faccio moflrare lenza Telta;al cufcire fnudo il brac  ciò al Sarto. Alla penna la'nigrcggio nel mezzo, all’Aglio lo  fò tenere e coprire Con la mano nel mezzo; e così la penna,  dirà pena; c l’allium, alium. Al uclo, farò che uno lo tagli  dal piede, e co ì dal uelo, haurò uel. Marni dirai, ieoccorreficychc il nome hauefle quattro, ò cinque fillabc: comefa  rò à conofccr fc dal mezzo deuo lcuar la terzi, ò la quarta Ti rifpondo, che quello fi può fare, con dillinguerla perfò  na in lette parti, capo, petto, Ucntre, uelo, colcie, gambe, piedi,   et in.quelle parti ordinar le lillabe, la prima al capo, la fècóda  al petto, la j. al neutre, la 4. al uelo, la j.alle cofcie,la d.Jallc ga ’  be,la 7 .àib picdi;(ìcbe perla prima fiaséprealcapo,el’ultinia  fillaba all* piedi. (è la parola è di tre fillabe,la fècóda al petto,  le c di quattro, la terza al uentre. le è di cinque la quarta al  uel 0,' c coti lcguendo>L douc fi fàl’aggiuntione, là fi pon   ^ il'lègno.E le quello fi FI nd T eBefliV, fi “diifidalà bdH*  •infette parti, in capo, pcttó con piedi d’innanzMj-feen  tre, groppa con piedi di dietro, Coda, Es’olferui! iftéflò òfrdinc,che della perlona. E quello dico ddle Bcftie di debita et atta grandezza; perche nelle Hdlie ò inette, ò ptecòlc;i legni li faranno nella perlona. 11 che fi oflèrui nellipt  ante, tir altre cole, che commodamente non pòflono ricelie  're tale dillintione. PerelTempio uogliodiré fante, e prendo  • un’elefante; lo trouo col capo tronro,c collo (corticato* 8c  ho légno, che leggendo lafcio le due prime fillabe, e profèrifeo fante; Se uorrò dire l’amaro, darò in mano della pcrfona,un caIamiro,c farò comparire la perlona,;con la tèda e barba ra(à,il che mi fegna,ché fi debbe tor la prima fil  laba. Volendo dir polue, pongo in mano della perlona un  poluerino,e li fnudo il uentre con tutto ilreftòin giu, e cò  sì leggendo ; leggo le due prime fillabe, e trouando Tallire  parti nude,m’arrcfto . E (opra I tutto la facilità di qneftì fegni,nafce dall’atcentione della mente deftgnatricc di eslr; là  quale hauendo dcfignaro,coH >cato nella Memoria, e ftabilftò il tutto con la repetitione,fenza intoppo riefee nella con  templatione,ò narratone, precifamcnte «eirAggiurigimcnto delle lettere. Del Mancamento . C OrrilponJe il Mancamento al filo òppofto aggiungimi?   tò*fi che camina con l’iltclsc reg le ; perche nòh’rìufcé  da di ritrouar, parola figurata per raggiungi tódntóy ricorre  mo al mancamente), togliendo dal principio, ò dal mezzo, ò  dal fine. Indi le tre figuri dd'm'ahcànìcrtto,chramaté, Afe4‘  relì > Sìneopa,& Apocope, la'prifrfa* che tòglie dal principiò,!! 1'  feconda dal mezzora terza del fine. Del primo hò da coi-,  locar questa parola, malignojtolgo uia la prima lìllaba,emì'  reità hgno, et un legno colloco in fpalia ad una perlona.  CoìÌ di quella parola, doue; li tolgo la prima lettera, creila  oue. Coli di quella parola, dementa, li tolgo eie, e rella mé  ta; e da quella paioli contingi t,leuo uia il con, e rella tin K a gir,    git, petli quali ponendo rimagm!, il legno mi darà maligno, la menta dementa) un cedo d’oue il doue, un tintore  .che tinge il panno mi dara il contingit.E (èmi domandi, co  me li conoscerà che il legno uuol dire maligno, la menta eIementaPci rifpondo che lo conofccrai in tre modiche ti fèr  ueranno per Regole, la prima per la prefìssone della tua  mente, che così ttabili, del che tu ti ricordi . fecondo per  quel clic manca, tu puoi collocar lettere, ò altre figure ; onde per dir maligno, ui colloco una pcrlona chiamata Antonio, che mi rapprefental’A, per la Intera MJi dò nella man  delira un tridente, colquale percuote un legno che flà al la  to iìniftro. fé ben quello muodo partienc piu rollo alla diuilìcne,che al mancamento.terzo per quel che manca, li può  dar un fegno alh luoghi afsegnati già di fopra, nella perfona,ò corpi di beftie; come al tintore dare in fronte un tumore,© una gonfiagione. per le quali fi conofce, che bilògna aggiungere. Della feconda figura y quando fi toglie dal  mezzo, per elfempio udendo dire caulà, ui metto una cala,  per conolcie cdcie;& il légno del mancamento fi può formare conforme alle tre regole, aflegnate di sopra nel mancamento dal principio. Della terza Figura che toglie dal fine, volendo collocar principiti, ui métterò principi, per fblemo Iole, pcrcanit due cani. E peraflegnar li légni da conoféer il mancamento, el’aggiungimento, che fi de’fare; fi ofTeruino le tre regole di sopra, uar>ando 1’ordine j perche nella prima figura, pella terza regola, li SEGNI si danno nel capo, nella seconda nel mezzo, e nella terza ideili piedi. Il tintore  hà'l tumore nella fronte; chi indirà la cafa l'hà nel petto,  h cani nelli piedi, per liquali légni al tingit dico contingit,  a cafa caulà, a cani canit ; alli principi li darò le podagre  Belli piedi, per li quali intendo, che ci bilògna aggiunger  qualche colà . E quello badi dell aggiungimelo, e mancamento . Et fiano ben notate le Regole aflegnate, per  intrichi, aflegnati d'alcuni in quelli proponti. Del Riuolgimento . S E bene ogni tralponimento irebbe al proposto; nondimeno della fola Riuolutione, hò fatta mcntione; Rimati  do quella tra gli altri e flcr men difficile. Io tre muodi fi può  trafporre ma parola, ò riuolgendola dal fine al principio»  come Amor, Roma, fecondo cangiando fito delle fillabe,co  me core, reco. Tento variando fito delle lettere, come alto,  lato . Siche per il primo muodo,in luoco di Roma, porrò  Amore.pcr il fecondo per reco, porrò rn core.E cóforme al  terzo.per alto, porrò lato. La regola delriuolgimento è, che la  colà fi ponga al riuerlò ; accio fi conofca che al riuerfo li  proferifee la parola, cosi per Roma ponendo Amore, porrò Cupido col capo in giù, e con li piedi in sù.E quella Re  gola del riuoIg!tnento,non è trpppo familiare, nell'ufo dellArte.  La variazione, è quando la parola lèrbando rifleflo ordì  ne delle parole, fe li caogia qualche lettcrajcomeper que  Ila parola, mente, cangiando 1 m. in u. dico uentre, et per  mentre colloco nel luogo un uentre. E quelle parole fi tro  uano,col difeorfo delle lettere dell’Alfabeto, rimouendo le  confonanti, et in uece di quelle ponendo dell’altre, ò nella   r ima,ò nella feconda.ò in altra fillaba, finche riefea paro- .   che lignifichi cofa atta da poter cller collocata. Per cficm  pio dirò mentre, poi rimofso l’m. comincio à decorrere  per le lettere confonanti, bentre, centre> dentre, fentre, genttc, ientre, »entre, uentre, pentre, rentre, fentre, tentre, uentrc.   Ecco che fri tutte quefte paro le, non ritrouo altre, che centtc * CU£n trc, fiche ò ui pongo un uentre, ò molte Centre,  fe io intendo quello uocabolo di centre, per quelli chiodct  ti piccoli chiamiti, «iure, A centrcBc.o tacce.o uccietw.  E re timone, >do la prima Confonante non, mi fufte nuli.,  ta parola lignificante, haurci rimolfo I n. e fatto 1 iftcflo dl tHHVu   L’agnominazioné, e Bifticcio,i!qnale è uno fchcrzo/di  parole, per uariationc di Lettcrejè regola molto al prò  polito per formar l'imagini. Li bifticci fono per elk mpio;  ponnoj panno; benché, banca; palla, perla ; lagg'a»  menica, manico; ora, ara; pena, pane; loco, luto, e limili. Siche, per pena, porro pane, per faggio icgg'a» P cr benché ba  che, per parla, perla, per ponnò, panno, o penna. Pcr liqua  li Bifticci li notino tre cofc, primo come li formino, fecon  do 1 vfodi quelli, p la memoria, terzo il fogno, che 'e li dà per  nò cófoivkrf, nel ramétarli Quanto al pruno, vedete, li mici  Methodi di moltiplicar i Cócetti; doucio a degno il n-.uo o  db fori ar li B.fticci.E qùì balli fapere, che tale formaturne,!»  fa fcccrédo.ple 5 .vocali;p cficpio m’incótro in qiicfta parp  h>póno,difcorro per le quattro uocah, panno, penna, pinna,  puuuo;duedi quelli nomi fon' al propofito, cioè peqna, p  panno; poiché lignificano cole figurate, et atte pcr cfler fol  locate. Quanto al fecondo dico che in i qucft'A myion fola  mente fi riceuono bifticci regolati, ma anco di quelli che  fon goffi; anzi piu goffi, e feonfer ati fono, purché habbinòi  la fomiglianza della uoce) maggiormente muouono .come  fece colui éhe per l’Ariosto pone un pezzo d'Arrofto. Quanto al terzo dico, che nelle cofe collocate, ùi fi può tot  mar fegno;còme fi formang, nclli Age.pnglmènti «i df fa  . prà, ponendo il lègBÒ ; àl'lùógo-doiie e latta lùlictàtione, o  nella primari nella lecouda lillaba.  La composizione congiunge le parole, che li douerebbo t  no diuidcre, e questo non folamente fi fà delle parole  intiere;mà delle litiabe. Per elTempio,quefte fon due parole,  qui, es, componendole faralfc la parola, quies, e coli per  quelle due parole, metterò vn che fi ripofa,    E   Erto rcifta.   E   fi, U. ; ' r *1 !   F Fabro F Fondcchiero G   Gouernatore G Geometra H Hofle H Hisloriografia I Imbiancatore P   Poct*. 3   Q Quo «aio. (£  R   JL-’. ;1   R   Ricamatore S Spedale S Sartore T Trombettiere T Tcslitorc V Vcfcouo V Vaiato X    X   rrj'.-Arf J   z  Zeccatore z Zoccolaro. M A à quelle perfonc,bi fogna darli vn fcgno:acciò non  fi prenda il nome della pcrfona, in vece del nome deilane, dell'officio, ò della dignità . Quanto al Terzo Alfabetto fia per elfempio K Aquila A Agnello B Bue. y B Bufalo C Cane C   Cerno D Drago D Delfino E Elefante.   E F Falcone. ' 'r   F Fagiano G Gallo G Gatto H Harpia H    1   Iftrice .   I L Leone L Lupo M Montone M   Moietta N Nottola N Nibbio O   Oca O Orlò. PpjCO p  Porco P   Pallone.  CL, Quaglia. i R Rinocerote, Ródmclla  R Regolo s Simia S Satiro T Tigre T Toro. ì V Volpe. ‘ i   V Vacca X  X   .i y yj z, rii •   z   iof/.-. ibi.uirt s Idbntniii   r z   * ' . . J * u   E Perche le medefime co fir, fi potrebbono prendere anco  ra per Imagi ni: però bi(ogna chc’l Formatore,dia uh (e  gno à quella colà, che fi determina per lettera, come il Leo  ne con vn monticai collo, fia per Lettera; lenza monile, fia  per Imagine. Quanto al Quarto Alfabeto .    Q Vefto Alfabeto, non fi prende dalle Lettere delle paro  ^ le, come li tre precedenti ; mà dalla forma, e figura  della cofa, laquale é limile alla figurac carattere della lettera;  per lochc ridee più facile di tutti li altri, come che alla prima occhiataci rapprefenta quella figura di lettera, quale fia  mo vii di veder con l’occhio legendo. Delquale Alfabeto no  ftro latino, fi reggono le figure nel Rombcrch, nel Dolce,  e nei Rottdho, le ben da altri anco lono ferirti. Et io nc fa  rò qua vna feelta delti più noti . •  t/l Vn Archipendolo di Muratori . Vn comparto grande  di legno, con li ferri in terra, quale vlino i Legnaiuoli .   B Vn Liuto col manico verfo il Cielo, e conlecorde alla finiftra. Vn Acciaiuoleò focile da gittar fuoco.   C Vna Comma di Pottighom. Vn ferro di Cauallo.Vnà •  Luna piccola, quale fi mira di fette giorni.   D Vna mezza Luna. Vna tetta di Toro, con vn còrno in  terra, c col mulo alta delira . Vna tetta di fanciullo,  col nafi> alla delira». Vn t$?zzo circolo, con l’arco alla   L a dcftia. i  delira.  . .  M   £ Vn pettine caualliiio di denti larghi dritto.Vna metta  rota, col rotto a man delira. Vna lega dritta, con li tre  legni alia man delira. F Vua falce di mòrte, col ferro in sù . Vna fcfmitatra f  con la. punta in terra, e col pendente del manico à  man delira.   G Vnacornamufa, ò ciramella e Piua di pallore .Vna  falce col piede in terra, e col taglio à man delira.   H Due colonne larghe, e con un trauerlo che li lega   f e llringenel mezzo, come li uede l’Imprclàdel Plus  'ultra. J Vna Colonna, Vna torre, Vn campanile, tali quali li  ueggono dipinti. Vna uerga. Vna, candela.   I Vna accetta grande, col ferro in terra, e manico in sù,  Vna Zappa nel medefimo muodo . Vn capo fuoco. '   Vn tre piedi di caldaia . Vn tridente di Nettuno.  Vn paro di forche, cól fuotrauerfo. Vn paro di mol  lette di fuoco. Vn paro diBilancic. 0 Vnallrolabio circolare. Vn cerch o di tauerna . Vna  Corona. Vna Girlanda. Vna medaglia.   2» Vn Palio rale di Vefcoui. Vn uentagho.Vn manico di  forbice di Cimbatore.   Vn pozonctto,ò padella col manico in giù,& alquan  to pendente ; ò un ramaiolo nel medefimo muodo.   R Vn paro di Tenaglie. .   S Vna Tromba torta. T Vn Martello. Vn Succhiello,© triuclla grande di Le gnaiuoli. V Vn rafolo mezzo aperto in sù. Vn compaflo aperto  in sù.   X Vnacroce. VnaSeggia. Z Vna Zappa col ferro in sù uolto à man finiftra,&alqua  to ripiegata.   Le figure di quello Alfabeto fi ueggono nel RolTclUo, c   con miglior intaglio nel Sopplitip, nel Romberch, et nel   Dolce. Doler. Se bene alcuni ih cambio di quelle figure,adoprst  no l’iflesfi caratteri di Lettere, invaginandoli grandi, come  li capitoni ò maiufcole.E farebbe anco bene formarli la pri  ma uolta di cartone, e tali quali fi uiddero, collocaro, c re*  pctiro la prima uolta le invagini di quelli caratteri ; tali rollino lempre nella memoria. Quelli quattro Alfabeti fatti familiari dal formatore, le  he fornirà nelle parole non figurate, auertendo prima che  è beneiluariar le lettere et Alfabeti, ordinandole con giudi  ciò, fi che habbino corrifpondenza infieme, e particolarme  te ordinandole con le perfòne . Per efiempio uorrò dire.  Anima, prendo dal terzo Alfabeto l’Agnello, dal fecondo il  Notaro,dal quarto una uerga. E per ordinarle infieme, pó  go il Notaro,chc con una fune tirai’ Agnello, nell’altra mano tien la uerga, c dinanzi à lui ci fia Antonio, che con  un tridente ribatte ilNotaro.Dall'AgnelIo hò l'A. dal Notaro IN. dalla verga IT. d’Antonio, hòl’A.e dal tridente  l’m.E Umilmente fi faccino l’altrc figure da collocarli, per  uia di Lettere. Auertail formatore, che il primo et fecondo  Alfabeto, fc li potrà formare anco di nomi Latini, fecondo  li ucrrà più commodo: purché fimoflri la lettera, per cui  flabilifce la perfona’. Il terzo Alfabeto Io può formare, ò  dell’ Animali podi per effempio da me, ò di altri qyali più  aggradiranno ad efTo; purché fiano noti,&atti fecondo l'ar  te. E parimente il quarto Alfabeto, fclo potrà formare ò  delle figure polle da noi, ò di altrcjpurche uiuamentc Iirap  prefentano il defiderato Carattere.   E fè occorrerà fcriucre in greco, in hebreo, ò in altri idiomi,che uariafTero caratteri e figure, il formatore fi formi le figure conforme all’Idioma.   :iij  u 'ìojafti uy ovint**-f . D lfsi che fi formano l’imagini dalli firodi, e dalli diflimi  Iij se hauédo detto à ballaza delli limili, retta che breuemente diciamo delli diliìmih,e primo dcUVppofiti. Non  ftarò à riferirui la molciplicita dell oppofiuonc : poiché mi  pare fuperfluo in quello luogo* non douendo noi adoprare, (e non alcune cole in certe uolte, quando ci mancatici  perfetta notitia dello ppofiti. Et à mio giudicio,ci posfiano f ruire delli relatiui,come porre il feruo per il patrone,  quando quello mi fufè noe* »e quello m c ignoto ; porre il  Dtlcepolo peni Maftro, il Figho per il Padre, quando quel  li mi fuJlero noti,e quelli ignoti. Màbilogna darli legno, per  ilquale s’intenda, che non eslì per fc ftesfij mà per rapprefen  Urei altri, in quel luogo lon collocati .   Del Volontario .   Q Velia Regola fu molto commendata dagli antichi Greci; fc ben CICERONE (si veda) par che la rifiuti. Il modo uolon  torio è far una leelta di cento, ò ducento parole, che più lon frequentate nella profeslione del formatore, c parole che nò  hanno lignificato figurato, come le coniuntiorii, le disiuntio  ni, h fincatego remati, li articoli, aduerbij, e fintili, e pcrciafeuna di quelle parole a (legnarli vna cofa materiale, et occorrendo poi la parola, ripor fubito nel luogo quella cola .  Per elTempto, quelle parole. Et. Àn. Vel. In. Quia. Ad. Per  A, pongo vn melone; per An, vna Zucca; per Vel, un Cedro; per In, pongo un Granato; per Quia, vna Noce; per  Ad, vn Cocomero, c così de gli altri. Quello modo vfato  nelle poo. parole infigurate  prendo ducento colè materiali, che ftanno fempre per quel  le parole, io diuento pouero dlmagini; perche le perla pa  rola vcl, tengo vn Cedro, e per vn’Et, vn Melone; fo m’occorrcllc fcruirmi del Melo ne, e del Cedro per altra Imagine,  che per le dae parole Et, e Vel; io fon priuo di quelle colè  à poterle collocare. E (è pur le uorrò collocare, mi confonderò, mentre il Cedro nou (blamente è imagine del Cedro;  mà del Vcl Se ben per torre quella confulìone, potresfimo fegnar la figura con vn fogno diftinguenre la parola dall’Imaginè; noivdimciio io à quefto effetto mi forno delle per  iòne, perche (bruendomi fempre di cento, ò ducento perfo  ne, (blamente i quefto effetto, io non m'impoucrifto d’ima '  gim, non mancand-uni d'altre perfonc da ftru’nni in altri  btfogni.N.- miti genera confufione, poiché quelle pfone nò  mi (eruono ad altroché |> tal’effetto.Dunq; li olferuino que  Ile Regole, per riufeirehonoratamente in quefto modo uoló  tar o. Pruno, fi cófideri, in che arte, ò jpfesfione,ò eifercitio,vi  uorrcte fornire del modo uolontario,fo in latino fo inuolga  re,fo in Logica, fo in Grammatica, foin Filofofia,fo in Theo  logia, fom predicare die: e da quella profestione et eflercitio,(ì prendano le parole più ufitate e manco figurate. Secondo, quelle parole lì formano in un libretto ordinatami  te; c dirimpetto àciafouna parola,!! fcriua la perfona . Terzo, fiano collocate con frequentato elfcrcnio nella memoria, in tanto che indire ò incontrarli leggendo, ò in udir imparando quella parola, Tubilo ui fi raprefonn la perfona.   Per cllempio nella Grammatica, prendo quelle parole,dan  dolile Tue Pcrfone dirimpetto. Et Antonio.   n;   • ?;i o/licp orto In Vincenzo. N.   i» nifi vilkitnoq   Ad Tornado.   N.   un ti -di Sur»   Ab Piero. N.   ì.litorali zìi: ni :-5 Quia   Paolo.   N.   ir. Jirioa t! 'lijj’.UI   Cuna Francelco.  N.   •rmioil-i ìwi   De   Sempronio   ' N. .snclvjq ^tab Ex Natalitio. N. -•conrjph clqrvq   Propter   Lorenzo. -N.   D Ol pioT. ql?!    Per Filippo. N.,   E così dell’altre parole, facendo il'fimile in altra prorcslìo-*  re et eflercitio. Ne fi Igomcntila pcrlona al primo incontro, quafi il far quello lìa fatica grande: poiché è cola mira  bilisiimamcnte utile e gioueuole, et una fatiga fola di otto  giorni, in pratticar qucfte parole e pcrfone, dura in eterno^  e con apportar mcrauigliofii facilità alla ipemoria,iog le la  fatiga grande, che fi ha informar l’imagini^ alle parole infigu  rate; poiché in fentirquclla parola, ò trouàdola, fubbito col  loco la perlona, quale mi rapprelenta uiuamente la parola.  Quello modo lerueacoljro,che udendo lettione, ò predica, ò altro, collocano con merauigliofa preftezza . Et quelli  che fanno profesfione di fcriucre ad uerbum, fotto lauiua  uoce di Lettori, Oratori,ò predicatori; li termino con 1 iflelTo modo tre cento, ò cinque cento parole, ò più o meno  delle più ufitate in queUcflercitio ; et a quelle dianoli luoi  fègni, ecarattcriuolontarii,liquali fatti tamiliari allo fenttore,làrà men ueloce i' dicitore à recitare, che lo fermare  à fcriuere. E chi uolelfe far quella profesfione, olTerui l infra Icritte Rcgole.Pri no fi fcriua in un libretto le parole piu  ufitate in quella facoltà, et eflercitio . Secondo, lormi li legni, ecaratteri dillinti per cialcuna perlona.Tcrzo,licaratte  rifiano breui,edi pochi tratti di penne; accio nonuadi piu  tempo a Icriucre il carattere, che la parola. Alle parrole breui e piccole, si diano li caratteri più piccoli; alle parole più grandi, si potranno dare li caratteri maggiori, man  co grandi però, che fi potrà. Laonde fc non faranno futficienti li caratteri d’vn Ibi tratto di penna, bifognando leruirfi di Caratteri formati di più tratti di penna, quelli lì dia   no    fio allupatole maggiori. Li caratteri potranno clfere lettere di Alfabeti, latino, greco, ebraico; caratteri di  nutnèri, tratti Geometrici et altri legni volontarij ad arbitrio del formatore. Sello, potrà formar caratteri dalle prime lettere delle parole; auertendo pecche vn carattere nq  fia fimile all’altro. Settimo, lipotran formar caratteri, per  abbreuiaturc, Icquali lon familiari alli Greci,& anco all» La  tini, Logici, c Filoli-fi. Ilriufcirin quello particola  re è cofa diffìcile, per la gran fatica che bifogna à farli fami  Ilari li caratteri; nondimeno, perche è vna profesfione particolare, allaqualc alcuni totalmente lì dedic .no; pcròlcirer  citio grande li farà facile il tutto. E lederemo fi facci con pi  gliar (critturc, Latine, e Volgari, et quelle traferiuendo per  Caratteri elfercitarfi ; intendendo che li caratteri liano non  di tutte le parole, mà delle più frequentate comedislì. Con quello Methodo flimo fulìe notata tutta la oratione, che  hebbe Catone in Senato, contro i Congiurati di Catilina, e  contra il voto di Cesare, come racconta Plutarco . £ Tuo  Vcfpafiano, comeriferifce SVETONIO » raccoglieua velocisti*»  mameute le altrui parole. Del ConnefTo.  I L terrò modo propollo delli disltmili» c il ConnefTo»ilqtu  ic riduco à fei capi. i, Ugello. 1 i. L’Etimologia . M j. Il legno.   w; - l- ’ q.. L’inlegna, et imprelà.  >•' ( J j.L’inllromento.    e quelli teruono per formar 1 Imagini delle Arti,, et Ariette» di qual li    soglia forte; onde per il Zappatore fi ponga la «appi, perii  Notaro la penna, per il Soldato la Spata, e l’Elmo, per lAr*  tore l’aratro con li buoi. Il folito di dire c vn contingente,  che mira qualche perfona, laqualc frequentemente dice o una parola, o una sentenza [cf. UTTERER’S MEANING, UTTERANCE-MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING]; laonde incon randomi poi in  quella parola ò fentenza da collocarvi metto quella perfooa, laquale c lolita dir quella parola ò fentenza . Indi per- il  Quamquam, pongo una perfona, che lèmpre comincia il fuo  parlare, con il Quamquam. Per quella sententia, Auaritia  «Il Idoloru n feruuus; pongo vna perfona, che in tutti li prò  pofitil'hà in bocca, ccofì li intenda dell* altre Umili parole,  o fèntcnze.É quello balli delti Conncsfi,3c inficine di tutto  il Methodo di formar l’Imagini, ilqualc con ellrema fatica,  c molte vigilie, e flato da me inucntato,e prolequito; fe bea  quanto al fatto, in qualche parte fi ritroui dottrina diciò ap  predo h Scrittori di quell’Arte. Retta mò,chepasfiamoaUc  Regole deU’Imagini.  Regola per rimaglili. pRopofi di trature delle Regole dcll’itnagini, per compii  JL mento dell’Arte della memoria Artificialejlc quali Rcgo  le io le ridurrò ad alcuni capi, quali confiderà» c ponderati, daranno compiu notitia di quanto fi defidera fopr»  Ciò,  in Collocar le persone, fi habbi auertenza di dar  li quelle attioni, che conuengono alla fua qualitàjpcrchc no  Corni iene ad un muritore darli atto di predicare, ne ad un  predicatore darli atto di murare, quando fi poffono haue*  re le perfine appropriate; e parlo dcUi luoghi nudi, lènza  perfone immob.li. li. L’imaginehabbia qualche moto, e (è fufTc cola immo   bile, fi ponghi nel luogo perfona, che la rapprefenti . E per  colà immobile s’inreude colà, che non è animale. Le imagini non filano odo fé; perche non moucreb   bono con uiuezza; pcrò,clTendoui nel luogo un Cauallo»  fate che con la zampa zappi il terreno, ò tiri di calci ; il lupo, che dcuori pecora; il pallore, che minacci l'Agntllo .Et  eflcndo imagini congiunte con altre cofc; con qucllliftelTe  facciano li atti c gedi. Se la cola è animata, mà c piccola, comeFormica  Mofca, zenzala,pulice; bilogna metterai pcrfona, cheli mo  dri. Mà come li farà, per uederlc? Dico che lì ucdrà primo  perla prefissone delia mente. Secondo perle cofeannefi»  le àtali animali; come, fe fbpra un piatto di mele la pcrlo  na (tenderà un paramediche, lì cnnolceranno le Molche; et  come le formiche, nel mucchio di Grano. Terzo perii appropriati di alcune perfone; come fece il Raucnna, che hauendo uifto uno die ftropicciaua un puhee, lo chiamaua e  colloca ua per pulice. Così fi potrebbe far degli altri. Mà  fe uorrò dire Formica,e non Formiche; come farò, (e tante e non una fi mette nel luogo? Rifpondo, che la perlona  nuda,moltrail (ingoiare; 1; cpme ucllita, il plurale, come fi  dirà poi al fuo luòco. Se molte Imagini fi collocano in uno delio luogo,  ò pure perla continuationc della parola didima in piuluo  chi c ben fatto per quanto più fi può, darle continuatone  di attionefra loro. Per efiempio, udendo collocar per lettere queda parola, Deus, pongo nel luogo Dominico, i!  quale con un pettine, pettina un uitello, tenuto da Siluia.  Da Dominico hò il D. dal peuine l’E dal vitello I V. da  Silula l.S. L’Imagini liano proportionate al luogo non ecce-denti; e c fodero eccedenti, già disfi che modo s’hà da tene   re. Il che s’hauede confiderato il Monlco, non harebbe riprefo il Supphcio, il quale nell’Alfabeto d’artificiati, pofè  per 1. una torre, c per X. una naue; poiché le colè eccedenti, ò per liinaginanone,ò per le figure, fi rendono proporticna:c,come disfi.   Vii. Le perlonc che fi collocano nclli luoghi habbino  del grande, del uiuo, dell efficace quanto più fi può ; perche  più efficacemente muouono. La Figura et imagine,non (la /olita à (tare in quel  luogo dòuè fi colloca; perche eflendoui /olita, non muoué  efficacemente ; attento che giungendo nel luogo, crederai  che tal cofa non fia indagine; mà parte ordinaria di quel lùo  go, E per ouiarc à quello inconueniente, olferua la regola  di uariar quella cofa con l’imaginatione, dandoli qualche ua  riatione inlolita; per eflempio giungendo ad un luogo doue fia una feggia,e uorrò in quello luogo porre per indagine una feggia, io metterò quella feggia trauerfatain terra,  per lo qual fegno efficacemente conofcerò,che la feggia nò  fi troua nel luogo, come cola ordinaria; ma come Cola for  mata per imagine. Nel collocar all'improuifo, bada metter una ima"  gine per luogo; ;icl collocar pofatamente le cofe che fi ftu  diano à bel agio, non è inconueniente, porre molte imagini  in un luogojpurche fiano didime, c commodamcnte fiucg  ghinoc rapprefentino. Vogliono comunemente li profclfori di qucft’Arte,  che le imagini fiano collocate in atti fporchi, laidi, c ridicelo  fi ; perche quanto più fi uederanno goffe e fporche, tanto  maggiormente meucranno . Il che potendofi Tare lènza  fcrupolo di mouimento indegno nel formatore; nuderebbe molto utile all’Arte . Per lo che non laudo la dishoneftà  delle imagini.  Dottamente difeorre Cicerone intorno alla viuezza  delle imagini ; perche quelle cofe, che noi per efperiqhza co  nolciamo, che ci muouono à conofccrle attentamente fc à  ucderle anfiamentc, quelle lon’al propofito di moucr cffica  cernente e uiuamcnte la noftra Memoria, in ricordarli. Però le cofe nuoue,lc cofe merauigliofe,le cofe rare, le cofe di  letteuoli,le cofe brutte, fporche, e ridicolofe, le cod horribih e fpaucntcuolijlc cod di gran uarictà, le cod eccesfiue  in bellezze, eccesfiue in brutezze, come una faccia tagliata,  vn nafo grande, vna gobba monftruolà. Così le cofe eccclfiuc in degniti, come vn Rè, vn Impcradorc,vn lommo Pon  tcfice; e limili; le colè eccesfiue mpouertà è mendicità, come un pouerello ftracciato ccncioIofo,e fimili oggetti, (cmattislìim alla viuezza deil’Imagiai. Et à fimili accidenti deuc   hauer » li uadi (èmprè ri  . perendo; per elfcmpio polla la prima figura fi pasfi alla feconda, e poi fi ripigli la prima recitando, c contcplando, c  porta la terza fi ripeta di nuouo c la feconda, e la primate  portala quarta fi repctano l’antecedenti, e porta la x.fi repe  tano le antecedenti per folto, la prima, la fèptitna. lanona.la  Tetta la quarta, per le fpari per le pari, al dritto al riuerfo,chc  cofi tenacemente fi (colpirono le Imagini nella Memoria.  Sehoggi hauete collocato per imaginc una cofa ;  auertite dimani, non collocarla per'Imagine d vii altra cofa  diuerfo. Come le hoggi per quefta parola Agnus, hauete  porto vn Agnello, dimani non porrete l’Agnello per l’inno  cenza; perche vi potrebbe apportar confuhonc, mentre ui  rapprefenta due parole; le pur non fufte dimenticati della  prima fignificationc,ò pure forte variata 1 Imaginc con legni, ò bene rtabilità con li dirtintiui della mente, c con la  prefisfione della ripetitione.  Quando fi ha da collocar à memoria vna oratione,  ò periodo,parolatamentc; prima fi legghi due e tre volte pia  namente,e diftintamente,come vuole Cicerone, ilchc appor  (a non poca vtilità. Collocando le parole, fi dia proportione al Genere col fèllo; perche fe uoglio dir ricchezza, eh e di Genere  feminino, meglio è collocarci vna donna ricca, chevnhuomo ricco.  Se vorrete collocar periodi intieri ò parole, et occorrendo di ritrouar otto, ò dieci, o piu, ò meno parole,  quali noi fiprece molto ben recitare, fcnz’akra collocatiohe; non occorre far fatica d’Imagini interno alle parole che  voi fopetej mi balla collocarne una principale, quale ricordata u apporta cohfequcntcmente tutte l’altre. Et quello intendo, nelle coltocationi delle panie, lcquali recitate, noa  curamo chccì reftino à memoriamo ne delle Orationi, Prc  diche, Comedie, ecc. Le Figure, e Imagini habbino proportionata altezza, fiche l’occhio. 'non habbi fatica d alzarli troppo, pc®  vederle; nè all'incontro abballarli ioucrchiamcnte per contem- fuuer l'occhio il formator di quefl’Artè Nel collocar le Figure, et Imagini    lem piarle. Indi fiate cauti nelTordirfàtione, che fa il Roi»:  berch dellìmagroi l ena fopra l’altra, peiche hauendo noi  luoghi commodi da far progreffo per la.go, non occorre  aggrauarla memoria, laquale memorando procede con lo   ftabdimento del fenfo. Formando rimagini, non fiate prefittoli m rubilo collocarle, quando agiatamente potete formarle e collocarle* pche occorrendoui poi vna Imagine piu atta,& elquifita della prima ui irebbe difficile in collocar la feconda, ha  uendo collocatala prima; ò vi farebbe graue tralasciar la fe  concia, elTcndo miglior dcllaprima. Dunque peniate, e ripense prima, fe altra miglior u occorre, e poi collocate le   Imagini formate. Sopra il tutto fate, chele Itnagmi fiano di cote ja  *oi note, è notisfime;e però ui douete attenere dalle imagini finte, potendo hauer le reali » e dalle ignote hauendo le  note, e dalle men note haueodo le piu mahifcftc. Si come nuoce la fotniglianza tra li luoghi, nella for  mattone di luoghi; cosi la fomigltanza tra le figure, nelp  formationc delle imagini. Però ui sforzerete di farle, quando più fi potrà diuerfe e di filmili; accio non u’ingannatc ntf  la fomigltanza di elle; perloche hauendo à dire tre Franccfchi, dtllingueteli perle Cicatrici, ò per gli atti,e gelti, un  gobbo, un monoculo, un fenzanafo,e cò altri limili accidcn   ti Eccesfiui. # . . VT . Siate cauti nelti sinonimi ed equivoci. Nell’equivoci, accio ponendo il cane, per IL CAN CELESTE. Non diciate  cane, che rode l’olio. E nelli sinonomi, come pietra faflo^  accio una ftcflfa cosa hauendo piu nomi  non li dichi 1 un  nome per l’altro, il che fi può diitingucre, per l’attentione  della mente, nel collocarle e ripeterle, piuiiolte; o pure co  qualche altro diftintiuo, pollo neUa cofa, o di lettera o d’- »le picolc,e quello per non ingombrar tanto il luogo, e per  (farlo più capace Onde ne fiegue, che minor numero di luoghi farari neceflarn ; c li così picm. per la diversità, rie*  /cono più efficaci. Per cflempio per quella parola ffauentc, pongo nel luogo un’uomo chiamato Nicola, il quale  nella man delira tiene Un piatto di faue, che lo porge ad  un fuo Figliolino che li Uà alla delira, e nella man finiflra  tenga un Martelli, cól quale minacci e fcacci una fanciulla chiamata Emilia . E così legerete dal piatto Fauc. Dalla persona. Nicola, N. Dal Martello, T. Da Emilia, E. e da tutti  l'intiera parola faucnte. Laonde larà benfatto, tra gl’alfabeti di perlòne, hauerdue Alfabeti, vno di Fanciulli, l'altro  di Fanciulle, oltre li due di Huomini, e di Donne. Nel collocare, prendendo le parole ò concetti dalla carta,e riponendo nelli Luoghi, non fi facci memoria nel  la carta e parti fue; Mà (blamente nelli luoghi; perche làrebbe doppia fatica in ricordarti è delti luoghi, e della carta. Oltra che apporta gran confusione, perche la mente uedea  do, e. nella carta, e nclli luoghi uacilla, e fi confonde ; mentre a due parti fuggelo (guardo,e quella Regola li noti  molto bene. Nel collocarc,e ripetere l’Imagini, fi auertifca, di  non far’altri geflr, chc quelli che fi ricercano opportunaméte  fecondo l'Arte della pronuntia nel Recitatore. E-fi guardi il Formatore dinonappKarfi, ò collocado, ò ripetendo ;  à qualche geflo intcnlàmcntc fuor dell’Arte, come il contar con ledita^ener il capo faldo et erto, mirar in sù,piegar  fi in giù; ma indifferentemente redi libero d’ogni intenfa applìcatione di fi nifi atti; perche alrrirrt^nte facendo, il Recitatore recitando farà poi l’iftcsfi gclli inconuenicnti,c periglio  li j inconucnicntijperche concro l’Arte; pcriglioli, perche  le in qualche accidente muta gesto li fuiarcbbela Memoria, e fuariarebbe la mente. Per mancamento di quella Regola, hò uillo alcuni Recitanti, Ila re come che hau elferoin  giyctita una fpada, inflasfibili Hi erti; c con gli occhi fitti al  ìjjuro, che Ila lor dirimpfctto, quali che fuiferò fiatar. la  /quii Uò.fanon (blamente difdicc aitili; ma fciiopre l’Arte, ilche èflifettuo(b,làpCndo elfer principal dell'Arte, il làp'ec  celar l'Arte, intanto che quel che l 'Intorno fi per Arte,coiU ’  libqrfa dd’li gclli, e' domiiniò de gli atti, moliti che lo facci   per  f.TI    I   W M M  per felicità di natura. £ quello piace affai, e giuramento  de piacere, e dilettare ; poiché nell’Arte fi fcuopre l’ingegno notro, e nelli doni della natura la bontà influente del  1 Auttor della natura. E conuieneohe piu. ci aggradi l'opra  di Dio, chela notraje che la prima laude, honorc, e gloria fia di Dio, non della creatura, laquals fc per Arte, ò per  ingegno fa, ò sà, ò può cofa, il tutto ultimamente de riferire à fua Diurna Maeftà.   R icerca queft’Arte della Memoria per fila compita perfettione,chc hauendoui trattato delle fueprencipi par  ti, Luogo, et Imaginc; tratti alcune cole particolari, vtili, e  neceflarie da làperlì. E tralalciando l'altreal giudicio, ingc  gno,e fatica del Formatore; tratterò preedàmente, delmodo di collocar li Libri, li Numeri, li Generi, li Tempi, li  Cali, li Punti, li Argomentale Quotationi. Dirò poi delle  Dittature, della Libraria,e dell vfo della Memoria, e fògillaro alla fine il tutto, con l’Arte dcll'Oblmione Della Collocatione di Libri. Occorrendo collocar Libri di qual li voglia profesfione,  è di necesfijp haucr l’Imagini formate di cialcun di loro. Laonde cftrtcuno fi potrà formar l'Imagini dclli Tuoi Libri, intorno a quali vcrlà;comelo Scrtttorale formi immagini dclli Libri della Sacra Bibia, Il Thcologo delti Scolatici, IL FILOSOFO DELLA FILOSOFIA, il Medico della Medicina, Il  Canonifta di Canoni, Il Giunta delle Leggi, il Logico della Logica, ecoii faccino tutti gli altri. E nel formar l’Imagini olferui quete Regole . Primo fi fcriua in vn foglio tutti  li Libri, intorno a quali uerla il Formatore . Secondo formi, l’Imagine da vn fatto principale di quel Libro, ò dal titolo, ò dall’agente, ò dalla prima parola del Libro, ò di qual’  altro capo fi yoglia;purche Ila reprefentatiuo del nome del   N Libro*    Libro.Terzo queft’Imagìnc ò la ponga (opra vn Libro, ò  la ponga nel luogo col Libro» ò vi metta la perfona che rap  prefènci il nome del Libro . Quarto nel collocar li Libri »  può il formatore. Icruirli dcirAuttore di quel Libro, come  fe in citar Paolo, vi metterò S. Paolo col Libro in mano, e  per faper qual libro Ha, vi metterò la fua Imagine,come le  fard illibrodi Corinti, ui metterò vnCore . Coli le uorrò  collocar l’auttorità dell'Euangelio, vi porrò l’Euangcltrta,  col libro, e fua figura, Giouanni con l’Aquila, Mattheo con  FHuomo alato, Marco col Leone, Luca col Vitello . E le  vu’Auttorc hi comporto più labri, vi pongo i fegni per di  ftingncrli, per dTempio, Giouanni hàfcritto l’Euangclo, l’Epiftola» l'ApocahlIc; per l'Euangclo lo pongo ledente,  predicante, per l’Epiftola lo pongo Icriuente, pcrl'ApocalilTe lo pongo con gli occhi merauigliofi alzati al Cielo, come in atto d; ueder colèi aulita te e noue. San Luca che ha.  fcritto rEuangcto, egli atti Apoftolici ; per l’Euangelo lo  pongo con Chrilio, per gli Atti lo pongo con gli Aportoli.  Mole che hà comporto, e le ritto il Pentateuco, Geneti, Efo*  do, Leuitìco, Numeri, Deutoronomio ;nel primo lo pongo con Adamo, Se Eua, nel fecondo con Faraone, nel terza  col Sacerdote, nel quarto con gl’Elìcrciti, nel quinto con  le Tauole della Legge. E pattando à gli altri Libri, li Libri  di Reggi li formarctecon li Reggi, il primo con Saul, et Da  uid Fanciullo, iUècondo con altri; ò pure balia hauer libro  c Rè, e poi li numeri porli per caratteri nu.i erali, come fi  dirà poi. Coli il L bro di Giofuc con Gi^lue, di Giud ci  con Sanlbnc, di Ruth con Ruthapprcflb i mietatori, Efter  col Rè Alfuero, Giudit con Oloferne, li Profeti con loro  medelimi, Efiua con la Slega, Geremia ch’è porto nel Lago,  Daniele fra Leoni, Ezechiele fra Rote,8c animali alati, Giona nella bocca della Balena, e h libri di Machabei con Giuda Machabco, di Solomone con elfo in fedia Regale giudi  cante,& il. limile degli almLibri fi facci in qual li uogUafcic  za e profesiìone .  Per numeri, altri adoprano caratteri formati da varij inftromenti. Altri adoprano perfone, dando loro li nume  ri. Altri. adoprano cofe Materiali,allequali volontariamente attribuirono li numeri, come che il Melone lia vno,il Ce  druolo due, la Zucca tre, il Cedro quattro. Quello modo  l’hà.per mirabile il Monleo,il fecondo lo fieguc il Rauennaj  il primo mi pare piu atto di tutti. Oppone il Monleo al primo modo dicendo, che li caratteri non fi muouono. Alche  Rilpondo,chc tali caratteri fi pongono in pcrlona morente,  come fi dirà poi: per loche Reità che fiano attisfimi tali ca  ratteri. Il modo delle perfone c bello; ma è alquanto diffici  Ic,& intrigato. Il terzo mi pare che apporta poucrtà c con-fufione al formatore; poiché fc li tolgono le cole materiali  delle quali potrebbe liberamente fcruirli, per imagini. Ne  è il fimilcdelli caratteri noflfri ; poiché noi ci feruimo loiamente di noue cole, dou’egli nc prende cento. Il modo e  fecondo, c terzo lòn belli, e chi li vuol leguire ved i li lopradetti Auttori; à me balla darui le Regole, per lèruiruidcl  primo modo. Si prendono dunque noue colè materiali, c  quelle lèruino per l’vnità, e per gli otto'primi numeri,  per cllcmpio I. Vn Spiedo, ò vn Pugnale  a. Vn paro di Forbici.   3. VnTriangolo. ' •   4. Vn Quadrangolo,  j. Vn Serpe ritorto.   6, Vna Lumaca, ò chiocciola grande marina col capo fuor del gufeio. Vna Squadra di Muratori. Vna Zucca a fialco, che ha due ventri lWn lopra l’altro.   9. Vn’Alciadi Legnaiuolo. Quelle Figure noue, ò altre noue che parranno al formatore, lèruono per tutti numeri occorrenti’, olTeruando  l’infrafcrittc Regole. Primo per fuggirla confu (ione di que N a fte  ite Soue co fé, perche potrebbonò eflcr prefe tal uolta per  Imagine; Ciano diftintc ; per elTempio Io Spiedo che fta per  cola fu con carne, quando (là per numero dia con vcello;  il pugnale quando c cola lia nudo, quando numero lia fodra  to; li forbici percola fiano con panno, per numero lènza;  il triangolo per colà lia di legno, per numero lia di ferro ;  cofi il quatrangolo ; il lerpe per numero lia nero, per colà  fia pinto; la chiocciola per colà habbi il capo ritirato, per  numero lo Sporga in fuora;la Squadrali vari jjcon legno e fer  re; la Zucca fi vari; in figura, ^perche non mandano delle  Zucche, e tonde, e larghe da poter feruire per colà;l'A(cia  fi vari} con manico ligneo, e ferreo, e cofi fi friggerà la confusione. Secondo perche li numeri altri (on d’vnità, altri di  decine, altri di ccntenaia, altri di migliaia; l'ifteftè figure icr  uiranno per tutti li numeri, con quell’ordine, che quando  la figura, è nella man finiftra, dice vnità; quando nella Spalla  finiftra, dice decine; quando nella fpalla delira, dice ccntenaia; quando nella man delira f dice migliaia- Per elf^mpio  vorrò dire “1345,” “1.345” pongo alla delira mano della pcrlonalo  Spiedo, che infilzi il triangolo che Uà alla Ipalla delira, e paf  Ando per fiotto il mento infilza il quadrato, che Uà alla Ipal  la finiltra, e co la punta trapallà il Serpe che Ila alla man finiflra. Terzo quelle figure filano polle con la perlòna, laquale   S uanto più farà posfib ile, habbi e facci qualche attione,còle  ette figure, come ho mollrato có lo Spiedo, triàgolo quadra  to, e lèrpe. Quarto le li numeri limili fi moltiplicano, Ciano  anco moltiplicate le figui e limili, come fie uorrò dire “1551”  porrò due pugnali; uno alla man delira, e l'altro alla. man  finiftra, e due Sèrpi uno alla fpalla delira, e l'altro alla Spalla  finiftra della perlòna, la quale con pugnali impugnati, e co  braccia curue ferole Sèrpi. Bisognando moltiplicar  le migliaia per decine, e centenaia; bisogna per le decine por  le figure alla Centura delira, per li centinaia allo Ginocchio  deliro. Onde udendo dire “182659”, “182.679”: “cento ottanta due mila sei cento cinquanta nove”; porrò nella cintura delira d’un  Eremita la fialchetta, et al Ginocchio un Fanciullino, che  con uq pugnale ò Spiedo, fora la fialca ; e nella man delira  della perfiona un paro di forbici colliquali tronca le corna   alla    alla lumaca, quale ftl alla /paHa delira'; é con l'A/cia dell»  man Anidra percote il Serpe, che ila alla /palla fmiftra . £  Infognando moltiplicar per migliaia, fi ponghino le figu.  te alla piedi; onde «olendo dire,518265 aggiungo fra li  piedi dell’Eremita, che portailfiafco, unferpe,chcuà amor  der’il fanciullo il quale fora con lo Ipiedo il fufco . E bisognando aggiungere altri numeri (i ponghino ordinatamente nel poggio, c fcabello della per/ona del luogo ; ò uero fi  ponghino nel luogo antecedente, nell’altra pcrlòna. Eque  ilo badi quanto ahi Numeri aritmetica!!, che quanto alti numeri grammaticali /ingoiare e plurale^ dira nel capo dell»  Cafi.   J J f  d  ili | .r ' M  Dclli Generi k s poiché li generi fi nominano con li nomi di/esfi, perii  genere ma Tedino farete che la perfòna fia mafchiaje per  il genere feminino fia donna. E per didinguer IL MASCOLINO e feminino dal neutro, quando occorreflc, per quelli generi  MASCOLINO e feminino, Alcuni fanno che le persone habbino fuelati li uafi GENITALI; e perii neutro l'habbino uelatij/c  ben io li didinguerei col variar vela e, dando per l'unoe  l’altro fedo le mutande ò codiali, e perii neutro il velo aggroppato. Delli Tempi, habbiamo da fàpere il modo di collocare  l'Annijli Mefi, liGiorni, rHore, il prelente, spallato, il futuro. Per l’anni si collochi un fcrpente, che fi morda la co  da, al modo che faceano gli Egitti; significando che l'Anno  fi rincuruae ripiega in le defiò, mentre fi congiunge il fine,  al principio. Li Meli fi podono figurare in tre modi . Primo per li fogni ò caratteri delti dodici legni del Zodiaco, ponendole figure idede, un Montone per Marzo, Toro per aprile, gemi  su tu per Maggio, ò li Caratteri ufati  la man delira il Geniti  no, la fimltra il Dattilo,]! petto l’Acculàtiuo, il piede e gara  ba delira il Vocatiuo,il fimftro l’Ablatiuo.Si che, fc la parola è in calo nominatiuo, fi ponga in telta; le ablatiuo fi  ponghi al piede fimftro.E per faper anco li numeri s’oflerui,chc la parte nuda rnoftra il numero (ingoiare; la parte  ucllita mollra II numero plurate. Per esempio uorrò dire, Ego fum panis. Porrò un cello di pane in capo alla per  fona, e che il capo lìa (nudato ; il capo mi mollra il noinimtiuo, c la nudità mollra il numero (ingoiare. E le l'ima  gineè perlòna,li puòconolcereil cafo,ò per la parte, ò per  il Pegno, per la parte > Te Francclco hauendo tutto il redo  uellito, (blamente mi mollra la manfiniftra nuda, intendo il dativo. per il legno, fètutta la perfona è nuda, che midi  il (ingoiarmi rnoftra la man finiftra ferita, al qual legno  intendo il caso dativo. Conuiene che le parole habbino i Ior PUNTI, per non ap  portar contusone al legente [JOYCE], come li punti finali, pcr  fine del periodo, li mezzi ponti per prender fiato; così conviencchc anco in quella collocatione della scrittura della  Memoria ui fiano le diftanze debite, non (blamente tra leu  tenza e Temenza, n.à anco tra parola c parola: accio le lettere duna,non paslìno alla compofitione dell’altra parola  E quello oltra che fila, da una certa diftanzache fi de da  realleimagini, nfulta ancora dalla repetitione del Formatore, il quale collocando prefigge con la mente, douefi comincia, e doue fi fini Ice. E fecondo, quello lì può Tare con  alcuni geftì, per ellempio, nel PUNTO FINALE [il clistico di R. M. Hare – H. P. Grice], fare che la perlo  na ultima del periodo dia di fianco, con la faccia rivolta al rocchio del legente. Enel mezzo punto fare, che feafid  con le spalle al luogo, riuolti fidamente la faccia alla delira,  yerfol’occbio dellegentp. Nella diftintione delle parole fi può fare, che la perlona donde cominciala parola,  facci qualche gcflo, contro la perfona dell’ antecedente parola, e quella perfona fi ririti in un certo modo, dandoli  quella ò con un pugno, ò con vn calcio, ò con altro fecondo  che occorrerà, per l'opportunità dell’magine, e dell’annesti* -!iJ  L’argomenti, che si fanno universalmcnte, si riducono alli sillogismi, e alle consequenze d’entimeme, delli quali  balla qui dire della formatione dell’imagini, e del modo di  collocarli. Quanto alla formatione si tenghi il methodo universale, o formando immagini per li concetti, ò per le parole, e fi sforzi il formatore formar 1 In aginc del mezzo termine. Quanto al modo di collocar l’argomenti, o son syllogismi, o entimeme. Li Sillogismi, che hanno tre propositioni, la maggiore si colloca alta man delira, la minore alla man siniftra, la conclulìone al capo. Se bisogna provar la maggiore, le prove fiano collocate al lato deliro ordinatamele. Seia minore, fiano collocate le prove nel lato fini(lro,e feoc corre fare un prosìllogismo dalla conclufionc, che enei ca-,  pórli tiri la minore nel petto, la conclufione nel ventre. Se  l’argomento ha in confequcza; l’antecedentc llia nella ma de  fera, il cófequcte nella finiftra. E se bisogna provar consequenza, si collochino le prove alla faccia, petto, e ventre. E felatcce  détcs’ ha da ^puare, si collochino le prove al lato suo deliro, e  quelche bilògnafle per ile conseguente, si collochi nel lato fini(lro, haucndo memoria delti luoghi, ch'io formai ordinatimente nell! lati della pedona fiumana, e quello Modo balla  per fiatelligenti, à quale fofficicnte in tal propofito collocar Immediatamente, mà ehi uoleflfe collocar ogni colà mediatamente per imaginipotrà (cruiriì dclli luoghi {labili  ordinatamente.  Per citationi intendo quel riferire che si fà delli Libri,  delli Numeri de Libri, ò di capitoli, ò di titoli, e di limili. Lequali si uariano, secondo la uarietà delle profeslìoni; onde  il Theologo cota dift. par. ar. memb. Il Filosofo tex. com.  Il Lcgillaìeg. glof. tit. $. confil. Il Canonista quell, can.&c.  c tutte le Cotationi, io le riduco a tre capi, Libro, Nome  di Libro, et Aggiunto, dclli quali dirò didimamente. Della Cotationc di Libri, c Nomi di libri, mi riferifeo à  quel ch'io disfi, nella Lctt. 1 5. della collocatone di Libri;  aggiungendo, che li Nomi di libri, ò titoli di libri, si pollono ideare con l’iflcsfi libri; quali noi vlàmo gornalmcnte,c  di quali damo polfcfibri. Laonde fc uorrò citare Ai ili. nella Metafilica, io pongo nel luogo, in mano d'Arifiotcle il  mio libro della Mctafifica . E le vorrò citare il Macllro delle  fentenze, vi pongo l'iflcflo mio libro delle fentenze del Mae  ftro. E cosi fi può far de gli altri libri, in qual fi voglia prò  fesfionc. E di più, fe li nomi di libri d’vna profesfionc tufi,  {èro pochi, come tre ò quattro, fi potrebbono diftingucre  con li colori, vn nero, vn bianco, vn rollò, vn giallo, &c. co  me San Giouanni che ha fcrittotre libri, Evangelo, Apocalisse, et Epillola, diftinguerò quelli tre libri con tre colori  rofTo,ncro,uerde, per l'Euangelo colloco il libro rollo, in  mano di San Giouanni, per l’ApocalilTe il nero, per FIEpiflolu il verde. Con fimil muodo facci il Filosofo, il Legilla, c qual fi uoglia profefiorc. Dclli Aggiunti della Cotationo. S ’Aggiunge al Libro, c Nome del libro, il capitolo, il nu*  meiOjò limili. Quello aggiunto alle volte precede il nome del libro, alle volte fosfieguè ; precede quando l’Autto  rehà comporti molti libri in vn medefimo (oggetto, come  fe diccfte, Agoft. lib. 1 2. de ciuitate Dei, all'Auttore dò il  Libro, fieguc il numero, quale precede il nome dell’opera e  libro. Alle volte lòsliegue,& è di due (òrti, immediato, mediato. L'aggiunto immediato c la particolar cotatione di ca  pitoli, di dift. di terti,e limili, come s’io dicelle, Aug. de Ciuitate Dei quella parola cap. è aggiunto im  mediato, fi come il numero 4. c l’aggiunto mediato. Eque  rto aggiunto mediato, alle uolte fi fa per numero; come nel  J'addutto elfempio . Alle uolte fi fà per parola, come vfa il  Legifta,c Canonifta, che adduce la prima parola della legge,  Pan. in c.tua nos. e con l'ifteftb progrefi'o, ò di numeri, ò di  parole, fi fanno molce Cotationi mediate, fecondo ladiuer  fità delle profesfioni . Per le cotationi di numeri s’auer a,  primo, difarle ordinate, il numero del libro fi ponga alia  parte del libro, et il numero del capitolo ail’altra parte ; accio il formatore non fi confonda, per elfempio dicendo Au- { ;uft. Iibr.a.de Ciuitate Dei cap.7. nella man delira li dò il  ibro, e con fiftelTamano li fò moftrare due dita fpiegate,  che mi moftrano li due, e nell’altra mano li dò lo sguadro »  colquale tocca U capo; e coli hò dal capo il capitolo, e dallo sguadro il 7. Si noti fecondo, che quelli numeri fi poP  fono formare, con l’irtelfe dita della perlina ; e quando  il numero trapalfa il cinque, fi pongano l’imagini di nume  ri alle parti del corpo della pcrlona, conforme alle Regoli  date di numeri. La Cotatione della parola, del capitolo, del titolo,  ò della legge, tkc. fi formi con le Regole deljlmagini delle  parole figurate, ò non figurate. Laonde per la parola de vfu  ns, quel formatore poneua vn Hebreovfuraro. De gli aggiunti di capitoli,.di tedi, com. gioii leg. $. e  limili, fi pollino formare in tre modi; primo, per Imagini, conforme al Methodo allignato della formatione  dell’Imagini. Secondo, dipingendo, ò (colpendo nel libro, in lettere maiufcole quelle Cotationi; o ponendoli  caratteri del quarto Alfabeto nella perlina . Terzo, per via  Notariaca dal nome, che principia con la prima lettera della della Cotationè, fcruendol! ùell’irteffa perfoha j Laonde! >er cap. coiti, can. conf. tocchi il cappello, o’I capo, o’I col  o, ol cigl o ; per tit. tex. tocchi la tempia j Per dirti Dub,  tocchi li denti; per legg. Iett. tocchi la lingua, ò le labbia ;  per Glof. la guancia; per num. tocchi il nafo. In fimil modo fi formino laltre, con li nomi ò volgari, ò Latini della  perfona humana . Mi lì guardi ilfoamatore di non feruirli d’vn’iftelfa parte humana, per due Cotationi, quando  nell'ufo l’occorra l’una, c l'altra Cotatione;perche l’apportarebbe confu (ione, fe pure non la dirtingueilecon qualche legno, come fe il labbro corallino dica Legge, il lmido c nero dica Lettione ; il capo biondo dica cap. il nero  com. il bianco confi e coli de gli altri.  Delle Dittature.   Per dittature intendo lo rtupcndo dittare d'alcuni profeffori di queft’Arte, hquali in vn medefìmo tempo han  dittato à cinque, ò dieci e più acrittori, con dire dieci parole di dieci (oggetti ordinatamente, e poi fèguitare le tralafciate di mano in mano, fenza errar un iota dal propofito foggetto di ciafcuno. Il far quello perdono sopra naturale (GRICE: NATURA) c sopra nostro humano, non cade sotto le regole dell'arte (GRICE: ARTE). Mà il farlo per arte, in quanto poslìamo noiafeendere, mi pare (i facci in qucfto modo cioè . Che il dittatore formati h (oggetti diuerfi, ò di Lettioni,òdi Prediche, ò di lettere milione, ò di qual (ì voglia altro (oggetto, e difpofte le parole in tanti fogli, quanti fon li soggetti ; prenda ordinatamente le parole alternatiuamcnte da  ciafcun fogl o, He le alberghi nelli luoghi. Per essempio, la prima parola del primo foglio nel primo luogo, la prima del secondo foglio nel secondo luogo, la prima del terzo foglio nel terzo luogo, e coli di mano in mano finche faran collocate tutte le prime parole delli dieci fogli. Poi si ricominci, e la seconda parola del primo foglio, sìa collocata nell’undecimo luogo, la seconda del secondo foglio nel duodecimo luogo, e eoli sequendo. E finite le seconde, siano con l'illesso ordine collocate le terze, poi le quarte, poi  le quinte, finche fitran finite tutte le parole. E udendo dittare facci distributione delli soggetti alli scrittori, secondo l’ordine delli fogli scritti, già collocati. E facendo scriuere una parola per uno ordinatamente, alla fine ciascuno scrittore ritroverà il suo soggetto compito. E quell’ordine che si tiene delle parole, si può tare ancora delli concetti, o delle sentenze – GRICE UTTERER’S MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING; se bene il primo delle parole pare più stupendo. E chi volesse dittare per ogni verso, primo dal primo all’ultimo, poi dall’ultimo al principio, potrà con simil modo collocar le parole, che giungendo all’ultimo non si ricominci dal primo, ma dall’uItimo. E chi di quello modo si servisse per raggionare, sarebbe un modo di raggionare allo spropofito; se ben’ordinate poi le parole, ciascuna al suo soggetto, ri ufeirebbono al proposito li raggionamenti, come j appare in quello essempio di quattro dittata- E-tv, Per quello verso si collocano, e dittano. Ci  i-i i Aue Benedid Ti Nunc Magnificat 'o  pp  0  o ' Gratia Deus I Scruum Mea c rp  -i  Piena 4 Ifrael s Tuum DominCi u>  n   ciT c • o  •no Dominus Quia Donnine Et £0 •*t 0 o 2 I Tecum Vifitauit Secudum Exultauit, Li numeri mostrano li luoghi successivi. V'.  i  .Quello (la detto del dittare 1 molti per Arte; lafctamfo di qqcl che si possa per felicità d ingegno, come credo facesse Giulio Cesare, Uguale ditta à quat o, et egli per qutn. to scrive altro suggeto, come credo, anco lacelle Origene Adamantio (non però lenza superior dpno) il quale di continouo ditta à lètte scrittori; pello che non e incredibi Icy ch'egli compone dei milia volumi, qluli tellifica hauct Midi San Geronimo. Della Libreria della memoria. E tanta la forza di quello ricco tesoro della memoria,  che divenca anco biblioteca o Libreria, e con maggior felicità e facilità delle librerie, nelle quali si gloriano communemente gl’uornini studiosi. Non attendendo che 1 ha ucr libreria, non è perfezione per leità; ma imperfetta, che sopplilce all’imperfetto degl’uomini.AIli quali mancando la memoria feconda piena ed adorna, colla tenacità e permaenza perpetua dei simolacri, (bn conllretti tener copia dij'bri dalli quali posfmo riccucr i primi CONCETTI delle cose, e nuocar li dimenticati. Per lo che Iddio, ch’è perfettissimo, non ha quella che da noi è chiamata pcrlettiotiej poichc neH’illeira essenza sua, come in terlislimo specchio vede e contempla ogni cosa. Gl’angeli ancora non han bisogno di libreria; poiché pella cognizione vespertina, che è delle creature nelli lor proprij generi, hanno la memoria perfetta, fin dalla lor creazione, quando è'or data ogni pienezza di simolacri, così tenacemente impressi, che tempo non può scancellarli. Simile dono è fatto a primi nostri primi pro-genitori; la onde non averebbono avuto bisogno di libreria, poiché nella lor memoria per dono gratuito albergano tutti li simolacri. E perche il peccato, quali ladro ei spogha, e tra gl’altri beni ci lolle ancora què Ho dono, ed introdulTc per peggio nostro l’ignoranza. erim hebecillita; pell’ignoranza ciascuno nasce colla memoria no. da, come ingelfata parete; e pella imbecillità alle fatiche dell’acquillati simolacri bene fpeito foccede oblivione. In- 1 di per fouenir’ He all’ignoranza ed all’oblivione; l’arte hi.  introdotto l’aiuto delli libri. Li quali ancora soppliscono a due imperfetzoni, distanza, e morte; perche non essendo presente la voce dell’auttore o maestro, sopplisce la scrittura del suo libro; ed essendo egli morto, vive nella scrittura del libro, pello che li Rudenti mentre studiano, come si dice per proverbio, parlano con li morti. Se bene dunque li libri sono utili, e neceirarii al nostro stato imperfetto; non dimeno studiati che si sono una volta, meglio è aver la memoria per libreria, che 14 libreria di carte e scritture; poi che la libreria è fatta, per sopplimento della memoria. C se così è, meglio è aver la memoria, che è il principale che la libreria che è il sopplimento; si come meglio è aver la gamba e piede di carne e d’ossa, che di legno. In oh ire quella libreria apporta fatica, spesa, peso, travaglio; que  (sa non è d'altra fatica, che di ufiria. Di più la libreria è in uno o alcuni luoghi 1, non in tutti senza grandissima incorri modi ci; quella l’avete dove vi trovate, e senza pagar altro nolo che della vostra persona la portate vo seo dove vo lete. Quella conviene (blamente à ricchi, ed à chi abbonda in denari; quella è commune anco à poveri. £ se quella vi fa uomini, quella vi fa simili all’angeli, ed a Dio, li quali ogni seientia hanno sempre feco. Echi non sà che le cose quanto più s’avvicinano al perpetuo e necessario, tanto più son perfette ? l'universile, come che aftrahe da tempo e luogo e più astratto, e consequentemente più perfetto del singoiare, il quale è immerso nel tempo e luogho; la memoria ha ptù dell’asratto che la libreria; poiché li libri coll’uso e tempo s’invecchiano e consumano, la memoria coll’ulb e tempo si perpetua; quelli periscono, quella sempre resta; nè sì puole commodamente aver per ogni luogo quella biblioteca come quella, che vive e dimora sempre col formatore. L’oracoli parlano a voce presentialmente, e oracoli sono (limati quei sapienti, li quali all'improviso, senza girar l’occhio ai libri, rispondono elquiiitamente ad ogni proposto della lor profesfione; Come fi fa quello Te noti coll’aiuto della libreria della memoria, la quale toglie quel rinconuemente, che dille una uolta UN FILOSOFO di quel Me dico equivoco, il quale refpexit librum, et mortuus est aigrotus. E se ben io ammiro l’industtra di Gordiano imperatore, il quale lìima camole lettere eie scienze, che più atte (èall’acquillo di libri, che al tesoro d’argenti, d’ori, e di  gemme. La onde li legge, che raccolte nella sua libreria tef tenta due india volumi. Lodo la diligenza di 1 irannione Grammatico, che uilTeà tempi di POMPEO magno, il quale liebbe in suo possesio tre milia libri. Stupifco delle pergamene librerie, le quali, come riferifee Plutarco, aucano ducento milia volumi. Ofieruo grandemente Tolomeo Filadelfo, il quale per compir la sua libreria, quale ordina in Alelssandria, ottenne dalli Gerofolimitam tettanta delli più teuii ed esperti nelle l'acre lettere, e pr «felibri dcllVn’e l’altro Idoma, acciò li traducelfero la bibia (aera d’ebreo in greco. Mi più ammiro, lodo, celebro, ed oflervo la libreria della memoria, che hvbbe Lsdra, il quale come riferitee Eulèbio, avendo li reggi caldei prelì li libri tecri di Mose, egli tutti ad verbum h recita, e dal suo recitare furno dittati in quella maniera, che poi la sinagoga l’adopra. E perche non me chia&o, se quella libreria di Etedra, folte artificiale, mi balìa amteporui I’essempio di Ravenna, il quale tanto fi gloria di quella libreria della eemoria che dice, Cum patriam relinquo, ut peregrinus urbes Italia? uideam, dicere possum, Omnia mea mecum porto. E perche non mancheranno di quell’che uoranno formarli quella perfetta libreria; però allignera alcuni capi, dalli quali potrete raccogliere il modo. È di necessità aver m’gliarac migliara di luoghi, quali si potranno formare alla giornata, secondo che col1’occasione dello (India. re, creile il bisogno del formatore. Quel tanto ch’il formatore alla giornata ordinatamente, secondo l’ordine della Scicntiaò Artc, studia della sua profesfione; gtornalmente collochi il tutto nell 1 formati luoghi, non tralafciando cosa che Ila necessaria. Quelli luoghi pieni firn pre rellano piente per aver la fermezza e tenacità della Memo- M€nàona, cbe 6 dcfidcra eotitrtl’óbliul olle > tH« e il Urlo e. la poluè, che rode e dftirugge quella libreria; bisogna rivederla coll’uso della ripetizione.E quello si può fare con pigliar un giorno di vacanza della settimana, e ripetere quel che novamente si è collocato in quella settimana, 3c in un'al  trhora ripetere una parte cominciando dal principio, e forzandoti che sia tal notate compartita la ripetitiope, che per ciafeun Mefc fia npetita e rcuifta tutta la libreria. Pella qual ripetizione ancora si potrà dare quell’ora, eh il forma torc si trova disoccupato dall’essercitij diurni, ne i giorni fc ftiui. Sicomc nelle librerie fogliono alcuni tener quadri dipinti, con ritratti d’auttori, di sapienti, o potenti, di se medesimi, o d’alcun'altre pitture bene spesso vane, e lascive – GRICE THE SWIMMING POOL LIBRARY – WHAT BOOKS DO YOU KEEP THERE? -- ; il formatore di quella libreria vi ponga quadri di San»tif eleggendoti un certo numero di prencipi del paradilb, angeli, ed uomini, e quelli si constituisca per protettori di quella bella impresa, raccomandando à cialcuno di loro un libro, o una sentenza, o una materia, secondo che meglio pare al divoto formatore, ed a quei santi il formatore oiicri  Ica, voti, digiuni, orazioni, secondo la sua divozione, ecc. La libreria come scrive VITRUVIO (si veda) deve esser fatta di rimpetto all’oriente, poiché l'vlo di libri ricerca il lume mannaie; e perche la libreria della memoria adopra lume interno, però io aucrtilco il formatore, che li sforzi d ha  ucr r. oriente spirituale che è christo, chiamato oriente d’un profeta, Ecce vir oriens nomen eius. Anzi Christo è il sole, come di ife un’altro profeta, Orietur vobis timcntibus. nomen meum SOL iustitiat. E 1’oriente di quello sole, quanto alla deità è il padre eterno, e l’oriente quanto alla temporale umanità è Maria Vergine. Di rimpetto à quelli oric  ti c lumi deve il formatore drizzai la sua libreria; sforzandoli di fuggirli peccati, e conseruarsi nella grazia di Dio, poiche, Imtium Sapientia: eli timor Domini. Sello, sicome nelle librerie li libri (on possi con ordine, fiche in una parte son ripossi quelli della logica, in un’altra quelli della filosofia, in queiraltro canto quelli della geometria, ecc. coti bisogna ordinarli LUOGHI COMMUNI, che trà P loro i toro siano distinti. Per esemplo, neHI luoghi tTvft* Ciftà  -cojloco la logica, ed in quelli d’vo’aitraJi Filofofia, in quelli della terza la theologia, ed in un luogo comniune della seconda città ei colloco il primo della fisica, nel secondo il secondo, e cosi procedendo nell» fequenti libri della FILOSOFIA. E quest’ordine è necessario, per poter subito ri tcoaara li libri, e li soggetti, che A desiderano. E se mi dirai che quella biblioteca ha del fa ti còlo affai. Pare che la memoria, non porta soffrire tanto peso. Pare un chaos di confttAonfc» Ache l’uomo non puole à Aia voglia ritrovare le materie e soggetti. Come A farà, in voler formare un raggionamento da questa libraria. Se occorrere all» giornata aggiungere alli soggetri albergatrnuo ui concetti j' non A potrà far quello senza confusione delle prime imagini. Sedo, come A potrà contemplare in questa libreria. Come porrà il formatore servirsi di luoghi va coi. Se conviene a padri di famiglia £ar che, IL  Figli studiosi Aano arricchiti di questa libreria. Rispondo didimamente a quefti otto capi, per compimento di questa libreria. Come il pefeatore non pup aven pefei senza bagnarA, nè l'auido trovar The Airi senza romper Terra e làsli; coli non può l’uomo far’acquifto di quc-t  ft'inclphcabile vtdità, senza gran fatica. La quale pare grande, perch’è insolita e non possa in uso. Ma cominci il forma  torè con le due guide, diligenza, e patienza, a farne dpcrien 2 a, e conofeeri che, mi dithcile volenti. Fingono li poeti, che Giasone con fatato di Medea acquista il vello d’oro; mi non però senza vincer e domar Tori, arar terra, feminar denti, armarse contrafchierearmate, superar draghi « Medea c 1 arte della memoria, Giasone il formatore, Tori Draghi, dicroti son le fatiche, li pudori, le vigilie, l’impcdimenti, li patimenti, che s’offerifeono alle frontiere di questa impresa, quali però dcuono esser soffriti, e vinti da colui, che aspira alla palina e corona d’una tanta felicità. Al secondo, dico che la memoria, quando con bel’agio, ed à poco à poco vien’alla giornata ripiena, non sente pelb e disturbo, anzi diletto e follcuamento; poiché col riccuer nuovi nàoui simolacri.  Jr, che coll’esperienzartegionano -dr quella utilissima e ne diària ptofesilone. Nc chiami inutile ingombro, e fatico» fo impacciò, il teloro utilissimo, elucidissimo di simolacri. Poiché li luoghi ed imagini sono come penne ciuanni, che aggiungendo pelo all’uccello, rapportano facilità ed agilità, inerauigliola al aolojcosi mentre s'accolla la memoria luoghi, 8t imaginiycon qacfti come con due ali vola con facilità stupenda pell’altezza della contemplatione, ed attione interpetrativa JE J se quelli mezzi son difficili; fegoo à che il fi N ie è di gran preggio -E chi mira l’asprezza del mezzo follmente non l’agcuola colla dolcezza del fine, e incauto ed impcudenccv poichc fauio, e prudente è colui che contrape’ findoiljialore &: il preggio del ficee dell’acquisto, dispone con prudenza, intende con sapicnza j abbraccia cori' rorezza, lìegue con patienza li debiti mezzi. E non peflo fi 1 non maravigliarmi d’Ippoino, il quale biafima l’arte della memoria, e pur fenc scrive; perche si non è cieco, quand’egli collocai un’gratnone a memoria, non fa egli memoria locale, nelli fogli delfi carta feri nailon de prende le parole o concetti, elic gli colloca ?e fibene questa memoria locale, non cl’ arte spiegata, è nondimeno arte confa magini, delle tpia li diccsfm.o; ìSc ii> parte averli pofiono, da quel che sìegue. Per utilissimo documento, hab >i il formatore qualche parti coiar divozione, pelli luoghi, pella collocazione dell’imagini, e pel recitare. Pei luoghi formandosi abbia l’occhio se vi trova figure di santi, altari, crocifissò imagine di Maria Vergine, e per ogni luogo commufcc fi a-, legga tre, quattro, o cinque, più ò meno, secondo la copia di luoghi, e secondo la divozione del formatore, di quelle finte figure, ed alli lor figurati, con effetto pio raccoman- x  dela tutela della memoria, sforzandoli che il primo e l’ultimo luogo siano figurati. E quando ripetendo i luoghi uipalla Culi la mente, li facci il formatore riverenza, con qual chfc divota orazione. Il simile facci prima cbenelli luoghi; collochi l’imaginij C prima che recitile collocate; diodo un  S, ro 6i  giro con ti mente, per quelle designate figure sante, è eia-'  leuna offerendo calda orazione, o mentale o vocale. Averca il formatore di non esser fcru polo fo intorno al veder lume prima ch egli vadi à recitare; perche quantunque; sia ben fatto dimorar in tenebre, ed in luogo rictirato, e solitario, e lontano d’ogni strepito, mentre ripone l’imagini a memoria, e cosi in quel tempo che è immediato il recitare. Non dimeno star sempre cosi, e non veder mai lume, senò quello ch'egli vede quando recita, è colla perighofà; perche i’insolito apporta dirturbo e confusione. Però stimo ch'il f amatore dove una volta a luce aperta ripeter le Tue cote. Ripeter fra strepiti e fragori giova: perche assicura la memoria intanto, che per qual fi voglia strepito ò caso che avenghi poi fra’l recitare, non fi (marritee IL DICITORE. Indi è da esser notato, ed imitato l'essercitio di Demostene, il quale per telleuarsi d’alcuni difetti di natura, come r.fe ri tee VALERIO MASSIMO (si veda), combattendo colla natura, la vince con i'artificial essercitio. Imperochc essendo egli Bacco di fianchi, e debole di lcna, e perciò IMPOTENTE AL DIRE, s’ingagltardì colla fuica, ed essercitio; auczzandofi à recitar molti ucrii ad un stato, e pronunciando mentre con ncloci paf fi (àliua per uiefaticolc, ed erte. Ora dirimpetto alli fra gori marini che pcrcoteuano li (coglie li lidi; si per fortificar la lena, come anco, acciò afluefatte l’orccchie a quel rumore e strepito del ripercotimento del mare, potettero patientemente al rumore della ragunata moltitudine perfeucrarc, non sgomentandoli nel (ènte, nè vacillando colla memoria. E per aver LA LINGUA piu spedita e fciolta alla loquela, ulàua pariarea lungo, con te pictruzze in bocca; accio uacoa folte poi più pronta, ed espedita. Ed avendo la voce tettile e molto aspra, e noiofa all’AUDIENTI; col continuo effermio, e grande industria, la ridusse al maturo, grave, e grato suono. E perche nel principio della sua gioventù, quali fu linguato, non poteva ben esprimere la lettera che noi chia  marno R. la qualo principia il nomò dell'arte rettorica, che egli imparbua; usa tanta diligenza che muno di poi la PROFERIVA meglio di lui. Bisogna rifuegliar le tepitc, e Ranche forze deli i> Q^. te  I le potenze, quando fi ua 1 recitare, con raiutl spirituali e  corporali. Li primi d’oratzoni a Dio, ed a santi, li secondi con alcuni ristorativi, come nell’estate rifrescarsi il volto, e mani, nell’inverno prender un’alito di fuoco, odorar cole grate, purché non fiano dieccessiva qualità; toccarsi le narici e polli, con odorifero vino, e simili, secondo il coniglio del perito medico.Abbi l’occhio il formatore di lenirli della memoria, non come fine ultimato, mà come fine ordinato ad altro fine, cioè seruirsi di quella all’ultimo fine dell’orare, eh e il persuadere, e ricordili che non li trova la maggior per ucrfità, che pervertir l’ordine, e seruirsi del mezzo per fine; Il che accenna Agostino in quel detto, Summa perversitas est frui utendis. Le parti oratorie sono fini, mà però ordinati all’ULTIMO FINE DEL PERSUADERE [GRICE INFLUENCING AND BEING INFLUENCED BY OTHERS]; però non conviene affettar tanto quelle parti, che all'ultimo L’AUDIENTE lodi quella ò qwe fi altra parte, senza che relli vinto, prcfo, e MOSSO DELLA PERSUAZIONE INTENTA. Dedalo vola per mezzo, nè col gelo baffo soggiaccia, nè col calor soprano si liqueface; mà ICARO INCAUTO, il quale invaghito delle nuove, ed inlohte penne, affetta con troppo alto eccelso il volo; sapete che ruinoso cade nell’onde falle. Cosi quelli ch’allontanandosi dalla prudente mediocrità, pongono tutta la lor mira nell’eccelso di memoria; cadono pell'imprudenza, perche non mirano il fine che dev’esser fine ultimato; e perche mirano il proprio onore, ed una vana pompa, non l'onor e gloria di Dio, di quali può ben dire il falmeggiante Davide. In fecuri, ed Afciade iecerunt eam. Parla il profeta di quelli, che dislìpano la Chiesa, COL PAROLARE, e memorare, che sono parti di chi raggiona. La secure e LA LINGUA O PAROLA, pello che Dimolline fi> lea dire che il suo aversario ORATORE Fedone è una fecurre; perche con breve mà acuta orazione molto li refifieva, e contradiceva. L’Afcia come fi dilfe mollra la memoria, per lochenci sepolcri gl’antichi scriveno quell’elogio. Sub  JVfciam dedi vetuit. Con quelle armi; gl’eretici cercano dissipar la chiesa, e li vani oratori poco frutto l'apportano, mentre s’aggregano al numero di quei maestri; di quali predille Paolo. Ad sua desideria coaceruabunt magillros prurientcs auribus. Dilettano l’orecchio, con puoco frutto  J del 6 %  détto rptrito: vogliono parer stupendi, còito felicità di memoria, 6t AFFETTAZIONE DI PAROLE, nè curano d’esser fruttuosi à convertir gl’animi à Dio. Dunque constituifcasi l’oratore per fine quel che dee esser fine cioè, l’ACQUISTO DELL’AUDIENTE S ual’è feopo, per cui è ordinato il suo officio; e per quello ne poi; senza affetiatione, fa lecito adopr.tr come mezzi le nobilislime parti della memoria. Verte in dubbio tra gli formatori, (è è meglio ripor a memoria LE PAROLE O LI CONCETTI – GRICE GELLNER WORDS AND THINGS -- nell’uso dell’orare, predicare, e raggionare, in diverse professioni. Collocar parole e quando li scrivono cento o ducento parole in un foglio, e coli scritte si ripongono in memoria, e le iflesse collocate e scrittc poi si recitano. Collocar concetti è quando il formatore si forma il concetto, ed cfphcandolo poi COLLA LINGUA non s’obliga a PREMEDITARE PAROLE; m^ lo spiega con quella FAVELLA, che all’irpproviso la maestra natura gli somministra. Chi ha tempo da farlo, e senza dubbio meglio ripor LE PAROLE: perche l’oratore humano o ecclesiastico non direbbe cosa e PAROLA se non PREMEDITAT, secondo il detto dì David, che dcscritle le parole del signore essèr premeditate cfà minate, e raffinate sette volte. Eloquia domini, eloquia carta, argentum igne examinatum, probatum terrac, purgati septuplum. E come premeditate farebbero proprie, fcclte, ORNATE D’ELOQUENZA, abbellite di COLORI RETTORICI; non uaneggurebbe IL DICITORE fuor di termini designati, non discorrore con digressioni lunghe, e noiose, ollcruarebbc L’AMATA BREVITÀ, AGGIUNGE DI PARTE IN PARTE AL DIRE SUTILI GESTI DEL CORPO, E TUONI DELLA VOCE, che richiede un'esquisita PRONUNCIA. Mà perche non tutti li soggetti ricercano quert’OBLLIGO PAROLATO; nè tempre à ciò fare il tempo è commodo c (officiente; t brache in alcune occasioni, fom- Kninirtrando lo spirito celerte nuovi pensieri e nuovi colori in premeditati, non deve il dicitore farli reftrtenza, oporsi impedimento: però il collocar concetti ancora non è, da esser biasmato. Nel collocare e prccifàmente i concetti, per facilitar la memoria ALL’USO DEL PARLARE,!! sforzi il dicitore d’m ftttitfef efquifuamenre IL CONCETTO, e diffonderlo anco in carta; e prima cheto spieghi in publico x 1 esplichi da se solo, ì  z uocc noce quanto più li puu intelligibile: perche possedendo bene il fatto, con facilità e abile a narrarlo. E scrivendo, e recitando uien‘ada(Tuefarf), ed abilitarsi maggiormente; e affuefaccndosi, s’apre la firada alla CHIAREZZA maggiore del soggetto, ALLA QUAL CHIAREZZA SEGUE POI PRONTEZZA E VIVACITA maggiore NEL DIRE. Larto di fcordarfc/. \rA i‘  ;i:> .) i il ii. t atti _>t  Se bene, oppositorum eadem disciplina, ir. tanto che ha vendo noi detto a badanza della memoria, potrebbe eia feuno da se (ledo intender che cosa sia il suo opposto eh’ è l’oblivione. Non dimeno perche dall’oblivione lì prendono alcune utilità in qued’arte, è bene a trattarne, non inquanto e disruttiva, ma in quanto per certa consequenza accidentale è perfettiva della rimembranza. Perche avendo fcoggi RECITATA UN’ORAZIONE, e udendo din ani scruirmi del rdleslì luoghi, trovandoli in gorobrati dalle precedenti ima ginij come me ne potrò io servire, senza grandissima difficoltà e confufione? Dirò tre cose, primo a che cosa serve qued’oblivionc. Secondo, a chi è facile per natura. Terzo, se per arte si può far dimenticanza. Qiiant’al primo dico che noi collocamo della memoria tre sorti di cose, le prime delle quali vogliamo sempre ricordarci. Le seconde delle quali  vorressimo, se potessimo sempre ricordarci. Le terze delle quali vorressimo subito fcordarccne. Le prime sono i luoghi dabili, e quell’imagini di dottrina, quali noi collocamo, acciò sempre diano vive nella memoria, pella felicità del sapere, come fa Ravenna che tutto quello che auea dudiato, lo colloca nelli luoghi intanto, che non avea bisogno d’adoprar libri, e per chiarezza di ciò, noi abdaino dato il modo di far la libreria della memoria. E rispetto a queda memoria, noi non vogliamo oblivionfc 9 dimenticanza; e se pur se ne tratta, l’intento è di trattarne come fà il medico dei veneni, il grammatico dell’incongruo – My neighbour’s three year old is an adult -- o il logico del falso, per fuggirli, non per feqnirli. Le seconde cose sono quelle delle quali fe fu lfe possibile vorreffimo sempre ricordarci, come sono le prediche o le partì  principali di quelle, le quali aueresfimo molto caro che ci feftafleno sempre nella memoria, mentre dura l’essercitio del predicare; accio dovendo farle, e recitarle altre volte, senza ugual nova fatica di collocarle, ci reftalfero tenaci, e urne nella memoria. Mi perche quello è difficile, però fatte e recitate una volta, non curandoci che sian sepolte nell’oblivione, desiderando li luoghi vacuoi – GRICE VACUOUS NAMES TRUTH VALUE GAPS -- , desideramo metodo da poterci dimenticare di quelle, e a quello scruel’arte dell’oblivione. Le terze cose sono quelle che le collocamo alla memoria per fcruircenc una volta sola, e poi delide raresfimo che subito ct ufciflcro di mente; come sono le comedie, ed altre cose simili collocate da recitatori. A questo anco serve l’arte del’oblivione; si che non e inutile il trattarne, accio non abbiate a lamentarui, come fa Temistocle con Simonide, che più torto desidera l’arte di dimenticarli che del ricordarli. E sìa sempre lodato GIULIO (si veda) Cesare, che così facilmente fifeorda dcl fingiurie riceuute; ove nel reftantchauea felieissima memoria, la qual arte è più torto cristiana che pagana; pello che dicca. Nulla laudabile oblivio nisi iniuriarum. Quanto al secondo, dalle cose dette nelle prime lcttoni della memoria naturale, in qual temperamento e qualità e fondata, lì trahe pep consequenza, che quelli liquali sono felici nell’apprensiva pell’umido, facilmente all’equiscono l’effetto di quest’arte; ma con molta difficoltà quelli che sono pella complefrfione secca tenaci et aridi. Quanto al terzo dico che l’arte giova aliai, per farci feordare; se bene nefee più difficile che il ricordarci, e quello per mancamento del tempo, il quale e padre dell’oblivione. La doue volendo noi in un subito, e senza lunghezza di tempo dimenticarci, si tratta via estraordinaria, e potenza maggiore si ricerca, per ottener l’intento. Oltra che essendo la memoria perfezione della natura, l’oblivione imperfettione; più inten fan ente è quelli riccuuta, e più caramente ritenuta. Ma quale sìa quello modo di far l’oblivione non e facile di mostrare. Li poeti ci mandarebbero à ber l’acqua di Lethe fiume dcU’Abifio, del s cui cui fiumare gufando fS dimenticare tutte le cose paflàtcj onde e detto Lethe da lithis, che vuol dire oblivione. Li cosmografi ci manderebbono o nell’ilbla di Zca, o apprelTo Cli 1  tone città d’Arcadia, douc son’acque delle quali chiane bc- ucdiuenta smemorato; ò pure vi condurrebono in Boetia, ove son due fonti, l’un de quali fa buona memoria e Tal  tra fa scordare ogni cosà. Rombercli dice, il professore di quest’arte abbi molti luoghi: accio possa uanargior-, nalmente, fi.che palTa col tempo la memoria dell’imaginni. Mà quello scordare non e per arte, essendo per via del tempo, il quale per il corso naturale apporta oblivione. Il Mó lco rifiutando molti mod'jftimache balli il tralalciar il pea fiero dell’imagini; perche così vanno in oblivione. Mi, chi non s'accorge che quello eaiuto piu tolto di natura, per via del tempo; che regola d'arte PIo tralafciando quelli aiuti nali, che sono manifelli: fa raccolta d’alcuni aiuti artificiali, li quali congiunti insieme, porgeràno facilità all’oblivione. Li quali aiuti e modi, lon nftretti nell’ifralcritti Capiò Regole, Primo, avendo recitate, e udendo mandar in oblivione l’imagini; òdi giorno con gl’occhi chiusi, ò di notte fra le tenebre, lì uadi colla mente girando per tutti li luoghi ideati con invaginarci un’olcurisfuna tenebra notturna, che cuopra tutti i luoghi, e cosi procedendo, e retrocedendo piu volte colla mente, e non vedendoci imagini facilmente suamfee ogni figura. Secondo, si vadi correndo per tutti li luoghi colla mente, dritto, à roverso, e si contemplino vacuoi e nudi, tali quali la prima volta senza alcuna imagine turno formati, e quello di?  Icorlò fi facci più volte. Se le peritine tacili luoghi sono llabili, si riucggtó no colla mente per ogni verlo più volte, e si contemplino nel modo come prima ui furo llabiIite, col capochino, colle braccia pendenti, e senza imagini aggiunte. Si come il pittore ingclfa e di di bianco alle pitture, per cancellarle; così noi con colori polli sopra l’imigini possiamo cancellarle. E quelli colori, o sia il bianco o’l verde, o’l nero; imaginando sopra li luoghi, tende biantche, o lenzuoli verdi, o panni neri, condiscorrer più uolc«, per li luoghi, con tal velo di colori. E lì poflono ancora imaginare gtnare li fuòchi, pieni, che virtute u po fu e re Dii fudore parandam. Alla qual arte le voi con patienza uigilia e timor di Dio atttenderete; avendo per metodo quello mio trattato, mi rendo certo, che voi nufciretc pierauigliofi nell’uso StclTercirto della memoria, col favor del divino nostro signore, alli cui piedi, e della sua Clvefi santa catholica e apostolica romana gitto me'ltellb, e lòttopongo ogni mio detco e scritto, ora e sempre. Filippo Gesualdo di Lia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lia.” Lia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Libanio: la ragione conversazionale e la setta di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Supports Giuliano in his attempt to revive paganism (a charming letter survives) – “but he is also a friend and teacher of many Christians, can you believe it?” – Loeb.

 

Luigi Speranza -- Grice e Liberale: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Not to be confused with Liberace, he is staying at Lyons (Lugdunum) at the time it was destroyed by fire. A dear friend of Seneca. He follows the Porch. In his eulogy, Seneca declaims: “While he is accustomed to dealing with everyday difficulties, a catastrophe, unexpected, and of such magnitude,  is more than he could handle.” Ebuzio Liberale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liberale.”

 

Luigi Speranza -- Grice e Liberatore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ULIVO DELLA PACE filosofia campanese – scuola di Salerno -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo italiano. Salerno, Campania. Grice: “One could write a whole dissertation – especially in Italy: their erudition has no bounds – about Liberatore’s choice of the sign being conventional, ‘ramo d’olivo’ = pace. It’s so obscure! Aeneas held one, against the Phyrgians – but did the Phyrgians know? And if Mars is often represented wearing an olive wreath, one would not think there is a ‘patto’ between Aeneas and the Phyrgian commander about that!”  Grice: “I like Liberatore – a systematic philosopher, as I am! His logic has the expected discussion on ‘sign.’ A conventional sign he says is a branch of olive ‘signifying’ peace – as opposed to smoke naturally meaning fire – As a footnote, one should note that in Noah’s days, the signification of the dove was ALSO natural – although not strictly ‘factive’ – but then not ALL smoke (e. g. dry ice smoke) signifies fire, as every actor knows!”  “Ma il difetto molto comune degl’economisti è il mancare di giuste idee filosofiche, e con ciò non ostante voler sovente filosofare.” Entra nel collegio dei gesuiti di Napoli e chiede di far parte della Compagnia di Gesù. Insegna filosofia. Fonda a Napoli “La Scienza e la Fede” con lo scopo di criticare le nuove idee del razionalismo, dell'idealismo e del liberalismo, dalle pagine del quale venne sostenuta una strenua battaglia in favore del brigantaggio, interpretato come movimento politico contrario all'unità d'Italia, ovvero: "La cagione del brigantaggio è politica, cioè l'odio al nuovo governo". Fonda “La Civiltà” per diffondere AQUINO. Uno degl’estensori dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Studia Aquino. Pubblica “Corso di filosofia”. Membro dell'Accademia Romana,. Combatté il razionalismo e l'ontologismo, così come le idee di SERBATI. Sostenne che il brigantaggio e la legittima resistenza di un popolo a una conquista non solo territoriale, ma soprattutto ideologica. Difensore dei diritti della chiesa e studioso dei problemi della vita cristiana, delle relazioni tra chiesa e stato, tra la morale e la vita sociale.  I filosofi della sua scuola mettono in evidenza a acutezza dei giudizi, la forza degli argomenti, la sequenza logica del pensiero, la stretta osservazione dei fatti, la conoscenza dell'uomo e del mondo, la semplicità ed eleganza dello stile.  All'inizio professore e giudicato da molti nella Chiesa cattolica il più grande filosofo dei suoi tempi. Si ritenene che vive santamente, e si scorge in lui un profondo spirito religioso. Considerato uno dei precursori del personalismo economico. Altri saggi: “Logica, metafisica, etica e diritto naturale, e in particolare:  “Dialoghi filosofici” (Napoli); “Institutiones logicae et metaphysicae” (Napoli);“Theses ex metaphysica selectae quas suscipit propugnandas Franciscus Pirenzio in collegio neapolitano S. J. ab. divi Sebastiani Quinto” (Napoli); “Dialogo sopra l'origine delle idee” (Napoli); “Il panteismo trascendentale: dialogo” (Napoli); “Il Progresso: dialogo filosofico” (Genova); “Ethicae et juris naturae elementa” (Napoli); “Elementi di filosofia” (Napoli); “Institutiones philosophicae” (Napoli); “Della conoscenza intellettuale” (Napoli); “Compendium logicae et metaphysicae” (Roma); “Sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma); “Risposta ad una lettera sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma); “Dell'uomo” (Roma); “La Filosofia di ALIGHIERI”; In Omaggio a Aligh. dei Cattolici ital. (Roma); “Ethica et ius naturae” (Roma, Typis civilitatis catholicae); “Lo stato italiano” (Napoli, Real tipografia Giannini); “Della composizione sostanziale dei corpi” (Napoli, Giannini); “L'auto-crazia dell'ente” (Napoli); “Degl’universali -- confutazione della filosofia di Serbati” (Roma); “Principii di economia politica” (Roma, Befani); “La proposta dell'imperatore germanico di un accordo internazionale in favore degl’operai”; “Le associazioni operaie”; “Dell'intervenzione governativa nel regolamento del lavoro”; “L'Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII”; “De conditione opificium”; “La civiltà cattolica spiega nei dettagli il clima di "difesa" in cui la chiesa si sente. Il ritorno ad Aquino dov’essere orientato alle sue dottrine originarie. Convinto che dopo di lui ben poco di nuovo ha prodotto il pensiero umano.  Brigantaggio. Legittima difesa del Sud. Gli articoli della "Civiltà Cattolica"  introduzione di Turco (Napoli, Giglio); “Per l'atteggiamento arroccato in difesa della Chiesa vedi ad esempio Sillabo # La "cupa scia" del Sillabo  Nardini, Manca di verità e si oppone ad AQUINO la soluzione di un alto problema metafisico abbracciata da L.” (Roma, Pallotta); “Lettere edificanti della provincia napoletana della Compagnia di Gesù, in La Civiltà cattolica, Civiltà cattolica:, antologia  Rosa,  [ma San Giovanni Valdarno] ad ind.; G. Mellinato, Carteggio inedito L. Cornoldi in lotta per la filosofia di Aquino (Roma, Volpe, I gesuiti nel Napoletano, Napoli, Dezza, Alle origini del tomismo, Milano, Devizzi, La critica all'ontologismo, Rivista di filosofia neo-scolastica, Mirabella, Il pensiero politico di ed il suo contributo ai rapporti tra Chiesa e Stato, Milano, Scaduto, Il pensiero politico ed il contributo ai rapporti tra la Chiesa e lo Stato, in Archivum historicum Societatis Iesu, Serbati, Roma G. Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, Bari ad ind.; Lombardi, La Civiltà cattolica e la stesura della "Rerum novarum". Nuovi documenti sul contributo, La Civiltà cattolica, Dante, Storia della "Civiltà cattolica", Roma Nomenclator literarius theologiae catholicae,  Grande antologia filosofica, Milano, C. Curci, Compagnia di Gesù La Civiltà Cattolica Rerum Novarum Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana., presentazione del libro su La Civiltà Cattolica e il brigantaggio. Segno – SENNO -- è generalmente tutto ciò che, alla potenza conoscitiva, ra-ppresenta alcuna cosa da se distinta. Perciò tal denominazione ben si addice al concetto il quale esprime al vivo e ra-ppresenta alla mente l'obbietto intorno a cui si aggira. Ma il concetto è interno all'animo e per pale sarsi di fuora ha bisogno di un segno SENNO esterno. Questo segno SEENO esterno consiste ne' voicaboli, i quali tra tutti i segni ottennero la preminenza iq.ordine alla manifestazione delle cose, che internamente concepiamo. Così il termine mentale, cio è il concetto, e d il termine ora le cioè il vocabolo, convengono tra loro nella generica ragione di segno o SENNO. Ma si differenziano grandemente nella ragione specifica. Imperocchè, primieramente il concetto è segno naturale; il vocabolo è segno – O SENNO -- convenzionale. Dicesi segno naturale quello che di per sè e per sua natura mena alla cognizione di un'altra cosa -- come il fumo, per esempio, rispetto al fuoco, e generalmente ogni effetto, riguardo alla CAUSA. Dicesi segno convenzionale quello, che ARBITRARIAMENTE  o PER PATTO vien destinato a di-notare alcuna cosa; come il ramo d'olivo si ad opera per il termine orale, benchè prossimamente significhi (E SENNO DI) il concetto, non dimeno mediante il concetto significa (E SENNO DI) lo stesso oggetto. Anzi, poi chè da chi parla è ad operato per di-notare il concetto non subbiettivamente ma obbiettivamente, cioè in quanto è espressione della cosa percepita. Ne segue che, quanto alla significazione (SENNO), esso si confonde quasi col concetto, dicuiè come la veste e l'esterna apparizione. E però la logica a buon diritto tratta per ora ni un vocabolo è di sua natura connesso con un determinato concetto; e però tanta varietà di loquela si scorge presso le diverse nazioni. Al contrario, il concetto di per sè e necessariamente rappresenta l'obbietto, essendo ne una natural rassomiglianza; e però il discorso mentale è lo stesso appo tutti. Inoltre il concetto è segno formale; il vocabolo è segno (SENNO) istrumentale. Ad intendere questa differenza, è necessario osservare, che il vocabolo permenarci alla conoscenza della cosa significata, ha mestieri d'esser prima dạ noi compreso. E pero appartiene a quel genere di segni (SENNO), a a cui può applicarsi la seguente definizione. Segno (SENNO) è ciò che, conosciuto, adduce alla conoscenza di un'altra cosa. Ma del concetto non è così: giacchè esso, senza bisogno d'esser prima conosciuto, col solo attuare la mente, ci mena alla conoscenza del l'obbietto, sicchè questo appunto sia il primo ad essere diretta mente percepito. Ciò di leggieri apparisce, tanto solo che si consideri che il concetto non può percepirsi, se non per cognizione riflessa e pel ritorno della mente sopra sè stessa. Laonde quello che si percepisce per prima e diretta cognizione, non può essere esso concetto, ma necessariamente è una qualche cosa diversa dal medesimo. A di-notare per tanto una tal differenza, venne introdotta la distinzione del segno (SENNO) formale e del segno (SENNO) istrumentale. Viene l'abuso del linguaggio che è il mezzo dato all'uomo per esternare ad altrui gl’interni concepimenti dell'animo. L'analisi de’ vocaboli è ordinariamente un grande aiuto allo spirito per rischiarare le idee, merce chè essi sovente tengon chiusi sotto la loro spoglia. Ma accade altresì che si arroghino più di quello che loro di ragion si compele, e tentino non di essere esaminali e giudicali dall'intelletto, ma manciparselo e deltargli legge a capriccio. Per diverse maniere principalmente i vocaboli introducono falsi concetti nell'animo. Per la loro ambiguità e confusione, imperocchè ci ha delle voci d'incerto significato, le quali han bisogno d'esser determinale nel senso in cui si tolgono, altrimenti ingenerano concetto vago e mal fermo da cui procedon poi fallaci giudizii. Tale è a cagion d'esempio la voce natura, la quale suol prender sia d’esprimere or l'essenza di una cosa, or il mondo sensibile; or l'autore dell'universo, or tull'altro a talento di co foi che l'usa. Parimente le idee significate pe' vocaboli sovente sono assai complesse e complicate; e pero ove non bene si risolvano per via d'analisi ne’loro elementi, son cagione che si formiun assai confuse ed informe concetto. Secondo, tal volta i vocaboli vengono ad operati a significar mere negazioni o prodotti arbitrarii della immaginativa, o semplici ASTRAZIONI ell'animo; come la voce “cecità”, “fortuna”, “centauro”, “località”, e somiglianti. Oravviene che per difetto di debita considerazione si cada nella credenza ch'esse esprimano cose positive e reali si nell'essere che nel modo onde sou concepite. I vocaboli delle cose immateriali son formati d'ordinario per analogia presa dagli obbietti materiali, e quindi avviene che talora si confondano le une cogl’altri. Ne'nomi derivati sebbene spesso l'origine e l'etimologia del vocabolo coincide col senso in che comunemente si prende, tuttavia non rade volte se ne dilunga. Nel qual caso per mancanza di attenzione può avvenire che l'una coll'altro si scambi. A queste cause può aggiugnersi la novità de’ vocaboli di che taluni stranamente si piacciono, e l'uso incostante che fanno di quelli stessi che fuor di ragione introduceno. La filosofia per quanto può nell'ad operare il linguaggio non deve scostarsi dall’uso comune, nè cambiare a capriccio il senso delle voci ricevute o da sè stessa una volta determinate. Una indebita applicazione de’ mezzi di conoscenza è radice mal nal ad'errore. Accadecia in prima dal non bene distinguere con quali facoltà dove l'oggetto concepirsi; come a cagion d'esempio in chi con la fantasia vuole comprender ciò che allrimenti non si può che con l'intelletto. Dippiù si bada talora più alla vivacità e felicità della RAPPRESENTANZA, che alla fermezza del motivo che spinge all'assenso. E così le cose che vivacemente e prestamente feriscono l'animo più di leggieri si ammettono che allre non fornite di questa dote, ma più salde per forza di argomenti. Inoltre si procede temerariamente a giudizii senza prima considerare se l'obbietto è debitamente proposto giusta le leggi e le condizioni volute dalla natura. Quinci le fallacie de’ sensi, lo scambiarsi per i principii proposizioni arbitrarie, il formare assiomi illegittimi, il dedurre conseguenze erronee da sofistici ragionamenti. E perciocchè lo schivar questi mali richiede la  conoscenza del dritto cammino che deve tener la mente per le vie del vero, passiamo a trattar diligentemente questa materia, alla quale premettiamo il seguente articolo, che ad essa valga come d'introduzione. Cum animi nostri sensus cogitationesque animo ipso lateant, nec per sese ceteris patefiant; homo, qui ad societatem cum aliis coëundam e nascitur, idoneis mediis a provido naturae Auctore instructus est, ut ideas suas aliis, quibuscum vivit, manifestet. Haec media SIGNA (SENNI) quaedam sunt. Sic enim nominantur quaecumque ad res alias innuendas sive natura sive VOLVNTATE sunt INSTITUTA. Omnibus vere signis, quibus conceptus nostros et affectus animi patefacimus, maximopere vocabula praestant. Etsi enim suspiria, gemitus, nutus, sensa animi nostri significent; minime tamen id efficiunt eadem facilitate, perspicuitate, distinctione ac varietate, quae vocabulorum propria est. Quam quam non diffitear gestuum loquelam, si vivax sit, vehementius commovere, propterea quod imaginationem vividius feriat, et rem veluti ponat ob oculos. Vocabulum definiri potest: vox articulate prolata ad ideam aliquam significandam. Ex quo intelligitur, ope vocabulorum proxime et immediate conceptus, vi autem conceptuum ipsa obiecta significari. Ad originem sermonis quod spectat, nemini dubium est quin, etsi vis loquendi ingenit a nobis sit, verborum tamen determinatio ab arbitrio generatim pendeat. Secus si quodlibet determinatum verbum determinatam rem natura sua innueret; qui fieri posset ut verbum idem apud diversas gentes, quibus certe eadem natura inest, non idem exprimat? De hoc nulla est controversia; at quaestio in eo est utrum absolutae necessitatis fuerit ut sermo aliquis primis hominibus a Deo communicaretur, an homo sermocinandi tantum virtute ornatus sermonem ipse repererit vel saltem reperire potuerit. Qua de re in contrarias sententias FILOSOFI distrahuntur. Non nulli enim non modo possibilitatem, sed factum etiam tuentur, atque hominem sermone destitutum sermonis auctorem fuisse autumant. Alii id neutiquam evenire potuisse arbitrantur, cum sermo sine usu intelligentiae. efforinari nequeat, et ad usum intelligentiae sermonem necessarium esse putent. Equidem sic existimo: ad absolutam possibilitatem quod at tinet, hominem per se potuisse ex insita propensione et facultate loquendi, quam accepit, determinatum sensum vocibus quibus dam tribuere, et sic sponte sua efformare sermonem. Quid enim repugnasset ut homo rem sensibus occurrentem nutu aliquo com mopstraret aliis, atque ex innata vi loquendi sonum syllabis quibusdam distinctum proferret et ad commonstratam rem significandam libere determinaret. Expressis autem rebus sensibilibus, ad insensibiles significandas gradatim pervenire impossibile sane non erat; cum ad has exprimendas nomina quaedam ex rebus materialibus, propter analogiam, quam homo inter utrasque per spicit, transferri facile potuissent. At si non de absoluta et abstracta possibilitate, sed de facto loquimur, rem aliter contigisse certum est. Nam ex sacris litteris indubie colligimus elementa sermonis primo homini a Deo tributa esse, quantum saltem sufficeret ad domesticam societatem, in qua ille conditus est, retinendam. Cuius rei congruentia vel inde patet, quod si, ut supra dictum est, ad divinam pertinuit providentiam opportuna scientia instruere protoparen tem; hoc multo magis de usu sermonis dicendum sit,cuius longe maior necessitas imminebat. An sapienter cogitari poterit totius generis humani parens et magister, qui quasi principium et fun damentum constituebatur futurae societatis civilis et sacrae, sine actuali copia illorum mediorum, quae ad munus hoc adimplen dum tantopere requirebantur. Accedit, quod eruditorum vestigationes, qui de origine linguarum tractarunt, huc tandem concludendo devenerunt, ut omnes linguae tamquam dialecti linguae cuiusdam primitivae, quae perierit, habendae sint. At si sermo inventio esset humana, singulae familiae, quae diversis populis originem dederunt, linguam sibi omnino propriam atque ab aliis radicitus discrepantem creavissent. De utilitate vero, quam ex sermone pro rerum intelligentia mens capit, permulta fabulati sunt FILOSOFI quidam, in primisque Condillachius. Putarunt enim illum esse necessarium ad analysim et synthesim idearum habendam, nec sine ipso ideas generales efformari posse. Quin etiam eo progressi sunt, ut dicerent ipsam intelligentiam non nisi ex usu loquelae progigni. At enim haec esse ridicula optimus quisque iudicabit, modo cogitet non posse loquendi usum concipi nisi iam antea intelligentia sub audiatur. Non enim quia loquimur intelligimus, sed viceversa quia intelligimus loquimur. Unde bruta, quia intelligentia carent, id circo loquendi facultate privantur. Quod si intelligentia e sermone non pendet, poterit illa quidem suis uti viribus ad ideas sive dividendas sive componendas sive etiam abstrahendas, quin id circo sermo velut causa aut instrumentum adhibeatur. Sed de hac refusius erit in Metaphysica disputandum. Vera igitur emolumenta sermonis his continentur. Prae terquam quod ad ideas communicandas inserviat, ac proinde ve luti vinculum sit societatis; intellectui subvenit, quatenus loco phantasmatum verba ut signa sensibilia in imaginatione substituit. Memoriae opitulatur ad ideas semel habitas revocandas. Mentis attentionem figit detinetque in obiecto, quod exprimit, quae secus ad alia contemplanda statim raperetur. Mentis opificia conservat, efficitque, ut illa postquam contemplationis suae partus vocabulis scriptura exaratis ad retinen dum tradiderit, soluta curis ad nova speculanda impune progredi possit. Hae potissimum utilitates e sermone in hominem proficiscuntur; ceterae, quae a nonnullis nimium exaggerantur, sine fundamento ponuntur, et animo humano sunt dedecori. Denique ad dotes loquendi quod attinet, sermo sit perspicuus, usitatus, brevis; non ea tamen brevitate, qua obscurior sententia fiat; sed ea, quam rite descripsit Tullius CICERONE, ubi inquit brevitatem appellanda messe cum verbum nullum redundat, velcum tantum verborum est, quantum necesse est 1.  ANTICHITÀ PER L'INTELLIGENZA DELL'ISTORIA ROMANA E DEI FILOSOFI LATINI DELL'ABATE DECLAUSTRE Wwwna IN VENEZIA CO'TORCHI DI GIUSEPPE MOLINARI MITOLOGICHE   SLIEHE HE KOS WIEN HOFBIBLION KA  1 eeeeeeeeexe erele cele ; egli Ateniesi lee ressero delle statue. Ella fu ancora più celebra ta presso i romani, i quali le innalzarono il più grande ed il più m a goifico tempioche fosse in Roma. Questo tempia, le cui rovine ed anche una parte delle volte restano ancora io piedi, fu cominciato da Agrippina, e poscia compiuto da Vespasiano. Scrive Giuseppe, che gl'imperadori VESPASIANO e Tito deposero nel tempio della pace le ricche spoglie, che aveano levate al tempio di Gerusalemme. In questa tempio della Pace si adunavano quelli che professavano le belle arti per disputervi sopra le loro prerogative, acciocchè alla presenza della dea restasse bandita qualsi voglia asprezza pelle loro dispute. Questotem. pio fu rovinato da un incendio al tempo dell'imperator COMMODO. Presso i greci la Pace veniva rappresentata in questa maniera. Una dono aportava sulla mano il dio Pluto fanciullo. Presso I Romani poi si trova per ordinari o rappresentata la Pace con un ramo di ulivo PACIFERA. In una Medaglia di Marco Aurelio, Minerva viene chiamata “pacifera”; e in una di Massimino si legge Marte puciferus, qmegli, o quella che porta la pace, PACTIA.Suddito dei Persiani, al riferire d'Erodoto, essendosi ricoperato a Cuma città greca, i Persiani non mancarono di mandare a di mandarlo, acciocchè loro fosse consegnato nelle mani. I Cumeifo .  dea P Pace. I Greci e di Romani onoravano la Pace come una gran qualche volta colle ali, tenendo un caduceo, e con un serpente ai piedi, Le danno ancora il cornucopia, el'ulivo è il simbolo della Pace, e il caduceo è il simbolo del Mercurio Negoziatore, per additare la negoziazione, da cui n'è seguita la Pace. In una medaglia di Antonino Pio tiene in una mano un ramo di ulivo, e colla sinistra dà fuoco ad alcu di scudi,e corazze, j   PALAMEDE . Figliuolo di Nauplio re dell'isola d'Eubea, coman daya gli Eubei nell'assedio di Troja. Vi si fece molto stimare per la sua prudenza, pel suo coraggio, e de sperienza nell'arte militare; e dicono che insegnasse ai Greci il formare i battagliopi, e lo schierarsi. Gli attribuiscono l'invenzione di dar la parola delle sentipeļle, quel la di molti giuochi, come dei dadi e degli scacchi, per servire di trat tenimento ugualmente all'ufficiale e al soldato nella noja di up lungo assedio. ΡΑ1CHE tott an que 9 be 8Q CO 32 ti 8 $1 AL sto fu çerp ip contapepte ricercare l'oracolo de’ Branchidi, per sapere come doveano contenersi; el'oracolo rispose, che lo consegnassero. Aristodico, uno dei principali della città, il quale non era di questo parere, ottenne col suo credito, che si mandasse un' altra volta ad interrogare l'oracolo, ed egli stesso si fece mettere nel numero dei deputati. L'oracolo non diede altra risposta, che quella avea data prima. Poco sod disfatto Aristodico, penso nel passeggi. The branch of ‘ulivo’ is represented in the reverse of a coin of Antonius Pius --. Matteo Liberatore. “Segno e cio che, conosciuto, adduce alla conosence di un’altra cosa” – cf. Eco’s tesi su Aquino. Liberatore. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liberatore” – The Swimming-Pool Library. Liberatore.

 

Luigi Speranza -- Grice e Licenzio: la ragione conversazionale e il filosofo poeta – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. – A pupil of Agostino. He achieves a reputation of a poet. Licenzio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO! GRICE LIGURE!; ossia, Grice e Liceti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia ligure – l scuola di Rapallo -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Rapallo). Filosofo italiano. Rapallo, Liguria. Grice: “Liceti is a fascinating philosopher; must say my favourite of his oeuvre is “Geroglifici,” which as he knows it’s a coded message – the old Egyptian priests kept this ‘figurata’ away from the plebs!” – Grice: “Alice once wondered what the good of a piece of philosophy is without ‘illustrations;’ surely Liceti’s beats them all!” Allievo ed erede di CREMONINI (si veda). Nacque prematuro (6 mesi), venendo alla luce su una nave presa da tempesta lungo le coste tra Recco e Rapallo. Sempre secondo la tradizione orale suo padre, un medicoo, lo mise in una scatola di cotone dentro un forno, come si fa per far schiudere le uova, inventando così il prototipo della moderna incubatrice. Dopo aver compiuto i primi studi letterari a Rapallo, venne inviato a Bologna per compiere e approfondire gli studi legati alla FILOSOFIA. Insegna a Pisa. Padova, e Bologna. Ascritto ai “Ricovrati”  (oggi i galileii – degl’Accademia Galileiana di scienze, lettere ed arti.  Quando comparve in cielo una cometa, si riaccese una controversia analoga a quella suscitata dalla stella nova  ma questa volta le difese della teoria aristotelica furono assunte da L. ed il compito di attaccarla, partito ormai GALILEI (si veda), e assunto dal suo successore sulla cattedra di matematica, GLORIOSI, che se la prese appunto con L.. Questi risponde pubblicando un suo De novis astris et cometis, in cui, oltre a difendere il LIZIO, critica scienziati, tra i quali anche GALILEI, ma con espressioni molto rispettose e lusinghiere. A questo saggio GALILEI fa rispondere dal suo amico GIUDICCI col Discorso sulle comete. Srive saggi di filosofia, tra le quali “De monstruorum causis, natura et differentiis”,  (Padova), con aggiunte di Blaes, nei quali riprese le soluzioni del LIZIO sul problema delle anomalie genetiche, e “De spontaneo viventium ortu” nei quali sostenne la generazione spontanea degl’animali inferiori.  Altri saggi importanti per la ricerca sono “De lucernis antiquorum reconditis” apprezzato da Berigardo, e la “Silloge Hieroglyphica, sive antiqua schemata gemmarum anularium.” Tratta inoltre la questione dell'anima delle bestie nel “De feriis altricis animae nemeseticae disputationes.” I suoi saggi sono chiaramente ispirate al LIZIO, in particolare gli studi sul problema della generazione vivente e sul cosmo, entrando talvolta in contrasto con GALILEI, specialmente per quanto riguarda la struttura dei cieli e della Luna, che L. considera una sfera perfetta e trasparente la cui luminosità non e un riflesso della luce solare, ma veniva generata al suo interno. Al centro di questo dissenso cosmologico, c'e, infatti, il tentativo di spiegare il fenomeno luminescente della pietra di Bologna, che L. considera un frammento di materia lunare. Alcuni saggi di L. rimasero inediti a causa delle ampie discussioni riportate sulle novità astronomiche. Nella congerie immensa dei suoi saggi e commenti va notata la difesa della pietas d'Aristotele; quella pietas così vivacemente messa in forse alcuni anni più tardi dal platonicissimo cappuccino Valeriano Magno, che taccia d'a-teismo il sistema dello Stagirita. L. invece disserta «de gradu pietatis Aristotelis erga Deum et homines», e nel saggio sua «Philosophi sententiae plurimae, fidelium auditui durae, salubribus explicationibus emollitae, ad pias aures accommodantur, illaeso genuino sensu Aristotelis». E ad epigrafe dell'opera sua si compiace del distico Vulgus Aristotelem gravat impietate, L. Doctorem purgat. Numquid uterque pius? La città di Padova ed Spinola di Roccaforte rendeno omaggio al filosofo facendo erigere una statua in marmo scolpita da Rizzi. A Rapallo vi è dedicata una via. Gli è stato dedicato il cratere “L.” sulla Luna.  Altri saggi: “De centro et circumferentia”’ “De regulari motu minimaque parallaxi cometarum caelestium disputationes”Vtini, Nicola Schiratti, Vicetiae, Amadio, Bolzetta, Encyclopaedia ad aram mysticam Nonarii Terrigenae, Patavii, Crivellari“ Allegoria peripatetica de generatione, amicitia, et privatione in aristotelicum aenigma elia lelia crispis. Ad aram lemniam Dosiadae, poëtae vetustissimi et obscurissimi, encyclopaedia, Paris, Cottard; Ad Syringam publilianam encyclopaedia, Patauii, Pasquato, Bortolo, “Ad Epei Securim Encyclopaedia Genuensis FILOSOFI ac medici, Bononiae, Monti, “De centro et circumferentia, Vtini, Schiratti, “De luminis natura et efficientia, Vtini, Schiratti, “Litheosphorus, siue De lapide Bononiensi lucem in se conceptam ab ambiente claro mox in tenebris mire conservante, Vtini,  Schiratti, “Ad alas amoris divini a Simmia Rhodio compactas, Patavii, Crivellari,“De lucidis in sublimi ingenuarum exercitationum liber, Patauii, Crivellari “De Lunae Sub-obscura Luce prope coniunctiones, “Hieroglyphica”, Patavii, Sebastiano Sardi, “Hydrologiae peripateticae disputationes”, Vtini,  Schiratti, Ad syringam a Syracusio compactam et inflatam Encyclopaedia, Vtini, Schiratti, Baldassarri, La pietra di Bologna da Descartes a Spallanzani. Sviluppo di un modello scientifico tra curiosità, metodo, analogia, esempio e prova empirica, Nel nome di Lazzaro. Saggi di storia della scienza e delle istituzioni scientifiche, Garin, La filosofia, Milano, Vallardi, Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, Bartholin, Institutiones anatomicae, Lugduni Batavorum, Riolan, Opuscula anatomica nova, in Id., Opera anatomica, L Pombaiae Parisiorum, Bartholin, Epistolarum medicinalium centuria Hafniae (lettere); Vesling, Observationes anatomicae et epistolae, Hafniae, lettere a L.; Dallari, I rotuli dei lettori legisti e artisti dello STUDIO BOLOGNESE, Bologna ad ind.; Edizione delle opere di Galilei, Firenze  ad indices; Acta nationis Germanicae artistarum, Rossetti, Padova, ad ind.; Rossetti, A Gamba, Padova, ad ind.; Giornale della gloriosissima Accademia Ricovrata, A: verbali delle adunanze, Gamba,  Rossetti, Trieste ad ind.; Salomoni, Urbis Patavinae inscriptions, Patavii Facciolati, FASTI GYMNASII PATAVINI, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena, Renan, Averroès et l'averroïsme, Paris Taruffi, “Storia della teratologia” Bologna, Favaro, Amici e corrispondenti di Galilei, Gloriosi, in Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Favaro, Saggio di  dello Studio di Padova, Venezia, Ducceschi, L'epistolario di Severino, Rivista di storia delle scienze mediche e naturali, Castiglioni, Storia della medicina, Milano, Ducceschi, Un epistolario inedito di dotti padovani in Atti e memorie della R. Accademia di scienze lettere ed arti in Padova, Alberti, La prima incubatrice per prematuri, Minerva medica varia, Boffito, Battaglia di marche tipografiche di  Bella e l'ultima memoria scientifica dettata da Galilei, in La Bibliofilia, Pesce, La iconografia di L., in Genova. Rivista del Comune, Geymonat, Galilei, Torino, Rossetti, L'opera di L. in un manoscritto inedito della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, in Studia Patavina, Bertolaso, Ricerche d'archivio su alcuni aspetti dell'insegnamento medico presso Padova, in Acta medicae historiae Patavinae, Ongaro, Contributi alla biografia di Alpini, Tomba, Gli originali di Galileo in Physis, Ongaro, L'opera di L., in Atti del Congresso di storia della medicina, Roma, Ongaro, La generazione e il moto del sangue in Liceti, in Castalia, Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino Simili, Una dedica autografa di Galilei a L. e il clima delle loro concezioni scientifiche e relazioni epistolari, in Galileo nella storia e nella filosofia della scienza. Atti del Symposium internazionale, Firenze-Pisa, Firenze Mirandola, Naudé a Padova. Contributo allo studio del mito italiano, in Lettere italiane, Castellani, Marangio, I problemi della scienza nel carteggio con Galilei, Bollettino di storia della filosofia dell'Università degli studi di Lecce, Marilena Marangio, La disputa sul centro dell'universo nel "De Terra" di L., Soppelsa, Genesi del metodo galileiano e tramonto dell'aristotelismo nella Scuola di Padova, Padova, Agosto et al., Rapallo, Berti, Galileo e l'aristotelismo patavino del suo tempo, in Studia Patavina, Ongaro, Atomismo e aristotelismo nel pensiero medico-biologico di L., in Scienza e cultura, Galilei e Morgagni, Padova. Brizzolara, Per una storia degli studi antiquari in Studi e memorie per la storia dell'Bologna, nZanca, L. e la scienza dei mostri in Europa, in Atti del Congresso della Società italiana di storia della medicina, Padova, Trieste, Padova Re, "De lucernis antiquorum reconditis": il capolavoro calcografico di Schiratti, in Ce fastu? Lohr, Latin Aristotle commentaries, Firenze, Basso, erudito ed antiquario, con particolare riguardo agli studi di sfragistica, in Forum Iulii, Basso, "Fortasse licebit". La marca tipografica di Schiratti e l'impresa accademica di L., in Quaderni Artisti Cattolici Ellero, Ongaro, La scoperta del condotto pancreatico, in Scienza e cultura, Poppi, Il "De caelesti substantia" di Ferchio fra tradizione e innovazione, in Galileo e la cultura padovana, Santinello, Padova, Kristeller, Iter Italicum, ad indices. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. sapere, De Agostini, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ruff. L.. Beerbohm: “Send me a letter; I live in Rapallo.” “How should I address it.” “Beerbohm, Rapallo” “Do not worry, there is only one Rapallo.” “Vico L., Rapallo” – “Statua a L. da Rizzi, Spinelli Roccaforte, Padova.xstril. minnstiii UAiTiO Stjftdsb iupon Ratfatia in IV libros De his, quidiuvi- P uunt fine alimento. P1?- 1 in quo eaptobatissimisautonbus afferuntur obferuationes eorum, qui vitra biduu . ab omni obo potuque abftmuere. Abstinentiae vana: intra fepumam diem conclu- .ffaec. Abfimenu, a iepfmo ad decimum diem extenfj. Abftmentixi decimo ad vigefiraumdiera protc- fe.cap.£. Abstinentii ad mensem produAfe. Abstinentiae a primo ad tertium mensem produ-. Ax. c Iehmium populorum Lucomonae ad quinque me des quotannis mire productum. Abstinentia Oftimeftns in muliete Patavina. Abstinentia pueli Tufer ad feitumdec unum- Spiritus non aliaere. Aerem in mitto vivente non ali aere intrinlecus quoraodocunqucattra Ao.lenem in mitto non abfumerc acrcm. Partes animalis 4 przdommio aereas non ali aere inspirato. nui Aerem hunc, quem inffiramus, non efle alendo et creari c 'i t. fpintus. Ad nutricationem metaphoricam non semper cd- sequi veram Rondelctij difficilis alfertio. Soluuntur argumenta quibus nititur pnor opinio, mensem protradla. Abstinentix ad II annos produAx. Ablhncntix ad III annos protenf. Historia puellæ Spirenfis quadriennium abftinen- . tiscap.it. Abftinentt a quarto ad duodecimum annum de- duAx. Abstinenn vitra duodecim annos longissime pro duA varia exempla. Abstinenti $ diuturnae incerto temporis spatio adi' mentr. Difficultatem negotii nos retrahere non debere a proposito. Curante omnia oporteatnos aliorum dogmata de Chatnxleontcm, ac Viperas non ahaere propol i t c tpeudere. inqua omnesaliorum opiniones examinand breui catalogo numerantur. tn quo examinantur sapientum virorum opiniones de natura et caudis tam diu- turni lciumj. Opinio Argenteoj et aliorum exiftimantiu abstmcntcs nomos nutriri aere inlpirato. Cancmlcucm et Manucodiatam apud Indos non alucrc.Secunda opmio Medici Clariflimt ex Augento, Si . M a nardo contendentis abstinentt ncftrosalf odoribus, fle exhala tione aerem obfidente car Examinatur propofita fcntenua, &: primum often diturnon elfe in topi acre vaporem, ac cxhalationcm.cap.a». Exhalationem infpiratam vi calori? humant non pofle cogi in fanguincm.St^ alimentum. Exhalationem non alere 1eiunantcs. Expenditurallata opinio demonttrando primum Non omne fapidu111 alere. caloris aAionein humorem non elle conti- nuam ;caqueiugi, nonidco affiduam clfc debe- re nutricationem, cap.i. intus in animali aereos non efltjfcd igneos. C. J. aimores proprie non ali.Spmtus in viuenni corpore r,ou nutriri.Odores non alere,quia non funt miftorum fpccits, prima ratio Arifiotchs aduerfus PITAGORICI c1phcatur.cap.2d. Secunda ratio Anftotclis LIZIO demonttrans odores n6 alere, quia per coAioncm a calore non podint ex odoribus excrementa lcgrcgan. Omne genera sed vnicum ottcnditurj nec ali omnia qiuecu que diffluunt in viufnteA^" reftauritionc indigent. Acrem ml piratum pon efle miftum, nec adeo ut fit alendo corpori. Explicantur allata dogmata Galeni de eo quod ctt ipiritus aere nutriri, J. Alexandri, Nicolai, CICERONE, ac Thcophraflirii- fla confiderantur.de eo, qupd eft att:m alerem fpiritus,& calorem; et ad A rittotclis, ac Hippo- cratis ccnfuram rediguntur.tf. Hippocratis afiettio dc triplici alimento illuftra- tlir Olimpiodori. ic Platonicorum dogma 'de horni mbus acre, ac radijs folartbus enutritis expendi tur.cap.primo noridari trianutrinientorum trrfs T Omnealimentum, feuexternum, feuinternumco coqui deberc, coftioneque aberctementispur- Odorem n aloris ita concoqui non poffe, vcab excrementis dicatur expurgari quia limplicem, l'eu nutriendo corpori omnino diflimilcm naturam obtineat, Ab odore vi caloris concoqnenris nec tenue, nec craflum fegregari excrementum.cap.j». Tertia ratio Arillotelisoftcndcns odorem nonale requiacoftionea calorenonincraffatur.cajt Quarta ratio, qua Ariftotcles probae odorem non Ci£,& quandopropemare ambulantes falfura. re fenrianr, et alsarum faporem quos prope ab- finthii fuccus agitatur. Tertia opimo doitiilimi Co/lii prxeeptoris exiftf m.mns abflinente» nofttos aqua enutrita» primumofle- Propoli ta sententia confideratnr, ac Ari ditur ex autorita te Platonis ^Haiqpupoacmrantoins a,lere, ftotehs, Galeni, &Auicennp cap Aquamvi calorisnoncraflefcere,ideoqu-everH ahftinentemalerc. Pvrauftas non ali exhalatione illi connmili cremento arugmeri fine ten^ imminutione, o. Plantae non Canemleucm non ali rore, Manucodiatain rore non pafc1. Argumentum duci non polle a brutomm alimen- to ad nutrimentum hominis. Quo fcnfu verum fit Quod ftpit nutrit, Exhalationem acri permiftam efle fapidl  t Exhalationem non efle odoriferam, et Allomos noneffe, quiod oribusnutriantur, quicqurdFici nusfenfcnt. Democritum, Homerum odonbus vitam libi prorogafle ceu medicamentis, non vt alimentis. Animo delinquentes odotibus recrearr non ut ali- mentis,fcd vt medicamentis Hippocratis dogma vulgatum de ctlcir nutncatio Aqua nihil inefle lcntiatur,nec epota ne per odoratum lUuitratur non poffc in alendi fubflantiam. effealendocorpori, quianonferaturadmem- Aquam coflione non fienfimile malendo corpobra nutrimentis dicau. Quinto confirmat Ariftotcles odorem non alere, quia nonnifi per accidens fertur w fontem ali- menti. Odor effe medicamentum, non alimentum texta ratione probatur, Ccnfurare fponfionum dcraonftratiombus Antro telicisab Argcntcnoallatarum. Respondetur ad argumenta, quibbs nititur fenten fupenor, ac primum oftendirur exhalatione de terra Turgentem non ubique pntfto fuiffe abftinentibus, nec effe milium, cap.jd. Bxhalationetn odore tciro afferam efle, lapidam ri,vt decet alimentum cap.do. effe Aquam non effe tale mtftom/juale oportet ali roentum.capdr. Aquam effe vehiculum alimenti, alimenniracap.dx. Satisfit rationibus quibus nititut et propterea non aliquot primoque decernitur cur ablhnentium hu- aquam potarent; quoniarmadpiocualbeihc,afpm^c3- mido inftauretur huraidum Aqua nec plantas ali,nec aquatdia. campf.t Arfu.mcnto, Vium non feruartccaalloroirse pvarbualnoi:mc*alorem vtcon- humorem non efleaquammec aqueum. Aqua non reftmn quod aqueume corporibus ef- fluxerit.cap.dd. alimento, &cauf carnem, 5tlac; quxpluatpoftca. AquaexAnflotelcquomodofit obigratia,fi noneffe.Exhalationem a calore non condenlan. Exhalationem in acre cogi non poffc infanguine Qua ratione potuerit animalia pluere,ac fpeciatim vitulum, pifces,ranas,atque lemmer. Hippocratis dogma illuftratur de cxhalatrone ve Solis attrafta ex animalium corporibus. Rorem non effe vaporem vi caloris c6crctum,ncc alimentum cicadarum.Mannam non fieri ex vapore vi caloris dentato in aere,nec folam alere poffc ad Hxbraic mannas difcnmcn.Mei non effe purum rorem concretum, nec tale quid fine alio nutrimento diu pofle hominem fa ftcrilitatis,& pilobus affumatur non vere alit  adeo ex igno, Animatu quomodo conftituantnuurtriantur aqua et aqua,vt moucanlur nigonee,ft vere alimentum. Hippocrati; cui aqua cap. femper ex morbo intermitti funiiiones vitx: quxue operationis lilio morbum fequatur. cVigelimaquinta opinion Qucrcetanireferendsab- ilinenttx caudam in petrificationcm partium . ventrisimi, & nutricatumaliarumexaere,ac odoribus.Expenditurallata lentenda offendendo longum ieiunium haud ortum ede a pctnficatione par- tium naturahum,& a nutricatu aliarum cx aere in vlkiabdinente. Soluuntur allatx rationes hanc opinionem robo- rantes, de dilcriminc inter Ecdafim,ac fom- num;VinterEcdafimgrauem, acleuema- gcntes.cap.aoo. viralianonaerenutrita, necalijsvitamcommu- Vigcfimapriraa opinio Podhij afferentis homines diu ab alrmemo abdincre, anima illorum pec cataphoram,& intendorem fomnum vacante a proprijsofficijs. cap.ioi. Examinatur, et improbatur opinio decernes ab- ftincntiam diuturnam abalto,&t_ profundiori fomno prodirc. Refpondctur ad argumenta de (omni differen- dis, et de longum tempus dormientibus, Vigefimalecunda opinio Benedilti, Montui,& Mercuriales dicendum caudam longi iciunij ede condri&ionem cutis, pororumque occlu- fionem quidquain ecorpore diffluere non per- uri ttentem.cap.2a4. Expenditur allata lententia demondrando vfum, ac necelficatem alimentorum non ede abfolute indaurationcm deperditi, fcd m alium finem : nec ita meatus omnes occludi pode,vt nihil ef- fluat ccorpore.Soluuntur Beucdifli, et Montui radones, oflendendo cur cxlum alimends non egear; et quo- modo corpora, c quibus nihil effluat, ali vanicade. Vigefimafcxta opinio decernens abdinantes no- ftrosdiufinecibo, potuqueviuercviherbx, ac medicamendcuiuldamfamem,fiumquepellen tu. Expenditur allata fentenda offendendo abdinentesnodros nullius hcrbx, autmcdicamenu vir- tute adeo longum pruduxideiciumum. Occurntur argumentis allatam fentenuam corfir- manubus, confiderando naturam herbarum,& pharmacorum fitmem dumque pellentium Vigclimaicptima opinio ex Valeriola referens caudam aiuturnxabdinendxin puram confue tudmcm.Expenditur propofita fentenda, offendendo contuet udinem non patere tam longam abffinentiatrc  r. Satisfit rationibus viri Clariffimi, offendendo qua rarione medicamenta, &venenanonagantin. aduetos;&quomodofc habeat confuctudo ad cibum, et potum, cap.aaa. Soluuntur argumenta Quercetani odendendo ab (linentis vilcera naturalia non fuide petnficata; libri Capita centum Prifatio, inqua& difla dicendis attexuntur, tam mitti Diftnbuitur viucnrium genus m fuas fpccies fupre Ariftotcli mus.cap.r. minem Quomodo fe habeant ad alimenta propofira vi- ucntiura fpecies vniucrfim. cap.z. Semen animalium St in vtero, extra vtrmm . femper viuere fine alimento, In animalium mortalium genere aurelias, 8r nym phas appellatas nunquam vllo alimento vri: co. paraturque generatio infefli ex verme cum ge- LIZIO in tex- pofle Ariflo neratione hominis. Semen plantarum non tota fui vita, fed tamen fine alimento viuere.Oua diu fine alimento viuere, quamuis non diu peratione viuere ex definitionibus nflotcle promulgatis, Deducitur hoc ipfum cx tngefimo De anima. o- animae ab A- fexto fecundi vitam fine alimento viuant. cap.tf Ligna,fcu ramos,&arboresextra humum totam diu fine Adijcittir his definitio vira in Tamis exarata propofitam iniermiflionem nis adftruens. naturalibus nutricatio- alimento viuere. Stirpes terra infixas diu, ac fpeciarim tota fine alimento viuere pofle. cap.8. Brutorum imperfeftioris naturi plurimas hieme Ariftotclihocidemplacuiflcin Moralium, primo Magnorum diu fine ali mento viuere pofle: ac fpeciarim icuinio, &ortu brutorum viucnrium intra ioli- diflimos, imperuiofquc lapides copertorum.c. Aues quampluresdiu abftmere incolumes, c.ro. Pifces diuturnam tolerareabftincnriam. cap. Tcrrcftrium brutorum perferorum plurima tumumagere ieiunium. cap.r Homines diu a cibo,potuque abftincrc pofle.c.r Quotuplex,quique caufla dc propofito nobis inquirenda fit. Quotuplex,quiquefitcommunisidea vniuerfa-, lilque forma diuturni abfhncntra. y. E quibufnam fontibus hauriantur argumenta caufla efficiens urqs abftinentes non ali confirmantia, Homines in diuturno ieiunio nutriendi Quid.dr' quomodo radicalis humoris a calore nanem intermittere pofle ratione aninra. Nos diuabftinctes pofle a nutricatione toto co tf- penitus prohibere peffit. ponstraiiuociari corporis habita rarione. De differentia originis xt 8. citra vitfdifpendiuhabitaquoqj ratione caloris.c. jr. iqualitatum mifli, deque Homines diu pofle nutriendi munere priuari ongtne radicalis humoris. Differentia cflentu tnum squalitatum eflcntia natiui calonsfliumidique dicalis explicatur. Pofle diuturnam nos agere vitam citra nutrica- tumex ratione vira, fcu viuentis totius, quod ex anima et corpore mediante calore conftitui. tur. Diu intermini pofle nutricationem abhomine ra- propofi- tioneipfiusmct nutricationis. Diu pofle intermitti funrtionem alendi ratione peramentorum, miflorumaqualium tcfcunt; a quibus feiungirur aequalitas humoris primigeni;, Differentia promulgatarum ipecierum hu,, om- natiui mons quicalorifubditusefledicitur nino ratione fpirituum. Confirmatur diu fine opera nutneatus viuerepoffe homines dc lententia principium autorum, ac pnmum Hippocratis, Nutricatione diu intermitti ex decreto Ocian diu nos pofle 3 nutriendi munere penes durationcm. cap Qui fitiqualitas impediens confumptionem Celfi.c.14, ad aures Galeni ex illuftn fentcnria m opere it lotis ait hu- natiui, SC humidi radicalis reperiri pofle. . et humoris naturalia Quomo- ffir.- caloris, I tvi dicendorum ratio, naturaque proponitur. Liber Tertius, inquoexrei natura difquiruntur caufisephyficx tara longum ieiunium confti- tuentes, efficientes, conferuantes, terminantes, ac diftinguetcs cum generarim, tum fpeciarim. fpecies Hominem diutius nutricatione intermittere pof- no- 1 6. funflio- diutunra huius abftinentii. ' Aequalitatem virium in homine diu fcruari pofle.  de lc de mente LIZIO in y. problemate prtmit  1 j. diu- frOionis.aif.j6. LIZIO fuppofuifle,ac potius exprefle 3. Laurentio nutricationem vira ncceflariam non fe.cap.3p. ef- Idipfum confirmatur ex eodem Galeno Corrtcli/ fententiam approbante, propofi- Confirmaturhomincmfine aflione alendi ftercpofle conii- diu de mete Galeni excorni 1 feOionis. t.a'phor. Operationem virtutis nutririuse in atrophia ex Auicemra fententia. quoque pnuatum aflionc nutriendi viuere pofle intextuij.hb.i.dc Confirmatur id ipfum ex eodem tu -e1ufdcmoperis. Nutricationem inviuente intermitti ho- anima. teleautorein yltimo problemate dteimtt fOiorir. Confirmatur hominem pofleabfquenuiricndi dccreuif- fe viuentia funflionem alendi poffeintcruutte- re, quod ena notauit Auerroes s.dcan. Marcello nutricationem in viucntibus pofle. intermica Colligitur forma, 8 idea vniuerfaJit abftincnrra noftrum iciunantium. Quptuplex,qu*qile fit vniuerialis riuo confumpeionem. Quotuplex efle pofllt qualitas in mifto. ?. tarum; ra Difcrimen trium earundem xqualitatum ratione leuradicah. squalitas quantitatis diferera; vnde mnumcry fpecies moris radicalis a calore nanuo. Æqualitatem caloris quoad virtutis in homine inter- teinno- caloris Quomodo aequalitas virium caloris natiui, er fe fitim procreent Vt allinentis per fe non refrigeretur vlla ratione-, calor nauuus.Anflotclis difficilis locus explicatur de refrigerio calor.s ab alimento.Galeno nem alimentum non refrigerare calortm natiumn, nili per accidens, fed per fcilluin au- gere. Vtalimentis augeatur caloris innati gradus, feu qualitas;nonfolamateriacalida exercitatio ; cumdortilfimo Fcrnelio. do. Vt alimentis non pofiit caloris virtus mtfdi abfq; Vt verne melerei de ventrtenld, inteftinis f» gant alimentum non expertato fine cortioms. Vt folia, ttores, frurtus, et femina plantarum pars tes vere non fint, fed excrementa potius,  Vt cx co, ouod oua,& femina citra nutricatum vi uant,colligere polfimus perferta quoque anima lia vitam polle traducere ablquc alimentorum vfu. co quod fubicrta calori materia augeatur. Vt anima nutriens artum habeat immediatum, et Curnonfintfrequentioresnofiri abfiinentes, fed proprium, in quo edendo no v tat ur organo cor» porco. Calorem natiuum in nobis,quin etiam ignis riam- tnamapudnos, non indigerencccllario humoris,quo vcluti pabulo nutriatur, Cur calor humorem in milio, et in viuentc prxfertim d:palcatur,& intentum procuret, exercita- tio cum liibtililfiino Scaligcro. Vttn Ecllali ceffct anima nutriens ab alcndimu- nei4.Vt Ecftafis non Iit priuatio munerum animi intcl ligeutis, exercitatio cu virodortiliiino, ex Sca- ligero.dd. Vehementi fiupore^hjsque plurimis de caudis de 1. Jertabanimopolle omnes nouones, et habitus, c Vtalimentivfusnon fitadrefiaurationemde per- di ti,fcd ad auocandum calorem a cita conlum- tione humons: exercitatio cum Magno Al- crto.cCur femen maris in vtero femina: concipientis no alatur.Vt IcmcnnonIit parsanimati, inquoeff.Vt ou»iubutntancaliat ammata. Digil qt fit  mK cuerti naturae lr| Calor, definiendo^ non^UfrAr.Vt calor iniitus igneo pro| iCrefpondcnscoi cum femetipfo coUlgaturitluod vcgcticficak.re,&hieme tiamehushabeant. aa,.:j) mi Ha.t.gMUlCi fsklJlli l"v'i fcwnq..4,..V«m .t {}.{ioli 1. :S utrori'' 1 1 ) r tluf. tvi. 11 . 5 . un. l M-k 'V' t -'iiklia^. Ohtvn.i, i!,» lRttift j 1? ' m. .j.j.il r.cvt .1 r4 .1 a» c ii t.ojSjva nm.iinhijjafc. Btiftt remtr.il buUma ttiu^ bi' iV.  min vituentCe fiuniftionecs UDt inirn^» marica Mntehumorem abfumert.dicatur. BnOoniidoaw» rf.u. bkrAt^natnitii\«i>.tthtij . t .1 Sei.t e«10»rilrurfvht 1 ? 9* i >v fp wuiMe''•{! a.l8-t. aavttt '»wj.iW'i'i :.!.wtvers qiRt . J.vrf>u.*-c tiVa humorem \ .s-u.-ue. K.,i .1 i/.XIA'VtrQ\i,' "i'l 9\a.1r’.av.iii.pi iA.ivr1 As.ftla,i),at;yi juajm.ih. i1riumdicaviipfuiacunfuaitre Yalcat.0^.1^AwimtarUiAnti«naV.v,?y..«ri*a:Trium Cupidinum; Voluptuofum tyranni demin Animæ facultas, concupiscibilisvtin anima vin Amotescur Alatifingantur. Cur Amores Nudifingantur. De Amoristergemini pulchritudine. Amor curnoncæcus inSchemate fidus. sa, gercnsincacumine volucrem, et caueam De fructuarboris sapientiæ, nostroinSchema Inter.viros altafapientiaprestantes, efequi nonvocedocerefintapts, fedtantum, Schema Gemme. Sapientium,sciendi cupidos edocere valentium, tresesseclasses.Coruicumviro fapientiæ scriptore detegitur analogia. Schematis Amorumtrium explicatio Medica. Devolumine Mufices, invnguibus Coruimy ab Alciato, consideracur. Schema Gemma. Explicatio viri eruditi de Amore nocturnas Amoris origo mirabilis; a Platone polica,de Defrondibus Aoribus hwnanæsapientiæ. claratur. Amor voluptuolus veergabellicum, et litera Amor fapiêtiæcúrnuduse fictus. Decer gemina significatione ftellæ prælucen. Amor sapientiæ curalatus, et quænam finteius cisin Schemate poni caput viripsallentis. Alæ. Quomodo fapientiæsymbolumsitarboranno Amoris Emblemanoftroperfimile, propofitum voce tantumodo docere valeant. Schema primç Gemma. De arboris in Schemate piata coinparatione 16 busomnibus, modo fcriptis. geminos Amoresprobaspassomexercere, çatirascibilem, et rationalem, Amor cur a veteribus Diuinitatc donatus, Explicatio Schematis ab incerto propolica consideratur. Yeiundas. Depriscis Anularium Gemmarum Sche maribus cxplicandis. Amor sapientiæcur, præteralas,adhibearetiam brachiamanusque geminas, quibusfuniculo riuin impcriolam tyrannidem exerceat. Sapientiam apprehendi ab Animo Doctrinę Humanus animus crga sapientiam cur se habeat sermone vocali discendi cupidos crudi. ente :primumque de biformis inferoa parte fticicanentis, repræsentat (1.. Inter viros dostos inueniri, qui non fcriptis Amor sapientiæ cureffictusingemma puellus Supremamonftriparshunana declaratur. Vt Amor pusio,corporepusilo imocens, arq;moribusfimplex gallum referente. Pientia comparatur. ad arborem scientiæ boni et malı, dudum a De fru&u arboris scientiæ boni et mali, primæ uæ in Paradiso cantilenas ad amicam personante perpen duplicisecollarinaltum. Responsio de Veterum Gemmarum ex- Demagnoconatu, ingentiquelabore, quofa plicationcadcunda. Amoris differentiæ tres cxplicatæ. Cur Amores ætate pueri fingantur a veteri sedulalectione, acintenta Aufcultatione. Schema Gemme. ditur. Propria proponitur explicatiode viro fapien. Amor fapientiæ curingem mafi Ausefteffigie DeBarbito, seulyradigitishumanispulfara pusionis,acinfantis. Deo in Paradiso creatam . cedelincatæ.  Pror Proposito Schemati comparauraliud Fabij Septentiam Viricl. hocsensusunprám, nocon cundiatoris, exterminatione confiftere, Schema Gemmę. uenire Schematis imaginibus, oftendirur. Propria Schematis explicatio prior eft, de Amico veromọitain Amaci et defunctime. De Armış offendentibus, Heroico Amoribel licodatis in Schema re. De Cun&ationebellicaper Amoremftantem Proponiturexpofitiopropriadeamorę Ca. indicata, tofis: cap.xlvi. postulan. Amicum verum inaduerfitate dignofces, cile fót: vél Tetbydis, aut Veneris Amores:vel Ægyptusludens ditur. Prima cxplicatio noftra moralis, de formola Peleum, velVencris ad Anchisen delatione, formofitas, do oscaffo, Şecunda Schematis explicatio, de Amico Pulchra mulier, permarevitavagarsadare De Amoris bel lici clypeo hieroglyphicum, Cur Amor istebellicus Pedes,non Equesef, Super incrementa Nili. Amici de funéti memoria femper in corde confer. raptaproponitur, &adhistoricamfidemrc digitur, Amoris bellici, ro, qui dignoscitur in aduersa fortuna, Schema Gemma, exarmati, pendicur. indignacionem.cap.liv. Coniugalis Amor armis offendentibus expolia. Proprja sententiaproponitur,quæ’est,obocu losooni Schemate noftro proprietares Amoris irascibilis, fiuemilitaris: primumque de Schema . Gemme. Index Titulorum, De Amoris bellicivultufæuo, seuero, actan. Explicatio Schematisacl.Viropropolita, de cumnontoruo,minaçique. De propria significatione Galeæ incapito dicitiam Matriş-familias. Schema Gemm &. De Amore civili, qui vocatur Amicitia, vt a tri muliere,quæ nimium extra domum vagans ad arbitrium,vel eft,vel euadit impudica, yanda;& Amantem non redamatum,indi-  Propria explicatio Gemmæ proponitur, de gnabundum extinguerequam affectionem, Schema Gemmx . Triconepulchram Nympham marinam yo, Aliena Viri cl.explicatio,de Amore monftran lentematq; lubentemcomplecterte, perqs maria ferentc. redamato, syum Amorem extinguente per Amorem Heroi cummilitiamagisin conferuatio Secundus eruditi viri sensus explicatur, et ne Ducis, et Exercitus oportune celeris, et cunctantis, quaminhoftium expenditur, moriam eonseruante, Opinio, dicenshocese hieroglyphicum Amo Secunda Şchematis explicatio, de Amantenon ris concupiscibilis per visam negociofam corpore milicis generatim. De Amoris belli ciceleritace, perAlaşindica- CupidineindigneferenteSibifpiculanegari a Venere,proponitur et expenditur, filius in Schemate noftræ Gemmulæ, IN SchemąGemma Smithi anaexplicatiode Nereideper falum Amicus vs que ad Aram Amico illicila busantea declaratis, Concupiscibili, Ra. Secunda explication fabulofa, vel Tethydisadrionali, et irascibili contradistinguitur. Opinio ponons hoc esse symbolum Amorisvo- Terrinexplicatio physicade Ægyprolafciui luptuosi, expenditur, entesuperincrementa Nilio Rapina puellas dealiasrespulchras exponit Propria declaratio prima de Amico vsque ad Aras., Fur et pudica Maire- familias. piugali, exarmatospiculisoffensjonisperpu bitrium, velimpudicaeft, velimpudicafa. equo marinoveda, proponitur, et cxpene Sententia virieruditide puella vere a Tritong tccun&ashumanasr esessevanas, proponi- Secunda cxplicatio,deTijroneraptāpuellam tur, et explicatur primosensu noftratélubvndasasportāte, Tertia Capicum Operis. Tertia moralis eft explicatio, depiratis,acpræ- Deoratione Mentalisubhieroglyphiconudæ mortali. Propria Schematisexplicatio, declarans spe tem et  faciem interga versa in,cumligneum scipionem. cDe forma templi Delphici in Schemate. De consulentis Delphicum oraculum baculo, Mundi Systema, partesquevniuerfuminte. grantes, explicantur. ASTV'S DEV DITVR ASTV. In cogniti viri explicatio indicata ex senis datotibus, aliisquemaritimaclasserapienti- mulierisgenuflexæ,sedentis, et vicumque busresalicnas. Sententia C l . viri, de primo quadrigarum inuentore proponitur ac expenditur. Oraculorum Diuinorum propriumest, homini, deEricthonioaPallade, ceu filiofpurio, et tanquam presentes. Schema Gemma. De Papauere, simulachrosomni,aquoprima De rupe templo Delphico subiect:.  Propria fententia proponitur primumquecal sumitexordia et  inquodimidiumsuædura giliapatratarum, perenneinin conftantiam. Proprialententiaproponitur, et confirmatur, impuro proicãobus euentus futuros demonftrare Schema Gemme. Aliena declaratioproponitur,& explicatur. ciarim arborem in lacus propeod ntem,& hominis cõsulentisoraculum cumpailijpar De Papilionc, significante breuitatem humanæ vitæ. De Simulachro in templo Delphico. De Canopo, Deo Aepytiorum, superante Iouis figura vesitaptum Terræ hieroglyphicũ. OratioVocalisatque Mentalisvnacon pirantes Pallas nuda ve fignct ignis Elementun . Deum flectunt,ob efficaciterexorant. Schema xiv, Gemma. De Mercurij ligno, Elementum Aeris repræ de Detribus orandi modis antiquis: ftatario,ad Beneficij, velabrutisaccepsi,Deumefegratum remuneratorem geniculato et sedentario.  decoreftantis, ambabusmanibus Deocor offerentis. Deque antiquo more tenendi Pallijmotus in terga declaratur. Explicatio noftrade Mundi Syftemate,parti tumAquæ.cap.xci. uariælymbolummedium explicaturdevita Dc Rota,lignantehumanarum actionum, invi. Schema Genoma. Tionis habet humana vita. De Vrna sepulchrali, ad quam terminantur a&iones omnes humanæ vitæ mortalis. Schema Gemme. Deum Chaldæorum Ignem, viâorem omnium aliorum Numinum Gentilitatis. buiqueintegrantibus, proponitur; primum que Zodiaci declaratur imago, pro toto Cælo.D e oraçione Mentali vereres profanos egisse. Facici mira versio in tergus explicata. Schema Gemma, corroboratur. Voca- De Nepturo, repræsentantetotum Elemen D e viribus et proprietatibus orationis  lis, atque Mentalis, Deo Accendo p orrigen . sentante, Poeta HEROV M FILII NOX £ . autoribus proponitur et Humana vita eft morsvndique miserysobfella. expenditur. De oratione Vocali, fignata per mulieremic. miamittam, quædexteralacinian tenet,fini- Schema Gemma, Explicatio Viri Cl. re&taproponitur, et latius ftraserpentem porrigit. Aras ab orantibus. Poetabonus, ad Lgraincanerenescius: vel  Propria Schemaris explicatio proponitur, de canere nescio.  Secunda Schematis explicatio depromitur ex pium natura generica, Proserpinæ Schema Schema Gemm &.  ponendis apre facilequedislidijstum ánimo rum dilceptantium, tum corporca violen:. Noftra explicatiode Ducisexercituumeripli- Sacrilegus Brenus ad Altaresempli Delphici ciproprietate. Tertia declaratio nultra de Amoris genitabilis fcibilis et Rationalis, explicari Schemare. Produnturin Schemate. mortem fibi metipfi sponte conscisceredebuis, Auroranettens Atheraterris,prouchit oria diem . Schema Gemma. Aurora diejnuncia, celeriterorbem terrarum circuit. . tiabelligerantur, setranfuerberat. absolute, frustra laboráns. Hesiodo poeta bono carmita sua ad lyram  adagio veçusto de viro fruftra laborante. PRINCIPATVS ANIMALIVM, Ducis exercituum proprietates: Amorisgenitalisimperiosapotestas, G Amoris tres differentia, Elementa vitalia. imperiosapotestate.  vel Ampli il regna benegubernantur, Explicatio viri Cl. de Principatu animalium. altronomo Lunæ, liderumque seruante, phasesob- De Ajace semetipsum interficiente, gladiodu dum ab He&ore sibi donato terramcum Plutoneraptoremanente,totie dem supracerráapudmatremdegente,my. Num Sahemapossitintelligi.dam fra&tam supplente,affertur,& expen ditur, Schema Gemma. De Cererisfilia Proserpina,sexmenses intra Amoris tresdifferentias,Irascibilis,Concupi Elementa viuentium fcracia,& altricia, terna Anonymisententiade Decio proponitur et  cxpenditur,obferuatoris hieroglyphicum. Schema Gemme, numpoflicimago Schematis interprecari.Explicatio fabulosa, seu poetica viri do &i de Schema Gemme. De Mercurio Canicipite, Regnum Acgyptium optimegubernante, Schema Gemench. De viribus Sapientiæ, ac Eloquentiæincom. Ajaxfurens, ob Achillis armfaibi negata, Schema Gemma. De Catone Veicense, semetipfum cõfodiente, Proponitur explicatio propria,de Brenno, Proditoremnunquamplacereviroforti, etiam cui sot vtilis prodirio nesati hoftis, Schema Gemm. Explicatiovirido &ideCicada, citharæchor Pulchra fæcunditas, a terracalore rapta, fex menfeslater intra terra viscera, totidem. que fupra terram in aere degit, C. Sapientia, don Eloquentia litigantes, atque pugnantesanimos apsefaciley, componit. Aftrorum Lunariummotuum et phasium Endymione a Diana ad amato. Propria Schematis explicari o proponitur d e Gallorum Duce facrilego, qui semetipsum confecerit ad Aram Apollinis in templo Index Titulorum, thologia cómunis explicata. Propria explicatio de vegetabilium, feu stir te, fabulisquerepræsentata, Sapientia, et fortitudine,fagaciqueprudentia De Bruto, separiter pugione confodiente, Delphico Schema Gemme. De off Au Cæsaris accipientis caput Pompeij Magni a proditore, qui virum interfecerat,  Schema Gemma. Larma. fiueperfona Dramaticum Poctamoftendit. Sue prijci sacrificabantvbigfingulisfere Dijs vitaprecellentibus, ta vetusta.  AftNo . Schema Gemma, Schema Gemma. Virtute fortunamsuperari. Dc Qliadrigain Anulosignatorio PlinijSca cundilunioris,& Rana fignatoria Mecæna eis. tasmaximoperedecet. Schema Gemme. cultatibusin columem. Martiales virimulierumraptor esprimi, par: Centauri cuerentis, et fagitcantis tergeminum novelfatuplenum, et excrinsecusoleolisi. Generofasindoles educaridebereab Heroibus ujoueperundum. Lætarin eminemo porterefraude; quum et ipse consimili capi valeat. cPropriæ fententiæ declaratio, devitæconcemAmpli Dominij splendor non ofuseatsidera viro Virumingenio, probitate, fortitudineque polen? thiuminbono Principe, Magnoque Mini, Stro,quem taciturnitas atque celeri. sememergeredefawienrisfortunediffi Gerimis Anulorum insculpiconsucuisse vultus gemina, fugax, dprocax, mysticerepre. Jenialacalefti Sagittario. Insignium virorum, adillorummemoriam, cultum, et imitationem. De Hominisin Alinumtransformationeper maleficā libidine abutentem myfteriumexplicatur,primumquedeScr monishumanidifferentia,& velocitace. Veterumsaltatio Iudicrasupervtresplenos, et extrinfecusvnitosexplicaia. Eodem Hieroglyphico denotari humanæ vitæ naturam fugacem, geminaquc differentia De vererum ludicra (alcationesuper vtrem vi. Schema Gemms. Personam non attribui PoetæLyrico,vel Epi- Chiron Centaurus, vtviruina&uofæfimul& contemplatiuæ vitæperitumindicet adomnia:jeaprecipue Veneriadpuritatem coniugý; dfæcunduarem prolisinNuprijs. Schema Gemma. Furum ex rapto viuentium antiquitus condi Schema Genome, De SacrificioSuisapudantiquos. Fraudulenti pari fraudecapiuniør: do Vitecontemplatricisverumacgenuinum hieroglyphicum. Schema Gemma. Gandium& Mæror viciffomfibifuccedunt. Schema Gemme. Anonymi sententia perpendicur de Psyche Pyralidisalasbabente, ansit Animesymbo fomquediffamati. Humani Sermonis ; do bumana vite natura in actuos apariter et incontemplatrice Schema Gemmt. Furacisrapacitatistypus,& inftrumen. Virorum infignium imagines Anulis in sculpifo: litas,adeorum memoriam, culium, Mulierumraptoresprimos,& paffim fuissevi ros bellicolos. imitationem. Libidinis atque Magia prauapoteftasingens, Schema Gemma, virtutis, et vitijdistinctam,maximeque libi. dinosam. Cole delle proprium symbolum Dramatici. aprum cducaregenerosa indolis adolcicencs. De Marlya geminatæ tibiæinucntorc fabula menio latjusexplicato. Schema Gemme. Schema Gemma. tionesexplicatæ. lum absolute. Platricisintimis attributis. Atuosa vita prima species Bigisinludorum Alia Panos explicatio devniuerfo proponitur. Circensium Schemare currentibus hieroglyphice interpretata. Aftuofa vita secunda species, Moralis&Actiua lufta Zelotypamulieris indignatio, familjema eft: nuncupata, Quadrigarum fpectaculomy. ftice representata. Schema Gemme de Equo Troianoproposita,&expensa: Propria Schematis explicatio primumque Darctis Phrygij deNaturalicu narratio. piditatesciendi. Virorum Heroica virtute preftantium vultus Potentiorum præde opulenti: Telluris occupatio apud antiquos merorieac imitationis ergo Dilly's Cretensis Ephemeridum inuentio communis receptio. veterum, Achillisi mago qualis, et curin Schemace. vltionem, Bigarum cursus in stadio ve indicet Artificum vitam effe&ricem. comprehendere fatagientis. Responsio LICETI denneac formasuisymboli Schema Gemmik. Sophiftaperimitindocius, adoctisinterficitur in literario mundo. Quadrigarum cursu signariviram Adiuam, Naturalis cupido sciendiqu. erielatentesrerum præcipueque Milicarem. que Aduerfus hoftesinbelloiusto,dolis Schema Gemma, expenduntur. cap.cxli. paratur, ac de singulis tribus censura pro mulgatur. interitus, Schema xlvij. Gemma. pafjem effigiatos. haberi. a fortioribus: Agraria Legis occafio, do ego Amicitia cogens ad iustam PerfeisimulacrocurfignaueritAlexander, cur vsiveteresin Numis. Multiplexænigmatis explicatio: et primade potentioribus diripientibus aliorum opes. De Anulis, quos adsignandum habebat Magnus Alexander. Secunda Schematis explicatio nostra est,de robustioribus,terræ dominium, acpofsef Panos Hieroglyphica, deSermone, deque Vniuerfo declarata. Tertia explicatio politica noftra Schematis, de terræ distributionem ilitibusvi&toribus, per Schema Gemma Platonica Panos explicatio, de conditionibus, Legem Agrariam, affertur. Quarta Schematis explicatio noftrae ftphysi. Auctarium. Schema Gemima. ca, de typo Agriculturæ. Hostium donfau fpecta fempereffedebere.nam. Poetarum et historicorum communisopinio, Veriores fententiæ deSphinge proponuntur exalijs,cap.cxlij. Tertia sententia PLINIO, Pausaniæque de Troia Equo proponitur, et allatisanteacom Arcana Numinis, et edifta Principumnonime telligentem, acnonobferuantemmanet Schemaxlij. Gemme. vis: Agriculturetypus: Ægyptus: Schema xlvii. Gemma, et PROPIA NATURA SERMONIS HUMANI proponitur. QuintanoftriSchematis explicacio, de regione fionem fibi occupantibus. licerarij. inuentis ingenia macerat. Schema Gemme. aqueacviribusvtendum . Aliorum opiniones de Sphingereferuntur, et Propria Schematis explicatio proponitur de Troiano Equo secundum senfa poetarum Principum,& nonintelligentesoracula. Index Titulorum, De Schemate noftri Mercurij Pana fugientem caufas, quibus inuentiscellat, non Sphinx curinterimat non obseruantesedi et a Ægypti. Postres i Poftreina Schematis explicatioest, de Amici- . Crucifixi Predicatores, Pifcatoreshominum: ciæ, ad vindictam injuriarum cxcrcitum. co. Chiorumantiquain Homerum obseruanti apu Explicatio prima Smethiæ Gemmæ de Crucie c Explicatio primæ Gemmæ Rhodianæ, rife, Propria Schematis explicario de Mula Thalia rentis obseruatores cæleftium luminumn proponitur et comprobatur. Curanti quis acerdotes offerrentali quando la Secunda explicatio Gemmæ, dehomineforcu crificia Numinisedentes, licibello Cælaris Augusti nata, Belisarja. Afferturgenuina declaratio Numi Comitis11 Comica lafcime gaudet fermone Thalia: vel Sccunda nostra Schematis affertur explicatio dia gentium comparari. Salute patratum natomarehumanævitænauigante ventose chariftie Sacramento.Schema Gemme. ad veritatis imaginem. Felicishominis,feu formuaritypus, Nawigans cum ventis in V'tre conclusis. culo. gentis, hieroglyphico, c UniuersalisIudicijtypus: Mirabileconuiuium in Deserto; Viros fapientes publicismonumentisefe colendos Schema. Numifmatis, Schemą liv, Gemm. De Smithiana gemma.cap.clxii, Animo pacato sacrificandum et fupplicandum, Fructuum atque frugum vbertatem concors Schema Gemma. Concordia, et fidedata, feruataquçmirificam Miles atrocibella fuper ftes in ærum nofam incidit inopiam fæpiffime duobus piscibus mirifice, Quarta explication Gemmæ, de Sacrofan&oEu Schema Gemma. cundoadarbitrium,fincracionis guberna blica.cli, Comparantur Numismati de-Lazara duo ali Numiab Augustino propositi. rá curba in deserto quinque panibus et explication viri eruditi de Venere, loco, et Cupidi neproponitur, cap.clv. Schema Gemma, De Amore fơecundante criainferaelementa. apud homines promoucri bonorum ome niumybercarem, Schemalvý, Gemma Belisarij et Horatij [ORAZIO] poetæ paupertas, exinfc Fortiondinis audar facinus, pro patrie næ calamitatisfere çoinpar exprimitur. Digreffiode Cicuræ medicamentis, &veneno. Mutij Sczuolæ Romani grande facinus et inli- Responsio deCicutæviribus: et pri mum, cus non habeat vim ex purgandi cor et eucharistia symbolum. Fixi prædicatoribus hominum piscatoribus. Schema Gemmila luftriss, loannisde Lazara, De sepulchrorum differentiis et Homericu. Secunda explicatio Gemmæ, finale iudiciuin mulo, cap,cliii. Poeta Comici, Lyrici uelafciuiori sactus, Gemma celestium obferuationivacandum animo curis vacuo, quies centeque corporeprorsus Expendunturalları Schematis imagines, & sensaViricl.cap.clvi, Aftronomio blernaca, et Aftrologiludicia, vc exarretieridebcant. cap.clxvii. myftice referentis.Tertia explication Gemmæ, desaturatainnume de Poerafcu Comico, feulyricolafciua fupidoMaria,Terras doAeremfæcundans: carmina pangente, cap.clviii, gnis erga Patriam Pictas atquc fortitudo detegiturinGemma cap.clxi.  pora çiçuræplanta: deque duplici genere Cicutarum, Sale. beat molliendi. etiamproba, plerumque multum nocet sibi, dum viro coniugi, Cupido au olans a Psyche fibi non morigera, Amaritudomunuscælitus datumhumanænaty. Ra ad procreandas multasbonasactiones. Schema lix. Gemma. Quatuor Nouissimorum explicatio in gemma de mortis memoria, per anulum schematis De secundonouiffimo, quodeftludicium Dei poftobitum hominum, perperdentis corum post ludicium luendis a vita de f u n et is per perenni poft obitum, aut purgationem in cælis possidenda, per Stellam, lunam et cicadam hieroglyphice signata. Per oratio totius Operis,Caputvlcim  n quo agitur de Monftris generatim. CJ Onflri varia ftgnijicatio 5 (02 propria efi, ac noflri inflituti^. deteoitHr, Monjlri etymologia vulgaris, quaft res eventnras monjiret^confiitatidr; vem (^ propria proponttur» DeMonjlroriim Hnmanorum reali existentia, Realts extftentta Monjlrornm irrationalium naturam non eoredientium patefit, OBenditur in fiirpibus etiam revera MonBra contingere, De Mon''hor Hmcauffis generatim ijtiot ^qu^ecjue fint, Monflrorum caujfa Hnalis generatim (jtiQtupLex^qucec^He fit. DeMonflrorumcattffaformaligeneratim, quotuplex quaquefit, De Moniirorum caufia ejfetirice generatim, quotaplex, qu& quefit De MonflrorHm caiifia effeflrice generatimtquotuple Xiqucequefit, Propria Alonfiriffeneratim accepti definitio investigator. Inventa Monfiri definitioexplicatur.CMonfridivifioin fuas fpeciesfupremasmtiltiplexaffertur, fedaptior eltgitur In quo fpeciatim agitur de Monftris tjumanis.Attexensdi6iisdicenda^&dkendorumordinempromulgans.ORige canjfd Mon^f OYPimh manorumcomm Hmsqti<e^ &quotwplexejfe valeat. Monftrorum in humana f^ecie mutilorum realis exiftentia ex Uifloricis elicitur, Origo, ( prima caujfa monBri uniformis mutili educitur ex propria materits defeu. Secunda caujjfa^ C=f orfgo MonHri mutili oHenditurejfe ex dehilitate, ac defe^uvirtutis formatricis, Tertia causa, ( origo MonBrimutilijlatuiturinangufiiauteri, acloci f(stum continentis, uarta mutili Monjlricaujfa^(origoadmateriaineptitudinem redigitUY. Quinta Mon(iri mutiLicaujja^ (£ origo eft ex parente itidem trunco. Sexta causa 3 origo Monflri mutili admorhumfoetus attinere dicitur, Monflra muttlaex imaginationis parentum viexoririnonpojfc Monjiri uniformis excedentis redis exifientia ex hiHoricis item compro- batur, (tajia, Monjiriexcedentisnatura, G?caujfa. prima elicitor ex parentum phan- Secunda causa, (^ origo Monjlri excedentis in materics nimio excejfu ejje perhibetur. Non omnia A^fonjlra excedentia ex materi^srednndantia ex oririiJed aliquaexcedeniiumfuicaajfamtertio locoin una materiae penuria obtinere. ^jiarta canfa, (^ oriuo Monjlri excedentis infk perfcetattone collocatur, .^inta caujja, origo Monjlri excedentis rejolvitur in iteratam ejfu^ Jionem maternifeminis in uterum citrafispeYfQ^tattonem. Sextacauffa, £? origo Monjtri excedemis pertinet ad anguHiam uteri Septima caujfi, c^ origo Adonftri excedentis ex parentibus monjirofts elicitur. OUava origo, ^ caujfa Monftri excedentis in vitio nutricationis confiftcre perhibetur„ Nona ratto, (^ canfja Monftri excedentis monftratnr in animipajfionibus parentes aJJicientibHS : ex^rciiatio cum Cavdano, (^ Parxo., Decima causa origo MonjiriexcedentisinviolentafKaternicorpo^ ns concnljione reponimr, .U/idecimacmjpi, ^origo Mon riexcedentisrefertnradmorhnm fœtus, Monjlrorum ancipitis natur^efHbfillentia realis demonflratnr,  Jldonftrianctpitisorigo, Causa. Communis injtntiaturj ermturque prima. ex ?nateriet diverfce dcfe^H, ac excejja. Secmda Alondrfancipitisorigo, caujjaextiteriangufiia, (de" feSiu virtuttsformatricis explicatur Tertia Monjtnancipitis origo, cau^ainmorhofmtm, ^ffiperfce' tatiom deteqitur^ ^iarta Mon^ri ancipitis origo, caujsa refertur in materi<e ineptitudinem, iteratammaterntjeminis, (fanguinisejjluxtoftemaduterum, citra fiper fostationsm, intaMonjlriancipitisorigo, causa de promitur ex parentum corpore Monjlrojb. Sexta Monjlriancipitisorigoy Ccaujfaex vehemenii parentum imaginationei vitio nutricationis in faetu enucleator Mofiflri ancipitis origo, Cscaujja feptima reponitur in arte, peccata JSfatura imitante, ac nonfine ai^ilio Naturiz operante. Mon^ridijformisexi Bentiaexhi Horicispromalgatur. De Monjlri dijformis natura, caujfis; primaque illius origo refoU vitur in malam uteri conformationem Secunda Monjlridijformisorigo, &caujfaJpe5lat ad malumjitum placenta nuncupatas: cujus ufns explicatur, Tertia dijformisMonfhicaujfa, (^origoexmoladepromitur. arta Monjiridiffhrmisorigo, (canjfaofienditurexmotu,  inta Monjlri dijformis origOj (caujfa flatuitur imhecillitas fa- cuttatis difcretricis, yi. Sexta origo, (caujfa Monjiri dijformis ad nimiam materiie vifet- ditatem rediaitur, f^lI. Monflra informia, dehitam memhrorum figuram non retinentia reipfa inveniri. Cde Ad onflrovuminformiumorigine,&caujfa; qu^primlmde ducitur ex imbecillitatefacultatis formatricis. Secunda Monfirtinformisorigo, (^caujfj,exanguliiautericolli" gitur.  Tertia informium monfirorum caujfa, (origo in motu inordinato repO nltur„. arta informis Monflri origoi caufpi d(?prmiturifi mola (fLicema, tumore utm^concuTYmie virtHtisform^trkn imhcilliime, acmatem tertceweptimdifie,inta informis Monflri orlgo j ($' C(^0jj4 ex imMgimtio^e parmtum vehementiexi^ltcatHr» Cap, Sexiatn formis Monftricauffa origo innsonflrofo parentedete* gttMY, Septimainformis Monjlriorig QcaajfnrefertmadmenflrmYHm fliixum tempore conceptus, Monjirienormisexi Hentiapatefit, Monjlra enormia et omnino monfira mn ejfe infantcs candidos e fareKtibus JEihioipibws ortos necviciffm iEthiopum moremgros e cmdidis: (^decolore Aadromeds.  Monflri enormis origo, caujfa prima ejje in imaginatione paren» tHmperhibetur: ^miiltadeaureocri^re Pythagorse confiderantHr, Secunda Monfirienormisaureofemorecaujfa, origo reponitur tn exhalationeigneadecorporeviveniis efliMente, Tertia Monfirie normisameofemore caufia, origorefblvitHYin morbum regium, ana Monfiri enormiter pilofi caujfa i (origo ex craffitiei (fuligi num copia extruditptr; ubiplura de cordepilofo Ariftomenis, inta Manflri enormiterpilofi origo, causa ex parentepariterpih» Jo petenda eft. Sexta Monflri enormiter Upi defcentis origo et causa ex intempefiei tic materiae ineptttudine dedudtur Mon^rimuiltt formtsineademfpeciefnbf Mentiapatefit; ubidecapi-'le ytrtli mulieris corpori ajfixo de Hermapbrodttts mira quadam explaviantur. Monfirimultiformisin eadem fpecie^muUerisnempevirite caput habenits origo, ej" cauffa prima ex hetero^e»ea feminis natura educitur j  defemi» nis' Vulgo tnwiafculosmutatts; Qfdemn fculisefieminatis, Secund.canfia ejufdem moftlhi multiformis ( ori<To excutitur ex de jtdu fminis m^fcpilei Tenia Monjiri multiformis in eadsmfpecie origo (£ cauJfarefertHf i,id pdrentumimairin Mionem..t^ariuorigo, (^cauffaMonfirimuliiformisin eademfpecieadpa rent^s conjimilem natnram attinef, monfira mnltiformia ^diverfas animulium species in ecdem genere proxmoreferemta fnonefie figmsnta ^jed in rernmnatura reperiri J^donjlYt midti formis diverfas animali Hmfpecies in eodem geneYepYO^ ximo referentiSy canjfa c origo frima depromitur ex apparentia. Secunda causa, G? origo Jkfanflri, mtiltiplicis fpeciei animalia referen' tts, ex imbecillitate generantis pendere demon(lrattir,  Tertia canjfa, Cs* origo Adonflri multiformi animalium fpecie elicitur ex deirenerata fsminis anima in nattiram alienam.arta Aionflri mnltiformis varias animaliam species referentis origo causa ermtm ex materialifostus principio, jtinta Monflri lotimani hrntalem effigiem habentis orioo scattjfa ex virtnt is alentis vitio elicitptr, Ssxta hominis monflroseferinaspartes habentisoritroj caujfain altmentaris materiis vitio reperitar, Septimacanjfa,(^origo Monflrihitmaniferinam effigiem habentisex morboelicitur. O avacauffa, origo Monflrihnmaniybrtitorumejfl gieminmem' bris habentiSfjx imaginatione parentum defttmitHr Nona caufja, corigo Alonflri varias animalitim effigies habentis agnofcitnr ex parentzbfis monflrofs, Decima causa origo Monflri partes habentisbrtitorum membra (hnmana referentes, explicatur exfeminum miHione, ac nefaria venere. Dttbitafiones propofltam theoriam. urgentes diluuntur (prima edn a ex ARISTOTELE, alicubi n^gante monjlrtim fieri ex animalibus diverfs fpeciei. AlteradubitatiQ Maniliana, G Lucretiana diluitur, negans qtiiA ejfe nobis commune cum feris, plantis ad invicem {nam Caftronianam ver^ bistemer efttffttltam, non autemrationibusinnixam, latedif cujfimusinopett de Feriis Aitricis Anim3?, difputat. Tertia dubitatio viri eximii negantis ex variis fpeciebus poffe ejuid uni tantum parenti congeneum nafci. Exercitatio cum acutiffimo Delrio. Di in le magis explicatur origo humani monflri ex fera nafcentis,Vndecima causa et origo Monfiri y varics speciei anirmliumi partes habentis, ex cacodamonis opera elicitur, Monflra muhiformia fuijfe conflruUa ex partibus referentibus animantia diversl generis, Monflrihttmani membravHiorumanimalium habentis origo caujfa prima in apparentiam refertur.  Secunda Monfira diverp generis origo S cauffa ex imbeciUitatsj vtrtutis generamis colligitur. Tertia Monflridmffigemi origo, emffain Milifate fcrma- tricis repomtnr artacmujfa c origo Monflrimnln gemie cimbecillitatcviv tmisfeparatricis dedHcttm. inta causa,  erigo Monflri multigenei referturad femims degeneranoncm. Sexta caujfa Monflri poligenii materice ineptitudo ejfe offenditur. Septima causa origo Monflri multigeneidejumitur ex debilitate virtmis alentisfoetum,  Octava causa origo Monflri diverft genii ex inepto partium alimento educitur,  Nona cauffa, origo Monflri multigenii ex morbofostus adducitur, Decima caujfa, G? origo Monflri multtgenii ex parentum imagi' natione hauritur. Vndecima cauflaj Gf origo Monflri diverft generis adparentes  mon Yofosrefertur, Duodecima causa y origo Monflripoligenii habetur infemitium permifiione, Decima tertia causa originis Medufaei tapitis in ovogallin s...Decima quarta caujfa origo Monjirimultigeniiadvim mali Diemonis refertur,  Monftricacodamonis origo explicatur ex causis prius adducis.  Vewv&tio totius operis. Licetus. Fortunio Liceti. Liceti. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liceti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Licone: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Licoforonte: all’isola -- la scuola siciliana – Roma – filosofia siciliana – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo italiano. Leonzio, Sicilia. A pupil of GORGIA (si veda) di Leonzio. Primarily a sophist, he takes positions on philosophical matters. For example, he declares that being from a noble family is worthless in itself, as its value depends solely on the esteem in which the family is held. Licofronte. Licofronte.

 

Luigi Speranza -- Grice e Liguori: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura critica – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Personally, my favourite of Liguori’s metaphors is ‘the abyss of reason,’ since Speranza has elaborated on this: it’s Gide’s ‘mise-en-abyme’ no less, which breaks my principle of ‘conversational perspicuity’ – a mise-en-abyme text is just untextable!” -- Grice:  “Liguori has studied the metamorphosis of language in one of his philosophical noble ancestors!” “I like Liguori: he has the gift of the gab for metaphor: ‘i baratri della ragione,” “la fucina del filosofo,” “l’alambicco dell’anima,” “la condizione del senso” ‘il razionale dello irrazionale” o “le ragione dell’irrazionale” “le ambiguita della ragione,” “Trasimaco ha ragione” “Giustizia e carita” Ritratto. Frequenta il liceo classico dell’Istituto Massimo di Roma. Studia alla Sapienza. “Scherzi della memoria.” Si laurea con la tesi “La scesi giuridica.” Insegna a Lecce ed Ostuni. Si dedica alla storia della filosofia. Insegna a Bari, Urbino, Ferrara, Trento, Salento, Torino, Firenze, Lecce, Cassino, Napoli, e Noceto. Con “E il vero baratro della ragione umana” – cf. H. P. Grice, “Mise-en-abyme conversazionale” --  viene riconosciuto come uno studioso di Kant, Graf, LEOPARDI (si veda), e Cartesio. Tratta  Positivismo di Sergi,  Lombroso, Morselli e Vignoli; della scesi di RENSI (si veda) ponendolo in critica relazione tra LEOPARDI (si veda) e PIRANDELLO (si veda). Scrive di de' Liguori e di Benedictis, detto l'Aletino. Collabora con l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Tenne rapporti epistolari con GARIN, BOBBIO, Augias, Binni, Donini, Ferrarotti e Timpanaro. Fonda ad Ostuni il Circolo Culturale “Sic et Non”, cui aderiscono e collaborano note personalità della politica e della cultura quali Donini,  Fiore,  Radice, matematico e fondatore e direttore di “Riforma della scuola” e docenti delle Bari, Roma e Lecce. “Sic et Non” si impegna in complesse battaglie civili come quella per un dialogo tra marxisti e cattolici, ed altre incombenti questioni sociali come la campagna per il divorzio. Stringe intese, oltre che con moti uomini politici e studiosi di chiara fama, con il gruppo dei cattolici del Gallo di Genova e coi fiorentini seguaci di Giorgio La Pira, i quali si riunivano intorno alla rivista “Testimonianze” diretta da Balducci e Zolo, nonché con i ragazzi della Scuola di Barbiana, diretta da Don Lorenzo Milani. Manifesto editoriale del "Sic et Non" è la rivista Presenza, da lui diretta, che testimonia questa attività politica allora pionieristica per una piccola provincia del Sud Italia. I sette numeri pubblicati della rivista Presenza, e altra documentazione di tale impegno politico, sono attualmente depositati presso la Biblioteca di Ostuni intitolata a Trinchera e comunque ampiamente documentati nell'unico saggio autobiografico dello stesso autore.  Critica e commenti sull'opera di L. Carteggio con illustri studiosi Bobbio: Il saggio mi pare di grande interesse, per l’ampiezza e la serietà della ricerca su un tema, se non sbaglio, mai scandagliato a fondo, eppure importante nell'ambito più vasto della storia della filosofia positiva, della critica letteraria e della cultura torinese (argomento a me particolarmente caro). Sono convinto che si tratta di un lavoro di prim'ordine, che rende giustizia a uno studioso e a uno scrittore (e poeta) che è stato sì, ricordato più volte dai suoi discepoli, ma è stato poi dimenticato dagli storici. Credo che questo libro sia un effettivo contributo alla migliore di quel periodo della nostra storia che la cultura idealistica aveva disdegnato: un contributo di cui soprattutto noi piemontesi dobbiamo essere grati». Sebastiano Timpanaro: «Mi sembra, e non lo dico per adulazione, ma con piena sincerità, un'opera di livello davvero eccezionalmente alto, per la caratterizzazione del protagonista e di tutto il suo ambiente, per tutto ciò che finora ignoto essa porta alla luce. E’ venuto fuori cosi un lavoro che molto di rado accade di leggere». Donini: “Mi pare, ad un primo esame, fondamentale per la conoscenza del periodo ancora poco conosciuto. Apprezzo moltissimo tale metodo di indagine e la serietà della documentazione. Uno studio di questo genere è certamente costato decenni di intensa documentazione.  Oldrini: ho letto subito il volume su Graf così ricco e con non poco profitto. Quando l’autore, in un punto se la prende con gli storici della filosofia italiana che trascurano Graf, anzi noni menzionano affatto, mi sento in colpa; e tanto più in quanto io, studioso della cultura napoletana, mi son lasciato sfuggire quei nessi di Graf con Napoli che il volume di L. illustra con tanta passione». Contorbia: “poche volte accade di fare i conti con un libro così fatto, stratificato, totalizzante; ad apertura di pagina si avverte l’impegno, il grado di coinvolgimento appassionato con cui lei ha condotto avanti negli anni una così impegnativa ricerca peculiare, quasi il centro della sua esistenza intellettuale, il punto di arrivo (e a un tempo di partenza) di un confronto che è culturale ma anche morale e politico.La qualità di un tale lavoro, mi pare, fuori dell’ordinario». Valli: «L’autore ha consegnato alla critica e alla conoscenza uno studio così complesso da poter essere considerato un esaustivo panorama della cultura del secondo Ottocento italiano e non solo italiano]». Recensioni di illustri studiosi Rossi, “L'autore… ha fatto emergere un quadro ricco e articolato dove accanto alle ombre brillano alcune luci importanti». Recensione sulla rivista «Panorama» riguardante il  di de Liguori Materialismo inquieto, edito da Laterza. Cosmacini, «Il lavoro di L. è largamente meritorio oltreché ampiamente documentato». Recensione uscita su «Il Corriere della sera» riguardante il  di L. Materialismo inquieto, edito da Laterza. Marti::Dalle appassionate e diuturne indagini dell’autore su Graf e il suo tempo è venuto fuori il ponderoso, massiccio volume, che ho ricevuto come caro e preziosissimo dono. Davvero lusinghiera la “presentazione” di un grande Maestro come Garin, e accattivante e simpatica l’”Avvertenza”. Tutto il resto è da leggere». Recensione al volume di L. su Graf, Giornale storico della letteratura italiana. Augias: «Quella di De Liguori è infatti una storia meridionale che parte da una finzione narrativa di gusto classico ma così classico da poterla ritrovare in alcuni capolavori tanto celebri che non vale nemmeno la pena di citarli. Saggi: “Trasimaco ha ragione” (La Rassegna pugliese); “Giustizia e carità” “fra filosofia e vita” Ivi “Lo scetticismo giuridico di Rensi” (Rivista di Filosofia del diritto); “Una moderna enciclopedia del sapere, Rassegna pugliese, II“Efirov e la filosofia italiana, «Problemi», “Un Leopardi anti-progressivo” (Dimensioni); In tema di materialismo comunista, Ivi, “Gioberti e la filosofia leopardiana -- momenti del conflitto tra l’ideologia cattolico borghese e la protesta leopardiana” (Problemi); “Un episodio di solitudine. Rassegna di studi su Graf,” Ivi “Leopardi e i gesuiti -- appunti per la storia della censura leopardiana, Rassegna della Letteratura italiana, Quel povero “Diavolo” di Graf, «Giornale critico della Filosofia italiana», Le «Scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Graf Ivi, Scetticismo e religiosità in una rivista militante: «Pietre» in, La filosofia italiana attraverso le riviste, A. Verri, Micella, Lecce,  “La condizione del senso”; “Per una riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi” «La Rassegna della Lett. It.», Il mito e la storia” – “Le ragioni dell’irrazionale in Graf, «Problemi», Quella «dubitante religiosità». Graf e il modernismo, «Giornale cr. della fil. It.», Doria tra platonismo e riformismo, «GCFI», Il sodalizio Labriola-Graf negli anni della loro formazione «Studi Piemontesi»,  Un anti-cartesiano di Terra d’Otranto: Benedictis, in, Miscellanea di Storia Ligure, Genova); “Materialismo e positivism -- questioni di metodo” (Facoltà di Filosofia, Bari); “Aletino e le polemiche anti-cartesiane a Napoli” (Rivista di storia della filosofia); “L’araba fenice: ossia la filosofia nella secondaria, «Idee», “E il vero baratro della ragione umana” – “Graf e la cultura” Prefazione diGarin, Lacaita, Manduria,  “Le ambiguità della ragione” – cf. Grice: ‘the equi-vocality of ‘reason’ Grice: “Liguori has a taste for unnecessary plurals: the abysses – the ambiguities -- ” -- «Idee», “Per la storia della psico-fisica in Italia”; “Il materialismo psico-fisico e il dibattito sulle teorie parallelistiche in Italia -- Masci e Faggi «Teorie e modelli», “Di una rinnovata attenzione al materialism” (Idee); “Mito e scienza nell’antropologia e nella storiografia del positivismo italiano”; “La filosofia tra tecnica e mito, Atti del Convegno della SFI, Assisi,  Porziuncola); Dimensioni», Livorno, Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivism” (Laterza Bari); “Tommasi e la filosofia zoologica di Siciliani, Rileggere Siciliani, G. Invitto e N. Paparella, Capone, LecceI Presupposti epistemologici e immagine della scienza in Morselli e Graf, Filosofia e politica a Genova nell’età del positivismo, Atti del Conv. dell’Associazione filosofica Ligure--  Cofrancesco,  Compagnia dei Librai, Genova, pMaterialismo e scienze dell’uomo; Kant e la religiosità filosofica di Martinetti, iA partire da Kant; L’eredità della “Critica della ragion pura”, A. Fabris e L. Baccelli. Introduzione di Marcucci, Angeli, Milano, Materialismo e scienze dell’uomo -- Il dibattito su scienze e filosofia, Lacaita, Manduria, La fondazione razionale della fede in Martinetti, Dimensioni, Livorno, Darwinismo e teorie dell’evoluzione nella prospettiva monistica di  Morselli, Il nucleo filosofico della scienza, Cimino, Congedo, Galatina,  L’immagine della donna nel paradigma positivistico della degenerazione, Morelli. Emancipazione e democrazia, G. Conti Odorisio, Scientif. Ital., Napoli, La cultura filosofica in Torino, Rivista di filosofia», Presupposti torinesi della singolarità filosofica di Martinetti, «Studi Piemontesi»,  E’ possibile la storia dello scetticismo?, “Segni e comprensione»”; “ filosofi delle bancarelle». Per la critica della storiografia filosofica,  «Lavoro critico»,  Il sentiero dei perplessi -- scetticismo, nichilismo e critica della religione in Italia da Nietzsche a Pirandello, La città del Sole, Napoli, La reazione a Cartesio in Napoli, Giovambattista De Benedictis, «GCFI», La revisione della storiografia sul mezzogiorno, «Segni e comprensione», Positivismo e letteratura. Antologia di testi, con Introd. e note, Graphis Bari, La lezione scettica di Rensi, Critica liberale,- La psicofisica in Italia,  La psicologia in Italia, a cura di Cimino e Dazzi, Led, Milano, Vignoli e la psicologia animale e comparata, Ivi, Pensatori dell’area torinese --Percorsi», Quaderni del Centro Frassati, Torino, Il ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo leopardiano, in Biscuso e Gallo, Leopardi anti-italiano, Manifesto libri, Roma, Kant e le scienze della natura -- in margine alle lezioni kantiane di Geografia fisica, in Filosofia, Lecce, Lacaita Manduria, Cattaneo, Psicologia delle menti associate, G. de L., Riuniti, Roma, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli»,  Geymonat, Treccani. Antropologia e tassonomia in Kant. Da Blumembach a Buffon, Atti del Convegno sulla Geo-fisica kantiana, Congedo Lecce, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli»,  Cronache di filosofia del diritto in Italia. Sforza e i suoi corrispondenti, in «Quaderni di Storia dell’Torino»,  Per Mucciarelli: positivismo psicologia e storia, «Segni e comprensione», Geymonat e il “materialismo verso il basso”, GCFI, Il materialismo di Timpanaro, «Critica liberale»,  Lettere di Timpanaro a Liguori, in Il Ponte, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Leopardi, «Quaderni materialisti», Labriola e Graf -- Principio e fine di un sodalizio di vita e di pensiero, in Labriola e la sua università. Mostra documentaria per settecento anni della “Sapienza” Aracne, Roma, A. Graf, Memorie, Introduzione, commento e cura, “Gli Arsilli”, Edizioni dell’Orso, Alessandria Un catalogo per Labriola, «Critica Sociologica», Utilità dell’inutile. Dalla elaborazione concettuale alla programmazione e alla costruzione di un catalogo, «Itinerari», I Gesuiti. Le polemiche sui riti confuciani tra l’Aletino e i missionari domenicani, «Studi filosofici»,Le «imbrogliate bestemmie germaniche». Moleschott e la medicina materialistica, «Physis», La fucina del filosofo. «Segni e comprensione», Filosofia teologia e fisica di Cartesio nella Difesa della Terza lettera apologetica dell’Aletino, «Il Cannocchiale», Liguori e la filosofia del suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, Rivista di Storia della Filosofia, “Libido Sciendi”. Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento (da Magalotti a Valsecchi), GCFI, Scherzi della memoria. Mappa di un itinerario non turistico tra politica e cultura in una provincia del Sud, Prefazione di Ferrarotti; Postafazione di Cumis, Salvatore Sciascia, Medicina e filosofia in Italia tra evoluzionismo e scientismo. Da Tommasi a Morse,  «Il cannocchiale»,, L’ ”il lambicco dell’anima”. Note sul Mind body problem in Italia nell’età del positivismo, in Anima, mente e cervello. Alle origini del problema mente-corpo, P. Quintili, Unicopoli,  L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant, Le Monnier /Università, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, Romanzo con pefazione di C. Augias Movimedia, Lecce, Pensatori dell’area torinese tra i due secoli, in Quaderni  Noce, Marco,  Lungro di Cosenza, Ateismo e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e sul rapporto tra fede e ragione, «Il Cannocchiale», Le metamorfosi del linguaggio nella controversistica e nella pratica missionaria, Le metamorfosi dei linguaggi, Borghero e  Loretelli, Edizioni di Storia e letteratura, Roma, Dannazione e redenzione dell'Eros. Soggetti e figure dell'emarginazione: la donna come oggetto determinante nella invenzione cattolica del peccato di lussuria in «Bollettino della Società filosofica italiana»,  Le cose che non sono, in «Critica Liberale»,   Prefazione di E. Garin, Manduria (TA), Bari, Roma, Lacaita, Gemoynat Treccani, Le Carteggio privato (corrispondenza autografa) tra L. e i singoli autori citati  Rossi, Viaggio nel Positivismo, in Panorama, Arnoldo Mondadori, L., Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivism, Bari, Roma, Laterza, Giorgio Cosmacini, Povero medico condannato al materialismo, in Corriere della Sera,  Marti, Recensione a I baratri della ragione  in Giornale storico della letteratura italiana, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, [Romanzo], Prefazione di Augias, Lecce, Movimedia.  Dannazione e redenzione dell’eros. Soggetti e figure dell’emarginazione: la donna come oggetto determinante nell’invenzione cattolica del “peccato” di lussuria di L. Il Cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto vario e molteplice nei modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si riproducono e a cui gli antichi avevano preposta una della maggiori fra le divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e turpe e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non altro in teoria, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il coniugio e la continenza è virtù che va tra le maggiori. A. Graf1. L. examines the story of Eros, from ancient Greece to the age of Enlightenment, and tries to underline relevant connections with other events of thought and religious traditions as well as European popular customs. The ideological conflict with Christian ethics and Catholic church is particularly highlighted thanks to a specific textu- al analysis, particularly during 17th and 18th centuries. Keywords: Subjects and Figures of Marginalization, Woman Condi- tion, Ethics and Christianity, St. Alphonsus M. de’ Liguori. 1 A. Graf, Il Diavolo, Treves, cur. Perrone, introduzione di Firpo, Salerno, Roma. Avverto l’eventuale lettore che il saggio che segue ha natura meramente divulgativa e di mera indicazione didattica nei confronti dei docenti di discipline storico-filosofiche. Nasce dall’assemblaggio di appunti per il canovaccio di uno spettacolo tenutosi a Parma al Teatro del Vicolo, dal titolo Eros e Poesia. M’è d’obbligo infine rimandare sull’argomento che qui espongo, agli interventi di alta e corretta divulgazione, curati per Rai Educational, di Argentieri, Curi e Moravia, in Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. Raccolta e catalogazione dei materiali Non partiamo dalla consueta e abusata presunzione ontologica; non diciamo che le cose sono, piuttosto ci limitiamo, cartesianamente, a scoprire in noi il pensiero e, col pensiero il corpo e la sua capacità di rapportarci ad altri corpi attraverso quelli che chiamiamo i sensi. Ci hanno preceduto i sensi sti: nulla è dentro la nostra mente che non ci viene fornito dai sensi. E così la fantasia, la logica, la ragione, la fede altro non sono che gli strumenti più raffinati di un corpo tra i corpi (materia) che, come l’infima creatura che emette pseudopodi, procede dal coacervato all’ameba e arriva all’uo- mo, cuspide di presunzione, anelito più che sensata pregnanza di vita.. Non lasciamoci impressionare dai prodotti di questo strumentario intellettuale: arti, religioni, presenze invisibili, futurologie improbabili, paradisi perduti o escatologici disegni, virtualità effimere come sogni, denunciate già dal fol- le di Danimarca una volta per tutte. Sono sirene lusingatrici di contro al cui canto ammaliante hanno ancora buona validità i tappi di cera nelle orecchie usati da Odisseo, navigante curioso, per escludere i suoi compagni2. Qualcuno sostiene che le cose non sono se non create. Qui noi non soste- niamo l’inesistenza delle cose: in tal caso dovremmo postulare e ammettere la trascendenza, laddove noi riteniamo l’oltre una autonoma creazione (se vogliamo mantenere il termine) del nostro pensiero. Abbiamo raggiunto (a livello di pensiero puro, non certo di pensiero soggettivo) un tale grado di evoluzione da creare dal niente, come aveva, in termini tutti romanti- ci, spiegato Fichte enunciando i tre celebri principi della sua dottrina della scienza! Ma gli sviluppi delle neuroscienze, in particolare, hanno reso sterili tali tentativi di esplicazione del reale. Idealismo e religione fanno a gara a rincorrersi nella loro foga di raggiungere la verità eterna! Meglio perciò rinchiudere i filosofi nel trittico che si sono costruiti con secolare pazienza della Metafisica, Teodicea e Ontologia. Che farnetichino in eterno sull’ori- gine dell’anima, sul rapporto col corpo e sul destino futuro della umanità. Si potrà, una volta sgombrato il terreno dalla zavorra, procedere in modo più lineare, ordinato ed onesto alla diagnosi del male di vivere: del nascere e morire. Tolta di mezzo la pretesa razionalità e la scientificità teologica (e teleologica) con la sua saccenteria, gli strumenti dei sensi come la fantasia, la fede, la ragione potranno riprendere legittimamente la loro funzione di guida o di orientamento. Se partiamo dalla nostra “condizione umana” (senza scomodare Mal- reau) vera e concreta, viene prepotente in ballo, la nostra sensualità, prima ancora che la nostra sensitività. Avvertiti da Freud, che va ascoltato con la 2 Vedi quanto scrive, Berto, L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili, Laterza, Roma. 30  dovuta prudenza filosofica, ci accorgiamo facilmente che è l’eros la molla privilegiata delle nostre azioni o inazioni. Tanto è vero che sul terreno della storia è con l’eros che il Cristianesimo ha ingaggiato fin dalle sue prime origini la sua battaglia aperta, dagli erotici furori degli anacoreti fino ai ra- ziocinanti dogmatismi teologici dei nostri giorni. Conviene delinearne un breve profilo. Profilo storico dell’Eros in Occidente. Dal mito di Venere a Maria Vergine È proprio nel mondo romano, e in quella che gli storici designano come età tardo-antica, che si compie una storica metamorfosi della mitologia pa- gana: il suo graduale trasferimento da religione delle classi colte e dominanti a religione dei campi (pagi = pagani), della plebe rurale. Indicativo tra tutti il passaggio di Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fecondità, da un canto, a quella di Demonio, Lucifero (portatore di luce), stella del mattino, per i suoi referenti legati alla sessualità, e, dall’altro, a quella della Vergine Maria, madre di Gesù Bisogna ricordare che mentre avanza il Cristianesimo, il mito di Roma non solo permane ma, sotto mutate spoglie, cresce e si svolge fino ai nostri giorni. Perde la sua valenza politica, la sua forza sugli eventi immediati ma guadagna nell’immaginario. Entra a far parte del grande patrimonio del- la memoria collettiva. Ma in tale processo, se perde i suoi caratteri storici, obbiettivi, acquista una rinnovata immagine fantastica, rispondente alle esigenze delle masse. Soprattutto il Medioevo trasforma Roma, i suoi dei, la sua cultura in nuova mitologia sincretica, mista di elementi tradiziona- li e di apporti nuovi conferiti dalle differenti popolazioni d’Europa, attinti soprattutto alla nuova fede cristiana che diventa l’amalgama di germane- simo, usanze barbariche, romanità, orientalismi, ecc. Roma continuava ad avere un suo primato nell’immaginario o mondo incantato dei miti e delle leggende3, come l’aveva avuto in quello, storico, politico culturale e civile. Ricordiamo l’accorato rimpianto di Rutilio Namaziano Fecisti patriam diversis gentibus unam. Urbem fecisti quae prius orbis erat Nella cultura illuministica, tra Settecento e Ottocento, il mito di Roma si veste di forme neo classiche. Goethe, Winkelmann, e Byron che 3 Cfr. F. Denis, Le monde enchanté,. Cosmographie et histoire naturelle fantastiques du Moyen Âge, richiamato da Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, 2 voll., Loe- scher, Torino. Ma vedi, dello stesso, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio evo, 2 voll., Loescher, Torino  ne fa la patria ideale delle genti Oh Rome! My country! City of the soul! The orphans of th heart must turne to thee, Lon mother of dead impires! Tale trasformazione della mitologia classica, porta con sé naturalmente un radicale cambiamento della maniera di concepire l’amore e di vivere l’e- ros. L’amore tra uomo e donna acquista differenti valenze e si prepara quella teorizzazione dell’amore tutto spirituale che verrà dommatizzato e praticato per tutto il Medioevo e, nella forma più angelicata e sublime, da Dante al Petrarca, ...quel dolce di Calliope labbro che amore nudo in Grecia e nudo in Roma, d’un velo candidissimo adornando, rendeva in grembo a Venere celeste. Dilagheranno per tutta Europa fenomeni di sessuofobia completamente ignoti alla società greca e latina, quale ad es. il fenomeno dell’ascetismo. Sorgerà la figura, del tutto nuova e inconcepibile per il mondo classico, dell’anacoreta e, d’altro canto, l’immagine del peccato prenderà aspetto dia- bolico orripilante, venendo a popolare tutta una nuova mitologia di presen- ze infernali che accompagnano e turbano la vita degli uomini del Medioevo. Molte e varie le rappresentazioni tipiche della diabolicità mostruosa, frutto, in particolare, del peccato di lussuria, quali il mosaico nel Battistero di Fi- renze, opera popolaresca di Coppo di Marcovaldo che tanto impressionò Dante fanciullo, il poema predantesco di Bonvesin della Riva, Il libro delle tre scritture o il De Babilonia di Giacomino da Verona e i vari “precursori” di Dante, fino alle allucinate raffigurazioni de il Giardino delle delizie di Bosch al Museo del Prado4. Ma che accadeva? Venere, scacciata, veniva ugualmente a tentare gli sciagurati che volevano sfuggirle, quali monaci ed asceti; e, come ci ricorda sempre Graf, «invadeva le loro celle ugualmente, immagine vagheggiata e detestata a un tempo». Siamo nell’epoca delle tentazioni. Ecco l’autorevolis- sima testimonianza di San Girolamo, il grande dottore della Chiesa, autore indiscutibile della Volgata, l’edizione ufficiale della Sacra Scrittura, in una sua lettera alla vergine Eustochia: Si ricordi, Villari, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, «Annali delle Univ. Toscane», Pisa. Soprattutto, A. D’Ancona, I precursori di Dante, Sansoni, Firenze. Per ulteriori e dettagliati riferimenti, cfr. il mio, I baratri della ragione. Graf e la cultura del secondo Ottocento, prefazione di Garin, Lacaita, Manduria. Oh quante volte, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginavo d’essere tra le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l’anima d’amarezza, vestito di turpe sacco e fatto nelle carni simile a un Etiope. Non passava giorno, senza lagrime, senza gemiti e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m’era letto la nuda terra. E quell’io, che per timor dell’inferno m’era dannato a tal vita e a non avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m’im- maginava d’essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva di desideri e nell’uomo, quanto alla carne già morto, divampavano gli incendi della libidine. E qui l’iconografia sacra ha lavorato sul santo, riempiendo di San Girolami, atteggiati in guise diverse, tele, altari, absidi, pale, trittici per tutto il medioevo e il Rinascimento. Da Dürer a Caravaggio, da Cima da Conegliano a Masolino, da Masaccio a Tiziano, dalle tentazioni di Giovanni Girolamo Savoldo al Perugino, fino alla compostezza gotico-geometrica di Antonello, ecc.Si assiste ad una evoluzione storica dell’eros, che si arricchisce, per così dire, dell’idea stessa del peccato. Simboleggiato dal frutto proibito, l’atto carnale tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre viene stigmatizzato come peccato originale, una sorta di marchio che da quel momento in poi mac- chierà ogni creatura. Homo vulneratus est naturaliter, sanziona definitiva- mente San Paolo! Anche se la dottrina della chiesa troverà il modo di recu- perare in positivo quella ferita, quella malattia costituzionale, con il concet- to dell’agape, nel quale l’eros si diluisce in amicizia includente la mediazione del Cristo. Ma la cosa più sorprendente è che Venere, simbolo dell’amore carnale, cantata da Lucrezio, poeta epicureo, come colei che presiede alla bellezza della fecondazione sia di piante che di animali, e perciò come voluttà d’uo- mini e di dei, subisce nel corso della storia differenti e impensabili metamor- fosi. Da un canto, come quasi tutte le divinità pagane, trapassa a popolare la mitologia cristiana di nuove figure positive e negative, arrivando a iden- tificarsi dapprima con il Demonio in persona, poi con la stella portatrice di luce, (Lucifero, angelo caduto e stella del mattino); infine, fattasi mite e mise- ricordiosa, gradualmente perdendo i suoi più accesi caratteri erotici di beltà voluttuosa, assurge addirittura al ruolo di Maria Vergine, concepita senza peccato, Madre di Gesù, figlio unigenito di Dio! Siamo di fronte a un fenomeno storico noto agli storici e agli antropologi come sincretismo religioso 5 Trad. fedele di Graf da Gerolamo, Epistolae, in Patrologia latina, cur. Migne, Parigi. Cfr. Graf, Il Diavolo, cit.,per cui le divinità pagane continuano una loro vita, si direbbe più dimessa e quasi nascosta, nei pagi, nelle campagne tra la povera gente, trasformandosi, e sovente confondendosi, coi santi e le divinità della nuova religione ebraica e cristiana. Ne è un esempio la favola di Tanhäuser, il cavaliere francone di cui la dea Venere si innamora. È nel mondo romano in sfacelo che gli dei di Roma – GIOVE CAPITOLINO -- si avviano alla loro metamorfosi -- quello che non e accaduto agli dei ellenici. Da un canto si rintanano nei pagi, nei campi, tra la povera gente di campagna e ne continuano a propiziare raccolti, a combattere carestie ad aiutare la gente misera nelle quotidiane disgrazie che affliggevano gl’umili e gl’indifesi. Dall’altro lato, in questa storica trasformazione, raccolgono in loro tutto il male esecrabile del mondo antico: il turpe, il diabolico, l’illecito, il peccaminoso del mondo romano. Soprattutto l’osceno -- ciò che è dietro alla scena e, pertanto, non è visibile -- e il sensuale nei rapporti amorosi. Gli dei di ROMA si trasformano così in demoni. Si passa dalla celebrazione dell’amore fisico, cantato dai poeti, da OVIDIO (si veda), Catullo (i neoteroi) a LUCREZIO (si veda), che lo inserisce nel fluire e divenire dei fenomeni naturali, alla definitiva divaricazione della sessualità dall’amore spirituale, come aspetti di una passionalità di differente e contrapposta natura. Si ricordi l’inno a Venere di LUCREZIO: AENEADVM GENITRIX HOMINVM DIVOMQVAE VOLVPTAS ALMA VENUS CAELI SVBTER LABENTIA SIGNA QUAE MARE NAVIGERVM QVAE TERRAS FRUGIFERENTES CONCELEBRAS PER TE QUONIAN GENVS OMNE ANIMANTVM CONCIPITVR VISITQVAE EXORTVM LVMINA SOLIS. Ma ecco come espone Graf, storico dei miti romani, la sottile trasformazione degli dei di Roma -- quelli stessi che VIRGILIO, guida d’ALIGHIERI, chiama falsi e bugiardi  -- in divinità o potenze demoniache. I numi che hanno altari e templi non muoiono, non dileguano. Si trasformano in demoni, perdendo alcuni l’antica formosità seduttrice, serbando tutti la gravità antica, accrescendola. GIOVE DEL CAMPIDOGLIO, Giunone, Diana, Apollo, MERCURIO, Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri sopravvivono al culto che loro e reso, ricompaiono fra le tenebre dell’inferno, ingombrano di strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio meridiano, invade i disaccorti troppo obliosi di lor salute, e la notte, pei silenzi dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le [6 G. Paris, Legendes du Moyen Age, Hachette, Paris, dove esamina la storia e la diffusione della leggenda (La légende de Tanuhäuser). Fonte delle varianti della stessa leggenda resta Guglielmo di Malmesbury. Vedi Graf, Il Diavolo]  squadre delle maliarde, istruite da lei. Venere sempre accesa d’amore, non meno bella demonio che dea, usa negli uomini l’arti antiche, inspira ardori inestinguibili, usurpa il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo, avido di dannazione. Scienza, filosofia e fantasia: il pensiero femminile e la ”teoria e pratica della dimenticanza”. Il rapporto latente tra il sapere e il credere. Ogni proposta gnoseologica parte opportunamente da quelle ben note premesse che GALILEI (si veda) autorevolmente chiama la sensata esperienza, anche se le pone in relazione con la certa dimostrazione. Così, prudentemente procedendo, ogni teoria della conoscenza, pur restando legata alla dimensione esperienziale, per così dire, non esclude né puo escludere l’elaborazione successiva di ipotesi con l’ausilio della fantasia, della fede, dell’intuizione oltre che della facoltà razionale con la quale da sempre la mente umana prova ad elaborare i portati sensoriali, di volta in volta vari e complicati. Proviamo a valutare, ad esempio, non le nostre idee, o i nostri elaborati razionali ma alcuni particolari sentimenti o pulsioni come l’amore, l’erotismo, o, addirittura, la poesia con cui ci accostiamo ad una persona o ad uno scenario naturale quale, che so? la volta celeste di kantiana memoria. Gl’eroi greci per comprendere una verità nascosta, scendevano nell’Ade, entrano nel regno imperscrutabile delle ombre. Da altra prospettiva, sub specie feminae, da quel che oggi chiamiamo pensiero femminile, ci viene incontro, spalancandoci una diversa rinnovata visuale, un modo solitamen-te desueto di scrutare l’imperscrutabile. Abbiamo davanti un continente dissepolto, il nostro Ade, tutto da esplorare. È così che – s’è detto e sostenuto da parte delle donne – le poesie vivono delle voci narranti che, appassionatamente, riflettono su un passato da abbandonare. Quel che sembra finito e nascosto entro i luoghi del cuore. Da tale prospettiva, per giungere a tanto bisogna scendere all’Ade, come fa il viaggiatore Odisseo: provare i dolori più cupi e le delusioni più cocenti a cui seguono le esperienze. S’entra così nell’universo del senso fantastico senza ripudiare la possibilità razionale di elaborare non [Graf, Il Diavolo. Utilizzo in questo paragrafo, frammettendone brani a mie riflessioni e commenti, il testo originale inedito, cortesemente messo a mia disposizione, dalla filosofa della mente Bussolati, Teoria e pratica della dimenticanza.] più ciò che è nei sensi ma quanto ribolle nella fantasia. Un esempio potrebbe fornircelo LEOPARDI dell’infinito laddove dalla esperienza sensibile -- la siepe, il vento, lo stormir delle foglie -- che non si lascia elaborare razionalmente, sale, quasi spinozianamente, ad un sapere più complesso: una sorta d’amor dei intellectualis che s’apre al mistero sia della poesia che dell’amore. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio e questa voce vo comparando e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei. E, ancora, entrando nel campo intricato del male di vivere, addirittura nelle patologie del comportamento, delle ossessioni, delle schizofrenie, laddove ci siamo chiesti, con l’angoscia nel cuore, se questo è un uomo, proviamo a proporre la teoria e pratica della dimenticanza: l’obliviologia. È certo come un lavoro di scavo; ma non abbiamo da riportare al celeste raggio nessuna sepolta Pompei. Non procediamo, in senso freudiano, a rimestare nella memoria, nel sogno, recuperando oggetti rimossi, tutt’altro. L’oggetto è diventato uno scheletro che va dimenticato, ritenuto per non posto: mai esistito. La dimenticanza è dapprima una sola pratica; quasi l’abitudine a dimenticare le chiavi di casa. Poi assurge a tecnica e, infine a teoria e pratica dell’oblio. Corre, in un certo senso, parallela alla terapia farmacologica del sonno, indotto da dosi opportune di psicofarmaci. Si tratta di togliere le fissazioni tramite la dimenticanza: di riportare il conosciuto agl’elementi puri ma allo scopo di favorire un intervento di maggior forza ectoplasmica sugli oggetti e sugli eventi esterni, e per eliminare il noto processo di invecchiamento e, infine, di morte mentale. Scendendo al piano sperimentale, abbiamo cancellato i sovraccarichi delle impressioni mnemonizzatrici e fatto sparire le figure retoriche fantasmatiche, i “mostri” o “giganti” che si fissano e si ripetono continuamente, oberando la mente affralita. Dimenticare diventa così l’ausilio migliore del vivere senza alcun sforzo il presente. Non è la panacea, non si raggiunge il Nirvana; non si recuperano paradi- si perduti. Si vive riconquistando un più corretto rapporto col corpo, i sensi, la natura. La memoria deve servirci, non turbarci. Se è una soffitta ingombra rischia di confonderci nel suo disordine; dobbiamo far pulizia perché la vita va vissuta non sopportata E arriviamo infine a una considerazione alquanto complessa ma di facile comprensione. Quella stessa nostra propensione che chiamiamo fede altro non è, finanche nella sua forma più umile, che sempre e soltanto costruzio- 36  ne della ragione, in quanto ogni fede presuppone sempre un giudizio della ragione. Da tale considerazione deriva la plateale conseguenza che la fede non è altro, alla fin fine, che la nostra visione più o meno razionale della realtà; pertanto quella fede nel numinoso e nel fantastico che è la fede re- ligiosa dei fedeli e che alla nostra razionalità più sofisticata ripugna, è solo un puro e semplice equivoco, imposto dall’educazione, dalle convenzioni e mai può derivare dalla nostra libera scelta intelligente che in tal modo si contraddirebbe9. Credere, altro non è che atto razionale; in quanto, rigoro- samente, non c’è fede senza il sostegno della ragione. Ma, ci si chiede, fino a che punto? Il limite è il sano buon senso. Oltre c’è la follia e l’assurdo; ma follia, sempre ed esclusivamente della ragione stessa, unico vero soggetto di quanto chiamiamo fede! 4. Emarginazione femminile e non. La donna da oggetto a soggetto di pensiero Da differente angolatura l’oggetto del mistero che chiamano la verità, si svela gradatamente, di sotto il velame delli versi strani. Del resto, a ben pensare, quando penso, penso al maschile, ho sempre pensato al maschile. La storia, la civiltà tutta, occidentale e orientale, hanno pensato soltanto al maschile. Non solo: per secoli, il vero, il bene, il bello sono stati visti, si al maschile, ma ancora nella implicita insignificanza oltre che della donna, di altre figure sociali di grande rilevanza: del bambino, del disadattato o del diseredato o escluso dalla comunità, dell’alienato o del demente. Interi uni- versi come continenti inesplorati si sono schiusi appena abbiamo provato a visitarli. Erano emersi, nella dannazione dell’inferno dantesco, nei mosaici e negli affreschi allucinati di Coppo, nei battisteri, nelle chiese medioevali, nelle allucinazioni di raffiguratori fantasiosi fino al paradosso come in Bosch o in Goja, nei racconti favolosi delle mitiche origini di intere popolazio- 9 Cfr. Martinetti, Scritti di metafisica e di filosofia della religione, a cura di Agazzi, Ed. di Comunità, Milano, dove tra l’altro si legge: «Anche LA FILOSOFIA è sotto certi rispetti una fede; in quanto essa è uno sforzo verso l’unità sistematica che in ogni grado raggiunto si pone come una visione definitiva della realtà; ciò che non può fare che trasformandosi in una fede razionale; la fede nella dottrina kantiana. D’altra parte la fede comune non è assolutamente irrazionale; è una razionalità adatta alla mente comune, ma è una forma di razionalità; non v’è sistema di dogmi così assurdo che non tenti subito una razionalizzazione. Ogni esposizione d’un sistema di filosofia è, sotto questo riguardo, l’esposizione di una fede. Non ha quindi ragion d’essere la contrapposizione della ragione e della fede (come qualcosa di irrazionale): la fede è l’espressione stessa di una formazione razionale; ogni grado della vita razionale in quanto si esprime, si fissa e diventa una realtà operante, è una fede». Più analitica esposizione della questione si trova nel mio, Ateismo e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e contempora- neo e sul conflitto tra la fede e la ragione, Il Cannocchiale,  ni, tramandate oralmente nei miti e nelle leggende che correvano per l’Eu- ropa come fiumi carsici, uscendo di tanto in tanto al “celeste raggio”, dove l’oblio di secoli li aveva segregati....Soltanto oggi cominciamo a prenderne consapevolezza, filosofica e scientifica: scopriamo un nuovo continente speculativo, il pensiero al femminile come rinnovato modo di guardare la vita, la storia, la natura. Proviamo a riandare di qualche secolo addietro. Le cosiddette scienze umane ci si erano accostate per via di quel loro par- ticolare porsi dalla prospettiva del diverso, ma solo l’assurgere di quell’og- getto alla dignità di soggetto pensante e determinante trasforma del tutto la prospettiva. La partecipazione del femminile come quella del diverso, del disadattato alla ricerca della verità completa veramente il mondo storico della cultura portandolo al suo stadio più alto, fuori da ogni gilepposo pa- ternalismo o indulgente concessione caritatevole. Del tutto trascurati o stipati alla rinfusa nella soffitta anodina della eru- dizione, alcuni sprazzi di consapevole disponibilità al diverso erano emersi già nel passato, in ambito borghese progressista, presso spiriti particolar- mente sensibili. Ma restava un fatto isolato che non ha vissuto significanza o storicità. Sentite questa: siamo: E dei disadattati all’ambiente non è giusto parlar con tanto disprezzo. Ol- trecché esercitano alcune funzioni non esercitate dagli altri, essi sono un lievito sociale utile e necessario; tengon viva nell’organismo collettivo un’inquietezza nemica delle stagnazioni prolungate, e non avvien mutazio- ne alla quale in qualche maniera non cooperino che se i geni fossero pazzi davvero bisognerebbe riconoscereche i più disadattati fra i disadattati, quali son per l’appunto i pazzi, resero alla misera umanità più di un buon servigio. Da altra banda è da considerare che un perfetto adattamento all’ambiente farebbe gli uomini supinamente contenti e tranquilli e porte- rebbe fine al moto della storia, per la ragione potentissima che chi sta bene non si muove. Lo direi il vademecum per l’onest’uomo del nostro tempo! Ma molto an- cora resta da fare: e questa è la vergogna del nostro tempo. La chiesa cat- tolica ad es., che ha chiesto, solo di recente, con un pontefice tormentato e disponibile al dialogo, perdono al mondo islamico, ha ancora da chiedere scusa alle donne, ai bambini, alle coppie di fatto, agli omosessuali, agli atei, agli agnostici, agli scienziati onesti e laici che dalle dottrine e dai dogmi della chiesa vengono quotidianamente offesi, respinti e vilipesi. I libri proibiti e il rapporto sessuale come “peccato” contro il sesto precetto del Decalogo Tra i compiti primari che si assunsero al loro tempo gli apologisti catto- lici e i controversisti, figura subito in primo piano quello della lotta ai libri proibiti, che è come dire a tutta la prodizione libraria moderna. Prendo an- cora ad es. emblematico il santo teologo moralista e dottore autorevole della Chiesa: L. Ne La vera sposa di Gesù Cristo10, a dimostrazio- ne di quanto possa essere pericolosa la lettura in genere, sconsiglia alle Mo- nache addirittura lo studio sia della Teologia Morale che di quella Mistica. Parimenti libri inutili ordinariamente sono, ed alle volte anche nocivi per le Religiose, i libri di Teologia Morale, poiché ivi facilmente possono inquietarsi con la coscienza oppure apprendere ciò che lor giova non sapere. An- che nociva può essere a taluna la lettura dei libri di Teologia Mistica, giacché può essere che ella si invogli dell’orazion soprannaturale, e così lascerà la via ordinaria della sua orazione solita, in meditare e fare affetti, e così resterà digiuna dell’una e dell’altra. Vige, come una sentenza inappellabile, il motto lapidario di San Paolo: Sapienza carnis inimica est Deo. L’amore del sapere viene paragonato ad un vizio, alla libidine sessuale: libido sciendi11. Circa i classici del pensiero che pur contengono delle verità, si domanda con San Girolamo: Che bisogno hai di andar cercando un poco d’oro in mezzo a tanto fango, quando puoi leggere i libri devoti, dove troverai tutt’o- ro senza fango?». La lettura è importante, fondamentale anche alla via della salute, ma ha dei rigorosi limiti. Quanto è nociva la lettura de’libri cattivi, altrettanto è profittevole quella de’buoni. Il primo autore de’libri devoti è lo Spirito di Dio; ma de’li- bri perniciosi l’autore n’è lo spirito del Demonio, il quale spesso usa l’arte con alcune persone di nascondere il veleno, che v’è in tali suoi libri, sotto il pretesto di apprendersi ivi il modo di ben parlare, e la scienza delle cose del mondo per ben governarsi, o almeno di passare il tempo senza tedio. Con determinate categorie di persone, l’esclusione si fa radicale. Alle suore scrive così: Ma che danno fanno i romanzi e le poesie profane, dove non sono parole 10 Cito dall’ed. Remondini, Bassano, Vedi l’uso di tale espressione nella denuncia controversistica cattolica (aristotelica) della filosofia cartesiana e moderna nel saggio di chi scrive, «Libido sciendi». Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento (Da Magalotti al padre Valsecchi), Giornale critico della filosofia italiana,  immodeste? Che danno voi dite? Eccolo: ivi si accende la concupiscenza de’ sensi, si svegliano specialmente le passioni, e queste poi facilmente si gua- dagnano la volontà, o almeno la rendono così debole, che venendo appresso l’occasione di qualche affezione non pura verso qualche persona, il Demonio trova l’anima già disposta per farla precipitare12. Contro il risveglio delle passioni e contro la concupiscenza dei sensi, i controversisti scagliano i loro dardi infuocati e avviano le loro sottili disqui- zioni teologiche su quanto vada considerato peccato mortale. Ed è questo un fardello che la chiesa si porta dietro così come uno ster- corale si rotola la sua palla di escrementi. L’ossessione del sesso: la cura me- ticolosa con cui si prova da secoli a disciplinarlo, legittimarlo, canalizzarlo, evirandolo della sua essenza: la ricerca del piacere e costringendolo alla sola funzione riproduttiva. Ci serviremo non di un semplice scrittore di opere di pietà ma di un autorevole moralista della chiesa cattolica, santo per giunta, dottore della chiesa, uomo di grande pietà e d’erudizione: che CROCE define il più santo dei napoletani, il più napoletano dei santi. Ecco cosa scrive il nostro moralista sul sesto precetto del Decalogo e in che modo espone le sue precauzioni con cui anticipa una minuziosa tratta- zione di quanto potremo chiamare la fattispecie del peccato mortale. Il peccato contro questo precetto è la materia più ordinaria delle Confessioni, ed è quel vizio che riempie d’Anime l’Inferno; onde su questo precetto parleremo delle cose più minutamente; e le diremo in latino, affinché non si leggano facilmente da altri che dai confessori, o da quei sacerdoti che in- tendano abilitarsi a prendere la Confessione; e preghiamo costoro a non leg- gere né in questo né in altro libro di quella materia (che colla sola lezione o discorso infetta la mente) se non dopo tutti gli altri trattati e quando ormai sono prossimi ad amministrare il Sacramento della Penitenza. Affronta perciò subito lo scabroso tema della fornicazione, e dei rapporti carnali con l’altro sesso con minuta casistica sessuofobica: de tactibus, de muliebre permittente se tangere, an puella oppressa teneatur clamare, an possit unquam permittere sua violationem, de aspectis, de verbis, de audientibus verba turpie, ecc. Ma non manca di precisare: Ante omnia advertendum, quod in materia luxuriae (quidquid alii dicant de levi attrectatione manus foeminae, vel de in torsione digiti) non datur par- vitas materiae; ita uti omnis delectaio carnalis, cum plena advertentia, et consensu capta, mortale peccatum est. La vera Sposa di G.C., L., Istruzione e pratica per li Confessori, Giuseppe Di Domenico, Napoli, e sgg., anche per le citaz. successive. 40  Il pio moralista, scaltrito nella casistica giuridica, sa che bisogna scende- re nei minimi particolari per trovare la situazione peccaminosa: se grave o lieve o poco rilevante o, addirittura, del tutto inesistente; perciò distingue gli atti sessuali compiuti nel matrimonio o extra matrimonium. In situazio- ne extra coniugale, tutti i toccamenti, oscula et amplexus ob delectatione, mortale sunt. Vi sono numerosi casi dubbi da esplicitare: ne va di mezzo la salute delle anime, calate in situazioni mondane sempre diverse e comunque sempre a stretto contatto con le tentazioni della carne. Ad es., la donna o il fanciullo non peccano se si fanno toccare secondo la consueta pudicizia dettata dalla simpatia o dalla buona affettuosa disposizione; peccano invece se non si op- pongono a contatti impudichi, o a baci insistenti (morosis) e furtivi. E anco- ra: la fanciulla aggredita allo scopo di usarne violenza è tenuta a urlare ad se liberandam a turpitudine? Nel caso non invocasse aiuto con la dovuta forza e insistenza lo stupro si cambierebbe facilmente in consenso peccaminoso. Ma la questione resta controversa se debba ritenersi consenso il non aver gridato o invocato aiuto, secondo un’antica sentenza per la quale, praesume- batur puella non clamans consentiente. Perviene infine a definizioni accurate degli atti turpi, differenziando quelli compiuti naturalmente da quelli innaturalmente. Ecco la definizione di fornicazione e di concubinaggio, quali peccati mortali: Fornicatio est coitus intersolutos ex mutuo consensu. Concubinatus autem non est aliud quam continuata fornicatio, habita uxorio modo in eadem vel alia domo; [e quella di stupro, come:] defloratio virginis ipsa invita, et ideo praeter fornicationis malitiam habet etiam injustitiae. Attraverso una minuziosa casistica quasi boccaccesca, buona – si direbbe - ad arricchire la documentazione erotica di un romanziere libertino, il moralista passa in rassegna le svariate forme di rapporti sessuali, da quelle legittime a quelle addirittura più strane e peregrine, come l’accoppiarsi in luogo sacro, quali una chiesa, il cimitero, l’oratorio, il monastero, ecc. Pone addirittura questioni dubbie sulle maniere e le condizioni in cui tale rap- porto potrebbe verificarsi. Pur ammettendosi il peccato, sorge la questio se si tratti o meno di sacrilegio. Ad es. «an copula maritalis, aut occulta abita in Ecclesia, sit sacrilegium?» Vi si potrebbero emanare tre sentenze differenti: una che ritiene irrilevante la condizione di coniugi, un’altra la situazione occulta (che l’abbiano fatto di nascosto) e una terza che ritiene essere sacri- lego l’atto in ogni caso. Addirittura se si tratta di marito e moglie, secondo alcuni teologi, l’atto consumato in chiesa potrebbe essere scusato, si ipsi sint in morali necessitate coeundi, puta si ipsi in pericolo continentitiae, vel si diu in Ecclesia permanere debeant. Il lettore ne trae l’impressione che l’autore (più che dietro suggerimenti letterari coevi) vada ad estirpare direttamente dalla vita, dalle lussuriose esperienze dei peccatori, dalle situazione più impensabili, apprese nelle lun- ghe ore passate al confessionale ad ascoltare ed a sollecitare le confessioni più intime dei fedeli, tutte le forme, i modi che la secolare ricerca del piacere ha suggerito di epoca in epoca all’uomo, dalle più rozze e volgari maniere di accoppiamento fino alle più raffinate arti di amare e trarre godimento che proprio I LIBERTINI andano perfezionando e praticando in forme sempre più sofisticate. La stessa lingua latina – ma qui dovrebbe- ro dirla i linguisti – si fa molto particolare fino all’uso di neologismi non presenti nei classici. Parlando della sodomia distingue quella propriamente detta da quella impropria ed eterosessuale coitum viri in vase praepostero mulieris esse sodomiam imperfectam, specie distinctam a perfecta. Si quis autem se pollueret inter crura aut brachia mu- lieres, duo peccata diversa committeret, unum fornicationis inchoatae, alterum contra naturam. An pollutio in ore fit diverse speciei? Affirmant aliqui, vocantque hoc peccatum irrumantionem, dicentes quod sempre ac sit pollutio in alio vase quan naturali, speciem mutat. Sed probabilius sentiunt quod si pollutio viri sit in ore maris est sodomia; si in ore feminae, sit fornicatio inchoata, et in super peccatum contra naturam ut mox diximus... Arriva addirittura ad ipotizzare il coito cum femina morta, che non rien- trerebbe nella fattispecie dei rapporti bestiali ma nella polluzione e in quella che Alfonso chiama fornicatio affective. Dalla sessuofobia all’erotismo peccaminoso: Cortigiane poetesse e libertini filosofi. L’Eros redento Prendiamo due secoli di storia molto emblematici. Dall’Italia delle corti signorili alla Francia della grande rivoluzione. Due secoli in cui l’eros vive una sua storia illustre, tra cortigiane raffinate poetesse e abati filosofi e libertini. A dirla franca alla sua maniera sull’eros e a dargli veste poetica disinibita, ci pensa subito Pietro Aretino: ma sempre da una angolatura tutta maschile. Nonostante si salvi la dignità della partner che qui giuoca un ruolo attivo di co-protagonista del rapporto amoroso, in cui l’atto sessuale si trasforma in una sticomitia drammatica non priva di poetica oscenità. Soltanto nel petrarcheggiare delle cortigiane, come la soave Franco che riceve sotto le sue lenzuola di tela d’Olanda finanche Enrico III di Valois, la donna trova finalmente il suo primo vero riscatto sul maschio, con un suo modo raffinato (di alto erotismo) di 42  pilotare la barca dell’Amorosa Dea; ad esse, tra principi, sovrani, alti prela- ti, pontefici gaudenti, spetta il compito di riscattare dall’eterna dannazione l’Eros e fargli recuperare il valore perduto colla tradizione ebraica-cristiana. Un recupero, tutto al femminile, del paradiso perduto. Così canta il suo ufficio amoroso, guidato da Apollo, la dolce Veronica. Febo che serve a l’ amorosa Dea E in dolce guiderdon da lei ottiene Quel che via più che l’esser Dio il bea, A rilevar nel mio pensier ne viene Quei modi che con lui Venere adopra Mentre in soavi abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a questi so dar opra, Si ben nel letto, che d’Apollo all’arte Questa ne va d’assai spazio di sopra E il mio cantar e ‘l mio scrivere in carte S’oblia in chi mi prova in quella guisa Ch’a suoi seguaci Venere comparte. Nel Settecento, cui ora vogliam far cenno, sia pur per sommi capi, le cose stavano in modo ben differente da come ce le hanno rappresentate quando a scuola ci hanno spiegato quel periodo. I libri del Marchese de Sade rap- presentano, ad es., una nuova filosofia morale e non sono la pura e semplice invenzione di tecniche erotiche pervertite, come comunemente si crede. I recenti studi hanno sfatato quella immagine del divin marchese. “La filo- sofia deve dire tutto”, egli ha affermato: tutto senza ipocrisie e fingimenti. Egli non fu né il primo né il solo a sostenere i diritti della carne, che grida la sua legittima soddisfazione contro le assurde costrizioni della cosiddetta civiltà. Il celeberrimo sadismo: ricerca del piacere attraverso il godimento per la sofferenza del partner, ha ben altre origini che le sole discendenze da Sade. Bisognerebbe intanto rifarsi alle meticolese ricerche di Skipp, di Leeds, che ha schedato tutti i testi erotici inglesi scoprendovi come l’uso educativo della frusta e le sculacciate a pelle nuda sui ragazzi, era praticato dai gesuiti in chiave educativa e correttiva, ma finiva per confinare molto spesso con l’erotismo portando addirittura all’orgasmo vero e proprio. Nacque un termine: “orbinolismo” che vuol dire “smania di frustare” (Cfr. Rodez, Memorie storiche sull’orbinolismo). Né si dimentichi, oltre la pratica, anche l’elogio cattolico, presso non solo l’ordine dei gesuiti ma anche di Scolopi e Salesiani, fatto in termini pedagogici della frusta e della sua frequente pratica a scopi educativi e correttivi: virga tua et baculus tuus salus mea fuerunt!.... A tali osservazioni sul costume del secolo va aggiunto che la proverbia- le sporcizia che caratterizzava il ménage domestico dell’epoca anche tra le famiglie nobili e abbienti, non era poi così generalizzata. Soprattutto le donne avevano introdotto l’uso davvero innovativo dell’erotico bidet (che ha la forma di violino e, al tempo stesso, quella dei fianchi femminili) che permetteva loro di mantenere igiene e pulizia in quelle parti del corpo che ne avevano più bisogno. A tal proposito restano molto istruttive le pagine dei romanzi erotici e libertini, tra i quali spicca Restif de La Breton con il suo Anti Justine dove si nota l’uso frequente e generalizzato di tale strumento da toilette, prima e dopo gli incontri amorosi.. Perciò, una volta sfatata l’immagine stereotipata del Settecento illumi- nistico, astrattamente razionalista, irreligioso e dai costumi depravati, pro- viamo a riguardare sotto diversa luce e angolatura, libere da pregiudizi e remore moralistiche e confessionali, la letteratura erotica e d’amore di quel secolo che, oltre tutto, fu di Mozart, di Kant, di Bach, oltre che di Voltaire, di Rousseau e di Goethe e ci lasciò in eredità non soltanto la grande rivoluzione dell’89 ma anche quella che fu la più colossale e universale summa di sapere moderno: l’Enciclopedia, ovverosia dizionario ragionato di tutte le scienze, le arti e i mestieri contro la quale pullularono subito una serie di Anti-Enciclo- pedie anche da noi in Italia per porre un argine all’avanzata di quelle idee di libertà e di progresso civile. Il ricordare LEOPARDI è qui d’obbligo: Così ti spiacque il vero, dell’aspra sorte e del depresso loco che natura ci diè, per questo il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe palese... Insomma lo zelo sessuofobico, la guerra dichiarata all’istinto sessuale porta il sacerdote, il ministro del culto cattolico, il confessore a scendere nei particolari della vita sessuale singola e della coppia, sia entro che fuori del matrimonio: a scoprire i più segreti momenti dell’intimità delle coppie fino a scrutare e distinguere, entro le fantasie erotiche più raffinate, i comporta- menti più o meno peccaminosi, cioè conformi a canoni tutti da verificare di volta in volta (casistica). Una sorta di filo invisibile lega pertanto il pio cen- sore al libertino e al peccatore o la peccatrice (lo denuncia la stessa corrente espressione possessiva: il” mio” confessore!) tanto da diventare complemen- tari, avvincersi in un legame indissolubile fino a non poter più fare a meno l’uno dell’altro14. Ma il legame tra religiosità e libertinismo, così come tra l’erotismo e la religione cattolica in particolare, si fa sempre più stretto fino a dipendere l’uno dall’altro: come, in regime capitalistico, domanda e offerta. Il cattoli- 14 Cfr., infine, “L’Asino” di Podrecca a Galantara e le critiche positivistiche e anticlericali alla morale alfonsiana, Feltrinelli, Milano] cesimo deve disciplinare a suo modo il sesso e, in genere, tutta l’attività e la fantasia umane; l’eros deve trovare entro una nuova coscienza storica la sua rinnovata voluttà. Ecco allora il piacere stesso trovar vie differenti rispetto al piacere degli antichi, allor quando quella ricerca non veniva combattuta, non era un tabù, anzi era apprezzata come uno dei più ambiti doni della na- tura. Vengono a far parte del piacere anche i marchingegni e i sotterfugi per eludere le prescrizioni correnti e i limiti che le norme religiose impongono dall’esterno. Finanche i pregiudizi siano di ispirazione cattolica o meno - diventano materia di raffinato erotismo. L’esecrabile peccato della lussu- ria, prodotto tipico del Cristianesimo, diventa perciò stesso fonte di piacere (la Jouissance illuministica), proprio perché vietato e esecrato: soprattutto quando l’atto viene compiuto di nascosto, cogliendo quello che è diventato, dopo la mitica cacciata dal Paradiso terrestre, il frutto proibito, il godimen- to raggiunto di soppiatto e contro la legge o la morale corrente perciò più seducente e ricercato per la sua illegtittimità! La letteratura è piena zeppa di esempi e finisce per produrre un genere di scrittura narrativa particolare che chiamiamo “erotica” o “pornografica”: di libri che s’han «da leggere con una mano sola», un genere che non si spiegherebbe prima del cristianesimo e della dannazione dell’eros e del piacere e che va dai canti carnascialeschi al Decamerone, al Ruzante, all’ARETINO, ai poeti dialettali: da BAFFO, veneziano, al grandissimo BELLI, romanesco, al dimenticato TEMPIO, siciliano, nato a Catania, per arrivare alla letteratura erotica del romanzo libertino francese in cui confluiscono le innumerevoli forme e modi di estraniazione, di sogno, di fuga dalla realtà che delineano l’universo fantastico che sarà la base della letteratura romantica europea e soprattutto del romanzo e della grande narrativa ottocentesca e contemporanea, da Balzac a Flaubert, a Hugo a Dumas, dal romanzo russo al nostro MANZONI, a Zola, a VERGA alla miriade dei narratori dei nostri giorni. In conclusio-ne, ma in una maniera tutta nuova, possiamo ritenere avesse davvero visto giusto il grande saggio napoletano CROCE quando affermò che non possiamo non dirci cristiani. Se persino l’erotismo è stato, malgré lui, influenzato e raffinato dal cristianesimo. Se ne stanno accorgendo anche in Francia dove nasce la letteratura libertina e la illuminata filosofia del piacere: dal materialista La Mettrie all’esecrato marchese De Sade16. 15 Emblematico, per quanto qui si va rilevando, il romanzo libertino, non ancora tradot- to, D.A.F. de SADE, Alina et Valcour, ovvero il romanzo filosofico. Cfr., la Mostra: BNF, L’Enfer de la Biblioteque Nazionale. Eros au secret, Paris, 2 Ricco di titoli, è venuto alla luce un significativo numero di opere e autori soltanto  ad opera di specialisti che li vanno pubblicando e illustrando. Intanto segnalo l’originale antologia da Mettrie e Diderot, curata da Quintili, L’Arte di godere. Testi dei filosofi libertini, Manifesto libri, Roma. Alfonso di Liguori. Girolamo de Liguori. Liguori. Keyword: “Associazione Filosofica Ligure” – Keywords: implicature critica, ‘… is the true abyss of human reason” – “il baratro della ragione conversazionale” – l’anima distilata – il lambicco dell’anima”, redenzione dell’eros, la lussuria, la degenerazione, la metamorfosi dei linguaggi – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lilla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Vico – la scuola di Francavilla Fontana -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza  (Francavilla Fontana). Filosofo italiano. Francavilla Fontana, Brindisi, Puglia. Grice: “I like Lilla; for one, he ‘revindicated,’ as he puts it, the philosophy of Vico, which, in Italy, is like at Oxford ‘revinidcare’ Locke!” Formatosi nelle scuole dei Padri Scolopi aderì alle idee cattolico liberali divulgate dai filosofi della prima metà dell'Ottocento: Gioberti, Minghetti, Balbo e SERBATI al quale dedicherà molteplici studi subendone una marcata influenza. Lascia Francavilla per l'ostentata contrarietà di tutto il clero  alle sue idee patriottiche d'ispirazione giobertiana, manifestate apertamente nel "Programma d'insegnamento filosofico" pubblicato sul giornale il "Cittadino leccese", decise di trasferirsi a Napoli ove ebbe modo di confrontarsi con le idee di Sanctis, Spaventa, Settembrini, Tari e Vera. Si laurea e insegna a Napoli. Durante questi anni videro la luce "La provvidenza e la libertà considerate nella civiltà", "Dio e il mondo", e "La personalità originaria e la personalità derivata" (Nappoli, Rocco), nei quali getta le premesse degli studi filosofici e giuridici in cui si cimenterà per tutta la vita: la storia della filosofia, la filosofia teoretica e la filosofia del diritto; sviluppando altresì e precorrendo una moderna concezione del rapporto tra "diritti umani e progresso scientifico" sin da “La scienza e la vita” (Torino, Borgarelli) -- titolo paradigmatico del suo saggio – cf. Grice, “Philosophical biology,” “Philosophy of Life” Insegna a Messina. Furono quelli gli anni più fecondi della produzione scientifica volta a perfezionare la sua concezione dello Stato, approfondire le fonti rosminiane, confrontarsi con le teorie evoluzionistiche di Spencer e contemporaneamente intrattenere contatti epistolari con alcuni fra i maggiori filosofi, giuristi, patrioti e storici dell'epoca quali:  Jhering, Bluntschli, Roy, Tommaseo, Capponi e molti altri. Altri saggi: “Kant e SERBATI” (Borgarelli, Torino); “AQUINO” (Torino, Borgarelli); “Filosofia del diritto,”“Critica della dottrina utilitarista liberale empirica etico-giuridica di Mill”“Le supreme dottrine filosofiche e giuridiche di Vico ri-vendicate” -- “La pretesa persona giuridica e le funzioni personali degl’enti morali” (L. Gargiulo); “Della Riforma civile di Spedalieri” (Messina, Amico); “Le fonti del sistema filosofico di Serbati-Rosmini” (L.F. Cogliati); “Due meravigliose scoperte di Rosmin-Serbatii: l'essere possibile e l'unità della storia dei sistemi ideologici, Cogliati, Il Canonico Annibale Maria Di Francia e la sua Pia Opera di beneficenza, Messina, San Giuseppe, Manuale di filosofia del diritto, Milano, Società editrice, Pagine estratte. Martucci, Il concetto dello stato  Antonio Tarantino, Diritti umani e progresso scientifico: Polacco, La "Filosofia del diritto” (Randi); “Filosofia” (Milano, Giuffré); Tarantino, “La filosofia della giustizia sociale, Milano” (Giuffré) – cfr. H. P. Grice, “Social justice” in “The H. P. Grice Papers,” Bancroft, MS. In occasione del conferimento della "Cittadinanza onoraria (di Messina) alla memoria, su nettuno press.Tarantino, Diritti umani e progresso scientifico: emeroteca. provincia. brindisi. Martucci, Il concetto dello stato, su emeroteca.provincia. brindisi. Treccani, su treccani. Lettere a Jhering. non accordabile col supremo principio della Scienza Nuova Ilmiolavoro Vico rivendicato» meritòl'onoredi essere preso in considerazione dai due più competenti degli stu dii vichiani, ed al giudizio dei competenti bisogna dare gran peso, perchè effetto di conoscenza bene approfondita sopra un determinato autore, specialmente se si mira ricostruire la mente di Vico. Questi scrittori sono Ferri e Fornari i quali si trovarono in pienissimo accordo, tanto da far supporro che fosse effetto di un concetto prestabilito. L'accordo fu pie nissimo nella prima parte del lavoro di carattere puramente critico e riconobbero che la rivendicazione delle dottrine filoso fiche e giuridiche da tutte le fallaci interpetrazioni fatte in Europa Rivista Italiana di Filosofia. Quando gli opuscoli hanno un valore così notevole come quello qui sopra indicato del prof. Lilla, è giusto segnalarli all'attenzione degli studiosi piuttosto che i volumi di gran molo o di poca sostanza. Questo lavoro dice molto in poche pagine e il suo intento è questo: rivedere i giu dizi che sulle dottrine del Vico sono stati portati in Italia, in Germania e in Francia particolarmente, ricostruire dietro indagino esatta il concetto di questa dottrina e questo intento ci pare raggiunto. Il Vico non è sem plicemente un ontologista platonico, come parrebbe dal giudizio del Gioberti, nè un razionalista kantiano, o piuttosto un precursore del Kant, come sembra a Spaventa, nè un positivista como fu rappresentato da altri. Questi apprezzamenti risultarono dall'interpetrazione parzialeesoggetti va di qualche parte dei pensieri filosofici del Vico che nelle sue opero non sono esposti in ordine sistematico, e che l'autore di questo lavoro con grande dili genza raccoglie e combina riferendo le formole e le parole proprie dell'autore della scienza nuova sparse nei moltiplici suoi scritti. »   era esauriente e condotta con criterii elevati. La mia interpretazione sulla vera mente di Vico fu riconosciuta vera ed adeguata tanto che il Fornarì mostrò vivissimo desiderio di veder fecondare quelle supreme linee con svolgimenti ed appli cazioni. Dominato da tale pensiero concepii il disegno di scrivere un lavoro di lena, mirante ad un triplice scopo di rivendicare, illustrare, ed integrare la mente dell'autore della « Scienza Nuova» A tale scopo indirizza i tutte le mie ricerche attingendo sempre maggiori lumi dalle sue opere edite ed inedito e fin anche dai manoscritti che si conservano gelosamente nella bi· blioteca Nazionale di Napoli. I grandi genii, e segnatamente il Vico che, come non ha guari, fu appellato da un poderoso intelletto di una delle più famose Università il più grande filosofo del mondo, muovono da una idea madre fecondissima ed alla quale rannodava tutte le idee secondarie e particolari. Uvità ed armonia cioè perfetto organismo è la nota caratteristica del lavoro dei sommi.Ed io vado riunendo non poche idee per ricostruire su solide basi quest'opera di architettura gigante e le mie indagini non ric scono infruttuose, e ne è prova evidentissima questo frammento inedito dal titolo « Pratica della Scienza nuova . » Non poche censure mosse la turba dei filosofanti al Vico perchè s'ispirava a concezioni idealistiche negligentando la pra tica della vita. Tale critica presenta apparenze di verità tanto che VICO stesso no rimase impressionato,ma raffrontando dottrine a dottrine si coglie il genuino e loro vero significato. La grand o idealità diquestamassima la storia ideale eterna delle nazioni. L. ha liberato la dottrina del VICO da tutte le fallaci inter petrazioni. La sua dottrina che mi pare giusta, merita di essere più larga mente svolta. » Nel volume delle Onoranze; è una vera esagerazione, e chi si addentra nella parte riposta del sistema Vichiano si accorgerà che non si possa ascrivere ad essa une perfetta interpetrazione astratta e specialmente raffrottandola colla psicologia sociale che sta a base del processo del filosofo napoletano. Bisogna por mente innanzi tutto alle tre fasi che percorre l'umanità nella sua storica evoluzione; età del senso, della fantasia, e della ragiono. E molto più alla dottrina del corso e ricorso delle nazioni, cioè al loro periodo d'infanzia, di giovinezza e di vecchiaia. Valga ciò a smentire l'assoluto idealismo del VICO il quale è puramente immaginario. Tutta la seconda Scienza nuova è derivata dalla psicologia sociale evoli tiva e tutti i diritti, i costumi, le religioni, le costituzioni plitiche degli stati sono emanazionidiquesto principio. Nelprimo stadio tutto è divino, gli uomini inselvatichiti hanno un diritto divino, tuttoprocededagli Dei; il Governo teocraticorappresen ato dagli oracoli, la lingua divina per atti muti di religiose cerimonie. In Giove e Giunone si personifica ciò che si riferisce agli auspicii ed alle nozzo: la Giurisprudenza è scienza d'intendere i misteri della divinazione; il giudizio divino, cio è che nei templi divini,tutte le azioni sovo invocazioni agli Dei :ogni dritto è divino,ogni pena è sacrificio, ogni guerra assume carat tere religioso ed ha giudici gli Dei: od il giudizio di Dio si riduce a duello ed alle rappressaglie : tali categorie sono sim boleggiate dal lituo, dall'acqua e fuoco sopra un altare. Seguo poi un ordine di fatti eroici da cui deriva la natura eroica, o dei nati sotto gli auspicii di Giove, il costumo eroico como quello di Achille, il governo civico o aristocratico o dei for tissimi, la lingua eroica o delle armi gentilizie o stemmi. I caratteri eroici come Achille ed Ulisse, che personificano tutte le grandezze e i savii consigli. La giurisprudenza eroica, che stà nella solennità delle formule della legge, la ragione di stato conosciuta dai pochi provetti del governo, il giudizio eroico che consiste nell'esatta osservanza delle formule e precipua mente deriva il feudo dalla proprietà dei forti. Infine c'è un or dine di fatti umani, cui corrisponde la natura umana intelligente e perciò benigna,modesta, che riconosce per legge lacoscienza, la ragione, il dovere, e poi il costume officiale, indi il diritto umano fondato dalla ragione, il governo umano dettato dalla ragione, la lingua umana, Abbiamo motivo di credere che VICO impressionato dalle obiezioni dei contemporanei vollo dichiarare il supremo princi pio della Scienza Nuova, cioè la storia eterna ed ideale delle nazioni con questo frammento e senza addarsene disconobbe l'efficacia positiva della Scienza nuova. Egli dotato di mente speculativa, pratica e progressiva, non si poteva mai acconciare a vivere di formule astratte e di  umana, il parlare articolato, i caratteri in telligibili, che la mente umana rivelò dai generi fantastici se parando le forme e le proprietà dai subietti. La giurisprudenza umana che mira non al certo, ma alvero delle leggi. L'auto rità umuna che nasce dalla rinomanza di persone capaci e sa pienti nelle agibili ed intelligibili cose, la ragione umana o ragione naturale che divide a tutte le uguali utilità. Il giu dizio umano velato di pudore naturale e mallevadore della buona fode che ai fatti applica benignamente le leggi temperandone il rigore. E questi fatti hanno ancheiloro simboli nellabilanciache rappresenta le qualità civili nelle repubbliche popolari, perchè la natura ragionevole è uguale in tutti gli uomini. Questi tre ordinidifatti riposanointreprincipii, chesono:iltimore, l'amore, il dolore, simboleggiati dallo altare, dalla pace e dal l'urnacineraria,ecosì sifondarono loreligioni, imatrimoni e l'immortalità dell'anima.In questi concetti siriassume tutta la seconda Scienza nuova. Rispettaro tutto quanto i nostri maggiori operarono di grande è la disposizione più favorevole a quest'opera di conciliazione, ma perchè il ri spettonon portia delle idee esclusive e non soffochi la libertà dei nostri giudizi verso lo scopo ultimo della scienza, avvicinata a questo scopo la pro duzione più perfetta dell'uomo, ci rivela la sua imperfezione, in questo modo è riconosciuta la necessità dell'Ideale, perchè fossecriticatoemiglio rato il presente.  puri concetti metafisici, poichè il processo inquisitivo che egli seguiva aveva un fondamento storico e dava origine ad un temperato e ragionevole positivismo, pel quale non si poteva disgiungere la scienza dalla vita.Egli ben vedeva che la scienza fuori la vita era una vana supellettile intellettuale, un giuoco dialettico del pensiero e non punto proficua al beninteso pro gresso delle nazioni. Esiste un ideale di perfettibilità, supe riore, ma non indipendente dalla vita, verità questa intuita dall'antesignano della scuola storica tedesca, da Savignys, ilquale era ammiratore passionato delle istituzioni giuridiche romane nelle quali vedeva la più alta manifestazione del progresso giu ridico. Ma fatto maturo di anni e di senno confessò apertamente che per quanto possono sembrare perfette le istituzioni romane, pure comparate all'idealità mostrano la loro incompiutezza. VICO gittò le basi di una vasta costruzione scientifica fondata nel processostorico– filosofico. E dàbiasimo al divorzio fraquesti due processi metodici, in questa memoranda sentenza Peccarono per metà i filosofi perchè non accertarono le loro idee coll’autorità dei filogici; peccarono per metà i filologi perchè non inverarono la propria conoscenza coll'autorità dei filosofi». La storia ci rivela il certo, l'origine, le fasi o gl'incrementi degl'istituti politici, sociali giuridici, e la filosofia rivela l'ele mento razionale e addita le perfezioni ideali, cui si possono inalzare; veritá questa intuita da Bacone da Verulamin. I filosofi, dic'egli, scoprono molte cose belle a contemplarsi, ma impossi bile ad essere attuate, ed i giuristi ragionanı) come prigionieri nelle catene. Alla mente di VICO si affaccia, un dubbio che poteva presentare questo supremo principio della scienza studiossi ripararvi con questo frammento inedito. Tutla quesť opera è stata ragionata come una scienza puramente spe culativa intorno alla comune natura dello nazioni. Però sembra per quest’istesso mancare di soccorrere alla prudenza umana, ond'ella si adoperi perchè le nazioni, le quali vanno a cadere o non ruinino affatto, o non s'affrettino alla loro ruina ed in conseguenza mancare nella pratica, qual dev'essere di tutte le scienze, che si ravvalgono d'intorno a materie, le quali dipendano dall'umano arbitrio, che tutte si chiamano attive. Anche nella coscienza dei grandi vi sono delle oscil lazioni sulle loro concezioni. VICO nel fram . citato, dice che la scienza pratica non si possa dare dai FILOSOFI, ma i filosofi civili e i reggitori degli stati possono creare costituzioni politiche e leggi, e richiamare le nazioni al loro stato di perfe zione. Niente di più vero: le nazioni e tutto il mondo moralo creato dall'arbitrio umano non può ridursi a categorie logiche, non può essere sottoposto alla legge ferrea della necessità, e quindi la scienza puramente contemplativa o ideale non può contenere nella sua orbita le leggi relative dei fatti umani. Se quest'ordine è indipendente dalla necessità logica, può essere [Qui do legibus scripserunt, omnes vel tanquam PHILOSOPHI, vel tan quam Jureconsulti, argumentum illud tractaverunt. Atque Philosophi proponunt multa dictu pulcra, sed ab uso remoto. Jureconsulti autem, suae quisque patria legum, vel etiam Romanorum, aut Pontificiarum placctis abnoxüetad dicti, judicio sincero non utuntur,sedtanquam evincolis sermocinantur. Tractatus de dignite et augmentis scientiarum ; solo regolato o disciplinato dalle scienze pratiche ed attive e non dall'ordine puramente scientifico. Nel capitolo VIII della seconda Scienza nuova pare che VICO incorra in un'incoe renza, in quanto si propone di trattare di una storia eterna sulla quale corre di tempo la storia di tutte le nazioni con certo originiecerteperpetuità,e poidico chelescienze pratiche possono regolare la vita. Ma come si può parlare d'una storia eterna, sulla quale sono modellate le storie di tutte le nazioni se il mondo morale, con tutti i suoi fattori, procede dall'arbitrio umano ? Questo ardito disegno del filosofo napoletano racchiude un pen siero riposto. Questa Storia eterna delle nazioni, modellatrice, esemplatrice di tutte le storie delle nazioni è uno dei più grandi problemi della Scienza Nuova, che è assai bisognoso di com menti illustrativi ed esplicativi. In questo capitolo si nasconde una speculazione alta, e, dirò meglio, vertiginosa. Qui il Vico si rivela come idealista, o meglio tale appare, poichè nello stabilire un ideale comune a tutte le nazioni pare che proceda con un metodo astratto e formale, cioè como un ideale fanta stico di pura creazione del cervello. Parvenza vana inganna trice! Ad un pensatore meditativo apparisce,com'è infatti, una dottrina a fondo realistico. Essa non è generata ma è ricavata da uno studio coscienzioso ed accurato dei fatti. Il diritto naturale delle genti è reale quanto la natura umana, ed è la fonte di questa dottrina. Secondo la mente di VICO non si potrà revocare in dubbio l'esistenza d'un dritto naturale, comune a tutti i popoli. Cotal diritto, comune a tutte le nazioni, ricavasi dalla psicologia sociale, la quale ci attesta la natura comune sociale dei popoli.  Questo argomento comparativo trova la sua conferma nel fatto irrecusabile che questo diritto comune, patrimonio di tutto le genti, non poteva essere stato trasferito o comunicato da popolo a popolo, perchè fra loro non vi era, nè era possibile nes suna comunanza di relazione. Ponendo mente all'esistenza di un diritto naturale identico a tutti, o perciò universale e necessario, non si può negare un sicuro fondamento all'esistenza d'una sto ria eterna nella quale corrono di tempo in tempo le storie di tutte le nazioni. Il diritto é uno, come uno è il tipo umano. Nella varietà dei costumi dei popoli vi è qualche cosa che non va ria nè si trasforma. Dunque uno è il diritto, ed una è la storia ideale delle nazioni, la quale è fondata sull'unità del diritto. Dunque dalla medesimezza del costume, sigenera ildirittona turale,e da ciò nasce ildisegno di una storia eterna delle na zioni Concetto ardito e profondo, poichè in tanto è possibile una storia eterna ed ideale, in quanto vi è un tipo unico nel di ritto e nel costume. I grandi genii hanno il presentimento di certe verità che poscia approfondite dalle venture generazioni acquistano piena coscienza. Questa divinazione del VICO oggi è rifermata dalla analisi comparativa degli istituti giuridici e politici, e questa scienza divinata dal Vico è una delle più belle glorie dei nostri tempi, a cui un forte ingegno siciliano addisse il suo ingegno e ne abbozzò il primo disegno. E qui si adombrano le prime lince di un metodo armonico fra il vero e il fatto, fra LA FILOSOFIA e la Storia La Storia dei costumi deve emanare da due cause coefficienti: dall'ordine reale e dell'ordine ideale,e così si avvera il gran principio di VICO, verum et factum reciprocantur. Ma l'ordine ideale per non essere una chimera deve Ideo uniformi nate appo interi popoli fra essi loro non conosciuti, debbono avere un motivo comune di vero. Scienza nuova, Dignitá. avere un'origine per quanto rimota,ma sempre realistica, non è fantasmagorico, ma ricavato,o meglio osservato nell'elemento comune che presenta il costume dei popoli,e perciò non è in fecondo e sterile,ma proficuo alla vita. (1Questo brano è tolto dal capitolo Incoerenze di Vico del mio saggio: La mente del VICO rivendicata, illustrata e integrata.  A riassumere la dottrina giuridica di Vico  è indispensabile determinare i principi fondamentali  dell» scuola storico-filosofica da Ini splendidamente  rappresentata.   La Scienza Nuova è lu riprova più sicura della lenominazione apposta ; iu quel lavoro di architettura gigante si vede adombrato il disegno dell’armonia fra i principii razionali e il fatto storico. La psicologia sociale è il substratum delle leggi,  delle religioni, delle lingue e di tutti gli altri elementi della civiltà. In quella filosofia della storia  contenuta in germe LA FILOSOFIA DEL DIRITTO POSITIVO, perchè le costituzioni civili, sociali e politiche sono  conseguenza necessaria della vita, della cultura e  dei costumi delle varie nazioni.   Egli divide in tre grandi periodi la storia civile  delle nazioni, cioè l’età del senso, della fantasia e della ragione, e tutti i fattori dell’incivilimeiito, dalla  religione alla lingua, da questa alla giurisprudenza  c infine alla politica rispecchiano fedelmente le immagini e i caratteri di quei tre grandi avvenimenti  '‘tarici. Anche nell’opera, De universi iurte et prtnùfno et fine uno le ricerche del DIRITTO FILOSOFICO sono  accompagnate dall’indagine storica e innumerevoli applicazioni fa al diritto romano, da cui poi si eleva  ai supremi principii giuridici. Questo sapiente indirizzo trova la ragion di essere in quel supremo pronunziato del De antiquissima Italorum sapiential, che « verum et factum reeiprocantur. Il fatto adunque deve procedere di  conserva col vero, altrimenti si cade o nel formalismo astratto o nell’imperiamo gretto. E con questo criterio VICO dà biasimo ai FILOSOFI ed ai filologi; mancarono per metà I FILOSOFI perché  non accertarono le loro idee con l’autorità dei filologi, e mancarono per meta i filologi perchè non  avverarono le loro idee con l’autorità dei filosofi.  Il vero e il fatto sono due termini convertibili, e,  perchè convertibili, l’indagine storica trova la sua  vera integrazione nei principii di ragione, e questi  hanno il loro fondamento nell’ordine dei fatti bene  accertati.   Storia e Ragione sono adunque i due fattori del  diritto filosofico e, quando si scinde il fatto dal vero,  si avrà del diritto un’idea esclusiva, incompiuta, o fallace. Il diritto, secondo VICO, è un’idea umana, vale  a dire un principio ideale e storico, o meglio un  principio ideale che si attua nella storia; e tanto  è vero ciò che mette radice nell’ordine eterno dell’eterna ragione o dell’eterna volontà in quanto  prescrive alia volontà umana l’equo bono. Secondo questa dottrina il diritto deriva da due  cause coefficienti, cioè: l’utile e l’eterna ragione. L’una dà la forma e l’altra la materia. Utilità»  fiiit occasio iuris, honestas causa. Tutto ciò risponde esattamente allo spirito del sistema vichiano. Infatti la plebe, insorgendo contro il patriziato, conquistava i propri diritti, eppure era mossa dalla molla dell’interesse. Sicché il progresso morale e  civile delle nazioni era occasionato dalle passioni, lagli interessi, i quali contribuivano a far riconoscere i principii razionali. Quao vis veri sen liumann ratio virtus est quantuin cum cupiditate pugnat. Quantum utilitates diligit et exquat, quao  nnum universi iuris principium unusque iincs. L’utile non è per sè stesso né onesto nè turpe, ma  pnò divenire l’uno o l’altro quando è o confonne o disforme alla giustizia. Ecco dunque come il diritto ha l’anima e il corpo,  la materia e la forma, ed lia un contenuto etico, che applica nell’utile. E da ciò segue la definizione del diritto: Igitur ius est in natura utile a eterno, coniincusu acquale. I punti salienti nei quali si rias  mine la teorica del Vico sono i seguenti : l’indagine storica, base della ricerca razionale, convertibilità. del vero col fatto; insidenza del diritto nel  bene, incarnata nella formula dell’equo buono : inerenza dell’equo buono nell’ordine eterno; futilità  in quanto è regolata dalla ria veri; l’utile è materia;  e la ragione forma del diritto. Vincenzo Lilla. Lilla. Keywords: implicature, Vico, Vico ri-vendicato, Vico ri-vendicate, Luigi Speranza, “Grice e Lilla: la semiotica di Vico” – The Swimming-Pool Library. “Il Vico di Lilla” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Limenanti – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. La dialettica come materia di studio trapassa DA ROMA a BOLOGNA nel Medio Evo. Gli scritti tratteggiati di Marciano Capella, di BOEZIO (si veda), di Cassiodoro, e in parte anche di Agostino e del Pseudo-Agostino, son le fonti esclusive che offrirono allora il materiale per lo studio della logica a BOLOGNA, la prima scuola d’Europa. Li tutt’i luoghi dove, in connessione con il (Rifondersi del Cristianesimo, o sorsero numerosi centri di cultura del tutto nuovi, o anche fu talvolta possibile riattaccarsi ad istituti antichi, troviamo comunemente adottato il corso di studi, più o meno compiuto, del TRIVIO – grammatica filosofica, dialettica, e retorica -e del Quadrivio – arimmetica, geometria, astronomia, e musica. E sebbene il quadrivio non e coltivato dovunque alla stessa maniera, regna tuttavia per lo più una certa uniformità nello studio del trivio, in quanto che non c’e scuola dove queste tre arti mancano. Non è frase o esagerazione il giudizio che pronunziamo relativamente alla dialettica, che cioè l’intiera ITALIA, per tutta la estensione in cui in generale la filosofia nella sua graduale diffusione è venuta a contatto con esso, è stato addottrinato dalla tradizione dei filosofi, testé nominati, della tarda ROMANITÀ, che cioè in ITALIA si venne effettivamente a conoscenza di un certo materiale di teorie logiche, e anzi soltanto, in modo esclusivo, sul fondamento di quella tradizione. Appunto per questo riguardo, tuttavia, sembra che la storia della dialettica non deve già esorbitare dal campo che le spetta. Si dà cioè il caso che da notizie isolate sopra istituzioni scolastiche, o da cataloghi di biblioteche, e via dicendo, non risulti assolutamente nient’altro, se non che in questo o quel luogo o era semplicemente conservato, o in una qualunque scuola claustrale era anche soltanto letto uno saggio di dialettica, opera di Marciano Capella o di BOEZIO (si veda) ecc., ovvero che c’ è stato chi si è coltivato la mente con questa lettura, o l’ha raccomandata ad altri, e così via. Orbene, queste notizie, per quanto preziose ci possano apparire, proprio a cagione della loro sporadicità, noi dobbiamo lasciarle alla storia generale della filosofia o alla storia della universita di BOLOGNA; poiché per la storia della dialettica basta in generale il fatto di un diffuso esercizio delle sette così dette arti liberali, quale generico fondamento per entrar a parlare del Medio Evo, e su questa base dobbiamo poi andare qui in traccia di ciò che e prodotto da ima personale, per quanto ristretta, attività, di singoli filosofi, e che perciò presenta elementi, i quali hanno contribuito al progresso della filosofia nel corso della sua storia. Inoltre, simili dati, anche se per essi non si oltrepassi la cerchia del materiale apparentemente insignificante, conterranno poi bene in sè a lor volta qualche elemento, che permetta di trarre induzioni relativamente a ciò che dicevamo dianzi, che cioè accanto all’attività individuale isolata, ha da esserci stata una operosità collettiva, rimasta attaccata semplicemente al testo della tradizione dei libri scolastici. Si diffonde nelle scuole la dialettica della tarda LATINITÀ. Ma ima osservazione sola, riguardo a questo materiale scolastico, bisogna premetterla subito qui, in tutto il suo rigore e in tutta la sua estensione. Dobbiamo cioè fin dal principio tener fisso lo sguardo sopra l’assoluta esclusività del materiale stesso, cioè in primo luogo sopra il fatto che questi prodotti filosofici LATINI sono incondizionatamente i soli che si trovassero in circolazione, e che pertanto l’ITALIA non conosce nè poteva adoperare in generale, per la dialettica, nessun’ altra fonte, all’ infuori da Marciano Capella, BOEZIO (si veda), Cassiodoro e l’autentico o lo spurio Agostino. A questo periodo del Medio Evo e possibile, intorno alle opere che stanno a fondamento della dialettica, solamente quella conoscenza di seconda mano, che puo esser attinta appunto a questi filosofi; e particolarmente gli scritti del LIZIO (anzi in generale addirittura anche il nome soltanto di Aristotele) sono conosciuti esclusivamente in quella sola forma, in cui li aveva trasmessi BOEZIO. Quando in documenti si trovano menzionati saggi del LIZIO, non si può pensare a nient’altro assolutamente, se non appunto a queste traduzioni di BOEZIO. Così p. es., quando ') Per Tintento presente debbo pertanto lasciar da parte un materiale di fonti, non scarso e che sono riuscito a raccogliere non senza fatica, un materiale che o si gonfierebbe sino a formare una storia di BOLOGNA, oppure, anche a volersi limitare (cosa del resto non facile a farsi), a una scelta di passi, strappati dal contesto e solo attinenti alla dialettica filosofica, comprenderebbe pur sempre soltanto la documentazione di un fatto, anche senza di ciò universalmente noto, che cioè il contenuto della scienza scolastica e formato da quelli filosofi nominati più sopra.]  tra i libri della Biblioteca di York viene nominato anche un « aoer ArisBobeles » 2 ), o quando troviamo ricordate a Tegemsee le Categorie di Aristotele. Certamente, che simili passi sieno tutti da spiegare soltanto a questa maniera, e perfettamente chiarito al lettore, grazie, per così dire, alla sua personale esperienza, soltanto da ciò che si dirà appresso, come pure dal trapasso a quel periodo, in cui venne a conoscenza del Medio Evo il testo del LIZIO. Ma si è ritenuto non superfluo delimitare esattamente fin da questo momento il campo visivo. Naturalmente una eccezione soltanto apparente è data dalla tradizione di un Bulgaro, un certo Simone, che avrebbe studiato a Costantinopoli la sillogistica di Aristotele. Poiché, che nell’IMPERO ROMANO di Oriente i greci si occupassero di tale materia, si è ba[La biblioteca fondata a York da Alberto è descritta dallo scolaro di lui, Alcuino, nel suo poema De Pontificibus et Sanctis ecclesiae Eborucensis, Aixuini Opera, ed. Frobenius. Ivi si legge, [Fersus de Sanctis Euboricensis Ecclesiae: cfr. MGH, Poetile latini nevi Carolini, ed. Dùmmler]: Qiute Victor inus script ere BOEZIO alque, Historici velerei, Pompeius, PLINIO, ipse Acer Aristoteles, rhetor quoque TuUius CICERONE ingens [P!L]) Un monaco di Tegernsee scrive in una lettera (riferita dal Pez, Thesaurus Anecdotorum Novissimus,  [Codex diplomaticohistorico-epistolaris di Pez e Hueber): stultam fecit Deus sapientiam mundi huius (queste son parole di S. Paolo, ad Corinth.), poslquam exsiccayit fluvios Ethan. Prae dulcitudine enim decem chordurum Davidis.... paene oblitus sum totidem culegoriarum Aristotelis.Posso qui rinviare fino da ora per il momento al noto eccellente lavoro di Jourdain, Recherches critiques sur Page et l’origine des traductions latines (TAristote, Parigi, sia pure riservandomi di doverlo in più luoghi correggere e integrare. Liutprandi Antapodosis Pertz, MGH: hunc etenim Simeonem emiargon, id est semigraecum, esse idebunt, eo quod a puericiu Bizantii Demostenis rhetoricam Aristotelisque silogismos didicerit [PL]. Ma c’ è una notizia isolata, e una soltanto, che potrebbe sembrare in contraddizione con il giudizio da noi pronunziato. Cioè, Papa Paolo I manda a Pipino il Breve, vari scritti, citando egli stesso tra questi, nella lettera relativa, anche libri del LIZIO; tuttavia il documento, se è genuino, e della sua autenticità non sembra esserci ragione di dubitare, parla assai più a favore che non contro la nostra tesi, poiché manifestamente questo esemplare, unico allora in quella regione, di mi testo del LIZIO, rimane sepolto presso la corte di Francia, oppure anda perduto, non riscontrandosi almeno in alcun luogo la minima traccia di uso che ne sia stato fatto. Inoltre, per quei paesi, la prima sicura notizia di traduzioni dal LIZIO, cade anzi in generale soltanto all epoca di Carlo Magno, e appresso verniero ancora i lavori dello Scoto Eriugena (traduzione del Pseudo-Dionigi. La lettera è stampata da Cajetanus Cenni, Monumenta dominationis pontificiae, si ve Codex Carolinus (Roma), dove figura il passo. Direximus edam excellentiae vestrae et libros, quantos reperire potuimus, id est, Antiphonale, et Responsale, in simul artem grammaticam, Aristotelis, Dionysii Ariopagitae libros (nel Cenni si legge, senza segno di divisione, artem Grammaticam Aristotelis), Geomelricam, Orthographiam, Grammaticam, omnes Graeco eloquio scriptores. La frase “graeco eloquio’, il cui significato nel linguaggio dell’epoca è fissato con piena sicurezza, si rifere certo esclusivamente ai libri su nominati, soltanto a incominciare da Aristotele, perchè 1’ Antiphonale e il Responsale sono naturalmente in latino, e così pure probabilmente la prima grammatica, mentre la seconda e in greco. Del resto non si trova questa notizia utilizzata in Jourdain. P. es. nel Chronieon Saxoniae et vicini orbis Arcloj di David Chttraeus (Lipsia  [ed. di Rostock): Instiluit autem Carolus Osnabrugae, ut in collegio [BOLOGNA] assidui lectores Latinae linguae essent. Vidi enim cxerulli um literarum fundationis, ut vocant, quas ecclesiae Osnabrugensi Carolus dedit. E così in molti luoghi, ma sempre con riferimento alla nota ambasceria della Imperatrice Irene e alle relazioni diplomatiche, che ne furono determinate. La tradizione della dialettica scolastica, nei riguardi delle traduzioni di BOEZIO, è limitata e s’ignorano le principali opere logiche di Aristotele. In secondo luogo, tuttavia, anche quel materiale di fonti IN LATINO è, a sua volta, proprio nella parte essenziale, limitato. Mentre cioè gli scritti del LIZIO avrebbero potuto esser letti tutti quanti nelle traduzioni di BOEZIO, che sono per tale oggetto LA UNICA FONTE, proprio qui si presenta ima rigorosa delimitazione; poiché della su citata produzione letteraria di BOEZIO, si adoperano in modo esclusivo soltanto quelle traduzioni, eli egli stesso illustra con commenti e apprestate per uso scolastico A BOLOGNA, cioè, oltre alla doppia ri-elaborazione dell’ “Isagoge” di Porfirio, soltanto la traduzione delle Categorie e le due edizioni del libro de interpretatione [cf. “the only two things on which I lectured with J. L. Austin at Oxford” – H. P. Grice], a cui si aggiungono poi a poco a poco ancora i compendi che son opera dello stesso BOEZIO. All’ incontro, le versioni dei due Analitici, come poire della Topica aristotelica e dei Sophistici elenchi, tutte opere che BOEZIO lascia LATINIZZATA si senza commento, rimaneno, appunto per questo motivo, escluse dalla considerazione, e si sottrassero pertanto alla conoscenza, a tal punto che per lungo tempo non si sa in generale nemmeno più che esistesno. Sicché, quando a poco a poco incominciarono a rendersi note quelle opere principali del LIZIO, e questo un momento decisivo per lo sviluppo della dialettica. E mentre L, ritene fallaci tutt’ i tentativi di dividere in periodi, per motivi interni, la così detta « filosofia » medievale, mi sembra resa possibile per 1 intiero Medio Evo una partizione in singoli periodi, esclusivamente dal punto di vista della quantità del materiale, di volta in volta esistente o novamente apportato. Così potrei anche nettamente qualificare la differenza, rilevando elle prevale qui una conoscenza frammentaria di BOEZIO, mentre nella Sezione prossima si manifesta un influsso chiaramente visibile, così della conoscenza, che a poco a poco si acquista, DELL’INTIERO BOEZIO, come pure dell’ apprestamento di traduzioni nuove delle opere non utilizzate finora; a ciò si aggiungono in sèguito per le Sezioni successive analoghi arricchimenti di materiale. La dimostrazione di queste 1 mie idee e presentata, come ben s’intende, qui appresso. In poche parole, dunque  per ripetere la delimitazione così recisamente e chiaramente quant’ è possibile , il materiale tradizionale della dialettica, per questa prima sezione del Medio Evo, è costituito esclusivamente da quanto segue: Marciano Capella, Agostino, pseudoAgostino. Cassiodoro, e BOEZIO. E, precisamente, di BOEZIO: ad Porphyrium a VITTORINO translatum, ad Porphy rium a se translatum, ad Aristotelis Categorias, ad Aristotelis DE INTERPRETATIONE, ad CICERONE Topica, Introductio ad categoricos syllogismos, De syllogismo categorico, De syllogismo hypothetico. De divisione, De defninone, De differentiis topicis. Manca invece in questo primo periodo la conoscenza dei due Analitici, della Topica e dei Sophistici elenchi di Aristotele. E limitandosi lo studio della filosofia in modo esclusivo alla DIALETTICA, mentre altri rami, come ■s p. es. la PSCIOLOGIA RAZIONALE e l’ETICA, sono sistematicamente intrecciati con la teologia morale, anche per la filosofia in generale i suddetti filosofi formano il materiale quasi esclusivo; poiché vi si aggiunge ancora solamente, riguardo alla COSMOLOGIA, la traduzione del Timeo piatonico, opera di Calcidio: come pure, d’altra parte, per la così detta questione della teodicea, un materiale spesso sfruttato era fornito dal De consolatione philosophiae di Boezio. Ma duplice e l’attività personale, esercitata da insegnanti o da filosofi di tutto questo periodo, sopra siffatto materiale esclusivo della tradizione scolastica. Vale a dire, o si tratta di aggiustare compendi, per lo più dominati da un affastellamento di svariate fonti, accozzate a casaccio (in maniera del tutto simile a quel che abbiamo dovuto rilevare particolarmente a proposito dello scritto di Cassiodoro [De artibus ac disciplinis liberalium littcrarum ]), oppure ci si occupa di un più o meno minuto COMMENTO dei libri già in uso, tra i quali si fanno avanti in prima linea la Isagoge e le Categorie nella redazione (traduzione e commento) di BOEZIO. Ma inoltre, alla discussione dei problemi della dialettica s’intrecciavano questioni di teologia GIUDEO-CRITSTIANA – non romana --, come pure le controversie della logica fanno risentire il loro possente influsso sopra le contese della dommatica, e anzi in generale domina da principio, per questo riguardo, una situazione molto caratteristica, che non si può lasciar esclusa dalla nostra considerazione. Atteggiamento della ortodossia rispetto alla logica. La dottrina GIUDEO-CRISTIANA, cioè, in se stessa  fatta del tutto astrazione dal processo di formazione delle idee GIUDEO-CRISTIANE in generale  e in verità, nel suo primo manifestarsi, informata ad assoluta semplicità e immediatezza, e parla all’ animo suscettibile di emozione religiosa. Ma nello stesso tempo si trova determinata, nel corso della sua ulteriore propagazione, a operare su di una popolazione, la quale in parte possede una cultura, formata per opera delle scuole che funzionavano nella tarda antichità, e che puo cosi cougiungere al contenuto nuovo di dottrma giudeo-cristiana e di Anta cristiana, un aspetto formale del mondo antico. Come da questa mescolanza d’immediatezza religiosa e di addottrinata capacità didattica, si svolgesse rapidamente l’antitesi fra LAICATO e clero, si formasse cioè una ecclesia docens, e come la Chiesa, per il fatto eh era docens, affatto naturalmente ponesse le mani sopra le istituzioni scolastiche, e così facendo si appoggiasse, formalmente, a quel che già esiste, sou cose che non c’interessano punto qui, nè più nè meno che le lotte, condotte con le armi della dialettica, e attraverso le quali si veniva compiendo la formazione del dogma. Invece è di grande interesse per noi la circostanza, che venne a manifestarsi da un lato una valutazione positiva, e dall’altro lato un disdegno della logica, come già si è appunto veduto per due eminenti rappresentanti della teologia giudeo-cristiana, cioè Girolamo e Agostino, che abbiamo dovuti ricordare più sopra, e dei quali particolarmente il secondo mostra molto chiaramente il presentarsi di quelle due tendenze, una accanto all altra. Ma quanto più energicamente e accentuato in tale contrasto il punto di vista specificamente giudeo-cristiano, tanto maggior importanza dove essere riconosciuta a quella intima immediatezza, che Agostino denomina lux interior: e non soltanto è cosa che si spiega facilmente, ma addirittura risponde a una esigenza teorica, che proprio i più rigidi fra i primi teologi giudeo-cristiani, mentre conduceno la polemica obbligatoria contro il contenuto dell’antica filosofia, hanno un atteggiamento molto riservato anche verso le forme di quella filosofia, da'l quale la fede non soltanto non può essere sostituita, ma resta anche sovente turbata. Fatto sta che così si forma anzitutto un’avversione sistematica contro la logica o dialettica, e se riflettiamo che nelle lotte per la formazione dei dogmi, proprio gl’Ariani e i Pelagiani hanno una effettiva superiorità per cultura e ABILITA DIALETTICA, ci riesce facile spiegarci come quell’avversione si sia sviluppata sino a diventare animosa ostilità. Non soltanto da Ireneo e Tertulliano, ma particolarmente nell’epoca culminante della contesa intorno ai dogmi, da Basilio il Grande, Gregorio Nazianzeno, Epifanio, Hieronymue Presbyter [Stridonensis: S. Girolamo], Faustino, Mansueto, Eusebio, Socrate, Teodoreto e altri, può citarsi una stragrande quantità di passi, nei quali LA DIALETTICA è tacciata di superfluità, o è denominata un ozioso operare, che distrugge se medesimo, e un’artificiosa filastrocca senza scopo, la quale per il suo carattere mondanamente versipelle non può profittare alla semplice pura verità, e in generale è ANTI-cri[Basilo Magni adversus Eunomium (Opp ., ed. di Parigi): ij xòrv \ApioxoxéXo'JS 5vxwj xal Xpoaduioo auXÀoY'.sp&v éìei rcpòp xà |iaOetv Sxi 6 iYÉvvrjxo; où YSY^vrjxat ;  [PG « mira vere Aristotelis aut Chrysippi syllogismis opus nobis erat, ut disccrcmus eum qui ingenitus est, (neque a seipso, neque ab altero) genitum fuisse. Tertulliani de praescriptione haereticorum, Opp., ed. di Venezia): Miserum Aristotelem! qui illis dialecticam instituit, artificem struendi et destruendi, versipellem in sententiis, coaclam in coniecturis, duram in argumentis, operariam contentionum, molestarli etiam sibi ipsi, omnia relractantem, ne quid omnino tractaverit [PL], Grixohii Nazi.anzeni Oratio 26 (Opera, ed. di Colonia): oOx ol5s Xóy“ v o-potfà(, faas xe ooyibv xa l atviy|iaxa, xal xà; nóppcovo? ivaxàosig, f; è:pééeij, f) àvxiO-éosif, xal xù>v Xpualintou auXXoYiaptùv xàp éiaXùast?, ■?, xiòv 'ApioxoxéÀoog xsxvùv x^v xaxoxexvlav. Oratio: yaipovxsg xalj pspVjXoi; xsvo^òiviatf, xal àvxtOéaect xfjg (tsuìiovòpou Y v( ',aso) f’ xa i? eig oòSèv xpL ( at|iov cpepoùaaij XoY 0 l ia X^ al » [PG: Oratio nec verborura flexus et captiones novit, nec sapientoni dieta et aenigmata, nec Pyrrhonis instantias, aut assensus retentiones, aut oppositiones, nec syllogismoruin Chrysippi solutiones, aut pravorn artium Aristotelis artificiuin. PG Oratio quique inanibus verbis, et contentionibus falso nominatae seientiae, ac disputationum pugnis, quae nullam utilitatcm afferunt, obleetantur Epiphanii adversus haereses Opera, ed. Petavius, Colonia): Ssivóxrjxt gàXXov iaoxoùg ÈxSsStiixaaiv, èvSuaà|ievot ’ApiaxoxsXrjv xs xal xoòj SXXoog xoO xóo|iou StaXexxixoùs, iùv xal xo'jf xaprcoùg iiexlaat, |n;8Éva xapnòv 8ixaiooóvi){ eiSóxsf. lbid.. Ili, praef. (p. 809): èx ouXXoYiapffiv y àp xal ’Apiaxo-] -stiana. Epperò tutta la sillogistica, come deve venir meno dinanzi alle semplici parole degli Apostoli, serve dal canto suo ancor mia volta soltanto a contraxsXixcòv xal Y Et0 ]iSTptxà>v xòv S-sòv Ttaptoxàv jìoóXovxaiIbid., Ili, 76, 20 (p. 964): xaòxa Ss dxpatpstxai itàaav ooD xùv Xóyiov ouXXoyumxijv nuÀoXoytav. Kal oì)x èv&èxt'tat ^{*^6 rcpoipé^aatf-ai jiath^ràs Yevéa&ai ’Apia'coxéXoos toD ao5 éicioxdtou»... Où Y a «° * v Xif(p aoXXoYtaxixip r/ [ìaa'.Xs'.a xcòv o&pavù>v, xal èv Xó^iji X 0 |iJta:mx, àXX" èv Suvct|isi xal àXYiO-stqc (v. nota 20). Ibid., 76, 24 (p. 9il): xpooèXaps xò 0-stov, ibg xaxà xòv aiv Xoyov, si; xr ( v auxoO xiaxiv xijv ouXXoYiaxtx^v xaùxnjv aou x^v xsxvoXoyiav. 1PG, calliditatem potius amplexi sunt, seque et ad Aristotelem ac caeteros mundi huius DIALECTICOS accommodare maluerunt: quorum fructus ita consectantur, nullam ut justitiae frugem proferant. PCI, quippe syllogismis quibusdam Aristotelicis ac geometrici Dei naturato explicare studeut. PG atque haec omnia tuam illam argumentorum fabulam circumscribunt. Neque id hortatione ulla pcrficere potes, ut Aristotelis praeceptoris lui discipuli esse velimus. Non enim in syllogismis argumentisve regnum cadeste positura est, neque IN ARROGANTI INFLATOQUE SERMONE, sed in virtute ac ventate ». PG, Deus, ut asse rere videris, tuum illud DIALECTICAE SVBTILITATIS ARTIFICIVM, velut quandam lidei euae accessioncm adjecit. Inoltre proprio in Epifanio si presenta con la massima frequenza affermazioni di questo genere. Cfr. Hieronvmi de perpetua virginitale B. Mariae adversus Helvidium (i Opp ed. di Parigi: Non campimi rhetorici desideramus eloquii, non dialecticorum tendiculus nec Aristotelis spineto conquirimus: ipsa Scripturarum verbo ponendo sunt [PL. Faustini de Trinitate adversus site de Fide contrai Arianos, Bibliolheca Veterum Patrum, cura Andreae Gallando, Venezia, VIE. Noli injelix adversus Christum Dominimi tolius creuturae, Aristotelis artificiosa argomenta colligere, qui te Christiunum qualitercumque profileris, quasi ex disciplina terrenae supputationis circumscriptor advenias [P.L. Theodoreti sermo de natura hominis (Opp., ed. Sirmond, Parigi) [ed. Festa] : fjpslg 8è aòxffiv xf ( v ipjtXrjgiav òXo^upò|isi>a 8xi 8»; ópùvxsg gapfapocpwvoog àvOpuixoug xtjv 'EXXtjvtxTgv eÒYXtoxxlav vevixrjxóxag, xal xoòg xsxop'jis’Jiiévo'Jg pùS-ODg xavxÉX&g ijsXtjXapivous, xal xoùg àXiEuxixoog ooXoixp opob? xoùg ’Axxixoùg xaxaXeXoxóxag E'jXXoyi3|ioù? [PG Graecarum affectionum curatio ): trad. Festa: Ma noi compiangiamo la stupidità dei derisori. Vedono' pure che uomini di barbara favella hanno vinta la facondia ellenica, hanno spazzato via. le loro ben composte favole, vedono che i solecismi dei pescatori hanno dissolto i sillogismi attici. Quest’allusione alla semplice parlata dei pescatori si trova pure altrove ancora piuttosto di frequente.] stare e falsificare la fede, come in particolare si vede nel caso degl’ariani, e così via dicendo. Ma se per tal modo LA DIALETTICA, della quale per lo pj£i g]*£} latto responsabile Aristotele, e precisamente in particolare a cagion della sofistica contenuta nelle Categorie, era quasi diventata oggetto di orrore, insorge tuttavia in pari tempo da se stesso il senso della necessità di potersi difendere ad armi uguali contro i nemici della dottrina ortodossa, ed è naturale che finisce con il prevalere questo motivo, che cioè LA DIALETTICA è UTILE per la lotta contro gli eretici. Quel che ora importa, e dunque lo spirito e la intenzione, con cui si coltiva lo studio della DIALETTICA, e a questa maniera si [Irenaei adversus contro haereses, Opp., ed. di Venezia): minutiloquium miteni et sublimitatem circa quaestiones, cum sit Aristotelicum, injerre fidei collant II r [cfr. PO,  Eusf.bii historia ecclesiastica, Opp., ed. di Parigi: Christum ignorarli, sed quaenam syllogismi figura ad suoni impietalem confimiaridaiti reperilur, studiose indagarunt; quod si quisquam forte illis aliquod divini eloquii testimonium pròjerat, quaerunt, ulriim CONIVNCTAM VN DISIVNCTAM syllogismi figuram possit efficere sollerti impiorum astutia et subtilitate simplicem ac sinceroni divinarum scripturarum fidem adulterant [cfr. PC, e Griechische Chrisùiche Schriftsteller traduzione latina di Rufinus, Hieronymi. adversus [Diulogus contrai Luciferianos, Ariana haeresis magis cum sapientiu seculi facit, et argumentationum rivos de Arislotelis fontibus mutuatur [PL) Socratis Historia ecclesiastica, ed. Valesii, Torino: siiOòc o&v èjjsvo?cóva: (intendi Aezio) xoòg èvxUYXàvovxag. ToOxo 8è Ijxoìei, ta:j xaxrjYOpEcus’ApiaxoxéXoos zioxsóiov gtjìXEov Ss oilxojf ixxlv èmYSYpa|i|isvov a 5 x(j> ig aòxàìv xs SiaXsYÓpsvog [xal] iauxijì allaga 7xotv ’ApioxoxéXoos.] puo persino menar vanto delle proprie conoscenze in materia di DIALETTICA ; ma con ciò puo benissimo rimaner legata la idea, che proprio soltanto per ragioni estrinseche la teologia dommatica ha, servendosi della dialettica, messo il piede nel campo di un verbalismo affatto esteriore, e pertanto non ci fa meraviglia trovare più oltre ripetutamente un’aperta ostilità contro qualunque dialettica in generale. La Isagoge di Porfirio. Ma in ogni caso, come si è detto, la ecclesia docens e per questa via, pervenuta ad accogliere nell’ambito della propria attività una certa somma di teorie logiche, e una volta che, per uso dei chierici, sono adottati compendi quali si vogliano,  se pure con le debite riserve per quel che riguardava lo spirito informatore e la intenzione -, puo e dove bene presentarsi inevitaouXÀoytO|ix é>S àXy,9-eiav èxrtaiSeùovxa, àXX’oif; gjtXa x-ij« àXr^slaj xaxà xoù 4>eó8oo£ Y‘T vé l 1 ® va 82 > 1189 ‘ Aristotelis syllogismos, et Platonis facundiam aurium adjumentis e cieco didicit Didymus, non quasi veritatem ista doceant, sed quod arma sin! veritatis contra mendacium. Cyrilli Alexandrini Thesaurus de Trinitate, 11 ( Opp, ed. Auberl, Parigi: Ex pa8-vjpàxtov r,|nv xiòv'ApiaxoxéXoug ipiuópevot, xal xj Seivóxr ( xt xi)£ Ev x6o|i(p aotplag àTioxsxpxinivoi, xxóxoug èystpcuat ^'rjp.àxtov XEVtòv, oòx e18óxs£ 8 xi xal tipEg xaóxtjv àpaiHB? 8/ovxej èXsYX s ' 1 Ì 30VTal ' S-aupiaai 5 vxwj àxiXooS-ov. 6 xi 8V) xàv iispl xoa |isi^ovo£ xal xoO EXàxxovog Esexàsovxsf Xéyov, i-l xòv Ttspl xoO 6|ic£o’J xal àvopolou |iexar:sTCX(óxaotv, oOx eISóxe; 6 xt, xaxà xr/V ’ApiaxoxéXouj xiyyrp, 4 tp* % pàXiaxa |iEYaXo:ppovEtv Etónlaaiv aòxol, oùx et; xaùxòv xaxaxàxxExat. Y* V °S 33 1:5 6 l i0l0v xal xè àvópoiov. ó)( xal xò pst^ov xal xò IXaxxov [PG. Ea Aristotelica disciplina nobis insultantes, et mundanae sapientiae fastu turgidi, inanes verborum crepitus excitant, parum sibi persuadente se Aristotelicae disciplinae ignaros ostendi posse. Mirandum enim est quod, rum rationeni majoris et minoris excutiant, ad sermonem de simili et dissimili prolabantur, nescientes, juxta Aristotelis placita quo ipsi plurimum sese jactitant, simile et dissimile non in eodem genere collocari, in quo maius et minus.] bilmente anche il caso di filosofi isolati, i quali, di quel materiale che dove altrimenti servire quale mezzo ordinato al fine, fanno oggetto speciale e indipendente del loro studio. E furono, per questo riguardo, prima di tutto le Categorie, che, in dipendenza dalla tradizione scolastica della tarda età classica, trovarono largo impiego nelle fondamentali questioni teologiche non pagane ma giudeo-cristiane, e soprattutto, precisamente, proprio in Agostino (relativamente alla Trinità e ai così detti attributi del divino. Anzi è persino possibile che già abbastanza anticamente si ritene autentico lo scritto pseudo-agostiniano sopra le Categorie, e ci si sente così francheggiati, nello studio di quest’oggetto, dall’AUTORITA dello stesso Agostino. Ma se le Categorie avevano in ogni caso un valore rilevante per la teologia pagana o romana e giudeo-cristiana, si ha in verità nello scritto di Porfirio, cioè nelle Quinque voces – genus, species, proprium, accidens, differentia -una introduzione alle Categorie, ritenuta indispensabile nella scuola, e ben e’ intende come, sia per l’insegnamento sia per lo studio, si prende sempre principio dall’ “Isagoge”, che da uno dei commentatori e stata anzi persino indicata come condizione preliminare della beatitudine eterna. Ma tutti due, sia cioè il libro delle Categorie sia anche lo scrittarello di Porfirio, sono accessibili, per la Chiesa latina, nella traduzione di BOEZIO, e inoltre corredati anche di note illustrative, e così diventarono i principali testi scolastici medievali di dialettica. [Miseria del pensiero medievale]. Il corso della storia ci mostra come, esclusivamente dallo stu[L’argomentazione e di questo tenore. Chi non studia l’ “Isagoge”, non intende le Categorie, e chi non intende le Categorie, non intende il resto dell’Organon. Ma chi non intende l’Organon, non sa pensare rettamente, e chi non pensa rettamente, non sa AGIRE rettamente. Ma a un tale uomo non può toccare la beatitudine eterna.] -dio ininterrotto di Porfirio e di BOEZIO prende origine quella contesa intorno al valore dei così detti ‘universali’, che, secondo si è finora comunemente ammesso, si  presenta come antitesi di due termini soltanto, realismo e NOMINALISMO, ma in verità fa venire in luce una variopinta moltitudine di opinioni, caratteristiche di altrettanti numerosissimi indirizzi. Queste battaglie sul terreno della dialettica non sono già suscitate da una filosofia personale, segnato della impronta di una individualità autonoma, di mi uomo eminente. E bensì una materia tradizionale, sono pensieri ereditariamente trasmessi per via scolastica dall’antichità, e ora non si fa che prenderli a poco a poco in considerazione alquanto più rigorosamente, nè altra che questa e la occasione al formarsi di determinati atteggiamenti, caratteristici delle varie tendenze, e le cui radici sono di già riposte nella tradizione stessa. Di creazione, intimamente indipendente, di un motivo nuovo, non è il caso di parlare, nemmeno nello Scoto Eriugena, e neanche in Abelardo. E im’epoca che sta ancora attaccata tutta quanta nel modo più assoluto alla pura tradizione, e così puo tutt’al più, con uno studio assiduo, pieno di abnegazione, forse anche minuzioso, appesantirsi più ostinatamente, entro gl’angusti limiti che le sono dati, sopra singoli punti, ma non mai dominare liberamente la materia. Giustamente colpisce gli scolastici non la taccia di confidente avventatezza o di tumida vacuità, che li porta forse a scaraventare nel mondo sistemi belli e fatti, nè ci fan rabbia con la loro verbosità. Ma ben piuttosto ci prende un senso di compassione, quando vediamo, con un campo visivo estremamente ristretto, sfruttate fedelissimamente sino all’esaurimento, con una solerzia senz’ombra di genialità, le vedute unilaterali possibili entro quel campo 6 tesso, o quando a questa maniera si sprecano secoli intieri nel vano sforzo d’introdurre metodo nella insensatezza. Simili pensieri malinconici sopra tanto tempo perduto, si destano in noi per lo più proprio là dove con maggior violenza si fan guerra, relativamente agl’universali, le diverse opinioni, svolte sino alle ultime conseguenze, mentre il primo sorgere della contesa ci può pur sempre apparire in parte come principio di un’azione fecondatrice e stimolatrice. Per il progresso di quella scienza che si denomina propriamente filosofia, bisogna considerare questo periodo come un millennio assolutamente perduto, poiché ci si dove, per mezzo del Rinascimento, riattaccare proprio a quel punto, a cui ci si e trovati. [La questione degli universali determina un CONTRASTO DI TENDENZE NEL CAMPO DELLA DIALETTICA: PREVALENZA DI UN REALISMO platonico]. Se riflettiamo che la “Isagoge” di Porfirio e il testo scolastico più universalmente diffuso, il quale e ritenuto condizione preliminare per aver adito allo studio della dialettica, certamente si riesce a spiegare che in tutte le scuole il filosofo della materia, nell’interesse suo e de’ suoi scolari, dovesse indugiarsi alquanto più a lungo sovra UN PASSO d’importanza decisiva, che si trova subito in principio del libriccino (si sa bene che da principio si va avanti volentieri più minuziosamente e più lentamente), cioè sopra quel passo, che nella traduzione di BOEZIO è di questo tenore: essere cioè prima quaestio  se gl’universali hnno realtà obbiettiva come esseri IN-CORPOREI, o sieno solamente finzioni nella sfera dell’intelletto umano. E se ora la risposta più precisa a questa domanda, che riguarda nel modo più chiaro l’antitesi di platonismo e aristotelismo, viene evitata da Porfirio-BOEZIO, perchè altioris ne gotti, proprio da ciò i filosofi piu provetti sono determinati a decidersi per uno o l'altro dei due indirizzi. Vero è ora che il neo-platonico Porfirio dice espressamente in quel luogo, che egli si attene alla tesi della natura obbiettiva degl’universali. Ma in pari tempo ha aggiunto eh’ egli  ha svolto la propria trattazione, per lo più secondo l’indirizzo del LIZIO anche BOEZIO, dal canto suo, dichiara, nella forma più sbrigativa, che gl’universali esistono in verità, e vengono appresi consideratione animi. Cosi da questo passo, di decisiva importanza, del testo di scuola, e bensì reso possibile che molti con tutta ingenuità credreno fosse loro dato di seguire insieme un modo di pensare platonico dell’ACCADEMIA e uno aristotelico del LIZIO. Cf. H. P. Grice, A. Dodd, IZZING and Hazzing, platonism. Ma proprio per quelli che vuole pensarci su con alquanto maggior precisione, si tratta di un aut aut, e rispetto a quest’ alternativa, dal punto di vista teologico romano e giudeo-cristiano, la risoluzione e propriamente presa di già in antecipo a favore di un realismo platonico. Poiché, quando la dialettica e considerata tutta quanta un vuoto formale strimpellamento verbale, quei che si occupano purtuttavia di questa materia, doveno necessariamente industriarsi di dare a tutto il complesso un fondamento reale, e precisamente, come ben s’intende, non puo in ciò esercitare decisivo influsso alcun’altra realtà, all’infuori da quella che si trova nelle idee giudeo-cristiane. Ed è pur anche possibile che, come per altri riguardi, così anche relativa[V. Col'SIN, Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi: riprodotto con alcune correzioni e aggiunte nei Fragnients de philosophie du moyen-àge, Parigi, ha il grande merito di essere stato il primo a mostrare questa vera fonte del nominalismo e del realismo, e in base alle indicazioni di lui, Havréau, De la philosophie scolastique, Parigi, Hist. de la phil. scol., Parigi, ha tratto dai manoscritti ancora vario materiale prezioso.] -mente alla dialettica, hanno cooperato qual autorità perentoria, sentenze che si trovano nell’epistole paoline. Per lo meno vediamo enunciata da Teodoro Raitliuensis, con riferimento diretto a Paolo, la opinione che si trovi in contraddizione con l’apostolo chi designi lo studio delle Categorie come un eminentissimo pregio del teologo, e così porta la pia disposizione d’animo del giudeo-cristiano a non consister d’altro che di parole o suoni [FLATVS] di parole. E sebbene non vogliamo citare questo passo addirittura come la prima e più antica manifestazione dell’anti-tesi fra nominalismo e realismo, è comunque tanto chiaro tuttavia, che, dalla parte della teologia romana e giudeo-cristiana, dev’esserci, in dialettica, una corrente prevalente, nel senso del platonismo dell’ACCADEMIA, e non del nominalismo o concettualismo del LIZIO. La sostanza indi[Per es.: ud Corinth., I, 1, 17 : s'ia-;~;s'/JX!i^ba.'. oòx èv ao?!a [evangelizare: non in sapientia verbi]: xal 6 Xóyos poo xal xò xV/pUYPà poi» oòx Iv nsiOotc aocflaj Xifo i?, àXX' èv àjtoSelgs'. nvsùpaxos xal Suvà|isioj, iva Jtlaxif 6p(3v pf/ ^ èv aotplqt àvOptóittov 4XX' èv Sovàpei O-soO [et sermo meus, et praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritns, et virtutis: ut fides vestra non sit in sapientia hominuni, sed in virtute Dei] ; ad ThessaL. I, 1, 5: xó «flaYYèXiov ^ptòv oOx è^sv^a-ig 5tpò? 5pàs èv Xóyip póvov, àXXà xai èv Sovdpei xal èv nveùpaxi Stylqt Evangelium nostrum non fuit ad vos in sermone tantum, sed et in virtute, et in Spiritu sancto »] ; ad Timoth., I, 6, 3-4: et xtj éxspoSiSaaxaXsì..., xsxù?(oxai, pr|5èv émaxàpevog, àXXà voacòv itspi ^TjxVjasts xal Xoyopaxiap Si quis aliter docet superbus est, nihil sciens, sed languens circa quaestiones, et pugnas verborum. Theodori Presbìteri Raithuensis Praeparatio de incarnatione ( Bibl. Patr. Galland.): i-ziiy, 5è 4 Heuijpog cJiiXat; jtpoxaOé^Exai cpfflvalj. èv fr/paoi xs póvotp xal ij/oip T1 ì v sùaéjistav 0noxi8-exaf xalxoiYE xoD àrcoaxóXou XéYOvxop „oò Y“P èv Xiyip ij gaoiXeta xoS 6so0, dcXX’ èv 5ovàps: xal àXvjOsl:?,, (ad Corinth., I, 4, 20). o5xos 5è xap* a&x(j> Seotjptp xpolxiaxog S-sÌXoyos y vwpijsxat. tì)g àv xàf xaxrjYopiaj 'AptoxoxéXooj. xal xà Xouxà xiòv S?o) cpiXoaó;pci>v xoptjià Jjaxrjpévop toyX  ) Orig. II, 23 (p. 29a) [Lindsay]. In his quippe tribù» generibus Philosophiue etium eloquio divina consistunt. Nam aut de natura disputare solent, ut in Genesi et in Ecclesiaste: aut de moribus, ut in Proverbiis et in omnibus sparsim libris: AVT DE LOGICA [DIALETTICA], prò qua nostri Theoreticam [ma Prantl legge tlteologiorni sibi vindicant, ut in Cantico canlicorum, et Evangeliis [PL. Per lo meno, quanto al senso, la distinzione coincide perfettamente con quel che si legge nella introduzione allo saggio di VITTORINO da noi conservato, Expositio in CICERONE Rhetoricam (ed. Capperonicr ed. Halm, RHETORES LATINI Minores: Q. Faro Laurentii VITTORINO Explaruitionum in Rhet. M. T. CICERONE, Orig.: Inter arlem et disciplimim Plato non soltanto e possibile tenere staccati come due rami separati il dominio della retorica e quello della speculazione, ma era anche consentito a quest’ultimo di trovare, dal suo lato estrinseco e tecnico, una particolare maniera di trattazione. Compendio di dialettica nelle Origines. Così Isidoro divide tutta la sfera della logica o dialettica, anche tenuto conto della dictio e del sermo, in grammatica, dialettica, e retorica – il trivio, e a quel modo che, rispetto alla distinzione adottata nelle scuole tra questa e quella, si attiene parola per parola a Cassiodoro, così in generale proprio il mostruoso compendio di quest’ ultimo, già da noi più sopra tratteggiato, è quel che Isidoro trasmette, con alcune varianti o aggiunte. Dopo avere cioè compiuto il passaggio dalla PARTIZIONE DELLA FILOSOFIA – psicologia razionale, grammatica razionale -alla Isagoge in et Aristoteles hanc difjerentiam esse tolueruiit, dicetiles artem esse in his quae se et aliler habere possunt. Disciplina vero est, quae de liis agii quae uliter evenire non possunt. Nam quando veris disputationibus aliquid disseritur, disciplina erit. Quando uliquid verisimile atque opinabile tractatur, nomen artis habebit [PL], e differ. spir. Nunc partes logices exsequamur. Constai autem ex dialectica et rhetorica. DIALECTICA est ratio sive regala disputatali, intellectum mentis acuens, veraque a falsis distinguens. Rhetorica est RATIO DICENDI, jurisperitorum scientia [cf. Grice, the devil of scientism], quam oratores sequuntur. Hac, ut quidam ait, sicut jerrum veneno, sententia armalur eloquio [PL  Orig.]: Logicam, quae rationalis vocatur, Plato subiimxitdividens eam in DIALECTICAM  et Rlictoricam. Dieta autem Logica, i. e. RATIONALIS Aóyoj cnim apud Graecos et SERMONEM significai et rationem [PL  Logici quia in natura et in moribus rationem adiungunt. RATIO enim Graece Xifog dicitur [PL. Dialectica est disciplina ad disserendas rerum causas inventa. Ipsa est FILOSOFIA species, quae Logica dicitur, i. e. rationalis definiendi, quaerendi et disserendi potens. Aristoteles ad regidas quusdam huius doclrinae argumenta perduxit, et Dialecticam nuncupavit, prò eo quod in ea de dictis disputatile. I\'um Xextdv dictio dicitur Ideo autem post Rheloricam disciplinam DIALETTICA sequitur, quia in multis utraque communio existunt [PL] quella «tessa maniera secca, che abbiamo veduta iu Cassiodoro), egli presenta una enumerazione e illustrazione delle quinque voces – genus, species, differentia, proprium, accidens - dove prende occasione di far risaltare i meriti di Porfirio, di fronte ad Aristotele e CICERONE), e manifestamente non ha fatto che attingere alla traduzione di VITTORINO, commentata da BOEZIO, al quale VITTORINO anzi rinvia egli medesimo). Particolare a lui è, a tal proposito, la pensata sommamente scolastica, di esprimere a mo' d’esempio le cinque voci – genus, species, differentia, proprium, contingents -in una proposizione. Appresso viene, relativamente alle categorie, una notizia che in principio e in chiusa è ricavata letteralmente da Cassiodoro), ma nella parte centrale è più estesa, e particolarmente più ricca di esempi. Dopo di ciò viene naturalmente de interpr., una Sezione che qui per la prima volta incontriamo con la barbarica – NON-LATINA -intestazione De Perihermeniis [ Aristoteli s] Le parole introduttive e il nu[Orig. Cuius disciplinae definitionem plenum existimaverunt Aristoteles et Tulliiis CICERONE ex genere et differentiis consistere. Quidam postea pleniores in docendo eius perfectam substantialem definitionem in quinque V partihus. veluti membris suis, dividerunt [PL]. Boezio, ad Porph. [a Vict. fransi., ed. Brandt  [Opp.], ed. di Basilea [PL]: Isagogas aulem ex Crucco in Latinum transtulil VITTORINO orator, commentumque eius quinque libris BOEZIO edidit [PL]: et est ex omnibus his quinque partihus oratio plenae sententiae, ita, “Homo est animai ralionale, mortale, risibile, boni malique capax” [PL.]. Anche le parole della chiusa del testo d’Isidoro, eh’è guasta, son da leggere secondo il tenore del luogo corrispondente di Cassiodoro. Si ravvisava cioè in Perihermeneias inspi ip |iv)vsia?!. SCRITTO IN UNA SOLA PAROLA, un accusativo plurale, e s’imaginava un corripondente nominativo, “Perihermeneiue”. Invero troviamo nella Storia di S. Gallo di Ii-defons v. Arx, I, p. 262, “die Periemerien » di Aristotele”.] eleo centrale vero e proprio -la definizione di nomen, verbum, ORATIO (indicativa o enunciativa, imperativa), nuwtiatù, affirmatio, negatio, contradictio) sono copiate parola per parola da Cassiodoro, ma in mezzo ci sono alcune osservazioni più generali, che son prese da BOEZIO, e che, concernendo la relazione tra linguaggio e la psicologia RAZIONALE, vennero ad assumere grande importanza; ma le parole di chiusa segnano il passaggio alla SILLOGISTICA in ima maniera più tollerabile che non sia quella tenuta da Cassiodoro. Segue ora LA SILLOGISTICA  stessa, che, dopo un monito introduttivo a guardarsi dall’abuso sofistico, è presa con la più letterale fedeltà da Cassiodoro. Appresso viene la teoria della definizione, che Isidoro copia da VITTORINO, ragion per cui abbiamo dovuto riferirne il contenuto. Ma dalla definizione si passa alla TOPICA con le stesse parole di Cassiodoro, e anche nella enumerazione dei loci è utilizzato solamente quest’ultimo. Ma anzitutto rimangono qui affatto escluse quelle interpola[[Isidoro riproducel anche il motto su Aristotele: Omnis quippc res, quae una est et uno si^nìficiitur sermone, aut per nomen significatur, aut per verbum: quae dune partes orutionis interpretanlur totum, quidquid conceperit mens ad loquendum. Omnis enim elocutio CONCEPTAE rei mentis interpres est [PL], Particolarmente dobbiamo a questo proposito mettere in rilievo la locuzione concipere, concepito. \Utililas~\ Perihermeniarum haec est, quod ex his INTERPRETAMENTIS syllogismi fumi. Vnde et analytica pertructantur: plurimum lectorem adiuvat ad veritatem investigandam tantum, ut absit ille error decipiendi adversarium per sophismata falsarum conclusionum [PL).] -zioni estranee), e inoltre, omessi i loci retorici, vengono, di quelli dialettici, accolti integralmente soltanto di CICERONE, e tre inoltre di quelli di Temistio. Finalmente la chiusa è data da ima speciale Sezione De opposilis, che senza dubbio qui non sta nella solita connessione con la teoria delle categorie, ma si riattacca ancora al materiale della topica, coni’ è anche di fatto estratta dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE. Altri spunti di teorie logiche. Ma, oltre a questo compendio di dialettica, c’ è in Isidoro qualche cos’ altro ancora, che, grazie all’ autorità da lui goduta esercita influsso sopra la storia. Da un lato cioè si trovano frammenti isolati di teorie logiche in altre sezioni della sua opera enciclopedica. Così, p. es., oltre a ripetere la solita definizione degli omonimi ecc. (nella Sezione intorno alle categorie), Isidoro viene anche nella Grammatica razionale a parlare di quest’oggetto, ma qui egli fa uso delle forme verbali greche. Inoltre, della retorica, è da ri[fra i loci ivi riferiti di Temistio, troviamo qui soltanto: a loto, a partibiis [PL Invece, in altra forma: Primum genita est contrariorum, quod iuxta CICERONE diversum (leggi AD-versum) vocutur. Secundum genita est relalivorum. Tertium genus est oppositorum -si osservi la terminologia inesatta -habitus vel orbatio. Quod genus Cicero privationem vocat. Quartum vero genus ex confirmutione et negatione opponilur. Quod genus quartum apud Dialecticos multimi liabet conflictum, et appellatur ab eis calde oppositum [PL. La fonte di questo vedila in BOEZIO, ad. CICERONE Top.  [PL]; il luogo relativo di Cicerone e citato. Orig. : Synonyma, hoc est PLVRINOMIA. Homonyma [AEQUI-VOX]. hoc est VNINOMIA PL]] cordare in particolare la Sezione De syLlogismis, perchè, da un lato, fa riconoscere, per l’argomentazioue, un’alto valore all’entimema O IMPLICATURA o raggionamento implicito --, e perchè, dall’altro lato, contiene una, per quanto meschina, notizia della esistenza della IN-duzione. II contenuto di questa teoria del sillogismo non offre, coni’ è naturale, assolutamente NULLA DI NUOVO, bensì è preso da VITTORINO, e attraverso VITTORINO rinvia «ino a CICERONE e ivi particolarmente il passo relativo, concernente 1 ’ cnthymemd. D’ altra parte, infine, con alquanti semplici accenni a punti particolari, che in se stessi stanno FUORI DAL CAMPO DELLA LOGICA – ma la prammatica di Grice -Isidoro  quasi direi senza volere  da occasione a quelli che son venuti dopo, di sollevare questioni, delle quali noi dovremo citare appresso le soluzioni, come elementi del corso della storia. Una delle cose sopra le quali a tal proposito fermiamo l’occhio, è la determinazione di mia DIFFERENZA TRA RAZIONALE E RAGIONABILE [cf. GRICE], che, evidentemente fondata sopra un passo del commento di BOEZIO alla Isagoge, può aver [ Orig.: Syllogismus Graece, Latine ARGVMENTATIO – RATIONAMENTVM -appellatur. Syllogismorum apud rhetores principulia genera duo sunt: inductio et RATIOCINATIO [PL. Sebbene dunque possa far maraviglia al lettore che di tali cose io faccia menzione qui, risulteranno più sotto sufficentemente i motivi, per cui è bisognato che, dello straricco tesoro di scienza scolastica isidorea, io facessi risaltare proprio questi, e anzi esclusivamente questi due elementi particolari. Si tratta in generale di rendersi conto dell’assoluta intima MANCANZA D’INDEPENDENZA dei ‘filosofi’ di questo periodo. De difjer. spirit.,  [PL] GRICE: INTER RATIONABILE ET RATIONALE hoc interesse sapiens quidam [Agostino, De ordine, PL, dixit RATIONALE est, quod rationis utitur intellectu – ut: “homo.” RATIONABILE vero, quod ratione dicium vel factum est. Lo stesso, quasi alla lettera,’ Differ. PL. Porfirio aveva cioè, nell’indicare quel eh’è comune al yivoc e alla Staqsopà, adoperato come esempio il Xoy ixóv, in un passo che nella traduzione di BOEZIO (p. 95 [In Porph. a se avuto per conseguenza che in seguito si facessero oggetto di ancor più accurata ponderazione le parole del passo. Invece l’altra cosa consiste nell’ affermazione, connessa alla creazione dal nulla, che LE TENEBRE *NON* sono sostanza, e di ciò non tarderemo a trovare appresso ima conseguenza ulteriore. Alcuino: sua compilazione di un compendio di dialettica. Lo stesso punto di vista d’Isidoro, così riguardo al valore della dialettica, come anche nella bislacca compilazione di un compendio, prevale pure in Alcuino: coni’è noto, dell’insegnamento, da lui impartito, della logica allora in voga, profitta lo stesso Carlo Magno. Non soltanto troviamo in Alcuino la partizione delle scienze secondo transl.: ed. Brandt, suona cosi: Cumque sit differentia RATIONALIS praedicatur de ea ut differentia id quod est ratione ufi, non solum aulem de eo quod est RATIONALE, sed etiam de his qttae sunt sub rationali speciebus praedicabitur ratione uti [PL]. Ora nel commento di queste parole BOEZIO dice (p. 96 [ ittici ., ed. Brandt): de RATIONALI duae differentiae dicuntur. Quod enini RATIONALE est, utitur ratione nel habet rationem. Aliud est aulem. uti ratione, aliud habere rationem.... ergo ipsius RATIONABILITATIS quaedam differentia est ratione uti, sed sub RATIONABILITATE homo positus est [PL, Sentent. : Materia ex qua coelum terraque formata est, ideo informis vocata est, quia nondum ea formata erant, quae formari restabant, verum ipsa materia ex nihilo facta erat: Non ex hoc substantiam habere credetulae sunt TENEBRAE, quia dicit dominus per prophetam. Ego Dominus formans lucem, et creans tenebras [Eisa.] ; sed quia angelica natura, quae non est praevaricata, lux dicitur. Illa autern quae praevaricata est, tenebrarum nomine nuncupatur [PL) Einhahdi Vita Karoli lmperatoris [Pertz, MOH: audivit in discendis caeteris disciplinis Albinum cognomento Alcoinum apud quem et rethoricae et dialecticae ediscendae plurimum et temporis et laboris impertivit [PL. Poeta Saxo, Annalium de gestis Caroli Magni Imperatoris, nel Pertz, MGIT, I, p. 271: Artis rethoricae, seu cui diulectica nomen. Sumpsit ab Alquini dogmute noticium [PL]] uno schema che si conforma a quello d’Isidoro, ma egli inoltre ripete letteralmente, attingendo a quest’ultimo, la su riferita concezione teologica romana o giudeo-cristiana della logica. Nello svolgere questi pensieri, mostra dappertutto di apprezzare altamente LA FILOSOFIA, non la TEOLOGIA, e mentre spesso a tale apprezzamento associa lamentele per la ignoranza largamente diffusa, si leva a sentenziare che le arti liberali son le sette colonne della sapienza, e così, nelle principali questioni teologiche romane e giudeo-cristiane sopra il concetto del divino fa largo uso, rimandando ad Agostino, della tradizionale filosofìa scolastica, cioè della teoria delle categorie. Ma che lo stesso Alcuino scrive intorno a tutte sette le arti, è ima credenza già da gran tempo confutata, essendo stato dimostrato che passa per essere opera di Alcuino mi compendio del De artibus di Cassiodoro, molto letto. È bensì vero invece eh’ egli coltivò la grammatica, la retorica e la dialettica, e che inoltre accompagnò 1’ invio a Carlo Magno del libro pseudo-agostiniano sopra le Categorie con mi prologo metrico dove nel modo d’in[Ai.cuini Operu, ed. Frobenius, Ratisbona PL e Dialectìca, P. cs., E pisi. Epist. 68 (p. 94), E piu. ed. Diinimler, MGH, Epist. Grammatica PL: Sapicntia liberalium litlerurum septem columnis confirmatur; nec alitar ad perfectam quemlibet deducit scienliarn, itisi bis septem columnis vel etiam grndibus exaltetur. De Fide S. Trinitatis ed Epistola nuneupatorio: ed. Diinimler, Epist.], Quaestiones de Trin., Epist., Epist. ed. Dummler, Epist. Dal Frobenius, nella Praef., PL Tale prologo è del seguente tenore ed. Dummler, MGH Continet iste decem naturile verbo libellus, Quae iam verbo tenenl remm ratìone stupenda Omne quod in nostrum poterit decurrere sensum. Qui legit ingenium veterum mirabile laudet, Atque suum studeat tali exercere labore, Exomans titulis vitae data tempora honestis. Rune Augustino placuit transferre matender le categorie è implicito il punto di vista di BOEZIO. Lo stesso compendio di dialettica, che reca parimente in cima mi simile INSIGNIFICANTE prologo, è scritto in forma dialogica. LE DOMANDE SONO SEMPRE FATTE DA CARLO MAGNO.  Ma Alcuino dà le risposte. In questo compendio, da principio TUTTO E LETTERALMENTE preso da Isidoro, anche la divisione della logica in retorica e dialettica. Ma al contenuto vero e proprio si passa con una partizione, in sommo grado scolastica, della dialettica in cinque specie, La prima Sezione, cioè, coni’ è naturale, la Isagoge, è COPIATA PAROLA PER PAROLA da Isidoro, e neanche manca quell’unica proposizione esemplificativa. Fa seguito una minuziosa notizia, intorno alle categorie, che è interamente estratta dal compendio pseudo-agostiniano, con trascrizione BARBARICA delle parole greche che vi s’incontrano. Di nuovo c’è aggiunta una cosa soltanto, che cioè anche per le categorie viene ora formala qui una frase unica, presentata come esempio [Ma mentre nel pseudo-Agoslino dopo la decima categoria dell’habere viene la solita trattazione degli opgislro De veterum guzis Graecorum clave latino. Quem libi rex, magnus sophiae sectator, umator, Munere qui tali gaudes, modo mitto legendum [PL, K. Quot sunt species dilecticae? A. Quinque principales; isagoge, categoriae, syllogismorum. formulae, diffinitiones, topica, periermeniae. In veri là una disposizione mostruosa, che mal si accorda inoltre con il numero di cinque, che si chiude con le seguenti parole: tlaec commentario sermone de isagogis Porphyrii dieta sufficiant. Pinne ardo postulat ad Aristotelis categorias nos transire. K. Ex his omnibus decerti praedicamentis unam mihi conjunge orationem. A. Piena enim oratio de his ita conjungi potesti Augustinus magnus orator, filius illius, stans in tempio, hodie infulatus, disputando fatigatur.] posti, per tale argomento Alcuino disdegna questa fonte, limitandosi a COPIARE ORA PAROLA PER PAROLA, con la intestazione De contrariis vel oppositis, la Sezione corrispondente in Isidoro. Invece immediatamente dopo, per i così detti Postpraedicamenta (prius e simul), fa ancora un salto per ritornare al Pseudo-Agostino, omettendo tuttavia affatto, di quest’ultimo testo, il cap. sull’immutatio. Viene poi, con la intestazione De argumentis, prima di tutto un riassunto estremamente sommario di quell’ estratto della teoria del giudizio, che BOEZIO incorpora al suo scritto De differentiis topicis, e poi, in quanto che proprio lì si viene a parlare anche dell’argomentazione, ima meschina scelta di alcuni esempi di sillogismi ipotetici, svolti da BOEZIO in quello stesso scritto. Ma a ciò si attaccano ancora subito i quattro primi modi dei sillogismi categorici, che son tratti da Isidoro. La teoria della [Con la sola differenza che negl’esempi i nomi propri o il contenuto degli esempi stessi sono trasportati ■iella sfera morale-teologica romana e giudeo-cristiana. Nè al principio di questi postpraedicamenta nè in chiusa, è stato segnato un qualsiasi trapasso, che li riconnettesse alle trattazioni precedenti. Dopo ch ! è stato determinato che cosa sia urgumentum (rei dubiae affirmatio) e che cosa sia oralio (veruni  Dial. Particolarmente si trova anche fatta qui novamente menzione di concetti imaginari, p. es.: HIRCOCERVVS quod graece trngelaphus dicitur. PL. K. Num et Ulne aline species quatuor (non enunciativa, ma, cioè interrogativa, imperativa, deprecativa, e vocativa) ad dialecticos non pertinenl?  A. Non pertinenl ad dialecticos sed ad grammaticos.] zione, ma adduce inoltre alquanti esempi attinenti alla sfera delle fallacie sofistiche, servendogli qui da fonte Aulo GELLIO (si veda)[ Fredegiso da Tours]. Se questi due compendi che abbiamo sinora considerati, ci presentano esclusivamente la forma di opere a centone, nella compilazione delle quali non si fa neanche sentire più il bisogno astrattamente logico di un qualsiasi ordine di successione che tenesse unito il complesso, certamente, al paragone di tali prodotti scolastici, ravvisiamo già un progresso, quando vediamo questo o quello filosofo sentirsi per lo meno stimolato, dal materiale divenuto tradizionale, a proporre questioni, alle quali tenta di dar tale o talaltra risposta. Ma non possiamo pretendere gran che da siffatti primi tentativi: e nient’ altro che un documento di assoluta mancanza di chiarezza, in quelle questioni che non tarderanno a determinare dissidi di tendenze, ci è dato dalla maniera in cui Fredegiso, scolaro di Alcuino, abate di Tours, in una Epistola de nihilo et tenebris, indirizzata ai teologi della corte di Carlo Magno, viene alle prese con i concetti di « nulla » e di « tenebre », dei Dialogus de Rhetorica et Virtutibus PL: Si dicis, non idem ego et tu; et ego homo, consequens est, ut tu homo non sis. Sed quot syllabas habet homo?  Duas.  Nunquid tu dune itine syllubae es? Nequaquam. Sed quorsum ista? Ut sophislicam intelligas versutiam. Cfr. La [Stampata nella Steph. Baluzii Miscellanea, ed. Dom. Mansi, Lucca, e di là riprodotta nella PL: ma la edizione migliore, fondata sopra una nuova comparazione dei manoscritti, si trova curata da Ahner, Fredegis von fours, Lipsia. Le parole introduttive son di questo tenore. Omnibus fidelibus et domini nostri serenissimi principis mjt ' J acro eius F tdntio consistentibus Fredegysus Diaconus [IL, quali, secoudo la maniera usata, vuol parlare così ratione, cioè logicamente, come anche auctoritate, cioè conforme alla teologia ortodossa, romana e giudeo-cristiana. La occasione a tutto il dibattito è data certamente, in generale, dal passo già citato di Isidoro, ma il modo d’intendere le questioni, a prescindere dal generale punto di vista teologico romano e giudeo-cristiano, è, per riguardo alla dialettica, cosi rozzo o così ingenuo, che di fatto non troviamo un termine per qualificarlo. Poiché, dove non si presenta neanche la più tenue traccia di riflessione sopra i così detti ‘universali’, ci è impossibile parlare di realismo o di nominalismo. Insomma si tratta di ima mostruosità tale, da non potersi neanche designarla come un primo passo verso idee venute fuori in epoca più tarda. Non soltanto cioè si afferma, in termini secchi, che, insieme con l’ESPRESSIONE (EXPLICATVRA) verbale, noi intendiamo immediatamente la cosa, ma vengono inoltre assunte senz’altro come identiche la signi[Chl j. m,ue Studichi senza prevenzione, consentirà che questo dualismo di ratio e auctoritas. il quale si manifesta dappertutto rondo li • nd,e de ' le Par ° 1 ! '' * Fredegiso. Queste, sei rondo la piu antica lezione riportata dal Baluze i suonano come segue: huic responsioni oblia,uhm est primari'. Ubet’ sedrZT ‘‘"'T' rfe,We betoniate, non q ua., ’ r "',0 ’,r ‘ dumtaxat, quae sola auctoritas est salame immola " f 7 urd / NeS6Uno infaUi si Presterà ad accreditare derZi^ ). Ma poi, anche nello scritto De institutione clericorum, Hrabano viene a parlare delle sette arti liberali: e dopo che ivi egli lia già in generale ammonito i teologi a guardarsi dall’abuso dell’arte di disputare, questo atteggiamento circospetto è quel che predomina in lui, anche là dove, seguendo l’ordine solito di successione, viene propriamente a trattare de DIALETTICA dopo avere parlato della grammatica filosofica e della retorica. Ripete cioè, per prima cosa. Opera, ed. Colvener, Colonia) Hrabani Mauri) De universo: Logica autem dividitur in duus species, hoc est DIALECTICAM et Rhetoricam. De instit. cler.: Sed disputationis disciplina ad omnia genera quaestionum. quae in litteris sanciis sant penetranda et dissolvendo, plurimum valet; tantum ibi colenda est Pl 'ioTTo I ^ PUenl ' S  e I’815 "or 10 fra r887 « r890) abbia esercitato in . en era e Ti r r ” rì,,i “ ) ’ “,,ra « t:: 1,: è noto; ma può darsi che a noi ~z:: e t abbia T imes ° qn6to s. decisiv ° -*• °° ICa > ^iche, relativamente al punto il 122» voT ddla Patralógii TeWiomtP-"-,«/; F, t0SS ’ e toTm * ferisco qui nelle citazioni. Ma a nurlli J"*' 18j ? ’ al qua,e n,i ri ‘ opera dell’ Hauréau il Commentairede le % 3ggl £ n . t0 '"Cora,,, r lionus Cupella (nelle Nolices et Extraitì T ^ Ér,gène sur Mar. 2, Parigi 1862 [p. 1 ss.]) Extraits dea Manuscrits, non r’imér^no r qui*'ì!’a 1 nno ' ^ròv^to un rifl'’ 8 *" 0 C °" lo Soot ° letteratura, avendo Nicola Mofli ™T,nten f° anche "ella und seme Irrthiimer OC S F,• tLEB preso posizione (J. S. E tro Fr. Am. Staudr™*™ U sT 1844) con Ze« 1«G. S. E. e la sci. nl,,,1 1 . • dle Wissenschuft seiner te 1834), e contro il Saint-Rtné TaiTi.andifr I>1, Gotha 1860), nè da V Kin. ' m"” C dottrina System des J. S E r« TI Jl. » Naulicm (Dos speculatil e, negli Atti 3,'ll ó è ™ s Peeulativo di G. S. E » IP™!), nè da Gio v. Hubeh (/. slVf  ili vista logico, che lo Scoto si trova ad avere assunto, non sembra comunque essersi pronunziato ancora un giudizio esauriente, quando ci si limita a qualificarlo come realismo, o magari anche come realismo stravagante. Vero è invece che con l’atteggiamento realistico, che in generale è fondato sopra la concezione biblico-teologica romana e giudeo-cristiana, e che naturalmente a nessuno può passare per il capo di negare allo Scoto, si unisce qui, in maniera sommamente caratteristica, un motivo dialettico, al quale ci sembra di dover attribuire somma importanza, perchè in esso ravvisiamo i primi lineamenti del nominalismo scolastico. La prima cosa che certo si manifesta con la massima evidenza a qualsiasi lettore dello Scoto, è la forma rigorosamente sillogistica, nella quale si volge questo filosofo, mettendo con ciò in mostra nello stesso tempo, per così dire, le sue conoscenze scolastiche di logica. È questa ima cosa, della quale per se stessa non faremmo già particolare menzione, non essendo qui compito nostro di registrare per avventura tutti quanti gli scritti di tutti quanti i Padri della Chiesa o filosofi medievali, nei quali si riveli un addestramento logico. Tuttavia nel caso presente sussiste, a quanto ci pare, una stretta connessione fra tale cultura scolastica estrinseca e l’intima struttura dell’ordine d’idee professato dal filosofo. Lo Scoto Eriugena manifestamente, nella persuasione che la sillogistica, proprio nella sua forma rigorosamente scolastica, abbia un valore filosofico, trae partito da tutte le cose consimili. Così ne’ suoi scritti,  a prescindere dalla frequente larga trattazione delle categorie in senso teologico romano o giudeo-cristiano, si presenta, p. es., della teoria del giudizio, la divi[Des ]. E. Stellung zur mittelalterlichen Scholastik und Mystik f« La posizione di G. E. rispetto alla scolastica e alla mistica medievale], Rostock), nè da Lod. Noack (Weber Leben und Schriften des ] J. S. E.: [die Wissenschaft und Bildung seiner Zeit, Della vita e degli scritti di G. S. E.: la scienza c la cultura del tempo suo »), Lipsia.] aione in giudizi affermativi e giudizi negativi, e anzi con fa terminologia affirmativus e abdicativus, o la indicazione delle varie specie di opposti, tra i quali inoltre viene sovente messo in particolare rilievo il cosi detto opposto CONTRADITTORIO: come pure viene fatta menzione delle relazioni anti-tetiche sussistenti fra il possibile e 1 impossibile. Si trova anche presa in considevolia ilio Scoto (de dlctóone a^°I'^ 1 p una Cap. delle Categorie pseudo-azostini»,,» r W3j 111 C0 P‘ are *1 10° sario,  -“j! ch è neces ' de div. nat., I, 14, p. 462: Et hoc Ir i • i’ ^“ 8nto a * giudizio, v. p. es. ^soXoyla iKo^onix-rj del Pseudo Dioniei ° r£ “ ; xaxcreaTtxrj e la damus exempio. Essentia tZaZf A reopag,ta) brevi conci,,. coda : « supe’ressetZTLT ** ^ terminologia che ricorre ancor più volte nelIoVom 6 * 0 ''""' alla confusione che abbiamo trovata di eb n r ’ Va r / 1 f 0n ® chiaro dalla spieoare Pian, ad duplum... ; am per negat’ionZ Z Z SÌnt ’ ut s, ' m ‘ propter) qualitates naturales per abZntiam’m°h “*\ °“*^ (, leggi AVT SECVNDVM PRIVATIONEM, ut mors etvUaL n tenebrae sanitas et imbecillitas. Su questo numi „ s, u contrarl “m, ut desuma fonte che Isidoro (v. sopri la „mwn? aU ' n, ° alla, ne ' cavato malamente dalle parole di 11 *.. : s °hanto che ha rie absentia. 1 ' BOEZIO ° una distinzione tra PRIVATIO [De praedestinatione, 5, 8 n ì"». i,„,, i oluntate posset simul dici « libera est iihe quomodo de eadem CONTRADICTORIE dicuna,r, quia simul fieri n “ l>; haec enim nat.: comradictoZnJZ r p0ssunt ~ De divis. erit veruni, alterimi falsimi Non !«' 9'"a fient, et necessario unum ”r l htsa calidario ZloaZ 7e sZZ versahter sint, sive particulariter fi, : subjecto eodem, sive unidelia terminologia di BOEZIO (clntradZ ** Vede ’ C è '"escolanza nota 113) con quella di M^ianoTl n ). Copella (proloquium) De divis. nat., II, 29 n 597Pn*.n,ir in numero rerum computi impossibile dicet.... De quibus quisquis alene T . pl,lloso P lum tium coniraOwi-E, hi JZ’Z,u,‘Z,ZZ": hoc p Z£L~ illt razione la solita enumerazione delle varie specie di definizione. Ma principalmente sono messe in rilievo dallo Scoto, tanto frequentemente, proprio dal punto di vista formale, le forme dell’argomentazione: e non soltanto troviamo in lui, in molti luoghi, intrecciati nel testo, sillogismi formulati assolutamente secondo la regola delle scuole, bensì ancora egli molto si compiace di menzionare, con i loro nomi tecnici, sillogismi appartenenti alla topica. Ma appunto per quest’ ultimo riguardo ha grande importanza per noi, che lo Scoto accuratamente distingua il procedimento dialettico propriamente detto, cioè il sillogismo in generale, dalla rimanente sfera puramente retorica, e per la dimostrazione dia importanza decisiva alla sopito dispulutum est. È ben facile capire cbe questo è tutto preso da BOEZIO. Quamvisque multae definitionum species quibusdam esse videuntur, sola ac vera ipsa dicenda est definitio, quae a Graecis oòaubSr jj, a nostris vero essentialis rocari consuevit. Aline siquidem aut connumerationes intelligibilium partium oùatag, ai il argumentationes quaedam extrinsecus per accidentiu, aut qualiscunque sententiarum species sunt. Sola vero oòauóSrjs id solum recipit ad definiendum, quod perjectionem nuturue, quam definit, complet ac perjicit. Questo può essere ricavato da Alcuino o da Isidoro (v. sopra le note 38 s.) o da BOEZIO. Tali passi non si discostano da quella terminologia ch’è usuale in Boezio; così, p. es., affirmativus, negativus, termini, diulectica proposito, jormula syllogismi condilionulis, e così pure connexio (v. la Sez. XII, nota 141), e persino tropus; inoltre troviamo ancora collectio e reflexio, che son termini propri di Apuleio (v. la Sez. X, note 15 e 19). 81 ) Così, p. es., de praedest., 14, 3, p. 410; ibid., 16, 4, p. 420.  De div. nat., I, 49, p. 491 ; v. anche qui appresso le note 94 ss. 92 ) P. es., de div. nat., I, 27, p. 474: sunt loci diidectici u genere, a specie, a nomine, ab antecedenlibus, u consequeiuibus, a contrariis, ceterique hujusmodi, de quibus nunc disserere longum est. De praedest.: argumentum, quod ub effectibus ad causam sumitur, locus a contrario e locus a similitudine, e similmente più volte. Anche nel Comment. ad Muri. Gap. tres purles syllogismorum, i. e. ab antecedentibusi, a consequentibus, a repugnantibus. Ma la conoscenza di tutti questi loci lo Scoto la poteva ricavare esclusivamente de Cassiodoro. 'orma logica soltanto. Anzitutto cioè viene da lui attribuito già il più eminente valore a quèlla formulazione del sillogismo disgiuntivo, che, da CICERONE in poi, si e conservata nella tradizione come enthymema, e che per tal via aveva avuto accoglimento anche nella Enciclopedia d Isidoro (e ripetuta la stessa cosa, a proposito di Alenino: ed effettivamente Scoto in questa forma del sillogismo ravvisa il punto culminante di tutti gl’argomenta, i quali invero sono ancora pur sempre considerati congiuntamente ai signa i r ra in: anzi la forma dell’entimema ha potere d’in•'«rio a qualificare l’entimema stesso senz’altro come syllogismus: e in verità in un altro passo, dove dice espressamente di volersi servire deIl’*ico8«i*Tix* le dimostrazioni che seguono, sono appunto presentate esclusivamente in quella forma disgiuntiva; ma nello stesso tempo egli assegna tuttavia decisamente alle forme del cosidetto sillogismo categorico un posto ancor più eievato, appun to perchè queste non appartengono al meccasumuntur. Qribm tanta ’rii inll [ R Stu " t contrarietatis loco excellcntwe suae merito a ('rimri^'è'h""'' qt ‘° (ìam privilegio conceptiones rLZ sicJZZ e,,lhymemnt “ dicantur. hoc est, munì est illud, nuoci sumitur * '‘ rsu . met },orum omnium forlissicalium aptissimum est. quo d ducitur "ab end" ° mnU,m . si S"°rum volhid.. m, 1 n 193 . „ \ tU, et >dem conlranetatts loco.  Diulècticisac RhètorZiseZnt"” ^ediyimus. a xaTavTC'fpaat .5 IW 4vtt*p«oi ^ TestZmTi’uZ grnmmaticis ver ° gnorumque verbalium nobilissima v loT^T ar ^ n -n'orum stiri fine, e cfr. poi la nota 189 * qm appresso la nota 96 > concluditur, quodsemperesTn coni nulo °c" "" '',,r * umento (ora segue un sillogismo della l'orma Non eZnVn'B* 4 ° “** ergo B non est: v. la Se? Vili t.n i l 1 „ et A est. Idem quoque syllogismiis hnr 'm 1 ' p a • XII, note 13 e 69 ).... cibici. 4 3 n T?J w connectitur (id. c. *.). àitoS.txxtx^ utamur, primufnfadversus ZT"e uTl^’ * C *f" r sillogismi della forma ricordata or ,U f ann,° S, '* U1| ° due parole, da uomo consapevole della vitro* P °A S ‘ con queste Via igitur regia gradiZdtm, r, ?''' C ° ncIllsum est igitur.... vcrtendum, etc. ’ ° " d d^ternm, nec ad sinislram dinismo dell’argomentazione retorica, apparentemente più efficace Bli ). Ma che questa preponderanza della forma sillogistica sia stata anche subito sentita come tale dai lettori dello Scoto, ci è confermato dalla ineccepibile testimonianza di un anonimo del IX secolo, il quale dice che Scoto fa consistere la dialettica in un continuo incalzarsi e cacciarsi (fuga et insecutio) delle proposizioni. Scoto, del resto, la conoscenza delle forme sillogistiche da lui usate, la poteva ricavare esclusivamente da 8l! ) Vale a dire, in occasione di una dimostrazione piuttosto lunga, relativa alla immaterialità della sostanza ( de div. nat., I, 47 ss.), troviamo anzitutto, dopo le parole introduttive hus inique paucas de pluribus dialecticas collectiones considera, due sillogismi categorici secondo il primo modo della prima figura, c appresso segue un'argomentazione in forma dilemmatica; ma dopo questa si trova la seguente transizione: l’t uulem piane cognoscus,... hunc argumentalionis accipe speciem. [Discipulus] Acci piani ; sed prius quondam formulalii praedictae argumentationis fieri necessarium video. Nam praedicta ratiocinatio plus argumentum u contrario videtur esse, quam dialectici syllogismi imago. [Magisteri Fiat igilur maxima propositio sic: e ora seguono quattro sillogismi secondo il modo 2° della 1* figura, con le parole conchiusive: huec formula idonea est; ma immediatamente appresso: [D.] Hoc etiam certa dialettica formula imaginari volo. | M. | Fiat itaque fornuda syllogismi conditionalis ; il che si verifica nella forma : Si A est, lì est, A vero est; e dopo tutto questo si trova, per chiudere in maniera energica, ancora un entimema: Si autem èvtì-upijiiaTOf. hoc est, conceptionis communis animi syllogismum, qui omnium conclusionum principatum oblinet, quia ex his, quae simili esse non possimi, assumitur, audire desideras, accipe hujusmodi formulam. Riferita da V. Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél: Secundum vero Joannem Scottum, est dyalectica quaedam fuga et insecutio, ut cum quis dicit « omnis honestus est », et insequitur alius dicendo omnis honestus non est, talis haec disputatio fugae et insecutioni videtur esse consimilis. Se del resto già l’abate Benedetto da Aniane [Francia Merid.], si lamenta di un syllogismus deltisionis iipud modernos scholasticos, maxime apiid Scotos (Baluzii Misceli., ed. Mansi), non è leeito già inferire da ciò, che lo Scoto abbia potuto ricavare la propria abilità dialettica da studi di logica che fossero con larga diffusione coltivati nelle scuole della Scozia: bensì quel lamento si riferisce esclusivamente a un singolo contrasto dommatico (riguardo alla Trinità), il quale può esser denominato syllogismus nella sua formulazione, nè più nè meno che cento altri simili Isidoro o da Marciano Capella, e non c’èun solo passo che ci costringa ad ammettere eh egli abbia mai conosciuto anche gli Analitici di Aristotele, nella traduzione di BOEZIO os ). [b) posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica Ma proprio questi elementi, che per così dire appartengono alla prassi logica dello Scoto, ci apron la via per passar a considerare anche la posizione teoretica di lui, nei rispetti della dialettica. Nelle arti liberali in generale, egli ravvisa i prodotti di una naturale attitudine dell amma umana, e pertanto un suo ornamento B8a ), in quanto che esse sono le compagne e le investigatrici della sapienza "); ma nello stesso tempo riconosce che quel che importa qui è la disposizione di spirito, trovando hi particolare la dialettica, della quale è facile abusare, il proprio compito essenziale nella lotta contro gli eretici 10 °). ) 1 oicliè questo punto avrà ancora più volte importanza ner noi ho dovuto di proposito fin qua richiamare còsi n inutàumnte rat’tenzione sopra le fonti della logica dello Scoto. )G ommenl. ad Mari. Cup.  [Artes libe:tZ ] n, 0la iPSa amma P erci P' umur ’ nec uliunde assi,n,untar sed nalurahier in anima mieli,gannir ; p. 30: Liberales disciplinar ’natu r ali ter insunl in anima, ut aliunde venire non intelligunUir ■ et ideo TCTTìI ~, Cfr q,,i appresso la noia l78 (cioè ri.-’ fi • ’’ ’• P430: ^ rrorem saevissimum eorum (cioè de suoi avversari dommaUci) ....e* utilium discinlinarum alias, psa sapienti a suas comites investigatricesque fie^voluTTdr S ira la notai 50), ignorantia credtdenm sumpsisse primordio In un A ìSi " 4 "'“  » aZerS denTk 77™ Gotes  UerumSez. XII note 84 J ST: Tt ^zrZiiri uctìones ’ sensui subjacet: cirro nnnm ... . • P nr, ‘ l ' s _>'st, nulhque corporeo versuntur. Al si illa incorporea est^nuTtìb' Ziter'vìd t omnia, quae ani ei adhaerent, au, in P « subsistoZ, ' non possimi, incorporea sint 9 ‘slum, et sine ea esse se immutabiles puro mentis contuitn „ t f r ! ale f* Q h*er res per ' rontl ‘“" perspiaenlur in sua simplicisce anche il concetto di genere in maniera del tutto realistica 115a ), anzi ripete minutamente la dimostrazione, ricavata dal Pseudo-Dionigi, che essentia e corpus sono totalmente diversi e non possono essere mai scambialino. In una parola, è un avversario sistematico della sostanza individuale (del xóSe ti) di Aristotele. [e) ontologia e dialettica], Ma dobbiamo riflettere che, per lo Scoto, tutta quanta la sfera del molteplice (dimque infine anche la pluralità delle categorie stesse) viene a cadere in quello stadio in cui la sussistenza concreta è propriamente qualche cosa che non dev’ essere, perchè la pluralità è provenuta per via di divisione dalla unità, e ha essenzialmente per funzione di essere di nuovo risolta nella unità, e in tale processo proprio il punto mediano dev’ essere quello di massima lontananza, sia dalla unità originaria sia dalla unità finale. Così la formazione delle cose infinitamente molteplici del mondo sensibile è la prima parte del processo, come dire una scissione della Divinità: e Scoto spiega, in accordo con Gregorio da Nissa, il manifestarsi concreto delle cose sensibili e in tute, aliler senati corporeo in ali quii materia ex concursu earum facto compositae. Omnia erìim, quae intellectus in rulione universaliter considerai, particulariter per sensum in rerum omnium discretas cognitiones definitionesque partilur (dunque rSpiattxóv delle definizioni speciali viene già a esser più pertinente alla sfera sensibile. Il passo di BOEZIO).,ls ‘) Comm. ad Alari. Cap„ Genus est multarum formarum substantialis unitas.... Est enim quaedam essentia quae comprehendit omnem naturam, cujus participatione consistit omne quod est. Substantia generalis est multorum individuorum substantialis unitas. De div. nat. Sed adversus eoa, qui non aliud esse corpus, et aliud corporis essentiam putant, in tantum seducli, ut ipsam substantiam corpoream esse, visibilemque et traclabilem non dubilent, quaedam breviter dicendo esse arbitrar: f t autem firmius cognoscas, oòalav id est essentiam, incorruptibilem esse, lege librum sancti Dionysii Areopagilae de divinis Nominibus eie.: e a ciò fa seguito la dimostrazione estesa. generale la origine della materia, con il fatto che alcune categorie vengono a trovarsi insieme, per modo da poter essere apprese dai sensi) : e nello stesso tempo, in questo generarsi, analogamente che per i filosofi precristiani, opera poi il fuoco, come quello che dà la forma alle cose sensibili. Ma poiché ora, secondo lo Scoto, non in altro che in questa molteplicità del mondo deve, per opera della filosofia, essere scomposta (5iaipruxVj) la unità divina, e da quella deve da capo partire la via da percorrere per il ritorno alla unità (àvaXtmxrj), quel grado intermedio della pluralità acquista una speciale importanza anche per la dialettica, poiché proprio in quella stessa pluralità del sensibile si viene a contessere la favella umana, come mezzo di espressione. A quel modo perciò che nelle cose sensibili le categorie, incorporee in se stesse, sono alla fine diventate corporee (per quanto m maniera enimmatica e mistica), così anche il linguaggio, in quanto è sensibile, afferrerà le categorie soltanto nella forma verbale sensibile-corporea (per quanto parimente con un intrecciarsi di motivi mistici), e appunto lo stadio intermedio della dialettica, vale a dire **? rh ' d ' 34 ’ Quantitàs vero, qualitasque. situs, et habifT \ nte \r COeu ’ ltes mater iem.... jungunt, corporeo sensu per Wcl nU alluTT GregoriusN y s ^-orti* raHonibu, ita esse ahud dicens matenam esse, nisi aecidentium quondam compositi 0, nem ex mvis.lnlibus causi® ad visibile® materica, pròcedentem [Lo Scoto cita il Sermo « De Imagine» del NiTsen” ma forse parafrasa I cap^XXHHV del libro « De hominis opificio *] interni 2 ’ 5' 494 S : Formarum al,l ‘e in oùoia. aline in qualitate uVc" r; j ^ '"°' iOÌa « "‘bstantùdes speciel generis ti^ 'seu mLtn* 8 ’ °, ‘"Tatque P° XÌ,Ì onem naturali um par “7 " Ì r r r «d quahtatem referri, formatnque proprie vomembra e [ l ",T dl ? ìtt . am 1 en ‘ e « forma, bensì all’armonia delle membra e bellezza del colorito] ex qualitate ignea, quae est color FXfrDe i rr tur Et h r n vocatur a form °’ h ° r si rai ' d  (v! 1 estus [De I erborimi significata ed. Lindsay, p. 73] s v forma) Udum Sa  rii diffinitione non dissential.... (PL 9 lj,y oj. ): Aristoteli genus, speciem, difjerentiam. propnum et accidens, subsistere denegava (se. Minerva), quae Platani subsistentia persuasa. Aristoteli an Plotoni magis credendum pulatis. Magna est utriusque aucloritas, quatenus rix audeat quis allerum alteri dignitate praeferre [PL]. Cui rei Aristoteles in libro Peri Ermenias congrua bis verbis: Sunt ergo ea quae sunt in voce, earum quae sunt. Altre notizie ancora, appartenenti alla seconda metà o alla fine del secolo X, possiamo citarle soltanto come documento del perpetuarsi della tradizione scolastica; tal è il caso, quando vien riferito che il vescovo \ olia n g o a Ratisbona in una disputa teologica trovò maniera di applicare le varie specie in cui può esser diviso Yaccidens (a tal proposito c degno tuttavia di nota, che il metodo dialettico viene denominato carnali^ antidotus), o quando vengono menzionati gli studi di logica, di lAbbone da Orléans, che studia a Fleury e ivi successivamente insegna, e del vescovo Bernward a Hilin anima passionimi nolae [cfr. BOEZIO, p. 216 e 297; Prima cditio, I 1 ed. Meiser, Pars Prior, p. 36; Secunda edilio, I, 1, ed. Meiser, Pars Posi.; PL, 64, 297 e 410], Omnis nota aUcujus rei nota est. Prius ergo res est quam nota. Res ergo prius ponderando est, quum nota».... Boetius tir eruditissimus in libro Peri Ermenias secundae editionis [p. 450; VI, 13, ed. Meiser, Pars Post., p. 4a), Spira pret.. Analitici e Topica, e a proposito di quest’ ultima, d’accordo con BOEZIO (de diff. top.), riconosca che i due campi, dialettico e retorico, sono a contatto uno con l’altro, per accennare da ultimo a Cicerone, rappresentante della retorica vera e propria, in quanto questa non venga a ricadere nella sfera dialettica 206 ). [§ 22.  Gerberto, figura ASSOLUTAMENTE INSIGNIFICANTE: a) materiale degli studi di logica al tempo suo]. J "*) Il 1° Libro (ibid., p. 35) s'intitola: Primus libeUus de studiopoetae, qui et scholasticus, e dopo aver trattato della poesia, fa seguire la filosofìa: Inde ubi maiorum tetigit nos cura ciborum, Porphyrius claras nobis reseravit Athenas, Qua multi indigente librabunt verba sophistae. Cernere erat quondam vidtu pallente puellam. Pructica cui limbum pinxitque theorica peplum, Et licet effigiem macularet parva (leggi: prava) vetustas, Ipsa tamen ternas suspendit ab ubere natas (v. ibid. la tripartizione della sfera teoretica). Praeslitit haec nobis summi subsellia ledi. Et postquam strato licuit discumbere cocco. Proceduta senae turba comitante SORORES (cioè dialettica, retorica, ritmica, matematica, musica, astronomia). Ingenui vultus non absque gravedine gestus Adducit famulas praestanti corpore quinas (cioè le cinque parti che vengono subito appresso) Omnia sub gemino claudens Dialectica puncto (il duplice punto di vista è invenlio e io dicium, v. la Sez. XII, ibid.). Prima quidem (la Isagoge) miles generali nomine pollens Insignita tribus (cioè genus, species, difjerentia) unum selegit amictum. Hanc vice continua sequitur gradiente secunda (le Categorie). Tertia (la teoria del giudizio) discredi quidquid primaeva coegit, Dans operam sane cirros crispare secundae, Quos quartae (sillogistica, cioè Analitici) solido collegit fibula nodo. Inslabilem fucum lulit ultima (la Topica) quinque sororum Dodo quibus geminas decernens Graecia jormas (cioè loci dialettici e retorici) Pinxit « quale » tribus, « quid sit » reperendo duabus (cioè il Quale consiste in persona, tempus, circumstanliae , e invece il Quid in definitio e descriptio), Ut reboant nobis deliramentu Platonis (questo non riesco a spiegarlo). Inde suam stipai comilem pressura sodalem Rhetoricam duplicis vestitam flore coloris, Quuc iaciens varias nervo pulsante sagittas Monstrat hypothetici nobis spedaicula ludi. Et ioni cornuta surgens ad sidera fronte Causarum rivos putido profudit ab ore. Sed postquam illatas pepulit conclusilo lites Ipsaque gravigenas conipegit pace sophistas. Omnibus asseculum veniente porismate laetis Sub pedibus Eogicae recubabat nexa coaevae, Commissura tibi reliquie rum munia, Tulli. A ciò fanno seguito la ritmica e le altre discipline nominate più sopra. Anche del famoso Gerberto (Papa Silvestro II) dobbiamo anzi affermare la stessa cosa, che cioè egli, senza originalità, rimase assolutamente irretito nella tradizione scolastica: purtuttavia c’è d’ uopo bitrattenerci sopra di lui alquanto più a lungo, appunto perchè a lui e al suo comparire si riconnettono notizie preziosissime riguardo ai limiti ristretti, entro i quali era contenuta in quell’epoca la trattazione della logica). Ci racconta cioè anzitutto un contemporaneo di Gerberto, come questi in gioventù fosse iniziato alla logica da un chierico eminente (probabilmente Giselberto) a Reims, dove poi incominciò subito la sua operosità di maestro delle solite discipline scolastiche). Ma, come colui che riferisce la notizia enumera a tal proposito distesamente e compiutamente anche tutto m ) Per notizie sul conto di lui in generale, v. M. Buedincer, Gerbert’s U’issenschaftliche und politische Stellung («Posizione scientifica e politica di G. »), Cassel, e K. Werner, Gerbert !’• Aurillac, die Kirche und Wissenscfiaft seiner Zeit (« G. da A., la Chiesa c la scienza del tempo suo»), Vienna [2* ed.,J. a ®) Richeri Historiarum  (Pertz, :MGH, V, p. 617): luvenis igitur apud pupam relictus, ab eo regi (cioè Ottoni) oblatus est. Qui (vale a dire Gerberto) de urte, sua interrogatus, in mathesi se satis posse, logicae vero scientiam se addiscere velie respondit.... Quo tempore G. Remensium archidiaconus in logica clarissimus habebalur. Qui etium a I.othario Francoricm rege eadem tempestate Ottoni regi Italiae legatus directus est (un arcidiacono di Reims in quel tempo, con il nome incominciante per G, sarebbe Giselberto, presente al Concilio d’ingelhcim: v. Marlot, Metropolis Remensis historia. Lilla; il Buedincer e 1 Olleris; v. [per la precisa citaz. delPoperg;, ai quali si unisce il Werner, pensano a Garamnus, menzionato [dal Mabillon] negli Acta Sanctorum Ordinis S. Benedicti : Saec. [dove precisamente trovo ricordato il « Signum.... Geranni Archidiaconii »]. Cuius adventu iuvenis exhilaralus, regem adiit, atque ut G.... o committeretur obtinuit. E G.o per aliquot tempora haesit, Remosque ab eo deductus est. A quo etiam logicae scientiam accipiens, in brevi admodum profecit, G....S vero cum mathesi operam daret, artis difficultate iictus, a musica reiectus est. Gerbertus interea studiorum nobilitate praedicto metropolitano commendatus, eius gratium prue omnibus promeruit. linde et ab eo rogatus, discipidorum turmas artibus instruendas et adhibuiI [PL il repertorio di scritti di logica, di cui si serviva Gerberto nell’ insegnamento, così veniamo in possesso di un documento tanto importante quanto decisivo, per provare che pur alla fine del secolo X restava ancora sempre sconosciuta la traduzione, dovuta a Boezio, degli Analitici e della Topica di Aristotele: perchè proprio di questi manca la menzione, mentre vengono citate in fila tutte le altre traduzioni e i lavori originali di Boezio (v. la Sez. XII, note 72 s.); ed è altresi degno di nota che Gerberto facesse venire l’insegnamento della retorica soltanto di seguito a quello della dialettica, come pure che il cronista nel suo racconto assegnasse ancora la retorica alla logica, trovandosi pertanto a considerarle da quel punto di vista, che abbiamo veduto proprio d’Isidoro, Alcuiuo e Hrabano (note 27, 54 e 79 di questa Sezione) 209 ). Ma ci viene riferito inoltre che Gerberto si occupava di delineare una figura, nella quale fosse rappresentata in una Tabula logica la distribuzione di tutte le cose; venne tuttavia su questo punto a contesa con Otrico, e con ciò va messa in relazione una disputa filosofica che si svolse =l *l Ibill, (in continuazione) L4-6-8J : Dialecticum ergo ordine librorum percurrens, dilucidis senlentiarum verbis enodavit. In primis enim l’orphyrii ysagogas id est introductiones secunduin Pictorini rhethoris trunslationem, inde etinm easdem secunduin Mani inni explanavit, Cathegoriarum id est pruedieamenlorum librino Aristotelis consequenter enucleans. Periermenius vero, id est de interpretatione librimi, cuius luboris sit, aplissime monstravit. Inde edam topica, id est argumentorum sedes, a Tullio de Graeco in Latinum translata et u Manlio constile sex commenlariorum libris dilucidala, suis auditoribus intimavi!. Necnon et quatuor de topicis differentiis libros, de sillogismis cathegoricis duos, de ypotheticis tres, diffinitionumque librum unum, divisionum aeque unum, utililer legil et expressit. Post quorum laborem cum ad rhethoricam suos provehere velici, id sibi suspectum erat, quoti sine locutiontim modis, qui in poelis discendi sunt, ad oratoriam arlem ante perveniri non queat. Poelas igitur adhibuit quibus ussuefactos, locutioniunque niodis composilos, ad rhethoricam trunsduxit. Qua instructis sophistum adhibuit: apud quem in controversiis exercerentur, ac sic ex urte agerent, ut praeter arlem agere viderentur, quod oratoris maximum videtur. Sed haec de logica. In mathesi vero. etc. [PL a Ravenna, al cospetto di Ottone II, allora quindicenne 21 °). Un’ altra più minuziosa narrazione concernente questo colloquio, ci fa chiaramente riconoscere, che sopra l’argomento i contendenti sapevano semplicemente a memoria quel che aveva detto Boezio (nel commento alla Isagoge), e su tal fondamento dibattevano la controversia, se cioè il concetto di RAZIONALE sia più ristretto che quello di Mortale, o non piuttosto, viceversa, si dimostri più ristretto quest’ ultimo Z11 ). Huconis monachi Virdunensis, abballa Flaviniacensis, Chronicon (P'ertz, MGH) : Quo tempore Otrieus apud Saxones insigni* habebatur.... Adalbero Romam cum Gerberto petebat, et Ticini Augustum (cioè Ottonem) cum Ottico reperit, a quo.... duo tus.... Ravennani, et quia anno superiore Otrieus Gerberti se veprehensorem in quudam figura cum mulliplici diversarum rerum distribuitone (presa da Boezio, p. 25 (in l’orph. a Vict. transl.: ed. Brandt; PL) monstraverut, iussu Augusti omnes pnlatii sapientes intra pululium colletti sunt, tirchie piscopus quoque cum Adsone abbate Dervensi et scolasticorum numerus non parvus; et coeptu disputatone, cum iam pitene lotum diem consumpsissent. Augusti nulu finis impositus est. È inconcepibile che il Werner, abbia potuto, con accento di biasimo, rinfacciarmi di aver antccipato la data della disputa, riportandola all'anno 870, perchè nella prima ediz. di questo volume (pag. 54) si poteva pur leggere chiaramente il numero 970; senza poi contare che non è lecno ritenermi capace di far partecipare a un dibattito nell' 870, un uomo che io stesso dò come morto nel 1003. "“) Richerj op. cit., e. 60 e 65, p. 620 s.: Otrieus.... a il: «Quoniam pliilosophiae partes uliquol hreviter uttigisti, ad plenum oportet ut et dividas, et divisionem enodes...... Tunc quoque Gerbertus: 4 ....secundum Vitruvii (leggi Victorini ) atque Boctii divisionem dicere non pigebit. Est enim philosophia genus; cuius species sunt. predice, et theorelice: praclices vero species dico, dispensativam, distribulivam, civilem. Sub theoretice vero non incongrue intelligunlur, phisica naturalis, mathematica intelligibilis, or theologia intvllectbilis. La fonte è BOEZIO. Tunc vehementius Otrieus admirans I versa circa la distinzione tra l’octu.s necessaria, l'actus non necessanus, il quale ultimo ha origine a palesiate ovvero a subsistendo. e analmente la pura e semplice potenzialità. Gerberto mette questa partizione in forma di tabella: ma in ciò può ben ravvisarsi soltanto un modesto titolo di merito, poiché, ch’egli non abbia neanche un solo pensiero suo personale. Io dimostriamo, qui come apP m?’/ IC ? 1 no\emotiva di Monaco (C.od. lui. 14272), contiene questa lettera. tuisce l’oggetto di giocherelli sillogistici: dopo averla rappresentata cioè in modo assoluto come una disutilaccia, a Adalberone viene in mente di saggiare logicamente la validità universale di questo giudizio riprovativo, e procede ora a una disquisizione in forma dialogica, per sostenere che il giudizio è singolare, che c’è un opposto contraddittorio del giudizio stesso, e via dicendo: viene appresso l’invito a fornire a regola d’ arte la dimostrazione della inutilità di quell’animale 2S0 ) ; ciò si fa percorrendo nel dialogo, in forma antitetica, l’intiero elenco dei giudizi ipotetici 233 ), e a ciò si trovano anche fram-, hc riempie una pagina e mezzo in folio (fol. 182 tO. Pare elle il titolo riferito più sopra sia stato semplicemente combinato dal Pez. FUilco). Denique haec mula.... non esset universaliter, seri polius aut particulariler aut indefinite, quae paene unum suiti, inutilis proponendo.... Igitur quae particulariter quoquo modo utilis est, omnimodis universaliter inutilis non est.  A(dalbero). Si hanc iauliiem atque inhonestam indefinite vituperarem, veruni a falso non diseernerem, nam huius mulae inutilitas, si universaliter esset dedicatila. particulariler esset abdicatila (cioè sarebbero allora predicati nello stesso tempo concetti contraddittori). Sed haec viluperatio ncque universaliter ncque particulariter est determinata.... igitur quia singularis est, neutrum horum est.  F. Singulare dedicativum nonne suum hubet abdicativum?... Putasne, universale propositio universali, purticularis particolari, indefinita indefinitae sicut siaglilares contrudictorie opponuntur? A. Piane opponuntur: si substantia fuerit, erit praedicativa, sive sit sive non sit. F. Putasne. si accidens? A. Eodem modo opponuntur, si illud fuit inseparabile. F. Omne inseparabile contrudictorie opponitur? A. Non. _F. Illud tanlummodo cui aliquid possit uccidere, et illud dicitur substuntiale. Sed nunc ex arte, non de arte, nostris affirmalionibus cum luis repugnantiis hanc mulani esse inulilem atque inhonestam  onci nei profiteberis. Qui sono mescolate insieme la teoria di Boezio (fin Ar. de interpr.. ed. seconda, II, 7 e III, 10: ed. Meiser, p. 117 ss. e 255 ss.; PL, e la terminologia di Alareiano Capella (ibid.. nota 66). 31 ) A. Mula haec si claudicai, male ambulai; atqui claudicai : igitur male ambulai. F. Mula haec si claudicai, mule ambulai: utqiii non claudicai; igitur non male ambulai . A. Mula haec non. si claudicai, male non ambulai; atqui claudicat: igitur male ambulai. F. Mula haec non. si non male ambidat, claudicai : atqui non male ambulai; igitur non claudicat. A. Si valida non est. debilis est; atqui valida non est; igitur debilis est, e via dicendo. 106 mischiate enunciazioni di regole logiche)  ma l’insieme, clf è preso tutto quanto da BOEZIO, si chiude con l’accenno a lma causalità demoniaca della inutilità della mula, una spiegazione, questa, che dovrebbe, a quel che sembra, sodisfare ambedue le parti contendenti. Scolaro di Gerberto e panmente Fulberto, vescovo di Chartres (dove nel 990 aveva aperto una scuola, e vi resse la sede vescovile dal 100/ [o 1006] sino alla morte,che godette di grande reputazione come conoscitore della dialettica 234 ), sì che persino gli f u conferito il soprannome di Socrate dei Franchi). Ma, mentre assolutamente nulla di preciso ci è noto, in ordine alla sua teoria F e' A ' et negalio semper est in pruediculis  nota 119) adhibetur, vind/cat sibi vini contradictionis et modus in1 A Hon et eodZTn em P °"" P, r “ cA ' c ""' s Sminati» subiectis. 4 7>liL f'i  nominali appresso da Tritenuo, sono d. contenuto puramente teologico). erio iì““S . Ji Bereiim’SLST logica 23B ), dobbiamo in ogni caso tenerlo in gran conto quale maestro di Berengario da Tours, sebbene sia lecito argomentare che da Fulberto le conoscenze e l'abilità, relative alla dialettica, erano ancora tenute del tutto lontane dal campo teologieo-dogmatico, poiché per quest’ultimo riguardo egli esortava i suoi scolari alla più rigorosa ortodossia 237 ). Ma possiamo, in generale, scorgere un segno di più intensa operosità, relativamente alle condizioni di quell’epoca, già nel fatto che di nuovo si procedeva ad apprestare compendi o si elaborava con commenti continuativi il materiale esistente a uso delle scuole, poiché, quantunque in ciò non donimi ancora una energia creativa ùltimamente personale, purtuttavia si torna a ravvisare nella conservazione o nell’ incremento del sapere logico il vero e proprio fine: l’attività si volge cioè alla teoria come tale, sebbene senza originalità. [Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e delle Categorie: colorito nominalistico]. Cosi un A il o n i ni o  Ila rifuso in esametri la Isagoge e le Categorie), per imprimersi nella memoria, con questo primo suo lavoro, come dice egli stesso nella introduzione in prosa, indirizzata a un certo Belinone, il contenuto di quei libri 239 ). Inco3, l La notizia, che Fulberto abbia mandato la Isagoge allo « scholaslicus » di un chiostro (v. Fui.berti Opera, ed. Villiers, Parigi 1608, Ep. 79, fol. 76 b [PL: Ep.) è priva d'importanza. I Adelmanno, loc. cit., p. 3 [§ 6-8): obtestans per secreta ilio.... [colloquiai..., et obsecrans per lacrymas,... ut illue omni studio properemus, viam regioni directim gradientes, sunctorum Patrum vestigiis obsenantissime inhaerentes, ut nullum prorsus in diverticulum. milioni in novam et fallacem semitoni desiliamus etc. f PL. loc. cit. or ora, nella nota 2351. Il lavoro è riprodotto a stampa, di su un codice di St. Germain (n. 1095), dal Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél., p. 657-669. ) Chi sia stato o dove sia vissuto quel tal Bennone, non può mincia con il prendere da Boezio la divisione (Sex. XII, nota 77) dell’ Organon aristotelico, e pensa a tal proposito che la faccenda sia andata cosi: che cioè Aristotele abbia incominciato con lo scrivere i primi Analitici, e poi, siccome questi erano riusciti incomprensibili, abbia scritto appresso gli Analitici secondi, ai quali per lo stesso motivo ha dovuto far seguito la Topica, come pure poscia il De interpr., e quindi ancora le Categorie; ma non avendo voluto Aristotele scendere, per farsi capire, a un livello ancor più basso, e avendo perciò passato sotto silenzio le quinque voces, è intervenuta qui per fortuna, a compier V opera, l’attività di Porfirio. II contenuto della Isagoge viene poi spicciato molto sommariamente con la semplice indicazione della definizione delle quinque voces 241 ), e indi fanno seguito le Categoricavarsi dalla introduzione, che si tiene affatto sulle generali. Del no stesso lavoro dice ivi l'Autore: Quoniam complurium mci ordinis scholusticorum, praesul venerande, oblatus tibi litteras omni gradarum idacritate saepius te audio suscepisse,... tuue confisus.... pietati uliqua et ego offerre litterarum jocularia praesumo tliae maiestati. Feri animus, Dei aspirante grada, quum puueissimis oratione metrica absolvere, quod Porphyrii Isagoge et Aristotelis Calegoriae videntur in se continere. Quod batic ob causam maxime decreta agere, ut, quae illi latius difjudere, breviter collecta per me tenaci diligentius crederem memoriae. Nomina quoque grueca quaedoni interposui, ubi lege metri constrictus latina non potili.... Id mihi ne duculur litio, primum abs te, pater piissime, cui hoc litterarum munere ingenii mei primitias immolo, deinde ab omnibus veniam /tostalo. ) lbid„ p. 658: Doctor Aristoliles, cui nomen ipsa dedit res, Ingenio pollens miro praecelluit omnes. Hic, natis post se diulectica ne latuisset, Primos componens Analilicos studiose. De syllogismis ratio perpenditur in quis, Credidit ut sapiens hos planos omnibus esse. Sed cum nullus eis intellectu capiendis Sufficeret, rursus tentai prof erre secundos : Quos ncque posse capi cum sensit. Topica scripsit ; Hinc Perihermenias, postremo Cathegorias : Post quas finitas. descendere noluit infra. Hic genus ac speciem, proprium, distantia, stritigens, Simbebicos edam quid sint omnino tacebat. Porphyrius tandem cernens, nisi cognita quinque Haec sint, bis quinus nesciri cathegorias, Cuique smini finem signavit convenientem. (Cfr. anche Bokzio, p. 113 rio Ar. prued.. I; PL, 64, 160 s.] ; Sez. XII, nota 841. t Jbid. Dopo la definizione delle cinque voces, si legge: Ni nimis est longutn. communio dicier horuni (vale a dire ciò di cui rie. Dice espressamente l’autore, a proposito di queste, sin dal principio, che si tratta lì non già delle cose per se stesse, ma soltanto delle voces signativae delle cose 242 1, si che troviamo qui una ripetizione di quel punto di vista nominalistico, considerato più sopra (note 149 ss. e 159); ma hi ciò consiste anche tutto quel che di più importante dobbiamo rilevare in questo compendio; poiché nel rimanente esso si tiene cosi strettamente attaccato allo scritto pseudo-agostiniano intorno alle categorie (Sez. Xll, note 43-50), che di l'atto lo si può denominare, in una parola, una versificazione dello scritto stesso; tutfai più si può osservare inoltre, che i numerosi termini greci, i quali vi figurano barbaramente trascritti, derivano ugualmente da quella medesima fonte, dove pure si trovano abbastanza spesso intercalati, restando con ciò molto semplicemente eliminata ogni ipotesi che eventualmente sorgesse, relativamente a studi che fin d’allora si facessero sopra l’originale greco 243 ). appreso viene a trattare Porfirio: v. la Sez. XI, note 49 ss.), Non nos barrerei : sed malumus ergo lucere. Ne generelur in his libi nausea discutiendis. :l: ) lbid., p. 658 s. : Post haec, bis quinus pandamus cuthegorias. In quis rir doclus non ex ipsis quasi rebus, Sed signativis de rerum vocibus orans. SuiniI ab omonymis tractandi synonymisque Principium eie. ***) Poiché tutto questo scrino è semplicemente una ripetizione metrica di quello del Pseudo-Agostino, appare superfluo fare citazioni particolari. Ma per quel che riguarda i termini greci, spiegati per lo più in latino con glosse interlineari, può ricordarsi: usya, simbebicos e simbebicota, enarithnui (àvdpiitpa : Sez. XII, nota 43), epiphania (a proposito della quantità) T6601, poi, a proposito delia relazione, Pesametro 1662): Thesin, diuthesin, episthemin, estesili, exin (cioè èiuaxrjprjv, aloDijoiv, IJ'.v e similmente [ il). | Dicilum ornile quod est, rei eneria dinamite (cioè évspysJa e Suvàpzi), come pure, a proposito della qualità 16631: Exis, diathesis, phisices dittamis poelesque (rcoiÓTrjg Passibilis, potius seu pathos, scemala morphue (axtipaTa popcff,c), nella Sezione che tratta degli opposti 1667 \habitus sleresisque atépr,oi;, e, a proposito del postpraedicamentum del moto [668-9] : Auxesis, megesis, genesis, florus, aliusis. Et Itala ton joras, metabeles associato (cioè aB(;l}Olg, |ia£o)atg, YÉvEatg, àXÀoùasig, xatà xòv tónov, pexagoXtJ). no  [§26.  Intensa attività della Scuola di S. Gallo. Notker Labeo: a) un Tractatus insignificante ].Ma principalmente a S. Gallo noi troviamo, intorno a quell’epoca, una più estesa rielaborazione del materiale logico in uso nelle scuole, e per tale riguardo spetta in ogni caso al famoso NotkerLabeo il merito di aver dato P impulso e diretto la esecuzione, sebbene non tutt’ i lavori dei quali qui si tratta, sieno venuti fuori proprio dalle sue mani 24 *). Non c’è dubbio che qui pure il fondamento è dato solamente dal materiale tradizionale, e non c’ è da aspettarsi propriamente novità 245 ): ma questo materiale tradizionalmente trasmesso è in parte trattato tuttavia in maniera più libera, mostrandosi in ogni caso un interesse, che si volge con abbandono all’ oggetto della trattazione per se medesimo. J4 *) Mentre cioè J. Gbimm («Gott. Gel. Anz. », 1835, N. 921 è (li opinionr che Notker sia l'autore unico di tutti quegli scritti, e a questa opinione aderisce incondizionatamente anche H. Hattemer iDenkmiiler des Mitteltdters « Monumenti del M. Evo », III [S. Gallo, p. 3 ss.), ci sembra invece più giusto, tenuto conto della diversità intrinseca di quei lavori, ammettere con W. WackerNACEL I Orse il ichte dir deulschen Lilteralur «Storia della letteratura tedesca », p. 80 s. 12* ed., Basilea 18791 : v. di lui anche la orazione accademica sopra le benemerenze degli Svizzeri verso la letteratura tedesca, Basilea 1833) che le opere recanti il nome di Notker sieno state composte da vari autori, semplicemente sotto la direzione di lui: rfr. inoltre appresso la nota 262. FI1 Franti non cita Die Schriften Natkers und seiner Scinde (« (ili scritti di Notker e della sua scuola») editi da P. Piper, Voi. I (Scritti di argomento filosofico). Frihurgo-Tubinga, 1882], ' 45 l Cose straordinarie si posson leggere invero nella Geschiehte Din St. Gallai («Storia di S. Gallo») di Ild. v. Arx. Nella Dialettica, ch’essi dividevano in Logica, Peripatetica, Stoica e Sofica [sic/l, furono loro maestri Aristotele, Platone, Porfirio e BOEZIO: eran loro ben note le dieci categorie e le Periemerie del primo tra essi, le cinque Isagogi di Porfirio e il metodo d’insegnamento di Socrate. Ma nientr’ è facile scorgere subito che tutta questa notizia può fondarsi solamente sopra la più crassa ignoranza dell'autore, si dovrebbe supporre tuttavia ch’esso abbia ricavato da mi qualche manoscritto la informazione che dà, relativamente alla partizione della dialettica; tuttavia anche su questo punto sono -tato messo tranquillo dal mio amico e collega Hofmann, il (piale, in occasione di sue ricerche personali, fece a S. Gallo Tra questi scritti il più insignificante è un « Tractatus inter magistrum et discipulum de artìbus »: l’autore infatti si è limitato qui a riassumere il Compendio di Alenino (v. sopra le note 48 ss.), conservandone la forma dialogica, e ha inoltre utilizzato in compendio anche BOEZIO, ma epiest ultimo soltanto da principio, cioè a proposito della Isagoge e della categoria della quantità 24 °). [§ b) rifacimento delle Categorie].  Invece un più diligente studio delle opere di BOEZIO e una rielaborazione alquanto più libera del materiale che vi si trova, sono manifesti in altri due scritti, notoriamente di somma importanza anche per la storia della lingua tedesca, cioè nel rifacimento delle KaTTjyopi'at, e nel rifacimento del libro IlepUppTjvelas 247 ). Il primo di questi scritti si attiene in complesso rigorosamente, quanto al testo, alla anche nel mio interesse una verifica relativamente alle opere di logica, ma non potè trovare assolutamente nient’altro, all’ infuori da quali t’è stato di già pubblicato, o per lo meno accennato dal (iraff. dal Wackernagel e dallo Hattemer; v. anche appresso nota 271. ’ / bsisle manoscritto alla Biblioteca Governativa di Monaco (Coti. lat..), di dove lo Hattemer ( Denkm. d. Mitlelalt.. [già Cil.l, III, p. 532 ss.) trasse per pubblicarle le sole intestazioni dei capitoli. La partizione della filosofia e della logica è quasi letteralmente presa da Alcuino, ma dove si tratta delle quinque voces, la ' numerazione delle diverse loro sottospecie e gli esempi illustrativi -ono ricavali da Boezio; la Sezione che tratta delle categorie è da principio un riassunto da Alcuino, con omissione degli homonyni" ecc.; e dopo che di nuovo è stato utilizzato Boezio, solamente riguardo alla categoria della quantità, si viene in seguito a parlaridelie rimanenti categorie, attingendo parola per parola ad Alenino, ma soltanto fino alla categoria dell’/iufiere: e da quell" unica proposizione esemplificativa (v. qui sopra la nota 57) si passa subito, con la intestazione Quid su,il formulile syllogismorum, alle notizie !" -Alcuino intorno all argomentazione, le quali sono altrettanto '"eraunente riassunte, quanto le seguenti che riguardano Biffi niil( *\ topica e Periermertine. .. 1 F ;^ P 7 Ìo 24S ). ma frammezzo al testo, periodo traduzione di Boezio t n te per periodo, vi è intrecciata una spiegazione, contendi, S ua volta la parte più importante del commento dello «Z Boezio, e a BOEZIO una volta Fautore espressaniente si richiama: molto spesso la dimostrazione queste spiegazioni viene articolata ne suoi e 1 maniera perspicua, mediante cenni sommari del conte unto o altre intestazioni, anzi anche con la indicazione Propositi io, Asmmptio, Conclusi o«): e gh esempi esplicativi sono in alcuni luoghi personalmente escogitati da Notker; si può osservare ancora che Fautore, con manifesta predilezione per la geometria, s indugia piu a lungo e con maggiore originalità su quei passi, che contengono un accenno a tale disciplina • re) rifacimento del De mlerpretalione). Il rif"'" menlo del II.pt nlliene «« 1»"• a 1 ™r«n «tesso della storia della logica, lo ho prealcun influsso nel torso, zwe i altesten Compendien srwfttiSX* gj d r p,l l8™“,b ‘ di logica in tedesco»), Monaco,, ^ aria ’ zion ;. ta,l V olta sono abbrevT.zSi od Soni ^  *  dere, e via dicendo. a pedo mule [el disposino ist PÌP -; €o S t 4 p. lC eTaT4 a n9 le s Quesfulti.na terminologia è presa da Hoizio. de syll. hyp.\ v. la nota a • intu itiva «) A questa maniera non soltanto lp. WZ ss. « u5 mediante disegni "jò^l'^niTesaurita la trattazione della *„ .... diseano diverso che in Roezio. to al testo, parola per parola alla traduzione di BOEZIO, e i commenti che si trovano alla stessa maniera intrecciati anche qui, si fondano parimente sopra il commento di Boezio, del quale l’autore, come accenna egli stesso, ha utilizzato ambedue l’edizioni ***). Ma ha importanza la introduzione, eh’ è premessa all’ insieme, in quanto che novamente c’ imbattiamo qui pure nel punto di vista nominalistico, che ravvisa nel significato delle parole l'oggetto delle Categorie; ivi inoltre, notizie, ed espressioni tecniche, tratte da Marciano Capella, vengono intrecciate in maniera caratteristica con quelle osservazioni die riguardano l’ordine ili successione dei libri dell’ Organon, e che sono ricavate da BOEZIO: e appunto rispetto a queste ultime notizie, ci è consentito ancora di ricavare dagl’ ingenui equivoci dell’autore la conchiusione sicura eh’ egli conosceva gli Analitici e la Topica di Aristotele, proprio soltanto per sentito dire, da quel passo di BOEZIO, Hattemer, p. 474 a [ ed. Piper, p. 511: rifacimento del De interpr., Lili. I, 111: Est hoc \tractare 1 nlterius negotii. Taz isl anders uuur zelerenne, samoso er chade, lis mine metaphisicu (v. BOEZIO, p. 230 [ in de interpr., Prima editio: ediz. Meiser, I, 5, p. 74; PL, 64, 3151), dar lero ili tih iz. Ahere boetius saget iz fure in, in secunda editione etc. (cioè Boezio, p. 326 I ih., Seeunda editio: ediz. Meiser, II, 5, p. 101; PL. [Est hoc alterius negolii. Ciò dev’essere insegnato in altro luogo; così disse egli: «leggi la mia Metafisica; li te lo insegno». Ma BOEZIO lo dice apertamente in secunda editione ete. (Della traduzione, di questo, come dei segg. passi di N. L., debbo esser grato alla dottrina, tanto cortese quanto sicura, del rh.mo collega BATTISTI (si veda). Neanche mancano qui quelle figure, con le quali BOEZIO rende intuitiva la teorica del giudizio, e anzi per esse l’autore rinunzia a servirsi del tedesco. “’) ìhid.. p. 465: Aristotiles sreib cathegorias, chunl zcluenne, uutiz einluzziu uuori pezeichenen (cfr. più sopra le. note 149 ss., 159 c 242, e subito appresso la nota 256); nu lutile er samo chunt ketuon in periermeniis, uuaz zesumine gelogitiu bezeichenen, an dien veruni linde falsum fernomen uuirdet; tiu latine heizent proloquia; an dien aher neuueder uernomen neuuirdet, tilt eloquio heizent (la fonte di questa terminologia, vedila in Marciano Capella, Sez. XII, nota 51, e in Agostino, ibid., nota 33); tero uersuiget er an disamo buoclie. I nandù ouh proloquia geskeiden sint, unde einiu heizent 8. il «De parlibue loicae»; nominalismo]. Un altro scrittarello, intitolato « D e partibus loicae»™) si presenta come una compilazione compendiosa per uso delle scuole, essendovi anzitutto enumerate le sei parti* della logica, compresa la prima, che fu aggiunta da Porfirio alle cinque aristoteliche) : alla enumerazione fa poi Simplicio, dar eia uerbum ist, ut homo uiuit, andenu duplicia, dar zuei ucrba sint, ut homo si uiuit spirat, so leret er hier simplicia, in topicis leret er duplicia. Fone simplicibus uuerdent predicatoli syllogismi, jone duplicibus uuerdent conditionules syllogismi (la fonte di questa distinzione, in BOEZIO: A ah periermeniis sol man lesen prima analitica, tur er beidero syllogismorum kemeina regida syllogislicam heizet: taranah sol man leseti secunda analitica, lar er sull Arrigo leret predicutinos syllogismos, tie er heizet upodiclicam (anche chi avesse dato appena una occhiata superficiale agli Analitici stessi, non si potrebb esprimere a questa maniera); zc iungisl sol man lesen topica, un diener oidi sunderigo leret conditionales, tie er heizet dialecticam. Jiu purtes heizenl samenl logica. Nu uernim uuio er dih ielle zuo dien proloquiis (anche nel commento stesso, accanto alla terminologia di BOEZIO, vediamo sovente figurare proloquium). [Aristotele scrive le Categorie, per indicare che cosa significhino le parole isolate. Invece nelle Periermeniae egli stesso dichiarerà quello che significano le combinazioni di parole, con cui viene enunciato il verum e il falsimi, e che in latino soli dette proloquia ; se invece non viene enunciata nessuna delle due cose, «on dette eloquio. Ala su ciò egli tace in questo libro. Inoltre anche nei proloquia si può fare una distinzione, e taluni, p. es. « homo viviti, in cui c è un verbo solo, vengon detti « simplicia », altri, in cui ci sono due verbi, p. es. « homo si vivit spirat», vengon detti « duplicia». Dei simplicia egli ragiona qui, dei duplicia nei Topica. Dai proloquia semplici si fanno i predicativi syllogismi. dai duplici i conditionales syllogismi. Dopo le Periermeniae, si leggeranno i primi Analitici, dove si chiama sillogistica la regola comune agli uni e agli altri sillogismi; dopo di che si leggeranno i secondi Analitici, dov’egli insegna separatamente i sillogismi predicativi, la cui regola chiama apodittica; per ultimo si leggeranno i Topica, dove insegna separatamente i sillogismi condizionali, la cui regola egli chiama dialettica. Queste parti complessivamente portano il nome di logica. Ed ora apprendi coni’ egli ti guida ai proloquia (ed. Piper, p. 499, op. ull. cit., « Praefatiuncula »)]. 251 ) Edito, di su un manoscritto zurighese, dal XX ackernacel negli Altdeiilsche Bliitter (« Fogli Altotedeschi ») di FIaupt e Hoffmann, II, p. 133 ss., e dallo Hattemer, op. cit., p. 537-540. *“) Hattemer, p. 537: Quot sunt partes logicue? Quinque secundum Aristolelem, sextum partem addidit aristotelicus Porphirius; quae sunt: isagoge, calhegoriae, periermeniae, prima analitica, secunda analitica, topica. seguito una più o meno lunga indicazione del contenuto delle parti stesse. Dopo che cioè della Isagoge sono state citate soltanto, nella traduzione di Boezio, le definizioni delle quinque voces, viene brevemente illustrata mia sola delle categorie, la sostanza, senza che sieno neanche nominate le altre nove, ma in tale occasione viene enunciata 2o6 ) la concezione nominalistica, ancor più nettamente di quel che s’è veduto or ora, alla nota 253; segue poi, riguardo ai giudizi, la semplice enumerazione delle quattro specie (universale affermativo, universale negativo, particolare affermativo, particolare negativo), tratta da Marciano Capella e con la terminologia di lui 2r ‘ 7 ). Ma ciò che viene detto poi intorno agli Analitici primi e secondi, ha ugualmente per fondamento quello stesso passo di Boezio, dove questi espone 1’ ordine delle parti dell’ Organon, e certo neanche qui è fatto uso della traduzione da lui curata degli Analitici 23S ). Infine si tratta minutamente della Topica, e anzi in piena conformità con Isidoro (v. sopra la nota 39), aggiungendo qui 1* autore proverbi tedeschi come esempi dei singoli loci 259 ). fe) scritto De syllogismis, e sua importanza ]. Ma il più importante fra tutti questi scritti, provenuti da : “ 8 ) Ibid., p. 538 a: Quid tractutiir in cathegoriis? Prima rerum significano et quid singulae dictiones significent, utrum substantiam an accidens etc. sn )Ibid.: Quid narratile in periermeniis ? Quid consideratile in primis analiticis? SILLOGISTICA quae est communis regula omnium sillogismorum, necessariorum et probabilium, cathegoricorum et ippolhelicorum, item praedicativorum et condilionalium (raddoppiamento insulso, risultante daH’aver tirato dentro la terminologia di Marciano Capella. Quid traclatur in secundis analiticis? Apodictica id est demonslraliva quae demonstral veritatem, id est necessarios siilogismos. w ) È parimente copiato da Isidoro (nota 27) quanto lo Hattemer (ibid., p. 530 s.) riporta, da un altro luogo dello stesso manoscritto, intorno alla differenza tra dialettica e retorica. S. Gallo, è la monografia De syllogismis 2G0 ) ; poiché, sebbene si fondi parimente ancli’essa sopra una compilazione di materiale svariato, il suo autore, con un maggior corredo di letture, mette mano qui anche sopra cose, per cui non bastava una conoscenza puramente superficiale dei compendi scolastici d’Isidoro o di Alcuino; inoltre egli conserva una notevole indipendenza, in quanto che mostra la tendenza verso una interna, unitaria finalità della logica: con la esposizione di tale finalità si chiude la monografia. Prima viene enunciata ) la definizione del SILLOGISMO, presa da Marciano Capella, con l’aggiunta di alcune parole della Retorica d Isidoro,  e qui già un considerevole numero di esempi in tedesco serve a chiarire la trattazione: poscia 1 autore, facendo uso di una terminologia mista, presa sia da Marciano sia da Boezio, adduce la divisione dei sillogismi in categorici e ipotetici 2 ' 12 ); presenta quindi, attingendo a Marciano (Sez. XII, note 63 e 67), le parti costitutive del sillogismo categorico e del giudizio categorico), per far poi seguire a ciò la esposizione integrale dei diciannove modi del sillogismo, la quale è tratta da Apuleio (Sez. X, 1 Integralmente riprodotto a stampa nello IIattf.mer; in forma di estratti, nel Deutsches Lesebuch [« Antologia tedesca»] di Gucl. Wackfrnacel, I, p. Ili ss. ) C. 1, ibid., p. 541 a: Quid sii syllogismus. Syllogismus graece, lutine dicitur ratiocinatio.... quuedam indissolubilis oralio .... quae~ dam orutionis catena et inficia ratio. Et ex iis videntur quidam esse qui latine dicuntur praedicativi, alii autem qui dicuntur conditionales.... (p. >12 b) Constai autem omnis syllogismus proloquiis i. e. proposilionibus. Dalle parole che vengono appresso  proloquia dicumus cruezeda, similiter proposiliones cruezeda [ incroci, combinazioni di voci CI, itera proposiliones pietunga O Bietungen », offerte, trad. lett. di proposiliones 3, alii diami pemeinunga [« Bemeinungen », enunciazioni) risulta altresì che in ogni caso erano in parecchi a occuparsi di simili rifacimenti della logica Od. Piper: r r hti minori, attinenti a Boezio, lì : «/le Syllogismis », 1], Cioè sumpta, illatio, subiectivum, declaralivum.n-ote 18 ss.), e chiarita con esempi tedeschi, che son opera dello stesso compilatore 2M ). Si passa quindi ai sillogismi ipotetici, e anzi per prima cosa viene presentato, alquanto liberamente elaborato e con intercalati termini di Boezio, quel che su tale argomento si ritrova in Marciano: solamente appresso trova posto la indicazione compiuta dei sette modi sillogistici enumerati da Cicerone (Sez. Vili, nota 60), e illustrati qui con una minuta spiegazione, che l’autore trae dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE, e correda parimente di esempi in tedesco 20 °). Ma ora c’ era pur iuoltre in Isidoro un syllogismus rhelorum (v. sopra la nota 43), e in connessione con quanto da lui era stato detto, viene colta qui la occasione di passar a considerare più minutamente la teoria retorica, illustrandosi, con esplicito rinvio a CICERONE (de Inventione, v. la Sez. Vili, nota 59), l’argomentazione retorica, e facendosi uso perciò di un esempio che si trova in Cicerone stesso 2B7 ). Ma subito 1’ autore s’industria di ricondurre al sillogismo categorico tale specie di sillogismo, in quanto che questo è adeguato all’ esigenze formali della riprova della verità,  accennando di nuovo sulle orme di Boezio agli elementi semplici dei sillogismi in generale 2B8 ), e a ciò unendo spiegazioni reC. 3-8, p. 543-47. ) C. 912, p. 548 s. L’espressioni usate «la Marciano vengono qui intese come specifica terminologia, cioè: pro/Htsitio, assumptio, conclusio. **) C. 13, p. 55(4553. Qui LA FONTE è BOEZIO, ad CICERONE Top., V, p. 831 [PL, 64, 1142] ss. I C. 14, p. 553 a: Transeunt vero syllogismi et nd rlietores iam latiores et diffusiores factì.... Ilorum esempla sunt upud Ciceronem in libri* Rhetoricorum. L’esempio ciceroniano del governo delI universo (de Invcntione, I, 34, 59), elle del resto figura anche in BOEZIO, de cons. phil., I, p. 958 [PL,, viene poi svolto parimente in tedesco. l Ibid., p. 554 a: Praedicntivus est ille syllogismus nut condi lative al giudizio 269 ). E dopo che a ciò hanno fatto seguito disquisizioni etimologiche sopra alcuni concetti, affini per significato al syllogismus  disquisizioni che sono tratte o direttamente da Isidoro, o dal così detto Glossario di Salomone (v. sopra la nota 185), e in parte anche da BOEZIO 27 °)  vien approfondita, in base alla Topica ciceroniana, la differenza tra dialettica e apodittica 2T1 ) ; tale differenza coincide con quella tra sillogismi ipotetici e categorici, ma proprio per questo, nel fine unico della scoperta del vero, si risolve in ima superiore unità, poiché con il magistero del ragionare si apprende ogni verità umana, mentre il divino trascendente s’intende senza tale arte 272 ). tionulis?.... Piane ergo praedicativus est.... nam et omnes purtes syllogismorum, sire propositio sive approbalio sive sumptum sive illatio sive conclusio sive ut alii dìcunt complexio (v. la Sez. Vili, nota 59) aut confectio, communi nomine enuntialio vocantur (v. ibid. la nota 45). La fonte di questa riduzione alla proposizione semplice è Boezio, ad Cic. Top., V, p. 823 [PL, 64, 1129]: cfr. anche la Sez. XII, note 131 e 140. "’) lbid.: Est autem enuntialio oratio verum aut falsum significans.... huius species sunl affirmatio et negatio (Sez. XII, nota 111): successivamente si vien a trattare, in lingua tedesca, di assumptio, illatio, conclusio. OT ) C. 15, p. 555 a: Cioè sopra ratiocinari, disputare, iudicare, experimentum ; e inoltre: argumentum dicitur, ut BOEZIO (ad CICERONE Top., I, p. 763 [PL, 64, 1048]) placet, quod rem arguii i. e. probat. '”) C. 16, p. 556 a: Quuerendum autem magnopere est, quare CICERONE dialecticam in ypolhelicis tantum conslituerit syllogismis.... Est enim medius inter Arislolelem et Stoicos (forse che quella tale notizia, accennata più sopra, nota 245, I. v. Arx l’ha attinta di qua?).... Proplerea Boetius Arislolilem in thopicis dialecticam et in secundis analiticis apodicticam docuisse testalur, cioè il complesso è preso da BOEZIO, ad Cic. Top., I, p. 760 LPL, 64, 1045] g., dove si trova uno svolgimento ulteriore del punto di vista ricordato. De potentia disputandi, i. e. Fone dero muhte des uuissprachonis. Si ergo satis intellectum est, omnem apodicticam constare in decem et novem modis syllogismorum et dialecticam in septem modis syllogismorum, non sit dubitandum, totam earum utilitatem esse in invenienda veritate. Ube niunzen sloz apodicticae unde sibeitiii dialccticae muda gelirnet sin, so uuizin man dormite, duz sie nuzze sint, alla uuarheit mit in zeeruarenne [Quando si sono bene appresi i 19 sillogismi apodittici e i 7 dialettici, con ciò Così l’autore, la cui concezione già con questo ci rammenta, in maniera tanto chiara quanto consolante, 10 Scoto Eriugena (note 111-120), può, per la sfera della umana aspirazione alla verità nel mondo di qua, enunciare una definizione unitaria della logica, nella quale ha la propria essenza la dialettica «ovvero» apodittica: e quel ch’egli trovava detto già da Boezio (Sez. XII, nota 76), prende da lui mia espressione più precisa ed energica, là dove dice, analogamente allo Scoto, che la logica è la scienza del giudicare o disputare 273 ) : perchè 11 potere della forma, che si manifesta nei sillogismi di qualunque specie, è per lui quel che decide, è il termine, nel quale vengono a confluire tutte le differenze che si manifestano entro la sfera della logica 274 ); la retostesso apprendiamo che essi giovano a riconoscere ogni sorta di veritàl. Omnia enim his Constant, quae in humanam cadunt rationem. Al daz menniskin irratin mugin, taz uuirdit hinnan guuissot [Quanto gli uomini arrivano a intendere, tutto viene saputo con questo mezzo]. Divina excedunt humanam rationem, intcllectu enim capiunlur. Tiu gotelichin ding uuerdent keistlicho uernomen ane disa meistrrskaft ILe cose divine vengono apprese con l’intelletto, senza questa maestria (nel ragionare) (ed. Piper. Quid sit dialectica vel apodictica. Ergo diffinienda est dialectica sire apodictica, possunt enim unam et eandem suscipere diffinitionem in hunc modum.. Dialectica est sive apodictica iudicandi peritia vel ut olii dicunt disputandi scientia (proprio questo già si trova anche nello Scoto, v. sopra la nota 112). Meisterskafl chiesennes linde rachonnis, taz ist dialectica, taz ist ouh apodictica [La maestria nel giudicare e nel disputare, è la dialettica o l'apodittica (ed. Piper, ed. Piper, ibid.] : l'rius diximus. quia ratio est quae ostendit rem. Reda skeinit uuaz iz ist. Pi dero redo sol man chiesen. ube iz uusen nuige.... Taranah mag er [Il discorso dimostra quel che una cosa è; con questo discorso si ricercherà se una cossa possa sussistere. In seguito egli potrà] rachon i. disputare, ioh [e anche] uuarrachon. i. ratiocinari.... Ter uuarrachot. ter mit redo sterchit. linde ze uuare bringel. taz er chosot. Reda errihtet unsih allis tes man stritet. Ter dia chan uinden. (p. 621) der ist [Ragiona colui che con il suo discorso rafforza e dimostra quanto ha ricercato.... Il discorso c’istruisce in tutto ciò su cui si viene a contesa. Chi può trovare questo, è un] index, ter ist raliocinator. ter ist disputator. Ter ist argumentator. ter ist dialecticus. der ist apodicticus et sillogisticus. rica invece, la quale serve soltanto alla verisimigliauza ma non già alla verità, è perciò situata su di un altro campo, mentre quel che c’è di comune e di più veramente omnicomprensivo è la espressione verbale (verbum), nella quale deve spaziare così il sermo filosofico come anche la diclio retorica. Ma proprio per questa ragione il punto di vista che è per l’autore assolutamente ovvio e naturale, è quel punto di vista nominalistico, che abbiamo trovato nello Scoto, poiché la differenza tra vero e falso, cioè l’oggetto di ogni atto giudicativo o di ogni disputa nella sfera della logica, può manifestarsi solamente nella forma di giudizi umani, e anche i praedicamenta non sono appunto nient’altro che enunciazioni 276 ). Comunque, è una cosa che ci fa veramente piacere, esserci qui imbattuti in un autore, che sa quel che si vuole, e per noi questo scritto è infinitamente superiore ai giocherelli pedanteschi e senza costrutto di un Gerberto o di un Anseimo; è anche ben difficile imaginare che si sarebbe venuti a presentar le « prove della esi) C. 19, p. 558 b [ed. Piper]: Nec panini hoc altendendum est. quantum intellectu quaedam distata, quae simili modo solent interpretati, ut sunti verbum, sermo, dictio.... Qiuie si unum significatela, nequaquam sermo daretur philosophis, dictio vero rhetoribus; ut auctores docenl (cioè Isidoro: v. sopra la nota 27); nani et Aristotiles dialecticum, quae interprelatur de dictione, ad rhetores traxil et voluit eam esse in argumentìs rhetoricis, i. probabilibus, quae ille iudicavit esse (nel manoscritto: rum esse) discernenda a necessariis argumentìs, de quibus fiunt ypothetici syllogismi et tota dialecticu, ut Cicero docuit (v. Boezio, cit. nella prered. nota 271).... Dignior est namque sermo et gravior, ut sapientes decet, dictio humilior est et plus communis data rheloribus. Verbutn autem omnium est. ■ ''> IbidEt in interpretando proprie sermo (cfr. la nota 321[?]) saga diritur. sic et enuntinlio, quae similiter philosophis tradita est. et disputantibus necessaria est. quia inest ei semper veruni aut fcdsum.... Praedicare autem est, inquit Doetius To non forse 124? ad Ar. pracd., I; PL, 64, 1761), aliquid de aliquo dicere, i. eteuuaz sagen fone etcuuiu. linde et praedicnmenlum dicitur et praedicatio, einis tingis kesprocheni fone demo undermo [Tesser una rosa detta di un’altra cosa]. stenza di Dio », se in generale si fosse conservata quell’avvedutezza, di esercitare cioè belisi in tutte le direzioni la maestria deH’argoinentare, iiell’ànibito della realtà da noi percettibile, ma di lasciare invece al pio sentimento dei credenti la rivelazione del Divino nella sua immediatezza. Del resto, dobbiamo pure qui far ugualmente rilevare che l’autore di questa monografia non può aver conosciuto la traduzione degl’analitici curata da BOEZIO, perchè altrimenti, se gli fosse stata accessibile la sillogistica stessa di Aristotele, egli, che pur mostra in generale un corredo di letture maggiore di quello degli altri, non sarebbe certamente andato già a prendere i diciannove modi da Apuleio, nè, con la sua aspirazione alla unità interiore della logica, si sarebbe riattaccato esclusivamente a quegli stessi passi, che a ciascuno erano noti, dalle traduzioni e dai commenti più diffusi di BOEZIO. Ma in quello studio esteso della logica, quale ci si presenta a quest’epoca in S. Gallo, potremmo ben anche ravvisare un fenomeno piuttosto isolato, sempre che non sia determinato solamente da mancanza di notizie il giudizio che pronunciamo, quando diciamo che nella prima metà del secolo XI in generale ha prevalso una mancanza di attività, per quel che concerne il dibattito delle questioni di logica, o persino la *") In siffatti casi sembra che l'argumentum ex silentio sia assolutamente calzante, e elle pertanto si aggiunga, come una convalidazione mollo precisa, alla circostanza generale, vale a dire non esserci, in tutta questa letteratura, un solo indizio positivo che sia stato fatto uso di quegli scritti aristotelici. TSoggiugerò qui che lo scritto del Prantl. da lui citato più sopra, comparso negli Atti della Regia Accademia Bavarese delle Scienze (Classe I, voi. "Vili, Scz. I), riguarda non gli scritti logici di Notker L., bensì due compendi dovuti uno a Ortholph Fuchsperger, l’altro a Volfango Biitner, e rispettivamente stampati ad Augusta e a Lipsia. compilazione di compendi. Nel corso della nostra indagine, dobbiamo invero a ogni passo tener presente la possibilità clic una parte del materiale die esisteva, sia stata sottratta totalmente alla nostra conoscenza, sebbene si sia portati ad ammettere che difficilmente le manifestazioni di una certa importanza sarebbero dileguate senza lasciar alcuna traccia, e che un silenzio assoluto di tutte le fonti non sarebbe pensabile, se realmente lo studio della logica fosse stato più largamente diffuso. [Altri documenti relativi allo studio DELLA LOGICA NEL SECOLO XI: FrANCONE A LlEGI, OtLOH a Ratisbona, Pier Damiani], Dalla metà circa del secolo XI ci giunge la notizia che un tal Francone, scholasticus a Liegi (intorno al 1047), compose, sopra la quadratura del circolo (v. le note 191 e 251 di questa Sezione), ima monografia che si riattacca al relativo passo di Boezio 278 ) : e forse della stessa epoca possiamo citare almeno l’espressioni, con le quali un monaco di St. Emmeram, Otloh, morto a Ratisbona [dove appunto sorgeva il chiostro di St. Emmeram], vien a riconoscere che ci sono alcuni dialectici ita simplices, che applicano il canone dialettico a tutte le parole della Sacra Scrittura, e credono a Boezio più che alla Bibbia stessa 278 ). Ma da quest’ultima doglianza bisogna con*") Sicebekti Gemblancensis Chronica ad unnum 1047 (Pertz, MiGH, : Franco scolaslicus Leodicensium et scìentia litterarum et morum probitate claret; qui ad Herimannum archiepiscopum scripsit librum de quadratura circuii, de qua re Arislolelcs (com’è riferito da Boezio I in Ar. praed., II; PL, 64, 230], p. 165) ait: Circuii quadratura, si est scibile, scìentia quidem non est, illud vero scibile est |PL, 160, 209]. ”°) Oti.ohni Dialogus de tribus Quaestionibus (riprodotto dal Pez, Thesaur. Anecdot., HI, 2, p. 143 ss.), p. 144-5: Peritos autem dico magis illos, qui in Sacra Scriptura, quarti qui in Dialectica sunt instructi. Nani dialecticos quosdam ita simplices inveni, ut chiudere che il su riferito monito di Fulberto (nota 237) non fu disdegnato solamente da un Berengario, ma che da varie parti fu designata la dialettica come pietra di paragone in questioni teoretico-dommatiche ). La maggioranza invece, com’è ben facile intendere, rimaneva fedele al punto di vista originario del Medio Evo cristiano, e può perciò, poiché stiamo ormai per entrare in un’epoca di contese, ricordarsi soltanto a mo’ d’esempio come Pier Damiani, assegnasse alla dialettica il compito di starsene quale pia ancella al servizio della Chiesa, e di tener dietro umilmente pedisequa alla sua padrona 2S1 ), senza che in verità la divota anima del Damiani abbia ancora il minimo presentimento che anche questa domestica possa licenziarsi e fondarsi un proprio focolare. omnia Sacrae Scriplurue dieta juxta dialecticae auctoritatem constringendo esse decernerent: mugisque Boèlio quam Sanctis Scriptoribus in plurimis dictis crederent. Linde et eundern Boètium secuti, me reprehendebant, quod personae nomen, (dicui, nisi substimtiae rationali, adscriberem etc. [PL], W. Scheber, Leben VTilliram’s Ables von Ebersberg [« Vita «li Williram, abate di Ebersberg »] (nei Rendiconti dell’Accademia imperiale, Classe filosoficostorica, voi. 53, Vienna, 1866), p. 289, riferisce queste allusioni a scolari di Lanfranco; cfr. appresso la nota 299. '*') Poiché, a prescindere dal fatto che nei vari scritti teologici di Otloli non si parla in maniera particolare della questione della Santa Cena, e pertanto è difficile che la sua polemica contro i dialettici si riferisca a Berengario, nel passo sopra citato si tratta proprio di casi personali, che Otloh designa come conseguenza di un indirizzo generale dell’epoca. *“) Petri Damiani Opera, ed. Cajetano, Parigi,De. divina omnipolentia, V; PL, 145, 603]: Haec piane, quae ex dialecticorum vel rhetorum prodeunt argumentis, non facile divinaivirtutis sunl optando mysteriis; et quae ad hoc inventa sunt, ut in syllogismorum instrumenta proficiant, vel clausulas dictionum, absit ut sacris legibus se pertinaciter inferant et divinae virluti conclusiotiis suae necessitates opponant. Quae tamen artis humanae peritia, si quando tractandis sacris eloquiis adhibetur, non debet jus magisterii sibimet arroganler arripere; sed velut ancilla dominue quodam famulatus obsequio subservire, ne, si praecedit, oberrel eie. Movimento più vivace nella seconda metà del SECOLO XI: la scienza giuridica.  Ma proprio nella seconda metà del secolo XI si manifestò nella storia della cultura l’azione di fattori, i quali portarono, entro la tradizione della logica delle scuole che si conservava uguale a se medesima, un movimento più vivace, e anche un violento rinnovarsi di vecchi contrasti fra le varie tendenze. Da due lati diversi si risente un influsso sopra la logica, ma in varia maniera e in molto vario grado, perchè di questi lati uno possiamo scorgerlo qui dapprima soltanto in tenui inizi, per poi novamente riattaccarci a questo punto, quando lo stesso fattore si manifesterà più tardi con maggiore intensità, mentre l'altro lato sùbito si leva su con tutta la sua forza, e per molto tempo determina le condizioni in cui la evoluzione compie il suo corso. Ma questi due lati corrispondono alla giurisprudenza e alla teologia dominatica. Se cioè l’amministrazione della giustizia già per se stessa in generale implica un richiamo alla prassi dialettico-retorica, è facile spiegare come, in un’epoca in cui in Italia s’iniziava un rinnovamento della scienza giuridica e incominciavano a sorgere scuole di diritto), si desse ora maggior peso alla logica pratica, cioè a ima logica, la quale veramente mal si distingue dalla retorica, ma nella teorica dell’argomentazione e nella topica rimane pure conforme al solito materiale ch’era in uso nelle scuole di logica. Come noi stessi per il nostro presente intento abbiamo potuto già da prima (Sez. Vili, note 52 e 68) trovare la nostra fonte in passi che prendevamo dalle Pandette, così sembra d’altra parte fL ) Vedi Savigny, GESCHICHTE DER ROMISCHEN RECHTS IN MITTELALTER Geschichte dea Ròmischen Rcchts im MiUelalter [Storia del diritto romano nel Medio Evo],. [trad. it., Torino,  J, e Giesebrecht, De lìti, attui, ap. Itiilos, Berlino, 1845, in -4° [ir. it. Pascal, già cit.]. che IN ITALIA lo studio della grammatica filosofica e della retorica abbia conservato una connessione ininterrotta con le materie giuridiche del DIRITTO ROMANO ) : e sebbene noi preferiamo lasciar da parte l’aneddoto letterario, secondo il quale tutto quanto lo studio del DIRITTO ROMANO a BOLOGNA avrebbe preso principio da una spiegazione grammaticale della parola « As » 2S ) Ibid., Aristotelica didicimus disciplina duarurn specierum commistione lertiam gigni minime. Rerum etiam naturam puli nomino non posse, duo contraria simili in eodem esse vel, quod trovava nel commento (li Hoezio alle C-utegorioo. Ma questa medesima questione fu anche oggetto di una disputa che Anseimo sostenne a Magonza, e della quale diede minuta relazione in una lettera al suo maestro Droone. Ecco il nòcciolo della questione: Quando sussiste un’alternativa (p. es. tra lode e biasimo), si può creder di cogliere il giusto mezzo, non facendo nè una cosa nè l’altra; ma si obbietta in contrario, die il giusto mezzo è la unione degli opposti (come p. es. il rosso è la unione di nero e bianco), dunque bisogna pure scegliere per conseguenza una delle due cose, qualora non si voglia farle tutte due al tempo stesso. Ma a ciò da capo si obbietta che il mezzo è propriamente la negazione dei due opposti (dunque p. es. è impossibilius, eandem essentium procreare. Quod veruni sit necne, quaerimus f Hbetorim., iib. I]. M ° c ) Laudare enim vel vituperare necesse est. «Non laudabo, inquid, nec vituperabo, cuoi medium faciam, quod nec laus est nec viluperatio. Est igilur possibile utrum non lucere, ubi aliquod neutrum est invenire. Si medium, inquam, ut dicitis, fecerilis, lune et utrumque. Constai enim medium ex utrisque, ut ex albo et nigro rubrum, et ideo medium. Sicque in faciendo neutrum facietis utrumque. Utrum ergo facere necesse est, quoniam in utro vel ulroque utrum non lacere possibile non est». « Medium, inquid, ut dicitis, non ex utrisque, sed ex nega!ione confìcitur utrorumque, ut non quod et album et nigrum illud rubrum, set quod est neutrum, illud dicimus rubrum, sicque omne medium. Utrum ergo lacere necesse non est, quia in meo neutro utrum vel utrumque possibile non est ». « Si ex negatione utrorumque. medium confectum est, quod, ut dicitis, neutrum est, non magis utrorumque quarti omnium rerum neutrum est. Quod bene perspectum nichil est. Non enim magis ex albi et nigri negatione confìcitur rubrum, quam cucii et lerrae ceterarumque rerum. Quia sicut est veritas ut, quod nec album nec nigrum est, illud rubrum existat, sic quod nec caelum nec terra nec celerà, illud esse rubrum a veritale non [58] discrepat, Quod aulem omnibus rebus negatis nichil illarum est, illud res praedicari inpossibile est. Rcs vero, quod non est illud, nichil esse necessario consequens est. Sicque in faciendo (diquid facietis nichil. Utrum ergo facere necesse est, utrumque enim vel neutrum impossibile vel nichil est. Epistola Anseimi ad Droconem (sic) mugistrum et condiscipulos de logica disputatione in Gallia habitat. rosso, quel che non è nè bianco nè nero); ma questa obiezione viene respinta, perchè una tale negazione va di là dall’alternativa data (perchè allora si potrebbe dire altrettanto bene, che è rosso, quel che non è nè cielo nè terra), e metterebbe capo infine a una negazione di tutti gli opposti, cioè dunque a un nulla. Il risultato è, per conseguenza, che nella presente alternativa bisogna pure scegliere proprio un solo dei due termini. Abbiamo una prova ulteriore di come la scienza del diritto entrasse in giuoco nello sviluppo della logica, quando in due uommi eminenti di quell’epoca, Lanfranco e Irnerio, vediamo presentarcisi, per così dire, ima unione personale di quei domìni. È infatti incontestabile che Lanfranco dedica ampiamente e con buon successo la prima metà della sua operosità, prima che scoppiasse la contesa intorno alla Santa Cena, principalmente allo studio del diritto 291 ), sebbene non si possa, per ragioni cronologiche, pensare a una relazione diretta, quale persino gli è stata attribuita con lo stesso Imerio); ma in ogni modo, come risulta dalle testimo"9 Milonis Crispini Vita Beati Lanfranci, c. 11, riprodotta dal Mabillon, Acia Bened. [Sacc. VI, P. II], Tom. IX, p. 639 [PL, Ab annis puerilibus eruditus est in scholis liberalium nrtium, et legum saecidarium ad siate morern patriae. Adolescens orulor veteranos adversantes in uctionibus causarum frequentar revicit, torrente facundine accurate dicendo. In ipsa aetale sententias depromere sapuit, quas gratnnter Jurisperiti aul Judices vel Praetores civitatis acceptabanl. Meminit horum Papiu (cioè PAVIA sua patria). At cum in exsilio philosopharetur, accendit animum ejus divinai ignis, et illuxit cordi ejus amor venie sapientiae. Notizie varie, specificamente giuridiche, vedile nel Merkel, op. cit., p. 14 e 46 s. [12 s. e 35 ss. della cit. trad. it.??J. 5 ") Roderti De Monte Auctarium ad chronicam Sigeberti Gemblacensis ad anntan 1032 (Pertz, MGII): Lanfrancai Papiensis et Garnerius socius eius, repertis upud APVD BONONIAM LEGIBVS ROMANIS quas Iustinianus.... emendaverat, Itis, inquarn, repertis, 9.  C. Prantl, Storia della logica in Occidente, II, manze, quella medesima abilità dialettica, della quale fanno fede le battaglie da lui più tardi sostenute contro i suoi avversari teologici, lo ha assistito di già fin d’allora. Ma Imerio, e cbe con la sua comparsa segnò, com’è noto, per LA SCUOLA O LO STUDIO DI BOLOGNA, il passaggio dal pruno’ periodo embrionale a una più ricca espansione, viene, nelle glosse di Odofredo, designato espressamente come «logico»; e la circostanza ch’egli sia stato antecedentemente maestro delle arti liberali, spiega quella esagerata sottigliezza cb’è venuta a trovarsi nelle sue glosse-’ Avendo d'altra parte lrnerio composto anche un Formularium, a questo fatto dobbiamo connettere una osservazione preliminare, essersi cioè venuta a creare una particolare ed estesa letteratura, la quale serviva all’arte e alla prassi del notariato, e che valse a mantener viva per l’avvenire la relazione tra la retorica in uso nelle scuole, e la materia del diritto. Questi « F o r m u operam dederant eas legere et aliis exponere; sed Garncrius in hoc « vero disciplinas liberales et litteras divi, tuis m Galli,s multo* edoccns, tandem Beccum verni, et ibi mona, ehm facili* est [PL], Forse tuttavia la obiezione croTologira sollevata dal Savigny [p. 25-6 della trad. it |) e m generale fuor di luogo, se, dove si dice « socius », non pensiamo a relazione personale, ma piuttosto a un comune atteggiaspirituale nei riguardi della concezione del diritto. minorameli Uge 1 ldtima de in "tegrum resti,utione "l", . 2, 22); Or, segnar,, plura non essent dicendo super lege ista Dom.nus lumen } rnenus, quia loicus fui,, et mogister fui. In c rifate istu in arti bus, antequum docerel in legibm, fecit imam g ssam sopitisticun ?, quae est obscurior, quam sii textus.  E (CoÌi% l, n /r^ miCa  M,and. Urstis, Francoforte, 1585, p. 433 [Pebtz, >MGH, XX, 376]): l’etrus iste (se. Abailardus).... habuit.... primo praeceptorem Rozelinum quondam, qui  primus noslris temporibus in logica sententi am vocum instiluil, et post ad gravissimos viros Anshelmum Laudunenscm, GwUhelmum Campellensem Catalauni episcopum migrans, ipsorumque dictorum pondus, tanquam sublilitatis acumine vacuum iudieans, non diu sustinuit. Inde magistrum induens Furisius venit (v. la Sez. seguente, nota 258). "') [Johannes Turmair detto] Aventinus, Atinales Ducum Boiariae, VI, 3 (ed. Riezler. Hisee quoque temporibus fuisse reperto Rucelinum Brilanum, magistrum Petri A belar di, novi lycaei conditorem, qui primus scienliam (leggi sententinm) vocum sive dictionum insliluit, novam philosophandi ciani invertii. Eo namque authore duo Arislolelicorum, Peripateticorumque genera esse coeperunt, unum illud vetus, locuples in rebus procreandis, quod scientiam rerum sibi vendicai, qttamobrem reales vocantur, allerum noviim, quod eam distrahit, nominales ideo nuncupali, quod avari rerum, prodigi nominum atque notionum, verborum videntar esse adsertores. "") Joannis Saresbehiensis Metalogicon, (Opera, ed. Gilè?, V, p. 00 [ed. Webh. Naturata lamen tmiversalium hic omnes expediunt, et allissimum negotium et maioris inquisitio-[Le notizie sul conto di Roscelino rivelano Vastio degli avversari].  Ma poiché Anselmo 31B ), che nella sua ortodossomania, inventò la squisita espressione di « eretici della dialettica » e la usò a carico di Roscelino, dice, per cieca passionalità o maligna esagerazione, che secondo quella opinione le sostanze universali non sono nient’altro che un flatus vocis,  sarà bene che noi accogliamo non senza cautela anche le altre notizie comunicate da quello zelatore del realismo,  tanto più che, come vedremo, se si sta ai prodotti originali della sua dialettica, non si può ritener che fosse capace di giudicare sopra questioni di logica; così pure egli non fa invero che dar espressione al più intransigente odio partigiano, quando rampogna i seguaci di Roscelino, perchè danno nis contro menlern auctoris esplicare nituntur. Alius ergo consistit in vocibus; licei haec opinio curii Rocelino suo fere omnino iam evanuerit. Alius sermones (v. sotto la noia 324) inluetur et ad illos detorquet quicquid alicubi de universalibus meminit scriptum; in bue autem opinione deprehensus est Peripateticus Palalinus Abaelardus noster, qui multos reliquit et adhuc quidem aliquos habet professioni huius sectatores.... [iPL, 199, 874],  Così anche nel Polycruticus (Opp., IV, p. 127 [ed. Webb, U, p. 142; PL, 199, 6651): Fuerunt et qui voces ipsus genera dicerenl esse et species ; sed eorum inni explosa sententia est et facile cum auclore suo evanuil (v. la nota 325). "*) Ansfxmi de fide Trin., c. 2 (ed. Gerberon, p. 42 s. [PL, 158, 265J): llli utique nostri tempori dialeclici (imo dialeclicae haeretici, qui non nii flatum voci putant esse universales substantias, et qui colorem non aliud queunt inielligere quam corpus, nec sapienliam hominis aliud quam animami prorsus a spiritualium quaestionum disputatione sunt exsufflandi. In eorum quippe animabus ratio, quae et princeps et judex omnium debel esse quae sunt in /tornine, sic est in imaginationibus corporulibus obvoluta, ut ex eis se non possit evolvere, nec ab ipsis ea, quae ipsa sola et pura contemplari debel, valcat discernere. Qui enim nondum intei ligit, quomodo plures homines in specie sint uniis homo, qualiter in illa secretissima et altissima natura comprehendet, quomodo plures personae.... sint uiius Deus? Et cujus meris obscura est ad discemendum inter equum sinim et colorem ejus, qualiter discernet inter unum Deum et plures relationes ejus? Denique qui non potest intelligere aliquid esse hominem, nisi individuum, nullalenus intelliget hominem, nisi humanam personam. Omnis enim individuus homo, persona est. Quomodo ergo iste intelliget hominem assumptum esse a Verbo eie. la ragione in balia corporalibus imaginationibus : e in verità è lecito sperare, tutt’al contrario, che proprio nulla ci faccia assurgere così alto al disopra dell accidentalità sensibile, come il penetrare a fondo nell universale contenuto concettuale delle parole, e che soltanto a questa maniera ci sia aperta la via a un sapere effettivo, conquistato da noi stessi, mentre a una ontologia soprannaturalistica è spesso indispensabile ima imaginazione irretita nella sensibilità. E possiamo lasciar stare il rimprovero ridicolo, mosso a Roscelino, ossia di non intendere come la pluralità degl’individui nel concetto della specie sia una unità poiché anzi proprio questo è riuscito invece a intendere Roscelino, che cioè la unità risiede nella parola enimciatrice del concetto. Dovremo ora piuttosto rimettere, come si conviene, le questioni nei loro veri termini, per quanto concerne le altre osservazioni mosse contro Roscelino: vale a dire ch’egli fa confusione tra il colore di una cosa e la cosa stessa, e tra le proprietà e i loro substrati, e parimente ch’egli non si rende conto, come altro sia « Uomo », e altro il singolo uomo. Infatti la prima osservazione può significare solamente che, secondo la opinione di Roscelino, il concetto di una qualità, in quanto concetto, contiene altrettanta universalità quanta ne contiene il concetto di una sostanza, in quanto concetto. L’altra osservazione poi comprende, se la sfrondiamo di quella interpetrazione odiosa che le dà il relatore, il semplice principio fondamentale del nominalismo, che cioè obbiettivamente, nell’essere concreto, esiste dappertutto soltanto l’individuale, mentre i concetti della specie e del genere si trovano soltanto subbiettivamente nelle parole dell’uomo, che insomma obbiettivamente gli universali non hanno esistenza separata dall’individuale. Che per conseguenza la Trinità, come obbiettiva essenza di Dio, debba parimente consistere di tre individui), è implicito in una tale veduta logica, coerentemente svolta: e così fu che, analogamente a quanto era accaduto con Berengario, la teologia venne a essere coinvolta nella lotta fra le tendenze che si dividevano il campo della logica. Ma sembra che Roscelino in generale abbia molto conseguentemente svolto sino in fondo da tutt i lati il suo punto di vista, perchè altrimenti sarebbe difficile spiegare, come mai nelle scarse informazioni che ci sono pervenute sul conto di lui, ci sia ancora una volta un certo punto isolato, che ci rhuanda in pieno a quel medesimo principio: si tratta cioè del concetto di parte, che Boezio aveva preso a considerare in vari luoghi, e riguardo al quale, così per Roscelino come per l’Anonimo già ricordato (nota 171 g), il momento subbiettivo è ugualmente il momento decisivo; poiché la notizia, relativa al punto in questione 321 ), va intesa nel senso seguente: Se p. es. il tetto dev’essere considerato come parte della casa, si ha da riflettere che obbiettivamente, in “>) Ibid., Epist. n, 41, p. 357 [PL quia Roscelinus clericus dicil, in Deo tres personas esse tres ab invicem separatns, sicut sunt tres angeli, ita tamen ut una sit voluntas et poteslas: aut Pulrem et Spiritum sanctum esse incarnatum, et tres deos vere posse dici, si usus admilteret. *») Abaelardi [Dialectica, P. V*. liber] divisionum et defin., p. 471 (ed. Cousin): Fuit aulem, memini, magislri nostri Roscellim tam insana sentenlia, ut nullam rem purtibus constare velici, sed sicut solis vocibus species, ila et partes adscribebat. Si quis aulem rem illam, quae domus est, rebus aliis, pariele scilicet et fondamento, constare diceret (è questo il solito esempio di divisione del tutto in parti, usato da Boezio, p. es. a p. 52 s. [in Porph. a se trami., I, 8; ed. Brandt, p. 154, 156; PL, 64, 80 s.] e a p. 646 [de divisione ; PL, 64, 888]), tali ipsum urgumentatione impugnabili: si res illa quae est puries, rei illius quae domus est, pars sit, cum ipsa domus nihil aliud sit quam ipse paries et tectum et fundamentum, profecto paries sui ipsius et caeterorum pars erit. At vero quomodo sui ipsius pars fuerit? Amplius, omnis [pars] naturaliter prior est loto suo : quomodo aulem paries prior se et aliis dicelur, cum se nullo modo prior sit? quanto è una cosa, il tetto è una entità perfettamente indipendente, poiché, nel riguardo della obbiettività o dell’essere reale, quel che ci può essere, è appunto soltanto un tetto di ca6a, e parimente soltanto una casa fornita di tetto (dato cioè che debba essere realmente una casa); perciò, se il tetto fosse oggettivamente una parte della casa, verrebbe a essere ima parte di quella che è ima totalità obbiettivamente indivisibile, e pertanto, in seguito a tale indivisibilità, finirebbe con l’essere anche una parte di se stesso: vale a dire che il concetto di parte, dal punto di vista obbiettivo o dell’essere reale, conduce a contraddizioni, e la couchiusione giusta è che il tetto viene caratterizzato come parte esclusivamente dalle nostre parole, racchiudenti in sé i concetti, sicché dunque il concetto di parte, come tale, si trova essere di spettanza della espressione verbale subbiettiva. Lo stesso può ripetersi, anche relativamente alla priorità della parte di fronte al tutto, poiché dal punto di vista obbiettivo, in quanto è cosa, non è possibile che il tetto sia antecedente alla unione obbiettivamente inscindibile di se stesso con qualche cos’altro, poiché allora alla stessa maniera, a cagione della inscindibilità, risulterebbe che il tetto sarebbe prima di se medesimo : sicché bisogna conchiudere che anche la priorità del concetto di parte ha luogo solamente nel pensiero subbiettivo. Ma, come anche questa idea di Roscelino fu malignamente deformata da’ suoi avversari), così egli stesso l’applicò spiritosamente contro il ra ) Abaelardi Epist. (Opera, ed. Amboes. [ed. Cousin; PL (Epist., Hic sicut pseudo-Dialecticus, ita et pseudo-Christianus, cum in Dialeclica sua nullam rem, sed solam vocem partes habere astruat, ita divinam paginam impudenter perverlit, ut eo loco quo dicitur Dominus parlem piscis assi comedisse, partem huius vocis, quae est piscis assi, non purtem rei intelligere cogatur. Che questa lettera [indirizzata a Gilberto vescovo di Parigi] sia stata scritta da Abelardo, o, com’è opinione del Du Boulay, da un altro intorno al 1095, è, per quel che ri-mutilato Abelardo, da ciò prendendo occasione per assegnare, coerentemente, all’atto intellettuale subiettivo anche il concetto di totalità, poiché, modificandosi la consistenza obbiettiva di una unione inscindibile, deve essere subito sostituita con una denominazione diversa la denominazione che si conformava al suo concetto, e che allora non è più in grado di tener saldo il pensiero soggettivo di una totalità" ')[c) conchiusione sopra Roscelino ].  Che del resto il punto di vista di Roscelino non fosse, in sostanza, affatto nuovo, risulta manifesto dal confronto con quel che siamo venuti dicendo più sopra; soltanto che, dopo la comparsa di Berengario, la idea che, nella questione degli universali e della formazion dei concetti, si tratti solamente di parole, e dell’uso che ne fa l’uomo, aveva pròvocato ima maggiore circospezione e una più aspra ostilità per parte della ortodossia. C è invece un punto solamente, e forse anzi il più importante, che, in seguito alla mancanza di fonti, ci rimane assolutamente oscuro; nel passo sopraccitato di Giovanni da Salisbury, è fatta cioè una netta distinzione tra coloro che riponevano gli universali nella « vox », e quelli che li riferivano ai « sermones », e si soggiunge che Abelardo era di questi ultimi. Ora, tenuto conto del valore gramguarda questo passo, indifferente; del resto quanto è stato detto più sopra, nota 314, sembra avvalorarne l’attribuzione [oggi infatti non contestata] ad Abelardo). [Il passo citato, in Lue., XXIV, 421. ra ) Roscelini Epist. [ed. Remerà, p. ol I. S,,J forte Petrum te appellavi posse ex consuetudine mentiens. Certus sum aulem, quod masculini generis nomea, si a suo genere deciderit, rem solitam significare recusabit Solent emm nomina propriam signìficationem ami tte r e, cum eorum significata contigerit a sua perfeclione recedere. /Veglie emm ablalo tecto vel pariete domus, sed imperfecla domus vocabilur. Sublata igitur parte quae hominem facit, non Petrus, sed imperfectus Petrus appellandus es. maticale delle parole vox e serrno, e antecipatamente riferendoci a quel che prenderemo a considerare più sotto (Sez. seguente, note 308 ss.) a proposito di Abelardo, dobbiamo senz’alcun dubbio congetturare che Roscelino, con veduta unilaterale, abbia tenuto presente soltanto il concetto isolato, e pertanto, senz’avere riguardo alla connessione della proposizione, abbia considerato le parole come concetti compiuti 324 ); ma non sappiamo invece determinare se la teoria del giudizio sia stata da lui semplicemente trascurala, o se forse egli non abbia contestato anche direttamente il valore del giudizio, o quale procedimento abbia seguito, nel portare così il nominalismo alle ultime sue conseguenze). Raimberto a Lilla, e la logica « vecchia » di Ottone da CambraiJ. Ma proprio per l’epoca, nella quale aveva fatto la sua comparsa Roscelino, possediamo una notizia sommamente caratteristica, relativamente alla lotta delle tendenze sul terreno della lo***) [Cfr., su questo punto, Ueberwec-Gf.yer]. Tra i più vecchi nominalisti potrebbero pertanto essere riawicinati a Roscelino, per aver dato un più unilaterale rilievo alla vox, quel tale Pseudo-Hrabano, Jcpa, l’Anonimo, l’Anonimo del Cousin (nota 242), e l’Anonimo di S. Gallo, che ha rifuso il libro De interpr., come pure in parte anche lo Scoto Eriugena; sarebbero invece più affini ad Abelardo, per aver tenuto eonto del serrno e del rapporto predicativo, Erico, l’Anonimo di S. Gallo, autore della monografia De syllogismis, e Berengario. Sarebbe possibile, qualora Roseclino avesse re alm ente avvalorato con argomenti questa orientazione unilaterale del nominalismo, prender alla lettera la succitata espressione di Ottone (primus.... sententiam vocum instituit ); ma risulta comunque da Giovanni da Salisbury, che i seguaci del nominalismo non tardarono ad abbandonare questo punto di vista angusto; soltanto non ci si può, come ha pur fatto già qualcheduno, esprimer nel senso che Giovanni da Salisbury abbia dichiarato il nominalismo in generale ormai spento; v. la Sez. seguente, note 76 ss. 150  gica 326 ). C’era cioè a Lilla un certo Raiinberto, che insegnava la dialettica, al pari di « moltissimi altri », se**) Hekmajvni Narratio Heslaurulionis Abbuliae Sancii Martini Tornacensis, riferita dal D’Acheby, Spicilegium, ed. De la Barre, PL, 180, 41 ss.; MGH, XTV, p. 274-5]: Iam vero, si scolae appropiares, cernercs magistrum Odonem nunc quidem Feripulelicorum more cura discipulis dovendo deambulanlem, nunc vero Stoicorum instar residentem, et diversus quaestiones solventem.... Sed cum omnium septem libcruliurn artium esset peritus, praecipue tamen in dialeclicu eminebat, et prò ipsa maxime clericorum frequenlia eum expetebat. Scripsit etiam de ea duos libellos, quorum priorem, ad cognoscendu devitandaque sophismala valde utilem, inlitulavit « Sopliistem », alterum vero appellavit libruiti « Complexionum »; tcrcium quoque «De re et ente » composuit; in quo sol vii, si unum idemque sit res et ens. In his tribus libellis.... non se Odonem, sed, sicut lune ab omnibus vocabatur, nominubat Odardum. Sciendum tamen de eodem magistro, quod eandem dialecticam non juxta quondam modernos (è questo, qualora non si vogliano per caso invocare le parole citate il testo più antico dove si trovano designati i nominalisti come moderni) in voce, sed more Boetii antiquorumque doctorum in re discipulis legebat (dunque, in opposizione alla pretesa innovazione, Boezio e Porfirio, in quanto realisti, vengon chiamati antiqui. Unde et magister Baimbertus, qui eodem tempore in oppido Insulensi dialecticam clericis suis in voce legebat, sed et alii quam plures magistri ei non parum invidebant, et delrahebanl, suasque lectiones ipsius meliores esse dicebant; quam ob rem nonnulli. ex clericis conturbali, cui magis crederent, haesitabant, quoniam et magistrum Odardum ub antiquorum doctrina non discrepare videbant, et tamen aliqui ex eis, more Alheniensium aut discere aut audire aliquid novi semper humana curiositate studentes, alios potius laudabant, maxime quia eorum lectiones ad exercilium disputandi, vel eloquentiae, immo loquacilatis et facundiae, plus valere dicebant (Alcuni dunque desideravano di poter congiungere tuttavia all’ortodosso realismo il virtuosismo formale dei loici propriamente detti, cioè dei nominalisti). Unus itaque ex eiusdem ecclesiae canonicis, nomine Gualberlus.... tanta sentenliarum errantiumque clericorum varietate permolus, quendam pbitonicum (cioè un indovino rpyt/ion/cum]), surdum et mutum, sed in eadem urbe divinandi famosissimum, secreto adiit, et, cui magistrorum magis esset credendum, digilorum signis et nutibus inquirere coepit. Protinus ille (mirabile dictu!) quaestionem illius intellexit, dexteramque manum per sinistrae pulmam instar aratri terram scindentis perlrahens, digitumque versus magistri Odonis scholam protendens, signifkabat, doctrinam eius esse rectissimam ; rursus vero digìlum contro Insulense oppidum protendens, manuque ori admota exsufflans, innuebat, magistri Raimberti lectionem nonnisi ventosam esse loquacitatem. Haec dixerim, non quo pbitonicos consulendos.... arbitrer..., sed ad redarguendum quorundam superborum nimiam coudo le « moderne » idee nominalistiche (in voce), e costoro, insieme con i loro seguaci, apertamente si atteggiavano ad accanita rivalità contro Oddone, vescovo di Camhrai, il quale aveva ricostituito il chiostro di S. Martino a i ournai, e ivi insegnava logica secondo lo stile « vecchio », cioè secondo l’indirizzo realistico (in re). Ora, poiché ci sono diversi che dal fascino della novità si sentivano attratti verso Raimberto, ma poiché nello stesso tempo, bilanciando tra loro i pregi delle due scuole, non sembrava si potesse ottenere im risultato ben determinato, uno dei canonici di Touruai si rivolse a un indovino che godeva allora di gran fama. Questi, SEBBENE SORDOMUTO, intese subito la questione che gli era rivolta, e con il linguaggio dei gesti si pronunciò incondizionatamente  nè altro ci si poteva aspettare  nel senso di riconoscere come giusta ed eccellente la tendenza rappresentata dalla scuola realistica di Oddone. Se del resto chi ci riferisce questa storia (l’abate Ermanno, vivente a Tournai nella prima metà del secolo XII), il quale del pari, da buon ortodosso, si professa naturalmente nemico della ventosa loquacità del nominalismo, ricorda nello stesso tempo scritti di logica, composti da Oddone, dobbiam certo deplorare ch’essi sieno andati perduti; puramente si può congetturare che forse il « Liber complexionum » fosse semplicemente tolto di peso da Boezio (de syll. categ.: v. la Sez. XII, note 131 ss.), e così pure che il « Sophistes » sia stato putacaso in relazione più stretta con le polemiche teologiche, o che, com’è possibile, si limitasse anche a ripetere le nozioni esposte da Cassiodoro (Sez. XII, nota 182); praesumptionem, qui nihil aliud quarentes nisi ut dicantur sapientes, in 1‘orphirii Aristolelisque libris magis volimi legi suarn adinventitiam novitatem, quam Boetii caetcrorumque antiquorum exposilionem. maggiore importanza può invece aver avuta lo ecritto « De re et ente », poiché la questione, se res ed ens sien lo stesso, era ivi risolta certamente in senso realistico, quantunque sia da presumere  come la cosa più verisimile  che tutto il complesso semplicemente si limitasse a richiamarsi a un passo isolato di Boezio (Sez. XII, note 89 s.).  Comunque, si potrebbe ammettere tuttavia che il nominalismo rosceliniano di allora sia stato rappresentato in un numero di scritti, più considerevole di quel che le nostre fonti non ci diano a divedere; poiché, per siffatte notizie letterarie occasionali, siamo invero quasi esclusivamente rimandati ad autori teologici, mal disposti sin da principio, quali avversari di una minoranza ch’era loro sospetta, a parlare lungamente di questa, e invece più propensi ad accordarsi con un Fulberto (nota 237) o un Lanfranco (nota 309) nella condanna della dialettica in generale. Anselmo d’AOSTA (si veda): a) Vargomento ontologico Se pertanto ci volgiamo a considerare) F inventore del concetto di haerelicus dialecticae e dunque il rappresentante attendibile di una logica correttamente ortodossa, cioè Anseimo [d’AOSTA, arcivescovo] di Canterbury, per prima cosa c’interessa soprattutto quel così detto argomento ontologico, al quale egli deve la sua •") Così dice p. es. Ildeberto da Lavardin, arcivescovo di Tours, Sermo (Opera, ed. Beaugendre [PL Quidum enim in philosophicis jacultatibus qiumulam subtilitalem inutilem vel inutilitatem subtilem quaerentes, quibusdam minutiis verborum in cavillatione respondenles utunlur, quibus in disputatione uli, ossa Christi est incinerare.... Ktsi enim deus convertii nos, arlium liberalium phanlusmatibus uli, si in hac Scriptum voluerimus similiter sophistice incedere, odibiles Deo erimus, strepitum ranarum Aegypti in terram Gessen traducere molientes. ra ) Quel che nella prima edizione costituiva il contenuto delle note 328-333, è stato qui soppresso. pretesa gloria imperitura 33i ), e che, quanto al suo contenuto teologico o speculativo, viene a cader fuori dai limiti che qui ci sono imposti, dovendo fermarsi la nostra attenzione puramente sopra il suo aspetto formale. Che in generale l’assunto di voler dimostrare la esistenza obbiettiva di Dio, sia tutto quanto una pazzia (perciò anche lo Hegel, proprio solamente nella sua qualità di neoplatonico ha ripreso per suo conto l’argomento ontologico), è cosa ammessa da chiunque non sia filosoficamente già prevenuto, a quel modo stesso che sicuramente si riterrebbe un controsenso l’assunto di dimostrare per sillogismi la esistenza di un mondo obbiettivo; ma che in quell’epoca antifilosofica e senza idee chiare potesse venir fuori un tale tentativo, si spiega benissimo, soprattutto perchè c’era allora, come sostitutivo della filosofia, solamente ima sfera culturale, limitata alla teologia dommatica e ad un’abilità tradizionale nella logica delle scuole; tostochè, per effetto delle controversie teologiche, ci si era dunque fatta l’abitudine di unire tra loro questi due elementi, in tal maniera che si tentava di dare un fondamento logico anche a singole frammentarie parti del domma (v. sopra la nota 303), era semplicemente questione di coerenza, che a tale formulazione si procedesse, incominciando subito da quello che, nella professione di fede obbiettivamente dommatica, è il punto supremo. Ma era perciò naturalmente da porre, quale condizione essenziale, che la posizione dell’Autore si presentasse come un realismo logico, poiché a un nominalista, che avesse informato il [La esposizione esaurientemente particolareggiata che del pensiero di Anselmo è stata pubblicata da Hasse ( Anselm von Canterbury, Lipsia), è informata a una costante sopravvalutazione della importanza di lui. Cfr. del resto anche G. Runze, Der ontologische Gottesbeweis, kritische Darstellung seiner Geschichte [« La prova ontologica della esistenza di Dio: esposizione critica della 6ua storia»]. Halle.  proprio pensiero a una certa coerenza, non sarebbe venuto mai in niente di dimostrare con parole subbicttivamente umane la esistenza obbiettiva di Dio (abbiamo veduto più sopra, nota 272, per questo rispetto, un esempio molto onorevole di circospezione); e questa connessione con il modo di vedere realistico, è anche il solo motivo, che c’induce a menzionare questi tentativi di dimostrazione, al loro primo comparire (cfr. anche la Sez. seguente, nota 94 a); perciò siamo anche ben contenti di rinunziare  per tutt’i successivi sviluppi, nei quali vien meno il punto di vista della logica formale, con la relativa distinzione di contrastanti tendenze  a ricordar le diverse trasformazioni, per le quali è passato l’argomento ontologico (p. es. nella filosofìa di Cartesio, Leibniz, Wolff, Mendelssolm, ilaumgarten, Kant). Anseimo si atteneva, nè altro c’è da aspettarsi da un discepolo di Lanfranco, al punto di vista, secondo il quale il sapere ha, nella fede cristiana, la propria condizione e il proprio limite) ; per conseguenza, egli trova, di fronte al pensiero, una realtà incondizionatamente obbiettiva, nel riguardo intellettuale già bell’e compiuta, sì che a questa realtà obbiettiva il pensiero può semplicemente o partecipare o non partecipare: Anseimo, cioè, com’è di per sè chiaro, in logica è un realista. E il singolare desiderio di costringere irrevocabilmente il nostro pensiero a questa partecipazione in senso obbiettivo, cioè d’imporre per forza di dimostrazione il punto di vista realistico al pensiero umano, è il motivo fondamentale dell’argomento ontologico 336 ) : ar’“) Epist., Il, 41 (Opera, cd. Gcrberon, Parigi, 1675), p. 357: Chrisliunus per fidem debet ad intellectum proficere, non per intelleclum ad fulem accedere, aul, si intelligere non valel, a fide recedere. Sed cum ad intellectum valel perlingere, deleclalur, cum vero nequit, quod capere non potest, veneralur [PL], ”*) Broslogion, c. 2, p. 30 [te6to curato dal Daniels: Beitrage del Baumker, voi. "Vili, fase. I-IIJ : Convincitur ergo etiam insipiens gomento clie ci offre lo spettacolo della massima contraddittorietà, dovendo invero per esso 1 obbietlivismo sistematico più rigoroso, ricevere, come tale, proprio un fondamento subbiettivo. il controsenso di questa intrapresa consiste dunque nel proposito stesso del realista, il quale, mentre a priori riconosce l'ideale solamente come obbiettivo, vuole dimostrarne la esistenza obbiettiva ancor soltanto con mezzi subbiettivi; ora un tale controsenso fu scorto cou perfetta esattezza da G a unilone (monaco nell’abbazia di Marmoutier [Tours]), come dimostra la sua aff ermazione che l’argomento varrebbe altrettanto bene anche per provare la esistenza di un’isola incondizionatamente perfetta 337 ), poiché, di fatto, con la medesima formula il realismo avrebbe poesie vel in inlellectu aliquid quo nihil maius cogitari palesi, quia hoc, cum audii, intelligil; et quicquid inlelligitur, in inlellectu est. Et certe id quo maius cogitari nequit non palesi esse in solo inteileclu. Si enim vel in solo inlellectu est, potest cogitari esse et in re, quod maius est. Si ergo id quo maius cogitari non potest est in solo inlelleclu, id ipsum quo maius cogitari non potest est quo maius cogitari potest. Sed certe hoc esse non potest. Existit ergo procul dubio aliquid, quo maius cogitari non valet, et in intellectu et in re [PL, 158, 228J.  Liber apologeticus contro Gaunilonem [testo c. s.J : Ego dico: si vel cogitari potest esse, necesse est illud esse. Nani quo maius cogitari nequit, non potest cogitari esse nisi sine initio. Quicquid uutem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse. Non ergo quo maius cogitari nequit, cogitari potest esse et non est. Si ergo cogitari potest esse, ex necessitate est, e via dicendo, con grossolana continua confusione tra cogitari ed esse [PL, 158, 2491. U! ) Liber prò insipiente, c. 6 (Anselmi Opp., p. 36 [testo c. s.]): aiunt quidam ulicubi oceani esse insulam, quam ex difficultale vel potius impossibilitate inveniendi quod non est cognominanl aliqui perditam, quamquam jabulanlur.... universis aliis.... usquequaque praestare. Hoc ita esse dicat mihi quispiam.... At si lune vel ut consequenter adiungat ac dicat: non potes ultra dubitare insulam illam lerris omnibus praestantiorem vere esse alicubì in re, quam et in intellectu tuo non ambigis esse, et quia praestantius est, non in intellectu solo sed eliarn esse in re, ideo sic eam necesse est esse, quia nisi fuerit, quaecunque alia in re est terra, praeslantior illa erit; ac sic ipsa iam a le praestantior intellecta praestantior non erit , si inquam per hacc ille mihi velil astruere de insula illa, quod vere sit, etc, etc. [PL].  Più minute notizie sopra Gaunilone son date da B. Hauréau, Singularités historiques et littéraires, Parigi tuto dimostrare anche la esistenza reale di tutte quante le idee platoniche. Ma quando a ciò Anseimo replica ch’egli non ha parlato già della esistenza del concreto, bensì ha parlato proprio soltanto dell’ Incondizionato 338 ), si lascia necessariamente prendere al suo stesso laccio; poiché si trova costretto a ricorrer ora tuttavia a un’ascesa per gradi successivi, onde soltanto a poco a poco ci eleviamo dal minore condizionato, mentalmente, sino al pensiero del superlativo incondizionato 339 ) ; per conseguenza, come essere reale, questo Incondizionato non può naturalmente avere se non una realtà che sia posta dal pensiero; ma, da capo, con questa conchiusione molto male si armonizza invece quel che dice d’altra parte lo stesso Anseimo, quando in ciascun pensiero, e anzi espressamente anche nel pensiero drizzato verso cose concrete, distingue mi aspetto puramente nominale (vox signìfìcans) e un intendere reale (id ipsiirn quod res est), in maniera tale, che in quest’ultimo sia già implicita la esistenza, ma nel primo sia possibile ogni assurdità 340 ); e infatti, stando così le cose, non c’è *“) Apoi. c. Gaun., c. 3, p. 38: Sed tale est, inquis, ac si aliquis insulam oceani etc . Fidens loquor; quia si quis invenerit mihi [ aliquid] aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter quo[d] maius cogitari non possit, cui optare valeat connexionem huius meae argumenlationis, inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam [PL]. “*) Ibid., c. 8, p. 39: Quoniam namque omne minus bonum in tantum est simile maiori bono in quantum est bonum, patel cuilibel rationabili menti quia de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex bis quibus aliquid maius cogitari potest multum possumus conicere illud quo nihil potest maius cogituri,... Est igitur linde possit conici quo maius cogitari nequeat | PL. M0 ) Prosi., c. 4, p. 31: Aliter enim cogitatur res cum vox eam significans cogitatur, aliter cum id ipsum quod res est intelligitur. Ilio ilaque modo potest cogitari Deus non esse, isto vero minime. [Nella ed. Gerberon: Nullus quippe intelligens id quod sunt ignis et aqua palesi cogitare ignem esse aquam secundum rem ; licet hoc possit secundum voces, ita igitur nemo intelligens id quod Deus est....] IS'ullus quippe intelligens id quod Deus est potest cogitare quia Deus non est, licet haec verbo dicat in corde aut sine ulta aut cum aliqun estranea significatione [PL bisogno, in generale, nè di ima prova della esistenza, nè di un’ascesa all’Incondizionato, bensì non c è allora nient’altro da fare, che pensare appunto ciascuna cosa dal suo lato obbiettivo reale. Con molta accortezza perciò Anseimo non si addentra con una sola parola neanche nella più calzante obiezione di Gaunilone; quest’ultimo rappresenta un nominalismo molto ragionevole, quando dice eh è bensì vero che la vox da sola, come semplice vox, cioè puramente come suono di lettere (dell’alfabeto), non contiene verità di sorta, ma che nella Bfera della esperienza, dove il significato intelligibile della parola viene connesso con cose note e commisurato a queste, si pensa effettivamente nelle parole l’essere obbiettivamente reale, dovendosi dunque, per quella sfera che trascende ogni esperienza, star contenti alla significano perccptae vocis, che non implica in sè la esistenza obbiettivamente reale della cosa significata 341 ). Dice cioè Gaunilone: nelle no*“) L. prò insip., c. 4, p. 36[testo c. s.] : Neque enim aut rem ipsam [girne deus est] novi aut ex alia possum conicere simili, quandoquidem et tu talcm asseris illam ut esse non possil simile quicquam. Nam si de homine aliquo mihi prorsus ignoto, quem etiam esse nescirem, dici lamen aliquid audirem, per illam specialem generalemve notiliam, qua quid sit homo vel homines novi, de ilio quoque secundum rem ipsam quae est homo cogitare possem. Et tamen fieri posset ut, mentiente ilio qui diccret, ipse quem cogitarem homo non esset; cum tamen ego de ilio secundum veram nihilominus rem, non quae esset ille homo sed quae est homo quilibet, cogitarem. Nec sic igitur ut haberem fulsum istud in cogitatione vel in intellectu, habere possum istud, cum audio dici « Deus » aut « aliquid omnibus maius », cum, quando illud (cioè quell'uomo) secundum rem veram mihique notum cogitare possem, istud (cioè Dio) omnino nequeam nisi tantum secundum vocem, secundum quam solam aut vix aut nunquam potesl ullum cogitaci verum. Siquidem cum ila cogitatur, non tam vox ipsa quae res est utique vera, hoc est litterarum sonus vel syllabarum, quam vocis auditae significatio cogilelur, sed non ita ut ab ilio qui novit quid ea soleat voce significavi, a quo scilicet cogitatur secundum rem vel in sola cogilatione veram : verum ut ab eo qui illud non novit et solummodo cogitat secundum animi molum illius auditu vocis effeclum significationemque perceptae vocis conanlem effingere sibi. Quod miruin est si unquam rei peritate potuerit. Ita ergo. stre parole abbiamo la esperienza concreta convertita in concetti, e nelle parole possediamo anche la forza di trascender la immediata realtà; ma tostochè questo accada, ci troviamo esclusivamente nella sfera del pensiero, ed è fatica sprecata voler fare venir fuori da questo, in quanto puramente subbiettivo, la esistenza obbiettiva del pensato, perchè, proprio quando ci si volge al cogitavi, si rende manifesto che esse e non esse appartengono alla sfera obbiettiva, sicché la prova ontologica non prova niente, perchè va di là dal proprio campo, e così prova troppo. [b) realismo anselmino, privo di fondamento scientifico, nel Dialogus de veritate].  Se dunque l’argomento ontologico è nato solamente perchè Anseimo non era riuscito a venire logicamente in chiaro neanche del suo proprio punto di vista realistico, questa medesima debolezza si mostra anche in quella professione di fede realistica, cli’è contenuta nel « Dialogus de veritale s >. Già più sopra (nota 319), nel passo indirizzato contro Roscelino, abbiamo veduto la espressione schiettamente realistica «substantiae universales » ; ma proprio un tal modo d’intendere impedisce naturalmente ad Anseimo qualsiasi comprensione di quel che significhi la forma del giudizio logico: poiché, potendo egli sin dal principio considerare la enuntiatio solamente come ricalcata sopra l’essere o il non-essere obbiettivo, nemmeno in tale forma assegna alla enuntiatio stessa la verità, ma questa trasferisce in modo esclusivo nella sfera obbiettiva, la quale, lungi dall’esser vera nel suo presentarsi come oggetto del giudizio, contiene invece solamente la nec prorsus al iter. adirne in intellectu nuo constai illud haberi, cum audio intelligoque dicentem esse aliquid maius omnibus quae valeanl cogitari.  Haec de eo quod somma illa natura iam esse dicitur in intellectu meo [PL]. causa della verità del giudizio 342 ) ; Anselmo auzi espressamente irride alla forma del giudizio: questo infatti  com'egli si esprime  anche quando è in contraddizione con lo stato di fatto oggettivo, continua pur sempre a essere un giudizio giusto, per quanto si attiene puramente all’enunciare e al significare, mentre la vera giustezza, cioè la stessa verità, risiede appimto solamente in quella obbiettività, a raggiunger la quale, in senso obbiettivo, s’ha da tender con uno sforzo, ch’è designato quasi come dovere morale 343 ) : poiché, dato che tutte le cose ricevono Tesser loro solamente dalla suprema Verità 344 ), Tessere stesso prende infine la forma di un *°) Dialogus de ventate, Magister. Quando est numi intuì vera?  Discipulus. Quando est, quod enuntiat si ve affermando sive negando; dico enim esse quod enuntiat, eliam quando negai esse quod tuta est; quia sic enuntiat, quemadmodum res est. An ergo libi videtur, quod res enunliata sit veritas enunlialionis? Non.  Quare? Quia nihil est veruni, itisi participando verilatem: et ideo veri veritas in ipso vero est; res vero enunliata non est in enuntialione vera, unde non ejus veritas, sed causa veritatis ejus dicendo est [PL. "*’) Ibid., p. 110: XI. Ergo non est illi [se. enuntiationi\ aliud veritas [?], quam reclitudo. Video quod dicis: sed doce me, quid respotulere possim, si quis dicat, quod ctiam cum [ojratio significai esse quod non est, significai quod dehet: ttariler namque accepit significare esse et quod est et quod non est. Nam si non accepisset significare esse eliam quod non est, non id significarci. Quare eliam cum significai esse quod non est, significai quod debet. Al si, quod debet significando, recto et vera est, sicut ostendisti, vera est oralio, edam cum enuntiat esse quod non est.  XI. Vera quidem non solet dici, cum significai esse quod non est; veritatem tamen et rectitudinem habet, quia jacil quod debet. Sed cum significai esse quod est, dupliciter jacil quod debet: quoniam significai et quod accepit significare, et [adì quod facta est. Sed secundum hanc rectitudinem et veritatem, qua significai esse quod est, usu recto et vera dicitur enuntiatio, non secundum illam, qua significai esse eliam quod non est.... Alia igitur est rectitudo et veritas enuntiationis, quia significai ad quod significandurn facta est: alia vero quia significai quod accepit significare. Quippe ista immutabilis est ipsi oralioni: illa vero, mutabilis [ PL, p. 111-2: An putas aliquid esse aliquando, autalicubi, quod non sit in stimma ventate, et quod inde non accepcril quod est inquantum est: aut quod possil aliud esse, quam quod ibi est? [PL], Dovere S4B ). Per conseguenza risulta sì un fondamento unitario, semplicemente obbiettivo, della verità 346 ), ma con quanto maggior energia vien dato rilievo all’ apprendimento esclusivamente spiritualistico di quello), tanto meno si riesce a capire, come mai rimanga ancora una qualsiasi funzione di principio alla forma logica del giudizio. [c) punto di vista compassionevolmente basso, nel Dialogus de grammatico]. Ma quanto poco accuratamente elaborata sia stata in generale nell’opera di Anseimo la concezione della logica, appare manifesto con la massima chiarezza dallo scritto intitolato « Dialogus de grammatico » 34S ). È vero che si tratta semplicemente *“) : In rerum quoque exislemia, est simililer vera vel falsa significano ; quoniam eo ipso quia est, dicil se debere esse [PL], Con quest’affermazione è connessa anche la totale identilicazione che Anseimo stabilisce tra il Non-essere reale, ovvero il Nulla che è, da una parte, e, dall’altra, il Male ( Epist., II, 8, p. 343 s. [PL), onde, confrontato con lo Scoto Eriugena (note 133 ss.), egli fa una più risoluta professione di realismo platonico. '“) Ibid., c. 13, p. 115: Si recliludo non est in rebus illis, quae debent rectiludinem, nisi cum sunt secundum quod debenl, et hoc solum est illis rectas esse, manifestum est, earum omnium unam solam esse rectiludinem.... Quoniam illa (se. veritasj non in ipsis rebus, aut ex ipsis, aul per ipsas, in quibus esse dicitur, habet suum esse; sed cum res ipsae secundum illam sunt, quae semper praesto est his, quae sunt sicut debent, tunc dicitur hujus vel illius rei veritas IPL,Nempe nec plus nec minus continet isla diffinitio veritatis, quam expediat, quoniam nomen reclitudinis dividii eam ab ornili re, quae rectitudo non vocatur. Quod vero sola mente percipi dicitur, sepurat eam a reclitudine visibili [PL]. **) Dice lo stesso Anseimo (Prologus ad dial. de ver., p. 109 [PL): [edidi tractatum ] non inulilem, ut puto, inlroducendis ad dialecticam, cujus initium est « De grammatico»: e da un passo di SiciBKftTO da Gsmbloux (de scriptoribus ecclesiaslicis, c. 168), dov’è ripetuta questa notizia (vedilo riprodotto dal Fabricius nella Dibl. eccl., p. 114 [PL, 160, 586] : scripsit.... alium librum inlroducendis ad dialecticam admodum utilem, cujus initium est « De grammatico »), ha avuto origine la opinione erronea, ch’egli abbia scritto una particolare « Introducilo in dialecticam ».di un esercizio scolastico, composto da Anseimo, come dice egli stesso, soltanto in considerazione delle solite numerose trattazioni analoghe 3 '* 9 ) ; ma mentre ci è ignoto se quegli altri scritti consimili sieno mai stati migliori, scorgiamo in ogni caso che questo di Anseimo si tiene a un punto di vista compassionevolmente basso. Poiché è un continuo insulso giocare con proposizioni ricavate da Boezio, e apprese macchinalmente, senza trarsi fuori dalla tediosa fatica di scovare in un primo tempo difficoltà, là dove un uomo ragionevole non ne saprebbe trovare, e poi da capo presentarne la soluzione adeguata;  insomma è il prodotto di una erudizione scolastica estremamente limitata, tanto meschino quanto lo scritto ricordato più sopra di Gerberto; e di un qualche impulso che sia da esso derivato allo studio della dialettica, si può tanto meno parlare, in quanto che, persino relativamente alla questione che divideva il campo della logica in contrarie tendenze, si presenta estremamente ottuso e scolorito. Tutta la trattazione si volge intorno alla questione, se « grammaticus » sia sostanza o sia qualità, dato che ima e l’altra alternativa debbano entrambe esser ammesse, ma non sia possibile che sieno in pari tempo tutt’e due vere 35 °). Ma alla risposta ragionevole, che **) Diulogus de grammatico, Tamen quoniam scis, quantum noslris temporibus diulectici certent de quaestione a te proposila, nolo le sic his quae diximus inhaerere, ut ea perlinaciter teneas, si quis validioribus argumentis haec destruere et diversa valuerit astruere: quod si conti gerii, saltem ad exercitationem disputandi nobis haec profecisse non negabis [PL, . B °) lbid., c. 1, p. 143: De grammatico peto ut me cerlum jacias, utrum sit substantia an qualitas, ut, hoc cognito, quid de aliis quae similiier denominative dicuntur, sentire debeam, agnoscam. La questione ha la propria fonte in Boezio (p. 121 [in Ar. praed., I; PL, 64, 171-2]), il quale, dove nelle Categorie vien citato grammaticus come denominalivum da grammatica, nomina nel commento Aristarco quale esempio di grammaticus,  e inoltre, nel trattare della categoria della sostanza (p 134 [ibid.; PL, 64, 189]), espressamente riconduce grammaticus su su ad animai, mentre è da agli. cioè son pur vere tutte due le alternative, ci si arriva per via indiretta nel modo più artificioso 351 ). Alla opinione di chi ammette che « grammaticus » è sostanza, perchè invero il grammatico è un uomo, ma l’uomo è sostanza, si contrappone cioè anzitutto un sillogismo deforme, il quale ha per conchiusione che nessun grammatico è uomo 352 ) : conchiusione, che per prima cosa viene confutata con l’argomento, che alla stessa maniera potrebbe anche dimostrarsi che nessun uomo è un essere vivente 353 ) ; ora soltanto a tale argomento vien disgiungere che (p. 185 s. [i6., HI; PL, 64, 256-7J) per la categoria delia qualità, grammuticus era diventato l’esempio stereotipato. Perciò Anselmo pone ora una accanto all'altra come reciprocamente contraddittorie le seguenti espressioni: Ut quidem grammaticus prò betur esse substantia, sufficit quia omnis grammaticus homo, et omnis homo substantia (cfr. Boezio [ad Porph. a se fransi.], p. 63 s. [probabilmente si deve leggere 36 6.: lib. H, c. 11; ed. Brandt, p. 103-4; PL, 64, 57]).... Quod vero grammaticus sit qualitas, aperte jatentur philosophi, qui de hoc re tructaverunt, quorum aucloritalem de his rebus est impudenlia improbare. Item quoniam necesse est, ut grammaticus sit aut substantia aul qualitas.... Cum ergo alterum horum verum sit, alterum jalsum, rogo ut julsìtatem detegens, aperius mihi veritatem [PL, 158, 561]. K1 ) Ibid„ c. 2: Argumenla, quae ex utraque parte posuisti, necessaria sunt; nisi quod dicis, si alterum est, alterum esse non posse. Quare non debes a me exigere, ut alteram partem esse falsam ostendam, quod ab ulto fieri non potesti sed quomodo sibi invicem non repugnent, aperiam, si a me fieri polest. Sed vellem ego prius a te ipso audire, quid his probalionibus tuis oblici posse opineris \ib., 561-2]. K ‘) Ibid.: Ulani quidem propositionem quae dicit, grammaticum esse hominem, hoc modo repelli existimo : quia nullus grommati• cus potest intelligi sine grammatica, et omnis homo polest intelligi sine grammatica. Item, omnis grammaticus suscipit magis et minus (questo è ricavato da BOEZIO, p. 186 [in Ar. Praed., Ili; PL, 64, 257]), et nullus homo suscipit magis et minus: ex qua utraque contextione binarum propositionum conficitur una conclusio, id est, nullus grammaticus est homo [PL, 158, 562]. * sl ) C3, p. 143 s. : Non sequitur.... Contexe igitur tu ipse quatuor.... propositiones.... in duos syllogismos:... « Orane animai polest intelligi praeler rationalitatem; nullus vero homo potest intelligi praeter rationalitatem>. Item: que multipliciter appellatur.... Et communis est multiplex appellatio, edam in his nominibus, quae veluti genera de speciebus dicuntur;e (p. 183 [ibid., PL): Grammatici enim a Grammatica nomìnantur, atque hoc est in pluribus, ut posilo nomine, si quid secundum ipsas qualitales, quale dicilur, ex his ipsis qualilatibus appellatio derivetur. Etc . distinctis qualitatum vocabulis appellantur.... Così neanche Anseimo oltrepassa dunque assolutamente la limitata sfera delle fonti sin qui note, e se si fosse già fin d’allora conosciuta la traduzione degli Analitici, è da credere che in generale tali disquisizioni sarebbero state impossibili. Anseimo tuttavia non ci consente ancora di gustare subito la sua concezione realistica, bensì ancora per qualche tempo ci mena strascicando attraverso uno sciocco gingillar con le parole. Se cioè si obietta che « grammatico » e « uomo » vengono per conseguenza a essere ugualmente predicati significativi, e che pertanto il primo abbraccia del pari in una unità reale il concetto di uomo e il concetto di grammatica  tale obiezione dev’essere ora confutata con la considerazione, che allora « grammatica » non sarebbe accidente, ma differenza sostanziale, il che dovrebb’essere altrettanto vero di tutte le qualità simili: e così pure ne risulterebbe la illazione che un non-uomo, il quale fosse grammatico, dovrebbe allora proprio perciò essere nello stesso tempo uomo 364 ) ; inoltre bisogna ben riflettere appunto sopra la forma di aggettivo che ha la parola grammaticus, poiché se « uomo » fosse già per sè contenuto in « grammatico », potrebbe darsi che, con la sostituzione, si dovesse continuar a ripetere all’infinito la parola « uomo », e in generale si sconvolgerebbe il punto di vista proprio degli appellativi derivati, perchè allora p. es. anche hodiemus dovrebb’essere un verbo 363 ). J C. 13, p. 14 ì: Sicut enim homo constai ex ammali et rationalitate et morlalitale, et idcirco homo significai liaec trio, ila grammatici^ constai ex homine et grammatica; et ideo nomen hoc significai utrumque....  M. Si ergo itti est, ut tu dicis, diffinitio et esse grammatici est « homo sciens grammalicam ».... Non est igitur grammatica accidens, sed substantialis differentia; et homo est genus, et grammaticus species: nec dissimilis est ratio de albedine, et similibus accidentibus: quod falsum esse totius artis traclatus ostendit ((BOEZIO fin Porph. a se transl., IV, 1: ed. Brandi, p. 239 ss.; PL, 64, 115 ss.], p. 79 ss.).... Ponamus, quod sit animai aliquod rationale, non tamen homo, quod ita sciai grammalicam sicut homo ... Est igitur aliquis non homo sciens grammaticam.... At omne sciens grammalicam est grammaticum.... Est igitur quidam non homo grammaticus.... Sed tu dicis in grammatico intelligi hominem.... Quidam ergo non homo est homo quod falsum est [PL, 158, 571-2], ) Jbid. : Si homo est in grammatico, non praedicatur cum eo simul de aliquo...; non enim apte dicitur, quod Socrates est homo animai (Boezio [loc. ult. cit., II, 6: ed. Brandt, p. 192; PL Dopo che si dà così per dimostrato che grammatica* non chiude in sè unitariamente la sostanzialità dell’uomo, bensì vale soltanto quale significazione adeguata della grammatica, deve adesso chiarirsi ancora tuttavia in qual modo grammaticus sia puramente un appellativo mediato dell’uomo; e ciò si fa, con il più balordo scambio di concetti attributivi, mediante questo esempio, che cioè, se ci sono, uno accanto all’altro, un cavallo bianco e un bove nero, dicendosi senz’altro  S, qUoJ 7. homo solus, i. e. sine grammatica, est gromma auinno f b ‘ m °' l,S,ntell W POtest: uno vero, altero falso. Homo quippe (questo e il verni modus) solus, i. e. absque grammatica est qiTnecToh Ter habe ^ ^ m maticam: grammatica namque, nec sola nec cum honune. habet grammaticum. Sed homo so irammn ' grammat,ca ««* grammatici; quia, absente grammatica, nullus esse grammatici potest (il falsus modus consi alerebbe cioè ne 1 intender quella proposizione nel senso che non per^ r „a n n e ted a n> ^amniotica alla sostanza 7 ». stante dell uomo): sicut qui praecedendo ducit alium, et so . 1 praevius, quia qui sequitur non est praevius,... et solus non lvL pr i5T l 5m l, !cr n T f qui T‘ evius esse non P° test la prima delle due alternative viene utilizzata per la professione di fede realistica, e qui Anselmo aderisce, con l’accento di chi si rassegna di mala voglia, alle idee dei dialettici aristotelici, per salvare almeno quel che poteva essere salvato, poiché, visto che le Categorie godevan pure di ima così grande autorità, da non poter essere del tutto rigettate, bisognava far il tentativo d’interpetrarle in senso realistico. Dice Anselmo cioè, che designare il grammatico esclusivamente come qualità, è giusto soltanto dal punto di vista delle Categorie aristoteliche, poiché in quest’opera si tratta in verità non dell’essere reale delle cose stesse, e neanche della designazione puramente appellativa mediante parole, bensì delle voces significativae (v. sopra la nota 363), in quanto che queste significano immediatamente l’essere sostanziale in se stesso: e perciò è giusto che tra i dialettici sia rimasto in uso di tenersi puramente nell’orbita di questa significazione sostanziale, cioè di servirsi del grammatico, soltanto com’esempio di qualità 3T0 ) ; peroc”“) C. 16: Cum vero dicitur, quod grammaticus est qualilas, non recte, nisi secundum tractatum Aristotelis de categoriis, dicitur. C. 17: D. An aliud habet ille tractatus quam « omne quod est, aut est substantia, aut quantitas, aut qualilas, etc. » (BOEZIO [in Ar. Praed., I; PL)....  M. Non tamen fuit principalis intentio Aristotelis, hoc in ilio libro ostendere, sed quoniam omne nomen vel verbum atiquid horum significai; non enim intendebal ostendere, quid sint singulae res, nec qiiarum rerum sint appellalivae singulae voces, sed quorum significativae sint. Sed quoniam roces non significant nisi res, dicendo quid sit quod voces significant, necesse fuit dicere quid sint res.... De qua significatione videtur libi dicere, de illa qua per se significant ipsae voces, et quae illis est subslantiulis, an de altera, quae per aliud est, et accidentalis?  D. Non nisi de ipsa, quam idem ipse eisdem vocibus esse, diffiniendo nomen et verbum (Boezio [in de interpr., ed. Becunda, I, 1: rdiz. Meiser, Pare Post., p. 13 ss. ; PL, 64, 398-9], p. 293 s.), assignuvil, quae per se significant.  M. An pulas.... aliquem eorum, qui eum sequentes de dialectica scripserunt, aliter sentire voluisse de hac re, quam sentii ipse?  D. Nullo modo eorum scripta hoc aliquem opinari permilliinl: quia nusquam invenitur aliquis eorum posuisse aliquam vocem ad ostendendum aliquid quod significet per aliud, sed semper ad hoc quod per se significai [PL, chè, in questo senso realistico, il grammatico, per rispetto alle categorie, è, parimente dal punto di vista del linguaggio come nella realtà, una qualità  laddove, fatta astrazione da questa considerazione dialettica, la quale tuttavia deve pertanto contenere Tessere essenzialmente sostanziale, ciò che rimane è solamente il campo della comune maniera di parlare appellativa, nella quale il grammatico è chiamato «uomo»: non diversamente p. es., nel considerare le forme grammaticali, è giusto chiamare maschile il sasso, mentre, nell’uso comune del linguaggio, non c’è nessuno che designi il sasso come mi essere mascolino 3n ). Dunque Anseimo scorge bensì nelle categorie un pòtere formale, ma lo riferisce esclusivamente alla Tabula logica, già obbiettivamente data, dell’Essere sostanziale. Ma quanto rozzamente ciò da lui sia stato inteso, appare manifesto dalla concliiusione dello scritto, dove si discute ancora la questione, se una sola cosa possa cadere sotto più categorie; poiché, quando p. es. si dice c ìe armatus può anche rientrare nella categoria della sostanza, perchè l’armato ha in sè una sostanza, vale a In C ' 18, U s .: Si crgo proposila divisione oraefata (cioè L!X n 7 e ;' leCÌ categorie), quaero a te, q uid sii grammaticm secundum hanc divisionem, et secundum eos. qui illuni scribendo D P™lT2Z qUUn,Ur t: qU,d QUaer0 ’ ° Ut QUÌd mihi rospondebi? _ -A " ÌUC P ° test quaeri ’ nisi de voce aut de re quam significati quare, qu ia constai grammaticum non significare respondebo^i '"'“'"'T hominem sed grammaticum, Incuneiamo Tve^oauàerlde de V ° Ce ' quu ) vox significans quali totem, si vero quaens de re, q uia est q ualitas.... Quare si ve quaeralur de yZZlil Ve J e,lf’ CUm quuer,tur quid sit gr animai-ras secundum A ristoici s tractatum et secundum sequaces ejus. recte respóndZr -Mila' "t t * men s f cundum oppellationem vere est subslanliu. scribuntd emm V Vere " OS debet ' quod d ulectici ahler utùmur InLc J bUt S0C ‘,ndum quod sunt significativae,,diter eis dèi Idi //T '" secun dum qiwd sunt appellativae: si et grommatic ahud dietim secundum formam vocum. aliud secundum reium naturam. Dicunt quippe lapidem esse mascolini generis.... cum tu rno dicat lapidem esse masculum [PL, dire le armi, cou ciò si tocca veramente il colmo della incomprensione della logica; e a noi piace chiudere con la sentenza che Anselmo pronuncia su tale argomento, essere difficile cioè ( poiché non vuole affermare neanche questo con assoluta certezza ) che una cosa, la quale eia un tutto uno, possa cadere sotto più categorie, laddove invece una parola, includente più significati, può ben essere considerata, come non unitaria, dal punto di vista di più categorie: tal è p. es. il caso di albus, ch’e di pertinenza così della categoria della qualità, come anche di quella dell’avere. Cosi quest’ottuso realismo s’inviluppava, per la sua propria impotenza, in difficoltà, che in generale, per chi consideri le questioni secondo un criterio realmente logico, sono inesistenti, e tutto l’atteggiamento di Anseimo ci appare soltanto come un documento di una congenita disgraziata disposizione, dalla quale è affetto, in ordine alle questioni di logica, l’oggettivismo realistico. [§ 35.  Grado ancor basso di sviluppo del contrasto FRA LE TENDENZE. ONORIO DA AUTUN. Ma ili generale sembra in quel tempo, cioè al limite fra l’XI e il XII secolo, essersi manifestato, quale risultato di più Nam, si grammaticus est qualilus, quia significai qualitatem, non video cur armalus non sit substantia,... quia significai habentem substantiam, i. e. arma:... sic grammaticus significai habere, quia significai habentem disciplinam.  M. Nullalenus.... negare possum, aut armatum esse substantiam aut grommaticum [esse] habere.... Rem quidem unam et eamdem non puto sub diversis apiari posse praedicamentis, licet in quibusdam dubitari possit: quod majori et altiori disputationi indigere existimo (saremmo stati in verità smaniosi (li leggerla, questa altior disputatio).... Unam aulem vocem plura significamela non ut unum, non video quid prohibeat pluribus uliqucndo supponi praedicamentis, ut si albus dicitur qualitas, et habere [PL], Successivamente si prende ancor in esame il concetto di albus, per sostenere ch’esso non è unitario, ma risulta appunto da qualitas e habere appiccicati insieme. e meno recenti controversie logiche e teologiche, un contrasto, ancora dichiaratosi in maniera anzichenò grossolana, tra nominalisti e realisti: si era cioè incapaci, all’infuori da questi due punti di vista, di prenderne in’ considerazione alcun altro, come pure si enunciava ciascuno di quei due unilateralmente, ancora in forma estrema e per così dire grezza. Uno svolgimento di gran lunga più ricco e meglio disciplinato, ce lo presenteranno di già subito i prossimi decenni, e più che mai 1 epoca ulteriore, che per il momento preferiamo tuttavia passar del tutto sotto silenzio. La usata logica delle scuole poteva anzi esser allora intesa da alcuni singoli scrittori in maniera tale, che rimanesse ancor affatto immune da qualsiasi influsso del contrasto fra le tendenze, e qual esempio di assoluta ingenuità, così per questo rispetto come relativamente alla logica in generale, possiamo, per chiudere questa Sezione, citare ancora, del principio del secolo XII, alcune amene osservazioni di Onorio da Autun, il quale rappresenta le sette arti liberali come altrettante sedi dell’anima: ed ecco tutto ciò che, a tal proposito, egli sa metter avanti, relativamente alla dialettica: per cinque porte (le quinquc voces) si entra nella vera e propria fortezza (cioè le dieci categorie), dove stan pronti due campioni, vale a dire il sillogismo categorico © quello ipotetico, che Aristotele ha armati nella Topica e ha portati poi, nel libro de interpr., sul campo di battaglia, sicché ci si può qui metodicamente addestrare nella lotta contro gli eretici S7S ). TO ) Honorii Aucustodunensis de Animae Exsilio et Patria, c. 4, riprod. dal Pez, Thesaur. Tenia civilus est Dialettica, multis quaestionum propugnando munita.... Uaec per quinque portas adventantes recipit, scilicet per genus, per species, per differens, per proprium, per accidens; unde et Isagogae introductiones dicuntur, quia per has repatriantes introducuntur. Arx hujus urbis est substantia; turres circumslantes novem sunt accidentia. In hoc duo pugiles sunt et litigantes certa ratione dirimunt: Calhegorico et hypothetico Syllogismo quasi praeclaris armis viantes muniunt. Quos Aristoteles in Topica recipit, argumenlis instruit, in Perihermeniis ad lalum campum syllogismorum educit. In hac urbe docentur itineranles haereticis, et aliis hostibus armis rationis resistere eie. [PL PROGRESSO GRADUALE VERSO LA CONOSCENZA COMPIUTA DELLA LOGICA ARISTOTELICA Si colmano le lacune del materiale degli STUDI DI LOGICA, CON LA CONOSCENZA DEI DUE ANALITICI e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici]. Dopo aver detto più sopra che c’è un solo motivo di dividere in periodi la storia della logica medievale, motivo che consiste per me nella misura estrinseca della conoscenza, più limitata o più estesa, che si aveva degli scritti aristotelici, e che la differenza di contenuto fra la precedente e la presente Sezione si riduce in ultima analisi al fatto che sino al principio del sec. XII non erano noti nè utilizzati i due Analitici e la Topica, insieme con gli Elenchi Sofistici, mentre in seguito, a poco a poco, anche questi libri furon tratti entro la sfera dei dibattiti sopra le questioni di logica,  m’incombe ora qui per prima cosa il dovere di fissare anzitutto precisamente quei dati di storia letteraria, che stanno a fondamento della separazione. Per tutta questa Sezione, con la quale entriamo nell’agitata epoca di Abelardo e procediamo sino al termine del XII secolo, bisogna cioè in primo luogo metter sott’occliio l’àmbito del materiale di cui disponevano gli studiosi di logica, e dal quale scaturirono le numerose controversie di questo periodo, vale a dire bisogna mostrare che, e in qual modo, a poco a poco, per un verso si pervenne alla conoscenza di tutta quanta la produzione letteraria di Boezio, che aveva appunto tradotto l’Organon per intiero, e per l’altro verso si apprestarono traduzioni nuove dei libri suddetti: perchè, solamente dopo fatto ciò, potremo riferire quale attività si sia svolta nel frattempo sopra questo terreno gradatamente ampliato. Che quella suindicata limitazione sia effettivamente sussistita fino al principio del secolo XII, si può forse darlo ora per dimostrato, sia dalle notizie positive, addotte nella Sezione precedente, sia anche dall’assoluta mancanza di qualsiasi accenno in contrario. Ma appunto, quanto più per questo periodo antecedente invochiamo in nostro favore la forza dell 'argumentum ex silentio ’), tanto più diligentemente abbiamo preso in considerazione anche le tracce isolate e per così dire cancellate, di manifestazioni, dalle quali quel silenzio viene rotto, a partire da un dato momento. Il punto critico si ha cioè, quando viene presa conoscenza degli Analitici e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici*), e per quanto ciò sia accaduto soltanto insensiCerto non deve perciò negarsi la possibilità di nuove scoperte in qualche Biblioteca, dalle quali vengano messe in luce notizie, contrastanti con questa nostra veduta; ma tuttavia si tratterebbe sempre soltanto di casi isolati, senz’alcun indosso sopra lo svolgimento generale della logica in quel tempo, perchè a riconoscere l’andamento della logica in generale, sembrano sufficienti le fonti sinora accessibili, ") Jourdain nelle sue Rechcrches critiques si era invero proposto solamente il compito di ricercare le traduzioni nuove, venute fuori nel Medio Evo, e poteva escludere dunque dalla propria considerazione questa rivoluzione, in quanto essa concerne la conoscenza di Boezio: ma gli sono sfuggiti testi d'importanza decisiva anche per quel suo intento particolare bilmente e a poco a poco, ci si può bene aspettare che una conoscenza, sia pur ancora frammentaria, di queste principali opere aristoteliche non sarà senza connessione con lo studio della logica, fattosi ora più ricco e variato. Giacomo da VENEZIA (si veda). Già una notizia che c del seguente tenore: un tale Giacomo da Venezia [SI VEDA] tradusse dal greco i due Analitici, la Topica e gli Elenchi Sofistici, e nello stesso tempo li corredò di un commento, sebbene degli stessi libri ci sia stata una traduzione più antica » *),  riguarda, come si vede, proprio quelle opere, che il periodo precedente non aveva nè conosciute nè utilizzate: e, com’è da rilevare da un lato, che l’informatore, appartenente egli pure al secolo XII, era edotto della esistenza della traduzione, curata da BOEZIO, di quei libri,  poiché dove si parla di una traduzione « più antica », non può alludersi se non a quella , è parimente chiaro, d’altra parte, che quel tale Giacomo di VENEZIA (si veda) ignorava che la traduzione stessa esistesse, e proprio da ciò era stato indotto a curar egli stesso la sua propria versione di quei libri. Ma il paese, al quale siffatte circostanze vanno ambedue riferite, è L’ITALIA. Prima ancora che si disponga del testo DEI LIBRI ARISTOTELICI SU RICORDATI, TRAPELANO D’ALTRA FONTE NOTIZIE SPORADICHE. Si DIMOSTRA CIÒ CON ARGO*) In nota a un passo di Roberto da Mont-St.-Michel (Roberti de Monte Cronica, riprod. dal Pertz, MGH, Vili, p. 489), un continuatore (cioè « alia manus », ma, come afferma il Pertz [rectiiu: L. C. Bethmann]) osserva quanto segue: Iacobus Clericus de VENEZIA (si veda) transtulit de Graeco in Latinum quosdam libros Aristolilis, et commentatili est; scilicet Topica, Anal. priores et posteriores, et Elencos; quamvis anliquior translatio super eosdem libros haberetur fPIL MENTI TRATTI dagli scritti di AbelardoJ. Questa importante notizia, la quale contiene dunque elementi relativi alla conoscenza di quelle opere, e inoltre nello stesso tempo elementi relativi alla non-conoscenza delle opere stesse, non sta tuttavia così isolata, come si eredeva 4). Una conoscenza di quei libri sembrerebbe cioè, ben è vero, rimaner esclusa a prima vista da dichiarazioni di Abelardo, affatto categoriche e di amplissima portata. Fatta astrazione dal lamento ch’egli leva, e che qui non c’interessa, per la mancanza di una traduzione della Fisica e della Metafisica di Aristotele 5 )  Abelardo c’indica egli stesso espressamente le fonti della sua logica, e dice che la letteratura in lingua latina, riguardante la logica, ha per fondamento sette scritti, ripartiti fra tre autori: di Aristotele cioè si conoscono soltanto le Categorie e il de interpr., di Porfirio la Isagoge, ma di BOEZIO sono in uso i trattati de divisione, de differenti™ topicis, de syllogismo categ., de syllogismo hypoth. b ); inoltre, anche una osservazione, tratta dagli, ora ’ ®“P ra Giacomo da V., anche Ueberwec-Geyer, p. 146] .11I Cousin (Ouvr. inédits d’Abélard, p. L ss, e anche Fragni. de pini, du moyen àge Parigi) è assolutamente in errore, e dai passi di Abelardo che dovremo citare subito appresso, trae conchiusioni, solamente in base al tenore delle parole, estrinsecamente considerate, senza por mente al contenuto delle dispute intorno ai problemi della logica. . “I Abaelardi Dialectica, negli Ouvr. inéd. (ed. Cousin), p. 200: in l hysicis [et].... in his libris, quos Metaphysica vocat, exequitur (se. Aristoteles). Quae quidem opera ipsius nullus adhuc translator latinae linguue aptavit. Confido.... non pauciora vel minora me praestiturum cloquentiae peripateticae munimenta, quam illi praestiterunt, quos latinorum celebrat studiosa doclrina.... Sunt autem tres, quorum septem codicibus omnis in hac arte eloquenza latina armalur. Aristotelis enim duos tantum, Praedicamentorum scilicel et l J eri ermenias libros usus adhuc latinorum cognovil; Porphyrii vero unum, qui videlicet de Quinque vocibus conscriptus, genere scilicet, specie, differentia, proprio et accidente, introductionem ad ipsa praeparal praedicamenta; BOEZIO autem qualuor in consuetudinem duximus libros, videlicet Divisionum et [2291 Topicorum cum Syllogismis tam Categoricis quam Hypotheticis. Quorum omnium summam noElenchi Sofistici, Abelardo la cita una volta, soltanto di seconda mano, espressamente riferendosi a BOEZIO, come a propria fonte 7 ). Mentre dunque Abelardo, com’è di per sè chiaro, da quei passi di BOEZIO già più volte menzionati, doveva aver appreso esattamente quali sieno i libri scritti da Aristotele, si direbbe ch’egli riconosca con le parole ora riferite, in modo assolutamente inequivocabile, che non gli era possibile far "uso delle traduzioni degli Analitici, della Topica e degli Elenchi Sofistici. Ma tutto quel che ci è lecito conchiudere anche da questo riconoscimento, si è che Abelardo non aveva a disposizione quelle opere principali di Aristotele, perchè queste in generale non si trovavano tra gli scritti entrati nell’uso (si ponga mente all’espressioni « usus.... cognovit » e «in consuetudinem duximus »); vediamo cioè che allora in Francia, in tutti quei luoghi, per i quali Abelardo si andò aggirando o dove in generale ci si occupava di logica, non si possedeva un esemplare del testo genuino di quei libri; poiché 6e se ne fosse posseduti, con l’ardore per gli studi di logica, caratteristico di quell’estrae dialecticae textus pienissime concludet etc. Che per Topica qui non sia da intendere nient’altro che lo scritto de diff. top., è dimostrato, oltre che dalla esposizione che di questo ramo della dialettica si trova nello stesso Abelardo, anche da una quantità di passi, dov’egli cita punti singoli 'del de di/}, top. come « Topica» di BOEZIO, tout court: così, p. es., lntrod. ad thcol. [ed. Amboes.], II, 12, p. 1078 [ed. Cousin, II, 93; PL, 178, 1065] (si riferisce al de diff. top., I, p. 858 s. [corrisponde a PL), Theol. Christ. [ed. Martène], IU, p. 1281 [ed. Cousin, II, p. 488: PL] (si riferisce c. s.). Sic et Non, c. 9, p. 41 della ediz. Henke e LindenkohI [PL (de diff. top., II, p. 866 [PL, ]), ibid., c. 43, p. 105 [PL, 178, 1405] (de diff. top., III, p. 873 [PL, 64, 1197]), ibid.. c. 144, p. 397 [PL] (de diff. top., II, p. 867 [PL]). ') Dialect., ed. Cousin, p. 258: Sex autem sophismatum genera Aristotelem in Sophisticis Elenchis suis posuisse, Boethius in secando editione Peri ermenias commemorai (BOEZIO, p. 337 s. [in de inlerpr., Secunda editio, II, 6: ed. Meiser, Pars Post., p. 133-4; PL, 64, 460 s.]). poca, li si sarebbe certamente messi in piena luce. Non rimane invece esclusa in tali circostanze la possibilità che qualche elemento di quegli scritti sia tuttavia venuto altrimenti a conoscenza del pubblico dei dotti: e sol che si trovasse anche una unica notizia soltanto, della quale si riuscisse a dimostrare che non possa essere stata ricavata da uessun’altra fonte se non da uno di quei libri, sarebbe fornita la prova che in qualche maniera, da qualche altra parte, dati isolati ricavati dagli Analitici e dalla Topica sono filtrati nell’atmosfera degli studiosi francesi di logica. Ma dimostrare per opera di quali uomini e in quale maniera ciò sia accaduto, non è compito da assegnare a noi; è impossibile fornir tale prova, anzi nemmeno possiamo designare la fonte locale. Che cioè al tempo di Abelardo si fosse venuti a conoscenza di elementi staccati, tratti da quegli scritti aristotelici che fin allora non erano ancora stati messi a profitto, è cosa della quale possiamo trarre le prove precisamente da Abelardo stesso, e anzi riferendoci non a un pimto soltanto, ma a parecchi. Abelardo osserva una volta, a proposito della definizione del genus 8 ), che in determinate circostanze anche l’individuo può fare da predicato, come p. es. nella proposizione « hoc album est Socrates», oppure «/tic veniens est Socrates » :  una considerazione questa, che sarebbe vano ricercare in tutta la serie dei commenti di BOEZIO, ma che si trova bensì negli Analitici Primi, con letterale coincidenza di quelle proposizioni esemplificative; e proprio di là questa notizia dev’essere venuta anche a cono[Glossae in Porph., ibid., p. 560: videtur esse falsum, quod individua de uno solo praedicenlur, cum hoc individuum Socrates de pluribus habeat praedicari, ut « hoc album est Socrates », « hic veniens est Socrates». Il luogo aristotelico corrispondente si trova negli Anal. pr., I, 27 (nella traduzione di BOEZIO PL. scenza di vari altri cultori della logica 9 ). Abelardo riferisce inoltre che ci son « molti » che traspongono la essenza della definizione esclusivamente nella indicazione delle qualità 10 ) : e non sarebbe il caso di dire che questa opinione è soltanto una conseguenza estrema ricavata da un passo [delle Categorie] già da gran tempo conosciuto [nella traduzione di Boezio] ll ), perchè un contemporaneo di Abelardo formula quella opinione stessa in termini tali da ricondurci alla vera sua fonte, che troviamo soltanto nella Topica di Aristotele 12 ). Abelardo poi, a proposito della controversia intorno agli universali, usa inoltre una maniera di esprimersi (cioè universalia « appellant in se »), spiegabile soltanto ove si ammetta che la idea fondamentale di quei passi degli Analitici secondi, dove Aristotele tratta di xaxà •) Che la cosa abbia dato occasione a una controversia di moda nelle scuole, ai desume da Joh. Saresb., Metalog., II, 20 (p. 110, ed. Giles d. Webb; PL]) : Hoc enim ex opinione quoTundam sensisse visus est Aristotiles in Ancdeticis dicens (segue quel passo medesimo [cit. nella nota precedente]). ’”) Dialect., p. 492: Unde multi, cum significationem substantiae hitjus nominis quod est « homo » agnoscant, nec qualitates ipsius satis ex ipso percipiant, tantum propter qualitatum demonstrationem diffinitionem requirunt. “) Abistotele, Cut., 5 ; in BOEZIO, PL. L’autore dello scritto De generibus et speciebus, dal Cousin attribuito a torto ad Abelardo (v. sotto le note 49 e 148), dice a p. 541 9.: Concedunt omnes, species ex differentiis constare.... Dicunl, omnes differentias esse in qualitate etc. In tale forma accentuata, quest’ultima affermazione poteva esser ricavata solamente da Aristotele. Top. (cioè dalla trattazione, che ivi si trova, della definizione, con la quale si accordano poi altri passi), e ha dovuto in tal maniera appartenere al novero di quelle notizie sporadiche, che ora contribuivano a moltiplicare, le controversie scolastiche; l’autore del De gen. et spec. fa poi sforzatamente risalire la idea ora citata a un altro passo di BOEZIO, p. 62 (ad Porph. [a se transl., II, 5: cd. Brandt, p. 186; PL, 64, 93-4]), e dunque è certo che possedeva come fonti solamente i testi universalmente diffusi. Invece Joh. Saresb., loc. cit., p. 100 [edL Webb, p. 103; PL, 199, 880] mette già in connessione con tale questione anche Sopii. El., 22, 178 b 36. 7tavTÓ£ e di xn pr,ma  d °° Magalo! bi >]U,S cairn istas concedei ; « nllLl, Secunda figura coni,agii m > oni oe justum possibile est ! lum Possibile est esse bo zs‘?r, • *» : ìt . ’z *• vZ’-£z iz"tr;«,ur Zssrzzzr 6 “ *5 (ibid., nota 5721 _ E-.-, . 41 jnstani esse». Sic et ..._ 6u veraciter componi. ÉZpus enT n Td Syllog,smi  Ibid., c. 27, p. 183 [ed. Webb, p. 193; PL]: Ceterum conira eos qui veterum favore potiores AristotiUs libros excludunt Boetio fere solo contenti, possent plurima allcgari. ed. Webb, p. 170-1; PL, 199, 919-20]: rosteriorum vero Analeticorum subtilis quidem scientia est et paucis Ma come da questa lamentanza risulta naturalmente manifesto che quei libri eran conosciuti, così d’altra parte viene riferito ancora che la Topica aristotelica, da gran tempo trascurata, proprio allora è stata, per così dire, richiamata da morte a vita 2S ) : e alla informazione, secondo la quale questa idea di tirar fuori la Topica ha anche trovato a sua volta i suoi oppositori, si collega anche l’altra notizia, concernente un certo D r o g o n e, che non ci è ulteriormente noto, e che a Troyes manifestamente lavorò attorno alla topica, secondo il modello di quella di Aristotele 2B ). [| 7.  Nuove traduzioni dell’Organon, nella Bassa Italia e nell’Impero Bizantino].  Ma per quanto concerne ora in particolare il venire in luce di traduzioni nuove, si ricava in verità assai poco da una lettera di Giovanni, che da Costanza richiede copie ingeniis pervia.... Deinde huec ulenlium raritate iam fere in desuetudinem abiil, eo quod demonstralionis usus vix apud solos malhemalicos est.... Ad haec, liber quo demonslrativa trudilur disciplina (cfr. la nota 25), ceteris longe lurbutior est, et transposilione sermonum, traiectione litterarum, desuetudine exemplorum, quae a diversis disciplinìs mutuata sunt, et postremo, quod non conlingil auctorem, adeo scriplorum depravatiti est vitio, ut fere quot capita, tot obstacula hubeul. Et bene quidem ubi non sunt obstacula capitibus pluru. Unde a plerisque in interpretem difficultalis culpa rejunditur, asserenti bus librum ad nos non vede translulum | pervenisse]. A qual traduttore si fa qui allusione, a Boezio o a un altro? B ) Ibid., Ili, 5, p. 135 [ed. Webb, p. 140] : Cum itaque tam evidens sii utilitas Topicorum, miror quare cum aliis a maioribus tam diu intermissus sit Aristotilis liber, ut omnino aul fere in desuetudinem abierit, quando aetate nostra, diligentis ingenii pulsante studio, quasi a morte vel a somno excitalus est, ut revocarvi errante* et i iam veritalis quaerenlibus aperiret [PL]. “) Ibid., IV, 24, p. 181 [ed. Webb, p. 191: e v. ivi la nota]: Salis ergo mirari non possum quid mentis habeant (si quid tamen hubent) qui haec Aristotilis opera carpunt.... Magisler Theodoricus, ut memini. Topica non Aristotilis, sed Trecasini Drogonis irridebat; eadem tamen quandoque docuil. Quidam auditores magistri Rodberti de Meliduno (v. appresso le note 453 e.) librum hunc fere inutilem esse calumnianlur [PL I di Jibn aristotelici in generale, e prega inoltre che vengano anche aggiunte annotazioni, data la possibilità che non ci sia da fidarsi del traduttore 3 °). È invece di grande importanza veder da lui citato un medesimo passo, sia nella traduzione di Boezio, sia anche, e contemporaneamente, nella versione « nuova >«); e come quest’ultima si distingue per essere più letterale, così in generale Giovanni si era fatta una opinione abbastanza precisa in latto di traduzioni (soltanto cioè quando queste aderìscono, quanto strettamente è possibile, secondo una regola rigorosa, all’originale, è dato ottenere una con,prensione, garentita contro qualsiasi pericolo di unilateralna da una « ratio indifferentiae »); egli dice che una tale opinione ha trovato allora conferma e appoggio in un Greco da Severinum (cioè da Szoreny in Ungliena), versato in entrambe le lingue 32 ). Ora quella I Epist. 211 (II, p. 54 s ed. Giles 1PL 19Q oacn ri. > stotehs, quos habelis, mihi facialis exscribi ) \. M,ro . s Ar " supplicatione, quatinus in operibus Aristoteìis ubiZitr 'T "7"“ haaonetn: cicadàtionès enimJùntJ -IL ^ rPL 199 io A m ct ' 11 .’ Sl sunt > menu ad rutionem Sei HI° IT ^ ÌPÌat ° n T dÌ ArÌS, °, • A’sitcaftratio indifferentiae per se stessa non c’interessa per il momento qui, bensì la si vedrà intrecciarsi alla nostra esposizione della logica di Giovanni da Salisbury (note 574 ss.); ma è ben cosa che c’interessa lino da ora, che, in connessione con quella, egli ricordi inoltre anche un secondo traduttore (parimente, è vero, senza riferirne il nome), del quale aveva l'atto la conoscenza nelle Puglie 33 ). Ma se, coni’ è attestato da questi importanti passi, il comparire di traduzioni nuove, ebbe impulso nell’ Impero tuzantino, e, per opera di Greci, nell’ Italia meridionale, e se di ciò ebbero notizia gli studiosi di logica a Parigi o in Inghilterra, si avrebbe qui una prima traccia, sebbene passeggierà, di un influsso dell’epoca di Anna Comncna (v. qui appresso le note 219 e 370, come pure altre notizie nella prossima Sezione, note 1-5 ss.).  Finalmente può ricordarsi ancora, per così dire ad abundantiam, che negli scritti di Giovanni, accanto a citazioni coincidenti in modo assolutamente letterale con la traduzione di Boezio, se ne trovano anche di quelle, che bisogna chiamare per lo meno inesatte, semprechè non sieno state originariamente attinte ad altra fonte 34 ). manga, aU’infuori da quel Severinum che si trova in Ungheria [Webb: / orsan e civitate Sanctae Severinae in Calabria (Santa Severina, prov. di Catanzaro)]. ") Ibid., I, 15, p. 40 [ed. Webb, p. 37; PL, 199, 843] : non pigebit re/erre, nec forte audire displicebit quod a Graeco interprete et qui Latinum linguam commode noverai, durn in Apulia morarer, accepi eie. M ) Tra le prime vanno annoverate: Metal., II, 15, p. 86 [ed. Webb, p. 88; PL, 199, 872] (Top., I, 11: nella traduzione di Boezio, p. 667 [I, 9: PL, 64, 916])  e II, 20, p. 110 [ed. Webb. p. 113; PL, 199, 887] (Anal. pr., I, 27: p. 490 della traduzione di Boezio [I, 28: PL, 64, 669]).  Tra le seconde vanno annoverate: Metal., II, 9, p. 76 [ed. Webb, p. 75-6; PL, 199, 866] (Top., I, 11: p. 667 della traduzione di Boezio |I, 9; PL, 64, 917]) - II, 20, p. 100 [ed. Webb, p. 103; PL, 199, 880] (De sophisticis Elenchis, cap. 22: nella traduzione di Boezio, p. 750 [II, 3; PL, 64, 1032])  III, 3, p. 126 [ed. Webb, p. 131; PL, 199, 897] (Top., I, 9: p. 666 della traduzione di Boezio [I, 7; PL, 64, 915. Invece lo Webb rinvia a Cat., 4, 1 b 25 ss.]). CARLO PRANTL f§ S’iIVTENSIFlCA LO STimm np,, . A LOGICA C„„ la " tT Cm ' BEL Pseudo-BoezioJ.  Ora ch’è f, Tr filate strato a sufficienza come antece 1, C °“ C1 ° dÌmo " letteraria di Abelardo ^ “ f 1 ^ 6 aI1 ’ atti vità studio della logica fos’se stataT^à arrfccWt^ T ^ sovra punti particolari e „ P arricchita, abneno piersi a poco a dopo 1, ^ Ve “ Uta P OÌ a c °®Jisbury (di questo sr T°i 3 temP ° ^ Giovanni da Saranno ancora “ ale « ; 0m P Ìme «‘o « si presenteci è reso noto cosìVfattor T’* ?8 ’ 219 allora derivare un birre T t™™: ^ qUale doveva nell’attività svolti 1 • "V™ ° ' lntensità e di estensione si SDie^a t rapporto scambievole die ben SJ spiega, una forza cooperante era do, . . . dalla teologia donunatica: e ciò nere! ' “ a f Uardo ' die Sia di fronte allo Scoto EringLt a ortodossia,,„„l le ta Materi, * * " ' “ «“'»«. ’• stata all’erta così • . q e tloni mgJche, era resse, ora che la diale1 1 ^'^ ViSta dtd n,e(lesin '° intesi» «.loro. z:::~ * r**r « lotte, si tiraron fuori a Ài * propria vita d intime incularlo teologico affinclo" ordeea> dall’armaeon,tastanti J '* Sci. era 'L SS ““ •“'« 1o»n« eliic’ mischiati anche elementi di ^ ^,rapassassero fra mfera dogmatica p ri » L :,tr;i%r P a a'rr;“ ì r te: valere, ma ora inZiT' . T *°'  P Ur fatta mettersi in più inten ^ d " C ^ pOSltlvamente a nitrologica messa in condizioTeTdot ““ !" 8t ° rÌa deUa ~ no'opera di grazie a una certa formulazione di principii logico-ontologici, potè esercitare azione cooperatrice nelle controversie dei dialettici. Si tratta del de Trinitene del Peeudo • B o e z i o, e a tal proposito non mancò naturalmente di manifestar il proprio influsso il fatto che fosse ritenuto suo autore proprio Boezio, il rappresentante di tutta la logica S5 ). Appunto in quell’epoca cioè, ossia a K ) Da Fr. Nitzsch (Dos System des Boethius und die ihm zugeschriebenen theologischen Schrijten [«Il sistema di Boezio, e gli scritti teologici a lui attribuiti »]), Berlino, 1860, furono svolte le più valide ragioni elle si oppongono alla tesi [oggi invece generalmente accettata] che sia Boezio l’autore dei trattati teologici a lui attribuiti. E se poi Hermann Usener, Anecdoton Holderi [ : ein BeiIrug zur Geschichte Roms in Ostgotischer Zeit (« Testo inedito comunicato all’Usener da Alfred Holder: contributo alla storia di Roma nel periodo ostrogotico »). Festschrift zur Begriissung dcr XXXII. Versammlung deutscher Philologen und Schulmiinner in Wiesbaden], Lipsia [rectius : Bonn] ha pubblicato di su un manoscritto di Reichenau del secolo X un passo di un sunto di uno scritto di Cassiodoro finora sconosciuto ( il passo Tp. 4] suona così: « Boethius dignitatibus summit excelluit. ulraque lingua peritissima orator fuit.... scripsit librimi de sanciti trinitate et capita quaedam dogmatica et librum contro Nestorium. condidit et carmen bucalicum. sed in opere artis logicae id est dialecticae transferendo ac mathematicis disciplinis talis fuit ut antiquos auctores aut uequiperaret aut vinceret » ) e a ciò è unito un tentativo di dimostrazione dell’autenticità di quei trattati,  non direi che gli sia riuscitoconciòdiconfutareffettivamente la opinione, rappresentata dal Nitzsch e ripetutamente suffragata dai competenti specialisti. Poiché rimane senza soluzione la contraddizione innegabile, che cioè un uomo, il quale si mantiene assolutamente entro la sfera della filosofia della tarda antichità e non fa mai il nome di Cristo, nè dice mai una parola intorno alla consolazione della idea cristiana dell’opera di redenzione, si sia occupato minutamente di sottili questioni di doinmatica cristiana. Se l’Usener (p. 50) dice che si devono appunto tener separate le due personalità, dell’uomo e dello scrittore appartenente alla storia della letteratura, questa è cosa che non sembra possibile in tal maniera per l’autore della Consolatio philosophiae, il quale anzi si trova direttamente in presenza della questione della teodicea, questione appartenente all’orbita della religione. Ma poiché in quel manoscritto di Reichenau neanrhe abbiamo un testo che sia dovuto allo stesso Cassiodoro, bensì solamente l’opera di un epitomatore, che, come ammette l’Usener (p. 28), riassume tutto il lavoro originale frettolosamente, e attribuisce a Boezio fra l’altro anche un Carmen bucolicurn, rimane comunque possibile che l’epitomatore stesso, stando sul terreno della tradizione ch'era in circolazione dal tempo di Alcuino, abbia fatto partir da Abelardo 36 ), si accumulano le citazioni tratte da quei quattro libri intorno alla Trinità, e Gilbert de la Porrée li accompagnò con un ampio commento, sì che non era più possibile lasciarli da parte, nel trattar delle questioni relative.,. Ma ’ 111 ordine a un influsso esercitato sopra la logica, c interessano qui essenzialmente quegli assiomi, che l’Autore in principio del 3» Libro [cioè del libro «Quomodo substantia, in eo quod sint, bonae sint, cum non sint smistanti alia bona »] mette in testa a tutto, per poi ri arsi da essi, quando costruisce nel corso ulteriore deiopera l’edifizio delle sue prove. Premessa una definizione della communis conceptio, gli assiomi stessi”) si riferiscono alla differenza, invalsa nella teologia, tra essenza Oòcfa) ed esistenza (òrtóaraai?), in quanto che a quest ultima deve ancora aggiungersi la forma dell’Essere, e per essa lia pertanto luogo una partecipazione, come pure risulta la possibilità di un avere-in-sc, il che poi conduce alla distinzione di sostanza e accidente, e serve di fondamento a distinguere due modi di essere di quella partecipazione; ma, a tale proposito, viene ato rilievo anche alla unità, in cui sono congiunte negli esseri semplici, a differenza dai composti, la essenza e la es.stenza, e da ultimo viene messa in vista mia naturale affinità di essenza in seno alla diversità esplicata. “Tp* * di Parigi, traua r]af uth ’ ’ !•’ P ' ? 039 ’ Amho ™[ed. di d’Anjboisel W.Co^II.mTpI.iS 10Mr,Ser,,ti ^ Fra " S ° ÌS ZtaontZb no,a tìSu/ti£'Za rÌ39Ue etiam d “ ci,jlinis:Pr ° pOSUÌ «EQuesti prineipii, dei quali non ci concerne qui 1 uso che se ne faccia nel campo teologieo-dommatico, non tardarono a essere citati, anche da cultori della dialettica, come « regulae », insieme con altre « auctoritates », e e da ritenere che vari studiosi di logica sin da principio, su questioni ontologiche, si guardassero daH’andar contro questi assiomi, perchè poteva inoltre esserci la minaccia di conseguenze pericolose, relativamente alla Trinità. Così ne venne, che si ebbe qui non già soltanto una più larga applicazione della logica alla teologia, ma anche un diretto influsso di elementi dominatici sopra il movimento di elaborazione della logica nel suo aspetto ontologico. [§ 9.  Contrasto fra logica e dogma].  Senza dubbio, con questa mescolanza viene a verificarsi una situazione caratteristica, ed è cosa notevole che in quell’epoca, naturalmente incapace di una chiara e meditata separazione dei due campi (nel senso in cui 1 hanno intesa p. es. Cristiano Thomasius o Pietro Bayle), venga enunciata tuttavia la incommensurabilità delle due verità, teologica e logica, mentre si continuava a svolgere nello stesso tempo i due punti di vista inconciliabili. Anzi proprio Abelardo stesso, il Peripateticus Pwlatinus, ne dà la più eloquente testimonianza, quando 2) Diversum est esse, et id quod est. Ipsum enim esse nondum est. At vero quod est, accepta essendi forma, est alque consistit. 3) Quod est, participare aliquo potest. Sed ipsum esse nullo modo aliquo participat.... 4) Id quod est. Iutiere aliquid praeterquam quod ipsum est, potest, ipsum vero esse nihil aliud praeler se, habet admistum. 5) Diversum est.... esse aliquid, et esse aliquid in eo quod est: illic enim uccidens, hic substantia significalur. 6) Omne quod est, parlicipat eo quo est esse, ut sit, ulio vero participat, ut aliquid sit.... 7) Omne simplex esse suum, et id quod est. unum habet. 8) Omni composito aliud est esse, aliud ipsum est. 9) Omnis diversitas est discors, similitudo vero quaedam appetendo est. Et quod appetii aliud, tale ipsum esse naluraliter ostenditur, quale est illud ipsum, quod appetit fFL, dice che ai cultori della logica, ovvero Peripatetici, Dio rimane ignoto, perchè da quelli tutto viene sussunto a una o l’altra delle dieci categorie, laddove Dio non può cadere sotto alcuna di queste 38 ) : e mentre ciò potrebb’eseere ancora interpetrato come il punto di vista generale, venuto in uso fra i teologi da Agosthio in poi (efr. lo Scoto Eriugena, Sez. precedente, note 120 s.), Abelardo, proprio relativamente alla dottrina della Trinità, si pronuncia con la massima chiarezza, nel senso che quella ha i suoi nemici più pericolosi nei dialettici o peripatetici 39 ), argomentando costoro, dal punto di vista della logica, la unità individuale dalla unità di essenza delle tre Persone, e, viceversa, dalla diversità delle tre Persone la diversità della loro essenza 40 ). E non ténTI D B nRANn D VP e0/ ' Chrht " V1271 (ne,la di Martene e Uuram) Thesaurus novus Anccdotorum, Parigi, 1717, voi V) edt-ousin, II, p. 478]: Quod autem illi quoque doctore's nostri UT intendimi Logieae. ill„ m summam majestatem, quam in n . L eUm eSSe ',rofì "; nt ", r omnino ausi non sunt attingere, aut Cum e Z oZ ? COm P rehender *’ ex ipsorum scriptis liquidum est. Cum erum omnem rem aut substantiae aut alieni aliorum generalissimorum sub],ciani: inique et Deum, si inter res ipsum eomdZnnZT ’ aut ? ubstantiis ’ quanti tali bus, aut ceterorum pruedicamentorum rebus connumerarent, quod nihil omnino esse ex ipsis convmcitur (p. 1273) [480].... qui tamen omnem rem aut siibstantiae aut alieni aliorum praedicamenlorum applicanti palei leni 1’ ruCU,lu h .enpalelicorum illuni summam [481] majeslatem omnino esse exclusam [PL], ' Christi'^tion / C 1 ’, P ‘ 1242 C44, 8] j S " Pr " univers °> s autem inimicos sani-lue TriniZZZ*’ J,,daeo \ sive Oenliles, subtilius fide,,, essores d el Perquuunt. e, ucutius arguendo contendimi pròfessores dialecticae, seu import,mitas sophistarum. quos verborum agrume atque sermoni,m inundatione bentos esse Plato irridendo apZtzl mm T dem ’ ° ^ nane dZeZeos [PL^l 78, ]2 lT™ UUaS ^ maXlmM haere *es.... esse repressas eie. eillinl "'Z'f 'I' P ' 1266 r472,: in loco Kravissimae et difficili,mae Dialecticorum quaestiones occurrunt. Hi quippe ex unitale duZsTtn, n ",tuU ' m Pecsonarum impugnanti ac cursus ex [473] rìnZn, Pf ‘ rSO " an,m ldentlt !' u ‘ m essentiae oppugnare laborant. rPL T?8 A C, TH Z'T"r P onamus ' r>°'« a dissolvamus di A . r '° A, "dfd fa ora seguire una enumerazione, ' f P t nl, . tre *, ‘•«""•o 'a Trinità, ricavate dalla logica, per confutarle poi teologicamente. 1  è facile (lifatti metter d’accordo il concetto aristotelico della sostanza individuale con il domina della Trinità, sicché a rigore tutt’i cultori della logica, che seguivano Aristotele, si trovavano inevitabilmente esposti alla taccia di eresia. [ § io.  Pietro Lombardo. Bernardo da Ciiiaravalle].  Così si riesce a spiegare come Pietro Lombardo (morto nel 1164 [1160.'']), mentre sta ad attestare la connessione tra la controversia intorno alla Trinità, e la scissione delle tendenze sul terreno della logica, respinga nello stesso tempo qualsiasi applicazione della logica a quella fondamentale questione della teologia 41 ). Anzi egli stesso è esclusivamente puro teologo in così alto grado, che per lui la questione degli universali in generale non è neanche oggetto di contesa; e mentre più tardi (particolarmente nella Sez. XIX) avremo a sazietà occasione di ravvisare nei numerosi commenti ai « Sententiarum libri quatuor » del Lombardo (ch’eran divenuti, com’è noto, il fondamento di tutta quanta la letteratura teologica) un principale teatro della guerra intorno agli universali, il Lombardo “) Petri Lomhardi Sententiarum 1, 19, 9 (/. 27, ed. dl Ira, 1516 fdi Quaracclii: S. Bonaventurae Opera omnia l,p. ifUj): Videlur tamen mihi ita posse accipi. Cum alt (seAugustinusJ « substantia est commune, et hypostasis est particulare » ; non ita haec accepit, cum de Pro dicantur, ut aecipiuntur m phtlosophtca disciplina, sed per similitudinem eorum quae a philosophis dicuntur. locutus est; ut sicu/ ibi commune vel universale dicitur quod praedicatur de pluribus. particulare vero vel individuimi quod d uno solo; ita hic essentia divina dieta est universale, quia de omnibus personis simili et de singulis separutim dicitur, particulare vero singula quaelibet personarum, quia nec de alus hoc de aliqua aliarum singulariler praedicatur. I ropter similitudinem ergo pruedicalionis substantiam Pei dixit universale, et P^ s °nas particularia vel individua.... (e. 101 Dicuntur enim ^ d^erre numero, quando ita difjerunt. ut hoc non sit tUud.... dl b ferunt Socrates et Pialo et huiusmodi, quae apud philosophos dicuntur individua vel particularia; iuxta quemi modum non possunt dici tres personae differre numero. Etc. [PI-, 192, 57 1 (I, 1, 14 e 1 )]. non si è in alcun luogo immischiato egli medesimo in questa controversia, bensì solamente, con l’uso di determinate innocenti parole, ha offerto a’ suoi conunentatori motivo occasionale di dare, nella lotta già divanipata, libero corso al loro infiammato zelo. E come ciò si è verificato nella più larga misura per le parole testé mentovate del Lombardo, così il lettore delle « Sente*tiae » non può, a proposito di moltissimi luoghi, avere neanche il piu lontano sentore della caterva di discus«oni, attinenti a, problemi logici, che vi si sarebbe più tardi riattaccata la). De] resto ^ p.^ riproducono anche le sofistiche quistioni, più sopra (Sez. precedente, nota 303) citate, dibattute dalla teologia medievale « ■»). Nello stesso senso può ricordarsi che anche un altro celebre contemporaneo, cioè Bernardo da Chi ara valle (nato nel 1091, morto nel 53) apertamente si professa nemico della dialettica «). simplex, i. e.'indivisibìlh et inmateliaÙs^pluna’ Es " cn, j a restie! f r ia ’ te r de •h 1-2)1. O similmente L^L^ T-'T^ Qua «u,r'rÌ’ V 49 ’ r 61 ‘ 5 f?) ’ n, 17, i m ; ’ 19 ’ 1 fed ' logia trovò e aÌche°i dd in  -Ha teotenga esclusivamente alla letteratura tcXrir° 0013 478) ’ appar " libro di Fr. Protois Pierri* tomi ì .° 0f!ter m veniendam necescst logica causa elLuenZZ N P™ Slma «»'*•» omnium inventa disciplinas investigarmi et ’unireM Tert'’ ^ prn ! !tl ' ct, as Principales tractare, et disserro de UlZc Zà veracl ™’ honestius dlas cius per dialecticum, honestius ner rhoZ ** ^ (,mmati c«m, veracundiae rectitudinem veritatem heU, rtcam. Logica namque fa^asi testualmente nel mZZ’X"‘TZ ad ^ nitt ^ U s,esso 809]); cfr. ibid.. I r „ ) ì 2 Vn 7 m’ TI ; P 39 fPL > 17 6, 745, 752, 765], P ' ’ 2 (l >7); III, 1 (p . i 5) tPL> 176 . 1 Lhdasc., I, 12 (Opp., HI, p . fj) mj j 7fi 7 . q| . repertae fuerant; sed necesse luitloZ ’ * . ' • Ceterae pnus nemo de rebus con veniente J PljZ quoque invemn ; quoniam quandi rationem agnoverii.  / 6,u"vi TmÓ' iqf IpZZZm ^ Istae tres usu prirnae lucrimi to/ i * * 176, 8091: venta est logica Ouae cum dt i p ? stca P r °Pter eloquentiam indebet in doctrina Fr, J ‘, -''"'T' Ul " ma ' prima tamen Excerpt. pnor., loc. ciL, c. 23: In designa la logica come « sermocionalis », perché tratta « de vocibus » 47 ), e la divide ora in una maniera che ci ricorda molto da vicino lo Scoto Eriugena (Sez. precedente, nota 105), dimodoché, appartenendo alla logica, secondo la più vasta accezione della parola Àóyoc, ogni manifestazione della facoltà di parlare, la logica stessa si divide così in grammatica e logica rarìonalis: quest’ultima, corrispondente all’accezione più ristretta della parola Àóyo;, viene poi ulteriormente suddivisa nella maniera ordinaria, tenuti presenti i passi ovunque divulgati di BOEZIO. Movimento più intenso: grande estensione, E IN PARI TEMPO CARATTERE UNILATERALE, DELLA LETTERATURA ATTINENTE ALLA LOGICA].  Ben è vero che sarebbe stato certo più comodo lasciare sin da principio legendis urtibus talis est orda servandus. Prima omnium comparando est eloquentia, et ideo expetenda logica, deinde etc. [PL], ) Didasc., II, 2 (p. 7) [PL Philosophia dividitur in theoricam, practicam, mechanicam, et logicum. Hae quatuor omnem continenl scientiam.... Logica sennotionalis, quia de vocibus tractat.... Hanc divisionem Boetius fucit uliis verbis.... (segue il passo citato più sopra, Sez. XII, nota 76). *) Ibid., I, 12 (p. 6): Logica dicitur a Graeco vocabulo Àóyog, quod nomen geminam habet interpretationem. Dicitur enim Xiyog sermo sive ratio (v. Isidoro, Sez. precedente, nota 27): et inde logica sermotionalis sive rationalis scientia dici polesl. Logica ralionalis, quae discretiva dicitur, continet dialecticam et rhetoricam. Logica sermotionulis genus est ad grammaticum, dialecticam atque rhetoricam: et continet sub se disertivam. Et haec est logica sermotionalis, quam quartam post theoricam, practicam et mechanicam annumerami^ [PL, 176, 749-501.  Excerpt. prior. TI1, c. 22 (p. 339): Logica dividitur in grammaticum, et rationem disserendi. Ratio disserendi dividitur in probabilem, necessariam. et sophisticam. Probabilis dividitur in dialecticam et rhetoricam. Necessaria pertinet ad philosophos, sophistica ad sophistas (v. BOEZIO). Grammatica filosofica est scientia RECTO loquendi. Dialeclica dispulalio acuta, verum a falso distinguens. Rhelorica est disciplina ad persuudendum quaeque idonea [PL, 177, 201-21.  Didasc., Il, 29 (p. 14): Logica dividitur in grammaticam. et in rationem disserendi. Grammatica razionale,... est litteralis scientia.... Ratio disserendi agii de vocibus secundum intellectus fPL, 176, 7631.  Ibid-, 31 (p. 15): Ratio disserendi esaurirsi tutta quauta la logica in un simile cliché tradizionale, e a questo modo anche le idee platonico-cristiane, del pari che la dommatica teologica, avrebbero potuto continuare, senz’essere turbate nella loro ingenuità, la innaturale loro alleanza con avanzi di aristotelismo atrofici e contorti. Tuttavia l’intimo impulso ch’è peculiare alla dialettica, era pur anche rimasto vivo, già fino a questo momento, in seno alla stessa ecclesia docens, e poiché ora, come s’è visto, da due lati si faceva strada una più energica spinta (da due lati: vale a dire, da un lato, proprio per effetto della controversia dommatica intorno alla Trinità, e dall’altro, per effetto della conoscenza sporadica, la quale gradualmente veniva compiendosi, dei libri aristotelici fin allora ignoti), si levò ora, nel tempo stesso, sul terreno della logica, accanto alla scuola di S. Vittore, con tutto il suo misticismo, un ricco movimento, diviso in molteplici diramazioni : e qui la stona della logica, dovendosi stare alle fonti esistenti, entra in un periodo di difficoltà estrema. La difficoltà consiste cioè per prima cosa in questa circostanza, che le informazioni a noi accessibili discendono bensì con abbondanza di notizie sino al minuto particolare, ma intanto, con la loro forma semplicemente frammentaria, ci lasciano all’oscuro, riguardo a tutt’i fili di collegamento: a ciò si aggiunge ancora il carattere indeterminato della usuale espressione « quidam » ch’era in uso [per designare i rappresentanti di una data tendenza], o della integrale partes habet, inventionem et judicium (v. più sopra Boe: divisivas vero demonstrationem, probabilem, sopluslicam. Demonstratio est in necessariis argnmentis, et pertinet ail philosophos. Probubilis pertinet ad dialecticos et ad rhetores. Sophistica ad sopliistas et caviliutores. Probubilis dividitur in dialecticam et rhetoricam, quorum utraque integrales partes habet invenhonem et judicium [PL, 176, 764], Parimente ibid.. Ili, 1 • i i * k’ 176, 765], Le stesse notizie ritornano in una € Epitome iti philosophiam » «li Ugo, edita dall’ Hauréau (Hugues de Saint-Victor: nouvel examen de l’èdition de ses oeuvres, Parigi indicazione del nome di im cultore della logica, con la semplice lettera iniziale; e così in generale (particolarmente p. es. riguardo a quel frammento, al quale il Cousin diede il titolo « De generibus et speciebus ») 4 "), la ricerca, che comunque sarebbe di già malagevole, viene attraversata inoltre da molteplici difficoltà letterarie; per di più fra i relatori ce n’è parecchi che in se medesimi son poco degni di fede, e c’imbattiamo in contraddizioni, che non possiamo, per mancanza di altre fonti, risolvere in maniera adeguata. Ma se poi si domanda ancora come questo materiale slegato e lacunoso debba venir elaborato per la presente esposizione, ecco quel che debbo limitarmi a rispondere: data la impossibilità di svolgere il pensiero dei singoli autori (per la maggior parte non meglio conosciuti) secondo Cordine della successione storica, io sono riuscito a trovare, dopo molta riflessione, soltanto l’espediente di presentare l’epoca di Abelardo in blocco, e precisamente in tal modo che, analogamente a quel che ho fatto nella Sezione XI, vengano messe sott’occbio le numerose controversie, secondo l’ordine di successione di quei gruppi che, negli studi di logica di quell’epoca, prevalgono per importanza, quanto al contenuto; a tal riguardo è da notare che le varie opinioni intorno alla Isagoge, cioè la disputa intorno agli Uni«) Non poteva non esser «ausa di grave confusione, l’errore degli eruditi francesi, i quali con il Cousin hanno ritenuto che questo frammento sia opera di Abelardo; sopra tale punto ha più rettamente giudicato H. Ritter (sebbene non sia per noi accetta» bile la sua congettura, riguardo l’autore di quello scritto: v. appresso la nota 146); invece  a prescindere dal Rousselot, che non poteva ancora avere sott* occhio, quando compose la sua opera [Études sur la philosophie dans le Moyen a Parigi, 1840-21, il VII 0 volume del Ritter  anche il RÉMUSAT e persino I’Haureau han fatto le. viste di non conoscer affatto la opinione del Ritter,. e, aderendo al Cousin, si sono fondati sopra quello scritto per costruire argomentazioni, che dovevano nuocere alla esatta esposizione della controversia intorno agli universali. CABLO PRANTL versali, offrono un materiale più vasto che non i dibattiti sopra le rimanenti parti della logica. Ma mentre degli autori più eminenti e meglio conosciuti si viene così a parlare, in connessione con questi motivi attinenti al contenuto, bisognava senza dubbio che io facessi una eccezione, proprio per Abelardo: le vedute di lui intorno agli universali potranno pine a loro volta esser fatte oggetto di sufficiente disamina solamente più tardi, quando si tratterà di esporre la caratteristica di tutta quanta la sua Dialettica, poiché egli è invero il solo, del quale possediamo uno scritto, che abbracci quasi intiera la sfera della logica. Tuttavia mi è sembrato che un tale smembramento della esposizione delle controversie, per quanto si riferiscono agli universali, fosse qui proprio il minore degl’inevitabili inconvenienti. Ad Abelardo potremo poi far seguire, allo stesso modo, principalmente Gilbert de la Porrée e Giovanni da Salisbury. Per effetto delle ragioni suindicate, lo studio della logica, a prescinder dalla sua universale diffusione in tutt’i paesi, decisamente progredì, quanto alla intensità, in rigore e precisione, e per quanta era la estensione del materiale allora accessibile ai cultori della logica, ci si abituò, con la maggior esattezza possibile, a ponderar e lumeggiare da vari lati tutte le particolari tesi o controversie: certo con questo lavoro, mancando in modo assoluto una base propriamente filosofica, poteva venir fuori soltanto una sottigliezza contraddistinta da unilaterale formalismo, e die per un verso doveva condurre al massimo sminuzzamento nella formazione di contrastanti indirizzi, mentre per l’altro verso fu, a sua volta, parimente alimentata e rafforzata da quello: e il numero dei magiatri, che in tal maniera, per lo più risolvendo polemicamente i contrasti di opinioni, esplorarono con cura tutto il campo della logica, non può forse, nella sola Francia, essere rimasto molto al di sotto del centinaio. Non farà meraviglia che in un tale movimento quelli che non avevano a priori, per ragioni teologiche, un sacro orrore della logica, si trovassero spesso imbrogliati, al primo momento che ne intraprendevano lo studio 50 ) ; anche a noi vengon pure quasi le vertigini, quando dai particolari frammentari risaliamo a una conchiusione concernente quella totalità, alla quale essi avevano appartenuto. È una grande illusione, a proposito del movimento di quell’epoca nel campo della logica, creder di potersela cavare con i due termini di « nominalismo » e « realismo », tutt’al più aggiungendone ancora un terzo, cioè « concettualismo », poiché in primo luogo, come apparirà manifesto, la divisione in tendenze contrastanti è ben più molteplice, e questa, in secondo luogo, costituisce soltanto una parte dell’attività complessiva spiegata nello studio della logica.  Le vicende dello studio della logica, NEL RACCONTO CIIE NE FA GIOVANNI DA SALISBURY. Se ci possiamo interamente fidare di Giovanni da Sali-sbury, il quale spesso in verità si è limitato a metter giù impressioni generiche, e in buona parte puramente a memoria (v. appresso la nota 536), in quei decenni il corso seguito dalla logica nel suo svolgimento, in quanto essa fu rielaborata in compendi (artes) o in commenti o semplicemente in glosse 51 ), sarebbe 6tato in complesso il seguente. Giovanni parla cioè di un awerM ) Abael. Dialect., ediz. Cousin, p. 436: Sed quia labor hujus doclrinae diuturna*.... jatigat Icctores, et multorum studia et aelates sublilitas nimia inaniter consumit, multi.... de ea diffidentes, ad ejus angustissimas fores non audenl accedere; plurimi vero ejus subtilitate confusi, ab ipso aditu pedem referunt. 51 ) Joh. Sakesb. Metal., ITI, Prol., p. 113 (ed. Giles, voi. V [ed. Wclib, p. 117; PL): Nec in transitu vel semel dialecti- corum attigi scripta, quae vel in arlibus vel in commentariis aul glosematibus scienliam pariunt aut retinent aut reformanl. II sario della sua concezione della logica, da lui simbolicamente denominato Cornificio (v. appresso le note 528 se.), e in tale occasione dice 52 ) che quel modo di fare, venuto in voga, di chi, senza uno studio metodico e faticoso, vuol diventare filosofo, ma riesce in realtà a diventare solamente un sofista e a addestrare gli altri nella pura sofistica, proviene da quella scuola, nella quale ) Ibid., I, 1, p. 13 [ed. Webb, p. 8]: Cornificius non ter, stu- diorum eloquenliae imperilus et improbus impugnatoti. (2, p. 14 [ed. Webb, p. 9]): populum qui sibi credat habet; et.... ei.... turba insipientiurn adquiescit. lllorum tnmen maxime, qui.... videri quam esse appelunt sapientes.... 3, p. 15 ss. 110J: sine arlis beneficio.... faciet eloquentes et tramite compendioso sine labore philosophos.... Eo autem tempore ista Cornificius didicit quae nunc docenda reservut,... quando in liberalibus disciplinis Intera nichil erat et ubique spiritus quuerebutur, qui (ut aiunt) latet in littera. Ylum esse ab Hercule, validum scilicel argurncnlum a forti et robusto argumentutore..., et in hunc modum docere omnia, sludium illius aetatis erat. Insolubilis in illa philosophantiurn scola lune temporis quaestio habebatur, an porcus, qui ad renalicium agilur, ab homine an a funiculo teneatur. Item, an capucium emerit qui cuppam integram comparava. Inconveniens prorsus erat oratio, in qua haec verbo, «conveniens » et « inconveniens », « argumentum » et « ratio» non perslrepebant, multiplicatis particulis negativis, et traiectis per « esse » et « non esse », ita ut calculo opus esset, quotiens fuerat disputandum. Sufficiebat ad victorium verbosus clamor; et qui undecumque aliquid inferebat, ad propositi perveniebat metam. Eoetae, liisloriographi habebanliir infames, et si quis incumbebat labori bus anliquorum (cioè degli autori dell’antichità, Porfirio, Boezio), .... omnibus erat in risum. Suis enirn atit magistri sui quisque incumbebat inventis. l\ec hoc tamen diu licitum, curn ipsi auditores.... urgerentur, ut et ipsi, spretis bis quae a doctoribus suis audierant, cuderent et conderent novas scctas. Fiebant ergo summi repente philosophi; nani qui illiteratus accesserat, fere non morabatur in scolis ulterius quam eo curriculo temporis, quo avium pulii plumescunl. Jtaque recentes magistri e scholis ... pari tempore.... avolabanl. Bcce nova fiebant omnia; innovabatur gramalica, immutabatur dialectica, contemnebatur rethorica; et novas totius quadruvii vias, evacuatis priorum regulis, de ipsis philosophiae aditis proferebant. Solam « convenientiam » sive « rationem » loquebantur, « argumentum » sonabat in ore omnium, et.... nominare.... aliquid opertim naturar instar criminis erat aut ineptum nimis aut rude et a philosopho alienum. Impossibile credebatur « convenienter » et ad rationis » normam dicere quicquam, aut facere, nisi « convenientis» et « rationist mentio cxpressim esset inserta. Sed nec argumentum fieri licitum, nisi praemisso nomine argumenti [PL ci si voleva mostrar geniali di suo, con l’occuparsi, senz’altro fondamento che l’attitudine logica innata, di controversie del genere più balordo (p. es., se un maiale, portato al mercato, è tenuto dalla fune o dall’uomo, e simili), sempre tuttavia sputando con arrogante albagìa alquanti termini tecnici della logica,  un indirizzo, questo, tanto intollerante nei riguardi di qualsiasi altra scienza e studio, quanto destinato, con la sua mania del nuovo e il rapido trapasso dall’apprendere all’insegnare, a frantumarsi subito nella più confusa varietà di vedute individuali. Questo anfanare senza ima direzione, ha avuto ora per conseguenza 53 ), che ialini, persuasi della vanità di siffatte cose, in preda a un pessimismo universale, si son rifugiati nei monasteri, altri han posto mano, a Salerno e a Montpellier, allo studio della medicina, per coltivare ora questa scienza con lo stesso spirito cavilloso che prima mettevano nello studio della logica : ma altri a lor volta cercavano di campare alle corti dei ricchi e dei potenti, e altri infine, a nulla pensando fuorché a guadagnare quattrini, si son dedicati alle sfere più basse di attività (v. appresso la nota 530): insomma, con tutta questa genia, la logica e la scienza in generale son cadute nel massimo dispregio. In seguito tuttavia  continua Giovanni )  per opera ") Ibid., c. 4, p. 18 ss. [ini. Webb, p. 12; PL,  Alii namque monuchorum aul clericorum claustrum ingressi sunt.... deprehendentes in se et aliis praedicantes quia quicquid didicerant vanitus vanitatum est. Alii autem.... Salernum vel ad Montem Pessulanum projecli, facti sunt clientuli medicorum, et repente, quales fuerant pliilosophi, tales in momento medici eruperunt...Alii.... se nugis curiulibus mancipaverunt ut, magnorum virorum patrocinio jreli, possent ad divitias aspirare.... Alii autem.... ad vulgi profession.es easque profanas relapsi sunt; parum curante* quid philosophia doceat.... dummodo rem faciant  f 11 » 6 > P138 [ed. Webb, p. 143; PL, 199, 904]: Non... inanem reputem operam modernorum, qui equidem nascentes et convalescentes ab Aristotile, inventis eius nudlas adiciunt rationes et regalas prioribus aeque firmas..Habemus graliam.... Peripatetico Palatino, et alus praeceptoribus nostris, qui nobis proficere studuerunt vel in explanatìone veterum vel in inventione novorum. ) Epist. 181 (voi. I, p. 298, ed. Giles) [PL, 199, 179]: Sludiis tuis cangratulor, quem agnosco ex signis perspicuis in urbe garrula et ventosa, ut pace scholarium dictum sit, non tam inutilium argumentationum locos inquirere, quam virlutum. Tuttavia è anche possibile, poiché non sappiamo nient’allro sul conto del Maestro Ra«E*» N,CER ' destinatario dt questa lettera, che per urbs ventosa debba intendersi Avignone, essendo passato in proverbio: « Avenio ventosa, stne vento venenosa, cum vento fastidiosa » fluiva col non sapere nemmeno più quale fosse la opinione sua propria S8 ) : e intanto poi, per amor di gloria personale, si disprezzavano anche gli autori antichi, e si metteva da parte quell’ordine, al quale la logica scolastica si soleva attenere 5B ). E infine vien fatta ora inoltre espressamente la osservazione, che questo enorme e stupido dispendio di tempo e di energie aveva per suo principale obbietto la Isagoge, e che questa veniva commentata, assumendosi a compito esclusivo e supremo la contesa intorno agli universali 60 ), sicché da ultimo nella *') Melai., II, 6, p. 72 [od. Webb, p. 71]: Indignantur.... puri philosophi et qui omnia praeter logicam dedignantur, aeque grammaticae ut phisicae experles et ethicae.... c. 7, p. 73 [72] : qui damant in compilis et in triviis docent, et in ea, quam solam profitentUT, non decennium aut vicennium, sed lolam consumpserunt aelatem.... Fiunt itaque in pile rili bus Achadcmici senes, omnem dictorum aut scriplorum excutiunt sillabam, immo et litleram; dubilanles ad omnia, quaerentes semper, sed numquam ad scientiam pervenientes; et tandem convertuntur ad [73] vaniloquium, nesciente* quid loquantur aut de quibus asserant, errores condunt novos, et antiquorum (cioè degli autori dell’antichità, come più sopra, nota 52) aut nesciunt aut dedignantur sententias imitari. Compilant omnium opiniones, et ea quae eliam a vilissimis dieta vel scripta sunt, ab inopia iudicii scribunt et referunl.... Tanta est opinionum oppositionumque congeries, ut vix suo nota esse possit auctori [PL],  lbid-, c. 18, p. 93 [96; PL] : De magistris ani nullus aut rarus est qui doctoris sui velit inhaerere vesligiis. Ut sibi faeiat nomea, quisque proprium cudit errorem.  Polycr., VII, 12, p. 126 [cd. Webb, li, p. 141] : Veterem.... quaestionem in qua loborans mundus iam senuit, in qua plus temporis consumptum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio consumpserit Coesarea domus.... Haec enim tam diu multos tenuit ut, cum hoc unum in tota vita quaererent, tandem nec istud nec aliud invenirent [PL, 199, 664]. V. inoltre appresso, nota 540. “1 Enthetìcus, v. 41 ss.: Si sapis auctores, veterum si scripta recenses, Ut staluas, si quid forte probare velis, Undique clamabunt « i ctus hic quo tendit asellus? Cur veterum nobis dieta vel acta refert? A nobis sapimus, docuit se nostra juventus, Non recipit veterum dogmata nostra cohors. Non onus accipimus, ut eorum verbo sequamur, Quos habet auctores Graecia, ROMA colit.... » (v. 59) « Temporibus pioniere suis veterum bene dieta. Temporibus nostris jam nova sola placent ».... Haec schola non curat, quid sit modus, ordove quid sit, Quam teneanl doctor discipulusque viam [PL Metal., II, 16, p. 89 [ed Webb, p. 901: Sed quia ad hunc elementarem librum (cioè le Categorie) magis elementarem quodamSTORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE disamina dello scritto di Porfirio si finiva con il cacciar dentro tutta la filosofia, offrendosi in tal modo un campo alla sodisfazione della vanità personale, e ugualmente recandosi danno all’insegnamento La polemica intorno agli universali: si PUÒ DIMOSTRARE CHE ALMENO TREDICI ERANO LE CORRENTI, NELLE QUALI SI DIVIDEVANO LE OPINIONI SU QUESTO PROBLEMA. Così le notizie, di carattere più generale, trasmesseci da Giovanni da Salisbury, ci portano naturalmente a prender in esame le controversie intorno agli universali, e da quel che abbiamo veduto sinora, ci è lecito concliiudere legittimamente, che la contesa divampò, in quella maniera unilaterale e sofistica, nei primi decenni del secolo XII, sicché qui si presenta manifesta la connessione storica con la comparsa di Roscelino e con le lotte insorgenti in quell’epoca (v. la Sez. precedente, note 312 ss., e particolarmente 326). Ci sono anzi ragioni interne, militanti a favore della opimodo scripsit Porphirius, eum ante Aristotilem esse credidit antiquilas praelegendum. Recte quidem, si recte doceatur; id est ut tenebras non inducat [91] erudiendis nec consumat aetatem.... c. 17, p. 90: Naturam tamen universtdium hic omnes expediunt, et altissimunì negotium et maioris ìnquisitionis contro menlem auctoris explicare [92] nituntur.  Ibid., Ili, 5, p. 136 [141]: qui in Porphirio aut Categoria explanandis singuli volumina multa et magna conscribunt [PL, 199: 873-4, 903]. Ciò trova conferma in una espressione di Abelardo: v. appresso la nota 104. I Ibid., I], 20, p. 113 [ed. Webb] : Nec fideliter cum / or ph trio nec utiliter cum introducendis versantur qui omnium de generibus et speciebus recensent opiniones, omnibus obviant, ut tandem suae inientionis erigant titulum.  Ibid., Ili, 1, p. 117 [ c d. Webb, p. 121]: Austerus nimis et durus magister cst'lollens quod positura non est et metens quod non est seminatum, qui Porphirium cogit solvere quod omnes pbilosophi acceperunt; cui salisjactum non est, nisi libellus [122] doceat quicquid alicubi scriptum invenitur.  Polycr., VII, 12, p. 129 [ed. Webb, II, p. 144]: Qui ergo Porpniriolum omnibus philosophiae partibus replent, introducendorum obtundunt ingenia, memoriam lurbant | PL, 199: 888, 891, 666], Vedi inoltre il passo di Guglielmo da Conches, che si troverà citato appresso, ne, secondo la quale, a partir da quel momento, nelle controversie concernenti gli universali, sarebbe stata piuttosto prevalente, in un primo tempo, la concezione nominalistica : non soltanto infatti è indizio di una tale prevalenza la circostanza, che quei cultori della logica, a quanto riferisce Giovanni, assumevano un contegno esclusivistico e intollerante contro qualsiasi scienza reale (note 52 e 58), ma riesce anche facile argomentare che gli scrittori citati da Giovanni, come benemeriti del risveglio degli studi di logica, tutti quanti alieni da un nominalismo estremo, o anche in parte avanzati sino ai limiti estremi del realismo, hanno provocato o promosso in ogni caso una rivoluzione, la quale determinò il passaggio dai principii nominalistici verso differenti cammini. Ma da una più esatta e approfondita ispezione delle fonti a noi accessibili, risulta chiaro che, per tale riguardo, come abbiamo già detto, il dissidio delle opinioni non si aggirava soltanto entro i limiti di un contrasto dicotomico o tricotomico, bensì si manifestava distinto in una serie di graduazioni più numerose. La più precisa notizia ce la dà ancor una volta Giovanni da Salisbury, e, stando a quella, la diversità di opinioni relativamente agli universali, ha preso la forma seguente: 1) la opinione di Roscelino, che gli universali sieno voces 6J ) :  v. le note 76 ss. di questa Sezione; 2) quella di Abelardo e de’ suoi seguaci, che cioè gli universali vadano ridotti a sermones, non potendo K ) Metal., Il, 17, p. 90 [ed. Webb, p. 92; PL, 199, 874], dove alle parole testé citate (nota 60) fa seguito immediatamente quel passo intorno a Roscelino, che abbiamo veduto alla nota 318 della Sezione precedente. mai il predicato di una cosa esser esso stesso una cosa 03 ):  v. appresso le note 283 ss.; 3) la tesi, che intellectus o nono, nel senso attribuito a questi termini da Cicerone (cioè dagli Stoici), sia ciò che si chiama « universale » M ) :  v. appresso le note 581 se. Da costoro Giovanni distingue poi quelli che si tengono attaccati alle cose ( « rebus inhaerent »), ma a lor volta si scindono in varie tendenze, e dunque: 4) la opinione che fu poi subito ancora abbandonata, di Gualtiero da Mortagne, secondo la quale gli unie! ) lbid.: Alius sermones intuetur et ad illos detorquel quicquid alicubi de universalibus meminil scriptum ; in hoc attieni opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus Abaelardus nosler, qui multos reliquit et adhuc quidem aliquos habet professionis huius sedatores et testes. Amici mei sunt ; licet ita plerumque captivatam detorqueant litleram ut vel durior animus miseratione illius movetur. Rem de re praedicari monslrum dicunt; licet Aristotiles monstruositatis huius auctor sit, et rem de re saepissime asseral praedicari; quod palam est, nisi dissimulent, familiaribus eius. **) lbid. (in continuazione): Alius versatur in intellectibus, et eos dumtaxat genera dicit esse et species. Sumunt enim occasionem a Cicerone et Boetio, qui Aristotilem laudani auclorem, quod haec credi et dici dcbeant noliones. « Est autem », ut aiunt, « notio ex ante perceplu forma cuiusque rei cognitio enodatione indigens » (cosi effettivamente Cicerone, nel passo citato alla nota 37 della Sez. Vili, passo che mostra tuttavia nello stesso tempo com’egli si riferisse non già ad Aristotele, bensì a « Graeci », cioè agli Stoici). Et alibi; « Nodo est quidam intellectus et simplex animi concepito » (così Boezio, ad Cic. top. [Ili], p. 805 [PL, 64, 1106], dove si commenta quel passo di Cicerone: solo [che in Boezio si legge r, " ltUr ea in Versoi r "“°" e singularibus specialissima genelerce 1 aque ™nstuml. Sunt qui more mathematicorum « fornuis » 142] rifinì AW'/ 1  lddquid de univLalibus lert.l.,,1 referunl. Alu discutiunt « tntellectus » (3) et eos uniiZ “ U uomimbus censeri confirmanl. Fuerunt et qui «voces» (lt ìm*h. UùJZ U L S "'“ *•-»» «M,,c qui r l JVella ediz. Cousin degli Outr. inéd. d’Abélard p 513n P genertbus et speciebus diversi diversa sentiunt. Alii namqul voces rebus Zo a n?hil P ho PS «dngularcs esse affirmant, in rebus vero mìni horum assignant. Alti vero res generales et speciales universales et singulares esse dicunt; sed et ipsi interne cieTe» 0 *, ' ntlUnt P'"d« m enim dicunt singularia individua esse species et genera subalterna et generalissima, alio et alio modo alterna mento la distinzione tra coloro che qualificano gli universali come vox [voces], e quelli che li considerano come res, ma della posizione di questi ultimi vengono nominate soltanto due sottospecie, cioè 10) la così detta ratio indifferentiae (v. appresso le note 132 ss.) e 11) il punto di vista di Guglielmo da Champeaux,  v. le note 102 ss. Di queste varietà di opinioni parla inoltre una volta anche Abelardo 7S ), ricordando, in seno al realismo, pri(lo stesso autore indica questa opinione come « sentendo de indif- ferendo »: v. appresso la nota 133). Atti vero quasdam essendas universales fingimi, quas in singulis individuis totas essentialiter esse credunt (che qucst'ultima sia la opinione di Guglielmo, risulterà chiaramente appresso). ™) iE cioè nelle Glossulae super Porphyrium, già più sopra (nota 13) ricordate, e riferite dal Rémusat, op. cit., p. 96 (neanche qui purtroppo ci vicn fatto conoscere il testo originale): La grande queslion que PorphyTe indique en débutant.... arrète Abélard, et il est presque obligé de la traiter seulement pour la poser. Toules les opinions sur les universaux se prévalent, diuil, de grundes auto- rités [testo originale, ed. Geyer: «De generibus et s peci eh us quaestiones enodarc compeUiinur, quas (nec ipse Por- pkyrius ausus est solvere, cum cas tamen tangendo ad earum inquisitionem accenda! lectorem ». E, dopo aver accennato alla varietà delle soluzioni proposte : «tamen unusquisque lue- tur se aurtorilate i u d i c e » (p. 512)] (già qui la traduzione del Rémusat è sbagliata, poiché nella nota egli riproduce le parole dell'originale, « unus quisque se tuetur auctoritale iudice », e queste voglion dire che ciascuno avvalora la propria opinione con l’autorità tradizionale, cioè Aristotele).... p. 97 : Le premier syslème est celiti de l’existence des choses universelles. lì est plusieurs manie- res de Vétablir. Suivant l’une eie. [Geyer, p. 515: .... primam (se. sententiam de universalihus) quae de rebus est, primi- tus exequamur. De qua etiam sunt plurcs opiniones, cum alii aliter res universales esse affirmant. Nominili cnim....] (ora viene la opinione di Guglielmo da Champeaux: v. appresso la nota 105)... p. 99: «La seconde manière» ecc. [Geyer,  ma di tutto le due tesi dottrinali anche testé ricordate, ma poi 12) una concezione, secondo la quale la differenza ra genere e individuo risiede soltanto in un modo par- ticolare (propalasi) di esistere, in quanto che 1W versale può presentarsi così in parecchie cose insieme come anche in esseri singoli. Invece nel De intellectibus del Pseudo-Ahelardo (v appresso le note 416 ss.) si trova soltanto espressa, in amerà ^determinata e generica, la distinzione tra rea- sii, nominalisti, e opinione di Abelardo u ). l'ZL'mZp mTtó, appreso pou r soutenir que les universali sonldesdoses VoulZT "T^ la communauté, l’on dii ai,'entri- l„ Voulant expliquer singtdière est une diffide TlrtruTl et l * cho.se a etre universelle, la proprietà ani Inni' ",> . ropne, ' i ( l ul consiste mal, le corps est nniZZl et Zel " ? ^ • bt ****- L'ani- et quelque corps ; mais dire  un étre qui aliter re, universales esse videninV affi “ " n® r, u m a 1 i i, nitatem assignnntes dicunt rem .,t;„ • ®,rniare * Hj re bns comrmi- id est alterins proprietatis (il C uru . ver . 6a ^ em > aliam singularem, inéd., p. 522 IDe Zen et s Jc \ « V “ CoVSIN ’ Ou.tr esse ex hoc quod est onivTsai et ^ V ” EAV ’ V, 313) Iaris. Ut animai est universale et mm!!""* h ° C q ” od est sin SB- vel aliquod corpus. Tale est enini ^ ’ j CC t ? men al| quod animai mal esse universale, ne si dieatnr- ni. Undum,lanc sen tentiam ani- animal est, et tale est hoc animai " a s “ nl quorum unumquodque dieatnr: una sola rea«J°hoc d T, 8ol °» ac - espressa in forma indeterminata la r „ n l . na]ment ^ (P- 106) segue, voces [cfr. Geyer, p. 522 - 31 . ’ oncezione degli universali come ^à-VtoZ^ 63 : Philosophie sco - Quidam enim volimi omnZloZ f * diversa -^ntiunt. dam nullas ^ro folti snnt (mane. Il lo,., ”ha "“(til T :zh r p- * T„,-irr rato vel albo Zane cana l VOCabul °' !" ^pus ipsum a colo-altri invece, e certamente i più sconsiderati e più radicali, come p. es. un tal magister « \ . si appigliavano unicamente al « significare », sì che per e6si in ciascuno dei predicati assegnati a una cosa qualunque, si trova insieme già significata la cosa stessa: e degno di nota è che costoro si appoggino per tal riguardo alla grammatica, secondo la quale ogni nome significa così una sostanza, come anche, al tempo stesso, una qualità 83 ). Dovevan essere nominalisti di quest’ultima specie anche coloro che, forse seguendo in maniera unilaterale le vedute di Rosceliuo (Sez. precedente, nota 321), si spinsero sino ad affermare che la semplice dictio (vale a dire la parola singola, in opposizione con il giudizio) non porta in generale affatto in sè parti dell’atto intellettivo, vale a dire neanche parti simultanee, bensì come un punto, comprende in uniLà indifferenziata tutto quel che cade entro l’accezione della parola 84 ).  Alcune particolari conseguenze del nominalismo, in ordme alla teoria delle categorie, vedile appresso, alle note 196 s. e 199. M J lbid.: ....Hi vero, qui onirtem vocum impositionem in significutionem deducunt, auctorilatem protendimi, ut eu quoque significati dicant a voce, quibuscumque ipsa est imposila, ut ipsum quoque hominem ab animali, t ei Socratem ab homine, vel subjectum corpus ab albo vel colorato; nec solum ex arte, verum edam ex auctoritate grammalicae id  conantur ostendere. Cum enim tradat grammatica, omne nomen substantium cum qualitate significare, album quoque, quod subjcctam nominat substantium, et qualitqlem determinai circa eam, utrumque dicitur significare (dunque, secondo il Cousin, questo dovrebb’essere il modo di vedere proprio del realista Guglielmo da Cbampeaux!). M ) Pseudo-Auael. de ititeli-, loc. cit-, p. 472: Sunt iluque inteilectus conjunctarum ve! divisatimi rerum, dictionum tantum; cotijungentes vero vel dividentes intellectus, oralionum tantum sunt. liti quippp simplices sunt, isti compositi (Tale la opinione del1 Autore). Sunt plerique fortassis (cioè nominalisti), qui intellectus simplices nullas ninnino purtes habere concedant, ncque scilicet per sticcessionem nequc simili (vale a dire parti non-simultanee, o successive, ne ba in generale soltanto il giudizio, ma non mai la parola singola). Qui enim, inquilini, plura simul intelligit, una simplici actione omnia simul attendit [Arali.. Opera, ed. Cousin, La teoria che gli universali sono « maneries » : Ucuccione].  Ma era certo una ramificazione del nominalismo la tesi sostenuta relativamente alla « manerics » (v. sopra la nota 69); poiché è vero che Giovanni da Salisbury l’annovera tra le opinioni realistiche; ma, d’altra parte, non soltanto suscita in noi gravi dubbi quel passo di lui, riferito più sopra (nota 70), dov’egli già finisce con il qualificare tutto quanto come realismo, bensì dobbiamo anche tener conto di un’altra fonte d’informazioni: infatti, secondo quel che viene altrove perentoriamente riferito, erano i nominalisti che, a sostegno della loro opinione, secondo la quale generi e specie sono soltanto le parole, piu universali o più particolari, enunciate nel soggetto o nel predicato, senz’altro denominavano, nei rispettivi passi di Boezio e di Aristotele, la « res » « vox » e il « gemisi « maneries » *>). La parola « maneries » per "se stessa non e, parimente, nè così mostruosa nè così rara, come Giovanni mostra di ritenere nella notizia più sopra’ riferita: non soltanto infatti la s’incontra, con accezione generica, in Bernardo da Cliiaravalle 8S ), ma, addirittura in senso specificamente logico, in un altro au) De gen et spec., loc. cit., p. 522: Ntmc illam sementiam quue toces solas genera et species unìversales et partici,lares praesubjectas asserii et non res, insistamus.... ( p 523 ) Boethius, ira commentano super Categorias ([L. I], p . 114 rp[, 64 162n dici « quoniam rerum decem genera sunt prima, necessefuUdSem suhilrH i eSS \ S,m f. llces voces > dune de simplicibus fin Boeziosubtectis J rebus d,perenti,r ». Hi tamen exponunt: « genera id est Z"Z1* S L r : 0 r dam ™ Aerili 1 S f 7 Jm rme p aS,raduzi0ne di BOEZIO [Prima Ldino, 1, 7. ed. Meiser, Pars Pnor, p. 82; PL, 64, 318], p 233)«rerum alme sani unìversales, aline sunt singulares». Hi tamen rUatibic Lo r onTì;,d T ° C " m HU "“ tem tnm «PertM auctomentili aut e n‘ l ir"* ",lentes ’ aut di ™nt «udori,a,es TncTdunt. P labor «utes, quia excoriare nesciunt, pellem . Epi y402 S° pera ’, d Martène, Venezia, 1765, 1, p. 156)m"614] 1 wn ' s pro *,f!lll ° sU dilla ad mommi non erat [PL, tore dei primi del Duecento, cioè nel canonista Uguccione (morto nel 1212), il quale nel suo scritto lessicale definisce « species » come « rerum maneries » 87 ). E a quel modo che questa parola (il francese « manière »), se stiamo alla sua precisa etimologia, ci riporla da ultimo al significato di « maneggio » o « modo di trattare » [« Behandlungsweise » da « Hand », come «maneries » da « manus »] S8 ), cosi, nel suo uso logico, ha dovuto anzitutto significare il modo d’intendere subbiettivo, e pertanto raccostarsi alla concezione nominalistica, o a quel tale « colligere » che abbiamo veduto alla nota 68; invece, soltanto allorché «maneries» dall’accezione « maniera, guisa », a poco a poco fu volta a significare una « sorta », fu possibile prenderla, come termine della logica, in senso oggettivo, per tal modo che potè entrare in giuoco la questione dello « status » (nota 65), sebbene, anche trattandosi di « sorta », venisse ancor fatto abbastanza facilmente di pensare all’ « assor¬tire » (cioè colligere).  I Platonici: a) Bernardo da Cliartres Gli avversari unilaterali degli unilaterali nominalisti furono comunque i veri e propri platonici, tra i quali ci si presenta per primo, come principale rappresentante, Bernardo da Cbartres, soprannomi*0 Uguccione, autore di una Stimma Decrelorum e di altri scritti canonistici (sul conto di lui, notizie più precise nel Sarti, de clarissimis Arcbigymnasii tìononiensis projessoribus, I, p. 296 ss., c nella Prefazione del Du Cange al suo Glossario,Ugutionis vocabularium »]), aveva scritto un vocabolario (liber derivationum), ricavato in parte da quello su ricordato (Sez. precedente, note 286 ss.) di Papias, e conservatoci in numerosi manoscritti. Da esso il Du Cange j. v . «Maneries » riferisce le seguenti parole: Species dicitur rerum Maneries, secundum quod dicitur « Herba huius speciei, id est, Maneriei, crescit in borio meo ». “) Vedi Diez, Etymtdogisches Wórlerbuch der romanischen Sprachen, p. 216 [s. v. «Maniero», p. 203 della 5" ediz.j. Parola del tutto diversa è maneria, derivante da maneo e affine a mansio, con il significato di « soggiorno » (v. il Du Cance, s. v. « Maneria »).nato Sìlvester (viveva intorno al 1160). [Oggi dai P,U . 81 r,t, ° '' dell, pera idea platonica, laddove il “tLÀTSH”' fica iniziarsi della mescolanza co „ "*”>la olitolo l’aggettivo {album) è ritenuto e, •’ m °“ lre contaminazione insanabile della idea coó 1 T"' '* orna Pertanto ci didicUe del".;.7b ‘ “"T sieno state rese ne.» . «eptorare che non ci * i .™.,r,:;LT H ~ ri,e nere)], _ PmtaLtt',2ri tu’in  893hVr"“ a o f C 2;;.™* idem 120 [ed i Wcbb ’  124; PL AÌebai a R et q “ Ìbus dominamtur den °a ~r, 2 ?»SSS. tn ffi emm il/ud, ‘ x culiàs^ l qùod^vJ r b 1 ui^ l lg > ',t ^ nem,/ >v. nelle Opere del Venerabile Beda (ediz. di Colonia, 1688, li. p. 206 ss. [PL, 90, 1127 ss.]). Ma proprio questa medesima parte della Philosophia detta minor la si ritrova da capo, non soltanto ristampata nella Maxima Bibliotheca Patrum [di Lione], voi. XX, p. 995 [PL, 172, 40 ss.], dov’è indicato come suo autore Onorio da Autun (Sez. precedente, nota 373) [Honorii Augustodunensis De Philosophia Mundi 11 IVI. bensì ancora in un libro che sta a sè, con il titolo: Philosophicarum et astronomicarum institutionum Guilei mi, Hirsaugiensis olim abbatis, libri tres, Basilea, 1531, in -4°. (Questo abate Guglielmo da Hirschau, nato nel 1026, morì nel 1091: v. Pertz, MGH, VII, p. 281; XII, p. 54 e p. 64 ss.; XIV, p. 209 ss.). Se ora 1’ Hauréau ( Singularilés hist. et litlér., p. 240) a favore dell’attribuzione di quello scritto a Guglielmo da Conches può richiamarsi a un manoscritto di Parigi, e nello stesso tempo allega la testimonianza di Guglielmo da S. Thierry, un avversario contemporanco, io ritengo senza dubbio questi argomenti conte decisivi, ma è da richiamare in ogni caso l’attenzione sopra il fatto che nella stampa nominata per ultima (fatta astrazione da frequenti piccole modificazioni della espressione letterale) è menzionato in più luoghi per nome l’autore arabo Costantino Cartaginese, e del pari è nominato una volta anche Johannitius, cioè Hunain Ibn Tshàk, mentre nelle altre edizioni a stampa, in luogo di questi nomi figurano soltanto le espressioni indeterminate « philosophus » o « philosophì », sicché questa variante richiede forse ancora una ricerca più approfondita. Le glosse di Guglielmo da Conche* al De consol. phil. di Boezio ei sono state fatte conoscere da Ch. JourDAIN (nelle Notices et Extraìls des manose., voi. XX, p. 21. Ma se, come vuole 1’ Hauréau ( op. ull. cit ., p. 242 s.ì sia da attribuirai al nostro Guglielmo anche il commento al Timeo, che il Cousin (Ouvr. inéd. d’Abél., p. 644 ss. r648-157]) ha pubblicato in estratti, attribuendolo a Onorio da Autun, sarebbe cosa da lasciar in dubbio. Senza contestazione sono invece di Guglielmo quei frammenti [della secunda e tertia philosophia (Antropologia e Cosmologia)], che il Cousin ha pubblicati ibid.. p. 669 ss. r670-7.  1,’Ott AVMNO ha curato la pubblieaz. di Un brano inedito della « Philosophia » di G. di C., Napoli, 1935, illustrando nella Prefazione lo stato attuale delle questioni relative]. glielmo »^) svolge, secondo I ‘ P l8tIca ~ che G u . grafìa, psicologia e fisica 9 ‘ c ). ben sì ^p 21 ™ 16 di co »niof, oens! ci limiteremo a quel Bcda, p. 207 r (PL. e 9o" 112820l  per mundi ère,,iohoc foctus est aLmT ** ° ngel,,s “-/"'deus \ f To nnifice ; (irlif(, x mundutn creanti )T°’  r,i ^ v„i. 75 ( 'i873! R ;.1;rs. dc,rArcatlt ' mi; d 'Vie.;:  poco clic c’è ila rammentare, in ordine alle questioni di logica vere e proprie. Guglielmo, che sul terreno della gnoseologia si pone dal punto di vista platonico, di un idealismo che procede verso l’alto er ’), e anche espressamente sentenzia che tra i filosofi pagani egli dà la palma a Platone " 6 ), distingue si una quadruplice maniera di considerare tutte quante le cose, cioè dialettica, sofìstica, retorica, filosofica 87 ), ma relativamente alle prime due (quanto alle due ultime, è per lui cosa che già s’intende da sè) si schiera risolutamente dalla parte dei realisti, combattendo coloro che volevano escludere qualsiasi realtà, o infine da ultimo neanche volevano ammettere più i nomi delle cose, bensì, in generale, alquante parole solamente (che sarebbero poi le quinque voces) 9S ). Ma, analogamente allo Scoto Eriugena, egli almeno riconosce tuttavia, richiamandosi a Boezio, che appartiene allo spirito umano la funzione d’imporre alle cose che hanno “) V. i frammenti riprodotti dal Cousin, op. cit., c specialmente p. 673 s. M ) Nella edizione già ricordata del Gratarolus, p. 13: Si gentili* adducenda est opinio, malo Plalonis quam alterius inducalur; plus numque cum nostra fide concordai. ”) Ibid., p. 4: De eodem numque dialectice, sophistice, rhelorìce, vel philosophice disserere possumus. Considerare numque de ali quo, an sit singultire un universale, est dialeclicum; probare, ipsum esse quod non est vel non esse quoti est, sophisticum est: probure, ipsum esse dignum proemio vel poena, rhetoricum: sed de natura ipsiusque moribus et officiis disserere, est pbilosophicum. Dialecticus ergo, sophistn, oralor, philosophus, de eudem re diversa considerunles et intendentes disputare possimi. ”) Ibid., p. 5: Quod intelligentes quidam res omnes a dialeclica et sophisticu di sputulione exter minar erunt, nomina lamen earum receperunt, eaque sola esse universalia vel singulttria praedicaverunt; deinde supervenit stultior aetas, quue et res et earum nomina exclusit alque omnium disputationem ad qualuor fere nomina reduxit; ulraqiie tamen seda, quia non erat ex deo, per se defecit. Quei qualuor nomina non posson essere altro elle le quinque voces, escluso forse il proprium : in antitesi ron una siffatta riduzione di numero, incontreremo in compenso anche sex voces: v. la nota 278. mulo franti. ^r^roi 1 zj,,on'» Se Be 'ZlTcZ, “‘“T* O»»]. 8rao platonico, princiml mamfe8tava J ano realilenm affermazioni idealistiche"' 6 . e8prÌBlendo8Ì con soficanti, era in ogni caso imn ° 3 am P lificazi om edit0ria *”**• d i prender oranti JT ° ^ meri * relazione debba pensarsi che L,]i “ 8lderare “ quale esistenti, stiano con gl’individuf.U1 "r erSah> come eose c7° C ° nSÌ8te Ia ^portanza 2*^J, * ten * C h ani P e a ux (morto nel 119 !) ; U ^ llel «o da ! ma lo 8Ìeo, nel realismo di hii n ’ U pnnto * Imea, rispetto al pimto di ’ P “” ancora m seconda varsi tuttavia, fin da principio i ^ De ™ rileGuglielmo da Champeaux siàm^l "‘T" 0 * Ue idee di C081 minutamente informati, ^,lmgi dall’essere 8in ; di ahri,. pe re h è rir; r r^ ioj,e dei c assolutamente andar oltre il n na non Possiamo notizie, a noi accessibili, che,mnT° * ^ ghw ono le a equivoci «»*). “ lascino per nulla adito w ) Ibid., p. 29 o, • i Hit 12’un°A OCUlÌS muìlT 1 constituto tr :~«4 ^.rr »" stolrfe in prìmam T? “‘T"' sub °P™£ dicati?’s "’ m istn Stendi . aliai,,,,,,} * secun dam dividitur ali,, ‘H*’ un et e "b Ari \ T ° P° S! "*sio. ’ allf P‘»ndo ... actus b . 199, 8321 ’ SARESB I, s, p . 2, S li r . led ^cbl», p. 16-7; PL Della produzione letteraria di Guglielmo, non abbiamo sotto mano nulla, cbe riguardi oggetti di pertinenza della logica 103 ) : siamo così ridotti a servirci principalmente di una notizia di Abelardo, il quale mena vanto di avere combattuto con felice successo le idee di Guglielmo intorno agli universali, di guisa che quest’ultimo le modificò in misura notevole: ma con questo il suo insegnamento ci scapitò, per autorità e per concorso di uditori, a tal punto che finirono con il passare forglielmo da Champeaux tutte quante quelle abbreviazioni (« magister V. », « magister noster V. ») che si trovano nel manoscritto, nè più nè meno che quei passi, dove si trova « If illelmus » ; anzi ha persino fatto lo stesso in un certo luogo, dove (de gerì, et spec., p. 509) con le parole « Vel uliter secundum magistrum G. », è indicata in modo abbastanza chiaro una posizione antitetica a quella del mngister Willclmus antecedentemente (p. 507) nominalo, E come ora è francamente segno di leggerezza trovare ugualmente in quel magister G. un'allusione al nostro Guglielmo, cosi non è detto cbe in compenso abbiamo un punto di appoggio nell’abbreviatura € V. », tanto più che questa lettera stessa parla in senso contrario. Poiché Abelardo, prima di recarsi presso Guglielmo da Cliampeaux, aveva cercato d’istruirsi presso tutti i dialettici eminenti ( Epist ., I, c. I, p. 4, Amboes. Ted. Quercetanus di Parigi 16161, [ed. Cousin, I, p. 4; PL, 178, 115]: Proinde diversas disputando perambulans provincias, ubicunque huius arlis vigere studium audieram, peripaielicorum uemulalor fuctus sum), come « magister noster » egli può indicare una quantità di uomini, dei quali ci è ignoto il nome, c dobbiamo guardarci daU’argomentare, senza sufficiente ponderazione, che si alluda a persone determinate, per evitar di andare fuor di strada (v. per es. più sopra la nota 82 ). Ma alle deduzioni del Cousin aderirono il Rousselot, l’Hauréau, e anche H. Rittcr. lra ) L’Hauréau (De la phil. scoi., I, p. 223 [cfr. Ili ut. de la phil. scol^, I, 322]) riferisce che il Ravaisson ha trovato, nella Biblioteca di Troyes, 42 frammenti di Guglielmo; e con la pubblicazione di questi frammenti, E. Michaud, nel suo scritto Guillaume de Champeaux et les écoles de Paris au Xll.e siede (2’ ediz., Parigi, 1868), si sarebbe potuto acquistare una benemerenza. In base a quel ch’è stato detto più sopra (nota precedente), non si può argomentare che Guglielmo da Champeaux abbia scritto «Glossulae super Periermeneias », perchè il passo relativo nella Dialectica di Abelardo (p. 225) attribuisce uno scritto così intitolato semplicemente a un « magister noster V. ». [Ma ora son da vedere i 47 frammenti « Guillelmi Campellensis Sententiae vel Quaestiones XLVII » puhbl. da G. Lefèvrk. Les variations de Guillaume de Champeaux et la question des Universaux, Lilla, 1898, pp. 19 ss.]. malmente tutti alla opinione di Abelardo 104 ). Guglielmo cioè avrebbe affermato ili primo luogo che gli universali, in quanto sono, nella loro unità, cose uguali, ineriscono nello stesso tempo essentialiter, in indivisa totalità, a tutti cpianti gl’individui che cadono nella loro estensione, e pertanto fra gl’individui non sussiste differenza di essenza, bensì le differenze hanno fondamento soltanto nella molteplicità di determinazioni accidentali. E come ciò trova letterale conferma nel passo del De gen. et spec., citato più sopra (nota 72), ivi appunto ci viene data una spiegazione più precisa-la quale persino ci riporta a un passo, affatto isolato, di Boezio, e ci dà così maniera di veder bene addentro come il daffare che si davano a quel tempo con le controversie tra opposti indirizzi, avesse fondamento in minuzzaglie di erudizione scolastica, piuttosto che in contrasti intimi fra modi di vedere teoretici. IM ) Abaf.l. Epist., 1, c. 2, p. 4 [ed. Consinl : Perveni tandem ransius, uh, jam maxime disciplina liaec florere consueverat, ad \rUiUclmum scilicet Campellensem praeceptorem meum in hoc lune magisleno re et fama pruecipuum: cum quo aliquanlulum moratus primo et acceptus, poslmodum gravissimiis extiti, cum nonnuttas scuicet ejus sententias refellere conarer, et ratiocinari conira eum saepius aggrederer, et nonnunquam superior in disputando viderer tp. a) lum ego ad eum reversus, ut ab ipso rhetoricam audirem. mler caetera disputationum nostrarum conamina, antiquam ejus de uni versali bus sententiam patentissimis argiimentorum dispulationihus ipstim commutare, imo destruere compiili. Erat autem in ea senlenlia de commentiate universalium, ut eamdem essentialiter rem imam simul smgulis suis inesse astenerci individuisi quorum quidem nulla esset m essenti!, diversitas, sed sola multitudine accidentium vanetas. ile autem tstam lune suam correxil sententiam, ut deinceps rem eamdem non essentialiter. sed individualiter (la variante « indilferenter » [accolta dal Comuni, che la ed. d’Ambois segna in margme Si trovava anche in vari manoscritti; vedi I’Hauréau, op. cit, 1, p. 236 ( H,st. de la ph. scoi., I. p. 3381), dicere,. Et.... quum hanc "le correxisset, imo coactus dimisisset sententiam, in tanlam lectio ejus devoluta est negligentiam, ut jam ad dialecticae lectionem vix admitteretur: quasi in huc scilicet de universalibus senlenlia tota hiijiis artis consisterei summit (cfr. la nota 60). Ilinc tantum roboris et auctontatis nostra suscepit disciplina, ut ii, qui antea vehemenj nogutro tilt nostro adhaerebant. et maxime nostram infestabant aoctnnam. ad nostras convolarent scholas fPL Affermava cioè Guglielmo che in quel quid di accidentalmente superaddito (adveniens) son da ravvisare le forme individuali, le quali improntano la materia, consistente nel concetto del genere (malcriam informarli), in tal maniera, che con ciò la essenza universale ne risente una individualizzazione secundum totam sitarti quanlitatem : e lo stesso può ripetersi poi, a questa maniera, per tutta quanta la scala, dal genere, attraverso la specie, sin giù giù airindividuo 103 ). Inoltre, come riferisce altrove Ahelardo, Guglielmo, incominciando dalle dieci categorie, svolgeva a fondo questo processo d'informazione giù giù sino agl’individui, e poteva allora, poiché quelle stesse forme più individuali differenzianti rimandano da capo agli universali, spiegare la predicahilità degli universali con il fatto che questi spettano agl'individui, o essenzialmente o adiettivamente iadjacenter) 10 °). Ma proprio in ciò consiste decisamente Ite gen. et sper., p. 513 s. : Uomo quaedam species est, res una essenti ali ter, cui adveniunt forntae quaedam et efficiunt Socralem: Ulani eamdetn essentiuliter eodem modo informata formae facientes Platonern et caetera indiridua hominis ; nec aliquìd est in Socrate, praeler illas jormas informanles il latti malcriam ad fuciendum Socratem, quia iìlud idem eodem tempore in Platone informatimi sit formis Plalonis. Et hoc intelligunt de singulis spcciebus ad individua et de generi bus ad species.... Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est, secundum totani suoni quantitatem informatus Socratitate (riguardo al concetto di Socratitas, v. la concezione corrispondente di I orfirio e Boezio: Sez. XI, nota 43). Quicquid enim res universalis suscipit, tota sui quantitate retinet.... Quicquid suscipit, tota sui quotifilale suscipit. Ma anche questo' è proprio ricavato da Boezio, che dice, a proposito della differenza {ad Porph. a se transl., p. 87 tEd. Brandt, IV, 9, p. 263; PL, 64, 1261): Aeque enim sicnt in corpore soler. esse alia pars alba, alia nigra, ita fieri in genere potcst; getius enim per se consideratimi partes non habet, itisi ad species referalur. Quicquid igitur habet, non purtibus, sed tota sui magnitudine retinebit. Cosi, dove si tratta di storia della filosofia medievale, spesso 1 apparenza [della originalità, o della novità! viene a ridursi | grazie alla indicazione delle fonti antiche] a quella ch’è la vera sua portata: “ r H U ' a PP r re riprod. XTTe": dÌ  ( ?* differentiam et secundum IdZtiZ^eZd^^' ^ Secundum intUfferentiam l>, e J ll *dem prorsus essentiae.  n hZ£ s : adem -=£t2; nrtlSTò ifhix Sfe isrF"’ SS ff *7 rs s »;s£*Atas pure appartiene infine alla tradizione la notizia isolata, che, riguardo alla topica, egli portava la essenza della inventio a consistere nella scoperta di un termine medio 110 ). [§ 21.  Le difficoltà e i gradi del realismo].  È probabile che proprio le difficoltà, alle quali si trova esposta la opinione di Guglielmo da Champeaux, abbiano dato ai realisti  mentre in generale essi potevano approvare il punto di vista di lui  motivo di scindersi essi medesimi a lor volta fra loro, a forza di tentativi di correggere quella opinione, o di darle nuovo fondamento: si è così formata una quantità d’indirizzi divergenti, ai quali  anche passando affatto sotto silenzio il nome dei loro rappresentanti  non ci è più possibile tener dietro, considerando minutamente il determinarsi delle loro particolari differenze. A parte le difficoltà teologiche die si sollevavano, sia che si assumessero gli universali quali prodotti di una creazione, sia che li si assumesse quali entità eterne, tanto più che alcuni effettivamente designavano per tal modo come « cose » tutt’i singoli attributi di Dio nl ),  positìonem ejusdem parti* sequatur pars illius. Sequitur enim bipunctalem lineam pars ejus, i. e. punclum., non tamen ad punctum pars ejus sequitur, quia indiani habet. u ") Joh. Saresb. Metal. Ili, 9, p. 115 [ed. Webb, p. 152] : Versatur in his (se. in Topici*) incentionis muteria, quam hilaris memoriae fVillelmus de Cam pelli*.... diffinivil, etsi non perfecte, esse scienliam reperiendi medium terminimi et inde eliciendi argumentum [PL, 199, 9091. m ) De gen. et spec., p. 517 : Genera et species aut creator sunt aut creatura. Si creatura sunt, ante juit suus creator quam ipsa creatura. Ila ante juit Deus quam justitia et jortitudo.... Itaque ante juit Deus quam esset justus vel fortis. Sunt auleta qui.... illam divisio- nem.... sic jaciendam esse dicunt: quicquid est, aut genitum est aut ingenitum. Universalia autem ingenita dicuntur et ideo coaeterna, et sic secundum eos qui hoc dicunt,... [noni Deus aliquorum jactor est.  Abael. Inlrod. ud theol., II, 8, p. 1067 ( Amboes. [ed. Cousin, II, p. 85; PL, 178, 1057]): Terlius vero praediclorum (se. magistro- rum divinae paginae, cioè un magister in pago Andegavensi ) non so- ciò che dal punto di vista ontologico si voleva evitare era proprio quel vicendevole invilupparsi di tutti eli universali. 6 Perciò alcuni si appigliarono all’espediente, certo grossolano di assumere quel «sovraggiungersi» (che abbiamo veduto piu sopra, alla nota 105) delle differenze specifiche, come qualche cosa di puramente passeggierò, per salvare così la indipendenza del genere »*) Altri invece tiraron fuori un modo di vedere, ch’era proprio di Aristotele, considerando il genere come la materia che nella sua essenza rimane identica, e che viene diversamente formata nelle specie: ma, proprio per quella identità di essenza, vennero a trovarsi in con- lutto con la teoria degli opposti 11S ). Onde a ccadde, da un lato, che, relativamente a questo «i™ isssrwtsar ir-" -s™ ~~~ hujusmodi, quae iuxta fiumani * erlcor( i‘,im, tram et caelera gnificantur, res quasdam et amil i lonls, c ? nsuetu di nem in Deo si- t ig jfer res diversas conslituat. ' aicumur, tot in Deo dicunt quidam, quia differentiÌe "quldmn m "J° rU . slm P l icitatis, quod genere non fondanti* U%kVt generi ’ sed in subjectum. per se d,c,tur e- sia inasprita, e ahL ia n* 1 « a anZ * C ^ C c * uesta diffìcile controversia si « gran somaro », non essendo C cT alu U " C " t0 ^ r Z ° sco,astico del passo del De gen. et spec u ( man,era . dl comprendere il quod scilicet incoteMens eduttl „ ° PPOSlta - «*• in codem, sententiam tenenl perchè non *" • n { >oss n nt > qui grandis asini :±,rr"° év-J quale n.n fl 1ZS  processo, con il quale alla materia si dà la forma, venne fuori da capo la questione, se cioè la differenza specifica sia solamente il mezzo per formare le specie, o se essa invece, insieme con il genere, trapassi nello stesso tempo nella essenza della specie medesima,  e alcuni (evidentemente tenendosi più vicini a Guglielmo da Champeaux) si son pure effettivamente decisi a favore della seconda soluzione 114 ) : e così, d’altra parte, per i concetti di genere e di specie, veniva in luce una difficoltà, anche per il fatto degli opposti che (almeno nella loro esistenza individualizzata) si trovano in imo e medesimo soggetto: ciò ha per conseguenza che, qualora un uomo sia bensì casto ma in pari tempo sia avaro, dovrebbe in lui coincidere l’universale del bene con quello del male; ora, taluni se la cavavano con una distinzione tra i generi superiori da un lato, e dall’altro lato le specie degli opposti, nella loro specializzazione, escludendo almeno queste ultime dalla possibilità d’incontrarsi [in un medesimo soggetto], laddove altri estendevano persino ad esse la pericolosa concessione 115 ). 1H ) Abael. Dial., p. 477 : RATIONALITAS enim et mortalitas, adve- niente* subtantiae animulis, eam in speciem creunt. quae est homo. Nec cum ipsae generis substuntium in speciem reddunt, ipsae quoque in essentiam speciei simul transeunt, sed sola genera vel subjecta specificantur.... non quidem cum differentiis, sed per differentias.... Si enim differentiae in speciem transferrentur cum genere,.... sicul quorumdam sententia tenet,... profecto cogeremur jateri, et dijjeren- tias ipsas cum genere aeque in essentia speciei convenire ; linde et ipsas de substanlia rei esse, et in partem maleriae venire contingcrel. m ) Ihid.. p. 390: Sunt uutem quidam qui contraria genera in eodem esse non abhorrent, sed contrarias species in eodem esse impossibile confitentur. Dicunt enim quod cum omnia accidenlia per individua in subjecta veniant, et ipsa contraria genera per individua sua subjeclis contingunt . ut virtus et vitium, quae in hoc homine per hanc castitatem et hanc avaritiam recipiunliir, quae individua sunt caslitatis et avaritiae, quae invicem species non sunt contrarine.... Verum species contrarias esse in eodem per aliquu sua individua, illud prohibet, quod nec ipsarum individua in eodem possunt esse, quorum sunt tota substantia ea quae sunt contraria, utpote species.... Sunt autem et qui species contrarias in eodem posse consistere non denegant. adol e, T ^ C1 " aUrÌ 3UCOra « indotti a adottare 1 esperte radicale, di affermare cioè che la .uizmne della differenza specifica in generale ha luogo tu ta quanta solamente nella categoria della sostanza laddove, quando si tratta delle qualità, le così dette sue’ eie o sottospecie son propriamente da considerare sen z altro come formazione d’individui, sicché n es h' e nero sarebbero due essenze diverse a cuci 1 h che son tali due individui umani ”)’ " ^ 816880 farina, non c’è nane », . 3,10n c e * c e pane », dovendo prima la ~7 n p, *“’ ” c,,e “ cb '»a»c»„r;.jr,o " awo cì **•£ [§ 22. Controversie intorno alla definizioneINTORNO al CONCETTO DI PARTE | E cakie»j.  M a controversie ) De gerì, et spec. d ?4i. c tmnsubnantiae differentiis haberTdilZTe?™ Solum P^edicamentn duas proximas species. dicunt illaT'nn l cllm . J ff uaht ^ dividati,r aliquas differenti,: »ed et in micas converti tur linde nèn • sc, i,c el furinam esse deserit non sit, panis desit. Eie. equicquam concedila ut, si farina di questo genere, che venivano per lo più agitate, con grande sfoggio di passi di Boezio, sfiorando già, come si vede, il confine della stupidità, venivano altresì dibattute, secondo il modello della logica in uso nelle scuole, anche nell arringo affine della teoria della divisione (v. sopra la nota 75) e della definizione. Ben è vero che i realisti si trovavano tutti d’accordo nel preferire, in armonia con il modo di pensare di Boezio (Sez. XII, nota 98), o piuttosto di Porfirio (Sez. XI, note 41 ss.: cfr. la Sez. Ili, note 78 ss.), il procedimento platonico di ima continua dicotomia 118 ); ma subito a proposito della divisione del genere, necessaria per la definizione, doveva già ripresentarsi la questione del come vadan le cose con le parti della essenza, distinguibili nel concetto del genere: e mentre da taluni si affermava che tali parti sono unite per mescolanza, press’a poco a quel modo che anche dalla mescolanza di bianco e nero si genera un terzo colore differente 119 ), altri facevano osservare che tutte le parti della essenza del genere posson pure, anche singolarmente, esser enunciate come predicati degl’individui, appartenenti al genere stesso 120 ); per con) Ibid., p. 458: Si aulem genus seni per nel in proximas species t ei in proximas differenlias dìvideretur, omnis divisio generis, sicut Boethio (de divis p. 643 [PL, 64, 8831) placuit, bimembris essel.,.. Hoc autem ad eam philosophicam sententiam respicil, girne res ipsus, non tantum voces, genera et species esse confitetur. ) Oilberti 1 orretae in l. 1 . Boethii de S . Trinitele commenta • ria_ (Bokth. Opera, eri. [costantemente cit. dal Franti] di Basilea, 1570), p. 1144 [PL, 64, 12721 : Butani quidam imperiti.... quod non sit vera dictio. si quis dical « homo est corpus », non addens et anima »: uut si dicat « homo est anima », non addens c et corpus ». Opi nantes quod, ex quo diversa, ut unum componant, conjuncta sunt. esse utriusque adeo sit ex illa conjunctione confusimi, ut sicut cum album et nigrum permìscentur, quod ex illis fit, nec album nec nigrum dicilur, sed ciijusdam alterius coloris ex illa permixtione provenienti».... 1 Ibid., p. 1143:.... corporalitàs, non modo de hominis illa parte I qua e corpus e.st], verum etiarn de homine praedicetur. Et.... rationalitas.... non modo de hominis illa parte, quae spiritus est, sed etiam de homine praedicatur.... (p. 1144).... quicquid de parte nuturaliter, idem et de composito affirmandum [PL, 64, 1272-3]. irò, anche questo fu da capo contestato da alcuni, perche quelle parti della essenza sono predicati, soltanto in quanto sono concetti più generali, fatta cioè astrazione dalla loro connessione con altre note essenziali; dellW mo, p. es„ viene affermata cioè, come predicato, non -dà la corporeità specificamente umana, ma proprio in gèneraie la corporeità nella sua accezione universale, e tosi parimente anche la spiritualità 121 ). Un’altra controversia manifestamente comiessa con quel che precede, concerneva la seguente questione se ' fr J “ dMÌ *"• ^ il 7o,Z f dilTereuza -pacifica si riferisca «oltau.o alla .peci. O anche, nello stesso tempo, al genere che st r, ’ mento della specie 122 ! Y, 3 fonda ia specie ). Via via che si separava più net. amente a t ìlferenza dal genere (note 112, 114) g j po z::i re p t n r pit °  lbid., p . H44 f PL 6,,, 'illuni rationalitatem guani Uhm quuè est A,"” al ‘ qU ‘ d ‘ cere 8esti unl, d‘ci. et simUiter scienti,, a liam et alUmr ‘ T™"*' de homine human, corporis est. ’ 1 sparai,totem quam quae notila. PaSS ° re,atÌV ° è ri P r « d »« integralmente più sopra> • ^ Abael. Dialect. n 402 • \f 1 * * noe hujus nominis quod est « homo » 'nen™ s,gn, fi cat ‘t»iem substans, at ±' f* x P so percipiant, tantum nronlèr nT 7?’ nec ^ ualitat ^ ipsius diffinitionem requirunt. P P r qualitatum demonstrntionem il suo significalo concettuale, fosse stata accolta, in senso realistico, quest’ultima soluzione, sicché la proprietà sarebbe definita come un quid, formato da un universale (p. es. [il «bianco» è un] formatum albedine), si poteva da capo domandare se questa sia la definizione della proprietà stessa ( albedo ), o del sostrato qualificato (album); e se poi ci si atteneva alla seconda alternativa, dato che la prima conduce a mia reduplicazione priva di senso, sorgeva il dubbio, se con ciò sia definito ciascun singolo di siffatti sostrati, o non forse invece tutti quanti insieme: e necessariamente ambedue le ipotesi si mostravan da capo insostenibili, poiché da un lato non si tratta di definire le cose stesse, bensì soltanto ima proprietà, nè d’altra parte le cose, per una sola proprietà che abbian comune, sono identiche nella loro essenza 121 ). Ma a quel modo che tutta questa discussione si atIbid., p. 495: Ai vero in fiis diffinitionibus quae sumplorum (con questo termine Abelardo suole indicar gli aggettivi: v. appresso la nota 321) sunl vocabulorum, magna, memini, quaestio solet esse ub his, qui in rebus universalia primo loco ponunt....; duplex enim horum nominum quae sumpta sunt, significatio dicitur, altera.... principalis, quae est de forma, altera vero secundaria, quae est de formalo. Sic enim « album », et albedinem, quam circa corpus subjectum determinai, primo loco significare dicitur, et secundo ipsius subjectum, quod nominai. Cum ilaque album hoc modo diffinimus « formatum albedine », quueri solet. ulrum haec diffinitio sii tantum hujus vocis, quae est « album », an alicujus siine significationis. Al vero cum vocem non secundum essenliam suam, sed significulionem diffiniamus, videlur haec diffinitio recte ac primo loco illius esse. Restat ergo quaerere, sive illius significationis sit, quae prima est, i. e. albedinis, sit e cjus, quae seconda est. quae est « subjectum idbedinis ». At vero si haec diffinitio albedinis sit, praedicalur de ipsa, et de quocumque albedo dicitur, et ipsa diffinitio prucdicatur. At vero quis vel albedinem vel hanc albedinem formuri albedine concedei?... Si vero diffinitio supraposita ejus rei, quam « album » nominani, esse dicatur,... quaerilur, utrum uniuscujusque sit per se, quod albedinem susci pi unt.... | il Cousin corregge: suscipiat], sive omnium simul acceptorum. Quod si uniuscujusque sit illa diffinitio, utique et margaritae. Vnde de quocumque illa diffinitio dicitur, et margarita praedicatur, quod omnino falsum est. Si vero omnium simul acceptorum esse concedatur, oporlebit ut, de quocumque diffinitio illa enuntiatur, omnia simid praedicenlur. quod iterum falsum est. tiene ancora di regola a quello stesso basso punto di vista, che abbiamo trovato più sopra (Se*, precedente, note 350 ss.), dove si trattava del realista Anseimo, cosi anche le dispute sopra il secondo metodo di divisione, cioè sopra la partizione della o alita ne suoi elementi, recano in sè una ben grave unilateraLta. I oiche la questione di stabilire che cosa s’intenda per parte originaria (pars principalis), fu forzata a prendere la forma di un’alternativa, in quanto che cioè gli uni denonimavano originarie quelle parti le quali, mentre costituiscono la essenza della totalità, non sono piu a lor volta parti di una parte (p. es„ nell’uomo, anima e corpo), e invece gli altri consideravano come origmane quelle parti costitutive ultime, distrutte le quali viene distrutto il tutto (p. es. la testa o il cuore) -»)• ma a questa maniera, in seguito al realismo ontologico, adotandosi la prima soluzione, tutto questo punto di vista della divisione rimaneva falsato, e surrettiziamente scambiato con il terreno proprio della definizione, laddove, se »! adottava la seconda soluzione, sconsideratamente « trasponeva la funzione subiettiva dell’intelletto urna“’ !• q S ° la . Crea ÌJ COncetto di P«le, nella realtà ZTl ì C0MCeZ1One "«usa, della quale già si era linoi ^ 9 ! “T m ° r ° 8CelÌniauo (Sez. precedente, note 321 s.). Mentre gli uni intendevano la divisione ab «finito come obbiettivamente materiale, ed escludeno cosi dalla considerazione l’attività formale [die gècundarias'^àrtès ZocaH^TnTat^alf 0 ’ ocrates. destructa ungula, remanet Socrates et ila quod prius non erat Socrates, fìt Socrates. O, similmente, ibid., p. 512: Haec.... sen-La teoria dello « status », come tentativo di conciliazione: Gualtiero da Mortacne].  Se a questa maniera il realismo offriva in realtà molteplici documenti di quella cattiva sorte, che nelle questioni di logica propriamente dette, deve rimanere insepara. . Je da esso ’ non fa maraviglia che da vari lati si sieno battute vie nuove per rendersi conto degli universali, r csidcrandosi co 8I di sfuggire alle difficoltà del realiamo non meno che alla unilateralità del nominalismo. mbra doversi interpetrare quale forma di passaggio prima di tutto quella concezione, che potrebbe, dal suo termine tecnico caratteristico, denominarsi «teoria e lo status »: e parimente sembra (cfr. la nota “ e *f a 813 8tata originata dalle obiezioni sorte contro le affermazioni di Guglielmo da Champeaux. Se cioè la essenza universale del genere deve, per tutta quanta la sua estensione, venire specializzata mediante lorme individuali (v. sopra la nota 105), è difficile veder bene addentro, come stiano le cose, riguardo a quelle «proprietà superaddite » (advenicntia), che, in seno a IimiT’ ° T Ìan ° ° 80U0 S ° lamente P asse ggiere. Ora alctmi si appigliarmi qui all’espediente di ammettere che ! universale e bensì modificato da siffatte qualità, ma non tuttavia proprio in quanto è un universale: e una faeffe 1 ir e a arriVatÌ dn ° 3 qUeSt ° P unto ’ 8i rendeva acile la effettiva trasformazione degli miiversali, i quali dai realisti erano stati tenuti b, conto di cose (res) in daT >: i CÌOè ° ra ne »a serie graduale che va dal genere all individuo, non fu più tenuto conto del1 Universale, bensì dello .status universali*»: ima concezione questa, che era così abbastanza facilmente suggerita dal motivo usuale di ma Tabula logica, come anlentia medium digiti naturam unam esse nonni, creaturam esse merito dubitat. Aut er J Zò, 'che poteva, dal canto suo, trovare parimente appoggio in un passo di Boezio 129 ). Un rappresentante di questo modo di vedere fu Gualtiero da Mortagne [de Mauretania] (insegnante a Parigi al tempo di Abelardo, e morto, vescovo di Laon, nel 1174) : egli dedicò, è vero, con preponderante ardore, la propria attività alle controversie dommaticlie ), ma fece sentire, per incidenza, il suo influsso anche nel campo della dialettica. Cercò cioè di conciliare la unità numerale deH’universale con la connessione essenziale, in cui esso sta con le cose singole. > Ibid., p. 514 s.: Amplius sanitas et lunguor in corpore animahs fundalur; albedo et nigredo simpliciter in corpore. (Juod si animai totum existens in Socrate languore afficilur, et totum, quia quicquid suscipit. Iota sui quantitale suscipit, eodem et momento nusquam est sine lang[u)ore; est autem in Platone totum illud idem; ergo edam ibi languerel; sed ibi non languet. Idem de albedine et nigredine circa corpus. Ad haec enim non rejugiant, ut dicani etc.... Addurli: animai universale languet, sed non in quantum est universale. L tinum se videant !... Si ad status se transfer ani, di centes I animai in quantum est universale non languet in universali statu », respondcant, de quo velint agere per has voces $ in stata universali ». Ma di questo concetto di « status universalis » scorgeremo a buon diritto la fonte in Boezio, là dov’egli dice, a proposito della qualità (ad Ar. praed. [I. 11IJ, p. 180 |PL, 64. 250J): Nihil impedit, secundum aliam scilicet ulque aliam causam, unam eamdemque rem gemino generi spedai suae supponere, ut Socrates in eo quod pater est, ad aliquid dicitur, in eo quod homo, substantia est, sic in calore atque frigore, in eo quod quis secundum ea videtur esse dispositus, in disposinone numerula sunt, perchè quel rhc qui deride, è lu espressione « in eo quod » : e rosi pure in un altro passo ancor più chiaro (ibid., p. 189 [PL, 64, 2611): Si secundum aliam atque aliam rem duobus generibus eadem res.... supponutur, nihil inconveniens cadit. Ita quoque et habitudines, in eo quod alicuius rei habitudines sunt, in relutione ponuntur, in eo quod secundum eas quales aliqui dicuntur, in quotitele numerantur. Quare nihil est inconveniens, unam atque eamdem rem, secundum dnersas naturae suae potenlias (proprio questo son gli universali),... pluribus adnumerare generibus. Le euc lettere (stampate nello Spicil. del D’Achery, ed. De la Barre, Parigi, 1723, III, p. 520 ss.) sono soltanto di contenuto dommatico, e non hanno menomamente rhe fare con la storia della filosofia. [Ora è da vedere il trattato sopra la teoria della indifferenza, attribuito a Gualtiero da Mortagne e pubblicato dall’Haurcau (1892), poi dal Willner procedendo a questa maniera, vale a dire con il distinguere nell’individuo, uno per uno, come status differenti, la individualità, e il concetto della specie, e così pure il concetto del genere, fino su su al sommo genere 1SI ). Comunque, sebbene ci manchino del tutto notizie più precise sopra un tal modo di vedere, c’è questo di notevole in esso, che cioè da un lato l’universale è raccostato alle cose singole, e dall’altro lato, per quel tenere distinti i diversi « stati », la operazione intellettuale subbiettiva si fa più avanti nel primo piano. Perciò neanche appare indegna di fede quella notizia (v. sopra la nota 69), secondo la quale sembra che taluni, dalla tesi nominalistica della « maneries » sieno passati alla questione dello status (v. la nota 88). [§ 24.  La teoria dell’iindifferenza. Ma la evoluzione interna degli studi di logica ci conduce con ciò spontaneamente alla teoria della indifferenza, la quale in particolare occupa ima posizione di mediatrice tra le varie tendenze. A suo fondamento sta il principio, che una medesima cosa è, nello stesso tempo, universale e singolare, nel senso non già che si dia un universale essenzialmente inerente alle cose, bensì semplicemente che in queste, in quanto sieno più cose e simili per natura, si presenti alcunché, che esse hanno indifferenziatamente ( indiff&renter ) in comune; per conseguenza, ciò che più cose hanno d’indifferente o intrinsecamente simile (indifferens o consimile), è dunque indicato nella definizione come « genere », e, per l’universale così inteso, è salva la possibilità della predicazione (praedicari de pluribus ), laddove il realismo ha sempre corso pericolo di dover, di una cosa, predicare ima cosa (v. appr. la nota 287): e quest’ultimo aspetto suhbiettivamente logico poteva ora caso mai venir pure M1 ) Il passo in appoggio, vedilo più sopra, alla noia  unilo anche con il concetto di status, di modo die ciascuna cosa avrebbe in sè uno « stato » d’individualità e nello stesso tempo uno « stato » di universalità 132 ); ma si tratta nonpertanto di un punto di vista, tutto diverso da quello di Gualtiero. Mentre là, cioè, si tiene ancor ferma la esistenza delu ‘) Abael. Glossulae sup. l’orph., riferite dal Rémusat (v. le note 13 e 73), p. 99 s. : La seconde manière de soutenir l’universalilé des choses, c’est de prétendre que la ménte chose est universelle et particulière; ce n’est plus essentiellement, mais indifféremment que la chose commune est en divers.... Ce qui est dans Platon et dans Socrate, c’est un indifférent, un semblablc, « indifferens vel consimile ». Il est de certaines choses qui conviennenl ou s’accordent entre elles, c esl-à-dire qui sont scmblables en nature, par exemple en tanl que corps, en lant qu’animaux ; elles sont aitisi universelles et particulières, universelles en ce qu’elles sont plusieurs en conimunaulé d attributs essenliels, particulières, en ce que chacune est disimele des autres. La définition du genre (« praedicari de piuribus »....) ne s’applique alors aux choses qu’elle concerne qu’en tanl qu’elles sont semblables, et non pus en lant qu’elles sont individuelles. Ainsi les mèmes choses ont deux états, leur étal de genre, leur état d’individus, et, suivant leur étal, elles comportenl ou ne comportenl pas une définition differente. [Vedasi ora il testo originale, ediz. Geyer, p. 518: Sunt a lii in rebus unii-er salitatela assignantes, qui eandem rem universalem et parlicularem esse astruunl. Hi namque eandem rem in diversis in differente r, non essentialiter inferioribus affirmunt. Veluti cum dicunt idem esse in Socrate et Plutone, « idem » prò indifferenti, idest consimili, intelligunt. Et cum dicunt idem de pluribus praedicari vel inesse aliquibus, tale est, ac si aperte diceretur: quaedam in aliqua convenire natura, idest similiu esse, ut in eo quod corpora sunt vel ammalia. Et iuxta hanc.... senlentium eandem rem universalem et particularem esse concedunt, diversis tamen respeclibus; universalem quidem in eo quod cum pluribus communitutem habet, particularem secundum hoc quod a ceteris rebus diversa est. Dicunt enim singulas substunlius ita in propriae suae essentiae discretione diversas esse, ut nullo modo haec substantia sii eadem cum illa, etiamsi substantiae materia penitus formis carerei, quod tale secundum illos praedicari de pluribus, ac si dicatur: aliquis status est, participatione ctiius multae sunt convenientes, praedicari de uno solo, uc si dicatur: aliquis status est, parlici patione cuius multae sunt non convenientes 1 . Se il Rémusat abbia effettivamente trovato qui [come (v. s.) effettivamente ha trovato] nel manoscritto il termine « status »  cosi almeno sembra che sia  o se si tratti di un’aggiunta, fondata solamente sopra il suo personale modo di vedere, io non lo so. l’universale, e proprio a quest’ultimo vengono atmbu «stati» differenti, per i sostenitori della tesi della indifferenza viene avanti in prima linea, con tutto il suo rigore, la idea, appartenente al nominalismo (note 77 ».), vale a dire che in generale null’altro esiste, all infuori dai soli individui, e apprendendosi il pensiero a questi, come a’ suoi propri oggetti, gli universali si generano soltanto per la diversità dell’apprendimento (aliter et aliter attentum), sicché status o natura dell’essere individuo o dell’essere specie e via dicendo, sono da considerare soltanto come modi di vedere soggettivi: e a tal proposito è prima di tutto da considerare il carattere, per così dire, negativo del procedimento che conduce dall’individuo all’universale, in quanto che Ymtellectus gradualmente lascia da parte (non concipit), intenzionalmente dimentica ( oblitus ), posterga e abbandona ( postponit, relinquit) le differenze individuali, per prògredire nell’apprendimento dell’indifferenziato, sino al grado supremo, cioè alla sostanza 1 ). Pertanto anche questo modo di vedere, analogamente «*) De geli, et spec., p. 518: Nane itaque >Uam, quae de indifferentia est. sententi,im perquiramus Cujus *«£«**£**£ JJJJ ninnino est nraeter individuimi; sed et illud aliter et aliter atten tum specie* et genus et genertdissimum est (ugualmente nel pas.o ' ùo già opra! nota 72). Itaque Sacrate* in ea natura (m ponga mente al termine « natura », in luogo del quale subno dopo « de Socrate, quod nota, idemj homo » -^CmfPponat ZioaagsH’S z zzi: zzi::‘oli.. „ . .» «» bocr “ m quod notul « substantia », generulissimttm est. agli altri, può richiamarsi a passi isolati di Boezio, quando si tratta di affermare che l’individuo, considerato come individuo, non reca in sè nulla d indifferenziato, ch’egli abbia in comune con altri individui, bensì, per così dire, egli è la differenza stessa, laddove, quanto più si considera questo medesimo individuo come specie o come genere, tanto in maggior numero si scoprono in lui momenti indifferenziati comuni, e allora si abbraccia, come concetto del genere o della specie, tutto quel che c’è di elemento comune 134 ) : cosicché con ciò, poiché infine ogni manifestarsi d’individui si può prenderlo anche dal lato (status) del suo genere più universale, ci sono in verità tanti generi universalissimi, quanti sono gl’individui: ora questi generi supremi si raggruppano a lor volta in dieci classi (categorie), soltanto mediante la considerazione di quel che d’indifferenziato hanno in comune, ma d’altra parte tutt’insieme vengono a formare da capo una unità universalissima, consistente m ) Ibid. : Socrates, in quantum est Socrutes, nidlum prorsus indifferens habet, quod in alio inveniatur; sed in quantum est homo, plura habet indifferentia, quae in Platone et in aliis inveniuntur. Nam et Plato similiter homo est, ut Socrates, quamvis non sit idem homo essentialiter, qui est Socrates. Idem de animali et substantia. Ma per ricondurre questo testo alla sua fonte, bastano i seguenti passi di Boezio, ad Porph. a se trunsl., I, 11, p. 56 [ed. Brandt, p. 166; PL, 61, 85J : Cogitantur vero univcrsalia, nihilque aliud species esse putanda est, nisi cogilatio collecta ex individuorum, dissimilium numero, substantiali similitudine: genus vero cogitano collecta ex spoderimi similitudine. Sed haec similitudo cum in singularibus est, fit sensibilis: cum in universalibus, fit intelligibilis ; inoltre ibid.. Ili, 9, p. 76 [ed. Brandt, p. 228; PL, 64, 111]: Individuorurn quidem simililudinem species colligunl, specierum vero genera. Similitudo autem nihil est aliud, nisi quaedam unitas qual itati s ; c ibid., TU, 11, p. 78 [ed. Brandt, p. 235; PL, 64, 114]: ea enim sola dividuntur, quae pluribus communio sunt; his enim unum quodque dividitur, quorum est commune, quorumque naturam ac simililudinem continel. llla vero, in quibus commune dividitur, communi natura parteciparti, proprietasque communis rei his, quibus communis est, convenit. Al vero individuorurn proprietas nulli communis est. Qui cioè è abbastanza chiaramente preannunriato così il simile o commune, come anche il colligere (nota 136). 17.  C. Pbantl, Storia della logica in Occidente, II.CARCO prantl ili ciò che son proprio essi 1 elemento comune e indifferenziato 135 ). Nella stessa maniera si configura poi anche la relazione predicativa, poiché, mentre l'individuo è sempre soltanto il suo proprio predicato, quell’aspetto suo, che viene inteso come specie o come genere, può recare con sè un riferimento reciproco ad altri individui: cioè, p. es., Tesser uomo, di Socrate, è predicato (inhaeret) anche per Platone, e viceversa: e questo esser genere, dell’individuo, è concetto collettivo (colligitur), cosi per questo stesso individuo come anche per gli altri della medesima specie 13 °) insomma il rapporto dell’universale e del singolare si riduce a un « in quntum », e, non essendoci nè un puro universale nè un puro individuale, dipende dalla diversità del punto di vista (diversus respectus), che l’universale venga considerato come singplare, e il singolare come universale 13T ). [Adelardo da Bath: intonazione platonica DA LUI DATA ALLA TEORIA DELLA INDIFFERENZA]. Ora U5 ) Jbid., p. 519: Solvunt.... illi dicentes: generalissima quidem infinita esse essenlialiter, sed per indifferentiam decem tantum ; quot enim individua substanliae, tot et sunt generulissimae substantiae. Omnia lamen illa generalissima generalissimum unum dicuntur, quia indifferentia sunt. Socrates enim in eo quod est substantia, indifjerens est cum qualibel substantia in eo statu, quod substantia est. ”“) Ibid.: Sed et hi dicunt: Socrates in nullo slatti aliati inhaeret nisi sibi essenlialiter; sed in statu hominis pluribus dicitur inhaerere, quia olii sibi indifferentes inhaerent; eodem modo in statu animalis.... (p. 520) Dicunt ita: Socrates, in quantum est homo, de se colligitur (si ponga mente a questa espressione) et de Platone caelerisque; unumquodque individuimi, in quantum est homo, de se colligitur. ls, > Ibid., p. 521: Itti tamen non quiescunt, sed dicunt: nullum singulare, in quantum est singulare, est universale, et e converso; et cum universale est, singulare est universale, et e converso.  Ibid., p. 520: Negant hanc consequenliam € si est universale, non est singulare». Nam imposilione suae sententiae habelur: omne universale est singulare, et omne singulare est universale diversis respcctibus. questa dottrina dell’ indifferenza viene tuttavia a sua volta ad armonizzare infine con il principio « Singultire senti tur, universale intelligitur », sicché le era dato di trovare un appoggio anche in Boezio (Sez. XII, nota 91), e comunque si poteva ammettere che per noi quaggiù, in questa valle di lacrime, gli universali soltanto come individui hanno una esistenza percettibile, mentre va riconosciuta a essi in verità una realtà intelligibile: stando così le cose, anche i Platonici, particolarmente per via di quella tendenza dell’ individuale a deviare all’insù, « lasciando » [relinquere] le sue caratteristiche singolarità, potevano prender gusto alla teoria della indifferenza, mentre nello stesso tempo gli Aristotelici erano inclini a por mente in essa alla relazione scambievole tra universale e particolare, come anche al conto in cui quella tiene la operazione suhbiettiva dell’intelletto (di quest’ultimo modo di vedere troveremo un esempio appresso, note 432 s., in imo scolaro di Abelardo). S’intende pertanto come Adelardo da Bat li, il quale compose intorno al 1115 [tra il 1105 e il 1116] imo scritto De eodem et diverso, che aveva per fondamento il platonismo 138 ), credesse di potere, proprio con la dottrina della indifferenza, comporre il contrasto fra Platone e Aristotele. Si lamenta Adelardo dell’aspro contrasto fra opposte tendenze, nel campo della logica, come pure della mania d’innovazioni dominante al tempo suo 13,) ), ma è d’opinione che, lss ) V. sul conto suo maggiori particolari nelle Recherches critiques dello Jourdain (2* ed. 1843, p. 26-7, 97-9 e 258-277), dove si riproducono tradotti, di su un manoscritto parigino, notevoli frammenti di questo libro. [Ma ora del trattato di Adelardo è stato pubblicato integralmente il testo originale, a cura di H. Willner, nei Beitriige del Baunikcr, IV, 1, Miinster, 1903, p. 3-34]. “”) Ibid., p. 262: L'un prétend qu’on doit partir dcs choses sensibles, l'autre commence par les choses non sensibles. Celui-là soutient que la Science n'est que dans les premières, cclui-ci qu’elle est. hors des dernières; ils s’inquiètent aitisi mutuellement, à fin qu’aucun d’eux ne s’altire la confiunce.... (p. 263) A qui donc faul-il con il venir bene in chiaro di quel che concerne gli universali, si potrebbe appianare la contesa 140 ). Intorno ai concetti di specie e di genere, egli si esprime qui in perfetto accordo con la teoria della indifferenza, anzi facendo pereino uso quasi degli stessi termini (p. es. diversus respectus, oblivisci, non attendere ecc.), sicché può ritenersi che il nostro informatore su citato [v. s. la nota 133] avesse sottocchio lo scritto di Adelardo, non essendoci altra variante, se non che qui non è messo in campo il concetto di status, ed è forse dato un certo maggior peso alla denominazione 141 ). Ma croire d'entre ceux qui tourmenle.nl nos oreilles de leurs innovations journalières, qui cheque jour naisscnt pour nous, nouveaux Aristotes et nouveaux Piatomi, qui prometterà également et les choses qu’ils savent, et celles qu’ils ignorent? Ili testo originale, ediz. Willner, p. 6, suona così: « Alius enim a sensibilibus invesligundas (se. res) esse censuil, alter ab insensibilibus incepit; alius eus in sensibilibus tantum esse arguii, alter praeter sensibilia etiam. esse divinavit. Sic dum uterque alterum inquietat, neuter fidem adipiscitur.... (p. 7) Cui tandem eorum credendum est, qui cotidianis novitatibus aures vexant.” Et assidue quidem etiam nunc cotidie Platones, Aristoleles novi nobis nascuntur, qui aeque ea, quae nc sciant, ut et ea, quae scianl, sine frontis iacluru promittant.... » |. M “> Ibid., p. 267: L’un d’eux (cioè Platone e Aristotele), transporté par l’élévation de son esprit et les uiles qu’il semble s’ètre créés par ses efforts, a entrepris de connuilre les choses par les principes eux-mémes ; a esprime ce qu’ils élaient avant qu’ils ne se reproduisissent dans les corps, et a definì les formes archétypes des choses. L’autre, au conlraire, a commencè par les choses sensibles et composées ; et puisqu’ils se rencontrent dans leur route, doit-on les dire opposés? Si l’un a dit que la Science étuit hors des choses sensibles, et l’autre, qu'elle était dans ces mémes choses, voici conimela il jaul les interpréter. [Ed. Willner, p. 11: « Unus eorum merilis altitudine clatus pennisque, quas sibi indui obnixe nisus, ab ipsis iniliis res cognoscere aggressus est, et quid essent, antequam in corpora prodirent, expressit, archelypas rerum formas, dum sihi loquilur, definiens. Alter autem.... a sensibilibus et compositis orsus est. Dumque sibi eodem in itinere obviant, contrarii dicendi non sunt.... Quod autem unus ea extra sensibilia, alter in sensibilibus tantum existere dixit, sic accipiendum est. »1. «*) Delle parole ohe ora fanno immediatamente seguito (p. 267-8 del Jourdain), FHauréau (De la philos. scol., I, p. 255 IHistoire de la phil. scol.) riproduce il testo latino originale [che qui si riferisce secondo la ediz. Willner] : Genus et species  de his enim senno est  etiam rerum subiectarum nomina sunt. fan poi seguito, secondo lo spirito del platonismo, espressioni di lamento, perchè agli uomini runiversale si presenta oscurato dalla indispensabile percezione sensibile, mentre gli universali, nella loro pura semplicità, esistevano originariamente soltanto nel No0{ divino 11); e*a questo si connette subito la strana affermazione, che proprio perciò hanno ragione tutti due, così Aristotele, il quale ha trasportato gli universali in quella sfera, cli’è la sola dove sieno a noi accessibili, come anche Platone, che li confina là dov’essi hanno la vera loro realtà, che insomma entrambi, mentre nella maniera di esprimersi sembra si contraddicano, nel merito si trovan d’accordo 143 ). Per arrivare a questa conciliazione, AdeNam si res consideres, eidem essentiae et generis et speciei et individui nomina imposita sunt, sed respectu diverso. V olcntes etenim philosophi de rebus agere secundurn Itoc quod sensibus subiectae sunt, secundurn quod a vocibus singularibus notantur et numeraliter diversae sunt, individua vocarunt, se. Socratem, Platonem et celeros. Eosdem autem altius intuente s, videlicet non secundurn quod sensualiter diversi sunt, sed in eo quod notantur ab liac voce « homo », speciem vocavertuti. Eosdem item in hoc tantum, quod ab hac voce « animai » notantur, considerantes genus vocaverunt. Nec tamen in consideratione speciali jormas individuales tollunt, sed obliviscuntur, cum a speciali nomine non ponantur, nec in generali speciales oblatas inielligunt, sed incsse non attendunt, vocis genendis significatione contenti. Vox enim haec « animai » in re illa notai substantiam cum animatione et sensibililate ; haec autem « homo » totum illud et insuper cum ralionulitale et mortalitate: « Socrates » vero illud idem addila insuper numerali accidentium discrelione [ed. Willner, : Assueti enim rebus . cum speciem intueri nituntur, eisdem quodammodo caliginibus implicantur nec ipsam simplicem notam.... contemplari nec [350] ad simplicem specialis vocis positionem ascendere queunl. Inde quidam, cum de universalibus ageretur, sursum inhians « Quis locum earum [se. vocimi] mihi ostendet? », inquit. Adeo rationem imaginatio perturbai.... Sed id apud mortales. Divinae enim menti.... praesto est muteriam sine formis et jormas sine aliis, immo et omnia cum aliis.... distincte cognoscere. Nani et antequam coniuncta essent, universa quae vide?in ipsa noy simplicia erant [ed. Willner, p. 12]. lbid.: Nunc autem ad propositum redeamus. Quonium igitur illud idem, quod vides, et genus et species et individuimi sit, merito ea Aristoteles non nisi in sensibilibus esse proposuit. Sunt etenim ipsa sensibilia, quamvis acutius considerata. Quoniam vero ea, inlardo non deve davvero essersi molto stillato il cervello 144 ). [§ 26.  Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere ].  Un modo di vedere analogo al principio della teoria della indifferenza, sebbene il metodo seguito fo9«e alquanto diverso, potrebbe ravvisarsi nella opinione di Gauslenus o Joscelli¬ nus da Soissons (dove fu vescovo dal 1125 [1122] al 1151), il quale ritiene cioè che gli universali non si trovano già negl’individui presi per se stessi, bensì com¬ petono a questi, solamente in quanto l’individuale viene raccolto in una unità (in unum collectis ) 145 ) ; poiché questa è ima tesi che sarebbe perfettamente in armo¬ nia con il principio su riferito (nota 133), vale a dire che esistono esclusivamente individui; soltanto che il formarsi degli universali nel pensiero umano sarebbe ottenuto qui non già con mi lasciar da parte [(re/inquere ) le differenze individuali], bensì fin da principio con un metter assieme ( colligere ), del quale infine non poteva pur fare a meno neanche la teoria della indiffe¬ renza (nota 136). Ma sopra la opinione di Gauslenus non sappiamo assolutamente nulla di più preciso 14e ) : quantum dicuntur genera et species, nemo sine imaginatione presse pureque intuetur (qua pertanto troviamo veramente «li già la « ignota cosa in sé»), Plato extra sensibilia, scilicet in niente divina, et concipi et existere dixit. Sic viri illi, licet verbis contrarii videantur, re lamen idem senserunt [ed. Willner, p. 12], Tanto più che poteva ben essergli accessibile, almeno attra¬ verso Agostino (de civ. Dei, Vili, 6 f?j), il noto passo ciceroniano dello stesso tenore ( Acad. Prior., I, 6 Tv. anche ih., 41, relativa¬ mente ad Antioco [d'Ascalonal). Abbiamo veduto più sopra (nota 66) come anche Bernardo da Chartres si sforzasse di conciliare Pla¬ tone e Aristotele. ’“) Vedi la fonte più sopra, nota 68. “*) Poiché, se H. Bitter, che sopra Gualtiero da Mortagne, Adelardo da Balli ecc. ci dà notizie, in parte prive della necessaria precisione, in parte addirittura erronee, vuole senz’altro riven¬ dicare a Gauslenus lo scritto De generibus et speciebas, per indurci  e mentre da un lato già molto avanti abbiamo veduto (Sez. prec., nota 175) cbe anche il realista Ottone da Cluny si serviva di una espressione analoga, e anzi an¬ che Giovanni da Salisbury sembra riconoscere in Gaueleno un realista (il che tuttavia non ha forse grande importanza: v. sopra le note 70 e 85), d’altro lato può darsi che soltanto la separazione degli universali da¬ gl’individui singoli sia per noi il principale motivo che c’induce a raccostare la tesi di Gausleno alla teoria della indifferenza: e a conferma di ciò potrebbe fors’anche valere il fatto, ch’egli ha promosso il passaggio alla teo¬ ria nominalistica della « mancries » (v. sopra la nota 68). Allora avremmo qui una ripetizione di quel che fu già affermato, a proposito dei primi inizi di una formazione di contrastanti tendenze dalla parte dell’indirizzo nomi¬ nalistico liT )Lo scritto anonimo de generibus et speciebus: punto di vista del suo autore: a) critiche ad altre soluzioni del problema degli universali],  Ma se, relativamente agli universali, l’ordine al quale dobbiamo dar la preferenza (v. sopra la p. 208), ci porta a prender in esame le vedute di AEelardo, come pure di Gilbert de la Porrée e di Giovanni da Salisbury, solamente qui appresso, in connessione cioè con la totalità della loro dottrina,  per il momento ci rimane da conati ammettere quest’attribuzione non basterebbero le poche parole di quel l'unica fonte che possediamo intorno a Gauslenus, neanche qualora esse fossero in armonia con le vedute dell’autore dello scritto Do gen. et spec. Ma che un tale accordo sia molto dubbio, può risultare da quanto dovremo ora subito dire, a proposito di quello scritto anonimo [che invece oggi si tende ad attribuire appunto a Gauslenus o a un discepolo di lui. Del Ritter v. la 3“ parte della già cit. St. d. fil. cristiana, p. 381-6 (Allei, da Bath) e 397401 (Gualt. da Mortagne)]. Cioè il Pseudo-Rabano (Sez. precedente, nota 153) e quel co,i detto Jepa (ibid., nota 170) si sono espressi, intorno al concetto di genere, in maniera affatto simile. CABLO PRANTL siderare un unico scrittore ancora, e questi è l’autore sconosciuto dello scritto «De generibus et speciebus» liS ), il quale ci mostrerà taluni punti di contatto o di affinità con parecchie delle opinioni menzionate «inora. In origine il lavoro, nel suo complesso, si presentava certo come ima monografia «De divisione » (cfr. le note 118-128), assolutamente alla stessa maniera dello scritto omonimo di Abelardo (v. appresso le note 277 e 353 ss.), e, come in principio del testo da noi conservato si tratta ancora della questione delle parti originarie di ima totalità, così anche qui l’Autore, altrettanto colto quanto acuto, ha poi preso occasione, dalla discussione intorno alla divisione del genere, per intervenire nella disputa intorno agli universali, e lumeggiando criticamente le opinioni degli altri, e ancora esponendo le ragioni delle sue proprie vedute 149 ). Per prima cosa combatte alla spiccia il nominalismo, con l’argomento che le parole in generale non hanno un essere, poiché ciò che si genera soltanto per successione temporale, non può costituire un tutto unitario: ima osservazione, questa, che è volta appunto, per 14 “) Del libro, edito dal Cousin ( Ouvrages inédits d'Abélard, p. 507-550) di su un manoscritto di St. Gerniain, manca il principio; e il titolo, che è invenzione dello «tesso Cousin, si può forse continuare a adottarlo, ma certamente fatta eccezione per l’aggiunta «Petti Abelardi » ; poiché, che nel suo complesso non sia un’opera di Abelardo (v. sopra la nota 49), se ne sarebbe dovuto accorgere anche il Cousin; la cosa appare manifesta non soltanto da particolarità stilistiche (p. es. Fespressioni « Attende » o « Solutio », intercalate dove si tratta di risolvere obiezioni, o ancora, il caratteristico termine « rationabile ingenium », clic l’Autore mostra di prediligere, ecc.), ma anche da intrinseche divergenze che modificano la teoria stessa, e si acuiscono persino in forma polemica. Sopra questo punto, a scanso di ripetizioni, mi limito a rinviare alle note seguenti, 150, 167, 168, e particolarmente 171, dove si vedrà addirittura designata come « ridicola » una opinione che è di Abelardo. ’*) Con lo studio accurato di questo scritto, potrebbero forse venir meno del tutto le censure enunciate a suo carico da H. Rrr- ter (VII, p. 363), che lo giudica malcostrutto e oscuro. quanto in essa si attiene alla funzione del pensiero nel giudizio, anche contro le idee di Abelardo (v. appresso la nota 315) 15 °); ma poi la relazione tra materia e forma, dominante nel passaggio dal genere alla specie, neanche sarebbe già assolutamente possibile esprimerla con parole, poiché mai ima parola è materia di un altra parola 151 ). D’altra parte, l’Autore combatte anche il realismo di Guglielmo da Champeaux, poiché se l’universale, in tutto quanto il suo contenuto, viene individualizzato nell’individuo (nota 105), non soltanto questo medesimo contenuto dovrebbe pur trovarsi da capo nello stesso tempo tutto quanto in un altro individuo 152 ), ma dovrebbero altresì spettare a tutti gl’individui anche le proprietà varianti o transitorie 153 ), e nioltre nel concetto del genere si troverebbero poi simultaneamente anche gli opposti 154 ). E ugualmente egli assume più oltre un atteggiamento m ) Cousin, loc. cit., p. 523: ltem voces nec genera sunt nec species nec universales nec singulares nec praedicatae nec subjectae, quia omnino non sunt. Nani ex his, quae per successionem fiunt, nullum omnino totum constare, ipsi qui hanc sententiam tenent, nobiscum credunt. Quemadmodum statua constai ex aere materia, forma autem figura, sic species ex genere materia, forma au- tem differentia (v. la nota 160 s.), quod assignare in vocibus impossibile est. Nam cum animul genus sit hominis, vox vocis nullo modo est altera alterius materia. m ) p. 514: Quod si ita est, quis polest solvere, quin Socrates eodem tempore Romae sii et Athenis? Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est, secundum totani suam quantitatem infor- matus Socratitate.... Si ergo res universalis, tota Socratitate affecta, eodem tempore et Romae est in Plutone tota, impossibile est, quin ibi etiam eodem tempore sii Socratitas, quae totani Ulani essentiam conlinebat. Ubicumque autem Socratitas est in homine, ibi Socrates est: Socrates enim homo Socraticus est. Ibid. Il passo si trova citato già più sopra, n. 129. ”*) p. 515: Quam statim enim rationalitas illam naluram tangit, se. animai, tam statim species efficitur, et in ea rationalitas fundatur. llla ergo totum informat animai.... Sed eodem modo irrationalilas totum animai informat eodem tempore. Ita duo opposita sunt in eodem secundum idem. polemico contro la teoria della indifferenza, cosi attaccandola nel suo principio, cioè in quel tale concetto del « comune » (nota 134) 155 ), come anche contraddicendo sia la opinione, che i sostenitori di quella teoria professano, relativamente al concetto collettivo (collidere, nota 136) 15 “), sia del pari la conseguenza, che si ricava, e che consiste nelTobliterarsi della differenza tra universale e particolare 157 ). [b) soluzione da lui stesso proposta ].  La sua propria opinione traspare già, in primo luogo, dov’egli tratta della divisione all’infinito (note 126 s.), e riconosce che una totalità può ancora continuar a sussistere, quand’anche una sua parte perda la propria forma e subisca, quanto alla materia, ima diminuzione 158 ),  e cosi pure particolarmente, in secondo luogo, dov’egli esprime la idea, che due punti non vengono ancora a formare una linea, se non c’è la cooperazione di una energia creatrice unitaria (una creatura ) 15B ). Anche nella p. 519: Ncque enim Socrnles aliquam naturarti, quarti habeat, fiatoni communicut, quia neque homo qui Socrales est neque animai, in aliquo extra Socratem est. !M ) p. 520: Socrates.... lumen nullo modo de pluribus colligitur, quia in pluribus non est. Già questo dovrebbe renderci circospetti, nell attribuzione di tale scritto a Gausleno: ma v. appresso la nota 162. 15t ) P521: Al vero nec particuluritas nec universalitas in se transenni. Namque universalitas potest praedicari de particularitate, ut animai de Socrate vel Platone, et particularitas suscipit praedicalionem universalitatis ; sed non ut universalitas sit particularitas, nec quod particolare est, universalitas fiat. [Queste parole fan parte di una eitaz. da Boezio, ad Ar. Praed., I, p. 120; PL, 64, 170]. P510: Non sequitur « si hic asser est, et medietas hujus asseris est»; posset enim destrui medietas,.... non quanlum ad totani ejus massam, sed quanlum ad formam, et tamen remanentibus ejus aliquibus particulis non destrueretur hic asser, quoniam medietatis ejus materia, forma tantum pereunte, tota non periret. P511 : Si quuelibet duo puncta proxime juncla faciunt bìpunctalem lineam, quue sit una creatura, tunc habebit unum fundamentum; sed una atomits non erit ejus fundamentum; jam  polemica contro un emendamento [proposto per sfuggire alle difficoltà] del realismo, egli risolutamente si attiene alla similitudine derivata da Porfirio (Sez. XI, nota 44), e indi passata nelle teorie di Boezio (Sez. xn, nota 97) : la similitudine, cioè, dell’opera d’arte, sicché per lui il genere è la materia e la differenza è la forma, ma il prodotto stesso, cioè la specie, nella quale la materia è il sostrato della forma (formarti sustinet ), viene considerato come una unione permanente, e designato anche con il termine « materiatum » 160 ) ; in luogo di questo termine, d’altro canto, trovasi pure, ferma restando rigorosamente la idea di parte, la caratteristica espressione « diffinitivum totum » J01 ). Ma un più preciso fondamento a questa sua opinione egli lo dà nella maniera seguente: Nell’individuo una certa «essentia», cli’è la materia, porta in sè ( sustinet ) la forma della individualità, ed è composta con essa, dal che appunto si genera la diversità degl’individui singoli; ora, proprio questa essenza, in quanto la si trova non soltanto in uno o nell’altro individuo, ma nello stesso tempo anche, come materia, in tutti quanti insieme, è la specie, la quale pertanto, per molte che sieno le essenze singole ( essenrìaliter multa), viene tuttavia designata come concetto collettivo ( collectio) con le enim esset bipunctaliter linentum.... p. 513 : postarlius dicere quod ipsa bipunctaìis linea fundutur in illis duabus alomis ut in subjeclis, non in subjecto. ’*’) p. 516: Sed dico: facta est species ex genere et substanliali differentia, et sicut in statua aes est materia, forma autem figura, similiter genus est materia speciei, forma autem differentia. Materia est, quae suscipit formam. Ita genus in ipsa specie constituta formimi sustinet. Nani et postquum constituta est, ex materia et forma constai, i. e. ex genere et differentia.... p. 517: ontne materiatum sufficienter constituitur ex sua materia et forma. ’") p. 522: Speciem ex genere et substanliali differentia constare, ut statua ex aere et figura, alidore Porphyrio (in Boezio, ad Porph. a se trinisi., IV, 11, p. 88 fed. Brandt, p. 268; PL]), constat. Itaque pars est speciei materia et similiter differentia. Ipsa vero species est totum diffinitivum eorum. parole « un universale », ovvero « una natura », press a poco come anche il concetto di «popolo» abbraccia molti individui 162 ); non già viene cioè individualizzata in ciascun individuo singolo la specie tutta quanta, bensì solamente una sua parte, cioè appunto una sola siffatta essenza, la quale non è già identica alla totalità che costituisce la specie (concollectio), ma ha con essa in comune soltanto la simile composizione o la simile energia creatrice (similis compositio, similis creatio ): onde neanche la similitudine con il popolo o con un esercicito calza perfettamente, sussistendo tra l’essenze smgole e la loro totalità, data quella somiglianza nella produzione, una maggiore identità di essenza che non tra un soldato e l’esercito; tutta questa relazione si presta invece meglio a esser paragonata con il caso di una massa di metallo piuttosto grande, la quale in una delle sue parti può esser lavorata in forma di coltello, e nello stesso tempo, in un’altra sua parte, in forma di stile. Quid nobis polius lenendum rideatur de his, Deo annuente, amodo ostendemus. Unumquodque individuimi . ex materia et forma compositum est, ut Socrates ex homine materia et Socratitate forma; sic Plato ex simili materia, se. homine, et forma diversa, se. Platonitale, componitur; sic et singuli homines. Et sicut Socratilas, quae formaliler constituit Socratem, nusquam est extra Socralem, sic illa hominis essentia, quae Socralitatem sustinet in Socrate, nusquam est nisi in Socrate. Ita de singulis. Speciem igitur dico esse non illam esscntiam hominis solum, quae est in Socrate, vel quae est in aliquo alio individuorum, sed tolam illam collectionem ex singulis tdiis [5251 hujus naturae conjunc.tam. Quae tota colleclio, quamvis essentialiter multa sit, ab auctoritatibus (cioè da Porfirio e Boezio) tamen una species, unum universale, una natura appellarne, sicut populus (v. la Sez. precedente, nota 153), quamvis ex multis personis collectus sit, unus dicitur. Speciem esse dicimus multitudinem essentiarum inter se similium. ut hominem.... lllud tantum humanitatis informatur Socratitate. quod in Socrate est. Ipsum autem species non est, sed illud quod ex ipsa et caeteris similibus essentns conficttur. Attende. Materia est omnis species sui individui et ejus formam suscipit, non ita scilicet, quod singulae essentiae illius speciei informentur illa forma sed una tantum, quae tamen.... similis est compositioms, prorsùs cum omnibus aliis ejusdem naturae essenliis.... Neque.... diversum judicaverunt [se. auctores] unam essenJiam illius con[Ora questa medesima relazioue si ripete per il concetto di genere, essendo ciascuna delle esscntiae, appartenenti alla totalità di una specie, composta a sua volta di una materia e di una forma, con questa sola differenza, che cioè la forma qui non è più esclusivamente quella sola della individualità, ma involge essa medesima in sè la pluralità delle differenze specifiche, cioè sostanziali; ma quella materia come tale appare indifferenziata ( indifferens ) in quelle essenze singole, che, come materia, stanno a fondamento della formazione della specie, e si chiama ora genere la multitudo dell’essenze, che possono far da sostrato (sustinere, recipere) alle differenze specifiche 164 ). E lo stesso può infine ripetersi anche relativamenteal « primo principio », perchè le essentiae appartenenti a un genere, consistono a lor volta di materia e forma, e sono, quanto alla materia, parimente indifferenziate colleclionis a tota collectione, sed idem, non quod hoc esset illud, sed quia similis creationis in materia et forma hoc eral cum ilio.... Massam aliquam ferream, de qua fuciendi suiti cultellus et Stylus, videntes, dicimus: hoc fulurum materia cultelli et styli, cum tàmen nunquam tota suscipiut formam alterulrius, sed pars styli, pars cultelli.... (p. 527) Major.... identitas alicujus essentiae illius collectionis ad totum, quarti alicujus personue ad cxercitum; illud enim idem est cum suo tato, hoc vero diversum.  Inoltre p. 535: Hoc enim habet nostra sententia, quod animai illud genus in parte sui suscipit rationalilalem et in parte irrationalitalem. 1M ) p. 525 : Item unaquaeque essentia hujus collectionis, quae humanitas appellalur, ex muteria et forma constai, se. ex animali materia, forma autem non una, sed pluribus, rationalitate et mortalitate et bipedalitate, et si quae sunt ei aliue substantiales. Et sicut de homine dictum est, se. quod illud hominis, quod sustinet Socrutitalem, illud essentialiter non sustinet Platonitatem, ita de animali. Nam illud animai, quod formas [Cousin corregge: formami huma. nilatis, quae in me est, sustinet, illud essentialiter alibi non est, sed illi indifferens est in singulis materiis singulorum individuorum animalis. Hanc itaque mullitudincm essentiarum animalis, quae singularum specierum animalis formas sustinet, genus appellandum esse dico: quae in hoc diversa est ab illa multitudine, quae speciem facit. Illa enim ex solis illis essentiis, quae individuorum formas sustinent, collecta est; ista vero, quae genus est, ex his, [quae] diversurum specierum substantiales differentias recipiunt. C (indiff erentes ), mentre recano in sè, come loro forma, le differenze del genere, e così ancor una volta si arriva a una multiludo di essenze, come al generalissimum, del quale infine può ancora dirsi soltanto, che la sua materia è la « mera essentia » o la sostanza stessa, mentre la sua forma è la susceptibilitas contrariorum 165 ). Così l’Autore, con il suo caratteristico potenziamento o incastramenti della essenza, si accosta tuttavia ancora molto dappresso a Guglielmo da Cliampeaux; pertanto non si può in verità dire di lui che, come Gauelenus, abbia staccato l’universale dalPiudividilo (v. le note 145 s.), ma nello stesso tempo, mediante i concetti di collectio e d’indifferens, egli viene a contatto con la teoria della indifferenza, mentre quei concetti stessi, hanno certamente per lui, in grado di gran lunga maggiore, una validità obbiettiva. [c) dottrina del giudizio ]. Ma tanto più caratteristica è perciò la forma che deve qui assumere la concezione della funzione logica subbiettiva, cioè del giudicare, nei riguardi degli universali, mentre d’altra parte, soltanto con la enunciazione del modo di vedere dell’Au’*) Ibid.: Item, ut usque ad primum principium perducalur, sciendum est, quod singulae essentiae illius multitudinis, quue animai genus dicitur, ex materia aliqua essendo corporis et formis substantialibus, animatione et sensibililale, constat, quae, sicut de animali diclum est, nusquam alibi essentialiler sunt; sed illae indifferentes jormas susdnent omnium specierum corporis. Et haec taliurn corporis essentiarum multiludo genus dicitur illius naturae, quam ex moltitudine essentiarum animalis confectam diximus. Et singulae corporis, quod genus est, essentiae ex materia, se. aliqua essentia substandae, et forma, corporeitate Constant. Quibus indifferentes essentiae incorporeitalem, quae forma est, species, sustinent ; et illa taliurn essentiarum multiludo substantia generalissimum dicitur, quae tamen nondum est simplex, sed ex materia mera essentia, ut ita [526] dicam, et susceptìbilitate contrariorum forma constattore sopra questo punto, le idee di lui trovano la loro esplicazione compiuta. Egli si lamenta della mancanza di una definizione della relazione predicativa; poiché intenderla senz’altro come inerenza obbiettiva, è un uso non giustificato, a prescinder dal fatto che la inerenza stessa la si può prendere soltanto nel senso sumdicato di divisione: e come ci si deve guardare dalle conseguenze della teoria della indifferenza, è in generale da respingere la identificazione di praedicari e di esse, dal punto di vista del contenuto definitorio della specie: mia osservazione, questa, che certamente è rivolta contro Abelardo (v. appresso la nota 318), e più che mai assume il carattere di una espressione specificamente polemica, allorquando, prendendosi posizione, come non si può disconoscere, contro una teoria di Abelardo (relativamente ai « sumpta»: v. appresso la nota 321), si afferma che tutte quante le denominazioni universali, sieno aggettivi eieno sostantivi, si riferiscono indirettamente a forme obbiettive 166 ). Insomma, il giudizio ) p. 526: Audi et attende; praedicari quidem inhaerere diclini. Usus quidem hoc habet; sed ex auctoritate non imeni con cedo tamen; inhaerere autem dico humanitatem Socrati, non quod tota consumatiliin Socrate, sed una tantum ejus pars Socratitate mformatur (v. la nota 163). p. 531: Nasse debes quod nusquam, quid sii praedicari, piane dicit auctoritas. Nani quod solet dici quod praedicari est inhaerere, usus est ex nulla auctoritate procedens., p ; 21 ' ltem «pec'es in quid praedicatur de individuo (quest abbreviazione «praedicari in quid» la incontriamo qui per la prima volta efr. la nota 282: cioè nella traduzione di Boezio [in  p. 527 8.: Sed, dicuril^.. « ralionale » alterius nomen est, prò impositione scilicet animalis, et aliud est quod principaliter significai, se. rationalitas, quam praedicat et subjicit; t homo non asserisce mai che quel dato soggetto e quel dato predicato, bensì asserisce solamente che il soggetto va annoverato fra quell’ essenze, che o son costituite da una determinata materia, o sottostanno a una determinata forma 168 )! pertanto (e ad avvalorar le sue parole 1 Autore può persino richiamarsi qui a un passo isolato di Boezio) il nome che significa una specie, viene dato appunto soltanto ai rispettivi individui singoli, ma non mai alla specie stessa 170 ); e per tal riguardo si distinguono i sostantivi e gli aggettivi, in quanto che quelli si riferiscono alla materia e questi alla forma, sicché chi parlasse di un accidentale, cioè di un « adiacens »  ma è proprio ancora Abelardo che fa così : v. appresso le note 283 s. , commetterebbe il più grande degli errori m ) ; ma se così stanno le cose per quel che concerne il significato originario dei termini, modi di dire, come p. es. « Uomo è un concetto di specie », sono soltanto espressioni traslate, imposte dalla necessità 17 ). vero nihil aliud vel nominai vel significai, quam illam speciem. Absit hoc; imo, sicut « Tallonale » et « homo», sic et quodlibet aliud universale substantivum alterius nomen est, per impositionem quidem ejus, quod principaliter significai. V. g.: rationale vel album imposi timi luit Socrati vel alicui sensilium ad nommundum propler formas, i. e. rationalitalem et albedmem, quas principaliter significant. . . . ’*) p. 528 : Itaque cimi dicitur « Socrates est homo », lue est sensus «Socrates est unus de materialiter constitulis ab homine».... Sicut cum dicitur « Socrates est ralionalis », non iste est sensus « res subjecta est res praedicata », seti « Socrates est unus de subjectis huic jormae, qvae est rationalitas ». ... "») Ibid.: Quod aulem « homo » impositum sit lus, quae materialiter consliluiinlur ab homine, i. e. individuis, et non speciei, dicit Boethius, in commentario super Calegonas, his verbis etc. (v. BOEZIO liti ir. praed.. II. p. 129); cfr. la Se-/., precedente, nota 121. m ) Ibid.: Nomina illa tantum dicunlur substantiva, quae imponuntur ad nominandum aliquem propter ejus malenam.... vel.... expressam essentiam .; adjectiva vero Ma dicuntur, quae,mponuntur alicui propler formam, quam principaliter significai.... I\a quod dici solet, adjectivum esse, quod significai accidens, secundum quod adjacet, et substantivum, quod significai essentiam, ut essentiam, ridiculum est vel sine inlellectu. '”) p. 529: Sciendum est ergo: vocabula, quae imposita sunl  [d) propensione al platonismo ].  Già da ciò è manifesto che l’Autore (in antitesi con Abelardo) disconosce il valore effettivo della sintesi che ha luogo nel giudizio, e, secondo lo spirito del platonismo, isola le parole tutte quante, come imagini subbiettive di esemplari obbiettivi: pensiero che non potrebb’enunciarsi con maggior chiarezza di quel ch’egli stesso fa, quando p. es. dice : « razionale » non è il nome di ciò che, come soggetto, sottostà al predicato della razionalità, bensi è il nome di una entità, che vien costituita dalla « razionalità » 17S ) ; anzi, a questa maniera, bisogna ch’egli concepisca il rapporto predicativo in guisa così indeterminatamente generica, ch’esso si trovi in generale a coincidere con il prodursi del termine « significante », ed essendo quest’ultimo momento, per il soggetto e per il predicato, il medesimo, la differenza tra uno e l’altro si riduce a essere puramente esteriore e accidentale; ma, a tal proposito, l’Autore si appoggia a un passo di Prisciano, dove, in base alla terminologia generalmente adottata dagli Stoici (v. la Sez. VI, note 112 ss.), le particelle vengono denominate « syncategoreumata », dal che si può argomentare che allora tutte le altre parole sono appunto categoreumata, cioè predicati 174 ). rebus propter aliud significandum principaliter circa eas, quandoque transjerunlUT ad agendum de principali signi ficatione ; ut cum.... translative .... dicilur « rationale est differentia » et « album est species coloris i, nihil aliud intclligo quam « ralionalitas » et « albedo ». Sic.... cum dicilur « homo est species ».... Concedimus itaque, hanc translationem necessitate fieri. *”) p. 547: Rationale enim non est nomen subjecti rationalitatis, sed rei quae a rulionalitale constiluitur, quae non est ipsum animai. m ) p. 531: Mihi autem videlur, quod praedicari est principaliter signi ficari per vocem praedicatam; subjici vero, significavi principaliter per vocem subjectam, et hoc quodammodo videor habere a Prisciano, quod in tractatu orulionis, unte nomen (cioè nel capitolo che precede la trattazione del Nomen), dicit praepositiones et conjunetiones « syncategoreumata », i. e. consignificantia. Scimus autem « syn » apud graecos « cum » praepositionem [532] significare, « categorare » autem « praedicuri » ; unde « categoriae » « prne1S.  Questi syncategoreumaia die, presi dalla grainma. tica, son qui messi in campo di passata, e che noi in questa Sezione incontreremo ancora qualche volta, esercitarono più tardi, a partire da Psello (Sez. seguente, note 9 e 92) e da Pietro Ispano (Sez. XVII, nota 256), un influsso estremamente esteso: ma questo è im argomento che, com’è ben naturale, dobbiamo riserbare al seguito della presente esposizione. Invece la conseguenza che da ciò ricava qui il nostro anonimo Autore, conduce a un platonismo, che deve farci ricordare da vicino lo Scoto Eriugena. Se cioè « praedicari », a questa maniera, è la stessa cosa che « significari principaliter », la funzione dell’intelletto umano trapassa in quelle forme e maniere di essere obbiettive, che stanno a fondamento degl’individui, poiché il concetto si genera (intellectus consti tuitur, generante) per mezzo della parola, in vista dell’universale obbiettivo 1 ”), e anche la inerenza, se con essa si vuole, secondo l’abitudme tradizionale, identibeare la relazione predicativa, ha tuttavia appunto esclusivamente mi valore obbiettivo nel processo del divenire delle cose ”•). Insomma si tratta soltanto delle irifcantLl d,"" ur S .' td . em est «eategoreumata» quoti «sifótér» Til n d0m p « praedicari » quoti « significar, principavol i, S41 s „,n SCUN ',°> II, 15 [ed. Hertz, voi I p. 54] suona così: Partes ignur orationis sunt secundum dudecticos dune, uomo,, et verbum, quia hae solae eliam per Te coniunctae plenum facium ortUionem, alias attieni partes « syncategoremata », hoc est consignificantia, appellabant). WiJJV i" 1 erl * « praedicari. » quoti « si.gnificari principali ’ q i SO r‘ m s, Z m J ìc ationem recepit Aristoteles, juxta iUud albani mi significai, msi qualilatem (Cai., 5: v. la Sezione IV nota 476; cosi si storceva qualsiasi testo a favore del proprio perso’ " • m °'!° dl V e dere) : n Cu m enim album «subjectum albedinis » nominando significa, illuni solam significationem notaviI. Aristole- les m qua mtellectus constituitur per vocem.... Sicut ensis et g/a- diuseumdem generant mlcllcelum, ita ilio duo nomina jacerent. ) p. 53.1: Quod si «praedicari» quidem prò « inhaerere » ac- liPl ì q “° d ?* c ° ncedl ™us, ncque enim bonum usimi abo- e lolumus sic dicendum est: omms natura, quae pluribus inolierei indivulins materuiliter, species est. nature » unitarie, che stanno a fondamento delle cose: e, quando il concetto di natura viene ridotto alla similis creatio (v. sopra la nota 163) o rispettivamente, per mantener la separazione da altre formazioni, alla dissimilis creatio m ), a ciò si connette una teoria platonico-mistica della Creazione, la quale qui non c’interessa 17S ). Ma è da considerare, a questo proposito, che, da un lato, secondo è stato detto più sopra, vien a essere posta massimamente in rilievo, per la predicazione, la distinzione tra essentia materialis ed essendo forma- lis 17 °), come pure, dall’altro lato, che nel rispetto ontologico viene attribuita una efficienza alla forma soltanto 1S0 ) ; per tali ragioni va combattuta quella opinione  la quale del resto appartiene del pari ad Abelardo (v. appresso la nota 306)  secondo la quale il sommo genere ( genus generalissimom) sarebbe la materia stessa, e pertanto le forme sarebbero le sue specie prossime 181 ); OT ) 1 Ititi. : Hic aulem tantum agitur de naturis. Si uutem quae- ras, quid appellem naturimi, exaudi: naturam dico, quicquid dissimilis crealionis est ab omnibus, quae non sunt vel illud vel de ilio, sive una essentia sii sive plures, ut Socrutes dissimilis crea- tionis ab omnibus, quae non sunt Socrates. Similiter et homo spe- cies est dissimilis creationis ab omnibus rebus, quae non sunt illa species vel aliqua essentia illius speciei. Anche la obiezione relativa alla f enice, la quale esiste soltanto in esemplare unico (v. la Sez. XII, nota 87), viene presa in ronsiderazionc, ma la si rimuove, con la osservazione che la opposizione tra materia e materiatum (v. sopra la nota 160) dev’essere tuttavia mantenuta nella sua universalità. ™> p. 538-540. *'") P- 548 s. : Concedo, rationulilatem praedicari de homine in substantia, ut animai, sed illud ut formalem essenliam, aliud [Cou- sin corregge: animali vero ut materialem. Vere attieni assero, imi- Inni simpUcem jormam de alio praedicari substanlialiter, quam de his, quae formaliter constiluit. P- 549: Non est diversus effectus materiarum, imo forma- rum.... Apparvi, quod ille effectus sequitur formas, et non maleriam. m ) p. 546: .... ne concedere cogamur, et muteriam substantiae generalissimum esse genus, et susceptibilitatem contrariorum, et quaslibet simpliccs formas esse species.... Respondendum est, quod in diffinitione generis intelligcndum est, id quod genus est debere 276 e questo perchè, come s’è veduto (nota 165), già nel sommo genere stesso l’Autore ravvisa un prodotto di materia e forma, e perciò per queU’ultima materia suprema, cioè per la « mera essenza », altro predicato non gli rimane all’infuori dal puro essere, vale a dire « est » 182 ) ; precisamente alla stessa maniera che anche (v. la nota 170) quella essenza, la quale, come materia, sta a fondamento degl’individui, non ha di già essa stessa un nome che sia dato a lei quale predicalo, perchè invece mi tale nome collettivo viene predicato solamente dei rispettivi individui 183 ). Ma quest’ultima considerazione viene ora estesa anche alle forme, cioè alle differenze specifiche; in un lungo dibattito, d’intonazione polemica estremamente accentuata, contro la tesi usuale (Sez. XI, nota 44, e Sez. XII, nota 87), si dimostra cioè la impossibilità che la differenza specifica venga a cadere sotto la categoria della qualità, perchè allora la qualità dovrebbe scomporsi in due specie supreme, ciò sono la differenza e la qualità residua, ma ciascuna di esse a sua volta potreb- b’essere costituita solamente mediante mia differenza specifica, e quest’ultima d’altra parte dovrebbe pure venir a cadere parimenti sotto la categoria delle qualità, il che non le è possibile in nessuna maniera, cioè nè come genere nè come specie o sottospecie; e così anche, nemmeno in un’altra categoria ci può essere poi ima dif- praedicari de pluribus speciebus proxime sibi supposids, quod, quia deest illi maleriae [Cousin corregge: materia], idcirco non est genus. *) Ibid.: Possumus edam dicere, quia illa mera essendo ad interrogadonem factum per quid convenienler non respondetur.... Si ergo quaeritur «quid est [547] substantia », respondeamus «est». Neque enirn potest responderi per nomen « sub stantia »; namque non est nomen nisi materialorum a substantia, vel ipsiits substan- dae. Per transladonem supervacue responderi manifestum est. “’) p- 534: Opponetur: illa essendo hominis, quae in me est, aliquid est aut nihil.... Respondemus, tali essentiae nullum nomen esse dalum, nec per imposidonem nec per transladonem.ferenza specifica, poiché ciascuna specie della qualità (e a queste la differenza stessa dovrebbe ben appartenere) potrebb’essere soltanto una differenza specifica nell’àmbito della qualità stessa 18, II, p. 98; PL, 199, 640]: Sunt autem dubitubilia sapienti quae.... suis m ulramque parlem nituntur firmamenti. Talia.... sunt, quae quaerunlur.... de materia et motu et principiis corporum. de progressu multttudims et magnitudini sectione an terminos omnino non habeanl (v. sopra le noie 125 ss.). de tempore et loco de numero et mattone, de codoni et diverso, in quo plurima attrilio est, de dividilo et individuo, de substanlia et forma vocis, de statu universalium, de usu et fine orluque virlulum eie. logica, la tendenza propria di quell’epoca; con ciò diremmo di poter in pari tempo rendere compiuta la conoscenza del terreno, sul quale si esercita la operosità tal proposito, anzitutto le Categorie, di fronte alle quali alcuni che ne hanno trattato, hanno assunto invero di Abelardo. [a) sopra le Categorie].  Per quel che riguarda, a un atteggiamento svalutativo 18 “), già quei concetti preliminari di aequivocum, univocum e denominativum (v. sopra la nota 93) hanno dato motivo a discrepanze ™°). Ma poi la contrapposizione di sostanza e accidente (Sez. XII, nota 90) fu da taluni contestata, da altri invece o giustificata, limitatamente alle cose naturali concrete, o riferita alla mera relazione predicativa (cfr. la nota 186), o anche, con uno scambio tra forma e accidente, trasportata nel concetto di totalità costituita da parti m ). *'"l Lo stesso, Metal., IV, 2-1 ( Opp ., V), p. 181 [ed. Velili, p. 191J: Alti detrattimi Catliegoriis IPL, 199, 930J. *) lbid-, III, 2, p. 120 [ed. Wehb, p. 124; PL, 199, 893]: Ex opinione plurima idem principtditer significala denominativa et ca a quibus denominuntur (un’affermazione come questa, può essere stata fatta esclusivamente da segnaci dell'indirizzo realistico).  Arali. . Dialecl., p. 481 : Alee aequivoca ex sola debent praedU catione judicari ; sed nec unìvoca propler eamdem communionis causarti.... Sani autem nonnulli, qui.... non ad ca, quibus est impositurn vocabulum acquivocum et de quibus enuntiatur, respiciunt; imo ad ea, ex quibus est imposilum ; ut « amplector », cum ad eamdem personam, amplectenlem simul et umplexam. acquivocum dicatur, secundum diversarum proprietatum diffinitioncs, uclionis scilicet et passionis, non ad personam commune dicatur, sed ad pròprietales, quas aeque designat. M Pseudo-Abael. De inlell. (riferito dal CousiN, Fragments pitilosophiques, Parigi, 1840, p. 493 [Abael. Opera, II, p. 753]): Quaeritur, un linee divisin, leonini qttae sunt, aliud est substantia, uUud est accidens », sit sufficicns. Quod si concedatur, tunc, cum Tulionulitas sit, opnrtet esse substantiam vel accidens. Si autem accidens fuerit, potesl adesse et abesse....; quod falsum est.... Quidam dicunt, quod de quocumque veruni est dicere « istud est una res», de eodem veruni est dicere, esse substantiam vel accidens. Hi tamen non conceduti/, rem imam debere dici, quod per opus hominum liabet exislentium, ut domus, nec quod habet pnrtcs disgregalas, sicut popuAnche la disamina delle singole categorie diede parecchia materia a controversie, le quali non varcarono tuttavia il limite di quel che si trovava negli scritti di Boezio. Così, per quel che riguarda la relazione, la divergenza, che già si era manifestata fra Platone e Aristotele, rispetto al modo d’intendere questa categoria, si era trasmessa, attraverso i commentatori (Sez. Ili, nota 49; IX, nota 31; XI, nota 71), sino a farsi sentire anche nella discussione che s’incontra in Boezio (Sez. XII, nota 93), e pertanto questo punto controverso torna a comparire anche qui I92 ). Si disputava altresì, se i concetti di somiglianza o di uguaglianza non sieno da ascrivere alla qualità, piuttosto che alla relazione, a quel modo che studiosi isolati assegnavano alla qualità persino la categoria della situazione ( situs) 193 ). Ovvero si metteva hi dubbio che fosse giusto considerare ubi e quando come categorie, dato che son ricavati dai concetti di spazio e di tempo, i quali appartengono alla quantità, e lus.... Alti vero duobus modis dicunl [754] divisionem sufficiente ni esse: praedicatione scilicet, et continentia secundum naluram. Predicanone quidem.... v. g.: animalium aliud est rationale, aliud irrattonale ; haec divisto est sufficiens praedicatione, quia de quocumque poterit dici: «istud est animai», de eodem statim consequelur, esse vel rationale vel irrutionale. Continentia.... ut tale sit exemplum: « domus alia pars paries, alia tectum, alia fundamentum Accidens tamen ibi large accipitur prò forma. ) Abael, Dialect., p. 201 s.: Quae quidem [ diffinitio ] ab alia in eo maxime diversa creditur, quod itane Aristoteles secundum rerumnaluram protulil, illam vero Plato secundum conslruclionein nominum dedit.... Sunt autem qui quemadmodum Platonicam diffinilionem nirnis laxum vituperata, ila et Aristolelicam nimis strictam uppellant. ' (kid., p. 204: Sunt tamen, qui « acqualis et inaequalis, simihs et dissimilis » inter qualitates contrarias recipianl.  p. 208: Hi vero, qui similitudinem potius inter qualitates enumerant, ut Magislro nostro V. (v. la nota 102) piacili t. (La fonte di questa controversia è Boezio, messa a confronto con p. 187 \in Ar Praed., II e III: PL, 64, 219 e 259]).  Ibid., p. 201: Unus, memini, Magisler noster erat, qui positionis nomea ad qualitates quasdam aequivoce detorqueret. sono pertanto in perfetto parallelismo, p. es., con l’avverbio interrogativo « qualiter » 104 ). O, ancor una volta, si domandava quale fosse la corretta subordinazione dei concetti di « morte », o di « sonno », e simili 1B5 ). Oppure si discuteva sul come vada inteso il magis vel minus che compare sovente nelle Categorie, se cioè la graduazione concerna puramente il sostrato, o puramente la proprietà, o uno e l’altra al tempo stesso 106 ). Li tali occasioni poteva anche venir fuori la distinzione tra i diversi indirizzi sopra la questione di principio, in quanto che i nominalisti, p. es., designavano il concetto di « ieri » come un Non-essere 1B7 ), o facevan valere il proprio lw ) Ibid., p. 199: Videntur autem nec generalissima esse « Ubi » vel « Quando », eo quod prima principia non videantur. Quae enim ex alio nascuntur, prima non videntur principia, sed ipsa quoque principia habenl; Ubi autem ex loco. Quando autem ex tempore..,, originem ducimi.... Solel autem a multis in admiratione[m] ac quaesi ione [ ni ! deduci, cur magis ex loci vel temporis udjaccntia praedicamenta innascantur, quum ex adhaerenlia aliarum specierum sire generum. Tarn enim bene « Qualiter » unius nomiti generalissimi videtur, sicut « Ubi » vel « Quando », cujus quidem species bene vel male dicerentur [Cousin: bona vel mala dicereturl, sicut « Quando » heri vel nudiustertius, vel « Ubi » Romae vel Antiochiae [200] esse. La fonte di questa controversia,  oltre che la Sezione riguardante la quantità, e nella quale anzi locus e tempus hanno avuto una speciale trattazione (Bof.zio, p. 146 [in Ar. praed.. Il: PL, 64, 205]),  è in particolare il commento dello stesso Boezio, p. 190: « quando» et «ubi» esse non polesl, nisi locus ac tempus fuerit [in Ar. praed.. Ili: PL, 64, 262], ”“) Ibid., p. 402: Solel autem de morte et vita quaeri, utrum in privalionem et habilum, un potius in contraria recipiuntur.  p. 406: Si.... f in dormiente ], inquiunt, visio esset..., ridere eum oporleret. Si vero caecitas inesset, nunqunm amplius ipsum ridere contingeret. “*) Gilb. Porret. de sex princ., 8 (puhhl. nella ediz. lat. delle Opere di Aristotele, Venezia, 1552, I, f.34) : Dicitur autem « magis et minus suscipere » tripliciter. Aiunt enim quidam secundum erementum vel diminutionem eorum, quae suscipiunt, subiectorum. Aliter autem et olii, ipsa quidem, quae suscipiuntur, in suscipiente diminuì et crescere, annuntiant. Alii autem secundum ulrumque, amborum diminutionem et augmentationem [cfr. PL, 188, 1268. e la nota 21 di questa Sez.]. w ) Abael. Dinlect., p. 196: Cum.... « Iteri » rei existentis designativum non videatur.... Sed fortasse hi, qui magis in speciebus 282 CABLO PRANTL punto di vista, anche in ordine alla relazione e agli op. posti, mentre allo stesso modo operava, dal canto suo, la corrente realistica 19S ). Ma sembra che, più spesso di tutto, si sia parlato della categoria della quantità, già per il fatto che questa offriva la opportunità di passare di nuovo alle questioni concernenti il concetto di parte (note 125 ss.). Mentre i nominalisti intendevano i concetti numerali in modo perfettamente analogo a tutto il resto [ intendi : dei concetti], e perciò designavano i singoli numeri come specie, il cui genere è il concetto stesso di Numero I99 ), ciò era negato dai loro avversari; secondo costoro infatti, mancava nei numeri quella essenziale unità di natura, eh e necessaria per il concetto di specie o di genere, e per conseguenza i numeri vanno semplicemente qualificati come espressioni aggettivali di un procedimento collettivo; quest’ultimo poi si applicava altresì a tutti quanti i momenti della quantità, in quanto che a ima realtà sostanziale posson pretendere soltanto i fondamenti semplici della quantità, vale a dire i concetti di rerum naturimi quarn vocabulorum impositionem attendimi, per * ^ Qunmduiji praesentem (idjacenliam designari volunt. ) lbid., p. 392: Quod qitidem multos in hanc sententiam induxtt, ut contrarium nomen tantum universalium, non eliam sitiglilarium confiterentur, albedinis quidem et nigredinis, non hujus albedmis vel hujus nigredinis. Sic quoque et relutivum et « privalio et habitus » nomina tantum universalium diclini. Relativa quidem.... tantum universalìa dicebanl ex relatione construclionis. « Habitus» quoque et « prie alio » universalium tantum nomina diclini, eo quod in individuis non possimi servaci.  lbid.. p. 398: Quidam talem eum (se. Boethium ) divisionali invilisse dicunl, quod contraria alia siint genera, alia specialissima. Specialissima vero sic subdividuniur, ut cornili alia sub eodem genere, alia sub diversis contrariis ponantur. ' ') lbid., p. 190: Hi vero, quibus videtur. in speciulibus uut generalibus vocabulis non solimi ea contineri, quae una sunt naturaliter, sed magis ea, quae substantialiter ab ipsis nominantur, possimi forlasse et istu (rior i singoli ronrrtli numerali) species appellare, quum videlicel magis logicum in impositione vocimi sequuntur, quam physicam in natura rerum investigando.  punto, unità, istante, lettera [dell’alfabeto, come suono elementare], luogo, ma tutto il resto si riduce a pure espressioni collettive 200 ); fu altresì da alcuni fatto cenno della differenza che sussiste, rispetto alla divisibilità, fra il concetto di tempo e quant’altre quantità ci sono, divisibili e continue 201 ). [b) sopra la teoria del giudizio in generale].  Nella teoria del giudizio sembra essere stato spesso compendiato tutto quanto il contenuto essenziale della logica, entro i limiti in cui di questo si faceva uso, semplicemente per la istruzione degli scolari più giovani; imperocché si riduceva il libro De interpretatione in forma di compendi, di « Introductiones » o di « sumrna artis », ”») Ibid., p. 188 Numentm autem colleclionem unilatum determinimi....’ I ndo maxime Magistri nostri sementiti, membri, confirmabut, binarium, ternarium, caeterosque numeros spectes numeri non esse, nec numerimi genus oorum, cujus videlicet res una natur,diter non esset. Hae namquc dime unitates in hoc homine liomae habitante, et in ilio qui est Antiochiae consistimi, atque lume binariunì componimi. Quomodo una res in natura diceretur, aut quomodo ipsae spatio tanto disluntes imam simili specialem seti generalem naturam reci pieni? Linde potius numeri nomen et binarli et ternani et caeterorum a collectionibus imitatimi sumpta dicebant [così il codice: ma il C. legge « (Magister noster) dicebal»].  Ibid., p. 179 s.: Ilarum autem (se. qu.mtilalum) aline sunl simplices, alme compositae. Simplices vero quinque dicunt: punctum scilicet. unitotem, instans quod est indivisibile lemporis momentam, dementimi quoti est vox individua, simplicem locum.... Ilas autem tantum, quae simplices sunt, Magistri nostri sementili speciales appellabili naturas, eo videlicet quod sint unite nuturaliter, quae partibus careni, quae vero e* bis sunt compositae, composita individua dicebat, nec una naturaliter esse....; mugisque eurum nomina.... sumpta esse a collectionibus quibusdam.... ™) Ibid., p. 186: Cimi autem res singulae sua habeant tempora in se ipsis jundata, sua scilicet momento, suas horus, silos dies, rei menses, vel annos, omnes lumen dies simul existentes, vel menses, vel anni prò uno accipiuntur.... (p. 187) In ttliis.... lotis, lotum positum ponil partem, et pars desimela perimit totum.... In tempore vero e converso est, velati in die. Si enim prima est, dies esse dicitur, sed non convertitur.... Al vero si dies non est, prima non est. sed non convertitur.... In his itaque totis, quae per unum tantum partem semper existunt, iUud, quod de inferenlia totius et partis Boethms (de difj. top.. TI, p. 867 [PL, 64, 1188]) docet, non admittunt.  e si mettevano assieme regole sopra le parti e le forme del giudizio, la quantità, qualità ed equipollenza, il contrano e il contraddittorio, la verità e la falsità, la con versione e la modalità dei giudizi ecc., cercandosi a que sta maniera di meglio conformare, per così dire, il li. bro aristotelico all’uso scolastico, e di apportarvi in vari mod! compimenti o ampliamenti 202 ). Ma, per quest’ultimo riguardo, nessuna più precisa notizia ci è stata tramandata: che a tale lavoro si collegassero da capo altre controversie sovra punti particolari, ci risulta invece ani le t a e ristrette fonti, a noi accessibili. Furon così solevale subito difficoltà, già riguardo al concetto di vox significativa (Se*. XII, nota 109), e tali difficoltà, relativamente alla propagazione del suono, arrivarono a un tale colmo di astruseria, che alcuni finirono con il de«ignare addirittura l’aria, come ciò che ha la funzione di « significare » *). Non vale molto di più la questione, QuiZ^n 135]: manifestiti* poteril nuilihet, mterpr.), compendiosius et excepla reverenti vZborZL fn ZT’ T° d " quas Introduciiones foconi Vix est Jn," l ‘ b "r rudintentìs > non doceat, adirai* aUis non mtnTn^LlrS^a qmd nomea, ql,id verbum, quid oratio none Urrunt,taque quae vires enuntiationom 1 orano, qU ae spectes eius, tate, q U ae determinate verae sunt auUahà^ SOrtÌant “ T aut ( i,lnlU team, quae consentiant sibi quae dissentine? 11 ™ qu,bus, l ?qu>pol visim, coniunctim praedicenlur alt con? " ’ 9 “ ae P raed,ca ‘“ dU quae sii natura modalium et auae si et quae non >' il em n ni 11171 . /> • * Quae smgularium contradìctio _ Pcriermeniis docet?"o'uis^'liimd? *** quae vel Aristotile* in cairn totius artìs sumZm Zfc, C ° nq “ lslta l « dicit? Omnes Cfr ! qUÌaPP^’la noU 366. /aC ‘ 7,7 "“ fra, „ b „ n j~ sollevata a proposito della unità della significano, se cioè una parola possa « significare » anche le lettere da cui è costituita 204 ). Poteva invece esercitare più profondo influsso,  sebbene non ci sia stata tramandata notizia di ulteriori conseguenze , la netta delimitazione che si segnò, a proposito del nomea, tra significare e nominare, in quanto che di quello è oggetto la universalità, e di questo il singolare 205 ). E così pure, prima di tutto,  in occasione della controversia, se le preposizioni e le congiunzioni sieno parimente parole « significanti », o non possano invece assolutamente esser annoverate tra le parti del discorso  grande importanza potè avere il contatto che si venne a determinare tra i dialettici e i grammatici: di questi ultimi, taluni si decisero, da un punto di vista unilaterale, per la seconda alternativa, ma altri tennero conto anche degl’interessi della logica, rendendo con ciò effettuabile una conciliazione, in base alla quale si potè almeno preparare a quelle parti del discorso aeres..., ipsis etiam, quos reverberat, consimilem soni formam attribuita illeque fortasse aliis, qui ad aures diversorum perveniunt. Nostri tamen, mcmini, sententia Magislri ipsum tantum aèrem proprie audiri ac sonare ac significare volebat. Cfr. qui appresso la nota 499. ) lbid., p. 488: Totum constai ex suis parli bus, vox ex suis non conslituitur significationibus. Et fil quìdem divisio totius in partes, vocis vero [non] in significationes. Nam etsi hoc in quibusdam vocibus contingat, ut scilicet ex suis jungantur significationibus. ut hoc vocabulum quod est xens» ex littcris suis, quas etiam significai, non tamen id ad naturam vocis, sed totius referendum est; in eo enim quod ex eis constai, totum est earum, non eas significans. Est etiam et alia quorumdam solutio, ut scilicet concedant, nullam vocem conjungi ex signi ficationibus diversis, ad quas videlicet diversas impositiones secundum aequivocationem habeal. Ncque enim « eris » ad quaelibet plora dicunt aequivocum, sed tantum ad divcrsorum subslantias praedicamenlorum. linde de lilleris, quae in eodem clauduntur praedicamento. aequivoce non dicilur. *“> J°«Saresb. Metal., II, 20, p. 100 [ed. Webb, p. 104; PL, 199, 881] : Quod fere in omnium ore celebre est, aliud scilicet esse quod appellativa significant et aliud esse quod nominant. Nominante singularia, sed universalia significantur. (analogamente, si direbbe, al modo tenuto dall’autore del De gen. et spec.: v. «opra la nota 174) il successivo loro ingresso nella logica 20 °). Può essere ugualmente attribuita a im influsso della grammatica (ed è possibile sia stato per opera di Bernardo da Cliartres: v. la preced. nota d9) la introduzione di una terminologia, per la quale giudizi, come ad es. «Uomo è un sostantivo», furon denominati « materialiter im posila», ovvero giudizi « de significante et significato» 207 ). Ma nei dibat¬ titi sopra la questione della essenza deiraffermazione e della negazione, poteva ricomparire il contrasto fra opposti indirizzi, attenendosi alcuni alla forma gramma¬ ticale, altri ai concetti, altri ancora alla realtà obbiet¬ tiva 208 ). ) Abael. Dialect., p. 216: Praepositiones et conjunctiones de rebus corion, quibus apponuntur, quosdum inlellectus facere videntur, alque in hoc impericela canon significalo dicilur, quod... ipsu quoque res, de qua inlellectus habetur, in hujusmodi dictionibus non tenelur stetti in nominibus et eerbis, qtute simul et res demonstrant ac..... I nde certu apud grammaticos de praepositionibus sementili exlitit, ut res quoque eorum, quorum vocabulis apponuntur, ipsae destgnarent.... Vnde illa quorumdam dialecticorum setitentia potior yidetur, qttam grammaticorum opinio, quae omnino a parlibus orationis hujusmodi voces, quas signifieativas esse per se non judicavit, divisti, uc magis ea quucdarn supplemento ac colligamenta (v. la Sezione XII, note 43, 60 e 111) partirne orationis esse aicit.... (p. 217) soni etiam nominili, qui omnino a significativi hujusmodi dictiones remorisse diulecticos adstruant. Cfr. appresso le note 349 Reggi: 348] e 620. 1Q0 1J?"1 S . AK T B MetaL ’ jfl,. 5, P137 [ed. Webb, p. 142; PL, JU4J. Interdum tamen dictionem rem esse contingit, cimi idem sermo ad agendum de se assumitur, ut in his quae jtraeceptores nostri materialiter dicebant imposi la et dicibilia; quale est: «Uomo est nomea », «CurriI est verbum ».  Abael. Dial... p 248IJitidam tamen trnnsitivam grummaticam in quibusdam propositiom US esse volimi; qui quidem propositionum alias de consignificantibus vocibus ulias vero de significante et significato fieri diclini, ut soni dlae, quae de ipsis vocibus nomina sua enunciant hoc modo « homo est nomea vcl vox vel disyUabum ». Cfr. la nota 618. ) Abaei.. Dialect., p. 404: Quidam aiitem per « jacere sub affirmatioae et negatione » finitum et infinitum vocabulum accipiunl.[c) sopra questioni particolari, attinenti alla teoria del giudizio].  Anche a proposito di vari punti parti¬ colari, che si trovavano dibattuti nel commento di Boe¬ zio, ci si decise senz’altro iu senso contrario all’autorità di lui: così, p. os., riguardo alla unità del giudizio 2UB ), o relativamente alla scomposizione del verbo in due ele¬ menti, la copula e un participio 210 ), o a proposito di cpiei giudizi, nei quali 1 « est » non implica la esistenza effettiva del soggetto 211 ), o a proposito della questione del rapporto quantitativo tra soggetto e predicato 212 ), ut « sedet, non sedetti quidam vero intellectus ab affirmalione et negatione generalos (v. la nota 175): sed nos polius va, quae ab affirmatione et negatione dicunlur, aceipimus, essentias scilicel rerum, de quibus per affirmulionem et negationem agitar. Ma non si riesce a intender bene Joh. Saie Metal., 11, 11, p. 81 Led. Webb, p. 83; IL, 199, 869]: expedit [ dialeclicu J quaestiones...; quale est: An affirmare sit enuntiare (viceversa, se si potesse leggere « an titillitiare sit affirmare », ci sarebbe qualche maggiore possibilità di congetturare un significato), et: An simili exture possit contradictio. •“) Abael. L)ial., p. 298: Sunt aulem, qui udslruanl, diversa accidentia unam enuntiationem lucere, cum tulio sumuntur, quae ad diversa referuntur, veluti si dicatur : «/ionio citliaroedus bonus» (v. Boezio, p. 419 [in de interpr., ed. secunda, V, 11; cdiz. Meiser, Pars Post., p. 363: PL, 64, 573J). '") lbid., p. 219: Idem dicit « homo ambulata, quunlum prò- ponit «homo est ambulatisi) (Boezio [ ib., V, 12; p. 390: PL, 64, 586], p. 429). Sed ad hoc, memini, magister nosler V. opponete so' let: si, inquit, verbum proprium significationem inhuerere dicit, ve¬ runi autem sii, cam inhuerere, projeclo ipsum verum dicit, ac sen- sum propositionis perfidi. ‘ ) Ibidem, p. 223 s.: Unde quidem, cum dicitur, Homero quo¬ que defuncto, «Homerus est poiitu » (Boezio [//>., V, il; p. 3734: PL, 64, 578], p. 423).... «esse» quoque, quoil inlerponilur, in desi- gnatione non existentium vqlunt accipi.... Nostri vero sementili Ma- Bistri non secundum verbum accidentalem dicebat praedicationem, sed secundum tolius construclionis significaturam, atque impro- priam loculionem.... Sed quaero in ilJu significativa locutione, « Ho¬ merus est poeta», cujus nomea « Homerus» aul « poeta» acci- piatur. At vero, si hominis, falsa est enunciutio, co defuncto ', si vero poemutis.... est.... nova vocis aequivocalio. ' ) lbid., p. 247: In liis autem quae secundum accidens praedi- cunlur nec totani subjecti substantium continent, sed in parte tan¬ tum subjectum attingunt (Boezio [in de interpr., ed. prima, II, 11; ed. Meiser, Pars Prior, p. 159: PL, 64, 358], p. 263).... non est necesse, praedicatum vel majits esse subjecto vel aequale, veluti cum dicitur « animai est homo », vel « quiddam animai est homo alla quale questione potevan riattaccarsi pure sottigliezze grammaticali 213 ). Anzi le opinioni furono divise, anche in ordine a quei cenni intorno al « giudizio indefinito », con i quali Boezio aveva dato il compimento che ci voleva allo scritto aristotelico De interpretatione (Sez. XII, nota 115), essendo stato tale compimento da taluni giustificato, ma da altri respinto,  e fra questi ultimi ci vien fatta menzione di un Magister « V. », autore di « Glossulae super Periermenias » 214 ). Riguardo ai giudizi modali  v. la Sez. XII, nota 119: il termine tecnico « modalis » appare ora pienamente invalso •, si deve ravvisare veramente un modo di vedere individuale nell’ atteggiamento di alcuni, i quali deducevano i giudizi stessi dai giudizi non-modali, in tal maniera che dalle parole « possibilmente » o « necessariamente » rimanesse modificato non il contenuto di fatto, ma il senso della enunciazione,  ovvero nell’atteggiamento di altri, i quali dicevano che in tali giu- (cfr. Boezio ( iniroiì. ad cuthegoricos Syll.: PL, 64, 768], p. 562). Quamvis tamen et hic quidam concedunt, animai quod subjicitur non esse majus homine. Diclini cnim, quia animai, quod homo est, ibi subjicitur, quod non est majus homine. “> J° H - Saresb. Metal., n, 20, p. 101 [ed. Webb, p. 105; PL, 199, 881]:.... quia « omnis homo diligit se». Quod si ex relativae dictionis proprietate discutias, incongrue dictum forte causabaris et falsum; siquidem.... sive collcclive sire distributive accipialur quod dicium est « omnis », pronomen relativum « se », quod subiun- gitur, nec universitati singulorum nec alicui omnium veraciter el necesse est, So- cralem non esse equum, possibile est vel necesse esse non equum.... In.... universali bus.... non ita concedunt, ut videlicet tantumdem va- leat « non » ad «esse» praepositum, quantum id [Cousin: ei], quod « esse » copulai compositum. "i Ibid., p. 442: Sunt lamen quidam, qui nec discretionem ul- lam inler categoricam et hypotheticam in disjunclione compositas habenl. sed idem dicunt proponi, cum dicitur « Socrates est vel sanile vel aeger », et cum dicitur « aut Socrates est sanus aut aeger »; ut scilicet omnis enunliatio, quae disjunctas recipit conjunctiones, hypothetica credatur. Volunt itaque semper in hujus modi categorici s. quae disjuncliones recipiunl, hypotheticae sensurn intelligi. veduti cum dicitur «Socrales est sanus vel aeger », tale est ac si dicatur « aut Socrates est sanus aut Socrates est aeger. [d) sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo ].  Dalla sfera della sillogistica non possiamo a tutta prima aspettarci ima così fatta letteratura sovra punti controversi, perchè, mentre da un lato i relativi compendi di Boezio, essendo, per così dire, puri formulari scolastici, non porgono occasione a divergenze di opinioni, dall’altro lato, come abbiamo veduto (qui sopra, note 8-34), solamente a poco a poco si venne, appunto in quell’epoca, a conoscenza degli Analitici aristotelici, i quali inoltre mancavano anche allora di mi apparato esegetico, quale da gran tempo erasi avuto per le rimanenti parti della Logica. Si trova tuttavia, almeno in Giovanni da Salisbury, una notizia, dalla quale sembra potersi argomentare che sia stato preso particolarmente in considerazione quel tal passo estrema- mente difficile degli Analitici Primi, concernente la conversione dei giudizi modali (Sez. IV, nota 546), in quanto che si trovò necessaria una particolare terminologia ( materia naturalis, contingens, remota), per significare i concetti, che ivi s’incontrano, di quel eh’ è naturalmente determinato [tte^’jxcs], del possibile, e del non-aver-luogo 219 ). Dalla medesima fonte apprendiamo altresì, che dei sillogismi, già noti ad Abelardo ") Joh. Sar. Metal., IV, 4, p. 160 [ed. Webb, p. 168; PL, 199, 918], dove in un sommario del contenuto degli Analitici Primi si legge anche quanto segue: quid in loto esse aul non esse, quas prò positiones ad usum sillogisandi converti contingat et quas non; quidve optinent in his quae modcrnorum (v. la nota 55) usti dicuntur esse de naturali materia aut contingenti aul remota. Quibtis praemissis, trium figurarum subneclit rationes etc. La eennata tripartizione poteva essere ricavata da Boezio (Sez. XII, nota 119), il quale dal canto suo aveva attinto ad Ammonio (Sez. XI, nota 157); la terminologia di quest’ultimo passò nel Compendio di Psello (Sez. XV, nota 14), dove il passo corrispondente presenta, nelle traduzioni latine, le tre espressioni testé ricordate (Sez. XVII, note 38 e 155). Ci troviamo pertanto, anche qui, dinanzi alla possibilità che verso la fine delI’XI secolo si sieno fatti strada nell’Occidente latino sparsi frammenti della letteratura scolastica bizantina.  (nota 17), formati da giudizi modali, fu ora fatto uso frequente, così per parte dei teologi, come pure nelle scuole di dialettica 220 ). Un’argomentazione insidiosa, occasionalmente menzionata ima volta, e relativa alla possibilità del futuro, è d’imitazione ciceroniana 221 ). [e) sopra questioni di Topica ].  Invece la Topica ebbe a godere ancor una volta di una più vasta e varia attività di studiosi; e ciò risulta già in generale dall’opera di Abelardo, il quale, a proposito dei singoli loci, si esprime in tal modo da indurci a ritenere ch’egli abbia trovato dappertutto già pronto un numero determinato di « regole » formulate, le quali rappresentavano la redazione, fatta nelle scuole, delle notizie riferite da Boezio nel suo scritto De diff. top. 222 ); inoltre, a partire dal tempo in cui fu tratta fuori novamente la Topica aristotelica (v. sopra le note 28 s.), ci furono effettivamente alcuni, che tentarono di arricchire questo ramo della dialettica con la invenzione di nuovi loci e di nuove « regole » 223 ), Ibid. : Deinde habila modalium rutione transit ad commixtiones qitae de necessario sunt aut contingenti rum bis quae sunt de inesse.... Expositores vero divinar paginae rationem modornm pernecessariam esse diclini.... [169] Est enim modus, ut aiunt, quasi quidam medius habitus terminorum (ofr. la Sez. XII, nota 150). Et prafecto, licei nullus modos omnes, linde modales dicuntur, singultitivi enumerare sufficiat, quod quidem nec ars exigit (v. ibid., noia 163), lumen mugistri scolarum inde commodissime disputant, Cfr. appresso la nota 623. Lo stesso, Polvcr.. II, 23. p. 125 [ed. Webb. I, p. 132; PL, 199. 455] : Restai libi illius Stoici lui quaestio.... Quaerebat.... enim.... an posses aliquid facete eorum quae minime faclurus es etc. Cfr. la Sez. VI, note 136 e 164. '“) Abael. Dialect., p. es. p. 334 (sunt igitur quatuor hujus inferentiae regnine), p. 353 (regulae antecedentis et consequentis), p. 375 (regidae ab interpretatìone), p. 376 (tres autem regidas a genere in usum duximus), e cosi via pereorrendo tutta la Topica. ’l Joh. Sar. Metal., Ili, 9, p. 145 [152]: Non omnes tamen locos buie operi (cioè BOEZIO, de diff. top.) insertos arbitror, quia nec potuerunt, cum et a modernis, huiiis praeeunte benefìcio, aeque necessarios evidentius cotidie docerì conspiciam.  lbid., 6, p. 138 [1431: ma potè nello stesso tempo diffondersi altresì una idea giusta del posto e della importanza della dialettica ). Trasparivano tuttavia anche qui le differenze di ordine generale tra punti di vista, quando da taluni erano posti unilateralmente in maggior rilievo i concetti isolati, fatta astrazione dalla espressione verbale 225 ), da altri invece s’insisteva solamente sopra la necessità interna dell’ordine di successione nell’argomentazione 22 “), mentre altri ancora, al contrario, ci tenevano a veder presa in considerazione proprio la probabilità subbiettiva. Ma c’erano poi varie controversie, che si collegavano anche a singoli loci o a regole particolari 22S ). Non tamen huic operi (cioè alla Topica aristotelica) tantum tribuo, ut inanem reputem operam modernorum, qui equidem nascentes et convnlescentes ab Aristotile, inventis eius multas adiciunt rationes et regulas prioribus aeque jirmus | PL, 199, 909 e 9011. V. appresso la nota 413 a. “) Ibid., 5, p. 134 [ed. Webb, p. 139; PL, 199, 9021:... scienti Topicorum.... ex opinione multorum dialeclico et oratori principuliter faciat. ™) Abael. Dialect., p. 426: Dieunlur in argumentis ea, quae a propositionibus ipsis significanti^, ipsi quidem intellectus, ut quibusdam plucet, quorum conceptio, sine eliam vocis prolulione, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitanlem. **•) Ibid-, p427: Sunt autem, meniini, qui, verbis auctoritatis nimis adhaerentes, ornile necessarium argumentum in se ipso necessarium dici velini. **) Ibid., p. 335: Sunt autem quidam, qui non solum necessarias consecutiones, sed quaslibel quoque probabiles verus esse fateanlur. Dicunl enirn, verilatem hypotheticue proposilionis modo in necessitale, modo in sola probabilitale consistere; in qua quidem sentenliu Magistrum etiam nostrum deprehensum dolco.... (p. 336) Dicunl tamen, quia omne quod probabile est, verum est, saltem secundum eum, cui est probabile. *“) Così taluni volevano che tra le maximae propositiones (Sez. XII, nota 165) fossero annoverate anche le regole principali del giudizio categorico (Abael. Dial., p. 339 s.), e c’eran altri che volevano estenderle anche di più (ibid., p. 366): oppure si trasferivano l 'antecedere e il consequens nei [intendi: «si allargava l'applicazione delle regulae antecedenti et conseguenti, fino a comprendere anche le relazioni tra i »] singoli termini del sillogismo (ibid., p. 353 s.), o si restringeva il locus a praedicalo puramente a giudizi categorico-ipotetici (p. 381), mentre da altri lo si faceva valere soltanto come principio di prova del locus a genere (p. 384);  293 U 29 . Negli studi di logica, la qualità continua A RIMANER MOLTO AL DISOTTO DELLA QUANTITÀ]. Ma riflettiamo ora come quasi tutta la materia, che avevamo da presentar sino a questo punto, si sia dovuto ricavarla da due scrittori soltanto, vale a dire Abelardo e Giovanni da Salisbury, dei quali per caso ci sono conservate opere di più lunga lena, cosicché ci sarebbe comunque da imparar ancora ben di più, qualora si disponesse di fonti più abbondanti: e riflettiamo così pure, inoltre, che ciascuna delle opinioni sopra citate, relative a punti particolari, ci permette di argomentare, per parte dello scrittore che se ne fa sostenitore, un’operosità di studioso, estesa a tutta quanta la sfera della logica di quell’epoca; se terremo presenti queste considerazioni, ci sarà difficile andar tropp’oltre, nell’ imaginarei la estensione dell’attività, svolta in quel tempo, soprattutto in Francia, nel campo della logica. Ben è vero che, ad avvalorare, per così dire, una impressione generale ben nota, può darsi che, quanto a intensità, le cose andassero diversamente, perchè in nessuna parte abbiamo trovato, non che una concezione filosofica, neanche segni di effettiva originalità. Come in generale il Medio Evo era e rimase dipendente dal materiale di una tradizione, imposto dal difuori, così anche le numerose controversie attinenti alla logica, non prendevano principio da un intimo impulso, bensì si fondano sopra uno stimolo esterno, dato dal materiale della tradizione scolastica, e bisognava, a così dire, che aspettassero questo stimolo, per avere in generale occasione di inoltre, anche sopra questo stesso ultimo /ocus, si dibatteron da rapo varie controversie, disputandosi cioè se esso abbia validità incondizionata (p. 378), o sia da intendere soltanto in senso causale (p. 386): e controversie analoghe concernevano il locus ab efficiente. con partecipazione anche di motivi teologici (p. 413), o il locus ab interpretatione, trattandosi di decidere fino a qual punto coincida con la etymologia.  manifestarci. Così anche i rappresentanti delle più importanti opinioni, caratteristiche dei vari indirizzi, abbiamo pur dovuto spogliarli della gloria di essersi aperti da sè la loro strada; poiché certi passi isolati di Boezio, strappali dal contesto, e che sono stati appunto oggetto di studio appassionato, ci si sono rivelati (note 105, 129, 134, 170) come i punti di partenza, in base ai quali, a forza di stiracchiare, è stato poi messo insieme il resto, E se in mani nostre neanche Abelardo si sottrae forse a un simile destino (nota 286), non ne abbiamo colpa noi, ma la ragione ne va rintracciata nella verità storica come tale. [§ 30 .  Abei.ardo : a) suo ingegno: caratteristica generale], Proprio la considerazione ora esposta, che cioè in quell’epoca, da un lato, una grande moltitudine di maestri si occupavano, discendendo sino ai più minuti particolari, del materiale di studi di logica, quale veniva tramandato, e che, dall’altro lato, per l’appunto nella letteratura tradizionale tutto questo genere di produzione veniva a trovare le proprie condizioni, derivandone il suo proprio indirizzo  ci doveva già da principio indurre a procedere con circospezione nel nostro giudizio sul conto di Abelardo (nato nel 1079, morto nel 1142): e di fatto, a prender in esame più da presso l’opera sua in connessione con quella dei contemporanei, ci troveremo anche messi in guardia contro ogni esagerazione nell’apprezzamento di lui 22B ). Mentre “) In particolare gli studiosi francesi sembrano propensi a sopravvalutare il loro connazionale, e in ciò, fra i tedeschi, va per lo meno a pari con loro [Federico Cristoforo] Schlossf.r [in un libro del 1807, su Ab. e fra Dolcino]. La vasta opera di Charles de Rémusat, Abélard, Parigi, 1845, in due voli., è, per la parte biografica, quanto di meglio possediamo, nella letteratura moderna, sul conto di Abelardo: aH’inoontro, nella esposizione della dottrina, i presupposti storici, consistenti nei movimenti spirituali generali, propri di quell’epoca, son forse lasciati troppo nell’ombra, in concioè, riguardo all’etica, ci compiacciamo di ravvisare e riconoscere in Abelardo un eretico del tempo suo, e delle sue benemerenze di teologo 22Ba ) dobbiamo lasciare invece che si occupi la storia della teologia, ci apparirà chiaro come, nel campo della logica, egli non abbia esplicato un’attività più originale di forse cento altri suoi contemporanei 23 °). È innegabile la sua grande vivacità d’intelletto, e prima di tutto la sua straordinaria abilità nella forma retorica di esposizione: anche alla dialettica, come a tutto ciò su cui metteva le mani, si slanciò sopra con appassionato fervore, e si manifestò subito come maestro estremamente suggestivo; la sua attenzione era qui essenzialmente volta all’intento di fronto con le benemerenze personali di Abelardo : a ciò si aggiunge ancora, riguardo alla dialettica, l’inconveniente già più sopra (nota 49, e cfr. la nota 148) rilevato con espressioni di biasimo. w ‘) Su questo argomento, v. la vasta opera di S. Maht. Deutsch, Peter Abàlard: ein kritischer Theologe des 12. Jahrhunderts [P. A.: un teologo critico del XII secolo], Lipsia, 1883. a ") Non s’insisterà mai abbastanza nel ricordare che la nostra indagine si svolge tutta quanta entro i limili segnati esclusivamente dal quantitativo del nostro materiale di fonti. E tra Abelardo c gli altri dialettici dell’epoca sua sussiste qui una differenza soltanto, che cioè di quello ci sono conservati casualmente moltissimi scritti, si che di lui, per conseguenza, siamo in grado di riconoscere e pienamente svolgere le idee fondamentali, più largamente ricostruite nel loro ordine sistematico, mentre per gli altri non ci è possibile fare altrettanto. Ma dobbiamo guardarci dal convertire in una obbiettiva superiorità di Abelardo, questa circostanza favorevole, che torna a vantaggio della nostra esposizione. m ) Ch’egli sia stato scolaro di Roscelino, ma anche di Guglielmo da Champeaux, e che inoltre abbia cercato e trovato ispirazione in tutti gli altri eminenti maestri, si vede dalla nota 314 della Sezione precedente, c dalle note 102 e 104 di questa. Del suo presentarsi come maestro fa il racconto egli stesso, Epist., I, c. 2, p. 4 (Amboes.) [ed. Cousin, I, p. 4 c 6] : Perverti tandem Parisius... Factum tandem est ut supra vires aetatis meae de ingenio meo praesumens, ad scholarum regimen adolescentulus aspirarem, et locum, in quo id agerem, providerem ; insigne videlicet tunc temporis Meliduni castrum, et sedem regiurn.... (p. 5) Ab hoc autern scholarum noslrarum lyrocinio [Amboes .: exordio] ita in arte dialeclica nomea meum dilatori coepit, ut non solum condiscipulorum meorum, verum etiam ipsius magistri (cioè Guilelmi Campellensis) fama farsi capire facilmente, adattandosi egli, anche nella scelta del materiale, all’esigenze della scolaresca ), ed è naturale che fosse perciò invitato sovente a esercitare a profitto di altri il suo talento di maestro di logica **). Ma il nomignolo di « Peripateticus Palatimis » [nativo di Palet o Palais] egli lo deve soltanto a questo suo virtuosismo formale, perchè, da un lato, per i suoi contemporanei « peripatetico » e « cullor della logica » eran espressioni sinonime, nulla conoscendosi in generale di Aristotele aH’infuori dall’Organon, e con quella espressione volevasi soltanto significare uno che si occupasse molto estesamente o con particolar efficacia di questi scritti aristotelici 2S4 ), senza che con ciò si pensasse già a un pieno esauriente svolgimento del principio aristotelico; ma, d’altro lato, lo stesso Abelardo ha avuto pure contrada paulatim extinguerelur.... (p. 6) [6] 1 unc ego Melidunum reversus, scholas ibi nostras, sicut antea, constitui.... Meliduno l'arisius redii . extra civilatem in monte S. Genovejae, scholarum noslrarum castra positi [PL) Joh. Saresb. Metal., Ili, 1, p. 116 (ed. Giles [cd. Webb, p. 120]): Sic omnem librimi legi oportet, ut quam facillime potasi eorum quae scribuntur hubeatur cognitio. Non enim occasio quaerenda est ingerendue difficultatis, sed ubiqiie facilitas generando. Qttem morem secutum recolo Peripateticum Palatinum. Inde est, ut opinor, quod se ad puerilem de generibus et spedebus, ut pace suorum loquar, inclinavit opinionem: malens instruere et promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum esse obscurior. Faciebat enim studiosissime quod in omnibus praecipit fieri Augustinus, i. e., rerum intellecltii serviebut I PL, 199, 890-1J. at ) Abael. Introd. ad llteol., I, Pro!., p. 974 (Amboes. [ed. Confiti, II, 31): Ad has itaque dissolvendas controversias cum me sufficere arbitrarentur, quem quasi ab ipsis eunubitlis [Cousin: inainabulis] in Philosophiae studiis ac praecipue Dialecticue, quae omnium mugislra ralionum videtur, conversatimi sciant, atque experimento, ut aiunt, didicerint, unanimiter postulane, ne talenlum miht a Domino commissum multiplicare differam.  Ep. 1, c. 2, p. 5 [51 : Non multo aiitem interjecto tempore, ex immoderata studii affliclione correptus infirmitate, coactus sum repatriare, et per unnos atiquot a Francia quasi remolus. quaerebar ardentius ab iis, quos dialectica sollicitabat doctrina [PL]. =“) Joh. Saresb., loc. cit., I, 5, p. 21 [171 : Peripateticus Pulatinus, qui logicue opinionem praeripuit omnibus coetuneis suis, adeo ut solus Aristotilis crederetur usits colloquio [PL una felice idea, a tenor della quale poteva, rifacendosi da un unico passo che si trova in Boezio [v. appr. nota 2861, «connettere ad esso il riconoscimento della giu"tozza della teoria aristotelica del giudizio; ma invece e;>/., p. 226, Abelardo dice, nel passare da questa prima parte principale alla seconda: Hactenus quidem, Dagoberte frater, de partibus orationis, quas dictiones appeUamus, sermonem texuimus. Quorum tractatum tribus vóluminibus comprehendimus. Primarn namque partcm libri Partium ante Praedicamenta posuimus ; dehinc autem Praedicamenta submisimus, denique vero Postpraedicamenta novissime adjecimus, in quibus Partium textum complevimus. Come vengano intesi gli Antepraedicamenta, apparirà chiaro appresso; ma intanto nel procedere dai Praedicamenta ai Postpraedicamenta, si dice (p. 209): Evolutus superius textus ad discretionem significanonis nominum et rerum natura s, quae vocibus designantur, diligenter secundum distinctionem decem praedicamentorum aperuit. Nunc autem ad voces significativas recurrenles, quae solae doctrinae deserviunt, quol sint modi significanti studiose perquiramus ( similmente alla p. 245: Non itaque propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina): e pertanto, alle p. 209226, segue non già, come fa ritenere il titolo, arbitrariamente imposto dal Cousin, la Sezione de intcrpretationc, bensì solamente una trattazione delle parti della proposizione. Con questa denominazione e suddivisione della prima parte principale si accordano poi anche le citazioni che Abelardo fa di se stesso, sia che rinvìi alla Sezione complessiva, denominandola Liber partium (p. 377 : sicut in libro Partium docuimus, e p. 477: sicut in libro Partium, tractatu speciei, disseruimus ), sia che ricorra proprio a quella denominazione nel menzionar pure le suddivisioni (p. 174: sicut secundus anle-praedicamentorum de differentia continet;  p. 249: Nam« homo mortuus» ....compositura nomen est.... sicut in primo Posl-praedicamentorum ostendimus : e questa citazione, al pari delle due altre dello stesso tenore, alle pagine 296 e 299, si riferisce alla p. 214; negli altri due rinvìip. 204: sicut in Libro Partium ostendimus, e p. 205: in Libro Partium requi rantur  va certamente letto primo, anziché libro). Dei resto, con tutto questo sistematico rilievo dato alle « parti del discorso », riusciamo ora a spiegarci come Abelardo potesse effettivamente denominare « Grammatica » un rifacimento delle Categorie (v. qui sopra la nota 241). 273 ) p. 227: Susta et debita serie textus exigente, post tractatum singularum dictionum occurrit comparano orationum .... Non autem quarumlibet orationum construclionem (anche questa e una esptesquesta Sezione Abelardo diede il nome di « Libcr calegoricorum » 274 )Ma quando ha poi da far sèguito la teoria del giudizio ipotetico, Abelardo, anche a ciò determinato da Boezio (de diff. top.: v. la Sez. XII, nota 167), fa che la validità di queste forme di giudizio sia condizionata dai loci (v. la nota 269), e pertanto premette il « Liber topicorum », così che soltanto dopo di esso vengono lo stesso giudizio ipotetico e i sillogismi fondati sopra di questo 275 ) : a quest'ultima Sezione dà il nome di « Liber hypotheticorum » 27e ). Così Abelardo, secondo il suo modo d’ intendere, ha compiutamente svolto la teoria deirargomentazione, procedendo dal semplice, cioè dagli elementi, al complesso: quanto al « Liber divisionum », designato dal Cousin come quinta parte della dialettica, non ha alcun nesso sione di Prisciano; v. sopra la noia 263) exequimur, sed in his tantum opera consumenda est, quae verilatem seu falsitatem continent, in quorum inquisitione dialecticam maxime desudare meminimus. Undc cum inter propositiones quaedam earum simplices sinl et natura priores, ut categoricae, quaedam vero compositae ac posteriores, ut quae ex categorici jungunlur hypotheticae, has quidem quae simplices sunt prius esse tractandas...., unaque earum syllogismos ex ipsis componendos esse apparet. 274 ) È vero che il manoscritto reca qui il titolo (p. 227) « Abaelardi.... Analyticorum priorum primus», ma non soltanto si corregge da se stesso nella seconda suddivisione di questa Sezione, dove a p. 253 si legge questo titolo: « Explicit primus; incipit secundus eorundem, hoc est categoricorum », bensì ancora dallo stesso Abelardo questa Sezione è citata come Liber categoricorum (p. 395: Sed de hoc quidem uberius in libro Categoricorum egirnus). 275 ) p. 437 : Congruo.... ordine, post categoricorum syllogismorum traditionem, hypotheticorum quoque, tradamus constitulionem. Sed sicut ante ipsorum categoricorum complexiones categoricas propositiones oportuit tractari, ex quibus ipsi materiam pariter et nomea ceperunt, sic et hypotheticorum tractatus prius est in hypotheticis proposìtionibus eadem causa consumendus, de quorum quidem locis ac veritate inferentiae, quia in Topicis satis, ut arbitror, disseruimus, non est hic in eisdem immorandum. Sed satis earum divisiones exequi. 27e ) Anche qui si verifica la medesima singolare circostanza, che cioè il manoscritto reca da prima (p. 434) il titolo « Abaelardi.... Analyticorum posteriorum primus », ma poi nel passaggio dalla prima alla seconda suddivisione, la indicazione esatta (p. 446): Explicit primus hypotheticorum, incipit secundus. con quel che precede 2 "), ma è ima monografia che sta a sé, concernendo lo stesso oggetto che lo scritto De getter, et spec.; in questa monografia Abelardo unì immediatamente uno all’altro gli scritti di Boezio, de divisione e de definitione, cosicché, a chi consideri 1’ intima diversità fra questi due (Sez. XII, nota 103), appare con tutta chiarezza, come in Abelardo l’interesse per la logica si converta in interesse per la retorica. Seguendo noi ora perciò, per la nostra esposizione, il suindicato motivo, dominante nella divisione della materia secondo Abelardo, ci atterremo interamente all’ordine già tenuto per Boezio, e inseriremo, ancor prima della teoria del giudizio, quel che sarà necessario dire della Sezione de divisione, la quale si riattacca alla teoria del concetto. [li) esposizione della Isagoge (Antepraedicamenta), quale risulta dalle Glossae, e soprattutto dalle Glossulae, super Porphyrium: atteggiamenti polemici sopra la questione degli universali].  Quanto alla prima Sezione della prima parte principale, cioè la Isagoge o i così detti Antepraedicamenta, la grave lacuna già ricordata dobbiamo cercar di colmarla attingendo ad altra fonte, e precisamente, in special modo, ai testi riferiti dal Rémusat (nota 238) : ma inoltre ricorreremo anche a tutti quegli altri luoghi, che possano aiutarci a comprendere, con maggior vigore o maggior ampiezza, la posizione di Abelardo nel contrasto fra i diversi indirizzi, sicché già qui si ha da chiarire, quante possibile compiutamente, le questioni essenziali e di principio, e da ottenere mia conoscenza esatta e approfondita della logica di Abelardo in generale: resterà poi, relativamente alle altre parti della dialettica, da addurre ancora, su tale ) Neanche si trova, in alcun punto del libro, fatto cenno a un ricollegamento con altre parti della dialettica. fondamento, soltanto i testi relativi a punti più particolari. Ha in sè qualche cosa di sorprendente il fatto che Abelardo, nelle glosse alla Isagoge, non soltanto parla di « sei parole », aggiungendo alle solite cinque anche « individuum », ma osserva altresì che si tratta, oltre che di queste parole stesse, anche di ciò ch’esse significano  significala eorum  27S ); tuttavia la prima circostanza si spiega in parte con quel passo di Boezio ch’è la fonte, a cui Abelardo attinge 2T9 ), e in parte con la espressa osservazione [fatta dallo stesso Abelardo], che cioè Porfirio non ha avuto bisogno di comprendere, subito da principio, nel novero delle voces il concetto d’individuo, perchè già 1’ individuo vien comunque a rientrare sotto le altre cinque parole, e in se stesso è una denominazione predicativa di un oggetto, nè più nè meno che i generi e le specie 28 °). Ma se ora proprio questo rilievo che 27s ) Glossae in Porph., riferite dal Cousin, p. 553: Intendo Porphyrii est in hoc opere tractare de sex vocibus, i. e. de genere, e! de specie, et de dijjerentia, el de proprio, et de accidenti, et de individuo et de signijìcatis eorum.... Considerare, nullas voces magis esse necessarias ad Categorias quam istas sex voces, quoniam ex istis sex vocibus con stituunlur praedicamenta, ideo perelegit tractare de istis sex vocibus. Hujus operis sunt materia istae sex voces el earum significata, finis ipse catcgoriae (il Cousin. con le sue modificazioni e con la interpunzione, ha guastato il giusto significato del manoscritto). Scicntiae inveniendi supponitur iste traclatus ([passo già più sopra cit.,] nota 268), quia hic docemur invenire rationcs sufficienles ad probandas quaslibet quaestiones Jactas de istis sex vocibus et de signijìcatis earum. Cfr. appresso la nota 603. 27 *) Questo numero di sei non ha cioè niente che fare, come si capisce da sè, con quel passo, che si è avuto da citare, ricavandolo dai commentatori greci (Sez. XI, nota 134). ma ha per fondamento il contenuto di quelle notizie, date da Porfirio (ibid., nota 43), che son riferite come segue da Boezio, p. 15 [ad Porph. a Vict. transl. I, 16; ed. Brandt, p. 44: PL, 64, 28]: Eorum, quae. dicuntur, alia ad unitatem dicuntur, sicut sunt omnia individua, ut est Socrates et hic et illud, alia quae ad mulliludinem, ut sunt genera (et) species et differentiae et propria et accidentia. 280 ) p. 553: Et cum intendat tractare de istis sex vocibus et omne (leggi omnes) tractat, lamen non proponit nisi [Cousin: vocibus, et omne tractare tamen non proponit, nisi....] de quibusdam tantum ; ideo  Abelardo dà alla relazione predicativa, torna a coincider pure con il secondo punto, cioè con la presa in considerazione anche di « quel ck’è significato dalle sei parole », d’altra parte Abelardo sopra tale questione fondamentale non presenta qui spiegazioni più precise: bensì,  persino a proposito di quel passo di essenziale importanza (prima quaestio), al quale da gran tempo abbiamo veduto riattaccarsi tutta la questione, che dividea tra loro le tendenze contrastanti  egli presenta esclusivamente una sottile distinzione, insignificante nei riguardi degli universali, tra solus intellectus, nudus intellectus e purus intellectus 2S1 ) : e anche nel rimanente della esposizione, si tiene aderente al testo della Isagoge, prevalentemente limitandosi a dare spiegazione delle parole 282 ). Invece proprio sopra questo punto che ci rimane qui ancora oscuro, gettano la più vivida luce le altre così dette glosse minori alla Isagoge. Ivi cioè Abelardo, alle notizie che dà sopra le opinioni altrui (e per questo ci è servito più sopra egli stesso quale fonte) collega in primo luogo osservazioni polemiche, per poi svolgere la sua personale concezione degli universali. Contro Gunon ponit de individuo, quia individuum continetur sub unoquoque, et in significatione et in praedicamentali ordine : nam quemadmodum genera et species proprie ponuntur in praedicamento, eodem modo individua ipsorum. Anche questo si trovava nel commento di Boezio al passo citato  dove (p. 16 s. [loc. ult. cit., p. 49: PL, 64, 30]) si legge: Ita individua, quae ad unitatem dicunlur, cunctis superioribus (cioè quinque vocibus) supposita sunt.... Individua vero.... ad nihil aliud praedicantur nisi ad se ipsa, quae singula atque una sunt. Atque.... « ad unitatem dicunlur». Abelardo cioè ne ricavò che le denominazioni individuali vengono purtuttavia predicate  dicunlur, praedicantur. 2S1 ) p. 555: Illa dicimus poni in solis intellectibus, quae tantum intelliguntur et non sunt.... Illa dicimus poni in nudis intellectibus. quae, cum sint, aliter intelliguntur esse, quam sirtt.... Illa dicimus poni in puris inlelleclibus, quae intelliguntur simpliciler ut sunt. a82 ) Si può osservare che anche qui la locuzione abbreviata, ricordata già più sopra (nota 167) „praedicari in quid “ o ., praedicari in quale “ è comunemente adottata nel senso di „ praedicari in eo quod quid “ o,, praedicari in eo quod quale". glielmo da Champeaux osserva (v. sopra la noia 106) che, se si ammette una così poco stretta connessione tra le forme individualizzanti e le sostanze universali, tutte le sostanze _non eccettuata neanche la Fenice, che esiste esclusivamente mia volta sola  appunto come sostanze, dehhon finir con l’essere uguali e identiche fra loro, e neanche possono per conseguenza distinguersi dalla sostanza di Dio : e parimente osserva che questa identità di essenza di tutte le sostanze, o la loro indifferenza rispetto a qualsiasi forma individuale che vengan a prendere, conduce a dover ammettere anche la coincidenza degli opposti in ima stessa sostanza Glossulae s. l’orph ., riferite dal Rémusat, toc. cit., II, p. 97-99: Ce SYStème exige que les jormes aient si peu de rapport avec la malière qui leur seri de sujet, que dès qu'elles disparaissenl, la malière ne diffère plus d'une aulre malière sous aucun rapport, et que tous les sùjets individuels se réduisent n l'unité et à l'identité. Une grave hérésie est au bout de cotte doctrine ; car avec elle, la substance divine, qui est reconnue pour n'admettre aucune forme, est nécessairement identique à toute substance quelconque ou à la substance en generai.... Et non seulement la substance de Dieu, mais la substance du Phénix (v. la Sez. XII, nota 87), qui est unique, n'est dans ce système que la substance pure et simple, sans accident, sans propriélé, qui, partoul la méme, est ainsi la substance universelle. C'est la mème substance qui est raisonnable et sans raison, absolumenl camme la mème substance est à la Jois bianche et assise ; car étre blanc et ótre assis ne soni que des jormes opposées, comme la rationnalité et son contraire, et puisque les deux premières Jormes peuvent notoirement se trouver dans le méme sujet, pourquoi Ics deux secondes ne s'y trouveraient-elles pas égalemenl ? Est-ce parce que la rationnalité et Virrationnalité soni contraires ? Ellcs ne le sont point par l'essence, car elles sont toutes deux de Vessence de qualité ; elles ne le sont.... per adjacentia, car elles sont, par la supposilion, adjacentes à un sujet identique. Du moment que la mème substance convient à toutes les Jormes, la contradiction peut se réaliser dans un seul et mème ótre [ed. Geycr del testo originale, p. 515:... « Quibus hoc obicimus: quod si hanc sententiain concedi convenit, quippe si formas contingeret a subiecta materia discedere, ita scilicct quod subiecta bis penitus rarerent, in nullo pcnitus hir et ille differrent, sed iste et ille omnino idem efiicerentur. Ex quo scilicet pessimain haeresim incurrunt, si hoc ponatur, clini scilicet divinam substantiam, quae ab omnibus formis aliena estidem prorsus oporteat esse cum substantia. Nec (propter) deum solum verum est, sed etiam propter alias substantias fortasse, ut est phoenix.  Oportet igilur secundum praedictam Contro la dottrina della indifferenza, egli oppone (v. la nota 132) per prima cosa la definizione del concetto di genere ( genus est, quod praedicatur de pluribus ), dalla quale rimane escluso che ima e medesima cosa possa essere mai al tempo stesso genere e individuo: e poi le oppone anche la relazione predicativa in generale, stando alla quale bisogna mantenere la distinzione tra individui e concetti specifici, e deH’universale stesso è impossibile predicare la individualità,  laddove, se si prende l’individuo già nello stesso tempo come specie o come genere, il concetto di genere, in quanto vieu predicato, resta privato del proprio soggetto, o, quando si tratta di qualità (cioè di adiacentia ), non può appunto essere più un predicato, valido per diversi soggetti [cfr. il testo originale, ed. Geyer, p. 520: « .... non omni generi convenit, eum omne genus non habeat praedicari in adiacentia »] 2Si ). sententiam substantiam divinam idem esse cubi qualibet substantia, quam constat esse veram et simplicem et ab ni nni proprietate irnmuncm. Praeterea si cadem substantia essentialiter sit in omnibus, ita scilicet (ut) ea quae informata est ralionalitate, sit irrationalitate occupata, quomodo negari potest, quin substantia rationalis sit substantia irrationalis ? Quibus obiectis nidlatenus refragari queunt, cum eadem substantia penitus omnibus f'ormis informari ostendatur. Quis enim cum eandem substantiam albedine et nigredine et sessione occupatam viderit, ncgabit substantiam albani esse sedentem ?  Si quis vero dicat insistens rationale esse irrationale, veluti substantia alba est substantia sedens, cum hae oppositae formac contrarrne sint, illae vero non, fallitur, quia nec in essentia magis sunt oppositae istae quam illae, cum eadem essentia qualitatis sit penitus, nec in adiacentia, cum eidem substantiae penitus adiaceant. Sed si quis dicit formas istas oppositionem habere ex oppositis formis quibus informantur, fallitur, cum eadem ratione non possit assignare, onde illae oppositionem trahant »]. 2S1 ) Ibid., p. 100: Muis c’est là ce qui n'esl pus soutenable. La défirtition qui veul que le gerire soit ce qui est attribuable à plusieurs, a été donnée à l'exclusion de Vindividu. Ce qu’elle définit ne peut en soi étre à aucun titre, en aucun état, individu. Dire qu'une méme chose tour à tour comporle et ne comporte pas la définition du genre, c'est dire que cette chose est, comme genre, attribuable à plusieurs, mais que, comme genre aussi, elle ne Vest pas, car un individu qui serait attribuable ò plusieurs serait un genre ; par conséquent Vassertion est con[Finalmente, anche contro quella tesi, a noi non meglio nota, che concerne una proprietas delle cose (v nota 73), rivolge ripetutamente la stessa obiezione tratta dalla definizione del concetto di genere, e denota in generale come la cosa più pericolosa e insostenibile. tradicloire, ou plutòt elle n’a aucun gens. Les auteurs disent que celle nroposition : L’homme se promène, vraie dans le particulier, est fausse de l’espèce (qui tuttavia il Réniusat deve o aver avuto sottocchio un testo scorretto, o aver inteso scorrettamente il testo corretto, poiché lu dottrina ripetutamente enunciata da BOEZIO, a p. 15 [in Porph. a Vici, transl., I, 16: ed. Brandt, p. 45; PL, 64, 27], p. 36 [i6.. II, 10 (Cicero sedet, homo sedei): cd. Brandt, p. 103; PL, 64, 57], ecc., facendo uso dello stesso esempio Cicero ambulai, homo ambulai  è espressa naturalmente nel senso, che l’accidente è predicato, primitivamente dell’ individuo e derivativamente della specie, ma non che questa seconda predicazione sia falsa). Commenl maintenir cotte dislinction, si une ménte chose est espèce et individu ? (p. 101) V individuai ile résultant de formes accidentelles ne saurait èlre l'attribut essentiel d’une substance susceptible d'universalité ; ccpendant certe substance, en tant que particulière, distincte de ses somblables, est esscntiellement individueUe, violation manifeste de la règie de logique qui porte que „dans un mème, Vaffirmalion de l'opposé exclut Vaffirmation de l’autre oppose’'’. Lorsqu'on dit que le genre est atlribuable à plusieurs, on parie ou d'attribution essentielle (praedicari in quid), ou de toute autre ; s’il s’agit d'attribution essentielle, camme on le nie aprìs Vavoir affirmé, elle cesse d’ètre essentielle, ou elle emporte avec elle son sujet ; s'il s’agit d’attribution accidentelle (in adjaceutia), la définition n’est plus exacte, elle ne convient plus à tout genre [ed. Geyer Huic autem sentcntiae o p p o nani u s . . . . In primis inquirendum iudico, quomodo Porphyrius dicit praedicari de pluribus ad cxclusioncm individuorum, cum illa scilicet praedicentur de pluribus secundum illos. Sed dicunt mihi, quod cum dicitur genus de pluribus praedicari, tale est, ac si dicatur: genus in quantum est genus, praedicatur de pluribus. quod constare non potest. Amplius cum diffinitio generis sit, quod praedicatur etc., oportet eum concedere quod individuimi ex stalli individui sit genus, quia ex ilio quod praedicatur de pluribus, [quod] est animai. Propterea quomodo dicunt « praedicari de pluribus », quod generi convenit, genus ab individuo removcrc, cum idem prorsus individuo conveniat ?... Amplius quomodo dicit B o e t h iu s super Peri ermenias [Boezio, in libr. de interprete ed. seconda, L. II, c. 6 (ed. Meiser, Pars Post., p. 133: PL, 64, 461), p. 337] quod haec propositio « homo ambulat » de speciali falsa est, de particolari vero vera est ? Numquid et de universali similiter vera est, cum idem sit universale et particulare ? Sed fortassis inquies, quod ab hoc universali ambulatio prorsus removeri potest, a particulari vero non, hoc modo: nullum universale ex statu universali ambulat. Sed similiter dici potest, quod nullum particulare ex statu particuqualsiasi scambio o confusione tra individuo e universale. [i) soluzione proposta da Abelardo : il senno praedicabilis].  Ma secondo il suo personale modo di vedere, egli credeva di aver trovato la via giusta per poter alfine comporre, com’è sua opinione, il contrasto fra Platone e Aristotele, vale a dire appigliandosi a quell’unico passo del libro De interpr., dove l’universale è designato come ciò, ch’è « naturalmente fatto per essere predicato laris anilnilationcm habeat. Haec quippe enuntiatio: « in co quod est universale, non ambulata, duobus modÌ9 potest intelligi, sive interpositum sive praepositum. Interpoeituin sic: in eo quod universale, non ambulat, ac si diceretur: proprictas universalis non patitur ambulationem, quod omnino falsum est, eum eidem subiecto universalitas et particularitas et ambulatio adiaceant. Quod si praeponilur, intelligitur boc modo: non in eo quod est universale, ambulat, sicut est illud: non in eo quod animai est, habet caput, hoc est: non exigit proprietas universalis, ut ambulet, sicut non exigit natura animalis, quod habeat caput. Sed eodem modo verum crii de particulari, orai proprietas particularis non exigat ambulationem ». Ecc. ecc., sino alla p. 521], 286 ) Ibid., p. 102: La difficulté est toujours de faire cadrer ce système avec la définition du genre. Il faut que la propriété d'ètre attribuable à plusieurs séparé Vuniversel de l'individuel ; or, on vieni de dire que de plusieurs choses chacune est individuellement animai ; le nom indiriduel d'animal seraitil donc le nom de plusieurs ? V indie Uhi serait-il attribuable à plusieurs ? Cela ne se peut. Mais comme animai ne peut plus se dire de plusieurs, mais de chacun, il n’y a plus de genre, ou plutòt tout est renversé, c'est l’individu ou le non-universel qui prend la place de Vuniversel, c'est ce qui ne peut s'ajfirmer de plusieurs qui s'affirme de plusieurs. et c'est une pluralité où chacun s'affirme de plusieurs que l'on appelle Vindividu [ed. Geyer, p. 521-22 : « Primum quaerendum est.... quomodo secundum hanc sententiam individuimi ab universali differat per praedicari de pluribus, cum individuimi habeat praedicari de pluribus, id est plura sunt, quorum unumquodque est individuimi. Sed fortasse inquies, quod recte praedicari de pluribus in diffinitione universalis ponitur ad exclusionem individuorum, cum omne universale praedicari de pluribus habeat, nullum autem individuimi de pluribus praedicetur. Sed eodem modo inter universale et animai differentia potcrit assignari, cum omne universale de pluribus et nullum animai de pluribus... Praeterea secundum banc sententiam concedere oportet, quod non-universale sit universale et res quae non praedicatur de pluribus, praedicetur de pluribus et multos quorum unumquodque de pluribus praedicatur, concedat individuimi appellali»].  di più cose» (quod natura est de pluribus praedicari ); poteva Abelardo con questo, nella maniera già più sopra ricordata (nota 254 1, far procedere insieme la genesi delle cose qual è data obbiettivamente in natura, e quella produzione subbiettivamente umana che è la denominazione, e anzi esprimere questa relazione, persino ricorrendo alla similitudine della statua, la quale è costituita dalla pietra, che lia esistenza obbiettiva, e dalla forma, ch’è aggiunta dalla mano dell’uomo 286 ). Ma su ciò si fonda ora il vero e proprio sciboleth, che contraddistingue la posizione di Abelardo nel con2BC ) liuti., p. 104 s. : Aristote, au dire d'Abélard, parati l'insinuer clairement, qunnd il définit l'universel ce qui est né altribuable à plu~ sieurs, quod de pluribus natum est praedicari. Cest une propriété uree laqtielle il est né, qu’il a d’origine, a nativitate sua. Ór, quelle est la nativité, l'origine des discours ou des noms ? Vinstitution humaine, tandis que l’origine des choses est la création de leurs natures. Celle différence d’origine peut se rencontrer là méme où il s’agit d’une mème essence. Ainsi dans cel exemple : cette pierre et cette statue ne font qu’un, l'étal de pierre ne peut ótre donné à la pierre que par la puissance divine, l’état de statue lui peut ótre donné par la main des hommes. [ed. Geycr, p. 522: «Est alia de universalibus sententi a rationi vieinior, quae nec rebus nec vocibus communitatem attribuit; sed serinones sivc singulares sive universales esse disserunt. Quod etiain Aristoteles ... . aperte insinuat, cuin ait: « Universale est, quod est natum praedicari de pluribus », idest a nativitate sua hoc contrahit, ex institutione scilicet.... Hoc enim quod est n o m e u sive s c r m o, ex hominum institutione eontrahit. Vocis vero sive rei nativitas quid aliud est, quam naturar creatio, e uni proprium esse rei sive vocis sola operatione nalurae consistat ?  Itaquc nativitas vocis et sennonis diversitas, etsi penitus in essentia identitas. Quod diligentius exemplo declarari potest. Cum idem penitus sit hic lapis et haec imago, alterius tamen opus est iste lapis et a[terius haec imago. Constat enim a divina substantia statura lapidis solummodo posse conferri, statum vero imaginis hominum comparatione posse formari»]. Nella traduzione di Boezio, p. 338 [ed. secunda, II, 7: ediz. Meiser. Pars Post., p. 135; PL, 64, 462], il passo aristotelico citato nella Sez. IV. nota 197, è cioè del seguente tenore: Quoniam autem sani haec quidem rerum universalia, illa vero singillatim ; dico autem universale, quod in pluribus natum est praedicari, gingillare vero, quod non, etc. Qui dunque Abelardo poteva appoggiarsi, per la tesi realistica, alla parola « natum », e al tempo stesso, per la tesi nominalistica, alla parola « praedicari ». Così in quell’epoca, ch’era incapace di assurgere alla visione dei principii, ma si limitava allo studio  « tra ' Van mdirizzi; ««Perocché, una volta che il predicato venga r, conosciuto come naturalmente determi nato, ne consegue che nè le cose come tali, nè le paroJ ' come tali sono 1 universale, bensì la universalità è ri posta soltanto nello stesso praedicari, e dunque in' quella maniera di esprimersi ch’è il giudizio, insomma el « sermo » : con questo si evita ora la opinione sba ghata e insostenibile, che cioè di una cosa possa ori carsi una cosa, sì che, a questa maniera, mia co a f ugual r e in più e una cm., ma « per r.ppnnto „„ preJica | 0 ' E, mettendo „ ra Abelardo in eo„„e„i„„ e eon ' conseguenza 1, definizione già riferita del genere ne ‘ espressamente che  nega mo) sia di • universale il predicato (ser” 3 3ll ° ra ‘“tersale anche la parola in quanto paro a poiché alla stessa maniera si potrebbe d mLT U Cl,e è “• «. 'ce dell alfabet o; „ deve rnvece, in,„eli„ definir .. tener rizzi sano statesenz^tmcozUuIt^o^^* 1 !, 0 he dei J ' vcra ' 'odilati diversi da uno all’altro scrittore 77'l f°? dame ? to di passi isolai/ Ctteratura in uso nelle scuole Cfr -Y* !u testi e l‘e formavano ^)Ibid aPPre S .° k DOta 293 -‘ P1U S ° Pra n ° tC I05 ’ 129 ’ buatte à plufieurs, ni ìefchòses'n'i fet* 1 umversel Pst d'origine altri c p n est paste mot. la voix. mais le dilriu, T" Car stori du mot, qui est attribuable à divers C e ? t ~ d ~ dire l ' p *prcsdis mots, ce ne sont pas les mots mais Ù . 9 lw, g “ P ' Ù S ° Pra (nota 63 > "tato, di GiovauTda Salisb^ “ PaSS °’ fisso l’occhio sopra l’oggetto da essa definito, cioè sopra lo stesso genere, e con ciò si rende manifesto che nella parola singola non è già contenuto il genere stesso nella sua totalità, bensì invece la parola ch’esprime il genere, viene, in un giudizio, predicata di diverse cose, insomma che proprio il giudizio è predicabile,  « sermo est prue dicabilis » , perchè il pensiero dispone per ordine le parole, in vista della descrizione delle cose 2SS ). Se per conseguenza la parola è predicata, non secondo la esteriorità del suo effettivo suono, bensì secondo il suo intimo significato, e è dunque il suo significato che ne fa un uni) Ibid., p. 107 s.: Mais Abelard se faii des objeclions. Comment l oraison peni-elle elre un,vergelle, et non pas la voix, quand la descriplion du genre convieni aussi bien à l’une qu'à Vautre ? Le genre est ce qui se dii de plusieurs qui diffèrent par Vespèce ; ainsi le décrit PorphyTe. Or, la descnption et le décrit doivenl convenir à tout suiel quelconque ; c est une règie de logique, la règie De quocumque, et camme le discours et Ics mots ont le ménte sujet, ce qui est dit du discours est dii des mots. Vane, comme le discours, la voix est le genre. Celle pròposti,on est incongrue, non congruit; car la lettre étant dans le mot et par consequent s attribuant à plusieurs comme lui, il s'ensuivrait que la lettre est le genre. Cesi que, pour que la description ou définition du genre so,t appi,cable il faut qu'on Vapplique à quelque ckose qui uit en so, la realite du défim, rem definiti; c'est la condilion de l'applicatwn de la regie De quocumque, et ici catte condition n'existe pus Le mot ne contieni pas tout le défini, il n'en a pas laute la compréhens,on et,1 n est atlnbue a plusieurs, affirmé de plusieurs, pracdicatum de pluniras. qU e parce que le discours est prédicable. est sermo pracdicabibs, c est-a-d,re parce que la pensée dispose des [si direbbe che Franti intenda come « fosse scritto « Ics »] mots pour décrire toutes choses [ed. Geyer. p. 522-23: «Cui sementine opponitur. 1 rimimi enun quaeritur, cur sermones et non voces esse universale? astmant cum descriptio generis tam vocibus quam sermombus conveniate De quocumque enim praedicatur descriptio, et descriptum; sed descriptio generis praedicatur de voce, cum vox sit ifiud quod praedicatur de pluribus differentibus specie etc.; vox «ritur est genus.  Quod sic s o 1 v i t u r: Huic argumentationi; Cst ', ., '',j US ' ^ mUd q "° d praedicatur ' ( iuia est sermo PaANTL, Storia detta logia, in Occidente, II.versale 289 ), ben può dirsi a questa maniera che il genere e la specie sono una parola (vox), ma non già, viceversa, che la parola è la specie o il genere, perchè la essenza individuale, che è la parola, non può essere predicata di più cose, mentre si può, con una tale concezione, ammettere invece, senza difficoltà, un essere obbiettivamente reale, corrispondente ai generi e alle specie 2D0 ). Generi e 2#s ) Ibid.. p. 108: On peut dotte dire que le discours étanl un gente, et le discours étant un mot, un mot est le genre. Seulement il faul ajouter que c'est ce mot uvee le sens qu’on a entendu lui donner. Ce n'est pus l essence du mot, en tant que mot, qui peut ètre attribuée à plusieurs ; le son vocal qui constitue le mot est toujours actuel et particulier à chaque fois qu’on le prononce, et non pas universel ; mais c'est la signification qu'on y attaché qui est générale [cd. Geyer, p. 523-4:« Cum haec vox sit hic sermo et hic sermo sit genus, quomodo ratiouab iliter negari poterit, quin haec vox sit genus ? Quod sic solvitur: Cum dicimus « hic sermo est genus», tale est ac si dicamus: sermo huius institutionis est genus. Sed cum dicimus « haec vox est genus », tale est ac si dicamus: haec essentia vocis est praedicabilis ctc., quod falsum est....  Concedimus itaque has esse veras: Hoc nomen est genus, hoc nomen est universale. Similiter: Hic sermo « animai» est genus, hoc vocalndum « animai » est genus et universale, et similiter omnes in quihus subicitur vox innuens institi! tionem, non simpliciter essentiam vel prolationem, sed signifìcationem et praedicans eommunitatem, sicut est: genus, universale, sermo, vocabulum, dictio, oratio.... »]. *®°) Ibid., p. 108-9: Abélard.... permei qu'on dise que le genre ou l'esp'ece est un mot, est vox, et il rejette les propositions converses ; car si l on disait que le mot est genre, espèce, universel, on attribuerait une essence individuelle, celle du mot, à plusieurs, ce qui ne se peut. C'est de mème qu'on peul dire: cet animai ( hic status animai) est cette matière, la socratité est Socrate, l’un et l’aulre de ces deux est quelque chose, quoique ces propositions ne puissent ètre renversées [ed. Geyer, p. 524: « Nota tamen, quod haec propositio vera est: genus est vox et species est vox. Tale est enim ac si dicatur: generale vocabulum est vox vel speciale. Convcrsae harum, scilieet: vox est genus vel vox est species, non sunt concedendae, cum per illas communitas essentiae ostendatur, quae similiter in omnibus reperitur. Concedimus exiirn propositiones: hic status animai est, haec materia Socratis est Socrates, utrumque istorum est aliquid; conversas vero istarum negamus omnino, scilieet: homo est hic status animai, Socrates est materia Socratis, aliquid ast utrumque istorum»),  Dialect., p. 480: in significationibus suis vocabula saepe nominantur, ut cum ea quoque vel genera vel species vel universalia vel singularia rei substantias vel accidentia nominamus. Nomen autem.... hoc loco accipiendum est quaelibet vox significativa simplex, qua rebus praeposita vocabula praedicamus. specie, cioè, in quanto sono da noi pensati, si riferiscono bensì a qualche cosa che esiste, e questa cosa afferrano, ina soltanto in senso figurato poteva dirsi che essi esistono quali universali pensati da noi, poiché il senso proprio di tale espressione è solanieute questo, che esiste cioè qualche cosa che dà luogo a questi universali 291 ). 2tfl ) Ibid., p. 109 10: Il décide que. bien que ces concepts (ma chi sa se nell’originale latino ri leggerà in questo punto « conceptus » ? io eongetturo piuttosto che vi si dica « intellectus » : v. appresso le note 313 ss.) ne donneiti pas les choses camme discrètes, L, 64, 121-2], p. 84: rfr. la Sez XI, nota 44), secundum quas ipsa genera, quae ab ipsis divisa sii nt. specificantur.... Nec cum ipsae generis subslantiam in spederà reildunt, ipsae quoque in essentiam speciei simul transcunt, sed sola "enera vel subjecta specificantur, non qmdem separata a difierentiis. sed, nisi ei differentiae adveniunt, ipsa sola non etiam differentiae species efficitur, non quidem cum differentiis, sed per differentias, sicut in libro Partium, tractatu speciei, disseruimus (v la nota 272). Si enim differentiae in speciem transferrentur cum lenere . ipsas de substantia rei esse, et in partem malenae venire rontineeret.... (p. 478) Nihil.... aliud materia jam fannie aclual,ter contunda quam ipsum materiatum, ut nihil aliud est hic annulus aureus quam aurum in rotundilalem duetum.... Stalline.... compostilo, quem Boethius (p. 88) ponit . species non riddar, cum nec materia sit unum, sed operatione hominum, nec substantiae nomen, sed accidentis cum statua videtur et a quadam compositione sumptum. z»«) Introd. ad t/no/.. II, 13, p. 1083 [98]: Cum autem species ex genere creaci seti gigni dicantur, non lanieri ideo ri eresse est,genus speries suas tempore, vel per existentiam precedere, ut videlicet ipsum prius esse contigeril quam Mas. Numquam eternai genus nifi per aliquam speciem suam esse contingit, vel ullatenus animai juit, antequam calumale vel irrationale fuerit : et ita quaedam species cum suis generibus simul naturaliter existunt, ut dMlatenus genus sino illis, sicut nec ipsae sine genere esse‘pomerint [PI., 178, lOtuj. praedicatio, la quale può riferirsi ora alla forma, ora alla cosa formata da questa, e via dicendo 29? ). Ma dovendosi, a proposito di questo generarsi delle specie dai generi, toglier di mezzo quella più difficile questione riguardante gli opposti (v. sopra le note 113 e ilo s.), ecco qual è su questo punto il modo di vedere di Abelardo: La diversità delle specie può essere determinata soltanto dal fatto che sussiste ima diversità delle sostanze; ma questa è un prodotto della differenza specifica la quale si chiama sostanziale, proprio perchè realizza entro la sostanza ima separazione di gruppi, e con ciò, al tempo stesso, una unità dei gruppi così separati, eiascuno dei quali ha una comune natura 888 ); e a quel modo che, per conseguenza, la materia, ch’è il genere, non si presenta più, hi identità di essenza, in tutte quante le specie, cosi dalla differenza specifica vengono esclusivamente prodotte soltanto le specie della sostanza stessa; se perciò tutte le altre specie, che non procedono dalla sostanza, si debbono generare senza l’azione esercitata da una differenza sostanziale e debbono pertanto aver il pròpno fondamento nella sola materia, la unità di quest’ultnna va intesa come somiglianza di essenza (consimilitudo), dalla quale per es„ nonostante la comune essenza ipslls^nriti^t ^ P> 1277 f183]: ^oprie,as ilaque n,aterine ZZ, v/,, secundum quam ex ea materialitcr al,quid fieri habe'. Materiati vero proprietàs est ipsa e converso postcrioritas Pro prietates itaque ipsae impermixtae sunt per praedicMionem licei iosa proprietà.... permixtim de eodem praedicentur. Aliud quippe est prue Ì7{/~\^]. f ° rma,Um ÌPSUm ' h e iP sam Jormae subjec“ ) Dialect., p. 418: Diversitas itaque subslantiae diversitatem quae natura substantiae divina univit operatio.  (lell'esser colori, non rimane esclusa la opposizione contraria del bianco e del nero 2 "). Così Abelardo tiene distinte, da un lato, quelle forme, che son, esse medesime, essenze, e che bisogna pur che entrino nella materia, la quale sta a loro fondamento ( subiectum ), per far di questa qualche cosa, che senza quelle non sarebbe,  e, dall’altro lato, quelle forme, che per se stesse non sono essenze, ma son di già contenute nella materia del genere 300 ) ; naturahnente nelle prime c’è la differenza specifica vera e propria, a quel modo che nelle seconde c’è la così detta nota casuale di differenze accidentali, cioè queU’adiacerma (nota 284), cli’è oggetto della predicazione non-sostanziale 301 ). Ma, con ciò, gli opposti, nelle forme sostanziali, sono derivati soltanto ! ") Uh/., p. 400, dove al passo citato più sopra (nota 113) fa sèguito: Si enim omnium specierum est eadem in essentia materia, tunc albedinis et nigredinis et caeterorum contrariorum, quae omnia.... ejusdem generis species esse necesse est.... Nostra quoque sententi a te net, solas substantiae species differentiis confici, caeterasque species per solam subsistere materiam, sicut in libro Partium ostendimus. Si ergo eadem prorsus est materia, quae est in ipsis diversitas ? Sed eadem (cioè diversitas in ipsis est), quae est in consimilitudine substantiae, non indeterminatae essentine. Ncque enim ea qualitas, quae est essentia albedinis, essentia est nigredinis, essel enim albedo nigredo, sed consimilis in natura generis superioris. Consimilitudo autcm vel substantiae vel jormae contrarietatem non impedit. Riguardo alla consimilitudo, e£r. qui appresso la nota 307. 30 °) Pseudo-Abael. de intell., edito dal Cousin, Fragm. phil. (1840), p. 495 s. [Opera, II, p. 755]: Alii autem, qui quasdam formas essentias esse, quasdam minime, perìiibenl. sicut Abaelardus et sui, qui artem dialecticam non obfuscando sed diligentissime perscrutando dilucidante nullas formas essentias esse approbant, nisi quasdam qualitates, quae sic insunt in subjecto, quod subjectum ad esse earum non sufficit, sicut ad esse quantitatum ipsum subjectum sufficit... et ad esse sessionis necessaria est dispositio partium... Nullam enim formam essentiam esse asserunt, cui... poterit assignari... subjectum ad esse illius sujfficere. Theol. Christ., Ili, p. 1280 [487]: sire illa forma sii communis differentia, h. e. separabile accidens. ut nasi curvitas, si ve magis propria differentia, i. e. substantialis, sicut est rationalitas, quae sci licet substantialis differentia non solum facit alterum, i. e. quoquo modo diversum, verum etiam aliud, h. e. substanlialiter atque specie diversum [PL, 178, 1251]. Qui la fonte è Porfirio (Sez. XI, nota 44), cioè Boezio [ad Porph. a se transl., lib. IV], p. 79 ss. dall'attività della differenza specifica e sono senz'altro separati, mentre, trattandosi delle forme non-sostanziali, ci si presentano nella materia del genere, quali possibilità’' 2 ): e Abelardo, dato che per lui a base di tutte quante le opposizioni puramente qualitative non c’era un substratum sostanziale, mentre un tale substratum andava riconosciuto esclusivamente per quelle opposizioni che vengono a costituir delle specie, poteva molto facilmente, con il mantenere la non-unificabilità degli opposti, sottrarsi a quella difficoltà che più sopra (nota 115) abbiamo veduta 303 ). ' Ma mentre a questo modo quel processo di creazione, nel quale la differenza specifica opera separando, e le specie cosi separate si raccolgono in raggruppamenti unitari (nota 298), si estende, in progrediente graduazione, sino all individuo singolo, il quale è, come tale, essentialiter o entialitcr (non tuttavia secondo la sua sostanza) separato dal suo simile 3 °fre (B0tZI0 ’ P™ nox7Lì h -md ÌS lil l P Ì80 3 r487F-T ^ già, più s °P ra ' aUa mero sun, difierenlia. q uae loia JL,.,L. Z^ZTentt disTctsum sire solo numero ab inviami disteni, ut Socrate* e, i>LT ’ mente come im nome generale equivoco 305 ), ma invece la « subsiantia », in quanto è questo il concetto del genus generalissimum, dev'essere consideratacome quella suprema ultima materia, sulla quale incomincia a esercitarsi Fattività della differenza specifica 308 ). Così Abelardo, in quanto è platonico, insegna mia ontologia obbiettiva degli universali, la quale da un lato vantaggiosamente si distingue, per la maggior cura con cui si giova di Boezio, dal più grossolano realismo di Guglielmo da Cbampeaux, ma al tempo stesso, mediante il concetto già sopra menzionato (nota 299) di consimilitulio, viene, d’altra parte, in certo modo, a mettersi in contatto con l’autore dello scritto De gen. et spec. (note 163 e 177) o con la teoria (nota 132) della indifferenza 807 ). [mi ma dallo stesso principio Abelardo trae insieme partito secondo il punto di vista aristotelico ].  Ma ora, quanto a quell’altro modo di vedere di Abelardo, die si 305 ) Glossae ad Porph. (riferite dal Cousin), p. 568: Ens est aequivocimi.... [569] videlicet illam definilionem, quam habel ens in praedicamento substantiae, nunquam habebit in praedicamento quantitàtis.... Ens non habet unam substantialem diffinitionem, cum qua praedicalur de omnibus generalissimis, cum hac diffinitione praedicatur ens de substantia : substantia est ens, quod ncque est qualitas nec quantitas etc.  V. la Sez. XII, nota 89. 30li ) Ibid.. p. 565: Substantia est generalissimum, quia est solum genus....  (p. 566) quemadmodum substantia est genus generalissimum, cum suprema sii, eo quod nullum genus supra eam sit, etc.  Inoltre il passo citato più sopra, nota 298, e Dialect., p. 485: Genus omne naturaliter prius est suis speciebus.... genus [est materia] specierum. 307 ) In una maniera consimile, che ricorda quelle teorie, si esprime Abelardo, Theol. Christ., Ili, p. 1261 [468]: Sed nec Socrates, cum sit a Platone numero diversus, li. e. ex discretione propriae essentiae ab ipso alius, litio modo ideo ab ipso aliud dicitur. h. e. substantialiier differens, cum ambo sinl ejus[dem ] naturae secundum ejusdem speciei convenientiam, in eo scilicet [1262] quod uterque ipsorum homo est.  Ibid., p. 1279 [486]: Idem vero similitudine dicuntur quaelibet discreta essentialiler, quae in aliquo invicem similia sunl, ut specics idem sunt in genere vel individua idem in specie [PL]. accorda con il punto di vista logico di Aristotele, bisogna che tentiamo di metter in chiaro, in qual maniera dovesse, secondo lui, intendersi il concetto già ricordato (note 286 ss.) di « sermo », e com’egli ne determinasse minutamente il fondamento: e qui fin da principio sembra esser degno di nota ch’egli, rimanendo assolutamente fedele al punto di partenza da cui lì aveva preso le mosse, si attiene a passi contenuti nel libroDe interpr. Se cioè deve tenersi fermo il principio dianzi enunciato, vale a dire che il praedicari è degli universali, quali sono naturalmente determinati, si ha anzi tutto una semplice parafrasi dello stesso principio, quando si afferma che la predicazione (sermo) è in rapporto di originaria affinità con le cose 308 ) : tuttavia, com’è naturale, ciò va inteso nel senso che la denominazione (vocum impositio ), venendo dopo, è condizionata e dipendente dalle cose obbiettive che essa significa ( res significala) 30S ), anzi che, in questo senso, anche la significano della parola è ancora quel primum, dal quale soltanto dipende la parola come parola 310 ). Vero è poi che a questa maniera i generi e le specie non sono nient’altro che ciò che da queste parole è significato 3n ), ma quel che da esse è significato. 3 " 8 ) Introd. ad theol., II, 10, p. 1074 [90]: Conslat quìppe, juxta Boethium ac Platonem, cognatos de quibus loquuntur rebus oportere [91] esse semiortes [PL, 178, 1062].  V. Boezio, ad Ar. de interpr. [ed. seconda, II, 4: ediz. Meiser, Pars Post., p. 93; PL, 64, 440-11, p. 323. J 30 °) Dialect., p. 487: vocem secundum imposilionis suae originem re significata posteriorem liquet esse.  Ibid., p. 350: Si nòminis hujus. quod est « homo », propriam impositionem tenueril, secundum id scilicet, quod substantiae hominis ut existenti ex animali etrationalitote et mortalitate datum est, ratam omnino conseculionem viderit.  Inoltre il passo ricordato più sopra, nota 255. 31 °) Dialect ., p. 345: neque enim nomina ncque verbo sunt, suis non existentibus significationibus.  Ibid.. p. 482: [propria significatio. illa ] scilicet. de qua inlelleclum proprie vox queal generare. 3iI ) Glossae in Porph.. p. 567: genera et species. id est ipsa significata harum vocum, come pure nel passo riferito più sopra (nota 278) si dice sempre: sex voces et significata eorum. in altro non può consistere, a sua volta, se non nei prodotti (li quel processo di creazione, onde dal genere si scende giù giù sino all’individuo: e avendo i generi e le specie una esistenza concreta soltanto negl’individui, nella proposizione « Socrate è un uomo » noi parliamo per esempio soltanto di quel che significato da queste parole, ina non già delle parole stesse, in quanto parole 312 ). Ma proprio poiché i generi e le specie non sono ciò ch’esiste concretamente, l’antico motto « singultire sentilur, universale intelligitur » conserva il proprio valore: ed essendo, dal concetto intellettivo ( intellectus ), afferrato ciò che non cade sotto i sensi 3113 ), bisogna che  poiché quell’universale che non cade sotto i sensi, è ciò ch'è destinato a esser predicato  1 esso concetto necessa¬riamente contenga in sé il principio onde si genera la predicazione, e venga alla coscienza, attraverso qualsiasi predicato, come principio del generarsi di questo, ovverossia: sermo generalur ab intellectu et generar infelicetum 314 ). Così il « predicare » (sermo) è il terreno degli 312) Diale et., p. 204: Neque enim substantia specierum diversa est ab essentia individuorum, sicul in Libro (leggi primo: v. la nota 272) rartium ostendimus, nec res ita sicut vocabolo diversas esse contingit. Sunt namque diversae vocabulorum in se essentiae specialium et singularium, ut « homo » et « Socrates sed non ita rerum diversae sunt essentiae. Unde Ulani rem, quae est Socrates. Ulani rem. quae homo est, esse dicimus ; sed non illud vocabulum, quod est « Socrates », illud, quod est « homo», linde quod in re speciali contingit, et in ipsius individuis necesse est contingere, cum videlicet nec ipsae species habeanl nisi per individua subsislere, nec in ea, quae informant et ad invicem jaciunt respicere, nisi per individua, venire (cfr. la nota 296). 313) Introd. ad theol., li, 3, p. 1061: Proprie.... de invisibilibus intellectus dicitur, secundum quod quidem intellectuales et risibiles naturar dislinguuntur [PL, 178. 1052: e cfr. PL, 76, 1202], 3U ) Theol. Christ.. I, 4, p. 1162 a. [365]: Licei etiam ipsum nostrae mentis conceptum ipsius sermonis lan i effemini quam causam ponere, in proferente quidem causam. in audiente effeclum, quia et sermo ipse loquenlis ab ejus intellectu proficiscens generalur, ut cum (leni rursus in auditore generel intellectum. Pro hac itaque maxima sermonum et intellectuum cognatione non indecenler in eorum nominibus mutuas fieri licei translationes : quod in rebus quoque et nominibus propter adjunctionem significationis frequenter contingit [PL, 178, 1130]. alcunché di predicato), bensì soltanto nel fn) ispirazione aristote/im al giudizio (praedicari) I _ jù a m dato ceintellettivo lin e" ^ 1“' “nnon cade,,1,,,; e "p *» »“» lenivo. Con Jè U 00 “ en “ U Intelpovalità (cfv. la nota 252) Tv '7 ’ m mon,e n‘o di tem. M»v enunciato, richiede „„ cèrio i'.'mm,!!" per "'ente significante, * non dopo che tnt.e k,T ' '“'i .teno successi va mente fatte innanzi- e r, ' r„ alicujus exist.it.... fìuod intei cativam dicere, quod unum P de hU*eó"""l ."™‘ 9u, ' ml,bel ’ta signifi-,V U !,a f,,nte è Boezio (ad Ar de ituern l ? tellectus ooncipiatur. Meiser p ars Post ^ ss • PI T, P ‘ Ynf 1 ' 1 seeu “ da - I. 1; ed. Sez. XII, nota 110. - 64 ’ 402 S -L P- 296 s.; V. Ja  siste nella unità di quel pensiero, che esso fa nasce- -re sl8 )- Ma proprio perciò il giudizio, al pari della parola, in quanto questaèelementodelgiudiziostesso, ha essenzialmente due lati a un tempo, uno dei quali consiste nelle cose, delle («de») quali il giudizio tratta {significai io reali*), mentre l’altro riguarda il pensiero, che esso giudizio contiene e genera, ma del quale non tratta (significatio intellectualis ): e c’è pertanto parallelismo tra essere e non-essere, nella realtà obbiettiva, ed esser vero e falso, rispetto al giudizio 317 ). Ben è vero, cioè, 316 ) Ibid., p. 297: ....ut multiplìcem illam dictionem dicamus, quae pluribus imposila est, ex quibus non fit unum, li. e. plura in sentenlia tenet non secundum id, quod ex eis unus procedal intellectus. Sic autem e converso omnis illa una est diclio, quae plurium significativa est. secundum id, quod ex eis unus intellectus procedal. V. Boezio, p. 335 [o non forse 328? Loc. ult. cit. II. 6. p. 106 ss.: PL, 64, 447-8] (cioè Aristotele: v. la Scz. IV, note 185 ss.). 317 ) Ibid., p. 238: Sunt igitur veruni ac falsum nomina intel- lectuum, voluti cum dicimus „intellectus verus et falsus “, h. e. habitus de eo, quod in re est vel non est, quos quulem intellectus in animo audientis prolata propositio generai.... Sunt cursus vertim ac falsum nomina proposti 1 onum, ut cum dicimus,,propositio vera vel falsa" i. e. veruni vel falsum intellectum generane. Significant propositiones idem, quod in re est, vel quod in re non est. Sicut enim nominum et verborum duplex ad rem et ad intellectum significatio. ita etiam propositiones, quae ex ipsis componuntur, duplicem ex ipsis significationem contrahunt, unam quidem de intelleclibus, aliam vero de rebus.... Patet insuper adco, per propositiones de rebus ipsis. non de intellectibus nos agere.  p. 240 s.: Restat itaque, ut de solis rebus, ut dictum est, propositiones agant, sive idem de rebus, quod in re est, enuncient, ut „homo est animai, homo non est lapis “, sive id, quod in re non est, proponant, ut „homo non est animai, homo est lapis “, ut etiam de significatione reali propositionis, non tantum de intellectuali, suprapositae [Prautl corregge: supraposita] propositionis diffinitio (Boezio, p. 291 [? Corrisponde a loc. ult. cit., Prooem., p. 7 ss.: PL, 64, 395-6]) possit exponi sic significane veruni vel falsum, i. e. dicens illud, quod est in re vel quod non est in re“, et in hac quidem significatione veruni et falsum nomina sunt earum exislentiarum rerum, quas ipsae propositiones loquuntur. Cum autem eamdem dijfinilionem et de intellectibus ipsis hoc modo exponimus „significanles [Prantl: significane] verum vel falsum, h. e. generane secundum inventionem suam de rebus, de quibus agitur. verum vel falsum intellectum “, lune quidem ipsos nomi- nani [Prantl: nominai] intellectus. Nota autem, sive de intellectibus sive de rerum existentiis exponamus, orationis praemissionem necce-che la parola « praedicari » ha tre significati: vale a dire,ni primo luogo la si usa, in modo affatto estrinseco, per significare la semplice collocazione di un soggetto e di un predicato, imo di seguito all’altro, fatta astrazione da qualsiasi contenuto reale; ma poi quella stessa parola concerne, in doppio senso, la relazione, qual è data effettivamente nella realtà obbiettiva, in quanto che, riguardo a quel tale processo di creazione (note 294 ss. e 312), il praedicari mette in rapporto con la materia del genere o il formato ( materiatum ) o la forma ; tuttavia, com’è naturale, soltanto tale relazione, espressa dal termine praedicari in queste due ultime sue accezioni, è ciò di cui («de quo») tratta il giudizio: e in tale significalo praedicari vai quanto esse, sicché,  in quanto non possiamo enunciare giudizi, se non con parole  che im giudizio sia affermativo, o un altro negativo, e via dicendo, queste son distinzioni che ricadon nell’orbita della modalità della espressione 318 ). Inoltre c’è pur coincidenza tra quel duplice riferimento che può esser contenuto nei giudizi, e l’antica distinzione tra « de subie- soriani esse. Qui la fonte si trova in Boezio, p. 321 [corrisponde a tm iM ' V/ 7 64 ’ 437 ~ 8] -~ Cf "- anche la 347 - ) Unii., p. 366-7 : Tnbus autem modis „praedicari “ sumilur : uno quidem secundum enuntiationem vocabulorum ad se invicem in conslructione ; duobus vero secundum rerum ad se inhaerentiam, aut cum videlicel in essentia cohaeret sicut materia materiato, aut cum alterum alteri secundum adjacentiam adhaeret, ut forma materiae. Ac secundum quidemenuntiationem omnis enunliatio.... praedicatum et sub- jectum li a bere dicitur.... Sed non de his in propositione aeitur. sed de predicanone tantum rerum, illa scilicet solum. quae in essentia, quae verbo subs,antico expnmitur. consista!.... Tantum itaque ..praedican illud accipimus, quantum si „hoc Mud esse 1 * diceremus. tantum per,,removeri'\ quantum per,,non esse 1 *.... Cum itaque per ..praedicari, „esse accipiamus, superflue rei „rere“ vel .. affermative “ apponitur: Quod emm est aliquid, vere est illud, affirmative autem enuntiatioms est determinano, quia tantum in vocibus consisti/ affirmatio sicul et modi vel determinationis oppositio [leggi con il Pronti appositio). Modus emm vel determinano (v. la Sez. XII, nota 119) tantum vocum sunt designatila, quae solae moderanmr vel determinata [Prantl: determinantur] in enuntiatione positae.  c/o» e « in subiccto » (v. la Sez. XII, nota 92), e la h>x praedicamenti ha la propria sfera d’influenza proprio in quelle due accezioni reali del giudizio 31 °). Con ciò ci è resa ora soltanto interamente perspicua la su riferita partizione della dialettica (note 272 ss.) secondo Abelardo. Tutto sta nel sermo, cioè nel giudizio. Ma è anche vero che gli universali sono i predicati che son nati, che sono stati generati nel processo della creazione, e il pensiero li aff erra, secondo la dottrina di Platone, e, secondo la logica di Aristotele, li enuncia, come universali, nel giudizio: e anzi perciò Abelardo, accanto alle solite quinque voces, ne annoverò ancora mia sesta, cioè anche l’individuo (note 278 ss.), poiché l’individuo, quale prima substantia (Sez. XII, nota 91), ovvero, come qui anche lo si denomina, quale principalis substantia, viene designato appunto con quella parola (vox), che corrisponde all’ultimo grado del processo della creazione 3l2 °). Ma poi, giacché Abelardo considerava la differenza specifica esclusivamente come forza efficiente, e non come tale che passi essa medesima nella materia del genere (nota 295), egli si trovava a dover prendere qui il nome della differenza non quale sostantivo, come aveva fatto Guglielmo da Champeaux) Glossae in Categ . omnia.... aut dicuntur de princi ’palibus substantiis sibi subjectis.... servata lege praedicamenti.... aut sani in eis subjectis. Un diverso modo di esprimersi, in luogo di questo, si ha (ibid ., p. 585 s.) nella distinzione tra praedicari sub stantialiter e praedicari accidentaliter (Boezio, p. 131 \i.n 4r Praed I; PL, 64, 189]): cfr. la nota 322. m> ) Ibid., p. 584: species, in quibus conlinentur principales subslamine.... genera et species ordinata post principales substantias sola.... dicuntur secundac substantiae (e ripetutamente a questa stessa mamera). p. 591 : Vere primae substantiae significanl aliquid hoc individuale, quia illud, qund significatur a prima substnnlia, scilicet quae tox est sicut et consimilia (così si deve leggere secondo il manoscritto, con una piccola modificazione; la lezione del Cousin dà un controsenso), est individuum et unum numero, i. e. parificalum numerali descriptione, i. e. significatur ab hac voce, quae est individuum et unum numero., bensì alle obiezioni che su questo punto furono sollevate anche da altri (nota 122), poteva sottrarsi con l’interpetrare la parola che designa la differenza, come un aggettivo derivato da questa (sump-, um » ,) ss)). Ma a quei predicati nati seguono poi nelle Categorie le cose stesse, in quanto vengono designate con parole  « naturae, quae vocibus designatitur »  e per conseguenza le categorie contengono le cose a22 ), mentre appresso vengono prima di tutto considerate le parole, in quanto esse sono ciò che designa, e costituiscono il passaggio al giudizio (sermo) stesso, che è composto da quelle. [o) anche il preteso intellettualismo di Abelardo deriva dal suo aristotelismo].  Ma allora il giudizio non contiene già le cose, bensì contiene il pensiero ( intelleetus), e invece tratta intorno alle cose, ma non 321) Dialect., p. 456 : De nominibus dififerentiarum sciendum est, ut non quidem substantiva, sed sumpta a dififierentiis sumantur, posita lumen loco specierum. Oportet eitim in eadem significai ione vocabula dijjerentiarum sumi in divisione generis, in qua significatione ipsa in dijfinitione speciei ponuntur, cum scilicel nomini generali adjacent.... (p. 457) sicut in nostra fixum est senlentia, nullo modo inter accidentia dififerentias admiltamus (v. sopra le note 300 s.). Quod autem Porphyrius per dififerentias genus in species dividi dixit, secundum eam dictum est sentenliam. qua naturam generalem in species redigi atque distribuì per susceptionem dififereniiarum realiter voluit ; aut potius per dififerentias genus in species dividi voluit, cum earum vocabula adjuncla nomini generis speciem designant, atque diffinìtionem speciei componunt. hoc modo „animai aliud ralionale, aliud irrationale animai .‘  Ihid, p. 189: In sumplis enim non ea, quae ab ipsis nominantur, comparantur, sed tantum fiormae, quae per iosa circa subjccta determinane tur ; alioquin et subslantias ipsas comparaci contingeret, quae saepe a sumptis nominibus nominantur, ut ab eo quod est album.... 322 ) lbid.. p. 209 e 245, cioè due passi, che sono stati citati di già più sopra, nota 272. Ma vedi inoltre a p. 220: Subiectarum vero rerum diversitas secundum decem Praedicamentorum discretionem superius est ostensa, qua [Cousin: quae] principale ac quasi substantialis nomini significano detur. Caeterae vero significationes, quae secundum modos significando accipiuntur, quaedam posteriores atque accidentale* dicuntur. già ili quanto le significhi, bensì in quanto contiene la connessione, afferrata dal pensiero, tra le cose e il processo di creazione. Laddove per conseguenza il predicare Tessere (nel giudizio) non è esso medesimo un essere, nel predicare si tratta di uno stato di cose reale, cioè della connessione obbiettivamente reale tra ciò ch’è significato dal soggetto, e ciò cli'è significato dal predicalo 323 ). Questa distmzione fra « contenere » e « trattare » forma l’intimo nòcciolo della concezione del giudizio secondo Abelardo 324 ). È ben vero, cioè, che il predicato ha un suo aspetto grammaticale, e che, designando noi nel giudizio una sola e medesima cosa con varie denominazioni (come per esempio quando chiamiamo Socrate ora uomo, ora corpo, ora sostanza), appunto in ciò consiste una differenza tra la espressione verbale e la realtà (efr. la nota 312); ma mentre la praedicatio per eè sola, avulsa dalla obbiettiva rerum inhaerentia, non è assolutamente nulla, precisamente la logica ha il compito di studiare il giudizio, in questo senso, dal lato della espressione verbale S2S ). Anzi quel che più importa è pro32S ) lbid., p. 241: Digrumi miteni inquisitione censemus, utrum Mae existentiae rerum. quas propositiones loquiintur, sint aliquae de rebus existentibus. Clanim ilaqiie ex suprapositis arbitrar esse, res aliquas non esse ea, quae a propositionibus dicuniur.... Palei insuper, ea quae propositiones dieunt nullas res esse, cum videlicet nulli rei praedicatio eorum apiari possit ; de quibus enim dici putest, quod ipsa sint ..Socrates est lapis “ vel ..Socrates non est lapis"?. ...Esse autem rernaliquam vel non esse, nulla est omnino rerum essentia. Non itaque propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina. Imo qualiter sese ad invicem habeant, utrum scilicel sibi conveniant annon, proponunt ; quae idcirco verae sunt, cum ita est in re sicut enunciant, lune autem falsae, cum non est in re ita. Et est projecto ita in re, sicut dicit vera propositio, sed non est res aliqua, quod dicit. linde quasi quidam rerum modus habendi se per proposiliones exprimitur, non res aliquae designantur. s24 ) Soltanto dall’avere disconosciuto questa differenza è derivato, che il Cousin, e con lui l’Hauréau e il Rémusat, abbiano ravvisato nella dottrina di Abelardo un intellettualismo o concettualismo. 3 “) Dialecl., p. 247 s.: Si quis itaque secundum rerum inhaeren tiam rcalem acceperit praedicationem ac subjectionem, secundum id prio ciò, di cui il giudizio « tratta »; ma ciò non è nè la parola nè il pensiero (intellectus), poiché non può dirsi che dalla esistenza di tuia data parola venga posta la esigenza che esista un’altra parola, e neanche sussiste, tra i pensieri, che i giudizi « contengono », una reciproca affinità che li leghi a forza: poiché in ciascun giudizio abbiamo pure un unico pensiero soltanto, e ad ammettere che ne abbiamo parecchi insieme, si arriverebbe alla conseguenza che avremmo al tempo stesso un numero infinito di pensieri, essendo obbiettivamente, di fatto, contenuti in ciascuno stato elementi infiniti in serie continua: invece solamente in ciò, di cui il giudizio « tratta », deve trovarsi o fissarsi la connessione reale, ovvero quell’obbiettiva relazione reciproca: e perciò anche la modalità della espressione, sia cioè affermazione o negazione o via dicendo (v. la scilicet, quod unaquaeque res in se recipit ac subsistit, sicut nihil esse eam viderel praeter ipsam, ita eam nihil esse per se ipsam invenerit. Al vero magis praedicationem secundum verbo proposiiionis, quam sedi ndum rei exislenliam, nostrum est attendere, qui logicae deservimus, secundum quod quidem de eodem diversas facimus enuntialiones hoc modo Socrates est Socrates vel homo vel corpus vel substantia. Aliud enim in nomine Sacratis quam in nomine hominis vel caeteris intelligitur ; sed non est alia res unius nominis, quod Socrati inhaeret, quam altcrius. V. inoltre il passo citato più sopra, nota 255. 328 ) lbid., p. 352 s.: Neque enim veram Itane consequenliam „si est homo, est animai “ de vocibus agentem possumus accipere, sive diclionibus sive propositionibus. Falsum est enim, ut, si haec vox ..homo" existat, haec quoque sit quae est,.animai “ ; ac similiter de cnuntiationibus sive earum intellectibus. Ncque enim necesse est, ut qui intellectum praecedenti propositione generatum habet, habeal quoque intellectum ex consequenti conceptum. Nulli enim diversi intellectus ita sunt affines, ut ulterum cum altero necesse sit haberi, imo nullos simul intellectus diversos animam retinere, ex propria quisque discretione convicerit, sed totani singulis intellectibus, dum eos habet. vacare invenerit. Quod si quis essentiam intellecluum ad se sequi sicut essentiam rerum, ex quibus habentur intellectus, concesserit, profecto quemlibet intelligentem infinilos intellectus habere concederei, secundum id scilicei, quod quaelibet propositìo innumerabilia consequentia habet.... Ut igitur verilatem consecutionis teneamus, de rebus tantum eam agere concedamus, et in rerum natura regulas anteccdentis ac consequentis accipiamus. nota 318), non risiede nè nelle parole nè nei pensieri, bensì è da ricondurre soltanto al loro fondamento obbiettivamente reale 32r ). [p) ma in Abelardo, vero spirito aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell'argomentazione}.  Ma se a questa maniera, secondo Abelardo, nel giudizio si ha clic fare non con il pensiero ( intellectus ), ma con la inerenza di fatto nella sfera della oggettività, si capisce ora altresì perchè egli (e il motivo al quale in ciò si conforma, è dato dal giuoco di combinare assieme elementi stoici con elementi boeziani) tratti il giudizio categorico solamente come un grado preparatorio al giudizio ipotetico, nel quale ultimo s’inserisce la topica, come base della sua validità. Il giudizio ipotetico, in quanto è complesso, ha anzi la funzione di servire come espressione adeguata della connessione, e questa viene resa manifesta nel procedimento dell'argomentazione, mediante ragionamenti, nella ipotesi che le premesse abbiano, per chi ascolta, un valore di enunciazione espressiva. Quel, cioè, che l’uomo pensante afferra con la mente, nella maniera rivelata da Platone, ed enuncia con il giudizio, nella maniera fissata da Aristotele, deve ora esser utilizzato per l’argomentazione, nella maniera propria della tradizione retorico-ciceroni alia. Vale a dire che anche neH’argomentazione  come viene osservato con tono polemico contro altri studiosi: v. la nota 225  non si tratta già dei pensieri ( intellectus ), bensì di quel medesimo oggetto del quale trattano i giudizi, che costituiscono rargomentazione stessa, con questa sola differenza, che cioè qui la necessaria connessione (necessitas) che ci si presenta nello stato di fatto obbiettivo, è nel RAGIONARE espressa precisamente dalla sussunzione (inferentia): ne ad Abelardo sembra d’insistere mai abbastanza nel rilevare che la relazione di dipendenza tra antecedens e CONSEQUENS non è data nel pensiero, ma, come esclusivamente obbiettiva, sussiste già da se stessa nella natura creata, e nel fondamento reale di tutt i giudizi 329 ). L perciò, anche a quel1 altro modo di vedere unilaterale, che abbiamo incontrato più sopra (nota 215), egli nettamente contrappone la idea, che alla modalità dei giudizi, anche relativamente ai concetti di possibile e di necessario (del pari che più sopra, nota 327), sia da metter a fondamento una modificazione obbiettiva dell’essere. Dicunlur in argumentis ea. quae a propositionibus ipsis significantur. ipsi quidem inlcllectus, ut quibusdam placet, quorum conceptio, SINE ETIAM VOCIS PROLATIONE, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitantem. XJnde et bene rationis nomea in praemissa diffinitione (cioè in quella di Cicerone [intendi la definizione di CICERONE di ARGVMENTVM ; Top., cap. 2, § 8]: vedila, riprodotta in BOEZIO, neljla Sez. XII, nota 165) dicunt apponi ; ratio enim nomen est intcllcclus. qui in anima est. Sed, si divisioni verbo altendamus, potius argumentum accipiendum erit in designatane eorum, quae a propositionibus dicunlur, quam eorum intellecluum, qui ab ipsis " enerantur.... Neque enim in propositione quidquam de intellectu dicilur. sed, cum de rebus agitur, per ipsam intcllectus generatur, qui neque in sua essentia necessilatem tenet, neque in/erentiam ad alterum ... linde potius de bis, quae propositiones ipsae dicunt, supraposita diffinitio ....est accipienda. 3 “ 9 ) Introd. ad theól III. 7, p. 1134 [141] : Ex quo apparet, quarti veruni sit,... in illa.... philosophorum regula, cujus possibile est ante cedens, et consequens, eos ad creaturarum tantum nomea accommodare [IL. 178, 1112].  Dialect. Ex his itaque manifeslum est, in consequentiis per propositiones de earum inlelleclibus agendum non esse, sed magis de essentia rerum.... Et in hoc quidem significalione eorum, quae propositiones loquuntur, una tamen exponitur regula, quae ait, posito antecedenti, poni quodlibet consequens ejus ipsitts, h. e.: existente aliqua antecedenti rerum essentia, necesse est existere quamlibet rerum existentiam consequentem ad ipsam.  Ibid., p. 351: Si quis itaque vocum impositionem recte pensaverit, enunliationum quarumlibet veritatem facilius deliberaverit, et rerum consecutionis necessitatali velocius animadverterit.  Parimente alle p. 343 s. e 382. 33 °) Dialect. Unde oportet, ut rcctae sint modales, ut etiam de rebus, sicut simplices. agant ; et tunc quidem de possibili et impossibili et necessario ; quod quidem tam in his, quae singultire subjectum hdbenl, quam in his, quae universale, licei inspicere. Con quel che siamo venuti dicendo intorno alla essenza, al principio e allo svolgimento della dialettica di Abelardo, crediamo di esser giunti a farcene ima idea giusta e approfondita, che, ove ce ne fosse bisogno, potremmo noi stessi avvalorare con un documento estrinseco, servendoci di un epitafio) composto in onore di Abelardo, da un suo contemporaneo. In questa dialettica, non è certamente spirito aristotelico quel che ci alita in fronte, bensì di gran lunga più manifesto vi risentiamo l’influsso ammorbante dello stoicismo (v. la Sez. VI, note 47-56), che s’era fatto strada negli scritti di Boezio; poiché quell’associazione di mi rozzo empirismo con un motivo formale, dato dal progresso verso mia sempre più complessa composizione, e con l’interesse retorico delFargomentazione, prende  proprio là, dove Abelardo sacrifica dappertutto i motivi logici, per considerare lo stato di fatto obbiettivo  il posto di una sillogistica che torni veramente a profitto del sapere definitorio: e a chi tenga presente la logica di Abelardo nel suo nucleo centrale, egli appare come un retore che fa la teoria dell’argomentazione, piuttosto che come un platonico o un aristotelico. Tuttavia egli è ampiamente giustificabile, perchè delle opere principali di Aristotele, conosceva, semplicemente per sentito dire, soltanto alcuni particolari frammentari (note 8-18), e in special modo perchè, dato, per un verso, 1 ordine irrazionale in cui erano disposte le parti dell’Organon, come pure date, 881) Citato, attingendo al Rawlinson, dal Rémusat, II. p. 101: Hic docuit voces cum rebus significare, Et docuit voces res significando notare; Errores gencrum correxit, ita specierum. Hic genus et species in sola voce locavit, Et genus et species sermones esse notavit . Sigili* ficativum quid sit (questo, cioè, è il giudizio: v. la nota 315), quid significatami Significans quid sit (questa è la parola singola), prudens diversificar il. Hic quid res essenti quid voces significar enti Luci dius reliquis palefiecit in arte perilis. Sic animai nullumque animai genus esse probalur. Sic et homo et \sed?] nullus homo species vocitatur [PL, 178, 104], per 1 altro verso, le idee che Boezio aveva prese da Porfirio, era inevitabile che traesse origine da ciò mia concezione contorta e contraddittoria. In Abelardo, e forse in tutti i suoi contemporanei, si compie la vendetta del fatto che, da un lato la Isagoge e le Categorie [delle quali, come sappiamo, il Franti contesta l’autenticità: v. la Sez. IV, nota 5] si tengono più vicine al platonismo, e che d’altro canto, al tempo stesso, nei libri successivi si trova contenuto l’aristotelismo; e inoltre può darsi che Abelardo dal suo medesimo personale talento fosse portato a non curarsi d’intendere più profondamente queste antitesi, e trascinato ad assumere Patteggiamento del retore. Si direbbe ch’egli, se fosse vissuto in quei secoli più vicini a noi, sarebbe stato certamente un seguace di Pietro Ramo. [ql continua l'analisi del contenuto della Dialettica: le Categorie].  Ma adesso ci rimane il compito di seguire, anche attraverso le singole parti della dialettica. Io svolgimento che questa ha avuto da Abelardo, il quale ci si presenta sulla stessa linea degli altri autori di cui sopra, che hanno promosso le particolari controversie già ricordate, e dei quali ci è ignoto il nome. Seguendo la partizione dello stesso Abelardo (note 2,2 ss.), dobbiamo supporre colmata la lacuna del testo qual è a noi giunto, dovuta alla mancanza degli Antepraedicarnenta, e pensar di essere già stati condotti così a trattare le questioni più generali, e che più propriamente si posson dire questioni di principio. Agli Ante praedicament a tien ora dietro la seconda Sezione della prima parte principale, cioè i Praedicamenta, dove, come ben s’intende, è preso a fondamento Boezio, che viene ormeggiato a passo a passo. I concetti di univocum, e simili, conforme a quanto abbiamo detto più sopra, sono naturalmente di spettanza dell [a teoria della predicazione, in quanto quest’ultima ha anche un] aspetto grammaticale 332 ). La categoria della substantia, che altrove, d’accordo con il de Trin. del Pseudo-Boezio, viene intesa anche come subsistentia 333 ), è l’atta qui oggetto di una trattazione, che in tutto e per tutto si mantiene nel più pieno accordo con Boezio 334 ). Più minutamente è presa in esame la quantità, sebbene qui Abelardo si dovesse appoggiare a quel che n’era stato detto da altri, perchè, com’egli medesimo confessa, era ignorante di aritmetica M5 ) ; egli consente con coloro Icfr. le note 109 e 127), i quali eran di opinione che la linea consista di punti 33 °), e, riguardo al concetto di numero, si attiene al principio della unità naturale, condizionata dal processo della creazione (nota 304) : per conseguenza, in contrasto con le su riferite opinioni di altri (note 199 s.), qui il fondamento realistico è formato dal singolo, in quanto è particolare, cosicché da un lato il « numero in generale » include già la pluralità e ha lo stesso significato che « [le] unità », e d’altra parte i diversi numeri determinati sono, come sostantivi, le denominazioni di diverse unità collettive superiori, in maniera comparabile con il procedimento collettivo, onde, secondo diversi punti di vista, raccogliamo 332 ) Così, occasionalmente, Dialect., p. 480: Hoc ituque nomea, quoti est aequivocum sive univocum, ex vocabulis tantum in rebus contingit. 333 ) Introd. ad theol., II, 10. p. 1071 [88]: Unde et subslanliae quasi subsistentiae esse dictae sunt, et cactcris rebus, quae ei assistunt, [ci] non per se subsistunt. naturaliter priores sunt [PL, 178, 1060], 334 ) Dialect., p. 173178. (Il testo del manoscritto incomincia propriamente soltanto a mezzo della categoria substantia, cioè in corrispondenza con Boezio [in Ar. praed., I: PL, 64, 187-8], p. 133). 333 ) Ibid., p. 182: Etsi multas ab arithmeticis solutiones audierim, nullam tamen a me praeferendam judico, quia ejus artis ignarum omnino me cognosco. 336 ) Ibid. : Talem autem, memini, rationem Magistri nostri sententia praetendebat, ut ex punctis lineam constare convinccretur....  (p. 183) Alioquin supraposita Magistri sententia, cui et nostra consentii, etc. le cose ili specie, o sottospecie, o altrimente ili gruppi 337 ). In quanto che nello stesso luogo si deve trattare anche del discorso umano inteso come alcunché di quantitativo, Abelardo combatte il modo di vedere unilaterale, che abbiamo trovato più sopra, onde si ritenne che fosse l’aria a adempiere l’ufficio di «significante»: e, assegnando egli invece al suono questa funzione di « significare », va in cerca di autorità che suffraghino tale sua opinione 338 ). Ma, immediatamente dopo la quantità, fa posto alle categorie ubi e quando, come a quelle che per natura sono collegate, nella loro origine, con i concetti di luogo e di tempo, presi hi esame nella trattazione della quantità 339 ), e mentre così intende quelle due categorie in 337 ) P186: [numerus] semper.... in natura discretionem habct, qui solam unitatis parlicularilatem requiril.... cum nomea numeri plurale simpliciter videatur atque idem cum co, quod est unitates. Unde opportunius nobis videtur, ut, sicut supra tetigimus, numeri nomea substantivum tantum sii ac particulare unitatis, atque idem in significai ione quod unitates. Binarius vero vel ternarius cacteraque nu merorum nomina in/eriora sunt ipsius pluralis, sicut homines vel equi ad animalia, aut albi homines et nigri, vel tres vel quinque homines ad homines. Et fonasse quoniam omnia substantiva numerorum nomina in unitalibus ipsis pluraliter accipiuntur, omnia ejusdem singularis pluralia poterunt dici, secundum hoc scilicet, quod diversas unitatum collecliones demonstranl (c£r. la nota 307). Numerus quidem simplex metialur plurale, alia vero secundum certas collectiones determinala. A ciò fa poi seguito il passo citato più sopra, nota 199. Cfr. anche alla p. 421: Haec enim unitas hominis Parisiis habitanlis et illa hominis Romae manentis, lume f aduni binarium. Unde sola unilatum pluralitas numerimi perfidi.  Così pure a p. 486. ) P* 190: Nos autem ipsum proprie sonum audiri ae significare concedimus: unde et Priscianus ( Inst. gramm., I, 1 [ed. Hertz, p. 5]) ait, voccm ipsam tangere aurem, dum auditur, ac cursus ipse Boethius (deMusica [cap. XIV: PL,63, 1177], p. 1071 [della ediz. delle Opere di Boezio, Basilea 1546, cit. dal Cousin: p. 1379 della ediz. di Basilea 1570, alla quale, come s’è visto, suol riferirsi il Prantl]) totam vocem.... ad aures diversorum simul venire perhibet, dopo di che ci si richiama ancora, con le seguenti espressioni, di forma singolare, ad Agostino e a Boezio (p. 193): Ipsum etiam Augustinum in Categoriis suis asserunt dixisse..., e etiam Boethius dicitur in libro musicae artis.... [194] adhibuisse. 33 °) P195: Hactenus de quantitale disputationem habuimus. Nunc ad tractalum pracdicamentorum reliquorum operam transferamus, eaqtie geuso realistico, includendovi anche p. es. il concetto di « ieri » * * 3 '* 0 ), arriva, per via dell’« essere nel luogo » e delT« essere nel tempo », a considerare i vari significati di « messe » 341 ), ma cerca, in contrasto con obiezioni di altri, riferite più sopra (nota 194), le quali mettevano in campo l’analogia con l’avverbio interrogativo qualiter, di assegnare quell’espressioni concernenti l’inesse, all’uso del linguaggio secondo la grammatica 342 ), e di giustificar invece quelle due categorie, come tali, con la considerazione che in quelle è possibile una comparazione, e che pertanto non è il caso di ricondurle alla quantità, la quale esclude ima comparazione 343 ) : a ciò del resto si lega ancora il lamento che Aristotele sia stato in generale così parsimonioso nella trattazione delle ultime sei categorie 344 ). posi quantitatem exequamur, quae ei naturalitcr adjuncta videntur ac quodam modo ex ea originem ducere ac nasci. Ilaec aulem ., quando *" ei ..ubi." nominibus Aristoteles designai. Quorum quidem alterum ex tempore, alterum ex loco duxit exordium. ***) p. 196: v. sopra la nota 196 [reclius 197J. 3)l ) p. 197 : Quum aulem et ..quando" in tempore esse et ..ubi" in loco esse determinamus, non incommodo hoc loco demonstrabimus, quot modis ..esse in aliquo" accipimus ; Boelliius autem in edilione prima [198] super Categorias novem computai (dei quali modi segue qui la enumerazione, ricavata da Boezio [in Ar. praed., I; PL, 64. 172], p. 121: v. Sez. XII, nota 92; Cousin si scandalizza, per non aver trovato questo passo di Boezio!). 3 «) p. 200: Si quis autem „qualità “ dica! nihil aliud quam qualitatem demonstrare, et ..ubi"' dicemus nihil aliud quam locurn designare, vel „ quando “ nihil aliud quam lempus. Unde et carlini definitiones recte vel „in loco esse “ vel „in tempore [esse]" dicimus, quae, si grammaticae proprietatem insistamus, nihil aliud a loco vel tempore diversum ostendunt.... Videntur itaque magis prò nominibus accipienda esse ..esse in loco “ vel ..esse in tempore", quam prò definitionibus. M3 ) Ibid .: Haec autem generalissima ipsa, ut arbitror, comparationis necessitas meditari compulit. Cum enim quantitates non comparaci constarci (Boezio [in Ar. praed.. II; PL, 64, 215], p. 154), non poteramus comparalionem,,diu “ vel „diuturni “ vel ..extra" ad tempus vel locum reducere: indeque maxime inveniri pracdicamentu arbitror, ad quae illa reducantur. 3M ) Ibid. : Ac de his quidern praedicamenlis difficile est pertractare, quorum doctrinam ex auctoritate non habemus, sed numerum tantum. Ipse enim Aristoteles, in tota praedìcamentorum serie, sui studii operam Nella controversia intorno alla categoria della relazione (v. sopra la nota 192), Abelardo finisce con il decidersi a favore dell’autorità della definizione aristotelica 3, * n ), e così pure la questione del posto da assegnare ai concetti di simile e di uguale (nota 193) è da lui risolta nel senso che essi appartengano alla qualità 346 ). [r) i PostpraedicamentaJ.  I Postpracdicamenta poi, che costituiscono la terza Sezione del Liber partium, contengono, come si è veduto (nota 272), la trattazione del nome e del verbo, in quanto questi sono i modi di significare le cose, e vengono considerati quali parti, da cui il giudizio, come totalità, è costituito. La opinione di Abelardo, riguardo al concetto di significavi o SIGNIFICATIO (cf. Grice, “Meaning”), da noi precedentemente messa in chiaro, lo porta qui a dichiararsi d’accordo con quel Garinondo (nota 82), ch’era un nominalista moderato, e ìwn nisi qualuor praedicamerUis ndhibuit, Substanliae scilicct. Quantitali, ad Aliquid, Qualitati ; de Facere autem vel Pati nihil aliud docuit, nisi quod contrarietatem ac comparalionem susciperent.... De reliquis autem qualuor. Quando scilicet. Ubi, Situ, Ilabere, eo quod manifesta sunt, nihil praeter exempla posuit.... De Ubi quidem ac Quando, ipso quoque attestante Boethio (p. 190 [in .-Ir. praed., HI; PL. 64, 262 s.].), in Physicis, de omnibusque altius subtiliusque in his libris, quos Metaphysica vocat, exequilur. Quae quidem opera ipsius nullus adirne translator lalinac linguae aplavit ; ideoque minus natura horum nobis est cognita. Cfr. più sopra la nota 18, dove abbiamo dovuto accennare di già alla integrazione, portata più tardi da Gilbert de la Porrée: v. appresso le note 488 ss. Ms ) p. 204: Aristoteles de imperfcelione restrictionis sicut Plato de acceptatione nimiae largilatis culpabilis videlur ; uterque enim modum excesserit, alque hic quasi prodigus, ille tanquam avarus redarguendus. Sed et si Aristotelem Peripateticorum principem culpare praesumamus, quem amplius in hac arte recipiemus ? Dicamus itaque, omni ac soli relationi ejus diffìnitionem convenire eie. 346 ) p. 208: At vero, cum similitudo relationibus aggregetur (Boezio [in Ar. praed., II; PL, 64. 219], p. 157),.... non videtur secundum solas qualitates simile dici.... His autem. qui simile ac dissimile inter qualitatcs computant (Boezio [in Ar. praed., Ili; PL, 64, 259], p. 187), monstrari potcst, res quaslibct in eo, quod dissimiles sunt, esse similes.... At fortasse non impedit, si in eo, quod dissimilitudinem participanl, similes inveniantur (si attiene cioè al passo ult. cit. di BOEZIO. pertanto scorgeva la essenza della significazione non nella parola come tale, bensì nel contenuto concettuale della parola stessa: un modo di vedere, questo, che Abelardo trova confermato da passi di Boezio,7 ). Nella disputa intorno alla questione, se le preposizioni e le congiunzioni sieno da considerarsi come parti del discorso ( nota 206), cerca di conciliare i punti di vista imilaterali dei grammatici e dei dialettici, attribuendo bensì a quelle parti del discorso la capacità di significare, ma riconducendo questa capacità, alla stessa maniera che la modalità della predicazione (note 327 e 330), a una modificazione obbiettiva 348 ); onde, come si vede, anche secondo la opinione di Abelardo, i così detti byncategoreumata (cfr. le note 174 e 206) dovrebbero coerentemente trovar posto in una o nell’altra parte della logica. . Ma in tutto il resto egli si tiene strettamente vicino a Boezio, e cerca di confutare obiezioni, sollevate da altri 349 ), cogliendo la occasione che di ciò gli era offerta. sn\ 210, dove alle parole già citate (nota 82) fa seguito immediatamente: linde manifestimi est, eos velie vocabula non omnia illa significare, quae nominimi (che p. es. animai non « significhi » •ria senz’altro homo), sed ea tantum, quae definite designata, ut animai se, Hat animai sensibile, aut album albedinem, quae semper m ipsis denotanlur. Quorum scntentiam ipse commendare Boethius (p. bij ['«' divisione: PL, 64, 877]) videlur, cum ait in divisione vocis „vocis attieni in proprias significationes divisto fit etc .(p. ZÌI) Oiiamen sanificare" proprie ac secundum rectam et propnam ejus dijjinilionen, signamus, non alias res significare dicemus, msi quae per vocem concipiuntur.  Cfr. la nota 317. 348 ) p. 217: llla ergo mihi sententia praelucere videtur, ut grammatici consentientes, qui eliam logicae deserviunt, has quoque per se sisnificativas esse confiteamur, sed in eo significatwnem earum esse dicamus, quoti quasdam proprietates circa res forum vocabulorum, quibus apponi,ntur praepositiones, quodam modo determinerà.... t.onjunctiones quoque, dum quidem rerum demonstrantconjiinctionem, quamdam circa eas determinant proprietatem.  Cfr. la nota 620. ;n ») p eg219, dove di fronte alla obiezione ricordata piu sopra (nòta 210), si osserva: Veruni ipse verbo deceptus erat, ac prave id ceperat, verbum dicere rem suam inhaerere. così relativamente a quei giudizi (nota 211) che non implicano la esistenza effettiva del proprio soggetto 35 ), e questo nesso, che consiste in quella rispondenza, onde i due concetti son riferiti uno all’altro, è ciò per cui si distingue esso giudizio dal giudizio categorico: questo cioè enuncia la semplice esistenza, mentre l’ipotetico c valido con assoluta necessità, fatta astrazione dalla esistenza delle cose, ma appunto per questo ricorre all'aiuto dei loci, relativamente a ciò che non può desumersi dalla semplice realtà 396 ). In questo senso ex loco firmitalcm halent. Cujus quidem loci proprietas hacc est : vim inferentiae ex habiludine, quarti habet ad terminum illatum, conferre consequentiae, ut ibi tantum, ubi imperjecta est inferentia, locum valere confiteamur.... Hoc ergo, quod ad per]eclionem inferentiae deest, loci supplet assignatio. La deno mutazione « inferentia » è derivata dal termine boeziano « inferre » : e così parimente anche la idea che la consecuzione abbia a fondamento il nesso della necessità, è presa da Boezio: v. la Sez. XII, note 153 s. 301 ) p. 330 s.: Quae enim in ea ponuntur vocabula, essentiae tantum, non habitudinis, sunt designativa, ut « homo » et « animai » et « lapis». Qui itaque dicuut « si est homo, est animai, si est homo, non est lapis», nullo modo de habitudinibus rerum, sed de essentiis agunt, ila.... ut, si aliquid sit essentia hominis, et essenlia animalis esse concedatur, et lapidis subslanlia esse denegelur. 39S ) p. 336: Quod autem veritas hypotheticae propositionis in necessitate consistat, tam ex auctoritate quam ex ralione tenemus. Questa maniera d’intendere il giudizio ipotetico sembra essere stata, in modo speciale, peculiare di Abelardo. (Jon. Saresb. Polycr. II, 22, p. 122 [ed. Webb, I, p. 129]): Solebai nostri temporis Peripateticus Palalinus omnibus his conditionibus obviare, ubi non sequentis inteileclum anlecedentis conceptio claudit, aut non antecedentis contrarium conseqitentis destructoria ponit, eo quod omnes necessariam tenere consequentiam velint.  Dello stesso, Metalog.: Miror tamen quare Peripateticus Palatinus in ipoteticarum iudicio tam artam praescripseril legem.... Siquidem.... ipotelicas respuebat, nisi manifesta necessitate urgente [PL, 199, 453 e 904]). 39 °) p. 343: Categoricarum autem propositionum veritas, quae rerum aclum circa earum existentiam proponil, simul cum illis incipit et desinit. Hypotheticarum vero sententia nec finem novit nec princi pertanto, nelle discussioni dialettiche la concessione fatta daH’mterlocutore va intesa, fatta astrazione dalla sua esatta corrispondenza alla realtà, come una tale necessità 3B7 ), e nel giudizio ipotetico non si tratta già, come taluni ritengono (nota 228), de’ suoi singoli membri, bensì proprio di tutto quanto il nesso tra antecedens e consequens 3BS ) ; inoltre, per la medesima ragione, nel giudizio disgiuntivo, come già è stato mostrato da Boezio (v. la Sezione XII, nota 141), è semplicemente da ravvisarsi un’altra forma di enunciazione del giudizio ipotetico 3BB ). Li base a tale fondamento si parla poi, d’accordo con Boezio, delle cosi dette « maxitnae proposi tiones » (v. ibid., nota 165), le quali, in polemica con le idee di altri (v. sopra la nota 228), vengono ristrette alla forma del giudizio ipotetico 1B0 ). Indi fan seguito pium. Ulule el antequam homo et animai creata Juerint, vel postquam cliam omnino perierint, aeque in veritate consisti! id, qupd haec consequentia proponit « si est homo animai ralionale mortale, est animai. Quia vero calegoricae enuntiationes actum rerum proponunt quuntum ad enuntiationes inhaerentiae praedicati. actus vero rerum ex ipsarum rerum praesentia manifestila est, necessitas autem inferentiae ex aclu rerum perpendi non potest, quae acque, ut dictum est, et rebus existcntibus et non existentibus. permanet, arbitror. hinc. locum tantum in hypotheticis propositionibus requiri ; cum de vi inferentiae rerum earum dubitatur, quae ex actu rerum convinci non possimi. 3BT ) p. 342: Ncque mirri dialecticus curai, sive vera sit sive falsa inferentia proposilae consequenliae, ilummodo prò vera eam recipiat ille, cum quo sermo conseritur.,.. Seti liaec.... concessio vcrae inferentiae in necessitate recipienda est. >W) p. 353: Quidam lamen has regulas non solum in tota anteccilenlis et consequcntis enuntiatione, veruni ctiam in terminis eorum assignaiUes.... Sed.... regulae sunt accipiendae in his, quae tota propositionum enuntiatione dicuntur. Quoti autem antecedens et consequens in disjunctis quoque lloethius accipit, non ad renna essentias, sed ad enuntiationum constitutionem respexit ....Quod ex resolutione disjunctae di e nosci tur ; ex qua etiam resolutione. hypothelicae, i. e. condilionales, disjunctivae quoque sunt appellatae. 40 °) p. 359 s.: Maximarum.... proposilionum proprielales inspiciamiis, quibus quitlem singularum veritas consequenliarum exprimitur, quaeque ultimam et perfeclam omnium consecutionum probationem tcnent.... Cum itaque diximus, eas conseculionis sensum habere, categoricas enuntiationes exclusimus. i singoli loci, e qui Abelardo, esclusi quelli retorici, vuole metter in campo solamente i dialettici 401 ); l’ordine di successione in cui son disposti, trova fondamento in Boezio, che, trattando di questo argomento, cerca (de dijf. top . : v. la Sez. XII, nota 168) di accordare i loci di Temistio (Sez. XI, nota 96) con quelli ciceroniani ‘"'); ma la conchiusione è costituita da osservazioni sopra ^argomentazione in generale, e sopra la importanza che han per la retorica la induzione e l’entimema 40S ). Come già più sopra (nota 222) è stato rilevato, la dichiarazione dei singoli loci consiste nella indicazione ed enumerazione di « regole », fissate secondo l’uso delle scuole: e anche nella esposizione dello stesso Abelardo si fa manifesto, hi connessione con quel che 401 ) p. 334 : Illud praesciendum est, nos, qui haec ad doctrinam artìs dialecticae scribimus, eos solum laens exsequi, quibus ars ista consuevit uti. 102 ) In confronto con quell’ordine di successione [seguito da Cassiodoro], del quale abbiamo dato notizia nel 1° voi. (Sez. XII, nota 184), la materia si dispone qui nella forma seguente: Anche qui (p. 368) si presentan da principio i loci tratti dalia sostanza stessa, cioè a diffinitionc, a descriptione, a nominis inter pretal ione ; ma appresso vengono, in una scelta risultante da una combinazione di elementi derivali da Temistio c da Cicerone, i loci che son tratti dalle conseguenze della sostanza (p. 375), cioè a genere, a toto, a partibus divisivis, a partibus constilulivis, a pari, a praedicato, ab antecedenti, a consequenli ; a questi fan seguito (p. 386), come loci presi extrinsecus, solamente le sottospecie del locus ab oppositis, cioè a relatione (inclusi simul e prius), a contrariis, a privatione et habitu, ab ajfirmatione et negatione (in questa trattazione delle quattro specie di opposizione vien tirata dentro quasi per intiero la corrispondente Sezione delle Categorie); poi, come loci medii, seguono a relativi^, a divisione et parlitione, a conlingenlibiis, e sono quindi indicati inoltre a compimento  come quelli che vengono raramente in uso (p. 409 : sunt autem alii, quibus diabetici raro ac nunquam fere utuntur, quos tameri Boethius.,.. non praetermisit)  tra i « loci» ex consequentibus substantiam, quelli a causa, a materie, a forma, a fine, a motu. Del resto in tutta questa Sezione il Cousin si è spesso limitato ad accennare con intestazioni di titoli l’ordine della successione, senza pubblicare il contenuto stesso. 4 " 3 ) p. 430 ss. I passi ai quali attinge qui Abelardo, son presi da Boezio, de dijf. top., su cui si fondano queste notizie: v. la Sez. XII, note 82 e 137. »i è visto più sopra (nota 228), a quanto muneroso conLvorsic generale abbi. 1. ..pi» tonato nelle svuole l’argomento e la occasione 404 )r z) i sillogismi ipotetici. Giudizio conclusivo sopra l'opera di Abelardo]. Infine nel Liber hypo, h e ticorum, cioè nella teoria dei gtudtzi e 8 dlo gismi ipotetici, viene ora riprodotto per urti ero d con tenuto dello scritto di Boezio de syll. hypoth Attui trendo a tale scritto, Abelardo incomincia con lo syol aere per prima cosa 406 ) la partizione del gmdmo ipo tetico (v. la Sez. XII, note 139 ss.), e, relativamente ai giudizi che s’iniziano con la congiunzione « cum »  n( . h,, intorno alla causa efficiente e a motu (p. 41.5 ss.) si e g . 376 8B .) causalità divina del creatore de mondo H locas « ge ^ Crca . porla a prender in coimderazione il processo Stendere il locus a ..one e così comdde cernii m iUimit;, ta,nenie universale praedicato (p. 484), i fi incontriamo qui la ter(p. 381). A proposito del Incus °*>opP 4fl7 . comp lexa autem miuologia « complexa » c « in P ^ ^ cod em contraria cnuncontraria eas dicimus proposilionc, 7 acgerrt). e così pure tiant hoc SS* immediata inferra« constantia » (p. 408 [nassunto ue ' imme diMa smt ; qiiam linai habeant, adjietendumesse..ag»J p hrdus]) _ Abelardo ìss'ù.w ù. >. (v. le note 18 e 344). 405) p. 437-439.  tici 406 ); inoltre combatte la opinione già ricordala (nota 218) di altri, relativamente alla posizione del « vel.... vel » nei giudizi disgiuntivi 407 ). Ma è poi notevole quel che vien detto appresso, circa la conversione dei giudizi ipotetici; questi cioè, quando sono in forma disgiuntiva, potrebbero esser convertiti simpliciter (scambiandosi di posto i termini della disgiunzione!), e lo stesso potrebbe pure ripetersi del giudizio, che contenga [la enunciazione di] una [relazione di] contemporaneità, e che incominci con «cum»; invece, quando si tratti del giudizio propriamente ipotetico, fondato sopra il nesso della necessità naturale, il principio fondamentale, a tutti noto, della consequenlia (vedilo in Boezio, Sez. XII, nota 145) sarebbe da prendere [cfr. ibid., nota 130] nel senso che qui si dia un caso di conversiti per contrapositionem 40S ). Ma se questo preteso compimento della teoria tradiziosed ad conceptus tummodo leritatem Aeque cairn unus est intellectus ..lapis ratio,lamultos intellectus ' *“"iplicem l’ero intellrctum dicimus muuos intellectus ab invicem dissolutos, ut si dicam animai" pauluhim quiescens, addam „rationale'\ ’ Cfr iuvece ' 4 ?» C " Abc,:!r US Wmim  P erso ' lalem discreti,m,m attendimi, h. e. simpliciter hominem excogilo,,n eo scilicel tantum, quod homo est i e animai rat tonale mortale, non edam in co, quod esVhic ho moti file ri!!ru rSale h “ J iu ‘ c ", s “hslraho individui s. SU itaque abstractio superna r‘ l "feTtor, lbus : «“ scilicet universalium ab individui per praedicationem subjecds, sme Jarmari,m a materiis per fundationem no/, Subtrac "° f ero e con, rario dici potest,... cum alìquis subjeclae naturam essenti,,,absque omn, forma nidtur speculari. Uterque autem mtellectus, tam abstrahens scilicel quam subtrahens, aliter quam res se habet concipere V, detur.... p. 482: Nusquam enim ita pure subsistit S smt“Pl T C ° n rP llUr 'E *. m,ìla esl na •) a: Non vidctur ergo transferenda conversatio dialeclicorum ad huiusmodi propter inconvenientia....  33, p. 91 b: Quod ergo dica Johannes Damasceni is (v. la Scz. XI. nota 170), non ita accipiendum, ut universalia et individua ita accipiantur sicut in philosophicis disciplinis.... Si quaeratur, an hoc praedicabile,.deus“ sii universale rei CARLO PRANTL tavia in molte delle sue trattazioni al De Trinitate del Pseudo-Boezio (v. le note 35 ss.), e anzi con la comica osservazione che quello scritto è fdosofico (!) più che teologico, e che perciò non si deve lasciarsene sviare 451 ) ; inoltre la distinzione della sostanza come soggetto e della sostanza come forma, del pari che la distinzione della forma sostanziale come produttrice dell’individuo e come suscitatrice delle specie e dei generi, ci fan soltanto vedere il realismo platonico-teologico nella sua forma più rozza 452 ). Parimente nel suo contemporaneo Roberto da M e 1 u n [m. 1167], molto celebrato per la sua superficiale abilità nella dialettica 453 ), si trova nient'altro che il solito realismo ontologico, il quale teoreticamente è tanto ottuso da non poter in generale interessarsi ai momenti individuimi, neutrum hic admittendum [PI,, 211 922 e 921], E tuttavia fu anche lui accusato di eresia : v. lu nota 478. 451 ) Ibid., I, 4, p. 8 b: Ideo imponitur Boelio, quod illam diffmitionem (cioèfdi persona ) magis posuit ut philosophus, quam ut thcoloP" s  32, p. 93 b. : Sed nostri thcologi plerique non habent illam diffinitionem prò aulhentica, quia magis Juit philosophus quam theo^^923 I {t mag * S  “) Ibid,, 1,6, p. 12 a: Subslantia a subslando dicitur ipsum subjectum, quod substat Jormis, sive sit corpus sive alia res. Substantia a subsistendo dicitur forma, quae adveniens subjecto illud subsistit, i. e. sub se et aliis Jormis sistit, i. e. substare sibi et aliis Jacit, sìcut imago sigilli ceram.... Sed substantialis forma duplex est, vel quae facit „quis“, et lalis est omnis individualis proprielas, i, e. individuo et proprio nomine, ut Platonitas, cujus parlicipatione Plato est quis ; vel quae facit „quid“. ut speciale vel generale, i. e. quae speciali vel generali nomine significatur, ut humanitas, animalitas, cujus participatione Plato est ..quid", non vero „quis“ [806-7], 4M ) Joh. Saresb. Metal.. II, 10, p. 78 s. (ed. Giles [e Webb]): Sic ferme loto biennio conversatus in monte (cioè Sanctae Genovefae), artis huius praeceploribus usus sum Alberico (v. sotto la nota 521) et magistro Rodberto Meludensi (ut cognomine designetur quod meruil in scolarum regimine, natione siquidem Angligena est); quorum alter.... Alter aulem (cioè Roberto), in responsione promptissimus, subterfugii causa propositum numquam declinavit articulum, quia alteram contradictionis partem eligeret ani determinata multiplicitate sermonis doceret unam non esse responsionem.... In responsis perspicax, brovis et commodus [PL logici, oppure, dove s’interessa, si mostra appunto in tutta la sua debolezza, come p. es. quando si polemizza contro chi riconosce carattere unitario al significato che è racchiuso in « est », e a quello ch’è racchiuso in « ens » 154 ). Ma per conseguenza non fa maraviglia che gli scolari di questo Roberto vilipendessero la Topica aristotelica, giudicandola un libro inutile (v. sopra la nota 29). [§ 35.  Gilbert de la porrée: a) il commento al De Trinitate del Pseudo-Boezio : posizione teoretica ingenua e contraddittoria].  Invece LnGilbert de la Porrée (nato a Poitiers, e perciò detto anche Pietàviensis, morto nel 1154) l’alterco dei teologi intorno alla Trinità ha dato occasione a una concezione logica, nettamente determinata, riguardo agli universali, e bisogna pertanto che ci teniamo presente più da vicino, oltre allo scritto De sex principila, reputato di grande importanza nei secoli successivi, anche il commento dello stesso Gilberto al De Trinitate del Pseudo-Boezio 45 °). Che Gilberto conoscesse di già gli Analitici di Aristotele, è stato ricordato già più sopra (nota 21); tuttavia, fatta astrazione da quella citazione, egli in realtà non trae ulteriormente 1M ) Oltre alle notizie che si trovano nel De Bollai', Hist. Universitatis Paris., II. p. 264 [ivi, p. 585628, testi di R. da M.], I’IIauréaU, de la phil. scolasi., I, p. 333 ss. [Hist. de la ph. scol., I, p. 491ss.], ha riprodotto ancora vari tratti da manoscritti ; di quel ch’egli riferisce, poiché tutto il resto non ha che fare con il nostro presente intento, può citarsi, riguardo a un punto di logica, il passo seguente (p. 333 [492]): Has verovoces „esl“ et „ens** ejusdem esse significationis, omnes philosophicae clamitanl scriplurae. In istis ergo locutiotlibus,,tiiundiis est ens**, ..mundus esf”, terminis oppositis idem significatile; sed nullus tanta amentia ignorantiac excaecatus est, qui aliquam harum vocum „essentia, est, ens** in illa significalione retenta, in qua creaturis convenit, Deuni vcl essenliam divinam significati praesumut, e via dicendo [Su Rob. da Melun, v. ora Uebervveg-Geyer, p. 272 e 276-8], «*) Riprodotto a stampa nel voi. delle Opere di Boezio, ed. di BasUea 1570, p. 1128-1273 [PL, partito da una conoscenza intrinseca dei principii ivi contenuti, bensì si limita ad aggirarsi entro l’orbita, più ristretta, della logica scolastica generalmente in uso 4S0 ). Mentre anch’egli ci mostra il singolare spettacolo della contraddizione, onde da un lato si fa sfoggio di tutto l’acume logico nella discussione sopra la Trinità (v. tuttavia la nota 478), e intanto, dall’altro lato, si mantiene ima separazione assoluta di Dio e del mondo della natura,  semiira in verità che, sul compito e la posizione della logica, egli non sia stato in se stesso del tutto chiaro. Nè si può in Gilberto, neanche allo stesso modo che in Abelardo, distinguere le sfere della ontologia e della logica, ma, a mal grado di tutto il suo fondamentale tono realistico, egli accetta con piena ingenuità e senza incertezze il principio della funzione della espressione linguistica umana; poiché l’eccitazione della intelligenza egli la fa dipendere affatto ugualmente, ripetendo un detto di Boezio, dalla proprietà delle cose, altrettanto che dal significato costituito delle parole 45 . 7 ): e se alla stessa maniera trova la qualità del giudizio nella successione delle cose e delle parole, o nella modalità della espressione,  ciò che potrebbe rammentarci Abelardo : v. le note 318, 327, 330 , e con questo richiama energicamente l’attenzione sopra la forma verbale 458 ),  egli torna da capo 156 ) Così p. es. a p. 1185 [1315] egli ricorda la differenza tra sillogismo ed entiinena, a p. 1187 [1317] la« dialecticorum omnibus nota topica generalis, », a p. 1225 [1361] la «regula dialeclicorum [de conversione] », ap. 1187 [1317] la «concepito communis », a p. 122 1 [1360] il « conceptus non entis [rectius : ejus quod non esl] » (p. es. i Centauri), a p. 1226 [1362] il nihil come nomea infinitum. e via dicendo: c anche la menzione che fa de’ sei sofismi (p. 1130 [1258]) può averla attinta alla stessa fonte che Abelardo (v. sopra la nota 7). 457 ) Cum in aliis inlelligenliam excilel rei certa proprietas, aul certa vocis positio, ctc. Trio quippe sunt. res, et intellectus, et sermo. Res intellectu concipitur, sermone significatur (Boezio, p. 296 [toc. tilt. cit. (alla nota 436), p.20:PL, 64, 402]: v. la Sez. XII, nota 110). 45s ) p. 1130 [1258]: Qualitas autem orandi vel in rerum atque dietionum consequentia. vel in earumdem tropis attenditur. logica in occidente a collocare il contenuto filosofico, che 6 considerazione approfondita della proprietàs rerum, immediatamente accanto alle loqttendi rationes, che son di competenza della logica, e in pari tempo accanto a, momenti grammaticali, e a quelli sofistici, e a quelli retorici • ). fb) concetto di sostanza. Teoria delle formae nativae]. Pertanto Gilberto, nelle questioni riguardanti la relazione della obbiettività ontologica con la subbie»,vita logica, è persino ancor più ingenuo che non fosse stato lo Scoto Eringena: ma invece, dal primo di tal, punti d, vista, cioè dal lato obbiettivo-ontologico, il concetto, ond eg i prende posizione tra gl’indirizzi che si contrastavano nella contesa intorno agli universali, è il concetto d, sostanza; e se la sua posizione ci mostra punti d, contatto essenziali con altre correnti, questa è appunto una prova novella dell’incrociarsi delle opposte tendenze in vari punti nodali. . Nel concetto di sostanza che, in maniera omnicomprensiva, va considerato come genere supremo d, tutti gli esseri, così corporei come incorporei, Gilberto distingue cioè, conforme al punto di vista della terminologia teologica (ossia dtel Pseudo-Boezio), due aspetti, onde m un essere viene designata quale g ua sostanza così que ch’esso è (quod est subsistens), come anche ciò, per cui esso è quel che è {quo est subsistenUa) ). Ma ora, m # [1406]: Quia omnis dictio diversa significa,, quid e, de quo diligens “ u,U X 1246 113831: Ne ergo lectorem decipere possit aliqua dictio, «Hfndat ; ^ locis am siderans, de tot signifiirSX’lSto pertinet, convenientium illi rationum admtnÌC ‘t i'X 2 [1281]: Hoc nomea, quod est ..substa,aia“ non a pe_-\ d. 1145 112741: Subsistentia causa est, ut id, quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum.  p. 1175 [1305]: Quoties enim subsistens ex subsistentibus conjunctum est. necesse est, ejus totum esse, i. e. Ulani qua ipsum perfectum est subsistentiam, ex omnium parlium suarum omnibus subsistenlus esse conjunctam. concetti ili genere e di specie hanno un altro essere da quel delle cose stesse; poiché i primi hanno appunto solamente l’essere della sussistenza, e invece le seconde hanno l’essere, come soggetti e sostrati degli attributi unificati nella sussistenza 4 ' 0 ). E così il pensiero intende i concetti generici e specifici, come gli universali di fronte alle cose particolari, argomentando, con un atto di metter assieme (colligere), dagli oggetti particolari concretamente esistenti, ai quali ineriscono gli attributi, l’essere della sussistenza 471 ); e da tale punto di vista poi le cose naturali, rispetto alla sussistenza del genere e della specie, alla quale [sussistenza] partecipano, come le cose singole partecipano all’essere sostanziale, vengono significate con i nomi di specie e di genere, del pari che gli attributi vengono enunciati come predicati, e, anche denominativamente, la sussistenza stessa viene chiamata soggetto 472 ). Ma, come il concetto del metter assieme ( collectio ), for47,) ) Genera et species, i. e. generales et speciales subsistentiae, subsistunt tantum, non substanl vere.Ncque enim accidenlia generibus speciebusve contingunt. Ut quod sunt, accidentibus debea ni (il concetto di accidens, qui come dappertutto, è preso in tal senso da comprendere, di fronte alla sostanza, tutte nove le altre categorie).... Individua vero subsistunt quidem vere.... Informata enim sunt jam propriis et specificis differentiis, per quas subsistunt. Non modo autem subsistunt, veruni etiam substanl individua, quoniam et accidentibus, ut esse possitit, ministrant : dum sunt scilicel subjecta.... accidentibus. 471 ) p. 1238 [ 13715] : Essentiae in universalibus sunt, in partimilaribus substant . Subsistentiae [così il Prantl, ma nelle ediz. cit. : substantiae] in universalibus sunt, in parlicularibus capiunt substantiam, i. e. substant.... Universalia, quae intellectus ex parlicularibus colligit, sunt, quoniam particularium illud esse dicuntur, quo ipsa particularia aliquid sunt. Particularia vero non modo sunt, quod utique ex hujusmodi suo esse sunt, veruni etiam substant. 472 ) p. 1137 [1265]: Ad generales quoque et speciales subsistcn tias, quae subsistentium, in quibus sunt. esse dicuntur, eo quodeis, ut sint aliquid, conferunt, ejusdem nominis, i. e. matcriae, alia fil denominatio.  p. 1140 [1269]: Essentia est illa res, quae est ipsum esse, i. e. quae non ab alio lume mutuai dictionem, et ex qua est esse, i. e. quae caeteris omnibus eamdem quadam extrinseca participatione communicat .... Namque et in naturalibus omne subsislenmaluiente usato da Gilberto per dar una definizione del genere 473 ), lo abbiamo di già incontrato più sopra nella teoria della indifferenza (nota 136), in Gausleno (nota 146) e nell’autore dello scritto De gen. et spec. (nota 162),  così Gilberto associa a questo concetto, ispirandosi a vedute realistiche, una concezione, da lui designata con le espressioni « substantialis similitudo » o « conjormantes subsistentiae », ma di preferenza con il termine, che ricorre in lui così frequentemente, di« conjortnilas», anche esteso ai nomi delle cose 471 ); nè può qui disconoscersi tinnì esse ex forma est, i. e. de quocunque subsistcnte dicitur « est », formar, quam in se habet, participatione dicitur.  p. 1141 [ 1270J : Omnia de subsistente dicuntur : ut de aliquo homi/ie tota forma substanliae, qua ipse est perfectus homo, et omne genus omnisque differcntia, ex quibus est ipsa composita, ut corporalitas et animatio, ...et denique omnia, quae vel loti illi formae adsunt, ut humanitati risibilitas, vel aliquibus partibus ejus.  p. 1145 [1274]: Quoniam... subsistentia causa est, ut id quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum, ipsa quoque per denomi nalionem eisdcm subjecta dicitur, et eorunUkm materia.... (p. 1146 [rectius : 1142 (1270)]): et ideo gerteraliter cum qualitalibus qualitas ....dicitur, et cum solis albedinibus specialiter albedo. Atque adeo multa sunt. quae de. istis dicuntur : ut saepe etiam efficiendi ralione a coaccidentibus ad ea, quibus coaccidunt, denominativa transsumptio fiat. Ut « linea est longa, albedo est clara».  p. 1199 [1329]: Hoc igitur, quod* habet a sua substantia, nomea, ad ea, quae ex ipso [il Pranll legge: ipsa] fluxerunt, denominative transsumptum est. 473 ) p. 1252 [1389]: Genus vero nihil alimi putandum est, nisi subsistentiarum secundum totam eorum proprietatem, ex rebus secundum species suas differentibus, similitudine comparata collectio. 174 ) p. 1135 [1263] :,l)iversae,... subsistentiae, ex quartini aliis homines, et ex aliis equi, sunt ammalia, non imitationis vel imaginaria, sed substantiali similitudine ipsos, qui secundum eas subsistunt, facilini esse conformes.  p. 1136 [1263 s.] : Dicuntur etiam multa subsistentia unum et idem, non naturar unius singularilate, sed multarum, quae ralione similitudinis fit, unione ....Ilio, quae divcrsarum nnlurarum adunai conformitas, genere vel specie unum dicuntur .... Tres homines.... neque genere ncque specie, i. e. nulla subsistentiarum dissimilitudine, sed suis accidenlibus dissimilitudinis distant . Sunt conformantium ipsos subsistentiarum numero plures.  p. 1175 [1305]: Conformitate aliqua.... plures homines dicuntur unus homo.  p. 1192 [1322]: Secundum proposìtae naturar plenitudinem.... dicitur substantialis similitudo : qualiter album albo simile est, et homo homini.  p. 1194 [1324]: Tales sunt omnes differentiae illae, quae[cunque] rei huic generalissimo proxime cum ipso quaedam contrae-l’affinità con la« similia creatio» del libro De gen. et spec. (nota 163), e particolarmente con la « consimilitudo » di Abelardo (nota 299) ; ma è degno di nota che il termine « indìfierentia », che pur doveva offrirglisi affatto spontaneamente, Gilberto lo usi esclusivamente a proposito di discussioni teologiche intorno alla Trinità « 5 ), e che pur si serva invece, così per sostanze come per attributi, del termine « identitas» 47B ). In generale egli intende questa virtù formativa degli universali in senso realistico, a tal punto, che, p. es., non solamente la bianchezza, ma anche la unità appare a lui come una tale forma, la quale deve, qualunque sia il predicato, cooperare per far del soggetto di esso una cosa 477 ): e, mentre con ciò si trova esposto alla obiezione sopra citata (nota 438) : ed è possibile che fosse diretta proprio contro Gilberto), arriva qui a stabilire una distinzione, utilizzabile per la questione della Trinità, ma poi da capo violentemente combattuta da altri, fra la unità e 1’ Uno, o in generale tra gli aggettivi numerali e le forme ideali che stanno loro a fondamento  in quanto che quelli posson essere predicati soltanto delle fiorii similitudinis consumimi genera, quae a logica.... subalterna vocanlur ■ vel subalterna similiter adhaerentes, quamlibet siib ipsa Subsistentiam specialem componuntp. 1231 [Ì370]: ffomo subsistentia spedala, quae est hujus nomina qualità» una uulan conformilate, sed plures essenliae singulantate, de singola honunibus.... Parimente p. 1251 [?}» 1262 [1399], ecc. |9Q0) in ) Così, p. es., p. 1134, 1152 e 1169 [1262, 1280 e 1-99]. 4tg\ p H 69 [1299]: Identitate unionis.... homo idem quod nomo est. Nam'piato et Cicero unione speciei sunt idem homo. .. auae ex proprietate est unitatis |Prantl legge: propnetata est unitale ], q “ra,ion P ale P idem quod rationate est, eduli anima hommu, et,pse homo, non unione speciei, sed unitale propnetata, sunt unum ra donale. [ 1309 ]: Vnilas omnium.... praedicamentorum Comes est. Narri de quocunque aliquid praedicatur, idpraticato ?“**'” «* hoc, quod nomine ab eodem sibi indilo, et verbi iubifonm'i compos.tione ... esse significata, sed unitale,psi cooccidenfe esf um m ul album albedine quiden, album est, sed un,late cocce,dente albedim, unum, et simul albedine et ejus comite annate est album unum. cose concrete, che appunto sottostanno all’azione formativa degli universali ideali 478 ). Ma poi al concetto di conjormitas si associa inoltre anche un modo d’ intendere, secondo il quale nell’ individuo tutte le determinazioni possibili sono unificate per tal maniera, che esso, nella totalità della sua sussistenza (cfr. la nota 462), non è conforme a nessun altro essere, e pertanto la individualità consiste in questa dissimiglianza di essenza, mentre all’ incontro tutto quel che c’è di nonindividuale si fonda sopra una somiglianza, e può pertanto venire compartito ne’ suoi modi di manifestarsi, individuali e concreti, che in esso sono simili, ma tra loro son dissimili: concezione questa, che Gilberto carat47S ) p. 1148 [1277]: Quod est unum, res est unitali subjecta, cui scilicet vel ipsa unilas inest, ut albo : rei adest, ut albedini. Unitas vero est id, quo ipsum, cui inest, et ipsum, cui adest, dicimus unum: ut album unum, albedo una. liursus ea, quae dicimus esse duo, in rebus sunt, i. e. res sunt dualitati similiter subjcctae, quae dune sunl.... ldeoque non unitas ipsa, sed quod ei subjeclum est, unum est ; nec dualitas ipsa, sed quod ei subjectum est, recle dicitur duo . Nani vere omnis numerus non numeri ipsius, sed rerum sibi suppositarum est numeriti. Ma che in generale persino questo sforzo, ispirato alla più stretta ortodossia, abbia raccolto poca gratitudine dalla parte di vari altri teologi, lo desumiamo dal fatto che, come riferisce il Du Houlay, Il istoria Universitatis Parisiensis, I, p. 404 [rectius : p. 402 ss.: y. inoltri ibid. p. 741, e particolarmente p. 200], il Priore Gualtiero di S. V ittore compose egli stesso uno scritto contro i« quattro labirinti di trancia» [Contro qualtuor labyrinthos Franciae : lo scritto si suol citare appunto con questo titolo], cioè contro Pietro Lombardo (v. sopra le note 41 ss.), Abelardo, Pietro da Poitiers e Gilberto; da manoscritti di tale opera (conservati nella Biblioteca di S. Vittore) il Launoi, de varia Aristot. in Acad. Paris. Jori., c. 3. p. 29 [p. 189 della ediz. di Vittemberga, 1720], comunica il passo seguente: Quisquis hoc legerit, non dubitabit, qualuor Labyrinthos Franciae, i. e. Abaelardum et Lombardum, Pelrum. Pictavinum et Gilbertum Porretanum. uno spiritu Aristotelico afflalos, dum ineffabilia Trinitatis et Incarnationis scholastica levitate tractarent, multas haereses olim vomuisse, et adhuc errores pullulare [Cfr. UEBERtYEG Geyer, p. 271]. Maggiori particolari sopra questo alterco fra teologi sono stati riferiti dall’UsENER nei Jahrbiicher fiir protestantische rheologie, voi. V (1879), p. 183 ss. [« Gislcbert de la Porrée» è il titolo della nota, riprodotta nel IV voi. della raccolta delle Kleine Schriflen dell’Usener, Lipsia terizza scegliendo, per i così detti nomina appellativa, il termine « dividila », che troviamo qui per la prima volta, e, per i così detti nomina propria, il termine « individua » 479 )Per la logica, una maniera di trarre partito da questo realismo ontologico consiste nell’andar su e giù per la Tabula logica, come si fa, secondo il procedimento di Boezio, nella definizione e nella divisione 48 °) : consiste pertanto nella funzione predicativa, inquantochè quel che dal predicato si predica, relativamente alle cose concrete, non è mai l’essere concreto per se stesso, ma solamente la essenza, cioè la sussistenza e gli attributi essenziali 481 ): vale a dire che il realismo di Gilberto trova la propria espressione in ciò, ch’egli considera tutte le categorie come le causalità reali del loro manifestarsi nelle cose concrete, e le designa pertanto come sommi generi non dei 47 9\ y 1164* 112941: Si enim dividuum facit similitudo, consequens est ut individuimi dissimilando. p. 1236 11372]: Homo et sol a Grammatici appellativa nomina, a Dialeclicis vero dividila vocantiir Plato vero et eius singularis albedo, ab eisdem Grammatica propria, a Dia lecticis vero individua. Sed horum homo tam aclu quam natura appella tivum vel dividuum est; sol vero natura tantum, non aclu. Multi nam que non modo natura, verum etiam actu, et fuerunt, et sunt, et sant, subslanliali similitudine similes hommes. Pestai igitur, ut illa tantum sint individua, quae ex omnibus composita. nullis aliis in loto possimi esse conformia, ut ex omnibus, quae et actu et natura fuerunt vel sunt vel futura sunt, Platoms collecta Hatomtas. 112g jj 255 j. Sia* in diffinitiva demonstratione specie» aenere, sic in divisiva genus specie declaratur. Nulla species de suo genere praedicatur» in diffimtionum genere verum est; itero « orarti* species de suo genere praedicatur » in divistonum genere verum est., 48 i\ p. 1244 [1381]: Nunquam enim id, quod est, praedicatut % sea. esse et quod illi adest, praedicabile est, et sine tropo, non msi de eo, quod est. (Se Gilberto con queste parole designava ì giudizi puramente esistenziali come inconcludenti, si metteva con ciò da capo in contrasto con certi teologi: v. Otto Frisino, de gest. Fnd.. I, 52 n. 437, ed. Urstis [MGH, XX, p. 379-80]: Erat quippe quorunda'm in logica sententia, [quod.] cum quis diceret, Socratem esse, nihil diceret. Quos praefatus episcopus [intendi appunto 1 episcopus (i tctaviensis) Gisilbertus ] seclans, talem dicti usuro haud premeditate „d theologiam verterà!).  predicati ma degli oggetti, si che per conseguenza la jacultas logica contiene semplicemente un ricalco della realtà 482 ). Ma, su questo punto, non si limita a distinguere le categorie, alla solita maniera, onde quella della sostanza si contrappone a tutte le altre nove, bensì queste ultime si dividono a lor volta, secondo che appartengono all’ intima essenza, o han per contenuto solamente una relazione estrinseca 483 ) ; cioè, qualità e quantità, che appartengono alla « natura» (nota 461) o alla sussistenza, servono perciò ancora a predicare il vere esse, laddove le altre sette categorie,  inclusa dunque pur quella della relazione , esclusivamente ricadono nella sfera degli status e delle loro esterne mutevoli circostanze (status : cfr. circumstantia in Boezio, Sez. XII, nota 166) «“). 4S2 ) p. 1173 [1303]: Ilorum nominum illa significata, quae diversis rationibus Grammatici qualilates, Dialectici cathegorias, i. e. praedicamenla, vocant, praedicantur substantialiter,  p. 1153 11281-2]: Qualilas ....omnium qualitatum gcneralissimum est, et quantilas omnium quantilatum.... Ideoque qualitas est qualitas genere cujuslibet qualitatis, quale vero est quale qualitate cujuslibet generis.... Sirniliter nullum, quod est ad aliquid, relatio est. et nulla relatio est ad aliquid. Sed.... id, de quo ijJsa dicilur, est ad aliquid.... Ubi quoque, et quando, et habere, et situm esse, et Jacere, et pati, rwmina sunt generalissima, non eorum quae praedicantur, sed eorum de quibus praedicantur.... Ilaec igitur praedicamenta talia sunt relationibus logicae jacullatis, qualia illa subjecta, de quibus ea convenit dici, permiserint.  p. 1146 [1274]: Caeteras, quae in corporibus sunt, vocantes formas, hoc nomine abutimur, dum non ideae, sed idcarum sint eìxóveq, i. e. imagines, quod ulique nomen eis melius convenit. Assimilantur enim.... quadam extra substantiam imitatione his formìs, quae non sunt in materia constitutae, sinceris) p. 1153 [1282]: Quidquid hoc est subsistentium esse; eorundcm substantia dicilur. Quod ulique sunt omnium subsistentium speciales subsistentiae, et omnes ex quibus hae compositac sunt, scilicet, eorumdem subsistentium, per quas ipsa sibi conformia sunt, generales, et omnes, per quas ipsa dissimilia sunt, dijjerentiales.... Accidenlia vero de illis quidem substantiis, quae ex esse sunt, aliquid dicuntur, sive in eis creata, sive extrinsecus affixa sint, sed eis tantum, quae esse sunt, accidunt. 484 ) p. 1156 [1285]: Ilare quidem, i. e. subslantiae, qualitates, quantitates, sunt talia, quibus vere sunt, quaecunque his esse proponuntur, ideoque recte de ipsis praedicari dicuntur. Reliqua vero sep[d) lo scritto De sex principiis: un'abborracciatura].  Ma proprio quest’ultimo argomento ci porta a prender in esame lo scritto di Gilberto De sex principiis, un pasticcio veramente pietoso, che fu già commentato da Lamberto da Auxerre (v. la Sez. XVII, nota 116), e poi, in conseguenza dell’autorità goduta da Alberto Magno (ibid., note 439 s.), venne a essere tenuto in così grande conto da essere formalmente incorporato aH’Organon 485 ). ivi c’ imbattiamo novamente (cfr. la nota 461) nel concetto di essere sostanziale, nel quale risiede la forma di un intrecciarsi degli elementi della essenza 486 ) : e a tale proposito si fa la osservazione, la quale, come più sopra (nota 464), resta senza motivazione, che cioè dalla singolarità delle cose concrete il pensiero trae fuori e intende quell’elemento, cb’è, nella sua unità, commune e universale 487 ). Ma poi si passa a considerar le categorie. lem generai» accidentia.... [non] vera essendi rationc praedicantur. Narri.... extrinsecis scilicet eircumfusus et determinatili minime praedicaretur, si non prius suis esset per se propri elalibus informatili.  p. 1160 [1290]: Sic ergo praedicatio alia est, qua vere inhaerens inhaerere praedicatur ; alia, quae quamvis forma inhaerentium fiat, tamen ila exterioribus datur, ut ea nihil alieni inhaerere inlelligatur. Caetera vero (cfr. la nota 461). quae de ipso noturaliter dicuntur, quidam ejus status vocantur, eo quod nunc sic, nunc vero aliler, rctinens has. quibus aliquid est, mensuras et qualitalcs et maxime subsistentias, statuatur.... Situ, vel loco, vel Inibita, vel relatione, vel tempore, vel actione, vel passione slatuitur. Cori, quanto alla categoria della relazione, vien detto inoltre, nella forma più esplicita, a a p. 1163: relativa praedicatio ....consislil.... non in eo, quod est esse. 485 ) In conseguenza del suo accoglimento neH’Organon, è stato stampato in quasi tutte le più antiche traduzioni latine di Aristotele; io cito dal voi. I delle Opere di Aristotele in versione latina, Venezia 1552, in fnl. [Qui s’includono tra parentesi quadre i riferimenti al testo accolto nella PL: cfr. più sopra la nota 21]. 4S “) Cap. 1, f. 31, v. A: Forma est compositioni contingens, simplici et invariabili essentia consistens.... Substanliale vero est, quod conferì esse ex quadam composilione compositioni, ut in pluribus, quod impossibile est deesse ei [PL, 188, 12589]. 487 ) f. 31, v. B: Sicut ex plurium partium coniunclionc constitutio quaedam primorum excedens quantitatem ejfìcilur, sic ex singularium discretione unum quoddam intelligilur. eorum excedens praedicationem.  Così anche [Cap. 2], f. 32, r. B: omnes quidem homines eius hominis. qui communis est, et universale con quella stessa dicotomia (note 483 ss.) di categorie intrinseche ed estrinseche, ma con questa differenza tuttavia, che cioè qui la categoria della relazione non viene ora più annoverata fra le categorie estrinseche, bensì questo gruppo viene a esser costituito dalle ultime sei categorie soltanto (actio, passio, ubi, quando, situs, habere) : e poiché delle prime quattro categorie ha di già parlato a sufficienza Aristotele, Gilberto vuole trattare ora più compiutamente appunto di queste altre sei 488 ). Sodisfa cosi un bisogno, che abbiamo veduto di già manifestato piu sopra (note 18 e 344): e qualificando Gilberto, con la sua mania realistica, anche queste categorie come « principia» (cfr. le note 477 e 482), tale suo scritto, privo di senso comune, venne ad assumere più tardi, anche in considerazione del suo titolo, una cosi grande importanza, da esser accolto per cosi dire nelFOrganon come sua parte integrante. [e) i sei « principii»: actio, passio, quando, ubi, situs, habitus].  Per prima cosa vien definita l 'actio, e, con il più netto dualismo tra azione corporea e azione psichica, la si qualifica come legata da relazione di reciprocità con il concetto di movimento 489 ) : a ciò fa seguito la osservazione che la particolarità delazione ha per 4#8 ) [Cap. 2], f. 32, r. A: Eorum vero, quae contingunt exislenti, singultirli aul extrinsecus advenit, aul intra subslanliam consideratur simpliciler : ut linea, superficics, corpus. Ea vero, quae extrinsecus contingunt, aut actus, aut pati, aul dispositio, aut esse alicubi, aul in mora, aut habere necessario erutti. Sed de his, quae subsistunt, et quae non solum in quo existunt exigunl, in eo qui « de Categoriis» libro inscribilur, disputatimi est: de reliquis vero continuo aeamus [1260], * 4S “) Cap. 2, ibid. : Actio vero est, secundum quam in id, quoti subiicitur, agere dicimur.... Differunt autem, quoniam ea, quae corporis est, rnovens est necessario illud, in quo est,.... actio autem animae non id movet, in quo est, sed coniunclum : anima enim, dum agii, immobile est.... Omnis ergo actio in mota est : omnisque motus in actione firmabitur sua proprietà (li produrre la passio, e che pertanto l'actio è il « principio » primordiale 49 °): a questo punto il concetto di « jacere » viene applicato anche a tutte le rimanenti categorie in ima serie di affermazioni che son delle più aride e peggio fondate 491 ) : e secondo il modello delle quattro prime categorie si fa vedere, anche nel jacere e nel pati, il rapporto di contrarietà e la graduazione di più o meno 492 ). Ma poi viene, ciononostante, in secondo luogo la passio, dandosi per essa rilievo alla varietà di accezioni di questo termine 493 ). Viene appresso presentata, in terzo luogo, la categoria del quando, la quale è bensì afline al tempus, ma pur se ne distingue, in quanto che i tre tempi, passato e presente e futuro, non son già un quando, ma sono solamente un effetto e una proprietà, conforme a cui qualche cosa viene denominata come passata e via dicendo (v. alcunché di simile alla precedente nota 194); inoltre nulla può misurarsi secondo il quando, ma secondo il tempo sì 494 ). 49 °) f. 32, r. B: Naturqlis vero actionis propnetas est, passionem ex se in id, quod subiicitur, inferre : omnis enim aclio passionis est effectiva.... Et sic actus quidem est primordiale principiata [1261]. 491 ) Ibid.: Facere vero id, quod quale est, ex se gignit.... Quantitatum vero particularium positio effectrix est, et qunlilatum universa enim liaec a situ substantiam et generalionem kabent.... Situs autem, agere et pati : in dispositionis nonuple compositione quaedam generalio simplicium fil, quam in motiva actione consistere necesse est. Quando vero tempus. Ubi vero locus. Habere autem corpus : ea enim, quae circa corpus sunt, habere dicuntur [1261], 492 ) Ibid.: Recipit autem facere et pati contrarielalem, et magis et minus : secare enim ad plantare contrarium est....: et calefieri magis et minus dicilur [1261-2]. 493 ) C. 3, f. 32, v. A: Passio est effectus illatioque actionis.... Est autem pati eorum, quae multipliciter dicuntur : animae enim actionum unaquaeque passio dicitur.... Dicilur quoque passio, quod in naturam agii : ut morbus.... Ea vero, quae nunc relinquuntur, in eo qui est « de Generatione» libro tractanlur (questa citazione è presa da Boezio [in Ar. praed.. Ili: PL, 64, 262], p. 190). 494 ) C. 4, ibid. : Quando vero est, quod ex adiacentia (cfr. la nota 504) temporis reliquitur. Tempus vero quando non est, utriusque autem ratio coniuncta est, ut tempus quidem praeteritum quando non est, A ciò fa seguito, come il colmo della stupidità, la indicazione di una differenza tra quando e ubi, in quanto che il quando del presente, in pari tempo che l’istante stesso, è in eodem, ciò che non si verifica per Vubi 49S ), e cosi pure ima divisione del quando e del tempus in semplici e in composti 496 ), e infine la notizia che la relazione di contrarietà, e di più o meno, non ha luogo nel quando 497 ). Quarto viene ora ubi, e qui si presenta la distinzione analoga tra ubi e locus 498 ): e alla impossibilità che due cose sieno in uno stesso luogo o una stessa cosa in diversi luoghi, si collega anche la controversia sopraccennata (nota 203) circa la propagazione del suono); anche Vubi vien distinto in semplice e in complesso, e si esclude che, rispetto ad esso, abbia luogo la relazione di più efeclus autemcius, et affectio, secundum quarti dicilur aliquid fuisse, quando est. Instans autem quando non est, sed secundum quod aliquid aequale, tei inacquale est: eius autem affectio, secundum quam aliquid dicilur in instanti esse, quando est. Futurum similiter tempus quando non est. — f. 32, v. B: Distai autem et tempus ab eo, quod quando: quoniarn secundum tempus aliquid est mensurabile : ut motus animus.... Al vero secundum quando ri ih il mensuratur, sed aliquando dicilur esse [1262]. 4 96 ) f. 32, V. B : Differì enim quando ab eo, quod est ubi : quoniarn in quocunque, tempus est vel fuitvcl erit, in eo quidem quando, est vel fuit vel erit, quod secundum idem tempus dicilur: quando enim, quod exislenti est, curn ipso instanti est, et simili in eodern sunt.... Ubi vero et locus, a quo est, vel fit, nunquam simili in eodem : ubi enim in circumscriptione est: locus autem in compicciente [1263], 19a ) Ibid. : Quando ....sicut autem et tempus, aliud quidem compositum est, aliud vero simplex. Est autem compositum, quod in composita anione consista: simplex vero, quod cum simplici procedit [1263], 497 ) Ibid.: Inest autem quando, non suscipere magis et minus.... Amplius quando nihil est contrarium) C. 5, f. 33, r. A: Ubi vero est circumscriptio corporis, a circumscriptione loci proveniens. Locus autem in eo, quod capii, est, et circumscribit.... Non est autem in eodem locus et ubi: locus enim in eo, quod capii, ubi vero in eo, quod circumscribitur et complectitur [1264]. 4 ") Ibid, : Nequaquam igitur duo in eodem loco esse simul possunt, nec idem unum in diversis.... Movet autem quis quaestionem f orlasse, idem in diversis et pluribus concludens ; etenim vox in auribus diversorum est.... Confiteli oportel omnino, urtarti particulam aeris ad aures diversorum pervenire.... Relinquitur igitur, diversum sensum esse imaginabiliter se generanlium, et similiter [1264-5]. o ili meno, e così pure quella di contrarietà, a proposito della quale l’Autore persino espressamente si riferisce ai concetti di sopra e di sotto 50 °). Quinto segue situs, ovvero la categoria, come la chiama Gilberto, della positio, intesa secondo il realismo più rozzo possibile, sicché tutte le particolari manifestazioni di questa categoria, nel cui novero vengono compresi, p. es., anche lo scabro e il levigato (cfr. la nota 193), sono considerate soltanto come espressioni derivate 501 ); si contesta che questa categoria comporti opposizione contraria, e ciò perchè i contrari appartengono soltanto a un medesimo genere, e invece lo star seduti e il giacere vanno assegnati a generi differenti, in quanto che soltanto esseri ragionevoli possono star seduti, laddove gli altri stanno a giacere 502 ); e mentre qui è inammissibile anche la relazione di più o di meno, questa categoria va messa nella più stretta connessione con quella della sostanza, proprio in essa trovando le sostanze il loro ordinamento 503 ). Ml °) f. 33. r. B: Ubi autem. aliud quidem simplex, aliud vero composilum. Simplex quidem, quod a simplici loco procedit : composilum autem, quod ex composito.... C.arct autem libi inlenlione et remissione : non enim dicitur alterum altero magis in loco esse vel minus.... Inesl autem ubi, nihil esse contrarium.... Sursuni enim et deorsum esse contraria pluribus videntur.... Conlingit autem contraria in eodem esse.... Si enim sursum esse et inferius esse contraria sunt, cum idem sursum et deorsum sit, colligitur, idem sibimet contrarium fieri [1265]. 601 ) C. 6, f. 33, v. A: Positio est quidam parlium situs, et generati onis ordinatio, secundum quam dicuntur stantia vel sedentia.... Sedere autem et lacere positiones non sunt, sed denominative ab his dieta sunt. Solet autem quaestio induci de curvo et recto, aspero et leni.... Non sunt autem positiones ea, quae dieta sunt omnia, sed qualia circa situm existentia [1265-6]. 60S ) Ibid. : Suscipere autem videtur situs contrarietates : nam sedere ad id quod stare contrarium esse videtur.... Ponentibus autem nobis, haec contraria esse, inconvenientia recipere cogimur, hoc, quod unum sit contrarium plurium.... Amplius autem conlrariorum quidem ratio est, circa idem natura existere. : sedere enim et iacere non circa idem natura sunt seiuncta : est enim sedere proprie circa ralionalia, iacere vero et accumbere circa diversa) f. 3, V. B.: Proprium autem positionis, ncque magis neque minus dici.... Magis autem proprium videtur esse positionis, substantiae Riinane poi ancora in sesto luogo Vhabitus, categoria identificata con il concetto di adiacentia, già familiare a noi, che conosciamo Abelardo (nota 284) 504 ); quando poi si legge che per habere la relazione di più o di meno è, di regola, ammissibile, ma talora, come, p. es., nel caso dell’« esser vestito », è inammissibile, e che in questa categoria non sussiste contrarietà, perchè esser armato ed esser calzalo non sono opposti 505 ), — anche ciò rende sufficiente testimonianza del talento logico dell’Autore; come particolarità di questa categoria, viene indicato il fatto che essa rimanda sempre a una pluralità, il che può, soltanto per certi rispetti, ripetersi anche per le categorie della quantità e della relazione 508 ); finalmente vengono citate ancora cinque accezioni differenti del termine habere 507 ). [f) la controversia intorno al magis e al minus]. — Ma venuta poi a una conchiusione questa disamina dei « principi » 508 ), fa ancor seguito una trattazione speciale del proxime assistere, omnibus qiiidem aliis/ormis suppositis. Posilio autem nihil aliati est. quatti naturalis ipsius subslantiae ordinatio [1260]. S04 ) C. 7, f. 33, v. B: Habitus est corporum, et eorum quae circa corpus suoi, adiacentia : secundum quam hoc quidem habere, illa vero dicunlur halteri. Haec autem non secundum totum dicunlur, sed secanti uni particularem divisionem, ut armatum esse [1267], s01i ) f. 34, r. A: Suscipit autem habitus magis et minus : armatior enim est eques pedite.... In quibusdam autem non videtur, quoti rum magis et minuspraedicentur : ut vestitum esse, et similia. IIabitui quoque nihil est conlrarium : elenim armatio calceationi non est contraria [1267], 60 °) Ibid. : Proprium quidem habitus est, in pluribus existere.... In paucis autem aliis principiis huiusmodi invenies : in quantilate enim solum, et in his quae ad aliquid sunt, similia reperies.... Habitus autem omnis in pluribus necessario existit, ut in corpore. et in his quae circa corpus sunl) Ibid. : Dicilur autem habere multis modis : habere enim dicitur alterationem.... Dicilur etiam ras aliquid habere.... Habere quoque in membro dicimur,... Dicitui vir uxorem habere, et recipere uxor virum.... Quare modi habendi, qui dici consueverunt, quinario numero terminanlur [1267-8], 50s ) Ibid. : Et quidem de principiis haec dieta sufficiant : reliqua vero in eo, quod de Analylicis est. quaerantur volumine magis et minus ; e qui Gilberto taglia il nodo della controversia ricordata più sopra (nota 196), non potendo l’ordine delle graduazioni risieder già nella sostanza stessa, poiché questo urta contro il concetto di sostanza, ma d’altra parte nemmeno negli accidenti, perchè allora il grado superiore, p. es., di bianchezza dovrebbe consistere nell’ampiezza della superficie (!) : donde consegue che il più o il meno neanche ha la propria sede nell’ima e negli altri insieme, cioè nella sostanza e ne’ suoi accidenti 509 ). Ma la soluzione positiva, che dà ora Gilberto, ha questo fondamento, che cioè il magis vel minus consiste nel grado in cui lo stato di fatto reale sta più vicino o più lontano dall’accezione del termine che designa la qualità, una graduazione questa che non si manifesta, dove si tratta di sostanze, per la ragione che la denominazione delle sostanze stesse rimane compresa entro saldi confini (in terminis) : tuttavia a tal proposito viene a confessare egli stesso quali assurdità sieno queste che presenta, quando deve aggiungere che una tale saldezza si ritrova tuttavia anche nella denominazione di talune qualità 51 °). In60 “) C. 8, f. 34, r. B: Non ergo secundum suscipicntium ipsorum Crementum vel decremenlum, cum „magis vel minus “ aliqua dicuntur. Nulla cnim ratio obviarel dicenti, hominem et animai et substantiam et caetcra consimilia cum „magis et minus" dici.... Mons eliam alio monte maior dicitur, cum neuler crescat vel decrescat.... Amplius autem ncque secundum ea, quae inficiunt. Si enim, secundum magnitudinem albedinis vel alicuius caelerorum, dicitur aliquid albius aliquo, vel, secundum parvitatem, minus album, vel quomodolihet aliter, utique et magis albus equus vel homo, vel quodlibet aliud albius margarita dicetur : etenim maior albedinis quantitas equo accidit quam margaritae.... f. 34, v. A: l’atet itaque, nihil secundum,.magis et minus“ praedicari, ncque secundum suhiecti solum augmentum vel diminutionem, neque secundum accidentis ; quare ncque secundum utrunaue [1268-9], ^ 61 °) 6 34, v. A: Oportet igilur ab alio ea invenire, quae cum „magis et minus" dicantur. Huiusmodi vero sunt ea, quae. sunt in voce eorum, quae adveniunt, et non secundum subiecti vel mobilis cremenlum vel diminutionem, sed quoniam eorum, quae sunt in voce, impositioni propinquiora sunt, sive ab eadem remotiora sunt : de his etenim cum „ magis" dicuntur, quae proximiora sunt ei, quae in ipsa voce est, impositioni, cum „minus" autem de his, quae remotiora consistunt.... Quanto igitur tìne la faccenda mette pur capo anche alla tesi essenziale, che cioè nella pluralità della realtà materiale in generale, hanno loro proprio luogo il divenire e la relatività 511 ), e F illogico realista assume poi a criterio per questo campo la espressione verbale, mentre, per Forbita del vero essere, possiede nella parola solamente il ricalco di una idea. Così lo scritto di Gilberto intorno alle categorie ci porge un documento veramente miserevole, per provare come quell’epoca non fosse per nulla meno goffa e inetta dei secoli precorsi, tostochè sol si tentasse mai, senza le dande della tradizione, di muover un passo indipendente, anche senza uscir dall’ambito delle cose più semplici. [§ 36. — Ottone da Freising, seguace di Gilberto. Lo scritto pseudo—boeziano De imitate et uno]. — Ma quale seguace di Gilberto, riguardo alla concezione degli universali, ci si presenta Ottone da Frei8 i'n g (nato nel 1109 [rectius : nel 1114 o 1115], morto nel 1158), che alle sue opere storiche intreccia talvolta disgressioni formali di contenuto filosofico, manifestando in esse, con i modi consueti di espressione, il suo rispetto di teologo verso Platone, e in pari tempo il conto in cui ad vocis impositionem accedens puriori inficitur alitarne, tanto et candidior assignabitur.... Dubitabit autcni aliquis, quarc haec quidem cum ..magis et minus LL dicantur, substantiae vero minime : hoc autem contingit. quoniam subslantiarum impositio quidem in termino est, ultra quem transgredi impossibile est. Additur autem et de accidenlibus quibusdam, quae sine ..magis et minus “ dicuntur : ut quadrangulus, et triangulus, et similia [1269], 6U ) f. 34, v. B: In subiecto enim duo sunt. quorum haec quidem estjorma secundum rationem, haec autem secundum materiam ; quando igitur in his duobus est transmutatio, generatio et corruptio crii simpliciter secundum veritatem.... Est autem materia maxime quidem subieclum gencrationis et corruptionis proprie susccptibile.... Haec autem hoc aliquid significant et substantiam, haec autem quale, haec autem quantum. Quaecunque igitur non substantiam significant, non dicuntur simpliciter, sed secundum aliquid generari tiene la logica aristotelica 512 ). Come Ottone occasionalmente aderisce una volta alla tesi, che gli esseri concretamente esistenti formano il contenuto e l’oggetto dei predicati dichiarativi, laddove i concetti di specie e di genere vengono predicati, avuto riguardo alla causalità delle cose che ha in essi fondamento 513 ), — così un’altra volta egli si pronunzia più distesamente sopra questa relazione, in tutto e per tutto ripetendo la opinione di Gilberto, con il quale si accorda anche nella espressione letterale ( nativum, natura, Jorma, con.jorm.is, coadunatio, — « omne esse ex Jorma est» —) 514 ). Nello stesso senso, 612 ) Chron. II, 8, p. 27, cri. Urstis [MGH, XX, p. 147]: Sacrale*.... educaviI Platonem et Aristotilem, quorum alter de potentia. sapientia, bonilate creatoris ac genitura mundi creationevc hominis tam luculenter, lam sapienter, tam vicine verilati disputai.... alter vero dialecticae [libros] arti* vel primus edidisse, tei in melius correxisse, aculissimeque ac disertissime iride disputasse invenilur [cfr. il testo della ediz. Wilmans (M G II), e ivi l’apparato critico], 61a ) De gest. Frid. Prolog., p. 405, cd. Urstis [MGH, XX, p. 352]: Sicut enim iuxta quorundam in logica nolorum positionem, cum non formarum, sed subsistentium proprium sii praedicari seu declarari. genera tamen et species praedicamento transsumpto ad causam praedicari dicuntur. Vel, ut communiori utar exemplo, sicut albedo clara, mors pullida, eo quod claritatis altera, palloris altera causa sit, appellatur, etc. (La espressione transsumptio, come pure lo stesso esempio albedo clara, si trovano in Gilberto, p. 1142 [1270] : v. la nota 472). M4 ) De gest. Frid. I, 5, p. 408 [354]: Nativum velut natimi aut gemtum, descendens a genuino (v. la nota 464).... In nalivis igitur omnem naturata seu formam, quac integrata esse subsistentis sii, vel adii et natura, vel natura sallem conformem habere necesse est.... Partes aulem hic vaco eas formas (nota 468), quae ad componendarn speciem aut in capite ponuntur, ut generales, aut aggregante, ut differentiales, aut eas comitantur, ut accidentales.... [355] Potei.... humanitatem Socratis secundum omnes partes et omnimodum effectum humanitali Plutoni* conformem esse, ac secundum hoc Socratem et Platonem eundem et unum in universali dici solere (nota 474),... Concretìo etiam in naturaiibus non solum coadunatione formae et subsistentis. sed ex moltitudine accidentium, quae substanliale esse comilantur, consideravi potest (note 464 e 471).... Sunl aliae formae subiectum integrum informante*, quae naluram tantum conformem habenl. Esse quippe soli*, etsi non aclu, natura conformem habere noscitur. Quare, quamvis plures soles non sint, sine repugnanlia tamen naturae plures esse possunt (nota 479).... (p. 410) Omne namque esse ex forma est.... Tantum de co, quae a philosophis genitura, a nobis faclura seu creatura dici solet, disputai inumi inslituimus. Sed notandum, quod compositio alia forébìin altro luogo (con. intonazione polemica contro Guglielmo da Champeaux) qualifica l’universale come« quasi in unum versale», e a ciò unisce una giustificazione etimologica dei termini e dei concetti di dividuum e individiium 515 )', inoltre condivide con Gilberto l’ingenuo raccostamento delle cose e delle parole 516 ), come pure ricorda altresì ima volta quell’esercizio ginnastico, che vien fatto nello studio della logica, sull’albero di cuccagna della Tabula logica 517 ). Appartiene allo stesso gruppo anche uno scrittarello anonimo [oggi è riconosciuto esser opera di Domenico Gundissalino] «De unitate et uno», che manifestamente è una produzione determinata dalle polemiche di quel tempo intorno alla Trinità, ma che, al pari di quella più antica opera De Trinitate [oggi, come abbiamo veduto, attribuita appunto a Boezio], fu ritenuta marum, alia est subsistentium.formarum ex formis, subsistenlium ex subsistentibus..,. [356] Formarum autem aliae compositae, aline simplices ; simplices, ut albedo, compositae, ut humanitas.... Ulule Boetius in oclava rcgula libri llebdomade „omni composito aliud est esse, aliud ipsum est“ (v. la noia 37). 61S ) Ibid., 53, p. 437 [380] : Universalem..., dico, non ex eo, quod una in plurilius sii, quod est impossibile (noia 105), sed ex Iwc, quod plura in similitudine vivendo [rectius : uniendo] ab assimilamii unione univcrsalis. quasi in unum versalis dicalur.... Ex quo palei . quare.... singularem, individualem vel parlicularem dixerim proprietatem, eam nimirum, qttae suum subiectum non assimilai aliis. ut humanitas, sed ab aliis dividii, discernit, partitur. ut ea, quam fido nomine solemus dicere,,Platonitas “, a dividendo individua, a parliendo particularis, a dissimilando singularis dieta. Nec opponas, quod potius a dividendo dividuam, quam individuam dici oporteat. Nam cum suum subiectum non solum ab aliis dividat vel dissimilet. sed etiam in sua individualitale et dissimilitudine tam firmiter manere faciat, ut nec sii nec fuerit neo futurum sit aliud subiectum, quod secundum eiusmodi proprietalem illi assimUari queat, melme individuum privando, quam dividuum ponendo vocalur, eiusque oppositum, quod dividendo pluribus communical, et communicando dividii, rectius dividuum dici debet (noia 479). “ 1G ) Ibid., p. 438 [ifc.] : Cum enim omne esse ex forma sii, quodlibet subsistens rem et nomea a sua capit forma (note 458, 174, 482). s17 ) Ibid.. 60, p. 444 [386] : iuxta logicorum enim regulam methodus a genere ad destruendum, a specie valet ad aslruendum (nota 480). fattura di Boezio (v. sopra la nota 35) «»). Domina nella questione della unità, che anche Gilherto era stato tratto a discutere (note 477 s.), quello stesso realismo di Gilberto o di Ottone 519 ), e forse possiamo tutt’al più ricordare che qui si trova una singolare enumerazione di accezioni varie del termine « unum» Alberico (da Reims ?), a Parigi. WilliRAM DA SoiSSONS. VARI ALTRI AUTORI, MENZIONATI DA Mapes]. Ma nello stesso tempo, cioè press’a poco tra il 1140 e il 1170, viene a cadere anche la comparsa di alcuni altri autori, dei quali conosciamo quasi esclusivamente i nomi, e a ogni passo della nostra indagme torna a imporsi la considerazione, che cioè le fonti a noi accessibili ci consentono pur sempre soltanto una conoscenza frammentaria. Si dovrà anzi designare come casuale la notizia dataci da Giovanni da Salisbury, quando, raccontando il corso de’ suoi studi, fa il nome di un certo Alberico, che, morto Abelardo, insegnò aS.te Geneviève in Parigi, e imprese energicamente la „ Q M^n. tampata °P cre di Boezio, ediz. di Basilea 1570, p. 1274 l'òleslpaTJTwTìMiT l * 3 bibli0thè 1 ue * *.s dipar,ements de . ’ 1 ungi 1841, p. 169) trovo m un manoscritto di St -Michel Hd/nf t0 an0nmM p rh e T nd ° aUe righe “ iziali d “ lui citate, c identico a questo Pseudo-Boezio. ".*> p -.,. 1274 t PL ’ „ 63 1075]: Omne enim esse ex forma est, in unita* r f ' S> ' " ullum eSSC ex f° rma nini cum forma maleriae unita est. Esse xgitur est nonnisi ex eoniunctione formae cum materia j.m autem forma matenae unitur, ex eoniunctione utriusque necessario al,quid unum consti,ni,ur.... Uni,io autcm non fi, nisi un.tatZ Zmam autcm non tene, uni,am cum materia nisi unitasi ideo materia egei untiate ad umendum se.... et de natura sua habet multiplicari Uni,as vero retine,, umt e, colligi,. Ac per hoc ne materia divida,ur et spargami -, necesse est, ut ab unitale retineatur ecc. [testo cit. se0nd ° a ed £C r ™ (Beitràge del Baumker, I, 1, p. 3 5 )]. ) p. 12/6 fPL, 63, 1077-8]: Unum enim aliud est essentiae Simpl,Citate.... Ahud simplicium eoniunctione.... Aliud.... continuitate.... Ahud... compositione.... Alia dicuntur unum aggrega,ione Alta.... proportione.... Alia.... accidente.... Alia.... numerai Alia ZZI'"' Al,a ":;. natura . unum ’ ut participatione speciei plures hommes unus. Alia.... natwne.... Alia.... more [testo c. s„ p. 9-10]. STORIA DELLA LOCICA IN OCCIDENTE lotta contro i nominalisti, nella quale pare lo abbia sostenuto un considerevole talento per le distinzioni 521 ). Riferisce inoltre Giovanni, ch’egli stesso ha impartito 1’ insegnamento della logica a tale W i 1 1 i r a m [Guglielmo ?] da Soissons, il quale, da lui presentato poscia a Adamo dal Petit-Pont (note 440 ss.), ha ideato in seguito una speciale machina contro i seguaci della vecchia logica (antiqui, logicae vetustas: v. sopra le note 55 ss.) 522 ). Giovanni menziona poi un’altra volta, oltre 621 ) Jou. Saresb. Metal., II, 10, p. 78 s. (ed. Giles [e Wcbbj): Contali me ad Peripateticum Palatinum qui. Iurte in monte Sanctae Genoue/ae clarus doclor et admirabilis omnibus praesidebat. Ibi ad pedes eius prima artis huius rudimento accepi.... Deinde post discessum eius, qui michi praeproperus visus est, adhaesi magistro Alberico, qui inter ceteros opinalissimus dialeclicus enitebal et erat revera norninalis sectae acerrimus impugnator. Sic ferme tota biennio conversatus in monte, artis huius praeceptoribus usus sum Alberico et magistro Rodberto Meludensi (v. sopra la nota 453)....; quorum alter (cioè Alberico), ad omnia scrupulosus, locum quaestionis inveniebal ubique, ut quamvis polita planilies ojjvndiculo non carerei et, ut aiunl, ei [sjcirpus non esset enodis. Nam et ibi monstrahat quid oporleal enodari ....Apud hos, toto exercilatus biennio, sic locis assignandis assuevi et regulis et aliis rudimentorum elementis, quibus pueriles animi imbitumar, et in quibus praejati doctores potentissimi crani et expeditissimi, ut etc. [PL, 199, 867-8). Menzione di questo Alberico si trova fatta da Giovanni anche nell’ Enthelicus, v. 55 s. : Iste loquax dicaxque parum redolel Melidunum, Creditur Albrico doctior iste suo [PL, 199. 966). Ma di quale Alberico si trattasse, fra i parecchi con questo nome, menzionati in quell’epoca, non è possibile determinare con sicurezza; la indicazione cronologica su riferita rende probabile che fosse Alberico da Reims, soprannominato de Porta Veneris, il quale fece più tardi accoglienza ospitale a Giovanni da Salibury e all’arcivescovo Tommaso [Becket], quando furon esuli in Italia. V. Du Boulay, Hist. Univ. Par.. II, p. 724. e la Ilistoire littér. de la France, XII, p. [72-6, e particolarmente] 75. 522 ) Ibid., p. 80 [81]: linde ad magistrum Adam.... familiarilalem contraxi ulteriorem.... Interim Willelmiim Suessionensem, qui ad expugnandam, ut aiunt sui, logicae vetustatem et consequentias inopinabiles construendas et antiquorum sentcntias diruendas rnachinam postmodum fedi, prima logices docili dementa et tandem iam dieta praeceplori appositi. Ibi forte didicit idem esse ex contradictione, cum Aristotiles obloquatur, quia « idem cum sit et non sit, non necesse est idem esse » (queste parole si trovano negli Anni, pr., II, 4, 57 b 3: v. la Sez. TV, nota 614), et item, cum aliquid sit, non necesse est idem esse et non esse. Nichil enim ex contradictione [82] evenit et conlradictionem impossibile est ex aliquo evenire. Unde nec amici machina ima quel suo avversario, denominato da lui Cornificio (v. subito appresso), il rappresentante di un altro indirizzo, a quanto sembra, esagerato e astruso, nello studio della logica, e lo designa con il nome imaginario di Sertor i u s 523 ). Ma a ciò si aggiunge, oltre a notizie mal verificate circa un tal Davide, a ITirschau, e un Giovanni Serio, a A ork r ’ 24 ), un’altra informazione ancora, che dobbiamo a un autore della fine del secolo XII», cioè a Walter M a p e s, il quale nelle sue poesie occasionalmente dimostra conoscenza delle personalità e delle tendenze dominanti nelle scuole; costui menziona (con la osservazione, che il maggior numero di seguaci lo ha Abelardo), oltre a Bernardo da Chartres, Pietro da Poitiers e Adamo dal Petit—Pont, anche un certo Regina I d o, uno straordinario sbraitone, che criticava tutti pellente urgeri potili ut credam ex uno impossibili omnia impossibitia provenire [PI,, 199, 868], Anche a prescindere dalla questione di determinare in che cosa inai potesse consistere questa misteriosa machina, tutto il passo, del quale può anche ben darsi che il testo sia guasto, mi è rimasto assolutamente incomprensibile; tutto quel che risulta da un altro passo (v. appresso la nota 624), è che si tentav f di riattaccare a quelle parole di Aristotele i sillogismi ipotetici. ) Enthet.,\. 116 ss. |PL, 199, 967-8]: Si i/uis credatur logicus, hoc satis est ; Insanire putes potius. quam philosophari, Seria sani etemm cuncta molesta nimis. Dulcescunt nugae, vultum sapientis abhorrent, lormenti geritts est saepe videre librum. Ablactans nimium tencros Sertorius olim Discipulos Jerlur sic docuissc suos ; Doctor mini juvrnum prelio compulsila et aere Pro magno docuit munere scire nihil. tuo ), 1THKMI1 Ann ? liì Uirsaugienses, ann. 1137 (ediz. di S. Gallo. 1690, I, p. 403): David.... monachicum habitum suscepil.... Scripsil quaedam non spernendae lectionis opuscolo.... de grammatica L. 1, in Perihermenias Aristotelis libros duos. Che tuttavia le notizie di Tritemio abbiano scarso valore, lo sanno tutt’ i competenti; d’altra parte è noto che le cose vanno di gran lunga anche peggio per il 1 ITSEUS [John Pits, 1560-1616], il quale spesso, quando non copiava il Lei and [John Leland (Leyland, Laylonde), antiquario inglese m. 1552], inventava semplicemente menzogne, sicché forse neanche vai la pena di ricordare quel ch’egli dice. De illustribus Anghae scriptoribus. p. 223 s. (ad ann. 1160): Joannes Serio dictus magister Serio.... ex Eboracensi canonico Jactus est.... Fontanus Abbas.... Scripsit.... de aequivocis diclionibus librum unum, de univocis dictionibus librum unum. e appiccò Porfirio alla l'orca (laqueo suspendit), sicché potremmo forse ravvisare in lui quel Comifìcio di cui parla Giovanni da Salisbury [e da altri diversamente identificato; cfr. la nota del Webb alla p. 8 della sua ediz. del Metalogicus] ; menziona inoltre, insieme con Robertus Pullus, un Manerius, estremamente sottile, mi arguto Bartolomeo e un Roberto Amici a s 525 ). Si può anche ricordare che la poesia finisce con la cacciata dei monaci dalle scuole dei filosofi 528 ): e c’è del pari un’altra poesia, che appartiene press’a poco alla stessa epoca, e rappresenta con molto spirito il contrasto fra il pretume, dedito ai piaceri del senso, e la fine cultura logica 527 ). 5 “) The latin poems commonty attributcd to Walter Mapes, collected and edited by TnOMAS Wrigiit (Londra, 1841-4), dove uella Introduzione è anche esposto quel che di più preciso risulta sul conto di Walter Mapes. In una delle poesie, Metamorph. Goliae, v. 189 ss. (p. 28), si trova il passo seguente: Ibi doctor cernitur ille Carnotensis, Cujus lingua vehemens truncat vclut ensis ; Et hic praesul praesulum stai Pictaviensis, Prius et nubenlium [studenlium ?] miles et castrensis (seguono i versi cit. più sopra, nota 442).... [v. 199 ss.) ....Celebrem theologum vidimus Lumbardum ; Cum Yvone, Helyam Petrum (entrambi grammatici), el Bernardino [p. 29], Quorum opobalsamum, spiralo*, el riardimi. Et professi plurimi sunt Abaielardimi. Reginaldus monachus dumose contendit. Et obliqui s singulos verbi s comprehendit ; Hos et hos redarguii, nec in se descendit. Qui nostrum Porphyrium laqueo suspendit. Roberlus theologus corde vivens mando Adest, el Manerius quem nullis secando ; Alto loquens spiritii el ore profundo. Quo quidem subtilior nullus est in rnundo. Hinc et Bartholomaeus faciem acutus. Retar, dialecticus. sermone astutus, Et Robertus Amiclas simile secutus, Cum hiis quos praetereo, populus minutus. 5 -’) Ibid., v. 233 (p. 30): Quidquid tantae curiae sanctione datur. Non ceda t in irritum, ratuni habealur ; Cucullatus igitur grex vilE pendatur. Et a philosophicis scolis expellatur. — Amen. 5 “') De presbytero et logico (parimente edito dal Wrigiit, op. cit., p. 251 ss.) in 216 versi, dove a dire il vero non si trova alcun contributo d’ informazione storica per il nostro intento. Il contrasto degl indirizzi ha p. es. la sua espressione nei versi 29 ss.: Logicus: «Fallis. fallis, presbvter, coelum Christianum, Abusive loqueris. laedis Priscianum; Te probo falsidicum, te probo vesanum»; ....Presbyter. « Tace, tace, logice ; tace, tir fallator; Tace, (lux insaniae, legis vanne lator ;....» Log. — « Peccasti, sed gravius adjicis peccare. Legem hanc adjiciens vanam nominare; Sanum est, dissercre nel gramC. Prantl, »S 'torio, della logica in Occidente, H.  [§ 38. — Il così detto Cornificio, oggetto della polemica di Giov. da Salisbury]. — Ai già nominati si unisce finalmente ancora tutto quell’ indirizzo, che Giovanni da Salisbury, volendo combattere non contro la persona, ma esclusivamente contro la cosa, qualifica con il nome simbolico di Cornificio 528 ). I numerosi passi dov’egli rammenta questo suo avversario o i seguaci di lui, coincidono in un punto, che è questo: c’erano cioè parecchi, i quali a priori respingevano come inutile ogni tecnica della parola nudrita di pensiero (eloquentia o logica), perchè tutto ha fondamento nella disposizione naturale, e pertanto, chi possieda questa, senza punta tecnica, tocca da se medesimo il segno, e invece chi non ha talento, non fa progressi neanche in grazia della teoria 629 ). E quando si soggiunge che questi « filosofi di mutilare, — Si insanum reputai, velim dicas quare». Prcsb. — « Dco est udibile vestrum argumentum ; Ibi nulla veritas, toturn estfigmentum ;», o p. es. ai versi 129 ss.: Log. —« Audi, inter phialas quid philosopharis ; follus, non philosophus, bine esse probaris ; Stulto sunt similia singola quac faris, [parte tua caream quarti ibi lucraris ]. Epicure lubrice, dux ingluviei, Cujus Deus venter est, dum sic servis ei etc. ». 62S ) J OH. Saresb. Metal., I, 2, p. 14 [ed. Webb, p. 8|: Utique par est sine derogatione personae sententiam impugnari ; nichilque lurpius quam cum sententia displicet aut opinio, rodere nomea aucloris.... [9] Celerum opinioni reluclor, quae multos perdidit, eo quod populum qui sibi credat habet ; et licei antiquo novus Cornificius ineptior sii, ei tamen turba i nsipienlium adquiescit. — Polycr., I, Prol., p. 15 [16]: Aemulus non quiescit, quonium et ego meum Cornificium habeo.... Quis ipse sit, nisi ab iniuriis temperet, dicam.... Procedat tamen et publicet, arguat meum ralione vel auctoritate mendacium [PL, 199, 828 e 388], Dal modo di esprimersi dello scrittore in questi due ultimi passi, risulta come Giovanni non abbia fatto che trasportare simbolicamente il nome di Cornificius da un personaggio del1 antichità al suo proprio nemico, e può ammettersi con certezza che a ciò gli abbiano dato occasione le notizie di Donato (Pila Virgilii, c. 17 s. : vedi le Opere di VIRGILIO, ed. Wagner, I, p. XCIX s.), riguardo a un tale Cornificio, avversario di Virgilio « ob perversam naturami> [cfr., nella ediz. Brummcr delle Vitae Vergilianae, il « Plenus apparatus ad vitam Vergilii Donatianam», p. 31], 529 ) Ib., Metal., I, 1, p. 12 [ed. Webb, p. 6]: Miror ilaque.... quid sibi vull, qui eloquentiae negat esse studendum.... p. 13 [8[: Cornificius noster, studiorum eloquentiae imperitus et improbus impugnalor. — C. 3, p. 15 [10]: Fabellis tamen et nugis suos pascit interim auditesta propria », avendo a disdegno F intiero trivio e quadrivio. si son gettati sopra forme di attività pratica e sovra profitti pecuniari ;>3 °), sarebbe in ciò da riscontrare un indizio significativo, in quanto si direbbe che tale corrente, non prendendo ispirazione da vedute clericali o dommatiche bensì per effetto di un impulso pratico, si sarebbe mostrata avversa al farraginoso viluppo della scienza scolastica, e avrebbe richiamato l’attenzione sopra il valore immediato del talento individuale. Così potremmo intendere tali manifestazioni come un preludio di tendenze svoltesi più tardi. Qualora ci fosse lecito riferire al così detto Cornificio anche la notizia, che taluni rigettarono le Categorie e la Isagoge come inutili libri elementari 531 ), potremmo forse ritenere che il già tores quos sine artis beneficio, si vera sunt quae promittit, fa ci et eloquentes et tramite compendioso sine labore philosophos. — C. 5-6, p. 23 [20]: Neque erti rii. ut Cornificius, meipsum docui.... Non est ergo ex eius sententia.... sludendum praeceplis eloquentiae ; quoniam eam cunctis natura ministrai aut negai. Si ultra ministrai aut spante, opera superflua et diligentia ; si vero negai, inefficax est et inanis. — C. 9, p. 29 [26]: Eo itaque opinionis vergit intentio, ut non omnes mutos faciat. quod nec fieri potcst nec expedit, sed ut de medio logicam tollal. — Ibid.. II, Praef., p. 62 [60]: Logica, quam. etsi mutilus sit et amplius mutUandus, Cornificius, parielem solidum eccoti more palpans, impudenter attemptat et impudenlius criminatur. — Ibid., IV, 25, p. 181 [192]: Sed Cornificius nosler, logicar criminator, philosophantium scorra, non immerito contemnetur. — Enthel., v. 61 ss. « Quum sit ab ingenio totum, non sit libi curae. Quid prius addiscas posteriusve legas ». Ilare schola non curai, quid sit modus ordove quid sit. Quam teneant doctor discipulusve viam [l’L, 199: 827, 828, 833 837, 857, 931, 966], 530) j \Jctal. I, 4, p. 20 [15]: Alii autem Cornificio similes ad vulgi professiones easque prophanas relapsi sunt; parum curantes quid philosophia doceat, quid appetendum fugiendumve denuntiet ; dummodo rem faciant, si possunt, recte ; si non, quocumque modo rem (Hor. Ep. 1, 1, 65[-6])....Evadebant illi repentini philosophi et cum Cornificio non modo trivii nostri sed totius quadruvii contemptores IPL, 199. 831], 531 ) Ibid., III, 3, p. 123 [128]: Sunt qui librum islurn (cioè le Categoriae), quoniam elementarius est, inutilem fere dicunt, et satis esse putant ad persuadendum se in diabetica disciplina et apodictica esse perfectos, si contempserinl vel ignoraverint illa, quae in primo commento super Porphirium anlequam artis aliquid attingatur docel Boelius praelegenda [PL nominato Reginaldo fosse per lo meno un rappresentante di questa tendenza 532 ), se non apparisse inutile, con tante lacune nella conoscenza delle fonti, presentare semplici congetture. Ma quale idea si fosse fatta lo stesso Giovanni della origine di siffatta opposizione alla logica scolastica, è stato già più sopra indicato, alle note 52 s. [§ 39. — Giovanni da Salisbury: a) i suoi studi: il « Metalogicus»]. — Ma così è venuto il momento di occuparci proprio di quello stesso autore, che già tante volte abbiamo finora dovuto usare quale fonte, cioè di Giovanni da Salisbury). Costui (morto nel 1180) aveva intrapreso lo studio della logica alla scuola di Abelardo, lo aveva proseguito presso il già ricordato Alberico, Roberto da Melun e Guglielmo da Conches, M2 ) È possibile che nella espressione sopra citala « laquco suspendi!» (nota 525) si celi anche un’altra volta un giuoco di parole con Cornificius e carni/ex. V. upprcsso, nota 545, un altro giuoco di parole con cornicari. 693 ) Approfondite ricerche sopra Giovanni da Salisbury, dal punto di vista della storia letteraria, sono state presentate da Cristiano I’ETERSEN nella sua edizione dell’Uref/ietieus (Amburgo, 1843). La monografia, nella quale Ermanno Reuter (Johann von Salisbury : Zur Geschichte der christlichen Wissenschaft im 12. Jnhrhundcrl [G. da S. : Per la storia della scienza cristiana nel 12° Secolo], Berlino, 18 12) ha tentato di svolgere la dottrina di Giovanni, generalmente si risente dell’orientamento proprio dell’Autore, e che è tanto sbagliato quanto estremamente insufficiente. Una ricca esposizione della dottrina stessa la dobbiamo a C. ScHAARSCHMIDT, Joh. Saresberiensis nach Leben und Studiai, Schriften und Philosophie [G. da S. ueda vitu e negli studi, negli scritti e nella filosofia] (Lipsia, 1862): ma le osservazioni ch’egli muove in questo suo libro (p. 303 ss.) contro il mio modo di vedere, non in’ inducono per nulla a modificare la mia opinione, che trova appoggio nelle fonti. — Le citazioni son fatte sulla base della edizione complessiva di A. Giles (Oxford 1848, in 8°, 5 voli., dei quali il 3° e il 4° comprendono il Policraticus, mentre il Metalogicus si trova nel 5°), sebbene tale edizione non sia adatto compiuta con diligenza, e sia particolarmente da rilevare conte essa, con la più assurda interpunzione, renda spesso difficile l’intelligenza del testo (le necessarie modificazioni ce le introduco tacitamente). [Qui sono aggiunti, per il Policraticus e per il Melalogicon, i rinvii alle più recenti ediz., curate dal Webb. e seguite in massima nella riproduzione dei testi]. poi entrò in relazioni scientifiche con Adamo' dal PetitPont, ascoltò di nuovo lezioni di dialettica presso Gillierto de la Porrée, di teologia presso Roberto Pulleyn [e Simon Pexiacensis], indi ritornò agli Abelardiani, che nel corso di quei vent’anni nulla avevano appreso e nulla dimenticato 534 ), e compose intorno al 1160 535 ) il suo Metalogicus, dove principalmente espose le sue vedute relativamente alla logica. Giovanni ha scritto, come dice egli medesimo, quest’opera sua soltanto a memoria, frettolosamente e in breve tempo, dopo che da molti anni aveva interrotto i suoi studi di logica, e fu suo intento non già di comporre un commento che servisse a insegnare o a imparare, bensì essenzialmente di dimostrare la utilità della logica, contro gli attacchi che le erano stati mossi, e così difenderla 636 ). 534 ) Metal., II, 10, dove al passo citato più sopra (n. 521) fa seguito (p. 79) [79]: Deinde.... [80] me ad gramaticum de Concilia transtuli, ipsumque triennio docentem audivi. Viene appresso il contenuto della precedente nota 522, e poi [82]: Reversus itaque.... repperi magistrum Gileberlum. ipsumque audivi in logicis et divinis ; sed nimis cito subtractus est. Successa Rodbertus Pullus, quem vita pariter et scienlia commendabanl. Deinde me excepit Simon Pexiacensis [J’issiacensis. Pisciacensis, cioè da Poissy: è lecito congetturare eon lo Wcbb che si tratti dello stesso Simone, di cui v. qui sopra. nota 54].... Sed hos duos in solis theologicis habui praeceptores.... locundum itaque visum est veteres quos reliqueram et quos adhuc diabetica detinebat in monte recisero socios, conferve cum eis super ambiguilatibus pristinis, ut nostrum invicem ex collatione mutua commeliremur profectum. Inventi suiti qui fuerant et ubi ; neque enim ad palmam visi sunt processisse. Ad quaesliones pristinas dirimendas neque propositiunculam unam adiecerant. — Ibid., Ili, 3, p. 129 [134]: Habui enim hominem (cioè Adamo dal Petit — Pont: v. la nota 441) familiarem assiduitate colloquii et communicatione librorum et cotidiano fere exercitio super emergentibus articulis conferendi ; sed nec una die discipulus eius fui. Et lamen Italico gratias, quod eo docente plura cognovi, plura ipsius.... ipso arbitro reprobavi [PL, 199, 868-9 e 899]. Cfr. inoltre la nota 54. 53ó) V. Petersen, loc. cit., p. VI e 73 ss. 63B ) Metal.. Prol., p. 8 [2]: Siquidem cum opera logicorum vehementius tanquam inulilis rideretur, et me indignanlem et renitenlem aemulus cotidianis fere iurgiis provocare!, tandem litem excepi et ad.... cnlumnias.... studiti responderc.... [3] Placiti! itaque sociis ut hoc ipsum tumultuario sermone dictarem ; cum nec ad sententias subtiliter . [b) punto di vista utilitaristico, alla maniera di Cicerone. La divisione del sapere ]. — Per lui il punto di vista decisivo è quello della utilità, e per conseguenza dobbiamo già aspettarci di trovar in lui un eclettico, che procede assolutamente senza scorta di principii 537 ). Dominato com’è anche lui dalla pratica tendenza utilitaria, si distingue dal suo avversario Cornifichi, soltanto perchè non rigetta, come costui, la dottrina delle scuole, bensì vuole render pratica questa dottrina stessa; ma egli è filosofo tanto poco quanto Cicerone, con il quale si trova in intimo accordo. Anzi fa anche espressamente professione di aderire alla dottrina probabilistica di quella setta degli Accademici, ch’era caldeggiata da Cicerone 63S ), e per conseguenza trova nella utilità pratica il fine unico di ogni scienza 539 ). In tal senso si esprime circa il peexaminandas nec ad verbo expolienda studium supcresset aut otium.... (p. 9) Nam ingenium hebes est et memoria infidelior quarti ut antiquorum (v. le note 55 ss.) subtilitates percipere aut quae aliquando percepta sunt diutius valeam retinere.... Et quìa logicae suscepì patro cinium. Metalogicon inscriptus est liber. Praef. p. 113 [117]: Anni fere vigilili elapsi sunt ex quo me ah officiai» et palaestra eorum qui logicam profitrntur rei jamiliaris avulsit angustia.... Unde me excusaliorem habendum pillo in bis quae obtusius et incultius a me dieta leclor internet. Ergo procedat oratio. et quae anliquatae occurrent memoriae de adolescentiae sludiis, quoniam iocunda aetas ad menlem reducilur ctc. — III, 10, p. 156 [164]: ....pròpositura est ; scilicet, ut potius aemulo occurratur, quarti ut in artes, quits omnes docenl aut discunt, commentarli scribantur a nobis TP!, 199: 824, 889-90, 916], 1 ’ 537 ) Reuter s’inganna a partito, quando parla di un « superiore punto di vista filosofico», che Giovanni avrebbe assunto, elevandosi al disopra degl’ indirizzi allora contrastanti. ) I olycr., I, Pro!., p. 15 [1. 17] : [cum]....in phitosophicis academice disputane prò ralionis modulo quae occurrebant probabilia sectatus sim. Nec Academicorum erubesco professionem. qui in bis quae sunt dubilahilia sapienti, ab eorum vestigiis non recedo. Licei enim seda haec tenebras rebus omnibus videalur inducere, nulla ventati examinandae jidelior et, auctore Cicerone qui ad eam in senectute divertii, nulla profectui familiarior est. — Metal., II, 20, p. 102 [106]: qui me in bis, quae sunt dubitabilia sapienti, Academicum esse pridem pro/cssus sum [PL, 199: 388 e 882|. 63 ") Metal., Eroi., p. 9 [4]: De moribus vero nonnulla scienter inserui ; ratus omnia quae legiintur aut scribunlur inutilia esse, nisi dantesco verbalismo e la sottigliezza dei dialettici, facendo uso di termini così energici, che il più sistematico nemico della logica in generale, non potrebbe pronunziarsi con maggiore veemenza 54 °); anzi persino in quelle discettazioni sopra le Categorie, alle quali il suo maestro Gilberto s’era dedicato, egli trova, pur essendo per molti lati d’accordo con lui (v. appresso le note 582 ss., 593 ss. e 606 ss.), da criticare tuttavia qualche cosa, che possa cioè scapitarne la conoscenza morale di noi stessi 5U ) : e trascinato dal suo zelo per la teologia morale, qualifica la logica aristotelica, che pur vuole difender contro chi l’attacchi, con il termine aslutiae, che siamo abituati a veder usato dai nemici fanatici della filosofìa 542 ). quatenus afferunl nliquod adminiculum vilae. Est enirn quaelibet professi philosophandi inutili et falsa, quae se ipsam in cultu virlulis et vitae exhibitione non aperit [PL, 199, 825]. MO) Polycr., VII, 9, p. 110 [II, 123]: Suspice ad moderatores philosophoruni temporis nostri....; in regula una aut duobus aut pauculis verbis invenies occupalos. aut ut mullum pauculas quaesliones aplas iurgiis elegerunt, in quibus ingenium sutim exerceant et consumatit aetatem. Eas tamen non sufficiunt etwdare, sed nodum et tolam ambiguitatem cum ititricntione sua per auditores suos transmittunt posteris dissolvendum.... Latebras quacrunt, variant faciem, nerba distorquenl,... si in eo perstiteris, ut quocumque verbo defluant et volvantur. quid velit, intelligas et quid sentiat [II, 124] in tanta varietale varborum, et tandem vincietur sensu suo et capielur in verbo oris sui, si substantiam eorum quae dicunlur attigeris firmiterque tenueris. — lbid., 12, p. 122 [II, 136]: Erranl ulique et impudenler errant qui philosophiam in solis verbis consistere opinantur ; erranl qui virtutem verbo putant.... Qui verbis inhaerent, malunt videri quam esse sapientes.... [II, 137] quaestiuneulas movent, intricala verbo ut suum et alienum obducant sensum, paratiores ventilare quam examinare si quid difficultalis emersit [PL, 199, 654 e 662]. Inoltre, la precedente nota 58. 511 ) Jbid., Ili, 2, p. 164 [I, 174]: Inde est forte quod illi, qui prima totius philosophiae elemento posteris tradcre curaverunt, substantiam singulorum arbitrati sunl intuendam, quantilatem, ad aliquid. qualitotem, situai esse, ubi, quando, habere, facete, et pati, et suas in omnibus his proprietates, ari intcnsionem admittant, et susceptibilia sint contrariorum, et ari eis ipsis aliquid invenialur adversum (queste ultime son tutte questioni discusse appunto da Gilberto: v. le note 489-509 [507]). Provide quidem haec et diligenter, etsi in eo negligentiores exstiterint. quod sui ipsius notitiam in tanta rerum luce non asseculi sunt etc. [PL, 199, 479]. 5! -) Jbid., IV, 3, p. 227 [I, 243]: Astutias Aristolilis, Crisippi acuMa se cerchiamo quindi di scoprire quale sia la posizione che Giovanni assegna alla logica, dal punto di vista di un ordinamento sistematico, vediamo una volta, relativamente alla divisione delle scienze, accennato da lui un tono fondamentale, che ci ricorda molto da vicino Ugo da S. Vittore (note 45 s.), designandosi come forze ancillari, sotto la sovranità della divina pagina, le discipline meccaniche, teoriche e pratiche, e con esse la filosofia che erige il saldo baluardo 543 ) : e a tal proposito è degno di nota che anche da Ugo il compito della logica è trasferito nel perfezionamento della espressione verbale. E quando un altra volta, tenendosi attaccato, nella maniera più lampante, a Gilberto (nota 465), Giovanni distingue ima triplice funzione della ratio, — in quanto che l’uso concreto di questa (modus concretivus) è rivolto alla natura sensibilmente percettibile, Tattivita astrattamente analitica ( resolvere ) conduce alla matematica, e la comparazione riferente (conjerre et rejerre) è compito della logica 544 ), — già da ciò desumiamo l’attitudine di Giovanni ad afferrare a capriccio opinioni varie di altri, e a metterle ancora, ecletticamente, una accanto all’altra. mina, omniumque philosophorum lendiculas resurgens mortuus confutabat. Metal., Ili, 8, p. 141 [147]: Pithagoras naluram exculit, Socrates morurn praescribit normam, Plato de omnibus persuader, Aristotile* argutias procurai [PL, 199. 518 e 906], Cfr. la nota 560.,,J3 ) Enthet., v. 441 ss.: Ilaec scripturarum regina vocalur, eandem Divinam dicunt.... Haec caput agnoscil Philosophia suum ; Huic omnes artes famulae ; medianica quaeque Dogmala, quac variis usibus apio videi, Quae jus non reprobai, sed publicus approbat usus, Iluic operas debent militiamque suam ; Practicus buie servii servitque theoricus; arcem Imperli sacri Philosophia dedii [PL, 199, 971-5]. Riguardò a Ugo, cfr. più oltre la nota 555. 64 ‘) Ibid., v. 659 ss.: Res triplici spedare modo ratio perhibetur, Nec quartum poluit meni reperire modani ; Concretivus hic est, alius concreta resolyit, Res rebus confert tertius atque refert ; Naluram primus, mathesim medius comilatur, Vindical extremum logica sola sibi  [c) punto di vista retorico, come in Cicerone. Grammatica e dialettica ]. — Ma invero per la logica il punto di vista propriamente eclettico è il punto di vista retorico, perchè questo si libera di tutte le difficoltà che si possono presentare nelle questioni filosofiche fondamentali: e così anche Giovanni è esonerato dalla fatica di decidersi per ima data concezione filosofica, a preferenza delle altre. Senza determinare più precisamente il posto della logica nel campo delle scienze, nè discutere in base a una qualsiasi veduta, pur che fosse una e ben definita, la relazione del pensiero subbiettivo con la obbiettività o con la forma della espressione verbale, egli può qui accontentarsi di opporre ai nemici della logica, sfoggiando una ricca colorita varietà di frasario, e traendo partito dalla solita tradizione scolastica, il concetto e il valore della « eloquentia» 64S ). La maniera in cui il pensiero si atteggia rispetto alla espressione verbale, è qualificata mercè un fioretto retorico, parlandosi di un « dolce e fecondo connubio» della ragione e dell’eloquio 546 ), nè diverso valore ha l’altra frase, che cioè le proprietà delle cose « ridondano» nelle parole: e data l’affinità che sussiste fra le cose e ciò che di queste si dice [.sermones] (lo stesso 5Ji ) Melai.. I, 7, p. 24 [21]: Cornicatur haec domus insulsa (suis tamen verbis ) et quarti constai totius eloquii contempsisse praecepta.... [22] Ait cairn : Superflua sunl praecepta eloquentia, quoniam ea naturaliler adest aut abest (nota 529). Quid, inquarti, falsius ? Est enim. eloquentia facullas dicendi commode quod sibi cult animus expediri.... (p. 25) Ergo cui facilitas adest commode exprimendi verbo quidem quod sentii, eloquens est. Et hoc faciendi jacultas rectissime eloquentia nominatur. Qua quid esse praeslantius possit ad usum, compendiosius ad opes. fidelius ad gratinai, commodius ad gloriam, non facile video [PL. 199. 834]. M6) lbid., I, 1, p. 13 [7]: Ratio, sciattine virlutumque parens..., quae de verbo frequentius concipil et per verbum numerosius et fructuosius parit, aut omtrino sterilis permanerei aut quidem infecunda, si non conceptionis eius fructum, in lucem ederet usus eloquii; et invicem quod sentii prudens agitano mentis hominibus publicaret. Haec autem est illa dulcis et fructuosa coniugatio rationis et verbi, quae etc. [PL si legge in Abelardo — cfr. la nota 308 —, e qualche cosa di simile in Gilberto — cfr. la nota 457), si tratterebbe semplicemente di possedere in mente una quantità di cose, e in bocca una quantità di parole 547 ). Insomma per Giovanni il punto di vista più essenziale è rappresentato dalla consistenza dei mezzi, che s’abbiano una volta a disposizione, appropriati per la manifestazione del pensiero con il discorso, e pertanto la « logica nel significato più esteso» della parola, è da lui definita in termini ciceroniani come ratio loquendi vel disserendi, onde è di sua competenza l’addestramento all’uso del discorso (magisterimn sermonum): e qui essa, mentre da un lato rivela la propria utilità, dall’altro lato tiene anche il primo posto fra le arti liberali, poiché in quella più vasta accezione comprende anche la sfera della grammatica 548 ). Ma mentre con ciò si renderebbe tuttavia manifesta la esigenza di una più rigorosa determinazione, in ordine a questa estesa definizione, della relazione reciproca tra grammatica e logica (cfr. subito appresso la ) Ibid., 16, p. 42 [39]: Natura enìm copiosa est et ubertatis suae pratiam Immotine mdigentiae facit. Inde ergo est, quod [401 pròpnetas rerum redundat in voces, dum ratio offertat sermone, rebus de quibus loquUur esse cognatos. — Polycr., VII, 12, p. 124 fll. 1391 A telili cairn utilius, nichil ad gloriam aut rcs adquirendas com'modius inventati quam eloquenza quae ex eo plurimum comparatile si rerum ln r re copia sit ver,l ° rum fPL, 199, 845 e 6631. etuTrìJ, 1 ': 10 ’ P ‘ w 8 [ 2 J ]: Est ita ^ e lo * ica '  ). Ma poiché ciascun’argomentazione o disputa consiste di espressioni verbali, si la ora la distinzione — in maniera simile che in Abelardo (nota 271), e tenuto conto di questa definizione più ristretta (cfr. invece la nota 548) — fra la grammatica, che tratta soltanto della dictio, e la dialettica, che ha per oggetto e contenuto i dieta : ma a tal proposito, con atteggiamento di puro indifferentismo, si qualifica come irrilevante la questione se si tratti qui del profferire, o di quello che vien profferito 556 ). E mentre Giovanni a ciò novamente ricollega la parcisecundo super Porphirium asserii (p. 47 [PL, 64, 73; ed. Brandt, 140]), est orlus logicai disciplinae. Oporluit enim esse scientiam quae veruni a falso discerncret. et doceret quae ratiocinatio veram teneat similari i disputarteli, quae verisimibm, et quae fida sit, et quae debeat esse suspecta ; alioquin veritas per ratiocinantis operam non poterai diveniri. — I, 15, p. 41 [39]: Diabetica autem id dumtaxalaccentai. quoti verum est aut verisimile, et quicquid ab his longius dissidet ducil absurdum [PL. 199: 857, 858 e 844]. 5M) ihid.. II, 3. p. 65 [64]: Profecta igitur hinc est et sic perfecta scientia disserendi ; quae disputandi modos et rationes probationiim aperit...; aliis philosophicis disciplinis posterior tempore, seti ordine prima (parimente Ugo da S. Vittore, nota 46: e cfr. la nota 543). Inchoanlibus enim philosophiam praelegenda est, eo quod vocum et intellectuum inlerpres est. sine quibus nullus philosophiac articulus recte procedil in lucern [PL, 199, 859]. 5M ) lbid., 4. p. 67 [65] : Est autem diabetica, ut Angustino placet (v. la Sez. XII, nota 30), bene disputandi scientia.... Est autem disputare, aliquid eorum, quae dubia sunt aut in [66] contradictione posila aut quae sic rei sic proponunlur catione supposita probare rei irnprobare ; quod quidem quisquis ex arte probabiliter facit, ad dialectici pertingil metani. Hoc autem ei nomea Aristotiles auctor suus impostili, eo quod in ipsa et per ipsam de diclis disputatile : ut enim gramatica de diclionibus et in dictionibus. teste Ilemigio (Sez. precedente, nota 172), sic ista de dictis et in diclis est. Ilio verbo sensuum P rln ~ cipaliter : sed linee examinat sensus verborum ; nani lecton [aev. .ov] graeco eloquio (sicut ait Isidorus) (Sez. precedente, nota 27) dietum appellalur. Sire autem dicatur a Graeco lexis [>.£''.;], quod locutio interpretalur.... site a lecton [)£Xt6v], quod dietum nuncupatur. non multum refert ; cum ex aminare loculionis vim et eius quod dicitur veritalem et sensum. idem aut fere idem sit ; vis enim verbi sensus est. — III, 5, p. 137 [142]: Est autem res de quo aliquid, dicibile quod de aliquo, dictio quo dicitur hoc de ilio : e a ciò fan seguito le parole sopra citate, alla nota 207 [PL. zione delia logica, venuta in voga nella scuola, da Boezio in poi 537 ), la conoscenza ch’egli ha di Aristotele, lo porta in pari tempo a distinguere tra apodittica e dialettica: in tale distinzione tuttavia, neanche la prima delle due reca in se stessa una propria interna finalità, bensì rimane pur sempre come cosa essenziale la utilità della logica, così divisa, nella sua totalità 558 ). [d) conoscenza compiuta . 66 [64]: Pro co namquc logica dieta est. quod rationalis, i. e. rationum ministraloria et examinalrix est. Divisti eam Plato in dialeclicam et rethoricam ; sed qui efficaci am eius altius metiuntur, et pitica attribuunt. Siquidem ci demonstrativa. probabilis et sopii'stira subicmntur, ecc., in piena conformità con Boezio (v. in Sez. XH, nota 82). Così pure 5, p. 68 [67]: Demonstrativa. probabilis, et sophistica, omnes quidcm consistimi in inventione et iudicio, et itidem dividentes, diffinientes, et colligentes, domestici rationibus utuntur : v. ibid. la nota 76 [PL, 199, 859 e 861], yotq Uiid.. II, 14, p. 85 [87]: Principia inique dialecticae probabilia sunt ; sicut demonstralivae necessaria . — III, IO, p. 152 [160]: Sophisma est sillogismus litigatorius ; philosofimn vero, demonstrativus ; argumentum aulem. sillogismus dialecticus ; sed aporisma (v. la Scz. IV, nota 33), sillogismus dialecticus contradictionis. Horum omnium necessaria estcognitio, et in facultatibus singulis perutilis est exercilalio. — p. 154 [162]: Sic simrum instrumentorum necessc est logicum expedilam habere faciillatem, ut scilicet principia noverii. probabilibus habuntoo et inducendi omnes ad manum habeat rationcs [PL iiosce più gli scritti logici parzialmente, e soltanto per sentito dire, è da lui qualificato come vero duce (campiduc- tor) di tutti gli studiosi di logica, e in ogni caso, sebbene con le riserve dovute all’autorità della fede cristiana e della teologia morale, come maestro dell’arte di disputare 559 ): al ciceroniano Giovanni, cioè, manca naturalmente il senso dell’ intimo valore filosofico della logica aristotelica, nella quale scorge invece soltanto una tecnica estrinseca: e perciò è anche sua opinione  questo ci fa ricordare la espressione su ricordata (nota 542) « astu- tiae» — che Aristotele mostri maggior vigore nella polemica contro altri, che non nella costruzione positiva della sua propria dottrina 58 °). Prese le mosse dalla tesi che la logica, come tecnica dei discorsi ( sermones ), comprendendo inventio e iudicium (Sez. XII, nota 76), è lo strumento di tutte le discipline, per la quale ragione appunto Aristotele si è meritato di essere soprannominato « il Filosofo » 581 ), Giovanni con- 559 ) Ihid., Ili, 10, p. 147 [154]: Rei rationalis opifex et campi- doctor (Giles legge campi doctor [PrantJ, campiductor ]) eorum qui lo- gicam profitentur. Campidoctor (come sopru) itaque Peripateticae disciplinae, quae prae ceteris in veritatis indaga- lione laboret, infelicem summam operis dedignatus, taluni compqnil (allusione a Hor. Ars poet., v. 34); cerlus quoti cuiusque operis per- fectio gloriam sui praeconalur aucloris. — IV, 23, p. 180 [190] : Sicul optimus campidoctor (qui anche il Giles dà la lezione corretta [ campiductor ]) hunc ad infcrendam pugnimi, illum inslruit ad cau- telam. — 27, p. 183 [193]: Nec tamen Aristotilem ubique bene aut sensissc aut dixisse protestar, ut sacrosanctum sit quicquid scripsit. Nam in pluribus [194], optinente ratione et auctoritatc fidei, con- vincitur errasse . linde sic accipiendus est, ut ad promovendos iu- vrnes ad gravioris philosophiae instituta doctor sit, non morum sed disceptaiionum [PL, 199: 910, 915-6, 930, 932], 5 ““) Ibid., III, 8, p. 141 [147]: Aristotilem prue ceteris omnibus tam aliae disserendi ratiocinationes quam diffiniendi titulus (cioè il contenuto del 6° Libro della Topica) illustrarci, si tam patenter astrarrei propria quam potenter destruxil aliena [PL, 199, 906], M1 ) Enlhel., v. 821 ss.: Magnus Arisloleles sermonum possidet artes Et de virtutum culmine nomen habvt. Judicii libros componil et inve- niendi Vera, facultales tres famulantur ei; Physicus est moresque docet, sed logica servii Alidori semper officiosa suo ; Haec illi nomen proprium Jacit esse, quod olim Donai amatori sacra Sophia suo ; Nam qui prae - sidera l’intiero Organon in una maniera che perfettamente si accorda con il modo di pensare di Abelardo (note 271 ss.); Aristotele cioè avrebbe ricevuto dalle mani dei grammatici la semplice vox significativa, della quale avrebbe preso a trattare nelle Categorie, in tal guisa che essa possa poi (De Interpretatione) venire considerata come elemento della complessa struttura del giudizio, e a ciò possa far seguito Io svolgimento di quanto si attiene alla inventio e al iudicium ; la Isagoge compilata da Porfirio [per introdurre] alla prima di queste parti principali, appartiene al tutto, proprio soltanto quale introduzione, e non si deve, come si suole da molti (note 56 ss.), farne per così dire la cosa principale 562 ). Così però si opera nell’Organon anche una nuova divisione in due gruppi principali, in quanto che la Isagoge, le Categorie e il De interpr. posson valere solamente da gradi preparatorii (praeparaticia artis), essendo tali libri ad artem, piuttosto che de arte, laddove la tecnica vera e propria, nella quale la inventio e il iudicium trovano la loro piena esplicazione, si presenta nelle tre opere celiò, liluli communis honorem Vindicat. — Metal., II, 16. p. 88 [90]: fìrnnes se Aristotilis adorare vestigio gloriantur ; adeo quidem, ut communi' omnium philosophorum nomea praeminentia quadam sihi proprium fecerit. Nam et antonomasice, i. e. excellenter. Philo- sophus appellatile [PL, 199: 983 c 873], 562) jVf e (a/., II, 16. p. 89 [90]: Ilic ergo (cioè Aristotele) proba- bilium rationes redegit in artem et, quasi ab dementis incipiens, usque ad propositi perfectionem evexit. Hoc autem pianura est his qui scru- tantur et diseutiunt opera cius. Voces enim primo significativas. i. e. sermones incomplexos, de gramolici menu accipiens, differentias et vires eorum diligenler exposuit, ut ad complexionem enuntiationum et inveniendi iudicandique scientiam facilius qccedant. Sed quia ad lume elementarem librum magis elementarem quodammodo scripsit Por- phirius, eum ante Aristotilem esse credidii antiquitas praelegendum. Recte quidem, si recte doceatur ; i, e. ut tenebras non inducal [91] erudiendis nec consumai aetatem,,.. linde quoniam ad aliu introduclorius est, nomine Ysagogarum inscribitur. Itaque inscriptioni derogant qui sic versantur in hoc, ut locum principalibus non relinquant [PL, principali: Topica, Analitici e Soph. Elenchi 563 ). Ma proprio per rispetto alla inventio e al iudicium, risulta di nuovo un altro punto di vista da adottar quale principio della partizione, in quanto che la Topica, insieme con i libri precedenti, riguarda prevalentemente e fondamentalmente la inventio, laddove alla stessa maniera Analitici e Soph. El. debbono servire al iudicium ; tuttavia neanche si potrebbe daccapo mantenere rigorosamente questa partizione (della quale poi non sappiamo davvero perchè in generale sia stata assunta come fondamentale), perchè alla inventio contribuiscon pure gli Analitici e i Soph. El., e viceversa anche la Topica giova al iudicium 564 ). D’altra parte, oltre a tutto ciò, troviamo che Giovanni, per far intendere che cos’è l’Organon, utiM3 ) Dopo che cioè nel lib. Ili, cap. I, del Metal, si è trattato della Isagoge, nei cap. 2 e 3, delle Categorie, c nel cap. 4, del De interpr., al principio del c. 5, p. 134 [139] si legge: Artis praeparalitia praecesserunl, ad quam suus opifex et quasi legislator rudem omnino tironem irreverenter el, ul dicisolet, illotis manibus non censuit admittendum.... Utilissima quidem sunt et, si non satis proprie dicantur esse de arte, satis vere dicuntur esse ad artem : parum autem refert, si magis dicatur ari sic. Ipsum itaque quodammodo corpus artis, deditctis praeparatiliis, principaliter consistit in tribus ; scilicet Topicorum. Analeticorum. Elenchorumquc notitia; his enim perfecte cognitis, et habitu eorum per usum et exercilium roboratis, inventionis et iudicii copia suffragabitur in omni facultate tam demonstratori quam dialectico et sophistae [PL, 199, 902]. M4 ) Ibid., IV. 1, p. 157 [165]: Unde cum inventionis instrumenta procurasset et usum. quasi in conflatorio setlens, examinatorium quoddam studuit cadere, quo diligentissima fieret examinatio rationum. Ilic autem est Analeticorum liber, qui ad iudicium principaliter special, et lanieri ad inventionem aliquatcnus proficit. Nani [166] disciplinarum omnium connexae sunt rationes, et qucelibel sui perfectionem ah aliis mutuatur. — III. 5, p. 134 [139]: Scientia Topicorum. quae, etsi inventionem principaliter instruat, iudiciis tamen non mediocriler sujjragatur.... Siquidem sibi invicem universa contribuunt. coque in [140] proposito facultate quisque expeditior est, quo in vicina el cohaerente instructior fueril. Ergo et tam Analetice quam Sophistica conferunt inventori, et Topice itidem conducit indicanti ; facile tamen adquieverim singulas in suo proposito dominari et accessorium esse beneficium cohaerentis. — IV, 8, p. 164 [173]: Licei ad iudicium maxime dicatur hacc scientia (se. demonstrativa) pcrtinere, invenlioni tamen plurimum conferì [PL izza una similitudine, e compiutamente la svolge, facendo corrispondere alle lettere dell’alfabeto le Categorie, e alle sillabe il libro De interpr. 56S ); fa poi seguito la Topica, che rappresenta la parola (dictio) e v’incliiude la colleclio degli elementi 566 ) : e ciò anzi in tal guisa, che, procedendo lo sviluppo nel senso di una costante ascesa, a fondamento di tutta quanta la logica stia il primo libro della Topica 567 ), e cosi poi il libro ottavo corrisponda alla connessione della proposizione ( constructio, espressione di Prisciano — cfr. la nota 273), ond’è proprio questo il libro, in cui si dà la scalata al punto culminante della logica, ed esso, al paragone di tutta la letteratura moderna (dei moderni : v. le note 55 ss.), dev’essere qualificato come lo scritto di gran lunga più utile 588 ). Gli Ana5C5) Jbid., Ili, 4, p. 130 [135]: Libcr Pcriermeniarum, vel potius Periermenias (v. la Sez. precedente, nota 33), ratione proporlionis sillabicus est, sicul Praedicamenlorum elementarius ; nam dementa ralionum, quae singulatim tradii in sermonibus incomplexis. iste colligil, et in modum sillabae comprehensa producit ad veri falsiquc signijlattionern. Tantae quidem subtilitatis est habitus ab antiquis, ut in praeconium eius celebralum ferat Isidorus (v. ibid. la nota 34), quia Aristotiles, quando Periermenias scriplilabat, calamum in mente tinguebat [PL, 199, 899]. _ 66r >) Ibid.. 6, p. 137 s. [143]: Sicul autem elementarius est Praedicamentorum, Pcriermeniarum vero sillabicus, ila et Topicorum liber quodammodo dictionalis est. Licei enim in Periermeniis agatur de simplici enunliatione, quae ulique veri falsine dictio est, nondum tornea ad vim colligendi pertingit, nec illud assequilur. in quo dialecllces praecipua opera versalur. Ilic vero prirnus est in rationtbus ex piicandis, doctrinamquc facit localium argumentationum, et sequcntium complexionum pandit initia ]PL, 199, 904]. _ 567 ) Ibid., 5, p. 135 [140]: Odo quidem voluminibus clauditur, fiuntquc semper novissima eius potiora prioribus. Primus autem quasi materiam praeiacit omnium reliquorum [141] et lolius logicae quaedam conslituit fundamenta [PL, 199, 903]. 56S ) Ibid., 10, p. 147 [154]: Arma lironum siiorum locami m arena, dum sermonum simplicium significationem evolverei et ilem cnunliationum locorumque naturam aperiret.... Ut autem praemissae similitudinis sequamur proporlionem, quemadmodum Categoriarurn clcmentarius, Pcriermeniarum syllabicus, proemiasi Topici dictwnnles libri sunt ; sic Topicorum octavus constructorius est ralionum, quorum eiementa vel loca in praecedentibus monstrala sunt. Solus itaque versatur in praeceptis, ex quibus ars compaginatur, et plus confort ad scientiam  litici Primi, che si riattaccano a quel libro stesso, vengono, con l’aggiunta di una barbarica interpretazione [etimologica] del titolo (cfr. la nota 23 e la Sez. precedente, n. 288), lodati bensì parimente per la loro utilità, ma nello stesso tempo criticati tuttavia per la sterile loro forma, poiché non soltanto si trova lo stesso contenuto svolto altrove (cioè evidentemente in Boezio, de syll. cat. e Introd. ad syll. cat.) in forma molto più facile e penetrante, ma ancora perchè quell’opera, in generale, con il suo stile conjusus e inintelligibile, è poco meno che inservibile per dare all’argomentazione il suo apparato esteriore (ad phrasim instruendam) : e però ci si doveva limitare a imparar a memoria le regole in essa contenute (dunque press’a poco alla stessa maniera che troviamo in Boezio, loc. cit. [direi che si riferisca alla nota 77 della Sez. XII, richiamata nella nota — o, più precisamente, al seguito del testo corrispondente, dove si parla di Boezio, come del primo autore di una logica, indirizzata all’unico intento di far entrare un certo numero di regole nelle teste dei più stupidi]), ma il rimanente si poteva lasciarlo da parte, come loppa o foglie secche 589 ). disserendi, si memoriter habeatur in corde... .quam omnes fere libri dialecticae, quos moderni patres nostri in scnlis legere consueverant ; nani sine eo non disputatile arte., sed casu [PI]. 60 °) Jbid.. IV, 2, p. 158 [166]: Analeticorum quidem perutilis est scienlia, et sine qua quisquis logicam profitetur, ridiculus est. Ut vero ratio nominis exponatur, quam Graeci Analeticen diclini, nos possumus Rcsolutoriam appellare (questo è un pensiero che Giovanni ha preso da Boezio : v. la Sez. XII, nota 77), familiarius tamen assignabimus. si dixerimus aequam locutionem; nam illi anu « acquale », lexim « locutionem » dicunl. Frequens autem est, cum sermo parum est inlellectus, et eum in notiorem resolvi desideremus aequivalenter ; unde et interpres meus (probabilmente uno o l’altro di que’ due traduttori, che abbiamo trovati più sopra, note 32 s.), cum verbum audirei ignotum, et maxime in compositi », dicebat « Analetiza hoc » quod volebat aequivalenter exponi . Ceterum, licei necessaria sit dottrina, liber non eatenus necessarius est ; quicquid enim continet, alibi faci lius et fidelius traditur, sed certe verius aut forlius nusquam. Siquidem et ab invito fidem extorquel.... Porro exemplorum confusione et traiectione litterarum quas tuoi de industria, tum causa brevilatis, tum E se è opinione di Giovanni che questa incomprensibilità si manifesti per es. particolarmente neU’ultimo capitolo degli Analitici Primi (Sez. IV, note 649 s.) 57 °), lo stesso biasimo è da lui rivolto anche contro tutti quanti gli Analitici Secondi, soltanto con raggiunta, che una parte di colpa ce l’ha forse la traduzione 571 ). Invece il ciceroniano Giovanni si trova ora di nuov o, da buon retore, nel suo elemento, con i Soph. Elenchi, che pertanto, staccati dalla Topica, egli colloca alla fine dell’Organon; dice che nessun altro libro è più utile di questo per la gioventù, e com’esso porge il più grande ausilio per la retorica (ad phrasin), così va preferito anche ai due Analitici, perchè promuove, in maniera più facilmente intelligibile, la eloquentia, cioè la espressione del pensiero mediante la parola). Ma dalla Topica ne falsitas alicubi cxemplorum argueretur, interseruit, coleo confusus est, ut cum magno labore co perveniatur, quoti faciliime tradì potest. Sicut autem regulae utiles sunt et necessariae ad scientìam, sic liber fere inutilis est ad frasim instruendam, quam nos verbi supellectilem possumus appellare.... Ergo scientia memoriter est firmando, et verbo pleraque excerpenda sunt ; ....quac alio commode transferunlur et quorum potest esse frequentior usus. Reliquae coaequantur foliis sine fructu, et oh hoc aut calcantur aul sua relinquuntur in arbore. (Qui fa seguito il passo citato più sopra, nota 20). — Ibid., HI, 4, p. 132 [137]: Sunt autem pleraque quae, si a suis avellas sedibus, aut nichil aul minimum sapiunt auditori; qualia fere sunt omnia Analelicorum exempla, ubi litterae ponunlur prò terminisi quae, sicut ad doclrinam profìciunt.. sic tracia alias inutilia sunt. Regulae quoque ipsae, sicut plurimum vigorie habent a veritate doclrinae, sic in commercio verbi minimum possunt [PL, 199, 916-7 e 900-11. 67 °) Ibid., IV, 5, p. 162 [170]: Postremo agii de cognitione naturarum. Grande quidem capitulum et quod, licei aliqualenus proposito conferai, fidem tamen prom issi nequaquam irnpìet. Unum scio, me huius capituli beneficio neminem in cognitione nalurarum vidisse perfectum [PL, 199, 919], Il passo è stato citato di già più sopra (nota 27). E72 ) Metal., IV. 22, p. 178 s. [188]: Sophisticam esse dicium est, quae falsa imagine tam dialecticam quam demonslralìvam acmulatur, et speciem quam virtulem sapientiae magis affettai.... Opus quidem dignum Aristotile et quo aliud magis expedire diventati non facile dixerim .... Frustra sine hac se quisquam [189] gloriabitur esse philosophum; cum nequeat cavere mendacium aut alium deprehendere menlientem.... Unde et ad frasim eoncilìandum et totius philosophiae in[di Aristotele], che contiene proprio il fondamento della logica, sono scaturiti i rispettivi scritti di Cicerone e di Boezio, come pure il libro di quest’ultimo De divisione (su questo punto non c’è dubbio che Giovanni ha perfettamente ragione), il quale tra le opere di Boezio occupa un posto particolarmente eminente 573 ). [e) la « ratio indijjerentiae » come indifferentismo scientifico]. — Con questo ci siamo ora perfettamente orientati riguardo al punto di vista di Giovanni, e in esso ravvisiamo certo con buon fondamento un’accentuazione di quella, che Abelardo aveva chiamata (nota 267) eloquentia Peripatetica ; e se nel rispetto filosofico già in Abelardo aveva prevalso una conciliazione inorganica di opinioni opposte, anche questo può ripetersi in più alto grado per Giovanni. È in verità un atteggiamento coerente il suo, quand’egli, stando con l’attenzione rivolta in modo esclusivo alla eloquenza dell’argomentazione, va in cerca persino di una formula determinata, con cui elevarsi a tutta prima al disopra di quante difficoltà potrebbero esser riposte in una salda posizione filosofica, che fosse assunta nel contrasto fra le tendenze. Questa formula è la sua« ratio indijjerentiae », vale a dire il procedimento del perfetto indifferentismo. Egli cioè anzitutto, trattandosi della conoscenza delle cose che posson essere oggetto dei discorsi (rerum praedicamenlalium : v. appresso vesligationes sophisticae exercitatio plurimum prodest ; ita tamen ut veritas, non verbositas, sit huitis excrcilii fructus. In eo autem michi videntur (se. Elenchi ) Analelicis praejerendi, quod non minus ad exercitium conferunt et faciliori intellectu eloquenliam promovent [PL, 199, 929-30], 57a ) Ibid.. Ili, 9, p. 145 [152]: Qui vero librum hunc (cioè la Topica aristotelica) diligentius perscrutatur, non modo Ciceronis et Boetii Topieos ab his septem voluminibus (cioè dai primi sette libri) erulos deprehendet. sed librum Divisionum, qui compendio verborum et eleganlia sensuum inter opera Boetii, quae ad logicam spectant, singularcm gratiam nactus est [PL, e dei discorsi stessi (sermonum), richiama l’attenzione sopra la molteplicità di significato a cui i discorsi si prestano, e osserva che questi all’epoca di Aristotele potevano avere un significato diverso, perchè invero, secondo la sentenza oraziana, le parole van via scorrendo in continuo mutamento, e solamente 1’ uso le fissa a questo o quel modo). E sebbene ora si conceda che, a parità di significato, la terminologia degli antichi sia più degna di reverenza, che non quella dei moderni), in linea di principio tuttavia l’uso è più potente che non sia lo stesso Aristotele: e perciò, in quanto venga in questione la verità di fatto nella sua obbiettività, e con essa il senso reale delle parole, ben possono anche sacrificarsi l’espressioni verbali, mentre d’altra parte, fin che la cosa sia soltanto ammissibile, si può conservar insieme, del1 antica dottrina, e la lettera e l’intimo significato 576 ). S71 ) Ibid., 3, p. 128 [133]: Profecto rerum praedicamentalium et sermonum pcrulilis est notitia.... Et quia multiplicitas sermonum plerumque inlelligentiam claudit, quoliens dicatur unumquodque docci (se. Aristotiles) esse quaerendum.... Conlingit autem tractu temporis, et adquiescente utentium voluntate, multipticitalem sermonum nasci itemque extingui.... (p. 129) [134: Esse in aliquo] multiplicius dicitur quam Aristotelis tempore diceretur ; et quae lune verbo aliquam. nunc forte nullam habenl significalionem ; siquidem « Multa renascentur quae iam recidere, cadentque Quae nunc sunt in honore vocabuia, si volet usus, Quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi » (Hor. Ars poet., v. 70 ss.) [PL, 199, 898-9J. “"') Ibid., 4, p. 131 [136]: Praeterea reverentia exhibenda est verbis auctorum, cum culla et assiduitale utendi ; tum quia quondam a ma gnis nominibus antiquitatis praeferunt maiestalem, tum quia dispendiosius ignorantur, cum ad urgendum aut resistendum potentissima sint.... Licei itaque modernorum et veterum sii sensus idem, venerabilior est velustas [PL, 199, 900]. 6,r ') Patet itaque quod usus Aristotile potentior est in derogando verbis vel abrogando verbo ; sed veritatem rerum. quoniam eam homo non statuii, nec voluntas Humana convellit. Itaque. si fieri polest, artium verba teneantur et sensus. Sin autem minus, dum sensus maneat, excidant verbo ; quoniam artes scirc non est scriptorum verbo revolvero, sed nasse vini earum atque senlentias. Enthel., v. 27 ss.: Qui sequitur sine mente sonum, qui verbo capessit. Non sensum, judex integer esse nequit : Quum vim verborum dicendi causa minislrel, Ilaec si nescilur, quid nisi ventus erunl? [PL Già di qua si desume che tale principio deve condurre a una maniera estremamente comoda di fare sparir tutte le difficoltà che vengono a galla, perchè in tutti questi casi basterà dire che la espressione verbale nel corso del tempo è venuta ad assumere un significato diverso, oppure che in generale essa non ha importanza. Cosi dice appunto Giovanni stesso (a proposito di una opinione di Bernardo da Cliartres) che non è per lui di nessun momento il prender una parola alla lettera, e che non c’è punta necessità di metter in armonia con un singolo passo, in tal senso, anche tutti gli altri passi). E di fatto a questa maniera la ratio indijjerentiae, ch’egli ritiene il punto di vista giusto anche ai fini del tradurre (nota 32), prende forma, dov’egli si richiama a essa, di esplicito metodo di negazione dello spirito scientifico. Poiché certamente è somma leggerezza non soltanto il considerare, com’egli fa, « significare-» e « praedicare » quali perfetti sinonimi, mentre Abelardo si era pure sforzato di arrivare a una rigorosa definizione (nota 318), — ma anche il denotare, a tal proposito, come cosa assolutamente indifferente che p. es. con gli aggettivi si voglia intendere la qualità, ovvero l’oggetto che n’è qualificato; e rimettendosi egli su questo punto per ciascun singolo caso a una benigna interpretatio, fa valere le Categorie come un fondamento essenziale ad avvalorare il suo procedimento, proprio perchè in esse si tratta, ora delle parole significanti, ora delle cose significate 578 ). Similmente ) Metal., dove al passo che abbiamo già citato qui sopra (nota 93) fa seguito: Habet haec opinio sicut impugnatores, sic defensores suos. Michi prò minimo est ad nomea in talibus disputare, cum intelligentiam dictorum sumendam noverim ex causis dicendi. Nec sic memoratam Arislotilis aliorumve auctoritates interprelandas arbitrar, ut trahalur istuc quicquid alicubi dictum reperitur [PL, 199, 893]. 57S ) Ibid., p. 122 [126]: Ex quo liquel quoniam « significare », sicut et « praedicare », multipliciler dicitur ; sed quis modus familiarissimus sit, discernere palam est. Inde est, quod iustus et similia si comporta Giovanni, a proposito di un passo aristotelico, e viene su questo punto, conforme alla sua indifferentia o ratio licentiae, al risultato, che 1’ individuo singolo, percettibile per mezzo dei sensi, può essere tauto predicato quanto soggetto”»). E se nella trattazione di tali questioni siamo con Giovanni al punto dove la logica finisce, prima di esser in generale neanche incominciata, non può farci maraviglia che, presentandosi difficoltà un poco più riposte, egli enunci subito con tutta disinpassim apudauctores rame dicuntur iustum, nunc iustitiam significare vel predicare.... [127J Tale est iUud Aristntilis : Qualitalem significant, ut album; quantilatem, ut bicubitum (Cai., 4: v. la Sez. IV. nota 303 [dove la citaz. si arresta avanti le esemplifieaz. : Sinr/u Xsuxiv...]; in Boezio [ad Ar. praed., I; PL, 64, 180], p. 127) .Sic ulique quia dantur a quahtale vel quanlitate, ila et qualitalem praedicant, quam apposita demonstrant inesse subieclis ; inlerdum dicuntur significare quatta, quomam apposilione sua declarant quali,i sint subiecta. Sed haec a se, si sit benignus inlerpres, non multum distaili, etsi andito albusintelhgatur in quo albedo ; cum autem albedo (licitar, non mteUigiturin quo talis color ; sed polius color jaciens tale. Illud vero quod nudità voce concipit iniellectus, ipsius familiarissima significalio est. 3, p. 122 s.: Quia ergo aut acquivoce aul univoco aut denominative, ut sequmtur indifferentiae rationem, singula praedicanlur, ipsaque praedicatio quaedam ratiocinandi materia est. praedicamenlorum praemissa sunt instrumenta.... Rationem vero indifferentuie, LI—“J quarti semper approbamus, liber iste commendai prue cetens ; etsi ubique dilìgenter inspicienti manifesta sit. Agii enim nunc de sigmficantibus, nunc de significati, aliorumque doctrinam J acU n nomuitbus aliorum [PL, 199, 894-5], « Ih>d " 2 ;?‘ P'., 110 Mine forte est illud in Analeticis Aristomenes intclligibihs semper est; Aristomenes autem non semper . ( Ar l al pr .,, I, 33; in Boezio [PL], p. 445). Et hoc quidem est singulariter individuum, quod salum quidam munì posse de al,quo praedicari.... Ego quidem opinionem hanc vehementernec impugno, nec propugno; nec enim multum referre arbitror, ob hoc quod illam amplector indifferentiam in vicissitudine sermonum, sino qua non credo quempiam ad mentem auctorum fidehter pervenire. Itaque hic. sicut et alibi, executus est quod decet libertdium artium pracceptorem, ugens, ut dici solet. Minerva pinguion [Cic. de Amie., V, 19] ut intelligeretur.... Quid ergo prohihcl,uxta hanc licentiae rationem ea quae sunt sensibilia vel praedicari vel subici? Nec opinor auctores hanc vim imposuisse sermoni, ut alligatus sit ad imam in iuncturis omnibus signìficationem, sed doctnnaliter sic esse locutos, ut ubique servianl inlelleclui Ino c ° n ‘™ n f!' !i '! mus est el Q upm ‘bi haberi prue ceteris ratio exigit [PL. 149, 886-/]. V. inoltre appresso [il seguito, nella] voltura il suo punto di vista, come p. es. quando, riguardo al giudizio universale, prende per equivalenti la inerenza obbiettiva e la predicazione subbiettiva, e tutt’al più ravvisa qui ima modificazione di terminologia, presentatasi nel corso del tempo 580 ). [f) la Isagoge. Concezione deglia universalia in re»]. — Se dopo di ciò seguiamo nei loro particolari l’espressioni di Giovanni relativamente alla sfera propria della logica, tenendo dietro al filo della partizione da lui stesso assunta come fondamentale per l'Organon, — incontriamo in lui anzitutto, come ben s’intende, nell analisi della Isagoge, cioè nella questione degli universali, 1 estremo sincretismo o eclettismo, cbe sfocia da ultimo in una concezione stoico-ciceroniana. Non già al punto di vista di un filosofo cbe stia al disopra della unilaterale contesa tra i contrastanti indirizzi, bensì a mancanza di acume filosofico o a faciloneria da retore praticone, s’informa l’atteggiamento di Giovanni, quando qualifica come infantile tutta la disputa sui concetti di genere e di specie : e invero, a tal proposito, egli si limita a tirarsi indietro, riferendosi a quella molteplicità di significati delle parole, di cui più sopra (note 574 s.) abbiamo fatto cenno : imperocché genere e specie possono significare cosi il principio della generazione, cioè la base ontologica delle cose, come anche il predicabile, cioè il valore logico dei concetti universali 58 ^). E a quel modo cbe su questo punto m°) JHd„ IH, 4, p. 132 [137]: Quod dicitur „in loto esse allerum alteri “ vel .. 'in loto non esse ", et „universaliler aliquid de aliquo prae dicari '“ vel „ab aliquo removeriidem est (cfr. la nota 16); frequens tamen usus est alterius verbi, et alterius fere inlercidit, nisi quatenus ex condicto inlerdum admittitur. Fuit /orlasse tempore Aristotilisutriusque usus celebrior, sed nunc prae altero viget alterum, quoniam ita vu lt usus. Sic et in co quod dicitur contingens. aliquatenus derogatimi est ei quod apud Aristotilem optinebat [PL, 199, 901] (cfr.la nota 216). 581 ) lbid., 1, p. 116 s. [120]:... sed ad puerilem de genenbus et speciebus.... inclinavit opinionem (s’intende Abelardo); malens in Giovanni si appoggia al commento boeziano della Isagoge di Porfirio, così insomma è ancor una volta, come vedremo (nota 602), in un passo isolato di Boezio che ci si offre concentrata la opinione di lui, sicché anche in lui ritroviamo di nuovo un argomento per provare quanto strettamente tutto il movimento degli studi di logica in quell’epoca si tenesse attaccato a sentenze frammentarie degli autori tradizionalmente più autorevoli. Perfettamente analogo all’atteggiamento di Abelardo, che si riattaccava a un solo unico passo [della versione boeziana del De inlerpr.] per avvalorare la duplicità del suo modo di vedere [nella questione degli universali] (nota 286), è l’atteggiamento complessivo anche di Giovanni, in quanto ch’egli presta agli universali un valore ontologico, e logico al tempo stesso; con la sola differenza, che in lui la confusione dei punti di vista è non soltanto più complessa e stravagante, ma anche ben più contraddittoria che non in Abelardo. Giovanni, cioè, non soltanto parla occasionalmente, quale teologo, intorno ai concetti di sostanza e di essenza, alla stessa maniera che si trovano trattati questi argomenti nel Pseudo-Boezio de Trin. e in Gilberto 582 ), ma anche in quello scritto ch’è dedislruere et promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum esse obscurwr.... Itaque sic Porphirius legendus est, ut sermonum de quibus agitar, significatici teneatur, et ex ipsa superficie habeatur sensus verborum.... Sufficiai ergo introducendo nosse quia nomen generis multiplex est et a prima instilutione significai generationis prìncipium.... Deinde hinc translatum est ad significandum id, quod de differentibus specie in quid pratdicatur (sopra questa terminologia abbreviata, v. la nota 282). Item et species multipliciter dicilur ; nam ab instilutione formam significai.... Hin autem sumptum est ad significationem eius quod in quid de differentibus numero praedicalur. (lutto ciò ha fondamento in Boezio [ad Porph. a Vict tranci I 22: ed. Brandt, p. 66; PL, 64. 38], p. 22, e [od Porph. a se fransi, lì, 2: ed. Brandt, p 171 ss.; PL, 64, 87-8] 57 s.).... Quid ergo sibi volunt [Webb: voi in qui.... quicquid aliud exeogitari potest, adiciunt ?.... Vocabulorum simpliciter aperiantur significai ioncs, apprehendatur illa quae proposito congruit per descriptiones certissimas etc. [PL]. oS ") Epici. Quicquid autem subsistit, sine dubìo in genere vel in natura vel in substantia manet. Quum ergo essentiam cato alla logica, espressamente manifesta il suo accordo con Platone e con il suo realismo ontologico, secondo il quale il vero essere appartiene all’ intelligibile, mentre le cose concrete neanche son degne del verbo «esse» 083 ). E com’egli all’erma quale base reale dell’essere la natura non peritura della sostanza e la persistente efficienza della forma, attenendosi in ciò pedissequamente al motto, trasmesso per antica tradizione « singultire sentitur, universale intelligitur » 6M ), così a lui Gilberto è guida, anche relativamente alla definizione della natura, e alla forza plasticadella differenza specifica 686 ): Giovanni anzi si serve persino del termine « jorma nativa » (cfr. la nota 467); nè parimente manca in lui, come non manca in alcuno tra i realisti, il concetto di partecipazione 586 ) ; infine la dicimus significare naturam, vel genus rei suhstantiam. intelligimus ejus rei, qua e in his omnibus semper esse subsistat.... Quod si apud Graecos expressam habent dififerenliam lutee, quae Ilio totics inculcata sunt, essendo, natura, genus, substantia, cam expediri omnium arbitror interesse quamplurimum [PL, 199. 162-3]. i > 83 ) Metal., IV, 35, p. 193 [204]: Plato quoque eorurn quae vere sunt et eorum quae non sunl sed esse videntur, dififerenliam docens, intelligibilia vere esse asseruit.... Unde et eis post essenliam primam reale competei esse; i. e. firmus certusque status, quem verbum, si proprie, ponilur, [205] cxprirnil substantivum ; temporalia vero videntur quidem esse, co quod intelligibilium praetendunt imaginem. Sed appellatione verbi substanlivi non satis digna sunt quae rum tempore transeunt, ut nunquam in eodem statu permansavi, sed ut fumus evane scant ; fugiunt enim, ut idem ail in Thimaeo (p. 49 E), noe expeetant uppellutionem .... p. 195 [206]: Ideam vero.... sicut aelernam audebat dicere, sic coaeternam esse negabal [PI., 199, 938-9]. 6M) Enthet. Nulla perire potasi substantia, formaque jormae Succedens prohihet, quod movet, esse nihil. Solis corporeis sensus carnalis inhaeret, Res incorporcae sub ratione jacent [PL. 199. 987 e 992]. m ) Metal., I, 8, p. 26 [23]: Est autem natura, ut quibusdam placet (evidente allusione a Gilberto: v. la nota 461), ( licei eam sit dijfinire difiìcile,) vis quaedam genitiva, rebus omnibus insita, ex qua /arare vel [24] pati pnssunt. Genitiva autem dicitur, eo quod ipsam res quaeque controllai, a causa suae generalionis, et ab eo quod cuique est principium existendi.... (p. 27) Sed et unamquamque rem injormans specifica differenza, aut ab eo est, per quem facta sunt omnia. aut omnino nichil est. Esto ergo ; sit potens et ejficax vis illa genitiva, indita rebus originaliter [PL, 199, 835—6]. 686 ) Énthet.. v. 395 ss.: Est idea potens veri substantia, quae rem stessa concezione della individualità assume una forma tale, che vi riconosciamo la distinzione di Gilberto tra dividila e individua 587 ). [g) grossolano eclettismo, nella questione degli universali]. Ma, dopo avere udito Giovanni pronunziarsi in tal maniera, che non lascia adito a equivoco, abbiamo ragione di maravigliarci che egli, per il fatto che l’intelligibile non può esser universale, ma può soltanto esser concepito universalmente, dichiari che quella intorno agli universali è una disputa priva di oggetto, nella quale si cerca di acchiappare la sostanzialità di un’ombra o di una nube fuggevole 688 ). Vien ora anche, per quel che riguarda la logica, dato formalmente congedo a Platone, oltre che ad Agostino e a tutt’ i Platonici, per far posto ad Aristotele, sia pure con l’aggiunta, a mo’ di consolazione, che la dottrina di quest’ultimo può ben darsi Quamlibet informat ut Jacit esse, quod est ; Omne quoti est vcrum, convinci! forma vel actus, Necfalsum clubites, si quid utroque caret. Forma suo generi quaevis addirla tcnelur Et peragil semper, quicquid origo jubet; Ergo quod informa nativa constai agilve, Quod natura mancns in ratione rnonet Esse sui generis, veruni quid dicilur idque Indicai effectus aut sua forma probat. — Polycr.. Iniplet autem haecvita omnem creaturam, quia sine ea nulla est substantia creaturae. Omne enim quod est, eius participatione est id quod est [PL]. Metal. Ergo si genera et species a Deo non sunt, omnino nichil sunt. Quod si unumquodque eorum ab ipso est, unum piane et idem bonum est. Sì autem quid unum numero est, protinus et singulare est. Nam quod quidam unum aliquid dicunt, non quod unum in se. sed quod multa unial expressa plurium conformitate, articulo praesenti non derogant.... Omnis namque substantia acciden tium pluralitate numero subest. Accidens autem omne et forma quaelibet itidem numero subiacet, sed non accidentium aut formarum participatione, sed singularitate subiecti [PL, 199, 884], Polycr., VII, 12, p. 127 [II, 141]: Sicut in umbra cuiuslibel carpari, frustra solidilatis substantia quaeritur, sic in his quae intelligibilia sunt dumtaxat et universaliter concipi nec tamen univcrsaliler esse queunt, solidioris existentiae substantia nequaquam invenitur. In his aetatem terere nichil agentis et frustra laborantis est ; nebulae siquidem sunt rerum fugacium et, cum quaeruntur avidius, citius danese uni [PL che non sia per nulla più vera, ma è comunque his disciplinis magis accommoda [tale (v. la nota 589) è la espressione di Giovanni, resa dal Prantl con le parole « fiir die logischen Partien passender »] sa9 ). Vengon ora pertanto criticati tutti coloro, che nella Isagoge voglion metterci dentro un modo di vedere ispirato al platonismo, o che in altra maniera si scostano da Aristotele: e, richiamandosi nel modo più risoluto alla sentenza aristotelica, che cioè gli universali non hanno per se stessi esistenza separata, Giovanni respinge a priori qualsiasi teoria che parli di un essere degli universali stessi 590 ), combattendo così in particolare, da questo punto di vista, anche la teoria dello status 591 ). Ma se siamo ora effettivamente curiosi di vedere come si risolva cjuesta contraddizione con le tesi prima enunciate, il nostro stupore crescerà forse ancora di passo in passo. Giovanni cioè anzitutto mette pur in prima linea P intellectus, in tal maniera che, accordandosi quasi 58 B ) Metal., II, 20, p. 112 [115]: Licei Plato cetum philosophorum grandetti et lam Augustinum quatti alios plures nostrorum in statuendis ideis habeat assertores, ipsius lanieri dogma in scrutinio universalium nequaquam sequimur ; eo quoti hic Peripateticorum principem Aristotilem dogmatis huius principem prafilemur. Ei qui Peri palei ieorutn libros aggredilur, magis Aristotilis sentendo sequenda est ; forte non quia verior, sed piane quia his disciplinis magis accommoda 'est [PL, 199, 888], 60 °) Ihitl.. 19, p. 94 [97] : Quasi ab adverso pectentes (cioè i commentatori della Isagoge), veniunt contro menlem auctoris et, ut Aristoliles planior sit, Platonis sententiam docent aut erroneam opinionem, quae aequo errore deviai a sententia. Aristotilis et Platonis; siquidem omnes Aristotilem profilentur. 20, p. 94: Porro hic genera et species non esse, sed intelligi tantum asseruit (Anni, post., I, 22 e 11: v. la Sez. Ili, nota 66, e la Sez. IV, nota 373) ....(p. 95) Ergo si Aristotiles verus est. qui eis esse tollit. inanis est opera praecedentis investigationis.... [98] Quare [oul] ab Aristotele recedendum est, concedendo ut universalia sint [oul....] [PL], e via dicendo. B91 ) Ibid., 20, p. 102 s. [106]: Sed esto ut statimi aliquem generalem appellativa significent,... status ille quid sit, in quo singola uniuntur, et nichil singulorum est, etsi aliquo modo somniare possim ; lamen quotando sententiae Aristotilis coaptetur. qui universalia non esse conlendit, non perspicuum habeo [PL, parola per parola con l’autore dello scritto De intellectibus, non soltanto dà rilievo all’ intellectus coniungens et disiungens, e in priino luogo principalmente alla forza dell’astrazione ( intellectus absirahens: v. la nota 432), — ma, respingendo anche la obiezione che 1 intellectus abstrahcus sia illegittimo ( cassus : v. la nota 429), rivendica all’ intellectus la facoltà di considerar le cose, altrimenti da quel che sono in concreto (v. le note 432 s.): e con ciò designa l’astrazione, quale condizione fondamentale di tutta la tecnica dell’intelletto : a tal proposito, mentre si trova d’accordo con Gilberto (abstractim attendere: v. la nota 464), va facendo uso altresì di espressioni che abbiamo trovate adottate dai rappresentanti della teoria della indifferenza ( generaliter intueri, diverso modo attendere: v. [per una terminologia analoga] le note 133 e 13/), e nello stesso tempo viene a trovarsi ancora d’accordo, nel concetto del raccogliere le somiglianze (v. le note 162 s.), con l’autore dello scritto De genenbus et speciebus: anzi, con la risèrva che si tratta qui soltanto della facoltà intellettiva subbiettiva, e che obbiettivamente nella natura gli universali non esistono, si serve persino di quello, ch’era il ter min e invalso nella teoria, da lui combattuta, dello status (v la nota 132) S92 ). ’*-) limi., 20, p. 95 [98]: Nec verendum ut cassus sii intellectus, qui ea percepent scorsimi a singularibus, cum lumen a singularibus seorsum esse non possint. Intellectus enim quandoque rem simpliciter tntuetur, velut si hominem per se intucatur...; quandoque gradalim suis inceda passibus, ut si hominem albore.... contemplelur. Et hic quidem dicitur esse compositus. Porro simplex rem interdum inspicit ut est, ut si Platonem attendai, interdum alio modo ; nunc enim componendo quae non sunt composita, nunc abstrahendo quae non possunt esse distancta. Ceterum componens, qui disiuncta coniungit (l’esempio è HIRCOCERVVS [oltre che centaurus]), inanis est ; abstra hens vero fidelis, et quasi quaedam officina omnium artium. Et quiocm rebus existendi unus est modus, quem scilicel natura conlulil, sed easdem intelligendi aut significatali non unus est modus. Licet enim esse nequeat homo qui non sit iste vel alias homo, intelligi tamen potest et significari. Ergo ad significationem incomplexorum per abstra -Se così, in una variata scelta di motivi, ricavati dalle opinioni di altri autori, si vedon convergere diversi fili, a formar la concezione della operazione subbiettiva delT intelletto, deve ora riuscirci inaspettato che a ciò si ricolleghi da capo il realismo di Gilberto: la dottrina, cioè, secondo la quale la incorporeità qualifica gli universali soltanto negativamente, laddove, rispetto al loro fondamento positivo, questi debbono, come in generale tutte le cose, esser messi in relazione di dipendenza da Dio; ma Dio ha creato la materia formata, vale a dire che tutte quante le forme, sicno sostanziali sieno accidentali (v. questo punto in Gilberto, alle precedenti note 461 s.), hanno da Dio il loro essere e la loro efficienza, e così nell'atto onde sono state espresse le cose, ha predominato un riguardo ai concetti delle specie, concetti che pertanto il cultore della logica non può tener separati da Dio, ma in virtù dei quali « le cose son venute fuori [ma Prantl rende « prodierunt » con « eingiengen»] dapprima nella loro propria essenza, e appresso nell’intelletto umano» 593 ). In seguito a tale cauhentem inteUectum genera concipianlur el species ; qaae tamen, si quis in rerum natura dùigentius a sensibilibus remota quaerat, nichil aget et frustra laborabil; nichil cnim tale natura peperit. Ratio autem ea deprehendil, substantialem simililudinem rerum differentium perirnetans apud se. — Polycr., II, 18, p. 96 [I, 103]: InteUectus.... nunc quidem res ut sunt, nunc aliter imudar, nunc simpliciter, nunc composite, mine disiuncta coniungit, nunc coniuncta distroihil et disiungii. Si abstrahentem tuleris inteUectum, liberalium arliurn officina peribit.... Sic hominem intellectus attingit, ut ad neminem hominem aspectus illius descendat, generaliter intuens, quod non nisi singulariter esse potest. Dum itaque rerum similitudines et dissimilitudines colligit, dum differentium convenientias el convenientium dijfcrentias altius perscrutata, multos apud se rerum invenit status, alios quidem universales, alias singulares [PL]. Metal.: Sed et nomina, quae proemisi,,.incorporeum“ et insensibile “, universalibus convenire, privativa in eis dumtaxat sunt, nec proprietates aliquas, quibus natura universalium discernatur, illis attribuunt ; siquidem nichil incorporeum aut insensibile universale est.... Quid est autem incorporeum quod non sit substantia creata a Deo vel ipsi concretum ? Valeanl autem, immo salita mistica di quella clic Gilberto aveva chiamata forma sostanziale, Giovanni ora può dire che la sostanzialità degli universali è vera, soltanto riguardo alla causa cognitionis, e in pari tempo riguardo al generarsi delle cose (natura), perchè ciascun ente, secondo ch’è situato a un grado più basso nella Tabula logica, ha bisogno, per il suo proprio essere ed essere pensato, di un altro ente, che si trovi rispettivamente a un grado più alto; ma d’altra parte gli universali non hanno un essere, nè come corpi, nè come spiriti, nè come individui). Cosi dunque Giovanni, mentre segue Gilberto, crede di poter in pari tempo essere un aristotelico, e come ritiene di sfuggire a quella non necessaria duplicazione di sostanze, ch’è una conseguenza della concezione platonica), cosi dice nella maniera dispereant univcrsalia, si ei obnoxia non sunt. Omnia per ipsum farla sunl, inique lam subiecta formarum quam formae subiectorum.... Formae quoque, tam substantiales quam accidentales, habenl ab ipso ut sinl et ut suos subiectis operentur effectus. Quod itaque ei obnoxium non est, omnino nichil est. Ut enim ait Auguslinus, formatam creavit Deus materinm.... Eo spectat illud fìoetii in primo de Trinitate,.omne esse ex forma esl“ CuiUbet ergo esse quod est, aul quale aut quantum est, a forma est. fundamenta iecit Deus; et in ipsa expressione rerum habita est mentio specierum. Non illarum dico, quas logici fìngunt non obnoxias creatori ; sed formarum in quibus res pròdierunl primo in essentiam suam, et in liumanum deinde intelleclum. Nam hoc ipsum quod aliquid coelum aut terra dicitur, formae. effectus est [PL]. Quod autern univcrsalia dicuntur esse substantialia singularibus, ad causam cognitionis referendum est singulariumque naturam (analogamente lo Scoto Eriugcna aveva, riferendosi agli universali, fatto uso dell’espressioni causaliter ed effectualiler); hoc enim in singulis patet. siquidem inferiora sine superioribus nec esse nec intelligi possunt.... Quia ergo tale exigit tale, et non exigitur a tali, tam ad essentiam quam ad notitiam, ideo hoc illi substantiale dicitur esse. Idem est in individuis, quae exigunt species et genera, sed nequaquam exiguntur ab eis.... Universalia tamen et res dicuntur esse, et plerumque simpliciter esse ; sed non ob hoc aut moles corporum aut subtilitas spirituum aut singularium discreta essentia in eis attendendo est [PL]: Itaque detur ut sint univcrsalia, aut etiam ut res sint, si hoc pertinacibus placet ; non tamen ob hoc rerum erit più esplicita che gli universali — i quali stanno a fondamento delle cose, non diversamente dal modo in cui il piano detrazione, che è incorporeo, sta a fondamento delle azioni, che sono invece sensibilmente percettibili, — li troviamo appunto, esclusivamente, soltanto nelle cose singole, le quali ultime si presentano visibilmente come ex empia, in cui gli stessi universali si fanno manifesti: Giovanni cioè risolutamente rappresenta — e su questo punto è il primo, ad assumere tale atteggiamento — la concezione degli « universalia in re», e persino combatte la dottrina platonica degli « universalia ante rem », perchè fuori dal singolo non c’è universale 596 ). Ma poiché, in questa sua posizione, gli sta sempre dinanzi il concetto che ha Gilberto della forma sostanziale, è naturale che si attenga a quei passi di Aristotele, dove il concetto di genere e il concetto di specie vengono designati come qualche cosa di qualitativo 597 ). rerum numerum aligeri vel minai prò eo, quoti iuta non sunl in numero' rerum [PL], C ' J6 ) Ihid. : Nirli il au tem universale est, nisi quoti in singularibus invenitur.... Nec moveat quoti singularia et corporea exempla sunl universalium et incorporalium ; cttm omnis ratio gerendi... incorporea sit et insensibile, illud tamen quoti geritur, et actus quo geritur, plerumqite sensibilis sit (anche ciò fa tornare a mente il significato che lo Scolo Eriugena ripone nel termine,,agcre“. Habita tamen ratione aequivocationis. qua ens vel esse distinguitur prò diversilate subiectorum, species et genera utrumqite non sine ratione esse dicuntur. Persuadet enitn ratio ut ea dicantur esse, quorum exempla conspiciuntur in singularibus, quae nullus ambigli esse. Non autem sic dicuntur genera et species exemplaria sitigli lorttm, ut. iuxta Platonicidogmalis sensum, formae sint exemplares, quae in mente divina intelligibiliter constiterint, antequam prodirent in corporei (questo è il passo di Prisciano. già cit. nella nota 263); sed quotiiam, si quis eius quod communiter concipitur, audito hoc nomine ..homo", aut quod dijjinitur, cttm dicitur ..homo esse animai rationale mortale l % quaerat exemplum, slalim ei Plato aliusve hominum singulorum oslenditur. ut communiter significantis aut dìffinientis ratio solidelur [l’L, 199, 879 e 885-6]. ia, ) : /lem Aristotiles : Genera, inquit, et species circa substantiam qualitatem determinanl (Cai.).... Item in Elenchis (in Boezio [PL], con una traduzione che alquanto si scosta dal testo: v. soIn queste forme qualificanti scorge la « mano [dell’Artefice] della natura», che ha dato alle cose la veste delle forme, perchè l’uomo le possa più facilmente comprendere: e perciò si presenta ora con il più spiccato rilievo la prima substantia di Aristotele, cioè l’individuo, movendo dal quale l’intelletto da sè solo si eleva, in linea ascendente — per mezzo della uguaglianza di forma che accomuna i singoli ( conjormitas : v. questo concetto in Gilberto)  sino alla universalità dei concetti di specie e di genere): e come Giovanni si ritrova su questo punto ancora in accordo con la teoria della indifferenza, così adopera anche a tal riguardo persino la espressione» conjormis status» 599 ). A pra la nota 34):,,/Jomo et omne commune non hoc aliquid, sed quale quid, (rei) ad aliquid vel aliquo modo vel huiusmodi quid significai". Et post paura : „Manifestum quoniam non dandum hoc aliquid esse quod communiter praedicalur de omnibus, sed aut quale aut ad aliquid aut quantum aut talium quid significare". Profecto quod non est hoc aliquid, significatione espressa non potest explanari quid sii [PL]. 69S ) Polycr., II, 18, p. 98 [I, 105]: Et primo substantiam, quae omnibus subest, acutius intuetur (se. intellectus), in qua manus naturae probalur artificis, dum cam variis proprietatibus et formis quasi suis quibusdam vestibus induit et suis sensuum perceplibilibus informat, quo possit aptius humano ingenio comprehendi. Quod igitur sensus percipit, formisque subiectum est, singularis et prima substantia est. Id vero sine quo illa nec esse nec inlclligi potest, ei substantiale est, et plerumque secunda substantia nominatur.... Universale, si, licei non natura, conformitate tamen sii commune multorum. Quod forte facilius in intellectu quam in natura rerum poterit inveniri, in quo genera et species, dijferenlias, propria et accidentia, quae universaliter dicuntur, planum est invenire, cum in actu rerum subsistentiam universalium quaerere exiguus fructus sii et labor infinitus, in mente vero Militar et faciliime reperiuntur. Si cnim rerum solo numero differen'.ium substantialem similitudinem quis mente pertractet, speciem tenel; si vero etiam specie differentium convenientia menti occurrat, generis lalitudo mente diffunditur. Denique dum rerum, quas natura substanlialiter vel accidenlaliter assimilavit, conformitatem percipit intellectus, in universalium comprehensionc movetur. Numquid abstrahens intellectus, dum haec agit, otiosus est aut inutilis, per quem animus honestarum artium gradibus ad thronum consummatae philosophiae consccndit? [PL]. Enthet. Est individuum, quicquid natura creavit, Conformisque status est ralionis opus : Si quis Arislotelem primum questo modo la uguaglianza delle cose tra loro, riguardo alla forma, viene messa in connessione immediata con la inlellectus communitas (communiter intelligi) ), ma gli universali stessi vengono, come tali, trasferiti puramente nel modus intelligendi (e ciò è in armonia anche con la teoria della maneries), sì ch’essi vengono denominati parole « figurali», e appartenenti esclusivamente alla « dottrina » (di figura locutionis avevano parlato anche i nominalisti: v. la nota), o, in una parola, « jigmenta », che, con le cose singole, si trovano nella relazione scambievole di mostrare e di essere mostrati, e però han potuto da Aristotele esser acconciamente denominati « monstra » (monstrare) concetto indeterminato di notio. Ma questo modo di considerare gli universali è ora in verità così elastico, che nel concetto di« figmentum» Giovanni ci può trasportare anche l’apprendimento, per parte dell’ intelletto, non censet liabendum, Non reddit merilis proemia digita sttis [PL], Melai. Ergo quod mcns communiter inteìligil et od qingularia multa aeque perlinet, quod vox communiter significai et acque de mullis ve rum est, indubitanter universale est. Secundum intellectum illuni deliberari palesi de re subiecta, i. e. actualiter exemplificari, ob inlellectus communitatem ; res, quae sic intelligi potest, etsi a nullo intclligalur, dicitur esse communis ; res enim conjormes sibi sunt, ipsamque conjormilatem deducta rerum cogitatione perpendit inlellectus [PL]. Ergo dumlaxat intelligunlur, secundum Aristotilem, universalia ; sed in actu rerum nichil est quod sii universale. A modo enim intelligendi figuralia haec, licenter quidem et doctrinaliter. nomina indila sunt. Ergo ex sententia Aristotilis genera et spccies non omnino quid sunt sed quale quid quodammodo concipiuntur ; et quasi quaedam sunt figmenla rationis, seipsnm in rerum inquisilione et doctrina suhtilius exercentis.... [112] Possunt et monstra dici (si riferisce al noto passo antiplatonico di Aristotele: vedilo qui più sopra, nota 31), quoniam invicem res singulas mon.siranf, et monstrantur ab eis. Ea vero quae intelligunlur a singularibus abstracta,.... animi figmenla sunt.... quae ex conformitale singularium intellectu non casso concipiuntur [PL]. dei modelli originari (exempiano), che misticamente esercitano il loro influsso, dalle cose (exempla), sopra l’anima: a tal proposito enuncia con sufficiente chiarezza il suo sincretismo eclettico, qualificando,  oltre che far uso di quell’espressioni d’intonazione nominalistica —, gli universali come prodotti psicologici (phantasiae, termine che ricorda lo Scoto Eriugena: v. appresso la nota 613 [per altre reminiscenze delle dottrine doU’Eriugena]), ma a ciò collegando nel medesimo tempo la concezione stoicociceroniana, secondo la quale gli universali stessi sono concetti subbiettivi (svvoiou, notiones); e inoltre egli passa ancora, in modo molto manifesto, rasente al platonismo, o per lo meno va d’accordo con Gilberto, in quanto che anche da lui gli universali son tenuti in conto d’ imagini di una originaria purezza ideale, tralucenti dalle somiglianze delle cose singole: con ciò si trova infine ancora commisto l’aristotelismo, poiché queste figurazioni fantastiche non possiedono già una esistenza separata dalle cose singole, bensì, quando si volesse così afferrarle, si dileguano come ombre o come imagini di sogno). Se ora sembra che non sia effettivamente possibile accumulare, una sull’altra. 602) lbid.. II, 20, p. 96 [99]: Sunt itaque genera et species nor. quidem res a singularibus aclu et naturaliter alienae, sei! quaedam nottiralium et aclualium phantasiae (anche questo termine si trova parimente — cfr. [per la concezione di Giovanni degli universalia in re, nella sua relazione con quella dello Scoto Eriugena] le note 594 c 596 — nello Scoto.Eriugena: v. la Sez. XIII, nota 125) renitentes in intellectum, de similitudine aclualium. tamquam in speculo, nativae puritatis ipsius animar, quas Gracci ennoyas [evvoia;] sire yconayfanas [elxovo22 ) Policr.: Sic et geometrae primo petinones quasdam quasi totius artis iaciunt fondamento, deinde commanes animi conceptiones adiciunl et sic quasi acie ordinala ad ea quae stb, sunt demonstranda procedunt [PL ch’è stata colmata dagli studiosi venuti più tardi, ma anche riguardo ai sillogismi consistenti in combinazioni di giudizi categorici con giudizi di necessità e di possibilità (Sez. IV, note 558 ss.), dice che essi non sono esposti da Aristotele in maniera esauriente: e pertanto rimane qui ancora aperto ad altri il campo a un’attività, la quale tuttavia, sussistendo il bisogno pratico di così fatte forme di ragionamento, dovrà fornire. per sodisfarlo, mezzi che sieno, dal punto di vista pratico, più convenienti) e queste sono ehiaccbieie, per le quali, anche dal canto suo, egli stesso sembra dover pretendere quella benigna interpretatio, di cui s’è fatto cenno più sopra. Similmente Giovanni si pronunzia circa i sillogismi ipotetici, da Aristotele lasciati forse intenzionalmente da parte, a causa della loro difficoltà; tuttavia, oltre a un accenno a questi sillogismi, che si trova già nella Topica, è stato in particolare un certo passo degli Analitici. che ha determinato Boezio e altri a colmare la lacuna, sebbene neanche per opera loro sia stata ancora raggiunta la vera compiutezza 624 ). Che Giovanni anche 623) Metnl.. IV, 4, p. 160 [168]: Trium figurarum subnectil rationes (se. Aristotiles) et qui modi in singulis figuri* ex complexione extremitatum provenirmi docci : data quidem semente rationis eorum quos, sicul Boetius asserii (il passo è stato citato più sopra, Sez. V, nota 46), Theofrastus et Eudcmus addiderunt. Deinde habita modalium ratione transil ad commixtiones quae de necessario sunl aul contingenti cum his quae sunl de inesse.... A ec tamen dico ipsum Aristotilem alicubi, quod legerim, nisi forte quod ad propositum, de modalibus sujficienler egisse ; sed procedendi de omnibus fidelissimam scientiam trudidit. Exposilores vero divinae paghine rationem modorum pernecessariam esse dicunt. Et prof celo licei nullus modos omnes, unde modale s dicuntur, singulatim enumerare sufficiat. quod quidem ncc ars exigit, tamen magistri scolarum inde commodissime disputali t. et, ut pace multitudinis loquar, Aristotile ipso commodius [PL] Dialecticam et apodicticam.... prue cedentia docent ; in his tamen de ipoteticis syllogismis nichil aut parum est actitatum, Seminarium tamen datum est ab Aristotile, ut et istuc per industriam aliorum possit esse processus. Cum cairn tam probabilium quam necessariorum loci monstrati siili, ostensum est quid ex quo sequilur probabiliter aut necessario. Quod quidem ad vpoteticarum negli Analitici avesse dinanzi agli ocelli soltanto lo scopo pratico dell’argomentazione, è manifesto dove fa menzione così della pelino principii B2S ), come pure di alcuni altri momenti della tecnica, tra cui il procedimento della controprova, per il quale sceglie il termine « catasyllogismus » «»). Dagli Analitici secondi lia potuto attingere la conoscenza dei così detti quattro principii aristotelici 6 “'), e aneli egli è stato inoltre portato a entrare nelle questioni di teoria della conoscenza, che tuttavia discute assai peggio che non l’autore dello scritto De intellectibus (note 418 ss.), perchè a un esordio, d’intonazione ancora abbastanza aristotelica, concernente la percezione sensibile, la fantasia e la opinione, fa seimUcinm maxime special.... Praeterea Boetius (De syll. hypothetico ( 1. IL, 01 . 836], p. 609) hoc prò seminio inveniendorum dicit acceptum quod Aristotile$ ait in Analeticis (v. sopra la nota 522): ..Idem cum su et non SI', non neresse est idem esse." Ergo ipse et olii (v. la Sez. XII nota 139) aliquatenus suppleverunt imperfectum Aristotilis in line . parte; seti quidem, ut michi visum est, imperjecte (sino a qual punto ‘,‘Zn r:r oss I er ': azione sia v. Md., note 155 e imi [188],Sea forte ab Aristotile de industria relictus est hic lahor. co quòd plus difficultatis quam utilUatis videtur habere libcr illius qui dilLenttssime scnpsit. Prof ceto si hunc Aristotiles more suo exequerelur, vensimile est tantae difficultatis fare librum ut praeter Sibillam inlelligat nomo. Nec tamen hic de ypotelicis satis arbitrar expeditum, sudP ien ^ nia vero scolorimi perutilia et necessaria sunt [PI,. 199 928-01 nota 62BW 5 ' P | 161 t 1 . 7 ?] 1, Adicit (-inai. pr.. II, 16: v. la Sez. IV\ nota 628) et regulampetitwnis principii, quae speculatio tam demonstraton quam diabetico satis accommodata est ; licei hic probabilitale gaiiaeat* tue verUatem aumtaxat amplectatur. PL. Segui tur de causa falsae conclusioni, et catasillogismi (cosi è anche intitolato effettivamente nella traduzione di Boezio, p. 516 [cap. XX „De falsa ratiocinalione. catasyllogismo iZlZTu l Z l '° ne ì e l e ' en rt° : PL 64 ’ 7 ° 51 ’ 11 ri8 P««ivo capitolo AnaL pr II, 19. v. la Sez. IV, nota 631) et elenchi et de fallacia secundum opinionem (ibid. : nota 634 s.) et de conver sione medi! et extremerum (ibid., nota 636 s.), cuius tamen tota utili tas longe commodius tradi potest [PL, 199, 919], w ') Enthct., v. 375 ss. [PL. 199, 973]: Quatuor ista solerei laudem praeslare creatis : Subjectum, species, artificisque manus. Finis item cunclis qui nomina rebus adaptat. Arist. Anal. post., II, 11: v la’ Sez. IV, nota 696. Era pertanto affatto inutile che si mettesse in librila SS U " a COnOSCenZa ’ P" ài Giovanni, dei guito subito il concetto ciceroniano di prudenza pratica, al quale viene appresso la concezione platonica della rado i, per metter capo infine alla sapientia, intesa in senso teologico, come ultima meta 628 ). Parimente, come tratto dalla conoscenza dei Sopii. Elenchi, posti da Giovanni a conchiusione dell’Organon aristotelico, potrebbe tutt’al più essere degno di ricordo il termine « reluclatorius [eluctatorius : v. la nota] syllogismus), e così pure, come ricavata dairàmbito degli scritti di Boezio, la menzione delle quindici specie di definizione (v. la Sez. XII, nota 107); e qui la lettura superficiale del libro di Boezio ha indotto Giovanni a ritenere che Cicerone abbia composto anche lui uno scritto De definidone 63 °). 6as ) Melai.: Cum sensus secundum Aristotilem ( Anal. post.) sit naturalis potenlia indicativa rerum, aut omnino non est aut vix est cognitio, deficiente sensu.... p. 166: Aristotiles autem sensum potius vim animae asserii quarti corporis passioncm. Imaginatio itaque a radice sensi!um per memoria’ fomitem oritur. Primum enim iudicium viget in sensu.... Secundum vero imaginationis est; ut cum aliquid perceptorum. relenta imagine, tale vel tale asserii, de fiuturo iudicans vel remoto. Hoc autem alterutrius iudicium opinio appellalur (così in Boezio si trova tradotto il termine Só^a: v. sopra la nota 19; invece per existimatio v. la nota 423). — 12, p. 169: Prudentia autem pst, ut ait Cicero, virtus animae, quae in inquisitione et perspicientia sollertiaque veri versatur. Inde est quod maiores prudentiam vel scientiam ad temporalium et sensibilium notiliam retulerint : ad spiritualium vero, intellectum vel sapienliam. Nam de humanis scientia, de divinis sapienlia dici solet. Ergo et potenlia et potentine motus ratio appellatur. Ilunc autem motum asserii Plato in Politia vim esse deliberativam animae ctc. Sapendo vero sequitur intellectum, co quod divina de his rebus quas ratio discutit, intellectus excerpsit, suavem habenl gusta ni et in amorem suum animas intelligentes accendunt [PL, 199: 921-3, 925, 927], 629 ) Ibid., IV, 23, p. 180 [ed. Webb]: Sicut enim dialecticus elencho, quem nos eluctalorium dicimus sillogismum, eo quod contradiclionis est,.... utitur ctc. [PL, 199, 930]. — Cfr. Polycr., II, 27, p. 145 [ed. Webb, I, p. 153; PL, 199, 467], dove, sotto il nome [di syllogismus] „cornutus“, viene messo in opera un dilemma. oso) Vietai., Ili, 8, p. 141 [147]: Sumpserunt hinc (cioè da Arist., Top. VI) doctrinae suae primardio Marius Victorinus et Boelius cum Cicerone, qui singuli libros dififinitionum cdiderunt. Illi quidem difi . — Alano da Lilla],  Mostra qualche affinità con Giovanni da Salisbury, nei riguardi della ontologia teologica. Alano da Lilla [ab Insulis], scrittore tanto scipito quanto affettato (morto intorno al 1200 [circa nel 1203]), a entrambi servendo da comune punto di partenza, circa tali questioni, la concezione di Gilbert de la Porrée. Alano tuttavia non ba trovato che valesse la pena di prender in considerazione, neanche a quella maniera che ci si fa manifesta in Gilberto o magari anche in Giovanni, il valore di questa ontologia dal punto di vista della logica, dovendo, in ordine a quella, rimanere riservato ai teologi il compito di giudicare o apprezzare: bensì ba assunto, nell’ampolloso suo poema « A/iticlaiidianus », rispetto alla logica, il punto di vista della dottrina scolastica piu volgarmente ordinaria, che ancb egli ha in buon conto, solamente come mezzo di argomentazione per la battaglia contro gli eretici). Facendo comparire, analogamente a Marciano Capella, le sette arti quali figure simboliche, egli, dopo che per prima è stata introdotta la grammatica, rappresenta, in secondo luogo, la logica come una vergine estremamente industriosa e solerte, nel cui volto scolorito si scorgono solamente pelle e ossa, sicché vi si riconoscono le conseguenze delle veglie trascorse nell’applicazione allo studio 63 -); enumera poi i suoi doni, ch’essa reca con sé finicndi nomen usque ad quindecim species dilataverunl, describcndi modns dijfinitionis vocabulo subponentes ; hiiic vero de substanliali praecipue cura est fPL, 199, 906] (v. la fonte di questo errore alla Sez. XII. note 103 c 106). Anticlaud. (Alani Opp., ed. C. de Visch, Anversa [PL]: Succedit Logicae virlus arguta, Haec docet argutum JMartem ralionis mire, Adversae parti concludere, frangere vires Oppositas, parlenupie su ani ratione Uteri : Eestigare fugarti veri, falsumque fugare, Schismaticos logicce, falsosque retundere fratres. Et pseudologicos et denudare sophislas [testo cit. secondo la ediz Wright: Dist. VII, eap. VI, 1 ss.]. 6 ‘-) [PL]: Latius inquirens, sollers, studiosa, laborans. Virgo secando starlet, intrat penetralia mentis, Sollicitatque manum, mentem manus excitat, urget Ingenium.... Et decor nella battaglia per la verità, e tra essi precisamente nomina anzitutto la topica, con le sue maximae propositiones, a questa intrecciando la sillogistica, come pure la induzione e Vexemplum: seguono poi la definizione, con inclusa la descrizione, e la divisione del genere nelle specie, come pure del lutto nelle parti, e inoltre il ricostituirsi della connessione tra i membri così differenziati: tutte funzioni, queste, con le quali la logica agisce quale strumento o chiave della verità, come pure quale arma per tutte le altre arti). Finalmente Alano, enumerando gli scrittori di logica, esalta Porfirio come un secondo Edipo, critica Aristotele, per la confusione di parole che ha introdotta, onde la logica è stata novamente oscurata e velata : ma dopo di lui è venuto Boezio a riportare nel tutto, luce e ordine). e t species afilasset virginia arlus, Sicul praesignis membrorum disseril orda. Ni facies quadam macie, respersa iacerel. Vallai eam macies, macie vallata profunde Su lisi del. et nudis culis ossibus arida nubit. Ilaec habitu . gesta, macie, pallore, figurai Insomnes animi motus, vigilemque Minervam Praedicat, et secum vigiles vigilasse lucernas [Dist.]. [PL]: Monslrat elenchorum pugnas, logicaeque duellum : Qualiter ancipiti gladii mucrone coruscans Vis logicae veri facie tunicata recidit Falsa, negane falsum veri latitare sub umbra.... Quid locus in logica dicalur quidve localis Congruitas, quid causa loci, quid maxima, quid sitVis argumenli, mattana a fonte locali, C.ur argumentum firmeI locus, armet elenchum Maxima, quae vires proprias largitur elencho. Cur ligel extremos medius mediator eorum Terminus, et firmo confibulel omnia nexu...., Qualiter usurpans vires et robur elenchi Singula percurrit inductio, colligit omne.... Qualiter excmplum de se paril.... Quomodo diffinit, parlitur, colligit, unii Singula, quaegremio complectitur illa capaci. Quomodo res pingens descriptio claudit easdem, Nec sinit in varios descriptio currere vultus. Quid genus in species divisum separai, aut quid Dividit in partes totum, rursusque renodal, Quae sunt sparsa prius, divisaque cogil in unum. Qualiter urs logicae tanquam via, janua, clavis, Ostendil, reserat, aperii secreta sophiae. Qualiter arma gerii, et in omni militai arte [PL]: Auctores logicae, quos donai fama perenni Vita, recole.ns defu nctos suscitai orbi. [Illic Porphyrius directo tramite pontem Dirigit, et monstrat callem quo lector abyssum latrai Aristotilis, penetrane penetralia libri.] Illic Porphyrius arcana Passaggio alla letteratura]. Eccoci giunti così al limite del XII 0 e del XIII° secolo, limite caratterizzato anche dal fatto, che proprio in quel momento da varie parti è stato recato all’Occidente latino materiale nuovo : la considerazione di questo deve formare l'oggetto delle due prossime Sezioni, perchè sia poi possibile distesamente illustrare i vasti effetti di questo materiale nuovo che ha da sopraggiungere. Per quanto si attiene al progresso della storia della civiltà, è un fatto che la nostra ricerca, sino al punto a cui Pabbiamo condotta, non ci ha davvero presentato punti di vista, i quali ci dian motivo a rallegrarci. Ci siamo sì fatti passare dinanzi multa, ma certamente non multum. Anzi, persino la conoscenza che un poco per volta si ridesta, delle principali opere aristoteliche, non è stata feconda di frutti che meritino di essere ricordati: e al posto di un modo veramente filosofico d’ intendere la logica, quale avrebbe potuto essere determinato dallo studio di Aristotele, sembrò infine volersi ancora far valere, più che mai di gusto, P impulso alla retorica pratica. E anche le Sezioni che seguiranno più tardi, ci faranno, pure in un’epoca in cui uno spirito nuovo spezza le catene della tradizione e dell’autorità esteriore, assistere, nel campo della logica, solamente a una ripetizione intensificata di questo giuoco della storia, onde la logica, frammezzo a molte diverse concezioni, continua sempre a esser di nuovo cacciata via da una base intimamente filosofica. resolvit, ut alter Aedipodes nostri solvens aenigmata sphingos, Verborum turbator adest, et turbine multos Turbai Aristotiles noster gaudelque Intere. Sic logica tractat, ut non tractasse videtur ; Non quod oberret in hoc, scd quod velamine verbi Omnia sic velai, Quod vix labor ista revelet.... In lucem tenebrosa rejert, nova ducit in usum, Exusalque 1 rapo s, in normam schema reducit, Exerit ambiguum Severinus ; quo duce linquens Natalem linguam nostri, peregrinai in usum Sermonis logicar virlus, ditatque Latinum. Abbone da Orléans Abelardo abstractio Adalberone Adamo dal Petit-Pont Adelardo da Balli udjticcnler, adjacentia aequi pollentia Alano da Lilla Alberico Alberico da Monle Cassino Alcuino Anonimo, De gener. et specieb. De intellectibus De interprete De unii, et uno San gali. De p<irt. Loicae SangaU. De syllog., 115 Anselmo d’AOSTA (si veda) Anseimo il Peripatetico Anlepraedicamenta antiqui antiqui e moderni Aristotele (nuove traduzioni di) Arnolfo da Laon Asino (Prova dell’) Bartolomeo Berengario Questo Elenco è mantenuto ei eli'erano stati segnati dai Franti (N. Bernardo da Chartres Bernardo da Chiaravalle Bernhard da Hildesbeim, 93. Borgognone da PISA (si veda) calasyllogismus Categorie colligere concepito conceptus communes conformilas consimilitudo contingens c possibile copida Cornifieio Costantino Cartaginese [note] Damiani Davide da Hirsebau Definizione Differenza, v. Porfirio Diritto (Scienza del), v. Giurisprudenza dividenlia dividuum Drogone da Troyes eloquentiu eloquentia peripatetica Erico da Auxerre forma subslantialis formae nativae Formularii ìtro gli stessi limiti, molto ristretti (I. J'.) Francone da Liegi Fredegiso Fulberto da Charlrcs Gannendo Caunilone Gauslenus da Soissons Genere (Concetto di), v. Universali Gerberto Giacomo da Venezia Gilbert de la Porrée Giovanili da Gorze Giovanni da Saiisbury Giovanni Scoto Eriugena Giovanni Serio Giselberto da Reims Giudizio Giurisprudenza Gualtiero Mapes, v. Mapes Gualtiero da Mortagne Gualtiero da S. Vittore [nota] Gualtiero da Spira Guglielmo da Champeaux Guglielmo da Conches Guglielmo da llirscliau Gunzone ITALO (si veda) Uraliano Mauro identitas Jepa indifferentia Indifferenza (Dottrina della) individualiter inesse informare Intellettualismo inlelleclus intellcclus conceptus intellectus coniungens e dividens Josccllinus da Soissons, v. Gauslcnus Irnerio Isidoro da Siviglia Lanfranco Logica, vecchia e nuova, v. antiqui c moderni maneries Manerius Mapes malerialite.r imposila materialum modulis moderni moderni e antiqui, v. antiqui e moderni monstra, Nominalismo Nominalismo e realismo nominaliter notio Notker Labeone Oddone do Candirai Onorio da Autun Otloli da Ratisbona Ottone da Cluny Ottone da Freising Papia Parte (Concetto di) perihermeniae Pietro LOMBARDO (si veda) Pietro da Poitiers Plutonici Poppone Porfirio (Isagoge di) possibile e conlingens, v. contingens e possibile postpraedicamenta praedicamentalis praedicari praedicari in quid [nota] proprium, v. Universali Pscudo-Abclardo Pseudo-Boczio, De Trin. Pseudo-Boezio, De unii, et uno Pseudo-Erico Pseudo-Hrabano Rainibcrto da Lilla rntionale Realismo Realismo e nominalismo, v. Nominalismo e realismo Reginaldo Reinhard da Wiirzburg Remigio da Auxerre res de re non praedicalur Rhahano Mauro, v. Hrahano Roberto Amiclas Roberto da Melun Roberto da Parigi Roberto Pulleyn Roscelino Salomone (Glossario di) S. Gallo Scoto Eriugcna, v. Giovanni S. E. Sensismo aerino sermocinalis Sertoriu9 sex principia significatimi Sillogismi' (Teoria dei) Sillogismi ipotetici Silvestro li, v. Gerberto Simeone speries, v. Universali status sumplum syllogismi imperfccti syncalegoreumata Tendenze contrastanti Teologia Topica Ugo di S. Vittore Ugucrione universale intelligitur, singultire sentitur Universali (Disputa intorno agli), v. Tendenze contrastanti Universali in re vcrbaliter, v. nominaliter vocalis voce» signativae vocis flatus vocum impositìo Volfango da Ratisbona Williram da Soissons Finito di stampare, in 1500 esemplari numerati, nella Tipografia Fratelli Stianti in Sancasclano Fai di Pesa Esemplare N. IL PENSIERO STORICO SOTTO GLI AUSPICI DELL’ENTE NAZIONALE DI CULTURA. CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA LIZIO Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca. Si diffonde nelle scuole lu logica della lorda latinità .La tradizione della logica scolastica, nei riguardi delle traduzioni di Boezio, è limitata: e s’ignorutto le principali opere logiche di Aristotele. Atteggiamento della ortodossiarispettoallalogica L’Isagoge di Porfirio, Miseria del pensiero medievale. La questione degl’universali determina un contrasto di tendenze nel campo della logica: prevalenza di un realismo platonico .Pensiero e linguaggio . Isidoro da Siviglia: Logica e Teologia Compendio di dialettica nelle « Origine, Altri spunti di teorie logiche . Alenino: sua compilazione di un compendio di dialettica INDICE DELIE MATERIE Fredegiso da Tours . Pag. 35 Hrabuno Mauro: suoi scritti di sicura autenticità. Il « De TrinUate » del Pseudo-Boezio, Giovanni Scoto Eriugenu, Sua abilità nella logicu formale .Posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica, Realismo teologico dello Scoto, il quale tuttavia fu unche mollo conto della Sterilità: tenui tracce di studio della logica: Poppone a Fulda, Reinhard a W'iirzburg, Giovanni da Garze, Canzone Italo ( prende cosci mitemente posizione nel contrasto delle tendenze), Wol fungo a Ratisbona, Abbone du Orléans, Bernward a llildesheim, Gualtiero da Spira, Gerberto, figura assolutamente insignificante: Materiale degli studi di storia di logica altemposuo.  Lo scritto «De rationale et ratione uti Adalberone di Laon . Fulberto di Chartres . Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e INDICE DELLE MATERIE XV delle Categorie, del secolo XI: colorito nominalistico .Intensa attività della scuola di Sun Gallo. Notker Labeo: Un trattato insignificante Rifacimento delle Categorie . Rifacimento del «De interpretatione Il «De partibus loicae»: nominalismo. Scritto anonimo De syllogismis, e sua importanza . » Conclusione . Altri documrnti relativi allo studio della logica nel secolo XI: Francane u Liegi, Otloh a Ratisbona, Pier Damiani .Movimento più vivace, la scienza giuridica l’apia. Anseimo il Peripatetico, Lanfranco, Irnerio; i Formulari . Movimento più vivace, la teologia. Nominalismo di Berengario nella questione della Santa Cena, e atteggiamento  Movimento più intenso: grande estensione, e in pari tempo carattere imilaterale, della letteratura attinente alla logica. Le vicende dello studio della logica, nel racconto che ne fece Giovanni da Salisbury  Contrasto caratteristico fra logica «vecchia» e «nuova» . La polemica intorno agli tuiiversuli : si può dimostrare che almeno tredici erano le correnti. xvn nelle quali si dividevano le opinioni su questo problema. Nominalismo che rasenta il sensismo Grudi vari di questo nominalismo (Garmondo) La teoria che gli universali sono « maneries »: Uguccione  / Platonici: . a) Bernardo da Chartres . Guglielmo da Conches (e Costantino Cartaginese. Il realismo di Guglielmo da Champeaux .Le difficoltà e i gradi del realismo Controversie intorno alla definizione e intorno al concetto di « parte La teoria dello «status», come tentativo di conciliazione. Gualtiero da Mortagne La teoria della « indifferenza Adelardo da Balli : intonazione platonica da lui data alla teoria della « indifferenza Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere. Lo scritto anonimo « de generibus et speciebus »: punto di vista del suo autore: Critiche ad altre soluzioni del problema degli universali. Soluzione da lui stesso proposta . Dottrina del giudizio . Propensione al platonismo . Controversie sovra punti speciali. Sopra le « Categorie Sopra la teoria del giudizio in generale Sopra cpiestioni particolari, attinenti alla teoria del giudizio. Sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo . e) Sopra questioni di Topica .Negli studi di logica, la qualità continua a rimaner molto al disotto della quantità Abelardo : a) Suo ingegno: caratteristica generale Scritti di logica . Dialettica e teologia: intimo dissidio della dottrina di Abelardo) Abelardo aristotelico. Ma il « Peripatetieus Palalinus è al tempo stesso anche platonico, Nè aristotelico, nè platonico, infine: bensì, retore, La « Dialettica » è la principale tra le. opere logiche di Abelardo: disposizione della materia . Esposizione dell’Isagoge  o Antepraedicamenta », quale risulta dalle « Glossae », e soprattutto dalle « Glossulae », « super Porphyrium»: atteggiamenti polemici sopra la questione degli universali, Soluzione proposta da Ahelardo: il « sermo praedicabilis) L’universale inteso come « quoti natum est de pluribus praedicari »: uso di questo principio, secondo lo spirito del platonismo, Ma dallo stesso principio Ahelardo trae insieme partito, secondo il punto di vista aristotelico . » 331 n) Ispirazione aristotelica, nel maggior rilievo dato al giudizio (« praedicari »)) Anche il preteso intellettuulismo di Abelurdo deriva dal suo aristotelismo) Ma in Abelardo, vero spirito aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell’argomentazione .Continua l’analisi del contenuto della « Dialettica»: le « Categorie  La topica . zi l sillogismi ipotetici. Giudizio conclusivo sopra l’opera di Ahelardo Accentuazione dell’ aspetto aristotelico della «Dialettica» di Abelardo: .l Ja B371 In un commento anonimo del De interpretatione. Nell’acuto untore dello scritto pseiulo-abelurdiano De intelleclibus, Punto di vista aristotelico, Dottrina del « sermo In Adamo dal Petit-Ponl prevale la teoriu del giudizio Scetticismo logico di Roberto Pulleyn: e reazione teologica di Pietro da Poitiers e di Roberto da Melun Gilberto de tu Porrée: . Il commento al « De Trinitate » del PseudoBoezio: posizione teoretica ingenua e contraddittoria, Concetto di sostanza. Teoria delle « formae nativae ». Realismo di Gilberto .I.o scritto « De sex principiis * : un’abborracciatura . > e) I sei « principii » : « actio, passio, quando, ubi, situs, habitus » » /) La controversia intorno al « magi» » e al « minus Ottone da Freising, seguuce di Gilberto. Lo scritto pseudo-boeziano « De unilate et uno Alberico (da Reims?), a Parigi. WUliram de Soissons. Vari altri autori, menzionati da Walter Mapes . Il cosi detto Cornijìcius, oggetto della polemica di Giovanni da Salisbury . Giovanni da Salisbury: a) I suoi studi: il « Metalogicus Punto di vista utilitaristico, alla muniera di Cicerone. La divisione del sapere.  Punto di vista retorico, come in Cicerone. Grammatica e dialettica. Conoscenza compilila dell « Organon ». Punti di contatto con Abelardo, soprattutto nel modo di intendere e giudicare l’opera logica di Aristotele . Pag. 430 e) La « ratio indifferentiae » come indifferentismo antiscientifico, L’Isagoge, Concezione degl’universalia in re, Grossolano eclettismo, nella questione degli universali, Concetto indeterminato di « notio, Le Categorie, Teoria del. Giudizio, Topica, sillogistica, teoria dei sofismi Uno scritto insignificante di Alano da Lilla, Passaggio al XIII secolo.  LA LOGICA MEDIEVALE CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA ARISTOTELICA NEL PRIMO MEDIO EVO Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca]. Saggio su PRANTL, STORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE NELL’ETÀ MEDIEVALE. LA NUOVA ITALIA FIRENZE. La Geschichte der Logik ini Abendlande, di Prantl, curata da Fock a Lipsia, è divisa in parti. La prima ha por oggetto lo svolgimento della Logica nell’Antichità. Gli fecero sèguito una seconda parte dedicata alla Logica nel Medio Evo. In una Collezione, che ha per suo programma di rendere largamente accessibili ai filosofi italiani quello grande saggio di esplorazione e ricostruzione della storia della filosofia, che sono imperitura gloria della cultura, doveva esser fatto luogo a un classico trattato qual è questo del Prantl. Per ragioni editoriali l’ordine di apparizione dei volumi della traduzione italiana non corrisponde all’ordine di successione del saggio originale: e si è dovuto dare la precedenza al Medio Evo, la quale forma un tutto unico e continuo, dotato di una certa autonomia. Alla traduzione del primo volume che vedrà successivamente la luce, diviso in due o tre tomi, sarà premesso un discorso introduttivo intorno all’Autore, e alla importanza e. vitalità della sua opera: bastino qui brevi cenni, a giustificare il lavoro e a render ragione dei criteri adottati dal Traduttore. Il disegno di Storia della Logica Medievale presentato dal Franti non è stato sostituito da opere più recenti: il suo intento, di risparmiare, almeno per lungo volger (Tanni, agli studiosi venturi, la immane fatica di riprender ex novo l'argomento, rifacendosi direttamente dalle fonti, è stato raggiunto: e il trattato è ancor oggi cosa viva, sì che nessuno studioso, mettendosi, con un suo particolare obbietta, a lavorar attorno a questa materia, può far a meno di ricorrere e di ricollegarsi a quello: è, a giudizio di CROCE, il solo, tra i libri special, recanti il titolo di Storia della Logica, che, fondato sopra lunghe ricerche, sia veramente insigne per dottrina e per lucida e animata esposizione. Animata, vorrei soggiungere, ancor più che lucida: non di rado, in venta, la espressione è negletta e contorta, e la perspicuità e sacrificata alla rapidità e alla efficacia: lettura dunque, non tutta agevole, ma tale da far desiderare una versione che, se non sembri troppo ambizioso il proposito, elimini almeno in parte, pur attenendosi con scrupolosa cura di fedeltà all'originale, quelle cause che non possono non render ostica a noi Italiani la greve prosa * f-CXC SC Q, Dei progressi che gli studi son venuti facendo in questi cinquant anni si doveva naturalmente tener conto, ma senz alcuna intenzione di metter assieme un Prantl nuovo, in luogo di ri presentare nella sua integrità il I rantl vecchio: e la questione era soltanto del modo piu opportuno di far posto a quel pochissimo ch'è del traduttore, nella poderosa costruzione innalzata dall Autore. i\on era dunque il caso di contrapporre all'atteggiamento che il Pronti assunse, con icastiche espressioni di disprezzo, di fronte al pensiero medievale, un giudizio valutativo diverso o per lo meno più temperato: anche se nessuno si sentirebbe disposto a ripetere senza riserve che una filosofia medievale non c'è stata, intensificandosi anzi da molte parti lo sforzo di rintracciare nel Medio hyo anticipazioni e presagi del pensiero moderno, il giudizio del Prantl va conservato in tutta la sua crudezza, per lo meno quale documento significativo di un momento importante nella storia della cultura: d'altra parte, in antitesi con la corrente che, sempre tendenziosamente talvolta nostalgicamente, porterebbe ad abohre la differenza tra Medio Evo ed età moderna, o a sopravvalutare quello, a tutto danno di questa, può avere virtù correttiva, od operare come reazione salutare, la ricomparsa dell'opera di un eminente ricercatore., il quale, proprio studiando lo sviluppo di quella disciplina filosofica che fu più largamente e appassionatamente coltivata nella età di mezzo, ne trasse occasiime a rivelare lo spirito medievale nel suo aspetto deteriore: quasi si direbbe ch’egli si fosse accinto all’ardua impresa di esporre classificare giudicare i cultori illustri e oscuri della logica nel Medio Evo, con la persuasione di vedersi dispiegare dinanzi agli occhi un panorama tanto interessante quanto poco conosciuto, e tale comunque da compensare il travaglio della indagine: e nei giudizi recisamente svalutativi da lui pronuziati nei riguardi di quasi tutti gli autori che ha studiati, diresti di sentire la eco di un’amara delusione o un movimento di dispetto, se non addirittura l’accento scorato di chi è tratto ad esclamare: «et oleum et operata perdi di » ! Rimaneggiare l'opera di Prantl, conservando immutate quelle sole parti che han conservato oggi tutto il loro valore, e sostituendo integrando rifacendo quelle che appaiono antiquate o inadeguate, sarebbe stato in contrasto con l’indirizzo al quale, come s’è accennato, la Collezione si attiene: il rispetto dovuto alle opere in essa incluse, ne esige la riproduzione compiuta, senza modificazioni o mutilazioni, che han sempre l’aria di manomissioni arbitrarie. Primo dovere era quello di rivedere l’ingente materiale accumulato nelle numerosissime note, che prevalgono per ampiezza sopra il testo del Prantl: poderosa raccolta di testi accortamente scelti, della quale riconoscono l'incomparabile valore anche i meno disposti a seguire. l’Autore ne’ suoi apprezzamenti e nelle sue interpetrazioni. È Prantl uno studioso di esemplare diligenza, e fa veramente, maraviglia che, con lina smisurata mole di lavoro, egli sia soltanto eccezionalmente incorso in errori di trascrizione, sviste nella correzione delle bozze, inesattezze nelle citazioni e nei rimandi. Ma alcune mende s’è pur dovuto rilevare, che, com’era inevitabile. sono state naturalmente travasate tutte quante nel « Manuldruck. In una traduzione, invece, bisognava procurare di eliminarle, e riscontrar le citazioni, una per una, con i testi, per ottener la massima possibile correttezza, evitando altresì che, come pure in alcuni luoghi è accaduto all Autore, la trascrizione frammentaria possa alterare o non render intiero il pensiero dello scrittore: si direbbe che il Franti qualche volta prendesse frettolosamente le sue note dai testi da citare, e poi le trascrivesse per la stampa, senza più darsi pensiero di collazionarle con l originale. Inoltre, era suo costume di servirsi a caso di una o altra edizione che trovava, per ciascun autore, consert ata nelle Biblioteche di Monaco, rendendo così a noi, molto spesso, difficile il riscontro delle sue citazioni con i testi originali da lui usati: era dunque necessario non solamente emendare e aggiornare le citazioni, ricorrendo, ogni qual volta fosse possibile, a edizioni moderne criticamente condotte, ma inoltre sodisfare una esigenza di uniformità e di unificazione, aggiungendo a ciascun passo il riferimento al luogo corrispondente di un grande repertorio, largamente diffuso e facilmente accessibile, qual è la Patrologia, Greca e Latina, del Migne (designata nelle note, tra parentesi quadre, con la sigla PC o PL, seguita in cifre arabiche dalla indicazione del volume, poi della colonna o delle colonne corrispondenti). Testi che il Franti aveva potuto conoscere solamente di seconda mano, riferendoli secondo le parafrasi di benemeriti studiosi francesi, son oggi editi, e dovevano naturalmente venir citati anche nella forma originale, così rendendosi manifesti i progressirealizzatinella conoscenza di scrittori, quali Adelardo e Abelardo. Successivamente alla comparsa del secondo volume (seconda edizione) della Storia del Pronti, la letteratura concernente gli Autori da lui studiati si è venuta accrescendo in misura molto rilevante: e non c’è forse un solo scrittore o argomento, per il quale non si rendano necessarie allo studioso informazioni bibliografiche supplementari: ma si è voluto evitar di gonfiare la mole della traduzione, introducendovi dati che ciascuno può facilmente trovare raccolti in opere di uso comune, universalmente apprezzale per ricchezza ed esattezza d’indicazioni, qual è, per citare la più nota, il Manuale d’Ueberweg, nelle più recenti edizioni curate dal Paumgartner e dal Geyer. Questioni che si giudicano definitivamente risolte, in senso contrario alle tesi sostenute dal Pronti — quelle, per esempio, che riguardano l’autenticità degli scritti teologici di Boezio, o le relazioni tra le Summulae » di Pietro Ispano e la Sinossi  di Psello — non potevano venir qui dibattute: e al lettore basterà veder accennato il presente stato delle questioni stesse. I volumi del Pronti son tipici esemplari dell arte tipografica tedesca, intorno alla metà del secolo scorso: pagine massicce, caratteri minuti, scarsità di capoversi: tutto quelchecivuole,perdisvogliaredalla lettura, o per renderla più che mai fastidiosa. Ben diverso è l’aspetto delle pagine della traduzione: la necessità di conformarla al tipo prescelto per i. volumi precedenti della Collezione, portava di necessità a un considerevole aumento di mole, in confronto con l’originale: e s è dovuto ripartire in tre volumi la materia compresa dal Pronti nel secondo e nel terzo volume: effettivamente le due ultime Sezioni del secondo volume del testo, la XV a («Influsso dei Bizantini») e la XVI a («Influsso degli Arabi»), trovano il loro posto più adatto, meglio che nel presente volume, in quello che gli farà sèguito: non servono di conchiusione. alla Storia della Logica, ma d’introduzione alla Storia della Logica nel XIII 0 secolo: e formeranno dunque opportunamente, insieme con l’amplissima Sezione XVIP, il contenuto del prossimo successivo volume. Ho avuto cura di render sensibile al lettore come si compartisca e articoli la trattazione del Prantl, moltiplicando i « da capo », e soprattutto dividendo e suddividendo in paragrafi le varie Sezioni, ciascuna delle quali forma nel testo un tutto compatto: una modificazione, questa, che osiamo sperare sarà apprezzata segnatamente dagli studiosi, quando ricorreranno al libro per consultazioni e ricerche particolari. I titoli dei paragrafi e sottoparagrafi corrispondono inpartealleindicazioni che il Prantl ha raccolte nell’ Indice delle Materie, e anche riprodotte in capo alle pagine, in parte sono state aggiunte dal Traduttore, il quale ha cercato di tener distinta, compilando l’Indice stesso, una dall’altra parte, mediante l’uso di tipi differenti. Di regola, e nel corso dell’intiero lavoro, ha incluso tra parentesi quadre tutto ciò ch’è aggiunta sua, dichiarativa o emendativa o integrativa, evitando tuttavia di esporsi alla taccia di pedanteria con una frappo minuta registrazione delle varianti: solamente il raffronto fra i testi quali sono riferiti nell'originale e nella versione potrebbe, a chi volesse, fornire la misura della pazienza che ha richiesta la revisione dell’estesissimo prezioso materiale. Il traduttore non s’illude di esser riuscito a evitare errori e sviste nel lavoro di versione, trascrizione, rettificazione: ma ha coscienza di aver fatto tutto quello che stava in lui, per ridurli al minimo: è grato a quanti gli hanno agevolato le ricerche, condotte per lungo periodo di tempo, presso Biblioteche italiane e straniere: in particolare ringrazia l'insigne collega Mons. Geyer della Università di Bonn, che gli ha liberalmente offerto ospitalità nella sede dell’Albertus Magnus Institut di Colonia. Nell’attendereaquestanuova edizione riveduta, era mio primo dovere, come ben s*intende, di adeguarla alla presente condizione degli studi: e sebbene non sieno stati molto numerosi i contributi, recati negli ultimi ventiquattr’anni allu storia della logica medievale, bisognava certamente trarne profitto con la massiina accuratezza. Ma la nostra conoscenza attuale della letteratura logica di quell’epoca presentando pur sempre, sovra punti particolari, varie lacune, sarei lieto di dare rinnovellato impulso alla pubblicazione di testi supplementari, quali appaion desiderabili, tratti dai preziosi fondi manoscritti delle Biblioteche. Questo augurio vale ancor oggi segnatamente nei riguardi della questione pselliana [sopra la quale son da vedere le Sezioni XV e XVII, nel volume successivo di questa versione], clic io sono bensì convinto di avere oramai risolta in linea di principio, ma che debbo tuttavia qualificare come una questione aperta, in quanto che presentemente ci manca tuttora la conoscenza degli anelli intermedi, che si erano avuti antecedentemente su terreno bizantino. Pbantl. Monaco di Baviera.Relativamente al Medio Evo si trattava ancora di studiare criticamente tutto quanto il' materiale accessibile, come pure di rintracciare la linea effettivamente seguita dal corso della storia. E, per quest’ultimo rispetto, si rese subito manifesto che proprio la storia della logica può aver il compito di correggere o di compiere la conoscenza della così detta filosofia del Medio Evo. A quel modo cioè che, in ordine alla controversia intorno agli universali, è venuta in luce una varietà di tendenze contrastanti. della quale finora non si aveva la idea, — così si .è potuto in compenso non soltanto delimitare esattamente, in quale misura fosse, in quei secoli, conosciuta la letteratura logica, ma anche fornire la dimostrazione incontestabile, che nell’intiero Medio Evo, senza eccezione di sorta, non c’è stato un solo autore che abbia cavalo fuori dalla propria testa un pensiero che fosse suo: bensì la letteratura di quell’epoca era tutta dipendente e condizionata dalla estensione di un materiale preesistente, trasmesso per tradizione. Soltanto sobbarcandomi alla fatica indicibile di sollevare e di risolvere, quasi direi frase per frase, la questione della fonte dalla quale la frase! fosse stata ricavata, sono riuscito a esporre in maniera obbiettivamente esatta il corso della evoluzione; e anche quella sola volta che (cioè a proposito di Escilo) non sono stalo più in grado di dar una risposta a quella domanda « Di dove? », non è già che su questo punto resti da ciò alterata la giustezza della mia tesi generale, ma in quel caso speciale semplicemente manca alla ricerca il materiale necessario. Se del resto io per principio mi sono limitata a quella produzione letteraria, che abbiamo a nostra disposizione in pubblicazioni a stampa, sono tuttavia contento di ammettere la possibilità che da varie Biblioteche, utilizzandosi materiale manoscritto, vengano tratti alla luce elementi per rettificare o integrare la mia ricerca, e anzi in più luoghi ho espressamente formulato l’augurio che ciò awengà. Purtuttavia in un caso soltanto ho derogato a quel mio principio: da manoscritti parigini, additati dall’ Hauréau, ho potuto cioè desumere con gioia ch’era mio dovere addurre il materiale che ivi si trova; poiché n’è derivata luce, non meno nuova che interessante, sopra la relazione di Psello con Pietro Ispano, o piuttosto con i predecessori e contemporanei di quest’ultimo: un risultato, al quale non si sarebbe mai potuti pervenire, con la letteratura a stampa. | Il l J rantl allude qui munì lestamente a scritti inediti di Guglielmo da Shyreswood e di Lamberto da Auxerre, dei quali tuttavia egli si è giocato non per il 2”, ma per il 3" volume di questa sua Storia. Si veda, nel volume successivo della presente traduzione italiana, la Sezione XVII J. Se i passi delle fonti, copiosamente riportati nelle Note, sembrano spesso (particolarmente nella Sezione [la XVI': vedi il voi. successivo della traduzione ] che tratta degli Arabi) contenere più ancora di quel che ho esposto nel testo, il lettore vorrà scusarmene, considerando che io mi sono sempre sforzalo di attenermi alla massima possibile brevità, e che pertanto mi son provato a presentare nel testo non una semplice traduzione e neanche un riassunto, bensì la intima essenza dei passi originali. Al medesimo intento di brevità servono anche i numerosi reciproci rinvii, nei quali il lettore vorrà ravvisare non un ozioso abbellimento, o imbruttimento, ma un mezzo compendioso di tener dinanzi agli occhi in molti casi una più ampia connessione. Monaco di Baviera. Le difficoltà che s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’ italiano dipendono, in primo luogo, dall’incerto significato del nome stesso, onde puo essere ugualmente designate come POSITIVA, filosofia -della quale sembra più interessante mettere in luce le caratteristiche differenziali che non i tratti comuni. I positivisti non si definiscono come tali per la concorde adesione a una rigida dottrina, o per la collaborazione consapevole alla costruzione di un sistema ben determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo metodico, di una forma mentale che impronta di sè non solamente la ricerca filosofica propriamente detta, ma l’intiero mondo della cultura. Il positivismo ripone e ricerca la verità nel fatto, intende la conoscenza come relativa, la esperienza come unica fonte del sapere e ultimo criterio della certezza, ritiene che la cognizione filosofica non sia diversa per natura dalla scientifica, e anche non possa se non prepararla e integrarla, assume di fronte ai problemi della metafisica un atteggiamento agnostico o semplicemente negativo, concepisce la natura come universale meccanismo, escludendone la teleologia e, pure affermando la irreducibile diversità della materia dallo spirito, non crede che da ciò rimanga spezzata la unità e interrotta la continuità del reale, interpetra il mondo dei valori come prodotto della evoluzione psicologica, e dei valori stessi domanda la spiegazione e la giustificazione alle leggi della psicologia. Ma l’accordo — che può anche essere parziale — sopra questi principii non esclude la possibilità di svolgimenti molteplici e autonomi, perchè i principii stessi valgon piuttosto a dirigere nella selezione e nella discussione dei problemi, che non ad anteciparne in concreto la soluzione: onde, chi voglia essere cronista esatto del vasto e vario movimento, si trova di necessità a ravvicinare pensatori che si sono reciprocamente ignorati e che proverebbero senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi insieme: particolarmente in Italia il positivismo è affermazione perenne della libertà filosofica, sì che sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una formula, e si manifesta la necessità di determinarne la fisionomia, considerando in modo distinto la operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità risulta ancora dal fatto che nella maggior parte dei positivisti italiani, sopra il gusto delle costruzioni sistematiche, ha prevalso la tendenza a esplorare determinati campi della indagine: e però limitarsi a registrare le concezioni generali del mondo e della vita, trascurando i contributi recati da più modesti studiosi alle scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del movimento una idea affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno tra le fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro intendimento del loro più profondo significato, consentire anche quegli scienziati che sono affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si decorasse del nome di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche volta, per dirla con Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana, ingenua sino alla inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella metafisica contro la quale il positivismo era sceso in campo: positivismo non può infatti essere ignoranza della tradizione metafisica e incapacità d’intenderne le ragioni, bensì dev’esspre revisione critica dei postulati assunti e dei metodi tenuti dalla metafisica stessa. Eppure in un quadro sommario che aspiri a riuscire completo, anche queste manifestazioni di pensiero più povere di critica hanno il loro significato e debbono trovare il loro posto. D’altra parte, in Italia, in questi ultimi anni, le fortune della filosofia idealistica, soprattutto nella sua forma attualistica, indussero i dissenzienti a costituire una fronte unica contro una dottrina che romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come opera di fantasia e prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come sistemazione di conoscenze vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale, atteggiamento di opposizione e di reazione, ebbe come conseguenza che tendessero a obliterarsi i caratteri differenziali del positivismo da altri indirizzi. A far la rassegna dei filosofi che pròfessano oggi di essere positivisti, si sarebbe indotti a conchitidere che i « quadri » non sono stati mai poveri come adesso : eppure mai come in questo momento è apparsa chiara la influenza del positivismo sopra la educazione mentale e la posizione dottrinale di quei pensatori che non si sono ralliés alla filosofia di moda. Il periodo storico che qui si considera, coincide con il cinquantennio dell’attività filosofica di R. Ardigò; questi, nato a Casteldidone, pubblica La psicologia come scienza positiva », segnandovi le linee fondamentali della sua dottrina, già preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete, nella commemorazione di Pomponazzi — e morì a Mantova, avendo atteso fin quasi all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione del sistema ardighiano erano precorse in Italia altre manifestazioni di pensiero positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si lega in Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i maravigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come delle scoperte, il fervore degli studi storici, la reazione contro le intemperanze del pensiero metafisico, il disgusto dei sistemi dogmatici. Le origini prossime del movimento positivista sono da ricercare nella scuola di Romagnosi, dalla quale uscirono Ferrari e Cattaneo. Ma Ferrari, rappresentante di un fenomenismo estremo che reca le tracce d’influenze discordi e tende a sboccar nello scetticismo, non orientò il suo pensiero verso il positivismo così decisamente come il Cattaneo: questi è comunemente riconosciuto come l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace banditore della dottrina. Nel Cattaneo, patriotta insigne, cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente poliedrica, si manifesta l’interesse per la glottologia, la storia e la politica, la demografia, la economia e la organizzazione tecnica della industria e dell’agricoltura: ne’suoi scritti filosofici, non ammette conoscenza che non sia di fatti, e attribuisce alla filosofia una funzione sintetica rispetto alle altre scienze: raccogliendo la eredità del Vico, pone come fondamentale il pro-^ bleina deH’incivilimento: la civiltà è opera dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una finzione mentale, che non può adeguarsi alla varietà e alla concretezza del mondo umano; la psicologia individuale deve integrarsi nella psicologia sociale, o psicologia delle menti associate; mente non si dà, nè funziona e si forma se non in un giuoco di azioni e reazioni, che, poiché i conviventi operano uno sopra l’altro e ogni generazione scomparsa sopra le successive.] è a un tempo il fondamento della unità sociale e della continuità storica. La dottrina del Cattaneo s'intona al positivismo del Comte e all’umanismo del Feuerbach, sebbene si sia costituita in perfetta indipendenza dall'uno e dall’altro, e contiene germi che dovranno maturare nella filosofia dell’Ardigò (« Opere edite e inedite di Cattaneo). Maestro acclamato e autorevolissimo nelle scienze storiche, Villari, che aveva mostrato, nel « Saggio sull’origine e sul progresso della Filosofia della Storia, di risentir la influenza di Comte e Mill, illustrò e favori («La Filosofia positiva e il metodo storico) l’indirizzo storico già prevalente nelle scienze morali, sostenendo che queste non avrebbero potuto fiorire come le scienze naturali, se non ne avessero fatto proprio il metodo, positivo o sperimentale. La influenza esercitata dalla divulgazione della dottrina darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi biologici ed ebbe fra noi il suo apostolo più fervido in Canestrini ( « Antropologia »  La teoria dell’evoluzione esposta ne’ suoi fondamenti La teoria di Darwin), è manifesta negli scritti di Tommasi, medico insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche dallo stato metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo dottrinale e metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento del sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il materialismo, e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè ogni teleologia («Il naturalismo moderno, Il rinnovamento della medicina in Italia). Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore nella clinica di Napoli. Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina d’Ardigò e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filosofiche rispecchiano il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede inconcussa nel Vero e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella esemplare austerità della vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato impari, se pur non affatto insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa era sodisfatta, in modo positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che rappresenta ancora una entità ontologica, onde si mantiene l’antitesi di sostanza e di fenomeno, e il fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e trova alla soglia di questo il proprio limite: il sistema dell'A. si forma fuori da ogni diretta influenza di queste dottrine, per la rivoluzione che lo studio delle scienze naturali opera nella sua mente, resa, da lunga consuetudine, familiare con i classici della teologia e della metafisica: il distacco dalle vecchie credenze non è definitivo, fin ch’egli non ha trovato la soluzione del problema gnoseologico, e non ha inteso come si possa spiegare la origine delle idee, senza ricorrere alla trascendente facoltà dell’intelletto. La posizione centrale assegnata alla teoria della conoscenza è la caratteristica più significativa del sistema dell’A. « Non è senza significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al suo apparire coll’A., fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando subito il problema dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una concezione organica dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore ed obiettiva non si acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica dell’uiiità della coscienza, e invece che tener separata la questione gnoseologica dalla cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo concetto si della natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si separano se non per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di Comte, nè quello di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il naturalismo del Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono umani: ma il fatto primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata che ne abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a fondamento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza trascorrere dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo dell’A. che elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così la contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione dell’oggetto nel soggetto; e sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza incorrere nei sofismi del soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra termini di pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la sensazione, e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due mondi, per il doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato la sintesi delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi delle sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se stesse nè interne nè esterne, ma il differenziamento si opera, per la specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale, è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione delle sensazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro incommensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico della percezione). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto in se stessa, in quanto conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come percezione, o conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il soggetto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto d’irreducibilità che il pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e che, come tale, è noto («L’Inconoscibile di Spencer e il positivismo). La materia non farà mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la trascendenza così intesa, in senso affatto diverso dal tradizionale, non esclude la fondamentale unità, che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me e Non-Me) che vi si costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico. «L’unità dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la continuità del processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale) caratterizzano la concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una formazione naturale la psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega l’essere e ne domina lo sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si specifica la realtà: la preminenza e la priorità del problema gnoseologico rispetto a tutti gli altri problemi filosofici si esprimono nel fatto che appunto dallo studio del fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il concetto della natura come indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita virtualità di successivi che si realizza nella infinità dei coesistenti. Il processo dall’indistinto al distinto è governato dalla legge del ritmo, la quale spiega come ogni formazione naturale debba sempre essere un ordine, malgrado le accidentalità proprie di ogni ordine dato, che è sempre l’effettuazione di uno tra infiniti altri possibili. Per la universale ritmicità si ha infatti nella natura non il caso, ma la cosa e il fatto, il tipo e la legge, l’impero, dunque, della causalità; ma causalità non è forma a priori dello spirito, nè semplice successione che generi per abitudine l’attesa del riprodursi del passato; l’idea di causa è una formazione naturale endogenetica per l’esperienza subita dal mondo esterno, onde avvertendo costantemente una determinata successione, siamo costretti ad ammettere che il fatto precedente ha in sè una condizione e ragione di causare: ogni fatto, dunque, emerge in modo necessario dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra parte, la necessità non esclude il caso, perchè l’ordine si attua in seno all’universo che è infinito: onde il fatto può a un tempo dirsi, per la sua intrinseca necessità, equazione del determinato, e, per la imprevedibilità della sua determinazione necessaria, equazione dell’infinito: poiché l’indistinto non è un sistema chiuso, il distinguersi di uno o dell’altro ordine è casuale. Il determinismo non elimina dunque la casualità, nè semplicemente l’ammette come espressione della nostra ignoranza: ma la riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto della realtà, non meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per necessità naturale da una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi non assegnabile, o non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del suo principio, non solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche negli elementi costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione naturale nel fatto del sistema solare; la trilogia: « Il Vero»  «La Ragione» L’Unità della Coscienza). E’ una formazione naturale anche la filosofia, che non soltanto ha funzione coordinatrice e sintetica rispetto alle scienze, ma è la matrice perennemente feconda del sapere scientifico e dei problemi che alla scienza appartiene di risolvere. Come l’indistinto si specifica, per un processo di ascendenza dinamica, nei sistemi ritmici, corrispondenti a gradi sempre più alti di autonomia, cosi la filosofia si viene differenziando nelle discipline speciali che in essa si unificano e di essa risentono l’azione propulsiva (« Lo studio della Storia della filosofia Il compito della filosofia e la sua perennità). Sopra i contributi recati dall’A. alle distinte scienze filosofiche non posso intrattenermi qui: basti ricordare come il suo realismo psicofisico e il prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano portato alla costruzione di un sistema di psicologia, dove la unità della coscienza figura come idea direttrice, e la critica del vecchio associazionismo prepara la teoria della confluenza mentale — come inoltre sovra basi fisiopsicologiche si eriga una concezione della vita morale, nella quale la impulsività della sensazione è assunta a spiegare la imperatività della idealità sociale antiegoistica (« La Morale dei positivisti) — come, ancora, la morale s’integri in una sociologia che è piuttosto una filosofia del diritto, o lo studio della formazione naturale della Giustizia, intesa come forza specifica della società (Sociologia) — come infine le dottrine fondamentali si coordinino e sbocchino in ima pedagogia, che pone l’esercizio a fondamento cosi della educazione intellettuale come della educazione morale (La Scienza dell’educazione). Ardigo, prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi discepoli vogliono essere ricordati in primo luogo Marchesini, Dandolo, Tarozzi, Ranzoli, Troilo. MARCHESINI (vedasi), prof, di ped. a Padova, fondatore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e scienze affini, illustrò la figura del Maestro e ne propagò la dottrina, elevandosi dalla esposizione acuta e fedele alla originale ricostruzione e rielaborazione (« La vita e il pensiero di Ardigo; Ardigo, L’uomo e l’umanista. Il M. ha definito il positivismo d’Ardigò come naturalismo umanistico e questa denominazione designa la duplice direzione nella quale egli stesso ha svolto la propria attività di scrittore, integrando felicemente il sistema, che rivela così nella varietà e la novità degli sviluppi la propria feconda vitalità. Il naturalismo del M. si fonda sopratutto sul principio dell’unità come sintesi universale: egli concepisce la unità come continuità dinamica dei fatti fisico, biologico, psichico, postulando il « fatto minimo », come idea-limite, in armonia con lo stesso concetto della continuità nella eterogeneità, e spiegando con la impossibilità di depotenziarci la presunta inintelligibilità del trapasso, alla quale si devono le due estreme concezioni, idealistica e materialistica. La conoscenza, in quanto è determinata dal reale, in ordine al principio della continuità stessa ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già puramente simbolico (« La crisi del positivismo e il problema filosofico, Il simbolismo nella conoscenza e nella morale). Umanistico è detto dal Marchesini il naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla celebrazione della persona umana e dà fondamento razionale e positivo all’idealismo etico e alla dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M., e non soltanto in quelli che hanno più diretta attinenza con la pedagogia (« L’educazione morale» I probi, fond. dell’ed., Disegno stor. delle dottr. ped.), si manifesta più che mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche per il M. la continuità non esclude, ma comprova l’autonomia del soggetto umano, come formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il diritto a un orgoglio umano razionale come vera e propria virtù etica (« Il dominio dello spirito, ossia il problema della personalità eildiritto all’orgoglio). Sulla stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza come rispetto della personalità nella sua costituzione specifica (« L’intolleranza e i suoi presupposti). L’ideale è relativo alla personalità, ma pensato come assoluto acquista da ciò uha particolare potenza utilizzabile pedagogicamente (Le finzioni dell’anima). In esso, e nelle sue singole specie, si reintegrano le inclinazioni umane fondamentali, all’infuori d’ogni trascendenza metafisica, ch’è puramente simbolica («La dottrina positiva delle idealità). Nella teoria del M. si ravvisa antecipata in alcuni de’ suoi elementi più caratteristici e significativi la filosofia del « come se », che ha avuto in questi ultimi anni singolare fortuna e grande diffusione. Dandolo, prof, di fil. teor. a Messina, concepì il problema gnoseologico come problema psicologico, e lo fece oggetto d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare attitudini all’analisi e alla rappresentazione della vita mentale. Tra fatti psichici e fatti fisiologici corre un rapporto unitario di correlazione: il fatto psichico non è il riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie caratteristica nella coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone assolutamente e del quale è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti dell’esperienza edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso all’intelletto, se pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza nella sensazione; ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di sviluppo: la pura sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione, come l’appetito s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione nella volontà. Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma la relatività reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre si pone come fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un termine correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero. Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e la percezione esterna, Le integrazioni psichiche e la volontà, La causa e la legge nell’interpretazione dell’universo, Intorno al valore della scienza, Studi di psicologia gnoseologica, oltre a numerosi altri saggi, soprattutto di psic. e di st. della psic.). TAOROZZI (vedasi), prof, di fii. a BOLOGNA, occupa in Italia, rispetto alla tradizione storica del positivismo sistematico, una posizione spiccatamente personale: è stato, e si è professato sempre, discepolo delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali postulati: la filosofia è anche ricerca, perennemente promossa dai risultati della scienza e dallo sviluppo dei pensiero comune; scienza e filosofia si differenziano non per il metodo bensì per l’oggetto, e insieme tendono a un fine comune cioè alla obbiettività, la quale può essere raggiunta dallo spirito umano solo entro l'ambito della categoria quantitativa, onde ha grande valore filosofico lo sforzo di esprimere il qualitativo in termini quantitativi; la esperienza non è di atti ma di fatti; non è concreto se non ciò che è sicuramente determinabile nel tempo e nello spazio. Ma la originalità del T. si è rivelata anzitutto nelle critiche alle quali egli sottopose il determinismo, ravvisando in questo un residuo metafisico e un elemento estraneo allo spirito del positivismo. il suo indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del Bergson, del Mach, congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità del fatto singolo, senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo (« Della necessità nel fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il realismo gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza » consente una soluzione esauriente della questione relativa alla determinazione qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar fondamento alla persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è contingente, e però presuppone il reale come altro da se stessa, e implica l’idea della esistenza come incondizionalità dell’essere rispetto alla conoscenza; da ciò s’inferisce un reale, di cui tutte le determinazioni appartengono alla esperienza, tranne una, cioè la esistenza, che le si sottrae. Il reale così inteso sfugge a quella determinazione del finito che è propria della conoscenza razionale : e però è l’infinita varietà, che come tale non può essere se non dinamica: infinito dev’essere dunque il principio dinamico dell’infinitamente vario in ciascun essere che l’esperienza ci presenta come determinato e finito. La contingenza della conoscenza, da un lato, giustifica la distinzione della conoscenza pura dalla conoscenza empirica e quindi il riconoscimento di leggi proprie del pensiero, dall’altro, ha in tale distinzione e nella esistenza di queste leggi la propria riprova. Nella conoscenza pura, intesa come conoscenza deH’autonomia dello spirito, consiste il fondamento gnoseologico e logico, dell’idealismo etico. Caratteri dell’idealismo etico sono la coscienza della libertà dello spirito, la responsabilità, l’impero effettivo dell’ideale. La libertà dello spirito, come rivelazione dell’infinito nella coscienza, e capacità che ha l’uomo di creare il regno della sua umanità morale, non esclude ma implica la obbligazione, l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste fra necessario e infinito, in quanto quello pone un limite che questo esclude, vien meno, infatti, nella necessità morale, e in essa soltanto, perchè in essa l’infinito si limita non negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità, in quanto è correlativa alla obbligazione, è responsabilità non soltanto del male, ma anche del bene, in quanto è indipendente dalla obbligazione, trascende i limiti dell’attività del soggetto, onde questi tende ad assumere sopra di sè il carico del male della umanità intiera. Effettivo è l’impero dell’ideale, perchè esso come autonomia dello spirito, è, per natura sua, un fine: ma non può essere fine a se stesso, bensì presuppone un reale ateleologico che si offre come oggetto e materia al teleologismo in cui esso ideale si esplica; presuppone dunque, nell’ordine degli oggetti, la natura indifferente, nell’ordine dei valori, l’utile, il regno dell’interesse egoistico, in cui l’uomo a questa natura indifferente obbedisce. Moralità è spiritualità, e spiritualità è successiva trascendenza di fini gli uni rispetto agli altri. Con il sentimento dell’infinito ha affinità profonda il sentimento estetico: l’estetica non determina una distinta regione dello spirito, ma si afferma sovrana, come espressione sintetica della humanitas. La pedagogia idealistica che risolve la educazione nell’autoeducazione, ripugna al senso comune: la educazione dev’essere spiritualistica, perchè promuovere negli educandi il loro valore propriamente umano, significa avviarli a pensare come vera vita la loro vita interiore. Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina del T. appartiene alla storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido, aperto a interessi molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte, bensì è portato a rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente meglio coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori umani; ma egli non ha mai dubitato che quella rivendicazione morale dell’energia dello spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale (Gentile), non sia appunto il programma che il positivismo propone a se stesso e ha virtù di realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo sistematico tutte le idee qui accennate, vedi: « La coltura intellettuale contemporanea, Ricerche intorno ai fond. della certezza raz. » Menti e caratteri » «La virtù contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del bene Il contenuto mor. della libertà del n. Tempo L’educazione e la scuola Note di estetica sul Par. di Dante. Anche Troilo, prof, di fil. a Padova, operoso cultore della st. della fil. (« La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant, Telesio » La fil. di Bruno Figure e studii di st. della fil.), manifesta, nella esposizione delle sue vedute teoretiche, il travaglio perenne di uno spirito che si cerca: tutta la sua feconda attività di scrittore è infusa di pathos profondo. Egli riferisce a un’antitetica che si rivela fondamentale nell’attività dello spirito, il perenne avvicendarsi dei due indirizzi, positivistico e idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che superando la unilateralità delle contrastanti vedute, integri il positivismo con una sua propria costruzione teoretica (Idee e ideali del Pos.  Il Pos. e i diritti dello spirito). Il suo atteggiamento di calda simpatia per il sistema d’ARDIGÒ non gli vieta di criticarne il concetto dell’Indistinto psicofisico, nel quale ravvisa una pericolosa concessione al dualismo; d’altra parte, il fenomenismo puro riesce a una finale identificazione con il soggettivismo idealistico: a questi indirizzi egli oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità dell’Essere come Dato primo assoluto, assolutamente autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte, dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente in sè quella forma della Realtà ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel Conoscere, il quale altro non è che funzione, la legge è la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e Trascendenza, spoglie di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come espressione integrale teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale, pedagogia dello spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia (« Filosofia, vita, modernità, La conflagrazione). Il positivismo del Trailo si determina come Realismo Assoluto: e un Realismo assoluto è anche la dottrina di RANZOLI (vedasi), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto della conoscenza non è nè una imagine dell’oggetto esterno, nè una creazione del soggetto, bensi lo stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi, .si pone come identico a sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto, come spirito e come natura (L’idealismo e la fil.). Porsi come natura significa rappresentarsi e « distendersi » in quei rapporti spaziali e temporali che risultando dalla mutua irreducibilità degli elementi della conoscenza, e quindi del reale, si possono definire come la visione panoramica che il reale ha di se stesso («Teoria del tempo e dello spazio). Lo spirito costituisce il ritmo supremo dell’esistenza, ossia il limite di quel processo d’individuazione che rappresenta la legge fondamentale della realtà : legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma esprime al contrario la fusione del caso con la causalità (« Il caso nel pensiero e nella vita). Queste idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è sovente un modello di stile filosofico: anche di lui può dirsi, come di DANDOLO (vedasi), che la natura sobria dell'ingegno si riflette nella composizione nitida e organica delle dottrine, ma non vieta di avvivarne efficacemente la espressione con imagini colorite e vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra « La fortuna di Spencer in Italia, ha dimostrato che il positivismo nostro mosse i suoi primi passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è staccato ben presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana, che meglio si accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre tradizioni filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del Rinascimento, ma anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che si continua ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo dello Spencer, meglio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare se stesso: l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo hegelismo: fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana, dalla quale uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari, Angiulli) annovera anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che, rimanendo sul terreno dello hegelismo, riconobbero, nei limiti della filosofia della natura, il valore del principio della evoluzione. E il positivismo italiano fu, per molta parte, evoluzionistico: il fascino esercitato sopra le menti dalla idea di evoluzione trae il sacerdote giobertiano Trezza, bene a ciò preparato dagli studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una intuizione naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il filosofo: le sue idee si organizzarono (La critica moderna) intorno ai due concetti, della relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli appaiono come una serie di trasformazioni perenni — e. della immanenza delle leggi cosmiche che sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio delle volontà trascendenti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo consenso fra gli scienziati: minor favore incontrò la dottrina dell’Inconoscibile, combattuta, per opposte ragioni, da hegeliani e da neo-criticisti, da spiritualisti e da positivisti; ma è manifesta la influenza dello Spencer sopra quel movimento di pensiero che ebbe per organo la Rivista di filosofia scientifica, fondata e diretta da MORSELLI, prof, di psichiatria a Genova. L’opera di lui è soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di richiamare i filosofi alla scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo la metafisica antiintellettualistica, e reagendo contro io spirito antifilosofico, manifestato o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M. rappresentò autorevolmente una filosofia monistica ed evoluzionistica, consapevole della propria funzione sintetica e non ignara delle proprie intime difficoltà, ma da ciò indotta non a cedervi bensì a superarle e una psicologia che si rende conto dei limiti, ma anche del valore del metodo introspettivo («La fil. mon. in Italia» Id. id.» L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà, Il darwinismo e l’evoluzionismo La psic. scient. o pos. e la reaz. neo-ideal. »  ecc.). Classiche sono le ricerche biopsicosociologiche del M. sul suicidio. Anche a dire del M. («C. L. e la fil. scient.), LOMBROSO (vedasi), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle indagini ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni psicologiche anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte, quand'egli le mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate, quasi insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra la costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla influenza che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso determinismo bio sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la legislazione penale è debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di lui e de’ suoi discepoli, con il movimento  della filosofia scientifica («L’uomo delinquente» L’anthrop. crim. L’uomo di genio, «Nuovi studi sul genio). Alla negazione del libero arbitrio e alla fondazione .di una dottrina della imputabilità penale non costituita sopra la responsabilità morale, diede opera, con altri, FERRI (vedasi), fondando quella scuola del diritto penale, o piuttosto della criminologia, che fu detta positiva, e che propugnò lo studio e la considerazione non del delitto, ma del delinquente. Il Lombroso diffuse in Italia, La circolazione della vita » di Moleschott. Questo saggio, nel MOLESCHOTT, prof, a Torino, sostenne le proprie vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della dottrina lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti fra i cultori delle scienze biologiche: e un tale indirizzo è manifesto nelle ricerche psico-fisiologiche di Schiff, prof, di fisiologia a Firenze («Sulla misura della sensaz. e del movimento»  «La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, Herzen (Fisiol. e psicol., La condizione fisica della coscienza » « Della nat. dell’attività psich. » «Il moto psich. e la coscienza) che nell’« Analisi fisiologica del libero arbitrio umano illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico, delle azioni umane; e dell’antropologo Sergi, già prof, a Roma (« Elem. di psic. L’origine dei fenomeni psichici), studioso anche di problemi pedagogici (« Per l’educazione del carattere » Educazione e istruzione). Le vedute di SERGI (vedasi) sono impugnate da REGALIA (vedasi), sostenitore della tesi che il dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari, cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione). Un altro antropologo, Vignoli, coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica (« Peregrinazioni psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella spiegazione delle malattie mentali e le ragioni filosofiche che sono poste a suo fondamento furono combattuti dal grande clinico MURRI (vedasi) (Nosologia e psicologia. Non si staccò dall’indirizzo materialistico BUCCOLA (vedasi), il quale a Reggio Emilia — dpve sotto la direzione di TAMBURINI (vedasi), e più recentemente di Guiceiardi (vedasi), ebbero grande impulso la psicopatologia e la freniatria — avvia ricerche psicometriche che ebbero larga eco anche all’estero («La legge del tempo nei fenomeni del pensiero). Ma scarso è il contributo direttamente recato dai filosofi positivisti alla psicologia con ricerche sperimentali, alle quali attesero prevalentemente seguaci di altri indirizzi o studiosi estranei alla milizia filosofica. Allo studio sperimentale delle emozioni contribuì poderosamente MOSSO (vedasi), prof, di fisiologia a Torino (La paura, La fatica), studioso anche di problemi educativi, il quale aderì alla teoria Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al lombrosiano PATRIZI (vedasi)– no il da Dazia --, prof, di fisiologia a Modena) è dovuto il primo impulso alle ricerche di psicologia applicata ai problemi sociali e del lavoro (psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a tentativi d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della psicologia positiva («Saggio psico antropol. su 0. Leopardi, Il Caravaggio e la nuova crit. d’arte. Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per es. con studi sopra le relazioni fra emozioni e lavoro muscolare) e particolarmente coltivò le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia tecnica scolastica, portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al problema della valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di psicologia e pedagogia dei deficienti («Educazione dei deficienti)si dedica Sanctis, prof, di psicol. a Roma), autore anche di apprezzate ricerche sopra i sogni. Benemerito della pedagogia correttiva è Ferrari, direttore dal 1905 della Rivista di Psicologia. BROFFERIO (vedasi), prof, di st. della fil. a Milano (La filosofia delle Upanishadas », postumo), esercitò la propria attività nella sistemazione della psicologia e, sopra saldo fondamento psicologico, della gnoseologia positivistica : si propose il problema della classificazione delle specie della cognizione, come propedeutico rispetto al problema dell’origine, razionale o sperimentale, della cognizione, e ridusse le intuizioni, per le quali la esperienza è resa possibile, alla intuizione fondamentale del numero (unità e molteplicità), la quale s’integra in quelle della quantità (intensità) e della qualità; ma di quella intuizione egli illustrò la natura sperimentale. Scarso è il contributo recato dai positivisti, alla estetica. Oltre a Mantegazza, professore a Firenze (Epicuro), autore anche di molto fortunati studi sulle emozioni, si può appena ricordare Pilo («Estetica Psicologia musicale) e BARATONO (vedasi) («Sociol. estetica»). Quest’ultimo, autore anche di lodati Fondamenti di psicologia sperimentale ha coltivato poi di preferenza la pedagogia, con indirizzo criticistico. il preteso a priori non è se non la esperienza accumulata della razza. Il positivismo affermando, in contrasto con il materialismo degli scienziati, la relatività della cognizione e precludendosi la via alla ricerca della realtà assoluta, lascia la possibilità di fondare sovra prove morali la credenza nella esistenza di Dio e di appagare la invincibile aspirazione alla immortalità. Il B. ravvisò poi nelle esperienze spiritiche la verificazione sperimentale di quelle ipotesi che aveva da prima accolte per volontà di credere («Le specie dell’esperienza » Man. di psic., Per lo spiritismo). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone a fondamento della filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del conoscere è il sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le leggi dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire secondo una legge dinamica universale si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di sensazioni anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del pensiero. La realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal sentire nascono così l’io come il nonio. E il sentire è anche base della morale. La vita, la quale per conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini la collaborazione e la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi agli effetti pratici vien postulato come fine delle azioni. E al dovere s’informa anche la educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita (Nel regno del conoscere e del ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio dell’io, Alle soglie della metafisica. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, da Marchesini, dal Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la scienza della educazione: e si onora anzitutto del nome di GABELLI (vedasi), che professa un positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni materialistiche; ma più che ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi della pratica: propugnò l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze morali, e delineò un’etica utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto daH’amor proprio (« L’uomo e le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione socratica (Credaro) con la diagnosi severa — condotta da un punto di vista rigidamente conservatore — dei mali morali del popolo italiano e con la indicazione del rimedio, che doveva consistere in una educazione diretta a formare le teste, a bandire l’artifizio, il verbalismo, la retorica, ad assumere come elementi integranti del carattere idee chiare verificate al paragone della esperienza: il miglioramento morale è indissolubilmente legato al progresso intellettuale: non sussiste contraddizione tra il fine umanistico e l’indirizzo realistico della educazione («Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari d'Italia Riordinamento dell’istruzione elementare. Relazione, Istruzioni e programmi» L’istruzione in Italia). Angiulli, prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante hegelismo con un sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale della scienza positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo d’interdipendenza: ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la virtualità dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica, evoluzionistica e relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa di sè anche la morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra con la cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette negl’individui anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza se non nella e per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle condizioni esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi sociali s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente con la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico, praticamente con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della vita. Liberale in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere, d’impartire la educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica. L’incremento della cultura femminile deve render possibile che si armonizzino, nella scienza, la educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica deve in tutti i suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia e la ricerca positiva, La Ped., lo Stato e la Famiglia, La Fil. e la Scuola). SICILIANI (vedasi), prof, di ped. a BOLOGNA, aspira a una sistemazione del positivismo italiano, sulla traccia di Galileo e di Vico e in armonia con l’evoluzionismo («Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia). La sua pedagogia ha a fondamento la storia della educazione e ne ricava i due principii della dignità intrinseca della «santa» personalità umana, e dell’autodidattica (La Scienza nell’Educ. Rivoluzione e Ped. moderna). FORNELLI (vedasi), prof, di ped. a Napoli, contribuì a diffondere in Italia la dottrina herbartiana (Studi herbartiani), la quale tuttavia dovette la sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi Credaro (« La Ped. di Herbart): ebbe vivo il senso della importanza del problema pedagogico nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che deve trovare nella scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si pongono sopra il fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della sua costituzione psicologica, ma della finalità civile della educazione. La volontà è determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo («Educazione moderna»  «L’Insegnamento pubblico ai tempi nostri» 1881 «L'adattamento nell’educazione). DOMINICIS (vedasi), già prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii dell’evoluzionismo e del darwinismo («La dottrina dell’evoluzione); ha determinato, in base alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le leggi, i fini della educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia, acutamente analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della Educ.), e ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem.) sopra la formazione dei maestri. Colozza, prof, di ped. a Palermo, concepisce non diversamente dal suo maestro Angiulli la scienza della educazione nel sistema della filosofia scientifica ed evoluzionistica («Saggio di Ped. comparata» La Ped. nei suoi rapporti con la Psic. e le Se. Soc.): ma ha temprato il forte e indipendente ingegno nell’analisi psicologica, nella ricerca del fondamento psicologico della pedagogia, nello studio di problemi educativi e didattici, nella revisione di concetti comunemente accolti senza discernimento critico: dal ripensamento originale della dottrina del Rousseau ha tratto conforto alla fede nella virtù del metodo attivo; ha risposto negativamente al quesito se esista la educazione dei sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped., Del potere d’inibizione, La meditazione, Questioni di Ped. «Il metodo attivo nell 'Emilio. Ripensando l ’Emilio » La matematica nell’opera educativa). VALLE, prof, di ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel riguardo della forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza): ma prevale nell’opera sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine speculativa del Valore (che è sempre un fine,): donde due dottrine pure (Psicoenergetica, Axiologia) e due dottrine applicate (Psicotecnica, Teleologia). Il D. V. può dirsi positivista, quando ricava « Le Leggi del lavoro mentale » per induzione da esperienze, anche originali, e ravvisa nella pedagogia sperimentale un capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un capitolo della teleologia). Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal positivismo. I Valori (esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono rivelati ma non contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sintesi a priori ; possono esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti, trascendenti, cioè indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta. L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie classi di valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.: Le premesse dell’Axiol. pura»).Montessori ha coltivato l’« Antropologia pedagogica, ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei bambini, che hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il principio di spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met. della ped. scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 « L’autoeduc. nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient.). Tauro, lib. doc. a Roma, autore di un lodato profilo del Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed evoluzionistico nella ped., scient. e filosofica, della quale ha delineato un piano sistematico (« Introd. alla ped. gen.): ha studiato « Il probi, delia coltura nelle sue attinenze con la scienza e con la scuola, ha affrontato questioni di ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità mentale e la concentraz. della istruz.) e alla formazione del maestro (« La preparaz. degl’insegnanti elem. e lo studio della ped.), ha, infine, assunto il silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate, fermandosi a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo dell’autoeducazione («Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito). Per Resta, lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso in balia delle contingenze (attualità,ed eterogenesi dei fini), ma la conformità dei risultati complessivi a un piano di svolgimenti progressivi (persistenza, e omogenesi dei fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo) una forma o norma di vita, per la progressiva riduzione dell’ordine naturale e attuale dello sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una tale forma o legge delle realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un lato, inerente al vivere umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica cioè distinta e originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè come il farsi maestro e far da maestro, mediante una progressiva azione di corrispondenza delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine attuale) alle finalità della vita (ordine finale). La educazione è dunque attività di sforzi perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che si trasformano in abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini della vita: suo modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica (l’autonomia) nella migliore realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) « L’anima del fanciullo e la ped., I probi, fond. della ped. » Trattato di Ped. 1 » L’educaz. del geografo. 11 carattere umanistico della morale dei positivisti è stato già rilevato. Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito dell’etica greca, defini come umanismo la sua filosofia : umanismo critico e integrale, distinto dall’umanismo pragmatistico, perchè tien separate le categorie gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e appreziativo del mondo: tutto da lui prende luce e si predica, tutto da lui prende senso e si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno spirito individuale, che è l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito collettivo una metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze collettive e storiche, e tendenze universali: individualismo e universalismo sono aspetti inseparabili deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente eteronoma e dogmatica: la concezione subbiettivistica dei valori porta a costruire la morale sopra fondamento psicologico. Centro della vita psichica, organo dei valori finali, regolatore supremo della vita è il sentimento, che è il Iato subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione immediata dello stato del soggetto: fondamento di una morale autonoma è il sentimento non come dolore (tendenza) o piacere (fruizione), bensì come sentimento di calma che rivela lo stato di tregua per la sodisfazione avvenuta e l’armonia di tutte le tendenze: all’edonismo va sostituito l’alipismo: il senso di tutto il mondo dello spirito umano è spirito, sospiro o conato di pace, di liberazione dal dolore. L’umanismo pedagogico assume a fine della educazione la perfetta formazione degli organi individuali dei valori umani, informandoli al sistema storico della coltura: la educazione deve tendere a sostituire i valori religiosi con valori spirituali più alti, vincendo la superstizione del divino con la celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I » « Ricerche sistematiche per una fil. del costume. I » «La fi!, mor. e i suoi probi, fond. » 1902 « Le basi dell’umanismo, L’umanismo ped.). L’umanismo etico di CESCA (vedasi), prof, di st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul fenomenismo gnoseologico ed esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina nella concezione di una religione morale e umanitaria (« La religione morale dell’umanità» La Fil. della vita» La Fil. dell’az.). La religione identificata con la forza della idealità continuamente aspirante al meglio, viene anche a identificarsi con la educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento, deve rivolgersi all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C. costruisce la pedagogia generale sopra fondamento evoluzionistico: il suo pluralismo critico tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della educazione» (1896) nella concezione della educazione stessa come processo unitario, realizzantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In JUVALTA (vedasi), prof, di fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi (« Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e i limiti della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della morale »  I limiti del razionalismo etico) son tutti il frutto di meditazione severa, promossa da un irresistibile bisogno di chiarezza che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le soluzioni dei problemi etici che sono state proposte nel corso della storia, ma anche i termini e la posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine morale sono fondamentali e decisive nella posizione e nella soluzione dei problemi di ordine metafisico; e direttamente o indirettamente ne dipendono anche le questioni filosofiche, che a primo aspetto si presentano come d’interesse prevalentemente teoretico. È dunque, nonché opportuno, necessario affrontare i problemi morali indipendentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo filosofico, implicanti una particolare soluzione dei problemi della realtà e della conoscenza. Nella scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i diversi sistemi filosofici, prevale l’atteggiamento personale della coscienza morale. JUVALTA crede alla possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa consistere in un sistema di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di norme da seguire, se non nella ipotesi che sia assunto come fine quell’effetto o quell’ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni e i fattori. Una tale scienza differisce dalle altre scienze precettive soltanto perchè suppone che al fine suo sia riconosciuto un valore di universale preferibilità e precedenza sopra ogni altro fine. Perchè la determinazione delle norme etiche possa dirsi scientifica, si richiede che il fine sia umanamente possibile, cioè in relazione di dipendenza da una certa forma di condotta collettiva o individuale (e particolarmente per questa maniera d’intendere il carattere scientifico della morale, il punto di vista dello J. si differenzia da quello che ha prevalso tra i positivisti). Perchè le norme sieno norme etiche, si richiede che sia ammesso come postulato che il riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza rispetto a qualsiasi altro fine umanamente possibile, è una esigenza morale. L’esigenza caratteristica di una norma morale (esigenza giustificativa, diversa dalla esigenza esecutiva, che è relativa ai mezzi di assicurare la osservanza della norma stessa) è quella di una universale giustizia; e il fine che sodisfa a questa esigenza è una forma di società umana tale, che tutti i socii trovino nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente possibilità esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni ai quali la convivenza e cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del conflitto fra i criteri fondamentali di valutazione morale, lo J. ha recato, e ancora promette, notevoli contributi. ORESTANO, prof, di st. della fil. a Palermo, ha coltivato la storia della filosofia e della pedagogia («Der Tugendbegriff bei Kant» 1901 «Le idee fondam. di F. Nietzsche»  «L’originalità di Kant» Comenio » Angiulli » Rosmini» L. da Vinci) e la filosofia morale (« I Valori umani» 1907 «La scienza del bene e del male» Gravia Levia» Prolegomeni alla scienza del bene e del male, Pensieri’). Meglio che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci dell’indirizzo critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa uscire dalla descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela insufficiente di fronte alle questioni più essenziali che la mente umana può proporsi di fronte alla realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita una soluzione : la esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non rivela al pensiero la totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è nell’esperienza. 11 progresso dello spirito è segnato dall’accrescimento dei problemi. D’altra parte ORESTANO ha finora soprattutto inteso a costruire sul terreno della esperienza una scienza del bene e del male, che si limita alla descrizione più economica, cioè più semplice e più completa, dei rapporti funzionali elementari (espressi possibilmente nella forma del calcolo) dei fenomeni morali; e ha portato nn ricco geniale contributo al problema del valore e della valutazione, considerato cosi in generale come dal punto di vista etico. Ogni sistema di vita morale consiste infatti in un complesso di valutazioni, tendenti a obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un sistema di principii e di leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per questo se ne assume come sufficiente la spiegazione psicologica: la coscienza non è che una piccola sezione della personalità: e quest’ultima è coestensiva col sistema della vita, il quale presenta, nell’aspetto organico psicologico sociale, una composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale dell’io è un mito che non spiega nulla. La valutazione è una funzione dell’interesse (che è reazione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno stato d’interesse riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore non può essere fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il concetto del valore come un principio formale di sintesi dell’esperienza morale senza obbedire ad alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione morale è pertanto il riferimento di un oggetto particolare d’interesse al concetto fondamentale che si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi: questo concetto è il vero fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento relativo, ma che una volta fissato, agisce come principio assoluto. Tale definizione s’integra nella definizione del fatto morale come impiego effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione di un tale concetto unitario, esplicito o implicito, di essa: è la vita che pensa e vuole se stessa, che sceglie da sè i suoi propri modi di essere: il mondo morale è una teleologia in azione. Ma la vita non può pensarsi nè volersi che socialmente: la personalità sociale è il soggetto della esperienza etica, la quale presenta cosi due aspetti, sociale e personale. L’O. riconduce tutte le valutazioni a un comune denominatore, la vita, che è la massima misura umana della realtà e del valore: il valore della vita, poi, è una funzione dipendente del valqre supremo idealmente concepito: per VALLI (vedasi), lib. doc. a Roma, Il Valore Supremo s’identifica con la vita stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo di una corrente d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce la legge di proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori stessi una meta fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte consapevole di ogni processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della morale, che devono via via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti gli altri sono valori relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò supremo, nel quale e per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori conoscitivi che sono anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa Rivista, il V. ha presentato modificata in senso antiintellettualistico, la teoria della religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della religione).  ZINI (vedasi), lib. doc. a Torino, aderisce, sul terreno della gnoseologia, al realismo critico: afferma l’intima unità o mutua compenetrazione dello spazio e del tempo, e svolge una teoria dinamica dello spazio, concepito come emanazione del tempo: la nostra sensibilità, cioè ia nostra vera vita spirituale in quanto è formata di rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione e di volontà, è soggetta alla legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma le condizioni per cui nella realtà soggettiva sorgono queste forme fondamentali, esistono nella realtà oggettiva, nella natura (« La doppia maschera dell’universo). Nel campo della morale, Z. haprofessato sempre la insufficienza dell’empirismo e si è venuto sempre più accostando (La morale al bivio) alla posizione criticistica, in antitesi con il naturalismo etico e il determinismo: ma può essere annoverato qui per l’opera data alla costruzione di una morale logica, la quale sia l’applicazione alla condotta dei sistemi di cognizioni formulati dalla scienza. ZINI ha vigorosamente criticato la morale religiosa, emotiva ed eteronoma, tutta volta alla espiazione del passato e alla redenzione dai peccato, e, svelandone il meccanismo psicologico, l’ha presentata come impedimento alla formazione della personalità libera e responsabile (« Il pentimento e la morale ascetica): egli ha ricostruito la storia psicologica del sentimento e della idea di « Giustizia, e studiato il problema sociale come problema che è anche morale e che trova la sua soluzione non nella socializzazione della proprietà, ma nella partecipazione di tutti alle condizioni di una civiltà superiore (« Proprietà individuale o proprietà collettiva?). Scolaro d’ARDIGÒ e di MARCHESINI (vedasi), LIMENTANI, prof, di fil. inor. a Firenze, ha sostenuto che un’etica indipendente dalla metafisica deve abbandonare ogni pretesa normativa o deontologica: il valore morale si specifica come rapporto formale fra la coscienza del dovere  la quale si spiega con la costituzione pluralistica della personalità e della società  e la condotta effettivamente praticata: misura del valore morale è lo sforzo, ed è però competente a giudicarne, in più eminente grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione morale strido sensu vanno distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra le quali caratteristiche son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta del soggetto e le aspettazioni dei socii (« I presupposti formali della indagine etica »  «La morale della simpatia «Moralità e normalità» «L’onore e la vita morale). Salvadori, lib. doc. a Roma, contribuì efficacemente alla diffusione della dottrina evoluzionistica, con traduzioni di opere dello Spencer e monografie illustrative (Spencer e l’opera sua, La scienza economica e la teoria dell’evoluzione. Saggio sulle teorie econ.-soc. di Spencer, L’etica evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di Spencer); combattè gli errori del trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità) ed ebbe a guida l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale dei sentimenti morali alle spiegazioni metafisica e puramente empirica, rivelatesi insufficienti (Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.), come nel fondare sopra la conciliazione dell’antitesi essere-divenire, un concetto positivo del diritto naturale (Das Naturrecht und der Entwicklungsgedanke. Il positivismo italiano già nel suo fondatore, CATTANEO (vedasi), è, sulle orme del Vico, storicismo: MARSELLI (vedasi), scolaro di SANCTIS (vedasi), dopo avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica, ormeggiato lo Hegel, prova poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani avevano fatto della Idea astratta e della scienza a priori, e concepì la storia come la più alta tra le scienze di osservazione, che con lo stesso metodo adottato dalle scienze naturali, deve rivelarci le manifestazioni della natura umana e le sue leggi. Il positivismo del M. è una metafisica monistica, che non oppone lo spirito alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega con la legge di evoluzione il progresso da una all’altro («La scienza dellastoria» Le leggi storiche dell’incivilimento», postumo). P. R. TROIANO (vedasi) da opera alla costituzione de La storia come scienza sociale, combattendo il concetto dellastoria come opera d’arte. Da apprezzate ricerche d’etnologia preistorica e protostorica (L’origine degli Indoeuropei), condotte sulla traccia luminosa d’intuizioni del Cattaneo, MICHELIS (vedasi) procede ad approfondire il problema della conoscenza storica. Le scienze di leggi dalla matematica alla sociologia  e la storia lato sensu, rispondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali viene pensato il reale come natura, e sovra persistenti vedute astrattistiche e sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale, neanche la storia potrebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle scienze storiche). BERTAZZI (vedasi), prof, di st. della fil. a Catania, fecondo studioso del pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie ricerche sovra «I presupposti fondamentali della storia della filosofia. Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considera i problemi morali dal punto di vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il modo di conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di fil. mor.): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la classificazione e seriazione dei fatti sociali: approfondì la dottrina del metodo delle scienze morali e la dottrina della classificazione delle scienze ( « La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte). Ma della vastissima letteratura sociologica che dilagò per l’Italia sul finire dello scorso secolo e nel primo decennio del presente, non è il caso di far parola: sopra quella emergono per l’austera serietà degli intendimenti e la rigorosa fedeltà al metodo positivo gli « Elementi di scienza politica di MOSCA (vedasi), prof, di diritto costituzionale a Roma, e il «Trattato di sociologia generale di PARETO: questi scrittori, se pure non fecero professione di filosofia, con il loro pensiero robusto e originale esercitarono grandissima influenza sopra la formazione delle giovani generazioni. Scolaro d’ARDIGÒ, LORIA (vedasi), prof, di economia politica a Torino, sociologo ed economista dei più eminenti, ricercò un principio che lo guidasse alla spiegazione organica della vita sociale: non si propose la soluzione di problemi speculativi, ma intese il materialismo storico come un ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo più intransigente estreme illazioni (Le basi economiche della costituzione sociale). Diffuse con parola lucida colorita efficace la conoscenza del movimento sociologico contemporaneo («La sociologia, il suo compito, le sue scuole, i suoi recenti progressi» «Verso la giustizia sociale). La concezione della storia come divenire automatico e fatale dei processi economici, e la interpretazione del materialismo storico come applicazione della filosofia materialistica alla storia, sono state vigorosamente combattute da MONDOLFO (vedasi), prof, di st. della fi!, a BOLOGNA. LABRIOLA (vedasi), prof, di fil. mor. a Roma, aveva sostenuto che il materialismo storico deve fondarsi sopra una dottrina di attività, sopra la marxista filosofia della praxis: l’uomo non è un essere passivo e inerte, docile all’azione delle condizioni esistenti: queste, mentre limitano e ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi contro di esse per reagirvi e trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha create sono da lui, nel processo della lotta fra le classi, superate e trasformate. Il marximo del L., contro ogni teoria dei fattori storici, artificiosamente separati ed entificati, rivendica il principio della unità della vita e della storia («Saggi intorno alla concez. mater. della st. » ). Anche MONDOLFO, autore di pregevoli saggi di psicologia (Studi sui tipi rappresentativi) e di storia della filosofia (Condillac, La morale di Hobbes, Le teorie mor. e poi. di Helvétius, Il dubbio metodico e la st. della fil., Il pensiero di Ardigò» «La fil. di Bruno nella interpretaz. di F. Tocco» Rousseau nella formaz. della cose, mod., Acri e il suo pensiero) e studioso di problemi pedagogici e culturali («Libertà della scuola), interpreta il materialismo storico come intuizione volontaristica della vita e concezione critico-pratica della storia (Il materialismo stor. di F. Engels, Sulle orme di Marx). A fondamento della ricostruzione della dottrina sta lo stesso criterio, per cui la dialettica reale del Marx si opponeva alla dialettica hegeliana della idea, ossia il principio, derivato dall’umanismo del Feuerbach, che restituisce all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella vita, affermando di fronte alla realtà dello spirito la realtà della natura. La conoscenza e la storia umana si sviluppano in un rapporto dialettico fra soggetto (bisogni, aspirazioni, volontà degli uomini) e oggetto (condizioni naturali e storiche): questo si pone come limite, ostacolo e perciò stimolo progressivo all’attività umana e alle conquiste e creazioni, ch’essa compie nella diuturna sua lotta, e che si convertono nelle condizioni nuove, alle quali nuovamente spetterà la funzione di limite e perciò d’impulso a nuovi sforzi di superamento. In questo volontarismo concreto, che riconosce fra i bisogni umani la preminente impellenza del bisogno economico, è l’essenza del processo storico e, insieme, la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi efficacemente nella storia. Alla conoscenza della dottrina e dell’attività politica degli estremi partiti rivoluzionari ha contribuito validamente ZOCCOLI (vedasi) (« L’anarchia Gii agitatori Le idee I fatti), autore anche di saggi sopra la filosofia dello Schopenhauer e del Nietzsche e già prof, di fil. mor. a Catania. Largo contributo recarono i positivisti agli studi di filosofia giuridica, nei quali aveva già stampato un’orma profonda ARDIGÒ (vedasi) con la sua Sociologia. Uno sforzo di conciliazione fra le dottrine positivistiche e il criticismo si ravvisa nei tre volumi delle Opere di VANNI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Roma, che assegna alla fil. del dir. il triplice problema gnoseologico, fenomenologico, deontologico: mette in luce la esigenza gnoseologica implicita nello stesso positivismo comtiano e illustra la dottrina etico-giuridica di Spencer: segna le linee fondamentali di un programma critico di sociologia, riconoscendo la caratteristica della vita sociale nella «storicità-. Le sue Lezioni ebbero grande efficacia sulla educazione mentale di parecchi giuristi. Piuttosto eclettica che propriamente positivistica è la dottrina di Carle, prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita soc.»  «La F. d. d°. nello Stato mod.), ispirata ai principii dello storicismo. La necessità di una larga concezione sociologica e storicistica del diritto fu sostenuta da BRUGI (vedasi), prof, d’istituz. di d° civ. a Pisa ( Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc. 4 , seguace e propugnatore dei principii della scuola storica, il quale accolse e illustrò la dottrina d’ARDIGÒA; da DALLARI (vedasi) (La esigenza del posit. crit. per lo studio fil. del dir. » Il pensiero fil. di Spencer, Il nuovo contrattualismo nella fil. soc. e giur.. F. d. d.° e scienza storica dell’incivilimento); e da SOLARI (vdasi) (La scuola del diritto naturale nelle dottrine etico-giuridiche, «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» li probi, mor.), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista è FRAGAPANE (vedasi), prof, di f. d. d°. a BOLOGNA, che sostenne contro il contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del fatto, della coscienza e della società (Contrattualismo e sociol. contemp.), applica al campo della filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo (Il probi, delle origini del dir.) e combattè l’eclettismo di VANNI (vedasi), negando il compito deontologico della f. d. d.° (Obbiettò e limiti della f. d. d.° ). Scolaro di FRAGAPANE e illustratore dell’opera di VANNI è FALCHI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Parma («L’opera di I. Vanni» Sulla differenziaz. del diritto dalla mor. »  «Le mod. dottrine teocratiche» I fini dello Stato e la funz. del Potere »), che negò la legittimità della esigenza metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione all’aspetto psicologico della fenomenologia giuridica presta MICELI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Pisa, che sostenne la riduzione della f. d. d.° per la parte speculativa alla filosofia morale, e per la parte tecnica alla dottrina generale del diritto (« Le fonti del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » Principii di F. d. d.° »). Considerarono la vita del diritto da un punto di vista evoluzionistico e antropologico SCHIATTARELLA (vedasi), AGUANNO (vedasi), e PAPALE (vedasi),prof, di f. d. d.° rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò sono usciti Alessandro Grappali e Alessandro Levi: il primo (n. 1874), prof, di f. d. d.° a Modena, contribuì alla critica della Sociologia del Maestro dal punto di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno scientifico), fece conoscere in Italia le principali correnti del pensiero sociologico straniero (« Saggi di sociologia » I fondamenti giu.el solidarismo) e assegna alla sociologia la triplice funzione critica, sintetica e teleologica («Sociologia e psicologia). LEVI (vedasi), prof, di f. d. d.°a Catania, assegna alla filosofia il compito di discutere il problema gnoseologico, e conseguentemente intende la f. d. d.°come logica o gnoseologia del diritto, differenziato dalla economia e dall’etica come una distinta forma logica o guisa dello spirito umano; assume come concetto fondamentale dell’ordinamento giuridico, quello di rapporto giuridico, individuazione della forma logica del diritto, che è l’apprezzamento delle attività nel loro profilo intersoggettivo: «ubi societas, ibi ius». («Contributi ad una teoria fil. dell’ordine giur.» F. d. d.°e tecnicismo giuridico  Saggi di teoria del d.° »  « La Fil. poi. di Mazzini). BARTOLOMEI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un saggidiscusse, alla stregua di una metafisica monistica e apprezzò con equanimità e acume « I principii fondam. dell’etica di ARDIGÒ e le dottrine della fi], scientifica, ma il suo ulteriore pensiero si svolse in direzione piuttosto criticistica che non positivistica. DONATI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Macerata, porta contributi allo studio del diritto come fenomeno, e si è poi rivolto specialmente alle ricerche storiche, rendendosi benemerito degli studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 11 socialismo giur. e la riforma del d.° » Il rispetto della legge dinanzi al principio di autorità. Critica alla Fil. civ. di Hobbes »  «Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi » Essenza e finalità della scienza del d°). VACCA (vedasi) traccia le linee di un programma di f. d. d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.° sperimentale. Il positivismo è portato naturalmente a contribuire a quel movimento che può definirsi di filosofia della scienza. Positivistico è l'atteggiamento assunto nel suo libro «Scienza e opinioni» da VARISCO (vedasi), prof, di fil. a Roma, il quale non potrebbe esser annoverato oggi più tra i positivisti, dopo la revisione e le integrazioni alle quali è stato indotto dal suo indomito spirito di ricerca. Il V. distingue assolutamente pensiero e realtà. Questa si compone d’infiniti corpuscoli, estesi ma fisicamente indivisibili, dotati di proprietà psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si muovono e all’occasione si urtano; e, quantunque duri, negli urti si comportano come se fossero elastici. La fisica del V. si riduce integralmente a una meccanica, sul genere di quella di SECCHI (vedasi): l’accadere fisico è quello che ha luogo tra i corpuscoli, mentre l’accadere psichico è provocato, In ogni corpuscolo, degli urli a cui va soggetto. Non esistono mentalità indipendenti dal fatto del nostro pensare (il V. mantiene anche oggi questo suo concetto, che per altro ha reso più coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se non l’esigenza causale dei fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto psichico (separatamente preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto embrionale, ma certo assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che consta. P. es.: consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo nell’acqua si vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il remo sia spezzato, non è puntovero. Quello che consta non è dunque vero, in generale, che relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di quello che consta c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C da P è assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto con certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che ci fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu chiamato il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze positive (dimostrative, secondo GALILEI BUONAUTI, il quale riteneva opinabili tutte le altre dottrine). Fine della filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò molto le sue opinioni, è la discussione del problema, se oltre alla natura psico-fisica ci sia o non ci sia un soprannaturale, cioè se la religione sia o non sia giustificata. Ed egli rispondeva allora che alla riflessione il soprannaturale non può constare; il sentimento del soprannaturale, qualunque ne sia il valore oggettivo, non può essere tradotto in cognizione distinta, non può servire di fondamento alla costruzione del sapere. 1 nomi di ENRIQUES e di RIGNANO si trovano associati nell’impresa di promuovere con la rivista Scientia (fondata e tuttora fiorente sotto la direzione del R.) la coordinazione del lavoro scientifico, la critica dei metodi e delle teorie, e di affermare un apprezzamento più largo dei problemi della scienza. «Problemi della scienza» s’intitola il saggio con il quale l’E. , matematico di fama già mondiale, si annunziò come rappresentante di un positivismo che può dirsi critico, dominato come tale, dalla consapevolezza della esigenza gnoseologica. La teoria della conoscenza, sostenuta dall’E., deriva dall’esame della scienza, non accettata dogmaticamente ma investigata nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben giustificata la definizione della sua costruzione come positivismo critico: l’E. infatti elimina il dualismo di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno rappresenta il lavoro scientifico come un progresso senza fine, perchè sono senza fine i rapporti che legano fra loro le cose, e il concatenamento delle cause naturali: e questo progresso concepisce come procedimento di approssimazioni successive, dove dalle deduzioni parzialmente verificate e dalle contraddizioni eliminanti l’errore delle ipotesi implicite, sorgono nuove induzioni più precise, più probabili, più estese ricerca la origine empirica delle concezioni metafisiche, alle quali può attribuirsi soltanto il valore d’ipotesi, capaci talora di preparare scoperte e teorie scientifiche fa oggetto di studio il fondamento psicologico e il contenuto sperimentale delle supreme categorie logiche opera una revisione delle stesse dottrine positivistiche, con il fine di escluderne i residui metafisici assume come criterio della verità la esperienza, la quale dimostra se sussista o meno l’accordo fra l’elemento subiettivo della previsione e l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come dati immediati della realtà non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra sensazioni e volizioni che condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono gl’invarianti elementari riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa di reale suppone un insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a certe condizioni volontariamente disposte riesce con la definizione del reale come invariante della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare, contro le teorie della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la comprensione del «fatto bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera dell’E. è ispirata alla fede razionale nel valore della scienza e al principio della continuità e interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione del contrasto razionalismo-storicismo il pensiero dell’E. va sempre più evolvendosi nel senso del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con l’empirismo da un lato e con lo storicismo dall’altro («Scienza è razionalismo»  «Per la storia della logica). RIGNANO (vedasi), lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi sociologici biologici psicologici: ha esposto criticamente la sociologia comtiana, soprattutto dal punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di Fil. pos. di A. C. ): ha spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti con una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti recati a favore così del preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi sussidiaria suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale ed esclusiva della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni mnemonici propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in generale. Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è fornito un modello energetico, capace di dare una idea della natura intima della vita (Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti). Hanno origine e natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de synthèse scientifique). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi, che lo costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli altri: da un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze affettive (« Psicologia del ragionamento). Così la sola proprietà mnemonica spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della vita, dalla ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La memoria biologica). I nomi di Varisco, d’Enriques e di Rignano mostrano come il pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di revisione critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli del pensiero contemporaneo. Ma non debbo dimenticare  pur vedendomi costretto, per non esorbitare dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo insufficiente  l’opera di Peano (Calcolo geometrico, 1 principii di Geometria logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Pieri, Padoa, Forti, la quale tanto ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa sistemazione logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi appello all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e filosofico che, partendo dagl’insegnamenti di PEANO (vedasi) e di GARBASSO (vedasi) (Fisica d’oggi. Filosofia di domani), PASTORE (vedasi), prof, di fil. teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli meccanici (Sopra una teoria della scienza Logica formale dedotta dalla consideraz. di modelli meccanici »  «Del nuovo aspetto della scienza e della fil.»  «Sillogismo e proporzione»  «Il pensiero puro»  «Il problema della causalità). Il calcolo logico, secondo il P., non è che uno degl’infiniti modelli con cui si può rappresentare l’ordine dei fenomeni e prevederli; e tutti sono immagini o simboli equivalenti dell’infinita verità. Ma nelle sue ultime opere PASTORE (vedasi), superando la posizione di questo suo iniziale nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di panlogismo. Al positivismo anzi al positivismo più rigoroso ed estremo va pure ascritta la « filosofia scettica » di RENSI (vedasi), prof, di fil. mor. a Genova, pensatore fervido, scritore suggestivo, polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri principali una vivace battaglia contro l’idealismo assoluto, negando radicalmente ogni assolutezza delle forme o attività spirituali, e sostenendo che nell’ambito della sfera della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione, o lo spirito, costruisca cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e si concepisca non come determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa l’oggetto) impera sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma, quindi, certezza v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale, e a questa certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti. Comincia il regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia (e perciò in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la constatazione del fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la constatazione del fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione di esso, ed è mera espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista del sapere, scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » ). Di conseguenza, anche nel campo pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo spirito cavi con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati, qua e là variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo sofistico e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia dell’Autorità»  «Introduzione alla scepsi etica). Anche l’estetica è, come forma a priori dello spirito, nient’altro che scepsi estetica (« La scepsi estetica) e come «bello» non può valere se non la valutazione di fatto che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi suoi scritti (L'irrazionale, il lavoro, l’amore, Interiora Rerum, Realismo) RENSI (vedasi) accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici del suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui ricordato LEVI (vedasi), prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della st. d. fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi, dell’essere e del divenire nella fil. gr. sino a Platone»  « Id. nella fil. di Platone» «Sulle interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.»), mod. («La fil. di Berkeley) e conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane, contemp. »  ecc.). Il L. («Sceptiea) rappresenta un radicale scetticismo che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla consueta accusa d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso l’idealismo assoluto, si fondano sopra una concezione realistica, che, in quanto voglia rispondere a esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è senza giustificazione, anzi in contrasto con il presupposto fondamentale del conoscere (costituito dal mio io pensante): tuttedico — fuorché una, il solipsismo, che da questo presupposto direttamente deriva, e che, sebbene criticabile perchè includente innegabili irrazionalità, è fra tutte la più plausibile. Contro il positivismo, il solipsismo sostiene che il dato dell’esperienza esige una interpretazione del pensiero, e però non ha valore per sè. L’estetica del L. («La fantasia estetica) si riassume nella tesi che « l’opera d’arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente e suscita in chi la contempla uno stato particolarissimo, irreducibile e non del tutto definibile ». In SICILIA (non Italia) il positivismo si presenta con aspetti caratteristici nella filosofia dell’identità di CORLEO (vedasi), prof, di fil. mor. a Palermo, e nel radicale empirismo di GUASTELLA (vedasi), prof, di fil. teor. a Palermo. In CORLEO., positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma egli con la pura osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere alla metafisica e a conclusioni eminentemente razionalistiche. Non vi è qualità la quale non si riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito della scienza, rende possibile la costruzione di una filosofia che adegui la esattezza della matematica. CORLEO ha una concezione atomistica della vita psicologica: dalle percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero, e, presentandosi come in parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono tutte complessi, identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la sintesi spontanee, che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili di queste si presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si separano naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo stesso fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della esperienza, emergente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale dato che consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua psicologia è piuttosto una schematizzazione matematica di esperienze psicologiche, anche logica e gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e norma degli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e procede a rettificare e giustificare, contro i positivisti, le idee della metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure fondamento positivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil. univ. Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità). GUASTELLA procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il pensiero di lui a maggior coerenza, e professa un assoluto nominalismo. Il suo sistema nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est percipi) e, nell’aspetto logico, psicologico e gnoseologico, un non meno radicale empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè come conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico, intendendosi per mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o che s’inferiscono da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti costanti osservati fra di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa esperienza. Empirismo, cioè una dottrina sul criterio della verità, che tra i motivi delle nostre affermazioni di quelle che non sono semplici atti di memoria o comparazione non ammette come legittimo che la induzione, e respinge come illegittimi l’evidenza intrinseca (non confermata dall’induzione) e l’influenza della passione e della volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e non è costituito se non da imagini concrete e particolari: non esistono giudizi a priori : tutte le nostre proposizioni sono affermazione o negazione della esistenza di certi fatti particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la critica dissolvente del concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano daglielementi del senso. Non si può affermare altra esistenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni o subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che si risolvono in sensazioni reali o possibili: non vi è altra scienza possibile che quella delle uniformità di successione, coesistenza, somiglianza tra i fenomeni. E il fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in quanto se ne ha esperienza: ma questa conoscenza fenomenica è completa e assoluta. Anche la credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento nella esperienza, che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato della corrispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come obbiettivamente valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi implicito in ogni prova, e non si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del pensiero: rientra, in sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver fiducia nelle nostre facoltà. La parte più originale della dottrina di GUASTELLA è la Filosofia della Metafisica, cioè la ricerca del fondamento psicologico delle costruzioni metafisiche e la dimostrazione del loro carattere illusorio. Quel fatto che è la metafisica, richiede di essere spiegato: come nasce la tendenza irresistibile a trascendere la esperienza, e come si determinano le varie forme sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei fenomeni? Tale tendenza è tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i fenomeni e tutte le idee che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee sui fenomeni, che ci sono più familiari: particolarmente ai fenomeni dell’azione della volontà sul nostro corpo donde la filosofia volizionale — e del movimento per urto — donde la filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi sulla teoria della con. I. Sui limiti e l’ogg. della con. a priori. II. Fil. della Metafisica» «Le ragioni del fenomenism). Non e il compito di L. considerare le relazioni del positivismo italiano con le filosofie ch’esso trova già vigoreggianti al suo primo manifestarsi, e con le altre correnti che successivamente, in antitesi o in continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato fortuna tra noi. La precedente rassegna analitica basta a dimostrare la profondità, l’ampiezza, la fecondità di un movimento che scaturisce da una necessità, immanente allo spirito umano. Fin dal suo apparire il positivismo fu accompagnato in Malia con i segni aperti di una ostilità che non ha disarmato mai : è leggenda tanto più insistentemente ripetuta quanto più esaurientemente sfatata ch’esso abbia mai ottenuto il predominio nell’insegnamento superiore o aspirato a esercitarvi una tirannica dittatura. Ha tenacemente resi¬ stito all’imperversare di polemiche, le quali hanno sovente trasceso i limiti segnati alla critica onesta e serena, mossa unicamente da zelo di verità. Seguendo la traccia d’ARDIGÒ, e trovando in sè la virtù di reagire contro la tendenza al semplicismo e al rozzo empirismo, è venuto progressivamente interiorizzandosi e affinando in sè il senso della esigenza storica e critica: inflessi- bile nel rivendicare alla filosofia la stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha tenuto fede al patto di alleanza con la scienza, stretto sul fondamento della unità di metodo : e non è certamente questa la sua minore benemerenza verso la cultura nazionale. Firenze, R. Università.Ludovico Limentani. Luigi Speranza, “Grice e Limentani”. Limentani.

 

Luigi Speranza -- Grice e Limone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della simbolica del potere – la scuola d’Atella -- filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Atella). Filosofo italiano. Atella, Potenza, Basilicata. Grice: “I like Limone; like me, he has explored the idea of value in terms of catastrophe – I didn’t. He has explored the poetics of philosophy – and he has investigated on a concept that Strawson and I always found fascinating, that of a person!” -- “Che cosa è, nel mondo umano, la persona?” “Tutto.” “Che cosa è, nel mondo contemporaneo, la persona?”” Nulla.” Persona e memoria, Rubbettino. La sua ricerca filosofica si inserisce nel solco del personalismo comunitario. Si laurea a Napoli e il  Roma. Studia a Parigi e a Châtenay-Malabry, sede dell'Association des amis de Mounier, presso la Comunità dei muri bianchi, cui appartenevano Fraisse, Ricœur, Mounier, Domenach. Insegna a Napoli. I suoi interessi di ricerca abbracciano aspetti epistemologici, etici, filosofico-pratici e simbolici. Al centro della sua attenzione teoretica è “la persona”. Fonda la rivista "Persona” e "Symbolicum" sulla simbolica. SIMBOLO. Sonda in profondità l’idea di persona. Là dove la persona non è né la semplice nobilitazione dell’essere umano in generale, né una singola unità seriale. Della persona si può dare idea, non “concetto”, perché l’idea è aperta come la vita, mentre il concetto è chiuso. L’idea di persona, però, non è l’idea di un quid ma di un “QVIS” perché la persona è un “chi” (“Someone is hearing a noise”) non un “che” (“Something is hearing a noise”)– That’s why it’s very wrong to call “the chair is red” as third-PERSON seeing that the chair is hardly a person!” è l’idea di un’essenza che non può essere separata dalla concreta singola esistenza, originalissima e dotata di dignità. In quanto idea di un “quis”, la persona si presenta come l’altro versante del teorema d’incompletezza di Gödel. Il significato della persona si delinea all’interno di una costellazione in cui essa: -è realtà singolare e la sua idea; -è prospettiva ontologica sussistente e la sua verità; -è la parte di un tutto che solo parzialmente è parte, perché per altro verso si presenta come un tutto, in quanto è irriducibile al tutto e indivisibile in sé; -è l’eccezione istituente una regola che riesce, e non riesce, a farsene istituire; -è l’idea di qualcosa che resiste alla possibilità di essere ricondotto a un’idea; -è l’idea di un appartenere che resiste all’idea di appartenere. L’essere della persona richiama, a suo modo, il problema delle antinomie di Russell. Un tale arcipelago di paradossi costituisce, però, una forza virtuosa che interroga ogni sistema. La persona si configura come invenzione teorica, paradosso logico e misura epistemologica, e rappresenta il punto strutturale di base che istituisce la visione del gius-personalismo. Altri saggi: “Tempo della persona e sapienza del possibile: Valori, politica, diritto (ESI, Napoli); “Tempo della persona e sapienza del possibile: Per una teoretica, una critica e una metaforica del personalismo (ESI, Napoli); La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi, Milano. Bellezza e persona, su “Aisthema” “La macchina delle regole, la verità della vita. Appunti sul fondamentalismo macchinico nell’era contemporanea, in La macchina delle regole, la verità della vita (Angeli, Milano); Che cos’è il gius-personalismo? Il diritto di esistere come fondamento dell’esistere del diritto, Monduzzi, Milano. Ars boni et aequi. Ovvero i paralipòmeni della scienza giuridica. Il diritto fra scienza, arte, equità e tecnica (Angeli, Milano), Filosofia e poesia come passioni dell’anima civile. La persona fra potere e memoria in Persona, Artetetra, Capua. Persona e memoria – cf. Grice, “Personal identity” -- “Oltre la maschera” il compito del pensare come diritto alla filosofia, Rubbettino, Soveria Mannelli. Poesia Polifonia d’un vento (Salerno-Roma). Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma). Ore d’acqua (Salerno-Roma). Incontrando il possibile re (Salerno-Roma). “Notte di fine millennio” (Bari). Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma). L'angelo sulle città, in onore del figlio (Roma ). Le ceneri di Pasolini (Pasturana, Alessandria). Aforismi di un impiccato felice (Salerno). Aforismi del passato duemila: distruzioni per l'uso (Salerno). Ossi di limone. Aforismi di uno scostumato (Vatolla). Sierra Limone. Dai taccuini fenici di Er Limonèro (Vatolla). NV. Melchiorre, Essere persona, Fondazione A. e G. Boroli, Milano Fondazione roberto farina. Giuseppe Limone. Limone. Keywords: simbolo, simbolismo, la dimensione del simbolo,  ventennio, fascismo, simbolica del potere, mistica fascista, damnatio memoriae, la composita, la simbolica, simbolo, composito. Strawson, “The concept of a person” – Ayer: “The concept of a person” – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Limone: la composita” --.  Luigi Speranza, “Grice e Limone: umano e persona” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lisi: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean. When the Pythagoreans were being persecuted in Italy, L. escapes and makes his way to Teba. There he becomes the tutor of Epaminonda, the city’s military leader. He writes a letter to Ipparco. Lisi

 

Luigi Speranza -- Grice e Lisiade: all’isola – la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia siciliana – scuola di Catania. filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo italiano. Catania, Sicilia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lisibio: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lisimaco: la ragione conversazionale al portico romano --  Roma – filosofia toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. He belonged to The Porch. The tutor of Amelio Gentiliano. Since Amelio comes from Firenze, that may be taken as having been the home of L. as well.

 

Luigi Speranza -- Grice e Livi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del consenso sociale – la scuola di Prato -- filosofia toscana -- filosofia italiana – l’aporia: se cristiano, non filosofo. Luigi Speranza (Prato). Filosofo italiano. Prato, Toscana. Grice: “Livi is one of the few Italian philosophers who have taken Moore’s ‘common-sense’ seriously!” – Grice: “The way Livi justifies common-sense, not unlike Moore, is via a principle of ‘coherence’” Allievo di Gilson, collabora con Fabro, Noce edAgazzi. Inizia la scuola filosofica del senso comune, rappresentata dalla Common-Sense Association, che ha come organo ufficiale la rivista "SENSVS COMMVNIS” – cf. Grice on Malcolm, Moore -- . Alethic Logic". Tra i suoi numerosi discepoli o estimatori vi sono Renzi, autore di importanti saggi di Storia della Metafisica,  Bettetini, Arecchi, Spatola, Covino ed Arzillo.  Fondatore di Vinci, membro associato della Accademia d’AQUINO, decano e professore emerito della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. Firma con Giovanni Paolo II alcune parti dell'enciclica Fides et ratio.  «Senso comune» è il termine utilizzato da Livi – apres Malcolm, Moore e Grice -- in chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili possedute da ogni uomo. Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che derivano dall'esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni ulteriore certezza. – cf. Grice, “Common Sense” --. Grice, “Common Sense and Ordinary Language,” “Common Sense and Scepticism” --. Ha per primo precisato quali siano queste certezze e ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l'evidenza dell'esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l'evidenza dell'io, come soggetto che si coglie nell'atto di conoscere il mondo; l'evidenza di altri come propri simili; l'evidenza di una legge morale che regola i rapporti di libertà e responsabilità tra i soggetti; l'evidenza di Dio come fondamento razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica aletica su base olistica.  Tra gli studi recenti sul sistema della logica aletica elaborato da lui vanno ricordati i saggi di AGAZZI, "Valori e limiti del senso comune" (Angeli, Milano), Ottonello ("L.", in "Profili", Marsilio, Venezia ), Vassallo ("La riabilitazione del SENSO COMUNE", in "Memoria e progresso", Fede et Cultura, Verona), di Arzillo, “Il fondamento del giudizio -- una proposta teoretica a partire dalla filosofia del SENSO COMUNE (Vinci, Roma ); Renzi, La logica aletica e la sua funzione critica -- analisi della proposta di L. (Vinci, Roma). Hanno scritto su L. anche Andolfo, storico della filosofia antica, Sacchi, Cottier, Fisichella, Galeazzi, Pangallo e Possenti. Da Gilson, Fabro ed Agazzi ha appreso ad affrontare i problemi essenziali della speculazione metafisica in dialogo con grandi filosofi antichi (Platone, Aristotele, la Scesi, Agostino), del Medioevo (Anselmo, Aquino, Scoto) e dell'età moderna (VICO, Kierkegaard, Rosmini-Serbati). Convinto assertore del metodo realistico di interpretazione dell'esperienza, ne ha difeso le ragioni utilizzando sistematicamente gli strumenti dialettici offerti dai filosofi della scuola analitica. Suoi critici più intransigenti sono stati, da una parte, l’idealista Severino, e dall'altra il caposcuola del pensiero debole, Vattimo. Altri saggi: “Cistiano e filosofo -- il problema (L'Aquila:  Japadre); “Cristiano e comunista” (Torre del Benaco: Colibrì); “Filosofia del SENSO COMUNE -- Logica della scienza (Milano: Ares); “IL SENSO COMUNE tra razionalismo e la scesi in VICO” (Milano: Massimo); “Lessico filosofico latino” (Milano: Ares); “Il principio di coerenza – SENSO COMUNE e logica epistemica” (Roma: Armando); “Aquino: filosofo” (Milano: Mondadori); “La filosofia in eta antica” (Roma: Alighieri); “Dizionario storico della filosofia, Roma: Alighieri); “La ricerca della verità” (Roma, Vinci, Verità del pensiero (Fondamenti di logica aletica) Roma: Laterano); “Razionalità della fede nella Rivelazione -- Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica” (Roma: Vinci); “La ricerca della verità -- Dal SENSO COMUNE alla dialettica” (Roma: Vinci); L'epistemologia d’AQUINO e le sue fonti” (Napoli: Comunicazioni ); “SENSO COMUNE e logica aletica” (Roma: Vinci); “Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia” (Roma: Vinci); “Storia sociale della filosofia in eta antica: aspetti sociali”, La filosofia antica e medioevale;  moderna;  contemporanea, L'Ottocento; Il Novecento, Roma: Alighieri); “Logica della testimonianza - quando credere è ragionevole” (Roma: Lateran); “SENSO COMUNE e metafisica -- sullo statuto epistemologico della filosofia prima” (Roma: Vinci); “Nuovo Dizionario storico della filosofia” (Roma, Alighieri); “Premesse razionali della fede. Filosofi e teologi a confronto sui praeambula fidei” (Roma: Lateran); “Etica dell'imprenditore. Le decisioni aziendali, i criteri di valutazione e la dottirna sociale della chiesa” (Roma: Vinci); Dizionario critico della filosofia, Roma: Alighieri); “Teologia come braccio della metafisica speziale” (Bologna: Edizioni Studio Domenicano); “IL SENSO COMUNE al vaglio della critica” (Roma: Vinci); “Filosofia del SENSO COMUNE. Logica della scienza e della fede” (Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica scienza della fede da un'equivoca "filosofia religiosa" (Roma: Vinci); “L'istanza critica, Roma: Vinci); “La certezza della verità. Il sistema della logica aletica e il procedimento della giustificazione epistemica” (Roma: Vinci); “Dogma e pastorale. L'ermeneutica del Magistero, dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, Roma:Vinci,. Le leggi del pensiero. Come la verità viene al soggetto” (Roma: Vinci,. Teologia e Magistero” (Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica scienza della fede da un'equivoca "filosofia religiosa",  su Gli equivoci della teologia morale dopo l’amoris Laetitia” (Roma: Vinci);  “Aquino filosofo” in Piolanti, AQUINO nella storia della filosofia” (Roma: Vaticana); “La filosofia di Gilson", in  Piolanti, Gilson, filosofo, Roma: Vaticana,  "L'unità dell'ESPERIENZA nella gnoseologia in AQUINO", in Piolanti "Noetica, critica e metafisica in chiave tomistica", Roma: Vaticana); “SENSO COMUNE e unità delle scienze"[cf. Grice, Einhiet Wissenschaft]  in Martinez "Unità e autonomia del sapere: il dibattito", Rome: Armando, Ledda, In memoriam: Corrispondenza Romana, antoniolivi.Vinci, su editriceleonardo  ISCA Commonsense Association ca-news; fidesetratio. Ilgiudiziocattolico. Antonio Livi. Keywords: ‘il senso commune in Vico” – Grice develops a sceptical defence in his early “Common sense and scepticism,” “mainly motivated by what he sees as a ‘cavalier attitude’ to the sceptic by, of all people, Malcolm.” – Grice: “I’m not sure Livi would agree with my idea, but I think he would – certainly Vico took the sceptic challenge possibly most seriously than anyone and Livi is an expert on Vico. Vico’s line of defense lies on the connection, conceptual he thinks, between ‘common sense’ and ‘consenso’: therefore, Malcolm and I have to reach a consensus that we are going to use ‘know’ for things like ‘I know that s is p,’ say, there is cheese on the table, there is a mermaid on the table. Etc. And that “if I’m not dreaming” may not always be a conversationally appropriate defeater!” – Livi. Keywords: consenso sociale, amoris laetitia, Letizia dell’amore --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Livi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livio: la ragione conversazionale e la storia romana come fonte della morale romana – etica togata -- Roma – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova) Filosofo italiano. Padova, Veneto. Disambiguazione – "Livio" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Livio (disambigua). (latino) «Neque indignetur sibi Herodotus aequari Titum Livium» (italiano) «Che Erodoto non s'indigni che gli venga eguagliato Tito Livio» (Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1, 101)   Busto di Tito Livio, opera di Lorenzo Larese Moretti (1858-1867) Tito Livio (in latino Titus Livius[1]; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore degli Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C.  È considerato uno dei maggiori storici dell'Antica Roma, assieme a Tacito.[2]  Biografia  Ritratto di Livio Secondo Girolamo, il quale a sua volta si rifà al De historicis di Svetonio, nacque nel 59 a.C.[3] a Padova.[4]  Quintiliano ha tramandato la notizia secondo la quale l'oratore Asinio Pollione rilevava in Livio una certa patavinitas ("padovanità" o peculiarità padovana), da intendersi come patina linguistica rivelatrice della sua origine,[5] mentre il celebre epigrammista Valerio Marziale ricorda l'accentuato moralismo della sua terra,[6] tipico del carattere di Livio, tanto quanto le sue tendenze politiche conservatrici.[7] Lo stesso Livio, citando Antenore, mitico fondatore di Padova, all'inizio della sua monumentale opera, conferma indirettamente le proprie origini patavine.[8] Per tutta la sua vita, ha dimostrato sempre un amore sfrenato per la sua città natale.[senza fonte]  I Livii erano di origine plebea, ma la famiglia poteva fregiarsi di antenati illustri in linea materna: nella Vita di Tiberio Svetonio ricorda che la Liviorum familia «era stata onorata da otto consolati, due censure, tre trionfi e persino da una dittatura e da un magistero della cavalleria».[9]  Verosimilmente, Tito Livio fu educato nella città natale, istruito prima da un grammatico, con cui apprese a scrivere in un buon latino e imparò altresì il greco, e poi da un retore, che lo avvicinò «all'eloquenza politica e giudiziaria».[10] Uno degli avvenimenti più importanti della sua vita fu il trasferimento a Roma per completare gli studi; fu qui che entrò in stretti rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito,[11] lo chiamava "pompeiano", ossia filo-repubblicano; questo fatto non compromise la loro amicizia, tanto che godette sempre della stima e dell'ospitalità dell'imperatore, e per suo consiglio il nipote e futuro imperatore Claudio compose un'opera storica.[12]  Non ebbe tuttavia incarichi pubblici, ma si dedicò alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo imperatore, e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo tempo. Fu anche autore di scritti di carattere filosofico e retorico andati perduti.[13]  Ebbe un figlio, che egli esortò a leggere Demostene e Cicerone,[14] autore di un'opera di carattere geografico, e una figlia, che sposò il retore Lucio Magio.[15]  Non si sa quando sia tornato a Padova, ma è certo che qui vi morì nel 17 d.C., secondo Girolamo: «T. Livius historiographus Patavii moritur».[16]  Opere  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Gli Ab Urbe condita libri  Lo stesso argomento in dettaglio: Ab Urbe condita libri. Voce da controllare Questa voce o sezione sull'argomento antica Roma è ritenuta da controllare. Motivo: Qui e nella sezione successiva: giudizi critici non referenziati, stile non enciclopedico, ipotesi non attribuite: Ricerca originale? Partecipa alla discussione e/o correggi la voce. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Niente fonti! Questa voce o sezione sull'argomento antica Roma non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull'uso delle fonti. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento.  Una stampa cinquecentesca delle Historiae di Livio  Ab Urbe condita, 1715 Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l'opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C.[senza fonte]  I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell'intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall'I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti ("Periochae"). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell'Asia Minore. L'ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.  Già il titolo dell'opera dà l'idea della grandezza dei propositi dello storico. Livio utilizzò il metodo storiografico che alterna la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il racconto per annunciare l'elezione di un nuovo console, dato che questo era il sistema utilizzato dai Romani per tener conto degli anni. Nell'opera, Livio denuncia inoltre la decadenza dei costumi ed esalta al contrario i valori che hanno fatto la Roma eterna.  Lo stesso Livio affermò inoltre che la mancanza di dati e fonti certe precedenti al sacco di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.C., aveva reso il suo compito assai difficile. A rendere più arduo il compito dello storiografo fu il fatto che non poteva accedere, come privato cittadino, agli archivi e dovette accontentarsi di fonti secondarie (documenti e materiali già elaborati da altri storici). Allo stesso modo, molti storici moderni ritengono che, per la mancanza di fonti puntuali e precise, Livio abbia presentato per le stesse vicende sia una versione mitica sia una versione "storica", senza privilegiare nessuna delle due versioni, ma lasciando alla discrezione del lettore la decisione su quale sia la più verosimile. Nella prefazione è l'autore a spiegare che «quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o anteriori, non cerco né di confermarli né di smentirli: il loro fascino è dovuto più all'immaginazione dei poeti che alla serietà dell'informazione» (ne è un esempio la presenza nell'opera del mito dell'ascensione al cielo di Romolo e di un racconto secondo il quale lo stesso Romolo sarebbe stato ucciso). Il suo talento non va tuttavia ricercato nell'attendibilità scientifica e storica del lavoro quanto nel suo valore letterario (il metodo con cui impiega le fonti è criticabile poiché non risale ai documenti originali, qualora ve ne siano, ma utilizza quasi esclusivamente fonti letterarie).  Livio scrisse larga parte della sua opera durante l'impero di Augusto; nonostante ciò, la sua opera è stata spesso identificata come legata ai valori repubblicani e al desiderio di una restaurazione della repubblica. In ogni modo, non vi sono certezze riguardo alle convinzioni politiche dell'autore, dal momento che i libri sulla fine della repubblica e sull'ascesa di Augusto sono andati perduti. Certamente Livio fu critico nei confronti di alcuni dei valori incarnati dal nuovo regime, ma è probabile che il suo punto di vista fosse più complesso di una mera contrapposizione repubblica/impero. D'altro canto, Augusto non fu affatto disturbato dagli scritti di Livio, e anzi lo incaricò dell'educazione di suo nipote, il futuro imperatore Claudio.  Nella Ab Urbe condita (libro IX, capp. 17–19) si trova la prima ucronia conosciuta, quando Livio immagina le sorti del mondo se Alessandro il Grande fosse partito per la conquista dell'occidente anziché dell'oriente. Lo storico si dice convinto che, in tal caso, Alessandro sarebbe stato sconfitto dalla maggiore organizzazione dell'esercito e dello Stato romano.  Stile  "Titus Livius historicus" in un'illustrazione delle Cronache di Norimberga. Livio fu sempre accusato di patavinitas ("padovanità"); ancora oggi non si è riusciti a capire quale sia il significato preciso del termine: la maggior parte dei critici rileva in ciò una critica nei confronti dello stile "provinciale" dello storico (ma di suddetta provincialità non si rilevano tracce negli scritti a noi pervenuti) mentre altri, come il Syme, ritengono che il termine riguardi più la sfera morale e ideologica. Questa critica è stata mossa inizialmente da Asinio Pollione, politico e letterato romano. Quintiliano definì il suo stile come una lactea ubertas (letteralmente "abbondanza di latte"), per indicare che la prosa di Livio è scorrevole e allo stesso tempo dolce e piacevole per il lettore. Lo stile di Livio è caratterizzato da architetture ben studiate e da un periodare fluente.  A Livio interessa comporre un'opera dilettevole sulla storia di Roma, non facendolo scientificamente (come faceva Tucidide in Grecia), ma raccogliendo semplicemente le notizie dando così piacevolezza all'opera. Ciò lo allontana dallo stile secco e chiuso tipico di Polibio e fa sì che la sua narrazione venga caratterizzata da sfumature definibili "drammatiche", senza eccessi. La storia per lui è "Magistra Vitae" dal punto di vista morale, vivendo infatti in un periodo difficile per la società romana riteneva che il modello da seguire per tornare la grande potenza di un tempo sarebbe stato quello degli antichi romani, per primo quello di Romolo. Livio era un grande nostalgico del passato soprattutto riguardo alla morale e ai valori che avevano reso grande Roma, che in quel periodo erano in grande declino.  Livio attribuisce ai vari personaggi che pone sotto analisi dei caratteri quasi assoluti, facendoli diventare dei paradigmi di passioni (tipi). Un altro elemento tipico della drammatizzazione è quello di mettere in bocca ai personaggi dei discorsi, sia in forma diretta che indiretta, informazioni utili ai fini della narrazione, soprattutto per quanto riguarda la parte "dilettevole" del suo intento. I discorsi sono infatti costruiti in maniera fantasiosa, e di fatto non sono da prendere come verità storiche oggettive ma come esigenze di stampo narrativo e psicologico. Spesso lo storico padovano rileva come una situazione stia precipitando, quando all'ultimo istante si ha un ribaltamento di fronte inatteso, il tipico procedimento teatrale greco del "deus ex machina".  Dal punto di vista prettamente stilistico Livio procede sulle orme di Erodoto (più fiabesco) e segue il modello di Isocrate, con la sua eloquenza piacevolmente narrativa.  Fama di Tito Livio tra i posteri L'opera di Livio fu un esempio di stile e di rigore storiografico durante l'epoca dell'Impero, venendo copiata nelle biblioteche imperiali. Successivamente, nel Medioevo, il testo fu copiato anche nelle abbazie cristiane. Livio ebbe famosi ammiratori, tra cui Dante Alighieri, che nel XXVIII canto dell'Inferno della Divina Commedia cita un episodio cruento della Battaglia di Canne, preso da Livio, ed elogia lo storico: «come Livio scrive, che non erra» (XXVIII, 12). Anche Niccolò Machiavelli lo stimava e scrisse i famosi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.  Note ^ Titus è il praenomen, cioè il nome personale; Livius è il nomen, cioè il nome gentilizio, che significa "appartenente alla gens Livia". Dunque, Tito Livio non aveva il cognomen, il terzo nome, quello di famiglia, cosa peraltro non insolita in epoca repubblicana. In ciò le fonti classiche sono concordi: Seneca (Ep., 100,9), Tacito (Ann., IV,34,4), Plinio il Giovane (Ep., II,3,8) e Svetonio (Claud., 41,1) lo chiamano Titus Livius; Quintiliano lo chiama Titus Livius (Inst. Or., VIII,1,3; VIII,2,18; X,1,101) o semplicemente Livius (Inst. Or., I,5,56; X,1,39). Nell'epigrafe sepolcrale di Patavium, che con tutta probabilità lo riguarda, è chiamato, con l'aggiunta del patronimico, T(itus) Livius C(ai) f(ilius) (CIL V, 2975). ^ Tommaso Gnoli, Livio, Tito, in Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2006. ^ Chronicon, anno Abrami 1958 (= 59 a.C.): «Messala Corvinus orator nascitur et T. Livius Patavinus scriptor historicus». Tuttavia Messalla Corvino nacque nel 64 a.C. Probabilmente l'errore è dovuto alla somiglianza dei nomi dei consoli dei due anni, Cesare e Figulo nel 64 e Cesare e Bibulo nel 59. ^ Il luogo di nascita è confermato anche da Asconio Pediano, Pro Cornelio, I, 60, Simmaco, Epistulae, IV, 18, e Sidonio Apollinare, Carmina, II, 189, oltre che da Asinio Pollione. ^ Quintiliano, Institutio oratoria, I, 5, 56: «Pollio deprehendit in Livio Patavinitatem» e VIII, 1, 3: «in Tito Livio mirae facundiae viro putat inesse Pollio Asinius quamdam Patavinitatem». ^ Marziale, Epigrammaton, XI, 16, 7-8: «Tu quoque nequitias nostri lususque libelli / Uda, puella, leges, sis Patavina licet». ^ Ricordate da Cicerone, Philippica XII, 4, 10 durante la guerra civile: «Patavini [...] eiecerunt missos ab Antonio, pecunia, militibus et, quod maxime deerat, armis nostros duces adiuverunt». ^ Ab Urbe condita libri, I, 1, 1-3. ^ Svetonio, Tiberius, 3, 1: «Quae familia, quamquam plebeia, tamen et ipsa admodum floruit octo consulatibus, censuris duabus, triumphis tribus, dictatura etiam ac magisterio equitum honorata». ^ F. Solinas, Introduzione a Tito Livio, Storia di Roma, Milano, Mondadori, 2007, vol. I, p. XIII. ^ In Annales, IV, 34 Tacito fa dire a Cremuzio Cordo: «Titus Livius, eloquentiae ac fidei praeclarus in primis, Cn. Pompeium tantis laudibus tulit, ut Pompeianum eum Augustus appellaret; neque id amicitiae eorum offecit». ^ Svetonio, Claudius, 41. ^ Seneca, Epistulae, 100, 9: «scripsit enim et dialogos, quos non magis philosophiae adnumerare possis quam historiae, et ex professo philosophiam continentis libros». ^ Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1, 39: «apud Livium in epistula ad filium scripta, legendos Demosthenem atque Ciceronem, tum ita ut quisque esset Demostheni et Ciceroni simillimus». ^ F. Solinas, cit., p. XIII; all'opera del figlio di Livio accenna Plinio il Vecchio. ^ Chronicon, anno Abrami 2033 (= 17 d.C.). Bibliografia  Ab Urbe condita libri, edizione del XV secolo Tito Livio, Storia di Roma dalla Sua Fondazione, edizioni BUR, 13 volumi, Testo Latino a fronte. Trad. e Note di Michela Mariotti, Prima ediz. 2003. ISBN 978-88-17-10641-2 (Si riferisce al Volume 13, edizione della seconda ristampa 2008) Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni, Elena Sada, Studia Humanitatis vol. 3 La formazione dell'Impero ISBN 88-434-0856-9 Tito Livio, Storia di Roma, Newton Compton, Milano, 1997 (6 volumi) traduzione di Gian Domenico Mazzocato Opera di Giovanna Garbarino Storie Sansoni, 1918, commenti di Carolina Lanzani Tito Livio, Ab urbe condita, Stampate nella inclita cittade di Venetia, per Zovane Vercellense ad istancia del nobile ser Luca Antonio Zonta fiorentino, nel anno MCCCCLXXXXIII adi XI del mese di febraio. URL consultato il 7 marzo 2015. (LA) Tito Livio, Ab Urbe condita. Libri 6.-23., Venetiis, apud Carolum Bonarrigum, 1714. (LA) Tito Livio, Ab Urbe condita. Libri 23.-34., Venetiis, apud Carolum Bonarrigum, 1714. Antonio Manfredi, Codici di Tito Livio nella Biblioteca di Niccolò V, in Italia medioevale e umanistica, vol. 34, Padova, Antenore, 1991, pp. 277-292, OCLC 908477617. Ospitato su archive.is. Voci correlate Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Tito Livio Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina in lingua latina dedicata a Tito Livio Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Tito Livio Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Tito Livio Collegamenti esterni Lìvio, Tito, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Gaetano De Sanctis., LIVIO, Tito, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. Modifica su Wikidata Livio, Tito, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata (EN) Robert Maxwell Ogilvie, Livy, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Tito Livio, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Tito Livio, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata Opere di Tito Livio / Tito Livio (altra versione) / Tito Livio (altra versione) / Tito Livio (altra versione) / Tito Livio (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Tito Livio, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Tito Livio, su Progetto Gutenberg. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di Tito Livio / Tito Livio (altra versione), su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) Bibliografia di Tito Livio, su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff. Modifica su Wikidata (EN) Livy (autore), su Goodreads. Modifica su Wikidata (EN) Tito Livio (personaggio), su Goodreads. Modifica su Wikidata (FR) Bibliografia su Tito Livio, su Les Archives de littérature du Moyen Âge. Modifica su Wikidata (EN) Tito Livio, su IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata (LA) Tito Livio, Ab Urbe condita, su IntraText Digital Library, Èulogos SpA Roma, 2010. URL consultato il 15 novembre 2013. - Testi con concordanze e liste di frequenza Tito Livio, Le Deche di Tito Livio - Volgarizzamento del buon secolo corretto e ridotto a miglior lezione, a cura di P. Francesco Pizzorno, Savona, Luigi Sambolino, 1842. - vol. 1, vol. 2, vol. 3, vol. 4, vol. 5, vol. 6 Tito Livio, La Storia romana di Tito Livio coi supplementi del Freinsemio - tradotta e con il testo a fronte - 39 volumi, a cura di Luigi Mabil, Brescia, Nicolò Bettoni, 1805-1817. - La storia Romana di Tito Livio (Libri XL-XLI-XLII) Controllo di autoritàVIAF (EN) 99942145 · ISNI (EN) 0000 0001 2283 4055 · SBN CFIV021177 · BAV 495/44705 · CERL cnp00982110 · Europeana agent/base/60138 · ULAN (EN) 500404165 · LCCN (EN) n79015690 · GND (DE) 118573624 · BNE (ES) XX1131412 (data) · BNF (FR) cb11886799m (data) · J9U (EN, HE) 987007264772205171 · NSK (HR) 000001376 · NDL (EN, JA) 01085697 · CONOR.SI (SL) 8176227 V · D · M Storici romani   Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Età augustea   Portale Letteratura Categorie: Storici romaniStorici del I secolo a.C.Storici del I secoloRomani del I secolo a.C.Romani del I secoloNati nel 59 a.C.Morti nel 17Nati a PadovaMorti a PadovaPersonaggi citati nella Divina Commedia (Inferno)Tito Livio[altre]Although famous as one of the great Roman historians, he is also a philosopher, who popularises the genre of the ‘dialogo filosofico.’ Pre-testo. DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI LIVIO di MACHIAVELLI, FIRENZE, G. BARBÈRA, EDITORE. MACHIAVELLI A ZANOBI BUONDELMONTI E COSIMO RUCELLÀI SALUTE. o vi mando un presente, il quale se non corrisponde agl’obblighi clic io ho con voi, è tale senza dubbio, quale ha potuto Machiavelli mandarvi maggiore. Perchè in quello io ho espresso quanto io so, quanto io ho imparato per una lunga pratica e continova lezione delle cose del mondo. E non porlendo nè voi nè altri disiderare da me più, non vi potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può incrcsccre della povertà dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia del giudizio, quando io in molte parli, discorrendo, m'inganni. Il che essendo, won so quale di noi si abbia ad esser meno obbligato all’altro; o io a voi, che mi avete forzalo a scrivere quello ch’io mai per me medesimo non arci scritto; o voi a me, quando scrivendo non abbi soddisfatto. Pigliate, adunque, questo in quello modo che si pigliano tulle le cose degli amici: dove si considera più sempre l’intenzione di chi  manda,  che le qualità della cosa che è mandata. E crediate che in questo io ho una salisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi ingannato in molle sue circostanze, in questa sola so eh io non ho preso errore, di avere delti voi, ai quali sopra tutti gli altri questi miei Discorsi indirizzi: sì perché, facendo questo, ini pnre aver mostro qualche gratitudine de benefizii ricevuti: si perchè e mi  pare esser uscito fuora dell’uso  comune  di  coloro che  scrivono, i quali  sogliono  sempre le  loro  opere  a qualche  principe  indirizzare; e,  accecati  dall’ambizione  c dall’avarizia,  laudano  quello  di  tutte le  virtuose  qualitadi,  quando  di  ogni vituperevole  parte  doverrebbono  biasimarlo. Onde  io,  per  non  incorrere  in questo  errore,  ho  eletti  non  quelli  che sono  Principi,  ma quelli che per le infinite buone parti loro meriterebbono di essere; nè quelli che polrebbono di gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non polendo, vorrebbono farlo. Perchè gl’uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non quelli che possono esser liberali; e così quelli che sanno, non quelli che, senza sapere, possono governare un  regno. E gli scrittori laudano più Icronc Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re: perchè a Icronc a esser principe non manca altro che il principato; quell’altro non avera parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto quel bene o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore, che queste mie oppinioni vi siano grate, non mancherò di seguire il resto della istoria, secondo che nel principio vi  promisi. Valete Ancouaciiè, per la invida natura degl’uomini, sia sempre stato pericoloso il ritrovare modi ed ordini nuovi, quanto il cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni d’altri; nondimeno, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in  me di operare,  senza alcun rispetto, quelle cose che io creda rechino comune benefìzio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà fastidio e diffìcultù, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche considerassero. E se T ingegno povero, la poco esperienza delle cose presenti, la  debole notizia delle antiche, faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno, che con più virtù, più discorso e giudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare: il che se non mi arrecherà laude, non mi dovrebbe partorire biasimo. E quando io considero quantoonore si attribuisca all’antichità, c comemolte volte, lasciando andare moltialtri  esempi, un frammento d’una antica statua sia stato comperato granprezzo, per averlo appresso di sè, onorarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro che di quella arte si dilettano; e come quelli poi  con  ogni  industria si  sforzano  in  tutte  le  loro opererappresentarlo: e vcggendo, dall’altrocanto, le virtuosissime operazioni che le istorie ci mostrano, che sono state operate da regni  cda repubbliche auliche, dai re, capitani, cittadini, datori di leggi, ed ultri che si sono per la loro atfaticati, esser più presto ammirate che imitate; au/i  in tanto da ciascuno inogni parte fuggite, che di quella antica virtù non  ci è rimaso alcun seguo: posso fare che insieme non me nelavigli e dolga; e tanto più, quanto veggio nelle differenze che intra iladini civilmente nascono, o nelle  inalattie nelle quali gl’uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli giudiciio a quelli rimedi che dagl’antichi sono stati giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non sono altro che sentenzio date dagli antichi iurcconsulti, le quali, ridotte in ordine, a’presenti nostri iureconsulti giudicare insegnano; nè ancora la medicina è altro che cspcrienzia fatta dagli antichi medici, sopra la quale  fondano i medici presenti li loro giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le repubbliche, nel  mantenere gli Stati, nel govcrnai e i regni, nell’ordinare la milizia ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi, nell’accrescere l’imperio, non si trova uè principi, nè repubbliche, nè capitani, nè cittadini che agl’esempi degl’antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca non tanto dalla  debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto  a molte provincie c città cristiane, quanto dal nou avere vera cognizione delle istorie, per non trarne, leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè. Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà dell’accidenti che in esse si  contengono, senza pensare altrimeute d’imitarle, giudicando l’imitazione non solo difficile ma impossibile: come se il cielo, il sole, gl’elementi, gl’uomini fossero variati di moto, d’ordine e di potenza, da quello eli’egli erano anticamente. Volendo, pertanto, trarre gl’uomini di questo errore, ho giudicalo necessario scrivere sopra tutti quelli libri di  L. che dalla malignità dei tempi non  ci sono stati interrotti, quello che io, secondo l’antiche e modern cose, giudico esser necessario per maggiore intelligenzia d'essi; acciocché coloro che questi miei discorsi leggeranno, possino trarne quella utilità pella quale si debbe ricercare la cognizione della istoria. G benché questa impresa sia difficile, nondimeno, aiutato da coloro che mi hanno ad entrare, sotto aquesto peso  confortato, credo portarlo in modo che ad un altro reste breve cammino a condurlo al luogo destinato. Quali siano stati universalmente i principit’di qualunque città, c quale fosse quello di ROMA. Coloro che leggeranno qual principio fosse quello della città di ROMA, e da quali legislatori e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si sia per più secoli mantenuta in quella città; e che di poi ne sia nato quell’imperio, al quale quella repubblica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento suo, dico che tutte le città sono edificate o dagl’uomini natii del luogo dove le s’edificano, o dai forestieri. Il primo caso occorre quando agl’abitatori dispersi in molte e piccole parli non par vivere sicuri, non potendo ciascuna per sè, e per il sito e per il piccol  numero, resistere all’impeto di chi l’assalta; e ad unirsi per loro difensione, venendo il nemico, non sono a tempo; o quando fossero, converrebbe loro lnsciare abbandonati molti de’loro ridotti, e cosi verrebbero ad esser sùbita preda dei loro nemici: talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi o da loro medesimi, o d’alcuno che sia infra di loro di maggior autorità, si ristringono ad  abitar insieme in luogo eletto da loro, più comodo a vivere e più facile a difendere. Di queste, infra molle altre, sono state Atene e Vincaia. La prima, sotto l’autorità di Teseo, fu per simili cagioni dall’abitatori dispersi edificata; l’altra, sendosi molti popoli ridotti in certe isolette che erano nella punta del mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni dì, per lo avvenimento di nuovi  barbari, dopo la declinazione dell’imperio romano, nascevano in ITALIA, cominciano infra loro, senza altro principe particolare clic gli ordinassi, a vivere sotto quelle leggi che parvono loro più atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli popoli che affliggevano ITALIA, navigi da poterli  infestare: talché ogni picciolo principio li potò fare venire a quella grandezza nella quale sono. Il secondo caso, quando da genti forestiere è edificata una città, nasce o da uomini liberi, o che dipendano d’altri come sono le colonie mandate o da una repubblica o d’un principe, per Sgravare le loro terre d’abitatori, o per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono  sicuramente  e senzas pesa mantenersi; delle quali città IL POPOLO ROMANO ne edifica assai, e per tutto l’imperio suo: ovvero le sono edificate d’un principe, non per abitarvi, nia per sua gloria; come la città d’Alessandria d’Alessandro. E per non avere queste cittadl la loro origine libera, rade volte occorre che le facciano progressi grandi, e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a queste  fu l’edificazione di FIRENZE, perchè (fi edificata da’soldati di SILLA, o, a caso, dagl’abitatori dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto OTTAVIANO nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si edifica sotto l’imperio romano; nè potette, ne’principii suoi, fare altri augumentiche quelli che per cortesia del principe li erano concessi.  Sono liberi l’edificatori delle  cittadi quando alcuni popoli, o sotto un principe o da per sé, sono costretti, o per morbo o per fame o per guerra, od abbandonare il paese potrio, e cercarsi nuova sede: questi tali, oegli abitano le cittadi elle e’ trovano nei paesi eli’ egli acquistano, come fa Moisè; o ne edificano di nuovo, come fa ENEA. In questo caso è dove si conosce la virtù dello  edificatore, e la fortuna dell’edificato: la quale è più o meno meravigliosa secondo che più o menoè virtuoso colui che ne è stato principio. La virtù del quale si conosce in duoi modi: il primo è nell’elezione del sito; F altro nella ordinazione delle leggi. Eperchè gli uomini operano o per necessità o per elezione; e perchè si vede quivi esser maggiore virtù dove l’elezione ha meno autorità;  è da considerare se sarebbe meglio eleggere, per la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gl’uomini, costretti ad indùstriarsi, meno occupati dall’ozio, vivessino più uniti, avendo, pellla povertà del sito, minore cagione di discordie; come intervenne in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale elezione sarebbe senza dubbio più savia e più utile quando  gli uomini fossero contenti a vivere delloro, e non volcssino cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo gl’uomini assicurarsi se non colla potenza, è necessario fuggire questa sterilità del pnese, e porsi in luoghi  fertilissimi; dove, potendo pell’ubertà del sito ampliare, possa e difendersi da chi l’assalta, e opprimere qualunque alla grandezza sua si opponesse. G quanto  a quell’ozio  che l’arrecasse il sito, si debbe ordinare che a quelle necessitadi le leggi la costringhino che’l sito non la costringesse; ed imitare quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, c alti a pròdurre uomini oziosi ed inabili ad ogni virtuoso esercizio:  chè, per ovviare aquelli danni i quali l’amenità del paese, mediante l’ozio, arebbero causati, hanno posto una  necessità d’esercizio a quelliche avevano a essere soldati: di qualità che, per tale ordine, vi sono diventat imigliori soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati aspri e sterili Intra i quali fu il regno degl’Egizi, che non ostante che il paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità ordinata dalle leggi, che vi nacquero uomini eccellentissimi; e se li nomi loro non fussino  dalla antichità spenti, si vedrebbe come meriterebbero più laude che Alessandro Magno, c molti altri dei quali ancora è la memoria fresca. E chi avesse considerato il regno  del Soldano, e l’ordine de’Mammaluchi  e di quella loro milizia, avanti che da Sali, Gran Turco, fusse stata spenta; arebbe veduto ili quello molti esercizi circa i soldati, ed arebbe in fatto conosciuto quanto essi  temevano quell’ozio a che la benignità del paese gli poteva condurre, se non v’avessino con leggi fortissime ovviato. Dico, adunque, essere più prudente elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilità con le leggi  infra’ debili termini si restringe. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città per sua gloria, venne Dinoerate architetto, e gli mostra come ei la poteva fare sopra  il monte Albo; il quale luogo, oltre allo esser forte, potrebbe ridursi in modo che a quella città si darebbe forma umana; il che sarebbe cosa meravigliosa e raro, e degna della sua grandezza: e domandandolo Alessandro di quello che quell’abitatori viverebbono, rispose, non ci averepensato: di che quello si rise, e lasciatostare quel monte, edifica  Alessandria, dove gl’abitatori avessero  a stare volentieri pella grassezza del paese, e pella comodità del mare e del Nilo. Chi esaminerò, adunque, l’edificazione di Roma, se si prende Enea per suo primo progenitore, sarà di quelle citladi edificate da’forestieri; se Romolo, di quelle edificate dagl’uomini natii del luogo; ed in qualunciic modo, la Vedrà  avere principio  libero, senza depcndere d’alcuno: vedrà  ancora a quante  necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gl’altri, la costringessino; talmente clic la fertilità del sito, la comodità del mare, le spesse vittorie, la grandezza dell'imperio, non la poterono per molti secoli corrompere, e Ir» » mantennero piena di tante virtù, djp^quante mai fusse alcun’altra repubblica ornata. E perchè le cose operate da lejj,  ^e che sono da L. celebrate, sono seguite o per pubblico o per privato consiglio, o dentro o fuori della cittade, io comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro, e per consiglio pubblico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò, aggiungendovi tutto quello che da loro dependessi: coni quali Discorsi questo primo libro, ovvero Questa  prima parte, si terminerà. Di quante spezie sono le repnbbtiche, e di quale  fu la Repubblica Romana. Io voglio porre da parte il ragionare di quelle cittadi clic hanno avuto il loro principio sottoposto ad altri; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio 'ontano do ogni servitù esterna, nia si ; j sono subito governate per loro arbitrio, o come repubbliche o come principato: U quali hanno avuto, come diversi principi, diverse leggi ed ordini. Perchè ad alcune, o nel principio d’esse, o dopo non molto tempo, sono state date d’un solo le leggi, e ad un tratto; come quelle che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in più volte, e secondo l’accidenti, come Roma. Talché, felice si può chiamare quella repubblica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che le dia leggi ordinate in modo, che senza avere bisogno di  correggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che ottocento anni senza corromperle, o senza alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d’infelicità quella città, che, non si sendo abbattuta ad uno ordinatore prudente, è necessitata da sè medesima riordinarsi: e di queste ancora è più infelice quella che è più discosto dall’ordine; e quella è più discosto, con suoi ordini è al tutto fuori del dritto cammino, che la possi condurre al perfetto e vero fine: perchè quelle clic sono iu questo grado, è quasi impossibile che per qualche accidente si rassettino. Quel le altre che, se le non hanno l’ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a diventare migliori, possono pell’occorrenza  dell’accidenti  diventare perfette.  Ma fia ben vero questo, mai non s’ordineranno senza pericolo perchè l’assai uomini non s’accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine nella città, se non è mostro loro d’una necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità senza pericolo, è facil cosa che quella repubblica rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione d’ordine. Di che ne fa  fede appieno la repubblica di Firenze, la quale fu dallo accidente d’Arezzo, nel 11, riordinata, e da quel di Prato, nel XII, disordinata.Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini della città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero) dico, come alcuui che hanno scritto delle repubbliche, dicono essere in quelle uno de'tre stati, chiamati da loro Principato, d’Ottimati e Popolare; e come coloro che ordinano una città, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito.  Alcuni altri, e secondo l’oppinione di molti più savi, hanno oppinione che siano di sei ragioni governi; delti quali tre ne siano pessimi; tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì focili a corrompersi, che vengono ancora essi ad essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono i soprascritti tre: quelli clic sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dependono; c ciascuno d’essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano dall’uno all’altro: perchè il Principato facilmente diventa tirannico; li Ottimati con facilità diventano stato di pochi; il Popolare senza diflìcultà in licenzioso si converte. Talmente che, se uno ordinatore di repubblica ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perchè nessuno rimedio può farvi, a far che non sdruccioli nel suo contrario, pella similitudine che ha in questo caso la virtù ed il vizio. Nacquono queste variazioni di governi a caso intra li uomini: perchè nel principio del mondo, sendo l’abitatori rari, vissono un tempo dispersi, a similitudine delle bestie; di poi, multiplicando la generazione, si ragunorno insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciorno a riguardare fra  loro quello che fusse più robusto c di maggiore cuore, c fecionlo come capo, e lo obedivano. Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e ree: perchè, veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione intra gl’uomini, biasimando li ingrati ed onorando quelli che fusscro grati, e pensando ancora che quelle  medesime  ingiurie potevano esser fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, ordinare punizioni a chi contea facesse: donde venne la cognizione della giustizia. La qual cosa fa che avendo di poi ad eleggere un principe, non andano dietro al più gagliardo, ma a quello che fussi più prudente c più giusto. Ala come di poi si comincia a fare il principe per successione, e non pei’  elezione, subito cominciorno li eredi a degenerare dai loro antichi; e lasciando 1’opere virtuose, pensano che i principi non avessero a fare altro clic superare l’altri di sontuosità e di lascivia  c d’ogni  altra' qualità deliziosa: in modo che, cominciando il principe ad essere odialo, e per tale odio a temere, e passando tosto dal timore all’offese,  ne nasce presto una tirannide. Da questo  nacquero appresso i principi» delle rovine, c delle conspirazioni e congiure contea i principi; non fatte da coloro clic fussero o timidi o deboli, ma da coloro che per genei'osità, grandezza d’animo, ricchezza e nobiltà, avanzavano gl’altri; i quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel principe. La moltitudine, adunque, seguendo l’autorità di questi potenti, s’arma contra al  principe, c quello spento, ubbidiva loro come a suoi liberatori. E quelli, avendo in odio il nome d’uno solo capo, constituivano di loro medesimi un governo; e nel piincipio, avendo rispetto alla passata tiratinide, si governavano secondo le leggi ordinate da loro, posponendo ogni loro comodo alla comune utilità; e le cose private e le pubbliche con somma diligenzia governano c conservavano. Venuta di poi questa amministrazione ai loro figliuoli, i quali, non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla civile equalità, ma rivoltisi all’avarizia, all’ambizione, all’usurpazione delle donne, feciono clic d’uno governo d’Ottimati diventassi un governo di pochi, senza avere rispetto ad alcuna civiltà: tal  che in breve tempo intervenne loro come al tiranno; perchè infastidita da’loro governi la moltitudine, si fe ministra di qualunque disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e cosi si levò presto alcuno che, colI’aiuto della  moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del principe e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo Stato de’pochi e non  volendo rifare quell del principe, si volsero allo Stato popolare; c quello ordinarono in modo, che nè i pochi potenti, nè uno principe v’avesse alcuna autorità. E perchè tutti gli Stali nel principio hanno qualche reverenza, si mantenne questo Stato popolare un poco, ma non molto, massime spenta che fu quella generazione che l’aveva ordinato; perchè subito si venne alla licenzia, dove  non si temeno nè li uomini privati nè i pubblici; di qualità che, vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni di mille  ingiurie: talché, costretti per necessità, o per suggestione d’alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenzia, si ritorna di nuovo al principato; e da quello, di grado in grado, si riviene verso la licenzia, nei modi e pelle cagioni dette. E questo è il cerchio nel quale girando  tutte le repubbliche si sono governate, e si governano: ina rade volte ritornano nei governi medesimi; perchè quasi nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molle volte per queste mutazioni, c rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel travagliare, una repubblica, mancandoli sempre consiglio e forze, diventa suddita d'uno Stato propinquo, clic sia meglio ordinato  di lei: ina dato che questo non fusse, sarebbe atta una repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi governi. Dico, adunque, che lutti i detti modi sono  pestiferi, pella brevità della vita che è ne’ tre buoni, e pella malignità che è ne’ tre rei. Talché, avendo quelli che prudentemente ordinano leggi conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per se stesso, n’elessero uno che partieipasse di lutti, giudicandolo più fermo e più stabile; perchè l’uno guarda l’altro, scudo in una medesima città il Principato, li Ottimati ed il Governo Popolare. Infra quelli che hanno per simili constituzioni meritato più laude, è Licurgo; il quale ordina in modo le sue leggi in Sparta che dando le parti sue ai  He, agli  Ottimali e al Popolo, fa uno Stato che  durò più che ottocento anni, con somma laude sua, e quiete di quella città. Al contrario intervenne a Solone, il quale ordina le leggi in Atene che per ordinarvi solo lo Stato popolare lo fa di sì breve vita che avanti morisse vi vide nata la tirannide di Pisistrato: e benché di poi anni quaranta ne fusscro cacciati gli suoi eredi, c ritornasse Atene in libertà, perchè la riprese lo Stato popolare,  secondo gl’ordini di Solone; non lo tenne più cliccento anni, ancora che per mantenerlo facesse molte constituzioni, pelle quali si reprime la iusolenzia grandi c la licenzia dell’universale, le quali non furou da Solone considerate nientedimeno, perchè la non le mescola colla potenzia del Principato e con quella dclli Ottimali, visse Atene, spetto di Sparta, brevissimo  tempo. Ria vegniamo  a ROMA; la quale nonostante che non ha uno Licurgo che la ordinasse in modo, ilei principio, che la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno sono tanti gl’accidenti che in quella nacquero, pella disunione che era intra la Plebe ed il Senato che quello che non fa uno ordinatore lo fa  il caso. Perchè, se ROMA non sortì la prima fortuna, sortì la seconda; perchè i primi ordini se  sono defettivi, nondimeno non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perchè ROMOLO e tutti gl’altri re fanno molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero: ma perchè il fine loro fu fondare un regno e non una repubblica, quando quella città rimane libera, vi mancano molte cose che era necessario ordinare in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate. E avvengachè quelli suoi re perdessero l’imperio pelle cagioni e modi discorsi; nondimeno quelli clic li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che stessino nel luogo del re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà regia: talché, essendo in quella Repubblica i Consoli ed il Senato, veniva solo ad esser mista di due qualità delle tre soprascritte: cioè  di Principato e di Ottimali. Restavali solo a dare luogo al Governo Popolare: onde, essendo diventata la Nobiltà romana insolente, si leva il Popolo contro di quella; talché, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte; e, dall’altra parte, il Senato e i Consoli restassino con tanta autorità, che potcssino tenere in quella Repubblica il grado loro. E cosi nacque la  creazione de’Tribuni della plebe; dopo la quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di quella Repubblica, avendovi tutte le tre qualità di governo la parte sua. E tanto li fu favorevole la fortuna, che benché si passa dal governo de’Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse: nondimeno non si tolse mai, per dare autorità alli Ottimati, tutta l’autorità alle qualità regie; nè si diminuì l’autorità in tutto all’Ottimati, per darla al Popolo; ina rimanendo mista, fa una repubblica perfetta: alla quale perfezione venne pella disunione della Plebe e del Senato. Quali accidenti facessino creare in Roma i Tribuni della  plebe; il che fa la Repubblica più perfetta. Come dimostrano lutti coloro che  ragionano del vivere civile, e come ne è piena d’esempi ogni istoria, è necessario a chi dispone una repubblica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini essere  cattivi, e clic li abbinosempre od usure la malignità dell’animo loro, qualunchc volta ne abbino libera occasione: e quando alcuna malignità sta occulta un tempo, procede d’una occulta cagione, ebe, per non si essere veduta esperienza del contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre d’ogni verità. Pare clic fusse in Roma intra la Plebe cd il Senato, cacciati I Tarquiili, una unione grandissima; e che i Nobili, avessino deposta quella loro superbia, c russino diventati d'animo popolare, c sopportabili da qualuncbc, ancora ebe infimo. Stette nascoso questo inganno,  nè se ne vide la cagione, infino ebe i Tarquini vissono; de’quali temendo la Nobiltà, ed avendo paura che la Plebe mal trattata non s’accostasse loro, si porta umanamente con quella: ma come prima furono morti I Tarquini, e die a’ Nobili  fu la paura fuggita, cominciarono a sputare contro Olla Plebe quel veleno che s’avevàno tenuto nel petto, ed in tutti i modi che potevano la offendevano: la qual cosa fa testimonianza a quello che di sopra ho detto, che gl’uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità; ma dove la elezione abbonda, e che vi si può usare licenzia, si riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine. Però si dice che la fame e la povertà fu gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per  sè medesima senza la legge opera bene, non è necessaria la legge; ma  quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però, mancati i Tarqnini, che con la paura di loro tenevano la Nobiltà a freno, convenne pensare a uno nuovo ordine ehe facessi quel medesimo effetto che facevano i Tarquini quando erano vivi.  E però, dopo molte confusioni, romori e pericoli  di scandali, che nacquero intra la Plebe c la Nobiltà, sivenne per sicurtà della Plebe alla creazionc  ile’ Tribuni; e quelli ordinarono con laute preminenze e tanta riputazione, che potcssino essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, eovviare alla insolenzia de’Nobili. Che la disunione della Plebe c del Senato romano fece libera e polente quella Repubblica. H0U njt  fil ùi  òVvil  tf,; il  "iit’ lo non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de’Tarquini alla creazione de’Tribuni; e di poi alcune cose contro la oppinionc di molti clic dicono. Roma esser stata una repubblica tumultuaria, e piena di tanta confusione, clicse la buona fortuna c la virtù militare non avesse supplito a’loro difetti, sarebbe stata inferiore ad ogni altra  repubblica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fussero cagioni dell’imperio romano; ma e’ mi pare bene, che costoro non s’avvegghino, clic dove è buona milizia, conviene clic sia buono ordine, e rade volte anco occorre clic non vi sia buona fortuna. Ma vegniamo all i altri particolari di quella città. Io dico clic coloro clic dannano I tumulti intra i Nobili c la Plebe, mi pare clic biasimino quelle cose che furono prima cagione di tenere libera Roma; c clic considerino più a’romori ed alle grida clic di tali tumulti nascevano, che a’buoni effetti clic quelli partorivano: e che non considerino come ei sono in ogni repubblica duoi umori diversi, quello del popolo, c quello dei grandi; c come tutte le leggi che si fanno in favore delia libertà, nascono dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma: perchè da’Tarquini ai Gracchi, che furono più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio, radissime sangue. Nè si possono, per tanto, giudicare questi tumulti nocivi, nè una repubblica divisa, che in tanto tempo pelle sue differenze non mondò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò  pochissimi, e non molti ancora condennò in danari. Nè si può chiamare in alcun modo, con ragione, una repubblica inordinata, dove siano tanti esempi di virtù; perchè li buoni esempi nascono dalla buona educazione; la buona educazione dalle buone leggi; e le buone leggi da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perchè chi esaminerò bene il fine d’essi, non troverà ch’egliabbino partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del comune bene,  ma leggi ed ordini in benefizio della pubblica libertà. E se alcuno dicesse: i modi erano straordinari, e quasi efferati, vedere il Popolo insieme gridare contro il Senato, il Senato contra il Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la Plebe di Roma le quali tutte cose  spaventano, nonclic altro, chi legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi, con i quali il popolo possa sfogare l’ambizione sua, e massime quelle ciltadi che uelle cose importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali la città di Roma aveva questo modo, che quando quel Popolo voleva ottenere una legge, o e’faceva alcuna delle predette cose, o e’non voleva dare il nome  per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisogna in qualche parte satisfargli. E i desiderò de’popoli liberi, rade volle sono perniziosi alla libertà, perchè e’na seono o da essere oppressi, o da suspizionc di avere a essere oppressi. E quando queste oppinioni fussero false, e’vi è il rimedio delle concioni, che sorga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come c’ s’ ingannano:  e li popoli, come dice CICERONE, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente cedono, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero. Debbesi, adunque, più parcamente biasimare il governo romano, e considerare che tanti buoni effetti quanti uscivano di quella repubblica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti furono cagione della creazione  dei Tribuni, meritano somma laude; perchè, oltre al dare la parte sua all’amministrazione popolare, furono constituiti per guardia della libertà romana. Dove più sccurnmentc si ponga la guardia della libertà, o nel Popolo o ne’Grandi; c c/uali hanno maggior cagione di tumultuare, o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere. Quelli clic prudentemente hanno constituita una repubblica,  intra le più necessarie cose ordinate da loro, è stato constituire una guardia alla liberta: e secondo che questa è bene collocala, dura più o meno quel vivere libero. Eperché in ogni repubblica sono uomin grandi e popolari, si è dubitato nelle mani di quali sia meglio collocata detta guardia. Ed appresso i Lacedemoni, c,ne’nostri tempi, appresso de’Viniziani, la è stata messa nelle mani  de’Nobili; ma appresso de’Romani fu messa nelle mani della Plebe. Per tanto, è necessario esaminare quale di queste repubbliche avesse migliore elezione. E se siandassi dietro alle ragioni, ci è che dire da ogni pajte: ma se si esaminassiil fine loro, si piglierebbe la parte de’Nobili, per aver avuta la libertà di Sparla c di Vinegia più  lunga vita che quella di Roma. E venendo alle ragioni, dico, pigliando prima la parte de’Romani, come e’si debbe mettere in guardia coloro d’una cosa, che hanno menoappetito d’usurparla. E senza dubbio, se si considera il fine de’nobili e deili ignobili, si vedrà in quelli desiderio grande di dominare, cd in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per conseguente, maggiore volontà  di vivere liberi, potendo meno sperare d’usurparla  che non possono li granili: talché, essendo i popolani preposti a guardia d’una libertà, ò ragionevole ne abbino più cura: e non la putendo occupare loro,  non permettino clic altri la occupi. Dall’altra parte, chi difende l’ordine sparlano e veneto, dice clic coloro che mettono la guardia in inano de’potenti, fanno due opere buone: I’una, che satisfanno più all’ambizione di coloro che avendo  più parte nella repubblica, per avere questo bastone in mano, hanno cagione di contentarsi più; I’altra, clic bevano una qualità di autorità dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d’infinite dissensioni escandali in una repubblica, e alta a ridurre la nobiltà a qualche disperazione, che col tempo faccia cattivi eliciti. E ne danno per esempio la medesima Roma, che per avere i Tribuni  della plebe questa autorità nelle mani, non bastò loro aver un Consolo plcbeio, che gli vollono avere ambe due. Da questo, c’voltano la Censura, il Pretore, e tuttili altri gradi dell’imperio della città: nè bastò loro questo, chè, menati dal medesimo furore, cominciorno poi, col tempo, a adorare quelli uomini  che vedevano atti a battere la Nobiltà; donde nacque la potenza di Alarlo, e la  rovina di Roma. E veramente, chi discorressebene I’una cosa c l’altra, potrebbestare dubbio, quale da lui fusse eletto per guardia tale di libertà, non sapendo quale qualità d’uomini sia più nociva in una repubblica, o quella ohe desidera acquistare quello che non ha,‘ o quella che desidera mantenere l’onore già acquistato. Ed in fine, chi sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa conclusione: o tu  ragioni d’una repubblica che vogli fare uno imperio, come Roma; o d’una che li basti mantenersi. Nel primo caso, gli è necessario fare ogni cosa come Roma; nel secondo, può imitare Yinegia e Sparta per quelle cagioni. Ma, per tornare a discorrere quali  uomini siano in una repubblica piu nocivi, o quelli clic desiderano d’acquistare, o quelli clic temono di perdere  lo acquistato; dicodie, scudo fatto Marco Meiiennio dittatore, e Marco Fulvio maestro de’cavalli, tutti duoi plebei, per ricercare certe congiure clic s’erano falle in Capovaconlro a Roma, fu dato ancora loro autorità dal Popolo di poter ricercare chiin Roma per ambizione e modi straordinari s’ingegnasse di venire al consolato, ed agli altri onori della città. Eparendo alla Nobiltà, che tale  autorità fusse data al Dittatore contro a lei, sparsero per Roma, clic non i nobilierano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi straordinari, ma gl’ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virtù loro, cercavano pervie straordinarie venire a quelli gradi; e particolarmente accusano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa, che Mencnnio, fatta una conclone c dolutosi deite calunnie dategli da’Nobili depose la dittatura, e sottomessesi ai giudizio che di lui fussi fatto dal Popolo; c di poi, agitala la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso, o quel che vuolemantenere o quel che vuole acquistare; perchè facilmente 1’uno  e l’altro appetito può essere cagione di tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il più delle volte sono  causali da chi possiede, perchè la paura del perdere genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano acquistare; perchè non pare agli  uomini possedere sicuramente quello clic l’uomo ha, se non si acquista di nuovo dell’altro. E di più vi è, che possedendo molto,  possono con maggior potenzia c maggiore moto fare alterazione. Ed ancora vi è di più, che li loro  scorretti e ambiziosi portamenti accendono ne’petti di chi non possiede voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro spogliandoli, o per potere ancora loro entrare in quella ricchezza c in quelli onori clic veggono essere male usati dagli altri. Se in 1 ionia si poteva ordinare uno stalo che togliesse via le inimicizie intra il Popolo ed il Senato. Noi abbiamo discorsi di sopra gli effetti che facevano le  controversie  intra il  Popolo ed  il Senato. Ora, sendo quelle seguitate in fino al tempo de’Gracchi, dove furono cagione della rovina del vivere libero, potrebbe alcuno desiderare che Roma avesse fatti gl’effetti grandi che la fece, senza che in quella fussino tali inimicizie. Però mi è parso cosa degna di considerazione, vedere se in Roma si poteva ordinare uno stato che  togliesse via dette controversie. Ed a volere esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle repubbliche le quali senza tante inimicizie c tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato era il loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esempio tra lì antichi ci è Sparta, tra i moderni Yinegia, state da me di sopra uominate. Sparla fece uno Re, con un picciolo Senato, che la  governasse. Vinegia non ha diviso il governo con i nomi;  ma, sotto una appellazione, lutti quelli che possono avere amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo dette il caso, più che la prudenza di elùdette loro le leggi: perchè, sendosi ridotti in su quegli scogli dove è ora quella città, pelle cagioni dette di sopra, molti abitatori; come furon cresciuti in tanto numero, che  a volere vivere insieme bisogna loro far leggi, ordinorono una forma di governo; c convenendo spesso insieme ne’consigli a deliberare della città, quando parve loro essere tanti che fussero a sufficienza ad un vivere politico, chiusono la via a tutti quelli altri che vi venissino ad abitare di nuovo, di potere convenire ne’loro governi: e, col tempo, trovandosi in quel luogo assai abitatori  fuori del governo, per dare riputazione a quelli clic governavano, gli chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo modo nascere e mantenersi senza tumulto, perchè quando e’nacque, qualunque allora abita in Vinegia fu fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che di poi vi vennero ad abitare, trovando lo Stato fermo c terminato, non avevano  cagione  nè comodità di fare tumulto. La cagione non y’era, perchè non era stato loro tolto cosa alcuna: la comodità non v’era, perché chi regge gli teneva in freno, c non gl’adopera in cose dove e’ potessino pigliare autorità. Oltre di questo, quelli che di poi vennono ad abitare Vinegia, non sono stali molli, c di tanto numero, che vi sia disproporzione da chi gli governa  a loro che sono  governati; perchè il numero de’Gentiluomini o egli  è eguale a loro, o egli è superiore: sicché, per queste cagioni, Vinegia potette ordinare quello Stalo, e mantenerlo unito. Sparta, come ho detto, essendo governata da un  Re c da una stretto Senato, potette mantenersi così lungo tempo, perchè essendo in Sparta pochi abitatori, ed avendo tolta la via n chi vi venisse ad abitare, ed avendo prese le leggi di Licurgo con reputazione, le quali osservando, levano via tutte le cagioni de’tumulti, poterono vivere uniti lungo tempo: perchè Licurgo colle sue leggi fece in Sparta più cqualità di sustanze, e meno equalità di grado; perchè quivi era una eguale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perchè i gradi della città si distendevano in pochi cittadini, ed erano tenuti discosto  dalla plebe, uè gli nobili col trattargli male dettero mai loro desiderio di avergli. Questo nacque dai Re spartani, i quali essendo collocati in quel principato e posti in mezzo di quella nobiltà, non avevano maggiore rimedio a tenere fermo la loro degnità, ehc tenere la plebe difesa da ogni ingiuria: il che fa che la plebe non temeva, c non desiderava imperio; e non avendo imperio nè  temendo, era levatavia la gara che la potessi  avere con !unobiltà, c la cagione de’tumulti;  e poterono vivere uniti lungo tempo. Ma due cose principali causarono questa unione: T una esser pochi gli abitatori di Sparta, e per questo poterono esser governati da pochi; l’altra, che non accettando forestieri nella loro repubblica, non avevano occasione nè di corrompersi, nè dicrescere in  tanto che la fusse insopportabile a quelli pochi che la governavano. Considerando, adunque, tutte queste cose, si vede come a’ legislatori di Roma era necessario fare una delle due cose, a volere che Roma stessi quieta come le sopraddette repubbliche: o non adoperare la plebe in guerra, corne i Viniziani; o non aprire la via a’forestieri, come gli Spartani. E loro feceno 1’una e l’altra; il  che dette alla plebe forza ed augumento, ed infinite occasioni di tumultuare. E se lo stato romano veniva ad essere più quieto, ne seguiva questo inconveniente, ch’egli era anco più debile, perchè gli si tronca la via di potere venire a quella grandezza dove ei pervenne: in modo che volendo Roma levare le cagioni de’tumulti, leva ancole cagioni dello ampliare. Ed in tutte le cose umane  si vede questo, chi le esaminerà bene: che non si può mai cancellare uno inconveniente, che non ne surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare un popolo numeroso ed armato per potere fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantienio piccolo o disarmato per potere maneggiarlo, se egli acquista dominio, non lo puoi tenere, o diventa  sì vile, che tu sei preda di quaiunche ti assalta. E però, in ogni nostra deliberazione si debbe considerare dove sono meno inconvenienti, c pigliare quello per migliore partito: perchè tutto netto, tutto senza sospetto non si trova mai. Poteva, adunque, Roma a similitudine di Sparta fare un Principe a vita, fare un Senato piccolo; ma non poteva, come quella, non crescere il numero de’cittadini  suoi, volendo fare un grande imperio; il che fa che il Re a vita ed il picciol numero del Senato, quanto alla unione,  glisarebbe giovato poco. Se alcuno volesse, per tanto, ordinare una repubblica dinuovo, arebbe a esaminare se volesse ch’ella ampliasse, come Roma, di dominio e di potenza, ovvero ch’ella stesse dentro a brevi termini. Nel primo caso, è necessario ordinarla come Roma,  edare luogo a’tumulti e alle dissensioni universali, il meglio che si può; perchè senza gran numero di uomini, e bene armati, non mai una repubblica potrà crescere, o se la crescerà, mantenersi. Nel  secondo caso, la puoi ordinare come Sparta c come Yinegia: ma perchè l’anipitale è il veleno di simili repubbliche, tlebbc,  in tutti quelli modi che si può, citi le ordina proibire loro lo  acquistare; perchè tali acquisti fondati sopra una repubblica debole, sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a Sparta ed  a Yinegia: delle quali la prima avendosi sottomessa quasi tutta la Grecia, mostra in su uno minimo accidente il debole fondamento suo; perchè, seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopitia, ribellandosi l’altre cittadi, rovinò al tutto quella repubblica.  Similmente Yinegia, avendo occupato gran parte d’Italia, e la maggior parte non con guerra ma con danari e con astuzia, come la ebbe a fare prova delle forze sue, perde in una giornata ogni cosa. Crederei bene, che a fare una repubblica che dura lungo tempo, fussi il miglior modo ordinarla dentro come Sparla o come Yinegia; porla in luogo forte, e di tale potenza, che nessuno credesse poterla subito opprimere; e dall’altra parte, non fussi si grande, che la fussi formidabile a’vicini: c così potrebbe lungamente godersi il suo stato. Perchè, per due cagioni si fa guerra ad una repubblica: Cuna per diventarne signore, l’altra per paura ch’ella non ti occupi. Queste due cagioni il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via; perchè, se la è difficile ad espugnarsi, come io la  presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa, rade volte accadere, o non mai, che uno possa fare disegno d’acquistarla. Se la si starà intra i termini suoi, e veggasi per esperienza, che in lei non sia ambizione, non occorrerà mai che uno per paura di sè gli faccia guerra: e tanto più sarebbe questo, se e’fusse in lei constituzione o legge che le proibisse l’ampliare. E senza dubbio credo,  clic polendosi tenere la cosa bilanciata in questo modo, che e’sarebbe il vero vivere politico, e la vera quiete d’una città. Ma scudo tutte le cose degli uomini in moto, c non potendo stare salde, conviene che le saglino o clic le scendino; e a molte cose che la ragione non t' induce, t’induce lo necessità: talmente che, avendo ordinata una repubblica atta a mantenersi non ampliando, e la  necessità la conducesse ad ampliare, si verrebbe a torre via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare più presto. Così, dall’altra parte, quando il Cielo le fusse si benigno, che la non avesse a fare guerra, ne  nascerebbe che l’olio la farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per sè, sorebbono cagione della sua rovina. Pertanto, non si potendo, come io credo, bilanciare  questa cosa, nò mantenere questa via del mezzo a punto; bisogna, nell’ordinare la repubblica, pensare alla parte più onorevole; ed ordinaria in modo, che quando pure la necessità la inducesse ad ampliare, ella potesse quello ch’ella avesse occupato, conservare. E, per tornare al primo ragionamento, credo che sia necessario seguire l'ordine romano, e non quello dell’altre repubbliche;  perchè trovare un modo, mezzo infra l’uno e l’altro, non credosi possa: e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato nascessino, tollerarle, pigliandole per uno inconveniente necessario a pervenire alla romana grandezza. Perchè, oltre all’altre ragioni allegate dove si dimostra Y autorità  tribun zia essere stata necessaria per la guardia della libertà, si può facilmente considerare il  benefizio che fa nelle repubbliche l’autorità dello accusare, la quale era intra gl’altri commessa a’Tribuni. Quanto siano necessarie in una repubblica le accuse per mantenere la libertà. A coloro che in una città sono preposti per guardia della sua libertà, non si può dare autorità più utile e necessaria, quanto è quella di potere accasare i cittadini ai popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando che pcccassino in alcuna  cosa contea allo stato libero. Questo ordine fa duoi effetti utilissimi ad una repubblica. Il primo è che i cittadini, per paura di non essere accusati, non tentano cose contro allo Stato: e tentandole, sono incontinente e senza rispetto oppressi. 1/  altro è che si dà via onde sfogare a quelli umori che crescono nelle citladi, in qualunque modo, contea  a qualunque cittadino: e quando questi umori non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a’modi straordinari, che fanno rovinare in tutto una repubblica. G non è cosa che faccia tanto stabile e ferma una repubblica, quanto ordinare quella in modo, che  l’alterazione di questi umori che l’agitano, abbia una via da sfogarsi ordinata dalie leggi. Il che si può per molti esempi  dimostrare, e massime per quello che adduce L. di CORIOLANO, dove ei dice, che essendo irritala contro alla Plebe la Nobiltà romana, per parerle che l Plebe avesse troppa autorità mediante la creazione de’Tribuni che la difendevano; ed essendo Roma, come avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato per grani in  Sicilia; Coriolano, nimico alla fazione popolare, consiglia come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torte quella autorità die ella si aveva acquistata c in pregiudizio della nobiltà presa, tenendola affamata, c non li distribuendo il frumento; la qual sentenza sendo venuta alii orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni non 1’avessero citato a comparire a difendere la causa sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra si è detto, #quanto sia utile e necessario che le repubbliche, con le leggi loro, diano onde sfogarsi oli’ira clic concepc l’universalità contra a uno cittadino; perchè quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli estraordinari; c senza dubbio questi  fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perchè, se ordinariamente uno cittadino è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne seguita o poco o nessuno disordine in la repubblica: perchè l’esecuzione si fa senza forze private, e senza forze forestiere, che sono quelle che rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro particolari, nè  trascendono a cosa che rovini la repubblica. E quanto a corroborare questa oppinione con gli esempi, voglio che degli antichi mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri, quanto male saria resultato alla repubblica romana, se tumultuariamente ci fussi stato morto; perchè ne nasceva offesa ila privati a privati, la quale offesa genera paura; la paura cerca difesa; pella  difesa si procacciano i partigiani; dai partigiani nascono le parti nelle cittadi; dalle parti la rovina di quelle. Ma sendosi governata la cosa mediante chi ne aveva autorità, si vennero a tór via tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata. Noi avemo visto ne’nostri tempi, quale novità ha fatto alla repubblica di Firenze non potere la moltitudine sfogare l’ nniino  suo ordinariamente contra a un suo cittadino; come accadde nel tempo di VALORI, clic era come principe della città: il quale essendo giudicalo ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e animosità trascendere il vivere civile; e non essendo nella repubblica via a poterli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che non avendo paura quello, se non di  modi straordinari, si comincia a fare fautori che lo difendessino; dall’altra parte, quelli clic lo oppugnano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove, quando pell’ordinario si fusse potuto opporseli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo; avendosi a spegnere pello straordinario, seguì con danno non solamente suo, ma di molti altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, a fortificazione della soprascritta conclusione, l’accidente seguito pur in Firenze sopra SODERINI;  il quale al tutto segui per non essere in quella Repubblica alcuno modo d’accuse contra alla ambizione de’potenti cittadini: perchè l’accusare un potente a otto giudici in una repubblica, non basta: bisogna che i giudici  siano assai, perchè pochi sempre fanno a modo de’pochi. Tanfo che, se tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbono accusato, vivendo egli male; e per tal mezzo, senza far venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato l’animo loro: o non vivendo male, non arebbono avuto ardire operarli contra, per paura di non essere accusati essi: e cosi sarebbe da ogni parte cessato quello  appetito che fu cagione di scandalo. Tanto che si può concludere questo, che qualunque volta si vede che le forze esterne siano chiamate da una parte d’uomini che vivono in una città, si può credere nasca da’cattivi ordini di quella, per non esser dentro a quello cerchio, ordine da potere  senza modi islraordinari sfogare i maligni umori che nascono nelli uomini: a che si provvede al tutto  con ordinarvi le accuse alii assai giudici, e dare riputazione a quelle. Li quali modi furono in Roma sì bene ordinati, che in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il Senato o la  Plebe o alcuno particolare cittadino non disegnò valersi di forze esterne; perche avendo il rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello fuori. E benché gl’esempi soprascritti siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da L. nella sua  istoria: il quale riferisce come, scudo stato in Chiusi, città in quelli tempi nobilissima in TOSCANA, da uno Lucumone violata una sorella d’Aruntc,  c non potendo Arunte vendicarsi pella potenia del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi, che allora regnano in quello luogo che oggi si chiama  Lombardia; e quelli confortò a venire con annata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte  avesse veduto potersi vendicare con i modi della città, non arebbe cerco le forre barbare. Ma come queste accuse sono utili in una repubblica, così sono inutili e dannose le calunnie. Quanto le accuse sono utili alle repubbliche,  tanto sono perniziose le calunnie. Non ostante che la virtù di Cnmmillo, poi ch’egli ebbe libera Roma dall’oppressione de’Franciosi, avesse fatto che tutti i cittadini romani, parer loro tòrsi reputazione o cedevano a quello; nondimeno MAULIO Capitolino non poteva sopportare chegli fusse attribuito tanto onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato il  Campidoglio, aver meritato quanto CAMMILLO; c quanto all’altre belliche laudi, non essere inferiore a lui. Di modo che, carico d’invidia, non potendo quietarsi pella gloria di quello, c veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si volse alla Plebe, seminando varie oppinioni sinistre intra quelfb. E intra V altre cose che dice, era come il tesoro il quale si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi non dato loro, era stato usurpalo da privati cittadini; e quando si riavesse, si poteva convertirlo in pubblica utilità, alleggerendo la Plebe da’tributi, o da qualche privato debito. Queste parole poterono assai nella Plebe; talché comincia avere concorso, ed a fare u sua posta tumulti assai nella città: la qual cosa dispiacendo al Senato, e parendogli di momento e pericolosa, crea uno Dittatore, perchè ei  riconoscesse questo caso, e frenasse lo impeto di MANLIO. Onde che subito il Dittatore lo fa citare, e eondussonsi in pubblico all’incontro l’uno dell’altro;  il Dittatore in mezzo de’Nobili, e MANLIO  in mezzo della Plebe. Fu domandato Manlio che dove dire, appresso a chi fusse questo tesoro che ei dice, perchè ne era cosi desideroso il Senato  d’intenderlo come la Plebe: a che MANLIO non risponde particularmenfe; ma, andando fuggendo, dice come non era necessario dire loro quello die e’si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere. È da notare per questo testo, quanto siano nelle città libere, ed in ogni altro modo di vivere, detestabili le calunnie; e come per reprimerle, si debbe non perdonare a ordine alcuno che vi faccia a proposito. Nè può essere migliore ordine a torle via, che aprire assai luoghi alle accuse; perchè quanto le accuse giovano alle repubbliche, tanto le calunnie nuocono: e dall’altra parte è questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno di testimone, nè d’alcuno altro particulare riscontro a provarle, in modo che ciascuno da ciascuno può essere calunniato; ma  non può già essere accusato, avendo le accuse bisogno di riscontri veri, e di circostanze, che mostrino la verità dell’accusa. Accusatisi gl’uomini a’magistrati, a’popoli, a’consigli; calunniatisi pelle piazze è per le logge. Usasi più questa calunnia dove si usa meno 1’accusa, c dove le città sono meno ordinate a riceverle. Però, uno ordinatore d’una repubblica debbe ordinare che si possa  in quella accusare ogni cittadino, senza alcuna paura o senza alcuno sospetto; e fatto questo e bene osservato, debbe punire aeremente i calunniatori: i quali non si possono dolere quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli avesse per le logge calunniato. E dove non è bene ordinata questa parte, seguitano sempre disordini grandi:perchè le calunnie  irritano, c non castigano i cittadini; e gli irritali pensano di valersi, odiando più presto, che temendo le cose che si dicono contea a loro. Questa parte, come è detto, era bene ordinata in Roma; ed  è stata sempre male ordinala nella nostra città di FIRENZE. E come a Roma questo ordine fa molto bene, a FIRENZE questo disordine fa molto male. E chi legge le istorie di questa città, vedrà  quante calunnie sono state in ogni tempo date a’suoi cittadini che si sono adoperati nelle cose importanti di quella. Dell’uno dicevano ch’egli aveva rubati danari al comune; dell altro, che non aveva vinto una impresa per essere stato corrotto; e che quell’altro per sua ambizione aveva fatto il tale e tale inconveniente. Del che ne nasceva che da ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva  alla divisione; dalla divisione alle sètte; dalle sètte alla rovina. Che se fusse stato in Firenze ordine d’accusare i cittadini, c punire i calunniatori, non seguivano infiniti scandali che sono seguiti: perchè quelli cittadini, o condennati  o assoluti  che  russino, non  arebbono potuto nuocere alla città; e sarebbono stati accusati meno assai clic non ne erano calunniali, non si potendo, come ho  detto, accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l’altre cose di clic si è valuto alcuno citadino per ventre alla grandezza sua, sono state queste calunnie: le quali venendo conira a’cittadini potenti che allo appetito suo si opponevano, facevano assai per quello; perchè, pigliando la parte del Popolo, e confirmandolo nella mala oppiatone eh’egli aveva di loro, se lo fece amico. E benché  se ne potesse addurre assai esempi, voglio essere contento solo d’uno. Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato da GUICCIARDINI (si veda), commissario di quello. Vollono o i cattivi suoi governi, o la cattiva sua fortuna, che Ja espugnazione di quella città non seguisse. Pur, comunque il caso stesse, ne fu incolpato inesser Giovanni, dicendo com’egli era stato corrotto da’Lucchesi: la quale calunnia sendo favorita da’nimici suoi, condusse messer Giovanni quasi in ultima disperazione. E benché, per giustificarsi, ei si volessi mettere nelle mani del Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non essere modi in quella repubblica da poterlo fare. Di che ne nacque assai sdegno intra li amici di messer Giovanni, che erano la maggior parte  delli uomini Grandi, ed infra coloro che desideravano fare novità in Firenze. La qual cosa, e per queste e per altre simili cagioni, tanto crebbe, che ne seguì la rovina di quella repubblica. Era dunque MANLIO Capitolino calunniatore, e non accusatore, ed i Romani mostrarono in questo caso appunto, come i calunniatori si debbono punire. Perchè si debbe fargli diventare accusatori; e quando 1’accusa si riscon tri vera, o premiarli, o non punirli: ma quando la non si riscontri vera Uf»5  Come egli è necessario esser solo a volere ordinare una repubblica di nuovo, o al lutto fuori delti antichi suoi ordini riformarla. E’porrà forse ad alcuno, che io sia troppo trascorso dentro nella istoria romana, non avendo fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori di quella Repubblica, nè di quelli ordini che o alla religione o alla milizia riguardassero. E però, non volendo tenere più sospesi gli animi di coloro che sopra questu parte volessino intendere alcune cose; dico, come molti per avventura giudicheranno di cattivo esempio, che uno fondatore d’un vivere civile, quale è ROMOLO, abbia prima morto un suo fratello, di poi consentito alla morte di Tito TAZIO Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando per questo, che gli suoi cittadini potessero coll’autorità del loro principe, per ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che alla loro autorità s’opponessino. La quale oppinionc sarebbe vera, quando non si considerasse che line l’avesse indotto a fare lai OMICIDIO. E debbesi pigliare questo per una regola generale: clic  non mai o di rado occorre che alcuna repubblica o regno sia da principio ordinato bene, o al tutto di nuovo fuori delti ordini vecchi riformato, se non è ordinato d’uno; anzi è necessario che uno solo sia quello clic dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione. Però, uno prudente ordinatore d’una repubblica, e che abbia questo animo di volere giovare non a sé ma  al BENE COMUNE, non alla sua propria successione ma alla comune patria, debbe ingegnarsi d’avere l’autorità solo; nè mai uno ingegno savio riprende alcuno d’alcuna azione istraordinaria, che per ordinare un regno o constituire una repubblica usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fallo, lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di ROMOLO, sempre lo scuserà: perchè colui che è violento per guastare, non quello che  è per racconciare, si debbe riprendere. Debbe bene in tanto esser prudente e virtuoso, che quella autorità che si ha presa, non la lasci ereditaria ad un altro: perchè, essendo gl’uomini più proni al male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che da lui virtuosamente fusse stato usato. Oltre di questo, se  uno è atto ad ordinare, uoti è la cosa ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma si bene, quando la rimane alla cura di molti, e che a molti stia il mantenerla. Perchè, cosi come molti non sono atti ad ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle diverse oppinioni che sono fra loro; cosi conosciuto che lo hanno, non si accordano a lasciarlo. E che ROMOLO fusse di quelli che NELLA MORTE DEL FRATELLO e del compagno meritasse scusa; e che quello che fece, fusse per IL BENE COMUNE,  e non per ambizione propria; lo dimostra lo avere quello subito ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e secondo l’oppinione del quale deliberasse. E chi considera bene P autorità che ROMOLO si riserbò,  vedrà non se ne essere riserbata alcun’altra che comandare alli eserciti quando s’era deliberata la guerra, e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando Roma divenne libera per la cacciata de’Tarquini; dove da’Romani non fu innovato alcun ordine dello antico, se non che in luogo d’uno Re perpetuo, fussero duoi Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di quella città  essere stati più conformi ad uno vivere civile e libero, che ad uno assoluto e tirannico. Polrebbesi dare in corroborazione delle cose sopraddette infiniti esempi; come Licurgo, Solonc, ed nitri fondatori di regni e di repubbliche, i quali poterono, per aversi attribuito un’autorità, formare leggi a proposito del bene comune; ma gli voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne  solamente uno, non si celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassero essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che desiderando Agide re di Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le leggi di Mcurgo gli avessero rinchiusi, parendoli che per esserne in parte deviati, la sua città avesse perduto assai di quella antica virtù, e, per conseguente, di forze e d’imperio; fu ne'suoi primi principii ammazzato dalli Efori spartani, come uomo che volesse  occupare  la tirannide. Ma succedendo dopo lui nel regno Cleomene c nascendogli il medesimo desiderio per gli ricordi e scritti eh’egli aveva trovati di Agide, dove si vede quale era la mente ed intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se non diventa solo di autorità; parendogli,  pell’ arabizione degli uomini, non potere fare utile a molti contra alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fa ammazzare tutti gl’Efori, e qualunque altro gli potesse contrastare; di poi rinnova in tutto le leggi di Licurgo. La quale deliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e dare a Clcomcne quella reputazione che ebbe Licurgo, se non fussc stato la potenza de’Macedoni e la debolezza dell’altre repubbliche greche. Perchè, essendo dopo tale ordine assaltato da’Macedoni, e trovandosi per sè stesso inferiore di forze, c non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto. Considerato adunque tutte queste cose, conchiudo, come a ordinare una repubblica è necessario essere solo; c ROMOLO per LA MORTE DI REMO E DI TAZIO meritare iscusa, e non biasmo. Quanto sono laudabili i fondatori d’una repubblica o dJ uno regno, tanto quelli dJ una tirannide sono vituperabili. Intra tutti gli uomini laudati, sono i laudatissimi quelli die sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso dipoi, quelli che hanno fondato o repubbliche o regni. Dopo costoro, sono celebri quelli che,  preposti alti esercìti, hanno ampliato o il regno loro, o quello della patria. A questi si aggiungono gli uomini iilterati; e perchè questi sono di più ragioni, sono celebrati ciascuno d’essi secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il numero de’quali è infinito, s’attribuisce quut’ che parte di laude, la quale gli arreca l’arte e l’esercizio suo. Sono, pello contrario, infumi e detestabili gli  uomini destruttori delle religioni, dissipatori de’regni  e delie repubbliche, inimici delle virtù, delle lettere, e d'ogni altra arte che arrechi utilità ed onore alla umana generazione; come sono gli empii e violenti, gl’ignoranti, gl’oziosi, i vili, e i dappochi. E nessuno sarà mai sì pazzo o si savio, si tristo o si buono, che, propostogli la elezione delle due qualità d’uomini, non laudi quella che  è da laudare, e Biasini quella che è da biasmare: nientedimeno, di poi, quasi tutti, ingannati da un falso bene e da una falsa gloria, si lasciano andare, o voluntariamente o ignorantemente, ne’gradi di coloro che meritano più biasimo che laude; c potendo fare, con perpetuo loro onore, o una repubblica o un regno, si volgono alla tirannide: nè si avveggono per questo partito quanta fama,  quanta gloria, quanto onore, sicurtà, quiete, con satisfazione d’animo, e’fuggono; e in quanta infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine incorrono. Ed è impossibile che quelli che in stato privato vivono in una repubblica, o che per fortuna o virtù ne diventano principi, se leggcssino l’istorie, e delle memorie delle antiche cose facessino capitale, che non volessero quelli tali  privati, vivere nella loro patria piuttosto Soipioni che Cesari; e quelli che sono principi, piuttosto Agesilai, Timolconi e Dioni, clic Nabidi, Falari e Dionisi: perchè vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli eccessivamente laudati. Vedrebbono ancora come Timoleone  e gli altri non ebbero nella patria loro meno autorità che si avessiuo  Dionisio e Falari; ma vedrebbono  di lungo avervi avuto più sicurtà. Nè sia alcuno che si inganni pella gloria di Cesare, sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perchè questi che lo laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza dello imperio, il quale reggendosi sotto quel nome, non permette che gli scrittori parlassero liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne  direbbono, vegga quello che dicono di CATILINA. E tanto è più detestabile GIULIO (si veda) CESARE, quanto più è da biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto fare un inule. Vegga ancora con quante laudi celebrano BRUTO (si veda); talché, non potendo biasimare quello pella sua  potenza, e’celebrano il nemico suo. Consideri ancora quello eh’ è diventato principe  in una repubblica, quante laudi, poiché ROMA fu diventata imperio, meritarono più quelli imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli che vissero al contrario: e vedrà come a Tito, Nerva, Traiano, ADRIANO, Antonino e Marco,  non erano necessari i soldati pretoriani nè la moltitudine delle legioni a difenderli, perchè i costumi L loro, la benivolenza del  Popolo, l’amore i del  Senato gli difende. Vedrà ancora come a Caligola, Nerone, Vitellio, ed a tanti altri scellerati imperadori, non bastarono gl’eserciti orientali ed occidenItili a salvarli conira a quelli nemici, che li loro rei costumi, la loro malvagia vita aveva loro generati. E se la istoria di costoro fusse ben considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque priucipe, a mostrargli  la via della gloria o del biasmo, e della sicurtà o del timore suo. Perchè, di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimiuo, sedici ne furono ammazzati, dicci morirono ordinariamente; c se di quelli che furono morti ve ne fu alcuno buono, come Galba e Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nc’soldati. E se tra quelli che morirono  ordinariamente ve ne fu alcuno scellerato, nome Severo, nacque d’una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose pochi uomini accompagnano. Vedrà ancora, pella lezione di questa istoria, come si può ordinare un regno buono: perchè tutti gl'imperadori che succederono all’imperio per eredità, eccetto Tito, furono cattivi; quelli che per adozione, furono tutti buoni, come furono quei cinque da Nervo a Marco: e come P imperio cadde negli eredi, ei ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e che furono poi; edipoi elegga in quali volesse essere nato,o a quali volesse essere preposto. Perchè in quelli governali da’buoni, vedràun principe sicuro in mezzo de’suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo: vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati con i suoi onori; godersi i cittadini ricchi le loro ricchezze; la nobiltà c la virtù esaltata: vedrà ogni quiete ed ogni bene; e, dall’altra parte, ogni rancore, ogni licenza, corruzione e ambizione spenta: vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e difendere quella oppinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pienodi riverenza e di gloria il principe, d’amore e di sveurilà i popoli. Se considererà, di poi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà atroci per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace  e nella guerra crudeli: tanti principi morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne; P Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e saccheggiate le città  di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’suoi cittadini disfatto, desolati gl’antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà il mare pieno di esilii, gli  scoglipieni di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi; e la nobiltà, le ricchezze, gli onori, e sopra tutto ia virtù essere imputata a peccato capitale. Vedrà premiare li accusatori, essere corrotti i sèrvi contro al signore, i liberi contro al padrone; e quelli a chi fusscro mancati i nemici, essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma, Italia, e il mondo abbia con Cesare. E senza, dubbio, se e’ sarà nato d’uomo, si sbigottirà I da ogni imitazione dei tempi cattivi, c accenderassi d’uno immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un  principe la gloria del mondo, doverrebbe desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per riordinarla come lloinolo. E veramente i cieli non possono dare all i uomini maggiore occasione di gloria, nè li uomini la possono maggiore desiderare. E se, a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità  n dcporrc il principato, meriterebbe quello clic non la ordinasse, per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma potendosi tenere il principato ed  ordinarla, non si merita scusa alcuna. E in somma, considerino quelli a chi i cieli danno tale occasione, come sono loro proposte due vie: 1’una che gli fa vivere sicuri, e dopo la morte gli rende gloriosi; I’altra gli  fa vivere in continove angustie, e dopo la morte lasciare di sè una sempiterna infamia. Delta religione de’Romani. Ancora che Roma avesse il primo suo ordinatore ROMOLO,  e che da quello abbia riconoscere come figliuola il nascimento e la educazione sua; nondimeno, giudicando i cieli che gli ordini di ROMOLO non bastano a tanto imperio, niessono nel petto del Senato romano di eleggere NUMA (si veda) Pompilio per SUCCESSORE A ROMOLO, acciocché quelle cose che da lui fossero state lasciate indietro, fossero da Numa ordinate. II quale  trovando un popolo ferocissimo, e volendolo ridurre nelle ubbidienze civili con le arti della pace, si volse alla religione, come oosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà; e la costituì in modo, che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto  in quella Repubblica: il che facilitò qualunque impresa che il Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare. E ehi  discorrerà infinite azioni, e del popolo di Roma lutto insieme, e di molli de’Romani di per sé, vedrà come quelli cittadini temevano più assai rompere il giuramento che le leggi; come coloro clic stimavano più  la potenza di Dio, che quella degli uomini: come si vede manifestamente per gli esempi di SCIPIONE e di MANLIO TORQUATO. Perchè, dopo la rotta che Annibale aveva dato a’Romani  a Canne, molti cittadini si erano adunati insieme, c sbigottiti e paurosi  si erano convenuti abbandonare l’ITALIA, e girsene in Sicilia: il che sentendo SCIPIONE, gli andò a trovare, e col ferro ignudo in mano gli costrinse a giurare di non abbandonare la patria. LUCIO MANLIO, padre di TITO MANLIO, che fu di poi chiamato Torquato,  era stato accusato  da MARCO POMPONIO, Tribuno della  plebe; ed innanzi che venissi il di del giudizio, Tito andò a trovare Marco, e minacciando d’ammazzarlo se non giura di levare l’accusa al padre, lo costrinse al giuramento; e quello, per timore avendo giurato, gli levò t'accusa. E cosi quelli cittadini i quali l'amore della patria e le leggi di quella non ritenevano in ITALIA,  vi furon ritenuti da un giuramento  che furono forzati a pigliare; e quel Tribuno pose da parte l'odio che egli aveva col padre, la ingiuria che gli aveva fatta il figliuolo, c i’onore suo, per ubbidire al giuramento preso: il che non nacque da altro, che da quella religione che Numa aveva introdotta in quella città. E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la religione a comandare agli  eserciti, a riunire la  plebe, a mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare li tristi. Talché, se si avesse a disputare a quale principe Roma fusse più obbligata, o a ROMOLO o a Numa, credo più tosto Numa otterrebbe il primo grado: perchè dove è religione, facilmente si possono introdurre l’armi; e dove sono l’armi e non religione, con diflìcultà si può introdurre quella. E si vede che a ROMOLO  per  ordinare il Senato, e per fare altri ordini civili e militari, non gli fu necessario dell’ autorità di Dio; ma fu bene necessario a Numa, il quale simulò di avere congresso con una Ninfa, la quale lo consiglia di quello ch’egli avesse a consigliare il popolo: e tutto nasce perchè voleva mettere ordini nuovi ed inusitati in quella città, e dubita che la sua autorità non basta. G veramente, mai non fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo, che non ricorresse a Dio; perchè altrimenlc non sarebbero accettate: perchè sono molli beni conosciuti da uno prudente, i quali non hanno in sè ragioni evidenti da potergli persuadere ad altri. Però gli uomini savi, che vogliono torre questa diflìcultà, ricorrono  a Dio. Cosi fece Licurgo, cosi Solone, cosi molti altri che hanno  avuto il medesimo fine di loro. Ammirando, adunque, il popolo romano la bontà e la prudenza sua, cede ad ogni sua deliIterazione, Ben è vero che l’essere quelli tempi pieni di religione, e quelli uomini, con i quali egli aveva a travagliare, grossi, gli detlono facilità grande a conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro facilmente qualunche nuova forma. E senza dubbio, ehi volesse  ne’presenti tempi fare una repubblica, più facilità troverebbe negli uomini montanari, dove non è alcuna civilità, che in quelli che sono usi  a vivere nelle città, dove la civilità è corrotta: ed uno scultore trarrà più facilmente una bella statua d’uno marmo rozzo,  che d’uno male abbozzato d’altrui. Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione introdotta da Piuma fu intra le  prime cagioni della felicità di quella città: perchè quella causò buoni ordini; i buoni ordini fanno buona fortuna; e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione delia grandezza delle repubbliche, cosi il dispregio di quella è cagione della rovina d’esse. Perchè, dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore d’un principe che supplisca a’difetti della religione. E perchè i principi sono di corta vita, conviene che quel regno manchi presto, secondo che manca la virtù d’esso. Donde nasce che i regni i quali dependono solo dalla virtù d’uno uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù manca colla vita di quello; e rade volte accade che la sia rinfrescata colla successione, come prudentemente ALIGHIERI (si veda) dice: tt  Rade  volte risurge per li ramiL'umana  probitade:  e questo vuolo Quel che la dà, perchè da lui si chiami.  „Non è, adunque, la salute di una repubblica o d’uno regno avere uno principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, clic, morendo ancora, la si mantenga. E benché agli uomini rozzi più facilmente  si persuade uno ordine o una oppinione nuova, non è per questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili, e che si presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non pare essere nè ignorante nè rozzo: nondimeno da Savonarola fu persuaso che parla con Dio. lo non voglio giudicare s’egli era vero o no, perchè d’un tanto uomo se ne debbe parlare con reverenza: ma io dico  bene, che infiniti lo credevano, senza avere visto cosa nessuna istraordinaria da farlo loro credere; perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese, erano sufhzienti a fargli prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si sbigottisca di non potere conseguire quello che è stato conseguito da altri; perchè gli uomini, come nella Prefazione nostra si disse, nacquero, vissero e morirono  sempre con un medesimo ordine. Di quanta importanza sia tenere conto della religione j e come la Italia per esserne mancata  mediante la Chiesa romana y è rovinata. Quelli principi, o quelle repubbliche, le quali si vogliono manienere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere incorrotte le cerimonie della religione, e tenerle sempre nella loro venerazione; perchè nissuno  maggiore indizio si puote avere della rovina d’una provincia, che vedere dispregiato il culto divino. Questo è facile a intendere, conosciuto che si è in su che sia fondata la religione dove l’uomo è nato; perchè ogni religione ha il fondamento della vita sua in su qualche principale ordine suo. La vita della religione gentile era fondata sopra i responsi delti oracoli e sopra la setta delli aridi  e delli aruspici: tutte le altre loro cerimonie, sacrifìcii, riti, dependevano da questi; perchè loro facilmente credevano che quello Dio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo futuro male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i tempii, di qui i sacrifici!, di qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli: perchè l’oracolo di Deio, il tempio di GIOVE Aminone,  ed altri celebri oracoli, tenevano il mondo in ammirazione, e devoto. Come costoro cominciarono dipoi a parlare n modo de’potenti, e questa falsità si fu scoperta ne’popoli, divennero gli uomini increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque, i Principi d’uria repubblica o d’un regno, i fondamenti della religione che loro tengono, mantenerli; e fatto questo, sarà loro facil cosa a mantenere la loro repubblica religiosa, e, per conseguente, buona ed unita. C debbono, tutte le cose che nascono in favore di quella, come che le giudicassino false, favorirle ed accrescerle; e tanto più Io debbonofare, quanto più prudenti sono, e quanto più conoscitori delle cose naturali. E perchè questo modo c stato osservato dagli uomini savi, ne è nata l’oppinione dei  miracoli, che si celebrano nelle religioni eziandio false: perchè i prudenti gli aumentano, da qualunche principio e’si nascano; e l’autorità loro dà poi a quelli fede appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma assai; e intra gli altri fu, che saccheggiando i soldati romani la città de’Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone, ed accostandosi alla immagine di quella,  e dicendole vis venire Romani, parve od alcuno vedere che la accennasse; ad alcun altro, che ella dicesse di si. Perchè, sendo quelli uomini ripieni di religione (il che dimostra L. perchè nell’entrare nel tempio, vi entrarono senza tumulto, tutti devoti e pieni di reverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda loro per avventura si avevano presupposta: la quale oppiuione e credulità, da Cammillo e dagli altri principi della città fu ni tutto favorita ed accresciuta. La quale religione se ne’ Principi della  repubblica cristiana si fusse mantenuta, secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le repubbliche cristiane più unite e più felici assai ch’elle non sono. Nè si può fare altra maggiore conieltura della declinazione d’essa, quanto è vedere  come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo, senza dubbio, o la rovina o il flagello. E perchè sono alcuni d’oppinione, che’l  ben essere delle cose d’Italia dipende dalla Chiesa di Roma, voglio  contro ad essa discorrere quelle ragioni che mi occorrono: e ne allegherò due potentissime, le quali, secondo me, non hanno repugnanza. La, prima è,  che per gli esempi rei di quella i corte, questa provincia ha perduto oguI divozione ed ogni religione: il clic si i lira dietro infiniti inconvenienti e infiniti disordini; perchè, così come religione si presuppone ogni bene, dove ella manca si  presuppone il contrario. Abbiamo, adunque, colla Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo, d’essere diventati senza religione c cattivi: ma ne abbiamo ancora un maggiore, il quale è cagione della rovina nostra. Questo è die la Chiesa ha tenuto e tiene questa nostra provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice,  se la non viene tutta alla obedienza  d’una repubblica o d’uno principe, come è avvenuto alla Francia. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, nè abbia aneli’ella  o una repubblica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa; perchè, avendovi abitalo e tenuto imperio temponile, non è stata sì potente nè dì tal virtù, che l'abbia potuto occupare il restante d’Italia, e farsene principe;  e non è stata,  dall’altra parte, si debile, che, per paura di non perder il dominio delie cose temporali, la non abbi potuto convocare uno potente che la difenda contra a quello che in Italia fusse diventato troppo potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante Carlo Magno la ne cacciò i Lombardi, eh’ era no già  quasi  re di tutta  Italia; e quando ne’ tempi nostri ella  tolse  la potenza a’Veneziani con l’aiuto di Francia; di poi ne cacciò  i Franciosi eoa l’aiuto de’ Svizzeri. Non essendo, dunque, stata la Chiesa potente da potere occupare l’Italia, nè avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto un capo; ma è stata sotto più principi e signori, da’quali è nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si è condotta ad  essere stata preda, non solamelile di barbari polenti, ma di qualunque I’ assalta. Di clic noi altri Italiani abbiamo obbligo colla Chiesa, c non con altri. E chi ne volesse per esperienza certa vedere più pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta potenza, che mandasse ad abitare la corte romana, coll’autorità che l’ha in Italia, in le terre de’Svizzeri; i quali oggi sono quelli soli popoli  che vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe che in poco tempo furebbero più disordine in quella provincia i costumi tristi di quella corte, che qualunchc altro accidente clic in qualunche tempo vi potessi surgere. Come t Romani si servirono della religione per ordinare la città, e per seguire le loro imprese e fermare i tumulti. Ei non mi  pare fuor di proposito addurre alcuno esempio dove i Romani si servirono della religione per riordinare la cillà, e per seguire l’imprese loro; e quantunque in  L. ne siano molti, nondimeno voglio essere contento a questi. Avendo creato il Popolo romano i Tribuni, di potestà consolare, e, fuorché uno, tutti plebei; ed essendo occorso quello anno peste c fame, e venuti certi prodigii; usorono questa occasione i Nobili nella nuova creazione de’Tribuni, dicendo che li Dii erano adirati per aver Roma male usata la maestà del suo imperio, e che non era altro rimedio a placare gli Dii, che ridurre la elezione de’Tribuni nel luogo suo: di che nacque che la Plebe, sbigottita da questa religione, creò i Tribuni tutti nobili. Vedesi ancora nella espugnazione della città de’Ycienti,  come i capitani degli eserciti si valeno della religione per tenergli disposti ad una impresa: ehè essendo il lago Albano, quello anno, cresciuto mirabilmente, ed essendo i soldati romani in fastiditi pella lunga ossidione, e volendo tornarsene a Roma, trovarono i Romani, come Apollo e certi altri responsi dicevano che quell’anno si espugnerebbe la città de’Veienti, che si deriva il Ingo  Albano: la qual cosa fece ai soldati sopportare i fastidi della guerra e della ossidione, presi da questa speranza d’espugnare la terra; e stettono contenti a seguire la impresa, tanto che Cammillo fatto Dittatore espugna detta città, dopo dieci anni che l’era stala assediata. E cosi la religione, usata bene, giovò e pella espugnazione di quella città, e pella restituzione dei Tribuni nella Nobiltà:  chè senza detto mezzo difficilmente si sarebbe condotto e l’uno e l’altro. Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro esempio. Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di Terentillo Tribuno, volendo lui promulgare certa legge, per le cagioni che di sotto nel suo luogo si diranno; e tra i primi rimedi che vi usò la Nobiltà, fu la religione: della quale si servirono i duo  modi. Nel primo fecero vedere i libri Sibillini, e rispondere, come alla città, mediante la civile sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non perdere la libertà: la qual cosa, ancora che fusse scoperta da’ Tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne’petti della plebe, che la raffreddò nel seguirli. L’altro modo fu, che avendo uno APPIO ERDONIO, con una moltitudine di sbanditi e di  servi, in numero di quattromila uomini, occupato di notte il Campidoglio, in tanto che si poteva temere, che se gli Equi ed i Volsci, perpetui nemici al nome romano, ne fossero venuti a Roma, la arebbono espugnata; e non cessando i Tribuni per questo d’insistere nella pertinacia loro di promulgare la legge Terentilla, dicendo che quello in sulto era fittizio c non vero: uscì fuori del  Senato uno Publio Rubezio, cittadino grave e di autorità, con parole parte amorevoli, parte minacciatiti, mostrandoli i pericoli della città, e l’intempestiva domanda loro; tanto che e’constrinse la Plebe a giurare di non si partire dalla voglia del Consolo: onde che la Plebe obediente, per forza ricupera il Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio consolo, subito  fu rifatto consolo Tito Quinzio; il quale per non lasciare riposare la Plebe, nè darle spazio a ripensare alla legge Terentilla, le comanda s’uscissi di Roma per andare contra a’Volsci, dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il Consolo, era obbligata a seguirlo: a che i Tribuni s’opponevano, dicendo come quel giuramento s’era dato al Consolo MORTO, e non a lui. Nondimeno  L. mostra, come la Plebe per paura della religione volle più presto obedire al Consolo, che credere a’ Tribuni; dicendo in favore della antica religione queste parole: Nondum htiDPj quce nunc tenet sceculum,  negligcntict Dcùm venerai, nec interpretando sibi quisque jasjurandum et legcs aplas a La ‘faciebal. Per la qual cosa dubitando i Tribuni di non perdere allora  tutta la lor degnila, s’accordarono col Consolo di stare all’obedienza di quello; e che per uno anno non si ragionasse della legge Terentilla, ed i Consoli per uno anno non potessero trarre fuori la Plebe alla guerra. E cosi la religione fa al Senato vincere quella diffìcultà, che senza essa mai non arebbe vinto. I Romani interpretano gli auspicii secondo la necessità, con la prudenza  mostravano d’osservare la religione j quando forzali non l’osservavano; c se alcuno (emwariamente la dispregia, lo punivano. Non solamente gl’auguri! erano il fondamento in buona parte dell'antica religione de’Gentili, ma ancora erano quelli che erano cagione del bene essere della Repubblica romana. Donde i Romani ne uvevano più cura che d’alcuno altro ordine di quella; ed  usavangli ne’comizi consolari, nel principiare l’imprese, nel trai’ fuori gl’eserciti, nel fare le giornate, ed in ogni azione loro importante, o civile o militare; nè maisarebbono iti ad una espedizionc, che non avessino persuaso ai soldati che gli  Dei promettevano loro la vittoria. Ed infra gli altri nuspicii, avevano negli eserciti certi ordini di aruspici, che e’chiamavano Pollarii: e qualunque  volta eglino ordinavano di fare la giornata col nemico, volevano che i Pollarii fucessino i loro auspicii; e beccando i polli, combattevano con buono augurio: non beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostra loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la fannp in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente,  che non pare che la fucessino con dispregio dello religione: il quale termine fu usato da  Papirio consolo in una zuffa clic fece importantissima coi Sanniti, dopo la quale restorno in lutto deboli ed afflitti. Perchè sendo Papirio in su’campi rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e volendo per questo fare la giornata, comandò ai Pollarii che fucessino i loro  auspicii; ma non beccando i polli, e veggendo il principe de’Pollarii la gran disposizione dello esercito di combattere, e la oppinione che era nei capitano cd in tutti i soldati di vincere, per non torre occasione di bene operare a quello esercito, riferi al Consolo come gli auspicii procedevano bene: talché Papirio ordinando le squadre, ed essendo d’alcuni de' Pollarii detto a certi soldati, i polli non aver beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nipote del Consolo; e quello riferendolo al Consolo, rispose subito, eh’ egli attendesse a fare l’oflìzto suo bene, e che quanto a lui ed allo esercito gli auspicii erano rolli; e se il Pollarlo aveva detto le bugie, ritornerebbono in pregiudicio suo. E perchè  lo effetto corrispondesse al pronostico, comandò ni legati clic constituìssino i Pollarii nella primo fronte della zuffa. Onde nacque che, andando contra ai nemici, sendo da un soldato romano tratto uno dardo, a caso ammazzò il principe de’Pollarii; la qual cosa udita il Console, disse come ogni cosa procede bene, e col favore degli Dii; perchè lo esercito colla morte di quel bugiardo si era purgato da ogni colpa, e da ogni ira che quelli avessino preso contra di lui.  E cosi, col sapere bene accomodare t disegni suoi agli auspicii, prese partito di azzuffarsi, senza clic quello esercito s’avvedesse che in alcuna parte quello avesse negletti gl’ordini della loro religione. Al contrario fece APPIO Pillerò in Sicilia, nella prima guerra punica: che volendo azzuffarsi con l’esercito cartaginese, fa fare gli auspicii a’Pollarii; e referendogli quelli, come i polli non  beccavano, disse: veggiamo se volessero bere; e gli fece giUare in mare. Donde che, azzuffandosi, perdette la giornata: di che egli ne fu a Roma condennato, e Papirio onorato; non tanto per aver l’uno vinto e l’altro perduto, quanto per aver 1’uno fatto contra agli auspicii prudentemente e l’altro temerariamente. Nè ad altro line tende questo modo dello aruspicare, che di fare i soldati  confidentemente ire alla zuffa; dalla quale confidenza quasi  sempre uasce la vittoria. La qual cosa fu non solamente usala dai Romani, ma dalli esterni: di che mi pare d’addurre uno esempio. Come i Sanniti, per estremo rimedio alle cose loro afflitte, ricorsono alla religione. Avendo i Sanniti avute più rotte dai Romani, ed essendo stati per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro  eserciti e gli loro capitani; ed essendo stali vinti  i loro compagni, come Toscani, Franciosi ed Umbri; ncc suis, nec extcrnis viribus jam slare polcrant: t amen bello non abstinebantj adeo ne infeliciler quidem defensae libcrtatis tcedcbalj et  vinci quarti non tentare victorianij malebant. Onde deliberarono far ultima prova: e perché ei sapevano che a voler vincere era necessario indurre  ostinazione negli animi de’soldati, c che a indurla non v’era miglior mezzo che la religione; pensarono di ripetere uno antico loro sacrifìcio, mediante Ovio Faccio, loro sacerdote. Il quale ordinarono in questa forma: che, fatto il sacrificio solenne, e fatto intra le vittime morte e gli altari accesi giurare lutti i capi dello esercito, di non abbandonare mai la zuffa, citarono i soldati ad uno  ad uno; ed intra quelli altari, nel mezzo di più centurionicon le spade nude in mano, gli facevano prima giurare che non ridirebbono cosa che vedessino o sentissino;  di poi, con  parole esecrabili e versi pieni di spavento, gli facevano giurare  e promettereagli  Dii, d’essere presti dove gli imperadori gli comandassino, c di non si fuggire mai dalla zuffa, e d’ammazzarequalunque vedessino  che si fuggisse: la qual cosa non osservata, torna sopra il capo della sua  famiglia e della su stirpe. Ed essendo sbigottiti alcuni diloro, non volendo giurare, subito da’ loro centurioni erano morti; talché gli altriche succedevano poi, impauriti dalla ferocità dello spettacolo, giurarono tutti.E per fare questo loro assembramento più  magnifico, sendo quarantamila uomini, ne vestirono la  metà di pannibianchi, con creste e pennacchi sopra lecelate; e così ordinati si posero presso ad Aquilonia. Contra a costoro venne Papirio; il quale, nel confortare i suoi soldati, disse: Non enim crislas vulnerafacere, et pietà alque aurata scuta transirc ttomanum pileum. E per debilitarela oppinione clic avevano i suoi soldatide’ nemici per  i) giuramento. preso, disse che quello era per  essere loro a timore, non a fortezza; perchè in quel  medesimo tempo avevano uvere paura de’cittadini, degli Dii, c de’nemici. E venuti al conflitto, furono superati i Sanniti; perchè la virtù romana, ed il timore conccputo pelle passate rotte, superò qualunque ostinazione ei potessino avere presa per virtù della religione e per il giuramento preso. Nondimeno si vede come a lóro non parve  potere avere altro rifugio, nè tentare altro rimedio a poter pigliare speranza di ricuperare la perduta virtù. Il che testifica appieno, quanta confidcnzia si possa avere mediante la religione bene usata. E benché questa parte piuttosto, per avventura, sirichiederebbe esser posta intra le cose estrinseche; nondimeno, dependendo d’uno ordine de’più importanti della Repubblica di Roma, mi è parso da commetterlo in questo luogo, per non dividere questa materia, cd averci aritornare più volte. Un popolo uso a vìvere sotto un principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultà mantiene la libertà. Quanta difficultà sia ad uno popolo uso a vivere sotto un principe, preservare di poi la libertà, se per alcuno accidente l’acquista, come l’acquistò  Roma dopo la cacciala  de’Tarquini; io dimostrano infiniti esempi che si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale difficultà è ragionevole; perchè quel popolo è non altrimenti che uno animale bruto, il quale, ancora che di feroce natura e silvestre, sia stato nudrito sempre in carcere ed in servitù, che di poi lasciato a sorte in una campagna libero, non essendo uso a pascersi, nè sappiendo le latebre  dove siabbia  a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo. Questo medesimo interviene ad uno popolo, il quale setido uso a vivere sotto i governi d’altri, non snppiendo ragionare nè delledifese o offese pubbliche, non cognoscendo i principi nè essendo conosciutoila loro, ritorna presto sotto un giogo, il quale il più delle volte è più grave che quello che per poco innanzi si  avevalevato d’in su’1 collo: e trovasi in queste difficullà, ancora che la materia non sia in tutto corrotta; perchè in uno popolo dove in lutto è entrata la corruzione, non  può, non che picciol tempo, ma punto vivere libero: e però i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove la corruzione non sia ampliata assai, c dove sia più del buono che del guasto. Aggiungesi alla soprascritta, un’altra difficultò; la quale è che lo Stato che diventa libero si fa partigiani nemici, e non partigiani amici. Partigiani nemici gli diventano tutti coloro che dello Stalo tino dei dìscorsi Tannico si prevalevano, pascendosi delle ricchezze del principe; a’quali sendo tolta la facoltà del valersi, non posso vivere contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di riassumere la tirannide, per ritornare  nell’autorità loro. Non si acquista partigiani  amici; perchè il vivere libero propone onori e premii, mediami alcune oneste e determinate cagioni, e fuori di quelle non premia nè onora alcuno; e quando unoha quelli onori e quelli utili che gli paremeritare, non confessa avere obbligo concoloro che lo rimunerano. Oltre a questo, quella comune utilità che del viverelibero si trae, non è da alcuno, mentreche ella si possiede, conosciuta: la qualeè di potere godere liberamente le cosesue senza alcuno  sospetto, non dubitaredell’onore delle donne, di quel de’figliuoli, non temere di sè; perchè nissuno confesserà mai aver obbligo conuno che non 1’offenda. Però, come disopra si dice, viene ad avere lo Statolibero c che «li nuovo surge, partigianinon partigiani amici. E vonemicilendo rimediare a questi inconvenienti,c a quegli disordini che le soprascritte diflìculta si arrecherebbono  seco, non ciè più potente rimedio, nè più valido, nè più sano, nè più necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come l’istoria mostra, non furono indotti, insieme con altri gioveni romani,n congiurare contra alla patria per altro, se non perchè non si potevano valere straordinariamente sotto i Consoli, come sotto i Re; in modo che la libertà di quel popolo par che fusse  diventata la loro servitù. E chi prende a governare una moltitudine, o per via„ di libertà o per via di principato, e non si assicura di coloro che a quell’ordine nuovo sono nemici, fa uno  Stato di poca vita. Vero è ch’io giudico infelici quelli principi, che per assicurare lo Stato loro hanno a tenere vie straordinarie, avendo per nemici la moltitudine: perchè quello che ha  per nemici i pochi, facilmente e senza molti scandali, si assicura; ma chi ha per nemico 1’universale, non si assicura mai; e quanta più crudeltà usa, tanto diventa più debole il suo principalo. Talché il maggior rimedio che si abbia, è cercare di farsi il popolo amico. E benché questo discorso sia disformo dal soprascritto, parlando qui d’un principe e quivi d’una repubblica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa materia, ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, un principe guadagnarsi un popolo che gli fusse nemico, parlando di quelli principi che sono diventati della loro patria tiranni; dico eh’ci debbe esaminare prima quello che il popolo desidera, e troverà sempre ch’ei desidera due cose;  Y una vendicarsi contro a coloro che sono cagione che sia servo; l’altra di riavere la  sua libertà. Al primo desiderio il principe può satisfare in tutto, al secondo in parte. Quanto al primo, ce n’è lo csempio appunto. Clearco, tiranno d’Eraelea, scudo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il popolo e gli ottimati d’Eraclea, veggendosi gl’ottimati inferiori, si volsono a favorire Clearco, c congiuratisi seco lo missono, contea alla disposizione popolare, in Eraclea,  c toisono la libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra l’insolenzia degl’ottimati, i quali non poteva in alcun modo nè contentare nè correggere, c la rabbia de’popolari, che non potevano sopportare l’avere perduta la libertà, deliberò ad un  tratto liberarsi dal fastidio de’grondi, c guadagnarsi il popolo. E presa sopra questo conveniente occasione, tagliò a pezzi tutti gli  ottimali, con una estrema satisfazione de’popolari. E così egli per questa via satisfece ad una delle voglie che hanno i popoli, cioè di vendicarsi. Ma quanto all’altro popolare desiderio di riavere la sua libertà, non potendo il principe satisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno desiderare d’essere liberi; e troverà che una piccola parte di loro desidera d’essere libera  per comandare; ma tutti gli altri, che sono infiniti, desiderano la libertà per vivere securi. Perchè in tutte le repubbliche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono mai quaranta o cinquanta cittadini: e perchè questo è piccolo numero, è facil cosa assicurarsene, o con levargli via o con far lor parte di tanti onori, che secondo le condizioni loro essi abbino in  buona parte a contentarsi. Quelli altri, ai quali basta vivere securi, si satisfanno facilmente, facendo ordini e leggi, dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E quando uno principe faccia  questo, e che il popolo vegga che per accidente nessuno ei non rompa tali leggi, comincerà in breve tempo a vivere sccuro e contento. In esempio ci è il regno di Francia, il  quale non vive securo per altro, che per essersi quelli Re obbligati ad infinite leggi, nelle quali si comprende la securtn di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello Stato, volle che quelli Re, dell’arme e del danaio facessino a loro modo, ma che d’ogni altra cosa non ne potessino altrimenti disporre che le leggi si ordinassino. Quello principe, adunque, o quella repubblica che non si assicura  nel principio dello stato suo, conviene che si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi lascia passare quella, si pente tardi di non aver fatto quello che dove fare. Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto quando ci recuperò la libertà, potette mantenerla, morti i figliuoli di BRUTO e spenti i Tarquini, con tutti quelli rimedi ed ordini che altra volta si sono  discorsi. Ma se fussc stato quel popolo corrotto, nè in Roma nè altrove si trovano rimedi validi a mantenerla. Uno popolo coitoIIo, venuto in libertà, si può con difficullà (grandissima mantenere libera. lo giudico che gli era necessario, o die i Re si estinguessino in Roma, o che Roma in brevissimo tempo divenissi debole, e di nessuno valore: perchè, considerando a quanta corruzione  erano venuti quelli Re, se l'ussero seguitati così due o tre successioni, e che quella corruzione che era in loro, si fossi cominciata a distendere per le membra; come le membra fussino state corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il capo quando il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi cd ordinati. E debbesi presupporre per cosa verissima, che una città corrotta che vive sotto un principe, ancora che quel principe con tutta la sua stirpe si spenga, inai non si può ridurre libera; anzi conviene che Putì principe spenga l’allro; e senza creazione d’un nuovo signore non si posa mai, se già la bontà d’uno, insieme con la virtù, non la tenessi libera; ma durerà tanto quella libertà, quanto durerà la vita di quello: come intervenne a Siracusa di  Dione e di Timoleone, la virtù de’quali in diversi tempi, mentre vissero, tenne libera quella città; morti clic furono, si ritornò nell'antica tirannide. Ma non si vede il più forte esempio che quello di Roma; la quale cacciati i Tarquini, potette subito prendere e mantenere quella libertà: ma morto Cesare, morto Caligula, morto Nerone, spenta tutta la stirpe cesarea, non potette inai, non  solamente mantenere, ma pure dare principio alla libertà. Nè tanta  diversità di evento in una medesima città nacqueda altro, se non da non essere ne’ tempi de’Tarquini il popolo romano ancora corrotto; ed in questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perchè allora, a mantenerlo saldo e disposto a fuggire i Re, bastò solo furio giurare che non eon sentirebbe mai che a Roma alcuno  regnasse; e negli altri tempi, non bastò T autorità e severità di BRUTO, con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella libertà che esso, a similitudine del primo BRUTO, gli aveva rendutu. Il che nacque da quella corruzione che le parli mariane avevano messa nel popolo; delle quali essendo capo Cesare potette accecare quella moltitudine, eh’ella  non conobbe  il giogo che da sè medesima si mette in sul collo. E benché questo esempio di Roma sia da preporre a qualunque altro esempio, nondimeno voglio a questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne’nostri tempi. Pertanto dico, che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe redurre mai Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. H che si vide dopo  la morte di VISCONTI; che volendosi ridurre Milano alia libertà, non potette e non seppe mantenerla. Però, fu felicità grande quella di Koma, che questi Re diventassero corrotti presto, acciò ne fussino cacciati, cd innanzi che la loro corruzione fosse passata nelle viscere di quella città: la quale incorruzione fu cagione che gl’infiniti tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il  fine buono, non nocerouo, anzi giovarono alla Repubblica. E si può fare questa conclusione, che dove la materia non è corrotta, i tumulti cd altri scandali non nuòcono: dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se già le non son mosse da uno che con una estrema forza le facci osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so se sie mai intervenuto, o se fusse  possibile ch’egli intervenisse: perchè c’si vede, come poco di sopra dissi, che una città venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si levi, occorre per la virtù d’uno uomo eh’è vivo allora, non per la virtù dello universale clic sostengo gli ordini buoni; c subito che quei tale è morto, la si ritorna nei suo pristino abito; come intervenne a Tebe, la quale per la  virtù di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di repubblica e di imperio; ma morto quello, la si ritornò ne’primi disordini suoi. La cagione è, che non può essere un uomo di tanta vita, che’l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza. E se unod’una lunghissima vita, o due successioni virtuose conlinove non la dispongono; come una manca di loro,  come di sopra è detto, subito rovina, se già con molti pericoli c molto sangue c’ non la facesse rinascere. Perchè tale corruzione e poca attitudine olla vita libera, nasce da una inequulità che è in quella città: e volendola ridurre equale, è necessario usare grandissimi estraordinari; i quali pochi sanno o vogliono usare, come in altro luogo più particolarmente si dirà. In che modo «ci.c; mi corrotte si potesse mantenere tino stalo liòerOj essendovi; o non essendovi, ordinartelo. Io credo clic non sia fuori di proposito, nè disformo dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può mantenere lo stato libero, scndovi; o quando e’non vi fosse, se vi si può ordinare. Sopra la qual cosa dico, come gli è mollo difficile fare o l’uno o l'altro: e benché sia quasi  impossibile darne regola, perchè sarebbe necessario procedere secondo i gradi della corruzione; nondimnneo, essendo bene ragionare d’ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro. E presuppongo una città corrottissima, donde verrò ad accrescere più tale difficoltà; perché non si trovano nè leggi nè ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Perchè, così come gli buoni  costumf, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; cosi le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’buoni costumi. Oltre di questo, gli ordini e le leggi fatte in una repubblica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono di poi più a proposito, divenuti che sono tristi. E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, 0 rade volte, gli ordini suoi: il  che fa che le nuove leggi non bastano, perchè gli ordini, che stanno saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in Roma era l’ordine del governo, o vero dello Stato; c le leggi di poi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello Stato era l’autorità del Popolo, del Senato, dei Tribuni, dei Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono nelii accidenti. Variarono le leggi che frenavano 1 cittadini;  come fu la legge degli adulferi!, la suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo clic di mano in mano i cittadini diventavano corrotti. Ma lenendo fermi gli ordini dello Stato, che nella corruzione non erano più buoni, quelle leggi che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli uomini buoni; ma sarebbonn bene giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini. G che sia il vero che tali ordini nella città corrotta non fossero buoni, e’si vede espresso in due capi principali. Quanto al creare i magistrati e le leggi, non dava il Popolo romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo  dimandavano. Questo ordine fu nel principio buono, perchè e’non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne giudicavano degni, ed averne la repulsa era ignominioso; si che, per esserne giudicati degni, ciascuno opera bene. Diventò questo modo, poi, nella città corrotta perniziosissiiuo; perchè non quelli che avevano più virtù, ma quelli che avevano più potenza, domandavano  i magistrali; e gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandargli per paura. Vcnnesi a questo inconveniente, non ad un tratto, ma per i mezzi, come si cade in tutti gli altri iuconveiiienti: perchè avendo i Romani domata l’Affrica e l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ohidienza, erano divenuti sicuri della libertà loro, nè pare loro avere più nimici che dovessero fare  loro paura. Questa securtà e questa debolezza de’nemici fece che il Popolo romano, nel dare il consolato, non riguarda più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio sapevano iutrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i nemici: di poi, da quelli che avevano più grazia, discesero a dargli a quelli che avevano più potenza;talché i buoni, per difetto  di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno Tribuno, e qualunque altro cittadino, proporre al Popolo una legge; sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse. Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perche sempre fu bene, che ciascuno clic intende uno bene per il pubblico, lo possa proporre; ed è bene che  ciascuno sopra quello possa dire l’oppinione sua, acciocché il Popolo, inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale ordine pessimo, perchè solo i potenti proponevano leggi, non per la comune libertà, ina perla potenza loro;ccontra a quelle non poteva parlare alcuno per paura di quelli: talché il Popolo veniva o ingannato o sforzato a deliberare  la sua rovina. Ero necessario, pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera, che, cosi come aveva nel processo del vivere suo fatte nuove leggi, l’avesse fatti nuovi ordini: per«thè altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in un soggetto cattivo, che in un buono; nè può essere la forma simile in una materia al tutto contraria. Ma perchè questi ordini, o e’si hanno  a rinnovare tutti ad un tratto, scoperti che sono non esser più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschiuo per ciascuno; dico che 1’una e l’altra di queste due cose è quasi impossibile. Perchè, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno prudente, che veggio questo inconveniente assai discosto, e quando e’nasce. Di questi tali è facilissima cosa che in una  città non ne surga mai nessuno: e quando pure ve ne surgesse, non potrebbe persuadere mai ad altrui quello che egli proprio intendesse; perchè gli uomini usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto più non veggiendo il male in viso, ma avendo ad essere loro mostro per con letture. Quando ad innovare questi ordini ad un (ratio, quando ciascuno conosce clic non sono  buoni, dico che questa inutilità, clic facilmente si conosce, è diffìcile a ricorreggerla: perchè a fare questo, non basta usare termini ordinari, essendo i modi ordinari cattivi; ma è necessario venire allo istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e diventare innanzi ad ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a suo modo. E perchè il riordinare una città al vivere politico  presuppone uno uomo buono, ed il diventare per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà che radis sime volte  accaggia, che uno uomo buono voglia diventare principe per vie cattive, ancoraché il fine suo fusse buono; e che uno reo divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nell’animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata. Da tutte le soprascritte cose nasce la diffìcultà, o impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una repubblica, o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla più verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocché quelli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti,  lusserò da una podestà quasi regia in qualche modo frenati. Ed a volergli fare per altra via diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa, o al tutto impossibile; come io dissi di sopra che fece Cleomene; il quale se, per essere solo, ammazzò gli Efori; e se ROMOLO, per le medesime cagioni, AMMAZZO IL FRATELLO E TITO TAZIO SABINO, e d ipoi usarono bene quella loro  autorità; nondimeno si debbe avvertire che V uno e T altro di costoro non avevano il soggetto di quella corruzione macchiato della quale in questo capitolo ragioniamo, e però poterono volere e, volendo, colorire il disegno loro. Dopo uno eccellente principio si può mantenere un principe debole; ma dopo un debole, non si può con un (diro debole mantenere alcun regno. Considerato la  virtù ed il modo del procedere di ROMOLO, NUMA e TULIO, I PRIMI TRE RE ROMANI, si vede come Roma sortì una FORTUNA GRANDISSIMA, AVENDO IL PRIMO RE FEROCISSIMO E BELLICOSO, 1’altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocia a Romolo, e più amatore della guerra che della pace. Perchè in Roma era necessario che surgesse ne’primi principii suoi  un ordinatore «lei vivere civile, ina era bene poi necessario che gli altri Re ripigliassero LA VIRTU DI ROMOLO;  ALTRIMENTI QUELLA CITTA SAREBBE DIVENTATA EFFEMINATA, e preda de’suoi vicini. Donde si può notare che uno successore non di tanta virtù quanto il primo può mantenere uno Stato per la virtù di colui che PImretto innanzi, e si può godere te sue fatiche: ma s’egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un altro che ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno  a rovinare. Cosi, per il contrario, se due, 1’uno dopo P altro, sono di gran virtù, si vede spess che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la fama in fino al cielo. Davit, senza dubbio, fu un uomo per arme, per dottrina, per giudizio  eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti ed abbattuti tutti i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo un regno pacifico: quale egli si potette con le arti «Iella  pace, e non della guerra, conservare; e si potette godere felicemente la virtù di suo padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboan suo figliuolo; il quale non essendo per virtù simile allo avolo, nè per fortuna simile  al padre, rimase con fatica erede della sesta parte del rt'guo. Baisit, sultan de’Turchi, ancora die fusse più amatore della pace che della guerra, potette godersi le fatiche di Maumelto suo padre; il quale avendo, come Davit, battuti i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e da poterlo con F arte della pace facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo Salì, presente signore, fusse stalo simile  al padre, c non all’avolo, quel regno rovinava: ma e’si vede costui essere per superare la gloria dell'avolo. Dico pertanto con questi esempi, clic dopo uno eccellente principe si può mantenere un principe debole; ma dopo un debole non si può con un altro debole mantenere alcun regno, se già e’non fusse come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli principi  sono deboli, che non stanno in su la guerra. Couchiudo pertanto con questo discorso, clic LA VIRTU DI ROMOLO E TANTA che la potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con 1’arte della pace reggere Roma: ma dopo lui successe Tulio, il quale pei’la sua ferocia riprese la reputazione di ROMOLO:  dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato, che poteva  usare la pace, e sopportare la guerra. E prima si dirizzò a volere tenere la via della pace: ma subito conobbe come i vicini,  giudicandolo effeminato, lo stimavano poco: talmente che pensò che,  a voler mantenere Roma, bisogna volgersi alla guerra, e somigliare Romolo, e non Numa. Da questo piglino esempio tutti i principi che tengono stato, che chi somiglierà Numa, lo terrà o non  terrà, secondo ehe i tempi o la fortuna gli girerà sotto: ma chi somiglierà Romolo, e lui come esso armato di prudenza e d’armi, lo terrà in ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto. K certamente si può stimare che se Roma sortiva per terzo suo Re un uomo che non sapesse colle armi renderle la sua reputazione, non arebbe mai  poi, o con  grandissima  dilTìcultà,  potuto  pigliare  piede,    fare  quelli  effetti  ch’ella fece.  E così,  in  mentre  eh’ ella  visse  sotto i Re,  la  portò  questi  pericoli  di  rovinare sotto  un  Re  o debole  o tristo.  Due  continove successioni di principi virtuosi fanno grandi effetti: c come le repubbliche bene ordinate hanno di necessità virtuose successioni: c però gli acquisti ctl  auQumcnli loro sono grandi. Poi che Roma ebbe cacciati  i Re, mancò di quelli pericoli i quali di sopradetti che la porta, succedendo in lei uno Re o debole o tristo. Perchè la somma dello imperio si ridusse nc’ Consoli, i quali  non per eredità o per inganni o per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed erano sempre uomini eccellentissimi: de’quali godendosi Roma la virtù e la fortuna di tempo in tempo, potette venire a quella sua ultima grandezza in altrettanti unni, che la era stata sotto i Re. Perchè si vede, come due coutinove successioni di principi virtuosi sono suffìzienti  ad acquistare il mondo: come furono Filippo di Macedonia ed Alessandro Magno, il clic tanto più debbe fare una repubblica, avendo il modo dello eleggere non solamente due successioni, ma infiniti principi virtuosissimi, che sono l’uno dell'altro successori: la quale virtuosa successione fia sempre in ogni repubblica bene ordinata. Quanto biasimo meriti quel principe e quella repubblica  che manca d'armi proprie. Debbono i presenti principi c le moderne repubbliche, le quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime j e pensare, con lo esempio di Tulio, tale difetto essere non per mancamento d’uomini alti alla milizia, ma per colpa loro, che non hanno saputo fare i loro uomini militari. Perchè Tulio, scudo stata Roma in pace  quaranta anni, non trovò, succedendo lui nel regno, uomo che fussc stato mai alla guerra: nondimeno, disegnando lui fare guerra, non pensò di valersi nè di Sanniti, nè di Toscani, nè di altri che fussero consueti stare nell'armi; ma deliberò, come uomo prudentissimo, di valersi de’ suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto il suo governo gli potè fare soldati eccellentissimi. Ed è più  vero che alcuna altra verità, che se dove sono uomini non sono soldati, nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura: di che ce n’è uno esempio freschissimo. Perchè ognuno sa, come ne’ prossimi tempi il re d’Inghilterra assaltò il regno di Francia, nè prese altri soldati clic i popoli suoi; e per essere stato quel regno più clic trenta anni senza far guerra, non  aveva nè soldato nè capitano che avesse mai militato: nondimeno, ei non dubitò con quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano stati continovamcnte sotto l'armi nelle guerre d’Italia. Tutto nacque da essere quel re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della pace non intermette gli ordini della guerra. Pelopida ed Epaminonda  tebani, poiché gli ebbero libera Tebe, e trattola dalla servitù dello imperio spartano; trovandosi in una città usa a servire, ed in mezzo di popoli effeminati; non  dubitarono, tanta era la virtù loro ! di ridurgli sotto Parrai, e con quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi he scrive, dice come questi due in breve tempo mostrarono, che non solamente in  bacedemonia nascevano gli uomini di guerra, ma in ogni altra parte dove nascessino uomini, pur che si trovasse chi li sapesse indirizzare alla milizia, come si vede che Tulio seppe indirizzare i Romani. E VIRGILIO non potrebbe meglio esprimere questa oppinione, nè con altre parole mostrare d’aderirsi a quella, dove dice: u Desidesque movebit Tullus in arma viros. Quello che  sia da notare nel caso dei tre Orazi romani, e dei Tulio, re di Roma, e Mezio, re di Alba, convennero che quel popolo fusse signore dell’altro, di cui i soprascritti tre uomini vincessero. Furono MORTI TUTTI I CURIAZI albani, restò vivo uno degli Orazi romani; e per questo, restò Mezio, re albaiio, con il suo popolo, suggello ai Romani. E tornando quello ORAZIO VINCITORI IN ROMA e scontrando una sua sorella, che era ad uno de’tre Curiazi morti maritata, clic PIANGEVA LA MORTE DEL MARITO, L’AMMAZZO. Donde quello Orazio per questo fallo fu messo'in giudizio, e dopo molte dispute fu libero, più per li prìeglii del padre, clic per li suoi meriti. Dove sono da notare Ire cose: una, che mai non si debbe con parte delle sue forze arrischiare tutta  la sua fortuna; l’altra, che non mai in una città bene ordinata li devmeriti con li ineriti si ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti savi, dove si debba o possa dubitare della inosservanza. Perchè, gl’importa tanto a una città lo essere serva, che mai non si doveva credere che alcuno di quelli Re o di quelli Popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli avessino sottomessi; come  si vide che volle fare Mezio: il quale, benché subito dopo la vittoria de’Romani si confessassi vinto, e promettessi la obedienza a Tulio; nondimeno nella prima espedizione che egli ebbono a convenire contra i Veienli, si vide come ci cercò d’ingannarlo; come quello che tardi s’era avveduto della temerità del partito preso da lui. E perchè di questo terzo notabile se n’’è pnr luto assai,  parleremo solo degli altri due ne’seguenti duoi capitoli. Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; c per questo j spesso il guardare i passi è dannoso. Non fu mai giudicato partito savio mettere a pericolo tutta la fortuna tua, e non tutte le forze. Questo si fu in più modi. L’uno è facendo come Tulio e Mezio, quando e’ commissouo la fortuna tutta della patria  loro, e la virtù di tanti uomini quanti avea l’uno e l’altro di costoro negli eserciti suoi, alla virtù e fortuna di tre de’loro cittadini, clic veniva ad essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. Nè si avvidono, come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori nell’ordinare la repubblica, per farla vivere lungamente libera e per fare i suoi cittadini difensori  della loro libertà, era quasi che suta vana, stando nella potenza di sì pochi a perderla. La qual cosa da quelli Re non potè esser peggio considerata. Cadesi ancora in questo inconveniente quasi sempre per coloro, che, venendo il nemico, disegnano di tenere i luoghi diffìcili, e guardare i passi: perchè quasi sempre questa deliberazione sarà dannosa, se giù in quello luogo diffìcile  comodamente tu non potessi tenere tutte le forze tue. In questo caso tuie partito è da prendere; ma scndo il luogo aspro, e non vi potendo tenere tutte le forze tue, il partito è dannoso. Questo mi fa giudicare cosi lo esempio di coloro che, essendo assaltati da un nemico potente, ed essendo il paese loro circondato da’monti e luoghi alpestri, noti hanno mai tentato di combattere il nemico  in su’passi e in su’monti, ma sono iti ad incontrarlo di là da essi: o, quando non hanno voluto far questo, lo hanno aspettato dentro a essi monti, in luoghi benigni e non alpestri. E la cugioite ne è suta la preallegata: perchè, non si polendo condurre alla guardia de’luoghi alpestri molli uomini, sì per non vi potere vivere lungo tempo, si per essere i luoghi stretti e capaci di pochi; non è possibile sostenere un nemico clic venga grosso ad urtarti: ed al nemico è facile il venire grosso, perchè la intenzione sua è passare, e non fermarsi; ed a chi l’aspetta è impossibile aspettarlo grosso, avendo ad alloggiarsi per più tempo, non sapendo quando il nemico voglia passare in luoghi, com’io ho detto, stretti e sterili. Perdendo, adunque, quel passo che tu ti avevi presupposto  tenere, e nel quale i tuoi popoli e lo esercito tuo confidava, entra il più delle volte ne’popoli e nel residuo delle genti tue tanto terrore, che senza potere esperimentare la virtù di esse, rimani perdente; c così vieni ad avere perduta tutta la tua fortuna con parte delle tue forze. Ciascuno sa con quanta diftìcultà Annibaie passasse r Alpi che dividono la Lombardia dalia Francia, e con quanta  difficoltà passasse quelle che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i Romani l’aspettarono prima in sul Tesino, e di poi uel piano d’Arezzo; e vollon più tosto, che il loro esercito fusse consumato dal nemico nelli luoghi dove poteva vincere, che condurlo su per l’Alpi ad esser destrutto dalla malignità del sito. E chi leggerà sensatamente tutte le istorie, troverà pochissimi virtuosi capitani over tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette, e perchè e'non si possono chiudere tutti; sendo i monti come campagne, ed avendo non solamente le vie consuete e frequentate, ma molte altre, le quali se non sono note a’forestieri, sono note a’paesani; con l’aiuto de’quali sempre sarai condotto in qualunque luogo, contra alla voglia di citi ti si oppone. Di che se  ne può addurre uno freschissimo esempio, nel T 51 5 . Quando Francesco re di Francia disegna passare in Italia per lu recuperatone dello Stalo di Lombardia, il maggiore fondamento clic facevano coloro eli’erano alla sua impresa contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono a’passi in su’monti. E, come per esperienza poi si vide, quel loro fondamento restò vano: perché, lasciato quel re  da parte due o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un’altra via incognita; e fu prima in Italia, e loro appresso, che lo avessino presentilo. Talché loro isbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli di Lombardia si aderiron alle genti franciose; sendo mancali di quella oppinione avevano, che i Franciosi dovessino essere tenuti su’ monti. Le repubbliche bene ordinate costituiscono  premii c pene aJ loro cittadini; ne compensano mai r uno con l’altro. Erano stati I MERITI D’ORAZIO GRANDISSIMI, avendo con la sua virtù  VINTI I CURIAZIl. Era stato il fallo suo atroce, avendo MORTO LA SORELLA: nondimeno dispiacque tanto tale omicidio ai Romani, che io condussero a disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi c sì freschi.  La qual cosa a chi superficialmente la considerasse, parrebbe uno esempio d’ingratitudine popolare: nondimeno chi la esaminerà meglio, e con migliore considerazione ricercherà quali debbono essere gli ordini delle repubbliche, biasimerà quel popolo più tosto per averlo assoluto, che per averlo voluto condeunare. E la ragione è questa, che nessuna repubblica bene ordinata, non mai  cancellò i demeriti con gli meriti de’suoi cittadini; ma avendo ordinati i preraii ad una buona opera e le pene ad una cattiva, ed avendo premiato uno per aver bene operato, se quel medesimo opera di poi male, lo gastica, senza avere riguardo alcuno alle sue buone opere. E quando questi ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo; altrimenti, sempre rovinerà presto.  Perchè, se ad un cittadino che abbia fatto qualche egregia opera per la città, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli arreca, una audacia e confidenza di potere, senza temer pena, fare qualche opera non buona; diventerà in brievc tempo tanto insolente, che si risolverà ogni civilità. È ben necessario, volendo clic sia temuta la pena per le triste opere, osservare i premii per le  buone; come si vede che fece Roma. C benché una repubblica sia povera, e possa dare poco, debbe di quel poco non astenersi; perchè sempre ogni piccolo dono, dato ad alcuno per ricompenso di bene ancora che grande, sarà stimato, da chi lo riceve, onorevole e grandissimo. È notissima la istoria di ORAZIO CODE e quella di MUZIO SCEVOLA: come  V uno sostenne i nemici sopra  un ponte, tanto che si tagliasse: l’altro si arse la mano, avendo errato, volendo ammazzare Porscna, re delli Toscani. A costoro per queste due opere tanto egregie, fu donato dal pubblico due staiora di terra per ciascuno. È nota ancora la istoria di MANLIO Capitolino. A costui, per aver salvato il Campidoglio da' Galli che vi erano a campo, fu dato da quelli che insieme eon lui vi erano  assediati dentro, una piccola misura di farina, il quale premio, secondo la fortuna che allora corre in Roma, fu grande; e di qualità che, mosso poi Manlio, o da invidia o dalla sua cattiva natura, a far nascere sedizione in Roma, e cercando guadagnarsi il popolo, fu, senza rispetto alcuno de’suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio ch’egli prima, cou tanta sua gloria, aveva  salvo. Chi vuole riformare uno stalo antico in una città libera, ritenga almeno l’ombra desmodi antichi. Colui che desidera o clic vuole riformare uno stato d’una città, a volere elle sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco de’modi antichi, acciò che a’popoli non paia avere mutato ordine, ancora che in fatto gli ordini nuovi  fussero al tutto alieni dai passati; perchè lo universale degli uomini si pasce così di quel che pare, come di quello che è; anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono, che per quelle clic sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere libero questa necessità, avendo in cambio d’un Re creali duoi Consoli, non vollono ch’egli avessino più clic dodici  littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai Re. Olirà di questo, facendosi in Roma uno sacrifizio anniversario, il quale non poteva esser fatto se non dalla persona del Re; e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli Re alcuna cosa dell’antiche j, creorono un capo di detto sacrifìcio, il quale loro chiamorono Re Sacrifìcolo, e lo  sottomessono al sommo Sacerdote: talmentechè quel popolo per questa via venne a satisfarsi di quel sacrifizio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di desiderare la tornata dei Re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono scancellare uno antico vivere in una città, e ridurla ad uno vivere nuovo c libero. Perchè alterando le cose nuove le menti degli uomini,  ti debbi ingegnare che quelle alterazioni ritenghino più delr antico sia possibile; e se i magistrati variano e di numero e d'autorità e di tempo dagli antichi, che almeno ritengliino il nome. E questo debbe osservare colui che vuole ordinare una potenza assoluta, o per via di repubblica o di regno: ma quello che vuol fare una potestà assoluta, quale dagli autori è chiamala tirannide, debbe  rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirò. Un principe nuovo, in i ima città o provincia presa da lui, 1 debbe fare ogni cosa nuova. Qualunque diventa principe o d’unacittà o d’uno Stato, e tanto più quando i fondamenti suoi lussino deboli, c non si volga o per via di regno o di repubblica alla vita civile; il mcgliore rimedio che egli abbia a tenere quel principato, è, sendo  egli nuovo principe, fare ogni cosa di nuovo in quello Stalo: come è, nelle città fare nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi uomini; fare i poveri ricchi, fece Davil quando ei diventò Re: qui csuricnles implevil bonis, et divites dimirti inanes; edificare oltra di questo nuove città, disfare delie fatte, cambiare gli abitatori da un luogo ad un altro; ed in somma, non  lasciare cosa niuna intatta in quella provincia, e che non vi sia nè grado, nè ordine, nè stato, uè ricchezza, che chi la tiene non la riconosca da te; c pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di Alessandro, il quale con questi modi, di piccolo Re, diventò principe di Grecia. E chi scrive di lui, dice che tramutava gl uomini di provincia in provincia, come i mandriani tramutano le  mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi, e nemici d’ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunche uomo fuggire, c volere piuttosto vivere privato, che Re con tanta rovina degli uomini: nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene, quando si voglia mantenere, convien die entri in questo male. >la gli uomini pigliano certe vie del mezzo,  clic sono dannosissime; perchè non sanno essere nè tutti buoni nè tutti cattivi: come ne seguente capitolo, per esempio, si mostrerà. Sanno rarissime volle gli uomini essere al lutto tristi o al fulto buoni. Papa Giulio secondo, andando na Bologna per cacciare di quello Stato la casa de’Bentivogli, la quale aveva tenuto il principato di quella città cento anni, voleva ancora trarre  Giovampagoto  Buglioni di Perugia, della quale era tiranno, come quello che aveva congiurato contro a tutti gli tiranni che occupavano le terre della Chiesa. E pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione nota a ciascuno, non aspettò di entrare in quella città con lo esercito suo che lo guardasse, mn  % entrò disarmato, non ostante vi fusse dentro Giovampagolo con genti assai, quali per  difesa di sè aveva ragunate. Sicché, portato da quel furore con il quale governa tutte le cose, colla semplice sua guardia si rimesse nelle mani del nemico; il quale d ipoi ne menò seco, lasciando un governadore in quella citta, che rendesse ragione pella Chiesa. Fu notala dagli uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e la viltà di Giovampagolo; uè potevano stimare donde  si venisse che quello noti avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un tratto il nemico suo, e sè arricchito di preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le lor delizie. Nè si poteva credere si fusse astenuto o per bontà, o per conscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d’un uomo facinoroso, che si tene la sorella, che aveva morti i cugini cd i nepoti per regnare, non poteva  scendere alcuno pietoso rispetto: ina si conchiuse, che gli uomini no sanno essere onorevolmente tristi, o perfettamente buoni; e come una tristizia ha in sè grandezza, o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Cosi Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendon giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l’animo suo, e avesse di sè lasciato memoria eterna; sendo il primo che avesse dimostro ai prelati, quanto sia da stimar poco chi vive c regna come loro; ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, clic da quella potesse depeudere. Per qual cagione i Romani furono meno ingrati agli loro cittadini che gli Ateniesi. Qualunque legge le cose fatte dalle repubbliche, troverà in tutte qualche spezie di ingratitudine contro a’suoi citladini; ma ne troverà meno in Roma che in Atene e per avventura in qualunque altra repubblica. E ricercando la cagione di questo, parlando di Roma c di Atene, credo accadesse perchè i Romani avevano meno cagione di sospettare de’suoi cittadini, che gli Ateniesi. Perchè  a Roma, ragionando di lei dalla cacciata dei Re intino a Siila e Mario, non fu mai tolta la libertà da alcuno suo cittadino: in modo che in lei non era grande cagione di sospettare di loro, e, per conseguente, di offendergli inconsideratamente intervenne bene ad Atene il contrario: perché, sendole tolta la libertà da Pisistrato nel suo più florido tempo, e sotto uno inganno di bontà; come  prima la diventò poi libera, ricordandosi delle ingiurie ricevute e della passata servitù, diventò acerrima vendicatrice non solamente degli errori, ma delP ombra degli errori de' suoi cittadini. Di qui nacque l’esilio e la morte di tanti eccellenti uomini; di qui Pordine dello ostracismo, ed ogni altra violenza che contra i suoi ottimati in vari tempi da quella città fu fatta. Ed  è verissimo quello  che dicono questi scrittori della civiltà: che i popoli mordono più fieramente poi ch’egli hanno recuperala la libertà, che poi che l’hanno conservala. Chi considerrà adunque, quanto è detto, non biasimerà in questo Atene, nè lauderà Roma; ma ne accuserà solo la necessità, per la diversità degli accidenti che in queste città nacquero. Perchè si vedrà, chi considererà le cose sottilmente,  che se a Roma fusse siila tolta la libertà come a Atene, non sarebbe stata Roma più pia verso i suoi cittadini, che si fusse quella. Di che si può fare verissima conieltura per quello che occorse, dopo la cacciata dei Re, contra a Collatino ed a Publio Valerio: de’quali il primo, ancora elicsi trovasse a liberare Roma, E MANDATO IN ESILIO NON PER ALTRA CAGIONE CHE PER TENERE IL NOME DE’ TARQUINI; P altro, avendo sol «lato di sè sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per essere fatto esule. Talché si può stimare, veduto quanto Roma fu in questi due sospettosa e severa, che Farebbe usata la ingratitudine come Atene, se da’suoi cittadini, come quella ne’primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fosse stata ingiuriata. G per non avere a tornare più sopra questa materia della ingratitudine, ne dirò quello ne occorrerà nel seguente capitolo. Quale sia più ingrato, o un popolo j o un principe. Egli mi pare, a proposito della soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempi questa ingratitudine, 0 un popolo, o un principe. E per disputare meglio questa parte, dico, come questo vizio della  ingratitudine nasce o dalla avarizia, o dal sospetto. Perchè, quando o un popolo o un priacipe ha mandato fuori un suo capitano in una cspedizione importante, dove quel capitano, vincendola, ne abbia acquistata assai gloria; quel principe o quel popolo è tenuto allo incontro a premiarlo: e se, in cambio di premio, o ei lo disonora o ei T offende, mosso dalla avarizia, non volendo, ritenuto  da questa cupidità, satisfarli; fa uno errore che non ha scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna. Pure si trovano molti principi che ci peccano. E Cornelio TACITO dice, con questa sentenzia, la cagione: Proclivius est inj ur ite, quarti beneficio vicem cxsolvcre, quia grafia oneri, ultio in questu fiabe tur. Ma quando ei non lo premia, o, a dir meglio, l’offende, non mosso da avarizia,  ma da sospetto; allora merita, e il popolo e il principe, qualche scusa. E di queste ingratitudini usate per tal cagione, se ne legge assai: perchè quello capitano il quale virtuosamente ha acquistato uno imperio al suo signore, superando i nemici, e riempiendo sè di gloria e gli suoi soldati di ricchezze; di necessità, e con i soldati suoi, e con i nemici, e coi sudditi propri di quel principe  acquista tanta reputazione, che quella vittoria non può sapere di buono a quel signore che lo ha mandato. G perchè la natura degli uomini è ambiziosa e sospettosa, e non sa porre modo a ntssuna sua fortuna, è impossibile che quel sospetto che subito nasce nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano, non sia da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine usato  insolentemente. Talché il principe non può peusare ad altro che assicurarsene; e per fare questo, pensa o di farlo morire, o di torgli la reputazione che egli si ha guadagnala nel suo esercito e ne’suoi popoli: e con ogni industria mostrare che quella vittoria è nata non per la virtù di quello, ma per fortuna, o per viltà dei nemici, o per prudenza degli altri capitani clic sono stati seco in tale l’azione. Poiché Vespasiano, sendo in Giudea fu dichiarato dal suo esercito imperadore; Antonio Primo, che si trova con un altro esercito in llliria, prese le parti sue, e ne venne in Italia contea a Vitellio il quale regna a Roma, e virluosissimamente ruppe due eserciti Vitelliani, c occupò Roma; talché Muziano, mandato da Vespasiano, trova per la virtù d’Antonio acquistato il tutto, e vinta ogni diffìcultà. Il premio che Autonio ne riportò, fu che Muziano gli tolse subito l’ubidienza dell’esercito, e a poco a poco io riduce in Roma senza alcuna autorità: talché Antonio ne andò a trovare Vespasiano, il quale era ancora in Asia; dal quale fu in modo ricevuto, che, in breve tempo, ridotto in nessun grado, quasi disperato morì. E di questi esempi ne sono piene le istorie.  Ne’nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa con quanta industria e virtù Ferrante, militando nel regno di Napoli contra a’ Franciosi per Ferrando Re di Ragona, conquistasse e vince quel regno;  e come, per premio di vittoria, ne riportò che Ferrando si parti da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli levò la obedienza delle genti d’arme, c di poi gli tolse le fortezze, ed appresso lo  menò seco in Spagna; dove poco tempo poi, inonorato, mori. È tanto, dunque, naturale questo sospetto ne’principi, che non se ne possono difendere; ed è impossibile ch’egli usino gratitudine a quelli che con vittoria hanno fatto sotto le insegne loro grandi acquisti. E da quello che non si difende un principe, non è miracolo, nè cosa degna di maggior considerazione, s.e un popolo non  se ne difende. Perchè, avendo una città che vive libera, duoi fini, V uno lo acquistare, l’altro il mantenersi libera; conviene che nell’una cosa e nell’altra per troppo amore erri. Quanto agli errori nello acquistare, se ne dirà nel luogo suo. Quanto agli errori per mantenersi libera, sono, intra gli altri, questi: di offendere quei cittadini elicla doverrebbe premiare; aver sospetto di quelli in cui  si doverrebbe confidare. E benché questi modi in una repubblica venuta alla corruzione siano cagione di grandi mali, c che molle volte piuttosto la viene alla tirannide, come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello che la ingratitudine gli negava; nondimeno in una repubblica non corrotta sono cagione di gran beni, e fanno che la ne vi\e libera più, mantenendosi per  paura ili punizione gli uomini migliori, e meno ambiziosi. Vero è che infra tutti i popoli che mai ebbero imperio, per le cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata: perchè della sua ingratitudine si può dire che non ci sia altro esempio che quello di Scipione; perchè Coriolano c Cammillo fumo fatti esuli per ingiuria che l’uno e l’altro aveva fatto alla Plebe. Ma all’uno non fu  perdonato, per aversi sempre riserbato contea al Popolo l’animo nemico; Paiteo non solamente fu richiamato, ma per tutto il tempo della sua vita adorato come principe. Ma la ingratitudine usata a Scipione, nacque d’un sospetto che i cittadini cominciorno avere di lui, che degli altri non s’era avuto: il quale nacque dalla grandezza del nemico che Scipione aveva vinto; dalla  reputazione che gli aveva data la vittoria di sì lunga e pericolosa guerra; dalla celerità di essa; dai favori che la gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili virtuti gli acquistavano. Le quali cose furono tante, che, non che altro, i magistrati di Roma temevano della sua autorità: la qual cosa spiaceva agl’uomini savi, come cosa inconsueta in Roma. E parve tanto straordinario il vivere suo, che CATONE PRISCO, riputato santo, fu IL PRIMO a fargli contra; e a dire che una città non si poteva chiamare libera, dove era un cittadino che fusse temuto dai magistrati. Talché, se il  popolo di Roma 1 seguì in questo caso L’OPINIONE DI CATONE, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare quelli popoli e quelli principi che per sospetto sono ingrati. Conchiudendo adunque questo discorso, dico, che usandosi questo vizio della ingratitudine o per avarizia o per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per T avarizia la usorno, e per sospetto assai i manco  che i principi, avendo meno cagione di sospettare: come di sotto si dirà. Quali modi debbo usare un principe o una repubblica per fuggire questo vizio della ingratitudine: c quali quel capitano o quel cittadino per non essere oppresso da quella. Un principe, per fuggire questa necessità di avere a vivere con sospetto, o esser ingrato, debbe personalmente andare nelle espedizioni; come  facevano nel principio quelli imperadori romani, come fu ne’tempi nostri il Turco, c come hanno fatto e fanno quelli che sono virtuosi. Perchè, vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto loro; e quando non vi sono, sendo la gloria d’altrui, non pare loro potere usare quello acquisto, s’ei non spengono in altrui quella gloria che loro non hanno saputo guadagnarsi, e diventare ingrati ed  ingiusti: e senza dubbio, è maggiore la loro perdita, che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per poca prudenza, e’si rimangono a casa oziosi, c mandano un capitano; io non ho che precetto dar loro altro, che quello che per lor medesimi si sanno. Ma dico bene a quel capitano, giudicando io che non possa fuggire i morsi della ingratitudine, che faccia una delle due cose: o subito  dopo la vittoria lasci lo esercito c rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi da ogni atto insolente o ambizioso; acciocché quello, spogliato d’ogni sospetto, abbia cagione o di premiarlo o di non lo offendere: o, quando questo non gli paia di fare, prenda animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non del  principe suo, facendosi benivoli i soldati ed i sudditi; e faccia nuove amicizie coi vicini, occupi con li suoi uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli che non può corrompere s’assicuri; e per questi modi cerchi di punire il suo signore di quella ingratitudine che esso gli userebbe. Altre vie non ci sono: ma, come di sopra si disse, gli uomini non sanno essere nè al  tutto tristi, nè al tutto buoni: e sempre interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito non vogliono, portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che abbino in sè Tonorevole, non sanno; talché, stando ambigui, intra quella loro dimora ed ambiguità, sono oppressi. Quanto ad una repubblica, volendo fuggire questo vizi dello ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al principe; cioè che vadia, e non mandi, nelle cspedizioni sue, sendo necessitate a mandare un suo cittadino. Conviene, pertanto, che pei rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la repubblica romana, ad esser meno ingrata che l’altre: il che nacque dai modi del suo governo. Perchè, adoperandosi tutta la città, e gli nobili  e gli ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età tanti uomini virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il popolo non avea cagione di dubitare di alcuno di loro, sendo assai, c guardando P uuo Patirò. E in tanto si mantenevano interi, e respettivi di non dare, ombra di alcuna ambizione, uè cagione al popolo, come ambiziosi, d’offendergli; che venendo alla dittatura, quello maggior gloria ne riporta, che più  tosto la depone. E cosi, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano ingratitudine. In modo che, una repubblica che nott voglia avere cagione d’essere ingrata, si debbo governare come Roma; c uno cittadino che voglia  fuggire  quelli  suoi  morsi, debbc  osservare  i termini  osservati  dai cittadini  romani. Che  » capitani  romani per  errore  commesso  ?io«  furono  mai istraordinariamcnlc puniti; nè furono mai ancora puniti quando, pella ignoranza loro o tristi partiti presi da loro, ne fissino seguiti danni alla repubblica. 1 Romani, non solamente, come di sopra avemo discorso, furono manco ingrati die V altre repubbliche, ma furono ancora più pii e più respctlivi nella punizione de’loro capitani degli eserciti, che alcune altre. Perchè, se il loro errore fussc stato per malizia, e’lo gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissino, e’ lo premiavano ed onoravauo. Questo modo del procedere era bene considerato da loro: perchè e' giudicavano che fusse di tanta importanza a quelli che governavano gl’eserciti loro, lo avere l’animo libero ed espedito, e senza altri estrinsechi rispetti nel pigliare i parliti, che non  volevano aggiugnere ad una cosa per sè stessa difficile e pericolosa, nuove difficultà c pericoli; pensando che aggiugttendovcli, nessuno potesse essere che operasse mai virtuosamente. Verbigrazia, e’mandavano uno esercito in Grecia contra a Filippo di Macedonia, o in Italia contra ad Annibale, o contro a quelli popoli che vinsono prima. Era questo cupitano clic era preposto a tale espedizione, angustiato da tutte quelle cure che s’arrecavano dietro quelle faccende, le quali sono gravi e importantissime. Ora, se a tali cure si fus»sino aggiunti più esempi di Romani ch’eglino avessino crucifissi o altrimenti morti quelli che avessino perdute le giornale, egli era impossibile che quello capitano intra tanti sospetti potesse deliberare strenuamente. Però, giudicando essi  che a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere perduto, non gli vollono con altra maggior pena sbigottire. Uno esempio ci è, quanto allo errore commesso non per ignoranza. Erono Sergio e Virginio a campo a Veio, ciascuno preposti ad una parte dello esercito; de’quali Sergio era all’incontro donde potevano venire i Toscani, c Virginio dall’altra parte. Occorse che sendo  assaltato Sergio dai Falisci e da altri popoli, sopportò d’essere rotto c fugato prima che mandare per aiuto a Virginio. E dall’altra parte, Virginio aspettando che si umiliasse, volle piuttosto vedere, il disonore della patria sua, e la rovina di quello esercito, clic soccorrerlo. Caso veramente esemplare e tristo, c da fare non buona coniettura della Repubblica romana, se 1’uno c l’altro non  fusscro stati gasligali. Vero è che, dove un’altra repubblica gli a r ebbe puniti di pena capitale, quella gli punì in danari. II che nacque non perchè i peccali loro non meritassino maggior punizione, ma perchè gli Romani voiiono in questo caso, per le ragioni già dette, mantenere gli antichi costumi loro. E quanto agii errori per ignoranza, non ci è il più bello esempio che quello di VARRRONE  (si veda): per la temerità del quale sendo rotti i Romani a Canne d’Annibaie, dove quella Repubblica porta pericolo della sua libertà; nondimeno, perchè vi fu ignoranza e non malizia, non solamente non lo gastigorno ma lo onororno, e gl’anda incontro nella  tornata sua  in  Roma  tutto  l’Ordine  senatorio; e non  lo  potendo  ringraziare  della  zuffa, Io  ringraziarono  eh’  egli  era  tornato  in Roma,  c non  si  era  disperato  delle  cose romane.  Quando  Papirio  Cursore  volevu fare  morire  Fabio,  per  avere  contea  al suo  comandamento  combattuto  coi  Sanniti; intra le altre ragioni che dal patire di Fabio erano assegnale conira alla ostinazione del Dittatore, era che il Popolo romano in alcuna perdita de’suoi Capitani non aveva fatto mai quello che Papirio nella vittoria voleva fare. Una repubblica o uno principe non e sia conira ad una consuetudine antica della città, è scandalosissimo. Egli è sentenza degli antichi scrittori, come gli uomini sogliono affliggersi nel male c stuccarsi nel benej e come dul1’una e dall’altra di queste due passioni nascono i medesimi effetti. Perchè, qualunque volta è tolto agli uomini il combattere per  necessità, combattono per ambizione: la quale è tanto potente ne’petti umani, che mai, a qualunque grado si salgano, gl’abbandona. La cagione è, perchè la natura ha creati gl’uomini in modo, che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa: talché, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che  si possiede, e la poca satisfazionc di esso. Da questo nasce il variare della fortuna loro: perchè desiderando gli uomini, parte d’avere più, parte temendo di non perdere lo acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla quale nasce la rovina di quella provincia, e la esaltazione di quel1’altra. Questo discorso ho fatto perchè alla Plebe romana non bastò assicurarsi de’ Nobili per la  creazione de’Tribuni, al quale desiderio fu constretta per necessità; che lei subito, ottenuto quello, comincia a combattere per ambizione, e volere con la Nobiltà dividere gli onori e le sustanze, come cosa stimata più dagli uomini. Da questo nacque il morbo che partorì la contenzione della legge agraria, ed in (ine fu causa della distruzione della Repubblica romana. E perchè le repubbliche  bene ordinate hanno a tenere ricco il pubblico, e li loro cittadini poveri; convenne che fusse nella città di Roma difetto in questa legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che la non si avesse ogni di a ritrattare; o che la si differisse tanto in farla, che fusse scandotoso il riguardarsi indietro; o sendo ordinata bene da prima, era stata poi dall’uso corrotta; talché, in qualunque  modo si fusse, mai non si parlò di questa legge in Roma, che quella città non anda sottosopra. Aveva questa legge duoi capi principali. Ter l’uno si dispone clic non si potesse possedere per alcun cittadino più che tanti iugeri di terra; per V altro, che i campi di che si privavano i nimici, si dividessino intra il popolo romano. Veniva pertanto a fare di duoi sorte offese ai Nobili: perchè quelli che possedevano più beni non permetteva la legge (quali erano la maggior parte de’Nobili),  ne avevano ad esser privi; e dividendosi intra la Plebe i beni de’nimici, si toglieva a quelli la via dello arricchire. Sicché, venendo ad essere queste offese contra ad uomini potenti, e che pare loro, contrastandola, difendere il pubblico; qualunque volta, com’è detto, si ricorda, anda sottosopra  quella città: ed i Nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano, o con trac fuora un esercito, o che a quel Tribuno che la propone s’opponesse uno altro Tribuno; o talvolta cederne parte; ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, pel quale surgendo questa disputa della legge, si mandò in quel luogo una colonia  traila di Roma, alla quale si consegnasse detto contado. Dove L.  usa un termine notabile, dicendo clic con ditTìcultà si trovò in Roma eli i desse il nome per ire in detta colonia: tanto era quella Plebe più pronta a volere desiderare le cose in Homa, che a possederle in Anzio ! Andò questo umore di questa legge così travagliandosi un tempo, tanto che i Romani cominciarono a condurre  le loro armi nell’estreme parti d’Italia, o fuori di  Italia; dopo al qual tempo parve che la restasse. Il che nacque perchè i campi che possedevano i nimici di Roma essendo discosti dagli occhi della  Plebe, cd in luogo dove non gli era facile il coltivargli, veniva meno ad esserne desiderosa: ed ancora i Romani erano meno punitori tic’ loro nemici in  siinil modo; e quando pure spogliavano  alcuna terra del suo contado, vi distribuivano colonia. Tanto che per tali cagioni questa legge stette come addormentata  inOno a’Gracchi: da’quali essendo poi svegliata, rovinò al tutto la libertà romana; perchè la trovò raddoppiata la potenza de’suoi avversari, e si accese per questo tante odio intra la Plebe ed il Senato, che si venne all’armi ed al sangue, fuor d’ogni modo e costume  civile. Talché, non potendo i pubblici magistrati rimediarvi, nè sperando più alcuna delle fazioni in quelli, si ricorse a’rimedi privati, e ciascuna delle parti pensò di farsi uno capo che la difendesse. Pervenne in questo scandalo e disordine la Plebe, e volse la sua riputazione a Mario, tanto che la lo fece quattro volte Consolo;  ed in tanto continuò con pochi intervalli il suo consolato, che  si potette per sè stesso far Consolo tre altre volte. Contra alla qual peste non avendo la Nobiltà alcuno rimedio, si volse a favorir Siila; e fatto quello capo della parte sua, vennero alle guerre civili e dopo molto sangue e variar di fortuna, rimase superiore la Nobiltà. Risuscitorono poi questi umori a tempo di Cesare c di Pompeo; perchè, fattosi Cesare capo della parte di Mario, c Pompeo  di quella di Siila, venendo alle mani rimase supcriore GIULIO CESARE: IL QUALE E IL PRIMO TIRANNO IN ROMA, TALCHE MAI E POI LIBERA QUELLA CITTA. Tale, adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E benché noi mostrassimo altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato c la Plebe mantenessero libera Roma, per nascerne da quelle leggi in favore della libertà; e per questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria; dico come, per questo, io non mi rimuovo da tale oppinionc: perchè egli è tanta P ambizione de’grandi, che se per varie vie ed in vari modi la non ò in una città sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua. In modo che, se la contenzione della legge agraria penò trecento anni  a fare Roma serva,  si sarebbe condotta, per avventura, molto più tosto iti servitù, quando la Plebe, e con questa legge c con altri suoi appetiti, non avesse sempre frenato la ambizione de’Nobili. Vedasi per questo ancora, quanto gli uomini stimano più la roba che gli onori. Perchè la Nobiltà romana sempre negli onori eedè senza scandali istraordinari alla Plebe; ma come si venne alla roba, fu tanta la  ostinazione sua nel difenderla, che la Plebe ricorse, per Sfogare 1’appetito suo, a quelli istraordinari che di sopra si discorrono.  Del quale disordine furono motori i Gracchi; de’quali si dcbbe laudare più la intenzione che la prudenza. Perchè, a voler levar via uno disordine cresciuto in una repubblica,  e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male considerato; e,  come di sopra largamente si discorse, non si fa altro che accelerare quel male a che quel disordine ti conduce: ma temporeggiandolo, o il male viene più tardo, o per sè medesimo col tempo, avanti che venga al fine suo, si spegne. Le repubbliche deboli sono male risolute, e non si sanno deliberare; c se le pigliano mai alcuno partito j nasce più da necessità che da elezione. Essendo in  Roma una gravissima pestilenza, e parendo per questo agli Volaci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressar Roma; fatti questi due popoli uno grossissimo esercito, assalirono gli Latini e gli Ernici, e guastando il loro paese, furono constretti gli Latini c gli Ernici farlo intendere a Roma, c pregare che fussero difesi da' Romani: ai quali, sendo i Romani gravati dal morbo,  risposero che pigliassero partito di difendersi da loro medesimi e con le loro armi, perchè essi non li potevano difendere. Dove si conosce la generosità e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni fortuna volle essere quello che fusse principe delle deliberazioni che avessero a pigliare i suoi; nè si vergognò mai deliberare una cosa che fusse contraria al suo modo di vivere o ad  altre deliberazioni fatte da lui, quando la necessità gliene comanda. Questo dico perchè altre volte il medesimo Senato aveva vietato ai detti popoli l’armarsi e difendersi; talché ad uno Senato meno prudente di questo, sarebbe parso cadere del grado suo a concedere loro tale difensione. Ma quello sempre giudicò le cose come si debbono giudicare, e sempre prese il meno reo partilo per migliore; perchè male gli sapeva non potere difendere i suoi sudditi; male gli sapeva che si armassino senza loro, per le ragioni dette, e per molte altre che si intendono: nondimeno, conoscendo che si sarebbono armati, per necessità, a ogni modo, avendo il nimico addosso; prese la parte onorevole, e volle che quello clic gli avevano a fare, lo facessino con licenzia sua, acciocché avendo  disubbidito per necessità, non si avvezzassino a disubbidire per elezione. E benché questo paia partito che da ciascuna repubblica dove esser preso; nientedimeno le repubbliche deboli e male consigliate non gli sanno pigliare, nè si sanno onorare di simili necessità. Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi. Dipoi, volendosene tornare a Roma per la  Toscana, mandò in Firenze uno suo uomo a domandare il passo per sé e per il suo esercito. Consultossi in Firenze come si avesse a governare questa cosa, nè fu mai consigliato per alcuno di concedergliene. In che non si seguì il modo romano: perchè, sendo il Duca armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati che non gli potevano vietare il passare, era molto piu onore loro, che  paresse che passasse con permissione di quelli, che a forza; perchè, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe stato in parie minore quando I’avessero governata altrimenti. Ma la più cattiva parte che abbino le repubbliche deboli, è essere irresolute; in modo che lutti i partili che le pigliano, gli pigliano per forza; e se vieti loro fatto alcuno bene, lo fanno forzato, c non per prudenza  loro. Io voglio dare di questo duoi altri esempi, occorsi ne’tempi nostri nello stato della nostra città, nel mille cinquecento. Ripreso che il re Luigi  XII di Francia ebbe Milauo, desideroso di rendergli  Pisa, per aver cinquanta mila ducati che gli erano stati promessi da’ Fiorentini dopo tale restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa, capitanati da monsignor Beaumonte; benché  francese, nondiraanco uomo in cui i Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo esercito e questo capitano intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando alcuno giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennero oratori Pisani a Beaumonte, e gli offerirono di dare la città allo esercito francese con questi patti: che, sotto la fede del re, promettesse non la mettere  in mano de’Fiorentini, prima che dopo quattro mesi. Il qual partito fu dai Fiorentini al tutto rifiutato, in modo che si seguì nello andarvi a campo, e partissene con vergogna. Nè fu rifiutato il partito per altra cagione, che per diffidare della fede del re; come quelli che per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani sue: e dall’altra parte, non se ne fidavano, nè vedevano quanto era meglio che il re potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e non la rendendo scoprire P animo suo, che non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati comperare quelle promesse. Talché molto più utilmente arebbono fatto a consentire che Beaumonlc V avesse, sotto qualunque pròmessa, presa: come se ne vide la espcrienza di poi, die essendosi ribellato Arezzo,  venne a’soccorsi de’Fiorentini mandato dal re di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il qual giunto propinquo ad Arezzo, dopo poco tempo cominciò a praticare accordo con gli Aretini, i quali sotto certa fede volevano dare la terra, a similitudine de’Pisani. Fu rifiutato in Firenze tale partito; il che veggendo monsignor Imbalt, e parendogli come i Fiorentini se ne inlendessino poco, comincia a tenere le pratiche dell’accordo da se, senza participazione de’Commessaci: tanto che e’io conchiuse a suo modo, e sotto quello colle sue genti se ne entra in Arezzo, facendo intendere a’Fiorentini come egli erano matti, e non s’intendevano delle cose del mondo: che se volevano Arezzo, lo fucessino intendere al re, il quale lo poteva dar loro molto meglio, avendo le sue genti in quella città, che fuori. Non si resta in Firenze di lacerare e biasimare detto Imbalt; nè si resta mai, infino a tanto che si conobbe che se Beaumonte fusse stato simile a Imbalt, si sarebbe avuto Pisa come Arezzo. E cosi, per tornare a proposito, le repubbliche irresolute non pigliano mai partiti buoni, se non per forza, perchè la debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è alcuno dubbio; e se quel dubbio non è cancellalo da una violenza, che le sospinga, stanno sempre mai sospese. In diversi popoli si veggono spesso i medesimi accidenti. E’si conosce facilmente per chi considera le cose presenti e l’antiche, come in tutte le città ed in tutti i popoli sono quelli medesimi desiderii e quelli medesimi umori, e come vi furono sempre: in modo che gli è facil cosa a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni repubblica le future, c farvi quelli rimedi che dagli antichi sono stati usati; o non ne trovando degli usati, pensarne de’nuovi, pella similitudine degl’accidenti. Ma perchè queste considerazioni sono neglette, o non intese da chi legge; o se le sono intese, non sono conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandali in ogni tempo. Avendo la città di Firenze perduto parte dell’imperio suo, come Pisa ed altre terre, fu necessitata a fare guerra a coloro che l’occupano. E perchè chi l’occupa era potente, ne seguiva che si spende assai nella guerra, senza alcun frutto; dallo spendere assai ne risulta assai gravezze; dalle gravezze, infinite querele del popolo; e perchè questa guerra era amministrata d’uno magistrato di dieci cittadini che si chiamano i Dieci della guerra, 1’universale comincia a recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione della guerra e delle spese d’essa; e corniliciò a persuadersi che tolto via detto magistrato, fusse tolto via la guerra: tanto che avendosi a rifare, non se gli fecero gli scambi; e lasciatosi spirare, si commisero le azioni sue alla Signoria. La qual  deliberazione fu tanto perniziosa che non solamente non leva la guerra come l’universale si persuade; ma tolto via quelli uomini che con prudenza l’amministravano, ne seguì tanto disordine, die,  oltre a Pisa, si perde Arezzo e molti altri luoghi: in  modo che, ravvedutosi il popolo dell’errore suo, e come la cagione del male era la febbre e non il medico, rifece il magistrato de’Dieci. Questo medesimo umore si leva in Roma conira al nome de’Consoli: perchè, veggendo quello Popolo nascere 1’una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e'dovevano pensare che la nascesse dalla ambizione de’vicini che gli volevano opprimere; pensano nascesse dall’ambizione dei Nobili, che non potendo dentro in Roma gastigar la Plebe difesa dalla potestà tribunizia, la volevano condurre fuori di Roma sotto i Consoli, per opprimerla dove non aveva aiuto alcuno. E pensarono per questo, che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potestà, che e’non avessino autorità sopra il popolo, nè fuori nè in casa. Il primo che tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale propone che si dovessero creare cinque uomini che dovessino considerare la potenza de’Consoli, e limitarla. II che altera assai la Nobiltà, parendoli che la maiestà dell’imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobiltà non restasse più alcuno grado in quella Repubblica. Fu nondimeno tanta l’ostinazione dei Tribuni, che il nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo qualche altro ordine, piuttosto creare Tribuni con potestà consolare, che i Consoli: tanto avevano più in odio il nome che le autorità loro. E cosi seguitorno lungo tempo, infino che conosciuto io errore loro, còme i Fiorentini ritornorno ai Dieci, così loro ricreorno i Consoli. La creazione del DECEMVIRATO in Roma, e quello che in essa è da notare: dove si considera, intra molte altre cose, come si può salvare per simile accidente, o oppressore una  repubblica. Volendo discorrere particolarmente sopra gl’accidenti che nacquero in Roma pella creazione del decemvirato, non mi pare soperchio narrare prima tutto quello che segui per simile creazione, e dipoi disputare quelle porti che sono in esse azioni notabili: le quali sono molte, e di grande considerazione, cosi per coloro che vogliono mantenere una repubblica libera, come per quelli che disegnassino sommetterla. Perchè in tale discorso si vedranno molti errori fatti dal Senato e dalla Plebe in disfavore della libertà; e molli errori fatti d’APPIO, capo del decemvirato; in disfavore di quella tirannide ch’egli s’aveva presupposto stabilire in Roma. Dopo molte deputazioni c contenzioni seguite intra il Popolo e la Nobiltà per fermare nuove leggi in Roma, pelle  quali e’si stabilisse più la libertà di quello stato; mandarono, d’accordo, Spurio Postumio con duoi altri cittadini ad Atene pegl’essenti di quelle leggi che Solone da a quella città, acciocché sopra quelle potessero fondare le leggi romane. Andati e tornati costoro, si venne alla creazione degl’uomini eh’avessino ad esaminare e fermare de.tte leggi; e ercorno dieci cittadini per un anno, tra  i quali fu creato APPIO CLAUDIO, il primo filosofo romano, uomo sagace ed inquieto. E perchè e'potessimo senza alcuno rispetto creare tali leggi, si levarono di Roma tutti gli altri magistrati, ed in particolare i Tribuni e i Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che tale magistrato veniva ad essere al tulio principe di Roma. Appresso ad APPIO si ridusse tutta 1’autorità degli altri suoi compagni, per gli favori clic gli fa la Plebe: perché egli s’era fatto in modo popolare colle dimostrazioni, che pare meraviglia eh’egli avesse preso sì presto una nuova natura c uno nuovo ingegno, essendo stato tenuto innanzi a questo tempo un crudele persecutore della Plebe. Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo più che dodici littori, i quali andavano  davanti a quello ch’era infra loro preposto. E bench’egli avessino 1’autorità assoluta, nondimeno avendosi a punire un cittadino romano per omicidio, lo citorno nel conspelto del Popolo, e da quello lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi in dicci tavole, ed avanti che le confirmassero, le messono in pubblico, acciocché ciascuno le potesse leggere c disputarle; acciocché si conoscesse  se vi era alcuno difetto, per poterle binanti alla confirmazionc loro emendare. Fece, in su questo, Appio nascere un rornorc per Bomn, che se a queste dieci tavole se n’ aggiungcssiuo due altre, si darebbe a quelle la loro perfezione; talché questa oppinionc dette occasione al Popolo di rifare i Dieci per uno altro anno: a che il Popolo s’accorda volentieri; si perchè i Consoli non si rifacessino; sì perchè speravano loro potere stare senza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come di sopra si disse. Preso, adunque, partito di rifargli, tutta la Nobiltà si mosse a cercare questi onori, ed intra i primi era Appio; ed usa tanta umanità verso la Plebe nel domandarla, che la comincia ad essere sospetta a suoi compagni: credebant cnim liaud gratuitam in lanla superbia  comilatcmfore. E dubitando d’opporsegli apertamente, diliberarono farlo con arte; e benché e’fusse minore di tempo di tutti, dettono a lui autorità di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo eh’egli osservasse i termini degl’altri di non proporre sè medesimo, sendo cosa inusitata e ignominiosa in Roma, Me vero imprdimentum prò occasione arripuit; e nominò sè intra i primi, con meraviglia e dispiacere di tutti i Nobili: nominò poi nove altri al suo proposito. La qual nuova creazione fatta per uu altro anno, cominciò a mostrare al Popolo cd alla Nobiltà lo error suo. Perchè subito Appio: finem fedi ferenda aliena persona; e comincia a mostrare la innata sua superbia, ed in pochi dì riempiè di suoi costumi i suoi compagni. E per Sbigottire il Popolo ed il Senato, in  scambio di dodici littori, ne feciono cento venti. Stette la paura eguale qualche giorno; ma cominciarono poi ad intrattenere il Senato, e battere la Plebe: e s’alcuno battuto dall’uno, appella ali’altro, era peggio trattalo nell’appeltagione che nella prima causa. In modo che la Plebe, conosciuto l’errore suo, comincia piena d’afflizione a riguardare in viso i Nobili; et inde libcrtatis captare  a urani, linde servitutem tiinendoj in cum s taluni rempublicam adduxerant. E alla Nobiltà era grata questa loro afflizione, ut ipsij teedio prcesenliunij Consules desiderar ent. Vennero i di clic terminavano l’anno: le due tavole delle leggi erano fatte, ma non pubblicate. Da questo i Dicci presono occasione di continovare nel magistrato, c cominciorono a tenere con violenza lo Stato, e farsi satelliti della gioventù nobile, alla quale davano i beni di quelli che loro condannavano. Quibus donis Juventus coirumpebatur, et malebat liccnliam suoni, i quatn omnium liberlatcm. Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i Volsci mossero guerra a’Romani: in su la qual paura cominciarono i Dieci a vedere la debolezza dello Stato loro; perchè senza il Senato non potevano  ordinare la guerra, e ragunando il Senato pare loro perdere lo Stato. Pure, necessitati, presono questo ultimo partito: e ragunali i Senatori insieme, molti de’Senatori parlorono contro alla superbia de’Dieci, ed in particolare Valerio ed Orazio: e l’autorità loro si sarebbe al tutto spenta, se non che il Senato, per invidia della Plebe, non volle mostrare l’autorità sua, pensando che se i Dieci  deponevano il magistrato voluntarii, che potesse essere che i Tribuni della plebe non si rifacessero. Dcliberossi adunque la guerra; uscissi fuori con due eserciti guidati da parte di detti Dieci; APPIO rimase a governare la città. Donde nacque che s’innamora di Virginia, e che volendola torre per forza, il padre VIRGINIO, PER LIBERARLA, L’AMMAZZO: donde seguirono i tumulti  di Roma e degl’eserciti; i quali ridottisi insieme col rimanente della Plebe romana, se n’andarono nel Monte Sacro, dove stettero tanto clic i Dieci deposono il magistrato, e che furono creali i Tribuni ed i Consolide ridotta Roma nella forma dell’antica sua libertà. Notasi, adunque, per questo testo, in prima esser nato in Roma questo inconveniente di creare questa tirannide, per quelle  medesime cagioni che nascono la maggiore parte delie tirannidi nelle città: e questo è da troppo desiderio del popolo d’esser libero, e da troppo desiderio de’nobili di comandare. E quando c’non convengono a fare una legge in favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a favorire uno, allora è che subito la tirannide surge. Convennono il Popolo ed i Nobili di Poma a creare i Dieci, e crearli con tanta autorità, per desiderio che ciascuna delle parti aveva, 1’una di spegnere il nome consolare, l’altra il tribunizio. Creati che furono, parendo alla Plebe che Appio fusse diventato popolare c battesse la Nobiltà, si volse il Popolo a favorirlo. E quando un popolo si conduce a far questo errore di dare riputazione ad uno perchè balta quelli che egli ha in odio, e che  quello uno sia savio, sempre interverrà che diventerà tiranno di quella città. Perchè egli attende, insieme con il favore del popolo, a spegnere la nobiltà; e non si volterà inai all’oppressione del popolo, se non quando ei V arà spenta; nel qual tempo conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove rifuggire. Questo modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannidi in le  repubbliche: c se questo modo avesse tenuto APPIO, quella sua tironnide arebbe preso più vita, e non sarebbe mancata si presto. Ma ei fece tutto il contrario, nè si potette governare più imprudentemente; cliè per tenere la tirannide, c’si fece inimico di coloro che glie T avevano data c che gliene potevano mantenere, ed amico di quelli che non erano concorsi a dargliene e che non gliene  arebbono potuta mantenere; e perdèssi coloro che gl’erano amici, e cerca d’avere amici quelli che non gli potevano essere amici. Perchè, ancora che i nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della nobiltà che si truova fuori della tirannide, è sempre inimica al tiranno; nè quello se la può mai guadagnare tutta, pell’ambizione grande e grande avarizia che è in lei, non polendo il tiranno  avere nè tante ricchezze nè tanti onori che a tutta satisfaccia. E così Appio, lasciando il Popolo ed accostandosi a’Nobili, fa uno errore evidentissimo, e pelle ragioni dette di sopra, e perchè a volere con violenza tenere una cosa, bisogna che sia più potente chi sforza, che chi è sforzato. Donde nasce che quelli tiranni che hanno amico l’universale ed mimici i grandi, sono più sicuri; per  essere la loro violenza sostenuta da maggior forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo ed amica la nobiltà. Perchè con quello favore bastano a conservarsi le forze intrinseche; come bastorno a Nabide tiranno di Sparta, quando tutta Grecia ed il popolo romano l’assalta: il quale assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il popolo, con quello si difese; il che non arebbe  potuto fare avendolo inimico. In quello nitro grado per aver pochi amici dentro, non bastano le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora. Ed hanno ad essere di tre sorti: 1’una satelliti forestieri, die li guardino la persona; l’altra armare il contado, che faccia quell’oflìzio che arebbe a fare la plebe; la terza aderirsi co’vicini potenti, che li difendino. Chi tiene questi modi e gli  osserva bene, ancora ch’egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma APPIO non poteva far questo di guadagnarsi il contado, scudo una medesima cosa il contado e Roma; c quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò nc’ primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del decemvirato errori grandissimi: perchè ancora che di  sopra si dica, in quel discorso che si fa del Dittatore, che quelli magistrati che si fanno da per loro, non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina i magistrali, fargli in modo che gl’abbino avere qualche rispetto a diventare tristi. E dove e’si debbe proporre loro guardia per mantenergli buoni, i Romani la levorono, facendolo solo  magistrato in Roma, ed annullando tutti gli altri, pell’eccessiva voglia che il Senato aveva di spegnere i Tribuni, e la Plebe di spegnere i Consoli; la quale gli acceca in modo che concorsono in tale disordine. Perchè gl’uomini, come dice il re Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne’quali è tanto desiderio di conseguire la loro preda a che la natura gl’incita che non  sentono un altro maggior uccello che sia loro sopra per ammazzargli. Conoscesi, adunque, per questo discorso, come nel principio proposi, l’errore del Popolo romano, volendo salvare la libertà; e gl’errori d’APPIO, volendo occupare la tirannide. Sahare dall’umilila alla superbia j dalla pietà alta crudeltà senza debiti mezzij è cosa imprudente ed inutile. Oltre agli altri termini male usati  da APPIO per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto d’una qualità ad un’altra. Perchè l’astuzia sua nello ingannare la Plebe, simulando d’essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene usati i termini che tenue perchè i Dieci s’avessino a rifare; fu ancora bene usata quella audacia di creare sè stesso contra all’oppinione della Nobiltà; fu bene  usato creare colleghi a suo proposito: ma non fu già bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo che di sopra dico, mutare in un subito natura; e d’amico, mostrarsi nimico alla Plebe; d’umano, superbo; di facile, difficile; e farlo tanto presto, che senza scusa veruna ogni uomo avesse a conoscer la fallacia dell’animo suo. Perchè chi è paruto buono un tempo, e vuole a suo proposito  diventar tristo, io debbe fare per gli debiti mezzi; ed in modo condurvisi colle occasioni, che innanzi che la diversa natura ti tolga de’favori vecchi, la te ne ubbia dati tanti degli nuovi, che tu non venga a diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e senza amici, rovini. Quanto gl’uomini facilmente si possono corrompere. Notasi ancora in questa materia del decemvirato,  quanto facilmente gl’uomini si corrompono, e fatinosi diventare di contraria natura, ancora che buoni e bene educati; considerando quanto quella gioventù ch’Appio si aveva eletta intorno, comincia ad essere amica della tirannide per uno poco d’utilità che gliene conseguiva; e come Quinto Fabio, uno del numero de’secondi Dieci, sendo uomo oliimo, accecalo da un poco di ambizione,  e persuas dulia  malignità d’APPIO, muta i suoi buoni costumi in pessimi, e diventò simile a lui. Il che esaminato bene, fa tanto più pronti i legislatori delle repubbliche o de’regni a frenare gl’appetiti umani, c torre loro ogni speranza di potere impune errare. Quelli che combattono pella gloria propria, sono buoni e fedeli soldati. Considerasi ancora pel soprascritto trattato, quanta  differenza è d’uno esercito contento e che combatte pella gloria sua, a quello che è male disposto e che combatte pell’ambizione d’altri. Perchè, dove gl’eserciti romani solevano sempre essere vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono. Da questo essempio si può conoscere parte delle cagioni dell’inutilità de’soldati mercenurii; i quali non hanno altra cagione clic li  tenga fermi, che un poco di stipendio che tu dai loro. La qual cagione non è nè può essere bastante a fargli fedeli, nè tanto tuoi amici, che voglino morire per le. Perchè in quelli eserciti che non è una affezione verso di quello per chi e’combattono, che gli facci diventare suoi partigiani, non mai vi potrà essere tanta virtù che basta a resistere ad uno nimico un poco virtuoso. G perchè  questo amore non può nascere, nè questa gara, d’altro che da’sudditi tuoi; è necessario a volere tenere uno stato, a volere mantenere una repubblica o uno regno, armarsi de’sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli che con gl’eserciti hanno fatti grandi progressi. Avevano gl’eserciti romani sotto i Dieci quella medesima virtù; ma perchè in loro non era quella medesima  disposizione, non facevano gl’usilati loro effetti. Ma com prima il magistrato de’Dieci fu spento, e che loro come liberi cominciorno amilitare, ritorna in loro il medesimo animo;  e per conscguente, le loro imprese avevano il loro fine felice, secondo l’antica consuetudine loro. Una moltitudine senza capo è inutile: e non si debbo minacciare prima, c poi chiedere l'autorità. Era la Plebe  romana pello accidente di Virginia ridotta armata nel Monte Sacro. Manda il Senato suoi ambasciadori a dimandare con quale autorità egli avevano abbandonati i loro capitani, e ridottisi nel Monte. E tanta era stimata l’autorità del Senato che non avendo la Plebe intra loro capi, ninno si ardiva a rispondere. E L. dice, ohe e’non manca loro materia a rispondere, ma manca loro chi fa la  risposta. La qual cosa dimonstra appunto l’inutilità d’una moltitudine senza capo. Il qual disordinefu conosciuto da Virginio, e per suo ordine si cre venti Tribuni militari, che fussero loro capo a rispondere e convenire col Senato. Ed avendo chiesto che si manda loro Valerio ed Orazio, ai quali loro direbbono la voglia loro, non vi volsono andare se prima i Dieci non deponevano il  magistrato: ed arrivati sopra il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che volevano che si creassero i Tribuni della plebe, e che s’avesse ad appellare al Popolo d’ogni magistrato, e che si dessino loro tutti i Dieci, chè gli volevano ardere vivi. Laudarono Valerio cd Orazio le prime loro domande; biasimorono l’ultima come impia, dicendo: Crude litatcm dannatisj in  crudclitaiem ruitis; e consigliamogli che dovessino lasciare il fare menzione de’Dieci, e ch’egli attendessino a pigliare l’autorità e potestà loro: di poi non mancherebbe loro modo a satisfarsi. Dove apertamente si conosce quanta stultizia c poca prudenza è domandare una  cosa,  e dire prima:  io  voglio  far  male  con  essa; perchè  non  si  debbo  mostrare  l’animo suo,  ma  vuoisi  cercare d’ottenere quel suo desiderio in ogni modo. Perchè e’ basta a dimandare a uno le armi, senza dire: io ti voglio ammazzare con esse; potendo poi che  tu bai l’arme in mano, satisfare allo appetito tuo. E cosa di malo esempio | non osservare una legge falla, c massime dallo autore d'essa: e rinfre scare ogni di nuove ingiurie in una t città, è a chi la governa dannosisi simo. Seguito  lo accordo, e ridotta Roma in l’antica sua  forma, Virginio citò Appio innanzi al Popolo a difendere la sua causa. Quello comparse accompagnato da molti Nobili. Virginio comandò che fussc messo in prigione. Cominciò Appio a gridare, ed appellare al Popolo. Virginio diceva che non era degno di avere quella nppellagionc che egli aveva distrutta, ed avere per difensore quel Popolo  che egli aveva offeso. Appio replica, come e’non aveano a violare quella appellagionc ch'egli avevano con tanto desiderio ordinata. Pertanto egli fu INCARCERATO ED AVANTI AL DI DEL GIUDIZIO AMMAZZO SE STESSO. E benché la scellerata vita d’Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta allora. Perchè  io non credo che sia cosa di più cattivo esempio in una  repubblica, che fare una legge e non l’osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi l’ha falla. Essendo Firenze stala riordinala nel suo stato con l'aiuto di frate Savonarola, gli scritti del quale mostrano la dottrina, la prudenza, la virtù dello animo suo; ed avendo intra P altre conslituzioni per assicurare i cittadini, fatto fare  una legge, che si potesse appellare al popolo dalle sentenze che,  per caso di Stato, gli Otto c la Signoria dessino; la qual legge persuase più tempo, e con difficoltà grandissima ottenne: occorse che, poco dopo la confirmazicne d’essa, furono condcunati a morte dalla Signoria per conto di Stato cinque cittadini; e volendo quelli appellare, non furono lasciati, e non fu osservata la legge.  Il che tolse più riputazione a quel frate, che nessun altro accidente: perchè, se quella appellagione era utile, ei doveva farla osservare; s’ella non era utile, non doveva farla vincere. E tanto più fu notato questo accidente, quanto che il frate in tante predicazioni che fece poi clic fu rotta questa legge, non mai o dannò chi P aveva rotta, o lo scusò; come quello che dannare non voleva, come  cosa che gli torna a proposito; e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto l’animo suo ambizioso e paitigiano, gii tolse riputazione, e dettegli assai carico. Offende ancora uno Stato assai, rinfrescare ogni dì nello animo de’tuoi cittadini nuovi umori, per nuove ingiurie ebe a questo e quello si fucciano: come intervenne a Roma dopo il decemvirato. Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini,  in diversi tempi furono accusati e condannati: in modo che gli era uno spavento grandissimo in tutta la Nobiltà, giudicando che e’non si avesse mai a porre fine a simili condennagioni, fino a tanto che tutta la Nobiltà non fusse distrutta. Ed arebbe generato in quella città grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse stato provveduto; il qual fece uno editto, che per uno  anno non fusse lecito ad alcuno citare o accusare alcuno cittadino contano: il che rassicurò tutta la Nobiltà. Dove si vede quanto sia dannoso ad una repubblica o ad un principe, tenere con le continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi dei sudditi. E senza  dubbio, non si può tenere il più pernicioso ordine: perchè gli uomini che cominciano a dubitare di avere a capitar male, in  ogni modo s’assicurano ne’pericoli, e diventano più audaci, e meno rispettivi a tentare cose nuove. Però è necessario, o non offendere mai alcuno, o fare le offese ad un tratto; e dipoi rassicurare gl’uomini, e dare loro cagione di quietare e fermare l’animo. Gl’uomini salgono da una ambizione ad unJ altra; c prima si cerca non essere offeso t dipoi d’offendere altrui. Avendo il Popolo  romano ricuperala la libertà, ritornato nel suo primo grado, ed in tanto maggiore, quanto si erano fatte dimolte leggi nuove In corroborazione della sua potenza; pare ragionevole che Roma qualche volta quictasse. Nondimeno, per esperienza si vide il contrario; perchè ogni di vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie. E perchè L. prudentissimamente rende la ragione donde questo  nasce, non mi pare se non a proposito riferire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la Nobiltà insuperbiva, quanto l’altro s’umiliava; e stando la Plebe quieta intra i termini suoi, cominciarono i giovani nobili ad ingiuriarla; ed i Tribuni vi potevano fare pochi rimedi, perchè ancora loro erano violati. La Nobiltà, dall’altra parte, ancora che gli pare che la sua gioventù fusse troppo feroce, nondimeno aveva a caro ch’avendosi a trapassare il modo, lo trapassassino i suoi, e non la Plebe. E cosi il desiderio di difendere la libertà fa che ciascuno tanto si prevaleva, eh’egli oppressava l’altro. E V ordine di questi accidenti è, che mentre clic gli uomini cercano di non temere, cominciano a far temere altrui; e quell ingiuria ch’egli scacciano da loro, la pongono  sopra un altro: come se fussc necessario offendere, o essere offeso. Vedesi, per questo, in quale modo, fra gl’altri, le repubbliche si risolvono; e in che modo gl’uomini salgono d’una ambizione ad un’altra; e come quella sentenza di SALUSTIO posta in bocca di GIULIO Cesare, è verissima: quod omnia mala exempla bonis mitiis orla  sunt. Cercano quelli cittadini clie ambiziosamente vivono in una repubblica, la prima cosa di non potere essere offesi, non solamente dai privati, ma  eziam da’magistrali: cercano, per potere fare questo, amicizie;  e quelle acquistano per vie in apparenza oneste, o con sovvenire di danari, o con difendergli da’potenti: e perchè questo pare virtuoso, s’inganna facilmente ciascuno, c per questo non vi si pone rimedio; intanto che egli senza ostacolo perseverando, diventa di qualità, che i privati cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli  hanno rispetto. E quando egli è saJito a questo grado, c non si sia prima ovvialo alla sua grandezza, viene od essere in termine, che volerlo urtare è pericolosissimo, pelle ragioni che io dissi di sopra del pericolo che è nello urtare uno inconveniente che abbi di già fatto augumento in una città: tanto che la cosa si riduce in termine, che bisogna o cercare di spegnerlo con pericolo d’una subita rovina j o lasciandolo fare, entrare in una servitù manifesta, se morte o qualche accidente non te ne libera. Perchè, venuto a’soprascrilti termini, che i cittadini ed i magistrati abbino paura ad offender lui e gli amici suoi, non dura di poi molta fatica a fare che giudichino ed offendino a suo modo. Donde una repubblica intra gl’ordini suoi debbe avere questo, di vegghiarc che i suoi  cittadini sotto ombra di bene non possino far male; e di’egli abbino quella riputazione che giovi, e non nuoca, alla libertà. Gli nomini j ancora clic si ingannino ncJ  generali j nei particolari non si ingannano. Essendosi il Popolo romano recato a noia il nome consolare, e volendo che potessiao esser fatti Consoli uomini plebei, o che fusse limitata la loro autorità; la Nobiltà, per non deonestare l’autorità consolare nè coll’una nè coll’altra cosa, prese una via di mezzo, e fu contenta che si creassino quattro Tribuni con potestà consolare, i quali potcssino essere cosi plebei come nobili. Fu contenta a questo la Plebe, parendogli spegnere il consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua. Nacquene di questo un caso notabile: che venendosi alla creazione di questi  Tribuni, e potendosi creare tutti plebei, sono dal Popolo romano creati tutti fiobiii. Onde L. dice queste parole: Quorum comitiorum eoenlus docuit, alias animo sin contcntione libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto judicio esse. Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gii uomini nelle cose generali s’ingannano assai, nelle  particolari non tanto. Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare il consolato, per avere più parte in la città, per portare più pericolo nelle guerre, per esser quella che colle braccia sue mantene Roma libera, e la fa potente. E parendogli questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorità in ogni modo. Ma come la ebbe a fare giudizio degli uomini suoi particolarmente,  conobbe la debolezza di quelli, e giudica che nessuno di loro merita quello che tutta insieme gli pare meritare. Talché vergognatasi di loro, ricorse a quelli che Io meritano. Della quale deliberazione meravigliandosi meritamente L., dice queste parole: /lane modestiam, aquila IcmquCj  et allitudinem animi, ubi moie in uno inveneris, qua: lune populi universi fuit? In corroborazione di questo, se ne può addurre un altro notabile essempio, seguito in Capova da poi che Annibaie ebbe rotti i Romani a Canne; pella qual rotta sendo tutta sollevata Italia, Capova sta ancora per tumultuare, pell’odio eli’ era intra il Popolo ed il Senato; e trovandosi in quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il pericolo che porta quella città di tumultuare, disegna con suo grado riconciliare la Plebe con la Nobiltà; e fatto questo pensiero, fece ragunare il Senato, c narrò loro Podio che M popolo aveva contra di loro, ed i pericoli che portano d’essere ammazzati da quello, e data la città ad Annibaie, sendo le cose de’Romani afflitte: di poi soggiunse, che se volevano lasciare governare questa cosa a lui, farebbe in modo che s’unirebbono insieme; ma gli voleva serrare dentro al palazzo, e co fare potestà al popolo di potergli gastigare, salvargli. Cederono a questa sua oppinione i Senatori, e quello chiamò il Popolo a coocione, avendo rinchiuso in palazzo il Senato; e disse com’egli era venuto il tempo di potere domare la superbia della Nobiltà, e vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto la sua custodia: ma perchè crede che loro non volessino che la loro città rimanesse senza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi, crearne de’nuovi. E per tanto aveva messo tutti gli nomi degli Senatori in una borsa, e comincierebbe a trargli in loro presenza j ed egli farebbe i tratti di mano in mano morire, come prima loro avessino trovato il successore. E cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato un rumore grandissimo, chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Paeuvio che facessino lo scambio, si racchetò tutta la conclone; c dopo alquanto spazio, fu nominato uno della plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in un altro: o così seguitando di mano in mano, tutti quelli che furono nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio. In modo che Pacuvio, presa sopra questo occasione, disse: Poiché voi giudicate che qucslu città stia male senza Senato, ed a fare gii scambi a’Senatori vecchi non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate insieme; perchè questa paura in la quale i Senatori sono stati, gli arà fatti in modo  raumiliare, che quella umanità che voi cercavate altrove, troverete in loro. Ed accordatisi a questo, ne segui l’unione di questo ordine; e quello inganno in che egli erano si scoperse, come e’furono constretti venire a’particolari. Ingannansi, olirà di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli accidenti di esse j le quali di poi si conoscono particolamento, si avveggono di tale  inganno. Sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma piuttosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose pubbliche di inale in peggio; molti popolari veggiendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per poter fare uno Stato a suo proposito, c torre loro la libertà: c stavano questi tali per le logge c per le piazze, dicendo male di molti cittadini, e minacciandoli che se mai si trovassero de’Signori, scoprirebbono questo loro inganno, e gli gastigarebbono. Occorre spesso che de’simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli era salilo in quel luogo, e che e’vedeva le i cose più dappresso, conosce i disordini donde  nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficoltà del rimecitarvi. C veduto come i tempi, e no gli uomini, causano il disordine, diventa subito d’un altro animo, c di un’altra fatta; perché la cognizione delle cose particolari  gli toglieva via quello inganno che nel considerare generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito  parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevano che nascesse, non per più vera cognizione delle cose, ma perchè fusse stalo aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini c molte volte, ne nacque  tra loro un  proverbio, che dice: Costoro hanno uno animo in piazza, cd uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto quello si è discorso, si vede  come e’si può fare tosto aprire gl’occhi a’popoli, trovando  modo, veggendo che uno generale gl’inganna, ch’egli abbino a descenderc ai particolari; come fa Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma. Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debbe fuggire il giudizio popolare nelle eo9e particolari, circa le distribuzioni de'gradi e delle dignità: perchè solo  in questo il popolo non s’inganna; e se s’inganna qualche volta,  Ha sì raro, che s’inganneranno più volte i pochi uomini che avessino a fare simili distribuzioni. Nè mi pare superfluo mostrare l’ordine che teneva il Senato per isgannare il popolo nelle distribuzioni sue. Chi vuole che uno magistrato non sia dato ad un vile o ad un tristo j lo facci domandare o ad un  troppo vile e troppo  tristo, o ad uno troppo nobile c troppo buono. Quando il Senato dubita che i Tribuni con potestà consolare non fussino fatti d’uomini plebei, tene uno de’duoi modi: o egli fa domandare ai più riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompe qualche plebcio sordido ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di miglior qualità, pell’ordinario lo domandano, anche  loro lo domandassino. Questo ultimo modo fa che la Plebe si vergogna a darlo; quel primo fa che la si vergogna a torlo, li che tutto torna a proposito del precedente discorso, dove si mostra che il popolo se s’inganna de’generali, de’particolari non s’inganna. Se quelle città che hanno avuto il principio libcrOj come Romaj hanno diffìcultà a trovare leggi che le mantenghino; quelle che  lo hanno immediate servo, ne hanno quasi una impossibilità. Quanto sia difficile, nell’ordinare una repubblica, provvedere a tutte quelle leggi che la mantenghino libera, lo dimostra assai bene il processo della Repubblica romana: dove non ostante che fussino ordinate di molte leggi da ROMOLO prima, di poi da Nuraa, da Tulio Ostilio e Servio, ed ultimamente dai dieci cittadini creali  a simile opera; nondimeno sempre nel maneggiare quella città si scoprivano nuove necessità, ed era necessario creare nuovi ordini: come intervenne quando crearono i Censori, i quali furono uno di quelli  provvedimenti che aiutarono tenere Roma libera, quel tempo che la visse in libertà. Perchè, diventati arbitri de’costumi di Roma, furono cagione potissima che i Romani diflerissino  più a corrompersi. Feciono bene nel principio della creazione di tal magistrato uno errore, creando quello per cinque anni; ma, di poi non molto tempo, fu corretto dalla  prudenza di Mamereo dittatore, il qual per nuova legge ridusse detto magistrato a diciolto mesi. Il che i Censori che vegghiavano, ebbono tanto per male, che privorno Mamcrco del senato: la qual cosa e dalla Plebe c dai Padri fu assai biasimata. perchè la istoria non inostra che Mamerco se ne potesse difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gl’ordini di Roma in questa parte non buoni: perchè non è bene che una repubblica sia in modo ordinata, ebe un cittadino per promulgare una legge conforme al vivere libero, ne possa essere senza alcuno rimedio offeso. Ma tornando al principio di  questo discorso, dico che si dehbe, per la creazione di questo magistrato, considerare, che se quelle città che hanno avuto il principio loro libero, e che per se medesimo si è retto, come Roma, hanno difHcultà grande a trovar leggi buone per mantenerle libere; non è meraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo, abbino, non che dilfìcultà, ma impossibilità  ad ordinarsi mai in modo che le possino vivere civilmente e quietamente. Comesi vede che è intervenuto alla città di Firenze; la quale, per avere avuto il principio suo sottoposto all’imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto governo d’altri, stette un tempo soggetta, e senza pensare a sè medesima: di poi, venuta l’occasione di respirare, comincia a fare suoi ordini; i quali sendo mescolati cogl’antichi, che erano tristi, non poterono essere buoni: e così è ita maneggiandosi per dugento anni che si lia di vera memoria, senza avere mai avuto stato pel quale ella possa veramente essere chiamata repubblica. E queste diflicultà che sono state in lei sono state sempre in tutte quelle città che hanno avuto i principii simili a lei. E benché molte volte, per suffragi pubblici e liberi, si sia dato ampia autorità a pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a proposito della parte loro: il che ha fatto non ordine, ma maggiore disordine in quella città. E per venire a qualche essempio particolare, dico come intra le altre cose che si hanno a considerare d’uno ordinatore d’una repubblica, è esaminare nelle mani  di quali uomini ci ponga 1’autorità del sangue coutra de’suoi cittadini. Questo era bene ordinato in Roma, perchè e’si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se pure fussc occorsa cosa importante, dove il differire l’esecuzione mediante la appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al qual rimedio non rifuggivano mai, se non per  necessità. Ma Firenze, c Y altre città nate nel modo di lei, sendo serve, avevano questa autorità collocata in un forestiero, il quale mandato dal principe fa tale uffizio. Quando di poi vennono in libertà, mantennero questa autorità in un forestiero, il quale chiamano Capitano: il che, per potere essere facilmente corrotto da’cittadini potenti, era cosa perniciosissima. Ma di poi, murandosi per la mutazione degli Stati questo ordine, creorno otto cittadini che facessino l’uffizio di quel Capitano. Il quale ordine, di cattivo, diventò pessimo, per le cagioni che altre volte sono dette: che i pochi furono sempre ministri dc’poehi, e de’più potenti. Da che si è guardata la città di Vinegia; la quale ha dieci cittadini, che senza appello possono punire ogni cittadino. E perchè e’non basterebbono a punire i potenti, ancora die ne nvessino autorità, vi hanno constituito le Quarnntie: c di più, hanno voluto che il Consiglio de’Pregai, elicè il Consiglio maggiore, possa gastigargli; In modo che non vi mancando l’accusatore, non vi manca il giudice a tener gl’uomini potenti a freno. Non è dunque meraviglia, reggendo come in Roma, ordinata da sè medesima e da tanti uomini prudenti, surgevano ogni di nuove cagioni pelle quali s’aveva a fare nuovi ordini in favore del viver libero j se nelle altre città che hanno più disordinalo principio, vi surgono tuli difficoltà, che le non si possino riordinar mai.  iVon dcbbc uno consiglio o uno magistrato potere fermare le azioni della città. tirano consoli in Roma Tito Quinzio Cincinnato c Gneo Giulio Mento,  i quali sendo disuniti, avevano ferme tutte le azioni di quella Repubblica. Il che veggcndo il Senato, gli conforta a creare il Dittatore, per fare quello che pelle discordie loro non poteva fare. Ma i Consoli discordando in ogni altra cosa, solo in questo erano d’accordo, di non voler creare il Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo altro rimedio, ricorse allo aiuto de’Tribuni; i quali, con  l’autorità del Senato, sforzarono i Consoli ad ubbidire. Dove si ba a notare, in prima, la utilità del tribunato; il quale non era solo utile a frenare l’ambizione che i potenti usano contra alla Plebe, ma quella ancora ch’egli usano infra loro: 1’altra, che mai si debba ordinare in una città, che i pochi possino tenere alcuna deliberazione di quelle che ordinariamente sono necessarie a mantenere la repubblica. Yerbigrazia, se tu dai una autorità nd uno consiglio di fare una distribuzione di onori c di  utile, o ad uno magistrato di amministrare una  faccenda; conviene o imporgli una necessità perchè ei l’abbia a fare in ogni modo; o ordinare, quando non la voglia fare egli, che la possa e debba fare un altro: altrimenti, questo ordine sarebbe difettivo e pericoloso; come si vede che  era in Roma, se alla ostinazione di quelli Consoli non si poteva opporre l’autorità de’Tribuni. Nella Repubblica veneziana il Consiglio grande distribuisce gl’onori e gl’utili. Occorre alle volte che l’universalità, per isdegno o per qualche falsa suggestione, non crea i successori ai magistrati della città, ed a quelli che fuori amministravano lo imperio loro. Il che era disordine grandissimo: perchè in un tratto, e le terre suddite e la città propria mancavano de’suoi legittimi giudici; nè si poteva ottenere cosa alcuna, se quella universalità di quel Consiglio non si satisfaceva, o non s’ingannava. Ed avrebbe ridotta questo inconveniente quella città a mal termine, se dagli cittadini prudenti non vi si fusse provveduto: i quali, presa occasione conveniente, fecero una legge, che  tutti i magistrati che sono o fussino dentro e fuori della città, mai vacassero, se non quando fussino fatti gli scambi e i successori loro. E cosi si tolse la comodità a quel Consiglio di potere, con pericolo della repubblica, fermare le azioni pubbliche. Una repubblica o uno principe debbe mostrare di fare per liberalità quello a che la necessità lo consiringe. Gl’uomini prudenti si fanno  grado sempre delle cose, in ogni loro azione, ancora che la necessità gli constringesse a farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal Senato romano, quando ei deliberò che si desse lo stipendio del pubblico agli uomini che militavano, essendo consueti militare del loro proprio.Ma veggendo il Senato come in quel modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo non  potendo nè assediare terre, uè condurre gl’eserciti discosto; e giudicando essere necessario potere fare 1’uno e 1’altro; delibera che si dessino detti stipendi; ina lo feciono in modo, che si fecero grado di quello a che la necessità gli constringeva; e fu tanto accetto alla Plebe questo presente, che Roma anda «sottosopra pella allegrezza, parendole uno benefizio grande, quale mai speravano  di avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E benché i Tribuni s’ingegnassero di cancellare questo grado, mostrando come ella era cosa che aggrava, non alleggeriva, la Plebe, scodo necessario porre i tributi per pagare questo stipendio; nientedimeno non potevano fare tanto che la Plebe non lo avesse accetto: il che fu ancora augumentalo dal Senato pel modo che  distribuivano i tributi;  perchè i più gravi ed i maggiori furono quelli chVposono alla Nobiltà, e gli primi che furono pagati. A reprimere la insolenza d’uno che surga in una repubblica potente, non vi c più securo e meno scandaloso modo, che preoccuparli quelle vie pelle quali e’viene a quella potenza. Yedesi per il soprascritto discorso, quanto credito acquistasse la Nobiltà colla Plebe  pelle dimostrazioni fatte in benefizio suo, sì del stipendio ordinato, s’ancora del modo del porre i tributi. Nel quale ordine se la Nobiltà si fosse mantenuta, si sarebbe levato via ogni tumulto in quella città, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che egli avevano colla Plebe, e, per conseguente, quella autorità. E veramente, non si può in una repubblica, e massime in quelle che sono  corrotte, con miglior modo, meno scandaloso e più facile, opporsi all’ambizione d’alcuno cittadino, che preoccuparli quelle vie, pelle quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna, li qual modo se fusse stalo usato contra Cosimo de’Medici, sarebbe stato miglior partito assai per gli suoi avversari,  che cacciarlo da Firenze: perchè, se quelli cittadini che gareggiavano seco, avessino preso lo stile suo di favorire il popolo, gli venivano senza tumulto e senza violenza a trarre di mano quelle arme di che egli si valeva più. SODERINI s’aveva fatto riputazione nella città di Firenze con questo solo, di favorire l’universale: il che nello universale gli da riputazione, come amatore della libertà della città. E veramente, a quelli cittadini che portavano invidia alla grandezza sua, era molto più facile ed era cosa molto più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa pella repubblica, preoccupargli quelle vie colle quali si fa grande, che volere contrapporsegli, acciocché colla rovina sua rovinasse tutto il resto della repubblica: perchè, se gli avessero levate di mano quelle armi colle quali si fa gagliardo (il che potevano fare facilmente), arebbono  potuto in lutti i consigli, e in tutte le deliberazioni pubbliche, opporsegli senza sospetto, e senza rispetto alcuno. E se alcuno replica, che se i cittadini che odiavano Piero, feciono errore a non gli preoccupare le vie colle quali ei si guadagna riputazione nel popolo, Piero ancora venne a fare errore, a non preoccupare quelle vie pelle quali quelli suoi avversari lo facevano temere; di’che  Piero merita scusa, si perchè gli era difficile il farlo, sì perchè le non erano oneste a lui: imperocché le vie colle quali era offeso, ciano il favorire i Medici; con li quali favori essi io battevano, e alla fine !o rovinorno. Non poteva, pertanto, Piero onestamente pigliare questa parte, per non potere distruggere con buona fama quella libertà alla quale egli era stato preposto a guardia: di poi, non potendo questi favori farsi segreti e ad uno tratto, erano per Piero pericolosissimi; perchè comunelle ei si fusse scoperto amico de’Medici, sarebbe diventato sospetto ed odioso al popolo; donde ai nimici suoi nasce molto più comodità di opprimerlo, che non avevano prima. Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito considerare i difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi sia  più del pericoloso che dell’utile; nonostante che ne fusse stata data sentenza conforme alla deliberazion loro. Perchè, facendo altrimenti, in questo caso interverrebbe a quelli come intervenne a Tullio; il quale volendo torre i favori a Marc’Antonio, gliene accrebbe. Perchè, sondo Marc’Antonio stato giudicalo inimico del Senato, ed avendo quello grande esercito  insieme adunato, in buona parte, dei soldati che avevano seguitato la parte di Cesare; Tullio, per torgli questi soldati, confortò il Senato a dare riputazione ad Ottaviano, e mandarlo con lo esercito e con i Consoli contra a Marc' Antonio: allegando, che subito che i soldati che seguitavano Marc’Antonio, scntissino il nome d’Ottaviano nipote di Cesare, e che si fa chiamar Cesare, lascerebbono quello, c si aceosterebbono a costui; e così restato Marc’Antouio ignudo di favori, sarebbe facile lo opprimerlo. La qual cosa riuscì tutta al contrario; perchè Marc’Antonio si guadagnò Ottaviano; e lasciato Tullio ed il Senato, si accostò a lui. La qual cosa fu al tutto la destruzione della parte degl’Ottimati. Il che era facile a conietturare: nè si dove credere quel che si persuase Tullio, ma tener sempre conto di quel nome che con tanto gloria aveva spenti i nimici suoi, ed acquistatosi il principato in Roma; nè si dovea credere mai potere, o da suoi eredi o da suoi  fautori, avere cosa che fusse conforme al nome libero. Il popolo molte volte desidera la rovina sua j ingannato da una falsa spezie di bene: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono. Espugnata che fu la città de’Veienti, entrò nel Popolo romano una oppinione, che fusse cosa utile per la città di Roma, che la metà de’Romani andasse ad abitare a Veio; argomentando che, per essere quella città ricca di contado, piena di edifizii e propinqua  a Roma, si poteva arricchire la metà de’cittadini romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna azione civile. La qual  cosa parve al Senato ed a’più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente dicevano, essere piuttosto per patire la morte, che consentire ad una tale deliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, s’accese tanto la Plebe contra al Senato, che si sarebbe venuto alle armi cd al sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi e stimati cittadini; la  riverenza dc’quali frenò la Plebe, che la non procede più avanti colla sua insolenza. Qui si hanno a notare due cose. La prima, che’l popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, desidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, d’alcuno in chi esso abbia fede, si pone in le repubbliche infiniti pericoli c danni. E quando la sorte  fu che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per l’addietro o dalle cose o dagli’uomini; si viene alla rovina di necessità. Ed ALIGHIERI (si veda) dice a questo proposito, nel discorso suo che fa De Monarchia che il popolo molte volte grida viva la sua morie j C muoia la sua vita. Da questa incredulità nasce, che qualche volta in le  repubbliche i buoni partiti non si pigliano: come di sopra si disse de’Veneziani, quando assaltati da tanti inimici non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno colla restituzione delle cose tolte ad altri (pelle quali era mosso loro la 'guerra, e fatta la congiura de’principi loro contro), avanti che la rovina venisse. Pertanto, considerando quello che è facile o quello che è diffìcile  persuadere ad un popolo, si può fare questa distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita; o veramente pare partito animoso, o vile: e quando nelle cose che si mettono innanzi ai popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdila; e quando e’paia animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della repubblica, sempre  sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre difficile persuadere quelli partiti dove apparisce o viltà o perdita, ancoraché vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con infiniti esempi, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perchè da questo nacque la malvagia opinione che surse in Roma di Fabio Massimo, il quale non poteva persuadere  al Popolo romano, che fusse utile a quella Repubblica procedere lentamente in quella guerra, e sostenere senza azzuffarsi l’impeto d’Annibaie; perchè quel Popolo giudica questo partito vile, c non vi vede dentro quella utilità vi era; nè Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla loro: c tanto sono i popoli accecati in queste oppinioni gagliarde, che benché il Popolo romano avesse fatto  quello errore di dare autorità al Maestro de’cavalli di Fabio di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che per tale autorità il campo romano fusse per esser rotto, se Fabio colla sua prudenza non vi rimedia; non gli basta questa esperienza, che fa di poi consolo VARRONE (si veda), non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze e tutti i luoghi pubblici di Roma,  promesso di rompere Annibaie, qualunque volta gliene fusse data autorità. Di che ne nacque la zuffa e rotta di Canne, e presso che la rovina di  Roma. Io voglio addurre a questo proposito ancora uno altro essempio romano. Era stato Annibaie in Italia otto o dieci anni, aveva ripieno di occhione de’Romani tutta questa provincia, quando venne in Senato Marco Centenio Penula, uomo  vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado nella milizia), ed offersegli, che se gli davano autorità di potere fare esercito d’uomini volutitari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in brevissimo tempo, preso o morto Annibaie. Al Senato parve la domanda di costui temeraria; nondimeno ei pensando che s’ella se gli negasse, e nel popolo si fusse di poi sapula la sua  chiesta, che non ne nascesse qualche tumulto, invidia e mal grado contro all’ordine senatorio, gliene concessono: volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo seguitassino, che fare surgere nuovi sdegni nel Popolo; sappiendo quanto simile partito fusse per essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Anda, adunque, costui con una moltitudine inordinata ed incomposita a trovare Annibaie; e non gli fu prima giunto all’incontro, che fu con tutti quelli che lo seguitavano rotto e morto. In Grecia, nella città di  Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo e prudentissimo, persuadere a quel popolo, che non fusse bene andare ad assaltare Sicilia: talché, presa quella deliberazione contra alla voglia de’savi, ne segue al  tutto la rovina d’Atene. Scipione quando fu fatto consolo, e che desidera la provincia d’Affrica, promettendo al tutto la rovina di Cartagine; a che non s’accordando il Senato pella sentenza di Fabio Massimo, minaccia di proporla nel Popolo, come quello clic conosce benissimo quanto simili deliberazioni piaccino a’popoli. Potrebbesi a questo proposito dare esempi della nostra città: come fu quando messere Ercole Bentivogli, governadore delle genti fiorentine, insieme con Giacomini, poiché ebbono rotto llartolommeo d’Alviano a San Vincenti, andano a campo a Pisa; la qual impresa fu deliberata dal popolo in su le promesse gagliarde di messcr Ercole, ancora che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi ebbero rimedio, spinti da quella universale volutila, la qual era fondata in su le promesse gagliarde del governadore. Dico, adunque, come non è la più facile via a fare rovinare una repubblica dove il popolo abbia autorità,  che metterla' in imprese gagliarde: perchè, dove il popolo sia d’alcuno momento, sempre fieno accettale; nè vi arà, chi sarà d’altra oppinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particolare de’cittadini che sono preposti a simili imprese: perchè, avendosi il popolo presupposto la vittoria, eomee’vienc la perdita, non ne  accusa nè la fortuna, nè la impotenza di chi ha governato, ma la tristizia e l’ignoranza sua; e quello il più delle volte o ammazza, o imprigiona, o confina: come intervenne a infiniti capitani Cartaginesi, ed a molti Ateniesi. Nè giova loro alcuna vittoria che pello addietro avessino avuta, perchè tutto la presente perdita cancella: come intervenne a Giacomini nostro, il quale non avendo  espugnata Pisa, come il popolo aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia popolare, che non ostante infinite sue buone opere passate, visse più per umanità di coloro che n’avevano autorità, che per alcun’altra cagione che nel popolo lo difendesse. Quanta autorità abbia uno uomo grande a frenare una moltitudine concitata. Il secondo notabile sopra il testo nel superiore  capitolo allegato, è, che veruna cosa è tanto atta a frenare una moltitudine concitata, quanto è la riverenza di qualche uomo grave e d’autorità, che se le faccia incontro j nè senza cagione dice VIRGILIO (si veda): “Tutn vietate graverà ac meritis si forte virum Conspexere, sileni, arrectisque aur^®n^ci Per tanto, quello che è proposto a uno esercito, o quello che  si trova in una città,  dove nasce tumulto, debbe rappresentarsi in su quello con maggior grazia e piu onorevolmente che può, mettendosi intorno l’insegne di quel grado che tiene, per farsi più reverendo. Era, pochi anni sono, Firenze diviso in due fazioni, Fratesche ed Arrabbiate, che cosi si chiamano; e venendo ali’arme, ed essendo superati i Frateschi, intra i quali era Soderini, assai in quelli tempi riputato  cittadino; cd andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per saccheggiarla; suo fratello, allora vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si trova a sorte in casa: il quale, subito sentito il romore e veduta la turba, messosi i più onorevoli panni indosso, e di sopra il rocchetto episcopale, si fa incontro a quelli armati, e colla persona e COLLA PAROLA GLI FERMA; la qual cosa fu  per tutta la città per molti giorni notata e celebrata. Conchiudo, adunque, come e’non è il più fermo nè il più necessario rimedio a frenare una moltitudine concitata che la presenza d’uno uomo che per presenza paia e sia reverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato testo, con quanta ostinazione la Plebe romana accetta quel partito d’andare a Yeio, perchè Io giudica utile, nè vi  conosce sotto il danno vi era ? e come nascendone assai tumulti, ne sarebbero nati scandali, se il Senato con uomini gravi e pieni di riverenza non avesse frenato il loro furore. Quanto facilmente si conduellino le cose in quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che dove è e qualità, non si può fare principato / e dove la non èj non si può far repubblica. Ancora clie di sopra si sia  discorso assai quello sia da temere o sperare delle città corrotte; nondimeno non mi pare fuori di proposito considerare una deliberazione del Senato circa il voto ehe Cammillo fa di dare la decima parte ad Apolline della preda de’Veienti: la qual preda sendo venuta nelle mani della Plebe romana, nè se ne potendo altrimenti riveder conto, fa il Senato uno editto, che ciascuno dove  rappresentare al pubblico la decima parte di quello gl’aveva predalo. E benché tale deliberazione non ha luogo, avendo di poi il Senato preso altro modo, c per altra via satisfatto ad Àpolliue in satisfazione della Plebe; nondimeno si vede per tali deliberazioni quanto quel Senato confidasse nella bontà di quella, e come e’giudica che nessuno fusse per non rappresentare appunto tutto  quello che per tale editto gl’era comandato. E dall’altra parte si vede, come la Plebe non pensa di fraudare in alcuna parte l’editto con il dare meno che non dove, ma di liberarsi da quello con il mostrarne aperte indignazioni. Questo essempio, con molti altri che di sopra si sono addotti, mostrano quanta bontà e quanta religione fusse in quel Popolo, e quanto bene fusse da sperare di lui.  E veramente, dove non è questa bontà, non si può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle provincic che in questi tempi si veggono corrotte: come è la Italia sopra tutte le altre; ed ancora la Francia di tale corruzione ritengono parte. E se in quelle provincie non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni di, deriva non tanto dalla bontà de'popoli, la quale ìh buona  parte è mancata; quanto dallo avere uno re che gli mantiene uniti, non solamente pella virtù sua  ma pell’ordine di quelli regni che ancora non sono guasti. Vedesi bene nella provincia della Magna, questa bontà e questa religione ancora in quelli popoli esser grande; la qual fa che molte repubbliche vi vivono libere, ed in modo osservano le loro leggi, che nessuno di fuori nè di dentro  ardisce occuparle. E che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà, io nc voglio dare uno essempio simile a questo detto di sopra del Senato e della Plebe romana. Usano quelle repubbliche, quando gli occorre loro bisogno d’avere a spendere alcuna quantità di danari per conto pubblico, che quelli magistrati o consigli che ne hanno autorità, ponghino a tutti gli abitanti  della città uno per cento, o dua, di quello che ciascuno ha di valsente. E fatta tale deliberazione secondo 1’ordine della terra, si rappresenta ciascuno dinanzi agli esecutori di tale imposta; e, preso prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in una cassa a ciò deputata quello clic secondo la conscienza sua gli pare dover pagare: del qual pagamento non è testimonio alcuno,  se non quello che paga. Donde si può conictturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quelli uomini. E debbesi stimare che ciascuno paghi la vera somma: perchè, quando la non si pagasse, non pitterebbe la imposizione quella quantità che loro disegnassero secondo le antiche che fussino usitate riscuotersi; e non gitlando, si conoscerebbe la fraude; e conoscendosi, arebbon  preso altro modo che questo. La quale bontà è tanto più d’ammirare in questi tempi quanto ella è più rara: anzi si vede essere rimasa sola in quella provincia. Il che nasce da due cose: Y una, non avere avuti commerzi grandi co’vicini; perchè nè quelli sono ili a casa loro, nè essi sono iti a casa altrui; perchè sono stati eontenli di quelli beni, e vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane  che dà il paese: d’onde è stata tolta via LA CAGIONE D’OGNI CONVERSAZIONE, ed il principio d’ogni corruttela; perchè non hanno possuto pigliare i costumi nè franciosi nè spagnuoli nè italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo. L’altra cagione è, che quelle repubbliche dove s’è mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportano che alcuno loro  cittadino nè sia nè viva ad uso di gentiluomo: anzi mantengono infra loro una pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini che sono in quella provincia, sono inimicissimi; c se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come priacipi di corruttela e cagione d’ogni scandalo, gl’ammazzano. E' per chiarire questo nome di gentiluomini quale e’sia dico che gentiluomini sono chiamali quelli che ociosi vivono de’proventi delle loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna cura o di coltivare, o di alcuna altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniciosi in ogni repubblica ed in ogni provincia; ma più perniciosi sono quelli che, oltre alle predette fortune, comandano  a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti d’uomini ne  sono pieni il regno di  Napoli, terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è mai stata alcuna repubblica, nè alcuno vivere politico; perchè tali generazioni d’uomini sono al tutto nemici d’ogni civiltà. Ed a volere in provincie fatte in simil modo introdurre una repubblica, non e possibile: ma a volerle ri-ordinare, s’alcuno ne fusse arbitro, non  arebbe altra via che farvi un regno. La ragione è questa, che dove è tanto la materia corrotta che le leggi non bastino a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle maggior forza; la quale è una mano regia, che colla potenza assoluta ed eccessiva pone freno alla eccessiva ambizione e corruttela de’potenti. Verificasi questa ragione coll’esempio di Toscana: dove si vede in poco spazio di terreno stale longamente tre repubbliche, Firenze, Siena e Lucca; e le altre città di quella provincia essere in modo serve, che, coll’animo e coll’ordine, si vede o che le mantengono, o che le vorrebbono mantenere la loro libertà. Tutto è nato per non essere in quella  provincia alcun signore di castella, c nessuno o pochissimi gentiluomini; ma esservi tanta equalità, che facilmente da  uno uomo prudente, e che delle antiche civilità avesse cognizione, vi si introdurrebbe un viver civile. Ma lo infortunio suo è stato tanto grande, che infino a questi tempi non ha sortito alcuno uomo che lo abbia potuto o saputo fare. Trassi adunque di questo discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non  gli spegne tutti: e che colui che dove è assai EQUALITA vuole fare uno regno o uno principato, non lo potrà mai fare se non trae di quella equalità molti d’animo ambizioso ed inquieto, e quelli fa gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella e possessioni, c dando loro favore di sustanze e d’uomini; acciocché, posto in mezzo di loro, mediante quelli mantenga la sua  potenza; cd essi, mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti n sopportare quel giogo che la forza, e non altro mai, può far sopportare loro. Ed essendo per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno fermi gl’uomini ciascuno nell’ordine loro. E perchè il fare d’una provincia atta ad essere regno una repubblica, c d’una atta ad essere repubblica farne un  regno, è materia da uno uomo che per cervello e per autorità sia raro; sono stati molti che Io hanno voluto fare, e pochi che lo abbino saputo condurre. Perchè la grandezza della cosa parte sbigottisce gl’uomini, parte in modo gli’mpedisce, che ne’primi principii mancano. Credo che a questa mia  oppiatone, che dove sono gentiluomini non si possa ordinare repubblica, pare contraria la  esperienza  della repubblica veneziana, nella quale non usano avere alcuno grado se non coloro che sono gentiluomini. A che si risponde, come questo essempio non ci fa alcuna oppugnazione, perchè i gentiluomini in quella repubblica sono piu in nome che in fatto; perchè loro non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze grandi fondate in sulla MERCANZIA e cose  mobili; e di più, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gl’uomini: ma quel nome di gentiluomo in loro è nome di degnila e di riputazione, senza essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell’altre città si chiamano i gentiluomini. E come l’altre repubbliche hanno tutte le loro divisioni sotto vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari; e vogliono che quelli abbino, ovvero possino avere, tutti gl’onori; quelli altri ne sieno al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra. Gonstituisca, adunque, una repubblica colui dove è, o è fatta una grande egualità; ed all’incontro ordini un principato dove è grande inequalità: altrimenti fa cosa senza propprzione, e poco durabile. Innanzi che segnino i grandi accidenti in una città  o in una provincia, vengono segni che gli pròìioslicanOj  o uomini che gli predicono. Donde e’si nasca io non so, ina si vede pei’gli antichi e per gli moderni essempi, che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in una provincia, che non sia stato, o d’indovini o da revelazioni o da prodigi, o d’altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da casa nei provare questo,  saciascuno quanto da Savonarola fusse predetta innanzi la venuta del  re Carlo di Francia in Italia; e come, olirà di questo, per tutta Toscana si disse esser sentite in aria e vedute genti d’arme, sopra Arezzo, che s’azzuffavano insieme. Sa ciascuno olirà di questo, come avanti la morte di Lorenzo de’Medici vecchio fu percosso il duomo nella sua più alta parte con una saetta celeste, con  l'ovina grandissima di quello edilìzio. Sa ciascuno ancora, come poco innanzi che Soderini, quale era stato fatto gonfaloniere a vita dal popolo fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente d’un fulgore percosso. Potrcbbesi, olirà di questo, addurre più essempi, i quali per fuggire il tedio lascerò. Narrerò solo quello che L., innanzi alla venuta de’Franciosi in Roma: cioè, come uno Marco Cedizio plebeio, riferì al senato avere udito di mezza notte, passando pella Via Nuova, una voce maggiore ch’umana, la quale l’ammoniva che riferisse ai magistrati, come i Franciosi venivano a Roma. La cagione di questo credo sia d’essere discorsa ed interpretata d’uomo che abbia notizia delle cose naturali e soprannaturali: il che non abbiamo noi.  Pure, potrebbe essere che, sendo questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno d’intelligenze; le quali per naturale virtù prevedendo le cose future, ed avendo compassione agl’uomini, acciò si possino preparare alle difese,  gl’avvertiscono con simili segni. Pure, comunelle si sia, si vede cosi essere la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose istraordinarie e nuove alle provincie. La plebe insieme è gagliarda; di per se è debole. Erano molti Romani, scudo seguita pella passata de’Franciosi la rovina della lor patria, andati ad abitare a Yeio, contea alla constituzione ed ordine del senato: il quale, per rimediare a questo disordine, comanda per i suoi editti pubblici che ciascuno, infra certo tempo e sotto certe pene, torna ad abitare a Roma. De’quali  editti, da prima per coloro contea a chi e’venivano, si fu fatto beffe; di poi, quando s’appressò il tempo dell’ubbidire, tutti ubbidirono. E L. dice queste parole: Ex fcrocibus universtSj singtili metti suo obedienfes fuere. E veramente, non si può mostrare meglio la natura d’una moltitudine in questa parte che si dimostra in questo testo. Perchè la moltitudine è audace nel parlare molte  volte contra alle deliberazioni del loro principe; di poi, come veggono la pena in viso, non si fidando l’uno dell’altro, corrono ad ubbidire. Talché si vede certo, che di quel che si dica uno popolo circa la mala o buona disposizion sua, si debbe tenere non gran conto, quando tu sia ordinato in modo da poterlo mantenere, s’egli è ben disposto; s’egli è mal disposto, da poter provvedere  che non t’offenda. Questo s’intende per quelle male disposizioni che hanno i popoli, nate da qualunque altra cagione, che o per avere perduto la libertà, o il loro principe stato amato da loro, e che ancora sia vivo; perchè le male disposizioni che nascono da queste cagioni, sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno bisogno di grandi rimedi a frenarle:1'altre sue indisposizioni fieno  facili, quando ci non abbia capi a chi rifuggire. Perchè non ci è cosa, dall’un canto, più formidabile ch’una moltitudine sciolta e senza capo; e, dall’altra parte, non è cosa più debole: perchè, quantunque ella abbi 1’armi in mano, fia facile ridurla, purché tu abbi ridotto da potere fuggire il primo impeto; perchè quando gl’animi sono un poco raffreddi, e che ciascuno vede d’aversi a tornare  a casa sua, cominciano a dubitare di loro medesimi, e pensare alla salute loro, o con fuggirsi o coll’accordarsi. Però una moltitudine così concitata, volendo fuggire questi pericoli, ha subito a fare infra sè medesima un capo che la corregga, tenghila unita e pensi alla sua difesa; come fa la Plebe romana, quando dopo la morte di Virginia si partì da Roma, e per salvarsi feciono infra loro venti Tribuni: e non facendo questo, interviene loro scmj)re quel che dice  L. nelle soprascritte parole, che tutti insieme sono gagliardi; e quando ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole. La moltitudine è più savia e più costante che un principe. Nessuna cosa essere più vana e più inconstante che la moltitudine:  cosi L. nostro, come tutti gli altri filosofi affermano. Perchè spesso occorre, nel narrare l’azioni degl’uomini, vedere la moltitudine avere condannato alcuno a morte, e quel medesimo di poi pianto e sommamente desiderato: come si vede avere fatto il Popolo romano di Manlio Capitolino, il quale avendo CONDENNATO A MORTE, sommamente di poi desidera. E le parole dell’autore son queste: Populum brevi, posteaquam ab co periculum nullum eral, desiderium rjus tenuit. Ed altrove, quando mostra gl’accidenti che nacquero in Siracusa dopo la  morte di Girolamo nipote di Ierone, dice: Hcec natura mulliludinis  est : aut umiliter servii, aut superbe domi natur. Io non so se io mi prenderò una provincia dura, e piena di tanta difficoltà, che mi convenga o abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una cosa, la quale da tutti gli scrittori è accusata. Ma, comunehc si sia, io non giudico nè giudicherò mai essere difetto difendere alcune oppinioni colle ragioni, senza volervi  usare o la autorità  o la forza. Dico adunque, come di quello difetto di che accusano i filosofi la moltitudine, se ne possono accusare tutti gl’uomini particolarmente, e massime i principi; perchè ciascuno che non sia regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perchè e’sono c sono stati assai principi, e de’buoni e de’savi ne sono stati pochi; io dico de’principi che hanno potuto rompere quel freno che gli può correggere; intra i quali non sono quegli re che nascevano in Egitto, quando in quella antichissima antichità si governa quella provincia colle leggi; nè quelli che nascevano in Sparta; nè quelli che a’nostri tempi nascono in Francia: il quale regno è moderato più dalle leggi, che alcuno altro  regno di che ne’nostri tempi si abbi notizia. E questi re che nascono sotto tali constituzioni, non sono da mettere in quel numero, donde si abbia a considerare la natura di ciascuno uomo per sè, e vedere se egli è simile alla moltitudine: perchè a rincontro loro si debbe porre una moltitudine medesimamente regolata dalle leggi come sono loro; e si trova in lei essere quella medesima  bontà che noi veggiamo essere in quelli, e vedrassi quella nè superbamente dominare nè umilmente servire: come era il Popolo romano, il quale mentre durò la Repubblica incorrotta, non servì mai umilmente nè mai dominò superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati tenne il grado suo onorevolmente. E quando era necessario insurgerc contra a uno potente, lo fa; come si vede  in Manlio, ne’Dieci, ed in altri che cercorno opprimerla: e quando era necessario ubbidire a’Dittatori ed a’Consoli per la salute pubblica, lo fa. E se il Popolo romano desidera Manlio Capitolino morto, non è meraviglia; perchè e’desidera le sue virtù, le quali erano state tali, che la memoria d’esse reca compassione a ciascuno; cd arebbono avuto forza di fare quel medesimo effetto in  un principe, perchè 1’è sentenza di tutti i filoofi, come la virtù si lauda e s’ammira ancora negli  inimici suoi: e se Manlio, infra tanto desiderio, fusse risuscitato, il Popolo di Roma arebbe dato di lui il medesimo giudizio, come ei fa,  tratto che l’ebbe di prigione, che poco di poi lo condenna a morte; nonostante die si vegga di principi tenuti savi, i quali hanno fatto morire qualche  persona,  e poi sommamente desideratala: come Alessandro, Clito ed altri suoi amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo istorico nostro dice della natura della  moltitudine, non dice di quella che è regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la siracusana: la quale fa quelli errori che fanno gl’uomini infuriati e sciolti, come fa Alessandro magno, ed Erode, ne’casi detti. Però non è più d’incolpare la natura della moltitudine che de’principi, perchè tutti egualmente errano, quando tutti senza rispetto possono errare. Di che, oltre a quello che ho detto, ci sono assai essempi, ed intra gl’imperadori romani, ed intra gli altri tiranni e, principi; dove si vede tanta incostanza e tanta variazione di vita, quanta mai non si trova in alcuna moltitudine.  Conchiudo, adunque, contea olla comune oppimene, la qual dice come i popoli, quando sono principi, sono vari, mutabili, ingrati; affermando che in loro non sono altrimente questi peccati che si siano ne’principi particolari. Ed accusando alcuni i popoli ed i principi insieme, potrebbe dire il vero; ma traendone i principi, s’inganna; perchè un popolo che comanda e sia bene ordinato,  sarà stabile, prudente e grato non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio stimato savio: e dall’altra parte, un priucipe sciolto dalle leggi, sarà ingrato, vario ed imprudente più che uno popolo. E che la variazione del procedere loro nasce non dalla natura diversa, perchè in tutti è ad un modo: e se vi è vantaggio di bene, è nei popolo; ma dallo avere più o meno  rispetto alle leggi, dentro alle quali l’uno e l’altro vive. E chi considerrà il Popolo romano, lo vede essere stato per quattrocento anni iuimico del nome regio, ed amatore della gloria e del bene comune della sua patria: vedrà tanti essempi usati  da lui, clic testiiuoniauo 1’una cosa e l’altra. £ se alcuno m’allega l’ingratitudine  eh7  egli usa centra a Scipione, rispondo quello die di sopra  lungamente si discorse in questa materia, dove si mostrò i popoli essere meno iugraii de’principi. Ma quanto alla prudenza ed alla stabilità, dico, come uno popolo è più prudente, più stabile e di miglior giudicio che un principe. E uon senza cagione si assomiglia la voce d7 un popolo a quella di Dio; perchè si vede una oppinioue universale fare effetti meravigliosi ne’pronostichi suoi:  talché pare che per occulta virtù e’prevegga il suo male ed il suo bene. Quanto al giudicare le cose, si vede rarissime volte, quando egli ode due concionanti che tendino in diverse parti, quando e’sono di egual virtù, che non pigli’ia oppinione migliore, e che non sia capace di quella verità ch’egli ode £ se nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra; molte volte  erra ancora uri principe nelle sue proprie passioni, le quali sono molle più che quelle de’popoli. Yedesi ancora, nelle sue elezioni ai magistrati, fare di lunga migliore elezione che uno principe; nè mai si persuaderà ad un popolo, che sia bene tirare alla degnila uno uomo infame e di corrotti costumi: il che facilmente e per mille vie si persuade ad un principe. Yedesi un popolo cominciare  ad avere in orrore una cosa, e molti secoli stare in quella oppinione: il che non si vede in uno principe. E dell’una e dell’altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il Popolo romano: il quale, in tante centinaia d’anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni, non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe tanto in odio il nome  regio che nessuno obbligo di  alcuno suo cittadino che tenta quel nome, potette fargli fuggire le debite pene. Yedesi, oltra di questo, le città dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto un principe ! come fa Roma dopo la cacciata de’re, ed Atene da poi che la si liberò da Pisistrato. Il che non può nascere d’altro, se non che sono  migliori governi quelli de’popoli che quelli de’principi. Nè voglio che s’opponga a questa mia oppinione tutto quello che lo istorico nostro ne dice nel preallcgato testo, ed in qualunque altro; perchè, se si discorreranno tutti i disordini de’popoli, tutti i disordini de’principi, tutte le glorie de’popoli, tutte quelle de’principi, si vede il popolo di bontà e di gloria essere di lunga supcriore. E se i principi sono superiori a’popoli nell’ordinare leggi, formare vite civili, ordinare statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose ordinate, eh’egli aggiungono senza dubbio alla gloria di coloro che l’ordinano. Ed in somma, per epilegare questa materia, dico come hanno durato assai gli stati de’principi, hanno durato assai gli stati delle repubbliche, el’uno  e l’altro ha avuto bisogno d’essere regolato dalle leggi: perchè un principe che può fare ciò che vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole, non è savio. Se, adunque, si ragionerà d'un principe obbligato alle leggi, ed’un popolo incatenalo da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se si ragionerà dell’uno e dell’altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che nei  principe; e quelli minori, ed aranno maggiori rimedi. Perchè ad un popolo licenzioso e tumultuario, gli può da un uomo buono esser parlato, e facilmente può essere ridotto nella via buona: ad un principe cattivo non è alcuno che possa parlare, nè vi è altro rimedio che il ferro. Da che si può far coniettura della importanza della malattia dell’uno e dell’altro: chè se a curare la malattia del  popolo bastano le parole, ed a quella del principe bisogna il ferro, non sarà mai alcuno che non giudichi, che dove bisogna maggior cura, siano maggiori errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temono le pazzie che quello fa, nè si ha paura del mal presente, ma di quello che ne può nascere, potendo nascere infra tanta confusione un tiranno. Ma ne’principi tristi interviene il  contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita possa far surgere una libertà. Sì che vedete la differenza dell’uno e dell’altro, la quale è quanto dalle cose che sono, a quelle che hanno ad essere. Le crudeltà della  moltitudine sono contra a chi ei temono clic occupi il ben comune: quelle d’un principe sono contro a chi ci temono  che occupi il bene proprio. Ma la oppiti ione contro ai popoli nasce perchè de’popoli ciascuno dice male senza paura e liberamente, ancora mentre che regnano: de’principi si parla sempre con mille paure e mille rispetti. Nè mi pare fuor di proposito, poiché questa materia mi vi tira, disputare di quali confederazioni altri si possa più fidare, o di quelle falle con una repubblica, o di quelle  fatte con ui>  principe. Di quali confederazioni, o lega, altri si può più fidare; o di quella fatta con una repubblica, o di quella  fatta con uno principe. Perchè ciascuno dì occorre che P uno principe con l’altro, o V una repubblica con l’altra, fanno lega ed amicizia insieme; ed ancora similmente si contrae confederazione ed accordo intra una repubblica ed uno principe mi pare d’esaminare  qual fede è più stabile, e di quale si debba tenere più conto, o di quella d’una repubblica,  o di quella d’uno principe, lo, esaminando tutto, credo che in molti casi e’siano simili.ed in alcuni vi sia qualche disformità. Credo per tanto, che gli accordi fatti per forza non ti saranno nè da un principe nè da una repubblica osservali; credo che quando la paura dello stato venga, l'uno e l'altro,  per non lo perdere, ti romperà la fede, e ti userà ingratiludine. Demetrio, quel che fu chiamato espugnatore delle cittadi, fa agl’Ateniesi infiniti benefici!: occorse di poi, che sendo rotto da’suoi inimici, e rifuggendosi in Atene, come in città amica ed a lui obbligata, non fu ricevuto da quella: il che gli dolse assai più che non aveva fatto la perdita delle genti e dell’esercito suo. Pompeio,  rotto che fu da Cesare in Tessaglia, si rifuggia in Egitto a Tolomeo, il quale era pello addietro da lui stato rimesso nel regno; e fu da lui morto. Le quali cose si vede che ebbero le medesime cagioni; nondimeno fu più umanità usata e meno ingiuria dalla repubblica che dal principe. Dove è, pertanto, la paura, si trova in fallo la medesima fede. E se si trova o una repubblica o uno principe, che per osservarti la fede aspetti di rovinare, può nascere questo ancora da simili cagioni. E quanto al principe, può molto bene occorrere che egli sia amico d’un principe potente, che se bene non ha occasione allora di difenderlo, ei può sperare che col tempo e lo restituisca nel principato suo; o veramente che, avendolo seguito come partigiano, ei non creda trovare nè fede nè accordi  con il nimico di quello. Di questa sorte sono stati quelli principi del reame di Napoli che hanno seguite le parti franciose. E quanto alle repubbliche, fu di questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspettò la rovina per seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire  le parti franciose. E credo, computata ogni cosa, che in  questi casi, dove è il pericolo urgente, si trova qualche stabilità  più nelle repubbliche, che ne’principi. Perche, sebbene le repubbliche avessino quel medesimo animo e quella medesima voglia che un principe, lo avere il moto loro tardo, fa che le porranno sempre più a risolversi che il principe, e per questo porranno più a rompere la fede di lui. Romponsi le confederazioni per lo utile. In questo le repubbliche sono di lunga più osservanti degli  accordi che i principi. E potrebbesi addurre essempi, dove uno miuinio utile ha fatto rompere la fede ad uno principe, e dove una grande utilità non ha fatto rompere la fede ad una repubblica: come fu quello partito che propose Temistocle agl'ateniesi, a’quali nella conclone disse che aveva uno consiglio da fare alla loro patria grande utilità; ma non lo poteva dire per non lo scoprire, perchè  scoprendolo si toglieva l’occasione del farlo. Onde il popolo d’Atene elesse Aristide, al quale si comunic la cosa, e secondo dipoi che paresse a lui se ne deliberasse: al quale Temistode mostrò come I’armata di tutta Grecia, ancora che stesse sotto la fede loro, era in lato che facilmente si poteva guadagnare o distruggere; il che fa gl’Ateniesi al tutto arbitri di quella provincia. Donde  Aristide riferì ai popolo, il partito di Temistocle essere utilissimo, ma disonestissimo: per la qual cosa il popolo al tutto lo ricusa. II che non arebbe fatto Filippo Macedone, e gl’altri principi che più utile hanno cerco e più guadagnato col rompere la fede, che con verun altro modo. Quanto a rompere i patti per qualche cagione d’inosservanza, di questo io non parlo come di cosa ordinaria;  ma parlo dì quelli che si rompono per cagioni istrasordinarie: dove io credo, per le cose (lette, che il popolo facci minori errori che il principe, e per questo si possa Fidar più di lui che del principe. Come il consolato e qualungue altro magistrato in Roma si (lava senza rispetto di età. E’si vede pell’ordine della istoria, come la Repubblica romana, poiché’i consolato venne nella Plebe,  concesse quello ai suoi cittadini senza rispetto d’età o di sangue; ancora cbe il rispetto dell’età mai non fusse in Roma,  ma sempre s’anda a trovare la virtù,  o in giovane o in vecchio cbe la fusse. Il che si vede per il testimone di Valerio Corvino, che fu fatto Consolo nell! Ventitré anni: e Valerio detto, parlando ai suoi soldati, disse come il consolato crai prcetnium virfulisj, non  sanguinis. La qual cosa se fu bene considerata, o no, sarebbe da disputare assai. E quanto al sangue, fu concesso questo per necessità; e quella necessità che fu in Roma, sarebbe in ogni città che volesse fare gli effetti che fece Roma, come altra volta si è detto: per i! chè e’non si può dare agl’uomini disagio senza premio, nè si può torre la SPERANZA di conseguire il premio senza pericolo. E però a buona ora convenne che la Plebe avesse speranza di avere il consolato; e di questa SPERANZA si nutrì un tempo senza averlo. Di poi non bastò la speranza, che e’convenne che si venisse allo effetto. Ma la città che non adopera la sua plebe ad alcuna cosa gloriosa, la può trattare a suo modo, come altrove si disputa: ma quella elle vuole fare quel che fe Roma, non ha  a fare questa distinzione. E dato che così sia, quella del tempo non ha replica; anzi è necessaria: perchè nello eleggere uno giovane in uno grado che abbi bisogno d’una prudenza di vecchio, conviene, avendovelo ad eleggere la moltitudine, che a quel grado lo facci pervenire qualche sua nobilissima azione. E quando un giovane è di tanta virtù, che si sia fatto in qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima che la città non se «e potesse valere allora, e che la avesse ad aspettare che fusse invecchiato con lui quel vigore deir animo, quella prontezza, della quale in quella età la patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio Corvino, di  Scipione, di Pompeio e di molti altri che trionfarono giovanissimi. Laudano sempre gli uomini, ma noti sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, pella memoria che ne hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro oppinionc sia falsa, come il più delle  volte è, mi persuado varie essere le cagioni  he a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s’intenda al tutto lu verità; e che di quelle il più delle vollesi nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possono partorire loro gloria, si remlino magnifiche ed amplissime. Però che i più dei filosofi in modo alla fortuna  de’vincitori ubbidiscono, che per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescono quello che da loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’nimici in modo illustrano, che qualunque nasce di poi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quelli uomini e di quelli tempi, ed è forzato sommamente laudargli ed amargli.  Olirà di questo, odiando gli uomini le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell’odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e veggono; le quali, pei l’intera cognizione di esse, non t’essendo in alcuna parte nascoste e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora che in verità le presenti molto più di quelle  di gloria e di fama meritassero: ragionando non delie cose pertinenti alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in sè, che i tempi possono torre o dar loro poco più gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle  pertinenti alla vita e costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni. Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare soprascritta; ma non essere già sempre vero che si erri nel farlo. Perchè qualche volta è necessario che giudichino la verità; perchè essendo le cose umane sempre in molo, o le salgono, o lescendono. E vedesi una città o una  provincia essere ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente; ed, un tempo, pella virtù di quello ordinatore, andare sempre in  augumento verso il meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più li antichi tempi che i moderni, s’inganna; ed è ausato il suo inganno da quelle cose che di sopra si sono dette. Ma coloro che nascono di poi, in quella città o provincia, che  gli è venuto il tempo che la scende verso la parte più rea, allora non s’ingannano. E pensando io come queste cose procedino, giudico il mondo sempre essere stalo ad un medesimo modo, ed in quello esser stato tanto di buono quanto di tristo; ma variare questo tristo e questo buono di provincia in provincia: come si vede per quello si ha notizia di quelli regni antichi che variavano  dall’uno all’altro pella variazione de’costumi; ma il mondo resta quel medesimo. Solo vi era questa  differenza, che  dove quello aveva prima collocata la sua virtù in Assiria, la colloca in Media, di poi in Persia, tanto che la ne venne in Italia ed a Roma: e se dopo l’imperio romano non è seguito imperio che sia durato, nè dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme; si vede  nondimeno essere sparsa in di molte nazioni dove si vive virtuosamente; come era il regno de’Franchi, il regno de’Turchi, quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna; e prima quella setta Saracina che fa tante gran cose, ed occupa tanto mondo, poiché la distrusse l’imperio romano orientale. In tutte queste provincie, adunque, poiché i Romani rovinorono, ed in tutte queste sètte è stata quella virtù, ed è ancora in alcuna parte d’esse, che si desidera, e che con vera laude si lauda. E chi nasce in quelle, e lauda i tempi passati più che i presenti, si potrebbe ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia divenuto o in Italia oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi, e laudare gli altri: perchè in quelli vi sono assai cose, che gli fanno  meravigliosi; in questi non è cosa alcuna che gli ricomperi d’ogni estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è osservanza di religione, non di leggi, non di milizia; ma sono maculati d’ogni ragione bruttura. E tanto sono questi vizi più detestabili quanto ei sono più in coloro che seggono prò tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere adorati. Ha tornando al ragionamento  nostro, dico che se il giudicio degl’uomini è corrotto in giudicare quale sia migliore, o il secolo presente o l’antico, in quelle cose dove pell’antichità ei non ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha de’suoi tempi; non doverrebbe corrompersi ne’vecchi nel giudicare i lempi della gioventù e vecchiezza loro, avendo quelli e questi egualmente conosciuti e visti. La qual cosa  sarebbe vera, se gl’uomini per tutti i tempi della lor vita l'ussero del medesimo giudizio, ed avessero quelli medesimi appetiti: ma variando quelli, ancora che i tempi nou variino, non possono parere agl’uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni nella vecchiezza, che nella gioventù. Perchè, mancando gl’uomini quando li invecchiano di forze, e crescendo di giudizio e di prudenza; è necessario che quelle cose che in gioventù pareno loro sopportabili e buone, ineschino poi invecchiando insopportabili e cattive; e dove quelli ne doverrebbono accusare il giudicio loro, n’accusano i tempi. Sendo ultra di questo, gl’appetiti umani insaziabili, perchè hanno dalla natura di potere e voler desiderare ogni cosa, e dalla fortuna di potere  conseguirne poche; ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane, ed un fastidio delle cose che si posseggono: il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e desiderare i futuri; ancora che a fare questo non fussino mossi d’alcuna ragionevole cagione. Non so, adunque, se io meriterò d’essere numerato tra quelli che si ingannano, se in questi mia discorsi io  lauderò troppo i tempi degli antichi Romani, e biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora  regna, ed il vizio che ora regna, non fussino più chiari che il sole, andrei col parlare più rattenuto, dubitando non incorrere in quello inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa si manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che intenderò di quelli e di questi tempi; acciocché gl’animi de’giovani che questi mia scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perchè gl’è offizio di uomo buono, quel bene che pella malignità de’tempi e della fortuna tu non hai potuto operare insegnarlo nd altri, acciocché  sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal  Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne’discorsi del superior libro parlato delle deliberazioni fatte da’Romani pertinenti al di dentro della città, in questo parleremo di quelle che’l Popolo romano fa pertinenti all’augumento dell’imperio suo. Quale fu più cagione dell’imperio ch’acquistarono i Romani, o la virtùj o la fortuna. Molti hanno avuta oppinione, intra i quali è Plutarco, gravissimo filosofo, che’1 Popolo romano nell’acquistare lo imperio e più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed intra l’altre ragioni che n’adduce, dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati più templi alla fortuna ch’ad alcuna altra divinitai. E pare che a questa oppinione  si accosti  L.; perchè rade volte  è che facci parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non v’aggiunga la fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcun modo, nè credo ancora si possa sostenere. Perchè,  se non s’è trovato mai repubblica che abbi fatti i progressi che Roma, è nato che non si è trovata mai repubblica che sia stata ordinata a potere acquistare come  Roma. Perchè la virtù degl’eserciti gli feciono acquistare I’imperio;  e l’ordine del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo legislatore, gli fa mantenere l’acquistato. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del popolo romano; perchè e’non ebbero guerra con i Latini se non quando egli ebbero non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu da’Romani fatta in difensione di quelli; non combatterono con i Toscani se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed enervati colle spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di queste potenze intere si fussero, quando erano fresche, accozzate insieme, senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana  Repubblica. Ma, comunelle questa cosa nasce, mai non intervenne ch’eglino avessino due potentissime guerre in un medesimo tempo: anzi parve sempre, o nel nascere dell’ una, l’altra si spegnesse; o nel spegnersi dell’una, l’altra nasce. Il che si può facilmente vedere pell’ordine delle guerre fatte da loro: perchè, lasciando stare quelle che feciono prima che Roma fusse presa dai Franciosi, si vede  che, mentre che combatterno con gl’Equi e con i Volsci, mai, mentre questi popoli sono potenti, non si levarono contro di lor uitre genti. Domi costoro, nasce la guerra contea ai Sanniti; e benché innanzi che finisse tal guerra i popoli latini si ribellassero da’Romani, nondimeno quando tale ribellione segui, i Sanniti erano in lega con Roma, e con il loro esercito aiutorono i Romani domare l’insolenza latina. I quali domi, risurse la guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a’Sanniti  le loro forze, nacque la guerra de’Toscani; la qual composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti pella passata di Pirro  in ITALIA. Il quale come fu ribattuto e rimandatoin Grecia appiccarono la guerra con i Cartaginesi: nè {ìrima fu tal guerra finita che tutti i Franciosi, e di là e di qua dall’Alpi, congiurarono conti ai Romani; tanto che intra Popolonia e Pisa, dove è oggi la torre a San Vincenti, furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per ispazio di venti anni ebbero guerra di non molta  importanza; perchè non eombatterono con altri che con I LIGURI, e con quel rimanente de’Franciosi che era in Lombardia. E così stettero tanto che nacque la guerra cartaginese, la qual per sedici anni tenne occupata Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica; la quale tìnita, venne quella d’Antioco e d’Asia. Dopo la qual vittoria, non restò in tutto il mondo  nè principe nè repubblica che, di per sè, o tutti insieme, si potessero opporre alle forze romane. Ma innanzi a quella ultima vittoria, chi considerrà l’ordine di queste guerre, ed il modo del procedere loro, vedrà dentro mescolate colla fortuna una virtù e prudenza grandissima. Talché, chi esaminasse la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe facilmente: perchè gli è cosa certissima, che  come un principe e un popolo viene in tanta riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino abbia di per sè paura ad assaltarlo, e ne tema, sempre interverrà che ciascuno d’essi mai lo assalterà, se non necessitato; in modo che e’sarà quasi come nell’elezione di quel polente, far guerra con quale di quelli suoi vicini gli parrà, e gii altri colla sua industria quietare. I quali, parte rispetto  alla potenza suo, parte ingannati da quei modi che egli terrà per nddormentargli, si quietano facilmente; e gli altri potenti che sono discosto, e che non hanno coinmerzio seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga loro. Nel quale errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non hanno rimedio a spegnerlo se non colle forze proprie; le quali di poi non bastano, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare, come i Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Yolsci e gli Equi; e per non essere troppo prolisso, mi farò da’Cartaginesi: i quali erano di gran potenza c di grande estimazione quando i Romani combattevano con i Sanniti e con i Toscani; perchè tii già tenevano tutta 1’Affrica, tenevano ia Stintigna e la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale polenza loro, insieme coll’esser discosto ne’confini dal Popolo romano, fa che non pensarono mai d’assaltare quello, nè di soccorrere i Sanniti e Toscani: anzi fecero come si fa nelle cose che crescono, più tosto in lor favore collegandosi con quelli, e cercando l’amicizia loro. Nè s’avviddono prima dell’errore  fatto che i Romani, domi tutti i popoli mezzi infra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dell’imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo a’Franciosi che a’ Cartaginesi, e cosi a Filippo re de’Macedoni, e ad Antioco; e ciascuno di loro crede, mentre che il Popolo romano era occupato coll’altro, che quell’altro lo supera, ed essere a tempo, o con pace  o con guerra, difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbono in questa parte i Romani, 1’arebbono tutti quelli principl che procedessero come i Romani, c fussero di quella medesima virtù che loro. Sarebbeci da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie d’altri, se nei nostro trattato de’principati non ne avessimo parlato  a lungo; perchè in quello questa materia è diffusamente disputata. Dirò solo questo brevemente, come sempre s’ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico che fusse scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede che pel mezzo de’Capovani entrarono in Sannio, de’Camertini in Toscana, de’Mamertini in Sicilia, de’Saguntini in Spagna, di Massinissa iti Affrica, degl’Eloli in Grecia, d’Eumene ed altri principi in Asia, de’Massiliensi e dell’Edui in Francia. E così non mancarono mai di simili appoggi, per potere facilitare l’imprese loro, e nel’acquistare le provincie e nel tenerle. Il che quelli popoli ch’osserveranno, vedranno avere meno bisogno della fortuna che quelli che ne saranno non buoni osservatori. E perchè ciascuno possa  meglio conoscere quanto potè più la virtù che la fortuna loro ad acquistare quello imperio; noi discorreremo di che qualità furono quelli popoli con i quali egli ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro libertà. Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come ostinatamente quelli difendevano la loro libertà. Nessuna cosa fece più faticoso a’Romani superare  i popoli d’intorno, c parte delle provincie discosto, quanto l’amore che in quelli tempi molti popoli avevano alla libertà; la quale tanto ostinatamente difendevano che mai se non da una eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati. Perchè, per molti essempi si conosce a quali pericoli si mettessino per mantenere o ricuperare quella; quali vendette e’ facessino contra a coloro che l’avessino  loro occupata. Conoscesi ancora nelle lezioni delle istorie, quali danni i popoli e le città riccvino pella servitù. E dove in questi tempi ci è solo una provincia la quale si possa dire che abbia in sè città libere, ne’tempi antichi in tutte le provincie erano assai popoli  liberissimi. Vedesi come in quelli tempi de’quali noi parliamo al presente, in Italia, dall’Alpi che dividono ora la Toscana  dalla Lombardia, insino alla punta d’Italia, erano molti popoli liberi; com’erano i Toscani, i Romani, i Sanniti, e molti altri popoli che in quel resto d’Italia abitano. Nè si ragiona mai che vi fusse alcuno re, fuora di quelli che regnano in Roma, e Porsena re di Toscaua; la stirpe del quale come s’estinguesse, non ne parla la istoria. Ma si vede bene come in quelli tempi che i Romani  andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e tanto si godea della sua libertà, e tanto odia il nome del principe, che avendo fatto i Veienti per loro difensione un re in Veio, e domandando aiuto a' Toscani contra ai Romani; quelli, dopo molte consulte fatte, deliberarono di non dare aiuto a’Veienti, infino a tanto che vivessino sotto’1 re; giudicando non esser bene difendere la patria  di coloro che l’avevano di già sottomessa ad altrui. E facil cosa è conoscere donde nasca ne’popoli questa affezione del vivere libero; perchè si vede per esperienza, le cittadi non avere mai ampliato nè di domiuio nè di ricchezza, se non mentre sono state in libertà. E veramente meravigliosa cosa è a considerare, a quanta grandezza venne Atene per ispazio di cento anni, poiché la si liberò dalla tirannide di Pisistrato. Ma sopra tutto meravigliosissima cosa è a considerare, a quanta  grandezza venne Roma, poiché la si liberò da’suoi Re. La cagione è facile ad intendere; perchè non il bene  particolare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città. E senza dubbio, questo bene comune non è osservato se non nelle repubbliche; perchè lutto quello che fa a proposito suo, s’eseguisce; e quantunque e’torni in danno di questo o di quello privato, e’sono tanti quelli per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contra alla disposizione di quelli pochi che ne fussino oppressi. Al contrario interviene quando vi è uno principe; dove il più delle volte quello che fa per lui, offende la città; e quello che fa pella città, offende lui. Dimodoché, subito che  nasce una tirannide sopra un viver libero, il manco male che ne resulti a quelle città, è non andare più innanzi, nè crescere più in potenza o in ricchezze; ma il più delle volte, anzi sempre, interviene loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi surgesse un tiranno virtuoso, il quale, per animo e per virtù d’arme ampliasse il dominio suo, non ne risulterebbe alcuna utilità a quella repubblica, ma a lui proprio: perchè e’non può onorare nessuno di quelli cittadini che siano valenti c buoni, che egli tiranneggia, non volendo avere ad avere sospetto di loro. Non può ancora le città che egli acquista, sottometterle o farle tributarie a quella città di che egli è tiranno: perchè il farla potente non fa per lui; ma per lui fa tenere lo Stato disgiunto, e che ciascuna terra e ciascuna provincia riconosca lui. Talché di suoi acquisti, solo egli ne profitta, e non la sua patria. E chi volesse confermare questa oppinione con infinite altre ragioni, legga Senofonte nel suo trattato che fa De Tirannide. Non è meraviglia adunque che gl’antichi popoli con tanto odio perseguitassino i tiranni, ed nmassiiio il vivere libero, e che il nome della libertà fusse tanto stimato da  loro: come intervenne quando Girolamo nipote di lerone siracusano fu morto in Siracusa, che venendo le novelle della sua morte in nel suo esercito, che non era molto lontano da Siracusa, cominciò prima a tumultuare, e pigliare 1’armi contro agli ucciditori di quello; ma come ei sentì che in Siracusa si gridava libertà, allettato da quel nome, si quietò tutto, pose giti l’ira contra a’tirannicidi, e pensò come iti quella città si potesse ordinare un viver libero. Non è meraviglia ancora che i popoli faccino vendette istraordinaric contra a quelli che gli hanno occupata la libertà. Di che ci sono stali assai esempi, de’quali n’intendo referire solo uno, seguilo in Coreica, città di Grecia, ne’tempi della guerra peloponnesiaca; «love sendo divisa quella provincia in due  fazioni, delle quali 1’una seguita gl’Ateniesi, l’altra gli Spartani, ne nasce che di molte città, che erano infra loro divise,  l’una parte segue l’amicizia di Sparta, l’altra d’Atene: ed essendo occorso clic nella detta città prcvalessino i nobili, e togliessino la libertà al popolo, i popolari per mezzo degl’Ateniesi ripresero le forze, e posto le mani addosso a tutta la nobiltà, gli rinchiusero in  una prigione capace di tutti loro; donde gli traevano ad otto o dieci per volta, sotto titolo di mandargli in esilio iti diverse parli, e quelli con molti crudeli essempi fanno morire. Di che sendosi quelli che restano accorti, deliberano, in quanto era a loro possibile, fuggire quella morte ignominiosa; ed armatisi di quello potevano, combattendo con quelli vi volevano entrare, l’entrata della  prigione difendevano; di modo che il popolo, a questo romore fatto concorso, scoperse la parte superiore di quel luogo, e quelli con quelle rovine sufìbeorno. Seguirono ancora in delta provincia molti altri simili casi orrendi e notabili: talché si vede esser vero, che con maggiore impeto si vendica una libertà che ti è suta tolta che quella che li è voluta torre. Pensando dunque donde possa  nascere, che in quelli tempi antichi, i popoli fussero più amatori della libertà che in questi; credo nasca da quella medesima cagione che fa ora gl’uomini manco forti: la quale credo sia la diversità dell’educazione nostra dalla antica, fondata nella diversità della religione nostra dall’antica. Perchè avendoci la nostra religione mostra la verità e la vera via, ci fa stimare meno l’onore del  mondo: onde i Gentili stimandolo assai, ed avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle azioni loro più feroci. Il che si può considerare da molte loro constituzioni, cominciandosi dalla magnificenza de’sacrificii loro, all’umilila de’nostri; dove è qualche pompa più dilicata che magnifica, ma nessuna azione feroce o gagliarda. Quivi non manca la pompa nè la magnificenza delle  cerimonie, ma vi s’aggiunge 1’azione del sacrificio pieno di sangue e di ferocia, ammazzandovisi moltitudine d’animali: il quale aspetto sendo terribile, rende gl’uomini simili a lui. La religione antica, oltre di questo, non beatifica se non gl’uomini pieni di mondana gloria: come erano capitani d’eserciti e principi di repubbliche. La nostra religione glorifica più gl’uomini umili e contemplativi che gl’attivi. Ha di poi posto il sommo bene nell’umilila, abiezione, nello dispregio delle cose umane: quell’altra lo pone nella grandezza dell’animo, nella fortezza del corpo, ed in tutte l’altre cose atte a fare gl’uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che abbi in te fortezza, vuole che tu sia atto a patire più che a fare una cosa forte. Questo modo di vivere, adunque, pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in preda agl’uomini scellerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare, veggendo come l’università degl’uomini, per andare in paradiso, pensa più a sopportare le sue battiture che a vendicarle. E benché paia che si sia effeminato il mondo, e disarmato il cielo, nasce più senza dubbio dalla viltà degl’uomini che hanno  interpretato la nostra religione secondo l’ozio, e non secondo la virtù. Perchè se considerassino come la permette l’esultazione e la difesa della patria, vedrebbono come la vuole che noi l’amiaino ed onoriamo, e prepariamoci ad esser tali che noi la possiamo difendere. Fanno adunque queste educazioni, e si false interpretazioni, che nel mondo non si vede tante repubbliche quante si  vedeva aulicamente; nè, per conscguente, si vede ne’popoli tanto amore alla libertà quanto allora: ancora  che io creda piuttosto essere cagione di questo, che l’imperio romano colle sue arme e sua grandezza spende tutte le repubbliche e lutti i viveri civili E benché poi tal imperio si sia risoluto, non si sono potute le città ancora rimettere insieme nè riordinare alla vita civile, se non in  pochissimi luoghi di quello imperio. Pure, comunelle si fusse, i Romani in ogni minima parte del mondo trovano una congiura di repubbliche armatissime, ed ostinatissime atia difesa della libertà loro. Il che mostra che'1 Popolo romano senza una rara ed estrema virtù mai non l’arebbe potute superare. E per darne esseinpio di qualche membro, voglio mi basti l’essempio de’Sanniti:i quali pare cosa mirabile, e L. lo confessa, che fussero sì potenti, e 1’arme loro si valide che potessero infino al tempo di  Papirio Cursore consolo, figliuolo del primo Papirio, resistere a’Romani (che fu uno spazio di XLVI anni), dopo tante rotte, rovine di terre, e tante stragi ricevute nel paese loro; massime veduto ora quel paese dove erano tante cittadi e tanti uomini, esser quasi che  disabitato: ed allora vi era tanto ordine, e tanta forza, eh’egli era insuperabile, se da una virtù romana non fusse stato assaltato. E facil cosa è considerare donde nasce quello ordine, c donde proceda questo disordine; perchè tutto viene dal viver libero allora, ed ora dal viver servo. Perchè tutte le terre e le provincie che vivono libere in ogni parte, come di sopra dissi, fanno i progressi  grandissimi. Perchè quivi si vede maggiori popoli, per essere i matrimoni più liberi, e più desiderabili dagl’uomini: perchè ciascuno procrea volentieri quelli figliuoli che crede potere nutrire, non dubitando che il patrimonio gli sia tolto; thè  eT conosce non solamente che nascono liberi e non schiavi,  ma che possono mediante la virtù loro diventare principi. Veggonvisi le ricchezze  multiplicare in maggiore numero, e quelle che vengono dalla cultura, e quelle che vengono dall’arti. Perchè ciascuno volentieri multiplica in quella cosa, e cerca d’acquistare quei beni, che crede acquistati potersi godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara pensano ai privati ed a’pubblici comodi; e l’uno e l’altro viene meravigliosamente a crescere. II contrario di tutte queste cosesegue in quelli paesi che vivono scivi; c tanto più mancano del consueto bene, quanto è più dura la servitù. E di tutte le servitù dure, quella è durissima cheli sottomette ad una repubblica: E una, perchè la è più durabile, e manco si può sperare d’uscirne; Y altra, perchè il fine della repubblica è enervare ed indebolire per accrescere il corpo suo, tutti gli altri corpi. Il che non la un principe che ti sottometta, quando quel principe non sia qualche principe barbaro, destruttore de’paesi, e dissipatore di tutte le civilità degli uomini, come sono i principi orientali. Ma s’egli ha in sè ordini umani ed ordinari, il più delle volte ama le città sue soggette egualmente, ed a loro lascia l’arti tutte, e quasi lutti gl’ordini antichi. Talché, se le non possono crescere come libere, elle non rovinano  anche come serve; intendendosi della servitù in quale vengono le città servendo ad un forestiero, perchè di quella d’uno loro cittadino ne parlai di sopra. Chi considerrù, adunque, tutto quello che si è detto, non si meraviglierà della potenza che i Sanniti avevano sendo liberi, e della debolezza in che e’vennero poi servendo: e L. ne fa fede in più luoghi, e massime nella guerra d’Annibaie, dove ei mostra che essendo i Sanniti oppressi d’una legione d’uomini ch’era in Nola, mandano oratori ad Annibale a pregarlo che gli soccorresse; i quali nel parlar loro dissono, che avevano per cento anni combattuto con i Romani con i propri loro soldati e propri loro capitani, e molte volte avevano sostenuto duoi eserciti consolari e duoi consoli; e che allora a tanta bassezza erano venuti, che non si potevano a pena difendere da una piccola legione romana che era. Roma divenne grande città rovinando le città circonvicine, e ricevendo i forestieri facilmente  aJ suoi onori. Crescit inlerea Roma  Albce  ruinis. Quelli che disegnano che una città faccia grande imperio, si debbono con ogni industria ingegnare di farla piena d’abitatori; perchè senza questa abbondanza di uomini, mai non riuscirà di fare grande una città. Questo si fa in duoi modi; per amore, e per forza. Per amore, tenendo le vie aperte e secure a’forestieri che disegnassero venire ad abitare in quella, acciocché ciascuno vi abiti volentieri: per forza, disfacendo le città vicine, e mandando gl’abitatori di quelle ad abitare nella tua città. Il che fu tanto osservato in Roma che nel tempo del  sesto Re in Roma abitano ottantamila uomini da portare armi. Perchè  i Romani vollono fare ad uso del buono cultivatore; il quale, perche una pianta  ingrossi, e possa pròdurre e maturare i fruiti suoi, gli taglia i primi rami che la mette, acciocché, rimasa quella virtù nel piede di quella pianta, possino col tempo nascervi più verdi e più fruttiferi. E che questo modo tenuto per ampliare e fare imperio, fusse necessario e buono, lo dimostra I’essempio di Sparta e d’Atene: le quali essendo due repubbliche armatissime, ed ordinate d’ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza dell’imperio romano; e Roma pare più tumultuaria, e non tanto bene ordinata quanto quelle. Di che non se ne può addurre altra cagione che la preallegata: perchè Roma, per avere ingrossato per quelle due vie il corpo della sua città, potette di già mettere in arme dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non passano mai ventimila per ciascuna. Il che nacque, non d’essere il sito di Roma più benigno che quello di coloro, ma solamente da diverso modo di procedere. Perché Licurgo, fondatore della repubblica spartana, considerando nessuna cosa potere più facilmente risolvere le sue leggi che la commistione di nuovi abitatori, fa ogni cosa perchè i forestieri non avessino a conversarvi: ed, oltre al non gli ricevere ne’matrimoni, alla civiltà, ed alle altre conversazioni che fanno convenire gl’uomini insieme, ordina che in quella sua repubblica si spende monete di cuoio, per tor via a ciascuno il desiderio di venirvi per portarvi mercanzie, o portarvi alcuna arte; di qualità che quella città non potette mai ingrossare di abitatori. E perchè tutte l’azioni nostre imitano la natura, non è possibile nè naturale che uno pedale sottile sostenga un ramo grosso. Però una repubblica piccola non può occupare città nè regni che siano più validi nè più grossi di lei; e se pure gl’occupa, gP interviene come a quello albero che avesse più grosso il ramo che’l piede, che sostenendolo con fatica, ogni piccolo vento lo fiacca: come si vede che intervenne a Sparla, la quale avendo occupate tutte le città di Grecia, non prima se gli  ribellò Tebe, che tutte l’altre cittadi se gli ribellarono, e rimase i! pedale solo senza rami. Il che non potette intervenire a Roma, avendo il piè si grosso, che qualunque ramo poteva facilmente sostenere. Questo modo adunque di procedere, insieme con gl’altri che di sotto si diranno, fa Roma grande e potentissima. Il che dimostra L. in due parole, quando disse: Crcscit intcrea Roma Albce ruinis. Le repubbliche hanno tentili tre modi circa l’ampliare. Chi ha osservato l’antiche istorie, Iruova come le repubbliche hanno tre modi circa l’ampliare. L’uno è stato quello ch’osservorono i Toscani antichi, d’essere una lega di più repubbliche insieme, dove non sia alcuna che avanzi l’altra nè di autorità nè di grado; e nello acquistare, farsi 1’altre città compagne, in simil modo come in questo tempo fanno i Svizzeri, e come nei tempi antichi feciono in Grecia gl’Achei e gl’Etoli. E perchè gli Romani feciono assai guerra con i Toscani, per mostrar meglio la qualità di questo primo modo, ini distenderò in dare notizia  di  loro particolarmente. In Italia, innanzi all’imperio romano, furono i Toscani per mare e per terra potentissimi: e benché delle cose loro non ce ne sia particolare istoria, pure c’è qualche poco di memoria, e qualche segno della grandezza loro; e si sa come e’mandarono una colonia in su’l mare di sopra, la quale chiamarono Adria, che fu si nobile, che la dette nome a quel mare ch’ancora i Latini chiamano Adriatico. Intendesi ancora, come le loro arme furono ubbidite dal Tevere per infìno ai piè dell’Alpi, che ora cingono il grosso d’Italia; non ostante che dugento anni innanzi che i Romani crescessino in molte forze, detti Toscani perderono l’imperio di quel paese che oggi si chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da’Franciosi: i quali mossi o da necessità, o dalla dolcezza dei frutti, e massime del viuo, vennono in Italia sotto Bellovcso loro duce; e rotti e cacciati i provinciali, si posono in quel luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamano GALLIA, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da’Romani fussero domi. Vivevano, adunque, iToscani  con quella equalità, e procedevano nello ampliare in quel primo modo che di sopra si dice: e furono dodici città, tra le quali era Chiusi, Yeio, Fiesole, Arezzo, Volterra, e simili: i quali per via di lega governavano lo imperio loro; nè poterono uscir d’Italia cogl’acquisti; e di quella ancora rimase intatta gran parte. L’altro modo è farsi compagni j non tanto però che non ti rimanga il grado del comandare, la sedia dell’imperio ed il titolo dell’imprese: il quale modo fu osservato da’Romani. Il terzo modo è farsi immediate sudditi, e non compagni; come fecero gli Spartani e gl’Ateniesi. De'quali tre modi, questo ultimo è al tutto inutile; come c’si vide che fu nelle sopraddette due repubbliche: le quali non rovinarono per altro, se non per avere acquistato quel dominio che le non potevano tenere. Perchè, pigliar cura d’avere a governare città con violenza, massime quelle che tassino consuete a viver libere, è una cosa diffìcile e faticosa. E se tu non sei armato e grosso d’armi, non le puoi nè comandare nè reggere. Ed a voler esser così fatto, è necessario farsi compagni che ti aiutino ingrossare la tua città di popolo. E perchè queste due città non feciono nè1l’uno nèll’altro, il modo del procedere loro fu inutile. E perché Roma, la quale è nello esempio del secondo modo, fa l’uno e l’altro; però salse a tanta eccessiva potenza. E perchè la è stata sola a vivere cosi, è stata ancora sola a diventar tanto potente: perchè, avendosi ella fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con eguali leggi vivevano seco; e dall’altro canto come di sopra  è detto, sendosi riservato sempre la sedia dell’imperio ed il titolo del comandare; questi suoi compagni venivano, che non se n’avvedevano, colle fatiche e col sangue loro a soggiogar sè stessi. Perchè, come cominciorono a uscire con gl’eserciti d’Italia, e ridurre i regni in provincie, e farsi soggetti coloro che per esser consueti a vivere sotto i Re, non si curano d’esser  soggetti; ed avendo governadori romani, ed essendo stati vinti d’eserciti con ii titolo romano; non riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che quelli compagni di Roma ch’erano in Italia, si trovano in un tratto cinti da’sudditi romani, cd oppressi d’una grossissima città come era Roma; e quando e’si avviddono dello inganno sotto i! quale erano vissuti, non furono a tempo  a rimediarvi: tanta autorità aveva presa Roma colle provincie esterne, e tanta forza si trova in seno, avendo la sua città grossissima ed armatissima.  E benché quelli  suoi  compagni,  per  vendicarsi delle  ingiurie,  gli  congiurassino  contea, furono  in  poco  tempo  perditori  della guerra,  peggiorando  le  loro  condizioni; perchè  di  compagni,  diventarono  ancora loro  sudditi.  Questo  modo di procedere è stato solo osservato da’Romani: nè può tenere altro modo una repubblica che voglia ampliare; perchè la esperienza non te ne ha mostro nessuno più certo o più vero. Il modo preallegato delle leghe, come viverono  i Toscani, gl’Achei e gl’Etoli, e come oggi vivono i Svizzeri, è dopo a quello de’Romani il miglior modo; perchè non si potendo con quello ampliare  assai, ne seguitano duoi beni: l’uno, che facilmente non ti tiri guerra addosso; l’altro, che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La cagione del non potere ampliare, è lo essere una repubblica disgiunta, e posta in varie sedi: il che fa che difficilmente possono consultare e deliberare. Fa ancora che non sono desiderosi di dominare: perchè essendo molte comunità a’participarc di quel  dominio, non istimano tanto tale acquisto, quanto fa una repubblica sola, che spera di goderselo tutto. Governansi, oltra di questo, per concilio, c conviene che siano più tardi ad ogni  deliberazione che quelli che abitano dentro ad un medesimo cerchio. Vedesi ancora per esperienza, che simile modo di procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esempio che mostri che si sia  trapassato: e questo è di aggiugnere a dodici o quattordici comunità; di poi non cercare di andare più avanti: percliè sendo giunti al grado che par loro potersi difendere da ciascuno, non cercano maggiore dominio; sì perchè la necessità non gli stringe di avere piò potenza; si per non conoscere utile negli acquisti, pelle cagioni dette di sopra. Perchè gli arebbono a fare una delle due cose;  o seguitare di farsi compagni, e questa moltitudine farebbe confusione; o gl’arebbono a farsi sudditi: e perchè e’veggono in questo difficultà, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto, quando e’sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si voltano a due cose: P una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; c per questi mezzi trarre da ogni parte danari, i quali facilmente intra loro si possono distribuire: 1’altra è militare per altrui, e pigliar stipendio da questo e da quello principe che per sue imprese gli soldo; come si vede che fanno oggi i Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che  il’è testimone L.,  dove dice che, venendo a parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flamminio, e ragionando d'accordo alla  presenza d’un pretore degl’Etoli; in venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato l’avarizia e la infidelità, dicendo che gl’Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi mandare loro uomini ancora al servigio del nimico; talché molte volte intra dnoi contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto, come questo modo di procedere per  leghe, è stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo di fare sudditi è inutile nelle repubbliche armate, in quelle che sono disarmate è inutilissimo: come sono state ne’nostri tempi le repubbliche d’Italia.  Conoseesi, pertanto, essere vero modo quello che tennono i Romani 5 il quale è tanto più mirabile quanto e’non ee il’era innanzi a Roma essempio, e dopo Roma non è stalo alcuno elio gli abbi imitati. E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svevia che gli imita. E, come nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati da Roma, così pertinenti alle cose di dentro  come a quelle di fuora, non sono ne’presenti nostri tempi non solamente imitati, ma non n’è tenuto alcuno conto; giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed inutili: tanto che standoci con questa ignoranza, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E quando la imitazione de’Romani paresse difficile, non doverrebhe parere cosi quella  degli antichi Toscani, massime a’presenti Toscani. Perchè, se quelli non poterono fare uno imperio simile a quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del procedere concesse loro. Il che fu per un gran tempo securo, con somma gloria d’imperio e d’arme, e massima laude di costumi e di religione. La qual potenza e gloria fu prima diminuita da’Franciosi,  di poi spenta da’Romani; e fu tanto spenta che ancora che duemila anni fa la potenza de’Toscani fusse grande al  presente non ce n’è quasi memoria. La qual cosa m’ha fatto pensare donde nasca questa oblivione delle  cose. Che la variazione delle sèlle e delle lingue insieme coll'accidente de' diluvi o delle pesti j spegno la memoria delle cose. A quelli FILOSOFI che hanno voluto che’l mondo sia stato eterno, credo che si potesse reificare, che se tanta antichità fusse vera, e’sarebbe ragionevole che ci fusse memoria di più che cinque mila anni; quando e’non si vede come queste  memorie de’tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali parte vengono dagli nomini, parte dal cielo. Quelle che vengono dagl’uomini, sono LE VARIAZIONI DELLE SETTE E DELLE LINGUE. Perchè  quando surge una setta nuova, cioè una religione nuova, il primo studio suo è, per darsi reputazione, estinguere la vecchia; e quando egli occorre che gl’ordinatori della nuova setta sono di lingua diversa, la spengono facilmente. La  qual cosa si conosce considerando i modi che ha tenuti la religione cristiana contra alla  SETTA GENTILE;  la quale ha cancellati tutti  gl’ordini, tutte le ceremonie di quella, e spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gl’è riuscito spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagl’uomini eccellenti di quella: il die è nato per AVERE QUELLA MANTENUTA LA LINGUA LATINA; il che fecero forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perchè, se l’avessino potuta scrivere con  nuova lingua, considerato l’altre persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E chi legge i modi tenuti da san Gregorio e dagli altri capi della religione cristiana, vedrà con quanta ostinazione e’perseguitarono tutte le memorie antiche, ardendo P opere de’poeti e delli istorici, minando le immagini, e guastando ogni altra cosa che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se a questa persecuzione egli avessino aggiunto una nuova lingua, si sarebbe veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare. È da credere, pertanto, che quello  che ha voluto fare la religione cristiana contra alla setta gentile, la gentile abbi fatto contra u quella che era innanzi a lei. E perchè queste sètte in cinque o in seimila anni variarono due o tre volle, si perdè in memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo. E se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è prestato loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro  Siculo, che benché e’renda ragione di quaranta o cinquanta mila anni, nondimeno è riputata, come io credo che sia, cosa mendace. Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che spengono l’umana generazione, e riducono a pochi gl’abitatori di parte del mondo. E questo viene o per peste o per fame o per una inondazione d’acque: e la più importante è questa ultima, sì perchè  la è più universale, sì perchè quelli che si salvano sono uomini tutti montanari e rozzi, i quali non avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare a’posteri. E se infra loro si salvasse alcuno che n’avesse notizia, per farsi riputazione e nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo a’successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste inondazioni, pesti e fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perchè ne sono piene tutte le istorie, sì perchè si vede questo effetto della oblivione delle cose, sì perchè e’pare ragionevole che sia: perchè la natura, come ne’corpi semplici, quando vi è ragunato assai materia superflua, muove per sè medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così interviene in questo corpo misto della umana generazione, che quando tutte le provincie sono ripiene d’abitatori, in modo che non possono vivere, nè possono andare altrove, per esser occupati e pieni tutti i luoghi; e quando l’astuzia e malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno de’tre modi; acciocché gl’uomini essendo divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente, e diventino migliori. Era adunque già tu Toscana potente, piena di religione e di virtù; aveva i suoi costumi e la sua LINGUA PATRIA: il che tutto è stato spento dalla potenza romana. Talché di lei ne rimane solo la memoria del nome. Come i Romani procedevano nel fare la guerra. Avendo discorso come i Romani procedeno nell’ampliare,  discorreremo ora come e’ procedeno nel fare la guerra; ed in ogni loro azione si vede con quanta prudenza  i diviano dal modo universale degl’altri, per facilitarsi la via a venire  a una  suprema grandezza. L’intenzione di chi fa guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare e mantenere l’acquistato; e procedere in modo con esso, che I’arricchisca c non impoverisca il paese e la patria sua. È necessario dunquc, e nell’acquistare e nel mantenere, pensare di non spendere; anzi far ogni cosa con utilità del pubblico suo. Chi vuol fare tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e modo romano: il quale fu in prima di fare le guerre, come dicono i Franciosi, corte e grosse; perchè, venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le guerre eh’egli ebbono co’Latini,  Sanniti e Toscani le espedirono in brevissimo tempo. E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino all’ossidione de’ Yeienti, tutte si vedranno espedite, quale in sei,  quale in dieci, quale in ventidi. Perchè l’uso loro era questo: subito che era scoperta la guerra, egli uscivano fuori con gl’eserciti all’incontro del nimico, e subito facevano la giornata. La quale  vinta, i nimici, perchè non fussc guasto loro il contado affatto, venivano alle condizioni; ed i Romani gli condennavano in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati comodi, o gli consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro, veniva ad esser guardia de’confini romani, con utile di essi coloni, che avevano quelli campi,  e con utile del pubblico di Roma,  che senza spesa teneva quella  guardia. Nè poteva questo modo esser più seeuro, o più forte, o piu utile: perchè mentre che i nimici non erano in su i campi, quella guardia basta: come e’fussino usciti fuori grossi per opprimere quella colonia, ancora i Romani uscivano fuori grossi, e venivano a giornata con quelli; e fatta e vinta la giornata, imponendo loro più gravi condizioni, si  tornavano in  casa. Così venivano ad acquistare di mano in mano riputazione sopra di loro, e forze in sè medesimi. E questo modo vennono tenendo infino che  mutorno modo di procedere in guerra: il che fu dopo l’ossidione de’Veienti; dove, pei’potere fare guerra lungamente, gl’ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non essere necessario, essendo le guerre brevi, non gli  pagavano. E benché i Rotflani dessino  IL SOLDO, e che per virtù di questo ei potessino fare le guerre più lunghe, e per farle più discosto la necessità gli tenesse più in su’campi; nondimeno non variarono mai dal primo ordine di finirle  presto, secondo il luogo ed il tempo; nè variarono mai dal mandare le colonie. Perchè nel primo ordine gli tenne, circa il fare le guerre brevi, olirà il  loro naturale uso, T ambizione de’Consoli; i quali avendo a stare un anno, e di quello anno sei mesi alle stanze, volevano finire la guerra per trionfare. Nel mandare le colonie, gli tenne 1’utile e la comodità grande che ne risulta. Variarono bene alquanto circa le prede, delie quali non erano cosi liberali come erano stati prima; sì perchè e non pare loro tanto necessario, avendo i soldati lo stipendio; sì perchè essendo le prede maggiori, disegnano d’ingrassaie di quelle in modo il pubblico, che non lussino constretti a fare le imprese con tributi della città li quale ordine in poco tempo fece il loro erario ricchissimo. Questi duoi modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e circa il mandar le colonie, feciono che Roma arricchiva della guerra j dove gli altri principi e repubbliche non savie ne impoveriscono. E ridusse la cosa in termine, che ad un Consolo non pare poter trionfare, se non porta  col suo trionfo assai oro ed argento, e d’ogni altra sorte preda, nell’erario. Cosi i Romani con i soprascritti termini, e coti il finire le guerre presto, sendo contenti con lunghezza straccare i nemici, e con rotte e con le scorrerie e con accordi a loro avvantaggi,  diventarono sempre più ricchi e più potenti. Quanto terreno i Romani danno per colono. Quanto terreno i Romani distribuiisino per colono, credo sia molto diffìcile trovarne la verità. Perchè io credo ne dessino più o manco, secondo i luoghi dove e mandano le colonie. E giudicasi che ad ogni modo ed in ogni luogo la distribuzione fusse parca: prima, per poter mandare più uomini,  sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perchè vivendo loro poveri a caso, non era ragionevole che volessino che I loro uomini abbondassino troppo fuora. E L. dice, come preso Veio e’vi mandorno una colonia, e distribuirono a ciascuno tre iugeri e sette once di terra; che sono al modo nostro. Perchè, oltre alle cose soprascritte, e giudicavano che non lo assai terreno, ma  il bene coltivato bastasse. È necessario bene, che tutta la colonia abbi campi pubblici dove ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove prendere del legname per ardere; senza le quali cose non può una colonia ordinarsi. La cagione perchè i popoli si partono da luoghi patriij cd inondano il paese altrui. Poiché di sopra si è ragionato del modo nel procedere della guerra osservato da’Romani, c come i Toscani furono assaltati da’Franciosi; non mi pare alieno dalla materia discorrere, come e’si fanno di due generazioni guerre. L’una è fatta per ambizione de’principi o delle repubbliche, che cercano di propagare lo imperio; come furono le guerre che fece Alessandro Magno, e quelle che feciono i Romani, e quelle che fanno ciascuno di, 1’una  potenza con F altra.  Le quali guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto gl’abitatori d’una  provincia; perchè  e’basta al vincitore solo la ubbidienza de’popoli, e il più delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre con le loro case, e ne’loro beni. L’altra generazione di guerra è, quando un popolo intero con tutte le sue famiglie si beva d’uno luogo, necessitato o dalla fame o dalla guerra, e va  a cercare nuova sede e nuova provincia; non per comandarla, come quelli di sopra, ma per possederla tutta particolarmente, e cacciarne o ammazzare gli abitatori antichi di quella. Questa guerra è crudelissima e paventosissima. E di queste guerre ragiona SALUSTIO nel fine dell’Iugurtiuo, quando dice che vinto lugurta, si senti il moto de’Franciosi che venivano in Italia: dove e’dice  che’l Popolo romano con tutte le altre genti combattè solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi si combattè sempre per la salute di ciascuno. Perchè ad un principe o una repubblica spegnere solo coloro che comandano; ma a queste  popolazioni conviene spegnere ciascuno, perchè vogliono vivere di quello che altri vive. I Romani ebbero tre di queste guerre pericolosissime.  La prima fu quella quando Roma  fu presa, la quale fu occupata da quei Franciosi che avevano tolto, come di sopra si disse, la Lombardia a’Toscani, e fattone loro sedia; della quale L. ne allega due cagioni: la prima, che furono allettati dalla dolcezza delle frutte, c del vino di Italia, delle quali mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno francioso moltiplicato in tanto di  uomini,  che non vi si potevano più nutrire, giudicarono i principi  di quelli luoghi, che fusse necessario che una parte di loro anda a cercare nuova terra; e fatta tale deliberazione, elcssono per capitani di quelli che si avevano a partire, Belloveso e Sicoveso, duoi re  de’Franciosi: de’quali Belloveso venne in Italia, e Si» coveso passò in Ispagna. Dalla passata del quale Belloveso, nacque  l’occupazione di Lombardia, c quindi la guerra che prima i Franciosi fecero a Roma. Dopo questa, fu quella che fecero dopo la guerra cartaginese, quando tra Piombino e Pisa ammazzarono più che dugentomila Franciosi. La terza è quando i Todeschi e Cimbri vennero in Italia: i quali avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario. Vinsero adunque i Romani queste tre guerre  pericolosissime. Ne era necessario minore virtù a vincerle; perchè si vede poi, come la virtù  romana  manca,  e che quelle arme perderono il loro antico valore, fu quello imperio distrutto da simili popoli: i quali furono Goti, Vandali c simili, che occuparono tutto lo imperio occidentale. Escono tali popoli de’paesi loro, rome di sopra si disse, cacciati dalla necessitò: e la necessitò nasce  o dalla fame, o da una guerra ed oppressione clic ne’paesi propri è loro fatta; talché e’sono constretti cercare nuove terre. E questi tali, o e’sono grande numero; ed allora con violenza entrano ne' paesi altrui, ammazzano gl’abitatori, posseggono i loro beni, fanno uno nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fa Moisè, e quelli popoli che occuparono lo imperio romano. Perchè  questi nomi nuovi che sono nella Italia e nelle altre provincie, non nascono d’altro che d’essere state nomate così da’nuovi occupatoci: come è la LA LOMBARDIA, CHE SI CHIAMAVA GALLIA CISALPINA: LA FRANCIA SI CHIAMAVA GALLIA TRANSALPINA, ed ora è nominata da’Franchi, chè cosi si chiamano quelli popoli che l’occuparono: la Schiavoniu si chiamava  ILLIRIA, l’Ungheria PANNONIA;  l’Inghilterra BRITANNIA: c molte altre provincie che hanno mutato nome, le quali è tedioso raccontare. Moisè ancora chiama Giudea quella parte di SORIA occupata da lui. E perchè io ho detto di sopra, che qualche volta tali popoli sono cacciati della propria sede per guerra, donde sono constretti cercare nuove terre;  ne voglio addurre lo essempio  de’Maurusii, popoli anticamente in Soria: i quali, sentendo venire i popoli ebraici, e giudicando non  poter loro resistere, pensarono essere meglio salvare loro medesimi, t’ lasciare il paese proprio, che per volere salvare quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andano in Affrica, dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in quelli luoghi trovarono. G così quelli che non avevano potuto difendere il loro paese, poterono occupare quello d’altrui. E PROCOPIO, che scrive la guerra che fece Bellisario co’Vandali occupatori dell’Affrica, riferisce aver letto lettere scritte in certe colonne ne’luoghi dove questi Maurusii abitano, le quali diceno: S os Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii flava. Dove apparisce In cagione della  partita loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli formidolosissimi, sendo cacciati d’una ultima necessità; e s’egli non riscontrano buone armi, non saranno mai sostenuti. Ula quando quelli che sono constretti abbandonare la loro patria non sono molti, non sono sì pericolosi come quelli popoli di chi s’è ragionato; perchè non possono usare tanta violenza, ma conviene loro con arte  occupare qualche luogo, e, occupatolo, mantenervisi per via d’amici e di confederali: come si vede che fa ENEA, Didone, i Massiliesi e simili; i quali lutti, per consentimento de’vicini, dove e’posorno, poterono mantenervisi. Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi tutti de’paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai uomini, cd il paese di qualità da non gli potere  nutrire, sono forzati uscire, avendo molte cose che gli cacciano, e nessuna che gli ritenga. E se da cinquecento anni in qua, non è occorso che alcuni di questi popoli abbino inondato alcuno paese, è nato per più cagioni. La prima, la grande evacuazione che fece quel paese nella declinazione dello imperio; donde uscirono più di trenta popolazioni. La seconda è che la Magna e1’Ungheria,  donde ancora uscivano di queste genti, hanno ora il loro paese bonificato in modo, che vi possono vivere agiatamente; talché non sono necessitati di mutare luogo. Dall’altra parte, sendo loro uomini bellicosissimi, sono come uno bastione a tenere che gli Sciti, i quali con loro confinano, non presumino di potere vincergli o passargli. E spesse volte occorrono movimenti grandissimi da’Tartari, che sono di poi dagl’Ungheri e da quelli di Polonia sostenuti; e spesso si gloriano, che se non fussino 1’arme loro, la Italia e la chiesa  arebbe molle volle sentito il peso degl’eserciti tartari. E questo voglio basti quanto a’prefati  popoli. Quali cagioni comunemente faccino nascere le guerre intra i polenti. La cagione che fece nascere guerra intra i Romani ed i Sanniti, che  erano stati in lega gran tempo, è una cagione comune che nasce infra tutti i principati potenti. La qual cagione o la viene a caso, o la  è fatta nascere da colui che desidera  muovere la guerra. Quella che nacque intra i Romani ed i Sanniti, fu a caso; perchè la intenzione de’Sanniti non fu, muovendo guerra a’Sidicini, e di poi a’Campani, muoverla ai Romani. .\Ia sendo i Campani  oppressati, e ricorrendo a Roma fuora della oppinione de’Romani e de’Sanniti, furono forzati, dandosi i Campani ai Romani, come cosa loro difendergli, e pigliare quella guerra che a loro parve non potere colloro onore fuggire. Perchè e’pare bene a’Romani ragionevole non  potere difendere i Campani come amici, eontra ai Sanuiti amici, ma pare ben loro vergogna non gli difendere  come sudditi, ovvero raccomandali; giudicando, quando e’non avessino presa tal difesa, torre la via a tutti quelli che disegnassino venire sotto la potestà loro. Ed avendo Roma per fine l’imperio e la gloria, e non la quiete, non poteva ricusare questa impresa. Questa medesima cagione da principio alla guerra conira a’Cartaginesi, per la difensione che i Romani presono de’Messinesi in  Sicilia: la quale fu ancora a caso. Ma non fu già a caso di poi la guerra che nacque infra loro; perchè Annibaie capitano Cartaginese assalta i Saguntini amici de’Romani in Ispagna, non per offendere quelli, ma per muovere l’arme romane, ed avere occasione di combatterli, c passare in Italia. Questo modo nello appiccare nuove guerre è stato sempre consueto intra i potenti, e che si  hanno e della  fede, e d’altro, qualche rispetto. Perchè, se io voglio fare guerra con uno principe, ed infra noi siano fermi capitoli per un gran tempo oservati, con altra giustificazione e con altro colore assalterò io un suo amico che lui proprio 5 sappiendo massime, che nello assaltare lo amico, o ci si risentirà, ed io arò  V intento mio di fargli guerra; o non si risentendo, si scuoprirà la  debolezza o la infidelità sua di non difendere un suo raccomandato. E l’una e I'altra di queste due cose è per torgli riputazione, e per fare più facili i disegni miei. Debbesi notare, adunque, e pella dedizione de'Campani, circa il muovere guerra, quanto di sopra si è detto; e di più, qual rimedio abbia una città che non si possa per sè stessa difendere, e voglisi difendere in ogni modo da  quel clic l'assalta: il quale è darsi Uberamente a quello che tu disegni che ti difenda; come feciono i Capovani ai Romani, ed  i Fiorentini al ré Roberto di Napoli: il quale non gli volendo difendere come amici, gli difese poi come sudditi contra alle forze di Castruceio da Lucca, die gli opprimeva. I danari non sono il nervo della guerra j secondo che è la comune oppi ninne. Perchè  ciascuno può cominciare una guerra a sua posta, ma non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere tanta prudenza, che delle sue forze ei non s’inganni; ed ogni volta s’ingannerà, quando le misuri o dai danari, o dal sito, o dalla benivoienza degli uomini, mancando dall’altra parte d’arme proprie. Perchè  le cose predette ti accrescono bene le forze, ma le non te ne danno; e per sè medesime sono nulla; e non giovano alcuna cosa senza l’arme fedeli. Perchè i danari assai, non ti bastano senza quelle; non ti giova la fortezza de! paese; e la fede‘e benivoienza degli uomini non dura, perchè questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni monte, ogni lago, ogni luogo  inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori mancano. I danari ancora non solo non ti difendono, ina ti fanno predare più presto. Nè può essere più falsa quella comune oppinione che dice che i danari sono il nervo della guerra. La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella guerra che fu intra A'ntipatro macedone c il re spartano: dove narra, che per difetto di danari il re di Sparta  fu necessitato azzuffarsi, e fu rotto; che se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la nuova in Grecia della morte d’Alessandro, donde e sarebbe rimaso vincitore senza combattere. Ma mancandogli i danari, e dubitando che lo esercito suo per difetto di quelli non Io abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa: talché Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari essere  il nervo della guerra. La qual sentenza è allegata ogni giorno, v da’principi non tanto prudenti che basti, seguitata. Perchè, fondatisi sopra quella, credono che basti loro a difendersi avere tesori assai, e non pensano che se’1 tesoro basta a vincere, che Dario arebbe vinto Alessandro, i Greci nrebbon vinti i Romani; ne’nostri tempi il duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono,  il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Giulio II, nella guerra d’Urbino. Ma tutti i soprannominali furono vinti da coloro che non il danaro, ma i buoni soldati stimano essere il nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re di Lidia mostrò a Solone ateniese, fu un tesoro innumerabile; c domandando quel che gli pare  della potenza sua, gli rispose Solone, che per quello non lo giudica più potente; perchè la guerra si fa col ferro e non coll’oro, e che poteva venire uno che avesse piu ferro di lui, e torgliene. Olir’a questo, quando, dopo la morte d’Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in Asia; e mandando i Franciosi oratori al re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re,  per mostrare la potenza sua e per {sbigottirli, mostrò loro oro ed argento assai: donde quelli Franciosi che di già avevano come ferma la pace, la j uppono; tanto desiderio in loro crebbe di torgli quell’oro: e cosi fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata. 1 Yeniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro pieno di tesoro, perdeno tutto lo Stato, senza potere essere difesi da quello. Dico pertanto, non l’oro, come grida la comune oppinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perchè 1’oro non è suflìzienle a trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati son ben sutlìzienti a trovare l’oro. Ai Romani, s’egli avessero voluto fare la guerra più con i danari che con ii ferro, non sarebbe bastato avere tutto il tesoro del  mondo, considerato le grandi imprese che fcciono, e le difficoltà che vi ebbono dentro. Ma facendo le loro guerre con il ferro, non patirono mai carestia dell'oro; perchè da quelli che li temevano era portato l’oro infino ne’campi. E se quel re spartano per carestia di danari ebbe a tentare la fortuna della  /uffa, intervenne a lui quello, per conto de’danari, che molte volte è intervenuto per altre cagioni; perchè s’è veduto che, mancando ad uno esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire di fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre d’azzuffarsi, per essere più onorevole, e dove la fortuna ti può in qualche modo favorire. Ancora è intervenuto molte volte, che veggendo uno capitano al suo esercito nimico venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello  e tentare la fortuna della zuffa; o aspettando eh’egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne ad Asdrubale quando nella Marca fu assaltato da Claudio Verone, insieme con l’altro consolo romano), che un capitano che è necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge il combattere; parendogli in questo  partito, ancora che dubbiosissimo, potere vincere;  ed in quello altro, avere a perdere in ogni modo. Sono, adunque, molte necessitati che fanno a uno capitano fuor della sua intenzione pigliare partito d’azzuffarsi; intra le quali qualche volta può essere la carestia de’danari: nè per questo si debbono i danari giudicare essere il nervo della guerra, più che le altre cose che inducono gli  uomini n simile necessità. Non è, adunque, replicandolo di  nuovo. 1’oro il nervo della guerra; ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo, ina è una necessità che i soldati buoni per sè medesimi la vincono; perchè è inipossibile che a’buoni soldati manchino i danari, come che i denari pei loro medesimi truovino i buoni soldati. Mostra questo che noi diciamo essere  vero, ogni istoria in mille luoghi; non ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con tutto il Peloponneso, mostrando che e  potevano vincere quella guerra colla industria e colla forza del danaio. E benché in tale guerra gl’ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perdeno; e valsoti più il consiglio e gli buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio d’Atene.  Ma L. è di questa oppinione più vero testimone che alcuno altro, dove discorrendo se Alessandro Magno fusse venuto in Italia, s’egli avesse vinto i Romani, mostra esser tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani prudenti, e buona fortuna: dove esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessino in queste cose, fa di poi la sua conclusione senza ricordare mai i danari. Doverono i Capovani, quando furono ricfiiesti da’Sidicini che prendessino l’arme per loro contea ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, c non dai soldati: perchè, preso ch’egli ebbero partito d’aiutarli, dopo due rotte furono constretti farsi tributari de’Romani, se si vollono salvare. Non è partito prudente fare amicizia con un principe che abbia più oppinionc che forze. Volendo L. mostrare l’errore de’Sidicini a fidarsi dello aiuto de’Campani, e l’errore de’Campani a credere potergli difendere, non lo potrebbe dire con più vive parole, dicendo: Campani magie nomen in auxilium Sidicinorunij quam vires ad prcesidium atlulcrunl. Dove si debbe notare che le leghe si fanno co’principi che non abbino o comodità d’aiutarti pella distanzia del sito, o forze  di farlo per suo disordine o altra sua cagione, arrecano più fama che aiuto a coloro ehe se ne fidano: come intervenne ne’dì nostri a’Fiorentini, quando il papa ed il re di Napoli gl’assaltarono; che essendo amici del re di Francia, trassono di quella amicizia magis nomcn, r/nam praesidium: come interverrebbe ancora a quel principe, che confidatosi di Massimiliano imperatore, fa qualche impresa; perchè questa è una di quelle amicizie che arrecherebbe a chi la fa magis nomcn 9 quam  prassi ditinij come si dice in questo testo, che arrecò quella de’Capovani ai Sidicini. Errarono, adunque, in questa parte i Capovani, per parere loro avere più forze che non avevano. E così fa la poca prudenza delti uomini qualche volta, che non sappiendo nè potendo difendere sè medesimi,  vogliono prendere imprese di difendere altrui: come fecero ancoro i Tarentini, i quali, sendo gl’eserciti romani allo Incontro dell’esercito de’Sanniti, mandorono ambasciadori al consolo romano, a fargli intendere come ci volevano pace intra quelli duoi popoli, e come erano per fare guerra centra a quello che dalla pace si  discostasse, talché il consolo, ridendosi di questa proposta, alla  presenza di detti ambasciadori fa sonare a battaglia, ed al suo esercito comandò che anda a trovare il nimico, mostrando ai Tarentini col1’opera e non colle parole – GRICE A MAN OF WORDS AND NOT OF DEEDS IS LIKE A GARDEN FULL OF WEEDS -- di che risposta essi erano degni. Ed avendo ragionato dei parliti che pigliano i principi al contrario pella difesa d’altrui, voglio parlare di quelli che si pigliano pella difesa propria. Scegli è meglio, temendo d’essere assaltalo o inferire, o aspettare la  guerra. lo lio sentito d’uomini assai pratichi nelle cose della guerra qualche volta disputare, se sono duoi principi quasi d’eguali forze, se quello più gagliardo abbi bandito la guerra contra a quello altro, quale sia miglior partito per Poltro; o aspettare il nimico  dentro ai confini suoi, o andarlo a trovare in casa, ed assaltare lui: e ne fio sentito addurre ragioni d’ogni parte. E chi difende l’andare assaltare altrui, n’allega il consiglio che Creso da a Ciro, quando arrivato in su’confini de’Massageli per fare lor guerra, la lor regina Tarniri gli manda a dire, ch’elegge quale de'duoi partiti volesse; o entrare nel regno suo, dovè essa Ip aspetterebbe; o volesse che ella venisse a trovar lui. E venuta la cosa in disputazionc, Creso, contra all’oppinione degl’altri, dice che s’andasse a trovar lei; allegando che s’egli la vince discosto al suo regno, che non gli torrebbe il regno, perchè ella arebbe tempo a rifarsi; pia se la vince dentro a’suoi confini, potrebbe seguirla in su la fuga, e non le dando spazio a rifarsi, torli io Stato. Allegane ancora  il consiglio che da Annibaie ad Antioco, quando quel re disegna fare guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non si potevano vincere se non in Italia, perchè quivi altri si poteva valere delle arme e delle ricchezze e degl’amici loro; chi gli combatte fuora d’Italia, e lascia loro l’Italia libera, lascia loro quella fonte, che mai li manca vita a somministrare forze dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima torre Roma che l’imperio; prima l’Italia che l’altre provincie. Allega ancora Agatocle che non potendo sostenere la guerra di casa, assalta  i Cartaginesi clic glieuc facevano, e gli ridusse a domandare pace. Allega SCIPIONE che per levare la guerra d’Italia, assalta l’Affrica. Chi parla al contrario dice, che chi vuole fare capitare male uno nimico, lo discosti da casa. Allegane gl’Ateniesi, che mentre che feciono la guerra comoda alla casa loro, restarono superiori; e come si discostarono, ed andarono cogl’eserciti in Sicilia, perderono la libertà. Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato da  Ercole Egizio, fu insuperabile mentre che Io aspettò dentro a’confini del suo regno; ma come e’se ne discosto per astuzia di Ercole, perdè lo Stalo e la vita.  Onde è dato luogo alla favola di Anteo, che sendo in terra ripiglia le forze da sua  madre, che era la Terra; e che Ercole avvedutosi di questo, lo leva in alto, e discostollo dalla terra. Allegane ancora i giudizi moderni. Ciascuno sa  come Ferrando re di Napoli fu ne’suoi tempi tenuto uno savissimo principe: e venendo la fama, duoi anni avanti la sua morte, come il re di Francia Carlo Vili voleva venire ad assaltarlo, avendo fatte assai preparazioni, ammalò; e venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasciò ad Alfonso suo figliuolo, fu che egli aspettasse il nimico dentro al regno; e per cose del mondo non traesse  forze fuori dello Stato suo, ma lo aspettasse dentro aisuoi confini tutto intero; il che non fuosservato da quello; ma mandato uno esercito in Romagna, senza combattere perdè quello c lo Stato. Le ragioni che, oltre alle cose dette, da ogni parte si adducono, sono: che chi assalta viene con maggiore animo che chi aspetta, il che fa più confidente lo esercito; toglie, oltra di questo, molte  comodità al nimico di potersi valere delle sue cose, non si potendo valere di quei sudditi che sieno saccheggiati; e per avere il nimico in casa, è constretto il signore avere più rispetto a trarre da loro danari ed affaticargli: sicché e’viene a seccare quella fonte, come dice Annibaie, che fa che colui può sostenere la guerra. Oltre di questo, i suoi soldati, per trovarsi ne’paesi d’ altrui, sono  più necessitati a combattere; e quella nccessila fa virtù, come più volte abbiamo detto. Dall’altra parte si dice; come aspettando il nimico, si aspetta con assai vantaggio, perchè senza disagio alcuno tu puoi dare a quello molti disagi di vettovaglia, e d’ogni altra cosa che abbia bisogno uno esercito: puoi meglio impedirli i disegni suoi, per la notizia del paese cheta hai più di lui: puoi con  più forze incontrarlo, per poterle facilmente tutte unire, ma non potere già tutte discostarle da casa: puoi sendo rotto rifarti facilmente; sì perchè del tuo esercito se ne salverà assai, per avere i rifugi propinqui; si perchè il supplemento non ha a venire discosto: tanto che tu vieni arrischiare tutte le forze, e non tutta la fortuna; e discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non tutte le forze. Ed  alcuni sono stati che per indebolire meglio il suo nimico, Io lasciano entrare parecchie giornate in su il paese loro, e pigliare assai terre; acciò che lasciando i presidii in tutte, indebolisca il suo esercito, e possiulo dipoi combattere più facilmente. Ma, per dire ora io quello che io ne intendo, io credo che si abbia a fare questa distinzione: o io ho il mio paese armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri; o io l’ho disarmato, come avevano i Cartaginesi, o come Y hanno i re di Francia e gl’Italiani. In questo caso, si debbe tenere il nimico discosto a casa; perchè scudo la tua virtù nel danaio e non negli uomini, qualunque volta ti è impedita la via di quello, tu sei spacciato; nè cosa veruna te lo impedisce quanto la guerra di casa. In essempi ci sono i Cartaginesi; i quali mentre che ebbero la casa loro libera, poterono colle rendite fare guerra con i Romani; e quando la avevano assaltata, non potevano resistere ad Agatoeie. I Fiorentini non avevano rimedio ulcuuo con Castruccio signore di Lucca, perchè ci faceva loro la guerra in casa; tanto che gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Roberto di Napoli. Ma morto Castruccio, quelli medesimi  Fiorentini ebbero animo di assaltare il duca di Milano in casa, ed operare di torgli il regno: tanta virtù monstrarono nelle guerre louginque, e tanta viltà nelle propinque. Ma quando i regni sono armati, come era armata Roma e come sono i Svizzeri, sono più difficili a vincere quanto più ti appressi loro: perchè questi corpi possono unire più forze a resistere ad uno impeto, che non  possono ad assaltare altrui. Nè mi muove in questo caso I’autorità di Annibaie, perchè la passione e Y utile suo gli faceva cosi dire ad Antioco. Perchè, se i Romani avessino avute in tanto spazio di tempo quelle tre rotte in Francia ch’egli ebbero in Italia da Annibaie, senza dubbio erano spacciati: perchè non si sarebbono valuti de’residui degli eserciti, come si valsono in Italia; non  arebbono avuto a rifarsi quelle comodità; nè potevano con quelle forze resistere ai nimico, che poterono. Non si trova che, per assaltare una provincia, loro mandassino mai fuora eserciti clic passassino cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne misono in arme conira ai Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia di migliaia. Nè arebbono potuto poi romper quelli  in Lombardia, come gli ruppono in Toscana; perchè contro a tanto numero di ninnici non arebbono potuto condurre tante forze sì discosto, nè combattergli con quella comodità. I Cimbri ruppono uno esercito romano in la Magna, nè vi ebbono i Romani rimedio. Ma come egli arrivorono in Italia, e che poterono mettere tutte le loro forze insieme, gli spacciarono. I Svizzeri è facile vincergli fuori di casa, dove e’non possono mandare più che un trenta o quarantamila uomini; ma vincergli in casa, dove e’ne possono raccozzare centomila, è difficilissimo. Conchiuggo adunque di nuovo, che quel principe che ha i suoi popoli armati ed ordinali alla guerra, aspetti sempre in casa una guerra potente e pericolosa, e non la vadia a rincontrare: ma quello che ha i suoi  sudditi disarmati, ed il paese inusitato della guerra, se la discosti sempre da casa il più che può. E così r uno e l’altro, ciascuno nel suo grado, si difenderà meglio. Che si viene di bassa a gran fortuna più colla fraude che colla forza. Io stimo essere cosa verissima, che rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a gradi grandi, senza la forza e senza la fraude;  purché quel grado al quale altri è pervenuto, non ti sia o donalo, o lasciato per eredità. Xè credo si truovi mai che la forza sola basti, ma si troverà bene che la fraude sola basterà: còme chiaro vedrà colui che legge la vita di Filippo di Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri simili, che d’infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o ad imperi grandissimi.  Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dell’ingannare; consideralo che la prima  ispedizione che fa fare a Ciro contea il re d’Armenia, è piena di fraude, e come con inganno, e non con forza, gli fa occupare il suo regno; e non conchiude altro per tale azione, se non che ad un principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a ingannare. Fagli, olirà di questo,  ingannare Ciassare, re de’Medi, suo zio materno, in più modi; senza la quale fraude mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Nè credo che si truovi mai alcuno constiluito in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio solo colla forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo colla fraude: come fa Galeazzo per tor lo Stato e lo imperio di Lombardia a messer  Bernabò suo zio. E quei che sono necessitati fare i principi ne’principi! degli augumenti loro, sono ancora necessitate a fare le repubbliche, infimo che le sieno diventate potenti, e che basti la forza sola. E perchè Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò ancora di questo. Nè potè usare, nel principio, il maggiore inganno,  che pigliare il modo di sopra discorso da noi, di farsi compagni; perchè sotto questo nome se li fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli all’intorno. Perchè prima si valse dell’arme loro in domare i popoli convicini, e pigliare la riputazione dello Stato: di poi, domatogli, venne in tanto augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avviddono mai di essere al tutto  servi, se non poi che viddono dare due rotte ni Sanniti, e costrettigli ad accordo. La (piale vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani eoi principi longinqui, clic mediante quella sentirono il nome romano e non l’armi; così generò invidia e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l’armi, intra i quali furono i Latini. E tanto potè questa invidia e questo timore, che non solo  i Latini, ma le colonie che essi avevano in Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanti difesi, congiurarono contra al nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra, che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma difendendo i Sidicini contra ai Sanniti; a’quali i Sanniti facevano guerra con licenza de’Romani. E che sia vero che i Latini si movessino per avere conosciuto questo inganno, lo dimostra L. nello bocca di Annio Setiuo pretore latino, il quale nel consiglio loro disse queste parole: Nam, si etìam mine sub umbra feederis cequi servitutem pati possumus etc. Yedesi pertanto i Romani ne’primi augumenti loro non essere mancati eziam della fraude; la quale fu sempre necessaria ad usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa de’Romani. Ingannatisi molte volle gli uomini j credendo coll’umilila vincere la superbia.Vedesi molle volte come l’umilila non solamente non giova, ma nuoce, massimamente usandola cogl’uomini insolenti, che, o per invidia o per altra cagione, hanno concetto  odio teco. Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di guerra intra i Romani ed i Latini. Perchè, dolendosi i Sanniti con i Romani, che i Latini gli avevano assaltati, i Romani non vollono proibire ai Latini tal guerra, desiderando non gli irritare: il che non solamente non gli irritò, ma gli fece diventare più animosi contro a loro, e si scopersono più presto inimici. Di che ne  fanno fede le parole usate dal prefato Annio pretore latino nel medesimo concilio, dove dice: Tentaslis patientiam negando mililem: (jais dubitai cxarsisse eos ? Pcrtulerunt (amen  hunc dolorem. Excrcitus nos parare adversus Snmnilcs feederatos suos audierunl, ncc mnverunt se ab urbe. I Inde hcec illis tanta modestia j, ni si a eonscienlia virium, et n os trarum, et suarum? Conoscesi,  pertanto, chiarissimo per questo testo, quanto la pazienza de’Romani accrebbe l’arroganza de’Latini. E però, mai uno principe debbe volere mancare del grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna cosa d’accordo, volendola lasciare onorevolmente, se non quando e’la può, o e’si crede che la possa tenere: perchè gli è meglio quasi sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non  la possa lasciare nel modo detto, lasciarsela torre colle forze che con la paura delle forze. Perchè se tu la lasci con In paura, lo fai per levarli la guerra, ed il più delle volte non te la lievi: perche colui a chi tu arai con una viltà scoperta concesso quella, non starà saldo, rao ti vorrà torre delle altre cose, e si accenderà più contra di te, stimandoti meno; e dall'altra parte, in tuo favore troverai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o debole, o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari le forze, ancoraché le siano inferiori a lui quello ti comincia a stimare; stimanti più gli altri principi allo intorno; ed a tale viene voglia di aiutarti, sendo in su P arme, che abbandonandoti non ti aiuterebbe mai. Questo si intende quando tu abbia uno inimico; ma  quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi ad al’euno di loro per riguadagnarselo, ancoraché fusse di già scoperta la guerra, e per smembrarlo dagli altri confederati tuoi inimici, fia sempre partito prudente. Gli Stati deboli sempre fieno ambigui nel risolversi: e sempre le deliberazioni lente sono nocive.in questa medesima materia, ed in questi medesimi principi! di guerra  intra i Latini ed i Romani, si può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello die si ha a deliberare, e non stare sempre in ambiguo, nè in su lo incerto della cosa. Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando c’pensavano alienarsi da’Romani. Perchè avendo presentito questo cattivo umore che ne’popoli latini era entrato, i Romani, per  eertificarsi della cosa,  c per vedere se potevano senza mettere mano all’arme riguadagnarsi quelli  popoli, fecero loro intendere, come e’mandassero a Roma otto cittadini, perchè avevano a consullare colloro. I Latini, inteso questo ed avendo conscienza di molte cose fatte centra alla voglia de’Romani, fcciono consiglio per ordinare chi dovesse ire a Roma, e dargli commissione di  quello ch’egli avesse a dire. Estando nel consiglio in questa disputa, ANNIO loro pretore disse queste parole: Ad sumiuam veruni nostrarum pertinerc arbitrar, ut vogilctis magis, quid agendum nobis, quam quid loqucndum sii. Facile crii, cxphcatis consiliis j accommodarc rebus nerba. Sono, senza dubbio, queste parole verissime, e debbono essere da ogni principe e da ogni repubblica  gustate: perchè nell’ambiguità e nell’incertitudine di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole; ma fermo una volta 1’animo, e deliberalo quello sia da eseguire, è facil cosa trovarvi le parole, lo ho notato questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle pubbliche azioni, con danno i’con vergogna della repubblica  nostra. E sempre mai avverrà, che ne’partiti ilubbii, e dove bisogni animo a deliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbino ad esser consigliati e deliberati d’uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le deliberazioni lente e tarde, che ambigue; massime quelle che si hanno a deliberare in favore di alcuno amico: perchè colla lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a sè mede simo. Queste deliberazioni così fatte procedono o da debolezza d’animo e ili forze, o da malignità di coloro che hanno a deliberare; i quali, mossi dalla passimi propria di volere rovinare lo Stato o adempire qualche suo desiderio, non lasciano seguire la deliberazione, ma la impediscono e l’attraversano. Perchè i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popolare voltarsi alla parte  perniciosa, mai impediranno il deliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu Girolamo liranno in Siracusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono i Siracusani in disputa se dovevano seguire l’amicizia romana o la cartaginese. E tanto era l’ardore delle parti che la cosa sta ambigua, uè se ne prende alcuno partito; insino a tanto che  Apollonide, uno de’primi in Siracusa, con una sua orazione piena di prudenza, mostrò come non era da biasmare chi teneva E oppinione ili aderirsi ai Romani, nè quelli che volevano seguire la  parte cartaginese; ma era bene da detestare quell’ambiguità e tardità di pigliare il partito, perchè vede al tutto in tale ambiguità la rovina della repubblica; ma preso che si fusse il partito,  qualunque e’si fosse, si poteva sperare qualche bene. Nè potrebbe mostrare più  L.  che si faccia in questa parte, il danno che si tira dietro lo stare sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de’Latini: perchè, sendo i Latini ricerchi da loro gli stessine neutrali, e che il re venendo in Italia gli avesse a mantenere nello Stato e ricevere in proiezione: e dette tempo un mese alla città a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione da chi per poca prudenza favoriva le cose di Lodovico: intantoehè, il re già sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la ratificazione accettata; come quello che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati, e non voluntari nella amicizia sua. Il che costò alla città di Firenze assai danari, e fu per perdere lo Stato: come poi altra volta per simile causa li intervenne. E tanto più fu dannabile quel partito, perchè non si servi ancora il duca Lodovico; il quale se avesse vinto, arebbe mostri molti più segni d’inimicizia  conira ai Fiorentini, che non fece il re. E benché del male che nasce alle repubbliche di questa debolezza se ne sia di sopra in uno altro capitolo discorso; nondimeno, avendone di nuovo occasione per  un nuovo accidente, ho voluto replicarne, parendomi, massime, materia che debba esser dalie repubbliche simili alla nostra notala. Quanto i soldati ne’nostri tempi si disformino dall’anttcht ordini. ha più importante giornata che fu mai fatta in alcuna guerra con alcuna nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece con i popoli latini, nel consolato di Torquato e di Decio. Perchè ogni  ragione vuole, che cosi come i Latini per averla perduta diventarono servi, così sarebbono stati servi i Romani, quando non l’avessino vinta. E di questa oppinone è L.; perchè in ogni parte fa gl’eserciti pari d’ordine, di virtù,  d’ostinazione c di numero: solo vi fa differenza, che i capi dell’esercito romano furono più  irtuosi che quelli dell’esercito latino. Yedesi ancora come nel maneggio  di questa giornata nacquero duoi accidenti non prima nati, e che di poi hanno rari esempi: che de’duoi Consoli, per tenere fermi gl’animi de’soldati, ed ubbidienti al comandamento loro, e diliberati al combattere, 1’uno ammazzò sè stesso, e I’altro il figliuolo. La parità, che L. dice essere in questi eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari di lingua, d’ordine e d’arme: perchè nell’ordinare la zuffa tenevano uno modo medesimo $ e gl’ordini ed i capi degl’ordini avevano medesimi nomi. Era dunque necessario, sondo di pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa istraordinaria, che fermasse e facesse più ostinati gl’animi dell’uno che dell’altro: nella quale ostinazione consiste, come altre volte si è detto, la vittoria; perchè, mentre che  la dura ne’petti di quelli che combattono, mai non danno volta gl’eserciti. E perchè la durasse più ne’petti de’Romani che de’Latini, parte la sorte, parte la virtù de’Consoli fece nascere, che Torquato ebbe ad ammazzare il figliuolo, e Decio sè stesso. Mostra L., nel mostrare questa purililà di forze, tutto l’ordine che tenevano i Romani nell’eserciti e nelle zuffe. Il quale esplicando egli  largamente, non replicherò altrimenti; ma solo discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che per essere negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto negli eserciti e nelle zuffe di molti disordini. Dico, adunque, che per il testo di Livio si raccoglie, come lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la seconda principi, la terza triarii: e ciascuna di queste aveva i suoi cavalli. Nell’ordinare una zuffa, ei mettevano gl’astatiinnanzi; nel secondo luogo, per diritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel mede»imo filo, collocano i triadi. I cavalli di tulli questi ordini gli ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le schiere de’quali  cavalli, dalla forma loro e dal luogo, si chiamavano alce, perchè parevano come due alie di quel corpo. Ordinavano la prima schiera delli astati, che era nella fronte, serrata in modo insieme che la potesse spignere e sostenere il nimico. La seconda schiera de’principi, perchè non era la prima a combattere, ma bene le conveniva soccorrere alla prima quando fusse battuta o urtata, non la  facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualità che la potesse ricevere in sè senza disordinarsi la prima, qualunque volta, spinta dal nimico, fusse necessitata ritirarsi. La terza schiera de’triadi aveva ancora gl’ordini più radi che la seconda, per potere ricevere in sè, bisognando, le due prime schiere de’principi e degli astati. Collocate, dunque, queste schiere in questa  forma, appiccavano la zuffa: e se gl’astati erano sforzati o vinti, si ritiravano nella radila degl’ordini de’principi; e tuttiinsieme uniti, fatto di due schiere un J corpo, rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano ributtati e sforzati, si ritiravano tutti nella radila degl’ordini de’trioni; e tutte tre le schiere diventate un corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non avere più da  rifarsi, perdeno la giornata. E perchè ogni volta che questa ultima schiera de’triarii si adopera, lo esercito era in pericolo, ne nacque quel proverbio: Res redacta est ad triarios; che ad uso toscano vuol dire: Noi abbiamo messo I’ultima posta. I capitani dei nostri tempi, come egli hanno abbandonato tutti gli altri ordini, e della antica disciplina ei non ne osservano parte alcuna, cosi hanno  abbandonata questa parte, la quale non è di poca importanza: perchè chi si ordina da potersi nelle giornate rifare tre volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere perdere, ed ha ad avere per riscontro una virtù che sia atta tre volte a vincerlo. Ma chi non sta se non in su M primo urto, come stanno oggi gli eserciti cristiani, può facilmente perdere; perchè ogni disordine, ogni  mezzana virtù gli può torre la vittoria. Quello che fa agli eserciti nostri mancare di potersi rifare tre volte, è lo avere perduto il modo di ricevere I una schiera uelP altra. Il che nasce perchè al presente sf ordinano le giornate con uno di questi duoi disordini: o ei mettono le loro schiere a spalle P una  delP altra, e fanno la loro battaglia larga per traverso, e sottile per diritto; il che la fa più  debole, per aver poco dal petto alle schiene. E quando pure, per farla più forte, ei riducono le schiere per il verso de’ Romani, se la prima fronte è rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla seconda, s’ingarbugliano insieme tutte, e rompono sè medesime: perché se quella dinanzi è spinta, ella urta la seconda; se la seconda si vuol far innanzi, ella è impedita dalla prima: donde che  urlando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce tanta confusione, che spesso uno minimo accidente rovina uno esercito. Gli eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove mori monsignor de Pois, capitano delle genti di Prandi (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene combattuta giornata) s’ordinarono con uno de’soprascritti modi; cioè clic l’uno e1’altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non venivano avere nè 1’uno nè 1’altro se non una fronte, ed erano assai più per il traverso cìie per il diritto. E questo avviene loro sempre dove egli hanno la campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché, conoscendo il disordine che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggouo quando e’possono col  fare la fronte larga, coni’ t detto; ma quando il paese gli ristringe, si stanno nel disordine soprascritto, senza pensare il rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese inimico, o se e’predano, o se e’ fanno altro maneggio di guerra. Ed a santo Regolo in quel di Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani ne’tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e quella  città, per la sua ribellione dopo la passata di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tal rovina d’altronde, clic dalla cavalleria amica; la quale sendo davanti e ributtata da’nimici, percosse nella fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante delle genti dierono volta: e messcr Ciriaco dal Borgo, capo antico delle fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volle,  non essere mai stato rotto se non dalla cavalleria degli amici. 1 Svizzeri, che sono i maestri delle moderne guerre, quando ei  militano coi Franciosi, sopra tulle le cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse ributtata, non gli urti. E benché queste cose paiano facili ad intendere, e facilissime a farsi; nondimeno non si è trovato ancora alcuuo de’nostri contemporanei  capitani, che gl’antichi ordini imiti, e gli moderni corregga. E benché gl’abbino ancora loro tripartito l’esercito, chiamando 1’una parte antiguardo, l’altra battaglia e l’altra retroguardo; non se ne servono ad altro che a comandargli nelli  alloggiamenti: ma nello adoperargli, rade volte è, come di sopra è detto, che a tutti questi corpi non faccino correre una medesima fortuna. E perchè  molti, per scusare l’ignoranza loro, allegano che la violenza dell’artiglierie non patisce che in questi tempi s’usino molti ordini degl’antichi, voglio disputare questa materia, ed esaminare se l’artiglierie impediscono che non si possa usare l’antica virtù. Quanto si debbino sii inave dagl’eserciti ne'presenti tempi l’artiglierie; e se quella oppiatone che se ne ha in universale j è vera. Considerando io, oltre alle cose soprascritte, quante zuffe campali (chiamate ne’ nostri tempi, con vocabolo francioso, giornate, e dagl’Italiani fatti d’arme)  furono fatte dai Romani in diversi tempi; mi è venuto in considerazione l’oppinione universale di molti, che vuole che se in quelli tempi fussino state le artiglierie, non sarebbe stato lecito a’Romani, nè sì facile,  pigliare le provincie;  farsi tributari i popoli, come e’feciono; nè arebbono in alcuno modo fatti si gagliardi acquisti. Dicono aiTcora, che mediante questi instrumenti de’fuochi, gli uomini non possono usare nè mostrare la virtù loro, come e’ potevano anticamente. E soggiungono una terza cosa: che si viene con piu diflìeultà alle giornale che non si veniva allora, nè vi si può tenere dentro quegli ordini di  quelli tempi; talché la guerra si ridurrà col tempo in su le artiglierie. E giudicando non fuora di proposito disputare se tali oppiuioui sono vere, e quanto l’artiglierie abbino cresciuto o diminuito di forze agl’eserciti, e se le tolgano o danno occasione ai buoni capitani d’operare virtuosamente; comiucerò a parlare quanto alla prima loro oppinione: che gl’eserciti antichi romani non  arebbono fatto gl’acquisti che feciono, se l’artiglierie lussino state. Sopra che, rispondendo, dico: come e’si fa guerra o per difendersi, o per offendere; donde si ha prima ad esaminare a quale di questi duoi modi di guerra le faccino più utile, o più danno. E benché sia che dire fla ogni parte,  nondimeno io credo che senza comparazione faccino più danno a chi si difende, che a chi  offende. La ragione che io ne dico è, che quel che si difende, o egli è dentro a una terra, o egli è in su’campi dentro ad uno steccato. S’egli è dentro ad una terra, o questa terra è piccola, come sono la maggior parte delle fortezze, o la è grande. Nel primo caso, chi si difende è al tutto perduto, perchè l’impeto delle artiglierie è tale che non trova muro, ancoraché grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni spazi da  ritirarsi e con fossi e con ripari, si perde. Nè può sostenere 1’impeto del nimico che volesse di poi entrare pella rottura del muro, nè a questo gli giova artiglieria ch’ha: perchè questa è una massima, che dove gl’uomini in frotta e con impeto possono andare, l’artiglierie non gli sostengono. Però i furori oltramontani nella difesa delle terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gl’assalti italiani, i quali non in frolla, ma spicciolati si conducono alle battaglie, le quali loro, per nome mollo proprio, chiamano scaramuccio. E qucsli che vanno con questo disordine e questa freddezza ad una rottura d’un muro dove sia  artiglierie,  vanno ad una manifesta morte, c conira a loro l’artiglierie vogliono: ma quelli clic in frotta condensati, e che l’uno spinge l’altro, vengono  ad una  rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrano in ogni luogo, e l’artiglierie non gli tengono; e se ne muore qualcuno, non possono essere tanti che gl’impedischino la vittoria. Questo esser vero, si è conosciuto in molte espugnazioni fatte dagl’oltramontani IN ITALIA, e massime in quella di BRESCIA: perchè, sendosi quella terra ribellata da’Franciosi, e tenendosi ancora  per il re della Gallia la fortezza, hanno I VENEZIANI,  per sostenere l’impeto che ila quella potesse venire nella terra, munita tutta la strada d’artiglierie che dalla fortezza alla città scende, e postane a fronte e ne’fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno. Delle quali monsignor di Fois non fa alcuno conto; anzi quello con il suo squadrone, disceso a piede, passando pel mezzo di quelle,  occupa la città, nè per quelle si sentì eli’egli avesse  ricevuto alcuno memorabile danno. Talché, chi si difende in una terra piccola, conte è detto, e trovisi le mura in terra, e non ha spazio di ritirarsi con i ripari e con fossi, ed hasi a fidare in su l’artiglierie, si perde subito. Se tu difendi tuta terra gronde, e che tu hai comodità di ritirarti, sono nondiinanco senza comparazione più utili l’artiglierie a chi è di fuori, che a chi è dentro. Prima, perchè a volere ch’una artiglieria nuoca a quelli che sono di fuora, tu sei necessitato levarti con essa dal piano della terra; perchè, stando in sul piano, ogni poco d’argine e di riparo che il nimico fa, rimane sicuro, e tu non gli puoi nuocere. Tanto che avendoti ad alzare, e tirarti sul corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da  terra, tu ti tiri dietro due difficoltà. La prima, che non puoi condurvi artiglieria della grossezza e della potenza che può trarre colui di fuora, non si potendo ne’piccoli spazi maneggiare le cose grandi. L’altra, che quando bene tu ve la potessi condurre, tu non puoi fare quelli ripari fedeli e sicuri, per salvare detta artiglieria, che possono fare quelli di fuora, essendo in su terreno, ed avendo  quelle comodità e quello spazio che loro medesimi vogliono: talmentechè, gli è impossibile a chi difende una terra, tenere l’artiglierie ne’luoghi alti, quando quelli che soli di fuora abbino assai artiglierie e polenti; e se egli hanno a venire con essa ne’luoghi bassi, ella diventa in buona parte inutile. Talché la difesa della città si ha a ridurre a difenderla colle braccia, come anticamente si  fa, e colla artiglieria minuta: di che se si trae un poco d’utilità rispetto a quella artiglieria minuta, se ne cava incomodità che contrappesa alia comodità della artiglieria; perchè, rispetto a quella, si riducono le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne’fossi: talché, com’e’si viene alle battaglie di mano, o per essere battute le mura o per essere ripieni i fossi, ha chi è dentro molti più  disavvantaggi che non ha allora. E però si disse giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le terre che a chi è campeggiato. Quanto alla cosa di ridursi in uno campo dentro ad uno steccato per non fare giornata, se non a tua comodità o vantaggio. Dico che in questa parte tu non hai più rimedio ordinariamente a difenderti di non combattere, che s’avessino gl’antichi; e qualche  volta, per conto dell’artiglierie, hai maggiore disavvantaggio. Per chè, s’il nimico ti giunge addosso, ed ha un poco di vantaggio del paese, come può facilmente intervenire; e truovìsi più alto di te; o che nello arrivare alio tu non hai ancora fatti i gini, e copertoli bene con que luto, e senza che tu hai alcun ti disalloggia, e sei forzato usci fortezze tue, e venire alla zuffa intervenne agli  Spagnuoli nel nata di RAVENNA i quali essent nili tra il fiume del Ronco ed gine, per non l’avere tirato  U che bastasse,  e per avere i Frai poco il vantaggio del terreno, constretti dall’artiglierie usci fortezze loro, e venire alla zi dato, come il più delle volte de sere, che il luogo che tu hai coll campo è più eminenti altri all’incontro, e che gli ar; sino buoni e sicuri, tale che, r il sito e 1’altre tue preparazio miro non ardisse d’assaltarti; in questo caso a quelli modi c cainente si veniva, quando uno il suo esercito in lato da non pi sere offeso: i quali sono, co paese, pigliare o campeggiare le terre tue amiche, impedirti le vettovaglie; tanto che tu sarai forzato da qualche necessità a disalloggiare, e venire a giornata; dove l’artiglierie non operano molto. Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e reggendo come ei feciono quasi tutte le lor guerre per offendere altrui, e non per difender loro; si vedrà, quando sieno vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono avuto più vantaggio, e piu presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fussino state in quelli tempi. Quanto alla seconda cosa, che gl’uomini non possono mostrare la  virtù loro, come ei potevano anticamente, mediante l’artiglieria; dico eh’egli è vero, che dove gl’uomini spicciolati si hanno a mostrare, eh’e’portano più pericoli che allora, quando avessino a scalare una terra, o fare simili assalti, dove gl’uomini non ristretti insieme, ma di per sè 1’uno dall’altro avessiuo a comparire. E vero die gli capitoni e capi degli stanno sottoposti più al perii! morte che allora, potendo esser con le artiglierie in ogni lu giova loro lo essere nelle ultii «Ire, e muniti di uomini fortissi dimeno si vede che l’uno c P questi duoi pericoli fanno ra danni istraordinari: perchè munite bene non si scalano, i con assalti deboli ad assaltarh volerle espugnare, si riduce la una ossidionc, come anticamen ceva. Ed in quelle clic pure pe si espugnano, non sono  molto i pericoli che allora: perchè n cavano anche in quel tempo a fendeva le terre, cose da trarre se non erano si furiose, facevam all’ammazzare gli uomini, *il s fello. Quanto alla morte de’ci de’condottieri, ce ne sono, in v tro anni  che sono state le guerre simi tempi in Italia, meno esempi, che non era in dieci anni di tempo appresso agii antichi. Perchè, dal conte Lodovico della  Mirandola, che morì a Ferrara quando i Veniziani pochi anni sono assaltarono quello Stato, ed il Duca di Nemors, che muore alla Ciriguuola, in fuori; non è occorso che d’artiglierie ne sia morto alcuno; percdiè monsignor di Pois a Ravenna mori di ferro, e non di fuoco. Tanto che, se gli uomini non dimostrano particolarmente la loro virtù, nasce non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini, e dalla debolezza degli eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la possono dimostrare nella parte. Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle mani, fc che la guerra si condurrà tutta in su P artiglierie, dico questa oppinione essere al tutto falsa; e così ila sempre tenuta da coloro che secondo P antica virtù vorranno adoperare gli eserciti loro. Perchè,  chi vuole fare uno esercito buono, gli conviene, con eser più apertamente questo errore, mare più i cavalli che le fantei uno altro essempio romano. E Romani a campo a Sora, ed i usciti fuori della terra una tu cavalli per assaltare il campo, fece all’incontro il Maestro de romano con la sua cavalleria, e di petto, la sorte dette che nel scontro i capi dell’uno e dell’alticito morirono; e restali  gli alti’governo, e durando nondimeno I i Romani per superare più faclo inimico, scesono a piede, e cc sono i cavalieri nimici, se si voi fendere, a fare il simile: e co questo, i Romani ne riportarom toria. Non può esser questo eì maggiore in dimostrare quanto virtù nelle fantericche ne’cavag che se nelle altre fazioni i Con cevano discendere i cavalieri i era per soccorrere alle fanterie i tivano, e che avevano bisogno ili aiuto; ma in questo luogo e’discesono, non per soccorrere alle fanterie nè per eombattere con uomini a piè de’nimici, ma combattendo a cavallo co’cavalli, giudicareno, non potendo superargli a cavallo, potere scendendo più facilmente vincergli. Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa senza grandissima diffìcultà esser  superata, se non da una altra fanteria. Crasso e Marc’Antonio romani corsone per il dominio de’Parti molte giornate con pochissimi cavalli ed assai fanteria, ed all’incontro avevano innumerabili cavalli de’Parti. Crasso vi rimase con parte dello esercito morto. Marc’Antonio virtuosamente si salvò. Nondimanco, in queste afflizioni romane si vede quanto le fanterie prevalevano ai cavalli: perchè essendo in un paese largo, dove i monti son radi, ed i fiumi radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni comodità; nondimanco Marc’Antonio, al giudicio de’Parti medesimi, mente si salvò; nè mai ebbe tutta la cavalleria pnrtica te ordini dello esercito suo. Se rimase, chi leggerà bene le s vedrà come e’vi fu piuttosto che forzato: nè mai, in tutti sordini, i Parti ardirono di  uri sempre andando costeggiando pedendogli le vettovaglie, prò gli e non gli osservando, lo et od una estrema miseria. Io avere a durare più fatica in p quanto la virtù delle fanterie lente ebe quella de’cavalli, fussino assai moderni essenv rendono testimonianza pieniss è veduto novemila Svizzeri i da noi di sopra allegata, and frontale diecimila cavalli ed fanti, e vincergli: perchè i cf li  potevano offendere: i fanti, ] gente in buona parte guascoi ordinata, stimavano poco. Yi ventiseimila Svizzeri andare a trovare sopra Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila cavalli, quarantamila fanti e cento carra d’artiglieria; e se non vinsono la giornata come a Novara, combatterono due giorni virtuosamente; e dipoi, rotti che furono, la metà di loro si salvarono.  Presunse Marco Regolo Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i cavalli, ma gli elefanti; e se il disegno non gli riuscì, non fu però che la virtù della sua fanteria non fusse tanta, che ei non confidasse tanto in lei che credesse superare quella difficoltà. Replico, pertanto, che a voler superare i fanti ordinati, è necessario opporre loro fanti meglio ordinati di quelli: altrimenti, si va ad  una perdita manifesta. Ne’tempi di FilippoVisconti, duca di Milano, scesouo ili Lombardia circa sedicimila Svizzeri: donde il Duca avendo per capitano allora il Carmignuola, lo manda con circa mille cavalli e pochi fanti allo incontro loro. Costui non sappiendo combatter loro, n’anda ad inc nari o d’amici ei non può tenere lungamente tale esercito, è matto al tuttose non tenta la fortuna innanzi che tale esercito s’abbia a risolvere: perchèaspettando, ei perde al certo; tentando, potrebbe vincere.  Un’altra cosa ci è ancora da stimare assai: la quale è, che si debbe, eziandio perdendo, volere acquistar gloria; e più gloria si ha adesser vinto per forza, che per altro inconveniente che t’abbia fatto perdere. Sì ch’Annibaie dove essere constretto la queste necessità. E dì Scipione, quando Anuibaferita la giornata, e non stalo l’animo andarlo a tghi forti, non pativa, pevinto Siface, e acquistate Affrica, che vi poteva sta comodità come in Italia, terveniva ad Annibaie, ql’incontro di Fabio; nèciosi, che erano all’inctzio. Tanto meno ancoragiornata colui che coll’il paese altrui; perchè, trare nel paese del niiviene quando il nimico scontro, azzuffarsi seco; er la più corta, e per vincere ogni di  (Tic ulta nè dar tempo al marchese a diliberarsi, ad un tratto mossele sue genti per quella via, cd al marchese significa gli mandasse le chiavi diquel passo. Talché il marchese, occupato da questa subita diliberazione, glimandò le chiavi: le quali mai gli arebbemandate se Pois più lepidamente si fusscgovernato, essendo quel marchese in legaeoi papa e coi Viniziani, ed avendo uusuo figliuolo nelle mani del papa; le quali cose gli danno molte oneste scuse a negarle.  Ma assaltato dal subito partito, pelle cagioni che di sopra si dicono, le concesse. Cosi feciono i Toscanie o i  Sanniti, avendo pella presenza dell’esercito di Sannio preso quelle arme che gli avevano negato per altri tempi pigliare. Qual sia miglior partito nelle giornale, o sostenere lf impeto de’nimicij c sostenuto urtargli; ovvero dapprima con furia assaltargli. Erano Decio e Fabio, consoli romani, con due eserciti all’incontro degli eserciti dei Sanniti e dei Toscani; e venendoalla zuffa ed alla giornata insieme, è danotare in tal fazione, quale di due diversi modi di procedere tenuti dai dueConsoli sia migliore. Perchè Decio conogni impeto e cor ogni suo sforzo assalta il  nimico; Fabio solamente lo sostenne, giudicando V assalto lento essere più utile, riserbando l'impeto suonell’ultimo, quando il nimico avesse perduto il primo ardore del combattere, e come noi diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della eosa, che a Fabio riuscì molto meglio il disegno che a Decio: il quale si straccònei primi impeti; in modo che, vedendo la banda sua  piuttosto in volta diealtrimenti, per acquistare con la morte quella gloria alla quale colla vittorianon aveva potuto aggiungere, ad imitazione del padre sacrificò sè stesso perle romane legioni. La qual cosa intesada Fabio, per non acquistare manco onore vivendo, che s’avesse il suo collega acquistato morendo, spinse innanzi tutte quelle forze che s’aveva a tale necessità riservate; donde  ne riportò una felicissima vittoria. Di qui si vede che’l modo del procedere di Fubio è più sicuro e più imitabile. Donde nasce che una famìglia iìi una città tiene un tempo imedesimi costumi. E’pare clic non solamente 1’una città dall’altra abbi certi modi ed institutidiversi, e procrei uomini o più duri opiù effeminati. Ma nella medesima città si vede tal differenza esser nelle  fumiglie l’una dall’altra.  H che si riscontraessere vero in ogni città, e nella città di Roma se ne leggono  assai  essempi:perché e’si vede i Manlii essere statiduri ed ostinati, i Pubi icoli uomini benigni ed amatori del popolo, gli Appiiambiziosi e nimici della Plebe: e cosimolte altre famiglie avere avute ciascunale qualità sue spartite dall’altre. La qualcosa non può nascere solamente dal sangue, perchè e’conviene eh’ei varii mediante la diversità dei matrimoni; ma è necessario venga dalla diversa educazione che ha una famiglia  dall’altra. Perchè gl’importa assai che un giovanetto dai teneri anni cominci a sentirdire bene o male di una cosa; perchè conviene che di necessità ne faccia impressione, e da quella poi regoli il modo del procedere in tutti i tempi della vita sua. E se  questo non fosse, sarebbe impossibile che tutti gl’Appii avessino avuta la medesima voglia, c Rissino statiagitati dalle medesime passioni, come nota  L. in molti di loro: e per ultimo, essendo uno di loro fatto Censore, ed avendo il suo collega alla fine de’diciotto mesi, come ne dispone la legge, deposto il magistrato, Àppio non lo volle deporre, dicendo che lo poteva tenere  cinque  anni secondo la prima legge ordinata dai Censori. E benchésopra  questo  se  ne  facessero  assai  concioni, e se ne generassino assai tumulti, non pertanto ci'fu mai rimedio che volesse deporlo, conira alla volontà delPopolo e della  maggior parte del Senato. E chi leggerà  l’orazione che gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi noterà tutte l’insolenze oppiane, e tulle le bontà ed umanità usale da infiniti cittadini per ubbidire alle leggi e dagl’auspicii della loro patria. Che un buon cittadino per amore della patria debbo dimenticare l’ingiurie’ private.Era  Manlio  consolo  con  l’esercito  conira ai Sanniti ed essendo stato in una zuffa ferito, e per questo portando legenti sue pericolo, giudicò il Senato esser necessario mandarvi Papirio Cursore dittatore, per sopplire ai difetti del Consolo. Ed essendo necessario che’l Dittatore fusse nominato da Fabio, il quale era con gli eserciti in Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che non volesse nominarlo; gli mandarono i Senatori due  ambasciadori  a pregarlo,  che,posti  da  parte  gli  privati  odii,  dovesseper  benefìzio  pubblico  nominarlo. Il che Fabio fece, mosso dalla carità della patria; ancora che col tacere e con molti altri modi facesse segno che tale nominazione gli premesse. Dal quale debbono pigliare essempio tutti quelli, che cercano d’essere tenuti buoni cittadini. Quando si vede fareuno errore grande ad un nimico, si debbe credere che vi sia sono inganno. Essendo rintaso Fulvio Legato nello esercito che i Romani avevano in Toscana, per esser ito  il  Consolo  per alcune cerimonie a Roma; i Toscani, per vedere se potevano avere quello alla tratta, posono un aguato propinquo ai campi romani, e mandarono alcuni soldati con veste di pastori con assai  armento, e gli feciono venire alla vista dell’esercito romano: i quali così travestiti s’accostarono allo steccato del campo; onde il Legato meravigliandosi di questa loro presunzione, non gli  patendo ragionevole,  tenne  modo ch’egliscoperse la fraude; e cosi restò il diigno de Toscani rotto. Qui si può comoramente notare, che un capitano dieserciti non debbe prestar fede ad uno errore che evidentemente si vegga fare al nimico: perchè sempre vi sarà sottofronde, non sendo ragionevole che gli uomini siano tanto incauti. Ma spesso il disiderio del vincere acceca gl’animi degl’uomini, che non veggono altro che quello pare facci per loro. I Franciosi avendo  vinti i Romani ad Allia, e venendo a Roma, e trovando  le porte aperte e senza guardia, stettero tutto quel giorno e la notte senza entrarvi, temendo di fraude, e non potendo credere clic fusse tanta viltà  c tanto poco consiglio ne’petti romani, che gli nbbandonassino la patria. Quando  nel  4508 s’andò per gli Fiorentini a Risa a campo,  Alfonso del Mutolo, cittadino pisano, si trova prigione dei Fiorentini, e promise che s’egli era libero, darebbe una porta di Pisa all’esercito fiorentino. Fu costui libero. Di poi, per praticare la cosa, venne molte volte a parlare coi mandati dc’commissari; e veniva non di nascosto, ma scoperto, ed accompagnato da’ Pisani;  i quali  lasciava  da parte, quando parla eoi Fiorentini. Talmentechè si poteva conietturare il suo animo doppio; perchè non era ragionevole, se la pratica fussc stata fedele, eh’ egli 1’ avesse trattata sì alla scoperta. Ma il disiderio che s’aveva d’aver Pisa, accecò in modo i Fiorentini, che condottisi coll’ordine suo alla porta a Lucca, vi lasciarono più  loro capi ed altre genti con disonore loro, pel tradimento doppio che fece detto Alfonso. Una repubblica, a volerla mantenere libera, ha ciascuno di bisogno di nuovi provvedimenti; e per guali meriti Quinto Fabio fu chiamato Massimo. E di necessità, come altre volte s’è letto, che ciascuno dì in una città grande 'taschino' accidenti che abbino bisogno elei medico; e secondo che gli importano più, conviene trovare il medico più savio. E se in alcune  città  nacquero  mai  simili accidenti, nacquero in t\oma e strani ed insperati; come fu quello quando e’parve cha tutte le donne romane avessino congiurato contra ai loro mariti d’ammazzargli: tante se ne trovò clic gli avevano avvelenati, e tante eh’ avevano preparato il veleno per avvelenargli. Come fu ancora quella congiura de’baccanali, clic si scopri nel tempo dellaguerra  macedonica, dove erano già inviluppati molti migliaia d’uomini e di donne; e se la non si scopriva, sarebbe stata pericolosa per quella città; o seppure i Romani non fussino stati consueti a gasligare le muititudiui degl’uomini erranti: perchè, quando e’non si vedesse per altri infiniti segni la grandezza di quella Repubblica, e la potenza dell’esecuzioni sue, si vede per la qualità della pena che la impone  a chi erra.    dubita far morire per via di giustizia  una  legione  intera  per  volta, ed  una  città  tutta;  e di  confinare ottoo diecimila  uomini con condizioni straordinarie, da non essere osservate da un solo, non che da tanti: come intervennea quelli soldati che infelicement combatteno a Canne,  i quali confina in Sicilia, e impose loro che non alkergassino in terre, e che mangiassino ritti. Ma di tutte 1’altre esecuzioni era terribile il decimare gl’eserciti, dove a scorte da tutto uno esercito è morto d’ogni dieci uno. Nè si poteva, a gasligare una multitudine, trovare più spaventevole punizione di questa. Perchè quando una moltitudine erra,  dove non sia 1’autore certo, tutti non si possono gastigare, per esser troppi; punirne parte e parte lasciare impuniti, si farebbe torto a quelli che si punissino, e gl’impuniti arebbono animo di errare un’altra volta. Ma ammazzare la decima parte a sorte, quando tutti la meritano, o, 1'è punito si duole della sorte; ehi non è punito, ha paura che un’altra volta non tocchi alui, e guardasi di errare. Sono punite, adunque, le venefiche e le baccanali secondo che meritano i peccali loro. K. benché questi morbi in una repubblica faccino cattivi effetti, non sono a morte, perchè sempre quasi s’ha tempo a correggerli: ma non s’ha già tempo in quelli che riguardano lo stato, i quali se non sono da un  prudente corretti, rovinano la città. Erano in Roma, pella liberalità che i Romani usano di donare la civilità a’forestieri, nate tante genti nuove, che le comincia avere tanta  parte  ne’suffragi, che’l governo comincia a variare, e partivasi da quelle cose e da quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio che è censore, mette tutte queste genti nuove da chi dipende questo disordine sotto quattro tribù, acciocché non potessino, ridotte in si piccioli spazi, corrompere tutta Roma. È questa cosa ben conosciuta da Fabio, e posto vi senza  alterazione conveniente rimedio; il quale è tanto accetto a quella civilità, che merita d’esser chiamato Masssirno. Machiavelli a Zanobi Buondelmonti e Rucellai salute. Tito Livio. Keywords: filosofia romana, Romolo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Livio” – The SwmmingPool Library, Villa Speranza. For H. P. G. Grice’s Gruppo di Gioco.  Tito Livio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lodovici: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della virtù – verso la meta – la meta è l’origine – la scuola di Messina -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Messina). Filosofo siciliano.Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “I like Emanuele Samek Lodovici – very Italian – his metamorfosi della gnosi is good!” -- samek lodovici -- one of the two. Il suo pensiero d'impronta metafisica si oppone al materialismo e al riduzionismo. Esperto della filosofia di Plotino, Sant'Agostino e Marx, si occupa dello gnosticismo che a suo parere si trova ripresentato in diverse filosofie e ideologie dell'età moderna e contemporanea. Figlio del bibliotecario e bibliografo Sergio Samek Lodovici, nativo di Carrara, che lo chiamò come suo fratello maggiore, noto medico e politico. Rimase in Sicilia per breve tempo per poi vivere sempre a Milano. Scampò a soli cinque anni alla tragedia di Albenga, quando dopo il naufragio di un'imbarcazione carica di bambini era stato inserito nel gruppo delle piccole salme, ma il tempestivo intervento di un medico lo salvò. Di formazione e cultura cattoliche, studia a Milano dove si laurea con «Filosofia classica e spiritualità cristiana nel Commento di Sant'Agostino al Vangelo di San Giovanni». Insegna aTorino. Pubblicò due monografie, una su Agostino (con il contributo del C.N.R.), e l'altra sulla gnosi moderna, che gli valsero la cattedra di Filosofia a Trieste.  In una lettera Noce si riferiva così. Nella prima delle sue due opere fondamentali, Dio e mondo, inizia considerando la grave accusa rivolta da Heidegger alla metafisica, ovvero di non aver compreso che cos'è l'«essere» e di aver reificato Dio, di averlo cioè reso una «cosa». Questa critica può essere legittima ma non nei riguardi della metafisica neoplatonica nella forma in cui è stata mediata da Agostino. Individua il fulcro di tale metafisica nella dottrina della «partecipazione» delle idee col mondo, in forza della quale il rapporto di Dio col mondo è una relazione sostanziale e non oggettualità.  In Metamorfosi della gnosi, delinea una fenomenologia della cultura come influenzata da una mentalità inconsciamente gnostica. Tale mentalità ha assunto in sé le tesi dello gnosticismo antico, ovvero la sostanziale negatività del mondo, la possibilità di redenzione dalla oscurità del mondo attraverso un sapere salvifico (gnosi) e la possibilità di un redenzione del mondo realizzata, senza bisogno della grazia divina, dalla sola azione dell'uomo tramite la politica e/o la scienza.  Così nel pensiero gnostico la finitezza e la creaturalità vengono disprezzate e rifiutate, con l'ambizione di creare l'Uomo Nuovo e la Gerusalemme terrena. Insomma, sintesi del pensiero gnostico è quella formulazione che trova il proprio culmine nel «rifiuto di non poter essere Dio»; in tal modo nella visione gnostica non è più Dio, ma l'uomo gnostico a identificarsi con l'infinito, sgravato com'è da qualsiasi limite.  Da ciò appaiono evidenti gli obiettivi polemici e critici di ogni metamorfosi dello gnosticismo rappresentato nelle forme del riduzionismo antireligioso, del prometeismo marxista, della filosofia radical-relativista diffusa attraverso i media, della corruzione della memoria storica attuata anche attraverso la corruzione del linguaggio ed infine nella strategia della distruzione della famiglia, che è stata potentemente colpita in particolare con la rivoluzione sessuale e con alcuni tipi di femminismo.  Per quanto riguarda la sua pars construens, Safferma che proprio a partire dalla post-marxistica crisi del pensiero secolarista gnostico si deve delineare la necessità di ritornare alla tradizione metafisica, da lui indicata sulla linea di Platone, Plotino e soprattutto Agostino.  In sintonia con l'ermeneutica contemporanea, e pur evitandone le derive nichilistiche, riconosce la struttura storicamente condizionante del linguaggio nei confronti dell'esistenza e della conoscenza, secondo una sua favorita formula per cui «chi non ha le parole non ha le cose», e d'altra parte il filosofo riconosce anche la funzione inversa del linguaggio per cui, oltre che elemento condizionante, esso è anche il mezzo con cui l'uomo storico può trascendere i vincoli della storia e del linguaggio stesso (i baconiani «idola fori» e «idola theatri») ed esprimere le verità eterne. Rievoca la valenza dell'autocoscienza della ragione e delle sue vastissime potenzialità, sia in bene che in male, e a partire da queste, ne ricorda i limiti, i fallimenti storici e le costitutive incapacità che emergono specialmente nel momento in cui essa viene elevata ad una illuministica idolatria, concretizzandosi nella moderna vita di massa che  «ha affermato la libertà politica da ogni autorità spirituale, finendo per favorire il potere dell’uomo sull’uomo; ha affermato la libertà dell’amore dalla morale per vanificarlo nel sesso; ha affermato di lottare contro ogni religione in quanto superstizione, solo per prepararne una più esiziale, quella della scienza e del successo.»  Piuttosto, una ragione accorta deve, restando autonoma, interagire con la religione, per corroborarla e giustificarla razionalmente o per cercarvi le risposte prime ed ultime.  Tipica poi del suo pensiero  è la «cultura del ricordo», intesa come cultura non di una memoria archeologica bensì di una memoria che guardando ai fallimenti del passato possa liberare il presente dalle menzogne ideologiche e dai progetti utopistici che, ripetendosi nella storia, hanno generato i totalitarismi del XX secolo, e che oggi producono la dittatura del relativismo e del nichilismo. Così la memoria assume una funzione spirituale nel senso che  «mi rende migliore di quello che sono».  La riflessione è dunque nel complesso di carattere etico-sapienzale, consapevole che in ogni agire umano si esplica la ricerca della felicità, una ricerca che, per essere efficace e compiuta, deve però essere immune da qualsiasi utopismo onirico: è alla luce di questa precisazione che può affermare che «non vi è nessuna felicità senza virtù, in altre parole non vi è nessuna felicità senza quell'unica attività che è in grado di rendere l'uomo pienamente umano», perciò «non si può pretendere che l'acquisto della felicità non passi attraverso lo sforzo, la lotta, e in ultima analisi la sofferenza», ed è in tal modo che trovano un senso il limite umano e la sofferenza. Non sfugge al filosofo la coscienza della precarietà della felicità umana, però questa «ben lungi dallo spingerci alla tristezza per l'insaziabilità dell'uomo, va tuttavia vistaottimisticamente, come l'indizio che è un'altra la felicità conforme al livello spirituale degli esseri umani», perché «ultima hominis felicitas non est in hac vita. Saggi: “ Plotino nel In Johannis Evangelium di Agostino, in  Contributi dell'Istituto di filosofia, Vita e Pensiero, La Lettera ai Galati” in Marcione e Tertulliano, in «Aevum», Milano, Agostino, in  Questioni di storiografia filosofica, La Scuola, Brescia); Sul processo di Gesù e su Gesù e gli zeloti, Vita e Pensiero, Marxismo o Cristianesimo, Ares, Sesso, matrimonio e concupiscenza in, Etica sessuale (Milano); Tra cosmologia e metafisica. Note sul concetto di cosmo, in “Il demoniaco nella musica, Giappichelli,  La felicità e la crisi della cultura radicale ed illuministica, in  La crisi della coscienza politica e il pensiero personalista, Libreria Gregoniana, “Dio e mondo: relazione, causa e spazio” (EStudium); “Metamorfosi della gnosi” Ares,  Dominio dell'istante, dominio della morte. Alla ricerca di uno schema gnostico, in «Archivio di Filosofia», Istituto di studi filosofici, Roma, “La gnosi e la genesi delle forme, in «Rivista di Biologia», Il gusto del sapere, Universitas); “L'arte di non disperare. Il gusto del sapere  Estratti di L'arte di non disperare  M.  Picker, Il mio professore di filosofia, Studi Cattolici, Alabiso, La critica dell'attacco macro-strutturale al cristianesimo, Catania. Giacomo L., Profili. L., Studi Cattolici, Sciffo, Le maschere della gnosi, «Avvenire», Barbiellini Amidei, Il filosofo che insegna l'arte della speranza., in «Corriere della Sera», filosofo che insegna arte_della_co shtml G. Feyles, La battaglia di Samek, in «Tempi», tempi la-battaglia-di-samek Fumagalli, L. e Noce: Gnosi e secolarizzazione, Santa Croce, Roma //sergiofumagalli/files/ tesi.pdf  Taddeo, Verità e diritto, Trento G. Segre, una vita per la Verità, «la Bussola Quotidiana» /la nuova bussola quotidiana.com/it/archivio Storico Articolo-emanuele-samek- lodoviciuna vita-per-la-verit- A. Galli, Il ritorno della gnosi, in «Avvenire», Anna, L'origine e la meta. Ares, Milano.  Gnosticismo Cattolicesimo, Noce, Voegelin, Mathieu   su Santi, beati e testimoni, santiebeati.  Il gusto del sapere Universitas, Documentazione interdisciplinare di scienza e fede, Gnosi moderna e secolarizzazione nell'analisi” Fumagalli, Pontificia Università della Santa Croce, Roma, “la gnosi come vero avversario della verità di Restelli, sito "Cultura Cattolica. Emanuele Samek Lodovici. Lodivici. Keywords. la virtù, l’amore sessuuale, il sessuale – la sessualita, il maschile, il machio, il sesso maschile, il vir, virile, virilita. Refs.: Luigi Speranza, “ Grice e Lodovici” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lodovici: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) The author of a fascinating essay on philosophical psychology. Figlio di Emanuele Samek Ludovici. Giacomo Samek Lodovici. Lodovici.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lombardi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia campanese – filosofia napoletana -- scuola la filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “I like Lombardi; he took seriously my idea of Philosophy’s Longitudinal Uniity, and like Passmore or Warnock, engaged iin a study of the ‘last hundred years of Italian philosophy. This shows that his interests on Kant, etc., are Italian-based, mainly!” Il padre e avvocato e docente di diritto e procedura penale a Napoli, già allievo prediletto di Bovio, deputato prima e dopo il fascismo, autore di scritti vari di sociologia. La madre Rosa Pignatari fu nipote di  Ciccotti, nella cui casa era cresciuta. Tradusse alcuni degli scritti di Marx nelle Opere edite dal Ciccotti e la Storia del movimento operaio di Edouard Dolleans.  Laureato e libero docente in filosofia lavora in filosofia. Pubblica “Il mondo degli uomini” (Firenze, Le Monnier) Insegna a Roma. Presidente della Società Filosofica Italiana e (sin dalla fondazione) della Società filosofica romana, diresse il "Centro di Ricerca per le Scienze Morali e Sociali" presso l'Istituto di filosofia della Roma. Direttore della rivista De Homine cui si è affiancato il Bollettino Bibliografico per le Scienze morali e sociali. Membro dell’Accademia nazionale dei Lincei. Gli e conferito il premio nazionale "Croce" per la filosofia.  Saggi: “L'esperienza e l'uomo.”“Fondamenti di una filosofia umanistica” (Firenze: Sansoni); “Il mondo morale;”“Feuerbach” (Firenze: Nuova Italia); “Feuerbach e Marx: “Kierkegaard” (Firenze: La Nuova Italia); “La libertà del volere” (Milano: Bocca); La filosofia critica, Roma: Tumminelli; “Il problema kantiano, “Commento alla Critica della ragion pura” Kant vivo (Firenze: Sansoni); Nascita del mondo modern (Firenze: Sansoni); Concetto e problemi di Storia della filosofia” (Asti: Arethusa); “Le origini della filosofia” (Asti: Arethusa); “Libertà” (Asti, Arethusa); “Dopo lo Storicismo” (Firenze: Sansoni); “Ricostruzione filosofica” (Asti: Arethusa); “La filosofia italiana” Asti: Arethusa, Il piano del nostro sapere, Asti: Arethusa); “La posizione dell'uomo nell'universo, Firenze: Sansoni); “Problemi della libertà, Firenze: Sansoni,  Filosofia e civiltà” (Firenze: Sansoni, Saggi Manoscritti inediti Scritti vari di filosofia, Scritti politici Filosofia e Società, Firenze: Sansoni, Filosofia e Società Firenze: Sansoni, Il senso della storia” (Firenze: Sansoni); Aforismi inattuali sull'arte” (Firenze: Sansoni); Galilei: un ante-signano”(Firenze: Sansoni, scritti per l'università, Firenze: Sansoni, “Continuità e Rottura, Firenze: Sansoni, Una svolta di civiltà, n.d.: ERI, Gaetano Calabrò, Torino: Filosofia, Atti del Congresso internazionale di Filosofia, Milano: Castellani et C Editori, Il materialismo storico Atti del Congresso internazionale di Filosofia; Roma: Fratelli Bocca, Il problema della filosofia oggi Varie Taccuini di viaggio Dodici canzoni napoletane, su versi di Salvatore Di Giacomo, Firenze: Forlivesi, Torino: Edizioni di Filosofia, Treccani L'Enciclopedia italiana. Un contributo significativo per la costruzione della filosofia italiana contemporanea, Lincei, in Biblioteca di Filosofi, Sapienza Roma. Franco Lombardi. Lombardi. Keywords: la filosofia italiana, Galilei.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lombardi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Longino: la ragione conversazionale e il filosofo della regina -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. An adviser to Queen Zenobia. Oddly, when Zenobia is defeated by the Romans, she is taken off to Rome, whereas her adviser is executed.

 

Luigi Speranza -- Grice e Longino: la ragione conversazionale e il diritto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A legal scholar and theorist. Uno degl’uccisori di GIULIO (si veda) Cesare. Gaio Cassio Longino. Longino

 

Luigi Sperranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Longano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’uomo naturale – filosofia molisese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ripalimosani). Filosofo italiano. Ripalimosani, Campobasso, Molise. Grice: “Longano took ‘naturalness’ so seriously that he would apply it to anything: ‘man’ (‘uomo naturale’) and morals (‘morale naturale’).” “I like Longano; he is a systematic logician, as I’m not – therefore he thinks that to study semantics, which logic is, starts with studying signs – as I did in my seminars on Peirce – so Longano is the one I was referring when I mentioned what ‘people were at when they display an interest in natural versus conventional signs; he also has interesting things to say about my favourite parts of speech, syncategoremata!””Allievo di  ZURLO, si trasfere a Campobasso e quindi a Napoli dove divenne allievo di GENOVESI. Fa parte della massoneria ed è considerato un importante esponente dell'illuminismo, fu sostenitore dello stretto rapporto tra anima e corpo e di una visione dell'uomo nella sua interezza. Propugna la rinascita dell'Italia, proponendo un piano di riforme e il superamento del feudalesimo. Altri saggi: “Piano di un corpo di filosofia morale; ossia, Estratto d'un corso di Etica, di economia e di politica” (Napoli,“Dell'Uomo Natural Napoli, “Saggio sul commercio” (Napoli, presso Vincenzo Flauto, Raccolta di Saggi economici per gli abitanti delle due Sicilie, Napoli,  presso Sangiacomo e Campo, “Dell'uomo e della sua morale natura -- Esame fisico, e morale dell'uomo, Napoli, Morelli, Dell'uomo, e sua morale natural, Della morale naturale, Napoli, M. Morelli, Dell'uomo Religioso e cristiano,  Dell'uomo religioso, Napoli, Morelli, “Logica” Viaggio per lo contado di Molise ovvero descrizione fisica, economica e politica del medesimo, Napoli, Viaggio per la Capitanata, Napoli, Sangiacomo, Il Purgatorio ragionato, Lepore, postfazione di Martelli, Campobasso, Palladino, Philosophiae rationalis elementa; De arte logica, Napoli; De metaphysica, Napoli, Orsino; De Jure humanae, Napoli, Biblioteca provinciale di Foggia; L'anno di Genovesi, su biblioteca provincial foggia. Gaetano, su webcache .googleusercontent.com A. Rao, L'amaro della feudalità: la devoluzione di Arnone e la questione feudale a Napoli, Guida, Rizzo, La civiltà del Purgatorio: riformismo e anti-clericalismo nella provincia molisana,  S. Borgna,  su delpt.unina, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. I I BIBLIOTECA NAZ. Vittorlo Emanuele III   i  \.A  NAPOLI  t V' PHILOSOPHIÆ RATIONALI*? ELEMENTA   A V f T. N DE ARTE £OGIC4  r i u ^ u A Pe rerum ideis, et signi 'f, Jej% erroribus et ycritate   NEAp0Ll s   fcE CLARIS DIALE C TIGiE  SCRIPTORIBUS. AD GANTORIUM.  I 1 V v  % r   Philosophia, Josephe pr^claridiime, in quam  uno Dialectica studio ingredimur, rerun divinarum, kumanarumque sapientiam conticet » Hinc Dialectica inchoat, qutf sapientia  perficit. At vir acerrimi ingenii, divine memori e, et per quam longa meditatione, ac lectione contritus Antonius Genuensis meus amicus, et magister, multa in sua arte logica >  pluraque in aliis desiderans, neminem plane,  qui jure appellari Dialecticus posset, dicebat.  Habebat itaque vir magnus comprehensam ani * f. 4   m  quem si imitari non possfimifs, at qualif esse  debeat, poterimus fortasse dicere i “   Ars disserendi licet a ratione proficiscatur j  proindeque quolibet in homine ingenita; verum,tamen a Græcis primo elaborata, atque ab usdem et monumentis, et literis est cepta mandari. Testes enim sunt, j arieter plurimos philosophos illustres, etiam *pene innumerabiles  oratores, uti Lysias, Isocrates, Hyperides,  JEschines, Lycurgus, Pericles, DemOslheoes,  aliique plures. Quibus si artem disserendi demas, omnem eorum vim, atque loquendi ce piam prorsus evertes. Equidem si hac arte Pericles ( mitto eet«fos ) fuisset orbatus', quo pacto tanta cum delectatione aculeos, reliquisset in animis eorum,  i. a a qui-O qi/ibns esset auditus i Quis putet suhtUitateni  ingenii L. Bruto defuisse, qui ex oraculo Apollinis tam acute conjecerit, qui summam  prudentiam simulatione stu/titi.c texerit, quique  Civitatem perpetuo dominatu llt er at am fAagistratibus annuis, legibus, ju liciisque devinxerit ? Quis denique putet Appium Cvium, Catonem majorem, Cn. Servilium, Tib. Gracchum,  t-. Cott..m, P. Scxvolam, L. Crassum, C.  Antonium, Hortensium, C. Cxsarem, Ciceronem, aliosque disertissimos Itali x oratores nulla Qialecticx Arte fuisse imbutos ? Verum huc  In loco non quxrimus, qui fuerint clari Didfectici, sed quanti pretii eorum scripta; tempus est igiiur, ai id quod instituimus, acie edere. Dialectica a Grxcis exorta } ut superius j  bnte Christum an. 4 66., Zenoni ex urbe P,lea  in hucahia postea Velia Parmenidis Auditori  tribuitur, At Zenonis Logica, quid aliud,  hi si ars nixandi, cavilldndique, ex qua Eleatici Sophistx profanarunt, quorum intolerabilem arrogantiam Socrates Atheniensis prxstan tissi no vir ingenio j atque morum probitate it - lustris abhorrens, irohica subtilitate eorum iru  st i tuta refellere solebat.   Eleaticam scholam Leucippus Abderita Zelionis discipu'us ante Christum an. 452. sumthopere illustravit. Etenim is fuit atomorum  sententix auctor, cujus doctrinam primus instauravit Democritus etiant Abderita, ante Chri s 3 stuni stum 420. ac postremo Epicurus Atheniensis,  a quo initium schola Epicurea ante Chr. 300.  an. accxpit .  At Socrates, qui cum floreret ante Chr. 41S.  >»• owi«/ genere virtutis r hac tamen fuit luitde clarissimus, quod omnium primus homines felices. reddere studuit. Ille enim non de rerum  natura, atque astrorum motu, iit superiores  philosophi, sed de animo, de perturbationibus,  de bonis et malis, deyue humana vita, aC moribus sdpienter disputavit. Quantum vero ad  ijusdem Dialecticam y tota versabatur in eo t  quod principio omnia vocabula definita vellet,  deinde quibusdam minutis interrogatiunculis propositiones per necessariam consecutionem ita  acute teperet, donec adprxceps inconsideratos  adversarios perduceret. Hujus tanti viri domus t  ciinctx Greci.e quasi ludus cum esset, atque  officina dicendi, minime mirum, si ejus ex  uberrimis sermonibus extiterint tot, thntique  doctissimi viri.   Sed,, inquies, qui isti tandem fuerint ? Hoc  in nomine, inquam, non sunt habendi, nisi ii  qui maxima cum citra Dialecticam coluerunt,  quorum illustriores fuerunt Plato, ei qito Academici, Euclides, ex quo Megarenses ptomanarunt. Itemque Anihistenes Cynicorum p arens %  atque Aristippus sbct.t Cyren.torum Conditor.  Hisce veluti ouatuor familiis universd veterum  Dialecticorum multitudo conclusu, ad hxc usque  tempora est 'ptopagata. Quare distincte me pro kejm iessisse deliror,, si eorundem Xripta Logici  'perpendam Plato ante Chr. 39 - an ‘ Codrit ex parte p!U  iris, et Solone ex parte .matris editus, in sua  adolescentia exercitationibus gymnasticis, pictu ¥  pro morum philosophia Dialecticam præcipuum  m medum f eluit • Hinc ejus auditorei, ut ex Lærtio discimus dicti sUAt,et Megarenses Ut  Dialectici Quantum ad ejusdem disserendi  artem, tota erat iA quadam inductionum, ac  conclusionum serie, eX qua disputandi pressa,  ratione Eubolides illius distipuius muti a sophismatum genera invertit, adhibuitqhe .. At  Diodorus, qui dicitkr. Crbhus, hujus schoU  alumnus sumtno nitore conjectus est, quoniam  Stilponis argutias refellere ignoravit i Megareu i  urguendi modus in Europi barbarie renovatus  inter NOmirta/ium, et Singularium, atque in u  ter Thomistarum et Scotistarum scholas diutii sime regnavit .. j   Altet ' Sacratis discipulus fuit Aristippus ]  qui ante Chr. 406. an, floruit i Hic, r* l/r^/  Cyrenarum Socratis fama fercitUs, Athenas  Venit, ut eum audiret, Aristippus fuit Secta  CyrenuicX auctor 4 At tjus sequaces j eque Physicam ac Dialecticam n egi exedunt. Non miretis  l et tur ) si ‘tohr.em ititer et voluptatem nbllum  discrimen (funerent. Quin imo interiorem dumitaxat voluptatis, uut doloris Sensum putabant  ven es^f judicium, quia sentiatur. Verum pbtestne quisquam dicere, inter eUm, qhi doleat t  et inter eum qui in 'voluptate sit, nihil inter esse. Aut ita, qui sentiat f non apertissime  msamai. 1 ix..J   Postremiis Socratis disciphlus fuit Anthiste- '  • n * s -Atheniensis, Cynicorum secta; Jnstituior i  Paucissima hic de arte disserendi scripsit, ut  ex Lærtio, in ejus vita  Dos iit in gymnasio,  Otqtie Diogenem Sinopeuhl, quem Cynicum cognominant, ' habuit auditorem. En, Josepht  doctissime, Pelui i surculos Dia/ecticie piante,  quam Zerin seruit Soctates y fj usque discipuli  excoluerunt. Dicendum medo est f quales ei  quatito? fructus unhsquisque eorum produxerit i  iLx Platonis auditoribus, ceteris presiitere  Aristoteles Schole Peripatetice institutor et  princeps, atque Xenocrates Magister Xenonis  Cittici, aili Stoicorum est parens i Aristoteles Stagirites N icomachi Filius, magnique Alexandri preceptor, floruit ante Chn  an. 350. Hic enim adeo prestavit, ut excepto  Platone, parem noti invenias. Quis enim illo  gravior in loqtiendo, in sententiis argui ior } iri  docendo copiosiot in edisserendo subtilior, a’c  tandem in inveniendo, disponendoque admirabilior ? Referti sunt ejus libri et omnigena rerum  cognitioni, et verbis illustribus i Senex impie tatis crimine a sacerdotibus accusatus, aufugit t  ln Isyceeo eidem successit Theophrastus il/iai  auditor, quo mortuo pene siluit licet in ets  docuerint Eicon, Aristo, Critolaus, Demetrius Phalereus ) et Strato cognomento physicus 4  Quod spectat ad Aristotelis Dialecticam, in  qua fuit pnestantissimus y ejus libri sunt de rcttione disserendi multi, et multum probati 4  Etenim veteres scriptores artis hujus usque a  principe illo, atque inventore Zenone repetitos  unum in locum conduxit, et naminatim cujus que prscepta magna conquisita tura perspiouS   00 *    te>  Conscripsit, et enodata diligentissime exposuit i  Scis enim nihil esse simul et inventum, et  perfectum. Stagirites itaque omnium primus  attulit hanc artem omnium artium maximam,  - et quasi lucem ad ea, quit- confusa, jejuna, et  exilia cntum ante annos scripta erant.   Ad Platonis scholdrti refertur quoque Zeno  Cittieus ante Chr. 300. an. qui fuit Xenocratis  Chalcedonii discipulus. Trigesimo sum xtatii  anno Athenais ivit, ht iiras illos nosceret,  'quorum opeta lectitarat. Principio Craten deinde Stilponefn i Xenocratem, atque Diodorum Crontim audivit. In Stoa scholam ape*  ruit, habuit que nonnullos discipulos, quos morum honestate plus, quam scientiis informabat i  Etenint multa de justitia, de fortitudine, de  temperantia, de amicitia, deque hujusmodi ahis  Stoici graviter, et enucleate scripserunt. Quantum autem ad artem disserendi, quam ab  Oratoria arte sej ungerent, nihil in eo genete, quod ad disputandum valet, prætermissum est. Quaque Dialectici nunc tradunt, et  docent, nomie ab illis philosophis instuta suhtj  ' kt inventa ?   At, inquies, pr teter dinumeratos iisdem fere  iempbrihus floruerunt etiam Parmenides, Xenocrates Ciren.ei, Stilpo Megarensis, ac denique Epicurus tantx scholte conditor, qui si  Dialectici non sunt habendi, nescio hoc nometi  cui tribui possit. Sed quid insipientius, quarti  isti omnes i Parmenides enim, et Xenocrates   iritrtt H   increpabant eorum arrogantiam, quasi irafi,  Hui cum sciri nihil possit, audeant se scire  dicere. Uipsum dicendum de Cyrenxis qdi  hegant esse quid quam, qtlod percipi possit extrinsecus, sed ea se sola percipere, qti.e tactil  intimo sentiant. Nihil de Stilpone. Quam  fnu'ta ille cofitra sensus, 'quam multa contra  omnia, qu.e in consuetudine probantur ? Nihilque de Epicuro, 1 eujus tt>ta Dialectiea in sensibus erat. It e mq ile ex Dialectica tollit definitiones: nihil de diitisione ddcet: non quomodo efficiatur concludaturqile ratio, tradit: non  qua via captiosa solvantur, ambigua distinguari tar, oftetidit. Tu quidem, inquis, loiurrt  Epicurum e philosophorum choro sustulisti.  Ita sane, flatu qtiomodo philosophiis, qui disserendi artem nullam habuit ? qui in physicis tam  plumbeus, qui Solem bipedalem facit, qui de  atomis tot puerilia fingit ', qiii tandem regulam  veri, et falsi in sensibus ponit ? Nonne hxc  discere liidus esset ? Verum ab hoc tam crediilo, qui numquam setlsus mentiri putat, discidamus.   Insuper pressifis affis, et inquis, quod Arce  silas, ChrysippuS, Pyrrho, et Carneades summi Dialectici fuerint, qtioniam Arcesilas fuit  medix Academix parens, Chrysippus fitlcire  putabatur porticuih Stoicorum, Pyrrho scepil eorum' sectam, et Carneades novam Academiam  eonJidit.   Primum Arcesilas Pilanx natus in JEolide *ntc!    ante Chr. 290. floruit; Cratique in Academia  successit. Juxta Lærtium Arcesilus omnium primus utramque in partem disserere aggressus  est. Quod esi omnino falsum ex ipso Lærtio,  qui in ejusdem vita etiam scripsit: Primui  Orationis modos, quos Plato tradiderat, novit,  'effecitque per interrogationem ct resportsionem  contentiosius Id ipsum asserit Cic. libro de Oratore tertio: Arce silis primum., qui Polemonem audierat, ex variis Platonis libris, et  sermonibus Socratis, hoc maxime arripuit f  nihil esse certi quod aut sensibus, aut animo  percipi possit: quem fuerunt eximio qubdar/i  Usum lepore dicendi, aspernatum esse omne  animi, sensusque judicium; primumque instituisse, tlon quid ipse sentiret, ostendere; sed  centra id quod quisque se sentire dixisset, disputare. Ai darius libro de finibus secundo:  Socrates percontando, atque interrogando elicere  solebat eorum opinibnes, quibuscum disserebat j  iit ad ea, qu.c hi respo id ssent, si quid vi letetur, diceret. Qui mos cum a posterioribus  non esset retentus, Arcesilus euiti revocavit,  tt instituit • Hoc ipsum in questionibus Academicis novam appellant, qux milii vetus videtur; siquidem Platonem ex illa veteri nume • j. ramus, cujus in libris nihil affirmatur, ei iri   utramque partem multa disseruntur, de omnibus queritur, nihil certi dicitur. Hac de cau. sa sicut i Tib. Gracchum populi Poma ni per '. turbatorem, ita Arcesi/am Reip. philosophorum  „ e  fversorem appellavit: Habendus ergo Dialecticus,  pt quidem summus, qui negat quicquam sciri y  neque comprehendi posse, ne illud ipsum quod  fi. ocrates, st nihil scire ? Sed si nihil sciri;  ni hi /que comprehendi possit, quo pacto rationis  artificia convellere posse, dicebat ? Insuper notiis innotescit probabilitatem maximam vim habere in artibus. Artes autem sine»scientiis esse  non posse. Qua cum fint, pateretur fortasse  hoc "Raffæl Urbinus aut Michæl- An gelus, aut  Titianus nihil se scire, cum in eorum operibus  esset tanta solerjia ? Vide quxso, quos, et  quantos laqueos sibi Scepticf texuerunt.   Quantum ad Chrysippum Cilicum professione  Stoicum, et Zenonis Auditorem, qui ante Chr.  £ 30. an. vixit, scis illum fuisse virum et  vafrum, et ingeniosum. Scis etiam eundem  scriptitasse plusquam septigentos libros, quorum  pars maxima in Dialecticis versabatur. Sed  intellege, ouid Scioppius in Elementis philosophia sioictp moralis: neque tamen, ait, defendere, ac negare velim fuisse Stoicorum non  paucos, qui specie ingenui illecti >, inanibus argutiis Ipdibria quadam excitando severissima,  et gravissima ortionis in contemptum adduxerint; quorum princeps jure dici possit Chrysippus, qui cum esset magna ingenii vi p radit us, mireque ad quidvis excogitandum celer  et acutus, nihil aque solebat labofare, quam  ut non reliquarum tantum' sectarum inventoribqs contradiceret, sed a Magistris etiam su/q   Zeno»    % e none, et Cieant e pleri sque in rebuS dissideret,,  1'uitne summus Dialecticus, teste eodem Scioppio, qui persep.e scripsit eadem, sæpius sibi  contraria, ac repugnautia ?   Sequitur Pyrrho Peloponesiacus, qui primo '  picturam exercuit, atque artate Alexandri Magni, quem suis in bellis comitatus est, floruit.  Pyrrho Anaxagarxr auditor, illa ipsa Sentiit,  qur Arcesilas, proindeque nihil decerni > neque  quidquam comprehendi posse dicebat. At de  Pyrrhoniis ita A. Gellius lib. %l. Cum h.ec  autem consimiliter tam Pyrrhanii dicant, quam  Academici, dtjjtrre tamen inter sese, et propter  alia qu.edam, et vel maxime propter ea existimati  sunt, quod Academici quidem ipsui/t illud nihil  posse comprehendi comprehendunt; et nihil posse s  discerni, quasi discernunt: Pyrnhoaiii ne ii quidem ullo pacto videri verum dicunt, quod aihil  esse verum videtur. Sextus autem Empyricuf  Pyrrhonios inter, et Academicos aliud discri- '  pien invenit, scilicet: Arcesi/as amnem judicii  suspensionem habuit bonam, atque solam adjipiationem uti semper malam putavit. Sed Pyrrho, ej usque auditares adfirmationem non esse  secundum naturam, verum secundum id quod  apparet, disputabant. Qui i multa ? Inter mortem, et vitam Pyrrho nullum discsrimcn agnovit, quod Epictetus, licet hanc sectam diligeret, damnabat.   Sequitur po (tremo loco Carneades illustris  philosophus Grecus, qui habetur teri i a- Acas/t- pii* parens, et floruit ante Ckr. 160. an. vegum qui Academi,e auctor ? nonne scis Carnea liem fuisse veteris instaut atorem, vel venuq  assertorem ? Hinc f icero hero de nat. Deor.  primo: la philosophia, ratio contra omnia disserendi, nullamque rem aperte judicandi, profecta a Socrate, repetita ah Arcesila, confirmata a Carneade usque ad nostram viguit xtatem. Hic enim disputans, omnibus veris false;  quicdam adjuncta esse tanta similitudine, ut in  iis nulla insit judicandi, ac assentiendt nota «  At, inquies, eum maximum fuisse Dialecticum, quoniam de eo sic CICERONE (si veda) scripsit • Carneadis  yis incredibilis illa dicendi, et varietas argumentorum perquam esset optanda nobis: qui  pullam in illis suis disputationibus rem defendit, quam non probarit, nullam oppugnavit,  quam non everterit • Ulterius dices ? Nonne,  ipse Cicero eum extimuit, cum it; libro de legibus primo ait: perturbatricem autem harum  omnium Academiam hanc ab Arcesila, et Carneade recentem exoremus, ut sileat. Nam si  invaserit in hxc, que satis scite nobis instructa, et composita videntur, nimias edet ruinas.  Quam quidem ego placare cupio, submovere  tton audeo. Ex quibus tandem optime concludis ^  Carneadem summum fuisse Dialecticum •   Sit sane Carneades Dialecticus, et quident  nummus. Dic mihi, vir prestantissime, cum  Logici finis sit veritatem cujusque generis in pdtiqare, estne Dialecticus f qui eam tollit, tf   ejusdemque est eversor ? nonne in Senatu Rol\  mano maxima populi frequentia cum is pro  justitia, et in justitiam Jisputasset, eam radicitus evulserit i Ulterius qui de omnibus dubitat t  dubiamne quoque reddit sui ipsius assertionem ?  Similiter } qui universa ut falsa habet, nonne  eidem est quoque falsum, quod ipse asserit l  Hinc profecto intelliges Ciceronem timuisse  Carneadem, non ut potentem Logicum, sed ut  iniqu.e mentis hominem, quem sapienter placatum malebat, quam submotum; amicum potius  quam hostem implacabilem, inexpiabi/emque  optabat. Quid tnirum ? Diis manibus ne noceant)  fortasse nos ip i quotidie non litamur 1   Satis multa de veterrimis Dialecticæ Scriptoribus. qui eam /em vel invenerunt, vel auxerunt^ vel perpoliverunt ad Cx-aris usque ætatem.  Secundo autem ecclesi.e s.ecu/o, Alexandriæ, ad  quam veluti meYcutum bonarum artium cum  literati omnes confluerent, invaluit quadam philosophandi ratio, quæ ecclectica, dicebatur. Ejus  erat ex singulis philosophorum scholis tum temporis florentibus qux-dam exprcepere, aliaque  mutare. Qu.e phihj^Qpnsndi ratio adeq placuit  sanctissimis, ct doctissimis ecclesia.' Patribus,  Ut 'statim per universum Christianorum orbem  propagata fuerit. Huic accessit, quod novatores  quinti suculi Aristoteleis, ac Stoicis præsidiis  abutentes no tros Doctores adgrediebantur, qui  ut adversantium argumentationibus occurrerent,  fadem deputandi arte etiam, imbuebantur. Quamobrem "Dialectica iTla ex Stoica, atque  Peripatetica conflabatur, qute usque ad sxculum  duodecimum in occidente fuit tradita, maxime  quia S. Augustinus eam discipulis suis commendasse dicitur.   Verum labente duodecimo sæculo, scholastici t  sive christiani occidentales Aristotelis libros  • ab Arabibus versos, atque ab iisdem interpretatos accepere. Sed pernimio rixandi ardore  ducti, Dialecticam, ac Metaphysicam per se  obscuras, atque involutas novis subtilitatibus,  novisque contortissimis qucstiunculis ac laqueis  ideo foedarunt, ut nihil supra • Etenim cum  linguie Grxc  saltem præcipuos, minime expendit ? Qui ver  sabulorum, et propositionum naturam non exponit ? lllene Dialecticus, qui veritates cujusfue generis non videt, et principia, ex quibus  oriuntur, /10« ostendit ? lllene denique Dialecticus, 71« /k*Ai 7 4/f rerum definitionibus, ac  divisionibus, nihilque de errorum caussis, >0rumque emendatione, t/oeer.   Petrus Ramus ex pauperrimis editus parentibus anno 1516., quamvis hebes,, ac   /cr/zf stupidus, quamvis sero, ef duram servitutem in Navarrte collegio serviret; verumtamen  Cleantis instar oleo, ef lucerna mafkpuum disciplinarum lumen sibi comparavit. Quin imo  tanto sciendi desiderio exarsit, ut solo labore,  et diligentia in id Hierarum splendoris pervenerit, ut trigesimo sue etatis anno adversus  Aristotelem scripserit, atque sequentem thesin  sustinere ausus sit: Quæcumque ab Aristotele  dicta fuissent, esse commentitia. Rei novitate attoniti, atque temeritate judices percussi  irrito conatu per diem integrum fuit Magistratus. Ita barbari barbare vocabant ejusmodi  scholastica exercitia. Sic Freigius in vita Petri Rami. Scripsit Ramus istitutiones Logicas r  qu  ali ia. plures.   Lockiuf suam Logicam e fi Jit.  ouatuor libris comprehensam, in quorum primo  pro aris, et focis disputavit universas rerum  ideas repetendas esse partim a sensibus exterioribus, partim a mentis reflexione. Quamobrem  hac in re Aristotelis opinionem instauravit, et  Cartesianorum Doctrinam sustulit. In secundo  libro agit, quo pacto ide.e ipsæ acquiruntur.  Tractat in tertio de vocibus, earumque proprietatibus. Quartus denique in cognitionibus humanis in genere, Ac sigillat im in veritatibus y  qux tam ex ratione y quam ex historia eruuntur, versatur.   Sed qu* viri docti in eo damnant, sunt 1.  repetitio earumdem rerum, et quod maxime  mirum, nullius momenti: 2. res involutas,  vel non extricat, vel male enodat, g. irrito  conatu autesivit materiam esse cogitantem. His  dictis, nunc reliquorum Dialecticorum, si placet, States, et gradus prosequamur.   Quod in Anglia Lokius, idipsum fecerunt  in Gallia Manotte; in Germania Christianus  ThomasiuSy Andreas Rudigerus, et Christianus  V/olfius; in Italia denique Antonius Genuensis t  A/oysius Verneus Lusitanus, atque Ab. Angelonus.De quibus singillatim, et ne nimius sim,Stricte dicam.   fc 4 Ma  t \  Mari oli e m rebus phy sitis diutissime versatus, etiam logicam edidit duas in partes tributam, quarum aiteru quasdam propositione *  per se claras, ceu principia continet. Alter m  vero modos, ex quibus veritates cujusque generis 'ab iisdem principiis deduci possunt. Hinc  qute arguendi ratio, et quo pacto errores, er  sophismata internoscenda sunt, notat, Summopere hic auctor commendandus ob claritatem  suarum cogitationum, ob rerum ordinem, atque ob exemplorum delectum. Verum, quia  artem Criticam tam necessariam ne quidem  tetigit: nihil de veritate probabili egit: omnigenus errorum caussas non vidit: sequitur Ma~  riotti Logicam mancam esse’, et imperfectam.   Christianus Thomasius Hahe natus anno 1 727.  in Introductione ad philosophiam Aulicam nievis, atque erroribus, quibus Dialectici superiores Logicam infuscarunt, detersit. Verum  tanta Eruditionis moles viris doctis est omnino  inutilis, tyrones opprimit. Hoc in' numero ha*  bendus quoque Audreas Eudigerus.   Denique Christianus Wofius maximi nominis  vir accuratissime vocabula definivit, atque acutissime veritates cujusque generis detexit, demonstravitque. Inquis ergo, hanc unam esse  Logicam perfectam ? Minime, inquam, nam lectores rerum minutissimarum atque inutilium  perpetua demonstratione laborant. Insuper exemplorum copia eosdem fatigat, i. perfectam criticam    t' picam M* tradidit i Denique hctienom tine  ulla delectatione homines negligunt.  Sequitur Gt nuens is ai omnia sumi  na natus, qui a magistris parum institutus,  naturam habuit admirabilem * Omnia magna  erant in eo, sed corporis actio singularis. Manus enim, humeri, latera, oc«/i, status proceritas, gratia, incessus, omnisque motus cum verbis 4, sententiisque consentiens, erant hujusmodi, ut statuo nihil fieri potuisse perfectius..  Unus, ut scis, Josepkus Ciri Ilus omnium eloquentium jurisperitissimus, • « jurisperitorum  emnium eloquentissimus cum eo in Cathedrapoterat decertare. Illius viri domus cuncte Ita U  lia, quasi ludus quidam patuit, atque officina  docendi. Magnus philosophus, et perfectus magister inter parietes aluit illam gloriam, quam  nemo quidem est postea consequutus • Hujus  viri egregii interitus, non modo prasentem literatorum Civium, bonorumque penuriam attulit, sed etiam et auctoritatis, et prudentia  triste nobis desiderium reliquit • Verum id,  quod propositum erat, prosequamur.   Quinque in libros tribuit ejus Dialectice  Institutiones tertio editas anno 1 7-66., quarum  finis cum sU humane rationis perf ectio, act  eam comparandam gradatim accedere curavit,  proindeque libro primo mentem emendare tot,  tantisque erroribus tum animi, tum corporis  foedissime inquinatam, studuit • Illam reddidit   y rerum omnium inventricem in secundo. Hin *  idearum origo, et genera. Hinc sensuum usus  efue humana,  ARTIS LOG I C M   f UMENTA INTRODUCTIO y f,. ( 'trf I • ••rt' *1 •  -I • v • Logic 9 Rorumque progressibus «De Logica Docente De mentis humana actibus. Quibus partibus constat homo. Homo est animal rationis compos Q Uisqu* scit hominem esse rationis cofri» potem, per quam consequentia cernit,  pene universas rerum causas cognoscit. Insuper plurima inter se componens, atque rebus  prresentibus annectens futuras, non modo totius vitæ cursum facile videt, sed etiam corporum coelestium ordinem intelligit. Prseterea hac divina rationis vi, nonne innumerabiles scientias, artes, atque infinita instrumentorum, et machinarum genera invenit ?  Quid plura ? Huic uni tribuenda sunt societatis primordia, hominum juta, atque officia Denique ratio ipsa est nostra morum norma,  quam si sequamur ducem, non aberrabimus»  Spiritus a corpore, in quo discriminatur. Qu* cum sint, quisque intelligit naturairf  mentis humame toto coelo ab illa corporis  differre. Etenim corporis est divisibilitas, co A 3 lor De mentis actibus   lor, figura, inertia, partium resolutio. Denique neque movit, neque movetur, nisi ab  alio corpore impellatur. Nulla itaque vis in  eo, nulla comprehensio, nullaque judicandi,  ratiocinandi, reminiscenaique vis inhopret.  Verum hrec, atque alia ejusdem generis injiint  in homine. Tribuenda sunt igitur ejus menti, cujus .natura quicquid extensum, divisibile, figuratum, atque corporeum respuere debet. Ex quibus perspicue constat ex corpore,  atque anima hominem constare. Mens sensuum exteriorum ope ideis imbuitur,  Ex dictis liquido patet corpus esse in homine unam ex partibus præcipuis. Hinc etiam  patet non posse universas mentis humanæ vi.  res comprehendi, multoque minus explicari,  nisi prius quæ in ipso- corpore obveniunt, intelligantur. Etenim a natura ita comparati  sumus, quod sicuti corporum ictus nostros  sensus veluti explicant, ita sensus externi,  mentis vires ceu creant atque exsuscitant.   Ex quo sequitur nullam posse dari ia mente  actionem, nisi a sensibus exterioribus ea commoveatur, et sensus ipsi delitescerent, si in  iisdem nulla corporum heret percussio. A sensibus igitur exterioribus exordiendum esse  ducp •  tum salina,  quæ ad nares ducuntur, ac 'nervos olfactorios  afficiunt, ex quo in cerebro odoris, vel fætoris  sensatio excitatur. Maximæ utilitatis est hic sensus gustui. Animalibus autem suffiicit ad cibos distinguendos, proindeque in illis est ex  quisitior, nam iisdem deficit alius judicandi  modus.   16. Quid gustus, ejusque fabricatio •  ([ustus situs est in parte exteriori lingux,‘qux    tt £> vel in  basi. Tactus in lingua exercetur, sed alio  sensu. Nam partes oleosæ; atque salinx ciborum cum liquoribus salivalibus mixtæ, et  resolutæ linguæ papillas quodam rriodo afficiunt * Ex quo oritur saporum perceptio,  qux in variis hominibus, atque animalibus  vari» est, pro papillarum dispositione. Hinc  tantæ in saporibus vatietates, qux xtatis, sexus, consuetudinis, morbi, atque temperamenti retionem sequuntur* Hinc denique tanta hujus sensus inconstantia» Quid Tactus. Tactus denique est unus sensus in universa  corporis superficie diffusus, licet in extremis  digitorum, atque pedum sit vividior. Sensatio oritur ex corporum impressionibus, qux  in nostro corpore fiunt. Impressiones vero,  nervorum. ope in cerebro transferuntur. Hinc  eorporum multitudo, durities, frigus, calor,  gravitas, asperitas.   Sensus cur non perfectiores.   if. Verum multi exquirunt, £iir sensus tara  pauci, et tani imperfecti * Utraque exquisiEorumque progressibus,  tio inepta. Primum si sensus essent etiam  jniUe, fortasse mentis operationes essent plures, quam modo sunt? minime quidem. Quin  imo pro universis mentis actibus explicandis,  sufficit unus sensus. Quid si deinde perfectiores ? Dicam, quod eadem ratione, qua in hominibus augerentur voluptates, augerentur  quoque molesti*. Ha?c de sensibus exterioribu*,. De t ensibus interiobus,   19, Numerantur sensus interiores.  OEnsus interiores, ut superius, sunt«eV 3 moria, vis %emreramenti y \is affectuum,  etttentio, ac sensus moralis. De omnibus, quam  breviter ad tyronum captum. t.   02. Q uiJ cerebrum, et cerebellum. • •:  10. Universa cerebri massa, duas in partes  præcipuas ab anatomi peritis dispescitur,  quarum altera cerebrum, altera Vero cerebellum appellatur. Cerebri substantia natu,  jra mollis, atque pene infinitis cellulis re-,  pletur, in quibus modo nobis .prorsus incognito, non solum imprimuntur, verum etiam  diutissime retinentur bbjectorum exteriorum  idex, sive simulacra, sive species, cum eorumdem relationibus etiam abstractis, et perquam longo ordine implicatis. Mihi sufficit velle, statimque idex bovis, canis, domus, urbis  teproducuntur, eaque distinte tissime quasi in tua.  & I>' mentis actibus que eomposita distinguuntur. Primi generi»  »unt illa quatuor omnibus nota: videlicet ckulericum, sanguineum, melancolicum, ac flegsnuticum. Ad secundum genus referuntur ea,  qus ex iisdem componuntur, ut sunt choxtT ico sanguineum, cholerico melancolicum, et eho-lerico JLeg muticum. Sanguineo-melancolicum, etc.  Rari homines dantur, qui ab uno dumtaxat  temperamento dominantur. In pniversis temperamentum mixtum reperitur. joc   AUi temperamentorum effectus,, ir _  Hominum temperamenta si quis consideret,  profecto iptelliget rationem, cur alii sunt pæne stupidi ac bardi, alii vero ingeniosi: Cur  alii pro rebus metaphysicis, atque abstractis  sunt facti, alii pro enucleanda solummodo  verborum vi. Alii videntur pene nati philosophi, alii oratores, aliique pqetx. Nonne  -temperamentorum vis amnium artium, et  teieutiarum; utiune omnium virtutum, ac visiorum velu|i officina sit -habenda ? £x hac de,nique homines inertes, mendaces, flagitiosi t  «c sacrilegi oriuntur.   06. Animi quid passiones.   Accedunt te.tio loco passiones, sive affefctus, sive perturbationes; qux non sunt, nisi  quedam animi, atque corporis .commotiones  ab objectis exterioribus in nobis ope -sensuum  excitato. Harum .omnium sedes in cqrde  collocatur, qupd nervorum intercostalx propagatione cerebro adhæret, Hac de causa cet    Eor umque protrusimus. \j   februm, et cor amice i ater se conspirant.  Etenim pro ut ideæ boni, vel mali in cerebro ceu pinguntur, et sunt viviJ* } sic cordis  vibrationes vel retardantur, vel adcelerantur. En ratio, quare modo animus cordis  motibus, modoque cor animi commotionibus  inservit.   2 7* Prxcipua passionum divisio.   Multiplex est passionum partitio. Præcipuæ  vero sunt amor, odium, timor, spes, ambitio,  avaritia, etc. qua? cujusque vis sit, et quid  in nostris judiciis hac induunt, suo loco dicemus. Si quis vero amplissimam tractationem  desideret, legat opus, inscriptum: Homo na~  tur.i/is a me tertio editus«   28. Quid Attentio.   Quid meditatio •   Quarta mentis operatio est meditatio, quS  quoddam vinculum ac nexum inter ideas ponimus. In meditatione profunda sensuum exercitatio relaxatur » Parum differt homo perquam longa meditatione contritus ab eo, qui   sen- Rorumque progressibus S   sensibus caret. Hujusmodi fuit Nicolaus arcanus pnestantissimus Mathematicus, as  Antonius Genuensis recentissimoj-um philosophorum facile princeps, ac denique N artus  Lama rerum physicarum, ac mathematicarum  peritissimus quibuscum familiariter viri. Quid obstructio, rationisque compositio. Sed mens non modo percipit, reagit, recordatur, ac diutina meditatione conteritur,  sed ideas etiam sua natura conjuctas, concipit  divisas. Et e contrario, qux reapse sunt  divisæ, ut conjunctus percipit. Harum a tera  vocatur mentis abstractio, altera vero rationis compositio dicitur. Ad primum actum  idex justitir, prudenti )iodo easdem iterum componens veritates invenit, easque in infinitum  auget. Qui rationis compositione magis polient*  Sed est obtusi, atque hebetis ingenii ideas  sejungere, easdemque, recte componere ? minime quidem. Imo 'est dumtaxat virorum   acris ingenii, naturas vi; atque arte prxstan- tisT X 9   tilius Regulus, est æqualitatis, sive convenientix judicium. At si dicam. Italia modo flaret,  ut in Augusti t itate, continetur hoc in judicio inæqualitatis narratio. Nam falsum est,  quod nunc Italia floret   s. Eoruniaue progressibus, Quid ratiocinatio. Quid si mens duas inter se ideas comparans,  non distinguit, num hæ inter se conveniant,  vel disconveniant ? Tum illas cum tertia idea  comparat jquacunt convenire,vel disconvenire  inteliigit. En octava mentis operatio, quæ ratiocinatio nuucupatur. ex gr. Ignoro num solis materia sit necne ignea. Dico. Quicquid  urit, est ignis • Verum radii sons urunt. Ergo solis materia est ignea. Insuper: Quicquid  est ponderosum, est corpus. At lapides sunt ponderosi. Lapides igitur sunt corpora 1 Duplex ratiocinandi vis,   Ex dictis facile intelligitur duo ratiocinii  genera dari. Aliud dicitur adfirmans, aliud  vero negans. Ratiocinatio vocatur affirmans,  dummodo ideæ conveniunt cum teitia, cum  qua comparantur. Alias dicitur negans. 1 limi generis est hoc: Corpus in partes dividi »  fur, Sed piant £ suas in paries resolvuntur.  Flaatte igitur sunt corpora. Secundi gereris  est illud: quicquid cogitat, judicat, raioci natur, quoque vult, et recordatur, non est corporeum. Mens autem humana ‘ percipit, judicat,  ratiocinatur, et recordatur. Mens igitur humana non est natura corporea.  Quid ratiociniotum senes •   Quid si una idea non sufficiat pro enucleando nostro ratiocinio ? Tunc accipiantur  duæ, vel tres, vel quatuor aliæ ideæ, et fiat  quxdant ratiocinationum series. ex. gr. estne   spi  «t De mentis actibus,   spiritus humanus immortalis ? Hunc in modum  ratiocinor. Spiritus cogitat. QuicquiJ cogitat  est natura simplex. Quod ejusmodi est, mutationi non est obnoxium. Quod autem non  mutatur, non destruitur  Spiritus igitur est  immortalis. Quid methodus Postrema mentis operatio consistit in quodam rerum ordine ac via ' quem ipsa sequitur tum in veritatum investigatione, tum que  in earumdem explicatione; qui modus methodus appellatur. Pr .edictorum actuum reductio. Hujusmodi sunt universi mentis humanæ actus, qui licet facillime reduci possent  d simplicem perceptionem, etenim simplex  comprehensio est reflexio, abstractio, compositio, meditatio, recordatio, atque ipsa judicandi, ratiocinandique vis Verumtamen.  Mens vel ope sensuum exteriorum, vel  propria reflexione ideis imbuatur; Si primo  modo ideæ dicuntur directx. Si secundo vocantur reflexæ. Insuper reflexæ vel duarum  Idearum comparatione, vel ex duarum comparatione cum tertia oriuntur. Hinc duobus  capitibus universa comprehendam. Primo enim  capite de ideis directis, in sequenti de ideis  reflexis sermo erit. Eo^umqifb progressibus i »f   Pe Ueis directis, quas ope sensuum exsteriorum  mens excipit,   5 *- Idearum partitio •   I N recesendis omnibus ideis, ut ordine piT>cedam, exquiram primo earum originem,  deinde illarum naturam, tum quo pacto menti  obversantur, distinguuntur.   Que idee sensibiles, et objectio %  Quantum ad Originem, aliæ dicuntur  sensibiles, directa, atque adventitia’, qui omnes  a sensibus proveniunt. Aliæ vero reflexæ, quæ  ex earumdem comparatione fiunt. Primi generis sunt ideæ fi guræ, coloris, saporis, som t  frigeris, ac caloris. Ad secundum genus referuntur omnes ideæ abstractæ, uti sunt idee  justitiæ, pulchritudinis, prudenti e, liberalitfr  tis, magnitudinis, etc.   Quid idete primitivte, et quid secundari* •  Hinc patet ompes ideas vel a sensibus, vel  ab ipsa mente oriri • Qux a sensibus, dicuntur ideæ primitive, qux autem ab ipsa mente oriuntur, vocantur secundarie. Patet etiam  nullo pacto mentem posse ideas abtractas efficere, nisi adsint primitivæ. Dicito igitur  ruentis vires a sensuum impulsionibus excitari, ac ceu creari. Quid idee simplices, et composite •  ldeje, quo ad earumdem naturam in simplices, j6 De intnth actibus,   ces, et in compositas distinguuntur. Ide?e simplices sunt ilice, in quibus partes, seu alix  idex non interveniunt, ut idea coloris, frigoris, motus, voluptatis, ac doloris. Compositx vero dicuntur idex, si in iisdem alix idex  simplices distinguntur. Hujusmodi sunt idex  corporis, navis, urbis, domus, etc* etenim hx  plurimis ideis simplicibus componuntur.   6q. Quotuplicis generis sunt i dee compos it. e.   Prxterea idex compositx vel aliis ideis simplicibus ejusdem generis, vel diversi generis  constant. Si primum, idex compositx dicuntur similares, si alterum dissimilares. Ad  primum genus revocantur idex diei, et milliarii, qux constant ex ideis ejusdem generis. Ut idex urbis, domus, exercitus. Nam  uti partes diei sunt hoax, minuta prima, et  minuta secunda, et milliarii partds sunt stadia, pas r us, pedes, et pollices, ipsæ non  sunt nisi vel temporis, vel mensurx longitudines, /Quid idea clarte et obscur.e, etc.   Tertio loco Idex ad mentem relatx, multiplicis sunt generis. Primo alix sunt clare,  vel obscure; alix distincte vel confuge; alie  complete vel incomplete; alix denique adequate atque inadeqvate. i. si lapidem ab arbore  dignoscam, »4ea dicitur clara, alias obscura.  q. Si- meum horologium a mille aliis distinguam, idea dicitur distincta; siu minus confusa. 3* Si omnes magnetis proprietates sciam, ' mi- E orumque progressibus.  mihi est idea cnmpleta hujus lapidis, aliter  est incompleta. Denique si mihi innotescant non solum omnes magnetis proprietates, sed gradus etiam cujusque proprietatis,  tunc illa idea dicitur adæquata, alias inadxquata. Qua: substantiarum, et modorum i de. e.   Itemque ad mentem referuntur ideæ substantiarum, et modorum. Primi generis sunt  idea? tabulæ, in qua scribo, chartæ, equi, bovis, etc. quæ ex se subsistunt. Secundi generis sunt ideæ figurx, caloris, saporis, gravitatis, et frigoris, quæ non existunt a substantiarum ideis sejunctæ. de causa, neque puelli, neque senes sunt valido judicio, quoniam puellis deest idearum  multitudo, et quædam fluidorum xquabilitas,  atque elasvicius, Viris autem senio confectis  deficiunt idex, ob memorix labilitatem.  f6. Quid vis ratiocinatrix,   At sive mentis imbecillitate, sive idearum  multitudine, et varietate raro contingit, ut  ex simplici idearum comparatione, earum  convenientis, vel disconvenientis relationem  quis inveniat, requiritur itaque ut easdem  cum tertia comparet. Hujusmodi mentis actus,  ratiocinatio appellatur. ex. gr. scire quis aveat,  num planta. sit corpus. Hunc in modum ratiocinatur. Quicquid videtur, ac tangitur, vocatur corpus. Sed piant* videntur, atque tanguntur. Piant x igitur sunt corpora,   Duplex est ratiocinandi genui,   Duo ratiocinandi genera dari possunt. Vel  enim dux idex, quarum relatio nobis est  incognita, cum tertia conveniunt, necne. Si  primum ratiocinatio dicitur adfirmans. Si  alterum negans nuncupatur • Primi generis  est hoc ratiocinium. Quacumque videmus, tangimus, atque in partes dividimus, sunt corpora. Piant x autem, et animantia videmus, tangimus, atque suas in partes dividimus. Planta  igitur, et animantia sunt corpora. Secundi ger  netis est hoc aliud. Qu*vis substantia cogitans,  ratiocinanS, et memoria, est prxdita spiritum nominamus • Nullum vero corptj cogitat, neque   r. In quo ratiocinandi vis consistat.   Ex dictis manifesto colligitur omnem viin *  ratiocinii huic uni principio inniti. Qu,  . Quantum ad primum in veterrima; historia sacra omnium gentium, etiam imiTnnium  jnvenitur, quod Dei idea fuerit omnibus hominibus ubique locorum, ac temporum pene  insita. Ab illis annalibus discimus, quibus  cxiemoniis eumdem coluerunt, quibus symbolis designarunt, quomodo in calamitatibus  invocarunt, et qua ratione placarunt ceu iratum*  Insuper notantur in iis annalibus tormentorum  Rorumque progressibus.    genera, atque execrabiles formulæ, quibus  impii publice excruciabantur. Quid plura ?  Scimus etiam ex ipsis populorum præjudicia,  superstitiones, deliria, absurditates, fxditates,  aliaque innumerabilia, quæ Dei cultum vel  foedarunt, vel destruxerunt.  De memoria ad naturam relata (, ex quo  historia naturalis Eorumque progressibus.    hac tantæ rationis vi Theologia oritur, quæ  Dei existentiam, ejusque adtributa rimatur t  cujus abusus, sunt impietas, et superstitio,  quarum altera rerum omnium opificem arroganter oppugnat, altera vero fædat. Præterea  rationi quoque spirituum tum bonorum, tuin  malorum cognitio est adtribuenda. Nonne denique tantæ rationis auxilio ipsam rationem intelligimus ? Nonne eidem etiam debemus notitiam  vitx futuræ, morum regulam nostrorum, quæ  sint præmia,ac penæ? Item quæ sunt sperantia, credenda, et timenda ?   93. De ratione ai naturam relata, ex qua  physica.   Alterum rationis objectum est natura, sive  munius, quod in corporibus in genere, atque  in eorumdem proprietatibus, et qualitatibus  versatur. Etenim ratio vel abstracte corporum  proprietates Gonsiderat, vel ipsa corporum genera. Utraque hxc contemplatio scientiam  physicam eificit. Ipsa est, quæ quicquid in  coelo, in atmospharra, in tellure, ejusque in  visceribus continetur, proindeque astra, me  theora, universa animantium genera, omne-'  plantarum classes, fossilium, ac metallorum  et mineralium series comprehendit. Ad plenissimam hujus d i vinar scientis cognitionem conjungitur mathesis, tum pura, tum mixta, ut  Arithmetica, Geometria plana, ac solida, atque Algebra, Mechanica, Dinamica, Hidraiv  ika, Ars B^llistica, Cosmographia, Optica,   Dio-:    Di    I Dc mentis actibus.   Dioptriaa, Catoptrica, Sectiones Conicæ,  Trigonometria tam spharica, quam triangularis. Ad naturæ scientiam quoque referuntur  Astronomia, Anatomia, Physiologia, Medicina, Botanica, Venatio, Agricultura, chyinica, Metallurgica, atque pmnium animalium,  et plantarum historia,   94. De ratione quo ad hominem, ex quo  ethica, /* **»*  UB.If,    •» Ej usque progressibus. 49   L | B, tl.   - Signorum Artificialium ortu, ac progressu  quibus humanæ mentis actus clarius  explicantur.  '*ne innumerabiles aliæ voces, quæ substantias  videntur notare, sed revera earumdem relationes exprimunt, Hujusmodi sunt pulchritudo, deformitas, stupiditas \ paupertas, nobi•iitas, sanctitas, justitia, alixqqe. Iri ipsum  .dici posset de adverbiis docte, erudite, elefitnter } diligenter, recte, etc. Octava vocum classis •   Octavo loco distinguuntur rerum si S na, sive voces in claras er obscuras; in  istinctas et confusas; in completas et in  incompletas; tandem in ad.equatas, atque in  inadxquatas. Primi generis sunt voces:  quercus, ovis, aper: obscuræ vero sunt voces, vis, energia, atfractio, gravitas. Distinet* sunt Cicero, C.csar, Pompejus, Sertoriut, Sylla. Circuli autem trianguli, quadrati, etc. sunt voces completæ. Contraq.  incompletx sunt sequentes, lignum, lapis,  pisces. Denique adxquatx sunt: linea, superficies et trian°ulum-,\ndiA?e aliquis Italus.  Htec de sermqnis elementis, tam in genere,  quam in specie. A quo pacto hujusmodi  voces sunt inter se, vel cum tertia conjungendæ, vel separandæ, px quibus propositiones, et syllogismi efficiuntur, in sequentibus  capitibus fuse disseretur. Quid propositio, qua judicia explicantur.  Jidicium alibi definitum, est mentis actus,  quo duas ideas inter se comparans, ipsa  percipit illarum æqualitatem, aut inæqualitatem  illarumque convenientiam, ve| disconvenientiam. Qua de re propositio non est aliud nisi  mentis judicium, quod verbis exprimitur.  Ex. gr. Sol est ingentissima Mundi moles.  Luna est corpus opacujn. In quibus propositionibus: soli tribuitur maxima moles jl unse  Alitem opacitas. Dicitur etiam propositio, De Lojuela,   licet si subjecto removetur qualitas quædam.  JEx, gr, Itali hodierni non habent suorum  majorum virtutem. Qua in propositione sejungitur virtus ab illis Italis qui modo vivunt. Duobus terminis constat propositio   Hinc patet unamquamque propositionem  ex duobus terminis constare debere, quorum  alter dicitur subjectum, alter vero prædicatum,  quod plerumque est aliqua subjecti qualitas. Sic in prima propositione: sol est subjectum • Ingentissim* vero moles f est prxdicatuin.In secunda luna dicitur subjectum, opacitas vero prædicatum. Propositio constat etiam ex verbo »  Hinc etiam patet, quod propositionis termini   conjungendi sunt, vel separandi cum verbo,  alias nulla habetur judicii expressio. Etenirti  sublato verbo, quod affirmationem, aut negationem continet, termini neque affirmant,  neque negant, sed dumtaxat res designant. Ex  quo sequitur, quod quævis propositio, præter  duos terminos, constare quoque debet ex  popula, quæ plerumque sumitur ex verbo  sum, es, est, Sic corpus est extensum • Spiritus est substantia cogitans. Duplex est propositionum genus. Ex quo sequitur tertio, quod ut judiciorum,sic etiam duplex datur propositionum  genus .Sunt enim propositionum aliæ affirmantes alia? nega/ttes. Dicuntur propositiones affirmantes illæ, in quibus prxdicgta cum Subjectis  Ejusque progressibus. 6 $   etis conjunguntur. In quibus vero prjedicata  a subjectis separantur, propositiones negativæ appellantur. Ad primum genus revocantur: Leo est ferox. Homo est rationis compos,  Samnites sunt bellicosi. Ad secundum referuntur: Materia non cogitat. Spiritus non est  extensus. Deus non est ipse mundus.   41. Aliud est judicium verum, alia autem  propositio adfirtnans. Priusquam ad alia deveniamus, duo  hic notanda ducimus. Primum est, quod  persarpe evenit, quod licet judicium sit verum, ejus tamen enunciatio est negativa.  Gontraq. judicium falsum cum enunciatione  affirmativa quandoq.exponitur.Primi generis est  propositio: Deus non est ipse mundus. Secundi  generis est bxc altera: Deus est ipse mundus.  In primo exemplo judicium verum, negative exprimitur. In secundo judicium falsum  adiirmative enunciatur. Quandoq. propositiones carent terminis,  ft ipso verbo.   Notandum secundo, quod quævis propositio non semper habet duos terminos, sed  quandoq. omittitur unus, vel alter. Ex. gr.  Dux regit, deest pr-xdicatuin, nempe mitites. Filium verberat, deticit subjectum, scilicet Pater. Inveniuntur fandem qujedam propositiones, in quibus et subjectum, et prædicatum omittuntur, ut in illis Cæsaris, per quam  notis yerbis ad Senatum, populum q. Koma E um t •   JJe Loquela.   num scriptis: Veni, vi di, vici. propo.   sitio nes sunt, et reapse continent suos terminos, hoc est 2 Ego fui videns. Ego fui venien*,'Ego fui victor. De Materiat Forma, e t propositioni* Quantitate Otk  Quid propositio necessaria, repugnans.,   ti’cmtins. gr. Amicitia homines supponit equal (S, vel ipsa ejjicit Conditionales sunt, in quibus inest aliqua conditio, sine qua prxdicatum nullo pacto subjecto convenire potest, ex. gr. Si spiritus  t st sui naturi substantia cogitans, nequit esse ^  corporeus Que causales. Causales sunt illx propositiones, in  quibus notatur causa, qua pfxdicatum subjecto convenit, necne. ex. gr. Deus non potest innocentem punire, quia justus. Que relate. Delate sunt illx * in quibus inest  aliqua terminorum ratio, ex.gr. Homo in artibus, atq. scientiis projicit, f>ro ut est attentus j et labor at » =• i   ftjusque progressibus i iff   52. Qule Jiscretiva. Deniqufc, appellantur discreiiva, si inter terminos notetur quidim collisib. ex.  gr. Castruccius Castracanus fioh militum numefro, sed virtute Flerentinos vicit i   5$. De aliis propositionibus compositis.   Sequuntur propositiones secundi generis, qui vidfcntur esse simplices, at resolnt*  Sunt iquoqbe tompositx, ipsiq. sex in classes  etiahi distingubntur.   54. Qua dicuntur exilusivtt. Vocantilr prbpdsitiones exclusivx illæ  bmnes, in quibus prædicatum universa subjecta  excludit, ptxtfer udum. e*, gr. Una felicitas  ex omnibus bonis, est Optabilis.  Qua comparativæ. Comparativa surit illa:, quæ oriuntur  ex subjectorum, vel prxdicatbrum relatione,  ex. gr. Scipio Africanus fuit prxstantiorfAnnibale. Q. I ab iUs Maximus fuit prudcntior Mi  Terentio Varrone.   i> 6. Qua ihcaptiva. Inceptiva sunt illæ, in quibiis prædicatum nusquam subjecto convenit, sed fcsepit convenire. eX. gr. Regnum Neapolis inci*  pit modo artibus, scientiisque florere.   57. Qua desit iv a.   4. Desitiva dicuntur propositidnes J iri  qbibus pridicatum desinit subjecto conveni e. ex. gr. Roma cessavit eloquentia cum CICERONE (vedasi) interitu i   t s   S yo De Loquela, Que continuativ* Postremo loco, si pridicatum, quod  antea subjecto convenit, etiam in presens  convenit, hujusmodi propositio appellatur coi 1tinuativa. e*.; gr. hali etiatnniim perseverant  esse sagacissimi. Prmdctx propositiones, cur compositie.   At dicetis, quomodo mpdicgr propositiones habendi' sunt compositx Respondetur, quod harum unaquteq.' duas in nobis excitat ideas, temporis nempe vel personarum, vel qualitatum. Sic in primo e-xemp 6^  jam allato: Sota felicitas ex omnibus bonis est ^  expetibilis, æquivalet huic: neque diviti*, neque scienti*, neque gloria, neque honores, sed  una felicitas maximum continet hdnum, proirfdeque expetibilis. Irt Comparativa. Dicemus,^  quod Scipio, et Atmibal fuerunt ambo duces, verum Scipio in gradu majori. Illudque ipSum  dici posset de inceptivis, de desitivis, neque continuativis, etenim irt incasptivis,  prædicatum quod nuittquam retro convenit  modo competit. In Desitivis contra, quod  retro couvenit, non amplius competit..  Denique iri ultimis quod retro convenit, m  prxsens etiam competit. Nonne ha: tres piopositiones quantam temporum: rationem con tinent? v  Quid propositio incidens »•  frater huc usqtTe dinumeratas propositiones j tam siriiglic*, luam’ Ej usque progressibus. flantur et aliæ, quar incidentes nuncupantur,  quæ ad compositas referri commode possunt.  Incidentes æque subjecto, ac prædicato conveniunt. Subjecti incidens est hæc: Attilius  Regulus omnium Romanorum fortissimus a Poenis interficitur. Prædicati incidens est hxc  alia. Octavianus deseruit Ciceronem, qui omnium  philosophorum, et oratorum fuit jacile princeps.  In utroq. etiam datur propositio incidens.  Antonius, Lepidus, et Octavianus Senatum,  populumq. Romanum confregerunt, non eorum  virtute, sed audacia. Hxc de propositionis  materia, sequitur ejusdem forma.  Propositionis cu jusque FORMA in terminorum unione, vel in eorumdem separatione  consistit, ex quo propositionum c;j)irmatio,ve l  earumdem negatio oritur, ex. gr. Beneficentia  exercitium hominem reddit Deo gratum. Dicitur  hxc adfirmativa propositio. Et contra nominatur n-gativa, si subjecto prtedicatum non conveniat ut: .Horno intemperans nequit esse sanus i Quo in loco notandum ut alibi, quod  judicia vera cum propositionibus negdntibusi  et judicia falsa cum propositionibus adhrmativis enunciari possint, attamen ipsa judicia eorum vim nusquam amittunt. Qur notanda in propositionis forma.   Notatur secundo, quod in omnibus proposi*  tionibus affirmantibus terminorum unip necessario sequi debeat subjecti, non autem prjedicoti   E 4 si- De LoyOeli, SIGNIFICATIONEM: ex. gr. Omnis leo est animali  Non intelligitur, quod omnis leo sit omne  genus animalis. At in propositionibus negantibus, prædicatum prorsus excluditur, ex. gr*  Nulla planta est animal. ^Equivalet huic: nulla planta est ulla animantium species. Hisce expositis, reliquum est, ut de propositionis quantitati aliqua dicantur. Quid ouantitds propositionis. Hic pro propositionis quantitate haud  intelligitur, quam major, aut minor terminorum significationis extensio, qui in propositione continentur. Hinc primo sequitur  posse dari duas propositiones inter se maxime discrepantes, quarum altera dicitur universalis: altera vero singularis. Primi generis est hæc: omnes homines ratione sunt proditi * Alterius generis est hæc alia: Petrus ra*  tiocinatur.  Alia propositionurh vatietai. Præterea tam propositio universalis,   quam singularis esse possunt ambæ affirmantes, vel artihx negantes * Propositiones ojnnes universales sive sunt affirmativæ,  sive negativæ, quibusdam notis distinguuntur}  qtix siirtt: omnis, et nullus. Prima universalibus affirmantibus, altera universalibus negantibus inservit. Singulares vero propositiones  articulis, hic, et ille notantur.  •? quibusdam vulgaribus propositionum adjectionibus Qitid propositionum oppositio. Hoc in loco nomine adjectionis veniune  qucedam propositionum qualitates, qu»  sunt oppositio y icquipollentia j atque conversio  propositionum. Principio? oppositio duarum  propositionum comparationem exprimit, qu*  licet iisdem terminis constent, attamen ipsæ  differre possunt inter se, vel solS forma, vel  sola quantitate, vel in utraque. Si pugnent in  sola forma, retenta quantitate, hæ propositiones  vel sunt ambæ universales, vel ambæ peculiares. Si primum, dicuntur contrari dicendum est, quod tunc duce propositiones sunt  ejusdem vis, ac valoris et arquepollent, quando altera alteri substitui possit, quin earum  vis mutetur 1 ex. gr. Quicquid est justum., esi  etiam honestum. Contraque fuod est honestum,  est quoq. justum. Ex quo patet tunc dari  requipollentiam, atq. Conversionem inter duas  propositiones, quando ha? reciprocari possint.  Hujusmodi sunt jam jam allata?.  Huc revocantur rerum definitiones, eaturnque divisiones. Cum autem definitiones, ac rerum divisiones non sint, nisi totidem mentis judicia,  intelligitur easdem locum habere in propositionibus. Dicamus itaq. quid sint, et quotupliciter, maxime quod quamplures Dialectici  JLogicam esse artem bene definiendi, atque dilidendi dixerunt.  Definitio est propositio, quS terminorum    Ejusque progressibus. 7 ?   rtam ope aliqua idea completa, et determi,  nata explicatur. ex. gr. Homo est animal  quoddam ratione preditum, civile, atq. ad felicia  tatem aptum natum. Itemq. definitiones adhibemus pro rerum notis distinguendis, ut eas ab  aliis facillime secernamus. Nonne cum dicam  hominem esse, animal ratione præditum, civile %  atq. ad propriam felicitatem naturo, factum a  exteris animantibus eundem non distinquamusS  73 Bone definitionis not.e. Ex quo sequitur Debere ingredi  in definitionibus rerum notas intrinsecas:  quandoq. etiam possibiles. ex. gr. Homo non modo es% animal rationale, civile, et ad felicitatem comparandam factam, sed quoque harbitauin moralium capax, Alite bone definitionis note,   Ex quo consequitur *. pro omni rerum ambiguitate removenda, necessum est, ut definitionis  termini sint clari, atque definitiones cum rebus definitis reciprocentur. Hinc bene definitur. homo animal ratiocinaris, nam ott)ne animal ratione pr editum, est homo., Definitiones rea/es, sunt quoq. nominales.  Ex quo tertio, colligitur non dari definitio,  lies reales, atq. essentiales, ut scholx loquuntur, nam rerum essentialia nobis non innotescunt. Omnes itaque definitiones sunt nQ«  minum definitiones, vel potius descriptiones,  7 6. Quid rerum divisio.   Deniq, rerum divisio est resolutio totius in suas   par. Ue Loquela,,   parte? prscipuas, qur dicitur physica in  quantitatibus solidis, idealis autem in abstra~  ftis. Ad primam divisionem spectat illa corporis humani partitio jn partes solidas, etjluidas.  Ad alteram retertur illa hgurarum planarum  apud Geometras in trilateras, quatrilateras,  ct multilateras. Divisionis utilitas est maxima  jn rebus per quam maxime implicitis, et per  quam longis, quoe uno veluti mentis intuitu,  ne q. videri, neq. comprehendi possunt. Sed  ex quo orationis claritas, nisi ex recte deficitis, et rectius divisis propositionibus ? Alia propositionum penera.   Postremo semigeometroe jrecentes, qui nominibus mathematicis tantopere abuntuntur, dictis  quoque accensent propositiones, quas ipsi dicunt  practieas, Theoreticas, demonstrabiles, indemonstrabiles, axiomata, postulata, problemata,  Theoremata, schflta, corollaria, lemmata, et  si qu* sint alia vobis omnibus per quam cownita. Sequitur syllogismus de quo Aristoteles apud Grsecos quarnplurimos libros scripsisse scin)us ex Lærtro, i C ir  v. •t  4   Ejusjue pragrf sibus.    \l »'* .-ia «    c, if*  .: V », J • i    •r«r ; *A  f -- ^ V^-;   *#•* >5,I    His omnibus ultimo loco addendum est  ixemplum, quod fit, cum ex rebus notis ad  incognita profcedamus. Ex. gr. Lacedemones,  Athenienses, et Romani fuerunt liberi, qui  agriculturam, et militiam exercuerunt • Q UI "  cumque igitur Status has artes maximo animi,  tardore colit, erit etiam liber. Ex antedicti  jnodis hic est prsestantior, etenim ab exemplis ortum habuerunt et progressus ars medica; agrorum cultura, navigatio, pictura, sculptura, poesis, tactica, etc. Ecquis est inter homines, qui aliquo exemplo cognito non lucitur, btiatn ad aliquod scelus patrandum j  ftonne Alexander Mstgnus Achillem, « L.l  Cæsar Alexandrum est imitatus? Quid plura • F 4 N? Ue erruriubs .accenduntur et inflammantur* i \m ul ac accensa sunt, ex statu, tanta; omnigenæ ignorantiæ trans.it homo in rerum quamplurimarnm scientiam. Verumtamen in tanti  temporis longinquitate, atq. in tanta artium,,  scientiarumq. progressione mens humana adhuc res infinita», ignorat, atq. omnfgeqa errorum colluvie pxne tabescit. Eam itaque  curare tabescentem unius .philosophi est cum  prxceptis', et institutis. Sed prius tantx imbeci i' itatis causas noscere, atq. præcipuas extricare, fit opus Difficultas in addiscendo «> Quicumque artem aliquam, etiamsi mecha»  liicam, vel scientiam sibi comparare sedulo  studet, quandain difficultatem in se sentit,  qux fere adeo magna est, ut eam difficillime superet. Quid hoc manifestius jn sbcietate civili? Forsitan esse possunt, ut iisdem  lubet, omnes maximi philosophi, omnes  Poetx, matheniatum cultores, atq. artifices  magni nominis ?.  Rerum sciendarum infinita multitudo.   Tanta es.t rerum, naturalium copia, tanta  artium, scientiarumq. multitudo, tantaq. re-,  rura falsarum, vel dubiarum infinitas, ut  mens iisdem prope obruatur. Nonne hoc delegare dementis esset. Libido rerum multiplicium Quid si hisce errorum causis, libido quoque  «ccedat multas, ac diversas artes j multas et   e ’ di- JSorumque progressibus * jf   diversas scientias eodem teinporfe comparan»  di ? Profecto quxvis mens ex imbecilla evadet imbecillior, et majorum errorum fiet  capax. Alia errorum cauta in sensuum obtusi ' i ' *   tat e. ‘ v   Addite bis omnibus sensuum exteriorum  quandam obtusitatem, atq. sonsuum interiorum naturalem dispositionem, quibus rerum  corporearum ceu venenantur, et mutantqr  jmagines. Nonne eadem de re diversi judicant varii homines, quia djversa corporis  temperatione dominantur £ Marius Pater natura audax agebat audacter. Contrft Q. P':jbius maximus verrucosus natura lentus, lefttjssinie proqessit, adeoq. ille pro Cimbris delendis, hic pro Annibale delassando, factus Alienationes, et distractiones.   Mentis imbecillitas etiam eruitur ex tot,  tantisq. alienationibus tum voluntariis, tunt  physicis, quæ nonnullis hominibus adeo inficerent, ut pacne insensiles appareant. In  flcgmaticis inertia solet esse maximi Altera errorum causa in nuturie phænomenis. 1 Deducitur etiam errorum causa ex indeclinabj T  li difficultate cojvnoscencfi rerum vires, essentias,  relationes, et fines. Ausi sunt quamplurimi hrec  omnia rimari; at eorum absurditates nemo  nus adhuc dinumerare potuit. De erroribus Jn repetitionibus et contradictionibus.  Mentis imbecillitas quoqu^ eruitur ex tot,  tantisque repetitionibus parumdem rerum, atque ex tot, tantjsq. contrarietatibus, quibus  ne quidem summi viri carent. Hujusmodi  exempla sunt sexcenta, qux hic recensere  t»eque liibet, neq. juvat. In systematum absurditatibus. His omnibus adjungite tot systemata absurda, tot phænomena inenodabilia, tot hypotheses commentitias, quibus maxime reeentiorum libri scatent. E x meditationis inertia ^   Mentis item imbecillitas colligitur e? meditandi inertia, quoe omnibus hominibus est  pxne communis. Hac de causa paucissimi  sunt, qui rerum causas cognoscere curant. Quid turpius, quam se ipsum nescire, et cujam sui corporis artis medies imperitis committere ? Ex corporis humani lentitudine.   At animum inbecijlimupi reddunt qusdam  forporis lentitudo, atque affectuum vjs, quie  eum ita percutiunt, conturbant, et commovent, ut mens sola rerum superficie sit contenta. Ex nimio sui ipsius amore. His omnibus addendum, quod nemo unus  propriæ debilitatis, sit conscius, neque sibi  testis esse velit. Quisquis enim aliqua de re   j ud i-Eornmaue progressibus, gg   judicium affert, putat non posse melius dijudjcari.   14. Alia errorum causa ex parentibus.   Quid si hisce omnibus breviter adumbratis  prsecipuis errorum causis, ultimo loco addal  tis, quod parentes, nutrjces, magistri, theatra, ineptorum librorum lectio, ipse multitudinis consepsus pueros depravant', atque  abducunt a vero ? En errorum omnium principes causas, quas singillatim indicare cura,  bo, ut declinare possitis. P ex judicia populari.   Præter jam dic$a, sunt et alia, uti pr*ju*  dicia popularia, quæ ut piant», et animantia regionibus sunt adcpmodata. Quis ea cognoscit, et cognita ab iisdem audeat se liberare ? Nonne decipi, et decipere seculuiq peitaturDe erroribus j  De erroribus mentis t - quo ad Sensus  exteriores. Visus prostantia.  * X sensibus, visus est reliquis pr®stantior,  quia illius ope majori 'idearum numero  mens perfunditur, quam cum cjrteris. Ptenim hoc uno corporum colbres, 'Hgurts, magnitudines', distantiis, motum, atq. hu usce  immensæ universitatis pulchritudinem percipimus, quo orbati, nulla esset coeli fornicepS,  nulla prtur® et scnlptth® proportio, nulla  rerum dispositio, nullaq. tantæ natur® immensitas nobis obversaretur. Attamen quis  crederet ? Ilcc sensu mens niaximopere decipitur.   x 7» Ex visu.   i. Mens errat, cum quis objectorum existentiam, qu® non videt, audacter negat.  Profecto nemo æris fluidum, neque inhnita  animalcula, neq. corpora longe procul dissita jntuetur, licet existant.   I P. Ex visu.   IT. Decipimur in judicando de rerum distantiis, eteniin credimus solem, lunam, et  nubes ®qualiter a nobis distare. Verumtamen  nubes non attolluntur, prxterquam ad duo, vel milliaria. Luna funerat distantiam Eorumque progressibus. 07   33 Sol denique juxta Kebleri supputatione nonagintas miriones excedit.  Ex visu. HI. Sj inter dyas Urbes, vel montes maxime dj^ijos, interposita sit vallis etiamsi  amplissima, 'procul visi', apparet una eademque urbs, atq. unus idemq. mons. ac. Ex visu,   Fallimur etiam, quo ad corp.orum figuras. Nam ellypsis cominus perspecta a circii.  lp non distinguit ujr. Et Turris angularis videtur sphærica. rtemq. du lineæ parallela longissime protensse, videntur convergentes. Qontraq, duo parietes divergentes APPARENT paraliel Quid amplius? linea tortuosa procul visa, nobis recta apparet. Campanæ fremitus, dum sonat, non  intuetur, etiamsj sonitus. audiri nequeat, nisi  partium metallicarum vibrationibus > at 4 * ærl 5  undis. liludq. ipsum dicito de aquis paludosis ac lutulentis. no. Ex VISU. Eademq. deceptio notatur in lucis propagatione, cujus motus putatur fieri puncto temporis, attamen est successivus  licet celerrimus. New/tonus enim eam percurrere  quolibet minuto. secundo 20. semidiametros  terrestres, scii., 202. milli^ria Italica putavit. Ex visu: Prxterea sol. videtur diametri bipedaroribus, lis. Itemq. Planetx majores, atq. stellx prirus magnitudinis apparent tanquam faculæ  accensa;, verumtamen. præstantissimi Astronomi recentes Tellurem esse asserunt solis vix partem milionesimam. Nihil dicendum  de Jove, deque Saturno. Decipimur quoque cum judicamus colores omnes corporibus adhærere, licet in iis  non reperitur, nisi quædam radiorum lucis  retlexio, cujus angulum si varies, motatur quoque color Si in fili extremo ponatur carbo accensus, atq. tanta celeritate circum torqueatur, ut minuto secundo circulus absolvatuy, circulum igneum minime interruptum distinctissime intuemur. Ex visu.  Decipimur item adspicientes remum in aqua aliqua immersum, ruptum judicamus.  In apice akissimi montis solem videmus matutino tempore, attamon est ejusdem ctrum. Vf. Ex visa. V t V';  Ex audit - ’ 'vc«*Jdl  Ut lucis radii, sic acris und.e obstaculi inipactx resiliunt* £* hac ær» rep$fCu*,  sio ne, oritur vocis repetitio, quam æch uro  dicimus, hujusmodi vocis repetitiones. fiud  ratis locorum distantiis. V Sylvestres autem credunt esse homines, qui eosdem ‘ludificant. Quod est iaW. n •" * &* odMTMPk'* A Odoratus menti quoq.i causas errorum trifcuit, qui sunt sequentes. Brimo putamus  omnes odores ac fxtores corporibus inessed.  Quod est omuino falsum. Nam corporibus  non inhxrent, prxterquam effluvia, sive pafm insensibiles   nobis voluptatem, vel  jbolestjam excitant. Si primufn, sensaodorem. Si secundum  wem. Hinc, sequitur, quod si toixmktitur odor, vel fator. E odoratu*. '. m'-Secundo decipimur, diim judicamus ofnn   honines qtte ac nos odorem, vel fetorem  alicujus qprporis sentire. Fortasse est una  eademq* nari««nfebricatio m amnibus homi,bus  Quis eniifa ignorat eundem hominem  rtfdrbo- laborantem non sentire odores, titl  prius ? Cur fta ? quia sensus dispositio non  est eadem. Hinc bjwfnali - tempore non setr+ s* I '4 aL    M i   Eorumqut progm rsi&us timus, quæ tempore æstivo nos conturbant.  Ex gustatu. Sequitur gustatus. Hic sensus licet nobis maximæ utilitati, attamen est etiam multorum errorum causa. Primo judicamus sapore ni, sci!, amarum vel dulcem esse in dapibus. Verumtamen in ipsis non inest, quam  qujedam particularum multitudo, quæ linguæ  nervulos plus, minusve afficiunt.  Ex gustatu.  o. Decipimur, cum putamus omnes honunes ceque ac nos sentite saporem in dapibus,  amaritudinem, aut dulcedinem in vino, etc.  Quod ne quidem in ipso homine contingere . «otest, quoniam ejusdem linguæ dispositio  perpetuis mutationibus subjacet. Ex tactu. Sequitur ultimo loco tactus •, qui reliquis  est minus erroneus. Corpora enim, quæ video esse possunt spectra [MACBETH saw Banquo; Hamlet saw his father – DISIMPLICATVRA]; sonitus, quem atu  dio esse potest vis phantasiæ, illud, ipsum  dicito de' fætor ibus, et saporibus. At equum,  parietem, aquam, ignem si tetigero, de eorum existentia dementis esset addubitare.  Quid plura? U110 judice tactu, scimus nos  existere, atq. extare infinita alia corpora  extra nos\ a quibus continuo impellimur, et  commovemur. Licet res sic se habet, verumtamen hoc sensu mens decepta, frequentissime errat. r* 'Wfc* ttt tn»,« • «oWawtf x   4% / q q 40.  Ex tactu.Vas ære repletum *qufc ponoerostnh   putamus, ac si ab illo fluido esset orbatum.  Quis nescit ærem ponderare, uti extera cor*  pora ? atque ex hoc errore oritur alter. Arbitrantur en; tn otunfcs homines æiem in  nobis, neq. in se i so gravitare, attamen reCentissimi philosophi centies experti sunt ærem gravitate, illiusq. columnam, qus nobis  imminet, æquari ponderi  asperrimas intuemur. Ex tactu.  Insuper judicamus quædarri corpora esse sua natura frigida, quædam alia ex se calida. Calorem, itaq. et frigus corporibus inesi  se credimus. Quod est omnino falsum. Etonim calor, et frigus sunt qnxdam anitni nostri sensationem; quas in nobis, uti odores,  ' 1 * ' k ' tft   f   / qigjped (S Eorurtique progressibus.   et Sapores, corpora exteriora in nobis excitant. Ex tactu 4   V. Decipimur quoque, cum manum ca  dam irt aqua frigida mergamus, aqoam sentimus calidam, et contra. Quin advertatur *  quod ma«us, aqua sit calidior, vel rigl,  dior. Ex. gr. Si in manu sint calonS 8. S ra ‘  dus, in aqua autem frigiditatis. Aqua sentiri debet calida, uti Contra si in aqua sint decem frigiditatis gradus, et in manu  caloris. Manus sentitur frigida, ut sex. Ex tactu denique decipimur, curri a, s ?  th judicium feramus de corporum duiitie, mollitudine, flexibilitate, etc. qux suos gradus habent. Nonne quotidie experimur > quo  uni durum, alteri molle videtur*vv, »* ». f  Jflu. O/i  •jv 5.'*' ir:-k,K Pqui temperamento  cholerico dominantur, sunt rmgmt.nm rerum  promissores, superbi, audaces, vaferrimi,  ambitiosi, crudeles. Sanguinei amem sunt Venerei, vinosi, voluptuarii, brevius ad Sa  omnia. rapiuntur, qu* sensus alliciunt, et  mulcent. Melancolici plerumq. sunc confusi,  laboribsi, diffidentes, atq. acerrimi judicii Flegmaticos denique experimur pavidos, superstitiosos, somnolentos, serviles, confusos,  atq. tam in virtutum, quini in vitiorum  exercitatione inerres.  Ex temperamento. Quæ cum ita sint, quisjue intelligit, quod  hi omnes eodem de objecto diverse jfidl are  debeant, e >rUmque judicia natur* cujasque  e«e adtemperata. Ex qno necessario sequitur idem periculum sanguineis minimi, rnelancolicis, et flegmacicis Maxirhi moifienti obve rsari. Ex quo etiam sequitur, quod  una, eademqtie res esse debet uni maxirrce  voluptatis, alteri vero maximi doloris. Hinc  quoque redditur ratio, quare unus judex illum  ipsum absolvit, quem alter damnat. Nonne  tanta judiciorum varietas, a diversa corpoj-Um constituzione repetenda ? Nonne hac est  multorum causa errorum?  Mentis errores ex passionum vehementia. III nostrorum errorum fons, idtmque   uber. th 6 fi e erroribus,   liberrimus in passionibus inest. Quid singula»  jjersequar, cutn omnes ad unum sui ipsiu»';  amorem reducantur? Etenim ex immoderato  sui ipsius amore exortæ sunt tot populorum cædes, patri» proditiones, parricidia, flagitia, scelera, incendia, provinciarum, urbiumque direptiones. Quis ea recensere valeret,  quar Cyrus major Persarum Rex, quæ Alexander Macedo, quxque tandem ipsi ROMANI gesserunt ? Legite quæso vitæ humanæ  monumenta historica H tam recentia, quam  illa ab ultima antiquitate repetita, in iis tanquam in tabula innumerabiles amicos proditos, Sanctiora iædera neglecta, innocentium  tnilliones modo unius ambitioni, modo avaritix, modo libidini, modoque crudelitati  immolatos esse videbitis. Dici posset hoc  ipsum singillatim de timore, de spe, de ambitione, coeterisque. Quid plura ? Nulla in  homine passio immodica,qux martyrum mil'lione» non recenset. Ex attentionis defectu «ja. Sequitut attentio, ex cujus neglecta  plurimum quoque decipimur. Erramus,  cum nostra attentio licet finita, eam in quam piurima objecta distrahamus, a. Sæpissime  attentio uni objecto adhærens, reliqua nos ignorare facit. Ipsaq. augetur vel minuiut, pro ut nostra militas est major, vel miti >r .Ex attentionis neglectu fere contirftt.t, quod de rebus involutis, et implicitis judidelationes noverimus ? Deniq. ex slttentioni defectu ortum ducunt tot, ac tanta præjudicia popularia, mentis alienationes, atq. aWrdi*  tates. Nihil dicarri de sensu mbrali, qui  tiumq. nos decipit v Ha-e de mentis erroribus  quo ad sensus exteriores, et interiores i ertorib ., guo ai animi sensationes. Ex sensationibus errores. ITT' X omnibus iis, qua? huc usque maxima  P.f curti brevitate extricata sunt, liquido  patet universaS animi sensationes prædictorum  sensuum tam naturalem, quam temporaneam  dispbsitionem sequi debere. Cum hi sensua  jnagna sunt in \'arietate, non modo inter homines, sed fctiam in ipso homine, sequi quoque debet, quod unius sensatio abs alterius 4  serisatlone distinguenda. En ratio cur  idem corpus, neq.:eque durum, neq. atque  pohderosum, vel molle, vel odorum, vel  fætidum omnes sentiunt. En quoque ratio #  quare dictatum illud sit verum. Quot homines, tot sententia. Rerum enim judicia a senr  sationibus, sensationes vero a sensuum textura oriuntur. Varietas itaq. sensuum, etiam judici orum diversitatem affert. Qua? cum sint*  videamus ftiodo f quo pacto a sensationibus Recipiamur.   quæ non sunt nisi  r ‘ to- •  y %   t t®, P? errjg/fyt *,   totidem rectiones no is conspnse, vel dissq «ce, habeantur absolutæ.  ajcfe/hr Jfceptio m   IV. Decipitor quo® e cum Dei, horainunj,  et plant»‘win actiones putentur ejusdem generis, tametsi tofo cxlo differant. Sequitur aiiu deceptio. V. Sim; it r Dliitur, dym ideas spirituales onnhi extensas, et mitf riales ^oncipiat.  Judicia fa^sa 'x prava idearum unione •  i. JEr^at e-inn, si qu* sint conjuncta,,  separata esse ju icet. Coi.traque qu?e nonnisi  jn tote separantur, concipit conjuncta.,, Suoqi  noris gereris suat Poetarum fabuljp. Secunda  autem sunt to F-,oms irrotibus. Omfiis eirctilus qua tuor angulis rectis equahit  Circulus autem est figura plana. Omnis itaqui  figura plana quatuor rectis tequatur. V syllogismi vitiositas. Syllogismus est vitiosus, si quis e præmissis negantibus velit affirmativi concludere. Contraqi si e* præmissis ajentibus velit aliquid negativi concludere « Primi generis  fcst: Arabes non sunt Christiani. ITALI non sunt  Arabes. Ergo ITALI sunt jChristiani » Secundi  generis est hic: Africani sunt inertes. Eurtrpæi autem stmt naturS laboriosi. Africani igitur non Sunt Europii. Alter syllogismi defectus. Erratur etiam vi haspirationis. Ex. gn  Quicquid amas, non comedis. Sed pisces hatnai  pisces ergo non comedis rir. VII syllogismi defectus. Mens errat in syllogismo conficiendo j  si quid pro causa ponatur, quod reapse non sit Causa. Ex. gr. Literarum studium  breviorem reddit Litbratorum vitam.  Octava syllogismi vitiositas  Illud quoq. dicendum si quis pro deffiotiStrato habeat, quod est in qUatstiotie. Ex. gr»  Si quis diceret. Mundi cl atrum ist illud, ii i  quo universi corpora tendunt 1 Atqui omnia mundi corpora in Tellurem decidunt. TellitS igitu?  ttst mundi centrum. Nona syllogismorum vitiositas Vili. Vitiosus pariter est Syllogismus, si quid Ttorumque progressibus « t 4 f  qtlidquam alicui substanti* absolute tribuatur t  qiiod eidem per decidens competit. Ex. gr.  P/anetx f uti tellus, sunt corpora opaca. Ergo  habitatores habent.   1 14* Error ab exemplo.   Mens errat in exemplo, quando ex r t  cognita ad incognitam quis deveniat, quin eidem rtJrum circumstanti* non concurrant. Ex. gr. Prima bella civilia inter pairicios, et  plebeos, fecerunt Romam maximam, atque potentissimam. Ergo si omnes Europx status bella intestina foverent .(Q tiod utiq. est falsum) Redderentur potentiores.  Ex enthymemate i  Errat mens in enthimemate ob idem  principium. Ex. gr. Dux valentinus statum  Ecclesia a tyrannis vindicavit. Fuit ergo maximtis imperator. Duodecima ex sorite vitiositas. Captiosa est argumentatio si in aliqua  jiroposititinum serie, una est erronea. Tunc  Quotquot sunt, omnes rUunt. Ex.gr. Ex omnibus terrx partibus Europa est melior. Ex EUiopse statibiis Italia. Ex Italiis regionibus regnum Neapolis et ex sensu exteriori fqi  cilhme decipiatur, neces/e duco, V t uni  stnsui nusquam dedatis; Quamobrem plures  Vint adhibendi. Sic visus ab auditu: et tactus  ex gustu emendatur. Propria Votura tst notanda. nus. homine adeo discriminatur. Vt raro eveniat, dW «fc conspirent ami est eorundem memori, temperationis, passionum, atque attentionis differentia, ex quibus  * iam tanta judiciorum varietas, atque tanta  errorum origo. Si quis igitur eosdem velit def mare, sedulo perpendat hxc omnia. Quod si errores si nequeat evellere, salæm eosdem minuit,  Sensationes sunt cuique proprix. H>Sensationes cujusq. generis sunt cuiq.komini JS orumque progressibus. ilf   peculiares, atque in ipso homine variant. Qua  igitur in iis contentio. Si ipse sint re/at.e ?  Excitanda est attentio.  Ex attentionis contemptu, quamplurimi  errores. Ipsa igitur est excitanda, et adhibenda. Ratio est quoque excolenda, quam si unans  sequamur ducem, nusquam aberrabimus.  Vpcabula obscura vitanda. Quid vocibus, uti animi nostri SIGNIS, utilius? Sint itaque clare, perspicua, et non  a communi usu remote. ltemque vocabula complicata, emphatica, methaphorica, atque SIGNIFICATIONIS expertia, vitato. Declinanda sunt enunciationes absurd.t,  Sint enunciationes judiciis conformes, decliænturque falsa;, obscure, atque absurde. Ars Sophistica philqsopho est ableganda t   Definito res. Sed definitiones sint rebus clariores. Ille autem amnibus prestant, que  cum rebus definitis reciprocentur. Vitato syl ^g is mos erroneos. Ars enim  Sophistica a philosopho est ableganda.Nusquam a re cognita ad incognitam deveniatis, nisi prius omnes rerum circumstantias  perpendatis. Soritem raro adhibito Soritem raro adhibito t quia plerumq. est  argumentatio captiosa De erroribus,   A scepticismi spiritu procul estote. A scepticismi spiritu, maxime inconsiderato longe procul abesto. Argumentum, analogi£ fugito. Neq. immodica sciendi curiositas  vos abripiat. Quamobrem. Libidinem comparandi multas, et diversas scientias uno eodemaue tempore vitato. Alienationes voluntarias fugito. Ab alienat usibus voluntariis vos ab  alienato. Phisic.r autem si sint, attentione miniiendtt. i tll 1Rc- Morumque progressibus. is J   Rerum causas cognoscere studeto.  Rerum omnium causas, et fines cognoscere studeto. Aliter nemo esse potest felix. Contrarietates, et repetitiones fuggito. Contrarietates, ac repetitiones fuggito. Contrarietas enim mentis defectum, repetitio  vero memori labilitatem accusat scriptoris.  Inertiam vitato. Prxterea perquam longa meditatione vos  contritissimos volo } et quandam insitam inertiam vitato. Affectuum vis immodica est temperanda.  Quid vehementius, quam passionum vis\  maxime rn at at e vestra tam fervida\ Eam igitur compescite catenis.   146, Propria debilitas est cognoscenda, et cwranda. Pandem nemo unus homo adhuc inventus est propria debilitatis conscius, neque  sibi tesris voluit esse. Eam igitur cognoscere  prius curato, de in adsidua librorum lectione,  virorum consuetudine bonorum } atq. ex sui ipsius  meditatione vel minuito, vel eradicato.   Hactenus de errorum ortu, ac progressibus. Ej usque progressibus Qua veritas moralis  Itemq. si nostra jqdicia factis respondeant,  Veritas dicitur moralis. Hujusmodi sunt historica? narrationes; qusq. nos ab aliis quotidie  inaudimus, yel legimus.   Qu£ veritas certa.   Præterea si veritas ita  est quotuplex sit dubietas.   Denique dubietas, vel ponitur in squali  rationum contrariarum squalitate, ut omnia  insecta ortiuntur ex ovis, vel ab animalculis spermaticis, vel a putredine. H.xc dicitur positiva.   I a ‘ Illa  De Veritate  Illa vero; «Jirs i.n idearum ignoratione consiStic, aopellatur negativa. ' Estne stellarum mt~  tperus par', vel impar ?.g. Quid', et quot u ple x sit f alsit as*   Ex dictis clare ihtettigituf falsitatem esse  disconvenientiam nostrorum judiciorum ab. objectis exterioribus, vel. ab eorumdem. relationibus, vel ab ipsis fecti$ auditis, vel lectis,  ex quo consequitur tot dari genera falsitatum, 1  quot numerantur veritatis' genera. Dantur itaque fahitates sensibiles, discursive ac morales. Q intus ita delinitis, priusquam veritas cujusque  generis investigetur, de veritatis existepti  paucissima dicam. De Cujusq. veritatis exist entia. Exiseit veritas sensibilis. fTlAmetsi mens nostra ek unoquoque sensu,  X atq. ex sui ipsius judiciis, et ratiociniis  quandoque decipiatur, existunt tamen veritates sensibiles,, atq. abstractæ, ut ex sequentibus. I. Quis addubitare potest de tot, tantorumque. Corporum existentia, qua?, nos ambiunt? Nonne pæne infinita objecta nostris sensibus  quotidie obversantur ? quot, et quantos Homines, plantas, animalia, atq. xdilicia videmur.' Idipsum dicito de sonis, de saporibus, de odoribus, atque de sensationibus quas i n No- Hjustpit progresiibus Yfobis ex tactu oriuntur. Quas veritates si quis  denegaret, habendus esset demens ac delinis.  Existunt itaque veritates sensibiles. Quid plura ? Nisi extarent hujusmodi veritates, ne quidem existentiam nostram sentiremus. Existunt veritates abstracte. Mens humana prarter ideas sensibiles,  quamplurimas alias investigat illas comparans  inter se, vel cum tertia. Ex qua comparatione judicia, et ratiocinia nascuntur. Hinc  veritates methaphysicæ, et matematicæ. Hinc  artium, scientiarumq. principia, ex quibus  infinitæ demonstrationes oriuntur. It. Existunt veritates morales. Denique si in aliqua narratione constabilienda, non modo testes, historia, et traditio  sive oralis, sive scripta, verum etiam monumenta concurrant, non est de illa minime  dubitandum. Quis enim sane mentis homo  dubitaret CICERONE (si veda) fuisse Consulem, in Formiano habuisse villam ? Quis dubitaret GIULIO (si veda) CESARE fuisse .occisum, OTTAVIANO (si veda) fuisse  Romanum Imperatorem ? Existunt itaque, veritates sensibiles, demonstrativæ, et morales. Error scepticorum. Ex His huc usque adumbratis sane eruitur afnotx mentis fuisse illos omnes, qui prædictas veritates acerrime, ac pugnacissime denegarunt, uti fuerunt Accademici, Pyrrhonii,  Cyrenaici, qui ausi sunt ipsas nostras comprehensiones impugnare. GIRGENTI (si veda) enim Ve Veritate,   asservit abstrusa esse omnia, nibil nes sentire, nihilque cernere. Nonne hi excxcant nos orbantq. sensibus ? Philo negavit quidquam  esse, quod comprehendi posset, sic judicium  tollit incogniti, et cogniti i Democritus contra solis sensibus credidit. VELIA (si veda), et  Xenophanes quasi irati increpabant eorum arrogantiam, qui cuin sciri nihil possent, audeant se scire dicere. Neque sunt audienda  contorta, et aculeata Diodori, atque Alexini  sophismata. Quid absurdius illorum fallacibus  j.onclusiunculis ? ad unum itaq. omnes veritatis impiignatores disputarunt nihil percipi, nihil congnosci, nihilq. sciri posse, sed veritates in profundo esse demersas. Cur ita?, Quia  angusti sunt sensus, imbecilli animi > brevii  curricula vitæ.   EJasyue progressibus  De cu. yusq. veritatis /tota.   t .*3« fuo cntenum veritatis *   Q Uæritur hoc in capite, quo criterio verum a falso distinguimus. L’ORTO, qui  soUs sensibus credebant, veritates alterius gelieris respuebant: Platonici; atq; Stoici judicium veri } ac falsi in una mente potiebant i  Fuerunt, et sunt, qui in ntroq. veritatis notam colldcant. Sensus scilicet i ri veritatibus  physicis, mentem vero, in abstractis. Denique judiciorum' certitudinem in evidentia potuit Cartesius, quatti in physicam, methaphysicam, et moralem dispescuit; Prima locun? habet in rebus sensibilibus; in veritatibus abitractis altera; ultima vero in auctoritate; Refelluntur eptcurei i; At harum omnium opinionuni qualis vera  tit, an falsa liHbrriirife dicarri Quommodd  soli sensus esse possUnt judicium veri, ac  falsi f si ipsi sint tam fallaces ? non ne decipimur nos ab oculis, ab auribus, ab olfactu,  gustatu t tactuque ? si soli sensus riotant veri,  ac falsi comprehenderent, sol esset magnitudine bipedalis j stellæ rion essent plures,  quani videntur. REMVS IN AQUA ESSET FRACTVS,  parelii essent soles reales ec. Denique si soli   tdnsus judicium veri, ac falsi continerent,  i.  L 4 quæRefellantur platonici, ac Stoici.   An ponenda veritatis noti in una mente,  sensibus exclusis ? Falluntur quoque, qui ita  philosophantur. Nam sublatis sensibus, nullum daretur in mente judicium, nulla ratiocinatio, nullaque veritas, Quæ mens sine judi«*ts, et quæ judicia, et ratiocinia sine ideis,  et quæ tandem idæ sine sensibus; quibus  sublatis, nulla esset in mente operatio ? Constat itaq. Pluton icorum, ac Stoicorum opinionem esse fallacem. Quid si in utroaue.  Q n 'd dicendum, si tam in sensibus, quam  in mente, quod erat tertia ex notis propositis ? Sensus quippe mentem corrigere possunt, mens autem emendare sensus. Sed in  mente ipsa ponendum est principium, quod  quærimus, quoniam una mens capax est veritatis, sensus enim materiam»judicandi eidem  dumtaxat præbent.'   17* NH novi in Cartesii evidentia.    Ultimo loco, quo ad Cartesii evidentiam,  dico, quod hæc opinio eadem difficultate  qua prædictæ opiniones, laboret. Etenim  cum Cartesius tot evidentiæ genera posuisset^  quot sunt veritatis species, vellem ab eo scire, quo pacto, quod mihi visum est evidens,  esse evidens sciam ? quomodo judiciorum meorum. Ejustque progrehibus. f%%   rum evidentiam cognoscam quomodo deniq.  rerum auditarum quamobrem non ab alio  quærendum principio, nisi a sensibus in veritatibus physicis, u mente in abstractis, atque ab aliorum fide in narrationibus historicis. Quæ omnia singillatim disputata sunt, ac refutata.   Quid veritatis crittrium. Hisce quam breviter enucleatis, ad propositum. Exquirimus hoc in loco veritatem primam, qui alia demonstratur. Propositionem nempe hic quærimus ex se certam,  cuique cognitam, atque cujusque veritatis cew  fulcrum, quæ sui natura demonstrari nequit  ipsi omnes alias demonstrare possumus.  iq. A dubietate oritur veritas.  Principio veritatis est capax, qui dubitat. Nam qui omnia adfirmat, propositionem etiam sui adversarii esse veram dicit. Contra qut  Universa negat, quæque ipse dicit, quoque negat. Philosophus itaque in veritatis investigatione a dubitatione incipere delet. Sunt enim dubietates tamqaam nodi, quos philosophus resolvere debpt. At qui semper dubitat, nnsquam  veritates invenit, prqindeq. a dubitando debet desistere. Nam. in dubietatum catena, si daretutf  progressus in infinitum, nihil sciremus.  Idem nequit esse-» et non esse. Principium itaque pro omnigena veritate reperienda, est illud ipsum, qiiod LIZIO  initio suæ Methaphysicæ præscripsit. JSIihil  pots$ n* Veritate, potest simul esse, et noti esse. Videamus ttuSdo, num hæc propositio sit certa, evidens atque adæquata. Expendendum nempe num  hujusmodi principium sit clarum cuiq; cognitum, num denique cujusq; veritatis genera  constabiliat; Ex quo veritas sensibilis,   L Veritas phisica a sensibus oritur. Si mihi igitur obversetur vesevus ignivomus, dubito de ejusdem existentia ? Turic tactum adhibeo, aliosq'. homines sentio  Si mihi alii, uti  ego, judicent vesuvium esse ignivomurri. Nori  potest non existere. Alias esset, et non esset  mons ignivomus. Quo nihil absurdius;  Si dicat. Illa musica, quæ me tantopere  allicit, alios excruciat. Esto. Sed si musici  existet, nenio negat. Istudq. ipsum dicito de  odoribus, saporibus, ac de sensationibus frigoris, ac, caloris  quæ nori extarent * nisi earum objecta existerent. Ex qud veritas methaphisica. Ratiocinia tunc efficimus dum duas ideas cuni  tertia comparemus, ex qua comparatione earumdem æqualitas y vel inæqualitas deducitur;  ex f gr. Quiequid est extensum est corporeum. Tabula vero est extensa i Tabula igitur est corporea. Extensionis itaq. idea convenit tam corpori, quam tabulæ; Corpus igitur, et tabula conveniunt inter se; Alias tabula esset, et  non esset corpus. Quod est iterum absurdum;   ai i   V., >,   £jusque progressibus i Sx quo veritas historica. Tertio loco, si in aliqua historica narratione testes sunt oculati, historia, traditio, atque itionuihenta æque concurrant, potestne de facto quis dubitare ? Demus igitur Medos, Babilonios, Græcos, et ROMANOS numquam extitisse, nonne essent, et non essertt simul tot  historise, totq. ac tanta monumenta ab ultima antiquitate repetita? Concludamus omne verum,  ac falsum a dubietate oriri, et cujusq. veritatis notam positam asse in constabilita superius allata propositione sua natura certa, cuiq.cognita, atq. adæquata. Quæ cum sint, jid ulter  riora procedamus. Quid } et quotuplex sit methodus. Methodus est via quædam, qua nostra ju-J  dicia i ac ratiocinia ita disponimus, ut  Veritates invenire, vel jam inventas cum aliis  communicare possimus. Licet alii regulas tradant inveniendi; addiscendi; exponendi, atqv  disputandi j duæ tamen mihi videntur præcipuæ, alteri, inveniendi, altera explicandi. Pri- 1  Cia analytica, secunda vero synthetica. Una via.  conjuncta separamus, altera disjuncta unimus. Primus modus rerum inventioni j alter earumdim explicationi inseruit.  winalysis, idem est ac totius suas in partes 1  k4 quibus cdti*  flantur lapides montis vesevi, eosdem in su  ultima principia reducit, ita illorum componentia reperit. Analytkicæ contraria est sinthetica methodus, sive compositio, quæ ex quibusdam  generalibus principiis varia componendo in  unum colligimus, itt alios doceamus. Regulæ utriusq. methodi, in sequentibus  capitibus fuse exponantur.  Et Methodo reperiendte veritatis sensibilis Oq. Htcc a sensibus, Certitudo, quam physicam adpellavimus; ex sensibus exterioribus provenit  eaq.  nuncupatur etiam intuitiya. Quare si objecta  exteriora a sensibus retnpveas, hxc veritas on amplius extat. Hinc ruitur primo, quod  hæc certitudo nostrorum sensuum rationem  sequi debet. Etenim pro ut sensus sunt bene  conformati, et objecta exteriora multiplicia,,  eo major nostrarum cognitionum sphæra fit,  atq. augetur. Sensus esse debent bene constituti •   Sequitur secundo, quod si nostrorum sen*  suum fabricatio sit vitiosa, objecta non cernimus distinta. En ratio, cur ii, qui morbd  hjcterico laborant, universa objecta sub coloro Ei usque progressibus M* croceo 'vi/ent. En quo* ratio, «nny^  fci corpora remota, et presbyti,qu* sibi sont  proximiora, non cernunt. veritates referuntur, quæ constantissima observatione, atq. diutinis experimentis liquido constant. Hujusmodi sunt, quæ ex antiquis LIZIO, iElianus, Plinius, tum jecta impellit. Def. Benevolentia est quoddam animidtsiderium, quo ad egenos juvandos rapimur. ax. 1, Bona in natura sunt pæne infinita.   et viem  sceleratus.  Quid monumenta i    Quid si pr®dictis ultimo loco momi-i  intenta, qu® modo extant, addatis, nemo.  «anus dubitat. Reapse quis dubitat Samnites  £xtitisse, et fuisse tam bellicosos. si urbes   a Lb  ttjusgiii progressiius  æstus marini causa, et  sexcenta alia Reg. Si qutesilurti resolvi possit, tunc  videto si resolvi posset in omnes ejus partes,  vel in una,   Hujus generis sunt quædam quæsita, qua  plures in partes adspicienda sum ex. gr. ltius refertur ad familias, ad civitates, ad imperia, ad hominum coetum, nisi hac omnia  considerentur quæsitum non potest Bene definiri, maxime quod uni familiæ, uni civi,  tati, uniq. imperio potest' esse u ilis, aliis  vero maximo detrimento. Quam ad regulam  si animadvertissent tot tantique recentes luxus  scriptores, non consenuissent vel in eo laudando, vel vituperando. Reg. Si quxsitum sit solutionis capax t  extricandum tunc remanet, num sit simplex, vel compositum scilicet num unum, vel plura  membra habeat. Illud quippe est perquam adcuratfc definiendum, alias -erratur. Sic in malorum origine  videndum primo quid sit malum. Deinde  num existat in universo, tum si sit ejusdem,  vel multiplicis generis Demum si sit multiplex, distinguendum in omnes ejusdem cl astes.  Eorumque progressibus  'fes. Dicito hoc ipsum de voce luxus superius  memorata. Reg. Si q tussitum resolvi possit, tunc  constabilienda sunt principia clara frnm, ata.  omni ex parte manifesta px contemptu hujus præclarissimi reguli Hobbesii conclusiones sunt falsæ, quia la Isis  principiis innituntur. Hunc in errorem inciderunt quoq. omnes Pyrrhonii, aliiq. veritatis  infipugnatores.   Reg. Propositiones quot quot sunt, omnes  Jluere debent veluti totidem illationes ex principiis superius, firmatis ac stabilitis. Quod  tunc evenit, quando omnes ita inter se conneetantur, ut ceu quandum catenam efficiant atq.  una ab alia nascatur. Qui id non consequuntur, habendi sunt ingenii plumbei. En ratio cur juventus neccsse  est, ut; consenescat in addiscendis Euclidis  Geometriæ libris planis. Etenim in illorum  lectione modus adquiritur demonstrandi, admiratur in iis, quo pacto secunda de monstratur ex prima propositione, et tertia ex secunda. Sic deinceps. Aristotelis æthica eodem ordine est conscripta, qua in addiscenda juvenum profectas esset major. Nam non  de rebus abstractis, sed de homine agitur, verumtamen nemo unus eam legit, accurat. Cur  ita ? quia eorum institutores nondum sciunt  Aristotelem extitisse, fuisse virum doctissiunim j   Br Peritote-».. gt   mmn, ad Nicomacum scripsisse decem de  sethica libros. Reg. Conditis, sub qnk subjecto prgdicutum convenit, est adcuratissime definiendum* Eapnitn philosophi munus est rationem, reddere t  fiio pacto effectu! ad causatn referatur. Queritur enim a seeulo præterito usq.* ad  prarsentem diem, num luxus sit statui alicui  UtiSfS'? 1 '. J '.w,;-' j, fi; -i 't. •• *>fi Huc usq, universi scriptores in genere quæsitum extricarunt. Sed false omnes. Itaq. eum  vel commendarunt, vel vituperarunt. Cur  ita ? Quia quarsitum non fuit iniqua m bene  ptopositum i Sed dicendum tst: pratsens luxus  est utilitati, vel detrimento regno neapolis I,  vel Rom.el Quæsito ita proposito, videndum  mini otnnes artes primitiva, et secundaria  possint ne numerum artificum majorem h«»  bere? Si possint, necessum est, ut ii^pleantWr. Siti aditer, et remanent in toto regno  centum millia qui laborare possunt, iisdemqj  -Occupatio deficit. Quaro isti centum millia  vuftis, ut iiiOpes vagentur, vel ut expellantur  e* statu, vel occidantur, num denique in artibds itfjAis Occupandi ? Quis npn videt 1»^  xum non modo esse huit statui uttlem, sed  ilittirti decemriufn' ? ‘-fi   RVg. 9. Si in qudsitb rOfoleemdo, vobis non  ebniiiigat cettiiadiheth repetite, tunc probabiollialtm auffite, riebir eyuhg.antd» niti MafKiri l V ' pro -Ejusque progressibus 1 6f   probabilitas. Verum cavete, ne hypotheses velati theses habeatis. Quæritur nuin sol, circa tellurem, ve] hæc circa illum moveatur. Certitudo omnino defecit. Quærenda est probabilita. Utraq. est  probabilis. Tunc quære probabiliorem. Mibi  videtur illa Cupertiici, quia mjnus me allicit.  Nam facillime intelligo revolutionem diurnam terrx circa seipsam, atq. illam annuam  circa solem in eccliptica „ et sojis re: «jlunonem circa proprium axem vigmti septem dierum spatio. Reg. Non omnia quxsita sunt ejusdem geperis, alia enim sunt physica, alia metaphysica t aha denique moraba. Si physica sensus,  observationes, a/iosq. homines interrogate. Si  i nethaphysica, adhibenda est ratio, ac demonstratio. Sin denique moralia. Notate testes,  historiam, traditionem, ac monumenta.   Licet hxc sint per se clara, verumtarnen  in rebus facti, nulla ratioctnii. Dum facta  video, rationem non audio Sxpe etiam in  re clara, et manifesta, qua mpluri mi testibus  utuntur. Fortasse testes imiorem rationem  habent j quam ipsa ratiocinia firmissimis principiis constabilita?   Reg. ii. Quo pacto in narrationibus historicis procedendum, si monumenta amplius non  extern ? Codices consulite, quibus in legendis  funditus sciri debet scriptoris lingua. At ca~   L 4 vrr#   De Veritate,j t t ' J veto ne Verslones vulgares, Hef. itxicos conmunes adhibeatis. Seri quorsuih hcpc - Quia 'nulla lingua in  aliam translatari optime potest. Quatvis .enim  lingua suas habet pecujiares proprietates, sectam, religionem, imperiv firmam, mores  denique y 'propensiones, adjectus, educationem,  studia, exercitia, ac partium studium. Hrc enim omhia ad plenissima scriptoris  sensa intelligenda mixime conducunt • Natn  quiiumque- scribit etiam nolens suis in libris I  transfundit suos mores, adfectus y temperamentum, opiniones, scientiam, oartium studium, atq. alia sibi propria. Brevius sjuicumq. scribit, se ipsum describit, Quid liber, quam Sermo scriptus Nonne sermone,  aliorum animos pæne videmus?. Hoc fusius, ac   1»T  Ejusqie progrersibnj • i est diligentissime versandum, verum maxima,  cura lectitanda, sunt omnia, ut scriptoris mens  ex universis ejusdem operibus constet Potent  enim esse, quod aliquod rejecisset.   En ratio quare quampluritni in judicando  errant. Quia vel integrum librum non legunt, vel non intelligunt. Quid si. reliqua  scriptoris opera, ignorent, vel non curant  scire ? At quid statuendum, si scriptor de  aliorum opiaionibus, vel factis agat?   Reg. 14. Tunc exquirite primo, an scire potuerit, Num fuerit perspicax. 3. An in judicando adeuratus. 4« Num in referendo sincerus • In quibus si uni eorum defecerit, fidem  ei denegate. Sin minus, eundem habete et diligentem, et sincerum, et veracem. Hujusmodi sunt optimi historici noti. LIVIO (si veda), SALLUSTIO (si veda), Cornelius TACITO (si veda) præstantissimi fuerunt historiæ scriptores. Apud recentiores MACHIAVELLI (si veda), Franciscus  GIUCCIARDINI (si veda), Bernardus SEGNI (si veda), Angelus de  Constantia, Robertson, Hum, atq. historix universalis anglJci scriptores. Quid si  ex uno scriptore quamplures acceperint. Reg.Si quamplurimi, etiamsi mille ex  uno scriptore sua traxerunt, omnes simul tatl%.  valent, quantum unus, quem transcripserunt.  Quod si clare constet historicum fuisse J cujus nomen præfert. Sic  Jjbnr de consolatione CICERONE (si veda) adscriptus; est '  Hgarjii .Ergo spurius. Contra VirgHii .®neidos., suflt Virgilii, nam, ab ejus obitu ad  præsentem usque ætatem eidem tribuitur. IlJudq. ipsum dicitp de CICERONE (si veda), ORAZIO (si veda), COLUMELLA (si veda), M. VARRONE (si veda) operibus. Tertio loco  si in Codice m°dp aliquid legitur, quod in  scriptqcis:$t#te, vel antiquis Codicibus non  legentur, dicitur interpolatus. Denique si  jaunc aliquid desideretur, quod fa antiquis :jpndieihu» etfeat, appellatur mutilatus. HdSjjtm omnium exempla surtt pæne infinita,  jju brevitatis gratia omittuntur; et quS rdtione fiæc omnia internosci possunt ?   Reg. Dicito illum librum esse spurium,  jt. -Si scribendi stylus, vel cogitdndi ratio non  sit illius scriptoris, cujus nonfen profert. . j&i a scriptoribus corvis non sit memoraV Si adeo ineptus, ut cui tribuatur, nullo.    EjuspK progressibus n *7P  lo modo possit convenire. 4. Dengue libe  habendus eit 'spurius, -si antiqui eum rejecet irini /; - iV .. ..Reg. Contra^ liber habendus est genuinus  I. Si stylus, et cogitandi modus illi conve •  ni aut, cujus nomen > prxsefert: 2» Si a scriptoribus Coxvis sit memoratus: Si antiqui   de libri genuitaie, minime dubitarim.   Reg. Lib^r habendus est interpolatus t vel  spurius y si facta, et personor memorentur scriptoris xtate posteriores. Ipsum dicito de vocibus, ac locutionibus. Ultimo loco si doctrinas  •Si st e mati sibi proposito contrarias contineat  Quid si scriptor fuerit ineptissimus*.   Reg. Codex est mutilatus si in eo aiiquid desit, quod vetustissimis in codicibus legebatur: 2. Si qux continet y vani, cottfuseq leguntur. Hæc pro auctoritate humana satis esse duco. Quo ad divinam, præter ea superius dicta notanda sunt etiam quæ sequuntur.   Reg Oportet perpendere .Nam Deus  loquutus fuerit'  Cui loquutus: Quo in  loco:  quando:  quid'., Hæc omnia manifestissima sunt in quinque Pentafheuchi libris a Mose scriptis. Nam Deus loquu,tus cum universo Populo Hæbrreorum. In mote Sinai, post eorum egressum  ab iEgypto. Quæ autem loquutus fuerit in  duabus Tabulis lapideis continebatur * Quse   licet j De Veritate, j' v> .  licet constent;, veruuuamen videndam insu-, i  f *.   Per. Reg,. Num qu& Deus dixit, ai/ aoj incorrupta, vel interpolata, vel mutilata pervenerint. 2. i 1 / sensus, ac vrria possint varii accipi. Si autem varie accipi possint, nemo «aaa  fuo arbitratu, ac teneri intellegat, W aat  (Catholicæ Scclesix judicio, standam erit.,  Hujusmodi sunt præcipuæ rCgulæ, qua? methodo analitic.e maxime inserviunt. Quæ autem sequuntur ad syntketicam spectant. Ej usque progressibus De regulis explicanda veritatis, tam viva voce,  quam scriptis  I T' X omnibus animantium generibus unus  1/ homo veritatis capax, est quoq. loquela  præditus, qii^ sui animi intimiora sensa exprimit. At mirabilior ejt scriptura, qua cum  absentibus temporis, ac loci loquimur Sed  si philosqphi, si parentes, si ludimagistri  desiderent, ut juventus utiliter hæc divina  rationis instrumenta adhibeant, sequentes regulas ob oculos habeant. r Reg. i. Initio cujusq. facultatis, magister  doceat, quid ea" sit, que fuerit ejusdem origo,  progressus, vicissitudines, scriptores, atq. quas  in partes ea distinquatur. v; •, Cur itl ? ut sciant auditores, quæ ipsi comparant, atq. univers® scienti® quandam designationem ceu^ in parva tabula adumbratam  habesmt. In quibus enucleandis una, vel akeia lectio sufficit, ne rerum multitudine detineantur ii, qui paucis prsceptis sunt imbuendi. Reg. st. Maxima cum brevitate [H. P. GRICE: Quantitas: be maximally brief], ac claritate  simul primo controversis: status proponatur, deinde suas in paries dividatur; tum inutilibus  resectis, omnia sensim sine sensu explicentur In hoc a quatnplnrimis erratur. Neq.enim  -v t pro- «r    ffif •• - J-dolemata sciunt acute propd n ere, neque omnes,  nodos extricare. Veriwn omne tempus in  congerenda cujtisq. generis eruditione sine  ullo ordine, judicio,  lepore tevurit. Qujf  GrammaticorutntForensium^c medicorum pleynmq. est perquam inepta scribendi ratio. Reg. Vocabula omnia definiantur, ut quid  sit res de qua agitur, plenissime intelligatur l Hujus iftilissim* regulæ contemptus juvenes impedit, ut bene iatelligant, atque addiscant. Reg. 4. Ex definitionibus officiantur axioma*  ta; atq % postulata, ex quibus clein emitis præpositionum series eruatur. Hæc rectissima docendi ratio, quam sibi  sumunt Geometr, est illorum omnium, tjui  sciunt ratiocinari. Divus Thfcmav’ non erat  Geometra, veramtamtn quia divino ingenio  præditus ordine scripsit. Quid dicendum de  Aristotelis ethica tam pressp et ta!n stricto  ordine Conscripta Reg. ij. Definitis universe scientia vocabulis, initium sumatur a rebus simplicifribus t  ac facilioribus, atq. ad maximi Compositas 9  jfuxijpeq. difficiles procedatur.   Sin aliter fiat., discipuli non krtelligunt.  Reg.' In rationum ''catena conficienda, ita  ordiatur, ut altera 1 alteri prxluceat, atq. altera alteri inserviat. Ex quo tandem integrum  disciplinæ systema compingatur omni ex parte connexum.  Reg. Ej usque progressibus. ut sciatur tempus, W,  w   r«nf gesta.  fc '- . „ Reg. 14. natUrd  j '   ac pravus. Ergo pontus ut educationi defrrtur, proinde? magister curat auditores redde-,  re laboriosos   longius, quam res tanta dici poscit.. Pritpo arithmetica est scientia, qua  mentem instruit, ut ea expedite ac recte  super qtiibusdam cyphris numericis operetur. At qua de causa ? ut nempe veritates inveniat. Hac scientia licet quamplurimis contineatur regulis, ut additione, subtractione, multi plicatione, ac divisione, attamen additio, subtractio, multiplicatio, ac divisio tam in quantitatibus integris, quam in fractionibus cujusque  generis ad additionem, atque subtractionem  reducuntur. Itemque regula aurea, societatis,  alligationis, positionis, ac combinationis; nonne ha? omnes, et si qua? sint alia? etiam infinitæ, revocantur ad unicam regulam aureEtenim multiplicatio nihil aliud est,  quam ipsa additio concisa: et divisio est ipsa  subtractio. Sic si mihi multiplicandum esset  g. per 4. duos modos adhibere possum, vel  M fi 8. qua- « \1   lif *,.  quatuor seriam, factaque summa habebitur 32. alter modus est si 4. accipiam octo:  vel octo accipiam quater, productus erit semjper 32. ex quo pate't multiplicationem non  esse, nisi ipsam additionem compendiosam.  Id i^nm dicendum est de "divisione;  nam ha?c est ipsa subtractio, cum hoc uno  discrimine, .quod subtrætio fiat semel, scilicet ex quantitate majori dematur minor, ut  quod remanet, videatur. In divisione vero  subtractio fieri debet secundum numeros divisoris. Sic si dividere vellem 484. per quatuor. Fieri debet in uno quoque .numero  hinc primo ingreditur semel, in secundo bis,  ip tertio etiam semel, quotus erit 121. Ergo  in primo numero subtractio fuit unius numeri 4. in secundo subtractio dupli 4. et postremo etiam unius 4. Ex quo 'etiam liquet divisionem non esse, nisi ipsam subtractionem.  Quod quidem non inteligendum solum de numeris integris, verum etiam de fractis, ac  de fractorum fractis.  At si quis inquiet; ad quam regulam  referuntur potentiarum elevationes, atque radicum omnium extractiones Respondebitur,  quod potentiarum elevationes sola multiplicatione conficiuntur 1 ' extractftfnes vero radicum cujusque generis et multiplicatione, ac  divisione, hoc est ex additione, et subtractione simul. Sequitur postrema scientias nume ricæ regula, qu* est sola aurea, ad quam quot. quot sunt, omnes reducantur. Verum quid  continet hrec: nisi quo pacto fex tribus numeris cognitis inveniri possit quartus numerus proportionalis incognitus Hoc parumper perpendamus in tyromim gratiam.  Ad quatuor classes, omnes problematum numericorum resolutiones vulgares ari/ thmetki reducunt, nempe ad regulam auream sive trium; ad societatem: ad alligationem, atque ad falsam et duplicem positionem.  Primo regula aurea sive directa, vei  indirecta: sive simplex vel composita est inventio quarti numeri proportionalis, post tres alios  datos: ut 4. boves ararunt I. terr® jugera,  quot jugera arassent 16. eodem tempore ? Itemque 4. messores metunt quandam segetum  quantitatem 8.diebus, quæritur quanto tempore eundem campum messuissent if. messores? In  utroque problemate semper quartus proportionalis inveniendus est, cum hoc uno* discrimine, quod In primo problemate multiplicatur  secundus, cum tertio, productufn dividatur  per primum, hoc est te3. per -4. quartus pfo»  portionalis est ja. In secundo autem problemate 'multiplicatur inter se primus cum secundo-, productum dividatur per tertium, videlicet 3*. per 16. quotus, hoc est quartus  proportionalis est. Sin autem utraque sit  M 4 cora- quibus mentis adus clarius explicantur De Jignorum artificialium origine De linguatum omnium natura De linguarum artate conjicienda De vocum divijione De propojitionibus De mater i a, forma, £r propofitionis quantitate 6e errorib.me ntis quo ad jenjus exteriors De errorib, quo ad animi /enfationes De errorib. quo ad ip/ius mentis adtus.iOQ  De errorib. quo ad animi Jigna relatis,  de illorum abufu De errorib. quo ad propo [itiones De errorib, quo ai /yllogi/mos, aliofq.   arguendi modo s. De errorib. qui ex prava puerorum eJucurione oriuntur Ve errorum emendatione De veritatis ortu, ejufq. p r Ogre£ibus Quid, O quotuplex Jtt veritas  cujufq. veritatis exifientiaJ   uip, et quotuplex Jtt veritas De cujufq. veritatis nota. Quid, et quotuplex Jit methodus De methodo inueniind.e veritatis fenftbilis Dg methodo demon/irqnd £ Veritatis De methodo reperiendx veritatis prob De veritate probabili De regulis pradlicis reiie philo fophandi De regulis explicande veritatis, tu n: viva voce, tum {criptis De Logices redudione ad arithmeticam. ACJA.jpfd/L<rsa SLIOTECA NAZ. Vittorlo Emanuele III NAPOLI DE ARTE  RECTE COGITANDE LECTIONES SEX. DE ARTE RECTE COGITANDI  LECTIONES SEX NEAPOLI EX OFFICINA MICHÆLIS MORELLI. PUBLICA AUCTORITATE. IILUSTRISS. AC REVSRftfWSS. VIRO   MATTHjEO JANUARIO  T E S T iE-P ICCOLOmINEO  ARCHIEPISOOPO CARTHAGINIENSI, j  ET FERDINANDI IV REGIS A SACRIS, ET COWSILIIS, AC REGU  AR-CHIGYMSfASII prefecto Q Uct omnia Deus Opt. Max. d  rerum primordiis condidit homini condidit hominemque i~  ppfum alteri homini. Hinc  fit, ut qui ex hominibus majori cura j diligentiaque aliorum quarunt utilitatem, ac praCtpue in literis, artibufquc  provehendis, qua funt cujufque bene conflitutee Retpublics ornamentum, ii exteris  proflantes, jure inclyti habeantur, *f§rnamque flbi comparent famam. Inter hu-jufmodi viros quinam hac noflra tempeflate  merito adnumerandus, quam tu vir Illuflrijftme, ac Rcverendijftme ? qui ft in exteris dignitatibus Tibi collatis pro tua humanitate, prudentia, juflitia quod Caput 1 cfl, pro tua in omni re liter aria, penitiori cognitione ipfarum literarum, ear umque cultorum Te praflanttjftmum patronum femper prafliteris, tamen ab eo  tempore, gwo //£* Regii Archigymnafli Prxfcllura fuit demandata, ita eas, eofque  provexifli } ut fub te uno utrique nati videantur 4 Pro tuo igitur bumanijjimo ingenio, «r me, ac meum libellum   de arte rcSle cogitandi, qui nunc primum  in lucem prodit, ac tibi libenti animo nuncupo, rogo excipias optime vale. Neap. pridie non. Ap.iyy'/* \s.LE- DE EXIGUO HISTORIjC LOGIGE  COMMENTARIO ale£tica, qua» eft ars perficienda rationis humana, a  Gracis exorta Zenonii Eleati Parmenidis auditori, 8 c  adoptione filio tribuitur, ut  ex Ariftotele, Sexto Empiribo, et Lærtio. Verum Zenonis Logica  reapfe non fuit, nifi ars rixandi * et cavillandi i ex qua Eleatici Sophifta profluxerunt | quorum audaciam Socrates pra- • a 4 ftan- [Floruit Zeno circa olympiadem 79.,  qui juxta Valerium Maximum lib. 3 cap.  3. Nearco Agrigenti Tyranno aurem morfu corripuit. Plutarchus Vero ad verfus 'Colotem fcripfit Zenonem fuam linguam  dentibus amputatam in Tyrannum expuifle. Hujus philofophi principia naturalia rejecit LIZIO libro Metaphysicoautn tertio cap. 4. ftantiflimo vir ingenio, atque morum innocentia Angularis retundens, non aperto marte eos aggrediebatur, .fed quadam  difputandi dexteritate proprios errores confiteri eofdem cogebat. Hinc Socratis Logica tota erat in eo, ut primo vocabula  omnia vellet defjnita, deinde quibufdam,  minutis interrogationibus propofitiones omnes per neceffariam confecutionem ita te?  xeret, donec ad præceps inconfideratos  adverfarios perduceret. A Socrate quamplurimæ philofophorum  familiæ profe&æ funt, quarum celebra- [Ante Socratem philofophi JEthicæ ftudium neglexerant. Hic vero  maximo ingenio, corde, ac fpiritu omfiium primus homines felices reddere curavit. Is enim de anima, de paflkmibus,  d'. vitiis, virtutibus, pulcritudine, deque  hujufmodi aliis, quæ vel cum nobis, vel  cum focietate conjunfta funt, fapientiflime difputavit. Adverfarios hironia, atque  induftione refutabat. Xenophon, et ACCADEMIA ejus do&rinam, et vitam fcripferunt.  Irreligionis crimine adcufatos, quia Græcis fuperftidonem deteftabatur, ac Dei bratiffimæ, quasque Diale&icam furtimo  cum honore excoluerunt, memorantur ACCADEMIA a ACCADEMIA Athenienfi, Meg a unitatem confitebatur, veneno obiit in  carcere. Quæ hujus praiftantiflimi viri  fenfa fuerunt, quo ad Deum, animam,  res morales, aconomicas, atque politicas leggi poffunt in Lærtio. Plato jEgynenfis, Codro ex parte  Patris, et Soloni ex Matre conjun&us,  87. olympiade natus eft. In pueritia in  exercitationibus gymnafticis, pi£luræ,muficas, poefis, atque eloquentias ftudio operam navavit. Verum cum Homerum legeret fe excuflit, ac philofophiac fe totum  dedit. Principio Cratilum, atque Heraclitum, poftremo o£lo annis Socratem audivit, quem in fuis cafibus non deferuit.  Quin imo univerfa ejus bona pro Magiftri incolumitate judicibus obtuLit. Poft  Socratis mortem petivit jEgyptum, deinde  ITALIAM, atque in fchola Pythagorica CROTONE METAPONTO TARANTO REGGIO initiatus. Athenas redux, fcholam aperuit  prope Ceramicum, in quo monumenta  eorum erant, qui Marathone tam glori ofe occubuerant. Plato moriens fua   bolo   garici ab Euclide Megarensi, Cyrenai  bona illis reliquit, qui folitudini, quieti,  meditationi, atque filentio vacarent. Inter quam plurimos ejus difcipulos recenfentur LIZIO, Speufippus, Xenocrates,  Hyperides, Lygurgus, Demoftenes, atque  Ifocrates* Plato fuit vir divini ingenii,  laboriosus, temperans, agendo loquendoque gravis, patiens, atque urbanus. Toto vitæ curriculo juventutem inftituit,  obiitque ætate 81. Annorum Perfeus Mitridates ftatuarrt, et LIZIO altare elevaverunt. Itemque dies fu» nativitatis  habitus eft facer. Qu* autem de Diale&ica, de rebus phyficis moralibus, politicifque pertra&avit, funt pene divina.  Is fuit Primæ ACCADEMIA au&or, cui fucceflerunt Speufippus, Xenocrates, Polemon, Crates, et Crantor, quam deinceps inftauravit Arcefilas, poftremo Carneades, qui  Medi, ac Terti ACCADEMIA principes fuerunt. Platonis do£irina primum inftaurata fuit fub Augufto, et Tiberio a Theone Smyrnenfi, atque Alcinoo; fub TRAIANO (si veda) a Phavorino; fub ANTONINO (si veda) Pio a  L. Apulejo, et Numcnio Apamenfi: fub Ccmtiaici ab Ariftipo Cyrene Afri es urbe; na- COMMODO  a Maximo Tyrio, Plut. ac Galeno.Exa£la autem barbarie eam excoluerunt  BefTarionus FICINO (si veda),  Angelus POLIZIANO (si veda) Aretinus Calderinus, Joannes Picus PICO (si veda) Mirandolanus. In ACCADEMIA libris aliquam Trinitatis notionem deprehendifle nonnulli fibi vifi funt.  Sed hac in re videnda eft Joannis Frederici  Meyer diflertatio, Samuel Crellius, Joannes Clericus. Euclides fpiriturri fui magillri non  feq nutus eft, etenim pro morum philofophia, Logicam coluit, ex quo ut in  Lærtio ejus auditores di£U funt et Me garenjes et Dialctttci. Is Athenas no£lu  ibat tunica muliebri indutus, pallio verficolore amiflus* caputque rica velatus e  domo fua Megara ad Socratem commeabat, ut ejus sermonum ac confiliorum  fieret particeps. Rurfumque fub lucem  millia pafluum paulo amplius viginti, eadem tunica teftus redibat  Ita A GELLIO (si veda) lib. Euclides enim in arguendo nonnifi conclufionibus utebatur. Qua•r$ Eubulides ejus fucceftor multa fophifmatum genera invenit, adhibuitque. At   nato, LIZIO ab LIZIO (e) LIZIO   Diodorus hujus auditor moerore mortuus  eft, quoniam Stilponis argutias refellere  ignoravit, quique Euclidseus fpiritus Europse regnavit inter Nominales, ac Reales;  inter Thomiftas et Schotiftas. LIZIO Macedo Nicomachi,  ac Pheftiadis filius, Platonem audivit circiter 20. annos, immenfam au£orum. legionem habuit. In Lycæo fchoiam aperuit abfente Speufippo Platonis nepote. Alexandrum Philippi Macedonum Regis filium docuit. Senefcens impietatis  crimine adcufarur a Sacerdotibus, fugi it. Quo ad ejus mortem alii 0 in  ./Euripum fe præcipitaffe, alii fibi ipli  necem intulifle ferunt. Hujus philosophi opera sunt pene innumera, ut  ex Lærtio. Quas LIZIO de historia  naturali, de arte oratoria, de poesi, de  ethica, de rebus aiconomicis, politicisque sunt quippe admiranda. Eidem in Lyc2eo fucceflit TheoDhraftus suus discipulus,  quo mortuo pene filvit, licet in eo docuerit Lycon, Ariston, Critolaus, Diodorus, Demetrius Phalaræus, ac LIZIO, denique PORTICO a Zenone Cittieo. 1 r princognomerito phy (iens. Verum fub Imperatoribus Romanis alias viguit hæc doftrina. At illo imperio proftrato omnino  evanuit. Sed iterum Romanorum Pontificum cura poft ^urops barbariem denuo  inftaurata, eam fummopere excoluerunt  Albertus Magnus, D. Thomas, LOMBARDO (si veda), Scotus, aliique. Majori autem cum fucceffu dein culta a POMPONAZZI (si veda), ZABARELLA (si veda), Francifco atque Alexandro PICCOLOMINI (si veda) Senenfibus: Itemque ab Andrea Cassalpino, Cæsare Cremonino CREMONINI ROBERTI (si veda), qui Harveo præfuit in  nobili fanguinis circulatione. Hac in philefophia floruit quoque Melan&onius Germanus, qui poftea Nominales  et Reales, variafqne fcholafticorum feftas infequutus eft, Quiq. etiam PORTICO, Scepticos,  atque L’ORTO damnabat. Pcftremo hanc  do&rinam coluerunt Nicolaus Taurellius,  Michæl Picartus, Cornelius Martini, et  Hermannus Corringius cum quo LIZIO philofophia corruit.  Zeno Cittieus Mnefii filius ætate  triginta trium annorum Athenas primum   ivit  cipium habuerunt. Verum qua», aq  qualis fuit illorum omnium ars disputandi: Itemque in quibus laudanda,sVei  culpanda, licet a propofito non eflet aliecurri, attamen quia hujufmodi exquifitiome ivit, ut purpuram venderet, iliofque tam  celebres viros cognofcerct, quorum libros  perlegerat. Quo cum perveniflet, Cratem  primum, illoque religio Stilponem decem  annos audivit, coluit etiam Xenocratem,  Diodorum Cronum, Polemonem inter»  rogavit, quorum omnium cognitionibus  maxime imbutus fcholam aperuit in PORTICO, quamplurimofque habuit auditores, quos vita? potius honeftate, quam  leflionibus inftituere folebat. Zeno 88  annorum artate occubuit, Artam oratoriam a Diale&ica non dillinxit. Zenonifc  dtfcipuli fuerunt Philonides, Calippus,  Pofidonius, Zenodes, Scion, Cleantes, Ariston Chius Miltiadis ftlius, Herillus Carthaginenfis, Sphoerus, Cleantes Lycius,  Zeno et Antipater Tharfenfes, Diogenes  Babylonius. Apud Romanos ftoica doflrlna in fummo fuit honore. Poft literarum  inftaurationem eam coluerunt Juftus Lypfius me ab inftituto fummopere abalienaret præteritur, atque oculo peregrino reliqua  percurram. Poft hos omnes floruit L’ORTO Arhenienlis, qui Xenocratem, et Pamphilumflus, Gafpar Scioppius, Daniel Heinhus, aliique complures, L’ORTO maximus philofcphus Gargetti L’ORTO in Attica ojfymp.Top. ex Neocle  et Chereftrata editus unus eorum fuit, quos  Atfienienfes in Infulam Samos miferunt,  Hic puer Matri piaculari præibat, atque  aliquo piaculo domos conta&as circumibat. Ita Lomeyer de Lujtrationibus. Hoc  exorciftx genus inhonorum erat apud  antiquos. Rediit Athenas decimo fux setatis anno, trigeflmo vero fexro scholam  in viridario aperuit, ibique cum fuis amicis tranquille vixit, Quamplurimos habuit difcipulos, ad quem ex omnibus  Græcia: urbibus confluebant, quocum etiam vitam vivebant, nam L’ORTO dicere folebat, ut ex CICERONE (si veda), de finibus lib:  *• omn r f »™ rerum, quas ad beate vivendum faptentia comparaverat, nihil ejfe amscitia majus, nihil uberius, nihilque ju-cun Ium Platonicos, et Theophraflum Veri pzcundius. ^Jeque hoc oratione folum, fed  etiam moribus, ac vita comprobabat. Ejus fequaces adeo Magiflro adhasferunt,  ut etiam mortuus fpiraret in fummailla  tot animorum confenfione fui memoria.  ita Gajfcndus de vita, (y moribus L’ORTO. Philofophia» corpufcularis Epicurus non  fuit au£lor, fed infkurator. Hunc momordit ejus difcipulus Metrodorus, qui ad  Carneadem tranfiit. Etiam CICERONE (si veda) GIARDINO convitiis laceffivit, at ejus caufam dixerunt Alexander ab Alexandro, Cœlius  Rhodiginus, Joannes Francifcus PICO (si veda) Mirandolanus, Marcus Antonius Bonciajius, Palingeniur, Andreas Arnaldus, Francifcus  de Quævedo, denique Gassendus. Quibus omnibus præfuit ipfe Lærtius,  qui fcripfit in ejus vita: nam fan&itatis  in Deos, et charitatis in patriam fuit in  eo affe£tus ineffabilis. Ipfe CICERONE (si veda) de finibus lib. Ac mihi quidem, quod ipse bonus vir fuit, et multi epicurei fuerunt, et hodie funt, et in amicitiis fideles, &.in omni vita conflantes, Sc graves, nec voluptate, fed officio confilia, LIZIO audivit. Hujus Canonica sive   b Diamoderantes, hsec videtur major vis honeflatis, et minor voluptatis. Ita enim  vivunt quidam, ut eorum vitam refellat  oratio, atque ut cæteris exiftimentur, dicere melius, quam facere, at Epicurus voluit melius facere, quam dicere.  Quamobrem Seneca de vita beata cap.  2. fcripfit: non ab Epicuro impulfi luxuriantur, fed vitiis dediti luxuriam fuam  in philofophiæ finu abfcondunt; 8c eo concurrunt, ubi audiunt laudari voluptatem.  Nec æftimatur voluptas illa Epicuri quam  fobria, et ficca fit: fed ad nomen ipfum  ad volant, quærentes libidinibus fuis patrocinium aliquod ac velamentum. Hic in  inultis culpatur, ut ex tot |§ntifque fcriptoribus tam antiquis, quani recentibus.  Maxima vero animi conflantia, qua femper  vixerat urinæ doloribus correptus ætatis 67.  an. 0 lymp.Hic vocabulo voluptatis  juventutem allexit, at in fuis le£lionibus  nihil aliud, quam virtutes, temperantiam,  frugalitatem, bonum publicum, an imi fortitudinem, vita; negle&um, ac voluptates  animi, non autem corporis difcipuios docebat.  Dialc&ica paucas regulas de fermoris perfpicuitate, deque reflo ratiocinandi ordine, quas fophiflis fu ætatis oppofuit,  continebat. Qu*que legi poflunt in Lærtio fuo difcipulo, in Stanleyo, in l'hpr  mafio, atque in Bruckero,   H*c de veteribus celebrioribus philosophis, qui Dialefticam vel invenerunt,  vel auxerunt, vel perpoliverunt ad Cælaris ufque jEtatem, at fecundo ecclefi* feculo Alexandri*, ad quam quafi ad bonarum artium mercatum literati omnes  confluebant, invaluit quadam philofophia,'qu* ccclettlca dicebatur, cujus nobile  inllitutum erat ex fingulis philofophi  fe- Ad ejus fcholam pr*ter 'virbs confluxerunt  etiam muliqp?s celeberrimas, ut Themiflia Leontii uxor, Philenides, Erotia,  Hedia, Marmaria, Bodia, Phedria, neq. ejus cives, neque ejus adverfarii eum vel  libidinis, vel impietatis crimine adcufarunt. GIARDINO ORTO Philofophia fine ulla interruptione culta fuit ad Augqflum ufque, LUCREZIO (si veda) eandem collegit. Eandem quoque coluerunt Celfus, Lucianus, et   Diogenis Lærtius, H*c phjlofophicum  Ceftis tunc temporis florentibus qimlam  excerpere, quxdam mutare, aliterque exprimere. Verum hsc philofophandi ratio  dofliflimis ecclefias Patribus adeo placuit,  ut ftatim per omnem Chriflianum orbem  fuerit ditfufa. His acceflit, quod ha:retici quinti feculi Ariftotelads, ac PORTICO  prafidiis abutentes, dolores noftros adgrederentur, qui ut adverfariorum argumentationibus, atque irrifionibus occurrerent, eadem difputandi arte etiam imbuti funt. Dialectica itaque eccle&ica ex PORTICO, atque ex Ariftotelica componebatur, qua2 ufque ad duodecimum ieculum  in occidente fuit tradita, maxime quia   b z B.. cum ROMA sepulta iterum revixit initid  feculi decimi feptimi, atque ignominia  formarum plafticarum alias atomos in priftinum fplendorem alii reponunt Magnarius  Luxemburgenfis edidit primus ejus Demotritum revivtfcentem, Magnano fucceflit Gaffendus vir pradlantiflimo ingenio  an. 15P2. Poft Gassendum coluerunt raolierius, Bumerius,.‘Vandomus, Bovillonius, Catinat, Polignac itemque abbas  Gennet,Fontauellius aliique quarn plurimi, viri. Aliguftinus fuis difcipiilis eam commendaflfe fertur. Seculo autem duodecimo ScholalHci?fivt Chriftiani occidentales LIZIO libros  ab Arabibus versos, ab iifdem interpretatos accepere. At hi nimio rixandi ftudio  du&i Logicam, ac Metaphyficam fatis  quidem obscuras atque IMPLICITAS novis  subtilitatibus, novifque quseftiunculis ac  laqueis foedarunt. Etenim cum linguam  Grxcam ignorarent, Ariftotelem neque  legere, neque interpretari poffent, ejuR   dem  VALLA (si veda) Roriis natus.  anno quinquagefinio suæ statis occubuit. Is incultam fermonis barbariem elegantiarum libris dsfasdare curavit. Ut  ex Jovio. Natnra mordacilTimus CICERONE (si veda)  vellicabar, LIZIO carpebat, VIRGILIO (si veda) fubfannabat, uni tantum GIARDINO affurgebat. Hic cum pauca in Logica fui  temporis animadvertilfet, adverfus Magiftros fe fe offerebat, ac planum diceret  nullam efle Logicam, prater Laurentianam. In libro de voluptate, ac vero bono GIARDINO .adhæfit. Hic omnium primus  philosophiam ex pyriffimis fontibus, non   ex dem Utiliora neglexerunt, fophiftica duntaxat amplificarunt. Scholaftici itacjuc LIZIO denominati funt, et denominantur, licet eorum pauciflimi LIZIO legerint. Hujulmodi Logica futnmo in  honore habita fuit ufque ad feculum XV.  illiufque veftigia etiamnum manent in  quamplurimis Monacorum familiis.   Verum initio decimi fexti fcculi, primum VALLA (si veda) et  Agricola, dein*   b 3 de   ex lutulentis rivulis falubriter hauriendam  effe docuit, explofa penitus fcholallicorum difciplina, qui tunc temporis principatum obtinebat. Rodolphus Agricola apud Frifios ortus Hic enim tanquam athleta multa tulit, fudavit,& allit abftinuitque venere, et vino, ut magis magifque  literis vacaret. Poltque Parifiis, et Ferrarii Gricam, ac LATINAM LINGVAM comparavit, reliquum itatis partim Hebdcrbergi, partimque Wormatii duxir. Pofl:  ejus mortem Lovanii editus fuit liber  temeritate judices concuffi, irrito conatu  per diem integrum imagiftramvt fuit i ut  barbari barbare vocabant. ItaFreigius in  vita Petri Rami. Scripfit inftirutioves Logicas, atque in LIZIO trviniadverfhnes, Ex Triumvirali fenrentia ejus libri  damnati furtt. At paulo poft Diaia&tcx,  atque eloquentia Cathedras obtraurtTTandem in S. Bartolomad prælio occifus eft. Baco magnus Cancellarii  fub Jacobo i. unuseorum eft qui ora*  nes perfefliones, atque imperfectiones  fcholaftica; philofophiæ cognovit, oftenditque: itetftque vehementi (lime laboravit  pro ea perficienda. Hujus traClatio de augmentis ferendarum eft perquam utilis Literarqmafliduitate dx ditiflimo obiit pauper. In fcientiarum organo do  rebus Logicis difertiflime difputavic, in  quibus modum optime conficiendæ Induclionis difleruit, cum AriftotelicI methodum docerent conficiendi fylidgifmi. Quo   in  mas Hobbefius, qui licet luam  Logicam computandi anem infcripferit,  verum tamen ut cæteræ illius temporis  fcholaftiGa garrulitate etiam fcatet. a Poft hos meliori methodo atque acriori ingenii acumine de Logica egit  Cartesius vir doctifiimus y cujus  libellus de methodo rationis rettc dirigendæ,  inquirenda in J cientiis veritatis eft valde praftans. Etenim is primus fuit, qui.  conculcatis vetuftiffimis au&oritatis præjudiciis  ad veritatem inveniendam aljos  excitavit • Itemque non ex aliorum judicio, virum ex propriis viribus omnia explir in opere o&odecim annds confumpfit. Hic  unus novæ philofophue praxurfor fuit. Hobbefius Malmesburii ornis pfiuja ætate piaxiraos habuit progreffus in linguis, quinquennio philolophiæ scholafticæ operam dedit. Deinde  ITALIAM, ac Galliam peragravit. Tucididem in linguam artglicam vertit, ut fbtus Democratici conftifiones notaret. Lutetiæ an. i) Lockius Vyrigton prope  Briftblium natus an. i6p. prima literarum rudimenta in Collegio Oxfortenfi,  accepit, quaque illi eide tn -puerilia vifa  funt. At Cartefti opera illum acuerunt. A Cartefii operibus ad medicinam tranfir,  qua de re anathomen, hiftoriam naturalem, atque chymicam comparavit. Peragravit primo Germaniam ac Pruffiam,  deinde Galliam atque ITALIAM cu«l Comite Noftumberlando-Heflico morbo  correptus Galliam venit 1 qua benigne  exceptus fuit » Vix ad Angliam redux y   Babris anglice editis artem cogitandi comprehendit. Hos Petrus Coste  in Gallicum sermonem, Burrigidius vero  IN LATINVM VERTIT. Lockius enim fummo mentis acumine rerum caufas rimatur, vires humana rationis computat, denique Logicos docuit qua via (e explicaripoflent, neque erubefeere fe nefeire,  quod reapfe ignorant. Cartefianos aggreditur, ac difputat omnes ideas vel fenfuum ope, vel meditatione oriri:  Ostendit quo pa&o unaquaque idea adquiratur: Diligentiffime artem criticam  expofuit. Poftremo de humana cognitione, de veritate cujuslibet generis, de ratione, de fide, ceterifque aliis fufe lateque pertraftavit. Attamen reprehenditur. Bataviam petivit, atque ab Anglia rege  requifitus ire noluit. De Intelle£lu humano  librum confecit, quem edidit:  rure compofuit librum de Imperio civili, in quo tyrannidis injuftiriam expofuit: eoque in loco compofuit prater librum de puerorum educatione, etiam aliquas epifiolas, ac Chriflianifmum ratiocinatum, quo in libro Rationis vires nimium, Quod fæpiffime eadem magno  verborum adparatu repetat. Quod quædam inutilia addat: Quod exempla neceflaria omittat, Quod libertatis arbitrium non re£le explicuerit. Ex Lockii Schola Joannes Clericus præftantiffimus philofophus prodiit, qui univerfa judicandi prscepta ia fu a arte critica complexus cft. Nam 1. de ideis. de judiciis, ac propofitionibus: de methodo, poftremo de argumentatione ac  fvllogifmo difleruit.   Poft Clericum mariotte Gallus doflif  fimus vir Logicam duas in partes divifam edidit, quarum altera in quibusdam  propofitionibus evidentilTimis verfatur; altera vero qua via ex præmiffis propofirid mium y quam par eft, prædicat, vitamque sternam iis offert, qui Chrifto credunt, legemque naturalem exercent. Occubuit num materia poflit cogitare, conatus eft oftendere. At quid intereft utrum materia fit cogitans, nec nej?  Quid enim intereft, fi medtis human®  fimplicitas in tuto collocetur ? Fortaffe  ipfa efficere poffet, juftitiam injuftiriamve  noftrarum a&ionum, noftram futuram felicitatem, veritatefque fyftematis politici ?.  1  tionibus alis deduci re£te poflint, perrra£lat. Culpatur primo quod de veritate probabili, deque arte critica nihil dixerit;  Itemque quod ratiocinandi artem confufe  tranaverit \ quod omnium errorum caufas non patefecerit,   Quod in Anglia Lockius, atque in Gallia Clericus, ac Mariorte, identidem in Germania fecerunt Chriltianus Thomasius, Eeibnitzius, Wolfius,  aliique complures. Primus enim fine prateriti feculi introduttione ad Philosopbiam  Aulicam, Dialecticam a nugis, atque erroribus, quibus eam maxime infufcaverant fcholaftici, emendavit. Id quoque  fecit Andreas Rudigerus etiam Germanus  in fua pbilofopbia Syntbetica, atque in  libello de fenfu veri, ac falfi. Id ipfum   dici » i ' {q) Leibnitzius Lypfis natus in Saxonia editus elt in lucem ex Schmuch, illi præmortuus pater a matre fuit inftitutus.  Vix ex Ephebis egrelfus maximam librorum copiam, quam eidem pater relique„ rat, legit, at «cognita magiftri indigentia, ad Thomasium omni in re literaria,  io  dici poffet de Francjfeo Buddæo, de Leibnitaio >(q), Chriftiaoo Wolfio, deque  aliis pene innumeris, de quibus verbum  nullum addam, ne propofita: brevitatis limites praft^iantur. His omnibus accenlendi denique lune  præclariflimi viri Antonius Genuenfis (GENOVESI, si veda) neapolitanus noster præceptor maximo vir  ingenio, ac per quam longa meditatione,  ac lectione contritus aliaue. fortuna dignus,  Aloysius Vernejus Lusitanus, Sorias Pisanus PISANO (si veda), Salvator Rugerius (ROGERIO – si veda), atque Angelonus P. Cœlestinus (CELESTINO – si veda) ambo Neapolitani. Quorum omnium opera amo, atque excolo, primum ob rerum gravitatem, fecundum ob methodi claritatem,  in tota Germania infignem avolavit. Sub  tanto præceptore historiam, et Politices  artem calluit, Peragravit deinde omnem  Germaniam, atque ITALIAM pro describenda Ducum Brunswifcorum hiftoria. Cum rediiffet Codicem Juris Qentium diplomaticum edidit..  ejus vita legitur m Kortholt, Eckard,   » s   tem, k SERMONIS LATINI nitorem, Pifanum ob methodum, atque præcepta Logica, alium præter res, etiam OB LINGVA LATINA ELEGANTIAM postremum propter ejus methodum darifliraam. VMnis humana perfe&io ab officiorum, et virtutum adcurato exercitio unice pendet. Verum nulJum eft officiorum, ac virtutum laudabile  exercitium, nifi a natura: notitia, ejufque.  auftore, qui eam ad proprium dirigit finem: hæc vero rerum Iatebrofarum cognitio. eft laborum, ac speculationum profundiffimarum fru&us, quæ, rationem requirunt omni ex pane illuftratam. Ratio  autem est quædam ip homine vis y five  facultas, qua 8c noeram, et aliorum corporum exiftentiam, eorumque relationes  cognofcimus; qua fumus liberi; qua alia  feparamus, aliaque conjungimus; qua præterea a quantitatibus cognitis ad occultas incognitas pervenimus; ac idearum, $c  judiciorum feries neceflario vinculo conne£timus: et qua, SIGNORVM ope, noftra  intimiora animi sensa ALIIS COMMVNICAMVS, errores cognofcimus, veritates detegimus: qua denique juftum abinjufto, bonum a malo, honeftum a turpi facile decernimus, Haic vis, quaecumque illa fit,  dum vivimus ex sensuum applicatione oritur; experientiis, atque obfervationibus  augetur, Audio vero Logices perficitur. Ex  quibus fane concluditur, Logicam elfe fummo emolumento iis omnibus, qui vel fe  ipfos, vel alios perficere curant, Cum igitur mihi propofitum fuerit ipfam juventuti enucleare, refla via ac ratione  proceflifle arbitror, fi primo de mentis  humanae operationum ortu, ac progrelfibus, tum DE SIGNIS, quibus eas aliis explicamus; deinde de errorum, ac veritatum fontibus, atque augmentis pertractaverim. Haec vero omnia quatuor leflionibus compleflar: quarum prima: duae docentem, dqae vero poftremae leflioqes Logicam utentem., yt ajunt, cohflituent.  Quibus ultimo loco accedet de Logicas  redu&ione ad Arithmeticam breviflima  leflio, ut a Dhfiefttco fupputandi necefi  fitas agnofeatur. LE- DE ORIGINE OPERATIONUM RATIONIS  HUMANÆ, E1USQUE MAXIMIS  PROGRESSIBUS. Illud quidem maximum efl, »g/a   animum videre. CICERONE (si veda) Tufc.t.   Quibus partibus confiet homo.  'X omnibus animantium  generibus nobis ufque adhuc cognitis, unus homo  vi fuz rationis ceteris  praftat, quia hujus facultatis beneficio non modo feipfum, fed  infinita quoque obje&a exteriora cognofcit. Etenim diutina corporum imprefiione in fuos fenfus, eorum exiftentiam primo intelliglt, deinde mentis meditatione  illorum adtributa, qualitates, 8 c relationes comprehendit. Itemque natur* leges,  rerum ordinem rimatur: rerum praeteritarum recordatur, eafque cum praefentibus  conjungens, futuras pr*fcit, ac veluti. intuetur. Quid multa? ad propriam felicitatem  contendit, proprise exiftenti* principium  mundique conditorem fk intelligit, et colit.  Hanc maximam ac pene divinam rationis  vim mihi delineare nitenti, vifum eft,  primo idearum originem enucleare, tum  quo paflo eajdem vel inter fe, vel cum  aliis pofltnt combinari. Sed priufquam ad  h*c perpendenda aggrediamur, de hominis partibus paucifiima dicamus. Principio infunt in homine par.  tes, quas videmus, dividimus, contremamus, dimetimur; quaque funt extenf*,  relilleffres, mutabiles. Verum haec, atqu$  ejufmodi alia corporis funt adtributa. Homo itaque ex corpore conftat,  Infuper quilibet homo quodam vehementiflimo natur* impetu ad veritatis  mfrxime utilis ftudium, ad bonum com.  parandum, ad malum declinandum ducitur. Rurfus ordinem, pulchritudinem, perfeftionem amat; eidemque jullitia, honsr   flas,  De mentis aftibus. 5   flas, libertafque placet. Praterea flepe magno  animi mrcrore angitur, eodem tempore quo  elt omni ex parte fanus. Contra quandoque ell hilaris, licet ejus corpus maximis  cruciatibus torqueatur. His omnibus accedunt tot abftraftiones, atque alienationes invita:, tot rerum peregrinarum inventa, tot artes, tot difciplina. Qua: omnia  ronnifi ab homine prorfus hebete, ac veluti plumbeo, materia: folida, atque in ertiflima: tribui poflunt. Quamobrem homo corpore, et fpiritu conflat.  Quod (i quis ulterius urgeret, ac  diceret, hominem ex fola materia conflari; quaererem ab eo: unde tanta cogitandi vis, tanta agendi libertas, tantaque  rerum etiam abditiflimarum fcientia? uflde tanta fciendi, dominandique cupiditas?  unde denique tanta fenlationum contrarietas, axionum oppofitio, virium interiorum pugna, tot tantique confciefni» laniatus. Ex quibus omnibus planiflime deduci arbitror: primo hominem ex corpore, et fpiritu conflari: errafle eos, qui  vel solo corpofe, vel uno fpiritu ipsum  conflare crediderunt: eos quoque fuiffe deceptos, qui fpiritum ipfius Dei modificationera, vel particulam efle fcripferunt.  Qua autem ratione fpiritus io corpus, corpus vero in fpiritum agat, et inter fe mutuo pene colloquantur, ac fe intelligant, omnino ignoratur, ficuti etiam ignoratur in qua corporis parte animus locatus fit. Cordatiflimorum quippe virorum  hac de re opinio eft pro capite. At amotis his tricis, quseraraus feria, atque ad  propofitum accedamus.  XUifque Icit omnem cerebri  raaffam per concavum fpinas  ufque ad ejus os facrum protendi. Quifque etiam Icit ex hac mafla  telam nervofam oriri, qua: fenfuum texturam efficit. De quibus mox.  Senfus igitur efl: quadam animi vis, qua corporum externorum impreffiones fentimus. Verum latiore SIGNIFICATIONE fenfus omnem vim mentis exprimit, qua objeciorum exteriorum ideas,  sive simuhcra, sive fpecies, sive idola De mentis aftibus. 7 concipimus, five quicquid interius fentimus. Primi generis fune ideæ omnium  rerum, quas vel videmus, vel tangimus,  vel audimus. Secundi vero generis funt  omnium voluptatum, ac dolorum ideæ.  Ex quibus intelligitur, fenfus vel  esse interiores, vel exteriores. Exteriores funt  quinque notiflimi, quorbnl quatuor fedes habent peculiares, unus vero tactus efl in toto  corpore diffufus f imo et reliqui ad hunc  folum reducuntur. Interiores autem fenfus  funt totidem alii, fcilicet memoria, temperamentum, pajjiones, attentio, ac denique fenfus moralis senfus porro tam interiores, quam exteriores in omnibus lio»minibus diflinguuntur; etenim omnes partes folida:, ac fluid in quoque homine  toto cado inter fe funt diverbe, varieque  complicatæ. Quid multa? In eodem homine temporis progreffu omnis flru&ura  muratur. De fmgulis, 8c primo loco de  exterioribus. Vifus efl fenfuurti eminentiflimus,  nam vis vifiva ita requirebat, cum ipfa  fit orizontis extenfioni proportionalis, et  propter hominis .indigentias efl duplex. Oculi funt duo globuli, tribus præcipuis  tunicis fepti, quarum concavitates totidem A 4 humoribus replentur, adeo denfis, ut lucem refrangere poflint. Hujus autem  refraftio ita a natura comparata eft, ut  in oculorum fundo, five retina objeftorum inverfas pingat imagines. Qu« porro a nervo optico excepta, ignoto nobis  modo, in cerebro, non folum imprimuntur fecundum reales corporum magnitudines, figuras, fitus, colores, fed quoque  diutiffime in ipfo cerebro, quin deleantur,  impreflse remanent. Cum autem in omni animantium  genere, maximeque in homine iapfu temporis hujus organi figura, humoruni deniitas, atque ipfa fibrarum textura mutetur, inexplicabilis ideo eife debet videndi  differentia. Qua: omnia fi quis adcurate  fupputaret, univerfam vis vifiva: quantitatem habebit. Auditus eft alter senfus duplicatus, in auribus fitus. Auricula exterior  pro æris undulationibus, ex corporis fonori vibratione produ£tis excipiendis, infervit. Hic ær tamquam in infundibulo  tortuofo receptus tympanum ingreditur, atque ex hoc tranfit in labyrinthum, cui  nervi acuftici adharent, quorum ope ufque  ad cerebri fibras communicatur corporis De mentis actibus. £ fonori fremitus, qui etiam ignota ratione  in nobis ideam foni excitat. Qux cum ita fint, patet quod  pro defipiendo foni gradu, fupputanda  eft primo corporis fonori elafticitas: iftus quantitas: obje&i fonori diftantia. æris reflftentia: denique ipfius organi a&ualis ftatus.  In naribus porro eft odoratus;  quæ quibufdam nervulis capillaribus velli untur, ab ipfo cerebro productis. Scitur  vero ex corporibus fetidis, atque odorir maximam effluviorum copiam continuo  exhalare, qua: ærem circumvolant. Scitur etiam, quod ejufmodi particulæ infenfiles narium nervulos olfa&orios vellicant, ex quibus excitatur in cerebro odoris, vel fetoris fenfatio. Hujus senfus propterea vis habetur ex effluviorum numero, eorumque impetu, ex fucci nervei fubtilitate, atque ex  fibrarum cerebri elafticitate.  Quam proximus odoratui eft guJius, in lingua, ac palaro fitus. Lingua  enim eft fuperius te£la quadam membrana quaqua verfus iqnumeris foraminibus  repleta, ex quibus innumerabiles papilfe nerveas taftui rigidæ fe produnt. Particufe \x falinas, oleofas, fulphureas, aliæqige  quamplurima: in cibis contentæ iftos nervulos titillant, ex quibus rerum fapidarum,  vel infipidarum idea in tlobis excitatur. Gradus hujus fenfationis fupputatur: i. ex particularum numero, et  qualitate, 2. ex noftra naturali, et momentanea difpolitione. Tandem taStus in omnes corporis, tam interiores, quam exteriores partes eft diffufus. Medulla enim oblongata  inter colli vertebras, et fpinas lateraliter  nonnulla nervorum paria protendit, qui  v in omnem corporis fuperficiem propagantur, atque ita mirabiliter inter fefe ordiuntur, ut portentofam membranas reticularis telam efficiant. Hinc evenit, quod  quaslibet impreffio,quas in hac fit,ftatim  cerebro communicatur, atque imprimatur  idea corporis exterioris. Ad hunc fenfum  referuntur omnes fenfationes frigoris, caloris, gravitatis, afperitatis, &c. Vis hujus fenfus habetur ex, vi  premente, atque ex noftra aquali, et naturali difpofitione. Hujufmodi eft fabrica fenfuum  exteriorum, quos vulgus multiplicatos vellet, atque etiam perferiores. At fi sensus eflent etiam centum, attamen humanat  mentis operationes eflent ilis ipfe, quas  modo habemus, nam fenfuum multiplicitate  non augerentur, verum fola idearum sphoera  evaderet major. Quantum vero ad horum  imperfe&ionem, eft quoque inepta querela, nam fx fenfus eflent perferiores, illa  ipfa ratione, qua voluptatum numerus  fieret major, eadem quoque dolorum copia fieret numerofior « Nefcimus igitur  quid petamus. TpXpofita hominis parte exteriore, perpendendum nunc  eft ejus interius mirabile magifterium,  quod fummopere in cognitiones, atque  in aftus humanos influit. Senfus interiores funt memoria, temperamentum, paffiones, attentio, ac fenfus moralis. De  quibus quambreviter ad Tyronum captum  verba faciam. Univerfa cerebri maflfa duas in  partes difpefcirur, quarum altera cerebrum, alterum cerebellum nuncupatur.  Hæc fubftantia mollis infinitis peno cellulis, five flexionibus repletur, in quibus, modo nobis incognito, non folum imprimuntur, fed quoq. retinentur objectorum exteriorum imprefliones, cum eorundem relationibus, etiam abftra&is, et  perquam longo ordine implicatis. Mihi  fufficiet duntaxat velle, et itatim in hac  fubftantia imagines canis, bovis, equi,  domus, navis, exercitus &c. diftinCte intueor. Itemq. hujufmodi ideæ tanta vi  imprimuntur, ut iis licet femel vilis, recorder tamen cujufq. magnitudinem, colorem, litum, dimenliones, et cetera. His accedit, quod in hac mirabili cerebri fabrica, manent non folum  obje&orum ideæ hefterna die mihi obverfatæ, fed etiam illæ, quæ olim meam  pueritiam profperam, hilaremque reddiderunt. Itemq. in ea pilæ celeritatem, teftudinis tarditatem, ignis vim, vulpis vafritiem, Sinenfium vanitatem, a1 iaque infinita quafi lego. Quid multa. In hac una tanquam in libro diftinCtiflimis characteribus obfignato tot philofophicarum meditationum feriem, tot  fyftematurn abfurditates, tot imperiorum  yiciflitudines, uno verbo univerfos humanæ rationis progreflus, et natura ipfius  revolutiones pene intueor. Haic vis, quæcumq. illa fit, memoria nominatur: Ipfaq. crefcit, decrefcitq. in eodem homine; fere femper in fene£lute debilitatur,  et nimia morborum vi etiam prorfus ammittitur, ut ex hiftoria. Temperamentum eft folidorum,  ac fluidorum conftitutio, quæ fere in Angulis hominibus differt. Ex hoc facile  enodatur, cur ex hominibus alii funt obtufi, torpidi, ac lenti; alii contra a&uofi, violenti, iracundi. Itemq. dantur homines fere femper hilares, feftivi, et  lætantes; alii contra taciturni, mærentes,  triftefque. Denique funt 8c qui facillime  omnia, ac clare intelligunt. Sunt alii,  qui pauciflima, et obfcure concipiunt.  Unde hæc tanta varietas, nifi ex varia  folidorum, et fluidorum permixtione. In quamplurimis porro fibra  funt debiles; in aliis vero refiftentes. Itemque dantur fibra magis, vel minus  elafticac, magis vel minus molles, ac cædentes, atque ex vafis alia funt latiora, alia mediocria, aliaque angustiora. Quibus pofitis, fequi neceflario deber, fluida  non poffe in omnibus a*que circulare. Ex quo intelligltur dari cfiverfa temperamentorum genera. Datur ideo cbolericum sanguineum, melancholicum, O phlegmaticum  in hominibus temperamentum.  Et quoniam in fanguineis fluida  æquabiliter cwrunt, ideo funt hilares, aperti, fecuri, eloquentes, benefici, urbani, intrepidi. At quia in cholericis fluida  funt fubtiliora, et vafa apertiora, idcirco  cholerici funt celeres, impetuofi, iracundi, ambitiofi, atque ad vindi&am propenfi. Temperamentum melaocolicum  eft fanguineo inferius. Etenim melancolici funt lenti, taciturni, acri ingenio, acrique judicio. At omnium lentiflimi funt  phlegmatici, ob eorundem fluidorum  fpiffitudinem, et vaforum anguftias. Hinc  fit, quod phlegmatici funt vultu triftes,  tardi, timidi, diffidentes, avari, obtufi,  denique in virtutibus, $c vitiis mediocres. Quicunque igitur omnem terræ  fuperficiem mente perluftraverit, generarim  inveniet, primo climata frigida homines  modificare ad temperamentum phlegmaticum, calida vero ad cholericum: deinde  inveniet in quam proxime frigidis homines effe melancholicos; in quam proxime calidis efle fanguineos. Verum hac in genere. Nam indifcriminattm ubique locorum omnia temperamenta dominamur.  Quin imo in ipfo homine, eademque familia notantur diverfa hominum temperamenta. Quæ cum ita fint, fenfationes non  poliunt elfe easdem in omnibus hominibus, et ne in ipfo quidem homine, Pajfiones, five affe&us, iive perturbationes, five quodvis aliud vocabulum  adhibeas, funt quadam animi commotiones ab objeflis exterioribus excitata. Ha rum omnium fedes eft in corde, quo4  nervorum ope cerebro adhæret, Partiones  licet multas, ac vari®, omnes tamen totidem amoris fui ipfius funt modificationes ac veluti reafliones, quarum unaquaque in noftras ideas, et judicia maxime  influit. Verum partionum vis, atque energia a tyronibus facilius fentitur, quam iifdem explicari poflit. Quartus fenfus interior eft attentio, qua nihil aliud eft, quam quadam  infita mentis occupatio in objeSo nobis  cognito. Ex quo ftatim intelligitur, quod  attentio fit quadam vis obje£H impreffione anterior, nobis a Deo data, ut minutim rerum qualitates explorare valeamus. Hinc etiam intelligitur, attentionem, efle quandam mentis energiam, qua; vel  in toto objefto, vel in aliqua ejus parte  occupatur, ut illius ideam adsquatam habeat. Attentionis vis eft in ratione compofita tum indigentiæ prsfentis, tum temperamenti, atque educationis: Itemque  attentio varia eft pro finium diverfirate Denique fcnfus moralis eft quædam anterior animi difpofitio, qua, fine  ullo magiftro turpia ab honeftis, bona a  malis, folo natur® impetu, diftinguimus.  Eadem igitur ratione, qua quis dulcia  potius, quam amara guftat, ita honefta  et bona potius confequi, quam turpia, 8 c  mala amat. Hsc animi humani vis eft  phyfica, ac veluti mechanica, ipfoque  Rationis prscclaro lumine multo anterior, et vividior, atque ex fe ipfa  explicatur in quolibet homine. Hinc pene infinita hominum multitudo beneficentiam, et juftitiam amat, earumque oppofita deteftatur, etiamfi ignoret in natura  inefle quandam vivendi normam omnibus  communem, conflantem, sternam; quam  quifque fine magiftro fcit, fine interprete  intelligit, fine coailione fequitur: quaque  denique omnes pueri, adulti, urbani, fyi-, veftrefque homines, ut oculis, ut auribus,  ut guftu libere utuntur. Ex hoc fenfu oritur in quovis  'homine illa probitas, qua: ingenita dicitur, quasque lenti tur ab omni humana  coniideratione, a qualibet rationum fubtilirate, a præmiis, atque a poenis iplis femota, ac diftintia. Ex di&is clarilTime intelligittir, animum percipere bonum, et malum cum  eorumdem gradibus non dillimili raticne, quam qua colores intuetur, harmoniam concipit, odores lentit, pulchritudinem diligit, et abnormia deteftaiur.  Ex ditiis quoque colligitur, hunc fenfum  effe univerlalem, reliquofque completii,  nam ex unoquoque fe inflruit,ut de objettorum exteriorum bonitate, ac pravitate dijudicare poflit. Hæc de lenfibus tam exterioribus, quam interioribus, qui veluti totidem fenfationum animi fulcra, ac fundamenta habendi fuut. Qua: omnia, nifi  quis diltin&c comprehenderit, nullo pa£lo intelligcre poterit, quid ex tot tantilque obje&orum imprelfionibus animo  ipfi contingat, ut ex fequentibus clarum  erit. De Animi Scnfattonibus,  OI ne objeftis exterioribus nullap  eflent in homine fenfationes,  et fine his nulla in eo eflfet fcientia, vel  ars. ScnJ 'ationis nomine hic venit illa interior animi commotio, qui ex corporum prifentia, five preflione in nobis excitatur. Cum autem fenfationes fenfuum  numerum, Sc difpofitionem fequantur, fecundum eorumdem ordinem explicabuntur. Si quis autem quacfiverit, Utrum idei, Sc fenfationes fint ejedem,  vel diverlse: Num fenfationes, quas  animus ab objeftis excipit fibi ipfi, vel  objectis fint confom: Ex quo oritur  tanta impreflionum vis, atque impetus:  Quare inter fe non confundantur tot  fenfationes, et fibrarum fremitus, qui  animum concutiunt: Tandem quo pa£Io easdem nofiro arbitratu comparemus,  cum ipfi non fint, nifi totidem cerebri commotiones, et rea&iones ab ipso  animo difitinfl®: ex quibus omnibus, aliifque tandem is concludit.• fenlationum De mentis anibus. i»   ertum, earumque progrefTum, et varietatem inexplicabiles nodos continere  Principio fenfationes vifu defini-'  tx non verfantur, nifi in corporum figuris, coloribus, magnitudinibus, diftantiis,  et motu determinando. Preliis enim ocuhs ex luce a corporibus reflexa, fenfatio fecundum vim prementenj, atque ocuh flruauram modificatur. Ex his 'pref.   1 lombus in nobis attentio excitatur, qu  primum de noftri exiftentia, deinde de  objecto exteriori nos inftruir. Tum an  prefliones lint nobis confentanea, necne  ex quibus denique fenfationes grata vel  molefla eruuntur, atque ex his voluptates, vel dolores producuntur: qua postrema non folum animi, fed etiam omnium e ju felem deliberationum fulcra ac  vires motrices habenda funt. Secundo animus ex una in aliam  fenfationem tranfir, id elt ex voluptate  m dolorem, atque ex hoc in illam ex  quo tranfitu, 8c cenationis; et Jurationis  lenfationes adquirit. Cellatio itaque efl dolorum,. vel voluptatum fufpenfio; duratio autem ell horum continuata fuccefEx ejufmodi fenfationum vel fufpenfione, vel alterna fucceflione oriuntur in  nobis defdcris, et detcflationes. Quia ubi  voluptas, vel dolor, ibi attentio. Itemque ubi fenfatio nobis confona; ibi voluptas; ubi fenfatio nobis diffona, ibi dolor. Amamus autem voluptates, dolores  odimus. Ex primis igitur oriri debent desideria erga voluptatum objeela; atque  ex fecundis deteflationes erga dolorum caulas. Quapropter defideria, atque abominationes ex fenfationibus ipfis pratentibus  cum præteritis germinant. Senfationum  itaque memoria noftrum fpiritum, tum  ipfiufque progreffus excitat. Sed ex quo  fenfationum memoria. Quum ab aliquo objefto procul abfumus, ipfum neque flati m, neque totum ex animo deletur, nam pro ut attentio fuerit major, vel minor, diutius  in animo ejus imprefiio remanet. Memoria igitur ex attentione, Sed ex quo attentio ?   Ex di£lis, nulla memoria fine  attentione. Nulla autem attentio fine indigentiis, vsl noflris,vel alioruui. Itemt|ue quilibet homo jugiter eget, alias non  confervatur. Ergo quilibet indiget, ut,fc tueatur, necdfaria fibi comparet, noDe trientis risibus.   citura declinet: verum neutrum fine atternione obtinetur, necefiitate itaque ha  mo eil attentus, adfcoque fublata attentione, nulla hominis dari poteft tuitio;  et eontraquc remotis omnibus indigentiis j  nulla in eo attentio. Denique memoria differt ab ifriaginatione, I.-Quia memoria efl: imbecil  la, vivida imaginatio. Prima locum  habet arque in rebus abftraftis, et materialibus, altera vero in folis corporeis. Vis  memoris ideas ordinate unit, i magi natrix  autem eafdern unit difpares, confundit et  difiociat fimilares.4. Tandem memoria ex  a&uum repetitione et fit, et corroboratur;  imaginatio ex fola natura oritur.  Ex huc ufque expolitis, fequitur r.  Animum humanum variis habitibus posse imbui, ut (impliciter fentiendi, et fen*  tiendi tam voluptates quam dolores, desiderandi, abominandi, reminifeendi, imaginandi. Sequitur 2. Mentem ab uno fenfii  tot habitibus imbui, quot ex quinque  imbuitur. Qui non alia de caula nobis  multiplicati funt, quam pro fenfationuni  multitudine augenda.  Sequitur Univerfos mentis habitus effe totidem attentionis ac defideriorum gradus diverfos.At fenlationes, ac  defideria ipfa non funt, nifi totidem merse fenfationes, videtur itaque quod quot  quot funt mentis a£lus, omnes ad lolas  fenfationes revocari poflint.  Sequitur denique 4. pro omni  mentis humana: energia enucleanda fufficere unum fehfum, minime vero depravatum, ut clarius ex fequentibus fiet. Auditus fonos percipit, quin ad  majorem, vel minorem obje&i fonori diitantiam advertat. Initio quilibet amat  fonos fimplices, poftea etiam maxime  compofitos. Identidem de odoratu dici  poflet. Guftu eafdem facultates, ac vires adquirimus, quas vifu, auditu, atque  odoratu comparamus. In faporum multiplicitate vix unus et confufe fentitur. Hic  fenfus eft cseteris charior, nam pro vita  fufti nenda unice neceflarius. Tametfi homo videat, audiat,  contre&et, itcmque odores,& fapores fentiat, verumtamen harum omnium ortum  ignorat. Deinde etiamli ta&us ex reliquis  fenfibus minimam habeat vim, homo tamen omnis omnino ta£lus fenfationis expers,    De menti s ælibus. 25   pers, non poflet vivere. Ita fere fenfuum corporis EXPLANATA analyfi, fenlationumque natura, ac  varietate expofita, ordo poftulat, ut de  prajcipuis mentis humanne a&ibus aliqua  dicamus. Dtf mentis aftibm in genere .. T)Rinium Perceptio, five a/mt,  X ell primus mentis a£Ius, quo  fenfuum ope corporum externorum exiftentiam,five impreffiones fentimus: Hinc  fenfatio, idea,  quomodo in neceffitatibus  invocarunt, quaque ratione iratum placabant. Itemquc notau funt tormentorum De mentis attibus, 4 j genera, atque execrabiles formula:, quibus impii excruciabantur. Contra qux  vitx honeftas, qux morum innocentia,  qux jullitia, qux pietas pro futura felicitate confequenda requirebantur. ScimuS  denique ex ipfis tot populorum prxjudieia, fuperftitiones, deliramenta, abfurditates, foeditates, aliaque innumera puerilia, qux Dei cultum vel foedarunt, vel  deflruxcrunt.    Secundo quantum ad naturx hisloriam, eidem debentur aflrorum notitix; fcilicet quid fint aflra, quo ordine  difpofita, quibus in orbitis, et quomodo  moveantur, quibus viribus xquilibrantur,  quibus ratis temporibus proprios cuffus conficiant. Eidem debetur metheororum hifloria, maris, St terrx, animalium j plantarum, et foffilium cognition. Eidem denique totius naturx revolutionum periodicarum defcriptio debetur.  Tertio humana hiftoria quid  eft, nifx ipfius memorix produ£tio. In  hac enim videtur qualis fuit primitivus  humani generis flatus, qux focietatuia  civilium origo, imperiorum omnium viciffitudines, tyrannorum feritas, heroum  gloria, ambitioforum vafrities, qui navigatio, quale commercium, terne productiones, hominum induftria, leges,  ufus, con fuet udi nes, bella, foedera, magiflratus, militia i ve&igalia, fcientia; litterati, morbi, exercitia gymnaftica populorum tranfmigrationes, linguaz, urbium, provinciarumque devaftationes, fpirituum vis, juventutis inftitutio, ludi,  feftivitates, feri», aliaque Ad Rationem referuntur etiam  Deus, natufa, et homo. Quantum ad  Deum Philofophia, qu» eft tam excelfa, ut hominem pene divinum reddat,  Rationis eft filia. H»C licet infinite extenfa, attamen tria funt ejufdem pracipua obje£ta, nempe Deus, natura, et homo. Profe&o naturalis Rationis progreffio eft incipere ab individuis ad fpecies  ab his ad genera \ atque a generibus ad  univerfalia * Hax mentis vis metaphyficam produxit^ quam tanta cum utilitate  quotidie adplicamus ad Deum, ad naturam, ad hominem  Quæ  fcientia minime feparari poteft a mathematicis, qua; in puras, Se in mixtas difpefcuntur. Arithmetica, Geometria, Algebra, ad primas; ad alteras vero Mechanica, Dinamica, Hidraulica, Balliftica, Cofmographia, Geographia, Chronologia, Gnomonica, Optica,  Dioptrica, Catoptrica, coniiciendique ars referuntur.  Similiter ad natura fcientias fpeftant etiam Notomia phyfiologia, Medicina,  Botanica, Venatio, Agricolrura, paftoralis, metallurgica, Chymica, magia naturalis, aliaque hujufmodi pvero ipfx hominum indigentis. En quo pafto LINGVA mentis vires, contraque mens vocum  multitudinem, proprietatem, atque energiam invenit, et auxit. Ex diflis fane colligitur duplicem clari in homine fe exprimendi modum. Alter nempe eft naturalis, qui in corporis motibus; alter vero artificialis, qui m  lingux modificatione sive in vocis modulatione confiftit.  Ex di&is quoque colligitur vocum ortum, cuidam lingux conatui, augmentum indigentiis, denique perieftionem fpiritus culturæ, afliduifque vitæ uftbus deberi. Verum ita femel enodata LINGVA,  IDEÆ APVD HOMINES fic redditæ funt COMMVNES, ac familiares, ut nihil fupra.  Deinceps cognira etiam fuit neceflitas loquendi hominibus loci, vel temporis ratione remotis. Quapropter varias imagines excogitarunt, quibus mentis a£lus EXPLICATI sunt. Hinc pro defignandis homine, equo, leone, bove, eorum figuras  defignarunt. En quo pafto a&ioni LINGVÆ NATVRALI, accelferunt primo foni articulati pro præsentibus, et scriptura pro  abfentibus. Quæ scriptura initio fuit tota  SYMBOLICA, ut tres frumenti fpica: tres  annos notabant. Ex SYMBOLICA evafit Hieroglyphica, quam etiamnum frequentiflime adhibemus in nummis, in pi&uris,  in fculpturis. Sed ad exprimendos noftri  animi impetus poftremo maximum in  modum influxerunt quoque pene infinita  belli, pacifque inftrumenta. Atque hinc facile eruitur 1. voces nihil aliud efle, quam quadam figna  abitraria, quæ prater fonum, in nobis quoque excitant CONCEPTVM MENTIS, ut  horno j præter fonum huic voci proprium,  * D 2 ex 'Ac Progrejffu SIGNORVM 6 r   gnum, et parvum; re&um et curvum,  grave 8 c leve. Sic Gallia eft magna cum  Regno Neapolis comparata, at eft perquam parva Sinenfium Imperio relata.  Hinc intelligitur, quod licet omnes relationes fint ideales, vcrumtamen Diale&ici eas diftinguunt in ideales, atque reales.  Ideales funt, qua: intercedunt inter ideas  abftradas, ut inter Tacqueti, et Cavallerii Geometrias. Reales funt, qua: reperiuntur inter pondus auri, et argenti.  In hunc cenfum referri quoque  poflunt pene innumeras voces, qua; fubftantias videntur notare, fed vere relationes exprimunt, quia ipfæ non explicant,  nifi qualitates, ut pulcritudo, deformitas, do&rina, ftupiditas, vitiofitas, fon&itas, juftitia. Itemque hujufmodi nomina videntur effe abfoluta,& funt relativa. Etenim unus homo refpe&u alterius deformis videtur, pulcher, et cetera, Id ipsum dici polfet de adverbiis dofle, erudite, diligenter &c.  Ultimo loco dantur termini, sive voces simplices, (y compostt a; C lar ce,   8c obscura; dijlintta, et confufce, compleice, fk incompleta j adæquata, (D 1 inadaquata. Primi generis fuqc linea; et superfides.  Dc Ortu, ficies Protomartyr, et archimandrita  Secundi generis, funt corpus, et anima.  Tertii generis funt Petrus, et homo. Ultimi vero generis funt circulus, et vis.  His omnibus accenfenda: etiam funt voces fmgulares, ut Annibal; generales, ut  planta; univerfales, ut res; determinata,  ut equus a, canis b; indeterminata, ut  equus, et leo. Si quæ fint alia; voces,  quas prætereo, etiam facili negotio reduci poffunt ad has jam expofitas. Hæc  de elementorum orationis do&rina', five  de vocibus tam in genere, quam in fpecie; verum quo pa 6 to eædem vel inter  fe, vel cum aliis poflint combinari, dicam brevius, quam res tanta pofcat,  adeoque, De ftmplici vocum combinatione 3 ftve de  propofttione,   r Alibi diftum e/1 judicium duas  ideas, vel fenfationes requirere; unam  rei, quacum conjungitur, vel feparatur aliqua qualitas; alteram vero illius, quæ eidem tribuitur, vel removetur. Ex g.. i 1 v Sol eft ingentiflima ignis moles. Luna  i • est corpus opacum. In prima propofitione: ignis a6lio foii, 8c in altera terra;  opacitas Lunæ tribuitur. Contraque fi  judicium ex qualitatum remotione a rebus, quibus non conveniunt .Sic i ITALI hodt emi non habent prijlinam virtutem. Et:  homo in maximis divitiis innutritus raro  eji mi/cricors. In quibus fane propofitioi nibus ab Italis pratentibus majorum gloria, atque ab opulentis mifericordia feparatur.   Ex quibus liquet, quod cum fit  judicium oratio verbis exprefla, ea conflare debet ex duobus terminis, quorujn  alter rem, de qua agitur, exprimat, alter quod eidem tribuitur, vel removetur. Sic agrorum cultura cfi utilis. Ha:c  propolitio duos habet terminos: alter eft  agrorum cultura; alter utilis, quorum  primus dicitur antecedens five fubjeclum;  fecundus vero vocatur confequens five adtributum five prædicatum. Cum vero voces ex earum inventione non inferviant, nifi pro objcftis  denominandis, hinc fequitur, quod fi quis  adfirmare, vel negare aliquid velit, oportet, ut verbum aliquod adhibeat, cum quo  At fi dicam: Brutus  Roma pugnavit, ut fervaret reliquias morientis libertatis. Incidens eft in prædicato, Itemque datur etiam propofitio hypothetica, cum nempe fubje&o prædicatum convenit fub aliqua conditione, ut:  Refp. tunc erit florida, cum juventus fuerit optime inftituta. Ha?c de propofitionis  materia, fequitur nunc ejus forma. Propofitionis forma in terminorum unione, vel in eorumdem feparatione confiftit, ex quo oritur propofitionum  adfirmatio vel negatio. Sic: virtute quamprotcime homines accedunt ad Deum. Contraque: vitium non eft utile Harum altera dicitur ajens, altera vero negans. Quo in loco notandum est quod in propofitionibus affirmativis terminorum unio fequi debeat fubjetti, non  vero prædicati extenfionem. Ex. g. Omnis leo eft animal. Non intelligitur, quod  omnis leo fit omne animantium genus.  At in propofitionibus negantibus prædicatum omnino excluditur. Ex. g. Nulla  planta est anima f sequivalet huic: nulla  planta eft nulla animalium fpecies. Hæc  de forma propofitionum perquam fatis  Reftat, ut poftremo loco de  propofitionis quantitate aliqua dicamus,  quæ nihil aliud eft y quam major, aut  minor terminorum vis, quæ in propofitionibus continetur. Cum autem termini yo De Ortu,   mini maximam, vel minimam SIGNIFICATIONIS extenfionem habere poftint, hinc  fequitur, dari debere duas propofitiones  inter fe maxime diftantes, quarum altera dicatur universalis, altera vero fingularis. Ut: univerfi homines ratiocinantur t  eft primi generis: Petrus ratiocinatur, efl  fecundi generis. Itemque amba; effe poffunt vel' adfirmativa, vel negativa. Nota propolitionum univerfalium eft vel  omnis, vel nullus. Singularium vero propofitionum nota eft, hic, ille, et cetera.  Inter has duas propofitiones maxime extremas dantur et alias intermedias, qua: particulares atque indeterminata;  vocantur. Ut: aliquis homo ejl dottus. I  temque: aliqua figura omnes angulos habet duobus redis aquale Notandum hoc in loco eft quod poflit dari propofitio qua; videatur  fingularis,verumtamen eft univerfalis. Et  con tra. Hi nefit, quod; ut propofitio fit univerfalis, requiritur. Ut plures rerum fpecies fub fe comprehendat. Ex. g.  Omne triangulum; Omnes planta, omnes  lapides. 2. Requiritur ut prædicatum abfolure, vel faltem hypbthetice alicui fpeciei Ac Progrejf 4 SIGNORVM ciei conveniat. Ex. g. homo honestus ejl  Reip. utilis. Requiritur, ut generis  prædicatum etiam omnibus individuis conveniat. Ex. g. aurum in fluido demerfum  in eius fundum incidit. Idem eft ac (t  dicerem; Omne /olidum gravitate fpeciflca majus aqua in fundum decidit. Omnes propofitiones univerfales  in metapbyflcas, et morales dividuntur.  Primæ funt, in quibus neque genus aliquod, neque individuum excipitur. Ex.  gr. omnis homo ex corpore, (D* fpiritu conflat. Hæc propofitio adpellatur quoque  abfoluta, utpote fubftantiæ elfentialibus  innixa. In quibus vero aliquod genus,  vel fpecies, vel individuum excipitur,  denominantur morales, ut omnes Galli a  temperamento /anguineo, (y omnes Hifpa.  ni a cbolerico dominantur. Nam falfum eft,  quod omnes Galli, vel omnes Hifpani,  nullo excepto, fint fanguinei, et cholerici. Denique quotquot funt univerfales propofitiones, omnes funt vel adflrmativa, vel negativa, quas brevitatis  gratia fcholaftici hifGe quatuor alphabeti  Uteris indigitant, quæque funt. A, E,  1, 0. Prima; duæ affirmativas, duæ autem poftremæ negativas defignant. Infu E 4, P De Ortu,  per A denotat univerfalem affirmativam, E negativam. Ex poftremis I affirmativam particularem, O negativam quoque  particularem. Denique E continetur in A,  et O in E-, dummodo propofitiones fmt  ejufdem generis. Sic: Omnia animantium  genera fentiunt. Oves vero funt animantes.’ Ergo fentiunt. Et fic: quicquid non  componitur, nequit in partes clivuli. Spiritus non componitur. Non ejl itaque diviftbilis. De quibufditm vulgaribus propofitionum  adfetlionibus. Hic affe£lionum nomine veniunt  quxdam propofitionum qualitates, qua;  funt: oppofttio, a qui poli enti a, et converfto.  Primo oppofitio duarum propofitionum comparationem denotat, qua;  licet iifdem terminis conflent, attamen  ipfæ variare pofTunt v$l in fola forma,  vel in fola quantitate, vel in utraque. Si  pugnent in fola forma, retenta quantitate, tunc vel funt amba; univerfales,  vel ambæ particulares, Si primum, dicuntur Ac Prdgrcjfu SIGNORVM   iur contraria, ut .OMNIS ITALVS EST SAGAX. NVLLVS ITALVS EST SAGAX. Sin alias, dicuntur fubcontraria: ut aliquis l iteratus ejl  boneflus\ aliquis liter atus non ejl bonejlus f  Si vero pugnent in quantitate,  retenta forma, tunc vocantur fubaltema,  quæ efle poffunt, vel ambæ affirmantes,  vel negantes Primi generis eft hæc;  omnis homo laboriofus ejl etiam bonejlus:  aliquis laboriofus ejl bonejlus  Secundi generis eft hæc altera: nulla fuperjlitio ejl  utilis: aliqua fuperjlitio ejl utilis.   Poftremo duæ propofitiones poffunt inter fe æque pugnare tum in quantitate, tum in forma, quo cafu dicuntur contradi Horia; ut: omnis tyrannus  ejl generi humano detrimento: aliquis tyrannus non ejl generi humano detrimento.  Quantum ad æquipollentiam,dico  quod tunc du$ propofitiones fint ejufdem  valoris, vel æquepollent, cum altera alteri fubftituti poteft, quin earum vis,  vel. valor mutetur; ut: quicquid ejl vere  jujlum ejl utile. Et contra: quod sjl vere utile, ejl jujlum. Quo 1 eft de unica  æqui pollentia fimplici. Ex quo fequitur primo, quod tunc  detur æquipollintia inter duas propofitiones, cum definitio reciprocari poteft cum  definito. Ex. g. machina, qux horas diei  defxgnat, horologium adpcllatur. Et contra: horologium ejl machina, qua horas  diei deftgnat. Secundo fit, ut quod  fubje&o convenit, praidicato quoque conveniat. Sic omnis Japiens legislator Reipuhlica tranquillitatem promovet. Et viceverfa omnis Reip. proj perit as a fapientijfimo legislatore provenit. Ex quo etiam  fit, quod omnis propofitionum converfio  fit etiam sequipollentia > proindeque de ea.  nullum verbum.  Cum definitiones, ac divifiones  non fint, nili totidem judicia, hinc intelligitur eafdem locum habere in propofitionibus. Definitio itaque eft propofitio,  qua quorumdam terminorum ope aliqua  idea completa, vel determinata exprimitur. Ex. g. Homo eft animal ratione pra$  ditum, civile, atque ad propriam felicitatem propenfum. Itemque definitiones adhibemus pro rerum notis diftinguendis,  ut eas ab aliis facile fecernamus. Sic:  homo efl animat rationale, civile, ad bea titudinem f alium. Hlfce notis diftinguitur adeo a ceteris animantibus, ut aliter  ab iifdem diftingui non pollet .Ac Progrcjfu SIGNORVM Ex his fequitur. Debere ingredi in definitionibus folas notas intrinfecas.  Sequitur pofle quoque ingredi poflibiles, 8 c impoflibiles, dummodo impoflibilitas non fit abfoluta, ut: homo eft animal ratiocinans, politicum, ad felicitatem  fatlum, vaiiifque habitibus moralibus imbutum.  Ex his fequitur. Pro omni  rerum ambiguitate removenda  neceffe  eft, ut termini fint perquam clari. Quod tunc definitio dicitur generis, aut  fpeciei, cum utriufque effentialia dinumerantur. Quod illa fit definitio particularis, quæ eft rei adeommodata.  Verum cum pmer rerum eflentialia etiam nomina definire poflimus,  propterea dantur quoque definitiones nominales. Hinc univerfæ definitiones in  reales, 8 c nominales diftinguuntur. Primi  generis funt definitiones circuli, quadrati,  trianguli. Secundi generis funt definitiones infiniti, trilateræ, quatrilateræ figuræ. In quo notent juvenes, quod licet Diale&ici definitiones reales adpellent  illas, quæ ex genere, et differentia confiant, verumtamen ipfæ quoque funt »0minalcs. Nam etiam definitionibus realibus nihil aliud intelligitur, quam illud  ipfum, quod illo vocabulo Philofophi  comprehendunt. Sic: homo ejl animal rationis compos, humana figura praditum,  quid eft aliud, quam hujus nominis definitio? Cur ita ? Quia nemo unus adhuc fcivit rerum effentias, aut Tuet unquam. Denique divifio eft totius refohitio in fuas partes componentes. Quæ dicitur phyfica in quantitatibus extenfis r  et compofitis: idealis in abstractis. Ad  phyficam refertur humani corporis divifio in partes solidas, et fluidas. Ad alteram vero figurarum planarum partitio in  trilateras, quatrilateras, et multilateras.  Divifionis utilitas eft maxima in rebus  maxime complicatis ac longis, quæ uno  veluti mentis intuitu videri, aut comprehendi minime poliunt. Præterea iftis propofitionibus accedunt quadam alia, quæ apud Geometras palfim inveniuntur, fcilicet propofitio  T beor cHica et praftica, demonflrabilis  in demonflrabilis. Itemque axioma, pofiulatum, problema, theorema, fcholium, corollarium lemma, et si quæ fint alia, quæ  utpote omnibus notæ, de iifdem locati  non arbitror. Ac Progrejfu SIGNORVM De Compofita Terminorum combinatione J  five de syllogifmo, m Cum ratiocinatio fit convenientis, vel difconvenientis ratio, quam duas  idea: habent cum tertia; intelligifur inde,  quod ficuri ideæ cum terminis, et judicia cum propofitionibus explicantur, fic  fyllogifmo ratiocinatio enunciatur. Ex  quo intelligitur, quod fyllogifmus fit oratio, qua mentis vis aliis communicatur: atque etiam intelligitur, quod omnis fyllogifmus ex tribus propofitionibus  conflare debeat. Verum ejufmodi proportiones inter fe ita funt colliganda, ut  non modo terminum medium habeant  communem, fed requiritur etiam, ut termini extremi inter fe uniantur. Ex. g. Omne grave tendit deorfum. Lapis autem  eji gravis. Cadit ergo. In quo fyllogifmo tres termini vel propofitiones funtropofitiones, Termini funt gravis, apis, deorfum, Propofitiones vero funt  Omne grave tendit deorfum. Lapis  ejl gravis, Ergo tendit deorfum. Quarum duæ prima: dicuntur pramijfa, poflrema vero vocatur conci ufio nuenfis, aliique complures late fufeque  de tot tantifque variis fyllogifmorum figuris difputaverint, attamen eaj mihi femper vira: funt mera» fubtilitates fcholaftica:, omnino inutiles, hoc confilio potius  ea pmerire volui, quam juventutem in  nugis detinere. Ac ProgreJJu SIGNORVM. De quibufdam vulgaribus argumentandi  i modis. Primo pra fua maxima claritate poteft in fyllogifmo omitti major propofitio, qui argumentandi 'modus 'dicitur  eutbimeema. Ex. g. Hic homo cbolerico  temperamento dominatur. Ergo e fi cru ielis y  ubi ioielligitur hax major propofitio:  £foirumque temperamento cbolerico domina t. r efl crudelis. Hic autem bomo temperamtnto cbolerico dominatur. Ergo efl crudelis,  Secundo cuique propofitioni addi poteft ratio, qua prædicaturi convenit  fubje&o, idque fieri poteft in utrifque  propofitionibus. Hic modus apud oratores frequentiffimus, apud Diale&icos perquam rarus, dicitur; Epicberema. Sic: in  corpore civili quifque debet alium dilidere y aliter nequit in eodari harmonia politica. Petrus y autem, Francifcus, aliique  funt in corpore civili. Ergo fe mutuo diligere debent. Tertio ficuti. ex tribus fyllogifmi propofitionibus, ‘una tac.eri poteft ob F 2 maximam ejus evidentiam, ita aliquando ad manifeltandum perquam longum, atque IMPLICATVM ratiocinium tres propoiitiones nou fufficient, fed oportet alias  addere, vel faltim alium fyllogifmum,  vel qnthimema. In primo cafu argumentum dicitur /ornes, in altero Profyllogifmus.  Quantum ad foritem, ipfe e(l  quadam propofitionum feries, ita connexa, ut pradicatum prima propofttionis in  fubjetium fecundec tranfeat: pradicatum fecunda: in fubjettum tertia, et ita deinceps, donec in. concluftone fubjeElum prima uniatur cum pradicato ultima propofttionis.  Sic: lueratur ut laboratur: laboratur ut confumitur: confumitur ut luxus: luxus ex divitiis  divitia vero, ut commercium. Lucratur  itaque ut commercium majus, vel minus efl.  Atque hinc intelligitur, foritem  dici. bypotbeticion, fi ex fyllogifmis hypotheticis conflet. Ex„ g. ft Deus efl fapientiffimus, prafcire omnia mala debuit  ft mala prafcita fuerint, fublata funt\ fi  mala fuerint fublata, mundus a Deo creatus efl ceteris melior. Sed Deus efl fapientijjimus. Mundus ergo a Deo creatus  ejl reliquis melior  v  Ac Ptogrejfu /ignorunt» Quantum ad profyllogifmum,  ipfe ejl merus fyllogifmus, cujus conci ufio  in pramijjtam alterius fyllogifmi tranfit.  Ex. g. Omne ens fua natura iners, ejl  corporeum. Spiritus autem non ejl iners,  jed attuo fus. Ergo non ejl corporeus. Verum quicquid non ejl corporeum in partes  dividi nequit. Spiritus itaque humanus non  cjl refolubilis De errorum  fimus l His omnibus additur, naturas res cffe adeo innumeras, ac complicatas, ut nemini adhuc contingerit de  iifdem adcurate judica. Denique quis  umquam propria debilitatis libi teftis eft?  Quicumque fane de aliqua re judicium  adfert, exiftimat de ea non poffe melius judicari. Quamobrem ut Intellectus  hos errores vel devitet, vel minuat, hic  pro mea virili nunc curabo, atque ut  ordine noftra procedat oratio, errores fecundum ea ipfa principia, qus in altera  parte enucleata funt, expendam, fcilicet  juxta Mentis, ac lingua; operationes Quod fi dicenda non fuffecerint ad omne  ignoranti, errorumque velum difcindendum, fufficient tamen tyronibus et ut  minus errata fortafle efficient. De Mentis erroribus ad fenfus exteriores  relatis. Sicuti fit ubi optici varient vel in  lentium difpofitione, vel numero, objefta  majora, vel minora, magis, minufve  diftantia adparent, ita oculi cum non Mentis ortu, ne progrcffibusl 95  fint, quam todidem tubuli optici, inter  fs maxime differentes, tam ob eorum  tunicas, quam ob eorum humores; ex  tali varietate variæ prorfus fenfationes,  at. proinde ab iis complures errorum caufæ oriantur neceffe eft. Erratur Cum quis objeflorum exiftentiam negat, quæ ipfe non  videt oculo inerim; at oculus microscopio armatus infinita intuetur, qux ei fine tali auxilio non obverfabantur Decipimur in diffantiis; nam fol, luna ^ 8c  nubes videntur ^qualiter diftare, verumtamen nubes non attolluntur nifx ad  duo Y vel tria milliaria Italica: Luna excedit 333330. fol vero, juxta Kepleri fupputationes, nonaginta miliones fuperat. Duæ urbes cum valle intermedia,  etiamfi inter fe diflantiffimæ, cominus vifx, videntur 1 una eademque  Decipimur quo ad corporum figuras ellypsis enim procul vifa. a circulo non diftinguitur; Itemque duæ lineæ parallelæ  apparent convergentes; 8c duo 'parietes divergentes videntur paralleli; et linea flexa ac torfuofa apparet refla. Quarto campana pulfata, licet ejus partes interiori  fremitu concuffæ, attamen videntur omnes De en orum  nes immobiles. Id ipfum dici poflet de  aquis paludofis, ac lutulentis. In propagatioue Jucis etiam decipimur, cujus  motus pulatur fieri in inflanti, cum tamen iit fuccefiivus. Hinc Newtonus obfervavit quolibet min uto fecundo ea in  percurrere. Semidiametros terreflres,  vid. 8, 202. milliaria. Poflremo erramus quantum ad rerum magnitudines,  nam folaris difci diameter duorum, vel  trium, pedum videtur, verumtamen folis  magnitudo ab aftronomis eft millione major 'if ipfa tellure. Alias mentis deceptiones, quo ad vifum omitto, ne hac in  re nimius efTe videar. Sequitur auditus,. 1. hic fenfusi  nos decipit dum judicamus fonum, vel  concentum effe in ipfis inflrumentis, cum  re vera fit in nobis. Etenim in inftrumentis non reperiuntur, quam cordarum  vibrationes, quæ ærem movent. Itaque  ære deficiente, debent etiam deficere ejus  undulationes, adeoque fonus, ut in machina pneumatica, atque in altiffimis  montibus facillime obfervatum. Decipimur, dum judicamus alios eodem modo fentire, ac nos. Quod nequit accidere ob diverfam aurium ftrufturam. Erramus, dum fonum referimus verfus  illam partem, ex qua ad nos pervenit,  iicet corpus fonorum fit alibi Quarto  denique fepiflime unum fonum cum alio  confundimus. Odoratu, et guftu etiam' fallimur. r. Odores, 8 c fapores in objeftis  extare putamus, cum in iis non fit,- nifi fola partium difpofitio, five effluviorum, qu narium, et linguai papillas nerveas titillant: His fenfibus turbatis fetida, atque infipida corpora judicamus,  qualia reapfe non funt. g.jEflimamus eundem fetoris, odoris, et faporis gradum  ab orpnibus circumflantibus a:que fentiri:  Quod fane eft omnino falfum, nam harum senfationum gradatio fequi debet organorum difpofitiones Ta£us in gravitatis, afperitatft,  caloris, et frigoris fenfationibus verfatur;  et in his omnibus perpetuo decipimur Vas ære repletum æftimatur æque ponderofum, ac fi ære elfet orbatum. Ex  quo judicamus aliquid non gravitare fupra nos, judicamus id elfe ponderis expers. Quapropter ærem non æftimamus  gravem, attamen columna æris, quæ  nobis imminet, putatur æqualis ponderi. mercurii pollicum: Si folidum  in, fluido demereatur, amittit in eo tantum ponderis, quantum eft volumen fluidi folidi volumini asquale, adeoque ipfamet auri moles gravitat minus in aqua, quam in vino; et minus in vino,  quam in ære. Corporum quot quot  funt fuperficies, etiamfi omnes appareant  lævisiatæ, attamep mycrofcopio yifaf, eas  jntuemur afperas. Judicamus quadam  corpora fua natura calida, contraque alia  frigida; verumtamen palor, et frigus non  funt, nifi quadam interiores corporis  noftri fenfationes. Hinc fi manu frigida tangatur aqua calida, hæc fentitur  frigida. Et contra fi manus calida mergatur in aqua frigida, hæc fentitur calida. Sane hæc tanta fenfationum contrarietas, eft in nobis ipfls, Id |pfum dicendum eft de voluptatibus, ac doloribus,  corumque gradibus, nam quicquid ipfa  funt, ad nos femper funt referenda. Hæc  de mentis erroribus, quo ad fenfus exteriores, illos nunc percurramus, qui ad iq»  feriores fpe&ant.  De mentif prroribus ad fenfus interiores  relatis f  Interiores hominis fenfus alibi  X defcripti, funt memoria, temperamentum, affe&us, attentio, ac fenfus moralis. Perpendatur modo quo pafto ab iifdem decipiamur. Primo memoria, cui univerfam  cognitionum noftrarum fphceram debemus, in quamplurimis nos decipit. Prompte non exhibet nobis ideas alias  conceptas, cujus defe&us quilibet eft con*  fcius, 8 c maxime fcnes; Unam pro  alia idea, unum pro alio nomine, unumque locum pro alio nobis fubminiftrat;  Sua vi, atque energia aliquando mi-rus vividas vividioribus ideis præfert: Sæpiffime in ipfis narrationibus maximi  momenti deeft. Idelas, earumque SIGNA, etiam improbo labore difpofitas, inter fe confundit. Facilius retinet ilia y quæ ad nos, quam quæ ad alios fpeflant. Denique quandoque eft adeo vivida,  pt phantafia evadat. Hinc fane visiones, G 2, illufiones, abalienationes, phanatifmus y  exftafis, et quidam mentis furor oriuntur: Hinc etiam voluptatis, ac doloris  gradus dependent. Secundo loco cum temperamentum fit certa folidorum,aq fluidorum,  conftitutio, 4ntelligitur, quod ipfum efle  poffit magis, vel minus lentum; magis  vel minus vividum, adeoque fuftimopere  influere debet in noftras idearum intellectiones, in noftra judicia, atque in ipfa  ratiocinia. En caufa, cur cholerici fere omnes flnt ambitiofl, ac crudeles. Contra fanguinei urbani, et mifericordes. Cur  melancholici taciturni, ac ratiocinatores; contra phlegmatici timidi, pufillanimes,  excordes, avari. Atque hine facile eruitur horum omnium propeniiones et judicia debere  efle varia. Nam primi funt magni pro?  miffores, fuperbi, audaces, vafri, ambitiofl. Secundi apti, nati ad venerem, ad  vinum, ad libidinem, ad ludos, brevius  ad un iverfa, qu® fenfus alliciunt, et mulcent: itcmque funt.hilares, ac ftrenui  milites, conflantes, liberales, fociales,  qd grandia quoque fafti. Melancholici  ftmt mentis coufufe, laboriofi, diffidentes atque acerrimi judicii. Phlegmatici  denique funt natura pavidi, pufillanimes,  fuperftitiofi, fervi nati, confufi, fuperficiales, ignavi. Qua: cum ita fint, neceflario fequi debet, quod circa idem objeftum his  omnibus obferyatum, non æque judicare  poflint. Itemque idem periculum fanguineis videbitur nullius momenti, melancholicis magnum, phlegmaticis maximum.  Similiter eadem res uni efle debet magna:. voluptati; alteri vero maximo dolori. Præterea idem ac£ufatus, ab uno excufatur, ab altero damnatur ad mortem,  a tertio ad crucem, ab ultimo ad remos. Unde igitur tanta judiciorum diverfitas,  tiifi ab ideis variis; unde idearum varia-tas, nift ex fenfationum diverfitate; unde  tandem hæc varietas, nili a temperamentis, ad quod nifi mens advertat, non  æquo judicabit Iove, fed potius fecundum  propriam conftitutionem. Tertius noftrorum errorum fons  in pafiionibus confiftit: Primo quotquot  funt in homine pafliones, omnes ad lilium fui ipfius amorem reducuntur; hinc  eft quod noftra judicia femper ad hoc unicum atque indeclinabile obje&um referantur. Hinc quoque eft, quod in noflris  judiciis non aliud legitur, et obfervatur,  quam quo nos temperamento dominamur,   et quo amore nos ipfos diligimus. Legatur  hiftoria Civilis ad hoc evidentiflime comprobandum, e qua videbitur, ob proprium amorem filios Patribus, Patres filiis necem intulilfe  identidem de fingulis animi paflionibus fecUndariis dici poflet. At quis dinumerare poterit univcrfa Intelledus errata,  quæ ex odio, timore i ambitione fpe,  immodica lætitia defiderio ira, audacia,  timiditate, ceterifque animi modificationibus orta funt, ac quotidie oriuntur Loquacem Fabium, ut ille ait, delalfarem, fi vellem ea omnia fingillatim per- Mentis ortu, ac progrejjib. fgqui; at pauciflima dicam ad Tyronum  captum, qui rerum multitudine ilon funt.  obruendi  ac tot hominum  ftupiditas derivanda eft. Ex ipfa voluntatis alienatio, mentis diftra£lio, judiciorum præcipitantia non modo apud populum, fed penes ipfos viro§ literatos. Nonne hæc funt errorum fons, atque   origo. Reflat, ut extremo loco de fenfu morali dicamus, ejufque fallacias ostendamus. Verum cum hic fenfus fit omni  reflexione, quolibet examine, et quibufvis præjudiciis anterior * hinc nequaquam  ab eo decipimur» At profequamur reliqua mentis errata. De erroribus ad mentis affus relatis. T ris cogitans, judicatrix ac  V ratiocinatrix eft tam involuta, atque difficilis, ut quafi impoflibile fit omnium errorum analyfim juxta  univerfos mentis a£lus hic exhibere. Quapropter confueta ratione præcipuos tantummodo attingam Mens errat dum fenfationes  concipit tanquam res realiter in objeftis  io 6 De errorum   exiftentes. Hinc judicamus dolorem eflfe  in cultro, faporem in ficubus, dulcedinem in vino frigorem in aqua, calorem in igne. Dum fenfationes, quas  ut centies diftum eft i funt relate, habentur abfolutse, hinc dicimus fua natura  bonum vel malum aliquod obje&um,  quod tald eft duntaxat refpe£tu rioftri. Id ipfurri diceridum quoque eft de voluptatibus, ac doloribus, qus non funt nili  totidem rea&iones tiobis confonse, vel  diflonas, ddeoque nobis folis tiiric temporis relate 4 Nihil enim in ipfis quidquam  abfolutuni concipiendum eft i 44 Decipimur dum ideas abftra&as, ut Dei, hominum, Sc corporum aSiones habentur  ejufdem generis i licet toto coelo inter  fe diftinguantuT Item durii ideas fpirituales  putamus materiales, uti funt Angeli,  Dsmones, 8 c c. 6. erramus dum qua: vinita funt, feparata judicamus; et cotitra  quæ fola mente fepararitur, natura conjun£Ia putamus Primi generis errata funt  tot Poetarum fabellæ ^ atque commenta. Secundi autem gerieris * funt tot Romanorum Dea:, et Dii, ut juftitia i Visoria, Fortitudo, Februa, Jupiter Terminalis, Mentis ortu, ac progrejjtb. icj  liatis, Feretrius, et c. 7. false judicatur, si relationum ideaj ignorentur, ut in malorum origine; in Dei natura, pradcientia. Etiarri falfo judicatur fi hypothefes habentur vera», priufquam ad praxim revocata; fuerint. Hujufmodi funt ACCADEMIA ideaj innata;, noftra intuido in Deo,  qua; Malebranckio placuit  Woowardi,  Wiftoni j et Burnct systemata, aliaque  hujufce commenta pene infinita, potius  delirantium fomnia,quam Philosophorum opinions. His. 9. additur, quod ex meditationis defe&u facile erramus. Si  ut abfolute accipiantur, quæ ex quodam circumflandarum concurfu intelligenda  funt. Hinc male quis ntentis gradus ex  fortuna determinabit. Facile decipitur  fi a particulari idea ad univerfalem flatim afcendatur, quin omnes fpecies et  genera percurrerit. Quis enim dicet literulis grajcis imbutunl etiam cordatum  efle virum, et solida, magriaque cogitantem? quis Philosophum putabit etiam  bonum agricalam  quis denique Cafuiftam  etiam Theologum, philofophum, hiftoricum, atque æconomicum  Præterea decipimur, dum ea t   quas De errorum  qux non intelligimus, infipienter, atque  obftinato animo negamus. Decipimur, cum ea quaj nobis funt contraria, fpernimus, minuimus, damnamus novitatis amore: Scepticifmi fpiritu inconfiderat. Erratur ex argumenti analogia, five ex rerum fimilitudine: Ex libertatis abufu: iB. Ex nimia curiofitate: ip. Ex nimio defiderio nos diftinguendi a reliquis hominibus faltem ejufem ordinis. Ex partium ftudio,quod   3 uibufdam temporibus, ac locis nos luificat: Pro privato emolumento,  quod nos oblivifci facit ipfa naturæ ligamina, ut liberemur ab interioribus fenfationibus moralibus. Denique quodam ambitionis fpiritu, quo in noftro  cerebro veluti mundum univerfum concipimus, cujus nos centrum evadimus, lætamur dum aliorum opiniones circa nos  gyrant, atque ceu deliquia pati obfervamus. Di Mentis ortu, ac progrejftb', iop'  De erroribus ad animi ftgna relatis i   OUnt voces, aut vocabula totidem ANIMI INSTRVMENTA, VEL RERVM SIGNA. Cum autem voces considerari possint tam solitariæ, quam simul junctæ, tum simplici tum compotita ratione, hinc fit, quod totidem modis in iifdem intelle&us errare poterit,  ut ex fequentibus. Primo erramus cum vocibus utimur, quæ pmnis omnino fignificationis  funt expertes, ut entelechia, quam adhibuit LIZIO. Cum utimur vocibus  ex fe clariflimis, quæ tamen unione  fiunt OBSCVRÆ, ut circulo Quadratus,  corpus spirituale. Si voces adhibeamus ambiguas, ut anima, cujus idea varia philofophorum placita fequitur: Si  putemus abfolutas voces, quæ sunt vere  relatæ, ut pulcritudo, deformitas, vitiositas, justitia. Erratur, fi eidem vocabulo eadem vis tribuatur, etiam in maxima locorum, ac temporum diftantia,  yt pileus, calceus, navis, theatrum: fio LcRio Itl, De errorum  Si verba nova, yel METAPHORICA, vel emphatica adhibeantur, quin fit neceffarium. Si vocibus utamur vis INDETERMINATAS, ut odium, amor, voluptas, dolor, sensatio, qux temperamentorum, atque habituum ratipnem conftantiffime fequuntur. Si termini adhibeantur, qui  res minime intelligibiles DESIGNANT, ut  infinitas, xternitas, preatio, annichilatio Earumque progrefftbus. Tertio quoque intelligitur, quod, ex duabus propositionibus una esse potest  altera probabilior; unaque altera verifimiiior. Primi generis eft hæc: Cupcrniei hypotbefis eji fyjiemate Tyconis probabilior. Alterius generis eft fequens: Redi opinio eji vero fwiilior, quam illa Le•wenoekH. Quibus ita i:itelle£lis, priufquam invenienda: veritatis regulas in madium proponam, opera pretium duco quædam de ipfa veritatis nota, five criterio  adumbrare.  De veritatis cujufque generis nota. Veritatis nota ab aliis in  V. Tolis fenfibus, ab aliis in  fola mente, ab aliifque denique in utrifque ponitur. Cartesius. vero in rerum evidentia. Ex quo fit, quod Cartesio est certum quicquid eft evidens. Contraque  omne evidens eft quoque certum. Quapropter evidentia certitudinem, et hæc  illam efficit.  At fi Cartefius interrogetur, eique dicatur. Quicunque judicat, ac De veritatum ortu,  ac ratiocinatur, putat fe clare, atque evidentiflime percipere, ac judicare, quis  itaque evidentiam ipfam tutam reddit:  quis meam, quis aliorum evidentiam in  tuto ponit, cum ipfa fenfibus, ac cujufque lumini fit proportionalis. Itemque,ii evidentia omnia certitudinum genera tuta redderet, primo  ipfa non deberet habere gradus; at evidenti phyfic® pr*ftat mathematica, physica autem morali prævalet. Præterea fi evidentia exifteret,  nufquam efle deberent in collifione  du* evidentiæ. At fuperfleies taftui convexa eft oculo plana: quod eft fal vifui  eft: faccharum palato. Ipfeque Jacob erat  Efau taftui, Jacob autem Jfaaci auditui. Quid denique multa? Quilibet fenfus cum  fe ipfo confligatur. Qui pi&uram adfpicit, videt in ea antra, fluvios, urbium  rudera, pontes, præliaque magis minufve diftantia, attamen eadem et plana tela omnia limitat, ac definit. His omnibus addi poteft. Quod corporum exiftentia ex fenfibus habetur. At hi omnes jam demonftrati funt  fallaciflimi. Ipfa itaque corporum exiftentia videtur- e fle incerta. Earumqne progrejjibus Secundo ft daretur certitudo, ea  eflet omnium temporum, ac locorum.Verum ipfa eft relata, haud abfolura.  Si ipfa exifteret faltem uni eidemque homini videri poflct eadem. At noftra fenfuum conftitutio, mutabilitas, atque ipfum mentis lumen mutantur  perpetuo. Nequit itaque efle eadem. Denique fi evidentia certitudinis eflet nota, ea efle deberet veritas primitiva, quaz .mihi deberet oftendere secundariam; verum Cartefius dubitando ad evidentiam pervenit. Dubium itaque potius,  quam evidentia eft certitudinis cujufque  generis nota. Hinc Ariftoteles primo metaphyficorum libro fcripfit nos dubitatione veritates pofle confequi. Dubitationes  enim funt veluti quidam nodi, quos ft  quis non videat, (cientia: five veritatis  non eft capax. At hoc pofito nonne  eflet perabfurdum ex dubio fcientiam  prodire. Ex quibus facillime eruitur,  quam inconfiderate nomen doftiflimi, et  fapientiflimi, non dicam GALILEI (si veda), Leibnitzio, Newtono, fed cuilibet alteri tribuatur. Quis enim omnia (civit, aut fcire ppteft? De veritatum ortu. Sed ex huc ufque expofitis, nemo velim deducat, non dari cujufcunque  generis veritates. Nam etfi veritas abfoluta  nobis defit, non autem relata, qua prope infinita fcimus. Revera qui poterit  dubitare, de tot corporum, quibus undique premor, exiftentia ? Nihil refert,  quod materiæ natura, vires, energia, et  combinationes me lateant, cum ad horum omnium exiftentiam comprobandam  mihi fufficiant folas mei animi interiores commotiones. Exiftit ergo certitudo phyfica ITEMQVE CVM HOMINES INTER SE CONVENERINT SIGNIS 4, 10, ioo. illas indicere quantitates, in quibus numerus tinus, quatuor, decies, et centies repetitur,  quis me poterit reddere dubium, centum  eflfe decuplo majorem numero decem Poftremo antequam ego Romam  ivifiTem, hilari animo de ejus rebus peregrinis loqui audiebam. Quum viferera,  eandem inveni, ut millies et audiveram,  et legeram Quæro 11 id dpfum mihi dicatur de .Mediolano, de Florentia, de  Bononia, deque Veneriis, eccur narranti  non credam ? Itemque hiftoricis antiquis  de Babiloniis, Hetrufcis, Samnitibus,   E arum que prorejjtbus Tarentinis, Gallis poft tot fecula jam  elapfa tam multa narrantibus fidem habebo? Præterea tot recentiflimis hiftoricis  afferentibus effe antipodas, Indos, tam orientales, quam occidentales, aliofue non credam? At hæc denegare, infani eft.  Exiftit itaque evidentia, quacum veritatum cujufcunque generis certitudo facillime nobis innotefcit.   c a p. m. De veritatis natura, ejufque divistone. Omnis propofitio ex fe confiderata,  V^/ vel efl vera, vel falfa. Ad nos  autem relata vel eft nerta, vel incerta.  Etenim nos concipere poffumus majofem,  vel minorem relationum numerum inter  duas ideas, quæ eafdem ligant. At fub  primo afpeflu nullius effet utilitatis: juvat itaque veritates speculari fecundum noftras cognitiones. Hinc veritas fuperius  definita fuit: quædam noftrorum judiciorum congruentia cum rebus, vel cum earundem relationibus. Quod fi veritas eft noftrorum judiciorum cum obje&is exterioribus conformitas,  V   De veritatum ortu,  tas, ipsa igitur eft dependens. Nam ubi  defunt fenfationes, deefle quoque debent  cogitationes; atque ubi deficiunt cogitationes deficere etiam debent veritates Logic*. Contra veritates ætern* in rerum  relatione conftabilit Dei voluntate, qux  natura fua immutabilis, etiam noftris cogitationibus omnino deftruftis, exiftunt.  Ulterius idearum obje&um dupliciter menti noftræ eft conforme, vel interius, vel exterius. Namobje&um, ad quod  cogitamus; vel ex noftra ipfa cogitatio; vel  exiftentiam realem habet. Prima veritas  dicitur 'interior, altera exterior. Ex quo  fequitur, quod omnis veritas exterior fit  quoque interior. At non contra. In veritatum porro inveftigatione,  vel a principiis eas deducimns; vel ab eorundem conclufionibus. Primo modo ad  veritates pervenimus intuitionc; alio modo vero ratiocinatione. Ex quo fit, quod  duo veritatum genera habeamus. Primum  eft veritatum objettivarum, five intuitivarum. Altera vero abJhaSta, et difcurfiva y  qu* in idearum connexione confiftit.   Ex quo facile deduco, omnes fcientis  eundem certitudinis gradum habere polfe, nam quot quot fcientiaj, artefque dantur, uniEcrUmquc progrejjtbuiUnlvefa; logicas veritates continent adeoque evidentias capaces. Hinc ethica, metaphysica, Politica, aliasque demonftrari  quoque poflimt. Reapfe ^Ethicas auSor  quinque libris comprehenfas. impietatem  fuam ex falfis priilcipiis oftendit. Identidem fecit Hobbesius; denique Wolfius  univerfa. ejus perquam prolixa opera etiam methodo mathematica confcripfit.   Itemque in hac tanta rerum varietate, fervatur quidam ordo, qui Dei voluntati eft omnino conformis; hujufmodi veritas dicitur metaphyfica, Qua; fane veritas est prorfus extrinfeca, nullimode dependens a noflris cogitationibus, ideoque eft  abfoluta, atque asterna.  Poftremo veritas moralis aliorum  fidei innititur, nempe ipsa est, fpiritus  noftri perfuasio narrantium auftoritate conifabilita.  Ex his, quæ ha&enus summa  cum brevitate expofui, apertiflime eruitur, quod veritas fit tanquam totum  quod ex omnium relationum complexione deducitur, quas funt inter ideas. Ex  his quoque intelligitur, quod fi omnes  idearum connexiones, vel contradi&iones  nobis innotefeaut, tunc habebimus veritatis certitudinem. At fi {"dummodo totius aliquam partem agnofcamus, non e rit veritas, fed probabilitas. Qua: ita delibatis, reliqua profequamur.  De certitudine tam intuitiva, quam demonslrativa, probabili,  0  nc ’P'° met h°dus eft via,five ordo, quo vel incognita invenimus;  vel inventa aliis communicamus. Quibus  in re vel a partibus ad totum; vel ab hoc  ad illas proceditur. Si primum, methodus dicitur analytica, fi alterum fyn4 et hic a. Primus modus ex rebus manifeftis,  et fimplicibus procedit ab obfcuras, compofitas, et IMPLICITAS. Contra alter: ut ia  corporis humani anatome, fi omnium  primo difquiram univerfa fluida, deinde  folida, ex quibus poftremo deducam, corporis humani ftructuram ex fluidis, ac solidis conflari, perquam ordinate dispositis. Quod fi hæc vellem aliis enucleare,  principio dicam corpus humanum ex fluidis. Earumque progrejjibus. dis, Sc folidis conflare, tum fingula exponam. Ex quibus fane intelligitur, quod  primus modus pro re invenienda, alter  pro eadem explicanda infervit. His ita expolitis ad propofitum accedamus. Primo certitudo phyfica eft quædam  noftri judicii qualitas, quæ forti invi£laque relatione nollrum fpiritum neceflario  unit cum propofitione, quam nos affirmare, vel negare volumus. Hujufmodi  certitudo fentitur tam in omnium corporum exiftentia, quam in eorum fenfationibus, late, fufeque in prima leflione  pertra£latis. Ex quo primo fequitur, hanc certitudinem fequi debere nollrorum fenfuum  rationem, obje&orumque prelftones. Secundo fequitur, quod fi fenfuum  organa ftnt vitiofa,vel non fint in debita  diliantia, obje&a non poffunt videri clare-dilfin£fa, ut in myopis, Sc presbytis.  Tertio fequitur, quod fi unus fenfus  non fufficiat, necelfe elf, ut adhibeatur  alter. Sic fi vifus non diftinguat, utrum  mafla aliqua fit necne metallica, adhibetur, etiam taffus. Quarto requiritur, ut medium, per  quod lux tranfit, fit omnino fimplex,   i en LefDe veritatum ortu,  en ratio, cur remus in aqua videatur  fra&us.  Quinto requiritur quidam lucis gradus pro vifione fufficiens, alias objeftum  non videtur, uti revera est. Sexto convenit obje£la afpicere fecundum omnes eorundem fitus.  Poftremo requiruntur perferiora inftrumenta, quæ oculis funt maximo adjumento. Hæc de certitudine phyfica, f«tpiitur demonftrativa.  q’ a p. v.   De certitudine dcryonjtrativa. Ri nc ipi° demonftratio nihil aliud  JL eft,quam videre, num prædicatum conveniat, necne, fubje£lo.Qu2 relatio dum a definitionibus, poftulatis, atque  ex axiomatibus deducitur, vocatur direBa. Si autem aliqua contradi6lio, sive  absurdum ostendatur ex proposito principio oriri, vocatur demonftratio indire&a, Primi generis funt pene omnes Euclidis  propofitiones. Secundi vero funt fexta,  feptima, alixque qpamplurim ejufdem roris. Earumque progrejjibut. Ttemque veritas vel ex efie£libus, vel  cx caufis eruitur. Primo cafu dicitur a  pofleriori, in fecundo a priori. Ad primum genus referuntur omnes illas veritates, quas ex obfervationibus, atque experimentis detegimus. Sic Redus deduxit,  omnia infefta oriri ex ovis. Ad aliud  porro genus referuntur omnes philosophorum hypothefes. De omnibus fingillatim  dicemus. Qui fibi proponit perpendere, num  aliquod prædicatum fubjetlo conveniat.  Ex integra definitione, vel ex ejus  partibus propofitiones accipiat pro fyllogifmorum catena conficienda. Si circa  idem obje£fum habentur axiomata, vel  poftuiata, vel alis propofitiones jam demonstratæ, iifdem uti poteftin minoribus  fyllogifmorum propositionibus. Data  propositione, quæ sibi cum aliis est medius terminus communis, revocatur ut  fiat major in alio syllogismo. Cum  his præmissis uniatur alia ex antecedentibus jam nota. Tandem quotquot funt  propofitiones ita inter se conne&antur,  donec ad syllogifmum perveniatur, ut ejus conclusio sit ipsa propositio, quam  demonfirandam fufcepimus. Hinc fi quis, I 2 ostendcre v-llet illud ipfum, quod habet  Horatius in fatyris: nemo fua forte contentus; hunc ia modum procedat.   Def.i. Felicitas eft ille hominis cujufque ftatus, quo omni ex parte eft contentus, cuique ftatui nihil addi, vel detrahi. poteft. fuffiEatutnque progrcjpbusl  fufficientem alicujus effe quz in eo locum  habent.   Prsterea notandum, 'quod fi duo effectus quandoque fuerint conjungi, fequi  non debet eofdem femper effe fimul. Ex  g. apparet Cometa id nostro horinzonte,  ergo ærumnæ in familiis, in imperiis ?  aliquis literatus eft facinofofus, literæ igi*  tut funt Civitati detrimento? Si vero attributum rei adhæreat, tunc concludendum, quod res ita fit. Sic EVROPÆVS non  est fua iotte contentus: de fua forte querantur etiam Africanus, Asiaticus, atque  Americanus. Nullus itaque homo vitam  ducit omni ex parte beatam i   Id ipfum dicendum eft, fi propofitio sit hypothetica, dummodo ex repetitis  experimentis proveniat 4 Ita homo, qui  a temperamento cholerico dominatur, ad  crudelitatem natura rapitur. Sed an vere  fit crudelis, observanda est ejus vita, aliter erratur; etenim inftitutio naturam pote ft j  fcttruthcjue progrefftonibus i 1 jj tert immutare: ex quo intelligitur, quod  propofitionum univerfalitas a repetitis experimentis, atque obfervationibus derivatur At quo pa£ta> a caufarum cognitione ad effe&us ratiocinandum sit, videamus. Primo necefle eft, ttt omnis efFe£lus  fit caufaj proportionalis, fcilicet fi duplex,  vel triplex fit effeftus, dupla, vel tripla  efle quoque debet caufa. Denique erir  phyfica, vel moralis, fi effe&us fuetit hajufmodi. His propofitis, fit igitur. Defii.Deus eft em perfetfijfimum Earumque progrejjtbm. tatorum eft capax. Sane quidam Aftronomi afleruerunt, eandem efle habitatam. Prima eifc intrinseca, secunda extrinseca. Denique verifimilitudo eft illa, quæ reperitur infra certitudinis dimidium: Itemque illa probabilitas, qux certitudi, dinis dimidio ajquivalet, dicitur dubitatio. Primi generis eft hæc: Petrus mihi dixit, me vicifle centum fcuta, fi  hoc eft verum illi fpondeo. En verisimilitudo, fin autem spondeo Dubia  mihi videtur notitia, nam ex utroque latere æquantur. Sed quidnam requiritur, ut refle probabilitates fupputentur. Primo neceffe eft videre, num quod quæritur fit poflibile. Secundo adcurate fupputandi funt omnes refiftentiaj,  vel difficultatis gradus. Ex.g. morietur ne  Sinenfium Imperator in novilunio Aprilis  hujus anni currentis? ut hoc problema rite refolvatur, fupputandus eft numerus civium: Imperatoris ætas, ejufque vita, deinde fi dari poffit aliquis æris influxus  perniciofus: medicorum peritia: aliaque. Tertio notandum, quod fi in  quæfito ex duabus fyllogifmi præmiffis,  una fit certa, altera vero probabilis, conclusio quoque esse debet probabilis. Sia  autem ambæ præmiflæ fint probabiles, conclusio continebit probabilitatem probabilitatis. Sic unus tertis oculatus habet  dimidium probabilitatis; qui illum audivit, et ex eo narrat, habet dimidium  primi; fcillcet dimidium dimidii, hoc eft  quartam probabilitatis partem. Denique fi  illud ipfum narrat tertius, hic habebit dimidium dimidii, nempe ortavum probabilitatis gradum. Et fic deinceps, At ex omnibus probabilitatis generibus, quæ mihi maxime cordi funt,  iunt historia, 8c æconomica, in quibus  vellem ut confenefcereot juvenes, nam  prima eft objertum innumerabilium domi,  militiceque fartorum. Quæque nos reddit  yeluti præsentes omnibus temporibus, a q  J ocis. Hoc uno facilique medio quin  pniverfam telluris fuperficiem cum tot vita? difcriminibus, ac fumptibus peragremus,  difcimus quicquid in ea agitur ab abfentibus. Hinc ex ea cognofcimus Imperiorum origines, formulas, leges, vires, artes, scientias, vicisiitudines,   In æconomia autem eft major  fupputandi utilitas, etenim ex hac fupputalione habei.ur navium numerus, terrarum  m  flatui nocet ? determinanda eft relationis  quantitas. Revocato ad hæc pauca universo ratiocinii mystefio, sequentes regulas – REGULA – cf. H. P. Grice, “The rules of the conversational games: how to make the moves” -- Dialectici proponunt, ut ejufmodi quæsita enodentur. Reg. In cujufque quaditi fdlutiorte omnium primo determinanda eft  vocabulorum vis, maximeque fi ea fmt IMPLICITA. Statim legis hujus neceflltas intelligitur, cujus negligentia etiam apud scriptores magni nominis contentiones perpetuas produxit. Definiantur luxus, libertas, inanitas, prafcientia divina, et eradicatæ erunt decertationes. Vocibus definitis, animadvertatur.  Regula Semel determinata vocabolorum vi, non amplius convenit ab  ea recedere. Quamplurimi hac in re aberrarunt. Vox Deus apud ipsos dell’ORTO, Sc Manichteos non fonat idem. Apud Hobbesium natura jura non semper significant eandem rem. Quid multa. Cartesius ipse materiam fubltilem varie accepit# Videatur praterea. Reg. Si quzfitum fit refolationis capax. Quo expenfo, exquirendum K 3 dein 't Tt > v m  De veritatum ortu, deinceps est, num totum, vel ex parte, limites capacitatis humanas, vel tua; trafcendat. Si primum deferatur inta&um, ut in intelligenda unione mentis cum corpore. Sin alterum te ipfum concute, vel alios te praftantiores, ac seniores interroga. Quam regulam fi fciviflent tot  Jiterati viri, non confenuiflent in tot tantifque quadliunculis inexplicabilibus, atque inutilibus, neque poli tot foculorum  focula etiamnum eas ad manus haberent.  Uti eft malorum origo, humani foetus  conceptio, vis elaftica, attraflio, et cetera! Quid fi quicftio fuerit folubilis. Reg. Videndum, num qurefitum fit fimplex, vel compofitum. Si  compofitum dividendum eft in omnia e/us membra poflibilia. Ex quibus, inutilibus membris refecatis, alia fic extrincentur, ut unum membrum alteri præluceat, ac contineat.  Sic in hoc quæfito: luxus eftne  flatui utilis? videndum eft. 1. Si flatus,  fit Monarchicus, vel Republicanus; deinde num ex propriis, vel exteris artificibus, ac materiis. Tertio si ex propriis, videndum ultimo est num artes primis. Enrumque progr cjjibus. qu?e raro habetur, probabilitas querenda  eft. At non evulgari debet nifi tanquam  veritas probabilis. In quo cavendum quoque eft, ne hypothefes ut thefes habeantur. Eft ha&enus incertum, num terra, vel fol moveatur. Ergo ad probabilitates recurrendum. Itemq. ex variis veritatibus probabilibus quæratur probabilior,  ut Redi hypothefis eft probabilior animalculis fpermaticis Leewenhoeckii.  Reg. Obfervandum porro eft  quxfiti genus, nam (i fit de rebus phyficis, fenfus, exprimenta, atque observationes funt interroganda. Si de rebus»  abrtra&is, rationem interroga; fi denique de rebus fa&is, confule Codices faftorum. Reg. In confulendis autem  codicibus, funditus fciri debet lingua, in  qua Codices fuere confcripti. Ac cavendum a tradu&ionibus vulgaribus, aut Lexicis communibus. Ad hoc rite, re£leque intelligendum fufficiet legere Ciceronis orationes a DOLCE (si veda) IN LINGUAM ITALICAM CONVERSAS: Quininno LUCREZIO (si veda), et VIRGILIO (si veda) verGones. Reg. Ad intimiora fcriptoris  fenfe 1^4 Lett. IK De verttatuni ortu,  fenla penetranda, præter linguam, fac  etiam fcias fcriptoris patriam ætatem,  fæculum  adfe&us > ftudia > exercitationes t  Quorfum ha;c omnia. Nam  ea mirum quantum influere poflunt ad  au6loris intelligentiam .Quicunque enim  fcribit his viribus occultis non modo movetur, fed etiam concutitur. Ergo horum omnium cognitio maximopere prodeft. Id libentiflime oftendetem ex multis kriptorum omnium fententiis, atque  opinionibus, fi in te tam clara teftibus  indigetem  Reg. Non unum aliquod Scriptoris opus diligentiffime verfandum.  eft, fed fumma indufiria legenda iunt  omnia ejufdem fcriptoris opera. Quod  fi de ejus fertterttia nihil confiet: Tunc  vel totum 'tei ice s vel dubita. En potiflima ratio, cut innumeri  ltt judicando errent  Id ex eo maxime  provenit quod Vel integrum librum non degunt, vel non intelligent. At quid fi  fcriptor de aliorum opinionibus j vel fa 4 ftis agat? Eimmque progrcjjibus. Reg. Tunc quære primo an  fcire potuerit. An fuerit perspicax. An in judicando adcufatus. An in referendo fincerus. In quibus omnibus vel  eorum uni fi defecerit, fidem ei denega; fin minus, eundem habe aptum, ac VERACEM. r* Duo Vtllani, mundi hiftoriam  fcripferunt. Sed fciveruntne quæ in eorum funt libris ? maximis fcatent profeflo erroribus. At non fic Guicciardinus. Quid vero fi quamplurimi ex uno hifiorico acceperunt? Quantum ipfi valenf?  Reg. Si quamplures ex uno  hiltorico fua traxerunt, Omnes fimul va- • 1.  lSnt, quantum ille unus, ex quo transcripta fuerunt omnia. Quod fi clare  confiet, fcriptorem fuifle faflt fcienthTi.   mum, in cognofcendo p^jfpicacem, injudicando adcuratum, ad denique irt referendo fincerum, adtribenda eft illis fides. Reg. Turtc obferva an liber  fit fpurius vel genuinus; an interpolatus, vel mutilatus. Si fpurius, eum reiice: fi genuinus eum tene. Si interpolatus, additiones nota; fi denique mutilatus, lacunas agnofce, et diftingue, poftea fi poter is etiam reftitue.  LcR. Di verir arum nrfu,  Primo liber eft fpurius,five a Reg. Oportet perpendere,  num Deus loquutus fuerit: Cui : Quo loco:  Quando: Quid: Si  ccnftet reapfe locutum efle, videndum   infuper est, num quæ dixerit ad nos incorrupte ac genuina, vel interpolata, aut  mutilata pervenerint. Itemque fi verba  pofiint varie interpretari, tunc nemo fut> arbitratu temere ea intelligat, fed unius  ecclefiæ Catholicæ judicio standum erit. Hujufmodi est methodus analytica, quæ non infervit modo pro veritate  LcH. De veritatum ortu,  tate invenienda, fed etiam juvat pro cujufque feriptoris fcientia definienda. Internofeimns enim ex regulis propofitis,  qui scriptores sint ferviles, fuperficiales,  duri, difficiles; qui profundi, nobiles,  clari, folidi, philosophi. Itemque inter nofeimus qui habendi fint optimi fpi ritus, peregrini. Sed ex quo tanta feribendi varietas? Refpondetur,  Hæc varietas partim repetenda  eft ex corpore, partim ex fpiritu humano. Secundo attentio non est eadem in  omnibus, neque fenfuum difpofitio eft  omnino conformis, Denicjue hominum  inftitutio, habitus, exercitia, cultus in  infinitum variant. En feribendi varietas. His omnibus accedunt sensuum  usus, meditandi adfiduitas, librorum Icilio, literatorum virorum frequentia, itinera, experimenta, obfervatipnes, Itemque ad hog conferunt Geometriæ, atque arithmeticæ ftudia, quorum primum  reddit faciliores idearum combinationes,  aliud nos adfuefeit ad eafdein inter se  colligandas.   §.ido. Ex his omnibus oriuntur artium,  fcientiarumque progreffus. Ex his ratiocinandi robur, CLARITAS, atque ORDO. Ex E arumque progrejftbusl his denique politica arcana referantur, fuperditionis myderia evanefcunt, ignorantiæ velum vel retrahitur, vel in minimas partes fcinditur. Reliquum ed, ut  de modo, quo veritas inventa aliis com-i»  municatur, fedulo pertrahemus,  De regulis, quibus explicanda ejl veritas.  LcH. IV. De veritatum ortu,  Reg. Magister {^caveat.  ne sophismata vel paradoxa vel IMPLICATURA sive DISMIMPLICATURA, wl do£lrinas novas auditoribus proponat, nam juvenes hifce femel imbuti, facile in turpiflimum fcepticifmum incidunt. Quin imo.  ltudiofe doceat, qui libri fint fcepticQrum, ut eofdem vitent. Reg. Modum doceat, quo  legeqdi funt libri, ut mentem au£loris, et fpifitum confequi poflint. Qua in re,  juvat le£lio alicujus libri, atque a magiliro notentur omnia ? ut difcipuli proficiant,  Reg, Doceat, quod pro aliqua hitfaria legenda, addifcantur prius chronolqgia, ac Geographia; itemqu®  asthica, ac politica, alias nihil proficient  Reg. In fiiftoria literaria, cure? -ut juventus prima veluti rationis  (lamina in omqihus artibus, ac scientiis  agnofcar: faciat deinde notare earum progrefliones, atque quibus ex caufis a maximo ad minimum devenere gradum,  Reg. Præterea homo eft  natura i nertiflimus, ergo quantum ipfe  ell, totum edftcationi debet' adeoque magilter eum fedulo inftituat, maximeque  io praceptis yit* civilis, nam fi cum non Earumque p rogrejfibus  non poterit efficere philosophum, faciat  faltem bonum, et pium civem Nam fine fpiritu patriotico homines fe mutuo deftruant, et fine religionis idea, erunt Deo ingrati, aliis  vero hominibus pemiciofi.  Reg. Sed fupra omnia ju-ventutem ad laborem horetur, et adfuefcat, atque erga alios reddat benevolam; nam hxc duo funt focietatis veluti  fulcra, qua: corpus civile fullentant.  Reg. Itemque exciretur in  juvenibus amor erga genitores, qui habendi funt totidem Dii terreftres;ex quo  amor, et obedientia in illos oriri debent. Reg. Infuper qui alios docet, excipiat animo grato juvenes, eof  que curet reddere meliores, tam in eorum parte phyfica, quam morali. Quo aoftrema cujufque generis fit, fo!a multiplicatione, .ac divifione, scilicet sola  additione, æ fiibtraftione conficiatur. Sequitur omnes arithmetica; regulas ad falam additionem, ac subtractionem reduci. Dialectica tantopere a Græcis  exculta, deinde a noftris poli literarum  inftaurarionem, ad inftruendum Intelle£hira,  ut omni loco, ac tempore veritatem inveniat, tendit. Hinc finis ejus eft mentem perficere, errores vitare, veritatefque   fr" Legantur tabula numerica Proflafnrafts, .ub Erwert odita, quibu%   Rcduftione ad Arithmeticam. que detegere. Sed qu est cogitandi materia, quxque ipfius mentis vis ? atque energia. Respondetur cogitandi materiam a fenfuum ufu provenire, qui corporum imprefliones excipiendo mentem  tion modo quafi excitant, ac acuunt,  fed quoque eandem imbuunt tot tantifque rerum ideis, ut quadam nobis incognita vi eas inter Te modo conjungens,  modoque feparans ex veritatibus notis ad  incognitas deveniat. En itaque totum  fcientiarum abditiflimum mytterium manifeftatum: En fcieqdi arcana referata :  en denique ars illa pene divini, qua intelle&us fupra res humanas fe erigens ad  peleftia perfcrutanda adfpirat, Quibus 1 ex omnibus profero intelligitur fenfationes efle cogitandi objeflum, ac veluti materiam : mentis vero  artificium in judicando, ac ratiocinando  effe pofitum. Sed quid judicium, quidve  ratiocinium. Judicium eft quidam mentis arftus bus multiplicatio, ac divifto additione, 0 fubtra&atione abfolvuntur. • iy6ftus, quo ideas inter se ieparamus, vel  eaidem conjungimus: fic dicimus: Petrus  e/i dottus: Petrus non efl ovis. In primo  judicio ne6litur do6lrina cum Petro; in alio vero disjungitur ovis proprietas a Petro. Verum dari poliunt certitudines tam  intuitivæ, quani demonllrativæ. Ia intuitiv^s liquet judicia non efl'e, nili itidem,  vel additiones, vel fubtrafliones, hoc eft  judicia affirmativa ad additionem, negativa autem ad fubtra&ionem relerri. Quo autem referuntur ratiocinia, ac tot vulgarissimi argumentandi modi. Ex di£lis in toto Logicæ curfu,  omnes mentis ratiocinationes fatis confiat  elfe duarum idearum relationes cum tertia: nam fi eontigprit, ut quod inter duas  ideas relatio non mihi innotefeat, tunc  «afdem cum alia confero. Cui tertiæ vel  ambæ conveniant, vel minime. In primo cafu ratiocinium dicitur affirmativum, in fecundo negativum. Sic fi quæratur;  folis moles eline ignea. Itemque plantæ  funt animatæ ? neque in primo, neque  in fecundo quæfito video quid mihi affirmandus vel negandum sit inter ideas ea- M  rundem relationes, hinc ad refolvenduni  primum quæfitum.tertiam ideam veluti in  auxilium fumam, ac dic^n: quidquid u, rit, ejt igneum  fol autem urit, efl igitur igneus. In quo syllogifmo, tertia idea, oim qua duas alias comparavi, eft  quicquid curit. ut qua; eidem conveniunt,  inter fe quoque conveniunt. Itaque eidem  urere conveniat tam natura ignis, quam  folis. Ex quo poftremo conclufum eft,  folem efle igneum.  In fecundo quasfito hanc aliam  ideam in auxilium fumam : qua ex fe  moventur, funt animata. Plantæ autem ex  fe non moventur, ergo non funt animata.  In hoc Tyllogifmo tertia idea eft cx fe  movere, cui convenit efle animatum, at  quia eidem non convenit plantarum natura, proindeque conclufum eft plantas non  efle animatas.  Ex hifce duobus exemplis,«fit  manifeftum ratiocinium efle illud ipfum,  quod in Arithmetica regula aurea, five  trium, hoc eft ex datis tribus terminis  vel veritatibus notis, quaritur quarta incognita. Sic in primo fyllogifmo veritates notas, funt. l.Quicquid urit. Iqnis.  Sol urit. Terminus incognitus fol  efi igneus. In alio exemplo. Quod  ex se movetur est animatum. Planta  non se moventur. Ergo planta; non funt ani- M nu- ruat efl quarta veritas incognita, Con itat itaque ratiocinium efle quoque regulam nurnericam, Quantum ad cætgas argumeptandi rationes apud vulgares cognitas, ipfe pon iunt, pifi diyerfe unius  fyllpgifmi modificationes,  p. Ex quo fit, ut illud ipfum Dialectico contingat in quxfitorum folutionibus, quod arithmeticis in fuis problematibus refol vendis f Hi enim quartum terminum proportionalem incognitum poft  tres datos nofos, femper inveniunt vel  multiplicando fecundum cum teifio, vel  primum cum fecundo, eorurpque productum yel dividunt per primum, vel per  tertium, Sic quoque Dialeftjci medium  terminum varie combipando cum fuis extremis modo directo, modoque reciproco  omnes fyllogifmorum formas conficiunt,  Jtemque f; quis ratiocinii naturam per-,  pendat, inyenif eandem ad ipfum judicium referri, etenim in fyllogiljno aliud  pop fit, quam duas yoces prius ad tertiam, deinde inter fe referre, Sicuti igitur quotquot dantur numericæ regula: omnes ad additionem atque fubrraftionem revocantur, ita etiam omnes regula: Logica ad unum judicium vel pegativum, vel affir s R.cduftione ad Arithmeticam  mativum, hoc eft ad ipfam etiam additionem, vel fubtra&ionem referuntur. Hæc cum ita fint, quifque intelligit primo, quod ficuti Diale&icus operetur in ideis, ac fenfationibus, fic  arithmeticus in cyphris numericis:   Intelligitur, quod utriufque finis fit idem hoc eft veritatis inventio Etiam  intelligitur, tot regulas dari in una, quot  in altera. Denique patet mentis operationem in utraque efle eamdem 4 His  demonftratis, nonne fequitur inter has  difciplinas dari maximam analogiam. Nonne Logicaj studiofo esse perquam neceflariam numericam fupputationem? nonne denique fequitur mentem hac exfufcitari,  acui nobilitari. Quibus ita potius inchoabis',  qnam explanatis, patet numericam fupputandi rationem omnibus efle necessariam, maximeque Diale&icis. At fi  jethicas, fi oeconomicus, fi politicus fint  ejusdem expertes, habendi funt bardi, et  tanquam ftipites ac trunci. Quis enim fe ipfum regere ac vincere potuerit nifi  prius proprias vires tam phyficas, quam  morales fupputaverit ? quo patfto aliquis  fe cohibere prafumat, nifi antea et temperamenti, Sc propenfionum, &affeftuum  impetum definierit ? Quomodo denique  socialis, nifi propria et aliena jura, ni fiqqe propria aliena officia ante pra>calluerit. Quid tandem dices in æconomia  civili, ac politica ars numerica cum noftro  tempore paucis rrtagiftris docenda, pauciflijnis vefo difcipulis addifcenda eadem deferatur Q infantuli natura: humanæ afelli! Poffuntne refle profpereque procedere a:que  pes domeflicæ, ac civiles fine ulla numerica fupputatione. Quomodo enim fciremus hominum multitudinem, qui hunp  regnum incolunt: quomodo confummatioriis quantitatem frugum copiam, animalium  fruflum, commercii extenfionem, indituri» produ^qm ? fine hac fciremps navium numerum, regni fijperficiem, terrarum omnium produttjones, veftigalium yim, hominum cujufque coetus lahores,  vita: commoda, fortunas, bona, atates,  morbos periodicos, curationes. Penique  fine ulla fppputandi arte quisnam scire  posset, hujus regni prafeqtem, ac pme?  yitum ft^tum, et quodammodo etiam futqrum pracogpofpere. Quid multa. Non RcduEltorte dii Arithndeiicdrti. i8f  fltf prafens totius Europæ floritas 1 uni  computanJi fpiritui tribuenda est. Ex di£lis igkur hanc in apertiflimam coriclufionem venio i quod fi  qui impetent, re£le facillimeque computant, ejus regimen est philosophicum j  artes, scientiæque florere debent, atque flatus omni e parte effe debet fecufus ac potens Contraque fi ubiqud mendici, otiosi, ignavi, fiagitiofi: fi ex flatii extrahantur materiæ primæ atque immittantur aliorum induflria: i si ars pecuaria negligatus ac commefcium Vilefcat: fi aftifices, agriculæ, ac laboriofi  lngentiffima ve£ligaliuni pondefe dpprimantur : fi ftupidi } Vafri, atque iftfciedtiffimi fublimantuf, deprifnentufque holi efll et induflriofi: si denique rtlufici f hislriones 1 mimi, balatrones ifiagnifice excipiantur, literatique autem viri faceflt,  dicendunl in illo flatu artem computandi prorfus ignoraii Inoumbac itaque huic  fcrentiæ quilibet logicæ studiofus 1 iri  fuifque operationibus confenefcac Marti  visum est, quantum æque paupefibi»  prodefl i locupletibus arqufe i sfque negle£U viris 1 pueris, fenibufque nocebit. Dialectica, qu# efl afS perficienda rationis humans, a Grsecis orta Zenoni Eleati VELIA (si veda) Parmenidis auditofi i et adoptione  filio tribuitur, cujus progfefiio f ac fata  tum apud antiquos tum apud recemiftiirtos ufque ad Abbatem Angelorium Patrem Coeleftirtum brevirtime d£fignatitur. Itemque itir præcipuis fcripfofibus, cjuid itl  iis ^culpatur, quidve laudatur fine partiurti lludio exponitur,  De origine aperntiattunt R.ationii humana, ejuj que maximis progrejpbus, Ex omnibus animantium generibus tiobis huc ufque. cognitis 1 unus   M 4 Jio- homo vi j. 12 rationis cæteris prsfcftat  quia hujus facultatis beneficio se ipsum, et peiie, infinita alia objefta exteriora  cognofcit. Sed quo pa£to; nifi corporum exteriorum diutinis experimentis in fuos  fenfus ? Quid fenfus, iiift qu&dam organa,- quæ nos videmus, tangimus, ac dividimus. Verum quæ ita funt, corporea  funt . Homo igitur corpore confiat, Itemqæ quilibet homo sua natura ducitur ad  veritatis investigandæ studium, 3 d bonam  comparandum, ad malum declinandum. Infuper rerum ordinem, pulcritudinem,  jufiitiam, honeftatem, liberatemque diligit. His addite tot divina rerum inventa, tot artes, tot dtsciplinas, quæ omnia nonnifi ab homine plumbeo materiæ solidæ, atque inertiflitnæ tribui poflunt,  Denique nonne maximum eft animo ipfo  animum videre. Quare homo etiam spirito  confiat. Sed qua via is ad veritatem inveniendam contendit, ea tam theoretice, quam  practice Logicæ tironibus enucleabitur. Sensus, qui funt totidem animi fenfationum fulcra y quibus mens  veluti excitatur, concutitur, atque augetur, re£U difiiogutmtur in exteriores, et  in interivres. Primi funt V ©mrri- eo fortius ac facilius ratiocinatur. Denique quo plures teftes oculati, veraciores, ac Tagaciores, eo veritatum multitudo augetur. At sapisntiffime quifque philofophatur, ii fciat, num subjectum, num  pradicatum, vel eorundem relatio eidem  iit quarenda. Ad qua; tria revocatis universis philosophandi mysteriis, curandum  primum est, ut vocabula accurate definiantur, neque ab eorum vi iemel determinata minime recedendam. Curandum secundo est, utrum quafitum iit resolutionis capax, alias defere. Itemque  utrum simplex, vel compositum. Quibus  rite conftitutis: propofitiones omnes ita  ordire, ut una alteri colligatur ceu in  catena annuli. Infuper videndum, utrum  quafiti genus fit de rebus phyficis; tunc  fenfus atque experimenta adhibe: ii   de rebus abftrattis, rationem interroga. Si denique de rebus factis, Codices  consule. Verum his in confulendis, ausiorum lingua funt callenda, atque fcienda eft illorum patria, astas, religio, seculum, imperium, fefta, mores, adfe£lus, exercitiaque. Postremo loco inquirendum est, jnum liber sit spurius vel genuinus, vel interpolatus, vel mutilates. Quibus undique conquifitis,fi  aliis volueris ea tam viva voce, quam scriptis communicare, dic primo quid sit facultas tfadenda, ex quo et quando orta,  qui fuerunt ejufdem progreflus, qua: fata quique fcriptores, eamque denique  in partes diftin£te propone . Qusb omnia  ceu in parva quadam tabula funt tibi perspicue delineanda. Tum cura, ut omnes  rei nodi proponantur, iidemq. fingillatim  in operis progreffu refolvantur. Sed rite  procefferis fi voces definias, fi a rebus  fimplicibus ad compofitas procedas, fi pa*  radoxa devites fi auditores ad laborem  utilem, atque ad vita: honeftatem inflamtnes, fi pedantifmura quo undique laboramur, declines. En universa informandæ rationis ars; en principia, quibus politica arcana formidando velo obdu&a referantur; en fontes quibus ignorantis tenebrae, ac fuperftitionis tctrificse lemures cvanefcunt. En denique via, qua in faerum veritatis templum ingredi quilibet  poterit. Verum quid funt tot arte», tot fcientiae? Quid hiftoria omnigena. Quid ipfk  fidei regula a Christo prædicata, a noftrifi  que majoribus nobis propofita $ ni fi totidem merttis humans Computationes. Nam nifi San&iflimam invenissent, neque ipsi, neque posteris eam colendam commendassent, Nonne ars computandi in arithmetica contineatur. Quotquot  igitur dantur artes quotquot scientiæ omnes arithmetica sunt regulæ. At jure merito hoc nomen ufurpat Dialectica;  in qua tot regulæ docentur, quot in altera. Principio univeffae Arithmeticae regulae sunt additio, ac subtractio, nam ad  primam revocatur multiplicatio, ad alteram divisio. Hæc tam de integris, quam de numeris fractis. Quo ad potentiarum  elevationes ipfae non sunt, mfi multiplicationes; extractiones vero radicum sunt  multiplicationes, ac divisiones simul, hoc  est additiones, ac subtrctiones. Quid  multa. Nonne ad has quoque duas revocantur omnes trium numerorum regulæ. Quibus ita perspectis, si quis Diale&icae  prscepta perpenderit, identidem inveniet. Nam veritatis objectum eft utrique facultati commune. Altera enim operatur in  numeris, altera in ideis. Itemque mens  combinat in utraque nempe in illa ideas, in hac vero cyphras.Rurfus omnis veritas  vel est intuitiva, vel ex idearum combinatione innoiefcit, scilicet vel addas ideas,  vel eas inter se separes. Nonne ha; sunt  additio, subtractio, ac regula trium. Uti igitur quartus numerus proportionalis cum regula aurea invenitur in arithmetica, ita etiam quarta idea in Logica cum ratiocinatione invenitur. Quisquis igitur Logicam voluerit optime callere, in Arithmetica; fupputationibus se terat ac consenescat; nam. ea, ut bene  Horatius: Æqua pauperibus prodejl, locupletibus. j . æque: Æque neglefta viris, Pueris, Sertibufq nocebit. Francesco Longano. Longano. Keywords: dell’uomo naturale, metafisica, logica. Luigi Speranza, “Grice e Longano: esame fisico dell’uomo” “Grice e Longano: la semiotica” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Losano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia del diritto romano – la scuola di Casale Monferrato -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Casale Monferrato). Filosofo italiano. Casale Monferrato. Alessandria, Piemonte. Grice: “I like Lossano; his research overlap with that of H. L. A. Hart, but Losano is more interested in the philosophy and he is obviously more continental, as he should, given the prominence of Kelsen in the field!” Si occupa di filosofia del diritto e informatica giuridica. Si laurea a Torino. Insegna a Milano e Alessandria, e Torino. Si occupa di storia della filosofia del diritto; teoria generale del diritto; circolazione mondiale delle idee giuridiche e sociali; filosofia politica; diritti umani; geopolitica; informatica giuridica; privacy; e-publishing; edizioni di archivi storici. Pubblica un completo panorama sull'evoluzione della nozione di sistema nel diritto dalla ROMA antica ad oggi. Cura carteggi di Jhering ed opere di  Jhering e di Kelsen. Curato l'edizione critica delle corrispondenza di Roesler. Come informatico giuridico, ha pubblicato un manualedi informatica giuridica e diritto informatico e un progetto di legge sulla tutela della privacy; Presidente del "Centro di calcolo automatico” a Milano. Altri saggi: La dottrina pura del diritto, Einaudi, Torino; La teoria di Marx ed Engels sul diritto e sullo stato. Materiali per il seminario di filosofia del diritto” (Milano. Anno Accademicom Cooperativa Libraria Università Torinese, Torino); “Gius-cibernetica” Macchine e modelli cibernetici nel diritto, Einaudi, Torino); Libia Materiali sui rapporti fra ideologia ed economia” (Milano. Anno Accademico Cooperativa Libraria Università Torinese, Torino); “Lo scopo nel diritto. Einaudi, Torino, Jhering, Lo scopo nel diritto” (Aragno, Torino, Corso di informatica giuridica, Cooperativa Milano), Corso di informatica giuridica; L'elaborazione dei dati non numerici, Unicopli, Milano; Il diritto dell'informatica, Unicopli, Milano Corso di informatica giuridica;  Stato e automazione. Etas Kompass, Babbage: la macchina analitica. Un secolo di calcolo automatico, Etas Kompass, Milano Scheutz: La macchina alle differenze. Un secolo di calcolo automatico, Etas Libri, Milano); Invenzioni francesi del Settecento. Testi originali con 15 tavole dell'epoca, Bottega d'Erasmo, Torino); I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed extra-europei, Einaudi, Torino, I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed extraeuropei, Einaudi, Torino, I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed extraeuropei, Laterza, Roma Bari, L'informatica legislativa regionale. L'esperimento del Consiglio Regionale della Lombardia, Rosenberg e Sellier, Torino Forma e realtà in Kelsen, Comunità, Milano, Automi arabi. Dal "Libro sulla conoscenza degli ingegnosi meccanismi" (Maestri, Milano); Automi d'Oriente. "Ingegnosi meccanismi" arabi del XIII secolo, Milano Il diritto economico, Unicopli, Milano); L'ammodernamento giuridico, Unicopli, Milano); Corso di informatica giuridica: Informatica per le scienze sociali, Einaudi, Torino Il diritto privato dell'informatica, Einaudi, Torino, Scritto con la luce. Il disco compatto e la nuova editoria elettronica, Unicopli, Milano, L'informatica e l'analisi delle procedure giuridiche, Unicopli, Milano, Diritto e CD-ROM. Esperienze italiane, Giuffrè, Milano, Storie di automi. Dalla Grecia classica alla Belle Époque, Einaudi, Torino Saggio sui fondamenti tecnologici della democrazia, Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, Istituto per la Documentazione Giuridica, Firenze, Kelsen Umberto Campagnolo, Diritto internazionale e Stato sovrano. L. Con un inedito di Kelsen e un saggio di Norberto Bobbio, Giuffrè, Milano, Un giurista tropicale. Tobias Barreto fra Brasile reale e Germania ideale, Laterza, Roma); “Sistema e struttura nel diritto: Dalle origini alla scuola storica” (Giuffrè, Milano, Il Novecento” (Giuffrè, Milano); Dal Novecento alla postmodernità, Giuffrè, Milano U. Campagnolo, Verso una costituzione federale per l'Europa. Una proposta inedita. Giuffrè, Milano,   "Cedant arma Un giudice e due leggi. Pluralismo normative, Giuffrè, Milano, Funzione sociale della proprietà e latifondi occupati, Diabasis, Reggio Emilia, Kelsen, Scritti autobiografici. Traduzione e cura di L., Diabasis, Reggio Emilia Peronismo e giustizialismo: dal Sudamerica all'Italia, e ritorno. M. Rosti, Diabasis, Reggio Emilia, Memoria dell'Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Accademia delle Scienze, Torino Academia delle scienze editorial memorie morali Campagnolo, Conversazioni con Kelsen. Documenti dell'esilio ginevrino Giuffrè, Milano La geopolitica del Novecento. Dai Grandi Spazi delle dittature alla de-colonizzazione” (Mondadori, Milano); Kelsen Arnaldo Volpicelli, Parlamentarismo, democrazia e corporativismo” (Aragno, Torino); Alle origini della filosofia del diritto a Torino: Albini. Con due documenti sulla collaborazione di Albini con Mittermaier, Memorie della Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Accademia delle Scienze, Torino accademia delle scienze/attivita editorial periodici-e-collane/ memorie/morali I carteggi di  Albini con Sclopis e Mittermaier. Alle origini della filosofia del diritto a Torino, Memoria dell'Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Accademia delle Scienze, Torino accademia delle Scienze attivita editorial, periodici-e-collane/memorie morali Alle origini della filosofia del diritto, Il corso di Alessandro Paternostro a Tokyo. In appendice: Paternostro, Lexis, Torino I La Rete e lo stato” (Mimesis, Milano); Bobbio. Una biografia culturale, Carocci, Roma,  Kelsen, Due saggi sulla democrazia in difficoltà” (Aragno, Torino); “La libertà d’insegnamento in Brasile e l’elezione del Presidente Bolsonaro” (Mimesis, Milano).  MAX PLANCK INSTITUTE  FOR LEGAL HISTORY  AND LEGAL THEORY  RESEARCH  PAPER SERIES. Tra lex e ius: le leggi razziste del    fascismo e le amnistie postbelliche.  Una nota anche bibliografica   com/abstract= Tra /ex e ius: le leggi razziste del fascismo  e le amnistie postbelliche    Una nota anche bibliografica. 1. Ottant’anni dalle leggi razziali del fascismo: un anniversario nella pandemia  2. L’antisemitismo dell’epoca fascista e il contesto delle leggi razziali  a) Il problema ebraico e lo Statuto Albertino del 1848  b) Il fascismo e la purezza della stirpe  c) Leggi e documenti razzisti del fascismo: una sintesi  . Commemorare in tempi immemori: tra condanna e nostalgia  . Un esempio: la rievocazione all'Accademia delle Scienze di Torino  . Una guida: i ricordi di Liliana Segre  . Un dibattito: “l’amnistia Togliatti” tra giusta punizione e pace sociale  L’“Amnistia Azara” del 1953 e la fine della giustizia di transizione NAUAOU    Bibliografie   Libri di sopravvissuti   Bibliografia sulle leggi razziali Bibliografia sintetica sull’“Amnistia Togliatti” 1946  Bibliografia sintetica sull’“Amnistia Azara*, Ottant’anni dalle leggi razziali del fascismo: un anniversario  nella pandemia    Nel 1938 venne pubblicato il Manifesto della razza e in quello stesso anno il regime fascista  emanò varie norme razziste che colpivano gli italiani ebrei. Caduto il fascismo, quell’anniversario venne ricordato in convegni e scritti, ma non subito: nel 2018, “l’ottantesimo anniversario  delle leggi razziali antiebraiche del 1938 ha risollevato interesse e attenzione su quella pagina  oscura della nostra storia e sulla successiva rimozione, protrattasi, salvo alcune lodevoli eccezioni, sino all’anniversario del primo cinquantennio”!, cioè sino al 1988, quando la Camera dei [Modona, La magistratura e le leggi razziali 1938-1943, in: Piazza (a cura di), Le leggi  razziali del 1938, Il Mulino, Bologna] Deputati promosse un convegno sulle leggi razziali e Michele Sarfatti pubblicò un’esauriente  raccolta di quelle leggi e delle circolari amministrative che le accompagnarono?.   In Italia il “Giorno della Memoria” venne istituito soltanto nel 2000: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno  della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali,  la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la  prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti  al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i  perseguitati”3. Da parte delle Nazioni Unite, il riconoscimento del “Giorno della Memoria”  venne soltanto cinque anni dopo, nell’Assemblea Generale del 1° novembre 2005.   Nei quarant'anni dopo il fascismo “un diffuso processo di rimozione ha nascosto sotto un  impenetrabile velo di oblio il periodo della persecuzione dei diritti” proiettando lo stigma  “sul periodo della Repubblica Sociale Italiana, sulla deportazione e lo sterminio nei campi  nazisti. Quello che è stato chiamato ‘il peso di Auschwitz? ha finito per svalutare e minimizzare, sino a cancellarla dalla memoria collettiva, l’essenziale funzione preparatoria svolta dalle  italianissime leggi antiebraiche.   Anche si rievocò quell’anniversario: l’ottantesimo dall’emanazione delle leggi  razziali (che sarebbe più corretto chiamare ‘razziste’). Però, mentre si preparavano non poche  delle pubblicazioni legate a quella ricorrenza, e cominciò  a diffondersi la pandemia del coronavirus Covid-19. Il blocco della vita sociale ed economica  che ne seguì non solo impedì incontri e convegni, ma coinvolse anche le imprese editoriali e  tipografiche, con inevitabili rinvii e ritardi delle pubblicazioni. Molti scritti collegati all’anniversario delle leggi razziali persero così il collegamento temporale con l’evento che intendevano ricordare, mentre d’altra parte subivano interruzioni e ritardi anche le pubblicazioni  che volevano commentare quegli scritti. L’esigenza di ricordare quelle leggi vergognose era  rafforzata dalla costante ripresa degli atteggiamenti politici di estrema destra in Italia e in Europa, nonché dal manifestarsi di forme antisemitismo che si ritenevano ormai appartenenti  a un passato lontano. Alcune fra le più recenti di queste posizioni verranno sommariamente  richiamate nel prossimo paragrafo. L’Accademia delle Scienze di Torino ricordò l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali con un convegno, i cui atti pubblicati nel 2021 si aprono con una  “richiesta di scuse per il ritardo della pubblicazione di questo volume rispetto alla data di  svolgimento del convegno al quale hanno contribuito le difficoltà connesse con la pandemia  Covid-19”5. Questa situazione comune a molti altri scritti di quel periodo — mi indusse a  [La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del convegno nel cinquantenario delle leggi razziali,  Roma, Camera dei deputati, Roma Sarfatti, Documenti  della legislazione antiebraica. I testi delle leggi, cfr. infra, nota 36.   3 Art. 1 della Legge, n. 211, Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e  delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.   4 Neppi Modona, La magistratura e le leggi razziali Piazza (a cura di), Le leggi razziali del 1938, Il Mulino, Bologna] riunire alla fine del presente scritto le indicazioni bibliografiche che andavano disperdendosi  nei mesi della pandemia: indicazioni che si rivelarono particolarmente numerose perché  intendevano non soltanto rievocare il passato, ma anche — attraverso la rievocazione — contrastare il crescente manifestarsi di atteggiamenti di estrema destra.   Queste pagine si presentano dunque come un dimesso apporto documentario, cioè come  un contributo umile ma, spero, utile per una futura storia del diritto contemporaneo6. Dopo  aver ricordato nel prossimo $ 2 l’evoluzione dell’antisemitismo in Italia, il $ 3 si sofferma su  alcuni recenti episodi soprattutto italiani di chiara simpatia per i regimi dittatoriali prebellici, mentre i tre paragrafi successivi commentano tre recenti volumi sulle leggi razziali, sul  loro contesto e sull’atmosfera dell’immediato dopoguerra: gli atti del convegno dell’Accademia delle scienze, le memorie di Segre e l’analisi dell’“amnistia Togliatti. Infine l’“Amnistia Azara” segna la conclusione tombale della giustizia  italiana di transizione.   Seguono quattro bibliografie: la prima sulle memorie scritte da sopravvissuti alla deportazione; la seconda, più estesa, sulle rievocazioni delle leggi razziali; la terza sull’“amnistia Togliatti” che nel 1946 evitò molte tensioni in una società che  usciva da una guerra civile, ma che d’altra parte lasciò impuniti molti eventi inaccettabili; infine la quarta sull’‘amnistia Azara, che completò il passaggio dalle amnistie  all’amnesia.    Le dittature prebelliche non perseguitarono soltanto gli ebrei, ma anche gli avversari politici  (dai democratici ai socialisti e ai comunisti) e i diversi (gli omosessuali, “le vite non degne  d’essere vissute” i Testimoni di Geova e gli zingari): di essi non è possibile occuparci in queste pagine”.   Per ragioni di spazio non è possibile esaminare l’atteggiamento dell’Italia postbellica di  fronte all’eredità tanto del fascismo quanto, in particolare, della persecuzione degli ebrei.  A partire dal dopoguerra inizia “la costruzione del mito [...] del popolo italiano come salvatore degli ebrei. Si precisa da subito che non si tratta dell’invenzione di episodi falsi, bensì  di un’operazione di storytelling, che modifica la prospettiva sul fenomeno e la percezione  [Un quadro generale è in L., Storia contemporanea del diritto e sociologia storica,  Franco Angeli, Milano.; un esempio concreto di documentazione giuridica a futura memoria è in Id., La libertà d’insegnamento in Brasile e l’elezione del Presidente Bolsonaro, Mimesis, Milano Si vedano per esempio: Giannini, Vittime dimenticate. Lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omosessuali e dei testimoni di Geova, Stampa alternativa/Nuovi equilibri, Viterbo; Bravi  - Bassoli, Il porrajmos in Italia: la persecuzione di rom e sinti durante il fascismo, Emil di Odoya,  Bologna 2013, 103 pp. (in lingua romo sinti porrajimos indica lo sterminio: il loro Olocausto); Carla Osella, Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato, Tau Editrice, Todi Sulla situazione attuale: Paolo Bonetti, Alessandro Simoni e Tommaso Vitale (a cura di), La condizione giuridica di Rom e Sinti in Italia.  Atti del Convegno internazionale, Università degli studi di Milano Bicocca, 16-18 giugno 2010, Giuffrè,  Milano); Benadusi, I/ nemico dell’uomo nuovo: l'omosessualità  nell’esperimento totalitario fascista. Prefazione di Emilio Gentile, Feltrinelli, Milano] collettiva, portando in primo piano singole azioni individuali contra legem [cioè contro le  leggi fasciste] e mettendo in ombra il contesto complessivo, normativo e culturale, dell’Italia  fascista e della RSI, che portò all’arresto d’ebrei. In altre parole, sino ad oggi  si intrecciano interventi politici e legislativi che pongono con prevalenza l’accento su uno  soltanto dei due aspetti. La vasta opera del penalista Paolo Caroli dedica a questo accavallarsi  di iniziative postbelliche una cinquantina di pagine, per metà costituite da fitte note bibliografiche: a questo scritto può rifarsi chi vuole approfondire gli eventi legislativi e giudiziari  che, dal dopoguerra sino ai giorni nostri, caratterizzano la giustizia transizionale italiana e la  supplenza della magistratura rispetto alla politica. Il fascismo prese il potere in un’Italia che già nella fase pre-unitaria aveva concesso i pieni  diritti alle minoranza religiose presenti sul territorio: gli ebrei e i valdesi!0. Sotto il fascismo la persecuzione dei valdesi derivava dall’atteggiamento politico dei valdesi stessi: non  aveva quindi fondamenti religiosi o razziali, come avvenne invece nei confronti degli ebrei.  Caroli, 1/ potere di non punire. Uno studio sull’amnistia Togliatti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli  2020, 382 pp. (Fonti e Studi per il Diritto Penale, collana diretta da Sergio Vinciguerra e Fornasari; le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio.   ? A questi temi Caroli dedica gli ultimi due capitoli del suo libro (IV. La transizione amnesica italiana:  l’eredità dell’amnistia [Togliatti]; V. L’oblio della clemenza). I paragrafi finali completano il presente paragrafo sulle leggi razziali del fascismo: 4. Diritto penale e questione ebraica. Un  percorso di autoassoluzione? 4.1. La Shoah nei processi e nella legislazione dell’immediato dopoguerra; 4.2.  L’innesto del paradigma eurounitario: la Giornata della Memoria e l'aggravante del negazionismo;  Il d.d.l.  Fiano: quando il simbolo [fascista] è una minaccia per la democrazia; 5. Lo specchio della transizione degli  anni ’90. Il diritto penale per uscire dalla guerra e il diritto penale per uscire da Tangentopoli; 5.1. Un elemento di differenza fra le due transizioni: sulla maggiore responsabilità dl legislatore; Un elemento  di analogia e continuità: l’abdicazione del legislatore e la responsabilità lasciata alla magistratura. Sulle persecuzioni dei valdesi — che meriterebbero un’apposita ricostruzione — ci si limita qui ad alcune indicazioni bibliografiche. In generale: Dino Carpanetto - Patrizia Delpiano (a cura di), L'Italia fra  cristiani, ebrei, musulmani. Immagini, miti, vite concrete, Claudiana, Torino 2020, 235 pp.  Sull’evoluzione storico-politica dei valdesi: Spini et a/., Il glorioso rimpatrio dei Valdesi:  dall'Europa all'Italia. Storia, contesto, significato, Torino, Claudiana 1988, 165 pp. (con pdf); Bruno Bellion  et al., Dalle valli all’Italia: i Valdesi nel Risorgimento. Introduzione di Giorgio Tourn, Claudiana, Torino Sulla repressione fascista: Giorgio Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche.  Direttive e articolazioni del controllo e della repressione, Claudiana, Torino; Davide  Dalmas - Anna Strumia (a cura di), Una resistenza spirituale. “Conscientia” 1922-1927, Claudiana, Torino  (settimanale protestante di Roma, chiuso dal fascismo nel 1927; il volume contiene l’indice  di tutti gli articoli e la riproduzione di alcuni di essi); Susanna Peyronel Rambaldi - Filippo Maria Giordano (a cura di), Federalismo e Resistenza. Il crocevia della “Dichiarazione di Chivasso, Claudiana,  Torino: documento approvato a Chivasso da resistenti provenienti dalle valli valdesi e dalla Valle d’Aosta (di indirizzo repubblicano e federalista: v. anche il manifesto  di Ventotene, Per un’Europa libera e unita] Tuttavia - senza voler con questo avallare il generico mito degli “italiani brava gente” — l’antisemitismo non era un sentimento diffuso tra gli italiani, come attestano due storie personali.  Il generale Maurizio Lazzaro de’ Castiglioni operava sul fronte della Francia occupata: “Les  juifs et les étrangers pourchassés par les Allemands trouvent à ses còtés une réelle protection,  par humanisme certes, mais aussi pour manifester son opposition, parfois ‘musclée’ aux Allemands. Son comportement en tant que commandant de l’occupation illustre les valeurs  qui l’animaient. Il a sans doute contribué à la réputation — au mythe ? — du ‘brave Italien’”1!,  Il commerciante Giorgo Perlasca militò nel fascismo in gioventù; poi, trasferitosi in Ungheria e di fronte alle deportazioni nazionalsocialiste, si finse console generale spagnolo e concesse i lasciapassare che salvarono la vita a più di cinquemila di ebrei ungheresi!?.   Bisogna tenere presenti questi esempi individuali per comprendere il contesto sociale in  cui si inserirono le leggi razziali. Esse trovarono meno antisemiti che in Germania,  però non pochi opportunistici spalleggiatori: “Se è vero, infatti, che in Italia gli  ebrei erano degradati a cittadini di serie b, va anche evidenziato come il ruolo degli italiani nell’operazione di caccia all’ebreo e di collaborazione nella deportazione fu pressoché  motivato da opportunismo di tipo economico e personale, più che da ideologia antisemita  finalizzata allo sterminio, propria invece del contesto nazista. Nei processi davanti alle CAS  [Corti Straordinarie d'Assise del dopoguerra] relativi alla Shoah, infatti, lo scopo di lucro  risulta quasi sempre presente. Mentre la prossima sezione di questo paragrafo ricorda l'emancipazione delle minoranze  religiose nel Piemonte risorgimentale (estesa a tutt'Italia con l’unificazione nazionale), la  sezione successiva documenta come - sino a pochi anni prima delle leggi razziali — l’atteggiamento fascista rispetto ai problemi razziali fosse diverso da quello della Germania di allora.  Infine, nella terza sezione, vengono sintetizzate le norme razziali emanate dal fascismo. Panicacci, L’occupation italienne, Sud-Est de la France, Presses Universitaires de Rennes, Rennes, Cecini, Il salvataggio italiano degli ebrei nella Francia  meridionale e l’opera del generale Maurizio Lazzaro de’ Castiglioni, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio  storico, Roma L’emissione abusiva di questi lasciapassare spiega il titolo della sua autobiografia: Giorgio Perlasca, L’împostore, Il Mulino, Bologna.; cfr. anche Deaglio, La banalità del bene. Storia di  Giorgio Perlasca, Feltrinelli, Milano. Negli anni del Risorgimento si erano occupate della questione ebraica personalità importanti come Carlo Cattaneo!3 e Massimo d’Azeglio!4. Nel Piemonte sabaudo - sul cui territorio  viveva, oltre alla minoranza ebraica, anche la minoranza valdese — il problema delle minoranze religiose era stato risolto nel contesto liberale che aveva accompagnato l’emanazione dello  Statuto Albertino nel 1848. Questa costituzione venne poi estesa all’intero Regno d’Italia, rimanendo in vigore anche durante l’epoca fascista e sino all’entrata in vigore nel 1948  dell’attuale costituzione.   Lo Statuto Albertino riconosce il principio di eguaglianza all’art. 24: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla Legge. Tutti godono egualmente  i diritti civili e politici, e sono ammessi alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi” Esso tutela formalmente anche la libertà individuale, l’inviolabilità  del domicilio, la libertà di stampa e la libertà di riunione. Inoltre “la  Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato” (art. 1). Lo Statuto  Albertino entrò in vigore il 4 marzo 1848: l'emancipazione dei valdesi venne poco prima di  quella data (con le Lettere Patenti), mentre l'emancipazione degli ebrei  venne subito dopo di essa: a entrambe le minoranze erano così riconosciuti i diritti civili e politici. Un decreto regio abolì i privilegi ecclesiastici ed espulse i Gesuiti dallo Stato  sabaudo. Una legge di poco posteriore (la “Legge Sineo”) precisava che la  differenza di culto non impediva il godimento dei diritti civili e politici e l'ammissibilità alle  cariche civili e militari!S,   Questa era la situazione giuridica ereditata dal fascismo al momento della sua presa del  potere e, soprattutto, della sua affermazione elettorale, quando nel Parlamento giunse a detenere 400 seggi su 540. Iniziava l’epoca delle “leggi fascistissime. È difficile spiegare come, partendo da questo rapporto pacificato con la comunità ebraica,  si sia giunti alle leggi razziali del 1938. Per rispettare le esigenze di sintesi di questa nota soprattutto bibliografica, mi limiterò all’esame di un solo testo, ma importante: l’Erciclopedia [Cattaneo, Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli israeliti, Zini, Milano. Questo estratto dagli “Annali di giurisprudenza pratica” v. 23, porta sulla copertina il titolo:  Sulle interdizioni israelitiche, adottato nelle numerose edizioni successive, come nella recente Interdizioni  israelitiche. Introduzione e cura di Gianmarco Pondrano Altavilla. Prefazioni di Noemi Di Segni, Ofer  Sachs, Maurizio Bernardo, Castelvecchi, Roma Azeglio, Dell’emancipazione civile degl’israeliti, Le Monnier, Firenze Una sintesi di queste emancipazioni è in Alberto Cavaglion (a cura di), Minoranze religiose e diritti. Percorsi  in cento anni di storia degli ebrei e dei valdesi, 1848-1948, Angeli, Milano Atti delle Giornate  di studio tenute a Torre Pellice e Torino] Italiana, comunemente nota come Enciclopedia Treccani. Essa ha quindi preso forma per intero nell’epoca fascista, che ha trasfuso in  essa anni di lavoro pre-fascista dando così origine a un’opera tuttora culturalmente valida. GENTILE (si veda) (che a questa enciclopedia ha consacrato molti anni della propria vita, e  riposto in essa uno dei maggiori titoli della sua personale reputazione) si muove tra due  poli: da un lato, “in un’enciclopedia non si vuol distribuire diplomi di gloria ma semplici informazioni sulle persone come sulle cose che ognuno per qualsiasi motivo può aver vaghezza  di conoscere; dall’altro, essa nasce quando “l’Italia, per l’azione potente d’un grande Uomo  e d’una grande Idea, risorgeva per la terza volta a imperiale potenza e riaffermava nel mondo  la sua missione.   Esaminando in questa enciclopedia le voci sul fascismo e sui problemi razziali, si nota  che sino a pochi anni prima delle leggi razziali l'atteggiamento ufficiale, riflesso nelle voci  dell’enciclopedia, è nettamente distaccato dall’ideologia dominante in Germania. Anche qui  il fascismo si presenta, secondo Alessandro Galante Garrone, come una “dittatura annacquata” dalla “italica disposizione alla inefficienza del potere” cioè come “qualcosa di abissalmente  diverso dal rigore consequenziario del regime nazista. Il gatto e la tigre, come mi pare dicesse  in quegli anni dall'America Giuseppe Antonio Borgese”!8,   È inevitabile partire dal voce Fascismo, scritto dal vice-segretario del Partito Nazionale Fascista, Arturo Marpicati, e, al suo interno, dalla sezione Dottrina politica e sociale: testo non  imparziale, ma certamente autorevole, perché firmato da Benito Mussolini!9, Nelle sei dense  colonne in cui egli passa in rassegna le dottrine confutate dal fascismo e gli indirizzi teorici  e pratici di quest’ultimo, non compare la parola ‘razza’ o ‘razzismo’; vi si legge soltanto: “La  politica ‘demografica’ del regime è la conseguenza di queste premesse, e subito si  passa a criticare l’universalismo e l’internazionalismo.   La voce Razza rivela qualche sorpresa nella sezione Le razze umane, firmata da  Gioacchino Sera, antropologo dell’università di Napoli. Egli critica  gli studi antropologici tedeschi perché scritti “con un così evidente entusiasmo ‘nordico’, che  lascia trasparire troppo chiaramente la tendenziosità e l’inaccettabilità dei risultati.  Ne deriva un’“unilateralità dei risultati della maggior parte di questi studi: cioè l’affermata  prevalenza dell’elemento nordico nella genesi della civiltà europea. Tale prevalenza sarebbe  determinata da una maggiore ‘creatività’ della razza nordica, in confronto con tutte le altre,    16 Ad essi si aggiunge il volume Appendice I del 1938, quindi ancora durante il fascismo: in esso infatti   confluiscono i vari fascicoli (come spiega Gentile nella sua Prefazione), seguito da due volumi di Appendici, già postbellici. In queste pagine faccio  riferimento solo all’Appendice I del 1938.   17 Giovanni Gentile, Prefazione all’Appendice Garrone, Amalek, il dovere della memoria, Rizzoli, Milano, sw. Fascismo. La sottovoce Dottrina politica e sociale è firmata da Benito Mussolini per esteso (mentre tutte le voci sono firmate soltanto con la sigla degli autori) ed è scritta in prima  persona: “Quando, nell’ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia, io convocai a  Milano i superstiti interventisti-intervenuti] stando agli autori suddetti. Ciò senza dubbio non corrisponde alla realtà E conclude: “Come la storia della civiltà non autorizza esclusivismi di popoli nell’opera creativa della  civiltà umana, così l'antropologia non autorizza esclusivismi di razza. Soltanto l’Appendice dell’anno delle leggi razziali) presenta il lemma Politica fascista della razza come prosecuzione e completamento della voce Razza del 1935, richiamata  poco sopra?0. L'autore Virginio Gayda - direttore del “Giornale d’Italia” gloriosa testata della  destra storica divenuta in quegli anni quasi portavoce del governo fascista — seguendo l’interpretazione allora diffusa presenta la politica razziale antiebraica dell’Italia come l’importazione del modello adottato dal fascismo in Africa Orientale: “Questo tipo nuovo d’impero, che  ammette nel suo territorio vaste masse bianche di nazionali, crea anche un problema nuovo,  che è quello dei rapporti fra nazionali e indigeni” Per arginare il meticciato “lo Stato intervenne con precisi principi di netta separazione: un decreto-legge, approvato nel Consiglio  dei Ministri del 9 gennaio 1937, vietò con sanzioni penali [reclusione da 1 a 5 anni?!] le relazioni con carattere coniugale tra i cittadini italiani e i sudditi dell’Africa Orientale Italiana In quel territorio il concubinato era facilitato da un un istituto del diritto locale — il  matrimonio per mercede o pro tempore — che regolava anche gli obblighi verso i nati dalle  unioni temporanee, diffuse tra le truppe italiane23. Questo concubinato, noto come reato di  “madamato” era avversato dal regime?4: “l'Impero si conquista con le armi, ma si tiene con il  prestigio” aveva detto Mussolini; e una circolare del governatore dell’Harar ribadiva questo  precetto con un’ineludibile alternativa: “Aut Imperium Aut Voluptas!”   La sanzione legislativa contro il “Ìmadamato” precede di pochi mesi le leggi antiebraiche.  Secondo Virginio Gayda, questa politica si trasferisce “dal piano imperiale a quello nazionale” a causa “di due fatti esterni: le abbondanti immigrazioni in Italia di elementi stranieri,  Appendice, Razza (sezione: La politica fascista della razza). Ne è autore Virginio Gayda, direttore del “Giornale d’Italia” sul quale il 15 luglio 1938 venne pubblicato l’articolo anonimo  Il fascismo e i problemi della razza, che — riprodotto il 5 agosto 1938 sul primo numero della rivista “La difesa della razza” con la firma di dieci scienziati — ebbe poi larga diffusione come Manifesto degli scienziati  razzisti, anticipando la legislazione razziale.   21 “Conversione in legge del r.d.l., sulle sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi” archivio.camera.it/ inventari/scheda/ disegni-e- proposte-legge-e-incarti- commissioni- 1848-1943/ CD0000007 126/ conversione-legge-del-r-d-1-19-aprile-1937-xv-n-880-sulle- sanzioni-i- rapporti-d-indole-coniugale-cittadini-e-sudditi Norme relative ai meticci” LeggeCfr. anche Giorgio Rochat, I/ colonialismo  italiano, Loescher, Torino Su questo tema avevo affidato una tesi, divenuta poi libro: Marina Rossi, Matrimonio e divorzio nel diritto  abissino. Stratificazione di diritti ed evoluzione dell’istituto, Unicopli, Milano 1982, 152 pp. (2° ed. rivista e  ampliata).   24 Mario Manfredini (magistrato), Problemi di diritto penale coloniale nell'Africa orientale italiana: il delitto di  madamato, “Scuola positiva. Rivista di diritto e procedura penale, 1938, n. 1-2, 15 pp. (estratto); Federico  Bacco,// delitto di “madamato” e la “lesione al prestigio di razza”. Diritto penale e razzismo coloniale nel periodo  fascista, in Loredana Garlati — Tiziana Vettor (a cura di),// diritto di fronte all’infamia nel diritto: a 70 anni  dalle leggi razziali, Giuffrè, Milano 2009, pp. 85-121; Gabriella Campassi, // madamato in Africa Orientale:  relazioni tra italiani e indigene come forma di aggressione coloniale, in Miscellanea di storia delle esplorazioni,  vol. 12, Bozzi, Genova] soprattutto ebraici, fuggiti dopo il 1919 e sempre più numerosi dall’Europa Orientale e poi  dopo dalla Germania e infine dall’Austria. Ne nasce “un duplice problema: di  concorrenza molesta al lavoro italiano e soprattutto d’influenza corrosiva creata dalla mentalità di una razza che non può armonizzarsi con quella della razza italiana. La formulazione di  questi problemi doveva portare alla creazione di una vera politica italiana di razza, nel senso  di un’azione statale rivolta alla difesa della purità della razza italiana e dell’esaltazione dei  suoi più essenziali valori” (ivi). Il tutto accompagnato da una vana rassicurazione: “La politica  razziale fascista riguardante gli Ebrei tende a separare la razza italiana da quella ebraica senza  assumere alcun carattere particolarmente persecutorio. Quale sia poi stata la realtà  lo illustrano, ad esempio, le vicende esistenziali descritte nel $ 5 e nella bibliografia Libri di  sopravvissuti. Se si ricorda che ebbe luogo il rogo dei libri nella Piazza dell’Opera  di Berlino (poi Bebelplatz di Berlino Est), sorprende che alcune importanti voci dell’Enciclopedia Treccani sulla cultura ebraica siano state affidate ad autori ebrei sino al 1938; proprio  in quello stesso anno entrava in vigore una “delle norme per la difesa della razza nella scuola  italiana” che ordinava: “Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. Il divieto si estende anche ai libri che  siano frutto della collaborazione di più autori, uno dei quali sia di razza ebraica; nonché alle  opere che siano commentate o rivedute da persone di razza ebraica. Pincherle era docente universitario e redattore dell’Enciclopedia Treccani, ma — a causa delle leggi razziali — dovette esiliarsi in Perù, dove insegna a Lima nell’Universidad Nacional Mayor de San Marcos (la più antica dell'America) e nell’Università Pontificia,  fino al suo ritorno in patria a guerra finita. Alla voce Antisemitismo, Pincherle  traccia una storia generale dell’antisemitismo, e conclude. Anche in Italia il dopoguerra da luogo a qualche pubblicazione antisemita. Si tratta per lo più di traduzioni o  di rimaneggiamenti di opere straniere. Ché alla diffusione dell’antisemitismo da noi osta la  tradizione del nostro Risorgimento nazionale, al contrario di quanto accadde in Germania,  tutta favorevole, per ragioni nazionali, all’emancipazione degli ebrei ed al loro incorporamento nello Stato. Mancano del resto in Italia i motivi economici e sociali che, se non  giustificano, spiegano in parte la fortuna dell’antisemitismo in altri paesi: scarsi di numero  gli ebrei italiani e quasi tutti stabiliti da secoli nel paese, sì da essersi completamente italianizzati; lunga tradizione di pacifica convivenza tra ebrei e cristiani specialmente in quelle  provincie, come la Lombardia, la Venezia, la Toscana, nelle quali la tolleranza è stata largamente praticata anche dagli antichi governi; mancanza di un’alta banca e di un’oligarchia  finanziaria specificamente ebraiche Art. 4 del Regio decreto-legge, Integrazione delle norme per la difesa  della razza nella scuola italiana.   Antisemitismo, Pincherle è docente di storia del Cristianesimo all’Università di Roma; da non confondere con l’omonimo romanziere, noto con lo pseudonimo  di Moravia] L’ampia voce Ebrei apre la sezione ‘Antropologia’ con queste parole. Occorre  anzitutto affermare l’inesistenza di una pretesa razza o tipo ebraico. Ne è autore il già ricordato Sera, antropologo di Napoli. La sezione ‘Storia e religione’  del popolo ebraico è affidata al rabbino maggiore di Trieste, Israele Zoller; ‘Diritto ebraico”  a Dante Lattes, rabbino a Roma; ‘Diritto post-talmudico’ a Mario Falco, professore di diritto  pubblico all’Università di Milano ed esponente di rilievo della comunità ebraica: a lui si  deve la “Legge Falco” che — in parallelo con i Patti Lateranensi  - regolò  i rapporti tra lo Stato fascista e le comunità ebraiche in Italia28. Nonostante questi rapporti  di alto livello con lo Stato fascista e la sua iscrizione dal 1933 al partito fascista, anche Falco  dovette lasciare l’insegnamento nel 1938. Morì nel 1943, mentre era in fuga per sottrarsi alla  deportazione. È importante la sua amicizia con Arturo Carlo Jemolo?29, presso il quale trovò  rifugio la sua famiglia superstite sino alla fine della guerra.   Non mancavano però ebrei fascisti, anche in posizioni di rilievo. Venne perciò istituita  la figura dell’“ebreo arianizzato” sulla base di una specifica legge. Un’apposita  “Commissione per le discriminazioni” (nota come “Tribunale della razza” i cui atti non erano  pubblici) formulava un parere, sulla cui base il Ministero dell'interno emanava un decreto  di arianizzazione, che dichiarava “la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità  delle risultanze degli atti dello stato civile” evitando così l’applicazione delle leggi antiebraiche. Questa disposizione “favorì un vero e proprio mercato delle ‘arianizzazioni’, alimentato  da una schiera di faccendieri e truffatori, di funzionari corrotti e di avvocati di bassa lega,  basato su testimoni falsi chiamati a dichiarare di aver avuto occasionali rapporti sessuali con  una donna ebrea sposata.   Gli ebrei ebbero comunque una vita difficile. Sulle difficoltà cui andarono incontro gli  ebrei fascisti sono esemplari le vicende di un importante filosofo del diritto del Novecento,  Vecchio. Rettore dell’università di Roma sotto il fascismo, epurò  vari docenti ma fu a sua volta espulso sulla base delle leggi razziali. Alla fine della guerra  venne reintegrato nella sua posizione di docente come perseguitato in base alla legislazione  razziale, ma poco dopo venne nuovamente rimosso a causa della sua attività di rettore sotto il  fascismo. Per questo le sue memorie narrano la persecuzione di un perseguitato. Ebrei, Questa voce affronta tutti gli aspetti della cultura ebraica: lingua, letteratura, musica, numismatica.  Secondo Gentile, questa legge “riduceva l’autonomia statutaria e il carattere di democrazia interna, al contempo assicurando allo Stato un forte controllo sulle Comunità Jemolo, Lettere a Mario Falco, Giuffrè, Milano Legge, Norme integrative del Regio decreto-legge, sulla difesa della razza italiana (Gazzetta Ufficiale Questa normativa è analizzata nel $ 3. Un richiamo indispensabile: il basilare r.d.I. La valutazione della razza ebraica: la legge de 13 luglio1939 e il “tribunale della razza”, in Gian Savino Pene Vidari,  La legislazione antiebraica del 1938-39, con la sua applicazione in Piemonte nel campo dell’istruzione e dell’avvocatura, in Piazza, Le leggi razziali Modona, La magistratura e le leggi raziali 1938-1943, in Piazza, Le leggi razziali Vecchio, Una nuova persecuzione contro un perseguitato. Documenti, Tipografia artigiana, Roma  Leggi e documenti razzisti del fascismo: una sintesi    Il clima fin qui evocato e il legame sempre più stretto con il nazionalsocialismo portarono  l’Italia fascista a emanare le leggi razziali. I destinatari erano soprattutto gli ebrei:  persone, a quell’epoca, secondo Gayda33; oppure “non più di quarantaquattromila”  come desume Salvatorelli da altre fonti34. Il primo quesito che si pone è questo: come potevano le leggi razziali essere compatibili con lo Statuto Albertino che, come si è visto, aveva  concesso la piena capacità giuridica a ebrei e valdesi? La risposta è nella natura giuridica  di quello stesso Statuto: esso è una costituzione flessibile, modificabile cioè con una legge  ordinaria. Quindi l'emanazione delle leggi razziali abrogava le norme emancipatorie dello  Statuto Albertino. Esso venne così progressivamente svuotato, ma poté restare in vigore sino  alla fine del fascismo, così come la costituzione di Weimar rimase in vigore sino alla fine del  nazionalsocialismo.   La preparazione delle leggi razziali iniziò, quando MUSSOLINI,  come Ministro dell’Interno, istituì la Commissione per la preparazione di provvedimenti  legislativi concernenti la difesa della razza italiana e la disciplina degli ebrei stranieri residenti in Italia. Seguirono numerosi testi legislativi sulla politica razziale del fascismo. Due  giorni dopo il decreto sull’esclusione degli ebrei dalla scuola venne  emanato il decreto-legge “per la difesa della razza italiana”: articoli basilari per la politica  antiebraica fascista e per la definitiva perdita dell’eguaglianza civile degli ebrei nello Stato  italiano” che costituiscono “la ‘magna charta’ dell’antiebraismo giuridico fascista.   Per brevità, ci si limiterà qui a citare soltanto alcuni articoli tratti dal Regio decreto-legge, Integrazione delle norme per la difesa della razza nella scuola italiana (il cui art. 4 è già stato ricordato poco sopra); sono più che sufficienti per comprendere  qual è lo spirito di queste leggi. A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state    comprese in graduatorie di concorsi anteriormente al presente decreto; né possono essere ammesse al  conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza. Agli uffici ed impieghi anzidetti sono equiparati  [Questa cifra è fornita dal già citato Gayda: Appendice, alla voce Razza. Il censimento nazionale degli ebrei indica però l’ebrei italiani  e  stranieri (rapporto del sottosegretariato “Demorazza” Ministero degli Interni, in Cavaglion —  Romagnani, Le interdizioni del Duce, Salvatorelli — Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino Sull’intera parabola della legislazione razziale si veda l’esauriente Giorgio Fabre, I/ razzismo del duce. Mussolini dal Ministero dell’interno alla Repubblica sociale italiana. Con la collaborazione di Annalisa Capristo,  Carocci, Roma Sarfatti, Documenti della legislazione antiebraica. I testi delle leggi, in Michele Sarfatti (cur.),  Le leggi contro gli ebrei, “La rassegna di Israel” (numero monografico. Un elenco delle norme razziali è reperibile anche su Internet wiki/ Leggi_  razziali fasciste# Legislazione_ italiana_in_chiave_ razziale).  Vidari, La legislazione antiebraica, con la sua applicazione in Piemonte nel  campo dell’istruzione e dell’avvocatura, in Piazza, Le leggi razziali] quelli relativi agli istituti di educazione, pubblici e privati, per alunni italiani, e quelli per la vigilanza  nelle scuole elementari.  Delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti non possono far  parte persone di razza ebraica. Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non  possono essere iscritti alunni di razza ebraica. È tuttavia consentita l’iscrizione degli alunni di razza  ebraica che professino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità  ecclesiastiche. Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di  testo di autori di razza ebraica. Il divieto si estende anche ai libri che siano frutto della collaborazione  di più autori, uno dei quali sia di razza ebraica; nonché alle opere che siano commentate o rivedute da  persone di razza ebraica. Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a dieci. Le comunità israelitiche possono  aprire, con l’autorizzazione del Ministro per l'educazione nazionale, scuole elementari con effetti legali per fanciulli di razza ebraica, e mantenere quelle all’uopo esistenti. Per gli scrutini e per gli esami  nelle dette scuole il Regio provveditore agli studi nomina un commissario. Nelle scuole elementari di  cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica; i programmi di studio saranno quelli  stessi stabiliti per le scuole frequentate da alunni italiani, eccettuato l’insegnamento della religione  cattolica; i libri di testo saranno quelli di Stato, con opportuni adattamenti, approvati dal Ministro  per l'educazione nazionale, dovendo la spesa per tali adattamenti gravare sulle comunità israelitiche. Nella parte meridionale dell’Italia liberata dagli Alleati e, successivamente, sull’intero territorio nazionale le norme razziali vennero abrogate in considerazione dell’“urgente  ed assoluta necessità di reintegrare nei propri diritti anteriori i cittadini italiani appartenenti  alla razza ebraica per riparare prontamente alle gravi sperequazioni di ordine morale e politico create da un indirizzo politico infondatamente volto alla difesa della razza.   Tuttavia la reintegrazione degli epurati nelle loro posizioni originarie fu spesso complessa,  perché i loro posti erano stati nel frattempo affidati a colleghi vincitori di un regolare concorso. Ancora una volta è utile esaminare un caso paradigmatico: quello del filosofo del diritto TREVES (si veda), reduce da un lungo esilio in Argentina, e della sua complessa reintegrazione,  ricostruita da Nitsch in un volume ricco di documenti originali. Tra di essi viene citata  una lettera di Ravà a Treves; quest’ultimo aveva chiesto ragguagli  sul suo possibile rientro in Italia. Con l'abolizione delle leggi razziali, — scrive Ravà, — rientrano in servizio, oltre me, anche Donati e Levi di filosofia del diritto. Ciò disturba quelli che  sono ai nostri posti e io mi rammarico di dover disturbare BOBBIO (si veda). Questi è chiamato  a Torino, ma non c’è posto, essendo rientrati due professori ebrei. Ora può essere lo chiamino a Milano. Qui a Roma VECCHIO (si veda) è stato collocato a riposo per ragioni politiche e ne  è molto amareggiato. Per altri sono in corso provvedimenti (Maggiore, Cesarini). Tutto ciò  Regio Decreto-Legge, Disposizioni per la reintegrazione dei diritti civili e politici dei  cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica e/o considerati di razza ebraica. Pubblicato nella  Gazzetta Ufficiale — serie speciale — e convertito dal decreto legislativo luogotenenziale pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, serie speciale] determina un ambiente poco simpatico; perché come non fu gradevole che siano stati occupati i nostri posti, così non è bello andare al posto dei professori ora epurati. E io non sono  sicuro che il nostro ritorno sia gradito a tutti, perché sposta notevoli interessi.   Nel dopoguerra la costituzione repubblicana stabilì all’art. 3 l'uguaglianza di tutti gli italiani senza distinzioni, tra l’altro, di razza. Però anche questo articolo della costituzione non  è del tutto applicato, come si è visto nel primo dopoguerra con la discriminazione dei “mulattini” (i nati durante l’occupazione degli alleati) e come avviene ancora oggi con il mancato riconoscimento della cittadinanza italiana ai nati in Italia (e perfettamente integrati) da genitori non italiani. Silvana Patriarca, professoressa di storia alla Fordham University di New York,  ha analizzato questo aspetto della recente storia italiana, giungendo alla conclusione che, “se  nella nuova repubblica democratica l’idea di razza non era più accettabile se applicata agli  ebrei, la stessa continuava a essere accettabile se applicata a persone dalla pelle più scura.   Ne è prova ancora oggi il sempre ricorrente rifiuto del “ius soli” e nel persistere del “ius  sanguinis” che attribuisce la cittadinanza (e, quindi, anche il diritto di voto) a lontani discendenti di emigranti che spesso non sono mai stati in Italia e non parlano più l’italiano. Un  dibattito senza fine: “Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, alla festa per i dieci anni  del Partito democratico ha detto che si sta impegnando per far  approvare la legge di riforma della cittadinanza impropriamente chiamata ius soli, che era nel  programma elettorale del Pd ed è bloccata al Senato da due anni”4!,  Commemorare in tempi immemori: tra condanna e nostalgia    Il ricordo e la condanna delle leggi razziali del fascismo è divenuto ancora più necessario  nei tempi presenti, nei quali la condanna delle colpe fasciste si scontra con una crescente  nostalgia per quegli anni e con un rafforzamento dei movimenti di estrema destra‘. (Questo [Nitsch, Renato Treves esule in Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia. Con documenti inediti e la  traduzione di due scritti di Treves, Accademia delle Scienze, Torino Tutto è mutato; Le difficili vie della normalizzazione: l'abrogazione delle leggi razziali e la disciplina  della revisione dei concorsi). La lettera di Ravà è citata.  (Documento). Il riferimento è al penalista di Palermo Giuseppe Maggiore e al filosofo del diritto  Widar Cesarini Sforza.   40 Silvana Patriarca, I/ colore della Repubblica: “figli della guerra” e razzismo nell'Italia postfascista. Traduzione  di Duccio Sacchi, Einaudi, Torino. La frase citata è ripresa nella recensione di Nadia Urbinati, L'Italia è una Repubblica fondata sul razzismo, “Domani” Camilli, Ius soli, ius sanguinis, ius culturae: tutto sulla riforma della cittadinanza, “L’internazionale”internazionale.it/ notizie/annalisa-camilli/ 2017/10/20/ riforma-cittadinanza-da-sapere).  Sulla destra italiana: Coglitore, Cernigoi, La memoria tradita. L'estrema destra da Salò a  Forza Nuova, Ed. Zero in Condotta, Milano; Ferrari, Da Salò ad Arcore. La mappa  della destra eversiva, L’Unità, Roma; Passarelli - Dario Tuorto, La Lega di Salvini:  estrema destra di governo, Il Mulino, Bologna; Ugo Maria Tassinari, Naufraghi. Da Mussolini] clima ostile alla democrazia parlamentare si manifesta anche in Europa e fuori d'Europa: ma  non è qui possibile occuparcene4.) Senza perdersi in distinzioni e condanne che sarebbero  inappropriate in queste note soprattutto bibliografiche, basti qui accennare sommariamente  allo stillicidio di prese di posizione “nostalgiche” che tendono a ripresentarsi ciclicamente,  per poi essere dimenticate.   Per esempio, nel 1989 Alessandro Galante Garrone pubblicava “un grido d’allarme” contro  “i pericoli sempre latenti o risorgenti dell’antisemitismo in Italia e nel mondo” e ricordava  che “verso la fine degli Anni Cinquanta e della prima metà degli anni Sessanta si ebbe in varie  parti del mondo una preoccupante ondata di razzismo e in particolare di antisemitismo. Anche l’Italia ne fu insudiciata” Proprio come ai nostri giorni, anche allora si discusse sulla  chiusura di organizzazioni di estrema destra e la Germania sciolse il Bund Heimatfreier  Jugend e la Demokratische Nationale Arbeiter Partei” dalla sigla sinistramente simile alla Nationalsozialistische Deutsche Arbeiter Partei di Hitler. Altre  ricorrenti manifestazioni di antisemitismo si sono ripetute nei decenni successivi, cioè sino  ai giorni nostri e su di essi Galante Garrone andò pubblicando una serie di  articoli “sul quotidiano “La Stampa?” di Torino. In altre parole, nulla di  nuovo sotto il sole44.   Per limitarci ai casi più recenti, nel febbraio del 2021 la consigliera comunale torinese del  Movimento Cinque Stelle, Monica Amore, è accusata di razzismo per una   vignetta satirica a sfondo razzista sugli ebrei pubblicata sui social (e poi rimossa a furor di polemiche).   Il procuratore aggiunto Emilio Gatti l’ha iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di diffama zione aggravata dall’odio razziale. L’inchiesta è stata aperta ufficialmente ieri dalla procura di Torino   a seguito dell’esposto depositato a Palagiustizia da un legale incaricato dal presidente della comunità   ebraica Dario Disegni. Il post raffigurava un collage di testate giornalistiche del gruppo Gedi accompa-gnato da immagini evidentemente antisemite e cioè la caricatura di due uomini con naso pronunciato,   Kippah e la Stella di David giunte alla consigliera attraverso un canale Telegram. Lei, in cima al post,   aveva scritto: “Interessante.  Qualche mese dopo, il Sottosegretario all’Economia nell’attuale governo Draghi — Claudio  Durigon, della Lega - proponeva di ritornare alla toponomastica fascista in un comizio a  Latina, città sorta nelle terre dell'Agro Pontino bonificate dal fascismo e inaugurata il 18 dialla Mussolini: anni di storia della destra radicale, Immaginapoli, Pozzuoli Sui rappporti  dei movimenti italiani con quelli stranieri: Piero Ignazi, L'estrema destra in Europa, Il Mulino, Bologna Milza, Europa estrema: il radicalismo di destra, Carocci, Roma Qualche accenno è nel mio Democrazia senza democratici: Weimar alle porte?, in Hans Kelsen, Due saggi  sulla democrazia in difficoltà, Aragno, Torino; inoltre: Id., Germania: manifestazioni neonaziste, privacy e libertà d'informazione, “Diritto dell’informazione e dell’informatica” La libertà d’insegnamento in Brasile e l’elezione del Presidente Bolsonaro, Mimesis,  Milano Dieci di questi articoli sono riprodotti in Galante Garrone, Amalek, il dovere della memoria, cLe citazioni provengono dalla breve Premessa. lastampa.it/ torino/ news/post-antisemita-la-consigliera-amore-indagata-peristigazione-all-odio-razziale] con il nome di Littoria (divenuto poi Latinia  e l’attuale Latina. In un comizio a Latina dove parla accanto a Salvini, Durigon propone  di cambiare il nome al giardino comunale per reintitolarlo al fratello del duce, Arnaldo, come era  durante il fascismo, accusando l’attuale sindaco di aver fatto un’operazione politicamente orientata  quando nel 2017 ha intitolato il parco ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Questa è la  storia di Latina che qualcuno ha voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel Parco Mussolini che è sempre stato” Ma il sindaco Damiano Colella  spiega che nessuno “ha cancellato la storia di Latina. Il podestà stabilì di cambiare tutta la  toponomastica. E da quel giorno Parco Arnaldo Mussolini è diventato Parco Comunale. Quando nel  2017 abbiamo intitolato il parco a Falcone e Borsellino non l’abbiamo fatto per rivalsa nei confronti  della storia della città. Abbiamo scelto i valori e il sacrificio di due uomini dello Stato che hanno perso  la vita per l’affermazione della legalità e della giustizia contro la mafia” Infatti “la delibera numero 248  del 31 luglio 1943 cambiò tutta la topomomastica: Piazza Ciano divenne piazza Giulio Cesare, piazza  Predappio piazza del Mercato, piazza Littorio cambiò nome in piazza d’Italia, insieme a tutte le vie,  viale delle Camicie nere per esempio divenne via Giosuè Carducci Si noti che “in realtà Arnaldo Mussolini non ha rapporti con la storia cittadina, perché è  morto prima della fondazione di Littoria, nome originario di Latina, battezzata dal  fratello Benito Mussolin La sortita del Sottosegretario leghista va collocata nella situazione locale, alla vigilia delle elezioni comunali di Latina, con la Lega che tenta di captare i voti  della destra con candidati dai sospetti coinvolgimenti in vicende di mafia o di corruzione, ora oggetto  di processi da parte della Lega contro “Domani” il giornale che ha pubblicato queste notizie. La vicenda Durigon si salda così alla richiesta di sanzioni per le liti temerarie intentate contro i giornali per le  notizie pubblicate: ma questa polemica sulle liti come strumento per soffocare la stampa libera è una  vicenda diversa, La politica italiana dibatté sull’opportunità di far dimettere questo membro del Governo,  cosa che avvenne 22 giorni dopo quell’affermazione sul “Parco Mussolini” anche “per le relazioni emerse con personaggi legati ai clan di Latina” - “rapporti pericolosi”4. Mentre in Italia  questa disputa era in parte soffocata dal ritorno degli atleti italiani dalle Olimpiadi (dove per  la prima volta avevano raggiunto il record di 40 medaglie), la notizia non passava inosservata    all’estero:    Il The Times di Londra dedica un pezzo al sottosegretario leghista: “Let's dedicate local park to Mussolini, says italian minister” (“Dedichiamo un parco a Mussolini, dice un ministro italiano”). Così anche  Abc Neuws, il portale della celebre emittente americana (“Crescono le tensioni dopo la proposta di dedi- [Preziosi, / partiti si accorgono che Durigon è impresentabile: adesso cacciatelo, “Domani” Trocchia, Con i richiami a Mussolini Durigon coltiva i voti fascisti per la Lega, “Domani” Zini, Durigon sta cercando di fermare ‘Domanî’ a colpi di querele, “Domani” Tizian — Nello Trocchia, Durigon si dimette e accusa i giornali di averlo infangato, “Domani”  Il sindacalista di Durigon dava ordini al clan di Latina,“Domani] care un parco a Mussolini”) che come Euronews — colosso che trasmette in 155 Paesi — riprende il titolo  della American Press. Ma c'è pure il francese L’opirion, che parla di “nostalgia fascista”50,    In pieno Ferragosto era giunta anche un’altra dichiarazione, come minimo qualunquista, di  un candidato sindaco di Milano per il centrodestra:    “Io non distinguo le persone tra fascisti e antifascisti, contro questo o contro quell’altro. Le persone  non le distinguo se non per uomo, donna e persone perbene” Luca Bernardo, candidato della destra  alle Amministrative di Milano, preferisce non prendere posizione. E così ammette che per lui fascisti  e antifascisti uguali sono” [...] Parole che suonano come una difesa del sottosegretario leghista Claudio Durigon, che nei giorni scorsi si era augurato che un parco di Latina fosse dedicato ad Arnaldo  Mussolini!,    In tempo già preelettorale hanno avuto luogo le elezioni locali in  importanti comuni — l’esempio del Sottosegretario Durigon fece scuola, e anzi qualcuno  rincarò la dose, proponendo che Piazzale dei Partigiani, a Roma, tornasse ad essere intitolato  ad Adolf Hitler come ai tempi dell’occupazione nazionalsocialista: Dopo le polemiche sul caso del Sottosegretario all’Economia della Lega Claudio Durigon che, du rante un comizio a Latina aveva proposto di intitolare di nuovo il parco ad Arnaldo Mussolini,  ora arriva un’altra idea di intitolazione che fa discutere. A lanciarla, come riporta “La Repubblica” è  Andrea Santucci, vigile del fuoco ed ex consigliere comunale leghista di Colleferro, che si dichiara  favorevole a intitolare di nuovo piazzale dei Partigiani a Roma, ad Adolf Hitler. Le sue parole: “Nel  bene e nel male questa è la nostra storia, credo anche che per la cecità di alcuni perdiamo moltissimo  in termini di turismo nel voler nascondere. Alcune eredità del passato fascista riemersero in una  storia che non è solo individuale. Dopo le mancata reviviscenza, a Latina, del parco che fu  intitolato ad Arnaldo Mussolini, nella poco lontana Anzio (dove sbarcarono gli Alleati nel  1944) Edith Bruck — scrittrice ebrea ungherese sopravvissuta alla Shoa e naturalizzata italiana  — rifiutò il Premio per la Pace con una lettera al sindaco: “Avrei volentieri accettato, se nel frattempo non avessi saputo che è stata negata la benemerenza a una mia correligionaria, Adele  di Consiglio, sopravvissuta alla barbarie nazifascista, e invece è stata riconfermata a Mussolini”53, Infatti nel 2019 il Partito Democratico aveva proposto di revocare la cittadinanza ono- [L. Giar.,I/ caso [Durigon] arriva sul “Times”e in tutta Europa, ma non al Tg2,“Il Fatto Quotidiano” S1 L. Giar., Milano, Luca Bernardo fa il nostalgico: “Non distinguo tra fascisti e antifascisti”, “Il Fatto Quotidiano”. Inoltre: “Certo che c’è differenza tra i due, se vogliamo andare sul semantico. So  che cosa mi volete chiedere, so che cosa vi rispondo’, ha replicato ai cronisti a margine di un evento. E a  domanda diretta se possa definirsi antifascista, Bernardo tergiversa ancora: ‘No, io non mi definisco né A,  né B, né Z. Mi definisco un cittadino della città di Milano, che vuol dire che è aperto e liberale. La libertà  conquistata grazie ai nostri nonni dobbiamo portarla sempre avanti. Io mi definisco Luca Bernardo che  arriva dalla società civile”   S2 “Intitolare a Hitler piazzale dei Partigiani”: bufera su ex consigliere leghista di Colleferro huffingtonpost.it/entry/intitolare-a-hitler-piazzale-dei-partigiani-bufera-su-ex-consigliere-leghista-acolleferro Redazionale,] Anzzo, onorificenza a Mussolini: Bruck rifiuta il premio, “Il Fatto Quotidiano] raria a Mussolini e di conferirla ad Adele di Consiglio. L’allora sindaco respinse entrambe le  richieste, e oggi Edith Bruck rifiuta di essere associata al cittadino onorario Benito Mussolini,  responsabile della deportazione degli ebrei italiani, e quindi anche della sua. La risposta del  sindaco attuale suona però non come una discolpa, ma come un’aggravante: “Mussolini ha la  cittadinanza onoraria dal 1924. Prima di me ci sono stati tre sindaci comunisti, due socialisti,  uno repubblicano, uno Ds e nessuno l’ha mai revocata. Anzi questo argomento non è stato  mai discusso in Consiglio comunale. Questi e altri eventi e interventi pubblici palesemente nostalgici culminarono, il 9 ottobre  2021, nelle manifestazioni di piazza a Roma che portarono alla devastazione della sede centrale del sindacato CGIL: un assalto nel quale ebbero una posizione di rilievo gli esponenti  del movimento di estrema destra Forza Nuova. L’irruzione nelle sedi sindacali non è una novitàs5, ma la devastazione romana richiamò alla memoria di molti l'assalto e l’incendio della  Camera del Lavoro di Torino d - giusto un secolo fa — e l’affermarsi dello squadrismo  fascista.   Non si tratta di casi isolati, benché frequenti: in realtà, questa tradizione di “fascismo eterno” non si è mai spenta e trova il suo caso più emblematico in Verona, in una sequenza che  inizia nel 1920 e dura ancora oggi:   Nero era il colore dello sparuto drappello di “diciannovisti” capeggiati da Italo Bresciani, fondatore e   segretario del piccolo Fascio di Verona, il “terzogenito” nato appena due giorni dopo la fondazione a   Milano dei FASCI DI COMBATTIMENTO. Nera è l’evoluzione in città del Partito nazionale fascista. La prima visita di Mussolini in città: il futuro duce atterra con un Aviatik nella scalcinata piazza d’armi di stradone Santa Lucia. Diciotto anni dopo, un’altra visita.   Trionfale. Verona diventa il teatro di fondazione della Repubblica sociale italiana, sede di cinque ministeri e di importanti comandi tedeschi. Il nome della città si incide   dunque anche nella storia del fascismo repubblicano: accostato prima al Manifesto di Verona (il piano  programmatico per il governo della RSI, in cui si definivano gli obiettivi politici del Partito fascista  repubblicano, nato dalle ceneri del Partito nazionale fascista) e poi al celebre processo di Verona, che  condannò Galeazzo Ciano e altri gerarchi accusati di avere tramato con Badoglio per fare arrestare   Mussolini. È sempre a Verona che il comando generale della Gestapo allestisce   la sua base in Italia. [... Nel dopoguerra] Il territorio scaligero diventa un crocevia per diverse organiz zazioni neofasciste: la Rosa dei Venti del generale Amos Spiazzi; Ordine Nuovo; la sanguinaria sigla   Ludwig — responsabile di dieci “omicidi per caso” — e il Fronte Nazionale di Franco Freda sono gli zii.    Poi sono arrivati i nipotini. Che portano avanti la tradizione della ‘ditta’. Neri sono i movimenti che,  da metà anni Ottanta, mettono radici a Verona. Ferrario, Anzio. Il “rifiuto” di Edith Bruck: “Mat accanto a Mussolini”, “L'Avvenire, avvenire. it/attualita/ pagine/il-rifiuto-di-edith-bruck-mai-accanto-a-mussolini).   SS Per esempio: “Lavoratrici, lavoratori! Un criminale attentato fascista è stato compiuto contro la sede  della CGIL [dalle] forze della estrema destra che temono l’unità dei lavoratori e la loro combattività  sindacale: lavoratrici, lavoratori! rispondete con la lotta unitaria: uniti si vince. Federazione milanese del  Pci” (Manifesto del PCI del 1964).   56 Paolo Berizzi, Verona, la città in fondo a destra: dal fascismo al fascismo, *MicroMega” micromega.net/verona-estrema-destra-berizzi/). La “singolarità del caso Verona, il laboratorio italiano della destra radicale” è descritta per esteso nel volume (da cui è tratto l’articolo di “Micromega”) di Paolo Berizzi, È gradita la camicia nera, Rizzoli, Milano] Nell’autunno del 2021 si moltiplicarono in Italia i moti di piazza, nei quali estremisti di  destra e, in misura minore, di sinistra si infiltrarono nelle manifestazioni organizzate dai movimenti contrari alle misure anti-pandemiche, come No-Vax e No-Green Pass. Un esempio  inquietante di questa simbiosi è la manifestazione dei No-Vax, quando i partecipanti sfilarono per le vie di Novara con pettorine a strisce bianche e grigie contrassegnate  da numeri, in un demenziale richiamo ai campi di stermino nazisti: volevano così protestare  contro l’obbligo del certificato vaccinale nei luoghi pubblici, odiato simbolo della “dittatura  sanitaria” La Procura della Repubblica indaga sul “negazionismo” dei partecipanti, anche se  per poter “negare” bisognerebbe “sapere” o almeno “avere una vaga idea” mentre in questo  caso l’ignoranza abissale si rivela più preoccupante della violazione di certe norme giuridiche. Purtroppo tra gli italiani è presente un elevato tasso di analfabetismo funzionale”, e in  queste aree di regressione culturale si inseriscono i gruppi di estrema destra: “La vergogna  dell’ignoranza” così lAssociazione Nazionale Partigiani Italiani ha commentato la sfilata di  Novara.   Soprattutto il partito di estrema destra “Forza Nuova” ha organizzato sistematicamente l’infiltrazione in vari settori della destra presentabile e dei movimenti incolti, attraverso l’attività  del suo leader Roberto Fiore, arrestato dopo l’assalto alla sede sindacale di Roma. Mussolini, successivamente eletta alla Camera, lascerà il seggio all’europarlamento al neofascista Fiore, che a Bruxelles compirà passi decisivi nel progetto di infiltrazione di  sigle sicuramente più presentabili e ascoltate di quanto lo è Forza Nuova” Fiore ha finanziato  con fondi esteri “un’associazione molto ascoltata tra i critici della gestione governativa della  pandemia. A questo si aggiunge l’infiltrazione metodica nei salotti della chiesa conservatrice  e oltranzista” per esempio nell’associazione Pro Vita et Famiglia (la quale nega però questo  legame)58. Questo doppio livello consente a Forza nuova, da un lato, di “contare nei palazzi  della politica pur senza rapresentanza parlamentare” e, dall’altro, di infiltrarsi a Roma e a  Milano, a Torino e a Trieste nelle manifestazioni contro “la dittatura sanitaria” inneggiando  alla dittatura del ventennio. A Milano “il gruppo ha cantato slogan di chiara matrice fascista  durante la partecipazione al corteo contro il certificato verde” e sono stati fermati “8 militanti  del gruppo di estrema destra per apologia del fascismo” In conclusione, “il bilancio finale  del corteo parla di 83 denunce e di un 22enne arrestato nei concitati momenti del tentato (e  fallito) assalto alla Camera del lavoro, sede della Cgil [di Milano, questa volta]. Sono ormai  [Il 70% della popolazione italiana si colloca al di sotto del livello 3, il livello di competenze considerate  necessarie per interagire in modo efficace nella società del XXI secolo”: così si esprime sull’analfabetismo  funzionale il rapporto ISFOL, “Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori”:  ente pubblico di ricerca vigilato dal Ministero del Lavoro  -- it happens – analfabetismo funzionale existe anche quello di ritorno. I dati ufficiali sono nel Rapporto nazionale sulle competenze degli  adulti isfol.it/piaac/i-risultati-di-piaac). Una dettagliata analisi di questa strategia del ‘doppio binario” è in Giovanni Tizian, Anatomia dell’infiltrazione fascista nell’èra dei complotti, “Domani” da cui sono tratte le citazioni nel  testo. “Le affermazioni presenti nell’articolo volte ad accostare la onlus [Pro Vita et Famiglia] al partito  Forza Nuova sono false, inesatte, oppure nemmeno pertinenti” scrive in una Richiesta di rettifica il presidente della onlus, Antonio Brandi, riservandosi azioni legali (“Domani] oltre 300 i denunciati nei 14 cortei che vanno avanti: e questo nella  sola Milano.   Poiché queste gravi tensioni presenti in tutt'Italia assumevano spesso un aspetto quasi  eversivo, i partiti di centro-sinistra chiesero di applicare contro Forza Nuova la XII disposizione transitoria della costituzione (“È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del  disciolto partito fascista”) e presentarono varie mozioni parlamentari a questo fine. Il Parlamento rinviò però ogni decisione.   Nel dibattito parlamentare e politico di quei giorni è stata richiamata più volte la “Legge  Scelba; poiché essa riporta alla memoria le tensioni ormai  lontane dell’immediato dopoguerra, vari giornali l’hanno illustrata ai lettori odierni:   La norma di riferimento è la legge. Meglio conosciuta come “legge Scelba”   (dal nome del politico Dc che, alla guida di un comitato interministeriale del governo De Gasperi, la   elaborò) rientra nelle norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione:   “E vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” si legge. La norma   attua questo principio mettendo nero su bianco il concetto di “riorganizzazione” del “partito fascista”   e prevedendo due strade per lo scioglimento dei gruppi: tramite il ministro dell’interno, sulla base di   una sentenza di un tribunale, oppure in maniera più diretta attraverso un decreto del governo, ma solo   in casi “straordinari di necessità e di urgenza”90,   Delle due vie prospettate nel 1952, il parlamento scelse quella della sentenza giudiziaria, che permetteva di guadagnare tempo rinviando ogni decisione e affidandosi così alla  tanto criticata funzione suppletiva della magistratura: suppletiva cioè della decisione politica  cui non riescono a giungere i governi deboli e le coalizioni troppo frammentate:   Nessun vincolo arriva dal Parlamento allo scioglimento di Forza Nuova. Le quattro mozioni del cen trosinistra che chiedevano all’esecutivo di utilizzare la legge Scelba e di sciogliere con decreto la for mazione di estrema destra, e i suoi simili, sono approdate oggi pomeriggio in Senato. Ma, il tempo di   presentarle, e sono state ritirate, diventando un ordine del giorno unitario. Un atto cioè, d’indirizzo,   ma non vincolante. Che può essere letto come la legittimazione ulteriore di quello che sembra essere  l’orientamento del governo: prima di scrivere anche una sola riga del decreto legge di scioglimento,  aspettiamo che la magistratura si esprima sui fatti del 9 ottobre, sulla devastazione della Cgil a Roma.    Dopo un lungo dibattito il Senato ha approvato per alzata di mano l’ordine del giorno del centrosinistra: l’atto avrà poco più che una valenza simbolica®!,    Il condizionare lo scioglimento di un movimento neofascista all’esistenza di una futura sentenza giudiziaria aveva tre precedenti. Da un lato, lo scioglimento di movimenti neofascisti  era già avvenuto con “lo scioglimento di Ordine Nuovo, movimento sciolto dal Ministro dell’interno Taviani in seguito alla sentenza di accertamento della ricostituzione del partito fascista, nel processo in cui era pubblico ministero Vittorio Occorsio, poi  [Giuzzi, Corteo no pass, un fermo e 83 denunciati, “Corriere della Sera” Bartoloni, Sanzioni e scioglimento dei partiti fascisti, cosa prevede la legge Scelba repubblica.it/ politica news/iter_scioglimento_partito_fascista Olivo, Su Forza Nuova la maggioranza si sgonfia: il governo non sarà costretto a scioglierla huffingtonpost. it/entry/ su-forza- nuova-la-maggioranza-si-sgonfia-il-governo-non-sara-costretto-ascioglierla _ it] ucciso in un attentato rivendicato proprio da Ordine Nuovo”; con lo scioglimento  di Avanguardia Nazionale; nel 2000 con lo scioglimento del Fronte nazionale. D’altro lato,  le esitazioni attuali del governo non sono infondate, e i dubbi sull’opportunità dello scioglimento sono stati sintetizzati dai giuristi Michele Ainis e Vladimiro Zagrebelsky: lo scioglimento rischierebbe di provocare “un’inversione di prospettiva tra persecutore e perseguitato”  (Ainis), né esso è lo strumento più adatto a cancellare i rigurgiti neofascisti (Zagrebelsky).  Per fronteggiare il problema delle organizzazioni neofasciste la “Legge Scelba” era stata  attualizzata con la “Legge Mancino” che qui può essere soltanto menzionata. Il governo Amato emanò il Decreto Legge n.122 contenente “misure urgenti in materia di  discriminazione razziale, etnica e religiosa” poi convertito nella legge 205/93 e oggi conosciuta come  Legge Mancino. La Legge Mancino costituisce ancora oggi il principale strumento legislativo contro  i crimini d’odio, mirando a sanzionare e a prevenire le condotte di discriminazione razziale, etnica  e religiosa, attraverso il divieto di ogni organizzazione movimento o gruppo che abbia tra i propri  scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.  L’art. 7 comma 3 della legge Mancino consente lo scioglimento di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che abbiano favorito la commissione dei reati elencati dall’art. 5 della medesima Legge  (oggi descritti all’art. 604 fer del codice penale [64]). Si tratta di tutti quei reati commessi per finalità  di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità”    Ma qui conviene arrestarsi: il Parlamento ha approvato un atto che, come si è detto, “avrà  poco più che una valenza simbolica” mentre le manifestazioni contro  la “dittatura sanitaria” vengono strumentalizzate dai nostalgici delle dittature tout court. Questa reviviscenza dell’estrema destra non avviene solo in Italia. Sempre in quegli stessi  giorni, il governo polacco era coinvolto nella polemica (anche giudiziaria) sulla legge con  cui vietava a società straniere di possedere più del 49% di reti televisive o radiofoniche in  Polonia: in questo modo eliminava le catene critiche rispetto al governo, come TVN24, controllata dall’americana Discovery International. Inoltre quello stesso governo prendeva una  misura che negava il risarcimento agli ebrei che erano stati espropriati durante l’occupazione  nazionalsocialista della Polonia, entrando così in collisione con gli Stati Uniti: Prosegue il suo corso tra le polemiche anche la legge che blocca i risarcimenti agli ebrei (e non ebrei) espropriati durante la Seconda guerra mondiale e nella furia nazionalizzatrice del regime comunista.  Ponendo il limite massimo di 30 anni per la presentazione del ricorso da parte degli ex proprietari,  o degli eredi, il governo vanifica in blocco tutte le istanze. Per chiudere definitivamente il capi- [Caputo, Neofascismo e ordine democratico: sciogliere Forza Nuova necesse est,“Micromega” micromega.net/sciogliere-forza-nuova/). Caputo analizza anche la “Legge Mancino” appena accennata nel testo.   63 Ivi; e Vladimiro Zagrebelsky, “La Stampa”  lastampa.it/ topnews/lettere-eidee/10/16/ news/i-pro-e-i-contro-di-un-decreto-su-forza-nuova.   64 Per un’analisi del contenuto di queste norme: Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in  materia di violenza o discriminazione per motivi di sesso, di genere, di orientamento sessuale o di identità di  genere A.C. 107, A.C. 569, A.C., A.C. 2171, A.C. 2255 Dossier  Il testo unificato adottato come  testo base documenti camera it leg  (Dossier] tolo risarcimenti, e per giustificare la decisione, il legislatore si è fatto forte di un complicato fardello   pregresso di atti giuridico-amministrativi, risalente ai decenni passati. Ma ciò che ha scatenato l’ira   degli Stati Uniti e di Israele sono state le allusioni al rischio di possibili “tentativi di truffa” da parte di   millantatori, indice per Washington e Gerusalemme di una politica “cripto-antisemita” Non esplicita,   ma già nei fatti6S,   Anche la Francia registra da tempo un crescente antisemitismo. Nelle manifestazioni che  ogni sabato scendono in campo contro la c.d. ‘dittatura sanitaria’ in varie città della Francia  “fioriscono dei numeri sull’avambraccio (riferimento ai deportati nei campi di concentramento) o delle stelle gialle sulla giacca (richiamo alla politica antisemita nazista)”66, Si moltiplicano le scritte “Qui?” (Chi?), il cui valore antisemita va però spiegato. “Qui?” fa riferimento  a un’allusione antisemita del generale a riposo Dominique Delawarde, che il 18 giugno 2021,  in una trasmissione su CNews, continuava ad accusare un complotto mondiale “qui contròle  le Washington Post, /e New York Times, chez nous [cioè in Francia] BFM-TV et tous les journaux  qui viennent se grouper autour”, senza però citare alcun nome. La ripetuta domanda “Chi?”  resta senza risposta, e il conduttore a questo punto interrompe la trasmissione. Ma da quel  momento la domanda “Chi?” diviene uno slogan degli antisemiti: il 7 agosto un’insegnante  di destra, in una manifestazione contro la politica sanitaria, inalbera un cartello con i nomi  dei traditori — tutti ebrei — accompagnati dallo slogan “Mais Qui?” (“Ma chi?”): e la “Q” è  adorna di diaboliche corna”.   Riassumendo i fatti recenti — “Sui cartelli compaiono i ‘Chi? diretti contro la comunità  ebraica, derivati da un’allusione antisemita del generale a riposo Dominique Delawarde; su  un centro di vaccinazione vengono dipinte delle stelle di Davide; una stele in omaggio a  Simone Veil, in Bretagna, è stata vandalizzata tre volte in una settimana”  “Le Monde” non  può fare a meno di chiedersi: “Que se passe-t-il en France?,   E non solo in Francia: Bergoglio condanna il crescente antisemitismo durante il suo viaggio in Ungheria e Slovacchia, le cui comunità ebraiche avevano softerto molto durante l’epoca nazionalsocialista, ma nelle quali l'antisemitismo  stava riaffiorando sotto i governi sovranisti di destra. Nel 1941 l’effimero Stato slovacco — sot[Rosaspina, “I/ blocco dei risarcimenti contro gli ebrei è inaccettabile” Ma il governo: avanti con la  legge, “Corriere della Sera, Antisémitisme: le poison de la banalisation lemonde.fr/ idees/article/2021/08/18 /antisemitisme-le-poison-de-la-banalisation Sur la pancarte [...] figure une série de noms de ‘traîtres’: plusieurs responsables politiques actuels, mais  aussi une dizaine de personnalités frangaises ou américaines, qui n’ont que peu de rapport direct avec  la gestion de la crise sanitaire. Le milliardaire américain d’origine hongroise George Soros, le fondateur  du forum de Davos, Klaus Schwab, Bernard-Henry Lévy ou encore la famille Rothschild sont ainsi cités.  Leur point commun? Ils sont de confession juive. Au centre de la pancarte figure le slogan en lettres  rouges Mais Qui?”, dont le ‘O’ est agrémenté de cornes” (Samuel Laurent - William Audureau, “Mass  qui”, de la blague virale au slogan antisémite. Au travers de cette question rhétorique, certains opposants à  la politique sanitaire ciblent la communauté juive, accusée d’étre responsable de la crise liée au coronavirus, Publié  à 16h28 — Mis à jour le 14 aoùt 2021 à 06h35  le monde. fr/  societe/article mais-qui- de-la- blague-virale- au-slogan-antisemite. Cfr. Le Monde, idees article/2021/08/18/ antisemitisme-le-poison-de-labanalisation] to la guida di Jozef Tiso, sacerdote cattolico dalla vita tormentata in un territorio tormentato5? — aveva emanato un “codice ebraico” contenente misure antisemite analoghe alle “Leggi  di Norimberga” nazionalsocialiste del 1935 e a quelle fasciste. La politica filo-nazionalsocialista di Monsignor Tiso aveva imbarazzato non poco la Santa Sede. Con  l'ascesa al potere del comunismo, era giunta per Monsignor Tiso la condanna a morte per  collaborazionismo: ma oggi alcuni ambienti slovacchi ne propongono la riabilitazione. Il  Pontefice esortava “a promuovere insieme un’educazione alla fraternità, così che i rigurgiti  di odio che vogliono distruggerla non prevalgano. Penso alla minaccia dell’antisemitismo,  che ancora serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo per  disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la fraternità” Un analogo appello  era risuonato in Ungheria: “Parole, - commentava il quotidiano dei vescovi italiani, — che  appaiono anche come una risposta indiretta al premier Viktor Orbn, incontrato prima della  Messa,   Negli stessi giorni, il congresso “Interfaith” — il G20 delle fedi — rilanciava a livello interconfessionale la stessa condanna e annunciava la preparazione di uno studio sugli attentati  a sfondo religioso compiuti nel mondo negli ultimi quarant’anni. Nel suo intervento, il presidente Mario Draghi condannava espressamente le “manifestazioni di antisemitismo, un  fenomeno in preoccupante crescita”7!,   Questo era dunque il clima in cui ci si preparava a ricordare l’anniversario delle leggi razziali.  Un esempio: la rievocazione dell’Accademia delle Scienze di Torino L’Accademia delle scienze di Torino ricorda l’ottantesimo anniversario della legislazione razziale del fascismo con un convegno che si proponeva, “a 80  anni dalla promulgazione delle leggi razziali da parte del regime fascista, di ricostruire le  [Lorman, The christian social roots os Jozef Tiso’ radicalism, 1887-1939, in Rebecca Haynes  — Martyn Rady (eds.), Jr the shadow of Hitler. Personalities of the right in central and Eastern Europe, Tauris,  London - New York; Graziano — Istvîn Eòrdògh Josef, Tiso e la questione ebraica  in Slovacchia. Prefazione di Antonello Biagini, Periferia, Cosenza 2002, 143 pp.; Nardini,  Tiso: una terza proposta, Ceseo  Liviana, Padova; Giannini, Monsignor Tiso, “Rivista  di Studi Politici Internazionali, Muolo, La visita. Il Papa a Budapest e Bratislava: “Mai più odio e chiusure, ma fraternità” “L'Avvenire”  12 settembre 2021 (https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-budapest). Una descrizione degli incotnri  del Pontefice è in Domenico Agasso, Slovacchia, il Papa al Memoriale dell’Olocausto incontra gli ebrei: con  la Shoah “qui disonorato il nome di Dio”,“La Stampa” lastampa. it/vaticaninsider/it/2021/ 09/13/ news/ slovacchia-il-papa-al-memoriale-dell-olocausto-incontra-gli-ebrei-con-lashoah-qui-disonorato-il-nome-di-dio- Intervento del premier Draghi nell’ambito dell’Interfaith Forum, osservatorioantisemitismo. it/articoli/intervento-del-premier- mario-draghi-nellambito-dellinterfaithforum] linee essenziali delle radici ideologiche e politiche della persecuzione, il suo svolgimento e  i suoi risultati per dare un contributo al rinnovarsi della memoria e per stimolare le dovute  riflessioni in un mondo in cui si continuano ad alimentare odii etnici e risentimenti”72. Il  programma così annunciato costituisce la cornice delle nove relazioni, pubblicate in volume  a metà del 2021 (a causa della pandemia, come già ricordato nel $ 1). Il curatore del volume, Piazza, professore di genetica a Torino),  è anche autore del saggio di apertura, in cui ripercorre le teorie razziali poste a fondamento  della legislazione fascista e le confuta sulla base delle teorie genetiche attuali, chiedendosi  infine. Perché lo stereotipo razziale è così difficile da estirpare. Gli altri saggi si occupano  del contesto in cui prese forma la legislazione razziale fascista, delle reazioni che essa suscitò  in generale, nella società italiana e nella Chiesa cattolica; nonché delle reazioni in specifici  ambienti: l'università, la magistratura, la comunità dei matematici, l’istruzione e l’avvocatura.   Fabio Levi, già professore di storia contemporanea all’Università di Torino, sintetizza la  transizione degli italiani da una posizione di indifferenza rispetto alla sorte degli ebrei a una  maggiore attenzione per la loro sorte: ma non sempre e ovunque. Questa transizione correva  parallela allo scoppio della guerra, all’aggravarsi del suo svolgimento in Grecia e in Russia,  ai bombardamenti alleati del 1942, all’arresto di Mussolini il 25 luglio 1943, all’armistizio  dell’8 settembre, alla fuga del re, alla nascita di una repubblica fascista asservita ai nazionalsocialisti. “Il trauma dell’armistizio aveva ridotto di molto la distanza residua fra ebrei e  non ebrei. Sia gli uni sia gli altri erano vittime della stessa guerra”: presi nella morsa della  persecuzione antiebraica e delle distruzioni belliche, “gli ebrei tentarono la sorte affidandosi  al mondo che avevano intorno” e “in queste condizioni si rese possibile un incontro inaspettato: quello con gli italiani non ebrei.   Due saggi riprecorrono la storia del razzismo prima della legislazione razziale. Massimo  Salvadori - dopo aver sottolineato che il razzismo moderno, a differenza di quello delle società antiche e di quello fondato sulle religioni, non offre “una via d’uscita dalla condizione  degli appartenenti alle razze inferiori o intrisecamente nemiche  traccia una sintetica storia del razzismo a partire dal Seicento, “il secolo definito della,rivoluzione scientifica”: Infatti scienziati, teologi e filosofi sostennero non soltanto la differenza, ma anche la  gerarchia delle razze e, con quest’ultima, anche il diritto della razza superiore a dominare  quella inferiore. Insomma, da Linneo a Gobineau è “agevole scorgere elementi che si possono  definire di proto-nazismo. Ma è con il Novecento (e con l’opera di Steward  Notizie sul convegno sono contenuti in vari siti (per esempio: https://\www.unito.it/eventi/le-leggirazziali-convegno-allaccademia-delle-scienze; i filmati dell’intero convegno sono in: accademiadellescienze.it/attivita/iniziative-culturali/le-leggi-razziali). Piazza (cur.), Le leggi razziali,Il Mulino, Bologna, Piazza, La scienza contemporanea e le ceneri del razzismo, in Piazza, Le leggi razziali del 1938, cit.,  p.- 24: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio. Levi, Le risposte della società italiana, in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio.   76 Massimo Salvadori, I/ razzismo prima di nazismo e fascismo, in Piazza, Le leggi razziali del 1938, cit., pp.119132: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio.] Chamberlain, “una sorta di bibbia del razzismo novecentesco” p. 35) che le teorie razziali  sanciscono l’assoluta superiorità degli ariani e l’insanabile contrasto con gli ebrei. In Chamberlain questi ultimi “subiscono una sorta di jelevazione’, in quanto sono visti quale l’altra  razza che [...] è la sola che possa contrastare il dominio dei teutoni nel mondo”; quindi “la via  allo sterminio degli ebrei e alla riduzione degli slavi e delle altre etnie considerate inferiori  era spianata dal programma formulato da Chamberlain” (p. 35). Hitler mise in pratica questo  piano “e nel 1938 il servile dittatore nostrano si mise al carro di quello tedesco col varare le  leggi razziali. Il saggio di Gentile, professore di diritto a Milano, considera nel suo insieme la legislazione antiebraica del fascismo  un fenomeno di rara complessità e descrive al suo interno quattro fasi, che analizza poi in dettaglio: “Un primo frangente è quello degli antefatti e della preparazione del  dispositivo discriminatorio, un secondo momento è costituito dalle norme vere e proprie, un  terzo dalle circolari amministrative — superamento delle norme —, un quarto e ultimo stadio  è quello in cui si travalicano le circolari stesse: la fase, buia oltre ogni dire, della Repubblica  sociale italiana” Viene descritta quindi “una paurosa gradazione ascendente” in cui si passa dalla “persecuzione dei diritti” alla “persecuzione delle vite. Ancora una volta  l’esperienza coloniale è additata come fonte della discriminazione razziale: “È proprio in  colonia che si adoperano, veicolano e immettono nel circuito, nel panorama e nel linguaggio  giuridico concetti e categorie nuove a cui si fa riferimento in fase di elaborazione della  normativa antiebraica. Anzi, il maggior portato dell’esperienza coloniale fu probabilmente la giuridicizzazione del concetto di razza. Di fronte al Manifesto della razza, la Chiesa cattolica espresse un cauto rifiuto attraverso posizioni non omogenee. Da un lato, Pio XI condannò il razzismo antisemita, ma, d’altro lato,  l’articolata gerarchia della Chiesa assunse atteggiamenti variamente sfumati: Francesco Traniello, già professore di storia a Torino, li riconduce alla “viva  preoccupazione che la politica dell'Asse, inaugurata da MUSSOLINI, stesse portando  a un’omologazione ideologica e fattuale del regime fascista a quello nazionalsocialista” col  suo razzismo paganeggiante del sangue e della terra, condannato sotto il profilo dottrinale  dall’enciclica papale Mit brennender Sorge Il punto cruciale era però  “l’interconnessione tra la questione ebraica e quel sistema di relazioni con il regime fascista  che, per quanto possibile, la Chiesa non intendeva mettere a repentaglio, sistema  sancito dal Concordato che aveva ulteriormente innalzato il livello del supporto  consensuale della Chiesa all'opera di Mussolini. Di conseguenza, “l’incidenza della linea negoziale adottata dalla Santa Sede sul complesso della legislazione antisemita fu [Gentile, Le premesse della campagna razziale dell’Italia fascista: profili politici e storico-giuridici, in  Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono  a questo saggio. Traniello, Le risposte della Chiesa cattolica alla legislazione e alla politica antisemita del regime  fascista, in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si  riferiscono a questo saggio.] nell’insieme molto limitata, riducendosi a qualche aggiustamento normativo ottenuto dai  contatti ufficiali e più spesso informali”: ad esempio, lo Stato non avrebbe considerato “concubinato, penalmente perseguibile, la fattispecie di matrimoni razzialmente misti celebrati  con rito cattolico” ovvero avrebbe considerato l’appartenenza “alla razza ‘non ebraica’ dei  figli di matrimoni misti nati dopo che fossero stati battezzati entro cinque  giorni dalla nascit.   Il mondo universitario italiano era stato colpito nel 1931 dall’obbligo dei docenti di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, cui pochi si erano sottratti7?. Ben più gravi erano  invece i vuoti che si aprivano con le leggi razziali80. Annalisa Capristo, bibliotecaria presso  il Centro di Studi Americani, raccoglie una nutrita schiera di testimonianze e sottolinea che  “per decenni l’Italia non ha fatto veramente i conti con il suo passato razzista e antisemita”  Una valutazione “è stata compiuta solo a partire dal 1988 ed è tuttora in corso e  “uno degli ambiti più studiati è quello accademico” per tre ragioni: la presenza ebraica vi  era rilevante; il regime fascista diede particolare enfasi a questo intervento; vi fu una forte  compromissione dei FILOSOFI e degli intellettuali non ebrei nella politica antisemita del fascismo.  Queste considerazioni vengono approfondite con documenti sugli atteggiamenti di GENTILE (si veda),  CROCE (si veda), EINAUDI (si veda), del quale vengono riportate annotazioni diaristiche con inveterati stereotipi antisemiti, seguite dall’“allineamento zelante dei matematici italiani e  dalla documentazione sugli archeologi (“una testimonianza raggelante). Opposta fu  la posizione dell’economista Attilio Cabiati (destituito per aver scritto al Ministro delle Finanze di ritenere “antigiuridica” la normativa razziale, p. 118) e del costituzionalista Ernesto  Orrei, di cui — per sbaglio!  venne pubblicato il libro in cui esprimeva il proprio sdegno per  l’epurazione dei docenti ebrei. La scuola e la biblioteca sono come le chiese dello stato  moderno. Non si respinge nessuno. Il tema dei matematici italiani espulsi è ripreso da Valabrega, professore di geometria a Torino, che si fonda soprattutto sulle informazioni avute da colleghi  più anziani, che hanno conosciuto direttamente — o attraverso testimonianze dirette i fatti, e ne hanno parlato con me in tante conversazioni. Ne risulta un contributo ricco di dati individuali, anche di matematici non ebrei. Fra i tanti nomi, vanno ricordati tre matematici non ebrei, ma “molto contrari alle leggi razziali: Tullio Viola a  Roma e, a Torino, Buzano e Tricomi. Quest’ultimo, “contrario al    Goetz, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista, La Nuova Italia, Firenze; e la recensione di L. in “Sociologia del diritto. L’elenco dei professori ebrei espulsi è in Ugo Caffaz, Discriminazione e persecuzione degli ebrei nell'Italia  fascista, Consiglio Regionale della Toscana, Firenze. Capristo, Le reazioni degli ambienti FILOSOFICI accademici italiani, in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio. Orrei, Intorno alla questione ebraica. Lineamenti di storia e di dottrina, s.n., Roma. Il  volume venne subito ritirato dalle autorità, ma è oggi presente in alcune biblioteche. Valabrega, La legislazione antiebraica: la comunità matematica italiana, in Piazza, Le leggi  razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo  saggio.] fascismo da sempre, addirittura si convertì, pur non essendo religioso, alla religione valdese,  perseguitata dal fascismo. In Val Pellice [una delle “valli valdesi” del Piemonte] si rifugiò, partecipando per un breve periodo alla lotta partigiana.  L’impatto delle leggi razziali sull’università che si è già visto nell’analisi di Annalisa  Capristo viene ripreso daVidari, professore  di storia del diritto medievale a Torino, che ricorda come Torino abbia “espulso con zelo amministrativo 58 persone: a ricordo ed espiazione  l'Ateneo da poco ne ha tracciato con un’apposita, efficace e dettagliata mostra nel palazzo  del Rettorato tutte le vicende personali e scientifiche, connesse con la propaganda razzista Le autorità accademiche del tempo si limitarono a dare scarne notizie su quegli  allontanamenti: solo all'Accademia di medicina di Torino il presidente Luigi Bobbio (padre  di Norberto) “ha dato la notizia della decadenza, ma con un’espressione di stima e di ringraziamento per i soci allontanati: si tratta di un accenno gentile, non frequente, ripetuto in  Italia in qualche altra rara occasione.   L’esame di altri gruppi professionali conferma un’immagine di sostanziale acquiescenza  al regime. L’analisi del comportamento della magistratura italiana di fronte alle leggi razziali  può essere approfondito partendo dalla bibliografia pubblicata da Giuseppe Speciale nel suo  volume del 2007 e aggiornata in un suo successivo articolo8S. Inoltre è particolarmente viva la  testimonianza di chi, all’epoca delle leggi razziali, fu un giovane magistrato di prima nomina:  Alessandro Galante Garrone, eminente figura dell’antifascismo, che esamina con equilibrio  la situazione della magistratura negli anni della dittatura — e i suoi cedimenti: “Episodi più  che altro penosi, patologici. Diciamo ancora che questa magistratura scorata e avvilita ebbe,  proprio sotto la repubblica di Salò e il tallone tedesco, qualche sussulto di fierezza, come il  non prestare giuramento e qualche energica protesta collettiva, in varie regioni italiane. Ma  nel complesso, di fronte alle leggi razziali del 1938, essa ebbe, più che tutto, imbarazzo e disagio di coscienza: scantonò e tacque. Tutto sommato, penombre, e qualche ombra più o meno  densa, e qualche debole luce,   Sulla magistratura durante l’epoca fascista è opportuno limitarci a questi accenni, e ritornare al volume dell’Accademia delle Scienze torinese. In esso Guido Neppi Modona, già pro-[Vidari, La legislazione antiebraica, con la sua applicazione in Piemonte nel  campo dell'istruzione e dell’avvocatura, in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni  tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio.   85 Giuseppe Speciale, Giudici e razza nell'Italia fascista, Giappichelli, Torino, La giustizia  della razza. I tribunali e l'art. 26 del r.d., in Lacchè, Il diritto del Duce.  Giustizia e repressione nell’Italia fascista, Donzelli, Roma; l'aggiornamento bibliografico. Inoltre: Speciale, Le leggi antiebraiche nell’ordinamento italiano. Razza, diritto,  esperienze, Pàtron, Bologna, Vedi anche: Ernesto De Cristofaro, Una figura paradossale della  legge: il diritto razzista, Speciale, Giudici e razza negli anni della discriminazione: voci  dalle sentenze; in Ruggieri, Io sono l’altro degli altri: l’ebraismo e il  destino dell’Occidente, Firenze, Giunti, Garrone, Amalek, il dovere della memoria, cit.; in particolare, il capitolo La memoria dell’offesa,  che contiene A quarant'anni dalle leggi antiebraiche, e Cinquant’anni dopo: ricordi e rilessioni di un giudice] fessore di diritto e procedura penale nell'Università di Torino, ricorda che, all’entrata in vigore delle leggi razziali, il ministero della giustizia chiese che i singoli magistrati dichiarassero  di non appartenere alla “razza ebraica”. Magistrati vennero  dispensati d’ufficio, mentre quattro chiesero di essere messi a riposo: “non risulta che alcuno  dei magistrati in servizio abbia preso in qualche modo le distanze dall’espulsione. È “l’immensa palude abitata da figure silenti” evocata da Saverio Gentile88.   Molti però non rimasero silenti, ma anzi parteciparono attivamente alle riviste razziste del  regime: “La difesa della razza” “La nobiltà della stirpe” e, in particolare, “Il diritto razzista”  Neppi Modona elenca pagine di nomi e funzioni, e constata — con un elenco di casi esemplari — che a guerra finita nessuno è stato condannato. Non poteva mancare la carriera Gaetano  Azzariti, presidente del Tribunale della razza, poi nel dopoguerra “Ministro della Giustizia  nel primo Governo Badoglio, consulente giuridico del guardasigilli Togliatti, infine presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche. In pensione è nominato dal presidente Gronchi giudice della Corte costituzionale, di  cui diviene presidente eletto dai suoi colleghi della Corte sino all’anno della  morte. Al Tribunale della razza appartenevano anche Antonio Manca e Giuseppe  Lampis, anch’essi divenuti giudici costituzionali nel dopoguerra. Ecco la loro (vittoriosa)  difesa: il Tribunale della razza era “una commissione tecnico-giuridica, composta in prevalenza di magistrati, che consentiva di far dichiarare ariane persone che agli atti dello stato  civile risultavano ebree. Parecchie famiglie israelite furono così sottratte ai rigori della legge”  (p. 145)82. Infine, Oggioni passa dal tribunale di cassazione della RSI alla Corte costituzionale dell’Italia postbellica: nominato da parte del Presidente della repubblica  Giuseppe Saragat, fu vice-presidente di quella Corte. Non mancarono però magistrati con la “spina dorsale” come Peretti Griva?0 (una cui sentenza su questioni razziali provocò circolari di rimbrotto perché in contrasto con la posizione  del Ministero degli interni) e altri ancora di cui Neppi Modona rende conto. In questa indagine egli ha esaminato “una fonte inedita, i verbali delle adunanze del Consiglio giudiziario  del distretto di corte d’appello di Torino nel decennio dal 1937 al 1946” sulla valutazione dei  magistrati. Su quelle “centinaia di pareri i riferimenti alla razza sono episodici e casuali, in  tutto solo quattro; da essi “non risulta che alcuno abbia manifestato un sia pur Modona, La magistratura e le leggi raziali 1938-1943, in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio.   88 Saverio Gentile, La legalità del male. L'offensiva mussoliniana contro gli ebrei nella prospettiva storico-giuridica, Giappichelli, Torino, Ulteriori notizie in Boni, Azzariti: dal Tribunale della razza alla Corte costituzionale, “Contemporanea academia. edu Azzariti_  dal_ tribunale_della razza alla corte costituzionale). Una precisa descrizione della sua carriera è in  Antonella Meniconi, La magistratura e la politica della giustizia durante il fascismo attraverso le strutture del  ministero della giustizia, in Luigi Lacchè (ed.), I/ diritto del Duce, Campobello (a cura di), Una spina dorsale. Domenico Riccardo Peretti Griva: magistrato, antifascista, fotografo, Edizioni SEB, Torino, Garrone, Peretti Griva: una spina  dorsale, “Nuova Antologia] timido dissenso o riserva nei confronti della politica razziale del regime o, al contrario, abbia  manifestato adesione a tale politica” (p. 154). Se ne può concludere che “l’alta e la bassa magistratura si sono trovate accomunate nel medesimo processo di rimozione della legislazione  e della politica razzista del fascismo”; di conseguenza, “quali che siano stati i motivi della  rimozione, la realtà è che i conti con il passato filo-razzista della magistratura italiana sono  ancora tutti da fare. Nei tribunali operavano anche numerosi avvocati e procuratori, fra i quali l’epurazione  venne realizzata con la legge. La situazione del Piemonte è stata  descritta sulla base di documenti inediti: “Obiettivo della legge fascista era la cancellazione  dei professionisti ebrei dai rispettivi albi”; però veniva istituito un “albo aggiunto” per includervi “gli ebrei ‘discriminati’ per particolari meriti nazionali (cioè ARIANIZZATI, come si è visto): “nell’albo torinese dopo i avvocati ARIANI sono aggiunti in calce l’ebrei  discriminati, e quindi riparificati agl’ARIANI. Salvadori concludeva il convegno torinese con una constatazione non basta accrescere la conoscenza: occorre coltivare la memoria” e con un quesito che si  dovrebbe sempre tener presente: sarebbe necessario che “chi ha la fortuna di vivere in tempi  migliori di quelli che abbiamo evocato e di cui abbiamo qui scritto non ceda ai facili eccessi  di moralismo nei confronti di coloro che piegarono la schiena per salvaguardare se stessi e  che domandi con sincerità a se stesso: ‘To che cosa avrei fatto, avrei superato la prova? Una guida: i ricordi di Segre    Gli astratti furori delle norme antiebraiche si sono tradotti nelle concrete softerenze di milioni di individui, quando non nella loro morte spesso atroce. A partire dal dopoguerra molte  persone hanno descritto la loro propria tragedia, affinché non si dimenticasse l’orrore che  avevano vissuto, nella convinzione che il tramandarne la memoria avrebbe (forse) impedito  il ripetersi di tragedie analoghe.   Nel settembre del 1938 Liliana Segre era una bambina milanese otto anni, espulsa dalla  scuola perché ebrea. A 13 anni venne deportata ad Auschwitz, dove morirono suo padre  ed entrambi i nonni paterni. Sopravvissuta al campo di concentramento e tornata in Italia,  rimase in silenzio per anni, poi condivise i suoi ricordi con migliaia di giovani, che incontrò  durante trent'anni di costante impegno nelle scuole di tutt'Italia. Proprio nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziste, già ricordato più volte — Segre  venne nominata senatrice a vita. A novant’anni incontra i giovani di una  comunità di Arezzo per quella che lei stessa definì la sua “ultima testimonianza pubblica Per un quadro generale: Neppi Modona, La magistratura dalla liberazione agli anni Cinquanta, in Storia  dell’Italia repubblicana, vol. III/2, Einaudi, Torino, Salvadori, Conclusioni, in Piazza, Le leggi razziali] inclusa in un volume insieme con altri documenti?3. Questa testimonianza è ora  affidata alla lettura di ciascuno di noi e va meditata nel silenzio delle nostre coscienze.   Le testimonianze individuali si sono moltiplicate nel corso degli anni, anche sotto la pressione delle rinascenti simpatie per gli autoritarismi tanto attuali quanto passati (qui evocate  nel $ 3). La testimonianza di Segre è accompagnata da un elenco selettivo di Libri di  altri sopravvissuti. Però la memorialistica su quegli anni è più estesa: è già stato citato il libro di Giorgio Del Vecchio; altri ancora affiorano  ripensando anche alle persone che abbiamo conosciuto?4; e indelebile è il ricordo della mia  insegnante al Liceo Galvani di Bologna, Sandra Basilea, che ci leggeva in veneziano Giacinto  Gallina e che ci commosse con il suo libro Sez viva Anne?: “Io li amo i miei ragazzi.  E ne ho sempre tanti. Ragazzi e ragazze” Parlava a noi (“non c'è nulla di più bello che due  occhi di adolescente che ascoltano un argomento più grande di noi”) rivolgendosi ad Anna  Frank, e si presentava così: “Chi sono? Sono una superstite di quell’orribile marasma. Sono  viva. Scampata per miracolo. Vivo ancora. Sono passati ormai più di dieci anni da quel lontano 1945. Ma vi sono anni della vita che non si dimenticano più. Incidono nel sangue”95,   Per Sandra Basilea, l’uscire in un giorno di primavera dalla stanza dove era rimasta nascosta per 550 giorni è un ricordo imperituro, ma — guardandosi intorno nel fervore del dopoguerra — si chiede. Non sono troppi gli immemori?”; e conclude sulla salutare inevitabilità  dell’oblìo: “Tutti forse dimentichiamo. Forse è destino che sia così. Dobbiamo anche dimenticare. Dimenticare i dolori per riprendersi, i rancori per perdonare, la vita passata per quella  futura che si evolve e procede instancabilmente.   Se Basilea si sofferma sull’oblio individuale, vedremo come Ernest Renan lo estenda alla vita di un’intera nazione, quando essa esce da una catastrofe fortemente divisiva. La curatrice del volume di Segre, Rastelli, ha arricchito il volume di interessanti Approfondimenti: una Nota biografica su Liliana Segre, una Cronologia che  ripercorre con chiarezza gli eventi storico-politici  e, infine,  delle Proposte di lettura e documenti sulla Shoah italiana, che comprendono la  bibliografia dei Libri di Liliana Segre, i Libri di altri sopravvissuti (ricordati poco sopra) e una  selezione di volumi suddivisi per argomento. Segre, Ho scelto la vita. La mia ultima testimonianza pubblica sulla Shoa. Prefazione di Ferruccio de  Bortoli. A cura di Alessia Rastelli, Solferino, Milano Per esempio, Ottolenghi, Per un pezzo di patria. La mia vita negli anni del fascismo e delle leggi  razziali, Blu Edizioni, Torino.; Ottolenghi, Ricordi di un “gagno” di “Giustizia e libertà”, “Micromega” (avvocato, figlio dell’internazionalista Giuseppe Ottolenghi  dell’Università di Torino). “Gagno” significa bambino o ragazzo in piemontese. Basilea, Sei viva Anne?, Cappelli, Bologna. Su  Basilea: Corsi, La persecuzione narrata, in Grasselli, Stranzeri in patria: gli ebrei  bolognesi dalle leggi antiebraiche, Pendragon, Bologna; in questo  volume sono analizzati anche altri testi memorialistici di ebrei scampato] Forse i più giovani non hanno presente il convulso sovrapporsi di eventi; però è necessario ripercorrerli a grandi linee — seguendo la Cronologia di Alessia Rastelli sopra ricordata — per rendersi conto dell’intersecarsi e del sovrapporsi di eventi spesso in  reciproco contrasto, perché riflessi d’una realtà frammentata e contraddittoria.  Gli anglo-americani sbarcano in Sicilia; il Gran Consiglio  del Fascismo depone Mussolini e il Re e Imperatore Vittorio Emanuele III lo fa arrestare; il governo firma l’armistizio con gli alleati e fugge da Roma; i tedeschi occupano l’Italia centro-settentrionale e inell’Italia del Nord nasce la REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA. Essa è guidata dal Partito Fascista Repubblicano, il cui programma è  contenuto nel Manifesto di Verona, in cui si legge. Gli appartenenti alla razza ebraica sono  stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica. In stretta collaborazione con i nazisti inizia così la deportazione degl’ebrei italiani. A simbolo di questo  nuovo corso assurge la deportazione in Germania, di oltre  mille ebrei romani, dei quali soltanto sedici sopravvissero. Da Milano partono i treni per Auschwitz che deportano anche Levi e  Segre. Si intensifica la lotta partigiana e viene costituito il governo di unità  nazionale presieduto da Badoglio; gli alleati liberano Roma e sbarcano in Normandia. L’Italia è divisa in due, con l’esercito della RSI che, a fianco dei tedeschi, combatte contro gli angloamericani che risalgono la penisola, affiancati dall’esercito  regio di Badoglio; una parte dei militari fascisti si sbanda (“Tutti a casa” è appunto il titolo del  celebre film di Comencini su quei giorni); altri passano alla lotta partigiana;  altri entrano nell’esercito di Salò. Ma molti rifiutano di servire sia nella RSI sia sotto i tedeschi e vengono internati in Germania. È la tacita resistenza degl’Internati Militari  Italiani, non meno eroica della resistenza armata. L’esercito sovietico libera Auschwitz; il Comitato di  Liberazione Nazionale ordina l’insurrezione generale contro i nazi-fascisti: è la data della  Liberazione oggi festa nazionale; si suicida Hitler e la Germania si  arrende; gli americani sganciano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki  e il Giappone si arrende. La Seconda Guerra Mondiale è finita. Iniziano i processi di Norimberga contro i criminali nazionalsocialisti e inizia il processo di Tokyo contro i militaristi giapponesi, mentre per l’Italia si registra una mancata Norimberga.   Accanto a questa “grande storia” dell’Italia scorre la “piccola storia” quotidiana degli italiani: bombardamenti, sfollamenti, tessere annonarie, rappresaglie dei nazisti e dei “repubblichini” azioni anche arbitrarie dei partigiani, mentre la lotta per i grandi ideali (dell’una  e dell’altra parte) si interseca con meschine e violente rivalse politiche e vendette personali.    27 Michele Battini, La mancata Norimberga italiana, Laterza, Bari-Roma 2003, XII-189 pp.; Filippo Focardi,  Criminali a piede libero: la mancata “Norimberga italiana”, in Giovanni Contini - Filippo Focardi —- Marta  Petricioli (a cura di), Memoria e rimozione: i crimini di guerra del Giappone e dell’Italia, Viella, Roma Atti del Convegno tenuto a Firenze nel 2007); Guido Caldiron, La mancata Norimberga  italiana, in Ora e sempre Resistenza, “Micromega. L’ITALIA DIVIENE UNA REPUBBLICA PARLAMENTARE, ricostruisce un suo apparato  statale che — oltre a garantire il funzionamento della nazione - deve anche punire i reati commessi nel convulso triennio appena trascorso. In particolare, deve punire i reati commessi dai  fascisti, e deve farlo nell’ambito della nuova legalità repubblicana, i cui tribunali sono però  ancora in maggioranza retti da magistrati con un passato di acquiescenza al fascismo. L’Italia esce da una guerra mondiale, ma anche da una guerra civile, lasciandosi alle spalle  un’epoca nella quale le istituzioni monarchiche e fasciste hanno goduto di un largo appoggio popolare. Un quesito ineludibile si pone alle nuove istituzioni repubblicane: devono  assumersi l’onere di reprimere i reati fascisti, come ad esempio i reati connessi alle leggi antiebraiche? Fiat justitia et pereat mundus? La nuova repubblica preferì la via della pace sociale  e della conciliazione, che però è anche la via dell’impunità: l’“amnistia Togliatti” si  colloca in quest’Italia dilaniata dal passato, divisa sul presente ma fiduciosa nel futuro. Tra giusta punizione e pace sociale: “l’amnistia Togliatti. Dopo i tormentati giorni successivi all’armistizio e la conclusione delle  attività militari sul territorio italiano, nel tentativo di salvare la monarchia Vittorio Emanuele  II abdicò il 9 maggio 1946 a favore del figlio Umberto II, che era stato Luogotenente Generale del REGNO D’ITALIA: è sua la firma sui decreti luogotenenziali esaminati  tra poco. Il referendum istituzionale trasformò l’Italia in repubblica e quindi  UMBERTO II - il “re di maggio” — DOVE PARTIRE PER L’ESILIO. Nel contempo, sotto la guida di Alcide De Gasperi, veniva formato il primo governo repubblicano, il cui ministro della giustizia era Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano: un inevitabile riconoscimento della rilevanza avuta dai comunisti nella lotta di  Liberazione, destinato però a non avere seguito. Togliatti fu vice-primo ministro nel 1944-45  e Ministro di Grazia e Giustizia: in quest’ultima veste varò l’amnistia che prese  il suo nome e che verrà qui brevemente esaminata, avendo come testo di riferimento una  recente analisi soprattutto tecnico-giuridica, cioè penalistica, di quest’amnistia?8.   Il suo autore, Paolo Caroli, sintetizza così la sua opera: “Nel primo capitolo si offre una  ricostruzione del contesto storico-giuridico della transizione italiana, sia con riferimento ai  delitti fascisti che a quelli commessi dai militari italiani all’estero, ai delitti della Resistenza e  a quelli dei militari tedeschi. Il secondo capitolo si concentra sull’amnistia Togliatti, analizzan- [Caroli, I/ potere di non puntre. Uno studio sull’amnistia Togliatti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Fonti e Studi per il Diritto Penale, collana diretta da Sergio Vinciguerra e Gabriele  Fornasari, n. 2); le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio. Cfr. in particolare: il grande ripiegamento”: dalla pena alla clemenza; 2.7. L’esercizio del potere di clemenza: l’amnistia  Togliatti; 2.8. Gli interventi di clemenza successivi (1946-1966), pp. 48-57, e due capitoli di analisi dell’amnistia Togliatti, pp. 101-211; importante la Brbliografia] do i delitti a cui si applica ed evidenziando lo iato tra /aw in the books e law in action. Il  terzo capitolo sottopone il provvedimento di amnistia a un sindacato critico, ricorrendo a un  duplice parametro: da un lato i criteri offerti dalla dottrina penalistica, dall’altro quelli della  giustizia di transizione e del diritto penale internazionale. Il quarto capitolo allarga lo sguardo alla transizione nel suo insieme, comparando l’esperienza italiana con quella spagnola e  sudafricana” ma affrontando anche un problema italiano recente, cioè confrontando l’esperienza postbellica “con ciò che avvenne nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica,  in quella stagione nominata Tangentopoli”9, iniziata nel 1992. Nel quinto capitolo, infine “si  sviluppano considerazioni più generali sulla clemenza collettiva e sulla non punibilità” nell’Italia di oggi. Nella fase postbellica di transizione anche istituzionale vennero  emanati anzitutto due decreti luogotenenziali per il perseguimento penale dei reati commessi sotto il fascismo: uno sulla Purzizione dei delitti e degli illeciti del fascismo, l’altro sulle  Sanzioni contro il fascismo! Quest'ultimo — che può essere considerato “la Magna Charta  della giustizia transizionale italiana — istituisce l’Alto Commissariato per le Sanzioni  contro il Fascismo e individua le fattispecie penali che saranno giudicate dalle Corti Straordinarie d'Assise (CAS), poi Sezioni speciali delle Corti d’Assise:  Sono abrogate tutte le disposizioni penali emanate a tutela delle istituzioni e degli organi politici creati dal fascismo.  Le sentenze già pronunciate in base a tali disposizioni sono annullate. I membri del governo fascista, e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver annullate le garanzie  costituzionali, estinte le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del  Paese condotto alla attuale catastrofe, sono puniti con l’ergastolo e, nei casi di più grave responsabilità,  con la morte.   Essi saranno giudicati da un’Alta Corte di giustizia composta di un presidente e di otto membri,  nominati dal Consiglio dei Ministri fra alti magistrati, in servizio o a riposo, e fra altre personalità di  rettitudine intemerata.    Art. 3. Coloro che hanno organizzato squadre fasciste, le quali hanno compiuto atti di violenza o di  devastazione, e coloro che hanno promosso o diretto l’insurrezione sono puniti  secondo l’art. 120 del Codice penale. Rilevanti i due paragrafi sulla “transizione degli anni ’90”: “Il diritto penale per uscire dalla guerra e il  diritto penale per uscire da Targentopoli: a. Un elemento di differenza fra le due transizioni: sulla maggiore responsabilità del legislatore; 6. Un elemento di analogia e continuità: l’abdicazione del  legislatore e la responsabilità lasciata alla magistratura. Rispettivamente: Decreto Legislativo Luogotenenziale, Punizione dei delitti e  degli illeciti del fascismo; Decreto Legislativo Luogotenenziale, Sanzioni contro il  fascismo (“Gazzetta Ufficiale” serie speciale). Sull’insieme delle norme di quei giorni:  Massimo Donini, La gestione penale del passaggio dal fascismo alla Repubblica in Italia,“Materiali per una  storia della cultura giuridica”; Nello Martellucci, Le sanzioni contro il fascismo ed il Priulla, Palermo. L’articolo del codice penale italiano citato nel titolo ha il seguente  contenuto: “False dichiarazioni sulla identità 0 su qualità personali proprie o di altri.Chiunque, fuori dei casi  indicati negli articoli precedenti, interrogato sulla identità, sullo stato o su altre qualità della propria o  dell’altrui persona, fa mendaci dichiarazioni a un pubblico ufficiale o a persona incaricata di un pubblico  servizio, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Coloro che hanno promosso o diretto il colpo di Stato e coloro che hanno  in seguito contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista sono puniti secondo  il Codice stesso. Chiunque ha commesso altri delitti per motivi fascisti o valendosi della situazione politica  creata dal fascismo è punito secondo le leggi del tempo. I delitti preveduti dall’articolo precedente sono giudicati, a seconda della rispettiva competenza,  dalle Corti d’assise, dai Tribunali e dai Pretori. Le Corti d’assise sono costituite dai due magistrati, previsti dal Testo unico delle disposizioni legislative sull’ordinamento delle Corti di assise, e da cinque giudici popolari estratti a sorte da appositi  elenchi di cittadini di condotta morale e politica illibata.    Seguono poi le pene, delle quali vengono qui di seguito presentati soltanto alcuni esempi,  che richiedono però una spiegazione preliminare. Il lettore di questo testo (e di altri ad esso  successivi, qui non riportati) può constatare come, nell’indicare i fatti soggetti a punizione,  vengano usati termini così vaghi, da lasciare largo spazio all’interpretazione del giudice nello  stabilire il livello di gravità del comportamento, o addirittura l’esistenza del reato, e quindi  nel decidere se la pena vada comminata, e in che misura, oppure no. Questa vaghezza terminologica può avere due cause. Una deriva dalla natura politica o fattuale del comportamento punito, il quale non è quantificabile o comunque delimitabile con  precisione. Chi vive in un Stato totalitario, e per di più occupato da un esercito nemico, nella  propria attività professionale inevitabilmente “collabora” con il nemico: a partire da quale  momento questa inevitabile “collaborazione” diviene colpevole “collaborazionismo In  base all’art. 3 appena citato, come distinguere gli “atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista” dagli atti irrilevanti a questo fine? L'altra causa della genericità terminologica  deriva dall’arrière pensée attribuibile al legislatore, che pratica una politica giuridica simbolica, anche se in apparenza dura: il legislatore compie il bel gesto di punire con severità certi  comportamenti, sapendo che quella severità verrà attenuata (e anche molto) perché l’applicazione di quelle norme è affidata a una magistratura che ha ancora le sue radici nell’epoca  fascista, come si vedrà tra poco.  Ecco ora il testo di alcune norme, da considerare tenendo conto delle osservazioni sin qui  svolte sulla loro terminologia:   Art. Chi, per motivi fascisti o avvalendosi della situazione politica creata dal fascismo, abbia com piuto fatti di particolare gravità che, pur non integrando gli estremi di reato, siano contrari a norme di    rettitudine o di probità politica, è soggetto alla interdizione temporanea dai pubblici uffici ovvero alla  privazione dei diritti politici per una durata non superiore a dieci anni.  Senza pregiudizio dell’azione penale, i beni dei cittadini i quali hanno tradito la patria ponendosi politicamente ed attivamente al servizio degli invasori tedeschi sono confiscati a vantaggio dello  Stato. Sono dispensati dal servizio [cioè epurati]: 1) coloro che, specialmente in alti gradi, col partecipare attivamente alla vita politica del fascismo o con manifestazioni ripetute di apologia fascista, Vassalli — Sabatini, Il collaborazionismo e l’amnistia politica nella giurisprudenza della  Corte di Cassazione. Diritto materiale, diritto processuale, testi legislativi, La giustizia penale, Roma  (analizza le sentenze] si sono mostrati indegni di servire lo Stato; 2) coloro che, anche nei gradi minori, hanno conseguito  nomine od avanzamenti per il favore del partito o dei gerarchi fascisti.    Mentre sono dispensate (cioè epurate) altre figure legate al partito fascista e alla sua attività, in altri casi sono previste forme (altrettanto vaghe) di diritto premiale, come  ad esempio nell’art. “Chi, dopo, si è distinto nella lotta contro i tedeschi, può essere esente dalla dispensa e da ogni misura disciplinare” Segue poi l’“Avocazione  dei profitti di regime, cioè la confisca dell’arricchimento individuale realizzato  sfruttando le opportunità offerte dal regime fascista:  Gli incrementi patrimoniali conseguiti dopo, da chi ha rivestito cariche  pubbliche o comunque svolta attività politica, come fascista, si presumono profitti di regime, a meno  che gli interessati dimostrino che gli arricchimenti hanno avuto lecita provenienza. Ciò vale anche se  i beni abbiano cessato di appartenere alla stessa persona.  Infine, una norma nella cui formulazione “la responsabilità del legislatore è più evidente” —, P 5 P  osserva il penalista Caroli — punisce “le sevizie particolarmente efferate” all’art. 3 del  decreto dell’“Amnistia Togliatti che è opportuno vedere per intero: Amnistia per altri delitti politici. È concessa amnistia per i delitti di cui agli articoli 3 e 5 del  decreto legislativo luogotenenziale ed all’art. 1 del decreto legislativo luogotenenziale, e per i reati ad essi connessi a’ sensi dell’art. 45, n. 2, Codice procedura  penale, salvo che siano stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di strage, sevizze particolarmente efferate,  omicidio o saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro!02,    Il termine ‘sevizie’ (si noti il plurale) “presuppone un livello estremo di disumanità. Esso  non dovrebbe perciò tollerare l’apposizione di aggettivi che ne qualifichino l’intensità. Le  sevizie, in quanto tali, dovrebbero essere già di per sé al livello massimo di gravità. Tuttavia  il legislatore rende il termine ancora più selettivo, affiancandovi un avverbio ed un aggettivo e richiede, affinché tali sevizie abbiano efficacia ostativa [cioè impediscano l’applicazione dell’amnistia], che esse siano ‘particolarmente efferate Il risultato pratico di  questa scelta terminologica fu che le ‘sevizie’ senz’altra qualificazione e le ‘sevizie efferate’  vennero amnistiate dai tribunali, con sentenze che sono “addirittura ripugnanti all’umana  coscienza Per la Corte di Cassazione, la sevizia particolarmente efferata è “soltanto quella  che, per la sua atrocità, fa orrore a coloro stessi che dalle torture non siano alieni” (Cassazione,  Camerino). Con un’aberrante interpretazione di questo tipo, nota un commentatore, “giudice dell’efferatezza diventava la sensibilità dello stesso seviziatore Il progressivo svuotamento delle sanzioni avvenne con varie norme e circolari interpretative, nonché “con l’entrata in vigore della Costituzione” perché “l’art. consente anche ai Testo integrale dell’“Amnistia Togliatti”. Decreto Presidenziale, Amnistia e indulto  per reati comuni, politici e militari, “Gazzetta Ufficiale” Serie Generale  gazzettaufficiale.it/eli/id/ Garrone, Guerra di liberazione (dalle galere), “Il Ponte” La citazione è tratta da Massimo Donini, La gestione penale del passaggio dal fascismo alla Repubblica in  Italia,“Materiali per una storia della cultura giuridica] condannati in via definitiva di presentare ricorso al fine di ottenere l’amnistia. Ciò di fatto  annulla gli effetti di gran parte del lavoro dell’Alta Corte di giustizia. Infine, il perseguimento penale “dei crimini fascisti in Italia conosce un punto d’arresto con l’amnistia, qualificata dagli storici come ‘colpo di spugna’, una combinazione di ‘amnesia e  amnistia.   Una precisa esegesi del testo dell’“Amnistia Togliatti” e il dibattito sulle sue numerose  manchevolezze va lasciato ai penalisti. Proprio le indeterminatezze testuali favorirono “un  vero e proprio attivismo della magistratura” segnata — come si è visto — dalla forte impronta  ricevuta nell’epoca fascista: “Dall’inizio del secolo al fascismo, il sistema si basava su una sorta  di ‘dialogo’ fra aperture sociali da parte del legislatore ed applicazione in senso restrittivo da  parte di una magistratura conservatrice, che faceva massimo uso degli spazi di discrezionali  tà consentita” In altre parole: “La logica del bastone e della carota nei confronti delle classi  subalterne e dei movimenti politici di opposizione vede dunque, in un evidente gioco delle  parti, il legislatore offrire la carota e la magistratura brandire il bastone a difesa della conservazione. L'applicazione dell’amnistia in Italia si reggeva proprio su questo gioco delle parti  fra legislatore e magistratura. Tenendo presente questa situazione conviene ora ritornare per soffermarsi brevemente sul contenuto dell’“amnistia Togliatti”105. Un suo chiaro commentario è la relazione  con cui Togliatti stesso accompagnò il provvedimento, presentandolo come “un provvedimento generale di clemenza. L’amnistia riguarda i delitti comuni puniti con una  pena detentiva inferiore ai 5 anni e commessi entro, nonché “i delitti  politici commessi dopo la liberazione” (art. 2): però non veniva definito che cosa si intendesse  per delitto politico. Altri articoli introducevano importanti forme di indulto fuori dai casi  di amnistia: la pena di morte era commutata in ergastolo; l’ergastolo in reclusione per 30  anni; le pene detentive superiori a 5 anni erano ridotte di un terzo; quelle inferiori a 5 anni  venivano condonate. L’“amnistia Togliatti” provocò la scarcerazione immediata di molti fascisti e venne criticata non solo dai movimenti partigiani, ma anche all’interno del Partito Comunista Italiano:  infatti vennero scarcerati i fascisti, ma non i partigiani arrestati prima e durante la Liberazione. Tipica è la posizione dell’esponente del Partito d’Azione Berlinguer,  senatore socialista (e padre di Enrico, futuro segretario generale del PCI). Quindi poco prima dell““Amnistia Togliatti“ aveva presentato alla Camera  un provvedimento di “larga amnistia e di condono” infatti egli si dichiarava favorevole a un  provvedimento di amnistia che riguardasse tanto i reati politici quanto anche quelli comuni,  adducendo due ragioni a favore di questa sua proposta: il mutamento della coscienza giuridica dopo il ’44 rispetto ai reati comuni e l‘esigenza di ridurre i processi arretrati che erano  andati accumulandosi!0, Di fronte all’“amnistia Togliatti” ne valuta il pro e il contro: da un  [ Bracci, Come nacque l’amnistia, “Il Ponte, ; in generale: Romano Canosa, Storza  dell’epurazione in Italia. Le sanzioni contro il fascismo, Baldini e Castoldi, Milano, Mario Berlinguer, Lineamenti della prossima amnistia, “La Giustizia Penale] lato, la ritiene pericolosa perché “dimentica le vittime per perdonare i persecutori”!07; ma,  dall’altro lato, dà “atto al governo di questo gesto saggio e patriottico, segno di generosità, di  forza e di fiducia nell’Italia che si rinnova,   Nell’immediato dopoguerra, inoltre, bisognava tenere presente la collocazione politica  tanto del governo quanto della magistratura: quest’ultima “è ora chiamata a giudicare membri del passato regime, i quali rappresentano comunque la conservazione, a fronte di  un nuovo governo che di fatto è un governo rivoluzionario. Esso era inoltre composto  da partiti come il PCI, sino a poco prima bandito come illegale e bollato come sovversivo  del concetto stesso di ordine costituito. L'atteggiamento della magistratura non rappresenta  quindi un intervento improvviso e imprevedibile, ma un’evoluzione coerente e perfettamente prevedibile. All’interno società italiana del dopoguerra si intrecciavano ancora “moti di violenza, minacce neofasciste, ritorno di partigiani alla macchia, omicidi eccellenti e omicidi di classe, mentre nel contesto internazionale l’Unione Sovietica, da alleata delle democrazie  occidentali nella ‘guerra calda’, si era trasformata nella loro nemica nella ‘guerra fredda”.  All’interno dell’Italia veniva quindi meno quella solidarietà tra i partiti antifascisti di destra  e di sinistra che aveva caratterizzato la Resistenza, mentre all’esterno appariva chiaro che gli  Stati Uniti non potevano accettare che nel governo italiano fosse presente il maggior partito  comunista dell'Occidente. Di conseguenza, il PCI venne escluso dal governo De  Gasperi: resterà fuori dall’area governativa sino alla sua dissoluzione,    Il grave attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948 può essere preso a simbolo delle tensioni sociali e politiche dell’immediato dopoguerra!!0; un simbolo con una doppia valenza.   Da un lato, l’attentato porta alla luce in forma estrema gli atteggiamenti fortemente ostili ancora presenti in tutto il Paese: “Operai e contadini in piazza, sciopero generale prima  spontaneo poi ufficiale, l’urlo della folla in marcia, le fabbriche occupate, le sedi cattoliche  devastate, le camionette della Celere in azione, i comizi del Pci, i primi colpi, le prime violenze. Compaiono i mitra: i dimostranti sparano, i celerini rispondono,  si contano i primi morti. Togliatti ha invitato alla calma, ma l’Italia è un vulcano. Genova,  Firenze, Torino e Venezia sono in rivolta. Il Governo mette in campo l’esercito. Sono le ore  più drammatiche della breve storia repubblicana. Siamo nell’anticamera della guerra civile”;  Berlinguer, L’ammnistia è pericolosa. Dimentica le vittime per perdonare i persecutori, “Non Mollare”. Contrario all’amnistia anche A. Battaglia, A proposito dell’amnistia. Una cattiva legge  ed una indebita circolare, “Rivista Penale” Berlinguer, Incongruenza e iniquità dell’amnistia, “La Giustizia Penale” Il Congresso del PCI decise di mutare nome in Partito Democratico della Sinistra,  destinato a successivi cambi di nome e a un costante calo elettorale.   110 La notizia dell’attentato nella stampa di quei giorni è raccolta nel sito della Fondazione Feltrinelli  fondazione feltrinelli.it/ app/uploads _Attentato-a-Togliatti). infine, “l’estate rovente del ’48 va in archivio, portandosi dietro una guerra civile che non c'è  stata e un bilancio pesante: morti e feriti,   Dall’altro lato, nel giorno stesso in cui fu vittima dell’attentato all’uscita dal parlamento,  l'atteggiamento moderato di Togliatti tenne a freno un partito in cui molti militanti ex partigiani avevano ancora le armi in cantina: “Le uniche parole che il segretario [del PCI] pronuncia prima di entrare di entrare in sala operatoria sono “State calmi; non perdete la testa! Il carisma del segretario generale e la disciplina del partito, nonché la ferma reazione del  governo, evitarono giorni drammatici alla giovanissima repubblica. L’“Amnistia Azara” e la fine della giustizia di transizione    Il clima fin qui illustrato spiega perché, a partire da quello stesso anno, si sussegua uno stillicidio di norme e di atti di clemenza individuale. Assume un particolare rilievo l’“amnistia Azara” dal nome dell’allora ministro della giustizia!!3. Essa vuole (queste le parole  del relatore alla Camera dei deputati, Francesco Colitto) “chiudere il ciclo fin troppo lungo  di una lotta politica assai aspra e drammatica, cancellando i residui della dura guerra civile  e dare così inizio ad una nuova èra di solidarietà nazionale”1!4. Il medesimo spirito irenico  traspare dalla presentazione al Senato di questo “progetto di clemenza”: PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: “Delegazione al Presidente   della Repubblica per la concessione di amnistia e indulto” già approvato dalla Camera dei deputati. Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritto a parlare il senatore Piola. Prima che egli inizi il suo discorso, mi sia consentito di ricordare al Senato che un provvedimento di clemenza deve essere discusso 11! Innocenti: l’attentato a Togliatti -- SoleOnLine4/  Tempo%20 liberoX20e%20 Cultura Storia-storie- togliatti-14-luglio.shtml).  Su questa celebre frase (narrata in più varianti, ma tutte con la stessa carica pacificatrice): Fabrizio Rondolino, I/ nostro PCI. Un racconto per immagini, Rizzoli, Milano, il manifesto per il ritorno di Togliatti alla Festa dell’Unità); Marcella e Maurizio Ferrara,  Conversando con Togliatti, Edizioni di Cultura Sociale, Roma. La carriera d’Azara riflette la mutevolezza dei suoi tempi: negli anni  del fascismo fu giudice di cassazione dal 1936, collaborò alla preparazione del codice civile del 1942  (ottimo codice tuttora vigente), fu membro del comitato scientifico delle riviste “La nobiltà della stirpe”  e “Diritto Razzista” rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana (venendo per questo espulso  dalla magistratura) e dal 1948 alla morte fu senatore della Democrazia Cristiana. Come ministro della  giustizia nel 1953-54 emanò un provvedimento di indulto e amnistia per i reati politici commessi  entro  (D.P.R), noto come “Amnistia Azara”. Azara,  Amnistia e indulto. Discorsi pronunciati alla Camera dei deputati nelle sedute del 2 e del 18 dicembre 1953,  Tipografia della Camera dei deputati, Roma; Id., Direttive fasciste nel nuovo Codice civile,  Giuffrè, Milano normattiva it uri-res stato decreto presidente.  repubblica: 1953-12-19;922!vig=). Piromallo, Esposizione critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e d’indulto dell’ultimo decennio, Società Editrice Libraria, Milano; la citazione  (2° ed. aggiornata con  il decreto di amnistia e indulto, illustrato articolo per articolo).  in un’atmosfera che non contrasti con le elevate finalità che esso si propone. Il senatore Piola ha facoltà  di parlare. proLa. Illustre Presidente, onorevoli colleghi: il richiamo e l’augurio che il nostro Presidente  ha fatto, di mantenere la discussione nell’ambito della più assoluta serenità, trova certamente concordi  tutti i colleghi. Dirò brevi parole sul progetto in esame, risultato dei lavori della Commissione, nella  quale è regnata quella stessa serenità di discussione che si verificherà in quest’Aula. Il progetto è giunto  al Senato monco, in relazione a quello che era stato il progetto governativo, avendo l’altro ramo del  Parlamento respinta l’amnistia; la Commissione all’unanimità ha ritenuto che dovesse essere integrato  in quella parte che le vicende della discussione, alla Camera, avevano annullato. Non spetta a questo  Consesso di indagare sulle ragioni complesse per le quali dal progetto era stato eliminato l’articolo  primo; ma era doveroso per l’armonia stessa del provvedimento di clemenza che la Commissione si  facesse parte diligente col creare l’altro pilastro sul quale il provvedimento stesso doveva poggiare. Ed  è così che accanto all’indulto si propone all’approvazione del Senato l’amnistia,    Anche questo decreto contiene dunque norme sia sull’amnistia, sia sull’indulto.  In esso l’amnistia è “generale” mentre la particolare ampiezza dell’indulto aveva animato il  dibattito sull’approvazione del provvedimento: secondo alcuni, infatti, quell’ampio indulto  sembrava una misura per far uscire dalle carceri tutti i politici. L'amnistia sancita dal decreto  presidenziale  è nota come “amnistia Azara” perché promossa  dall’allora Ministro della Giustizia, Antonio Azara, “magistrato fascista e notoriamente razzista (sostenitore delle “leggi razziali” e membro della rivista “Diritto razzista”).  Tale decreto, congiunto alla legge n. 921 sulla liberazione condizionale, emanata giusto  il giorno precedente, determinò la scarcerazione dei collaborazionisti che  erano ancora reclusi,   Basti qui richiamare in forma abbreviata i due articoli iniziali di questo testo, la cui analisi  complessiva sarebbe lunga e tecnicamente complessa: È concessa amnistia:   a) per ogni reato, non militare o finanziario, per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore  nel massimo a quattro anni, sola o congiunta a pena pecuniaria, oppure soltanto una pena pecuniaria.  [Segue un elenco di reati esclusi dall’amnistia.]   b) per tutti i reati preveduti dal regio decreto-legge, e sue successive modificazioni, nonchè per tutti i reati preveduti da leggi antecedenti e successive al decreto-legge anzidetto in  ordine alla disciplina dei consumi, degli ammassi e dei contingentamenti; per il reato di diffamazione a mezzo della stampa;   d) peri reati militari di assenza dal servizio preveduti dagli articoli del Codice penale militare di guerra commessi, in quanto non siano  stati compresi in precedenti decreti di amnistia; per ogni reato, non militare o finanziario, per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore  nel massimo a sei anni, sola o congiunta a pena pecuniaria, commesso da minori di anni diciotto,  ferme restando le esclusioni di cui alla lettera a);  per i reati finanziari preveduti [segue elenco]. Senato della Repubblica, Seduta, Discussione del disegno di legge: Delegazione  al Presidente della Repubblica per la concessione di amnistia e indulto, p. 2671 senato.  it/service). Relatore è il senatore Giacomo Piola della Democrazia  Cristiana.  Dalla tesi di Malo, La giustizia di transizione tra fascismo e democrazia, dspace.unive.it/bitstream/ handle/1 sequence=2).  Art. 2. È concesso indulto:   a) per i seguenti reati commessi: reati politici, ai sensi dell’art. 8  del Codice penale, e i reati connessi; nonchè i reati inerenti a fatti bellici, commessi da coloro che abbiano appartenuto a formazioni armate: 1) commutando la pena dell’ergastolo nella reclusione per  anni dieci e, qualora l’ergastolo sia stato già commutato in reclusione per effetto dell’indulto, riducendo ad anni dieci la pena della reclusione sostituita a quella dell’ergastolo; riducendo ad anni due  la pena della reclusione superiore ad anni venti e condonando interamente la pena non superiore ad  anni venti; per ogni reato commesso non oltre il 18 giugno 1946 da coloro che abbiano appartenuto a formazioni armate, e non fruiscano del beneficio indicato nella precedente lettera. In sintesi, quell’amnistia e alcune norme successive “estesero definitivamente a tutti i condannati (compresi i latitanti), i benefici delle scarcerazioni e delle amnistie. In questo modo in  carcere non rimase più nessuno, e la giustizia del dopoguerra così si concluse” 117,   Se la condanna esige il ricordo, l’amnistia impone l’oblìo: e forse, come il dimenticare è  essenziale per la mente dell’individuo, così il dimenticare è necessario affinché una nazione  possa vivere senza eccessive tensioni. L'Italia ha molto dimenticato, e la natura e le dimensioni di questo oblio imporrebbero un’ulteriore, vasta ricerca. Essa potrebbe svolgersi all’insegna di quando aveva affermato Renan:    L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le  nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l’unità  si realizza sempre in modo brutale. Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola,  costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra è nel presente. Una  è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere  insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta insieme. L’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio  comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticate molte altre cose!!8,    Nella giustizia transizionale dell’Italia del dopoguerra le amnistie “Togliatti” e “Azara” sono  i primi passi sulla via dell’oblìo; altri se ne aggiusero, soprattutto dopo le turbolenze.  Omettendo ulteriori approfondimenti, se ne può tracciare un primo quadro complessivo. I provvedimenti di amnistia e di indulto per fatti politici sono cinque  su un totale di nove atti del genere (i decreti emessi in relazione a fatti politici contengono  di solito disposizioni anche in ordine a reati comuni). Il primo è  (D.P.R.)  (D.P.R.). Gli altri sono (D.P.R.), (D.P.R.) e (D.P.R.). Dopo, non vi sono più amnistie per fatti politici. Di conseguenza i provvedimenti di questo tipo Ivi dspace.unive.it stream handle. Ivi Renan, Che cos'è una nazione? E altri saggi, Donzelli, Roma. Sull’oblìo individuale in Sandra Basilea, risultano essere cinque nei trentacinque anni: queste sono le  dimensioni della ‘clemenza’ politica in Italia in tempi recenti”!!9,    La riabilitazione del passato culminò nel 1960 con la formazione del Governo Tambroni,  che ottenne la fiducia 1’8 aprile: un monocolore democristiano con l’appoggio esterno del  Movimento Sociale Italiano, diretto erede della Repubblica Sociale Italiana e, quindi, del  partito fascista (che una norma della costituzione vieta di ricostituire “sotto qualsiasi  forma; di qui la scelta di denominarlo “Movimento” e non “Partito”). Questa inaccettabile  alleanza politica aveva il suo simbolo in Giorgio Almirante, già sottosegretario  nel governo della Repubblica Sociale Italiana, co-fondatore e poi segretario generale del Movimento Sociale Italiano, nonché deputato nel parlamento repubblicano.  La fiducia a quel governo di centro-destra provocò violente manifestazioni in tutto il paese e  Fernando Tambroni presentò le sue dimissioni. Ma oggi la fiamma tricolore  — che fu il simbolo dell’estinto Movimento Sociale Italiano — continua ad essere presente nel  simbolo del partito di estrema destra “Fratelli d’Italia” che nelle elezioni passate ha acquistato  una posizione rilevante e che negli attuali sondaggi elettorali presenta una crescita costantel21, anche se sembra aver subìto un rallentamento nelle elezioni locali. In questo richiamo al ‘passato che non passa’ ritorna l'atmosfera ‘nostalgica’ (già evocata nel  $ 3.Commemorare in tempi immemori: tra condanna e nostalgia) e la constatazione che, nella repubblica nata dalla Resistenza, si sta ormai affermando sempre più la desistenza, cioè il cedere  il passo alle pulsioni di destra sopite ma non cancellate, al fascismo eterno evocato da Eco. Ed era proprio la desistenza quello che Piero Calamandrei temeva:   Finita e dimenticata la Resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco recla meranno a buon diritto cattedre ed accademie. Sono questi i segni dell’antica malattia. E nei migliori,    di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di  lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare Santosuosso, Gli anni  .inventati. org/ apm/ abolizionismo/ santpoli/ santpoli6. Costituzione della Repubblica italiana, Disposizioni transitorie e finali, XII: È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con  legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al  diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.  Secondo un sondaggio dell’importante Istituto Nazionale di Ricerche Dembòpolis “se si votasse oggi  il primo partito sarebbe Fratelli d’Italia con il 21% delle preferenze. La Lega,  però, insegue ad appena lo 0,2 di distanza, accreditandosi al 20,8 per cento. - Non distante dai partiti  del centrodestra il Pd, che otterrebbe il 19,5%. Il Movimento 5 Stelle, invece, si assesterebbe al 16,6 per  cento, mentre tutti gli altri partiti sarebbero sotto la soglia del 10%. Forza Italia [il partito di Silvio  Berlusconi], infatti, è accreditata al 7 per cento, seguita da Azzore al 2,6%, Sinistra Italiana al 2,2 per cento, Leu all’1,9 per cento e infine Italia Viva all’1,7%” lagone.it/2021/08/29/ sondaggi- politicielettorali-oggi-fratelli- ditalia-lega-e-pd- racchiusi-in- appena-un-punto-e-mezzo/).  Eco, I/ fascismo eterno, La nave di Teseo. Eco indica “una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’“Ur-Fascismo” o il “fascismo eterno” Tali caratteristiche non possono  venire irreggimentate in un sistema: molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre  forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una  nebulosa fascista” e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti  invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo. Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati,  per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della  resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo  alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che,  questa volta, non potrebbe non esser mortale, Bibliografie, Libri di sopravvissuti. Rispetto all’elenco contenuto nel volume di Liliana Segre (cfr. supra, S$ 5. Una guida: i ricordi di  Liliana Segre, i titoli sono qui riportati in ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore e,  ove possibile, è stata indicata la prima edizione e qualcuna delle successive. Quasi tutti i titoli hanno però  ulteriori edizioni, con vari curatori o prefatori.    Bruck, Edith, Chi ti ama così, Lerici, Milano; Feltrinelli, Milano, Signora Auschwitz. Il dono della parola, Marsilio, Venezia, Il pane perduto, La nave di Teseo, Milano, Bucci, Andra  Tatiana Bucci, Noî, bambine ad Auschwitz. La nostra storia di sopravvissute alla Shoah. A cura di  Umberto Gentiloni Silveri e Marcello Pezzetti. In collaborazione con Stefano Palermo, Mondadori Milano, Fiano, Nedo, A Il coraggio di vivere. Prefazione Fiamma Nirestein; presentazione Ernesto Galli della  Loggia; contributo storico Marcello Pezzetti, Monti, Saronno; Premesse di Andrea, Emanuele  e Enzo Fiano, San Paolo, Cinisello Balsamo  Levi, Primo, Se questo è un uomo, De Silva, Torino; Einaudi, Torino, La tregua, Einaudi, Torino, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, Millu, Liliana I/ fumo di Birkenau, La Prora, Milano, Giuntina, Firenze, Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager. Prefazione di Paolo De Benedetti. Introduzione di Piero Stefani,  Giuntina, Firenze, Modiano, Sami, Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili. A cura di Marcello  Pezzetti e Umberto Gentiloni Silveri, Rizzoli, Milano, Veltroni, Tana libera tutti. Sami, Calamandrei, Desistenza, “Il Ponte, jacopo giliberto.blog.  ilsole24ore. desistenza-un- vecchio-articolo- di calamandrei -da-rileggere-conattenzione/).  Queste bibliografie sono pubblicate anche nella rivista on line dell’Institut fur Zeitgeschichte di Monaco  di Baviera e Berlino: Le leggi razziali in Italia: dall’amnistia all’amnesia. Una bibliografia, “Schepunkte, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, Feltrinelli, Milano, Veltroni raccoglie la testimonianza diretta di Sami Modiano e la trascrive per i più giovani).    Nissim, Luciana, Ricordi della casa dei morti, in Luciana Nissim Pelagia Lewinska, Donne contro il mostro,  Ramella, Torino; anche in Luciana Nissim Momigliano, Ricordi della casa dei morti, e altri  scritti, Giuntina, Firenze. Springer, Il silenzio dei vivi. All'ombra di Auschwitz, un racconto di morte e resurrezione, Marsilio, Venezia  Szòrenyi, Una bambina ad Auschwitz. Bernardi, Mursia, Milano, Terracina, Piero, Pensate sempre che siete uomini. Una testimonianza della Shoah. Con una postfazione di Lisa  Ginzburg, Ponte alle Grazie, Milano, Venezia, Shlomo, Sonderkommando Auschwitz. A cura di Marcello Pezzetti e Umberto Gentiloni Silveri;  da un’intervista di Béatrice Prasquier, Rizzoli, Milano, All’elenco di Liliana Segre si possono aggiungere: Basilea, Sandra, Se: viva Anne?, Cappelli, Bologna, Del Vecchio, Giorgio, Una nuova persecuzione contro un perseguitato. Documenti, Tipografia artigiana, Roma, Grasselli, Antonia (ed.), Strarzeri in patria: gli ebrei bolognesi dalle leggi anti-ebraiche, Pendragon, Bologna, Ottolenghi, Massimo, Per un pezzo di patria. La mia vita negli anni del fascismo e delle leggi razziali, Blu Edizioni, Torino, Ricordi di un “gagno” di “Giustizia e libertà”,“Micromega, Una bibliografia sulle leggi razziali. La bibliografia che segue elenca soltanto i titoli dei libri (non quindi degli articoli) in cui compaiono le  parole “leggi razziali” e si limita agli anni prossimi l’ottantesimo anniversario  delle leggi razziali. Questa selezione è necessaria perché il Sistema Bibliotecario Nazionale indica  complessivamente titoli dedicati a questo tema. Benussi Annalisa Di Fant (cur.), Razzismo in cattedra. Il liceo Petrarca di Trieste e le leggi  razziali, EUT, Trieste, Convivere con Auschwitz. Il rafforzamento del dovere della memoria per la pace e la democrazia nell’ottantesimo  dal preannuncio a Trieste delle famigerate leggi razziali. convegno: EUT, Trieste, Atti del convegno tenuto a Trieste nell’ambito della Settimana della Memoria). Di Veroli, Andrea, Giulio Amati da uomo a numero. La vita di un ebreo italiano spezzata dalle leggi razziali,  Chillemi, Roma, Fanesi, Pietro Rinaldo, GU ebrei italiani nelle Americhe dopo le leggi razziali, Introduzione di Mulas. Postfazione di Silvana Amati Roma, Nova Delphi, Roma, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Fidanza, Vittorio, La lunga notte. Gli italiani fra leggi razziali e deliri totalitari, Associazione Culturale Mitico  Channel, Foggia, Foà, Ugo, Il bambino che non poteva andare a scuola. Storia della mia infanzia durante le leggi razziali in Italia,  Manni, San Cesario di Lecce, Lombardo, Giacomo, L’ Italia s’è vespa. Una vespa che racconta i due volti dell’ Italia e della Piaggio, dalla  promulgazione delle leggi razziali fino al boom economico; Pegrari, Porteri (a cura di), Le leggi razziali contro i beni e le professioni degli ebrei in  Italia, Travagliato Torre d’Ercole, Brescia, Alatri, Giovanna, Asili infantili dall'Unità alle leggi razziali: ebrei a Roma. Prefazione di Riccardo Di Segni.  Introduzione Paolo Mieli, Fefè, Roma, Calivà, Mario, Le leggi razziali e l'ottobre del 1943, Besamuci, Nardò (Lecce), Casula, Felice - Spagnoletti, Triulzi, La conquista dell’impero e le leggi  razziali tra cinema e memoria, Annali - Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, Effigi,  Arcidosso (Grosseto), Malaguti, Gino Barbara Previato, Giorgio Malaguti, Espulsi e licenziati: alunni e docenti delle scuole modenesi e le leggi razziali, Nonantola - Centro studi storici nonantolani, Il Fiorino, Modena, Pagliara, Alessandro (a cura di), Antichistica italiana e leggi razziali. Atti del Convegno in occasione dell’ottante-  simo anniversario del Regio Decreto Legge (Università di Parma), Athenaeum, Parma, Riccardi, Andrea - Gabriele Rigano (eds.), La svolta. Fascismo, cattolicesimo e antisemitismo. Postfazione di Giovagnoli, Guerini, Milano, Severino, Gerardo, Le leggi razziali e la Guardia di Finanza. Il caso del finanziere di mare Ettore Marco Cesana, Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma, Battifora, Paolo (cur.): l’emanazione delle leggi razziali. Testimonianze, saggi, riflessioni, Storia e memoria. Istituto ligure per la storia della Resistenza e  dell’età contemporanea Raimondo Ricci, Genova, Brusco, Carlo, La grande vergogna: l’Italia delle leggi razziali. Prefazione di Liliana Segre, Gruppo Abele,  Torino, Cardinali, Cinzia Anna di Castro, Ilaria Marcelli (cur.), Voci di carta. Le leggi razziali nei documenti del-  la città di Siena. Catalogo della mostra documentaria, Archivio di Stato di Siena, Pacini Giuridica, Cecini, Giovanni, Ebrei non più italiani e fascisti. Decorati, discriminati, perseguitati, Edizioni Nuova Cultura,  Roma; con prefazione di Riccardo Segni. In 4° di copertina: Secondo di tre volumi realizzati nell’ambito  del progetto “Le leggi razziali e il Valore Militare, Le leggi razziali e il Valore Militare. Antologia di testi e documenti, Edizioni Nuova Cultura, Roma, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory, “Le leggi razziali e il Valore  Militare, Di Ruscio — Gravina, Migliau, Le leggi anti-ebraiche. Materiali per  riflettere e ricordare, s.l.s.n. Pubbliprint, Roma, Duranti, Simone, Leggi razziali fasciste e persecuzione antiebraica in Italia, Unicopli, Milano, Iossa, Vincenza — Manuele Gianfrancesco (cur.), Vietato studiare, vietato insegnare. Il Ministero dell’educazione nazionale e l’attuazione delle norme antiebraiche, Prefazione di Michele Sarfatti, Palombi,  Roma, Nigro, Giuseppe, Opposte direzioni: le famiglie Friedmann e Sonnino in fuga dalle leggi razziali. Prefazione di  Alfonso Botti. Con una nota di Angelo Proserpio, Biblion, Milano, Perini, Mario, L'Italia – le leggi antiebraiche e a 70 dalla Costituzione. Atti del Convegno tenuto a Siena, Con una presentazione di Francesco Frati e con  un’introduzione di Floriana Colao, Pacini Giuridica, Pisa, Riccardi Rigano, La svolta. Fascismo, cattolicesimo e antisemitismo.  Postfazione di Agostino Giovagnoli, Guerini, Milano, Affricano, Marta, Una bambina ebrea ai tempi delle leggi razziali, Le Graffette, Sassuolo, Berger e Pezzetti, vite spezzate, Gangemi, Roma, Boratto, Rosanna Ruffino, le leggi razziali: i diritti negati tra discriminazioni e persecuzioni,  Comitato provinciale di Udine della Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Udine, Bozzi (cur.): le “leggi razziali”) l’anti-ebraismo fascista dalla persecuzione dei diritti  alla Shoah, ANPI, Magenta Ca’ Foscari allo specchio: dalle leggi razziali. [Con la supervisione di Alessandro Casellato], Catalogo della mostra, CFZ Ca’ Foscari Flow Zone, Venezia, in occasione del Giorno  della memoria, Le) case e le cose : le leggi razziali e la proprietà privata. Catalogo della mostra, Fondazione per l’arte e la cultura della Compagnia di San Paolo, Torino, Cassarino, Salvatore, Nego nel modo più assoluto di essere ebreo. Documenti e riflessioni sull’applicazione delle  leggi razziali nella provincia di Ragusa. Prefazione di Saro Distefano, Sicilia Punto L, Ragusa, Cavicchi, Alba - Dino Renato Nardelli, Le leggi razziali nell’Italia fascista, Istituto per la storia  dell'Umbria contemporanea (Isuc), Perugia Collotti, Enzo, I/ fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia. Prefazione di Donatella Di Cesare RCS, Milano, Critelli e Surace, Leggi razziali e drammi personali: i documenti raccontano,  [Tipografia Essezeta], Varese. Delsante, Con la faccia infarinata: ebrei a Collecchio dalle leggi razziali  (Corcagnano: Graphital), Collecchio, Dix, Gioele, Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famiglia perseguitata dalle leggi razziali, Monda-  dori, Milano, Edizione speciale edita per i periodici del Gruppo Mondadori; prima edizione:  Mondadori, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Fogarollo, Note scordate: tre musicisti ebrei nella tempesta delle leggi razziali. Prefazione di Liliana  Picciotto. Con CD musicale a cura di Giovanni Cardillo e Francesco Buffa, Sillabe, Livorno, Graffone, Valeria, Espulsioni immediate: l’Università di Torino e le leggi razziali, Zamorani, Torino, Guadagni, Davide (a cura di), Due anniversari: 80° dalle leggi razziali,  dalla Costituzione, Pisa University  Press, Pisa Id. Una giornata particolare: la cerimonia del ricordo e delle scuse. Pisa, San  Rossore, dalla firma delle leggi razziali italiane, Pisa University Press, Pisa, Irico, Pier Franco (a cura di), Vo: 0n siete italiano: a ottant'anni dalle leggi razziali, gli ebrei trinesi e i regi-  decreti, ANPI, Associazione nazionale partigiani d’Italia di Trino, Trino, Liceo classico e linguistico statale Vincenzo Gioberti di Torino,] Non dimenticare: le conseguenze delle leggi  razziali al liceo Gioberti, Torino, Pardo, Lucio, Barbarie sotto le due torri: leggi razziali e Shoah a Bologna, Centro stampa regionale, [Bologna, Carolina Delburgo (a cura di), Dopo la barbarie: il difficile rientro, [s.1.], Centro stampa della regione  Emilia-Romagna, II rumore del vuoto: assenze e presenze nell’istituto magistrale Laura Bassi durante le leggi razziali [progetto  didattico: Luchita Quario e Maria Giovanna Bertani], Regione Emilia Romagna Assemblea Legislativa,  Bologna, Sega, Maria Teresa, Il banco vuoto. Scuola e leggi razziali: Venezia, Prefazione di Gadi Luzzatto  Voghera, Cierre, Sommacampagna, Vercelli: francamente razzisti: le leggi razziali in Italia, Edizioni del Capricorno, Torino Volpe, Pompeo — Simone, “Posti liberi”: leggi razziali e sostituzione dei docenti ebrei all’Università di  Padova, Padova University Press, Padova, Foà, Dario e Aida, Quando due parallele si incontrano: due ragazzi ebrei dalle leggi razziali ad oggi, S. Belforte,  Livorno 2Meneghetti, Francesca, Nor sapevo di essere ebrea. Carla Rocca di fronte alle leggi razziali, Istresco,  Treviso, Rossi, Scipione, Lo squalo e le leggi razziali. Vita spericolata di Camillo Castiglioni, Rubbettino, Soveria  Mannelli, Triggiani, Ilaria (cur.), La memoria contro ogni discriminazione. Giorno della memoria, Assemblea legislativa delle Marche, Ancona, L’“Amnistia Togliatti. Questa bibliografia si limita ai titoli di un numero limitato di libri perché, per ulteriori ricerche, si può  ricorrere alla vasta Bibliografia contenuta nel volume del penalista Paolo Caroli, // potere di non punire. Uno  studio sull’amnistia Togliatti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Agosti, Togliatti, l’amnistia e i ragazzi di Salò, in: Italia: guerra di liberazione e nascita della  Repubblica. Scritti sulla Resistenza, sulla guerra civile e sulla Costituente, L'Unità — Nuova iniziativa editoriale,  Roma, Battini, Michele, Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana, Laterza, Roma-Bari, Bugni (Arno), Ermenegildo, Riffessioni su due periodi storici: la Repubblica di Montefiorino, il dopoguerra,  l’amnistia di Togliatti e il dopo... cur. Pedrini, ANPI, Comitato provinciale di Bologna,  Bologna, Angelo, I socialisti e la defascistizzazione mancata, Franco Angeli, Milano, Franzinelli, Mimmo, L’Amnistia Togliatti: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori,  Milano, Ristampato con una postfazione di Guido Neppi Modona: Feltrinelli, Milano, Caroli: “La principale monografia storica al riguardo” // potere di non punire, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti, Mondadori, Milano, Giannantoni, Franco, / giorni della speranza e del castigo. Varese: la resa nazifascista, il Tribunale  del popolo, il campo di concentramento di Masnago, i processi della Corte d’Assise, gli eccidi delle bande irregolari,  il progetto Alleato di “occupare” la provincia, il fallimento delle Commissioni Epurazione e Illeciti Arricchimenti  del regime, l’amnistia Togliatti, Emmeceffe, Varese, Marchionne, Antonio, Amristia Togliatti. I provvedimenti clemenziali al mutar di regime: l’amnistia,  [tesi di laurea, Università di Napoli Federico II]. Peregalli— Mirella Mingardo, Togliatti guardasigilli. In appendice: circolari e documenti,  Colibrì, Paderno Dugnano, Santosuosso, Amedeo — Colao, Politici e aministia: tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici  dall’unità ad oggi, Bertani, Verona, Scalabrino, I guardiasigilli comunisti Togliatti e Gullo. Sanzioni contro il fascismo e processo alla  Resistenza, Miccoli, La grande cesura. La memoria della guerra e della Resistenza  nella vita europea del dopoguerra, Il Mulino, Bologna, Nelle bibliografie risultano entrambi i nomi Scalabrino, Francesco e Scalambrino, Francesco.]    Scalambrino, Francesco, Gullo e “amnistia Togliatti”, in Giuseppe Masi (a cura di), Mezzogiorno e Stato  nell’opera di Fausto Gullo, Orizzonti meridionali, Cosenza, Collana di studi e ricerche  dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea).    Bibliografia sintetica sull’“Amnistia Azara. I testi su questa amnistia e sul suo autore sono pochi e di difficile reperimento. Essi sono qui suddivisi in  tre sottosezioni: a) Per una biografia di Antonio Azara; b) Testi legislativi; c) Scritti sull’“Amnistia Azara”. Per una biografia di Azara, Berri, Azara: necrologio, “Il diritto fallimentare e delle società commerciali, Insediamento del primo Presidente della Corte di Cassazione sen. dott. Azara. Udienza delle Sezioni  unite civili), Stamperia Nazionale, Roma, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series,  L., Insediamento del Procuratore generale presso la Corte suprema di Cassazione sen. dott. Antonio Azara. Udienza  delle Sezioni unite civili, Stamperia nazionale, Roma, Il) trentennio della Rivista di diritto agrario, Scritti di Azara; in appendice:  I giudizi dopo il primo decennio, Tipografia B. Coppini, Firenze, Tritto, Francesco, Azara, Antonio, in: Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana,  Roma treccani.it/ enciclopedia/ antonio-azara_(Dizionario-Biografico). Testi legislativi    Amnistia-indulto e liberazione condizionale: legge, legge, D.P.R., Schiano, S. Maria Capua Vetere, Calvanesi, Giovanni, Amnistia, indulto, liberazione condizionale. Testo completo dei provvedimenti: commento  generale ed analitico articolo per articolo, richiami legislativi e giurisprudenziali, formulario, indice completo   di tutti i reati compresi negli atti di clemenza (Decreto del Presidente della Repubblica, G. U. Legge, G. U.), Ed. Istituto Dante, Roma, Tip. Pug, Pontificia Università  Gregoriana, Decreto del Presidente della Repubblica, Concessione di amnistia e di indulto  gazzettaufficiale.it/ eli/id sg; GU Serie Generale).  Curatolo, D.P.: Amnistia e indulto per reati comuni finanziari, militari, politici;  D.P.: liberazione condizionale, Marrese, Bari, In cop.: Con commento e giu-  risprudenza, elenco articoli C.P. amnistiati; in appendice: reati elettorali ed elenco amnistie ed indulti, Gorgoglione, I decreti di clemenza: in materia penale, politica, militare, finanziaria, valutaria,  annonaria, disciplinare, elettorale, amministrativa, tributaria e di polizia. Manuale pratico sugli istituti giuridici  dell’amnistia e dell’indulto con prontuario dei decreti, note illustrative, criteri di applicazione,  richiami giurisprudenziali e prospetto riassuntivo dei decreti, Giuffrè, Milano, Piromallo, Esposizione critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e d’indulto dell’ul-  timo decennio, Società editrice libraria, Milano, con il decreto  dell’“Amnistia Azara” cfr. infra, c). Id., Esposizione critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e d’indulto dell’ultimo decennio, Società  Editrice Libraria, Milano, con il decreto di amnistia e indulto, illustrato articolo per articolo). Testo completo (dalla Gazzetta Ufficiale delle leggi, per la concessione amnistia ed indulto, Ceretti, Genova, Supplemento a: Ruote del lotto,).  Scritti sull’“Amnistia Azara” Amnistia e indulto : leggi, decreto P.R., L. Di G. Pirola, Milano, Azara, Amnistia e indulto. Discorsi pronunciati alla Camera dei deputati nelle sedute, Tipografia della Camera dei deputati, Roma, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Bartholini, Salvatore, La delegazione legislativa in materia di amnistia e indulto, Giuffrè, Milano, Rivista trimestrale di diritto pubblico”). Basso, Lelio, Per un’amnistia riparatrice, Camera dei deputati, Roma, Berlinguer, Mario, Su/l’amnistia, Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta, Tipografia della Camera dei deputati, Roma, Bracci, Arnaldo, Brevi cenni di giurisprudenza sull’applicazione dell’amnistia di cui al D.P., al reato di contrabbando di tabacchi esteri,“La Giustizia Penale”, Capalozza, Enzo, I/ reato politico nell’ultimo provvedimento di amnistia ed indulto, “Il Nuovo Diritto”  Colitto, Ammnistia ed indulto: discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta, Tipografia della camera dei deputati, Roma, De Francesco, Giuseppe Menotti, La tesi monarchica sull’amnistia: discorso, Roma, L’amnistia e l’indulto in relazione all’articolo della costituzione : discorso, Jannitti Piromallo, Alfredo Esposizione critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e d’indulto dell’ulti-  mo decennio, Società Editrice Libraria, Milano, con il decreto di amnistia e  indulto, illustrato articolo per articolo, anteriore all’“Amnistia  Azara. Malizia, Saverio, Giurisprudenza completa sull’amnistia e indulto : Decr. Gazzettino Forense, Padova, Perazzoli, Giuseppe, / limiti di applicabilità dell’amnistia per i reati di assenza dal servizio, “Archivio penale”  Riccio, Stefano, Sull’amnistia e l’indulto. Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta, Tipografia della Camera dei deputati, Roma Santamaria, Dario, Considerazioni sull’applicabilità dell’amnistia al reato continuato, “Rivista Italiana di  Diritto Penale” Scardia, Marcello, // concetto di formazioni armate nel recente decreto di amnistia e indulto, “La giustizia penale” Tipografia della camera dei deputati,  Roma). Siracusano, Ancora sull’amnistia e sull’immutabilità dell’accusa, Compagnia industriale tipografica editrice meridionale, Catania Rassegna giuridica di Catania” Udienza)  Spallicci, Aldo, Su/l’amnistia. Discorso pronunciato al Senato della Repubblica, Tip. del Senato, Roma, Max Planck Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series. Mario Giuseppe Losano. Losano. Keywords: filosofia del diritto romano, Livio -- Luigi Speranza, “Grice e Losano: storia del diritto romano – what Kelsen never had!” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Losurdo:  la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del ribelle aristocratico – la scuola di Sannicandro di Bari -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sannicandro di Bari). Filosofo italiano. Sannicandro di Bari, Puglia. Grice: “Losurdo has contributed to a collection on ‘fatti normativi’ which is fascinating!” --  Grice: “I like Losurdo: describing Nietzsche as the aristocratic rebel is genial; he also engages in some linguistic botanising with his ‘linguaggio dell’impero’: something Romans and Brits know well – cf. ‘Great Britaiin’ and my little England!” Italian philosopher, expert not on Grice, but Nietzsche, “Nietzsche, ribelle aristocratico” -- essential Italian philosopher. Si laurea a Urbino sotto la guida di SALVUCCI con la tesi, “La semantica di Rodbertus”. Direttore dell'Istituto di Scienze filosofiche e pedagogiche Pasquale Salvucci ad Urbino, insegna storia della filosofia nella stessa università presso la facoltà di Scienze della Formazione. Inoltre fu presidente dell'hegeliana Società internazionale Hegel-Marx per il pensiero dialettico, membro della Società di scienze di Leibniz a Berlino (un'associazione di scienziati che si rifà alla settecentesca Accademia Reale Prussiana delle Scienze nella tradizione di Leibniz) e direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI. Dalla militanza comunista alla condanna dell'imperialismo statunitense, fino allo studio della questione afroamericana e di quella dei nativi, L. e studioso anche partecipe della politica nazionale e internazionale. Di formazione marxista, descritto sia come un «marxista controcorrente» sia come un «marxista eterodosso» e un «comunista militante», la sua produzione spazia dai contributi allo studio della filosofia kantiana (la cosiddetta autocensura di Kant e il suo nicodemismo politico), alla rivalutazione dell'idealismo classico tedesco, specie di Hegel, nel tentativo di riproporne l'eredità (sulla scia di Lukács in particolare), alla riaffermazione dell'interpretazione del marxismo tedesco e non (GRAMSCI (si veda) e i SPAVENTA (si veda)), con incursioni nell'ambito del pensiero nietzscheano (la lettura di un Nietzsche radicale aristocratico) e di quello heideggeriano (in particolare la questione dell'adesione al nazismo di Heidegger).  La sua riflessione filosofico-politica, attenta alla contestualizzazione del pensiero filosofico nel proprio tempo storico, muove in particolare dai temi della critica radicale del liberalismo, del capitalismo, del colonialismo e dell'imperialismo, nonché della concezione tradizionale del totalitarismo (Arendt), nella prospettiva di una difesa della dialettica marxista e del materialismo storico, dedicandosi anche allo studio dell'antirevisionismo in ambito marxista-leninista. Losurdo ha una visione molto critica della tradizione intellettuale europea del liberalismo, in particolare della tradizione classica e delle sue origini, sostenendo che pur pretendendo di enfatizzare l'importanza della libertà individuale in pratica il liberalismo reale è a lungo contrassegnato dalla sua esclusione di persone da questi diritti, con conseguente sfruttamento come razzismo, schiavitù e genocidio. Afferma che le origini del nazismo si trovano in quelle che considera politiche colonialiste e imperialiste del mondo occidentale. Esaminando le posizioni intellettuali e politiche degli intellettuali sulla modernità, Kant e Hegel furono i più grandi pensatori della modernità mentre Nietzsche fu il suo più grande critico.  I suoi lavori, che lui stesso fa rientrare nell'ambito della storia delle idee, riguardano inoltre l'indagine delle questioni di storia e politica contemporanee, con una attenzione critica costante al revisionismo storico e la polemica contro le interpretazioni di Furet e Nolte. In particolare critica una tendenza reazionaria tra gli storici contemporanei revisionisti riconoscibile nel lavoro di autori come Nolte, che traccia l'impeto dietro l'Olocausto agli eccessi della rivoluzione russa; o Furet, che collega le purghe staliniane a una «malattia» originata dalla rivoluzione francese. Secondo L. l'intenzione di questi revisionisti è di sradicare la tradizione rivoluzionaria in quanto le loro vere motivazioni hanno poco a che fare con la ricerca di una maggiore comprensione del passato, ma si trovano nel clima e nei bisogni ideologici delle classi politiche, come è più evidente nel lavoro dei revivalisti imperiali Johnson e Ferguson. Fornisce inoltre una nuova prospettiva su rivoluzioni come quella inglese, americana, francese, russa e quelle contro il colonialismo e l'imperialismo. Si discosta anche dalle posizioni elogiative che la maggior parte delle biografie prende nell'analisi di Gandhi e la nonviolenza.  L. volge la sua attenzione alla storia politica della filosofia moderna tedesca da Kant a Marx e del dibattito che su di essa si sviluppa in Germania, per poi procedere a una rilettura della tradizione del liberalismo, in particolare partendo dalla critica e dalle accuse di ipocrisia rivolte a Locke per la sua partecipazione finanziaria alla tratta degli schiavi. Riprendendo ciò che afferma Arendt in Le origini del totalitarismo, per Losurdo il vero peccato originale del Novecento è nell'impero coloniale di fine Ottocento, dove per la prima volta si manifesta il totalitarismo e l'universo concentrazionario.  Controversia degli storici L. critica il concetto di totalitarismo, sostenendo che fosse un concetto polisemico con origini nella teologia cristiana e che applicarlo alla sfera politica richiedeva un'operazione di schematismo astratto che utilizza elementi isolati della realtà storica per collocare la Germania nazista e altri regimi fascisti e l'Unione Sovietica e l'esperienza del socialismo reale e di altri Stati socialisti nello stesso insieme, servendo così l'anticomunismo degli intellettuali della guerra fredda piuttosto che riflettere la ricerca intellettuale.  Forte critico dell'equiparazione tra nazismo e comunismo (in particolare quello sovietico) fatta da studiosi come Furet e Nolte, ma anche da Arendt e Popper, nonché del concetto di «olocausto rosso», il suo Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, sollevò un dibattito sulla figura di Iosif Stalin, sul quale a suo avviso peserebbe una sorta di leggenda nera costruita per screditare tutto il comunismo. Porta l'esempio che nel lager vi era volontà omicida esplicita in quanto l'ebreo che vi entrava era destinato a non uscire più (vi è una despecificazione naturalistica) mentre nel gulag no (si tratta di despecificazione politico-morale) e nel primo venivano rinchiusi quelli che il nazismo chiamava Untermensch – sottouomini -- mentre nel secondo (in cui afferma finissero solo una parte dei dissidenti), pur essendo una pratica da condannare, erano rinchiusi dissidenti da rieducare e non da eliminare. L. afferma che «il detenuto nel Gulag è un potenziale compagno [la guardia stessa era tenuta a chiamarlo in questo modo] e dopo l'inizio del biennio delle grandi purghe che seguono l'assassinio di Kirov] è comunque un cittadino». Riprendendo anche l'opinione di Levi (internato ad Auschwitz, secondo cui il lager era moralmente più grave del gulag) e contro Solženicyn (internato in Siberia e che affermava l'equiparazione della volontà sterminazionistica),sostiene che pur essendo grave che un Paese socialista nato per abolire lo sfruttamento usi sistemi imperialisti e capitalisti, il gulag sia analogo a molti campi di concentramento occidentali (i cui governi hanno sostenuto e sostengono di essere paladini della libertà), che per certi versi furono anche più affini al lager in quanto campo di sterminio e non di rieducazione, riprendendo la storia del genocidio indiano. Egli sostiene anche che i campi di concentramento e le colonie penali britanniche erano peggio di qualsiasi gulag, accusando anche politici come Churchill e Truman di essere autori di crimini di guerra e contro l'umanità pari (se non peggiori) di quelli che sono stati poi attribuiti a Stalin. L. ritiene inoltre che i comunisti soffrano di autofobia, cioè paura di se stessi e della propria storia, problema patologico che va affrontato, a differenza dell'autocritica sana. Despecificazione politico-morale e despecificazione naturalistica La despecificazione è l'esclusione di un individuo o di un gruppo dalla comunità dei civili. Esistono due tipi di despecificazione:  La despecificazione politico-morale (in questo caso l'esclusione è dovuta a fattori politici o morali). La despecificazione naturalistica (in questo caso l'esclusione è dovuta a fattori biologici). Per L. la despecificazione naturalistica è qualitativamente peggiore rispetto a quella politico-morale. Infatti mentre quest'ultima offre almeno una via di scampo mediante il cambio di ideologia, questo non è possibile nel caso in cui sia in atto una despecificazione naturalistica, che è irreversibile in quanto rimanda a fattori biologici che sono di per sé immodificabili. A differenza di altri pensatori ritiene quindi che l'olocausto degli ebrei non è incomparabile ed è quindi disposto ad ammettere in questo caso una tragica peculiarità. La comparatistica che L. offre a proposito non vuole essere una relativizzazione o uno sminuire, ma semplicemente considerare l'olocausto degli ebrei come incomparabile significa perdere la prospettiva storica e dimenticarsi dell'olocausto nero (l'olocausto dei neri) o dell'olocausto americano (l'olocausto dei nativi indiani d'America ottenuto negli Stati Uniti mediante la continua deportazione sempre più a ovest e la diffusione ad arte del vaiolo), oltre ad altri stermini di massa come il genocidio armeno.  Polemiche riguardanti Stalin Una recensione effettuata da Guido Liguori su Liberazione (organo ufficiale del Partito della Rifondazione Comunista) di Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, libro in cui L. critica la demonizzazione di Stalin effettuata dalla storiografia maggioritaria e cerca di sottrarlo a quella che definisce «la leggenda nera su di lui», è al centro di una polemica all'interno della redazione del suddetto quotidiano. Venti redattori inviano una lettera di protesta al direttore del giornale in cui si critica sia il tentativo di riabilitazione di Stalin presente nel libro di Losurdo sia la recensione di Liguori (giudicata troppo positiva nei confronti del libro), oltre che la scelta del direttore del giornale di pubblicare tale recensione. Il libro riceve delle recensioni critiche per le sue affermazioni e per la metodologia di lavoro utilizzata.I critici di L. lo accusano di essere un «neostalinista». Grover Furr, autore di Krusciov mentì e descritto come un «revisionista storico», un «revisionista in una ricerca lunga una carriera per scagionare Stalin» e un «prezioso contributo alla scuola revisionista storica degli studi sovietici e comunisti», elogia il lavoro di L., in particolare quello su Stalin, iniziando un'amicizia reciproca. Nel  introduce Furr a un editore italiano che pubblica la traduzione italiana di Khruschev mentì, per cui scrive l'introduzione. Aveva già scritto l'introduzione e il retrocopertina del libro di Furr sull'assassinio di Kirov che rimane inedito. Negli estratti di un convegno organizzato per rivalutare la figura di Stalin a cinquant'anni dalla morte critica le rivelazioni contenute nel rapporto segreto di Chruščёv, l'allora segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Secondo Losurdo la cattiva fama di Stalin deriverebbe non dai crimini commessi da quest'ultimo (paragod altri del suo tempo), ma dalle falsità presenti in quel rapporto che Chruščёv lesse nel corso del Congresso. Nella relazione al convegno dà credito a una delle accuse principali che stavano alla base della sanguinosa repressione staliniana contro gli oppositori, ovvero l'esistenza nell'Unione Sovietica della «realtà corposa della quinta colonna» pronta ad allearsi col nemico. Losurdo ribadisce di non voler riabilitare Stalin, seppur calato nella sua epoca, volendo presentare solo un'analisi dei fatti più neutrale e attuare un revisionismo sull'esperienza generale del socialismo reale ritenuta passata, ma utile da studiare per capire le dinamiche future del socialismo. Losurdo apparteneva alla corrente del marxismo-leninismo, ma ammirava anche l'interpretazione che Mao Zedong diede della pluralità della lotta di classe, da collocare nel contesto dell'attenzione che rivolge al processo di emancipazione femminile e dei popoli colonizzati. Vicino prima al Partito Comunista Italiano, poi al Partito della Rifondazione Comunista e infine al Partito dei Comunisti Italiani, confluito nel Partito Comunista d'Italia e nel Partito Comunista Italiano, di cui è stato membro, fu anche direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI. Critico del liberalismo, della NATO e dell'imperialismo, in particolare quello statunitense, Losurdo contestò l'assegnazione del Premio Nobel per la pace a Xiaobo, considerato un sostenitore aperto del colonialismo occidentale, in particolare per la sua idealizzazione del mondo occidentale e per aver affermato che ci sarebbe bisogno di «300 anni di colonialismo. In 100 anni di colonialismo Hong Kong è cambiata fino a diventare ciò che è oggi. Data la grandezza della Cina, ovviamente ci vorrebbero 300 anni per trasformarla in quello che Hong Kong è oggi. E ho dei dubbi che 300 anni siano abbastanza». Saggi: “Auto-censura e compromesso” (Napoli, Bibliopolis); “La questione nazionale, restaurazione. Presupposti e sviluppi di una battaglia politica” (Urbino, Università degli Studi);“La rivoluzione e la crisi della cultura” (Roma, Riuniti); “Lukacs” Urbino, Quattro venti, Il comunismo e sui critici (Urbino, Quattro venti, La catastrofe e l'immagine” (Milano, Guerini, Metamorfosi del moderno.Urbino, Quattro venti); “La tradizione liberale. Libertà, uguaglianza, Stato, Roma, Riuniti); “Tramonto dell'Occidente? Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino, Quattro venti, Antropologia, prassi, emancipazione. Problemi del comunismo, e Urbino, Quattro venti, Égalité-inégalité. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino, Quattro venti, Prassi. Come orientarsi nel mondo. Atti del convegno organizzato dall'Istituto Italiano per gli Studi filosofici e dalla Biblioteca Comunale di Cattolica (Urbino, Quattro venti); La comunità, la morte, l'Occidente. L’ideologia della guerra, Torino, Boringhieri, Massa folla individuo. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino, Quattro venti, La libertà dei moderni, Roma, Riuniti, Napoli, La scuola di Pitagora,. Rivoluzione francese e filosofia, Urbino, Quattro venti); “Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale” (Torino, Bollati Boringhieri, Il comunismo e il bilancio storico del Novecento, Gaeta, Bibliotheca, Napoli, La scuola di Pitagora, Gramsci e l'Italia. Atti del Convegno internazionale di Urbino, Napoli, La città del sole, La seconda Repubblica. Liberismo, federalismo, post-fascismo, Torino, Boringhieri); “Autore, attore, autorità” (Urbino, Quattro venti); Il revisionismo storico. Problemi e miti, Roma, Laterza, Utopia e stato d'eccezione. Sull'esperienza storica del socialismo reale, Napoli, Laboratorio politico, Ascesa e declino delle repubbliche, Urbino, Quattro venti, Lenin, Atti del Convegno internazionale di Urbino, Napoli, La città del sole, Metafisica. Il mondo Nascosto, Roma, Laterza, Gramsci dal liberalismo al comunismo critic, Roma, Gamberetti, Dai fratelli Spaventa a Gramsci. Per una storia politico-sociale della fortuna di Hegel in Italia” (Napoli, La città del sole); “Hegel e la Germania. Filosofia e questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Milano, Guerini, Nietzsche. Per una biografia politica, Roma, Manifesto); “Il peccato originale del Novecento, Roma, Laterza, Dal Medio Oriente ai Balcani. L'alba di sangue del secolo americano, Napoli, La città del sole, Fondamentalismi. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica Urbino, Quattro venti, URSS: bilancio di un'esperienza. Atti del Convegno italo-russo. Urbino, Urbino, Quattro venti, L'ebreo, il nero e l'indio nella storia dell'Occidente, Urbino, Quattro venti, Fuga dalla storia? Il movimento comunista tra autocritica e auto-fobia, Napoli, La città del sole, poi Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi, La sinistra, la Cina e l'imperialismo, Napoli, La città del sole, Universalismo e etno-centrismo nella storia dell'Occidente, Urbino, Quattro venti, La comunità, la morte, l'Occidente. Heidegger e l'ideologia della guerra (Torino, Boringhieri); “Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Torino,  Boringhieri, Cinquant'anni di storia della repubblica popolare cinese. Un incontro di culture tra Oriente e Occidente. Atti del Convegno di Urbino, Napoli, La città del sole, Dalla teoria della dittatura del proletariato al gulag?, Marx e Engels, Manifesto del partito comunista, Laterza, Bari, Contro-storia del liberalismo, Roma, Laterza, La tradizione filosofica napoletana e l'Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli, nella sede dell'Istituto, Auto-censura e compromesso nel pensiero politico di Kant, Napoli, Bibliopolis, Legittimità e critica del moderno. Sul marxismo di Gramsci” (Napoli, La città del sole); “Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana” (Roma-Bari, Laterza); “Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Roma, Carocci); “Paradigmi e fatti normativi. Tra etica, diritto e politica, Perugia, Morlacchi, La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Roma, Laterza, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Roma, Laterza, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci,. Un mondo senza guerre. L'idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci. Il comunismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza.  PCI Ancona: cordoglio per la scomparsa, su il partito comuista italiano, A. Orsi, Scienza e militanza. Un ricordo, MicroMega, Cordoglio, Il Metauro, Verso, Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana, Roma, Laterza. Il comunista contro-corrente. Un comunista eterodosso. Auto-censura e compromesso in Kant, Napoli, Bibliopolis, Hegel e la libertà dei moderni, Roma, Riuniti, Napoli, La scuola di Pitagora, Lukacs, Urbino, Quattro venti,   Dai fratelli Spaventa a Gramsci. Per una storia politico-sociale della fortuna di Hegel in Italia, Napoli, La città del sole, Nietzsche. Il ribelle aristocratico. La comunità, la morte, l'Occidente. Heidegger e l'deologia della guerra; Controstoria del liberalismo, Laterza, Revisionismo storico.  Peccato originale del Novecento.  La non-violenza. Una storia fuori dal mito.  La non-violenza. Una storia fuori dal mito, su L'Ernesto, Associazione Marx, Dalla teoria della dittatura del proletariato al gulag?, in  Marx, Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Laterza, Bari David Broder. Jacobin. Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. URSS: bilancio di un'esperienza. Atti del Convegno italo-russo. Urbino, Urbino, Quattro venti, Popper falso profeta, Contro Popper, Armando Editore, B. Lai e L. Albanese.  Fuga dalla storia? Il movimento comunista tra auto-critica e auto-fobia. Il linguaggio dell'impero. Lessico dell'ideologia, Lettere su Stalin; Stalin. Storia e critica di una leggenda nera,  su sissco. Stalin. Storia e critica di una leggenda nera.  A. Romano,  Canfora e lo stalinismo che non fa male, ilcannocchiale. In Memoriam, La Città del Sole, Stalin nella storia del Novecento, R. Giacomini, Teti, Una teoria generale del conflitto sociale", Intervento al Congresso Nazionale del PdCI. Il Consiglio Direttivo dell'associazione Marx  Il Nobel per la pace» a un campione del colonialismo e della guerra, il cavallo oscuro della letteratura, Open Magazine, Open Magazine, H. Arendt Controstoria del liberalismo A. Gramsci Genocidio indiano Grandi purgh, Heidegger, Marx, Nietzsche Olocausto, Stalin Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" - blogspot.com. Intervista RAI Filosofia, su filosofia.rai. Intervist RTV Svizzera, su you tube.com. Domenico Losurdo. Losurdo. Keywords: il ribelle aristocratico. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Losurdo, e Nietzsche, ribelle aristocratico," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lottieri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del bene commune – diritto individuale – l’età degl’eroi – la ragione del stato – la scuola di Brescia -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Grice: “I like Lottieri; he has quoted Hobbes and Hume and Gauthier from a game-theoretical approach to co-operation, conversational and other – all very Griceian, if I may mayself so say it!” Allievo di Caracciolo, studia a Genova, Ginevra e Parigi, su la filosofia di Mosca. Insegna a Siena e Verona. Da vita all'Istituto Bruno Leoni, un istituto che si ispira alla tradizione intellettuale di Einaudi e Ricossa, e di cui egli è direttore del dipartimento Teoria Politica. Cura Leoni. La filosofia di L.  si sviluppa all'interno del liberalismo classico e, grazie allo studio degli autori elitisti, si delinea quale critica del sistema di dominio iscritto nei regimi democratici rappresentativi. Mostra l'adesione a tale prospettiva, che rapidamente evolve grazie al contatto con il libertarianismo. Il suo libertarianismo ottieri metta in discussione "la psicologia regolamentativa e anti-innovativa del burocrate", avverso a ogni forma di rischio e cambiamento. Il saggio sul libertarismo evidenzia l'adesione ai temi classici del pensiero liberale lockiano e giusnaturalista (difesa della proprietà, del mercato, dell'auto-nomia negoziale), ma anche il maturare di questioni che sono invece tutte interne al realismo politico: specie nel confronto con Schmitt, Brunner e MIGLIO (si veda).  Mentre il testo sul rapporto tra economia di mercato e ordine sociale/comunitario (Denaro e comunità) è una critica della sociologia, a cui è rimproverato di avere frainteso la natura inter-personale della moneta e delle relazioni di mercato, il saggio su Leone muove dal pensatore torinese per delineare una filosofia libertaria anche oltre la lettera stessa dell'autore di Freedom and the Law. In particolare, in questa fase della riflessione Leoni viene individuato come uno studioso in grado di dare una maggiore consapevolezza filosofico-giuridica alla teoria libertaria, fino ad ora elaborata per lo più da economisti e teorici politici. “Denaro e comunità: relazioni di mercato e ordinamenti giuridici nella società liberale” (Napoli, Guida) “Il pensiero libertario contemporaneo. Tesi e controversie sulla filosofia, sul diritto e sul mercato, Macerata, Liberi “Le ragioni del diritto: libertà individuale e ordine giuridico” (Treviglio Mannelli, Rubbettino); “Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a Wiki Leaks” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “Liberali e non: (cf. Griceiani e non.) percorsi di storia del pensiero politico” (Brescia, La Scuola); Ferrero in Svizzera. Legittimità, libertà e potere, Roma, Studium,  Un'idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea” (Brescia, Scuola); ““Beni comuni, diritti individuali e ordine evolutivo,”Torino, IBL. Nella sua filosofia sull'unificazione europea, in particolare, è cruciale l'opposizione tra l'armonizzazione spontanea emergente dal basso e l'unificazione coercitiva. Lottieri identifica quattro superstizioni o quattro credenze erronee che sotto alla base dei tentativi di creare un nuovo stato chiamato ‘Europa'. Primo, l'idea che la libertà individuale e il poli-centrismo giuridico causino tensioni e, in definitiva, conflitti; Secondo, che il mercato derivi dall'ordine giuridico creato dallo Stato; Terzo, che l'esistenza di una distinta identità europea esiga la costruzione di un singolo stato continentale; e quarto, che un'Europa unificata e più armoniosa e meglio in grado di sostenere lo sviluppo delle sue componenti più povere. Individuato come uno degl’esponenti di un liberalismo particolarmente radicale e volto a proporre una sorta di fuga dallo stato: Dario Fertlio, "Libertari: la grande fuga dallo Stato, Corriere della Sera. Una disamina molto critica al limite dell'insulto personale di tale liberalismo libertarian si ha nella recensione che Vitale dedica al volume su Rothbard scritto a quattro mani da lui assieme a Diciotti (basato su un confronto assai franco tra prospettive molto diverse): una recensione che, rivolgendosi al solo Diciotti, si chiudeva con l'invito per il futuro “ad occuparsi di un autore più interessante con un autore più interessante” (E. Vitale, “Rothbard, un Trasimaco piccolo piccolo. E una modestissima proposta”, Teoria politica). Vernaglione, Il libertarismo. La teoria, gli autori, le politiche,  Mannelli, Rubbettino). Un riferimento garbatamente polemico alle sue posizioni gius-naturaliste di si trova in D Antiseri (Laicità.. Le sue radici, le sue ragioni, Rubbettino). La stessa contrapposizione è al fondo di una discussione tra i due riguardante proprio i contenuti di quel volume://blog. centrodietica/?p=2005.  Questo saggio e una presentazione completa e approfondita della filosofia libertaria nelle sue diverse varianti, mentre si evidenzia anche un approccio libertario ai problemi eco-logici. Ce sono riserve nei riguardi delle tesi libertarie e dell'ispirazione anarchica della sua teoria del diritto. Nella sua monografia su Leoni (L'ordine giuridico dei private” (Soveria Mannelli, Rubbettino) pure Grondona sviluppa alcune critiche nei riguardi dell'interpretazione dello studioso torinese offerta da lui mentre in maggiore sintonia con le sue posizioni si trova Favaro (“ Dell'irrazionalità della legge per la spontaneità dell'ordinamento” (Napoli, Scientifiche). Mostra che, contrariamente a un'opinione diffusa, le distanze fra la concezione del diritto di Leoni e quella di Hayek sono notevoli. In ogni caso non e Hayek a influenzare Leoni ma il secondo a influenzare, almeno in parte, il primo. Per un'equilibrata analisi del saggio si veda: M. Grondona, "Recensione  Le ragioni del diritto", Nuova Giurisprudenza Ligure. Carlo Lottieri. Lottieri. Keywords: bene commune, diritto individuale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lottieri” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Luca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nell’arte d’amare – la scuola di Marostica -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Marostica). Filosofo italiano. Marostica, Vicenza, Veneto. Grice: “Luca expands on Alcibiades – I have touched the topic of Alcibiade when discussing eudaemonia, as literally having to do with the eudaemon – and the expression occurs in connection with Socrate/Alcibiade -- Grice: “One good thing about Luca is that if my philosophy revolves around ‘reason,’ his does it around ‘eros’!” -- Frequenta il Liceo Ginnasio Brocchi di Bassano del Grappa. Si laurea a Firenze, con la tesi, “Platone e il problema del linguaggio” con relatore Adorno.  È stato incentrato inizialmente sulla tematica dell’’amore’ nella tradizione greco-romana del Convitto e Fedro. Mmantenuto però una costante apertura al ‘mythos’ di Omero, nella convinzione che per quanto differenti possano essere i costumi o gli statuti sociali, rimane un elemento per così dire “originario”, intrinsecamente umano, nell’approccio con il desiderio, l’amore, l’amicizia, la sessualità. In Labirinti dell’Eros, pur sviluppandosi la tematica all'interno di un arco di tempo definito, l’intento non è quello di affrontare l’argomento nella sua unita longitudinale ma di esprimere, senza costrizioni di un “per-corso pre-figurato” una distinzione logico concettuale, attraverso la quale conseguire, almeno, un punto fermo nell'amatoria. Riguarda anche lo sviluppo della tradizione pitagorico-platonica, sia nelle sue caratteristiche peculiari ed in rapporto alla metafisica, sia nell'accezione più ampia rispetto all'esigenza di dare conto "dei fenomeni" o sensibilia. Si orientata alla tarda produzione platonica e al pitagorismo di seconda generazione, che vengono analizzati anche attraverso la cosmologia. Saggi: “Il Simposio, Nuova Italia, Firenze, Platone, Fedro, Nuova Italia, Firenze, Eros e Epos: il lessico d'amore nei poemi omerici, L’amatoria, L.S. Gruppo editoriale, Quarto Inferiore (BO); “Platone e la sapienza antica. Matematica, filosofia e armonia, Marsilio, Venezia, Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone, con un saggio, Marsilio Venezia. Roberto Luca. Luca. Keywords: l’arte d’amare, Ovidio, il convito, I dialogui dell’amore: il convito e Fedro, l’amore degl’eroi – achille e patroclo – niso ed eurialo – la filosofia dell’amore nel convito, la morte di Patroclo, la morte di Niso, la morte di Eurialo, l’eroe tragico, Achille eroe tragico, Eurialo e Niso, eroi tragici, Enea, eroe tragico, Aiace, eroe tragico, Catone di Utica, eroe tragico, la morte di Eurialo – la morte d’Eurialo – la pederastia – Eurialo piu giovane da Niso. Luigi Speranza, “Grice e Luca: amatoria conversazionale: la massima o principio dell’amore proprio conversazionale e la massima dell’amore all’altro. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luca” – The Swimming-Pool Library. Luca.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lucano: la ragione convrsazionale al portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The  nephew of Seneca, he achieves fame with a poem about the civil war between GIULIO (si veda) Caesar and Pompeo. He follows the Porch, as tutored by Lucio Anneo Cornuto. Farsaglia. Marco Anneo Lucano. Lucano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lucceio: la ragione conversazionale e l’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A historian and a friend of CICERONE. Some of Cicerone’s letters to L. suggests that he may have followed the sect of L’ORTO. Citato da Svetonio. Amico di Giulio Cesare. Citato da Livio. Lucio Lucceio. Keywords: Livio. Lucceio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Luciano: la ragione conversazionale e la gnossi -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. A gnostic, a follower of Cerdo. Luciano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Luciano: la ragione conversazionale e il cinargo romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Roma). Filosofo italiano. He studies at Rome with Nigrino  -- whom some suspect to be his invention – and Albino, of the Accademia. Also influenced by Demonax, whose philosophical outlook is more eclectic, although he is generally regarded as a member of the Cinargo. He is famous for his essays and dialogues, mostly satirical, many of which have survived. A number of philosophers appear in them, although not all of them may have existed. As a satirist, he is more interested in mocking pomposity and exposing hypocrisy than in advocating any positive doctrine. Loeb. Luciano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lucilio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Sessa Aurunca). Filosofo italiano. Alcuni romani insigni nutrirono interesse vivo per i problemi della filosofia. L. Ciò si può dire di un membro del circolo degli Scipioni, nato da famiglia ricca e distinta. L. ha un fratello che e senatore e, per mezzo della figlia, nonno di Pompeo. L. conosce la cultura greca (di cui si penetra) nell’Italia meridionale e a Roma, ove passa la maggior parte della vita. Forse soggiorna anche in Atene. Come cavaliere L. partecipa alla guerra contro Numanzia, agli ordini di Scipione Emiliano L'Affricano, con cui aveva già stretti rapporti.In seguito appoggia del'Affricano energicamente l'azione politica. L. fa parte, oltrechè del circolo degli Scipioni, di uno più ampio. L. e amico dell'accademico Clitomaco, che gli dedica un libro. Morì a Napoli. L. scrive XXX libri di satire -- un genere filosofico --, di cui restano frammenti.In esse satire, L. rappresenta e critica la vita romana dell’età sua, interessandosi soprattutto di questioni politiche.Dei vizi del tempo L. e giudice severo. L. si occupa molto di problemi logico-grammaticali, retorici e letterari.Si interessa anche di filosofia speculativa, alla quale deve avere dedicato una satira. Nei framm. del l. 28 la teoria dell’ORTO è confutata verisimilmente da uno dall’ACCADEMIA, anche perchè vi si trovano varie notizie sulla storia di tale scuola. La forma e il contenuto delle satire di L. rivelano l’influsso della filosofia popolare del cinismo di Bione e di Menippo. Un ampio frammento in cui L. dipinta la virtù romana, secondo alcuni proviene da Panezio, secondo altri da Cleante: però qualche storico pone L. in relazione con l'Accademia. A poetical philosopher, he writes many satirical works. Although philosophy is one of his subjects, many of his writings are concerned with social morals and standards of public life. Only fragments survive. Climotaco dedicates a ‘saggio’ on the suspension of judgment to him. Ed. Warmington Loeb, Remains of Old Latin. Gaio Lucilio. Keywords: Livio. Lucilio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lucilio: la ragione conversazionale e il portico romano --  l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A poetic philosopher. Best known as the friend of Seneca, to whom CXXIV letters are written discussing a wide range of issues from a primarily point of view of the Porch. Gaio Lucilio Minore.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lucio: la ragione conversazionale e il cinargo romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Of the Cynargo and an opponent of Favorino. Lucio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lucrezio: la ragione conversazionale e l’orto romano – l’limplicatura conversazionale dell’alma figlia di Giove – Roma == filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pompei). Filosofo italiano. Grice: “By far the most important concept in Lucrezio’s philosoophy is that of clinamen that Strawson translates as the ‘swerve.’ It was saved from extinction by an Italian – as the novel tells you!” Grice: “While Strawson reads it in Latin, I prefer the version in the vulgar!” – Grice: “And by the vulgar I mean Marchetti!” Grice: “It’s amazing how well Marchetti interprets Lucezio – there is a little treatise on Epicureanism in the Lucrezio by Marchetti which is interesting. A real continuity in Italian philosophy!” -- possibly the most important Italian philosopher. Seguace dell'epicureismo. Della sua vita ci è ignoto quasi tutto: egli non compare mai sulla scena politica romana, né sembra esistere negli scritti dei contemporanei, in cui non viene mai citato, eccezion fatta per la lettera di Cicerone ad Quintum fratrem II 9, contenuta nella sezione Ad familiares, in cui il celebre oratore accenna all'edizione, forse postuma, del poema di L., che egli starebbe curando. Ma in scrittori romani successivi egli viene spesso citato: ne parlano Seneca, Frontone, Marco Aurelio, Quintiliano, Ovidio, Vitruvio, Plinio il Vecchio, senza tuttavia fornire nuove informazioni sulla vita. Questo però dimostra che non si tratta di un personaggio inventato. Un'altra fonte che lo cita è San Girolamo nel suo Chronicon o Temporum liber, di cinque secoli dopo, in cui, ispirandosi ad alcuni dubbi passi di Svetonio, ci dice che sarebbe nato  morto suicida. Tale dato non concorda tuttavia con quanto affermato da Elio Donato, maestro di Girolamo stesso, secondo il quale Lucrezio sarebbe morto quando indossò la toga virile, nell'anno in cui erano consoli per la seconda volta Crasso e Pompeo. Questo dato ha fatto propendere a credere che Lucrezio mori  nel 55 a.C., all'età di quarantatré anni. Queste vengono comunemente considerate le uniche notizie biografiche tramandate direttamente dall'antichità.  Ignoto risulta anche il luogo di nascita, che tuttavia taluni hanno creduto essere Ercolano, per la presenza di un Giardino Epicureo in quest'ultima città, in particolare, dall'analisi di numerose epigrafi risalenti all'epoca dell'autore latino, risulta evidente un'ingente presenza del cognome Carus nell'antico territorio campano, secondo la critica recente la suddetta indagine prova fermamente (nei limiti del probabile) le origini campane di L.. Neppure la sua militanza politica sembra essere ricostruibile: il desiderio di pace accennato prima non sembra affatto ricordare il drammatico rancore dell'aristocratico, per altro solitamente stoico, che vede sgretolarsi la Repubblica e la libertà, ma il desiderio dell'"amico" epicureo, che vede nella pace e nel benessere di tutti la possibilità di fare accoliti e viver serenamente. È tuttavia rilevante il fatto che la sua opera De rerum natura sia dedicata a Memmio, fine letterato e appassionato di cultura greca, ma anche e soprattutto membro di spicco degli optimates.  Tale era, del resto, il suo desiderio di pace da auspicare alla fine del proemio della sua opera una "placida pace" per i Romani. Questo anelito così forte alla pace è peraltro riscontrabile non solo in Lucrezio, ma anche in Catullo, Sallustio, Cicerone, Catone l'Uticense e perfino in Cesare: esso rappresenta il desiderio di un'intera società dilaniata da un secolo di guerre civili e lotte intestine. La scarsità delle fonti sulla sua vita ha portato molti a interrogarsi persino sulla stessa esistenza del filosofo, a volte considerato solo uno pseudonimo sotto il quale si celava un anonimo filosofo per alcuni un amico epicureo di Cicerone, Tito Pomponio Attico, che si suicidò, o persino lo stesso Cicerone.  Secondo lo storico Luciano Canfora, è possibile ricostruire una scarna biografia di Lucrezio: nacque ad Ercolano, dove aveva una villa la famiglia nobiliare di un possibile parente, Marco Lucrezio Frontone)  appartenente quasi sicuramente all'antica famiglia nobile dei Lucretii (qualcuno ne fa invece un liberto della stessa famiglia). Studiò l'epicureismo proprio ad Ercolano, dove si trovava un centro della "filosofia del giardino", diretta da  Filodemo di Gadara, allora ospite nella villa di Lucio Calpurnio Pisone, il ricco suocero di Cesare (la cosiddetta "villa dei papiri").  Avrebbe sofferto di sbalzi d'umore, chiamati oggi disturbo bipolare, ma non sarebbe stato pazzo, ma di questo umore alterno risentì il suo lavoro. In disaccordo con le guerre civili, avrebbe lasciato Roma e non sarebbe morto suicida ma avrebbe viaggiato ad Atene, nei luoghi del maestro Epicuro, e oltre, essendo forse il suo nome conosciuto da Diogene di Enoanda, quindi quasi in Asia minore, nelle cui famose incisioni sotto il portico della sua casa si ricorda un certo "Caro" (nome poco diffuso), romano, e sapiente epicureo.  Non si sa se il poema fosse diffuso nell'oriente, quindi è possibile che Lucrezio si fosse davvero recato in Grecia. Lucrezio, spinto da una delusione d'amore, si sarebbe allontanato lasciando incompiuto il suo poema, affidato forse a Cicerone stesso (che difatti non parla effettivamente di suicidio ma afferma: «Lucretii poemata, ut scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis» ("le poesie di Lucrezio, come tu mi scrivi, sono dotate di molti lumi di talento, e tuttavia di molta arte"), ma, forse, senza impazzire e morire (che fosse suicidandosi o perché assassinato), esagerazione della fonte di Girolamo o di qualche altro avversario di Lucrezio, e sarebbe stato forse volutamente confuso dallo stesso Girolamo con Lucullo, onde screditare l'epicureismo.  Il destinatario dell'opera, Gaio Memmio, caduto in disgrazia ed espulso dal Senato per condotta immorale, andò ad Atene, causando una nuova delusione a Lucrezio, che, tornato a Roma, sarebbe morto.  La notizia di un "filtro d'amore" velenoso somministratogli da una donna di facili costumi, amante gelosa di Lucrezio, viene riportata anche da Svetonio nei confronti di Caligola e della moglie Milonia Cesonia; in questo caso è apparsa una semplice diceria, e, data l'ispirazione svetoniana (dal perduto De poetis) del passo di Girolamo su Lucrezio, anche lì sembra essere una spiegazione semplicistica, dovuta alla poca conoscenza dei disturbi psichici che si aveva all'epoca (anche per Caligola si parlò, difatti, come per Lucrezio, di epilessia e malattie fisiche misteriose che l'avrebbero fatto impazzire improvvisamente, come, nel caso di studiosi moderni, l'avvelenamento da piombo, oltre che dei detti "filtri").  Se Lucrezio soffrì di un disagio psichico, che lo avrebbe spinto a cercare sollievo nella filosofia, non fu a causa di un veleno, e se il suicidio ci fu (il che potrebbe spiegare l'abbandono improvviso del poema), la causa potrebbe essere stata di natura politica — come sarà più tardi il caso di Catone Uticense —, ovverosia la rovina del suo protettore Memmio e della sua cerchia culturale. Virgilio, che lo rispettava anche se era passato dall'epicureismo, abbracciato in gioventù, alle teorie pitagoriche, parla di lui nelle Georgiche e nelle Bucoliche, definendolo "felix" (ossia "prediletto dalla dea fortuna") e non "folle". Secondo Guido Della Valle, la V ecloga, che parla della morte di un personaggio chiamato Dafni (a volte identificato con Cesare, a volte con Flacco, il fratello di Virgilio), potrebbe riferirsi invece alla morte dello stesso Lucrezio, definita "immatura e innaturale", cioè avvenuta per cause traumatiche. Il movente politico e morale del gesto potrebbe essere la causa del silenzio attorno ad esso e del fiorire di aneddoti per giustificarlo, dato che non si poteva cancellare la grandezza filosofica di Lucrezio, con una sorta di damnatio memoriae di solito riservata ai nemici politici.  Essi erano spesso vittime delle liste di proscrizione dei vincitori, come quella di Marc’antonio che colpirà Cicerone, e molti si toglievano la vita, in quanto morte onorevole per i costumi romani; Virgilio e Orazio, estimatori di L., facevano parte della corte di Augusto, e dovevano quindi allinearsi alla linea culturale dettata dall'imperatore, assertore dell'antica moralità e diffusore della leggenda di Cesare (per cui venivano cancellate le espressioni scomode di dissenso), e dal suo amico Mecenate, in cui l'epicureismo, se non sfumato come in Orazio appuntocosì come ogni opera che non fosse celebrativa del princeps e della grandezza di Roma non trovava spazio, per cui Lucrezio verrà ricordato solo come grande poeta, tralasciandone l'aspetto filosofico.  Secondo Della Valle, quindi, Lucrezio si sarebbe tolto la vita come gesto di protesta contro la classe politica in ascesa, o perché condannato a morte da essa. L., per il periodo in cui è vissuto, personaggio scomodo: gli ideali epicurei di cui era profondamente intriso corrodevano le basi del potere di una Roma alla vigilia della congiura di Catilina. In un'epoca di tensioni repubblicane, infatti, isolarsi dalla realtà politica nell'hortus epicureo significa sottrarsi ai negotia politici e uscire di conseguenza anche dalla sfera d'influenza del potere. Le più forti correnti stoiche, ostili all'epicureismo, avevano permeato la classe dirigente romana in quanto più conformi alla tradizione guerriera dell'Urbe. L'epicureismo era invece presente anche attraverso il citato Filodemo e altri in Campania, dove Virgilio avrebbe approfondito la sua conoscenza dell'epicureismo. Orazio non lo nomina, ma è evidente che lo conosce, e ideologicamente gli è più vicino di altri. La natura poetica del De rerum natura fa sì che Lucrezio col suo pessimismo esistenziale avanzi profezie apocalittiche, visioni quasi allucinate, critiche e ambigue espressioni (Grice), che accompagnano il poema. Alcuni teologi come San Girolamo ed altri, hanno dato di lui l'immagine di un ateo psicotico in preda alle forze del male. Appoggiandosi alla psicoanalisi qualcuno ha sostenuto che in certi bruschi cambiamenti di immagine e di pensiero ci fossero i sintomi di una pazzia delirante o di problemi di ordine psichico. In realtà l'ipotizzata pazzia di L. appare oggi più plausibilmente un tentativo di mistificazione per screditare il poeta, così come la presunta morte per suicidio sarebbe stato l'esito di un modo di pensare perverso, che travia chi lo segue. L'ipotesi dell'epilessia poi, viene avanzata sulla base dell'arcaica credenza che il poeta fosse sempre un invasato; elemento quest'ultimo da collegare alla credenza che gli epilettici fossero sacri ad Apollo e da lui ispirati nelle loro creazioni. Comunque altri scrittori cristiani come Arnobio e Lattanzio affermarono che egli non fosse pazzo e che non si fosse ucciso. L'ipotesi della follia e del suicidio attestata dal Chronicon di Girolamo si fondava su illazioni di Svetonio, peraltro di difficile verifica. Potrebbe anche esserci stata una confusione dovuta all'abbreviazione “Luc.,” impiegata indifferentemente nei codici latini per indicare i nomi di Lucillius, Lucullus e Lucretius. Plutarco scrisse infatti di un certo Licinio LUCULLO (si veda), politico, generale e cultore dei piaceri, che morì dopo essere impazzito a causa di un filtro d'amore. L'errore di interpretazione dell'abbreviazione “Luc.” potrebbe così aver permesso lo scambio dei due personaggi. A causa dell'impossibilità di ricostruire i momenti salienti della sua vita, dunque, il progetto filosofico che egli volle esprimere è ricostruibile interamente solo dalla sua opera, considerata tra le più vigorose d'ogni età. Bisogna ora individuare le motivazioni che spinsero L. a scrivere il De rerum natura, che fondamentalmente sono due. La prima è una ragione etico-filosofica, in quanto L., affascinato dalla filosofia epicurea, desiderava invitare il lettore alla pratica di tale filosofia, incitandolo a liberarsi dall'angoscia della morte e degli dèi. La seconda motivazione invece è di carattere storico. L. era conscio che la situazione politica a Roma peggiorasse di giorno in giorno: Roma era quadro ormai di continui scontri bellici e conseguenti dissidi; giustappunto egli, con un evidente positivismo, voleva incoraggiare il cittadino-lettore romano a non perdere la fiducia verso un successivo miglioramento della situazione. L. si proponeva di rivoluzionare il cammino di Roma, riportandolo all'epicureismo che era stato declinato in favore dello stoicismo. La prima cosa da distruggere era la convinzione provvidenzialistica stoica e più propriamente romana. Non c'era un dovere romano di civilizzare "l'orbe terrifero e de le acque", come farà dire Virgilio alla Sibilla Cumana in un colloquio con Enea. Non c'è una ragione seminale universale responsabile della vita nel cosmo, destinata a deflagrare per poi ricominciare un nuovo, identico, ciclo esistenziale, come voleva la fisica stoica, ma un mondo che non è unico nell'universo, peraltro infinito, essendo uno dei tanti possibili. Non c'è quindi nessun fine provvidenziale di Roma, essa è una Grande fra le Grandi, ed un giorno perirà nel suo tempo. La religione, considerata come Instrumentum regni, deve essere non distrutta, ma integrata nel contesto del viver civile come utile ma falsa. Egli afferma fin dal libro I del De rerum natura. Tanto male poté suggerire la religione. Ma anche tu forse un giorno, vinto dai terribili detti dei vati, forse cercherai di staccarti da noi. Davvero, infatti, quante favole sanno inventare, tali da poter sconvolgere le norme della vita e turbare ogni tuo benessere con vani timori! Giustamente, poiché se gli uomini vedessero la sicura fine dei loro travagli, in qualche modo potrebbero contrastare le superstizioni e insieme le minacce dei vati... Queste tenebre, dunque, e questo terrore dell'animo occorre che non i raggi del sole né i dardi lucenti del giorno disperdano, bensì la realtà naturale e la scienza... E perciò, quando avremo veduto che nulla può nascere dal nulla, allora già più agevolmente di qui potremo scoprire l'oggetto delle nostre ricerche, da cosa abbia vita ogni essenza, e in qual modo ciascuna si compia senza opera alcuna di dèi. Lucrezio colpiva direttamente la credenza negli dèi latini sostenendo che non c'è preghiera che schiuda le fauci di una tempesta, giacché essa è regolata da leggi fisiche e gli dèi, seppur esistenti e anche loro composti da atomi così sottili che ne assicurano l'immortalità, non si curano del mondo né lo reggono; ma la religione deve essere inglobata nella scoperta e nello studio della natura, che rasserena l'animo e fa comprendere la vera natura delle cose: infatti l'unico principio divino che regge il mondo è la divina voluptas, Venere: il piacere, la vita stessa intesa come animazione regge l'universo, ed è l'unica cosa in grado di fermare lo sfacelo che sta portando Roma alla fine: Marte, ovvero la Guerra. Proprio per questo, egli elogia Atene, creatrice di quegli intelletti più grandi che hanno illuminato la natura e quindi l'uomo stesso, ed in ultima istanza Epicuro, sole invitto della conoscenza rasserenatrice. Non solo, egli stesso si sente quasi un poeta rasserenatore delle tempeste umane e proprio per questo si sente profondamente affine ai poeti delle origini, il cui luogo principe è in Empedocle (secondo infatti per elogi solo a Epicuro) ma con una sola grande differenza: egli non è portatore di una verità divina fra le umane genti, ma di una verità affatto umana, universale e per tutti, che attecchirà ben presto per la salvezza di Roma. Epicuro è comunque, per Lucrezio, il più grande uomo mai esistito, come risulta dai tre inni a lui dedicati (chiamati anche "trionfi" o "elogi"):  «E dunque trionfò la vivida forza del suo animo. E si spinse lontano, oltre le mura fiammeggianti del mondo. E percorse con il cuore e la mente l'immenso universo, da cui riporta a noi vittorioso quel che può nascere, quel che non può, e infine per quale ragione ogni cosa ha un potere definito e un termine profondamente connaturato. Perciò a sua volta abbattuta sotto i piedi la religione è calpestata, mentre la vittoria ci eguaglia al cielo. Il De rerum natura e un poema didascalico in esametri, di genere scientifico-filosofico, suddiviso in sei libri (raccolti in diadi), comprendente un totale di 7415 versi, che illustrano fenomeni di dimensioni progressivamente più ampie: dagli atomi si passa al mondo umano per arrivare ai fenomeni cosmici. Riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la struttura del poema Περὶ φύσεως di GIRGENTI (vedasi) (anche un'opera dell’ORTO aveva il medesimo titolo). Secondo i filologi vi sono corrispondenze e simmetrie interne che corrisponderebbero ad un gusto alessandrino. L'opera infatti è suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare ed una fine tragica. Ogni diade contiene un inno ad Epicuro, mentre il secondo e il terzo libro (in quest'ultimo è presente anche un'esposizione della sua estetica) si aprono entrambi con un inno alla scienza. Essendo un poema didascalico, ha come modello Esiodo e quindi anche GIRGENTI (vedasi), che aveva preso il modello esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri modelli potrebbero essere i poeti ellenistici Arato e Nicandro di Colofone, che usavano il poema didascalico come sfoggio di erudizione letteraria. Il destinatario e i destinatari Il dedicatario dell'opera è la Memmi clara propago, ovvero il rampollo della famiglia dei Memmi, che solitamente si identifica con Gaio Memmio. Più in generale, si può dire che il destinatario che l'autore si prefigge di conquistare è il giovane aperto ad ogni esperienza, che un giorno prenderà il posto dei politici e attuerà quella rivoluzione propugnata con tanto fervore da L.. Ma, almeno con Memmio, egli fallì: da adulto divenne un dissoluto, fraintendendo il significato di piacere catastematico epicureo, e fu allontanato dal Senato probri causa, cioè per immoralità. Riparò quindi in Grecia, dove scrisse poesie licenziose e dove ce lo menziona anche Cicerone (nelle Ad Familiares), intenzionato a distruggere la casa e il giardino in cui proprio Epicuro risiedette, per costruirsi un palazzo, suscitando lo sdegno degli epicurei che fecero istanza a CICERONE stesso di intervenire per impedirglielo, senza che però Cicerone ci riuscisse. In un simile progetto L. scelse di doversi rifare ad un modello di stile arcaico, che vedeva in Livio Andronico, ma soprattutto in Ennio e in Pacuvio i modelli emuli, per motivi fra loro quanto meno vari: l'egestas linguae (povertà della lingua), lo vede costretto a dover arrangiare le lacune terminologiche e tecnicistiche con l'arcaismo, ancora che proprio L., insieme a Cicerone, sia uno dei fondatori del lessico astratto e filosofico latino, e a colmare e ancor meglio comprendere l'oscurità del filosofo con la mielosa luce della poesia. Discendendo più in profondità nelle anguste gole del poema, si notano anche altri problemi cui dovette far fronte: primo fra tutti, come tradurre parole di pregnanza filosofica in latino, che ancora non aveva termini confacenti. Finché poté, egli evitò la semplice translitterazione (ad es. "atomus" per Ατομος) e preferì invece usare altri termini presenti già nella sua lingua magari dandogli altra accezione oppure (come mostrato anche sopra) creando neologismi. Ed è proprio grazie all'arcaismo che L. riesce a rendere possibile tutto questo: infatti era proprio dello stile arcaico il neologismo "munificenza" ed anche un certo uso (convulso a detta di antichi e moderni) delle figure di suono quali allitterazioni, consonanze, assonanze e omoteleuti. Molto importante è anche il fatto che L.non si limitò a trasmettere il messaggio di Epicuro con un arido scritto filosofico, ma lo fece attraverso un poema che, a differenza del rigoroso linguaggio razionale della filosofia, parla per squarci imaginifici. Sul piano teorico l'opera di Lucrezio si caratterizza come una puntualizzazione di quella epicurea con alcune esplicazioni che nel suo referente greco non erano abbastanza chiare. Il concetto di parenklisis che Lucrezio tradurrà con clinamen mancava di definizione chiara. Nella Lettera ad Erodoto Epicuro poneva infatti la parenklisis ma poi parla piuttosto di una deviazione per urto. Il celebre passaggio del libro II del De rerum natura dice:  Perciò è sempre più necessario che i corpi deviino un poco; ma non più del minimo, affinché non ci sembri di poter immaginare movimenti obliqui che la manifesta realtà smentisce. Infatti è evidente, a portata della nostra vista, che i corpi gravi in se stessi non possono spostarsi di sghembo quando precipitano dall’alto, come è facile constatare. Ma chi può scorgere che essi non compiono affatto alcuna deviazione dalla linea retta del loro percorso? Lucrezio precisa poi ulteriormente le modalità del clinamen aggiungendo:  «Infine, se ogni moto è legato sempre ad altri e quello nuovo sorge dal moto precedente in ordine certo, se i germi primordiali con l’inclinarsi non determinano un qualche inizio di movimento che infranga le leggi del fato così che da tempo infinito causa non sussegua a causa, donde ha origine sulla terra per i viventi questo libero arbitrio, donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati, in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida, e deviamo il nostro percorso non in un momento esatto, né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la mente? Infatti senza alcun dubbio a ciascuno un proprio volere suggerisce l’inizio di questi moti che da esso si irradiano nelle membra]  Per quanto riguarda la sfera del vivente Lucrezio la collega direttamente agli atomi nel loro processo creativo, scrivendo:  Così è difficile rescindere da tutto il corpo le nature dell'animo e dell'anima, senza che tutto si dissolva. Con particelle elementari così intrecciate tra loro fin dall’origine, si producono insieme fornite d’una vita di eguale destino: ed è chiaro che ognuna di per sé, senza l’energia dell’altra, le facoltà del corpo e dell’anima separate, non potrebbero aver senso: ma con moti reciprocamente comuni spira dall’una e dall’altra quel senso acceso in noi attraverso gli organi. Lucrezio riprende in maniera radicale la tesi già di Epicuro. La religione è la causa dei mali dell'uomo e della sua ignoranza. Egli ritiene che la religione offuschi la ragione impedendo all'uomo di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di poter accedere alla felicità, da raggiungere attraverso la liberazione dalla paura della morte. Il poema ha come argomenti principali la lacerante antinomia fra ratio e religio, l'epicureismo e il progresso. La ratio è vista da Lucrezio come quella chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell'oscurità», è il discorso razionale sulla natura del mondo e dell'uomo, quindi la dottrina epicurea, mentre la religio è ottundimento gnoseologico e cieca ignoranza, che lo stesso L. denomina spesso con il termine "superstitio". Indica l'insieme di credenze e dunque di comportamenti umani "superstiziosi" nei confronti degli dèi e della loro potenza. Poiché la religio non si basa sulla ratio essa è falsa e pericolosa. Afferma che sono evidenti le nefaste conseguenze della religione e adduce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito è una rappresentazione falsata della realtà, come nell'Evemerismo. La religione è perciò la causa principale dell'ignoranza e dell'infelicità degli uomini. L. riprende i temi principali della dottrina epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e la "parenklisis" (che egli ribattezza clinamen), la liberazione dalla paura della morte, la spiegazione dei fenomeni naturali in termini meramente fisici e biologici. Egli opera un completamento di essa in senso naturalistico ed esistenzialistico, introducendo un elemento di pessimismo, assente in Epicuro, probabilmente da attribuirsi a una personalità malinconica. Da un punto di vista ontologico, secondo Lucrezio, tutte le specie viventi (animali e vegetali) sono state "partorite" dalla Terra grazie al calore e all'umidità originari. Ma egli avanza anche un nuovo criterio evoluzionistico: le specie così prodotte sono infatti mutate nel corso del tempo, perché quelle malformate si sono estinte, mentre quelle dotate degli organi necessari alla conservazione della vita sono riuscite a riprodursi. Tale concezione atea, materialista, antiprovvidenzialista e storica della natura sarà ereditata e rielaborata da molti pensatori materialisti dell'età moderna, in particolare gli illuministi Diderot, d'Holbach e La Mettrie, anch'essi atei dichiarati e a loro volta divulgatori dell'ateismo; Lucrezio sarà inoltre seguito da Foscolo e Leopardi. L. nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Però, il progresso non è positivo a priori, ma solo finché libera l'uomo dall'oppressione. Se è invece fonte di degradazione morale, lo condanna duramente. Lucrezio introduce nel III libro del De rerum natura una chiarificazione che nel mondo latino era stata trascurata generando non poche confusioni, circa il concetto di “animus” in rapporto a quello di anima Vi sono dunque calore e aria vitale nella sostanza stessa del corpo, che abbandona i nostri arti morenti. Perciò, trovata quale sia la natura dell'animo e dell'anima quasi una parte dell'uomo -, rigetta il nome di armonia, recato ai musicisti già dall'alto Elicona, o che essi hanno forse tratto d'altrove e trasferito a una cosa che prima non aveva un suo nome. Tu ascolta le mie parole. Ora affermo che l'anima e l'animo sono tenuti Avvinti tra loro, e formano tra sé una stessa natura. Ma è il capo, per così dire, è il pensiero a dominare tutto il corpo: quello che noi denominiamo animo e mente e che ha stabile sede nella zona centrale del petto. Qui palpitano infatti l'angoscia e il timore, qui intorno le gioie provocano dolcezza; qui è dunque la mente, l’animo. La restante parte dell’anima, diffusa per tutto il corpo, obbedisce e si muove al volere e all’impulso della mente. Questa da sé sola prende conoscenza, e da sé gioisce, quando nessuna cosa stimola l’anima e il corpo. L. riprende il concetto ellenico di anima come "soffio vitale che vivifica ed anima il corpo, ciò che i greci chiamavano psyché. Questo soffio pervade tutto il corpo in ogni sua parte e lo abbandona solo “con l'ultimo respiro". L'"animus" invece è identificabile col "noùs" ellenico, traducibile in latino con mens. Dunque animus e mens paiono essere o la stessa cosa o due elementi coniugati dell'unità mentale. L'indicazione della “zona centrale del petto” come sede fa pensare al concetto di “cuore”, ricorrente ancora oggi nel linguaggio comune per indicare la sensibilità umana, centro dell'emozione e del sentimento. Parrebbe allora che l'animus sia insieme e conoscenza e emozione, mentre l'anima è soffio vitale. L'angoscia esistenziale Il De rerum natura è ricchissimo di elementi tipici dell'esistenzialismo moderno, riscontrabile specialmente in Leopardi, che dell'opera di L.era un profondo conoscitore, anche se in realtà non è noto il lasso di tempo in cui Leopardi lesse L.. Questi elementi di angoscia hanno indotto alcuni studiosi a sottolineare il pessimismo di fondo che si opporrebbe alla volontà di rinnovare il mondo a partire dalla filosofia epicurea; in altre parole, in Lucrezio ci sarebbero due spinte contrapposte; l'una dominata dalla razionalità e fiduciosa nel riscatto dell'uomo, l'altra ossessionata dalla fragilità intrinseca degli esseri viventi e dal loro destino di dolore e morte. Altri studiosi, però ritengono che l'insistenza di Lucrezio sugli aspetti dolorosi della condizione umana non sia altro che una strategia di propaganda, per fare emergere più fortemente la funzione salvifica della ratio epicurea. S'intende, ciechi alla dottrina di Epicuro.  Sul luogo di nascita: anche se c'è chi afferma fosse nato a Roma, si ritiene quasi all'unanimità che fosse originario della Campania: di Napoli, di Ercolano, o, secondo recenti studi epigrafici, di Pompei, dove il nomen e il cognomen Tito e L. sono attestati, e la gens Lucretia ha delle ville cfr: Biografia di L.; o perlomeno vi avesse abitato a lungo cfr. Enrico Borla, Ennio Foppiani, Bricolage per un naufragio. Alla deriva nella notte del mondo, cfr. anche la Lucrezio Caro, Tito su Enciclopedia Treccani  Sulla data di nascita: molti optano per il 98 a.C. o secondo altri 96 a.C.  Secondo alcune fonti: Lucretius testimonia vitae  Canfora, Vita di L., Sellerio,  o secondo altri 53 a.C., cfr. Paolo Di Sacco, M. Serio, "Odi et amoStoria e testi della letteratura latina" L'età arcaica e la repubblica", Scolastiche Mondadori, Modulo. Testimonianze su L. Canfora. Lucrezio, De rerum natura, L., De rerum natura, Enrico Fichera, I "templa serena" e il pessimismo di Lucrezio: echi lucreziani nella letteratura, Roma, Bonanno edizioni, Lippold, Testo per Arndt-Bruckmann, Griech. u. röm. Porträts, Monaco. Enciclopedia dell'arte antica  Cfr. Gerlo, Coccia, Il mondo classico nell'immaginario contemporaneo  Nel romanzo epistolare di Tiziano Colombi, Il segreto di Cicerone, Palermo, Sellerio, Nomi romani: glossario  Canfora, Cicerone, Ep. ad Quintum fratrem, II 9.  S L. Canfora, Classici: L. e il De rerum natura  Aldo Oliviero, Il suicidio di L., su lafrontieraalta.com. Stampini, Il suicidio di L., Messina, Tipografia D'Amico, La risposta di Virgilio a L.  Guido Della Valle (Napoli), pedagogista e docente universitario, autore di Tito L Caro e l.'epicureismo campano, Napoli, Accademia Pontaniana, L. in Enciclopedia Italiana  L.: informazioni biografiche  ibidem  La natura delle cose, Milano, Rizzoli, Eneide, lLa natura delle cose, cit. supra81. L., La natura delle cose,  La natura delle cose. Il De rerum natura di L.  Introduzione a Lucrezio accesso= Memmio su Enciclopedia Italiana  Lo stile di Lucrezio  C. Craca, Le possibilità della poesia. Lucrezio e la madre frigia in «De rerum natura» IBari, Edipuglia, Epicuro, Opere, E. Bignone, Laterza L,, La natura delle cose, Biagio Conte, Milano, Rizzoli, La natura delle cose.  De rerum natura, Fusaro, L., su filosofico.net. e rerum natura, VTasso segue L. stilisticamente, non ideologicamente: vedasi la famosa similitudine del proemio del libro IV, ripresa nel proemio della Gerusalemme liberate, La natura delle cose, cit. supra, De rerum natura, Pazzaglia, Antologia della letteratura italiana. L., introduzione Edizioni De rerum natura, (Brixiae), Thoma Ferrando auctore, De rerum natura libri sex nuper emendati, Venetiis, apud Aldum, In Carum Lucretium poetam commentarij a Pio editi, Bononiae, in ergasterio Hieronymi Baptistae de Benedictis, De rerum natura libri sex a Lambino emendati atque restituti et commentariis illustrati, Parisiis, in Gulielmi Rovillij aedibus, De rerum natura libri VI, Patavii, excudebat Josephus Cominus, De rerum natura libri sex, Revisione del testo, commento e studi introduttivi di Giussani, Torino, E. Loescher  (importante edizione critica, tuttora fondamentale). De rerum natura, Edizione critica con introduzione e versione Flores, Napoli, Bibliopolis, Traduzioni italiane Della natura delle cose libri sei tradotti da Marchetti, Londra, per G. Pickard. La natura, libri VI tradotti da Rapisardi, Milano, G. Brigola, Della natura, Armando Fellin, Torino, POMBA. Della natura, Versione, introduzione e note di Cetrangolo, Firenze, Sansoni, La natura delle cose, Introduzione di Gian Biagio Conte, Traduzione di Canali, Testo latino e commento Dionigi, Milano, Rizzoli, La natura, Introduzione, testo criticamente riveduto, traduzione e commento di Giancotti, Milano, Garzanti (Per la  specifica sul De rerum natura si rimanda a tale voce) Alfieri, L., Firenze, Le Monnier, A. Bartalucci, L. e la retorica, in: Studi classici in onore di Cataudella, Catania, Edigraf, Bollack, La raison de L. Constitution d'une poetique philosophique avec un essai d'interpretation de la critique lucretienne, Parigi, Les editions de Minuit, Bonelli, I motivi profondi della poesia lucreziana, Bruxelles, Latomus, Boyancé, L. e l'epicureismo, Edizione italiana Alberto Grilli, Brescia, Paideia, Camardese, Il mondo animale nella poesia lucreziana tra topos e osservazione realistica, Bologna, Patron, Canali, L. poeta della ragione, Roma, Editori Riuniti, Canfora, Vita di L., Palermo, Sellerio, G. Della Valle, Tito L. Caro e l'epicureismo campano, Seconda edizione con due nuovi capitoli, Napoli, Accademia Pontaniana, Gerlo, Pseudo-L. in: «L'Antiquité Classique», Giancotti, L. poeta epicureo. Rettificazioni, Roma, G. Bardi, Giancotti, Religio, natura, voluptas. Studi su L. con un'antologia di testi annotati e tradotti, Bologna, Patron, Giardini, Lucrezio. La vita, il poema, i testi esemplari, Milano, Accademia, Greenblatt, Il manoscritto. Come la riscoperta di un libro perduto cambiò la storia della cultura europea, traduzione di Zuppet, Milano, Rizzoli,  H. Jones, La tradizione epicurea, Genova, ECIG, R. Papa, Veterum poetarum sermo et reliquiae quatenus Lucretiano carmine contineantur, Neapoli, A. Loffredo, Perelli, L. poeta dell'angoscia, Firenze, La Nuova Italia, Perelli, L.. Letture critiche, Milano, Mursia, Pieri, L. in Macrobio. Adattamenti al testo virgiliano, Messina, Casa Editrice D'Anna, V. Prosperi, Di soavi licor gli orli del vaso. La fortuna di Lucrezio dall'Umanesimo alla Controriforma, Torino, Aragno, Sasso, Il progresso e la morte. Saggi su Lucrezio, Bologna, Il Mulino, R. ScarciaE. ParatoreG. D'Anna, Ricerche di biografia lucreziana, Roma, Ateneo, Tescari, Lucretiana, Torino, SEI,O. Tescari, L., Roma, Edizioni Roma, A. Traglia, De Lucretiano sermone ad philosophiam pertinente, Roma, Gismondi, Scritti letterari Canali, Nei pleniluni sereni. Autobiografia immaginaria di Tito Lucrezio Caro, Milano, Longanesi, E. Cetrangolo, L.. Tragedia, Roma, Cometa, Colombi, Il segreto di Cicerone, Palermo, Sellerio. Piergiorgio Odifreddi, Come stanno le cose. Il mio L., la mia Venere, Milano, Rizzoli, Alieto Pieri, Non parlerò degli dèi. Il romanzo di L., Firenze, Le Lettere, Epicureismo Esistenzialismo ateo Storia dell'ateismo L. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Tito L. Caro, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tito L. Caro Opere di Tito L. Caro, su Liber Liber.  openMLOL, Horizons Audiolibri di Tito L. Caro, su LibriVox. Goodreads. De Rerum Natura: testo con concordanze e liste di frequenza, su intratext.com. Intervista a Luca Canali su passioni e razionalità in Lucrezio, dall'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, su conoscenza.rai. Analisi critica del pensiero di Lucrezio, su lucrezio.exactpages.com. V D M Epicureismo Filosofia Letteratura  Letteratura Categorie: Poeti romani Filosofi romani Roma L. Atomisti Epicurei Filosofi atei L. Storia dell'evoluzionismo Pre-esistenzialisti Personalità dell'ateismo. Refs.: Lucretius, in The Stanford Encyclopaedia.  Alma figlia di Giove, inclita madre  Del gran germe d'Enea, Venere bella,  Degli uomini piacere e degli Dei: Tu che sotto i girevoli e lucenti  Segni del cielo il mar profondo, e tutta  D’ animai d'ogni specie orni la terra, Che per se fora un vasto orror soUngo: Te Dea, fnggono i venti: al primo arrivo  Tuo svaniscon le nubi: a te germoglia  Erbe e fiori odorosi il suolo indnstre: Tu rassereni i giorni foschi, e rendi  Col dolce sguardo il mar chiaro e tranquillo,  E splender fai di maggior lume il ciclo. Qualor deposto il freddo ispido manto  L'anno ringiovanisce, « la soave  Aura feconda di Favonio spira, Tosto tra fronde e fronde i vaghi augelli. Feriti il cor da' tuoi pungenti dardi,   Cantan festosi il tuo ritorno, o Diva; Liete scorron saltando i grassi paschi  Le fiere, e gonfi di nuor' acqae i fìami  Varcano a nuoto e i rapidi torrenti: Tal da' teneri tuoi rezzi lascivi  Dolcemente allettato ogni animale  Desioso ti segue ovunque il gnidi.   In somma tu per mari e monti e fiumi,  Pe'boschi ombrosi e per gli aperti campi,  Di piacevole amore i petti accendi, E cosi fai che si conservi '1 mondo.   Or se tu sol della Natura il freno  Reggi a tua voglia, e senza te non vede  Del di la luce desiata e bella,   Nè lieta e amabil fassi alcuna cosa: Te, Dea, te bramo per compagna all'opra,  In cui di scriver tento in nuovi carmi  Di Natura i segreti e le cagioni  Al gran Memmo Gemello a te si caro,  In ogni tempo, e d’ogni laude ornato. Tu dunque, o Diva, ogni mio detto aspergi  D’eterna grazia, e fa’ cessare intanto  E per mare e per terra il fiero Marte,   Tu, che sola puoi farlo: egli sovente  D’amorosa ferita il cor trafitto  Umil si posa nel divin tuo grembo.   Or mentr’ ei pasce il desioso sguardo  Di tua beltà, ch'ogni beltade avanza,   E che l’anima sua da te sol pende, Deh ! porgi a lui, vezzosa Dea, deh ! porgi  A lui soavi preghi, e fa'ch’ ei renda  Al popol suo la desiata pace. Che se la patria nostra è da nemiche  Armi abitata, io più seguir non posso con animo quieto il preso stile,  nè può di Memmo il generoso figlio aS   l^egar sé stesso alla comaa salate. Tu, gran prole di Memmo, ora mi porgi  Grate ed attente orecchie, e ti prepara,  Lungi da te cacciando ogni altra cura,   Alle vere ragioni, e non volere  I miei doni sprezzar pria che gl’ intenda. Io narrerotti in che maniera il cielo con moto alterno ognnr si volga c giri j  Degli Dei la natura, e delle cose  Gli alti principi, e come nasca il tutto ;  Come poi -si nutrichi, e come cresca, Ed in che finalmente ei si risolva:   £ ciò da noi nell’avvenir dirassi primo corpo, materia, o primo seme, o corpo genitale, essendo quello  Onde prima si forma ogni altro corpo: Che d'uopo é pur che’n somma eterna pace  Yivan gli Dei per lor natura, e lungi  Stian dal governo delle cose umane, Scevri d' ogni dolor, d’ogni periglio, biechi sol di lor stessi, e di lor fuori di nulla bisognosi, e che nè metto  Nostro gli alletti, o colpa accenda ad ira. Giacca l’ umana vita oppressa e stanca  Sotto religìon grave e severa. Che mostrando dal ciel l’altero capo  Spaventevole in vista e minacciante ne soprasta. Un iiom d’Atene il primo e, che d’ergerle incontra ebbe ardimento  Gli occhi ancor che mortali, e le s’oppose.  Questi non paventò nè eie! tonante  Nè tremoto che ’l mondo empia d’ orrore,  Nè fama degli Dei, nè fulmin torto j  Ma qual acciar su dura alpina cote quanto s’agita più tanto più splende. Tal dell’animo suo mai sempre invitto  Nelle difficoltà crebbe il desio a  Di spezzar pria d'ogni altro i saldi chiostri,  E r ampie porte di Natura aprirne.   Cosi vins' egli, e con l' eccelsa mente  Varcando oltre a' confin del nostro mondo, e bastante a capir spazio infinito. Quindi sicuramente egli n’ insegna  Gid che nasca o non nasca, ed in qual modo  Ciò che racchiude l' Universo in seno  Ha poter limitato, e tcrmin certo :   E la religion co’pié calcata,  L' alta vittoria sua c’ erge alle stelle. Nè creder già che scelerate ed empie sian le cose eh’ io parlo. Anzi sovente  L' altrui religion ne’ tempi^antichi  Cose produsse scelerate ed empie. Questa il fior degli eroi scelti per duci  Deir oste argiva in Aalide indusse  Di Diana a macchiar l' ara innocente  Col sangue d' Ifigenia, allor che cinto di bianca fascia il bel virgineo crine vid’ella a se davanti in mesto volto  Il padre, e alni vicini i sacerdoti  Celar 1’ aspra bipenne, e '1 popol tutto  Stillar per gli occhi in larga vena il pianto  Sol per pietà di lei, che muta e mesta  Teneva a terra le ginocchia inchine. Nè giovi punto all’innocente e casta povera verginella in tempo tale,  ch’ a nome della patria il prence avesse  All’ esercito greco un re donato; Che tolta dalle man del suo consorte  Fu condotta all’ aitar tutta tremante:   Non perchè terminato il sacrifizio,  legata fosse col soave nodo d’un illustre imeneo. Ma per cadere  Nel tempo stesso delle proprie nozze  A* piè del genitore ostia dolente per dar felice e fortunato evento  All' armata navale. Error si grave  Persuader la religion poteo. Tu stesso dall’orribili minacce de’ poeti atterrito, a i detti nostri di negar tenterai la fe dovuta. Ed oh, quanti potrei fìngerti anch'io  Sogni e chimere, a sovvertir bastanti  Del viver tuo la pace, e col timóre  Il sereno turbar della tua mente.   Ed a ragion, che se prescritto il fine vedesse l'uomo alle miserie sue. Ben resister potrebbe alle minacce  Delle religioni, e de' poeti. Ma come mai resister può, s' ei teme  Dopo la morte aspri tormenti eterni.  Perchè dell' alma è a lui l’essenza ignota:  S' ella sia nata, od a chi nasce infusa, E se morendo il corpo anch' ella muoia? Se le tenebre dense, e se le vaste  Paludi vegga del tremendo Inferno, O s' entri ad informare altri animali  Per ^divino voler, siccome il nostro  Ennio cantò, che pria d' ogn' altro colse  In riva d'Elicona eterni allori. Onde intrecciossi una ghirlanda al crine FRA L’ITALICA GENTI illustre c chiara?  Bench' ci ne' dotti versi affermi ancora  Che sulle sponde d' Acheronte s' erge  Un tempio sacro a gl' infernali Dei,   Ove non 1' alme o i corpi nostri stanno. Ma certi simulacri in ammirande  Guise pallidi in volto, e quivi narra d’aver visto l'imagine d’Omero  Piangere amaramente, e di Natura  Raccontargli i segreti e le cagioni. Dunque non pnr de’più sublimi effetti Cercar le cause, e dichiarar conviensi  Della luna e del sole i morimenti.  Ma come possan generarsi in terra tutte le cose, e con ragion sagace principalmente investigar dell' alma, £ dell'animo uman l’occulta essenza,   E ciò che sia quel, che vegliando infermi,  £ sepolti nel sonno, in guisa n'empie d’alto terror, che di veder presente  Parne, e d’udir chi già per morte in nude ossa ò converso, e poca terra asconde e so ben io qual malagevol’ opra   Sia r illustrar de’ Greci in toschi carmi  L’ oscure invenzioni, e quanto spesso  Nuove parole converrammi usare, non per la povertà della mia lingua ch’alia greca non cede, e più d’ ogn’ altra piena è di proprie e di leggiadre vocij ma per la novità di quei concetti  Ch’esprimer tento, e che nuli’ altro espresse.  Pur nondimcn la tua virtude ò tale,  e lo sperato mio dolce conforto  Della nostr’amistà, eh’ ognor mi sprona  A soffrir volentieri ogni fatica,  E m’induce a vegliar le notti intere,  sol per veder con quai parole io possa  Portare innanzi alla tua mente un lume,  Ond’ ella vegga ogni cagione occulta. Or si vano terror, si cieche tenebre   Schiarir bisogna, e via cacciar dall’ animo nn co’ be’ rai del sol, non già co’ lucidi dardi del giorno a saettar poc’ abili fuorché l’ombre notturne e i sogni pallidi, Ma col mirar della Natura, e intendere  D’occulte cause e la velata imagine. Tu, se di conseguir ciò brami, ascoltami. Sappi, che nulla per diyin volere  Pad dal nalla crearsi, onde il timore,  che qaind'il cor d'ogni mortale ingombra,  Vano è del tutto, e se tu vedi ognora  Formarsi molte cose in terra e ’n cielo,  nè d'esse intendi le cagioni, e pensi  Perciò che Dio le faccia, erri e deliri.   Sia dunque mio principio il dimostrarti,  Che nulla mai si può crear dal nulla.  Quindi assai meglio intenderemo il resto  £ come possa generarsi il lutto  Senz'opra degli Dei. Or se dal nnlla-  Si creasser le cose, esse di seme  Non avrian d'uopo, e si vedrian produrre  Uomini ed animai nel seti dell' acque, nel grembo della terra uccelli e pesci, e nel vano dell’aria armenti e greggi;   Pe' luoghi culli, e per gl' inculti il parto  D'ogni fera selvaggia incerto fora;   Nè sempre ne darian gl'istessi frutti  Gli alberi, ma diversi ; anzi ciascuno  D' ogni specie a produrgli allo sarebbe.  Poiché come potrian da certa madre nascer le cose, ove assegnati i propri semi non fosser da ^Natura a tutte 1 Ma or perché ciascuna è da principi certi creala, indi ha il natale ed esce  Lieta a godere i dolci rai del giorno, ov'è la sua materia e -i-vorpi primi:   E quindi nascer d'ogni cosa il tutto  Non può, perchè fra loro alcune certe cose hall l'interna facoltà distinta.   Inoltre ond' è che primavera adorna sempre è d’ erlie e di fior? che di mature  Biade all' estiv' arsura ondeggia il campo? e che sol quando Febo occupa i segni  O di Libra o di Scorpio, allor la vite Suda il dolce liquor che inebria i sensi? Se non perché a'ior tempi alcuni certi  Semi in un concorrendo, atti a produrre  Son ciò che nasce, alJor che le stagioni  Opportune il richieggono, e la terra  «I Di rigor genital piena c di succo, Puote all’ aure inalzar sicuramente  Le molli erbette e l’altre cose tenere i che se pur generate esser dal nulla  Potessero, apparir dovrian repente  In contrarie stagioni e spazio incerto,   Non vi essendo alcun seme, che impedito  Dall' Union feconda esser potesse  O per ghiaccio o per sol ne' tempi avversi.  Né per crescer le cose avrian mestiere di spazio alcuno in cui si unisca il seme,  i' elle fosser del nulla atte a nutrirsi. Ma nati appena i pargoletti infanti  Diverrebbero adulti, e in un momento  Si vedrebber le piante inverso il cielo  Erger da terra le robuste braccia. Il che mai non succede. Anzi ogni cosa cresce, come conviensi, a poco a poco,   E crescendo, conserva e rende eterna  La propria specie. Or tu confessa adunque  Che della sua materia, e del suo seme  Nasce, si nutre e divien grande il tutto.   S’arroge a ciò, che non daria la terra il dovuto alimento ai lieti parti. Se non cadesse a fecondarle il seno  Dal del 1' umida pioggia, e senza cibo propagar non potrebber gli animali  La propria specie, e conservar la vita, Ond' è ben verisimile, che molte  Cose molti fra lor corpi comuni  Àbbian, come le voci han gli elementij  Anzi, che sia senza principio alcuna.   In somma ond' è che non forma Natura uomini tanto grandi e si robusti, che potesser co’ piè del mar profondo varcar l’ acque sonanti e con la mano sveller dall’imolor l’alte montagne, e viver molt’ etadi, e molti secoli? L. is known only for his long poem De rerum natura in which he sets out the doctrines of the Garden. As the only substantial systematic work of the Garden to survive from antiquity it is a work of considerable significance. Unfortunately, it is difficult to judge how accurate an account of the school’s teaching as there is little with which to compare it. However, the Garden tended towards conservatism in doctrinal matters and so it isunlikely L. strays far from orthodoxy. The first two books of the poem are mainly concerned with espounding atomism, the middle two are concerned with human nature and knowledge, and the last to analyse a number of natural phenomena.  Tito Lucrezio Caro. Lucrezio. Luigi Speranza, "Grice, Lucrezio, e la natura delle cose," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Luigi Speranza, “Grice e Lucrezio: implicatura atomica” – “implicatura e composizionalita” – “implicatura elementare” – “implicatura simplex” “implicatura simplice” “implicatura complessa”, “alma figlia di Giove” --. Lucrezio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lucullo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale --  Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Si distingue nella guerra sociale come tribunus militum. Avendo avuto quale pro-questore sotto SILLA (si veda) nella guerra mitridatica l’incarico di recarsi dalla Grecia in Cirenaica e in Egitto e di raccogliere una flotta, L. volle avere presso di sè Antioco d’Ascalona in quel pericoloso viaggio sul mare. Pretore, propretore in Africa, e console, ottenne il governo proconsolare della Cilicia e il comando della guerra contro Mitridate e sconfisse prima questo, poi il suo alleato Tigrane re di Armenia. Negl'anni del suo comando, batiè con poche forze grossi eserciti nemici. Ma per il malcontento dei soldati le cose peggiorarono, sicchè i suoi avversari lo fanno richiamare a Roma ove soltanto gli e concesso il trionfo. L. contribuì potentemente alla diffuzione della filosofia in Roma. L. e oratore, storico -- scrive una storia della guerra sociale -- e si interessa vivamente per la filosofia, tanto che volle compagno Antioco sia da pro-questore che da pro-console e con gli studi filosofici si consola degli insuccessi politici. A rich Roman who makes a career in public and military life. A friend and pupil of Antioco, his philosophical tastes appear to have been quite eclectic. He spends his last years quietly going insane. Lucio Licinio Lucullo. Keywords: Livio.  Lucullo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Luporini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- i corpi di Vinci – il leopardi fascista – leopardi fascisti – ultra-filosofico – la scuola di Ferrara -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming Pool Library (Ferrara). Filosofo italiano. Ferrara, Emilia Romagna. Grice: “I like Luporini; I lerarned from him how silly Austin is when talking of ‘material object’ – a contradiction in terminis for Kant who uses ‘materie’ very strictly; Luporini’s study of Leopardi is brilliant – and he has explored the genius of Vinci, which is good!” Si recò a Friburgo, dove frequenta le lezioni di Heidegger, e poi a Berlino, dove poté seguire le lezioni di Hartmann. Si laurea a Firenze. Insegna a Cagliari, Pisa e Firenze. Dopo un in interesse per l'esistenzialismo, aderì al marxismo, iscrivendosi al Partito Comunista, per il quale fu eletto senatore nella terza legislature. Tra le altre iniziative parlamentari, fu firmatario di un progetto di legge, "Istituzione della scuola obbligatoria statale dai 6 ai 14 anni.” Fonda la rivista Società.  Collabora ai periodici politico-culturali del PCI, Il Contemporaneo, Rinascita, Critica marxista. Durante il dibattito che, a seguito degli eventi, porta alla trasformazione del PCI in PDS, si schierò decisamente contro la "svolta" di Occhetto, aderendo alla mozione "due" di opposizione interna, in un'orgogliosa difesa e per un rilancio della prospettiva e degli ideali comunisti. Il marxismo di Luporini si fonda su una critica radicale allo storicismo, sul rifiuto di ogni concezione finalistica dello sviluppo storico: il comunismo, quello marxista in particolare, non è assimilabile con la tematica tipicamente storicista del progresso come traccia dell'evoluzione umana. Egli rifiuta letture dogmatiche del marxismo e le sue deteriori forme di economicismo e meccanicismo, ma, pur apprezzando lo strutturalismo di Althusser con cui cercò di far dialogare tutto il marxismo italiano, non ne condivideva l'anti-umanismo, in quanto il pensiero di Marx conserva per lui un profondo umanesimo, anche negli scritti successivi alla "rottura epistemologica" in cui le strutture, cioè i modelli interpretativi della società, non sono astratti ma in funzione degli individui concreti, umani.  Nello stesso ambito marxista, tra i suoi obiettivi polemici vi furono quelle posizioni che proponevano una interpretazione di radicale discontinuità tra Marx e Hegel, cioè quelle di Volpe e della sua scuola. Centrale è infatti per Luporini la nozione di “contra-dizione,” la marxiana "oggettività reale", che lo pone comunque in relazione con Hegel. Marx deve essere considerato una concezione aperta e complessa, dove materialismo e dialettica compongono una sintesi mai totalizzante (da qui il suo interesse per l'elaborazione di Gramsci) e parte fondamentale di una più generale teoria dei condizionamenti umani.  Fondamentale è il concetto di formazione economico-sociale, espressione già utilizzata da Sereni, ma in senso storicistico e cioè la possibilità per il marxismo di costituire un modello per l'analisi degli specifici modi di produzione della società capitalista, nonché per la previsione scientifica delle sue varie forme. La legge generale delle formazioni economico-sociali è tratta dall’Introduzione ai Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica di Marx. La struttura economica va indagata secondo logica scientifica e bisogna stabilire un "criterio oggettivo", il momento dominante che condiziona tutti gli altri assetti produttivi.  L'approccio storico-genetico non è un continuum evoluzionistico come nella tradizione storicistica, è la fase dell'osservazione e descrizione empirica del fenomeno dalla sua origine ed è secondario rispetto all'approccio genetico-formale, cioè all'indagine che permette di stabilire la categoria dominante di una determinata fase storica della produzione. Il modello de Il Capitale può dunque aspirare all'universalità, ma anche alla flessibilità di applicazione. La formalizzazione di un “modello” attraverso il metodo genetico, individua anche il processo per cui i rapporti di produzione si riflettono in qualcos’altro, la coscienza dei singoli, le relazioni inters-oggettive (l’inter-azione’) e le radici stesse della vita morale. È palese così il contrasto di L. ad ogni disegno provvidenzialista e di filosofia della storia e anche in questo si rende chiaro il rapporto dialettico-oppositivo tra Hegel e Marx. Per quanto riguarda Leopardi, secondo Luporini, la sua poesia non è permeata solo di pessimismo, ma ci invita anch'essa alla resistenza attiva. La formazione filosofica di Leopardi, infatti, illuminista e materialista, permette di leggere ad esempio, nelle "magnifiche sorti e progressive" de "La Ginestra", una possibilità di rinnovamento politico-sociale non in antitesi con la concezione della 'natura matrigna', un compito storico degli esseri umani altrimenti o comunque destill'infelicità esistenziale. “Filosofia e politica: scritti dedicati a L., Firenze, La Nuova Italia, Una  completa e aggiornata, L. Fonnesu, è stata pubblicata nel numero speciale dedicato a Luporini di "Il Ponte" (Firenze). Oltre agli studi sulla storia della filosofia e a un'elaborazione teorica del marxismo incentrata sui temi etici, si ricordano, fra le sue opere principali:  “Situazione e libertà” (Firenze, Monnier); “Filosofi vecchi e nuovi” (Firenze, Sansoni); “Spazio e materia in Kant” (Firenze, Sansoni); “L'ideologia comunista” (Riuniti, Roma); “Dialettica e materialismo, Roma, Riuniti,  Il soggetto e il comune, Il marxismo e la cultura italiana, in Storia d'Italia, I documenti, Einaudi. Un'incidenza notevolissima ha sugli studi leopardiani il suo saggio Leopardi progressivo.  Sulle lezioni di Heidegger e Hartmann vedi l'aneddoto in Intervista in "Repubblica", Sereni, Da Marx a Lenin: la categoria di formazione economico-sociale, Quaderni di Critica marxista, Realtà e storicità: economia e dialettica nel marxismo, in Critica marxista, Per l'interpretazione della categoria formazione economico-sociale, in Critica marxista, Le radici della vita morale, in  Morale e società, Riuniti, Roma); S. Lanfranchi, Dal Leopardi ottimista della critica fascista al Leopardi progressivo della critica marxista, Saggi critici in Garin, Esistenza e libertà, in Critica marxista, G. Mele, Esistenzialismo e significato della libertà, Critica Marxista, A. Zanardo, Un orizzonte filosofico materialistico, in Critica marxista, Rocca, Esistenzialismo e nichilismo «Belfagor», R. Mapelli, Milano, ed. Punto Rosso, Ponte, Ponte, Convegni  Quarant'anni di filosofia in Italia. "Critica marxista", Il fascicolo contiene gli atti delle due giornate di studio sulla sua filosofia oorganizzate dalla Facoltà di Lettere e filosofia dell'Firenze e dalla fondazione Gramsci di Roma, Feltrinelli. Nella loro maggior parte i contributi riprendono gli interventi al Convegno promosso dall'Firenze e organizzato dal Dipartimento di Filosofia. Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Senato della Repubblica; Biblioteche dei Filosofi (SNS), su picus unica. L'ultima lezione (una grande avventura intellettuale attraverso il Novecento), su hyperpoli.  Sebbene questo titolo rimandi a questioni di critica letteraria, e di fatto i risultati della critica leopardiana costituiscano l’oggetto principale da cui muove questo studio, essi saranno presentati e analizzati nelle prossime pagine innanzitutto come un ‘documento’ storico : un documento che forse non ci darà risposte soddisfacenti per comprendere meglio il pensiero leopardiano, ma contribuirà invece alla nostra riflessione sull’iter culturale e ideologico di alcuni intellettuali italiani. Per affrontare il problema della transizione e tentare di isolare alcuni elementi di continuità e di rottura, il discorso svolgerà un percorso circolare : partendo dal saggio pubblicato da L. Leopardi progressivo, al quale, in un primo momento, si accennerà solo molto brevemente ; seguendo poi un cammino a ritroso per rintracciare l’itinerario e le origini anche abbastanza lontane del dibattito – iniziato sin da prima del Ventennio – da cui trae origine questo testo ; e tornando infine al libro di L., molto noto, anche fuori dalla cerchia degli specialisti di Leopardi, tanto da esser divenuto un ‘classico’ studiato spesso sin dal liceo1.  2 Scrive Sebastiano Timpanaro a proposito del titolo scelto da Luporini : « un titolo che per un vers 3 Si tratta del v. 51 della Ginestra, in G. Leopardi, Poesie e prose, vol. I, Poesie, a cura di M. A. L., Leopardi progressivo. La scelta dell’aggettivo progressivo, benché avesse un’eco politica particolare nella cultura comunista del primissimo dopoguerra2, era dettata dal richiamo letterario alle « magnifiche sorti e progressive » de La Ginestra di Leopardi3. Ma nella citazione di Luporini l’aggettivo perdeva il sapore amaramente ironico di quel verso leopardiano ed assumeva invece un significato totalmente positivo, per indicare una forma di fiducia nel « generale progresso dell’incivilimento »4 che, secondo il critico, emana dalla lettura complessiva di una poesia come La Ginestra e, forse soprattutto, da un’attenta analisi dello Zibaldone di Leopardi. Questa fiducia non risiede però, per Luporini, nell’individuo, bensì nella moltitudine, ovvero nel popolo e nella sua virtù, e sfocia in una dichiarazione di solidarietà tra gli uomini tutti, contro la natura, per un progresso generale della condizione umana. La vivacità delle reazioni che suscitò il saggio quando fu pubblicato dà una preziosa indicazione di quanto originale e quanto importante fosse l’interpretazione proposta da L. Per illustrare l’accoglienza che ricevette è particolarmente utile la recente testimonianza di Brunetti, che sarebbe poi diventato professore di filosofia e specialista di Galilei, ma che allora era ancora al terzo anno di studi della Scuola normale superiore di Pisa, dove Luporini appunto insegnava. Brunetti ricorda perfettamente  Leopardi progressivo, la cui lettura creò interesse e agitazione fra i normalisti : ne discutevano animatamente nei corridoi, nelle stanze e durante i pasti nella sala da pranzo soprattutto gli italianisti Bollati, Blasucci, Dante della Terza, che trascinavano tutti gli altri. Era lecita una definizione politica del poeta ? Era corretta siffatta operazione ideologica? Non era forse più opportuna una ricomposizione unitaria del pensiero leopardiano. Brunetti, Il « nostro » L., in L., a cura di M. M La discussione, animata e per certi versi lacerante, si protrasse per giorni, riecheggiando sotto le volte dei corridoi nel Palazzo dei Cavalieri. Fu però efficace, perché fece rientrare la sensazione provocatoria del saggio e ricondurre l’elemento ideologico e il « tecnicismo filosofico » nelle giuste dimensioni, sortendo d’altro canto l’effetto di mettere in discussione l’apollineità in cui la critica crociana mirava a rinchiudere la poesia e insieme il poeta. Non è un caso che da quello stesso anno anche il lavoro critico di Russo si attestò in una valorizzazione della « politicità » dei poeti, rompendo, proprio lui, il dominante schema crociano. Una pietra gettata nello stagno, una fertile provocazione intellettuale.5  4 Quanto racconta Brunetti è, per molti aspetti, significativo e rappresentativo del clima ideologico e culturale di quegli anni, e della transizione che si sta operando, anche nel piccolo mondo della critica letteraria.  L., Leopardi progressivo Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, Sansoni. Sebbene molto diversi, il testo di  Brunetti definisce il testo di L. un’operazione ideologica, in quanto offre una lettura non solo eminentemente politica dell’opera leopardiana, ma una lettura esplicitamente comunista. L. vede in Leopardi un « anticipatore di ulteriori dottrine, fedele ai principi della democrazia rivoluzionaria, anche più avanzata. In questo senso, si segna, col saggio di L. – e col saggio altrettanto noto di Binni, La nuova poetica leopardiana – una svolta decisiva nella storia della fortuna leopardiana, inaugurando la proficua stagione della critica leopardiana del secondo Novecento, segnatamente della critica detta marxista. D’altra parte, Brunetti considera che l’opera di L, era, nel contesto culturale della seconda metà degli anni Quaranta, una vera e propria « pietra gettata nello stagno » e una « fertile provocazione intellettuale », in quanto rimetteva in questione il « dominante schema crociano ». Con quest’ultima osservazione, Brunetti non rende, tuttavia, conto di quanto fosse recente tale « dominio ». Se è vero, infatti, che il metodo crociano si era imposto nel mondo culturale di quel primissimo dopoguerra, durante tutto il Ventennio e anche durante la guerra esso era stato sì prevalente, ma solo nella cerchia, in realtà abbastanza ristretta, degli intellettuali ostili o estranei al fascismo. Di sicuro non era stato lo « schema dominante » imposto negli studi letterari, nelle riviste, nelle accademie e nelle università dell’Italia fascista. Croce conia la voce “allotrio”per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al vocab Per l’influenza di Gentile sul mondo culturale in epoca fascista, si veda in particolare G Il ruolo di Cian negli studi letterari del Ventennio e nel periodo di transizi. Marpicati compie studi di letteratura italiana a Firenze, pubblica alcune raccol . Ecco quanto scriveva, ad esempio, Cian, rivolgendosi a Croce e ai suoi discepoli. Mi sia consentito di rimandare in questa sede a due testi miei, entrambi accessibili in linea : S.  In realtà, durante il Ventennio solo una minoranza di critici – pur trattandosi di una minoranza quantitativamente e soprattutto qualitativamente importante – aveva seguito l’idea crociana dell’autonomia dell’arte, e quindi perlopiù evitato di dare una lettura apertamente politica dei testi letterari. Erano relativamente pochi i critici che aderivano al principio secondo cui gli elementi che in un’opera d’arte contengono un messaggio dichiaratamente politico o morale sono « allotri »8, ovvero estranei alla vera poesia del testo, perché non corrispondono allo slancio primo e poetico dell’intuizione estetica. A questi si opponeva la critica di stampo fascista, nelle cui file, ben più folte, troviamo uomini di grande influenza e di grande potere nell’ambiente culturale ed accademico, come un Gentile, un Cian, ma anche un Marpicati. Essi contestavano, anche violentemente, la lezione crociana12, mentre rivendicavano, per tutti i testi letterari, la legittimità di una lettura morale, politica, improntata all’attualità. La tendenza ad ‘attualizzare’ il significato delle opere fu portata a tal segno da far loro presentare, talvolta e anzi spesso, i classici della letteratura italiana come precursori del fascismo. Non era dunque la prima volta che si buttavano pietre nello stagno della critica crociana ; si potrebbe quasi dire, anzi, che non si era fatto altro che buttarvi pietre durante tutto il Ventennio. In realtà, i primi sintomi di « insofferenza » Russo li diede, mentre scriveva un arti. Perciò, quando Brunetti denuncia « l’apollineità » in cui Croce rinchiude i poeti, e quando ricorda l’itinerario di Luigi Russo – che in quegli anni, dopo esser stato a lungo un fedele discepolo crociano, da Croce prende appunto le distanze14 – egli ci fa intuire non tanto una rottura, quanto una ‘transizione’ interessante. Tra i critici che erano stati antifascisti negli anni Venti e Trenta, molti cominciano, sin dai primissimi anni Quaranta, a maturare un progressivo allontanamento dalla posizione crociana, proprio perché si sentono vincolati da quell’implicito divieto di ‘allotrismo’ che caratterizza la produzione critica crociana, rivendicando la possibilità di considerare « la politicità nascosta » anche nella « grande poesia. Sembrano ormai giunti al punto di rottura. Ma quel che preme qui sottolineare è che vi è dunque una continuità, non certo nei contenuti politici – affatto diversi – ma potremmo dire nel metodo e nei presupposti teorici ed estetici che vengono opposti a Croce durante e dopo il Ventennio, ovvero nella comune rivendicazione allotrica. Il testo di L. segna senz’altro una svolta nella fortuna critica di Leopardi nel Novecento, quando lo si studia come punto di partenza di una tradizione critica, e in questo modo esso viene generalmente e giustamente valutato. L’intento di questo lavoro sarà invece di considerarlo come punto di approdo problematico di un’altra tradizione critica, non posteriore ma anteriore, vigente nel Ventennio e di stampo generalmente fascista, con cui il testo di L., nonostante le fondamentali differenze, ha in comune almeno due aspetti essenziali. Il primo è appunto l’opposizione all’estetica crociana che è già stata evocata e che potrebbe, senz’altro, esser estesa a gran parte della critica letteraria, non trattandosi di una specificità leopardiana ; il secondo è l’idea – sulla quale verterà più precisamente questo studio – di un fondamentale ottimismo leopardiano. Ora, una certa paternità del tema dell’ottimismo leopardiano, così come lo sviluppa Luporini, può essere attribuita a Gentile e ad un suo saggio sulle Operette morali di Leopardi. Questo, invece, è un discorso specifico, valido per la sola critica leopardiana. L’ipotesi di una continuità tra l’interpretazione che L. dà di Leopardi e la produzione critica con una comune opposizione a Croce, ma anche una comune matrice – almeno parziale – gentiliana, è convalidata sia dall’analisi dei testi, come vedremo, che dalla stessa biografia di L. e da quanto lui stesso racconta della propria esperienza. La vicenda umana, ideologica e culturale di L. in quel decennio che va dalla seconda metà degli anni Trenta alla fine degli anni Quaranta è, per molti aspetti, emblematica proprio di quel profilo di intellettuale nella transizione tra fascismo e Repubblica. L., Critica e metafisica nella filosofia kantiana, Rendiconti della Reale Accademia Nazi. Il testo fa parte di un volume scritto dai docenti del liceo dove L. insegnava, in occasi. Nella sua autobiografia, Bobbio cita un disegno di Guttuso che illustra una delle p  C. L., Qualcosa di me stesso, in L.  L. si laurea a Firenze, dopo aver studiato anche in Germania, dove fu in contatto con Heidegger e Hartmann. La sua tesi di filosofia su Kant, d’impostazione esistenzialistica, è letta e molto apprezzata da Gentile, il quale decide di presentarla all’Accademia dei Lincei di cui era socio. Dopo aver conseguito la laurea, L. insegna al liceo, prima a Livorno, dove pubblica un primo testo su Leopardi, di cui dà un’interpretazione esistenzialistica e la cui impostazione reca già segni evidenti di anticrocianesimo. Torna a Firenze ed entra a far parte del movimento liberalsocialista di Capitini e Guido Calogero, nel quale frequenta anche  Bobbio, Guttuso e Morra. Gentile lo chiama alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove era disponibile un posto di lettore di tedesco. C’era, tra Gentile e L., un rapporto che L. stesso ebbe a definire di grande franchezza politica, sin da quando i due uomini si conobbero meglio, e fino alla morte di Gentile. L. non aveva approvato la decisione del movimento liberal-socialista di confluire nel Partito d’Azione e si era perciò ritirato per aderire invece al Partito Comunista. L. si trova quindi agli esatti antipodi politici di Gentile. Eppure egli stesso racconta di come avesse tentato di convincerlo ad abbandonare la Repubblica di Salò e avesse anche creduto di riuscire nel suo intento, definendo tragica ma anche consapevole la sua fine. Non mi soffermerò sull’ultima fase di Gentile, tragica. Ricordo solo che, certo illusoriamente, cercai di persuaderlo a che si tirasse fuori dal fascismo, nel frattempo divenuto la Repubblica di Salò. Al Salviatino, dove abita, ha con lui un incontro che non finiva mai, perché non riuscivo a rimanere solo con lui. Quando ce la feci, lo misi al corrente di quello che stava succedendo, dandogli delle notizie che evidentemente non gli davano le autorità fasciste – era stato anche ucciso uno del suo entourage – mentre io le avevo dalla rete clandestina in cui mi trovavo. Me ne uscii con la sensazione che forse qualcosa avevo ottenuto. Invece, non era così : due giorni dopo, venne fuori che il ministro Biggini s’era recato lì, al Salviatino, per offrirgli la presidenza dell’Accademia d’Italia, e che Gentile aveva accettato (ma, quand’ero stato da lui, non me l’aveva detto). E così s’avviò verso un destino di cui in qualche modo aveva consapevolezza. Poche settimane dopo quest’episodio, Gentile propone a Luporini di diventare bibliotecario dell’Accademia d’Italia. Ma Luporini rifiuta, sancendo così la fine del suo rapporto con Gentile : un rapporto che, nella nostra prospettiva, è senz’altro importante e che invece è stato quasi integralmente passato sotto silenzio. In realtà, di L. si ricorda soprattutto l’attività posteriore, in particolare quella che svolse come co-fondatore – con Bandinelli – della rivista “Società”, e in seguito come direttore della stessa. La storia di questa rivista illustra l’evoluzione di molti intellettuali di sinistra dopo la Liberazione, proprio per il vincolo che venne rapidamente a crearsi col partito comunista. Parlando di « Società » e dei suoi intenti programmatici, L. dichiara che per lui, l’idea principale era d’una saldatura fra quella cultura degli anni trenta di cui ho parlato – quella rottura con il passato che eravamo venuti preparando lentamente, modestamente, molecolarmente – e la cultura di quelli che venivano da fuori, soprattutto i dirigenti comunisti, e segnatamente Togliatti. Perciò, non ero d’accordo con Vittorini, con la sua idea, nel « Politecnico » d’una « nuova cultura ». I contenuti li avevamo in comune, più o meno ; però io ero per un continuismo, non assoluto, naturalmente, ma rispetto a quel che ho detto. Per illustrare meglio le forme di questo « continuismo », bisogna rifarsi alle pagine che precedono questa citazione, in cui Luporini descrive l’ambiente culturale della Firenze degli anni Trenta e il gruppo di intellettuali antifascisti che vi frequentava. L. dichiara in quest’occasione che « da un certo punto di vista la vera dittatura era proprio quella idealistica » e che, nel campo specifico della letteratura e della storiografia, l’idealismo « dittatoriale » era forse più crociano che non gentiliano Continua poi la narrazione del proprio iterintellettuale, negli anni Trenta e Quaranta, che L. descrive come un percorso che consta di due tappe fondamentali, due svolte, anzi due transizioni. La prima avviene negli anni Trenta, quando Luporini prende le distanze dall’idealismo crociano e scopre l’esistenzialismo ; la seconda, negli anni Quaranta, quando dall’esistenzialismo L. si sposta verso posizioni marxiste. Questi pochi elementi biografici offrono due spunti notevoli per l’analisi della produzione di L.  In primo luogo, il rapporto personale più approfondito che L. aveva con Gentile e non con Croce induce a riconsiderare l’influenza dell’uno e dell’altro sulla sua prima formazione, da giovane studente e studioso di filosofia e di letteratura. In secondo luogo, nell’esprimere a posteriori il programma della sua rivista Società, L.  formula una precisa volontà culturale ed ideologica propria di quel periodo di transizione, che consiste nel superare l’idealismo crociano e nel consentire una forma di « continuismo » tra una certa cultura anticrociana degli anni Trenta e quella degli anni Quaranta. Applicati alla critica leopardiana del dopoguerra, questi due elementi dimostrano quanto fosse complessa e problematica l’eredità della critica fascista e della critica idealista.  L., Con Heidegger. Alcune riflessioni, oggi, tra filosofia e politica, in Heidegger. G. Gentile, Manzoni e Leopardi, in Opere, Firenze, Sansoni. Leopardi, d’altronde, offre una prospettiva privilegiata per analizzare il rapporto tra Croce, Gentile e L.. Era il poeta prediletto di L. Leopardi è stato sempre il mio autore, dichiara L., e come tale, egli continuò a leggerlo e a rileggerlo da un capo all’altro della sua vita. Ma era anche un poeta molto amato da Gentile – benché numerose e importanti fossero le differenze tra il materialismo dell’uno e l’attualismo dell’altro – e la costanza del suo interesse per Leopardi ci è testimoniata dalla regolarità con la quale il filosofo siciliano pubblicò testi sul pensiero e sulla poesia di Leopardi, poi raccolti in un unico volume24. D’altro canto, invece, Leopardi non è stato un autore particolarmente apprezzato né compreso da Croce. Citiamo qui l’allegro commento di uno studioso che era stato suo discepolo, Gerace, e che dichiara: Gerace, Leopardiana, in La tradizione e la moderna barbarie. Prose critiche e filosofiche, Folig. Croce non ama Leopardi. Non può amarlo. Gli dà forte sui filosofici nervi. Gli è d’impaccio al teorico passo, uso a scalciare stizzoso, ovunque lo trovi, quel terribile nemico della sua teoria estetica: l’intellettualismo e il moralismo nel mondo dell’arte. Or se c’è un intellettualista e un moralista convinto e di altissimo stile nella storia della nostra poesia, e tenace in teorie e in fatti, questi è Leopardi. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari, Laterza. Gerace allude qui senz’altro al celebre testo che Croce pubblica dapprima su La Critica e poi nel volume Poesia e non poesia. La principale critica che Croce rivolge alla poesia di Leopardi è di esser intrisa di elementi allotri, di momenti meditativi, filosofici, polemici, che sono, per il critico idealista, profondamente estranei alla pura ispirazione e intuizione poetica. Come tali, Croce non li considera veramente poetici, tanto che, nel suo esame complessivo dei versi leopardiani, egli considera che solo un numero relativamente ridotto corrisponda alla sua definizione di poesia. Croce non emette riserve unicamente sulla poesia di Leopardi, ma ne esprime di ancora più forti sul valore della sua filosofia. Per Croce, il pensiero leopardiano è dettato innanzitutto dal sentimento, anzi dal risentimento per una « vita strozzata », ed è dunque troppo soggettivo per essere considerato un pensiero filosofico universale. In questa prospettiva, Croce interpreta il pessimismo o ottimismo di Leopardi come un indizio dell’origine prettamente sentimentale del suo pensiero, e quindi come una prova della sua pochezza concettuale. La filosofia, afferma Croce, in quanto pessimistica o ottimistica è sempre intrinsecamente pseudo-filosofia, filosofia a uso privato I due testi si trovano oggi nel volume di Gentile, Manzoni e Leopardi, cit. Il primo, Le Operett. In queste pagine, Croce sta in realtà dialogando con colui che era, da molti anni ma per pochi mesi ormai, un amico ed un collaboratore, Gentile, il quale aveva pubblicato, due saggi – il primo sulle Operette morali, il secondo intitolato Prosa e poesia nel Leopardi – decisivi per la questione della filosofia pessimistica o ottimistica di Leopardi 28. Anche Gentile, come Croce, giudica severamente la qualità filosofica del pensiero leopardiano, dichiarando che « se cerchiamo in lui il filosofo, avremo lo scettico, ironista, materialista piuttosto mediocre nell’invenzione Gentile formula, tuttavia, un’interpretazione ben diversa, molto più feconda ed originale, della questione del pessimismo o ottimismo di Leopardi. Senza negare del tutto il suo pessimismo, Gentile lo ridimensiona attribuendolo storicamente e concettualmente alla sola influenza della filosofia materialista, direttamente ereditata dai Lumi. Si tratta quindi di un « pessimismo della ragione » settecentesca, che Gentile giudica, tutto sommato, superficiale e poco originale, e al quale oppone invece un « ottimismo del cuore », profondamente radicato nell’animo leopardiano. Così scrive : Leopardi, pessimista di filosofia, e quasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore, e nel profondo dell’animo : tanto più acutamente pessimista col progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista Vi è, nello Zibaldone, un’unica occorrenza del termine « ultrafilosofia », come vi è, del resto, un (..Ricordiamo, a tale proposito, il giudizio formulato da Augusto Del Noce, secondo cui Gentile sent Pasini, Tutto il pessimismo leopardiano, Parenzo, Coanna. Gentile dà particolare rilievo alla tesi di un’ultra-filosofia leopardiana, supponendo l’esistenza di una sorta di pensiero leopardiano oltre la filosofia pessimistica e materialistica: un pensiero più autentico, perché più intimamente poetico, più spirituale e quindi, per Gentile, più leopardiano. La rivalutazione gentiliana delle Operette morali e l’interpretazione in chiave ottimistica del pensiero leopardiano segnano un momento importante nella storia della critica, avviando un nuovo filone esegetico che gode di particolare successo durante il Ventennio. Si assiste allora, come nota un critico, ad un « capovolgimento, del punto di vista dal quale si usava considerare Leopardi » : da « poeta del pessimismo » che era « per tutti », Leopardi « è diventato il poeta dell’ottimismo. Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, in Scritti critici e Ricordi, Torino, Utet. Per una presentazione dei testi, dei contenuti e degli autori di questa particolare produzione crit Sanctis esalta l’effetto positivo prodotto dalla lettura della poesia leopardiana, dichiarando che Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare ; non crede alla libertà, e te la fa amare »34. Negli anni Venti e Trenta, tuttavia, l’intento della critica leopardiana è rivelare elementi intrinsecamente positivi ed ottimistici, non nell’effetto prodotto sui lettori, ma alla matrice stessa del pensiero leopardiano. L’opposizione proposta da Gentile nel 1919, tra un pessimismo della ragione ed un ottimismo del cuore viene ampliamente ripresa e riesplorata, dando adito a tutta una serie di interpretazioni che potremmo definire irrazionali e fideistiche. Oltre il pessimismo materialista, oltre il razionalismo disperato, la cui importanza viene sistematicamente sminuita, molti critici cercano ed esaltano lo slancio ottimistico della fede leopardiana : fede nella poesia, ma anche e spesso soprattutto fede nella patria e nella stirpe italiana. In questo senso potremmo interpretare alcune letture mistiche che vengono date di Leopardi e del suo pensiero negli anni Trenta soprattutto. Lanfranchi, De centenaire en centenaire. L’Italie fasciste célèbre ses poètes (Foscolo, Leo Non è certo questo il luogo per analizzare questa produzione, vasta seppur povera di elementi filologici e critici realmente nuovi. Ai fini del nostro discorso, preme tuttavia osservare che un argomento ricorre sovente tra questi testi, che consiste nel dare una spiegazione prettamente contestuale e storica al pessimismo di Leopardi, negandogli di fatto un valore universale. Il motivo fondamentale del pessimismo leopardiano è, per la critica di stampo fascista degli anni Venti e Trenta, di natura politica, anzi patriottica. Leopardi non ha assistito né agli albori del Risorgimento, né alla prima guerra mondiale, né tanto meno alla marcia su Roma : se invece fosse stato spettatore e attore di tali avvenimenti, egli – assicurano tali critici – non sarebbe stato pessimista. Questo argomento costituisce un vero e proprio topos oratorio, ripetuto centinaia di volte in occasione dei discorsi ufficiali e delle commemorazioni del Ventennio, poiché, nonostante sia fondato su un anacronismo e quindi scientificamente non abbia alcun valore, la sua efficacia retorica è notevole. E segnatamente lo si trova quando, in occasione del centenario della morte, il regime organizzò, spesso controllandoli e canalizzandoli, tutta una serie di festeggiamenti ufficiali, in cui Leopardi veniva molto spesso presentato come un precursore del fascismo. Vi furono però alcune celebrazioni che riuscirono a rimanere in margine delle commemorazioni ufficiali e quindi a garantire una certa libertà di espressione rispetto alla produzione su Leopardi. Tra queste, troviamo l’annuario di un liceo livornese, che pubblicò un numero speciale con vari studi consacrati a Leopardi. Il secondo, intitolato Il pensiero di Leopardi, era proprio il testo di L., che in quel liceo appunto insegnava filosofia. In questo saggio, l’intento primo di Luporini non è solo di presentare un Leopardi esistenzialista, ma anche e forse soprattutto di contestare la posizione dell’idealismo, sia crociano che gentiliano, rivendicando innanzitutto il valore filosofico del pensiero leopardiano e quindi anche del suo pessimismo. L.  non esita a metterlo a confronto con i maggiori filosofi dell’Occidente :  C. L, Il pensiero di Leopardi, Tra il pessimismo del Pascal, ultima grandiosa affermazione del medioevo religioso e il pessimismo di Leopardi, c’è l’età dell’illuminismo nei suoi ideali più alti, c’è Cartesio e Kant (che pur Leopardi non conosceva), c’è insomma il pensiero moderno che fonda tutto il valore dell’uomo nella sua dignità morale e questa sua dignità morale nella verità che egli ha raggiunto colle proprie forze, rivelata alla sua ragione. Secondo Timpanaro: L’esperienza esistenzialistica L. se l’era ormai lasciata C. L., Leopardi progressivo Sarebbe opportuno comprendere se vi siano elementi comuni tra i due testi di L. su Leopardi, scritti a distanza di dieci e decisivi anni. Sussistono poche tracce del Leopardi esistenzialista nel Leopardi progressivo. Un lascito più evidente consiste invece nella condanna duratura e permanente di Croce – di cui L. cita esplicitamente « l’infelice giudizio » su Leopardi. Per L., non solo la poesia di Leopardi è sempre vera poesia, ma anche il suo pensiero, potremmo dire, è vero pensiero, vera filosofia. Leopardi, dice L.,fu un pensatore progressivo ; in certo modo, dentro i limiti della sua funzione di moralista, di non-tecnico della filosofia né di alcuna disciplina particolare, il più progressivo che abbia avuto l’Italia L’interpretazione data da Gentile – che invece L. nel suo testo non cita mai – e la stagione di studi sul Leopardi ottimistico che essa inaugurò per il Ventennio fascista lasciano invece dietro di sé, e sul saggio di L. in particolare, un’eredità molto più complessa da cogliere e da valutare. Nell’insistere sul materialismo del pensiero leopardiano, Luporini intendeva senz’altro opporsi alla lettura idealistica e spirituale di Gentile. È inoltre significativa la scelta di L., che non parla di un Leopardi ottimista, ma progressivo, rifacendosi perciò ad un lessico di tutt’altra connotazione ideologica. Vi sono, tuttavia, anche alcuni elementi di continuità, e ci soffermeremo brevemente su tre di questi.  Timpanaro, Classicismo e illuminismo Il primo sta nell’origine contestuale e storica che L. attribuisce al pessimismo leopardiano, il quale deriva, secondo lui, da una delusione storica : la delusione della Rivoluzione francese. « Questa delusione – scrive Luporini – non spiega solo il pessimismo storico di Leopardi, ma il suo successivo e rapido pessimismo cosmico; ossia spiega tutto il pensiero leopardiano. I due pessimismi nascono da un unico germe, appartengono a un unico processo di pensiero »41. Esprimendo un giudizio complessivamente molto positivo sul testo di L., Timpanaro emette la principale sua riserva proprio su questa interpretazione, che giudica insufficiente in quanto non rende conto del « valore permanente del pessimismo leopardiano »42. Nella nostra prospettiva, è importante notare che la spiegazione storica, benché usasse altri mezzi e perseguisse altri fini, era già usata in modo sistematico dalla critica fascista, escludendo a priori l’idea di un pessimismo non fondato sulla storia, ma sulla condizione umana in senso universale e astorico.  L., Leopardi progressivo. Il secondo elemento di continuità sta nel giudizio, proprio di Luporini ma anche della critica fascista, secondo cui nonostante il pessimismo scaturito dalla delusione storica, vi fosse in Leopardi una “inconcussa e nascosta fede”43, qualcosa che lo induceva comunque a sperare. Come Gentile, anche Luporini dà un notevole rilievo a quell’unica occorrenza del termine « ultrafilosofia » nello Zibaldone, ma le attribruisce contenuti affatto diversi perché in essa « sembra condensarsi la “disperata speranza” dell’individuo Leopardi] Timpanaro considera che non era « accettabile » il rimprovero mosso a L. Il terzo ed ultimo elemento di continuità, tra il testo di L. e la produzione critica del Ventennio, sta infine nel presentare Leopardi quale un « anticipatore di ulteriori dottrine. In entrambi i casi, Leopardi diventa precursore politico di un’ideologia del Novecento e, in entrambi i casi, diventa precursore di un’ideologia strutturalmente ottimistica. L’ottimismo era, infatti, un aspetto culturale e ideologico programmatico per il fascismo ma, d’altra parte, il progresso – e quindi la visione ottimistica del divenire umano che lo sottende – è a sua volta un perno essenziale dell’ideologia comunista.  L., Leopardi moderno, intervista a cura di Adornato, L’Espresso. Su questo punto vorremmo abbozzare le nostre prime rapide conclusioni. Parallelamente al discorso critico più tradizionale e canonico, che sin dall’Ottocento va definendo le varie fasi del pessimismo leopardiano, si possono rintracciare nel Novecento le tappe di elaborazione del mito di un Leopardi ottimista : un mito che forse proprio durante il Ventennio conosce la maggiore diffusione, ma che non muore con la caduta del regime fascista. Il suo permanere, sotto forme diverse, è forse proprio dovuto al vincolo che lo unisce ad ideologie strutturalmente ottimistiche, le quali, quando designano nel Leopardi un precursore, lo « piegano » naturalmente in questo senso. Alla luce di queste considerazioni, assumono un significato particolare le parole che pronuncia lo stesso Luporini, in un altro periodo di transizione, alla fine degli anni Ottanta, davanti al crollo del regime comunista e davanti alla crisi di quest’altra ideologia novecentesca. Non a caso, L. ritorna allora a studiare Leopardi, per trovarvi l’espressione del suo sgomento : « Il sapersi soli di fronte alla storia, senza speranze – senza nessuna garanzia, senza nessuna ideologia, senza nessuna consolazione. Siamo molto lontani dal messaggio ottimistico del Leopardi progressivo, e rimane poco delle antiche speranze di L.. Rimane però quello stesso amore per Leopardi, e quel sentimento della sua ‘attualità’ più pregnante :  Nella nostra epoca così confusa e in fase di assestamento, nella crisi di tutte le categorie con le quali ci siamo mossi finora, questa mi sembra un’idea liberatoria. Si può, anzi si deve, essere disillusi : ma non per questo inerti e rassegnati. Essere nichilisti e insieme attivi : ecco l’attualissimo messaggio di Leopardi. 47 Débat  Inizio pagina. Il testo Leopardi progressivo fu pubblicato per la prima volta nel volume Filosofi vecchi e nuovi : Scheler-Hegel-Kant-Fichte-Leopardi, Sansoni, Firenze. Come L. scrive in un’avvertenza ad una nuova edizione, « questo Leopardi progressivoebbe subito una sua risonanza particolare, così che poi, nel corso di tutti questi anni, molte volte sono stato sollecitato a ripubblicarlo in edizione separata. Questa domanda proveniva da varie parti, ma soprattutto dal mondo della scuola (insegnanti e studenti), il che mi ha sempre fatto particolare piacere. L., Avvertenze, in Id., Leopardi progressivo, Roma, Editori Riuniti). Scrive Timpanaro a proposito del titolo scelto da L. :  un titolo che per un verso alludeva polemicamente alle magnifiche sorti e progressive derise nella ninestra (volendo indicare che Leopardi, nemico del falso progresso borghese-moderato, mirava ad un progresso molto più radicale, al di là dell’orizzonte politico della propria epoca e del proprio ambiente), per un altro accoglieva quell’accezione un po’sottile e non immune da ambiguità che questo aggettivo ebbe per alcuni anni nel linguaggio politico italiano : non equivalente a “progressista” (che sapeva troppo di radicalismo borghese), ma piuttosto a “democratico avanzato”, di una democrazia destinata, senza rivoluzione, a sfociare nel socialismo. Gli equivoci politici di quest’uso di “progressivo” ne causarono la rarefazione e poi la scomparsa quando era ancora in vita Togliatti, che ne era stato, se non l’inventore, certo il massimo diffusore attraverso la formula della “democrazia progressive -- TIMPANARO, Anti-leopardiani e neo-moderati nella sinistra italiana, Pisa, ETS. Si tratta del v. 51 della Ginestra, in G. Leopardi, Poesie e prose, Poesie, a cura di Rigoni, con un saggio di Galimberti, Milano, Mondadori (I Meridiani. L., “Leopardi progressivo”. Brunetti, Il « nostro » professore L., in L., a cura di M. Moneti, numero speciale della rivista « Il Ponte ». L., Leopardi progressivo. Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, Sansoni. Sebbene molto diversi, il testo di L. e quello di Binni hanno in comune l’originalità dell’impostazione critica, che contribuì a rinnovare gli studi leopardiani nel dopoguerra. La migliore illustrazione e analisi di tale svolta critica si trova forse ancora nelle pagine, ormai non più recenti, di TIMPANARO, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri Lischi. Croce conia la voce « allotrio » per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al vocabolario filosofico tedesco dell’Ottocento, e al greco “ἀλλóτριος,” che signifca « estraneo, altrui ». Per l’influenza di Gentile sul mondo culturale in epoca fascista, si veda in particolare G. Turi, Gentile : una biografia, Firenze, Giunti. Il ruolo di CIAN negli studi letterari nel periodo di transizione è stato recentemente studiato d’Allasia in una serie di lavori, tra cui il virus malefico dell’ideologia nazionale e le illusioni d’un maestro di metodo: VCian, in Fascisme et critique littéraire. Les hommes, les idées, les institutions, a cura di Vento e Tabet, Caen, PUC (Transalpina). MARPICATI compie studi di letteratura italiana a Firenze, pubblica alcune raccolte di poesie e vari testi di critica letteraria. Ma sin dalla prima guerra mondiale mette da parte l’attività letteraria – alla quale si consacra solo sporadicamente – per dedicarsi invece alla politica, dapprima a Fiume, poi nella militanza e nel regime fascisti. Assume vari incarichi prestigiosi, tra cui quello di Cancelliere dell’Accademia d’Italia, poi di direttore, dell’ISTITUTO NAZIONALE DI CULTURA FASCISTA, e anche di vice segretario del Partito Nazionale Fascista. Ecco quanto scriveva, ad esempio, Cian, rivolgendosi a Croce e ai suoi discepoli : « Questi cerebrali, più o meno giovini, chierici sterili e sterilizzatori, officianti nella cappella all’insegna dello Spegnitoio, dovrebbero ormai decidersi. O smetterla, rassegnandosi a tacere e a sparire dalla scena letteraria – e sarebbe tanto di guadagnato – oppure mettersi al passo coi tempi nuovi » (V. CIAN, Rassegna bibliografica, Giornale Storico della letteratura italiana. Mi sia consentito di rimandare in questa sede a due testi miei, entrambi accessibili in linea: Lanfranchi, La recherche des précurseurs, Lectures critiques et scolaires de Alfieri, Foscolo et Leopardi dans l’Italie fasciste -- archives-ouvertes.fr/docs] ; Id., « Verrà un dì l’Italia vera », Poesia e profezia dell’Italia futura nel giudizio fascista, California Italian Studies », escholarship.org/uc/ismrg_cisj], In realtà, i primi sintomi di’insofferenza RUSSO li da mentre scrive un articolo sulla critica foscoliana recente, nel quale rivendicava la « politicità » di un testo come Le Grazie e la legittimità di una lettura che non si attenesse ad un’analisi strettamente letteraria, estetica e formale. Questo esempio viene a dimostrare quanto detto subito dopo nel nostro studio, ovvero l’ipotesi di un allontanamento progressivo dalle posizioni crociane durante gli anni Quaranta (L. Russo, Le Grazie di Foscolo e la critica contemporanea, “Italia che scrive”.  L., “Critica e metafisica nella filosofia kantiana, « Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche », Il testo faceva parte di un volume scritto dai docenti del liceo dove L. insegna, in occasione del centenario della morte di Leopardi: L., Il pensiero di Leopardi, in Studi su Leopardi, Livorno, Belfronte e C. (Pubblicazioni del R. Liceo Ciano, 1), Nella sua autobiografia, BOBBIO cita un disegno di GUTTUSO che illustra una delle prime riunioni clandestine del movimento, riunito nella villa di Morra, vicino a Cortona. Vi si vedono Bobbio, L., Capitini (con davanti a sé un testo che porta la scritta Non violenza), MORRA, lo stesso GUTTUSO e CALOGERO (con un altro testo intitolato invece Liberalismo sociale, Bobbio, Autobiografia, Roma-Bari, Laterza. L., Qualcosa di me stesso, in Questo testo è la trascrizione dell’ultima lezione tenuta, dall’autore, nella Facoltà di Lettere di Firenze, al momento dell’andata fuori ruolo. Luporini, Con Heidegger. Alcune riflessioni, oggi, tra filosofia e politica, in Heidegger in discussione, Atti del Convegno internazionale « L’eredità di Heidegger », Roma, a cura di Bianco, Milano, Angeli. Gentile, Manzoni e Leopardi, in Opere, Firenze, Sansoni, Gerace, Leopardiana, in La tradizione e la moderna barbarie. Prose critiche e filosofiche, Foligno, Campitelli. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari, Laterza. I due testi si trovano oggi nel volume di GENTILE, Manzoni e Leopardi, cit. Il primo, Le Operette morali, fu pubblicato per la prima volta in Annali delle Università toscane, poi come proemio di un’edizione delle Operette morali curata da Gentile (Leopardi, Operette morali, con proemio e note di Gentile, Bologna, Zanichelli; il secondo, Prosa e poesia nel Leopardi, fu invece pubblicato nel « Messaggero della domenica ».  Vi è, nello Zibaldone, un’unica occorrenza del termine « ultrafilosofia », come vi è, del resto, una sola occorrenza del termine pessimismo, ma nella critica leopardiana questi due hapax hanno goduto di grandissimo successo. Leopardi scrive. E un popolo di filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo. Perciò la nostra rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E questo dovrebb’essere il frutto dei lumi straordinari di questo secolo -- manoscritto dello Zibaldone. Ricordiamo, a tale proposito, il giudizio formulato da Noce, secondo cui GENTILE « sentì se stesso come il filosofo di Leopardi, come il suo vero continuatore perché l’attualismo avrebbe realizzato quell’ultrafilosofia a cui Leopardi aspira: Noce, Gentile, Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, Il Mulino. PASINI, Tutto il pessimismo leopardiano, Parenzo, Coanna, Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, in Scritti critici e Ricordi, Torino, Utet. Per una presentazione dei testi, dei contenuti e degli autori di questa particolare produzione critica leopardiana, oggi poco nota, rimando alla mia già citata tesi di dottorato (S. Lanfranchi, La recherche des précurseurs, LANFRANCHI, De centenaire en centenaire. L’Italie fasciste célèbre ses poètes (Foscolo, Leopardi, in Fascisme et critique littéraire, Caen, PUC (Transalpina). L., Il pensiero di Leopardi. Secondo TIMPANARO: L’esperienza esistenzialistica [L.] se l’era ormai lasciata decisamente alle spalle ; eppure essa aveva lasciato una traccia nell’interesse per i temi leopardiani della “vitalità” e del rapporto natura-ragione, nel rifiuto di un’interpretazione troppo storicisticamente angusta del problema Leopardi. Timpanaro, Anti-leopardiani e neomoderati. L., Leopardi progressivo, Timpanaro, Classicismo e illuminismo, c L., Leopardi progressivo.TIMPANARO considera che non era accettabile il « rimprovero » mosso a Luporini, di aver fatto di Leopardi un « precursore del marxismo. Timpanaro, Classicismo e illuminismo. Ma certe pagine del libro di Luporini e alcune formule in esse contenute (segnatamente quell’anticipatore di ulteriori dottrine) se non rendono « accettabile » un tale giudizio, perlomeno ne spiegano l’origine.   L., Leopardi moderno, intervista a cura d’Adornato, « L’Espresso ». Cesare Luporini. Luporini. Keywords: corpo e mente, corpo animato – l’anima di Vinci – la mente di Leonardo – i corpi di Vinci – il Leopardi fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luporini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Luzzago: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Bresica -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Grupo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Brescia). Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Nato da Girolamo e da Paola Peschiera, in una delle più importanti famiglie del patriziato cittadino, e educato alla pratica devota e all'apostolato. Nel convento di S. Antonio dei gesuiti si impegna in un corso di filosofia. Dibatte in pubblico 737 argomenti filosofici! Con l'aiuto di Borromeo partecipa a Milano ai corsi di teologia dei gesuiti di Brera. Si laurea a Padova. Desideroso di entrare a far parte della Compagnia di Gesù, le difficoltà economiche della famiglia, causate da alcune transazioni inopportune del padre, glielo impedirono. Conservatore dei Monti di Pietà, e  protettore della Compagnia delle Dimesse di S. Orsola e di altri due istituti caritativi bresciani: il Soccorso e le Zitelle. Ri-organizza e da nuovo impulse a un'altra istituzione sorta dopo il Concilio di Trento: la Scuola della dottrina cristiana. Fonda la Congregazione di S. Caterina da Siena. Per far sì che il suo operato continuasse, fonda la Congregazione dello Spirito Santo, che raccolse i membri della classe dirigente cittadina con l'obiettivo di co-operare più efficacemente e concordemente al sostegno di tutte le buone istituzioni e mantenere un clima di Concordia. Infatti, intercede per la conciliazione delle famiglie nobili bresciane spesso in conflitto. La sua indole caritativa emerse soprattutto quando venne a far parte del Consiglio di Brescia, dove sa armonizzare le strutture governative ed organismi canonici. Nelle opere scritte vi sono indicazioni per i cavalieri di Malta, sulla carità, ispirati al modello della Compagnia di Gesù. Durante il suo viaggio a Roma esamina le strutture di beneficenza per poi proporle a Brescia. Ha la possibilità di conoscere F. Neri. In un'epistola a Morosini, e informato che Clemente VIII, prende in considerazione il suo nome per la carica di arcivescovo di Milano. Fu avviata presso la Congregazione dei riti la causa di beatificazione. Leone XIII, riconosciute le sue virtù eroiche, gli conferì il titolo di venerabile.  Dizionario Biografico degli Italiani, A. Cottinelli, Vita del venerabile patrizio bresciano: dedicata ai comitati parrocchiali, Tipografia e libreria Salesiana, A. Cistellini, Il movimento cattolico a Brescia, Morcelliana. A. Fappani, Enciclopedia bresciana, Opera San Francesco di Sales, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S. Negruzzo, L'allievo santo: Roccio precettore, in «Annali di Storia dell'Educazione e delle Istituzioni Scolastiche», S. Negruzzo, Dalla scuola dell'ajo al collegio dei gesuiti: il caso di L., in Dalla virtù al precetto. L'educazione del gentiluomo,  Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ORATIONE DEL MOLTO REV. MONSIGNOR OTTAVIO ERMANNO Macftro di Thcofogia PREPO SITO DI LORENZO Vele officio TrenteJtmOydel Sig. Alcffianiro L. fatto nella fu a Chtefa adi /. Giugno,  M. C I r. Delle ragioni delli divina providenza nella niorte di elfo Signoc AlefTandro. IN BRESCIA, Apprcffo Pietro Maria Marchetti. Con licenza de Supenori. a H O IT A Jl O VH; OT JO M .J3a   OVTMAM513.0I7ATTO 5I0;Afcolcaton,chctiuouatrouatafiaque- Al I llancllaflncflrdiT)I  lendo in picciol quadro riftringcre numerofo ftuolo di gente,  contenti di compitamente delineare alcuni perfonaggi più illuftri, e principali; altri fpargon in vna picciol parte di loro,  chi nel capocchi in vn braccio, chi in vna gamba, chi in va  fianco; cosi io racchiudendo quàto ho da direnel picciol qua-> cito della querela propofta andrò còforme à quello, che si pretende cercando i miseri della Diuina prouidenza nella morte  del Signor Aleflandro in quefto tempo, in queftacti, inquefle circonflanze, confidato nella bontà de gl'ingegni voliti  aiuttati dallo Spirito del Signore, che da queiU fi faran fcala i.  trouarne altri più fublimi, e più alti . Incominciando aduaque da più baflò grado luflusperit none/i ijuìrecogitet corde»  Vuole il Signore, cftenoi penfiamo di cuore alle cagioni dellJL  morte di quefio fuo amico, tanto giufio ; doue ricorrerò à ricercarne il conto? hò pcnfatodi fpcdirmi daconfiglicri più  bafsi. Non v'ha dubio alcuno, che fe il Medico, o*l Filosofa  foflè chicfta d*vn Hmil quefito,rirponderebbe, non cfTere marauigliaalcuna ; et che vn'huomodi tante fatiche,c cosi poco  riposo, di tanti digiuni, e così poco cibo, di tantcpafsioni  c così poco rifioro, dicosi graue infermiti, e cosi deboli for2e non poteuaviuer molto fenza miracolo ;& il farmiracoliè  fuori del comune cotfo della natura, quale il Signor Iddio noa  peruertifce fe non per qualche cafo appartenente all'ordine  fopranaturaledellagratia. Quefta rifpolla diede egli fteffo à.  me poco prima, che partiffe per Milano. Signor A led'andro^  difsi iOy come (late voi l'ano in quefio iufluilò de mali tanto pe  ftilenti ftando la vita y che voi fate? Guardate, rirpofe, e miracolo di Dio. era miracolo, fe viueuai Dio non hi voluta  far'il miracolo, perche non era ifpediente : adunque è morto^  Queftarifpofta pare al primofcontrofodisfarejmaa chi confiderà le parole della querela, non vuota atfatco la difficoltai  poiché cosi fiando, non occorrerebbe lamentarfi di cora,che  comunemente corre nella vita, e nelJa motte di ognVno, oltre cheàgiudicio mio s'appoggia a fondamento talfo; cioè chela divina providenza nelle cofe naturali non habbia elie  iure altroiAchelalciar Correre le caufe naturali i i loroe^eai  concoWndoreco Comé eaóft prima » t lifciàndofì ^^t^rmìnw da loro, dico che lei è quella, che ha pofle in ordinanza tali  caufc per produrrai i effetti, e cofi mi refla Tempre da dimandare, perche a etfccro tanto] nobile com*è l'huomo giu(lo,e  qucft'huorr.o in particolare hi ordinato caufe tanto pernicio  fe,checosìtoftodouefl'erodiftriiggereìa vita di lui. Alziamo  dunque la mira à più alto berfaglio, e vediamo, fe potiam cattare la rispofta dairifteHà querela, nella feconda parte di lei.  acìe enìm malici f colle &US eft ikflus y € (i dìch\3iTzqy3c(io pa(lb  con quell'altro della Sapientia al quarto. Vlacens 'Deo fiBus  dilcdus, et vìuens inter peccatores transUrus e fi ; raptus efl ne mi'  litiamutaret intdlt^um eius, aut ne fi^io deciperet animam ìlUut .  placitaenimerac Deo anima illius: propterhoc properauit educere  illum de medio iniquitatum. E veramente che da facri Theologi  c annouerato fra gli effetti della Diuina predeflinatione il dare prefla morte al predeftinato,cui vede, che foprauiucndo,  (ì dannarebbe . ma quello fenfo non è neceflàrio, che conuenga a tutti; poiché puòefsere, che per altri rifpetti ancora chiami a fe preftamente il Signore quelli, che altrefi foprauiuendo  fi farebbero faluati. Diciamo dunque, inherendo a quefto paflb, che non ha il Signore lafciato arriuare il Signor Aleffandro alla vecchiaia, perche non poteua farli il maggior fauore, che liberarlo prefto da quei piccioli peccati, che in fe fteffo haueua; e da quei grandi, che con grauifsimo fuo tormento  vedeua in altri. Non replico le cofe già dette da altri «quanto  gli fpiaceflero i peccati veniali medelìmi : foggiungo cflere im  poffibile a huomo mortale,per fanto che fi fia,viuere fenza pec  cati veniali : econchiudo efièr flato gran fauore i quedo gran  de amico di Dio liberarlo quanto prima da fuoi peccati per  leggieri che foffero. Ma de’ peccati altrui propriamente parla la Scrittura ne i luoghi allegati; et io dico, che chi conofceua l'infocato zelo di quell'amorofo petto contro al peccato in  aiuto de peccatori, dira che patiua grauifs imo tormento, effendo per la fua conditione artretto a conutrfar con peccatori, e che gratia gli ha fatto il Signore grande liberandolo;  potrei apportar quiui mille teftimoni, mille lentenze vdite có  le mie orecchie dalla bocca fua ; ma troppo lungo farebbe il ragionamento. Di vna mi contento per adtlfo, et è che I accontandogli io vn facto occorfo dioéefa graue d'iddio acciò gli A 4 prouedci?^ ; perche la narrat?ua (Tf^cndcua vn poco in fango J  in quel mentre ch’io ragionauo.fotto gli occhi mici fcoppiaua  di do'ore,& era coftretto tenerfi la mano al petto, perche gli d  fchiantaiiailcuore,emi prfgaua, ch’io finifsi quanto prima. Quindi da quefto principio raccogliete voi le altre cofe di que  fio punto, e ne trouaretc infinite: come farebbero quelle inuentioni, quei flratagemi che (ludiaua perdiuertir gli abufi ò  publici ò priuati; come farcbbejChc ne i giorni de i Santi tutelari della fua villa dodeci anni fono per ouuiare i confueti ba«  gordi intrcduceflel'oration delle 40. hore; vi conduccfTei primi Predicatori di Brcfcia, quefto cflempio fofle poi feguito  da l'altre ancora : che nelle barche doue foggiornaua percagion di viaggio, diuertilTe i ragionamenti vituperofi, introdudoccndonealtri,ediletteuoli, et vtili, diftribuendo à tutti e libretti, e imagini : come farebbe, che ogni pochi giorni haueffeìncafa mcfchinazzi,e vagabondi, acciò li faceficconfcfiarc;  cheraccoglieflei Valtelini per aiutarli nella fede; che fodètan  to follecito per la confcruation della fede in qucfta Citti; come poffo atteftar io di opre importanti fatte a qucfto finejchc  fcorrefTe ogn'anno qualche parte di quefta grandiocefe fotto'l  ftendardo 5L in Aituto della chrifliana dottrina,non perdonando nei fpefe,nea fatiche; non lafciando luogo peralpeftrc che foHe: come farebbe, che commandafle a vn gentilhuoma  fuo famigliare, che capitandogli donzelle d'aiutare,ò dopò la  caduta, òauanti, che cadano ; ne fapendo doue ricouerarle, le  mandaffe tutte infallibilmente à cafa fua, ecento d'altri. Io  rhoviftotal volta riprendere con feruor grande alcuna perfona, che malamente fi lafciaua tener in freno, e fpezzaua la briglia, 8i ho ammirato in quel vifo,in quegli occhi, in quella lingua mi (lion tale d'amor'edi fdegno, che ben dimoflraua adirarficontra'l peccato,non controal peccatore; ne fcandaHzat^  (ìgiamaidi niuno. Hn'àtale,chcfi mifein difputa meco vna  volta à volermi perfuadere, ch'egli foffe il maggior peccatore  del mondo, etiandio fuori di quella fuppofitione che faccua Si  Frajìcefco: cioè, perche fe Dio hauefle facto a gli altri peccatori le gratie fatte alni, Thaucrebbero feruiro meglio di lui: ctiamfenzaquefto voleua Alefiandrocllèrc maggior peccatore di tutti : n^a trouandofialle ftrette con le ragioni/aila fine mi  .tiiiTe^che luilafcmiua così>fe bene non ne fapeua render la ragionc gtonif! O animà benedetta, ò lume veramente diuina, che  fpunrando i più lucidi raggi fuoi dentro alle fineftrcdi quelle  porczc, gli faceua difcemere ogni pagIiuzza,ogni atomo^ognt  pelo d'imperfcttionc. Horsù propcrMUÌt educere iUnm de medio  in'tifuìtatum, Si egli l'ha riputato fauor grandifsimo. Più alto, più alto. Juftus petit, et non efi qui recogitet corde. Che miftcrio, Signore, volete voi che ritrouiamo nella morte di quefto  giiifto ? forfè quello, che voi accennate colaappunto nella Sapientia al quarto? Confumatustn breui expleuit tempora multai  c difopra. Sene^us enim yenerabìlis efi ncn diuturni, neq; annoti numeto computata; caniautem funt fenfus hominis ; et feneSu»  tis yìta immaculata. Et c quefto, che egli con feruor grande co-operando à diuini impulfi, ne arrcftando con le proprie colpe  lediuineinfpirationi,è arriuato prettamente a quel fegno di  gratia, Si i quel grado di gloria, al quale Iddio l'haueua predeftinato: fiche era di meftieri troncargli il filo di queftavita  prefente; acciò non diuentaHe più fanto di quello, che Dio lo  voleua,per fegreto della giufta prouidcnza fua;qual fegretO  ancora andaremoìnueftigando più abaflb. Quefto e l'haucr  in breue corfo riempiti di meriti molti anni: Quefto è l'hauer  nella vita immaculata l'honor della vecchiaia . cfie dirò io qui  di quella follecitudine inferuorata tanto propria di lui? Pareua  che indouinaftc il fine, che parlando meco pochi giorni fono; inftaua grandemente, che bifognaua far prefto, e non lafciar  paftìire occafione ninna, che conccrneffe il fcruitio di Dio, e  richicfto da me, per vna certa occasione, vna volta,fe in tanti  negotij, tanto varij, et impoittuni fentiua mai tedio, o languìdezza ;mi replicò tre volte: mai mai mai nhòfentito; hò fcmprefentito la mcdefima prontezza. Il Solcfpunta i raggi del  marcino con foauità grande ; ma falendo al mezzo giorno auen  ta i ftrali infocati, che accendono, che abruggiano, e di più chiara luce rifplendono. Le virtù di Aleifandro nella fanciulkzza, e nella giouentùfua,quasi raggi matutini, erano piene  difoauita,edidolcezza; mancl meriggio deiretàfua, nella  fommiti di quei meriti, i quali era adell'o falito, non vedete  come ardeua di diuin'amore? come sfauillaua parolcdouunq;  fi trouaflc tutte ferafiche, tutte diuìne? chi lo fentì gi.imai à par  lare non ditòociofamente, che quefto auuertimento è troppo  baffo ; ma humaQamcnte? qual ragionamento conchiufc egli fe   non n8 in Dìo?qual lettera fcrìrtc tontano, che no la fregìaflc dì parole di Oio?quaI polìza madò per la città, che nòia rpruzzaftè di Dio? doue mai moffe i piedi/e non per Dio? che cofa operò  etiam humanamente, e naturalmente, che non la iudrizzaffe  in Dio? Dio haueua egli fempre nel cuore, Dio nella bocca Dio nei piedi, Dio nelle mani, era tutto abforto in Dio. Si  maraujgliano, che habbi lafciato moglie, doti grandi, robba  di vnigenito quefto è nulla à quel gran cuore ; ha lafciato tue  to fé fteffojOgnifuo commodo e temporale, e fpirituale per  feruigiodi Dio,eperaiuto del profsimo. Ditelo voi, che gli  recauate à biafìmo, cheincafafua non ci fo(Iè ordine; che noa  vi fi trouan'e mai hora ne di mangiar, ne di dormire. Dirò io  quello, in che più patiua, che più gli premeua . I diletti, i gufìi dello fpirito lafciauaper Dio, et per il profsimo. lafciaua  invnaparola Chrilto peramor di Chrifto. Intendete hora,  Afcoltatori, quel diffìcil parto di San Paolo. Optabam ego amt" tema effe à LhriHo prò fratribus meis ^ Vedetene la prattica in  Ale(ìandro,huomo tanto dedico alla contemplatione^dcllecofe celeft i; che pigliaua tanto diletto nello fludio delle facre let  tere; tutto lafciaua, di tutto fi priuaua per feruir al Signore ne  fratelli fuoi. Signor Alelìandro, gli diceuo io, a che propofitohauctefpcfitanti anni nellefchole della Theologia,fe non la vedete mai ? a guifa di colui, che prefa moglie, tofto l'abbandona, lafciandola in mano de parenti fuoi ? perche non vi  ritirate qualche volta a pigliar quel altifsimo diletto, per cui  tanti Santi, 8c amici di Dio han dato bando a tutte le cofe crea  te, fi fono ritirati ne'chioftri, e ne deferti? quei Nazianzeni, quei Bafilij, quegli Agoftini. Haoece ragione, rifponde egli, ne patifco grandemente: ma non hò tempo; et ertbrtaua me ancora à iafciarquefto gufto pcrfcruitio di Dio, che  afpettate più? Ah,mi fugge il tempo conchiudo in vna parola quanto fi può dire; egli era in arto fcmpre dell'vna, e l'altra vita la contemplatiua, et Tattiua,nc leoperationi de Tvna impediuano gli eflcrcitij dell'altra, e come che quel felice fpirito forte chiufo nella carcere di corpo terreno, ftaua però talmente Tempre abforto in Dio, e con il corpo impiegato in feruiggio del profsimo, come fe rvno,e l'altro in vna medefima ca  fa facelVcro diuerfa famiglia in diuifi appartamenti ; e come il  fuoco talmente s'adopra attorno alla materia di cui fi pafce» che fce poi rotto in fc^ftellb, c fmoO più giubilando auampa con  maggior fiamma, € folletti feco »ò ra pifce i n alto quella terre ilrità della materia; così lo fpirito di AlenandroabbaiTandofi  a bifojrni de profsimi fuoi non s'immergcua in efsi di maniera, che non foUeuaflerecoognicofa a Dio. Deh fermati fole,  cU*io non poflb tacer quello, ch'io fon per dire Cade di bocca  quefio Nouembre palfatoquafi per fchcrzo ad vnfuo amico, c famigliare, ragionando con vn padre rcligiofo>chehauercb  be fotti gli cflercitij fpirituali della Compagnia di Gesù, fe il  Signor Alefandro gli haueffe fatto compagnia, tenendo per  fermo e(lèrcimpofsibile, per i molti negotij fuoi; tanto più  che la Signora fua madre era grauamente inferma » come ne  mori. Lo riferì il padre al Signor Aleflandro, non ftete egli a  bada, non fii lento a pigliar l'occafìone; fparfe parole per cafa, che andaua a ritirarfì fuori della Citta per cagion de fludi . Si  ritirarono tutti tre il Padre, et efsi ;goder ono per quei giorni  il Paradifo. O Aquila celcfte,ò (guardo diuino, come ti dipinge diuinamence lo Spirito fanto in Giob a trenta none. T{unquid éidpraceptum tuum eleuabitur à^qmla ; et in arduìs ponct  nidum fuum ? In petr'is manet, et in pr£ruptìs filicibus commoratur,  atque inacceffis rupìbus . Inde coniemplatur efcam, et de Longe oculieiusprofpiciunt. Soggiorna quell'Aquila per lo più vicino al  fole eterno, habita nella pietra, nelle rupi, nelle cauernc della maceria, nelle piaghe del Saluatore colloca il fuo nido, tro  ijailfuoripofo;qnindi s’abbairaali'efca terrena; ma incontanente al fuo nido ritorna. Chi è di voi chi fappia i trauagli  grandijchehà patiti continuamente Alcffandro? credete voi^  che gli leuailero la tranquillità, et il ripofo,che godeua ia  quel fuo nido? So che nell'occafionedi vnograuifsimo venu^  togli per vn’opera fatta per feruigio di Dio, e falute di v n'anima; di fle a me, che con tutto ciò non vorrebbe nonhauerlafac  ta.,dC rhauerebbc fatta di nuouo . So che di altre perfone^cbfit  Igli dauano trauaglio hcbbe a dir molte volte, che era loro molto obligato.di onde pigliaua quedi fentimenti? da quelle riiiik  pi in CUI baucua collocato il fuo nido. O marauighofo cotv  4cerco di ben accordata cetra procedente da corde ài contrjr*'  ario (uotvo; Tvna,e l'altra vita. Nella attiua meriraua, nelljt  «làaxaiipiaciua godeua: nella atciua faticaua, nella coatetnpk. fitatiùa riporani ineHa inhtdìtcfnitxìi al baflbi nella Contemplaciua vulaua in alto : ticHa acci ua proucdeuaad aIcri>neU  la conccmp iariua prouedcuaa fé fleiTo: nella acciuaconuerfauacon gli huoiTìini, nella concemplaciua conuerfaua co gli  Ani;cli. Confiétnatus in breui expleuìt tempora multa . ha vnito  in fcftcflo cucci i ftaci, cucce le pcrfcctioni. Ma più al co ancora . luflus per'it, et non eft,qm recogttec corde che habbiam dt  penfar che habbia molTo il Signore a dar la morce adeffo a que  fio giudo amico Tuo? Thonor grande, che gli voleua fare in  cielo y Scili cerca per lo cócorfo (lupendo di caufe cali,che morendo in cempo cale, di fuo lecco, fuor del marcirio non potea morir più gloriofamcncc. Non mi ftcndo ad eHaggerar quc  fto pa(ro;lofapcce voi. Ad vn puncomi riftringo. egli e alle  mani Diohoggidi adilluflrare la fancica, e la gloria di quella gran colonna di Tanca Chiefa il Cardinale Borromeo. Non  era in corra il piiì (ìmile a lui nella parcicolar vircù fua, che era  il zelo della faluce delie anime, che L. Non  erachi peralcri piùconfumafferedefrotCheilBeaco Carlo, Se il Signor Alefl'androjà guifaproporcionalmencedi duegran  doppieri podi nella Chiefa di Dio, quali ferueudo ad alcri di (Iruggono fé medeHmi: c perciò non era ne anco in cerra a cui,  porcaffe maggior amore il Cardinale mcncre viueua,che a L. L'ha voluco per compagno nella gloria  in Paradifo.gli ha voluco comunicare la gloria fua anco in cerra, e farlo Hmilc afe anco nella morce con quella proporcione,  che in cofe non affacco medefìme fi può ricrouare. Vaffene a  Turino il Cardmale a vificar quell Alcezza canco a lui cari  per nuoua occafione: vafTeiie a Milano Aleffandro a vificar  queU'Arciuefcouo Cardinale canco Tuo, quanco fi è vido,  nuouamence venuco da Roma. Quindi viene il Cardinale a  Varallo a vificar quel sepolcro di Christo: fcieglie quel cempo d'andar'a Milano Aleifandro, che fi lena il facro Chiodo per adorarlo; e con i'afpecco del facro Chiodo gode il  Beaco Sepolcro del Cardinale, e gli offerifce i doni d'argento. S'amala al Sepolcro di Varallo il Cardinale : s'amala foprajil Sepolcro del Cardinale Aleflandro. Condotco à Milanoil Cardinale, fubico e pronunciaco fpedico da Medici: Dal  fepolcro del Cardinale Alclfandro è commandaro ricirarfi i  l«cco, c riftelTa maccÌDa Icgucace fi fi la fcncenza della moue quat- iquìittro giorni paflsino d'nifeJ^ft^ al Cardifiale: quattro giovi  Ili intieri foli giace in letto Aleffandro. More il Cardinale in  Milano: morc Aleffandro in Milano. More il Cardinale ncllx  camera,encl letto Archiepifcopalc: more AlclTandro nelle mini deirArciuefcouo Cardinale cugino carnale di quello, fomigliantifsimo nella fantita, et nclli angelici coftumi all' vno, 8C  airalcro. More il Cardinale vicino al cinquantefìmo anno dclTctà Tua: more Aleflindro vicino vn*anno al cinquantefìmo  dell'età fua . Morto il Cardinale vien apertole fuentrato : aprir  c fuentrar c ncceflario Aleflandro, che più? Carcano Anatomica di Pauia è quello, chcefTcntera il Cardinale: Carcano medcfimo è quello, che eflcntcra Aleffàndro. Si fanno TeHcquie del Cardinale dal Clerotutto: tutto'l Clero peroccafion diSinodofitrouaal funerale di AlefTadro . 11 Cardinale di Cremona in Pontificale fa l'officio al Cardinale: Il Cardinale di Milano in Pontificale fa l'officio ad  Aleflandro. Il Cardinale di Cremona fatto l'officio, in publico confperto del mondo incomincia a dar fegno della fantità  del Cardinale facendogli toccar la corona: Il Cardinale di Mi"  lano morto Alessandro fubito gli bacia la mano come à Santo e fa ordini, e da commifsionidclla riuerenza in che vuole, che  fi tenga. Sopra'l corpo del Cardinale fi fa l'oratione funebre  daircloqucntifsimo P. Panicarola : fopra il corpo d*Aleflàndro  fi fa l'oratione da qucllo,che nella CompagniadiGiesù fa publica profefsione di eloquenza, e dell'arte del dire. Andate  inanzi . Se Aleflandro cinque giorni e flato morto fopra terra  per il bifogno di condurlo a Brefcia: anco cinque giorni flette  lopra terra il Cardinale perdute fodisfattion al popolo, et ap»  parccchiarlecfl'equic. lamutatioiì,che fi vide nella faccia di  Aleflandro quando l' vltimo giorno fi fecero le eflequie. la vidi  90 in quel giorno anco nella faccia del Cardinale. Corfcroal  Cardinale le genti a garra per ottener'alcuna delle reliquie  fuc: Corfcro.e corronoad Aleflandro et in Milano,& in Brefcia  i popoli i garra per lo medcfimo effetto . S'incominciòaH'hcH  ra fubito à fcntir per la Citta mormorio di varie gratie impeirate per lainuocation del Cardinale : Molte ancora, e di graa  yileiio fi fono vdite quini octenute per la intcrccfsion di Alessandro. Refta, che come pochi anni dopò,la fua morte fi ù ricordaio il SignoK d'iUuilrar cou miracoli il Cardinale; cosi Incfncftoincoft fiborifca Alfffandrò". O beata co piiiòfcli ce confortio . che flarò io a dire in queda occadone ? MwtaUit  stima mea morte iufìorym fiint nouifiìma tnea horum fimilia. Mi  bt aktem nimU bmmati funt amiti tu't, Deus . Tr£tìofa in tonfpeffu  Domini mo- s fauSorum eius . Tanto è grande l'honore, che fa il  Signore a gli amici Tuoi, tanto illufVre la gloria, che dona lorOi  che non contento di quella del Cielo, la dilata anco per la tetta, per quella valle di milerie: non contento dello fpirirOfll  coniinunica anco al corpo ; anco alle ofl*a fecche; anco alle ceneri ; anco à lorbaftoni; à lorveftimenti ; à lor capelli; à lor  (lringhe;i lor fcarpe; alle ombre loro, comunicandogli virtà  onnipotente . E dunque vero Signore, che Stmi% honorati funi  amiciiuiy Deus. Ma fagliamo vn fcalin più alro ancora. Lequac  tro cagioni annouerate non efcOno dalla perlona di Alcflandro; fono particolari Tue. Due iChereftano Tono più diuine più alte ; pretendono il ben commune, che è molto \»mi petto  ad Alc!randro, & i Dio. Non vi ricorda? Cftpi. ego anAtcma effe  à Chrifio prO fratribus mets ^ E di quell'ai tro,chc in ecceflb di fpi  rituale pazzia dimandaua gratia al Signore, che man dafTe alrinferno lui, e libera(lè tutte quelle anime, che vi ftauano rac che con grauc bcftcmmia contro la   diuina clluìna proaidenzatepntanòimporsibile fcruire pcrfettimdti(eaSua Diuina MaefUfotco paterni recti, nella cara domenica, neirhabico laicale, nella conuerfacion del fecolo, fra le occafìoni de peccati, nelle procelle di quello tempeflofo mare  del mondo. O gran filofofìa»© fapientia rara, ma necelTaria,  8C importante più dì tutte . Ecco in AlelTandro laico, la vira re  ]igiora;in AleH'andro occupato la vita monadica; in AIeiTan- chi il zelo dell'anime, chi la cura delle pxci, chi le prigioni, chi gli hofpitali, chi le congregationi, chi  gli oratorij,e tutti infìemevn'accefo amor di Dio 5^ del proffimo. Qncde rapine v'afsicuro io, da parte fua, che gli aggradiranno molto più, che fcalzarlo, ò fucdirlo, ò pelarlo per di-.  uocioné; 5c fe queilo hauete fatto; vi fìano quelle reliquie vrr  perpetuo mantice, che v'accenda all'imitatione de fuoi Santi  Codumi. Alessandro Luzzago. Luzzago. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luzzago” – The Swimming-Pool Library.

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