Luigi Speranza --
Grice e Labeone: il diritto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Ha larga
cultura filosofica uno dei maggiori giuristi dell'età d’OTTAVIANO. Si ignora se
segue un indirizzo determinato. Giunse fino alla pretura, ma rifiuta il
consolato offertogli d’Ottaviano perchè conseguito prima di lui da persona meno
anziana. Appartenne al partito repubblicano. Scruve CCCC saggi di cui
restano frammenti. Si ricordano fra gli altri: "De iure
pontificio" -- in almeno XV libri, diversi "Commentarii
giuridici", 7davd, "Responsae", in almeno XV
libri, "Librì posteriores", in almeno XL libri. S'interessò anche di
studi logico-grammaticali. Grice: “Logico-grammatical stuff is my thing,
as was Labeone’s. My example is “Fido is shaggy,” Labeone’s was not!” -- Marco
Antistio Labeone.
Luigi Speranza -- Grice e Labriola: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Cassino -- filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cassino). Filosofo italiano. Casino, Frossinone,
Lazio. Grice: “Labriola is good; he reminds me of pinko Oxford!” -- Essential
Italian philosopher -- Con particolari interessi nel campo del
marxismo. Nacque da Francesco Saverio, insegnante ginnasiale di lettere. Il
padre, oriundo di Brienza, e nipote diretto di PAGANO. Si iscrive alla
facoltà di filosofia di Napoli, città nella quale la famiglia si e trasferita.
Qui studia con VERA e SPAVENTA, il cui appoggio gli procura un posto di
applicato di pubblica sicurezza nella segreteria del prefetto. Scrive Una
risposta alla prolusione di Zeller, un saggio in cui osteggia il CRITICISMO contro
ogni ipotesi di un ritorno a Kant. Rivendica l'attualità dell'hegelismo. Consegue
il diploma di abilitazione e insegna nel ginnasio Principe Umberto di Napoli.
Il suo saggio, premiato dall'Napoli, sull'”Origine e natura delle passioni”: una
significativa presa di distanze dall'idealismo in favore del
materialismo. Scrive “La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone
ed Aristotele”, premiata dalla Reale
Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli. Consegue la libera docenza
in filosofia e si mette in aspettativa in attesa di ottenere un incarico nell'università.
Scrive la dissertazione “Esposizione critica della dottrina di VICO” e
collabora con il "Basler Nachrichten", al quale invia corrispondenze
politiche, al quotidiano napoletano "Il Piccolo", fondato e diretto
da Zerbi, futuro deputato e leader dell'Unione liberale, un gruppo politico al
quale L. aderisce. Entra anche nella redazione della "Gazzetta di
Napoli" e dell'Unità Nazionale, diretta da Bonghi, al Monitore di Bologna
e alla Nazione di Firenze, nella quale escono le sue X Lettere napoletane. Si
dichiara herbartiano in psicologia e in morale, pubblicando a Napoli i saggi
Della libertà morale, dedicata a Graf e Morale e religione. Trasferitosi a
Roma, supera il concorso alla cattedra
di filosofia a Roma. Pubblica il saggio Dell'insegnamento della storia.”
Divienne direttore del Museo di istruzione e di educazione. Sono anni in cui L.
mostra un particolare impegno verso il miglioramento del livello professionale
degli insegnanti e la diffusione dell'istruzione di base della popolazione,
inteso come primo passo per una maggiore democrazia del paese. A questo scopo
s'informa sug’ordinamenti scolastici dei paesi europei. Pubblica gli Appunti
sull'insegnamento secondario privato in altri stati e l'Ordinamento della
scuola popolare in diversi paesi. Contemporaneamente L. abbandona le
convinzioni politiche di moderato liberalismo per approdare a posizioni
radicali. Oltre alla lotta all'analfabetismo, auspica l'intervento dello stato
nell'economia, una politica sociale di assistenza ai poveri, il suffragio
universale che permetta anche a candidati operai l'ingresso al parlamento. Ottiene
la cattedra di filosofia a Roma e inizia un corso sul socialismo. A seguito di
notizie che danno imminente la stipula del concordato con il Vaticano, L. tiene
a Roma la conferenza Della Chiesa e dello stato a proposito della
conciliazione, considerando una minaccia per la libertà di pensiero ogni
accordo con la Chiesa, temendone l'ingerenza nella vita pubblica italiana. Il quotidiano romano La Tribuna pubblica una sua
lettera in cui, tra l'altro, scrive di essere teoricamente socialista ed
avversario esplicito delle dottrine cattoliche e nella conferenza Della scuola
popolare, auspica l'ABOLIZIONE DELL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO. Sul giornale Il
Messaggero, depreca l'uso della forza pubblica contro le manifestazioni. Tiene
agl’operai di Terni un discorso su Le idee della democrazia e le presenti
condizioni dell'Italia, in cui afferma di impegnarsi personalmente in politica
e dichiara di desiderare un governo del popolo mediante il popolo stesso e la
formazione di un grande partito popolare. Scrive che i parlamenti, come forma
transitoria della vita democratica d'origine borghese, spariranno col trionfo
del proletario e tiene nel Circolo operaio romano di studi sociali il discorso
Del socialismo commemorando la comune di Parigi. L. saluta il congresso
della social-democrazia tedesca a Halle scrivendo che il proletariato militante
procede sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di
produzione ed l'abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei
suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze. Entra in rapporto epistolare con
Engels, che conosce a Zurigo, e con i maggiori dirigenti socialisti europei,
Kautsky, Liebknecht, Bebel, Lafargue, mentre rimprove a TURATI, il più
prestigioso leader socialista italiano e direttore della rivista Critica
sociale, superficialità teorica e arrendevolezza nei confronti degl’avversari
politici. Vuole che il partito socialista, che deve nascere ufficialmente con
il congresso di Genova, sia un partito d’operai e non di intellettuali
positivisti borghesi. Vede nei fasci siciliani un concreto esempio di
socialismo popolare e rivoluzionario e lamenta che il marxismo non riesca a
essere compreso in Italia (cf. GRICE, MARXISMO ONTOLOGICO). Fa lezione
sul manifesto di Marx ed Engels e scrive a quest'ultimo, di star facendo un corso
sulla genesi del socialismo ma di non riuscire a risolversi a scriverne un
saggio per l'ignoranza su tanti fatti, persone, teorie, etc, che sono tante
fasi, tanti momenti né sentiti né conosciuti in Italia, come ribadisce a Adler
che il marxismo non piglia piede in Italia. Su sollecitazione di Sorel,
scrive In memoria del Manifesto dei comunisti, sulla concezione materialistica
della storia, che esce sulla rivista del Sorel, Le Devenir social; lo spedisce
a Engels, ricevendone le lodi. Anche CROCE che ne promuove la stampa in
Italiane è influenzato tanto da attraversare il suo pur breve periodo di
adesione al marxismo. Nei due anni successivi L. scrive altri due saggi, Del
materialismo storico, dilucidazione preliminare e Discorrendo di socialismo e
di FILOSOFIA. È sepolto presso il cimitero acattolico di
Roma. Schematicamente, possiamo suddividere il percorso filosofico e
politico di L. in tre diversi momenti: innanzitutto fu propugnatore
dell'idealismo hegeliano, influenzato da SPAVENTA, del quale e allievo a Napoli. Successivamente, possiamo
distinguere una fase contrassegnata dal rifiuto dell'idealismo in nome del
realismo herbartiano. Infine, il momento in cui aderisce pienamente al
marxismo. L'approccio di L. al marxismo è influenzato da Hegel e Herbart,
per cui è più aperto dell'approccio di marxisti ortodossi come Kautsky. Egli
vide il marxismo non come una schematizzazione ideologica ed autonoma dalla
storia, ma piuttosto come una filosofia auto-sufficiente per capire la
struttura economica della società e le conseguenti relazioni umane. E
necessario aderire alla realtà sociale del proprio tempo storico se il marxismo
vuole considerare la complessità dei processi sociali e la varietà di forze
operanti nella storia. Il marxismo dove essere inteso come una teoria critica,
nel senso che esso non asserisce verità eterne ed immutabili ed è pronto ad
interpretare le contraddizioni sociali secondo le diverse fasi storiche, avendo
al centro della sua analisi il lavoro e le condizioni dei lavoratori e dunque
la concreta e materiale prassi umana. La sua descrizione del marxismo come
filosofia della prassi e ripresa nei Quaderni dal carcere di GRAMSCI. In
pedagogia L. avvertì l'esigenza collettiva dei tempi nuovi, il bisogno di una
scuola popolare che servisse da reale tessuto connettivo dell'Italia
post-unitaria, una lotta dunque per la civiltà, mezzo e fine dell'evoluzione
morale e complessiva delle classi sub-alterne. Nella monografia
Dell'insegnamento della storia, dedicata alle più importanti questioni della
pedagogia generale, L. aveva asserito la centralità dell'educazione alla
socialità. Il metodo pedagogico dove essere quello della ricerca critica e di DIBATTITO
e di sperimentazione, unica via capace di condurre alla padronanza del pensiero
logico-razionale e in grado di formare personalità aperte alla ricerca e al
confronto (non a caso i primi studi di L. Sono stati rivolti a Socrate e al
metodo socratico. Traducendo in un linguaggio pedagogico moderno, per L. e
necessaria un'attenzione maggiore ai pre-requisiti logici piuttosto che alla
struttura interna disciplinare, che comunque va indagata attraverso quella che
egli chiama un'epi-genesi analitica. Celebre e una sua conferenza tenuta
nell'Aula Magna dell'Roma, discorso sollecitato dalla stessa Società degli
Insegnanti della capitale, che poi ne cura la pubblicazione in opuscolo. E
necessario dare concretezza a piani di istituzioni scolastiche entro le quali
le didattiche si sviluppassero non da una deduzione della teoria, ma come
risultato di lotte politiche, di ideali sociali, di tradizioni storiche, di
condizioni ambientali. Per L. proprio l'azione dell'ambiente storico sociale
sugli uomini e la loro reazione ad esso costituiscono il tema dell'educazione.
Per cui le idee non cascano dal cielo. Il metodo deve partire dalla prassi,
dalla pratica e non dalle idee, dai principi astratti. Il nucleo
essenziale della pedagogia della prassi sta nella percezione della connessione
dell'opera educativa con le condizioni dello sviluppo economico-sociale.
Trockij conosce con entusiasmo i saggi di Labriola, quando e detenuto nel
carcere di Odessa. Egli scrive nelle sue memorie che come pochi scrittori
latini, L. possede la dialettica materialistica, se non nella politica, dov'e
impacciato, certo nel campo della FILOSOFIA della storia. Sotto quel
dilettantismo brillante c'e vera profondità. L. liquida egregiamente la teoria
dei fattori molteplici che popolano l'olimpo della storia guidando di lassù i
nostri destini. Trockij aggiunge che dopo anni continua a rimanergli in mente
il ritornello Le idee non cascano dal cielo. Altri saggi: Una risposta alla
prolusione di Zeller, Origine e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza,
La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Napoli,
Stamperia della Regia Università, Della
libertà morale, Napoli, Ferrante-Strada, Morale e religione, Napoli, Ferrante, Dell'insegnamento
della storia. Studio pedagogico, Roma, Loescher, L'ordinamento della scuola
popolare in diversi paesi. Note, Roma, Tip. eredi Botta, I problemi della filosofia della storia.
Prelezione letta nella Roma, Roma, Loescher, 1Della scuola popolare. Conferenza
tenuta nell'aula magna della Università, Roma, Fratelli Centenari, Al comitato
per la commemorazione di BRUNO in Pisa. Lettera, Roma, Aldina, Del socialismo. Conferenza,
Roma, Perino, Proletariato e radicali. Lettera a Socci a proposito del
Congresso democratico, Roma, La CO-OPERATIVA; Saggi intorno alla concezione
materialistica della storia I, In memoria del manifesto dei comunisti, Roma,
Loescher, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, Roma, Loescher, Discorrendo
di socialismo e di FILOSOFIA. Lettere a Sorel, Roma, Loescher, CROCE, Bari,
Laterza, Da un secolo all'altro.
Considerazioni retrospettive e presagi, Bologna, Cappelli, L'università e la
libertà della scienza, Napoli, Veraldi, A proposito della crisi del marxismo,
"Rivista italiana di sociologia", Scritti varii editi e inediti di
filosofia e politica, raccolti e pubblicati da Croce, Bari, Laterza, Socrate, Croce,
Bari, Laterza, La concezione materialistica della storia, con un'aggiunta di Croce
sulla critica del marxismo in Italia, Bari, Laterza, re prelezioni sulla storia
e il materialismo storico; In memoria del Manifesto dei comunisti, Brescia,
Studio Editoriale Vivi, Lettere a Engels, Roma, Rinascita, Democrazia e
socialismo in Italia, Milano, Cooperativa del libro popolare, Opere, Pane, I,
Scritti e appunti su Zeller e su Spinoza, Milano, Feltrinelli, La dottrina di
Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Milano, Feltrinelli, Ricerche
sul problema della libertà e altri scritti di filosofia, Milano, Feltrinelli, Scritti
di pedagogia e di politica scolastica, Bertoni Jovine, Roma, Riuniti, Saggi sul
materialismo storico, Gerratana e Guerra, Roma, Riuniti, introduzione e cura di
Santucci, Il materialismo storico, antologia sistematica Poni, Firenze, Le
Monnier, Pedagogia e società. Antologia degli scritti educativi, scelta e
introduzioni di Marchi, Firenze, La nuova Italia, Scritti politici. Gerratana,
Bari, Laterza, Opere, Sbarberi, Napoli, Rossi, Scritti filosofici e politici, Sbarberi,
Torino, Einaudi, Lettere a Croce. Napoli, Istituto italiano per gli studi
storici, Dal secolo XIX al secolo XX. Dall'era della concorrenza al monopolio.
Nascita e lotte del socialismo. IV saggio della concezione materialistica della
storia, Lecce, Milella, Scritti liberali, Bari, De Donato, Scritti pedagogici,
Siciliani De Cumis, Torino, POMBA, Epistolario Roma, Riuniti, Roma, Riuniti,
Roma, Riuniti, Lettere inedite. Roma,
Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, La politica
italiana Corrispondenze alle “Basler Nachrichten”, a cura e con introduzione di
Miccolis, Napoli, Bibliopolis, Del materialismo storico e altri scritti,
Milano, M&B Publishing, Del socialismo e altri scritti politici, Milano, UNICOPLI,
Bruno. Scritti editi e inediti Napoli, Bibliopolis, Fra Dolcino, Pisa, Edizioni
della Normale,. Tutti gli scritti
filosofici e di teoria dell'educazione, Milano, Bompiani Il pensiero occidentale,.
Edizione nazionale La casa editrice Bibliopolis ha in corso di pubblicazione
l'edizione nazionale delle opere di L., istituita con decreto del Ministero per
i Beni e le Attività Culturali, Tra Hegel e Spinoza. Scritti, Savorelli e Zanardo, Bibliopolis, I problemi della
filosofia della storia e recensioni Cacciatore e Martirano, Bibliopolis, Da un secolo
all'altro. Miccolis e Savorelli, Bibliopolis, archividifamiglia-sapienza.beniculturali.
Trotzkij, La mia vita, Fiorilli, L. Ricordi «Nuova Antologia», Berti, Per uno studio della
vita e del pensiero di L., Roma, Ernesto Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e
socialisti italiani: Milano, Luigi Cortesi, La costituzione del Partito socialista
italiano, Milano, Sergio Neri, Antonio Labriola educatore e pedagogista,
Modena, 1968. Luigi Dal Pane, Antonio Labriola, la vita e il pensiero, Bologna,
Demiro Marchi, La pedagogia di Antonio Labriola, Firenze, Luigi Dal Pane,
Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, Torino, Stefano
Poggi, Antonio Labriola. Herbartismo e scienze dello spirito alle origini del marxismo
italiano, Milano, Giuseppe Trebisacce, Marxismo e educazione in Antonio
Labriola, Roma, Filippo Turati, Socialismo e riformismo nella storia d'Italia.
Scritti politici, Milano, 1979. Nicola Siciliani de Cumis, Scritti liberali,
Bari, Stefano Poggi, Introduzione a Labriola, Roma-Bari, Beatrice Centi,
Antonio Labriola. Dalla filosofia di Herbart al materialismo storico, Bari, Livorsi,
Turati. Cinquant'anni di socialismo italiano, Milano, Franco Sbarberi,
Ordinamento politico e società nel marxismo di Antonio Labriola, Milano, Antonio
Areddu, Sulle lettere di Antonio Labriola a Croce, Firenze, Renzo Martinelli,
Antonio Labriola, Roma, Antonio Areddu, A. Labriola e B. Croce nelle vicende
del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”,Antonio Areddu, L. e B. Croce
nelle vicende del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”, X, Luca Michelini,
"Antonio Labriola e la scienza economica. Marxismo e marginalismo",
in "Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale M. Guidi e L. Michelini, Annali della
Fondazione Feltrinelli, Milano, Alberto Burgio, Antonio Labriola nella storia e
nella cultura della nuova Italia, Macerata, Antonio Areddu, Il pensiero di A.
Labriola, "Il Cronista", L. e la sua Università. Mostra documentaria
per i Settecento anni della “Sapienza” A cento anni dalla morte di Antonio
Labriola, Nicola Siciliani de Cumis, Roma, Nicola D'Antuono, Saggio
introduttivo e commento a A. Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia,
Bologna, Nicola Siciliani de Cumis, Antonio Labriola e «La Sapienza». Tra testi,
contesti, pretesti, con la collaborazione di A. Sanzo e D. Scalzo, Roma, 2007.
Stefano Miccolis, Antonio Labriola. Saggi per una biografia politica,
Alessandro Savorelli e Stefania Miccolis, Milano,. Nicola Siciliani de Cumis,
Labriola dopo Labriola. Tra nuove carte d'archivio, ricerche, didattica,
Postfazione di G. Mastroianni, Pisa,. Alessandro Sanzo, Studi su Antonio
Labriola e il Museo d'Istruzione e di educazione, Roma,, Alessandro Sanzo, L'opera pedagogico-museale
di Antonio Labriola. Carte d'archivio e prospettive euristiche, Roma, Pietro
Mandré. Antonio Labriola, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana,. Antonio Labriola, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Antonio Labriola, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Antonio Labriola, su Liber
Liber. Opere di L., su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Antonio Labriola,. Opere di Antonio Labriola,
su Progetto Gutenberg. L'Archivio
Antonio Labriola, su marxists.org. Alberto Burgio, Antonio Labriola, in Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana,. Roma. La personalità storica di Socrate Socrate o gli Ateniesi.
Educazione e sviluppo della coscienza di Socrate. Carattere di Socrate. Osservazioni
su le fonti. Orizzonte delia coscienza socratica Posizione di Socrate nella storia della
religione. Elementi della coscienza di Socrate. Del valore filosofico di
Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del formalismo logico. Limitazione
del sapere umano. Socrate e i Solisti. Pretesa soggettività di Socrate. Preteso
misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti storici e psicologici.
Motivo e sviluppo del metodo socratico. Imprecisione formale del metodo
socratico. Della differenza fra rappresentazione e concetto, e del principio
d'identità. Dell' etica socratica in generale, e del concetto del bene. Conoscere
e volere. Equazione fra volere c sapere (ptù&i cautdv). Fondamento della
pedagogia socratica. Le forme concrete della vita elica È Socrale un
riformatore? L’individuo e le sue relazioni domC5tiche. L’ individuo e lo stato. Vili. Delle virtù. Generalità.
Il concetto delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione della virtù e
del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene, della felicità c del
sapere. Del bone. Della felicità. Del sapere.
Del divino e dell’anima umana nell’orizzonte socratico. Il Concetto del divino.
II concetto dell’ anima. Riepilogo e conclusione La personalità storica di
Socrate. Socrate e gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della coscienza di
Socrate. Carattere di Socrate. Osservazioni su le fonti. Orizzonte
della coscienza socratica. Posizione di Socrate nella storia della
religione. Elementi della coscienza di Socrate. Del valore filosofico di
Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del forma- lismo
logicoLimitazione del sapere umano. Socrate e i Sofisti. Pretesa soggettività
di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti
storici e psicologici. Motivo e sviluppo del metodo socratico. Imprecisione
formale del metodo socratico. Della differenza fra rappresentazione
e concetto, p^^- e del principio d'identità. Dell'etica socratica i?i
generale, e del concetto del bene. Conoscere e volere. Equazione
fra volere e sapere (yvttjtì-t. aauxóv). Fondamento della pedagogia
socratica. Le forme concrete della vita etica . È Socrate un riformatore?
L'individuo e le sue relazioni domestiche L'individuo e lo Stato. Delle
viriti. Generalità. Il concetto delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione
della virtù e del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene,
della felicità e del sapere. Del bene. Della felicità. Del sapere. Del
divino e dell'anima umana nell'orizzonte socratico. Il Concetto del divino. Il
concetto dell'anima. Formalismo logico. Senofonte e Platone mettono in
bocca agl'interlocutori di Socrate questa notevole accusa, ch'egli solesse
ripeter sempre le me- desime cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il
libero corso all'esposizione dell'avversario. Socrate in fatti non sapea
esprimere il suo pensiero in un discorso con- cepito in forma oratoria, alla
maniera di Gor- gia e di Protagora suoi interlocutori, né potea vagare in tutto
il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi alla maniera
sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa innata sobrietà di
spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che era divenuta natura, lo
conteneano in certi limiti costanti, ai quali egli cercava ridurre i suoi
uditori. Questo fare era monotono, ed avea l'aria di pedanteria: tanto più,
perchè rinunziare al mezzo tanto potente della persuasione ora- Sen. Meni. IV,
4, 6. Plat. Gorg. p. 490 E. Strùmpell fa rilevare molto vivamente la differenza
che correa fra i Sofisti e Socrate, nell'uso del ragionamento formale. toria
non potea non sembrar cosa strana in una democrazia, dove tutte le pubbliche
fac- cende dipendeano dall'arte della parola. Ma tornava forse Socrate di
continuo all'afferma- zione di questa o quella massima morale, per ripeterla
ogni istante, ed improntarla nell'ani- mo degli uditori ? (') Era egli forse un
mora- lista bello e compiuto, che catechizza e pre- dica; o tenea forse in
serbo uno schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di qui- stioni ?
Nulla di tutto ciò. Il suo discorso ca- dea sopra oggetti disparatissimi, e
quali l'oc- casione prossima li venisse offrendo: nessuno studio nella scelta
degli argomenti potea di- sporre il suo animo alla ripetizione monotona delle
medesime cose, né dalla sua occupazione dialogica risultò mai un complesso di
pronun- ziati, che prendessero forma di massime e di precetti. Le condizioni
stesse della coltura etica ed artistica non consentiano, che a quel tempo si
potesse apprendere, come avvenne Zeller ha molto bene criticata l'opinione or-
dinaria, che fa di Socrate un moralista popolare; ma noi non ci accordiamo con
lui nella determinazione del valore filosofico del dialogo socra- tico; la qual
cosa abbiamo voluto dire qui recisamente, per evitare ogni ulteriore
polemica. più tardi, le relazioni morali nell'astratta uni-
versalità della massima, o formulare netta- mente una esigenza logica; tanto è
vero, che i discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero più a
sviluppare, ciascuno per proprio conto, i pfermi che avean raccolto dalle acci-
dentali conversazioni del maestro, che a di- scutere sul valore positivo di
questo o quel principio ('). Quella monotonia notata dagli avversari non
concerneva che l'esigenza della formale evidenza e certezza del discorso; ed
era quindi l'intenzionale ritorno ai medesimi presuppo- sti, nel lato formale
d'ogni quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come già
isolato, e distinto dall'og- getto della ricerca, e come presente alla co-
scienza del filosofo per sé ed obbiettivamente; perchè agisce solo come reale
esigenza di [Vedi su questo punto Hermann: Gescìiichte ecc.; e lo stesso autore
Prof. Ritler's Dar- stellung der sokratischeti Systeme, Heidelberg, Hegel è
stato uno dei primi a riconoscere l'importanza delle scuole socratiche per la
determinazione del prin- cipio filosofico di Socrate, e cfr. Biese: Die
Philosophie des Aristoicles, colui, che ragionando avverte per la prima volta,
che il ragionamento dev'essere conse- guente, fondato ed evidente. La maniera
corretta e cosciente del ragio- nare è nella nostra coltura filosofica cosa
troppo ovvia, e la nostra educazione ci for- nisce ben presto dello schema
logico della definizione, della pruova ecc., in guisa, che possiamo al tempo
stesso indurre, dedurre, ed argomentare perfettamente, ed aver co- scienza
della forma logica per sé stessa, e studiarla nei suoi caratteri e nel suo
valore : ma tutto ciò era allora impossibile. In So- crate l'esigenza del
sapere esatto e formal- mente corretto è ancora un semplice atto di personale
energia, un bisogno intrinseco di certezza e di acquiescenza alla normalità di
una opinione chiaramente concepita, un la- voro che si compie per la necessaria
coeffi- cienza dei vari elementi etici della coltura e della tradizione, e non
può ancora presen- tarsi allo spirito come un dato di estrinseca evidenza. Se
noi ci sforziamo per poco di rappre- sentarci il mondo, secondo l'immagine, che
la coscienza anche più colta dei contempo- ranei di Socrate ne avea espressa
nella storia, nella poesia, nelle leggende, nelle mas- sime e nei detti dei
sapienti; e se guardiamo poi quanta differenza corra da quella pienezza ed
inconsapevolezza d' intuizione, alle aporie della ricerca, solo allora
intendiamo quanta profondità filosofica fosse nelle ricerche di Socrate, e la
parsimonia stessa dei mezzi da lui adoperati diverrà più degna di ammira-
zione, perchè è pruova evidente della ener- gia, con la quale egli seppe
avvertire la ne- cessità di correggere ad una stregua costante tutte le
incertezze della conoscenza ordina- ria, e fermarsi poi ed insistere tutta la
vita nel criterio acquistato. I presupposti logici, ai quali tutte le qui-
stioni del dialogo socratico sono riducibili, consistono nella epagoge e nella
definizione; e noi cercheremo in séguito di esporre il modo, come queste due
funzioni si sono spie- gate in quell'orizzonte scientifico che Socrate s'era
tracciato. Per ora basterà aver notato, come questa è la prima volta che nello
spi- rito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di determinare la
natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna acquistare una coscienza
precisa ed inalterabile delle condi- zioni in cui deve trovarsi la conoscenza,
per- Labriola — Socrate. !Hl<^3 che possa dirsi certa ed evidente.
Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato come
elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente di sceve- rare
dalla natura immediata e dalle condi- zioni incerte e fluttuanti del soggetto
pen- sante, apparisce nella sfera della ricerca so- cratica come qualcosa di
affatto connaturato con le esigenze pratiche di colui che ricer- cava; e senza
isolarsi dai motivi che l'aveano praticamente prodotto, acquistò un grado di
sufficiente evidenza nella coscienza, tanto da rimanere, non solo principio efficace
in So- crate, ma costante centro ed impulso di ogni posteriore attività
scientifica ('). (i) Indem die Philosophie des Sokrates kein Zuriick- ziehen
aus dem Dasein und der Gegenwart in die freien reinen Regionen des Gedankens,
sondern aus einem Stucke mit seineni I-eben ist, so schreitet sie nicht zu
einem Systeme fort etc. Hegel, op. p. 51. Da questo e da altri luoghi può
scorgersi, come Hegel avesse un concetto più schietto della filosofia
socratica, di quello che hanno formulato molti scrittori posteriori, non
escluso lo Zeller; il quale, sebbene dica di non volerlo, parla sempre in una
maniera troppo astratta del principio del sapere, e ricade nell'errore di
Schleier- macher e di Brandis. Determinazione del valore del formalismo
logico La caratteristica, che noi abbiamo data dell'attività filosofica di
Socrate in generale, pare risponda a quello che già s'è detto da altri; e che
non serva se non a rifermare un'opinione corrente, secondo la quale So- crate
sarebbe stato il primo che avesse avuta una chiara coscienza del valore del
sapere ('). Si è, infatti, detto più volte, che l'idea del sapere sia la
scoverta di Socrate, e che ces- sando per opera sua la esclusiva ricerca del
mondo naturale, la filosofia fosse divenuta la scienza dell'idea, del soggetto,
dello spirito e così via (^). Senza la pretensione della novità, noi riteniamo
per erronee una gran parte di quelle caratteristiche; e perchè at- tribuiscono
a Socrate una consapevolezza maggiore di quella ch'egli s'avesse, e perchè
devono poi fare molte congetture per spiegare ed intendere la natura dell'etica
socratica. Ba- Per es. Schleiermacher. La forma più esagerata è quella del
Ròtscher, il quale parla di Socrate come d'un filosofo moderno, op. cit.,
passim. sterà notare solo questo, che partendosi dalla supposizione, che
Socrate avesse avuto co- scienza del sapere preso per sé stesso, come forma o
attività in generale, non solo si cade nell'inconveniente di non poter trovare
un solo luogo di Senofonte che confermi questa opi- nione, ma si è poi
obbligati a fare una qui- stione oziosa su la natura empirica o a priori del
sapere socratico, che non c'è motivo al mondo per proporsela; e, in ultimo, si
è poi costretti a ritenere, che Socrate abbia in virtù di una scelta, e per
certe ragioni teoretiche, limitato le sue ricerche all'etica ('); mentre la
repugnanza contro le indagini naturali deve in lui ammettersi, non come un
risultato dei criteri logici che applicava, ma invece come una prima e semplice
esigenza delle sue con- vinzioni religiose. Abbiamo invero detto, che il valore
filo- sofico di Socrate consiste nella esigenza di un sapere normale e certo;
ma la forma li- mitativa, con la quale abbiamo espressa que- sta opinione,
esclude di fatto tutte le caratte- ristiche alle quali può in apparenza
sembrare (i) Vedi specialmente il Bòhringer, op. cit., p. 2 e seg. che ci
avviciniamo. Che il sapere figuri allora per la prima volta come una potenza
deter- minata, e serva a correggere l'opinione e la tradizione, ed a condurre
come norma sicura la ricerca del filosofo in tutte le complica- zioni e le
incertezze del dialogo, ciò non vuol dire, che il concetto del sapere abbia
rag- giunta una tale importanza ed obbiettività, da segnare esso stesso il
termine e lo scopo della ricerca. E quando in fine, dal confronto di Socrate
coi precedenti tentativi filosofici si vuole arguire la consapevolezza che egli
ha potuto raggiungere della sua posizione storica ('), si viene a confondere
due ordini di criteri del tutto diversi perchè dal giudizio che noi riportiamo
su la importanza di una personalità storica, non può indursi qual grado di
consapevolezza quella persona stessa abbia raggiunto. Il valore filosofico di
Socrate sta in rela- zióne diretta con l'orizzonte della sua co- (L'Alberti
specialmente fa di Socrate un filosofo dotato di una piena coscienza del
proprio valore sto- rico; e non potea evitare un simile errore, dal momento che
s'era proposto di seguire il dialogo platonico come un documento biografico;
scienza; nel quale noi abbiamo rinvenuti mo- tivi di natura più immediata, più
complessa, e più personale di quelli che conducono esclu- sivamente alla
conoscenza speculativa. Questa determinazione intrinseca della sua attività ci
fornisce ora di mezzi sufficienti, per rifare indirettamente, e mediante la
congettura, il processo genetico della sua coscienza filoso- fica, che è stato
impossibile d'intendere su la semplice testimonianza delle fonti storiche.
Socrate non occupa immediatamente un posto nella storia della filosofia, mercè
l'ac- cettazione o la critica di una tradizione teo- retica; e per questa
ragione stessa non arrivò all'affermazione astratta del principio logico della
certezza, come regolativo della ricerca e correttivo del conoscere comune ed
incon- sapevole. Le condizioni speciali del suo ca- rattere lo aveano
predisposto a sentire prò-, fondamente il bisogno di una religione intima e
depurata dalle esteriorità della tradizione; e di una certezza etica che lo
tenesse libero dalle fluttuazioni dei momentanei interessi e delle opinioni
correnti: e quella naturale pre- disposizione toccò il suo soddisfacimento in
un concetto della divinità, che riconosceva insiememente la bellezza ed armonia
del mondo, e la libertà umana come predeter- minata al bene. La costanza,
la fermezza d'animo, il naturale sentimento del giusto, la morale certezza
della inalterabilità della legge, la perpetua acquiescenza al corso delle cose
perchè riconosciuto provvidenziale, — tutte queste tendenze sollecitarono la
sua in- telligenza, predisposta alla riflessione, a cer- care una norma
costante dei giudizi, e tro- vatala egli persistette ad applicarla come stregua
alla condotta morale sua propria, e dei suoi concittadini. E scorgendo egli,
che il materiale delle opinioni e dei giudizi etici, qual era raccolto nella
lingua e nella tradi- zione ed espresso nella coscienza politica dei
contemporanei, se a prima vista potea avere il suo fondamento nelle costanti
con- dizioni della natura umana, non corrispondeva sempre a quel grado di
consapevolezza, che le sue abitudini riflessive gli aveano reso connaturale, il
bisogno di fare entrare nel- l'animo altrui l'intimità e lo spirito di con-
seguenza lo fece divenire maestro di morale, ed educatore della gioventù. In
questa nostra maniera d'intendere l'at- tività filosofica di Socrate trovano un
posto na- turale alcune opinioni, che incontestabilmente gli appartengono,
e che altrimenti non sa- rebbero spiegabili ; ed, oltre a ciò, molte quistioni,
che si son sollevate su la dottrina socratica, rimansfono escluse di fatto. Tocche-
remo alcuni di questi punti. Nel concetto che Socrate s'era fatto dello
Stato apparisce, più vivamente che in qua- lunque altra delle sue definizioni,
il contrasto (i) Meni., II, 4, 6 e seg.; id., 6, 21-29. Vedi il Jacobs, Vermischte Schrifteii: Jene
Sitte enthalt ebeti so, wie die Liebe zum andern Geschlechte, alle Elèmente des
Edelsten und des Nichtswiirdigsten, des Lasters, des Besten und des
Schlechtesten in sich. che correa
fra la novità delle sue filosofiche esiorenze e la naturale tendenza alla conser-
vazione delle sostanziali relazioni della vita etica, che in lui era sussidiata
dal convinci- mento religioso e da una profonda abnega- zione. Il principio
normativo della consape- volezza non gli consentiva di ammettere che la
potenza, o il dritto ereditario, o la scelta del popolo mediante i voti
potessero costi- tuire la capacità dell'individuo a trattare le faccende dello
Stato ('). Solo la piena coscienza della propria capacità e la speciale cono-
scenza delle faccende da trattare possono e devono invogliare l'individuo ad
una legit- tima ambizione politica (^); e questa diviene per sé stessa un
dovere, quando è sorretta dal fermo convincimento, che l'attitudine e la
specifica intelligenza dell'individuo rispondono alle normali esigenze della
vita politica. Al- l'attuazione pratica di questa massima solea Socrate
disporre i suoi uditori, sviluppando nel loro animo il bisogno di acquistare
una chiara e perfetta notizia degli obblighi spe- (i) Mem., e Plat. Apol. (2)
Mem.,. SOCRATE ciali che spettano a questo o a quello fra gli
amministratori dello Stato, e riassumeva tutta la sua politica nel principio
che solo chi sa deve e può fare, ossia che il potere sta nel sapere.
L'importanza di questa massima in- novatrice ci fa apparire l'attività socratica
in una manifesta opposizione con tutti i concetti tradizionali della politica
greca, perchè, in virtù di essa, il dritto ereditario della monar- chia e
dell'aristocrazia, ed il concetto demo- cratico della maoraioranza erano recisi
nella loro radice e subordinati alla necessità di una generale rettificazione
di tutte le forme sociali dal punto di vista della consapevo- lezza. Ma pur
nondimeno la cosa non andava tant'oltre, e noi non sappiamo scorgere in tutto
questo l'esigenza o il presentimento di una radicale riforma dello Stato, o,
come altri ha detto, di una teoria sociale fondata sul principio della
conoscenza esatta. Il sa- pere, di cui parlava Socrate, non era qualcosa di
distinto dalla conoscenza empirica dei vari rami della pubblica amministrazione,
e non era costituito in un insieme di teorie univer- sali e scientifiche. Egli
non potea quindi, come più tardi fece Platone, ideare la costituzione di uno
Stato, in cui la coordinazione e subordinazione delle sfere sociali fossero
determi- nate dal concetto psicologico della gradazione della conoscenza. Il
suo concetto non ha co- lorito e carattere esclusivo di una tendenza
filosofica, che voglia imporsi alle pratiche esi- genze della vita per
regolarle a sua posta; ma rimane subordinato alla varietà estrinseca delle
sfere sociali, e non ne sconosce la ori- ginalità per farla rientrare nei
confini di uno schema astratto. Di qui procede, che, mal- grado l'apparenza di
una dichiarata riforma, Socrate riconobbe l'ubbidienza alle leggi come
impreteribile ('); e, fedele all'antico principio ellenico della sostanzialità
dello Stato, fece dipendere il bene dell'individuo da quello della comunità. E
considerando la sua attività filosofica come parte integrale dei suoi doveri di
cittadino morì nel rispetto alle leggi, e nel convincimento, che la condanna
pronun- ziata contro di lui non fosse che una legittima manifestazione
dell'attività dello Stato. L'opposizione fra il vecchio e il nuovo, fra il
concetto sostanziale e l'esigenza di una per- [Mem., IV, 6, 6. (2) Mem., HI, 7,
9. (3) Mem., IV, 4, 4: Plat. Apol., 34 D e seg.; e cfr. Phaed., 98 C e
seg. sonale sodisfazione nello Stato, si chiarì mag- giormente
nelle scuole socratiche; e specialmente in Platone, il cui ideale politico non
deve essere inteso, né come ripristinazione dello Stato dorico, né come un
segno precursore del Cristianesimo (^), ma conviene sia spiegato come un
progresso teoretico del principio enunciato da Socrate, che il potere deve
consistere nel sapere. Che i concetti da noi più sopra esposti non avessero una
tendenza dichiaratamente riformatrice, apparisce ancora di più dal modo del
tutto pratico come Senofonte introduce il suo eroe a discutere con questo o
quello dell'esercizio speciale delle diverse arti, che conferiscono al pubblico
bene o al manteni- mento delle sociali relazioni. Una sola è l'idea
fondamentale di tutti quei dialoghi: rettificare mediante la definizione il
concetto del fine cui l'attività è rivolta, per far convergere tutti gli sforzi
dell' individuo all'acquisto di una norma costante, che ne regoli la pratica
senza (i) Come vuole Hermann. Come vuole Baur. Vedi su questa quistione lo
Zeller, Der Plato7iische Staat, in seiner Bedeutung fiìr die Folgezeit, nei
citati Vortràge ecc., pp. 62-82 incertezza e divagazioni. Sotto
questo riguardo il calzolaio e lo scultore, il pastore e l'arconte, il marinaio
ed il generale ecc., perquantovarie le loro occupazioni e diversi i finì cui
sono rivolti, devono tutti convenire nella norma dell'esercizio metodico delle
loro funzioni, e sostituire alla pratica istintiva, tradizionale ed incosciente
la norma del sapere. Senza entrare nella specializzata esposizione di questo o
quel dialogo, perchè in tutti gli svariati casi non rileveremmo che una sola
con- clusione, basterà qui dire che Socrate è stato il primo, che abbia
nettamente formulata l'esigenza di una tecnica speciale delle arti e ravvisata
la necessità, che a capo di ogni pratica occupazione deve esser collocata la
riflessione normativa: e, per le cose già espo- ste, non fa mestieri che
chiariamo meglio questo pensiero, perchè altri non creda, che egli intendesse
conciliare la pratica e la teo- ria, l'arte e la scienza. E qui cade in
acconcio di osservare che la meraviglia, con la quale molti hanno ri- guardato
il dialogo che Senofonte riferisce con la meretrice Teodota ('), non ha fonda-
(i) Mem., Ili, cap. ii, mento che nella natura delle nostre morali
convinzioni. Quel dialogo, che non deve essere addotto a provare che la
principale preoccupazione di Socrate fosse la ricerca dei concetti ('), né può
essere inteso come interamente derisorio, perchè l'ironia è un momento
ofenerale della conversazione socratica, mo- stra, a nostro parere, che il
mestiere della meretrice potesse anch'esso nei suoi elementi affettivi venir
subordinato al criterio socratico di un esercizio normale e riflesso. Quel-
l'arte non destava allora gli scrupoli esage- rati, che noi moderni siamo
soliti di provare contro ogni divagazione della natura dalla norma assoluta di
una morale precettistica. Anzi, per le speciali condizioni della famiglia
greca, sviluppava soventi nelle donne libere un grado di cultura superiore di
gran lunga (i) Come fa Zeller. Questa è l'opinione di Brandis: Enhvickelungen
ecc., Vedi su questo argomento Hermann: Privatalterthilmer, con tutte le
autorità ivi addotte, e specialmente John : The Hellenes, the history of the
mannei's of the ancient Greeks, LE FORME CONCRETE DELLA VITA ETICA a
quello della donna legalmente ritenuta nelle angustie del gineceo. E a
terminare questo schizzo della coscienza politica e sociale di Socrate osser-
veremo, che egli, col rilevare l' importanza dell'attività cosciente, nobilitò
il concetto del lavoro, facendone uno degli elementi costitutivi dello stato e
della famiglia. Questa veduta era allora qualcosa di nuovo, perchè diretta a
reagire contro un pregiudizio, fon- dato nella costituzione sociale dell'antica
Gre- cia e già da gran tempo invalso, che facea considerare come indegna
dell'uomo libero la produzione ottenuta col lavoro manuale. Se Socrate abbia o
no superato il particolarismo ellenico, e se ritenesse per giusta come vuole
Senofonte, o per ingiusta come vuole Platone p), l'offesa arrecata al nemico,
nella grande incertezza dei criteri seguiti dai vari espositori noi non
sappiamo affermare. Ad ogni modo, l'autorità di Senofonte ci par- [V. Jacobs, “Vertnischte
Schriften”. Meni. Crit., e Rep.. Questa è anche l'opinione dello Zeller.] rebbe
da preferire, e la maniera arbitraria come si è voluto da alcuni interpetrarla
ci pare infondata e priva di ogni verosomi- glianza ('). (i) Il Meiners:
Geschichte der Wissenschaften, pone una distinzione arbitraria fra il male
arrecato sensibilmente all'inimico, e quello che può toccare il suo benessere interno,
negando che quest’ultimo sia incluso nel xaxcòj iioistv di Senofonte. Né meno
infondata è la supposizione del Brandis, secondo la quale Senofonte non avrebbe
espresso interamente il pensiero di Socrate. Strumpell tenta supplire Senofonte
col Gorgia. Antonio Labriola. Labriola. Keywords: implicature, comunismo,
socialismo, partito socialista italiano, il vico di Labriola, il Bruno di
Labriola, Labriola su Herbart, Labriola su Zeller, comune, sociale, filosofia
della storia, dialettica socratica, fra dulcino, carteggio con Croce,
all’origine del socialismo comunismo materialista in Italia – l’avvento
creative del comunismo in Italia. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e Labriola," “Grice
e il Vico di Labriola” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Lacida: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto,
Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di
Calcide.
Luigi
Speranza -- Grice e Lacrate: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto,
Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di
Calcide.
Luigi
Speranza -- Grice e Lacrito: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto,
Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di
Calcide.
Luigi
Speranza -- Grice e Lafeonte: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano.
Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to Giamblico di Calcide (“Vita
di Pitagora”).
Luigi Speranza -- Grice e Lagalla: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazoinale della teoria geocentrica – la
terra al centro del universo – filosofia campanese -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Padula). Filosofo italiano. Padula, Salerno, Campania. Grice:
“I love Lagalla: the fact that he was an Aristotelian when everybody in
Florence was a Platonist!” Figlio
di un alto funzionario della burocrazia vice-reale. Studia filosofia. Perdette
i genitori ed e affidato alla tutela di uno zio paterno, che lo avvia agli
studi di filosofia. Volle trasferirsi a Napoli per proseguire nella sua
formazione. Si iscrive ai corsi di filosofia dello Studio ed ebbe come maestri
Stillabota, Vivoli e Longo. Affidato dal Collegio degli archiatri a Provenzale
e Caro per un periodo di tirocinio, sembra vi si fosse condotto con una tale
competenza da meritare i gradi accademici nulla pecuniarum solutione. Grazie a
Longo, divenne l'ufficiale sanitario di una squadra navale pontificia di stanza
a Napoli, con la quale si dirigge verso le coste laziali, per giungere poi a
Roma. A Roma consegue una laurea, in
seguito alla quale entra al servizio di Santori, per il cui interessamento ottenne
da Clemente VIII l'incarico di lettore di filosofia presso la Sapienza. Cura
per Facciottola stampa di un commento ad Aristotele, “De immortalitate animae
ex sententia Aristotelis VII”, manifestazione
di un interesse verso la questione dell'anima, intorno alla quale L. si
interrogò per buona parte della sua vita intellettuale e che contribuì ad
attirargli sospetti di eterodossia. Altre saggi: “La circuncisione di Cristo”. Al
problema dell'anima L. dedica corsi della lettura ordinaria di filosofia, che
tenne alla Sapienza. Queste lezioni sono raccolte in “De anima commentarii”. Allo stesso argomento
è dedicato un saggio dato alle stampe da L., il “De immortalitate animorum ex
Aristotelis sententia libri III” (Roma). L., pur riaffermando le posizioni
della tradizione d’AQUINO sulla questione dell'anima umana, secondo le quali
l'anima intellettiva è “forma informans” del corpo ed è molteplice, accetta
quelle di Alessandro di Afrodisia a proposito dell'animazione dei cieli,
ritenendo che non abbiano l'intelligenza come forma assistente che li muove
eternamente, ma piuttosto come forma informante. Morto Santori, s’avvicina ad Aldobrandini, entrando al suo
servizio. Conosce Cesi, al quale e legato da una cordiale amicizia. Se questa
non da luogo a un'ascrizione all'Accademia dei Lincei, malgrado una precisa
richiesta da parte di L., e solo a causa della sua marcata professione
aristotelica Cesi lo presenta comunque a GALILEI quando quest'ultimo si reca a
Roma per sottoporre il suo telescopio e le scoperte con esso realizzate al
giudizio degli autorevoli astronomi del collegio romano, nonché di influenti
membri della Curia pontificia e dello stesso Paolo V. Ne derivarono alcuni
incontri, durante i quali L., incuriosito dall'occhialino galileiano, lo
sperimenta ed e intrattenuto da Galilei con l'esibizione delle pietre lucifere
di Bologna. Da ciò che vide, trasse spunto per due saggi, pubblicati in De
phoenomenis in orbe Lunae novi telescopii usu a d. GALILEI nunc iterum
suscitatis physica disputatio nec non de luce et lumine altera disputatio (Venezia). Atteso con impazienza da Galilei, che e costantemente
informato da Cesi dei progressi nella composizione, il saggio delude l'ambiente
linceo. Nel primo dei due saggi, pur
difendendo la verità ottica di ciò che mostra il telescopio, cerca di spiegare
l'irregolare -- la scabrosità della superficie lunare, detta perfetta da
Aristotele -- come prodotto del regolare, attraverso una sorta di estensione di
un principio di regolarità -- invariabilità dei cieli e dei corpi e fenomeni
inclusi in essi -- cui risponde l'intera fisica celeste aristotelica. Le
asperità lunari dovevano dunque consistere in parti più dense d’etere, più
opache alla luce, e in parti meno dense, più chiare. Nel secondo saggio L.
racconta una discussione sulla natura della luce avuta con Galilei, Cesi, Misiani
e Clementi: dopo aver ribadito che la luce non è una sostanza, ma un accidente
o una qualità reale, tratta delle pietre lucifere e, contro l'interpretazione
di Galilei, osserva che la luminescenza delle pietre non è una proprietà del
minerale non trattato, ma una conseguenza del processo di calcificazione, che
rende la pietra porosa e in grado di assorbire una certa quantità di fuoco e di
luce, poi lentamente rilasciata. Con ciò esclude che possa essere il prodotto
della riflessione della luce solare sulla terra da parte della luna. A proposito del primo dei due saggi, Galilei
medita di fornire una risposta pubblica, sollecitata dallo stesso L., di cui le
note di lettura al volume in questione, sembrano essere il lavoro preparatorio.
Tale risposta non arriva, ma i rapporti tra i due divennero più stretti, forse
per effetto di un lento avvicinamento delle rispettive posizioni scientifiche.
In occasione dell'osservazione di una cometa, scrive il Tractatus “de metheoro
quod die nona novembris anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium” e
poiché quest'opera pare, in alcuni punti, accogliere le posizioni di Galilei, e
attaccato di scarso aristotelismo. Si convence così a chiedere a Galilei e a
Cesi il sostegno per una lettura a Psa. Pur non mancando l'occasione (la morte
di Papazzoni aveva reso vacante un posto), non se ne fa niente, ma anche in
questo caso i rapporti tra i tre uomini rimasero saldi. Aumenta intanto la sua
insofferenza verso gl’ambienti romani che lo guardavano con crescente sospetto.
La sua “De coelo animato disputatio” e in Germania, per l'interessamento d’Allacci.
Non rinuncia a coltivare la speranza di ottenere un adeguato incarico al di
fuori della capitale pontificia, tanto da valutare con attenzione la proposta di
trasferirsi alla corte di Sigismondo III. Le compromesse condizioni di salute
(soffriva di una malattia urinaria, forse una ipertrofia prostatica con
complicanze) e il timore che l'inclemente clima polacco potesse peggiorarle lo
portarono a rifiutare. Continua a praticare
la filosofia, e segue il suo protettore Aldobrandini in diversi viaggi in vari
luoghi d'Italia. Gli è stato dedicato il cratere L. sulla Luna. Altre saggi: “De phaenomenis in orbe lunae novi telescopii
usu nunc iterum suscitatis” (Venezia); “De metheoro quod die nona novembris
anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium”; “De luce et lumine altera
disputatio”; “De immortalitate animorum ex Aristotelis Sententia”(Roma); Biblioteca
apost. Vaticana, Barb. lat.; cfr. Kristeller; cfr. Edizione naz. delle opera, Firenze,
Biblioteca, Galil., Favaro, nell'ed. naz. delle opere di Galilei, X indica una
stampa apparentemente irreperibile, Roma; ma Heidelbergae. Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giano Nicio Eritreo
[Gian Vittorio Rossi], Pinacotheca imaginum illustrium doctrinae vel ingenii
laude virorum, I, Coloniae Agrippina, Leone Allacci, Vita, Parigi, T. Alfani,
Istoria degli anni santi” (Napoli); “Dizionario istorico” (Napoli); F. Colangelo, Storia dei filosofi e dei
matematici napolitani, Napoli Stefano Gradi, Leonis Allatii vita, in Novae
patrum bibliothecae, A. Mai, Romae, E. Wohlwill, V. Spampanato, “Bruno” (Messina);
G. Crescenzo, Dizionario storico-biografico degli illustri e benemeriti salernitani,
Salerno); “I maestri della Sapienza di Roma, E. Conte, Roma, ad ind.; M. Bucciantini,
Contro Galileo, Firenze, Italo Gallo, Figure e momenti della cultura
salernitana dall'umanesimo ad oggi, Salerno, Paul Oskar Kristeller, Iter Italicum, Lettere
del Lagalla, o di altri con notizie su di lui, si trovano nell'Edizione
nazionale delle opere diGalilei, a cura di A. Favaro, Firenze, ad indices, è
pubblicato il “De phoenomenis in orbe Lunae” con postille di Galilei); G.
Gabrieli, Carteggio linceo, Roma. CoMLOL, Grice: “The more I read secondary bibliography
about this one qualifying as ‘napoletano’ – la ‘filosofia napoletana’ ‘il
filosofo napoletano’ – the less I’m inclined to consider him Italian!” -- Iulius
Caesar Lagalla. Giulio Cesare Lagalla. “Un aristotelico
che dialogava con Galilei”. Lagalla. Keywords: implicatura, the earth is flat;
la terra e al centro dell’universo, la pietra di Bologna, la kryptonite, la
luna, l’immortalita dell’anima, animo, spirare, peripatetici, licei, sublunary,
lunary. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lagalla” – The Swimming-Pool Library. Lagalla.
Luigi Speranza --
Grice e Lamisco: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone – Roma – filosofia
pugliese – scuola di Taranto – filosofia tarantina – scuola tarantina -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean and friend of
Archita di Taranto. When Plato runs
into trouble in Siracusa, Archita sent L. to rescue him – which takes him ‘two
weeks and a half.’
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia Grice e Lamanna:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del risorgimento
fiorentino filosofia basilicatese – la scuola di Matera -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Matera, Basilicata. Grice: “I like
Lamanna – a very systematic philosopher especially interested in the
longitudinal history of philosophy – he wrote on economics during controversial
times, too!” Linceo. Fa i primi studi in seminario e
poi nel Liceo classico della sua città. Si trasfere a Firenze, laureandosi con
Sarlo. Insegna a Messina e Firenze. Pubblica un commento alla dottrina. Autore
di un fortunato manuale di storia della filosofia. Membro dell'Accademia
nazionale dei Lincei. Diresse la "Collana di Filosofia" delle Edizioni
Morano di Napoli. Stabilito, per L., che la religiosità e un'esigenza naturale
dello spirito umano, egli rileva le contraddizioni percepite dalla coscienza
fra l'”essere” (“is”) e il dover essere (“ought”) -- fra l'esigenza di una
realtà concepita come razionalità e ordine, e la percezione di una realtà che
appare irrazionale e disordinata, così come fra la concezione dell'assolutezza
dello spirito e la concreta limitatezza della realtà umana. Da queste
contraddizioni deduce la necessità dell'esistenza di Dio. Analoga antinomia gli
sembra esistere tra morale e politica che a suo avviso può essere risolta
trasportando nell'attività pratica la riconosciuta razionalità dell'ordine
trascendente e divino, che è di per sé bene assoluto. In questo modo l'operare
umano si fa etico ossia, secondo L., realmente politico, realizzandosi
concretamente nell'ordinamento giuridico e, così come nell'operare razionale si
concreta la vita morale, da questa si raggiunge l'armonia in cui consiste la
bellezza. Altri saggi: “Lo spirito – l’ispirante” (Firenze), Kant, Milano, “La
polizia di Platone e gl’uomini”, Milano, “Filosofi italici d’eta antica” (Firenze);
La filosofia, Firenze); “Il bene per il bene” (Firenze); “Il regno di fini” (Firenze);
Scritti storici e pensieri sulla storia, Padova; Piovani (Torino); Piovani, Tra
etica e storia, Napoli); Martano, L'esperienza speculative, in «Filosofia», Calò,
Il pensiero, Napoli, Calò, Studi e testimonianze, Matera, Dizionario biografico
degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Grice: “Lamanna was concerned
about the idea of the state, which is not an easy thing. More specifically, the
concept of the ITALIAN state. In his history of philosophy for ‘i licei
classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a ‘Sommario’. – The history
goes smoothly up to Kant. The third volume is about MUSSOLINI. He is the only
philosopher he cares to capitalize. He also capitalizes fascism into FASCISMO,
which is odd seeing that his main source is Mussolini’s own entry for
‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a status. The third
volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and notably GENTILE to
end with MUSSOLINI. The idea is presented by L. as a ‘riconstruzione dello
stato’ – we are talking of the ‘stato moderno’ – il stato liberale borghese is
in ruins – and although he plays with the ‘socialist state’ he does not
consider it within the realm of the proper history of philosophy when he talks
of French illuminism. So his concern is wht the idea of the state in the
liberal party – the philosophy of the laissez-faire. It provides NEGATIVE
freedom. Freedom from the other. And there is competition. Also, as he notes,
liberalism lies in that the ‘condizioni iniziali’ are hardly ‘equal’ for every
member of society, so that liberalism only pays lip service to ‘liberale’. With
the socialist state, the problem is the opposite: the state becomes a gestore –
and there is this idea of an endless dialectic among the classes. So how does
Mussolini reconstruct all this. He calls it ‘stato fascista’ – Had L. continued
from Kant to Fichte and Hegel, the student would be more prepared! Mussolini’s
idea of the state is Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While Mussolini speaks
of the ‘individui’ of this nazione, he means the Italians (not the Jews, etc.).
SO this NAZIONE however, is MORE than the sum of its individui. Individui come
and go – but the state remains. The state becomes governo. Mussolini’s prose is
machist and homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric, but nothing
is said about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this new or novel
idea of the state (after la rivoluzione fascista) with a Kantian approach.
Since L. has only read Kant seriously, he applies Kantian categories here:
Mussolini’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a
slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. L. quotes from CICERONE
to the effect that it is obeying the law that makes us free. The emphasis is
constantly on the azione or prassi, which is understandable since the pupils
are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina? Mussolini is
candid about this. When ‘I all started it’ I did not know where I was going. It
was the ANTI-PARTY movement --. L. provides the editorial. During the
ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT OF THE
NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government
(polizia, politeia) established. But Mussolini accepts castes in society. Even
the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be allowed to
worthip the God of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it targets the male
– virtu, andreia. Being commanded by one know knows is a privilege. Ths is
interesting because this is conceived after the temporary successes in Africa –
Mussolini romano e africano – and before the problems of the second world war.
For the first time, Italians FEEL they are part of a NATION. The seeds are in
the Risorgimento, but this got stuck with a liberal kind of state, which only
provides negative freedom, anyway, and where the initial conditions are unequal. Lo stato fascista does not play with
parlamentarism, so Congress is closed, and the only party is the national
party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if some wrote panegirici
for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations are found in Hegel.
If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, Mussolini does so with
himself. GENTILE did not really help, although he was the official voice of
fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the lessons of
history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and indoctrinated in the
final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is catechistic, and there is
no idea of dissent. L. however emphasises that the stato fascista still
recognizes the indidivuality and the personality of each member – as the stato
comunista or socialista would not!” IL REALISMO PSICOLOGISTICO NELLA NUOVA
FILOSOFIA ITALIANA. Sarlo, nato nel 1864 in un paesello della Basilicata (San
Chirico Raparo), venne alla filosofia dalla medicina. E ve Io condusse intima
vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già durante gli studi
universitari, a Napoli, si compiaceva di frequentare, con le lezioni della
Facoltà cui era iscritto, quelle di lettere e filosofia: e fu, tra l’altro,
uditore dello Spaventa negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua
prima pubblicazione — un volumetto di Studi sul Darwinismo, ch’egli scrisse
ancor giovanetto nel 1887 — attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel
campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi
stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne
in lui sempre più consapevole durante gli anni che passò, come medico, nel
Manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a
contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio
alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ebbe maestri: fu un
autodidatta: dovette cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed era
naturale che la trovasse solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La
sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato
di positivismo, lo portarono dapprima a seguire questo indirizzo di pensiero: e
in uno degii organi della filosofia positivistica, la Rivista dell’Angiulli,
egli fece le sue prime armi. Ma non tardò ad allontanarsi dal positivismo, a
mano a mano che venne ac - quistando coscienza delle deficienze di quella
dottrina cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in
ordine alla fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che
illustrò poi in quelle Note sul positivismo contemporaneo in Italia, pubblicate
in appendice agli « Studi sulla Filosofia contemporanea » nel 1901, una delle
critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano
state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formando nel
decennio 1890- 1900. Concorsero a questa formazione lo studio del Rosmini, i
rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti
italiani dello spiritualismo e del neo-criticismo, come Luigi Ferri, Filippo
Masci e, in particolare, Francesco Bonatelli, e, più specialmente, lo studio
diretto delle correnti più significative del pensiero filosofico e psicologico
contemporaneo, segnatamente inglese e tedesco, alcune delle quali egli per
primo, o tra i primi, fece conoscere in Italia. E di questa sua attività furono
frutto due saggi rosminiani: La logica di A. Rosmini e i problemi della logica
moderna e Le basi della psicologia e della biologia secondo A. Rosmini
considerate in rapporto ai risultati della scienza moderna (Roma, 1893) — poi
rifusi in altri lavori — ; due volumi di Saggi filosofici (Torino, Clau- sen,
1896) — posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi —; studi su autori
stranieri sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi, con altri di
epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi del tempo nostro (Firenze, La «
Cultura Filosofica» editrice, 1916); saggi di psicologia; il volume Metafisica,
Scienza e Moralità (Roma, Balbi, 1898), e il volume già ricordato Studi sulla
Filosofia contemporanea : La Filosofia scientifica (Roma, Loescher, 1901).
L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi del De Sarlo, è
quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più
particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla
logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il
naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e
irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale,
come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica
della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come
sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo
alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro
reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei
motivi principali del pensiero del De Sarlo, anche quando, nel periodo di piena
maturità della sua attività di studioso, ha tratto i principii del suo
filosofare non più dal neo-criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti
sinora citati, ma dallo sperimentalismo inglese — da Locke a Mill —;
dall’intuizionismo della scuola scozzese — specie per il rilievo costantemente
dato agli assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito
umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza interna e infine
dal realismo dell’Her- bart e del Lotze. Conseguita nel 1894 la libera docenza
in filosofia presso l'Università di Roma, insegnò questa disciplina nei licei di
Benevento, di Torino, di Roma, fino al 1900, quando ottenne per concorso la
cattedra di filosofia teoretica all’Istituto di Studi Superiori di Firenze,
cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di
un Maestro. Presso lo stesso Istituto Superiore fondò nel 1903 un Gabinetto di
Psicologia Sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche
oggi il più ricco di apparecchi: molte e importanti ricerche vi sono state
compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la
potenzialità scientifica- mente produttiva del Gabinetto sia stata assai
ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è
venuto a trovare. Dal 1907 al 1917 il De Sarlo ha diretto la Cultura
Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi
anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante,
come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha
dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia,
dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali
specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua
filosofia (1). (1) Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale
nel premio Reale per la filosofia, conferitogli nel 1920 dall’Accademia dei
Lincei, della quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere
principali del De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse
nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale.
Roma, Balbi, 1898, 1 voi. di circa 250 pagg. in 8: [Contiene: Il naturalismo —
Il telismo — L’idealismo e la moralità — Il socialismo come concezione
filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea.
— Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». — Roma, Loescher. Sarlo
d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista. Tale egli stesso
ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz,
Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza
psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori, 1903, 1.
voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze,
Seeber, 1907, 1 voi. di pagg. 250 in-16. Principii di Scienza etica, con
un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto.
Palermo, Sandron, [1907], 2 voi. di circa pagg. 500 in-16 (in collaborazione
con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, [1915], 1 voi. di pagg.
410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi : La
formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla filosofia del
sec. XIX — I compiti della filosofia nel momento presente. b) Altri tre studi che
costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto
che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella
filosofia contemporanea — Lo psicologismo nelle sue principali forme — /
diritti della Metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un
rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia
contemporanea. c) Altri quattro studi su particolari problemi o correnti
filosofiche : Il significato filosofico dell'evoluzione [Filosofia e scienza
dei valori — Stillo spiritualismo odierno]. Filosofi del tempo nostro. Firenze,
La «Cultura Filosofica» editrice, 1916. [Contiene studi su Paulsen, Hodgson,
Ward, Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, Bonatelli]. Psicologia e Filosofìa.
Studi e ricerche. Firenze, La « Cultura Filosofica » editrice, 1918. 2. voi. di
pagg. 1000 in-8. [Contiene: a) Alcuni studi di filosofia generale,
importantissimi per la comprensione della posizione del De Sarlo nel campo
filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia: Vecchia
e nuova Psicologia — La psicologia e le scienze normative — L’esperienza
psichica — L’individuo dal punto di vita psicologico — Il soggetto — La
causalità psichica — Sensazione e coscienza. b ) Due ampi studi di psicologia
metafisica: Il concetto dell'anima nella psicologia contemporanea — Idee
metafisiche intorno all’anima c ) Saggi contenenti la materia per un orgànico
trattato sulle funzioni psichiche : La classificazione dei fatti psichici —
L’attività conoscitiva — L’attività immaginativa Vita affettiva ed attività
pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq studio intorno
a Le determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente
all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e
psichiche. (Appartengono a questo gruppo altri saggi minori.- Sulla teoria
somatica delle emozioni — Sullo studio dei sentimenti nella psicologia inglese
contemporanea - Sulla percezione delle forme). d) Studi di psicologia fisiologica
e patologica: Cervello e attività psichica — L’attività psichica incosciente —
Sulla psicologia della suggestione — Le alterazioni della vita psichica — La
psicologia degli animali]. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi
scritti, dai più antichi ai più recenti. — Ma, è da aggiungere subito, non è
data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge
a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera
filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della
filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a
individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano
contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che
l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle
rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha
sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica,
Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della
dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto.
La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente
nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto
concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione
metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della
coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona,
contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e
fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di
tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono
essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le
scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra
gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I
diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche
intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono,
attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime
conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la
Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale
della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una
serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla
sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in
quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita
se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza
Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del
pensiero a cui risponde il concetto 126 E. PAOLO LAMANNA di sostanza: che è il
concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè,
condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale
di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito
se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e
genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per
sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una
molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le
sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi
come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la
funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere
almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per
sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti
rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il
destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la
produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di
leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione
divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo
sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi
fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché
quelPordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab aeterno,
come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino per poter
divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di vita e di
coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza del pregio
intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione
dell’immortalità di tutte le anime. * • * 3. — È innegabile, dunque, che del
problema metafisico per eccellenza il De S. presenta costantemente una
soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo
tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo
problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente
congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta
delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale
interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si
oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie
tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della
realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso
valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi
trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di
realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla
portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità
di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può
parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso interrompono la
sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia
in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo
questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero
dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un mistero per la mente umana.
Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la fede — questa, si, veramente
dommatica nel senso migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta
dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la
Ragione : si concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle
coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle
essere colti soltanto frammenti della razionalità in cui questo si rivela come
immanente all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S.
questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si
esprime nel suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può
e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà
presenti e la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca
poi facile o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità
irreduttibile possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel
principio reale di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici,
relativi al concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto,
noi abbiamo, secondo il D. S., una conoscenza immediata nell’apprensione del
nostro io, in quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti
psichici come in atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe
lecito dedurre che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di
esseri che siano per sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze
si debba stabilire una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il
monismo spiritualistico. Invece il De S. dedica due saggi ad una critica
stringente di questa soluzione del problema metafisico, che pur parrebbe la più
conforme ai suoi supposti spiritualistici (// monismo psichico e Sullo
spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che
tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, agisce in una data maniera, e
noi non possiamo rappresentarci codesta attività che facendo uso di nozioni
attinte alla nostra esperienza intima, e che quindi in ultimo siamo sempre
spinti a identificare l’esistenza con una forma, per quanto attenuata, di
psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere di vista le profonde differenze
esistenti se non altro tra il modo di comportarsi degli obietti e fatti
costituenti la natura esterna e quello degli esseri e processi psichici. Anzi,
per il De S., a rigore non basterebbe opporre al monismo, sia esso
materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe più logico parlare di
pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di energie e di attività
tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono essere accomunate nè sotto
la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica. Come e perchè esista quel
dato numero di principii, cornee perchè esistano quelli e non altri, non è
possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si può e non si deve
spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le varie maniere di agire
e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non si può presumere di
spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si stabilisca la
connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè, sebbene nelle
maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la loro
esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la
sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più
penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume «
Il Pensiero moderno ») è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è
uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del
De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il
concetto di evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo —
un principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà
ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica
di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che
non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il
prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo
evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del
tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a
cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un
ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni
evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che
rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo,
certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che
fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali
concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il
processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso
lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti
che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi
interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S.,
l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema
dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta
dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la
durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò
che è immutabile, permanente e eterno. * * * 4. — Compito df;fa filosofia,
dunque, di fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere,
per il De S., quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare
insuperabili, piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre
alla mente umana; di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un
varco alla conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S.,
l’unico compito della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito,
per condurre la mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del
mistero, a queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per
dimostrare che sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De
S., percorrere il dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua
da quelle frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più
ampio di questa parola. Prima della « Dialettica trascendentale » e quindi
prima della Critica della Ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve
essere una « Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia
usata da Kant, a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo
rispetto, a quello criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e
segua un. procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività
filosofica del De S. ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni,
un’impronta di positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante
così dalla tempra del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che
dal convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato
necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga
base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre
più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo
fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa
designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la
sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione
idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia.
Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli
considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare
sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto
sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di
ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali
essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre
scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché
l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità
e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale —
l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale
traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre,
l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni
estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un
più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il
problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima
e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con
più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione
per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello,
meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può
osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo
del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la
determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità
delle distinzioni a un principio unitario? Il De S. risponde che la filosofia è
aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba
trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei
tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le
conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a
dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con
l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può
replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta
dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura
(o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che
anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente,
appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica,
di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la
irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il
De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di
discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.),
dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse
appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi
caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i
quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà
allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si
costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e
come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche
fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui
rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il
risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che
abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero
sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene
intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto
termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene
ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza
dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline
filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa
determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo
la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I
dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza
esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza
filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni,
studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha
aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione
causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di
coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera
che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia
psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia
nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una
considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente
estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei
vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La
psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della
coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora
« lo spirito — dice il De Sarlo (p. 412) — non è una cosa tra le altre cose, ma
è il mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale:
universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso
l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può
considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la
scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è
necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito
s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito
mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono
determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto
all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli
che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o
dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore
unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale
necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto
degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è
inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una
volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così
via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione
d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto,
se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro
ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le
condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso
adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua
spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene,
come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come
distinzione obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il
riferimento alle leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali
dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico,
perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle
funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine che è costitutivo della
loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di
evidenza che è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e
gnoseologiche definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della
volontà, le leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i
quali significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano
veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio,
in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in
altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima —
morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito —
funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su
citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel
senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile
alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e
reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per
l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di
t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni
dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai
cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da
quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o
applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero
particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però
attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause
psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal rispondere
a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si leggano
specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue principali forme
(nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e
le scienze normative, e La classificazione dei fatti psichici (nel I voi. di «
Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di SARLO . non è dunque naturalismo,
ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il mezzo per affermare e
dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico, il suo realismo
gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di
ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai
criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga
che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo
stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in ordine
alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra
forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così
detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre attraverso
l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli che sono
comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico;
l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto)
derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza
psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque
esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo,
l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è
(reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io
distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la
realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia
propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla
di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere
affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla
coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa
della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S.
deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla
mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto
di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di
riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di
diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi
con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o
sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni
in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche dire
che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare
che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che
non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni
nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce
sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra
l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come grossolanamente si
ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile
un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi
un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta
dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al
fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo,
per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema
metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può
anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto
con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è
connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere
identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto
conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la
realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto
che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche
quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza
rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale,
un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto
non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle
singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti
l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa
dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra
poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo
stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi come
tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico, cosi
questa — che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine
filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta
—, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino
a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di
soggetto e oggetto. L’esperienza psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De
S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto,
dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un
determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire
a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di
atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che
attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto,
al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è
possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude
qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo?
Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o
l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono
contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di
coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi,
rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli
obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è
lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche
in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte
a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come
illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile :
o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni
medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi
un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone
la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere
attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no
adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i
due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le
loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra.
L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato
della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è
sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è
estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto
a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e
di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e
assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza
di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che
abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei
principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De
S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi
indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è
caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può
essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto
intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che
questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di
inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza
psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti
giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il
pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità,
il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità
sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà stessa di altri
contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che
è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io
—, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il
problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in
quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o creazione del
soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza
sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta indipendentemente da
qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e dall’altro lato non sono
cose in sè — come dimostra la loro relatività alle condizioni subiettive, per
cui è impossibile dire chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde
risulta che esse hanno una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere
proprio dei fenomeni. Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali
può essere raggiunto solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi
tratti essenziali che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta,
pertanto, il solo mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo
mezzo per attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali,
i puri fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non
essere constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire
obietti di conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero
tetico, immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in
contrasto col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii
razionali, il pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò
che va affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato
a decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come
tale esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che
anche l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata
che dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò
che dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso
di dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti
spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione).
L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce
per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente
dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è
determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla
ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà
stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile
in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi
conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero
in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se
non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti
intelligibili. Ma — e con ciò il De Sarlo riafferma il carattere nettamente
realistico del suo razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto
di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione,
secondo il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è
derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e
quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione
tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il
pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia
questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura
dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato
essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che,
come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un
soggetto. Ma dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che
suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti
viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con
ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E
allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere
cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono,
invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca
alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per
esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo;
i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l!
assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della
razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere
insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De
S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito
individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro
fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza
mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive.
Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere
convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a
cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale;
e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere
compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede
metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando
sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la
distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia
illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile.
Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita
essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto
dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti.
È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al
concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da
ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto
(unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità
degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo
non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di
atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio
degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono
rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli
degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma
perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato
iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la
stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa
di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza
essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può
neppure, d’altra parte, — sostiene il De S., confutando in svariatissime
occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera
equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra
conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado
supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale;
quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa
dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto,
rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di
soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero.
Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal
significato equivoco della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di
suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e
propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di
percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la
coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può
esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione
di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali,
d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma
non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere
carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei
due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo
all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io
trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune
alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il
soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che
vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il
modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze
dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è
indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di
soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con
l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero
pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle
categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può
essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita
essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì
fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto
vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla
intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto,
alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione
che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi
quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato.
L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da
noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli,
l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere
l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli
individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già
si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome
da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò
che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è possibile
considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono
direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni,
differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di
superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura
razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico,
estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza
fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque
ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica. Questa
distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è
ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di
principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più
particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente
VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per
lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che
si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella
logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari
contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a) determinare
la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il contenuto di
queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S. tali principii
si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale, della
giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce lo svolgimento storico di
tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato
variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della
civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni — per qualunque via primamente
sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De
S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel
senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a
principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di
esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza
spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa
esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale
egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi
concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue
basi più solide — e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il
volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ — ; ma nessuna
teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata
concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi
dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S.
mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più particolarmente
illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta aderenza
all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua
efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e
razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito
cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant
scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può
mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena
sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni
nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa
d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad
esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento,
non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza, Dalla scuola del De Sarlo uscì ALIOTA (vedasi)
(n. a Palermo nel 1881, ora già da alcuni anni professore di filosofia
nell’Università di Napoli). Iniziò la sua attività di studioso con un volume,
assai apprezzato anche all’estero, su la Misura in psicologia sperimentale,
(Firenze, « Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori », 1905). Nel
campo più specificamente filosofico si affermò, oltre che con lavori minori e
con l’attivissima sua collaborazione alla «Cultura Filosofica» del De Sarlo,
col libro: La reazione idealistica contro la scienza (Palermo, 1912), che è una
bella battaglia in difesa del valore della scienza contro tutte le forme
d’intuizionismo, di prammatismo e d’idealismo assoluto, che tendono a svalutare
i concetti scientifici. Il motivo centrale di questa opera è che i concetti della
scienza non sonò un impoverimento della realtà, ma un arricchimento del mondo
dell’intuizione. Il concetto, infatti, non è nello schema convenzionale che
serve a comunicarlo praticamente, e che per se stesso non ha certamente valore
di realtà, ma nella sintesi di esperienze concrete che attraverso quello schema
si realizza e nella quale l’intuizione si eleva ad una superiore potenza,
inquadrandosi in un contesto più largo di relazioni, completandosi con altre
intuizioni che sfuggono alla veduta dell’attimo fuggitivo e ai nostri sensi
limitati. Questo modo d’intendere il concetto scientifico, come processo
d’integrazione dell’esperienza, che non sostituisce l’intuizione e non può
mettersi al suo posto, ma la completa ed arricchisce, già fin dal 1905, nelle sue
prime discussioni col Croce, — ora raccolte nel volume L’estetica del Croce e
la crisi dell’idealismo moderno, Napoli 1917 — l’Aliotta aveva contrapposto
alia teoria dello pseudoconcetto, con la quale il Croce innestava nel
ne^hegelianismo la dottrina del Mach intorno al valore puramente pratico ed
economico dei concetti- E questo motivo di rivendicazione del valore teoretico
della scienza è il nucleo che è rimasto costante nel pensiero dell’Aliotta
anche quando dal teismo delle sue prime Linee d’una concezione spiritualistica
del mondo (« La Cultura filosofica) — comparse poi come conclusioni della
traduzione inglese del suo libro La reazione idealistica contro la scienza (The
Idealistic Reaclion against Science, London, 1917) — egli è passato attraverso
la crisi della guerra mondiale a una concezione pluralistica del mondo. Questa
seconda fase del suo pensiero, che comincia col libro La guerra eterna e il
dramma dell’esistenza (Napoli) e si sviluppa e completa per la parte
gnoseologica nei saggi La teoria di Einstein e le mutevoli prospettive del
mondo (Palermo 1922), Relativismo e Idealismo (Napoli 1922), Il problema di Dio
e il nuovo pluralismo (Città di Castello, 1924), è caratterizzata da un
radicale sperimentalismo, il quale però sia per i principi! da cui muove e le
conclusioni a cui arriva, sia specialmente per gli arditi procedimenti che
segue, si allontana di parecchio dallo sperimentalismo del De Sarto, come sarà
facile scorgere dalla breve esposizione che segue. La realtà, per l’A., è l’atto
stesso di esperienza che ha due aspetti, distinti, ma sempre uniti, il
soggettivo e l’oggettivo. Non posso aver coscienza di me senza distinguermi dal
mondo e dalle altre persone: l’affermazione della mia individualità implica
dunque l’affermazione degli altri individui e del mondo, da cui mi distinguo.
Non ha senso parlare d’un soggetto in sè o d'un oggetto in sè, nè di soggetti
come monadi solitarie fuori di questa relazione. L’io e il mondo e le varie
anime non esistono che nella sintesi concreta dell’esperienza, come momenti,
distinguibili, ma inseparabili, del suo processo. Questa sintesi è, per l’A.,
l’unicovivente modello a immagine del quale possiamo costruire le altre
attività reali che non ci son date all’intuizione immediatamente. E l’atto di
esperienza col suo processo di unificazione e distinzione del soggettivo e
dell’oggettivo, come dell’individuo e delle altre persone, col suo ritmo di
concreta durata e la sua intuizione dello spazio concreto, è l’unica forma a
priori, soggettiva ed oggettiva insieme. Le forme della nostra conoscenza,
dunque, non sono pure apparenze; bensì le forme stesse della realtà che si
svolge, essendo questa appunto il concreto processo dell’esperienza. Questo
processo, per l’A., è inesauribile; non ha nè principio, nè fine. Non ha senso
domandarsi donde sia derivata la esperienza. Ed è originaria la forma della sua
distinzione nella pluralità degli individui; pluralità che non esclude, come
abbiamo già detto, la concreta unità dell’esperienza, perchè nell’atto stesso
in cui si coglie la distinzione, si coglie insieme indissolubilmente l’unità
dei termini distinti. I soggetti d’esperienza son dunque originarli e
imperituri nella loro eterna correlazione. Possono da una forma oscura di vita
elevarsi a una forma più consapevole e chiara, o dalla luce della coscienza
discendere nella penombra, ma non si estinguono mai, non cessano di essere e di
agire come spontanee energie motrici del processo della realtà. Queste attività
non sono originariamente coordinate al raggiungimento d’un fine, allo
svolgimento di un piano razionale che si at- turi nella storia del mondo. La
materia corrisponde alla fase in cui esse si urtano disordinatamente in
continui conflitti, dirigendosi a caso per la loro spontaneità in tutte le
direzioni. Statisticamente ne risultano medie costanti di azioni complessive
delle masse; onde l’apparente inerzia e uniformità della materia. La vita dalle
sue forme più semplici alle più complesse è il coordinarsi di quella attività a
un fine comune, che si raggiunge provando e riprovando attraverso secolari
esperimenti nell’evoluzione biologica e sociale. E l’armonia del mondo non è
mai completa, ma si va ancora realizzando attraverso le più alte funzioni dello
spirito: l’arte, la scienza, la religione e la filosofia, che sono tutte forme
diverse per le quali la vita dell’individuo si integra progressivamente con la
vita degli altri. E le sintesi più alte si raggiungono sempre con
l’esperimento: non c’è nessuna teoria e nessun sistema che possa pretendere una
giustificazione a priori: la dialettica è arbitraria e infeconda. Agli abusi
logici dei neo-hegeliani l’Aliotta contrappone l’assoluto sperimentalismo della
sua dottrina della verità. Il vero non è nella corrispondenza a un modello
oggettivo, sussistente in sè; ma non è neppure nel processo puramente
dialettico del pensiero. Una teoria è vera se le azioni da essa suggerite
riescono a realizzare un superiore accordo delle nostre attività umane e delle
altre innumerevoli energie operanti nel mondo. E questo criterio non vale
soltanto per le teorie scientifiche, ma anche per i sistemi religiosi e
filosofici che debbono sottoporsi anch’essi all’esperimento storico. Non vi
sono categorie immutabili e definitive, nè nel mondo della natura nè in quello
dello spirito. Tutte le forme di sistemazione sono provvisorie e relative. Non
c’è una verità assoluta, ma gradi diversi di verità e realtà, secondo che
realizzano forme più complete e integrali di vita d’esperienza. L’errore, il
falso non è quindi neppur esso tale in senso assoluto; ma è una visione
parziale, frammentaria, unilaterale rispetto a una veduta più alta e più
comprensiva. Tutte le intuizioni individuali, tutte le varie prospettive sono
vere e reali, ciascuna dal suo punto di vista; ma è più vera e reale quella che
riesce a coordinarle in una visione più completa da un punto di vista più alto.
E questo non esclude e cancella i punti di vista inferiori, ma in sè li
comprende integrandoli; dimodoché il progresso verso i più alti gradi di verità
è insieme un elevarsi a una maggiore ricchezza di vita. Nel nostro pensiero è
la realtà stessa che si tormenta nello sforzo di attingere una superiore
armonia. Calò (n. a Francavilla Fontana, in prov. di Lecce) è professore di
pedagogia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Rivolse la sua
attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a quelli che più
direttamente si connettono a problemi filosofici d’ordine generale e
metafisico. Il suo primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al
Problema della libertà nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che
contiene un’analisi molto penetrante e un’ampia e sottile critica del
contingentismo e del prammatismo e di altre correnti contemporanee come il
neo-criticismo renouvieriano; e giunge all’affermazione del potere di libertà
come attitudine propria dello spirito individuale, presupposto indispensabile
della libertà etica; attitudine che si confonde con la stessa proprietà della
coscienza di porsi come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e
irreducibiie d’ordinamento della realtà psichica e insieme d’energia
produttrice di fatti. Altri lavori ha dedicato il Calò a esaminare particolari
tendenze dell’etica moderna, come quello su l’ Individualismo etico nel sec.
XIX, premiato dall’Accademia Reale di Napoli, un quadro vasto e vivace delle
varie forme d’individualismo affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche
nella letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma
l’obiettività e universalità dei valori morali, riconosce insieme che questi
non hanno esistenza concreta nè azione effettiva se non nella sintesi vivente
della personalità, che è per ciò da porre come il valore etico supremo, come la
sola realtà fornita d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati
lavori, costituiscono la conclusione o i principii ispiratori dell’esame
critico di svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e
sistemate, in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume
Principii di Scienza etica (Palermo, Sandron), preparato insieme col De Sarlo e
scritto dal C. In esso si illustra la specificità e l’immediatezza
dell’esperienza morale attraverso la quale si rivelano i principii etici
fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a
necessità d’altro genere — al che il C. ha dedicato anche altri scritti minori,
tra cui notevole il saggio su L’in- terpretàzione psicologica dei concetti
etici (in « Atti del V Congresso Internazionale di psicologia » Roma) — . Vi
sono inoltre definiti nel loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività umana,
il cui va- ìore intrinseco è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato infine
particolare sviluppo all’evoluzione storica dei principii morali, la quale si
fa consistere dal C. — come, l’abbiamo visto, dal De S. — nel successivo
chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o paramorali;
nella loro più rigorosa e coerente esplicazione, resa possibile dallo sviluppo,
oltre che della sensibilità e della discriminazione etica, della cultura e del
pensiero ; nella successiva soluzione dei conflitti nei quali essi a volte
vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di armonizzarli in
valutazioni sintetiche; nella estensione della loro applicazione a una sfera di
realtà sempre più larga. Pur occupandosi di problemi etici, il C. non ha
mancato di portare il suo contributo ad altri campi di discipline filosofiche
(notevoli, p. es., i suoi studi sulla dottrina del Brentano intorno al giudizio
tetico e intorno alla classificazione dei processi psichici, e parecchi saggi
storici e critici sul Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul
Ladd, ecc.). Da questi studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo
realistico, e concorda sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le
idee sopra esposte del De Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato
sulle medesime basi. In questo campo i suoi principali lavori sono: La
Psicologia dell'attenzione in rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Cooperativa);
Fatti e problemi del mondo educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema
della coeducazione e altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri);
L'educazione degli educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla
scuola nostra (Firenze, Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie
di storia della pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau,
premessi ai volumi di questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca
pedagogica ch’egli dirige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere
dell’opera pedagogica del Calò furono E. PAOLO LAMANNA rilevati, con giudizio
non sospetto, dal Codignola, che nel 1916 affermò essere il Calò « il più serio
avversario della pedagogia idealistica in Italia » (1). Invero, il C., mentre
ammette una filosofia dell’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede
peraltro, come l’idealismo sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca
a filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo delle attività psichiche,
sia in sè stesse sia in rapporto con quelle organiche, i quali non possono non
essere ricavati direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue
leggi, quali si offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme
educative che si ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività
umana, considerati in rapporto al progressivo potere d’attuazione del
fanciullo; vi sono infine tipi e norme didattiche che si ricavano
dall’esperienza storica e da necessità storiche. Per il C., perciò, la pedagogia
non può trovare la sua sicura costituzione e la sua vera fecondità di vedute e
di applicazioni che in una concezione la quale, correggendo e integrando,
riprenda la posizione herbartiana e consideri le leggi psicologiche in funzione
delle finalità etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto essenzialmente
spirituale, che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o di
perfezionamento in quanto vi collabora la libera attività del soggetto
educando, e porta a un sempre più pieno uso della propria libertà e
all’acquisto sempre più consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che
il C. nega è che l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e
sussista indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia
svanisce ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del
soggetto, si ha l’attività etica strettamente intesa, non più il processo
educativo. Per la tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al
C. come un processo di formazione nel quale le attività del soggetto e la forma
valgono anche più dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere o
dell’operare, e gl 'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si
tratta di nutrire e di promuovere in (1) Kant nella storia della pedagogia e
dell'etica, Napoli. — Nonostante ciò o
forse appunto per ciò — il Codignola, facendo la storia della pedagogia
italiana contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia
dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenze, p. 284), si è contentato di
accennare al Calò ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un
«indirizzo spiritualistico eclettico»; — e questo raccostamelo come questa
caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta nel suo Disegno storico
della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la personalità più viva e
compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui diritti della cultura
Jormale, senza peraltro porre nel nulla il valore degli acquisti concreti
(conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo formalismo e subiettivismo
pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva necessità e insostituibilità
della cultura umana e storica e di quella realistica e scientifica. Ha
rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa, elementare e aconfessionale
prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale nella famiglia. Infine
dalla legge della storicità come aspetto essenziale dell’anima umana, egli
deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello spirito e quindi alla
sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non essere nazionale, non
può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità traggano dalla tradi
zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo forma e colore che
ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di vita, di coesione,
di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto quel che abbia
riflessi e importanza per questo fine, l’istruzione, l’educazione, la scuolà
non possono non costituire ufficio e dovere dello Stato, che è coscienza suprema,
organizzazione unitaria, garanzia conservatrice della vita della nazione. Alla
luce di questa concezione il C. ha discusso — e non soltanto in sede
scientifica, ma anche in Parlamento, dove egli ha seduto per due legislature —
problemi concreti, come quello dell’ordinamento della Scuola media, della
preparazione magistrale, della riforma universitaria, dei rapporti tra scuola e
famiglia, della coeducazione ecc., mostrando sempre lucidità e prontezza di
visione dei termini essenziali di ogni problema e dei rapporti di esso con i
principii dottrinari generali, calore vivace e penetrazione nelle proposte di
soluzioni. Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia
nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della filosofia
della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della politica.
Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleier- macher, del
Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò un volume su
La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica), nel
quale, attraverso un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia
religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare
quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza come il
sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il
principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa
attraverso i secoli. Per il L. la religiosità è elemento essenziale e perenne
della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza
dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza
dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei
valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua
radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza
individuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin- cipii
della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di qualcosa
di relativo (elementi naturali, particolaristici e contingenti, nei quali
l’universale e il necessario volta a volta si determina, ma sempre
inadeguatamente). La natura stessa della razionalità, la quale o è tutto o è
nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina nell’uomo l’aspirazione
ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il dominio
dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra per un
lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito,
e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana,
il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev
essere, qualcosa di anormale, di opposto alla razionalità. Da questa situazione
tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come fondamento reale di
quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte, la validità delle
leggi ideali costitutive della razionalità, e garantisce, per l’altro,
l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad esse della
realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle funzioni
fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio,
nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un
ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà,
questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi
morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento del
valore e la morale criticistica (Firenze) e II fondamento morale della politica
secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori, Il bene per il bene,
L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere
nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico
della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra il principio
dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in generale, come tra
le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e
realistiche della morale politica; e si dimostra che quel contrasto è
conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione dell’ideale e del
pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione
autonoma nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella
realtà individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco
meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico
il L.. prende occasione per affermare la necessità di un tramite che,
eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la
compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova
nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza
immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e
necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la
personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle
generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione
spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio
il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica
dell’esperienza morale — anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo
kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’* anima bella»
(Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti
tra la funzione etica e quella estetica. 2) Illustra l’ordinamento giuridico
come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il
diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene
morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito
scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e
l’ostacolo — postoda altri individui — all’attuazione di un bene conforme a un
principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che
se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la
sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista
sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della
giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della
morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa
moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle
quali l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in
valore alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore
deontologico e il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica
moderna (come volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.).
ENZO Bonaventura, libero docente e incaricato di psicologia nell’Istituto di
Studi Superiori di Firenze e assistente del De Sarlo nel Laboratorio di
psicologia sperimentale, dopo alcuni scritti minori di psicologia e di logica,
pubblicò un grosso volume su Le qualità del mondo fisico: studi di filosofia
naturale (Firenze, « Pubblicazioni del R. Ist. di St. Sup. », 1916), in cui i
dati della fisica, della chimica, della fisiologia non dirò solo che siano
largamente utilizzati, ma costituiscono addirittura la base per la soluzione
del problema, se sia o no possibile spiegare le differenze qualitative tra le
diverse energie fisiche riducendole ad un unico tipo di energia: problema che
il B. risolve in modo negativo, dimostrando che la riduzione delle molteplicità
qualitative delle energie fisiche ad un’unica forma nel senso del meccanismo e
di taluni indirizzi energetici, è illusoria. Posteriormente egli ha volto la
sua attività più in particolare agli studi e alle ricerche di psicologia,
compiuti, nel laboratorio diretto dal De Sarlo, coi metodi rigorosi propri
della psicologia moderna; ma la ricerca psicologica sebbene abbia anche, per
lui, un valore in sè stessa, come ricerca scientifica, e un valore sociale, per
le sue applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia dal suo pensiero, il
punto di partenza e di appoggio per salire verso la filosofia. Tra i problemi
psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo (come queile del valore
dell’introspezione e- delle sue illusioni, a cui è dedicato il volume
intitolato appunto Ricerche sperimentali sulle illusioni dell'introspezione,
Firenze), quello che lo ha più attratto e su cui ha più lavorato, è il problema
della percezione, concepita come elaborazione intellettuale dei dati
sensoriali, e in ispecie della percezione dello spazio e del tempo: problema
che da un lato connette la ricerca psicologica con concezioni d’importanza
fondamentale per la fisica e per la matematica, dall’altra forma il punto
centrale della teoria della conoscenza. Intorno a questo problema egli ha
lavorato da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica tutto il lavoro
sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso ricerche sperimentali
per chiarire quei punti che ancora gli sembravano non abbastanza illuminati.
Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del pensiero nella percezione
tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce e i limiti entro i quali
si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati spaziali tattili; le
illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi spaziali visivi nella psicofisica)
sono state già pubblicate in Riviste di psicologia italiane e straniere; ma la
somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un grosso volume —
già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico dello spazio e
del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono trattati in
tutti loro asp Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia
nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della
filosofia della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della
politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleier-
macher, del Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò
nel 1914 un volume su La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La
«Cultura Filosofica), nel quale, attraverso un ampio esame critico dei
principali indirizzi di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a
James, si sforza di determinare quale è per lui l’essenza della religione,
intesa questa essenza come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche
della religione, come il principio dinamico informante e determinante
l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L. la religiosità
è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è un’esigenza
irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale),
sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza
dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti
allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la
rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto
(universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo
senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali,
particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a
volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della
razionalità, la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria,
determina nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a
tutto l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del
«relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il
bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente
minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che
nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto
alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la
credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che
spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della
razionalità, e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse,
nonostante l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come
dall’esercizio stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca
necessariamente l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è,
quel che pér noi è soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una
sfera trascendente di realtà, questo è il termine a cui tendono le
dimostrazioni del volume del L. I problemi morali sono stati dal L. esaminati
specialmente nei due volumi II sentimento del valore e la morale criticistica
(Firenze) e II fondamento morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui
si collegano studi minori, Il bene per il bene, L’amoralismo politico,
L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere nell’idea di bene. In
quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico della dottrina Kantiana,
rilevandovi il contrasto, così tra il principio dell’autonomia e le conclusioni
rigoristiche dell’etica in generale, come tra le premesse idealistiche e
democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e realistiche della morale
politica; e si dimostra che quel contrasto è conseguenza necessaria del
formalismo nella determinazione dell’ideale e del pessimismo nella
considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione autonoma
nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella realtà
individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco meccanico di
passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico il L.. prende
occasione per affermare la necessità di un tramite che, eliminando il dualismo
tra l’ideale e il reale, renda possibile la compenetrazione di questo da parte
di quello. E siffatto tramite egli trova nella caratteristica funzione della
valutazione morale, rivelante con evidenza immediata oggetti della volontà
forniti d’intrinseco valore (beni universali e necessari), nell’amore attivo
per i quali si costituisce come valore supremo la personalità, e nella cui
indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle generazioni è posta la
possibilità del progresso morale e della unificazione spirituale sempre più
piena della specie umana. Alla luce di questo principio il L.: 1) riconduce
nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica dell’esperienza morale —
anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo kantiano son posti in
rilievo nella concezione morale dell’anima bella» (Schiller e Fics), a
proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti tra la funzione etica
e quella estetica. 2) Illustra l’ordinamento giuridico come tecnica per
l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto a qualche
concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e nella
correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito scaturisce
dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e l’ostacolo —
postoda altri individui — all’attuazione di un bene conforme a un principio
etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che se il
contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza
ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono
idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della giuridicità
(potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in
politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità
politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali
l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore
alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e
il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come
volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). MATHIEU STORIA DELLA FILOSOFIA, MONNIER. La filosofia italiana: idealismo,
anti-idealismo, spiritualismo, MONNIER, FIRENZE. Accettando di condurre a
termine un'opera altrui, mi sono assunto una responsabilità assai
grave. Non l'avrei fatto se la storia della filosofia di L. non è giunta già così innanzi
da richiedere questo completamento come quasi
indispensabile, e se le carte manoscritte, fatte trascrivere diligentemente
dalla Signora Edvige, non mi avessero offerto una trattazione
già perfetta di una parte considerevole del periodo scoperto. In una storia generale della filosofia, composta in Italia,
lasciar fuori tutta la filosofia italiana sarebbe stata ima lacuna grave:
basti pensare alle posizioni radicali di un Gentile o di un Carabellese,
che non trovano riscontro in tutto l'arco restante del pensiero. Per di più il piano
del lavoro, quale si era andato progressivamente definendo nella mente del L.
durante una vita dedicata in gran parte
alla ricerca storica, si allarga a mano a mano che si avvicina a noi. Infatti
i capitoli già pronti, sull'eredità filosofica dell'Ottocento italiano, erano proporzionalmente
i più, estesi di tutta l'opera. Ciò significa che la parte rimasta fuori sarebbe
stata ancor più cospicua di quanto il paragone
con le parti già stampate lascia pensare. Certo, riprendendo il filo
interrotto, non potevo presumere di rimediare
alla perdita che aveva rappresentato per gli studi la morte di Lamanna, ma potevo
sperare di ridurre in qualche misura il danno. La trattazione già svolta non poteva,
infatti, uscir monca; e, d'altro canto, sarebbe stato colpevole verso il pubblico
lasciarla inedita, per l'impegno che lo storico vi aveva posto e per V
esperienza viva e diretta degli autori e delle dottrine: un'esperienza che, per quel periodo, nessuno più,
avrebbe potuto acquisire. Così gli ultimi due volumi di questa storia della filosofia,
che, per la loro mole e per il loro argomento, possono fungere anche da trattazione
autonoma, portano il mio nome accanto a quello
di L. Ho cercato, per quanto potevo,
di uniformarmi al tono delle parti già svolte, che, salvo un paio di aggiornamenti, non ho più toccate. Esse sono: nel volume I, le prime
due sezioni, salvo 6, 8, 11-13,
le prime due
sezioni e la prima sezione del capitolo
su Croce; nel volume
II, il capitolo sull'Abbagnano. Di tutto il resto la
responsabilità è mia. Avermela data è stata una grande prova di fiducia da parte
dell'editore e dei due amici che si son presi cura delle Opere complete di L. presso
Le Monnier: Pesce e Piovani, a cui
son grato anche per l'aiuto e i consigli datimi. Mathieu. Nel quadro panoramico
deUe correnti di pensiero che si delineano
IN ITALIA negli anni di transizione dall'Otto al Novecento, fa spicco il movimento
positivistico, sia per ampiezza dell'area
di diffusione, sia per profondità
di forza penetrativa. Questo movimento si caratterizza non per unità di Unità di procontenuto dottrinale, ma per programma
di lavoro e metodo di ricerca: nel continuo contatto con l'esperienza concreta e
nel riferimento ai fatti accertati o accertabili – GRICE AS AN EXPERIENTIALIST
--, la filosofìa ha la sua ragione, e il suo alimento vitale nello stabilire una
essenziale inscindibile connessione, con le scienze particolari, di cui è matrice
costante e coronamento finale. E cioè la
filosofia: da un lato si pone come principio La filosofia propromotore di quel processo
di speciale spiritualizzazione del sapere a cui sono dovuti i meravigliosi progressi
deUa conoscenza deUa natura, come graduale
profilarsi entro un indistinto nebuloso di concetti problematici, ognuno dei quah,
sempre più distinguendosi dagh altri, diventa nucleo di un particolare organarsi di un settore di ricerche;
e, dall'altra parte si pone come organizzazione logica dei risultati dei vari settori
del sapere. Positivismo e correnti affini Naturalismo. Soggetto e oggetto come insiemi
di sensazioni. Per l'uno e per l'altro rispetto, la filosofia positivistica italiana
rivendica la qualifica di filosofia scientifica. E
Rivista di filosofia scientifica s'intitola quella che tra fu l'organo di questo movimento, fondato
e diretto da Morselli, professore nell'Università di Torino, e a cui collaborarono,
accanto a cultori di discipUne più specificamente filosofiche, scienziati che godevano
di alta fama, particolarmente nei campi della fisica, della biologia e dell'antropologia.
Tra essi emerge, universalmente riconosciuto da tutti duce e maestro, la figura
di Ardigò. Proprio in quegli anni egli veniva
compiendo la costruzione di un edificio speculativo nel quale il positivismo italiano
trova l'espressione più fedele dei propri caratteri e l'indicazione più articolata
dei propri compiti. La sua vuol essere una visione della realtà rigidamente
naturalistica: non c'è nessuna forma d'essere
che non sia originata dalla natura e non sussista nella natura, intesa semplicemente come la totaHtà infinita
dei fatti d'esperienza. E il fatto d'esperienza fondamentale assolutamente originario
è la sensazione. Questa è, sì, coscienza, ma di nient' altro coscienza che di sé, non implicante, quindi, una duahtà per cui essa
sia contrapposta come soggettiva a qualcos'altro che sia l'oggetto: la sensazione
come coscienza di sé stessa non é né soggetto, né oggetto. Certo la distinzione soggetto-oggetto
trova posto nell'esperienza, ma non è un fatto primitivo rispetto all'atto della
sensazione, non anteriore e trovata primitivamente in sé dalla coscienza, ma posteriore
e costruita a poco a poco nella medesima per via dello stesso processo conoscitivo, Chi considera primitiva e originaria quella distinzione
è portato a trasformarla in un duahsmo
metafisico, per cui soggetto e oggetto implicano sostrati eterogenei, l'uno
spirituale, l'altro materiale, e si contrappone l'io come sostanza spirituale alla
cosa fisica, un mondo interiore a un mondo esterno, ciò che rende insolubile il
problema della conoscenza come rapporto tra queste due entità eterogenee. Il fatto
originario dell'esperienza, ripetiamo, é la sensazione: Il positivismo ardigoiano e la sua crisi e questa è indifferenziata, non è soggettiva più
che oggettiva, o viceversa. Soggetto e oggetto non sono che aggruppamenti o sintesi
di sensazioni – pirot obble GRICE --, differenziantisi secondo la specificazione
degli organi di senso (sensi intemi e sensi estemi) e secondo la stabiHtà e costanza
o la accidentahtà e intermittenza delle attività sensoriali. Si ha cosi l'auto-sintesi (io o mondo psichico – GRICE PERSONAL
IDENTITY) e l'etero-sintesi (il non-io –
GRICE NEGATION ITENTION AS DISPOSITION o
mondo fisico): con che, in verità, la differenziazione che si intendeva spiegare,
è semphcemente presupposta. Spirito e materia
-- RYLE CATEGORY MISTAKE BEHAVIOURISM GRICE -- non sono opposte entità metafisiche, ma astrazioni significanti alcuni caratteri generali
propri rispettivamente dei fenomeni interni e di quelli estemi. Il che non esclude,
tuttavia, con scarsa coerenza che si possa parlare di un monismo psico-fisico –
cf. GRICE PERSONAL IDENTITY PURE EGO BROAD GALLIE--, e che si ricada anche nell'ingenuo dogmatismo
materiaUstico, che del fenomeno psichico
pone come causa necessaria il fatto fisiologico
della vibrazione nervosa e giunge, col Taine, a considerare l'intelligenza –
GRICE HART HOLLOWAY LANGUAGE AND INTELLIGENCE BANFIELD MEANING -- come una funzione
dell'organismo. Il principio ardigoiano dell'assoluta originarietà della Non c'è
un sosensazione come fatto costitutivo dell'esperienza – GRICE OAKESHOTT --, ossia della realtà immediatamente vissuta nella
coscienza, esprime in termini psicologici il principio metafisico che riduce il
mondo a un processo di formazione naturale, ossia a una continua serie di cangiamenti,
che non presuppone alcun sostrato permanente (antisostanziahsmo) ma consiste nello
scaturire necessario di un nuovo stato o momento attuale dell'essere dagH stati
o momenti anteriori – PIROTOLOGICAL PROGRESSION
--, in virtù di forze insite in questi stati antecedenti. E la struttura di un tal
processo universale del divenire si offre intuitivamente nel fatto fondamentale
della sensazione: l'esperienza nella sua immediatezza si costituisce nel necessario
passaggio daUa unità indifferenziata del sentire originario nella duaUtà soggetto
oggetto OBBLE. Ebbene, il divenire della
realtà risulta appunto come un processo nel quale la moltepHcità delle forme di
essere che il pensiero apprende come distinte emergono continuamente da un indistinto
nel quale quel moltepHce trova la sua unità e la sua condizione. Non che in questa
inter prelazione della formazione naturale l'indistinto venga contrapposto al distinto
in modo assoluto: l'indistinto è tale solo
relativamente, cioè rispetto ai distinti che esso vale a spiegare; ma ognuno di
questi distinti sollecita aUa sua volta ulteriori distinjzioni di cui esso figura
come l'unione sintetica –GRICE THE ANALYTIC THE SYNTHETIC A PRIORI Sweaters
which are red and green all over no stripes allowed --, e quindi come indistinta.
Il processo di formazione naturale come emergenza dei distinti dall'indistinto,
è infinito: se i distinti sono finiti, infinito è l'indistinto in seno al quale
e ad opera del quale essi si generano. E per questo rispetto il naturalismo ardigoiano
s'ispira a quello rinascimentale, rivela l'affinità del suo concetto d'indistinto
con quello bruniano d'infinito e respinge ogni interpretazione trascendente del
principio generatore – GRICE GENITOR – the betes noires of MECHANISM and NATURALISM
-- e unificatore del reale, sia del tipo dell'inconoscibile spenceriano [l'indistinto
è semplicemente r ignoto, ossia ciò che non è ancora conosciuto, appunto perchè
ancora privo di quelle intrinseche distinzioni che rendono possibile il conoscere)
sia del tipo del noumeno kantiano (l'unità sintetica del molteplice fenomenico
è appunto l'indistinto immanente ai distinti e fenomenico al pari di questi). Universo
infiIn questa tipica struttura – GRICE ON PHENOMENALISM AS SENSELESS WITHOUT
NOUMENALISM -- di formazione naturale è concepito dall' Ardigò l'universo, come
tutto infinito, le cui parti non sono entità semplici, elementi fissi, ma sono ritmi
d'esperienza – GRICE ON NEGATION AND PERSONAL IDENTITY Locke empiricism--, ossia forme speciaU di regolarità nella successione
dei fatti, costantemente ricorrenti e unificantisi in quel ritmo dei ritmi che è
l'ordine razionale deUa natura. Quest'ordine
presenta caratteri che possono apparire opposti e anche contraddittori, ma che nella riflessione filosofica dell'
Ardigò tendono a conciMarsi, anche se non
sempre il risultato risponde pienamente al proposito. Così, ad esempio, l'universale
ritmicità comporta una rigida necessità causale in tutte le formazioni naturah,
ma questa determinazione non esclude la casuahtà. L'universo comporta una infinità
di ordini possibili: il verificarsi --
GRICE AYER -- effettivo di uno di essi e il determinarsi in seno ad esso di essenze
causali necessarie, non ha nulla di necessario e predeterminato, è
il prodotto di combinazioni la cui fortuita rende imprevedibile il corso nito. Il
positivismo ardigoiano e la sua crisi degli eventi GRICE ACTIONS AND EVENTS
CAUSE. Analogamente, la necessità che genera
e domina l'ordine cosmico, è necessità rigidamente mnemonica, sì che ciò che di
più meraviglioso essa presenta è per Ardigò il
fatto che la diversità prodigiosa delle cose che compongono la natura e la
varietà inesauribile delle forme che vi si vanno continuamente sostituendo è il
risultato di un lavoro semphcemente meccanico, cioè di nuli' altro che certi impulsi,
dati e ricevuti – GRICE: NO METIER. Ma nel
tempo stesso l'ordine comporta anzi esige una spontaneità della forza per la quale
il processo – alla WHITEHEAD -- di distinzione risulta un vero e proprio processo
creativo – alla Bergson --, inconcihabile col meccanicismo puro, che vede nel divenire
cosmico un complesso di trasformazioni dell'essere per sé stesso non suscettibile
di creazione o distruzione. E Meccanicismo questa duplice faccia che nel positivismo
ardigoiano pre« '^^t^deterimmsenta l'ordine cosmico, la faccia meccanicistica e
quella antideterministica o contingentistica riappare nell'antitesi tra la tendenza
a interpretare lo sviluppo cosmico come un semphce accrescimento quantitativo e a cercare il segreto
delle forme più complesse e derivate in strutture più primitive e povere di determinazioni
e la tendenza opposta a vedere nel divenire cosmico un processo dinamico di ascensione
dell'essere in forme sempre più ricche di realtà, in sistemi ritmici forniti di
un grado di autonomia sempre più elevato. Questo contrasto tra le due istanze appare in più cruda luce quando oggetto della riflessione
filosofica è l'uomo e il mondo umano: esso s'inserisce nell'ordine cosmico senza
romperne l'unità e continuità col mondo fisico: formazione naturale è la vita della
coscienza, quale è indagata dalla psicologia come scienza positiva, come scienza
di fatti dominati dal meccanismo psichico; formazione naturale è la società nella
quale gh uomini formano sé stessi e costruiscono
la propria storia; formazione naturale la coscienza delle ideaHtà superiori etiche,
giuridiche, rehgiose, estetiche, scientifiche che regolano e promuovono l'operare
umano. Ma queste formazioni naturah si presentano nel cosmo con connotazioni speciah
che rendono esasperantemente problematica la inseribihtà dell'umano nel monismo
naturalistico: problematica è la derivazione,
per meccanismo psichico, dei poteri intellettuali dalla sensibilità e del volere
dall'impulsività inerente alla sensazione; problematica la fondazione della libertà
spirituale e dell'autonomia umana sulla necessità della natura, come coronamento
di essa; problematica, l'identificazione dell'opposizione tra morale e immorale
con quella tra socialità antiegoistica
ed egoismo, pur essendo l'uno e l'altro formazione naturale. Fortuna delLa
fortuna del positivismo ardigoiano presenta due fasi Ardigo. distinte: l'una, che riempie l'ultimo trentennio dell'Ottocento
ed è compresa tra il discorso su Pomponazzi, che apre la rottura col mondo ecclesiastico
in cui aveva fin allora militato, e la decadenza mentale della tarda vecchiaia:
periodo di progressiva maturazione e articolazione
del pensiero positivo e di crescente efficacia rinnovatrice cosi nella demolizione
dei vecchi idoli della filosofia tradizionale, svuotata negh ultimi decenni di vera
vitahtà, come nella costruzione della nuova Itaha uscita dal Risorgimento, laica
e democratica: la seconda, che si estende oltre il primo trentennio del nostro secolo,
in cui i discepoli di Ardigò, usciti
dalla scuola di Padova, accolgono l'eredità del Maestro, e mentre se ne fanno
apologisti e spesso agiografi, mentre esaltano la fecondità del suo positivismo
inteso come metodo, sentono il bisogno di sottoporre a revisione critica i temi
principaH della sua dottrina, sensibili alle difficoltà e contradizioni che vi si
annidavano, messi in sempre più chiara luce dalla polemica incalzante di agguerriti avversari, militanti nelle file del
risorgente spiritualismo e più particolarmente dell'ideahsmo d'ispirazione hegehana,
che proprio in quel tomo di tempo si veniva costituendo e grandeggiava sempre più
potente, fino a soppiantare il positivismo nel dominio della cultura itaHana. Questa
seconda fase fu detta dagh stessi discepoli di Ardigò fase di crisi. È questa crisi
del positivismo che si esprime specialmente
nella dottrina del Marchesini, del Troilo e, con iimovazioni più radicali in tutto
l'arco dei problemi filosofici, del Tarozzi. Marchesini Marchesini. Già nel 1898, quando Ardigò era ancora
intento a completare il suo edificio speculativo, dal seno stesso della scuola ardigoiana
usciva una denuncia di crisi del positivismo: La crisi del positivismo e il problema filosofico, di cui era autore Marchesini,
uno dei discepoli più fedeli ed entusiasta divulgatore del pensiero del Maestro,
per lunghi anni fino alla morte professore di filosofia morale nell'Università di
Padova. Nella prima fase della sua produzione aveva accentuato contro Vidoiae
applicato il principio capitale del positivismo, che non v'è conoscenza la quale
non sia fondata esclusivamente su fatti sperimentati
o sperimentabiH. Questo principio era da lui affermato con tanto piri intransigente
rigore quanto più viva e urgente era la lotta che il positivismo conduceva contro
la tradizione metafisica e rehgiosa. Ma col graduale ampharsi del campo delle sue
esperienze culturaH e col maturarsi della sua riflessione critica, Marchesini si
formò la convinzione, svolta appunto in quel
suo libro, che proprio siffatta idolatria del fatto poneva in crisi il positivismo.
Questo deve attenersi al fatto, ma il fatto vederlo alla luce della ragione, al
di fuori della quale non è possibile nessuna conoscenza non che filosofica o scientifica,
neppure comune. E per ragione Marchesini intende non solo i poteri intellettuaU,
ma anche ambiguamente quegli
atteggiamenti dell'anima umana che più spesso sono quahficati come irrazionaH
o alogici, gh slanci del sentimento e deU'immaginazione, che Marchesini volentieri
chiama romantici o mistici. Dopo Platone ed Hegel egli scrive dopo i trionfi delle
rehgioni, delle metafisiche e dell'arte, è assurdo voler soffocare e sopprimere,
per l'amore incomposto del fatto, il senso àeW! idealità razionale. Non è possibile isolare e circoscrivere
il nostro pensiero entro una breve cerchia di fatti minuti e non risahre a principii
superiori razionali La crisi del positivismo. Il positivismo è in crisi, ogni volta
che limita il suo orizRitmicità. zonte mentale a fatti accertabili nella loro bruta
oggettività, dissimulando per giunta la presenta e l'azione di quei principii razionali
che costituiscono V imperativo dell'esperienza
e rendono possibile la conoscenza scientifica pur di questo ordine di fatti, ossia
la scoperta in esso d'una ritmicità, per la quale la scienza si trova innanzi non
a un coacervo di dati empirici (i fatti minuti, di cui Marchesini parla nel passo
or ora citato, ma innanzi a un mondo uno e continuo, il mondo della natura materiale,
scandita con necessità meccanica, nei gradi
della fisicità, della organicità biologica e della psichicità. Il positivismo è
in crisi ogni volta che, presentandosi come naturalismo materialistico, ignora e
si mostra incapace di spiegare la realtà di un regno dello spirito, incentrato nell'uomo,
quale essere non riducibile a mera realtà bio-psichica, ma soggetto di ideaUtà capaci
di rompere il meccanismo della natura materiale e d'instaurare, pur in seno ad essa, un mondo superiore,
il mondo umano della storia, il mondo dell'incivihmento. Superiorità delNell'ordine
biologico e nell'ordine psichico, l'uomo
afVuomo. ferma risolutamente Marchesini ha una superiorità su tutti gh esseri,
della quale è fattore essenziale la capacità sua a trarre appunto dal suo fondo
fisio-psichico delle idealità, ossia principii di condotta accompagnati da coscienza del dovere,
capaci di contrastare a inclinazioni sensoriali insite nella sua natura. L'ideale
non è un lusso, perchè non è un lusso la civiltà, che dall'ideale trasse sempre
aHmento e forza. È un prodotto umano, dovuto a leggi necessarie, di cui la ragione
è il soggetto libero e eterno. Negare l'ideale morale, come fatto e come legge,
come principio fondamentale della nostra
esistenza, significa negare, con la nostra ragione e dignità, la nostra stessa natura:
in una parola, significa dimenticare sé stessi. Il positivismo non è dunque contrario
alla Morale, ma da esso la Morale sorge come scienza, spoglia da ogni preconcetto,
forte e sicura. Il positivista non può arrestarsi a scoprire nell'uomo civile il
selvaggio e il bruto, e trascurare
quegli elementi di civiltà vera che sono
Marchesini ii come le stratificazioni nuove, solidissime, sovrappostesi agli
strati più antichi. Tutta la storia dell'uomo c'insegna che la nostra civiltà è
la naturale continuazione e il dinamico sviluppo delle primitive tendenze; ma in
questa continuità dinamica il positivista ritrova la legge del progresso civile,
e soprattutto del progresso morale. È
merito del Marchesini aver posto al centro del suo positivismo i problemi
dell'uomo e della sua formazione nella storia e nell'educazione, conforme alla sua
schietta vocazione di morahsta e di educatore. Secondo lui, la via per la quale
il positivismo poteva superare la sua crisi era che esso diventasse positivismo
idealistico, capace cioè di salvare la specifica funzione delle ideahtà umane nella realtà deUa natura, e di spiegare come in
un mondo di fatti particolari e relativi possano formarsi ed essere operativi principii
ideali che s'impongano alla coscienza con la pretesa dell'universahtà e imperatività
assoluta. Egli tentò una costruzione sistematica di questo suo positivismo idealistico
nell'opera che, anche cronologicamente, occupa il posto centrale nella sua trentennale produzione speculativa. La dottrina positiva delle
idealità. In questo Hbro egU convoghò anche un nucleo di idee già ampiamente formulate
nell'opera capitale Le finzioni dell'anima: e costantemente riprese e variamente
appUcate negh anni successivi; nucleo d'idee per cui il positivismo ideahstico si
configura come funzionalismo o etica e pedagogia del come se – GRICE VAHININGER
SEMINARS ON AS IF --, o anche prammatismo
razionale, che egli considerò come l'apporto più originale e significativo
da lui recato all'esplorazione del mondo umano, ma che effettivamente è forse la
parte più debole del suo pensiero, rivelante l'ambiguità d'impostazione e l'incertezza
o addirittura la contraddittorietà di soluzione del suo problema. Il compito che
Marchesini si propone è quello di mostrare
L'etica come la idoneità e sufiicienza del metodo positivo a fondare una dottrina
deUe ideahtà razionah, ossia a costituire l'etica come scienza. Un tal compito imphca
una critica radicale di qualunque forma di etica metafisica ossia di qualunque dottrina
scienza Analisi morale. Natura e ir,
flusso sociale. la quale esiga riferimento a una sfera trascendente l'esperienza per spiegare dati rivelantisi nella
esperienza morale: il produrre elementi metafìsici nello studio della moralità è
un procedimento non conforme a ragione scientifica, consistendo esso nel proiettare
nel mondo trascendentale e assoluto modi soggettivi ed empirici della nostra vita
spirituale. La morale come scienza deve eliminare dalla concezione delle idealità
siffatte trasfigurazioni e deformazioni del
procedimento metafìsico per fissare i dati concreti dell'esperienza spirituale umana.
Vale per l'Etica, non meno che per le altre scienze, il principio che ogni indagine
scientifica presuppone una realtà data, la quale ne costituisce l'oggetto: l'Etica
presuppone la realtà del fatto morale, realtà
che va non soltanto constatata empiricamente ma determinata altresì nei caratteri e nelle leggi specifiche
ad essa pertinenti. Siffatta determinazione si realizza mediante il procedimento
deìl' analisi del fatto morale: si tratta di decomporre questo fatto nei suoi elementi
costitutivi e vedere come esso sia il prodotto o la sintesi di coefficienti anche
d'ordine inferiore. Riassumendo i risultati di questa analisi quale Marchesini
la conduce, vediamo che le componenti del
fatto morale sono: incUnazione naturale propria dell'individuo come essere biopsichico;
fattori della socialità propria della vita umana; ideaUtà razionale ossia aspirazione
a modi e forme di vita superiori alla realtà attuale – GRICE PERSONS OR US IN
OUR BEST MOMENTS OF COURSE THAT IS --; tendenza a concepire e sentire l'ideale etico
come la rivelazione dell'Assoluto. I primi
due ordini di taU coefficienti sono omogenei in quanto esprimono i fattori costitutivi
della struttura dell'individualità umana come soggetto morale. Il soggetto morale
risulta anche dalle attitudini originarie dell'uomo, che si differenziano in ogni
individuo per il vario contributo delle eredità biologica o bio-psichica; e risulta
inoltre tra i rapporti sociali stendentesi
nello spazio e nel tempo in cui la personalità è compresa, e che del pari
si differenziano negli individui per il contributo di una determinata eredità sociale.
Il soggetto morale si compie per l'integrazione di questi due ordini di coefficienti:
né la natura bio-psichica dell'individuo, né l'influenza sociale bastano isolatamente
a spiegarne, con le idealità, la vita morale. I due ordini di fattori per contrario si fondono, e ripercotendosi negH
uni la efficienza degli altri, si modificano reciprocamente La dottrina positiva
delle idealità. Siffatta unità organica di vita bio-psichica e vita sociale è la
base reale per la formazione della personahtà morale, per la quale é necessario
l'apporto di quello che noi abbiamo indicato come terzo ordine di coefficienti,
cioè le ideahtà etiche. Queste sono caratterizzate,
a dire del Marchesini, dall’obbligazione ossia dalla coscienza di una necessità
ideale -- Grice: Return Jones the money Repay
Jones -- a cui si deve sottostare, dalla
coscienza che certi modi di condotta devono essere preferiti a certi altri –
Grice: DULL EMPIRICIST versus ‘enough of a rationalists’ – MAXIMS SHOULD BE
FOLLOWED and are not JUST FOLLOWED. The
fundamental question. Ma proprio neUa illustrazione di questo concetto del dover
essere specifico alla vita morale, il pensiero del Marchesini si presenta particolarmente
oscuro. Da una parte sembra che egli insista sulla essenziale amoraUtà della vita
sociale in quanto priva del valore derivante daUa idealità (vi sono forme di società
animali affini alle associazioni umane ma
prive di ogni carattere di morahtà – THE RELUCTANT CANNIBAL; dall'altra parte tende
a identificare socialità e morahtà. Parte dalla giusta osservazione che la morahtà
non sarebbe inteUigibile fuori dei rapporti sociali, delle tradizioni, del costume,
delle istituzioni varie e dell'azione inter-individuale, e da questa affermazione
inferisce che nel sentimento sociale è già
l'essenza del sentimento morale in quanto il primo imphca per sua natura
la coscienza dell'obbligazione di risentire e rispettare i vincoH compresi nei rapporti
sociali -- ccoperativi, non strategici
Grice, l’altro come persona e non cosa, e un bene comune --, imphca cioè la tendenza a restringere il proprio
arbitrio, e a mantenersi in un certo accordo con i consociati: e in ultima anahsi adunque la tendenza sociale è una tendenza morale.
Noi possiamo separare l'uno dall'altro sentimento per astrazione, e fissare neUe
rispettive definizioni termini differenziah; ma tutto ciò è ben lungi dal distruggere
la loro fondamentale unità psicologica...
per ver essere. la quale le idealità sociali costituiscono il principio supremo
della moralità,... e si comprende come si possano scambiare i due termini morale e sociale – as
in Hitler – Grice’s criticism to Hart --,
in quanto ha natura morale tutto ciò che è sociale, ed è sociale ogni morale
– or Hegel revisited. Questa tendenza a unificare sul piano psicologico le ideaHtà
morali con le esigenze sociaU – cf. Grice on social engineering and socal
justice --, attuata fino in fondo, porterebbe
a una dottrina etica risolventesi in pura
socio// fatto e il dologia. Marchesini sembra
restio ad accettare una posizione del genere, intuendo più o meno oscuramente la
differenza radicale tra l'obbligazione o normatività sociale e l'obbhgazione o normatività
morale – GRICE ON PRIORITY moral right legal right --, in quanto la prima si risolve in una pressione
che di fatto la società – John Austin external reading --, nel costume – di Kant – Grice -- e nella legge
esercita sulla coscienza individuale, e a una tale situazione di fatto l'individuo
avrebbe sempre il diritto – NOT GEACH – GRICE -- di contrapporre un altro fatto
costituito dalle sue esigenze egoistiche; viceversa l'ideaHtà morale sta ad indicare
non una realtà storica o psicologica, bensì il diritto all'esistenza di qualcosa
che non ha attualmente esistenza – ratio
essendi, ratio cognoscendi Grice --: la normatività
morale è un dover essere che s'impone indipendentemente da ogni condizione particolare
ed è in forza di esso che si sente il valore imperativo – GRICE CHICAGO SECOND
LECTURE -- dell'idealità sociale non solo, ma anche la necessità ideale di aspirare
ad una costituzione sociale superiore – Grice Social Justice Grice Fairness
AUNE --, nella quale siano superate le deficienze
della vita sociale attuale. Ma, ripeto, questa distinzione è intuita da Marchesini
solo oscuramente. Egli descrive la vita schiettamente morale in questi termini:
si deve sentire e operare altruisticamente superando l'esclusivismo egoistico;
si deve attenersi al dovere, qualunque sacrificio possano subirne i nostri desideri – Grice morality cashing on
desire – BAKER akrasia – GRICE/BAKER --;
ci si deve sottrarre alla servitù vile delle passioni ignobih e dei ciechi
istinti brutali, e acquistare quella
hbertà che ha nella virtù i propri simboli eterni. Ma quando si domanda quale
è il fondamento di quel dovere che è l'anima della vita morale cosi caratterizzata,
si risponde che questo fondamento è dato
da quella che egli chiama natura morale essenziale all'uomo, ossia dalla potenzialità
propria dell'uomo di costituirsi come soggetto
Potenzialità morale. Il principio
della naturale umanità morale significa che esistono nell'uomo in quanto tale tendenze
naturali potenzialmente morali, destinate a svolgersi per l'esperienza della vita,
questa non crea le tendenze in cui l'umanità
consiste, ma interviene necessariamente a svilupparsi. Le idealità morali
traducono in se medesime la nostra umanità morale, quale è e quale aspira a divenire.
Non esiste uomo normale che nella coscienza del valore delle ideaUtà
non affermi la coscienza del valore umano e proprio; che non riconosca insomma
intimamente la necessità che il dovere e il diritto non l'arbitrio e la violenza -- o FORZA MACHT German Grice Habermas -- governino
la condotta individuale della vita sociale. Dal che risulta che la umanità morale
è illazione (ILLATUVM) tautologica daM'essere delle ideaUtà morali al loro poter
essere e non può quindi offrire a queste un fondamento che esse non abbiano già
in sé. La difficoltà nella visuale del Marchesini di distinguere Ricerca di una chiaramente l'obbhgazione morale da quella sociale
risulta anche nella ricerca che egh fa di una norma delle valutazioni -- GRICE ASSIOLOGIA -- delle idealità etiche.
Il regno dei valori – GRICE CONCEPTION OF VALUE, NOT JUST MORAL VALUE -- morah,
egU dice, è l'io dell'uomo – GRICE PERSONAL
IDENTITY, ossia essi sono soggettivi, creazioni
del soggetto. Ma d'altra parte l'individuo
stesso li sente come oggettivi -- GRICE
SECOND CHICAGO LECTURE -- in quanto la creazione loro da parte del soggetto non
è arbitraria – MA MOTIVATA, HA UNO RATIONALE -- e questa oggettività consiste nel
riconoscimento che quelli sono valori sociali, storici, tradizionah; che in essi
convengono i consociati – the conversational other --; che hanno una durata nel
tempo, se non anche la perennità propria dei valori fondamentaU d'ogni consorzio
umano; che si fissano perfino nello spazio mediante varie istituzioni, e nel costume.
L'individuo perciò ne riconosce la sovrana potenza, superiore infinitamente al suo
arbitrio; riconosce che non provengono dalla Ubertà creatrice dello spirito suo ma da ragioni obiettive concrete. Dunque la validità
oggettiva delle idealità etiche si risolve nella normatività delle valutazioni dominanti
nella società in una determinata epoca; non è una necessità del genere di quella
formulata da Kant con l'imperativo categorico ma una necessità concreta, naturale,
immediata, relativa alle condizioni specifiche della convivenza, ossia del modo
e grado di sviluppo che in una determinata
epoca e società venne raggiunto dalla comune umanità morale. La necessità delle
norme della valutazione è, per Marchesini, razionale solo in quanto è naturale e
storica e come tale si scosta dalla necessità
pura immutabile concepita e propugnata dall'idealismo kantiano. La
reintegrazioInfine uu tentativo di caratterizzare nella sua specificità "^l'obbUgazione morale è compiuta da Marchesini
col riferire la formazione delle ideahtà etiche al processo che egli chiama di reintegrazione,
per cui i motivi interiori, le inchnazioni naturali risultano gli elementi originari
che si rifondono, persistendo, nelle formazioni superiori dello spirito. Come la
sensazione persiste nell'idea, che non avrebbe senza di queUa né origine né contenuto, e tuttavia l'idea non si riduce alla sensazione
(poiché si pone come un vero, cioè in relazione a una idealità logica, che l'individuo
apprende per effetto di una speciale cultura), così persistono nelle ideahtà le
tendenze varie, fondamentali della personalità, o insomma persiste quello che possiamo
dire il suo interesse, ricostituendosi, reintegrandosi in forme nuove, a cui si
attribuisce più propriamente il carattere
di valori. Per Marchesini questo principio della reintegrazione abbraccia l'universa
natura: questa procede per integrazioni, disintegrazioni e reintegrazioni; equivale
cioè al principio evolutivo del passaggio dall'indistinto al distinto, della continuità
tra mondo fisico, mondo biologico e mondo psichico. E entro il mondo biopsichico
esso opera come passaggio dall'istinto animale
e piii in generale dalle inclinazioni
biopsichiche fondamentali
alle formazioni superiori
della umanità morale. Ma nella illustrazione di questo passaggio
Marchesini insiste più sul concetto del persistere dei coefficenti inferiori nelle
formazioni superiori, che sul concetto dell'originalità e novità di queste ultime
e sulla specificità dei caratteri specifici che le distinguono l'una dall'altra. E così, a proposito
lità della norma. Marchesini della formazione della nostra umanità morale non si
accenna neppure alla distinzione in essa delle idealità sociali dalle idealità speciiìcamente
etiche, limitandosi Marchesini ad affermare che gli elementi inferiori si reintegrano
nelle formazioni superiori dello spirito, soprattutto per la provocazione e il materiale suggestivo di elaborazione che provengono dai
rapporti sociah. E ad esempio, a proposito della ideahtà della Giustizia, si afferma che il processo
reintegrativo in essa consiste nella trasformazione degl'impulsi biopsichici dell'individuo
assommantisi nella tendenza a perseverare nel proprio essere in un senso di sohdarietà
e simpatia che si traduce nelle istituzioni giuridiche, e sembra che in queste si esaurisca l'obbligazione morale,
come dipendenza dell'individuo dalla volontà sociale. L'idealità della Relativa
stabigiustizia al pari delle altre idealità etiche è legata alla mobilità dell'esperienza
storica dell'umanità: e questa connessione su cui Marchesini giustamente insiste
giustifica il principio metodologico che è da questa esperienza che noi dobbiamo
ricavare i criteri di giudizio da appHcare
ai nuovi dati dell'esperienza stessa. Il che significa che l'esperienza storica
ci presenta elementi che hanno per noi valore normativo: e questi elementi sono
quelli che nel mutamento del mondo dell'esperienza storica, risultano i più stabili
e che, nei contrasti della vita sociale, raccolgono i consensi più larghi. Ma se
questa stabihtà e questo consenso sono
puramente elementi di fatto, bastano essi a costituire quella normatività
o imperatività che è essenziale all'ideahtà etica? Lo stesso Marchesini sembra dubitarne:
egH infatti in un passo importante parla non semplicemente di stabihtà o di consenso,
ma di diritto alla stabihtà e al consenso sempre più generale. Ma non dice su che
cosa si fonda e donde deriva un tale diritto. Nell'anahsi del fatto morale Marchesini rileva un altro coefficiente
quello da noi designato come quarto e cioè un ordine d'impulsi, per i quali l'ideale
etico è sentito come la rivelazione d'un mondo trascendente e insomma dell'Assoluto.
Assoluto. Per Marchesini l'Assoluto si presenta alla coscienza umana: come la realtà
suprema da cui ogni cosa dipende e in cui tutte le cose si unificano, oggetto d'un'idea metafisica; un ideale trascendente di
perfezione, con cui la vita degli individui tende a identificarsi, contenuto d'un
sentimento essenziale all'umanità morale. Ma pel Marchesini, la critica razionale
del pensiero dell'Assoluto nell'una e nell'altra forma dimostra che esso appare
fattore costitutivo del fatto morale non in quanto la trascendenza ad esso attribuita
significhi un'esistenza esteriore in un mondo
ultraempirico, in quanto cioè si ponga come verità oggettiva; bensì in quanto sia
il simbolo di tutto ciò che di eccellente l'uomo sente immanente alla propria natura,
esprima una verità soggettiva rispondente a un bisogno essenziale della coscienza.
La visione dell'Assoluto nella coscienza morale emerge dal senso del mistero di
cui le ideahtà si circonfondono. Il
sentimento dell'Assoluto è essenzialmente mistico: e non risulta dall'idea
metafisica, ma la precede e la suggerisce. La esistenza esteriore all'Assoluto è
una finzione del pensiero, ma non è finzione il processo psicologico ond'esso è
sentito nella sua spirituale potenza, e per cui il soggetto vince gU impulsi accidentali.
Analogamente, la trascendenza metafisica dell'ideale assoluto di perfezione uno, universale, immutato è una. finzione,
un'immagine puramente contemplabile ma priva di ogni efficacia pratica. Un ideale
è necessario alla vita; fuori dell'ideale non c'è che meccanismo insulso: esso è
degno pertanto dell'entusiasmo onde lo si esalta. Ma quando venisse posto fuori
della natura umana e dell'esperienza, esso si ridurrebbe a una vuota forma pura,
a una realtà che non è realtà, a un mero
nome. Ci si può rappresentare l'ideale etico come uno, immutabile,
trascendente, solo in quanto si faccia astrazione dalla realtà concreta, psicologica
e storica, dai caratteri individuali e dai modi vari onde si compone nei singoli
la coscienza morale; dalle tradizioni etiche, dal costume, dalle leggi, daUe istituzioni
sociah e poUtiche; cioè da tutto ciò che
dà un contenuto concreto e relativo all'ideale etico; ma sarebbe Marchesini
assurdo ritenere che dopo ciò sussistesse tutt'ora l'ideale stesso. Perchè questo
abbia quella funzione teleologica che gli è intrinseca è necessario che attecchisca
nella personalità, assumendone il vigore razionale, affettivo, e pratico, ossia
che diventi un suo interesse; che si fondi nella esperienza soggettiva perdendo la purezza astratta e nominale che l'idealismo
metafìsico gh attribuisce; che diventi insomma una finzione dell'umanità morale
dell'individuo, un bisogno interiore, un modo fondamentale della stessa vita Naturalismo
e soggettiva, una legge naturale dell'esistenza. La sua consoggettivismo. cezione
naturalistica o realistica importa necessariamente questo soggettivismo.
La critica razionale tende a ridurre l'Assoluto
al relativo, l'idea di perfezione quale entità oggettiva trascendente a esigenza
biopsichica della coscienza individuale, a fattore immanente della soggettività
umana. Così ad esempio l'ideale della giustizia, che dalla metafìsica è prospettata
come trascendente la natura, in quanto sovrasta su tutte le accidentahtà e imperfezioni
delle cose umane, incontaminata e perenne
e come trascendente la storia, in quanto questa, nella sua perenne mutevolezza,
lungi dal rilevare che cosa il Giusto sia, lo presuppone come un a priori, un primum
stabile ed eterno, è per Marchesini una formazione naturale e un prodotto storico,
emerge dalla natura umana in quanto questa è natura morale oltre che fìsica. La
consistenza oggettiva chela metafìsica attribuisce
Osservazioni alle idealità morah è da Marchesini interpretata come estra'^^neità
ai voti della vita del soggetto; e perciò insiste nel concetto che la morahtà non
possa essere attuata se non nella natura, che i principii ideali valgono in quanto
hanno la funzione di investire e organizzare, non già negare, le tendenze
naturali perchè il soggetto morale si formi nella sua concretezza vivente. Ed è, questo, un concetto
giusto: ma non è necessariamente derivabile dalla premessa, discutibile, che la
trascendenza sia per sua natura esclusiva di ogni forma di immanenza o interiorità
al soggetto. Questo appare evidente nel concetto fondamentale di dovere o obbligazione
specificamente morale. Marchesini riconosce che l'uomo avverte nella sua natura
una necessità cui spetta un assoluto impero,
e vi si sente legato pur se vi facciano contrasto altre inchnazioni: non v'è coscienza,
di un valore senza la coscienza di un vincolo, d'una restrizione dell'arbitrio,
d'una rinuncia. E giunge perfino ad affermare che l'azione della società sull'individuo,
onde si distingue in lui la coscienza delle norme e dei valori moraU, è puramente
provocatoria e suggestiva:
l'obbligazione sociale è costrittiva, ossia vincolo esteriore, mentre l'obbligazione
morale è interiore, è correlativa al riconoscimento da parte della coscienza del
soggetto agente del valore inerente al fine proposto. Di siffatto valore, a cui
è correlativa l'imperatività incondizionata, indipendente cioè dalle circostanze
empiriche particolari in mezzo alle quali l'azione si svolge, il soggetto ricerca il fondamento ultimo, le ragioni
impersonali e universaU, assolute. E crede di trovarle, queste ragioni, o neUa volontà
legislatrice di Dio (morale teologica o religiosa), o in una sfera di realtà oggettiva
superiore a tutti gli impulsi del soggetto, in un mondo (di valori) per sé stante
(morale ontologica), o in una ragione pura impersonale che, identica in tutti
gl'individui, detta a tutti un medesimo imperativo
categorico come forma universale che investe a priori i contenuti più vari e mutevoli
della condotta e indica quali tra i fini che l'esperienza dimostra desiderati o
desiderabili, debbano essere desiderati (etica formale). A priori reiaMa pel Marchesini
sono queste concezioni inaccettabili dal punto di vista positivo, poiché tutte ugualmente
pongono il fondamento dell'obbligazione propria
delle ideahtà moraU in qualcosa di trascendente che sfugge all'esperienza: implicano
la proiezione delle idealità fuori della vita interiore del soggetto, e pertanto
le presuppongono già formate nell'ambito di questa, nell'atto stesso che pretendono
essere tale formazione dovuta all'azione estrinseca del trascendente; e quanto alla
presunta ragione impersonale dell'etica iov
tivo Marchesini male, essa non è che una forma fittizia della ragione personale
consociata, e la necessità a priori del dovere è una necessità naturale. L'identità
formale della ragione non esprime che l'identità psicologica dell'umanità morale:
Nel dovere formale si traduce la nostra vita morale concreta, che ne acquista il
carattere dell'universalità o dell'apparente
incondizionaHtà. Accade cioè che la forma pura, assunta come essenza del
dovere, abbia l'apparenza e la funzione della sintesi a priori; ma questa forma
pura è in realtà nient'altro che l'indistinto degH elementi concreti della coscienza
morale: è una sintesi di questi, ossia un a priori relativo e positivo, non già
assoluto e metafisico. Il dovere, per dire con altre parole, è un impulso originario della nostra umanità morale, una legge
della nostra vita, un fondamento della nostra esistenza come individui sociali,
e in ciò consiste, se si vuole, il suo carattere a priori. È tale in relazione alla
nostra successiva esperienza, rimanendo a questa anteriore non diversamente che
la nostra stessa natura morale originaria, in cui s'innesta. In conclusione, per
Marchesini, quelle concezioni etiche Le concezioni
sono costruzioni fittizie, sono finzioni, sotto le quah la cri^^l" j T finzioni. tica razionale deUa scienza positiva
non può riconoscere altra radice reale deUe ideahtà che la stessa natura umana nella
sua struttura biopsichica, intesa come originaria potenziahtà morale indistinta,
su cui la comunione sociale esercita infinite azioni stimolatrici di quei processi di attuazione da cui emergono le ideahtà stesse.
E la dottrina positiva delle ideahtà ponendo il principio fondamentale dell'umanità
morale, come germe (e indistinto) sempre fecondabile dell'evoluzione etica, ci
lega alla natura, ma non alla natura bruta, bensì aUa natura umana, che non nega
né asservisce lo spirito, ma è per sé medesima capace di autonomia morale.
Questa soluzione del problema del fondamento
deUe idealità, a dir vero, potrebbe essere sospettata di petizione di principio:
le ideahtà morali, quali vengono sperimentate nell'interiorità della vita individuale
e neUo sviluppo deUa storia, avrebbero la Positivismo e correnti affini loro base
in una natura, che assume la qualifica di morale, solo in virtù e in conseguenza
dell'esperienza di quelle idealità che
pur si pretende siano da essa spiegate e giustificate. Comunque, tale dottrina
positiva delle ideahtà escludente come irrazionale qualunque interpretazione che
faccia appello a un fondamento trascendente la sfera empirica, ha come suo presupposto
l'interpretazione naturalistica, della realtà, diciamo pure una metafisica sottostante
all'empirismo, al materiahsmo che Marchesini qualifica come umanistico, in quanto riconosce i caratteri
peculiari dell'umanità, ma sempre naturalismo: la fede nelle ideahtà è fede nella
natura umana, in cui le ideahtà germinano. Rifiuto del trascendente. Trasfigurazione
delle cose. Che il naturalismo etico delineato dal Marchesini, in quanto corollario
del naturahsmo metafisico, lasci fuori nel tentativo di giustificare e fondare le
idealità etiche, alcuni aspetti od elementi
del contenuto di queste, e che quel concetto di natura umana che Marchesini ha costruite
per imperniare su di esso una visione positiva della vita morale, positiva in quanto
rifiuti come irrazionale ogni riferimento al trascendente e assoluto, sia così vago
e indefinito da includere in se, contradditoriamente, proprio quel bisogno dell'assoluto
a cui esso avrebbe dovuto apporre un'insormontabile
barriera, è dimostrato dalla dottrina del finzionalismo che, come abbiamo ripetutamente
accennato, a Marchesini sta tanto a cuore. Proprio nel paragrafo conclusivo dell'opera
La dottrina positiva delle idealità (il paragrafo, intitolato L'Arte morale) Marchesini
dice che è essenziale alla vita dello spirito r insoddisfazione egli dice anzi disgusto, per la realtà di fatto, e che questo disgusto
provoca lo spirito a fare ogni sforzo per vincerlo, svolgendo le sue attività costruttive,
ossia quel vigore artistico che gU è proprio. Quest'arte speculativa investe tutte
le attività dello spirito, sia quelle del pensiero logico riflesso, il cui prodotto
la scienza delle cose se è provocato ne Marchesini cessariamente dalle cose, è tuttavia
una costruzione del soggetto, trasfiguratrice
delle cose, a cui viene attribuita oggettività appunto in virtìi dell'arte
speculativa, sia il sentimento e il volere con le mirabili sintesi ideali in cui
si ripercuotono i moti etici e con i disegni d'azione in cui si congegnano gl'impulsi
e le inibizioni. E le idealità stesse sono creazioni estetiche dello spirito (creazioni
dell'arte speculativa, che si specifica come arte morale), in quanto riproducono in immagini sublimi
e perfette, moti vaghi e tendenze multiformi della nostra natura sensibile e morale.
Ma pur come tali esse rispondono a una necessità naturale dello spirito, e rappresentano
inoltre il bisogno umano di adattamento dell'io alle ideahtà sociali. Nelle idealità,
sentimento e ragione si armonizzano: la natura nostra, fonte originaria del mondo ideale, è in pari tempo affettiva e razionale,
onde la ragione si spiega pure nel sentimento e il sentimento si modera nella ragione.
Ora quest'attività costruttiva o arte speculativa, di cui sono creazione le idealità,
è qualificata da Marchesini come potere di finzione, e le ideahtà etiche non hanno
efficacia e valore nella vita morale se non in quanto vengono riconosciute come
finzioni. E come abbiamo già accennato, questo
concetto è l'idea direttiva dell'opera Le finzioni dell'anima. Il termine finzione
è equivoco: Marchesini stesso distingue in esso due significati opposti: nel primo
finzione è infingimento e ipocrisia, vera e propria menzogna per cui, mentre si
cela agh occhi altrui il proprio essere e pensare, si tenta con atti e parole di
farlo apparire diverso da quello che è, e
ciò col proposito consapevole di raggiungere con l'inganno un qualsiasi utile egoistico.
Nel secondo Equivocità dei significato, finzione è il risultato d'un atteggiamento
della coscienza in cui l'immaginazione ha parte prevalente, per cui si costruiscono
(fingere, etimologicamente, è appunto plasmare) parvenze d'essere o tipi ideali
di condotta, che in sé non hanno realtà, ma
s'inseriscono nella realtà, conformandola e adattandola a sé. All'inizio
della sua trat Positivismo e correnti affini tazione, Marchesini precisa la definizione
della finzione in questi termini: il fatto della finzione consiste nel creare enti
che, mentre per sé sono irreaU, si assumono e si trattano come reaU. Esso consiste nel prevalere d'uno stato interno
di coscienza per cui si dà corpo alle
ombre, proiettando nel mondo reale un prodotto dell'immaginazione. È quell'artificio
interiore, per cui si dà forma di obiettiva verità a credenze che sono dovute a
un singolare disporsi dell'anima per effetto di intimi bisogni, di segrete tendenze,
e che si stabiliscono e deducono senza che il soggetto penetri veramente
l'essere e il modo del proprio spirito. Le finzioni dell'anima. E in questo quadro del concetto di finzione rientrano
le massime pratiche nelle quali si traducono le ideahtà etiche: cerca il bene altrui
come il tuo stesso bene (altruismo, come identificazione di sé con gh altri nella
comune umanità); riponi la tua felicità esclusivamente nella virtìi (identificazione
di virtri e felicità); fa'quel che devi esclusivamente per dovere (identificazione
della volontà buona con la forma del dovere);
senti la responsabihtà di tutte le tue azioni, quali manifestazioni della tua libertà
assoluta (identificazione del volere con l'agire hbero) E la sintesi dei valori
additati da taH MASSIME é simboleggiata nelVideale etico come modello di perfezione,
assoluto e universale, trascendente tutte le singole personalità e uguale per tutti.
E pertanto il principio morale supremo é
formulabile così: adegua la tua personalità al modello di perfezione assoluta,
imphcante il concetto dell'identificazione della volontà individuale con l'assolutezza
dell'ideale etico Ragioni del finOra quaU sono le ragioni per le quaU, secondo Marchesini,
queste ideahtà sulle quaU la morale si regge, sono finzioni? In breve, sono queste
tre: esse sono in contrasto con la realtà:
le identificazioni che l'anahsi discopre impHcite sono irreah, e perciò i concetti
etici sono erronei. La impossibihtà d'una concihazione tra realtà e ideahtà in sede
teoretica, non esclude la possibihtà d'una conciha ztontsmo. Marchesini zione in sede pratica, in quanto il fatto, accettabile
nell'esperienza, che la vita etica con le
sue idealità si realizza, pur in forme parziali e relative, giustifica il principio prammatistico che comanda
di agire conformemente a quei valori, i cui concetti sono riconosciuti erronei,
come se fossero veramente assoluti. Attraverso il prammatismo, l'errore,
riconosciuto in sede teorica, dell'obiettività del valore assoluto, è superato in
una superiore verità teorica, per cui non è contestabile la realtà della persona,
quale si viene costituendo nella sua dignità attraverso l'azione ispirantesi ai
valori assoluti: e in tal modo è salva l'unità della ragione pratica e della ragione teoretica – GRICE AEQUI-VOCALITY thesis. Lavorare
è finzione se la si fa consistere nel pieno La perfezione possesso della idealità
assoluta morale, o nella perfezione. Ciascuno è morale secondo la propria
natura, e condizionatamente a questa, per i
motivi che sono in essa, per le inclinazioni particolari ad essa consentanee,
e nei modi cui comportano le innumerevoli
e svariatissime combinazioni degli elementi del suo divenire psichico La perfezione,
se fosse un concetto positivamente valutabile, sarebbe in ciascuno in quanto la
sua coscienza morale risponde ^^'gnamente alle condizioni da cui è emersa e dalla
quale è determinata. Invece la moraHtà di un uomo è sempre l'esponente delle accidentahtà
del suo io; e se un grano di bontà morale è possibile, questo risulta necessariamente
dalla hmitazione inerente al modo concreto dell'essere e del divenire intimo, personale
{Le finzioni). Una conciliazione teorica tra la morale della realtà e quella che
l'ideale etico assoluto rappresenta come modello unico, incondizionato, è dunque impossibile Ma a questa
inconciliabihtà teorica non corrisponde Conciliabilità un'assoluta inconcihabiHtà
pratica. La personalità che ha le sue proprie tendenze e i suoi propri ideah deve
essere tuttavia dominata e diretta dall'ideale
etico impersonale, obiettivo, assoluto; deve ricercarsi dunque una conciliazione
tra le tendenze relative ai bisogni soggettivi, e l'impersonalità -- cf. Grice three levels of generality:
impartiality – applicational, formal, and universalisability -- o assolutezza dell'imperativo
morale – Grice’s IMMANUEL. E questa conciliazione dovrà necessariamente essere pratica.
Questa conciliazione pratica si attua nel principio prammatistico del come se: i
valori assoluti sono fittizi, ma noi dobbiamo agire come se fossero realtà. L'esistenza subiettiva è non meno reale che quella obiettiva,
e se esiste nell'anima dell'individuo una credenza qualsiasi, fosse pure nell'assurdo,
questa credenza, come modo di essere dello spirito, è una realtà. Reale è
quindi nello spirito l'oggetto, il contenuto del credere, e ha necessariamente un'azione
motrice o inibitrice, un potere di direzione nel concerto delle idee, dei sentimenti
e delle azioni individuah. L'individuo, per
l'eccitamento che a lui proviene dalla sua fede, opera dunque come se questa fosse
pienamente giustificata; come se esistesse obiettivamente l'oggetto della sua credenza.
Il processo di moralizzazione della vita ha due momenti: constatarsi secondo il
proprio reale essere individuale, con la sua relatività, e trasfigurarsi fingendosi
mighore: l'individuo constata in sé il difetto
di bontà, di giustizia, di generosità quale gli apparisce dal sincero confronto
di sé con le analoghe idealità, ed opera per queste idealità la catarsi del proprio
io, l'incremento morale del proprio essere e poiché le ideahtà sono essenzialmente
sociali, espressioni di una volontà, la volontà collettiva – l’imperativo
conversazionale di Grice --, non soggettiva
ma obiettiva, non arbitraria ma necessaria,
io mi identifico con questa volontà sociale – self love other love benevolence
-- e riconosco praticamente questa norma
suprema: opera come se ciò che é vero socialmente, ed è socialmente imposto come assoluto, fosse vero e assoluto anche per te;
questa formula esprime la rcLzionahtà della condotta morale, e per il suo valore
pratico può dirsi prammatistica.
Fecondità della La volontà morale è per sé stessa feconda, e può volontà
morale, crearsi un mondo teoretico obiettivamente razionale – GRICE the
objectivity of value. Non è da escludere
a priori che un mondo teoretico razionale, obiettivo, possa costituirsi anche come
mondo morale; non è da escludersi che sia conciliabile senza finzione la ragione
pratica o volontà morale con la ragione teoretica
o critica, Marchesini che possano mantenersi integri e rigogliosi i valori morali
seguendo la scienza. Questo è l'edificio speculativo costruito da Marchesini ideale
e valore. per la sua Morale della finzione e del come se. Dei tre punti nei quali,
per amor di chiarezza, l'abbiamo articolato, il primo è quello che dimostra il grande
equivoco su cui tutto l'edificio si regge. È
l'equivoco per cui l'ideale etico della perfezione, e gii altri ideaH più
speciaH in cui esso si determina, siano
realtà in atto, esprimano l'esistenza per sé stante, obiettiva di un'Assoluto
trascendente tutti i modi di essere relativi costituenti l'esperienza. E messa a
raffronto con la realtà empirica, alla cui stregua noi misuriamo la verità o falsità
delle nostre conoscenze, quell'altra realtà che
è significata dall'ideale, risulta in netto contrasto, rivela una contraddizione
insuperabile sul piano teoretico: e questa contraddizione spinge il pensiero critico
a qualificare come fittizia la realtà attribuita all'ideale, a definire come nulla
più che finzioni le idealità stesse e a riconoscere erronee tutte le credenze
nell'obiettività di esse. Il vero si è, invece, che ideale non significa
realtà, ma solo possibihtà e necessità di realizzazione, non esistenza, ma
diritto all'esistenza per il valore intrinseco che essa presenta, e quindi
dovere, per la volontà, di proporsele come fine della propria azione. E tra
essere e dover essere non è possibile
una contraddizione logica, appunto perchè essi non sono termini logicamente
omogenei: per contro, l'essere, in un soggetto di morahtà, fa appello al dover
essere per riceverne elevazione e incremento, e il dover essere fa riferimento
all'essere di un soggetto per potersi incarnare nella realtà. Perciò l'idealità
non ignora la realtà naturale ad essa opposta, ma la investe per impregnarla di sé, trasfigurandola: é
trascendente e assoluta, ma solo nel senso che il suo valore è sovraordinato ad
ogni realtà; e la sua imperatività é incondizionata. Se l'esperienza morale é
in questi termini, che senso ha il trattare l'ideahtà come finzione? Finzione
essa é nel significato etimologico, in quanto é costruzione della coscienza, in
quanto Positivismo e correnti afini è
prospettiva di uno stato da realizzare; ma non nel significato d'infingimento,
di autoinganno, implicito nel principio prammatistico del come se –cf. H. P.
GRICE, SEMINAR ON “AS IF” --, che, problematico dal punto di vista psicologico,
è negativo dal punto di vista morale, segno d'insincerità. L'ideale di
perfezione segna una mèta, che, posta a distanza infinita, può anche esser riguardata come irraggiungibile: ma non per
questo è fittizia, perchè con la sua imperatività segna alla coscienza, che
aspira a quella mèta una direttiva, nella quale è il criterio oggettivo per
distinguere ciò che nella condotta è retto, ha valore positivo, e ciò che è
deviazione, ha valore negativo. Apoditticità Certo, il pensiero speculativo
trova aperta innanzi a del dovere. g^
jg^ metafisica, c inclina a fare dell'imperatività assoluta
dell'ideale etico e della fecondità progressiva dell'azione che ad essa
s'ispira, l'indice di una Realtà superiore (Perfezione assoluta, l'Essere
divino, la sfera trascendente dei valori). Questo passaggio dal dover essere
all'essere si attua in costruzioni problematiche: ma la problematicità delle
deduzioni metafisiche non distrugge la certezza apodittica dell'assoluta imperatività di quei principii
morali, da cui la metafisica trae le sue conclusioni sull'Essere assoluto. Alla
morale, sia come scienza sia come pratica di vita, basta il possesso di quella
certezza. Nell'ambito di essa, aggiungiamo, si pone la questione fondamentale
della specificità dei valori morali e della radice della loro obbligazione
assoluta. Marchesini, abbiamo visto,
risponde riportando la morahtà alla sociahtà. Contro questa soluzione
possono essere riprese le critiche ripetutamente mosse a ogni interpretazione
esclusivamente sociologica della moralità. Ma non a questo si riferiscono i
nostri rihevi finali, bensì al fiiizionalismo e agh equivoci da cui esso
deriva. Troilo: dalla posizione positivistica al realismo assoluto DaUa scuola d’Ardigò usci anche Troilo, nato nel MoKse, professore di
filosofia teoretica dapprima nell'Università di Palermo e Troilo: il che
esprime la concezione universalistica dell etica, nella quale il soggetto che
valuta pone sé stesso come un assoluto, senza tener conto delle circostanze
particolari nelle quali la sua coscienza morale si è costituita quale è, e
assume quella coscienza come infallibile principio di discriminazione tra il bene e il male. Il
dovere, che è l'astrazione di un fatto psicologico ultimo, è di natura formale,
e comporta pertanto ogni maniera di contenuti; e il bene morale non può farsi
consistere in uno o altro di questi contenuti, bensì neU'atteggiarsi della
condotta coerentemente al riconoscimento e al sentimento dell'obbUgazione. È
assolutamente infondata l'esigenza di
stabiUre quale è il contenuto in se e per sé buono, quali sono i
principii che la coscienza dell'individuo particolare accogherà e riconoscerà.
La psicologia della valutazione porta al riconoscimento di una pluraHtà di
punti di vista, i quah con le loro armonie e con le loro antinomie le
forniscano un proprio oggetto. Ciascuna delle moltephci direzioni costanti del
nostro volere vanta diritti o accampa
pretese sopra l'uomo tutto quanto, e in questo é il germe dei conflitti nei
quali si esprime la problematica della nostra attività pratica. S'invoca un
criterio alla stregua del quale siano conciliati i contrari e superate le
contraddizioni. Poiché ciascuno è inclinato a pensare, qualora abbia risolto
per proprio conto il problema, che quella soluzione da lui prescelta sia anche
la soluzione adeguata e giusta, si
spiega la tendenza ad assegnarle un valore universale, a esigere che
universalmente venga approvata e fatta propria dagh altri. L. Limentani:
pluralismo etico Questa concezione del Limentani solleva riserve, dubbi, gh
intenti dei obiezioni, di cui faremo qualche cenno tra poco. Ma, al di là di
tutte le critiche anche le più radicali che ad essa possano muoversi, è da riconoscere
innanzi tutto che essa è tutta animata e sorretta da genuina e fervida
preoccupazione di salvare i più elevati valori morali. Il concetto centrale che
morahtà non è altro che fedeltà nella condotta effettiva all'idea liberamente
assunta dal soggetto come il proprio dovere, come direttiva che la coscienza
dell'obbhgo impone alla propria azione, significa affermazione del valore supremo della persona, quale
operosa costruzione della propria realtà spirituale nello sforzo di sanare il
dissidio interiore inehminabile dalla vita individuale, con l'assicurare
l'effettiva supremazia di ciò che è sentito come doveroso sulle tendenze
avverse: in quell'enunciazione dell'imperatività della coerenza dell'atto col
sentimento del dovere, è l'eco della celebre affermazione kantiana che l'unico vero bene morale è la
volontà buona e universale, nel suo carattere puramente formale questo valore
della dignità umana consistente nella fedeltà pratica al proprio sentimento del
dovere: nessuno di noi, certo, può penetrare il segreto della coscienza degli
altri individui e dare un giudizio sulla moralità del loro operare, ma
presumendo in tutti la sincera dedizione di
ciascuno all'idea da lui sentita come doverosa, noi sentiamo negh altri
individui, anche se la causa per cui combattono con sincerità sia diversa e
perfino antitetica alla nostra, uno sforzo, identico al nostro, di costruire la
propria personalità, comprendiamo il senso della loro azione e questa
comprensione si trasforma in umana simpatia, che ci affrateUa anche ai nostri
nemici nella partecipazione a uno stesso
regno spirituale, E non manca infine nel Limentani, sebbene oscura e incerta,
l'aspirazione a porre le basi per interpretare il mondo degli uomini come una società
di spiriti che collaborano all'opera comune di costruzione dell'umanità non
soltanto in ciascuno di noi ma anche in tutti gh altri consoci. NobiHssime
aspirazioni e preoccupazioni, queste, che
Osservazioni pervadono la costruzione speculativa del Limentani dando
alle sue sottili e faticose analisi un afflato di schietta ed elevata eticità.
Ma gli apparati teoretici che egli appresta per la soluzione dei problemi che
l'esame della vita etica viene via via affrontando, sono adeguati
all'appagamento di quelle aspirazioni e preoccupazioni? Qui appunto la critica solleva obiezioni
così numerose e gravi, da giustificare o
rendere almeno plausibile la conclusione che quella dottrina, piuttosto che
convaUdare e fondare, rinneghi le esigenze etiche affermate, e porti al
dissolvimento di ogni eticità. Cosi, all'esame dei concetti che pel Limentani
esprimono i vari momenti o elementi costitutivi dell'atto fondamentale della
costruzione del valore della propria personalità individuale, risulta che la coscienza
dell'obbligo ossia l'attribuzione del carattere d'imperatività a uno dei
molteplici e contrastanti fini verso cui ci spingono le tendenze e inclinazioni
costituenti la nostra natura di esseri fisio-psichici e sociah, è per Limentani
un dato di fatto, che potrà essere spiegato causalmente nella sua genesi; ma
rifiuta qualunque tentativo di giustificazione che fondi la preferibilità assoluta del fine
prescelto rispetto agli altri: io debbo agire così; perchè così son fatto, e,
in forza di questa mia costituzione di fatto, così sento di dover agire: la
coscienza dell'obbligatorietà non è che sentimento, e il sentimento è
espressione della mia soggettività quale è di fatto, e si sottrae ad ogni
esigenza giustificativa. Può questa determinazione del mio essere quale mi si rivela nel sentimento già
costituito reggere il peso della prospettiva del mio dover essere ossia della
mia opera morale come instaurazione d'un essere che è da costituire come una
realtà nuova rispetto a quella che sentiamo al punto di partenza? D'altra
parte, il sentimento mi rivela il mio essere individuale quale è costituito in
questo momento, in questo punto attuale del
processo di formazione della mia individualità: ma in ulteriori momenti
questo mio essere, sotto l'azione dei moltepUci fattori che concorrono a
costituirlo, potrà mutare, e il sentimento registrerà questi mutamenti e potrà
portare all'assunzione di fini obbligatori diversi da quelli che attualmente
s'impongono a me. Ora Limentani:
pluralismo etico è lecito domandare se la possibilità di siffatta mutevolezza possa conciliarsi con la
funzione che al fine assunto come obbligatorio si attribuisce, di bandiera
sotto la quale io combatto la mia battaglia morale, di causa alla quale si debba
nell'azione testimoniare la propria fedeltà; non implica tale funzione una costanza
e continuità, che abbraccia anche i momenti futuri della mia esistenza e renda
possibile l'unità e coerenza interiore
della mia personaUtà? Ma nulla giustifica, nella dottrina del Limentani, la
pretesa del mio fine attuale, ad estendere il proprio predominio al futuro: il
cambiar bandiera, il sostituire alla mia causa di ieri un'altra causa, non
altera quel rapporto formale di coerenza tra l'azione e il dovere, che è
l'essenza della moralità e il tratto costitutivo della personahtà. Se il valore
morale della mia personahtà sussiste
immusì devono ritato pur nella diversità e antitesi dei fini che io posso
assu^P programmi op mere come obbhgati in momenti diversi dal
mio operare, è pressivi? chiaro che questo concetto formale della personalità
può essere esteso anche agh altri individui: ma con questa conseguenza
palesemente contraddittoria, che, mentre da un lato si afferma che ogni personahtà merita rispetto essendo assoluto
il valore morale di essa, dall'altro lato deve essere non solo compresa ma
giustificata, in questo o queU'individuo, la fedeltà a una causa che implichi
il programma di oppressione o addirittura di soppressione violenta delle
personahtà altrui. Non posso simpatizzare, in nome di una presunta comune
umanità con un altro individuo il quale si
arroga il diritto anzi come dovere di farsi persona attraverso
l'osservanza di un principio che è negazione di una comune umanità, un
principio di sopraffazione deUe personahtà altrui. Di comune a tutti i soggetti
che intendono essere membri del regno dello spirito attuantesi nel mondo degli
uomini è il diritto e dovere di essere coerenti con sé stessi: ma è un
requisito questo che, nella sua
formahtà, nella sua indifferenza per il contenuto del fine e della norma con
cui l'individuo si sente obbhgato ad essere coerente, ha un'universahtà che non
ehmina ma ribadisce la chiusura dell'individuo in sé stesso, in una radicale
estraneità agh altri. Positivismo e correnti a fini Il positivismo Il sociologismo
di Levi. Uno svicnhco cerca ti i^ppo autonomo del positivismo sociale troviamo in un altro senso dei fatti. scolaro dell'Ardigò, Levi che, dopo
aver schizzato a vent'anni le vie fondamentali del proprio pensiero in
Determinismo economico e psicologia sociale, si specializzò poi in iìlosofìa
del diritto Per un programma di filosofia del diritto e insegnò tale discipHna
in varie Università, da ultimo a Firenze. Classici sono rimasti i suoi
Contributi ad una teoria filosofica
dell'ordine giuridico e il saggio su Filosofia del diritto e tecnicismo
giuridico, nonché la Teoria generale del diritto. Dopo la sua morte. Fassò curò
la raccolta in due volumi degli Scritti minori di filosofia del diritto,
coiTedandoli di una completa bibliografia. Politicamente Levi aveva simpatia
per il sociaHsmo, espressa nei lavori suLa filosofia politica del Mazzini e
II positivismo politico di Cattaneo; e
nell'analisi concreta dei fatti sociali, pur restando fedele al modello di
quello che egli chiamò positivismo critico, seppe fare i conti anche con le
esigenze messe innanzi dall'idealismo storicistico. L'accertamento dei fatti,
nella sfera dei fenomeni sociali, non può per lui andare disgiunto dalla
penetrazione del senso dei fatti medesimi, in cui si manifesta la coscienza collettiva dei gruppi sociali.
Questo tradursi della psiche umana collettiva nei fatti sociaU è oggetto di uno
studio che può dirsi di fenomenologia positiva, e che rappresenta
un'interessante risposta, da parte di un ricercatore formatosi in clima positivistico,
al nuovo modo storicistico e non più naturahstico di intendere i fatti. Al di
fuori dei quadri della scuola ardigoiana con
i suoi sviluppi e le sue crisi, si delinearono in ItaUa nei primi
decenni del secolo e. Guastella: il fenomenismo indirizzi filosofici
d'ispirazione o orientamento più o meno schiettamente positivistico.
L'assunzione dell'esperienza senL'esperienza sibile interpretata in senso
naturalistico a fonte prima dei criteri di soluzione dei problemi del
conoscere, della realtà, della moralità, l'avversione ad ogni forma d'apriorismo o di presupposti
metafisici, un atteggiamento decisamente polemico verso l'idealismo assoluto
che veniva prendendo n sopravvento nella cultura italiana, sono tratti comuni a
taH indirizzi: tra questi i più rilevanti per la natura delle posizioni in cui
sboccano, sono il fenomenismo del GuasteUa, il superrealismo dell' Orestano, lo
scetticismo e relativismo del Rensi, del
Levi e del Tilgher. Guastella professore
di filosofia teoretica all'Università di
Palermo, si era formato nel clima del positivismo italiano, ma, risalendo alle
fonti lontane di esso, e più particolarmente al classico empirismo inglese, era
giunto a formulare una dottrina sistematica sul pensiero e sull'essere, che è
in sostanza una rimeditazione e rielaborazione delle tesi fondamentali di Mill, sviluppate fino alle estreme
conseguenze. Espose le sue idee in opere ponderose {Saggi sulla teoria della
conoscenza: Saggio primo: Sui limiti e l'oggetto della conoscenza a priori;
Saggio secondo: Filosofia della Metafisica in 2 voli.; Le ragioni del
Fenomenismo). Ma nonostante il rigore logico della sua trattazione e la
fermezza intransigente con cui sostenne le sue idee, queste non ebbero larga ripercussione nel pensiero
italiano, sia per l'indole sohtaria dell'Autore, sia per la scarsa novità dei
motivi fondamentali, sia per l'avanzare vittorioso dell'ideaUsmo nella stessa
scuola (per alcuni anni, nell'Università di Palermo, accanto al Guastella
insegnò il Gentile). Non è possibile oltrepassare il mondo dell'esperienza: impossibilità
fuori dell'esperienza non c'è nulla e
non è pensabile nuUa. l'esperZma"^ Ed esperienza significa sensibilità:
pensare è sentire, cioè presenza o avvertimento immediato di determinazioni
qualitative concrete e particolari, senza che questo implichi Positivismo e
correnti afini Problema dell'oggettività. Nominalismo. un ente distinto da esse
a cui esse siano presenti o da cui siano avvertite: quel che si dice
soggetto dell'esperienza o io non è esso
stesso che un insieme di sensazioni anche se illanguidite o deboh nella forma
di immagini o rappresentazioni. E d'altra parte quelli che diciamo oggetti
reali, essendo un insieme di sensazioni, sussistono se e in quanto essi sono
sentiti : esse est percipi. Se la conoscenza ha per oggetto la verità come accordo
tra pensiero e essere, nessun'altra dottrina è,
secondo Guastella, in grado di dare a quest'accordo che è la verità, un
fondamento altrettanto sicuro quanto la sua, che considera essere e pensiero
fatti della stessa stoffa, la sensazione. Ma su queste basi non si spiega la
possibilità di un conoscere oggettivo, del sapere scientifico, le cui verità
hanno la pretesa di valere universalmente, di essere leggi della realtà,
soverchianti la provvisorietà e
parziahtà e causaUtà delle immediate esperienze soggettive. Occon^e dunque, a questo scopo, ammettere principii
ultrasensibiH? e attribuire al pensiero il potere di oltrepassare i limiti
dell'esperienza e di procedere a priori alla conquista di verità oggettive?
Guastella lo nega risolutamente, e per riaffermare il suo radicale empirismo
sottopone a un esame critico la teoria
del pensiero, nella tradizionale distinzione dei tre momenti di esso, il
concetto, il giudizio, il ragionamento. Per quel che riguarda il concetto, di
esso non può darsi che un'interpretazione nominahstica: esso cioè è im'entità
puramente verbale, un nome che, riferito alla realtà, non designa un contenuto
nuovo rispetto a quello sensibile i] cosiddetto intelligibile universale, ma
sempUcemente una molteplicità di
sensazioni concrete e particolari: è assurdo attribuire realtà alle astrazioni
concettuah, perchè queste sono immagini generali, ed è impossibile ammettere
che esista un reale, per esempio un uomo, che possegga i caratteri comuni
all'umanità senza quei caratteri particolari che distinguono un uomo da un
altro nella sua concreta particolarità. e. Guastella: il fenomenismo Quanto al giudizio, esso è affermazione di
rapporti tra 11 giudizio come dati sensoriaU e tra immagini. Ora pel GuasteUa i
rapporti \Z^f^'ZZu^' più generali tra le cose sono quelli di tempo
e di spazio, sono sequenze o coesistenze: e questi non possono essere offerti
che dall'esperienza effettiva delle cose, sono a posteriori: la presenza al
pensiero della nozione o immagine di ciò che
in una sequenza è l'antecedente, perchè in esso il pensiero stesso vi
trovi il fondamento del passaggio al conseguente. Ma accanto ai rapporti di
sequenza e coesistenza Guastella pone un'altra classe di rapporti, quella della
somigHanza e dissomigHanza; la cui affermazione è il contenuto di quei giudizi
ch'egH chiama comparativi. Ora per questi non è necessario il ricorso
all'esperienza delle cose, basta la
comparazione delle nozioni o idee di esse: non c'è bisogno di percepire due
gruppi di due oggetti ciascuno da una
parte e di un altro gruppo di quattro oggetti dall'altro, ma basta la comparazione dei concetti
(immagini) di essi, per scorgerne l'uguaghanza (somigHanza), come basta la
comparazione delle immagini di verde e di giallo per affermarne la differenza:
e dunque la vaHdità di questi giudizi è
a-priori, e solo successivamente è trasferibile nelle cose. La matematica è,
secondo Guastella, costituita di giudizi di somigHanza, e perciò è scienza
razionale a-priori. Ma appunto perchè i giudizi a priori non hanno riferimento aUa
realtà, l'ammissione di essi, secondo GuasteUa, non incide menomamente sul valore
del principio che solo l'esperienza
sensibile consente la conoscenza deUa realtà:
l'empirismo radicale non è intaccato. Solo i giudizi esistenziali concernono le
cose, mentre, i rapporti di somigHanza non sono nuUa di oggettivo, non fanno parte
del contenuto dei singoH termini, ma sono il risultato di una sintesi mentale. Pertanto
le scienze fisiche come queUe storiche sono costituite di giudizi esistenziaH e
sono scienze sperimentaH, mentre le matematiche
sono costituite di giudizi comparativi e riguardano le idee. Con ciò, non è ancora
risolto il problema deUa possi Possibilità delia biHtà deUa scienza come sapere
oggettivo, come determi sctenza. Positivismo e correnti affini nazione di leggi
universali dei fenomeni. I rapporti di sequenza e di coesistenza constatabili nell'esperienza
sono particolari: il passaggio all'universale
è compito di quel terzo momento del pensiero che è il ragionamento, di cui l'unica
forma legittima per l'empirismo è l'induzione. Il fondamento dell'induzione è la
costanza di certi rapporti di sequenza e di coesistenza constatata nell'esperienza
passata. Ma questo non basta ancora per la trasformazione di un certo rapporto in
legge: a ciò si esige che la costanza
del rapporto constatata nell'esperienza passata sia estesa alla esperienza
futura, esige cioè che il futuro sia conforme al passato. Ma la credenza nell'uniformità
della natura è un postulato indipendente dall'esperienza. Qui non soccorre più l'empirismo.
E si profila nella conclusione l'ombra dello scetticismo humiano. Uiiiusione meUn
empirismo così radicale come quello del Guastella tafistca va spieesclude qualunque forma di conoscenza
metafìsica. Eppure, egU riconosce come permanente e irresistibile la tendenza dello
spirito umano a oltrepassare il mondo dell'esperienza e ad ammettere una realtà
assoluta soprasensibile. Pertanto egh
ritiene che compito del filosofo sia quello di mostrare insieme con l'illusorietà
del sapere metafìsico la genesi psicologica del
suo necessario formarsi. La dimostrazione della illusorietà della conoscenza
metafìsica comprende i) la critica condotta sul modello dell'empirismo inglese,
da Locke a Hume e al Mill dei due concetti fondamentali di causalità efficiente
e di sostanza, intesi come arbitraria trasformazione d'una sequenza temporale attestata
dall'esperienza in
connessione necessaria tra
antecedente e conseguente (produzione del secondo da parte del
primo) per quel che riguarda la causa, e, per quel che riguarda la sostanza, d'un
rapporto di coesistenza tra varie rappresentazioni quaUtative in un qualcosa di
distinto da esse che ne costituisca come il sostrato permanente; l'arbitrarietà
del procedimento psicologico da cui si origina l'aspirazione alla conoscenza di
una realtà ultrasensibile, ossia della tendenza
a estendere alla totahtà dei fenomeni a noi non famihari e. Guastella: il fenomenismo
le spiegazioni o, meglio le presunte spiegazioni che dei fenomeni a noi più familiari
si crede di poter dare mediante il concetto di causazione efficiente. In altri termini,
si ritiene che al senso comune e all'intelletto che non ha fatto ancora la critica
di sé e delle sue nozioni, sembra che l'esperienza
a noi più familiare presenti due tipi di causazione efficente dei fenomeni, l'azione
dello spirito sul corpo (cioè la produzione dei movimenti del nostro corpo da parte
dello spirito) e l'urto di un corpo con un altro corpo come causa dei movimenti
di questo. L'evidenza di questi due modelli di causazione autorizza ad estendere
l'uno o l'altro di essi a tutti quanti i fenomeni e si hanno così le due classi di sistemi
metafisici apparsi nella storia del pensiero, cioè i sistemi spirituaUstici (che
antropomorficamente scorgono in tutta la realtà l'azione causale dello spirito)
e quelli meccanicistici che considerano tutta la realtà come un complesso di urti
reciproci dei corpi. Ma secondo Guastella questa tendenza psicologica a univerzalizzare
rapporti che al più valgono per l'esperienza
più famihare a noi uomini non è per nulla giustificata, e pertanto la filosofia
della metafisica è dimostrazione deU'iUusorietà della metafisica stessa. La fallacia
dei sistemi metafisici, dimostrata attraverso la critica empiristica del concetto
di causahtà efficiente, è confermata dalla critica empiristica del concetto di sostanza.
Il senso comune e l'intelletto non
critico credono di Fallace concetscorgere nelle esperienze dei fenomeni esterni
a noi più fa'° materiale o spi miUari permanenza o identità con sé stesso di qualcosa
rituale. che si manifesta nel divenire, ossia nel sorgere e nello scomparire di
qualità sensoriaU, ma non si esaurisce in esso, in quanto non nasce e non muore.
E col sohto passaggio dal famihare al non famihare s'interpreta tutto il mondo esterno come una plurahtà di sostanze
materiali immutabih, le cui diverse posizioni reciproche nello spazio
determinerebbero le variazioni quahtative costituenti il divenire. Si formano così
1 sistemi metafisici materiahstici o meccanicistici, tra cui l'atomismo. Ma la critica
scopre l'illusorietà del concetto. Positivismo e correnti affini di identità sostanziale
delle cose, in quanto nell'esperienza non
v'è nulla di permanente, e quindi nessun fondamento oggettivo hanno le interpretazioni
metafisiche materialistiche e atomistiche. Analogamente è illusoria la credenza
che l'esperienza interna ci riveU la permanenza e identità di una sostanza spirituale
o anima, perchè questa non è altro che una collezione di stati di coscienza, e quindi
infondate sono tutte le interpretazioni metafisiche
di orientamento spirituahstico. Questa critica porta alla conclusione che la filosofia
dell'esperienza deve limitarsi alla constatazione dell'esistenza di quaUtà sensoriali
e di dati di coscienza, rifiutandosi di ammettere sostanze materiali o spirituali.
È soltanto un pregiudizio del senso comune la credenza che il cosiddetto mondo esterno
sia costituito da corpi che esistono per
sé quah noi li percepiamo ma indipendentemente dal nostro percepirli: che siano
percepiti o no, è indifferente per il loro essere. Su questo pregiudizio si basano
tutte le forme di reahsmo, e da esso derivano le antinomie che le concezioni
reahstiche presentano e sono per esse insuperabiH. Solo liberandoci da questo
pregiudizio si ha una visione coerente della realtà, quale è data dal
fenomenismo: esse est percipi. A questa confutazione del realismo e alla
conseguente dimostrazione della tesi che non v'è altra realtà che quella degli
stati di coscienza ossia quella della nostra esperienza, Guastella dedica la
sua opera conclusiva, Le ragioni del
fenomenismo. L'assiologia di Sacheli. Uno sviluppo originale in direzione della
filosofia dei valori fu dato al fenomenismo del Guastella da Calogero SACHELI,
scolaro, oltre che del Guastella, del pedagogista Colozza, e professore lui
stesso di pedagogia a Messina. Il primo nucleo di scritti del Sacheli si
colloca poco dopo la fine della prima guerra mondiale {Assiologia;
Indagini etiche; Fenomenismo), e mira soprattutto a scalzare
la pretesa di L'assiologia di Sacheli
una struttura concettuale data, che offra una volta per tutte il quadro
necessario dell'attività umana. In un secondo gruppo di scritti {Atto e valore
e Ragion pratica), Sacheli mostra che
riconoscere la concretezza dell'immediato non significa negare ma, al
contrario, salvaguardare i valori dello
spirito. Il proton pseudos, per Sacheli, è cercar n valore non è di ricondurre il valore
all'essere: poiché allora il valore sarà concepito come qualcosa di già dato,
vuoi come fatto, vuoi come forma, e perciò come qualcosa di inerte, di
irrilevante, che cessa pertanto, non solo di essere valore, ma anche di essere
comunque, per ridursi al nulla. L'essere va bensì cercato, ma muovendo dal dover essere, senza
mai pretendere d'averlo trovato compiutamente: va cercato in una tensione
continua. Per questo il reale concreto è sempre mobile, imprevedibile,
problematico, caratterizzato da quella che Sacheli chiama axiofenomenicità:
cioè fenomenicità costituentesi nella tensione verso un valore. In questo
concetto dell'esistere si può notare un
influsso, sia della critica del concreto di CarabeUese, sia
dell'idealismo di Gentile, nel senso che entrambi stimolano la polemica del
SacheU e quindi, in parte, lo condizionano. Contro il primo, SacheU sostiene
infatti il vanificarsi di un ontologismo verso cui non ci si muova
axiofenomenicamente; contro il secondo, la necessità di ammettere una plurahtà
di soggetti, e non un soggetto unico e
assoluto. L'esigenza dell'alterità è, anzi, il principio sintetico originario
dell'esperienza, ciò per cui l'esperienza concreta si fa nell'io, in vista
dell'unità con l'altro io. Ciascun io, nella sinteticità concreta che egli è, è
chiamato a reaUzzare quel pieno sé stesso che non può veramente essere un me,
un ego che distingue, separa ed oppone ma un io che per tale mezzo é, in
ultima analisi, quell'unicità axiologica
cui solo siamo necessariamente, interiormente orientati Ragion pratica. Non
senza forzature e oscurità, Sacheh si sforza così di mettere in luce una
vocazione intimamente axiologica nel fenomenismo, affacciatosi con Hume, e
soffocato da Kant e dai postkantiani sotto strutture a priori. Positivismo e
correnti affini Orestano: scienza etica e superrealismo Orestano, nato nel Palermitano, professore di
FILOSOFIA MORALE e di storia della filosofia, lascia volontariamente la
cattedra, dichiarando di voler dedicare tutta la sua attività all'esecuzione
d'un programma speculativo molto
ambizioso, o forse, più propriamente, presuntuoso: la costruzione di un Ricerca di sistcma, nel quale da un
lato il problema etico e, più in ge^ifica'^^r^J-^' dei valori umani, dall'altro, il problema
della realtà e della conoscenza, impostati su basi sperimentali, avessero una
soluzione rigorosamente scientifica, e costituissero quindi (pur al di fuori
dei quadri della scuola positivistica) una nuova filosofia positiva. E d'altra
parte questa, a suo giudizio, si inseriva nella più genuina tradizione del
pensiero italiano: si presta quindi ad essere
strumento e appoggio nel campo culturale del nuovo regime politico
instauratosi in Italia, a difesa e incremento dei nostri valori nazionali.
Accademico d'Italia tra i primissimi nominati e quale presidente della Società
Filosofica Italiana, abile orchestratore di congressi e convegni
filosofico-politici, Orestano con una campagna ferocissima di poco edificanti
polemiche svolse un'accanita concorrenza
con l'ala gentiliana deU'ideaUsmo da lui boUata per le sue origini hegeliane
come espressione deUo spirito germanico,
in uno sforzo tenace di soppiantarla nella funzione di filosofia ufficiale del
regime. I primi lavori teoretici concernono la fondazione di una nuova etica: e
con essi egli carezza in segreto e più tardi lo dichiara apertamente l'idea di
essere BONAIUTO Galilei o Newton deUa
scienza del bene e del male, / valori umani, e i Prolegomeni alla
scienza del bene e del male, sono le più importanti tra le sue opere. Orestano
presenta un programma di innovazione nell'indagine dell'esperienza morale,
perchè questa possa assumere carattere e valore di una vera e propria scienza
quale esperienza pura, analogamente alla concezione che della scienza dei fatti naturah ha formulata
Avenarius. La scienza Orestano: scienza, etica e superrealismo etica non può
essere altro che la descrizione della vita moDescrizione di rale da cui
risultino lepri esprimenti relazioni funzionali
^^! / 00 ir j ztonah costanti. costanti tra fenomeni e rappresentanti la
massima economia concettuale rispetto alla varietà infinita dei fenomeni
stessi, senza alcuna pretesa normativa.
Si aggiunge che la scienza della morale, se vuol essere scienza veramente
positiva e riuscire alla descrizione più completa e più semplice della realtà
etica, deve rendere formali i propri concetti, senza dare alcuna definizione
concreta del bene e del male, né difendere alcuna intuizione particolare della
vita morale, sia egoistica o altruistica, sia individualistica o collettivistica, ecc., bensì applicando
indistintamente i propri concetti a tutte le esperienze morali, dai gradi
infimi ai supremi. E le relazioni funzionali costanti che si scoprono nel/ valori. l'esperienza morale sono i valori:
l'atto di valutazione è quello che la scienza morale deve innanzitutto
analizzare. Ogni valutazione è reazione di un oggetto alla soggettività: ma a
proposito della natura di tale reazione,
il pensiero dell'Orestano presenta oscillazioni e incertezze tra la persuasione
che essa sia un atto di coscienza (reazione psicologica) e l'altra che essa
comprenda elementi extra psicologici, inconsci e subconsci. La soggettività,
che reagisce nella valutazione, è per Orestano un sistema di vita, che presenta
una composizione multipla e pluricentrica: sotto l'aspetto psicologico è polipsichica nel senso che
nello stesso individuo si trovano più centri di attività, fonte di processi
sconnessi e discontinui; sotto l'aspetto organico è polizoico cioè costituito
da una moltephcità di vite, e sotto l'aspetto sociale policoinotico. Questo
sistema di vita di cui la coscienza non sarebbe che una piccola porzione
accanto a quelle dell'inconscio e del subconscio è la fonte onde promanano tutte le determinazioni
dei valori umani. Ulteriore chiarificazione della natura dell'atto valutativo
sembra all'Orestano la riduzione del valore a uno stato di interesse, inteso
non nel senso intellettualistico di curiosità, ma in senso bio-psichico, come
reazione della personalità nella sua Positivismo e correnti affini totalità
bio-psichica, riferita al suo oggetto
determinato e indeterminato (il che, come si vede, non è certo una
chiariII subconscio, ficazione). Ma per quanta importanza possa avere neUa vita
della personalità il subconscio e l'inconscio e per quanta verità sia contenuta
neUe lunghe anahsi che Orestano fa di queste zone, rimane indubitato che gli
elementi inconsci e subconsci, intanto possono essere riguardati come fattori
della mia personahtà, in quanto
presentano un qualche rapporto e hanno una qualche ripercussione nella
coscienza, e propriamente in quel centro di essa che costituisce l'unità di
tutte le sue più diverse manifestazioni, e che appunto chiamiamo io. Un valore
è valore solo in quanto vien sentito come tale dalla coscienza, qualunque siano
le indicazioni che da questa esperienza cosciente possano trarsi in ordine aUa realtà extra-psichica,
qualunque possano essere le condizioni obiettive di essa, tra le quali appunto
rientrano i fattori subcoscienti e incoscienti. E questo è in ultima anahsi
riconosciuto dallo stesso Orestano sia quando definisce la valutazione
coscienza riflessa di uno stato di interesse, sia quando risolutamente afferma
che la coscienza è la vera, l'unica sede della vita morale e quindi della attività valutativa in
essa imphcita. Ma allora noi ci domandiamo, perchè dichiarare vano il tentativo
di spiegare psicologicamente il fatto della valutazione e respingere la teoria
deUa funzione valutatrice come specifica e irriducibile ad altro, quando la sua
equazione valore-interesse è espressione diversa di questa stessa tesi e non
denota elementi più semphci ai quali la
nozione di valore sia riducibile? La soggettività NeU'equivoco e nel vago noi restiamo quando
Orestano, loi possa immaginare. La vita è im complesso di funzioni e di
attività, le quali si svolgono nelle direzioni più varie: è vita quella dell'idiota,
come è vita quella di Socrate o di Gesù: a quale delle due debbono venir
ragguagliati i diversi valori, perchè se ne possa stabilire una serie graduale? La vita è il campo in cui
l'attività pratica si svolge, diciamo meglio è la materia che questa attività
tende ad elaborare, a sistemare, a unificare; è chiaro che questa sistemazione
ed unificazione non potrà esser fatta, se non alla stregua di criteri e
principii di valutazione che non possono esser fatti dalla vita stessa ut sic.
La vita può anche essere considerata, come vuole Orestano, il quantum d'energia
qualunque questa sia di cui in ogni istante disponiamo per l'attuazione di
questo o di quel fine; ma è chiaro che è
la graduazione dei fini e dei valori, presupposta come già compiuta, quella che
determina la misurazione del quantìim di energia da mettere al servizio di
questo o quel fine, e non viceversa. E comunque può richiedersi tanta forza
fisica, tanta intelhgenza, tanta energia
vohtiva, tanto coraggio, ecc., per perpetrare un dehtto, quanta per compiere un
atto di salvataggio. Nessun lume ci viene in proposito dal ricorso a una o
altra delle metafore tratte dalla matematica, che per Orestano rappresentano
come lo specimen del metodo di misurazione che nello studio dell'esperienza
etica deve essere introdotto perchè questo studio sia veramente scientifico: {scire est mensurare).
Nessun lume, dicevo, ci viene dalla possibihtà, affermata d’Orestano, di
rappresentare i diversi valori come tante frazioni con numeratore vario e con
comune denominatore la vita, quando a questo denominatore, espresso si con un
unico simbolo, si dà volta a volta un valore e un contenuto diverso. In questa
teoria della valutazione in generale
l'Orestano Teoria delia vainquadra il problema del carattere
differenziale che contro^«o^^distingue la valutazione morale dalle altre forme
d'interesse. E ravvisa questo tratto caratteristico nel riferimento di un
oggetto ad un concetto unitario della vita nella totalità dei Positivismo e
correnti afini suoi scopi: il fatto morale è impiego effettivo, cosciente e
volontario della vita in funzione di un
concetto di essa, considerata nella totalità dei suoi aspetti e delle sue
relazioni; l'esperienza morale è la vita che pensa e vuole sé stessa. Nei
giudizi morali è tutta la vita in questione, non la vita puramente vissuta, ma
la vita secondo un concetto o ideale che noi ci formiamo di essa e dei suoi
scopi. Questo concetto o ideale è il vero fondamento di tutti i giudizi etici:
fondamento relativo, perchè soggetto a mutazioni storiche e individuah; ma una
volta fissato, agisce come principio assoluto nella determinazione dei valori
dipendenti, e non c'è momento particolare della vita, che non si possa valutare
sotto l'aspetto morale. Il centro di riferimento delle valutazioni morali è non
necessariamente la vita neUe sue attuali modalità biologiche, ma il concetto di
vita nella totalità dei suoi scopi, sia
che questi scopi confermino o sia che tendano a modificare in qualsiasi modo la
realtà biologica nel piìi largo senso di questa espressione. u ideale. Nella
valutazione morale dunque, la nozione di vita che costituisce per Orestano il
fulcro della dottrina dei valori umani, si comphca con l'introduzione di un
nuovo elemento, il concetto o ideale di vita: e
questo presenta nuove difficoltà e incertezze. Come si forma questo
concetto unitario della vita, a cui devono essere riferiti tutti i valori,
perchè assumano carattere morale? Se s'è detto che la vita è l'unità di misura
di ogni valore e quindi anche del valore dell'ideale, come si può poi affermare
che è l'ideale l'unità di misura? L'Orestano afferma che l'ideale impone la
propria legge alla vita, e parla di
coscienza di dovere, immanente in date valutazioni e determinazioni; parla,
altresì, di un soggetto che ha capacità e diritto di promulgare ideaH di vita.
Ma invano noi cerchiamo nella dottrina dell'Orestano un'analisi approfondita
della nozione di dovere. Per lui la norma morale non è che lo schema astratto e
costante di un'esperienza o di un gruppo di esperienze che tendono a stabiLLzzarsi nella ripetizione, e
importa la proclamazione di volere e la coscienza di volere persistere in tutti
i casi analoghi Orestano: scienza, etica e superrealismo nelle medesime
disposizioni valutative e nell'attività
corrispondente. Quando poi la norma è concepita e proclamata in termini
universali non soltanto per un dato soggetto, ma per una moltitudine di
soggetti appartenenti ad una data
società (e tendenzialmente per la
totalità dei soggetti possibili), quella norma si chiama legge; e le leggi
morali sono norme e sistemi di norme che dispongono della vita umana nella
totalità delle sue relazioni. Queste sono le conclusioni a cui l'OreStano
giunge nella Morale econodescrizione della vita morale, e significano la pura e
semplice ^If^ mora e constatazione del
fatto che esistano date valutazioni piìi o meno durevoli, piii o meno intense,
più o meno costanti. Ma quando è proposta la questione della legittimità della
coscienza, dell'obbligatorietà e della almeno potenziale universalità delle
norme e leggi morali che è poi la questione centrale dell'etica Orestano fa una
distinzione importantissima, che minaccia di fallimento il programma stesso della fondazione di un'etica
scientifica. E la distinzione è tra due morali, caratterizzate d’Orestano come
morale economica e morale elettiva o morale dell'ideale. La prima è un insieme
di norme e leggi che hanno una funzione protettiva della vita, di comandi
proibitivi di tutto ciò che può nuocere alla vita, e costituiscono l'ordine
etico giuridico avente per principio fondamentale il valore assoluto della vita
biologicamente intesa (vita tanto di un individuo quanto di una specie). Questa
morale fondata sulla economia della vita tende al mantenimento di un ordine
sociale che tuteli ogni vita individuale contro qualunque fattore volontario di
distruzione e assicuri a tutti il libero svolgimento della personalità. Alle
leggi e norme della morale economica è
riconosciuta come essenziale l'obbhgatorietà e universaHtà ma questa si risolve
nel consenso sociale, ha la sua fonte nella autorità dello stato. La seconda
morale invece si fonda non sul valore assoluto della vita ma sul valore
assoluto dell'ideale, ossia del concetto di bene come costituente il contenuto
spirituale positivo della vita. Questo problema comporta soluzioni varie
sempre più libere per ciascuna
personaUtà (e perciò è detta morale
elettiva. Appunto perchè la personalità è, come s'è visto, una collettività
pluricentrica e i vari centri di funzioni sono relativamente autonomi, ad un
stesso individuo quel problema presenta conflitti incomponibili e ineliminabili
antinomie. L'ideale di vita è assoluto m.a
in rapporto all'individuo che lo formula e che vi si sottomette, anzi al momento di vita che egli
attraversa. I contrasti alle antinomie fra i vari ideali di vita potrebbero
portare ad uno scetticismo etico, potrebbero portare a credere che la vita si
svolge a caso senza né ordine né legge. Ma Orestano arretra innanzi a questa
conclusione negativa e si hmita a dubitare che l'esperienza morale e forse
tutta l'esperienza umana non rivela al pensiero
la totaUtà delle sue condizioni; che l'empiria esiga l'integrazione di
un qualche elemento metempirico che è forse l'elemento essenziale, ma
inafferrabile per la scienza, avvolto nel mistero. Mentre si voleva fondare
sull'esperienza pura l'etica come fondazione scientifica e la distinzione fra
bene e male, alla fine sembra inevitabile il ricorso alla metafisica come
tentativo di svelamento del mistero.
Orestano scrive esphcitamente, alla fine dei Prolegomeni: non tutta la realtà è
nell'esperienza. Questo ci dice l'esame scientifico piiì accurato, esaurite le
sue più rigorose indagini fra crescenti oscurità e contraddizioni, alla
presenza di residui che ci sfuggono. Altra volta la scienza era invocata a far
piena luce in tutto: oggi essa non fa che adunare prove intorno
all'esistenza di un mistero inviolabile.
V antinomia del Tra le antinomie scaturite dall'anafisi dell'etica
impersacrtficto. niata nel concetto di vita, è rilevata d'Orestano in
particolare quella relativa al dovere che l'etica elettiva impone del sacrificio
assoluto dell'individuo per la causa
ideale trascelta. È quello che Orestano chiama il paradosso della
guerra: per l'economia della vita si distrugge la vita: l'ideale, funzione della vita, può pretendere
di attuarsi a prezzo della vita. La vita è per il soggetto la sola vera misura
che il soggetto possiede, della realtà e del valore: come può una funzione
dipendente di essa, cioè l'ideale, inghiottire la variabile indipendente, cioè
la vita? Questo paradosso non si risolve
Orestano: scienza, etica e superrealismo col determinarne un certo rapporto di
quantità: la vita è un valore assoluto che non può sottoporsi a misura
quantitativa; le vite distrutte nella guerra non valgono meno, sol perchè meno
numerose, delle vite protette: forse erano anzi le piìi valide, le più nobili,
le piìi degne di vivere. La guerra è un tragico esperimento: il paradosso della guerra è comprensibile solo
se si oltrepassa l'individuo mettendo un legame intrinseco tra esso e il tutto.
Se l'individuo fosse veramente individuo, il suo sacrifìcio per la sua
collettività sarebbe assurdo. Se egli s'immola all'idea del tutto, vuol dire,
che questa vive in lui con una forza e un valore che trascendono ogni
considerazione individuale. Quanto più anzi l'idea del tutto vive nei singoli ed è capace di
assorbire e disciplinare tutte le altre valutazioni, tanto più il sacrifìcio
individuale diviene facile e pronto. E quando si dice idea del tutto s'intende
non la totalità della vita individuale, ma la totahtà dell'Essere. Siamo in
piena metafìsica: alla via discendente della riflessione verso lo sviluppo
formativo della scienza del bene e del male, qui Orestano sostituisce la via ascendente, per la quale
il problema morale scientificamente trattato diventa tutto il problema umano:
problema della verità e dell'errore, della certezza del dubbio, del pensabile e
dell'impensabile, il problema della coscienza riflessa, del destino umano
universale. Il passaggio è determinato La crisi delia dallo spettacolo tragico
della guerra. Fu questo dichiara
§"'^'^Orestano nella prefazione all'opera Nuovi principii ciò che
lo indusse a una riforma del pensiero, per renderlo idoneo a quella più
integrale comprensione della realtà e del divenire naturale e umano che egH
chiama nuovo realismo o iperrealismo; al quale egli dedica, oltre l'opera ora
ricordata dei Nuovi principii parecchi altri scritti successivi, tra cui il più
importante è Verità dimostrate. Alla
fine il volume di raccolta di saggi intitolato // nuovo realismo. Per Orestano
il problema dei problemi della filosofia La realtà obietodierna è quello della
realtà: si tratta di vedere, contro l'immanentismo prima dominante, se si possa
ammettere l'esistenza e determinare la struttura d'una realtà obiettiva per sé
stante, indipendente dal soggetto, Antimmanen È Sorprendente che, nel procedere alla dimostrazione tismo.
della sua tesi realistica in senso anti-immanentistico, 'Orestano muova da
premesse che sembra significhino l'accettazione in pieno deUa posizione
immanentistica: oggi, egli dice, non è più lecito dubitare né deUa soggettività
deUe esperienze, né della impossibilità di un sapere che pretenda uscir fuori
dall'esperienza. Da un lato l'esperienza
è necessariamente relativa alla struttura psico-fisica e
logico-categoriale del soggetto dell'esperienza stessa; e, dall'altro lato,
l'esperienza è invalicabile. Ma per Orestano questo duplice riconoscimento non
basta a negare una realtà indipendente dal soggetto, ma anzi la postula a vera
necessaria integrazione. Significa andare oltre quella premessa, dedurne che
l'esperienza sia nulla più che indice
d'una realtà soltanto soggettiva. Negare in nome dell'esperienza una realtà
trascendente è già oltrepassare l'esperienza, e fare dell'ontologia: posizione
arbitraria, questa, che contraddice le premesse. E questo va detto non solo
delle esperienze particolari nelle loro concrete presentazioni, ma anche delle
stesse forme a priori, che Kant proclamò soggettive e soltanto soggettive, mentre niente autorizza ad escludere che
esse, oltre che forme a priori nel soggetto, siano anche schemi oggettivi
dell'accadere, o abbiano quanto meno un analogo oggettivo. La subiettività, una
volta stabihta, vieta di affermare, ma vieta anche di negare ogni e qualsiasi
corrispondenza tra le nostre esperienze e una, sia pure ipotetica realtà
transubbiettiva: chi lo nega viola il principio
della subiettività quanto chi l'afferma. Pertanto, se ne desume come
unica conseguenza legittima, non la soppressione di qualunque riferimento trascendentale
della nostra esperienza a una realtà in sé, ma l'affermazione della
problematicità della realtà in sé. Ogni esperienza nasce e si fissa con un suo
riferimento ontologico, cioè con un senso vettoriale verso una sia pure
ipotetica realtà in sé, assunta come il
sustrato, lo sfondo, ragione F. Orestano: scienza, etica e superrealismo e
misura della stessa esperienza. Ma la problematicità di questi riferimenti ne
esige una continua verificazione, escludendone l'accettazione passiva e totale.
La soluzione del problema della realtà in sé deve per Orestano essere in
qualche modo positiva, ancorché parziale, approssimata, provvisoria, pena la vita; perchè noi viviamo
effettivamente non mai tra soU fenomeni, ma tra noumeni, noumeni noi stessi.
Come presupposto di tutta la trattazione del problema La dimensioontoloedco, Orestano ammette
quella che egh chiama trascendentale dell'espe dimensione trascendentale
dell'esperienza, come componente Henza.
costante e insopprimibile di tutta l'esperienza
nel suo complesso e di ciascuna esperienza particolarmente presa, che ne
addita i riferimenti a una realtà in sé, a un ipotetico sfondo noumenico,
trascendente tutti i dati componenti l'esperienza stessa. E un tale riferimento
si manifesta in due direzioni: l'una verso un non-io (cose esteme, soggetti altri
da noi, ecc.), e l'altra verso il nostro stesso io, come entità tanto nascosta
e misteriosa e inaccessibile quanto ogni
oggetto o non-io a noi estraneo. E in questa dupUce direzione, le rivelazioni
della cosa in sé che riusciamo a coghere sono egofanie, se riferibili al nostro
io trascendente, eterofanie se riferibih a un mondo in sé, a un non-io. Sulla
dimensione trascendentale si fonda quella che Orestano chiama metafisica del
fatto empirico. La dimensione trascendentale
propone per ciascuna esperienza un'ipotesi di ordine ontologico e non
soltanto fenomenico; ipotesi suscettibile di verificazioni sperimentaU soltanto
parziaU e provvisorie, di correzioni, integrazioni, abbandoni e riprese. La
dimensione trascendentale costituisce l'asse non solo di tutto il nostro
pensare e conoscere, ma di tutto il nostro agire, in quanto ad essa noi ci
appoggiamo nel trattare i fenomeni sia
sul piano teoretico, sia sul piano tecnico e pratico. La questione fondamentale
dell'ontologia, secondo Orestano, consiste nell'esaminare se è possibile uscire
dalla problematicità ontologica delle esperienze, rimanendo con le esperienze e
nella esperienza. Questo problema comporta una soluzione positiva solo a
condizione che ammettiamo a priori di poter
distinguere con criterii interni esperienze da esperienze, confrontare
cioè le esperienze ontologicamente certe con le dubbie e con le ingannevoli, le
obiettivamente condizionate dalle incondizionate, ecc. La scala ontoioCon
questo intento e questo procedimento Orestano crede di poter ordinare i valori
ontologici del nuovo realismo in una scala ontologica graduata in modo che i
gradi superiori implichino tutti gli
inferiori, ma li oltrepassino aggiungendo ai precedenti indici di accrescimento
di potere e di valore umano. Questa scala è così costituita: i) ricerca e
verificazione di costanti delle esperienze implicante la ripetizione delle
esperienze, sia la ripetizione indipendente dalla nostra volontà (osservazione)
sia ripetizione a volontà (esperimento): la scienza è tutta un'ansiosa ricerca di tali costanti; 2)
verifica delle costanti teoriche scientificamente accertate, negazione
integralmente considerata: l'uomo, per la soddisfazione dei suoi bisogni,
svolge un'azione la quale è come un interrogatorio a una realtà in sé, proposto
con le nostre previsioni: i risultati dell'azione sono altrettante risposte;
che danno sempre un valore positivo e negativo alle nostre incognite e costituiscono l'unico controllo
che possediamo, sebbene e soltanto approssimativo e provvisorio, delle nostre
verità e dei nostri errori in un piano non soltanto fenomenico ma ontologico;
3) gli atti di valutazione, con cui si trasfigura in senso umano la realtà
obiettivamente data e vi si inseriscono realtà umane che la stessa natura
ignora; 4) funzione creatrice di realtà tutte e
soltanto umane, Creazione di la Creazione del mondo dei valori umani:
creazione che ha luogo non soltanto
nella sfera circoscritta di una personalità ma nelle costruzioni
storico-collettive le quali danno indicazioni pregnanti e provanti il realismo,
nel grado massimo consentito. Questa ontologia non è più confinata ai rilievi
realtà umane. Orestano: scienza, etica e
superrealismo di date costanti, pur
utilizzandole tutte; essa va oltre tutto ciò che è già acquisito all'esperienza,
non solo, ma che possa esservi empiricamente dato. Non è un'ontologia passiva e
contemplativa, ma essenzialmente attiva, guerriera, in cui funzioni creatrici e
rivelazioni trascendentali (egofanie ed eterofanie) si compenetrano oltre tutti
i hmiti. Per essa il mondo non è più una quantità data; ma il soggetto s’immette in un mondo di
possibilità sconosciute e sconfinate e marcia alla conquista di posizioni
assolute. Nel mondo dei valori umani, edificato storicamente da intere
collettività umane, i valori spiegano tanta piii potenza realizzatrice propria,
quanto meno sono obiettivamente condizionati. Perciò si graduano essi pure in
una scala dai più ai meno condizionati, e
inversamente dai meno ai più elettivamente costituiti: valori economici,
giuridici, politici, morali, poetici, religiosi. In questa gradazione interna
del mondo dei valori umani si va da queUi che segnano un massimo di dipendenza
o condizionalità obiettiva (i valori
economici) a quelH (i valori rehgiosi) che segnano il massimo d'indipendenza
o incondizionalità empirica e fondano realtà
umane storicamente resistenti e universalmente dominanti. I valori
rehgiosi trasformano l'asse ontologico di tutti i valori umani in un sistema
metempirico: la categoria dell'Assoluto opera in tutta la sua estensione: la
trascendenza involge e domina tutta l'immanenza e questa si potenzia e subhma
nella trascendenza. Alle egofanie ed alle eterofanie sono congiunte le
teofanie. Tutti i gradi di questa ontologia dalla prima ricerca delle
costanti dell'esperienza al più alto ed efficiente sforzo costruttivo di un
mondo umano in funzione del SoprannaAnelito ai soturale, sono pervasi
dall'anelito a una realtà non illusoria.
P''^Questo slancio di continuo superamento riesce a fondare sistemi di
realtà spirituale trasumananti, a cui
nessuna realtà fisica e naturale è confrontabile per potenza ordinatrice e per fecondità creativa.
Era un errore di prospettiva della vecchia ontologia dare per veramente reale
il regno della natura, e per reale no
Positivismo e correnti affini il regno dell'uomo solo in quanto assimilato al
primo. Per rOrestano è vero il contrario: non c'è nulla di cosi labile come il
fenomeno fisico, e nulla di più resistente e fecondo di realtà del mondo dei valori umani, che la stessa natura è incapace
di porre in essere e che l'uomo crea e propaga all'infuori di ogni dipendenza
da modelli fisici e naturali. La scala ontologica, per essere umana, non è mai
soltanto soggettiva, e per essere frutto di pensieri, sentimenti e volizioni
dell'uomo non per questo presenta caratteri di realtà meno imponenti, anzi più,
di qualsiasi più potente processo
cosmico. E, poiché ciascun grado superiore non solo implica e convahda
ma anche supera tutti i gradi inferiori, Orestano quahfica il suo reahsmo
costruttivo come superrealismo. Secondo questo realismo costruttivo il processo
della conoscenza non è mai sempHce adeguazione passiva a una realtà data, ma si
alimenta di un attivismo, che concorre col fatto proprio a stabilire la consistenza e misura della realtà da noi
conosciuta e vissuta. Le nostre categorie contro quel che pensa Kant non hanno
impiego e significato, se non sono riferite alla realtà in sé. Esse sono gli
schemi relativamente stabih, benché sempre ipotetici, alla cui stregua noi
tentiamo di congetturare e organizzare l'accordo deUa nostra mente con una vera
e non illusoria realtà. La loro funzione
è quella di ipotesi trascendentale e più precisamente di ipotesi di
lavoro. Le configurazioni che l'esperienza assume in esse e per esse sono certo
simboliche, ma le risposte che noi otteniamo alla nostra inchiesta
logico-categorica della realtà hanno sempre un significato. Le categorie,
come ipotesi di lavoro, sono da
conservare finché utili e da abbandonare, se sostituibiH con altre più feconde. //
«superreaiiNel supcrrealismo dell' Orestano confluiscono: i) motivi del
positivismo (invalicabilità dell'esperienza nella determinazione del reale,
valore della scienza come attività formulatrice di costanti relazionali e
funzionali dell'esperienza, rifiuto dell' a-priorità e fissità delle strutture
categoriali del pensiero, da considerare invece come risultato provvisorio
d'un processo di formazione sempre aperto, concezione
dell'io smo. Orestano: scienza, etica e superrealismo i> ili non come realtà originaria e centro e
sostegno dell'esperienza ma come una costruzione mentale); 2) motivi
prammatistici {['azione come supremo criterio di verifica e di discriminazione
tra vero e falso); 3) motivi spiritualistici (la spiritualità umana come
potenza trasfiguratrice di tutta quanta
la realtà alla luce e in forza di valori costitutivi dell'essenza stessa della
spiritualità, e come potenza creatrice d'un mondo umano, grado supremo della
realtà medesima, culminante nell'Assoluto divino). Questi motivi di cosi diversa provenienza e
così eterogenei sono, nel nuovo realismo delrOrestano, piuttosto accostati e
giustapposti che non fusi organicamente in una visione veramente unitaria, e gli sviluppi di essi
lasciano tante oscurità e ambiguità, che essi spesso appaiono asserzioni
gratuite piuttosto che, come Orestano pretende, verità dimostrate. Lo stesso
concetto di dimensione trascendentale dell'esperienza, che è presentato d’Orestano
come l'asse della sua ontologia, non è sorretto da ragioni che valgano a
dissipare l'impressione che esso non si
distingua sostanzialmente dall'esigenza, puramente psicologica, che è
alla radice di ogni realismo ingenuo. L'ontologia del nuovo reaUsmo si presenta
come la trascrizione in chiave trascendentlstica di quella rete di rapporti che
l'immanentismo pone come prodotta dall'io e insidente nell'io. IO. Lo
SCETTICISMO E IL MATERIALISMO FENOMENISTICO DI Rensi. Rensi dopo avere esercitato, per molti anni a Verona,
sua città natale, e nel Canton Ticino, suo rifugio di profugo, l'avventura
e n giornalismo pohtico, fu professore
di filosofia nell'Istituto Superiore di Magistero a Firenze e poi nelle
Università di Messina e di Genova, fino
al 1934, anno in cui, avendo rifiutato
il giuramento di fedeltà al fascismo, fu privato della cattedra. Dalla fine
della prima guerra mondiale in poi egh,
con una abbondante produzione filosofica, si fece banditore d'un radicale
scetticismo, denunciando l'impotenza della ragione a stabihre principii che,
oltre le moltepUci e 9. Positivismo e
correnti affini contrastanti opinioni, permettano un qualsiasi accordo fra gli
uomini nella ricerca del vero, nella pratica del bene, nella contemplazione del
bello, nello sforzo di costruzione d'un
ordine sociale e politico, nell'aspirazione al divino Scrittore popòcome fonte
di fiducia e di speranza. E si conquistò una larga ^"^cerchia di lettori,
anche al di fuori del mondo dei filosofi di professione. Questa
quasi-popolarità fu favorita dalle innegabiU doti di scrittore vivace e
immaginoso; dallo spirito polemico, pronto agli attacchi piìi violenti contro
gl'idoli del giorno, a cui magari egli
stesso aveva il giorno avanti bruciato qualche grano d'incenso (e il
neo-idealismo di Croce e Gentile fu l'oggetto dei colpi più duri), pronto,
altresì, alla difesa della causa dei vinti, all'abilità dialettica, spesso
contaminata se non soverchiata da capziosità sofìstica, nel raccattare alle
fonti piìi eterogenee e lontane e accozzare insieme argomenti a sostegno
delle proprie tesi, con scarso senso
della prospettiva storica, più per estrinseca giustapposizione che per intima
rigorosa connessione logica; infine, dalla consonanza dei motivi fondamentali
del suo speculare con lo stato di disorientamento e di angoscia dominante in
un'Europa turbata e sconvolta dalla catastrofe della guerra mondiale, della
rivoluzione russa, dal croUo di vecchi mondi, dalle convulsioni violente di lotte tra partiti e
nazioni. Nella lunga prefazione al volume che può considerarsi come il
Manifesto del suo scetticismo. Lineamenti di filosofia scettica, Rensi insiste
nel tentativo di dimostrare la continuità del suo pensiero, quale è formulato
in quest'opera, con le idee direttive di scritti antecedenti: e rileva, in
particolare, i titoH significativi dei due hbri, Le antinomie dello Spirito, e Sic et non,
oltre che l'orientamento Le antinomie generale dell'altro volume, La
trascendenza, per modeiia ragione, strare chc in tutte e tre queste raccolte di
saggi è chiaro l'intento di mettere in luce l'insuperabile e reciproco
contrasto tra le posizioni che la ragione prende di fronte ai problemi
fondamentah della morale e della rehgione [Lineamenti) . Ma è da notare che qui
si tratta di un atteggiamento che è soltanto antidogmatico e critico, non
ancora Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico propriamente scettico:
la negazione non è definitiva, solo si esclude la possibilità di giungere
attraverso l'esame comparativo di ipotesi anche opposte a una ricostruzione
sintetica: positiva. È l'atteggiamento
che esplicitamente viene affermato dal Rensi stesso nel dehneare, il programma
della rivista Coenobium (di cui fu per parecchi anni magna pars), a cui pure fa
riferimento la prefazione citata: Qualche millennio di svariate ipotesi
metafisiche e un secolo di educazione strettamente scientifica hanno tolto al
pensiero contemporaneo ogni rigidità dogmatica. Noi possiamo comprendere, e,
quasi diremmo, accoghere nel più intimo
del nostro spirito le ipotesi, le tendenze, le soluzioni più opposte.... tutte
noi le comprendiamo ed amiamo, perchè di tutte scorge le ragioni profonde la
nostra anima multipla. Comunque, è fuori dubbio che, in quel primo periodo
della sua attività di pensiero, Rensi ebbe fede sincera oltre che nel
sociahsmo, quale aspirazione a una più alta giustizia nell'idealismo, o almeno
in un certo ideahsmo, al cui incremento,
diede opera con la traduzione delle opere del Royce e di uno studio di Hibben
sulla logica di Hegel. Egli dà, dell'idealismo hegeUano, un'interpretazione
trascendentlstica, quale era richiesta da quella vena rehgioso-mistica che,
come egli stesso dichiarò più tardi nella sua Autobiografia intellettuale, si
mescolava in lui, in questa prima fase, con la vena scettica o antidogmatica.
Contro la tendenza prevalente nel neo-ideahsmo itahano Contro l'imma contemporaneo, Rensi afferma
che 1 immanenza non e lo stadio più alto del pensiero ideaUstico, ma è solo lo
stadio intermedio tra
una concezione meccanica
del mondo e
la concezione della
divinità personale, immanente
e trascendente a un tempo.
Successivamente dichiara Rensi nella
citata AutoPassaggio a un
biografia intellettuale, quella vena reUgioso-idealisticomistica che prima era
commista con quella scettica, s’estinse in lui e lasciò il posto a una visione
della realtà e della vita decisamente scettico-pessimistica. Tra le ragioni di
questa pessimismo ateistico. Positivismo
e correnti afini scelta Rensi pone, in particolare, la guerra. La guerra ci
pone impetuosamente sotto gli occhi la
terribile e vissuta grandiosa messa in scena dell'inesistenza d'un'universalità
e comunità di ragione. Non mi limito semplicemente a dire: qui non c'è verità
perchè gli uomini la pensano diversamente e si contraddicono tra loro (contraddizioni
esterne); ma dimostro anche: qui non c'è verità, perchè questo pensiero
logicamente non si sorregge, non può
condursi avanti senz'urti, erompono in esso invincibili contraddizioni
interne. Se un concetto è interiormente e in sé stesso contraddittorio cioè
contiene aspetti insolubilmente inconcOiabiU,
non si ha che da riflettere che ciascuno di questi aspetti viene
incorporato e fatto proprio dalla mente di un uomo o di un popolo, per scorgere
come la contraddizione interna si traduca
e rispecchi nella contraddizione
estema del dissenso e della guerra [Lineamenti). La guerra. La guerra è un
fatto pohtico, in cui si affida alla irra zionalità della forza la decisione
delle controversie tra le opposte ragioni dei contendenti. E le lotte interne
tra i partiti non sono di natura diversa: la democrazia e il liberalismo ahmentano
la fiducia che la Ubera discussione porti a un accordo suUe questioni controverse, ma i fatti dimostrano
che l'urto tra le idee diventa sempre più irriducibile; la ragione continua
inesauribilmente a fornir ragioni a tutte le tesi. Un parere vale l'altro: e
non c'è che una via per uscire dal contrasto, lasciare la decisione aUa forza,
all'irrazionalità deUa violenza camuffata di legahtà: il principio
degl'autorità costituisce l'unico fondamento della poUtica. Il volume La filosofia dell'autorità fu
pubblicato da Rensi nel 1920, con largo successo di pubbUco, e forniva
argomenti di propaganda al regime autoritario che si veniva preparando in
ItaHa, e che pure Rensi combattè tenacemente e sinceramente, dando si direbbe
una conferma personale alla teoria scettica della vanità della ragione. La
guerra è la molla della storia umana, e appunto
per questo la storia è senza senso, è un vagare cieco verso un fine che
non esiste, offre il quadro sconsolante del passaggio Rensi: scetticismo e materialismo
fenomenistico continuo da un'assurdità e sofferenza ad un'altra assurdità e
sofferenza: lo scetticismo si fonde col pessimismo. Il presente è
insopportabile, si vuole evaderne, si aspira a un futuro che sia altro
dall'assurdità e dal male che è il
presente: all'essere si contrappone un
dover essere. E così si crea il tempo: nel presente che è, si sogna un futuro
che deve essere: e quando il dover essere si fa essere, cade in quella stessa
assurdità e male che è il presente. Il
processo storico è avanzamento da errore a errore, da male a male: se si
fosse nel bene e nel vero, non vi sarebbe ragione di uscire da esso, di
far seguire z\ì! adesso un poi: ci
sarebbe permanenza, non processo [Interiora
rerum). In conclusione, il principio deU'ideahsmo è n reale è irrada,
rovesciare: ciò che è reale, è
irrazionale; ciò che è razionale è
irreale. La razionalità è sogno, è fantasia che tenta di mascherare
l'assurdità del reale, fìngendo un universale che invano tenta di sovrapporsi
alla moltephcità incomponibile dell'individuale: non c'è una ragione una, vi
sono tante ragioni quanti sono gH individui, anzi, i momenti delle vite
individuah. La ragione sorge nell'uomo quando questi contrappone all'essere un
dover essere, che gli permetta di farsi giudice del reale, distinguendo il vero
dal falso, il bene dal male, il bello dal brutto. La critica scettica dimostra
che il reale si ribella a questa pretesa
deUa ragione, affermandosi costantemente come posto al di là del vero e
del falso, al di là del bene e del male,
al di là del bello e del brutto (e, accanto ai Lineamenti di filosofia scettica
in generale, Rensi illustra La scepsi estetica, e La scepsi etica). La critica
scettica dimostra, da una parte, che quella pretesa della ragione è una chimera, e, dall'altra, che
nell'uomo il perseguimento di questa
chimera è la radice deU'infehcità. Quale lo sbocco di questo scetticismo
pessimistico? Il più ovvio sembra sia la rinuncia alla ragione a questo che è,
insieme, privilegio e maledizione dell'uomo; rinuncia al suo chimerico dover
essere e accettazione rassegnata e inerte del reale quale è di fatto. Ed è la
via che il Rensi imbocca risolutamente, specialmente nelle opere dai titoli Positivismo
e correnti affini significativi
Realismo, Materialismo critico e Apologia dell'ateismo. Ma v'è anche
un'altra via, opposta alla prima: ed è quella di riconoscere un valore positivo
all'esperienza del male, nel senso che, nel cruccio pel trionfo del male, nella
sofferenza per la sconfitta che il reale infligge alla nostra coscienza del
dover essere, s’attua l'elemento piri nobile del nostro spirito, si ravviva l'aspirazione
mistica al divino: e anche questa via percorre Rensi neUe sue ultime opere,
quali Testamento filosofico e Lettere spiritiiali. Scetticismo reaRcaUsmo è la
posizione nella quale sfocia lo scetticismo hstico. ^Qj^ 1^
g^g^ negazione radicale della
ragione. Se col sorgere della ragione nasce nell'uomo la pretesa di giudicare
la realtà, nell'illusione di possedere
un saldo criterio per la valutazione dei fatti, di approvazione e
disapprovazione, il ripudio della ragione significa rifiuto di attribuire alla
realtà quelle qualifiche di irrazionale, assurdo, male che essa per sé non
possiede, ma risultano da discriminazione operata in nome di un principio per
cui qualcosa è ma non dovrebbe essere. Realismo significa constatare la realtà
quale è di fatto, accettare quel che ci consta. E ciò che consta, sottratto ad
ogni dubbio, è il mondo dei sensi, il mondo del positivismo ridotto al più
rigoroso empirismo. Le sensazioni sono, non il tramite dell'apparire della
realtà a una coscienza, bensì gli elementi che costituiscono senza residuo la realtà stessa. Le cose come Le cose souo
aggregati di quahtà sensoriaH secondo aggregati di rapporti Spaziali e
temporali e categoriah: le cose sono ciò che si palpa, si vede, si ode e così
via. E lo stesso io non è altro che un fascio d'impressioni sensoriali. Il
linguaggio comune chiama materia ciò che nella sua concretezza è oggetto del
sentire, senza complicazioni di significati
metafisici: in questo senso, per RENSI, il reahsmo è materialismo. E
questo materialismo egli qualifica come fenomenistico o critico. Dando del
criticismo kantiano un'interpretazione opposta a quella prevalsa
nell'idealismo, egli afferma che la correlatività del reale al pensiero,
che costituisce il prin
Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico cipio fondamentale del
criticismo, non può non essere raccolta
dal realismo (il quale, appunto per questo, è qualificabile come realismo
critico), ma va intesa nel senso che il Pensiero a cui il reale in sé (noumeno)
deve essere riferito perchè sia soggetto conoscibile (fenomeno), non è un
soggetto analogo all'io empirico, una Coscienza originaria a cui siano
essenziaU le forme sensibili-intellettuali, (spazio, tempo, categorie), che vengano immesse nell'oggetto,
ma è l'insieme di queste stesse forme come inerenti al mondo dei fenomeni,
purificate da ogni elemento psicologico della soggettività, constituenti la
pensahilità del fenomeno. Il fenomeno è indipendente da ogni soggettività, e
s'identifica quindi con la cosa in sé: ma cosa in sé categorizzata, e quindi
conoscibile. Il realismo non è che
fenomenismo, materialismo fenomenistico. E questo, in rehgione, é
ateismo. Se nulla è reale all'infuori di ciò che può essere percepito come
fenomeno sensoriale, attribuire realtà a un essere che si sottrae ad ogni
percezione, quale sarebbe Dio, é pel Rensi pura pazzia. Ma la negazione di Dio
non significa irreligiosità: l'ateismo é anzi, per Rensi, la più alta e pura
delle rehgioni. Insegnandoci a guardare
alla realtà come sovranamente indifferente, esso bandisce dalla nostra \dta
ogni egoismo: é la Uberazione dall'egoismo, la stoica fermezza di fronte alle
vicende tormentose del mondo, é religiosità.
Ma quest'atteggiamento non é permanente: in alcuni Ritorno di fede.
degli scritti più tardi Rensi riafferma l'antico bisogno di credere: riscopre,
al di là del mondo degli atomi e del
vuoto, il divino in me; il regno di Dio riluce come un regno di valori atti a
salvare il nostro spirito dal naufragio nel prevalere del male. La genuina
rehgiosità consiste, per lui, nel non adagiarsi, sia nella pace della
negazione, sia in quella dell'affermazione: il problema ci sta dinanzi come un
problema che continua ad eccitarci e ad angosciarci. Tutta la produzione del Rensi, dalle prime opere a quelle della
vecchiaia, é un perenne intrecciarsi e susseguirsi di motivi contrastanti:
inflessioni d'una sensibihtà estrema Positivismo e correnti affini mente mobile
e acuta, piuttosto che articolazioni di un pensiero vigile e rigoroso: lirica,
piuttosto che filosofia. Lo SCETTICISMO
SOLIPSISTICO DI LeVI Diversissimo, fuorché nel nome, da quello del Rensi lo scetticismo di Levi, elaborato attraverso
un'indagine storica, intelligente e minuziosa, di tutte le posizioni
filosofiche fondamentali. Nato a Modena da una famigha di Reggio Emilia Levi,
precocemente incline agli studi ma ostacolato da una malferma salute, si
licenzia al Liceo Spallanzani di Reggio, e, quando si iscrisse all'Università
di Pisa, aveva già in cantiere la pubbhcazione di alcuni codici. Proseguì poi gli studi a
Firenze, con Tocco e Sarlo, e a Roma, dove si laurea con Barzellotti. La tesi,
su L' indeterminismo fu lodata da Bergson. Levi entrò nell'insegnamento
secondario, che professò con grande scrupolo ed efficacia, ad Arezzo e a
Torino. Ottenne la libera docenza, e più tardi la cattedra di storia della
filosofia nell'Università di Pavia. La sua produzione storica, ripetutamente premiata dai Lincei e
dall'Accademia delle Scienze di Torino, comprende ormai numerosi titoli,
soprattutto di filosofia antica: da Le origini della scienza a Platone [Sulle
interpretazioni immanentistiche della filosofia di Platone, Il concetto del
tempo nei suoi rapporti coi problemi del divenire e dell'essere nella filosofia
di Platone, che riprende l'identico tema
trattato sulla / sofisti. Rivista di filosofia neoscolastica per il
periodo anteriore a Platone. Più tardi Levi affrontò i sofisti, sceverando gli
autentici dagli pseudosofisti, difendendoU dall'accusa di aver corrotto i
costumi, e insistendo sul contenuto etico del loro insegnamento. I pregi
filologici di questi studi (ripresi nella Storia della sofistica, a cura di
Pesce, dimostrano come Levi avesse messo
a frutto l'insegnan problema delmento di Vitelli. Seguì una serie di articoli
su Verrore. ji p^^oblema dell'errore,
dai presocratici a Windelband in varie riviste, e una serie di saggi su
pensatori inglesi Levi: scetticismo
solipsistico Bacone, Hobbes, Berkeley, Hume, messi a raffronto con Descartes e
con Leibniz, allo scopo di sfatare la leggenda di una contrapposizione rigida
tra empirismo e razionalismo da Cartesio
a Kant. L'interesse teoretico che spinge Levi a queste ricerche non ne falsa,
tuttavia, la prospettiva storica. Duro fu per Levi abbandonare l'insegnamento a
causa delle leggi razziali. Si ritirò a Todi, nelle terre di famigha della
moghe, poi a Roma, dove potè continuare a studiare nelle biblioteche pontifice.
Alla fine della guerra fu reintegrato ma,
sempre più debole di salute, non riprese a insegnare: continuò fino
all'ultimo l'attività di ricerca preparando, in particolare, una Storia della
filosofia romana. Il frutto speculativo che Levi trasse dalle sue ricerche
L'estetica. storiche lo troviamo anzitutto nel volume La fantasia estetica, la
cui conclusione, tutta problematica, è che l'opera d'arte nasce dal mistero, ha
caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente, e suscita, in chi
la contempla, uno stato particolarissimo, irriducibile e non del tutto
definibile; e lo troviamo soprattutto, in Sceptica, ristampato da Ravà con
aggiunte inedite. Questo hbro ebbe una risonanza notevole, in Itaha e fuori. Fu
largamente letto. Ne parlarono Losacco e Varisco, dopo che Pastore aveva
dedicato un intero volume alla sua
confutazione Il solipsismo, Torino. Che il Hbro fosse notato anche in
Inghilterra Mind non meraviglia: il suo andamento aporetico ricorda quello di
Apparenza e realtà del Bradley. Tra noi, esso urtava inevitabilmente
l'ortodossia gentihana, perchè accusa la
teoria deUo spirito come atto puro di essere un soHpsismo trascendentale che
avrebbe trovato la propria coerenza solo
diventando soHpsismo empirico.
Comprensibile, quindi, la reazione di Carlini Studi di filosofia, in AnnaH deU'istruzione
media, a cui Levi rispose con il scritto Come si ricostruisce la storia
Rivista Pedagogica. Il solipsismo. La tesi del Levi trovò per contro, buone
accoglienze presso la scuola del Varisco. Castelli ZUBIENA, dopo averla ripresa
in Idealismo e solipsismo Roma, dedicherà a II
solipsismo, un intero volume del suo Archivio di filosofia che già aveva
pubblicato Scetticismo e solipsismo del Levi medesimo. Anche Allenej giudica
con benevolenza la filosofia di Levi sulr Archivio di storia delia filosofia.
Muovendo da altro punto di vista, Piovani pubbHca nel Giornale critico della
filosofia italiana un articolo. La conclusione del solipsismo, in cui
dichiara fondamentale il contributo del
Levi allo studio del sohpsismo, proprio perchè esperto dell'esperienza
dell'idealismo: pur osservando che la soluzione raggiunta risulta assai fragile, nella sua pretesa di formulare un
imperativo della coscienza senza sapere Fa ciò che devi, avvenga ciò che può.
Infatti l'imperativo implica già, quanto meno un agire sapendo quale sia il
dovere da farsi. Tale incertezza deriva
dal fatto che la posizione del Levi non
è attivistica, ma ancora legata, per taluni aspetti, allo scetticismo
tradizionale, mentre il sohpsismo, secondo Piovani, non può essere, da
ultimo, che attivistico. Non si sa se Lo
Scetticismo del Levi non afferma che sia impossibile sapere: afferma però che è
impossibile sapere se si sappia o no. È come il fuoco, che consuma le altre cose, ma anche sé stesso. Esso sfugge,
così, all'accusa di interna contraddizione che colpisce lo scetticismo
dogmatico [Sceptica, ed. a cura di Ravà, Firenze. E a una tal
conclusione giunge muovendo da un'impostazione gnoseologistica, secondo cui
tutto ciò che si dice dell'oggetto è condizionato dal pensiero, che pensa
l'oggetto. La domanda è allora, anzitutto, se il pensiero sia uno strumento in sé stesso adatto al suo
ufficio, o non includa qualche vizio di costruzione. Solo in seconda istanza,
posto che il pensiero sia uno strumento adatto, potremo domandarci quale
interpretazione debba darsi dell'oggetto pensato si sa. Levi: scetticismo
solipsistico Un motivo fortissimo di diffidenza è dato dall'errore: da quel
problema, cioè, che, appunto perciò, Levi anda
studiando sotto un profilo storico. L'esperienza d'aver sbagliato una
volta mi fa sospettare che sia possibile sbaghare sempre, e lo scetticismo
nasce da questo sospetto. Acutamente Levi vede che, a questo problema, sfugge
l'ideaHsmo attuale gentiliano, quando contrappone all'errore, come pensato,
l'atto del pensare che, in quanto è attuale, non può non essere nel vero. EgU
vede però anche che questo vantaggio è
illusorio: ciò da cui si avrebbe interesse a tener lontano l'errore è, appunto,
il pensato. Infatti che l'atto, in quanto atto puro, sia infaUibile, non mi
dice nulla circa la validità di ciò che penso. Per poter fruire di un
contenuto, occorre affidarsi all'evidenza del pensato: ma si può sempre temere
di scambiare per evidenza una sempHce impressione soggettiva.
Sollevato il dubbio sulla capacità di mediazione del Critica a
reaiipensiero, Levi passa a domandarsi se, ciò posto, vi sia id^una metafisica plausibile, se non certa
dell'oggetto pensato: e attacca, nell'ordine, il reaUsmo espHcito, il monismo,
la filosofia dell'esperienza, il monadologismo, l'ideaHsmo attuale. Egli
osserva che il reahsmo ingenuo, che identifica il reale con ciò che
appare, è messo in crisi dall'esigenza
di discernere che cosa vi sia di oggettivo in questo apparire; ma che, d'altra
parte, il tentativo di rintracciare la realtà oggettiva in un insieme di
elementi materiali, dotati di mere qualità primarie secondo i canoni del
meccanicismo, fallisce, perchè non spiega quell'effettivo divenire sensibile
del mondo, colorato, sonoro, ecc., che è, appunto, il concreto. Il meccanicismo altro non è se un tentativo di eHminare quell'offesa al
principio di identità che è rappresentato dal divenire: la realtà vera, afferma
infatti il meccanicismo, rimane immutata. Ma
e qui si sente, nell'argomentare del Levi, l'influsso del Bergson e del
Meyerson esso non può giustificare come mai questa immutabihtà sostanziale
appaia, al soggetto, come un mutamento
qualitativo. Come determinazioni dell'essere, il quale non esiste che in
esse determinazioni, le singole coscienze si distinguono in quanto coscienze,
s'accordano quanto al contenuto; ciascuna è un variare per conto suo, e
insieme, per la stessa ragione, il variare di ciascuna si compie, ciascuna si
svolge o si inviluppa, secondo le medesime leggi universah. L'assoluto, pertanto, viene a coincidere con l'universo. L'Essere come
Nell'unità della sua forma, che imphca la necessità, ma, insieme, neUa
moltepHcità deUa sua materia e delle sue forme secondarie: moltepHcità che
impHca la accidentahtà. L'essere indeterminatissimo, di cui Varisco parla
richiamandosi al Rosmini è, per un verso, l'orizzonte in cui ogni soggetto
pensa impHcitamente l'universo; ma non è
qualcosa che sussista indipendentemente dai fenomeni e da quelle loro
unità secondarie che sono i soggetti. Ciò spiega, più esaurientemente di quanto
non facessero / fnassimi problemi, perchè Varisco non si senta in grado, in
questa fase del suo pensiero, di giustificare la trascendenza dell'assoluto a
cui, pure, l'esigenza del permanere dei valori lo porterebbe a credere. Il
soggetto dei soggetti. Dopo Conosci te
stesso 11 soggetto diil Varisco lavorò per altri vent'anni al suo problema
fondamentale, che rimase il problema del principio unitario, il problema di
Dio. Qualche altro cauto passo è mosso verso il riconoscimento della trascendenza
divina, e porta, da ultimo, a una concezione che a Varisco appare concihabile
con una religione positiva quale il cristianesimo. Nelle Linee di filosofia critica, un hbretto
di introduzione teorico-storica alla filosofia, esposto in forma piana e
colloquiale, e che fu raccolto per iscritto da Castelli la parte conclusiva,
più interessante, verte appunto su Dio, e prospetta la necessità di risalire a
Dio muovendo dal problema della subcoscienza. Il soggetto è fatto in gran parte
di subcoscienza: basti pensare ai ricordi che
tornano di quando in quando, e in minima parte, alla mente. E ciò
suscita il problema: come può il non conscio (o non più conscio) divenire
conscio? La subcoscienza rende evidente che il soggetto che conosciamo è
finito, cioè che ha qualcosa, per qualche aspetto, fuori di sé. Ma, d'altro
canto, una realtà non riducentesi a pensiero pensato è un controsenso. Per
superare le difficoltà rilevate, non c'è
che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo; ammettendo, al di sopra
d'ogni singolo, il soggetto universale. Il pensiero di questo soggetto
universale dovrà essere: in primo luogo, tutto consapevole; in secondo luogo,
creatore d'ogni realtà. Allora si potrà capire che, ciò che è subconscio nel
singolo sussiste tuttavia come pienamente conscio nel soggetto universale, e che la realtà, irriducibile al
pensiero del singolo, consiste tuttavia in un pensiero del soggetto universale.
La creazione. Quella chc generalmente si dice creazione si può, allora,
concepire così: il soggetto universale fa, di certi suoi pensieri, un gruppo
connesso, e li dota di una coscienza e
di una iniziativa autonome, di cui neppure il soggetto universale conosce in
anticipo gli sviluppi. Ciò peraltro non
limita il soggetto universale, se non nella misura in cui lui stesso vtwle
questo indeterminismo, mantenuto all'interno di un controllo costante e
consapevole. // teismo. Varisco formula,
così, un teismo in cui Dio è, in certo modo, esterno ai singoh, ma non
viceversa: perchè il soggetto singolo, essendo, anche in ordine alla propria
iniziativa, interno al soggetto
universale, nella coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia,
ipso facto, anche nella coscienza del soggetto universale. // soggetto dei
soggetti È quello che il volume
Dall'uomo a Dio, chiamerà immanentismo relativo, o identicamente trascendentahsmo
relativo, in contrapposto a trascendentahsmo e immanentismo assoluti: non senza
citare San Paolo, negU Atti degli
Apostoli, secondo cui gli uomini in generale, i soggetti vivono, si muovono ed
esistono in Dio Dall'uomo a Dio. Frattanto Varisco aveva pubblicato in Logos un
articolo su La prova ontologica, affermando che l'argomento di AOSTA non compie
un salto ingiustificato dall'ordine del pensiero a quello dell'esistenza,
perchè, quando si pensa un oggetto, non lo si pensa isolatamente, ma sempre in un sistema di relazioni; quindi,
quando si pensa id quo maius cogitari nequit, si pensa qualcosa che
effettivamente non si trova nella sola mente umana. Ma significa anche, ciò,
che questo essere sia tutt'uno col Dio del cristianesimo? Cosi si chiede Dall'uomo a Dio; e risponde:
si tratta, senza dubbio d'un pensiero (anzi di un pensare), senza, però, che se
ne possa concludere nulla rispetto ad
altri attributi, pur necessari al concetto cristiano di Dio. Dall'uomo a Dio
rappresenta, per certi aspetti, un perDifficoltà. fezionamento del
monadologismo varischiano, ma non toglie tutte le difficoltà. Non soddisfa
l'esigenza, sentita da Varisco fin dal periodo positivistico, di ascendere al
concetto di Dio attraverso una riflessione ben fondata, compatibile con quella
della religione positiva. E, questo,
perchè il Dio di Varisco è pur sempre un concetto gnoseologico-metafisico. Pili
che di quel rapporto lo-Tu, in cui l'uomo rehgioso si sente rispetto a Dio, si
tratta, insomma, del rapporto tra una monade infinita, leibnizianamente priva
di rappresentazioni oscure e confuse, e, quindi, di materia e le innumerevoh
monadi finite, che essa costituisce in sé, come
espressione (non già parziale, ma prospettica) di particolari punti di
vista. Tutto ciò che l'uomo presentemente pensa è, in ogni caso, pensiero
divino presente: l'uomo non è staccabile dalla coscienza divina di cui è una
formazione. L'uomo è tutto immanente in Dio, invece Dio non è tutto immanente
in alcun uomo; essendoci necessariamente nel pensiero divino qualcosa che
nessun singolo, né tutta insieme la moltitudine dei singoli,
pensa con determinazione. Del resto, nonostante gli sforzi meritori della
figlia, e poi, dopo la sua morte, di Castelli-ZUBIENA coadiuvato dal nipote del
Varisco, Alliney, per riordinare i manoscritti inediti seguendo alcune sommarie
indicazioni rinvenute in un libro di appunti. Dall'uomo a Dio risente della
mancanza di una revisione definitiva da
parte dell'autore, e le sue conclusioni rimangono, in parte, sospese. Interesse
pra La filosofia del Varisco, pur nel suo
'^mai abbandonato teoreticismo cioè nel suo intendere il problema della
realtà essenzialmente come un problema di teoria della conoscenza è assai
sensibile al problema morale, quando questo sia inteso nel suo senso piìi
universale e profondo. Il pensiero
infatti, che della realtà è il fondamento, consiste essenzialmente in
un'attività, in un fare (sia pure non riducibile al fare poetico di chi plasma
una materia preesistente; e il bene consiste neU'espandersi di questa attività,
protesa su tutto l'universo. La sezione introduttiva del capitolo su I valori,
nei Massimi problemi, afferma appunto: Il soggetto, per sua natura, ossia in virtù
di quella legge a cui deve l'essere,
tende insieme a intensificare sé stesso e ad espandersi, ad includere in sé
l'universo: la soddisfazione o l'insoddisfazione di queste due tendenze (che,
in sostanza, ne fanno una sola) sono essenzialmente, per il soggetto, un bene o
un male. Questo espandersi mostra il suo vero valore solo quando non riguardi
l'animale associato all'io, bensì l'io medesimo; e io vuol dire autocoscienza, ossia cognizione. //
conoscere è Di Conseguenza, conoscere o non conoscere, o, peggio, errare, sono
un bene e, rispettivamente, un male: do\Temmo anzi dire, il bene, il male. Ma
questo, aggiunge Varisco, non vuol dire che bene e male si riducano a mo
identico al bene. // valore menti di coscienza teoretica, perchè
coscienza teoretica, attività e sentimento
non sono tre cose, sono tre aspetti, o tre forme, d'mia stessa cosa. Ciò
implica una particolare unità della coscienza in senso pratico con la coscienza
in senso teoretico, in virtù di un originario principio di organizzazione
universale necessario indicato comunemente col termine di a priori e che si
riduce all'essenziale connessione della coscienza umana con la divina Dall'uomo
a Dio. In questo senso Varisco può
affermare che la coscienza, una, saldamente organizzata, essendo la radice dei
valori, è il massimo valore. Questo particolare carattere attivo, e non
soltanto contemplativo, del coscienziahsmo varischiano spiega l'interesse del
Varisco per i problemi dello stato: di uno stato che deve essere fortissimamente
organizzato: cosi organizzato come un uomo robusto, intelligente e di carattere che s'afferma,
s'apre una via, sviluppa l'attività propria d'accordo con gh altri, se gli
riesce: ma anche, se non gU riesce, contro chiunque gli impedisca di realizzare
il suo diritto, che è la sua forza, ma che sta un poco anche nella sua forza.
Questo l'ideale che accomuna gh scritti di La scuola per la vita con i Discorsi
politici, da cui la citazione è tratta. Codesti
discorsi si concludono con lo scritto introduttivo su L'idea dello
stato, che indica la vera funzione deUo stato nel realizzare la prosperità,
così del popolo in quanto moltitudine ordinata, come dello stato, cioè ancora
del popolo, in quanto unità viva e spirituale. A uno stato che la compia, non
si può domandare altro se non che seguiti a compierla, sviluppandola. Uno stato
che non la compia non fa che
disorganizzare sé stesso e il popolo. Neoclassicismo filosofico. In una età di
ritorni romantici in filosofìa, la dottrina del Varisco rappresentò un esempio
di filosofìa neoclassica, che dal romanticismo, tuttavia, è condizionata.
Condizionata per la sua impostazione, costituendosi come una riflessione di
secondo grado Monadismo teistico di
Varisco sull'attività del soggetto,
attraverso la quale si perviene a una conoscenza dell'oggetto, cioè della
realtà unitaria, costituita dall'interferire di infiniti centri soggettivi. E
condizionata nel suo esito: perchè tale
conoscenza dell'oggetto a differenza che nei grandi classici della filosofia, a
cui Varisco si ispira non riesce più a svilupparsi in una forma
schiUerianamente ingenua, ma solo in una forma
sentimentale. E, infatti, la cautela scientifica, che, pur
trasformandosi, rimane il canone metodologico del Varisco, dà luogo, non già a
una vera e propria inibizione speculativa perchè Varisco non esita a proporre
un suo sistema ma, certo, a una speculazion e fatta più per discutere che per
Eredità più di costruirc. Ciò che Varisco trasmise a una parte non trastimoh
che di scurabile della filosofia
italiana fu, quindi, un'eredità fatta contenuti. più di stimoli che di
contenuti. All'estero, il suo pensiero ebbe qualche risonanza in Francia, e
meglio che altrove fu capito in Inghilterra, grazie all'attenzione che gli
dedicò Taylor. In effetti, se la forma mentis del Varisco ha qualcosa in comune
con quella del Bradley, il suo monadologismo si lascia facilmente avvicinare a
quello degli idealisti inglesi non
monisti, e del McTaggart in particolare. La cosa può colpire, considerando che il Varisco ha fonti al di fuori delle italiane (Rosmini)
soprattutto tedesche e francesi; ma, in realtà, si spiega facilmente:
l'idealismo inglese non monistico e l'idealismo varischiano risalgono a una
stessa radice comune, non sempre scoperta, ma assolutamente fondamentale: il pensiero del Lotze. Di qui Varisco trasse,
oltre che i materiali più importanti della sua costruzione coscienzialistica,
l'impulso (di origine lontanamente leibniziana) che gU permise di uscire dalla
prospettiva del positivismo: il riconoscere, cioè, alla scienza la possibilità
di afferrare l'intero reale, però sotto un suo aspetto soltanto. Ciò rende
inevitabile, per giustificare l'oggetto stesso
della scienza, il non rimanere chiusi nella sua prospettiva soltanto,
bensì l'uscirne, pur con tutte le necessarie cautele metodologiche, verso una
prospettiva specificamente filosofica. La formazione di CaraBELLESE ben corrisponde aUa difficoltà di collocare il suo pensiero in uno sviluppo organico della
filosofia italiana. Dopo aver frequentato le scuole secondarie presso il
Seminario di Molfetta (dove era nato), si iscrisse in Giurisprudenza a Napoli,
e si laureò con una tesi, poi stampata, dal titolo Sulla vetta ierocratica del
Papato, che rivela abbastanza scoperte ambizioni letterarie. Solo nel 1905 si
laureò in filosofia a Roma, dove avvenne l'incontro col Varisco sotto il segno
di un comune interesse per il Rosmini. La teoria della percezione intellettiva
in Rosmini fu l'argomento della tesi,
pubblicata , e recensita dallo stesso Varisco sulla Rivista di filosofia. Anche
quando, dopo aver insegnato a lungo nelle scuole secondarie, CarabeUese salì in
cattedra a Palermo, forte ormai di una concezione tutta sua, egli rimase devoto
al Varisco come al massimo rappresentante di un ideahsmo non storicistico. E
grazie a Varisco, che premeva su Giovanni Gentile, CarabeUese fu chiamato a
Roma, di dove ebbe modo di esercitare una influenza quantitativamente meno
vasta di quella di Gentile, ma assai profonda. Quando CarabeUese mori (a Genova) la sua attività speculativa,
cominciata assai tardi, era an L'Ontologismo di Carahellese Soluzione originale di un
problema comune. L'uovo di Colombo. Cora in pieno corso, sul binario su cui, da
25 anni, egli l'aveva avviata. Ma l'essenziale del suo pensiero,
probabilmente, era ormai stato detto: difficilmente le applicazioni che egli
anda definendo soprattutto attraverso una preparazione meditatissima dei suoi
corsi di teoretica avrebbero dato un indirizzo nuovo alla sua riflessione, che
aveva proposto, ormai, una sua soluzione personaUssima a una problematica tutta
inserita nell'ambiente italiano di quegli anni. Se, infatti, la soluzione di
Carabellese non è avvicinabile a nessun'altra, i problemi che egU affronta non
sono sollevati da lui: gU sono posti, piuttosto, dalla filosofia di Gentile,
e dalla interpretazione che Gentile dato
dell'Ottocento tedesco, in relazione alla filosofia moderna. Gentile
rappresenta, come si vedrà, il punto d'arrivo di un processo storico
lunghissimo, cominciato con Platone, giunto al suo punto di rottura con Hegel,
e portato da Gentile a un estremo che rovescia i termini stessi del problema;
del problema di determinare il contenuto dell'idea. Colla teoria dell'atto puro, Gentile era giunto a un radicale ideahsmo senza le idee. Varisco, per
contro, affonda le sue radici in un passato piìi recente: da Leibniz in poi; e
propone in Italia (parallelamente a
quanto fa l'idealismo personahstico in Inghilterra) temi dello spirituaUsmo
tedesco non hegehano: in particolare, il tema del rapporto indispensabile, ma
cosi difficile da configurare tra soggetto
e oggetto del conoscere. Con un tratto di genio (uovo di Colombo, lo chiama la Critica del
concreto), Carabellese si accorge che è possibile soddisfare alle esigenze del
Gentile e del Varisco insieme, h'idea può essere considerata in una forma non
assolutamente plurahzzabile, e tuttavia non come un atto come atto soggettivo
bensì come oggetto puro. Il compito di attuare tale idea andrà invece affidato
a soggetti plurimi, mai unificabili nel varischiano soggetto assoluto. Così i
punti d'arrivo delle due distinte evoluzioni dell'idealismo assoluto e dell'idealismo personalistico vengono a
coincidere in un punto solo, grazie a un riassestamento Il problema nel significato di certi termini
tradizionali, che li rende compatibili in una forma nuova. Per certi aspetti,
questo riassestamento è bensì un rovesciamento di Gentile, come sostiene
Abbagnano sulla scorta di una osservazione dello stesso Carabellese: ma non
certo un rovesciamento meccanico. Occorre un pensiero originale per arrivarci,
sebbene, poi, i concetti così riassestati assumano tutta l'aria d’essere
appunto qualcosa che le due Hnee idealistiche precedenti avrebbero voluto pensare, senza
riuscirci. Ripensamento della filosofia moderna. Tratinteresse
storitandosi, dunque, di riprendere originalmente problemi altrui, ^o-teorehco. si spiega che la filosofia del CarabeUese nasca da una continua
discussione storico-critica dei sistemi che formavano la base della cultura
filosofica del tempo: essenzialmente, da una reinterpretazione della filosofia
moderna Da Cartesio a Rosmini, che, come dice il sottotitolo di questo volume,
stampato da Carabellese, rappresenta la fondazione storica dell'ontologismo
critico carabellesiano. D'altro canto la
pretesa, che CarabeUese manifesta, di trovare, in questo medesimo
materiale storico (e in particolare neUa
tappa pili importante rappresentata da Kant), un significato speculativo tutto
diverso da quello che s’era comunemente abituati a riconoscervi spiega perchè Carabellese,
pur nel suo filosofare tutto appoggiato a una critica storica, assuma un
atteggiamento che potremmo dire profetico: non nel senso di predire il futuro, s'intende,
bensì di parlare in nome di altro, essendo questo altro una Verità con cui gl’uomini
erano già prima a contatto, ma senza essere capaci di riconoscerla: come i
dormienti di EracUto, che non si accorgono di quel logos con cui massimamente
hanno a che fare (framm.). Atteggiamento profetico, al punto che CarabeUese
giunse a pensare che fosse necessaria la sua sparizione come persona fisica
perchè la verità da lui proclamata trionfasse. Questo presentarsi come uno che
dice: Ora vi spiego io ciò che cercavate
di pensare, senza riuscirci dava inevilabilmente fastidio a molti; e l'espressione
piìi fuor dei denti di questo fastidio si trova probabilmente in un articolo d’Ottaviano:
Pontifex Maximus locutus est (in «Sophia
Ma, in fondo, Carabellese non ne poteva nulla se il suo filosofare era un
ripensare creativo, e se il suo ripensamento dei problemi era una
trasposizione, che da un senso nuovo a un materiale già apparentemente
sfruttato fino in fondo. Interpretazione In che cosa consiste qucsta
trasposizione, che trasforma del termine
i^ogjj problema quasi con un
colpo di bacchetta magica? Consiste in
una interpretazione del termine oggetto, che per un verso rovescia ciò che con
quella parola si è sohti pensare, ma per un altro porta in piena luce una
esigenza che, pure, aveva guidato i filosofi nel parlare di oggettività.
Oggetto è, comunemente, il determinato che sta contro alla facoltà di
rappresentazione cosciente: il Gegen-stand, rispetto a cui una coscienza, in
sé potenziale, si determina in guise
particolari. Oggetto è il calamaio, la penna, il libro senza i quali la mia coscieriza
sarebbe una tabula rasa, priva di segni che la determinino. Rasa non è detto
che significhi inattiva: anzi, la mia facoltà rappresentativa non sarebbe tale
se non fosse attività; ma, certo, questa attività rimarrebbe priva di
contenuto, se non si riferisse a certi dati esterni particolari, che sarebbero
gh oggetti. Questa impostazione realistica del problema dell'oggetto è, per Carabellese, il proton pseiidos della
filosofia: il primo falso, e, in fondo, anche l'ultimo, perchè questo falso
radicale ritorna, rovesciato, anche in quella dottrina che tradizionalmente s’oppone
al realismo empiristico, l'idealismo. L'idealismo si era sforzato, con Platone,
di porre oggetti (in questo caso sarebbe
meglio dire: principii di determinazione) sovratemporaH, le idee, distinti
dagli oggetti empirici. Molto più tardi, con Berkeley, aveva cercato di
riportare all'attività di uno Spirito il principio di determinazione
particolare delle coscienze, che le cose materiali, inattive, non potevano
fornire. In seguito Fichte aveva cercato in una egoità pura quell'unità
delle coscienze che, prima. Ripensamento
della filosofia moderna si era soliti attribuire al fatto che le coscienze, per
determinarsi, si riferirebbero ai medesimi oggetti. Infine, con Gentile,
l'idealismo si era scrollato di dosso tutta questa problematica. Aveva
interpretato quella moltepHcità di determinazioni, in cui si è soKti cercare il
concreto, come un mèro salto in basso: come una caduta dall'atto puro, nell'astratto. Di fronte al
soggetto, sempre identico a sé, la molteplicità delle determinazioni non è piri
che l'astratto, sebbene, dialetticamente, sia contenuta nel soggetto medesimo.
A questo punto era divenuto inutile fondare l'ideahsmo su un mondo di idee,
vuoi eterne, vuoi prodotte volta per volta da uno Spirito divino. L'ideahsmo
poteva liberarsi dal problema delle
idee, al plurale, la pluralità non essendo altro che caduta
nell'astratto, da cui l'ideahtà deve, appunto, riscattarci. Sembra così, al
momento in cui Carabellese cerca la sua via, che il problema di una pluralità
ideale fosse stato risolto definitivamente, cancellandone il concetto. Unicità
dell'oggetto. Una linea diversa, di idea Non u soggetto hsmo pluralistico,
oppone tuttavia al monismo
l'irriduci^^^.J'° bihtà dei
soggetti plurimi, eppure concreti. Una esigenza che era giusto far valere; ma
essa aveva il torto di farla valere attraverso una contrapposizione estrinseca
all'idealismo trascendentale: quindi di non poter spiegare a quest'ultimo,
dall'interno, perchè, impostando il problema in quel modo, l'ideahsmo si
rovesciasse, paradossalmente, in un idealismo senza le idee. Per contro, osserva Carabellese, basta
chiarire una cosa semplicissima: quell'esigenza d’unità e unicità a cui
l'ideahsmo gentiliano cerca di rispondere con il concetto di un soggetto unico
come atto puro è invece precisamente l'esigenza espressa dal termine oggetto.
Non è appunto l'oggetto ciò in cui tutti i soggetti s'incontrano, convengono,
riconoscono un'unità? È dunque l'aspetto
oggettivo quello che non si lascia plurahzzare, l'unico per tutti, e non
l'aspetto soggettivo dell'esperienza. Converrà, dunque, cessare di parlare di
oggetti, al plurale: sarebbe uno scambiare 1'oggetto colla cosa. unico. lato.
E, dal momento che le cose non sono l'oggetto (sebbene abbiano, certamente,
un'oggettività, non occorrerà piìi, come fa l'ideaHsmo tradizionale, andare in
cerca di oggetti superiori alle cose, le
idee, per superare l'empiricità. L'oggetto è inconfondibile coll'empiricità,
per ciò stesso che è unico. In questo modo l'idealismo riesce a scalzare
veramente il reahsmo, senza lasciarsene soggiogare. Per contro gli oggetti
superiori alle cose, presi al plurale, come idee, sono in realtà concepiti
ancora al modo di cose. E appunto per sfuggire a tale incongruenza l'ideaHsmo s’era visto costretto, da ultimo,
a rifugiarsi in una egoità pura, e poi in un atto puro, di cui tutte le
determinazioni particolari non sono che una caduta. Realismo deheiAppena si
csclude dall'oggetto, in quanto oggetto, ogni pluralità, il realismo è
debellato, perchè il modello empirico delle cose non vale piìi. Non per questo
i soggetti saran costretti ad attribuire aUa mèra empiria (seguendo Gentile) il loro reciproco
distinguersi l'uno dall'altro. Anzi, liberati dall'obbligo di fornire il
principio di unificazione, i soggetti molteplici potranno, e dovranno,
rivendicare come irriducibile la propria plurahtà, ben piìi fondatamente che
nell'ideaKsmo personaHstico varischiano. Quest'ultimo, per spiegare l'incontro
dei soggetti che costituisce una stessa esperienza oggettiva, doveva ricorrere a un Soggetto
assoluto supremo, che tollererebbe in sé i punti di vista Umitati dei soggetti
particolari. NeUa nuova situazione, invece, il concetto di un oggetto,
assolutamente unico, come idea, non solo tollera, ma esige d’essere intrinseco,
nella coscienza, a una pluralità di punti di vista soggettivi. Intrinsecità di soggetto e
oggetto. Occorre dunque cessare di
concepire l'oggetto come qualcosa che ci sta contro, secondo una relazione che,
per ciò stesso, risulterà esterna. Ciò che ci sta contro non è l'oggetto come
idea luogo d'incontro di tutti i soggetti bensì l'altro da me; cioè sempre
l'edtro soggetto. Le cose, è vero, ci stanno contro: ma solo perchè nascono
daU'interferire dei vari Intrinsecità di soggetto e oggetto soggetti, non perchè siano oggetto, o oggetti al plurale, a cui ci
riferiamo. In altri termini, il rapporto, su cui tanto avevano insil«
concretezza stito i vari idealismi spiritualistici dell'Ottocento, non nei
rapporto tra i soggetti e l'og mtercorre tra 1 soggetti e 1 oggetto: il
rapporto, legando getto. altro ad altro, è sempre tra i diversi soggetti; e
aver concepito V intrinsecità di soggetto e oggetto come un rapporto (in conseguenza di un uso troppo generico, e
perciò equivoco, delle parole rapporto e relazione) ha fatto fallire gli
innumerevoh tentativi (conosciuti anche in Italia, soprattutto da Martinetti in
poi), di costruire la concretezza
dell'esperienza attraverso il rapporto tra soggetto e oggetto. Che il
concreto non si trovi, né nell'oggetto per conto suo, né nel soggetto per conto
suo, ma solo nel loro rapporto, era
stato ripetuto in mille maniere da spiritualisti, psicologi, monisti,
idealisti, neokantiani, ecc. : ciascuno
cercando di utilizzare a modo suo il trascendentalismo di Kant. Ma nessuno
aveva saputo liberarsi da quell'elemento falsificatore attraverso cui,
malauguratamente, il trascendentahsmo kantiano era filtrato: la teoria della
rappresentazione di Reinhold. Dire che il concreto non si trova né nel soggetto per conto suo,
né nell'oggetto per conto suo, é vero, ma non implica che si trovi in un loro
rapporto; e neppure nel semphce rapporto dei soggetti tra loro, come per il
Varisco. Il concreto si trova neU'intrinsecità dei soggetti con l'oggetto, che
non può dirsi rapporto perché non é un riferimento ad altro. CarabeUese chiama
questa intrinsecità compattezza
interpretando in questo modo il problema che l'Ottocento tedesco aveva
ereditato da Kant, e poi trasmesso, irrisolto, al secolo successivo:
l'inseparabilità del soggettivo e dell'oggettivo. Kant, osserva la Critica del
concreto, ha dimostrato, con evidenza che finora nessuno é riuscito di
oscurare, che quei due mondi formano una concreta compattezza Nella terza
edizione, il testo sarà variato: che quei due mondi necessariamente formano o
richiedono un mondo solo, che non é piìi mondo, ma é essere concreto deUa
coscienza. L'aggancio a Questo Oggetto che è unità (non Rosmini, Gio-Qi^^dMìk
di cose o di idee a immagine e somiglianza delle berti e Gentile. cose) è
l'essere; l'essere in quanto oggettività pura: dunque, se si vuole, 1'essere
oggettivo di Rosmini. Ciò spiega a
sufficienza l'attenzione di Carabellese verso la dottrina del roveretano che attraverso Bonatelli e per
ragioni tutte diverse era stata già una fonte anche del Varisco. In che modo,
però, si potesse adoperare Rosmini per ovviare davvero (come Rosmini avrebbe
voluto) all'errore gnoseologistico della filosofia moderna, non poteva
risultare chiaro a CarabeUese ai tempi della
laurea: occorre, in verità, che Gentile porta alle sue ultime
conseguenze quell'errore. Questa è la ragione sostanziale per cui Carabellese,
come filosofo, matura tardi. Dopo che Gentile ebbe pubblicato la sua Riforma
della dialettica hegeliana, il pensiero di CarabeUese comincia a dehnearsi. Nel
volume suLl’essere e il problema
religioso. A proposito del Conosci te stesso di Bernardino Varisco si configura il tema di quello che
sarà il suo ontologismo; e nel saggio sula coscienza morale, stampato a qualche settimana di
distanza dal precedente, è già quasi esplicita (Critica del
concreto) la scoperta della concretezza dell'essere, Venne, però, la
guerra e la meditazione del Carabellese dovette interrompersi per cinque anni.
Quando riprese (Gentile, frattanto, aveva
pubbhcato le sue opere principali), le linee maestre del suo pensiero
mostrano, ormai, queUo che sarà i] loro
assetto definitivo, l'assetto della Critica del concreto. Rosmini è rimasto, ma
l'essere oggettivo e indeterminato che, con la sua presenza alle menti,
permette loro di pensare, non è più la mèra idea dell'essere, è l'essere.
L'ontologismo di Gioberti, con la sua critica al mèro essere ideale, è ripreso, ma con un intento diverso
e ben piti radicale: perchè l'essere non è più r ente e neppure è il concreto;
è la pura ontologicità degh enti: pura idea, inseparabile dalla loro
pluralizzazione soggettiva. In altri termini, l'essere è pensabile, ormai, solo
L'Ontologismo in una assoluta immanenza: quell'immanenza che Gentile e, ancor
più, i gentiliani andano spasmodicamente
cercando, e che, paradossalmente, veniva trovata in un rovesciamento
della posizione di Gentile. Unità di conoscere e fare, nel concreto. Il testo
fondamentale per penetrare nell'ontologismo del La Critica dei Carabellese è,
dunque, la Critica del concreto, che, uscita 'a Pistoia, fu dall'Autore
rimaneggiata abbastanza profondamente pella seconda edizione romana, e meno
profondamente pella terza, che usci a
Firenze, in vista di una opera omnia poi non condotta alla fine. La Critica
del concreto è lo strumento
costante di meditazione e di espressione del Carabellese;
e, nonostante che nella prefazione alla terza edizione egli insista molto sulla
provvisorietà di questo sillabario concettuale delle successive ricerche,
rimane il testo fondamentale. Del resto le successive ricerche, per Carabellese, erano più quelle
che rimanevano da svolgere che quelle svolte: e, quindi, noi non possiamo
sapere quali sarebbero state. Anche le opere storiche, per quel che si è detto,
vanno capite muovendo da quella intuizione fondamentale, che a tratti illumina,
senza dubbio, gU autori considerati, ma che essenzialmene si chiarisce
attraverso di essi. Dopo gli scritti su Kant e sulla filosofia da Kant a
Fichte, queste opere storiche si concretarono soprattutto nel primo periodo
romano, in cui Carabellese occupa una
cattedra di Storia della filosofìa, prima di passare sulla cattedra, a
lui più congeniale, di teoretica. Esse erano infatti, in origine, corsi
universitari usciti in dispense, e poi ristampati nei tre volumi delle
Obiezioni al cartesianesimo e nel volume
La fdosofia dell'esistenza in Kant (Bari). Del resto, non fu solo un
interesse archeologico quello storiografia che spinse Carabellese a ritornare
per due volte sulla Crispeculativa, tica, Hbro, bensì la coscienza che di lì si
sviluppava tutta la sua filosofìa. Seguiremo dunque la Critica del concreto
nella sua edizione definitiva, che differisce dalla originaria su punti non
trascurabili (il termine esperienza, ad
esempio, a partire dalla seconda edizione è spesso sostituito dal termine
varischiano di coscienza. Teoria e praIl CarabcUese comincia col distinguere,
nell'attività ttca non corneiu^^ana, i duc aspetti della teoria e della pratica
che si rifiuta dono con cono scema e azione, di assimilare, comc si fa di
solito, a conoscenza e azione. La teoria è l'aspetto universale di ogni attività, e la pratica ne è l'attuazione
moltepUce: indispensabile anche quando si tratti di attività conoscitive. Del
pari Carabellese mostra falsa l'identificazione del binomio pratico-teoretico
col binomio astratto-concreto: Sia la teoria che la pratica, se prese ciascuna
per sé, sono astratte; sono entrambe aspetti separati dell'attività spirituale,
e quindi entrambe affette da una astrazione
per cui dimezziamo l'atto, per
fermarci a una parte di esso. Concreta è solo un'attività che attui, in forme
particolari, una idea unica e universale, senza la quale idea non sarebbe
presente nel nostro volere un dover fare che non è dovere etico soltanto, e
quindi si cadrebbe in una inconsistente vanità delle azioni nella loro
singolarità plurima. Per contro è evidente nel concreto volere la presenza della qualità universale di esso l'idea,
quanto evidente nel concreto conoscere la presenza dei molti fatti conosciuti.
L'individuazio7 QuestO ne deiv unico nei rifiuto di chiamare teoretico il
conoscitivo soltanto vuol singoli essere una contestazione dei distinti
crociani, ed evitare, al tempo stesso, il monismo gentiUano. Ma esso serve anche
a ben piìi:a dirigere le menti verso la
vera sintesi a priori dell'essere, e cioè l'individuazione dell'unico
nei singoli; o, come diceva la seconda edizione, verso la concretezza e cioè la
compattezza dei singoH nell'unico. La teoria è, dunque, l'orizzonte impersonale
in cui i singoH si attuano personalmente. Essa serve, inoltre, a fondare
ontologicamente la struttura dell'agire sulla struttura dell'essere. La
temporalità dell'essere e il male Croce
aveva fornito, dell'attività umana, una sistemazione che aveva avuto un
successo perfino superiore aUe sue intenzioni. Ma il Carabellese, prima ancora
che comparisse sull'orizzonte uno Heidegger, fornisce un sistema delle forme di
coscienza la prima edizione diceva esperienza fondato ontologicamente sui
momenti dell'essere, cioè sulla intrinseca temporalità deW essere
come essere presente nella coscienza. Noi conosciamo ciò che fu,
sentiamo ciò che è, vogliamo ciò che sarà. La conoscenza, è, infatti, una
particolare forma di coscienza, che si rivolge al passato; l'intuizione è un
sentire come coscienza, del presente; l'azione è coscienza dell'essere che
sarà, coscienza del futuro. Momenti del tempo, che sono gh stessi momenti
dell'essere, in corrispondenza dei quali
troviamo, rispettivamente, nell'oggetto il vero, il hello, il buono. Il
concreto importa, così, una valutazione ontologica // tempo. del tempo che,
affacciatasi già in L'essere e il problema religioso, starà alla base del modo
antistoricistico di concepire e salvare La storia, prospettato nel saggio con
questo titolo uscito in Scritti in onore di Varisco. Nasce qui il concreto
come compattezza o, come Carabellese
preferirà dire piìi tardi, intrinsecità di oggetto e soggetto: Oggetto e
soggetto, in quanto separati, sono astrazioni le stesse che si chiamano,
rispettivamente, teoria e pratica mentre in concreto la coscienza è pratica
dell'essere come l'essere è teoria della coscienza. Una appHcazione importante
è fatta da Carabellese al L'errore di vaproblema dell'errore di volontà, o male, in cui Croce, 'distinguendo Tattività pratica in due gradi,
e rendendo Ìl primo indipendente dal secondo, era rimasto invischiato. Nella
moralità come tale, dice Carabellese (rovesciando, si può osservare, quello che
per Croce vale dell'economia non c'è errore: la
coscienza morale, come teoria della volontà, è infallibile. Ma, di per
sé, la moralità non è ancora concreta:
è solo la teoria del concreto volere, e di questa un mio atto (o io
stesso tutto intero addirittura?) potrà essere un errore. Vi è, insomma,
un'oggettività morale (e una estetica), e non soltanto un'oggettività
conoscitiva. A tale oggettività, i soggetti tendono con un volere che non è
pura facoltà del soggetto, ma è attività concreta, e perciò unità di teoria e
di pratica, di oggettività e soggettività
insieme. L'oggettività, in tutte le sue forme, è intrinseca ai soggetti,
ma non certo identica ad essi: essa è infatti l'unità, di cui i soggetti sono
il molteplice. I soggetti sentono, dunque, l'oggettività come una esigenza,
come un bisogno; e ciò fa della filosofìa del Carabellese una tipica filosofìa
del finito e della tensione del finito
verso l'infinito. Filosofìa dinamica, ma non prassistica, essendo la prassi tesa verso la teoria, e la
teoria accessibile solo attraverso la prassi. Idealismo assoE poichè l'cssere è
l'oggetto, presente nei soggetti, la luto non soggetfilosofìa di Carabcllese si
presenta come un idealismo asso tivtsttco.
^ luto, non però soggettivistico: perchè nell'idealismo soggettivistico
l'oggetto è concepito ancora al modo del realismo, come un particolare,
mentre per Carabellese l'oggetto ha da
essere l'universale, il valere per tutti. La cosa particolare a cui mi
riferisco in un mio atto (conoscitivo, intuitivo o pratico), ad esempio un
ulivo che vedo dalla finestra, non è un oggetto in quanto sia un mèro
particolare: è, tutto al contrario, qualità o atto soggettivo. Quello che esso
ha di oggettivo è l'essere ulivo non solo per me, ma per tutti: cioè il rappresentare sia pure individuata in un atto
particolare l'unicità dei soggetti. Se, allora, si conserva astrattamente
questa unicità da sola, si ottiene 1'oggettività dei soggetti, che non è però
l'oggettività dell'ulivo: cioè la particolarità, in quanto, tale si perde.
L'ulivo in quanto universale vuol dire l'unicità (per quanto parziale, perchè
si tratta soltanto di un ulivo) dei soggetti. E se l'universalità costituisce l'oggettività, questa unicità dei
soggetti costituisce l'oggettività loro. Quell'ulivo, in fondo, costituisce una
parte della oggettività naturale dei soggetti uomini. Nel realismo, o nel La
temporalità dell'essere e il male l'idealismo soggettivistico che lo ricalca, i
soggetti e gH oggetti si presentano, invece, come membri di una stessa comunità
(in relazione tra loro): hanno un
analogo modo d'essere, che impedisce a questi due aspetti del concreto
di assumere la loro vera funzione. Questo è l'errore. L'essere, come puro
oggetto, non è un insieme di cose: è piuttosto quella «coscienza normale »
kantiana su cui tanto avevano insistito invano le fonti tedesche; quella
normalità della coscienza, con cui CarabeUese giungerà presto a identificare il
concetto kantiano di cosa in se. I soggetti,
per contro, sono molteplici
/ soggetti come per definizione.
Non enti-io, da porre accanto agU
enti-cose: ^soiaredtco ., scienza. in
quest'ultimo caso non si avrebbe modo di risolvere la vertenza tra il realismo
ingenuo, che fa dei primi i soggetti passivi di una attività dei secondi, e
l'idealismo parimenti ingenuo, che
inverte semplicemicnte la relazione, ma non muta la natura dei suoi termini. I
soggetti non sono neppure coscienza, in concreto, bensì il singolare di
coscienza, così come l'oggetto è l'universale di coscienza; sono individuazione
dell'essere, termini singolari della sua individuazione. Parlare di un soggetto
unico è, dunque, il massimo dei Rifiuto dei sognon sensi: il soggettivizzarsi della coscienza è
identico al ^ suo pluralizzarsi. Codesto
pluralizzarsi non chiude, tuttavia, i soggetti in sé stessi: perchè l'io, che è
il soggetto concreto, non è
aw^ocoscienza, non è un riflettersi su sé stesso che porterebbe diritti
al solipsismo, è l'aprirsi sull'unica oggettività dell'essere. Sicché, mentre
le monadi varischiane s’aprivano l'una al guardare dell'altra, e producevano
l'oggettività con il loro reciproco interferire, i soggetti carabeUesiani s’aprono pell'immanere in essi
di un identico oggetto, in cui si è rovesciata la concezione gentihana
dell'unico soggetto. Del Soggetto universale di Varisco non c'è, dunque, pili
bisogno, anzi esso non è neppur concepibile. Se io penso Dio come un principio
soggettivo, non ottengo altro che il personale Dio pagano, tutt'altro che
unico; mentre se lo affermo come soggetto
unico ne faccio un di là che, non
dovendo constare per nulla nel di qua, non ha piìi per noi alcun significato:
Affermare, dunque, la personalità di Dio è non affermare Dio; è negarlo. La
trascendenza. Ciò non toglie che si possa e si debba dare un significato alla
trascendenza. Trascendenza, dice l'edizione, significa che il concreto è sempre
inadeguato alle sue condizioni trascendentali
che, nella loro purezza, superano la coscienza concreta, non vengono da
questa raggiunte interamente. Anziché di condizioni trascendentah, l'edizione
definitiva parla di distinti, che la coscienza non attua interamente:
probabilmente perchè la dizione condizioni trascendentah sembra imphcare un'
antecedenza sul concreto, sia pure logica e non cronologica. Trascendenza La
stessa Struttura del concreto porta
quindi Cararehgiosa e traj^gjjgse ad
ammettere le due forme tradizionah di trascen scendenza gnoseologica, denza: la trascendenza
religiosa, per la quale si afferma l'esistenza separata e irrelativa dell'ente
spirituale assoluto, e la trascendenza gnoseologica, più grossolana e
primitiva, che afferma l'indipendenza e assolutezza dell'essere in sé. Ma egli
riconduce entrambe queste forme alla inadeguabilità dell'intrinseco, cioè
dell'essere oggettivo puro, che non è qualcosa di esterno, bensì qualcosa
d'intrinseco, appunto, ai soggetti che trascende. Del resto Carabellese
riconosce alla trascendenza religiosa il merito di rilevare, sia pure in modo
imphcito soltanto, il valore della
coscienza, e così di porsi veramente sul terreno dell'essere concreto. Infatti,
anche se ad essa accade d’insistere sull'eternità di Dio, si deve tener
presente che l'assolutezza divina ha sempre avuta una propria rappresentanza
nell'essere concreto, almeno in coloro che l'affermavano. ,.tT..J7JAt^,l Riformulate così le due forme di trascendenza
tradizionale, concreta. il Carabellese
non le accetta, tuttavia, tali quali: sostituisce La trascendenza ad esse due forme di
trascendenza concreta, la trascendenza relativa, cioè l'alterità reciproca di
coscienza tra un soggetto e l'altro, e la trascendenza dell'unico assoluto di
fronte ai singoli soggetti. Quest'ultima non è, al contrario della prima,
relativa, perchè tra l'essere assoluto e i soggetti, come abbiamo visto, non intercorre una relazione. La trascendenza
assoluta, in altre parole, non è simmetrica, perchè, mentre noi non riusciamo
ad adeguare l'oggetto, questo non è mai trasceso da noi: Il principio non si
trascende. Così, mentre la trascendenza gnoseologica, che si crede trascendenza
dell'assoluto oggetto alla coscienza, si riconosce come irriducibihtà relativa
di un soggetto concreto singolare
all'altro, la trascendenza religiosa, che pare soltanto soggettiva,
manifesta veramente la sua assolutezza in quanto inadeguabihtà dell'oggetto
puro, immanente neUa coscienza dei soggetti. La trascendenza è dunque nella
coscienza, e perciò non è il reaUstico di là da questa. L'esigenza della
trascendenza è, invece, l'esigenza che il concreto ha di un principio, esigenza
che è soddisfatta relativamente dalla
reciprocità condizionata dei soggetti, e assolutamente dalla unicità universale
dell'oggetto. A questo punto si in Il
sacrificio del nesta la più sorprendente conclusione della Critica del
concreto. coscienza. Abbiamo visto che, isolando le condizioni del concreto, si
cade nell'astratto: ma allora perchè la coscienza cerca di cogliere detti
distinti nel loro isolamento, perchè
cerca di dissolvere la propria individua concretezza nell'uno o
nell'altro suo distinto? In luogo di distinto l'edizione precedente diceva estremo.
CarabeUese avvicina questo sacrificio che la coscienza fa della propria
concretezza al dramma di Gesìi, che prega: Transeat a me caUx iste, pur sapendo che il sacrificio a cui va
incontro è necessario alla redenzione. Il transire della ricerca del distinto come tale non può avvenire senza
l'annullamento L'Ontologismo di Carahellese della stessa concretezza, come non
poteva avvenire quello di Gesìi senza l'annullamento della redenzione. In altri
termini, alla concretezza è necessaria anche la distinzione delle sue
condizioni intrinseche (oggettiva e soggettiva): non già per una necessità di
tipo dialettico, che faccia risultare il
concreto dalle antitesi, bensì per una necessità immediata: Il credente
muove dal bisogno di sapere la sua stessa essenza singolare, di sentirla
distinta. D'altra parte, di fronte al credente, la coscienza rappresenta uno
sforzo continuo che non giunge mai al termine per risolversi nel suo principio
universale, e perciò essa è sempre inesausta e inesauribile problematicità e,
quindi, filosofìa. Le attività traNel
concrcto pcrciò, a cagione della sua polarità come scendentah: re chiamata, ad escmpio, in L'idealismo italiano
(Napoli, hgione e filosofia), si costituiscono due attività
trascendentali, rehgione e filosofìa che
sono l'intrinseca trascendentahtà del concreto, non la concretezza stessa. Esse
dovran tornare, dice Carabellese, dopo tutte le scaltrezze, alla loro
esigenza ingenua. La concreta coscienza
umana non segue, certo, solo la misteriosa fede del credente o la superba ansia
dimostrativa del filosofo, ma nella sua attività è proprio sforzo che richiede
riposo, riposo che prepara lo sforzo. In che misura il credente possa sentirsi
soddisfatto dell'esigenza ingenua della religione, quale Carabellese ghela
presenta, è dubbio: il credente ha generalmente
bisogno di un Dio a cui rivolgersi come a un Tu, e non soltanto di
genuflettersi dinnanzi all'universale mistero che lo trascende. Ma il filosofo
può essere più soddisfatto. Egli può trovare nella trascendenza carabellesiana
la ragione della prohlematicitcì della sua ricerca, che una mèra considerazione
dell'oggettività come tale non avrebbe fatto supporre. In un immanentismo di
tipo hegehano, in cui la filosofia è il
prendere coscienza dell'Assoluto, la problematicità si risolve interamente
nello sviluppo storico; in un immanentismo gentihano, in cui l'atto coincide
eternamente con I due poli del concreto sé stesso, la problematicità scade
nell'indifferenza verso la singolarità dei fatti. Per contro nell'immanentismo
carabellesiano, in cui l'oggettività è una idea pura, universale e di per sé astratta, l'esigenza
di una tale oggettività riesce invece, inevitabilmente, problematica e
pluralisticamente attuata. Per questo l'analisi del concreto nelle sue condizioni,
o nei suoi distinti di per sé astratti, é necessaria alla redenzione. Una
redenzione che riscatta anche quello che abbiamo chiamato il profetismo di Carabellese. La profezia in
nome dell'assoluto apre, infatti, e non
chiude la ricerca. Rimane, senza dubbio, un problema gravissimo: con Quai è u
crUequal criterio misurare se questa esigenza di oggettività sia ''^o
deii'oggethpiù o meno soddisfatta? Il criterio non può essere dato, é chiaro,
da una formula; l'oggettività carabellesiana non sarebbe tale se vi fosse una
formula capace di definirla. Ciò rende difficile quasi altrettanto nella posizione di Carabellese quanto in quella di
Gentile passare dalla sistemazione del valore in generale a una valutazione
specifica, dei prodotti portatori di valore. Ma ciò dà altresì al problema
della filosofìa una apertura che le posizioni di dialettiche, di stampo
hegeliano, per contro gli negavano. Possibilità di un pluralismo filosofico.
L'anno stesso della Critica del concreto, 1, il
Carabellese pubbHca infatti, sulla Rivista di filosofìa un articolo fondamentale
Che cos'è la filosofia? in cui riconosce la difficoltà della conciliazione
dell'assoluta universalità della filosofia colla sua determinata concretezza
(edizione in volume, con altri saggi); e non esita, dovendo scegliere, a
lasciar cadere pittosto la concretezza, per conservare l'universafità. Ma, se
si tien conto della attuazione e pratica
della filosofia, ci si accorge che, rispetto a quella universahtà, il filosofo è esso il problema
dell'individuazione. L'universaHtà ha bisogno di essere individuata per
esistere, e quindi l'esplicazione dell'imphcito, che è il problema filosofico
fondamentale, quando si consideri la filosofia nella sua attuahtà diviene il
problema dell'individuazione dell'universale. Si parte dall'affermazione dell'essere nella sua
universalità, e si arriva a una assoluta affermazione della individualità, che
può parere dogmatica, intollerante, tirannica ed arbitraria solo a chi nulla
sente di filosofia, e perciò scambi l'arbitrio del singolo, che deve farsi
valere pur quando debba affermare non il suo proprio arbitrio, ma l'assoluto
universale, con l'universale idea animatrice da quel singolo, toccata in un potente sforzo di sublimazione. In questo senso è riconquistato il concetto
ingenuo della filosofia, che non è possesso ma sforzo. Il saggio del '21 sul concetto della filosofia fu
ristampato come secondo volume dei Saggi: ma le postille e l'ultimo saggio,
aggiunto, fanno in realtà, di questo volume l'espressione di una maturazione
ulteriore del Carahellese, che presuppone
tutto il lavoro di insegnamento universitario e di polemica. Infatti,
Carabellese si dedica a verificare la propria concezione sulla storia della
filosofia, soprattutto kantiana: su quello strano destino, cioè che aveva
portato l'annunzio kantiano (mal formulato) della pura oggettività a
rovesciarsi nella soggettività assoluta di Fichte. // problema della filosofia. Da Kant a Fichte
è il problema interno della filosofia:
quel problema che la filosofia soUeva a sé stessa quando si interroga suUa propria
possibiUtà, e che va distinto accuratamente dal problema oggettivo che la
filosofia vuol risolvere, che CarabeUese chiama problema teologico. Kant (e
questo è il punto in cui l'esegesi del Carabellese si mostra più aderente ai
problemi testuah) non chiarì mai in modo
soddisfacente il rapporto tra critica propedeutica Il problema teoe
metafisica filosofìa. Ciò portò i suoi successori a confonogtco. ^gj.g ^ problema interno della filosofia col
problema oggettivo, e a pretendere di
risolverh in un sol colpo, col concetto di autocoscienza. È la tesi che
Carabellese espone nella prima parte di La filosofia di Kant. L'idea
teologica (parte non più seguita
dalla seconda e dalla terza, che
avrebbero dovuto riguardare, rispettivamente, 1'idea psicologica e l’idea
cosmologica. Carabellese contesta la legittimità Possibilità di un pluralismo
filosofico di presentare come filosofia di Kant il criticismo, che voleva
essere soltanto la via per arrivarci; ma non perchè segua l'indicazione
espressa di Kant, secondo cui il contenuto effettivo deUa filosofia andrebbe cercato in una metafisica della
natura e dei COSTUMI, contenente l'insieme delle condizioni a priori
rispettivamente della scienza deUa natura in generale e della MORALITA.
Carabellese cerca, al contrario di determinare, attraverso la dottrina
metafisica che Kant tacitamente o esplicitamente professa, quella che la
critica gli impone di professare. In che cosa consiste questa dottrina? Essa è la dottrina dell'idea come
oggettività pura; dell'idea Dio come Carabellese ama dire, e LUidea dìo. non idea di Dio: secondo una
precisazione che risale, effettivamente, a
Kant àeWOpus poshimum, sebbene Carabellese conosce l'Opus postumum solo
indirettamente. Carabellese riconosce che Kant non fu consapevole della
scoperta che egh fa quando, di fronte al
problema dell'esistenza di Dio, risponde che Dio è idea, e trasforma
così l'argomento ontologico La filosofia
di Kant. Riconosce, cioè, che la verità che egli attribuisce a Kant è, in
fondo, la stessa verità scoperta da lui, Carabellese. Con tutto ciò il suo
hbro, come tutto il resto delle sue ricerche storiche, pur nel carattere molto
personale delle sue vedute, contiene spesso intuizioni illuminanti. Il problema teologico. Dopo
questi saggi, non esaurienti ma condotti in profondità, su Kant e su Fichte,
Carabellese poteva raccoghere la somma del proprio pensiero intorno al problema
oggettivo e non piìi interno soltanto della filosofia, nel volume II problema
teologico come filosofia, che, pur avendo una origine alquanto composita,
costituisce una sintesi molto coerente.
La filosofia trascendentale sbagHa quando fa della critica La critica DELLA
RAGIONE CONVERSAZIONALE non è la scienza assoluta: ma non per questo ha
ragione scienza suHegel che critica tale
assunto di cercare la verità nel dialettismo. L'errore di Kant è di muovere
dalla critica DELLA RAGIONE CONVERSAZIONALE della conoscenza soltanto, anziché
della coscienza: che, allora, si scoprirebbe in essa l'immanenza
dell'essere in sé, come puro oggetto, cioè come idea. La metafisica critica
può, dunque, essere definita come l'attività teorica della trascendenza nella
immanenza dell'assoluto. Ma poiché la trascendenza é sforzo verso l'assoluto e
non l'assoluto medesimo, la filosofia si personalizza; e non capitalizza, come
la religione, un patrimonio di fede, ma
si consuma in sempre nuovo sforzo. Con ciò Carabellese rende esphcito e risoluto
il suo schierarsi per una filosofia critica contro ogni filosofia normativa. La
filosofia rinunzia ad essere, con le proprie norme, la guidatrice di ogni
concreta attività spirituale, avendo natura di sforzo, e non di scienza. La
filosofia deve dunque abbandonare la scientificità, per salvare, insieme
con la propria oggettività, quella
stessa dell'essere. Dio come asso Giustificate
COSÌ le tesi della Critica del concreto e quelle luto oggetto ^j £j^^Q^
i^filosofia?, la nuova analisi
del Carabellese viene puro. a trovarsi
direttamente di fronte al problema di Dio. Dio, come assoluto oggetto puro, é
ancora il problema del lontano volume, L'essere e il problema religioso, filtrato,
tuttavia, attraverso tutta l'esperienza
storiografica e speculativa di quegli anni. Al volume era stato obiettato che
l'essere, che è il piìi astratto dei concetti, non può illuminare il problema
religioso, che é tra i piìi concreti; e la meditazione carabellesiana di quegli
anni era stata la risposta a tale obiezione: l'inserzione dell'essere nel
concreto. Perciò Carabellese torna a dire che la filosofia, non solo non può evitare, ma ha per suo compito
oggettivo specifico il parlare di Dio, e il correggerne la rappresentazione
realistica che ne dà generalmente la religione; nonché il liberare Dio dai due
presupposti, della esistenza e della soggettività, senza peraltro aver punto la
pretesa di contestare l'atteggiamento dell'adorazione religiosa: anzi,
offrendole il suo vero oggetto. Dio è, non esiDÌO, afferma Carabellese, è, non esiste. Era stato
detto ^già da molti altri, in particolare da Vico, al termine della // problema
teologico Prima risposta al Giornale dei letterati: Impropriamente esplica la
sua pietà chi come Cartesio inferisce dalla propria esistenza l’esistenza di
Dio, perchè Dio non esiste, ma è e ancora: Iddio non c'è, ma è. Il senso,
tuttavia, in cui il CarabeUese riprende questa formula è originale: Se, infatti, Dio è
essere in sé, e l'esistere invece è essere in relazione, dire che Dio come tale
esiste, comunque si intenda l'esistere, è pronunciare verbalmente soltanto una
contraddizione, ma non dire nulla: affermare l'esistenza di Dio è negare Dio.
Affermare l'esistenza di Dio è negare Dio rendendo impossibile uno spirito che
lo affermi. Anche l'argomento
ontologico, che CarabeUese come L'argomento quasi tutti gh idealisti
riprende e accogUe originalmente,
°s^°adattandolo al proprio tipo di idealismo, è bensì inadatto egH dice
a dimostrare l'esistenza di Dio, ma serve ad attestarne la pura inseità: la
quale è solo di Dio, dato che tutto ciò che esiste non è in sé, perchè
l'esistenza sta proprio nella reciprocità, che è alterità, e non inseità. L'essenza dell'argomento ontologico sta
proprio nella negazione della singolarità e rappresentatività di Dio negazione
della quale l'inconoscibilità kantiana non è lontana. Pensare, e non pensare
Dio, è davvero impossibile, come osserva AOSTA:
perché Dio è l'oggettività di
ogni atto di pensiero. La manifestazione dell'essere. Tuttavia questo essere
come puro oggetto del pensiero, pur
essendo stato immesso nel concreto, rischia facilmente di apparire
troppo povero di determinazioni per costituire il problema oggettivo della
filosofia. E negH anni dell'insegnamento di teoretica a Roma CarabeUese si sforza di quaUficarlo
maggiormente, servendosi deUe determinazioni del tempo, secondo la hnea già
indicata daUa Critica del concreto. Queste meditazioni di CarabeUese furono raccolte in cinque volumi
di dispense, preparate da lui prima dei rispettivi corsi. I titoli sono: L'essere e la sua
manifestazione. La dialettica delle
forme; L'essere. Io GRICE PERSONAL IDENTITY THE “I” -- ; L'attività spirituale umana. Linee di una
logica dell'essere. Uessere quali
L'essere qualitativo egli spiega nel primo di questi tahvo. volumi
proprio perchè è il diverso, presenta la
sua attività, che è attività prima e
principio di ogni attività, sotto tre aspetti, che finora hanno costituito tre
ordini di problemi separati gli uni dagli altri, e che, quindi, sono stati
risolti indipendentemente e incoerentemente: dico i problemi dei valori delle
categorie e degU atti dell'attività spirituale. Anche se l'essere è una pura
potenziahtà eterna, gli atti si
diversificano: il passato, inserendosi nel presente, vi costituisce il
fatto e il futuro vi costituisce il fine: Il fine, come già il fatto, è un
diverso atto in sé, e ha anch'esso una sua oggettività pura, perchè il sommo
fine in sé non può essere uno dei tanti che sentono il fine, ma dev'essere,
invece, proprio quel tale unico sentimento del bene che tutti noi abbiamo
quando ci proponiamo dei fini . La
bellezza. Auchc la bellezza ritorna,
nell'esame di Cara bellese, come realtà in sé del sentimento
fondamentale, e, quindi, non come prodotto dell'arte crocianamente, bensì
all'inverso come suo presupposto: Dio come bellezza è l'ineliminabile
presupposto dell'arte e degli artisti. Coerentemente con tutto il resto della
sua posizione, Carabellese considera un grave errore il presupporre l'artista al bello, cioè il singolare
all'universale. Nella seconda parte dell'opera, intitolata L'io, Carabellese
ribadisce la sua concezione della coscienza concreta: Il consapere è il sapere
che io, compatta unità plurima, ho di Dio, l'unico universale. Maggiori novità
si trovano nella parte su L'attività spirituale umana, che obbedisce a questo
canone generale: L'attività spirituale umana attui l'essere: canone specificantesi poi
nell'imperativo di attuare l'essere in quanto bene e in quanto necessità. Su
quest'ultimo punto si fonda la logica, come legge dell'attività umana
consapevole, dato La manifestazione
dell'essere che il logo si rivela come lo stesso essere in quanto presente
nell'attiva coscienza umana. Sotto questa rubrica Carabellese estende ora la
sua riLa società. cerca a un campo che poteva sembrare marginale,
rispetto ai suoi interessi, la società: poiché la logica, come legge
dell'attività umana, sotto il suo aspetto sentimentale, è logica della famigha,
oltre che della poesia e dell'arte, e sotto il suo aspetto intellettivo è
logica della nazione, della scuola e della storia. Infine, sotto il suo aspetto
vohtivo, è logica del popolo, dello Stato, del
costume. Per quanto affiancate, però, da un volumetto,
L'idea politica d'Italia, queste riflessioni di Carabellese sui temi della
società appaiono prive di sufficiente elaborazione. Del resto, questo non è un
caso: risponde al rifiuto del Carabellese di sacrificare alla concretezza della
filosofia la sua universalità. Abbiamo già incontrato questo rifiuto
nell'articolo, e nel Problema teologico; e lo troviamo ribadito negli scritti Che cos'è la
filosofia? Esso non è altro che un corollario del rifiuto di accettare
l'idealistica riduzione dell'essere alla coscienza, la quale impedirebbe alla
filosofia di continuare ad essere filosofia dell'essere, e quindi, in ultima
analisi, annullerebbe la possibilità della filosofia medesima. Capire ciò
osserva una postilla al saggio irriducibilità
deve essere ben difficile, se i
miei amici, certo di filosofia. pronto
ingegno, come Spirito prima e Calogero dopo, non hanno visto che, con la loro
aperta professione di riduzione della filosofia alle determinate scienze
(Spirito), o a filosofia della prassi
(Calogero) non hanno fatto altro che dotarmi di spirito profetico, in quanto
avevo prearmunziato il necessario finire della filosofia neohegehana in genere,
e attuahstica in specie, nell'uno o
nell'altro dei detti estremi Che cos'è la filosofia? La stessa soluzione che
Carabellese aveva proposta, peraltro, \'iene da lui criticata, perchè in essa
il problema interno della possibihtà del filosofare non era visto nella sua
connessione colla soluzione ontologica del problema oggettivo. Là si parla
ancora, infatti, di una trascendenza della filosofia, mentre la filosofia come la religione non è
trascendente essa stessa, bensì ricerca del trascendente, trascendentalità.
Entrambe, filosofia e religione, se rivendicassero il concreto, dovrebbero
perire insieme nel contendersi tutta l'attività spirituale concreta, o una
determinata forma di questa. Ma che periscano è impossibile: bisogna dunque che
rinunzino entrambe alla concretezza, per salvarsi entrambe, ciascuna col suo proprio valore.
Eppure questa rinunzia è ancora soltanto una condizione negativa. Dopo di essa
bisogna chiedersi, come fa il saggio conclusivo del volume: È possibile
filosofare? Kant aveva dimostrato secondo CarabeUese che una filosofia come
specifico sapere dell'essere è indispensabile. Ma i post-kantiani annullarono
la dimostrazione kantiana, e con ciò la
stessa filosofia, ridotta all'attività spirituale in genere. Solo la
riflessione pura della coscienza ontologica ristabilisce la possibilità della
filosofia, evitando di identificarla, sia col sapere concreto delle scienze,
sia con lo stesso principio trascendente verso il quale è sforzo. Allora
problema interno e problema oggettivo del filosofare si stringono saldamente
tra loro, pur senza confondersi: perchè
sia possibile filosofare devesi ammettere l'essere in sé, del quale la
filosofia sia riflessione; perchè si ammetta l'essere in sé, bisogna che sia
possibile la filosofia come speciale sapere o meglio, se si vuole, come quello
speciale atteggiamento di coscienza che ricerca il trascendente assoluto, che é
l'essere in sé. La filosofia e I4. DcttO
CÌÒ, tuttavia, l'oggethvtia. gj
vcdc aucora da che cosa il filosofo possa desumere ciò che ha da dire.Il
filosofo non deve professare la filosofia che a lui personalmente piaccia, ma
quella a cui l'oggettiva coscienza lo induca Che cos'è la filosofia? ma quale è
quella filosofia a cui l'oggettiva coscienza lo induce? A questa domanda
Carabellese non può ri co.
Sovranità della filosofia spendere, se non con una
perenne problematicità, che corrisponde,
in qualche modo, a quella problematicità che Spirito trarrà dall' attuaUsmo.
Egli dice che la problematicità del filosofo non parte affatto dal nulla, né
dalla negazione: parte dalla coscienza concreta: ma con ciò non fa altro che
reinserirsi, in sostanza, nella tradizione socratico-platonica (Carabellese ne cita come rappresentanti
Aristotele e Agostino, qui d'accordo,
secondo cui sapere è sempre sapere in modo piìi
espUcito ciò che già si sapeva. Questo appello a un implicito da
esphcitare si giustifica, tuttavia, forse meno nell'ontologismo critico che
nelle filosofie tradizionali, platoniche e cristiane. Queste riserve non
tolgono che Carabellese, con il suo spirito profetivolume sulla possibilità
della filosofia scritto che può considerarsi
come il suo testamento spirituale ponga il tema principale del dibattito
filosofico in Italia per almeno un decennio: il tema della morte della
metafisica. Anche se non tutti coloro che conducevano quel dibattito si
ricordarono di lui, anche se i più tra quelli che pronunziarono una sentenza di
morte per la metafisica non si accorsero della loro ignoratio elenchi rispetto
alle tesi del Carabellese, noi non
possiamo non riconoscere ancora una volta in Carabellese una sorta di spirito
profetico e, questa volta, anche rispetto al futuro. Con lucidità
impressionante, infatti, egli respinge, insieme col pregiudizio della
normatività della filosofia,
l'identificazione tra filosofia e politica pura, tra filosofia e pohtica
determinata, tra filosofia e storia della filosofia nel senso che sarà sostenuto poi, tra gh altri, da Garin e,
infine, tra filosofia e fede oltre che, come già si è visto, tra filosofia e
scienza e tra filosofia e prassi. La capacità di prevedere e prevenire i
nemici, in Carabellese, non aveva l'eguale. Il vedere neUa non hegeliana
identificazione di filosofia e politica pura la esasperazione della hegehana
eticità dello Stato; il riconoscere l'inutihtà del filosofare nelle determinate esigenze poUtiche, contro il sogno platonico dei
filosofi reggitori di Stato; il sostenere l'inutilità del filosofare per la
vita, come segno deUa sovranità
della filosofia, sono una battaglia
combattuta in anticipo contro nemici non ancora tutti schierati. E, se si dove
guardare al suo esito pragmaticamente e storicisticamente, si dove anche dire:
una battaglia perduta. Ma il senso del
testamento spirituale di Carabellese è appunto il rifiuto di una considerazione
pragmatica e storicistica della filosofia. Questo rimane, anche se la tendenza
a sacrificare il concreto all'universalità toghe, a quel rifiuto, molte
opportunità di proporsi come più positivamente costruttivo. CrOCE giunse assai
tardi alla Tardivo appro fìlosofia. Benché la sua attività di
studioso fosse precocissima
(prima dei vent'anni egli aveva già pubblicato alcuni lavori) e si
esplicasse fin dall'inizio con rara intensità, tuttavia essa non offrì stimoli
efficaci al manifestarsi della sua vocazione filosofica, essendo dominata d’una
curiosità d’erudito e di letterato che trova il suo pascolo nella ricerca
d'archivio e di biblioteca, in collaborazione con altra onesta e buona e mite
gente, uomini che non avevano l'abito del troppo pensare {Etica e Politica,
Bari), come s’esprime Croce stesso; ne taU stimoU al pensare venivano offerti a
Croce dai casi della vita e dalle influenze
dei vari ambienti in cui tah casi si verificavano sotto forma di
problemi spirituali d'indole etico-rehgiosa, o pratico-sociale, e simili (e son
preziose per questo rispetto le confessioni del Croce medesimo nel suo
Contributo alla critica di me stesso, ripubbhcato in appendice al volume Etica
e Politica. Nato a Pescasseroh, paese
montano degl'Abruzzi, l’amhiente da una ricca famiglia di proprietari terrieri, trova in questa esempi
di severe virtii domestiche, austera laboriosità del padre nell'amministrazione
del suo patrimonio, cura attenta e amorosa della casa da parte della madre, la
quale serba altresì amore per i libri e soprattutto pella letteratura romantica
di costume medievale oltre che pell'arte e per gl’antichi monumenti, amore che
trasmise vivissimo fin dai primi anni
d'infanzia al figlio, il quale come scrive si trova ad avere in tutta la sua
fanciullezza come un cuore nel cuore, e questo cuore era la letteratura o
piuttosto la storia. Ma manca in quell'ambiente familiare qualunque risonanza
di vita pubblica e politica: il persistente segreto attaccamento ai Borboni, la
sorda diffidenza pelle idee e il costume del nuovo stato piemontese, vietavano
ogni partecipazione attiva al moto del risorgimento e all'opera di costruzione
del nuovo stato nazionale. E le relazioni della famigha con i due fratelli SPAVENTA,
cugini del padre, s’erano rotte: l'ex-prete Bertrando, allora professore di
filosofia a Roma, era oggetto di scandalo per la sua apostasia; e Silvio,
esponente autorevole del liberalismo trionfante, era sentito come
l'incarnazione di quel mondo a cui i
Croce erano intimamente estranei o avversi. Eguale sordità alle esigenze della
nuova politica e del nuovo pensiero, Croce trova nel collegio tenuto d’ecclesiastici
a Napoli, dove egli entra a circa io anni e dove compì i suoi studi secondari,
che alimentarono le sue inclinazioni letterario-erudite, specialmente sotto
l'influenza di SANCTIS e CARDUCCIC, da lui letti e riletti sui banchi del liceo, senza che
tuttavia riuscisse a sentire, se non in modo superficiale l'alta ispirazione
morale della loro opera critica. E si compì in quegli anni quella ch'egli
chiama crisi religiosa, determinata non da profondo travaglio o inquietudine
interiore, ma dal graduale spontaneo spegnersi dell'adesione a credenze da lui
fino allora passivamente accolte e dall'abbandono delle pratiche esteriori. Gli studi. Al
termine degli studi secondari, la sua vita fu sconvolta da una gravissima
sciagura familiare, la perdita d’entrambi / casi della vita i genitori e
dell'unica sorella nel terremoto di Casamicciola (nell'isola d'Ischia, dove la
famiglia era a villeggiare), ed egli stesso rimase per molte ore seppellito
sotto le macerie, uscendone colle ossa fracassate. Guarito daUe ferite, avendo lo zio Silvio Spaventa
assunto la tutela dei due orfani sopravvissuti, egli si trasferi a Roma, in
casa del tutore, e ci rimase tre anni. In questo periodo fece due esperienze
nuove, che lasciarono tracce durevoli nel suo spirito: casa Spaventa era
frequentata da gran numero di parlamentari e giornalisti ed esponenti deUa
cultura universitaria, tra i quali si accendevano vivacissime discussioni sui
fatti del giorno e sugh avvenimenti della vita politica, discussioni dominate
da passioni e contrasti così importanti e violenti da turbare l'animo del
giovanetto che vi assisteva, trasformando l'indifferenza pella politica,
propria degli ambienti in cui fino
allora era vissuto, in vera e propria avversione. D'altra parte, iscritto alla
Facoltà di Giurisprudenza, per essere
avviato alla diplomazia, non trovò in quegU studi nulla che lo interessasse e valesse a placare
le sue ansie per la vita avvenire, a sollevare il suo spirito dalla nera
depressione nella quale la sciagura famihare lo aveva lasciato (fu pessimo
scolaro, e non giunse mai alla laurea). Ma nella Facoltà di Lettere insegna
allora Filosofia Morale un uomo di grande ingegno e di forti entusiasmi, Labriola, ch'egU aveva conosciuto
e preso ad ammirare nelle conversazioni serali di casa Spaventa. Croce si diede
a frequentare le lezioni universitarie del Labriola, e ne fu preso. Quelle
lezioni scrive Croce nel suo Contributo Labriola, vennero incontro
inaspettatamente al mio angoscioso bisogno di rifarmi in forma razionale una
fede sulla vita e i suoi fini e doveri, avendo
perso la guida della dottrina rehgiosa e sentendomi nel tempo stesso
insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le
quah non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione
della moraUtà stessa, risoluta in egoismo piìi o meno larvato. L'etica
herbartiana del Labriola valse a restaurare nel mio animo la maestà
dell'ideale, del L'idealismo
storicistico di Croce dover essere
contrapposto all'essere, e misterioso in quel suo contrapporsi, ma perciò
stesso assoluto e intransigente. L'herbartismo del Labriola suscita in Croce
reverenza per forme ideali eterne, platonicamente scisse dal reale e collocate
nell'empireo, fornenti nella loro assolutezza un solido fondamento alla morale,
e anda incontro alla sua istintiva avversione al naturalism.o positivistico, che sommerge
nell'esperienza e abbassa a superstizione ogni culto dell'ideale.Piiì tardi
Croce tornerà sull'herbartismo, e porrà ogni suo sforzo nell'intento di colmare
quell'abisso tra ideale e reale, attribuendo alle idee calate dall'empireo nel
mondo dell'esperienza il valore di principii direttivi o forme dell'operare
umano, e riconoscendo le esigenze più profonde
dell'aborrito positivismo. Ma per il momento l'herbartismo suscita in
lui un fermentare d'idee sul rapporto tra dovere e piacere, sulla distinzione
tra azioni ispirate al rispetto della pura idea morale e quelle scaturite da
impulsi passionali. Indagini eruTomato a NapoH,
dopo tre anni di soggiorno a Roma, lasciata la pohticante società romana
acre di passioni, entrò in una società tutta
composta di bibliotecari, archivisti, eruditi, curiosi e a quella
società egli si adeguò pienamente e fu com'egli dice tutto versato
nell'esterno, cioè nelle ricerche di erudizione. L'intensità e la foga di
questo lavoro d'indagini nei campi angusti degli aneddoti e curiosità, finì col
produrre in lui sazietà e disgusto per quelle esercitazioni esterne. E da
questo scontento credette di poter uscire
allargando l'orizzonte delle sue ricerche dall'ambito di vicende locali
a quello della vita morale delle nazioni nei loro reciproci rapporti (ad
esempio i rapporti italo-spagnoH nel Rinascimento). Ma di quello scontento egli
intuì la più vera e profonda ragione nel fatto che, mentre da tanti anni fa o
crede di fare storia, non sa che cosa fosse la storia, quale ne fosse la
natura: e meditando su questo problema,
con ampie letture (prendendo, tra l'altro, un primo contatto con La scienza
nuova del Vico) s'accorse che la dite /
casi della vita soluzione di esso impKca
un radicale cangiamento di prospettiva, uno spostamento d'interesse da quello
che è l'oggetto del conoscere storico, dai fatti costituenti il passato che
s'intende ricostruire, alla mente dello storico che è il soggetto di quell'opera di ricostruzione, per ricercare
in essa, nella coscienza dell'uomo, i tratti specifici di quella forma di
conoscenza che è la conoscenza storica nelle sue connessioni con le altre forme
di sapere di cui l'uomo è capace e con l'operare pratico costitutivo della vita
dell'uomo. Era, // problema quello, un problema di logica della storia,
concernente cioè '^*^il concetto della
storia, era dunque un problema di
filosofia, di filosofia sulla storia. Da queste meditazioni nacque il
saggio La storia ridotta sotto il
concetto generale dell'arte, che fu come dice Croce come una rivelazione di me
a me stesso, come cosa che mi sta a cuore e mi usce dal cuore, e non come una
più o meno frivola e indifferente scrittura di erudizione. Quel saggio suscita
un gran fervore di polemiche che tennero
impegnato Croce per vari mesi, e lo indussero a chiarire e sviluppare il suo
pensiero in vari scritti, raccolti poi nel volume Saggi. Ma quando, gettata
luce filosofica sul lavoro storico, egH crede di poter tornare a questo
riprendendo le sue ricerche sui rapporti
tra ItaUa e Spagna, una nuova spinta improvvisa e irresistibile lo ricacciò con
rinnovato fervore nelle riflessioni sul
problema della storia e fu un secondo incontro col suo maestro e amico
Labriola, che, passato dall'herbartismo al marxismo, mise il suo amico a parte
dell'opera, a cui egli si era accinto, di teorizzamento del socialismo e della
dottrina del materiahsmo storico che ne costituiva l'ideologia. Il contatto col
marxismo ingenerò nel Croce anche un 11 marxismo. appassionamento politico,
la fede sociaHstica nella pahngenesi del
genere umano redento dal lavoro, e nel lavoro: ma fu un appassionamento
politico passeggero, che quella fede fu corrosa dalla critica ch'egU venne
facendo dei concetti del marxismo, in una serie di saggi, da lui scritti,
raccolti poi nel volume che porta il titolo Materialismo storico ed economia
marxistica. Ma del tumulto di quegli anni mi rimase come buon frutto l'accresciuta esperienza dei
problemi umani e il rinvigorito spirito filosofico Saggi, Bari. Croce si sente ormai maturo per dare
una organica sistemazione alle idee sulla storia, scaturite primamente dalle
riflessioni sulla connessione della storia con l'arte e ampliatesi poi e
approfonditesi nell'esperienza marxistica. Quest'organica sistemazione
costituirà quella che Croce chiamerà Filosofia dello Spirito, che si apre
con l'Estetica e si conclude con la Teoria e storia della storiografia,
occupando il quindicennio che precede la guerra mondiale. Politica attiva. Dopo
la fine della guerra Croce, senatore, entrò a far parte del gabinetto Giolitti
come ministro dell'Istruzione, e progettò una riforma scolastica che, tuttavia,
non ebbe il tempo di far approvare dalle
Camere, per la caduta del Ministero. Con l'avvento del fascismo non
volle pili accettare incarichi di governo, ma lui stesso indica in Gentile
l'uomo che avrebbe potuto portare a termine la riforma. Già in questo momento,
tuttavia, i rapporti tra i due filosofi si andavno raffreddando: sia per
ragioni teoriche (come vedremo), accentuate ancora dalle polemiche tra i
rispettivi discepoli, sia per ragioni
politiche. Dopo il delitto Matteotti, Croce, che aveva in un primo tempo
accettato il fascismo come minor male, muta il suo voto favorevole, prudente e
patriottico, in una decisa opposizione. Cessa quasi del tutto di frequentare il
Senato, e pronunziò, e mise per scritto, severe condanne del fascismo. Salvo,
tuttavia, un'invasione della sua casa napoletana da parte d’esagitati, che la moglie Adele contribuì a fermare, fu
sempre lasciato tranquillo, e alla rivista che Croce fonda, La critica, fu
lasciata una libertà, per quei tempi, eccezionale. Questa voce d'opposizione,
per un verso, serviva da aUbi culturale al regime, ma per un altro servì a
raccogliere intorno al crocianesimo tutto l'antifascismo rimasto nei / casi
della vita confini italiani. Caduto il fascismo, tuttavia, non riuscì a Croce di trattenere se
non in minima parte tale antifascismo nel quadro e nello spirito del
ricostituito partito liberale, di cui Croce fu presidente. Membro della
Costituente e ministro, Croce conclude definitivamente la sua vita politica,
per proseguire senza soste i suoi studi, fino alla morte. Lasciò parte del suo
palazzo napoletano e la ricchissima biblioteca all'Istituto per gli studi storici, da lui fondato, con lo
scopo soprattutto d’indirizzare i filosofi verso quelle ricerche che più aveva
amate. La storia come arte e come
scienza. Avendo l'occhio alla futura costruzione del sistema della Filosofia
dello Spirito, delineeremo brevemente come preparazione di essa le idee
principah contenute così nella memoria su La storia ridotta sotto il concetto
generale dell'arte e negh scritti ad
essa collegati, come nella raccolta dei saggi sul Materialismo stanco.
Nell'attività intellettuale di Croce, la ricerca La storia tra storico-erudita
e quella storico-letteraria o critica della poesia erano costantemente
affiancate e spesso (come ad esempio nell'esame della poesia popolare e delle
leggende locali) s'intrecciavano tra loro, guidate, se non dal concetto, dall'intravvedimento d'un'affinità spirituale
e d'una comune radice spirituale della storia e dell'arte. Si capisce quindi
che, quando nella Memoria con cui Croce inizia la sua attività filosofica,
prese ad esaminare di proposito nei suoi termini più generali il problema della
natura della storia, egH avesse presente quel ravvicinamento della storia
all'arte, da lui sperimentato negh anni
precedenti. E partendo dal
presupposto comunemente accettato, anche se non criticamente fondato che vi
siano due e non più di due forme di conoscenza, quella sopraccennata dell'arte
e quella della scienza, il problema deUa natura della conoscenza storica assume
la forma del problema se la storia rientrasse nell'ambito dell'arte o in quello
della scienza, e si risolve arte e scienza. con
la tesi che la storia non si identificasse senz'altro con l'arte, ma
fosse riducibile sotto il concetto generale dell'arte, come suona il titolo
della Memoria. Occorre dunque innanzi tutto precisare i caratteri che
differenziano l'arte dalla scienza. E in questa precisazione si conclude che la
scienza è elaborazione della realtà in forma concettuale, per cui il
particolare è inteso in quanto riportato all'universale; l'arte invece è
elaborazione della realtà in forma rappresentativa, è conoscenza immediata o
intuitiva dell'individuale. Vero è che Croce, all'inizio della sua Memoria,
esaminando le varie definizioni dell'arte date dagli studiosi, ritiene come
sola definizione accettabile quella che gH storici dell'Estetica attribuiscono
ad Hegel, secondo la quale l'arte è manifestazione sensibile o ESPRESSIONE di qualcosa che per Hegel è
l'idea. Sembra che con ciò Croce enunci un concetto dell'arte, nuovo rispetto a
quello dell'arte come conoscenza dell'individuale. Ma in effetti Croce non dà
al concetto d’ESPRESSIONE alcun rilievo particolare in questo senso, e in ogni
caso non sarebbe pertinente al problema ch'egH
discute, concernente la natura artistica della storia: per questo problema il concetto di
arte-espressione è irrilevante, mentre s’accentua a questo scopo il concetto di
arte come conoscenza rappresentativa, non concettuale. La storia come Da quauto SÌ è detto sui caratteri
differenziali tra scienza e arte, risulta che la storia non è scienza, appunto
perchè non elabora concetti, ma espone fatti nella loro concretezza
individuale. Vero è che da varie parti
si è tentato di considerare la storia come elaborazione di concetti. Da parte
del positivismo la storia è presentata come scienza dello svolgimento degli
uomini nella loro attività di esseri sociali, identificandola colla sociologia,
che convertiva l'idea della vita storica nella monotona ripetizione di alcuni
schemi poHtici, sociali e variamente istituzionah, e nell'azione di alcune leggi generali, e con tale conversione si
menava vanto d' innalzare 1'ingenua
storia degli storici a scienza positiva e naturale. E d'altra
parte, arte La storia come arte e come
scienza nel tempo stesso il positivismo abbassava l'arte a piacere dei sensi,
piacere di associazioni psichiche, piacere di abitudini e disposizioni
ereditarie non diverso da quello dell'utile e non mancavano coloro che la riportano addirittura all'istinto
sessuale o alla preistoria animalesca e la descriveno come una sorta di Hbidine
affinata e svaporata. Contro tali deformazioni del concetto di storia,
miranti Polemiche canai caratterizzare
la storia come scienza o elaborazione con^^0
le pseudostorte. cettuale, Croce assume un atteggiamento risolutamente
polemico. Per quel che riguarda il positivismo,
come contro il sensismo che considera l'arte torbida e oscura vibrazione
del piacere e dell'utile, Croce riafferma che l'arte è conoscenza, così contro
il sociologismo afferma che la storia non è conoscenza di ritmi generali della
vita sociale, ma è, al pari dell'arte, conoscenza di fatti individuah; e agli
evoluzionisti osserva che la storia non è scienza dello svolgimento, non
determina che cosa lo svolgimento è (compito, questo, della filosofia indagatrice
dei concetti che sono i principii dell'essere); la storia espone i fatti dello
svolgimento umano. E con argomenti analoghi critica la filosofia della storia.
Che la realtà storica sia attingibile all'esperienza e sia specificamente
realtà umana, è concetto che si collega a un ordine di considerazioni con cui
Croce fa un nuovo passo avanti sulla
questione della natura della storia. Si, la storia s'è visto è riducibile sotto
il concetto generale dell'arte, in quanto questa è conoscenza rappresentativa
della realtà, intuizione immediata e irriflessa dell'individuale nella sua
concretezza. Ma non per questo la storia s'identifica con l'arte: entro
l'ambito della produzione estetica la storia occupa un suo posto speciale che
si tratta di definire. La storia,
rispetto alle altre produzioni dell'arte, si occupa non di ciò ch'è possibile,
ma di ciò ch'è realmente accaduto. E sta al complesso della produzione
dell'arte come la parte al tutto; Ora, nel senso corrente della parola, si
chiama arte solo quell'attività, ch'è diretta a rappresentare il possibile
(piìi propriamente l'arte in senso
stretto è indifferente alla distinzione tra
possibile e reale. In fondo,
anche la rappresentazione del realmente accaduto la storia è processo
essenzialmente artistico ed offre interesse simile a quello dell'arte.
Costruire la Prima Condizione per avere una storia vera (e insieme narrazione.
opera d'arte) è secondo Croce che sia possibile costruire una narrazione, cioè appurare la materia da
esporre con lavori preparatore di ricerca
critica e interpretazione dei documenti, i quali tuttavia solo di rado
consentono una narrazione completa, ostacolata dal sorgere continuo di dubbi e
riserve e discussioni. Ma a questo punto il problema della natura della storia
cambia radicalmente d'aspetto e presenta gravi difficoltà: è conciliabile
l'antico concetto di storia-arte col nuovo di storia-narrazione? Si può ancora
mantenere la tesi che la storia sia
rappresentazione immediata e irriflessa e intuitiva, escludente qualsiasi
elaborazione concettuale, quando si afferma che la storia-narrazione ha il
compito di ridurre i fatti alle loro cause, e questo compito implica un
complesso e faticoso lavoro di preparazione che, per giunta, solo di rado porta
allo scopo? Non occorre forse rinunziare a quella che era la tesi fondamentale della Memoria, che la storia
dovendo essere ricondotta sotto il concetto dell'arte, resta esclusa
dall'ambito della Scienza? Questi interrogativi si fanno sempre piìi
assillanti, via via che procediamo nell'esame di considerazioni espHcative che Croce fa negli scrittarelli da
lui pubblicati nei due anni successivi, e particolarmente in quelli sulla
filosofia della storia e in quelli sulla classificazione dello scibile:
considerazioni le quali, pur con oscillazioni derivanti dall'attaccamento alla
vecchia tesi della storia-arte,
accentuano il carattere scientifico del concetto di storia-narrazione.
Distinzione tra Del resto è Opportuno sottolineare Croce stesso possibile e
reale. ^Iq^^ìì anni dopo, quando aveva
già percorso un lungo itinerario speculativo fino al punto di giungere alla sua
tesi La storia come arte e come scienza
fondamentale dell’identità della storia colla filosofia quale scienza dei concetti puri, raccogliendo in saggi gli
scritti sopra esaminati, scrive nella prefazione ad esso, che quando compone
quegli scritti, non scorge il problema che la concezione della storia come
rappresentazione estetica del reale, gli pone innanzi: ossia, che una
rappresentazione, nella quale il reale è dialetticamente distinto dal
possibile, è più che semplice rappresentazione ed estetica intuizione,
e s’attua proprio per virtù del concetto, filosoficamente inteso come
unità d’universale e individuale. Il problema della storia negli studi
marxistici. Dal travaglio di pensiero che s’esprime negli scritti crociani
afiìora sempre più chiaro il convincimento che la storia, pur rimanendo saldata
all'arte nelle sue radici, in quanto conoscenza rappresentativa, a-concettuale
del reale nella sua concreta
individualità, implichi altresì in quanto narrazione di fatti realmente
accaduti un'elaborazione dei dati pella quale i fatti siano ricondotti alle
loro cause, in una concezione generale della natura dell'uomo autore della
storia tanto come individuo quanto come essere sociale: e in questa
elaborazione la storia s’accosta alla scienza. Siffatto convincimento, che
negli scritti sopra accennati volti alla
dimostrazione della riducibilità della storia sotto il concetto generale
dell'arte appare vacillante e marginale, si consolida e si pone al centro della
riflessione speculativa di Croce, quando, attraverso i suoi rapporti con
LABRIOLA, gli si venne scoprendo un mondo nuovo, a lui fino allora del tutto
ignoto, raffigurato nella dottrina marxistica del materialismo storico, di cui LABRIOLA si rivela
autorevolissimo interprete in saggi pubblicati a cura dello stesso Croce.
Intanto io scrive Croce molti anni più tardi, Lo studio d’infiammato dalla
lettura delle pagine di LABRIOLA, preso dal sentimento d’una rivelazione che s’apre
al mio spirito Marx. ansioso, mi cacciai tutto nello studio di Marx e degl’economisti
e dei comunisti moderni e antichi,
studio che dovevo proseguire intensamente, per oltre due anni - Materialismo storico ed economia
marxistica, Bari, Appendice. Frutto di
questo studio fu una serie di saggi, raccolti nel volume dal titolo
Materialismo storico ed economia marxistica. Ed è opportuno sottolineare subito
il punto di vista dal quale per esplicita dichiarazione egli si propone d’esaminare
la dottrina marxistica: questa gl’importa
soprattutto al fine di quel che se ne potesse o no trarre per concepire in modo
piti vivo e pieno la filosofia e intendere meglio la storia -- Appendice; il che significa che,
nell'interpretazione del marxismo, nello sforzo di liberarne il nocciolo sano
dalle sovrapposizioni accidentali introdottevi dallo stesso autore e dalle
incaute deduzioni della scuola, erano presenti al Croce gli stessi problemi attorno a cui egli
si travaglia fin dal periodo precedente, e cioè la natura gnoseologica della
storia e la determinazione del posto che essa occupa nel quadro generale della
vita spirituale, che è compito della filosofia delineare. Era un allargamento
d'orizzonte e un arricchimento di materiale idoneo all'avviamento a soluzione,
ma in una continuità di problematica.
Il materialismo storico presenta due aspetti, che Croce nettamente
distingue pur riconoscendo che nella dottrina sono strettamente connessi. Il materialismo
Per un lato, esso vuol essere una teoria scientifica, che storico. mette in
luce la struttura del divenire storico. Sostrato della storia è l'economia,
cioè quel sistema nei rapporti tra l'uomo e le cose della natura e tra l'uomo e
l'uomo, che si concreta nel LAVORO –
GRICE ONTOLOGICAL MARXISM --, produttivo per un lato di beni materiali, il cui
valore, s'identifica e si commisura colla quantità di lavoro necessario a
produrli, e pell'altro lato di socialità e divisione di classi in un giuoco d'interessi contrastanti. Di questa
Il problema della storia negli studi marxistici struttura reale della storia
sono eco o riflesso (sovrastrutture)
quelle manifestazioni della vita umana che si chiamano moralità e religione,
diritto e politica, arte e scienza o filosofia, sistemi d'idee (ideologie)
attraverso i quaU l'uomo acquista coscienza del suo proprio essere economico e
del divenire d’esso nella storia. Pell'altro
lato, il materialismo storico è un programma Il programma pratico-politico,
che, appoggiandosi sulla previsione
dell'avP^^o'^^arx. venire umano resa possibile dalla teoria, assegna all'azione
degll’uomini una direttiva rivoluzionaria, tendente cioè non più a comprendere
ma a cangiare la realtà storica, verso uno sbocco finale nel quale il dramma
della storia abbia il suo scioglimento (rivoluzione comunista). La necessità
immanente al divenire storico porta, nell'età moderna, alla strutturazione della società sulla base
dell'economia capitalistica, caratterizzata dalla formazione di due classi in
reciproca lotta radicale: l'una è quella dei detentori di tutti gli strumenti
di produzione, minoranza privilegiata sempre pili ristretta, classe dominante;
l'altra è la massa di coloro, che, per vivere, dispongono soltanto del lavoro
delle proprie braccia che, in regime di sfrenata concorrenza, essi sono costretti a vendere ai
dominatori a condizioni sempre più esose. La ripartizione della ricchezza
prodotta si traduce in un sistema d’implacabile sfruttamento dei lavoratori da
parte dei datori di lavoro. Quando lo sfruttamento avrà raggiunto il suo
culmine, non potrà non determinarsi l'insorgere degli sfruttati contro gli
sfruttatori, non potrà non determinarsi l'urto
violento fra le due classi, la rivoluzione che spezzerà l'involucro
capitalistico e porta all'espropriazione degl’espropriatori. I capitalisti
abbandoneranno allora alle masse gli strumenti di produzione di cui si sono
impossessati. Lo stato italiano diventa così l'unico imprenditore e datore di
lavoro. E coll'abolizione della proprietà privata cessa anche la divisione
della società in classi. A conclusione
delle lunghe ricerche e meditazioni su questo mondo di pensiero rivelatogli da
LABRIOLA, Croce L. storia
della filosofia. ima espresse
sul materialismo storico il suo giudizio
che ulteriormente sarà sviluppato e articolato, ma non mutato nella sua
sostanza in due saggi, uno intitolato
Sulla forma scientifica del materialismo storico, e l'altro intitolato Pell’interpretazione e la critica d’alcuni concetti del marxismo, nel voi. cit. Materialismo storico. Critica del
conE innanzitutto affronta la
tesi che è al centro della dottrina, secondo la quale sostrato o struttura
sottostante della Storia, sorreggente tutto il resto e principio di
spiegazione, è l'Economia. In questa tesi egli rileva un'ambiguità fondamentale. Per un verso l'Economia è
presentata come una entità trascendente
la storia, materia, in quanto negazione della spiritualità o coscienza umana,
dea ascosa della storia, quella che tira i fili dei personaggi e delle loro
azioni, con un disegno preordinato, implicante uno stadio terminale e
apocahttico, che segna il passaggio fatale dalla servitù al regno della
libertà; forma o nome nuovo dell'antico Dio dei teologi o dell'Assoluto e
dell'Idea dei metafisici. Ne deriva la
conseguenza deUa tendenza metodologica a costruire la storia secondo leggi a
priori, mettendo a tacere la voce genuina dei fatti; ne deriva altresì una
scissione, nella vita storica, tra realtà e apparenza, noumeno e fenomeno, tra
essere originario materiale non determinato dalla coscienza e coscienza
determinata dell'essere, tra struttura economica e soprastrutture ideologiche. Per l'altro verso: il
materialismo storico è una prospettiva di umanizzazione dell'economia, in
quanto questa non è che un momento o aspetto dell'operosità umana, unica
autrice della storia, inserita quindi in un processo immanente a un processo di
vita cosciente o spirituale, che la salda a tutte le altre manifestazioni
egualmente originarie, della coscienza. La dialettica dell'economia non è l'astratta dialettica
dell'Idea, ma la dialettica dei bisogni ossia dell'effettiva operosità umana,
quale si concreta e si svolge non in forme meccanicamente preordinate e
prevedibili a priori, ma in fatti empiricamente accertabili; la storia è
concepita come Il problema della storia
negli studi marxistici un unico tutto, in cui è indistinguibile il nocciolo
dalla corteccia; lo spirito, creatore
della propria storia, non è lo spirito economico, cioè in una forma particolare
e astratta, ma è lo spirito nella sua reale unità e totalità; si scioglie
quindi il nesso arbitrario fra storia e problema socialista e in genere
economico, e si annoda quello tra storia e vita, concependosi la vita nella
totalità delle sue forme, a ogni momento nuova, e perciò anche come economia,
ma non solo come economia. Questi due
ordini di motivi sono frammisti e confusi. Filosofia delia cosi
nell'esposizione dei due fondatori della dottrina Marx ^smrcHHcoT^'
e Engels come nei seguaci della
scuola. Per Croce si tratta di due orientamenti opposti, termini d'un'alternativa
che impone una scelta: o la via vecchia delle filosofìe della storia,
teologiche o metafìsiche che siano, o la
via nuova d'un umanismo critico e realistico. Abbiamo veduto che Croce, anche
prima di prender contatto col marxismo, aveva preso un atteggiamento di netta
opposizione ad ogni forma di filosofìa della storia; si comprende quindi come,
di fronte al materialismo storico, egli ribadisca il concetto che la reazione
filosofica dello spirito critico ha colpito a morte e gettato a teiTa
quelle costruzioni della storia,
fantasiose e arbitrarie e anche tendenziose; e affermi risolutamente, per far
valere quegli elementi in esso contenuti che costituiscono un contributo
positivo e fecondo al rinnovamento della storiografìa e della filosofìa, che il
materialismo storico non è una filosofìa della storia -- Materialismo storico ;
e per la distinzione dei due opposti orientamenti del materialismo, l'opera di Croce, Storia della
storiografia italiana, Bari, Laterza. Per quali ragioni il materialismo storico
non ha validità come filosofìa della storia?
E per quali ragioni gli autori e gl’interpreti d’esso gl’hanno dato
questo orientamento fallace? Alla prima domanda Croce risponde: la possibilità
d'una filosofìa della storia presuppone la possibilità d’una risoluzione concettuale del corso della storia, ossia, di
ritrovare il concetto al quale si riducono i complessi fatti storici, di
scoprire in una parola la legge della storia. Ora mentre è possibile ridurre
concettualmente gl’elementi di realtà che appaiono nella storia (moralità,
diritto, economia, arte, scienza) e anche le loro relazioni reciproche, non è
possibile elaborare concettualmente il complesso individuato di questi elementi, ossia il
fatto concreto, che è il corso storico Materialismo storico. La società è un
dato scrive LABRIOLA, e CROCE vi
aderisce, e la storia non è che storia della società. Il materialismo storico
non è una teoria rigorosa. Li conclusione, per Croce nel materialismo storico
non bisogna cercare una teoria da prendere in senso rigoroso e anzi esso non è
punto quel che si dice propriamente una
teoria. Il che non significa disconoscimento del valore delle feconde scoperte
che sono dovute al materialismo storico per intendere la vita e la storia,
l'affermazione della reciproca dipendenza di tutte le parti della vita, e della
genesi d’esse dal sottosuolo economico: sicché è accettabile l'affermazione d’'Engels
che le condizioni economiche formano il
filo rosso che attraversa tutta la storia e ne guida l'intendimento.
Rispetto alla storiografia, il materialismo storico si risolve in un
ammonimento a tener presenti le osservazioni fatte da esso come nuovo sussidio
a intendere la storia, fornisce allo storico un buon paio di occhiali, che
permette al miope di vedere ben altrimenti e di dare contorni precisi a tante
ombre incerte; ma sono formule non
assolute, che sottintendono sempre un presso a poco e un all'incirca. Esso
sorge dal bisogno di rendersi conto d’una determinata configurazione sociale,
quella scaturita dalla Rivoluzione francese, non già dal proposito di ricercare
i fattori della vita storica in generale, e si formò nella testa di politici e
di rivoluzionari e non già di freddi e compassati scienziati di
biblioteca. Per Croce, Marx era
personalità di uomo pratico e rivoluzionario, impaziente di ricerche
schiettamente storiche, preoccupato soprattutto di cercare nelle anahsi della
società ti co. Il problema della storia negli studi marxistici attuale
capitalistica le premesse per una società futura comunistica da realizzare con
un'azione rivoluzionaria, a cui una teleologia storica, determinata a
priori, assicurasse con una infallibile
previsione dell'avvenire il pieno successo. Per lui tra la comprensione della
realtà storica e l'azione Prevalere deivolta, a cangiare questa realtà v'è
connessione, ma non «'•'^sse pf^nel
senso che l'una costituisca il prius che condiziona l'altra, bensì nel senso
che sia l'azione a crearsi quella forma di comprensione che si presti a fungere
da strumento per lo scopo che essa
persegue. Un tal predominio dell'interesse pratico-politico su quello teorico-scientifico
Croce rileva anche in LABRIOLA, che pure, nella sua interpretazione del
marxismo, da un riUevo all'aspetto
umanistico d’esso, tale che alla sua posizione s’era inizialmente appoggiato
Croce nella sua critica del marxismo quale filosofìa della storia. Egli, che
pure ha così alto il rispetto della
storia ed è così cauto di fronte ai fatti concreti, rimane impigliato nelle
formule teoriche del materialismo storico, non riesce a liberarsi del tutto dal
fardello delle teorie metafìsiche. In lui, che pure era uomo di scienza,
predomina la fede nell'immancabile avvento del comunismo, e questa fede era
sostenuta e illuminata dalla Weltanschauung metafìsica del materialismo storico, ultima e definitiva filosofìa della
storia. Sicché per lui la posizione di Croce che, preso da tenace passione
scientifica, accetta, sia pure con limitazioni e riserve, 1'economismo
marxistico, ma rifiuta recisamente il socialismo significa rinuncia ad
intendere sia l'uno che l'altro dei due termini; era posizione d' intellettuale
indifferente alle lotte della vita, d’epicureo contemplante amatore solo dei
dibattiti delle idee nei Hbri. Contro una tale connessione o anzi identificazione, operata da LABRIOLA, tra
interpretazione materialistica della storia e sociaHsmo, Croce scrive: Spogliato il materialismo
storico di ogni sopravvivenza di finalità e di disegni provvidenziali, esso non
può dare appoggio né al socialismo né a qualsiasi altro indirizzo pratico della
vita. Solamente nelle sue determinazioni
storiche particolari, nell’osservazione che per mezzo d’esso sarà possibile
fare, si potrà eventualmente trovare un legame tra materiahsmo storico e
socialismo. L'osservazione sarà, per esempio, la seguente: la società è ora
così conformata che la più adatta soluzione, che contiene in sé, è il
socialismo. Osservazione la quale, per altro, non potrà diventare azione e fatto senza una serie di
complementi, che sono motivi d’interesse economico non meno che etici e
sentimentali, giudizi morali ed entusiasmi di fede. Per sé stessa, è fredda e
impotente. Il rapporto tra È qui
adombrato il problema del rapporto tra conoscere conoscere e agi^ agire, che sarà d'ora innanzi
costantemente presente alla speculazione crociana e avrà la sua più articolata e ragionata formulazione
nell'opera che porta appunto il titolo di La storia come pensiero e come
azione. La critica crociana del materialismo storico quale teoria
dell'interpretazione della storia ha mirato finora a liberare quella dottrina d’ogni
concetto aprioristico sia che si trattasse d’eredità hegeliana, sia che si
tratta di contagio di volgare evoluzionismo, sia che fosse richiesto dalla preoccupazione di dare
fondamento saldo alle previsioni dell'avvenire contenute nel programma d'azione
pratico politico proprio del socialismo. Compiuta quest'opera negativa, si
ripropone la questione da cui essa ha preso le mosse: si salva dalla critica
qualcosa per cui il materialismo storico possa essere utilizzato dalla
storiografia? Che cosa può farsi di esso per un
compiuto intendimento della storia? E si risponde: il materiahsmo
storico è accettabile solo come canone d'interpretazione storica, che consiglia
di rivolgere l'attenzione al cosiddetto sostrato economico delle società, per
intendere meglio le loro configurazioni e vicende: canone che non importa
nessuna anticipazione di risultati, ma solamente un aiuto a cercarli, e che é
di uso affatto em.pirico. Il
materialismo storico non può essere che questo: una somma di nuovi dati, di
nuove esperienze, che entrano nella coscienza dello storico. Il problema della
storia negli studi marxistici In questa formula crociana perchè se ne intenda
il significato e la portata è da sottolineare il rilievo che in essa è dato al
carattere d'interiorità, alla coscienza dello storico, del nuovo canone d'interpretazione. Non si tratta d’accrescimento
quantitativo del materiale elaborato dallo storico, di aggiunta di fatti nuovi
a quelli già considerati dall'antica storiografia nella loro esteriorità, e
presunta oggettività; si tratta invece di dare alla coscienza storiografica una
dimensione nuova, di arricchire con nuovi elementi l'interesse vivo dello
storico, per penetrare nel passato, e
comprenderlo in una sempre più articolata connessione dei fatti; opera
quindi della mente dello storico. Ecco in che senso Croce ha utihzzato il materialismo
11 posto dei penstorico ai fini della soluzione dei problemi su cui la sua
spe^o logico nei \ la storiografia.
culazione si travagliava anche prima di entrare a contatto con la nuova
dottrina. Ricordiamo che questi problemi si
accentravano nello sforzo di determinare la natura della storia e la sua
riducibilità sotto il concetto dell'arte. In questo sforzo si affermava sempre
più chiara l'esigenza d'integrare e conciliare, nella storia, con
l'elaborazione intuitiva dei fatti per la quale s'identifica con l'arte,
un'elaborazione concettuale che la ravvicina alla scienza. Ora l'esame critico
del materialismo storico, che scopriva
nell'economismo della vita sociale un nuovo canone d'interpretazione
storica, rafforza la convinzione della necessità d’avvicinare la storia aUa
scienza. Il nuovo canone d'interpretazione, per un lato, apre un campo di nuove
esperienze, che sono interne alla coscienza dello storico, e quindi non hanno
consistenza che nell'attività spirituale esercitata dallo storico sui dati
grezzi, attività per la quale dalla
materialità dei frammenti di realtà storica offerta dai documenti nascono a
poco a poco intuizioni di persone e situazioni e avvenimenti sempre meglio
definite, affini alle forme create dalla fantasia dell'artista; ma, per l'altro
verso, impone una connessione mentale dei fatti, costituita dai rapporti
concettuali che la scienza economica fissa nella valore. realtà storica. E
il socialismo marxistico ha la pretesa
di essere socialismo scientifico appunto perchè fondato sulle leggi
dell'economia quale scienza rigorosa. Valore e plus Ma era veramente
giustificata la pretesa dell'economia marxistica di essere assunta alla dignità
di scienza autonoma? Ed erano validi i concetti di VALORE e plus-valore – H. P. Grice, The conception
of mehrwert --, posti al centro dell'economia marxistica, come pernio della
teoria cosi del materialismo storico come della ideologia socialistica? È
questo il nuovo campo nel quale s’esercitò largamente la critica crociana della
dottrina di Marx. La critica del materialismo storico come teoria paneconomica
della storia si conclude con l'affermazione che essa non è affatto teoria, ma
in sostanza corollario d'un programma
pratico-politico, il programma del socialismo, e ai fini della storiografia non
poteva essere utilizzato che come un nuovo canone d'interpretazione dei fatti
storici. Analogamente, l'economia marxistica, che pretende essere la
trattazione eminentemente scientifica dei fatti economici e della nozione di VALORE
INERENTE ai beni prodotti da una società, non è affatto scienza economica, perchè non abbraccia tutta la
regione dell'attività economica quale si svolge in qualunque forma reale o
possibile di convivenza sociale né si eleva a un concetto di valore applicabile
a tutti i beni comunque prodotti. Essa costruisce astrattamente una società
ipotetica, che assume come società tipo, alla quale devono essere conguagliate
altre forme di società per coglierne i
fattori anomali, in quanto divergenti dalla prima: e questa società
tipica è quella costituita esclusivamente di lavoratori, è questa società
proletaria, che rappresenta il termine ideale del programma politico del
socialismo. È l'intrusione di queste preoccupazioni sociali-pohtiche nel campo
economico ciò che vizia i concetti fondamentali di esso valore e sopravalore
MEHRWERT, e impone di contrapporre
all'economia marxistica un'economia pura, ossia un'economia come scienza
generale. La tesi centrale dell'economia marxistica è l'eguaglianza del valore
dei beni che si producono alla quantità del lavoro // problema della storia
negli studi marxistici necessario per produrli: ma essa ha il suo fondamento
appunto nell'ipotesi di una società fatta esclusivamente di lavoratori e nell'assunzione di questa
società a società tipica (e quindi del valore-lavoro come misura di ogni
valore). Ma nella realtà (ad es.,
nell'attuale società capitalistica) i lavoratori rappresentano solo una
frazione della società produttiva che agisce tra altre categorie economiche,
quelle appunto che apportano alla produzione non il lavoro ma il capitale. Da
queste considerazioni, tuttavia, non
risulta, secondo n valore-lavoro. Croce, che la concezione marxistica manchi
affatto di rispondenza ai fatti: la determinazione del valore-lavoro avrà una
certa rispondenza nei fatti, sempre che esisterà una società che produca beni
per mezzo del lavoro. E la storia ci mostra finora soltanto società di tal
fatta, e quindi l'eguaglianza affermata da Marx del valore col lavoro è un fatto: ma, sottolinea Croce, è un fatto,
che vive tra altri fatti, ossia un fatto che empiricamente ci appare
contrastato, sminuito, svisato da altri fatti, quasi una forza tra le forze, la
quale dia risultante diversa da quella
che darebbe se le altre forze cessassero di operare. Non è un fatto
dominante assoluto, ma non è nemmeno un fatto inesistente e semplicemente
immaginario. La critica di Croce
all'economia marxistica si riassume in queste due proposizioni, che essa non è
la scienza economica generale, e che il valore-lavoro non è il concetto
generale di valore. Onde la conclusione che, accanto alla ricerca marxistica
può, anzi deve vivere e prosperare una scienza economica generale, una economJa
pura, che deduca il concetto di valore da principii affatto diversi e più comprensivi di quelli particolari di
Marx. E ritiene che questa esigenza sia soddisfatta dalla scuola edonistica o
austriaca, allora fiorente, la quale, muovendo dalla natura economica
dell'uomo, ne deduce il concetto di utilità
(«ofelimità» del Pareto – OTTIMO -- GRICE), «e man mano tutte
le leggi secondo le quali si governa l'uomo in quanto astratto homo
oeconomicus. r homo oeconomicus. Critiche all'eco Sembra dunque che l'obiettivo
cui mira Croce nella nomia pura. g^g^
critica dell'economia marxistica
sia la difesa della scienza economica pura quale la scuola edonistica la veniva
costruendo. Ma in essa era operante un motivo profondo, che nel corso dei suoi
studi marxistici emerge sempre più chiaro e netto, essenziale al pensiero
crociano, e valido in esso anche al di
là dell'obiettivo della costruzione della scienza economica. Questo motivo viene esplicitamente
enunciato in uno scritto in cui la sua adesione all'economia pura è limitata e
corretta con qualche riserva e cautela. Io credo egli scrive che ci sia ancora
d’elaborare filosoficamente il concetto di valore, e che bisogni percorrere
fino al fondo quella strada, che gl’economisti
puri hanno percorso solo fino a un certo punto. L'attività
delElaborazione filosofica del concetto di valore economico, ecco la nuova
istanza posta da Croce; che significa esaminare quell'umana attività che tende
al conseguimento col minimo mezzo e il massimo risultato di scopi individuali,
non pili astratta considerazione àe l’homo œconomicus, ma come inserita nella
concreta totalità della vita dell'uomo, con
un suo posto specifico e una sua funzione ben definita rispetto alle
altre attività dell'uomo, con un suo principio autonomo, che potesse essere
assunto come fondamento e premessa della scienza economica pura. Risalire dalla
scienza alla filosofia per ridiscendere deduttivamente dalle conclusioni di
questa a una rinnovata e piìi salda costruzione di quella, significa poiTe in
questione e problematizzare quelle che
pegl’economisti sono le premesse o i postulati dei loro procedimenti. Quali sono
queste premesse che gl’economisti accoglieno come pacifiche, e che invece a un
ulteriore esame, l’elaborazione filosofica, risultano ambigue o false? Croce,
che vede in Pareto un rappresentante tipico dell'economia pura, gli prospetta
in due lettere la questione, sforzandosi di
convincerlo della necessità del passaggio dalla pura scienza alla
filosofia del principio economico. Tre sono le erronee premesse del problema
della storia negli studi marxistici l'economia pura, ch'egli critica: quelle
che riguardano il fatto economico o come meccanico, o come edonistico, o come
egoistico – H. P. GRICE CONVERSATIONAL SELF-LOVE CONVERSATIONAL BENEVOLENCE –
CONVERSATIONAL HELPFULNESS. Per Croce, il principio economico non può avere
natura meccanica. Il fatto meccanico è un fatto bruto. Il fatto economico è un
fatto di valutazione – H. P. GRICE THE CONCEPTION OF VALUE --, è una scelta suscettibile d’approvazione o
disapprovazione, a seconda che la scelta cada o no su ciò che è realmente conveniente a chi la compie. Quanto alla
concezione edonistica – GRICE DESIRABILITY GRICE KANTIAN HAPPINESS --, è fuori dubbio che ogni atto di scelta
economica ha come suo concomitante un fatto di sentimento piacevole se la
scelta è economicamente ben condotta. L’UTILE – GRICE MORALITY CASHES ON DESIRE
DUTY AND INTEREST -- è, insieme, piacevole. Ma non è vera la reciproca: il
piacevole non è l'utile -- che è la tesi dell'edonismo. Il piacere può apparire
scompagnato dall'attività umana o accompagnarsi a una forma d’umana attività
che non sia l'economica. Infine la concezione egoistica del fatto economico è
inficiata da questo errore: mentre pretende distinguere, nell'ambito
dell'attività pratica umana, l'economico dal
morale (che sarebbe qualificato come altruismo), in realtà assorbe il
primo nel secondo, perchè la qualifica d’egoistico attribuita a un atto è una
qualifica di valutazione morale, qualifica negativa, immoralità, pervertimento
della stessa attività morale. Il fatto economico non sta col fatto morale in
antitesi, bensì è nel rapporto pacifico di condizione a condizionato; come cioè
la condizione generale che rende possibile il sorgere dell'attività etica.
Tanto il morale quanto l'immorale sono azioni economiche: il che vuol dire che
l'azione economica, per sé presa, non è né morale né immorale: è amorale o pre-morale
– GRICE ON PRE-RATIONAL. E in conclusione, Croce dà del fatto economico questa
L'economìa in definizione: esso è l'attività pratica dell'uomo in quanto 'l'fZm'^ie si consideri per sé,
indipendentemente d’ogni determinazione morale o immorale. E pertanto il
concetto d’utile o di valore o di ofelimo OTTIMO – GRICE OPTIMALITY -- non è
altro se non l'azione economica stessa in quanto ben condotta, cioè in quanto è
veramente economica. Riallacciare a queste proposizioni generali le varie
questioni che si dicono di scienza economica
è compito degl’economisti. Quella definizione FILOSOFICA del fatto
economico, dice Croce, a me piace vederla a capo dei trattati d’economia. Ma Croce
non dove tardare ad accorgersi che la sua era un'illusione. Già egli stesso non
scorge e non mostra per quali vie potessero essere derivate da quel concetto
filosofico l’operazioni di comparazione e calcolo delle diverse scelte economiche e quali vantaggi ne derivassero
alla scienza. Ed era naturale che gl’economisti non accogliessero l'invito di
Croce a riallacciare le questioni di cui essi s’occupano alle proposizioni
generali alle quali egli era pervenuto: alla scienza non interessa la
determinazione della natura filosofica del fatto economico. Suo compito
esclusivo è quello di trattare i fatti dell'attività umana come fenomeni in nulla differenti da quelli
fisici, sottoporli cioè a comparazione e astrazione, per stabilirne e
calcolarne l’uniformità e le divergenze. La scienza economica era e intende
rimanere per poter progredire una scienza naturalistico-matematica,
rinserrandosi nei fenomeni e volgendo le spalle all'indagine filosofica
dell'atto economico. E qualche anno più tardi, Pareto dove illustrare e attuare questo proposito nel suo
manuale d’economia politica. D'altra parte, Croce stesso, affrontando nel
frattempo il problema logico, giunge alla conclusione della radicale
eterogeneità tra conoscenza o pseudo-conoscenza scientifica e la conoscenza
filosofica: poteva quindi abbandonare la scienza al suo destino, che la
condanna al procedimento empirico e astratto del naturalismo matematico, e volgere la propria
riflessione alla filosofia dell'economia come indagine sull'atto economico,
nelle sue relazioni cogl’altri atti spirituali, inserita in una generale
filosofia dello spirito. Uutiie. Alla fine dei suoi studi economici, chiariti
gl’equivoci che sono al fondo del suo dibattito cogl’economisti puri, rimane
fermo nel pensiero di Croce il risultato di cui mena vanto: l'ufficio essenziale, nella // problema della storia negli studi
marxistici vita dello spirito, dell'utilità o dell’economicità, messe in luce
come non era stato fatto d’altri. L'utile è stato reputato iìnora dai filosofi
o un atto secondario e misto, o un semplice caso di deviazione dalla morale: l’egoismo.
Esso è invece, a mio parere, un momento distinto e autonomo della vita dello
spirito: il momento in cui la volontà è
volontà, senza essersi ancora determinata e dialettizzata in morale e immorale.
La critica deve consistere nel dimostrare che, affermandosi essere ogni azione
dell'uomo dominata dal criterio dell'utile, s’afferma cosa ir\dubitabile; ma
che ciò non toglie punto che essa debba essere, e sia insieme, determinata
anche dal criterio del dovere, il quale è sempre (e
come potrebbe non essere?) dovere-utile. Di questa, che è stata detta
scoperta crociana dell'utile, Croce si sente in gran parte debitore al
marxismo, che vede nell'economia il sostrato e la molla della storia. E se
Croce incentra la definizione dell'utile nel rapporto di questo colla morale,
anche di questa impostazione egli cerca traccia in Marx. Questi dichiara che la
questione sociale non è questione
morale, e critica acerbamente quelle ideologie morali che ipocritamente
mascherano interessi di classe. Ma intende con questo sostenere che la
questione sociale non si risolve coi sermoni d’un astratto moralismo, che
s'illude di poter sanare i mali di cui una società soffre, senza tener conto
delle particolari situazioni storiche nelle quali è la radice di quei mah, e
alle quah devono essere commisurati i
programmi d'azione morale perchè questa possa avere efficacia risanatrice. In
questo senso la morale è corrispettiva alle condizioni sociali e in ultima
anahsi alle condizioni economiche. Ma con ciò, la questione del pregio
intrinseco e assoluto dell'ideale morale, della sua riducibihtà o
irriducibilità alla verità intellettuale o al bisogno utihtario, rimane
intatta pel marxismo, il quale anzi, di
fatto, considera l'ideale morale come un presupposto necessario, come dimostra
la costruzione del concetto di SOPRA-VALORE – GRICE THE CONCEPTION OF MEHRWERT
--, che in pura economia non ha senso, ma è ispirato d’un interesse
schiettamente morale. L’asserzioni marxistiche che paiono negazione della
modeiie condanne, j-g^jg^ hanno per Croce ben altro significato. Quella
che Marx chiama impotenza della morale sta a significare la vanità pratica delle condanne o delle commiserazioni
per uomini, che, dominatori o dominati, sono gl’uni e gl’altri schiavi di
situazioni storiche necessarie pel momento, e non potrebbero essere diversi da
quel che sono, né potrebbero compiere se non l'ufficio ad essi assegnato dalla natura stessa delle cose. Ma le
situazioni che la storia crea, possono anzi debbono dalla storia essere
disfatte. Per queste considerazioni, a giudizio di Croce, Marx, pur colle sue
proposizioni approssimative e paradossali, insegna a penetrare in ciò che la
società è nella sua realtà effettuale, e potrebbe esser chiamato, a titolo
d'onore, il Machiavelli del proletariato – GRICE ONTOLOGICAL MARXISM. In questa sua fase di studi marxistici, Croce
amplia via via e varia il significato dell'utile o economico, la cui scoperta
egU riconduce alla potente suggestione di Marx
(non appare ancora nei suoi scritti quella definizione dell'utile come
volizione dell'individuale con cui poi caratterizza il grado economico della
forma pratica dell'attività spirituale). Che
l'economicità o utilità fosse intesa come una categoria autonoma d’aggiungere
a quelle costituenti la triade tradizionale di bello, vero, buono, sì che la
triade s’allarghi in una tetrade; o che essa fosse intesa come ciò che vi è di
primario in ogni attività umana, come la base comune di tutte l’attività, il
primum della vita, non nel senso di primo della serie delle quattro forme, ma
appunto di primordiale indifferenziato
che emerge nelle forme e le connette tra loro, sì che l'economia finisca coll'identificarsi
umazione pucon 1'azione pura, principio di qualsiasi atto spirituale e la
forza, vuoto di ogni contenuto determinato; o che, infine, l'economico o utile –
GRICE FUTILITARIAN -- fosse identificato colla
forza o vigore del volere, come abilità calcolatrice e lucida tensione verso il fine, per affermarsi nella lotta contro altre
volontà. ra Il problema della storia negli studi marxistici e che è la dura
legge della vita politica d'onde l'allacciamento, caro a Croce, del marxismo
alle MIGLIORI TRADIZIONI DELLA SCIENZA POLITICA ITALIANA – machiavellismo --, e
l'esaltazione della politica di potenza contro i sermoni dei profeti
disarmati -- Materialismo storico,
prefazione; e rav\àcinamento di Marx a MACHIAVELLI, nota -- sempre, pur in questa varietà d’accezioni,
l'utile è per Croce il punto d'appoggio pili solido e indispensabile pell'esplicazione
dell'operosità umana nella costruzione della storia, nel senso immanentistico e
mondano proprio dello spirito moderno. Il progresso è lotta continua e ha per
motore l'uomo, l'uomo come passionalità
naturale resa lucida dalla disciplina intellettuale per andar dietro alla
verità effettuale delle cose; l'uomo come forma primordiale, nella quale anche
l’idealità più alte debbono tradursi e incarnarsi, per poter affermarsi
efficacemente in questo mondo che è la palestra della nostra operosità.
Nell'utile, rivelatogli dal marxismo, Croce scorge la chiave per
svincolare l'operare umano da qualsiasi
piano storico trascendente religioso o metafìsico che fosse, e risolvere
positivamente i problemi che di continuo scaturiscono dal divenire storico.
L'anno stesso che racLa scienza
dei coglieva in volume gli studi sul materialismo storico Croce ^P''dava
alla luce una memoria accademica intitolata: Tesi fondamentali d'un' Estetica
come scienza dell'ESPRESSIONE e linguistica generale; ripubblicata da Attisani
in La prima forma dell'estetica e della logica, Messina. Queste tesi sono
riesposte, ampliate e inquadrate in una concezione generale della
filosofia, nell’Estetica che, originariamente concepita come opera a
se, rimase lo scritto meritatamente pii!i famoso di Croce. In seguito essa sarà
ripubblicata come primo dei volumi di
cui si compone la crociana filosofia dello spirito. Il sistema. La sistcmazionc
che quest'opera dà del sapere filosofico
è semplice. La realtà è un prodotto dell'attività spirituale, la quale si specifica, secondo
una classica distinzione, in attività teoretica e attività pratica. Ciascuna di
queste due specificazioni ha due gradi, a seconda che lo spirito si rivolga al
particolare o all'universale. L'attività
teoretica rivolta al particolare è l'arte o pensiero intuitivo, e la scienza
filosofica che la studia è l'estetica; l'attività teoretica rivolta
all'universale è il pensiero discorsivo, oggetto della logica; l'attività
pratica rivolta al particolare è l'economia, oggetto dell'economica; e
l'attività pratica rivolta all'universale è la morale, oggetto dell'etica.
L'universale, in ciascuno dei due campi,
presuppone il particolare. Il concetto, infatti, presuppone l'immagine prodotta
dall'arte, senza la quale non potrebbe esprimersi; e l'operare morale implica
un agire indirizzato all'utile, perchè non si potrebbe fare il bene – WITHOUT
THAT BITE GRICE -- senza giovare, in
qualche modo, a qualcuno. Almeno in questa prima sistemazione, al contrario, il
particolare non esige l'universale:
l'utile si può perseguire prescindendo del tutto d’una moralità OGGETTIVA; e
l'immagine artistica prodotto aurorale dello spirito può presentarsi
indipendentemente d’ogni intenzione concettuale. Ciò non toglie, ovviamente,
che l'attività concreta dello spirito sia un continuo intrecciarsi e
collaborare di queste quattro forme, ciascuna delle quali, presa per se, apparirebbe astratta. Tutte l'altre attività
spirituali devono potersi ridurre in qualche modo a queste quattro. Così, ad
esempio, il diritto e la pohtica rientreranno integralmente nell'attività
economica; la scienza, nella misura in cui sia autenticamente conoscitiva (ciò che significa, per Croce, filosofica)
rientra nell'attività logica. La religione non rientra propriamente da nessuna
parte; ma, in quanto abbia pretesa di
conoscere il trascendente, è una forma, piìi o meno genuina, di filosofia; in
quanto si pone come atteggiamento morale, o Estetica: primo schizzo del sistema
espressione d’ideali pratici, trova la sua collocazione nel quarto grado dello
spirito; e, infine, in quanto mera ESPRESSIONE di sentimenti può considerarsi
sotto la rubrica dell'economia, che, nel sistema crociano, assume la funzione di cestino in
cui va a finire tutto ciò che non trova collocazione altrove. H P GRICE BAR
HILLEL WASTE PAPER BASKET PRAGMATIC – IMPLICATURE HAPPENS -- All'efficacia
sistematoria della sua filosofia, per un verso. Le categorie Croce non da
troppa importanza, convinto che il concreto
^P ^conoscere non possa se non portarsi sulla attività spirituale nella sua interezza; ma,
per un altro verso, egli non si riconobbe mai disposto a lasciarla cadere, cioè
ad assegnare un carattere semplicemente empirico alla quadruplicità delle
forme. Al contrario, essa ebbe sempre per lui un carattere categoriale. Le
quattro forme dell'attività spirituale sono tutte e sole le categorie che si
possano, e si debbano, ammettere come tali. Ciò
significa che vi è una radicale irriducibilità d’una forma all'altra,
trascurare la quale significa confondere e mescolare ciò che va tenuto
filosoficamente distinto: la concreta dialettica, che si instaura tra questi
distinti, in tanto ha valore filosofico in quanto essi conservino questa loro
irriducibihtà. Tale principio, strenuamente difeso da Croce, in particolare
contro i gentiliani, suscita molte
difficoltà e, appunto perciò, anche molti spunti positivi. Peraltro,
nella comune cultura italiana, in cui il crocianesimo fu largamente accolto nel
periodo tra le due guerre, l'efficacia classificatoria delle quattro forme
prevalse nettamente sulla loro funzione categoriale. L'uomo mediamente colto in
fatto di filosofia, che abbraccia il sistema crociano, si sente spiritualmente
sorretto dalla possibiUtà, poniamo, di
dichiarare che una opera d'arte mal riuscita era un atto pratico, che il
prodotto d’una ricerca psicologica era uno pseudo-concetto, ecc.: dalla
possibilità, insomma, d’assegnare ogni manifestazione della vita alla sua
giusta casella. Definizione dell'arte per via negativa. Quando traccia lo
schizzo sistematico con cui s’apre l'Estetica,
L.. storia della
filosofia. VII. dell'attività artistica. Croce non pensa,
probabilmente, che esso avrebbe avuto tanta importanza nella ricezione del suo
pensiero. Il suo scopo era solo di sistemare nel modo migliore l'attività
spirituale in genere, per passare poi a considerarla in quella forma che, al
momento, gl’interessa: la forma artistica. Questa comprende in questa fase
della speculazione crociana anche l'istorica,
dato che, come conoscenza dell'individuale, la storia si riduce sotto il
concetto generale dell'arte. La distinzione La sistemazione, tuttavia, ha anche
una diretta efficacia sull'oggetto specifico della trattazione, l'arte. Infatti
la specificità e l'autonomia del valore estetico si definiscono attraverso una
serie di negazioni, che lo distinguono dagl’altri valori spirituali: Dimmi da
che cosa ti distingui e ti dirò chi sei
è il motto, implicito, dell'estetica crociana, fino al breviario. In questo
senso l'identificazione dell'arte, vista nella sua specificità, dipende dalla
struttura sistematica dei distinti. L'arte non è concetto, perchè le sue
rappresentazioni non intendono l'universale: e con ciò cade l'intellettualismo
estetico. L'arte non è rivolta dovutile (sentito, in ultima analisi, dal soggetto come piacere): e con ciò cade
l'edonismo estetico – LORD H P GRICE INSTRUMENTALISM PLEASURE MAXIMISATION.
L'arte non persegue il bene perchè, non si sviluppa come obbedienza
all'universale dovere: e con ciò cade il moralismo estetico. L’altre negazioni,
attraverso cui Croce delimita e, quindi, definisce il valore dell'arte,
dipendono da queste: l'arte non ha uno
scopo didascahco; non si propone d’offrire il vero condito in molU versi; non
mira a fini d’edificazione, né a scopi pragmatici, ecc. Che potesse far pili
che tanto, e dire, anche positivamente, in che cosa l'arte consista, Croce, in
certo senso, esclude sempre; e questo non è strano: perchè un genere sommo come
lacategoria è per parlare in termini di filosofia classica un predicato da cui ogni definizione muove, quindi non può
essere il risultato di definizioni antecedenti. Perciò, il breviario d’estetica
si inizia con questa affermazione: che
Estetica: definizione dell'arte per via negativa l'arte è ciò che tutti sanno
che cosa sia; e riprende poi la determinazione per via negativa, che già era
stata propria noi giudichiamo ora buoni ora cattivi, ora importanti ora insignificanti, trovano un posto. Tutti i
fatti sono fatti storici aveva detto la Logica, e ripete la Teoria della
storiografia. E poiché la storia, nel pensiero crociano, è ciò che comunemente
si chiama Dio, codesta frase viene a costituire l'esatto equivalente
storicistico dell'affermazione che ARDIGÒ enuncia in chiave naturalistica: Tutti
i fatti sono divini. La UOvità più
importante 11 sentimento del breviario d’estetica, scritto pell'inaugurazione del Rice Institute
di Houston, nel Texas, è, come è noto, l'introduzione d’un nuovo sinonimo del
termine intuizione: il sentimento. Una novità già annunciata, del resto, dalla
conferenza tenuta al congresso di filosofia di Heidelberg, sull’intuizione pura
e il carattere lirico dell'arte, in Problemi d’estetica, da cui forma e contenuto, nell'opera d'arte riuscita,
vengono identificati. Notando come ogni grande opera d'arte sia classica e
romantica insieme, il breviario fa risalire ciò alla necessaria fusione,
nell'opera d'arte riuscita, del momento lirico col momento immaginativo. Lo
scopo dichiarato di tale dottrina è dare un fondamento alla distinzione
(indispensabile pel critico) tra opera
d'arte riuscita e non riuscita:
L'idealismo storicistico di Croce e, quindi, ancora di far posto al disvalore
che, come abbiamo visto, stenta a trovare una giustificazione nella filosofia
crociana. La coerenza. Come nella pratica così nell'estetica, il valore è
inteso come coerenza: ma, mentre nella pratica il segno di codesta coerenza era
piuttosto il successo d’una certa attività, nell'estetica il suo indizio si
presenta come uno stato d'animo che,
fino allora, Croce considera sotto una luce piuttosto negativa, come
espressione di passività: il sentire. In realtà, il sentire – GRICE FEELING
BYZANTINE -- utilizzato dal breviario d’estetica è molto diverso dal sentire –
GRICE FEELING BYZANTINE RYLEAN AGITATION -- come stato d'animo passivo materia
non informata, o non perfettamente
formata, dall'attività spirituale che aveva dato luogo, nella Filosofia
della pratica, alla negazione della forma spirituale del sentimento. Là,
l'intenzione era di contestare l'esistenza d’una terza forma d’attività,
accanto alla teoretica e alla pratica; qui è di riconoscere, nel sentimento –
GRICE FEELING BYZANTINE A RYLEAN AGITATION,
il modo d'essere incoativo in cui si presenta la stessa attività spirituale che, nella sua
esistenza piena, si sviluppa come immagine: L'intuizione è veramente tale
perchè rappresenta un sentimento, e solo d’esso e sopra d’esso può sorgere -- Saggi d'estetica. Grazie alla sua
globalità, alla sua indivisibilità essenziale, il sentimento offre a Croce quel
fondamento d’unità che egli va ormai cercando: Ciò che dà coerenza e unità all'intuizione è il sentimento. L'intuizione
è veramente artistica, veramente intuizione, quando sia, non caotico ammasso
d'immagini, ma solo quando ha un principio vitale che l'anima, facendo tutt'uno
con lei. E questo principio è il sentimento, che permette, cosi, di distinguere
tra l'intuizione-immagine, che è sempre nesso d'immagini, non esistendo
immagini atomi e quella falsa intuizione
che è coacervo d'immagini: falsa e imperfetta pel contrasto non unificato di
piìi e diversi stati d'animo, la loro stratificazione o il loro miscuglio, o il
loro procedere traballante, che riceve una unità apparente dall'arbitrio
dell'autore. Allo stesso modo la filosofia della pra riuscita. L' intuizione
lirica tica aveva distinto tra esistenza
unitariamente raccolta ed esistenza dissoluta,
lacerata dalla contraddizione. La distanza dall'estetica, dove si
considerano L'opera d'arte come opere d'arte alcune espressioni assai
complicate e diffìcili, è evidente. Per un verso, si tratta d’una ripresa del
motivo estetico, molto tradizionale, dell'opera d'arte come organismo vivente,
individuato d’un principio vitale. Infatti, ciò che ammiriamo nelle genuine
opere d'arte è la perfetta forma fantastica
che riassume uno stato d'animo, e codesto chiamiamo vita, unità, compattezza,
pienezza dell'opera d'arte. Ma, nel sistema crociano, questa distinzione e
fusione tra un principio globale d'unità e una forma articolata che l'esprime
rappresenta una novità: essa non ha mai avuto una espressione cosi esplicita,
neppure nella teoria della coerenza pratica propria del volume. La filosofia
della pratica contene, peraltro, uno spunto importante di questo sviluppo: nel
capitolo stesso in cui nega l'autonomia del sentimento. Qui infatti Croce,
mentre contesta che al sentimento si possa assegnare un posto a sé, dà tuttavia
una interpretazione eccezionalmente acuta delle teorie del sentimeno che erano
fiorite nella storia della filosofìa. Il sentimento, egli dice, è comparso nella storia della filosofìa, colla
funzione d’una escogitazione – GRICE FEELING BYZANTINE RYLEAN AGITATION --
provvisoria, ogni qualvolta ci si è trovati innanzi a una forma o sottoforma
dell'attività spirituale che non si riusciva né a eliminare né ad assorbire
nelle forme già conosciute -- Pratica. Sicché il vedere una qualsiasi attività
spirituale specifica come sentimento è la prima forma che assume la
rivendicazione della sua autonomia.
Così, infatti, era accaduto. L'estetica del sentimento, nelle sue forme
piìi disparate, da VICO a Rousseau, da
Shaftesbury ad Alison, dalla Scientia cognitionis sensitivae di Baumgarten all’osservazioni
sul sentimento del bello e del sublime di Kant, è, effettivamente, una
rivendicazione dell'autonomia dell'arte rispetto alla conoscenza L'
idealismo storicistico di Croce
concettuale: perfino quando (come in Baumgarten) sembri intellettualistica. Ma
anche l'etica del poi i^ Filosofia
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giustizia, Roma,VlDARI Opere Problemi generali d’etica, Milano, Elementi
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cultura dello spirito come ideale pedagogico, Torino, Etica e pedagogia,
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storico. Le civiltà organizzatrici; Le
civiltà liberatrici, Torino, Manzoni, Torino, Letteratura. Gentile,
Educazione e scuola laica, Firenze, Cappiello, Il pensiero pedagogico di
Vidari, Roma, Vidari. In memoriam, Torino,
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L'idea dell'immortalità dell'anima e la sua efficacia sulla civiltà e sull’educazione, Napoli, Panteismo e dualità
nel pensiero di Schelling e dei suoi oppugnatori, Napoli, Della Valle Opere. La psicogenesi
della coscienza. Saggio di una teoria generale dell'evoluzione, Milano, Le
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scienza del concetto puro, Napoli, Bari, Ciò che è vivo e ciò che è morto
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letteratura della nuova Italia, Bari, La Spagna nella vita italiana durante la
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Kampen, MossiNi, La categoria dell'utilità nel pensiero di Croce, Milano, Gennaro,
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Croce , Milano, Agazzi, Croce e il marxismo, Torino, NicoLiNi, Croce (biografia), Torino, CiONE, Croce e il pensiero contemporaneo, Milano,
Franchini, Croce interprete di Hegel, Napoli, Puppo, Il metodo e la critica di Croce,
Milano, Capanna, La religione in Croce, Bari, Bausola, Filosofia e storia nel
pensiero crociano, Milano, Bausola,
Etica e politica nel pensiero di Croce, Milano, RoGGERONE, Croce e la
formazione del concetto di libertà, Milano, L., Introduzione alla lettura di
Croce, cur. Pesce, Firenze, Gentile Opere. La raccolta delle Opere complete ed epistolario,
Sansoni di Firenze, a cura della Fondazione Gentile per gli studi filosofici.
Rosmini e Gioberti, Pisa, Firenze, La filosofia di Marx. Studi critici, Pisa, Dal Genovesi al Galluppi. Ricerche
storiche, Napoli, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi,
Milano, Studi sullo stoicismo romano, Trani, Bruno nella storia della cultura,
Palermo, Il modernismo e i rapporti tra la religione e la filosofia, Bari,
Telesio, Bari, Per il riordinamento
dell'istruzione superiore. Studi e proposte, Palermo, I problemi della
scolastica e il pensiero italiano, Bari, La riforma della dialettica hegeliana
ed altri scritti, Messina, Sommario di pedagogia come scienza filosofica:
Pedagogia generale. Didattica, Bari, Studi vichiani, Messina, Firenze, Teoria
generale dello spirito come atto puro, Pisa, Bari, Sistema di logica come
teoria del conoscere, Pisa, Bari, Le origini della filosofia contemporanea in
Italia. I platonici. I positivisti.
I kantiani e gli hegeliani, Messina, Il
tramonto della cultura siciliana, Bologna, Il problema scolastico del
dopoguerra, Napoli, Guerra e fede. Frammenti politici, Napoli, Roma, Discorsi
di religione, Firenze, Bruno e il pensiero del Rinascimento, Firenze, La
riforma dell'educazione. Discorsi ai maestri di Trieste, Bari, Dopo la
vittoria. Nuovi frammenti politici, Roma, Saggi
critici, Napoli, Firenze, Frammenti di estetica e di letteratura,
Lanciano, Educazione e scuola laica, Firenze, Capponi e la cultura toscana,
Firenze, I fondamenti della filosofia del diritto, Roma, Firenze, Dante e
Manzoni. Con un saggio su arte e religione, Firenze, Albori della nuova Italia, Lanciano, Studi sul Rinascimento,
Firenze, I profeti del Risorgimento italiano, Firenze, Difesa della filosofia. Lanciano, Preliminari allo
studio del fanciullo, Roma, Firenze, Spaventa, Firenze, La riforma della
scuola, Bari, Il fascismo al governo della scuola. Discorsi e interviste,
Palermo, La nuova scuola media, Firenze, Che cosa è il fascismo, Firenze, L'eredità d’Alfieri, Venezia,
Frammenti di storia della filosofia, Lanciano, Cuoco. Studi e appunti, Venezia,
Manzoni e Leopardi. Saggi critici,
Milano, Fascismo e cultura, Milano, Origini e dottrina del fascismo, Roma, La filosofia dell'arte, Milano, Der
aktuale Idealismus. Zwei Vortràge, Tiibingen, La riforma della scuola in
Italia, Milano, Introduzione alla
filosofia, Milano, La profezia di Dante,
Roma, La filosofia dell'arte in compendio, Firenze, Memorie italiane e problemi
della filosofia e della vita, Firenze,
Dottrina politica del fascismo, Padova, Poesia e filosofia di Leopardi,
Firenze, Il pensiero italiano del Rinascimento,
Firenze, Il pensiero di Leonardo, Firenze, La filosofia italiana
contemporanea. Due scritti, Firenze, Genesi e struttura della società. Saggio
di filosofia pratica, Firenze, Letteratura. Un vasto insieme di studi sulla
filosofia del Gentile è rappresentato dalla
raccolta, di vari autori, Gentile: La vita e il pensiero, Firenze. inoltre:
Chiocchetti, La filosofia di
Gentile, Milano, La Via, L'idealismo
attuale di Gentile, Trani, Sarlo,
Gentile e Croce, Firenze, D'Amato,
Gentile, Milano, Spirito,
L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze, Thompson, The Educational
Philosophy of Gentile, Los Angeles,
Hessen, Die Pàdagogik von Gentile, Die Erziehung. trad. it., Roma, Baur,
Gentiles Philosophie und Pàdagogik,
Langensalza, Holmes, The Idealism
of Gentile, New York, RoMANELL, The
Philosophy of Gentile, New
York, Collctti, Il problema religioso
dal punto di vista dell'idealismo attuale, Messina, Bontadini, Dall'attualismo
al problematicismo, Brescia, Guzzo, Croce e Gentile, Lugano, Scarpelli, La
filosofia di Gentile e le critiche di Solari,
Torino, Spirito, Note sul pensiero di
Gentile, Firenze, Bellezza, L'
esistenzialismo positivo di Gentile,
Firenze, Carlini, Studi gentiliani, Firenze, Harris, The Social Philosophy of
Gentile, Urbana, SciACCA, Dall'attualismo allo spiritualismo, Milano, Bellezza,
La problematica attualistica della storia, Firenze. Eustachio Paolo Lamanna. E[ustachio]
P. Lamanna. E. Paolo Lamanna. E. P. Lamanna. Lamanna. Keywords: il risorgimento
fiorentino, Mussolini nella storia della filosofia. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Lamanna” – The Swimming-Pool Library. Lamanna.
Luigi Speranza -- Grice e Lami: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della ragione dei antichi romani
– la tradizione della polizia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “I like Lami; he has written
interesting approaches to Plato and Aristotle.” Si laurea e insegna a Roma. Altri saggi: "La
ragione degli antichi” (Giuffrè, Roma); "La politica di Platone” (Rubettino,
Cosenza); "Tra utopia e utopismo" (Cerchio, Rimini) "Qui ed ora
-- per una filosofia dell'eterno presente" (Cerchio, Rimini); "Il
libro Manifesto – in difesa dell’oggettività" (Heliopolis, Pesaro); G. Sessa,
"Voegelin -- Ordine e Storia” (Angeli, Roma, Filosofia politica Filosofia
della storia nuova destra. Letteratura e Tradizione//miro renzaglia.org letteratura-tradizione-il-resoconto/
Scuola Romana di Filosofia Politica//centro studi la runa Fondazione Julius Evola.
E’ davvero difficile per me, ricordare L. In questi giorni, ho dovuto farlo più
volte, intervenendo a pubbliche commemorazioni della Sua memoria, a cominciare
da domenica quando, in un gelido pomeriggio invernale, improvvisa e
sorprendente, ci è giunta la notizia della Sua dipartita, durante la presentazione
di un libro, alla quale avrebbe dovuto essere presente, come relatore, anche
lui. Immediatamente, il pensiero è corso al nostro primo incontro, quando
io, giovane studente di filosofia, lo conobbi in qualità di assistente di Noce.
Fin da allora, non si trattò di un semplice rapporto professionale, in quanto
Lami seppe trasmettere a noi giovani che lo frequentavamo, l’amore per il
sapere autentico, quello che si tramuta in testimonianza, in vita. Mi coinvolse
immediatamente in un progetto ambizioso: quello di introdurre in un paese
dominato culturalmente dalla Sinistra, il filosofo della storia Voegelin,
allora praticamente sconosciuto. Il risultato di questa ricerca, alla quale
ebbi l’onore e il piacere di partecipare in prima persona, assieme a Borghi e
pochi altri, si concretizzò nella pubblicazione di una serie di antologie
voegeliniane (qui è bene rinviare a Voegelin: un interprete del totalitarismo,
Astra), che fecero ampiamente discutere. Il merito maggiore, conseguito da
Lami, in questo ambito di studi, fu di individuare nel filosofo
austro-americano, un diagnosta della crisi della modernità. In particolare,
attraverso l’analisi e la traduzione di Ordine e storia, opera monumentale,
Egli presentò l’esperienza classica della ragione, quale unica terapia
possibile delle devianze neo-gnostiche contemporanee (si veda, prefazione a VOEGELIN,
Israele e rivelazione, Aracne, ma anche L., Introduzione a Voegelin,
Giuffré). Fece propria, in modo critico e originale, l’eredità di Noce,
secondo modalità più profonde rispetto a chi, tra i suoi presunti discepoli,
scelse, come il Maestro, una via di fede. La cosa, è facilmente deducibile
dalla lettura dell’organica monografia che egli dedicò al filosofo cattolico
(Introduzione a Augusto Del Noce, Pellicani), da cui si evincono tanto la
gratitudine per il discepolato e per gli insegnamenti ricevuti, sostanziati da
un metodo rigoroso d’analisi quanto le differenze speculative essenziali,
dovute alla valorizzazione filosofica, propria di Lami, delle qualità virtuose
dei singoli, nell’ambito pratico-politico. A questa scelta, che peraltro
individua, nello specifico, il campo d’indagine della scuola romana di filosofia
politica, che a Lui faceva e fa, tuttora, riferimento, hanno fortemente
contribuito gli interessi per gli autori dimenticati del novecento. Tra essi, TILGHER
e EVOLA. Al primo dedica un volume significativo (TILGHER, un pensatore
liberale, Seam), nel quale evidenzia il tema della pluralità delle morali, come
caratterizzante il pensatore napoletano. Ciò, secondo L., lo avvicinava al
filosofo tradizionalista, poiché il suo pensiero, individua effettive vie
realizzative in grado di determinare le tipologie umane dell’eroe, del santo,
dell’asceta, del saggio e del dotto. Sul secondo da alle stampe la prima
monografia filosofica: Introduzione a Evola. Un passo per la vita e un passo
per il pensiero, Volpe. Inoltre, quale collaboratore della Fondazione Evola, cura
diversi volumi della “Biblioteca evoliana” nei quali, come pochi, è riuscito a
contestualizzare storicamente l’opera del filosofo romano e a coglierne il
valore, in un lavoro esegetico sempre aperto alla comparazione. E’
proprio Evola, l’autore attorno al quale si sono dipanate, nel corso degli
anni, le nostre discussioni. Mi pare, infatti, che Egli leggesse EVOLA,
tentando, almeno su certi aspetti, di andare, con gli strumenti della
tradizione platonico-aristotelica, oltre le posizioni consuete a quest’ultimo,
interpretando, al medesimo tempo, la consolidata lettura di matrice cristiana
del pensiero classico, alla luce dell’esegesi evoliana. Stigmatizza sempre
negativamente l’abbandono, dovuto all’irruzione della visione del mondo
ebraico-cristiana, della dimensione civico-virtuosa, sulla quale la civiltà
romana tanto insiste. La cosa, è particolarmente chiara nello studio dedicato a
questo specifico tema (Socrate Platone Aristotele, Rubbettino), nel quale tenta
di presentare il simbolo epocale del mondo antico, la “vita contemplativa”,
come realizzantesi pienamente nella dimensione della Città, a testimoniare
della contrapposizione tra tensione utopica tradizionale, e scacco utopistico,
tipicamente moderno. Tema questo, attorno al quale spese le sue energie
intellettuali nel recente volume Tra utopia e utopismo (Il Cerchio).
Corrispondere a quella che è stata la via da lui indicata, ad un tempo ideale
ed esistenziale, a quella che egli definiva una filosofia dei pochi, del divino
e dell’ordine, è compito complesso e gravoso, al quale comunque, chi come me,
gli è stato vicino, non può permettersi il lusso di sottrarsi. Sarà la memoria
della Sua luce interiore, che accendeva anche negli studenti della “Sapienza”,
o in chi lo ascoltava nelle innumerevoli occasioni culturali per le quali tanto
lavorava, dai Convegni alle presentazioni librarie, a sostenerci nella Sua
assenza. Ma, più in particolare, l’idea di una tradizione sempre viva e
presente, che si realizza, addirittura nella comunanza dei vivi e dei morti,
come Roma (ma non solo) ci ha insegnato, e che rappresenta il suo testamento
spirituale più prezioso (al riguardo si veda, Qui e ora. Per una filosofia
dell’eterno presente, Il Cerchio. L’università di Roma, con Lui ha perso una
delle ultime personalità carismatiche, in grado di fare Scuola. Personalmente,
non posso che ringraziarlo per avermi onorato, in questo mondo, della Sua
amicizia, rara e preziosa: quella di un Signore. Tratto da Area. Grice: “Lami
touches some crucial points. For one, he criticizes Jowett for mistranslating
Plato. What Plato wrote is fair and simple, ‘Police’ – Politeia --. Lami as a
Roman hates the Pope – who does he think he is? The Papal dynasty is take in
that they cannot reproduce. So we must go to the civil-political organization
of the Romans, as seen from the the heroic ‘eta’ of Romolo. La citta. La Civilta. La tradizione. La tradizione
una. Espressione varie e tradizione una.
With the birth of
Christ, Roman words acquired new implicatures, for bad. Pagan started to mean
‘heathen’, and ‘ethnicus’ (ennico) more or less the same. Of course the old
Romans were anything but PAGAN or heathen – they did almost EVERYTHING for
Marzio, to whom they dedicated the downtown gym! (Campo Marzio). Lami knows all
this – and more --. Gian Franco Lami. Lami.
Keywords: la ragione degl’antichi, Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Lami” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Lampria: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
pugliese – scuola di Taranto – scuola tarantina – filosofia tarantina -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano.
Taranto, Puglia. Tutor of Aristosseno di Taranto, although he seems to have
taught him music rather than philosophy.
Luigi Speranza -- Grice e Landi: la ragione
conversazionale e la semiotica economica – prinzipio di economia dello sforzo
razionale – filosofia lombarda – scuola milanese – scuola di Milano -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I would call Landi a Griceian; but
he’d call me a Landian!” Studioso della dottrina del ‘segno,’ vis-à-vis- scienze
umane e antropologia, apportato un notevole contributo agli sviluppi alla
semantica (senso) e la pragmatica (prassi, pratica – ragione pratica) -- crt,
cercando di unificare la dialettica romana e fiorentina con quella oxoniense. Diplomato al Regio
Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni, si laurea a Milano. Studia a Pavia. Insegna
a Padova, Lecce. Riceve, e Trieste. La sua opera si può suddividere in tre
fasi. La prima riguarda studi su la prassi (ragione pratica), nonché l'analisi
dei processi di “segno.” La seconda fase propone una teoria della “produzione”
del segno intendendola come teoria del lavoro cui fondamento è l'omologia tra
la teoria del segno e so-miscalled aeco-nomia. (cf. Grice, P. E. R. E.). La
terza fase studia l'intricato rapporto tra il segno e la ideologia e teorizza l'”alienazione”
dell’usuario del segno (ego/alter/alien). Opere: Pratica communicativa (Bocca,
Milano); “Segno” (Manni, Lecce); “Significato, comunicazione e parlare comune,”
– cfr. Grice, “SignificARE, communicARE, impiegare, implicARE, -- ‘common’ is
Landi for Grice’s ‘ordinary’ as opposed to extra-ordinario. Marsilio, Padova. La
semiotica e “Segnare” come lavoro e mercato,
-- cf. Grice against an utilitarian and pro a Kantian account of the rational
effort – but remarks in the “Retrospective Epilogue” about his concern with
‘rationality’ as being co-operative. And Grice’s remarks about the independence
of the two thesis: semiosis as rational and semiosis as cooperatively rational.
Bompiani, Milano, Segno ed ideologia
(Bompiani, Milano), “Segnare” (Bompiani, Milano); “Ideologia” (Mondadori,
Milano); “Metodica filosofica e semiotica -- scienza dei segni, o teoria? – cf.
Grice on philosophical psychology,’ folk science of psychology – ceteris
paribus – ‘law’ of the science of psychology --. The laws of psychology – “That’s why we call them
‘psycho-logical’ concepts, or theoretical terms, -- psychological theory --. Theory Th. (Bompiani,
Milano). Cf. Grice on the boundaries of ‘mean,’ and the idea of ‘consequence,’
y is a consequence of x, x means y. Il corpo del testo tra riproduzione sociale
ed eccedenza, Scritti su G. Ryle e la filosofia analitica” (il Poligrafo,
Padova); “Semiotica Filosofia del linguaggio
su ferrucciorossilandi.c om. Grice: “Landi takes economics seriously, as did
Aristotle – unfortunately, those researching onto Landi hardly quote from
Aristotle!” “While the Italians think that Landi is being very Original, we at
Oxford don’t! Game theory, strategy theory, and efficiency theory are all basic
to ‘oeconomica’ in most pragmatic models of efficient communication – “Information
is like money!” – Cf. la teoria del valore e le formulae dell’egoismo,
l’altruismo o non-egoismo, Meinong. Teoria
formale del valore. I valori egoistici risultano espressi con le lettere T e e
te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli valori altruistici sono espresso con le lettere:
i. I valori neutrali sono espresso colle lettere : Ym. Siccome non si propone
di dare una teoria compiuta dei fatti concomitanti di questo o quello valore,
ma solo di ANALIZZARE tal unicasi va
speciali, così, quando adopera i simboli senza l'indice soscritto,
intende significare il valore egoistico – con la lettere ‘e’ sottoittesa.
Questi simboli possono esprimere questo o quello BENE, ma anche questa o quella
volizione a questo o quello BENE riferentisi. Per indicare una volizione, si
adopera il stesso segno *fra parentesi quadratti*. Infine, si suppone, di
regola ceteris paribus,che la circostanza concomitante sia sempre una sola, la
quale, insieme alla volizione, formi ciò che chiamamo il “bi-nomio” della
volizione. Se le circostanze sono più, allora si forma un “poli-nomio” della
volizione. La precedenza di una lettera in un binomio o un polimonioindica il
valore principale, sia desiderato o sia attuato. In che modo i fatti
concomitanti del valore sono connessi collo scopo della volizione? Siccome ogni
scopo di volizione è anche un oggetto di valutazione, la domanda può formularsi
così. Come i valori possono entrare in connessione tra loro? Si noti però che
la connessione deve stabilirsi prima del cominciamento della volizione, giacchè
questa volizione deve tenerne conto. Le co-esistenze casuali restano
naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla volizione e l'oggetto della
valutazione concomitante possono correre varie relazioni. C’e una relazione
d’identità. Ciò che il artista o un
politico come Mussolini crea non soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in
qualche modo come un BENEFICATORE di tutta una sfera di uomini – la nazione
italiana. C’e una relazione di CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa,
o anche di più cose. Per esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un
bel tono. Ma il piano ha anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia
molto vigile (+), il quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora
bene (+), ma che fa rumore e fumo (-),ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due
forme: a) lo scopo è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per
esempio, promuove il movimento e l' industria dei forestieri, mira ad
arricchire la sua nazione (+), ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si
può raggiungere che come EFFETO di dati valori morali. Per esempio: un
fabbricante per . Ora torniamo alla domanda principale. In che modo il
valore morale di una valutazione dipende dai valori concomitanti, e,in caso di
un simple bi-nomio della volunta, dal valore concomitante? Abbiamo distinto
quattro categorie di valori, “g”, “T”, “u”, e “u”, le quali si applicano anche
ai fatti concomitanti. Però il caso u si può omettere, perchè non accadrà mai,
CHE SI VOGLIA UN PROPRIO NON-VALORE PER sè stesso. Rimangono così tre
possibilità, le quali, liberamente combinate, dànno *dodici* casi che costituiscono
la tavola dei valori. Per l'esame di questi casi bisogna pensare che ad un
oggetto di volizione si aggiungano gli altri come fatti concomitanti, e
osservare le variazioni di valore che questo intervento produce. La VOLIZIONE
‘POSITIVAMENTE ALTRUISTICA’ (benevolenza e beneficenza) è data da una formula.
Il momento più importante è qui l'associazione della circostanza concomitante
u, IL PROPRIO DANNO. È evidente che l'aggiunta di questo secondo momento
accresce il valore di (i) e di tanto, quanto più grande sarà il sacrificio
proprio. Indicando il valore con “W”,si avrà dunque: W(ru) > WV. Se invece
si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI, sia dello stesso beneficato (quando il
beneficio produce pure un MALE al beneficato), sia di persone estranee al
rapporto (quando per beneficare uno si danneggia altri), allora il valore della
volizione con questa circostanza concomitante diventerà minore. E la formula
sarà: W(ru) < W(r). Se la circostanza concomitante è pure in favore del
beneficato, allora la formula sarà indubbiamente: guadagnare di più deve
migliorare la condizione materiale dei suoi operai. W (rr)> Wr.
glianze. Invece L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI nè
diminuisce, nè aumenta il valore. La volizione egoistica è espressa dalla
formula, la modificazione più grave qui si ha, quando al caso si aggiunge la
circostanza del MALE ALTRUI. Allora si
avrà: W(gu)<W(9). Se la circostanza concomitante è invece “r”, il valore
della volizione egoistica si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione
egoistica si aggiunga la circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO
(plusvalia) o anche di un proprio danno, non modifica il valore di (g). Si
avranno quindi le due egua W (99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta
il non-valore, se oltre al danno principale si aggiungono altri danni. Epperò:
W (UU)< W (U). Per quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che
al male altrui si associ una qualche conseguenza buona, indiretta, W
(rg)= Wr. La volizione altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con
una formula. Se per attuare il danno altrui, si fa anche il danno proprio u,
questa circostanza aggrava il male e aumenta il non-valore: W (uu) < W
(u). W(UY) > W(u). Il fatto concomitante della propria utilità non
aggiunge nè toglie al valore della volizione principale anti-altruistica. Si
avrà quindi l'eguaglianza: W (ug)= W u. La somma dei risultati ottenuti si può
disporre in un Quadro. W(rr) > W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)?
W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U) W(ru)<W(Y) W(gu)<W(g) W(UU)<WU)
W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0 W(uu)<W(U). Da questo quadro si rileva che le
circostanze concomitanti con segno negativo non sono più feconde di effetti di
quelle con segno positivo. Di queste ultime, “g” non modifica nulla, e “r” non
dà risultati sicuri, come indica il punto interrogativo. L'influenza dei fatti
concomitanti si può dunque riassumere così. Agisce aumentando debolmente il
valore. ‘g’ non modifica nulla. ‘u’ diminuisce grandemente il valore. ‘u’ opera
secondo lo scopo della volizione -- ora aumentando, ora diminuendo e ora
non-modificando il valore. Si è già detto che sarebbe uni-laterale il voler
giudicare del valore morale di una volizione dallo scopo ;che però, in quanto
lo scopo prende parte alla determinazione del valore, l'altruismo positivo è
buono, L’EGOISMO è INDIFFERENTE. L’altruismo NEGATIVO (malevolenza e
maleficenza) è cattivo. Ora è importante constatare, che il senso in cui i tre
momenti valutativi operano sui fatti concomitanti è completamente lo stesso La
validità della tavola dei valori, dianzi tracciata, ma pure prevista.
Allora il non-valore si ridurrà, nel modo indicato dalla in-eguaglianza:
subisce variazioni, se cambia la qualità della volizione? Itendendo per qualità
la differenza tra appetizione e repulsione, che però non deve equipararsi a una
contra-posizione logica tra affermazione e negazione, i cui termini si
escludano a vicenda, ma considerarsi come una doppia possibilità psicologica,
di cui l'una abbia altret tanta realtà indipendente, quanto l'altra. Un'analisi
della NOLIZIONE mostra, che esse si comportano egualmente come la volizione,
solo che si applicano di regola ai valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO
(IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni
con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U) (U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo
stato subbiettivo di rappresentazioni ed i predisposizioni anteriore alla
volizione è indicato con il concetto di “Progetto”. E siccome in questo stato
abbiamo supposta anche la cognizione delle circostanze concomitanti valutabili,
così al binomio della volizione o al polinomio della volizione corrisponde un
binomio o un polinomio del progetto. Per indicare questi stati si adopera gli
stessi simboli *senza la parentesi quadratti*. Osservando le volizioni in
rapporto agli stati predisposizionali, l'analisi delle valutazioni dei fatti
concomitanti può rendersi più esatta. (ū) si possono fare le seguenti
sostituzioni, che aiutano a trovare il corrispondente valore nella tavola
relativa alle volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio iniziale della
volizione “uu”, che esprima il mio desiderio di far male, al momento opportuno,
a una persona, ma che non mi sia possible evitare, ciò facendo, conseguenze
dannose pe rme,u. Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale, allora non si
avrà più il binomio (uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la volizione è
risultata nel senso di non volere il male proprio, pur ammettendo che questa
volizione abbia per circostanza concomitante y, cioè il bene altrui. In forma
positiva la volizione finale sarà (gr). E così da una situazione iniziale
negativa “vu” si riesce nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati fra
loro due bi-nomi di progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente
concordanti. Anche i due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra
loro. Essaminemo la coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la
maggiore importanza pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col
proprio danno. Il secondo bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui.
Nel primo rientrano, nel senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui
si può affermare la grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o
grado minimale, i casi della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s
duty). La sezione di linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL
CORRETTO è tutta espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione
che va dal punto d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde
alla negazione di questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi
tutti i casi che vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose
dell'altruismo. Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal
semplicemente dove ROSO ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due
bi-nomi comprendono adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati
in principio. I due bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non
coooperazione) fra l'interesse proprio e l'interesse altrui. È evidente che
dalla grandezza di questi interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il
valore morale della valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella
negazione di “g” e “y”. Intanto è certo che il VALORE EGOISTICO in cui “g” è
congiunto con “u”, “W(gu)”, si trova sempre al di sotto del zero della scala,
ed ha segno negativo. Mentre il valore altruistico in cui è congiunto con “u”,
“W(ru)”, si trova al di sopra del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la
funzione valutativa tra i termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire
agevolmente con una semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse
proprio a un grande interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il
sacrificare a un piccolo interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra
parte chi non pospone a un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio
produce un non-valore morale più basso, che non colui il quale per una utilità
propria rilevante non tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo
abbozzo di una LEGGE del valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C”
e “C'” indicano le costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla
qualità delle due unità “g” e “r”. Nell'applicazione di queste due formule
all'esperienza si rendono necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori
“r” o “g” eguali ai limiti 0 e 0,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g
per g. L’ESPERIENZA NON è però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno
ammetterà che l'adoperarsi nell'interesse altrui si accosti l punto morale
d’INDIFFERENZA, quanto più grande è quest'inteesse; e che il trascurarlo
divenga nella stessa misura RIPROVEVOLE, “u” pposto costante e limitato
l'interesse proprio da sacrificare. È F, 1 W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = -
C per r = 00 per r = 0 lim W (ru) = 0, lim W(ru)= 0, lim W (ru)= 0 limW(ru)= 0,
lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0 lim W (gu)= 0 lim W (gu)= – 00. pure evidente,
che la trascuranza di un interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto
più IRRILEVANTE è questo interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il
valore dell'altruismo di venga allora infinito, come nella seconda formula.
Osservando però bene, questi casi non rientrano nel campo della morale. Si
contrasterà pure che il valore del sacrificio di un bene proprio per l'altrui,
cresca colla grandezza del bene sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza
prova che l'esitazione al sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene
cui si sta per rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta
formula. Non si può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè
NON si determina un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si
debbono mitigare nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla
realtà. Per far ciò, basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere
aggiungendo a “g” ogni volta una costante “c” o “c '”. Queste formule non modificano i limiti
funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T = 0 0 g = 00. Cambia bensì la
formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C, lim W(gu) = - ' Sin qui
abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE dall'altra. Che avverrà però,
se le variazioni si compiranno in entrambe le variabili congiuntamente,
supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro per grandezza di valore?
Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule diverranno altri. Si avranno così
le formule. Tr W (ru) = 0 9 + c g +di e
Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' . Da questo risulta che il non-valore
deve crescere e diminuire nello stesso senso o grado limite di “r” e “g”, e il
valore in senso o grado di limite contrario. Consultando l'esperienza, si può
riscontrare agevolmente che un oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso
valore per chi lo dà e per chi lo riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà
un valore più alto o più basso del regalare di meno? Senza dubbio più alto. E
se si contrapponga vita a vita, CHI SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare
quella di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. QUESTO è però IL
CONTRARIO DI ciò che quelle formule esprimono. O “c” corre adunque correggere
le formule e per far ciò introducemo un esponente di “g”, più grande
dell'unità, e lo indicamo colle lettere “k” e “k'”. Le due formule diverranno
così, rimettendo “y” al posto di “r”. Sicchè si avranno i seguenti limiti. A
questo punto, il concetto di limite non hanno più bisogno di alcun'altra
correzione. Per semplicità di espressione ponendo C= 1ek =2, la formula del
binomio divienne W(gu)= T. È questa una formula a discuttere. . g2+1 ghto Y
gkilt o W(gu)= W (ru)= C per r= 9 perr= g= 0 T g2+1 W (ru)= e Y e limW(ru)=00
lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0. Preliminarmente non si ne ricava alcune
conseguenze. Ogni pr getto offre a colui, che dovrà reagire con una volizione,l
a doppia possibilità di fare o di tralasciare. Le due volizioni staranno,
secondo la formula principale or ora ricavata, in un rapporto di
RECIPROCITà negativa, per ciò che ri guarda il loro valore morale. In secondo
luogo, siccome una volizione di grande valore (positivo o negativo) o e MERITORIA
O RIPROVEVOLE. Quella volizione di piccolo valore o e CORRETTA o TOLLERABILE,
così potrà dirsi in generale che quanto PIù DISTANTI sono il NUMERATORE E IL
DE-NOMINATORE della formula in una scala ordinale (1, 2, 3, … n), tanto più il
valore della volizione e indicato dalle parti estreme superiore o inferiore
della linea dei valori. Quanto più vicini o meno distanti sono invece quei
numeri, tanto più l'indice del valore cadde verso il punto di mezzo di detta
linea. La formula si applica inoltre anche ai casi di una volizione I cui scopo
non siano accompagnati da circostanze concomitanti. Basta ridurla. W(9)=0(1).
UU. Mentre la prima coppia esprime il caso di CONFLITTO D’INTERESSI, la
caratteristica della seconda formula è la CONCOORDANZA O INTERSEZZIONE O COOPERAZIONE
O CONDIVIZIONE gl'interessi propri con gli altrui, positive, o, come nella
guerra o il duello, negativi. Se il
progetto offre l'occasione di congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi
rappresenta un pericolo altrui nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione
corrispondente e espressa con (gr). V'è però anche la rappresentazione del
desiderio di un male altrui, cui si associa anche la previsione di un danno
proprio. La corrispondente volizione e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui
non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g” e”v”, cio è fra “g” e -Y Questa
riflessione ci fa subito applicare al caso attuale la formula principale del
primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)= >. Passamo ora ad esaminare un'altra coppia di
binomi: gr g+1 1 T (go+ 1)r.
Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa dei due
binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula
principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in
queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione
tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili
concomitanti, com’era di sperare! Ferruccio Rossi-Landi. Landi. Keywords:
implicature. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landi,” The Swimming-Pool Library,
Villa SPeranza, Luigi Speranza, “Grice e Rossi-Landi a Oxford.” Luigi Speranza, “Grice’s
principle of economy of rational effort and Rossi-Landi’s economical
semiotics.” Luigi Speranza, “Grice and Rossi-Landi: over-informativeness and excess:
the implicature” – The Swimming-Pool Library. Landi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landino:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della sforziade
degl’italiani – filosofia toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze –
scuola fiorentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I love
the way a philosopher can be judged by his fellow citizens and by furriners:
Landino’s “De Anima” fascinates the Germans, for example! While his poetry
fascinates the Americans, as I Tatti testifies!” Nacque da una famiglia originaria di Pratovecchio,
nel Casentino, e compì gli studi in materie letterarie e giuridiche a Volterra.
Gli venne affidata presso lo Studio fiorentino la cattedra di oratoria e
poetica che era stata del suo maestro Marsuppini: L., sostenuto dai Medici, e
stato avversato da non pochi personaggi in vista, come Rinuccini e Acciaiuoli.
Tra i suoi allievi ci furono Poliziano e FICINO (si veda). In quel periodo
ricopre anche incarichi pubblici, facendo parte della segreteria di Parte
guelfa e della prima Cancelleria. Tra i suoi viaggi, spicca quello a Roma.
La sua Xandra e una raccolta di componimenti dedicata inizialmente ad Alberti e
de' Medici. In campo filosofico scrisse III dialoghi: il De anima, le
Disputationes Camaldulenses e il De vera
nobilitate. La maggiore fama nei secoli di L. e però legata alla sua attività
di commentatore dei classici. Diede alle stampe il Comento sopra la Comedia di ALIGHIERI,
su ORAZIO e su VIRGILIO. Traduttore dal latino in fiorentino della Storia
natural di PLINIO e la Sforziade di Simonetta Il volgarizzamento pliniano e un
vero e proprio evento. Per la prima volta la plebe puo leggere la più
importante e vasta enciclopedia del mondo romano -- tra i suoi lettori Pulci,
Colombo e Vinci. Per i meriti acquisiti, la signoria fiorentina gli assegna una
torre nel Casentino e una pensione. Venne ritratto tra illustri
fiorentini a lui contemporanei da Ghirlandaio nella Cappella Tornabuoni di
Santa Maria Novella. Altri saggi: “Orazione alla Signoria fiorentina incipit
della Historia naturale tradocta di lingua latina in fiorentina”; Xandra, “De
anima”; “Disputationes Camaldulenses; “De vera nobilitated”; “Comento sopra la
Comedia di Dante”; “Commento a Orazio”; “Commento all’epopea eroica di Virgilio”;
“Historia naturale di Caio Plinio Secondo tradocta di lingua latina in
fiorentina al serenissimo Ferdinando re
di Napoli”; “Orazione alla Signoria fiorentina quando presenta il suo Commento
di Dante, Firenze, Niccolò di Lorenzo, Formulario di epistole, Firenze,
Bartolomeo de' Libri. Il testo si può leggere in edizione critica. Carmina
omnia ex codicibus manuscriptis primum edidit A. Perosa (Firenze); “Disputationes
Camaldulenses” Lohe (Firenze, Sansoni); C “De vera nobilitate, M. T. Liaci, (Firenze,
Olschki); R. Cardini, La critica del Landino” (Firenze, Sansoni). Dallo stesso
studioso è stata allestita la raccolta: C. Landino, Scritti critici e teorici,
Cardini, Roma, Bulzoni, Comento sopra la Comedia, I-IVProcaccioli, Roma,
Salerno editrice, Questo commento è stato solo parzialmente edito (la sezione
relativa all'Ars poetica): Cristoforo Landino, In Quinti Horatii Flacci Artem
poeticam ad Pisones interpretationes, G. Bugada, Firenze, Sismel, R. Fubini,
Quattrocento fiorentino. Politica, diplomazia, cultura, Pisa, R. M. Comanducci,
Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta,
«Interpres» Uno studio complessivo, sia filologico sia storico-culturale, dell'opera
in A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano” (Messina, Centro di Studi
Umanistici). Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto
Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di
Storia della Scienza di Firenze, Orazio, “Artem poeticam ad Pisones
interpretationes. G. Bugada, Firenze, Sismel-Società internazionale per lo
studio del Medioevo latino, Galluzzo, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano Messina,
di Studi Umanistici, Treccani Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Lee Sorensen. ALCUIN,
Ratisbona. Liba secundus u aut Eandetn otionanft in anibus denrchedas. Ars
enim natnratn quoad ua Itt feropq imitatur. Sed nefeio quo pado cum de
eqmalo quod iti vita Kiriorio iMispa natura nucttigadum nobis
propofuannus:iam fecundo in naturam rela« bor.lta^ bacomifla ad illud
tademrueamusipcimunique omnibus PHILOSOPHIS omnibmi cbtifiianis audoribus non in
eo quod ab ad ione proueninfcdin fo» h ratione coUocemus. Non enim quid
fadum iinfed qua mente fadum animad uettunt. Quapropter quatuor ueluti
principia ponunt. Cum enim fe nobis ilu quid offert: mouctuc ea te fic
oblata uis quzdam animorum nofttorums ut illam cognoscat: tandem p
decernit aliud bonum efTc aliud contra maium. Quapto ptrrcumiam feferes
obtuleritrcum iam fecundo loco (it de ea iudicium fadumt adtamr tertio
loco uoluntast ut hoc quidem fequamur. Illud vero fugiamus. Qua quidem
uoluntate ita iubente motus poftremo in corpora infurgut : ut id tncmbræzc
quantur quod noiunusancea de creuerit.Ncffi igitur a duobus illis
ptimisprindpiisnetp ab boc poftremo uitiumfpedatur:led a voluntate qua
in ordine tertiam pofuimust. Non enim eo Verres pcccauit quod tabulz
ftgnac ac reliqua ftculorum preriofilTima fupeliez illi fefe of Ferreti Non
rurfus quia iudica ret forefibi ex ufu huiufccmodi ornatu abundaretfcd
quia rapere uoluit cu uf«p adeocz fola uoluntate res pendat: ut etiam ft
non rapuerit :tamen quia rapere uo luerit fitelus commifllim fitx Non
enim interfecerit ne an non interfecerit: fed uo lueiitne interficere in
culpa eft:Defueruntuires. P.CIodio quominus Annium Milonem oeddere pof Tetx.
Qua quidem in re fi naturz uitium quzras t pcccauit ea uis:quzmentis
propofitum non implcuit:fi uero ad morem teconuertas non aduscorpord
motus fed uoluntatis adus crimen concipit: Dicetur iure homi dda Clodius
quia Milonem uoluit ocddere: Fac autem ocddifte cum minime ta men
uoluerit exddere ftarim crimine abfoluetur. Qui enim non ex uoluntate:
fed uel ex infirmitate uirium quas modo pofiii vel ex insdiia rem quampiam
c6 mittunnii non modo culpa carent: uCTum etiam cdmiseratione fzpistime
digni putanmr. Quis enim cum illud de Cephalo in procrin legit etiam fi
fabulosum putetmon iolum illum crimine liberat: Sed fumma
infupercomifetatione profe quituRcum animadvertat hominem ex infdria dum
feram uulnerarc putat: ca tifiimam fibi coniugem percu Eiffeteuius morte in summum
moerorem acludu paulo postcafuruseifett Vides igitur auolutatisadu ueluti
a fua origine uitium in monbus flum: Verum cum iam conftet imbedllitatem
adionis prouenire ex infirmitate primi agentis rem hanc planius
exponendam cenfeo: Videamus ita in quo defidatuoluntas ante commifllim
fadnus. Qui quidem defedusfibi a natura non erinfemperenimadbzrct/ femp pcccaret:ne
rurfus eftcafu bc for luna:eflet enim extra nos. Est igitur
uOluurius.S'ed ut uideasundeifit error boc ædpe. Visdus rd quz agit ab eo
agente perficittu quod fupra fe eft: Donec enim id quod fecundo loco agit
perfeuerat in ordine primi agentis munus fuum abfo lute
peragit:Sinautemao illo declinet nullum iam remedium eflqn aut fiatim aut
paulo poftdefidattin gyrum uertitutdrculus qui manu humana torquef. Hic idem fi
nunu dedinet a mom ceflabit. Ergo igitur ut ad rem redeam nupa dicebam
duo cflic pdndpiarquæ uoluntatcm aateire ntt Res quz fefe nobis oSu a :
k [ t Oerumniobonp nttitt K uii gucdam ilfas oblatu
fufdpiatt At cum qiiicgd bnhi!!»ttb£ A Ut moueri poffifaliguidhabeat
proprium a quo moucaturmoo omnis pcrap et di uis omnem appetitum mouebit.
Nim quz fmlibilia percipit cum dutaiatape petitum qui a renfibus e(i
mouere ualai Ratio autem proprie uoluntatem mouc biti Rurfuscum latio varia
bonorum genera percipere poiritcuiuilibetautcm et proprius finist Etit uoluntatis quoque pprius
nnis k primum quo moueatiu n5 bonum quodlibetifed certum aliquod ac
pncfizum.Siigit" mensnofira acuolo tas perceptione eius
rati6ismoueac7quz tedum bonorum malotu iudiciui B teneat reda indeadio
exorictur. Sinautem ab iis ezorit" quz falfo fenfuum iudb do bona
efle deæta Tunticum minime flnt bona Ibtim peccat in uiu 6tmorib9
uoluntas. Peiueriio igit" ordinis qui est ad rationem et ad proprium finem
gignit peccatum in adione. Ad rationem quidem cum ad fubium fec fiis
perceptionem voluntas fertunin id quod fi rede pcrfpidas bonum non efiifcd
quia fuis ilicee brisrcnrusdemulfitia Dillis bonum iudicatat. Efirurrus cum
ratio ipfa minime decepta id bonum efle decemittquod uere bonum dici
potcft.Hcx tamen tepore aut hocmodo bonum efie negatur. Voluntas tamen in id
fertur nu llam ordinis tanonem babens.huiufccmodi igitut ordinis per uerfio
uoluntaria eih pptc reaqi uitio non carets Loquacior fortalTc fum q par cfi in
natura mali. Addam tamen ex iis argumentationibus quibus demonftracum efimalum
nullam efienda am eflesati ob eam tem per fe fubfifierenon polle: facile
animaduerti id aliquo in bono feroper efle oportere: Verum idem hac quoip
ratione probatur. Cum malum dicimus priuationem dicimus:hoc enim iam
conuicnPnuatio autem ipla K foima qua res priuatut in eodem funt.ld autem
quod formz fubiidtur huiuTce modi cil ut fua natius facultate formam
fufeipere ualeat. Hoc autem quis bona negabit cum eodem in genere et ipsa
sive facultas sive potentia Scadus qui inde cll omnino confilhnt. Prxterea
malum ta folum ratione malum didiT quia nev cct. At non ncKct malo. ElTc
enim bonum fi malo pemitirm afiFcrrct. Nocet igitur bono. Nonautefi de
rei forma loquamur noceret nifi in eoelTet. Quzenimcz citas polyphcmo
nocebitinifi fit in polyphemo excitas. Verum cum uulum boa no opponatur quo
pado utn idem erit fubiedum.oppofiro 9 t enim altc/alte tum pellinhoc fi
dicas ita tibi refpondebo.Quicquid ens did poteft idem 8C boa num
dicitunNon autem abfurdum cll ut non ens in ente fit:quzlibct enim ptia
uatio in aliqua elTentia c(l:quz cll ens tamen non efi in ente fibi oppofito.
Si enim czeitatem dico hoc non eos comune quide minime eft ut uifum ubi^
tola lat:Ergo non ell in uifu uelud in fuo fubicdo fcd in animaote. Q_ux quide
om nia eo teduntiut non pofliit iu fummum malum inueniri:ut inuenitur
fummn bonum.Quod enim fummum malum fututum fit id fine alicuius boni
cofora tio elTc oportet. At nullum malum a bono omnino feparatu efle
inuehies. C^ua doquidem ut paulo ante ofiendimus fuas in bono radices
malu egit: et in eo luu ut Ita loquar fundamentum iedt:Ptztctea fi mihi
dabis aliquid fummum malis fututum effe id ita fua eflentia malum futurum
erit/ut fua eflenda fummum bo num clfc uidemus. At malum eflentiam nullam
babæ iam demonfiratu efi. Ita quod ptiouUD pdndpiii eft eus cflcpo^too
cogn ellet pti IaP.Vitg«M.AIl^o.Liba tettius cipranificflct caura iitidepcadcrettt
Dafiautcaurambotiucfre dirimus. A 4 de et boc^uTa enim qux per fe caufa
diatunfcmpcr prior eft illa quz per accidens caula dicitur. At malum non
efi caufa niri per accidens.Non igitur inuenimr (u Inum malum.Hatc funt
quæ de plurimis longecp «ccllenrioribus quz Leo Baptista memoriter diluride ac
copiose in tantorum uirotum confriTu difputauit t mcminil Te ualui.ln
quibus cum abunde Laurentio fatilTadum efletxfol^ ia me*
ridiemalccndi(ret:nos omnes ita adbottante Mariotto hofpite libeta Mimo
to» Kzimusiillumf fecuti ad tefidenda corpora difi:ellimus. L.
CAMALDVLENSLVM DISPVTATIONVM AD ILLVSTREM FEDERICVM VRBINATVM PRINCIPEM IN P. VIRGILIO
MARONIS ALLEGORIAS. Um Satuissem cum fermonem illustrissime Federice
litteris mandate quem Leo BAPTISTA Albertus no sine summa oiumquia et
erunt admirarione: at(^ftu porede iis Homeris
habuiflct inqbus. VIRGILIO j fundiflimam illam fcietiam i occultatcqua
fummu bois bonum diuinitus defcribit et quU uia ad id Hcircamur mirificc
exprimit: uercbar ne in nonui 1 holum reprehcnlionem incidcrem:qui cunria
ex fui ingenii imbecillitate tnericntcs et Maronem ipfum nihil przter
fabellas:quibus ociofas auditoru au icsdcledaret cdmctum ræ credant et
nos pro arbitrio nodro quz dicimus ottu uia finxilTe exifiimcnt. Qui
quidetn fi quid poctz fint: fi quam eorum origo ue tufia appareat fecum
teputentifi q magna/q uaria dodrina plurimi in eo artifii< rioflorucrint confidcTcnncogoofccnt
profedoid quod grauil Timorum PHILOSOPHORUM iudido comprobatum uidemus nullum
efie feriptorum genus : qui autmagnitudine cloquentiz.aut divinitate
iapictiz poetis pates fuerintr Qua quidem ce ARISTOTELE virum excellenti
ingenio et doctrina pofi PLATONE om nino singulari motum crediderimrut
eofdem prifds temporibus theologos poe tafi} fuine a£btmet;Et profedo fi
poesis ipsa quid sit diligentius inturamur: fad k erit nofle non cfle
illam unam ex iis artibusrquas noflri maiores quoniam reli quis
excellentiores funt libctales appcllarunnin quarum una altera ue fiqui 0 o lucrunttin
maximo funt femper pretio habiti:fed cfi res quzdam diuiniortquz universas
illas compledcns certis quibufdam nu meris aftridatcerris quibufdam
pedibus ptogrcdienstuariifi luminibus ac floribus diftinda quzcutp
homines qjotnt quæcn norint: quzeu contemplati fuerint: ea miris figmetis
exoractr atip in alias quasdam spedes traducattut cum aliud quippii multo
inferiusimul (09 humilius narrare uideantur:aut cum metas fabellas ad
ceflantium aures ob kftmdas ludere credantur:tum maxime cxcclla quzdatfic
in ipfo diuinitaris fbn tctecondita pTonunt: Quo quidem gratilTimo errore
tandem animaduerfo au ditoc non Colum in fummam rerum cognitionem
deucniat: fed mira eriam uolu ptatccz figmento pctfundatuc. Quam quidem
temdiuinam potius s humani f iii fn. cfle cu! potius f
Platoni credidcrimnilr rnim in lonr dicit pot ffm non arte yana tradi;f<d divino
furore npftras tnentesirrepne.ln co aurem qui phxdrua infcnbitur/cum tria
alia diuini furoris genera expliraflet/quaitum furoretn quc poeticum elfe
uult/huiurcemodi([ni fallor^fentcntia exprimir. Rcfeit enim da
ibcxleftibusredibusucr farcntur animi no(lri/ et cius harmonix quxinxtema dei
mente confiftitiK eius quxcxlorum motibus conficitur/illos participes
fuit fe. Verum cum deinde monalium rerum cupiditate degrauati propterca
ad ia feriora iam deuoluti corporibus incluti tint:tunc terrenis artubus
ac monbodia membris impeditos uix eos concentus qui humano artiHno
comparantur auribus padperc poflerqui et Ii a cxledi harmonia longe
abfintinihilominus quoni om ucluti fimulacra quxdam ac imagines illius
funt nos in tacitam quadam ex Icftium recordationem
inducuntiacardcntiifiroa cupiditate ad antiquam patrw am reuolandi
inflammanciut ueram ipfam muficam/cuius hxc adumbrata ima go lit pnofcamus.interim
uero quo ad pemiolcdilT mum corporis carcerem noa bis licet/bac noftra
illam imitari cdtedimus non uocum modulationibus ueluti uulgares quidi et
leviores mulici cofucueruntrquos aunu frufus demulcete posse no negauerimtquicq
aut prxterea prxihre posse no cocedor Sed grauiori quo« dam iudicio
diuinam harmonia imitati/ pfundos inrimof mentis fenfus elega ti arminc
exprimutsat divino furore concitati res frpe adeo mirabilesiadcoq fupra
humanas uires cofticutas gradi spiritu proferunt: ut cum paulo poft furoc
ille iam refedetitifeipfosadmirentVat obllupercant. Quapropter non folum
auribus adulant ifed fuaui nedarc et diuina ambrolia mentes demulcet hi
igic diuini uates funt/& faai mufarum facerdotesihi iure optimo
fandti ab Ennio ap E elbnt": his folum
diuiniiuscocefl'umeft/ut carmine modo iocude fuauiteripla entitmodo
grauiter alteq; furgetitmodo uchemeti impetu ruerirmodo in leda ti amnis
morem fluetiinonunq copiofe exundantiinonunq breuiicr atqt copref fef
gredicnti quocui uelint auditorem rapiat.quiobrcm quonia diuimor uche
metior^ in iilis spiritus infurgitiab huiufmodi ueheroeria uates appcllant. Grxa
dautipfos poetasdixeruntteo quod apud illos facere figniriut. At dices fonafle
none 8C reliqui feriptores fuo libto poetx id eft effedores iuie dici
poiTunt ( poflunt illi quide. Veru quoniam hi foii et dicedo limul et intelligedo
ni reliquos oes longe fuperant/nomen id quod oibus feriptoribus comune
etie opottuitsucluti fuum ac pprium fibi uedicauerunt. Et piedo quicuqi
uates boc noie digni fueriitiii fupra humanamuim aliqd pofle uili
funticuius rei teftimoe DIO elTe poflunt prifei illi uiri:quos poetas fuifliecoflatinam
apud hebrxos Moy fes uir bello inuidus:qui 6C xgyptios ab xthiopibus SC
ab xg 3 tptiis hebrxos lib^; rauitmdne cius ucrlibusiuerlibus enim uolume
cofalplitiocm diuinitate cofai plitiocm diuinitate coplexus cft.uir adeo prifeus/u
t cum odoginta iam natus an nos iudxos e leruitute educeretrCecrops
athrnis r aret. Nam qux ea fint qux Idumxus lob fuiscanninibus
madauit:ormine ex iis chriflianis qui paulo dudi ores babet latere puto.
At hic ut ex libro fuo coiedari licet tertia xtate poli iftæl tutPcftincc
nuc {>fcqr quata qliaue fint qux catminib^^Oauid regis:q d^iiJii Si
Jonumis i qux dcutctonomiuquc Ibix catico codnent" tEgregiu dno inudu cotitinuab
dekiceps ferie r<rfiiper rctetitum: ut iion modo poete: verum exteri 9uo(^
rcriptorcs quicutK remaliguam maiorem litteris mandarent: eam ua tiis Hgmentis/uariisfigurarum
integumentis obfcurarent: putabant enim fo teii negodumdifibcilius
ccdderent: ut fi: gux rciip(i{rent: maiorcmeflent dignitatem audoritatemc^
habitura: 8C 9U1 percepiffent: guoniam non fine la^ borc at(^ induftria
id afreguerenturtea pluris elTe faduros.maiorem inde uoluptatem
percepturos fi guz ipfi tenerent minime fibi cum indodis commu
ciaclfent.Hac igitur ratione a fandis facrifi^ rebus profanos arcebant
non inuidiamoti sed ut aliquod inter follertem at mentem diferimen
appareret: cum non idem ociofusguod studiosus affeguetetur: sic enim dC
premia guz dodis debentur folis illis proponebantur exteri ut iifdem
artibus quando leKguis noD prohccrent niterentur fummopere accendebantur.
Difficultate enim inopia rei mortalium ingenia acuuntur: uindt onmia la
bor impro bus: et du ris um ens in rebus egeftas 2 Quam guiiguam
feribendi ratione grxid guoi^lccutimntfguortim et Orpheum thracem:&
atheniefem museum et thebanum Linum antiguiflimos fuiffe accepimus: Verum
Lini Mufei^ uiz uciligia eztant: Orphd autem poemata in quibus multa deui
diuinainecpau ca dererumnatura continentur 2 ad eam quam diaimus formam
confcnptitaf fe/fadle efl cognofeere 2 de reliquis uero qui deinceps
doruerunt/nihil dicam: Fabularum enim figtUenta quibus aut deorum/aut
rerum naturam /aut ea gu» ad uitam et mores pertinent obfcuriusquidem sed
maxima cum dignitate exprimunt: rem manifeffam reddunt. Qua propter cui mirum
uideatur: fi otnnisxtas:omnesnationes. Omnesguialigua
ufguamdodrinacxcelluerint: poc tasfemper maximi fecerint.Nam ut reliquos
adprzfens omittamq multos q maximos in philofophia locos Aristotele tanms
uir poetarum tcflimonio cot roboranquibus quidem nifi tatu tribuifletmunqua
netpde poetis duosme^ de arte poetica tres libros accuratiffime
confaipfiflet. Quanti autem hoc bomi num genus PLATONE fadat: ipfe in
libro de re.p.fadle offendit: q uoniam n ihil uei jbementius mentis
intima penetrare/qua poefim affirma. At dicet aliquis no ne in libro de
legibus idem PLATONE poefim reiidendam ccnfctmufquam ille hoc. Sed eam
rdidenda dmonet: qux more tragico pturbatos animos imitatur;qux uee to
laudes canit deoru:patria inffituta defcribitimores edocet: probosuiros
extol ]it:iroprobos deprimit/ædpiendam iubet. Deni nonullis in lods
aliquod poe tarum genus uitupetari ab hoc philofopho inuenias. Poesim
autem ipfam qua donout diuina mex tollit quas quidem res cum diligentius
fecu reputauerint qui confilium noftrum damnantifentetiam illos fuam
immutaturos exiffimo: qui tamen si nos carpere uoluerint: potius
temeritatis arguantiquoniam ea qux fupranoftrasuires funt/aggreffi
fuerimus: qua aliquid quod Maro non uidc tit 2 nos uidif Te putent 2 Ego
autem quauis non tantum mihi arrogem: ut hu ius poetx diuinitatem fatis
pro dignitate explicare pofIim:non tamen inutile fii turum putauirH noff
ra indufiria quantulacunc ea fit/dodiores uicos ad tnaioif ra de ENEIDE
demonftranda exdtar 02 qui cum nos non omnia potuiffeintelli indigo oiK
no otn&mq ioiufta aduerfus nos induti utbca ca coi nim lutun erga
Iiuiurcemodi dodris» cupidos adtadiS errata Uoftra conS gant i ii qua
detint addant t Qua quide in re non modo emendari me xquo animo fctam: r<d
ultro iam nunc omnes qui hoc polTunt ut id faciant uebemc ter oro. dam m
maxi me propriu m hominis p utem» 8t quod jpfe. uiderit U> ter aliis
oftendet er et qu od ne^t fiudipie adijj^ercum in hoc fibi Ipii in il lo
reliquis profuturus iitu o 6c uitam inftitui s ut fic quicquid in me efi
iiberalif fime effundamtfl Canullo mortalium quz mihi delint/fumere
dedigner:ad que autem nofha hrc potius qualiacun<p imt fcribamiquam ad
te iUui^ime Fcde tice:qui et Maronis pra; terca KeTos et udiofiirimusrem perfuetist
et cum reliqui iulue principes in eo omnem indufiriam ponannut quamaximos
fibi tbc£uitos comparent i auri^ at^ argenti aceruus magis magifi^ indies
æfcatitu maxu mam tuarum opum partem in mularum et eorum qui mulas colunt
omsmen ta liberalissime effuns: ut iam quemadmodum Homericus ille
Agamenon coniidebat/fi decem aliifibi Nefimesadeircntiforeut breui Troiam
apturus eflett fienospro comperto habeamus fi Itali populi non diam decem
ut iliet fcd duos przteta Federicos haberent t brevi futurum ut universa ITALIA
alterz Athenz futun fitr feddeczteris alio locoi Non enim in hunc
fermonem hoc tempore uemmus t ut quequam arpamus t fcd ut te fic dc
litteratis hominibus meritum quamaiimispof Tumus laudibus profequamuri
qui quauisfolus ex omnibus qui in imperio confiituti funt has parta
tuearis : amen iu late patet tua in oes litteratos liberalitas. Ut non
pauciora ez a fiC poetæ BC ontorat et om niuffl rerum feriptora
prouenturi fintsqua ii fuerint t quos olim Nicolaus lUe quintus pontifex
mazimus:quem omnes uidimus fuis pulcherrimis muneris bus/ac maximis
pretniisprouoauittqui quidem tuo beneficioad ftudia czdta ti:8t fibi
gloriam fua dodrina fua eloquentia ucndiabunt.6: te ulem roufape E
atronu etiam tuc cum multorum principum qui et nuc uiuunt/& olim
regna« ut fama fepulta iacebit in xtema femper^ recenti memoria uiuum
retinebut. Veru hæc quoniam omni luce clariora fu Dt; longiusprofequenda
non cenfeot Præfertim cu ipfa iam ra postuletaut diuinum dodimmi uiti
Baptiftz Termone ego quantum memoria repetere poteto Tuo ordine
referam.Ille enim cum bci> ne mane ad confuctum locum ueniflemus : 8i
min audiendi cupiditate inflam mati ab eius ore Tummo cum filentio penderemus
huiufccmodi principio dil/ putationem exorfus cfi|£)um eius poctz mentem
tibi Laurenti aperiri cupias r qui uel ex omnibus re^onibusaquarum babiatorcshifioriacognofant
suci cxotnnibus lzculis squkadnofhamur memoriam acriptorum beneficio
per uenerintsfi non primus primo tamen par æqualif (^ exifiatsno poflfum
meo oea tionbingreflu tantzrei magnitudine non penitus pctturbaii. Ncmo
modome diocri fit dodrina imbutus hunc uirn ui ac copia dicendi ipfnn ut
ita loquar eloquentia fuperare unquam dubitauit.Nam cumtraindidionefiue figuræ
rrnt sive charaderasin quotum uno fiquis excelluerit maximam fit glot L
- am adeptus. Quis non uidetnon folum in lingulis fuis uoluminibus
fiivmlos adimplet Verum paucis liepe uctfibtis ita omnacofudific æpennL:
fcuific/ut miro quodam temperamento u clotifidiucifcuoc Bcoocctu Mluaf^ t«a Z iotl dk\ M aia uFdi £ IIBD mu
DCMI mat vtik lia cnlK lioilfl olis a tpai KSoa 10
ik lOa B oulip icbui> nft» none flbfr
qSiQ 011 ipiB’ bSlfimu cottfiaabt incredibilefli auribus voluptate
pariat. Ex quatuor aut riie& di generibus ita opus contcxitiut ne ocio
copiame negocio brevitas defit. Vi dcbis quxdarua sic dtatc at<j
ariditate placerctquzdamuetoueluri flofculis ib lufhau at diftint Sa
deledare.Sunt deni^ eunda eo attifido confirudaiut un# deoiaadoe
elocutionis genus exempla potius qbincrumas/fcriptum DulIum invenias. Adde
ad hæc cognitionem hifioriatai Adde quadili gentissimus and» quitaristt
oonmodonofliaturctuifed &grzcaru &omm nationu inuelliga#
torcxriterittqptil conjmuaborumobretuatiinmus fueritiq elegata quxdain
Boua ex fe fotmaucritiqua f pric omniu uim tenuerit. Prxterco ius duile:
omit loiuspontiridu nihil dicodeiurcauguratqus; oiaita tenuitaitnonab
aliis accepilTeifed ipfc conftituiOie uideatue. Hzc igitur et cotum limilia fi
a me tibi ex« pheanda pctæstac ut fifiguk» in eo poeta locos diligeorius
apetiiem contende tes: 8C operofum fimul et difiidle mihi negociu
imponetes. Quis enim illa pub chetrima cxcdlentiiliinaf/ac fummo artifido
tccondita non ludicct: fed funt ta nicri a multis iifdcm^ dodisuitis
patefada. Quod aute petis id et multo diviiuuscftt Kmagisinobrcuro UtetiKanullo
quod ego quide rdam/badenus fua ferie patcfadum.quod ne gtimaricus nc
tbetot nouerit.fed fi ex intimis FILOSOFI arcanis eruendum. Vis enim
nolTe quid per fua illa enigmata de Æ ncæctrotibusidc dus hominis in
italia profei^one fibi Maro uoluerit.Q^ua qua (untnonulli/qui di ea quæ
paulo ante dicebam promaximb admirentutt at^ in ipfis fuma abfolutam^
poetx laudem contineri putent: nihil maius in eo uate fuicent. Quos tamen
fi roges quid fibi in ea te VIRGILIO perficere uolue riti Hometumimitandu
fibi propofum eafibtmabut: Addent^ ne^ ingeniu ne dodrinamtquo minus id
pilare pofTet fibi defuifreiQ^uod nobis cu dederint fuccubat penitus
necefle efl. Habemus enim ^ut gramaiicope iiinita pene tutba omitta multoseofde
grauifTimos PHILOSOPHOS tqu i Homerii ocm zgypriopi dodrina
haufilTctca^ more illote uariis hgmetis adubraffe cotcdat. Qua in fen
tcnria nili ARISTOTELE fuiiret nunqua homeriaru ambiguitatii libros fex scripfif
fet. Na quid Balilius Bi dodrinz magnitudie/K mo^ fanditate magnus coo
minatus de homine fentianfacileefi iudicare:qui tota Homeri pocfim laude/
uittutis continete dixit /fccutus ut puto Anaxagoram Claxomeniiitqui
quidem idem de hoc poeta a Sirmauit t Arcbefiias ucto mediz academiz
inudor tra OMERO tribuitiut nunqua fe iniedu tecepcritiquin prius aliquid ex eo
legerit: Sed et inlucem le ad amauum ite dicebatiquo hin dus legendi
maior copia daretur, yctum quid reliquos nunc colligamtcum unius PLATONE
testimonio nihil fit, quod probari non polTitlls igitur in eo uolumine
quod de summo bono scripsit omnes artes huc diuinz fiue humanz illz fint in
unum Homeri poema uciuti r in proprium receptaculum confluxifle afHrmat.
Quamobrem animaduettens Mato dodrinam huius hominis ex egyptiorum sacerdotum
fontibus bauftam fimillimamcum Platonicist quorum Qud iofifTimus fuit rauonem
babere eam uTadeo admiratus dl:ut idem in fuo ENEA efficere uolucrit :
quod ille antea in Vlyxc finxerat^ Q_uaproptet pulcherrimis poeticif:^
figmentis eum nobis unw i^oiinai qui pluri, a^ aux^nis u itiis pauwim
expiatusue dckeps 'ir»v I f •*/ .«MI inr ;
iRft. mitis uiituHbiu Illuftratus id quod fummahotmnibdliæStquoiI^
tufi et pl ip6t/ tatnnlal^ equnec^ VcTdcu illud mrera
diuinanunfpcca msnullusafTequii latione conlidcre a PLATONE
didioirctylimul SC illud didicit co antbt minime perueniripofle/q animi
nofhiuirtutibns illissquz deuiu K moribus funtex piati penitus reddantur.
Cum SOCRATE i pfe puru impuioiittiogetc fas c$/cfle neget. Quapropcet non
folumflnes bonoru nobis miririceezpreiritt Verum etiam qua uia qua ue
ratione eo cuadere tandem homini liceat demonftrauitt Ne qua pars eius
philofophia; qui gtxd ethicen/nos de vita et moribus nomp namus: prxtermitteretur:in
ea enim nos nihil aliud quammus nili primum bo notum malorum^
iincstdeindeof Scia quibusueluti uia quadam ad eosdem ducamur. Laboriofum
omnino negodum/at^ omni difficultate plcnum: divinum tamen et quo uno foelix
limul atip fapiens homo effidaturtdeo^ iungaf Soli enim fapienti fas eft
ufi adeo deo c6iungi:ut nihil quod feparcr/intercink ce poflit. Deus enim
ueritas eft .Q^uis aut nefdat qui uerum mente non pettin gat/eum
lapientem efle minime poiTet^os autem cum quatuor lint qu 2 in feru
ptoris mente aperienda inue(tigemus in rem nolfram futurum puto: ut
certos ia terminos drcufaibamus: quos in poeta interpretando egredi non
liceat. ES igitur cum id quod geffum Iit quxrimus: quam
hilforiamappelbnt/ut cum le gimus apud Matonem haud ptocul inde dtx Meda
indiue^ qoadrigxdiSa lerant.C^uxrimus itidem non quid geSum litifed qua
ratione geSum nt:ut eS illud At tu didis albanemanetes. Nam eoloco
dcmonfhat propter eadifcerptu a quadrigis elTcalbanorum regem /quoniam
illein fide non manlilTet.hic gta&« dethimologiam dictuit. Quxrimus et
tertio in loco an ea qux dicantur pu^ gnantia inter fe lintr Alibi enim
didt ChriSus patrem fe maiorem efle:alibi ego &pater Idem fumus. Quapropter
cum ita interpteumur/ bxc ut minime intec fediiridereo ()endamus. Analogiam
sequimur. Interpretamur postremo aliquod per allegoriam quod tunc sit cum
non qux uaba SIGNIFICANT INTELLIGIMUS sed quiddam ALIUD SUB FIGURA
OBSCURATUM. Scribunt poetx Amphionis lyra motos m lapides ut fua fponte
in thebanorum moenium flruduram coirettper quod figmentu quid aliud
intelligimus:nili fapientillimi viri eloquentia esse dum eifer ut BOEZIO populi
qui hadenus ad omne rone ueluti lapides Supidi: K aduetfus oem humanitate
durilfimi czi(ferent:e fyluis ac luflris in duitatem uenirentrac poSremo
legibus qux ad comunem ufum latx cfTennultro fefe rubiicerct. Nos igitur
reliqua tria genera hoc tempore omittemus:at(^ in ipfa fola allegoria uet
fabimur:ut quid per Troia(n: quidpCTxneam:quid per ITALIA reliqua^
huiu& modifibiuelituideamus. froixigit" oritur ENEA rperquautberedeut
puo to prima bois asutem intelligemus.in qua cu ro adhuc ois cofopita
(lufolus fen fusregnat: At ipli mottales/quia ea xtate fapientia ne
furpicaot' quide ea fola fibi proponut qux philofophi prima naturx
appellat. Ni cu oe aial (ibi a natura comendatu (it:in primis feipfum
diligit:deinde o^s corporis partes ita integras: ualidafip hne cupit ut
ufui (imul fit pulchritudini fibi (int: maxime autem uohi ptatibus
demulcetur flc quauis animum fefimul corpur^efTe intelligattat Utru faluum efb cupiautamen in iis qux in
animo apetenda funt/ quoniam BOO
dbm plane ilhcog Oolat minus laboratsea autem quz corpori corporeilm
uoiuptanBus conducunt/anxie expetit. Sunt enimflbi abipfoortu iamnotissima. QuaptopteiT
cum in hac zutcnaturxui potius trahamur/g nofharum adionum domini
efTeualeamusmel minimum uc omnino nullum uirtuduw do^ locum
relinguamus:cum que agimus eanccuoiuntariaflnt: neccum de ledu aliquo
fiant. Ita in puero virtutem e(1'e nemo dicet. Verum ubi iam pro gtcflu
ztatis rationis lumine aliquo illufirari indpit mens noftra s tum demum
tanm in nobis conlilii apparet:uta prauisreda difcerncrcualeamus. Eft
enim iam ad illud PITAGORICA litterxbiuium pcrucntum/fic iatnuitzne Tciuseiton
utcil apud P um. Deduxit trepidas ramofa in compita mentes. Vnde cum di
fceflciimus nccefle efitut uel reda pergamus : uel in finifira deiledamus. Nam
quz deinceps agimus/quoniam ceru quadi ratione agimus/fi reda fuerint uit
tutitfin contra uitioadlcribuntur. Troiz igitur 8t Æneas limul fit
Parisa/un tur. Verum alter quoniam Venerem Paladi ideft uirtuti f
uoluptatem ante« poni neceife efitut una cum Troia pereat. Alter autem
ducematie Venere fe ab omni incendio explicat. Quod quid aliud
intelligamus/nifi cos/ qui magno amore inflammati ad uen cognitionem
impclluntur omnia facile confer qui pofle. Qua propter Venerem diuinum
amorem rede interpretabimur. Sed tu LAVRENTl ncfdo quid iam diu uclle
dicere uiderisiCupio quidem inquit LAVRENTIVS t Ni uerear perpetuum tux
disputationis filum intec nimpæ.lmmo potius iflo modo inquit BAPTISTA:
Nam cum uniuerfus hiefermo non ad oflentandum ingenium neq; ad gloriam
comparandam a nobis infticutus fit : fed ut honeflifiimx- uoluntati tux
obtemperem: fit fi quid in me dodrinx efi/id libenter cfiFundam : interroga
: inter peilaiobiice: confuta pro arbitrio tuo.Hac enim uia id quod
quxrimus verum dilucidius apparebit. Vtar quod mihi permittis arbitrio inquit
LAVRENTIVS utrum id non tui confutandi sed mei erudiendi caula. Miror
igitur cur tu Venerem amorem interpreteris eum prafertim amorem : qui non modo
cadus verum etiam divinus fit. Ego enim Venerem non folum apud poetas : fed
etiam apud reliquos feriptoresita fumptam uideo: ut per eam nonnifi maris
foeminz^ coniundionem fignificarc uelinr.hinc illud Terentianum, e Cerere
fit Bac chouenæmfrigefceretEt ipfc in bucolicis: Parta mez uenerifunt
munera. Quapropter fi uenerem pro huiufce modi'coniundioneponas:quxbadenua
dixidi/ea omnia inter fe pugnate uidebuntur. Sed eft fit aliud qu^ nifi tu
mi< ili petfpicuum reddas ego minime explicare ualeam. Qui enim fit ut
cum duo fintuiri Æneas at^ Paris: Alter quoniam Palladi Venerem
prxponattnecefle fit ut una cum Troia pereat : Alter ueto quoniam
prxeipienti Veneri obtempe reriomne periculum incolumis cuadat. Ego enim
non uideo cur fi bona fit Ve nus Paridi noccat:fi mala prqfit ENEA. Qux
quidem dum cogito/in eorum potius Icntenciam labor:qui rem omnem ad eam
flellam qux hoc nomine ap pellet'':flt ad ipfam bidoria referut: Putat
enim qd* te no fugit/qua hora a Troia ITALIA versus jificifcerct Æneas:librz
fignu qd* domiciliu ucnetis 6ad nfm hoc hcaifpcpu afiacdifli^lpfam Y^ete
in medio czlo loui fuide roniundam. Quibus oibus poftendebat"
foelidtas illi tegtia^ per muliere peruentufoioJo' uem enim regnU ptzeflc
non ra odo OMERO SIGNIFICAT qui reges ; id enim eS a loue nutritos
rcribit. Sed et mathematici ide ditant. Salutareenini omnino Itduse Qsquonia
inter Saturni frigus K Marcis ardorem colloatu opti moeemperamento Iit:
8i propterea eundis euentibus profpcrum. Nam cum ui tam noftram praxipue
sol et luna gubernet: iccirco lupitet omnium nobis fa luberrimus eihquia
foli per omnes numeros/iunzautem per plurimos coniuo dus eft. Refecunr
etiam in initio mundanzfabricziouem in ariete dotniciiio tuncafcendcnte
fui/Te. Volunt illum inducere leges/caliicatem/mirericordiam in egenos K
calamitate opprelTos. Veridicos homines fadt/& vere amicos fine
fraude fine dolo: Saturni fzuitiam frangit fiCquzcun^ ille mala
infert:hicaut tollit aut minuit. Quapropterfcite Petii us Satutnumip
grauem nolito loue frihgimu s una: Oeni^ fi in alicuius ortu fe bene
habeaticum ille hominem for tunatumreddit.bfinimehzc dilpliccnt inquit
BAPTISTA. Sunt enim ex 15 ma dodtina eruta: 8C hifioriz uehementer
accommodata. Verum cum omnis nofira difputatio nullam hilloriz ratione
habeat i Sed eam qui totiens gtzco uabo allegoriam nomino/exprimete
conetut/non uideo cur ea qua adhibui in terpretatio iure amitti non
pofiit : Si enim iis omilTis quz de ENEA deqj cztctis troianis prifei
faiptores tradidere/pro arbitrio licuifiet poetz non modo finge te:fed SL
peruertere et addere et fubtrahere.Si deni^ nulla hifioriz ratione liabi
ta id folum tentaret quo pado per ENEA cum nobis uirum informaret: qui ta
dem fapiens beatufqj citet futurus/nonueneremfortafiefed cupidinem aliud
ue numen pofuiflet. Sed cum ita poeticum figmentum profequi inSituifiet:
ut tamen ab hilloria non difccderet:cum Ænez matrem fuilTe et exilii
ducem naviganti filio fc przQitilTe Vennem Icgil Tenfuit cx iis quz aderant res
perficiedat non autem nomina fingenda. Hoc enim plus negocii poetz cll
qua reliquis qui alio figmento rem obfcurateuolunc. Illi enim ab omni
hiftoria foluti pro arbitrio ea cominifcuntunquz magis rei fuzjpromendz quadrent.
Quodut ! )lanius teneas/unum de multis excmplicaula proponendum cenfeo. Placuitil
I primo huius fabulz audori ollendcrc quz in tempore ex materia
gignuntur: ea omnia in interitum cadæ quatuor dutaxat clementis exceptis:
quz principia (unt oibus rebus generadis Duos igitut comentus ell deos
Saturnii at Opima et illum temporis fjmbolu obtinere uoluittquod gtzcu
nomen indicat. Chronos enim qui Saturnus ell ab eo fubtrada harpitatioe
deducifrquem ipfi chro non appellant. At quis ntfdat tempus grzce chronon
dici. Per Saturnum igitut teropus: per Opim fiuerhcamterram intelligit.
Addit deinde Saturnu pmnes quos de thearufccpilTct filios uoralTe prztcr
loue lunonc Neptunnu Plutonem. Qua fabula exprimit omnia quz ex materia funt
prartctipla quatuoc elementa tempore conteri: at in interitum deduci.
Quorfum igitur hzc ne reliquum fabulz profequar : nempe utintelligas
licuilTe huic homini pro arbitrio quzeum^ uolebat fingere: ut quod de
rerum procreatione sentiebat: commode exprimeret : cum nihil aliud prztcr
phyfices particulam fibi propofuiflc. Maroni autcih longe alia rado cfi:
qui cum ENEA res io laudem' I II Litxr tertius AngulH ezoritatidas t
ft librum iprum omnibus poeddsluminibasitluftrandum fibi fumpfiflet t non
iis qux ipfe uio ingenio digeret t (ed iis quz hiftoria porrigit banc
fuprcmam ingemi fui laudem comparat. Mirus profedo uir qui non ex op tads
fed ex datis ha opus intexat : ut cum hiftonam minime deferat :pet eam
rame illædibili integumento humanam fcelicitatem exprimatiHabcs^ut opinor^qua
ratione uenæm pro diuino amore ponæ coadus iit. Quod ita tamen rede pro
cedit < ut ni£ ab iniquis reprehendi non poiTit. Videmus enim Platonem in eo
fa mone quem phatdtum nominat : Aphr^iten/quaic nos uenæm
nuncupamus: oqn lafouololum sed et diuino amori ptaxiTci Verum quam
uenerem piatonie cua poeta Ænez matrem eife uoluerit : faale intelligemus
ii quzdam paulo altu uscx ipso PLATONE repetamus. PauCmiasigiturin
fympofio duas ueneres comme morat/aketam czlcfiem vulgarem alraam. prinum
autem czio natam refert: cui nulla mater iit. Quod cum lingit eam
intelligentiam iignihcat/quz in angeli me te poiita amore ingenito ad dei
pulchntudinem intelligendam rapirur/quam quo numprocula bomnifflaterizcon
fortiolitiinc matre prodiidam dicit. Secudam uao uenæm mundi animz
tribuitiita ut patre loue : matre uero Dione eam na» tam feribat. Manat
enim ab ea ui quz in anima mundi eft : et uim creat quz infe« hora bzc
omnia gignat et mundi fyluam fubeat: Vtra igitur fibi ingenito amo ce
rapitur czlefiia ilU ad dei pulchritudinem intuendam : hzc uao ut eandem
pul chritudinem e fylua conforma. Sed hzc parum ad rem. Animus autem
noda cum&ip Ge similes quafdamuires habeat inteliigendi at y gignendi
duas itidem ueiiera habædicitur/quas gemini comitentur cupidines. Cum
enim corporea puichnmdo oculis nodtis obiicitucrmcns noftra^quz piima
uenus eft}eam non quia corporea litillcd quia limulaaum divini decori
admiratunar diligitiea quz ueluu uia quadam ad czlos effenur: Gignendi
aurem uis: quz fecunda uenus ell formam gignæ huic limilem concupifcir uapropter
uterqi amor iure dicitur utaltcr contemplandz altergignendz pulchficudinis
defidcrium fit. Nemo igU tur nifi totius rationis expas fit duos iflos
amores damnare audebit t cum uta qj humanz naturz neceflariusfit: Nerp
enim diu efremortalium genus finefo bolis propagatione t neij ruifus
beneefte fmcueri inuefligatione potait. Prza ttantiuri igimr illa ucnæ
duce in italiam perucnire potuit zneasi Ac dices cui hzc fecunda fi
bonacfl paridi nocuit: quia illa male ufuscfl. Vir enimgignen di autdior
quam reda ratio didatfitin ea re plus quam oportet occupatus /in Ibiis
corporas uoluputibus meretur. Quo fit ut 6i primam quz ad fummutn bonum
dudt omninn deferat : et fecunda pcffime abutatur : proptæarp in om nes
animi petturbanones incidat: ueritater^ defpctata mifaq^ efifedusin omne
indignitatem dcfccndat Efi ut dixi diuious amor fi Platoni credimus
dcfideti« um redeundi a corporea pulchritudine ad diuinam contemplandam:
Non ta uencum diuinam defidetamus eam quz oculis
pcrcipitur/contemnimus.Nam qui aliquid appetit hunc illius quom rei :
quam appetit imagine delcdari ne« ceffe cfi. Verum funt quidam ita hebeti
ingenio: ut mentem a fcnfibus nullo modo feuocate poffint: hi ueiam
pulchritudinem non norunt. Huiufccmodi igitui amot adultctinus cfl / et a
uao degenoans: quem lafduia ac pcocadtas frtnpff cotnit3tnr:quem
diffiniunt cupidinem eius uoluptatist que e cotpdo rea Forma percipitur
rrede qux dicunt cum ardorem animi in fuo cotporetnot tui in alieno
uiuenns i quod fecums poeta quidam dixit J, I Plato ucio ait illum
natum ab humanis morbis follicitudineqi plenum. At quis non uideat
illum nerp confilium in fe nc modum ullum habere. InefTci^ in
coiniurias/furpi# dones/ ac reliquas illas omnes peftes : quas fidelis
Feruus Terentiano phzdtix prudenter oftcndit. Habes(urputn^dupliccm
amorem verum illum fidiuino: de quo paulo ante dicebam /& hunc falfum
et adulterinum: et qui uetoamo ri talis fit qualem aut amico adulatorem:
aut medico coquum efifeuidemus: cui quidem cum fe totum dedidiffet Paris
uiia cum Troia periit. ENEA autem cz lelii illo duce paulatim ex troiano
incendio ideftex corporearum uoluputum ardore fe expediens li non reda
nauigatione id enim humanz condidoni : aut nunquam aut raro conceditur:
ut eodem rempore licfiulcitiam exuat. &rapiens efficiatur: tamen poft
multos errores in luliamad ueram fapieutiam pcrucnit. Quam quidem
nauigationem cumfudorislabonfi^ plcniliima fit/nemouna quam nili
fummoillius amore inccnfus difficultatem omnem perferre paratus fit
penitus perficiet. Amor enim uerus/ut apud eundem Platonem offendit
Eriximachi oratio omnium naturalium rerum creator effat feruator : eo emn
fimilia omnia ad eaquz fibi fimilia funt perhenni concordia
ttahuntur.Effitt dem omnium maximorum artium magiffer. Nemo enim aut
artem inuenitiaut ab alio inurntam addifcit : nili inueftigationis
obiedatio/K difeendi cupido ia dtet uam quidem rem fi non apette offendit
: obfcudus tamen ut poeta rummos efl SIGNIFICAT noffer VIRGILIO. Cum enim
in georgicis fe uen cognidonem reliquis rebus prxponere dicat difficultatem
ipfamfumma amoris ui fu peraturum his ueibis demonffrat. Me uero pnmum
dulces ante omnia mulas Quarum sacra fero ingenti pnculfus amore
Accipiant. Ingenti ergoamotela« boies fummos:quiin factis mufarum/ id eff
in rerum cognitione fubeuodi funt fe laturum affirmat |0 uinus enim
amor/nii aliud meditatur: nil molicurmui Ia alia in re laborat t nihil
tentat: nihil nititur /nili utiam corporex pulcbritudinis afpedu concitus
addiuinam nos pulchritudinem rapiat. Dum enim cor/ porcis tenebris
demetfi funt animi noffti diuin i non recognofeunt : nifi umbris et simulacris
quibuf damtqux fefenoffris lentibus obiidunt. Q^uam quidem rem non folum
exprefferunt prifei ex grzcia pbilofophi : in quibus Pythagoram EMPEDOCLE DI
GIRGENTI Heraclitum sed longe ante alios Platonem enumerare poC fiim tSed
Bi chrifhani ab eadem fententia minime difcedunt: Nam et Paulus et qui
Pauli auditor fuit Dionysius areopagita cxleffuac diuina : qux in fetu
fus non cadunt/pet ea qux fenfibus percipiuntur /cerni uolunt. Inxc eff
igu tur illa uera uenus: qux mentem noffram ad diuina erigit: qua matre
quisoc Idat natum xneam nomen abeo quod effxneos id eff a laude dedudum. Vb
rum enim ad omnia magna dCexccIfa natum: quis non fummis laudibus proe
fequaturf Verum &ipfea uolunrate delinitusdrca Troiz defenfionem
laborat Xioiamco impdiuatuturztin quibus, voluptates corpotex plurimum
uigent/ Liba totius intoprctari licet : prima enim
>tate’cum ipfa ratio non dum fe exdtare : ft fuas ui CCS EXPLICARE poflit
/ etiam qui magni at^ admirandi uiri futuri funt uoluptate de mulcentur:
prima naturas ueluri fumma admirantur: di quoniam diuina qux fint nem
nouaunt : beatiflimam eam uitam putant: per quam uoluptate frui lice at *
Hi igitur quid fummurn bemum rit: nondum compei tum habent: Veni cum
illius acquirendi fummo ardore inflammentunpaulatim bxc omnia qux dixi
pri ma tiaturx aduca momentaneai efle animaduertunt. Habet enim hanc irim
ue tus amor : ut paulo ante dixi
ut mentem ucbementn exacuat : magifterep illi re cum inuenieodarum
paulatim fit t ut nibil eam latæ poflit. Qua propta egre ei llud qi £Ulete
poifit atuanton : Deinde cum nihil dfficik puta / modo re amata potiatur
: omnes labores tolaat: omnes difficultates fupetat. Hxc eff uenus illa non
uulgaris ; qux materix admixta utm haba gnendi/fed illa cxicflis ab omtii
materia remota : qux a mente noflra eft : ipfamq; mentem excitat;&
Iu* cem illi liiam nobis badenus incognita in node id enim efl in nofita
infritia oflen dit t fc^ deam &taurfeenim indicans fua diuinitatem
demonftrat: admonet non peme feruari Troiam id eft originem corporis qux
necefle eft ut pneat. Hxc eadem oftendit uoluptates cotporeas non Tolum
ab ipa lacena id eft a feipfts/ut in beftema difputatione diximus
cotrumpi: sed ab lunone a Pallade at a exteris di is: Nam deos Troiam
populati quis ignoret f Divina enim omnia uoluptatibus aduafantuc. Sed in
primis Pallas. Hxc enim sapientix symbolum obtinet. Sapientia autem non folum
uoluptates contemnit: verum eriam (fummopæ exhore ret. eft quod de lunone
quifquam dubita : qux quamuis regnomm dea ha be Oiiriproptaca in hxc
caduca ac mottalia magis ptopenfa uideatur: tamen cumlidmmes imperandi
aipiditate nullum labotem pafetre recufent t omnibus uoluptatibus bellum
indiaint: modo eo perueniant unde poflint reliquis impe* ritare: Deos
autem minime uida ENEA dum pronoluptate pugnat. Nubium cni Biteilebtis cnnnis
ei ptorpedus eripitur. Sunt enim animi noftri ita a deo æa diutfuapte
natura facile omnem utritatem confequantur. Sed a materia corpo* ea quam
philofopfaifyluam appellant: omnia nobis mala proueniunt.llla enim tardat
heb^t at^ pemirbat mentes noftras:: at tenebris obfcutat. Sioiim ex in
fritia omnia uitia ptoueniunt: Quaproptcr et Chty lippus et reliqui ftoici
perturintiones omnes a fallis opinionibus oriri dicunt :(^uodtamai longe
ante feoferat MERCURIO ille: quem grxciob ingenii diuinitatem
Trimaxinnimappeihnt. Siigitur omnia uitia ex infritia ptoueniunt. Infrit ia
autem ex corpotea calu ginecft/ut PLATONE putat /erunt omnia uitia a
corpore. Quam caufam prxeipu* am fuH&idixerini / ut is quem paulo
ante nominaui Meteutius fyluam malignita temappella: fedderylua commodiordifputandi
locuspaulopoft dabitur. Pugnat igitur xneas pro uita uoluptuofa: illat demerfus
deos uidæ nequit. Verum cuminhuiufcemodi miferia non delit amor neri
inueftigandi valet ipfe amot mentem excitare: ut feco Uigens tenebras
difaitiat:flt uideat quibus numinibus Trcria cuertatur. Ducetp eodem
amore pa medias flammas at^ hoftes ita tutum anipit. Et profedo uolenti
ad tes arduas profleifri / hinc mira quxdam'uoluptatum : qux defoendx funt
cupiditas ucluti flamma quxdam illinc laborum difiS* cultatutntp terror / qui
aduerfus honeftatem afliduo pugnet fefe opponfit. Quz omnia ducente
Venere Aræx cedunt. Nam niii amor abfit : netp ram blandas oo
luptatescontcmnere>ne<^ tam duras difficultates fuperare pofTemus. Venit igu tur domum ut
familiam omnem componat : at^ inde ex urbe proficifatur. Ridit enim in fe ipfum
animus t omnef^ fuas uires : at<p uirtutcs gux uariz funnad
profcAionem / id enim eif ad ueri cognitionem quam Troix nunquam afTeque^
retur: fuo ordine componit omnia^ (ibi ex uoto fuccederent: (1 pater filium
fe qui uelit.Verum negat ANCHISE fe ex Troia difcefTurum» Hoc ueroquid
(ibi ue lit : (i me roges ego (ic puto. ENEA huiufcemodi parentibus natus
efi: ut Venus dea: ANCHISE mortalis (it : homo enim ex animo qui
immortalis diuinufip eftiK ex corporemortali Kcito in interitum
cafuroconftactMmsigitur originem fuam femperfufpicit: ad eamcp redire
cupiens Troiam auidiflime dcferit. Senfus au« tcm qui a corpore funt
corporea incorporeis pratponunt. Hinc igitur alTiduum atrox<^ certamen
illud exoritur rpiritusaduerfus carnem ut noftti dicunt t cum mens totum
hominem ad diuina trahæ conetur t BC fenfus in potefiatem tedige« re 8 C
fibi obtemperantes reddere cupiat. Contra uao fenfus feculcnto elementa
rum potu ebrii / 8 C lahea obliuione grauati nihil nili caducum et tenenum
cupi» unr ANCHISE igitur id efi tenenus pata i 8 i ea qux a chrilHanis
uabo parum tri» tofcnfualitas appellatur 2 Troiam fedeferturum negat
.Mauult enim perire fen» fus / quam uoluptate priuari. Mox tamen cum
filium omnemq; domum t id eft totum hominem periturum audiat 2 cump
cxleftibus monihis meliora moneatur 2 mutat fententiam/ab ENEA^ fublatus
exportatur : molliltitna enim bxc at« ^ eneruata animi pars ad fummum
bonum nunquam fat t fed i pfa potius inficr» tur. Hxc de ancbife j ENEA
autem cum iam incendii 2 armorumcp pericula eua» ftlVct ; atep incolumis
urbem e(Tct egrelTus : ingentem comitum afduxilfc nouo# rum inuenit ad miransnumaumtqui
quidem undi^ conuenerant animis opi» buf^ parati in quafcunt^ uriit
pelago deducere tereas.t et rede quidem. Nani ca tandcmcferuitio incendioi
uoluptatum fumus liberatit e(f<^ iam animus redi
uaiqtinueniendiauidus/tum plunmx animorum uires 2 quxhadenus ignauia
torprbant :ucbementa excitantur2 8 C bene in(fitutammentcra quocunt uocæ
uerit / fequuntur. Quo quidem tempore ne a redo itinere omnino aberraret
xneas / Iam iugis fummx Turgebat luciret idx t Ducebattp diem. Eff enim
ludBtr uenerisfydust quodurfolem lunamip omittam 2 omnium quinque
fteliarum quas nolfri aratiles grxei planctas uocitantt
lucidiflimumlitizodiacum autem odo ac quadraginta diebus fupra trecentos
perficit / nunquam a fole longius fex et quadraginta unius (igni partibus
difcedens. Verum/quoniam modo pcxcedit/ modo TubTequitur 2 folem non
eandem (lellam fed duas eife prifei crcdidcrunttpti mum autem Pytbagoram
extitiffe ferunt :qui in eo apud grxeos unum depreben derit .Cum igitur
folem prxuenit lucifer dicitur : uefperus autem cum fubfequi» tur. Rede
autem lucifer prxuius foli eff. Stella enim uennis/is enim amor efi ue ri
inueniendi / ei exoritur 2 qui iam uiram uoluptari obnoxiam deferir 2 dudt^
di em 2 nam rationem excitat talis amor / cuius luce illuSrati uetum
noffe ualeamus. Apparet autem a
idamonu id eft a pulchritudine.Idos eoimapudgntos formam figaificat. Amor
autem apud Platonem pulchittudioisdefideri um diffii S, Quapropter
in ipfo pudor nos a turpibus auoc^: cupiditas ucro czcellen quztj boneiia
rapit. Fertur igitur ENEA duce m are exui in alt um incertus quo fata
ferant ubi iiftæ detur. Quz omnia non fine fumma fapientia a poeta
ponuntur: facile enim cognofeit Troiam relinquendam : et fummi boni
princi' panun uoluptati minime esse tradendum. In qua autem re fummum
bonum coii tiatnondum cognofcit.lureigitur exui appellatur. Nam ab eoquod
habuit cie dus eft : ne^ dum id quod ucluti proprium poflideat inuenit. Mari
autem fermt quia animi nofiri quocun^ moucantw nulla alia re niii
appetitu mouentur : qui quam fimilis mari iit paulo poft aperiam ii pauca
prius de appetitu dixeto^ft igi^ tur fenfus et uis quzdam in animis
nofiris t quam cogitandi nominant : cui bono tum malorum iudicium a
natura demandatum efi, Non nunquam autem ita iudicat buiufcemodi uis : ut
nihil prarter fenfus refpiciens : 8L ueluti illorum illc« cebris attrada
et uoiuptatis oblato ptzmio corrupta quod pecudis bonum eft i{v fa
hominis bonum decernat. Si autem eadem cogitandi uis falutari rationis
lumi ne illuftretur et eius norma dirigatur : non id bonum eife iudicat /
quo fenfus de mulcentur ; fed quod reda didat ratio: quod uemm (implexi^
bonum cui iit ne« ^interire ne^ corrumpi pofiit. Cum igitur huiufcemodi
uis bcx bonum illud ucro malum elfedeacuerit excitatur in nobis alia
quzdam uis quz ad bonum afei Icendum / malum^ declinandum infurgat. Huncautem
appetitum omnes ap« pellant. Sed &, eum duplicem efle oportetialtrtum
qui ab eo iudicio quod folus fenlus fcdt femper pendeat : nibil^ cum
ratione expetat: alterum qui nihil omni no sequitur t niii quod ratio
prius pra^epent : primum illum libidinem : hunc fe eundum uoluptatem
nuncupamus. uaptopter erit appetitus quo animi honii num ad bonum
afdicendum maium declinandum moucantur redus
quU demiiaratione/contraii a fenfu.Quaptopter pulcherrimo enygmate
diuinus Elato cum animum noibum ueluti cunum pofuilTet : aurigam ilii
duofep equos adiungit. Nam ueluti equis currus trahitur : iic animus ab
appetitu duatur. Fe.< mnt
autem equi non suo arbitrio: fed imperio aurigz a quo reguntur eodem pa
do appetitus nihil ex fe agendum decernit. Sed quod iam ab aii a ui deætu m
eli fequitur. Quarc autem equorum alterum album pulchettimum^ i at^
hono« tis cupidum : Bi qui non minis ui<^ / sed cohortatione ratione
regatur. Alterum nigrum inglorium et contumacem hnzerit ex iis quz paulo
ante a me de duplici appetitu dicebantur perfpicuum eft. ExprefVit enim
per bonum rationalem : per B^um ucro irrationalem appetitum quo animus
fertur: at<^ hzc de appetitu : quem quidem mari limillimumelTe quis
negaueritr Videmus enim mareftnuL» lis uentis uetbcretur fedatum
tranquiliumtp perdurare. Sin autem diuerfistun datur uentis: in
geauiflimas turbulentiflimaftp tcmpeftates infurgir : Sed hzc eadem in
appetitu dcprzhendastFac illum uacarc a pcttutbationibust nihil ni fi
rede appetet : Fac rurfus iliis uehementer uezari : quos iam ftudus
quasuc procellas intuebere: Quapropter illud elegannflime u^tio^ irarum
6)s d^t (ftu. Illud autem tibi fortalTc occurren/ quod non bene iis quz
diximus cohzrere uideatur : Nam fi radonali appethufertur zneas : fi iam
uitam uoluptu g iiofatn damnault t unde nunc illud quod patnx
liHota lachrimajupotfutnij^KliQ quit. Q_uod enim odifle iatn coeperimus:
id non lachrimantes: fed Izti fugcR fo letnus t Sed uoluic Virgilius
primum a uolupcatc ad uirtutem difcelTum demoo' I firare. In quo cum
temperati non dum fed continentes fimus : agimus illud qui> I dem t
fed cum diu uoluptati aifueti illius illecebris demulceamur t non nili zgte, ab
ea diuellimur : imitemur^ fenes tioianos: qui cum ELENA ut grxconun tro>
ianorumtp certamen fpedarct mcenia confcendilTet admirabatur cum
(hiporemu lieris pulchritudinem t ea uehementer deledabantur : uetum
tantorum maltv rum illam caufam eflie animiduertentcs : abeat dicebant
potius Helena: quamp pter illam pereat Troia. Quod ut plaiuus intelligas.
Qucmadmodnm tordnk do uirtus eft qua dura omnis ar^ afpera inuido animo
ferimus: lic tempcran» tia aduerfus uoluptates armamur : in qua quoniam
iam habitum contraximus li ne ulla difficultate aut moleffia negocium
conficimus. Quod li habitus nem dum contratSus Iit: Si tamen illud idem
efficere tentamus t tandem^ effiamusfi nitimum quoddam 6C uiriuti
proximum nancifeimur ut nondum temperantes effedi tamen abftineamus quamuis
xgre et non line luda: Quz contmenna di citur in qua li diu exerceamur :
paulatim temperantiam acquirimus: htij uirtus id quod hadenus uirtus non
erat: fed ingrelfus ad virtutem. Hoc igitut intcrcft intcttempcrantiamfii
contincntiam. Namquam uisutrai^ idem przdet:continens tamen eo detenor eft quia
cum dolore ablhnetmec ctt fatis Armus aduerfus uoluptates Tempuans uero
bene uolens Iztufk^ abffinet. quod li itidem de ineo Anente intemperantem
inuelliges: facile ell uidere quanto a temperantia condoe da fuperatur i
tanto incontinmte ipfum intemperantem pemitioliorem elfe: I na continens
enim quia non dum in uitii habitu ell rationem difeemit: prindpiui Knct:pugnatm
aduerfus malum: fed tadem magnitudine cupiditatis et fui animi
imbecillitate uidusucluticmtiuus in feruitutem rapitur. Vetum uc qua;
uctbts adumbro ea exemplo exprediora reddantur t dicimus continenum a
pruicipiofii ilTc DIDONE quz quamuis Acnez amore teneretur: tamen adeo
lunliter repuagnat utmori malit:q pudorem uiolare. Incontinens autem paulo polf
redditui cum fororis oratione uida pudorem foluit. Prius enim fortiufcula
adhuc ita puagnabat: ut uidrix cuaderet. Deinde eneruats omnino pugnando
fuccumbit.pua gnatenim incontinens/ fedfupaatur. Intemperans autem in
habitu uitiiconftitutus omnem rationem amiDti ne pugnat aduerfuscupiditates:
quin illis uo» lens gaudmfqi obtemperat:
quippe in quo adeo deprauamm Iit iudidumtut qdf
tnalum fit bonum rlTe dicat. Sed ut iam ad inffitutum redeamus: non dum
tem' perantia munitus erat zneas: nuper
enim ea ratio in homine uluxcrat: ut uolupts tum fordes intueri poffet: nei^
rurfus tempeians : aut incontinensinon enim io de fe expedilTet. Sed cum
hincilleccbrx uoluptatum traherent: illinc honefti uui pulchritudo ad omnia
excclfa cum erigeret/demuiccbatur quidem a uoluptate cam feolibusfuauilTtmam
iudicabat: non potccatip non zgte ab ea diuelli.51i da enim adulatrix voluptas efi.uehementcr
fenlibus applaudit: ut etiam gcQ’tolioiit animi qui funt illa capiantur .lu
cnim fuauiter nos irrepit aut totos pau lanm occupctt Smgjt igitm comn ucac ft
guis lachiimaiu taincta littcin tioiaiu ti s h P U Ii 9 si Q lu ia K a» 10 k
liu tic adi li] tu »1I» bi » m inii tta ip DOi tUU) aoi pqai V» 'Z tiO*iJuti
idtai am i&:l» oap jiua riKil apoi at(p
tdib ;iup» ib 0f Libettmiiu Klinquittquonii c6tines. Quod H unam
tcpnitii adcptua fuifTn no lacbrimSs fcd
lema reliquidet : po<ta enim non ipfum a principio sapientem fingit:£C una uircure ornatum t (icd cum qui a
perturbationibus animum uendica» K
cupiens fe paulatim a uitiis redimat t k poft uarios errores in italiam id
eft aducram fapicatiam pnumiat» Nam
quznos de continentia dc^ incontinen eia
diximusan quibus fenfus pugnat U ratioiuidiTim^ uincuntacuincunmr. eadem
de reliquis uitiis ac uirtunbusintelligas mtn quas mediæ funtaffcdio nes
nullo adhuc habitu latis Hrmxifcdquz modo ad has modo ad illaimpel lantiquisfortadeinuiu
ciuiiiin qua quz ad bonum tendunt incohau potius quam pctfcda lepenas non
nulli uittutes nominarent. Sed profici fcatur iam no &r Acncastuerum
quo tandem exui pn altum feretur: Nempe in thraciamre^ gionem patrue
fininmam/fiC terram Matd confcaatamnnquanupn Polynco ftoc holpitem fuum POLIDORO
ut auro potiretur interemerati Erit autem aua titia; fjtnbolum thtada.Nam
ipfe paulo poft: Fuge littus auarum. Vnum cum duplex auaritix genus fit.
Eft enim auarus 8C iis qui inde rapit unde minime con ucnitideis qui cui
dandum eft ei minime dat.primum illud genus perthraciam cxpdmimroi enim
in illa Mars colitur -quisncldt habendi cupi ditate plurima a mortalibus
bella geri. Sed ne Polyneftor borpitisintcrfedots6( Tuorum bo» Domm
raptor quicquam expreftius quam auaritiam rapinaft^ denoubit Cur igi tur
prima inthraciam ENEA nauigatioeftrQ^uiacuma uolupute difceftimus at<j
non dum ueræ uirtutis habitum contraximus facile ex ilia in aliam
cupidita« tcminadimusiinfurgitip habendi libidoibeatilTimam enim uitam
multi feade< ptos putantifi opibus maximifip diuitiis reliquos
mortales fupecet:Qua cupidi tace inflammati non dubitant non modo
nefaria: uerum etiam laboribus pericu lil^ refcitiftima bella fuTciper e.
Ingens profedo ftultitia:6i ab coanimo profeda: qui et fi uoluptates
contempferitcnihil adhuc altum furapete poiTit.Habet enim auaritia
pccuniz ftudiumiquam nemo unquam fapiens optauit. Nihil enim illa
mobiliusinihil quod magis fottunz temeritati fubiiciatar. Quapropter rede
Sa luftius auahtiam ita malis uenenis imbutam dixittut animum cotpufij
uirilc cf< foemineuquando quidem Si ad omnem humilitatem infimaTqi
fordes dcTcende tccogic:& inomnem crudelita temproreuili(Iimainfurgete.lpra
enim perfidia am pctiuriumip edocet:cot fraudibus: linguam
mendaciis:manum uenenis/fer.» to in aliorum pemitiem inftruit. Apud eam
quid fandum efle poteft: cum ho.*tes quoip qu Polydori exemplo docet poeta
minime incolumes fint. Nemi nem tamen mirari oportet fi Ancas fapientiz
quidem cupidus minime tamen ad buc fapiens in huiurcemodiuitiumprolapTus
fit. plurima enim inuiu humana Uidemusiquzquauis caduca momcntaneaip
finntamen morulcs pro maximis admirantur: quz quidem omnia cum ucnalia
efteuideantipecuniz prz czte^ ris ftudent.Q_uotus enim quifi^ repetitur:
qui non putet quod genus ficfoc mm regina pecunia donat t quis non totus
commouetur : cum auditi Si b^ ne numatum decorat fuadela Venus. Verum qui
duce Venere fertur Si tna gnarum rerum amore incenius cfi/pauladm errorem
recognoliit. uitiumip abominans Xfaradz auariflimutn lictas fugit, At^
cum iam fecundo deceptus i deinceps turpi Timum mirerrimumep iudicet
Apollinem: cuius oracula ue riiTima e(Te audient confulendum iudicac:
Retur enim (i ex illius dei ptxut pris uitam inftituat futurum. ut mifet
ciTe non pofTit. Qua proptei naviga donem in delum fumit: per Apollinem autem
qui fol cft: quid aliud quam lapientiam intelligemusf^Nam ut id omittam
quod ut fole eunda qux in lien fum cadunt illuftrantur:(ic lapientia illuftiatus
animus eunda profpicete ua. leat uideamus reliquam eius plancta: naturam. Sed
illud in primis. Nam cum Heraclitus fontem cælefiis luds appellat. CICERONE
ueto ducem carterorum lu« minum ea ratione dixit: quoniam fui luminis
maiellate præcedit: dixh itidem ptindpem dixit moderatorem: Nam SC ita
eminet/ ut ptopterea quod buiut> modi folus appareat fol uodtetur :
curfus reliquorum recurfuf^ipre mode ramr. Nam certa fptii
diffinitio eS ad quod cum quaim erratica ftdia recc' deos a fole peruenerit
tanquam ultedus accedere prohioeatur agitur retro. Rurfus autem cum
certam partem recedendo attigerit : ad diredi curfuscon fueta
reuocatur.Q^uapropter non iniuria et mens mundi cor czliapri« fcisdidus
ell:Quz omnianon ne fapientiz quadrant Non ne fapien^ tia reliquas animi
uires przcedit : non ne illis moderatur C Quin etiam li uim huius fyderis
diligentius aduertas iurc datur fapientiz dicetur: Nam ut a Saturno
ratiodnandi a loue agendi uim : ut a Marte animorum uehe« mentiam at^
calorem ædpimus; uta Venere deliderii motum fumimus: et quod loquimur atqi intcrptztamur a Mercurio
cft: ut deni^ a luna quod grz ci phyticon idcll gignendi augendic^ uim
habemus; (ic ipfe fol quod friamus: quod^ opinemur nobis prxllat : Sed
hzc de Apolline. Deli autem nomen S ipfumnon nihil ad rem affert, grzce
enim manifeflum flgnificat. Loca enim quibus fapientia przfidet : clara
femper manifefta^ fuat.Q_uod autem tot»> us infulz Anius imperet: qui
et rex hominuni et deorum facerdos iittnonca ret ratione : Sapientia enim
humanarum rerum cognitionem continet. Qua ptopternihilnouum fapienti
accidere poteft: quippe qui omnia iam percepo> rit : quam quidem rem
nomen regis oftendit. Anius enim didtut quali id elf (inc nouo. Hic
igitur hofpitio Æneam fufdpit: SC pio* fedoipfa fapientia animi nolfti
aluntur. Veneratur autem templa : at^ ea retn pia quz faxo uetullo
conftuida fint.Nam quid obfecro te: aut flabilius im* mobiliufi^ : aut
antiquius ipfa fapientia deprehenditur : quam fapientiflimus ille omnium
bebrzorum S^omon ab initio Si ante fzcula creatam fxcula æa ta effe
uerilfime didt.Sed tu quid me o LAVRENTI fubridens fpedas.Non polfum
inquit LAVRENTIVS dodillimorum uirotum ingenia non admirati lztuf(|:quz a
principio de hifioiia decp allegoria dixilli mecu repeto :Q_^uis enim non
obfiupefcat huius poetz confilium .Q_uicum apud Cioatiumueri
umlegilTetinDelo aram elfc Apollinis genitoris: in qua nullum animal
facrifi atur: quam Pythagoram ueluti inuiolatam adorauiffe fetunt :
legiffct eti^ am Sc apud Epaphum : Delon ne antea nem pofiea tettz motu
uexatam: femper eodem manere luo legiifet: et apud Thucydidem non mirum esse
fi przlidio tebgionis tuta infula femper fit : cum teucreruia locotumfibi
acccficrit Liber tertius coBtltiuafax Ieiurdetn firmitate: Cum igitur
bacc legilTet itafcnblt/ ut eodem tempore ex antiquitate hifioriam
eruatiponit enim Æneam Tolis przcibui deum uenerari:K templa antiquo Taxo
confirudæfTe/ficbxc cum ponit fimul ea affert quz PER ALLEGORIAM Tapientiz
conueniant. Dices quid in cacteris : hoc idem. Sed nefdoquo pado hic me
locus in quo hifioria non minus qua allegoria latet:mul to magis mouinSed
perge obTcaomolo enim mea interpellatione mihi ipfi audi endi cupidiffimo
moleftiam ex mora afferre. Datur igitur ab Apolline oraculu inquit
BAPTISTA z Dardanidx duri quz uos a fiirpe parentumzPrima tulit tel^ Ius
eadem uos ubere Izto Accipiet reduces:antiquam exquirite matremz Hic do#
mus znez eundis dominabitur oris:Et nati natorum 8C qui nafeentur ab
illis. Q_uo quidem oraculo quid diuinius excogitari poffit non
reperio:Q^uid enim faomini salutarius: quid conducibiliusefi: qu3
originem Tuam noffexin quam cu redire potuerit /tum demum fit futurus
beatiffimus: Dixit igitur pluribus/ne a poeta difcederet Maroxquod grzci
duobus tm uerbis expediutx qui omnium ora# culorum quz Apollini
tribuuntur maximum effeuolunt i«r</7>> V nofceteipfumx Verum
ut haxea nobis planius explicenturx Omnesquicuh^un# quam de fummo bono
ferip Terunt philofophi in eo fi non uerbis re Taltem con Ira Teruntxutbenebeate^
uiuere fit apte conuenienterq; naturz uiuere t Verum ubicoiamdeuenturn
efl/ut fit hominis natura diffinienda : tunc innumerabi# les
pemitiofilTimi^ errores emanant: cum animorum nofirorum ui ignorata
plufquampar efi corpori attribuatur. Nam cum ex animo corpore^ conflare
bomo dicatur. et alterum brutum/caducumt^ at(^ facile in interitum
pronuma Alter mcorrufmbiiis immortalis diuinuft fitxpaud omnino ita
mentem a fcnfi# busfeuocat: ut feanimi nobilitate imniortales cogoofcant:
corpufcp in nulla pene parte habendum cenTeant.prædpitur ergo Troianis ut
eo reuertantur de originem ducunt. Duplex autem illis origo efi.Nam
Teucer Scamandri cu# iufdam filius profedus ex creta infula in Phrygiam
uenit; 62 una cum Dardano Kgnau:t ; Dardanus autem prius SCipfe in
Phrygiam ueneratatnon ex creta: ut ille fed ex italia: nec mortali patre
natusxfed ex deo loue. Veniunt igitur am# bo in Phrygiam id efl in uitam:
et pnmam ztatem quam perTroiam fignificari di ximusxfed hic a czlo ille a
mortali. Ad huius enim animantis quem hominem dicimus compofitionem
animus a cziefii corpus a mortali patre prouenit.Qua propter cum primam nofiram
onginem inquirere nos Apollo iubeticuius ora# culum efl Nqfce te ip Tum :
non quid corpus fitxquid ue illi conducat inuefiiga# re iubct.Sed quid
animus fit 8C quo pado fecundum animi natutam uiuere fodi ces
effepoflimus inquirendum mandatxQ^uam quidem rem ut ezpreflius fignifi
caietannquam didtxEfi enim animus fi non tempore/ut Platonid uolunt digni
tate Tua at(^ excellentia prior: Optimum igitur oraculum: Sed quid
prodeft fi illud male interpretatur ANCHISE. Hic mortalis Ænez parens
omnia ad lenfns referens ibi (edes collocandas cenfet ubi prima corporis
origo fit. quafl prima naturz non animi fed corporis fpedanda fint t
Quaraobrem non ia Italiam fed in Cretam enauigandum proponit: qua in
infula multa mala Tubi# bui fint Ttoiani. Nam cum (ummum bonum non iis quæ
animum: fed quaa In.P,Vtrg. M.AlIego. corpus fpcdcnt natura
noftra ignorata reponimus necefle eft/guoniaft illa pati> io
po(Hnpe(lem/ac demum in interitum cafuraiint/ut non bearirredmiferi fiu
turi (imus:TuIerunt ergo prxrium ob ftuitiriam Troiani:gui in italiam
nauiga» te iulTi actam ptticrint. Si enim in italiam.i.in originem animi
redeant Troiam percipiunt cognitionem rerum diuinarum in qua fola
flabiles et manfuras feda inueniuBt ; Hic enim domus Ænea; eundis
dominabitur oris:Et nati rutorum et qui nafeantur ab illis. In æta enim
nullum e(l Ænex imperium. Na corpus ne^ fe nerp aliud mouet:fed iners
brutum: 8C line fenfu iacetrnec quicquara Ii ne animi auxilio ualet.ln
italia uero imperium latepatet.Corports enim domina tor et redor eft
animusrin nullam^ nin uolens fauitutem cadit. Cunda autem fue cognitioni
rabiiciu Se enim pafe uideticum autem deum cognofccie tem/ ptat fuz
menris acie ad fuperiora erigimr. Colidaado oia fpedat: Rimatut
occulta. Videt abfeiitia:breuicp temporis momento uniuerTas mundi oras
anv bit:Defcendit ad interiora: Afcendit cxlum. Adxret deo: in quo efl
patria fua:Et ? uoniam imorulis eft hxc femper facit : Quapropta
eius imperiu eft æterna: ixcaprincipioqua uisdiuiniscflentmomtiprxcepris
cognoicere no potuerat Troiani: Nunc uao calamitates eipaticognofamt. Epimetheo
quidem ferius: Sed uidete quxfo quam admirabili ingenio reliqua
profequaturt. Cum pefie labo rarent Troiani danmatfuam oraculi
interpretationem Anchifes.Nam poftqui diutius debaccliatus eft homo dum
fenfibus obtemperans omnem fpem in rebus caducis reponit/tandem ufu Si
experientia dodior redditus animadueftit no fua« fifle acta
Apollincm.i.nunqua pofleefte homines beatos ex iis qux mortalia
fntt Cenfaigimr alibi quxrendamfoelicitatenuVenmi non dum tanta metiris
arie ualenut qua inrcconliftat discernerc poiritr Na
humiproftratusanimus/St fieri gi nitatur tamen corpote'obrutus qu x
in/cxcclfo collocata funt non nili poft mui tum tempus difeemit: At dii
penates eadem dicent qux didurus efliet ApolIotPu tabantenim antiqui deos
penates elfe ex animisiuotummatoTumtqui clari ilhi^ ftref(^ multis
egregtiftp uirtutibus fuilTent quali deos domcfticos: Ergo Si hos animoru
noftro excellentiores uires intapretabimur:quales funt ratio intelle# dus
atqr intelligentia. Qux hadenus furentibus fenlibust Si omnia tumultu co
plentibus nihil fanuiudicare poterat: Nunc autcpoftquamfuograui damnoeu
pertus eft homo fenfuu iudicium falfum elfe illos a tribunali quod tumultuo &oc
cupaucrant deiicit:& luris dicundi potcftatem iisjuiribus quas paulo ante
nomii> nauipermittinillx autem cum iam fcnlibus parentioribus ut atuc:quippequipu
dorc confufi nihil amplius audeant/K cum eorum iudicium diuturnus iam
ufus at^ experientia confutauerinparaciam non amplius prxeipne deæucrintrfc
a tumulm colligunt:at (pfeipfascxdtant:fumma ( contentioeruftitix nebulis
fua luce fugatis mentem ab iniquiffimo fenfuum iudido prouocauit ita a ætenfi
domicilio abfoluunt : ut tamen italicam profedionem fuo dcacto 'edicant, ii
dunt^ proptnea fux fententix ftandum: quoniam eadem iubeant quxipfe Apollo a
quo mittuntur didurus fit: Et profcdomcns nostra multatum rerum usu iam
dodior reddita multa, ex fe cognofdt: qux fapientia ptxdpere con sueuitt Nec
ucto quempiam moveatli deorum pcnatii oratione pct fu ad catut Andrifas I t ( II P nudfi D B B< P> h Jrj-B
SNitn ubi ndo pneualerc iitn crprrit : appetitus Hli rubiicitun MuItS iatn
profeoe nintdii pcnatess quiquz obfcunus Apollo SIGNIFICAT prrfpicue
enodaruntt docent«piniuIuadrcrum diuinarum cognitionem enauigandum rfle:
Beatus profedo ENEA (i decretis ftarett (i quod bonum efTe cognouit:id
ita mordicus arriperet ut nulla re inde po(Tet auclli:Non enim totiens a
redo curfu deiicere^ s Veru non is adhuc uir eft qui conftanti habitu in
hisobdurauerit:& per (uma t& perantiam a rerum moruliu
cupiditatibus sit penitus purgatustfed inter contine tia; at(^
incontinentiz uarios frudus uacillans fzpe cum ad aliquod Tparium fuo
uento procelTerit: nauisfubito a redo curfu deiicitur. Non enim is
gubernator clauum tenet qui fummo nauigandi artiBdo arperrimam etiam
tempeftatetn fupcrarcualeattfed Palinurus t qui poftquam ceruleus fupra
caputaftiiit imber nodem hyememt^fercns.poftquam inhorruit unda tenebris
: poftquam conti» nuouenti uoluiit maretmagna^ rurguntzquora:& quz
fequuntur.ipfe diem nodemt^ negat difcernereczios nec ræminifTeuiz:
Diximus a ptindpio foloap petitu moueri aniraumtdiximus itidem duplicem
e(Te appetitum alterum qui a fblis feniibus ex dtetutitationi^
aduerfeturidicatnttp libidotalterum qui ratione pareat:uoluntaf(^iure
nuncupetur. Qui quidem sinauiprzfuifTetiporerat ea am aduafantibus uentis
iter redum tenere, oed przFuit Palinurustis enim eft qui folisfeniibasob temperatiuirefij
aduerfus uentosinterprxtari poteft enimgrzce retro uentis didtur quali qui
in contrarium refetat. Hic igitur infurgcntibus
pertutbationibus/uehementioriburi^ cupiditatibus uelutitcncbiis animuminuoluetibuscum
ipfenulla rationis luce illuRracus (it dicsano dibus ideft ucrumafairodifcerncrenrgat.
Magna profedo hominum ioldtiatmazima^ fenruum perturbatio qui ita rationi
aduerfanturi ut quauisil la fzpe infarg.it t ut animum ab illorum nefaria
tyrannide feruituteq; eripiattipfa uclutiiulbirima regina ueramuelit
inducere libertatemitamen cum nondum uiresfuasrecupetaueritm Dpercp a
diuturno exilio reuerfa a paucis fuorum ciuin cognofeatur fzpe antea qua
dus regni quod (ibi iure dcbctur polfeinonem recu» peret ab lilis
repellitunquippe qui multos iam annos tyrannidum tenentes omni
largitionum genere appetitum corruperint : illum cp adeo demulfcrinttur
malit io feruitute uolaptuofc degere qua honorifice in libertate laborare.
uamob» temcum acbrainterillos przliac6mittantur:difcedic fzpeuida ratio,
lllicnim parere rccuCiDS Palinurus nihil sanum fentit : Eiufcp ilultitiaatcptrmeiitate
cd» mittirurtuc dedituto curfu t quem penates dii prasceperantin
(Itophadas infu» lasdeclinetur. Hunc autem locum nos ni fallor
auaritizuitium redeinterprzta bimur/non illud tamen quo inde rapimus
tunde minime conuenitiid enim nobis Thrada ddignauit. Verum aliud quod
tunc patratur: cum ex iis qux iam peperimus minime illis (ubuenimus :
quibus tus naturacp ac humanz fo detatis uinculum fubueniendum poftulat. Oodus
enim'iam Fragilitate rerum buroanarum Æneas ad diuina ratione id efflagitante
ferebatur. Sed appetitus aduerfus illam adhuc contumax ftaredeætis non potuit.
Verum ad ea quæ uulgus admiratur rurfus conuerfus diuitias cupit. At
quoniam multum de pti* fiuufcritateitniautufuctaUndui nc rapiaisilJafibicompatatecoBteodit:
fcd In.P.Vitg.M.AIIego. per (oBUS fordes plus qustn
psr eft parto pacens nullo libmlitatis munere fiigiei DC(p (ibi nc(^ Tuis
beneficus eft.Q_ux quidem cum facit fe parcum non auarutn
prsdicatiprzfert enim fpeciem boni uiri cum peflfimus Ar. Q_uaproptcrnon
io« iuna harpyz ipfz uirginea facie Angunturdimulanc enim
pudorcmimodtfHaou robrietatem^iomneri^ uirtutesprzfe ferunt. At earu
ucntris ptoluuies fcedifli< tna eft.Q_uisenim
po(TetauaritizfordesexpIicare:quis qui turpis hominis di uitis eiufdemtp
tenacis uita fdt latis referrer Cum furor bau d dubius s cum ftene As
manifefta At egenus uiuereiut diues moriaris. Quid miru igitur A earum fu
des palidafcmperc fame et macilenta AtiNarahuiulizmodi homines iure tanta •
locomparamussqui inter aquas.interi^ uaria poma confbtutus Ati tamen at^
fameconAdturiNam ut cumulus diuitiarum acrcatiprcinterim ruum/utillete«. centianus Gcta defraudans genium partis
abfbnct ac timet uti: Quod autem ua ds Angantur manibus ratione non
aretiNihil enim remittunt quod femel ctpe> nntauarii Q_uinfunt
adeoperaino A auarinxundiut hominem ad dtuma qua dam natum ab alnlTimis
curis ad hzcinfenoratrahantifiC uelutide czioin terras K e lucidis
fjderibus in profudilTima tartara trudant. Auertit enim nos at^ feuo« cat
habendi cupiditas a cognitione carum reru quibus folis Axiiz animus ciTe
po( At. Sapienter igitur adiugit.TrilHus baudillis mdiltunec fzuior ulla
peAisidtjia deum ftygiis fefe extulit undis: Non autc Aulta rado poetas
impulittut ex Thau« inante patre: matre Helcdraoceani Alia natas harpyas
fabulentur.Thauroan« tem tede admiratione dicemus grzci enim admiran
dicunt. Cu cnimobfumma fiultitiam diuicias maxima bona putemus cum
aut bona non Antaut minima bonaiproptcreaq^ illas adrairamut:cuenit:utcx
ca admiratione cupiditas habendi nosinflamct.Ncmo enim cupit caquz
negligit:at(j contenv nit.Suntautem ex eamatrequzAt Oceani Aiia:Nam
liquis maieriam diuinarn diligentius conAderct:omnia mari Amillima in ea
uidebit.Vt enim mare in afli' duo motu cAicundac^ inco facilem ifcentunat^
pcnurbanturaAc diuitiis ai<jf opibus nihil Auxibilius inuenias:multiq)
tumultus ac fzui Aima bella inde ezota tur. Hz igitur c£.'n paflim
armenta gtegcfij pafcant : nihil inde Abi ad ncccAiu tem fumunt. nihil
aliis rumerepermittunqvcrumfiC ab hocquoq^ regenereaua tinz quando^
explicat uir fummi boni acquiredi cupidus. Relin querat olim uo
luptates.indderat in rapinasiquibusquo^ damnatis otacuium confuliti A quo
accipitnofceteipfum:in quo errat Ancbifcscum ea ad corpus refcrctrquz de
ani tno przcipiebanturicauturqi ruo damno fadus errorem cognofat: con Alium
inutat:rclida(^ creta tendit in lauum. Verum rurfus perturbationibus
uexatus animus ad diuicias rutfus refluit: non tamen ad eas quas rapinis
ut hadeoust fed quas nimis fordida pat Amonia comparet: Sed et boc
quo<^ uinum effc cognofccns / proptetea^ damnans < ad Helenum per
hoftcsproAafatui. bes igitur quare in harpyarum infulam delatum mixcrit Æneam
y?^uod ue^ IO ab ip As uefd prohiberetur iam parariscpulis inde efliqnia
eam uim habet auarina/ ut qui etiam dinflimi Antfame penrequamuci minimam
acerui par« Aculam imminuæ malint JAcmis tamen eas pepulerunt Troiani:
Nam di aua AAacxifflbcdllitateat^ builitate animi tuliaf':qiiz ci
cAiut&fctia et tnulict«' i-% « % % t ik tltl I- 1 II- 1-
i j mii oa* iff Liber toriiu <aIcgux'tninori
animo runtauarioresTemp^e pncbeact/tunc Fadle pellitur fi foitemgcn ercfum^
fumamus animum ^6Ilcedit e fitopbadibus a;neas t fed non prius quam cnfle
a ccleno oraculum ædpiat < mendax omnino uates Bc in E s fubdola
} et quz uctborum firepitu honorem inde incutere uelit unde ni timendum :
bed profedo hoc morbo laborant auari i Nam fi quando ho« ncOa quzdam SC
una ratio lilos ad divina exploranda erigat < propterea^ huma na
bzcfiC mortalia negligendafuadeatrihtiminfuigit ex auaritia metus si rem
noftram familiarem negiigentius curemus fore ut (i fame pereundum x Sed
ne« fiauot fiuItilTimt homines quam paucis natura contenta (it i quam
facile t quam minimo fumptu eius diuitiz comparentur: Efi autem fames iis
timenda qui in anesqui infinitas cupiditates et quz ne^ neceifariz
ne<^ naturales lint fibi exple das propofuaint quorum uotago um lata
tam profunda efi : ut nulla auri ui t nullo gemmatum iapillorumtp cumulo
repleri queat. Qui autem ita uitam ia* fiituerunt > ut fola fe uirtute
bntos putent : animum^ non corpus ditandum ^ ponant : his omnia femper
abunde adaunt t Q_uam quidem rcm:quo tibi pia* nius exprimam : at^ adeo
potius oculis fubiiaam.ptopone tibi duos diuetlifii^ mz quidem
fottunz/fedeiufdem pene ztatis utros Alexadrum macedonumte gem/&
Cynicum Liogenem utrum ditiorem iuch'cabis:uide quid dicas. Maximi
Alexandro thc Ciuri erant plurimi tobu Riflimi^ exerdtus (ibi militabant :
Imperium latilTimum poflidebat. Innumerz pene nationes acpopuli ex Europa
A(ia* ^uedigales huic erant.Diogene autem quid potcftangu (liusexcogitari:
qui prz tet rimofum illud uas e figulo acceptum : quo l'e recipetet ut e
frigore calorctp tuf tuselletnetuguriolum quidem haberet : quem eodem
panno in utroi^ folftirio obfitum confpiccrcs : cuius auda olera etiam
nullo file alperfa beati (limorum re gum dapes fuperarent. Vttum igitur
horum ditiorem Laurenti iudicabisr Ego q dem inquit LAVRENTlVS h a
deptauatilTima confuetudine : quz altera pene in nobis natura cfl
dirce{l'eto/& rem totam fenfiiu iudicio exclufo rationi cogno»
lixndam tradam beablfimum Diogenem:miferrimum Alexandrum proferre no
dubitabo. Vehementer enim iis aifentior : qui in diuitiis penfiiandis non
quam tum tuii^ adiit : fed quam abunde id quod adeft fibi futurum (it
animaduerien» dum cenfent.Si emm is diues eft cuius cupiditanbus adeo
fatis fupercp fadum (it ut nihil pczterea defidcret quis Diogene ditior
:qui cum (lue pafiurem (iue arato rem quendam cauis manibus aquam e fonte
ad potum haurientem uidiifet : po culum quod ad eundem ufum hdile gerebat
ueluti fuperuacaneum abnædum putiuu. Q^uis rutfus Alexandro pauperior :
qui podquam a Democrito ut p\i to PHILOSOPHO plureselfe mundos audiuaat :
lamentari non crilauit tanquam nulla ratione diues effici poffet nili
illos prius imperio fuo adiecilfcif Rede o Lau tenti de utro^fentis
inquit BAPTISTA. Q^uamobtem cum idem rex motus animi tranquilliute quam
in Cynico cognouerat ita pronuciaiTcticupcrem Diogenes e(Te nifi cifem
Alexander : magna ex parte fiultitiam fuam indicauit : cum in fummis
opibus zgere : quam in fumma inopia ditefeæ mallet. Quamobte difeant
homines quam paucis natura contenta fic s quod cum didicennttoracu# ium a
Cclcno zditum &cile tldcbunt:quamuis ipla ut otadoni liiz fidem
faciat diat fe ca pronunciare guz Phabo pater otnnipoteos flbi Pbccbus Apollo pn« dixit. Natn rempn
auari qui funt : uiriutn quo laborant fallis uirtutum limula» cbtis
tegere conantur. NatnquzmoEraauaritia eftream patlimoniatn uocants et aut
deorum t aut maximorum uirorum audoritate famem timendam pctfua» dete
conantur. Oolofa profedo
cupiditas et quz cos etiam quos prudendotes putamus fzpe decipiat. Aduerfus
cuius fraudes illud unicum remedium cft nof fe ea quz hominum ftultilfima
cupido ad uitam degendam neceffaria putabnoa modo nihil peodelTc i fed
omnium noftrorum malorum caulam exiiiæ. Deferens igitur Harpyarum infulam
Æneas ad Helenum enauigatrEll au» tem Helenus 8C uates K
conduis«|Q_uapropccr rede ilium dicemus ingeni» tam nobis rationem et ueri
lumen quod natura in nobis refulget,: quod nos fallis bonis decepti
confulhnus ut in redam uiam ab erroribus reducat» Ipfe autem uates uera
przdicere poteft : fed ditfidle eft ad illum petuenitei cum Iit itet pn
medios hoftes tenendum : Nam 8i fenfus omnes 8i apped» tus fenlibus
obtempetans uolentibus nobis in uetum iudidum delcendcrc (em» per
aduerfantur:,At(p adeo nobis confultantibus obfirepunt: ut uix radonem
adire et uera bona a fallis fecetnerc poflimus. Verum cum ad Helenum
perucne rimus iuuat cualilfe tot urbes argolicas medios fu^m ten uilfe pa
hgges : Supe» rads emm perturbationibus iratiquilla'quTdai^ r^nquitut
mens: in qua lecxd tans lux radonis nobis ucrum oftendit : Q^uo dodior
fada mens agnofeit itali» am t quam propinquam elfe putabat uia inuia
longe diuidi: multum^ matis ef fedreueundumi et ad inferos defeendendum antea
quam quietas in Italia fedu collocet : uz quidem omnia quanta ratione
dicantur ; faulius cS mente coo pledi quam uerbis exprimeret poliquam enim
animus non dico profligatis /fed magna ex parte repreitis uitiis per
medios / ut diximus hoftes in lumen luz luca defeeudit Itum demum
aduertitfummum bonum: quod in propinquo coUo« catum habemus putabat
poculabclleioporterei^ nos amplo dreuitu Mariamo ftris obfelfa
peraauigare : Nam inter ipfam contemplationem: hanc quam ui uimus
uiuminteriacet is quem iam totiens appetitum nomino uelutiturbulcn liifimum
mare: quod fcyllacharibdifcp pernitiofiirima monlha infeftum red» dant:
Si tamen eft pei hzc loca enauigandum li IN ITALIAM VENIRE nolumus : Oi»
ximus enim a principio (i rede memini nulla alia ui nilT appetitu animum motuti
.Sed quoniam de duobus iis monftris dicitur a poeta : facile eft ex ipfis
fabulis quid fibi uelit coniedari. Nam cum eas foeminas rapaci fhmas
fuilfe memorizf proditum Iit : non ne per eas commode exprimi animi
nimias cupiditates dice» mus : quarum prindpes luxuriem at^ auaritiam
eife nemo dubitat. Scjlla e^o s glauco adamata ucneteasuoluptates
exprimet: quz maxime rebus nofttis fio» rcndbus uigent: Nam quod eius
uniunia pubes m canes latrantes conuerlafu/? uantum ad negodum faciat : fadle
eft cognofccre. Chanbdim ueroipli quof Icrculiboucs quondam
fubripereaufam quis non intelligat limulai tum nobis auandz refene : 8I qnoniam
ab ca non ita in rebus fxliatei fuccedenubus ut gemur quemadmodum a
libidine. Sed tunc potius cumnimi sanguftiis diuida nun terminis incluli
uidemur: ac ob eam oufam minime nobis noUxa placent
ii •p. a MI ia Bi itk iw “!f
lab ipoK imi». okib! abii
l{DKd biW uocA \^2Dli
.qmX (uitbi SUID* jniisi^uin®^ iCID# aajb crlb<
jola* OUfl^ 1^1^' amba* mfia eKccT^ eflcopinaiaut t
iccirco dextrum a fcylla : Icuum a cbarybdi latus obfi dcri Mato dixit
(quoniam altera in rebus quas aduetfas putamus t altaa in iis quibus
uebcmenter dele Aamur : nimis nos urget. Quz cum Baptifta dixiflct : at^
refumendi fpiritus caufa aliquantulum obdcuiflet. Admiror inquit Laurendus tam
magnx tam^ reconditx dodrinz diuinitatem. Verum quanto me iffa tnagis
deleant / tanto magis cupio : ne minima quidc m in tota re mibi dubita»
donem relinqui. (tai^ utar ea quam mihi conceiTi^ libertate uel licentia
potius: At^ ut iamioulligas quid illud (it (quod nili tibi aliter
uideamr/ planius heri cupio. Odenderas a principio ea ratione politum
ellc a Marone Troiam zneam cekquifle t quoniam lam uir ille corporeas
uoluptates contempriflet t per thraci» amuero at^ dropbadas utrun^
auaridx genus exprelTum cfTe uoluidi : Cur igi» tur (i buiufccmodi iam
uitia exuerat Æneas ( rurfusnunc ut illa uitet ab Heleno monetur C
Dcle&at me tua interrogado o Laurend inquit BAPTISTA t Oden» dit
cnimmaion quodam iudicio quam idbxc xtas gerere foleat te ea qux dixi c6
fideralTe: Veium quo omnia tibi plane pateant: memineris non eum uinim a
Virglio [VIRGILIO] produci ÆNEAM Æneam: in quo uirtutum habitus conoboratus
fit. fcdqui pro uirtuteaduetfus uida ita pugnet tut non (inemulta
difficultate per continen dam uincat : nonnunquam etiam uelud
incondnensuincatur.Q^ui ueroin Ita liam id enim ed ad diurnarum retum
inueibgarionem uentuius ed/ huic non fa dsed : ut continens fit. Nam
quamuis condnentia a cupiditatibus arceatitamen S uoniam in affiduo
certamine uerfatur:non przdat eam animis nodris tranquil
tatcm/quaadrestamexcclfascognofccndas opus ed Quimobrcm egenus ipfa
temperantia uirrute undi^abfoluta: et in ipfo pene cerdo uirtutum ordine
corroborata qua qui inlbudi fuirt/nonfolumonuies cupiditates Tupc Tantiue»
lum edam illatum penitus obiiuiftuntut. H oc autem habitu nemo mortalium
fe corroboratum in confidat : nili plurimis afliduif^ adionibus prius ad eum
co fequendum fe exercuerit : Q_^ux res line longioris temporis interuallo
effici nem poted. Huiufcemodi igitur temporis moram VIRGILIUS poetice
quidem fed opd me tamc exprelTic : cum dixit : Prxdat trinaaii moeras
ludrare pachtnni. Ceffan tem longos/ Sedteunfledere curfus. Quod autem
moneat ut eo quem dixi ha» bieurn fe con firmet xneas uerfus unus indicio
elTe pet^d. Adiungit enim quam fcmel informem uadouidilfefub antro
rcy1lam. Quamobrem icdiflime uni» uerfum locum concludemus neminem
poffeipram dminitatem attingere : nili perlongum prius intefuallumeuih:
quem dixi habitum ita contraxerit: ut non modo non rapiatur a fcjlla :
fed ne femel quidem ipfam uideat. uod quid ali nd fibi nuit : nili
ita obiiuifeatut cupiditatum omnlumtut nunquam illx in con ipedum
fuxmentisredeantrperpulchrc per^ commode omnia ida inquit LAVRENTIVS. Verum
quid tibi paulo ante explicare libuerit: triplici illo ordine oir tutnm
non plane intclIigo.Res inquit BAPTISTA huiufcemodi ed : qux &: Iz pe
alias maximo tibi ufui et prxfcnti fermoni apprime neceffaria futura
linOiui» nus enim Plato cum uirtutes de uita Sl motibus eafdem quas
exteri pofuilTet:ita sd podremum illas diueilis Gue ordinibus Gue
generibus didinguit :.ut alia qua dam ratione ab iis illas coli odendat :
qui ccetus ac duitates adamant t alia ab iia h ii i I
qui omnan mortalitatem dedifcnc cupimtes/ft humanatum rerum odio taoii •d
fula diurna rognofccnda eriguntur : alia poftrcmo ab iis qui ab omni
iamc6« tagionc expiati in folis diuinis ueriinturtprimas igitur ciuiles
dixir/fecundas pw gatorias/ac tertias animi iam puigati.Eft enim triplex
hominum rcÆ et ex ratitv oe uiuenbum ordo.Horum trium inferior eft eoru
qui io fudali acciuili uita dt gentes rerum publicarum adminiftrationem
fufcipiut.His {iximi fed m ercdioti gradu confiituti ii funtiqui a
publicis adionibus ueluti tepcftuoflsiac procellolis Kin qbus fortuna;
temeritas oino dominet'' :fe in portum tranqllitatis trafferuot et a
turba io odum fe tecipietes/ quirta uitam degutinon ita tn ut no aliqd
adhne tefictaduerfus quod Iudadumlit. Supremo autIocoeoscerncsqui penitusa
re« rum humanatu concurfitionerac tumultu remoti nihil cuius panitcdum sit
/c& mittut.Eft autem oibus his ordinibus hoc c6munr/ut uirtute dure
ciida ad boni redi^ normam dirigati Verum qa in uita duili
cupiditaribusiac pturbationibus omnia tumultuant hifip non oiu xgre
refifti^ rdicunt in ea hoium genere uiitm tesi Dcohataspotiusqabfolutast
Quaproptetidinill bptadcntiac6tendit/utm bil agatuticuius non
polTit ratio (^tem probabilis reddi i Fortitudo uero animd fupra omne
piculum at<p moetum affett : et nihil nifi turpia timenda admonet.
Tcm{watia autem oftedit fola honefta appeicdainulla in re moderationis
legnn excellcdamioea cupiditates iugo ronisrubiidendasiluftitta; poftre moptesfuni:
ut unicuimruumredd»’' iutx quoiureoesuiuant .lnrccudoautilioh>iumgene
tctqui ea it ronea negodo in odum uendicat/ut liberius poflit rerum
diuinaium conicplationi incubcrcifunget munetefuoprudciiafifpretis oibus
mortalibus rebus &cxleflium collatione pro nihilo habitis omni cura
omnim cogitatione ad diuina copuertat". Temperitia autem cum ea
folum nobis cdce(Utit/bne qui busferuari uita non polTiticaitera omnia
fcueriffimoiudidocontenendarf^upeii datp pronuciabit. Sed necaberit
fortiiudo qu* afliduo pridpiatiut nullum meo moduminullumlaboreminullu
periculum horrefeamus/quo minus redo 8£w petuo^uti**' - j 1 n- ». tuo^ut
ita loquar)curfu ad cxlcftia et ad origine fuam icdat animus.Diccs q d
luIhtia.Hoc jifcdo minus libi imponctiut reliquarum uinutu cofenfum in hu iulcemodi
ppoAtum firdatilfti quo^utrupiarcsaduafuspturbationcspugnit fcd fadiius
fupcratsfei^ paulatim expi .tos reddunt. Quapropter uirtutes ipCrin illis
purgatoriz appellantur. Verum audi iam tertium illud eorum genus/quota
animi ab omni uitiorumlabe ^cul ab Ant. Hi igit' in eo prudentiam
exered/non ut deledu quodam habito diuma terrenb prxferantifed iit illa
fola nofcantifuU J ueluti nibil aliud At intueantur. Adhibent autem
temperantura non ut cupitates coberceatifed lilas penitus ignorent.Eadem ratio
erit fortitudinis.llla eni pernitbariones non uincicifed ignorati Quin
opubic dura at^ horreuda Abi of ferrirnon ut uidoriamaiTequacurired ut in
eorum obliuione perpetua riimiuts 'ifidiligentetinfpides/ fadiecognofcesidabhelenoadmo
petduret. Quxomniaf ^ neri xneam
non pofle illum fedes in Italia qetas ftabi colloare/niA priiis ad
boc tertium uirtutum genus peruenerit : (^uid ergo hadenus: nonne
Troiam deftrueiatjacthradam ftrophadefipteliquerat. Defenieiatquidemjred
nondum $mca uitia fugiflct illa dcdilutc poterat Jiunc autem non ut
Moliirnt^iP Liber tettiai «Birittaib^ deponatt^od tam
feceratered ita de tnte deleat: ita perpetue obK tuooi roaadntut nunquam
eorum memoria illum rubeat:Cu autem prz omni bus rcbua iterum at(p iterum
1 unonem pbcandam moneatsqua quidem adua •imte Italiam nunqua podturua
(itmdnc nobis documentum eftroaximum nui Ium ex innumeris uahif^ uitus
eflieta quo etiam ii qui ad quzip ezceifa eriguiu lur t scgriiu liberetur
quam ab bonorum imperii^ cupiditate.Fadle eft enim cd temnere uoluptatesa
qui iam maiora mente conccpit.Diuittasuero &li fpecie maximorum
bonorum a principio nobis oftendantipoftrcmo tamen ab excelle tianimo
negiiguotur.Atucrohooorcsmagiftratus& imperia quoniam exedi' lens
quodda et eminens in fe cotinere uidetuunfpecie decori at<p magnifici
ztu* mum etiam excclfum deripiuntiNamcum cupiat ille fefe qua proximii
deo red deretanimaduertac autem nulla alia te nos magis deo fimiles efle
qua dandis bc ncficiisiNt^ hzc przftari ab hominibus pofle nifi in fumma
reru poteftate coo flinitifintiaocenduuruebcmenti quadam cupnditate ut
reliquos antecedat: Eft enim natura nobis iditu/utfcnm (upiores in rebus
oibus euadere cupiamusi Ce dcrcauteautfuccumbeieturpimmumputemus.Q_uz
quidem naturalis cupv» ditas nifi reda ronc temperer in ambitione ac
pofttcmo in tyrannide nos rapit: in qua muka aduerius humanitatem audelia
tetra nefariaip comitthnus : cu natura ipla nifi deprauata fuerit
ad magnanimitatem erigat nos ad fupetbiam ft dominatum omnia rapimus.Hinc
fraudes:hinc czdes : hinc reliqua imania
fiagitiainfurgunt.Q^uibustcbusipfam humanitatem exuri in truculcntilTima
monfiu conueitimur.Non igitur fine fiimma lapinia ad Cyclopum littora ht Dti
dedudt diuinus poctatut ofiendat qui magna quzdam et cxccifa petuntten
nulla certaratio anima reganfefe falli et pro animi magnitudine in
imanitaicla bi.Scd hzcquocp loca miferia ad fc fugientis uiri admonitus
qua primu cifugit ENEA. Quid enim aliud nobis cxprciTius
cfiFmgerc:at^ipfis(^ucica loquar oculis fubuccrc potcfi ambitio larofiC fumma
efferitate deteflandam 1)^300103 uitam quam cyciops Polipbemu$:qui procul
ab omni hominum confortio hu manis carnibus paicatur^^ inter luflra
feraru fola uita agat. Nonne enim iure Andropophagos tfic enim eos
appellant grzci qui humanis arnibus uefeun' nmilloscl Te dicemus: non qui
carentia iam anima corpora id enim multo ma gnto Uerandumefiiinfuas
epulas conucTruntifed qui uiuentes omnibus ctu» oatibuscrudelil Timc
exeduntiqui ut aut tytannidem|fibi comparentiaut iam cd paratamtut cnturioptimum
queipuirum et iufhzqui ac libertatis amatoicm lzuifiiimemteTficiuat. Qui
utfcelerariirimi uori compotcsc £ Ficiantut:aonmo do fingulos homines
ttuddanttfed totam urbem:ne^ folum totam urbemifed integras nationes
ferroigni fameij populantuncun^ libidini militari fubiid imtt. Qui nc^
agris cultoribus fpoliaietne hominum pecudum^ przdas abi gete uomturiqui
pueros tcncraf uirgines ex parentum complexu aut ad mor tcmautad libidinemrapiunnqui
caftarum mationara pudicitiam expugnat: qui publica acpriuata faaa
ptofanacpzdificia funditus cuertunt:S qui modo in florcnrifiinu re
publica ampIifTimum dignitatis gradum fumma cu gloria ob tincbantitot
nunc oibux foituius lpoliatos mmiraritni feruttutc abducunu V'
I.4 In.P .Virg-M.AIIego. uos igitur cydo^quos leftrigonas cum iftorum
imani fcttida cofErcnaif Quimobrtm uir iummi boni cupidus qui antea non
bene infttcuta animi (oi magnitudine quacun^ uia ad honores imperia^
nitebaturmunc demum tam nefariam crudelitatem quam primum eam nouit
deteftatunnouit autem a ma dlenta rqualenci<| achemenide forma per
quii lapiens poeU omnes calatnittla quz ex tyrannide generi humano
perueniunt s latenter (ignilicauiticum dues paulo ante omnibus
ampiifhmotum honorum gradibus honefiati/ ad rern ino piam cxtremai^
famem cdpellunturicum illudiis mortis moetu latere ct^un^t Rclida
enim ariffmu patna ignobililfimis obfcurilbmirip lods exulant: Qua:
quidem miferia edam li in graium hominem et Ænex hodem cadatitame non
poted ipfequi uit bonusauc fu aut elTe dudat ad fummul tyrannidis odium
no impelli. Qudigitur Maronis fapiendam noniureadmiretun qui uirumm
ita liamuentutum maria at^adiaceda littora tam horrendis mondris obfefla
ita caute dreuire iubetiut illis omnibus euitads in Siciliam incolumis
perueniat un de breuidiffius curfus in italia dc.Fadle enim ed homni qui
fe ab omni ii auari» dxfpcde cxpediucntomnemip iniuditiaatipei Fentate exuedtiadreru
magnis rum cognitionem edgi iprxfctdm fi iam in Sidliam uenerit. Ed aut
Sidlia nue in(u Ia olim uero italix coiumdai Bt condnends parstfed uenit
medio in pontus K undis hefpenum (iculo latus abfddittarua^ Si utbes
littore didudas angudo interluit zdu.lta enim abimortali deoapnndpioæatæd
diuinitas animoti nodrorumiut una cademi^ dt pars infedot rdniside qua
paulo pod ent didin dius difputandum di parte rupertori.Scd quoniaipfa,in
agendis rebua uerfaf drea ea quz loco 6i tempore citcdfcnpta adiduam
mutadonem redpiunt euenit ut interucnientibus Uanis pettutbadonibusi quibus
prudenda decepta (xpe pto bonis mala cligitiratio ipfa inferior illis
uelun uehemcdlTimit fludibus alfiduO percu(riabitaliatandem diuellacur:6 (aruperiodradonead
appedtum defid> at Quz omnia quauis ita fint unde tamen breuiot
ciufusad italiam.i.ad eo» teplatiunciquz m ipfa ratione fupedod polita
ediquaa ratione inferiod quz per Siciliam lignidcatur nihil repedes
przferdm humato patenteique nos mol bticm quanda eneruata homini a
fenfibus prouenienteinterprætati fumus.NS quam enim ad ueram
contemplationem deuenicmusinifi pdus ipafut ebddia notum uerbo
utar)fenfualitasnon modo earinda uerii eria penitus fepulta in nobis
fuerit. Q_uapropterli rede animaduerds de Anchife mocte meminit poeta de
fepultura non meminittno enim in iuliam ed uenturus.ln quinto ueto libto
celebratur funusiut demu fepuito Anchife in italiam cotenderc
lice Apparatis itai^ rebus oibus Æneas ex dciliafoluens paulo pod italix
pot/ tus fubite fperat.Ne(p fuilfet a fua fpe deceptus (i lunonem
aduerdiTimam . bi dea ex Heleni przcepto antea placauiffct.Odendimus paulo
ante lunonoa honopi impcriiij cupiditate expnmeredn qua quidc « fi Æneas
ita fe geiatiut nihil iniude/nihil audeliter in reru adminidtadone aduius
fit.faocenima Po lyphemo fuga indicauit nihilominus cum in confpedu
Italix iam fiti& in li nunc pene fpeculandi conditurus: Animadueitat^
non poife in rerum diuiu nuncognidonedcucnidsnifi humana hæc omnia
cotenat/nidtut ille quidf Liber tettiiu rem perficere. Std appetitus
qui nou dum ratione fubiedus fit omnino ro> pugaat: faKU 9
argumentationibus perfuadet noncireaurneg]igendoihono« tes/autimpia
relinquenda .Percomodeo tnqiUate inquit LAVRENTfVS tC ad rem uehementer
appofitx.Sed unum efl de quo SC fi fortafTe confentanea fu fpicer > tamen
fentendam tuam uehementer cupiam.Na quid fibi obfecro uult ^fficilis ilia
et apprime moiofa dea luno. Si enim manentibus TroixTtoianis
iiafcebaturscur deinceps iifdem illis in italiam enauigatibus adeo boftili
animo aductlatunan fortaiTequiautracp uiuambltiofoK imperii cupido
aduerfa Et. ifibne ipfum inquit BAPTISTA. Atnbitiois enim dea olim Ænex
irafeebatun quiuoluptatibus dclinitui nihil honorificum quacreretmunc
autem rurfus ira fdtnncum uideat illum ad altiora quxdam eredum ea qux
exteri mortales in admiratione habentsotnnino contemnere. Omittens enim
illa que primum gradum in uita duili tenent non motulia amplius ifed
immortalia quxrin mi rifice ictura poeta.Vix e confpedu SicuIx telluris
in altum Veb dabant Ixd j K fpumas falis xre ruebant. Cum luno xtemum
feruaru fub pedore uulnus: quæ deinceps fequuntur: Ratio enim uiuendiiqux
honoribus inferuit cum animadueitatfc ab Ænea deferiia quo olimquo cu
ille uoluptatemtociu amaret negleda fuaatyuehementadolet.Cognofcit enim fi
ROMANUM IMPERIUM ed fhtuutur foreiut fua Carthago ruituta Et: Quisenimnon
intelligat E ad c6tcplationem:qui ptxftanti ingenio funt uiti
accefferint/ illos ciuiles actio.* nes ccdercrturos. Oolet igitur St
pfeotiiniutia admonita pteiitotutcminifdt. Manet enim alta mente
repoEum ludicium paridisfpretx^ iniuria formx. Et genus inuifum et RATTO
GANIMEDE ONORE. Qux quidem fabulx E diligentius conEderentur nihil aliud nobis
prader de* ditauoluptanbusuitam referct: Nam Paridis ludicium in quo
lunonl Venus prxferturiquid aliud cefeasniEuitx honorum cupide molle enetuata^
8 (uo luptatibusaddidam prxponi: Genus autc inuifum.i.louis Eledtxt^
adulteri' um:acpoSremo RATTO GANIMEDE nemo modo mediocriter eruditus Et
alia traduccuHisigituraccenla luno naufragio Troianos perdere tentat. Verunx
ne noseaquxfubhuiufcemodi tempeftatis Egmento recondita funt ulla ex
pattelateant: neuequidluno: quidxolusiquid neptunnus Ebi uelit incogni'
tum relinquatur:pauca de animorum noEroruui at<^ natura repetenda
funt. Illud tamen pmonebo cuenireiut eadem ad multos locos enodandos adhiben
da Ent t Q_u« E fcmel a’me expteEa exteris deiceps in locis ueluti ia cognita
file tioptacanc luideo me qd* fumopete cupio breuitati inferulturu.Sed
rurfus cu eodieteprKc/E Ecagamus/duplextibionusipo Eturus Emieritenim
eode tpe 8C memoria qd alibi didum Et repetendum: K quod interim perpetuo
orationis filo contexif' : Ene ulla inteccapedine:percipiendum malo loquacior
etk/q oomittere ne ingeniu eodem mometuo in plura diEradum:ucl minima difpu
lationis paidcula incogmta ptaucrmlttcre cogaturiCum igitur ad id quod
pro Ia.P. VIRGILIO M^IIfgo* tPrn/f
<«•’<*• 'v'»^ prium noSnim^ tft:quod(^ a noftrz onginls
diuimtate traximus t id eSsdt» tiocinandum/ad concemplandum/ad
intelligendum mgitDut:eam animi pai> tcmadhibcmus:quamgrzci nos mentem
nuncupamus. Verum hæ mutiifed przcipuc Platonici chriffiani FILOSOFI
duplicem elTe uolueruntt 4 alteracu inrctiorem quam rationem
appcllant:diuiniorem alteram et fuperioro TIfct. qu- i
4eIIedumnuncupant.QU3propterfapienter Auicena animos noftroi ur t alterum
lanu duplici ore inllgnitos e(Te dizitiut hoc furfum uerTum ptia r .na
altilTima per (apientiam rufpiciamus.lllo uero res mortales et adioneshua
manas per prudentiam adminifhemus. Diuiditur igitur mens in duo rurfum in
tapientiara/deorfum in prudendamrquz Ht reda rerum agendarum ratio qua
iiinuirumfiC mulieremrutuirrupcnor iit ®at:Mulier inferior 8l
regatUR Quapropteregregiei!lud:^lioieiliniquitas uiriiqui mulier
bencfadensrnd enim przponitur iniquitas uiriliszquitari muliebri: Sed commode
exprimitut I 'tedius eum agereiquideiideriorerumczieftium raptus plurima
corporis &fo cialis uitz commoda negligat: quz res uideturiniquatquam
eum : qui ut nuW Ium uitæ ciuilis officium deferat:czlcftium rerum curam
omittit : (^uz cura ita (intiuideamus quz a Marone dicuntur: Nrmpe zoium
lunonis przdbus uentostquoslouis iulTu regere debet/in mare cmififTeiqua
tempeflate obrui poterant Troiani nili illis aNeptunno rubuentumfuilTct. Quo
in loco fi ui tz ciuilis cupiditas (it luno commode zoium inferiorem:
neptunum uerofu« periorem hominis rationem interprztabimur. Non igitur
mirum liabhono» rumæ imperii ardentilTima cupiditate ratio illa inferior
(lediturrattp de fuo gradu deiieiiur. Referunt fabulz zoium
uentisprzpolitum aloueefleiut iuC> TuAioillos BC intra carcerem
cohiberet&indeemmcreceru quadam lege ualc4 at. Quamobrem celfa fedet
znius arce Seeprta unfDS mpHit^ apimos: K teinperatiras:_8£,iilud N i
faciat maria ac terra stcilumq: profundum. Quippc fei^tfec^ rapidi :
uertantep per auras. Et profrd Ot&infiituti funt animi noflri ^etum
omnium fumnioatcfiitcdotut cum Iit in nobis ea pars quz ad tes
afeifeendas fugiendaf^ inlurgit: przponatur libi ea rationis particula :
quz infenor cum(it:adres omnes agendas rede appetitum moueat. Ratio auum
- Iplis mortalibus indita non a corpore efttfcd aloue.Hzciguurdumfuo
co ditori obtemperat celfa arce fedet:quia nihil humile cogitat: fed
quztp aigre^ gia: attp excelfa meditatur : teneti^ fceptra.Nam totius
uitzadminifttatianein habet: mollit^ animos /& temperat itas: cum
nimiis cupidiutibui appetii tum cohercet : at^ inna modelliz fines
continet : Sin autem ita lunonis blan>' ditiis demulceaturiut fuz
naturz propriz^ originis immemot rerum rettena rum cupiditatibus
irretiatur/ totum lilife przbet : eiult^ iuffu non autem lo uisuentos/hi
enim penuibationcsrunt/emittit.llli uao mare quem apped<> tum cflic
diximus paulo ante tranquillum ex diuafispartibus ferientes bor« tendas
tempeflatcs excitant: hebetant enim tadonis adem honorum cupidi tatesrquz
uelud nubibus obdudauerum bonum a falfo non difccrnitiip fumcp appedmm :
qui a fenfibus originem dudt: non modo non refhnguit ardæmractum ultro
inflamat: &gcntemiunonisinimicaseaautcft mens no / » Liba totius
Itlbullu Qanitn rnunicotit^tm:diuinatuin autftn cupida/mratiis
perturbati poibusobtuæ nititur.Scd rcæo ad lunonemillla enim cum
tecencitiiuriaanti / MUm (H)i uulnus refrkafictiira plena in zoiiatn
tendit. Kimbofum in patriam loca fceta furentibus auibis.
Cidlidaomnino dea guz regionem ad ea quzcupiebatpaHcienda fibi
deligat nott'ignotauic:Cum enim raum humanarum amor nos ad diuinarum
cogniti onem abfttabæ nititurrin zoiiam patriam uento^rad enim eft in
appeti tum p tuibationibus expofitum ueniat necefle efi. Verum iouis
iuflli hoc regnum zoio commiffum cds Nam ri deo obtempæmus rationi fempa
obtemperabit appeti tU&Redifljme enim Platonicum illud bpnp uiro
legem deum ellr : malo autem bbidincm: Quaobrem huiulcemodi
rarionemdeprauare aggreditur Iuno:& ue iuriti qui caufz (iiz
diflFiduntrfit fallis rationibus perfuadæ/& largitionibus cor tumpæ
iudices patanttita ipla zolum adoriturteonaturep oftendere zquum elTc
4tillc gentem fibi INIMICAM ITALIAM attingne prohibeat. Perfuade zolustfe^
cn da M iulTu lunonis fadurum redpit:Q_uin quicqd imperii habet/id omne a
iu BoUe tecognofcit.Nam nili inflametur appetitus cupiditate rerum
terrenaruiatrp illp uduti mare ucntls turbet rminime uideretur indigere
uita nofira impio ratio tus.Hocigi^ padotromnia lunoni debere ratio
fatetur ueluriquz(^nifi pturba lioæsaflint^aibil habeat in quo fuum
impium exerceatrac decepta cupiditate ea tum raum quas magnas putatmentis
habenas remittit/ac mare perturbattquoni •tUturbulemimis cupiditatibus
appetitum codut.Quibuszneasqui ad cxle^ Bium rerum contcplarioncm
tedit/adeo labo paiculorut^ magnitudine infrio giturtuta
jppolitodciiciat" :Et ^fedo cum appetitus quo folo animus moueturr
ftquonosad fummum bonum duci oportet/aKonosrapiat/infurgit atrorilTima
iUa tempeftasrin qua eripiunt fubito nubes czlui^ diemt^ teucroru ex oculis. Na
qui paulo ante tranqllo appetitu adrpeculationemfæbant"tinfurgentibuspaturi
Mtionibus adeo illis oixzcant" :ut quicqd luminis a
rdnepueniebat/peniti» tollat tVnde fit ut nox atra ponto incubet.
Appetitus enim qui hadenus luce rationis illul habac nuc illa amilTa in
tenebris uetfatur. Adeot^ zfi uat hoc maretuc lii aqlone fetuntur/hzc enim
elatio quzdam elliquz a rebus fecundis profluit. Alii in fummo fludu pendentmam fupra fuas uires
difficilia ardua^ aggrediens tes amdi foliciti perpaua expedatione
pendet. Alii terram inter fludus tangens tcsabipfa fortuna dnedi
mifetiarum cumulo obruuntur.Sunt deniip qui in fas
alatcntiacontorqurantur. Nam multi cum impetu perturbationum ad huiuf^
cemodi cupiditates explendas ternæ ferunturiin uariatp pericula fibi
improuifa inddunt. Sunt poftremo quos auaricia ueluri in fyrtes
ttahat.Nam quis non uis dæfle aiam quorum nauis demergatur. Vnde utre
omnino apparent rari nan tes in gurgite uaftoiNam ex inumera mortalium
turbaiquos perturbationum p cclh]dcmagit: paud emagæ ualentiFado enim
habitu pauci ad portum enare pofluntiprzfertim cum ipfe gubernator a
temone tcuulfus imo in przceptls deie dus in profundum ruitiCum enim ea
animi pars quz uitz regedz przpolita eft fuaiicde deiidtur/adum iam de
uniuafa te cite quis non putarHzc autem otns Iliacum lunonis zoli^ culpa
acddiftenttinterim Neptunnus commotus graui* i In. P. VIRGILIO
M. AIlego. tate t<tnpcfta^sf>Ia'd(]uin caput ex fumma unda cxtuIk. N(ptaliutn
mum macia deum cfTe finxerunt: Dico aut fummumiguia alia quo^smaf^o» mina
extann&ptofcdo plutea uires appetitui prxfantimouet' enimilfe iudit»
fcnfuumrmouct" tonis inferionsifummum tamen impium fupioii ronirefenu
tur. hæc igif r^tio quam nuc neptrai nomine (ignifiat poeta cum
oibuspturba« tionibus rapi uexariip uideat:caput e fumma unda ueiuti ex
fpecula rifetttVnde ipfius appetitus fludus jicellafip animaduertes aium
illius furore in pram pinum rapi cognofcitinei^ folum tcpe(htemfmtit:fed
etiam ipfam lunonisdolisexdta tam intucc :Nouit enim reda ratio aium ita
afFedum:,ppterea in hasmiferiasitw ddiffeiquonia falfa bonop: fpe decepta
inferior ratio urntos no modo non cohi buerit: fed ultro
emiferinC^uamobre utfubitn tato malo remedi uni affecat cuje zephyrui^iac
reliquos uctos ad feconuocas grauirer increpariqui impio titanum
fanguineorti/deo^i regnum infeftareaudeanReferut enim fabuix uctos Aftrd
filios fuilTei Aftreum aut unum ex iis titanibus eifedicunquiimani impietate
ad« uerfus deos imortales temeratiu bellum fumere lint aufi.Hxcigi^ in
fabulis rcr periesi Non aut CICERONEM reliquofip dodiflimos
uirosaudiamusiquidoa ali ud cum diis bellum gerere qnaturxnolhx repugnare
interptabimur;Q_ua qui dem re quid magis temeratiu rflepolTit non
rcperio:nam queadmodutn cosUi demum fapietes Bi dicimus Sc frntimus:qui
naturam optimam ducem fequund ita illos (hiltos temerariofep
putabimus:qui ab ea oino dcfcifcut.lure igic' uentM c titanibus ortos
iinxeruuquonia ptuibjtioncs a temerario fempi&nalurc repu gnante
iudicio pueniunt. Audax igitur facinus comittunt perturbationes i qux
flultitia 6i temeritate humana gente appetitum diuinitatis nolhx id eft tonis
itm perio fubiedum turbare audeant.Quaraobrcm iufte a neptuno
obiurganifues ti:fu(lcc^ impium pelagi fibi uedicat ncptunus/cum in bene
inftituto animo hw iufcrmodi illud e(fc oporteat ut folo mentis iudicio
moueatur. Ad huiufccmodi igitur fentemiam commode polfe ttanffcrri
xolum/at^ neptunum putaui. Qod (1 qua in parte fatis tibi fadum non
e(l:aut li quid in mentem urnitiquod aptius IcKo quadret:promas illud
licet: Nihil enim c(l quod uereatis:aut pudore impe< diaris:Nam
neminem ex omnibus qui uiuuntiuucnics/qui aut xquiori animo refutari
patiatur:q ego fero/aut auidiusqucxlnefcicntaddifcat: Necp eft etiam quod
dicas huiufccmodi fenem ego adolefcens. Vidi enim multos ex iis qui et ha
bentur et funt dodiflimi nonnunq admonitu etiam indodilTimi hominis in at
rum rerum cognitionem ueni(Te:in quam fuo ingenio tam diuturno nunquatD
tempore hadenus uenerant.Ego inquit Laurentius quid aliis euenerit
ncfaoiiiu hi tamen nunq tantum arrogabo. Verum quia accidere in tanta
rerum copia at^ uirictatc dodilTimis quibufc^ folet/ut cum plurima eodem
tempore fefe med of ferant: nonnulla fint:qux fic fi non explicent"
:facile umen Sc reliquorum fimilitudine percipi pofiint.Sint etiam et alia qux
quamuis enucleate planecp ediflicræ turihcbetiori tamen ingenio qui funt
illa minime confequant":utar ea quam mi hi pamittis licentia:&
quoniam de confugio xoIi:at(^ deiopex nihil a te didum cftipetam nifi id
omnino inutile ducas:ut fi quid ea in fabella fitiquod ad rcno< fisata
confciat/nobis explices. At dices n unquid tibi m mentem uenit i ac
edam Liber tertiuf nthinu Horib^tne(!erat!ges« Vcnicqdetn. Kamaiffi
nKo adiuiDis ad humana abducenda cftinullum pene maius przmium proponi
pote(l:g pulchrum cafiu m coniugium:inde enim cupiditas ilia naturalis:quz
eft coniundionis maris SC fttminæezpIetur. Lndefoboliseft |> pagatio:quxquidem
non fotum uoluptatiii tuul ac ufui nobis cd;uetuffl etiam pofteritati
confulit/ut etia morrui aliquo mo do ih illis uiuamus.Ulbucipfum inquit
BAPTI5TA nec modo |>po(itx quxlH oni rationem habcas quicq eft
prxterea defiderandum.Nam id hoc in loco aperi amiquod alio paulo pofi
foret aperiedum*Prifci igit" illi qui de deoni natura
fcii» pferunritria ibeologiz genera pofuerutiunum fabulofum/quod grzci
mithicon nomtnant:quo quidem populum ociofum in theatro oblec rent:
Alterum nata rale/idenimeft phy ficonrper quod comode
uimnaturxexprimuntiut cum per iatumumhlios omnes przter illos
quatuoruorantem tempus nebis denotant: itodii quatuor elementa
ezcipias:omniafua edacitate confumit.Tertium uero iccirco
ciuiJeappcllant:quia inde ad benebeareqj uiuendum przcepta promatur
Coofueuerc igitur poetx quibus nihil dodius reperias/hzc omnia ita
confundere:at<p m unum comifcereiut optimo quodam temperameto eodem tempore
et aures fummauoluptacedemulceant:&
mentem recondita dodrina alantiac nos adredum at^ honeftum et ad ipfum
fummum bonum deducant: Nos aur quo ciam A hzc omnia exadius in Marone ^fequi
uoIuiiremus:nimis operofum ne godum |poni uidebat" duobus primis
generibus obmiiTis intra ciuilis generis ca cellos difputationem noAram
mcluAmus.Q_uapropter illud paululumtqd mo* do de fabula
decerpferas/noftro operi conducet: Nam reliqua phy Acen fpedanr. Dicunt
enim Pbccbi Aurorzi^ Alias.xiiii.fuiiTe eafcp lunoni nymphas attributas
exiliorum enim intcrptatione luno ær cA* Æri autem feptem quzdam
attributa fuiit.Septem itidem in ære ignum''. Quz omnia ipAus folis tunc
maxime cum in noftro hcmifpcrio ueriat :opera proucniunt.Sed ut de primis
priori loco dica tur eft æris ut leuisAt:ut mobilis:utcalidus:ut humidus:
utferenus: uttacitum P Utlpirabilisxbasigic ueluti feptem nymphas
finxerunt poctz:earutn autem quz in ære gignunt pi imam ponunt quz Ins
appellac'':Cui etiam attnbuut tres ueiu li minittras pluuiam grandinem
niuem.ln his enim contingit ut nubes fuli oppo Dat :fcd eft id^ut ita
loquar^nubiu corpus ut alia fui parte denfum/ut alia denii^ us/alu den Aflunum
At.Q_^uapropter a prima fubrubeus/a fecuda ccruleus/a ter<« tia niger
color perucnitx Contra ucro partes quz in ca purz funt croceumiquz ue ro
puriores uindemxquz poftremo puriftimz album colorem remittuntibzc igi
tur piima ex alus feptem nympha eftxquam deinde fex fequutur phy thon
come.* ta fulmen ronitruumxcxhalatio ac tcrremotustdeqbusfuo ordine
difpacarc no grauereniuriniii ex tnbus illis quz dixi generibus ciuile
folum profequi conftitu il Temus: Vaum cum uoies bzc probe et quid qua
ratione gignantur: faci* ]ccognofccs.Sunteniminiisquzmeteora appellanturab
Ariftotele quidem pr acute:ab Aiberto uero cui magno cognomen eft etiam
aperte petferipta. Quod autem dciopeam omnium pulcherrimam fe daturam
pollicetur luno ratione no carenEft enim ca in ære facies quz ferenitas
didtur.(^uz res autein magis io cu pidiutem tcruin humanarum trahere
zolumpotetauqDamfctena czii facies. Perplacent ifiainquic LAVRENTlVSs at ita
perplacentuit nihil in iis prxt» rea deiideretn:perplacent quo^ quz tu de
ratione appetitu^ diziftitfed uide at pugnantia
Ioquaris.Natn(ire^tnemini/tu paulo ante xoluminferioiemratu
netnelTcuoIuiditnuncncptunum fuperiorem ponis:redeutru^:Verumcn hic
impetiutn fibi non autrtn illi datum dicattnon uideo cur zolo quotp non
conoe datur:ut mare uel io mittendis uel coheteendis uentis:aut extollat
aut fcdett No co inficias inquit Baptifta pertinere ad hanc inferiorem
rationrmiut cum deage dis rebus iudicium habeat/ipfa appetitum et ad
raquz afeifeenda funtimpellati et ab iis quzfunt fugienda auocet.Vcrum
quemadmodum in bene inlhtutare publica fupremus quidam
magifiratuscreaturicuiusatbitrio £d ii omnia getan^t alii tamen aifunt
minores magiQratusiquibus fingulis fmgula committantunili totius uitz
imperium in mente confi(ht:ita tamen ut infenor ratio appetitui ea Ic ge
propolita (itsut nihil niii rede iudicet.Q_^uod ii illecebris rerum
humanatum decepta non rede fentiat:fcd iint eius iudteta falfa/adeft
fupremus ille magifha* tus ad quem prouocare liceat:Q_uapropter rede
faipcura eil zoium no niii clau fo carcere regnare: quoniam in uita hac
communi ac ciuili potius cohibetur appe titus ui quadam rationistquam
quietus tranquilluf^ tcddatur:non enim in bo nas
affcdionesconucrtuntur:red potius moderatione cohercenturjRatio autm
fuperior cum caput ex undis exculittemiiTamt^ a lunonc hiemem
cognouitteun da in tranquillitatem redigit. Emittit enim raput ex undis
cum fe a corporea mo letqua hadenus obruta opprimebatur ucndicans ipfa fe
excitaUat^afeniibus fe uocattquo tempore non folum cognofeit qua hieme
opprimatur zneasne in Ita liam tendat:uerum etiam tantorum malorum caufam
lunonem id eft rerum bu manarum cupiditatem ei1'einteliigit;(^uamobrem
uentos qprimumanutire mouet : Nam uacuuspertutbationibus appetitus
rationi obtemperantior reddi tut lllofq) ut deterreat maiores poenas fibi
daturos minitatur: quam illi ab Ænea acceperint: nec iniuria. Nam
appetitus a perturbationibus inuafusad tempus uexatur « Intelligentia
autem illa fuprrma fi imperium fibi uendicæ tit/ quoniam fummo lumine
animus illufiratus nunquam deinceps nec ded pitut:nec labitur : neccfle
eft ut perturbationes: quarum genitrix falfa opinio fuerat in nobis
penitus fepultz reddantur. Quapropter non fimili pasnaco milTa uenti
Neptuno luent. Sed undz quz fequantur. Remotis uentis ou bes dirperfas in unum
colligit Neptunnus: at«^ colledas fugat: Efi enimboc intelligcntiz:ut a
principio fingulas falfas opiniones profequatur : in unum congerat : atq
demum confutet: quibus confutatis tum demum folis lUe ce: ea enim efi
ueri cognitio eunda iiluftrantur. Q^uio 81 dmothoe et totos naues a
fcopulis abducunt. Cimothoe per undas currens fi gtzcum uerbum aduertas
faale interpretatur. Triton autem neptunni tubicen babetur. Iftaigi tur
duo numina afcopulis cupiditatum naues reducuntr quia cum tedum DOuerimus/uana
relinquimus. Scientiam autem autnofiro ingenio al Tequimun cum id fua
uclodtatc pet eunda difeunat t aut dodtina aliunde accepta pd«' IIs I a :v t Ii* :lil i i M d nit ai fli iib idi &bi m Ml ItM
IS it alti nbi lii» IStl' uti
«m 110 0» 1» ufl «I (i ‘i? iit tf tnumilludd
motlioesuelodtasciprimir hoc autem tnton signifiat. Mam ut Cubidæs fuo
przconio mandata prindpis manifcfti Qtidc dodrina quid ucriras
4ieIitaperit: quod autem prorpcrocurfu per pacatum mare utatur neptunus
fadleprobatur.Nam cum pacatus eftab omnibus perturbationibus appetitus
ita per eum labitur ratioiut nufquam ofFendat.Diximus de tempeftate.Nuc
ad reliqua pergamus: Neptuni beneficio ex tam manifefto peri culo erepti
Troiani cum fefu fradi(p Italiam utpote longinquam terram contingere
pofTe defperatent:extemporaneo ac^ minime przmeditato confiiio ad propinquum
carebam ginenfium littus uela dirigunt: puto uosmeminifTeitaliam
fpecu!ationis:cartha ginem adionis figuram habere. Quapropter id nunc
exprimit poeta quod in humana uita fxpe ufu ucnire uidemus sSunt enim
multi:qui cum ne in uoi luptatcne^ in diuitiisnet^ poftremo in honoribus
fummum bonum inueni^ ant ad ueri cognitionem fefe conferant; Verum cum fe
humana omnia Facile poircconcemncrci& reorfum ab hominum coctu
contemplationi incumbere cxiftimenniamtp rem aggrediantur uix illam
reliquerunt cum tantum relidam tum rerum defiderium infurgitiadeo ex
recordatione tantarum illecebrarum cffeminanrur: utrurfusin fumma spcrruibationes
incidant : qux quauts tan« dem fumma ratione fedentur:adeo tamen defefTi
defacigatit^ relinquuntur ant mi nodriteum non fine difficultate tam
horrendam tcmpdiatem euaferintiut latis fupert^egiffe putent fi
focietatem humanam incolentes qux immania 8i humano generi pernitiofa
funtuitia effugiant. Virtutes autem fi non exadas; ati^perfcdas/incohatas
tamen retineantifi: cum difficultate dus uitzqux in ucnfpeculatione pofitæfideccrreantut:animaduettantqux
hutufccmodi ui^ tz genus humanam pene imbecillitatem excedere cum
Arifioteles maius aliV quid quam hominem effe qui hzec poffir affirmet
fecum fic ratiocinantur.Non- parum erit uoluptatum incendia euafiffe :
Thracenfium rapinas euicaffe : hac harpyarum fordes et Cyclopum
immanitatem refugiffe. Nunc ucro fi id non. pofiumus: quod diuinitatis
potiusiquam humanitatis effe uidetunillud quis reprehendet ut in hominum
locierate ad quam colend >m tucndamiaugendam ^ nati fumustuerfati
prudenter iufte fortiter deniqi ac temperate uiuamus/ pa rati pro pania
ac parentibus nullum laboreminullum periculum deuicemus.. In omnes qui
nobis fangumeconiundifunt pietatem obferuemus: Ciuibus nofiris aut egenis
liberaliterfubucniamus: aut errantibus redam uiam demo- firemusiaut
iniuriaoppreffos confiiio opera gratia audontate noffra fub«'
leuemus.Speculationem ucro magnarum rerum in maturiorem zratem anp
inipfam fenedutem: quz a multis perturbationibus i quibus huiufcemodf
uita maxime impeditur liberior effefolcC reiiciamusiquamquidem fententt
am iis quz de Hyfach magni Abraz filio dicuntur : tueri fe poffe
confidunt: Nam quod de patriarcha lilo legitur egreffum effe ad
meditandum in agrum inclinata iam die ita interpretantur exiffc illum a
corporeis fenfibus adme ditandum in agrum quafi feorfum ab humana frequentia
inclinata iam die/ id enim efi circa fenedutem iam femore fanguinis
ceffante.Conanr prztereii Cuamcaufam grauiffimotu uiioium teffimonio
corroborareiqui ufutn potius lQ. P.Virg.M.AIIcgo< triqaam
aufamunde bonum (it confidcrantesadionem contemplationi aiw teponunt.
Pcxfcrtim in uiridiori ætate: in qua philofophum agere, dicere rem
publicam adminiftrare militare at^ imperare iubemtoftenduntip Platon ip
tum uakdioribus annis K nauigationes io (Iciliam : et (iudia in Dione
exerciM retSencfccotem autem in academia circa ueri inqai(itione
quieuilTe: Xen ophi» tem quorp adolefccntem in rebus agendis fummopere
laudant:Srn:m ueto in fpcculatione admirantur: et beatum propter odum
putant: Q_ui n etiam mub tos ut fapiendorex fierent plurimos populos
paagrafle oftedunt : Q^iuproptct K Homerus Vlyxem fapientem propterea
dicit:quod multorum hominum ut bes ac mores nouerit:Huiurcemodi igitur ac
plura alia in unum collig^es/qux tu fummo artificio ac prudentia nudius
tertius cum hoc genus uiucdi laudibus efferes enumerabas fpeculandi
propofimm in feriorem ztatem rdiciunt i at^ ad res ciuilcs agendas
interim fe conuertunt:Q_uod quidem uitx genus qui ui tuperabit/is profedo
iuflam ut ab om nibus uituperetur caufam prxbebit.Sunt enim fua (ibi
qutxp muneraiSt plutima quidem at^ przclaraiquibus (i rede fu
gaturi&czteris utilitatem ficfibi gloriam tranquillitaremip quoad
imbedllitai bumana patitur (ine controuer(ia pariet:Q_uapropter non (ine
fumma ratione tutus tranquillnfip portus in caithaginen(i littore
defcribituricuius formam li< tum^quzfo diligentius infpidte.Eftenim in
fece(fu longo locus:quem infula portum ef&datiMortalium enim uita
continentem: ea enim terra eft quz marU nis fludibus minus e(f expolita
nufquam hibct.lnfulam autem habet zfiuinti busafliduofurentibafip undis
undu^perculVam.Sed quz tamen ita fua mole beteat: ut aduerfus omnem
uentorum undarumip impetu immobilis fimpcr obduret : Nam cum hzc quz
momentanea funt: et tamen (f ultitia humana bo na putantur fortunz
temeritad fubieda (inticut^ amore fui mentes humanas in Cendant
conficerent profedo nos nili infula in medio mari (imus : quz quauis
unditp mari mndaturitamen uirtutibus (fabilita non mergitur.Eif autem in
16 gofccefTuiNam animus uirtutibus aduerfus fortunz impetus munitus
procul a perturbationibus feiunduscft.lllz enim obiedu laterum
repelluntur. Cu hin: fortitudo contra res aducrfasihinc temperantia
aduerfus res fecundas opponar i rede^ uafte rupes appellantur. Virtus
enim in diffidli luco polita etf.Aode qtf ita medium tenet:ut quocunt^ te
inde araoueas:ad extrema peiuemi ndutn liu unde tanquie piti rupe labatis
gemini^ minamurinczlum fcopuli. Nam non folum noUra prudentia freti res
magnas aggredimur. Vei um multo magu
diuinoconfilioconfili.NcctemetedidumeQfubrcopulorumuettice zquota tuta
li(ere. Nam appetitus duplid lumine illuftratus ab omni feniper pemiiba
tione liba cfi.C^uod autem defupafczna corrufeis filuis6t atrum nemus
horrenti umbra imminettnon caret rationeiNullo enim in homine prudenti'
am inueniasiqut earum rerum quas fua temeritate fortuna uafat cuentus pem
tus przuideaticum tortam^ diuerfis caiibus cxponamuriut pcrfzpe Si quz
nocitura (int fummis uotis expaamusi6C ea quzfieuenircnt falutiufui ef
fcntiueluti noxia omni indufltna fugiamus tOeni^ in aduafa fronteaquz
dulces depizbcnduntur.Nam cum procul a uatiaium cupiditatum fludilMis Liber
totius botiSftifflunezur^ buiufcctnodi uita:quz (ioo beata omntæ e quieta
tamen 'tcanquiUa^ (it.H uiufcemodi igitur pottum Tubcunt: qui fuprema diu
fedati ac poRrrmo difficultate deteriti fe in uitam focialc contccucnin
qua ciuilibus uirtutibua exculticuinuerrentuc laudem non medioæm
reportanti longe ta« en ab ea diuinitate qua quairimus abfunt. Quod aute
feptem nauibus huc iubicritiquodi^ reliquos c (copulo profpiciens
requirerenquod detnu focioru inopiam raritu uinoij rublenaunic buc
pertinent ut intclligamus eu qui rc pu« bJicamadminiflrandam fumat oes
labores omnia incdmodafubire oportera ut illoru quz fuz fidei cdmifTi
funt falutem incolumitatcmi^ conrcruet. Qua riptopter fit Acate$(^ea enim
principis cura efl^ igneexcitabit/ id eft dcfides ad tes
agendasaccendetiutquz ad uidumncceffana funt minime defintifit fcopulos
Buendens abrentes requiretiquos (i tutari non poterit iis qui afTunt
confulitiillo tnm^ inopiam cu fublcuauerit etiam oratione confolabituc:optimif(^
pcepds ita in^oet/ut admoneat non effe huiufcemodi hoc uitz genus ut m eo
fedes et gere uelimusiSed effe omnes
labores ac difFiculutes fuperandas /ut in italia per ucniamusiubi demum
fedes quietas muenietiubi etiam Troia reforgetiNam cu
uitauoluptuofaibiquzreretur eaaderat uoluptas iquza fenfibusprofeda cor
porca edet fit caduca: fit qua (latim poenitentia fequebatur.In italia autem
uolua ptasfuma prouenictadiuinaturaum fpeculatione.quz uera fimplexcp
fituo luptas quz perpetuaiquæ ztema qua nullus moeror fubfequac. Hzc enim
opti tni principis adminidratio eft:na cu u ideat ciuile adione humanz
indigencizt non aute ei quz io nobis efl diuinicati inferuiteiita in illa
uerfabic :utcu quz ad mottaliu inopiineceflaria funt uidetinfuotutame
animos ad diuina etigatt iubebit^ eos aduerfusfortunzcafus durare: fit fe
rebus fecundisquas in latio inucniet feruare.O diuinum ingeaiu.O uitu
inter ratidimos uitos omnino ex cellencemifit poetz nomine.uere
dignumiqui non chridianus omnia tamc chri dianopr ueridimz dodrinz fimi
liima proKrat.lege apodolu Paulu. libet enim unum hinc ex omnibus ucluti
nodrz religionis caput nominareiqui uitam hu manam ad huiufcemodi notmam
dirigitiut ne corporis necedatia fubtrahen da:flt uero inuedigando femper
uacandu cenfeat.Q_uid enim ille fufe late de Cmbinquod hic poeticis an
gudiis non coardetiMiraprofedo restut fingula pe ne uerba longidimas e
platonicaiaridotelicac^ re publica:fentetias ampledi ua IcantiSed nolo
quod quidem hadenusnur quainfeci:itæxade hunc IcKum profequi:ut reliqua
deinceps aut omittenda:aut ea celeritate przteruolanda fintiut idem nobis
eueniatiquod longam piduram in citatiiTimo curfu per« (piciennbus euenire
folet.Ii enim in puado teraporisicum id etiam magnope
tecontendanticolorcs notare uix poffuntiliniamenta autemifit corporu fimu
Iæra fit quam grzci fjmettiam nominant ne uix quidem. Q_uapropter relu
quaadtnaiusocium differantun^Oratio autem Venerisad iouemrurfuftp lo«
uisad Venerem meram textus (criem continere placet.lnferuiut enim omnia
poetico f)gmento:ita tamen:ut non nihil de mathematicis decerpat Maro:
fit unde luboyt familiam in primis autem AGUSTUM (OTTAVIANO) Augudu
laudet.Nam quz ad allegori am tcfcitc uoluffius iude folu accetfenda
cefeo unde duc^.fiu fpote fcquanf In. P. Virg.M. AIItgo. Sin 3utc ui
ingenii inuitamuntur/twtu de grauitateruaamittunttatridtada pene
reddaqtuttluc^ omittamus anxias interprxtationes:ea(p folumaflim»
tnus/quz non modo in abdico non latentsfed ultro Tefe quxrehtibus
offerant. Quod autem paulo ante ad mathematica pertinere dixi pauds
quidem fcd,uc temporu anguSiz ferebat no oino obfcurz in principio
expolitu clTe puto.Ita^ teuertor ad Acnea^lc enim per node plurima mete
repeti ftatuit ut prima illa ccfceret loco^t natura diUgctius
exploraretSt hoics ne an ferz teneit inucdigarc. Q_uibus untibus qualem
oporteat eife rei publicz adminiftratorem egregie, a {timit. At^ in primis
illud bomericd approbat. Q_uis enim cui tot mortalium cura c6mi£Qi
Iit uu' uerfam nodem fomno impendet. Id aurem fumma (apientia didum
omnes fatebuntunEft cnim’optimi principis uel præcipuum munus cum loca
inculta uideaciut homines ne an ferz inhabitent iibi exquirendum
proponat. Na qui uitam ciuilem diligenter
intueturmaria hominum ingenia;uaria fiudia uario^ q motes inueniet. Sunt
enim qui redo honefto^ r(mperincubant:ciuili con cordiz
faueancsLibertatem (aluam eflecupiantmeroinc plufqua leges intepui blia
ualete uelint.Iniuria oppreflbs fubleuent. Superbiam fcditiolorumciuid
deiedam cupiant. Maieftatem publicam pro uiribus augeant.Religionem de«
ni^iac iufticia omnibus rebus przferat.Hi igitur iure hoics appellari
polTunt: quoniam humanz naturz officia non deferunt.Contra autem plurimos
repeti as/quotum pctulantifTima libido nihil fandum/nihil pudicum
relinquat: pluri mos qui fuma auaritia acccli/omnia uenalia habeat:&
aut ueluti uulpeculz do lisiinftdiif^p incautos decipiat:auc uiribus
fuperiores cum iTnt opibus quo fit honoribus eos anteite uelint:quibus
fapientia ac uirtute longe fintintetioress buiufccmodi igitur uitiis
deprauati homines quauis effigiem mebra:^ humana retineant/tamen quoniam
mores ferinos induerunt/no amplius hominesifed immaniffimz ferz putandi
funt.Q^uapropter in humanis coetibus longe plura funt illa;quz uitiorum
uepretis at<^ fenticetis unq inculu hortent: quam ea quz ingenuis
artibus prxclarifd^ uirtutibus exculta nitefeant: progreditur igif Æneas
ut fingula diligenter exploretinon temere tamen:fed Acacem tidiffima
comitem fecum ducit:8( armis inffrudusincedit:Nam quis unquam rede re
publicam admini(lrauit:cuius animus aut cura ac diligentia uacuus fit:aut
for tiCudinecareat. Iliis enim quz agenda funt multo antea przuidemus.bac
au tem nequid ex iis quz magna ac przclara puidimus ob moetu infedu
relinqua turtcfiffimusiCum igitur rciedo in aliud tempus contemplationis
propoiito adeiuilem uitam digrediatur Æneas:Sit^& in ea multum
elaboridd/opus eft ut et duce matre ad illam perueniat.Nifi enim amote
catum reru quz age dz funt calefcat animus aduerfustantos:tam^uarios
labores obtorpeatnc.> ceffe eft.Fit ergo illi obuiam mater no tamen
cofeffa dea/qualif(^ uideri czlieo lis et quanta foletiEam enim fe tuc
offendit cu filium a uoluptate eo cdtilio ab ducebat/ut ad fumu
tenderct:Q_uo tempore oportebat ed inflamari amote di uinaru rerutqui et ipfe
diuinus ab omni materia 8C corpore jicul abfit. Hic adt catum reru amote
incendit" : quz corpotez Bi magna ex parte mataiademafz Liber lotiui
li io “!• lA ab ife «pg bb aS sua tsb mt
s'4U. utii at». ia? r i*f a O liii ga< 'fb fihhQuapro{iter
non deam confcf Taafed humana fotma di RiffluTata
fefe filio offcit:ftin (yiuaotueiiatriziIIi appartt. Quem quidem locu
planius uobis nf primamati pauca omnino necniu ea qux nrcriTaria funt
prius de fylua rxpofur^io. Omnium tetum qux funt redum quendam ordinem eiiflere
: Trifmegiftus Homerus ac PLATONE oftenderunt: Atm ut quot fentirent
dilucidius exprimeret au ream cathenama naturx fonte ad innmam ufep Fecem
demitti finxeruntiqua fa> is gradibus eunda connedanturteuius origo
cifentia dei cum (it eo ordiue proce ditut ut fecundo in loco
potentiaztertio fap'entia:at<p quarto uoluntas collocet t bxc fequitur
fatum attp illud anima munditdeinceps funt cxieltes demonest (iit
xtbnriifunt æreisfunt bumedeitfunt deni^ terreni. VItima autem omnium by
le^quam nos fyluamdidmus^in infimo refideti Poifem fingula non fine
fum< mo ufu atip voluptate oratione mea profequi. Sed quoniam
difputatidi noftrx neceflarianon funt brcuitaticonfuIam. Quamobrem
exteris obmiffis deu prin apium lyluam extremum in catbena ponemus.Nihil
igitur deo fuperius. Nihil fjlua interius.nibil hocprxftantius.nihil illa
uilius. Media uero inferiora fupe« nntta fupetioribusuincuntur. Eft
igitur deus et fyluathxc autem niatetia efttex qua omnia corpora funt. Vt
enim lignarius faber materiam ex qua eunda fadat luam habet. Continet enim
illa rude adhuc lignum s K informe: Sed quo tamen innata fibi facultate formas
omnes redpere ualeatifaber autem in quafcun^ uult formas illud tradudt
tcadem ratione ad deum materia eft.Deus enim for masomncsabxtcmitate complexuseft.
Materia uero fi illius naturam infpicias formam nullam certam expreffam habet.
Verum innata fibi recipiendi faculta te t et ut ita loquar confufe omnes
continere uidetur. Materiam uero quia matet fit didtur. Ceus autem pater:
forma uero prole$.Deus enim dat.fylua redpit. *fotma nafeitur. Q^uapropter rede
Trifmegifhis patrem matremtp xtemos: pro lem uero mortalem didt. Mater
cfi materia quia finum prxfiat. Deus gignit : 8C oeat : ac fua quidem ui.
fila autem ex alterius immiztione condpit .Condpit au teminfufione
fpiritus diuinitquam animam mundi nominat Tnfmegiffus t Q_ux res eum
mouet: ut deo ofiidum patris tribuat : quoniam infundit: SyU ux uero
mattis t quia a deo condpiat: Animam denicp mundi uim feminis hsb>
bere dicit : quia a deo ipfa infpiretur in fylux gremium. Prxtereo plurima
nomi aatquibus uariasfyluxproprietatesexprimit:Illænim nihil ad hxcqux
agi« mus: Sxpe umen totam materiam appellat malignitatem :ne«
iniuria.lpfa eni Iblacau Qefitutresmintentumcadant. Namquod a materia
feparatum efit id nunquam interit: Nunquam enim quod fibi contrarium fit
capiti fed illud fu« gitat femper at^ declinat: Quod vero fylux gremio
continetur: iccirco in la^ teritumiabitur: quoniam fylua/cum ad omnes quas
qualitates appellant xque lebabeatcuenittutuelutialtera Helenaintra teda
uocet Menelaum:ac limina pandat. Num dum foimas illis quas hadenus
receperat contrarias admittit: fc« cile fit ut cxtemx irrumpentes
domefticasextinguant.Q^uapropter quis illam malignam non dixerit t qux
familiares fotmas prodatiignotas admittat: K uelu ti fufiepri iam in fuam
fide m clientis caufam deferens : aduerfariiqi fufcipies per timtnam
perfidiam p eaoiaticeruf i Tardat etiam et perturbat noftras
mctesfyb k rn.P.Virg. M.AIIego « Ui t omæ ab ea
uiHum nunat. Viaa enim mfcitia igaotatioa [«St At ignorationem
ipfam cz craflitudine caligine^ corporis prouenire et Plato S plæri^ cz
iis qui grauiflimi habetur philofophi audorcs funt.Huiurcemedi igi tur
rationcmotus diuinus Maro cum rerum humaiurum:8;qua; corpore no a rent:proptrrca^
in uariis erroribus uerrenmr:amore inflametui is qui in re pu> blica
princeps effe cupittuenerem Tub mortali forma inducit Sc in tpia
lylua:guo niam eunda quz agimus in materia demerla funt illam ponit.Nec
temere umv tricis habitu ezomat : Eas enim feras de quibus paulo ante
dizimus fibi infedai das proponiuquifuis cibus rcdcconrulturuseO.Acneas
tamen non nihil diuir nitatisin ea etiam iic diiTimulante cognofcit.nam
Si (i populorum temperatocai circa humanas adiones uerfenturuamen quoniam
honelhim redum^ tuentor eodem illo amoroquo hzc caduca appetimus originem
nollram diuinam eflie fcntimus.cum enim reIigioncm:cum luditiam: cum
animi magnitudinem atb amamus : uerfantur hzc profedo circa adiones .Sed
tamen quis non uideat illa a diuinitate proiteifei C Eft tamen oratio
uenetis non ut dcz : fcd ut hominb: K tamen nefeio quam diuinitatem
redolens : Nam cum Carthaginem proficiid lii adeat:argumentationibusab
humana prudentia profedis utitur: Nam K quz de hilioria Didonis eruit :
ea omnia falutis fpem afferunt : Si cum aliquid funp rum przdicitmon ut
deaifcd ut augut ex cygnorum uolatu przdicit. Illud aute fumma fapientia
czcogitauit poeta : ut in orationis fine fe deam manifeftatet Ve nus :
Nam cum in uita ciuili quz reda Si honefta funt diu coluerimus ez illotn
pulchritudine ad diuina quotum hzc ueluti (imulaaa funt erigimur.His
igitur rationibus a matre perfuafus Carthaginem tendit oblitus tamen
tenebris : ne illi us conatus aliquis impediret. Et profedo fic fe res
habet. Nam qui magna pru< dentia przditi funt uiri cztnam multitudinem
quam adminiftrandam fufeipi unt ita ad redum honefl um^ trahunt : ut fua
conlilia fzpilTime tegant:quz q dem fi palam facerent autzmulor uminuidia: aut
dulcorum infcicia impediti illa ad ezitum minime perducerent: Vtenim
prudentes medici zgrotos(^qucv tum libido nihil falubre ezpetit])perrzpe
fallunt : Sic optimi prinapes fimutan^ do aut dilTimulando fua conlilia
occulcant. Nam ut cztera obmittam nonne qui leges tuleruntiquo maior ei
audoritas inelfet/fua conlilia alicui deo actnbu^ erunt fCunda enim ez
Egerie nymphz przceptis Numa Pompilius facere finiu labatilusciuile Spatthanorumez
Apollinis fententia faiplifife iinzit Licurgust Quicquid Zautrades apud
Atimafpos conltituitid a bono numine accepilTedi cwt.Zamolzis autem
quzcuis Scythis tradiditiin Vedam reculitxNam q mul ta q difBdlia inter
tumultus militares rede ad ninidrauit.Q_. Sertorius cum fe ii la a Diana
per ceruam accepilfe diditarct tSed nimis multa dere przfertim ta tna
nifeda: Carthaginem ueto e loco fuperiore cernunt: quoniam ut nudius
quo^ tertius difputatum ed nuquam optimis indituris Si legibus temperata erit res pub.nili
qui illi przfunt eunda qu aut przcipiunt aut prohibent ad eotu qax per
rerum magnatum speculation emuideritu regulam ac normam sapiennllb tne diligant.
Cum autem Carthaginen lium operam indudriam circa urbem difiandam
dclaibit/nonnc pauciflimis ueifibug onuiia colligit: quæ^iia9 c*\Ili «f m ii m ta ai l
U U Kl ii M ib gia \tt\ th ‘S ipn iii^ F! jpb (f ob 09 0* xb s 3 ib <1 Liber'tertiui edam
(apfari( Cine de re pub. latprerut)t:noa ni/i pluribus libris exprimuntur tamum enim ea
parant ibiis aduarus ho(tiles impetus tuti (t nt: uibus V^^fe contra
czliiniurias priuatisx difidisfedefenduntiHzcenim duoprx^ fiant ut duitas
efle pofiit.Poft bzc uero ad iura et magilhatus fe conuertunt : ut
nonmodoe/Te fed quod proprium hominis e/l i cede bonefte^ e/Teualeant:
Quoniam autem ad magnificentiam et ad liberaliutem &ad uim propulfan^dam
publicz opes in primis utiles funtipottus optimi/efiiciundi ratio habetur
t Poftrcmo autem (icznz ac theatri cura non negligitunubi et corpora ad
ualitudi nem &robur exetceri:& animi publicis priuatifi^ negodis
defatigatiihonefii/Ti* mis ludis relaxati pofiint: Qua autem mente et quo
confilio illos apibus com« paraucrit : quzfo diligentius animaduertite t
Si enim huius inferti naturam con fideretis nihil illo aut induflria ac
folertiaacuriusraut a/Tiduo labore indefe/Tius (eperietis Ouccm in primis
habent quem fequanturt cuius impenum nuquam contemnannlabores inter
fefumma zquitatediftribuuntiSummaconcordia 8C opera fua fadunt et boftes
arcent. Quicquid quzrituriid omne in comune qux iituri Quz quidem omnia
fi in rem pu.aliquam tranfferasiplatonicam ciuitate cxmfiitues. Erat
autem in media urbe templum lunoni facrumiut ofiendatur ni bil oportere
in re pub.antiquius religione eife • Et quoniam primx in uita cluili
przces funt/utimperium non folum conferueturifcd etiam augeaturmo fuit ab
re templum ipfum lunoniiqux imperiorum dea habeturiomni cultu confcaare
longior fim:at<p etiam minutior/q tantz rei conueniat fi fingula quz in
templo depida erantiquz a regina adminiftrabantur : quz ab opificibus
efiiciebanf idU fiindiusrefetamiMultactiara in Ilionei at Didonis
orationecontinentur:plu« ra in congtefTu zneziplurima in conuiuio Si in
coiimdione hofpitalitacis deprz hendasiquibus uita fiatufi^ ciuilis
expnmituriQ^uoniam uero nouerat fapictif fimus uatrs primordia rerum
pub.& imperiorum uirtutibus niti: Veriiep effe Sa« lufiianum illud fi
imperia iifdem artibus retineientur/quibus acquirunturind ef fe tot
mutationes habituras res humanastiedreo primum regis reginzq; congref fum
ateligione/a bberalitate/St abomni genere uirtutum profidfci uult.Srd ita
paulatim in deterius labantur/ut quz pudidflima fuerat mulier/K in re
pub.ad« minifiranda uigiIantiiTima:turpi amore uida in odum lafciuiamip
labat ui« bus omnibus oftenditur q fadle rebus fecundis humanz
mentis a labore in libi« dinem declinent.Quotiiam autem uirtutes tn uiu
fodali potius inchoatz q ab Iblutz funtiHic autem ita de uita duili
agituriut uelit exprimere quod paulo an te dicebam fundameta rerum.p.qux
ex paruis æfeunt/habere meliora initia / q exitus; iccirco reginam a
prindpio in omni re temperatam pofuit:paulo uero po fiea amote infutgente
paulatim ex temperantia in continentiam labitur: pofire» mouida amore
incontinens iu redditur:ut demum in fummam intemperaiui» aminddat, Moueturautemaprindpio
Dido/ut znramamet/non solum uittute quam urum in uita cotemplationi dedita
intuemur:Sed iis qux humanis cm tibus non folum bona uerum etiam fumma
bona babentunC^uis enim in ge« neris nobiliutemiquis formx dignitatemiat^
excellentiamrquis deni^ multo ornatu infignetn orationem inter fumma non
enumætiCurn in foro/cum in fe t lo P. Virg.M. Allego oituhzc
BOB fapieBtum ftatcmfed populari trutina pondereBtarfX^uofliia utro ta
uica comuni pmulti hitcreii quibus cofulroribus utaris. Muiti cnitn aut
tnalo exrinplo motiiaut rorum quos caros habrnt non res fuationibus impui
n ad praua raoum^ snon fuit abfonum ut Didonrm fororis hortatu impudici
fadam inducat. Mifere enim amis mulier plurimu iam de eo animi robore rt*
mittens: quod inteperata hadenus apparueratcontinctem in primis uabis qux
ad fotorem facit fefe oftedit;Nam quis amore urgeaiT /atgre quidem fed
tameilli reftftitiSororis autem oratio ex uita comuni uniuerCi fumif i Non
enim ex philo fophia fumptis argumctationibusifrd aut uoluptate
ppoiitasaut ihcetu earu te* rum quxtantopeietimendxnon funtiniedoiaut fpc
nec firma necfolidapror pofita in fuam fentctiam adducere conaftut deniip
fpem det dubiz meri: foluat qi pudorem. Qua quidem re acciditi ut uidam
in incotinentiam probbertt:ln ea uero cum uerfaretunpaulatim impudica
confuetudine eo redada eftsut nulla amplius obflantr pudore furriuum
amorem minime mediteturifed impudenUi ma tffeda turpem libidinem honefto
nomine appellet: In qbus omnibus quid aliud teneat/quid conat' diuinius
poeta/nill ut Didonem grauifTimum nobis ex cmplar ^ponat/quatum
detrimetum iis qui fub imperio luiit j>ueniat/cum prin cipum mentes
pro induftria ac labore luxuria at<pignauiairrepai:lila enim qua: paulo
ante extetnos at<j peregrinos non nili breuiter ac demilTo uultu
alloqueba tut:Cuius religio fumma in deos/liberalitas in
hofpites/cofilium in urbis ex *dv ficmone/iuftitia in fuos ad czlum
ferebat ;qu* in publico nili aut diuiu* aut pu blicz rei caufa cofpici
nefariu facinus putabat. Cuius aius pudore munitus aboi pturbatione liber
pfcuerabatmuc eo furore agitat ut tota urbe ames uaget :aut li domi fine
amato fecorineat ucluti li fola fit/ar^ aboibusdeferta fummomaro*
letabefcat. Publica aut opa ita negligat/ut qu badenus fua curatfuifip
fupnbust quz fuoyt ciuium labore ac (ludio fumma cum celeritate erigebant
iniicimperfe da interruptatp pendeat; Æneas aut cuius cdfilium italiam
fibi propofuerat/ue* tum difficultate rerum defatigatus Canhaginem no ut
illic fcdes ponereufed ut claffem reficeret digtefliis fuerat illecebris
Didonis illedus fipofuum ^fiafcmdi abiiat:Nec deefl I uno.Qu ne res
tomanz oriantur/ Ænez Didonifi^ coniugi um Carthagine facicdum curet.
Verum cum id fine uenais opera pfia nonpop (et: Venus aut filium non
Carthagine uerfari:(ed in Italiam enauigare cupetihac deam dolis aggtedif
lunoiut quz Catthaginen fiom caula faceret: eaoia Ænez beneficio fieri
uiderent. Quz cum dicit Maro diuina pene lapientia uitam foa
alrmdepingitiinquacumita quidam excelfoanimoucrfenfiut humana cotem
nentes ex hoc primo uirtutum genere paulo pofl in eas uenturi fmtiquas purgatorias
appellatiat^ inde ad illas tandem quz funt animi purgati puenire
conten dantitn illecebris rerum terrenaru ita molliunt" lutczlefhum
quas fibi folasppo fuetant/peneobliuifcanf. Libido enim imperadi ENEA
Didoni coniugete: id aut eft uiru excellete regno przficere cupit:Sed rem
pficere non ualct nifi alfeotv atur eius amor: Amor autem aiaduertit
huiuiccmodi coniudione no Ænez/ftd Didoni cofuli /no enim animis hotum ad
maiota natistfed ipfi impio condodt» ptzfiat Dobisad uctam fapicmiatn ^
ficild/quam in adioni^ uciDwfcd cetum sdtnitiiftratioa (apientibusii
deferatur adum iit de rebus hutnatirs opor trtifta quauis falia
e(recogoofcat:quæ libido regnandi perfuadet tjmen ailin titur; iiuc iam
illa inetitusllt ifiueeorum quibus confulendum cft mifaicordia motus
sCcldiratur autem huiufcemodi matamonium in venatione: de qua quid
femiremptulo ante latis ut opinor uobisdiludde explicaui: Quodaute in
fpelunca loco fubtercaneo conuenerint:quidnam aliud indicare crediderim/
nifi cos qui honores/qui opes/qui imperia quzrunt intra corporeas
caducafc^ tesanimuminclufumgerererCuicdnubio prarter tellurem
&lunonem;prxtet nemorum bibitarrices nymphas uides numen nullum
afiFuilTe: Q^uz omnia iis quz de fpelunca diceba apte quadrare
uideotunirrentus igitur Didonis amo K Æneas abeundi propolitum
abiidt:& hieme quam longa eft in fummo lu<» zu conterere non
pudet.Hoc uero quid libi aliud uult nili egregios quo<^ uiros interdum
a redo curfu ambitione aduerti:& honorum imperii^ uoluptate de« linitos
hiemis afperitatem& enauigandi in italiam dilhculcatcm exhoirefcerc»
Q^uapropter nili diuinitusfubuentum Iit excellentilfimzatc^ immortales
bo^ mmumuirtutes tam pemiriofapefte pereunt; Id ingenii at<^
beneiiciiin Circe fuilTe fcruntxut Vlyxis fodos in uana monllra
tranlFormaret: Illam tamen ica in luam potclhtem ttaduxifle Vlyxem
audimusiut Forma priftina fociis fit relhtu*' ta.Neccgoid admiratus
fuerim.Excello enim animo qui funt corporeas Iibidi^ ties fadle
contcnunt; Quin et cos qui illis dediti funt rede monendo a tanra fer
uitute in libertatem uendicant. At lu Donemfuperare ranOimi mortales
potuco tunt:Nam qui imperandi cupiditate non tangiturxeum omnem iam
humanitas tem ruperalfe &ad dioinitatem proxime accemfTe
crediderim:Q_^uapropter ena quos in fumma admiratione habemus: cos ita
frangi huiufcemodi cupiditate ui demusxutrelidauerauictuteinligniaulrtutisueJuti
umbram fedentut: Fadle enim ell Sardanapalli aut Heliogabali molliflimas
delitiasacluxum cotenere: At^ adeo odilTctCum uero nobisaut Alexandrum
macedonemtautlulmcz larem proponimus eorum res geftas:in quibus utrum a
uero cedo^ difcedcre fzpe uidemustra glonz cupiditate admiramur:ut illud
ex Euryde impium oma nmo& dignum eo rege a quo profertur interdum
approbare non dubitemus; putem uf^ homini conducere li regnandi caufa iu$
uiolet: Quz quide res una mouit poctas/ut Herculem quem fapiente
ferunt:&; rebus a fe przclanl Time ge ftisczlumafile daircuoluntpriusomniamonllradomaire/
qua lunouis fzuitu amfuperal Telingeceac.Illa enim non mater fed
iniuftilTima nouerca magnord uiioium rede dicitur. Non enim mortaliuroCut
plzriq^ credunt } fed czleftiu rerum cupiditas eas uirtutes parit quibus
ad fummum bonum peruenire licet: (^uor^uide nili placata prius iunone id
autem intelligjmus aid fedara ambi dooeallcqui no potuit HercuIes. Quis igitur
hoc Ænz non condonaueritxac potius quis illius no comifercanli Dondu in
italiæxillensxtis eoimeft fumaru uirtutu habitus.fcd in ipfo curriculo ut
illhuc^Edfcai:’' adhuc coftitutusiu luno nis dolis apiat"' :uc
matnmoniu cu Didone initu fedibus libi a fatis cocel&s ppch»
nat;& colilio abeudi abiedo arces Carchag^s fudaretac teda nouare iftituac
t pur^ puea^ SC ento lapillis aon^umtquasqu impetti Uignia funt gelbrc gaudeat: In. P.Virg.M.AlIego
Non eft o LAVRENTI non inqui eft hutnan* itnbedllitatls.red
cmol damfacul»ti «qua tamen condmo
no Ora arduum-.tatntp «xcelfum tetum culmen ‘U»**®* BAPTl ST Ai K
(imul fuo ordine de reliqui* difpuututui uidætut Mani^ hofpes nofter
fiuuilTimus tum ex diei fpatio in iis qu* hai^u* dida effcni civ
fum^oitum ex multitudine eorum qux adhuc dicenda quum lucis effet in ea
di fputatione abfuroptum in colligens non pertmtam in 3uitruauifl'. miuiri:utcontrac6modumual.
tudinem<jno (bam^qu.b^^?uidiuapudmeeriris: mibiomnid.ligentu«nfuJ endi^!^ difputatio
longius ptoducaturi Atquiegoitidm. nqmtLAVK£NW^ idem cenfebaraifed
ne tanti uiti oratione moleftii« intapell«em/pudore i^ diebar prxfenim cu
te o Manotte tuas partes fuo tepore equide mquit MariottusiK fimul fua
lolita feftiuitate BAPTISTAM manuap prehendem/nos ad cellulas ubi menfx
paratx erant reduxu. R URISrOPHORI L. FLORENTINI CAMALDVLENSIa vM
niivTASvM laVSTREMFEDERlCVM
VRBINA- jKSrJbER ^IaRIVS 1N.P. VIRGILIO
MARONIS allegorias incipit feliciter, S Eruenerat iam
fuperior libet Inclyte ac Inuii Si^me Fedence in quotundaro hominum
manus 1 qui cum dofli linti dry aiffimi quocp et haberi 8£ dici uolunti Qui
quidem quauis 'de Maronis Æneide antehac longe aliter dC fenfiffent/8:
pri* 'dicahenticouiai tamen ut puto iis argumentanonibus : qux I
nobis in probamio illius libri expofitx fuerantimulta in eo F li
rnnfcrinta elTe necate non audentiSed ea huiufcemodi el fe
Jowmduntiut non ad ethicen ut nos longa oratione difputauimus s fed a J
IhvSferendafint:ptoferunt 5 ad id qued defendere cupiunt probandum
fcriptoresqui paulo antenoararoxtatcm fueiut minime illiiteratosiqui non J L/indel
Mos« acute et doæinmpretati naturam tetum il is exponi conttn los
inde locos K ac „fpondendum ctnfemus/ut multa in eam qua diA SmriorisquoJdieifermonenosdixifl-ememiniyirgilm
nlura deorum genera inueniffet s confulto ita fcnpfifle fl£ A Fmmffeuteademilla
et aduitammottfip: 8 Caduimnaturas:Kad wriuruoluputtm f
eferantur.Verum cum confilium mettmij
tcstotafufceftacftnoircuolumusiidcenfco femper ipfo
hn«qu3nf.bie.ration. fcriptotpropomt: ^um fipttahuj omnuiniiri ludingttut»
ipfcqcquid narrat iqcqd tctninv 1 1 Ir £ I- 8- r K P B-t.-«. Libet
ii iuiatnr referat. Hoc oun ita fit quis non uideat ea quæ ille
ttadiutamdegett» M damt& ad fununum bonum acquirendum (^dantia
fcripfit no iccirco fcripfiC' B Cuquo naturz uim ezprimeret.Sed contra
cum iugi:perpctua^ oratione ea pro (eqiutut m quibus et uitia
damnet<& uirtutis pulchritudinem eztoIlat.& ad ue I»
riinuefligationem perducat/ nonnullaadiunxifTe&omandi et deledandi
cao Ia b qua: fint ab ipfa phyfice repedta s Q_uz omnia cum non propter
fe t fed eoru li quæ dixi caula confaipfetit equis non uidet id
fulcepti operis primum efle feu ^ malis ultimum dicere > quod nos
hefiemo fermone perpetuo quodam filo ita ia intezuimusrut
nibilineointerruptumquzn poiTis. Nam ad idquodaptinci Sh pio przpofituffi
cfl omnia deducuntur Si fcquentia iis quz antecmerunt/uebe menta
cobzTcnt:Q_uapropta quz ab iis quorum audoiitate nituntur/ad pby
fictnrclata funtminime damno. Nam quauisca ne multa fmtine^intafc haaliud
cz alio pendat > ut non potius membra quzdam diuulfæquam integrn
corpus uideantur t tamen non incommode traducuntur : ne<j fententiz
nofoz ccpognantiScd fac repugnare an plus apud me reda rado qua iliorum
audori^ tas ualebitrprzferdmcumfi audoriute certandum fit eos proferte
poifimus/ quorum fplendoteiiti uclud folis luce noduz hebetentur : Nam ut
omicta eos quos diligendilimus omnium grammadeorum Seruius fingulos
libros in fiogu los huius poctz locos commemorat: ut taceam quzaMacrobio
exceliend inta platonicos phiiofophotut nihil diam de iisquz&adiuo Hieronymo
et a di. uo Augufiino in hanc fententiam apud Maronem interpretantur :
nonne e noftris Oantbcm uirum omni dodnna excultum grauilTimum audorem
faabe« mus: qui eius idneris quo mundum omnem ab imis tartaris ad
fuprzmum ufi^ czhimpcragcatiine olibiillum ducem fingit/in quofummum
hominis bona paquitens/miro quodam ingenio uniam Æneida imitandam
proponiciut cu paua omnino inde excerpæ uideatur: nunquam tamen (i
diligentius infpicie . mus ab a difcedat : Nam nonne fiatim a principio ea
quz de medio ztatis tem ) 3ore:quz de fyluatquz de tribus ferisrquz
de montis fublimiiam folis radiis il uftntoconfa ipfit:binc omnia funt.
Mitto cætera: quz ita abdita in Oantfais poemate funt:ut non nili a
paucis iifdem^ dodiffimis dcptzhendi
pofiint. przponit igitur libi ducem Maronem in u re quz ad fummum
bonum.non au tcmadpbyiiccrpedetifeduideo me nimis cunofum in eo fuilfe :
quod paruo omnino nodo confutari poterat. Quapropter ego inilitutum
repetam. Tu autem indyte atip inuidilTime Fedence ut cztera fuperiora fic
Si ilh quz in ultima quaru diei duputationc continentur/diligentillime
leges. Multa enim illic inuenies propta quz te cum dTc : qui Si nunc es
Si fempet fuifti fummo» pæ lactahacict^norcef^ ex deo confilium tuum
fuilfe : quos a primis annia bpientiz amore flagrans ita te bonarum
artium fludiisaddiafti: ut quanto ta dic tua ztas grauior fitttanto
ardentius illis incumbastnam quod reliqui prin» dpes apprime regium
ducunt:ut aut multo odo uanifip ludis mircelcit:aut au cupiis
ucnarionibuf^ oe tempus tcrant:tu ne libero quide homine nili relaxan
dimtaduai aula dignu efle duxiflitred oportac eum qui aliis imperaturus
fit nWB omni dodrina excultu itddaaquq no fibi folatfed et iis qui fuz
fidei co} In. P.Virg.M.AIIegflu mifll rantjK dum «fit agit
«emplo: «dum fapienter inontt pncepto maplo limum prodifft po(Tit. Qui
rigis munus clTe ducat non alieno labore ueluri fu cus inter apes
alisfed pro aliorum falute laborare uiinnoaio sabiniuriupro hibtrr/fceleftorura<j
petulantiam compnmeretoibuafe «quum prxbere curcts Hrc autem sola philofophia
nobis pracftat. A FILOSOFIA enim habrmuatui pie uiuamus tui pietatem
ocmabhominemuft« ab omni fcelereabibneaniust b uapropter uere iliud
ufurpabat Ariftoteles fe id a FILOSOFIA afleculum efle/ Ut ea beneuolens/
cumuolupute ficerettquzmaliuinlegumatufaccrectv I gunrurtbonis enimCut
piato ait)lex deus eatmalis autsm libido.huiufcctnodi Igitur fludia
teita exculturo/ita omni ex parte expolitum reddiderunt/ut cum a inultis
quod crimen fortunx eft imperiis finibus fupereristiis tamen uirtutibiisi
finequibus nemoun quam iedeimperauit/ omnesexcedas. Sed cartera omoa
quibus ex mortali humuculo te immotulem ducem reddidifli ad prxfw omit
to> Ptxcipuam autem in mnfaium ac philofophix cultores benignitate
tacinii prxterire nullo modo polTumtium animaduertam te ea in reiure
omnibus prx ferri poffe.Scimus in tata admiratione apud antiquos fuifle
Ptolomxu philadel phum ut ptxclariffimorum faiptorum laudibus etiam poft
tot fiecula florentit fima fama celebretur.Et profedo fingulatis fuit in
eo rege iuftina mitabilifip cie mentia.In te autem militarimec uirtus
illi/nec fortuna unquam drfuinSed nb bil in fuis omnibus
aaionibusmagisextolliturtqua quod regnum fuM libera liffimu oibus
litteratis hofpitiu efle uoluerit. Tantu autem iis qui aliquid fcripfif
(ent debere putauittut Demetrio phalereo no folum philofopbo
grauiflimotfed oratori copiofilTimo negocium dcdentsut fibi ad quin^
faltem milia librorum in fuam bibliothecam congerenda curaret. Q_ua
quidem io re quos furoptus fe cetitttunc optime conieiSati poterimustcum
uidetimus quantu in fola mofaya lege elaboraueriti ut illam interpretadam
ac in grxeam linguam conuenendam abhebrxisinterprctatetur. Primo
enimoesiudzos quifuperionbusbelliscapti in fuo regno fetuirent diligmter
inudligandosiat tingulos uicrnis drachmu redimendos/& in patriam
incolumes diraittedosmandauit: quorum numerus adeo ingens fuinut foluta
fint a rege fexcenta ulenu fupta fexaginta milia. Dtf inde legatos ad
Eleazatum iudxorum pontificem uitos sumx audori tatis mifit Arifteaside
quo paulo ante dixi et Andtea prxfcdumfuuiMifitptxterea men< hm
auteam/craterefej ac phialas donaria in hierofolymitano templo ponendi.
Mateiia uero hoium uaforum fuit auri quinquagintatargenti uetofeptuaginta
ulenuigemmatum autem atqj lapillotum quibus uafa omab dilUnctatp funt/ ad
quinm milia adhibuit/qui omnes mira elfentmagnitudine. Q_ux liberalit« adeo
accepta gratacp Eleazaro fuittut duos ac feptuaginu ftatim ad regem mi'
fent i non plxbeos illos quidem/fed ex principibus dodiflimis ita elrdos/ut
ex fingulis tribus fenos fumeret s qui legem dei in grxeam linguam
Ptolotnxo conuerterent. Q^uorfum igitur hxef Nempe ut intelligant qui
diligennus rem confiderauennt Magnificentiam tuam erga dodrinas noOra
tempelb' tt non minorem efle / quam oLm Ptolomxi fuerit s Hoc enim folis
luce cla/ liua apparebit ; Si Imperium Imperio 1 Si Sumptus
Sumptibus conferantur. Libtt guattui nfeaumnonfdl amutiiuerrz xgyptiopulentiitiimum
regnum poHidebat/un^ dcaurt argenti^ inædibilisuis proue Diretired Tyriz
quo^ ac phcnictz tnaxi^ mam partem ucdigalem babcbat.Tuos autem bnes nemo
ignorat. Adde quod quo tempore Ptolomeus regnauit/plurimos A(ia at Europa
prineipes habuit • qui poetas t qui pbilofophos/qui oratores/qui
hiftoricos benore opibufi^ bone rent:ut et li fuo ingenito (hidio illa
faceret magna tamen cx parte emulatione quadam excitari uidereturme quos
opibus uinccoatxabiifdem huiufcemodi glo tix genere fuperaretur.Tua uero
benignitas in ea tempora ineidir/ur nili ardeUi* tilbmafittfacile czterorumprincipum
auaritia extinguaturxQ^uaproptcr nulla omnino eorum munerum quz in mulas
con fers/gratia noftro fzculo eft bahim' daxinquo neminem reperias ex iis
qui nunc imperat:cu*us exemplo excitari pof» lis.Sed quicqd estes
autemres omnino przcIarifTima/id omnetuo ingenio;'U3 innata humanitate cs.Nam
ab aliorum moribus procul dircedens/unieum te exemplar ofiFersrquem et ad
fummam liberaliutem czteraf<^ omnes redas adid æs/&ad ueri
inueftigarionem reliqui fcquantur.lta enim uirtuiem adamas: ut illam non
glona dudus/fed eius amore alledus ampledaris.Euenit rame ut qud admodum
umbra corpus (emper fequitur: etiam li id corpus non quzrarxHc < ua
pie iuHe/clementeti^/ac fortiter fada non adumbrata quzdam et inanisiTed
foli da cxprclTa^ gloria fcquatutx Scd res polhilatxutiam ad noftriim
heroa rrutrra^ murxin cuius adionibus tu mores tuos ac uitx inlliiutum
facile recognofces. Co ucneramus igitur eodem in loco bene mane quarta
huius difputationis dic. AN ^ cum miro deliderio BaptiHz fermonem
expetere uultu gcftucp fignificarcm^ illexurquz explicaturus eilet iis
quziamdida fuerant commodius annedrrrt: buiuiinodi difputatiotii fux
prindpium adhibuit. Vidimus badenus dodilTimi uiri qua piudmiia ac animi
magnitudine omnibus iis fotdibusxqux a corpore^ ueniunt fc explicauerit
zneasxNamne troiz periret: 8C corporeis uoluptanbus pe nitusobruerctucmon
dubitauit exui in altum ferri quis incertus quo fata ferret: pod hzc
thracenfes rapinas uc eas primum cognouit mira celeritate effugit. Ar«
mox in rebus dubiis a fapicnria conlilium coepir : deceptufi]^ Anchife
interprz tatione.Namquz a corpore funt facile corporea fequunuir.uitam
duilem in Oeta fibi propofuit * Sed nec piguit errore cognito uela uentis
iam tertio dare .Delatu!^ mlhropbadasaducrfusharpyarumauaritiam inuidus
pugnauit. Nec per medios hoftes ad Helenum enauigare foimidauit:
Prztereoqua prudentia qua animi przdantia iam ab hcleno dodior reddirus
immanitatem cyciopu de<< ciinauem : qua indudria ac celeritate
fcyllz charibdif^ mondra euirauenr : quo fiudio atramentis ardore defundo
iam in licilta parente nauigationem in lra.< liam rufeeperit. Verum cum
lunonis dolis :zoli<^ ac uentorumuiribus parcis fc non pollet:
celTicilIequidim conlilio ad ueri inucdigationemin aliud trm
pusreicdoinaphricam eo animo diuertit: ut quam primum per tnaris id
edap> petitus tempellarem liceret : in Italiam tenderet Verum in
ditione aduerlilTimz dezconditutus : et amore Didonis delinitus/Vide quid
pTolfit ambitio: quantu ad mentes maximorum etiam uirorum euertendas ual
eat / regnandi i nquam cupiditate dclmitus is qui reliquos iam
perturbationes ac uirufupctauerant di<« In.P. Virg.M.Allego. uinil
Tifflumcoafiliatnio Italiam enauigandiomiiTtttotum^rein eo dednatt ut
regnum carthaginmfium coSabiliret : perrcueraflctcp in errore ni(i
acczpifb a Mercurio non placere loui ur pulchram urbem uxorius extruat. Regni
autem et rerum Tuarum obliuifcatur : Prxcipitur enim homini a fumrno deo
ut ad fu« am originem rcuertiuelitrQ^ux præcepta nobis dodrina quam
litteratilTmKv rum uirorum uel Termonibus uel libris accipimus i facile
tradit. Rede igitur ar« guitur arncM/quod uxods urbis t ea enim eft uita
in adione polita adminifbatio nem TuTcepeiit. Suiautem regni 8c totius
contemplationis qua Tola mentes hu> manz regnant Iit oblitus : Maximei^
hoc urgetur/ut Ii tantarum rerum gloria ip fum non mouet i Afcanio Taltem
tuerediTuccefloricp Tuo conTulat < cui regnum lulia; t ac romana
tellus debetur: quo in loco quidnam aliud ATcanium intelligcmus nili futuram
ztemami^ uitam: qua: huic breui Atmomentanea; Tuccedit. Nam li dum intra
bzccorpu Tculauer Tanturanimino lhitantisrerum terrenarii illecebris
demulcenturiut carleflium contemplationem de Terant/ memineriot 11 in
futuram uitam uitiotum labe inquinati et nulla dodrina exculti migraærint foce
ut nulla unquam ueritatis luce illuftren tur: Q uapropter regnabit
Aiani< us:nuIIuT<^Tuoimpecioiiniseritnilieoapatre dmaudecur i futura
enim uita ab hac quam uiuimus ea rationeiquam oftendi iure gigni dicitur
: ab eadem^ li focdida 6i uitiis tenebriTcj inuoluta Iit: tanto bono
denaudatur. Sin contra manebit fcelix at^ a:tcma : Nam Hic
domus xnez totis dominabitur oris. Et nati natorum et qui nafcentur
ab illo: Q_uzquidem mandata cum acczpilTetzneas: quid mirum li
uehementercom< motus Iit : Erat enim in eo animus qui excclTa Temper
TuTpiceret. Ita^ Te tandem
excitas cupit qptimum abire: et terras quamuis dulces relinquere. Alluetusenim
poteftatibus at^ imperio uirfi£ dulcedine captus non line dificultate
diTcedit. Sed cum ucrum bonum ab eo quod falTa opinione bonum putat"
diTcetneteptv tueritiillud tamen anteponit: Cum uero poli diuturnam
conTuItationem inla« lutata inTcia^ Didone diTcederedecemat. Nouerat enim
no efle pal Turam illum diTcedete fi IdlTct/egregie admonet cum ab
huiuTcemodi rebus animum abduce re uolumus non efle molliores animi
partes confulendas: Ted clam illis uela in Ita Itam facienda: Talia enim
bzc Tunttut quanto blandius ea appellemus : quato familiarius Talutemus/tanto
maiori contumacia aduerTcntur. Sentit tamen d(v los regina :&iniquo
animo fert uita ciuilis a uiro excellenti deTeritpradcrtitn li non fit
alius Tapiens/qui Icxro illius Tuccedat.binc illz quzrelz nulla libizx
znca robolcmfuperciTe. Quamobrem ratio inferior quam mulierem appellari
diximus huiuTcemodi argumentationibus uirum egregium in uita ciuili
retinereitt a speculandi propofito auertete nititur i Primum enim ita
urget ut quzrat quo modo eam deiicrete Tublbncatia qua tam ardenter
ametur. Amat enim ucbementer virum excellentem vita duilis. lllius enim
cunfiliis imperia non modo paran tur/& parta con Teruanfuriuetum
etiam augentur. Sed nec illud retinet non Tet' uate illumlidcm quam
dederat. Suavitare enim imperandi iam totum Te adminiHtarioni dederat zneasi Quio
di Te moritiuam Tidc Teipture docet; Nccinub 1i I I I t t t P u 9 0 9 u n I» P“ ca nii da ttico: iKg da dd od R.! dia b&' ht loj on IBU' «nI 1« tii AV u tua 8“ liii Ml LlOfi Odi ns
ilii ntoi iU IIlBl' lO* loli
niii jA«< Dlli
tffll*' yb BD^ a<? J»!*Libo gimttu to alito
eucf UKloIcb Namdcflituta a uimite agendi facultas pereat necefle
cft: Dctcnetezdif&cukate hiemalis navigationis. (^uare (Tgnifiantut
labores ma^ jdmi t quos (i in Italiam uenite uolumus fubituri
fumus.pofiremo in hoc uche>< mentet mlifiit/li reuotetetur ad
Ttinam Bl ad uitam uoluptuol^ t non tamen illi efle concedendum: ut
honores relinqueret t multo autem minus cum loca fi bi incognita petat t
nondum enim nouerat Ipeculandi uitam. Dcmum ad
c6mi< fetarionemconuer{alachriinaseffundit.connubium, incoeptum ad
memoriam reducit. Q^uicquid fuaue oUm a fe acczpiflict exprobat:& ne
domum labent em dcioatobuftatur. Pofluntenim uchementercommoueri mitiora
ingcniaicuia parcntes/cum liberi aattiif (anguine coniundi/cum amici/cum
patM ne dcfci' ratrogantrne incoeptam fcxictatem relinquat przfertim cum
uer^umfitineim perium a bonis uiris defiitutum/aut Pigmaleonis
auaritiaiaut larbc tyram*de in« uadaf .Q^uodtunemagu ucnoemur cum alius
(apies qui (ibi fucceclat no telin quaf sQuz quidem omnia cum rerum
agedatum rado animis noSris obiidatr non pollumus non uebemeto
comoueriiSuccurnt enim platonicum illud quo quttum generi humano debramus
/grauifiimeadmonetiut humanitate eruere uideamur/fi humani
focietatedeferamusiucru cum aladuettatmagnus uir men tem fola eficiqua
boies fumus; ea no agendo fed cognoiicedo pcrhdrid^ louis
pcaneptucfieimotusmanetiat obnixus curas fub corde prraut.habet aut
quo|> pofitu opnme tueri poiTittNon enim inficiaf bene ^meriti ciTe
reginam. Quis enim no uideat magna humanx hnbecillitad adiumeta ab hcK
uitx genere fue* nirc:(^um BC polliceffe illius recordaturu dum fpintus
hos reget attus: Nam eu derua abfoludflimu appellabimus:qui iu in
fpecmadone dum uiuit uetfef : ut uicifliW cum ccs poftulat agat.Etgo no
fugit a uita agedi < fed inde recedit: qa cu ea no cotraxerat
matriffioniu.Non enim nati fumus ut drea mortalia uerfemur: illif{^
coniugamur.Sed neceiCtatis caufa efi illis in(iftcdum:ut tanta opere impd
damus:quantnad fodctatcconfcruandam fat fit:quaptopter (i Dido Carthagine
deledac :hoc autem efifi in adione inferior rado libenter uerfaf liceat: fit
fuperi^ ori Italia dclcdan poflem mulca ciufdcm otadonis ad eadem
fentendam trilTa^ ce. Sed fit aliquid ex mera hiftoda didumiRcIiqua ueto
qux ad plurimos uerfus dicunmt:eam uhn babet/ut libidinofum K corruptum
amorem detefienf :at^ tantxfceminx grauifiimocxcmplo nosadmooeat:ut tam
mrpem/tam pctnitio.« (am pefie fugiamus:comode aut eunda qux a PauEmia in
platonis fympofio de tutpi amore dida funtiad bde locum ttan(Feremus:ex
quibus pauca qux a nobis cum de Paride uerba fcdmus dida funt : memoria
(i repeteris intelligeris umSu mum effe Ptoperrianum illudi Durius in
terris nihil efi quod uiuat amate .Q^d* autem magno pedore curas
pcrCmfcrit xneas: fit tamen mens immota man ferit/ oftendic uirum qui
deorum prxeepris parete deacuerittiam ab inconrinenria in quam Didonis
illecebris ptol^fus fuerat/ad continendam redi(rc:tt quis amore
urgetetuntamen hone&umuoIuptariprxpofui(re.Oidonis ueto interitus
nobis pcrfpicue oflendit perire ncceffe c& eas res publicas qux a
fapientibua deferanf. Non tamen aberrabimus fi amandum at^ amentium
furorem cxtrcmainij de f^aarionem huiulcemodi exde oilendi putemus. Æneas
igitur deorum admi}« 1 ti In. P.Virg M. Allego» nitu
in Italiam enaiugat. Verum infurgente uentopt u! palinurus nauis gubertia
tor negat ea tcpeftate Italiam pe Q poiTc.anenticur zneasiut in Sidliam in qua
in fula extindus parens nondum debitis exequi is oraatusiacebat/dcfledat.
^uo in loco quid fibi palinurusuelitline ncgocioex iisquz de illo paulo
fupra expt’ fi cogDolcerepotcttsicum enim huiufcemodi appetitus facile
pturbationib^ob tuar' inon modo a tedo cuifu auertic' :fed znea( hæc aut
excelleris uiri mens eft} pctixpc infuam femetiam trahiteut ad patre»
hanc autem imbecillitatem quama corpore cotrahit aius iam ciTe
diximustbeet intelligere ad patrem inq/quis iam de fundum redeat»(i uero
ad memoriam ea teuocaueris qua: de ficilia lam diximux non ab re
cftipfistroianisiut in eam infulam redeaaundebreuifiima (it in lulia
nauigatio»Poeta tamen cuius cofiliumefi no folii ut grauiffimas res
j>ferat:fedil Iaauatiaiocudiutciuafpergat:uttcdiumtrifiitia« pfundarum
rerum comites penitus amoueat/uaria ludopt genera interponit.Hzc igit' iu
adminiriobantut abznea ut paulo poft oibus ablolutisin Italiam elfct
foluturus.luno uerocui^in troianos o^um/nec ulla calamitas/ncc tpis
diuturnitas explere poterat : qa quo illosltaliz
j>pinquiorcscerneret:eomagisaccenderet' oblatam occafionem non 5
rztermittit:Cum enim feorfum a uiris imbecille mulierum genus deliderio
ta< em quiefcedi mcedius cofpicare^ pa irim illis ut naucs incedat
pfuaden Quz qdem (ic accipiteirerum terrenarum cupiditas no uiros/nam
pars fupior rationis non facile his rebus frangit':fed ipfam inferiotenr
tonem a fupiori dUluudam p fuadetiut rerum magnatum ^poficotcicdo tedium
longioris nauigationisrefii giaud^ubieficonfidcaCiMuUetcsigit quibus
inglorium odumlongccarius (iu q honelius labor prijtiio ambiguz
miferuminter amorem pizfenris tertz fatifq| uocatia regni malignis mare
oculis ifpiciut.Namcum ratio tnfmocquzafupe* tiocipfuaU illam ad quxqj
xgregij Tequit' nuceaabfente paularimfenfuumiiiei cebris cncruac' idoncc
tadtm uidi fc iliupi potefiati pmittat.Naucs igi^ mulieres inwcn dioafrumei
caduriunt. Hoccumdicicportauolutatcquz ad res magnas, ferebatur
incendiocupidiutum perire o(lcdit:pen(rrtauttoticlanisnifi Eumci Ius
piculum (fatim ad zn eam reiuliffeciErat enim Eumelus uir ad mulierum cu
fiodiam telidusiNam huic parti inferioti metis acerrimus qdam cofeietiz
remoc fus/cui bonaceda^ cuiz fimp funt ftmp adcfiiHzcgtzce fynderelis
didturuis (.nobis ingenita qua animus Sc ad bonefta crigiturtK a turpibus
tefugit»Hacau lem nomen ipfum uii i ajpertc demondrat; enim boni cura
facir leinterptabimr»Hicigit^Iapfaiam in facinus muKere
temaduitutefcrt: Quo nuncio percepto primus Afeanius ad iiaues eripiendas
aduolat: ASCANIO autem celer robuduli^ magno animo prxditus Æn»iiliuscft:quemiuceiatetptc
tari licet uigotem quendam ex ip(j mente natum: Hic autem nullo tenore pto
liibemr qum contra pericula pnmus feratur: Sequuntur reliqui t fed io
primis zncas: At mulieres uiris cogitis incoepti poenicet t A uiro enim
feiunda muli* er aduerfus appetitum minime repugnat <Q_uod (i tutfus
uiro coniungattirt iam robufbor fada/ SC ueluti e tenebris erepta tum
demum acata iam cetatt/Sl a lunonedcIuCam e(fe dolet pudet^: Non tamen
incendium facile tolli^a Nam optusalunoæappeunuiacop^cueut ut
uoluntatcmsquæ, nobis ad (uo»; tti «di r S 5 1? S B jr 3 .te
e Liber quarttu inutn bonum euehit/omnino perdat: fir^ mifera
in bomine diftradio t eu atio ratio dutat:aIio appetitus rapiat i Q^uo in
loco cum mms noRra fe tanto cer« tamini imparem cognofcattnititur illa
quidem fuis uinbus/fed limul etiam di uinum auxilium implorat id autem
impetrare meretur. Nam qui ita deu præ atur/utiaterimipfe quoad ualeat
libi non delinis adeo minime derenc. Nam
quodaSaluRiofcribiturnecprzcibusnec fuppliciis mulieribus auxilia deo«
cum pararitrededidumell. Non
enim inerti ac delidi/ K qui in fummam rr^ tum defperationem prolapfus
nihil contra pericula parat auxiliatur deus. At qui magno aduetfus
difih^ltatea animo infurgit:qui nihil inaufum: nihil in«
tentatumrelinquitiquincc periculis terreturmec laboribus torpelattis profodo fe
dignum f^tcuius S dii d homines commirereantur. Quapropter fapi« enter Æneas
ciun nec uires beroumtnec aquarum uis infufa prodelTrt: ad prx*
cesconucrtiturtauxilio impetratotcum iam quatuor naufsai Tumpræeirentt
teliquz ab incendio feruantun Cum autem naurs ad totam turbam tranfuehen
dam deeflimt terat fenis nautz conliliumutimbeallior turba in Sicilia
reiin' quctctursutbfm illis habitanda conderctur:hoc confilium oraculum
paternum louis enim iulfu locutus cR patens/ex ancipiti ratum hrmumt^
rcddidit:Q_ue iocum nili uos aliter cenrcatis/itaintcrpreubimoi. Ad
diuinarum rerum fpecuo lationem fola mens omni uirtutum robore iam
fuffulta acceditiReliquzenim animi uires quz imbecilliores funt
naues/illz enim fune uoluntas/quibus illuc ucbantur incendio amifcrc: Q_uaproptcrreuocanda
cR mens a frafibusihocau tem confilium ab. eo uiroprohcifciturtcuimagi Rra
Pallas fueritteR enim a fapi entu dodus: Approbatur autem ab Anchife fed
iam fcpulto; Nam qui a ra« bonetamfubadiruntfcnrus/facilein eius dicionem
conccdunr/ przfemm lo> ue iu iubencct conuertutur^ in rationem hoc
ordinc/ut ratio ipfa etiam fupeno remlocumarcendensaf Ficiacurintellcdus:
llleautem£(iprein altiorem gradu cuadens intclligcntia redditur. AR
intelligentia in deum comutatur. Hmuic&> modi igitur cofilio at^
oraculo utimrÆnas.Non tamen prius e lidlia foluict qua lacta pie tite faaatinorat
enim qua laboriofitquiip periculis plena lic h\u iuCccmodi
nauigaboiNoueratquancz molis erat romanam condere gentetSed nec Venus
quicqui interea remittitiquinuehementer pro faluce hlii anxia oia
drcufpiciat.ln primis autem Neptunum rogattac mare tranquillum reddauNa
amor quo ad fummum bonum rapimur fupiemam in bomine rationem horta tur/ut
appetitum m fua poteRate cemtineat: N epcun us om nia benign illima pol
bcctuciNihii enim denegat ipfa mens amori ad redum eam excitanti : Neqi
ell ptocula ratione/quod oRendat Venerema fuo regnoottamtlTetEReaim
Ne« ptuncu regnum marciquod quidem ducn ab illo regitur/ctanquillu eR. In
hoc czii uitilia lada dum agitanturifpumam gignunt ex qua oritur Venus. Supte«
ma ergo ratio appetitum intra fe continens in quem uiriliaczliiiccirco
decide», re didmus/quia in appetit um a ratione adminiihatum uls quzdam
cziitus ca dittquz in eo agitata diuinarum rerum amorem proæat t uod
autem oes prztcr unum Pahnuru incol umes in italiam peruenturos promittit
i no ne cz oxtdia^ut aiunt gtaxi^philofopbia erutu cR: Nam clalli in
Italiam tendenti In. P.Vtrg.M.AIl(go. flurimeaductbtut appetitus /qiii a
folofenAi profedustulul altum (iifpic^ Quapropter rquadiu claiG
prxfuitinunquam ttaliam tangere potuerunt Tnv unuSedundema Tomno
opptcfTus mari cztinguitur.Nam poftquam rado acarime ad contemplationem
conuettitur:& caducorum curam reliquit: Nt< hil ex iis qux fenTum petmuicere
pofltnt/appetiturt Vnde uniuetfus Uleappcdi» tuspaulatimiapituctac
fopmisezdnguitur: Cial Csautcmcnamline fuoguber tutore tuta fcrtuc
Neptuni promiiTis donec ad fyrenum fcopuJos deueniretrlbi autem fluitate
ciuncarpiiTet Æneas temonem capiens nauem in undis noAur« nistezitiNam
animus nofler cum iam fibiitaliam propofucrit fccurus fertur/ donec in
uoluptatumfcopulos incidattTuncetum temonem capiat oportet ap pedtus
tationalis Tquiaduerfantibus uoluptatibuscaiitra obflfism Eztmdoigw cur
Palinuro Æneas tandem poli diuturnos enores euboids allabitur oris
.In iuliam enim ucntumcll ad quam gubernatore Palinuro nunquam
perueiuflet 1 ingrefli funt Jn quo non idem curnit quod in
cartbagine Æneasslam portum ingrefli funt :In quo non idem curnit
quod in cartbagine a portu euenifleoflcndit poeta. Ulic enimnaues'ficli
procul a rabiat fluduum in tranquillo efle uideremurmulla tamc nant
anchora alligatx. Quapropter qua quam non omnino ucxabantuRin aliquo
tamen erant motu.1^ autem anebo ra fundabat naucs: quo oflenditur eas
ueluti fundamento nhex lint flabiles hx« rcrcoportere.Summum enim illud
bonum:quod in negociola et duiliuita a philoiophis ponitur: 8t
flinbuiufcemodireceflupofltumflt/utprocuia fotttu nx procellis uirtutum
benefido abflc:non tamen ita conflabilitum cfltquin la« bcfadan
poflit:Q_ui autem oi.'':} vum rerum libi contemplationem finem lU timum
propofuit/bic iu in tuto ac folido rationes fuascollocauit:ut nulla ui di
tnouere poirit.Nam aduentusin italiam oflendit habitum uirtutum um contradumiu:
utaptopoiitauita non fit difcefliirus Æneas/non tame earum uit
tutumtquxfuntanimiiampurgatit Namnihil fibi diffidle iam proponeretur/
fed earum quas dicunt purgatorias. Quod quidem propolitum iam conflabis
litum fortitudo fit animi robur non deferitinec ipfe ardor rd
aggrediendx. Q^uam quidem rem tunc ezpnmit cum ait luuenum manus emicat
ardens Lic tus in befpcrium: Manus enim indicat omnes animi uires
cocurreretqux e me« dio iam fublato Palinuro fefe menti ultro fubieceranti
quod autem ardens fit concurfus uehemcntiamindicatiNe^ ab te efl quod fit
manus iuucnum.Ofle dit enim animi bene affedi uires nnllo fenio in quo
tedium torpor^ ficigna«. uia efle (olet unquam aflid: Quapropter non lento
palTu rem agit/fed emican Verum quia dum in corpore ezulat animus:quauis
fe totum fpecuiatioai dc^ dati non potefl tamen non curare neceflariat
ea’ enumerat poeta quxnonuo luptatem fenfus: fed incolumitatem uitx
rcfpiciant. Nam quxnt parsfemi nafiamis ObfttuIainuenisfilicupatsdela
feratu Teda rapit filuasinucta^ flu mina moftratiinferiorcs igitur animi
uires bxcagut. ENEA aut quo nobis m& exprimit" i Arces quibus
altus Apollo prxfidctsHotridxip procul feæta fybil» kc: Antru imane
petitt(^uod cu fadtad rea diutnas cdtcpladas erigit t Na qui aliquid figurarum
inuolucris fcribuntibuiufce modi rpeculatioes per excelfu loca aprimBt. yadc
illud e p(almoi(^uis afccdct ia mdee duif A et illud = b Sj K n n i»
la Ap OL ttl d bt ttn
lut % dt.QURI bii iO ni£ fid «w
Ots sed| iæ N «I K Liber quartus Nam cum in ui^tum
in contemplatione pofitarum finis uerum fit/ quo fapi^ Clite
efficimurtreiSe omnino folem huic rpeculationi mopolicumeflediiitNa ut
nox tenebrz infcitiam arguunt :ita lucis dator fol ueriratcm fignificat: Cuius
exemplum fecutus ciuis noder Damhes cum ab ignorarione rerum ad ue- ri
cognitionem progrefiiim ponit fe ez node filua<]^egreflum montem cuius
iu ga foleilluilrata fint/afcendere reflatur. Addit pratterea antrum ibi
efle Sybii« be magnam cui mentem animum^ Delius infpitac uates aperitrp
futura. (^u£ quidem locum ut diluddius-ezpritnamus pauca prius de Sybilla
percurr^mt mox ad rem de qua agitur redibo. Conflat igimt Sybillasapud
grzcoseas mu» iieres urxitati folitas t qtiz furore diuinb afflatz futura
prædicerent t Eft autem Sybilla quafi id enim efl dei fentennatquoniam
dei conlilium fitn tuitura et enim æoles deum dicunt : quem reliqui
græci nomnantt Quanquam (iimtquiuelint fatidicam muiiæm apud Ociphos
bocno mine appellatamta qua demdereliquz futurorum confcia: cognommatz
linn faas exuariis regionibus' decem fuifle colligit. M. Vano :Q_uas ego
omnes fi quid ad rem pertinacatbitearertfuo ordine proiequi non
grauarenSed ut ui> ^.nihil ad hoc de quo nunc agitur iQ^uamobccm fatis
fuerit uidifle Sybil lam facile rerum diuinarumdoi^inam interprztari.hzc
autem nobis ca qux Apollini nota fumifine mendacio przdicitt Nam
fapientiam uericatcmtp ape» m.quodueto antium ponitiexprimic ucritatem m
obfcuto latete. Nrtpreme» tetriuiz lucos Apollini templo adiungit: luna
enim corpulenta uebementei cflifiC reliquis lyderibus inferior. Q_uapropca
rerum humanarum quz diuinis longe inferiores funt/figuram iutc habdne : 1
lia enim lucis przpouitur: res au» tcmhumanzin fylua obrutzfunt: non enim
corpore carent:& utiuna afoie lumen recipit t ita Si ipfz quiequid
habent a diuinis habent. Collige ergo cu lapientia non modo
diuiturumterum/fcd etiam humanarum fæntialit re» de Apollinis templo
Dianz lucum adiungi. Templum dtumatum rerum lo»cus efl. fylua
macenanotat.Templum laoius zdiheium deo (aaumiin quo res
fdlasdiuinasagimustab reliquis abftinemus t quoniam cum illud mgrcdi»
muria negoaisceflamustfiC foli contemplationi incumbimus.Trmplum aute a
Ozdalo conditum ponit t Q^uid igitui aliud efl zdilicare templum Apollini
nifi reddere fe idoneum ad fapientiam capiendam.Q_uod quidem tunc dcnii^
fadmusicum ab omni corporea labe purum animum ad contemplanda diuina
tranfferimus.hocautem Ozdalusuiromnibus optimisaitibusinflrudus fa»
cuepotefliin quo tantum ingenium fucriciut Si DzdaIaCitce& tellus
dzdala a poetis tunc maxime dicatuticum maximum ingenium
oflendercuolunt.Ve» tutantem non mariinontetrainec ad meridiem infimam
nobis mudi panemt fcd per fublimem acrem ad reptetrionemiNibil enim
humileinihil terrenum fit in camente/quz ad fpecuUtionem fertur I fed ad
fublimia czlefliai]p engaturt Efl autem primus fpeculandi ingteiTus a
uitiis. primam enim cogniuonem efie oportet circa mali naturam /ut
ualcamus ab eo abAinere. Nam nifi expiati a uitiis fuerimus i nunquam diuina
attingemus t Vt enim idem fiepu ut icfctam/ negat Dauid
quenquamalcendctepoflc in montem domini/nifi Ia.P. Virg-M.AlIfgo. cum
qui fit innoces ihanibus 8C mudo corde:(^uapp in foribus per qmt etat in
templum aditus homicidiu Androgei: Adulterium Pafipbzs& Icari faftus
i|>onic .Hzc ergo a principio fpeculatur Æneas.In uitiorutn autem
cognitione 'non cft diutius imoradu.Nam Si (latim ea noile oportet: et ftatim
a noris dilco dere.Rede igitur^ fjrbillaquaiamprarmilTus
Acatesacceriieratadmonef Acne asine in tali fpedaculo Idgius tepus
cdterat:Nam excellentiores quoep uiri uad is uoluptatu illecebris alledi
labercnt :hi(i.eoru cura BC Ihidio eam elTent adrpd dodrinamtqua monemur
ut paululu illud uitæ ac temporis:quod humanz ra dcoDccfrum eft non nili
magnis et excellis rebus conterendii ducamus.Hocau tem inter egregiu uiru
ac ftuliumintere&.Nam alter li femel labatur/non facile furiet Altet
liquonia corpore uac animuspauluquandotpeuia deflexerit/ flattm adeft ab
Achate accerlita fjbillatquzad redudeducattledmira profedo poetz
ingeniu:qui fapientiamipGm Tua fapientia nos edocettprima ita<^ dodri
na ea efl ut purgati mundicp templum ingrediamur : Deinde oflenditquiuis
mens nollra quzdam Tua SC a fummo deo fibi indiU ui cognofeere poflit:eogai
tionem tamen diuinarum retum huiufcemodi eflexut nili diuino lumine extu
.tusillulVremur:illamcondperenonpoirimus:Hoccum fit/quis non uidetprz
cibus et ficrificus rem efle a deo petendam: Elegit autem feptem
hoftiastquonii Teptenarium numerum multi pnilofophorum perfediflimum
putauenmttpro ptereatp fapientiz attribuitur:8t uirgo ac pallas
appellatur: Sacrificat igitur fepte qmrapientiioptat: Ne(p temere didum
efl quo late ducut aditus cctu:hoftiace tum:per aditas enim multiplicem
uariamt^ dodrinam expim!t:quaad fapien riam ducamuriHoQiiueroquz quidem
uenientibus:refe opponunt non pat uam in re difficultatem
oflenduntiHateautem non ante patebut : quam id prz dbus ab imo pedore
fufls impetrauerimus.Sumo enim animi ardore et mente illi penitus deuota
fapientia acquiritur: Vt aute Gpientiam aflequamuri promit tit le templu
Pbcebo et Dianz fadurum:fed de templo paulo fupra dixi:huc ue to quare
illud de folido mamiote Fadurum fe pollicetur / breuibus expediam: marmor
res dura ell:ac mirus in eo 6i candor et fplrndor apparet: Vnde ab eo
quod gratei fplendere dicunt nomen fumpflt: C^uz omnia in ea
mente/quz ad Ipcculationem erigitur infint nrcefle eft:Brit cn m folida
ut quemadmodum inunis fludibus fua duririz ita obfllHt feopu^ lusutipfe
integer maneat/illi ucto illidantur:difruprir<^/rclidant:ltcmens nui
lis perturbation bus frangaturifed illas frangat: dicimus przterea aliquid ez
fo lido marmore clTe.cumnon marmoreis cruftis externe exornatum fit ; fed
tota cx tnaimore conftet.O uapropter 8i buiurcemodi mentem efle
oportetiut no figna quzdam quibumpientiam exoptet przfeTat:rcd tota
exardefcensilli fetn per incumbanErit itidem fummo candore nitens: ut
nulla fit corporea labe polluta.Q_uo enim padofplendore carere poflit ea
meos cum fapimtiam na qua perceptura fit:nifi prius multis dodrinis
illuflrec%Teplu uero Pbcebo Dia nzip ponir:qa^ut mo diceba ^ et diuinayt
et buanape reru cognitio cft rapictia Dies aut fcftosfoli Apollini
illituit:qauenis cultus foKs diuinis debctur.polfi ctt et S jbilJz
penetndia: in qbus fuz fortes 8C arcana codanf : Na nifi alta totte I^bct
giMrtus. rcpofita maneant ea qax per dodnnam acquirimus 'ueluti rianai puelfa;
alHduo labonbimus:ne<p unquam pcrforarum uas adimplere
uaI(bimus:Q_uapr(v pter 6C uiri ledi fortibus przponendi funt t Nam
excellentes funt uires animi ad bbendx : quibusiqux didicerimus optime
mandentur : Curadum autem in pri Inis ne refponla frondibus (dipta
tradantur: Sed ore pronuntient ur:Non enim JibcUisfiCcommcnUrioIi SCT edmdafuntquzaddircimus:
fed menti: Ne^ ruro (iuleuium flultilium^ rerum eQ quærenda dodrina ueluti
qui in dialedicorum fuperfluis apdunculis/ac uanis
amphibologiis/autlnanibus fabellis omne pen e tempusterunt: Vereautem
illud didumeftfybillam circa principiuih nondum pbcebi padentem eflie :
Ea enim principium nondum pheebi patientem effe: Ea enim quz cognitu
difficillima funt/fuidpete non ualent noftra ingeniola donec Apollonis
enim eff neritas nos componat : ea enim inffrudis omnia Facilia redo
•duntut : Sed audi quid dicat Ijbilla. O tandem magnis pelagi defunde
periclis: Sed toris grauiora manent : Nihil grauius nihil uerius: Qui
enim omiffa ciuili uitaad eam peruenitiquz in contemplandis rebuspolitæffiille
relido pelago^ io contipentem fefe recepit : Vita enim quz in adionibus
uerfatur: fluduati ma ti fimiliima eff : Videmus enim omnia quz in ea
aguntur : fottunz procellis ezo polita effe: Contemplatio autem cum ad ea
uertatup : quz eodem femper fe mo do habent: ne^ in intoitum cadunt in
folido hzret: Magnis itacp pelagi pericuo lisiadatus eft zneas prius quam
longis erroribus circumadus diuerfa horrendao ^ maris monffra uitare
potuerit: Diffeile enim fuit ut troianum incendium ino columis ruaderet :
laborioTum ut audelitate atep auaritia deterritus e tbracia abi ret : In commodum
ut ambiguitate oraculi deceptus in trinacenfem pedem incio deret. Q_uisautem
barpyarum foedam illuuiem non abhomineturr Q_uamuis iter ad Helenum per
medios hofies non formidet. Q_uh cyclopum immanitao tenonconffematurrMariaautemlicula
ita caute obire: utneue Ttyllam neue •baiybdim conrpidati^^ tempeftati a
lunone zolo^ ezeitatz ita refidere:ne nau &agium faciat non hominis
fed herois eff. prztereo quz in fodis in africano Kt« tore paffus eff :
quas ilh fraudes luno parauerit : quo amoris uinculo Dido illiga •erit :
prztereo quz in Sidlia ex incendio nauium damna acczperit: uz om«
nia gtauia ac tunc periculis plena cum perpeffus fuerit: quo nammodoin
Italia duriora paffurus eff : Non tamen procul a uero aberat fybilla :
Cum enim a com muniuitaac hominum coetu te in folitudinem ucndicaueris :
tunc acriores quaf dam uduti faces carum rcrum/quas rcliquiffi memoria
admouet : et illarum de Gdepo acenimi infurgunt morius : At^ cum
obliuioni iam eam mandaffe puta tnus : tum maxime illuum ingeminant curz
: rurfufip refurgens fzuit amor':ut nili firmiffimaancbotaiuuesfundauerit/uideatur
in Afncamrenaaigaturuve Non enim 6C li firmum fit propofitum minime inde
difccderc: tamen ceffat ccr« tamen cum aliud illecebrzolimadzuitz aliud
przfens confiliumfuadeat. Ve» tutin Italiam Æneas:uenim eo
uimitumgcnerequipurgatoriz appellantur a quibus antea quam penitus expiau
fit mens necefle eff ut acerrimum beliu quc« adsetidum nofftt aiunt
fpiritus aduerfus carnem gerat : Nam quanto magis hzc l^ta humanam
imbedllitatem funt: tantnniainri pcriculoaggtcdimUC.Hu<i
tn la. P.Virg. M^Ahcg Of inaHani enim rodctitemcum
deferimus/aut in ferinam lutam per tninian U atram bilem degeneramuc/aut
heroico robore fupra hominem erigiimjt. Qua propter intenogatus quidam qui
in littore folusuagabaturquicum loquerctot rcrpondi(Tet<p mecuni
loquor* Atqui uide inquit ille ut cum bono homine 1» quaris/& rede
quidem t Non enhn facile SCIPIONE inueniaaqui nunquam mi nus folua elTet
quam cum folui • propter huiufccraodi igitur difficultates ah Sj>
bilJa fore/ut cum in Italiam uenerint dardanida;/ii enim uiri tegregii funt /
nolA uenilTc. Inuenientenimaliumin latio Achillem.inuenientK
lunonemaquV bus non mediocriter uezandi Hnt i Ambitio enim quz ut in
lunone ita ia bello cofo uiro etprimitur quemadmodum troia; et uoluptati
aduerfabatui i fic et fpc culationi quam fibi przfcrri egre patitur
aduerfabitur : Eft autem ex dea natui achillcs / quia diuiiu qux damgenerolitas
in animis noftnsiolita eft t qiuenctni ni parere i omnibus autem imperare
uclit > Hzc ft reda ratione excolatur/ueram fortitudinem parit i lin
autem contra rationem elata omnia in fuam libidinem coouertere
tenet/ambitionein creat t et regnandi cupiditatem t Q^uaproptet tt ft
uehementer degenerer a dea tamen id eft adiuina animi ui origiuem
du.itsNd autem eatolum t quz ucnturanntptzdicitSfbilla : uerum ftcaufain
tantorum malorum profert: Ait cnimuttroiamcuertuntnuptiz mulieris eatdnz:
lic ft in Italia lauinz coniugium bellum acerrimum concitabit t
coniungitur cztemz mulieri animus nofter cum omilla uirtute rebus caducis
deledatur. Q^uapio* pter uoluptas paridis troiam euertit. In Italia uero
cum nondum cupidiutem tc rum humanarum deponere ualeat animus bella
excitantur afpcta illa quidem / fed non in quibus ueluti apud troiam
ruocumbatt fed unde uidor triumphafiy parto regno redeat. Accommodate ut
mihi uidentur omnia hzc inquitAt illud quare didum fit : fed npn ueniiTc ualcnt
non intelligo.NI (i eum qui iam ad fpeculationem peruencrit firmo iam
propolito ce oportet cur illum peenitentia fequatur non uideo t Non enim
infiaot uirum etiam grauem in huiufermodi ftabili propoliro acri fzpe
morfu affici : non tamen ita magnoaf fici puto ut ad pmnitentiam
redigatur i nifi fortalTe hoc didum fu : ut multa per quandam hipctbolcm
t (icenim grzci rupcriationcin appellant / dici confueuere ut ex iis
unbis quibus peenitentia (ignificatur non peenitentiam fed fumma diC>
ficultatemoftcndcreti Ifthuc ipfum inquit BAPTi&TA : uerum uidramus
qd rerpondeat zneas : nempe id quod qui uera dodrina imbuti fuot femper
obfer^ uant : Ait enim fe ita ptzmeditaium uenifle : ut antea fecum animo
omnia euoi uerit. uz enim ante a nobis ptouifa funt ea id fpatium
przbenr/ut antea qui ucniant uel cuitari poflint uel faltem ne
tantum Izdant prouideri : Cum animus ipfefuasuires colligens
tobuftioraduerfus difficuitates reddatur: Nam queme admodum ii boftes
incautos ac nihil tale metuentes inuadamus quamuis 81 Itv co et numero auperiores
flnt facile illos fuperamus. Contra uero uel exiguz eo* piz ii fpatium ad
ea paranda affit: quz prziio conducant lulidii Timo ezcrcitiB pares fzpe
inueniunturific et nos finobifcum cogitauerimus/ quamuis multa per
corporis cogitationem accidere pofTint/ animos tamen czleM femine oetoa
atfi focotdi» ignauixy Ide dederint: aullis laboribus t nullis
difticultatibiill ul iJi M Stl eu P ffli «I IV.N a id ni ifi m M k d Pf Liber
quartus nuDa foitunz iniutia modo uelintimpediri pofle quo minus in
originem fuam redeant inui<3i ab omni perturbationum prxiio euademus. Ha»;
fecum cu iam diumcditatus effetarneasnonpetitnuncdemumiila doceri. Verum
in limine contemplandarum rerum poAtus ad inferos deduci orat. Quo in
loco quid G* bi ueiit amez ad infaos dcfcenfus conabor paucis abfoluere i
Si pnus quid infer bus fit : Si quot modis ad eum deficendatur breuiter
demonfhaueto : Infemiim igitur plurimis ante chriQianum nomen fzculis no
folumhebrziuerum etiam cgyptii pofuerunt. Q_uz autem poft chtiftum natu
noftra religio fine ulla dubitatione de inferis de^ peenis t quas apud inferos
nocentutn animz luunt / af> firmat ea omnia ab hebrzis ni fallor
accaqrimus.Q^uz uero zgyptiorum monu mentis mandata funt ea primus ad
grzcos tranftulit Orpheus. Hzc deinde fu« is figmentis auxerut plaui^ ez
grzcorum poetis / quorum principes Homerum H^odumtEurypidem t
Arifiophanemm e(Tc uidemus. Q_uos deinde fecuti e nofirisfuntptzter
Maronem / Ouidius mlmonenfis/ biex bifpania Statius Pa» piniusacLucanus :
&quem plzri^ florenrinum fuilfe putant Claudianus: At ii omnes inferomm
ledes fubterraneas elTe et ad cctrum ufip : qui locus in fpe ta infimus
efi portendi ædidetunt: Q_uapropter fpeluncas quafdam ac terrx hiatus
przfemm fi ignem fumum ue euomant ingrmum ad inferos n5 line mu
liercularum ac rotius uulgi fummo afTenfu fabulati funt. Nam et in laconica
re< gionc Tenanis mons eft circa finem malei promontorii / e cuius
profundiifimo antro quoniam fpiritu id agente fhepitus auditur: facile
fuit uulgo petfuadere inde ad inferos defcendi.Acberufia autem palus in
epiro no procul ab beraclea abargiuo ut fauntHerculedidafpccum habet per
quam cerberum tricipitem Plutonis canem ab Hercule edudum crediderit
antiquitas : Nam de auemo lz> cu nihil efi quod referam: uulgatænimresefi&a
pizrifi^ decantata. Ac de poe tishadmus. Plato uero eadem difciplina :
qua et Orpheus imbutus ita fingula ptofequicur/ut nihil aliud inferorum
locum animis noflris efle ueiit quam cor» pus ipfiim quo ueluti carcere
includuntur. Ipfe em'm animos a fummo deo æ* atos ponit : Q^ui quidem
fuapte natura dudi In deum parentem fuum conuer tuntur. Nec mirum. Nihil
enim eft quod in originem luam cum pollit non re uetutur. Videmus
enim(^ut loco exepli hoc ponam}ignem huc^ut ita loquar^ tenenum/quia fuperiotis
ui ac femine genitus efl fuz naturz impulfu ad fuperi ora erigi. Conuerfi
autem in deum animi eius radiis ita illuflrantur ut ubi hade nus eorum
efientia per fe ueluti informis fuerat : nunc ilb fulgore conformet' :
fit 9 miro quodam modo ut intra animi eifentiam receptus fulgor no ueluti
ez^ terna quzclam Si aduentitia res in ea refideat : fed ad illius
capacitatem tradus ob foinor quidem reddatur : 8C a fe ipfe degeneret :
mend autem proprius ac nattis talis efiiciatur.Q^uaptopter hoc duce in
fui ipfius at^ omnium quz infra fe ezi ftunt: ea enim corpora funt:
cognitionem animus uenit: Deum uero Si aav> ra quz fupra fe apparent:
hoc lumine non cernit. Qui enim fi iamconnamra« le fibi fadum efl ea quz
fupra naturam fuam funt/illo continget : I d tamen men ti noftrz przfiat
: Nam per primam hanc ueluti fcintillam deo propinquior fz> da aliud
accipit lumen et clarius quidem/quo iam czlefiiumquo^ Si fuperna* m ii
~ f l Ia. P. Virg.M. Allego. nim remm cognitionem
accipiat. Sed hxc te LAVRENTI latere mmitne puto: Sunt enim non folum
dode ac diftinde/fcd omnino dilucide a Marfilio noftro in iis dialogis
explicata : quos ille in Platonis rympolium confaiptos fub tuo no mine
zdidit : Quos quidem cum quia ad te funt t tum maxime quoniam pluri mis
acfeledilTimis rebus abundant familiariflimosribi elTe cupio t Sunt illi quidem
inquit Verum przcipue locus ifte menti noftrzhzretsin quo geminum in
nobis lumen elucere demofttat : naturale unum et ingenitum ut dicebas :
diuinum alterum et infufum/quibus limul iundis animi noftri uelu ti
geminis fulFulti alis/totum hunc ruperiorem mundum pcruoLue poiTunt:
Ad dit^li diuino illo femper utantur fore t ut frmpet diuinis bxreant. Infimus autem hic tctrz locus
animante in quo ratio fit canturus uideatur. Quod nefiat
efrediuinainflitutumprouidentiatutanimusfui omnino potens flt:ualeat<p
pro fiio arbitrio uel utro<p fimul lumine cum libuerit uti : uel altero
(bIo:propte rea<^ fieri ut natura duce ad natiuum lumen conuerfus fe s
uirefi^ fuas : quz ad fabricandum corpus fpedant/diuino lumine ad
przfensomiflblolum confide.' tet : illafcp in corpore conflruendo
exercere cupiat. Rede ac memoriter tenes inquit Baptifla s confifHt igitur in
czio ut Platoni quem poeta fequitur/placere ui.< demus animus noder
ipfius diuinz naturz contemplatione pcifiuens : Verum il la quam dicebas
cupiditate infedus et ipQi cogitationis mole degrauatus in infe» ra
defeendere indpit .Verum quoniam cum de inferni finibus ex fententia
Plato nisquzritur non fimpicx apud eius philofophi fedatores opinio
cdtnoscam boc tempote fequemur :quam et animorum rationi magis congruam
putamust et dodiotibus magis placere cernimus. Hi igitur bipartitum
mundum ponunt. Nam fupremum czium quod Aplanes uocitatur dellis^ut cd
apud poeta^ardetibus aptum fuperorum regionem ede uolu erunt :eofq) campos
elyfios ac beato Tum infulas nominarunt : Saturni uero fpera ac fex
reliquz quz fub illa funtrrut fufep quicquid fpatii inter lunam
terramc^interiacetripfami^ tenam inferis at^ tribuerunt : Altiffima
igitur pars illa qua uel fubdentatur diuina uel condant/ne dar uocatur i
di deorum potus ede ctedimr. Inferiorem uero Icthzum/ac horni num pomm
dicunt r in hunc enim cum a fupetiori czIo per cancrum ea enim ho minum
porta diciturrprolapfa fuerit anima in ipfius hyles quz elcmctorum ma^
terta ed tumultum incidit: quo in loco noui potus ebrietate degrauata&
ueluri temulenta effedadiuinorum obliuifcitur : terrenatum^ rerum
cupiditate ilie« da ita per fubiedas fperas dclabitur : ut ex lingulis
czlotum ordinibus aliquem cotum motuumtquibusufuradeincepsfitin
corporibus acquirat:Nam ab ea quam faturniamdellam nominant
ratioanandi& intelligendia loue agendi a marte audendi uim abducit :
fol uero ut fciat ut etiam opinetur illi cocedittMox a Venere excepta
defiderii motum mutuatur : Inde per mercurii ac lunz czlos de fcendens ab
illo pronunciandi interpretandii^ ab hac plantandi et augendi uires
acquirit : Ac podremo ad terram ueluti ad centrumtquo gtauia omnia
feruntur delata:6C corpus quafi carcerem uel potius fepulchmm ingreda
iurc apud inferos relegata didtur: Moritur enim in corpore anima uelut in
fepulchto demerfar non ita tamen t ut fauiufccmodi morte extinguatur :
licd ut ad tempus obtusturt Liber quartus quabdo quidem illius
diuinitarem noxia corpora tardatititertenishcbetaat artus moribunda^
metnbra.-habes^fed breuiter^quid Platonidinf^um pu tcnt:& quem
animatum ad ipfum defcenfum ponant» Nam^ de tartaris fabii^ lanturpoetzea
omnia animam in corpore pati manifeftum eft. In materiam enim protrada
nouam fyluz ebrietatem haurit cum illam ueluti flumine dema gaturtFIumen
autem ipfum non line exadarationeinquatuor flumina ac flj giam paludem
deducunt. Lethzu achaonta ftygem cocytum ac phegechotu> tenitMateriz
enim admixta anima eunda quz in czlis uidaat obliuifcitur. Quaproptaiure
lethzum nomen ab eo quod elt. ficenimobbuifei grzd dicunt potare
finxerunt. Ex hoc autem Achaon ma« nat: quzrcs gaudii priuationem
denotat: quafi Nam quod in dd contemplatione purus exiflens animus
gaudium ædpiebattidom ne ex obliuione amitdttquo quidem amiflbt flyx
quamfadletriflitiam intere pretaberis exonaturneccite
efttftygisdemumpoflrema zfluaria coitum e£fi.< dunb Quis enim ex
triftitia in ludum non cadat: te autem non fugit id grz cos dicere: quod
latini lugæ interpretantur. Ex diu tumo autem ludu in furoris infaniz^
ardorem inddere roIemustquemphe. gethontem nominant. Ex hyle igitur unico
flumine mala hzcomnja eueniV unt: Quapropternon fine fummadodrina ex
letham reliqua fluenta deriua ci finxeruntrfed hzc in Phzdone a Soaate
latius explicantur : N obis autem de multis puea ad bunclocumtranffnenda
fuerunt :at(^ ea fola quibus defeen fus ad inferos ex Platonis fententia
perfpicuus redderetur: Noflri autem qui ita a deo animas æari redifljme
fentiunt: ut eodem momento et creentur fi; fuis corporibus
infundanturrnon eas in hoc inferiori mundo uerfari uoluerut: ut commifla
purgarent: Quid enim fi ante corpus non fuerant : extra corpus peccare potuaunnfedutfuisrcdis
adionibus: quas omnino liberas habent cz« Io aliquando frui mererentur. Conceflit
enim nobis deus : ut noflro arbitrio Ii' bere utæmur:non ut per nequitiam
delinqueremus: fed ut per religionem fi; iuflitiam nobis fummum bonum
acquireremus: Verum cum perfummam fiultiriam illud negligcntes corporeis
tetrife^ uoluptatibus dciiniti maximis ua nilc fceleribus coinquinemur
oportuit efle locum ubi a corpore digreflx buiuf cemodi animz
fuorumfadnorumdebitiflimasposnaspcrderet.Himcautc lo cum arca terrz
centru maxime eflie uoluerut:Na cu fi; propheta eripuit deus ani ma mea
de iofernoinferiori dixerit fi; ipfc humani generis faluatorfe triduo in
corde terrxfuturuadmouerit facile couincitur centru eflctNihilenim
eflcctro infcrius:quin fi; ita in medio terrz confiflittut in medio
animante cor efle uide musiQ_ua in parte fi; tenebras exteriores/quonia a
luce remotiflimz fint:fi; de tiu flridorc quonia nulla folis uis illuc
defeendat efle nemo negauerit.Erit igitur in terrz cerro infernus:fed ita
erit ut etia ex iis quz fapietiflime a Gregorio colli gunc ad ære uflp
huc ex terrz fi; aquz caligine cralTioreptcdat^.Acrp deiferno hadenus ad
illu aut aias defcedere oe fere hominu genus dixit. Sed tn aliud alii
fentiut.Na przdpitatio illaaioru afuptcmoczloin hzc corpora ad inferos de
fccofuscdea Platone acdicuit Cbriflianiuaofczleflo^ animasc
fuiscoipotL In. P. Vtrg. M. Allego. busad inferos trahi admonent.
Dicimus itidem uiuentes homines cuminid tialabuntur/ad inferos rueret
Sunt quoc^ qui credant magicis artibus 6: cat minibus fieri uelutidefcenfus
quidam/ut inde euocarianimx poflint. Verum præter bos
quatuordefccfusqnrus quicftnonuideir omittendus: Na £( ad in« feros
tendimus/cum lumen rationis noftrx ac induihiam in mali ac omnium
oitiorum naturam fpeculandamdeiidmus. Ego igitur libenter de te
feifeitoro Laurenti cum hæc omnia perceperis quid putes hoc Ænezdetcenfu
Virgilu um exprimere uoIuifleTlamdudum quid agas uideo o Baprifta inquit
Laurcntius/ac pro eo maximas tibi gratias habeo: Quis enim non uideatuni.
Uetfamhanc difpuutionem nonfolum meisptzabusdatam/uerum etiam a me
fratremij meum erudiendum elaboratam : 'Nam fiCli cæteri t qui afTunt
omnes mirifice tua otatione deledcnturt tamen eft eorum ztas ac dodrina
huiufcemodi t ut etiam fine duceipfi per fe hzc omnia cognofeere ualeant.
Hos igitur duos erudiendos cum fuiceperis : propterea^ rede netan fecus
quz hadenus difputafii teneamus / nofie cupias fine ulla
cundationequaxd. rogaueris / cerpondebo: fic enim et errata facile emendare
poteris : 8i fiqd rede teneo id tuoiudicio confirmatum firmius hzrebit.
Petit igitur afybilla quam tu iam dodrinam interprztatus es/ut ad inferos
K ad parentem dedo.> cat: Q_uod cum petit oftendit mentem
przmonfitante ipfa dodtina in fem fualitatem defcendece. Vult enim nitia
quz ab ea funt penitus cognofeere: fed uide quantum tibi ex hac
difputatione debeam : nam non folum effeciftt ut hzc a Marone
diuinitusdida tenerem: fed fimilitudine rerum admonitus ia quidfibi
nofierquoi^ Oanthesuoluerit facile coniedor. fed de hoc alias: Tu ueto fi
placet ad reliqua perge: Rede tu quidem inquit Baptifiainterprztaris; Me
autem tuum ifiud ingenium ac iudicium fummopere deledant: Verum
audiquidilli auaterefpondeatut.ln primis enim defcenfum ad infetosnul'.
lius negocii eiTc demon(lrat:cum nodes diefc^ datis ianua pateat : Q^uod
pro fedo nimis etiam q utilem uerum efi: Naracum procliues ut fenexquo<^Te
rentianus conquzritur a labore ad libidinem fimus / facile in uitium
labimur. RcdilTime^ illud ab Hefiodo Redifiime
quo^ 6i illud uel claufis oculis illuc defeendi: Nam fiue
delinquendo in uitia labimur ? [uoniam id per llultitiam fit:
llultitia autem rariflimi carent; quid obfccrote acilius inuenies :
fiue:fed t^iquos defcenfus nunc mifibs facio : quorum pro cliuitas
pcrfpicue apparet : Id autem de quo nunc agitur : quis non uidet. Mentem ipfam ac rationem facile in cognitionem
fcnfuum dcfcendcre.Ma ximum autem fit periculum ne dum cicca lingulas
corporis uoluptates uer.> famur / ita illarum illecebris demulceamur /
ut irretiti hzreamus : Facile igi.> tur fenfus defeendit mens / non
autem facile a fenfibus rcuocatur.Id enim eftab inferis redite: pauci
enim quos zquus amauit lupiter: aut ardens euexitad ztheca uirtus diis
geniti pomere : Tria ut uides hominum gene<a ra ponit quibus liceat ad
fuperos reuerti: Sed nos prius de duobus pofirei> mis dicemus : cenfet
Plato quod paulo fupta explicatiur demonfirauimus animos nofitos rerum
terrenarum cupiditate degrauatos incorpora dcfixt> Liber giiaituf
Jcre : (Quapropter qui prius imbroda nedare<p ueTccbantunid enim eft
deo 'fiuebantur t atqi inde mirum gaudium Tumebat t nunc letheum rpoti in
re» lum omnium obliuione mnli Tunt.CQuod (i intra corpus conftitutus
ani^ musillius cogitatione ac fordibus inquineturttamdeoiis tenebris
obducitur/ utnulla deinceps fpes (it ad Tuperiorem lucem redeundi: Sin
autem TcipTuni infccoIKgms integre cafte^ degat: 6ecorporis quoad
potedeonfotrium declinet ipauladmcz illa obliuione qua ueluti crapubuino(p
opprtlTus obdor» tniTccbat Teexatansualet libi geminas illas quas iam
totiens nomino alascom patate. Illis autem fuffultus facile ex inferis
reiilit: &ad Tuperos rediens iii re gionemfuam reuolattper duas
igitur alas totidem uittutum genera intclligi mus /& eas quz uitx
adiones emendant: quas uno nomine iuftitiam nun» cupatt&eas quibus in
ueri cognitionem ducimur: quas iure optimo religio» nem nominat. Illud
igitur pauci quos ardens cuexit ad æthera uinus:alam primam exprimit : et
uittutes qux de uita et motibus Tunt intelligit: cumde indeaddit diis
geniti potuere SIGNIFICAT alam secundam :at<pipfam rrligionem
quamexuirtutious iisquxad uerum ducunt conftare uul: Placo : Hxc itaip
auntopbilofopho mutuatur Maro cuius quidem dodrinx non nihil ex ma»
thematicorum fcntentia ita addidit : ut nei^ ius Tuum ac libertatem animis
adi merctmeip cxleftia corpora fuaui priuaret:Nam li animis nolitis
uimnecef» Utatcmqi f/dera afferre dicamus/non modo id in religione noflra
impium eiitr fed 6t a Tummorum FILOSOFI dodrina abhorrens : Verum ut
intelli» gas ntip hoc a Platonico dogmate alienum elfe / refert ille in
Thimxo ratio» naiis animi effedionem nulli nili deotribuendamiquoniam
ipfe eiTentiam ac ^ rationem animorum noftrorumcreat.Corpus autem ac
exteras animi par» tcstuteæffqux concupifeit flC qux irafdCur nos ab
animo mundi mutuarie Q_uapco{ær St li mens ipTa nolha nullo fyderum
imperio fubieda Iit : tamen quia nullam adionrm ex iis unde uirtutes
uitiam manant nili per fenTus ac ap» petitum exercet: Illis autem quoniam
a corpore funt uacias aut ad uirtutes affe» dionesiauc in uitfa prcKliuitates
inferunt fydera /permulti interelTe uidet ur quo fydere nati
fimus:Nr<^ solum ad bxcqux ad uicam et mores pertinere diximusr ucrum
d ad ea qux fpeculationem K ueri cognition cm refpiciunn Nam li on» nes
omnium animi eadem natura funtiunde nili a corpore eritrquod alii inge»
nioiudicio ac memoria excellentilTimir xillanttln aliis hxcnulla appareanc:
cu autem omnis nofira cognitio ab iis qux efficiuntur ad
cfficientiatn:& ab iis qux loco 8C tempore nrcufcribu Dtur ad
infinira initium fumatrmulta obiicinir dif» licultas animis noftristut
intelligentiamut feientiam ut fapientiam alTequanturt cumuircsillx:qux
paulo ante dicebama membrotum : quibus ueluti inftru» mentis utuntur
deprauatione bebercant : nei^ fe explicare poflint: cura igi» lurapud
Platonem ruumlegilfet Maro nili geminas illas alas recuperemus ad Superos
redite non poffe : Cum itidem illarum recuperationem a fyderibus caquam
oilendi ratione impediri aniroaduerterctiut a loue xquoamarrmur opus ciTe
ofiendit. Hoc autem nihil aliud eft / nili ut benignitate fydaun»ffcdionca ad
icdaa adiooa acdpctcmt^Natacum plancutum uuia uiafit,1 In.P. Virg- M.
Allego. Videmus iouis natura hulufcemodt elTc: ut quos ille in fuo
ortu benigfle a(^e dt illi ad iuftitiam ac religionem proni reddinturrita
ut ad eas quas diximus alas recuperandas impelbtr colligamusigiturnetnincmabinferis
rcmeate/nili al^s recuperet : id autem non clTe fadlc nili iis qui
benignitateiiderum adfupera eti guntur. Sed quid tu.L.Marfilium intuens
clanculum rubmurmuraftit Nempe id Tolum refpondit.L.quod paucis ante
diebus cum T imxum Platonis in maoi bus babetet:mibi de anima mundi
dixerat Marlilius > Cautius inquit.B. mihi progrediendum elTe
uideorcum res nobis non modo cum dodo : V erum etiam cum mcmoriolo
litifed quod de mundi anima dicis/id 6L uerum huic lo> co
apprime quadrat : cenfet enim PLATONE rationis fementem a deo
fadamianitnof ^ nodros ab ipfo æatos/ac deinde mundi animz ueltiendos
corpore traditos: ut £2 corpore uedircntur:& eius pedilTequis uiribus
informarentur: Æquum enim fuit:ut quoniam concupiTcibilis irafcibilifi^
appetitus (alutis corporis gra na func:ii ab eodem nobis darenturtqui nos
corporibus inclulilfct: Vetumquia faz partes lubricz funtipat fuit: ut
qui nobis illasin deterius facile labeutcs dedif fet idem ipfe aliqua ex
parte aberrotibustueretur: labenter<jfubdetatct.Q_u3' propter iuflit
illi fummus pater/ut quando ipfetccirco animis nodris caufaffl
obiiuionisptzditiir<t: quoniam luteo corpore circundederit hominibus
fulgo, rcmueriutis infunderet. Huiufcemodi ita^ przccpbs obtemperans
mundi animus eos omnes quibus zquus ell/aut fomniis oraculis et portentis
autio. terao quodam motu Si ad futuri prouirionrm:6t ad diuinz legis
cognido. nem perducit : ut eo duce alas
recupctcmus.Huncautemmundianimumue tetes theologia qui illos fccuti funt
Platoiuci fzpe louem appellant. Hinc pbcus lupitet inquit pnmogenitus
eft: Iupiter nouiflimus; lupiter capui:Iupb ter mediu.Vniuctfa autem e
loue nata funtihinchinc illud lupitet eft quodeo. uides quodeun^ moueris i
Q_uin Si ipfe Maro A ioue principium mufz io. uis omnia plena. Sunt enim
omnia plena animo munducum ijle ita totus in to to mundo fl£ in qualibet
parte totus : ubi uigeantutnoftrianimiin fuison. pufculis : Hic deniip
czlumueluti citharam continens harmoniam cfificit ex di uerforum czlorum
fanis: quas cum mufas appcllentiute louisiiliz dicuntur eiremufz:Q_uantam
igitur dodrinamMato tribus uerfibusincluferit/ facili, tis mente concipio
: quamuerbis exprimam. Rede igitur pauci quos zquus amauitlupiter: aut
ardens euexit adzthera uictus. RedefiC illud tenent nia liluz: Ab hyle
enim(^ ut fupra dcmolhauimus ) eS omnis nodra duldtia et omnibus ahimisconugio:
quibus impediantur ne ad fuperos redeant. Ve tum de remeandi
difficultatibus badenus: Deinceps nero eas exponit rationa quibus ita
tuto defeendamus ut pateat reditus: Aures autem lamusfapientiam nobis
indicat dne quanonedfpcculado eligendarum agendarum^ rerum iu dex. Ne
mireris aurum fapientiz fymbolum apud hunc poetam obtinere cum plzii^
idem faiptotes fecerint: Vndeillud bpiens aurum et multitudo gfmmarum Si
uas pretiofum labia fdentiz: Aunim enim eft fapientiz uigor at(j fulgor. Ndium
cx metallis auro pretiofius eft. Nibl in rebus entia pluris facieadum. Fulget
maxime aunim. Nihil (apimciacll endi^ i (i 01 ik IXI BS XD u m uv mt Bd: od Nx m HC pn ioqi iHgg imcttdi di
dux BOC (jB) da. Bidi BUi liuBi
Btit imt « D! feuii Uni
OlC Wl D« Lib«r guartui £iu. Nulla eni^oe exeditur aurum:
Nulla rea imminuit fapietitiam t Nullis lordibu saurum coinquinatur t
Nullis maculis Tapicntia deturpatur t Sed latet arbore opaca: mulus cnim
ac uariisinfeitiz tenebris ita obruitur uerumft luco ca cnimcorpons^uc
ita ioquar^bebetudo eft ita tegitur t ut difficile omnino (it illud erueretScite
enim Si a Ocmocrito ufurpabatur natur^n in profundo ueri^ tatem
demer(i(fe : Non tamen prius in hanc contemplationem defeendere uaW mus :
quam aureum ramum deccrpfciimus. Proferpina enim ad fe ire quempi^ am
(ine huiuCcemodi munere uetat. Efi enim profeipina ipfa animi pars quz ni
bil przter lenfus contina : ad quam (i (ine fapientia accederemus nullum
przte» rearemediumdarcturiquomuiusdenobisadum ei Tet.llla enim irretiti
nulla unquam effet fpes redeundi. Rede Si illud piimo^ auulfo non deficit
alter au« reus I fe ip(a enim alitur (apientu : at<p cuenit
inueffigando/ut aliud uerum ali< ud aperiat: nec quicquam percipiatur:
quod ubi perceptum (it ad aliud percipi* endum non diKat : Illud autem
quis non uideat de uero uenifime didum elTe. Nam alte inuefliganduse(l.diuina enim
&czleffia(^(i ueru inuenire uolumus^ non infima hzc at^ aduca
infpicienda funt : omnis enim dodrina a frientia ex iis efi: quz nullis
terminis circunictipta funt&in interitum non cadunt:lubet ptzterea
iam repertum rite a nobis carpi : et iure quidem ita iubet. Nam nili cer*
so quodam otdine pergamus/nibil unquam proficiemus; Addit enim poffremu
illum facile te fecututum i (i a fatis uoceris : fin autem non uoceris : nec
uiribus tunc nec duro ferro polfeconuelli.Virtutibus enim quz mores
corrigunt Si quz tedum zquumij relpiciunt ualct omnes ira animum a
fordibus purgareiut mu di e corporis migrent : Ad fupremam autem illam
rerum cognitione uenire pau ds ommno datur : at^ iis (blis qui a facis
uocantur. (Quapropter rede (i te fata uocant : Q^uod tamen ut planius
exprimam /uolunt Platonici deum poft fe ip* fum cognolcere. Deinde omnes
reliquas res : Tertio autem loco ea eunda effice lequz cognouit :
Poftrema ergo hzea fecunda : Secunda rurfus a prima dependet. Namomnes res
ptodudt quia illas nouit : Nouit autem nulla alia ratione : nili quia fe
iplum in quo omnia funt contemplatur. Huiufcemodi itaip ordine rria illa
in deo ponunt iu ut pdmam fapientiam: Secundam prouidentia: Tertium fatum
nominent. Chnffiam autem cum hæc eadem (nt fallor^fentiant:Fa ti tamen
nomen uiz ponere audent: non quia Platoni irafcanturifed cum uidif fent
clfe quafdam in pbilofophia familias : quz eam fato necelTitatem imponat:
ut nullam io adionibus nobis decernendi libertatem relinquant fati nome
odif fe uidentur. At nos eum quem paulo ante dixi philofophum fecuti
dicamus deum retum caufas id cft fe ipfum confiderare: Ddnde ortum ordinem : ac
deni gubematiunem rerum quas compleditur intueri t (Quz ddneeps ita
omnia excquitut ut nullo mexio ualeat impediri i (Quam quidem rem fatum
dicunt: Quod fi ita eff uon abeiiant qui dicunt rationem ac ordinem rerum
: quam ita mente dd prouidentiam dicunt in rebus mobilibus ac loco Si
tempore dteuioi* pds fatum did.Te itaip fi f^ta concelTcriiu camus aureus
uolens fadiifcp feque c Datur igitur pauos Si id diuino quodam extra
fortem munere ab ipfa dei proui dendatcuiusconfilium ferutati nefas
bomini efirReduscoim dotdnus et reda Jn.P. Virg. M.AIIfgO*
confiliacius t fed qux mortali ingenio cotnprzhendi non poirint.Quis
rniffl adeo temerarius: ut noiTe contendat cur loanni: cur Pauioapoftolu
caapcruc« rit dominus : quz multis fandifrimisuirts& multa dodrina
illuftratis detegere coluerit : Quod exemplum late patet et ad omnes qui
in aliquo dodrinz gene te laborauerint ttanffetri poteft t ut cum multa
eodem (ludio dagrauerint t eatu dem^ operam ac laborem impenderint alii
fummum in eaatte attigerint: aliis autem uix in poftiemis confidere
licuerit. Habes quid aureus ramus meo iudb cio fibi uelit : Quod autrm ad
miferi funus pertinet (ic accipe. Mileri odiufa Ia us rede interpietatur.
Q^u ipropter erit eadem inanis quzdam gloria-Snt enim fummo odio digm qui
uiitutrm negligunt : unde folida exprrflai]^ manat glo> tia. Honores
ueto ac reliqua uirtutisiDfigniaredantur:Qu 'm qui in uita ct» Ulli res
egregias adoriuntur in primis captare cunfueueiunt. Hi cn<m non redi
honedii^ amote : fed gloriz cupiditate laborant: quam dum aSequi cupitmuS
rem publicam fzpc perdunt x&infummumouium odium incidunt: Egregie
igitur luuenalis. Tanto maior famz (itis ed quam uirtutts.
Huiurccmodiigb' tur uiri animi excellentiam (iue a natura fibi in
litam/(iue indudna/atcp exetaca Cone comparatam penitus corrumpunt. Non
enim uirtutera ammt.^cd uita tutis infignia i qua; fzpius malis quam
bonis exhibentur. inanis igitur atip ad» umbrata gloria in rerum
publicarum adminidrationc exceliintioribus ferop ada hatret. Quaproptet
Hedoris quotj comitem mifernum fuille tingit. bi enim caritate patriz
magis quam cupidine gloriz moucretur huiufctmodi uiri beatifa (Ima;
omnino ciTent ciuitates : quibus illi przcfTcnti Qut igitur ad uitiorum
fpe culationrm ea gratia tendit: ut fe ab illis explicet: cum in primts
hu.ufcimodi gloriam abiiccre necciTe ed :Quaproptcr rede eo tempore
roifcrnus extinguitut quo zneas a fybilla prxeepta accipit. I nitium enim
ueri inuedigandi a onlctni m tcritu optime funiitiir : Ncc tamen fatis
fuerat illum extingui :nift etiam fepelu tur : ut nufq jam urdigium
illius appareat : nec unquam reuiuifcat: Quud au tem illum tubicine
fuiiVc dicit : optime quadrat. Ed cnira huiufccmudi hutni« num : ut rrs a
fe gedas quam latilVimc diuulgmt : Si fuo przconio ommbus ofle dant : Ed
prztcrea zoii uentorum regis filius:Nam nibil uentoltus ed illi qui ne
gleda uirtute tc folida et cxprelfa adumbratam quandam et penitus inanem
glo riam aucupentur: unde et tumidi et inflati Si uentoli dicuntur. Rede
Si nlud quo non przdanrior alter ære ciere uiros martemtp accendere
cantu.Quid eni aut Ninum aut Cyrum aut Xerfem ut hos folos de innumeris
aflaticis regibus te feram : quid qua;fo aliud impulit : ut non contenti
patriis Enibus multis popu/ lis ac nationibus beilum inferrent; Q_ uid
apud grzcos fpartanos aut athenieo' fescxcitauit ut magnam Aftx partem
ruoimpetioadiungerent: QuidHvnni' bali ruafit ut bifpaousgalliift^
fubadisromam orbis caput peteret: i^uidapud njod(os.L. Syllam prius ac. C.Marium:
Deinde luIiuro Czfartm.CD.^PompC'' ium ac podrcmo Odauium K.M. Antonium
eo furore accendit ut ciuiltfaogui occunt^ replerentur nili infanz quzdam
famz cupiditas. Cum gloriam miis rebus quzrerent: quz dolidil Timum
uulgus dupefeere quidem cogant i fapicn Us autem ad iuihfumam
indignaiioncm fummum^ odium concuent t at Q C*1 Gi d DCt
BIB I» '1 ip» a» K*», tUH cnu
cpi)iii 100 ad siil itd
id* ^1 afi \0 «? |lP< <« Liber
guartui mo tnodo ipfe malus non Ct huiufnmodi uiros bonos dixerit. Sed
quid (i o{v dtni que^ m hominum Ibcictatc uiti : ac pro re publica emoti
ptomptiilimi prz ter id quod patriz caritate in manifedifTimam mortem
ruebant igloriz quoq; cu piditate extremum cafum zquiore animo ferebant :
uis enim ftbi perfuadeat aut Thcmifiocicm athenicnrcm in nauali
prziio apud Salamina gcflu t aut Epa« minundamin ea uidoria qua de
Lacedzmoniis potitus efiraut Spartanum Leo eidam in tbctmopylisuirilitcr
pugnantem nihil de gloria cogitaffe. Ego enim oet^ Brutum lingulari
certamine aduerfus regis exulis filium concurrentem : ne a Sczuolam tanti
animi confiantia dexteram exurentem: ne Decios illos in co jf^ifimos
hoftes iiruentes : ne^ innumerabiles alios qui patnz libertatem fuz nitz
prztulerunt famam quam de fe pofieritati teliduri elTent nihil unquam fe*
dlTe arbitror. Sed nos in re omnibus manifefla nimium fortaffe moramur.
Ita« redeo ad mifemum qui cum tritonem deum prouocare audeat : iute
demens appellari pofTittQ^uid enim fiultius quam (i inanis hzc gloria a
caducis ac cito perituris tebus ptofeda audeat fe illi : quz uera eft et a
diuinis rebus proficifeitur E fumtnam temeritatem
zquiperare.Q^uapropter facile ab ea obruitur. Sed cad rem noftiamtReliqua
autem quz circa funusdeferibuntur hidoriz attp aurium uoluptati
concedantur. Geminas autem
columbas geminas illas alas qs d o fupra diximus intellige. Illas
enim ducibus ad contemplandas res tendit : t autem uoluæs ucnetis: quia
oportet illas elTe ab ardenti amore : Nec iniu tia matrem inuocat : Nam
tantam difficultatem nili rapiat amor facile fugiut ho mines < Illz
autem non femel aut uno impetu/fed paulatim uolando ad locu du eunt : Non
enim hominis ell omnia momento uidete : fed ratiocinando gtada«
timacognitisad incognita uenire:Seduidcquidfequatur:inde ubiuenere ad
fauces graue olentis aueroi. Tollunt fe celeres liquidum^ per æra
lapfz: Sedibus oputis geminz fuper arbore fidunt: Nam
quz ad cantarum raum cognitionem duces fe przbent/eas rerum terrena^ tum
contagionem id enim ell auerni teter odor celerrimo uolatu effugere opor«
tet. Duplex igitur uirtutum genus nos ad ueritatem ducit: quam fine mora
ra.> pit zneas / ut eius luce ea quz per infernum obrcutiffima funt
cernere pofTit.De ioiprio ucro auerni naturalem lod litu demonftrat. Ne
efl quod faaa ab znea petada in feriem noflrz fentenriz digerere
laboremus. Inferuiens enim fuo ar.> gumento poeta eorum lacrorum quz
ad ncaomantiam adhibeant ueteres expli cat. Q_^um autem zneas nudo enfe
Iter aifumere lubeat 6C fi hoc in Ilfdem facris obferuare confucuerint :
tamen admonetur ipfe ut robuflo animo rem arduam acediatur. Æneas ita^ ducem
haud timidis uadentem pafltbus zquat.Nam quis non uideat : quod dodrina
aliqua nobis oftendit id quam celerrime quam oiligentillime effe
arripiendum. Erat autem iter per obfcura : uel quia ut dixi ue ritatem in
obfcuto ab&rufit natura : uel quia uitiorum fedes procul a luce funt:
Q_ui enim rationis lumine illuflratut : is et uerum cognofeit /dc rede agit:
illam autem qui amiferint fua natura ignorata in ultia Incidunt •
Appellat przterea do plutonis uacuas et inania regna. Q^uo quid ucrius dici poteftfEfi enim u
ii 1 1 I!’,! i;l I * i'i In. P.Vir g.M,
Allego. nudiuftertius manifeiHs rationibus ronuidum mala uitiatp
nihil omnino ef fe; quando quidem nihil afFcrant/fcd bonum pellant. Hoc
cum prudens ue hemenf^ uates Perfius intelligeTctrgrauilTime in eam
exclamationem proru/ pit/O curas hominum /O quantum eft in rebus inane
:Vt autem quale eflet ad uin'a initium expreflius poneret oftendit in
tantis tenebris non nihil tamen lucis apparuilTe.Nam 6C Amentis carcitate
in uitium labamur a tamen circa principia non omne penitus lumen
tollitur: Prius enim incontinentes cAicif mur quam intemperantiam
cadamns.Miro autem iudidoquz fequunturin inferorum ingreAii ponit: Si
enim exfententia eius quem fequitur Platonis deicenfum animorum in fua
corpora defaibit / manifcAum eA animum qui badenus omnium horum malorum
expers fuerat in ea nunc omnia corporis contagione incidere : Omnes enim
perturbationes inde fentit: Luduenimea riA^ angitur. Impendentia timet imotbos
laboreAp experitur : fame anp ege^ ftate urgetur : omnibus denitp quas
ille enumerat calamitatibus prxmitur : quas a corpore liber expertus
unquam fuerat. Sin autem prolapfum animor rum in uitia huiufcemodi
defcenfu interpretari uolumus non multum diuer fa ratio erit : Q_ua; enim
res tanta ucloatate commilTum facinus confequb tur quam fadi pernitentia.
Q_u.r autem pernitet is Ane ludu effe non po# teA. Adde quod confeientix
Aim ulis affiduo purgatur neceÆ eA : Vrgent enim illum a Aidux curx : qux
ueluti ultrices furix poenas Aagiriorum feueriAune extinguunt: uod quam
dode quam eleganter quam expteÆ pofuetit lu' urnalis quxfo recordamini. Exemplo
enim inquit ille quocunip malo cotn* mittitur ipA difplicct autori prima
hxc eA ultio: quod feiudicenemo nocens abfoluitur. Ac paulo poA; Nam
fcoclus intra fc quicun^ cogitat ullum fadt crimen habet. cedo A conata
peregi perpetua anxietas nec menfx tempore cef fat. lure igitur ultrices
curx funt in ucAibulo poAtx : Nec mirabimur A paU lentes habitent morbi
oim Aoicorum acutiflimas argumentationes intelli^^ mus. Aiunt enim
quemadmodum temperantia fedeat appetitiones: &cmcit ut illx redx
rationi pareant iconfcruat^ conAderata iudida mentis : Ac huic inimicam
intemperantiam eiTcieamcp omnem animi Aatum inflammare cd turbare ac
incitare : eoq; pado omnes ex ea perturbationes gigni. Nam ue» luti cum
fanguis in corpore corruptus eA: aut pituitabilis uere redundat morbi
xgrotationcr(p nafeuntur: Ac prauarum perturbationum diAotunta animum
fanitate fpoliat : uehementerep petturbat : ex perturbationibus ue» ro
morbi conAciuntur qux illi uocant : deinde xgrotationes qux
appellantur. Quapropter perturbatio quia inconAanter turbide^ fe iadant
opiniones in motu femper cA. Verum cum iam huiufcemodi furor ac mentis
concitatio inueterauerit : &tan quam in uenis medullif^ infederit :
tum exiAit motbus at^ xgrotatio.Na cum ex falfa quadam opinione qux plus
tribuat diuitiis quam tribuendum At pecuniarum cupiditate inflammemur :
nec adhibeatur continuo Socrati» a quxdam medicina : qux cupiditatem
extinguat manat illa in uenas efficit» ^ cum morbum at^ atgrotationem
quam auaritiam nuncupamus. Rede to Liber quartus ^detn
demorbis ut mibi uideris inquit Laurentius &|ad locum eiplicandum appoiitet
Non enim philofophi folum / ut tu probe demondraui: Sed et oratores BC
poetx non corporis folum fed et animi fcpiflime morbos di« eunt. Ergo ut
morbos inquit Baptifta ad animum ita SC fene Autem reÆ refe ternus. Nam
cum ipfe adcmrobur<p mentis ueluti iuuentutem admireritt& ignauia
ac torpore quodam ueluti fenio tabefeit/ facile in uitia: ha;c autem
motsanimotum eS/ eum adere uidemus. Mala autem fuada fames quidnam aliud
quaauaritiadefignat: qua homines ad omne facinus impelluntur.' Q_ua; nam
enim res alia nobis fuadet aut iniuftilfimts bellis innoxios populos
iacef (iere I aut caidesiK rapinas exercere: aut inlatroaniis
grafTati:aut uenena pa« rate: aut fidem fallne: aut patriam at^ dues
prodete:ni(i auri facta famesf Quod quidem fi ita cft eodem quo<^ in
loco erit ponenda turpis zgefias.Cii cnim homines paupertatem: quam nemo
fapiens turpem exifiimauit turpilTk mam putent :eam^ ueluti fummum malum
exhorreant /nihil repugnat: nui Ius pudor obftat quin quo illam fugiant/
omnia uenalia habeant /nec abfunt tembile suifuformzletum^ labof^: Namquialuccexulcsinhistcncbrisuer
fiintur: nihil præter defidio fumooum quærunt: Nec meminerunt homines
adagendum ati^ fpeculandum natos nullum laborem/qui quidem honefta^
dadiunAusfitelfe fugiendum: De lato ucto fic accipe. Philosophi qui dt«
ca prudentis acquifitioncmuerfanturanimaduettunt corpus fi fociumad rem
agendam afiumatut maximo fibi eflie impedimento: Sensus cnim qui
a.cor< pore funt nihil in feueritatis: nihil fincen/utrcÆ dc his rebus
iudiute uale« ant in fe continent ; Ex quo fit ut animus fi illis ad
inueftigandum utatnrtfzpe dedpiatur:& illorum illecebris ebrius nihil
ptofpiciat. Quapropter mentem quam maxime pofliint a fenfibus: BC a
corpore feuocant. Aic cnim in eo qui phe don inferibitut Plato nos tum
denii^ beatos futuros fi a corporeis abfirahamur: ac deo fimiles
reddamur. Hoc autem quid aliud qua mori effe dicemusrQ^ua propter
fijhuiufcemodi uiri dum uiuunt mori medicantur: uenientem nemor tem illos
trepidaturos cenftbis.''Stulti autem qui nihil przter corpus nouerut:
iniquifiimo animo illud difiblui patientur.ReÆ igitur is quem totiens
nomi no Plato [PLATONE] ut illos philosophos sic istos philosomatos appellat.
Quz omnia ca probe nofiet Maro non illas terribiles formas elfeifed
uideri terribiles dixit.Re fiquaueroquz enumerantur &fopor& mala
mentis gaudia ac poftremo bcU luni/funz BC difeordia ad eandem rationem
quicun^ uel mediocri ingenio uir fuenc facile referet. Nam qui in uitio
eft is tanquun fomnolentus ad omnem honefiam rationem obtorpefeitrNe^
ullam uoluptatem nifide rebus turpi.» bus capit. bellum autem ac
difeordiam non modo cum aliis : fed fecum geritt cum aliud libido aliud
auatitia fibi uelit.Oefidia illum ad odum: ambitio uero ad labores
aduocet.Q_ua animi difira Aide ueluti furiis exagitatur.in ultimi au tem
deferiptione idem quod BC paulo fupra ofienderac pulcherrimo nuc ac om
nino poetico figmeco depigit. Ipfa enim in medio polita magnu fpariu
occupat: fhiAaautnulluprzbctifedfola umbra nosdeleAattfic turpe facinus
ea no« bisonditiquz nihil folidi habcatifiCquzcu magna uideant /nihil
finttut phip Ia.P.Virg.M.Mlego. gii zfopi ncmplo
telido corpore umbram fedemur > Q^uod eo quo^ ezprcC> fius notat
ciun addat in Hngulis frondibus (Togula inlidere fomnia: at^ ea quidem
uana: Nihil leuius/nihil mutabilius eft frondibus: Ea autem in quibus fummum
bonum reponunt ftulti:& quorum gratia rapinas fraudesmul taipalia
flagitia patrant: ut honores diuitias ac reliqua alTequantur: in qua fot
tunastemeriute pofTta Ht/SCqua facile mutentur at^ defluant: nemo eft qui
ignoret: Q_uz etiamuanisfomniis uerilTime comparantur. Sunt eodem in loco
plurima monflra non temere polita: Nam (i ca monflra dicimus qux
przternaturx legem eueniunt/ eunda flagitia ueio nomine monflra appellax
buntur / cum pmer rationis legem qua lola homines fumus exoriantur.Me
fito autem Ixionis filii putantur centauri : nam ille contempta iuftitia
abm« pto^ humanitatis uinculo populos libetos iugo tyrannidis
oppre(Tu:Qua^ propter eius cogitationes apnneipio aliquid humanitatis
przferentes inim« manitatemat^ eficriutemquandam tandem degenerant: Non
infdte igitur Plutarchus dimonflrat / huiufcemodi homines tanquam
fimulachro uirtu» tis adhzrentes/ nihil ITncerum/nihil tedum/fed mixta
omnia at<p nota facere: Cum fuam quif^ uoluptatem fequatur/fummis
petturbationibus ad fu* os impetus delatus: Prolixior limqua rerum
multitudo poflulat: 11 utran^ fcyllam profequar:in iift^ nimias
cupiditates exprimi oftendam: nam Hy* dra ad dolos fraudefi^ referti facile
potcft.Fuit enim Hydra Platone tcllefo* phiflaalidillimus: nam cuueri
inuelligandi duplex modus fitpetuetas alter alter pa
fophiftiasrationeshydracauillofasatq} deceptricesargumentationes ponimus:
Cuius uno capite czfo plura renafeantur. Nam una confutata ratione ille fuis
argutiis plurimos fubiungit. Hanc autem Hercules igne idefl ingenii
feruore extinguit.Nei^ eft quod et hoc inter monftra enumerandum negesi Namut
uera dialedica ab omnibus dodiflimisfummoperefemperap probata eft t lic
hanc captiofam grauilTimi femper uiti abhominati fuot : Chi meram aut ad
iracundiam iGorgones ad uoluptatum illecebras/ quibus ftul* d in faxum
conuati iccirco dicuntur / quia nimis illas obftupefcunt.Prudca tes uero
et Palladis zgide 8i Mercurii gladio facile interimunt refetn quis no
uideat : Briarei autem ac reliquorum qui aduetfus deos bella gelferunt /
fabu lamrcdilfime interpretatur CICERONE (vedasi) /cum id nihil aliud lic
qua bene monenti naturz repugnate: Gerion uero 11 grzcum nomen
interpreteris / terrz litem exprimet. Lis autem zterna eft terrz id eft
corporis aduerfus fpiritum.Ecitita ^ Gerion pars elfccminatior animi a
fenfibus ptofeda : quz in homine uitio fo uniuerfz animz imperat.
Q_uaproptet quoniam funt ttes animz par** tes / tribus illum infulis
impcralfe fabulantur : cuius canis iccirco biceps cfit quia cupidiute
llmul et timore laborat. His igitur monftris pettenefa* dus ENEA uim parabat.
At Sybilla hominem cotnmouefadens ea omnia fimulachrauanacfleoftendit: llIa^
non ui fupcranda/fed radone cognolizn da: cognita^ fugienda iubet. Poft
huiufcemodi monftra ad Acherontem Si cocytum deuenitunde quibus
fluminibus Si 11 paulo fupta didum llt:ea tame alia quadi tone
ptofequamut.A cdcupilcentia nfa uelud a fonte manat aqua: que ttygnu
palude cffidt.Ne a concupifeentia primu j>uenit cogrtatio/drnide
adioquapeccamus: Achcronpo(lhzccoDatatiorfluuiusc(l:nain per cum tt*
ptimirur motusad dagitiarhic autem poft cogitationem excitatunNrqt prerer
rationem cft quod illum ingenti tumultu ferri Seneca dicat: Non entm
poteft animus Itnefirepitu reludantis confeientiz in facinus
ferti:Q^uoniam autem fauiufccmodi peccandi deliberatione uoluntas in
uitium traniitsiccirco in hoc flumine nauiculamnautamipponunt.Poftuero
buiufcemodi tranlltum id au tem cft poli peccatum/fequitur mceror/quem
refert ipfa flyx.pollrrmo maior ludus qui eft cocytus. Vt igitur ponatur
ante oculos illa ut ita loquar} gradatioi primo loco eliconfcientiz
motustfecundo deliberatio fu fapiendi flagitiit poft hanc mæror ac demum
maior ludus:primum ita^ ac tertium (lyx fignifi» cat/f ecundum
Acherontquattum cocytus. Sumopere me hzc deled.<nc inquit LAVRENTlVS. nerpme
offendit quod eofdem fluuios nonaduna/fed ad piares rationes ttanfFeras.
Videmus enim et grauiflimosin nollra theologia lo
cosuariismodisadodilTimisuiris intcrprctari. Habes igiturdrfluminibus in
quit BAPTlSTA:Nunc quid libi Charon uelit/confiderandu cenfeorNara
portitor has horrendas aquas: et flumina feruat terribili fqualote
charonicui plunma mento Canicies inculta iacet.uerum ut res fuo ordine
progrediatur/ non nautam folum: fed £Cniuem limul intcrprerabimurtSit
igitur nauis uolu> tas:licnautalibeteuoluntatisaibitriuni: Nauis
lurfus cocoinfuum cu fumdi ngitur.Hiceledionrm exprimittipra enim
eiedionc libetum aibitrium uolun tatem dirigit t Qoin U per uela eziefles
incliuadones non erit abfurdum incel Iigere: Nam quo czii inclinant/id
libenter eligimusmili illis fefe ratio opponat: cuius tanta uisell/ut
etiam fyderibusdominetur.Pergrata hzc funt quz dicis inquit LAVREntius.
Video enim te chrillianorum dogma retinere: ut tamen mathematicos
oinonoirrideasiScdfequereobrecrotSenex cll chaio inquit bA PTlSTA tqmaiali
no tepore ut Platonici:quosfequic poeta/uolut dignitate faltem et origine
prior cil corpore. Adde qdzternacfl:zcemitate aut nthil ana
tiquius:Q_uaproptcr Si, arbitnu libetu in illis zternu:Sed auda deo uiridili^
fc ncdustqanuquamdeficit.Ellaut terribili fqualore &ex humeris
fordidustili amidusdepcndet.Q_uz omnia ad corpus tediflime ni fallor
referuncut : cor« pus enim ucluti ueltimemum ellanimz: quod alfiduo
mutatur ueterafeit: actz dem tabefcit.Addit duplicem oculis flimmam:quia
liberi cll arbitrii ad utmta ucliiflcdi/dC ad rationis fulgotem/8t ad
cupiditatum ardorem.non temere au tcmncc tine exadilTima quadam ratione
herebi nodifip flliusell Charon: Ce£ Iffcnim nox in nobis quz nihil aliud
ell nili ipiz ten(brz/quz abinfeinapro iieniut/nulla erit cofultatioe
opus:mens enim fumu bonu perfpicue nofccrcta &in illud line ulla
dubitatione ferret .nuquam enim eligimus nccelTatia/ac fub lata
dubitatide ois confultatio celTat :Quapropter qui iam in tertio uirtutu
gea &erefunt:quas purgati animi appellani/ii prudentia in repe deledu
no utunc' t led przter ea quz lut uera bona nihil nouetutiea^ fola mtuent.
Herebus igi tur.quud uerbu grzce ab obfcuritate originem ducit:ita lefc
rationi opponit Utopuslit cofuitatioci (^uoniauao Cutmdd Keba}acmodeacccllarii&cota la
.P.Virg.M.AIlego» fuUc:opottuit bancuim ea libertate donatam
clTerut aut de plutibua unum/aut de uno <tt ne agendum pro fuo
arbitrio deccrtut. Hoc (i itæfta gratia didtuc Charon«Nibil enim iibaius
cft gratia cum fua fponteproueniattnon autem a cuiufquam merito
debcatur.Q_uaproptei cogi nullo pado uultsat(^ ea de au« fa cum Æneam pet
tacitum nemus ucnite uidetific prior alIoquitur:Q_uiiiquit cs armatus qui
noiha ad iimina tcdis/Fare age quid uenias idbinc et comprime
grclTum>Nam cum etiam rationem ad (c ucnire uideat liberum arbitri ums Non
ante illam admiære uult-quam difcutiat diligentius quid fibi agendu
fit.Qua» ptopter addiuNcc uero aladcm me Tum lætatus euntem accepilte
lacu > quu ne ad uirtutem quidem trahi uult liberum arbitrium. Verum
antea confultat i Et pofi confultarionem deledum adhibet. Quam quidem rem
animaduettensff billa; (Luimrubiicin Nuilxbci Dndiznccuimtelaferunt;&:
ut appareat illum con cogi/fcd per confuitatiomm peifuaderi aureum ramum
oftcndittllleaute ad uifam fapientiam libenter conuetticur: fiC de natura
hadenus.Nauis uero a czruleo colore confiatilile autem ex albo nigrocp
conEcitur.Conteplator enim inter iofeitiam at^ cognitionem uerfatur.Non
enim mouetur quifpiam ad in» ueftigandum luli aliquid uideat: Rurfus cum
omnia in ea re uidcrit definit fpe culari. Eadem fere ranone futilis
hngitunperceptis enim percipienda adneditt Si autem futilis &,
timofa.Nam antea quam habeatur perfeda rerum cognitio/ non ctit ita
perpetua rerum fenes/ ut nullum intermedium relinquat: Animas uao quas ut
Æneam recipiat e naui pellit:omnes animorum affedus qui ratio ni
aduerlantur interpretandas opinor. Sed uos fortafie nimis cutiofam nimir(^
ineptam huiurccmodi interpretationem exifiimabitisicum ita minute etiam
tni nmiaptofcquar. An tute cutiofum aut ifia minuta appellas inquit
LAVRENTlVS: quxetiamli nimis ingeniofe elicienda el Tentidigna tamen funt io
qui» buscJaboresi Nuncuerocum fe ultro offerant/quis ea repudietr Q^uin
igitur ptofequetetfiC qyz difputationi noftrx quadrant ne przteri. At^ in
pnmis quid libi Cerberus uclit/nobis apeiiiNam &quod cymba
gemuetitifiC quo drimofa inultam paludem acceperit : ego nifi tu aliter
fentias fic accipio/ut in altero fpeca lationis diificultatemiin altero
terrenarum uolupratum illecebras : qux furtim dum uitia fpeculamut
interfluunt/exprimere uolueritiPromptum pa immortalem deum ingenium/^ ad omnia
uerfanle in te elTe uideo LA VTENTi in» quit bAPTlSTAtnei^ commodius ifia
meintapretari potuiflie fateor: Ad cer betu autem de quo audire cupis
/paulo poftucniam:Interim pauca qux omi(< fafunt/percutramus: Ad
nautam omnes confluunt animxtomant^ pnmx tranl Huuiumpottariitelt dunt^
manus tipz ulterioris amore: Hic iguur con» curfushocut puto
fignificatomnes natura fdre. cupimus: natura autem non omnes admittit:
quia liberum menns arbitrium non omnes ad.fpcculatiooe adtmttit : nam
quod in humatorum animx cenmm annos uagentutt de zgf* ptiorumconfuctudinc
tradum: 6c Seruius et Seneca affirmant i Q^uam rem deinde Orpheus^ad
inferos tranfiulit: Vehementer uero quadrat Palinurum a fybilla feuere
calbgari: nefas enim efi cum appetitum ad ueriinuefligatio» bem
ttaduccre/qui aducHiis rationem contumax fit r Sed redeo ad Ænca;^ at at 0
jlU, DI ii a a » 0 3 i i Liboguartuf
tat) jcm charon ad ahetam lipam iocolumetn traducit.Ipfd «tiim poft
diutumu catamen rationis Kappetttus in fpeculationtm tradudtur.Q_uo in
loroaio^ uutn adunfus fc bellum cxdtari Tentit, Cerberus enim ha;c ingens
latratu regna tnfaud petfoiutaduerforecubans immanis in antro.Scd
animaduerte qua par» 1)0 negodo omnia a Sybilla pacata reddanturrOffam
enim latranri cani porngit Qua uorata ille in fomnum inndit.Q_uaptoptet
occupat zneas aditum cufto« de (iepultotCerberum igitur ea fortalTe
ratione tridpitem poetæ tradideruttguo* biam illum terram gux trifanam
diuiditur /interpretantur. dicuntcp grzce quali Omnia enim corpora
uoratterra:quado quidem io ea omnia reddunt.Si i^‘tut terra eft cerberus :
quis non uideat porta noflrum per cciberi latratus noftri corporis
indigentiam exprimere uoIuifTe. Cu enim ad rerum magnarum cognitionem
eriginiunhoc profedo agimustut men tem quoad dus fieri potefi a fenfibus
reucKemusremoritp dircamustnon tamen ex buiulcemodi mortis comentarione
intereat corpus neerfle putestred cft illius ratio babenda.Reclamat enim
ne fibi neceflaria fubnahastlnmrgit^ trifaud lar ttam.Tribus enim rebus
indiget dbo potu ac fomnotin quibus nifi fatis illi a no bis fiat adeo
obflrepct/ut nihil egregium meditari (inat. Cuamobrem nullo par
donegligenda e(l cura corporisrlimplicitcr tamen modelle ac omnino
fobrie/re fidendumtut cum laboribus ruperetTepoflit: nimio tamen luxu
contumax adr uerfus animum non reddaturtpaucis enim natura contenta eft :
at<p ea huiufcer modi funt/ut fine labore: fine fumptu facile
comparentur. Nam ne fortafte ad ea re me te reuocare ardas quibus Ginicus
cotctuscfti^oflincuicmdumolusnul 10 etiam lalecoditum fuauilTimas epulas prxbere
pofnttaudi ea quibus uolupta* tum patronus Epicurus acquiefdt :Num ipfe
minus uiliflimo panno:quam aut purpurea aut ccKdna ucfte a frigore
defendi rxiftimat.nu fitim nifi chio aut æte 11 uinoatinguitnum
famem nifi exquiritiflimisregiin^ dapibus fedari pofte pu tat: Epicurus
inquam qui in corporis uoluptatefummum bonum ponit nullu aliud pulmentum
in coenaptzta famem ac fitim quzfiuit : quem etiam legimP ad panem raro
quicquam prztn cafeum addere folitum.Ficedulas autem ac par
Uoncsreliqua(| ilb flagitia quz et Maaobius in pontificalibus Tuorum
tempope ccenisdeteiiaturt&nosno ftratempeftatein romanorum przfulum
dipibus fir nefumma indignatione ac gemitu meminifte non poflumus ueluti
pemitiofilTi mamonftra exhorrebat: Qua quidem in te ego terni LAVRENTI
ficut inc zr teris temperantiz partibus iumma laude dignum puto;Nam przter
id quod plu timos iamannos utiunfiurarum articulorum dolores efFugias:uinum
non bi bis nonne pro miraculo haberi poteft/ut tu in tanta mum omnium
affluentia: in tanto urbis noftrz luxutin frequentibus
lautiflimir^proptaalTiduashofpita liutcs BC æbra fodalitia tuz domus
conuiuiis nihil intuum uidum nifi fimplex ac populare fumas: Q_uzdum
cogito redeunt mihi ad memoriam ea quo quzdeFederico Vrbinatumprindpcnon
folum audiui:fed etiam propter antir quumhofpitiumfl Cueteremamidtia
fzpiflimeuidi:Inquoduce et fiplurimz aliz^ ea magnitudine uirtutes
elucefcant/ut ueluti folis radiis minora fydera Oiancfcunt t ita hzc
illatum fplendote obruatuntamen quis non obftupefcat ta Id.P. Virg.M.AlIego;
tiu Meorinaum acrobrirtitf modicamincaftrisubiuJrtrolrt Wtn
f*t« inopia nullu inter fumtnfi duce ac extremos lyxas et alones d.(c^«,
elTe patn tfed domi quocj ac in aulatin qua cu ota ornamenta pana fefe
offerantmec uiq aut liberalitas/autmagnificeoa defideret s tamc
difcubent* illo nulli aut palalaSo aut nometano/fed Bi philofopho et oraton
ocw relin^ tur.lpfe enim a primis annis uini prciflT.mus fuiticuius ufum
paulatim inteitendo eo progtelTus eft/ut iam diu illud omiferit/nemo eQ qm
communioni epulis/nerao qui fimplidoribus uefcatur/quibus dum
corpons U.TO r fiaui(rimisinterimd Wu«o™“‘l'fP»°"J'l?“perfipefii dum
lingulis annis ualitudinis oaanduj raufa romanos aumnmos Sfugiensadillum diuertor:uidearmihia
Sardanapall.c«rn.sm AIano.conu.- uium inddiffe/K ad aliquem
foaaticum hofpitem deueniftim quo pnfc* con. tinentix ueftigia tam
uehementer me deledat/quamm notoojir hominum qui rubris nigrifqj
galeris:ac niueis riciniis totius fanditatis doannam phtent luxm
lafciuiam exaritat.Pudet enim pudet mi Uurenti pigetip noftroju «orumm m
totius rei publicx chriftianx curiam in qua integra religione maximaij
dodnia nonnullos optimos patres K tanto fenatu dignos elTe non
negaueom/iis homu nibus aditum quotidie patere uideamiquos ego tunc demum
fenatorium ordi. nem romx iure obtinere cenferem/li Heliogabalus ib
inferis redudus rurfusim peraret. Verum cu hxcme alio in loco deploralTe
meminenm agamus quod iltat. AtcB naturam noftram minimis cotetam effe
intelligamus.Q_uod cu expnmere cupet Maro Sybillam quxueradodhinæft
inducit offam in qua et andu 8Cb^ mefcens fimul alimetum
fit/Cerbero porrigetem/qua faale et fihm? I*' det:& in fomnu inddat.Aureu
pfedo prxceptu.Nam qui aut Uutiflimis epulis corpori indulgetiaut uaria
uina exqrit ipfa crapula at(j ebrietate « c^us contu max fibi reddit/8J
animi aciem ita hcbetat/ut nihil altu fufpicere poflit. Upt^ quidem funt
ifta qux dids inqt LAVRENTlVS. Verum de Cerberonon idem TOCtas omnes
fentire uideoiMaro enim eum canem ita latratem inducit/ut non egredi fed
ingredi cupientibus aduerfet":cuius qdem rei rationem optime a te ex
Mfitam effe intelligo. Nam huiufcemodi corporis indigentia non iis allatrat
qui corpus curadum redeutifed iis qui illo negUao ad ueri cognitione
£0“«“^ ItacK ut dixi ego qd Maro fibiuelit plane tenere uideot; Veru cum
apud Heli» dum poetam ut te non fugit nobiliflimum legerim Cerberum
uenieti busauda auribufm blandiriiExire ucro nemine patiiln infidiis enim
delitefcesjqucmcua extra ianuam offendatiftatim morfu laniat s no
intelligo quo nam modo hxcoi no inter fe diuctfa non fint nifi fortaffe
alium ad inferos defccfum um Maro exprimere uoluerit.Ingeniofe tu quidem
inquit ® dit enim ad infaos xneasiqa in uitiopr cognitione tcdit:Q_uod fi
ita eu ingit™ enti aduerfabic Cerberusrodit enim hxc corpusiFac aut aliu
no ut imU nan^ cognofcat inferos petereifed in ipfa uitia labi auribus 8i
cauda bladiet Cnbe^ qppe qui illu ingredi cupiatiNam qd aliud moliunt'
iquid aliud conant perd» boies nifi ut tridpitisbelluac non folii
indigeti* fatiffadatifed oes uoluptates plcanuQ^uod fi ide ifti nonunq
pdita uita reliqua «id enim eft infaos egteoi* - >4^».Liba guam»
tcnctit tuc latrat tunr mordtt canis.Rrde igtt'’ addubitaftt.Rrdt us aut
dubitatio orm fuluifii.brd ut ad Maronis cci bttutn rrdcam facile ille
(imp KnlTtnis rpuHs arquieuits Acneasautnn celer ripam cuaditsNon enim
lente K cum fegritie bacc adtunda funcfcd omni contentione at<]t
ardore captiTcnda. Qucniam autor do in rebus huiufccmodi cft ut primo uitia
cognolcanf. Cognita deinde effuga» lunut pofirtmo illis purgati rerum
diuinatum in quibus fummumbrnum con fidit idonei contemplatores
eifiriamur/erat illi totius bumanz uitz curfus mrn< te repetendus/ut
peripicuc intelligeret no folum quato fe fcelere adnngit qui no biliore
fui parte neglcda in uno corpore:& in iis qux a corpore fum
uoluptatib? fpem omnem reponunt. Veium etiam quata miferia opptimanf. Earo
enim uir tutum armis quibus folis uidenes euadne potuilTi nt penitus
exuti nudelilTimis fortunzidibus nudos fefe obticiunt/& ut ca»era
aduerfa/qux innumera quoti« die æddunt omittam /mortem ipfara qux
lingulis borarum momentis impedet uelub lummum omnium maloium
rxlKHret.Q_ui quidem matus enam Ii nui la alia ptutbanone adiaans ipfe
unus nos nunq refpirare linit.Quaprnpter hac iirpeipfosmfantesin pnmo
uitz limine petere oftedit.Hac et in fontibus p uim mferri edocet. Hac et
libi iplis eos afferre demonfiratiqui adeo imbecillo animo fimt/ut
grauilTimis quibufdam ptutbationibus fe pares gerere nequeat. Qux q dem omnia
diUgenter intuens xneas decernit tadem hoc in primis fapienti prx«
fiandum elTe ut culpa uacet/mortem autem ipfam inter naturx munera eoumc
ret/cum cz ea no folum nihil mali nobis id eft animis noftris eueni» / fed
contra fummum bonum/quonia a tam tetro carcercfoluti in noftram nanira
rcdeam5. Qua qdem ratione faceti cogemur amice at<^ indulgentet cu
illis efle adum qui antea ad buUifcemodi miferiis erepti Itnt/quam in
casinciderint diuind omni nomunus illudincIcobim/ttbito Dcalunonecollatumtquipfofuma
in ipfam deam arqi in matrem pietate moetemcofecuti fint/Cxtenlt^ omnibus
natienb bus ac populis fapietiotescl Te traufosputabimus/ii enim populi
in thracia funt qui fuorum onum multis lachrimis ac lamentationibus
excipiunttquot mala il« hsin uica cucnmra line enumerares. Obitum uero
omni genere lattitix fcquua tur.Cogitant enim quot erunisq
uariisgrauibufip fortunx cafibus morte libera ti fint.Huiufcetoodi igitur
rationibus paulanm xneas moetum mortis deponit: Quin fi aur fe aut
quempiam bonum uiium fupplicio morte ue per fummaiiv iuiiam peti uidcbit
non duliilHme ur Xanthippe illa de (bcrate falrc merenti hoc
cucnitetdicet.Scd quod uetumefferapientes norunt Ihilti uero negant a nrmi ne
nifi a fe ipfo quenq Izdi polTc affirmabitmetp quicq quod turpitudine
careac in malis cuumerabiti^uin Kfoaatica argumentatione
couincctquicuipiniue fiecrudeliterip in aiiuiu «gerit non illum fed
fcipfum iniuria alficere.Eos autem omni odio infcdandosducct/qui animum
immortalem fiuptr natura itaro bulium/ut humana omnia contencre polTit adeo fua
ftulttria enenuuerittadeo £ taua confuetudinc imbecillum reddittut famineo
amore incefus in eum pau» tim furorem ptolapfus fittut fibi ipfc manus
atruleritiK morte q fummum tC> fetnalum putabatiid quo urgebatur malum
effugere tentauerit. Qua quidem in te pnmum ignauiam ai<f incttiam
cotum damnat:quia fua culp in eum Lbt o ii
In.P.V;rg.MtAIkgo. dinofum atnortin inciderint quem Plato ab humani»
morbis natum affirmat: quoniam illi eofoli afficiant qui uentri ac fomno
dediti: et diuinitate fua quam aroris denlis tenebris obrui pemuferut
penitus obliti nihil præter caduca : et aut morbo aut ætate cito perituram
corporis fortnaih reTpidunn Quamobrem bis pcccant. Nam 8C a principio Tuo
deiidioro ocio ac libidinofa lafduia effedum e(l ut in rem follidtudine
plenam inciderint. Deinde cum morbum fua culpa cotn dum diutius pati
ncqueant:fumma fc impietate afttingunt qui a fummo deo in coipus ueluti in
cuftodiam mifii in iuflu ipiius illud deferunt.Specula^ poii bax extremam
eorum hominum inlaniam/qui cum perfummam iuffitiam intrati/ quillo
fccuro^ odo degere poflient/per fummara tame inturiam ac impietate pa cem
pcrturbare/ac omnia mifcere maluerut. Nam aut nulb iniuria affedi ipfi ul
tto auatitia ambitione ueimpulfi ferto igni fraude nihil tale merentes
laceiletut/ aut ipii lacelTiti nihil de iure quod hominis pprium eft
difeeptantes ad uim qux faamm ed fe contulerunt: Hinc genus humanum cui
pa edeordiam in fummo odo uiuere licuaat affiduo mifccri uidcmusiHinc
multarum regionum popula dones fiC infinito;: mortalium catdes oriri
aiaduertimusmt cum undi quzeu^ nobis calamitates eueniut
colligerimus:nulla homini q homo acerbior pedis in.> ueniat : Vides
igit q exada lapietia hasc oia poeticis ligmetis exponantur. quidem quoniam huiufccmodi clVe
animaduertit/ut et cum fcelæ dant/ fit po£ fint etiam uido carere/placuit ut
una ac limplid cdmunit^ uia irecur.Cum autea Deipheebo iam difccirum
fuerit/quonia eam iam fefc contcplanda offerut / quz aut penitus
flagitiofa (int/aut pcul ab omni fcelæ folam uittutem continet du plicem
iam efle uiam oportetrut altera in itnidram ad ui tia defledaturcAltera
uf to indutt^tnaduirmtesdcueniat^Hociglt inquit LAVRENTIVS fitPytba
goram illum exprimac uoluiife acdiderimtqui littaam yadinuenit. Quod no
latuit Perfiuspoeta/cuius cdillud.Et uitz nefeiusenor C5eduxit trepidas
ramola incompita mentes» Ifrhuc ipfum inquit BAPTlSTA.Sed uideamus
quzfequa/tur. Æneas fub rupe (inidra mcenia iata uidet triplid circudata muto,
fetifica p/ fcdu tartarotum defcriptio.Locus enim exprimendus iam edin
quo uarialole/ ta puniantut. Hzc grzci tartara ab eo quod ed tarattiiid
enim cd pettutbatetex p turbationibus enim uitia oriunc .‘cademi^
paturbatam femper peccatoris meo» tem tencntilnduduntur autem triplici
muroiquia non una ac fimplid uia fcd tri plia peccamus.ptimo enim quodam
folo animi motu ab deprauata uoldtatc fce Ius condpimus.Secundo deinceps
loco accedit adus.Qui podtetno iteeum at/ iterum muItoticnf(^ repetitus
habitum obdudt.Q^uamobrcmhzctria in tat taris iure expreflit poaa quz
procul a uiro beato edic tedatur laaoruffl cartniiid uates.Ille enim
fiatim a principio dc ordif. Beatus uir/qui non abiit in condlio i
piotum.Videsiammotum primumanimi adrcclus.Ocindc fit in uia pacatora non
dctit. Quid enim aliud uia cd nid ipfa adioreitquz depius repaita nd am
piius in motu ed:fed iam fedcmdbi ponit fit redda in habitu iam
coadabilito. Rcde igit fit in cathedra pedilentiz non fcdit.Quod autem
flammifluo phlege thontbis flumine tartara ambiant" :minimc abfurde
dixit. Odendit enim aidp/ cem itacundiz: fit arumotum zdus quibus id
hominum genus alGduo torretuta Tantum fnim tH uittoruu odium/ut et qui
illis delcdati lutif tandftn pcraitoi tiamdcdudi
uitaniprattcTitan]datnncnt:urhcinrntn(^ oderim i fibi uno ipfia ætnime
iraiiantur. Nam tu donum cblTes tranfifTc dies luretn palufttttn: Ca
ptiui tamen unico habitus dnnui inuiti trahuntur at(^ ira furore^
exeduntur. Quapfciptcr tapidus flammis ambit torrentibus omnis t Tartareus
phlegethon. Nulla cnun fomax/nulb fabrorum oflirina magis exxfluat quam
feeleratorum mens Nam Taxa a flumine contorta oflendunt quam graues quam
molefli flnt buiufccmodi motus ati^ «agitationes. Addit ad ba;c portam
munitifilma fit foli do adamante columnas: quibus locum ita munitum
redditiut net^uirorumne czluolarum ui efitingi poflit. Quid ergo flbi uult
dodiffimus uir: Nempe hoc ut puto uiros flagitiofos ac permtos cum in
tartara deuenerint. Id autem est cutn longo habitu fcclaum mancipia cfFcdi
fint/nullis uirorum monitisi nullis diuinis ptxccptiss nulla deniipfyderum
clemmtiainde eripi pofleiQ^uaprcs' pter iute tales homines fit larini perditos
it grxd afotos appellant.Erit igitur in quit LAVRENTlVS amifliim in illis
liberum mentis arbitrium ut fit fl uelint aduirtutem redire nequeant.
Video fit in hoc ingenii tui acumen inquit BAPTi bTA. Nam breui
interrogatiuncula illa omniaconcitafli: quz a grauiflimis phr lofophis de
uoluntario dem inuoluntario quzri folent. ua quidem in re no solum
ingenium laudo/ redconfilium quotp uehrmenter approbo .Nam cum multa
liefe tibi offerant tquzfloc cuiufquam auxilio ipfe tibi foluere
polTis/ea tamen ab alio dici mauis/ut fit raodeftizquod nihil tibi
arroges: fit igmiiquod prudenter interroges flmul laudem feras. Verum
facile ita huic loco occurretur li dicemus non uoluiife poetam
ineuitabilem neceflitatrm/red eam difficultate quz impoflibilitati proxima
(it demonflrare.Sed fac etiam(^(T placet)omnrtn ex cidendi facultatem
adimere. Non tamen dicemus flagitia quz committunt in^
uoluntariacffe.quando illorum principium uoluntaiium ruit. Nouitenimin#
continens peccate curo adulterium committit: potefl^abflinerefi uult.
Peccat igitur uolcDS donecafliduishuiufcemodi deprauatis adionibiTs eo
perueniat/ut contrada iam intemperantia etiam fi uelit abfhnerc non
poffit/non tamen inui.' tus dicetur peccaffe/quamuis tunc nolit quoniam
licuerat a principio/modo uo luiffet in firmum illum intemperantiz
habitum non deuenireK^ uaproprer no magis inuituspeccaffe dicetur/q qui
fua fponte in quempiam lapidem iaciat de^ inde
pOEnitcntiadudusteuocatetfipoffet lapidem : qui per ærem fertur quoni
amnoUer hominem ferire. Ferit igitur fi! bene uolens : quoniam initium a
fua uoluntatc fuit. Sed hzclatiusapud Ariflotelem in libro de moribus
difputata inuenies. Itatp redeo ad zneam : qui ut uides urbem ipfam non
ihgredit. Nam qui uitiafpeculanmrnon uniantur interuitia
.lllorumuerouimat^ naturam a S)rbilla(^nam eunda edocet dodrina^penitus
intelligit. Procul tamen in limi ne Tyfiphonem uidet.ponit igitur furias
in limine tartari/de quib^plzra<]p quz a poetis finguntur
uelutinotiffima omittam. Plane aurem conflat placuiffe pri (as foiptonbus
quicuni^ maiori flagidofeobflrinxetint a furiis uexari t ut in Horcfhs
Alcmconifi^ matricidio uidemus. Quo in loco quidnam aliud expri tount
furiz : nifi inquietudinem æpotius uexationem quandam
turbulentif In.P.Virg.M.AUego. Narorima hxttd uluo quod fe ludia
neroonoanaabfolmtur. VtminU cts/ut mdida/ ut d«d<cus/ ut infamiam
effugias ; nemo uident : nemo a^ienfc Q
uitcftisdtaripolTitadcfttamen Sp& confciennaiquxu “*8«* Sicium rapit. |au.ff.mum
tcftimonium dior i comnncjt ^am «jb cod,; U^uenaled.fc ilU flacellai
hi fcrpentum moifus quibus fun* nos «agitant. Habes de tun t S aurem
Ufcelera. at, V «auilf.ma«iftunt a principio enumexat. Impietatem in
S in homincs.Nam et tianiam prolem flurni naulo ante dicebam / confæntix
cruciatum dodioreinterpretantu^ ?e enm ueluti Ceuiffmus fcelcrum
uindearqux flagitio obnoxujU^ i^ na affiduo nmarur: et dum commilli in
mentem dia corrodit /curafm afliduo excitat /nec eefpirandi fpanum
ueroK fxioncm tyrannidis exemplar effe uuir/quo Upfura cadenti imminet
affimiUs: Nunquam enim fine pe^ione uiuunt. (^uod et Dionyfius ille iyracufanus
Uamodi tamilun L illum beanffimum putanti probe oftendit / cum illam ita
int« ^s epulas ac pretiofa unguenta coliocaflct /ur umen metu
fupta caput equina feta pendentis nulla poffet uoluptate a la. mSlto rnelius\ofcunt h^ines quam detur
modo impeni acquirendi fa tasttuitate fciant.Ncc ueto diffiale eft intelligne
quid ftbi te ora paratx regifico luxu; cur furiatum maxima luxta
ptohil^t contmgæ menfas ; Neq, emm uerius neq, «prelf.us Le
potuittqux in eam homines dementiam protrabit/ut cumpluniM^
geffeS/tum maxime fame per, re malint quam congefta fe et pulchre
Orarius Tantalo illos comptat / qui apud in miiima aquarum pomotumtp copia fm
fame^ torqueatur. Pulchre em am^ illud tCongefiis undiq, Ciccis
indormis inhians et tanq^uain SI coceti* j pidi» unquam gaudete
ubellis. Magna ptofedo nutn da qw non norunt harum rerum poffelTioncm non
propter fe ntef illatum ufum.6 uapropttrbonailia
nontede/uuliaautemtecteappmus. Sed nimis mulu quando multis iamin locis de
auanua diximus /i deliqua uidcamu* : Saxum enim ingens ii uoluum i. Quotum
uiu per Itm mam mftriamin eo uerfaturiutCcmpcr ea prtantitamohn “ir
««/qux aut nativam aut fortunam suam confbtuu efficere nequeant i o^el^
eoii« conatus irtiti mefficacefij fint.Rourum uao udus dettndi pendere
nmw‘ Kdicuntur.quinibilranonefiiconfilM) ptzuidcnteiinihil P‘“^, deo
fe fortunx conimittilnt/ut eius cafibusuelun inter eutyp fludibus ucw
affiduo totentur. ne« uittutem ullam habent in quatn ueluu in tutum ttanq him potturo
W^tteapoepofli Bu Huiufcemodiigitutu Ut tactchqnaquxpItt r- Liber
guaitiu rimi uaria^ fuot edocet Æneam Sybilla / dodum^ flattci ut feiUis
«pii> ct admonet: ut punis campos clyfios ingredi poflit. ms igitur
Matontm a Platonis dogmate difcedcrc diat. lllc enim cumfummum bonum in
di' uinarumtetum cognitione pofuiiretiproptetea^ ccnittctomniuuiuium
gr^ nete excellere cum opottæ : qui cum Iit futurus beatus / tamen ab iis
in< dpiendum cITc oftcndit qua: Ant in uiu et moribus poliiz. Cum enim
dv uioa / quæ puriflima 6i ab omni labe corporea impolluta lunt impurus
nr-< mo attingere ualeatt pcrhuiufccmodi uirtutes expiemur neccire cU/
illis ctjita tL uitia cogDolicimust SC cognita abhominamunat puiilliau
ndiu i.xlo^ fiia ac immortalia egredi poAumusiHac igitur ratione
iinpuilus Maio cum ad tummum bonum perducæ honunem uelitt ira Acnram
iiiflicuendum curati ut primo uitia omnia edoceat/ deinde illis cum
opiaium ad campos clyAos perducat. Cognita enim uitiorum turpitudine
totum odium Boa inepuiquz quidem prima omnino lapientia cft. Audirus cnim
ad il« km/cA,ut fiulritia careamus. Sed tu nefcioquid mirabundus tecum
animo ooluisiifibuc ipfnm inquit LAVRENT1VS. Stduide.quantum tibi
extua diTputationc debeam. Dum cnim mihi planum icddeie Maronem
ttnusi id^ efficis eodem tempore in noAri duis diuinum poema induds.
Nunc enim demum pcrfpido quid Abi uclit Oanihcs qui piimum ad inferos descendattat^
inde emergens, nullam aliam uiamniA pcrpurgato iialocaadca; Ium inucniat
: Made uiitutis adolcfccns inquit liAPTlSTAi qui non ea ib lumquz dicam
Si A diffidlia Ant facile acapias. Seu quadam Aaulitudiueou dusinde ad
alia accedas/ut cum ilk maximam laudem ex diiigcntiilin<a quadam ingenii
atrihd^ plena imitatione alVccutus At : tu quoqi uuuciedio acm laudem
mcrcaris.qui bzc omnia/quanquam uebemcutcr dilliuiuJata lint in illo
poeta rccognofcas. Ego uero inquit.L. quantum cx huc merear ipfciu«
dicabis tqtianquam ueriorne nimio in me amureiaplus noAiutnlioc ingcnk um
longe pluru facias/ qua oportet.iliud tamen Si A alicnuni a ptopolito
fcf<t mone uideatur/non omittam .Tu autem quod dicam ea laiiunc amc
dida ædas ueliin / non ut meum ueluti decretum in tanta icponam / fed ut
iudtci' iitntuum quod ego onmium reliquorum ludicioaotcponomcu uerbis
elici am • Ego a prima pene puetma cx uiaufqi patentis m Aituio adeo
famibate uni uctfum opusAorentim poecz mihi reddidi / ut pauci omnino Ant
in eu lod quos ego Aquando illi huiufecmudi oblcdamcntt gciius
rcquitcter.t/ non fa« cilc ad uubum exprimerem. Sed quid poteram puer ex
um dtumo uacc ptet maa uerba pcteipcre.Nunc autem cum uniuetfum rci
argurocniu mciice peu curro tumma admirauone cius uiii ingenium
ptofequor.Na oi lu upexe fuo te xendo pauca onuiino Ala de uirgiliaiu
teia mutuari uideac ttameii mde oia pe ne Ant.l uiobtcmnuncnd demum
inteiligo/quod nos cx Cict-roms peepto Izpenufflcco Lidinus admonete
folct cc in aliquo imitadu diligctcm oino u* dooe adhibcnda.Nci^ enim id
agendum uri idem funus qui fuut miquos imi tamut.Scd cotum ita iimilcs :
ut ipla Amilitudo uix illa quidem neq oiA a do dia iatcUigauit.Sed tu A
uidetut ad inceptum tedi. Cum igitut inquit. et la.P .Virg. M. Allcgo. omnibus
iam uidis expiatum Æneam ad eamm rerum cognitionem Mato deduAurus
elTettqua; in casiis funt noncxlum fed elyfios ampos nominat. Miro profedo
ingenio u3tes/& qui eodem tempore et figmento fu o Kuerita
tiin(eruiat:Nam& (i apud inferos poetarum more heroas relcgalTct i
tamen nt hzc omnia de czio ilium fentire animaduertamus largiorem
ztherem: ac fuum folem fua^ fydera illis tribuit / ut cum a figmento
nufquam difcedat philofophizumen ucritatem profequatur. Nos autem (i quos
uirosilleincz ios reponat diligentius confiderabimusiea omnia quz primo
difputationis die de utroi^uitz genere a nobis erporiiafunt acubflime
ilium elTe complexum animaduertemus / ut K qui in rerum cognitione
reIigiofe/8; qui in adionu bus ac uitaduiliiufte uafati Hnt digni omnino
exiftant: qui in czlumuelu« ti in originem fuam redeant i Q_uapropter BC
Orpheum Si Mufeum ac reliquos qui cafti fuerunt facerdotes : qui phoebo digna
locuti uerum reliquis ape rite potueruntsqui uaharum aitiu
inuentioneuitam cxcultiorem reddiderunt tanquam fpeculatores cotnmemorat.
Nei^ tamen eosobmittit qui aut piisar< mis aut confilio opera
induftriaat audoritate rem publicam dcfendcruntiK in duiliacfocialiuita
ueifati funt.Huiufcemodi ita animos ab omni corporea contagione expiatos cum fimplidlfimz
8C omnino incorporez naturas fint: SC maximarum rerum capaces exiftant
mullis locorum anguftiis arcuferi ptos nullis regionum terminis inclufos
eum animaduettac sed liberrime per omnes mundi oras uagareuideat: ita
Mufeum loquentem indudt: ut often. dat nulli e(fe certam domum Quin et cum
ita fenoit quz gratia cunumiarmo rum^uiuis fuit quz cura nitentes pafcere
equus eadem fequitur tellure repo flos, demonfkat non clTe
fcimroemoremeotu quz et divinus Plato t placo, nicus CICERONE de animis
noftrisfentit.Cenfent emm adminift ratores terum.p. cum in czium recepti
fuerint regendorum hominum curam non deponere. Net^folumii quiiuflepieqt
uixerunt eodem audore iifdcm (ludiis detinen. tur corpore exuti t quibus
dum uita manebat deledabantur: Verum llagttio. forum quotp animi quoniam
multum ex fordibus quibus intta corpora fe fadauerunt/ fecum inde trahunt
a prilhnis curis difcederc nequeunt. Vidt« ftis ni fallor longum quidem
iter ac difficultatibus erroribufi^ plenum: fed quo tandem uir uirtutis
amator finem diu concupitum attigent. Per uari. 05 enimcafus pertot
diferimina rerum initaliam tendam s OC in quietas f&. des deuenit Æneas.
Quem quidem fi imitabimur nos corporeis pedibus liberati / SC nitido
uirtutum fonte irrigari eodem uitz genere SC dum intra hzc corpora
uerfabuntur animi nofiri gaudebimus /& cum inde uoiucrint innoftram
originem reuerfi zterno zuo fruemur. Q uz cum ita a BAPTi.STA dida fuilTcnt :
ut difputationi finem impofuiffe uideretur/nihil polfutn inquit LAVRENTIVS
in ram longo fetmone defiderare.Nam a principio ad hunc uf^ locum ita
perpetuo tenore difputatio perduda edtut nihil aut inter* niptu/aut
diuulfum/aut ptzcipicatu t in quu inter mediu aliquod rclidn omif fum ue
fit qri poffu.Sut eni oia mirabili fetie colligata/& eo ordiecotextaiut
ni hil inde demi pofTintiquin quz tcliquutur manca fmt futuraiK nihil
addi qrf J M M S IJ i J i-S rg.§S l-l 1 t-i t 1 1^4"S fi-lltt
quidem 6 ab/it /multopere requlreudu uideat. Ignoscens tamen nimiz cupidi
tari no(trz/ri td nunc rcquiram:quod cu uehementer mihi planum reddi
cupii idne^badcnusateez porituintclligisnc locuinquo deinceps exponi
poflit teKdu uidei:Ezpefiabam enim non modo fufpenfo uerum etiam anxio
animo quid tu de iis fenrircsrquz furpiciens Anchifes fuo ordine pandit. T
u ueto dum rcbqua inter dirputandum fuis quz^ lods difiribuis/illa no
ueluti familiaria io iufteeiedarfcdtanqua aliena rine ulla iniuria
czclufa procul a tua difputatione amouifti. Qua propter incertus fum quid
agam:Nam ne audeo te longa ora rione defatigatum quicquaprztercarogareme
is quz fcire cupio zquo aiu^ mopoilu carere. Hic arridens BAPTISTA
meminiife inquit te oportet o Lau miri nos huiufcemodi terminis aniuetram
quzfiionem drcurcripiifre : ut quz ambagibus quibufdam/atip allegoriz
figmentis obfcurata effent aperienda pro poncremusim autem ea tequins quz
fuis uerbis fine ullo figmento enarramr. Ego tamen non ita exada ratione
tecum agam/utquodexpado debetur/id fo Ium enumerem t Sed prauerid gratis
aliquid in ea hbcraliiatc accedere uolo : Id igitur quod Maro ut
Principio czlum ac tenasicampofcp liquentes. Lucentenv ^globum
lanzritania^a(ha:Spiritus intus alit : huiufcemodi eri utftoicora de diis
opinionem refetat:Longum effe fi nunc omnium antiquorum philosophorum de diis
immortalibus sententias referam. Q^uz quidem tam diuetfx ta^ inter fe
aduerfz funt/ut totidem pene reperiantur/quot funt eorum qui feri
pfciuntcapita: Nonenimfingulzfolumfamilizfingulas fmccrias excogitari. Sed fzpe
inter fe eiufdem fedz uiri uehementer de re ipfa diffentiunt. Verum ut
reliqua ad przfcnsmiffa faciam et ad ea quz przfenti inquifitioni
confentanca funt deucniam:plzri^ ffoicotum:fed przfertim eorum princeps
Zeno universum mundi globum mentem et ratione & fummafapientiaprzdita
habere æ« didaunt /eam esse ignem quendam purissimum ac tenuimmu. At
ueluti ani mi noftri per fui corporis particulas oes diffunduntur/ita
illu per oia mundi me bta ueluti geniule femen unde eunda procreantur penetrarciquippe
qoi uigot fcmeni^ fit omniu procreandorum. Virgilius igitur qua uis ui
reliquis a Platone fuo nunqua difcedat tamc cum uidiffet Chiylippu in eo
quem de natura deope limpfic libro Orphei mufd Hefiodi at^ Homeri fabellas
ita interpretari ut ide prifcosolim poetas fenliffeconeturoftendereiquod
multis pofiea annis (loici fenferuntifbtuithacinreneab iis poetis quorum
fimilis effe cupiebat diftiml> Iis putaretur ipse PORTICUM fulcire ac
floicis adhauere.Na Platonis longe alia fententia eff. Ponit enim deu
penitus incorporeum:at^ extia omnem materia omnem mundum inipfoczlidorfo exiflentem.
Qua propteeillu hypcrcof mlon appellatiquoniam eifentia sua supra cxli
uerricem mancaticum tamen ui ac providentia nufquam abfit.fed omnia
circufpiciens etiam minima curet.In phzdro enim ait. Magnus in czio
lupiter citans alatum curtum inccditJ^mua exoinanscunda.Eodem in libro
demonftrat locum illum neminem adhuc laudaiTe poetaiummec unquam pro
dignitate laudaturum.Q^uaroobrem cum Platonici deum eztta mundum
ponantiquibus etiam Ariflotelici alfentiuntutt Stoici aut illu per omne ut
dixi mundum diffundat, qs no uiderit Virgilium /i in. P. VIRGILIO
(vedasi) W. AII fgo. cutn dcutn quctn in potticu uiderat dcfcriplii Tcnnimorip
noftros illius partica bs elfe a Chrjiippo acccpilTe.Cu autem
prouidcntiam dci multis in loas prafe quatutinufquara a Phtune difcedit. Non
enim idem omnes rendum.Quzras fottaUe quid de mundo sentiat PLATO
[PLATONE]. Ccufet quidem animam eu babcrc/a qua reliquorum animantium
animz (int. bominum autem animos abeo deo que paulo ante dixi creah:££
ratione exornari uultiCorpus autem atip cacterasoes vires quas praner ratione
mia bi seiTefamus bomiiaiabanimo mundi elTe (ai bit.EQ enim lile dei
uicatiusicuirjlua uniuetla ueluti fua prouinda denudata Imltai illi uita
moturai prxbet/non fuaui autfacultate ledquicquidagitid uelun dei
in(humentuagit.Oeclinat igitur paululum de uia Matotat a Pia/ tonefuo discedit.
Cum autem dei prouidentiaplunmis locis profcquicuri illi totus
adbzret.Non enim idem omnesfentiunt.Sunten:minfortunz qui calt bus omnia
ponantiK nullo credat mundum rectore moueti.Q^ua in sententia Leucippum
abdaitem/eiufe conduc Oemoctimm: Protagoram quo^S Theodorum ac L’ORTO
repenasi^unt itidem qui Andotelem fecuti non ita odofum deu ponauut nibil
omnino curare dicant. Illius tamen prouidentia Iu nz orbem dclcenderenoæduntiSunt
deni^K tettiiqui fitliuniucifumper tingere illam uelint maxima tamen dutaxat
curatr/mininu ucro omnino negli gere opinent. At Piato ut eunda a deo
fada putat/ ftc eunda illum curare exifti mau Atipbzcdedeo.Otbeucto quo
uiallim animos nodtos ab inferis ad coc pustat inde rurfus ad inferos
tranfirefaibit ab academia cftc non negamus: Verum si latius de re
buiufccmodi dilTcrendum propofuilTcmusiextant multo diuiniota quz a tato
philosopho de aiope corpore difcclTu pferre poiTimustSed difficile oino
eff um breui tempore res arduas longa diligende otadone explicandas
bisanguftiis includere ltaij quod roluminffat idagamus lnuenies igitur
apud Platonicos cu mille annos apud inferos fuciint animi bominn ad corpora
illosredireiatijinde uidffim ad inferos remeate.ldi^ totiens facere do
nec duodedm anno^ milia tranliednt. Hunc enim orbe perfedu extChmat.Na eo
fpado penitus purgari aios CTcduti^ptcrea^ poffe illos tu demu
purgatos/in fuam origine et adezicifes fedes reduc: Q_uod iiquis fuerit
qui pbilofophiz fe dcdacibuic ta fadiis purgado obumit:ut aceat ei poft
tria annopt milia ad fupe ros euolate: Adduc ena fiqs teligiofc oino
uixeritieu ante mille annos H purga/ ti/S purgatu (fatim in fua origine
redire: Eff prztcrea quemagnu annu appcl/ ]at:quc cuc finiri aedunt cum
fol una cu luna ac quin^ reliquis enatilibusffel lis ad eade zodiaci
parte rcdieiint. Exado igitur boc tpis circmtu:quc et si vatta sit dodoru
de illo uiro ru sententia rex tamen ac triginta millibus annoruconfi ci
plzrii^ acdidere.ccafec Plotinus omniu bominu animas ad eunde uitz babi
tu rcditutas.Hzcigif'& qualia (int/& quid facicnda/fadleexco libro
perapi cs/que nodu expolitu in manibus hic noffet Matfilius habet: nec
adhuc edidit. Vciu ego cum apud ipfum inbgbinenffdiueniffcm/cafuin cu
incides aperui locof quofdam fuma cum
uoluptate percurri. Res omnino magna eff LA V/ tcd/fl( magnis
ingcniuinbus ttadata Sprotfus digna in qua labores. Poterit nitn no tolum
maxima ac pulcherrima et homini fe ipfum noffc cupiend per quartus
aeeelTariatedocercrcdmrummatn quo admirationem rapere. Scnbit enim
non phyticcCut plxri solent sed metaphyiicc de animoru noftroru immorta
litate/utplane poffit de ea re omnem dubitationem amouere. Quem librum cu
Icges/&ha;c quz deMaronereqiuris:&plzra^ alia quz nos paulo
antediuinif fima cfle non rumusmentiti/facilec^nofces. Qux quidem res
facit ut in iis quzpo (hilafiibre uiorquelles /forta(»fuerim.l^hil tamen
eft quod breuitad ^cenfeas. Nam cum ea requireres/quz nullis eius
difputationis quam pepige camus cancellis includerentur/poteram illa meo
iurefilentio przterire. Itacpid facile fi forte obiidatur diluam. Apud vos
vero dodif Timi viri quomodome purgem non invenio.Video enim dum
pofiulanti LAVRENTIO nihil d&> ncgo/duplids errati culpam
inddifle.Nam quid me aut loquadus fingi poteft/ qui quarto iam die ea
eruditifiimis aunbus uefiris inculcare non delinam: quæ quadodrina
efiis/uobisqua mihi notiora fint: aut aud adusex cogitari quiim praemeditatus
ad differendum de iis rebus accelferim quzado dilfiinis iifdci diuprz meditads
uids uix faris eleganter pro sua dignitate explicari folcant. Im mo quid
humanius/quid tua fadiitate dignius refpondit Alamanus effid potu Itqua meanobisodofis
dilferere quz tamen magnis vehementer cp urgentia bus occupationibus przponere
non dubitaremus.Nos autem inquit Petrus ac daiolus uolo enim et pro
fratre meo refpondecc ne optare quidem id aulielfe tnuss quod ultro nobis
arridens fortuna attulitiut tu tali przditusfapientia at ELOQUENTIA VIR ea
deduplid quzftione primis duobus diebus breuiter per. Ipicueiabfoluteip in unum
congereresrquz non nili per fummum laborem: (i> mam indufiriamex
multis ac uariis fcnptoribus cruipolfunt. Nam Maro nis diligentifiima at^
multiplid dodrina referta interpretatio in qua tertio ac quarto iam die
uetfarisitum quia pulcherrima tum quia inaudita accidit no mi nori
Ihiporetqua deledationc nos alfecit. Non polfut fatis pro fua dignitate
lau dariquzatedidafunt inquit Antonius: Sed utinam Baptifia quoniam reli quamztatem
Romzcon fumpfilb hanc tandem fenedutem patriz uel optao ticodonare uei
illa tanquaafuociue exigenti corpore uelisutfzpius te de magnis rebus
difputantem audientes ciues tui dodiores indies meliorefc reddantur. Verum has
ego huius Marci partes ee ducoiTe enim pro ea quz illi tecu intercedit nec clfitudine
modo nitat facile in sua sententia tradudurum confido. Quin ifihuc ia diu
ago inquit Marcusinec prius defina qua aut ronibus impc' travero aut praecibus
ezotnaueto aut defatigando extorfero. Sed ut confido muItum meineateiuuabit
LAVRENTll acluliani ingeniu acftudiu. NI cu inultu iam in litteris uter pfeccrit:
fitr multatu tetu addifceda^ ardentiffima cupiditasrcu cztera illis et a
natura 8C a fortuna adiumeta ad re perficiendam abunde aifintind pariet''
ille diu adolescentibus quos cariflimos habet operam sua desiderari. At q
liceat md iqt BAPTIfta ego talib5’adolescentibus ounq deerot Sed furgamus
ii/SC qm primo mane uobis e in urbe redeudu.intellexifti cni pau lo an
uurcriu publicis Ifis accctfiri quod reliquu diei eft ualimdini ipedamus.
Quzftionu Canuldulefiu Cbrifiophori Landini [LANDINO] florentini
QuaitifiC ultimi libri Finis. Cum Priuilegio. -Z.sisqfc "Moibc
scof. Questo lavoro porta nuovi elementi allo studio delle complesse
vicende inerenti i RERVM GESTARVM FRANCISCI SPHORTIAE commentarii di Giovanni
Simonetta e il relativo volgarizzamento, la sforziada di L. Nel saggio
introduttivo si indagano gli aspetti biografici, storici e filologici
riguardanti le due opere, partendo proprio da SIMONETTA, attivo nella
cancelleria di SFORZA assieme al piú noto fratello Cicco Simonetta, e
ricostruendo la storia testuale dei Commentarii dalle loro origini agli
emendamenti eseguiti dall’umanista POZZO in vista dell’editio princeps, senza
trascurare le vicende editoriali e le prime reazioni all’opera. Punto di forza
dell’analisi è l’aver ritrovato e studiato nel dettaglio il manoscritto
originale, nonché esemplare di dedica, dei Commentarii, già noto a SORANZO il
secolo scorso quale codice Castelbarco. L’attenzione si sposta quindi da Milano
a Firenze, entrando nell’officina testuale di L. per sondare la sforziada dal
punto di vista metodologico e contenutistico, con un conseguente particolare
riguardo per le vicende successive all’invio del manoscritto di dedica (copiato
da Baldinotti) a Milano, dove il testo viene sottoposto dal Simonetta a
numerosi interventi visibili ancora oggi. Chiude la parte introduttiva un
capitolo che vuole delineare la storia dello sviluppo dei commentarii come
genere nel quadro storiografico dalle origini alla fine del Quattrocento. A
seguire il lettore troverà l’edizione critica della sforziada in veste
integrale, corredata di un approfondito apparato comprensivo degli interventi
che ne testimoniano la ricezione a Milano. Grice: “Perhaps more interesting than the fact that he
loved the Achilleid, and commented on the Eneide, is that he sold the sforzeide
– sull’eroe Milanese, l’invitto Francesco Sforza! Howell in I Medici. Cristoforo
Landino. Cristoforo Landino. Grice: “I love Landino; for one he wrote the first
Italian philosophical dialogue, “Disputationes” – for another, I love the setting!” Landino. Keywords: dialettica fiorentina –
implicatura fiorentina – la Sforziada di Simonetta. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Landino” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landucci:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- i misteri del
delitto Gentile e le bestie senza stato di Vespucci – la scuola di Sarzana -- filosofia
ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sarzana). Filosofo italiano. Sarzana, La Spezia,
Liguria. Grice: “If I had in Hardie a
wonderful mentor to Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si
laurea a Pisa con Luporini. Insegna a Firenze. Altri saggi: “Cultura e ideologia
in Sanctis” (Milano, Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza);
“L’origine della scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la
storia” (Firenze, Nuova Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea”
(Napoli, Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS), Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente
in Cartesio, Milano, F. Angeli, I
filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e
fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista,
"Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice:
“Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of
the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI L. – I MISTERI DEL DELITTO
GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68 IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI
ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN saggio
SULLA DEMENZA SENILE CHE STA ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE
DICE: "GRANDEZZA È CIÒ CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE
L'ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli per Robinson-la Repubblica landucci
LANDUCCI Per molto tempo il suo nome è rimasto associato a un grande
libro che quando apparve nei primi anni Settanta fu come una meteora, tanto
sembrò strano nel panorama delle cose che allora si pubblicavano. Sto parlando
de I filosofi e i selvaggi (uscì allora per l' editore Laterza ed è stato
ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa da Einaudi). La sua lettura mi
colpì allora e mi rimanda all' oggi con i "selvaggi", sempre meno
variopinti ed esotici, spinti dalla disperazione ad abbandonare le loro terre
martoriate. Il paragone turba L.. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua
faccia triste. Sono venuto a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si
scusa per il fastidio che mi avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso,
gentile ma altresì con un retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è
stato allievo di Luporini, ha insegnato all' università di Firenze, subendone,
dice, tutti i contraccolpi politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente
percepii un generale clima di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità
incredibile la facoltà di filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero
avanti a passo di carica gli analfabeti, i carichi didattici furono
alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho vissuto tremendamente male gli anni dell'
insegnamento e decisi per la pensione anticipate. È stato così frustrante il
lavoro universitario? «Lo è stato certamente per uno come me. Mi
consideravo, come si diceva allora, un "cane sciolto". Mi stupì
constatare che la facoltà si era ridotta a una grande cellula del Pci, su cui
si incistò dopo il '68 la contestazione studentesca». I punti di
riferimento furono però due grandi personalità di sinistra: Garin e
Luporini. «Maestri indiscussi. Mi chiedo tuttavia quanto sia stata
acuta la loro vista politica. Garin fu il grande interprete di una filosofia
come sapere storico, il suo storicismo era totalmente in sintonia con le
posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c' era un inquietudine ben
maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con le ragioni degli
studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo moltissimo,
sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il sopravvento.
Era lo spirito del tempo. Ne facevo parte anch' io, ma senza tessere o
bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi all' Università
di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da Luporini. Quali
erano i vostri rapporti? E mio professore a Pisa e con lui mi laureai. Mi
affascinava quest' uomo che andò in Germania a occuparsi di esistenzialismo e
seguì i corsi di Heidegger». Credo sia stato uno dei pochi italiani a
frequentarne i seminari. C' è un episodio rivelatore del rapporto con HEIDEGGER
Quando il filosofo tedesco pronuncial il famigerato discorso con cui si
insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato da quell' adesione
al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò che lascia Friburgo
per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che era interessato ai
corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico "tanti
auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio lupo,
così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i dettagli
dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche particolare? « C' è
innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe con Gentile, il quale lo
chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione di Oscar Kristeller,
ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi razziali. GENTILE aiuta
Kristeller, come pure tanti antifascisti che si rifugiarono alla Treccani e
all' Università, fornendogli soldi e assistenza. Poi chiama Luporini alle due
di notte dicendogli di decidere in fretta perché altrimenti sarebbe venuto
qualcuno dalla Germania, quasi certamente un insegnante di fede nazista».Questo
è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando la situazione precipita. Luporini va
a casa di Gentile e lo scongiura di non entrare nella Repubblica Sociale. Gli
dice. Professore c' è gente che non aspetta altro per ucciderla. GENTILE
aderisce alla Rsi e viene ucciso in un attentato. Si è detto che Luporini conosce
i mandanti e gl’esecutori dell' omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa
nulla, o almeno nulla di diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal
senso, ma credo e il frutto di un fraintendimento. La frase di L. e
questa: Cose che forse non si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e
frutto di equivoco? Il fatto che accreditasse la versione offerta da
Mattei, che sull' argomento cambia più volte opinione. Fino a sostenere che
dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI. Mai uno straccio di prova. Credo si sia
perfino inventata che fu lei a indicare al commando gappista la figura di GENTILE,
che non ha mai conosciuto. Poi c' è la testimonianza della moglie di LUPORINI
Maria Bianca Gallinaro, la quale mi disse sconsolata che la storia che Luporini
sapesse era solo una leggenda, del tutto infondata». Possibile che non ci
fosse un grano di verità? « La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI
e emotivamente coinvolto. Dopo l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo
all' ospedale. Il fratello della signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli
se vuole vedere per l' ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in
fin di vita. Non credo sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo
quella dichiarazione radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non
pronunciare più quella frase».E lui? « Non so se fu una mia impressione
ma gli lessi negli occhi un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi
frequentava? «Tra le persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO.
Di quest' ultimo divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una
certa paura per il modo di fare lezione e interrogare. «A me, che non
sono stato suo scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita
ideologica piuttosto travagliata? « Se allude al passaggio dal fascismo
al comunismo non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato
il pensiero liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia
guidata dal potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma
perché non ne poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa
intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del
Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia
diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per
essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare
a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton
per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare
lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.
«Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera
universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una
certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della
professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con
le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli
ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non
seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va
dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il
rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la
riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella
lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi
chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per
lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così
incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un
ambiente che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua
famiglia com' era? « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un
impiego modesto. Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre
anziano e la mamma che gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio
fratello, per paura che lo scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di
altri tempi. Anche nel lessico ricordava la belle époque. Invece di autista
dice chauffeur, vis à vis a posto di specchio e quando chiedeva l'asciugamano
dice passami il Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo e
mia madre. Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più
di quanto non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU
Dà l' impressione di un uomo provato dalla vita. Sono molto amareggiato
dalla mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di
entrare nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato
dalla vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata
la mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha
consentito di vivere». Non è vero, il suo libro sui "
Filosofi e i selvaggi" è un grande libro. «Non diciamo sciocchezze,
troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile
erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Diaz. Scriverlo, fu
un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo che mi
appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del
selvaggio e a prenderne le difese. « Non è il primo, ma in qualche modo
rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle
bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon
selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni,
non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che
soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà? «È solo una
tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la
violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che
culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la
mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau. «Fino a
un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non
conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è
sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze
questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di
Montaigne Hobbes parla di uno "stato di natura". firenze FIRENZE Dove tutti si fanno la guerra e dove
la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine di questa
condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che vengono fatte dei
selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente fin dall' antichità si sia
servito di questo mito con le peggiori intenzioni? « È passata l' idea,
con qualche eccezione, che fossero troppo diversi da noi per ogni ipotetica
assimilazione». Al punto che ancora oggi questa diversità è vissuta come
una minaccia di contagio e sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino
parlato di "uomo bianco" in pericolo di estinzione. «Nelle fasi
di grave fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto
della vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di
trionfare. Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce
ahimè ai miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna
giustificazione al male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la
teodicea, mi piacerebbe scriverne uno sulla demenza senile che sta
attanagliando l' Occidente. Ma non credo di averne più la forza. Mi
resta questa infelicità che è come un che sovrasta le mie parole che non so più
maneggiare con delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal
vecchio Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non
siamo". Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio
ancora, dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the ‘barbarian’. It
all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake philosophical
position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy, and they have
no state! Vespucci moe or less thought the same, but for different reasons.
Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a savage!” -- Landucci.
Keywords: i misteri del delitto Gentile.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Lalla: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nella selezione sessuale di
Nerone, il musicista – filosofia friuliana – la scuola di Trieste -- filosofia
triestina – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste). FIlosofo italiano. Trieste, Friulia
Venezia Giulia -- Grice: “I have been called a Darwinist, which offended de
Lalla!” -- Figlio unico di Achille de Lalla
e Anna Millul. Il padre, nato a
Napoli da famiglia originaria di Tolve, aveva intrapreso la carrriera militare,
giungendo a ricoprire il grado di Tenente colonnello dell'esercito e
congedandosi con il grado di Generale dell'esercito. Prese parte alla Prima
guerra mondiale nonché alla Seconda guerra mondiale, dove rimase ferito alla
spalla destra in Russia. Fu in seguito Dirigente dell'Istituto per la
Ricostruzione Industrial. Achille de Lalla era figlio di Ludovico e di Maria
Buonomo, figlia a sua volta di Alfonso Buonomo, compositore e musicista
napoletano di fama. La madre Anna Millul
era nata a Roma in una famiglia ebrea originaria di Livorno. Si laurea, allievo
di Kalinowski di cui traduce in italiano il saggio "Interpretazione
giuridica e logica delle proposizioni normative". Scappa a Parigi, prendendo parte al Maggio.
Tuttavia, fu tra i primi ad intuire che il Partito Comunista francese non aveva
alcuna seria intenzione politica di sostenere la Contestazione e, in anticipo
sul fallimento dell'iniziativa giovanile, lascia la Francia rientrando in
Italia deluso. Studioso di Evoluzionismo e Politologia, e è proprio sulle sue
teorie sull'Evoluzione umana e sul pensiero di Darwin che scrive l'opera “La
selezione sessuale”. Insegna a Siena e Napoli. A testimonianza del grande
successo che riscuotevano i suoi corsi universitari, rimane la petizione
indetta dagli studenti affinché il Senato Accademico li prorogasse per un
biennio. Gl’ultimi anni Ritiratosi a
vita privata, muore a Napoli nella tarda serata del 25 settembre d'infarto mentre attende alla redazione della
sua ultima opera. Est Deus in nobis Contributo alla Nuova Evangelizzazione e,
nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto costituire il completamento della
trilogia iniziata con Evoluzione e proseguita con La Comunità Democratica.Convinto
assertore della superiorità del Diritto pubblico rispetto a quello privato, si
è sempre posto a tutela delle prerogative statuali. Convinto assertore dei rischi della dilagante
esterofilia in campo politico e fondamentalmente euroscettico negli ultimi anni
di riavvicinamento al cattolicesimo, ideò un progetto di edificazione di un
nuovo partito politico che, nelle sue teorizzazioni avrebbe assunto il nome di
PARTITO CRISTIANO COMUNITARIO (DEMOCRATICO) ITALIANO PCC(D)I. Saggi: “Il concetto legislativo di azione
penale” (Jovene, Napoli); “La scelta del rito istruttorio” ( Jovene, Napoli);
“Logica della prove penale” (Jovene Napoli); “La pena militare” (Jovene,
Napoli); “Topografia politica della repubblica” (Scientifiche, Napoli); “Il
completamento istruttorio del giudice nelle indagini preliminari in "Riv.
it. dir. e proc. pen."); “Evoluzione,” “Darwin e la selezione sessuale”
(Salerno, Roma); “ Selezione sessuale” (Scientifiche, Napoli); “La comunità
democratica: idee per una politica nuova” (Guida, Napoli) – concetto di KRATOS
--“Comunitarismo” (Guida, Napoli); “Nerone, o Musica nella antica Roma” (Guida, Napoli); “Composizioni musicali Per
pianoforte Sonata n.° 1 Suite "italiana" Sonata n.° 2 Sonata n.° 3
"napoletana" Musica da camera Sonata per violino e violoncello Sonata
per violino e pianoforte Sonata per violini, viola e violoncello Note de Lalla F., Una famiglia borghese, Ed.
Ibiskos de Lalla F., in "Il foro penale"
ilcambiamento,// ilcambiamento/ articoli/ evoluzione_2_ darwin_de_
lalla_millul. ateneapoli,// ateneapoli/news/ archivio-storico/
reintegro-del-prof-de-lalla-il-consiglio- di-facolta--si-esprime-
negativamente. petizioni.com/ petizione
_pro_prof_paolo de_lalla. Grice: “When I hear that a philosopher has written
yet another trattarello on the filosofia della musica, I always thought not of
Orpheus and his lute, but of NERO and his lyre!” -- Paolo de Lalla Millul. Paolo de Lalla. Lalla. Keywords: evolutionary, sexual
selection, Nerone, filosofia della musica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Lalla” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Latini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e Cicerone -- implicatura
– filosofia toscana – la scuola di firenze – filosofia fiorentina – scuola
fiorentina -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana.
Grice: “Latini reminds me of Hardie; he was Aligheri’s mentor; Hardie mine!” --
Grice: “People say it all starts with Alighieri; but the real ‘filosofo’ behind
Alighieri surely is Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’ ‘Aristotele,’ and
the rest of them.” «Poi si rivolse, e
parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve
di costoro quelli che vince, non colui che perde» (Divina Commedia). Figlio
di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente ad una nobile famiglia. Le
fonti storiche e una serie di documenti autografi testimoniano la sua attiva
partecipazione alla vita politica di Firenze. Come egli stesso narra nel
Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di Alfonso X per
richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia, la notizia della
vittoria dei ghibellini a Montaperti lo costrinse all'esilio in Francia. I cambiamenti politici
conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento sconsentirono il suo ritorno in Italia. Fu risarcito del torto
subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed
onorato dai suoi concittadini. La sua influenza divenne tale che a
partire si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico
importante al quale non abbia preso parte. Contribuì notevolmente alla
riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace di
Latino". PPresiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la
rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di
dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si fa
frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli
arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV
dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella
natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano
su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono.
Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non
nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella
Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre
opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare
fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona. L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto”
è presente già nei manoscritti più antichi,
presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”.
Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si
perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte
nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la
composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si
interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per
spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal
romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una
parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia,
Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta
durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata
più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e
risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono
stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola. Il primo
libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono
un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento
alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia,
geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una
delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della
sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù,
attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda
principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il
romano Publio Vegezio e Cicerone. Altre opera: è inoltre autore di un
altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e
commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre
orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss,
Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal
"Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune
riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura
italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni”
(Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia
della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti,
Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici
delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo, La tradizione dei volgarizzamenti toscani del
Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del
volgarizzamento toscano. La colonna
posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou
Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio et fratelli da Sabbio, ad instanza di N.
Garanta et Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del
Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla
ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I.
Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia
pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche:
Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia
dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari,
Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op
Varese, L. Frati, Brunetto Latini
speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini,
Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti
dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV
dell'Inferno dantesco"). Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto
Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura",
Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura
e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e
Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV
dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi, Longo, Ravenna; "Representations", R.
Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il
sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni
capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e
delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il
Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal,
su florin.ms. G. Orto, L.. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto
da: Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo,
Feltrinelli, Milano, Concordanze del libro del Tesoretto, su classicis tranieri,
Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe Chabaille, Paris M. Giacomelli. La
rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di rettorica, lo quale è
ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti filosofi per ser
Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è il testo di
Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia il
prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia del
DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male agl’uomini
et alle città. Però che quando considero li dannaggii del nostro comune e
raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle grandissime città, veggio
che non picciola parte di danni v’è messa per uomini molto parlanti sanza
sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe SCIENZA di due manière. Una
la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel suo saggio. L’altra
insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne trattò cosi del tutto
apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel processo del saggio, in suo
luogo e tempo come si converrà. Rettorica s' insegna in due modi, altressì
come l’altre scienzie, cioè di fuori e dentro.Verbigrazia: Di fuori
s'insegna dimostrando che è rettorica e di che generazione, e quale sua
materia e lo suo officio e le sue parti e lo suo propio strumento e la
fine e lo suo artifice. Ed in questo modo tratta BOEZIO nel quarto della
Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si dimostra che sia da
fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò viene a dire come
si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE PARTI DELLA DICIERIA o
della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in ciascuno di questi due modi ne
tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in perciò che Tulio non dimostra che
sia rettorica né quale è '1 suo artefice, sì vuole lo sponitore per
più chiarire l'opera dicere l'uno e l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI
BENE DIRE, ciò è rettorica quella scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE
dire e dittare. Inn altra guisa è così diffinita. Rettorica è scienzia di
ben dire sopra la causa proposta, cioè per la quale noi sapemo ornatamente
dire sopra la quistione aposta. Anco àe una più piena difiìnizione in
questo modo. Rettorica è scienza d'usare piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle
publiche cause e nelle private. Ciò viene a dire scienzia per la quale noi
sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle publiche e nelle private
questioni. E certo quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua
diceria mette parole adorne, piene di buone sentenzie.
Publiche questioni son quelle nelle quali si tratta il
convenentre d'alcuna città o comunanza di genti. Private sono
quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale persona. E
ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste parole sopra '1
dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal puote sapere
bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere le sue parole
davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere dittare.
Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artifice. Dico che è
doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è quelli che
'nsegna questa scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti dell'arte.
Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa
in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li
buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale
perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e
dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo
buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle
cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del
suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando
l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di
questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e
la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à
questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti i detti
de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno fece
suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più sapientissimo
de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di Firenze, il
quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e chiarire
ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio appella
sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e de'
filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più
quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio,
sì come il buono intenditore potràe intendere avanti. La sua
intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si
mette a fare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione
proposta. Et e' tratta secondo la forma del saggio di CICERONE di tutte
le parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento
di ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo
che sono nel secondo saggio che CICERONE fa ad Erennio suo amico, sopra le
quali il conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio
è fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la quale
fue traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte
guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e
sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue
vicende, e là trova uno suo amico della sua città e della sua
parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande
senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo
porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era
parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi
aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale
era l)uono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di
rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il
testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua
scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di
questo saggio è grandissima, però che ciascuno che sa bene ciò che
comanda lo libro e l'arte, sì sa dire interamente sopra la questione
apposta. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al
propio intendimento del testo. In questa parte dice lo sponitore che
CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al
suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi,
nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO
nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima
purgare ciò che pare a lui che sia grave; e così fa CICERONE, che purga tre
cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso
la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e
che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI
DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza
d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza
parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE
purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo. Che in prima
dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza.
Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più.
Nella terza parte dice tre cose. In prima, dice che pare a lui di sapienzia; apresso
dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare a lui di sapienza ed
eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì mette le pruove sopra
questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi dovemo studiare in
rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali muovono d' onesto e d'
utile e lo possibile e necessario. Nella quinta parte mostra di che
e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel suo cuminciamento dice come
molte fiate e lungo tempo pensa del bene e del male che fosse advenuto,
immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si
ricordano più d'uno nuovo male che di molti beni antichi; e cosi
Tulio, mostrando di non ricordarsi delli antichi beni, s' infigne
di biasraare questa scienzia per potere più di sicuro lodare e
difendere. E per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra
potemo intendere apertamente che in queste medesime parole ove dice che i
mali che per eloquenza sono advenuti e che non si possono celare, in
quelle medesime la difende abassando e menimando la malizia. Che là
dove dice dannaggi si suona che siano lievi danni de' quali poco cura la
gente. E là dove dice del nostro comune altressì abassa del male, acciò
che più cura l'uomo del propio danno che del comune; e dicendo NOSTRO comune intendo
ROMA, però che Cicerone e cittadino di Roma nuovo e di non grande altezza;
ma per lo suo senno fue in sì alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua
parola, e fue al tempo di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per
lo bene della terra fue al tutto contrario a Catellina. Et poi nella
guerra di Pompeio e di Giulio Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti '
savi eh' amano lo stato di Roma. E forse l'appella nostro comune però che
ROMA èe capo del mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice
l'antiche adversitadi altressì abassa il male, acciò che delli antichi
danni poco curiamo. Et là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1
male, però che, sì come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto
alle grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime
cose rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male che
viene alle grandissime città. E là dove dice che danni sono advenuti per
nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende
rettorica, dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne'
quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza, che
dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male
nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed
accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE,
O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il
conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo
pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella
quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando
ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane
dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza
congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto
conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte
battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone
divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA
PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E nota che dice son messe ordinatamente
acciò che prima si raunaro gli uomini insieme a vivere ad una ragione et a
buoni costumi et a multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti ricchi
montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie.
Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero
compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a
ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice
e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole
di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è 15. amico
e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo sponitore non vuole
lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento. Che è
cittade. Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione;
onde non sono detti cittadini 20. d'uno medesimo comune perchè
siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a
vivere ad una ragione. Che è compagno. Compagno è quelli che per
alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi
dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono
fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile vita
si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che
alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e
però dice «per uso di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non
sia a cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele
i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/
aslroppiarc, m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono Af ad avere una ragione, m "al
avere una medesima ragione M l'uno, -If' fuor {cfr. Tesor., vii, 54) il' montò loro M-m parlando anno
attutato - le guerre il.' M forme
amicitio, »» forme d'amie i^:mdichono i^.- m dimostrare quello io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/'
volle intralasciare de genti V-m
raccolti - SI: m rachollì 25: M son S7 :
M-m che è coiiipannia M' si i> 28 : .V ad un altro 3U' porciò
31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et
con quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per
utilitade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manifemente che quella
amistade eh' è per utilitade e per dilettamento nonn è verace, ma partesi da
che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è sajoiemia. Sapienzia è
comprendere la verità delle cose si come elle sono. Che è
eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome parole guernite di buone
sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente pensante la ragione
stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che sapienzia sanza
eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia sanza sapienza è
spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se
alcuno in l.ó. tralascia li dirittissimi et onestissimi studii di ragione
e d'officio e consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert' elli
èe cittadino inutile al sé e periglioso alla sua cittade et al paese. Ma
quelli il quale s' arma sie d'eloquenzia che non possa guerriere contra
il bene del paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e
20. cittadino utilissimo et amicissimo alle sue (>) et alle publiche
ragioni. Lo sponitore. Poi che CICERONE ha dette le prime due
parti del suo prologo, si comincia la III parte, nella quale dice tre
cose. Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove 25.
dice : « Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda, nella quale
dice che pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice : « Ma quello il
quale s' arma ». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a
llui dell'una e dell'altra giunte insieme. 3: M' om.
e 4: M- pdesi m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1
diloclo 8-9: .»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia....
sapienza i-J : M' om. molto ^ i5:
M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi)
IG: M-m sola la parlatura 18:
3l-m sama .)/ giuriare, m
ingiuriare Ì9-20.- .1/ luiomo cittadino,
»i mi pare cittadino .V-»i a'
suoi .?3 • .1/ conincìa S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr.
Tcsnr.. xi, 1074) So: yr-ìii dice
jiarla M-m qui - 26: M insino m là dove M-m la (|ual dice. (1)
Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile a ssè et al
suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere avacciamente in opera
alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene avere sapienzia giunta con
eloquenzia, però che sai)ienzia sempre è tarda. Et questo appare
manifestamente in alcuno V 5. savio che non sia parlatore, dal quale se
noi domandassimo uno consiglio certe noUo darebbe tosto cosìe come se
fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante inmantenente ne
farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che dice Tulio di
coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio, intendo là
dove dice « ragione » la sapienzia, e là dove dice « officio » intendo le
vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le quali anno
officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e bene
costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e
studia 15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto
che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui
avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa trattare le propie
utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo e luogo et ordine che
conviene. 5. Adunque colui che ssi mette 1' arme d' eloquenzia è utile a
ssè et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per sapienzia
intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo da' nemici e colla
forza sostenemo 1' arme, tutto altressì per eloquenzia difendemo noi la
nostra causa dall'aversario 2.5. e per sapienzia ne sostenemo (2)
di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in questa parte è detta
la terzia parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae il conto alla
quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto davanti et a conducere
che noi dovemo studiare in rettorica i : M Lande M' avacciatamente, ma L avacciamente S: m si cci conv. 0; m ODI. cosio, M e' noi darebb»;
cos'i tosto M' credibile quello, m di quello
.)/' disse 10: .Vi om. il
2' et 12: .»/' et altro 13: .»f' che non siano i4.- .V-m dall'altre vertufli 15:m adiviene
16 : jn a lini : solo L nelle ;
(jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -19: M Adunque che colui 22: M-m torma
M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo 23: il l'armi - 23-24: Af
difendo m così altresì la eloquenzia
difendo noi dal nostro aversario la nostra cliausa 25: m om. ne; S non sostenemo 26: m a noi potesse avejjire (li danno, .V
che noi potessimo tenere danno 28-29: m
dinanzi e; Jfi om. et. (1) Cos'i richiede il senso; la lezione
nelli ò nata certamente dall'aver preso l'aggettivo comuni per un
sostantivo. (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci
asteniamo », coni' è richiesto dal senso e secondo gli esempii citati dal
Vocabolario della Crusca. per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò
reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere,
e tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta cosa
pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in
lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sottile secondo la forma
del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi volemo considerare il
principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in uomo per arte o per
studio o per usanza lo. per forza dì natura, noi troveremo che sia
nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso d'ottima ragione, (e. li)
Acciò che fue un tempo che in tutte parti isvagavano gli uomini per li
campi in guisa di bestie e conduceano lor vita in modo di fiere, e
facea ciascuno quasi tutte cose per forza di corpo e non per
ragione l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la divina religione
né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno uomo avea veduto
legittimo managio, nessuno avea connosciuti certi figliuoli, né aveano
pensato che utilitade fosse mantenere ragione et agguallianza. E così per
errore e per nescìtade la cieca e folle ardita signorìa dell'animo, cioè
la cupìditade, per mettere in opera sé medesima misusava le forze del
corpo con aiuto dì pessimi seguitatori. Lo sponitore. In questa parte
del prologo vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e
muove jper cagione e 2.5. per ragione ottima et onestissima, sì
dice come in alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come
bestie; e del 3: ìl-m tale
.1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili dovere così essere-, .1/' de
pur essere .5 J/ ' la
spositione 9-tO: .»/' o per l'orca di
natura o per usanca H: m d'ottime
chagioni 7 ragione 12: il-m in
tempo 13: it^ lor vita per li campi in
modo de bestie 7 de fiere 14: i/'
om. e [non p. r.| M maritaggio M
iihylosofi, m lilosafi 18: M j gualianoa
- 19: il^-L ignoranza, m necessitade
.»A' la cieca la folle 7 ardita
20: M-m per mette M-m (fuivi
susavano, l. masusavano 21:31' seguitori
23: M-1U nm. quarta 24: m om. e
per ragione 26: il' nefa, m
noscii. l'uomo dicono li filosofi, e la santa scrittura il conferma,
che egli è fermamento di corpo e d' anima razionale, la quale anima per
la ragione eh' è in lei àe intero conoscimento delle cose. 2. Onde dice
Vittorino: Sì come menoma la forza 5. del vino per la propietade del
vasello nel quale è messo, cosie r anima muta la sua forza per la
propietade di quello corpo a cui ella si congiunge. Et però, se quel
corpo è mal disposto e compressionato di mali homori, la anima per gravezza del
corpo perde la conoscenza delle cose, sì che appena puote discernere bene
da male, sì come in tempo passato neir anime di molti le W quali erano
agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et
indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le
forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol 15. liendo le cose per forza
e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loi'o proprii
figliuoli né avendo legittime mogli. Ma tuttavolta la natura, cioè la
divina disposizione, non avea sparta quella bestialitade in tutti gli uomini
igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello dici 20. tore il quale,
vedendo che gli uomini erano acconci a ragionare, usò di parlare a lloro per
recarli a divina connoscenza, cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo
sponitore dicerà per innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo
di sopra che eloquenzia ebbe cominciamento per 25. onestissime
cagioni e dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e '1 proximo, che
sanza ciò l' umana gente non arebbe durato. 4. Et là dove dice il testo
che gli uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case né
luogo, 1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi) M' sucra
S : M' eh ehi ì\ l'ormato 3: intero
è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito
4: M Ondee 7 : m al (|uale 8: M-m mali hiiomini 9: m per la gravezza .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il
bone dal male il: M'-L animo .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali
orano aggravati i2: W del peso de corpi,
L de' pesi del corpo V in lor medesimo
14: lU-m Ivi susavano 18:
M-m nonn ào M bestilitade 10: M' oiii. savio o SI: W tralloro 23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S
ha cornine. 26-27: »l' non averla
durata, L non avrìa durato i« K
colà. (1) È lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali
si cambiò facilmente in li quali (o i quali) per effetto del molti che
precedeva, e da li quali, naturalmente, venne in M'-L anche il maschile
angraoati invece di aggravate. Che si tratti solo delle animo risulta da
tutto il periodo, e in particolare dallo parole - la anima per gravezza
del corpo ». ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice
che viveano come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe
crude et altri cibi come le fiere. 6. Et là dove dice « tutte cose quasi
faceauo per forza e non per ragione » 5. intendo che dice « quasi » che
non faceano però tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione
e per senno, cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi
muovono dall' animo. Et là dove dice che divina religione non era
reverita intendo che non sapeano che Dio (D fosse. Et là dove dice dell'
umano ofiìcio intendo che non sapeano vivere a buoni costumi e non conosceano
prudenzia né giustizia né l'altre virtudi. Et là dove dice che non
mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia, della quale dicono
i libri della legge che giustizia è perpetua e 15. ferma volontade
d'animo che dae a ciascuno sua ragione. Et là dove dice « aguaglianza »
intendo quella ragione che dae igual i)ena al grande et al piccolo sopra
li eguali fatti. Et là doye dice « cupiditade » intendo quel vizio
eh' è contrario di temperanza; e questo vizio ne -conduce 20. a
disidei-are alcuna cosa la quale noi non dovemo volere, et inforza nel
nostro animo un mal signoraggio, il quale noi permette rifrenare da' rei
movimenti. 12. Et là dove dice « nescitade » intendo eh' è nnone
connoscere utile et inutile; e però dice eh' è cupidità cieca per lo non
sapere, 25. e che non conosce il prode e '1 danno. 13. Et là dove
dice « folle ardita » intendo che folli arditi sono uomini matti e
ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là dove dice « misusava
le forze del corpo » intendo misusare cioè i-2: M-m om. Et
là.... come licre 3 : M erbi ciiiili,
.1/' 7 erbe crude 4-6: m l'aceano quasi
per forza; poi, saltando al 2° forza, continua: ma al([uanle ecc. 7: .i/'-L dice quasi perciò ke ne
faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice quasi,
ma alquante ne faceano M' che muovono 9:
M-m chi idio 11: .1/' ne
prudenza 14: m' de legge 14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà /": .1/ egual 18: M'
mìsfacti M lae .V quello e poi rasura su cui altra mano
scrisse apetito, t quello che contrario, S quello appetite V om. noi -
22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non conosce il
prode ol danno ~ m intendo che non è
m dal danno 27: .M-m e tratti, L
orati 2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano
.u misusere, .V' misure, L misusare
m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ». Così mi par
preferibile per il senso; e la lezione di M-m è facilmente spiegabile da
un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero però che le ragioni
paleografiche varrebbero anche per il caso inverso. usare in mala parte ;
che dice Vittorino che forza di corpo ci è data da Dio per usarla in fare
cose utili et oneste, ma coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto
lo sponitore sopra '1 testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia
cominciò a parere. Omai dicerae in che modo appario e come si trasse
innanzi. Nel quale tempo lue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe
che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli uomini a
grandissime cose chi Ili potesse dirizzare e megliorare per comandamenti.
Donde costrinse e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano
sparti per le campora e partiti per le nascosaglie silvestre ; et
inducendo loro a ssapere le cose utili et oneste, tutto che alla prima
paresse loro gravi per loro disusanza, poi T udirò 15.
studiosamente per la ragione e per bel dire; e ssì Ili arecò umili e
mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano. Lo
sjaonitore. 1. In questa i)arte vuole Tulio dimostrare da cui e
come cominciò eloquenzia et in che cose ; et è la tema cotale
20. In quel tempo che Ila gente vivea così malamente, fue un uomo
grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il quale cognobbe che
materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé naturalmente per la quale
puote l' uomo intendere e ragio nare, e l'acconciamento a fare
grandissime cose, cioè a ttenere i)ace et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e
cittadi, castella e magioni e bel costume, et a ttenere iustitia et
a vivere ordinatamente se fosse chi Ili potesse dirizzare, cioè ritrarre
da bestiale vita, e mellioi-are per comandamenti, cioè per insegnamenti e per
leggi e statuti che Ili 2: M' om. ci
3-4: M-iii Or o della la sposilione
5: M-m loninciò (hi coro). 7 pare
M' oggimai 6: M-m apparve 8: il' uno buono iO: 31' adrinure 12: M-m per
campora 12-13: M-w le nascose selve 13:
M-m et facciendo loro assapere 14: M'
grave - L'i: M' si Hi recò 16: M'
crudelilà 23: M-m nm. l'uomo 24 : M-m el lo ncomincianiento, L el
chominciamenlo 25: M'el ad amare ~ 26:
M' 7datener 27: M' chi le polesse
adrifrure - m om. potesse 28: M' enirare
da b. v. afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che
potrebbe alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non
erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la ragione
dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel 5. modo eh' è detto. 3.
Donde questo savio costrinse - e dice che i « costrinse » però che non si
voleano raunare - e raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1
savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle
ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in 10. dare
mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro
e patiero d'udire le sue parole. Et elli insegnava loro le cose utili dicendo:
« State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e forti; fate
cittadi e ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo : « Il
pic 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre »
etc. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestialmente paresser
gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò eh' elli erano
liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a signoraggio,
poi, udendo il bel dire 20. del savio uomo e considerando per
ragione che larga e libera licenzia di mal fare ritornava in lor gi"ave
destruzione et in periglio de l'umana generazione, udirò e miser
cura a intendere lui. Et in questa maniera il savio uomo li ritrasse di
loro fierezza e di loro crudeltade - e dice « fierezza » perciò che viveano
come fiere; e dice « crudeltade » perciò che '1 padre e '1 figliuolo non
si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro - e feceli umili e mansueti,
cioè volontarosi di ragioni e di virtudi e partitori (2) dal male.
1 : m rafrenasse, S affrenassono
J/ " Et acade, L e ecci una (\.
2 : il poneno (cerio per falsa lettura di potieno; cfr. Wiese in
Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m il' poteano 4: m dunque
6: it-iii om. che i 9: W
l'utilitade i^l' metendo '1 suo 10: m
mangiare cene e desinari 19: il sottomettere
20-23: it-m om. e considerando.... il savio uomo 23-24: m si ritrassono 24: il lore fier., M' lor fior, me dalloro crud. 24-25: H-m om. e dice.... crudeltade 26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo)
- 28: il' partito, l. e'dipirtironsi, s partiti. (1) Parrebbe
preferibile la lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti i
mss. abbiano il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune,
basta pensare che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e
statuti » siano considerati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere
al singolare (p.es. «ciò»); e quest'uso del verbo è attestato da un altro
passo di Brunetto, IO, 3, e dal Varchi, Ercolano, ediz. Bottari (Firenze Senza
ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la lezione di M intendendo «
partitore » in senso riflessivo : « colui che si parte, che si allontana ».
Cfr. Manuzzi. Or à detto CICERONE chi cominciò eloquenzia et intra
cui e come; or dicerà per che ragione, eanza la quale non potea ciò
fare. Tullio. Per la qual cosa pare a me che Ha
sapienzia tacita e povera di parole non arebbe potuto fare tanto,
che così subitamente fossero quelli uomini dipartiti dall'antica e lunga
usanza et informati in diverse ragioni di vita. Lo
sponitore. In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale
non si potea fare ciò che fece '1 savio uomo; e dice sapienzia tacita
quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per opera, come fanno
' romiti. Et dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno
non sanno addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar
credere ad altri il suo parere. Et per questo potemo intendere che picciola
forza è quella di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e
potemo connoscere che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con
eloquenzia. Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello
savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapienzia, ma non cosi
avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e sapienzia. Et
là dove dice « in diverse ragioni di vita » intendo che uno fece cavalieri,
un 25. altro fece cherico, e così fece d'altri mistieri.
Tullio. 7. Et così, poi che Ile cittadi e le ville fuoron
fatte, impreser gli uomini aver fede, tener giustizia et usarsi ad
obedire l'uno l'altro per propia volontarie et a sofferire pena et
affanno non solamente 2 : M-m om. e come
sanza (luale 5: M-m Per ((ualcosa
- 7 : M' luioniiiii quelli 13: M' i romiti, m li romiti 14: M-m alloro senno, L in loro senno i7: M-m om. che i9: M' giunta
22: Af' si avaccio 23: M-m om. e
sapienzia 28: m ad avere lede 7
tenere.... adusarsi M l'uno a
l'altro. A qualcuno e sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma
siccome non è inutile, preferisco mantenerlo. per la comune
utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe
potuta fare d) se gli uomini non avessor potuto dimostrare e fare credere per
parole, cioè per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia.
8. Et certo chi avea forza e 5. podere sopra altri molti non averla
patito divenire pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non
l'avesse mosso sennata e soave parladura; tanto era loro allegra la
primiera usanza, la quale era tanto durata lungamente che parea et era in
loro convertita in natura. Donde pare a me che così anticamente e da
prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi
delli uomini nelle vicende di pace e di guerra. Lo sponitore.
I. In questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe
messo in compimento per sé sola, ella fece 15. avendo in compagnia
eloquenzia; e però la tema èe cotale: Si come detto è davanti, fuoro gli
uomini raunati et insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però fecero
cittadi e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad avere
fede. Di questa parola intendo che coloro anno fede che 20. non
ingannano altrui e che non vogliono che lite né discordia sia nelle cittadi, e
se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come dice un savio, è Ila
speranza della cosa promessa; e dice la legge che fede è quella che
promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo dice in
un altro libro delli offici che fede è fondamento di giiistizia,
veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa ée quella virtude
eh' é appellata lealtade. E così sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia
congiunta, che 2: ilf'-£ potuto - M' om. non 4: Jlf> Certo 5: M-m vinavea charebbono potuto
divenire paii 6: M-m chelli poteano,
M^-L cui potea M-m santa 7: M^-L allegrezza 8-9 : M era converita la loro natura, m era
convertila in loro natura 9 : m onde
14-15: M^ il fece in compagnia d'eloquentia.... si ò cotale M-m detto oe
dinanci 19: 3/' fede, 7 di q. p.
PO : M^ om. e o discordia 21-22:
M-m in pace et in fede m om. è -
23: M^ quello, ma L quella 26: M-m et
intermezza M' delenpromesse 27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII,
15) M somatamente, m asommatam.
congiunta con sapienzia. (1) Sarà certo da legger così, e non
sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso dell' ausiliare avere presso gli
antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota di M. Barbi nella sua
ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il Parodi in Bullett. della
Soc. Bant. Lo stesso si dica per s'arebhono del commento, sanza ciò le
grandissime cose non s'arebbono potute mettere in compimento, e dice che poi àe
molto de ben fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che
tutti i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono
per due stati o di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bisogna la
nostra rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono mantenere.
Tullio. Ma poi che Ili uomini, malamente seguendo la vìrtude
sanza 10. ragione d'officio, apresero copia di parlare, usaro et
inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che convenne che ile cittadi
sine guastassero e li uomini si comprendessero di quella ruggine, (e.
Ili) Et poi che detto avemo la cumincianza del bene, contiamo come
cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea detto davanti i beni che
sono advenuti per eloquenzia, in questa parte dice i mali che sono
advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò che Ila sua intentione è
più in laudarla, sì appone elli il male a coloro che Ila misusano e non a
Ilei. 2. Et sopra ciò la tema è cotale: Furono uomini folli sanza
discrezione, li quali, vegga ndo che alquanti erano in grande onoranza
e montati in alto stato per lo bell.o parlare ch'usavano secondo li
comandamenti di questa arte, sì studiaroO solo in parlare e tralasciare lo
studio di sapienzia, e divennero sì copiosi in dire che, per l'abondanza
del molto parlare sanza condimento di senno, che (2) cumìnciaro a
mettere cioè 2: M-in
che poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto
-J: M om. duri stali i 1 : M
conviene, M' conveiiia IS: M-m om. e li
uomini si comprendessero 13: M \a
cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento
16: m ave... dinanzi 18: M^ dopo advenuti ripete per
eloquenlia in quesUi parte (ma ri son trticiie di etpunzione) 19: m om. elli 20: M El perciii 24: M' il comandamento.... studiavano
25 : ilf intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto m om. elio. (1) Invece di si
studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come già si è
trovato, 3, § e studia puro in dire le parole. Sintatticamente questo che ò
pleonastico; ma ò attestato da ambedue le famiglie di codici e non
costituisce una rarità per il nostro volgare antico (anzi, per Brunetto
stesso, cfr. IO, 1: avegna che ma tutta volta). sedizione e
distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et a corrompere la vita degli
uomini; e questo divenia però ch'ellino aveano sembianza e vista di
sapienzia, della quale erano tutti nudi e vani. 3. Et dice Vittorino che
eloquenzia 5. sola èe appellata « la vista », perciò che ella fae parere
che sapienzia sia in coloro ne' quali ella non fae dimoro. Et
queste sono quelle persone che per avere li onori e F uttilitadi delle
comunanze parlano sanza sentimento di bene; così turbano le cittadi et
usano la gente a perversi costumi. Et poi dice Tulio: Da che noi avemo
contato '1 principio del bene, cioè de' beni che avenuti erano per
eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la 'ncumincianza
del male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo:
Tullio tratta della comincianza del male 15. adveniito per
eloquenzia. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo gli
uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usavano tramettersi
delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi e savi parlieri non si
trametteano delle cause private. E con ciò 20. fosse cosa che
sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso che furo altri
uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le picciole
controversie delle private persone; nelle quali controversie adusandosi
gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incontra la verità,
imperseveramento di parlare nutricò arditanza 25. 11. Sì che per le
'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che' maggiori si
contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue bisogne; e
così, parendo molte fiate che quello eh' avea impresa sola eloquenzia
sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che avea
eloquenzia congiunta con sapienzia, i-2: m nelle loro
ciltadi M' om. et a corr.... uomini 2: m avenia
3 kelli aveano sombianca de giusta sap. 4: m om. Et
6: M' li quali 7: M' questi 10: m om. Et 11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il
cominciamento i3: Jlf chende seguita,
j/i che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M meno di savi, m
ch'erano meno che savi 17-18: M-m
non sapeano, L non osavano M-m om.
e 19: Jlf sintrametteano dele cose 21: M-m om. uomini M verrali
3f' vennero 22: M' om.
delle pr.... controversie 23: M-m om.
spessamente 24: M' il persev. - 26: M'
aiutasse m adornasse 29: M'
giunta. Un costrutto più regolare si avrebbe sopprimendo il che o
inserendone un altro dopo verisimile; appunto. per questo conservo' il
che, non sembrando probabile che un copista volesse complicare di suo. Questa
maggiore libertà sintattica non è nuova. aveni'a che, per giudicio di
moltitudine di gente e di sé medesimo paresse essere degno di reggiere le
publiche cose. E certo non ingiustamente, poi che' folli arditi
impronti pervennero ad avere reggimenti delle comunanze, grandissime
e miserissime tempestanze adveniano molto sovente; per la qual cosa
cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo
ingegno, quasi per scampare di torbida tempestade in sicuro porto, così
fuggiendo la discordiosa e tumultuosa vita si ritrassero ad alcuno altro queto
studio. Per la qual cosa pare che per la loro posa li altri dritti et
onesti studii molto perseverati vennero in onore. Ma questo studio di
rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in
tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più
studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la
presumptione e l'ardire de' folli impronti manimettea e guastava la cosa
onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno dei comune, allora
era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della qual
cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro
discepolo Àffricano, né i Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini
era sovrana virtude et altoritade acresciuta per la loro sovrana virtude;
sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et aiuto e
mantenimento della comunanza. Lo sponitore. In questa
parte divisa Tulio come divennero quelli due mali, cioè turbare il buono
stato delle cittadi e corrompere la buona vita e costumanza delli uomini; et
avegna che '1 suo testo sia recato in sie piane parole che molto
fae da intendere tutti, ma tutta volta lo sponitore dirae alcune
parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale: La elo 1 : M-m
avogiia 2: M per essoi-o degno d'essere
7 di reggiere, M' paresse degno de reggere 3: M' poi ke fuor iaiditi in pronti, m
enpronti 4-5 : M' pervennero i
reggìm. 7 de miserissime tempeste spessamente
7 : M' lempcstande * : M-m
la discordia (m echontumulosa) 9 :
Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa
i i : itf ' do tutto loro " i4: M dì [olii 18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i G. n.
d'AII'ricano Jlf' erano sovrane vertudi
26: M' la vita 7 la buona costumanca - 27: M< suo stato m in se
28: itf' om. tutti, ma M' alcuna
parola S9: Af' Et la tema 6
cotale. De la el. ecc. È possibile tanto la lezione di Af quanto
quella di m; ma proferisco questa perchè corrisponde alle parole del
commento, § 6: « pareano essere degni». Il testo latino ha studium aliquod
quieUtm. Lo scambio di queto por questo era facilissimo, e forse risalo
r.llo iirimo copio. quenzia mise in sì alto stato i parladori savi e
guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e le
comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li onori
e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private, cioè 5.
delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere né altre picciole
cose. Ma erano altri uomini di due maniere: l'una che non erano
parlatori, l'autra che non aveano sapienzia, ma erano gridatori e favellatori
molto grandi; e questi non si trametteano delle cose publiche, cioè
delle signorie e delli officii e delle grandi cose del comune, ma
impigliavansi a trattare le picciole cose delle private persone, cioè delli
speciali uomini. 3. Intra' quali furono alcuni calidi e vezzati - cioè
per la fraude e per la malizia che in loro regnava parea ch'avesse in
loro sapienzia-; e questi s' ausarono tanto a parlare che, per molta
usanza di dire parole e di gridare sopra le vicende delle speciali
persone, montare in ardimento e presero audacia di favellare in
guisa d'eloquenzia tanto e sì malamente che teneano la menzogna e la
fallacia ferma contra la veritade. Onde, per li grandi mali che di ciò
adveniano, convenne che' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano
le grandi cose, venissero et abassassero a trattare le picciole
vicende di speciali persone, per difendere i loro amici e per contastare
a quelli arditi. Et nota che arditi sono di due ma 25. niere : l' una che
pigliano a fifare di grandi cose con provedimento di ragione, e questi sono
savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di
ragione, e questi sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i
buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non
aveano 30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano
e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire
torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e
talvolta migliori. Sì che per sentenza 4 : M' om. e non s.
t. d. cause 5: M-m ont.aò 6: m odaltre p. o. 7
M< parliei-i iO: M' de comuni dele piccole cose cioè che jier
la lYaude ecc. parean (/^ parea) cavassero sapienlia lo.- 3f< pei' la
molta 17: M^ presero baldanza 19: M' contro alla verità 20: A/' ohi. che d. e. adveniano m avenia savi e parladori m le
cittadi 23: M' appilgliano a taro le g.
e. 26: M^ om. di ragione L l'altra 27: L provedimento 31-32: Me dire,moHi. mentire e di 33:M' talocta m. visi che p.s Cosi
leggo con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a
lavareria, il Manuzzi registra esempii di lavoriera. del popolo,
la quale è sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza
di sé medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare
le publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et
alli 5. officii et onori delle comunanze. Et poi che cciò avenne,
non fue meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime
tempestadi. Et nota che dice « grandissime » per la quantità e che duraro
lungamente, e dice « miserissime » per la qualitade, ch'erano aspre e
perilliose chende 10. moriano le persone ; e dice « tempestanza »
per similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e
talvolta crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade
per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé
medesime e patono distruzione. « Per la qual cosa eloquenzia cadde in tanto
odio et invidia »... Et nota che odio non é altro se nno ira invecchiata;
e così i buoni savi erano stati lungamente irosi, veggiendo i folli
arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione che omo àe per
altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per coloro
ch'erano segnori delle grandi cose et erano in onore. 8. Et perciò
li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose ad altri
queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro porto. Et nota:
là dove dice « altissimo ingegno » dimostra bene eh' arebboro potuto e
saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero furo bene da
riprendere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l' altre scienze
di filosofia, sì come trattare le nature delle divine cose e delle
terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le costumanze; et
appellali « queti studii » che non trattano di parlare in comune, e perciò che
ssi stavano partiti dal remore delle genti. Et appella « vita tumultuosa
» che 2: Jl/i per ragione ~ 4: M furoro, M^ fuoro 7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano,
m duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade 14: M' medesimo ~ 15: m om. Et 16: m buoni e savi 18: m om. Et
m i'uomo... l'altrui SO: M> et
in lionore erano m ad altre M-m questi, M' certi om. Et noia la dove 25 : M-m non fecero 26 : Tutti i mss questi 27 : M de trattare 28: M-m sicome dice che l. 29: M^ appellasi, L appellansi mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma
forse dopo crescono è andato perduto un soggetto, richiesto dal senso o dalla
sintassi, come i venti o l'onde (abbiamo anche altrove la prova che le
due famiglie di codici risalgono a un capostipite già corrotto). Pure non
sarebbe impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le
fortune. spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in cittade
coll'arme e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar lo
studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè pregiata.
Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro in grande
onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior questo a quel
tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male che faceano i
folli arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa onestissima e
dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle cose oneste e diritte.
U. Dalla qual cosa non fugio il nostro Catone né quelli altri savi
ch'amavano drittamente il comune et aveano senno e parlatura; ma dimoraro fermi
a consigliare et a difendere il comune da'garritori folli arditi; e però
montaro in onore et in istato sì grande che le loro dicerie erano tenute
sentenze, e perciò dice che in loro era autoritade, che autoritade èe una
dignitade degna d' onore e di temenza. Ma da questo si muove il
conto e ritorna a conchiudere per ragioni utili et oneste e possibili e
necessare che dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise. CICERONE
conclude che sia da studiare in rettorica. Per la qual cosa, al mio animo,
non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s' alquanti la misusano
in publiclie et in private cose; ma tanto più clie ' malvagi non abbiano
troppo di podere con grave danno de' buoni e con generale distruzione di
tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che rettorica è una cosa la
quale molto s'appartiene a tutte cose, è publiche e private, e per essa
diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda; e per essa medesima
molte utilitadi avengono in comune se fia presta la modonatrice di
tutte cose, cioè sapienzia; e per lei medesima abonda a coloro che
H'acquistano lode, onore, dignitade; e per essa medesima anno li amici
certissimo e sicurissimo aiutorio. 1: M-m spesse volte 2: m tralassaro 8: m le chose honestissime 10: M (Iride, m diritte 3f' Dela q. e. 11: M' dirittamente, m om. 12: M' dimorato y f.: M 7 folli arditi,
£ e da f. a. 14: M^ J montaro
perciò 18: m e torna, M 7 condoura
tornerà per ragioni, L e mosterrà per rag.
Jlf-;» honesti ~ 19: M -m necessarie 20: m lodarla ^3: M* misuna, corretto poi misusa 27: M' molto pertièno devegna 28: M> y hon. 7 illustra 7 gioconia, m
illustra 29: M sia 31: M^-m 7 honore 7 dignitade. La
tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio: Se alquanti di mala
maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto che 11' uomo non
debbia studiare in 5. eloquenzia, al mio animo (cioè per mia sentenza),
acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a' buoni né di
fare generale distruzione di tutti. Et nota che distrutti sono coloro che
soleano essere in alto stato et in ricchezza e poi divennero in tanta
miseria che vanno men 10. dicando. 2. Et poi dice le lode di rettorica,
come tocca al comune et al diviso, e come per lei diviene l'uomo
sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare le cause, et appena
troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice chende diviene la vita «
onesta », cioè laudato intra coloro che '1 15. cognoscono; e dice
«illustre», cioè laudato intra li strani; e dice « ioconda », cioè vita
piacevole, però che ' savi parlieri molto piacciono ad sé et altrui. 3. Et
altressi molto bene n'aviene alle comunanze jier eloquenzia, a questa
condizione : se sapienzia sia presta, cioè se ella sia adiunta
con eloquenzia. Et dice che sapienzia è amodenatrice di tutte cose
però che ella sae antivedere e porre a tutte cose certo modo e certo
fine. 4. Et poi dice che questi che anno eloquenzia giunta con sapienzia sono
laudati, temuti et amati; e dice che Ili amici loro possono di loro avere
aiutorio sicurissimo, però che appena fie chi Ili sappia contrastare,
poiché sanno parlare a compimento di senno. Et dice « certissimo » però che '1
buono e '1 savio uomo non si lascia M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema
de questo è cotale 3: M' aliijuanti
6: M' de fare male 7: m om. nota 9: il' divegnono 11: M huomo siguro 13: M' troverà 14: M-m laudata.... che cognoscono 15: M' illustra, L illustro 17: A/' ad
altri M-m nm. Et altressi e n 19: Hin
presta M' giunta 21 :M siae ad intivedere, m a ad antivedere 22: m om. Et
23: M^ 7 temuti 25: m Tia
chelli sappia, M' fie chelli il sappia
37: M non so lascia. Anche la lezione di ilf è possibile, ma forse
nacque da un accomodamento arbitrario del testo già corrotto. Invece
quella di M' è spiegabilissima collomissione della parola testo (la somiglianza
con questo rese più facile l' errore) e riceve conforma dal principio del
capitolo seguente, con quell'uniformità di espressione che è
caratteristica di tutto il commento. (2) Troverai è preferibile
come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M' potrebbe trattarsi non di
troverà, ma troverà'. corrompere per amore ne per prezzo né per altra
simile cosa. Et qui si parte il conto e fae nn' ultima conclusione
in questo modo: Tullio conclude in somma. Et però pare a me che gli
uomini, i quali in molte cose sono minori e più fievoli che Ile
bestie, in questa una cosa l'avanzano, che possono parlare ; e donque pare che
colui conquista cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri
uomini in quella medesima cosa per la quale gli uomini avanzano le
bestie. La tema in questo testo è cotale : La veritade è che gli
uomini in molte cose sono minori che Ile bestie e più fievoli, acciò che
sanza fallo il leofante e molti altri animali sono più grandi del corpo che
nonn è l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della
persona che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi
sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza fallo
lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo cerviere del vedere e
la scimmia del saporare, e l'avóltore 20. dell' anasare ad odorare,
e '1 ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza 1' uomo tutte le
bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene
la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae
alli altri uomini. 25. Tullio dice di che elli tratterà 16. Et
questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista solamente per
natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte altressi.
Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i quali sopra
ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi S: il-m
un'altra condictione 7 : M' costui il-m conquesta 8: M-m la quale; om. li 9 : )» om. cosa e gli uomini 11: il' de questo t. M' molti
huomini.... minori 7 più fievoli chelle bestie 15: U-m om. altre 16: M' che tucti 19-20: M-m 7 l'avóltore dell'odore,
M']j lavoltoio delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et
l'avoltoio del nasare et d'odorare M-M'
7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a ragnolo M'-L ne! toccare 22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma cfr.
^ \) 27 : M' per la natura 2S: M-m nm. d'arte 29: m certi. che noi diciamo ciò che ssi
comanda in rettorica, pare che sia a trattare del genere d' essa arte e
del suo officio e della fine e della materia e delle sue parti; imperochè
sapute e cognosciute queste cose, più di legieri e più isbrigatamente
potrà l'animo di ciascuno 5. considerare la ragione e ia via
dell'arte. Lo sponitore. 1. Poi che Tulio avea lodata
Rettorica et era soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì
ricomincia nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo
libro. 10. Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo
di ciascuno sia più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al
suo prolago e viene al fatto in questo modo: Tullio ae fiìiito il
prolago, e comincia a dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la
quale richiede et è 15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una
grande et ampia parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata
Rettorica. Che al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono
che Ila scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne
discordiamo da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et
in arte del 20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica
porremo in quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile
scienzia, cioè della scienzia delle cittadi. Lo
sponitore. I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are ordinatamente
ciò che elli avea promesso nella fine del prolago. Et primamente comincia a
dicere il genere di questa arte. Ma anzi che Ho sponitore vada innanzi sì
vuole fare intendere che è genere, perchè l' altre parole siano
meglio intese. Ogne cosa quasi o è generale, sicché comprende molte
altre cose, o è parte di quella generale. Onde questa 1-2:
M' (la tratto, poi corr. da trattar.; 3:
M-m generalmente della decta- arte 3: m però che - 4: M-m più diligente,
M' nm. più 8: M A rinconincia 11 : M' (luelle, ma L quello 14-13: M'-L richiede molte cose grandi 16: M-m cai ver diro 18: M-m
abbiano 30: M-m [lorromo quel
genero SG: m quella S8: M-m y perchè 29: M ìì quasi generale, m è quasi geu. 30: M onde jvirte quella gen.
parola, cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende molti,
cioè Piero e Joanni etc, ma questa parola, cioè « Piero, » è una parte- A
questa somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere
cioè la schiatta; che 5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro
di quella schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una
parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice di rettorica
sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e Ila
natura sua. Et dice così che Ila 10. ragione delle cittadi, cioè il
reggimento e Ila vita del comune e delle speciali persone, richiede molte e
grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In fatti è la
ragione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de' sartori, de'
pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi. In detti è la
rettorica e l'altre scienze che sono in parlare. Adonque la scienza del governamento
delle cittadi è cosa generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè
l'arte del bene parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più innanzi,
pensando che Ha scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che
muove di filosofia, sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per
provare la nobilitade e l'altezza della scienzia di covernare le cittadi.
Et provedendo ciò ssi pruova l'altezza di rettorica. 6.
Filosofia è quella sovrana cosa la quale comprende sotto sé tutte le
scienze; et è questo uno nome composto di due nomi greci : il primo
nome si è phylos, e vale tanto a dire quanto « amore », il secondo
nome è sophya, e vale - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde FILOSOFIA
tanto vale a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa
neuno 30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh'
elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad
avere intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì / M-m cioè che
comprende 2: Af' nm. o J cioè Piero 5: M' ovi. chi 4-6: m om. tutto
il passo da che « quella schiatla 8: m
om. per 9: M^ demostrare 10: jU'
i reggimenti 12: M-m om. che b 13: Af ' l'arti (ma anche L l'arto) m e de'pannali, .)/ 7 de sartori de
panni 16-17: m o parte d'un altro
generale 1M' de ben p. 20: M in podio 22: m om. della scienzia, 3/' niii. della
scienzia l'altezza 25: M sotto di
sé 26: m fue fdos, .W filis 27 : m om. nome 29: M^ de la scienza 31: M-m tuote l'altre J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare ' M'
Donde. (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in
Tesar., X, 39-40; però lo ronde poco probabile la forma arti che subito
segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e
ama, e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si
riduce. nizione di filosofia : ch'ella è inquisizione delle naturali
cose e connoscimento delle divine et umane cose, quanto a uomo è
possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che filosofia è onestade
di vita, studio di ben vivere, rimembranza della morte e spregio del
secolo. Et sappie che diflfinizione d'una cosa è dicere ciò che quella
cosa è, per tali parole che non si convegnano ad un' altra cosa, e che se
tu le rivolvi tuttavia signiffichino quella cosa. Per bene chiarire
sia questo l'exemplo nella diffinizione dell'uomo, la quale 10. è
questa: « L'uomo è animale razionale mortale ». Certo queste parole si convegnono
sì all'uomo che non si puote intendere d'altro, né di bestia, né
d'uccello, né di pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue
rivolvi le parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ?
certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. Or è vero che
anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle
quali dubitavano, e uon senza cagione, però che sopr'esse tre questioni
si girano tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse
l'uomo 20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che
ragione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza quistione era
di sapere le nature di tutte cose che sono. Et perciò che le questioni
fuoro tre, sì convenne che' savi filosofi (2) partissero filosofia in tre
scienzie, cioè Teorica, 25. Pratica e Logica, si come dimostra
questo arbore. i: M inquistione, m inquestione, L
inqulslione 2: M^ quando 3: M enpossib'ile (5: Mss. quella cosa 7 per t. p. 8: if-M' le rivuoli, L le rivolgi il' el per bene .9-/0: if' lo quale
questo, L la i[ualo questo 16: m
necessità, M' neccssiladc 16-17:
.¥' luiomini in esse (L messe) 18:
sospeso, cnrr. sopresse 19: .1/'
liuomo 20: m la seconda che
lasciare 20-21: lU-m om. la 2"
quistione 22.: M-m om. quistione
M-iii la natura m tutte le oliose - 23:
M-m Et però quelle quistioni furono tre 23-24 : M si convenne i savi
phylosoi)hy che partissero jf > si
conviene -^ 23: M mn. e. (1) Si potrebbe anche leggere (con una
costruzione più regolare ma con una coordinazione poco opportuna) ciò eh'
è quella cosa, e per tali parole ecc. (2) Questa lezione ò comune a
codici di ambedue le famiglie, e perciò la preferisco a quella di M, che pure
si può difendere facendo transitivo conreìtne e intendendo i -savi
filosofi come complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè
pratica, è per dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo
fare e che lasciai'e. La seconda scienzia, cioè logica, è per dimostrare
la seconda quistione, cioè per che ragione dovesse quel fare e quello
altro lasciare. 10. Et questa scienza, cioè logica, sì ae tre parti, cioè
dialetica, efidica, soffistica. La prima tratta di questionare e
disputare l'uno coli' altro, e questa è dialetica; la seconda insegna
provare il detto dell' uno (1) dell' altro per veraci argomenti, e questa èe
efidica; la terza insegna provare il detto dell'uno e dell'altro per
argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è sofistica. Et questa
divisione pare in questo arbore. La tex'za scienzia, cioè teorica, si è
per dimostrare le nature di tutte cose che sono, le quali nature sono
tre; 15. e però conviene che questa una scienza, cioè teorica, sia
pai'tita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e Matematica, sì come
dimostra questo arbore. 4: m cioè la ragione 6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica
(un'altra mano aggiunse sotìslicha)
7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e dell'altro i 1 : if infinite M' argomenti frodolenti 7 jier infinita
pruova 12: m apare. (1)
Conservo invece di e, comune a quasi tutti i codici, appunto per la sua
singolarità e perchè sembra indicare una differenza tra l'efldica e la
sofisticala prima dimostra la verità di una delle due parti, la seconda
pretende dimostrare l'una e l'altra parte. Onde la prima di queste tre
scienze, cioè teologia, la quale è appellata divinitade, si tratta la
natura delle cose incorporali le quali non conversano in traile
corpora, sì come Dio e le divine cose. La seconda scienzia, cioè 5.
fisica, sì tratta le nature delle cose corporali, si come sono animali e
He cose che anno corpo; e di questa scienzia fue ritratta l'.arte di
medicina, che, poi che fue connosciuta la natura dell'uomo e delli
animali e de' loro cibi e dell'erbe e delle cose, assai bene poteano li
savi argomentare la saio, nezza e curare la malizia. La terza scienzia, cioè
matematica, sì tratta le nature de le cose incorporali le quali sono
intorno le corpora; e queste nature sono quattro, e perciò conviene che
matematica sia partita in quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica,
geometria et astronomia, sì come 15. appare in questo arbore: La
prima scienzia, cioè arismetrica, tratta de' conti e de'nomeri, sì come
l'abaco e più fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di
concordare voci e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e
delle proporzioni. La IV scienza, cioè astronomia, tratta della
disposizione del cielo e delle stelle. Or si torna il conto dello
sponitore di questo libro alla prima parte di filosofia, della quale è
lungamente taciuto, e dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica,
25. che pervegna a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue
detto già indietro, questa pratica è quella scienza che dimostra che ssia
da ffare e che da lasciare, e questo è di 3:m traile
corpora 7: #' dela mudicina 9: M' assai poteo bone argomentare isani
10-13 : M-m mltnno da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si
e) 16: m om. scien7.ia 17: M' noveri
18: M [a musica SO: M astorlomia M' tracta Io sponilore 22: Af' si
ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro alla prima p. 33: m ae, Jtf' oo 24: m della prima
parte 25: m perverrà.
tre maniere: i>erciò conviene che di questa una siano tre
scienze, cioè sono Etica, Iconoiiiica e Politica, sì come mostra la
figura di questo arbore : La prima di queste, cioè etica, sì è
insegnamento di 5. bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento
delle cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per
assennamento di quatro vertudi, ciò sono prndenzia, iustizia, fortitudo e
temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono superbia, invidia, ira,
avarizia, gula e luxuria; e così dimoio, stra etica clie sia da tenere e che da
lasciai-e jier vivere virtuosamente. 16. La seconda scienza, cioè
iconomica, sì 'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per
covernare e reggere il propio avere e la propia famiglia. La terza
scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere 15. le
cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è provato, è in due guise,
cioè in fatti et in detti, sì come si vede in questo arbore:
18. Quella maniera eh' è in fatti sì sono l'arti e' magisterii che in
cittadi si fanno, (i) come fabbri e drappieri e li 1 : M-m però clic
convion(3 3.m am. la ligura ;>: Af' accostumatamente M' om. ira 10: M^ da necnto 1 1: m virtmliosamonte 13: m avere, la patria e la
famiglia 14: m fare, mantenere 7 r. 16: M-M' 7 in due guise M' in detti. 18: m om. tutto il g
18 M' 7 mestieri 19 : M che cittadini fanno (lì Si
rimane incerti fra le due lezioni, perchè il senso è il medesimo e anclie
paleograficamente la differenza è lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i)
cittadini'! Adottiamo la lezione un po' più diffìcile. altri
artieri, sanza i quali la cittade non potrebbe durare. Quella eh' è in
detti è quella scien^ia che ss' adopera colla lingua solamente; et in
questa si contiene tre scienze, ciò sono Grramatica, Dialettica, Rettorica,
si come dimostra 5. questo altro albore: Et che ciò sia la verità
dice lo sponitore che gramatica è intrata e fondamento di tutte le liberali
arti et insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè
per parole propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica
non potrebbe alcuno bene dire né bene dittare. La seconda scienza, cioè
dialetica, sì pruova le sue parole per argomenti che danno fede alle sue
parole; e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mostri
ragioni per che, sicché le sue parole abbiano provanza Ib. in tal
guisa che Ili uditori le credano e diano fede a cciò che dice. La terza
S(!Ìenza ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti
alla materia, per le quali l'uditore s'accheta e crede e sta contento e muovesi
a volere ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a
20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò che
'1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a diritto e per sì
propie parole che sia inteso, e questo fae gramatica; e dee le sue parole
provare e mostrare ragioni (2), 1 : Af ' artefici sanza
quali le cittadi non potrebbero durare
3: M^ ] questa si contiene 6: m
Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia
7: M' l'arti liberali 9: Mm om. e
sanza sologismo; t-S silogismo 10: M'
om. alcuno I-i: M ragione si che
le s. p. pruova i7 : M-m advoncnti 18-19 : M' per bisogno al parliere et al
dictatore S3: M-m mostrare con ragiono,
L mostrare por ragione Non credo necessario, data l' impossibilità di
distinguer la grafia dei copisti da quella dell' autore, ristabilire la
forma esatta solecismo; la stranezza della parola spiega pure l'omissione di
M-m e lo sproposito di L-S. (2) Che questa sia la giusta lezione è
confermato dal § precedente, 1.16 («ragioni per che ») ; e si noti che mostrare
con ragione o per ragione equivarrebbe a provare. e questo fae
dialetica; e dee sì mettere et addornare il suo dire che, i)oi che 11'
uditore crede, che stia contento e faccia quello eh' e' vuole, e questo
fa Rettorica. Or dice lo sponitore che Ha civile scienza, cioè la covernatrice
delle cit5. tadi, la quale èe in detti si divide in due: che ll'una è co
llite e l'altra sanza lite. Quella co llite si è quella che sisi fa
domandando e rispondendo, si come dialetica, rettoi'ica e lege; quella
eh' è sanza lite si fa domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per
dare alla gente insegnamento e via di 10; ben fare, sì come sono i
detti de' poeti che anno messo inii iscritta l'antiche storie, le grandi
battaglie e l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. Altressì
quella civile scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una
artificiosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale il
parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della materia, vi reca
suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in dialetica et in
rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella quale si recano
argomenti pur per altoritade, si come legge, sopra la quale non si reca
neuna 2'^ pruova né ragione per che, se non tanto l' altoritade
dello 'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è artificiale
dice BOEZIO nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte di ragione. Alla
fine conclude Tulio e dice che Rettorica è parte della civile scienzia.
Ma Vittorino sponendo quella 25. parola dice che rettorica è la
maggiore parte della civile scienzia; e dice « maggiore » per lo grande
effetto di lei, che certo per rettorica potemo noi muovere tutto '1
popolo, tutto '1 consiglio, il padre contra '1 figliuolo, l'amico
centra l'amico, e poi li rega(i) in pace e a benevoglienza. Or è
detto 30. del genere; omai dicerà Tulio dello oflfizio di rettorica
e del fine. 1: M ordinare, m e iliraeltero e ordinare
lo siidire 3: M^ cliolll stea 5: M-m si vede in due 7: M' y reclorica 9: M' a. lo genti i 1 : m-M in iscripto M' 7 le g. b. 7 altro vicende IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta
civ. 13-14: mchS l'ima e art. 7
l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra none art. (X non art.) 16: m su argomenti che crede ohe si
chenvieno, S secóndo la cosa 19: M
sopralla quale 21 : J/' di questa non
artificiosa S6: m e M' alFecto, ma L el'ctto S8 : m M' contro al f. wchontro all'amico, M' contra
amico. 29: m li reca, Af' recalgli a
pace 7 benev., L-S recarli a p. Q n h.
80 : m M' oggimai. (1) Con libertà non nuova alla nostra
ling'.ia antica, si può sottintendere il soggetto, « rettorica », dalle
parole « per rettorica » che precedono. La lezione ? ecarli, appunto
perchè piii semplice e chiara, mi par da scartare : non si vedrebbe CICERONE
dice che è l'ufficio di questa arte. 18. Officio di questa arte
pare che sia dicere appostatamente per fare credere, fine è far credere
per lo dire. Intra 11' ufficio e Ila fine èe cotale divisamente : che
nell'officio si considera quello che 5. conviene alla fine e nella fine
si considera quello che conviene all'officio. Come noi dicemo l'ufficio del
medico curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le
medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che
noi dicemo fine intenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare il
parliere, e dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili
dice. In questa parte àe detto Tulio che è l'officio di questa arte e che
è lo suo fine; e perciò che '1 testo è molto aperto, sì sine passerà lo
spouitore brevemente. Et dice 15. cotale diffinizione : officio è
dicere appostatamente per fare credere. Et nota che dice « appostatamente
», cioè ornare parole di buone sentenze dette secondo che comanda
quest'arte; e questo dice per divisare il parlare di questo dicitore dal
parlare de' gramatici, che non curanq d'ornare 20. parole. E dice «
per far credere », cioè dicere sì compostamente che ir uditore creda ciò che ssi
dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più di
dire belle pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del
fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi
25. considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo
'ntendimento del parliere è di far credere le sue parole all'uditore.
Donque questo è la fine, cioè far credere; che 2: M* om. ilk'Oi'O 3: M-M' 7 lar
M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio e ripete è cotale
ilivisumento che no l'ollicio M 7 è
colalo 0: m il' e curare 9: t intenderemo cli6 olicio è quello
ecc. m om. e JO: il ella, mi e la i3 : .tf' et che il lino 15: il apostamonle M-m saltano dal l'ai ^ apposlatanicnto. 10: .tf-m-.l/' ornate 20: m diro si ornatamente et cliom))ost. 21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m
che farle credere - 24: M-m per 1 udire
23: M 7 troverà - 26: M' del parlare la ragione per cui fu
mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia derivata da
recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante di ìi
reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la cosiddetta
legge del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc. Dani., N. S.,
XIV, 90-91) 'mmantenenle che l'uomo crede ciò eli' è detto si
rivolve (1) lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1 dicitore
intende. 3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine di questa
arte è doppio, uno nel parladore et un altro nell'uditore. 5. Il
parladore sempre desidera questo fine in sé: che dica bene e che sia
tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è questo fine: che '1 dicitore a
questo intende, che nell'uditore sia cotale fine che creda quello che dice; e
questo fine non desidera sempre IL PARLATORE sì come quello di
sopra. 10. 4. Et per mostrare bene che è l' officio e che è il fine
e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì dice Tulio che officio
è quello che '1 parliere de' fare nel suo parlamento secondo lo
'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per cui cagione il parlieri
dice compostamente; e certo questa cagione e questo fine nonn è altro se non
fare credere ciò che dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che
Ilo officio del medico è medicare compostamente per guerire
r amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo
medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di
rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia. Materia di
questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e Ilo savere
che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi dicemo che Ile malizie e le
fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne
medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa
arte et il savere eh' è appreso dell'arte sono materia di rettorica; le quali
cose alcuni pensaro che 1 : M sinvolve, m si involve, M^-L
si muove S : M' quello olio. 9 : M-m considera 10: M' om.
l)ene 15: M-m non ae altro m se none a faro 16: Af ' in ciò 17-18 : M Olii, è
medicare.... del medico 19: M-m Già ae
d. s. (mi s. d.) 20: M' del fine
ogimai procederà Tulio a dire
S,4: m e tutta l'arte Jlf ' e
sapere S3: M-m le malizie, cioè le
malattie (glossa) 87: M e savere tulli i inss, apresso Questa è senza
dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con ragioni
paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il
sinvolve di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di
Mi L. Invece di si rivolve lo suo animo
(soggetto) si può anche intendere « (l'uomo) si rivolve lo suo
animo », ma forse l'espressione riesce meno naturale. (2) La
correzione è suggerita dalle parole precedenti : « lo savere che dell'arte
s'apprende». Il testo latino ha facuUas oratoria. fossero piusori et
altri meno. Che GORGIA DI LEONZIO, che fue quasi il più antichissimo
rettorico, e in oppinione che IL PARLATORE puo molto bene dire di tutte
cose. Et questi pare che dea a questa arte grandissima materia sanza
fine. Ma Aristotile, il quale diede a questa 5. arte molti aiuti et
adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE sia sopra tre generazioni di
cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e giudiciale. Lo
sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che materia di
rettorica 10. è quella cosa per cui cagione furo pensati e trovati
li comandamenti di questa arte, e per cui cagione s'adoperala scienzia
clie 11' uomo apprende per quelli comandamenti. Così fuoro trovati li
comandamenti di medicina e gli adoperamenti per le infertadi e per le ferute;
et insomma 15. quella è Ila materia sopr' alla quale conviene
dicere. Et sopra ciò fue trovata questa arte per dare
insegnamento di ben dire secondo che Ila materia richiede e per fare
che ir uditore creda. Et di questo è stata diiferenzia tra' savi : che
molti furo che diceano che materia puote 20. essere ogne cosa sopr'
alla quale convenisse parlare. Et se questo fosse vero, donque sarebbe
questa arte sanza fine, che non puote essere; e di questi fue uno savio, GORGIA
DI LEONZIO, antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'appella antichissimo
sì dimostra che non sia da credere. Ma Aristotile, a cui è molto da
credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa arte in
perciò che fece uno libro d' invenzione et un altro della
parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e
catuua maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo 30.
strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti apiiare
: 2: m cliel parlaro
3: M-m che (loggia (w dohbia) aiiiiistare 6: M' generi 7: M-m giiulicalivo - IS:
M-m et per (incili comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com., S per
qiialnni|ue com. (t bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo
inf. M'
fedito 15: m. M'-L sopra la quale 19: M' dissero ?0: m sopra la ipiale l'uomo chonviene
parlare, M' sopra la (pialo SS: M-m di
questo S3-S4: M' 1 aix.'llava S6: M-m (lice molti aiuti M' in ciò che, m però che S7: Mdinvctione, hi d'invotione - S8: M-m
materie M' de cosa {ma L S di cose) M^ ciasouna
30-31: M-m om. come ecc. e la figura. Et a questa sentenzia
s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta l'arte di rettorica.
4. Ma ben puote essere oh' e' maestri in questo punto fanno divisamente
intra dire e dittare; che pare che Ila materia di dittare sia si
generale che quasi sopra ogne cosa si possa fare pistola, cioè mandare
lettera. Ma dire non si puote per modo di rettorica se non delle dette
tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca tutta la rettorica in
quistione di parole. Et intendo che quistione è una diceria nella quale
àe molte parole sie impigliate che ssine puote sostenere l'una parte e
l'altra, cioè provare si e no' per atrebuti, cioè per propietadi del
fatto o della persona. Et ecco l' exemplo in questa diceria che fie
proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco Tulio Cicero no,
che davanti (i) al popolo di ROMA fece anegare molti ROMANI a tempo che '1
comune era in dubbio? In questa proposta à due parti, una del sì et
un'altra del no. Quella del sì è cotale : « Cicero è da sbandire, perciò
che à fatta la cotale cosa *. Quella del no è cotale: « Non è da
sbandire, che ricordando pure lo nome signififica buona cosa 20. et
isbandire et exìlio (2) sìgnifBca mala cosa, e non è da credere che buono uomo
faccia quello che ssia da sbandire degno né de exìlio ». 6. Grià è detto
che è la materia di quest'arte, et afferma Tulio la sentenza
d'Aristotile. Et però che elli l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì
quelle 25. tre maniere sì compiutamente che per lui e per lo
sponì 1 : m sachosta 2: Mi
tucta 3:m tra dire od. 4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote 6:
M' lectoro 7 : 3f ' se non le docte om. perciò
m tutta rettorica 9: M' ov'a
il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti m cioè i)roiiietadi 12: M sie o fie, m Ila, M'-L fu - 14: m
om. Cicero M^ Cicerone che davanti il p. 15: M' al tempo 16: M imposta 19: M' il suo nome ò buona cosa 20: M' in exilio 21-22: m dongno da sb., M' dengno di
sbandire in oxilio 24: J/' la
conferma Non e' è dubbio sul
testo, in cui la tradizione manoscritta è concorde; quanto all'interpretazione
cfr. Maggini, La Rettorica italiana di B. L. Che et e non in sia la
lezione originaria è comprovato dal seguente né de exilio (cambiato da
M< in exilio per analogia colla prima alterazione). tore potrà
quelli per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e
la natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo
trattato e di Connoscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti non
potrebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima del
dimostrativo. Del dimostr amento. Dimostrativo è quello che ssi reca in
laude o in vituperio d'una certa personale. In questa parte dice CICERONE
che, con ciò sia cosa che Ile cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda
indella quale l'uno afferma e l'altro niega siano di tre maniere, sì
insegna Tulio avanti quale causa è dimostrativa. Ma lo sponi 15. tore non
lascerà intanto che non dica la natura e Ila radice di tutte e tre,
oltx'e che dice il testo di Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del
parliere che dice sopra la causa, e dicerà che è il fatto della causa. La
persona del parliere è quella che viene in causa per lo suo detto o per
lo 20. suo fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o
che ssi crede ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che
detto noll'abbia; altressì intendo «fatto» quello che fece o che
ssi crede ragionevolemente che elli abbia fatto, avegna che fatto
non sia. 3. Il fatto della causa è quel detto o quel fatto per lo quale
alcuno viene in causa e questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice
Pompeio a Catellina: « Tu fai tra 1: in poUà collii è: M' c\
inovini. ~ 5: .W Jioooia, L ilice ora 6:
i/del dimoslratio, m (Iella dimostrationo
8: S si moslra 13-14: il' sia in
ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio inprima M-m cosa
il' sia doni. 13: m oni. e la
radice - lS-19: il-m Persona del ]). 7 quella 19-20: il' per lo suo facto o per lo suo
dello, m per lo s. d. e per lo s. f. intondo suo detto e latto (pielli
(nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello S4 : il' ijucl
detto SS- il' et in ipiest., m.
ohi. L siae -- 41
dimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde: « Non fo ». In
questo convenente Pompeio e Catellina sono le persone de'parlieri; e la
causa è questa: «Tu fai tradimento » «
Non fo »; e chiamasi causa però che 11' uno ap5. pone e dice parole contra
l'altro e mettelo in lite. 4. Et per maggiore chiarezza dicerà lo
sponitore che èe dimostramento e che deliberazione e che iudicamento, e così
sopra che è ciascuna maniera di rettorica. Dimostramento.
Dimostramento è una maniera di cause tale che per sua propietade il
parliere dimostra ch'alcuna cosa sia onesta o disonèsta, e per questo mostra
che è da laudare e che da vituperare; e questa causa dimostrativa è
doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. La speciale
dimostrativa è quella nella quale i parlieri si sforzano di provare una
cosa essere onesta o disonesta, non nominando alcuna certa persona; et
intendo certa persona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie
e di cotali certe cose e determinate tra Ile genti, non intendo
dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della 20.
luna, che questa quistione non pertiene a rettorica. Et di questa causa
speciale dimostrativa sia cotale exemplo : « Il forte uomo è da laudare
Dice l'altro: Non è, anzi è da vituperare. E di questo nasce quistione,
se '1 forte è degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa,
ma 25. non nomina certa persona, e perciò è speciale. 8. La
causa dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale i
parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o disonesta nominando certa
persona, in questo modo. CICERONE è degno di lode. Dice l’altro. Non è. E
di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare. Et
questa quistione comprende due tempi : presente e preterito. Che al ver dire di
ciò che 11' uomo fae presentemente è lodato biasmato, et altressì di ciò
che fece ne' tempi passati. 9. Et sopra ciò dicono 1' antiche storie di Roma
che 35. questa causa dimostrativa si solca trattare in Campo
Marzio, 5: 3/' perciò maggioro 7 : ìlt' cheo... cheo (ma L clie... che) -
saprà che è 10: M' per sue propietadi il parladore 14: M' i parladori m spellale o dimostrativa 16: M' nm. et intendo certa persona, vi om.
et 17: M' et dele ciltadi 18: m cliase diterminate 19: M-m et della gr. 20: m non apartiene ^i :?» om. speciale M-m
dimostrata M k cotale lessemplo - So:
M-m om. è 27: M' alcuna persona
essere M-m di tre tempi m pres., preter. e luturo 32: M-m Et al ver dire 33 : M-m om.
di - 42 nel quale s'asemblava la comunanza a llodare
alcuna persona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a biasmare quella
che non era degna. E già è ben detto della causa dimostrativa; sì dicerà
il maestro della causa deli5. berativa. Del diliber amento.
21. Diiiberativo è quello il quale, messo (^' a contendere et a
dimandare tra' cittadini, riceve detto per sentenzia. In questa parte dice
Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a' cittadini a
contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che nne sentono;
e sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè alla
fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di 15.
causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà delle genti,
che raunano li consillieri per diliberare che ssia da fFare sopra alcuna
vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché
alla fine si prende quella che pare migliore. 3. Et in ciò sia
questo 20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare oste
in Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano qual
sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa quistione si
considera pure nel tempo futuro, che al ver dire sopra le cose future
prende l'uomo consiglio e dili 25. bera che ssia da fare e che noe. 4. Et
questa causa diliberativa è doppia: una speciale et un'altra che non si
puote partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera d'ai
cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando
1-3: M alcuno cli'era dengno om. e
signoria.... degna 6: Tutti i mss.
omesso, S è messo H : M-m che in
essa - m M' i loro pareri, L illoro pareri
12: M' da loro - 13: M-m dicono
14: M-m lo migliore 15: M-m
cassare (M 7 quello) 16: M-m raunavano 17: M-m non daffare 20: M' ressom])ro M-m che pone -22: M' il migliore 24: m nel tempo futuro ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo) M-m
Questa ì; causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia
m una e spetiale M-m om. che 27: M-m alcuna cosa 28: M-m om. sellò (1) Il testo
latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a tutti i
codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la rendeva
facile. (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma preferisco
quella di M' perchè corrisponde esattamente alla fino del § 2.
alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace è
da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di ciò nasce
causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere o no. L'altra che
non si può partire è quella nella quale 5. i dicitori studiano di provare
e' alcuna cosa sia utile o dannosa, nominando certe persone, in questo modo:
Dice l'uno: « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi. Dice l'altro:
«Non è». Et già è detto della causa diliberativa; omai dicerae il maestro
del iudiciale. Ma questo sia conto a ciascuno, che Ila propietade della
diliberazione èe mostrare che ssia utile e che dannoso in alcuno convenentre.
Et questa diliberativa si solca trattare nel senato, e prima diliberavano
li savi privatamente che era utile e che no e poi si recava il loro
consiglio in parlamento e quivi si fermava la loro sentenza, e talvolta si
ne prendea un'altra migliore. Judiciale è quello il quale, posto In
iudicio, à in sé accusazione e difensione o petizione e recusazione. La
natura di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore
per cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè
per mostrare d'una cosa s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo
: che uno ac-cusa un altro e l’accusato si difende elli medesimo o un
altro per lui; overo che uno fa sua petizione e domanda guidardone per
alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un altro recusa e dice che non è
da guidardonare, e talvolta dice. Anzi è degno di pena. Et questa causa
si pone in iudicio, cioè in corte davante a' indici, acciò eh' elli
indichino tra Ile parti quale àe iustizia; e questo si fae in corte
palese in saputa delle genti, acciò che Ila pena del S. in
Iva 3: M-m e so la p. 4: M' L'altra la quale 7 : Ai da melanesi, m tra mei. - Af ' e
li crem. M-m l'altro dice *: J/ E già detto U-m cosa
9 : M ' oggimai dicera del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno m e damostrare 12: m ohe prima 14: m om. e m M' in loro consiglio (ma L illoro
cons.) 14-15: A/' in loro
sententia si fermava 18:
Tuttiimss. e [tosto i9: m accnsatione,
difensione, pctitiono Tutta mas.
recusatione {ma cfr. testo latino) 24: m
chontro a iust. m om. che V e medesimo, L elli med. 27: m fatta bene 28: m om. e dice 32: m traile genti. malfattore dia
exemplo di non malfare, e '1 guidardone de' benfattori sia exemplo agli
altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: « I buoni si
guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si guardano
5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale doppia: una speciale
et un' altra che non si puote partire. Speciale è quella nella quale il
pai'lierc si sforza di mostrare alcuna cosa che ssia insta o iniusta, non
nominando certa persona; in questo modo: « Il ladro èe da
'mpendere, 10. perchè commette furto ». Dice l'altro: « Non è ». 4.
Quella che non si puote partire è quella nella quale il parliere si
sforza di mostrare una cosa essere iusta o no, nominando certa persona;
in questo modo: « È da impendere Guido eh' à fatto furto, o no? » Od « E
da guidardonare GIULIO Cesare eh' à conquistata Francia, o no? Et tutte
que ste cause iudiciali si considerano sopra'1 tempo preterito perciò che
di ciò che l’uomo à fatto in arrietro è guidardonato o punito. CICERONE
dice la sua sentenzia della materia di rettorica riprende quella d'
Ermagoras. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del parliere
(0 e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre. (cai). VI)
Che certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice ne attenda
C^) ciò che promette, acciò che dovide la materia di questa arte in
causa 25. et in questione. 1 : VI exempro allo
genti -V far malo M il guidardone S: M' tini benfacloro m om. VA 4: M' o li malvagi seno guardano 6: U' et una che 7: il' il dicitore - 9: M-m om.
modo m è da mpichare 10: M' un altro 12-15: M-m om. ila nominando alla fine
del paragrafo i6: il-m om. si i7: m per adietro i8:m pulito SI : M-m parlare, M'
parladore, L parlatore M Amagoras Che sia da legger cosi dimostra
non tanto la variante di M' quanto, specialmente, il trovare nel § 1 del
commento lo stesso errore di Mm di fronte a parliere di
M'. Conservo, coi codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia
nel primo caso attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo
dunque intenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe
spiegabilissima. Ma anello con attenda il senso va bene; e forse una
prova della somiglianza sostanziale per l'autore fra attendere e intendere si
ha nel § 7 del commento, dove, riferendosi a questo passo, i due verbi
sono invertiti di posto: «non pare che Ermagoras intendesse quello che
dicea, nò che considerasse (= attendesse) quello che promettea. Poi elle
Tulio àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come
fue oppiuione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentej^izia
d'Aristotile; e 5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la
sentenzia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del parliere è di due
partite, cioè causa e quistione. Ma certo e' dovea così riprendere coloro
che giungeano alla materia di quest'arte confortameuto e disconfortamento
e consolalo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente perciò ch'elli era
più novello e però dovea elli essere più sottile, e riprendelo ancora però che
ssi traea più innanzi dell'arte; e riprendendo lui pare che riprenda li
altri. Ma però che Tulio CICERONE non disfina (D lo riprendimento delli
altri, si vuole lo sponitore chiarire il loro fallimento, e dice così: 3.
Vero è che, si come mostrato è qua in adietro, l' officio del parliere si
è parlare appostatamente per fare credere, e questo far credere è sopra
quelle cose che sono in lite, e' ancora non sono pervenute all' anima ;
ma chi vuole considerai e il vero, e' troverà che confortameuto e
disconfortamento sono solamente sopra quelle cose che già sono
pervenute all' anima. Verbigrazia: Lo sponitore avea propensato di
fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava; onde da questa
negligenzia il potea bene alcuno ritrattare per confortameuto, e questo
conforto viene sopra cosa la quale era già pervenuta all'anima, cioè la
negligenzia.Et se alcuno disconforta un altro che avea proposto di malfare,
tanto che ssinde rimane, altressi viene lo sconforto in cosa la quale era
già pervenuta all' anima. Adunque è provato che conforto né disconforto
non pos 1 : m dinanzi 3: L
dico e conferma 4: M-m la sciencia 6-7 : M-m parlaro 10: M'-L non mattamente li: M-m om.
elli 14: m diffina (o anche disfina),
ilf'-/y non examina delli altri m
om. si 16: M^ in qua dietro m del parlare
17: M-m om. si 18: M' et
che ancora, m e anchora SO: M' et
trovare 21: m om. già - S3 : L
pensato, S per pensato 23: M lo
tralassava, m lo lasciava 24: M'
bene ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi
sconforta 30: M-m sconforto
Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por « dichiarare »,
che mi sembra qui il senso piìi adatto. (2) Non mancano esempii
(cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e questa parola in senso
di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss. altìsono essere
materia di questa arte. 5. Ma consolamento puote anzi essere materia del
parliere, perciò che puote venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta
all' anima. Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di menare
dolorosa vita per la morte d' una persona cui elli ama sopra tutte cose.
Ma un savio lo consola, tanto elle propone d'avere allegrezza, la quale
non era ancora pervenuta all'anima. Ma perciò che in questo
consolamento non ha lite, perciò che '1 consolato non si difende né
non allega ragioni contra il consolatore, non puote essere materia di
questa arte. 6. Or è ben vero che altri dissen che dimostrazione non era
materia di questa arte, anzi era materia di poete, però eh' a' poete s'
apartiene di lodare e di vituperare altrui. Et avegna che CICERONE no Ili
riprenda nominatamente, assai si puote intendere la riprensione di loro
in ciò eh' e' conferma la sentenza d'Aristotile che disse che
dimostrazione e deliberazione e iudicazione sono materia di questa arte.
Et sopra ciò nota che dimostrazione pertiene a' poeti et a' parlieri, ma in
diversi modi : che ' poeti lodano e biasmano sanza lite, che non è chi
dica contra, e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice
contra il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Ermagoras
intendesse quello che dicea, né che considerasse quello che prometea,
dicendo che tutte cause e questioni 25. proverebbe per rettorica.
Or dicerà Tulio le rii)rensioni d' Ermagora sopra causa e sopra
questione. Tullio seguita Ermagoras della causa, etc. Causa dice che
ssìa quella cosa nella quale abbia controversia posta in dicere con
interposizione di certe persone; le quali 30. noi medesimo dicemo che è
materia dell' arte e, sì come detto avemo dinanzi, che sono tre parti :
iudiciale, dimostrativo e deliberativo. 2: M' innanzi del parlatore
3: m non 6 jiervenuta 5-6: M
ellamava 6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto sì clid
iiropone 8: M-m che questo cons. .9:
in e non allega i3: m di poota.... a
poeti, M' de poeti... ali poeti M' o di
vit. i-i: M nelle, m non le, M' non gli
i6: M' elicgli conferma 17: m
dim., dilib. et iiivochationo 19:
M' ali poeti et ali pailadori 5i : M II parlieri, »i 11 parlieri?, 3/« E!
parladore m pero che è chi dicha chontro
al suo dire S-1: A/' chelgli prom.
26: m e questione, M' sopra questioni
30: m nm. medesimo itf' nm.
o Sponitore. 1. Poi che Tulio avea detto che
Ei-magoras non intese se stesso dicendo che causa e questione sono
materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che Ermagoras
5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa della quale molti
sono in controversia, perciò che 11' uno ne sente uno intendimento e
l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché sopr' a cciò
contendono di parole mettendo e nominando alcuna certa persona, che non si
possa 10. partire e che propiamente e determinatamente si partenga
alle civili questioni. 3. Et di questo dice Tulio che ss' accorda co llui, che
ciò àe elli detto davanti per sé e per Aristotile; ma dicerà omai com'
elli errò in questione. Qtd rijivende Tullio Ermagoì
asQuestione apella quella che àe in se controversia posta in
dicere sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene
fuori d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del mondo?
Chente è la grandezza del sole? Le quali questioni intendemo tutti leggiermente
essere lontane dall'officio del parliere; 20. che molto n' è grande
mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose
quelle nelle quali noi troviamo essere consumata la somma dello 'ngegno de'
filosofi con grandissima fatica. Sponitore. 1. Ora dice
Tulio che Ermagoras appellava questione 25. quella cosa sopra la
quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole
l'uno contra l'altro non no 5 M diceva - m ch'era chausa 7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na
{sic) trae, m ne atrae 8: M-m
contendemo 10: M' nominatamente m sautenga 13: Jf' oggimai 15: M' la quale ae 16-17: M' che ben M-iii li senni vari M' om. h M-m la l'ama
19: M-m del parlare 20: M-m oiii.
raaltozza, ilf ' om. e forseneria JZ-w
parlare, M' parladore SI: l/Tiusta,//i
in vista 24 ^/-w appellalo: M' era questione
m tra molti 26: M ne
contendeano (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna
anche nel commento; è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel
francese. minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse
alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene
fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' filosofi qual fosse il
sovrano bene in vita: et erano molti 5. che diceano d'onestade, e questi
fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e questi sono
epicurii. 3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò
che alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco sia
oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. Altressì fue questione della
forma del mondo, però eh' alcuni filosofi provavano che '1 mondo è tondo,
altri dicono eh' è lungo, o otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì era
questione della grandezza del sole, che alcuni dicono che’l sole è otto tanti
che Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si sforzalo,
vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra, e per essa
misura ritraeano quella del sole. Et perciò mostra Tulio che Ermagora non
intese quello che dicea, ch'assai legiei'mente s'intende che queste
cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere. Et nota che dice
officio però che ben potrebbe essere che '1 parliere fosse FILOSOFO, e
così toccherebbe bene a lini trattare di quelle questioni, ma ciò non
arebbe per officio di rettorica ma di FILOSOFIAf. Donque ben è fuori della
mente e vano di senno quelli che dice che'1 parliere possa o debbia
trattare di queste questioni, nelle quali tutto tempo si consumano et
affaticano I FILOSOFI. Or à provato Tulio che Ermagoras non intese
quello che disse. Ornai proverà come non attese quello che promise, in
ciò che promettea di trattare per rettorica ogne causa et ogne questione.
8. Et ciò fae a guisa de' savi, i 1 : 3/' sì plenesse - 3:
M-m fuori con lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori
d'hon. .W grande (juostione mi traili lilosali -I : m «m. et
5 : .V diceano hon. M-m OHI. questi fuoro il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici 6: il' diceano volontade (S ugg. cioè
piacere) 7: M-m se songni - 8: M' chel
ricalco 9: S il nostro sentimento iO: il perciò
id: il' diceano IS: il Hangolo
('/), "i troangholo, .W'-i triangolo, S otangolo m quadro
i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella terj-a 16: m
ritraevano la misura d. s. 17: il' che
elgli diceva. Kt assai ecc. S3: M' Dunque ben M' chi dice
24: M' debbia parlare 25: M' et
faticano S7: il-m non inteso 28:
M-m perche (> rectorica 29: M-m di
savi (1) La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata
da quella di S che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male
interpretato come abbreviatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo.
Il commento di Vittorino a questo passo non parla nò di triangolo né di
ottangolo. (2) Il latino Ila in ca. - 49
quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono ad
alcuna arte per la quale non si puote provare; come s' alcuno volesse
trattare d' una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la quale
non si pruova né ssi 5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando per
argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di Tulio.
Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che se
Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per istudio
e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando la sua scienzia, avesse
ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non avesse sposto
quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è quella forza
nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto rettorica che no-lli concedesse
filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi pare del tutto malmendosa,
ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate cose elette ingegnosamente e
diligentemente ritratte delle antiche arti, et alcuna v'àe messo di
nuovo; ma molto è piccola cosa dire dell'arte sì come fece elli, e molto è
grandissima parlare per l'arte, la qual cosa noi vedemo ch'esso non poteo
fare. Per la qual cosa pare a noi che materia di rettorica è quella che
disse Aristotile, della 20. quale noi avemo detto qua indietro. In
questa parte dice CICERONE che se Ermagoras fosse stato bene savio,
sicché potesse trattare le quistioni e le cause, parrebbe eh' avesse
detto falso, cioè che avesse dato al parliere quello officio che nonn é
suo; e così non avrebbe mostrata la forza dell'arte, ma averebbe mostrata
la sua. Ma ora è quella forza nell'uomo, cioè tal fue questo
Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e' non sappia rettorica nolli concederae
che sia FILOSOFO. Ma perciò l'arte 1 : 3f siila pongono 3: m trattare una q. 4-5: M' per la quale non si porla
provare M' om. per argomenti 9: M^ o \)ev insegnamento parendo 10: »i
ordinato M-m del parlare 11 : M-m non avesse posto (»m in et n.) M' ([nello puote 13: M' che fece nolli
cono. 14-15: M-m messe, A/' in esse M-m ^ locate le cose («4 nm. le cose) 7
lecte 17: M dell'arti, in delle
urti itf' grandissimo 18: Jl/ potea, M' ]jotero 19: ni sia quella. M' qua in adietro S4: M-m ciò
M' cavesse detto 25: Af a
parliere 28: M' ch'olii 28-29: S che non lu veruno che dicesse
ch'elli non sappia retorica non dirà giù che egli sia philosopho
(1) Il testo latino ha in ea. che fece non pare in
tutto rea ». In questa parola il cuopre (1) Tulio e dimostra eh' elli avrebbe
bene ijotuto dire X^egio. Et dice « non è del tutto rea » perciò eh' elli
àe messo nel suo libro con molta diligenzia e con ingegno li 5.
comandamenti delli altri maestri di questa arte, et alcuna cosa nuova v'
agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là ove il vitupera, dicendo che
fosse furo in perciò che delle scritte d' altri maestri fece il suo
libro. Ma molto è picciola cosa dire dell' arte, ciò viene a dire eh' al
parliere non s'apartiene dare insegnamenti dell'arte, sì come fece
Ermagora, ma apartiensi a llui in tutte guise parlare secondo li
'nsegnamenti e comandamenti dell" arte, la qual cosa non seppe fare
esso. 5. Adonque è da tenere la sentenzia d'Aristotile, che dice che materia di
questa arte è dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto
sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell'
officio e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue
parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le
parti di rettorica. 20. 27. Le parti sono queste, sì come i più
dicono: Inventio, di spositio, elocutio, memoria e pronuntiatio.
Lo sponitore. Cinque parti dice Tulio che sono et assegna
ragione per che, e quella ragione metterà lo sponitore in suo
luogo. 25. Ma prima dicerà le ragioni che nne mostra BOEZIO
nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di queste cin
1-2: S scuopre 4: M' con non
molto.... ingegni i com. 6: J/' vi
giiingnesse i>f-»i la dove
7:M* fosse ladro m poro che dello
dette scritte - 8-9: M' delli altri om. Ma... arte m cosa a dire
10: M-m a dire 12 : m egli noi
seppe fare 14 : m dice materia 15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento
detto del genere, dell' officio et del (ine dì rectorica. Si dicerà
l'autore déle sue parti M
sulficientemcnte dilig. m ora
dirà 20;mLLQ parti di rettoriclia M' inveutione, dispositione, ccc 24: S questa M-m che dico se alcuna Cioè «lo
difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre letto
iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di dimostra. que ijarti
falla nella diceria, non è mai compiuta; e se queste parti sono in una
diceria o inn una lettera, certo l'arte di rettorica vi fie altressì. 2.
Un'altra ragione n'asegiia BOEZIO: che però sono sue parti perchè esse la 'INFORMANO
E ORDINANO e la fanno tutta essere, altressì come '1 fondamento, la
i)ai'ete e '1 tetto sono parti d'una casa sì che la fanno essere, e s'
alcuna ne fallisse non sarebbe la casa compiuta. Et dice Tulio che queste
sono le parti di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo
alcuni che diceano che memoria non è parte di rettorica perciò che
non è scienzia, et altri diceano che dispositio non è parte d' essa arte.
Et così va oltre Cicerone e dicerà di ciascuna parte perse, e
primieramente dicerà della 'uvenzione, sì come di piti degna; e veramente è più
degna, però 15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma
l'altre non possono essere sanza lei. Tullio dice della
invenzione. Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili
le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione
è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè
argomenti necessarii e nota « necessarii », cioè a dire che conviene che pure
cosi sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti ac 25.
conci a provare che così sia, per li quali argomenti veri e verisimili si
possa provare e fare credere il detto o '1 fatto d'alcuna persona, la
quale si difenda o che dica incontro ad un' altra. 2. E questo puote così
intendere il porto dello sponitore. Verbigrazia: Aviene una materia
30. sopra la quale conviene dire parole, o difendendo 1' una
i: .W manca 3: m vi (ia, M' vi l'u
- 3-4: M' dice Boelius, che poroiù 5:
m fannola tutta essere, Af' li fanno essere tutto alti-essi ecc. 6: M' son parte 8 : m om. Et 10: m non era ~ 11: M^ dispositlone 12: M-m dell'arte 13: m primamente 16: m essere o stare 18: M' invontione (e coù semiire) m pensamento
il' overo simili 19: il-m
la cosa S3: SI' om. a dire 23-24: m pure che cos'i sia. E sappiano M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto - 27-28: m
chontro ad un altra - 52 parte o dicendo centra
l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si conviene dittare in
lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare né la mano presta alla
penna, ma consideri che '1 savio mette alla bilancia le sue parole
5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn iscritta. 3. Consideri ancora che
'1 buono difficiatore e maestro poi che propone di fare una casa,
primieramente et anzi che metta le mani a farla, sì pensa nella sua mente
il modo della casa e truova nel suo extimare come la casa sia migliore; e
poi 10. eh' elli àe tutto questo trovato per lo suo pensamento,
sì comincia lo suo lavorio. Tutto altressi dee fare il buono
rettorico: pensare diligentemente la natura della sua materia, e sopra essa
trovare argomenti veri o verisimili sì che possa provare e fare credere
ciò che dice. 4. Et già 15. é detto quello che è inventio. Ora
procederà il conto a dire quello che è dispositio.
Dice Tullio de dispositio. Dispositio èe assettamento delle cose trovate
per ordine. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR CREDERE il suo
dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine, cioè mettere
ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene, per più
affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2. E dice
eh' è quella 25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare li
argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti nel
principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si possa
contrastare lievemente, nella fine. Cosi fae il difficatore della casa,
che poi eh' elli àe trovato il modo 1 : m chontro all'altra
- 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano alla penna
- 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in iscriptura 6-S:.il diliciatore prima che metta lo
mani a lare mr=.)/, ma o maestro - 9: m
Poi - 10: M' U suo lavoro i3: M-m si
veri che possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' omquello - M-m Ora
procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a
dire che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -,W-»i
ohi. i, m om. argopienti 27: M' ali
(piali nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel
luogo che ssi conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e
camere e caminate, et a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già è detto che è
dispositio; or diceva il conto che è elocutio. 5. Tullio
dice della locuzione. 30. Elocutio è aconciamento di parole e di
sentenzie avenanti alla invenzione. Sponitore. I.
Perciò che neente vale trovare od ordinare chi non sae ornare lo suo dire
e mettere parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi
conviene alla materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che
è quella scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di
parole e di sentenze a quello che noi avemo trovato et ordinato. E nota
che ornamento di parole èe una dignitade la quale proviene per alcuna delle
parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia.
Il grande valore che in voi regna mi dà grande SPERANZA del vostro
aiuto. Certo questa parola, cioè “regna”, fa tutte risplendere l'altre
parole che ivi sono. Altressì nota che ornamento di sentenze è una
dignitade la quale proviene di ciò che in una diceria si giugne una
sentenza con un'altra con piacevole dilettamente. Verbigrazia. In queste parole
di Salamene. Melliori sono le ferite dell'amico che frodosi basci del nemico. Et
già è detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di
sentenzie che facciano la diceria piacevole et ordinata di parole e di
sentenzie. Omai procederà il conto alla quarta parte di rettorica, cioè
memoria. i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo....
l'ascia, charaere3: M^ camminate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc. 0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche
S intenliono) 9: M om. od 10: M' sa adornare il suo dire 15: m om. E 16: M dignità della quale, m M'
dignità la quale pervieneSO: M' vi sono
SI m,»f' perviene 22 .- M-m om.
Ai M un'altra seutenfa con un altro, m
in un'altra diceria si giungne un'altra sententia chon un altro piacevole
dil. 23: M-m dice Salamene 25: M'
li frodolenli basci m om. Et 26-27: M om. e di sentenzie, m om.
piacevole el; M om. che.... parole Ambedue le lezioni sono
possibili; ma con quella di M si spiega meglio una pretesa correzione in
dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?), mentre poi il
verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole. Dice
Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e
delle parole e dell'ordinamento d'esse. Et perciò che neente vale
trovare, ordinare o acon ciare le parole, se noi nolle ritenemo nella
memoria sicché ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice
Tulio che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere: una
naturale et un'altra artificiale. La naturale è quella forza dell'anima
per la quale noi sapemo ritenere a memoria QUELLO CHE NO APRENDEMO PER ALCUNO SENNO
SEL CORPO. Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per insegnamenti
delli FILOSOFI, per li quali bene impresi noi possiamo ritenere a memoria le
cose che avemo udite o trovate o APRESE PER ALCUNO DE’ SENNI DEL CORPO e
di questa memoria artificiale dice Tulio eh' è parte di rettorica. Et
dice che memoria è quella scienzia per la quale noi
fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo trovate et
ordinate, sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire. Et già
é detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et ultima parte
di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della
pronunziagione. Pronuntiatio è avenimento della persona e della voce
secondo la dignitade delle cose e delle parole. Et al ver dire poco vale
trovare, ordinare, ornare parole et avere memoria chi non sae profFerere
e dicere le sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice
Tulio Però che niente ot
acconciai-e 7: w» cene, Af' cine M volere
9:mom, et il: M' senso IS: M' quella memoria i-i: J»/' udito i5: 4f' sensi
16-, m nnu Et i8 : m olle
parole i9: M' noi vegnamo a dire SO- « ultra parte, hi ora dirà il conto
la quinta jiarte, .W" il maestro - S6 : m o ornare 27: in a chi non sae prollbrere o
diro -òsche è pronuntiatio; e dice eh' è quella scienzia per
la quale noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare et accordare
la voce e '1 portamento della persona e delle membra secondo la qualitade del
fatto e secondo la condizione della diceria. Che chi vuole considerare il
vero, altro modo vuole nelle voci e nel corpo parlando di dolore che
di letizia, et altro di pace che di guerra, ('he '1 parliere che vuole
somuovere il populo a guerra dee parlare ad alta voce per franche parole
e vittoriose, et avere argoglioso advenimento di persona e niquitosa ciera
contra ' nemici. Et se Ila condizione richiede che debbia parlamentare a
cavallo, si dee elli avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il
segnore parla il suo cavallo gridi et anatrisca e razzi la terra col piede e
levi la polvere e soffi per e nari e faccia tutta romire la piazza, sicché
paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo
punto non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per
mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. Tutto altrimenti dee
in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera amorevole, LA VOCE
SOAVE, la parola paceffica, le mani chete; e’1 suo cavallo dee
essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di soavitade
che sopr'a llui NON SI UMOVA UN SOL PELO, ma elli medesimo paia factore
della pace. Et così in letizia de' 1 parlatore tenere LA TESTA LEVATA, il
viso allegro e tutte sue parole e viste SIGNIFICHINO allegrezza. Ma
parlando in dolore sia LA TESTA INCHINATA, il viso triste e li occhi pieni di
lagrime e tutte sue parole e viste dolorose, sicché ciascuno sembiante
per sé e ciascuno motto per sé muova l'animo dell’uditore a piangere et a
dolore. Et già é detto delle V parti sustanziali di rettorica interamente
secondo l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote fare
meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scusare sé medesimo di ciò
che non àe mostrato ragione perché 2: m e misurare ~ 5: M'
che a chi vuole 0: M' noia boce 7 : M' parlare, m Il parliere 8: m smuovere
i/' om. il populo 11 : M
parlantare, m p-are 12: m mn.
elli 14-15: M' delle nari, vi sozzi le
anari 16: il' incominci 17: M-m om. per 19-20: M' humili avenimenti m nel chorpo
21 : M' le parole pacefiche 22 : L di tanta jwssa 24 : M' om. Et mss. del parlatore 25 : M-m levata in suso il' le sue
parole 26: il-m e signilichino 27: m chinata, il' inchina, L inchinata
28 : M-m parole iuste e dolorose
29: il' muove 30: m piangerò a
dolore. Ora è detto 31 : il' sustanziali parti 32: M' il puote 56
quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli àe
fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo. Tullio
dice che tratterà della materia e delle parti. Oramai dette brievemente
queste cose, atermineremo in 5 altro tempo le ragioni per le quali noi
potessimo dimostrare il genere e IPofficio e Ila fine di quest'arte, però
che bisognano di molte parole e non sono di tanta opera a mostrare la
propietade e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che scrive l'arte
rettorica pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre due, cioè della
maio teria e delle parti. E io perciò voglio trattare della materia e
delle parti congiuntamente. Adunque si dee considerare più intentivamente
chente in tutti generi delle cause debbia essere inventio, la quale è
principessa di tutte le parti. In questa parte dice Tulio che non vuole
ora provare perchè quello sia genere di rettorica che detto è davante, né
Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie parole e non sono di
molto frutto, e però l' atermina nelr altro libro nel quale tratta sopr' a
cciò; et in questo presente libro tratta della materia, cioè
dimostrazione, deliberazione e iudicazione, et altressì tratta delle
pai'ti, cioè inventio, dispositio, elocutio, memoria e
pronuntiatio. Et di tutte queste tratterà insieme e comunemente. Ma
però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE chente ella dee
essere in ciascuno genere di rettorica, cioè come noi dovemo trovare
quando la materia sia di causa dimostrativa, e quando sia deliberativa, e
quando sia iudiciale; e tratterà si comunemente che mosterrà come
sia da trovare in catuna di queste cause, e come 30. ordinare e
come ornare la diceria, e come tenere a memoria e come profferere le sue parole.
1 : M-m quella 4 : M'
Ogimai 7 : M admostrare, ni a
dimostrare M' le propicladi 9: M-m che convenga - iO-H : M-m om. K io....
congiuntamente IS: M-m chente
e i3: Af' do tutte l'arti 16: M-m quella, M -L quel M' detto davanti 18: M' lo
termina 20: M-m dimostrative 23: M' congiuntamente; m om. e 24: M-m om. SI dicerà Tulio i'S : M' om. sia congiuntamente S9: Af' come iu e. d. q. e. sa da
trovare 30: iii nm. e come ornare
Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi
ch'elli àe impresa altezza di tanta opera come questa èe, che a llui
piaccia di si dare l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in
connoscere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che sono il
fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per innanzi, eh' elli
intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo buono aprendimento e per
lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell' arte, il libro e lo
sponitore ne riceveJO. ranno perpetua laude. Della constitnzione e delle
quattro sue parti. 34. (e. Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna
controversia in diceria o in questione contiene in se questione di fatto
o di nome di genere o d'azione; e noi quella questione delia quale nasce la
causa apelliamo constituzione. E constitnzione è quella eh' è prima pugna
delle cause, la quale muove dal contastamento della intenzione in questo
modo. Facesti. Non feci, o Feci per ragione. Poi che CICERONE àe detto di
mostrare e trattare della invenzione e della materia insieme, sì
mostra lo sponitore in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore
chiarezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono queste
parole, cioè causa, controversia, constituzione e stato. Causa vale tanto
a dire quanto il detto o '1 fatto d' alcuno, per lo quale è messo in lite, ed è
appellato causa tutto '1 processo dell' una e dell' altra parte. Et
appellasi causa tutta la diceria e la contenzione cominciando al
prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo: 3: M-m
di darli l'animo 7-10: M^ chel
baono ben dire per tua laude, M-m dello sponitore, M
ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf ' om. contiene in se
questione 14 : M-m di quella 15: M^ constitutione ò la prima pugna 21 : M' om. insieme M' mosterra, ma L mostra SS : M delinventia, m della inventia, M^
della inventione 23: m tutto
innanzi Af' mi. si prendono S7 : M' dell'una parte 7 dell'altra 28: M-m la 'nlentione M' dal prol. La mia causa è
giusta, cioè, la mia parte è giusta. Controversia vale a dire tanto come causa,
e viene a dire “controversare” cioè usare l'uno coli' altro di diverse
ragioni e contrarie. Questione tant' è a dire come '1primo detto di
colui che comincia contra un altro e '1 secondo detto di colui che ssi
difende. Et appellasi quistione una diceria nella quale àe due parti
messe in guisa di dubitazione, et appellasi questione per l'una e per
l'altra parte della questione. Constituzione si prende et intende in quelle
medesime significazioni che sono dette davanti. Stato è appellato il detto e '1
fatto'l) dell'aversario, però che' parliere stanno a provare quel detto o
quel fatto; e questo medesimo è appellato constituzione perciò che '1
parliere constituisce et ordina la sua ragione e la sua parte di quel
detto o di quel fatto. Et per ciò è appellato “CONTRO-VERSIA” che
diversi diversamente sentono di quel detto o di quel fatto. Qui dice
lo sponitore come Tullio tratterà della Invenzione. Et poi che Ilo
sponitore àe dette le significazioni di queste parole, dicerà in chente ordine
Tulio tratta della 'nvenzione. Et certo primieramente insegna invenire e
trovare quelle questioni le quale trattano i parlieri, et appellale
constituzioni e dice la proprietade di constituzione e dividela in parti. Nel
secondo luogo mostra qual causa sia simpla, cioè di due divisioni, e qual
sia composta, cioè di quattro o di più. Nel terzo luogo mostra qual
contraversia sia in scritta e quale in dicere. Nel quarto luogo mostra
quelle cose che nascono di constituzione, cioè la diceria nella quale àe
due divisioni e ragioni, e Ila giudicazione e '1 fermamento. Nel quinto luogo
mostra in che guisa si debbono trattare le parti della diceria
secondo rettorica. Nel VI luogo mostra quante sono esse parti e
quali e che sia da ffare in ciascuna. Et disponesi cosi 2 :
Af' vale quasi tanto 3: M'
controversia centra l'altro diverse
ragioni 4:M' k tanto a dire M-m come primo 5: m e secondo 7: M-m parti in essere M dnbitatione sanfa dubitatione 9: M' i s'intende 10: m dinanzi
J8: m om. VAIO: M' sì dicerà oggimai
20: L a trovare 23: m In quattro
parti M-m dimostra - M qual cosa,
m ciualo luogho 26 : M-m sia scripta -
28 : M'-L e la ragiono el iudicamento el fermamente 29: m dimostra 31: M luorao (tic) . 32: M' ciascuno M
Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et dispone Ci aspetteremmo o 'l
fatto, anche per uniformità colle frasi seguenti ; ma la concordia dei
codici per e lascia incerti sulla conesiione, che non è neppure
indispensabile per il senso. 59 il testo di
Tulio per fare intendere onde procedono le quistioni che toccano al parliere di
questa ai'te. Ogne cosa la quale àe in sé CONTRO-VERSIA, cioè della
quale i diversi diversamente sentono sicché alcuna cosa dicono sopr' a cciò con
inquisizione, cioè per sapere se alcuna delle parti è vera o falsa, sì à'
in sé questione di fatto, cioè questione la quale muove di ciò che alcun
fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno contra l'altro. Tu mettesti
fuoco nel Campidoglio. Et esso risponde. Non misi. Di questo nasce una
cotale questione, se elli fece questo fatto o no, et è appellata questione di
fatto per quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome,
cioè che l’una parte appone un nome a un fatto (D e l'altra parte
n'appone un altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo
o altra cosa che non sia sagrata. Dice l’una parte contra lui. Tu ài
commesso sacrilegio. Dice l'altro. Non sacrilegio, ma furto. Et nota che
sacrilegio è molto peggiore che furto, perciò che colui commette
sacrilegio che fura cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di questo nasce
una questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere nome furto
sacrilegio, e però è appellata QUESTIONE DEL NOME. Od è questione del genere,
cioè della qualitade d'alcuno fatto, in ciò che l’una parte appone a quel
fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia : Dice F uno. Questi
uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea morto il suo padre. Dice
l'altro. Non è vero, ma iniustamente l'à fatt; e di ciò nasce cotal
questione di questa qualitade. Se l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò
è appellata questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e di
che maniera sia. Od è questione d'azione, cioè viene a dire che
contiene questione la quale procede di ciò, e' alcuna azione si muta d' un luogo ad altro
e d'un tempo ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra un altro. Tu
m' ài M' diversi 6: M' se
l'una parte 8: 3f' un facto 8-9: M' uno contra un altro M' Elgli, mie 12-13: m che 6 allui aposto,
il/' perche il facto che allui e e apposto da questione ecc. M-m Onde questione i4 : M-m in nome o in facto, M' ialla
dal 1° al 2° appone 18: m M' oin.
Et M' peggio 20: m Onde
21: M' del nome del facto
22: m di nome 23: M-m Onde m di genere
25: M-m l'altro 28: iW' OHI. e
29: M-m om. se l'à fatto 30: M' o
di che m. - 31 : M-m Onde mcioò che viene 32-34: M' dico calcuna ad un altro om. e.... ad altro uno a un altro È lezione congetturale, ma sicura, come
dimostra l'espressione analoga del § 16. furato un cavallo »; et esso
risponde: « Vero è, ma non tine rispondo in questo tempo, perciò che ttu
se' mio servo, o perciò eh' è tempo feriato, o perciò eh' io non debbo risponderti
in questa corte, ma in quella della mia terra. Onde di questo procede una
questione, la quale Tulio dice che è d'azione, cioè se colui dee
rispondere o no. Et dice Tulio che tutte le quistioni che sono dette
davanti sono appellate constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice
che constituzione è la prima pugna delle cause, cioè quello sopra che da
prima contendono i parlieri, cioè il detto dell'uno e '1 detto
dell'altro, e questo sopra che de prima contendono i parlieri si è il
nascimento, cioè che muove del contrastamento della intenzione, cioè del
detto di colui che ssi difende contra le parole
dell'accusatore. Onde contastamento è appellato el primo detto del
difensore e intentione è appellata il primo detto dello accusatore. Et pare che
il nascimento della constituzione vegna della difensione ch'è della
accusa, non che nasca della difensione, ma perciò che del detto del difenditore
si puote cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di genere o
di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli che sono messi
davanti. Et omai dicerà Tulio le
nomora e Ile divisioni e Ile proprietadi e He cagioni di tutte le
dette questioni. Del fatto, et è detto congettìirale. Quando
la controversia è di fatto, perciò che Ila causa si ferma per congetture,
sì à nome constituzione congetturale. In questa parte dice Tulio che
quando la contenzione è per alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì
come davanti si dice, sì conviene eh' ella sia provata per
con 1 : M' 0(1 cigli, VI et e
3: m e però ch'io M'
rispondere 6 : M' se quelli m
OHI. Et 10: M i parliero, vi quello
dello quale contendono da prima 14: M
difontu 15: m M' il primo 16: M' appellato - 17: M-m che
nascimento 19: M' owi. del 23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le
detto | cagioni I (piestioni SS:
Moni. è 26-27: M-vi om. è per cometlere
30: M' apposto altrui gettare, cioè per suspezioni e per
presunzioni. Verbigrazia: Dice uno contra un altro. Veramente tu
uccidesti Aiaces, ch'io ti trovai e VIDI TRAIERE IL COLTELLO DEL SUO
CORPO. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò 5. che
a provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'altressì ferme ragioni si
possono inducere per l’una parte come per 1' altra. E poi eh' è detto
della constituzione di fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di
nome. Del nome, et è appellata ilifjìnitiva. Quando è la
controversia del nome, perciò che Ila forza della parola si
conviene diffinire per parole, sì è nominata diffinitiva. In questa parte
dice Tulio che quando la conten 15 zione è del nome del fatto, cioè come
quel fatto eh' è apposto altrui abbia nome, quella questione si è
diffinitiva perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella
parola e di quel nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispianare che
viene a dire e che significa, non per exempli ma per parole brevi e chiare
et intendevole.Verbigrazia. Un uomo è accusato che tolse uno calice d' uno
luogo sacrato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si difende
dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa controversia si è tutta
la questione per lo nome di questo fatto: è sacrilegio o furto? Onde per
sapere la veritade si conviene diffinire l'uno nome e l’altro, cioè dire la
signifficazione e Ilo 'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie
chiarito per le parole quello che '1 nome significa, assai bene si potrà
intendere e provai e qual nome si XJonga a 30. quel fatto. Et poi
eh' è detto del nome, sì dicerà Tulio del genere. 3: m
e viJili trarre, M' ol ti vidi trarre
5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f. r. se ne
possono 7: in ora. E *: m om. sì
W: M' la controversia è ii:
M'-L appellata 13: M-m om. è 3f ' 7 ilei facto 16: M' om sì
17:M' che ella airorca M-m
a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro
23: M' ma e furto 24-25:
AT» se questo facto è sacrilegio furto
26: m l'altro M-m dare - 28: M-m
che nome 30: m om. Ei e si
Dice Tullio del genere, et è appellato generale. Quando è quistione della
cosa qual sia, perciò clie Ila. controversia è della forza e del genere
del fatto, sì è vocata constituzione generale. In questa parte dice Tulio
che quando è questione della cosa quale ella sia, perciò che Ila
controversia è della forza del fatto, cioè della quantitade, e della
comparazione et altressì del genere, cioè della qualitade d'esso fatto,
si è 10. vocata constituzione generale. Verbigrazia. La quantitade
del fatto si è cotale questione : se uno à fatto tanto quanto un altro,
si come fue questione SE CICERONE AVEA TANTO SERVITO AL COMUNE ROMA QUANTO
CATONE. La comparazione del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia
migliore, si come fue questione quando i ROMANI presono Cartagine QUAL
ERA MEGLIO TRA DISFARLA O LASCIARLA. Il genere del fatto si è questione
della qualità del fatto sì come davanti fue messo F exemplo, cioè se
colui che fece il fatto fece iustamente o iniustamente. Dice Tullio
dell'azione, et è appellata translativa. Ma quando la causa pende di ciò
che non pare che quella persona che ssi conviene muova la questione, o
non la muove contra cui si conviene, o non appo coloro che ssi
conviene.d) o non in tempo che ssi conviene, o non di quella lege o di
quel peccato o di quella pena che ssi conviene, quella constituzione à
nome translativa, però che ir azione bisogna d' avere translazione e
tramutamento. 8: M-m o decta forfa 9: M-m sia
M' aiiiiellala H : M-m senno -
14. m do fatto i7: M-m
qualità 2'1: A/' l'accusa 24: M convenne, M-m nm. o non (1)
La frase o non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma
si ricava dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento. In
questa parte dice CICERONE della controversia dell'azione, che quando
sopr'acciò è Ila questione e' si conviene che l’azione si tramuti in
tutto o in parte, e perciò à nome translativa, cioè trarautativa. Et
questo è o puote essere Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel
testo, cioè: 2. Quando non muove la questione quella persona a cui
la conviene di muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra ad un altro.
Tu se' venuto troppo tardi a scuola. Et esso dice. A te no'nde rispondo,
che non ti si conviene muovermi questione di ciò, ma conviensi al nostro
maestro. O non muove la questione contra quella persona che ssi conviene.
Verbigrazia. Fue trovato che in ROMA si trattava tradimento e fue alcuno
che ll'aponea contra GIULIO Cesare, et esso dicea. Contra me non si
conviene muovere di ciò questione, ma contra CATELLINA CATILLINA che l’
àe fatto e fa tutta fiata ». non muove la questione appo coloro che
ssi conviene, cioè davanti a quelle persone che dee. Verbigrazia : Fue
accusato il vescovo di simonia davanti al re di Navarra. Il vescovo dice. Tu
non m'accusi davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son
bene tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico. O non muove la
quistione in quel tempo che ssi conviene. Verbigrazia. Uno fue accusato il
giorno di Pasqua. Esso dicea. Non rispondo ora di questo, perciò che oggi non
è tempo d' attendere a cotali convenenti» non muove questione a
quella lege che ssi conviene. Verbigrazia : Uno cittadino di ROMA era in
Parigi e volea piatire contra uno francesco secondo la legge di Roma; ma
quel francesco dice 3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om. 5: Af 7 puote, m e questo puole essere M' in sette m. 7-8: m si conviene M' in contro a un altro 9-iO: M' Ed elgli, m et elli M-m om. ti 12: M-m muovere, M' muove questione i4: Af alcuna 16: m questione di ciò,
M' di ciò non si conv. m. q. ' 17: m
tuttavia M-m contra coloro 18-19: M' che si dee.... Il vescovo fu
acc. 21: M davante a giudici, m />
davanti a giudici, M' davanti giudice - 24: m della Pasqua egli
25: M' non ti rispondo ora di ciò
26: m M' da rispondere 29:
M' la legge romana m il Francesco
(1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si trova una valida
ragione per considerarla arbitraria, quantunque dalle due famiglie di
codici sembri risultare un da rispondere: sarà stato determinato dal rispondo
con cui comincia la frase che non dee rispondere a quella legge ma a quella
di Francia. O non muove la questione di quel peccato che ssi
conviene. Verbigrazia. Fue accusato uno, che non avea il membro
masculino, ch'avesse corrotta una vergine; esso dice. Io non risponderò di
questo peccato -- non muove questione di quella pena che ssi conviene.
Verbigrazia. Fue uno accusato ch'avea morto uno gallo et erali apposto
che perciò dovea perdere la testa; esso dicea: Non rispondo a questa
pena, perciò che non tocca a questo peccato. Donde tutte queste questioni sono
translative, cioè che ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata
in tutto e tal fiata in parte, si come appare nelli exempli di
sopra. Dice Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non
sarebbe causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne maniera
di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo in quella
non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che non sia tenuta
causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione et
àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le loro nomerà, sì vuole
Tulio provare che quando l'una di queste questioni, che sono del fatto o
del nome o della qualità del tramutare l'azione, non è intra parlieri, certo
intra loro non puote essere controversia ; e poi che 'ntra loro non
à controversia, certo il fatto sopra il quale dicessero parole non
sarebbe causa, e così non sarebbe materia di questa arte, cioè che non
sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2. Et provando questo sì
dimostra Tulio i: i non si dee 4-5: m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo
uno 8: M' nm_ perciò - m egli dice M' non li lispondo 9: M' non tocclia (piosto peccato ti: M' in altro slato, m om. e stalo -
J2:M' paro 16: M' luna de ipicste sia -
17: M tn i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m
provare Tulio - S3-S6: M-m om. ^ m
tralloro - 30: m quando ([U'-sto che Ile predette cose in questa
arte sono si congiunte insieme che qualuuiiue causa è dimostrativa o
deliberativa o iudiciale sì conviene che sia constituzione o del fatto o
del nome o della qualitade o dell' azione, et e converso che 5.
qualunque constituzione è del fatto o del nome o della qualità o dell'azione
sì conviene che sia dimostrativa o deliberativa o iudiciale. Et omai
perseverra Tulio sua materia per dicere di ciascuna parte per sé. Del
fatto. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti
tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo modo. Ulisse
uccise Aiace o no ? Et puotesi fare questione che ssi fa ora, in questo
modo Sono i Fregelliani in buono animo verso lo comune o no ? Et puotesi
fare questione che ssi farà, in questo 15. modo : Se noi lasciamo
Cartagine intera, everranne bene al comune no? In questa pai'te dice CICERONE
che Ila CONTRO-VERSIA la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la
quale àe nome constituzione congetturale sì come fue detto in
adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi, cioè preterito,
presente e futuro. Nel PRETERITO pone Tulio r exemplo della MORTE D’AIACE,
che fue cotale. Stando l'assedio di Troia sì fue morto il buon
Achille, et apresso la sua morte fue grande questione delle sue
armi intra Ulisse et Aiace. Et certo Ulisse fue, secondo che
contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor parliere,
sicché per lo grande senno che i-llui regnava e per lo bene dire niettea
in compimento le grandi vicende, alle quali altre non sapea pervenire, e
perciò adoperò e' più di male contra' Troiani per lo suo senno che non
fecero M dimoslraliva 3: M'
constitutione del facto 4-6: M-m om. ot
e conweiso.... dell'azione 7 : M'
Et oggimai perseguita 10: M' in dui
tempi 11: m clie exututo 13: M*
de buono animo 14: m om. che ssi
farà 15: M-m, L in terra ikf' averranne, m e veramente bene S3 : M' Tulio la morto 24: M* a Troia 26-27: M' secondo che recitano le
storie, fue M-m et niilior 29: M* per
.ben dire 30: Mie quali, m le quali
oltre non sapeano M adopio 7, m adoppio
più, M' adopero elgli M' in contro
a la non fé, L non fece
quasi tutta l'oste per arme, et alla fine si parve uianifestameute, eh'
elli fue trovatore del cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita;
ma veramente in guerra non si 5. fatigava molto con arme e non era di
gran prodezza, ma tuttavolta dimandava che Ili fossono CONCEDUTTE L’ARMI
D'ACHILLE, e dicea che nn'era degno e ch'avea in quella guerra ben fatta
l'opera perchè etc Et dall' altra parte Aiaces era uno cavaliere franco e
prode all'arme, di gran guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza
molto** (D francamente avea portate l'armi in quella guerra, e
perciò domandava l'armi d'Achille e dicea che non si conveniano ad ULISSE.
Onde alla fine l'armi furono concedute ad Ulisse, per la qual cosa montò
tra lloro TANTA INVIDIA che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo
tempo e morto Aiaces e fue della sua morte ACCUSATO Ulixes, et esso
si difendea e negava ; e di questo sì era QUESTIONE DI FATTO in preterito, cioè
che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo mette Tulio l'
exemplo de' Fragellani, che furo una gente i quali fui'ono accusati in ROMA eh'
elli aveano male animo contra il comune. Et elli si difendeano e diceano che
11' aveano buono e dritto ; e di ciò si era QUESTIONE DI FATTO PRESENTE,
cioè se sono ora presentemente di buono animo o no. Nel FUTURO mette CICERONE l’exemplo
di CARTAGINE, la quale fue una delle più nobili cittadi e delle più
poderose del mondo, e tenne guerra contro a ROMA, sì eh' alla fine I
ROMANI vinsero e presero la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila
cittade si disfacesse per lo bene di Roma, ET ALTRI CONSIGLIARO DEL NO perciò
che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella rimanesse intera, e di ciò è QUESTIONE
DEL TEMPO FUTURO, cioè se bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse
intera o s'ella si disfacesse. Ma poi che Tulio à detto della
controversia del fatto, sì dicerà di quella del nome in questo
modo. i: M' ne non era.
6: M' ben dengno 7 : M' ben
l'opera perchè, L bene adoperato perchè
9: m orti, e sanza molto 10: M-m
provale 14: m iim. mezzo 15 : m 7
dela sua morte fue aco. 16-17 : M-m onde
di questo era già (piestione... in perciò che già ecc. (vi om. in perciò) 18: M' Fregiani 19: M' che fuoro accusati SO: SI' comune de Roma 22 : m om. si
S6: M incontra S7 : m om. e M' vollero (ma L voleano) 28: m om. et
M' di no m pero che meglo ne
potrebbe loro intervenire M-m, L in
terra Af' e questo nel tempo futuro M-m che bene
31: M, L'in terra (1) Così hanno i mss. e perfino la stampa,
ma evidentemente manca qualche parola (anzi itf " dopo molto lascia
uno spazio bianco), come dire o parlare. Basti averlo notato, senza
pretendere d' indovinare. Del nome. Controversia del nome è quando lo
fatto è conceduto, ma è questione di quello eh' è fatto in che nome sia
appellato; et in questo conviene che sia controversia del nome, perciò
che non s'accordano della cosa; non che del fatto non sia bene certo,
ma che quello ch'è fatto non pare all'uno quello eh' all' altro, e
perciò l'uno l'appella d'un nome e l'altro d'un altro. Per la qual
cosa in questa maniera la cosa dee essere diffinita per parole e
brevemente discritta, come se alcuno à tolta una cosa sacrata d'uno luogo
privato, se dee essere giudicato furo o sacrilego, che certo in essa
questione conviene difinire l'uno e l'altro, che sia furo e che
sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa conviene avere
altro nome che quello che dicono li aversarii. In questa parte dice CICERONE
della controversia del nome ; e perciò che di questo è molto detto
davanti, sì siue trapassa lo sponitore brevemente, dicendo solamente
la tema del testo, sopra '1 quale il caso è cotale: Roberto accusa
Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa sacrata, si come UNO CALICE o
altra simile cosa la quale sia diputata a' divini mistieri, e dice che
Ila tolse d'uno luogo privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non
sacrato. Viene l'accusato e confessa il fatto. Dice l'accusatore. Tu
ài fatto sacrilegio. Dice l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma
furto. Et così sono in concordia del fatto, ma non della cosa, cioè della
proprietade per la quale si possa sapere che nome abbia questo fatto, perciò
eh' all' accusatore pare una, che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato
pare un' altra, che dice eh' è FURTO. Onde in questa maniera di
CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che dice sopra questa materia
dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE 3 : it 7 (li
questo 9 : M-m distrecta 10: M-
sacrato M-m per furto o per sacrilegio,
L furto sacrilegio 11: M-m con l'altro m
furto 12: M-m che sacrilegio, A/'
che sia sacrilego il/'
scriptione 16:Mom. detto M' nm. si
18: m sopralla quale - J/' Uberto : M' tolto 19 : m cosa simile SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere)
23-24: M il l'atto. Et dice laccusato
m Non o, ma furto 27-28: m però
chellachusatorc... una diosa
2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò
30: jV' jjarladore 3t: M'
didinita - G8 che cosa è SACRILEGIO e che è FURTO; e
così dee mostrare come questo fatto non à quel nome che dice
l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome; omai dicerà
Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo :
5. Del genere. ^Z. (e. IX) Controversia del genere è quando
il fatto è conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma è
questione della quantitade del fatto o del modo o della qualitade,
in questo modo : giusto ingiusto - utile o inutile - e tutte cose
nelle quali è questione chente sia quel fatto. In questa parte dice Tulio
CICERONE della questione del genere, e di questa è tanto detto dinanzi
che 'n poche parole dimorerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è
del genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in concordia coir accusatore
del nome d' esso fatto, ma sono in discordia della quantitade del fatto,
cioè se grande o piccolo o molto o poco. Verbigrazia. Un gran romano
quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato eh' ha fatto
danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e '1 nome
del facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO. Dice l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO.
Ed è la discordia tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o
piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì
come fue detto qua indietro nell'exemplo di Cartagine, qual fosse la
migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del
fatto, sì comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e
accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si difende e dice che l'à
morta giustamente, ma bene con OM, 8: M'in modo
della qualitndo 9: m o non giusto 12: M' tracia
i3: M-m detto VI di
questo M die poclie p. m dimora, Af' <limorra - 16-17: M' ohi.
ma sono.... del fatto 20: M-m
t>m. e male S3: M-m nm. Ed So: >/' Or sono, M-m OHI. - 26: M'
nm. si - 27 : M' o disfare - 2S : M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo di
((uestl, M-vi dotesles 30-.il : m nm. ot
esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea
- 69 fessa il fatto e 1 nome del fatto; ma sono in discordia
della qualità, cioè se 11' àe fatto GIUSTAMENTE O INGIUSTAMENTE. Ben
è vero che Tulio CICERONE non mette in exemplo della quàntitade nel
testo, né della comparazione, se non solamente della 5. qualitade ; e
questo fae perciò che più sovente ne vien tra Ile mani che non fanno
l'altre, e perciò dice che tutte cose nelle quali si confessa il fatto e
'1 nome del fatto, ma è questione della qualità d'esso fatto, sì è
controversia del genere. E poi che Tullio CICERONE à detto di questa
questione del genere secondo il suo parimento, sì procede immantenente a
riprendere Ermagoras dell'errore suo in questa controversia del genere. A
questo genere Ermagoras sottopuose IV parti, ciò sono DELIBERATIVO,
DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale suo fallimento non
mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in breve, perciò che sse noi
ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che noi lo seguissimo sanza
cagione; o se lungamente soprastessimo in ciò, paia che noi facessimo
dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se deliberamento e dimostramento
sono generi delle cause, non possono essere diritte parti d'alcuno genere
di causa, perciò che una medesima cosa puote bene essere genere
d'una e parte d'un' altra, ma non puote essere parte e genere d'una
medesima. Et certo deliberamento e dimostramento sono genera delle cause.
Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale solamente, è iudiciale e
dimostrativo e deliberativo. Dicere che non sia alcun genere di cause,
con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice che Ile cause sono molte e sopra
esse dà insegnamento, è grande forseneria. Un genere, cioè pur iudiciale
solamente, non puote essere, acciò che diliberamento e dimostramento non
sono simili intra lloro e molto si discordano dal genere iudiciale, e
ciascuno à suo fine al quale si dee ritornare. Adunque è certo che tutti
e tre son generi delle cause, e così deliberamento e dimostramento non
possono 4: M> nel testo exemiilo - 5: M' in tra le
mani iO: m om. secondo il suo
parimente M mantenente 13: M-m II (juale lue i7 : 3/' nm. i)erciò cene passassimo 18: m stessomo - 19: M' dimora, m imped. 7
dimoro 20: M-m dim. 22 : m M'
causa M-m genere 7 parte d' una medesima
- 23 : M' Ma none, vi Ma anno ale.
26: M-m om. e deliberativo 27: M'
ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti 28-29 : M 7 grandi; fors (?), m 7
grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere.
.12 : M 7 certo 3:i : M' de
cause... dimost. 7 del. essere a diritto tenute parti d'alcuno
genere dì causa. Dunque malamente disse ch'elli fossero parte della
constituzione del genere. 46. (e. X) Et s'elle non possono essere tenute
diritte parti della causa del genere, molto meno fien tenute parti della
diritta parte della causa; e parte della causa è ogne constituzione; donde
no la causa alla constituzione, ma la constituzione s'acconcia alla
causa. Ma dimostramento e diliberamento non possono essere tenute
diritte parti della causa del genere, perciò che sono generi: donque
molto meno debbono essere tenuti parte di quello ch'esso dice. Appresso
ciò, se Ila constituzione et essa e ciascuna parte della constituzione è
difensione contra quello eh' è apposto, conviene che quella che no è
difensione non sia constituzione ne parte di constituzione. Et certo
deliberamento e dimostramento non sono constituzione. Dunque se constituzione
et ella e la sua parte è difensione contra quello eh' è apposto, il
dimostramento e '1 diliberamento non è constituzione ne parte di
constituzione. Ma piace a Itui che ssia difensione. Dunque conviene che
Ili piaccia che non sia constituzione, né parte di constituzione. Et in
altrettale isconvenevile fie condotto, se esso dica che constituzione sia
la prima confermazione dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ;
e così seguiranno lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa
congetturale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un medesimo
genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la diffinitiva
causa non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere
diffinitiva e translativa. Et al postutto neuna constituzione ne parte di
constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui; perciò che
ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se l'altra si
prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si cresce la forza
della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una
medesima parte in un medesimo genere suole avere la constituzione
congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et alla fiata una e
talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione né parte di
constituzione. Et questo medesimo suole usatamente advenire della causa
dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto 3,5. davanti, questi,
cioè deliberamento e dimostramento, sono generi delle cause e non parti
d'alcuna constituzione. 1 : M' a diricto essere tenute
parte 5: M-tn om. parto delln causa ìvi
om. no 7: JV' tenuti 9 : m tenute parti,
il/' im. tenuti M-m cliossi dice iO: M-m chella const. 11: M-m ? difensione M' (piella - IS: M-m non sia la
constitutione 13: m om. Et 14: M 1 dunque le const., m Dunque la
const. 15: M' nm. e '1
diliberamento 16-18: m om. i due periodi ^0 : m seguiteranno - l' 1 : M-m si
convenevoli 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf.
25 : M-m om. e translativa - 26: M-m om. nk - M' ne tenere 2S: m il novero il/ sic radoppia 31: m coniotturalc generale 32: i wim. illusori
(i Lo sponitore. I. In questa parte dice Tulio
che Ermagoras dicea che Ila controversia del genere avea quattro parti
sotto sé, ciò sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e negoziale;
della 5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra molte
ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova manifestamente
per argomenti dialetici: che dimostramento e deliberamento sono generi
delle cause si che Ile cause sono parti di loro; e poiché sono generi,
cioè il tutto delle 10. cause, non possono essere parte delle
cause, acciò ch'una cosa non puote essere tutto d'una cosa e parte di
quella medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli argomenti
conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi seguentemente dice la sua
sentenza : quali sono le parti della constituzione del genere, cioè della
quantitade e del modo e della qualitade del fatto, sì come qui dinanzi
fue detto. Et in ciò incomincia la sentenzia di Tullio in questo
modo : Le parti della constituzione generale. 20. ^S.
(e. XI) Questa constituzione del genere pare a noi ch'ab bia due parti :
Iudiciale e negoziale. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio
àe ripresa l' oppinione d' Ermagoras delle quattro parti, si dice la sua
sentenza e dice che sono 25. pur due parti, cioè quelle altre due che
dicea Ermagoras: iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua
sentenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì dice e
dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo modo 4: M'
dimostrativo, deliberativo ecc. 6: M-m
provava 9: m genero 10: M el acciò 11 : M-m tiicta 13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere 17 : il/' comincia 23 : m ripreso 28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m
che iudiciale 7 che {ni om. che) negotiale ludiciale è quella nella
quale si questiona la natura dì dritto e d' iguaglianza e la ragione di
guiderdone o di pena. Sponitore. 5. 1. La iudiciale
coustituzioue è quella nella quale per diritto, cioè per ragione
provenuta per usanza e per iguallianza, cioè per ragione naturale o per ragione
scritta, si questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione o
sopra la qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è giusto o
ingiusto o buono o reo. Altressì è iudiciale quella nella quale è
questione d'alcuno per sapere s'egli è degno di pena o di merito.
Verbigrazia. Alobroges è degno d'avere merito di ciò che manifestò la
congiurazione di Catenina? e questionasi del sì o del no. Et anche
questo exemplo. È Giraldo degno di pena di ciò che commise furto ? e
questionasi del si o del no. Et poi che à detto Tulio del iudiciale, si
dicerà dell'altra parte, cioè della negoziale. Negoziale è quella
nella quale si considera chente ragione sìa per usanza civile o per
equitade, sopra alla quale diligenzia sono messi i savi di ragione. Dice
CICERONE che quella constituzione è appellata negoziale nella quale si
considera per usanza civile, cioè per quella ragione la quale i
cittadini o paesani sono usati di tenere i-lloro uso o in loi'o
costuduti, o per equitade, cioè per legi scritte, chente ragioni
debbiano essere sopra quella 2: m quello nel (juale 3: M'-L ella ragione di diritlo, S di
merito 6: m pervenuta 8.me sopra la comp. 9: m se questo giusto il: M^ si questiona
d'alcuno selglie ecc. 12-14: m o
di morte M-m o alabroges di Catenina et
questionisi del si et del no (m di si o di no), L e questo exemplo 16: m
quistionìsi... om. Et A/ 7 del
no 16-17: M' Tulio a detto dela giuridicialo 20: M' Di negotiale 26: M' om. paesani 27 : M' i loro costuduti m illoro chostuduli,
M' in loro constituti M-m
equalitade S8 : M' cliente ragione
debbia constituzione. 2. Et intra la iudiciale e la negoziale àe
cotale differenzia : che Ila iudiciale tratta sopra le cose passate et intorno
le leggi scritte e trovate ; ma la negoziale intende intorno le presenti
e future (1) et intorno le legi et 5. usanze che saranno scritte e
trovate.Et questa è di molta fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di
grande guisa a provarla et a formare nuove ragioni et usanze
allegando in ciò ragioni da simile o da contrario. Et questa
questione si tratta davante a' savi di legge e di ragione, ma in provare
la iudiciale basta dicere pur quello che Ila ragione ne dice. 4. Et poi
che Tulio à detto che è la iudiciale e che è la negoziale, sì dicerà
delle parti della iudiciale per meglio dimostrare lo 'ntendimento di
ciascuno capitolo dell' Arte. Di due parti di Iudiciale. La
iudiciale dividesi in due parti, ciò sono assoluta et assuntiva. In
questa parte dice Tulio che quella questione la quale è iudiciale, sì come
davanti è mostrato, sì à due parti. Una eh' è appellata assoluta e
l'altra la quale è appellata assuntiva ; e dicerà di catuna per sé.
3 : M interno 4: i mss.
futuro M' il presente 8 : m in se ragioni 9 : M assaivi, m si tratta da savi 10: M pur di quello 16: M' si divido 21 : M' luna la quale è appellata - M-m
e assunptiva Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e futuro) sembri
ottima, preferisco ricorrere alla lieve correzione di futuro in future.: M* ha
tendenza a cambiare, e quindi non è improbabile che, trovando già l'errato
futuro, abbia voluto accordare con esso l'aggettivo precedente, le
presenti. Non saprei invece come spiegare un cambiamento inutile in
M-m. Assoluta è quella che in sé stessa contiene questione o di
ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che quella questione iudiciale del
genere èe appellata assoluta la quale in sé medesima è
disciolta e dilibera, sì che sanza niuna giunta di fuori contiene
in sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade o sopra la
comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce s'egli é di ragione o
d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto o ingiusto o buono o' reo, sì
come in questo exemplo donde fue cotale questione. Verbigrazia : Fecero
quelli da Teba giusto o ingiusto quando per segnale della loro vittoria
fecero un trofeo di metallo? Et certo questo fatto, cioè fare un trofeo di
metallo per segnale di vittoria, piace per sé sanza neuna giunta et in sé
contiene forza della pruova, perciò ch'era cotale usanza. Assuntiva
è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa a difendere, ma di fuori
prende alcuna difensione ; e le sue parti sono quattro : concedere,
rimuovere lo peccato, riferire lo peccato e comparazione.
S:M-m slesso 7: M-m nm. ai fi: M-m «m. o sopra la (luantilude 7 invece ili 09: M' in f|uel facto 12: M-m Ino - »« di Teba 14-13: m et cerio questo trofeo fatto
faro per sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo 16: M' la forfa 1 9 : M-m ohi. olio
per sé non dà alcuna CICERONE dice che quella constituzione è appellata
assuntiva della quale nasce questione, la quale in sé non à fermezza per
difendersi da quello peccato eli' è allui appo5. sto, ma d'un altro fatto di
fuori da quello prende argomento da difendersi; si come nella questione
d'Orestes, che fue accusato eh' avea morta la sua madre, et elli dicea
che ll'avea morta giustamente. Et certo il suo dire parca crudel
fatto, sì che queste parole per sé non anno difensione com'elli l'abbia
fatto giustamente, ma prende sua difensione d'un altro fatto di fuori e dice: «
Io l'uccisi giustamente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare
che con questa giunta piaccia la sua ragione. Efc questa cotale questione
assuntìva à quattro parti, delle quali il testo 15. dicerà di
catuna perfettamente per sé. Concedere e concessione è quando
l'accusato non difende quello eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato
; e questa si divide in due parti, ciò sono purgazione e preghiera.
20. Sponitore. I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la
questione assuntìva e com' ella si divide in quattro parti, sì vuole
dicere di ciascuna per sé divisatamente perchè '1 convenentre sia più
aperto. 2. Et primieramente dice che é concedere, e dice che quella constituzione
é appellata concessione quando l'accusato concede il peccato e confessa
d'averlo fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e questo puote essere in
due maniere: o per purgazione o jjer preghiera, e di ciascuna di queste
dirà Tulio partitamente, e prima 30. della purgazione.
3: M> non àe in se 5: M' di
quello 7 : M' Pt elli rispondea 8-iO: M-m om. Kt certo....
giustamente i4: M' nm. assuntìva 15: M' per se perfectamente 17: M' o concessione - 18 : 3f '
domanda chelgli sia p. m. 7 questo 21 : m che e quale, M' che 7 quale
6 23: m di chatuna 24: M-m concede 26: m confessa il pechato d'averlo
facto Purgazione è quando il fatto si concede ma la colpa si rimuove, e
questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e necessitade. Dice CICERONE che
quella maniera di concedere la quale è per purgazione sì è et
aviene quando l'accusato confessa, ma lievasi la colpa e dice che quel
fatto non fue sua colpa ; e questo puote fare in tre maniere, delle quali
è prima Imprudenzia, cioè non sapere. 2. Verbigrazia : Mercatanti
10. fiorentini passavano in nave per andare oltramare. Sorvenne
loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in pericolosa paura, per la
quale si botaro che s' elli scampassero e pervenissero a porto che elli
offerrebboro delle loro cose a quello deo che là fosse, et e' medesimi F
adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato
Malcometto ed era tenuto deo. Questi mercatanti l' adoraro come idio e
feciorli grande offerta. Or furono accusati ch'aveano fatto contra la
legge ; la qual cosa bene confessavano, ma allegavano imprudenzia, cioè
che non sapeano, e perciò 20. diceano che fosse perdonato. Et di
ciò era questione, se doveano essere puniti o no. 3. La seconda maniera è
caso, cioè impedimento eh' adiviene, sì che non si puote fare
quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante caursino avea inprontato
da uno francesco una quantità di pe 25. cunia a pagare in Parigi a certo
termine et a certa pena. 6: M-m om. b 7 : M-m imi. non 8: M' Kl puotesi l'art! o In prima
tO: M per mare oltramare, di passavano per maro in nave Jf sopravenne
li: mi miseli, JV/' om. che
14: M' edelgli medesimi 15: M'
Macliometlo, m Maometto 17: M'
fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m mii. Or
19: M' noi sapeano 21: m puliti
S4 : m inprontato moneta da uno franeesclio Avenne
che '1 debitore, portando la moneta, trovò il fiume di Rodano si
malamente cresciuto che non poteo passare né essere al termine che era
ordinato. Colui che dovea avere domandava la pena, l' altro confessava
bene eh' avea 5. fallito del termine, ma non per sua colpa, se non che '1
caso era advenuto ch'avea impedimentitotU la sua venuta, e però
dicea che Ila pena non dovea pagare; e di ciò è questione, se Ila dovea
pagare o no. La III maniera è necessitade, cioè che conviene che ssia così
et altro non potea fare. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che
qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò
che entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che mercatanti
genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro con grande carico
d'avere. Convenne che per impeto di tempo per forza di venti, centra'
quali non si poteano parare, pervennero nel porto e fue presa la nave e le
cose per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti che Ila nave
era veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso porto, e però
diceano che non doveano perdere le cose ; e di ciò era questione, se Ile
doveano perdere o no. Tutto altressì i Veniziani, cui fue la nave,
raddomandavano la nave o la valenza; i mercatanti diceano che l'amenda
non dovea essere domandata, perciò che per necessitade e non per volontade
erano iti in quel porto. Et poi' che Tullio àe detto della purgazione e
delle sue parti, si dicerà della preghiera. Preghiera è quando l'accusato
confessa ch'elli àe commesso quel peccato e confessa che 11' àe fatto
pensatamente, ma sì domanda che Ili sia perdonato, la qual cosa molte
rade fiate puote advenire. 1 : M-m avieno S : M-m polea
3: M' a. termine ordinato 5 : M'
al termine 5-6: M impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea
impedimentita il: M' nel loro
porto 13: m una nave viniziana, 3/' una
nave de Viniziani 7 passavano
14-15: M per un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento,
m di vento 18: M^ in quel porlo SO: M' ora la questione m dovea
22: M' che por lamenda 24 :m
om. Et 28-29: m domandasi M' om. molto (1) Questa lezione
di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè dall'altra famiglia di codici.
Lo scambio, avvenuto in M, con impedimento era facilissimo e lo favoriva
il fatto che il senso restava quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto
impedimento ^>. Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è
manifestamente guasto (impedimento è correzione arbitraria), mentre
l'espressione impeto di tempo, analoga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può
bene corrispondere alla magna tempestas di cui parla l'esempio
ciceroniano {De Inv., II, 98) sul quale è modellato il nostro CICERONE dimostra
in questa picciola parte del testo che cosa è appellata preghiera in
questa arte. Et dice che allotta è questione di preghiera quando
l'accusato confessa 5. e dice che fece quel peccato che gli è aposto e
ricognosce che ir à fatto pensatamente, ma tutta volta domanda perdono.
2. Onde nota che questa preghiera puote essere in due maniere, o aperta o
ascosa. Verbigrazia : In questo modo è la preghiera aperta : Dice l'
accusato. Io confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore
e per reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera ascosa
è in questo modo : « Io confesso eh' io feci questo fatto e non domando
che voi mi perdoniate ; ma se voi ripensaste quanto bene e come grande
onore i' òe fatto al comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato
». 3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono advenire rade
volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono giurati a lege sie
che non anno podere di perdonare. Ben puote alcuna fiata lo 'mperadore e
'1 sanato avere prove 20. denza in perdonare gravi misfatti, sì come
poteano li anziani del popolo di Firenze ch'aveano podere di gravare e di
disgravale secondo lo loro parimento. Et poi che Tullio àe detto della
prima parte della constituzione assuntiva, cioè della concessione e che cosa è
concedere, et à delle due maniere di concedere detto, cioè di
purgazione e di preghiera, sì dicerà della seconda parte, cioè rimuovere
lo peccato. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si sforza di
rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo sopra un
S : M' mostra 5 : M' elicigli
lece 6' : M' nppensatainentc 8 : M' nascosa 14: M' om. bene 17 : M^ fiato (ma L volte) li ([uali sono 18: M noniianno 19: m prudenzia SS: m eclisgravare, M> 7 disgravare ni lo loro parere, L illoro parere, S il loro
piacimento m om. Et So: M' m e a detto delle duo maniere ecc. 30
: M' mettelo (ma L metterlo) (1) Conservo volte appunto perchè
questa parola in itf è meno frequente di fiate Q non si può considerare
correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sostituito per uniformità col
testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per forza e per podestà di
lui ; la qual cosa si puote fare in due guise: o mettere la colpa o
mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo la colpa e la cagione si mette
sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza e per sua
podestade. Il fatto si mette sopr'altrui 5. dicendo che dovea un altro e
potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è rimuovere lo
peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è accusato d'uno
malificio, et elli vegnendo a sua defensione si leva da ssè quel
maleficio e mettelo sopra un altro, o dice bene che 11' à fatto, ma un
altro cli'avea in lui forza e signoria il costrinse a ffare quel male ; e questo
rimovimento del peccato dice Tullio che ssi puote fare in due guise
: l'una si mette la colpa e la cagione sopra un altro, l'altra
15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la colpa e la cagione si
mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli à fatto quel male per
colpa d'alcuno il quale à sopra lui forza e signoria. Verbigrazia. Il
comune di Firenze elesse ambasciadori e fue loro comandato che
prendessero la paga 20. dal camarlingo per loro dispensa et
immantenente andassero alla presenzia di messer lo papa per contradiare
il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in Toscana
contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il pagamento e '1 signore no '1
fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la pecunia, sicché li ambasciadori
non andaro e' cavalieri vennero. Della qual cosa questi ambasciadori fuorono
accusati, ma elli si levaro la colpa e la cagione e 3: m la
chosa 7: Af' die e rimuovere 9: M' do malilicio - i4 : m luna mette,
M' l'una si e mettere ^5: M' si e
mettere m om. Kt - 20: Af
inmanlenenente, it/' incontanente
21 : m cliontradire - 23: M-m domandano
24: M m il segnore m e il
chamarlengo 25: m il nego di dare la
pecliunia 26:m li anbasciadori 27 :M' si levano miseria sopra '1
signore e sopra '1 camarlingo, i quali aveano la forza e la seguoria e
non fecero lo pagamento. 3. Mettere il fatto sopr' altrui è quando
l'accusato dice ch'egli quel fatto non fece e non ebbe colpa né
cagione 5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto et ebbevi
colpa e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il mette
dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Catenina andavano da ROMA
a Kieti, et incontrarono uno parente di Catone, a cui Catellina portava
grande maialo, voglienza per cagione della coniurazione di Roma, e perciò
in mezzo della via l'uccise. Né Catone non avea podere di difenderlo,
perciò eh' era malato di suo corpo, ma rimase intorno al morto per
ordinare sua sopultura. Et Catellina si n'andò inn altra parte molto
avaccio e celatamente. In questo mezzo genti che passavano [per la via] per lo
camino trovaro il morto di novello, e Catone intorno lui, sì PENSARO CERTAMENTE
CHE CATONE AVESSE FATTO IL MALIFICIO, e perciò fue esso ACCUSATO di
quella morte; ond'elli in sua defensione levava da ssè quel fatto dicendo
che fatto noll'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'ERA SUO PARENTE, e
dicea che noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era malato di sua persona. Et
così recava il fatto e LA COLPA SOPRA CATELLINA, perciò che '1 dovea fare come
di suo nemico e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. Et
poi che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì insegnerà in
questa altra partita riferire il peccato. Ttillio dice che è
riferire il peccato. 58. Riferire il peccato è quando si dice che
ssia fatto per ragione, in perciò che alcuno avea tutto avanti fatto a
liuì 30. ingiuria. i : m 7 al chamai-lingo 4-ò: M om. ch'egli... ma dice m nel fare
5 : Af ' che un altro 9: VI
om. grande 12 : m di suo corpo
malato 15: M^ gente J/' m om. per la via - 16: m il novello
morto 18 : M' tn fu elgli - 1!) : M'
chelgli facto 20-Sl : m avea nel
dovea fare o?n. e dicea che Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli 23: m pero chelli dovea fare 25: M-m om. si M' insegna
26: M' jxirte M-m refrenare
(sempre) : vi pero che da\anti Le parole per la via sono con
tutta probabilità una glossa o una variante di per lo camino; infatti
mancano in codici delle due famiglie. 81
Lo sponitore. I. Dice Tullio che riferire il peccato è allora
quando l'accusato dice ch'elli àe fatto a ragione quello di che
elli é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta tale ingiuria
che dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come apare neir
exemplo d' Orestes, che fue accusato della morte di sua madre, et esso
dicea che ll'avea morta a ragione, perciò che primieramente avea ella
fatta a llui ingiuria, cioè ch'avea morto il padre d' Oreste; e di questo
nasce cotale questione se Oreste fece quel fatto a ragione o no. Et poi
che Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì insegnerà ornai che
è comparazione. CICERONE dice che è comparazione. Comparazione è quando
alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et utile, e dicesi che
quello del quale è fatta la riprensione fue commesso perchè quell'altro si
potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella questione è
appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à fatto quello eh' è
a llui apposto, i^er cagione di poter fare un altro fatto utile e
diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel più alto officio di ROMA,
sentìo che coniurazione si facea per lo male del comune, ma non potea
sapere chi né come. Alla fine diede dell'avere del comune in grande
quantitade 25. ad una donna la qiiale avea nome Fulvia, et era
amica per amore di Quinto Curio, il quale era sapitore del tradimento
; e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose in tale maniera eh' elli
difese la cittade e '1 comune della molt'alta tradigione. Ma alla fine
fue ripreso ch'elli avea troppo ma 2 : M' allocta 4 : M' facla prima 5 : M' prenderne (ma L prendere) tale
vendctla pare 6: M' dela sua madre 8: m prima
J/' facto, m aliai fatto - iO: m om. El 14: M-m quanto un altro 16: M' per quell'altro - 18: JW in questa
parte 19: M-m che facto 26: M^
ora parteDce 28: M' dela mortalo
lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di sé
dicea che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto utile e
diritto, cioè per scampare la terra di tanta distruzione, e quello scampamento
non potea fare sanza 5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del
quale elli è ripreso fue fatto per bene. Et poi che Tullio àe detto
delle quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte
della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della constituzione del
genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la questione traslativa, della
quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa che là fue
intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della questione
translativa. Nella IV questione, la quale noi appelliamo
translativa, certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona
a cui convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o
davante a cui, per quale ragione, o in che tempo ; e sanza fallo tuttora
è controversia o per mutare o per indebolire l'azione. Et credesi
che Ermagoras fue trovatore di questa constituzione; non che molti
antichi parlieri non l' usassero spessamente, ma perciò che Ili scrittori
20. dell'arte non pensaro che fosse delle capitane e non la misero
in conto delle constituzioni. Ma poi che da llui fue trovata, molti
l'anno biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito non pur in
prudenzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per invidia e
per maltrattamento. Questo testo di Tullio è assai aperto in sé
medesimo, e spezialmente perciò che della questione o constituzione
translativa è assai sufficientemente trattato indietro in i
: M' l'avere del comune 3:3/' diiicto 7
utile - 4: M' non si pelea fare 7: M< om. assiintiva - 8: M'
iuridiciale //: M-m che ella l'uo
translassala lS:M-m emargonis 13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn
translativa) 15-1 (!: M' davanti
cui M-m sanfa follia 19: M' parladori 23: M' cambiano - S4 : M' per mal.
(1) La traduzione non è esatta, poicliè il testo latino dice: quos non
tamimprudentia falli indamus (res enim perspìcua est) quam invidia atque
óbtrectatione quadam inipediri. Si potrebbe proporre per congettura non
per imprudenzia ; ma non sembra contraddirvi il 8 -3 del commento
parlando di '' alquanti che non erano bene savi,, ? altra
parte di questo libro, e là sono divisati molti exempli per dimostrare
come si tramuta 1' azione quando non muove la questione quelli che dee, o
centra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel tempo che
. 5. dee. Z.Sicchè al postutto in(i) questa translativa conviene
che sempre sia : o per tramutare l' azione in tutto, come appare indietro
nell'exemplo di colui che risponde all'aversario suo: « Io non ti risponderò di
questo fatto né ora né giamai »; e così in tutto tramuta l'azione
dell'aversario etc. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto,
si come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aversario suo : «
Io ti risponderò di questo fatto, ma non in questo tempo» o «non davante
a queste persone». Et dice Tullio che Ermagora fue trovatore della
translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro
constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso da
alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento
contra lui. Nota che invidia è dolore dell'altrui bene, e maltrattamento
è dicere male d'altrui. Tullio dice che davanti diceva exempli
in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le constituzioni e le
loro parti; ma li axempli di ciascuna maniera parrà che noi
possiamo meglio divisare quando noi daremo copia di ciascuno de'
loro argomenti; perciò 25. ch'allotta sarà più chiara la ragione
d'argomentare, quando l'exemplo si potrà a mano a mano aconciare al
genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del suo
libro, brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che dimo2: M-m
si traclava 3: M^ che dee conLra cui dee
~ 6: M come pare 8: M' non ti
rispondo iO: M-m Oo, M' Onde M imparte m non in tutto
H : M' pare 13 : Mi dinanzi a ([.
14: M translatore, m traslatotore
15: M^ìa conto 17: 3f dalquanti
18 : M-m male tractamento con altrui
21: M-m construclioni 22: M
exposte le e. 7 loro parti 24: Mi
di loro argomenti 25: M' de
l'argomentare 26:m della cosa 29: M ke detto, m che detto Jlf ' dinanzi (1) L'essere
attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come la
sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere dal periodo
precedente la parola questione : " conviene che sia questione in questa
translativa „ ecc. strato à che sono le constituzioni e le loro
parti, ma in altra parte porrà certi exempli in ciascuno genere delle
cause, cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e nel iudiciale,
quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da cciò si parte il
conto e torna a trattare secondo che ssi conviene all' ordine del libro per
insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia simpla e quale congitmta. Poi
eh' è trovata la constituzìone della causa, ìmmantenente ne piace di
considerare se Ila causa è simpla o congiunta. Et s'ella è congiunta, si
conviene considerare se ella è congiunta di piusori questioni o d'alcuna
comparazione. Apresso al trattato nel quale Tullio àe insegnato trovare le
constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare qual causa sia simpla, cioè
pur d'uno fatto e qiiale sia congiunta, cioè di due o di più fatti, e quale sia
congiunta d'alcuna comparazione, e di ciascuna dice exemplo in
questo modo : Della causa simpla. Simpla è quella la quale
contiene In sé una questione assoluta in questo modo: « Stanzieremo
noi battaglia contra coloro di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che
quella causa è simpla la quale è pur d'uno fatto e che non è se non d'una
questione solamente. Verbigrazia : La città di Corinto non stava
ubidiente a Roma, onde i consoli di Roma misero a consiglio se
paresse 2 : M-m om. parte
m delle cose 4-5 : J/' Et di ciò
si diparte l'autore, m 7 accio 8: M mantenente, m inmantanento 9: m simplice (sempre cos'i) M' sedella li: M-m compi^ratione 13: M' il tractato 15: M (|ualcosa, «i quale chosa /*: M< l'exeniplo 21: M' m (pielli 25 : vi iliinn chosa SO : M-m <m. stava A/' ali Romani loi-o di mandare
oste a fai"e la battaglia centra loro, o no. Et così vedi che causa
simpla è pur d'una questione del sì o del no. Della causa
congiunta. 5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella nella
quale sì dimanda di piusori cose in questo modo: « È Cartagine da
disfare da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn altra parte
loro abitamento ? Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice
della congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella
quale àe due o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani
vinsero a forza d'arme la città di CARTAGINE, et erano alcuni che diceano
che al postutto si disfacesse; altri diceano che Ila cittade fosse renduta
agli uomini della terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare
di quel luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa
causa è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa
congiunta di comparazione. Dì comparazione è quella nella quale
contendendo si que stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in
questo modo : « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto
a' compagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti
contra Anibal ? Poi che Tullio avea detto della causa la quale è congiunta di
piusori questioni, sì dice di quella causa eh' è congiunta di comparazione
di due o di tre o di quattro o i : M-m o fare 2 : M^ om. Et
Jlf om. b 5 : M' om. questioni 6 : m di più sore 7 : M' da. rendere a Cartaginesi 12 : m due tre o quattro questioni J3: m per forza om. la cittade di J4: M' elio a! postutto diceano cliella si
disfacesse 17: M-m om. che 18: m
essere coniunta di tre (luestioni dette
21: 3/' o quale finissimo 22: M'
incontro a Filippo 28: M-m di due, di
tre m om. o di quattro (1)
Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia deducatur.
di più cose, nella quale si considera qual partito sia il migliore de'
due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e l'uno migliore che 11'
altro, per sape];e qual sia finissimo, cioè il sovrano di tutti. Verbigrazia
: I Romani aveano mandata oste in Macedonia contrà Filippo re di
quello paese, et in quello medesimo tempo attendeano alla guerra
d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni savi di Roma diceano
che '1 migliore consiglio era mandare gente in Macedonia, per attare
l'altra loro oste la quale 10. era in questa contrada; altri diceano che
maggior senno era di ritenere la gente in Italia, per adunare
grandissima oste contra Anibal ; e così contendeano qual fosse il
migliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la gente.
Della contraversia inn iscritto et in ragionamento. 15. 66.
Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in
ragionamento. Lo sponitore. 1. Apresso ciò che
Tulio à dimostrato qual causa è simpla e quale è congiunta e quale di
comf)arazione, sì vuole 20. fare intendere quale contraversia nasce
et aviene di cose e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento,
cioè di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole CICERONE
aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre de' dire a ciascun
ponto di tutte le cause che possano inter 25, venire ; e perciò dicerà
della scritta per sé e del ragionamento per sé, e di ciascuno partitamente in
questo modo : Della contraversia che nasce di cose scritte.
67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna qua litade
di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa che 30. sono
partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta pare che Ile
i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc.
il/' o Ire o iiifi •/: iV/' ohi.
cion il sovrano 5: M'-L (li
i|iielli del paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste * : hi elio mogio iO: m J/i in ipiella
contrada il : M' om. di m a rilenore gente 12 : M contra nibal, i» contro ad
Anibal 15: M-m e scripla, If' e in
scriplo o in ragionamento /*' :
M-m i|ual cosa 19: m quale e 22: M-m om. dire e che non sono scritte 23: M' mostrare - 24: m possono 25: M'E cosi
29: M da. questa 30:M' dale
constilutioni parole medesimo iU siano discordanti dalla sentenzia dello
scrittore ; e talvolta pare che due legi o più discordino intra sé
stesse; e talvolta pare che quello eh' è scritto signiffichi due cose o
più ; e talvolta pare che di quello ch'è scritto si truovi altro che non
è 5. scritto ; e talvolta pare che ssi questioni in che sia la forza
della parola, quasi come in diffinitiva constituzione. Per la qual cosa
noi nominiamo la prima di queste maniere di scritto e di sentenzia;
il secondo appelliamo di legi contrarie, la terza apelliamo
dubiosa, la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta apelliamo
diffinitiva. Poi che CICERONE à
dimostrato qual causa sia pur d' un fatto o di più, immantenente vuole
dimostrare qual contraversia è in scritta e quale in ragionamento; et in
questo dice primieramente di quella ch'è inn iscritto, cioè che
15. nasce d'alcuna scrittura. Et questo puote essere in cinque
modi. Il primo modo è appellato di scritto e di sentenza, pei'ciò che Ile
parole che sono scritte non pare che suonino come fue lo 'ntendimento di
colui che Ile scrisse. Verbigrazia: Una lege era nella cittade di Lucca, nella
quale erano scritte queste parole: « Chiunque aprirà la porta della
cittade di notte, in tempo di guerra, sia punito nella testa ». Avenne
che uno cavaliere l'aperse per mettere dentro cavalieri e genti che
veniano inn aiuto a Lucca, e perciò fue accusato che dovea perdere la
testa secondo la legge scritta. L'accusato si difendea dicendo che
Ila sentenzia e lo 'ntendimento di colui che scrisse e fece la
legge fue che chi aprisse la porta per male fosse punito ; e cosi pare
che Ile parole scritte non siano accordanti alla sentenzia dello
scrittore, e di ciò nasce controversia intra loro, se si debbia tenere la
scritta o la sentenza. La seconda maniera è apiiellata di contrarie
leggi, perciò che 1 : M' m medesime m dalle sententie 2: me téilora -- M' si discordino 3: M' significa 4: M-m o talvolta M' che nono che scripto 6: M-m nm. in
A/' mdilTìnitiva ([uestione 11:
M-m qual cosa 13: M-m e Sbripta - m e in
ragionamento 14 : m primamente 18
: M om. fue 20: M ai)iira, m apira 21 : M-m om. in tempo di guerra M' si sia punito della testa 23: M' si difende 30: m se si dee M' lo scritto 31 : M' om. maniera (1) Cfr. p.
46, 1. 30: nai medesimo. pare che due leggi o più discordino intra sé
stesse. Verbigrazia : Una legge era cotale, che chiunque uccidesse il
tiranno prendesse del senato cheunque merito volesse. Et nota che tiranno
è detto quelli che per forza di suo 5. corpo o d'avere o di gente sottomette
altrui al suo podere. Un'altra legge dice che, morto il tiranno, dovessero
essere uccisi cinque de' pili prossimani parenti. Or avenne che una
femina uccide il suo marito, il quale era tiranno, e domanda al senato
per guidardone e per nierito un suo figlio. LA PRIMA LEGGE concede che
ssia dato, l'altra comanda CHE SIA MORTO. E così sono due leggi contrarie,
e perciò nasce questione se alla femina debbia essere renduto il suo
figliuolo o se debbia essere morto. La terza maniera è apellata DUBBIOSA,
perciò che pare che quel eh' è scritto SIGNIFICHI DUE COSE O PIU. Verbigrazia. Alessandro fa testamento
nel quale fa scrivere così. Io comando che colui eh' è mia reda dia a
Cassandro C vaselli d'oro e quali esso vorrà. Api^esso la morte d'Alessandro
venne Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e che a llui
piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io vorrò. Et cosi di
quella parola scritta nel testamento, cioè, i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere
del cui volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione intra
loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE, perciò che di quello eh'
è discritto si truova e se ne ritrae altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia
: Marcello entra nella chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il
crocifixo, e taglia le imagini di là entro. E accusato, ma non si
truova neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non
era che nne scampasse sanza pena. E perciò il suo adversario ritraeva
d'altre leggi scritte quella pena che ssi convenia a Marcello
ragionevolemente. La quinta maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che
pare che ssi questioni LA FORZA D’UNA PAROLA scritta, sicché conviene i
: M' si discordino - M stesso m tralloro
- 5 : M^ di genti - 6-7: m L essere morti - Jl/' om. de' 7 : M'-L una femina il suo marito....
uccise 9 : m e merito 10: M' che
le sia dato, l'altra leggie iS: m nasce
controversia Mm sella femina 13:
m se dee 14-15: M' che lo scritto i6: Jtf' cos'i scrivere 1 7 : M-m om. coUii eh' è 18: M' i quali 19: M' cento vaselli d'oro 20: J/' la rede. [o ti voglio dare - m
om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 :
M' San Piero 38 : M-m om. Fue
accusato - /. trovava 29-30 : m alcuna
legge.... colalo maliflcio, e convenevole non era che scampasse 32 :M' che si conviene Mm Martello che quella parola sia
diffinita e dicasi il proprio intendimento di quella parola. Verbigrazia : Dice
una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna di tempo ed un
altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne che una nave di Pisa venne
in Tunisi e presso al porto sorvenne sì forte tempesta nel mare, che '1
signore usce della nave et entra inn una picciola barca. Un altro
ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto là entro che '1 mare torna
in bonaccia, e la nave campa in terra. E perciò dicea che la nave e sua
secondo la legge, perciò che '1 segnore l'abandona et esso l'avea difesa.
Il segnore dicea che perch'elli entra nella picciola barca non
abandona perciò la nave ; e cosi era questione intra loro sopra questa
PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per 15. sapere LA FORZA d'essa
parola conviene che ssi difinisca e dicasi il proprio intendimento. 6.
Già à detto Tullio di quella contraversia la quale è in iscritta e delle
sue cinque parti. Omai dicerà di quella contraversia eh' è in
ragionamento. 20. Della contraversia la quale nasce di
ragionamento. 68. Ragionamento è quando tutta la questione è inn
alcuno argomento e non inn ìscrittura. Quella è contraversia in
ragionamento nella quale non si considera alcuna cosa che ssia per
scrittura, ma prendesi argomento e pruova per parole FUORI DI SCRITTA a
dimostrare che dee essere sopra quella questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo
che Italia è migliore paese che Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò
era questione ti'a lloro, e perciò conviene recare argomenti in
ragionando per mostrare che nne dee essere, e questo senza scritta
acciò che sopra questo no è legge né scrittura. 3: m om.
della nave M' labandona S : M' de Pisani M-m di Tunisi
6 : M sovenne, m venne, L sopravenne M^ di mare
7-8 : M' usci di fuori un altro
corse a governare la nave 9: m
campo intera 11: m et egli 12: m pichola
nave 13: 3f' non avoa abbandonata perciò 1. n., m non pero elli
abandonava la grande 14: M' di
questa parola, m sopra questo abandono
15: M-m la forma m ripete
conviene 16: m dicha 22: m e
none 24 : M' Qurlla controversia 6 in
rag. 28: M' Anibal 29 : m
lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico che no 31 : m 7 questo e senza scritta
Delle IV parti della causa. Adunque, poi che considerato è il genere della
causa e cognosciuta la constituzione et inteso quale è simpla e quale è
congiunta, e veduto quale contraversia è di scritto e di ragionamento, 5.
ornai fie da vedere quale è la quistione e quale è la ragione e quale è
il giudicamento e quale è il fermamento della causa ; le quali cose tutte
convengono muovere della constituzione. In questa parte dice CICERONE
che poi ch'elli à insalo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo
e diliberativo e giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè
e qual sia congetturale e quale diffinitiva e quale translativa e quale
negoziale, et à fatto intendere quale è simpla e quale congiunta, cioè
qual contiene in sé una questione o più, et à fatto vedere qual
contraversia è inn iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti
questi insegnamenti paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo
inn iscritto e trattato di ciascuno sufficientemente, ornai vuole CICERONE
procedere e dimostrare apertamente qual sia 20. la questione e la ragione
e '1 giudicamento e '1 fermamento della causa ; le quali cose tutte
muovono e nascono della constituzione, ciò viene a dire che la
constituzione è il cominciamento di queste cose. Questione è quella
contraversia la quale s'ingenera del contastamento delle cause in
questo modo : « Non facesti a ragione Io feci a ragione». Questo è contastamento
delle cause nella quaied) 2: m om. 63: m om.
cognosciuta M intesto Af' qual congiunta 4: M-m quale conti'aversia <ii
scripto m o di ragionamento 5: A/' oggimai sarà 5-6: M' ha sulo il primn b M-m il confermamento 6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv.
9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo,
ilimostrativo i2: in cioè qual
sia 13: M-m a facto cognoscere 14: m quale simplice - 17: M'
amaeslramenti M paio sàdietro, Mi-L
jiaiono in adiotro 18: M 7 tracio 22: M-m um. ciò V. a d. e. la constituzione 25 : M -L Di (|uistione m si genera
26-27 : M' de cause M-m om.
a M' il contrastamento ~ L nele quali, S
nel quale (1) Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per
questo non saprei spiegare come alterazione volontaria né come svista il
nella quale (dato tanto da M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto
dovuto a una distratta traduzione del latino Causarum haec est
conflictio, in qua constitiUio constai. è la constituzìone, e di questa
nasce contraversia la quale noi appelliamo questione, in questo modo: se fatto
l'à a ragione o no. Lo sponitore. 1. Nel testo il quale
è detto davanti insegna Tullio 5. cognoscere e sapere che è la questione;
et in ciò dice che questione è quella che ssi conviene considerare sopr'
a cciò di che le parti tencionano, e così s'ingenera del contastamento
delle parti, cioè di quello che 11' uno appone e l'altro difende.
Verbigrazia : Dice la parte che appone all'altra . 10. « Tu non ài
fatta i-agione, che tu prendesti il mio cavallo »; e la parte che ssi
difende risponde e dice : « Si, feci ragione Or è la causa ordinata, cioè che
ciascuna parte à detto, l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è
appellata constituzione. Sopra questo si conviene sapere se 15.
n'accusato à fatta ragione o no. Questo è quello che Tullio appella
questione. Dunque potemo intendere che quando le parti anno detto e
quando l'accusatore àe apposto in. contra l'aversario suo e l'accusato àe
risposto o negando o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata ;
e però 20. infine a questo punto èe appellata constituzione, cioè
viene a dire che Ila causa è cominciata et ordinata ; da quinci
innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si conviene che ssi connosca se
Ila sua defensione è dritta o no, cioè quando dice : « Io feci ragione »
conviensi trovare s' elli à fatto 25. ragione o no, e questa è
appellata questione. 3. Et perciò che la scusa dell'accusato, a dire pur
così semplicemente: « Io feci ragione », non vale neente se non ne mostra
ragione per che e come, insegnerà Tullio immantenente che ragione
sia. 30. Di ragione. 71. Ragione è quella che contiene
la causa, la quale se ne fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in
contraversia. In questo modo mo sterremo, per cagione d'insegnare, un
leggieri e manifesto 4: M-m nel quale - 6: M' 6 quella m sopra quello 10: M' facto ragione i5: M dopo
ragione ripete che tu prendesti il mio cavallo
13: m luna luna M' {(uesto
15: M^ m facto 15-16: M' Et questo....
comune questione 17: M-m posto 19: M S l'accusa - SO: M' m ciò viene a
dire SS: M-m om. sì S4: M' facta
S5: M' e facta questione
S6: M-m om. Et - l'accusa S7 : M'
m se non mostra S8 : M' si
insegnerà 31 : m se non fosse 3S : M' non vi rim. 33: M-m d'insegnare leggere manifesto
exemplo exemplo. Se Orestres fosse accusato di matricidio et elli
non dicesse: « Io il feci a ragione, perciò eli' ella avea morto il mio
padre », non avrebbe difensione; e se non l'avesse non sarebbe contraversia.
Dunque la ragione dì questa causa è eh' ella uccise Agamenon. 5. Lo
sponitore. 1. Si come appare nel testo di Tulio, ragione è
quella clie sostiene la causa in tal modo che, chi non assegna e
mostra la ragione della sua causa, certo non sarà controversia, cioè non à
difensione; e cosi la causa dell'aversario IO. rimane ferma e non à
contastamento. 2. Verbigrazia: Vero fue che Ila madre d'Orestres uccise
Agamenon suo marito e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per
movimento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre. Fue
accusato di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1 15. fece a
ragione; se non dice perchè e come, la sua difensione non vale neente, e se la
difensione non vale neente non è contraversia né questione. 3. Ma se dice
cosi : « Io lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre »,
sì mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la
20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi che CICERONE
à dimostrato che è questione e che ragione, sì dimosterrà che è
giudicamento. Giudicamento è quella contraversia la quale nasce de lo
'nde25. bolire e del confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo
exemplo della ragione che noi aven detta poco davanti : « Ella avea morto
il mio padre ». Dice il savio: « Sanza te figliuolo convenia eh' essa
madre fosse uccisa ; perciò che 'I suo fatto si potea bene punire sanza
tuo perverso adoperamento ». (e. XIV) Di questo 30. mostramento della
ragione nasce quella somma controversia la quale noi appelliamo
giudicamento, la quale è cotale: se fosse diritta cosa che Orestres
uccidesse la madre, perciò ch'ella avea morto il suo padre. i : m di
martecidio 2 : M-m om. ella 4 : M-ni chelluccise a ragione 7-8 : M' mostra 7 assegna ragione 10: M' m 0111. Vero 13: M' om. cioè.... di matricidio 16:
M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) 19: m difesa
20: m om. El 22: M-m dimostra 24: M' om. quella M-m ohi. nasce 25: M-m in ciò a quel med. 26: M' aveino dello 27 : M' Dice l'avversario 2S: M-m si potrà 29 : M' sanila il tuo p. 31 : M' se fu Cicerone dice e insegna
che è ragione; et perciò che della ragione nasce il giudicamento, sì
tratta egli del giudicamento per dimostrare come e quando et in che
5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato assegna ragione perchè fece quel
fatto e conferma la sua difensa per quella ragione. L'accusatore dice contra
questa difensa et indebolisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che
conferma l'uno et inforza la sua difensione e l'altro la
infievolisce 10. e falla debole, sì ne nasce una questione la quale
è appellata giudicamento, perciò che quando ella è provata si puote
giudicare. 2. Et in ciò sia quel medesimo exemplo di sopra : Orestres
assegna la ragione per la quale elli uccise Clitemesta sua madre: perciò
ch'ella avea morto 15. Agamenon ; e così conferma la sua
defensione. Ma contra lui dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non
convenia ad te punirla di ciò, ma altre la dovea e potea punire sanza tua
perversità, e sanza tua così crudele opera, come del figliuolo uccidere
sua madre ». Et così indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in
vituperoso abominio, e sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra
lo 'ndebolimento della ragione, nasce questione la quale è appellata
giudicamento perciò che ssi puote giudicare. 3. Et omai à detto Tullio
che è questione e che è ragione e che è 25. giudicamento ; sì
dicerà che è fermamento. Del fermamento. 73. Fermamento
è il firmissimo et appostissimo argomento al giudicamento, come se
Orestres volesse dire che ll'animo il quale la madre avea contra il suo
padre, quel medesimo avea contra lui 30. e contra le sue sorelle e contra
il reame e contra l'alto pregio della sua ingenerazione e della sua
familia, sicché in tutte guise doveano i suoi figliuoli prendere in lei
la pena. 2: M-m om. è
3-4: M-m che deliboragione nasce del iuilicamento por dimostrare
ecc. 5: M' om. sia M' assegno 7:3/' quella 3/ difesa
8-10: M' che rimo conferma 7 inforfa la sua ragione.... fa debole M-m isforca
m la indebolisce IS : m a
quello med. 13: M' assegna ragione 16: M 7 non convenia, m e non si convenia
17: m 7 convenia punirla 18-19:
M' om. tua e del m la sua madre 21-22: M< sopra confermamento dela
ragione 23: m om. Et 24: M i ohe ragione, m nm. 27: M-m om.
è 30: M' \n serocchie.... l'altro
pregio Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ragione e
giudicamento, sì dice in questa parte che è fermamento. E certo lo 'nsegnamento
suo è molto ordinata 5., mente : che primieramente è questione intra Ile
parti sopr'alcuna cosa la qual'è aposta ad uno e detto sopra lui
che non à fatto bene o ragione, et elli in sua difesa dice ch'à fatto
bene o ragione, e di questo nasce la questione, cioè se esso à fatto
ragione o no. Apresso dice l'accusato 10. la cagione per la quale elli
avea ragione di fare ciò, e questa è appellata ragione. Et quando
l'accusato à detta la ragione, il suo adversario dice contra quella
ragione et indebolisce quello dove l'accusato ferma la ragione, e
questa è appellata giudicamento. 15 Fermamento. Poi che Ila
questione del giudicamento è nata, si conviene che ll'accusato tragga
innanzi i fermissimi argomenti bene apposti contra il giudicamento. Verbigrazia
: Orestres à detto che uccise la madre perciò ch'ella avea morto il
padre, e così assegna la ragione perch'elli l'uccise; il suo adversario
mettendolo in questione di giudicamento dice c'a llui non si convenia ma
ad altrui, e così indebolisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica
manifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella 25.
uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo d'uccidere me e
le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, e mettere il
nostro regno a distruzione et abassare l'altezza del nostro sangue, e
mettere in periglio la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie
fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento, e dice: «
Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et 2: M-m
ragione 7 ((iiestione (m nm. 7) 3: M' s\
dicerà (mn S dico) 5: M-m questioni 6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad
uno 7 detto contra lui 8: Mhii om.
ch'à fatto bene ragione 9: M' se elgli,
m selli M' a l'acto a ragione H : M\ m* detto i3;Jf fermava
i4: m questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre 18: M»
appostati - i9: M' clielgli uccise.... chella uccise SI: A/ niente dolo - S3: M' om. sua JW i fermissimi argomenti 29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7
di questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo
per effetto della parola precedente. avea pensato di fare
cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che Ili suoi propii
figliuoli ne le dessero pena e non altri >. Et questi sono fermissimi
argomenti ne' quali dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e
mali5. zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il quale
alcuno adopera centra' maggiori, sì come quella fece uccidendo il re Agamenon.
Et quello è crudele fatto il quale alcuno adopera contra' suoi, sì come
quella fece contra la sua famiglia. Et quello è malizioso fatto il quale
è molto 10. fuori d'uso, sì com'è contra naturale usanza ch'alcuna
femina uccida il suo marito e figliuoli e distrugga un alto reame. 5.
Onde questi fermissimi argomenti e' quali l'accusato mette davanti per
confermare le sue ragioni et incontra lo 'ndebolimento che facea
l'aversario, sì è ap 15. pellato fei'mamento. In quale
constiti izione non à gindicamento. Et certo neil'altre constituzioni si
truovano giudicamenti a questo medesimo modo ; ma nella congetturale
constituzione, perciò che in essa non s'asegna ragione (acciò che '1
fatto non si concede) 20. non puote giudicamento nascere per dimostranza
di ragione; e però conviene che questione sia quel medesimo che
giudicamento: « fatto è, nonn è fatto, sé fatto o no ». Che al vero dire,
quante constituzioni lor parti sono nella causa, conviene che vi si
truovino altrettante questioni, ragioni, giudicamenti e fermamenti.
25. Lo sponitore. 1. In questa parte del testo dice Tullio
che, sì come per lui è stato detto davanti, così si possono trovare
giudicamenti inn ogne constituzione; salvo che nella constituzione
congetturale, della quale è molto trattato inn 30. adietro, perciò che in
essa l'accusato nonn asegna (i) neuna 1 : Af' avea pensala cotanta
crudeltade 2: M nelle, ÌU-L lene
dessero 3 : Mi lorlissimi argomenti 5: m nel quale 7 : M Tde agnzenò {sic), m i ro Agamenon m ohi. è 8: M' luomo adopera 9: m om. è ambedue le volte il : A/ un altro IS-i^-.M' om. et, 7» e contro allo i7 : M' ì giudicamenti 22: Mi se facto e. no ~ quante questioni
26 : m om. che 28 : vi nella
questione (1) Si potrebbe anche leggere non n' asegna; ma in M' è
scritto qui e qualche riga più sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n
6 frequente in M (cfr. pag. seg., 1. 6, nonn abisogna).
ragione, anzi niega, al postutto non ne puote nascere giudicamento. 2.
Verbigrazia : Uno accusò Ulixes ch'elli avea morto Aiaces. Dice Ulixes :
« Non feci » et cosi nega quel fatto che gli è apposto. Et perciò non
conviene che sopra '1 5. suo negare assegni alcuna ragione. Et poi che
nonn asegna ragione, il suo adversario nonn abisogna d' indebolire
la ragione dell'accusato. Dunque nonde puote nascere giudicamento ; e
perciò conviene che in queste constituzioni congetturali la questione e
lo giudicamento siano ad una 10. cosa: che là ove dice l'accusatore « Tu
uccidesti » et Ulixes dice « Non uccisi », la questione e '1 giudicamento
fie sopi-a questo, cioè se ll'uccise o no. 3, Poi dice CICERONE che
quante constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ragioni e
giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa. 75.
Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da considerare ciascuna parte
della causa ; eh' al ver dire non si dee pur pensare prima ciò che ssi
dee dicere in prima ; perciò che se le parole che sono da dire in prima
tu vuoli inforzatamente congiungere 20. et adunare colla causa, conviene
che d'esse medesime traghe quelle che sono da dire poi.
Sponitore. 1. Or dice Tullio : Dacché '1 parliere connosce la
causa et àe inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il libro
25. insine a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la quale convegna
che dica, sì dee il buono parliere pensare con molta diligenzia e
considerare nella sua mente, anzi che cominci a dire, tutte le parti
della sua causa insieme e non divise. Che s'elli pensasse in prima pur
quella che 4: m chelli fu aposto - 6: M' non a bisogno, m
non a ragione 8: M-m om. e 9: M-m
la constituzione i 1 : M' sie sopra q.,
m fla i3: M-m otn. v'à 17: M-m e al ver dire 18: M' in prima quello M-m om. dicere S che è da dire inprlma 19: M-m om. in
prima M' tu le vuoigli M isforcatamonte, m sforfatamenie
congiungnerle 20: M' i raunaro M-m elio esse medesime S4: M'-L tutto il titolo, i' tutto il
telo (tic) S8: i/' causa sua S9: M' pur quello che sia da dire (Z.
aggiunge in prima) prima sia da dire e non pensasse ch'elli dovesse
dire poi, senza fallo il suo cominciamento si discorderebbe dal
mezzo et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene le sue parole
colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi convenga dire davanti e
che poi, certo la comincianza fie tale che nne nascerà ordinatamente il
mezzo e la fine. Tutto altressì fae il buono drappiere, che non pensa
prima pur della lana, ma considera tutto il drappo insieme anzi che
Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e la grandezza del
drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri, e poi comincia e fae
il drappo. Di VI parti della diceria. Per la qual cosa, quando il
giudicamento e quelli argomenti che bisognano di trovare al giudicamento
saranno diligente15. mente trovati secondo l'arte e trattati con cura e con
cogitatione, ancora sono da ordinare l'altre parti della diceria, le
quali pare a nnoi ai tutto che siano sei : Exordio, narrazione,
partigione, confermamento, riprensione e conclusione.
Sjtoììitore. 20 _ I. Poi che Tullio sufficientemente à
dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1 buono parliere
innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare il mezzo e la fine
colla comincianza del suo dire, si che sia l'una parola nata dell'altra,
sì dice esso medesimo che poi 25. che tutto questo eh' è fatto,(3)
e trovato il giudicamento della 1 : M' che sia da dire poi
4: M' m om. in 5 : M' la incomincianca,
m il cominciamento 6: M' che nostera
(corr. moslera), L mosterra, S mostra 7:
if ' in prima 9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri m sono mestiere 11: M^ i\ suo drappo ordinatamente, L
affare il s. d. ordinatamente 14 : M^
che si bisognano -17: M' che sono sei.... petitione invece di partigione 20 : M^ a sofficientemente dem. S3: M' el Dne con la incomincianpa M-m om. sì
24: M om. nata 25: M^-L questo e
facto (1) Tutti i codici hanno 7 daver 7 davere, che può esser nato
facilmente dall'aver preso il de' per la preposizione di. Tanto il senso
quanto la sintassi sarebbero poco chiari leggendo e d'aver. (2)
Preferisco la lezione di M perchè non è probabile che la parola ordinatamente,
che si trovava in evidenza in fine al discorso, sia sfuggita al copista.
Forse l'aggiunta If' (L) fu determinata AaW ordinatamente di poche righe
prima. (3) Cioè " dopo che tutto questo è fatto „ . Per il che
pleonastico cfr. p. 20, n. 2, p. 21, n. 1 e qui dopo p. 99, 1. 18. Le
lezioni di M^ e di L si spiegano con quelle di M-m, ma non
viceversa. causa e ciò che vi bisogna secondo i comandamenti di rettorica
(i quali si convengono trattare con molto studio e con grande
deliberazione) ; anco sopra tutto questo si convengojio pensare l'altre parti
della diceria, delle quali non 5. è detto neente, e sono sei ; e di
ciascuna per sé tratterà il libro interamente. Lo sponitore
chiarisce tutto ciò eh' è detto inn adietro. Et sopra questo punto, anzi
che '1 conto vada più innanzi, piace allo sponitore di pregare il suo
porto, per cui amere è composto il presente libro non sanza grande
afanno di spirito, che '1 suo intendimento sia chiaro e lo 'ngegno
aprenditore, e la memoria ritenente a intendere le parole che son dette
inn adietro e quelle che seguitano per innanzi, sì che sia, come
desidera, dittatore perfetto e 15. nobile parladore, della quale
scienzia questo libro è lumiera e fontana. 3. Et avegna che '1 libro tratti pur
sopra controversie et insegni parlare sopra le cose che sono in
tendone, et insegna cognoscere le cause e Ile questioni, e per mettere
exempli dice sovente dell'accusato e dell' ac 20. cusatore, penserebbe per
aventura un grosso intenditore che Tullio parlasse delle piatora che sono
in corte, e non d'altro. 4. Ma ben conosce lo sponitore che '1 suo
amico è guernito di tanto conoscimento ch'elli intende e vede la
propria intenzione del libro, e che Ile piatora s'aparten 25. gono a
trattare ai segnori legisti ; e che rettorica insegna dire appostatamente
sopra la causa proposta, la qual causa no è pur di piatora né pur tra
accusato et accusatore, ma é sopra l'altre vicende, sì coinè di sapere
dire inn ambasciarie et in consigli de' signori e delle comunanze et in
30. sapere componere una lettera bene dittata. 5. Et se Tullio dice
che nelle dicerie intra le parti sono le constituzioni e questioni e
ragioni e giudicamento e fermamento, ben si dee pensare un buono
intenditore che tuttodie ragionano le 1: M' Olii, vi S: vi làlluro
3: M liberalione - M ancora, m aiicir
4 : m le IKirli 5: M-m
oiii. per sé 8-9: Mi cliel maestro....
più avanti iO: m questo libro i3:
m mii. clie son M' seguiranno i4: in per lo innanzi i8: vi insegni o»n. o dinanzi a per i9:m exenpro
20: M-vi 7 penserebbe .?;: if'
trattasse S2:m ha bene 24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a
singnorì M-m le giustitio 26- M' appostamento M' in sapere
2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi delle comunanze 31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni,
e l'ermamento m ohi. si
99 genti insieme di diverse materie, nelle quali adiviene sovente
che ir uno ne dice il suo parere e dicelo in un suo modo e l'altro dice
il contrario, sì che sono in tencione ; e r uno appone e l'altro difende,
e perciò quelli che appone 5. contra l'alti-o è appellato accusatore e
quelli che difende èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è
appellata causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al postutto di
questo non puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che
niega elli l'à fatta o detta o no. Ma quando l'uno appone e l'altro
difende, sì è la causa incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la
constituzione della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa è a
ragione o no; e poi ciascuno contende come pare a llui per confermare le
sue parole e per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel
trattato della questione e della ragione e del giudicamento e del
fermamento. Onde non sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li
exempli messi inn adietro, che ORESTE e accusato in corte della morte di
sua madre ; ma le genti ne contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non
avea fatto né bene né ragione, e questo è appellato accusatore, un
altro dicea in defensione d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e
questo è appellato nel libro accusato. De consiglieri. Così aviene
intra' consiglieiù de' signori e delle comunanze, che poi che sono aserablati
per consigliare sopra alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è
messa e proposta davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro
pare un'altra; e cosi è già fatta la constituzione della causa, 30.
cioè eh' è cominciata la tencione tra lloro, e di ciò nasce questione s'
elli à ben consigliato o no. Et questo è quello che Tullio appella
questione. 9. Et perciò l' uno, poi ch'elli àe detto e consigliato quello
che llui ne pare, immante 2 : M ndicc M' di.cela
m in suo modo ~ 3 : M' in contentione ~ 4: M n lalti-o appone, m
laltio appone M-m quel 6: M quello che, m quello di che 7-9: m om. al postutto.... che
nioga M che quella cosa M' selgli la facta il : m cominciata M' intra loro 7
questa 13: M-m è ragione - 16: M om. il
1" e 3° e, hì il 1" e S° 20 : m tralloro dicea chelli
21 : m o ragione 22: m ave
fatto 25: M' adiviene - mi tra
cons. 27: M-m. e in essa 28: m davanti a loro M-m om. cosa et 30: M' lantentione 31 : M-m selli alta consigliato m che allui nente assegna la
ragione per la quale il suo consiglio èe buono e diritto. Et questo è
quello che Tullio appella ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la
cagione e la ragione per che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno
consigliasse o facesse il contrario come sarebbe male e non diritto ; e
così infievolisce la partita che è contra il suo consiglio; e questo è
quello che CICERONE lappella GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la
contraria parte, sì raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti
ragioni 10. che puote trovare per più indebolire l'altra parte e
per confermare la sua ragione ; e questo è quello che Tullio
appella fermamente. 12. Et certo queste quattro parti, cioè questione,
ragione, giudicamento e fermamento, possono essere tutte nella diceria
dell'uno de' parlatori, sì come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et
puote bene essere la sua diceria pur dell'una, cioè pur infine alla
questione, dicendo il suo parere e non assegnando sopra ciò altra
ragione. Et puote bene essere pur di due, cioè dicendo il suo parere et
assegnando ragione per che. Et puote bene essere pur di tre, cioè dicendo
il suo parere et assegnando ragione per che et indebolendo la contraria
parte. Et puote essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di
sopra. 13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à
consigliato e posto fine al suo dire, immantenente si leva 25. un
altro consigliere e dice tutto il contrario che àe detto colui davanti ;
e così è fatta la constituzione, cioè la causa ordinata, e cominciata la
tenciouB ; e sopra i loro detti, che sono varii e diversi, nasce
questione, se colui avea bene consigliato o no. Poi dimostra la ragione
perchè il suo 30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il
detto e '1 consiglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi riconferma
il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che può trovare. Adunque
le predette quattro cose o parti possono essere nel detto del primo
parliere e nel detto 35. del secondo e di ciascuno parlamentare.
14. Cosie usata 3-4: M' la ragione 7 la cagione.... clie
s'olciin 6: M' a diriclo m la parie
8:m om Et - i5: M-m cagione, ragione ecc. i4: 3f' d'uno
y5:3f'pare i 6 : 3f-m om. cioè pur
17: m pero M' altre ragioni 18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in suo parere
assengnanJo perche SO: M' il suo
pare 21 : M^ la contraria partita - SS:
m di tulli e q. 25-26: Jlf' tutto
il contrario di colui ca detto davanti
27 : M' lunlcntione m la
tencionc sopra S8: M' om. sono -- M 7 se
colui 31-32: in rilennu 3/' il suo consiglio 33: M' ([uattro jiarti 33: M' ciascuno che vuole
parlamentare mente adviene che due persone si tramettono lettere l'
uno all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o inn
altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così fanno tencione.
Altressi uno amante chiamando merzè alla sua donna dice parole e ragioni
molte, et ella si difende in suo dire et inforza le sue ragioni et
indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si
puote assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure ad
insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono
advocato essere né perfetto (2) se non favella secondo l'arte di
rettorica. 15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto
inn adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che sono in
tencione et in contraversia tra alcune persone, le 15. quali contendano
insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate
uno manda lettera ad altro nela quale non pare che tendoni centra lui
(altressi come uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua
donna, nella quale non à tencione alcuna intra llui e la donna), é
di ciò riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore
medesimo di ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a
dittare lettere, le quali si costumano e bisognano più sovente et a più genti,
che non fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi
volesse bene considerare la propietà d'una lettera o d'una canzone, ben
potrebbe apertamente vedere che colui che Ila fa o che Ila manda intende
ad alcuna cosa che vuole che 1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro
~ 6: m slorza 7 : m i molti 9: m in insegnare - M' piatire 10: M-m neuno buono advocato possa essere
perfetto 11: M della rectorica 13
: «i intorno a (pielle 15 : m
chontendono M' conlra.... 7 parebbo
16: Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda
lettere a un altro (ma ambedue nela (piale) 17 : M che contenda tencioni 18: 1/' per amore, fa e, L uno che ama
per amore fa e. 19: m tra lui 23: M-m om. et 24: m traile genti
(1) Le parole inn altro, che sembrano inutili, non possono essere
un'aggiunta di copisti, ai quali invece doveva venir fatto di ometterle, come
in M* e in i.Dando a volgare il senso limitato di volgare italico, si
intende l'altro per gli altri linguaggi, specialmente il provenzale e il
francese. Brunetto vuol dire che la rettorica di CICERONE non serve solo
ai legisti, quantunque nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto
meno perfetto, senza averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla
lezione di ilf • ; con quella di M-m, più semplice a prima vista, non si
spiega la relazione fra buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la
manda. Et questo i)uote essere o pregando o domandando o comandando o
minacciando o confortando o consigliando ; e in ciascuno di questi modi
puote quelli a cui vae la lettera o la canzone 5. o negare o difendersi
per alcuna scusa. Ma quelli che manda la sua lettera guernisce di parole
ornate e piene di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede
poter muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna
scusa, come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una
tendone tacita intra loro, e così sono quasi tutte le lettere e canzoni
d'amore in modo di tendone o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice
manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di
rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo,
luogo innanzi, isforza i suoi insegnamenti in parlare et in dittare
secondo la rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che
dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore
isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende 20. volemente che
'1 suo amico potrà bene intendere l' una materia e l'altra. 18. Et ecco
Tullio che incomincia a dire di quelle partite della diceria o d'una
lettera dittata, delle quali non avea detto neente in adietro: e queste
parti sono sei, sì come apare in questo arbore. I e. 2
^'Olii' /^M/ 25. Queste sono le sei
parti che Tullio mostra certamente che sono nella diceria o nella
pistola, specialmente in i: m per cholui che la manda 2: M' essere pregando 3: M-m o in
6: Jf' manda guernisce la sua lederà d'ornati^ parole il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o
clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m
inloruo al pr. 14-15: M' o di tenciono o di non tencione da quello luogo innanci inforfa 16: M' IH secondo rothorica ~ 18: M^
insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M' m comincia 22 : M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M
indietro - 24: il' pare in ipiesto albero - Nello gchetna M' ha l"
l>roomio, 3» Divisione, ó" Uisjwnsionc - SO: M-m 7 nella pistola
(ma c/r. l. 22) quelle che sono tencionando, sì come appare nel
detto dello sponitore qui adietro ; e, sì come detto fue in altra
parte di questo libro, Tullio reca tutta la rettorica alle cause le quali
sono in contraversia et in tencione. Et ben . dice tutto a certo che Ile
parole che non si dicono per tencione d'una parte incontra un'altra non
sono per forma né per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola,
cioè la lettera dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di
contendere, anzi è uno presente che uno manda ad un altro, nel quale la
mente favella et é udito colui che tace e di lontana terra dimanda et
acquista la grazia, la grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte
cose mette inn iscritta le quali si temerebbe e non saprebbe dire a
lingua in presenzia; sì dirae lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi
e della sua medesima in quella parte di rettorica ch'apartene a dittare,
si come promise al cominciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é
un dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente
aconcio a quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò conviene
intendere ciascuna parola d'essa diffinizione. Unde nota che dice «
dritto trattamento » perciò che Ile parole che ssi mettono inn una
lettera dittata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome
col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo
singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e
l'altre cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo
sponitore dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù
avenente; e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti
di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat 30. tamento »
perciò che tutta la pistola dee essere guernita di parole avenanti e
piacevoli e piene di buone sentenze; et anche questo ornato si richiede
in tutte le i)arti di rettorica, sì come fue detto inn adietro sopra '1 testo
di Tullio. 22. Et dice « trattamento di ciascuna cosa » perciò che,
35. si come dice Boezio, ogne cosa proposta a dire puote
1:M' pare 4:M oin. sono m le quali e In contr. e tencione. Et
dico 5-6: M' non sodono m om. per te.ncione a un altro
8 : M'de tencione iO : M' 7 ae
udito il: M' om. la grazia 12-13:
M la gra M' sinlorca m/ molte cose
M' m in iscriptura Mi non,
ma L e non 14: m lo sponitore dira uno
pocho 16: M' om. di reltorica 19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a
quella cosa aconcia 23: M-m
adietro, M' a diricto 24-25: M' m
el mascolino (m il maschulino)col leminino
3/' el plurale el singulare
M-m pulare 27 : m fia M' in tutte
parti 33 : M-m nel lesto 34 : m
om. Et 35 : m si puote
essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla sentenzia di CICERONE,
che dice che Ila materia del parliere non è se non in tre cose, ciò sono
dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et dice « convenevolemente
aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore asettare le
parole sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore dicere
parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle non fossero
aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dittatore da cciò che dice Tullio;
e perciò di queste due 10. materie, cioè del dire e del dittare, e
dello 'nsegnamento dell'uno e dell'altro potrà l'amico dello sponitore
prendere la dritta via. Et per questo divisamento conviene che Ile
parti della pistola si divisino da queste della diceria che Tullio à
detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione, partizione, conferm amento,
riprensione e conclusione. 24. 1. E oppinione di Tullio che exordio sia
la prima parte della diceria, il quale apparecchia l'animo dell' uditore
a l'altre parole che rimagnono a dire, e questo è appellato prologo
della gente. //. Et dice che narrazione è quella 20. parte della
diceria nella quale si dicono le cose che sono essute o che non sono
essute, come se essute fossoro ; e questo è quando uomo dice il fatto
sopra '1 quale esso ferma la forma della sua diceria. E dice che è
partigione quando IL PARILERE à narrato e contato il fatto et 25.
e' si viene partiendo la sua, ragione e quella dell'aversario e dice : «
Questo fue cosi, e quest'altro così » ; et in questo modo acoglie quelle
partite che sono a lini più utili e pivi contrarie all'aversario, et
afficcale all'animo dell' uditore ; et allora pare ch'ai tutto abbia
detto tutto '1 fatto. IV. Et 30. dice che confermamento è quella
parte della diceria nella quale il parlieri reca argomenti et assegna
ragioni per le quali agiugne fede et altoritade alla sua causa. F. Et
dice che riprensione (1) è quella parte della diceria nella quale
il 5: Mi agoisare 6:
m om. Et 7 : M' non varrebbe 8: M' j cosi e divisato da ciò 10: Jf maniere i3: M^ da quelle i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Oppinione
di Tulio e M exordìa 18: M rimagnono udite, m om. a dire 21 : M issate
22: M 1 quando M^ m l'uomo om. esso 23
M' forma la sua diceria 25 : M' edesso viene partendo, m e viene
ripetendo.... del chonpagno 28 -. M7
nfììcale (?), m e ficliale, M' 7 afficcalle 29: M' paro cabbia detto m detto il fatto - 30 : M' confermagione 33: i mss. responsione M-m 7 quella (1) Non esito a
scostarmi dai codici per la concorde lezione degli altri luoghi, che
corrisponde al latino reprehensio. Il passaggio da reprensione a responsione
è facilissimo attraverso un repensione. I)arliere reca
cagioni e ragioni et argomenti per li quali attuta e menoma et
indebolisce il confermamento dell'aversario. VI. Et dice che conclusione è Ila
fine e '1 termine di tutta la diceria. 25. Queste sono le sei parti che
dice 5. Tullio che sono e debbono essere nella diceria; e di ciascuna
tratterà qua innanzi il libro sofficientemente. Ma in questo eh' è detto
puote uomo bene intendere che queste sei medesime possono convenire inn
una pistola, di tal materia puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque
materia 10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la
pistola colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella
conclusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento e
reprensione, possono più lievemente rimanere e non avere luogo nella
pistola. Tutto altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene
rimanere e non avere luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè
«petitio», avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della
diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'appena pare che
diceria possa essere sanza petizione. Dunque 20. le parti della
pistola sono cinque, ciò sono salutazione, exordio, narrazione, petizione
e conclusione, sì come appare in questo arbore : 26. Et se
alcuno domandasse per qual cagione Tullio intralasciò la salutazione e non ne
trattò nel suo libro, certo 25. lo sponitore ne renderà bene ragione in
questo modo. Certa cosa è che Tullio nel suo libro tratta delle dicerie
che ssi l-S: m ragioni 7 cagioni Jlf' l'aiingatore wn. cagioni e
per li ifiiali allassa M-m il fermamente
3 : 3/' il line 4-5 : m
Questo.... che Tulio dico che debbono essere 6 : M' m illibro qua
innanzi 7 : jn luomo -- Af ' om.
bone m che tutte 7 queste sei 8-9 : M tal maniera M-m da qualunque, M^ de ([ualunque li : 3f' in exordio M' m 7 conclusione
12: M' om. tre e soitiiuisce di\hione rt partigione M salta dal lo al
2" aver luogo 22: M' pare 'in
questo albero 24: ilf intrallassò, m
lasciò 25: Af' ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio
tracia 106 fanno in presenzia, nelle quali non
bisogna di contare'!) il nome del parlieri né dell' uditore. Ma nella
pistola bisogna di mettere le nomora del mandante e del ricevente,
c'altrimente non si puote sapere a certo né l'uno né l'altro. Apresso
ciò, la salutazione pare che sia dell'exordio ; che sanza fallo chi
saluta altrui 'per lettera già pare che cominci suo exordio. Et Tullio trattòe
dello exordio compiutamente, non curò di divisare della salutazione né
distendere il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che
rechi tutta la rettorica a parlare et in controversia tencionando. Et in perciò
furo alcuni che diceano che Ila salutazione non era parte della
pistolaj ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che la salutazione è
porta della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e' meriti delle
persone e l'affezione del mandante. Et nota che dice « porta, cioè
entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cioè del mandante
e del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il grado e
l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo Imperadore, Acchilles
cavaliere, Oddofredi Judice, e cosi dell'altre gradora. Et dice «
ordinatamente », cioè che mette il nome e '1 grado di ciascuno come s'a
viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè com'elli manda al
ricevente salute o altra parola di bene, o per 25. aventura di
male, secondo la sua affezione, cioè secondo la sua volontade. 28. Adunque
pare manifestamente che Ila salutazione è così parte della pistola come
l' occhio dell' uomo. Et se l'occhio è nobile membro del corpo dell'uomo,
dunque la salutazione é nobile parte della pistola, c'altressi 30.
allumina tutta la lettera come l'occhio allumina l'uomo. Et al ver dire,
la pistola nella quale non à salutazione è altrettale come la casa che
non à porta né entrata e come '1 1 : M-m bisogna
contare S-3 : M' nome del dicitore M-m bisogna mettere M 7 dell' uditore 7 del
ricevente, m om. 7 del ricevente M-m 7
altrimente 4: M' non si
porrebbe 7-9: M-m om. dello exordio non curo divisare salutalione 7 distemdere
ìli intorno alle salutationi 10: M' om.
et 11-12: M' Et jìerciò funro ciie salutalione 15: m e mèli
16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè S3 : M' om. di 24 : M' 7 altra 2,5 : M eirectione m om. secondo la sua afTezione cioè 26: M' parte (ma t espunto) 28 : M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A
completo) 29: iW' e la salutatione
n. p. m e altres'i 32 : il/' ne jiorta (1) La
lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di « conviene dire »,
mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire». - Itì7
corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla chi dice che
salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s' inchiude W e
sugella dentro ; ma '1 titolo della pistola è la soprascritta di fuori,
la quale dice a cui sia data la lettera. Ben dico c'alcuna volta il
mandante non scrive la salutazione, o per celare le persone se Ila lettera
pervenisse ad altrui o per alcun' altra cosa o cagione. (2) Né non
dico che tutta fiata convenga salutare, ma o per desiderio d'amore, o per
solazzo, talora (3) si mandano altre parole che 10. portano più
incarnamento e giuoco che non fa a dire pur salute. Et a' maggiori non
dee uomo mandare salute, ma altre parole che significhino reverenzia e
devozione; e talvolta no scrivemo a' nemici altro che Ile nomora e tacemo
la salute, o per aventura mettemo alcuna altra parola che 15.
significa indegnamento o conforto di ben fare o altra cosa; sì come fa il
papa che scrivendo a' giudei o ad altri uomini che non sono della nostra
catholica fede o a' nemici della Santa Chiesa tace la salute, e talvolta
mette in quel luogo spirito di più sano consiglio o connoscere la via
della veritade o ahundare inn opera di pietade et altre simili cose.
Adunque provedere dee il buono dittatore che, similemente come saluta l'uno
uomo l'antro trovandolo in persona, così il dee salutare in lettera
mettendo et adornando parole secondo che la condizione del ricevente richiede.
Che quando uomo va davante a messer lo papa o davante ad imperadore o a
alti-o segnore ecclesiastico o seculare, certo elli va con molta
reverenzia et inchina la testa, et alla fiata si mette in terra
ginocchioni per basciare 2-3: M' anche M-ìn si richiude M' ma titolo
M 7 \a. s. 5 •m iscrive salutatione 6-7: M' venisse ilata altrui per alcuna
cagione Mo per cagione dalcunaltra
cosa cagione ; m id., ma oiii. cagione
8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s. si mandano, M-m per
solazzo di loro si mandano il: M' a
maggiore M-m non debbono - 12: M*
che significanza abbiano di revercntia 7 dev.
13-14: M' a nomici non scrivemo
M-m 7 per aventura 16: M-m il papa scrivendo... om. altri 19: M-m
di chonnoscere M' conoscere via de
veritade 20: M' opere (mai opera) om.
altre 21
il/' dee prevedere 22 M' un huomo un altro ^ó:ni Quando
luomo 26:M' davanti imperadore od altro,
>« davante a lomj)eradore 27 : Jf
certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in
M' ginocohione in terra (1) S'inchiude è più esatto
di si richiude. Lo scambio fra n e l'i occorre altre volte: cfr. p. 37,
n. 1. (2) In 3f e' è qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha
accomodato di suo, perchè la parola cagione come finale è confermata da
M'; forse 1' errore nacque dall'avere scritto subito pei- cagione e voler
poi rimediare. (3) Scrivo così per avere un senso, ma non presumo
davvero di avere indovinato; potrebbe anche mancare qualche parola. il
piede al papa o allo 'mperadore. Tutto altressì dee lo dettatore nominare
lo ricevente e la sua dignitade coij parole di sua onoranza e metterlo
dinanzi ; apresso dee nominare sé medesimo e la sua dignitade, e poi dee
scri5. vere la sua affezione, cioè quello che desidera che venga a colui
che riceve la lettera, sì come salute o altro che sia avenante,
tuttavolta guardando che questa affezione sia di quella guisa e di quelle
parole che ssi convegnono al mandante et al ricevente. 31. Che quando noi
scrivemo a' magio, giori di noi o di nostro paraggio o di minore grado,
noi dovemo mandare tali parole che ssiano accordanti alle persone
et allo stato loro. Et non pertanto eh' io abbia detto che '1 nome del
maggiore si de' mettere dinanzi e del pare altressì, io oe ben veduto
alcuna fiata che grandi 15. principi e signori scrivendo a mercatanti o
ad altri minori, mettono dinanzi il nome di colui a cui mandano, e questo
è contra l'arte ; ma fannolo per conseguire alcuna utilitade. Perciò sia
il dittatore accorto et adveduto in fare la salutazione avenante e convenevole
d'ogne canto, sicché in essa me20. desima conquisti la grazia e la
benivoglienza del ricevente, sì come noi dimostramo avanti secondo la
rettorica di CICERONE. Et bene è questa materia sopr'alla quale lo
sponitore potrebbe lungamente dire e non sanza grande utilitade. Ma
considerando che Ila subtilitade perché '1 verbo non si mette 25. nella
salutazione, e che "1 nome del mandante si mette in terza persona
per significamento di maggiore umilitade, e che tal fiata si scrive pur
la primiera lettera del nome, par che tocchi più a' dittatori IN LATINO
che’n VOLGARE, sene passex'à lo sponitore brevemente e seguirà la
materia di Tullio per dicere dell'altre parti della diceria e di
quelle della pistola, sì come porta l'ordine. Et in questo luogo si
parte il conto della salutazione, e dirà dell' exordio in due guise. L’una
secondo ciò che nne dice Tullio e che i : M' y
allomperudoi'o S-3: M-m dignilailo
corporale di m aggiunge di reverenza 7 ^
4: M^ nm. S" e 3: M-m oirectione ([nella
7 : m tuttavia M' guani ino
clic l'airectione 9-10: M' ali maggiori M-m ili nostro .grado i2: M' alloro slato M-m om. ch'io
abbia dolio i3: in il nome M' si debbia
13-16: m sengnori M-m scrivono -- m e mellone M' elgli mandano 17: Af-w por sognile 18: mom. et adveduto 19: M' dongiii jìarle 20: M-mnm.ìa grazia e 21-SS: il/' dimoslorremo, m dimostraiiio
davanti Af' m Et bene cpiesta 24: JZ-m uhella subtitade, A/' che
sotti! itude 23: M<- in salutalione 7
perche! nome 26: M-m utilitade 27: M' 7 perche.... pur una lederà m la prima
28: m om. in Ialino 31-32: L Et
in questa parte ilf' dala
salutalione 33: M' om. ci6
109 pare che ss'apartegna a diceria, l'altra secondo che ssi
conviene ad una lettera dittata et ad una medesima diceria, oltre quello
che porta il testo di Tullio. Exordio. 5. 77. Et perciò
che exordio dee essere principe di tutti, e noi primieramente
daremo insegnamenti in fare exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell'
exordio prima che dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe
dell'altre 10. parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che
ssi mette e si dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che
nel exordio pare che noi aconciamo et apparecchiamo r animo dell' uditore
ad intendere tutto ciò che noi volemo dire di poi. 15. Dell'
exordio. 78. (e. XV) Exordio è un detto el quale acquista
convenevolemente 1' animo dell' uditore all' altre parole che sono a dire ;
la qual cosa averrà se farà l' uditore benivolo, intento e docile. Per la
qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, ad lui 20. conviene
diligentemente procedere e conoscere davanti la qualitade della
causa. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio avea contate le
parti della diceria, sì vuole in questa parte trattare di ciascuna
per se divi 25. satamente, e prima dello exordio, del quale tratta in
questo 2 : Af' e la diceria medesima 3: m oltre a quello 5 : M-mom.e
6: M' oxordii iO: m nm. tutte
M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione 10-li M' luna pei che, m luna che M-m 7 davanti si dice 13-14 : m quello die noi poi volerne diro
M' dire poi 18: m dolce (cosi
sempre in seguito) M' converrà om.
procedere e 24 : M' divisamente, ma L divisatamente Questa
lezione è quella che spiega meglio le altre: soppresso il de, nacque è
ragione di M, che m, colla pretesa di accomodare,' peggiorò in a ragione;
la variante di L deriva certo dal non aver inteso il significato di de
ragione (= secondo ragione). - no modo: Primieramente
dice che è exordio, mostrando che tre cose dovemo noi lare nell'exordio,
cioè fare che 11' uditore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente
et intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne 5.
conviene connoscere la qualitade del convenente sopra '1 quale noi dovemo
dire o dittare. 2. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè
principio et « insinuatio », e mostrane in qual convenentre noi dovemo usare
principio et in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa
intendere 10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare
benivoglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo queste tre
usare in quello exordio eh' è appellato principio e come in quello eh' è
appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto luogo pone le virtù e' vizi
dell'exordio. Et perciò dice 15. che exordio è uno adornamento di
parole le quali il parlieri e '1 dittatore propone davanti nel cominciamento
del suo dire in maniera di prolago, per lo quale si sforza di dire
e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso lui, cioè che Ili piaccia
esso e '1 suo parlamento, e procacciasi di dire e di fare sì che l'uditore
sia intento a llui et al suo detto; similemente si studia di dire e di
fai'e sì che l’uditore sia docile, cioè che pi'enda et intenda la forza
delle parole. 6. Et perciò dico che immantenente che 11' uditore è
docile sicché voglia intendere e connoscere la natura 25. del fatto
e la forza delle parole, sì è elli intento ; ma perchè l' uditore sia
intento a udire, puote bene essere che non sia docile ad intendere. Et di
ciascuno di questi tre dirà il conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma
perciò che '1 parliere che non conosce dinanzi di che maniera e di
cliente 30. ingenerazione sia la sua causa non puote bene
advenire alle tre cose che sono dette inn adietro, cioè che 11'
uditore sia benivolo, intento e docile, si dicei'à Tullio quante e
quali sono le generazioni delle cause, in questo modo: 1 : m
Prima MM' nm. è 2-3 : m liiditore sia inverso noi benivolo
intonlo 7 dolco a quello ecc. 4-5:
m ci conviene 7-8: m nm. et e mostra
9: M' nensegna, L insegna dove
JO: M' potremo ii: M',allenlione
- 13: M nm. in 15: m i parlieri,
M' il parladore 17: M' perla (piai cosa
19: ni jiiaoci il suo p. procliaccisi 20 : M-m 7 fare sicché m attento
21 : M' 7 fare 22 : il/' ciò che
imprenda «1 le parole ^.5: hi nm.
e la l'orza delle i>arole - 26: m che non 027: M' ohi. tre 28-29: M'
vorrà suo luogo chel dicitore 7 di che ìnjj. - Ili
Qualitadi delle cause. 79. Le qualitadi delle cause sono
cinque: onesto, mirabile vile, dubitoso et oscuro.
Sponitore. 5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le
qualitadi delle cause, cioè di quante generazioni sono le
dicerie. Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che
esso medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e le
qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale, 10. et
or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, io
risponderei che Ile primiere tre sono qualitadi substanziali sie
incarnate alhi causa che non si possono variare. Onde quella causa eh' è
deliberativa non puote essere non deliberativa, e quella eh' è
dimostrativa 15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico
della iudiciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non
onesta, e quella eh' è mirabile puote essere non mirabile, e così dico
della vile e della dubbiosa e della oscura. Adunque sono queste qualitadi
accidentali che possono 20. essere e non essere; ma le prime tre
sono substanziali che non si possono mutare.
Dell'onesta. 80. Onesta qualitade di causa è quella la quale
incontanente, sanza nostro exordio, piace all'animo dell'uditore.
25. Lo sponitore. I. Quella causa è onesta sopr'alla quale
dicendo parole, immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore
si muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice
sopra '1 convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa 3: M'
dubbioso 7 : M' m cholgli medesimo 8: M-m om. elio - M^ li generi 10: M'
dubbioso 1 1: m io rispondo che le prime
tre 13 -.M' puole 13-14: M-m mllann dal lo al S°
deliberativa 15 : M-m essere
dimostrativa 17 : L bone essere bene
non mir. 19: M-m om. queste 23: M incontenenlo 27: M-m mantenente iole
per acquistare la benivoglienza dell'uditore, perciò che ll'onestade
della causa l'à già acquistata per sua dignitade, sì come nella causa di colui
che accusa il furo o che difende il padre o l'orfano o le vedove o le
chiese. Mirabile è quello dal quale è straniato l'animo di colui che
de' audìre. Quella causa è appellata mirabile la quale è di tale 10.
convenente che dispiace all'uditore, perciò eh' è di sozza e di crudele
operazione. Et perciò l'animo dell'uditore è centra noi et è straniato
dalla nostra parte; et in questo abisogna d'acquistare benivolenzia sì
che l'uditore intenda, sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo
padre 15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che
una medesima causa puote essere onesta e mirabile : onesta dall'una
parte, cioè di colui che difende il suo padre, mirabile dall'altra parte, cioè
di colui medesimo che è coutra la sua madre propia. E di questo uno
exemplo si puote 20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello
del quale non cura l'uditore e non pare che sia da mettere grande opera a
intendere. Lo sponitore. 25. 1. Quella causa è
appellata vile la quale è di picciolo convenente, sì che non pare che
ne sia molto da curare e l'uditore non sine travaglia molto ad intendere,
sì come la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco
valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che
30. ir uditore sia intento alle nostre parole. 1: M'
om. la id: M' o l'uiiiino - i2: vi e
straniato i3: M' bisogna 14: M-m om. nella oanaa di colui
c'avcsso morto 15: M a facto, m a l'atto 19: M\a sua iiropria madre 26: M-m om. ne 27 : M' non si maraviglia 28: hi di jioclio valoro, Jt/' de
piccolo valoro 89: Mi nm. di l'are
si Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la
causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché Ingenera
benlvolenzla e offenslone. Quella causa è appellata dubitosa nella quale
l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che sentenzia
alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes che dicea ch'avea morta la
sua madi e giustamente per due 10. ragioni : 1' una perciò ch'ella
avea morto il suo padre, l'altra perciò che '1 deo APOLLO glile comandò.
Onde l'uditore non è certo la quale di queste due cagioni cagia in
sentenzia. Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte
d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso 15 nestade e
perciò dispiace all' uditore, si come nella causa de filio: O d'un furo
che fue accusato d'un furto e '1 suo figliuolo si sforzava (ii difenderlo
in tutte guise. Certo la causa era onesta quanto in difender lo padre, ma
era disonesta quanto in difendere lo furo. 20. Dell'oscuro. 84.
Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o per aventura la causa è
Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a conoscere. Dice CICERONE
che quella causa è appellata oscura nella 25. quale l'uditore è
tardo, cioè che non intende ciò che portano le parole del dicitore
sì bene ne sì tosto come si conviene, perciò che non è forse ben
savio o forse eh' è fatigato per 2: M-m eia sentenzia 3: M' in parte socca 4: M-m o offensione 7-8: M' o in clie sententia torni ala
fino 10: m il suo marito li: M chel deo
apellollil, m chello lio appello il, M^-L che dio appello glile comando 13: M' quella parte dove parte 16: M
do fili?, *i demi?, Mi-L dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo ~ 17 :
m s\ sforza 19: M' lo furto 24: ino oschura apellata 23-26: 3f-»i portava del dictatore - M' om. nò, L e si tosto, m o
si tosto ~ 27:M' om. il 1" forse
M-m 7 forse - faligata (1) L'abbreviatura insolita ài M e m
porta a supporre una formula giuridica latina, quantunque tale
abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio (la lezione di
M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde qualche nome
proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per
aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che sono oscure e
malagevoli ad intendere. Della divisione dell' exordio.
5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse,
sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in
ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in due
parti, ciò sono principio et « insinuatio ». Lo sponitore.
10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali tadi
delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque modi sì come
detto è qui di sopra, e l'uno modo non è accordante all'altro, sì
conviene che in ciascuna qualità di cause et in catuno de' detti cinque
modi abbia suo modo 15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla
qualitade sopr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2, Et
vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che exordio è di due
maniere : una eh' è appellata principio et un'altra ch'jè appellata «
insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli 20. interamente. E così
dovemo e potemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno parlieri o
sopra le quali scrive alcuno dittatore sono cinque, cioè sono: onesto,
mirabile, vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et
sopra tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè
25. principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale
apertamente et in poche parole fa l'uditore benivolo o docile o
intento. Quella maniera de exordio è appellata principio
quando il parlieri o '1 dittatore quasi incontanente alla 1
: M^ parladori 3: M' mn. oscuro o fi: m diversi, dispari 7:m di cose
8:M' cioè principio 7 insiniiatione (sempre) / i : m dolio cose M' dele qualitadi sono tante divei-se -Melo
che sono 13: M' coU'altro i4-i5: M' si
abbia s. m. in fare A/' «hi.cìò 18-19: m una che apjinllala ins. 7 una
che ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo
ins.,7 di ciascuno 21 : vi .ilchimo
parlinre dice M-m 7 sopra M' dice alcuno dictalon» 22: M-m
honesta - 23: M* jiare 31 : M' il
dicitore ol dictatore M-m
incontenonte comincianza del suo dire, sanza molte parole e
sanza neuno infingimento ma parlando tutto fuori et apertamente, fa
l'animo dell'uditore benvolente a llui et alla sua causa, o talora il fa
docile o intento, si come fece Pompeio par5. landò a' Romani sopra '1
convenente della guerra con Julio Cesare, che fece tale exordio : «
Perciò che noi avemo il diritto dalla ifostra parte e combattemo per
difendere la nostra ragione e del nostro comune, si dovemo noi
avere sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto ». Dell' insinuatio. Insinuatio
è un detto il quale, con infingimento parlando dintorno, covertamente
entra nell’animo dell'uditore. CICERONE dice che quella maniera de exordio
è apellata « insinuatio » quando il parlieri o '1 dittatore fa
dinanzi un lungo prolago di parole coverte, infingendo di volere
ciò che non vuole, o di non volere quello che dee volere, e così va
dintorno con molte parole per sorprendere l'animo dell'uditore sì che sia
benevolo o docile o intento; sì come disse Sino parlando a coloro che
riteneano la sua persona in gravosi tormenti: « Insin a oi"a v'ò io
pregato che mi traeste di tante pene ; oimai non dimando se non la
morte, ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m' avesse scampato ». Et
in questo modo covertamente s'infingea di non 25. volere quello che
volea, per venire in animo di loro che Ilo scampassero per avere, da che
mercè non valea. 2. Et cosie à divisato il conto che è principio e che è
«insinuatio»; omai dicerà quale di questi due modi de exordio dovemo
usare in ciascuno de' cinque modi delle cause, cioè nell'onesto,
30. nel vile, nel mirabile, nel dubitoso e nell' oscuro.
i: M' alancomincianza m sanza
alcliuno - 2-- M' om. et 3: M'
benivolente, m benivolo M^ o ala
sua causa : m come fé 5-6: M' a Romani
parlando del convenente,
cotale 9: M diede saranno IS: m intorno
15: M-m i parlieri, M' il parliere
M o dictatore 17 : m quello che
non vuole iW' in (juello che vuole
20-21 : L Sitio m teneano...
gravi tormenti 2S: M' oggimai non
domando io 23: M' dati wi dato
chi 26: m merco domandare 27: M' a divisatoli maestro 28 : M-m
(|uali M' noi dovemo 29: M' de cause, M in ciascuno di delle
causo, m in ciascheduna delle chause (1) Per tutte le
citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine son molto
frequenti, rimando al mio studio su La «Rettorica» italiana di Brunetto
Latini pp. 35-50; ivi son ricercate e discusse le fonti di questi
esempii, e così riesce anche piti facile rendersi conto della
costituzione del testo. Della mirabile. 88. Nella
mirabile generazione di causa, se il'uditore non fosse al tutto turbato
contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per principio. Ma s'ei
troppo malamente fosse straniato ver noi, allora 5. ne conviene
rifuggire a « insinuatio », in però che volere così isbrigatamente pace e
benivoglienza dalle persone adirate non solamente non si truova, ma
cresce et infiamasi l'odio. Lo sponitore. 1. Inn
adietro è bene detto che quella causa è appello, lata mirabile la quale è di
rea operazione, sicché pare che dispiaccia all'uditore. Et perciò dice
Tullio CICERONE che quando la nostra causa è mirabile puote bene essere
alcuna fiata che Il'uditore non sia del tutto coruccioso contra noi. Et
allora potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel modo 15.
de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un breve prologo in
parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse adiroso e curicciato
contra noi malamente, certo in quel caso ne conviene ritornare ad altro
modo de exordio, cioè « insinuatio », e fare un bel prologo di parole infinte e
coverte, 20. sicché noi possiamo mitigare l' animo suo et acquistare
la sua benivolenza e ritornare in suo piacere. Ch'ai ver dire,
quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse acquistare da llui pace
così subitamente per poche et aperte parole dicendo il fatto tutto fuori,
certo non la troverebbe, 25. ma crescerebbe l' ira et infiamerebbe l'
odio ; e perciò dee andare dintorno et entrarli sotto covertamente.
Della causa vile. 89. Nella causa la quale è di vile
convenente, per cagione di trarrela di vilanza e di dispetto, ne conviene
fare l'uditore intento. S : M-m Della mirabile ?» e solluditoro 3 : M^ del tutto 4 : 3/' se
m se troppo fosse crucciato
5: Mi fuggire m ci conviene....
chosi di presente - 7: m crescesi 9: M-m ubiamo detto i2: M^ alcuna volta 13: m crucciato 14: M' potremo (ma L lìotemo) 15: M-m in breve 17 : M' iroso 7 crucciato verso noi, m
adirato contra noi molto, 18: m
tornarne M alaltro modo 19: M-m nni.
fare converte M iulìnito
20: M' otii. la SS: M^ cruccioso,
m crucciato S3: in per i)Oclie
)iaroIo 7 aperte S6: M-m darò
dintorno M entrali, M' intrarli, wi
rilrarlo sottilmente sotto coverta
S8 : M e diviene convenente m udiviene e. S9 : M' trarla de viltanca 7 de
dispregio Quando la nostra causa ella è vile, cioè di piccolo
convenente sicché l' uditore poco cura d' intendere, allora ne conviene
usare principio et in esso fare che 11' uditore 5. sia intento alle
nostre parole; e questo potenio ben fare traendola di viltanza e
facciendola grande et innalzandola, sì come fece Virgilio volendo
trattare de l'api: «Io dicerò cose molto meravigliose e grandi delle
picciole api ». Della dubbiosa qualità. Nella dubbiosa qualità
di causa, se Ila sentenza è dubbia si conviene incominciare
l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se Ila causa è in parte onesta e
in parte disonesta si conviene acquistare benivolenzia, sicché paia che tutta
la causa ritorni in onesta qualitade. La causa dubitosa, si come fue
detto in adietro, èe in due maniere: 1' una che Ila sentenzia è dubbia,
sì come apare nelF exemplo d' Orestes, che per due ragioni e
cagioni dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel
caso 20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella
ragione dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler provare, e
per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma se '1 convenente è
dubitoso perciò che sia in parte onesto et in parte disonesto, in quello
caso dee il buono parlieri neir
exordio acquistare la benivolenzia dell' uditore per principio, sicché
tutta la causa paia che sia onesta. 2: M' m om. ella m cioè di vile convenente 7 di picciolo ,9:
3f' -Ldelontendere 4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento 6: m vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f.
g. 7 : m tràre 8: M' om. molto iO: M' Dela dubitosa li: m cominciare i2 : M-in om. è in parte onesta M' parte lionesla 7 parlo dis. i7 : M-m cliella causa hi dubbiosa
i8: M> om. apare cagioni 7
ragioni m om. 7 cagioni 19-20 : m in questo dovea elli
com. 21 : M' la (juale 22: M-m 7 per qua! (?;i om. 7) M' sigli crede davere 23: m om. sia
M'-L honesta.... disonesta 25: M'
acquistare nelexordio benivolenca daluditore M libenivolentia 26 : M-m om. che sia (1) Cioè «
fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità
della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'. La causa
onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo principio,
0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o dalla legge, o
d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria. 5. A\a se ne piace
usare principio, dovemo usare le parti di benivoglienza per accrescere quella
che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene dire è
onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza
dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire
noi potemo bene intralasciare lo principio e non fare neuno exordio
né prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla narrazione,
cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare da quella legge che
tocca alla nostra materia o da quella ragione che sia più fermo argomento
e più certo. Ma se nne piace usare ijrincipio e fare alcuno prologo,
certo noi lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma per
crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro 20.
principio dee essere in parole apropiate a benivolenza. Della causa
ohscura. (e. XVI) Nella causa la
quale è oscura conviene che nel nostro principio noi facciamo che ir
uditore sia docile. Lo sponitore. 25. 1. In adietro fue
dimostrato qual causa e quando sia oscura. Et perciò dice Tullio
che nella causa la quale sia 2 : M' m tia 3 : i« / Se ci paro -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo M o alcuna, )/i adalcluina, Mi o dalcuna 5: Miw paro, m non paro 6 : il/i om. che h - 9: M-m nm. certo -
facto pro])io iO: M-m sanja molto
ailorn. i i : Mi j perciò M noi doviamo a dire, m noi doviamo diro i2: m alchuno oxordio 13-15: M-m no cominciare ~ M' 1 cominciare do
quella legge - M-m o a ([uolla ragione
16: M' la (jualo sia 18: M'
ben faro 19: M-m il docto, M' in (juesto
caso 25: M' mostrato (|ualo causa
e 7 (juando sia (ma L ([uando sia) 26:
M' la quale e (Cioè «quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf
e JVf ' ronde sicuro a dire, e con questo si escludo la lezione, buona in
apparenza, di m {doviamo dire) come evidente accomodamento di M.
oscura all' uditore a intendere noi dovemo usare quella parte de
exoi'dio la quale è appellata principio, et in quello dovemo noi si dire
che 11' uditore sia docile, cioè ch'elli intenda e ch'elli senta la
natura del fatto, in que5. sto modo: che noi diremo in poche parole sommatamente
la sustanzia del fatto dell' una parte e dell' altra. Et poi che noi
vedremo che U' uditore sia apparecchiato in via d' intendere (1) il
fatto, noi andremo innanzi a dire la nostra ragione sì come si conviene
al fatto. 10. Le ragioni delle cose. 93. Et perciò che
infìn ad ora noi avemo detto che ssi conviene fare nell' exordio, oimai rimane
a dimostrare per quali ragioni ciascuna cosa si possa fare.
Sponito7-e. Infino a questo luogo à insegnato Tullio tutto
ciò che ssi conviene dire o fare nello exordio; e perciò ch'elli
àe detto in quale exordio ed in qual causa ne conviene usare parole
per acquistare benivolenza, sì vuole elli da qui innanzi mostrare le ragioni
come si puote ciò fare ; e questo 20. insegnamento fa bene di
sapere. De' quattro luoghi della temperanza. 94.
Benivolenza s' acquista di quatro luogora : dalla nostra persona, da
quella de' nostri adversarii, da quella dell! giudici e dalla
causa. Lo sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare
benivolenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che
ss' apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro luogora sono
dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp i: if-»» om.
all'uditore a intendere 2.M^As
lexordio 4: Af' chela intenda et senta 5:
m dopo diremo r(pe(e in ([uesto modo 6:m
la natura om. Et 7-8: 3f' apparecchiato intendere, m-L appareccliiato a
intendere 12: m a mostrare 15: M-m In ipiosto luogo om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu
quale causa, i e in quale causa
M-m luoghi, della nostra p.
27-28: M' da quello... alla persona (1) L' espressione
certamente è ridondante {in via sembra quasi una variante di
apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta alla forma pili
semplice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una errata lettura di a, che
anche in quel codice ha una forma simile alla nota tironiana.
si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo. Il secondo
luogo si è la persona de' nostri adversarii e di coloro contra cui noi
dicemo. Il terzo luogo si è la persona de' giudici, cioè la persona (l)
di coloro davanti da cui noi 5. dicemo. Il quarto luogo si è la causa e
'1 fatto e '1 convenente sopra '1 quale noi dicemo. E di ciascuno di
questi dicerà il conto ordinatamente e sofficientemente.
Tallio sopra lo lìvolago. Dalla nostra persona se noi dicemo sanza
superbia de' 10. nostri fatti e de' nostri officii; e se noi ne leviamo
le colpe che nne sono apposte e le disoneste sospeccioni; e se noi
contiamo i mali che nne sono advenuti et li 'ncrescimenti che nne sono
presenti; e se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino.
Sponitore. 1. Conquistare benivolenza dalla nostra persona
si è dicere della persona nostra, o di coloro per cui noi
dicemo, quelle pertenenze perle quali l' uditore sia benivolo verso
noi. Et sappie che certe cose s' apartengono alle persone e certe alla
causa; e di queste pertinenze tratterà il conto 20.
sofficientemente, e fie molto bella et utile materia ad imprendere. Et qui pone
Tullio quattro modi d'acquistare benivolenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo
modo si è se noi dicemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' nostri
fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti » 25
quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per forza, ma per
movimento di natura. Et così dicendo Dido 1 : m Olii,
si 2: M-m om. luogo m ohi. si
5 : m om. si J : M-in om. la
jiersoiia Afiia coloro m davanti a chui, il/' davanti cui 5: M^ il facto m om. ól convonento 6-7 : M' om. di questi dioera lautore m om. e soBìcientemento 9-10: M-m Alla nostra p. di nostri
faoti Ai' lo nostre colpo 12: il/' che sono presenti M' i scongiuramento 16: M^ dola nostra persona 7 di coloro 17: m aparlenentle 20: m om. suflicientementc M-mom. materia 22: m om. moiio 2-i:M-m intende, L intendo 25: m
diciamo per distretta 26: M-m dicendo
didio (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò a prima
vista si preferirebbe la lozione di M-m; ma è molto più probabile
l'omissione di parole inutili che la loro aggiunta in Af'.
(2) Scrivo cosi per analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm,
intende, potrebbe conservarsi come una forma di 2" persona dell'
imperativo (per la desinenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la
benivolenza degli uditori: « Io » dice ella, « accolsi e ricevetti in
sicura magione colui eh' era cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi
eh' io udisse il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che
ella 5. si mosse a pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla
distruzione di Troia. 3. Et al ver dire noi avemo merzè e pietade delle
strane genti per natura, non per distretta. Ma offici sono quelle cose le
quali noi facemo per distretta, non per movimento di natura. Onde dice
Tullio che dell'uno 10. e dell'altro dovemo dire temperatamente
sanza superbia. 4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a
noi et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono
messe et apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati que' peccati
che sono apposti altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto
a Boezio eh' elli avea composte lettere del tradimento dello 'mperadore.
Il quale peccato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè per
sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la
froda delle quali sarebbe mani 20. festamente paruta se noi fossimo essuti
alla confessione dell' accusatore ». 5. Le disoneste sospeccioni sono le
colpe eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle pone davante
al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i domoni per desiderio
d'avere le dignitadi; e questa sospeccione 25. si levò elli
parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che pensaro ch'io sozzasse
la mia coscienza per sacrilegio (o per parlamento de' mali spiriti). Ma
tu, filosofìa, commessa in me cacciavi del mio animo ogne desiderio delle
mortali cose ».• Et così parve che volesse dire: « Poi che in me avea
sapien 30. zìa, non era da credere che in me fosse così laido fallimento
». Tutto altressì Elena, voglìendosi levare la sospeccione che '1
suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi fida in me della vita,
dubita per la mia biltade; ma cui assicura prodezza non dovrebbe impaurire
l'altrui bellezza ». 6. Il terzo 1 : M' deluditore 2: S m sicuro porto 4: M' il suo nomo Mìi dica
m il roame mio 5: A/'
dela 7: m M' 7 non 0: m L ^ non por m. 13-14: m ci sono aposto (om. sopra) M' appellate.... apjioste 16: M \e lectoro 17: M' elgli rimovca ciò fu
18: M' falsamente composte 20-21
: M-m jiartita ....stati.... dellaccusato 22: m centra un altro ^f' appone
25: m parlando olii 25-27: M-m
Mentita chi solcasse om. per
sacrilegio.... spiriti 28: cacciavi (il
latino ha pellebas) è solo in L; M-m chaccia, Jf' cacciava con un i
aggiunto tra v e a, s caccia via 29: M-m
paro 31 : m schusare 7 levare 33:
m della biltade mia modo è se noi contiamo i mali elie sono
advenuti e li 'ncrescimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò
ch'avenuto era, acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per
guidardone della verace vertude sofferò pene di falso incol5. pamento ». Et
Dido, dicendo i suoi mali dopo il dipartimento d'Eneas, acquistò la
benivolenza per la sua misa ventura, e disse : « Io sono cacciata et
abandono il mio paese e Ila casa del mio marito e vo fuggendo i)er
gravosi cammini in caccia de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi
in perillio di 10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire,
per confortare i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di
Cesare, guardate le catene e pensate che questa testa è presta a' ferri
e' membri a spezzamento». Altro modo è se noi usiamo preghiera o
scongiuramento umile et inclino, 15. cioè devotamente e con
reverenza chiamare merzede con grande umilitade. Et intendi che preghiera
è appellata sanza congiuramento. Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi
alla pugna della mortai guerra di Cesare, confortando i suoi di battaglia
disse: «Io vi priego de' miei ultimi fatti 20. e delli anni della
mia fine, perchè non mi convenga essere servo in vecchiezza, il quale
sono usato di segnoreggiare in giovane etade » (0. Et queste pi'eghiere
talfiata sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose,
sì come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad 25.
Eneas: «Io » disse ella « non dico queste parole perch'io ti creda potere
muovere; ma poi ch'io ao perduto il buon 4 : M-m fossero
peno 5 : M-m Et dicio dicondo 6-7: m dicendo M-m chaccialo 8: M el mio marito, m
om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio 12-13 : itf' epresso li membri
M 7 membri, m 7 i membri La
sprezzamento 14: M-m 7 scongiuramento Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino -
13: m om. cioè chiamando 19: m
abattagla — 20: M delli anni ilelli amici lino, m delli anni /siche 21: M servo in vilezza la (piale, m
servo 7 in vilczza il quale 22-23: M-m
om. sono aperte, m anlhe il 2° talfiata
24: M di diedi 26: M' o perduto,
m chio perduto (l) Il testo di Lucano (Fars., VII, 380), da cui è
tradotto questo esempio, ha ultima fata deprecar, tutti i codici della
Eettorica portano ultimi fatti. Non credo che si possa pensare a uno
sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come fati (che del resto qui non
sarebbe traduzione esatta) manca di ogni probabilità in quel tempo; sarà
dunque da risalire a un'alterazione facilissima del latino, ultima facta,
che certo riusciva più intelligibile della frase poetica originale.
Quanto al servo in vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se
potesse supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia
nato l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea
di «condizione vile, meschina». pregio e la castitade del
corpo e dell' animo, non è gran cosa a perdere le parole e le cose vili
». 8. Ma scongiuramento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio o
per anima o per avere o per parenti o per altro modo di 5. scongiurare,
sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo padre, per le
lance e per le saette de' tuoi fratelli e per li compagnoni che teco
fuggirò, per li dei o per l'altezza di Troia, etc. Or à detto il conto del primo luogo
donde muove la BENEVOLENZA, cioè 10. della nostra persona e di coloro che
sono a noi ; ornai dirà il secondo luogo, cioè della persona delli
adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli
aversarìi se no! li mettemo inn odio 15. invidia o in dispetto.
Lo sponitore. 1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de'
nostri adversarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per le
quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario 20. malivolo;
et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le pertenenze
delle loro persone per le quali siano inn odio dell'uditori; il secondo
che siano in loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto; e di
ciascuno di questi tre modi dirà il testo bene et interamente. 25.
Tullio. 97. Inn odio saranno messi dicendo com' ellino anno
fatta alcuna cosa isnaturatamente o superbiamente o crudelmente o
maliziosamente. M om. a 711 lo
chose vili 7 le i»arole 4: M' o per
parenti por avere m oin. rli
scongiurare 6-7 : M' per lo tuo padre 7
per le 1. 7 [jor le s. de tuoi f., per li compagniper saette di tuoi I".,
m per le saette de tuoi parianti 7 per li compagni - 8-0 : M' om. etc.
Et ora a detto il maestro om. la Ì0:m dalla nostra parte YS: 3i' odindispregio 19: M-m om. a
noi M' deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia m loro in invidia.... loro in
dispetto 26-27: M' comelgli anno alcuna
cosa facta vi 0»». isnatur. e o
maliziosamente Noi potemo i nostri adversarii mettere ina
odio dell' uditore se noi dicemo eh' elli anno alcuna cosa fatta
isnaturalmeute, contra l'ordine di natura, si come mangiare 5. .calane
umana et altre simili cose delle quali lo sponitore si tace
presentemente. O se noi dicemo eh' elli abian fatto superbiamente, cioè
non temendo né curando de' signori né de' maggiori, avendoli per neente.
O se noi dicemo ch'elli abbiano fatto crudelmente, cioè non avendo pietà
né mise 10. ricordia de' suoi minori né di persone povere, inferme o
misere. se noi dicemo ch'elli abbiano fatto maliziosamente, cioè cosa
falsa e rea, disleale, disusata e contra buono uso. 2. Et di tutto questo
avemo exemplo nelle parole che BOEZIO dice contra NERONE imperadore. Ben
sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA, tagliando i parenti et uccidendo
il fratello e sparando la madre. Altressì fue malizioso fatto il
qual racconta Euripide di Medea, che sta scapigliata tra' monimenti e
ricogliea ossa di morti. 3. Omai à detto lo sponitore sopra '1 testo di
Tullio come noi potemo met 20. tere il nostro adversario in odio et in
malavoglienza dell' uditore. Da quinci innanzi dicerà come noi li potemo
mettere in loro invidia. Tullio. In invidia dicendo la loro
forza, la potenza, le ricchezze, 2.5. il parentado e le pecunie, e la
loro fiera maniera da non sofferire, e come più si confidano in queste
cose che nella loro causa. Sponitore. 1. Noi potemo
conducere i nostri adversarii in invidia et in disdegno dell' uditore se
noi contiamo la foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla
stessa maria) isnaluratamente contra
online M' tace ora presentemente m al
])rosonte M-m 7 se noi dicemo che
labian 7-8: M tenendo M^ 7 non
venerando de sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori M-m 3/' chelabbiano 9-10: m misericordia.... di persone M' 7
misero M-m Et se dicemo
cliollabbiano 12: Af' cosa rea falsa et
disleale 7 disusata contra b. u., m om. cosa
o disleale 7 contro a b. u.
13: M' exemplo avemo lo : M'
uccidendo i parenti, talgllaiido il fratello M-m i fratelli 17 : S Euripide M-m di medici
IS: M corresse monimenti in moUimenti
20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca 21-22: M Da ipii 3f' diceremo.... li potremo
mettere loro in invidia 24 : M-m om. M'
si lidano: Af' i nostri avorsari conducere degliuditori Cfr. Magoini, La rettorica
italiana di B. L. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, e la
potenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè servi,
ancille e posessioni, e'1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e parenti e
seguito di genti, e le pecunie, cioè 5. denari, auro et argento, in cotal
modo che noi diremo come ' nostri adversarii usano queste cose malamente
et increscevolemente con male e con superbia, tanto che sofferire non si
puote. 2. Cosi disse Salustio a' Romani: Ben dico che Catenina è estratto
d'alto lignaggio et à grande IO. forza di cuore e di corpo, ma
tutto suo podere usa in tradimenti e distruzioni di terre e di genti ». Così
disse Catenina centra ' Romani: Appo loro sono li onori e le potenzie, ma
a nnoi anno lasciati i pericoli e le povertadi. Ed ora è detto della
invidia contra i nostri adversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo
mettere in dispetto. Tullio. In dispetto degli uditori
saranno messi dicendo che siano sanza arte, neghettosì, lenti, e clie
studiano in cose disusate e sono oziosi in iuxuria. 20. Sponitore.
I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in dispetto degli
uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se noi diremo che sono
uomini nescii sanza arte e sanza senno, da neuno uopo e da neuna cosa; o
che sono neghettosì, 25. che tuttora si stanno e dormono e non sì
muovono se non come per sonno; o diremo che sono lenti e tardi a
tutte cose; o diremo che studiano in cose che non sono da neuno uso
né d'alcuna utilitade; o diremo che sono oziosi in Iuxuria dando forza et opera
in troppo mangiare, in nebriare, 30. in meretrici, in giuoco et in
taverne. 2. Et ora à detto il Af' om. e le signorie, poi continua: E le
pecunie, ciò sono i danari e seni 7 ancelle 7 possessioni. ¥A parentado di
genti, in cotal modo ecc. 6: M' come i
nostri aversarii 11 : M^ in tradimento 7 distructione de terra 7 <le
gente, m in tradimenti distructioni: M-in a Romani : m lasciato 14: M iì detta L'i : M' o»i noi in dispregio (l. 17 idem) 17: M' om.
degli uditori 18: M disulate 19: M octosi, m ottosi 22: M' om.
degli uditori 23: 3f' siano, m sieno M' sanza sonno? sanza arte di neuno
huopo - 24: m om. da neuno uopo e 25 : m
si stanno, dormono - 26: M' per sonno/ 7 diceremo, L per sogno 27-28 : m alclumo uso M ' 7 dicoremo 29-30: M' de troppo mangiare .T
ebriare. in puttane m 7 in bere M in cliaverne M' a decto luditore come
)?t om. E conto come noi potemo acqnistare la benivolienza dell'uditore
dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn odio et in invidia et
in dispetto, et à insegnato come si puote ciò fare. Ornai tornerà alla
materia per dire come s' acqui5. sta benivolenzia dalla persona dell' uditore,
e questo è il terzo luogo. La benivolenza dell'uditore.
lOO. Dalla persona dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo che
tutte cose sono usati di fare fortemente e saviamente e man10. suetamente, e
dicendo quanto sia di coloro onesta credenza e quanto sia attesa la
sentenza e l'autoritade loro. Lo sponitore Noi potemo
acquistare la benivolenza delli uditori dicendo le buone pertenenze delle
loro persone e lodando 15. le loro opere per fortezza e per
franchezza e per prodezza, per senno e per mansuetudine, cioè per
misurata umilitade, é dicendo come la gente crede di loro tutto bene et
onestade, e come la gente aspetta la loro sentenza sopra questo fatto, credendo
fermamente che fie si giusta e di tanta 20. autoritade che in
perpetuo si debbia così oservare nei simili convenenti. Di forte fatto Tulio
lodò Cesare dicendo: « Tu ài domate le genti barbare e vinte molte terre
e sottoposti ricchi paesi per tua fortezza». 3. Di senno il lodò e'
medesimo parlando di Marco Marcello: Tu nell'ira, la quale è molto nemica
di consellio, ti ritenesti a consellio. Di mansueto fatto il lodò Tulio
dicendo: Tu nella vittoria, la quale naturalmente adduce superbia,
ritenesti mansuetudine ». 5. D' onesta credenza il lodò Tallio in M'
in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m in odio, in invidia M-m om. si 8: Jf' m delludilore {ma il
testo auditorum) ~ 9: M' sono usi M-m 7
suavomento {m nm. 7) : i mss., ambedue le volte, quando M' di loro
li: M-m intesa 13: M-m om.
delli uditori M^ deluditore M' dicendo che
buone M-m om. e per franchezza M' 7 per senno 17: m M' om. e 19: Jtf' credendo che la loro sententia
sia si giusta m che sia SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili 23-84: m e lodo, M' il lodano 7
medesimo parlano m marche metcllo M-m
om. molto Af tu ritenesti a
consellio, m tu ritenesti consiglio 26:
M ilio Tullio tu ecc., m di mansueto fatto /7 nella vittoria M adato, m adato, L odduce 28: m om. credenza il lodò Tullio In
tutti 1 codici l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né
metterebbe conto darne notizia. questo modo: Cesare volle alcuna
fiata male a Tullio, ma tutta volta lo ritenne in sua corte; e non
pertanto Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea
intendere a rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non
li 5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto a me
et alla mia primiera vita l’usanza che tolta m' era, ma in tutto ciò
m'avevi lasciata alcuna insegna per bene sperare »; e questo dicea perchè
l'avea ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza. 6. D'
attendere la sua buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco
Marcello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo convenente non tocca
pure ad una cosa, ma à ad convenire (D a tutte le somiglianti, perciò che
quello che voi giudicarete di lui atterranno tutti li altri per loro ».
7. Or é detto come 15. s'acquista benivolenzia dalle persone delli
uditori; sì dirà Tullio coni' ella s'acquista dalle cose. La
benivolenza delle cose. Da esse cose se noi per lode innalzeremo la
nostra causa, per dispetto abasseretno quella delii
adversarii. Sponitore. Noi potemo avere la benivolenza dell'uditori
da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono le dicerie,
dicendo le pertenenze di quelle cose in loda della nostra parte et
in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse 25. Pompeio
confortando la sua gente alla guerra di Cesare : « La nostra causa piena
di diritto e di giustizia, perciò eh' ella è migliore che quella de'
nemici, ne dà ferma spe 4 : M' om. non 6: M-m la causa dm t. i a me la mia primiera vila e liisanza
7: tutti, eccetto L, m'avea M-m la sua
insegna 8 : M' 7 in questo (?«re i et
((uesto) M' buona speranna M-m
lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m a) convenire, M-L ma dee convenire Mt
per lui i5: 3f' dele persone i8:M-mom. so L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel
latino manca) M' m 7 per disp. 21 : M' deluditofo, m delli uditori 24 : m nm. in dispetto M-m om. idi
25: M confermando la sua gente
26: m M'-L e piena Lo pero
chella 27 : m forma speranza
(1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa
(come avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella
seguente di ad. Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un
futuro (« converrà ») scomposto nei suoi elementi. -ranza d'avere
Dio in nostro adiuto(i)». 2, Et ornai à divisato il conto le quattro
luogora delle quali si coglie et acquista la benivoglienza, molto
apertamente et a compimento; sì ritornerà a dire come noi potemo fare
l'uditore intento. Di fare V uditore intento. Intenti li faremo
dimostrando che in ciò che noi diremo siano cose grandi o nuove o non
credevoli, o che quelle cose toccano a tutti a coloro che 11' odono o ad
alquanti uomini illustri, ai dei immortali, a grandissimo stato del
comune, o se noi prof10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se
noi proporremo la giudicazione, o le giudicazioni se sono piusori. Avendo
Tullio dato intero insegnamento d'acquistare la benivolenza di quelle persone
davante cui noi 15. proponemo le nostre parole, sì che l' animo s'
adirizzi et invìi in piacere di noi e della nostra causa e che
siano contrarii e malevoglienti a'nostri adversarìi, sì vuole
Tullio medesimo in questa parte del suo testo insegnare come noi
I)otemo del nostro exordio, cioè nel prologo e nel cominciamento del nostro
dire, fare intenti coloro che noi odono, sì che vogliano achetare i loro
animi e stare a udire la nostra diceria; e di questo potemo noi fare in
molti modi de' quali sono specificati nel testo dinanti, et in altri
simili casi. 2. Et posso ben dire manifestamente che ciascuna
per 25. sona sarà intenta e starà ad intendere se io nel mio comin1: m nm.
Et 3 : 3f' nm. la hi odi. molto
4: m alento 8-9: A/' o
aliquanlì.... o ali iilii imm. o a
M |)iQrRremo, vi protreremo {lat. pollicebimur) iO: M-m owi. brevemente VI proiroromo la giuil. i3 •M-m Quamlo Tullio a dato 14:
J/tlavento 7/1 (lavante a cimi 13-16: 3/' loro siiivii 7 dlrirvi 17: vi malagevoli 19: M' nel nostro exorilio vi nm. nel coniiiiciamento 21 : 3f' si che noi vogliamo 32-23: 3f ' Et questoi (jua'.i....
davanti vi om. el 25: M-m sono noi mio com. (1) Cfr. Lucano, Phars., VII, 349: " Causa iubet melior superos
sperare secundos „. Solo la lezione di M corrisponde anche per la forma
sintattica. (2) Si rimano alquanto in dubbio sulla lezione da
preferire, perchè tra un Avendo e un Quando la differenza grafica ò
lieve, data la somiglianza di una forma di A con Q. Ma il gerundio
Avendo, con una costruzione meno comune, più difficilmente può esser
dovuto a un copista; d'altra parte il quando in senso di " dopo che
„ non è dell'uso di Brunetto, clie adopra continuamente la formula "
Poi che Tullio ha detto ha insegnato (S’intende clie l'inserzione di a
davanti a dato diveniva necessaria leggendo Quando). -ciamento dico
eli' io voglia trattare di cose grandi e d'alta materia, sì come fece il
buono autore recitando la storia d'Alexandro, che disse nel suo
cominciamento : « Io diviserò e conterò così alto convenente come di
colui che conquistò ó. il mondo tutto e miselo in sua signoria ».
3. Altressì fie inteso s' io dico eh' io voglia trattare di cose nuove e
contare novelle e dire eh' è avenuto o puote advenire per le novitadi che
fatte sono, sì come disse Catellina : « Poi che Ila forza del comune è
divenuta alle mani della minuta 10. gente et in podere del populo
grasso, noi nobili, noi potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti
vile populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade. Altressì
fie intento s' io dico eh' io voglia trattare di cose non credevoli, sì come
'1 santo che disse : « Il mio 15. dire sarà della benedetta donna
la quale ingenerò e parturio figliuolo essendo tuttavolta intera vergine
davanti e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare essere
centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era cosa da credere che
Paris avesse tanto folle ardimento che venisse 'n essa terra a rapire
Elena. Altressì fie intento s'io dico che '1 convenente sopra '1 quale
dee essere il mio parlamento a tutti tocca od a coloro che 11' odono, sì
come disse Gate parlando della congiurazione di Catellina: « Congiurato
anno i nobilissimi cittadini incendere e distruggere 1 : M traclai-e
cose, m cliio voglia di trattare chosa grande
2 : M actoro, m attor.j M' recontcro conquise7 mise 5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario
novelle - 7: M' 7 puote 9: M storca m e
venuta.... gente minuta 10: m M'-L
non potenti iy : J>f' noi a cui 13: M Altre si 14-15: M'-L sicome disse il
santo che disse - i II mio dotto
16: M' partorie il figluplo M^ -j
di. poi M-m om. la quale....
natura 19: M-m oni. folle m om. che venisse SO: M nessa terra, m
in essa terra, M'-L nela nostra terra M arape 22: M' tocclia a tutti
coloro anno nob. citt. dincendore [Nonostante l'accordo di tutti gli altri
codici, mi attengo a M, la cui lezione è confermata dal testo di
Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque ignobiles „ ecc. Brunetto
non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la dignità delle
persone, e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno dei
primi apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla negazione: non
potenti. Favoriva l'errore anche il tono insolito della frase " noi
nobili, noi potenti,., mentre le parole " in podere del populo
grasso „ inducevano a considerare " non potenti „ i nobili. Intendo
in essa terra (come scrive m), cioè " nella patria stessa „, in ipsa
terra. Leggendo con 21f » nella nostra terra si avrebbe lo stesso senso in
forma più chiara; ma non saprei allora spiegare la variante di M-m. È
possibile che, omesso il nostra, un nella sia stato letto nessa, che a
prima vista non dà senso ? Invece nulla di più facile del caso inverso,
e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l. isola patria nostra, e '1 lor
capitano ne sta sopra capo. Adunque dovete compensare clie voi dovete
sentenziare de' crudelissimi cittadini che sono presi dentro nella cittade »
Altressì fie intento s' io dico clie Ila mia diceria tocca 5. ad alquanti
uomini illustri, cioè uomini di grande pregio e d'alta nominanza in
traile genti sì come disse Pompeio parlando della battaglia civile: «
Sappiate che l'arme de' nemici sono appostate per abbattere l'alto e glorioso
sanato ». Altressì fie inteso s'io dico che Ile mie parole toccano
a'dei, 10. si come fue detto di Catellina poi ch'elli ebbe conceputo
di fare cotanta iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i dei di sopra
potrebbero ornai trarre il populo delle sue mani. Altressì fie intento s'
io dico nel principio di dire la mia causa brevemente et in poche parole,
sì come disse il poeta 15. per contare la storia di Troia: «Io dirò
la somma, come Elena fue rapita per solo inganno e come Troia per
solo inganno fue presa et abattuta. Altressì fie intento s'io nel
mio exordio propongo la giudicazione una o più, cioè quella sopra che io
voglio fondare il mio dire e fermerò 20. la mia provanza, sì come
fece Orestes dicendo: « Io proverò che giustamente uccisi la mia madre,
imperciò che dio Apollo il mi à comandato, perciò che uccise il mio
padre». IO. Et di tutti modi per fare l'uditore intento potemo noi
coUiere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per
Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7 lor
M' ne sopra capo 2-3 : m dovete
pensare, Mi pensale M-m esmarn {m
esimare) de nobilissimi citi. M' ohe
sono dentro ala cittade (anche m dentro alla) M fue, m (la 5-6: M' cioè de gr.
M-m 7 da tale nominanca 7 : M-m che latine M-m sano, M' senato M' fia
intonto O-ll: M-m poi chelll anno conceputo di faie tanti iniipii mali
gridava (m om. gridava) M apena ornai 3f' nel cominciamento 14: Jf' o in jioclie parole M' om. Io
dirò.... e come Troia, M om. Troia [spazio bianco) m diclio 7 propongo
nel mio exordio Mi sopra che infomliiro il mio dire e fondata m sopralla quale M-m che io ajmllo il
mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo mavea), 7 perciò cliella
m atento M' exemiilo M-m om. a M'
parlando a lui Questo periodo è d'incerta lezione, male varianti
registrate in nota sono palesi accomodamenti, specialmente il pensate di
Jtf ' per evitare la ripetizione di dovete; co.si esmare esimare può
esser nato da una sigla di sentenziare (0 si tratterà di fmare,
fermare?). Glie sia poi da leggere crudelissimi cittadini ò confermato, oltre
che dal senso, dalla parola hostibiis che vi corrisponde i\el tosto di
Sallustio ; nobilissimi ò derivato dalla frase del periodo precedente. La
lezione di M., che è tutta accettabile, dà ragione degli errori di Mm: il
primo elli parve plurale, e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi
divenne mali e portò con sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto
sia genuino" mansuetudine e cosi inaudita e non usata pietade e
cosi incredebile e quasi divina sapienzia in nessuno modo mi posso
io(l) tacere nò sofferire ch'io non dica». Et poi che Tullio à pienamente
insegnato come per le nostre parole 5. noi potemo fare intento l'uditore,
si dirà come noi il poterne fare docile. Come l'uditore sia
docile. Docili faremo li uditori se noi proporremo apertamente
e brevemente la somma della causa, cioè in che sia la
contraversia. E certo quando tu il vuoti fare docile conviene che tu
insieme lo facci attento, in però che quelli è di grande guisa
docile il quale è intentissimamente apparecchiato
d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso io fare
docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio, alla
'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco d^l fatto sopra '1
quale io dicerò, cioè brevemente et apertamente dicendo la somma della causa,
cioè quel punto nel quale è la forza della contenzione e della
controversia. Cosi fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa
ch'io in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che
se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda in mal udire
». 2. Questo et altri molti exempli potrei io mettere per fare l'uditore
docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto
davanti. E perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due
maniere exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato
M consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine L nm. lo e cosi. M mandila. M-m
mi possono, M-L io posso m om. Et. M'
luditore intento, M nm. l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore M-m proi)onemo iO: Af' Et credo quando tu vuoli. m nm.
è attentissimamente. m davanti a chui docile
cioè intenditori de tutto il facto M-m
sarò nel mio ex. M' incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria m cominciamo 7 toccho Af' om. dicendo
nel quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M' ti
lispondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio [È chiaro che posso io fu
dall'archetipo di M-m trasformato in possono perchè tutti i sostantivi
che precedono parvero soggetti e non complementi oggetti ; e vi dovè
contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23, seno per
se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento. ciò che ssi
conviene fare e dire nel principio per fare l'uditore benivolo, docile et
intento, sì dirà lo 'nsegnamento della INSINUAZIONE in questo modo. Oramai
pare che sia a dire come si conviene trattare le insinuazioni. INSINUAZIONE
è da usare quando la qualitade della causa è mirabile, cioè, sì come
detto avemo inn adietro, quando l'animo dell'uditore è contrario a noi. E
questo adiviene massimamente per tre cagioni: o che nella causa è alcuna
ladiezza, o coloro 10. e' anno detto davanti pare ch'abbiano alcuna cosa
fatta credere all'uditore, se in quel tempo si dà luogo alle parole, perciò
che quelli cui conviene udire sono già udendo fatigati; acciò che
di questa una cosa, non meno che per le due primiere, sovente s'offende
l'animo dell'uditore. In adietro è detto sofficientemente come noi
potemo acquistare la benivolenza dell" uditore e farlo docile et
intento in quella maniera de exordio la quale è appellata principio.
Oramai è convenevole d' insegnare queste mede 20. sime cose nell'autra
maniera de exordio la quale è appellata « insinuatio ». 2. Et ben è detto
qua indietro che « insinuatio » è uno modo di dicere parole coverte e
infinte in luogo di prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo
indaurato dovemo noi usare quando la nostra causa è laida e disonesta inn
alcuna guisa, la qual causa è appellata mirabile, sì come pare in adietro là
dove fue detto che sono cinque qualità U) di cause, cioè onesta,
mirabile, vile, dubiosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne
potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile, 1
: M cioè M' om. fare e S : M-m om. s\ 6: 3f ' della ìnsinualiono 7: m ohi. s'i M-m 7 di questo
diviene iS: L Kt di questa Iti: M-m a detto 20: W nella maniera 2i : m Bono dotto S3: M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/'
cotale prolagoS6: M-m nm. in adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso,
vin lo spazio fa supporre lo slesso), M'-L qualitadi dolio cause M' cioè nollamirabile Conservo la
parola qualità attestata da ambedue le tradizioni, tanto più Clio anche
prima Brunetto usa lo stesso vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente
si tratta di una sostituziono o variante, che venne poi introdotta nel
testo (a mono clie non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene
usare INSINUAZIONE [IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has
beautiful handwriting”] per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere
di lui ed in grazia quel che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene
vedere in quanti e quali casi la nostra causa puote essere
mirabile, e poi vedere come noi potemo contraparare a ciascuno. E
sono tre casi. Primo caso si è quando sie nella causa alcuna ladiezza per
cagione di mala persona o di mala cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo
dell'uditore contra il reo uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso
è quando il parlieri ch'à detto davanti à sie et in tal
guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA NELL’ANIMO dell'uditore e
pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la quale cosa r uditore, poi
che comincia a credere alle parole che ir una parte propone et extima che
Ila sua causa sia vera, apena si puote riducere a credere la causa dell'altra
parte, anzi sine strana et allunga. Il terzo caso è d'altra maniera che
sovente aviene che quelle persone davanti cui noi dovemo proporre la
nostra causa e dire i nostri convenenti anno lungamente udito e stati A
INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima di noi, DONDE L’ANIMO dell'
uditore è fatigato sì che non vuole né agrada lui d'intendere le nostre
parole; e questa è una cagione che offende l'animo dell'uditore non meno
che 11' altre due Et perciò conviene a buon parliere mettere rimedi di
parole incontra ciascuno caso contrario, secondo lo 'nsegnamento di
Tulio. Della laidezza della causa. Se la laidezza della causa mette
l'offensione, conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un
altro uomo che sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra
cosa che sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO
dell'uditore si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et
infingerti di non difendere quello che pensano che tu voglie difendere, e
così, poi che l’uditore sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e
dicere che quelle cose, le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi
paiono non degne. Et poi che tu avrai allenito colui che ode, dei
dimostrare che quelle cose non pertiene atte neente, e negare che tu non
dirai alcuna cosa dell' aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente
tu non danneggi coloro che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi
quanto puoi da lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia
d'altri in somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita;
et apresso dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore
minore. In questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato
contra noi per cagione della causa nostra che sia o che paia laida per
cagione di mala persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE
INSINUAZIONE NELLE NOSTRE PAROLE in tal maniera che in luogo della persona
contra cui pare CORUCCIATO L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare
un'altra persona amata e piacevole all'uditore, sì che per cagione
e per coverta della persona amata e buona noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore
e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la persona che lui semblava rea.
Si come fece AIACE nella causa della tendone che fue intra lui et ULISSE
per l'arme eh' erano state d'Achille. Et tutto fosse AIACE un valente
uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente né tenuto di buona
maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui regna, e molto amato.
Onde AIACE, volendosi contraparare, nel suo dicere ricorda com' elli era NATO
DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al tempo del forte ERCOLE. E
così mette la persona avanti amata e graziosa in luogo di sé ed in suo
aiuto, per piacerne alla gente e per avere buona causa. E quando la causa
è laida per cagione di mala cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO
PARLAMENTO un’altra cosa buona e piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi
della congiurazione che fa in ROMA, che mise una giusta cosa per coprire
quella rea, dicendo. Elli è stata mia usanza di prendere ad atare li
miseri nelle loro cause. Brunetto Latini. Latini. Keywords: rettorica, le
fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio Vegezio, insinuazione,
parlari, parlatore, controversia, auditore, animo dell’auditore, modo, essempio
di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica oratoria togata – sacrilegio o furto
--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Latini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Laurino:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei longobardi – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Laurino). Filosofo italiano. Laurino, Salerno,
Campania. Duca di Aquara e di Laurino, appartenente alla nobile famiglia
napoletana degli Spinelli. Allievo di VICO, si forma al Clementino a Roma
e poi all'Accademia di Loreto. Ritornato a Napoli, divenne amico di vari
illuministi napoletani, quali FILANGIERI (si veda) e Galiani. Autore di
vari saggi di stampo illuministico. Le “Riflessioni filosfiche” rappresenta un tentativo
di metodo geometrico. Si oppone alle teorie di Broggia. Fa attivamente parte
della massoneria napoletana, all'epoca diretta dal principe di Sansevero, Raimondo
di Sangro. Cavalerie del Real Ordine di San Gennaro. A Napoli, fa
ristrutturare il palazzo di famiglia, il palazzo Spinelli di Laurino,
trasformandolo in una suggestiva realizzazione. Muore a Napoli e venne sepolto
nella cappella di famiglia nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Altri
saggi: “Degl’affetti degl’uomini”, Napoli, Muzio; “Della moneta” (Napoli); “Cronologia
dei re di Napoli,” Napoli, Bisogni; “Del nobile”, Porsile; “Lettera nella quale
si dimostra non esser nota di falsità, che nel diploma di fondazione della
chiesa di Bagnara si ritrovi l'anno 1085 segnato coll'indizione sesta correndo
l'ottava del computo volgare; Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. -- ria che forma la materia del presente saggio: E metodo
col quale questa siè composto. I tutte le città e popoli dell'Italia ciascuno ha
la sua particular forma di governo prima che sussestato vinto da’ ROMANI. Ed anche
dopo ciò, molte delle città medesime, quantunque al popolo di ROMA veramente
ubbedissero. Pure così fatti nomi, e tale forma aveano di domestica polizia, che
libere in certo modo facevanle apparire. Ma essendo stata dalla legge giulia a
ciascuna di quelle LA ROMANA CITTADINANZA conceduta che non da tutte senza con
Trans 1 AN 1x IN line ill SAGGIO TAVOLA CRONOLOGICA compongono DI NAPOLI. Dalla
venuta de LONGOBARDI in Italia fino che quelle terre sono da NORMANNI della
Puglia conquistate. PROΟEMIO trasto è accettata, e la quale da Marco Aurelio ANTONINO
Antonino Caracalla è all'intiero orbe romano distesa, col vanto di esser parte
del capo, a Roma, ed a coloro, che la ressero, sono tutte senza alcuna
dubitazione, anche nell'aspetto, sottoposte. [tem Civitati ante ferret CICERONE
pro Bal CICERONE PRO BALBAM, Edit.Ve. bon. Edit.Venet. L. inorbeff. de Stat. hom.
L., Roma. Sigon. de Antiquo Jur. Ital. Ad bomnib. Rutil. Numan. itinerar. In quo
magna contention Heracliensium, Aloja Ins: DE’ PRINCIPI E PIÙ RAGUARDEVO LI
UFFICIALI, che anno signoreggiato, e retto le PROVINCIE, ch’ora: Ι Mich. Fiaschino
Inven. e C.I. REGNO DI, Strabon. Geograph. Edit. Parifienf. Parsin Civitatibus fæderisfui
liberta e Neapolitanorum fuit, cum magna I LL ]. Transferita però la sede del ROMANO IMPERATORE in Costantinopoli, varie BARBARE
NAZIONI con più fortuna di quello, che aveano fattosotto LA ROMANA REPUBLICA, invadero
l'Italia molte volte, e distrusfero. Radagasio Re de’ GOTI con MM armati,
cagiona danni gravissimi all'Italia. Ma in Toscana da Stilicone resta con tutto
il suo esercito vinto e sconfitto. Alarico ed Ataulfo re di que' medesimi BARBARI
che ove Alarico dimora circa II anni, ed ove muore, avidamente sacchegiarono. Attila
re degl’UNNI in così fatta maniera quella parte dell'Italia av'egliera entrato,
devasta, che IL FLAGELLO DI DIO è nominato. Genserico re de’ vandali chiamato
dall'Africa d’Eudossia moglie di Valentiniano III imperatore, per vendicarsi di
Massimo, che avea costui ucciso, e lei ignara in prima dell'infame assassinamento,
sposata, ed occupato d’Occidente l'Impero; viene in Italia, ne scorre molte provincie,
DEVASTA LA NOSTRA CAMPANIA e molte città di essa avendo distrutte, in Cartagine
carico di preda se ne ritorna. E finalmente Odoacre co’suoi Eruli, e Turcilingi,
INVADE TUTTA L’ITALIA e Re de Goti, che nella PANNONIA, ove egli no dimora,
aveano cominciato a tumultuare, gli concede l'Italia, acciocchè ne avesse Odoacre
discacciato. Ovvero, come altri vogliono, lo stesso TEODORICO senza la concessione dell'imperadore
in vase quella provincia, ne discaccia Odoacre, che poscia uccise, e re se ne fa
nominare -- Histor, Miscell. est cod. Ambrosiin. in Philostorg, hist.
Ecclesiast. Ma Prosper. Aquitan. Chron.; Augut. De Civit. Dei, Marcellin. Chron.
In Sirmond. Philostorg. hist. Eccl. In Vauclid. Chron. Idatius in Chron. Isidor. Chron.
Goth. in rebo Got., Langobard. Jornand. de reb. Get. Agnel. Pontific. Raven. in
S. Joan . Evagr. Schol. hist., Valef Ital. Murat, Cassiod. in Conf. Boet. Conf.] per essersi fermati poi nell'Occidente
si dillero VESTRO-GOTI. A modo di locuste Roma II volte, ed una gran parte delle
nostre Provincie -- Histor. Miscell. ex cod. Ambro. Olympiod. In Photii Biblioth. Jian, in Murat. Rer.
Ital., Sigebert. Chrona Jornand. de reb.Goth. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. Axon.Valesian. Sigebert, Procop.
De bella Gotb. -- Re, e circa anni pacificamente la possiede. quista, se ne
titola colle proprie forze da quella l'imperatore Zenone vedendo di non poterlo
Teodorico. Perchè discacciare, evolendosi render benevolo bella parie del suo impero
la con Regi non. -- Chron. Histor. Miscell. Paul, Disc, de Gest. Langob. ex
cod. Ambrosian., i Reginou. Chron. Socrat. hist. Ecclesiasi., Jornand.de
reb.Goth. de re- Anon. Cuspiniana Eusippiusin vita S. Severini. znor. success.
Anon Valesian. rer. Ital. Munic. Marcellin. Chron. in Sirmond. L. de Tironib.
C. Theodos. Z fimus Jornand. de reb. Goth. e Idat. Chron .in Du-chesn. de
regnur, success., Prosper. Aquitan. Chron. Procop.de belio Goth. Marcellin. Coron. in Sirmonds. Casiodor.
Chron. Edit. Spicil. Ravenn. histor.Ven., Isidor, Chron. Goth. Aimon. de Gest.
Francor. Sozomen. histor. Ecclesiast. Sigebert. Chron.in an.Vales. la to Marii
Aventic. Chron. in Duchesne, Evagr. Scholast. hist. Eccl. Histor. Miscell. ex cod.
Ambros. in Valef. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. In rer. Sigebert. Chron. Prosper.
Aquit. Chron, in Du-Chefne Marii Aventicenf. Chron.in Du-Chesne, pa I Anon. Cuspin. --. Ma dopo di avere e codesto principe,
ed alcuni suoi successori in tal regno per molti anni signoreggiato; circa
l'anno della salutifera divina incarnazione l'imperadore GIUSTINIANO delibera
di toglierlo a codėsti barbari, col pretesto, che Teodato re di essi non avea
vendicata la morte daia ad Amalasunta già loro Reina; perchè vi manda
Belisario, che in breve tempo occupa conquistato. n cosi fatia espedizione
furono in ajuto de' Greci i Longobardi nazione che nella Pannonia dimorava: i
quali dopo, che fu l'Italia pacificata, ivi, e d in casa degli Amici più
difordini commettevano, che contro gl'inimici farenon avrebbono potuto, perchè
Narsete caricandoli di doni, contenti nel loro paese oltre a ciòavea
discacciato dall'Italia i francesi, che sotto il lur Duca Bucelino tutta, o quasi
tutta, presa, e devasiata l'aveano; perchè egli era rimastoin nome
dell'Iinperadore, Supremo Governadore di quella Provincia, che avea all' Impero
restituita: quando perque'nembi, che da'più vili, e fecciəsiluoghi alzandosi
nelle Corri, oscurano gli astri più luminosi, e più chiari, ad istanza de’
Romani fu datal Governo da Giustino che è succeduto a Giustiniano Imperatore, rimosso:
e dall'ingiuria unendo il disprezzo perchè egli era Eu. le se vissuto, non
avrebbe potuto distrigare. Ed alla minaccia segue l'effetto, dappoichè
ritiratosi in Napoli, stimola co’ [Melli Comorimurtom Marcellini Chronic. Aimon, de Gest.
Francor. Joan. Diac. Chron. Jornand. de regnor.
Success. Landul. Sagac.
additam. Ad Miscell. Procop. DE BELL. GOTH. De bell. Goth. Aimon. de Gestis Franccr.
Agath. de bell. Goth. Gregor. Mag. Dial. Excerpt. ex Agat. hist. Aiuion. De Gesti Francor.
Anast. Biblioth. Invita Joan. III.
Paul. Disco de Gest. Langobard.] eunuco
l'imperatrice Sofia gli scrive che fosse andato in Costantinopoli a dispensar
la lana alle fanciulle; alla qual cosa si dice, che Narfete sdegnato risposto
avesse, che tal tela egli lo avrebbe ordita, ch’ella mentre avesse vis i longobardi a conquistare l'Italia copiosa di
tutte le naturali ricchezze, la sterile Pannonia abbandonando. Il quale in vito
allegri que’ BARBARI sotto il loro re Albuino vennero abbracciando in Italia. Nello
spazio di VII anni la maggior parte colla [ut citm puellis in Gynaceo. Gregor. Turon.
histor. lanarum faceret pensa dividere. Anast. Biblioth. in Benedict. I.
Landul. Sagac. additam. ad Miscellap. Aimon. de Gest. Francor.] delle armi ne conquistarono.
Forza è fama Ed indi sì inanzi estesero leloro, che Autariuno de loro Re fino
conquiste, che in Regio fusse pervenuto, e che avendo e dindi parte dell'Italia,
éd iessa il rimanente dall'Eunuco Narsete, che a Belisario succede, dopo xvini,
anni di asprissima guerra è interamente [Aimon. de Gest. Francorum] la Sicilia
rimandolli. Avea Narsete vinto i Goti, ed eziandio gl’unni [Histor. Miscell. Aimon . de Gest.
Francor. Isidor. Hispal. Marius Aventic. Aimon. de Gestis Franc. Procop. de bell. Gotb. Paul. Diac.
Paul. Diac. Gregor. Turon. hist. Histor. Miscell. Paul. Diac. Joan. Diac.
Chron. excerpt. Cron. per Fredeg. Scholaft. Landul. Sagac. additam. ad Miscell.
pa hist. Miscell. Aimon.de Gest. Franc.
Paul. Diac. Sigebertus, alii. Joan. Diaz. Chron.] ivi ivi tra le onde del mare una
colonna ritrovato l'avesse collasta per cossa, ed avesse detto, fin qui saranno
de’ Longobardi i confini. Delle terre occupate da Longobardi in Italia se ne
forma un Regno il quale poscia ha alcuni re francesi, e dopo essi altri di
diverse nazioni. È l'Italia in tempo de’ Re Longobardi in II Principati
solamente divisa, in quello dei longobardi, ed in quello de Greci. Ma passato il
Regno a Carlo Magno, surse in quella bella parte del mondo il principato di
Benevento, da cui non molti anni dopo nacque quello di Salerno, e finalmente
quello di Capua. Nel tempo de’ quali Principati per le guerre, che arsero fra
di loro furono in trodotti nelle nostre parti i saraceni, i quali non però,
comeche molte terre avessero conquistate, a varii capitani ubbedirono, almeno
pressodi noi non mai e uno stato formarono. Ed i medesimi Principati di
Benevento e di Salerno e di Capua durarono finchè sono da Normanni che nella
Puglia sonsi stabiliti, interamente conquistati. Imperochè alcuni pellegrini di
codesta nazione ritornando dopo da terra Santa ov'erano andati per la fede a
guerreggiare, ajutarono il Principe di Salerno da’ saraceni assediato; e
rimandati da costui a casa con grandissimi doni, allettarono a venire nelle
nostre Parti i Paesani loro, i quali discesivi, ed ora al soldo del uno de’ nostri
Principi, ora a quello dell'altro rimanendo, alla fine s’istabilirono nel luogo
che diceasi in Octaba, e la Città d'Aversa ivi edificarono. Uno di loro,
chiamato Rainolfo per capo, conte, o sia console stabilendovi. Impresero i
Greci in quel tempo di liberare la Sicilia da saraceni che la tenea no per
quasi II secoli sottoposta, ed è capo dell'esercito greco Maniaco, il quale
chiama a’ suoi soldi una parte de Normanni, che sono in Aversa fermati, e
costorovi andarono. Mi dopo qualche tempo disgustati della sua avarizia, abbandonandolo
se ne ritornarono a casa. La qual cosa avendo conosciuto un certo Auduino a’ Gieci
ribelle, propose a Rainulfo di mandare una parte della sua gente in Puglia a
torla al Greco Imperatore, che vi signoreggiava ed a cosi fattari chiesta Rainulfo
acconsentendo, un buon numero de’ suoi capitani e i mandovvi, i quali avendo di
repente occupata Melfi città di quella provincia, ed indi altre terre; fissarono
in Melfi la sede loro e diedero principi o ad un altro Principato, che
continuoffi sotto i figliuoli di Tancredi, Conte d’Altavilla, Gentil-uomo anche
egli Normanno -- i quali in varii tempi nelle no il suo Principato. Ma I Normanni,
ch'eransi stabiliti in Melfiforto i Figliuoli di Tancredi, di ben altre
conquiste saziarono la loro ambizione. Conquistarono tutte le terre, che i Greci
aveano in quele nostre Parti. Tolsero a’Saraceni la Sicilia ed a’ longobardi il
Principato di Benevento e di Salerno, e fino a'lo ro medesimi nazionali il
Principato di Capua, siccome finalmente da una gran parte del ducato di Spoleti
i Re d'Italia discacciarono e di tutti così fatti principati un regno essendosi
formato in sul principio Regno di Sicilia del Ducato di Puglia in didi Sicilia,
e l'altro di Napoli è nominato. Di tutte le cose qui sopra sommariamente esposte,
la parte più intrigata ed oscura è quella che vien compresa dalla SECONDA
VENUTA de’ Longobardi in ltalia, finchèle nostre Provincie da’ Normanni,
stabiliti nella Puglia, inun solcor po forono ridotte .xii )1 e stre parti poi
vennero . In tanto I Successori di Rainulfo aveano tolto a’Longobardi la Città di
Capua, ed Puglia, e di Calabria, e del Principato di Capua fi diske, ed in di in
II Regni diviso, uno fu detto di Trinacria alcuna volta ed pl, è detto, ed il
quale per anni è de LONGOBARDI, o fia d'Italia discese Carlo Signoreggiato. Ma
verso da re di quella nazione il re Desiderio ultimo re Longo in quella
Provincia, ed avendo preso Magno, senza mutarne la natura il Regno bardo,
trasfere nella sua persona sopradetto che Regno I va. [Paul. Diac. Paul Diacon. Supplem. Longobar. varj
Principati, i quali in così fatto spazio di tempo, siccome si è veduto, te la
natural forma diesse fide e a gran fatica, e molto dubbio sa mente indovinare.
De’ Principati che sursero nelle Provincie le quali ora compongono il Regno di Napoli,
in tempi così dubbiosi ed oscuri, io ho deliberato di scrivere in una Tavola
Cronologica i Principi, ed i più ragguardevoli Officiali, gl’anni de loro Regni
ed ufficii, e delle loro morti, i loro matrimonii; e sommariamente i fatti, che
quelli o sovrani od in alcuna maniera dipendenti o tributarii posso dimostrare
ei diritti delle loro signorie anno stabilito. Ed oltre a 7 ciò dellistesi Principati
una, per quanto io ho potuto esatta e particolare Geografia. E nella Tavola Cronologica
io hor accolto tutto ciò che da' varii filosofi, o Sincroni, o quasi Sincroni,
o molto antichi nella proposta materia si legge scritto, e narrato, come che
discordie gli no siano tra loro ramente appariscano. Senza volerli corregere, ove
avesli potuto, o concordare; di esaminare ne’ loro cetti il vero, o a me
medesimo in altro tempo, o a d’altrui, che mi voglia in ciò precedere,
riserbando. Contentandomi per orà di fornire solamente secondi semi di un’esatta
e diffusa storia delle nostra li cose me Geografia non va ancora sotto il
Torchio, in un foglio quella parte di essa ch'è necessaria alla presente opera,
esponere, e dimostrare ho voluto e dalla Tavola dame scritta il titolo di SAGGIO
ho apposto, conoscendo che in essa moltissime altre cose essere potrebbono a
diritta ragione, o d’altri, o da me stesso pervenisse a' principi l'Impero in
ciaseuno de' detti Principati; e quale fuffe la natura degl’ufficii, a cui in
essi il reggimento di Terre cra affidato, presso il Popolo, o presso una parte
di esso, o presso un solo uomo. Dice Cicerone. “Respublica res est populi.” Cum
bene, ac juste geritur, sive ab uno rege. La seconda perchè suole essere degl’optimati:
ARISTOCRAZIA. E l'ultima si chiama “MONARCHIA,” osia REGNO, il qual nome non perde
quantunque eomi, due, o tre. Principi regnino in essa collegati, com'è avvenuta
sovente tra Romani Imperadori e quasi sempre tra Principi Longobardi, de quali noi
descriviamo la Serie; imperocchè una tal forma di stato essendo molto più
distante dall'aristocrazia che dalla monarchia dalla più vicina piuttosto che
dalla più lontana, dee prender esenza alcun fallo il suo nome. Ed oltre aciò
quello ch'è stra-ordinario non dee caggionar nell’arti divisione regolare. Nè
codesti pochi principi costituiscono un collegio legittimo, in cui ciascuno la
sentenza della maggior parte dee seguitare. Ma ognuno riguardo alla sua amministrazione
libero senza alcun fallo rimane. Scrive Ubero. Monarchiam esse Io note, e più
oscure. Ed acciocchè il tutto con chiarezza si abbia ad intendere, dappoichè la
promessa. Quali siano le varie forme di governo, ed i varj modi di acquistare i
regni -- fursero in quella felice parte del mondo, ora si aggrandirono, ora si
diminuiropo, ora dalle potenze maggiori furono interamente absorti, e quasi
distrutti. Tal volta in essi si viddero eliggersi i principi, tal volta si
viddero in essi succedere a’ padri i figliuoli nella signoria. Quei, che vi
regnavano, furono soventi sia te uccisi, ed i privati il loro luogo occupando,
trasmisero a’ loro Posteri l'iniquamente acquistato Impero. I BARBARI chiamati per
difesa di alcuni sistabilirono per ruina di tutti -- e desolazione. In fine la
faccia dell'Italia divenne in que tempi assai diversa da quello ch'è prima, e che
è poi, e la sua Geografia non mai stabile osservossi, e costante. Nè di tutti
così varii, e moltiplici accidenti vi fu chi la storia distintamente scrivesse.
Ma da pochi e quali a frammenti quelli, e BARBARAMENTE sono esposti, o piuttosto
accennati. E le opere de’ filosofi di quei tempi da sin egli genti Copistifurono traseritte, che
spesse fia, > ) 9 > no . in un'altra Edizione, che sene facesse, aggiunte.
Ma prima di ogni altra cosa io ho reputato di far manifesto per quali ragioni di
codeste forme di regimenti con voci greche. La prima si dice “DEMO-CRAZIA”,
feve a paucis optimatibes, sive ab universo populo CICERONE, DE REPUBBLICA. Edit.
Venoye. Se unius imperium solo satis vocabuli argumento constat. Qicod tamen
ita præci Je captari nolim, rat quasi escumque plures in uno regno romini esostitere,
toties Reipublicæ formam mutaris tatuamus. Neque enim recte existimaturus videtur
qui in Romano imperia si quando plures OTTAVIANO fuere, PRINCIPATVM defiisse
contenderet. Cum enim longius ila societas imperantium ab ARISTO-CRATIA, quam a
monarchia distet, confentaneum est, ut ab ea specie, cui proxima est,
appellatio petatur. Ita Lacedemoniis II Reges fuerunt – DIA-ARCHIA --, id que
Regnum vocabatur nec non verum fuisset Regnum,fi potestas vere summa fuisset. Præter
quod extra ordinarius, atque ut ita loquar, accidentalis ile plurium concursus plerumque
habetur. Unde formas peculiares DYARCHIAS out TRI-ARCHIAS in Artem introducere nec congrueret,
neque expediret; tamet si fatendum monarchiæ vocabulum tunc elleminus commodum.
Accedit, quod isti Condomini, ut hivelbis similes a Germanis Jurisconfultis
appellantur, non constituant collegium, adeoque nec mus plurium sententiam
sequi compellatur. Nam ut hocjuris fit, opus est. parto, Condomini autem
Imperium Civitatis habent eodem jure, quo plures eandem remi fine tractatus Societatis
pro indiviso tenent. Quo casu notum est; quemque liberum Juc partis arbitrium,
nec reliqucrum consensui obnoxium, retinere la 28. ff. c o m m .divid. Altri
poi vi aggiungono IV altre forti d’imperi, cioè i III sopra-detti, quando sono corrotii,
ovvero ingiusti, ed il IV da’ due oda III già esposti insieme uniti. Ma
CICERONE stesso con diritta ragione afferma che ne’corrotti imperi la repubblica
non più esiste. Onde di ella non possono essere così fatti imperi. Cum vero in iustus
est Rex, quem tyrannum voca:aut injufti optimates, quorum consensus factio est.
Aut in justus ipse Populus cui nomen usitatum mullum reperio nisi ut etiam ipsum
“tyrannum” appellem. Non jam vitiosa, rola, dappoiche essa nulla alla mia
intenzione può giovare. Or, nella monarchia, o sia nel regno, abbia avuto egli
il suo principio dalla FORZA, o dal volere de cittadini, o dall'utile, o dalla paura
stimolari, abbiano questi la facoltà di stabilire solamente i regnanti, o di conferirle
anche l'impero. Aliter, dice Ubero, ediam etro instituunt, qui imperium
immediate a deo esse volunt. Hi negant, imperium ullo modo a voluntate populi
perdere, nec a civibus quicquam juris ad imperantes manare nec adeo causam monarchie,
aut ullius in civitate potestatis esse populum, quos inter Ziegle rus ad Grotium
Ethidictum P. Apostoliano bisali quoties adduetum, quod imperium sit humanæ
creationis, interpretantur, quod sit hominibus proprium, vel ratione cause
instrumentalis, quia per homines exercetur utuntur argumentis e sacris, de potestate
solvendi ligandi sacramenta administrandi, quce ministro ecclefice competit. Quem
ad modum igirur populus eligen dopaftorem non confert potestate millam nec conferre
potest, quia non habet eam ipse, nihil que agit, quamut personam eleectam potestatia
deo immediati proficiscenti applicet. Sic etiam populu, quando eligit regem, non confert
pote [Huber. de Jur. Civit. Gudling. De Jur. Nat. ac Gent.] omnino nulla respublica
est, quoniam non est res populi sed cum tyrannus eam factiove capesat. Nec ipse
populus iam opulus est, si sit in justus, quoniam nonest multitude juris consensu
et utilitatis communione sociata. E
Bodino egregiamente dimostra che il composto di alcuno o di tutte le suddette III
forme d'impero non può una città, o sia republica che tale sia secondo il fine che
si è proposto, cio è la pace ed il giusto, costituire. Onde Gudlingio ebbea
dire. Talem rei publice speciem qui appellant “mixtam”, ferendi quadantenus sunt.
Si mixtum idem fonet atque irregulare, della qual cosa io non faccio più pa. [Edit. Ven. C. edit.
Francf. an. Hobbes de CICERONE fragm. DE REPUBLICA. Bodino de Republ.] fta Cive. Bodino de
Republ. Hobbes de Civ. Huber. Edit. Francf.] statem imperandi, sed personam
electam producit eamque abhibet exercitio potestatis illia deo immediate conferendse
ego qualis, quanta in ordinee juse fe debeat. Necquo minus populus imperium
retineat, si id expedire judicet, deus intercesit. Multo minus quo parte mali quam
imperii reservaret, umquam prohibuit; quodde ministerio ecclesiæ institutoque
matrimonii nullo moda affirmare licet. Nel regno dico, a sia nella monarchia i principi anno II sorti di
diritti. L’una, che ne costituisce l'impero in mezzo a' Popoli loro. L’altra,
che determina il modo di averlo -- o sia per la quale il principe regna, o l’impero
pofliede che modo di acquistarlo si può anche direttamente chiamare. Altera
cautio est, dice Grozio, aliud efede requærere aliud ese modo habendi, quod non
in corporalibus tantum sed et in in corporalibus procedit Ed. Ubero:Poft Species Monarchie fequuntur modi,quibus.
Regna acquiruntur. Hi funt velordi narii, vel extra-ordinarii. Priores duo sunt
electio, do successio Extra-ordinarii per inde duo, matrimonium O jus belli. De
jure belli o matrimonio dié tum quod satis sit, in superioribus. De forte nihil
quidem, sed nec rarisime i nu fu est, aut pro electione fungitur; ut olim apud
Per fasin Dario H. Staspide. E Gudlingio. Id queri dignum, an per duret vita O
anima civitatis una, etiam fi vel electio obtineat, vel successio. Et putem id contingentibus ad numerandum
que unitatem nec efficient pror sus, nec tollunt. Scilicet electio et successio
per Jonas tangit, non autem modum regnandi definit, nec illum impedit imperanti
dominica in subjectos, tamquam in servos proprios potestas competit. Appellatur etiam Dominatus. La qual forma di Regno
se giudico, che mai si possa ritrovare fra gl’uonini, salvo la teo-crazia, bene
del suo popolo, e non già di lui, dee ordinare le cose. Scrive Bodino. Rex est,
qui summa potestate constitutus naturæ legibus non minus obsequentem se præbet,
quam sibi subditos, quorum libertatem, ac rerum domini ac eque ac fucetuctur,
fore confilit. Subditorum libertatem, ac rerum dominationem. adjecimus -- ut
Jus Soc., Gent. Huber. De Jur. Civit. Gudling. de Jur. Nat. ac. Gent. Guiling, pergo
Nat. Ac Gent. c. vel collate. Nec sequitur, cedunt e populi elientis voluntate.
Primeva succedere videntur. Riguardando la prima di codeile II sorti di diritti
ne procedono III forme di reggimento, osiano: di monarchie una in cui il regnante
de’ Corpi, Beni de’ Cittadini dispoticamente dispone, e che perciò Erile o, o
lia “barbarica” vien nominata, scrivendo Ubero. Dominatus finitur, quod sit imperium,
quo princeps sibi subjectis ut pater familias servis imperat, omnium quetam
quod ad o civilium naturam maxime ab effectibus vesti mandammo, rerum moralium,
cuius limites excedere non licet imperii formam, et tenorem Si Deuscertam, electionem
persone fatemur ejus juris vim in fringerenon populis, præscripserit potest auferre
jus ligandi e Solvendi suispa pole, quam cætus fidelium invito adimere potest.
Sed hoc de magis uxor viro principatum domus storibus aut non legimus esse determinatum.
Hatenus quidem de imperio civitatis a deo, cui omnis anima debeat bere aliquem
ese ordinem imperandi, atque parendi ef ita ex cestise subiecto non tamen res quam
corpora dominus existens, actiones publicas ad suam præcipue utilitatem dirigit.
Ed Arrigo Koehlero: Imperium dominicum seu despoticum dicitur osia governo di dio.
E l’altra delle suddette forme di monarchia è quella, nella quale il Principe
pel [Grot. De
Jur. bell. Ac pac. Huber. de Jur. Civit.] tum promover. Imo successi opere nec
mul ab antecedente electione pendet. Unde qui luc o de' in quo nec sequitur,
ita pergit Zieglerus, homines ab initio Sponte adanéti in s ocietatem civilem
coierunt ex hoc ortum habet potestas civilis. Ergo talis potestas origine est humana.
Sic enim per indeliceret argumentari. Adam et Evas ponte adducticcierunt in matrimonium.
Ergo matrimonium institutione NON est divinum. Huber. De Jur. Civit. Heinr. Toebl. Jus Soc., ut Regis,
ac Domini distinctionem certam adhiberemus. Ed essa dicesi civile – leggendosi in Ubero. Nobis igitur plures monarchie species
non sunt considerande, quam hee duce, Regnum, et Dominatus, five Imperium, ut
ARISTOTELE DAL LIZIO loquitier, außacidendo, aut Baplaponèv. Regnum verum et
plenum est, ubi princeps habet summam, liberam potestatem faciendi in civitate quod
ere a petita., qui ed appresso. Ex his
tertia resultat differentia, a fine diverso ristabiliti, est utilitas regnantis.
Quae nec ipsa tamen absque commodo subjectorum potest custodiri. Ex his relique
differentie, inter dominum, &. Reczorem, servos ac cives, de quibus
Claudius ad Meherdatem apud Tacitum [TACITO (si veda) Annal. quæque similia per
se intelliguntur. Ed anche comune; Scrive Kochlero: Imperium civile est jus præscribendi
ea, quæ ad commune civitatis bonum promovendum faciunt. Eiusmodi imperium civile
dicitur commune ad amplificationem boni civitatis communis tendat. E la terza
delle II sopra-dette forme composta che mista vien detta. Scrivendo Grozio. Quisibi
singulos subjicere potest servitute personali, nihil mirum est f li i d o
universos sive ili Civitas fuerunt, sive Civitatis pars, subjicere sibi potest
subjectione sive mere civili, sive mere herili, suve MIXTA. Riguardando poi la
seconda forte degl’esposti diritti sorgono III altre forme di nellaquale il principe
regna per elezione del suo popolo forma dicesi ELETTIVA. La II, in cui il principe
riceve l’impero per legge generale dello stesso suo popolo o per CONSUETUDINE da
questo ricevuta, per trasmetterlo poi a colui, che dalla medesima legge, viene
stabilito; sia egli il primogenito del preterito regnante, o calui, che
glinacque nel regno. Sia egli il FIGLIUOLO LEGITTIMO del PRINCIPE; ossia, il
NATURALE, maschio, della stessa sua famiglia o dell'altrui; favorisca
finalmente quella legge ipiù vecchi della Prosapia, o la linea del primo nato,
la qual forma di regno da tutti sichia ma SUCCESSIVA, ed a molti una specie
della prima, cio è una diversa sorte d’ELEZIONE essere si crede. Dappoichè scrive
Ubero: Plane, origine cujufqueci vitatis inspecta, nullum non regnum ex voluntate
populiortum, fuit electivum. Sed diversitas est in Regno Civili ordinaliter
utilitas subjectorum. Quamquam illa fine commodo imperantium obtineri non potest.
In Dominatu originalis Scopus Impe una parte di esso ma pel tempo della sua vita
solamente. Venga co tale ELEZIONE, fatta o espressamente, o per via di sorte, o
di deputati. E codesta electionis et successionis deincep sorta est, cum quædam
ex imperiis ita funt delata principibus, ut identidem fedes vacua per electionem
repleretur. Quædam it aut successio secundum ordinem certum propinqui sanguinis
ab uno in alium devolveretur, ex prescripto Legis. Hanc quidem vocant electionis
speciem. Quo modo Althusius in Polit. qui negant, ullum dari imperiumjure
familie hereditarium, sed totum a populo dependens, quod G' in Anglia multi
opinantur. Si dicerent, successione mele nihil, quamele &tionis primevæ continuationem,
nihil errarent. Atfijus Imperiinum quam a populis alienari velint, resreditad STATUM
[STATO] disputationis supra aliquotie speractze. Qua per electionem, ipsum jus Imperii
independenter alienari posse probavimus, ad vitam, vel etiam pro heredi bus. Quie
tunc est successio, non amplius a primis eligentibus dependens, sed familie
propria, per actum alienationis. Gudlingio: Id quæri dignum, an perduret vita
in anima civitatis una, etiam sive lelečžic obtineat, vel successio. Bodin. De Republ. Grot. De jur. bell. ac. pac. Regni. La prima,
3 Huber. De jur. Civit., Koehler, de Jur. Soc. Gent.Spe-o sia di princ: de jur.
Nat. ac Gent. Huber. de jur. Civit. Gudlingio, communi videbitur, Salva tamen civium
libertate, proprietate rerum cim.V. de Imp. Civ. cum Et xvii et putem id
contingentibus ad numerandunt, quæ unitatem nec efficiunt prorsus, nectollunt. Scilicet eleftin, o luccelio personas tangit
non autem modum regnandi definit, nec illum impedit, nec multum promovet ; imo
fuccessio pene ab suo. Antecessore, ed ha l’arbitrio di lasciarlo a chi più gli
piaccia, come della sua eredità privata fare ei potrebbe. E così fatti Regni
diconfi EREDITARII. In tutte codeste cinque forme di regni sono comprese, siccome
sarebbe agevole il dimostrare, tutte le differenze, che de' supremi Imperi
delle monarchie si sogliono fare. Ele quali Ubero per modo di quistioni
propone: Junt qui ex alisquo querebus differentiam fu m m e potestatis
colligunt. Primo enim sotto posti. Ma quando vennero in Italia vi fondarono il regno,
che è detto de Longobardi, osia dell'ITALIA e dil quale, e sotto i re loro, e sotto
i re francesi, edi altre nazioni finchè dura è sempre ELETTIVO. Che EREDITARIO è il Principato
di Benevento. Che fimile a lui è il Principato di Salerno. Che non diverso da essi
in tal cosa il Principato di Capua esser si vidde. Ma da poichè il più delle volte
difficil cosa è il determinare daloro principii espo fie forme de sopradetti principati.
Quindi è, che ne conviene sovente immitare
i più saggi investigatori del vero nelle produzioni della natura: iquali non
potendo vedere le occulte caggioni di essa, da’ continui, e costanti effetti
loro, quando esterna violenza non li disturbi, sicuramente le deducono. Scrive Newton
tra quelli filosofi senza alcunfallo il più famoso. Ideo que EFFECTUUM NATURALIUM EIUSDEM
GENERIS E ÆDEM SUNT CAUSÆ. Uti
respirationis in homine doo in bestia. Descensus Lapidum in Europa in qualitates
corporum, que intendi o remitti o nequeunt, queque corporibus omnibres
competunt, in quibus experimenta instituere Ticet nun, a sibi semper consona.
Extensio corporum non nisi per sensus innotescit, nec in omnibus sentitur. Sed quia
sensibilibus omnibus competit, de universis affirmatur. Corpora plura dura este
experimur; Oritur autem durities totius a duritie par tium, et in de non horum tantum
corporum quæ fentiuntur, sed aliorum etiam omnium particulas indivisas es se
duras merito concludimus. Corpora omnia impe netrabilia es se non ratione; sed sensu
colligimus. Que tractamus impenetrabilia; Lucis in igne culinari do in sole;
reflexionis lucis in ter America ra in Planetis inveniuntur, in deo oncliedimus
IMPENETRABILITATEM efe proprietatem corporum universorum. Corpora omniam obilia
efle et viribus quibusdam, quas viresiner tiæ vocamus, perseverare inmotu, velquiete,
ex hifce corporum visorum proprietatibus colligimus. Extenso, Durities, IMPENETRABILITAS,
Mobilitas,& Vis [Gudling., de jur.Nat., ac Gent.; Huber. De jur. Civit. antecedente electione pendet; unde qui succedunt,
e populi eligentis voluntatepri meva succedere videntur. E finalmente la terza
nella quale il principe possiede il regno per volere del git [Or dichiarari nella
maniera sopradetta l'esposte cose io dico che i lombardi sono inprima nella Pannonia
ad un Regno EREDITARIO vel plu, pro qualitatibus corporum universorum habende sunt
TES CORPORUM NONNISI. Nam QUALIT A PER EXPERIMENT AINNOTESCUNT OQUE GENERALES
STATUENDÆ, IDE MENTIS GENERALITER SUNT QUOTQUOT CUMEXPERI. possunt QUADRANT. De
quemimi non possunt auferri. Certe contra experimentorum tenorem fomnia non
funt, nec a Nature analogia recedendum temere confingendo est, cum ea simplex esse
soleato, qua forma Reipublice Civitas gubernetur, Monarchia tant plurium
dispoticum, an Civile regnum Patrimorium imperio. Et in Monarchia, sit ne Populo
volente an invitofit conftitutum . Eligantur, niale, anquasi fructuarium, an
perpetua sit potestas. Non an successionegaudeant imperantes.Temporalis Imperii
variarivi parvitate vel magnitudine civitatum jus jummi nullis quoque Species
hominum judicia sæpe perstrin fum. Denique, nominum titulorumque interesse pu
iner inertie totius, oritur ab extensione, duritie, impenetrabilitate viribus inertice
partium: inde concludimus omnes omnium corporumpartes minimas extendi, et
durasele, o impenetrabiles et mobiles viribus inertice præditas. E nella festa maniera
scrive Ubero, che s'abbiada giudicare nelle cose morali, e civili. Sed ego ita existi
morerum moralinm, civilium NATURAM maxime ab effectibus cefti mandam. Perchè
quando non ne è conceduto di avere documento dell'istituzione delle repubbliche,
osia de'Principati, di cui ragioniamo. Da quello, che si è veduto sempre
accadere in essi, quando estraneecaggioni l'ordine naturale non abbiano
sconvolto, l'istituzioni suddette possiamo dirittamente argomentare. Egli è
vero non però, che non di leggieri gl' Imperi Ereditari da Successori con
regola cosi fatta si possono distinguere, imperocchè io alcuna forte di regni successivi
all' ultimo Regnante succedono i figliuoli, od i più stretti Congionti ; E lo
stesso avvienene Regni Ereditarjquandocoluisenza Testamento, o senza nomina real.
cuno Estraneo Erede lascia di vivere la vita. Più folto bujo quellume fidee prendere,
che si può, comechè picciolo, ed incerto egli e. Il Regno de’ Longobardi fu
prima Successivo, a Ereditario, ed che, usciti dalla Scandinavia, provincia detta
VAGINA GENTIUM, abitarono di qua dal Danubio ed I quali WINILI erano chiamati furono
poscia detti LOMBARDI, o dalle finte o dalle vere LUNGHE loro BARBE, ovvero,
secondo scrive Guntero, che altri affermino da’ popoli della Sassonia detti
Bardi. Furono costoro inprimada Duchi eposcia da Refignoreggiati; ed il regno
loro finchè rimasero nel loro paese, e sempre ereditario, ovvero successivo. Newton, Philus. Natur.princ.Ma Gregor.
Turon. Excerp. Chron. ex Reg Fredeg. Schol. hist. Miscell. Paul. Diac. de Gefie Langob.. Gunt. mobilitate, 9 appreso elettivo non potendosi
che LA NATURALE INCHINAZIONE DEL SANGUE a figliuoli ed a Cogionti, gli Estran gli
abbia permesso diante porre. Scrivendo GROZIO: Succeflio ab intefiato, de qua agimus,
nihil aliud est, quam tacitum testamentum ex voluntatis conjectura. Quintilianus
pater in declamatione: Proximum locum a testamentis habent propinqui: et ita, si
intestatus qui sacfine liberis decefferit. Non quoniam utique jufium fit, ad hos
per venire bona de functorum. Sed quoniam reliéta et velutin medio posita nulli
propius videntur contingere. Quod de bonis noviter quæsitis diximusex NATURALITER
proximis deferri, idem locum habebit in bonis paternis avitisque, finecipsiaquibusvenerunt,
nec eorum liberi extent ita ut gratie Philuf. edit. Ami. Paulo Diac. De Gest. Langob.,
istelod. Huber., de jur. Civ., Reginon. Chron. inprinc. de RegnoWi., Grot. De jur.
bell. Ac pac. nilorum. Constant. Porphyrog. De Themat. Gregor.Turon.Excerp.Chron.exc
Otto Frifingens. De Geft. Friderici
Impe credere De Popoli Q. Agle
relatiólocum noninveniat. Ondeda Equali essettinonsi possono argomentare diverse
cagioni. Ma nel. Grice: “This conceptual analysis of the noble is complicated –
noble is the male who merits recognition from his community.” Nono duca di Laurino. Troiano Spinelli, duca di
Aquara e di Laurino. Troiano Spinelli di Laurino. Spinelli di Laurino. Laurino.
Keywords: implicatura, analisi geometrico della’economia razionale, Broggio,
lombardia, lombarda, lunga barba. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Laurino” – The Swimming-Pool Library. Laurino.
Luigi Speranza -- Grice e Lavagnini: il
deutero-esperanto – la scuola di Siena – filosofia toscana -- filosofia
italiana –Luigi Speranza (Siena).
Filosofo italiano. Siena, Toscana. L. progetta una lingua inter-nazionale su
base latina che chiama “neo-latino” e ci prova con l'uni-lingue (o inter-lingue)
pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'inte-rlingue od uni-lingue, Roma, e
con il Monario, dato alle stampe nel Corso de Monario prima e in “Interlexico
Monario: Italiano français English deutsch kum introduxion rammatal appendo,
fonetal regios, Casa Editrice Elettica (Casella Postale 331), Roma.. Persona
informo Naskiĝo en provinco Sieno Morto en Meksiko Lingvojitala ŜtatanecoItalio
Reĝlando Italio Redakti la valoron en Wikidata Okupo Okupoverkisto Redakti la
valoron en Wikidata v • d • r Okultisto, naskiĝis en Italio, mortis en
Meksikurbo, Magistro de framasonismo, ano de ACADEMIA PRO INTERLINGUA, fondinto
de la Asociación Biosófica Universal kreinto de la planlingvoj
"Monario" kaj "Mondi Lingua", esperantidoj kaj
"Unilingue", modifita latina. La projektoj de L., laŭ oni pensas,
estis tre influita de ideoj de aŭtoro pri la "perfekteco" de
sanskrito kaj kelta lingvo, ĉefe laŭ verba aspekto. Pro tio, la verbaj formoj estas
tre malsimplaj, kiel en Volapuko. Li estis framasonisto ano de la Martinismo en
Italio. En lia tekstoj framasonaj oni vidas influojn de Teozofio, astrologio
kaj jogo, ankaŭ rimarkindaj en la teorioj de la Asociación Biosófica, kion li
fondis en Ameriko. Verkoj Colección de manuales masónicos Grammatica dell'
Unilingue od Interlingue, Rom. Corso
di Monario, Rom. Interlexiko Monario: italiano, francais, english, deutsche,
Rom. Kurso astrologis, Short lessons on Mondi Linguo, Mexiko. Hacia una lengua
internacional, Mexiko. Origin astronomic del Alfabeto (s.j.). Bibliotekoj PeEnEo:
Kategorioj: Mortintoj en MeksikoNaskiĝintoj Mortintoj VirojNaskiĝintoj
Mortintoj InterlingvaoLingvokreinto. j. Interlingue Con questo nome si
conoscono una serie di progetti di lingua internazionale (- AUSILIARIA
INTER-NAZIONALE, LINGUA) fra cui: l'I. di Triola (- TRIOLA), più conosciuto con
il nome di «Italico» (ITALICO): l'I. di L. (- L.) sinonimo del progetto denominato
Uni-lingue elaborato nel corso pro Corrispondenza d'inter-lingue od unilingue,
pubblicato a Roma (Drezen), di cui ecco un esempio: L’uni-lingue deve esser ante omnicos un
lingue vivent, germinat ex principies fundamental, nascent naturalmen del leyes
general, vegetant quam un plante, segun li lineas, in queles es cultivac,
absorpente circum se e assimilance li materies de su vive. (Duticenko)
Infine esiste l'I. di Wahl (WAHL) che, per motivi politici. ribattezza il
suo precedente progetto chiamato «Occidental» (OCCIDENTAL) con il nome di I.
(Monneror-Dumaine; Silfer). Aldo Lavagnini. Lavagnini Keywords: monario, il
deuteuro-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lavagnini.” Lavagnini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarelli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ermetico-esoterica
– filosofia marchese – la scuola di San Severino Marche -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (San Severino
Marche). Filosofo
italiano. San Severino Marche, Marche. Grice: “I would call Lazzarelli a
Pythagorean; most Italian philosophers are, as most English philosophers are
Lockean!” -- Grice: “I would call Lazzarelli what Italians call ‘un filosofo
ermetico.’ He certainly flouts all
my desiderata for conversational clarity!” Il documento più importante per
ricostruire la vita di L. è “Vita L.” scritta da Filippo L. e indirizzato
all'umanista Colocci. L. e educato e vive a Campli, in Abruzzo, dove frequenta
la biblioteca del Convento di San Bernardino da Siena, che egli cita nella sua
opera i Fasti Christianae Religionis. Riceve da Sforza un premio per un poema sulla
battaglia di San Flaviano. Ha contatti con i più importanti filosofi dell'epoca
ed e seguace dell'ermetismo. Raccolse il Pimander di FICINO, l'Asclepio e tre
trattati sull'ermetismo realizzando una versione che amplia il corpus testi ermetici.
Autore di saggi a carattere ermetico come il “Crater Hermetis,” in sintonia con
il sincretismo religioso dei suoi tempi e in anticipo sulla filosofia di PICO
(si veda), con la fusione del cabalistico e il cristiano, ma anche di poemetti
a carattere allegorico come l'”Inno a Prometeo” o didascalico-allegorici come
il “Bombyx”. Altri saggi: “De apparatu Patavini hastiludii, Padova; “De
gentilium deorum imaginibus”, dedicato a Borso d'Este e a Federico da
Montefeltro; “Fasti christianae religionis” dedicato a Sisto IV, Ferdinando I d'Aragona e Carlo VIII, Bertolini,
Napoli; Epistola Enoch, Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma; “Diffinitiones
Asclepii”; De bombyce, Lancellotti,
Aesii; “Crater Hermetis edito in Pimander Mercurii Trismegisti liber de
sapientia et potestate Dei; “Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate
divina”; “ Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano” (Parigi); Vademecum ( Brini,
in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma); “Un carme per la morte della
duchessa d'Atri, Biblioteca del Seminario di Padova; “Carmen bucolicum” (Biblioteca
universitaria di Breslavia, Milich Collection); carmi di occasione -- tra cui i
versi che gli valsero l'incoronazione) (Biblioteca nazionale di Napoli);
epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita. Il testo dell'opera può essere
letto in M. Meloni,"Lodovico Lazzarelli umanista settempedano e il “De
Gentilium deorum imaginibus”, in Studia picena, pubblicato in appendice a C.
Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in S. Champier, in Umanesimo e
esoterismo, l’esoterico E. Castelli, Padova, pG. Roellenbleck, Opusculum de
Bombyce, anche in edizione moderna integrale in C. Moreschini,
Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis" -- studi
sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Filosofia ermetica, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere, L.. rivista
Campli Nostra Notizie. L. Nacque di nobile famiglia di Campli. La tradizionale
data di nascita è stata recentemente corretta da Tenerelli sulla base di
un'annotazione manoscritta che si legge nella biografia del L. composta dal
fratello Filippo (meglio trascritta da Meloni) e della notizia d'archivio
riferita da Aleandri, secondo cui il padre risulta già morto. L. stesso ama definirsi
"Septempedanus", dal nome dell'antica colonia romana che sorgeva nei
pressi dell'odierna San Severino Marche. Alla morte del padre, L. si
trasfere a Campli, presso Teramo, dove riceve la prima educazione e - stando
alla citata biografia, non immune da toni agiografici, scritta subito dopo la
morte - egli dimostra precocemente inclinazioni filosofiche, tanto da comporre un
carme sulla battaglia di San Flaviano che gli merita le lodi di Sforza, signore
di Pesaro, oltre che l'appellativo di "antiquorum poetarum
simia". L'episodio è il primo di una serie di testimonianze che
permettono di ricostruire alcune tappe, peraltro dalla cronologia, della vita
fitta di spostamenti condotta dal L. E dapprima ad Atri, con l'ufficio di
istitutore del figlio del signore della città, Capuano, dove compose un carme
esametrico per la morte della duchessa Balzo, indirizzato con un'epistola
accompagnatoria al fratello Filippo, allora studente di diritto a Padova, che,
nella sua biografia, la define "sententiis quidem refertam quam optimis
ultra eius aetatem". E a Teramo presso Campano, "ut eiusdem Campani
fratrem amoenioribus artibus inficeret simulque ut ipse viri familiaritate
doctior fieret" (Lancellotti), dove si applica allo studio della filosofia.
Il fratello riferisce di essere stato testimone a Teramo di una sua disputa con
un tal Vitale ebreo, che nega la Trinità, e che sarebbe stato vinto anche
grazie all'allegazione da parte del L. di autorità talmudiche. Di qui passa a
Venezia, dove perfeziona lo studio del latino alla scuola di Merula. Il
componimento esametrico De apparatu Patavini hastiludii, scritto in occasione
dei giochi e nel quale i componenti dell'Accademia padovana dei giuristi sono
comparati a personaggi mitici, rivela una buona dimestichezza con l'ambiente
accademico patavino. Forse su suggerimento di Merula compose un Carmen
bucolicum, costituito da X egloghe dedicate ai principali misteri della vita di
Cristo: l'avvento preannunciato dai profeti, la natività della Vergine,
l'incarnazione del Verbo, la nascita, la passione e la morte, la discesa agli
inferi, la resurrezione, l'ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo,
l'assunzione di Maria Vergine. Al soggiorno in Veneto è inoltre legato il più
importante riconoscimento pubblico dell'attività poetica del L.,
l'incoronazione per mano dell'imperatore Federico III, nella chiesa di S. Marco
a Pordenone. Secondo il racconto del fratello, L. si reca presso
l'imperatore, di passaggio nel suo viaggio verso Roma, e, colta un'occasione propizia,
gli avrebbe declamato un suo carme esametrico, accolto con plauso
dall'imperatore che spontaneamente gli avrebbe conferito l'alloro poetico. L.
stesso celebra poco più tardi l'evento nell'egloga Laurea. Una serie di
stampe, del tipo dei tarocchi del Mantegna, acquistata in una bottega di
Venezia, fornì al L. lo stimolo per la composizione dei due libri De gentilium
deorum imaginibus, poemetto di carattere mitologico-astrologico. I più
rilevanti testimoni dell'opera sono due manoscritti della Biblioteca apostolica
Vaticana (Urb. lat.), entrambi di elegante fattura e corredati da una serie di
sontuose miniature (che ricordano, appunto, la tipologia mantegnesca dei
tarocchi). I due codici sono dedicati a Federico di Montefeltro, ma la dedica
del ms. 716 è vergata in modo evidente su una dedica precedente abrasa, che Campana
è riuscito a leggere parzialmente, quanto basta però per riconoscervi il nome
di Borso d'Este. È così possibile datare il manufatto, e quindi l'ultimazione
dell'opera, al lasso di tempo dall’assunzione del titolo ducale di Ferrara da
parte di Borso alla sua morte. Anche all'interno del testo il nome di Borso
è sistematicamente sostituito con quello di Federico e i passi relativi
sono adattati al nuovo dedicatario. Il ms. è portatore di una seconda
redazione, fin dall'inizio dedicata a Federico già insignito del titolo ducale
di Urbino, quindi posteriore. Meloni ipotizza che si possa riconoscere in
quest'ultimo il codice originariamente pervenuto a Urbino e che il ms. vi sia
giunto più tardi, non solo riconfezionato come si è detto, ma anche corredato
di un ulteriore carme finale di congratulazioni per la guarigione di Federico
da una grave malattia, attribuibile alle conseguenze dell'incidente occorso al
duca. L'originaria dedica a Borso d'Este è perfettamente congruente con
la cultura astrologica praticata a Ferrara, ma non estranea neppure alla corte
urbinate. L'opera amplifica la consuetudine di "appropriare", nel
gioco praticato a corte, dei versi alle carte, secondo il modello dei tarocchi
boiardeschi. Ma iL. intende riscattare dall'uso ludico le antiche immagini
delle carte, diffuse anche presso il volgo, che "triumphos / appellat
tactu commaculatque rudi / priscorum formas et simulachra deorum", per
restituirle alla loro funzione astrologica e sapienziale di rivelare il vero
"obliquis figuris", poiché "invenere suis corrispondentia rebus
/ signa olim vates et simulachra deum, / quae nunc pro nihilo reputant, gens
indiga sensus, / sacrilegi et ludis asseruere suis.. Nel primo libro sono
presentate e descritte, in successione, le sfere celesti, dalla Prima causa
alla Luna, con l'aggiunta di un carme conclusivo dedicato alla Musica come
prodotto delle sfere celesti. Dei pianeti, identificati con gli dei antichi,
sono descritte le immagini, indicate le rispettive domus (i segni zodiacali),
sinteticamente narrati i principali miti che hanno come protagonista il dio
eponimo, fornite essenziali notizie astronomiche e illustrati gli influssi
astrologici. Il secondo libro presenta le immagini della Poesia, di Apollo e
delle nove Muse, di Pallade, Giunone, Nettuno, Plutone e, infine, della
Vittoria (alla quale è dedicato un carme in versi eroici, mentre tutti gli
altri sono in distici elegiaci). Nei due codici urbinati, come si è detto, la descrizione
verbale trova riscontro e integrazione nel ricco apparato iconografico che, a
sua volta, può aver ispirato elementi decorativi del palazzo ducale di
Urbino. La vicenda compositiva del poemetto probabilmente si compì
durante il soggiorno di L. a Camerino, dove era stato chiamato da Giulio Cesare
da Varano per attendere all'educazione del nipote Fabrizio. L. intraprese
quindi la stesura di un nuovo ambizioso poema, i Fasti Christianae religionis,
che portò a compimento in una prima redazione a Roma, dove si recò al seguito
di Lorenzo Zane, patriarca di Antiochia, presso il quale approfondì gli studi
astronomici e astrologici. La composizione del poema è dai biografi (e,
in primis, dal fratello) addotta a documento dell'ortodossia religiosa del L., contro
i sospetti di esercitare arti magiche: "Quidam, livore atque invidia
perfusi, et palam et in occulto Lodovicum criminari coeperunt, dicentes ipsum
negromanticis magicisque artibus, sive praecantationibus, operari" (Vita
Lodovici). L. avrebbe, in effetti, compiuti alcuni esorcismi, vaticini e
guarigioni, ma sempre attraverso il segno della Croce e la mediazione
dell'assistenza divina. Bertolini ha ricostruito la complessa vicenda
compositiva dei Fasti sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti
(tra cui il ms. Vat. lat., autografo, nel quale si depositano varie fasi
redazionali) e delle indicazioni cronologiche interne, che permettono di
riconoscere tre redazioni: una prima, dedicata al pontefice Sisto IV, compiuta
entro il 1480; una seconda dedicata al re di Napoli Ferdinando d'Aragona e a
suo figlio Alfonso duca di Calabria, compiuta immediatamente dopo, entro il
1482; una terza più tarda, dedicata al re di Francia Carlo VIII, probabilmente
abbandonata dopo il fallimento dell'impresa italiana del sovrano. Si tratta di
un vasto poema in sedici libri, costruito secondo il modello del Fastiovidiani.
Sono descritte e celebrate le ricorrenze liturgiche cristiane secondo la loro
successione nel calendario; vengono inoltre introdotte osservazioni di
carattere astronomico e saltuarie indicazioni relative alle attività agricole.
I primi tre libri celebrano le feste mobili del calendario liturgico, i dodici
successivi sono dedicati ai singoli mesi, cominciando da marzo, l'ultimo tratta
del Giudizio finale. Il poema ricevette onorata accoglienza da
parte dell'ambiente romano, come dimostrano i due epigrammi del Platina e di
Paolo Marsi riferiti dal fratello Filippo e pubblicati dal Lancellotti, nei
quali il poeta è celebrato come una sorta di OVIDIO (si veda) reincarnato. Al
Platina sono anche indirizzati un paio di epigrammi del L., il secondo dei
quali in morte. Secondo Foà, al 1481 daterebbe la conoscenza con
Correggio, alla quale lo stesso L. attribuisce un ruolo fondamentale per la
propria conversione alle dottrine ermetiche. L'episodio più noto relativo al
rapporto fra i due e al quale il L. stesso fa emblematicamente riferimento
risale però all'11 apr. 1484, domenica delle palme, sotto il pontificato di
Sisto IV, quando assistette all'apparizione romana di Giovanni da Correggio
che, a cavallo e coronato di spine, attraversò la città e, pur privo di
qualsiasi istruzione grammaticale e retorica, predicò al popolo compiendo atti
e riti simbolici e manifestando una sapienza teologica dovuta a una sorta di
mistica ispirazione che gli valse anche incontri con il pontefice e vari
prelati. Gli studi di Kristeller hanno infatti dimostrato l'appartenenza
al L. dell'Epistola Enoch de admiranda ac portendenti apparitione novi atque
divini prophetae ad omne humanum genus, dove è diffusamente narrato il viaggio
romano di Giovanni da Correggio seguito da una dichiarazione dell'autore di
piena adesione e di conversione: "quod novae ac tantae rei sacramentale
mysterium ego attonitis aspiciens oculis, mecumque ipse attente et ex totis
animi viribus tunc revolvens, ne diuturnior obesset mora, relictis Parnasi
collibus ceterisque omnibus, ad montem Syon primus eum sum protinus
insequutus" (ed. Brini). Con lo stesso pseudonimo di Enoch il L.
firmò anche alcuni epigrammi dedicati agli scritti dello Pseudo Dionigi
l'Areopagita e, soprattutto, le prefazioni ai testi contenuti nel ms. II.D.I.4
della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, una raccolta completa del
corpus ermetico nella traduzione di Marsilio Ficino, integrato dall'Asclepius
attribuito ad Apuleio e dalle Definitiones Asclepii (ignote a Ficino perché
mancanti nel suo codice), tradotte per la prima volta dallo stesso Lazzarelli.
Nelle tre prefazioni, una delle quali in versi, il L. indirizza la sua opera di
raccoglitore e traduttore a Giovanni da Correggio, nel tono solenne e sacrale
dell'iniziato, affermando il sincretismo tra teologia cristiana e teologia
ermetica, sostenendo, contro Ficino, la maggiore antichità di Ermete
Trismegisto rispetto a Mosè e presentando la propria conversione dalla poesia
agli studi sacri come una vera e propria rigenerazione: "quondam poeta
nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius"
(Kristeller). L. entra quindi in rapporto con Colocci quando questi, avendo con sé il
nipote Angelo, si trovava nel Regno di Napoli come governatore di Ascoli
Satriano. Secondo Fanelli, i Colocci passarono nel Regno di Napoli: poco prima
andrebbero dunque collocate la composizione e la stampa del poemetto del L. De
bombyce, dedicato "ad Angelum Colotium honestae indolis
puerum". La datazione dell'opera è controversa e il più recente
editore, Roellenbleck, ne propone una molto più alta, che peraltro non si
concilia con la tematica ermetica del poemetto né con l'anno di nascita di
Colocci, che pare dovesse avere un'età idonea a essere prescelto come lettore
esemplare ("lege sollicito mea carmina visu"), vero e proprio filius
da rigenerare (l'appellativo di puer può avere un'estensione molto ampia). Il
Bombyx si presenta, infatti, come un poemetto didascalico dedicato
all'allevamento del baco da seta, ma teso a svelarne, sulla traccia di analogie
già suggerite da s. Basilio, la simbologia cristologica e a farne il simbolo di
una rigenerazione alla quale tutti gli esseri umani sono chiamati, compiuta la
quale potranno a loro volta generare una prole divina: "Surgite,
terrigenae, bombycum exempla sequuti. Linquite corporeos sensus, mens candida
regnet Sancta palingenesis vos complectatur et orti / rursus humo coelum
penitus penetrate relicta Gignite divinam repetito semine prolem. Quo pacto id
fieri possit, mox forte docebo, hic
gradus aethereo primus statuatur Olympo. L'ulteriore opera dedicata al tema
della generazione divina, annunciata in chiusura del Bombyx, può forse essere
riconosciuta nel De summa hominis dignitate dialogus qui inscribitur Crater
Hermetis. Si tratta di un dialogo nel quale sono inseriti alcuni componimenti
poetici, di vario metro, nei momenti di maggiore intensità d'ispirazione e di
proclamata esaltazione mistica. Gli interlocutori sono lo stesso L., che ha
ruolo di maestro, e il re di Napoli Ferdinando d'Aragona, dopo che, ormai
vecchio, ha ceduto il governo dello stato al primogenito Alfonso II. Queste
indicazioni permettono di collocare l'azione, e anche la composizione, tra il
1492 e la morte del re. Il recente editore, Moreschini, ha anche
riconosciuto due redazioni dell'opera, la più antica testimoniata dal ms. della
Biblioteca nazionale di Napoli, la seriore dalla stampa procurata da Lefèvre d'Étaples a Parigi. La differenza
più evidente tra le due redazioni consiste nella presenza, nella prima, di un
terzo interlocutore, PONTANO, con il ruolo, secondario ma non indifferente, di
affiancare il re, discepolo entusiasta e convinto, come poeta desideroso di
approfondire anche verità filosofiche e teologiche. L'origine del titolo è in
un passo del Corpus Hermeticum in cui si parla di un crater inviato d’Ermete
sulla terra affinché in esso gli uomini possano battezzarsi e ricevere così
l'intelletto che li rende capaci di partecipare alla gnosi. A conclusione
dell'opera il L. si autorappresenta come colto da una sublime ispirazione che
lo rende capace di rivelare il mistero della generazione di anime divine da
parte del vero uomo, che ha raggiunto la pienezza della conoscenza e che si
rende così simile a un dio. Moreschini osserva come nella seconda redazione il
L. eviti di rendere troppo espliciti i rapporti tra ermetismo e cristianesimo
(lo stesso titolo, nella prima redazione, recitava: … qui inscribitur via
Christi et crater Hermetis), attenuando, per esempio, le argomentazioni che
tendevano ad attribuire all'ermetismo priorità cronologica (e anche genetica)
nei confronti di ebraismo e cristianesimo. Lo scritto manifesta inoltre ampie
conoscenze cabalistiche e talmudiche, che tradizionalmente si ritenevano
patrimonio, in quegli anni, del solo PICO (vedasi). Ultima opera del L.
sembrano essere i De mathesi et astrologia libri, segnalati da LANCELLOTTI, che
invano ne cerca copia presso gl’eredi del filosofo. Brini ne propone, ma senza
indizi veramente probanti, l'identificazione con un trattato di alchimia,
conservato nel ms. 984 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: una raccolta di
preparazioni alchimistiche tratte daLullo e da altri, presentate da L. con un
breve testo introduttivo che si apre con un epigramma di sei distici. Il L.
stesso, definendo questo suo libro vademecum, ne indica il contenuto:
"agemus in hoc libro Vade mecum de alchimia que est naturalis magia et vocatur
astrologia terrestris. In questa scienza dichiara di essere stato istruito
"a Joane Ricardi de Branchis de Belgica provincia […] qui in hoc fuit
magister meus currente ab incarnatione verbi" (ed. Brini). Nella sua
biografia il fratello attribuisce al L. capacità divinatorie attraverso il
sogno -- habebat somnia, quae potius visiones, sive oracula dici
potuissent" (Vita Lodovici) - e in sogno il L. avrebbe anche antiveduta la
propria morte, intervenuta a San Severino a pochi giorni di distanza da quella
del fratello Girolamo. Delle opere del L. sono a stampa: De apparatu
Patavini hastiludii, Patavii; De gentilium deorum imaginibus, a cura di O'Neal,
Lewiston, NY; Fasti Christianae religionis, a cura di M. Bertolini, Napoli;
Epistola Enoch, Venezia, cfr. Indice generale degli incunaboli [IGI]), ora a
cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo, Roma; la traduzione delle
Diffinitiones Asclepii in appendice a Vasoli, Temi e fonti della tradizione
ermetica in uno scritto di Symphorien Champier, in Umanesimo e esoterismo, a
cura di E. Castelli, Padova; le prefazioni del ms. II.D.I.4 della Biblioteca
comunale degli Ardenti di Viterbo in appendice a P.O. Kristeller, Ficino e L..
Contributo alla diffusione delle idee ermetiche nel Rinascimento, Annali della
R. Scuola superiore di Pisa, quindi in Id., Studies in Renaissance thought and
letters, Roma; De bombyce [Roma, Eucharius Silber, s.d.] (IGI) quindi in
Bombix. Accesserunt ipsius aliorumque poetarum carmina, a cura di Lancellotti,
Aesii, e ora in G. Roellenbleck, Ludovico Lazzarelli Opusculum de Bombyce, in
Literatur und Spiritualität. Hans Sckommodau zum siebzigsten Geburtstag, a cura
di Rheinfelder, Christophorov, Müller-Bochat, München; Crater Hermetis nel
corpus di testi ermetici raccolti da J. Lefèvre d'Étaples: Pimander Mercurii
Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei. Asclepius eiusdem Mercurii
liber de voluntate divina. Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano,
Parisiis, in officina Henrici Stephani, quindi, in edizione moderna,
parzialmente, a cura di Brini in Testi umanistici sull'ermetismo, e,
integralmente, in C. Moreschini, Il Crater Hermetis di L., in Id.,
Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis". Studi sull'ermetismo
latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Vademecum, a cura di Brini, in
Testi umanistici sull'ermetismo. Ampie sillogi di scritti del L., frutto di
compilazioni sette-sono contenute nei mss. della Biblioteca comunale di San
Severino Marche; il carme per la morte della duchessa d'Atri è conservato nel
ms. della Biblioteca del Seminario di Padova (cfr. A. Tissoni Benvenuti, Uno
sconosciuto testimone delle egloghe di Calpurnio e Nemesiano, in ITALIA
medioevale e umanistica. Il codice unico del Carmenbucolicum si trova nella
Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection; una silloge di carmi
di occasione (tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) è nel ms. V. E.
della Biblioteca nazionale di Napoli. Gli epigrammi sullo Pseudo Dionigi
l'Areopagita si leggono nel ms. della Walters Art Gallery di Baltimora.
Fonti e Bibl.: San Severino Marche, Biblioteca comunale, Mss.; due copie di
Lazzarelli, Vita L. Septempedani poetae laureati per Philippum fratrem ad
Angelum Colotium, da cui deriva in gran parte la biografia premessa da
Lancellotti al poemetto del L. Bombix…, cit., Aesii; Vecchietti - Moro,
Biblioteca picena, V, Osimo, Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni
tempo e d'ogni nazione, Milano, Aleandri, La famiglia L. di Sanseverino
(Marche), in Giorn. araldico genealogico diplomatico italiano, Ohly, Ioannes
Mercurius Corrigiensis, in Beiträge zur Inkunabelkunde, Thorndike, A history of
magic and experimental science, V, New York, Donati, Le fonti iconografiche di
alcuni manoscritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in La Bibliofilia, vi è
riferita la lettura di Campana della dedica del ms. Urb. lat. Kristeller,
Lodovico L. e Giovanni da Correggio, due ermetici del Quattrocento, e il
manoscritto II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, in
Biblioteca degli Ardenti della città di Viterbo. Studi e ricerche, a cura di
Pepponi, Viterbo, Delz, Ein unbekannter Brief von Pomponius Laetus, in Italia
medioevale e umanistica, Ubaldini, Vita di Colocci, a cura di Fanelli, Città
del Vaticano, Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L., in Res publica
litterarum, Sosti, Il "Crater Hermetis" di L. L., in Quaderni
dell'Istituto sul Rinascimento meridionale, Tenerelli, L. ed il rinascimento
filosofico italiano, Bari, Saci, L. L. da Elicona a Sion, Roma; Foà, Giovanni
da Correggio, in Diz. biogr. degli Italiani, LV, Roma, Walker, Magia spirituale
e magia demoniaca da Ficino a Campanella, Torino, Meloni, L. L. umanista
settempedano e il "De gentilium deorum imaginibus", in Studia picena;
Kristeller, Iter Italicum, ad indices; Rep. fontium hist. Medii Aevi. Luigi
Lazzarelli. Lodovico Lazzarelli. Ludovico Lazzarelli. Lazarelli. Keyword:
implicatura ermetica, mascolinita romana, religione officiale romana, campo
marzio, marte, dio della guerra, marte come pianeta, il simbolismo di marte
nell’arte e la filosofia, marte e apollo, marte e Nietzsche --. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Lazzarelli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Lazzarini: il deutero-esperanto – filosofia ialiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. A differenza
del deutero-esperanto di Grice, non usato mai da Grice, il latino sine flexione
è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo
corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si
veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo [VINCI (vedasi) Pisano, e
PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale
nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce
contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI,
BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto,
tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo,
come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua
internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali,
e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo
opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale.
Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune
ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es
systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale
compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi
principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de
maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac
ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid
ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational
implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et
scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che
egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non
solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Si potrebbe continuare a lungo, ma a questo punto è già ben chiaro
al lettore da dove provenga quel testo riprodotto nel riquadro di qualche
paragrafo fa: da un saggio presente nel volumen ritrovato. Riportarne il titolo
integrale equivale anche a dare le risposte alle due domande proposte (del
refuso non vale la pena parlare). Infatti, troneggia il titolo "Il latino
sine flexione" di PEANO (si veda), memora a firma di L.. Che PEANO
(vedasi), che quasi con certezza è il maggiore matematico prodotto dall'Italia
negli ultimi due secoli, ha profuso gran parte del suo tempo nel tentativo di
creare una lingua che è a un tempo precisa e semplice, insomma perfetta sia per
la matematica che per tutti gli altri scopi a cui una lingua è deputata, è cosa
che si ritrova anche nelle note biografiche più frettolose sul genio cuneese. È
però assai più raro, a meno che lo si ricerchi esplicitamente, imbattersi in
qualche esempio scritto nel suo latino sine flexione L. invece ne riporta un
lungo brano, dopo aver ricordato, tra le altre cose, che quello di PEANO
(vedasi), recentissimo ai tempi della pubblicazione del volume del periodico, non
è stato un tentativo particolarmente originale, visto che di lingue universali
precedenti al latino sine flexione ne sono già comparse almeno altre sette, tra
cui l'Esperanto. Spiega poi come il problema di una lingua universale ben
strutturata se lo fosse posto già Leibniz, il quale elencava dei principi da
seguire per chi si fosse voluto impegnare nell'impresa di crearla; e si vede
che Peano a quei principi leibniziani si attiene diligentemente: applica
l'eliminazione delle desinenze nei casi e impiega in sostituzione delle
particelle specifiche. Elimina le coniugazioni dei verbi, usando solo
l'infinito del verbo senza il "-re" finale (dicere→dice→dire;
mensurare→mensura→misurare; scire-sci→sapere, etc.), e attua
l'eliminazione della specificazione del genere nei nomi. In questo modo, armati
di un vocabolarietto di latino in grado di ricordarci il significato di alcune
parole dimenticate (oporte→ occorre; igitur→ allora, etc.) il saggio dove
diventare ragionevolmente leggibile, una volta appreso che nella Pisa l'unità
di lunghezza è la pertica e quella di superficie il panoro, e che un panoro
equivale a 5,5 pertiche quadrate, come ricorda PEANO (vedasi). PEANO (vedasi) dimostra
con pochi calcoli elementari che il fatto che FIBONACCI (vedasi) asserisca che
per trovare l'area di un cerchio basta dividere per 7 il quadrato del diametro
implica che per il pisano valeva l'uguaglianza n = 2. È divertente vedere PEANO
(vedasi) destreggiarsi senza timore tra pertiche e panori, ed è curioso anche
l'uso spregiudicato che fa dei "numeri misti", ormai passati quasi
del tutto nel dimenticatoio, 2 "Discrimen generis nihil pertinet ad
grammaticam rationalem", sancisce Leibniz, e chissà cosa avrebbe pensato
oggi che le discussioni su quale sia il modo più corretto per trattare al
meglio il genere delle persone sono molto divisive e cariche di significati che
trascendono la mera razionalizzazione della lingua. Con numeri misti si
intende quella grafia che consente di scrivere ad esempio "5½" - come
fa PEANO (vedasi) nella citazione - semplicemente accostando un numero intero e
una frazione, senza esplicitare il sottinteso segno "+". È un metodo
di scrittura di numeri frazionari abbastanza naturale, ma poiché di solito
l'assenza di segno è caratteristica delle moltiplicazioni, la grafia può
generare confusione, ed è caduta in disuso. Nei paesi di lingua inglese è però
ancora abbastanza diffusa, al punto che la maggior parte delle scuole dedicano
qualche lezione all'aritmetica dei numeri misti. Atkinson, noto appassionato di
matematica ricreativa e dell'Italia ha condotto una ricerca sulla sopravvivenza
dell'uso dei numeri misti nella nostra nazione, con risultati curiosi e
piacevolmente piasmentmathssesantat/ divulgazione/matematica-il
linguagiortini Versa pubblicato su MaddMaths!: forse con le sole
eccezioni dei voti sui compiti in classe e dei tabelloni di alcune
metropolitane che segnalano l'arrivo dei treni con una precisione fino al mezzo
minuto. L'escursione in quel dimenticato volumen si è rivelata già
ampiamente sufficiente a dimostrare quanto possa essere gratificante il
"viaggio nella libreria", anche quando si riduce solo a
una gitarella di un paio d'ore. E si potrebbe chiudere qui anche questo
articolo, una volta pagato un minimo pegno di riconoscenza all'autore del sagio
saccheggiato. Ma tutti i viaggi che si rispettino presentano almeno un paio di
imprevisti, e nel nostro caso è proprio L. a fornircene uno. Come recita
il suo frontespizio, il "Periodico di Matematica per l'Insegnamento
Secondario" non è una rivista accademica destinata ad ospitare memorie di
ricercatori professionisti, ma un giornale che perseguiva la missione di
facilitare il lavoro di chi si occupa di insegnamento. Per quanto nel celebrato
indice rifulgano tra gli autori nomi di matematici di prima grandezza, è assai
probabile che tra i collaboratori più o meno abituali comparissero anche coloro
che più di altri conoscevano i dettagli della didattica, cioè proprio i
professori, ed è quasi certamente tra questi che occorre collocare il nostro L..
Pur essendo assente dai maggiori siti specializzati in biografie dei matematici
più importanti, una ricerca un po’più generale intercetta facilmente un saggio
che lo riguarda. L'autore è Hans van Maanen, direttore di
"Skepter", la rivista dell'associazione di
"scettici", e perciò in qualche modo consorella della corrispondente
associazione italiana, il CICAP fondato d’Angela. Naturalmente, la maniera di
gran lunga migliore per godersi il saggio è quello di leggerlo direttamente. Ma
per chi si accontenta di un riassunto veloce giusto per capire come L. scrive qualcosa
che quasi un secolo dopo ha molto irritato un pezzo grosso di Nature, ne
riporteremo i punti salienti. Vista la lunga estensione temporale della
storia, forse vale la pena di procedere cronologicamente. Premessa:
Buffon, osserva che il valore di n è determinabile per via sperimentale con il
metodo che resta famoso nella storia proprio con il nome d’ago di Buffon. Immaginando
un pavimento diviso in sezioni trasversali di larghezza s, lanciando a caso un
ago di lunghezza a e registrando le volte m che l'ago intercetta una delle
linee del pavimento, presupponendo un numero di lanci n tendente a infinito, si
può risalire al valore di a utilizzando i rapporti s/a e m/n. Il nostro
L. pubblica, sempre sul Periodico di Matematica per l'Insegnamento,
(ma volume XVII, non il XIX ritrovato nel
"viaggio in libreria"), un sagio in cui afferma di aver
applicato il metodo di Buffon e di aver ottenuto un valore
sperimentale di n esatto fino alla sesta cifra decimale, 3,141529, con una
serie di 3408 lanci di cui 1808 positivi, e con valore di a pari a 2,5 e s pari
a 3,0. Nell saggio afferma anche di aver raggiunto il risultato grazie a una
sua [Ho avuto invece approssimazione maggiore col disporre la retina
traversalmente, vale a dire coll'utire tra loro i lati maggiori del rettangolo.
Qui le espurienze vanno divise in doe serie, ginechi. Mentro ho mantenuto
sempro costante la lunglezza della sbarretta. ho fatto invece variare
l'altezza della striscia compresa fra le parallele: ed ecco i rimaltati
ottenuti: 1• Seme I1 SREI 100 300 13000 9000 4000 611 1200 1600 2148
3,101 3,152 3,147
8,125 8,185 100 200 10? 1000 1,115
3,180 8,1446 1142 3.1415129 3,1416 3 Estratto
dell'articolo di L. Grazie alla traduzione di Garlaschelli lo si può leggere in
italiano, o direttamente su Query, la rivista del Comitato Italiano per il
Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze] macchina, descritta in
dettaglio, che consente di meccanizzare i "lanci casuali di un ago sul
pavimento piastrellato come richiesto dall'idea di Buffon. Il risultato
viene accolto inizialmente con grande entusiasmo, diventa noto a livello
internazionale e non sono pochi i grandi nomi della matematica che lo accolgono
con sperticate parole di elogio. Il nome di L. diventa abbastanza famoso. A
parte la sua, le migliori approssimazioni sperimentali arrivano, e a fatica, a
una precisione di un paio di decimali. Compaiono però i primi saggi che
esprimono dubbi sulla correttezza dell'esperimento. Badger scrive il
saggio, "L.'s lucky approximation of t" in cui analizza in dettaglio
tutte le fragilità della memoria di L. Parte dalla strana coincidenza - già
notata del rapporto 3408/1808, cruciale nel testo di L., che è identico alla
nota frazione 355/113, scoperta già nel V secolo da Chongzhi come
approssimazione di p; prosegue notando la stranezza di quei "3408
lanci", poi passa a calcolare la probabilità d’ottenere per via randomica
quel risultato, giungendo alla conclusione che è una probabilità talmente bassa,
circa tre parti su un milione, da ritenere che quella stima fosse il frutto o
di un colpo di fortuna davvero eccezionale o di un "hoax" termine che
si può tradurre come qualcosa a mezza via tra uno "scherzo" e una
"beffa". Badger, grazie a quello saggio, vince un premio
istituito dalla Mathematical Association of America, e ovviamente il saggio
viene letto anche da Maddox, redattore capo di Nature. È naturale che un
redattore capo di una prestigiosissima rivista scientifica vede la manomissione
dei dati sperimentali più o meno come il proverbiale diavolo guarda l'acqua
santa, e la sua ira funesta colpisce Lazzarini: titola il suo articolo come
"Falsa misura sperimentale di n", usa senza mezzi termini la parola
"fraud" ovvero "frode" al posto del più morbido
"hoax", e lancia perfino una specie di anatema: " ...l'articolo
di Badger dovrebbe restare come un ammonimento, a tutti coloro che inquinano
la letteratura, che i loro misfatti li seguiranno fin nella tomba.
D'altro canto, il saggio di Maanen che ci ha consentito di scoprire questo
affascinante giallo matematico sembra più orientato a smorzare lo scandalo. La
descrizione accurata della macchina per i lanci che fa L., a ben vedere non
sembra poi così efficiente da meritarsi d'essere costruita. L’aver posto in
bella vista il numero 3408 nella tabella che riporta i suoi tentativi quando i
valori intermedi esposti vanno per blocchi interi di centinaia o migliaia. Insomma
tutto lo spirito del saggio di L. sembra più uno scherzo che la rivendicazione
di una scoperta. È anche possibile che, da insegnante, cerca e suggerisse ai
colleghi qualche metodo scherzoso per affascinare gli studenti, come quella
complicata macchina lancia-aghi o la meraviglia di una costante matematica
trovata sbattendo oggetti per terra. A voler cercare una morale da tutta la
storia, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Dall'opportunità o meno di
scherzare con la scienza alla troppo diffusa propensione agli entusiasmi, o
alla rissa, anche tra i più autorevoli critici. O anche sulla necessità di
ricordare sempre che anche gli scienziati sono donne e uomini, con tutte le
caratteristiche e le debolezze degli esseri umani. E poi, a dire la verità, la
morale più evidente e ovvia che ci sembra emergere è semplicemente quella che
ricorda alle riviste scientifiche prestigiose e autorevoli di non concedere i
loro spazi ad arruffoni incompetenti fin troppo disposti a scherzare su
qualsiasi cosa pur di vedere stampate le loro sciocchezze: ma uno strano e
persistente brivido lungo la schiena ci suggerisce di non evidenziare troppo
questo aspetto, chissà perché. Cortesia: Alembert, Riddle, e
Silverbrahms. Mario Lazzarini. Lazzarini.
Luigi Speranza --
Grice e Leanace: la ragione conversazionale e la setta di Sibari -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Sibari). FIlosofo italiano. Pythagorean. Giamblico.
Luii Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lecaldano:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della traspatia – l’impassibile
di Cicerone – filosofia veneta – la scuola di Treviso -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Treviso). Filosofo italiano. Treviso,
Veneto. Grice: “Lecaldano is interested in altruism as the basis for morality;
I’m interested in morality as the basis for altruism; he ain’t Kantian; I am!”
-- Grice: “I love Lecaldano; perhaps because he is an Italian, he focused on
Scots! His analyses of Smith and Hume on ‘sympathy’ is ‘simpatico,’ as the
Italians say.” Grice: “Lecaldano engages in the kind of linguistic botanising I
do when I reflect on ‘cooperation’ versus ‘benevolence’ versus ‘empathy’ versus
‘sympathy’ versus ‘compassion.’ Unlike Lecaldano, I end up with a
rationality-based account of cooperativeness – or rather a narrowing of
‘co-operation’ to ‘rational co-operation’ – there are others!” Si laurea a Roma, insegna a Siena e Roma. Fonda La
Società Italiana di Filosofia Analitica (“to keep us apart from non-analytics
like Plato!”). Membro della Società Filosofica Italiana. Le riflessioni di L.
spaziano dalla storia della filosofia morale sino alle discussioni
contemporanee sulla bioetica. Avvalendosi anche del rigore concettuale della
filosofia analitica, indirizza la sua ricerca alla ricostruzione storiografica
della morale, con particolare riferimento ai filosofi scozzesi (Hume, Smith).
Ha inoltre indagato criticamente i problemi della meta-etica. In bio-etica, L.
si prefigge l'obiettivo di una chiarificazione delle implicazioni morali legate
alle bio-tecnologie, che sfocia in una prospettiva laica per la pacifica
gestione del conflitto morale che le "tecnologie della vita" hanno
prodotto. Saggi: “Le analisi del linguaggio morale – “Buono" e
"dovere" (Roma, Ateneo), “La fallacia naturalista” (Roma, Laterza); “La
lume della ragione, gl’iluminati”” (Torino, Loescher), “Lo scetticismo” (Roma, Laterza);
“Etica, Torino, POMBA); “Bio-etica: la scelta morale” (Roma, Laterza); “La
morale” (Gaeta, Bibliotheca); “Dizionario di bio-etica” (Roma, Laterza); “Un'etica
secolare – senza Dio” (Roma, Laterza); “Prima lezione di Filosofia Morale” (Roma,
Laterza); “Simpatia, impassibile” (Milano, Cortina); “Senza Dio – gl’atei
romani” (Bologna, Mulino); -- la religione officiale in Roma antica – “Sul
senso della vita, Bologna, Mulino); “Bioetica Comitato Nazionale per la
Bioetica Biotecnologie); “La bioetica. Il punto di vista morale di L. sulla
nascita, la cura e la morte di Corchia. Riflessioni di L. sul Senso della Vita
In Riflessioni. I significati di simpatia tra conversazione comune e
letteratura “La molteplicità di usi di simpatia” È possibile riconoscere
diversi significati nel termine simpatia che di solito è accompagnato da
un significato positivo, anche se in realtà è possibile estendere il suo
significato fino a usarlo con connotazione negativa. Nel dizionario
troviamo distinte 13 accezioni del termine, dall’attrazione sentimentale
alla condivisione di un atteggiamento o posizione politica. Come nota Hume, è
molto difficile parlare delle operazioni della nostra mente in termini del
tutto esatti, perché il linguaggio comune raramente fa delle sottili
distinzioni. Il termine “simpatia” viene compreso dalla gran parte delle
persone, ma paga la sua ampia diffusione con l'indeterminazione che ad esso
si accompagna. E enorme l'utilizzazione che ha avuto la simpatia,
sia in forma implicita che esplicita. Hunt suggerisce che la nozione di
simpatia sia la prosecuzione di quella che nei testi illuministi viene
analizzata come simpatia; Hunt, poi, privilegia la simpatia assimilata
alla compassione. Già nel diciottesimo secolo Rousseau, assimilando la
simpatia e la compassione, la considerava una forma di pietà suscitata
solo da pene e dolori. Mentre Hume e Smith la considerano come la
capacità, più sviluppata negli uomini che negli animali, di partecipare
attivamente alle condizioni altrui, sia dolorose che gioiose. E’ illuminante la
tesi di Hunt secondo cui il rafforzarsi della simpatia fra gli esseri
umani nella cultura europea (reso possibile dai romanzi) portò a
riconoscere l'eguaglianza di molti esseri umani che fino a quel momento
erano stati emarginati. Molti romanzi in secoli successivi accesero le
emozioni e la partecipazione simpatetica del pubblico.Verosimilmente
anche molta della forza espressiva del cinema può essere identificata
nella capacità di quest'arte di rendere conto, con le sue tecniche, degli
stati d'animo e della trasformazione delle emozioni dei personaggi.
(discorso su Kundera) “Un percorso di approfondimento” Lo sforzo di
conoscere il funzionamento della simpatia si connette con la questione relativa
a quanto la simpatia si debba ritenere essenziale per la genesi della
pratica morale diffusa tra gli esseri umani. Cercheremo di capire se la
simpatia sia necessaria o meno per la moralità ed esporremo le
argomentazioni pro e contro questa tesi. Fermo restando che la simpatia può
essere considerata necessaria per la nostra vita etica, ma non
sufficiente. Simpatia può riferirsi a un'attitudine conoscitiva tramite
la quale riusciamo a cogliere le condizioni mentali altrui, oppure a una reazione
affettiva ed emotiva nei confronti dei sentimenti altrui. Concordando con
Stueber, andremo verso la simpatia intesa come preoccupazione per le
altre persone e le loro menti. Vi sono due criteri in base ai quali
individuare tipi diversi di simpatia: Da una parte quello che considera la
simpatia come un'operazione mentale semplice e istintiva, un contagio
emozionale automatico; Dall'altra quello che considera la simpatia come
un processo psicologico più complicato e che comporta un minimo di
riflessione. L'impostazione adeguata è quella che non confonde i due
livelli di simpatia e non semplifica le cose, presentando una concezione
riduttiva. Insisteremo inoltre sulla connessione tra simpatia e la
pratica non solo della moralità, ma della giustizia, della politica, così
come sulla sua incidenza nelle forme di civilizzazione. Prenderemo le
distanze dall'esportazione della simpatia sul piano normativo che vede in
essa ciò che è necessario e sufficiente per la costruzione di una moralità
umana. La nozione di simpatia ha una lunga tradizione nella storia della
filosofia. La prima importante nozione di simpatia è quella che le
riconosce una forza cosmica che tiene insieme tutte le cose del mondo.
Nella cultura classica greca e latina, la simpatia utilizzata per richiamare
una connessione armonica che unisce fra loro esseri umani e realtà
naturali. Inoltre, la nozione di simpatia nella filosofia antica viene
usata per richiamare un processo che si sviluppa nel mondo fisico e solo
secondariamente in quello umano, infatti gli stoici si riferiscono ad una
simpatia universale per indicare l'affinità oggettiva esistente fra tutte
le cose. Gli stoici sono importanti per l'influenza che ebbero sui
moderni interessati alla simpatia come Hume e Smith. In Plotino troviamo
un'immagine che verrà ripresa da Hume. Questo concetto naturalistico
della simpatia è il fondamento della magia e verrà ripreso dai maghi del
Rinascimento. Nella cultura antica la simpatia ha un'estensione
prevalentemente cosmologica e ontologica, identificandosi con un fenomeno
universale e con la forza che tiene insieme tutte le cose in una relazione
automatica. Fin dall'antichità, quindi, la simpatia ha un'accezione
positiva. Prima del passaggio alla modernità c'è un'importante
innovazione nell'uso della simpatia ad opera di Assisi, che nel “Cantico
delle creature” chiama suoi fratelli e sorelle, animali, piante, ma anche il
sole, la luna, l'acqua e il fuoco. Questo atteggiamento è “empatia”
(oriente e Schopenhauer) “Una relazione attiva fra due poli” La simpatia
conquista il suo posto come forza dinamica della natura umana. Critica a
Hobbes che negava qualsiasi presenza di empatia nell'uomo, visto come
essenzialmente egoista. Significativi qui sono Shaftesbury e Hutchenson
che però, pur riconoscendo agli esseri umani un grado di apertura
affettiva l'uno verso l'altro non ne avevano realizzato quella
completa soggettivizzazione che troviamo in Hume e Smith. Shaftesbury,
infatti, con l'impostazione platonizzante tende a considerare la simpatia
come una trama che si estende al di là del mondo umano, creando armonia
fra vite umane ed ordine universale. Hutchenson, invece, preferisce il
termine simpatia quello di “senso pubblico”, facendo riferimento ad un contagio
emotivo. Hume contesterà ad Hutchenson una trattazione della simpatia erronea
perché incapace di cogliere il suo collegamento con l'immaginazione e la
riflessione. Ciò non toglie che le analisi di Hutchenson siano tornate
attuali. Troviamo la trattazione più approfondita dell'idea di simpatia e
si può individuare nelle analisi di Hume e Smith due diverse concezioni
che influenzeranno molti pensatori. Hume e Smith concordano nel
considerare la simpatia solo come un dato della natura della psicologia
umana e non una forza cosmica. Per Hume la simpatia è un principio psicologico
che permette la comunicazione e la partecipazione fra gli esseri umani;
per Smith è altresì un principio psicologico, ma tende a distinguere fra
ciò che possiamo approvare e ciò che dobbiamo disapprovare. Queste
diversità tra i due autori incidono sulla connessione fra simpatia e
moralità: Smith la concepisce come necessaria e sufficiente, Hume solo
necessaria ma non sufficiente. Hume dedica alla simpatia molte analisi nel
“Trattato sulla natura umana”, in cui troviamo una linea interpretativa
ben riconoscibile che sarà illuminante. La simpatia viene considerata da Hume
un principio costitutivo della vita umana ed egli fissa due punti
fondamentali. La simpatia non riguarda le relazioni fra cose o oggetti, ma solo
quelle fra esseri umani, nonostante coinvolga anche relazioni con gli
animali e tra loro stessi; Nella natura umana esiste una gran tendenza a
prestare agli oggetti esterni le stesse emozioni che osserviamo in noi
stessi -- tendenza che si manifesta nei bambini, nei poeti e nei filosofi. L'estensione
della simpatia anche al rapporto tra uomini e animali ed alla condotta di
questi ultimi, è evidente che la simpatia si manifesta anche negl’animali
suscitando le stesse emozioni provocate nella nostra specie. Hume distingue
due livelli di simpatia: quella istintiva e automatica presente fin dall'
infanzia, riscontrabile anche negli animali e quella che opera in modo
indiretto, ricorrendo all'immaginazione riflessiva e non immediata che
genera i sentimenti morali. A quest'ultima forma di simpatia può essere
ricondotto la trattazione della questione sul coincidere tra morale e
simpatia. Hume offre una lunga analisi per spiegare che la simpatia non è in
grado di rendere conto della distinzione che facciamo tra virtù e
vizio. Nella teoria dei sentimenti morali, Smith presenta una concezione
della simpatia alternativa a quella di Hume. Infatti, a Smith non
interessa la simpatia come contagio emozionale, ma anzi la identifica
come una specie di emozione che si prova quando si concorda con le emozioni e
passioni altrui. Provare simpatia per qualcuno significa provare piacere
su nel condividere emotivamente la risposta che l'altro dà alla
situazione. In Smith, approvare moralmente una condotta significa simpatizzare
con essa. Per Smith la simpatia si presenta come uno stato complesso e
articolato: vi è un primo stadio che è la capacità di ricostruire la
passione e condotta dell'altro, o spiacevole se comporta sofferenza o
piacevole se provoca gioia; un secondo stadio dato dall'approvazione o
disapprovazione che si dà della condotta altrui; infine, uno stadio in
cui si troverà un piacere simpatetico, se le nostre approvazioni
concordano e un dispiacere se discordano. Considerando la simpatia come
approvazione, Smith cattura una nozione più determinata di quella generica
analizzata da Hume, ma molto più aperta per ciò che riguarda il ruolo che
gioca in essa l'immaginazione. La simpatia come approvazione morale in
Smith si allarga ad includere in ogni relazione simpatetica l'intervento di
uno spettatore immaginario capace di far valere le esigenze di una più
completa ricerca delle informazioni rilevanti. Concezione diversa la
possiamo trovare in Rousseau, il quale si riferisce alla simpatia col ter. Grice: “While his research on
sympathy is erudite, he shows little sympathy! As far as his philosophy of
laicity (an Italian obsession) is concerned, he forgets for Romans religio WAS
a matter of state – those who did not submit were thrown to the lions!” –
Grice: “Lecaldano fails to recognize, but then he would, being a
post-Lateran-pact traumatized Italian – that not only religion was for the
romans in the ‘eta antica’ a matter of state, but that the STATE was a matter
of religion. This was well perceived by that branch of fascism who culticated
the ‘paganismo’ which is a misnomer and only applies to the birth of Christ! I
would hardly say a Roman in ‘eta antica’ saw himself as ‘ethnic, ‘ethnicus,
ennico, a pagan, or heathen!” LE DISCIPLINE
FILOSOFICHE o doo lerprene CUCA CO SC {y/ertse e Ul insonne do
SAU VOVASVARIZZZA quali Sé prese NARO 1 SSCONI SUL problemi ‘ORGONO
per gli CSSOLL UAN quando AYIscOno © cerci ole è princi da Seguire
nelle diverse dimensioni d > Oa pratica. Sa parte integrante di questa
ILCELC “tazione delle regole TAN c0 pri «e giù disponibili Q/ we da
altre pers one. Afrontereno WZZZ volte nel co SAGGIO la questione di
Guanto l'etica assorba i sé 4 AGUA dall'economia per fare
valere 77) generale Pa ‘va (esa a lenee distinte concettualmente
CALO, da. In questo senso ‘etica’ occuba lo spazio. Ordinario di
Storia delle dottrine morali all'Università «La Sapienza» di Roma. I suoi
lavori sulla filosofia inglese dei secoli XVII e XVIII vanno
dall’edizione italiana delle Opere di Hume), all’edîzione italiana delle
Lettere a Serena di Johni Roma. I suoi lavori sulla filosofia inglese dei
secoli XVII e XVIII vanno dall’edizione italiana delle Opere di David
Hume, all’edîzione italiana delle Lettere a Serena di Toland, all’ampia
antologia L’ilyminismo inglese (1985), al volume Hume e la nascita dell'etica
contemporanea. All’etica contemporanea ha dedicato, tra gli altri, i
volumi Le analisi del linguaggio morale e Introduzione a Moore ETICA STEAS TEA - Tascabili degli
Editori Associati S.p.A. Corso Italia 13 - Milano UTET, corso
Raffaello, Torino. UTET dal Volume ITI della Fi/osoffa, diretta
da Rossi TEA ETICA. Con il termine
etica ci si riferisce all'insieme di scritti e discorsi nei quali si
presentano riflessioni sui problemi che si pongono per gli esseri umani
quando agiscono e cercano regole e principi da seguire nelle diverse dimensioni
della loro vita pratica. Fa parte integrante di questa ricerca la valutazione
delle regole e dei principi già disponibili o fatti valere da altre
persone. ETICA Affronteremo più volte nel corso del saggio la
questione di quanto l'etica assorba in sé e si distingua dall'economia per fare
valere in generale una prospettiva tesa a tenere distinte concettualmente etica
ed economia. In questo senso ‘etica’ occupa lo spazio semantico che nella
tradizione dotta italiana si collega a ‘filosofia morale’. L'etica in
questo senso ampio comprende dunque tutta una serie di più determinate
specificazioni che riguardano di volta in volta i problemi morali, quelli
di pertinenza del diritto e della legge e quelli che più propriamente
rientrano nel campo della politica o dell’azione del governo. Usando un altro
linguaggio si può dire che l'etica riguarda l'universo dei valori e delle
norme complessivamente inteso e dunque in questo senso sia la morale, sia
il diritto e la politica. È chiaro che, invece, gli aspetti più tecnici e
specifici del diritto e della politica, quali, poniamo, la teoria
dell’ordinamento giuridico o le varie tecniche da adottare per rendere efficaci
le sanzioni, o ancora le riflessioni sulle varie forme di governo e i rapporti
tra i vari poteri non sono di pertinenza dell'etica come qui intesa.
Verranno dunque brevemente trattate le questioni relative al diritto e
alla politica solo per individuare con più precisione gli ambiti specifici di
problemi pratici in gioco in queste aree dell'etica, La pretesa per
quanto riguarda queste sezioni è di col. locarle con chiarezza nel
campo più generale dell'etica piuttosto che affrontare partitamente i loro
problemi specifici. La scelta concettuale fatta comporta che si lasci
completamente da parte la pretesa di occuparci dell'etica 0 della morale
in un senso più sociologico, ovvero come insieme di costumi di un popolo,
o in un senso più psicologico, ovvero come stili di vita 0 inclinazioni e
abitudini a determinati tipi di associazione mentali effettivamente
riconoscibili nella biografia di esseri umani concretamente esistenti. L'etica
nel senso in cui ce ne occuperemo coinvolge piuttosto la riflessione e il
pensiero impegnati nella caratterizzazione, critica, difesa e revisione
del costume o delle pratiche effettive. La scrittura di
questo testo è stata orientata da due linee guida. Da una parte si è
cercato di fare valere l'ottica di chi scrive alla fine del secolo XX.
Anche se probabilmente una partizione che prenda troppo sul serio lo
stacco tra secoli va incontro a forzature, si muove, comunque, da una
prospettiva che è largamente influenzata dalla considerazione di quei
problemi morali che nel nostro secolo si sono dovuti affrontare, e si
stanno ancora affrontando, per la prima volta, quali ad esempio le
questioni della bioetica, o dell'etica ambientale, del trattamento degli
animali ecc. In secondo luogo chi scrive assume la prospettiva fatta
valere da Derek Parfit secondo la quale una vera e propria etica nel
senso moderno può essere vista nascere solo con il XVII secolo. Ma
un'etica che unisca insieme la consapevolezza della sua autonomia e un
certo impegno in senso professionale riguarda solo la seconda parte di questo
secolo (Parfit). Ed è dunque a questa etica moderna e contemporanea più
che a quella antica e medievale che in questo scritto si farà
principalmente riferimento per dare spessore storico alle distinzioni e
conclusioni che si avanzeranno. Anche se l'etica si presenta come
una disciplina già consolidata e con una tradizione di sapere costituito,
si può indicare una strada che permette di accedere ai problemi di cui si occupa
muovendo dall'esperienza comune e quotidiana. Infatti la pretesa
dell'etica come del resto di quasi tutti
i rami della riflessione filosofica
è quella di occuparsi di problemi che tutti gli uomini affrontano
e incontrano nella loro vita. Nel caso dell'etica teorica è
frequente anzi trovare affermata la pretesa di essere più
vicina e direttamente rilevante per la vita delle persone di quanto siano altri
ambiti della filosofia, quali poniamo la gnoseologia (con la sua
elaborazione teorica sulla conoscenza), 0 l'epistemologia (con le sue
riflessioni sulla teoria della verità) ecc. Questa pretesa di una
più stretta vicinanza con la vita di tutti si accompagna spesso nelle
elaborazioni teoriche nel campo dell'etica con un'ulteriore pretesa per
cui tali elaborazioni vengono presentate come la parte più importante delle
riflessioni filosofiche 0 comunque come quella che ha priorità e
centralità regolativa rispetto alle altre. Nella vita quotidiana si
presentano numerose situazioni problematiche che possono essere
considerate come punti di partenza per la riflessione etica. Suggeriamo
di classificare queste situazioni problematiche ricorrendo a due distinte
tipologie, quella dei conffitti e quella dei disaccordi. Casi di
conflitto per così dire il
versante privato o soggettivo dell'etica
sono quelli in cui noi stessi non riusciamo a trovare una
soluzione valida a un problema etico 0 perché i nostri principi
tradizionali risultano inadeguati o perché non riusciamo a risolverci appunto
tra differenti principi egualmente rilevanti. Casi di disaccordo per così dire il versante oggettivo o
pubblico dell'etica sono quelli, molto frequenti e diffusi nelle nostre
società complesse, in cui petsone diverse tendono a fare valere principi
etici contrastanti per risolvere la stessa situazione moralmente
rilevante, î Il cammino verso l'elaborazione di un'etica più
riflessa sembra aprirsi non già quando le regole e i principi
tradizionali rispondono alle nostre esigenze, ma piuttosto in una
situazione in cui gli esseri umani incontrano difficoltà nel campo delle
loro scelte e decisioni pratiche. Se, infatti, la vita pratica procede in
modo del tutto ordinato all’interno di una routine consolidata non vi è
quella base necessaria per un'elaborazione critica, Il presentarsi di una
diffi. coltà nell'applicazione dei codici normativi tradizionali è, in
genere, il punto di partenza per l'elaborazione dell’etica nel pensiero
moderno e tale quadro problematico è diventato costitutivo della teoria
etica nel pensiero etico contemporaneo. La stretta connessione
della riflessione etica con situazioni di conflitto e di disaccordo
sembra voler suggerire che proprio all'etica in quanto tale spetta di
proporre una soluzione e che quindi rientra negli obiettivi specifici
dell'etica teorica prescrivere esplicitamente ciò che è bene o giusto fare in
situazioni particolari. Una pretesa che nel corso della nostra ricostruzione
delle varie posizioni riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea
avremo l’occasione di valutare criticamente. L'elaborazione etica
di cui renderemo conto in modo più sistematico in questo scritto si
colloca in un quadro generale individualistico. A monte infatti della nostra
rivisitazione dell'etica vi è l’assunzione filosofica che in generale i
problemi con cui si ha a che fare riguardano individui ovvero persone
umane. L'etica così intesa si muove in un contesto che può essere considerato come proprio del
pensiero moderno da Cartesio in avanti
in cui i problemi di fronte ai quali ci si trova sono problemi che nascono
per esseri umani particolari e finiti. Anche se nei primi secoli della
ricerca moderna la riflessione era volta a fissare il campo dell'etica tenendo
conto della natura umana complessivamente intesa, fin dal secolo XVII
essa muoveva da problemi pratici di individui ben determinati. Il lettore
troverà dunque privilegiata nell'esposizione seguente una tradizione
empiristica e naturalistica nella quale, tra il XVII e il XXX, si sono
collocati tra gli altri: Hobbes, Locke, Hume, Smith, Bentham, Mill, e Sidgwick.
La riflessione sulla morale di Kant malgrado non rientri in questa
tradizione sarà tenuta presente per la sua capacità di far valere
l'ottica di una responsabilità individuale autonoma nella vita morale,
Esponenti del neoempirismo e della filosofia analitica hanno contribuito
nel corso del XX secolo a questo approccio più generale nei confronti
dell’etica e il loro contributo sarà
largamente presente nelle pagine seguenti , che è stato più recentemente
caratterizzato esplicitamente come «individualismo metodologico». Una linea di
ricerca ampiamente percorsa anche
se non senza differenze in ITALIA,
ad esempio, da Juvalta, Abbagnano, Preti, Scarpelli e Bobbio. È
vero che i casi in cui gli esseri umani individuali e le persone si
trovano effettivamente di fronte a problemi etici quali quelli che
rendono possibili laserie di riflessione di pertinenza dell'etica sono
probabilmente più rari di quanto in genere si ritenga. Ma la rinascita
dell'etica e il fiorire della riflessione pratica a cui abbiamo assistito nella
seconda metà del secolo XX (dai disaccordi pubblici sulle questioni di
giustizia distributiva e di discrimina. zione che hanno
caratter izzato gli anni Settanta, ai conflitti che negli anni Ottanta ci
hanno coinvolto tutti sui principi e le regole da far valere di fronte
alle nuove condizioni del nascere, morire e curarsi degli esseri
umani) mostrano l'ampio radicamento nella vita comune di questa
dimensione filosofica. Probabilmente riflessioni e decisioni si svolgono in
modo meno esplicito e più impersonale (attraverso la meditazione della
discussione pubblica intersoggettiva) di quanto risulterà dal taglio
individualistico di questo saggio. Ma nelle pagine seguenti, senza la
pretesa di tutto abbracci are o risolvere, renderemo conto in modo
sistematico e critico delle diverse concezioni elaborate per avere a che
fare con quelle scelte individuali che sono influenzate da ragioni
etiche. 2. Lanatura dell'etica. 2.1. Meta-etica e
meta-morale. La riflessione sulla natura
dell’etica ha una priorità logica una volta assunta la prospettiva
riflessiva e critica alla cui genesi abbiamo fatto riferimento nel
paragrafo 1. Si tratta infatti, in primo luogo, di capire l'ordine di
problemi intorno a cui si riflette econseguentemente di individuare quali siano
i criteri cui si può ricorrere per risolverli 0 mettere alla prova la
validità delle soluzioni alternative che ci si presentano. Un
esempio particolarmen te rappresentativo di questo percorso logico
troviamo delineato da Moore nei suoi Prircipis Ethica. Moore chiarisce che il
problema centrale dell'etica a suo
parere, l’unico problema dell'etica
è quello di fornire una definizione delle principali nozioni che
ricorrono nei nostri discorsi morali, ovvero le nozioni di buono, giusto,
obbligatorio, dovere ecc. Moore sostiene poi che tutte le nozioni etiche sono
riducibili, in modo più 0 meno diretto, a quella fondamentale e primaria di
«buono». Ecco quindi quanto scrive Moore: Ciò che ‘buono’
significa è in effetti, a parte il suo contrario «cattivo», il solo
oggetto semplice di pensiero che appartenga peculiatmente all'etica. La
sua definizione, di conseguenza, è il punto essenziale nella definizione
dell'etica; e inoltre un errore su questo punto porta con sé un numero di
giudizi errati di gran lunga più grande che qualsiasi altro errore in
materia. Se questa domanda preliminare non è pienamente compresa è non se
ne vede chiaramente la risposta, tutta il resto dell’etica ha un valore praticamente
nullo dal punto di vista della conoscenza sistematica [...] in ogni caso, è
impossibile che, finché non si conosca la risposta, si possa sapere quale
è la prova richiesta per un giudizio etico qualsiasi. Ma il principale
obiettivo dell'etica come scienza sistematica è dì fornire ragioni
corrette per pensare che una cosa 0 un'altra è buona; e se non si risponde
alla nostra domanda tali ragioni non si possono dare (Moore, 1964:
48-49). Secondo l’impostazione di Moore dunque che faremo nostra i metodi di prova e confutazione che hanno
efficacia in etica potranno essere identificati solo dopo che avremo capito la
natura dell'etica, ovvero il tipo di problemi di fronte ai quali ci troviamo
laddove è in gioco la parte morale della nostra esistenza. Cominciamo
quindi con il passare in rassegna criticamente le più importanti concezioni
sulla natura dell'etica. In filosofia è corrente una nozione per
riferirsi a questa parte della ricerca e, specialmente in questo secolo, ci si
è molto dilungati sulle diverse meta-etiche o meta-morali (assumiamo qui
queste etichette in un senso generico e che le rende equivalenti senza
investire la distinzione tra etica e morale su cui invece ci soffermeremo
nel $ 6). Una determinata concezione meta-etica o meta-morale si colloca sul
piano conoscitivo e logico. Essa si propone infatti, prima di tutto, di farci
capire qual è la natura dell'etica e quali sono i metodi di prova e
dimostrazione in essa in vigore. Tutto ciò è preliminare e solo dopo si ritiene
possibile passare a sottoscrivere una determinata soluzione. La riflessione
meta-etica viene quindi non solo concepita come preliminare o logicamente
prioritaria, ma in genere come del tutto neutra da un punto di vista
normativo, Si tratterebbe dunque, per usare formule che piacciono molto
ai filosofi, di identificare preliminarmente ciò che è comune a tutti i
punti di vista etici in quanto etici, per eventualmente passare poi a
sottoscrivere una determinata etica a preferenza di altre. Naturalmente
vi sono anche pensatori che negano che una meta-etica neutrale e del tutto
priva di implicazioni normative sia possibile. In questalinea troviamo un
autore di tendenze analitiche come Scarpelli che sottolinea la natura
prescrittiva di tutte le scelte a monte della costruzione di una
particolare meta-etica (Scarpelli,). Ma anche autori del filone
postanalitico come Hilary Putnam e Donald Davidson che negano la validità
dell'assun zione che distingue tra forma e contenuto, distinzione a monte della
tesi della neutralità delle teorie meta-etiche (H. Putnam, 1985; D.
Davidson, 1992). Questa controversia riguarda però più propriamente il
modo di intendere il lavoro filosofico e il modo di concepire le
relazioni e connessioni tra analisi concettuali e logiche e opzioni
valutative e normative e dunque in questa sede laasciamo da parte. Così
come non affrontiamo esplicitamente la questione di quale si debba
considerare l'oggetto proprio delle analisi meta-etiche. Se cioè esse
debbano vertere esclusivamente sulle parole e il linguaggio morale come ha sostenuto una parte dei filosofi di
questo secolo e specialmente gli esponenti della filosofia del
linguaggio ordinario come ad esempio Stevenson, Hare e Nowell-Smith, o possano
essere caratterizzate in modo meno ristretto. Più recentemente, ad
esempio, Bernard Williams ha suggerito di considerare come oggetto
proprio delle analisi sulla natura dell'etica in coerenza con una concezione più liberale
dell'analisi filosofica non solo i
discorsi, ma anche esperienze, azioni, emozioni ecc. (B. Williams, 1987).
Tenendo conto del livello generale di questo scritto potremo fare tesoro
di questa proposta liberalizzatrice e considerare come campo della meta-etica o
della meta-morale l'insieme delle diverse dimensioni della vita etica degli
uomini. La concezione dell'edonismo egoistico. La via più ovvia per identificare la natura
generale dei problemi che sorgono quando stiamo scegliendo o decidendo
tra differenti alternative che ci stanno di fronte è quella di sostenere che in
realtà siamo esitanti solo perché non ci risulta chiaro cosa ci conviene fare
di più. Ovvero lasciando da parte la
questione di una differenza tra le più specifiche caratterizzazioni di
che cosa intendiamo con la formula «ciò che ci conviene di più» -ciò su
cui stiamo deliberando è solo l'individuazione del corso di azione che farà
maggiormente il nostro proprio interesse, 0 ci darà più piacere o ci farà
guadagnare di più ecc. Questa concezione meta-etica riconduce quindi le
azioni in gioco in questa dimensione della nostra vita pratica all'interno
di un contesto che riguarda le azioni umane in generale: tutte le azioni
umane sono rivolte a ottenere il proprio personale piacere e a evitare il
dolore. Si tratta di una concezione che riconduce l'etica
all’interno di quel quadro dell’edonismo egoistico che con una certa approssimazione
interpretativa viene attribuito a
pensatori come Epicuro e Hobbes. Troviamo ad esempio che Hobbes negli
Elements of Law Natural and Politic (Elementi di legge naturale e
politica) sostiene: «Ogni uomo, dal canto suo; chiama ciò che gli piace
ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace; cosicché,
dato che ognuno differisce da un altro nella costituzione fisica, così ci si
differenzia l’uno dall’altro anche riguardo alla comune distinzione di bene e
male. Né esiste una cosa come l’agaton aplos, vale a dire il bene
assoluto» (Hobbes,). Questa concezione della natura dell'azione
umana in generale in realtà porta a negare che vi sia una dimensione
etica nella vita degli esseri umani. Infatti ci troviamo di fronte a una
posizione che propone di tradurre tutti gli enunciati 0 giudizi etici in
questioni che hanno a che fare esclusivamente con valutazioni, pro 0
contro una certa linea di azione, sulla base di un criterio esclusivo che
è quello del proprio personale tornaconto. La natura dell'etica non viene
certo caratterizzata in questa direzione da tutti coloro che presentano delle
teorie meta-etiche o meta-morali. Infatti al di lì delle diversità da un
punto di vista epistemologico, gnoseologico, psicologico 0 genetico,
tutte le diverse concezioni concordano nel presentare, in termini
contenutistici e sostantivi, il campo dell'etica come quello che ha a che
fare con scelte e valutazioni che hanno come punto di riferimento degli
obiettivi che vanno al di là del solo interesse personale.
Naturalmente una caratterizzazione dell'etica che insiste sulla natura
non interessata, imparziale e generale del punto di vista che essa
coinvolge pone come questione preliminare quella più propriamente
empirica e psicologica della possibilità che gli uomini effettivamente
agiscano mossi da motivazioni non strettamente egoistiche. Vedremo più
volte nelle pagine seguenti che una delle grandi questioni intorno a cui sono
convergentemente confluiti gli sforzi di melti pensatori è proprio quella
di riuscire a salvaguardare nel comportamento umano uno spazio per le
azioni mosse da ragioni etiche e dunque non strettamente egoistiche. In
questa sezione ci limitiamo dunque a fissare in via del tutto preliminare il
punto su cui convergono le diverse concezioni sulla natura dell'etica e
della morale di cui renderemo conto in questo paragrafo. In
modi diversi le numerose concezioni meta-etiche cercano di rendere conto
di un fatto considerato più o meno acclarato ovvero che nella vita degli
esseri umani esiste una sfera di azioni, scelte, valutazioni che è di
pertinenza dell'etica e della morale. Questa sfera ha a che fare comunque
con valori, principi, criteri, norme, regole che riguardano la condotta
degli uomini ove la si veda come non esclusivamente indirizzata verso la
realizzazione di obiettivi strettamente egoistici ponendosi dal punto di
vista di ciascuno degli agenti. Vi è cioè secondo le diverse teorie meta-etiche
che ora passeremo in rassegna una dimensione sovraindividuale e
intersoggettiva (se non addirittura universale) coinvolta nelle azioni umane e
che sarebbe appunto quella di pertinenza dell'etica. Sulla base di questa
premessa comune le meta-etiche si differenziano poi per il modo di rendere
conto di questa dimensione e conseguentemente delle vie per fondare e
giustificare scelte e giudizi etici corretti. 2.3. L'etica come
insieme di comandi divini. Una delle teorie
meta-etiche più antica e fortunata è quella che ritiene che al centro
dell’etica vi siano una serie di doveri e di obblighi che ricavano la
loro origine, validità e forza dal fatto di essere comandi di un’autorità
superiore. In genere poi all'interno di questa concezione meta-etica si
tende a identificare l'autorità i cui comandi vengono messi in pratica
nell'etica con una qualche divinità, si tratti del Dio di una delle
diverse religioni positive, o piuttosto l'Autore della Natura della
religione naturale, o ancora qualcuna delle divinità minori delle religioni
politeistiche. Nel mondo moderno una tale concezione meta-etica è
stata presentata nella forma più chiara dai teorici del giusnaturalismo
provvidenzialistico del XVII secolo e in particolare la si trova difesa
approfonditamente da Locke negli Essays on the Law of Nature (1660-1664,
Saggi sulla legge naturale). Si tratta di una concezione meta-etica che
proprio per il riferimento essenziale ai comandi di una autorità
sovrannaturale considera primarie e centrali per rendere conto di questo campo
della vita umana le nozioni di legge, obbligazione, dovere e mette, dunque, in
secondo piano altre nozioni quali quelle di buono, giusto, diritti, virtù
ecc. In questa prospettiva l'etica è poi strettamente connessa con la
religione. Infatti se tutto ciò che è in gioco nelle nozioni etiche è un
qualche comando o legge di un’autorità divina che rende obbligatori i
suoi dettami attraverso sanzioni a cui nessun essere umano può sfuggire allora
un'etica così intesa dipenderà fortemente dalla disponibilità di prove
dell'esistenza dell'autorità divina presupposta e andrà incontro a
insormontabili difficoltà nel momento in cui entra in crisi la credenza
nell'esistenza di un essere che trascende la natura. I fautori della concezione
che vede nell’etica una serie di comandi o leggi o ordini di una qualche
autorità divina, giunti a questo punto o riterranno scomparsa l'etica
dall'orizzonte della vita degli uomini 0 dovranno indicare una qualche autorità
terrena da cui fare dipendere la validità dei principi etici 0, infine,
dovranno abbandonare del tutto la metaetica che rende conto dei principi morali
come di comandi di una qualsiasi autorità. Una trasformazione del genere
fu al centro della riflessione di Hobbes portando inizialmente a una forma implicita
di positivismo giuridico. Ma più in generale guardando alla
riflessione morale dal XVII secolo ad oggi, con una qualche
semplificazione, si può rendere conto dell'etica moderna e contemporanea come
un processo di progressivo allontanamento della meta-etica in termini di
comandi di una qualche autorità distinta dal soggetto che sceglie, decide
o giudica eticamente. Laddove si istituisce il collegamento tra
l’etica e la legge divina si aprono le due diverse possibilità
dell’intellettualismo e del volontarismo. Chi ritiene che l’etica non sia
altro che un insieme di comandi divini può infatti ritenere che Dio
comandi ciò che è bene perché lo riconosce come tale oppure alla lucedi una concezione
volontarista può concludere che ciò che
è buono è tale proprio in quanto è Dio a volerlo. Non ci soffermeremo
sulle difficoltà presenti in queste due distinte vie teoriche. In
particolare l’intellettualismo sembra andare incon tro alta
difficoltà di rendere in qualche modo il bene precedente e superiore a Dio.
Viceversa il volontarismo si scontra con la teodicea ovvero con la
questione dell’esistenza del male nel mondo e dunque con la necessità di
ammettere un qualche limite alla potenza di Dio di fronte ad esso. Si può
ipotizzare che proprio le difficoltà incontrate
una narrazione di queste difficoltà si può trovare nei volumi di
S. Landucci e Scribano nel corso del
XVII secolo nel delineare in modo coerente e accettabile queste diverse
strategie per fare dipendere il bene morale dalla legge divina, hanno
segnato una delle cause del crollo della concezione meta-etica che stiamo
esponendo. Sulle macerie di questa concezione si sono andate consolidando
le meta-etiche che ritengono costitutiva per una ricostruzione adeguata di questo
campo il pieno riconoscimento dell'autonomia delPetica. Cerchiamo
di delineare sia pure sommariamente le principali argomentazioni che
giustificavano questo sforzo di ricondurre l'etica alla legge divina.
Nella sezione successiva ricostruiamo invece il tentativo di connettere
comunque l’etica ai comandi di un'autorità, non già però sovrannaturale, ma
solo terrena e positiva. Come si è detto la biografia
intellettuale di Locke è particolarmente significativa per chi sia interessato
a una riflessione critica sulle ragioni pro e contro un’etica del comando
divino. Lo sforzo di Locke era quello di conciliare questa
concezione meta-etica con ragioni che potessero essere accettate anche, al di
fuori della metafisica innatistica del pensiero medievale e cartesiano, da
chi si muoveva accettando un’epistemologia empiristica. Vi erano alcuni
vantaggi a favore di una concezione della morale e dell'etica come una
legge divina presente nella natura umana. Quest'impostazione permetteva
di risolvere in modo semplice le complesse questioni della motivazione propria
della condotta etica e dell’universalità ed eternità dei principi morali.
Locke mostra con chiarezza che questa concezione meta-etica veniva
abbracciata in defini tiva proprio in quanto permetteva di rendere conto
di un'etica in cui i principi venivano appunto considerati come eterni e
universali e obbligatori per tutti gli esseri umani. Infatti come
insistentemente ripete Locke e non
solo negli Essays on the Law of Nature, ma anche in An: Essay concerning
Human Understanding (1690, Saggio sull'intelletto umano) e negli scritti
pubblicati dopo il 1690
un'adeguata filosofia morale deve riuscire a delineare le condizioni che
rendono vincolante principi e regole, ovvero la legge naturale, per
tutti gli esseri umani in qualsiasi epoca. Ma il punto decisivo è che
l’obiettivo di una filosofia morale non è solo mostrare che un certo
principio è vincolante e obbligante, ma anche che ciò che esso ci comanda
va fatto perché noi ricoposciamo che è giusto. Tutto ciò possiamo realizzarlo
solo concependo la legge naturale al centro dell'etica come un comando di
Dio. Solo questo infatti garantisce che il comando sarà giusto, direttamente
presente în tutti gli esseri umani e vincolante in modo efficace in
quanto tutti sanno che qualsiasi defezione alla legge sarà punita da Dio
senza scampo in una vita eterna. Locke nella sua presentazione
della natura dell'etica come una legge naturale non solo si sforzava di
insistere sulla natura obbligante di questa legge facendola derivare da
un comando divino, ma di rendere possibile la conoscibilità di questa da parte
della coscienza umana senza doverla presupporre come innata o ammettere
un consenso universale non riscontrabile empiricamente. Proprio il fatto di
fare derivare la conoscenza della legge naturale da un processo che univa
senso e ragione portava Locke a considerare tale legge come costitutiva
della natura umana. Locke finiva dunque con il congiungere la concezione
che vede l'etica come il campo dei comandi divini con un’altra
concezione che vede piuttosto l’etica come l’esplicitazione di quelli che sono
i caratteri necessari della natura umana. Nelle sue analisi Locke non
distingueva tra due strategie radicalmente diverse, quella che concepisce la
legge morale naturale come un comando divino che ci viene direttamente
comunicato da Dio o da un suo interprete autorizzato e quella che invece vede
la legge naturale come qualcosa solo indirettamente scopribile
ricostruendo le leggi morali incorporate nella condotta umana.
2.4. L'etica come comando di una qualche autorità. L'insistenza sulla tesi che la natura
propria dell'etica può essere colta solo mettendo al suo centro principi morali
che sono obbliganti e vincolanti in quanto comandati è presente anche in un’altra
linea di caratterizzazione meta-etica e meta-morale. Si tratta di quella
concezione che, negata la possibilità di riconoscere una autorità
sovrannaturale e divina, mantiene pur tuttavia l'apparato concettuale
dell'etica religiosa per cercare di rendere conto in termini mondanizzati
della natura vincolante della morale. Questa strategia di traduzione
dell'etica del comando divino nella meta-etica che definisce comunque le
nozioni morali in termini di imperativi o comandi sia pure di una autorità
terrena e umana fu percorsa già nel corso del XVII secolo, ad esempio
secondo alcuni studiosi di etica da Hobbes. Ma l'interpretazione di
Hobbes in questo senso è controversa e dunque risulta dubbia la possibilità di
rendere conto della sua concezione della legge etica o morale considerandola
come una concezione che la riduce al comando di un'autorità positiva
riconosciuta. Né ritengo che, diversamente da quanto pensano altri studiosi di
storia dell’etica (ad esempio M. A. Cattaneo, 1962), una concezione del
genere si possa ritrovare nell'opera del fondatore dell’utilitarismo
Jeremy Bentham in quanto è chiaro da un punto di vista concettuale che
per un utilitarista il criterio decisivo dell'etica non è il rinvio a
qualcosa che è comandato secondo procedure riconosciute idonee ma direttamente a ciò che è accettabile in
termini di utilità generale. Tale concezione può dunque essere più
correttamente attribuita ad autori come John Austin o, per venire al
secolo XX, ai sostenitori del positivismo giuridico come Hans Kelsen. Si tratta
di una concezione legalistica dell'etica; ciò che ha una validità etica può
essere obbligante solo se vi è un’autorità che è in grado di fare
rispettare, con opportune sanzioni, la legge o le regole codificate. Tale
impostazione non solo esige una qualche codificazione dell'etica, ma
richiede anche che vi sia una autorità in grado di fare rispettare i suoi
decreti. Numerose sono le obiezioni che sono state mosse a questa
concezione legalistica dell’etica e in generale a una concezione come quella
che sarà sviluppata sistematicamente dal positivismo giuridico che tenta di
ricondurre la totalità del valore etico ai comandi di un'autorità positiva in
grado di fare rispettare con l'uso della forza i suoi decreti. Già nel XVII
secolo viene messa a punto un’ampia batteria di critiche. Esse rendono
difficile accettare questa concezione come in grado di spiegare la natura
dell’etica in generale e finiscono con il delimitarne la portata esplicativa,
eventualmente, al solo diritto positivo strettamente inteso (cfr. infra,
$ 6.2). Ricordiamo alcune di queste critiche. Il punto
decisivo sta nel fatto che ricondurre l'etica a un insieme di comandi non
permette di discriminare come ha
mostrato nel dettaglio ad esempio F. Snare (Snare) tra tre situazioni
che sono concettualmente distinte. 1) Una posizione è quella di chi
accetta un comando in quanto teme l'eventuale sanzione di chi promulga il
comando, ovvero quella di chi considera il comando obbligatorio e
vincolante in quanto prevede che chi lo ha emesso ricorrerà a una forza
efficace coercitiva per farlo rispettare. 2) Completamente diversa è poi la
posizione di chi accetta un comando in quanto riconosce un'autorità a chi
promulga il comando. In questa posizione ricadono non solo i fautori di cui abbiamo già detto nella sezione
precedente di un legalismo religioso
alla Locke che vedono il comando divino come obbligante non potendosi
non avere «fiducia» nell’autore della natura che non può regolarsi in
modo diverso da quello proprio di un padre buono. Vi ricadono anche i fautori
del positivismo giuridico (per una presentazione ed una critica di questa
posizione sono utili Bobbio, 1965; Scarpelli, 1965} che ritengono di non
potere non obbedire alle leggi promulgate da un'autorità che riconoscono
come legittima in quanto rispetta le procedure costituzionalmente previste per
promulgare leggi. 3) Infine del tutto diversa è la posizione di coloro che
accettano un comando in quanto discriminano tra comandi giusti e comandi
ingiusti e dunque rispettano le leggi del loro paese fino a quando le
considerano eticamente accettabili. Si tratta di tre situazioni ben distinte e
una meta-etica che non riesca a mantenere autonoma l'obbligatorietà
della morale dalla mera accettazione di un comando legittimo o dal timore di
una qualche sanzione data da un potere che ha la forza di costringerci
risulta una meta-etica inadeguata. Le critiche alle concezioni
religiose o legalistiche della natura dell’etica sono una chiara via pet
giungere a cogliere l'autonomia dell'etica. L'autonomia che così viene in
primo piano è quella di decisione di ciascun soggetto individuale
responsabile. L'etica ha a che fare con decisioni autonome di individui che non
possono ritenere risolti i loro problemi meramente facendo appello a una
qualche autorità che comanda loro che cosa fare. In realtà resta sempre
aperta da un punto di vista etico la domanda che conta ovvero se obbedire o
meno al comando riconoscendolo giusto. Il senso peculiarmente etico di tale
domanda ci si rivela laddove comprendiamo che con essa ci si chiede non
tantose l'autorità che ci sta di fronte sarà in grado di scoprirci o
punirci ove non rispetteremo i suoi comandi, quanto piuttosto se il
comando è giusto o meno, ovvero se è o no moralmente accettabile.
Le concezioni legalistiche dell'etica e il positivismo giuridico non
riescono dunque a discriminare tra potere giusto e ingiusto. Collocandosi
al loro interno non trovano una spiegazione tutte le situazioni su cui ha molto insistito Ronald Dworkin
(Dworkin, 1990) nella sua critica al riduzionismo metaetico del positivismo
giuridico quali quelle in gioco quando
ci si rifiuta di obbedire a un comando ingiusto (le forme di totalitarismo
del XX secolo hanno di continuo fatto sorgere per gli esseri umani
dilemmi del genere}. Ma più in generale partendo da una concezione
meta-etica del genere non si riesce a spiegare proprio la genesi di istituzioni
quali la giustizia e il governo. Naturalmente intendiamo riferirci a una
genesi che cerchi sul piano logicocritico le ragioni della validità morale di
un certo governo e della giustizia, non già a una genesi che si contenti
di qualche risposta di ordine storico 0 fattuale. Le concezioni che
riconducono la validità dei principi morali a comandi vincolanti dati da una
qualche autorità tendono infatti a considerare che l'unico problema in
gioco laddove ci interroghiamo sulla genesi della validità del potere di un
certo governo o di determinate regole di giustizia non è altro che il
mero interrogarsi sul fatto storico se questo governo esiste o meno e se
queste sono o meno le leggi che vigono nel nostro paese. Chi
riduce l'etica ai comandi di una qualche autorità non riesce più a rendere
conto del perché distinguiamo tra governi e leggi giuste e governi e
leggi ingiuste. In questo quadro legalistico non ha nemmeno molto senso
porsi il problema, che pure sembra centrale per l'etica moderna e
contemporanea, dello spiegare quali sono le basi per cui si debba
obbedire a una qualche norma anche quando si sa che non c’è nessuna
autorità in grado di osservare il nostro comportamento e dunque premiarci o
punirci per la nostra fedeltà o la nostra defezione. Se l'unica validità di una
legge etica è data dalla forza che chi la comanda ha di farla rispettare, è
evidente che non c’è nessuna ragione di seguire una norma etica quando
l’autorità non è in condizione di raggiungerci con le sue sanzioni,
Questa concezione meta-etica dunque non solo non spiega il passaggio da
una situazio ne priva di etica a una in cui vi è un qualche principio
etico, ma finisce con il lasciare sempre aperta
in definitiva come fisiologica e legittima la possibilità di defezionare dai comandi
dell'etica ove si sia in condizione di sfuggire al controllo
dell’autorità che li ha promulgati. 2.5. L'etica come legge
naturale 0 razionale. Un'altra
concezione sulla natura dell'etica che ha una lunga storia dietro di sé è
quella che identifica il bene e il giusto con ciò che è naturale per gli
uomini ovvero con ciò che è razionale per essi. Le derivazioni della
morale in termini di ragione umana e in termini di natura umana
rappresentano certamente due diverse concezioni meta-etiche se le si vede
da un punto di vista contenutistico; infatti è ben diverso presentare come un
tratto definiente del bene e del giusto la natura o la ragione umana. Per
una lunga parte della storia dell’etica però le due vie sono state fatte
coincidere e fino al XVII secolo la natura umana è stata appunto presentata
principalmente come natura razionale. Solo nel XVIII secolo si sono
andate divaricando le due diverse strategie che hanno ricondotto l’etica
o ad aspetti della natura umana non strettamente razionali (i sentimentalisti
e Hume) o proprio alla parte razionale in quanto non influenzata da
desideri e passioni (Kant). Per quanto riguarda queste concezioni che
riconducono l'etica alla natura o alla ragione umana va rilevato che
diversamente da quanto accade nel caso dell'etica del comando divino la
definizione del campo proprio del bene e del giusto non viene data rinviando a
realtà al di sopra o al di là degli esseri umani, quali sono appunto i
comandi di un Essere Supremo. Ci troviamo infatti di fronte a concezioni
che ritengono di potere rendere conto del campo della morale ricavandolo
integralmente da ciò che è interno all’universo della vita umana. Si viene così
a superare una concezione eteronoma dell'etica nel senso di una
concezione che rinvia a qualcosa che è al di sopra o al di fuori della natura
e ragione umana. Non tutte però le concezioni che collegano l'etica alla
natura o ragione umana e che potremmo
caratterizzare in un senso molto generale come naturalistiche o
immanentistiche ne riconoscono
pienamente l'autonomia, e non mancano fino al XVIII secolo concezioni
riduzionistiche che tendono ad assimilare l'etica a tratti generali della
vita o della natura umana niente affatto peculiari. Alle concezioni metaetiche di
Hume e Kant possiamo fare risalire il pieno riconoscimento dell’autonomia
dell’etica pure nell’alveo di spiegazioni che fanno ricorso alla natura o
alla ragione umana. Nel senso più radicale di collegamento dell'autonomia
dell'etica con le scelte e le decisioni individuali dobbiamo invece guardare
a un processo che si è sviluppato solo nel XIX e XX secolo.
Cerchiamo di individuare i tratti distintivi di questa concezione
meta-etica o meta-morale rendendo brevemente conto delle tradizioni che
l'hanno maggiormente sviluppata. In primo luogo la tradizione naturalistica che
ha guardato e guarda tuttora all'etica nei termini metafisici e ontologici
propri della filosofia di Aristotele con le trasformazioni e
manipolazioni più o meno profonde operate dalle filosofie tomistiche e
neotomistiche. In secondo luogo la tradizione razionalistica che possiamo
fare coincidere con il giusnaturalismo razionalistico del XVII secolo. Come si
è detto vanno tenute distinte da queste due strategie meta-etiche che
potremmo caratterizzare come riduzionistiche quelle che pur rinviando alle
nozioni di natura o ragione umana riconoscono uno spazio del tutto autonomo per
la morale o l'etica. Così va considerata a parte la forma di naturalismo
presente nelle opere di Hume che riconosce nell’etica una dimensione del tutto
peculiare della vita umana della quale non si può rendere conto nei
termini di una generale ricostruzione ontologica e metafisica della natura
umana complessivamente intesa. Va ugualmente tenuta distinta dalle concezioni
riduzionistiche dell'etica la ricostruzione che della morale realizza Kant. Infatti
questi, pur ammettendo lo stretto collegamento tra razionalità ed etica,
salvaguarda l'autonomia del campo della morale distinguendo nettamente
tra il piano della ragione pura conoscitiva e quello della ragione
pratica. Presenteremo dunque quattro distinte caratterizzazioni
dell'etica: nel senso di un giusnaturalismo ontologizzante e metafisico;
nel senso dell’estrinsecazione di un'unica Ragione ontologicamente radicata;
nel senso di un collegamento con una natura umana universalmente intesa al cui
interno si cercano però tratti che consentano di salvaguardare l'autonomia del
campo della morale; e infine nel senso dell'estrinsecazione di una
razionalità pur sempre sovrastorica e universale ma che viene connotata
in una dimensione specificamente pratica distinta da altre dimensioni.
In Aristotele troviamo chiaramente formulata la tesi che la virtà e il
bene consistono per gli uomini nel realizzare il comportamento che è
proprio della loro natura. L'essere umano è dunque naturalmente etico
(come del resto è naturalmente politico), e l'etica nella sua realtà può
essere derivata solo dalla conoscenza dell'essenza stessa della natura
umana. Una prospettiva che tra l’altro rende praticamente impossibile
distinguere il piano dell’analisi metaetica da quellodelle analisi normative:
identificare lo spazio dell'etica coincide con l’identificare il bene che
gli esseri umani sono naturalmente inclini a riconoscere. Nell’Etica Nicomachea
(Aristotele, 1979) Aristotele presenta la più chiara formulazione di una
concezione che ricava la definizione dell'etica dalla definizione della
natura umana. L'elenco delle virtù umane e la loro gerarchia viene infatti
derivata da una preliminare conoscenza di quella che è la natura
sostanziale dell'uomo. Anche se in Aristotele si riconosce come propria
della vita pratica una dimensione di indeterminatezza e probabilità che
la rende del tutto diversa dal sapere teorico in cui si possono attingere
sia la certezza, sia la conoscenza dimostrata, poi non troviamo tale
indeterminatezza quando si passa a delineare i fondamenti dell'etica. Che
per gli uomini la virtù somma stia nella vita contemplativa e che
la giustizia rappresenti la virtù suprema della vita associata viene
derivato logicamente dalla definizione dell'essenza dell’uomo come appunto
animale razionale propriamente adatto al sapere teorico e al vivere in
società. Vi è nell’etica aristotelica non solo una derivazione della
definizione dell’etica da quella che si ritiene la natura essenziale e
sostanziale dell'uomo, ma anche una particolare strategia teleologica per
rendere conto della vita etica in modo tale da salvaguardare l'impianto
dinamico e progressivo della vita pratica. In Aristotele infatti il bene
per l’uomo e quindi l'orizzonte di realizzazione dell'erica non rinvia a
qualcosa di già dato e posseduto, ma richiede piuttosto l'impegno
dell'uomo a realizzare quello che è lo scopo ad esso più proprio.
Questo impianto teleologico dell'ontologia aristotelica permette alla
filosofia di Aristotele di venire riproposta nel tomismo e nel neotomismo
come struttura portante della concezione mediante cui il cristianesimo
elabora il suo peculiare tentativo di ridurre l’etica alla natura umana
(si veda Maritain, 1971). Nella tradizione cristiana non è necessario
percorrere la strategia che riduce l’etica direttamente ai comandi
divini: si può infatti percorrere anche la strada che vede la natura
umana come di per se stessa fornita di caratteri etici imprescindibili.
L'Autore della Natura con la sua bontà e provvidenza ha creato la natura
umana in modo tale da fornirla intrinsecamente di quel particolare te/os che le
permette di realizzarela felicità e i risultati migliori per gli uomini.
Realizzare i fini propri della natura umana diventa così un comandamento anche
per la religione cristiana in quanto appunto nella n atura umana sono
rintracciabili chiaramente i tratti distintivi propri della vica etica. Ciò
che è innaturale risulta negativo e malvagio e nello stesso ordine naturale
delle cose possiamo rintracciare la regola di ciò che è buono e
giusto. Ma questa via di ricondurre l'etica a qualche tratto tipico
della natura umana viene percorso nel pensiero moderno e contemporaneo
anche su basi diverse da quelle metafisiche e ontologiche proprie
dell'etica aristotelica. Se il carattere comune în base al quale
caratterizziamo una meta-etica come naturalistica è quello di ricondurre i
tratti distintivi dell'etica a qualcosa che è peculiare della natura umana
allora numerose meta-etiche naturalistiche sono state presentate
anche dal Seicento in avanti. Ma queste forme moderne e contemporanee di
naturalismo rifiutano poi di irrigidire la natura umana alla luce di una
concezione sostanzialistica e di conseguenza non percorrono la strada che
presenta l'etica come qualcosa di ontologicamente o concettualmente necessario
per una definizione della natura umana ed evitano anche di ricorrere alla
strategia finalistica 0, nella versione cristiana, provvidenzialistica,
per fondare il campo della morale. Presentiamo alcune di queste
meta-etiche naturalistiche delineate nella cultura moderna econtemporanea
e alcune critiche ad esse mosse. Abbiamo un filone di meta-etiche
naturalistiche, inaugurato dalla filosofia di Anthony Ashley Cooper
Shaftesbury, che pone al centro dell'etica un qualche istinto 0 sentimento
originario e irriducibile ad altro: un «senso morale» proprio di tutti
gli esseri umani, Qui ci troviamo non solo di fronte a una meta-etica
chiaramente immanentistica, ma anche a una con cezione che non
deriva la definizione dell’etica da una caratterizzazione di tipo
essenzialistico della natura umana, ma da una ricognizione empirica degli
esseri umani. Resta poi vero che attraverso questa procedura empirica si
ritiene di potere individuare qualcosa che è comune a tutti gli uomini e quindi
come tale proprio della natura umana e almeno nel caso di Shaftesbury, e
dopo di lui di Francis Hutcheson, anche qualcosa di originario. Va
sottolineato che l'etica viene qui collegata alla disposizione da parte
degli uomini a reagire alle cose del mondo sulla base di qualche
sentimento o senso piuttosto che in termini meramente intellettuali o
razionali. Ancora per tutto il secolo XVILI vi è stata una metaetica
riconducibile a una forma di naturalismo sentimentalistico. L'etica infatti ha
a che fare con sentimenti e emozioni proprie di tutti gli uomini
anche, ad esempio, per Hume e Smith. Nel caso di Hume tale
caratterizzazione in termini naturalistici dell'etica risulta temperata,
sia dalla portata complessivamente ipotetica delle sue spiegazioni filosofiche,
sia dal presentare i sentimenti e le emozioni proprie dell’etica come in larga
parte non originarie, ma piuttosto come il risultato di un processo
artificiale di sviluppo della natura umana. Di conseguenza da una parte
l'etica si presenta come qualcosa che ha a che fare con un
risultato artificiale e non originario della vita umana, ma
dall'altra questo stesso artificio è presentato come del tutto naturale per
gli uomini nel senso che Hume ne ricostruisce la genesi ricorrendo a
cause naturali. Tale concezione naturalistica è stata così vista ad esempio da Ruse come un precedente
di quella evoluzionistica elaborata da
Darwin e che si trova sviluppata poi a un livello filosofico (non privo
di inclinazioni assolutistiche) in Herbert Spencer. Nel naturalismo
evoluzionistico l’etica viene considerata come un insieme di istinti e
abitudini cooperative acquisite dagli uomini nel corso dell’evoluzione, ma una
derivazione evolutiva dell’etica non esclude che essa venga
considerata specialmente laddove
si insiste sulle sue radici biologiche
come propria di tutta la specie umana. ‘Tutte queste diverse
forme di meta-etica naturalistica sono state sottoposte a critiche
radicali lungo due linee convergenti, tra la fine del XIX secolo e la
prima metà del XX. Da una parte si èobiettato, come ad esempio fa J. $.
Mill nel primo dei suoi Three Essays on Religion (1874, Tre saggi sulla
religione) dedicato alla natura (Mill, 1972: 13-52), mostrando
la vaghezza e genericità della nozione di natura che come tale è del
tutto incapace di fornire un qualche criterio preciso per avere a che fare con
i problemi etici, dato che sta le azioni più crudeli sia quelle più
generose rientrano nella Natura latamente intesa. Dall'altra si è obiettato,
come fa ad esempio G. E. Moore nei Prircipia Ethica (Moore, 1964: 91-120)
che da un punto di vista logico econcettuale il naturalismo cade nella
cosiddetta «fallacia naturalistica» riducendo appunto a naturale ciò che
non lo è (cfr. oltre $$ 3.4 e 3.11). Malgrado queste critiche nel
XX secolo concezioni naturalistiche dell’etica sono state pur tuttavia
riproposte, sia in termini evoluzionistici (ad esempio nel caso della
sociobiologia, specialmente da E. Wilson, 1975), sia attraverso forme
aggiornate di neoaristotelismo (ad esempio P, Foot, 1978 e A. Mac.
Intyre, 1988). In contrasto con queste meta-etiche naturalistiche
vanno viste quelle concezioni che rendono conto dell’etica non tanto
riconducendola alla natura umana, in generale, quanto piuttosto
collegandola strettamen te, in modo più specifico, con la ragione
umana. Tale strategia è stata percorsa lungo due di. verse linee, Da una
parte i razionalisti etici del XVII secolo, quali ad esempio i
giusnaturalisti Ugo Grozio e Samuel Pufendorf, consideravano questa ragione
umana come una facoltà ontologicamente garantita in grado di cogliere
l'essenza stessa dell’uomo e dunque i suoi obiettivi più propri (Bobbio,
1963). Questa concezione della ragione è rintracciabile anche alla base
dei numerosi tentativi nel corso del XVII secolo di dare vita a un'etica
dimostrata, un compito verso cui tendono pensatori per altri versi molto
differenti quali ad esempio Hobbes, Baruch Spinoza, Locke e Samuel Clarke.
L'idea era quella di presentare una morale che derivasse le leggi del
comportamento umano da principi o auto-evidenti, o assunti comevalidi per
definizione, o radicati nella struttura metafisica del mondo.
Il razionalismo etico è stato però successivamente elaborato anche al
d i fuori di questo quadro metafisico, essenzialistico o
dimostrativo. Questa è ad esempio la strategia percorsa nel modo più
rigoroso ed approfondito da Kant nella Kritik der praktischen
Vernunft (\788, Critica della ragion pratica), ma poi ampiamente
ricorrente nella storia dell'etica contemporanea. Nel caso di Kant
l'etica ha a che fare non più con la struttura essenziale del mondo,
quanto piuttosto con la forma pura della razionalità umana. Kant precisa
anzi, salvaguardando la sua meta-etica dalla critica di ridurre il
dovere al fatto, la morale alla scienza, che la ragione di cui egli
tratta nell'etica non è la ragione pura conoscitiva ma è la ragione
pratica. L'etica secondo Kant non ha un contenuto diverso dai principi
generali che presiedono alla possibilità stessa di una razionalità
pratica per gli uomini, ed è in questo senso che l'etica ha a che fare
con una dimensione trascendentale che riguarda la volontà umana in generale.
L'etica fissa e precisa le leggi che presiedono al funzionamento di
qualsivoglia volontà umana che non si proponga questo o quell'obiettivo
particolare, ma piuttosto di conformarsi alla sua struttura generale. L'etica
rende così esplicita la struttura categoriale della razionalità pratica
umana. Vedremo nel paragrafo 4.6 quali sono i contenuti normativi precisi
a cui Kant giunge muovendo da questa concezione meta-morale; qui ci limitiamo a
sottolineare alcuni tratti della meta-etica kantiana. Nel caso
della caratterizzazione della natura della morale fornita da Kant risulta
del tutto salvaguardata l'autonomia dell'etica rispetto alle dimensioni
della conoscenza empirica e della fede religiosa (Landucci, 1993): la
razionalità pratica umana è infatti in grado da sola di fondare la validità della
vita morale. Anzi nella concezione kantiana gli stessi contenuti
principali della religione sembrano presentarsi come risultati dell’azione
della razionalità pratica umana in quanto suoi postulati che garantiscono la
validità della vita morale. Nell’approccio kantiano l’esigenza di non ridurre
l'etica a qualche altra cosa viene dunque salvaguardata sia attraverso
l'affermazione della netta distinzione tra ragionpura conoscitiva e ragion pura
pratica, sia con la negazione della riconducibilità dell'etica a sentimenti ed
emozioni naturali degli uomini. Rifiutando di assumere un qualsiasi
sentimento o emozione particolare degli uomini come in grado di rendere conto
della natura della morale, Kant ritiene anche di poter
giungere a garantire l'universalità della legge morale. Questa teoria
meta-etica ha come sua conseguenza un pregiudiziale rifiuto rigoristico di
considerare come bene una qualunque cosa che possa soddisfare un sentimento,
un'emozione 0 un desiderio individuale. Malgrado l'impegno con cui
Kant si è sforzato di salvaguardare l’autonomia dell’etica non sono mancate nei
confronti della sua meta-etica le critiche di coloro che vi trovano una
forma di riduzionismo non diversa da quella presente nell’etica naturalistica.
Si insiste dunque che in Kant il dovere etico è ridotto a quella che è la
legge e la struttura della volontà. E ancora che nei suoi scritti vi è la
riduzione di tutte le ragioni pratiche dei singoli esseri umani finiti a
una razionalità universale e assoluta. Si rileva poi che l’uso di una nozione
come quella di trascendentale è una traccia del permanere di tentazioni
di tipo ontologizzante ed essenzialistico. Va segnalato che come avremo modo di documentare
ulteriormente l’impostazione kantiana ha
avuto comunque una grande fortuna nel corso del XX secolo. Autori su posizioni
filosofiche molto diverse quali ad
esempio J. Rawls, H. Putnam, K. O. Apel la ripropongono in nuove vesti.
La tendenza è quella di depurare l'imposta» zione kantiana dalle
tentazioni di ordine metafisico e considerare l'etica come qualcosa che
ha a che fare non tanto con la struttura di fondo della razionalità
pratica quanto con le condizioni stesse della comunicazione umana in generale o
con le presupposizioni della vita civile. Coloro che elaborano il modello
della razionalità pratica kantiana giungono così per quanto riguarda la
natuta dell'etica a conclusioni non molto diverse da quelle raggiunte da
alcuni teorici del prescrittivismo non cognitivistico di cui renderemo
conto nella prossima sezione. 2.6. L'etica come prescrizione
universalizzabile. Nel corso del XX
secolo il tipo di concezione dell'etica che ha avuto la prevalenza è quella
preoccupata principalmente di rendere conto della vita morale in modo tale da
segnarne una netta autonomia e differenziazione rispetto al piano della
conoscenza empirica e scientifica; potendosi oramai ritenere già del tutto
acquisito, sul piano teorico, il processo che ha portato a segnare il
distacco dell’etica dalla religione. La distinzione dell'etica rispetto
al campo della scienza e della conoscenza empirica è stata poi tracciata
su basi molto diverse, rimanendo dunque costante la tendenza a definire
la natura dell'etica come campo del tutto irriducibile e peculiare della
cultura umana. Così Moore consolida in modo definitivo la
tendenza a segnare una completa autonomia dell'etica rispetto alla conoscenza
empirica 0 metafisica, anche se poi egli legava le principali nozioni etiche
con una forma di conoscenza intuitiva del tutto peculiare. Conclusione
quest'ultima che verrà rifiutata da coloro che più rigorosamente
negheranno che l'etica abbia a che fare con una forma qualsiasi di
conoscenza, ovvero da quei teorici del non-cognitivismo preoccupati
piuttosto di salvaguardare la dimensione prevalentemente normativa o
prescrittiva al centro della morale. Ma la soluzione di Moore era quella
di indicare nelle proprietà oggetto dell’intuizione etica ovvero nel bene e nel dovere delle proprietà del tutto uniche e
irriducibili ad altri tipi di proprietà naturali, presentandole quindi come
peculiari e indefinibili qualità non-naturali. Tutte le meta-etiche che non
avevano riconosciuto l’indefinibilità e l'irriducibilità delle proprietà etiche
secondo Moore avevano compiuto, in generale, l'errore logico da lui
chiamato «fallacia naturalistica», errore consistente prima di tutto nel
ridurre ciò che non è naturale al naturale. Su basi diverse
all'analoga conclusione dell’affermazione di una netta distinzione tra
conoscenza empirica o scienza e ambito della morale arriveranno anche
quei neo-positivisti che —— come ad esempio Alfred Jules Ayer in Language,
Truth and Logic (1946, Linguaggio, verità e logica) — allargavano la loro
analisi verificazionista del discorso fino a presentare conclusioni a proposito
della natura dell'etica. La tesi generale di Ayer era quella dell'impossibilità
di rend ere conto dei giudizi morali con le stesse concezioni esplicative
che rendono conto delle normali asserzioni empiriche e scientifiche. Ma
Ayer non si limitava a tracciare una distinzione tra l'ambito delle
asserzioni empiriche e l'etica. Egli infatti concludeva sulla base della
generale teoria del significato accettata dai neo-positivisti — secondo
la quale solo le proposizioni empiricamente verificabili, sia pure in linea di
principio, hanno un significato — che l'autonomia dell’etica è data dal
fatto che i suoi enunciati, proprio per l’uso di nozioni quali buono,
giusto e dovere non sono verificabili in termini empirici e dunque sono
privi di senso. Ayer non si limitava però alla conclusione negativa, ma
aggiungeva anche una caratterizzazione in positivo dell’etica. Ayer infatti
riconosceva alle proposizioni dell'etica un ruolo loro proprio: quello di
esprimere le emozioni di chi parla e di suscitare emozioni in chi ascolta.
Proprio sulla base di questa caratterizzazione emotivistica della natura
dell'etica Ayer finiva con il sostenere sul piano epistemologico che non
esistono modi razionali per cercare di superare il disaccordo in morale
(cfr. srfra, $ 3.9). Anche Stevenson salvaguardava in Ethics and
Language (1944, Etica e linguaggio) l'autonomia dell'etica collegandola agli
atteggiamenti, mentre le altre specie di discorso hanno a che fare
principalmente con le credenze. Gli strumenti teorici generali di Stevenson
erano però quelli del pragmatismo e non già quelli del neopositivismo, e
proprio perciò permettevano di delineare una ricostruzione meno
rinunciataria e negativa del discorso etico. Infatti secondo Stevenson
l’etica è costituita da un insieme di giudizi in cui chi parla espone
appunto i propri atteggiamenti e cerca di provocarne di analoghi anche
negli altri. Rispetto all'analisi riduttiva di Ayer, in quella
dell’«ernotivismo moderato» di Stevenson viene riconosciuto il ruolo peculiare
del discorso etico come pienamente significante sia pure collocandolo su
dì un piano non conoscitivo. Rispetto al neopositivismo (ma anche
all'intuizionismo di Moore) il punto di svolta sta nel riconoscimento che
non solo le conoscenze sono significanti. Rispetto a quanto era stato fatto
dalla riflessione meta-etica precedente quello che per Stevenson e i non-
cognitivisti diventa centrale non è solo riuscire a rendere conto di quanto
l'etica sia distinta dalla conoscenza, ma anche specialmente dello
stretto collegamento che essa ha con l'azione e la pratica effettiva. Su
questo piano diventa prioritario nella riflessione meta-etica la salvaguardia
della distinzione tra l'è di cui appunto si occupa la conoscenza e il
deve che è di pertinenza della morale. I fautori della meta-etica
non-cognitivistica si impegnano particolarmente lungo una linea analitica
rivolta a rendere esplicito il collegamento del discorso etico con l’azione
fissando in termini di regole precise e non già di espressione di emozioni
questo ruolo del linguaggio umano. In questa direzione sono stati
elaborati numerosi tentativi di caratterizzazione. Tutta la riflessione europea
sull'analisi del linguaggio morale nel periodo successivo alla fine della
seconda guerra mondiale è dedicata principalmente a questo obiettivo.
Rendiamo qui conto della più fortunata tra le concezioni
non-cognitivistiche, quella di Richard Mervyn Hare, già delineata fin dal 1952
con The Language of Morals (Il linguaggio della morale) e poi ripresa e
sviluppata, prima sul piano epistemologico nel 1963 con Freedom and
Reason (Libertà e ragione) € poi su quello normativo nel 1981 con Mora!
Thinking. Its Levels, Method and Point (Il pensiero morale).
Secondo Hare l’etica è caratterizzata dalla presenza di nozioni la cui
funzione è tale che non può trovare realizzazione in nessuna altra parte del
discorso umano: la funzione propria del discorso etico è quella di dare voce
a «prescrizioni universalizzabili soverchianti». Tutti questi tratti
dell'etica vengono spiegati dettagliatamente da Hare nei suoi scritti. Le
impostazioni filosofiche generali di L. Wittgenstein e di J. L. Austin gli
forniscono gli strumenti per dare corpo alla sua meta-etica. Con il
sottolineare la natura prescrittiva dell'etica Hare salvaguarda quello stretto
collegamento delle nozioni morali con le azioni effettive di chi esprime
una propria posizione e di chi ascolta. Si tratta di quel nucleo proprio
dell’etica per cui essa è necessariamente collegata con una qualche motivazione
ad agire, e per cui si imparenta con i comandi e con gli imperativi e
include il ricorso alle nozioni di dovere e obbligo. Si tratta appunto di
quel nucleo prescrittivo che veniva perso di vista da quelle concezioni
meta-etiche quali l'intuizionismo
sostenuto da Moore che tendevano
invece a rendere conto dell'autonomia e specificità della morale in
termini di una conoscenza peculiare. In realtà l'etica non è in alcun
modo una conoscenza di ciò che è, ma è un insieme di prescrizioni rivolte a ciò
che deve essere. Un altro punto importante della concezione
meta-etica di Hare è quello che insiste sul farto che i nostri discorsi
morali non solo sono prescrittivi, ma in realtà trasmettono prescrizioni
universali, ovvero prescrizioni che si ritengono valide per tutti i casi
simili. Il riconoscimento di una universalizzabilità dei giudizi morali
così come affermata dalla meta-etica non-cognitivistica vuole rendere
conto di un'esigenza peculiare di coerenza e strutturazione propria della vita
morale, per cui i giudizi dell'etica si distinguono dai giudizi di gusto
0 di preferenza relativamente ai quali tale esigenza non viene abitualmente
fatta valere. Una distinzione tra giudizi morali e giudizi di preferenza
della quale invece non riuscivano a rendere conto le meta-etiche emotivistiche.
Attraverso questa via dell'universalizzabilità Hare e i non-cognitivisti
recuperano e includono nelle loro spiégazioni un tratto dell'etica che è
stato fortemente richiamato e sottolineato da Kant ed è centrale per coloro
che ne riprendono la concezione della morale. Non diversamente come un
tentativo di rendere conto di un'etica che ha molti dei tratti della
moralità così come già la presentava Kant, va visto l'ultimo carattere
che Hare riconosce come proprio dell’etica nel suo modello
non-cognitivistico: il fatto di essere soverchiante. Ciò significa riconoscere
che l'etica è costituita non solo da prescrizioni universalizzabili, ma anche
che in quanto «soverchianti» sono gerarchicamente preordinate rispetto ad altre
prescrizioni. Il non-cognitivismo di Hare è stato ampiamente
discusso nella seconda metà del secolo XX come tentativo fertile di
cogliere la natura propria dell'etica, La concezione dell'etica come insieme di
prescrizioni universalizzabili soverchianti è stata fatta propria anche
dai teorici tedeschi dell'etica del discorso come K. O. Apel e J. Habermas
(Apel, 1977; Habermas, 1985). Non sono mancate le critiche a questa
concezione che è stata considerata
ad esempio da B. Williams (1987)
non tanto come una spiegazione o un’analisi neutra di quella che è
l'etica per noi, quanto piuttosto come una posizione che cerca di imporre
una ben precisa concezione, rigida e superata, della moralità. Altre
critiche hanno rilevato come tale meta-etica sembri volere negare, sul piano
logico, la possibilità invece del tutto
aperta a ogni essere umano di
restare al di fuori di una vita etica così intesa. Hare ha cercato di
rispondere a questo ultimo tipo di critiche precisando che la sua tesi non
sostiene che non si può fare a meno di sottoscrivere nel corso della propria
vita prescrizioni universalizzabili soverchianti, quanto piuttosto che
non si può rendere conto in modo logicamente corretto della natura
dell'etica e della morale fuoriuscendo da questo quadro
esplicativo. Altri problemi aperti riguardano dimensioni ulteriori
della meta-etica noncognitivistica e avremo occasione di fermarci su di essi
nei prossimi capitoli. Proprio in quanto la meta-etica non-cognitivistica
si presenta, secondo chi scrive, come quella più adeguata e fertile si
tratterà di completarne l'esame affrontandone anche le altre
implicazioni, relative alla genesi dell’etica (cfr. $ 3.10), alle forme
argomentative ad essa proprie fcfr. $$ 3.9 e 11) e ai suoi eventuali
suggerimenti normativi (cfr. $ 4.7). 2.7. La negazione dell'etica:
libertà e determinismo. Nel rendere
conto delle posizioni che si sono occupate in generale della natura
dell'etica dobbiamo soffermarci su quelle concezioni che hanno negato che in
realtà vi sia uno spazio per le scelte etiche degli uomini. Per quanto
riguarda queste posizioni molto
differenziate e sempre più diffuse nel secolo XX distinguiamo tra coloro che negano
decisamente che gli uomini possano mai agire realmente in modo libero e
dunque essere imputabili di una qualche respon. sabilità, e le posizioni
che invece, pur ammettendo che gli uomini possano agire liberamente,
negano che possano essere effettivamente motivati dalla ricerca di obiettivi
non strettamente personali. Le negazioni dell'etica dell'ultimo tipo nascono da
quelle teorie psicologiche che non ammettono che gli esseri umani possano
essere mossi ad agire da prospettive imparziali o valori più o meno
universali. Le concezioni che negano qualsiasi spazio per una libera
scelta da parte dell'uomo sono chiamate abitualmente deterministiche. Va
subito precisato però che qui ciò che è in gioco non è tanto la questione
su cui sembrano contrapporsi deterministi e non- deterministi se vi possano mai
essere per gli esseri umani azioni del tutto immotivate e dunque arbitrarie,
quanto piuttosto la questione se gli uomini possono scegliere liberamente
di fare le azioni che vogliono fare sulla base delle ragioni e
motivazioni a cui sono più sensibili, comprese le motivazioni e ragioni
specificamente morali. Nella lettura che noi proponiamo dunque la
questione della libertà e della responsabilità etica degli uomini non si
colloca nel quadro di discussione sul determinismo e indeterminismo proprio
della filosofia medievale, incline a identificare la libertà degli uomini
con un irrealizzabile libero arbitrio, ovvero con una libertà di volere
in assenza di qualsiasi motivazione. In alternativa va invece accettata
l’impostazione delle analisi sulla questione libertà-necessità dell'agire umano
fatte valere nella linea empiristica da Thomas Hobbes, John Locke, David
Hume. Secondo questi pensatori è del tutto compatibile (0 se si vuole
addirittura essenziale) con il riconoscimento di una libertà e responsabilità
morale nelle azioni umane, una posizione che considera le azioni umane
sempre determinate o motivate da una qualche causa o ragione (W. K. Frankena,
1981: 155162). Il punto decisivo nella diatriba non è dunque se le azioni umane
siano o no sempre motivate da ragioni o cause, ma se gli uomini possano 0
meno scegliere liberamente di fare le azioni per le quali hanno motivi o
ragioni. In questo senso la libertà delle azioni umane non si contrappone tanto
all’esistenza di motivi o ragioni che determinano la volontà, quanto al
fatto che gli esseri umani sono costretti a fare certe azioni da altri
esseri wmani o che vi siano comunque delle cause che essi non possono in alcun modo
controllare che li costringano a fare delle azioni che, ove fossero liberi,
non farebbero. Si è costretti a concludere che gli uomini non sono liberi
€ l'etica non ha alcuna possibilità di sussistere laddove si ritenga non
tanto che tutte le azioni umane abbiano {o debbano avere) dei motivi,
delle cause o delle ragioni, ma si ritenga che tali cause e motivi agiscano necessariamente
anche laddove gli uomini credano di avere altri motivi e ragioni per agire.
Dunque non sussiste uno spazio per l'etica quando si abbraccia una
concezione che ci porta a ritenere tutte le azioni umane come effetto
necessario di cause esterne ai differenti individui umani esistenti, cause
sulle quali né ciascuno di questi esseri umani singolarmente né in
collegamento con gli altri può avere una qualche influenza.
Esistono numerose concezioni che specialmente nel corso del XIX e
XX secolo hanno insistito sulla completa assenza di spazio per una libera
scelta nelle azioni umane nel senso che abbiamo appena definito. Non
possiamo qui rendere conto di tutte le concezioni del genere; ricordiamo
solo quelle più importanti e certamente inquietanti per chi crede a una
qualche realtà ed efficacia delle distinzioni morali. Già Darwin,
nei primi appunti stesi in collegamento con le sue prime riflessioni tra il
1833 e il 1840 sulle sue scoperte intorno alle trasformazioni delle
specie viventi, suggeriva le implicazioni per la morale di una concezione
evoluzionistica (Desmond e Moore, 1992: 293-320). Tutto il processo evolutivo è
dominato dal caso e dalla sopravvivenza dei più adatti in termini meramente
biologici e sessuali. Come risulta chiaro poi la lotta per la vita in termini
evolutivi riguarda non già i singoli individui, ma le specie nel loro
complesso. In questo quadro tutte le azioni umane si presentano come frutto
di cause che riguardano complessivamente la specie umana. Questa
prospettiva biologica sulla vita degli uomini è stata sviluppata e
approfondita da autori che hanno elaborato quella che è chiamata
sociobiologia (Wilson, 1979). A) di là delle opzioni apparentemente
libere che si presentano alle scelte umane, in realtà tutte le azioni
umane sono casuali e soggette a condizionamenti in termini di ciò che è
vantaggioso per la sopravvivenza della specie complessivamente intesa. Così se
identifichiamo l'etica con la presenza di una dimensione cooperativa
nelle azioni umane, tale dimensione non è altro che un effetto
dell'evoluzione biologica naturale e le azioni che ne conseguono sono del
tutto istintive e sottratte al nostro controllo. Del tutto illusoria è dunque
la prospettiva dell'etica che vi siano dei contlitti, disaccordi e scelte
drammatiche di fronte agli uomini e che essi possano responsabilmente e
liberamente dare ad esse una soluzione. La vita umana è sottoposta alle
leggi generali della vita e del tutto casualmente si realizzano processi e
trasformazioni, i quali tutti vanno dunque al di là di qualsiasi libera
scelta individuale. Un'altra concezione che sembra negare qualsiasi
spazio alle scelte libere e responsabili di cui tratta l'etica è quella
che viene considerata come una conseguenza dell’accettazione dell’impostazione
psicanalitica di Sigmund Freud. È dubbio che una tale schematica
concezione sia presente in Freud, che, se leggiamo opere come Das
Unbebagen in der Kultur (1929, Il disagio della civiltà) sembra piuttosto impegnato
a rendere conto della genesi della coscienza morale all’interno della sua
generale teoria sulla dinamica psichica, senza volersi dunque impegnare su di
un piano essenzialistico (Freud, 1978). Ma vi è comunque una vulgata che
considera una conseguenza dell’impostazione psicanalitica la tesi che le azioni
umane individuali non possono essere viste come frutto di scelte
consapevoli, ma sono il risultato piuttosto di motivazioni inconsce che
sfuggono a qualsiasi controllo individuale. Quando noi riteniamo di avere di
fronte determinate alternative tra le quali scegliere razionalmente la
migliore, in realtà siamo spinti a percorrere una certa strada da pulsioni
profonde (amore- odio ecc.) che sfuggono completamente al nostro controllo
consapevole e che dettano anche tenendo
conto della nostra storia psicologica personale i nostri comportamenti in modo necessario.
Una analoga riduzione delle motivazioni consapevoli ad altre più profonde
cause si troverebbe nella concezione di Carl Gustav Jung e in tutte
quelle dottrine che elaborano una qualche tipologia o
caratteriologia. Rispetto a questi approcci alle azioni umane che
negano all’etica un qualunque ruolo va mossa una critica preliminare. Queste
tesi hanno un valore se sono presentate come ipotesi scientifiche, ma se
vengono presentate come tali la loro validità non può essere estesa
appunto al di là di quella propria di spiegazioni empiriche per un campo
ben determinato di comportamenti umani. Rendere conto delle azioni umane
secondo una spiegazione evoluzionistica non può essere presentato pena l'abbandono del piano scientifico
di discorso come l’unica e
necessaria spiegazione di qualsiasi azione umana, come una sorta di
caratterizzazione essenzialistica e sostanzialistica della natura delle cose.
Gli stessi teorici, metodologicamente più avvertiti, dell’evoluzionismo come ad esempio Richard Dawkins (Dawkins,
1992) non hanno mancato di
temperare in vari modi questa semplicistica negazione dell'etica. Da una parte
hanno così insistito sull'incidenza solo statistica e non necessaria
delle cause evolutive. Dall'altra hanno anche riconosciuto una capacità degli
esseri umani, non solo di essere consapevoli dei processi evolutivi, ma
di sottrarsi proprio sul piano procreativo ai meccanismi dettati
dall’evoluzione, Infine si sono impegnati ad elaborare spiegazioni che rendono
conto della superiorità, sul piano evolutivo, di quelle culture che
realizzano al loro interno un equilibrio selettivo stabile intorno ad
abitudini cooperative, rispetto alle culture dominate dal completo egoismo
individuale. Una estensione dunque su di un piano ontologico o
metafisico dell’evoluzionismo risulta effettivamente incompatibile con
qualsiasi altra spiegazione o interpretazione delle azioni umane, ma in
quanto tale rappresenta una fuoriuscita dal piano del discorso scientifico e la
trasformazione dell’evoluzionismo in una religione. Non diversamente si
può ritenere indebita la generalizza zione del modello esplicativo
proprio della psicanalisi a tutte le situazioni in cui gli uomini scelgono,
decidono e deliberano. La fertilità della psicanalisi è indubbia laddove
è presentata come una spiegazione di ben precise azioni e di situazioni
patologiche del comportamento umano. Ma non si può se non impropriamente
estenderla in modo tale che essa pretenda di spiegare tutte le azioni
umane in qualsiasi situazione con le forze e pulsioni inconsce su cui
richiama l’attenzione, Un'altra strada è stata percorsa sempre più
insistentemente negli ultimi due secoli per negare qualsiasi spazio
all'etica. Si tratta qui di quella posizione che sostiene che gli uomini
sono in definitiva mossi solo da motivazioni del tutto personali ed
egoistiche e che dunque cercano sempre e solo la soddisfazione dei loro
interessi. È poi molto diffusa la tendenza a caratterizzare questi
interessi in termini strettamente economici. La negazione dell'etica in
questo senso deriva da una concezione essenzialistica dell'azione umana
che identifica come unico movente di tutte le scelte la realizzazione del
massimo vantaggio da un punto di vista economico. Secondo alcuni ad esempio Louis Dumont (Dumont, 1984) è questo il tipo di prognosi sulla
civilizzazione umana nell'Occidente che troveremmo già in Bernard de
Mandeville (Mandeville, 1987) e in Smith e che dovremmo realisticamente fare
nostra. La tesi generale è che la realizzazione e il consolidarsi delle
società dominate dalla logica del mercato rende praticamente impossibile
la ricerca da parte di ciascun essere umano di obiettivi non strettamenté
autointeressati. Vi sarebbe quindi, paralletamente al progressivo
consolidarsi delle strutture delle società di mercato, una vera e propria
morte dell’etica. In luogo di una spiegazione pluralistica ancora legittima nel secolo XVII dell’azione umana che la riconduceva a
ragioni etiche, economiche, di moda ecc. ora saremmo dunque costretti a
fare nostra una spiegazione monistica per la quale le uniche ragioni delle
scelte e decisioni sono economiche, e tra l'altro quasi mai sotto il controllo
dell'individuo. Secondo questa filosofia della civilizzazione sono dunque del
tutto scomparse le condizioni che permettono azioni mosse da ragioni
etiche, altruistiche 0 universalistiche. Ancora una volta una spiegazione
che può avere una sua fertilità se tenuta su di un terreno del tutto
limitato finisce poi con il risultare inaccettabile una volta estesa su
di un piano essenzialistico. Tutte queste concezioni contestano la
possibilità dell'etica sulla base di una pretesa ingiustificata di
caratterizzare in termini sostanziali ed essenziali l'azione umana. La
ricostruzione che dell'azione umana viene offerta da chi ammette
l'incidenza delle ragioni etiche è una delle possibili spiegazioni che
restano aperte nella nostra cultura. Certo non l’unica, forse nemmeno
quella più importante e significativa, ma di sicuro una spiegazione
fertile sul piano esplicativo e non priva di forza prognostica. Se si
cerca di rendere conto delle azioni umane sulla base dell'assunzione che
gli uomini sono mossi ad agire anche da ragioni etiche si riesce come ha recentemente in vari modi mostrato
Amartya K. Sen (Sen, 1986, 1988, 1992, 1994)
a rendere conto di alcuni comportamenti effettivi e a prevedere
alcune situazioni future in modo non diverso (e non meno esteso) di
quanto accade con le altre spiegazioni. 3. Fondazione,
giustificazione e spiegazione: l’epistemologia dell'etica. 3.1.
Dalla meta-etica all'epistemologia. La
ricerca rivolta a identificare la natura della morale, il senso delle
nozioni che operano nell'etica, rappresenta un passaggio preliminare prima di
affrontare un altro genere di questioni decisivo per l'etica, quello relativo
alle vie disponibili per fondare, giustificare, o eventualmente spiegare, le
scelte e i giudizi normativi. Sapere che tipo di domande ci poniamo
quando siamo alla ricerca di ciò che è bene © giusto fare in una data
situazione è appunto preliminare da un
punto di vista logico e concettuale
per arrivare a individuare le procedure mediante le quali si può
trovare la risposta adeguata. Rendiamo dunque conto in questo
paragrafo delle diverse linee lungo le quali si è risposto al problema
dei modi in cui si possono conoscere, fondare 0 giustificare le norme e i
valori con cui l'etica ha a che fare. Nel corso del secolo XX vi è stato,
prima, uno spostamento deciso dal problema di come sono conoscibili i
valori etici, a quello di come sono fondabili i nostri giudizi normativi
e le nostre decisioni pratiche. Successivamente l'elaborazione filosofica ha
visto affermarsi una prospettiva che in luogo della tesi della fondabilità
delle conclusioni etiche ha preferito limitarsi a sostenere la possibilità
di giustificarli o di argomentare pro o contro i valori in gioco. In
questo paragrafo renderemo anche conto di un altro approccio che si è andato
sempre più consolidando nella riflessione etica del secolo XX rivolto non
più a fondare o giustificare le conclusioni normative, quanto piuttosto a
spiegare la genesi dell'etica e delle distinzioni che in essa vengono
istituite. Quest'ultimo approccio che abbandona le pretese di elaborare
criteri gnoseologici ed epistemologicì per passare ad un'analisi propriamente
esplicativa non coinvolge solo le posizioni (di cui abbiamo reso conto
nel $ 2.7) di coloro che negano la validità delle distinzioni etiche. Un
analogo approccio esplicativo troviamo in chi occupandosi dell'etica
filosofica si rifiuta di passare sul piano più direttamente prescrittivo e
normativo, fissando così i limiti dell'intervento riflessivo nella
determinazione della natura dell'etica, dei tipi di procedure gnoseologiche ed
epistemologiche che essa coinvolge e dei meccanismi genetici che l'hanno
costituita. Nel rendere conto dei diversi modelli gnoseologici ed
epistemologici riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea mescoleremo
ancora la prospettiva storica con quella critica e teorica. Per procedere con
questo bilanciamento delle due prospettive le partizioni di questo paragrafo
non seguiranno l'ordine di quelle esposte nel precedente paragrafo, né
riprenderanno in modo esclusivo le distinzioni già fissate a livello di
meta-etica. Dal punto di vista gnoseologico ed epistemologico alcune
delle partizioni fatte valere sul piano meta-etico risultano infatti o
troppo strette o troppo larghe, nel senso che un approfondimento
analitico permette di riconoscere diverse procedure epistemologiche alla base
della stessa concezione meta-etica o procedure epistemologiche analoghe laddove
siamo costretti a tracciare delle distinzioni sul piano meta-etico. Il lettore
si accorgerà che il quadro precedentemente delineato di concezioni
meta-etiche trova comunque un riscontro in questo paragrafo. 3.2.
La conoscibilità della legge divina.
Come si è già avuto modo di sottolineare il secolo XVII
rappresenta un punto di riferimento essenziale per chi voglia rendere
conto dello sviluppo dell’etica teorica nel senso in cui ne stiamo
trattando in questo scritto. Numerosi pensatori riconoscono che le soluzioni a
proposito dell'etica devono essere tali da poter essere accettate da
esserti umani, finiti razionali, che siano in grado di ripercorrere la strada
che viene ad essi indicata per superare coniflitti e disaccordi. Questa
prospettiva di ricerca sull’etica e sulle sue basi epistemologiche e
gnoseologiche è ad esempio del tutto operante in Cartesio, che però non la
percorre arrestandosi alla sua soglia. Infatti Cartesio non sottopone
anche le verità etiche all’analisi in termini di dubbio e di ricerca
della certezza a cui egli sottopone le altre verità, e proprio in quanto
non intraprende tale indagine si arresta a quella che lui stesso chiama
una «morale provvisoria». Una morale assunta acriticamente dalla
tradizione e che andrà confermata o sostituita dopo che si sarà percorsa
sisternaticamente la strada della ricerca critica sulle verità morali. Questa
rinuncia dichiarata a percorrere una strada fondazionale non esclude, del
resto, la presenza nell'opera di Cartesio di una vasta ricerca sulle basi
antropologiche della vita morale e una rivisitazione, per molti versi scettica,
delle concezioni tradizionali di virtù e felicità (Canziani, 1980).
Una ricerca sulle basi razionali dell'etica viene invece esplicitamente
avviata, nel secolo XVII, da pensatori come Hobbes e Locke. Negli scritti
di Locke troviamo in realtà percorse diverse strategie gnoseologiche ed
epistemologiche per l'etica e il suo problema fondamentale fu proprio quello
della conoscibilità della legge morale e degli articoli della fede
religiosa (Colman, 1983; Fagiani, 1983). Locke dunque affronta
sistematicamente la questione di come sia conoscibile la legge morale
naturale in un contesto che assume che la legge naturale è un comando
divino. Dopo avere ricostruito analiticamente diverse strategie
alternative mediante le quali si potrebbe giungere a conoscere tale comando
Locke finisce poi però con il dichiarare la loro inadeguatezza. Possiamo quindi
ricavare dai suoi scritti sia una indicazione delle diverse procedure
epistemologiche a cui può fare appello chi accetta la tesi che l’etica
sia in definitiva un insieme di comandi divini, sia l'indicazione dei
limiti propri di queste procedure e dunque la difficoltà complessiva di
dare una base razionale al tentativo di derivare l’etica da tesi di
ordine religioso. Una prima strategia consiste nel legare la
conoscibilità e autorevolezza della legge morale quale comando divino ad
alcuni testi in cui tale legge è rivelata. Locke si mostra petò
consapevole dei limiti presenti in questo appello ai testi rivelati. Egli
riconosce, ad esempio in The Reasonableness of Christianity, as deliver'd in
the Scriptures (1695, La ragionevolezza del Cristianesimo), che il
ricorso ai testi sacri per la tradizione cristiana può al massimo valere
sul piano pedagogico e retorico. Argomenti analoghi possono essere fatti valere
per tutte le religioni positive. Il ricorso ai testi sacri e rivelati può
rappresentare un aiuto e una facilitazione per chi si preoccupi di
convincere 0 persuadere altri, ma non può però rappresentare una via
adeguata per giustificare una conclusione etica per tutti gli esseri
umani, Il collegamento della verità etica conoscibile con la lettura di
qualche testo in cui la divinità ha espresso i suoi comandi oltre il problema della molteplicità
delle interpretazioni possibili della lettera del testo comporterebbe l’assurda conseguenza di
considerare tutta quella parte dell'umanità che è vissuta prima, 0 vive al di
fuori, della rivelazione come del tutto priva di etica. Una ulteriore
conseguenza assurda: considerare del tutto privi di morale coloro che
sono in disaccordo con noi su alcuni dei punti caratterizzanti la
religione rivelata che noi accettiamo. Lo stesso Locke fa valere
una obiezione più generale nei confronti del tentativo di ricondurre la base di
validità di una tesi etica al fatto che si tratti del comando di una
certa divinità. Si tratta di una critica contro il volontatismo di quei
teologi che considerano invece questa strategia come in grado di fondare
la moralità. La critica generale presente negli scritti di Locke già negli Essays (Saggi) del 1664 (Locke,
1973) è che il fatto di trovare un certo
comando espresso in un testo che più o
meno fondatamente crediamo espressione
della volontà divina è del tutto irrilevante sul piano etico; su questo piano
il problema che si pone non è tanto se ci si trova di fronte ad un
comando di qualcuno, quanto piuttosto se ciò che viene comandato è giusto.
I sostenitori dell’origine divina dell’etica hanno sempre considerato
come necessaria e sufficiente la coincidenza tra volontà divina e legge morale,
ma la riflessione moderna e contemporanea ha invece fatto valere sempre
di più l'autonomia dell'etica. Questa autonomia viene affermata già a
livello concettuale distinguendo nettamente le nozioni etiche dalle nozioni che
fanno riferimento a ciò che è comandato da qualcuno, sia pure l'Autore della
Natura. Il riconoscimento di tale autonomia ha poi un riflesso sul piano
epistemologico e gnoseologico e porta a fissare con precisione la
diversità delle procedure gnoseologiche con cui si conosce la volontà
divina rivelata nei testi sacri rispetto a quelle con cui si conosce la legge
morale valida. Prima di illustrare le vie percorse in positivo da
Locke per cercare di fondare razionalmente le conclusioni etiche soffermiamoci
invece su una strada da lui rifiutata. Si tratta di quella concezione che
indica in una particolare coscienza 0 facoltà morale il modo più sicuro
per arrivare a conoscere direttamente i comandi mortali della divinità. Una
strategia per fondare e conoscere l'etica tuttora molto frequentata e cara ai
fautori di una riduzione dell'etica alla religione. Per quanto riguarda Locke
nel I libro dell’Essay nega che alla «coscienza» ci si possa appellare
come a una prova valida in morale e la nozione di coscienza viene fatta rientrare
nell'armamentario delle assunzioni innatistiche che non possono avere
alcun riscontro sul piano empirico (Locke, 1971; 92-93). La concezione
che Dio stesso ci comanda direttamente
senza per questo servirsi della rivelazione la legge morale, e che noi abbiamo una
cognizione diretta di tale legge attraverso la nostra coscienza, è stata
sviluppata, nel secolo XVII, da alcuni neo- platonici di Cambridge, e in
particolare da Herbert di Cherbury con la sua dottrina delle notiones
comsmunes. La stessa linea fu poi riproposta nel secolo XVIII su basi
nuove da intuizionisti e sentimentalisti che conservavano un quadro
provvidenzialistico. Così Joseph Butler legava la conoscenza delle verità
etiche all’attività intuitiva di una peculiare «coscienza» capace di obbligare
e fornita di autorevolezza, e Hutcheson indicava nel «senso morale» la base di
quel particolare sentimento che ci fa cogliere la virtà in un mondo
ordinato dall’Autore della Natura. Contro la tesi che Dio ci rende noti
direttamente nella coscienza i suoi ordini morali vi sono alcune
argomentazioni già formulate da Locke. L'appello alla coscienza non può
essere certo un criterio definitivo in etica perché dovremmo disporre di
almeno altre due ulteriori specificazioni. In primo luogo un qualche criterio
che ci permettesse di discriminare quei dettami della nostra coscienza
che sono affidabili da quelli che sono errati. In secondo luogo un
qualche fondamento che ci autorizzasse a ritenere laddove sorgessero disaccordi che ciò che ci fa conoscere la nostra
coscienza è veramente la legge morale per tutti gli uomini, anche per
quelli che con i loro discorsi e con le loro azioni testimoniano di non
trovare nelle loro coscienze principi analoghi ai nostri. Rifiutata la
via della coscienza Locke invece si impegna positivamente nel cercare di
conciliare una concezione che vede la morale come caratterizzata da
comandi divini con una strategia empiristica. L'accettazione di una
epistemologia e gnoseologia empiristiche porta Locke ad elaborare una strada
indiretta di fondazione e giustificazione della legge morale naturale come
corando divino. Secondo questa via di fondazione indiretta noi giungiamo
ad accettare il comando morale divino espresso nella legge naturale dopo
avere percorso un ragionamento che ci porta a risalire a Dio come
all'Autore della Natura buono che ha creato gli esseri umani in modo tale
che essi effettivamente siano in condizione di ottenere la loro felicità.
Ovviamente questa strategia comporta l’assunzione che ciò che Dio comanda non
può che essere il bene per gli uomini, un passaggio verso l'accettazione
dell’intellettualismo etico che non vede più nella volontà divina l'unico
fondamento del bene e rende del tutto secondario il valore dei testi rivelati.
La strategia di giustificazione della validità della legge naturale morale
avanzata da Locke comprende diversi passaggi: in primo luogo trovando un
ordine o un disegno nel mondo si risale a un autore della natura; poi si
postula una natura divina buona e razionale per cui l’autore della natura
non può che volere la felicità degli esseri umani; ancora si crede che l’autore
della natura non solo abbia trasmesso agli esseri umani un insieme di
leggi naturali, universali ed eterne, per realizzare la loro felicità, ma anche
che abbia messo gli esseri umani in condizioni di conoscere tali leggi
con certezza con il ricorso alle loro facoltà naturali del senso e della
ragione; infine si assume che conoscere tali leggi naturali equivale a essere
obbligati a obbedire a ciò che ci richiedono. Le lacune e le cir.
colarità presenti in questi vari passaggi risultavano già evidenti allo
stesso Locke che nel corso di tutta la sua vita si affannò a cercare di
ovviare ad esse. In effetti la procedura di giustificazione
lockiana della validità delle leggi naturali come comandi divini comporta
il continuo passaggio dal piano empirico a quello sovrannaturale, dal piano
dell'essere a quello del dovere. Con l’aiuto di questa strategia si potrà
al massimo disporre di ragioni del tutto ipotetiche a favore di ciò che noi
siamo già giunti ad accettare come un comando divino del tutto
indipendentemente e prima del ricorso a queste procedure gnoseologiche ed
epistemologiche. Consapevole di ciò Locke presentava nell’ultima parte della
sua vita il suo tentativo di elaborare un'etica dimostrativa come una via
per confermare le opzioni morali trasmesse dalla tradizione cristiana. Una
volta che cadono le assunzioni che sorreggono l'argomento del disegno e
le pretese sulla bontà provvidenziale dell'Autore della Natura questa strategia
sembra crollare, Non c'è più nessuna divinità da cui far dipendere la validità
della legge morale, nulla garantisce che l’autore della natura sia buono
piuttosto che malvagio, nulla è più in grado comunque di farci superare
l'abisso tra l'eventuale conoscenza di una norma come comando divino e il
nostro accettarla come obbligante. Locke stesso cercò di superare questo
abisso, ma legando la validità e l'efficacia della legge morale naturale
non tanto al riconoscimento che si tratta di un comando divino in sé
giusto, quanto piuttosto al timore per la sanzione che sarebbe derivata
in un'altra vita in caso di infrazione verso di essa. Ma questo tentativo
di agganciare la validità e l'obbligatorietà di un principio etico a una
qualche sanzione che segue una infrazione verso di esso, è una strategia
che non possiamo più percorrere
indipendentemente dall’accettabilità o meno delle credenze
sull’immortalità dell'anima e sull'esistenza di uno stato futuro ove riconosciamo l’autonomia dell'etica. Fare
appello a qualche sanzione ultraterrena infatti al massimo riesce a
giustificare o fondare che noi si faccia qualcosa perché temiamo la
sanzione o cerchiamo i premi che una certa autorità lega a questi
comportamenti, Ma percorrere questa strada impedisce di vedere che il piano
concettuale investito dall’etica è quello che comporta fare ciò che è giusto o
bene fare e non già quello che comporta fare una certa cosa solo perché
teniamo la sanzione di una qualche autorità (per quanto illuminata} ove
non dovessimo obbedire ai suoi comandi. La fondazione dell'etica
attraverso un calcolo prudenziale.
Un'altra strada percorsa per fondare l'assunzione di un punto di
vista etico è quella che cerca di riconnettere la ricerca individuale del
bene personale con la considerazione pet il bene comune. Naturalmente non si
tratta di quelle concezioni che sulla base di considerazioni empiriche e a
posteriori concludono che la ricerca del bene personale risulta essere
l’unica via che consente di realizzare un incremento del bene comune. Una
concezione del genere è spesso alla base della difesa dell'economia di
mercato e viene attribuita a Smith ed è stata esposta in modo
approfondito da FÀ. von Hayek (Hayek, 1986). Affrontiamo invece in questa
sezione la questione se si possa o meno fornire un fondamento razionale
all'esigenza di essere morali: dove si considerano razionali solo le
argomentazioni che rinviano alla soddisfazione di propri interessi o
piaceri e con «morale» si intende il rispetto di qualche regola generale
o norma di cooperazione quali ad
esempio mantenere le promesse,
rispettare i contratti e obbedire alle leggi del proprio paese.
Questa impostazione è presente in modo del tutto esplicito nelle pagine
di Hobbes. Così la risposta che Hobbes dà allo «sciocco razionale» nel
capitolo XV del Leviathan, or tbe Matter, Forme and Power of a
Common-wealth Ecclesiasticali and Civili (Il leviatano; Hobbes) è rivolta a
cercare di mostrare che, calcolando sulla base degli interessi in gioco, la
salvaguardia di un minimo di principi etici e cooperativi è vantaggiosa per i
diversi individui. Troviamo dunque nelle pagine di Hobbes il tentativo di
elaborare una giustificazione di ordine prudenziale a favore del riconoscimento
dell'opportunità di rispettare i principi dell'etica. La razionalità in gioco
nel calcolo prudenziale è stata sistematicamente delineata nei suoi assiomi e nelle sue
deduzioni nel corso del XX secolo dalla
«teoria della scelta razionale 0 teoria delle decisioni» (Axelrod, 1985;
Resnik, 1990). Proprio tra i teorici della scelta razionale di questo
secolo vediamo ripresentarsi il problema di Hobbes formulato in un
diverso modo (Kavka, 1986). Si tratta cioè di individuare se e in che modo sia
possibile provare la razionalità dell’accettazione di un minimo di regole
cooperative anche quando quest’accettazione sembra essere in contrasto con i
nostri interessi più immediati e diretti e ci si trovi in una situazione
in cui un’eventuale nostra defezione unilaterale potrebbe sfuggire al controllo
altrui. Già in Hobbes troviamo dunque un tentativo di argomentare a
favore dell'accettazione di regole © principi etici contro le pretese
dello «sciocco razionale» di fare sempre e comunque ciò che è per lui più
vantaggioso e dunque di defezionare o sospendere la propria fedeltà nei
confronti della regola o del principio etico quando ciò è per lui più
conveniente o quando comunque può sfuggire alla sanzione altrui. Torneremo
su queste argomentazioni quando affronteremo i tentativi di presentare come
una vera e propria teoria etica normativa la teoria della scelta
razionale. La situazione dello «sciocco razionale» è molto simile a quella di
cui si occupano i teorici della scelta razionale quando affrontano i
problemi posti dal «dilemma del prigioniero», e si impegnano nell’analisi
del comportamento del free rider. Già Hobbes elaborava alcune
argomentazioni che insistevano sulla rischiosità di un comportamento di
defezione unilaterale e sulla probabilità di ricavare un danno nel momento in
cui gli altri prima o poi giungeranno a scoprirlo.
Negli ultimi decenni il paradigma hobbesiano è stato in vari modi interpretato
e sviluppato da diversi teorici dell'etica. Particolarmente stringente è
stato il modo in cui David Gauthier (Gauthier, 1986) ha cercato di fondare
la preferibilità di avere una morale in luogo di esserne privi
all'interno di quella posizione che ha caratterizzato come
«contrattualismo reale» per distinguerla dal «contrattualismo ideale» di
Rawls (Rawls, 1982). Secondo Gauthier il quadro concettuale di Rawls con
l'assunzione in partenza della validità del principio di equità implica
già l'accettazione di un piano etico e dunque dà per dimostrato quella
che vorrebbe giustificare. Gauthier cerca di elaborare invece una teoria
in cui l'accettazione dell’etica e del contratto sociale originario che
garantisce la vita civile e la cooperazione non viene fatta dipendere da
condizioni ideali presupposte, ma piuttosto dal beneficio che ciascuno
dei contraenti ricava in termini di ragioni prudenziali o di utilità
personale. Il programma di Gauthier è quello di riuscire a mostrare
all’interno della teoria della scelta razionale come sia più conveniente
e vantaggioso essere un «massimizzatore vincolato» dall’accettazione di
qualche principio etico interpersonale, piuttosto che un «massimizzatore
diretto» che tende sempre e solo alla soddisfazione dei propri interessi
immediati. Gauthier elabora tutta una serie di argomenti che fanno
emergere l’ottimalità dei risultati raggiunti attraverso la via della
massimizzazione vincolata, una volta messi a confronto con le
disponibilità di partenza o con i risultati raggiungibili attraverso la
massimizzazione diretta propria di chi procede come un free rider,
Gauthier sostiene che il modo in cui un agente delibera influenza le
opportunità da lui attese. Così se guardiamo al modo di deliberare proprio di
un massimizzatore vincolato potremo aspettarci che egli consenta
volontariamente con i termini di un accordo precedente, anche se questo
comporta che egli così vincoli il diretto perseguimento dei suoi
interessi. Ma sulla base di tali aspettative il massimizzatore sarà il
benvenuto come partner în progetti cooperativi reciprocamente benefici.
Se invece consideriamo il modo di deliberare proprio di un massimizzatore
diretto, da costui non potremo aspettarci che consenta con i termini dei
suoi precedenti accordi a meno che ciò non contribuisca direttamente a
soddisfare i suoi interessi. Ma proprio sulla base di questa aspettativa
sul suo comportamento il massimizzatote diretto sarà estromesso come
partner nelle iniziative cooperative in quanto non si può gemuinamente avere
fiducia in lui. La conclusione di Gauthier è dunque che il massimizzatore
vincolato può aspettarsi di godere di opportunità che invece il
massimizzatore diretto può solo prevedere che gli saranno negate. Si tratta
di una differenza che evidentemente opera a tutto vantaggio del
massimizzatore vincolato. Sulla base di questa argomentazione Gauthier
conclude che si può ritenere razionale incorporare nelle proprie
deliberazioni i vincoli con cui si è razionalmente concordato come filtri
tra possibili azioni tra cui scegliere, Ed è chiaro che qui razionale significa
un calcolo con un saldo positivo a proposito della soddisfazione dei
propri interessi. La teoria di Gauthier si presenta come molto
potente in quanto presume di potere dimostrare la razionalità
dell'assunzione di vincoli etici come mezzo per realizzare un surplus di
soddisfazione dei propri interessi. Ma l'elaborazione di Gauthier va incontro a
una serie di difficoltà che mostrano come sia ancora irrisolto il
tentativo di fondare in termini prudenziali la preferibilità di una vita
etica. Infatti da una parte, legando il saldo attivo che ricava il
massimizzatore vincolato alla fiducia di altri nei suoi confronti, Gauthier
sembra dovere fornire un criterio sicuro per discriminare tra situazioni
in cui la fiducia è bene riposta e casi in cui invece una tale fiducia è errata.
Un criterio del genere non viene offerto da Gauthier, ma si può
ipotizzare che esso non sia disponibile e che, nel caso in cui si tratti
di fiducia da concedere a un qualche partner, si debba oscillare tra una
valutazione diretta, caso per caso, 0 una assunzione di trasparenza delle
motivazioni del partner o una qualche circolarità. L'altra difficoltà di ordine
generale dell’argomentazione di Gauthier (e più in generale di quelle
strategie che tentano di giustificare l’etica in termini prudenziali o di
salvaguardia dei propri interessi) sta nella pretesa di potere dimostrare
che il surplus di ottimalità conseguente all'assunzione di un vincolo etico
riguardi tutti i possibili contraenti con qualsiasi interesse di partenza.
Gauthier si impegna ad elaborare una concezione non riduzionistica di
«interessi» (concerns) non definendoli in termini strettamente economici,
ma lastiandone indeterminato il contenuto mediante un rinvio alle
preferenze di ciascuno. La cooperazione e dunque l'etica secondo Gauthier
rende possibile soddisfare con esiti migliori i propri interessi di
partenza di qualsiasi tipo essi
siano che vanno quindi vincolati secondo
le aspettative degli altri. Resta difficile da capire come si possa mettere su
uno stesso piano interessi che esigono soddisfazioni molto differenziate
e, ciò che più importa, vincoli ben diversi. È difficile cioè riuscire a
capire come si possa assemblare e considerare vincolabili alla stessa stregua
preferenze di partenza per beni diversi (poniamo, beni condivisibili e beni
esclusivi). Difficile capire come si possa costruire in modo unitario il
«massimizzatore vincolato» tenuto conto che in genere gli interessi degli
esseri umani si intende dello stesso
essere umano in tempi diversi sono
molteplici e probabilmente bisognosi di un qualche ordinamento interno.
Ma la difficoltà più generale riguarda la pretesa della teoria di
Gauthier di fornire la mossa vincente per convincere chiunque solo sulla base di un calcolo strettamente
interessato della convenienza a
interiorizzare una disposizione a rispettare gli accordi. Sembra opinabile
che questa mossa possa risultare efficace anche laddove per esempio non
si avesse già una disposizione a rispettare gli accordi o non vi fosse
una qualche base motivazionale, emotiva o psicologica, sulla quale fare
leva per radicarla o rafforzarla. Vedremo poi in una sezione
successiva un'altra difficoltà intrinseca all'approccio prudenziale o della
teoria della scelta razionale. Vedremo infatti che per restare coerenti
con questo approccio finiamo, in alcune situazioni, con il tendere a risultati
niente affatto ottimali. Vi sono però strategie per la
fondazione dell'etica molto più antiche di quelle che abbiamo appena
ricordato e ad esse si continua a ricorrere anche nell'etica moderna e
contemporanea. Ad esempio quelle strategie che ritengono che nella natura
umana siano rintracciabili dei caratteri e delle proprietà che fondano
una particolare considerazione e rispetto per gli esseri umani, conseguenza del
riconoscimento di uno status privilegiato e unico dell’uomo nell'universo.
Abbiamo visto soprache vi sono cacatterizzazioni dell'etica che vedono al
suo centro una legge naturale razionale e dunque concepiscono il
comportamento morale come realizzazione di alcuni tratti propri delia natura
umana. È costitutivo di questa strategia argomentativa il tentativo di derivare
ciò che si deve fare da quella che è la natura umana in quanto tale.
Due passaggi sono caratteristici di questa strategia sul piano fondazionale.
In primo luogo questa strategia implica che si abbracci una forma di
cognitivismo essenzialistico e può essere percorsa solo da chi ritenga di
disporre di una concezione che coglie in modo assoluto e compiuto la
natura umana. In effetti le etiche che procedono lungo questa strada
presentano come loro premessa una qualche definizione sostanziale della natura
umana e in genere rendono conto del suo posto nell'universo in termini
metafisici o ontologici. Troviamo percorsa questa linea nella tradizione aristotelico-tomistica
di cui Jacques Maritain ha reso conto, nel XX secolo, in modo simpatetico
(Maritain, 1971). In questa strategia il contenuto dell'etica viene
derivato da una definizione dell’uomo concepito come persona con una propria
peculiare natura sostanziale che ne garantisce la dignità. La difficoltà per
questa strategia sta nella discutibilità della caratterizzazione della
natura della persona, una natura della quale linee di pensiero diverse hanno
reso conto in termini dei tutto alternativi e incompatibili (come
argomentano Scarpelli, 1985: 181-203; Preti, 1989: 63-95). Nell'elaborare
la concezione della persona morale si procede di solito o impoverendo
l'essere umano di tutti gli elementi concreti, o presentando l'individuo umano
in vesti tanto astratte e ideali che una tale rappresentazione finisce con il
non avere alcuna presa sul piano delle azioni concrete. Un'altra via che
pone al centro della morale una definizione della natura personale dell’uomo è
quella che connota la persona con una serie di tratti che non sono altro
che l’ipostatizzazione di assunzioni di ordine ideologico o religioso. Una tale
costruzione e conseguente uso della nozione della persona come fondamento
dell'etica è ad esempio presente nel XX secolo nei documenti ufficiali su
questioni morali della Chiesa Cattolica. Un altro limite di questa
impostazione sta nel commettere in modo evidente l'errore logico di ridurre ciò
che deve essere a ciò che è. Si tratta di quella «fallacia naturalistica»
ovvero di quella offesa alla cosiddetta «legge di Hume. Infatti le
diverse caratterizzazioni della natura umana in termini ontologici e
sostanziali non fanno che richiamare ciò che è già proprio di tutti gli
esseri umani. Ma allora non si riesce a capire in che modo da ciò che è
già proprio dell’uomo in quanto tale si possa ricavare ciò che l’uomo
dovrebbe fare e che in quanto dovrebbe ancora realizzare non può
logicamente già essere. Proprio questa indebita riduzione del dovere
all'essere è stata al centro di una serie di contestazioni contro tutte le
forme di riduzionismo dal Settecento in avanti. Tali critiche sono
particolarmente decisive contro quelle forme di ragionamento che
presumono di potere conoscere quale sia il bene 0 il dovere per gli omini
ricorrendo a una definizione di quella che è la loro natura essenziale. In
generale va quindi detto che chi procede per la strada di una fondazione
ontologica dell’etica compie tutta una serie di errori logici; il tentativo di
ridurre i valori a fatti ovvero a realtà empiriche o metafisiche; il non
cogliere la peculiare funzione prescrittiva e normativa che è propria di tutti
i giudizi etici; l'assimilare le procedure mediante cui si può
giustificare o argomentare in etica a quelle seguite dalle scienze
empiriche o da presunte discipline metafisiche per descrivere o spiegare il
mondo come è. La natura umana come fondamento dell'etica: la via
empirica. Vi è stata un'altra
strategia che ha cercato di indicare come procedura propria della
fondazione della morale un esame della natura umana. In questa linea non
ci si propone di risalire a una qualche definizione metafisica o
ontologica della natura umana, ma di cercare di cogliere, attraverso
l’esperienza e l'osservazione, quale è per gli esseri umani il comportamento
più consono ed adeguato. Anche questa via di fondazione epistemologica
dell'etica si presenta come destinata al fallimento. Da una parte la
ricerca empirica sulla natura degli uomini ben difficilmente potrà ottenere dei
risultati di ordine universale, ma finirà sempre con l’identificare la
natura umana con alcuni tratti propri degli esseri umani in un
determinato momento del tempo e in una ben precisa cultura. Inoltre
questa strategia non può sfuggire alla fallacia tipica di tutte le forme
di naturalismo che riducono ciò che deve essere a ciò che è. Tra le
concezioni che hanno cercato di sviluppare sistematicamente il tentativo di
provare attraverso un’indagine empirica che cosa è bene o giusto si
colloca certamente l'evoluzionismo erede di Darwin, specialmente nella
forma che esso ha preso con Herbert Spencer. Berirand Russell agli inizi
di questo secolo negli Elements of Ethics (1910, Gli elementi dell'etica)
criticava, in quanto riduzionistica, la pretesa di ricavare indicazioni
etiche da un presunta linea dell'evoluzione umana empiticamente
corroborata. Nella concezione evoluzionistica, rilevava Russell, la
strategia argomentativa procede attraverso continui passaggi dal piano
del riscontro empirico a quello delle definizioni implicite. Così laddove
si identifica ciò che è giusto e ciò che è buono con la linea evolutiva
che si ritiene avere scoperto empiricamente in realtà si è introdotta una
definizione etica per cui ciò che è più evoluto è moralmente superiore, Proprio
per queste difficoltà generali a cui va incontro l’evoluzionismo etico
dopo l’ubriacatura dei sociobtologi, neo-evoluzionisti epistemologicamente
avvertiti come R. Dawkins (Dawkins, 1992; cfr. $ 2.7) rifiutano di presentare
le loro concezioni come una fondazione dell'etica. Tra l’altro non è
certo possibile percorrere questa strategia con un minimo di utilità
pratica, ovvero rintracciare in termini empirici la soluzione a un
problema etico connettendola con un corso di azioni migliore evolutivamente, ovvero
che favorisce la sopravvivenza del genere umano o del gruppo di cui facciamo
parte biologicamente. Non vi sono procedure empiriche che consentono di
arrivare a confrontarsi con un’aliernativa secca tra ciò che favorisce la
sopravvivenza del genere umano e ciò che l’ostacola. Non esistono di
certo sicuri metodi empirici per decidere se una certa linea di
comportamento è più o meno in contrasto con i bisogni della specie umana.
Né può rappresentare una fuoriuscita dalle difficoltà etiche con cui ci
confrontiamo, sostenere che però a posteriori può essere poi dimostrato ammesso che ciò sia possibile che ciò che gli uomini fanno è quanto
rende possibile la loro sopravvivenza. Si tratta di procedure dubbie
perché finiscono con il razionalizzare catastrofi e guerre e comunque si
tratta di ricostruzioni che vengono date dopo che le azioni sono state
compiute e che poco dunque possono aiutarci sul piano deliberativo o della
costruzione di una qualche concezione etica. Difficoltà
insormontabili si presentano per tutti gli altri tentativi di ricondurre il
bene e il giusto a delle proprietà del mondo che, non diversamente dalla
forza e dall’energia, possono essere verificate, misurate e quantificate.
Ma più in generale e su un piano meno materiale sono destinati al
fallimento tutti quei tentativi di ricondurre le procedure di fondazione
dell'etica a quelle in uso in scienze, quali la psicologia e la
sociologia, più direttamente rivolte allo studio degli uomini. La via di
ricondurre l'etica alla psicologia è stata più volte percorsa nel corso
del secolo XX. Così procedeva Moritz Schlick nei suoi Fragen der Ethik
(Problemi di etica) quando indicava nel bene ciò che è considerato più
idoneo ai bisogni di un individuo che vuole mantenere l'armonia con il
gruppo sociale di cui fa parte. Una definizione che, ammesso sia in grado
di suggerire un qualche criterio di valutazione, dà per scontata la
preferibilità sempre e comunque dell'armonia rispetto alla disarmonia,
con ovvie implicazioni conformistiche. Un più recente tentativo di
ricondurre le procedure della deliberazione etica a quelle in uso nella
psicologia è stato fatto da Richard Brandt in A Theory of the Good and
Right (1979, Una teoria del bene e del giusto). Brandt si è sforzato di
mostrare come il processo deliberativo dell’etica sia assimilabile alla tecnica
usata nella terapia psicologica cognitiva per mettere alla prova i
desideri e gli obiettivi sulla base di una valutazione della loro razionalità.
Brandt sostiene che nell’etica come nella terapia cognitiva si tratta di
valutare razionalmente se i desideri che abbiamo sono o meno adeguati:
ovvero tali che li confermiamo avendo tutte le informazioni empiriche
necessarie, tali che ci propongono obiettivi per realizzare i quali disponiamo
dei mezzi necessari e infine tali che non comportano delle conseguenze
inaccettabili. Questi sono certamente passaggi a cui si può ricorrere
quando è in corso una deliberazione etica, ma va aggiunto che parte
dell’etica sembra consistere nel valutare se noi riteniamo che
determinati desideri debbano essere accettati da tutti coloro che si trovino in
situazioni analoghe. I riscontri empirici ci dicono quali desideri gli
uomini hanno, ci presentano le distribuzioni statistiche di questi
desideri, ma nulla dicono su quali siano i desideri da privilegiare e
quelli da mortificare, quelli da rafforzare e quelli da controllare ad
ostacolare. Non mancano coloro che non si fanno influenzare da
questi dubbi sulla validità conclusiva in etica di un metodo di
deliberazione e giudizio che cerchi di controllare empiricamente come
stanno le cose per quanto riguarda gli uomini e le situazioni in discussione.
Fautori di un naturalismo ingenuo, sostengono che noi di fatto già sappiamo che
certe azioni sono negative e malvagie (per esempio l'assassinio o il
furto) e che certe istituzioni (per esempio i contratti, il mantenimento delle
promesse e la fedeltà verso un certo governo) sono giuste. Si può
ammettere che questa strategia naturalistica aiuti a individuare inclinazioni e
tendenze ira le più radicate negli esseri umani, ma il punto è che tali
inclinazioni e tendenze non possono essere giustificate con la mera
argomentazione che di esse già disponiamo di fatto, o che sono universalmente
presenti tra gli uomini (il che tra l'altro non si riesce a dimostrare).
Ancora una volta si fa appello a predisposizioni o inclinazioni così generiche
e indeterminate che il rinvio ad esse ci può essere di scarso aiuto nel
risolvere i concreti problemi etici di fronte ai quali ci troviamo. Così,
ad esempio, nessuna indagine empirica sulla natura umana potrà riuscire a
risolvere la questione se vanno considerati o meno come omicidi alcuni casi
controversi (per esempio l'aborto nelle prime settimane dal concepimento,
o alcuni casi di eutanasia volontaria). Inoltre forse egualmente naturali e per
così dire universali si presentano inclinazioni all’aggressività e
predisposizioni all’odio, al risentimento, e alla gelosia che non risultano
certamente giustificate per la loro diffusione e riscontrabilità
empirica. 3.6. L'appello a una ragione universale come via per la
fondazione dell'etica. Un'altra
concezione epistemologica per l’etica è quella che fonda le sue
conclusioni non tanto genericamente sulla natura umana, quanto più
specificamente sulla ragione umana, ovvero su quello che è considerato il
tratto più peculiare degli uomini. Così larga parte del giusnaturalismo
del XVII secolo si presenta come un vero e proprio giusrazionalismo.
Grozio e Pufendorf si impegnarono, infatti, nel tentativo di edificare il
diritto, e più in generale l'etica come scienza razionale dimostrativa.
Questo stesso tentativo è presente anche
accanto ad altre vie in Locke. La
possibilità di edificare la morale come scienza dimostrativa viene fatta
dipendere da Locke dalla natura del tutto artificiale delle principali nozioni
morali (come egli sostiene si tratta di «modi misti»), ciò che permette
dunque di stringere con un collegamento logicamente necessario tutti i giudizi
in cui ricorrono nozioni morali (Locke, 1971: 632-636). Ma questo rigore
dell’etica, questa sua struttura dimostrativa, e la sua completa dipendenza
dalla razionalità, è possibile solo in quanto si sono svuotate di
qualsiasi portata realistica le nozioni etiche ricavandole integralmente da
convenzioni linguistiche che permettono di dare vita a definizioni
essenziali di tipo arbitrario. In generale questa forma di razionali smo
etico si unisce con una qualche fondazione contrattualistica dei principi
dell'etica nel senso di un qualche accordo sulla definizione delle sue
nozioni centrali. Ma la procedura contrattualistica può fondare una
validità solamente convenzionale
ovvero limitata a coloro che accettano di sottoscrivere il
patto e dunque le basi della conseguente
scienza etica dimostrativa risultano del tutto esili (cfr. $ 3.8).
Il razionalismo seicentesco ha presentato anche tentativi di dare una
portata realistica alle conclusioni etiche scoperte mediante la ragione. Così
ad esempio in autori come Samuel Clarke e William Wollaston la ragione si
presenta come la facoltà che permette di scoprire la verità in etica. Questo è
possibile solo in quanto si ritiene che il bene e il male, il giusto e
l'ingiusto siano identificabili individuando quali sono le relazioni
adeguate alle cose in se stesse. Nel caso di Clarke il giusto non è altro
che una relazione di adeguatezza tra l’azione e lo stato delle cose; per
Wollaston il giusto non è altro che un collegamento veritativo tra
l’azione e lo stato complessivo delle cose (così come l’ingiusto è
dichiarare, con la propria azione, il falso). Ma questa prospettiva che
riconduce il giusto e l’ingiusto a un giudizio di adeguatezza o
inadeguatezza tra le azioni e lo stato delle cose comporta due assunzioni
che saranno fortemente contestate nel pensiero successivo. Da una parte
la convinzione che gli esseri siano ordinati secondo una gerarchia ben
definita la grande catena degli
esseri che distingue nettamente tra
livelli separati ontologicamente e forniti di valore diverso. Solo sulla base
di questa assunzione si può ad esempio, all’interno di questa
prospettiva, considerare inadeguata quella azione in cui l'animale sia
preferito a un essere umano, o un essere umano trattato in modo
inadeguato al suo status ontologico. Questa tesi della gerarchia tra gli
esseri è contestata decisamente da tutta la ricerca evoluzionistica del XIX e
XX secolo, Non necessariamente la scala evolutiva corrisponde a una scala di
valore; non mancano inoltre i casi di confine difficilmente decidibili; nulla
vieta di riconoscere valore anche agli esseri che si presume siano al fondo
della scala degli esseri. La seconda assunzione dei razionalisti realisti
è che dare un giudizio sulla giustezza o meno di un atto {o di un evento)
si possa identificare con l’individuare una qualche relazione tra le
cose. Questa pretesa è criticata e dissolta da Hume che mostra con chiarezza
(Hume) come un giudizio di relazione tra cose non possa in alcun modo
esaurire lo spazio di un giudizio morale. È infatti indubbio che relazioni
dello stesso tipo di quelle in gioco nell’incesto sono rintracciabili tra
animali, o che tra le piante ritroviamo collegamenti analoghi a quelli
che si hanno nel parricidio, eppure non possiamo certo concludere con
un giudizio morale sulle «azioni» degli animali e delle piante. La pretesa
di ridurre i giudizi morali a formule matematiche o a conclusioni razionali
dimostrative risulta del tutto fallace. Un tentativo ma in una forma del tutto diversa dalle
precedenti di fondare l’etica
sulla ragione è stato anche quello di Kant e di coloro che ne riprendono
il razionalismo etico. In questo caso si sostiene che è la stessa ragione
pratica o volontà pura, in quanto tale, che implica certi principi morali
che vanno rispettati se si vuole dare coerenza alle nostre conclusioni
etiche. Ciò che è bene e ciò che è giusto può essere quindi individuato
conformando la nostra scelta e decisione alle presupposizioni che
vincolano qualsiasi volontà umana razionale. La razionalità pratica in quanto
tale implica certi principi formali che sono rispettati solo da coloro che
compiono le azioni effetti vamente giuste o ingiuste (Kant; Landucci). È
questa la strategia fondazionale seguita da Kant per ricavare le diverse
formulazioni dell'imperativo categorico (si veda $ 4.6) dalle regole
trascendentali che presiedono alla volontà umana. Critiche alla procedura
epistemologica alla base dell'etica kantiana vengono mosse su due piani.
In primo luogo si obietta che la prospettiva kantiana in realtà concepisce
la volontà umana in termini sostantivi e dunque inttoduce fin
dall’inizio nelle sue analisi apparentemente formali e neutrali del
volere umano dei tratti che non possono che portare a un ben preciso
esito morale. In secondo luogo viene obiettato che un mero appello alla
coerenza formale è del tutto inefficace in etica perché alla costrizione
in gioco nell’appello alla coerenza si può sempre sfuggire rifiutandosi
di considerare come effettivamente insostenibile uno stato di incoerenza.
In questa rivisitazione del razionalismo etico faccio dunque mia la
prospettiva critica che rileva che la ragione in quanto tale può solo
permetterci di trarre delle conclusioni che si esprimono in quelle che
chiameremo deduzioni o giudizi analitici. Ma se così stanno le cose ciò
che è eticamente rilevante o è già dato nelle premesse del nostro
discorso e allora occorrerà spostare
la discussione su come sono state costruite queste premesse o non potrà certo essere raggiunto
ricorrendo al solo aiuto della deduzione razionale. La razionalità e la ragione
umana in quanto tali non solo risultano eticamente vuote, ma se si guarda
poi alla ragione come facoltà intellettuale questa presenta l’insufficienza più
generale, dal punto di vista fondazionale, di portare a conclusioni © esiti che
non risultano direttamente motivanti. Scoprire che vi è una certa
relazione tra le cose, o che date certe premesse se ne ricavano per via
analitica determinate conclusioni è cosa ben diversa dall'essere mossi a fare
ciò che è bene, giusto, doveroso fare. La ragione può dunque solo aiutarci
a identificare ulteriori situazioni a cui estendere i nostri principi
etici, una volta che noi già abbiamo
sulla base delle nostre sensazioni, emozioni e passioni discriminato tra quello che approviamo 0
disapproviamo, apprezziamo o svalutiamo. Il collegamento con la
ragione umana concepita come la parte
migliore e più alta, quasi una patte divina, della natura umana è spesso sembrata la via maestra per
garantire alle conclusioni dell'etica sia una strategia peculiare sia una
superiorità rispetto a tutto il resto. Ma nel pensiero moderno e contemporaneo
la consapevolezza dell’autonomia della morale ha portato ad abbandonare questa
strada. Questa esigenza di riconoscere l'autonomia dell'etica veniva già
raccolta da Kant, sia pure in un quadro generalmente razionali. stico,
attraverso l'identificazione di una peculiare razionalità pratica. Ma
altri pensatori hanno preferito incamminarsi sulla strada di una
derivazione dell'etica e delle distinzioni in essa in gioco da una facoltà ad
doc del tutto peculiare ed irriducibile sia alla ragione o intelletto sia ai
vari sensi che contribuiscono a dare agli uomini il bagaglio delle loro
esperienze. La strada dell'individuazione di una vera e propria
facoltà ad hoc per la vita morale è stata percorsa in modo sistematico e
nel dettaglio da Hutcheson. Nei suoi scritti infatti egli presenta
articolatamente uno specifico «senso morale» che permette di cogliere
direttamente le distinzioni morali e che non è riducibile né alle
operazioni dell'intelletto, né agli altri sensi. La ricostruzione che
Hutcheson fornisce del senso morale come facoltà del tutto peculiare che
permette di fondare oggettivamente le conclusioni etiche sembra giustificare
l'attribuzione a questo pensatore di una concezione intuizionistica
(Norton, 1982). In definitiva il senso morale di Hutcheson è in grado di
cogliere direttamente delle vere e proprie qualità delle azioni e situazioni
naturali da giudicare, Hutcheson si impegna anche a ricostruire il modo
in cui proprietà e qualità etiche sono collegate necessariamente con le
altre proprietà oggettive e reali delle cose di cui abbiamo esperienza.
Dunque in Hutcheson possiamo trovare un quadro intuizionistico che
vedremo ripreso, al di fuori di alcune pretese sensistiche, nel secolo
XX. Infatti intuizionisti come Sidgwick e Moore {o in parte H.
Prichard, A. Ewing e D. W. Ross; si veda Hudson, 1980: 74-104)
insisteranno nel trovare nel campo dell'etica la presenza di peculiari
proprietà non-naturali, ben distinte dalle qualità naturali ordinarie,
che solo una intuizione del tutto speciale può cogliere. La strategia di
fondazione propria dell’intuizionismo etico viene criticata in quanto
perde di vista che al centro dell'etica non c'è tanto la questione di
riuscire a cogliere la presenza di questa o quella proprietà non-naturale sia poi questa proprietà considerata come
sopravveniente o come una accanto a quelle naturali , quanto piuttosto di
essere motivati o sentirsi obbligati a fare certe cose considerate buone,
giuste o doverose. Naturalmente questa difficoltà può essere supetata
sostenendo che le proptietà nonnaturali con cui l'intuizione etica ci mette
direttamente in contatto si presentano come costitutivamente motivanti e
obbliganti. Ma un aggiustamento del genere non sembra nulla di più che
uno stratagemma convenzionalistico. Per ovviare a questa difficoltà
è stata elaborata una strategia già in
parte riconoscibile secondo alcuni interpreti negli scritti di Hutcheson che concepisce la facoltà in gioco nella
conoscenza morale non tanto come uno strumento intellettuale e conoscitivo di
registrazione e individuazione, quanto piuttosto come essa stessa emotiva
o sentimentale e dunque motivante e carica di energia attiva. In questa linea
si collocano tutte le analisi sviluppate a proposito dell'etica dai
sentimentalisti del Settecento come ad esempio Shaftesbury, Hume e Smith. Ma in
questa stessa direzione vanno le analisi di coloro che nel XX secolo sostengono
(come è il caso di David Wiggins, 1987 e John McDowell, 1981) sia
rintracciabile nell’etica una peculiare sensibilità che risponde appunto
con una qualificazione di valore a certe azioni o situazioni. La
strategia epistemologica del sentimentalismo sembra però fuoriuscire dal
quadro fondazionale e muoversi piuttosto in quell'orizzonte più moderatamente
giustificativo 0 esplicativo di cui renderemo conto nelle successive sezioni di
questo paragrafo. Infatti questa sensibilità peculiarmente morale
si presenta come qualcosa che va ricostruita e delineata nella sua
specificità attraverso un esame a posteriori degli esseri umani. L'appello poi
a questa base di giustificazione non permette certo di edificare giudizi etici
forniti di quei caratteri di necessità e universalità definitiva a cui tendono
invece coloro che si muovono in un orizzonte fondazionale.
Rifiutando la strada di una fondazione assoluta e aprioristica dell'etica
vi sono alcune concezioni che considerano le opzioni etiche come esiti a
cui si può arrivare dopo avere seguito una determinata procedura
razionale. Percorrono questa strada quei pensatori che sul piano meta-etico
considerano l'etica € la morale come un universo di principi e norme
frutto di decisioni 0 scelte individuali e intersoggettive. Questa linea
di giustificazione è propria ad esempio del contrattualismo etico. Il
contrattualismo è stato inizialmente presentato
specialmente nel XVII e XVIII secolo da pensatori come Hobbes,
Locke, J. J. Rousseau e Kant come una
teoria mediante la quale rendere conto della genesi della società civile e
delle istituzioni politiche (Gough). Ma il ricorso a qualche forma di contratto
è stato spesso presentato anche come una procedura in grado di dirimere
in generale i disaccordi pubblici su tutti.i tipi di distinzioni etiche. In
particolare nel XX secolo il contrattualismo è stato ripreso e sviluppato, ad
esempio da Rawls e Gauthier, come la teoria etica e la procedura di
giustificazione di regole e principi capaci di impostare meglio le questioni
di giustizia sociale. In questa sede ci limitiamo a presentare
sinteticamente le concezioni di Hobbes e di Rawls viste come due forme
tipiche di tentativi di derivare la giustificazione delle conclusioni
etiche da procedure contrattuali. In realtà il contrattualismo si lega
strettamente alle forme di giustificazione prudenziale di cui abbiamo
dato conto nel paragrafo 3.3. Le differenze che qui richiameremo non
riguardano il tipo di ragionamento in
genere appunto prudenziale che porta ad
accettare il contratto come una procedura idonea per risolvere i
contrasti etici. Le differenze concemono piuttosto il contesto in cui la
procedura contrattuale interviene, le sue implicazioni e le conseguenze
che se ne ricavano per quanto riguarda il carattere vincolante degli
esiti. Nel caso di Hobbes il ricorso a una procedura contrattuale in
etica si sviluppa dopo la presa d’atto dell’impossibilità di trovare una
fondazione del bene e del giusto in termini di rinvio al piacere di
ciascuno e ai desideri e alle « passioni individuali. Fare riferimento ai
piaceri e desideri individuali non permette di superare quella condizione di
guerra di tutti contro tutti che è propria dello stato di natura in cui
ciascuno definisce bene, male, giusto e ingiusto, appunto a suo modo. Se si
vuole mantenere uno stato di pace e convergere su qualche bene considerato
comune (che certo comunque non potrà essere trattato come un bene
assoluto) bisognerà limitare la completa discrezionalità naturale concordando
sull’accettazione di una procedura che permetta di realizzare patti condivisi.
Secondo Hobbes, dunque, solo un contratto è in grado di vincolare i singoli
individui all'accettazione di principi etici che non siano direttamente
riconducibili agli interessi egoistici di qualcuno. Nel fare ricorso al
contratto come risolutivo Hobbes delineava tutta una serie di condizioni
che presiedono alla sua genesi e alla sua efficacia. Da una parte il
contratto incorporava tutta una serie di principi secondo Hobbes le «leggi naturali» che venivano considerati giustificati
razionalmente, in linea esclusivamente strumentale, come mezzi idonei
alla conservazione in vita dei contraenti e al mantenimento della pace
tra loro. Dall'altra parte la necessità di rendere vincolanti gli
equilibri che vengono identificati mediante la procedura di
contrattazione porta a un completo trasferimento della forza coercitiva a
un potere che in nome della sua funzione di garantire il rispetto del
contratto non è sottoposto ad alcun limite. Anche questa è una conseguenza
derivante dalle assunzioni generali di Hobbes che vede appunto gli esseri
umani come del tutto egoisti e mossi da un irrefrenabile impulso possessivo in
una condizione di scarsità di beni. Infine va rilevato che laddove in
Hobbes il potere non può avere limiti esterni, esso ha un ampio limite interno.
Ciò dipende dalla convinzione di Hobbes che leggi contrattualmente
definite possono valere solo per i corpi di coloro che stipulano il patto,
mentre sentimenti, emozioni e pensieri sono al di fuori della portata
dell’applicazione di principi e regole create con la procedura condivisa.
AI modello di contrattualismo hobbesiano sono state mosse numerose
critiche. In particolare è la sua peculiare derivazione artificialistica dei
principi etici ad essere oggetto di diverse obiezioni. La prima linea di
obiezioni viene da coloro che ritengono necessaria una fondazione
assoluta dell'etica e che rilevano la parzialità e la limitazione di una
derivazione da un qualche contratto di regole e principi etici. Le leggi
concordate mediante il patto possono valere solo quando si è sotto il
controllo di un potere totale e completo come quello appunto ipotizzato
nel Leviafazo di Hobbes, ma non riusciamo così ad escludere defezioni quando
il potere è inefficace. Hobbes sembra tentare una risposta a queste
critiche quando ammette la validità delle leggi naturali anche «in foro
interno» {Hobbes, 1976: 150-154; ma si veda Warrender, 1974), ma risulta
difficile capire qual è la base di obbligatorietà in questo caso delle
leggi naturali. Una seconda linea di obiezioni viene da quei pensatori
che come ad esempio Hume pur condividendo una spiegazione artificiale
della genesi di principi e regole etiche, prendono poi le distanze da Hobbes e
dal suo contrattualismo per il particolare tipo di artificialismo
razionalistico in gioco. L’obiezione in questo caso è che il
«costruttivismo razionalistico» hobbesiano il considerate cioè i principi etici come il
frutto di una scelta consapevole di una serie di individui razionali risulta del tutto inadeguato quando si
tratta di rendere conto della genesi di regole e principi etici. Vedremo
nelle ultime due sezioni di questo paragrafo în che senso il convenzionalismo
etico di Hume presentava un modello artificialistico di spiegazione
dell'etica del tutto alternativo rispetto a quello di Hobbes.
Un altro modello di giustificazione procedurale dell'etica è quello
presentato nel modo più sistematico ed argomentato da Rawls. Si tratta di
un modello che viene ora abitualmente chiamato «contrattualismo ideale»
per distinguerlo da quello di Hobbes e da quello detto «contrattualismo reale»
sviluppato da Gauthier, Il modello epistemologico del
«contrattualismo ideale» sostiene pur sempre che i principi giusti dell'etica
possano essere individuati attraverso accordi, ma poi fa valere tutta una serie
di vincoli relativamente alla procedura considerata idonea per realizzare
accordi equi. Rawls delinea tale procedura come una «posizione originaria»
del tutto artificiale. In primo luogo, gli individui che entrano nella
posizione originaria da cui si scelgono i principi di giustizia vanno
considerati come individui rappresentativi e non già come singoli individui
concreti. In secondo luogo, gli individui rappresentativi scelgono tra le
diverse opzioni a loro aperte in una condizione caratterizzata da «un
velo d’ignoranza», ovvero si immagina che gli individui nella posizione
originaria non debbano sapere quale sarà la loro condizione effettiva e il
loro status concreto nella società. Infine Rawls ritiene che le scelte
nella posizione originaria debbano essere ispirate da un principio
generale, che egli chiama del maxinmin, secondo il quale si debba sempre
preferire quell’alternativa che permette di massimizzare le esigenze
degli individui rappresentativi dello stato peggiore. La
linea argomentativa di Rawls in realtà non si presenta come un tentativo di
giustificare o fondare il nucleo centrale dell'etica, ma piuttosto come
un tentativo di decisione o risoluzione dei conflitti una volta assunta una
determinata definizione della morale. Troviamo che fin dalla delineazione
della «posizione originaria» sono presenti alcune opzioni morali
sostantive che vengono incorporate nella procedura prevista per l'individuazione
dei principi di giustizia. Ad esempio è fuori discussione fin dall’inizio che
le soluzioni da preferire saranno quelle più imparziali ed eque. Rawls
non spende nemmeno un’argomentazione a giustificare queste opzioni di fondo che
sono costitutive del suo contrattualismo. Ancora, in quanto Rawls si preoccupa
principalmente di questioni di giustizia sociale o di distribuzione delle
risorse, troviamo che egli fa valere il citato criterio di waxiziz. Contro
questo criterio numerosi studiosi di etica (ad esempio Harsanyi, 1988:
109-136) hanno obiettato che esso ha delle conseguenze controintuitive. Infatti
il criterio del maximin ci costringe a preferire sempre e comunque quel corso
di azione che può migliorare sia pure di pochissimo le condizioni di chi
sta peggio senza minimamente tenere conto di quanto questo corso d'azione
peggiori le condizioni di tutti gli altri o senza minimamente instaurare
un confronto tra i diversi corsi d'azione possibili ad esempio sulla base
della probabilità effettiva che si realizzi ciascuno di essi,
Dunque la procedura epistemologica a cui si richiama Rawls, ben lungi
dal giustificare le opzioni etiche, in realtà dà già per acquisita la
natura dell'etica e il suo ambito. Del resto questo è ampiamente ammesso
dallo stesso Rawls che ha riconosciuto che la sua ricostruzione della
natura dell’etica è adeguata a rendere conto delle intuizioni morali di
un cittadino di una società caratterizata, come quella statunitense, dalle
istituzioni liberal-democratiche. Spiega Rawls che la sua etica è tale da
non avere una portata metafisica, ma che si presenta come prevalentemente
rivolta a rendere conto di un ben preciso contesto storico e dunque politico
(Rawls, 1994: 155-182). La procedura giustificativa delineata da Rawls può dunque
operare solo presupponendo una serie di intuizioni o credenze morali già
date. La linea argomentativa del contrattualismo ideale è rivolta ad ottenere
un risultato che Rawls stesso presenta come una sorta di «equilibrio
riflessivo» tra le nostre intuizioni di partenza e i risultati più equi e
giusti raggiunti attraverso una correzione delle distorsioni e parzialità
di tali intuizioni. Caratteristico di questo modello è la caduta
della pretesa di una fondazione assoluta e compiuta dei principi etici. Il
contrattualismo ideale di Rawls in definitiva riesce a generare accordi
solo in quanto parte già da un accordo dato in partenza tra tutti i
membri della stessa società. Nulla può essere fatto per convincere ad
accettare l'etica da parte di coloro che non sono già cittadini della stessa
società ideale che condivide il contratto. Laddove la posizione hobbesiana
sembrava incapace di generare accordi se non presupponendo il ricorso a uno
strumento extra-teorico quale la forza; la posizione di Rawls è sterile
perché si limita a ricostruire il modo in cui già di fatto si realizzano
accordi, nelle società liberal-democratiche, tra coloro che accettano
politiche progressiste e nulla dice per dirimere i contrasti tra individui
rappresentativi di società profondamente diverse (quali, poniamo, quelle del
mondo occidentale e quelle dei paesi dell’Africa o dell'Asia). La
procedura contrattualista di giustificazione etica ha sicuramente un ampio
spazio laddove contrasti e conflitti sorgano tra individui già vincolati a un
certo patto e all’accettazione di una certa procedura per dirimere i contrasti.
Ma poco o nulla può offrire laddove si affrontino le questioni più
sostanziali: da una parte di come giustificare la scelta di avere un
contratto da rispettare in luogo di non avere nessuna forma di contratto;
dall'altra di come giustificare l'opzione di continuare a rispettare il
contratto, in luogo di defezionare, anche quando ciò danneggia i nostri
interessi personali. 3.9. Il non-cognitivismo e la giustificazione
logico-argomentativa del punto di vista etico. Una teoria della giustificazione ©
argomentazione etica è stata messa a punto anche dai teorici del
non-cognitivismo (cfr. $ 2.6). Laddove gli emotivisti consideravano
del tutto fallace la convinzione che si potesse avere una reale
discussione su questioni etiche, i teorici del non-coBnitivismo trovano
possibile indicare una serie di procedure come peculiari del ragionamento
etico. Vale la pena di fermarsi brevemente sulle differenze
www.scribd.com/Filosofia_in Ita3 56 ETICA sul piano
della giustificazione e dell’argomentazione, dunque sul piano epistemologico,
tra le posizioni degli emotivisti e quelle dei non-cognitivisti. Infatti
lo sviluppo di questa differenza rappresenta una delle vicende centrali
dell'etica del XX secolo che viene completamente trascurata da quanti come ad esempio A. MacIntyre
(MacIntyre, 1988) assimilano rigidamente
emotivismo e non-cognitivismo, Nel caso degli emotivisti occorre
distinguere tra le posizioni di Ayer e di Stevenson. È appunto nelle
pagine di Ayer (Ayer, 1961) che troviamo la posizione più radicale che ritiene
che l’unico punto di dibattito effettivo in una discussione etica
possa essere quello di una verifica fattuale sul come sono andate le cose
e, per il resto, sia da considerare comeeffettivo in una discussione
etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come sono andate
le cose e, per il resto, sia da considerare come del tutto illusoria
la pretesa di aprire una qualche discussione criticamente valutabile
sulla rilevanza etica di ciò che è accaduto, In definitiva connotando
eticamente qualcosa ciascuno esprime solo i propri gusti morali del tutto
personali e, come è noto, sui gusti non si può certo disputare. La posizione
di Stevenson (Stevenson, 1962; cfr. qudo eticamente qualcosa ciascuno esprime
solo i propri gusti morali del tutto personali e, come è noto, sui gusti
non si può certo disputare. La posizione di Stevenson (Stevenson, 1962; cfr.
qui sopra $ 2.6) è meno riduttiva, ma finisce con il sostenere che tutto
ciò che possiamo fare da un punto di vista argomentativo o epistemologico in
morale è divenire pienamente consapevoli del come usare nel modo
appropriato, come un potere causale, la forza emotiva presente nelle
nozioni etiche, vuoi per persuadere altri ad accettare i nostri standards,
vuoi impedendo che altri ci persuada con il mero ricorso a delle
definizioni persuasive, Ma non resta nessuna possibilità pet discutere in una
qualche forma argomentativa l'appropriatezza etica di un determinato giudizio
morale. Laddove consideriamo l’etica come un linguaggio emotivo sia pure, come fa Stevenson, come un
linguaggio guidato da regole nel suo uso
tutto ciò che possiamo fare sul piano epistemologico è richiamare
l’attenzione sulla presenza di tecniche di persuasione che possono essere
utilizzate sia da una persona che voglia fare passare dei valori giusti, sia da
chi invece voglia imporre dei valori ingiusti, L'argomentazione etica,
così come ce la presenta Stevenson con il suo emotivismo moderato, non ci
permette di discriminare tra questi valori, ma solo di sostenerli nel
modo migliore ed egli quindi riconosce in questo campo solo uno spazio
per procedure di tipo retorico o propagandistico. Nel caso invece
del non-cognitivismo, come sostenuto ad esempio da Hare (Hare, 1971 e
1989), troviamo l'impegno a elaborare un'epistemologia per l’etica che
fornisca criteri di discussione e critica anche per il nucleo peculiare
di valori che è in gioco nel discorso morale. Come si è già spiegato (cfr.
sopra, $ 2.6) secondo questa concezione meta-etica la morale è costituita
di prescrizioni universalizzabili soverchianti. Partendo da questa
caratterizzazione della natura della morale un non-cognitivista ha di
fronte a sé due problemi distinti. Si tratta, in primo luogo, di esaminare se
vi sono vie argomentative per convincere razionalmente a farsi guidare
nelle proprie azioni da una morale così intesa chi non la vuole fare
propria preferendo un completo amoralismo. In secondo luogo si tratta di
delineare quali procedure argomentative sono disponibili per sottoporre a
controllo le diverse opzioni mortali possibili al fine di individuare,
per la situazione in cui ci troviamo, quale è la migliore prescrizione
universalizzabile soverchiante. Esponiamo qui di seguito le due diverse
strategie argomentative così come vengono delineate da Hare. Per
quanto riguarda il livello di discussione che si apre nei confronti di
chi non intende in alcun modo ispirarsi a regole morali, sul piano
argomentativo non c'è molto da fare. Non si può cioè costringere
logicamente qualcuno a usare il linguaggio della morale; si può solo, una
volta che egli lo usi, mostrare che lo ha usato in modo inadeguato
rispetto alle regole che ne governano l'uso. Hare dunque sembra voler
fissare come limite invalicabile per l’argomentazione morale il confine al di
lì del quale si collocano tutti coloro che non fanno in alcun modo uso
del linguaggio morale. Nei confronti di costoro si potrà fare qualcosa
solo collocandosi da un punto di vista non strettamente argomentativo.
L'educazione e l’uso della forza sono due diverse strategie cui si
ricorre per far si che le persone facciano propria la forma di vita che include
la morale. All’interno della prospettiva non-cognitivista di Hare
si può invece argomentare contro chi pretende di formulare giudizi morali ed
invece in realtà non rispetta le condizioni logiche necessarie perché un
proferimento faccia parte del linguaggio etico. Come sappiamo un'espressione
linguistica farà parte del discorso morale solo in quanto si presenta
come una prescrizione universalizzabile soverchiante. Possiamo
identificare con chiarezza coloro che pretendono di dare una portata
morale alle loro affermazioni, ma compiono degli errori logici (oltre che
morali}. Le analisi di Hare sono rivolte a delineare il tipo di
argomentazione che può essere sviluppata contro il più comune errore
nell'uso del linguaggio morale, quello proptio dei fanatici morali. Le
posizioni dei fanatici morali nascono in quanto si prescrivono dei principi
che non vengono fatti valere come
la loro natura di principi morali esigerebbe
in modo analogo per tutte le situazioni simili indipendentemente
dal posto occupato da coloro che sono coinvolti. Un tentativo, coerente
con la concezione della morale propria del non-cognitivismo, può essere
fatto per contrastare il fanatismo morale ad esempio nella forma più
ricorrente che è quella del razzista (Hare, 1971; ma Hare più
recentemente ha trattato anche del caso di un medico che in nome dei suoi
doveri professionali fa proprio l’accanimento terapeutico: Hare).
Si tratta di chiedere al fanatico di immaginarsi in una situazione in cui egli
occupa il posto di colui nei confronti del quale egli vuole fare valere
in modo diseriminante i suoi pretesi principi morali. Che cosa fa il
razzista anti-semita quando una nuova informazione fornisce le prove che lui
stesso è di origine ebraica? Il non-cognitivista può con. siderare
l'articolazione di un esperimento mentale del genere come un’estensione
epistemologica della sua concezione meta-etica. Si badi infine che
l’argomentazione propria dell'etica che viene individuata muovendo dalla
concezione della natura dei giudizi morali avanzata da Hare non si
limita come nel caso del formalismo
kantiano ad avanzare la richiesta di una
mera coerenza formale, ma enuncia un requisito contenutistico. In linea
del tutto pregiudiziale un giudizio potrà essere incluso nell'universo
dei giudizi propri del discorso morale solo se prescrive un qualche
principio che si è pronti a far valere in modo analogo per tutti i casi
simili indipendentemente dalla propria collocazione nelle situazioni investite.
Lavorando su questa condizione epistemologica della concezione che vede
la morale come insieme di prescrizioni universalizzabili soverchianti,
più recentemente Hare ha elaborato ulteriori passaggi critici a cui
sottoporre le prese di posizione etiche. Nello sviluppare queste implicazioni
epistemologiche si è incamminato lungo una linea che giunge a presentare come
adeguate su basi sostantive quelle conclusioni che vengono ricavate
dall’utilitarismo dell’atto. In quanto ci troviamo di fronte ad
un’argomentazione che ricava da una meta-etica una ben precisa etica normativa,
ce ne occuperemo in un prossimo paragrafo. Dalla giustificazione
allo spiegazione dell'etica. Proprio nel
nostro secolo la riflessione filosofica sull'etica ha elaborato una serie di
analisi conseguenti a un radicale mutamento di approccio. L'effetto di
questo cambiamento è che anche per quanto riguarda le procedure argomentative
in uso in morale l’obiettivo cui si tende è di ricostruirne il complesso
delineando anche il contesto in cui si sono formate. Con questo approccio non
ci si propone dunque di fondare o giustificare aleunché 0 di modellare al
meglio strutture argomentative, quanto piuttosto di presentare
spiegazioni complessive rivolte a comprendere qual è il posto che l’etica
occupa nella nostra vita. In definitiva è la prospettiva che Hume aveva
sviluppato nella sua scienza della natura umana che viene recuperata,
tradotta nel linguaggio del nostro secolo e resa più rigorosa e
determinata. L'etica viene così considerata come un presupposto della nostra
forma di vita che non tanto va giustificato o fondato quanto piuttosto
spiegato nella sua concretezza. Si tratta dunque di un
programma esplicativo che considera l'etica e le sue distinzioni come
costitutive della nostra esperienza del mondo, con un approccio in parte
analogo a quello kantiano impegnato a identificare le forme generali
della nostra esperienza. Ma questo approccio esplicativo non percorre poi
la linea aprioristica kantiana dell'analisi trascendentale, proponendosi
piuttosto di avanzare ipotesi empiriche sulla natura dell'etica e le
forme di argomentazione in essa correnti (Preti, 1986). ;
Questo tipo di ricerca ha avuto nel nostro secolo una notevole
espansione parallelamente al tentativo della filosofia di trasferirsi dal
piano fondazionale a quello esplicativo (cfr. Gargani, 1975 e Nozick,
1987). Una prima differenza tracciabile in questa linea filosofica, come
si è detto, è relativa al tipo di spiegazioni, ovvero alla natura logica delle
presupposizioni a cui ci si richiama, caratterizzate o in una direzione
trascendentale oppure come ipotesi empiriche. Su basi kantiane un
tentativo di spiegare l'etica è presente nelle analisi di Putnam. La
tendenza a esprimere giudizi morali è secondo Putnam un modo del tutto
aprioristico e comune al genere umano di categorizzare; in modo analogo va
spiegata la stessa predilezione sostantiva per certi contenuti
(benevolenza, giustizia ecc.). Invece sul piano empirico si trovano, tra
le altre, le seguenti spiegazioni della morale. Da una parte abbiamo una
concezione come quella di Mackie che ritiene che l'etica sia una
produzione artificiale della cultura umana con cui gli vomini cercano di
fare affermazioni su specifiche proprietà del mondo, ovvero i valori o le
qualità etiche; ma queste affermazioni sono tutte false in quanto tali
proprietà non sussistono realmente. Dall'altra abbiamo le posizioni
proiezioniste, quale ad esempio quella di Blackburn, secondo le quali
invece si guarda all’etica come un prodotto della nostra cultura che ci
consente di fare riferimento a qualità o proprietà quasi reali (le
proprietà morali) che noi abbiamo proiettato sulle cose e sul mondo. Sono
ancora da ricordare le analisi sensiste di Wiggins e McDowell i quali
ritengono viceversa che si debba considerare l’etica come il campo che gli
esseri umani costituiscono in quanto forniti di un peculiare senso o
sentimento che li mette in grado di cogliere delle proprietà nel mondo
(appunto ciò che rende moralmente rilevante una qualche situazione) che hanno
poi su di essi una forza motivante e vincolante. Infine in un contesto
più evoluzionistico Gibbard indica nella morale un insieme di norme che
gli uomini anno elaborato nel corso di una loro attività peculiare
che li muove a discutere pubblicamente sul come condurre le loro vite e come
sentire a proposito delle scelte fatte nel corso delle loro vite. Tutti
questi diversi modelli esplicativi dell'etica e della sua genesi come si può
vedere ne rendono conto in ter. mini universalistici; l'etica si presenta
cioè come un'istituzione del genere umano che include al suo interno il
ricorso a procedure pubbliche pet controllare la validità delle opzioni
privilegiate. Larga parte di queste concezioni esplicative sono rivolte a
trovare una collocazione per la credenza che il controllo fattuale giochi un
ruolo importante nella discussione etica. Una credenza del genere sussiste
anche se i fatti morali non esistono, 0 sono solo delle nostre proiezioni
o tali che noi li cogliamo perché forniti di una peculiare attrezzatura
percettiva. In questo secolo un ampio dibattito si è sviluppato
intorno a due nuclei problematici centrali per chiunque si ponga
l’obiettivo di una fondazione o giustificazione di conclusioni etiche. In
primo luogo hanno avuto un’ampia diffusione le discussioni relative alla
cosiddetta «legge di Hume» che coinvolgono tutti i tentativi di fondare
una conclusione etica su basi scientifiche, osservative o empiriche. Il
punto di partenza per questa linea di riflessione viene indicato in un passo
del Treazise di Hume (Hume, 1987: I, 496-497), il cosiddetto «is-ought
paragraph», in cui si richiama l’attenzione sulla differenza tra
proposizioni in cui è presente la copula è {:5) e quelle in cui compare la
nozione deve (ough)). A questo passo si sono richiamati tutti coloro che
hanno criticato come logicamente inaccettabile la derivazione di una
conclusione normativa, e in generale etica, da premesse descrittive, assertive
o in generale non-etiche (cfr. Hudson, 1969; Carcaterra; Oppenheim; Scarpelli;
Celano). Sul piano storico occorre precisare che è molto probabile che
Hume non fosse direttamente impegnato a formulare un vero e proprio
principio logico relativo all’inderivabilità del dovere dall'essere, quanto
piuttosto a segnare con precisione la «grande divisione» concettuale tra
conclusioni con l'è e quelle con il deve. Importa però qui richiamare che
nel XX secolo invece si fa rilevare che proprio da un punto di vista
strettamente logico-formale e sintattico si deve ritenere del tutto
scorretto qualsiasi ragionamento o argomentazione che pretenda di
ricavare una decisione, una scelta o un giudizio etico da considerazioni che
riguardano lo stato dei fatti o delle cose. Questa posizione è
stata ampiamente sostenuta nel corso del XX secolo con articolazioni
lievemente diverse. Così ad esempio Max Weber insisteva con decisione
sulla differenza di piani tra fatti e valori e dunque tra conclusioni
avalutative e scientifiche sulla natura e sulla società e decisioni o
assunzioni di responsabilità intorno a ciò che si deve fare (Weber, 1958;
Rossi, L'EPISTEMOLOGIA DELL'ETICA 61 1971: 249-315; Hennis,
1991). Partendo dalla stessa tesi della inderivabilità dei valori o
doveri dai fatti si sono rifiutate numerose concezioni spesso accusate di essere
cadute nella «fallacia naturalistica» (Moore). Così da una patte vengono
denunciate come frutto di un errore logico tutte quelle posizioni
riduzionistiche o conformistiche che concludono che ciò che si deve fare
è o ciò che è naturale per l'uomo o ciò che è già indicato dai valori
accettati più o meno diffusamente nella società. Non diversamente viene
considerata fallace quella specie di argomentazione etica propria
dell'approccio consequenzialista che considera come completamente risolvibile
un qualche problema morale ricostruendo con precisione ammesso che tra l'altro questo sia
fattibile quali sono le conseguenze
delle diverse opzioni tra cui dobbiamo scegliere. In realtà sapere con
precisione quali sono le conseguenze delle alternative che ci sono
davanti non basta per ricavare una conclusione su ciò che dobbiamo fare
perché una tale previsione se
attendibile ci dirà solo ciò che ci sarà
nel futuro, ma nulla ci dice sul punto se certe conseguenze che ci
saranno vanno poi preferite o meno ad altre e dunque approvate o
disapprovate. Tra l’altro era proprio questa l’argomentazione che faceva valere
Hume nella sua Exquiry concerning the Principles of Morals (Ricerca
concernente i principi della morale; Hume) contro i tentativi di derivare
le distinzioni etiche dal principio di utilità. Contro l’uso di
questa critica come ghigliottina decisiva per numerose concezioni etiche
si sono schierati quei pensatori
particolarmente numerosi nell'ultirna parte del XX secolo che hanno negato che si potesse nettamente
distinguere un piano di descrizioni neutrali del mondo da un piano di
opzioni valutative su di esso. Questo tentativo di superamento del quadro
concettuale che sorregge la cosiddetta «legge di Hume» è stato principal
mente rivolto a contestare la concezione della scienza dei neopositivisti
che sembra sorreggere una forte divaricazione tra fatti e valori, essere
e dovere. Questa divaricazione è stata criticata e giudicata superata da
numerosi pensatori pragmatisti, tra i quali in particolare Putnam. In secondo
luogo indubbiamente rilevante per il problema della fondazione e della
giustificazione dell’etica è tutto il dibattito
specialmente vivo nella seconda metà del XX secolo relativo alla possibilità di costruire
una logica delle norme. Collocandosi dunque sul piano della ricerca di
una sintassi di un discorso etico che voglia fare valere al suo interno
principi di coerenza e non-contraddizione è stata contestata la stessa
possibilità di enunciare una logica delle norme. Una posizione del genere
è presente nelle conclusioni a cui era giunto H. Kelsen nell'ultima parte
della sua vita (Kelsen, 1985). Rilevando che le norme sono, dal punto di vista
del significato, dei comandi, e che dunque come tali non possono essere
valutati in termini di verità e falsità, Kelsen negava che si potesse
costruire un sillogismo logico in cui premesse e conclusioni fossero
degli asserti normativi. Le implicazioni della sintassi logica possono
valere solo in presenza di proposizioni empiriche o asserzioni scienrifiche,
ovvero laddove premesse e conclusioni si collocano sul piano della verità e
dunque da premesse vere (o false) si traggono conclusioni vere (o false).
Ma un enunciato normativo non è in alcun modo vero 0 falso e dunque non
può funzionare da premessa di nessuna conclusione logicamente derivata,
Così se presentiamo nella premessa maggiore un enunciato normativo di caratrere
universale, laddove nella premessa minore troviamo l'individuazione di
una fattispecie rilevante sulla base della norma generale enunciata nella
premessa maggiore, secondo Kelsen non siamo autorizzati a presentare come
una conclusione logicamente necessaria una qualche azione o omissione
{con relativa sanzione). Coloro che contestano la possibilità di una
logica delle norme obiettano infatti che comunque il linguaggio normativo
esige sempre che ci sia un qualche comando effettivo ripetuto subito
prima del compimento di qualsiasi azione. Sia le «legge di Hume»
sia le obiezioni alla possibilità di elaborare una «logica delle norme»
risultano particolarmente rilevanti nei confronti di chi si muove
all’interno di un contesto fondazionale e pretende dunque di dare una
qualche fondazione assoluta o conclusiva dell'etica. Ma se ci collochiamo
sul piano dell’argomentazione o della giustificazione (per non dire del
piano della spiegazione delle procedure effettivamente adottate) le cose
risultano più complesse. Per quanto riguarda, ad esempio, la cosiddetta
«legge di Hume», sembra difficile non ammettere l'efficacia di quelle
critiche rivolte al tentativo di ricavare le proprie conclusioni etiche
semplicemente da una ricostruzione dei fatti in gioco, o da una mera
raccolta di informazioni, o dall’accumulo di una congerie più o meno
estesa di previsioni. Dovrà introdursi prima o poi la nostra preferenza
per un qualche principio da fare valere in modo analogo in tutte le
situazioni simili, una preferenza che sia radicata nelle nostre emozioni
e che siamo pronti a mettere in pratica quando starà a noi agire facendola
prevalere su nostre opzioni non strettamente etiche. Questa ammissione di
una qualche frattura, divisione o salto tra il piano delle ricostruzioni
empiriche della situazione e quello di una valutazione e conseguente decisione delle diverse
opzioni che ci stanno di fronte non deve essere spinto però fino ad esiti
eccessivi. Così risulterà insostenibile sul piano metodologico una
ricostruzione della natura dell’indagine empirica e scientifica che non tenga
conto di quanto le nostre osservazioni e le nostre esperienze siano dipendenti
dalle teorie, ipotesi e opzioni (anche valutative) da cui muoviamo. Né
sarà accettabile un divisionismo spinto fino all’estremo di non riconoscere la
rilevanza in un certo senso come
condizione necessaria anche se non sufficiente di un’argomentazione
etica dell'impegno sia a verificare come
stanno realmente le cose nella situazione in esame, sia a immaginare quali
conseguenze seguiranno una volta incamminatici lungo l’uno o l’altro
corso di azione. Non diversamente a proposito della questione della
possibilità di costruire una logica delle norme è difficile negare la
nostra capacità sia di squalificare certe prese di posizione etiche
perché in contraddizione con principi già assunti, sia di estendere i nostri
principi a situazioni nuove sulla base della tesi logica che esse sono
del tutto simili a quelle che abbiamo già giudicato. È probabile che nel
riconoscere questo ci muoviamo a un livello che non è esattamente quello della
sintassi logico-formale, ma piuttosto
come ha suggerito Nowell-Smith delle implicazioni di una logica
pragmatica che dà vita a una valutazione dei giudizi in gioco in termini di
stranezza logica. Ma la rilevanza e la portata di strategie di tipo
sintattico o logico resta innegabile se si abbandona la pretesa di
muoversi sul piano di un'etica dimostrata in modo assiomatico e
geometrico. Va, infine, sottolineato che malgrado le obiezioni di fondo dei
puristi della logica larga
estensione hanno avuto nella seconda metà del XX secolo i tentativi di
elaborare simbolismi e formalismi idonei al trattamento di norme. Ben al
di là dei tentativi o delle enunciazioni di principio si sono spinti
tutti coloro da Wright a Alchourron e
Bulygin che si sono impegnati a elaborare la logica deontica e la logica
delle norme. I risultati raggiunti con tutta la loro complessa
articolazione mostrano la fertilità di un tentativo di dare vita a un
trattamento simbolico della sintassi delle norme e di inserire in un
contesto logico le relazioni tra obbligazioni etiche. Difficile peraltro che
tali modelli di linguaggi perfetti o ideali per le norme o le valutazioni
etiche possano essere di aiuto per ciascuno di noi quando, nella vita
comune, siamo alle prese con i nostri problemi etici concreti. Tali
linguaggi invece illuminano certamente il lavoro di giuristi, politici,
scienziati sociali impegnati nel mettere a punto sistemi di norme più o meno
stabili, efficienti, chiari e comprensibili da tutti coloro per cui tali
norme debbono valere. 4. Le etiche normative: concezioni in
contrasto. 4.1. Eriche conseguenzialiste e deontologiche:
principi, mezzi e fini nell'etica.
Quando si tratta di classificare le diverse concezioni etiche possiamo
ricorrere a differenti criteri formali che si intersecano. È quanto
faremo n questo paragrafo, esponendo le differenti concezioni normative
esistenti usando diverse strategie di classificazione. In primo luogo
distingueremo le etiche normative in generale sulla base di una loro
struttura di fondo che col. lega la valutazione etica 0 a un riferimento
a principi 0 a una considerazione delle conseguenze. Renderemo così conto
della differenza tra etiche deontologiche o tuotanti intorno a principi ed
etiche teleologiche o rivolte principalmente alle conseguenze, e accenneremo
anche ad alcuni tentativi di elaborare etiche miste. Passeremo poi a
rendere conto delle diverse etiche normative classificandole sulla base
di un diverso criterio formale che ritiene essenziale la distinzione tra
etiche che fanno uso di una nozione di valore intrinseco, in quanto
contrapposta a quella di valore estrinseco, ed etiche che invece rifiutano tale
distinzione. Esamineremo, infine, alcune concezioni normative che
identifichiamo come le più diffuse e vitali nelle discussioni di etica teorica
nel secolo XX. Ovviamente di pari passo con l’esposizione cercheremo sia
di fornire le ragioni delle inclusioni ed esclusioni nella lista, sia della
nostra preferenza critica per una di queste etiche. Un modo
ricorrente per distinguere tra le diverse concezioni normative è dunque
quello che contrappone l’etica che ruota intorno a un appello ai principi a
quella che tiene piuttosto conto delle conseguenze dell’azione. Si tratta
di una distinzione che è centrale, ad esempio, nella riflessione di Max Weber,
che però se ne è valso non tanto per distinguere due tipi diversi di
etica quanto piuttosto per richiamare l'attenzione su due piani diversi
della vita etica: quello proprio del moralista che fa appunto appello
alla rilevanza dei principi e quello di chi come il politico o chi sia comunque impegnato
in una dimensione tecnico-pratica
invece, muovendosi nel quadro di un'etica della responsabilità,
deve badare principalmente alle conseguenze dei diversi corsi di azione
in cui si impegna (Weber, 1966). Dietro queste due diverse strategie
possiamo anche ritrovare come subito
vedremo un diverso modo di
considerare il rapporto mezzi-fini nella vita pratica. Sono state
presentate concezioni deontologiche dell'etica diversamente strutturate.
Avremo così diversi tipi di etiche dei principi a seconda che pongano al loro
centro uno o più principi, e a seconda che concepiscano tali principi o come
assoluti e aprioristici o come ricavati dall'esperienza e in generale
rivedibili. È così chiaro che l'etica kantiana si presenta come un'etica
deontologica che ruota intorno a un solo principio di fondo, assoluto e a
priori, dato dall'imperativo categorico, e le diverse formulazioni
offerte, dell'imperativo categorico, non presentano in realtà principi diversi
(Kant, 1970a). Nel caso di alcune etiche del comando divino (come ad
esempio l’etica cristiana o cartolica) vi è invece una tendenza a presentare
come costitutivi della vita morale diversi principi tutti assoluti (i
vari comandamenti divini o le norme che costituiscono la legge naturale).
Un'etica deontologica pluralista si trova di fronte al problema (quasi
mai invece affrontato esplicitamente in queste etiche) della necessità di
disporre di un criterio chiaro per ordinare i diversi principi e
risolvere quei casi in cui più principi assoluti entrano tra di loro in
conflitto. Ma una concezione etica deontologica non è logicamente costretta
a considerare i principi al centro della vita morale come assoluti,
immutabili e di derivazione non empirica. Non mancano infatti analisi
della vita etica (ad esempio quella dell'evoluzionismo filosofico di H.
Spencer H. Spencer, 1893 o di certe forme contemporanee di intuizionismo si vedano ad esempio W. D. Ross, 1930 e
A. C. Ewing, 1948) che pur ritenendo costitutivo della vita morale
l’appello a principi, non rendono conto del costituirsi di questi
principi lungo l’asse dell’impostazione kantiana o di quella religiosa. I
principi dell'etica vengono piuttosto considerati o come regole fissatesi
nel corso dell'esperienza quali abitudini o come assunzioni più o meno convenzionali preliminari, o anche come ipotesi più o meno
rischiose da avanzare in situazioni risolvibili difficilmente con gli strumenti
ordinari. La questione centrale per una valutazione critica delle etiche
deontologiche è quella di chiederci fino a che punto le si possa seguire nella
loro assunzione che i principi e la coerenza sono il criterio determinante
della vita morale senza che st debba tenere conto delle conseguenze di
un'applicazione di questi principi. Le etiche deontologiche incontrano in
realtà difficoltà insormontabili in quanto si presentano come la struttura di
riferimento di tutte le forme di fanatismo morale, ovvero di quelle
concezioni che ritengono che l'unico modo per elaborare decisioni e
giudizi eticamente validi sia quello di dedurre coerentemente le
implicazioni suggerite da principi considerati come indiscutibili e non
modificabili. Il fanatismo nasce laddove si spinge la fedeltà ai principi
fino a non tenere in alcun conto le eventuali conseguenze disastrose di questa
fedeltà. Le etiche deontologiche partoriscono quindi spesso moralisti che
riaffermano continuamente vecchi principi che, in realtà, non sono più in
consonanza con la vita effettiva degli esseri umani, Paternalismo e
rigidità sembrano essere sul piano pragmatico alcune delle possibili
implicazioni delle etiche deontologiche. Tali conseguenze sono evitate
attraverso l’impegno a formulare elaborate casistiche che prevedono un'ampia
gamma di condizioni in cui si può fare un'eccezione alle regole, Mentre
sul piano psicologico non è infrequente che tali etiche generino forme più 0
meno estese di ipocrisia per cui regole e principi assoluti sono
enunciati solo verbalmente e in pubblico, ma non seguiti nelle scelte
effettive e in privato. Proprio come correttivo di questi eccessi
formalistici e rigoristici sono state presentate come più adeguate le
teorie etiche che mettono al centro della vita morale una considerazione
delle conseguenze delle azioni. Si tratta di etiche in cui è centrale la
considerazione per la dimensione della responsabilità. In luogo di una
stretta fedeltà ai principi l'atteggiamento etico è quello di chi è
impegnato in una continua valutazione dei risultati. Si tratta di quelle
concezioni dell'etica che già nel mondo antico, ad esempio con gli stoici,
richiamavano l’importanza della prudenza per rendere conto del nucleo
centrale della vita morale, Queste posizioni conseguenzialiste hanno
avuto un grande sviluppo dalla fine del secolo XIX in quanto sono
divenute la struttura portante delle etiche utilitaristiche. Sul piano logico
non è però corretta un’assimilazione tra conseguenzialismo e utilitarismo.
Infatti l'utilitarismo è una delle varie forme che può prendere il conseguenzialismo,
quella che considera come criterio di valutazione dei risultati la
realizzazione del massimo bene per il maggior numero. Altre forme di
conseguenzialismo possono assumere, come criteri di valutazione dei
risultati, concezioni del bene o del valore da realizzare del tutto
alternative rispetto a quella felicifica dell'utilitarismo. Però
proprio la possibilità di distinguere tra utilitarismo e conseguenzialismo
richiama quella che sembra essere la difficoltà principale delle
concezioni conseguenzialiste, ovvero la loro incompletezza. Infatti una
concezione che mette in primo piano per la valutazione morale la
considerazione delle conseguenze delle nostre azioni non sembra in grado di
rendere conto pienamente del giudizio etico, in quanto tale giudizio non
può limitarsi a esaminare quali saranno le conseguenze di certe scelte,
ma dovrà anche valutarle sulla base di ben precisi criteri di valore. Ci
troviamo dunque di fronte alla difficoltà che già richiamava Hume (Hume,
1987: II, 301-311), ovvero che una considerazione delle conseguenze può
informarci solo relativamente ai mezzi e resta poi da valutare del tutto
indipendentemente l'accettabilità dei fini. Ma per quanto possa essere
incompleta, un'etica conseguenzialista richiama su quello che è un
passaggio necessario per le nostre valutazioni e decisioni; la
considerazione appunto di ciò che la loro accettazione comporta. Anche se
poi questo approccio non può esimerci da una valutazione dell’accettabilità o
meno dei risultati che si raggiungeranno. La concezione conseguenzialista
dell'etica riesce a rendere conto delle nostre valutazioni su ciò che è
giusto o ingiusto ed esige di essere integrata con una teoria della bontà
o del valore dei risultati. Per quanto riguarda poi l’uso della
distinzione tra mezzi e fini in etica va anche detto che specialmente
nell'ultimo secolo varie forme di naturalismo etico si sono impegnate
nell’approfondire e render meno semplicistica una considerazione
esclusiva dei mezzi come passaggio obbligato verso i fini, riflutando così di
considerare i mezzi come una dimensione incompiuta della vita pratica. In
questa linea si collocano le analisi di John Dewey nella sua Theory of
Valuation (1939, La teoria della valutazione) che ha insistito nel richiamare
l'attenzione sul processo mediante il quale gli stessi mezzi possono
trasformarsi in fini e nel mettere quindi in crisi una concezione che vede i
fini come un risultato finale, per sostituirvi una prospettiva che nella
condotta umana trova un conzinuute di azioni che da mezzi si trasformano
in fini che a loro volta si trasformano in mezzi ecc. Dall'altra parte vi
sono stati teorici che hanno concepito il conseguenzialismo come
autosufficiente laddove non si considerino i fini come valori intrinseci
o valori in sé, ma piuttosto come valori estrinseci. Il valore intrinseco
nell'etica. Dal punto di vista normativo
le diverse etiche possono essere differenziate anche sulla base del ricorso o
meno alla nozione di valore intrinseco. La nozione di valore intrinseco
trova un uso centrale nell’etica di Moore, ma anche ad esempio sul
versante fenomenologico nell'opera di F. Brentano e poi di Max Scheler
(Scheler, 1944: 121-130). Nella seconda metà del XX secolo l’uso di tale
nozione nella teoria etica è stato più volte fatto oggetto di critiche in
particolare da pensatori pragmatisti {su questa discussione è da vedere
G. Pontara, 1974, che presenta anche una difesa dell’uso in etica di tale
nozione). Vi sono stati altresì tentativi di delineare una nuova caratterizzazione
della nozione ad esempio da parte di R. Nozick (Nozick, 1987).
La nozione di valore intrinseco è legata al tentativo di dare all’etica
una dimensione oggettiva. Infatti in questo senso Moore (1964) collegava
la nozione di valore intrinseco con quella di «unità organica». Le cose fornite
di valore sono uniche in quanto presentano una unità organica che non è
definibile riducendo l’intero alle sue parti. In questo senso il valore
intrinseco è la contropartita a livello ontologico della tesi gnoseologica
che riconosce nel bene una qualità del tutto unica, semplice e
indefinibile. D'altra parte il riferimento al valore intrinseco fa sì che si
consideri il bene come qualcosa che viene conosciuto come presente nel
mondo oggettivo e non già come un modo di sentire soggettivo. In questo
senso Moore riteneva che le proprietà etiche avessero una loro realtà e
sussistessero indipendentemente dall'essere percepite, La
tesi che vi sono degli interi forniti di valore intrinseco (come ad esempio per
Moore le relazioni personali e le cose belle) permette di identificare il
normativo e l'etico con qualcosa che ha uno statuto peculiare e che
dunque non può essere ridotto a nessuna altra realtà. La posizione che
ammette l’esistenza del valore intrinseco nega che ogni azione possibile sia
fornita solo di valore estrinseco e strumentale e che possa essere
sostituita da qualsiasi altra azione. La concezione del valore intrinseco
si accompagna dunque all’elaborazione di una teoria normativa che riconosce
l'autonomia dell’etica e ritiene anche che vi sia un modo compiuto e
definitivo per fondare le conclusioni dell'etica. Anche
Nozick (1987) usa la nozione di valore intrinseco come mezzo teorico per
arrivare a riconoscere alle realtà al centro dell'etica un'oggettività e
una forza vincolante indipendenti dalle motivazioni individuali. Nozick,
come Moore, collega la nozione di valore intrinseco con quella di unità
organica e anzi propone una gerarchia delle realtà sulla base del diverso
grado di valore intrinseco, nel senso che sarà fornito di maggiore valore
intrinseco quell’intero che connette in modo più organico, ovvero più stretto e
unitario, un maggiore numero di parti differenti. In questo senso la
nozione di valore intrinseco secondo Nozick può essere attribuita a un
gran numero di esseri e permette misurazioni e graduazioni. La
moltiplicazione di esseri forniti di valore intrinseco nella teoria etica
di Nozick è confermata dalla tesi che questo valore può essere creato o
costituito (in quanto «valore contributivo» alla totalità di valore
intrinseco già esistente nel mondo). Nozick poi delinea una precisa lista
di realtà fornite di valori, suggerendo che in particolare sono le
persone e i sé ad avere una maggiore quantità di valore intrinseco e a
poterne creare di nuovo. Riprendendo la gerarchia degli esseri della tradizione
aristotelico-tomistica Nozick indica nella persona umana il vertice tra
le realtà fornite di valore intrinseco nel senso che i sé personali possono
scegliere di costituire unità organiche molto originali e strette, unificando
l’insieme molto differenziato di parti rappresentato dal fluire delle
loro vite. Nozick sembra dunque essersi impegnato a riproporre su una
base laica e empiristica la concezione religiosa e spiritualistica che
indicava negli esseri personali realtà fornite di un valore intrinseco e
non sottoponibili a una valutazione strumentale. Un'etica che
faccia uso della nozione di valore intrinseco va incontro alla difficoltà
di coinvolgere chi la sostiene in una serie di pretese metafisiche dif
ficilmente accettabili una volta sottoposte a controllo empirico. Così nel
caso di Moore la nozione di valore intrinseco in definitiva rinvia a una
struttura essenziale e sostanziale delle cose buone che può essere
direttamente conosciuta solo ricorrendo a una intuizione niente affatto
empirica. Nozick riesce in parte a depurare la sua utilizzazione della
nozione di valore intrinseco da queste implicazioni ontologizzanti e
metafisiche in quanto colloca tutta la sua teoria non già su di un piano
fondazionale, ma piuttosto su quello esplicativo, Ma procedendo per
questa strada non si capisce più perché sia strettamente necessario usare
in etica la nozione di valore intrinseco. Infatti se rale nozione viene
introdotta solo per spiegare alcune assunzioni e intuizioni che si dà per
scontato siano presenti nel nostro modo di vivere la dimensione etica, potremmo
rifiutarla negando di trovare in noi tali assunzioni e intuizioni, oppure
sottoponendo le assunzioni e intuizioni presupposte a una critica che ne faccia
risultare l’artificiosità e l’inaccettabilità. La nozione di valore
intrinseco può avere un suo uso nel campo dell’estetica quando si tratta di
spiegare il valore di cui una certa opera d’arte come un tutto è fornita,
valore che non è riconoscibile nelle diverse parti che la costituiscono.
Ma sembra difficile accettare come pacifica un'estensione di tale nozione
alla vita morale, In realtà affermando l'imprescindibilità dell'etica
dalla nozione di valore intrinseco si ripropone sotto una nuova forma
l’obiezione che contro le concezioni conseguenzialiste muove chi fa appello
all’ineliminabilità dei principi. Il sostenitore dell'etica dei principi
rimarca che la considerazione delle conseguenze esige comunque una loro
valutazione ticorrendo a principi. In modo analogo chi ritiene
ineliminabile dall’etica l’uso della nozione di valore intrinseco rimarca
che una considerazione etica in termini di valore strumentale rinvia
sempre a qualcosa che è fornito invece di valore intrinseco 0 finale. Con
questo lessico la critica al conseguenzialismo si carica di allusioni
ontologiche, metafisiche e oggettivistiche che è difficile possano avere
un riscontro sul piano dell’analisi empirica, L'etica
giusnaturalistica e la legge naturale. Passando al piano più sostantivo
un'etica normativa chiaramente identificabile è quella giusnaturalistica o
della legge naturale. Abbiamo già avuto modo (cfr. $ 3.4) di sostenere
come il giusnaturalismo e la concezione della legge naturale vadano incontro
a profonde difficoltà epistemologiche, ma resta fermo che anche nel corso
del XX secolo benché con minore
fortuna che nel passato sono riconoscibili
dei sostenitori di un concezione giusnaturalista o della legge naturale
(ad esempio Finnis, 1983), Si tratta di quella posizione etica che
ritiene che gli uomini hanno per natura determinati doveri e obblighi e
che tali doveri e obblighi siano determinabili prima e indipendentemente dal
costituirsi di qualsiasi istituzione giuridica o politica. La
tradizione giusnaturalistica ha avuto, dopo la presentazione da parte di
Tommaso d’Aquino di un’etica cristiana della legge naturale, una ripresa
e una formulazione sistematica nel corso del XVII secolo da parte di
autori come Grozio e Pufendorf. La concezione della legge naturale è
stata poi varie volte ripresentata nei secoli successivi e tuttora
costituisce l'etica prevalente nelle visioni cristiane e religiose. Le
concezioni della legge naturale ruotano intorno al riconoscimento di una
serie di obblighi e di doveri propri della natura umana. Proprio
conseguentemente a questo riconoscimento i teorici della legge naturale
fanno ampio uso del linguaggio dei diritti, anzi possiamo ritenere che la
diffusione nell'età moderna e contemporanea di tale linguaggio sia una
ricaduta del giusnaturalismo del XVII secolo. Va però sottolineato come
sia del tutto differente il ruolo che i diritti hanno nelle concezioni
giusnaturalistiche rispetto a quello che essi hanno nelle teorie etiche dei
diritti propriamente dette. Infatti i diritti affermati da un'etica
giusnaturalistica non sono mai illimitati e assoluti, ma trovano una
delimitazione nell’obbligo o dovere che occorre comunque rispettare
facendo valere il proprio diritto. Le diverse classificazioni dei diritti
rinviano quindi a un contesto di leggi, doveri e obblighi che resta
primario. I teorici della legge naturale concordano nel ritenere
che gli uomini in quanto tali hanno tutta una serie di diritti e doveri
paralleli: ad esempio, l’esistenza di un diritto alla vita da parte di qualcuno
sì accompagna al dovere del rispetto della vita di costui da parte degli
altri. Tra gli obblighi più frequentemente richiamati dai teorici della legge
naturale ricordiamo i doveri verso se stessi, i doveri verso gli altri
(distinguendo in questo ambito tra i doveri verso i propri familiari e i
doveri verso i propri concittadini) e i doveri verso Dio. I doveri verso
se stessi sono spesso identificati con tutta una serie di massime di tipo
prudenziale, sulla base di un più generale principio che considera la
vita umana più specificamente la
propria vita come non disponibile.
All’interno del quadro delle etiche giusnaturalistiche infatti il suicidio è
general mente considerato inaccettabile. Per quanto riguarda
poi la dimensione dei doveri verso gli altri una prima proposta è quella
che distingue tra i doveri in senso più stretto nei confronti dei propri
familiari e i doveri in senso più generale verso i propri simili.
Un'altra distinzione ricorrente tra i teorici del giusnaturalismo è quella
tra doveri perfetti e imperfetti. Ci si trova di fronte a doveri perfetti
laddove a questi doveri non si può disattendere in quanto sono legati a
un corrispondente diritto da parte degli altri e dunque con una qualche
codificazione. Così in questa classe rientra il dovere di non ledere gli
altri o di ottemperare a una promessa o patto sottoscritto. Nella nozione
di lesione si fa spesso rientrare non solo il danno fisico, ma anche il
danno relativo ai beni ovvero alla proprietà. Vi sono invece tutta una
serie di doveri imperfetti: essi riguardano azioni che non siamo sempre
tenuti a realizzare perché gli altri non le possono pretendere da noi
come un loro diritto (ad esempio le azioni mosse da generosità 0
beneficenza); oppure si tratta di doveri speciali legati al partico. lare
posto che si occupa, ovvero al ruolo professionale, o al ruolo
nella famiglia (padre, madre, figlio ecc.), o alla carica che si ricopre
nella società. Non mancano tentativi fatti dai teorici della legge
naturale specialmente nel XVII secolo con Grozio, Pufendorf, Althusius e
Thomasius (Bobbio, 1980) di esporre in forma compiuta e sistematica tutto
il codice di obblighi e doveri. I teorici della legge
naturale riconoscono uno statuto del tutto peculiare al dovere nei
confronti del governo o dello Stato, ovvero al dovere di obbedienza 0 lealtà
nei confronti delle leggi del proprio paese. Ma proprio la riflessione intorno
a questo dovere, alla sua assolutezza o ai suoi limiti, segna nel corso
del XVII secolo il processo di crisi per l'etica della legge naturale. Infatti
Hobbes mette in luce la difficoltà di conciliare all'interno di un'etica
della legge naturale due distinte esigenze entrambe considerate essenziali:
da una parte il dovere di obbedienza al governo e dall'altra un qualche
diritto a resistere al governo ingiusto. Hobbes indicava la soluzione nel
rimettere al governo attraverso il patto tutti i diritti e dunque
complessivamente anche il diritto di resistenza, lasciando però
all'individuo la possibilità di salvare con la fuga la propria vita
quando in pericolo. La concezione giusnaturalistica dunque è
entrata in crisi non solo sul piano epistemologico (cfr. $ 3.4), ma anche
per la sua incapacità di fornire soluzioni pratiche effettive ai problemi
etici che di volta in volta si sono presentati agli uomini. Quanto più le
condizioni di vita degli esseri umani sono andate collocandosi in un
ambiente artificiale, tanto meno il richiamo alla natura è risultato decisivo e
chiaramente comprensibile. Non solo il dovere di resistenza del cittadino
nei confronti dei governi ingiusti o delle guetre ingiuste è risultato
inderivabile da una presunta legge naturale, ma molti dei doveri a cui
rinviava la legge naturale sono apparsi desueti o inutili o lacunosi
quando le condizioni di vita si sono andate trasformando radicalmente nel
corso di un processo di civilizzazione che ha segnato il prevalere di
condizioni artificiali di vita. Si pensi, ad esempio, alle profonde
trasformazioni che hanno subito le relazioni familiari. Da queste
trasformazioni deriva la vuotezza di quelle concezioni che pensano di
potere risolvere i conflitti facendo appello a ciò che è naturale. Le
questioni legate alle relazioni familiari o ai rapporti tra i sensi non
trovano certo più una soluzione ovvia e condivisa rinviando a una
presunta famiglia naturale ideale o a un comportamento appropriato e lodevole
secondo un qualche modello naturale di padre, madre, figlio e dei rispettivi
doveri. Ancora, per cogliere le difficoltà a cui va incontro il giusnaturalismo
si pensi come al suo interno sia arduo trovare risposte per i problemi
che nascono con le nuove professioni o le nuove responsabilità etiche
(pensiamo a chi si occupa di gestione o trasmissione delle informazioni o
delle immagini, o a chi si occupa di terapia delle malattie mentali). L'etica
della legge naturale pretende di trovare nella natura umana da sempre e
per l'eternità doveri e diritti relativi a condizioni e situazioni che
solo cinquant'anni fa erano inimmaginabili. Né una riduzione a una
presunta essenza della condizione umana può risolvere queste difficoltà in
quanto per questa via le norme ricavate dalle leggi naturali si
presentano con una formulazione tanto astratta e generica da risultare
del tutto inefficaci. Proprio perciò la tradizione giusnaturalistica si è
andata sempre più svuotando della sua forza pratica e l'appello alla
legge naturale è divenuto solo uno strumento retorico e ideologico, unito
alla reiterazione di regole (spesso del tutto incapaci di guidarci) molto
generali quali «non uccidere», «non rubare» ecc. 44. L'etica
contrattualistica e le sue forme. Il
contrattualismo come teoria etica fu elaborato inizialmente nel corso del
XVII secolo proprio come superamento del giusnaturalismo cristiano e
medievale. La possibilità di indicare nella natura umana un fondamento adeguato
per l’etica veniva messa in crisi da Hobbes indicando la completa
assenza, nella natura originatia degli uomini, di tendenze che rendessero
possibili la pace, l'ordine e la cooperazione sociale. Proprio in quanto la
natura umana immaginata in uno «stato di natura» è incapace secondo
Hobbes di dare fondamento alla distinzione tra il bene il male, tra il giusto
e l'ingiusto, queste distinzioni vanno collegate a una procedura
artificiale che coincide con il contratto. Il contratto fu ampiamente usato nel
corso del XVII secolo come criterio etico decisivo da autori molto diversi tra loro come Hobbes, Pufendorf, Spinoza e Locke
{Gough, 1986). Un tratto tipico comune del contrattualismo del XVII
secolo sta nel fatto che il contratto è presentato come un criterio che
può riuscire a fondare solo una parte del contenuto dell'etica quello che ha a che fare con le leggi
giuridiche e con le istituzioni politiche , ma non la totalità dell'etica e
în particolare non può rappresentare un criterio adeguato per fondare la
morale nel senso stretto in cui ne trattiamo in questo scritto. Proprio
perciò i teorici nel XVII secolo, al di lì dello spazio garantito dal
contratto, rinviano a una diversa base come fondazione per la morale
propriamente detta. Ad esempio nella teoria di Hobbes troviamo che o secondo la maggior parte dei suoi
interpreti vi è una completa assenza di
morale nello stato di natura e prima del patto che dà vita all’ordine
civile, oppure ad esempio secondo H.
Warrender (1974) la morale viene fatta
dipendere dagli ordini di Dio, o infine
ad esempio secondo Bobbio (1989)
la si fa dipendere da un calcolo prudenziale. Pufendorf e Locke
invece ritengono che il contrattualismo per quanto riguarda l'obbligo
giuridico e politico possa (e debba) essere accompagnato dall'accettazione del
giusnaturalismo per quanto riguarda l’obbligazione morale propriamente detta.
Una prospettiva che restringe la portata della procedura artificialistica
del contratio è presente anche in un autore come Jean-Jacques Rousseau
che pure indica, nel contratto sociale (Rousseau, 1966), l’unica via per
correggere le distorsioni generate dalla corruzione prodotta dallo sviluppo
della società e ricostituire così condizioni etiche più consone alla natura
degli uomini (Rousseau, 1988). Solo con il XX secolo il
contrattualismo si è presentato come criterio etico generale non
ristretto alle situazioni di pertinenza del diritto e della politica. È
infatti con Rawls e la sua «teoria della giustizia» (Rawls, 1982) che la
concezione contrattualista viene proposta come strategia adeguata per
individuare i principi etici in generale. Va però rimarcato che il
«contrattualismo ideale» di Rawls riesce a funzionare da criterio
generale per l’etica solo in quanto si delinea come una procedura che ha
incorporato in sé un altro requisito ritenuto caratteristico dell’etica:
quello dell’imparzialità o dell'assunzione di un punto di vista generale.
Abbiamo già indicato (cfr. $ 3.8) i limiti del contrattualismo di Rawls
per quanto riguarda le procedure epistemologiche a cui si richiama; sul
piano normativo va rilevato che tale criterio è in grado di indicare
soluzioni ad esempio nella distribuzione
dei beni disponibili solo in
quanto tutti coloro che sono coinvolti accettano già alcuni vincoli.
Perché la procedura contrattualistica possa risultare decisiva bisogna, dunque,
ritenere che ci sia già un qualche accordo nel considerarsi cittadini di
una stessa comunità; oppure, in alternativa, bisogna ritenere che ci sia
un’armonia prestabilita (un residuo del provvidenzialismo settecentesco)
che garantisce la confluenza degli interessi individuali nel bene generale.
Proprio come correttivo di queste limitazioni Gauthier ha presentato una
procedura delineata come una forma di «contrattualismo reale» (Gauthier).
Questa strategia si sforza di mostrare che un certo esito identificato come un
equilibrio di contrattazione risulta per tutti coloro che sono coinvolti più
conveniente in termini di soddisfazioni personali. Resta però da dire che in
questo caso il criterio etico decisivo sembra presentarsi al di lì del contratto in una sorta di «egoismo razionale» che
accetta i vincoli di una contrattazione come mezzo migliore per
l'ottimizzazione di risultati anche dovendo fare conto su eventuali sostegni o
ostacoli da parte degli altri (cfr. $ 3.3). In generale dunque il
contrattualismo presenta un criterio normativo che non è in grado di
esaurire nella sua interezza lo spazio dell'etica, ma che ha bisogno di
rinviare a criteri aggiuntivi (imparzialità o egoismo razionale) ove lo
si voglia fare valere al di là del piano giuridico e politico. Un'etica
dei diritti. Anche l'etica dei diritti
si è andata sviluppando nella cultura moderna e contemporanea come un
correttivo della concezione giusnaturalistica. Una prima fase dell'etica dei
diritti nel corso del XVII secolo fu la via attraverso la quale si cercò
dì garantire la sfera di autonomia delle persone nei confronti dell'intervento
della legge e del potere politico. I diritti che vengono fatti valere sul piano
etico si presentano dunque prevalentemente come diritti negativi e di
libertà contro l’ingerenza di un potere esterno. Così, da una parte, autori
come Hobbes e Locke si fermarono a lungo sui diritti negativi alla
autoconsetvazione e alla proprietà dei beni ed altri autori come ad esempio Anthony Collins (1990) e in generale i free-tbinkers cercarono di far valere il diritto alla
libertà di pensiero. Il processo teso a garantire i diritti negativi ebbe esito
sul piano storico con le varie Dichiarazioni dei diritti degli Stati
Americani (1776-1789) e con la Dichiarazione dei diritti della Rivoluzione
francese (1789; cfr. Cassese, 1988). Nel corso del XIX secolo e
nella prima metà del XX vi è stata una contestazione della teoria etica dei
diritti, da una parte dagli utilitaristi sul piano epistemologico e,
dall'altra, dai marxisti sul piano di una critica storico-sociale. Ma come rileva Brenda Almond (Almond, 1991} una ripresa dell'etica dei diritti si è avuta
dopo la seconda guerra mondiale in particolare come reazione alla
soluzione finale e al penocidio voluto dai nazisti. Si è così assistito a
un progressivo ampliamento dell'etica dei diritti fino al punto che
Bobbio ha potuto indicare come adeguata per la nostra epoca l’espressione
di «età dei diritti» (Bobbio, 1990). Infatti più recentemente hanno fatto
ricorso al linguaggio dei diritti anche quelle concezioni che in
precedenza lo avevano criticato, come ad esempio l’utilitarismo che l'aveva riftutato come del tutto
privo di sensatezza o l'etica
cattolica che l’aveva attaccato
come espressione del trionfo di una mentalità moderna anarchica e priva
di eticità. Nella seconda metà del secolo XX si è altresì assistito a una
espansione della sfera dei diritti affermati come degni di salvaguardia.
Infatti la più recente etica dei diritti non si limita più a rivendicare
i tradizionali diritti negativi ma ha esteso le pretese anche a tutta una
serie di diritti cosiddetti positivi (ad esempio alla salute,
all'educazione, ad un lavoro ecc.). Ma in questa sede non possiamo
limitarci a prendere atto della larga diffusione a livello di opinione
pubblica del linguaggio dei diritti; dobbiamo piuttosto impegnarci a
identificare e valutare criticamente le concezioni teoriche che hanno visto
nell’affermazione dei diritti il criterio etico fondamentale. Nel
corso del secolo XVII laddove i sostenitori della legge naturale preferivano
richiamare sul piano etico il primato dei caratteri essenziali della natura
umana intesi in modo complessivo, o per così dire olistico, i sostenitori
di un'etica dei diritti pur
conservando la convinzione di una legge naturale o divina che fonda in
modo assoluto l’etica facevano
proprio sia pure in modo grezzo e
schematico il quadro teorico
dell'individualismo metodologico. Muovendo da questa prospettiva, almeno per
una parte della storia dell'etica dei diritti possiamo accettare il quadro
esplicativo proposto da autori come L. Strauss (1990) e C. B. Macpherson
(1973) che identificano questa storia con quella della lotta di una nuova
classe in ascesa la borghesia 0
ceto medio, ovvero il ceto di produttori
per giungere a un ticonoscimento delle sue esigenze da parte della
legge o del potere politico. Dunque una prima fase dell'affermazione dei
diritti fu rivolta a far valere pretesi diritti naturali degli uomini
contro lo strapotere della legge e dello Stato. Si tratta di quella fase
che possiamo ritenere conclusa con le Rivoluzioni americana e francese in
cui si affermano i diritti negativi alla vita, alla libertà,
all'autonomia, alla resistenza, alla proprietà ecc. In questo quadro, oltre ai
teorici del liberalismo settecentesco, possiamo collocare anche autori
che, come Rousseau, sono impegnati a recuperare una serie di esigenze naturali
degli uomini contro le limitazioni progressivamente delineatesi nella storia
della corruzione umana. Nel corso del XX secolo invece i fautori
dell'etica dei diritti hanno cercato, sempre su un piano morale o pregiuridico
e prepolitico, di argomentare a favore del riconoscimento di una serie di
esigenze minime che gli esseri umani avrebbero in quanto tali e che le
collettività dovrebbero garantire con le loro istituzioni e forme di vita
organizzate. Tra questi diritti positivi rientrano ad esempio quelli alla
salute, al lavoro, a una casa o più genericamente alla liberazione dalla
povertà o addirittura al benessere o alla felicità. Laddove nella prima
fase erano i diritti dell’individuo o del cittadino che si cercava di
considerare come criterio decisivo dell'etica, nella fase più recente si
prendono a guida piuttosto i diritti della persona umana più ampiamente
intesa. Va però rilevato che ci si trova di fronte a una sorta di
contrasto 0 incompatibilità tra l'affermazione dei diritti negativi e quella
dei diritti positivi. Come ha più volte sottolineato Bobbio (1990)
l'espansione dei programmi di difesa dei diritti sociali o positivi (a
parte le difficoltà di concordare una lista precisa dei diritti da
includere in questo programma e di convergere su una loro gerarchia) non può
che essere realizzata dando al potere politico e giuridico una qualche
autorità per limitare eventualmente i diritti negativi individuali che,
se illimitati, non permettono il raggiungimento per tutti i membri di una
società dei diritti sociali. Dal punto di vista teorico nel nostro
secolo l'appello ai diritti è stato collegato, sul piano fondazionale, non solo
con la legge naturale, ma anche con altre strategie etiche. Non è mancato
chi ha cercato di fondare i diritti in un quadro generalmente
contrattualistico (ad esempio Rawls, 1982), o di recupecarne un qualche
riconoscimento anche in un quadro utilitaristico (ad esempio Hare, 1989), anche
se in queste concezioni i diritti non hanno più una collocazione primaria
e originaria ma solo un ruolo sussidiario e derivato. Non sono poi
mancate profonde divaricazioni per quanto riguarda il tipo di tradizione
etico-politica al cui interno sono state calate le affermazioni dei diritti. Da
una parte si è fatto ricorso alla tradizione liberale che ha piuttosto
insistito sui diritti negativi degli individui nei confronti della società civile
e spesso contro lo Stato (così da I. Berlin, 1989, fino alle posizioni
anarchiche di R. Nozick, 1981). Dall'altra si colloca la strategia che ha trovato espressione nei movimenti
democratici e socialisti e in forma più totalitaria nei regimi comunisti che in nome della realizzazione dei diritti
sociali dei cittadini ha proposto limitazioni più 0 meno estese delle libertà
negative. Una storia del progressivo espandersi e modificarsi delle
rivendicazioni dei diritti può essere una strada molto fertile per
ripercorrere la storia della morale e del costume sociale nelle società
occidentali, ma non permette di arri. vare a identificare un preciso
criterio etico. In questa direzione già Bentham mostrava le fallacie e le
insufficienze di una teoria etica dei diritti che a suo parere non poteva
che confluire in un'etica della legge naturale e dunque in una forma di
etica autoritaria o dell’ipse dixit {Bentham, 1981). Un'alternativa alle
concezioni giusnaturalistiche che può essere percorsa dall’etica dei
diritti è quella che, secondo alcuni interpreti, sarebbe propria di
Hobbes, il quale identifica i diritti con le prerogative che ciascuno
individuo si trova di fatto ad avere a ragione delle sue condizioni
storiche, del suo status sociale, delle sue capacità, forza ecc. Una
impostazione che però rende praticamente impossibile un qualche bilanciamento
dei titoli che qualsiasi individuo può far valere come decisivi.
Ovviamente si presentano qui come insolubili pretese confliggenti di diritti in
una condizione come quella umana nella quale per la scarsità delle
risorse e i vincoli emotivi degli esseri umani non sono contemporaneamente
soddisfacibili tutte le esigenze di tutti. L'etica dei diritti
manifesta la sua maggiore inadeguatezza sul piano critico e teorico
proprio nella seconda metà del XX secolo, quando realizza il maggiore successo
dal punto di vista della sua diffusione come forma di discorso prevalente
nell'opinione pubblica. Infatti proprio in questo periodo vi è stato un
fiorire di nuovi diritti ed un indubbio processo di democratizzazione (ovvero
di allargamento della base di coloro che avanzano le pretese di diritti),
fenomeni che ben lungi dal risolvere problemi etici ne hanno fatto sorgere
di nuovi. Abbiamo assistito, proprio come conseguenza del prevalere
della forma di rivendicazione etica che fa appello ai diritti, a un
riacutizzarsi dei contrasti in campi quali quelli della nascita, della
morte, della cura, dell’ambiente, del trattamento degli animali, della
considerazione delle generazioni future ecc. Da un punto di vista
puramente descrittivo e lasciando
sospeso il giudizio di merito su questi fenomeni si può rilevare una crescita esponenziale di
nuovi soggetti di diritti e di diritti che ciascun soggetto avanza con la
pretesa che siano riconosciuti da tutti e salvaguardati dalle istituzioni
politiche e giuridiche. Dietro questo diffondersi delle pretese ai diritti,
invece, da un punto di vista teorico e fondazionale restano valide le
strategie del passato con cui si era già cercato di giustificare il
primato dei diritti presentandoli, di volta in volta, come una pretesa di
verità (White, 1984), uno strumento emotivo particolarmente persuasivo
(Hagerstròm, 1953), una sorta di «asso di briscola» (Dworkin, 1982), un titolo
richiamato come valido (Nozick, 1981), Ma il tentativo di costruire una
qualche etica dei diritti come risolutiva va incontro a difficoltà insuperabili
quando si tratta di fornire criteri sicuri per decidere quali nuovi diritti
riconoscere effettivamente come meritevoli di codificazione giuridica o di
tutela morale. Non diversamente, il contesto teorico dell'etica dei
diritti non è in grado, di fronte a casi concreti, di offrire una strada
argomentativa per superare contrasti e conflitti proprio relativamente a
diritti da riconoscere convergentemente. Per questi suoi limiti
epistemologici l’etica dei diritti si presenta, più che come una teoria
valida e coerente, come una retorica pubblica largamente usata oggi nella
nostra cultura. 4.6. L'etica kantiana e la persona umana. Un modello del tutto peculiare di etica
normativa è quello che si trova negli scritti di Kant. Come ha
sottolineato Frankena, nel caso di Kant ci troviamo di fronte a una ben precisa
forma di «deontologismo della regola» {Frankena, 1981). L’universalità
richiamata dall’etica kantiana si collega, su un piano epistemologico, con
una forma di intuizionismo che attraverso la via del trascendentalismo
sfocia in un realismo etico che esclude la possibilità di conciliarlo con
una meta-etica noncognitivistica. Va così rifiutato il tentativo di Rawls
{Rawls, 1980) di trovare in Kant un'etica sostanzialmente
costruttivistica e puramente procedurale. La legge etica di fondo
dell’etica kantiana ovvero l'imperativo
categorico «agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere nello
stesso tempo come principio di una legislazione universale» (Kant, 1970a:
167) si presenta come decisiva e
capace di indicare le soluzioni dei diversi conflitti e disaccordi etici.
Ma è proprio questo universalismo dell’etica di Kant che è stato più
frequentemente criticato. L'etica kantiana si presenta secondo i critici come
una mera etica della coerenza formale e propria di una volontà che per
rendersi il più universale possibile si depotenzia, si svuota di contenuti e
si rende del tutto incapace di incidere in qualche modo sulle effettive
opzioni presenti nelle situazioni reali. La comprensione
della proposta etica kantiana passa attraverso una più precisa
individuazione della natura dell'imperativo categorico. In Kant si tratta
di una massima che è universalizzabile solo se può essere voluta senza
contraddizione come legge universale, cioè se e solo se qualcuno può
volere, senza incoerenza nella volontà, che ognuno adotti questa massima
e agisca secondo essa. L’universalizzabilità in questo senso «è la prova
dell’accettabilità morale di una massima dell’azione e conseguentemente della
condotta» (cfr. M. G. Singer, 1985: 55). Per Kant l’universalità è un
principio morale e come tale non ha molto a che fare con
l’universalizzabilità che Hare riconosce come carattere proprio dei
giudizi morali, in quanto tale carattere, almeno nelle prime affermazioni
che ne fa Hare (cfr. $ 2.6), si presenta come una tesi sulla logica del
discorso morale. Ma per rendere conto adeguatamente dell’etica
normativa kantiana non ci si può limitare alla componente
universalistica. Vi sono altri tratti che la rendono storicamente
riconoscibile, e almeno altre due tesi ne rappresentano il nucleo essenziale:
il complessivo approccio rigoristico a preferenze, desideri e passioni
umane; l'affermazione della centralità morale della persona. Nel
caso dell’etica kantiana la legge morale e gli imperativi categorici nascono
proprio negando in nome della
libertà interessi egoistici e desideri
individuali e non già rendendo possibile, con il fare valere punti di
vista imparziali e generali, una loro conciliazione. Uno degli aspetti
caratteristici dell'etica normativa kantiana sta nel riprendere il
discorso delle etiche ascetiche cristiane che indicavano un'incompatibilità tra
la ricerca del proprio benessere e il piano morale. In questa linea l’etica
kantiana non si spinge solo a fissare una distinzione tra il cosiddetto
piano prudenziale e il piano etico, ma procede fino a prescrivere la
salvaguardia di un piano morale che nega recisamente contrapponendovisi tutta l'impostazione delle etiche
eteronome che fanno del benessere il fine delle azioni umane. Proprio in
questo senso l'etica di Kant si presenta come un'etica del dovere e della
scelta responsabile e razionale della legge universale, in contrasto con
qualsiasi tendenza a considerare la felicità individuale come obiettivo finale
dell'etica. La posizione kantiana si presenta, dunque, come del tutto
alternativa rispetto a quella fatta valere sempre più decisamente nella
tradizione empiristica da Hume
all’utilitarismo, al prescrittivismo universale
secondo la quale solo desideri, sentimenti e preferenze sono in
grado di motivare le scelte (etiche o non etiche) e la ragione invece risulta
inefficace su questo piano, Non bisogna per dere di vista questa
componente dell'etica kantiana che rende del tutto eccentrici aleuni tentativi
contemporanei ad esempio quelli di J.
Rawls e R. M, Hare di conciliare
l’universalismo kantiano con un bilanciamento dei desideri e delle preferenze
effettive di coloro che sono coinvolti. Kant rifiutava tutte quelle
etiche che facevano discendere la determinazione della moralità da motivi
diversi da quelli propriamente etici. La sua teoria è del tutto in linea con
l'affermazione nella cultura moderna e contemporanea dell'autonomia della
morale. In particolare Kant rifiutava come eteronome tutte quelle etiche che
assimilavano il bene morale a qualcosa che dipendeva o dall'educazione
(Montaigne), o dalle leggi civili (Mandeville), o dal sentimento fisico
(Epicuro), o dal senso morale (Hutcheson), o dalla perfezione oggettiva (Wolff
e gli stoici), o dalla volontà di Dio (Crusius e altri moralisti teologici;
Kant, 1970a: 178). Secondo Kant l’amore di sé, i sentimenti e le preferenze
personali non sono in grado di costituire il punto di vista morale:
laddove l’azione è motivata da questi scopi essa è chiaramente eteronorna
e dunque non morale. Solo una legge della ragione può motivare
autonomamente. Nel primo caso si hanno solo imperativi ipotetici e
precetti prudenziali, mentre nel secondo caso si giunge agli imperativi
categorici morali nella loro peculiarità. La concezione etica kantiana
infine riconosce un posto centrale alla persona. Kant presenta una
caratterizzazione della persona umana in termini essenzialistici e semplici
ovvero come qualcosa che ha una sua realtà sostanziale continua e
inconfondibile {tra l'altro che sopravvive alla stessa morte}, anche se
questa realtà sfugge alia nostra conoscenza e si presenta come collocata
sul piano noumenico. Ecco ad esempio una definizione dell’essere umano,
non priva di implicazioni assiologiche, offerta da Kant nella
Axtoropologie in pragmatischer Hinsicht abgefasst (1798, Antropologia dal punto
di vista pragmatico): «Che l’uomo possa avere una rappresentazione del proprio
io, lo innalza infinitamente al di sopra di tutti gli altri esseri
viventi sulla terra. Perciò egli è una persona e, grazie all'unità della
coscienza in tutti i mutamenti che subisce, una sola e stessa persona»
(Kant, 1970a: 547). Malgrado alcune limitazioni epistemologiche
nell’affermazione di un personalismo essenzialistico Kant considera
decisamente come tratto definiente della persona umana che è l'unico soggetto-oggetto
dell'universo morale la sua razionalità.
La centralità della nozione di persona nell’etica kantiana risulta esplicita in
una delle formulazioni dell'imperativo categorico che suona: «agisci in
modo di trattare l'umanità nella tua persona come nella persona di ogni
altro sempre come fine e mai soltanto come mezzo» (Kant, 19704). Proprio
sulla base della persona è fondata la tavola dei doveri presentati in Die
Merapbysik der Sitten (1797, La metafisica dei costumzi). Kant riprendeva
le distinzioni avanzate dai giusnaturalisti (in particolare Pufendorf e
Thomasius) tra doveri positivi e negativi (che si intreccia con quella
tra doveri verso Dio, verso gli altri e verso se stessi), riformulandola
come una distinzione tra doveri perfetti {quelli verso se stessi
stabiliti da massime universali per le quali persare un'eccezione equivale a
una contraddizione) e doveri imperfetti (doveri verso gli altri in cui la
contraddizione si presenta laddove vogliazzo un'eccezione) (Kant, 1970b:
269-374). Le critiche alla concezione kantiana dell'etica sono
state mosse lungo diverse linee. Ricordiamo quelle che ci sembrano più
decisive: la mera forma dell’universalità o è vuota 0 può essere
soddisfatta dalla coerenza e fedeltà verso qualsiasi valore anche
negativo; l’uso dell'autonomia dell’etica in chiave rigidamente
rigoristica rende del tutto astratta e ininfluente la norma kantiana che
non potrà includere nessuno dei desideri effettivi di esseri umani
concreti. Inoltre, l'ancoraggio dell'etica da parte di Kant alla persona
razionale comporta per la sua prospettiva alcuni limiti: non può essere estesa
a rendere conto di situazioni etiche in cui siano presenti esseri non
razionali (animali, ambiente ecc.); resta pur sempre un residuo di
colorazione egoistica in una prospettiva che si muove esclusivamente in
un contesto di persone in qualche modo distinte e separate l'una
dall'altra. Quest'ultima critica è stata fatta valere in particolare da Parfit
(1989). La tesi è che solo un quadro concettuale che come quello elaborato da Parfit dia una spiegazione riduzionistica e
complessa per quanto riguarda la natura dell'io e della persona potrà
permettere di non considerare le singole persone umane come unità di misura
finale pes l'etica. Dunque solo chi sappia liberare la morale dai confini
ontologici della persona umana potrà porre le basi per la costruzione di
un'etica effettivamente universalistica e altruistica. 4.7. Le
etiche utilitaristiche. Una concezione
etica molto diffusa e fortunata è quella utilitaristica. Si può trovare un
appello generico all’utilità come criterio di scelta etica in molti
pensatori dall’antichità ai giorni nostri. Ma prendendo in esame
l’utilitarismo propriamente detto facciamo riferimento a quelle concezioni che
riprendono da Bentham lo sforzo di sviluppare, in termini precisi e rigorosi,
un criterio di scelta e valutazione morale con al centro l'utilità, a sua
volta definita ricorrendo a nozioni quali piaceredolore, felicità-infelicità,
soddisfazione di preferenze ecc. La storia dell’utilitarismo, anche in questo
senso più stretto e determinato, è molto ampia e non si può qui
ripercorrerla se non in modo sommario limitandosi a delineare alcuni dei
filoni principali in esso riconoscibili. Nel rendere conto delle
varie forme di utilitarismo proviamo a differenziarle sulla base della diversa
caratterizzazione che viene offerta della nozione del bene che alla fine
si deve ottenere. La nozione di utilità è, infatti, sempre ricondotta ad
una più determinata nozione di bene che identifica con più precisione in
che cosa risiede l'utilità che va massimizzata. Un'altra linea di
distinzione che sviluppererno in questo paragrafo è quella tra le concezioni
che applicano il criterio utilitaristico alle singole azioni o agli atti
particolari e quelle che viceversa fanno valere tale criterio per le regole o
norme in generale. Occorre precisare preliminarmente una precisazione particolarmente
necessaria in una cultura come quella italiana in cui l’utilitarismo, ben
lungi dall'essere studiato e discusso, è aprioristicamente liquidato e
stigmatizzato come una forma di egoismo del tutto inconciliabile con la
moralità (è ancora l'atteggiamento avanzato da Alessandro Manzoni nelle
sue Osservazioni sulla morale cattolica nel 1819 a fare testo) che l'etica utilitaristica va tenuta
nettamente distinta dalle cosiddette concezioni egoistiche. È tipico dei
fautori dell'etica utilitarista fare riferimento a un’utilità che non
riguarda mai il singolo agente, ma che riguarda
a seconda della formula privilegiata
la massima utilità generale, l’utilità del maggior numero,
l’utilità di tutti, l'utilità di tutti coloro che sono coinvolti ecc. Si
possono individuare diverse concezioni dell’utilitarismo anche tenendo conto
della prospettiva sottoscritta per quanto riguarda l'universo dei
soggetti da tenere presente nel calcolo utilitaristico. Vi è la tendenza a
considerare la massima utilità che va cercata come coinvolgente tutti
coloro nei quali può essere rintracciato il tipo di stato mentale che va
massimizzato, che si tratti di piacere, dolore, preferenze, desideri o
altro. Proprio in questo senso è tipico dell'utilitarismo il presentarsi come
una concezione della morale che estende la sua portata anche al di là
dell’ambito delle persone umane, fino a coinvolgere tutti gli esseri
viventi in cui si trovi lo stato mentale (ad esempio la sofferenza o il
piacere) che il criterio deve minimizzare o massimizzare con il corso di azione
prescelto. Già in Bentham {Bentham) era presente quell'apertura a una
considerazione etica del mondo animale che troviamo poi largamente
sviluppata nell’utilitarismo contemporaneo. Per quanto riguarda la
caratterizzazione del bene che va massimizzato una differenza classica è
quella tra concezione edonistica che distingue tra i piaceri solo su basi
quantitative e quella che riconosce differenze qualitative. Così in
Bentham troviamo sviluppata l’idea che la misurazione quantitativa del piacere
€ del dolore è l'unico criterio in grado di dare una base esterna, valida
e pubblicamente discutibile, alle prese di posizione etiche. Bentham
quindi critica tutte le etiche alternative all’utilitarismo in quanto inclini a
far valere un criterio del rutto arbitrario in morale. La formulazione di
un criterio di misurazione della quantità del piacere, in gioco in corsi di
azione che coinvolgono più esseri senzienti, non è priva di difficoltà.
Proprio sull’inadeguatezza, ad esempio, del criterio offerto da Bentham si
sono concentrate le critiche degli avversari dell’utilitarismo. Si è
rilevata tra l’altro l'impossibilità di ridurre a una base unica piaceri
diversi e l'impraticabilità di quei confronti interpersonali di piacere e
dolore che sarebbero necessari. Resta poi anche costante la critica che
la ricerca del solo obiettivo della massimizzazione dei risultati sembra
lasciare completamente da parte le esigenze di una distribuzione giusta
del bene massimizzato. Considereremo eticamente preferibile un corso di
azione che realizza un incremento della quantità di piacere, anche se
questo risultato si accompagna a una distribuzione del tutto iniqua di
tale piacere o benessere e addirittura accentua la distanza tra individui
che ottengono grandi quantità di piacere e individui che ne ottengono una
ridottissima. Dunque vi sarebbe un’opacità di fondo dell'utilitarismo
rispetto a questioni di giustizia distributiva, e più in generale a
questioni di diritti. Una diversa forma di utilitarismo fu delineata
da John Stuart Mill in Ut litarianism in parte già come risposta a queste
critiche e difficoltà del particolare edonismo di Bentham (Mill, 1981b).
Le variazioni più significative riguardano l’introduzione di una
distinzione qualitativa tra piaceri e un'insistenza sul principio che ciascun
individuo è sovrano nella determinazione delle proprie gerarchie di
piacere e che le sue opzioni laddove non
procurino danno agli altri vanno
incorporate nel criterio utilitaristico. Mill nei suoi scritti non si
limita ad assumere come rilevante la distinzione qualitativa tra piaceri
più elevati e più bassi, ma sviluppa anche una tecnica con l’aiuto della
quale risolvere eventuali contrasti, e ciò che più conta usa questa distinzione
per proporre sostanziali innovazioni del costume morale a proposito del
trattamento delle donne, della questione dei lavoratori manuali, della
povertà e della scelta responsabile delle nascite. Per quanto riguarda i
contrasti relativi ai piaceri qualitativamente diversi coinvolti Mill ritiene
che essi possano essere risolti facendo appello all'opinione che si esprime nella discussione pubblica con
l'approvazione o la disapprovazione morale
di coloro che conoscono tutte le forme di piacere in gioco. La posizione
di Mill per quanto riguarda la distinzione qualitativa dei piaceri è stata
spesso criticata e denunciata come contraddittoria, in quanto mescolerebbe due
differenti criteri di valutazione (cfr. Musacchio, 1981). Occorre
ammettere che Mill presenta un’etica mista, ovvero che unisce due diversi
criteri di scelta e di decisione, ma non.va data come ovvia e scontata
l'inaccettabilità di una posizione normativa che cerchi di conciliare due
distinti principi ad esempio facendoli valere a diversi livelli
etici. Ma la grande svolta nella storia dell'utilitarismo è segnata da
quel momento in cui il criterio passa a prendere in considerazione non tanto le
componenti del piacere e del dolore, quanto, più genericamente, le preferenze
di coloro che sono coinvolti nelle situazioni in esame. L'utilitarismo
delle preferenze che si sviluppa in particolare nel secolo XX realizza uno
spostamento decisivo del criterio che non pretende più di fare
riferimento a una unità di misura comune e oggettiva quale il piacere, ma
muove piuttosto accettando come tutte di eguale valore le preferenze dei
diversi soggetti coinvolti e dunque identificando come giusto quel corso di
azione che massimizza la soddisfazione delle preferenze quali che siano. Le
preferenze possono tendere verso oggetti completamente diversi e dunque
l’utilitarismo delle preferenze dispone di uno strumento di valutazione
etico più flessibile, recuperando e ampliando in un senso ancora più liberale e
individualistico quell’esigenza di
pluralismo fatta valere da Mill contro il riduzionismo oggettivistico e
paternalistico dell’utilitarismo di Bentham (Harsanyi, 1988 e Hare,
1989). L'utilitarismo delle preferenze è stato poi elaborato nel
tentativo di trovare una risposta per numerose questioni dell’etica
teorica; in particolare sono stati messi a punto criteri per distinguere
preferenze di ordine diverso, quali quelle antisociali di un sadico e
quelle benevole o altruiste. Così John Harsanyi (Harsanyi, 1985: 75-126} ha
considerato rilevanti per l'etica solo le preferenze benevole considerate
imparzialmente, mentre Hare ha identificato come eticamente significative le
preferenze universalizzabili (Hare, 1989). Infine non sono mancati
utilitaristi che hanno proposto complesse tecniche di valutazione critica delle
preferenze: ad esempio Brandt ha proposto di accettare, dopo averle
sottoposte a una sorta di vaglio terapeutico, le sole preferenze
razionali ovvero basate su desideri non egoistici e pienamente informati
(Brandt, 1979). Anche la storia dell’utilitarismo mostra dunque come, a livello
teorico, prevalga l’elaborazione di concezioni miste. Nel caso specifico al
criterio della massimizzazione si affianca quello della selezione delle
preferenze in base alla loro universalizzabilità formale o imparzialità
sostanziale. Malgrado questi tentativi di evitare il riduzionismo,
l'utilitarismo è stato insistentemente attaccato (Smart e Williams, 1985;
A. Sen e B. Williams, 1984) contestando la legittimità di un approccio
che considera come decisive le preferenze che di fatto un certo individuo
si trova ad avere. Procedendo in questo modo l’utilitarista non terrebbe
conto che le preferenze esistenti possono essere indotte dall'esterno o
comunque niente affatto adeguate ai bisogni reali degli individui che di
fatto le rivelano. In particolare A. Sen (1986) ha obiettato che la mera
registrazione delle preferenze rivelate finisce con il consolidare le
distribuzioni di beni inique di fatto già istituzionalizzate. Gli utilitaristi
hanno cercato di rispondere a queste critiche indicando che l'esigenza
della massimizzazione delle soddisfazioni delle preferenze può essere
ottimiz. zata solo laddove si accetti l’esistenza di una soglia per
ciascun individuo al di là della quale un incremento della soddisfazione
delle sue preferenze realizza risultati meno validi di quelli
realizzabili incrementando la soddisfazione delle preferenze di individui
che stanno peggio (Pontara, 1988). Nella storia dell’utilitarismo,
specialmente nel XX secolo, si è proceduto anche su di un altro piano nel
cercare un correttivo che permettesse di fare valere nella
massimizzazione una qualche regola o principio distributivo. In questa
linea si sono sviluppate ad esempio varie forme di utilitarismo della
norma © della regola. Sul piano storico vi è stata una tendenza a
considerare Bentham come un tipico esponente dell’utilitarismo dell’atto
e a trovare invece in Mill una posizione che anticipa le esigenze
dell’utilitarismo della regola o della norma (J. Urmson, 1953). Il problema
principale affrontato da questa parte della riflessione teorica interna
all’utilitarismo è stato quello della possibilità o meno di ricondurre
l’utilitarismo della regola all’utilitarismo dell’atto. Nel caso poi in cui si
è concluso per la specificità dell'utilitarismo della regola, la questione
è stata se una teoria che fa valere un qualche riferimento a regole,
principi e norme non comporti una fuoriuscita dal quadro conseguenzialista
proprio dell’utilitarismo (Lyons, 1965). Nella riflessione sullassibilità di
conciliare l'accettazione primaria dell’utilitarismo dell’atto con un
riconoscimento di un qualche ruolo nella vita etica a principi e norme,
partico larmente interessante risulta un tentativo come quello di Hare.
Hare ha presentato una teoria dei due livelli di pensiero etico: uno, più
intuitivo e di senso comune, all’interno del quale valgono le regole e le
norme, e l'altro che si colloca
invece sul piano della riflessione critica
nel quale, viceversa, si applica ditettamente alle singole azioni il
criterio utilitaristico della massimizzazione della soddisfazione delle
preferenze di tutti coloro che sono coinvolti (Hare, 1989). Più fertili
sono da ritenere però quei tentativi di presentare un utilitarismo della norma
e della regola come itriducibile
sul piano normativo
all’utilitarismo dell'atto. Così ad esempio procede Brandt, che ha
più volte fatto valere la sua posizione come una forma di utilitarismo
della norma ideale. In questa teoria il criterio etico decisivo è quello che
identifica le soluzioni rappresentandosi le norme da accettare in una società
ideale rivolta a soddisfare massimamente i desideri razionali dei suoi
cittadini (Brandt, 1992). Nel rendere conto delle varie
specie di utilitarismo va infine ricordato quell’utilitarismo che è sembrato
preoccupato non tanto di realizzare un saldo attivo di piaceri, quanto di
minimizzare le sofferenze e i dolori (R, N. Smart, LE ETICHE NORMATIVE).
Questo tipo di utilitarismo negativo è stato spesso criticato ad esempio da J. J. Smart (Smart, 1985) come paradossale in quanto implica che
la soluzione migliore è quella che riduce al massimo il numero di esseri
senzienti esistenti, in quanto per questa via si procede certamente a una
riduzione della quantità delle sofferenze. Ma se si va al di là del piano
speculativo sul quale si muove l’etica teorica sembra chiaro che proprio
il criterio di una riduzione delle sofferenze inutili ha avuto un ruolo
decisivo nei dibattiti più recenti sull’etica pratica. È stata questa la
via principale mediante la quale si è allargato l'ambito del discorso
etico anche alle questioni del trattamento degli animali ed ancora è
questa la via mediante la quale
riprendendo le critiche di Bentham nei confronti delle etiche
ascetiche si continua a fare
emergere l'inaccettabilità di quelle soluzioni fittizie ricavate
dall’imposizione di antropologie astratte. 4.8. La scelta
razionale come criterio normativo.
Consideriamo poi quella concezione normativa che sostiene che ciò
che è bene o giusto fare, in una qualsiasi situazione che ci presenta
diverse alternative, può essere deciso cercando ciò che è razionale o
ragionevole fare, nel senso di ciò che soddisfa massimamente i propri
interessi e bisogni. Una concezione etica della scelta razionale è
riconoscibile in particolare negli scritti di alcuni teorici che difendono
l'economia di mercato, sostenendo che proprio la ricerca da parte di
ciascun individuo della massima realizzazione delle proprie esigenze
consente di ottenere i risultati migliori per la società nel complesso
(Arrow, 1977 e Buchanan, 1989). Naturalmente un punto decisivo per questa
concezione normativa sta nell'impegno a definire con maggiore precisione
la natura di ciò che è razionale massimizzare nella ricerca di una
soddisfazione personale. In questa luce si presentano come nettamente
distinte: da una parte, una posizione che tende a ritenere razionale qualsiasi
scelta che ciascuno consideri come massimizzante la propria utilità
interpretata in termini di benessere o vantaggio economico personale una teoria etica che muove dal riconoscimento
di una qualche sovranità del consumatore; dall’altra una posizione che
interpreta la scelta razionale come quella che massimizza, ad esempio, i
bisogni più profondi ed elevati della persona che sceglie. La
teoria che ritiene eticamente preferibile come criterio per le scelte pubbliche
il comportamento che tende a massimizzare l’utilità attesa da ciascuno
degli agenti negli ultimi decenni è stata attaccata lungo due linee: una
rivolta a mostrarne le difficoltà interne laddove venga presentata come
teoria normativa da adottare per identificare l'alternativa di azione ottimale;
l’altra rivolta a farne risaltare la scarsa portata analitica e
esplicativa. Il primo ordine di difficoltà si esprime specialmente osservando
che, col. locandoci all’interno della teoria della scelta razionale e
regolandoci non diversamente da giocatori che cercano di vincere la partita
contro avversati egualmente razionali, finiamo con il trovarci di fronte
al ben noto dilerzizza del prigioniero (Axelrod, 1985 e Resnik, 1990). Se
più individui razionali in una situazione che li coinvolge in
competizione si fanno guidare per decidere la via da seguire dalla
ricerca del migliore risultato prevedibile
sulla base del. l'attribuzione di un calcolo eguale agli altri
individui saranno costretti a
privilegiare corsi di azione che porteranno a un risultato niente affatto
ottimale. Ll risultato migliore a cui tenderà ciascuno cercando di garantirsi
la massima utilità attesa, presupponendo anche da parte degli altri un analogo
comportamento, non garantirà affatto quel buon esito che si potrebbe
realizzare solo introducendo l'accettazione di qualche vincolo
cooperativo da parte di tutti gli individui presenti nella scena.
L'altro tipo di critica avanzato
ad esempio da Sen (1986) è rivolto
a mostrare i forti limiti esplicativi presenti nella teoria della scelta
razionale in quanto risulta del tutto incapace di rendere conto di tutte
le nostre scelte in situazioni che coinvolgono beni pubblici. Infatti se
pensiamo a scelte che riguardano la disponibilità di beni quali strade, servizi
ecc. ci rendiamo conto che ciò che di fatto facciamo laddove privilegiamo
una decisione che porti alla creazione o all'uso regolato di uno
qualunque dei beni pubblici creazione
e uso regolato che risultano costitutive della nostra forma di vita non può essere in alcun modo spiegato
come esito di una scelta ispirata dalla teoria della scelta razionale.
Infatti ispirandoci a tale criterio dovremmo sempre tutti regolarci come
free riders, ovvero come battitori liberi che si preoccupano
esclusivamente dei propri interessi, e ciò renderebbe impossibile la
convergenza sulla creazione e l’uso regolato di un bene pubblico, Tale teoria
non riesce dunque a rendere conto dell’esistenza di una larga fetta della
nostra realtà sociale. Va però segnalato che i teorici della
scelta razionale sono tuttora impegnati a elaborare modelli, coerenti con le
loro assunzioni, con cui rispondere a tutte queste obiezioni. In particolare
si sono sforzati di mostrare come nel quadro teorico della cosiddetta
teoria della scelta razionale o dei giochi
ovvero in una situazione in cui sono presenti più agenti razionali con
obiettivi in competizione è
possibile spiegare l'insorgenza di norme e regole cooperative che permettono di
convergere sui risultati ottimali. In questa linea si è mosso ad esempio
R. Sugden {Sugden, 1986) che ha molto lavorato nel cercare di mostrare come una
teoria della scelta razionale che preveda scelte ripetute, con la ricerca da
parte degli agenti di un aggiustamento reciproco in vista di un equilibrio
più stabile, permette di arrivare a rendere conto dell’accetrazione sociale di
norme con un minimo di contenuto cooperativo. Questo modello cerca di
rendere conto dell'ordine sociale in generale sviluppando alcuni tratti
della ricostruzione della genesi delle istituzioni cooperative già
presente in Hume (Magri, 1994). Questi modelli esplicativi valgono solo
in quanto a posteriori rendono conto di quello che si è già realizzato,
ma è difficile usarli come criteri normativi per scegliere comportamenti
rivolti al futuro. I modelli della scelta razionale sono stati adottati in modo
indubbiamente fertile per rendere conto, all’interno di un generale quadro
evoluzionistico, di come tra gli animali superiori si rafforzano abiti
cooperativi in alternativa a quelli o del tutto egoistici o assolutamente
benevoli (Dawkins, 1992). Ma questa teoria nulla può dirci quando si
tratta di decidere quale, tra le differenti alternative di comportamento
che ci sono davanti, dobbiamo scegliere. L'esistenza
di differenti concezioni etiche il loro
conflitto sempre risorgente non
solo fa nascere la questione della disponibilità o meno di criteri per
affrontare razionalmente i contrasti, ma fa sorgere anche il problema di
come conciliare la presa d'atto di una pluralità di concezioni etiche con
il riconoscimento all'etica di una qualche validità. In primo luogo
il riconoscimento del pluralismo etico sembra essere ineliminabile nella
società attuale. Non solo si tratta di una constatazione di fatto, ma il
pluralismo etico è considerato anche un valore. Viene cioè considerata
più apprezzabile una società pluralistica che una società che in forme più
o meno coercitive impone il prevalere di una sola etica. Quest'ultima
assunzione valutativa non è però condivisa dalle cosiddette concezioni
comunitarie (Ferrara, 1992) che invece privilegiano società in cui si
realizzi una forte convergenza sui valori e anzi al limite siano caratterizzate
da un'unica morale {MacIntyre, 1988). Ma al di là dei timori per un
pluralismo etico eccessivo e delle tentazioni per una società segnata da
una forte uniformità, vi sono argomentazioni e distinzioni che sorreggono una
preferenza per situazioni caratterizzate da una pluralità di etiche in
competizione. Tutta la tradizione liberale trova nella fioritura
pluralistica una condizione che favorisce lo sviluppo di tutte le differenti
potenzialità creative presenti nella natura umana. Tale posizione presente ad esempio in pensatori come
W. von Humboldt (Humboldt, 1974) e J. S. Mill (Mill, 19814) ritiene che solo un'effettiva libertà per gli
esseri umani di vivere Îl tipo di vita che essi ritengono giusta, libertà
garantita anche accentuando le differenze, permette che vi sia una piena
realizzazione e un progresso delle capacità umane. L’uniformità
porterebbe invece a una completa atrofizzazione di queste capacità.
Una posizione a favore del pluralismo etico presuppone che si riescano
a tenere ben distinte due dimensioni dell'etica: da una parte, quella che
riguarda quel minimo comune denominatore di principi e regole cooperative
che sembrano essere una condizione necessaria perché vi sia una qualche
stabilità della vita associata; dall'altra parte invece quella che ha a che
fare coni modelli e gli ideali che ciascuno può assumere per quanto
riguarda lo stile di vita da preferire. Proprio sul piano che riguarda i
valori e gli ideali etici un confronto tra progetti anche alternativi può
segnare un arricchimento e uno sviluppo della cultura umana. Sul piano
più ristretto dell'etica minima in gioco laddove si tratta delle basi
della convivenza è invece difficile ritenere adeguato un pluralismo di
fondo. Ritorna qui dunque una distinzione già presente nella tradizione
giusnaturalistica tra il piano dei diritti o doveri perfetti e quello dei
doveri imperfetti. Questa posizione di apprezzamento per un
contesto sociale e culturale segnato dal pluralismo etico o pluralismo
dei valori va tenuta però distinta da una concezione che sottoscriva un
completo relativismo. Va, infatti, tenuta chiaramente distinta una
posizione che, sul piano descrittivo, prenda atto che si confrontano
diverse concezioni etiche, dunque tutte relative e non assolute, da una
posizione che assuma da un punto di vista normativo le conclusioni del
relativismo. Il relativismo normativo infatti sostiene che non abbiamo
ragioni per ritenere che nelle questioni etiche sia preferibile una posizione
a un'altra. Il relativista dunque, in definitiva, non riconosce alcuna
validità alle distinzioni morali o etiche tra bene e male, giusto e
ingiusto. È invece caratteristico del nostro tempo il fatto che si riesca a
sostenere con decisione e forza di convinzione la propria soluzione etica
ai problemi pur rispettando è tollerando quelle diverse dalla nostra. Ma
in questo caso l'ammissione di altre posizioni etiche non equivale a
ritenere che l’una vale l’alira. Come si è ben detto (in particolare da
parte di Berlin, 1989 e Rorty, 1989, ma a livello teorico la posizione
era stata già illustrata da Juvalta, ed è stata più recentemente derivata
da una meta-etica non-cognitivista, da Scarpelli, 1982) la situazione
è per paradossale che possa
sembrare quella di chi si impegna
con decisione a fornite ragioni a favore del proprio punto di vista etico
pur riconoscendo, ammettendo e rispettando un interlocutore che fa valere
un altro punto di vista e differenti ragioni. La consapevolezza che il
proprio punto di vista etico non è quello assolutamente giusto e buono
consente di tollerarne altri. Ciò non toglie che, comunque, è il nostro punto
di vista a valere di più ad essere
più buono e più giusto fin quando non
ci verranno presentate ragioni o non faremo esperienze che ci
costringeranno ad abbandonarlo. Le distinzioni che stiamo
suggerendo partono dal presupposto che si sia completamente abbandonata
la pretesa di un'assolutezza dei valori in generale e dunque anche del proprio
punto di vista etico. Una condizione propria del nostro tempo che M.
Weber esprimeva con l’espressione «politeismo dei valori» (Weber, 1958).
Viceversa risulterà impossibile conciliare pluralismo, relativismo
empirico, tolleranza e impegno per il proprio punto di vista se si muove
dalla convinzione che l’etica deve avere a che fare con qualcosa di
assoluto. Ma quest’ultima prospettiva nel XX secolo è largamente inattuale e
perdente, in quanto certamente non può essere conciliata con una
meta-etica che pretenda di avere dalla sua una qualche verità e capacità
di rendere conto della nostra effettiva esperienza morale. Proprio la
persistenza di questa prospettiva assolutistica dell'etica continua a generare
confusione e conflitti e contrasti etici spinti fino a mettere in
pericolo la coesistenza, in quanto mossi da forme di fanatismo morale che
non tollerano le differenze. La trasformazione che stiamo vivendo con il
passaggio da un contesto etico caratterizzato dall’aspirazione all’assolutezza
ad uno che accetta la finitezza e mutevolezza dei punti di vista morali
può essere vissuta in due diversi modi. Da una parte ci sono i nostalgici
che vivono il tempo e la società presente come caratterizzati da una
perdita e da un regresso; sono coloro che identificano il passaggio da
valori assoluti a valori frutto delle scelte umane come l’atto di nascita
di un completo nichilismo e di una cultura del tutto irrazionalistica.
Per costoro non vi è alternativa tra un fondamento assoluto e la più
completa irrazionalità e mancanza di senso. Dall'altra e chi scrive si riconosce in questa
seconda linea vi sono coloro che
vedono la nuova condizione come un guadagno in quanto ci si è finalmente
liberati di miti e illusioni. La credenza in valori assoluti è stata, ed è
tuttora, all'origine di pericolosi e insanabili contrasti. L'alternativa non è
il nulla o la perdita di senso della nostra esistenza ma piuttosto un'etica che
muove da un piano più realistico e empirica. mente fondato. I valori
derivano quindi da scelte e decisioni che gli uomini assumono responsabilmente
tenendo conto delle loro emozioni, delle loro limitate capacità
intellettuali e delle loro condizioni effettive. Credere questo non equivale ad
avere perso qualcosa, ma viceversa ad avere puadagnato una prospettiva che
permette agli esseri umani di muoversi, su un piano di parità, verso
soluzioni realizzabili e adeguate per i loro problemi pratici.
Dall’etica teorica all'etica pratica. Dall’etica teorica all’antropologia:
motivazione e obbligazione. La storia dell'etica è ricca di pensatori che
uniscono alle tesi normative, specifiche concezioni antropologiche relative
alle motivazioni, i bisogni, i desideri e gli interessi degli esseri
umani. Potremmo anzi sostenere che è comune che a un'etica teorica si
accompagni un’etica antropologica, ovvero una psicologia della morale che
su basi più o meno empiriche pretende di descrivere come gli uomini sono
fatti e procedono nelle loro scelte. Questa commistione tra piano
normativo e piano descrittivo ed empirico risulta largamente praticata
specialmente dal secolo XVII in avanti, dopo che è entrata in crisi Ja
conce. zione innatistica della legge naturale, che riteneva la legge
morale naturalmente obbligante in quanto presente originariamente nella
coscienza di tutti gli esseri umani. Il quadro filosofico del XVII secolo
segna il tramonto di questa soluzione innatistica nel collegamento tra legge
morale obbligatoria e base motivante negli esseri umani e dunque per
l’etica moderna e contemporanea diventa essenziale non solo la questione
di ciò che è bene o giusto, ma anche di ciò che rende effettivamente
obbligante per gli uomini il bene e il giusto (cfr. Fagiani, 1983). Si
avvia quindi una ricerca sistematica sulla motivazione e la base
psicologica che rende obbligatoria una condotta etica, Nel pensiero
moderno è ricorrente, per quanto riguarda la motivazione morale, una
concezione che nega che ciò che viene scoperta 0 trovato con l’aiuto
della sola ragione possa avere di per sé forza obbligante o motivante, Un
residuo di attribuzione di forza obbligante alla ragione in quanto tale si può
trovare nella concezione di giusnaturalisti come Grozio (Grozio, 1625) o
in quei pensatori che come ad esempio
Joseph Butler (Butler, 1970) nel
corso del Settecento indicano nella coscienza non solo un principio in grado di
trasmettere la consapevolezza della legge morale, ma anche di obbligare
ad essa. Ma la via percorsa dai teorici dell'etica è piuttosto quella
alternativa di negare alla ragione la capacità di motivare all’azione e dunque
di negare forza obbligante alle norme e leggi scoperte attraverso l’uso
del solo intelletto. Muovendo da questa premessa è dunque necessario
procedere a uno studio empirico della natura umana e in particolare della
condotta per vedere che cosa muove ad agire. Viene così ampiamente
ripresa nel corso del XVII secolo la tesi edonistica secondo la quale
solo il piacere e il dolore muovono all'azione (cfr. $ 2.2). Sia Hobbes che
Locke, quando fanno riferimento al piacere e dolore come cause motivanti
guardano, in modo del tutto esclusivo, alla persona che agisce. Proprio su
questa base tanto Hobbes quanto Locke sembrano appoggiare la forza
obbligante della legge naturale esclusivamente sul potere di sanzione. Nel caso
di Hobbes il potere sanzionatorio viene legato a un calcolo prudenziale
relativo ai benefici e ai danni che nel corso della vita terrena si
ricevono uniformandosi alle leggi naturali. Locke lega invece il potere
sanzionatorio della legge naturale, e dunque la sua forza obbligante,
alla considerazione del premio e delle pene che si potranno ottenere in
un’altra vita (Locke, 1971). La concezione che lega la forza obbligante e
la capacità di motivare della morale e dell'etica in generale a qualche
sanzione viene spesso riproposta nel pensiero moderno e contemporaneo, ad
esempio rinviando alla forza sanzionatoria data da qualche piacere o
dolore fisico comunque in gioco. Erede di questa tradizione può essere
considerato Bentham con il suo tentativo di agganciare al potere
sanzionatorio del sovrano la forza della legge giuridica. Non
diversamente in questa linea va collocato il positivismo giuridico del
secolo XX. Proprio l’approfondimento della conoscenza della natura
empirica degli uomini porta tra la fine del XVII secolo e la metà del
XVIII a elaborare una concezione della forza obbligante dell’etica che,
pur non riconducendola a una capacità automotivante della ragione o delle
facoltà intellettuali, non la tiduce però al sanzionamento in termini di
piacere e dolore fisici, genericamente intesi. Questa ricerca di una base
specifica di motivazione per la morale è già presente alla fine del
secolo XVII in Shaftesbury, che proprio dall'osservazione empirica degli uomini
fa derivare la scoperta di un peculiare «senso morale» che non solo porta
gli uomini ad approvare le azioni virtuose, ma anche a sentirsi spinti a
compiere tali azioni e ove tali azioni non sono compiute a provare emozioni di
disagio e sradicamento da ciò che è più proprio del genere umano, È
dunque la struttura passionale degli uomini a presentare
un'inclinazione in parte già colta
dall’antropologia aristotelica a
compiere azioni in generale cooperative. Questa stessa linea
analitica verrà sviluppata ancora nel corso del XVIII secolo da Hutcheson
e Hume. Il nucleo distintivo di questa ricostruzione della forza
obbligante del comportamento etico sta nel mostrare nella psicologia degli
esseri umani una base motivazionale del tutto autonoma e specifica che
spinge a fare azioni eticamente rilevanti. Questi autori poi si differenzieranno
tra loro in quanto presenteranno o meno come motivazione universalistica tale
base psicologica. Così mentre da una parte troveremo pensatori come
Shaftesbury, Hutcheson e Smith che rinviano a un altruismo o benevolenza più o
meno universali, dall’altra troveremo chi, come Hume, riconoscetà come
motivante solo una benevolenza limitata che si estende piuttosto ai
legami familiari. L'idea di tutti questi autori è comunque comune. Il
senso morale approva determinate azioni perché esse risultano motivate
non solo da un esclusivo amore di sé, ma da una benevolenza più o meno
estesa. La stessa approvazione del senso morale costituisce poi una
motivazione aggiuntiva al comportamento virtuoso. Risulta
dunque chiaro in questa strategia analitica che la condotta etica trova
una sua base motivazionale in inclinazioni naturali degli uomini per una
forma più o meno estesa di altruismo e interessamento per gli altri. Un
aspetto teorico significativo per il quale questi autori si distingueranno sarà
il loro modo di rendere conto della naturalità della motivazione etica.
Accanto a coloro come ad esempio
Shaftesbury o Hutcheson che
considereranno la motivazione a fare azioni cooperative come originaria
per la natura umana, vi saranno coloro che la presenteranno piuttosto
come risultato o prodotto di un processo evolutivo o di civilizzazione
piuttosto lungo. Nel corso del XVIII secolo la spiegazione delle basi
motivazionali del comportamento morale sarà inserita sempre di più in un
quadro artificialistico ed evolutivo, Una spiegazione genetica
evoluzionistica e artificialistica della motivazione alla condotta etica
è, ad esempio, già presente in Mandeville e viene sviluppata estesamente da
Hume e poi in una direzione ancora più
ampia da pensatori come J. J.
Rousseau, A. Smith e A. Ferguson. Questi ultimi sono impegnati nel
progetto, che sembra centrale per gli intellettuali del XVIII secolo, di
ricostruire la storia della civilizzazione umana avvalendosi della teoria
stadiale, ovvero di quella concezione che scandisce in quattro stadi
diversi (della caccia e pesca, dell’allevamento, dell’agricoltura, e del
commercio) la storia dell'umanità (Meek, 1981). La prospettiva impegnata
a delineare il processo artificiale attraverso il quale gli uomini giungono a
disporre di una base psicologica e motivazionale specifica per il
comportamento etico (0 coopera tivo) viene realizzata nel corso del XVIII
secolo anche lungo una diversa linea associazionistica. In questa chiave
il costituirsi delle motivazioni propriamente etiche viene spiegato come
un risultato di ripetute associazioni. Significativo anche per un lettore del XX secolo il contributo analitico di David
Hartley, il cui associazionismo è propriamente fisiologico, e poi di
alcuni esponenti dell'Illuminismo francese (ad esempio Claude-Adrien
Helvétius, Etienne Condillac, Paul Heinrich Dietrich D'Holbach ecc.) e
ancora di utili taristi come James Mill e J. S. Mill. Nel XIX secolo la
genesi delle motivazioni cooperative sarà collocata in un quadro più
esplicitamente evoluzionistico da Darwin e Spencer (Ruse, 1986). Questa
linea di spiegazione evoluzionistica
che coinvolge il livello biologico
della genesi di una base motivazionale ad hoc per il comportamento
morale è stata ampiamente ripresa nel corso del XX secolo. Abbiamo così
chi, come E. Wilson (1975), ha presentato una vera e proprio concezione
socio-biologica, o chi, come K. Lorenz (1990), si è piuttosto impegnato a
mostrare analogie e differenze tra gli istinti cooperativi presenti negli
uomini e quelli rintracciabili negli animali. La ricerca rivolta a
individuare una base motivazionale nella natura emotiva degli uomini a cui
agganciare l'obbligazione etica si estende ben al di là delle concezioni
che abbiamo appena delineato. Non sono mancati coloro che hanno indicato
come carattere distintivo della specie umana la capacità di essere motivati a
compiere azioni degne di apprezzamento per il solo gusto o senso del
dovere da compiere, e dunque per il solo essere richiamati da ciò che
vale: una strategia che risulta percorsa da Kant e da coloro che a lui si
richiamano come ad esempio K. O. Apel {Apel, 1977). Al polo opposto si
colloca la strategia di analisi, scettica e riduzionistica, che ha del tutto
negato che negli uomini sia rintracciabile una qualche capacità di
auto-motivarsi o scegliere liberamente, e dunque tanto meno una
inclinazione a partecipare ai piaceri e ai dolori degli altri esseri
umani. Nel XX secolo entra in crisi la pretesa di disporre di una
antropologia universalistica che sia in grado di indicare con nettezza passioni
e sentimenti presenti in tutti gli uomini o viceversa di negare agli esseri
umani generalmente intesi una qualche motivazione. L'analisi
antropologica, piuttosto che rinviare a una base motivazionale comune, si
impegna ad elaborare più strategie mediante le quali si può spiegare la forza
obbligante delle regole morali. Risulta pur sempre difficile riuscire
rendere conto del ruolo obbligante dell'etica laddove si ritiene che gli esseri
umani siano mossi dal più rigido egoismo; stanno a dimostrarlo la crisi e
le difficoltà a cui è andata incontro la teoria della scelta razionale
(cfr. $ 4.8). In positivo, dunque, risulta del tutto acquisito che per dirla con Williams (Williams) nessun discorso può riuscire a rendere
motivante per un essere umano un principio etico cooperativo se nella
struttura emotiva di questo essere umano non è già presente (probabilmente come
frutto della sua formazione e iniziazione alla cultura umana) un minimo
di interessamento per i piaceri e i dolori di un altro essere urnano. Da
questa prospettiva come da altre il contesto dell'etica coinvolge direttamente
non solo la capacità di chi agisce di presentarsi come essere fornito di
una sua identità, ma anche di riconoscere l'identità degli altri. Passiamo
dunque a rendere conto della portata delle analisi sulla natura dell’identità
personale nell’etica teorica. 5.2. Il ruolo dell'identità
personale nell’etica. Nell’etica
medievale il rinvio all'anima sostanziale rappresentava un fondamento e
un preciso criterio per risolvere le questioni morali. Infatti, da una
parte, proprio al fondo della sostanza spitituale si presentavano le
norme da applicare in etica e dall'altra l'individuazione dell'universo di
esseri forniti di sostanza spirituale metteva a disposizione un chiaro
criterio di applicazione ed estensione dell’ambito mo. rale. Questa
concezione semplice dell'etica che ruota intorno a una sostanza che è la
persona umana e che non è riducibile ad altro, nello stesso tempo oggetto
e soggetto esclusivo della vita morale, è entrata in crisi tra il XVII e
il XVIII secolo quando l’identità personale non è più risultata
riconducibile a una sostanza. Alla filosofia di Locke prima e
a quella di Hume poi si può far risalire il superamento critico della
concezione sostanzialistica della persona umana e dell'identità personale
e l'avvio di quell'approccio che concepisce tali realtà come complesse e
cerca di spiegarne la natura riconducendola a qualcosa d'altro. Ma sulla
strada dell’elaborazione delle concezioni complesse e ridu zionistiche
dell’identità personale si presenta la difficoltà di riuscire a rendete
conto del soggetto morale con quel minimo di stabilità necessaria per
dare una base a nozioni essenziali per l'etica quali responsabilità, merito, demerito ecc.
Un altro problema a cui vanno incontro le concezioni riduzionistiche e
complesse dell'identità personale sta nella difficoltà con cui riescono a rendere
conto del valore morale senza farlo dipendere esclusivamente da una
considerazione degli atti di per sé stessi, ma riuscendo a collegarlo anche
con una considerazione del carattere e dei motivi dell'agente. La
connessione tra la considerazione del carattere e dei motivi e i giudizi
morali è al centro, ad esempio, dell’analisi delle virtù e dei vizi
delineata da Hume e Smith e sembra tanto profondamente radicata nel senso
comune morale da non poter essere soppiantata da una qualche teoria che
indica come eticamente rilevanti le sole azioni. La riflessione di marca
empiristica e analitica sulla natura dell’identità personale si è dunque
sempre più impegnata dal Settecento a oggi nell’elaborazione di una spiegazione
della continuità e stabilità dell’io che, senza dover ricorrere alla
nozione sostanzialistica e semplice di io, fosse conciliabile con l’uso
di categorie centrali del linguaggio etico-giuridico quali
responsabilità, merito, demerito, punizione, condotta virtuosa ecc.
Un’estensione dell'analisi complessa e riduzionistica dell'Io anche a
livello di ricostruzione della vita morale oltre che sul piano conoscitivo viene avviata da Henry Sidgwick nel
1874 con i suoi Methods of Ethics (I metodi dell'etica), ed è stata poi
sistematicamente realizzata nella seconda metà del secolo XX da pensatori
come Nagel, Parfit, Nozick ecc. Si può ipotizzare che questa recente
fortuna di un'analisi dell'etica che muove da una concezione complessa
dell'identità personale sia un riflesso, a livello filosofico, di quel fenomeno
più generale a cui si allude sinteticamente con l’espressione «perdita
del Soggetto». La rapidità delle trasformazioni nelle società occidentali,
la grande quantità di novità che quotidianamente ciascun essere umano
deve raccordare con l’esperienza passata e con i punti di equilibrio in
essa raggiunti hanno reso sempre più frammentaria la continuità della
vita interiore e difficoltosa l'operazione di recuperarne una qualche
stabilità. Va peraltro sottolineato che le concezioni complesse e analitiche
dell'identità personale più che essere impegnate in lamentele e
declamazioni sulla «Perdita del Soggetto» cercano di elaborare una
concezione dell’essere umano eticamente responsabile che sia adeguata alle
trasformazioni culturali degli ultimi secoli, trasformazioni che hanno reso il
rinvio a un qualche Soggetto sostanziale solo un mito privo di qualunque
fondamento empirico. Le analisi di Parfit sfociate nel volume del
1984 Reasons and Persons (Ragioni e persone) presentano lo sforzo più
approfondito di sviluppare gli spunti presenti nell'opera di Sidgwick e
di ridefinire, muovendo da una nuova concezione
appunto riduzionistica e complessa
dell’identità personale nozioni come quelle di responsabilità morale,
merito e demerito ecc. Se tuito ciò che troviamo dietro la soggettività e
l'identità di una persona umana è una qualche continuità psicologica più
o meno stretta, ne consegue che i nostri giudizi morali © giuridici
dovranno essere del tutto a posteriori e investire interrogativi quali: «quanto
la persona che ci sta di fronte è la stessa di quella che ha compiuto
l’azione? », «quanto l’azione che la persona ha compiuto si inserisce nel
flusso più continuo e stabile delle sue abitudini e del suo carattere e quanto
invece ne rappresenta una rottura?» ecc. L'approccio empiristico all’identità
personale comporta dunque non già l’eliminazione delle nozioni etiche
tradizionali dal nostro lessico morale, ma una loro ridefinizione in modo
tale da presupporre connessioni più deboli e meno definitive: tra le azioni
e la persona che le ha compiute; tra la persona come attualmente è e la
sua storia passata; tra il tipo di intervento che possiamo fare sulla
persona attuale e la sicurezza che, utilizzando determinati mezzi,
potremo ottenere certi risultati che coinvolgono il suo io futuro. In
generale ci si muove verso una concezione meno assolutistica e
necessitante dell'etica di quella che accetta chi crede nella persona come
sostanza. Ed è ovvio che una prospettiva del genere risulta del tutto in
linea con l’epistemologia empiristica, ma
e si tratta di ciò che più conta
anche forse, oggigiorno, fertile sul piano esplicativo e
predittivo, L’approccio all'identità personale che la considera
come una successione di io che hanno tra di loro una connessione
psicologica più o meno stretta è ben lontano dall'essere diventato «senso
comune» e ranto meno sembra corrispondere intuitivamente a quella concezione
della persona che troviamo radicata nella parte morale del nostro «senso
comune», una parte che tende a trasformarsi con più lentezza e prudenza di
quella intellettuale. Vanno però messe in luce le implicazioni normative
che accompagnano le analisi di tipo complesso e riduzionistico
dell'identità personale, anche se per ora occorre confinatne la portata
solo alle premesse intellettuali di un sistema morale che pretenda di
essere costruito su credenze vere. Un approccio all'identità
personale che metta in secondo piano una concezione sostanzialista e semplice
della persona umana favorisce anche un complessivo riassetto normativo.
In primo luogo questa linea epistemologica porta al rifiuto di una
concezione statica e sostanziale del bene morale, la presa di distanza da
un modo di intendere la responsabilità morale come legata a colpe, peccati o
meriti che solo un Essere Assoluto, in grado di conoscere la struttura
sostanziale della persona e i più riposti pensieri degli esseri umani,
può giustamente distribuire. La responsabilità morale in questa prospettiva ha
invece a che fare non già con riposte intenzioni, ma principal. mente con
ciò che effettivamente si compie in un campo di azioni pubblicamente
osservabili. In secondo luogo poi tale approccio contribuisce anche
a scalzare le basi analitiche che sorreggono l’impianto normativo dell’egoismo
razionale. Ancora a Parfit si devono dettagliati argomenti che mostrano, una
volta assunta la prospettiva complessa e riduzionistica dell'io, quanto
risulti ingiustificata una preferenza per le parti future della propria
vita nei confronti delle vite attuali di altri esseri umani. La
ragionevolezza ed evidenza di una preoccupazione esclusiva su base egoistica e prudenziale per i nostri io futuri non risulta
affatto giustificata una volta che si diventi consapevoli della complessità di
passaggi che muovendo dal nostro io attuale porta ai nostri io futuri
laddove non si postuli più la persistenza di una stessa sostanza semplice. Tra
il nostro io attuale e quello che saremo fra numerosi anni vi sono
connessioni più dubbie e dunque
relazioni più deboli rispetto a quelle
che possiamo istituire oggi con i Sé degli altri esseri umani. L'impegno
nella costruzione di un'etica più imparziale e meno rigidamente
egocentrica sembra dunque avere tutto da guadagnare dalla revisione
dell'identità personale intrapresa dalla filosofia empiristica.
Infine risulta del tutto indebolito il ruolo della nozione di persona
come categoria essenziale per la determinazione dell'universo di esseri
per i quali valgono le nozioni etiche. Se ciò che conta in morale non è
più solo la presenza di qualche peculiare sostanza semplice di natura
spirituale, ma gli atti che si compiono più o meno responsabilmente,
nulla vieta che divengano eticamente rilevanti anche atti che non coinvolgono
persone umane. Passando attraverso atti responsabilmente connessi con
dimensioni quali la sofferenza e il danno o il piacere e la soddisfazione
di bisogni e desideri, possono diventare rilevanti per l’etica gli animali, o
gli oggetti che costituiscono l’ambiente, o realtà di certo non personali nel senso di essere
effettivamente presenti ora come sostanze semplici con una loro propria
individualità quali, ad esempio, i
membri di generazioni future molto lontane. È questa dunque la via
epistemologica che porta ad abbandonare quella concezione ristretta dell'etica
che si ha quando si è costretti a passare sempre attraverso la cruna
d'ago fornita dalla persona. In particolare sono le etiche utilitaristiche e
conseguenzialiste che si sono impegnate in questo sforzo di fornire
indicazioni normative congruenti con le concezioni di derivazione
empiristica dell'identità personale e dell’universo degli esseri moralmente
rilevanti. Etica del carattere 0 dell’azione.
Come abbiamo visto le diverse concezioni etiche si distinguono
sulla questione di quale sia da considerare l'oggetto proprio di una
valutazione. Su questo piano la differenza più rilevante è quella tra chi
ritiene che l’unico oggetto peculiare di valutazione etica sono le azioni
e le loro conseguenze e chi invece ritiene essenziale il riferi mento al
carattere 0 comunque a qualche qualità interna (intenzione ecc.) di chi
agisce. Le due diverse concezioni hanno entrambe dei punti a loro favore.
Si può anzi suggerire che la concezione più adeguata sia quella che non ricorra
in modo esclusivo o all'uno a all’altro approccio o azione o tratti del carattere ma piuttosto sappia integrare entrambe le
esigenze. A favore della concezione che ritiene esclusiva l’attenzione
per le azioni vi è l'esigenza
fatta valere in modo decisivo non solo dall’utilitatismo, ma anche dal
garantismo giuridico (Fetrajoli, 1989)
che ciascuno possa essere ritenuto responsabile solo di quello che
ha effettivamente compiuto e non possa essere giudicato negativamente
sulla sola base di presunte predisposizioni 0 inclinazioni ad agire, che tra
l’altro rinviano a una pretesa capacità di cogliere l'essenza o vera
natura di una persona. Il riftuto della concezione sostanzialistica della
persona umana è tra l’altro accompagnato dallo sforzo di ricollocare
l'etica su un piano più esterno e comportamentale. La considerazione prevalente
delle azioni effettivamente compiute segna anche il tramonto di
valutazioni che investono i piani del peccato o della colpa.
Considerando come positivo il superamento di un approccio etico che
pretenda di presentare valutazioni assolute basate su di una presunta
conoscenza finale del carattere o della natura di una persona, va però
segnalato un limite di questo approccio. Un'etica che pretenda di
derivare in modo esclusivo le sue valutazioni dalla considerazione dei
comportamenti esterni degli esseri umani sarà costtetta a omologare
azioni criminose e incidenti colposi e non sarà comunque in grado di
discriminare tra azioni compiute in contesti motivazionali e intenzionali
differenti. La valutazione etica non sembra potere prescindere dall'esame
di quanto le azioni in gioco siano responsabili e dunque frutto di intenzioni e
non del tutto casuali o determinate da costrizioni al di là della portata
di chi agisce. Proprio la necessità che l'etica riesca a
coinvolgere anche la responsabilità delle azioni considerate rappresenta
un argomento a favore delle concezioni che pongono al centro della loro
considerazione il carattere di chi agisce. In questo si sono impegnate le
cosiddette etiche della virtà. Una tradizione che diversamente da quanto è stato recentemente
sostenuto (MacIntyre, 1988) non è
certo confinata alla cultura antica e medievale, ma ha trovato anche
nella cultura moderna e contemporanea dei sostenitori. La
concezione dell'etica che ritiene centrale la considerazione del
carattere sembra salvaguardare alcune esigenze essenziali per una
adeguata teoria della valutazione morale. Anche questo approccio ha però
bisogno di correttivi, ÎNon solo risulta dubbia un'attenzione per il
carattere tanto esclusiva da giudicare una persona condannabile per il solo
fatto che ha determinate intenzioni, ma una considerazione etica esclusivamente
attenta al carattere può portare a considerare virtuoso anche chi si
limiti a manifestare certi principi o convinzioni etiche e poi di
nascosto agisce in modo completamente diver: gente. Un’etica
dell’intenzione può anche portare a ritenere giustificati atti gravemente
dannosi rinviando a presunte intenzioni benefiche di chi li compie. Un'etica dell'intenzione
o del carattere corre il pericolo di sottoscrivere posizioni morali
esclusivamente predicatorie o addirittura ipocrite, alle quali comunque
non corrisponde alcun effettivo comportamento.Nella conciliazione, tutt'altro
che semplice, delle due concezioni sull’oggetto della valutazione morale sono
impegnati in particolare i fautori dell’utilitarismo della regola o delle norme
(cfr. $ 4,7). Nel senso di un'integrazione delle considerazioni etiche
sugli atti con quelle relative ai caratteri e alle intenzioni vanno anche molte
delle discussioni di casi concreti nelle quali si sono impegnati specialmente nella seconda metà del secolo XX
(cfr. $ 5.4) gli esponenti dell'etica contemporanea. Ad
esempio, larga parte della discussione etica contemporanea su situazioni
concrete quali quelle legate alla nascita
e in particolare all'aborto
€ alla morte e in
particolare all’eutanasia è legata alla
riflessione sul ruolo più o meno decisivo delle intenzioni in gioco.
Proprio la tesi di un ruolo essenziale delle intenzioni nelle valutazioni delle
scelte relative all'inizio e alla fine della vita umana ha portato ad
elaborare la dottrina del «doppio effetto» (Anscombe, 1958 e Foot, 1978).
Con questa dottrina si è ritenuto di potere distinguere tra diverse
ricorrenze della stessa azione, considerandola rispettivamente o come una
conseguenza diretta e voluta dell'intenzione di ottenere questo risultato
o viceversa come effetto secondario e non direttamente voluto dell'intenzione
rivolta a un risultato benefico. Laddove l'effetto diretto della nostra
intenzione è, ad esempio, garantire la nascita di un bambino, solo un
doppio effetto non voluto è la morte della madre; o all’altro confine della vita laddove effetto diretto della nostra
intenzione è l’azione rivolta a un'attenuazione delle sofferenze di un
morente, è solo un effetto secondario non direttamente voluto la morte
della persona, quale conseguenza dell’uso di farmaci per attenuare il
dolore. Ma questa concezione va incontro a un’insormontabile difficoltà di
ordine epistemologico, in quanto ovviamente non sono disponibili
procedure affidabili per discriminare tra una dichiarazione di intenzione del
tutto ritualistica o ipocrita e una dichiarazione veritiera. In questo senso la
prospettiva che ruota intorno alla centralità dell’intenzione si presenta come
il residuo di una fase in cui l’etica teorica era impegnata a far valere per il
giudizio sulle azioni umane un punto di vista ideale o divino. Un'’etica
fatta su misura per le esigenze della specie umana, pur riconoscendo la
rilevanza delle motivazioni delle azioni, indebolisce però la portata
delle intenzioni considerandole come componente aggiuntiva e sussidiaria
del giudizio etico e non già come aspetto decisivo ed esclusivo. Fa
parte della riflessione sull’oggetto proprio delle valutazioni etiche anche la
discussione sulla possibilità di distinguere nettamente da un punto di
vista assiologico tra azioni e omissioni. Questa distinzione viene considerata
sempre meno influente per l'etica (Glover, 1977; Singer, 1989) proprio da
quelle concezioni che come
l’utilitarismo hanno messo al centro
della valutazione le azioni e la considerazione delle conseguenze.
L’utilitarismo contemporaneo fa propria in realtà una nozione non
riduttiva di azione, data la quale risulta chiaro che il non fare
qualcosa quando si ha la possibilità di farlo è eticamente rilevante non
meno del compimento effettivo di un atto. Ciò che conta è la nostra
responsabilità che si agisca o non si
agisca per conseguenze nella
situazione futura, in quanto esse dipendono comunque da nostre scelte e
decisioni. Si può avanzare l’ipotesi che nel corso degli ultimi
secoli della storia della cultura occidentale la struttura del nostro
discorso morale si sia trasformata nel senso di un'estensione della
portata del lessico legato primariamente alle azioni e di una correlativa
riduzione dell'incidenza di quella parte del lessico legato a emozioni,
sentimenti, stati d'animo, intenzioni, caratteri ecc. Da questa ipotesi si
ricava che per quanto forte possa ancora essere, al livello della
predicazione, la riaffermazione di un’etica di tipo agapistico o dell'amore
universale (un’etica cristiana genericamente intesa), tale etica risulta poi in
secondo piano, quando ci si impegna in una riflessione critica rivolta a
indivi. duare regole e principi etici concreti a cui ispirarsi. L'appello
a sentimenti quali l’amore o una benevolenza universale sembra essere del
tutto irrilevante quando siamo impegnati a identificare il migliore
comportamento effettivo nelle situazioni eticamente rilevanti che ci sono
di fronte. Certamente tale appello può continuare a mantenere un ruolo decisivo
laddove siano in gioco concezioni super-erogatorie e ideali sul dovere
(che coinvolgano ad esempio la santità e l’eroismo), che hanno però un
ruolo sempre più marginale nella morale di senso comune di società
altamente complesse e popolate come quelle nelle quali viviamo. La nostra
ricerca etica è piuttosto rivolta a regole più modeste e limitate che
incidano però effettivamente sulle azioni o omissioni della nostra vita
quotidiana, in modo tale che le conseguenze dei nostri stili di vita
siano benefiche o quanto meno non
disastrose € dannose per le
generazioni future. La svolta normativa e l'irruzione dell'etica
applicata. Nel corso del XX secolo
l'orizzonte di riflessione che muove dai problemi pratici concreti degli
esseri umani è stato riafferrmato come primario e decisivo da una serie
di pensatori che hanno contestato l'utilità di una ricerca esclusivamente
metaetica e astratta. Si è soliti fare riferimento a questa svolta,
realizzatasi nella riflessione sulla morale specialmente a partire dagli
anni Settanta, con l’espressione «l'irruzione dell'etica applicata» (De Marco
e Fox, 1986). Questo appello all'etica applicata è stato fatto valere,
successivamente, con due diversi obiettivi critici. In un primo periodo
l'appello era rivolto a fare sì che punto di partenza e punto di arrivo
della riflessione etica fosse considerato non già la conoscenza della
natura della morale e delle forme di ragionamento in essa valide, ma la ricerca
di soluzioni normative. In un secondo periodo a partire dagli anni Ottanta si sono contestate le stesse risposte
normative offerte dalle opere sistematiche degli anni Settanta e la richiesta
avanzata è stata che in luogo di criteri normativi generali validi per
tutte le questioni etiche la riflessione critica fosse rivolta a
delineare soluzioni più determinate e settoriali in grado di risultare
rilevanti per una delle diverse dimensioni problematiche riconoscibili
all'interno dell'etica pratica. La prima esigenza fatta valere
negli anni Settanta è stata dunque quella di trasformare la teoria etica
in modo tale che in essa l’obiettivo principale fosse non già quello
logico-conoscitivo di mettere a punto una meta-etica e dunque una
conseguente epistemologia, quanto piuttosto lo sviluppo sistematico di un
risposta esplicitamente normativa. Il neo-contrattualismo di J. Rawls e
Gautbier, il neo-utilitarismo di }. Harsanyi e poi di R. M. Hare e R.
Brandt, le diverse teorie dei diritti di R. Nozick e di R. Dworkin
ecc. tutte concezioni a cui abbiamo già
fatto riferimento specialmente nel paragrafo 4
sono alcuni dei tentativi più influenti di elaborare teorie etiche
impegnate prevalentemente sul piano normativo. Le differenti teorie
etiche normative presentate nel corso degli anni Settanta sono, di volta in
volta, la riproposta sotto una nuova veste di opzioni già formulate a
partire dal secolo XVIL Il neocontrattualismo di Rawls e Gauthier tiene
largamente conto dell'elaborazione contrattualista precedente da Hobbes a
Kant. Il neo-utilitarismo ha largamente discusso e riproposto le precedenti
impostazioni di J. Bentham e J.S. Mill. I teorici dei diritti non hanno
mancato di tenere conto delle analisi di Locke ecc. Restano dunque in
larga parte operanti le stesse concezioni che nel corso dell'età moderna
e contemporanea sono state indentificate come utilizzabili da chi fosse alla
ricerca di un criterio generale per risolvere i problemi pratici degli
esseri umani. Al livello dei principi o procedure più generali non sembra
si possa segnalare la nascita di nuove etiche, ma si assiste solo allo
sviluppo e all'approfondimento delle linee etiche normative già
disponibili. La novità principale nell’«etica teorica» {e qui si
intende una teorizzazione etica con obiettivi esplicitamente normativi) del XX
secolo sta dunque nelle forme che prendono le diverse concezioni
normative, una trasformazione che in realtà era stata già anticipata da H,
Sidgwick con i suoi Methods of Ethics (Sidgwick, 1963). In primo luogo le
diverse proposte normative non fanno più parte di una ricerca filosofica
generale. Chi si occupa di etica e contribuisce ad essa non colloca la sua
ricerca in una più ampia prospettiva che ad esempio affronti questioni
generali sulla conoscenza umana, la natura umana ecc. Si parte dando per
scontata una sorta di specializzazione per cui chi si occupa di etica e
di problemi normativi guarda esclusivamente a questi. I teorici
dell'etica contemporanea sono dunque eredi dei professori di filosofia morale
come Hutcheson o Smith, più che di filosofi come Hobbes, Locke € Hume
(per non dire che nulla hanno a che fare con personalità quali quelle dei
fondatori di morali come Cristo, Budda o Gandhi}. Laddove Hobbes, Locke e
Hume ma ovviamente anche Kant collocavano la loro attenzione per i problemi
etici in un contesto filosofico generale, i teorici dell'etica
contemporanea limitano invece le loro analisi ai soli problemi pratici.
Questo si accompagna non solo con la specializzazione che abbiamo
sottolineato, ma anche con un più limitato orizzonte critico che viene
fatto valere nelle proposte etiche contemporanee. Tutti i diversi teorici
dell'etica muovono nelle loro analisi assumendo la validità di tesi più
generali sulla conoscenza, la ragione ecc. In questo senso le diverse etiche
teoriche acquistano senso solo vi. ste sullo sfondo delle diverse
prospettive filosofiche generali elaborate dai pensatori che abbiamo più volte richiamato del XVII e XVIII secolo, Questa
più marcata limitazione del contesto dell’etica teorica contemporanea è in molti
di questi pensatori esplicitamente riconosciuta e programmati. camente
affermata anche per quanto riguarda il piano dei valori di riferi. mento.
Così molti dei teorici dell’etica contemporanea ammettono di muoversi in
contesti storici e culturali ben definiti identificando lo sfondo che dì
validità alle loro teorie normative con quello delle credenze
etico-politiche condivise nelle società liberal-democratiche occidentali
(Rorty, 1989; Rawls, 1994). Emerge dunque in molti teorici contemporanei
la tesi che l’etica è una riflessione critica che non solo muove da
intuizioni 0 credenze morali di par tenza che sono già date, ma che in
realtà non può operare al di fuori di un qualche contesto di credenze
condivise. Questo orientamento segna di fatto non solo una
specializzazione dell’etica teorica, ma anche l'abbandono in essa del
quadro universalistico in cui si muovevano i filosofi del XVII e XVIII
secolo. Parallelamente con questo restringimento della base del
discorso dell’etica teorica troviamo viceversa e specialmente nelle opere sisternatiche
elaborate negli anni Settanta uno sforzo
di approfondimento analitico molto più marcato, con la pretesa di
realizzare un'elaborazione coerentemente sistematica e un’argomentazione
persuasiva di ampio respiro. Se ci volgiamo infatti alle opere principali
dell'etica teorica contemporanea vediamo che la loro. mole e complessità
rispetto agli scritti dell'etica tradizionale è fortemente cre. sciuta.
La base di partenza è più ristretta ma la pretesa di approfondimento
analitico è maggiore. Le nozioni che la tradizione etica precedente trovava
del tutto comprensibili vengono ora sottoposte ad analisi dettagliate. In
questa direzione contributi del tutto nuovi vengono offerti, ad esempio:
o con una dettagliata tassonomia dovuta
in particolare agli utilitaristi delle
diverse forme di preferenze; o con una classificazione che troviamo principalmente negli
scritti dei neo-contrattualisti e dei teorici dei diritti delle principali differenze tra bisogni
e interessi; o con lo scavo e qui sono i
teorici della scelta razionale ad offrire il maggiore contributo delle diverse forme di ragionamento con cui
possiamo valutare le linee di azione che coinvolgono conseguenze future più o
meno lontane e più 0 meno sicure. Ll terreno dell'etica teorica appare
dunque certamente come più limitato e ristretto
un campo che si cerca di tenere distinto da quelli confinanti ma esso viene scavato con una
profondità maggiore che nel passato in tutte le sue parti. La convinzione che
muove questo approccio è che le radici delle questioni etiche possano essere
raggiunte non già derivandole da un altro campo di ricerca, ma andando
sempre più a fondo nello scavo dell’area dell’etica considerata come
autonoma e autosufficiente. Quello che lascia particolarmente insoddisfatti
è che i tratti generali del paradigma della ricerca si trovano messi in
pratica e ripresi acriticamente senza nessuna elaborata valutazione della
loro adeguatezza. Né vi è una sensibilità per la questione a mio parere decisiva di come la vicenda dell'etica teorica
contemporanea possa essere raccordata
acquistando con questi raccordi senso e rilevanza con i lasciti e i residui della passata
elaborazione. Molto più accentuata che nel passato è poi la pretesa
di sistematicità e di coerenza interna, così come della massima
completezza possibile. In questo senso l’etica teorica si muove prendendo
a modello le teorie scientifiche in generale. Proprio per questo
tentativo di strutturarsi in analogia con gli universi scientifici prevale tra
le diverse concezioni normative una tendenza al monismo etico e nello
stesso tempo assistiamo ad un progressivo allargamento dell'ambito di
casi e fenomeni investiti. Una tendenza verso il monismo normativo era presente
anche nelle etiche tradizionali che insistentemente andavano alla ricerca di un
solo principio fondamentale. Una volta caduto l’orizzonte fondazionale il
monismo etico si presenta come la ricerca di un unico criterio di
decisione per tutte le situazioni problematiche nella convinzione che la
presenza di più criteri non può che originare conflitti e disaccordi
insanabili. Nei sistemi normativi degli anni Settanta troviamo
infine approfondito lo sforzo di argomentare in modo persuasivo e
convincente a favore della posizione fatta valere. La dimensione per così dire
retorica e persuasiva diviene esplicita e diventa primario l'impegno a
fornire già all'interno di ciascuna teoria una risposta alle critiche avanzate
dalle concezioni alternative. Prevalgono quindi nell’etica teorica
contemporanea le esigenze di una discussione pubblica. Le diverse etiche si
presentano infatti in primo luogo come discorsi sistematici e razionalmente
giustificati nel modo più compiuto, sviluppati per convincere gli
interlocutori nella discussione pubblica a proposito della preferibilità delle
opzioni normative proposte. Questi tratti spiegano nello stesso tempo, da
una parte la maggiore concretezza delle etiche teoriche contemporanee rispetto
a quelle tradizionali e, dall'altra, il loro minore respiro e la loro
collocazione in un contesto storicamente più limitato. 5.5. I
principali campi dell'etica applicata.
Ma come si è detto un’ulteriore svolta ha segnato l'etica teorica a
partire dagli anni Ottanta. Vengono contestate ora le stesse teorie
impegnate nella presentazione di grandi sistemi normativi, denunciando la
loro astrattezza e la loro irrilevanza per i problemi pratici effettivi.
L'impegno in una riflessione etica che abbandonasse il piano delle
concezioni astratte veniva a caratterizzare sempre di più gli anni Ottanta.
Anzi in questa direzione era la medicina a salvare l'etica come si esprimerà Toulmin {$. E.
Toulmin, How Medicine saved Etbics, in De Marco e Fox) nel senso che i nuovi problemi etici generati
dagli sviluppi della medicina e della biologia ponevano in modo urgente una
richiesta di soluzioni che non poteva essere soddisfatta dai grandi
sistemi normativi classici o contemporanei. Laddove infatti i sistemi
normativi degli anni Settanta avevano al loro centro i problemi della giustizia
sociale e della cittadinanza, le questioni della guerra giusta e delle
relazioni internazionali, viceversa i nuovi problemi posti dalle mutate
condizioni nella nascita, morte e cura degli esseri umani coinvolgevano
dimensioni etiche completamente diverse, Inizia così un processo di
articolazione e sviluppo di una miriade di settori nuovi nell’etica
applicata che, in parallelo con la tendenza della cultura americana alla
specializzazione e alla professionalizzazione, porta al consolidarsi e
istituzionalizzarsi di vari campi dell'etica pratica considerati come
autosufficienti. Compare così la nuova figura professionale dell’eticista,
ovvero dell'esperto dei problemi di un particolare settore. Certamente la
riflessione etica guadagna così in concretezza, ma una ricerca esclusivamente
impegnata nell’evidenziare i criteri ed i principi etici validi per specifici e
peculiari problemi applicativi va incontro ai limiti del settorialismo e
della iper-specializzazione. Dopo lo sforzo di scomposizione e di
indagine ravvicinata dei singoli campi problematici che ha accompagnato
il fiorire delle varie dimensioni dell'etica pratica è ora auspicabile un
lavoro di sintesi e di ricomposizione che identifichi i principi e i criteri
etici validi in generale e che sappia fornire visioni d'insieme della vita etica.
La maggior parte dei diversi settori dell'etica applicata consolidatisi
negli ultimi decenni del secolo XX ha a che fare con i problemi pratici
del tutto nuovi che sono sorti con lo sviluppo della tecnologia e detta
ricerca medicobiologica. Tutta una serie di azioni e pratiche umane che
risultavano neutre da un punto di vista etico o che comunque erano
affidate quasi integralmente a processi naturali e biologici, e dunque
considerate al di là delle decisioni responsabili, sono entrate a far parte dell’universo
di eventi influenzati dai diversi criteri per discriminare tra scelte giuste e
ingiuste. In primo luogo si sono andate consolidando come aree
largamente indipendenti dell’etica applicata alcune dimensioni problematiche
già colte dalla riflessione del secolo scorso, Laddove nel Settecento
trovavamo solo degli accenni in Bentham sulle sofferenze degli animali, nella
seconda metà del XX secolo si è assistito al fiorire di una vera e
propria etica impegnata nel realizzare la liberazione degli animali (Singer,
1992). St sono sviluppate diverse concezioni generali rivolte a giustificare un
trattamento non discriminante per le sofferenze degli animali: da
posizioni mistiche o religiose, a quelle utilitaristiche a quelle che ruotano
intorno all'elaborazione di una teoria dei diritti anche per gli animali (T.
Regan, 1990). In questo caso la presentazione di una risposta normativa
alla questione del trattamento degli animali va di pari passo con una
ridescrizione della loro condizione. I libri dei teorici della liberazione
animale sono infatti insostituibili per la ricchezza di dati e esemplificazioni
che forniscono sulle pratiche invalse il
più delle volte inutilmente crudeli
per quanto riguarda l'uso degli animali nella ricerca medica e
farmaceutica, nell'industria cosmetica a dell’abbigliamento, nella produzione
industriale di cibo ecc. (Singer, 1992). Una grande fioritura, in
quest'ultima parte del XX secolo, hanno avuto i tentativi già presenti ad esempio in uno scritto del
1869 di J. S. Mill su The Subjection of Women (La soggezione delle
donne) di affrontare in modo
esplicito e sistematico i problemi etici legati al differente trattamento nelle istituzioni e nelle pratiche
sociali di persone di sesso diverso. Il
dibattito critico sulle discriminazioni legate alle differenze sessuali
ha assistito non solo a una ricerca rivolta a ricavare soluzioni giuste
dalle diverse concezioni normative disponibili, ma anche alla presentazione di
tesi femministe che hanno insistito sulla radicale inconciliabilità tra
l’elaborazione di un'etica delle donne e le concezioni tradizionali. Così
da una paste si è discusso sull’alternativa tra l’universalismo che sarebbe
proprio dell'etica maschile e l'assunzione delle differenze di genere
come orizzonte decisivo che è proprio dell'etica femminile {Irigaray
1985). Dall'altra si è insistito sulla tesi che il recupero del punto di
vista femminile farebbe emergere valori del tutto peculiari e in luogo di
una centralità del valore della giustizia tipicamente maschile segnerebbe
l'affermazione del valore della cura (Gilligan, 1982). Molti altri
tradizionali problemi etici sono stati rivisitati alla luce della situazione
contemporanea e coloro che se ne sono occupati hanno dato vita a un'ampia
produzione specialistica. Tra i campi più significativi per la costituzione di
un'ideale «Enciclopedia Pratica» del nostro tempo ricordiamo le riflessioni
dedicate a: le guerre giuste e l'uso
lecito o no della violenza
{Walzer, 1990); le particolari regole che governano le relazioni
internazionali tra stati (Bonanate, 1992); le questioni più strettamente
legate alle discriminazioni di tipo razziale e culturale (Walzer, 1987); i
problemi del trattamento della povertà anche riconoscendone le articolazioni
geografiche (Sen, 1981); il tuolo della pena nel diritto (Ferrajoli,
1989). Una ben precisa area di etica degli affari si è costituita per i
problemi morali posti dall'attività economica e produttiva, e qui i
maggiori avanzamenti sono venuti dall’uso di una tecnica del tutto nuova
fornita dalla «teoria della scelta razionale» (Sacconi). Infine un
incremento notevole hanno avuto le riflessioni morali già presenti in Ar Essay on the Principles of
Population del 1798 di Thomas Robent Malthus (Saggio sul principio di
popolazione) e nei Principles of Political Economy di Mill (Prizcipi di
economzia politica) relative alla
questione etica di una procreazione responsabile. Tali riflessioni hanno
forte mente approfondito le questioni collegate al contesto di decisione
costituito dall’intreccio tra le previsioni sullo sviluppo demografico e
quelle sulla disponibilità di risorse. Tutta questa tematica ha portato ad
elaborare una vera e propria etica delle generazioni future. Le questioni
della giustizia tra generazioni, della regolazione delle nascite in previsione
della presenza nel 2050 di oltre dieci miliardi di esseri umani, dei
rischi dello sviluppo tecnologico per gli esseri umani futuri sono al
centro di riflessioni che hanno anche contribuito a modificare il quadro
complessivo delle etiche tradizionali (Parfit; Jonas). Del tutto
nuovi sono invece due settori di etica applicata. Da una parte abbiamo il
consolidarsi e determinarsi della bioetica come disciplina autonoma che
affronta sistematicamente i problemi etici posti dallo sviluppo della
medicina e della biologia. Non possiamo qui fare altro che accennare ai
principali tra questi problemi del tutto nuovi che coinvolgono la nascita, la
morte e la cura degli esseri umani: la fecondazione artificiale ix vitro:
l'uso nei reparti di terapia intensiva di strumenti vicarianti le funzioni
essenziali della respirazione, alimentazione e idratazione; il ricorso ai
trapianti; la diagnostica prenatale; la ricerca sul DINA e l’ingegneria
genetica; l’accresciuta conoscenza dello sviluppo embrionale e la
possibilità di realizzare in laboratorio le prime fasi di questo sviluppo
con eventuali conseguenti sperimentazioni ecc. Vita umana, persona umana,
sanità, malattia, benessere, diritti dei malati, dignità della morte,
doveri dei medici ece. sono solo alcune delle nozioni che vengono sottoposte a
riesame nella riflessione bioetica che si è concretizzata in una
sterminata letteratura e nella nascita di una ben precisa disciplina. Nel
corso di questa ricerca sono emerse tendenze a far valere alcuni nuclei
tema: tici specifici come nucleo della discussione (ad esempio la
contrapposizione tra un’etica che si impegna principalmente nel sostenere
la non disponibilità e sacralità della vita umana e un'altra che ritiene
invece centrale la preoccupa zione per una buona qualità della vita
umana; Kuhse, o a enucleare principi più specificamente rilevanti per le
problematiche della nascita, morte e cura degli esseri umani (in questo
senso è, ad esempio, frequente il richiamo a un principio di beneficenza o
ad un principio di autonomia: Engelhardt, 1991, ma anche Gracia,
1993). Infine le conseguenze devastanti che sull'ambiente hanno
avuto gli sviluppi scientifici e tecnologici e l'incremento demografico a
livello planetario hanno reso eticamente rilevante una serie di azioni
umane con effetti più o meno diretti, immediati o futuri sulla natura. La
riflessione di etica ambientale è stata caratterizzata da una
molteplicità di concezioni (Bartolommei, 1989): quella più religiosa e
sacrale rivolta a dare un valore intrinseco alla natura; quella
utilitaristica tesa a calcolare le differenti conseguenze (in termini di
danno e beneficio) sull'ambiente di differenti strategie operative; quella
che cerca di estendere il linguaggio dei diritti anche a oggetti naturali
ecc. Non abbiamo fatto altro che elencare le differenti dimensioni
dell'etica applicata. Infatti dalla prospettiva complessiva da cui muoviamo
dobbiamo limitarci a rilevare la fertilità di questo recente dibattito, sia nel
senso di un arricchimento delle nostre conoscenze sui problemi pratici
effettivi degli esseri umani, sia nel senso di un incremento del processo
di democratizzazione dell'etica (al centro di tutti i diversi settori dell'etica
applicata troviamo individui umani che affrontano autonomamente i loro
problemi). Il pericolo che sta dietro questo specializzarsi e
professionalizzarsi dei vari campi dell'etica applicata è quello della
frammentazione. Ciò che fa questione non è tanto il fatto che ciascun
individuo elabori da sé la propria etica, quanto piuttosto quella
confusione che nella vita pratica di ciascuno può derivare dall’appello, in
situazioni diverse, a principi o criteri etici differenti come risolutivi. Una
frammentazione in questo senso può spingersi fino a esigere dallo stesso
individuo comportamenti incompatibili. In contrasto con questa tendenza
l’obiettivo di una unificazione richiede un recupero di tutte le diverse
dimensioni dell'etica teorica di cui abbiamo reso conto nei paragrafi
precedenti. Un contesto unitario per le riflessioni etiche può infatti essere
offerto da teorie generali che sul piano meta-etico, epistemologico e
normativo identificano quel nucleo
comune valido per qualsiasi approccio o discorso che pretenda di farsi
valere come etico. Nel corso dei paragrafi precedenti abbiamo reso
conto dei problemi generali al centro dell'etica in modo unitario non
tracciando distinzioni al suo interno. Così finora in modo unitario si sono
affrontate le questioni di una caratterizzazione, definizione, giustificazione
o fondazione, applicazione e formulazione sistematica dell’etica. Ma le
norme e i valori con cui ha a che fare l’etica complessivamente intesa vengono
in vari modi distinti in campi più o meno nettamente differenziati nei
nostri discorsi e nelle forme di vita. In questo paragrafo renderemo conto
brevemente della distinzione più comune e consolidata che vede l'etica
comprendere i diversi piani della morale, del diritto e della politica.
Ricorrendo all'aiuto della storia dell'etica possiamo rilevare che
nell’età moderna e contemporanea vi è una certa convergenza nel
discriminare tra morale, diritto e politica, mentre notevoli differenze
vi sono per quanto riguarda i criteri a cui ci si è richiamati per tracciare
queste differenze. I differenti criteri risultano come vedremo nelle pagine seguenti — in
definitiva funzionali alle diverse opzioni meta-etiche, epistemologiche e
normative da cui sono mossi coloro che hanno proposto una ricostruzione
dei campi dell'etica. Un primo modo per caratterizzare il campo
dell'etica che proponiamo di chiamare morale in senso stretto è quello di
considerarlo come quel settore in cui sono in gioco principi e norme che
guidano, 0 dovrebbero guidare, azioni che producono negli altri
conseguenze positive o negative diverse dal danno in gioco con le azioni
di rilevanza giuridica e dai benefici o danni provocati dalle azioni di
rilevanza politica. Proprio in quanto diverso è il raggio di influenza con cui
ha a che fare la morale strettamente intesa essa ha anche a che fare con
una sanzione del tutto particolare che va tenuta distinta da quella in
gioco con la legge giuridica e con quella politica: una sanzione
semplicemente in termini di disapprovazione pubblica piuttosto che di
concrete pene 0 multe o di allontanamento dalla cittadinanza politica.
Questa caratterizzazione dei vari campi dell’etica è largamente corrente
tra gli utilitaristi ed è stata delineata già in On Liberty di J. S. Mill
(Saggio sulla libertà). La caratterizzazione così avanzata della
natura delle regole e dei principi specificamente morali ovviamente nel senso meta-etico di cui qui ci
occupiamo è in realtà pur sempre carica
di normatività in quanto si presenta come una ridefinizione stipulativa.
Alcuni avvertiranno in questa caratterizzazione un limite dato dal fatto che
essa esclude comunque una qualunque rilevanza etica per quelle regole e
principi che riguardano stati d'animo o azioni del tutto privati, ovvero
tali che non hanno nessun tipo di conseguenza
né benefica, né negativa
sugli altri. Possiamo offrire un chiaro esempio di questo campo di
azioni del tutto private e che non sarebbero di pertinenza della morale
così intesa rinviando ad atti di auto-erotismo o al modo in cui impieghiamo il
nostro tempo libero. È così chiaro che stiamo proponendo una
caratterizzazione della morale più stretta rispetto a quella a cui
giungono coloro che, muovendosi all’interno di una tradizione
spiritualistica e giusnaturalistica, trovano l'etica complessivamente intesa
come un insieme di doveri verso Dio, se stessi e gli altri. Anche all'interno
di questo approccio all’etica, comunque, il livello della moralità per così
dire del tutto privato si presenta come diverso rispetto a quello della
moralità che coinvolge altri; nel complesso poi l’insieme della morale va
tenuto distinto dalle azioni con cui hanno a che fare il diritto e la politica.
Il piano delle regole morali del tutto private e personali può essere
considerato come campo di applicazione di principi e regole
super-erogatorie che hanno a che fare con una vita santa, eroica o
perfetta (Urmson): una forma di vita che solo cedendo al fanatismo può
essere prescritta universalmente. La morale super-erogatoria va dunque
tenuta distinta dalla morale che ha a che fare con azioni di benevolenza
o generosità che per quanto considerate doverose e obbligatorie non lo sono
certo nello stesso senso delle azioni che evitano il danno fisico per gli
altri. Vediamo così ricomparire una distinzione tra diversi piani della
vita etica, sia pure su basi differenti. Muovendoci all’interno
dell'approccio utilitaristico già delineato suggeriamo però di collocare al di
fuori dell'etica generalmente intesa non solo le azioni strettamente
interessate a obiettivi economici, ma anche molte azioni del tutto
indifferenti moralmente che ciascuno di noi può compiere nel modo che
preferisce laddove queste non coinvolgano in alcun modo gli altri. In questo
senso questa concezione dell'etica si presenta come fornita di limiti
anche per quanto riguarda l'ambito della moralità strettamente intesa
(Williams, 1987). i Possiamo dunque collocare l'ambito della
morale nel campo delle azioni benevole e generose che non siamo tenuti a
compiere con la stessa coercività dei nostri obblighi giuridici e
politici. La morale cioè ha a che fare con un universo di azioni che saranno poi distinte in buone e cattive a
seconda dei diversi valori sottoscritti
che gli altri non si aspettano da noi come soddisfacimento di loro
diritti giuridicamente o politicamente riconosciuti. Le nozioni di obbligo,
dovere, diritto possono avere un uso nel contesto della morale, ma con un
significato che va tenuto nettamente distinto da quello che tali nozioni
hanno nel contesto giuridico e politico. Molte confusioni e conflitti
sociali nascono dall’incapacità di tenere distinti questi diversi livelli
dell'etica, In un campo della morale così inteso le diverse concezioni
dei valori potranno confrontarsi presentando appunto diversi modelli e
stili di vita virtuosa. La vita virtuosa si distinguerà poi, da una
parte, dalla vita santa o eroica e dall'altra da quel tipo di vita che è
richiesto a ciascuno di noi dalle leggi del suo paese e dalle regole
politiche della sua società. : In un approccio del genere diventerà
decisivo riuscire ad individuare, e tenere ben distinto, un ambito di
danno o offesa che è coinvolto dalle azioni di pertinenza della morale
strettamente intesa. Si tratta di sviluppare l’idea messa a punto dagli utilitaristi e più
recentemente da Hart e Feinberg che ci sono alcune aree delle nostre
azioni interpersonali in cui non sono in gioco danni di rilevanza giuridica,
ma solo danni e offese morali. Gli altri si aspettano da noi un certo
comportamento anche se questo comportamento non è sanzionabile mediante
l’intervento della legge. Il piano di questi obblighi morali coinvolge
principalmente le relazioni più strettamente personali ovvero quelle
relazioni che riguardano i rapporti familiari, i rapporti tra persone di
sesso diverso, le relazioni tra persone di diversa età, le relazioni collegate
a diverse responsabilità professionali o di status sociale ecc, Tutta
un'area di relazioni personali coinvolgono per ciascuno di noi obblighi
relativi al suo status (figlio, padre, marito, amico, medico, docente ecc.) che
non fanno riferimento a danni giuridici, ma a danni morali. Possiamo
provare a suggerire l'estensione e l’importanza di un ambito della morale
così determinato pensando al rilievo che nelle relazioni umane hanno le
promesse che non siano state codificate in un contratto, o alle aspettative che
ci legano con gli altri esseri umani con cui abbiamo istituito più
strette relazioni personali. Proprio quest'ambito della moralità è quello che
rende possibile la convivenza civile. Infatti laddove cerchiamo di ancorare
la permanenza di una qualche forma di società civile o ordine sociale al
riconoscimento di obblighi e danni esclusivamente legali non riusciamo a
rendere conto di niente altro che di uno stato di polizia. Senza basi
morali la convivenza può essere garantita solo da uno Stato ossessivamente
preoccupato che nessuna azione dei suoi cittadini sfugga al controllo
delle sue sanzioni. E si tratterà comunque di uno stato di polizia la cui
accettazione come legittimo da parte di coloro che si riconoscono come
suoi cittadini risulterà del tutto incomprensibile a meno che con un ragionamento circolare e vizioso
non si voglia fare appello alla autorità derivata dalla sola
forza. Il divitto e î sistemzi codificati.
Un ambito dell'etica completamente diverso da quello in gioco
nella morale è quello in gioco nel diritto e nell'insieme delle norme
giuridiche. Qui come peraltro con la
politica ci muoviamo nel campo
dell’etica pubblica, laddove con la morale abbiamo a che fare con l’etica
privata (Veca). Largamente condivisa è la tesi di una marcata differenza
tra piano delle regole morali e piano del sistema giuridico, nel senso
che quest’ultimo rinvia necessariamente a un momento di codificazione. Anche i
teorici del giusnaturalismo, che pur vedono la sfera giuridica come
strettamente correlata con la legge morale naturale, accettano Ja
distinzione sia pure cronologica 0
tecnica tra il piano naturale della
morale € quello civile proprio delle procedure che caratterizzano il
diritto e la politica, Significativa in questa luce la posizione espressa
da Locke nei Due trattati sul governo. Locke vede già presente nello stato
di natura il diritto di punire come diritto di ognuno, ma individua nel passaggio
alla società civile la realizzazione di una completa delega di questo
diritto a un magistrato che potrà usare
unico autorizzato la forza e fare
rispettare le sue decisioni, che non saranno più caratterizzate dagli
inconvenienti che accompagnano nello stato di natura l’uso del diritto di
punizione da parte di ciascuno.Uno dei grandi problemi al centro dell'etica è
proprio quello delle connessioni tra morale e diritto. La questione preliminare
è quella di spiegare in che senso le norme del sistema giuridico ovvero le norme che si occupano della
giustizia penale e pubblica e che sono sanzionate con l’uso della forza sono collegate con le norme morali
(ovvero pre-giuridiche o non-giuridiche). La soluzione più semplice è
quella del positivismo giuridico che ritiene che di vero € proprio
diritto non si possa parlare se non dopo il costituirsi di un governo
riconosciuto, legittimato e autorizzato a promulgare norme giuridiche. Queste
norme saranno poi valide giuridicamente laddove siano state promulgate
osservando le procedure previste nello Stato
dalla Costituzione o dalle sue leggi fondamentali per l’amministrazione della giustizia
(Scarpelli). La posizione del positivismo giuridico non è priva di difficoltà
in quanto confonde due nozioni etiche concettualmente diverse, ovvero la
legge promulgata correttamente, e cioè nei modi previsti dalla
Costituzione, e la legge giusta. Norme del tutto in regola dal punto di
vista della validità formale richiesta dal positivismo giuridico come quelle promulgate dal regime
nazista possono risultare del tutto
ingiuste e tali da esigere un obbligo di resistenza da parte dei
cittadini (Dworkin). Alcune posizioni che si presentano come
alternative al giusnaturalismo si distinguono dal positivismo giuridico
proprio in quanto riconoscono un collegamento tra morale e diritto. Questo è ad
esempio vero per l'utilitarismo fin da Bentham. Infatti Bentham
riconosceva l’ineliminabilità di questa connessione rappresentando la morale e
la legge come due sfere concentriche, l'una più ristretta costituita dal
diritto e l’altra più ampia costituita dalla morale. Questa immagine
permette di capire sia in che senso la morale condiziona la sfera
giuridica, sia in che senso l'ambito del diritto debba essere considerato
più ristretto di quello proprio della morale. Questa stessa linea di analisi
è stata elaborata in modo compiuto da Mill, I collegamenti
tra queste due dimensioni dell'etica la
morale e la legge giuridica sono
complessi e ineliminabili, Non solo i limiti di applicazione della legge
giuridica ovvero la distinzione tra
l'ambito di pertinenza della sanzione giuridica e quello in cui c'è
completa libertà dalle sanzioni e in cui dunque vale la sola critica che
si manifesta nella discussione pubblica , ma le stesse procedure mediante
le quali vanno accertate le azioni che sono rilevanti dal punto di vista della
responsabilità giuridica e infine gli stessi modi in cui va articolata la
sanzione e la pena giusta esigono un rinvio continuo a considerazioni di ordine
morale (Ferrajoli, 1989). Il riconoscimento di un’effertiva responsabilità
giuridica rientra anch'esso in un discorso che esige il ricorso ad assunzioni
di ordine morale. Non diversamente assunzioni di ordine morale sono in
gioco laddove si discute la questione della pena adeguata o giusta o
meritata pet un determinato reato. Tutta la discussione sull’uso della
tortura, della pena di morte e dell’ergastolo da parte di sistemi penali sta lì
a mostrare questo intreccio. La politica e i fini del
governo. L'ambito dell’etica che invece
possiamo denominare «politica» è quello che rinvia ai principi e alle norme
che all’interno di una società riguardano non tanto i rapporti giuridici,
quanto l’azione del governo e il riconoscimento della sua legittimità.
Una parte della dottrina etica che coinvolge la politica riguarda dunque
l'individuazione dei principi che sono in grado di dare ai governanti
l'autorità per governare, e conseguentemente gli obblighi di lealtà dei
cittadini nei confronti dei loro governanti (e di riflesso gli obblighi dei
governanti nei confronti dei loro cittadini) e infine l’esistenza o meno (e in
quali limiti) di un diritto dei cittadini a resistere alle leggi dello
Stato. Basta volgersi alla riflessione di filosofia politica per
vedere quanto già in quell'epoca fosse centrale la ricerca di una base morale
che desse validità alla pretesa dei governanti di avere un'autorità sui
loro cittadini, Il primo dei Tivo Treatises di Locke rappresenta un
chiaro tentativo di contestare la pretesa avanzata da Filmer nel Patriarca che
i sovrani potessero ricavare il loro diritto ad un'autorità assoluta sui loro
sudditi da una investitura diretta da parte di Dio ad Adamo che era poi
stata trasmessa secondo una linea
diretta, di successione ai suoi eredi.
La cultura filosofica presenta non solo l’attacco più radicale alla concezione
assolutistica del potere politico come di origine divina, ma anche i
primi decisi tentativi di ricavare da principi più mondani il potere dei
governanti. Così Hobbes e Locke percorrevano la strada del contratto come
base del potere politico, ma le due forme di contratto a cui si
richiamavano erano tali da condurre a due diversi tipi di potere
politico, l’uno totalitario ed illimitato e l'altro invece determinato e
limitato dal rispetto di una serie di diritti che comunque il cittadino deve
salvaguardare. Perciò, mentre Hobbes non sembra riconoscere un vero e
proprio diritto di resistenza, Locke lo accetta, come del resto dopo di
lui faranno tutti i teorici dello stato liberale. Quasi tutta la
filosofia politica contemporanea, da J. Rawls a R. Dworkin, da A. Downs a
R. Dahl, si muove elaborando le basi etiche di una teoria liberal-democratica
(Brown). È oramai fuori discussione che solo l’investitura popolare mediante
votazioni democratiche può giustificare il potere politico. Così come è
largamente accettata la convinzione che il potere politico deve limitarsi
nelle sue leggi in modo tale da non toccare i cosiddetti diritti negativi
dei suoi cittadini. Non viene nemmeno posto in discussione specialmente dopo l’esperienza dei regimi
totalitari del XX secolo quali il nazismo e lo stalinismo il riconoscimento del diritto dei cittadini
di resistere ai comandi ingiusti dei loro governanti, anzi addirittura viene
riconosciuto il loro dovere di boicottarli e di lottare contro di
essi. Per quanto riguarda poi la riflessione etica sugli scopi del
governo essa ha subito una radicale trasformazione laddove si è
considerato come uno dei compiti primari dei governi garantire ai cittadini
non solo la pace sociale, la vita, la salvaguardia dei diritti di
proprietà, ma anche il benessere, la salute, la qualità della vita ecc.
Quando sono entrati in gioco quelli che si considerano più propriamente i
diritti positivi dei cittadini si è posto il problema di quanto si dovesse
ritenere autorizzato il potere di un governante che, ad esempio, ponesse
dei limiti ai diritti negativi dei suoi concittadini al fine di far
progredire i diritti positivi della maggioranza. Si tratta di questioni
etiche che la riflessione sul potere politico si è trovata davanti in
particolare all’interno della questione sociale e sulla base delle lotte
sostenute dalle classi operaie e dal movimento socialista (Bobbio).
Molte delle questioni etiche in gioco nella politica coinvolgono
direttamente le relazioni internazionali tra Stati. È oramai del tutto superata
la posizione considerata ovvia nel XVII secolo per esempio da Hobbes, ma anche
da Locke, che riteneva i rapporti tra Stati come costitutivamente
collocabili nella sfera di uno «stato di natura». Nel corso dell'età
moderna e contemporanea non solo è cresciuta l’esigenza di una
valutazione etica delle motivazioni che ispirano le azioni internazionali
dei governanti (Bonanate), ma si è anche affermata sempre più la spinta a far
valere anche tra Stati una serie di principi consensualmente accettati
che garantissero, nei limiti del possibile, la pace. È stato Kant {Kant)
che ha fatto valere con decisione l'esigenza di estendere anche alle
relazioni internazionali quel requisito della pace che si riteneva
necessario per i rapporti all'interno della società civile.
Le Filosofia_in_Ita3 riflessioni etiche sull'uso della forza nelle
relazioni internazionali tra Stati nel XX secolo hanno poi dovuto
affrontare le questioni nuove segnate dalla creazione di armi nucleari. Molto
insistita è stata la conclusione che l’uso di armi che, come quelle
nucleari, mettono a rischio l’esistenza della stessa umanità, non può
essere giustificabile al di lì della sola funzione deterrente (Kavka; Pantara).
Anche sul piano delle relazioni internazionali si è poi ripresentata in questo
secolo una riflessione etica che non investe solo quei fini dei governi
esclusivamente rivolti a salvaguardare o difendere i diritti negativi dei
cittadini del mondo, ma ancor più i cosiddetti diritti positivi. In
particolare l'incremento della popolazione mondiale, una differenza
sempre più incolmabile tra qualità della vita nei paesi ricchi e
sviluppati dell'Occidente e povertà nei paesi sottosviluppati dell’Africa,
dell'Asia e dell'America del Sud hanno posto come problema etico primario
per la politica la questione di quanto si debba ritenere obbligatoria una
qualche forma di giustizia sociale internazionale (Pontara; Singer; Sen),
Da un punto di vista teorico generale, così come si è assistito a un
allargamento dello spazio per l’etica nel senso di una progressiva
democratizzazione delle responsabilità e decisioni che essa richiede in
modo paritario a tutti i cittadini del mondo, si assiste altresì a un
analogo allargamento di questo spazio nella direzione di un incremento delle
questioni che ad essa si demandano. L’ipotesi che avanziamo ovviamente carica di un’opzione
normativa è che ci si muova verso
un allargamento delle aree problematiche che vengono affidate alla
discussione pubblica e dunque a una regolamentazione pacificamente concordata,
sottraendole al terreno in cui si fa ricorso alla forza. Così sul piano
internazionale vediamo sempre più riconosciuta
almeno al livello del dover essere
l'esigenza di un governo mondiale
democraticamente costituito e rispettoso della libertà dei suoi
membri impegnato a garantire pace
e giustizia sociale a livello planetario. Oggigiorno sembrano quindi
privilegiate quelle teorie etiche normative in grado di rendere conto in
modo adeguato delle nuove estensioni problematiche presenti nella
situazione storica degli esseri umani, Una competizione con le sole armi
dell’argomentazione razionale e della conoscenza tra concezioni normative può
favorire l’in- dividuazione di soluzioni giuste ed efficaci. In generale
poi una richiesta di maggiore riflessione sull’etica può trovare una sua
giustificazione in quanto questa riflessione sia pure in modi più o meno indiretti contribuisce a rendere più realizzabili
gli obiettivi della pace, della libertà e della giustizia sociale per
l'insieme dell'umanità senza dovere ricorre alla forza delle armi 0 alla
violenza. Filosofia_in_Ita3 Testi ArisToTELE, Etica
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Shaftesbury Alchourron Crusius Almond Althusius Dahl Anscombe Darwin Apel
Davidson LIZIO Dawkins Arrow De Marco Austin Descartes Austin Desmond Axelrod
Dewey Ayer D'Holbach Downs Baier Dumont Bartolommei Dworkin Bentham Engelhardt
Berlin Epicuro L’ORTO Blackburn Ewing (CITED BY GRICE) Bobbio Bonanate Fagiani
Brentano Feinberg Brown Ferguson Buchanan Ferrajoli Buddha Ferrara Bulygin
Filmer Butler Finnis Foot Canziani Fox Carcarerra Frankena Cartesio, v.
Descartes R. Freud Cassese Clarke Gandhi Collins Gargeni Colman Gauthier
Condillac (Etienne Bonnot de), 92. Gibbard om/Filosofia_in_Ita3 Gilligan
Glover Gough Gracia Grice, H. P., Grice (Welsh) G. R. Grozio Habermas
Hagerstròm Hare Hart Hartley Hayek Helvétius Hennìs Herbert di Cherbury Hobbes
Hudson Humboldt Hume Hutcheson Irigaray Jonas Jonsen Jules Jung Juvalta Kant
Kavka Kelsen Kuhse Landucci Locke Lorenz Lyons Mackie Macpherson Magri Malthus
Mandeville Manzoni Marirain McDowell Melniyre Meek Mill Mill Montaigne
Moore Moore Musacchio Nagel Norton Nowell Smith Nozick Oppenheim Parfit Pontara
Preti Prichard Pufendorf Putnam Rawls Regan Resnik Rorty Rass Rossi Rousseau
Ruse Sacconi Scarpelli Scheler Filosofia_in_Ita3 INDICE DEI
NOMI Schlick Sen Shaftesbury Cooper Sidgwick Singer Singer Smart
Smart Smith Snare Spencer Spinoza Stevenson Strauss Sugden Thomasius Aquino
Toulmin Urmson Veca Viano Walzer Warrender Weber White Wiggins Williams
Wittgenstein Wolff C., Wiollaston Wright .Filosofia_in_Ita3 Introduzione
La natura dell'etica si ci. Fondazione, giustificazione e spiegazione:
l’epistemologia dell'etica CRA ERA Le etiche normative; concezioni in
contrasto Dall’etica teorica all’etica
pratica Di Le dimensioni dell'etica Nota bibliografica Indice dei nomi
.. po.
Eugenio Lecaldano. Lecaldano. Keywords:
simpatia, simpatico, antipatico, compassione, compassivo, empatia, impassibile,
transpatia, patia, patico, il patico, diapatia. Psi-transmission. Grice:
“Scheler uses ‘transpathy,’ but then he would use anything!” filosofi italiani
della simpatia, croce, l’intersoggetivo, simpatia ed amore, empatia,
impassibile, im- negative, im- enfatico – teorie della simpatia morale in
Italia, illuminati e illuministi --. Refs.: transpatia, dia-pathia,
trans-passione – trans-passio. Luigi Speranza, “Grice e Lecaldano” – The
Swimming-Pool Library. Lecaldano.
Luigi Speranza --
Grice e Lelio: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Ha fama
soprattutto per l’intima amicizia che lo lega all’Africano Minore. Conosce
i tre filosofi inviati a Roma, ma e attirato principalmente da Diogene, del
Portico. In seguito L. ha rapporto con Panezio e ne diffuse la dottrina
nell’aristocrazia romana.Come legato di Scipione, C. L. partecipa alla guerra
contro i punici e si distinge nell’assedio di Cartagine, ottenendo in premio la
pretura. Appartenne agl’auguri è diviene console. Nelle lotte civili
determinate dall'azione di Tiberio GRACCO (si veda), L. si schiera contro
questo e i suoi fautori. E ammirato,
se non come oratore, come uomo politico, e dove il soprannome di "sapiente"
datogli dall’aristocrazia, al suo atteggiamento politico più che ad
altro. Console della repubblica romana. Filosofo del portico, politico e
militare romano. E uno dei migliori amici e più stretti collaboratori di
Publio Cornelio SCIPIONE (si veda) Africano, che segue durante la guerra punica
come prefetto della flotta, legato e questore. Si distingue
particolarmente nella conquista di Cartagine e in seguito, nella campagna
contro Siface e nella decisiva battaglia di Zama. Dopo un viaggio di XXXVII giorni,
partito da Tarraco in Spagna, in seguito alla presa di Carthago, raggiunse a
Roma. Quando entra in città insieme ad una grande schiera di prigionieri attira
l'attenzione del popolo che si riversa lungo le strade al suo passaggio. Il
giorno seguente venne ricevuto in senato, dove racconta che Cartagine e presa
in una sol giorno. Oltre a questa notizia rifere che sono state riprese alcune
delle città che si sono ribellate ai romani, mentre altre sono state accolte
come nuove alleate. I prigionieri riferirono cose analoghe a quelle comunicate
in precedenza dalla lettera di Marco Valerio Messalla, secondo il quale
Asdrubale Barca si sta preparando per passare con un grande esercito in Italia,
tanto da destare preoccupazioni nei senatori, visto che a stento si e riusciti
a resistere ad Annibale ed al suo esercito. L. rifere degli stessi argomenti
anche all'assemblea del popolo. Alla fine il senato decreta che venissero
ordinate per un giorno pubbliche cerimonie di ringraziamento a GIOVE CAPITOLINO
per l'esito felice della guerra e ordina a Lelio di far ritorno dal suo
comandante SCIPIONE il prima possibile, con le stesse navi con cui e venuto. Dopo
la fine della guerra e edile plebeo, pretore e console e fornisce importanti
informazioni sulla vita dell'amico SCIPIONE Africano, a Polibio. L. è il padre
di L. SAPIENTE, console insieme a Quinto Servilio Cepione. Smith, Dictionary of greek
and roman biography and mythology, The Ancient Library.Polibio, Livio. Polibio. Appiano di Alessandria, Historia Romana. Livio,
Ab Urbe condita libri. Polibio, Storie, Strabone, Geografia. Brizzi, Storia di
Roma, dalle origini ad Azio, Bologna, Patron; Piganiol, Le conquiste dei
romani, Milano, Saggiatore; Scullard, Storia del mondo romano. Dalla fondazione
di Roma alla distruzione di Cartagine, Milano, BUR, L,, in Who's Who in The
Roman World, Londra, Routledge, Romanzi storici Posteguillo, L'Africano, Casale
Monferrato, Piemme; Posteguillo, Invicta Legio, Casale Monferrato, Piemme, L., Enciclopedia
Britannica. Predecessore Console romano Successore Manio Acilio Glabrione e
Publio Cornelio Scipione Nasica con Lucio Cornelio Scipione Asiatico Gneo
Manlio Vulsone e Marco Fulvio Nobiliore; guerra punica, guerra romano-siriaca
("Guerra contro Antioco III") Antica Roma Portale Biografie
Categorie: Politici romani Militari romani Militari. Consoli repubblicani romani Laelii
Persone della seconda guerra punica. A statesman and orator who takes a keen
interest in philosophy, becoming an acquaintance of members of the Porch like
Diogene and Panazio. He was given the nickname ‘sapiens’ (know it all).
According to CICERONE, this was not because L. knew it all, but because of his
self control in matters of judicial sentencing. Cicerone greatly admires him
and featured him in a number of his philosophical works. Gaio Lelio. Lelio.
Luigi Speranza --
Grice e Leocide: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone. Roma – filosofia
basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana– Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean,
according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Luigi Speraza -- Grice
e Leofronte: la ragione cnversazionale e la setta di Crotone – Roma – filosofia
calabrese – scuola di Crotone -- filosofia italiana– Luigi Seranza (Crotone). Filosofo italiano. A Pythagorean,
according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza --
Grice e Leone: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone – Roma – filosofia
basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). FIlosofo italiano. A Pythagorean,
according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide. Alcmaeon di Crotone
dedicates a ‘saggio’ to him.
Luigi Speranza --
Grice e Leonzio: all’isola -- la setta di Leonzio -- Roma – filosofia siciliana
– filosofia leonzia – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo italiano. Filosofo siciliano.
Filosofo leonzio. Leonzio, Sicilia. Pupil of Girgenti. He seems to have written one
essay on philosophy. In it, he argues that nothing exists, or that if anything
did exist, there could be no knowledge of it, or if there could be knowledge of
it, that knowledge could not have passed from one person to another. Poche e scarne le notizie relative a L. sotto il
dominio di Roma. Inquadrata in primo momento tra le città decumane, sottoposte
al pagamento della decima parte del raccolto, si trasforma a poco a poco in
città censoria, il cui territorio viene dato in affitto a cittadini di altre
città dietro pagamento di un canone prestabilito. Alla fine del I secolo a.C.
il territorio di Leontini viene usato per i donativi agli alleati dei
triumvirato. La città entra in un periodo di grande decadenza, scompare
praticamente come città, mentre la popolazione preferisce trasferirsi nelle
campagne e nelle fattorie sparse nel territorio. Quasi del tutto assenti le
notizie relative alla città in periodo imperiale. Le poche informazioni giunte
fino a noi sono inserite nel contesto delle vicende dei santi martiri Alfio,
Filadelfo e Cirino, chiaramente leggendarie e quindi di poca utilità. Secondo
la tradizione, la chiesa leontina è una delle prime ad affermare che Maria è
madre di Dio, prima che questa verità di fede venga ufficialmente proclamata
dal concilio di Efeso. La riscoperta tra studi e scavi Paolo Orsi,
R Carta, R Santapaola in una foto degli anni 30 Dopo un secolare abbandono del
sito, torna l'interesse per la storia del luogo grazie ai primi studi favoriti
da vari studiosi. Le prime indicazioni sull'antica L. provengono da C.M.
Arezzo, Fazello, Alberti, Maurolico e Cluverio. Nel XVIII secolo Vito Amico
identificò la valle S. Mauro come l'agorà e la Valle S. Eligio come sede
dell'antico fiume Lisso. Nel 1781 Ignazio Paternò Castello evidenzia lo stato
di decadenza della città. Schubring studiando il testo di Polibio sulla città
ne identifica la struttura assieme alla strada citata anche da Tito Livio per
la morte di Geronimo nel 215 a.C. La testa del kouros della
collezione Biscari Le prime segnalazioni in merito alle necropoli di Leontinoi
risalgono al 1879 ad opera di Giuseppe Fiorelli, con tombe nella zona nord di
Lentini. Nel 1884 Francesco Saverio Cavallari rinviene un ipogeo cristiano e
nel 1887 una necropoli sicula nella Valle Ruccia. Nel 1891 il Columba presenta
uno studio sulla topografia della città con un rilievo del Castellaccio.
Le ricerche effettuate misero in evidenza l'esigenza di mettere ordine al
patrimonio per bloccare i traffici illeciti di materiali verso collezioni
private. Lo stesso Paolo Orsi evidenzia questo problema suggerendo già nel 1884
la fondazione di un museo archeologico. Sono proprio gli studi di Paolo Orsi a
dare impulso alle ricerche tramite gli scavi condotti in varie parti del sito.
Nel 1902 viene ritrovato il kouros di Lentini, oggi al Paolo Orsi cui viene
associata la testa della collezione Biscari. Nel 1925 lo Ziegler pubblica una
sintesi sulle conoscenze di Lentini. Gli scavi riprendono nel 1940 con
Pietro Griffo presso le fortificazioni del S. Mauro e ulteriori indagini
relative alla topografia. Dal 1950 al 1955 viene messa in luce la porta sud (la
cosiddetta porta siracusana) e viene esplorata la necropoli esterna. Ulteriori
ricerche di Adamesteanu e Rizza mettono in luce altre strutture. Mentre nel
1960 viene rinvenuta casualmente una stipe votiva ad ovest del colle della
Metapiccola. Vengono scoperti dei blocchi in Piazza Vittorio Veneto, nel 1971 e
nel 1974 vengono esplorate delle tombe presso la Valle di S. Eligio, e nel
1977-78 si riprende l'esplorazione della necropoli di contrada
Piscitello. In contrada Crocifisso viene riportata alla luce
un'abitazione che rispecchia le descrizioni di Polibio. Tra il 1981-82 le
ricerche vengono effettuale a sud della porta meridionale in contrada
Pozzanghera, mettendo i luce delle tombe di età arcaica sino a quella
ellenistica. Si prosegue con scavi nel 1986 sul colle Metapiccola, nel 1987 sul
Castellaccio da cui emergono anche le strutture murarie della porta nord. Gli
scavi sono proseguiti su varie aree sino al 1989, poi nel 1993 in Piazza
Umberto è stata rinvenuta una necropoli musulmana sopra a quella greco-arcaica,
sino ad arrivare agli ultimi anni con ulteriori aggiornamenti. Il
sito Mappa di Leontinoi «La città di Leontinoi è interamente rivolta
verso settentrione: vi è nel mezzo di essa una valle piana, nella quale si
trovano le sedi dei magistrati e dei giudici e tutta l'agorà. Da un lato e
dall'altro della valle vi sono alture scoscese: I ripiani di queste alture
sopra i colli sono pieni di case di templi. Due porte ha la città, di cui una è
al termine della valle anzidetta verso mezzogiorno e porta a Siracusa, l'altra,
al Nord, porta ai campi detti Leontini e alla regione coltivabile. Sotto uno
degli scoscendimenti, quello verso Occidente, scorre un fiume che chiamano
Lisso. Parallele a questo, E la maggior parte sotto lo stesso pendio, giacciono
delle case contigue, tra le quali e il fiume vi è la strada anzidetta.»
(Polibio, Historiae) Il sito di Leontinoi è stretto tra Carlentini a sud
e Lentini a nord. L'area dell'agorà si trova in una vallata circondata a sud
est dal colle della Metapiccola e a sud ovest dal colle San Mauro. Mentre a
nord vi è l'area del Castellaccio. Il parco archeologico copre parzialmente
l'intera estensione dell'antica città ed è accessibile da sud, con ingresso
dalla porta siracusana, una porta a tenaglia di cui sono ben visibili i tratti
murari. Sull'ingresso sono rintracciabili anche dei monumenti funerari e
delle vicine necropoli del IV e III sec a.C. Le prime tombe di questa zona
risalgono al VI sec a.C. L'agorà si trova al centro della vallata. Le
fortificazioni arcaiche sul monte S. Mauro Sul colle della Metapiccola è
presente un villaggio preistorico identificato con l'antica Xouthia. Gli scavi
hanno evidenziato la presenza di capanne rettangolari col basamento infossato.
Le capanne erano di legno, difatti sono visibili anche i segni dei pali sul
terreno. La cinta muraria La cinta muraria ha un andamento complesso e
mostra quattro interventi costruttivi. La più antica risale al VII sec a.C. e
circondava solo l'acropoli, sono emersi dei tratti sul lato est del colle S.
Mauro con incisioni che distinguono la cava di estrazione. La seconda
cinta è degli inizi del VI sec a.C. e dal fondovalle risaliva sino al colle
della Metapiccola. La fortificazione ben visibile a piccoli blocchi presenta
una torre circolare. Un restauro delle mura avvenne nel III sec a.C. durante la
guerra tra Roma e Siracusa. Lentini nell'Enciclopedia Treccani, su
Treccani. LENTINI Enciclopedia dell' Arte Antica, Treccani. Bibliografia
Massimo Frasca, M. Congiu, C. Miccichè e S. Modeo, Tucidide e l’archaiologhìa
di Leontinoi, in Dal mito alla storia. La Sicilia nell'Archaiologhia di
Tucidide (Atti del VIII Convegno di Studi, Caltanissetta). Massimo Frasca,
Leontinoi. Archeologia di una colonia greca, Roma 2009 Massimo Frasca,
Interazione tra Greci e Indigeni nella Sicilia orientale Il caso Leontinoi.
Maltese, I Tetradrammi di Leontinoi. Dinamiche produttive e storico-artistiche,
Trieste Sicilia, Touring Club d'Italia, Voci correlate Monte San Basilio Storia
di Lentini Museo archeologico di Lentini Altri progetti Collabora a Wikiquote
Wikiquote contiene citazioni di o su Leontinoi Leontinoi, su sapere. Agostini.
Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Leontinoi,
su sicilia fotografica Filmato audio Leontinoi. Memorie da una città
dimenticata. Frasca, Leontinoi, città dei Calcidesi in Sicilia. Città della
Magna Grecia Siti archeologici della Sicilia greca Portale Antica
Grecia Portale Sicilia Portale Storia Categorie:
LeontinoiSiti archeologici del libero consorzio comunale di SiracusaCittà della
Sicilia grecaCittà romane della SiciliaLentini [altre]. L. Se stai cercando
altri significati, vedi L. (disambigua). Busto di L. ad opera dello
scultore lentinese Caracciolo. L. (in greco antico: Γοργίαςs; Leontini –
Larissa), retore e filosofo siceliota. Discepolo di Empedocle di GIRGENTI
(si veda), è considerato uno dei maggiori sofisti, teorizzatore di un
relativismo etico assoluto, fondato sulla morale della situazione contingente,
spinto fino al nichilismo. Figlio di Carmantida, nasce a LEONZIO, Leontini
(odierna Lentini, nella provincia di Siracusa), città greca della Sicilia. Fu
discepolo del filosofo Empedocle di GIRGENTI (si veda) e dei retori siracusani
Corace e Tisia, inventori della retorica, ma subì anche l'influenza delle
scuole pitagorica ed eleatica. Prese parte ad un'ambasceria ad Atene per
richiedere aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande
successo per la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia).
Viaggiò anche in Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di
frequentare le sue lezioni), a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette
statue. Vendendo i propri insegnamenti di città in città, pare guadagnasse
ingenti ricchezze facendosi pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in
realtà alla sua morte lasciò una somma piuttosto modesta. Muore in Tessaglia,
dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere, pare ultracentenario[8]; a
chi gli chiedeva il motivo di tale longevità, egli rispondeva: «il non aver mai
compiuto nulla per far piacere ad un altro. Di sicuro visse con sobrietà
dominando le passioni, lontano da simposi e incurante di tutto ciò che potesse
turbarlo. Tra i suoi numerosi discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia,
Alcibiade, Tucidide, Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che
intrattenesse ottimi rapporti di amicizia con Pericle. Tipico dell'oratoria di L.
era l'ampio uso di complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico
ed epico. Si prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare
la virtù, e vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come
testimoniato anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide,
viene tradizionalmente ricordato come uno dei grandi sofisti. Contenuto delle
opere principali Opere conservate sono l'Encomio di Elena e In difesa di
Palamede. Solo frammenti, invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di
un Epitafio per i morti della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei,
di un Discorso Olimpico e Discorso Pitico. Encomio di Elena Lo
stesso argomento in dettaglio: Encomio di Elena. L'amore di Elena e
Paride, olio su tela di David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L.
difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la
sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente,
perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o
dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi
(logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua
responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro
argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu
persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina. Nel primo caso Elena è
una vittima, poiché Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro
avrebbe fatto innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel
secondo caso Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare
a Paride. Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche
in questo caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se
fu per l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui
progetti non possono essere impediti con la nostra precauzione o
provvidenza. Sul non essere o sulla natura Nell'opera Sul non essere G.
dimostra, tramite la reductio ad absurdum, tre ipotesi, volutamente opposte
alla scuola di Elea. Il suo argomentare svolge il seguente percorso
logico: Nulla è; Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se
anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri. Questi
tre punti fondamentali della filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto
Empirico, vengono delucidati attraverso una sequenza di ragionamenti che
portano ad una conclusione ultima. Che niente esista G. dimostra in questo
modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o l'essere e il
non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure l'essere c'è. Ché, se
ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato
insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun
principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun
luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere l'essere: ché, se fosse nato,
sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma non è nato dall'essere, ché, se
è essere, non è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può
generare. Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero
anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia pensato. È giusta e
conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l'essere non è
pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato
esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è
contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli
o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri
si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più,
se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser pensato, perché ai
contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche
Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere non è
pensato. Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere
sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le
udibili per l'udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un
altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è
l'oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino,
ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile
non può diventare audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto
esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non
potrà esser manifestato ad altri.» (Sesto Empirico, Contro i
matematici) Interpretazione dell'opera Lo stesso argomento in
dettaglio: Relativismo etico sofistico
Il nichilismo di G. E' decoro allo Stato una baldanzosa gioventù, al
corpo la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la verità. (G.
Encomio di Elena) Le interpretazioni di G. si possono dividere
fondamentalmente in due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte
con intento serio o ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere
sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e dello stile argomentativo
tipico di Parmenide e della sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione
convinta che invece farebbe di G., secondo alcuni, un precursore del
nichilismo. Nel Sul non essere G. giunge alla conclusione (secondo
l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele) che solo il nulla è. Di conseguenza,
l'essere non esiste: poiché se è infinito nessun luogo potrebbe contenerlo, e
non può essere finito poiché gli stessi eleati lo negano come tale. Ancora, se
anche esistesse, non sarebbe conoscibile: chi è all'interno dell'Essere, dello
Sfero parmenideo, non può conoscerlo. Infine, se anche fosse conoscibile, non
sarebbe dicibile né comunicabile ad altri: mancherebbero le parole per
esprimerlo, e anche se fosse esprimibile non si potrebbe comunicare se non ciò
che è oggetto d'esperienza, sicché per L. appare una conoscenza espressa in
termini negativi: la verità non esiste, ogni sapere è impossibile, tutto è
falso perché tutto è illusorio. Se la verità non è raggiungibile né con i
sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la
morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di
comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e
semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il
comportamento di ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della
sua cultura, delle circostanze. Significativo è il fatto che, quando G.
fu incaricato dal governo ateniese di celebrare i caduti della guerra del
Peloponneso, egli disse che questi non furono eroi, ma che erano da onorare
perché accettarono la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le
circostanze richiedevano – seppero cioè rispondere all'occasione (kairós)
offerta dalla situazione. Di fronte al dramma della vita, l'unica consolazione
è la parola (logos), che acquista valore proprio perché non esprime la verità
ma l'apparenza (doxa). La parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa
è «un potente signore, che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a
compiere le imprese più divine. La parola esprime al meglio le passioni che
guidano la vita dell'uomo, è in grado di evocarle e modificarle, e così di
sottomettere chiunque. Essa è dunque onnipotente e addirittura in grado di
creare un mondo perfetto dove vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso
(tyche), il quale domina ogni vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in
grado di sfruttare a proprio vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli
offre: è per questo, in ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto
ha saputo sfruttare a proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino.
In conclusione, un'interpretazione filosofica del pensiero di G. tenta di
tracciare un percorso che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle,
conduce alla cosiddetta crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco
in un più sereno scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse
un'effettiva sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto,
un'enorme fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare
tutto e il contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra
parte, resta anche incerto quanto G. fosse cosciente dell'onnipotenza della
parola o se essa non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività
retorica. Infine G., a differenza di alcuni filosofi di epoca successiva
come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se esistesse
l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma siccome l'essere
non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo artista è colui
che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi delle proprie opere,
mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa farsi
ingannare.[18] Note Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Assenzio,
Quintiliano DK Diodoro Siculo, XII 53, 1-3. ^ Olimpiodoro, commento a Platone,
G., Pausania, VI 17, 7 per Olimpia; X 18, 7 per Delfi. ^ Probabilmente il
prezzo di 100 mine d'oro, testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva
non a singole lezioni ma all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi
è il fatto che lo stesso Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si
trovarono le ingenti ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri.
Cfr. Antidosis, 155-156. ^ Le fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i
109 anni. Apollodoro di Atene, FGrHist 244 F33. ^ DK 82 A11. ^ Filostrato, Vite
dei sofisti, I 9, 3. ^ Filostrato, Vite dei sofisti, I 1. ^ Forse provenienti
da manuali di retorica (frr. 12-14 D.-K.) contenenti numerose orazioni da
memorizzare come esempi. ^ La scuola eleatica, a differenza del suo fondatore
Parmenide, concepisce l'essere come infinito, soprattutto a seguito delle
considerazioni di Melisso. ^ M. Sacchetto, La morale della situazione, in
L'esperienza del pensiero. Le polis e l'età di Pericle, p. 72. ^ DK 82 B6. ^ DK
82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L. e Isocrate ovvero se l'amore diventa
politica, in L. Montoneri-F. Romano (a cura di), L. e la sofistica, numero
monografico di «Siculorum Gymnasium» Cfr. DK82 B23. Bibliografia L.,
Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli, Roma, Carocci, 2013. L. di
Leontini, L. "Su ciò che non è", edizione critica, traduzione e
commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms, 2010. Barbara Cassin, Si Parménide. Le
traité anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse Universitaire de Lille,
1980. I presocratici. Prima traduzione
integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di
Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006
( = DK) Stefania Giombini, L. epidittico. Commento filosofico all’Encomio di
Elena, all’Apologia di Palamede, all’Epitaffio, Presentazione di Livio
Rossetti, Passignano, Aguaplano, 2012. Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del
verosimile, Sankt Augustin, Academia Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La
filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario Untersteiner (a cura di), Sofisti:
testimonianze e frammenti, Milano: Bompiani, Voci correlate L. (dialogo), il
dialogo platonico di cui è protagonista Ippia di Elide Prodico Protagora
Relativismo etico sofistico Sofistica Gòrgia di Leontini, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, L. di
Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, L. di
Leontini, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Gòrgia (sofista e retore), su sapere.it, De Agostini. L.s of Leontini, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. L., su Internet
Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata (EN) Opere di L., su Open
Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di L., su
LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) L., su Goodreads. Modifica su Wikidata
Registrazioni audiovisive di L., su Rai Teche, Rai. Modifica su Wikidata (EN) C.
Francis Higgins, L.s (483—375 B.C.E.), su Internet Encyclopedia of Philosophy.
Taylor, Mi-Kyoung Lee, The Sophists, in Edward N. Zalta (a cura di), Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information
(CSLI), Università di Stanford. V · D
· M Presocratici V · D · M Sofisti Portale Biografie Portale
Filosofia Portale Letteratura Portale Magna Grecia
Categorie: Retori siceliotiFilosofi siceliotiFilosofi del V secolo
a.C.Sicelioti del V secolo a.C.Morti a LarissaFilosofi greci antichi del V
secolo a.C.SofistiCentenari greci antichiMagna Grecia[altre]L.. L. o Leonzio? Cf. Empedocle o
Girgentu. Cf. William or Occam? L.. Conversational reason as a PRESUPPOSITION
for conversation. Trascendental argumentation. L. as a character in Plato’s
dialogue where Socrates and L. argue that, unless understanding that the other
is abiding by a principle of conversational helpfulness, it is not worth
conversing! Or even POSSIBLE! L.. Grice e Leonzio.
Grice e Lionzio. Grice e Lionzo. Grice e Lionzi Grice e Leonzi: l’arte
dell’implicatura – filosofia siciliana – la scuola di Leonzio – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo siciliano. Filosofo italiano,
Leonzio, Sicilia. Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi L.
(disambigua). Busto di L. ad opera dello
scultore lentinese Salvatore Caracciolo. L. (in greco antico: Γοργίας?,
Gorghías; Leontini, 485 a.C. oppure 483 a.C. – Larissa, 375 a.C. circa) è stato
un retore e filosofo siceliota.
Discepolo di Empedocle, è considerato uno dei maggiori sofisti,
teorizzatore di un relativismo etico assoluto, fondato sulla morale della situazione
contingente, spinto fino al nichilismo.
Biografia Figlio di Carmantida, nacque intorno al 483 a.C. a Leontini
(odierna Lentini, nella provincia di Siracusa), città greca della Sicilia.[1]
Fu discepolo del filosofo Empedocle e dei retori siracusani Corace e Tisia[2],
inventori della retorica, ma subì anche l'influenza delle scuole pitagorica ed
eleatica.[3] Nel 427 prese parte ad un'ambasceria ad Atene per richiedere aiuti
militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande successo per la sua eloquenza
(vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia)[4]. Viaggiò anche in Tessaglia, in
Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di frequentare le sue lezioni)[5], a
Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette statue[6]. Vendendo i propri
insegnamenti di città in città, pare guadagnasse ingenti ricchezze facendosi
pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in realtà alla sua morte lasciò una
somma piuttosto modesta.[7] Morì in
Tessaglia, dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere, intorno al 375
a.C., pare ultracentenario[8]; a chi gli chiedeva il motivo di tale longevità,
egli rispondeva: «il non aver mai compiuto nulla per far piacere ad un
altro»[9]. Di sicuro visse con sobrietà dominando le passioni, lontano da
simposi e incurante di tutto ciò che potesse turbarlo. Tra i suoi numerosi
discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia, Alcibiade, Tucidide,
Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che intrattenesse ottimi
rapporti di amicizia con Pericle.[10]
Tipico dell'oratoria di L. era l'ampio uso di complesse figure
retoriche, desunte dal linguaggio poetico ed epico. Si prendeva gioco, inoltre,
di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù, e vantava di saper tenere un
discorso su qualsiasi argomento, come testimoniato anche da Platone. Insieme a
Protagora, Prodico e Ippia di Elide, viene tradizionalmente ricordato come uno
dei «grandi sofisti».[11] Contenuto
delle opere principali Opere conservate sono l'Encomio di Elena (415 a.C.) e In
difesa di Palamede[12]. Solo frammenti, invece, abbiamo del Sul non essere o
sulla natura di un Epitafio per i morti della guerra del Peloponneso, di un
Encomio degli Elei, di un Discorso Olimpico e Discorso Pitico. Encomio di Elena Lo stesso argomento in dettaglio: Encomio di
Elena. L'amore di Elena e Paride, olio
su tela di Jacques-Louis David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L.
difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la
sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente,
perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o
dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi
(logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua
responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro
argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu
persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina. Nel primo caso Elena è una vittima, poiché
Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro avrebbe fatto
innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel secondo caso
Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare a Paride.
Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche in questo
caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se fu per
l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui progetti non
possono essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza. Sul non essere o sulla natura Nell'opera Sul
non essere L. dimostra, tramite la reductio ad absurdum, tre ipotesi,
volutamente opposte alla scuola di Elea. Il suo argomentare svolge il seguente
percorso logico: Nulla è; Se anche
qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile,
non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della
filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati
attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione
ultima. «Che niente esista L. dimostra
in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o
l'essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure
l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o
generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio
e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun
luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere
l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma
non è nato dall'essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal
non-essere, perché il non-essere non può generare. Se le cose pensate non si può dire siano
esistenti, sarà vero anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia
pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste,
l'essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti,
se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si
pensino; ciò è contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un
uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a
volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il
pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser
pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché
si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere
non è pensato. Posto che le cose
esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili
sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l'udito, e non
viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con
cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l'oggetto, la cosa, non è
realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è
altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare
audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non
può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser
manifestato ad altri.» (Sesto Empirico,
Contro i matematici, VII, 65 ss)
Interpretazione dell'opera Lo
stesso argomento in dettaglio: Relativismo_etico_sofistico § Il_nichilismo_di_L..
«E' decoro allo Stato una baldanzosa gioventù, al corpo la bellezza, all'animo
la sapienza, alla parola la verità.» (L.,
Encomio di Elena, 1) Le interpretazioni
di L. si possono dividere fondamentalmente in due tipi, a seconda che si
considerino le sue opere scritte con intento serio o ironico. Nel secondo caso,
il trattato Sul non essere sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e
dello stile argomentativo tipico di Parmenide e della sua scuola e non,
piuttosto, una presa di posizione convinta che invece farebbe di L., secondo
alcuni, un precursore del nichilismo.
Nel Sul non essere L. giunge alla conclusione (secondo l'interpretazione
dello Pseudo-Aristotele) che solo il «nulla è». Di conseguenza, l'essere non
esiste: poiché se è infinito nessun luogo potrebbe contenerlo, e non può essere
finito poiché gli stessi eleati lo negano come tale.[13] Ancora, se anche
esistesse, non sarebbe conoscibile: chi è all'interno dell'Essere, dello Sfero
parmenideo, non può conoscerlo. Infine, se anche fosse conoscibile, non sarebbe
dicibile né comunicabile ad altri: mancherebbero le parole per esprimerlo, e
anche se fosse esprimibile non si potrebbe comunicare se non ciò che è oggetto
d'esperienza, sicché per L. appare una conoscenza espressa in termini negativi:
la verità non esiste, ogni sapere è impossibile, tutto è falso perché tutto è
illusorio. Se la verità non è
raggiungibile né con i sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi
certi si reggerà la morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori,
princìpi immutabili di comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la
situazione in cui si trova e semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale
della situazione» per cui il comportamento di ognuno varierà a seconda del
soggetto, della sua età, della sua cultura, delle circostanze[14]. Significativo è il fatto che, quando L. fu
incaricato dal governo ateniese di celebrare i caduti della guerra del
Peloponneso, egli disse che questi non furono eroi, ma che erano da onorare
perché accettarono la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le
circostanze richiedevano – seppero cioè rispondere all'occasione (kairós)
offerta dalla situazione[15]. Di fronte al dramma della vita, l'unica
consolazione è la parola (logos), che acquista valore proprio perché non
esprime la verità ma l'apparenza (doxa). La parola, afferma nell'Encomio di
Elena, è magica: essa è «un potente signore, che col più piccolo e
impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più divine»[16]. La
parola esprime al meglio le passioni che guidano la vita dell'uomo, è in grado
di evocarle e modificarle, e così di sottomettere chiunque. Essa è dunque
onnipotente e addirittura in grado di creare un mondo perfetto dove vivere.
L'uomo è una pedina nelle mani del caso (tyche), il quale domina ogni vicenda
umana. Egli, però, sarà felice se sarà in grado di sfruttare a proprio
vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli offre: è per questo, in
ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto ha saputo sfruttare a
proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino. In conclusione,
un'interpretazione filosofica del pensiero di L. tenta di tracciare un percorso
che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle, conduce alla cosiddetta
crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco in un più sereno
scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse un'effettiva
sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto, un'enorme
fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare tutto e il
contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra parte, resta
anche incerto quanto L. fosse cosciente dell'onnipotenza della parola o se essa
non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività retorica. Infine L., a differenza di alcuni filosofi di
epoca successiva come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se
esistesse l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma
siccome l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo
artista è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi
delle proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa
farsi ingannare.[18] Note ^ Tommaso
Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Giuseppe Assenzio, 1817. ^
Quintiliano, III 1, 8 ss. ^ DK 82 A2. ^ Diodoro Siculo, XII 53, 1-3. ^
Olimpiodoro, commento a Platone, L., 46, 11. ^ Pausania, VI 17, 7 per Olimpia;
X 18, 7 per Delfi. ^ Probabilmente il prezzo di 100 mine d'oro, testimoniatoci
da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole lezioni ma all'intero
ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che lo stesso Isocrate
testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le ingenti ricchezze che
tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr. Antidosis, 155-156. ^ Le fonti
riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni. Cfr. Apollodoro di Atene,
FGrHist 244 F33. ^ DK 82 A11. ^ Filostrato, Vite dei sofisti, I 9, 3. ^
Filostrato, Vite dei sofisti, I 1. ^ Forse provenienti da manuali di retorica
(frr. 12-14 D.-K.) contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^
La scuola eleatica, a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce
l'essere come infinito, soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso.
^ M. Sacchetto, La morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le
polis e l'età di Pericle, p. 72. ^ DK 82 B6. ^ DK 82B11 ^ J.C. Capriglione,
Elena tra L. e Isocrate ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F.
Romano (a cura di), L. e la sofistica, numero monografico di «Siculorum
Gymnasium» n. 38 (1985), pp. 429-443. ^ Cfr. DK82 B23. Bibliografia L., Encomio
di Elena, testo greco a fronte, a cura di Giuseppe Girgenti, Milano,
Alboversorio, 2014. L., Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli,
Roma, Carocci, 2013. L. di Leontini, L. "Su ciò che non è" , edizione
critica, traduzione e commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms,
2010. Barbara Cassin, Si
Parménide. Le traité anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse
Universitaire de Lille, 1980. I
presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle
testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di
Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006 ( = DK) Stefania Giombini, L.
epidittico. Commento filosofico all’Encomio di Elena, all’Apologia di Palamede,
all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti, Passignano, Aguaplano, 2012.
Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del verosimile, Sankt Augustin, Academia
Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario
Untersteiner (a cura di), Sofisti: testimonianze e frammenti, Milano: Bompiani,
2009. Voci correlate L. (dialogo), il dialogo platonico di cui è protagonista
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Gòrgia di Leontini, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Guido Calogero, L. di
Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933.
Modifica su Wikidata L. di Leontini, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Gòrgia (sofista e
retore), su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) L.s of Leontini,
su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata
(EN) L., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata (EN)
Opere di L., su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN)
Audiolibri di L., su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) L., su Goodreads.
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Francis Higgins, L.s (483—375 B.C.E.), su Internet Encyclopedia of Philosophy.
(EN) C.C.W. Taylor, Mi-Kyoung Lee, The Sophists, in Edward N. Zalta (a cura
di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and
Information (CSLI), Università di Stanford. V · D · M Presocratici V · D · M Sofisti Portale
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siceliotiFilosofi siceliotiFilosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo
a.C.Morti a LarissaFilosofi greci antichi del V secolo a.C.SofistiCentenari
greci antichiMagna Grecia[altre] Gorgia di Leonzi. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Leonzio”. Leonzio.
Luigi Speranza --
Grice e Leonzio: la ragione conversazionale la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean,
according to The Vita di Pitagora di Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza --
Grice e Lettine: all’isola – la diaspora di Crotona – Roma – filosofia
siciliana – scuola di Siracusa -- filosofia italiana – Luigi Spearnza (Siracusa). Filosofo italiano. Siracusa, Sicilia. A
Pythagorean, according to “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza -- Grice e Leoni: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia marchese – scuola
di Ancona -- filosofia italiana – il vincolo mi fa libero -- Luigi Speranza (Ancona). Filosofo italiano. Ancona, Marche. Grice: “I love
Bruno Leoni; my balance between the principle of conversational self-love and
the principle of conversational benevolence is what all his philosophy is
about!” – Grice: “Leoni has technical concepts here: his is an individualism,
i. e. subjectivisim, and he believes that the ‘scambio’ or ‘inter-subjective,’
inter-individual exchange’ is ‘spontaneous – he calls it ‘ordine spontaneo.’ He
doesn;’t see it necessarily as ethical or meta-ethical – but descriptive;
similarly I speak of conversational maxims as different from ‘moral’ maxims!” “La situazione paradossale del nostro tempo è che siamo
governati da uomini non, come pretenderebbe la classica teoria aristotelica,
perché non siamo governati dal diritto, ma esattamente perché lo siamo. Vive a Torino,
Pavia, e la Sardegna. Per la sua filosofia, viene associato ad un modello liberale
e anti-statalista della società. All'interno della filosofia, si inserisce nella tradizione del liberalismo
classico. Allievo di SOLARI, di cui e pure assistente volontario, e collega di
Firpo, insegna a Pavia. Nel corso del conflitto, fa parte di A Force,
un'organizzazione segreta alleata incaricata di recuperare prigionieri e
salvare soldati. Insegna filosofia e ricoprendo l'incarico di preside della
facoltà di Scienze Politiche. Muore in circostanze tragiche, ucciso. Un
collaboratore del suo studio legale, Quero, di professione tipografo ma che
svolge amministrazioni di condomini e palazzi, ha perpetrato truffe e sottrazioni
di denaro. Quando se ne accorse e minaccia di denunciarlo, Quero lo assassina
colpendolo ripetutamente alla testa e nascose poi il corpo in un garage,
inscenando un sequestro di persona, ma venne subito scoperto. Negli anni della
ricostruzione postbellica, mentre in tutti i paesi europei si affermavano
politiche economiche di stampo statalista, anda contro-corrente sostenendo il
liberalismo, che ormai quasi più nessuno e pronto a difendere. L. critica la
logica dell'intervento pubblico mentre esalta la superiore razionalità e
legittimità degli ordini che emergono dal basso, per effetto del concorso delle
volontà dei singoli individui. Fondatore di Il Politico, svolge
ugualmente un'intensa attività pubblicistica, soprattutto scrivendo corsivi per
Il Sole 24 ORE. Membro della Societa Mont Pelerin di cui fu segretario e poi
presidente, il filosofo torinese e pure molto impegnato nel Centro di Studi
Metodologici della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e
Documentazione Einaudi. Filosofo poliedrico (giurista e filosofo, ma anche
appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che
della storia delle dottrine politiche), L. Promuove le idee liberali
all'interno della filosofia italiana: proponendo temi ed autori del liberalismo
contemporaneo, ma soprattutto aprendo prospettive ad una concezione della
società centrata sulla proprietà privata e il libero mercato. Per comprendere
quanto sia stata importante la sua azione tesa a favorire una migliore
conoscenza delle tesi più innovative, è sufficiente scorrere l'indice della
rivista da lui diretta, Il Politico, in cui da spazio ad autori spesso a quel
tempo poco noti, ma desti segnare le scienze economiche. Con i suoi saggi,
inoltre, L. apre la strada a molti orientamenti: dalla Teoria della scelta
pubblica all'Analisi economica del diritto -- filoni di ricerca che esaminano
la politica ed il diritto con gli strumenti dell'economia -- fino all'indagine
interdisciplinare di quelle istituzionitra cui il diritto che si sviluppano non
già sulla base di decisioni imposte dall'alto, ma grazie ad un'intrinseca
capacità di auto-generarsi ed evolvere dal basso. E stato quasi
dimenticato: soprattutto in Italia. Il suo saggio più conosciuta (frutto di
lezioni ). L’ndividualismo integrale di L. risulta ben poco in sintonia con la
cultura del suo tempo. Il liberalismo dell'autore di Freedom and the Law è
pervaso da quella cultura che egli assimila in profondità grazie all'intensa
frequentazione di alcuni tra i maggiori filosofi di quell'universo
intellettuale. Inoltre, segue sempre con il massimo interesse i
protagonisti della scuola austriaca -- Mises e Hayek, soprattutto -- cheanche
se europei proprio in America hanno scritto alcuni dei loro maggiori contributi
e in quel contesto hanno trovato folte schiere di allievi. In questo senso,
bisogna rilevare che il percorso filosofico di L. e stato molto differente
senza la Societa Mont Pelerin, nei cui convegni egli ha l'opportunità di
entrare in contatto con filosofi e scuole di pensiero estranei al clima
dominante nell'Italia. In effetti, l'associazione fondata da Hayek ha
rappresentato un'occasione di scambi e approfondimenti per quanti cercano
interlocutori radicati nella cultura del liberalismo. Dimenticato o quasi
in Italia, la filosofia di L. continua a vivere fuori dei nostri confinigrazie
alle iniziative, ai saggi dei suoi amici e, oltre a loro, all'interesse che i
suoi saggi suscitano nelle nuove generazioni di studiosi liberali. La
situazione è cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione
de “La libertà e la legge,” filosofi di vario orientamento sono tor riflettere
sulle pagine del torinese, dando vita ad
una vera e propria riscoperta che sta producendo numerosi frutti e grazie alla
quale si va finalmente riconoscendo a L. la sua giusta posizione tra i maggiori
filosofi del liberalismo. Oggi. non è
più considerato semplicisticamente un epigono di Hayek o un semplice ripetitore
delle sue tesi. In questo senso, è interessante rilevare che perfino filosofi
lontani dalle posizioni liberali e libertarian di L. avvertano sempre più il
carattere innovativo della sua filosofia, che nell'ambito della filosofia del
diritto ha saputo offrire una prospettiva alternativa ai modelli kelseniani del
normativismo dominante e all'ispirazione social-democratica che ancora prevale
all'interno delle scienze sociali. In particolare, mentre il diritto è
stato ripetutamente identificato con la semplice volontà degli uomini al
potere, uno dei contributi maggiori di L. è quello di aver indicato un altro
modo di guardare alla norma giuridica, sforzandosi di cogliere ciò che vi è
oltre la volontà dei politici e ben oltre la stessa legislazione. Per questa
ragione, si guarda alla teoria di L. come ad una radicale alternativa rispetto al
normativismo formulato da Kelsen, più volte criticato da L.. Quella di L.,
per giunta, è ancora oggi una proposta teorica talmente liberale da indurre più
di uno studioso a parlare di “La liberta e la legge” come di un classico della
tradizione libertariana, al cui interno sono racchiuse idee e intuizioni che
restiamo ben lontani dall'aver compreso e sviluppato in tutte le loro
potenzialità. Al fine di tenere viva la lezione dell'autore è stato
fondato l'Istituto L., con sedi a Torino e a Milano, animato da Lottieri,
Mingardi e Stagnaro, che si propone di affermare, all'interno del dibattito filosofico,
i principii liberali difesi da L, stesso e di promuovere la conoscenza della
filosofia di L. e, in generale, delle teorie liberali e libertariana. Altri
saggi:“Lo stato” (Mannelli, Rubbettino); “Filosofia del diritto” (Mannelli,
Rubbettino); “La libertà e la legge, InMacerata, Liberilibri); “Scienza
politica e teoria del diritto” (Milano, Giuffrè); “Le pretese e i poteri: le
radici individuali del diritto e della politica” (Milano, Società Aperta); “La
sovranità del consumatore” (Roma, Ideazione);
“La libertà del lavoro” collana IBL “Diritto, Mercato, Libertà”,
Treviglio Mannelli, Facco Rubbettino, “Il
diritto come pretesa, A. Masala (Macerata, Liberi); Il pensiero politico
moderno e contemporaneo, Masala, Bassani, Macerata, Liberi libri, Istituto L.. L'idea di uno stato privo di co-ercizioni
nella filosofia del diritto; Un "austriaco" di adozione Articolo su l'Unità. Il Luogo dei Ricordi di
O. Quero, su in mia memoria. Tra i pochissimi, in Italia, che hanno continuato
a sviluppare le ricerche di L. è da ricordare Stoppino. Per merito di Cubeddu,
che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria leoniana. E necessario liberarelo dall'ombra di Hayek,
rendendo in tal modo possibile una più adeguata valutazione delle sue tesi e
del suo originalissimo contributo all'elaborazione di una filosofia coerente
con i principi del liberalismo e con i suoi stessi esiti libertari. Masala, Il
liberalismo (Mannelli, Rubbettino); saggio su L.. Masala La teoria politica (Mannelli, Rubbettino); Lottieri,
“Libertà e stato” in Masala, cur., La teoria politica; Mannelli, Rubbettino; Lottieri,
Le ragioni del diritto. Libertà e ordine giuridico”, Mannelli, Rubbettino; Approfondisce
il tema di un libertarismo non ancora compiutamente espresso in L., ma già
ampiamente riconoscibile nelle sue tesi fondamentali. Favaro, L..
Dell'irrazionalità della legge per la spontaneità dell'ordinamento, della
Collana “L'ircocervo. Saggi per una storia filosofica del pensiero giuridico e politico
italiano”, Napoli, ESI, Gulisano, Tra positivismo e gius-naturalismo. Il diritto
evolutivo, Foedrus. Gulisano, La teoria empirica di L. La centralità
dell'approccio metodologico, Biblioteca delle liberta. riscoprire.bruno.l.Bruno
Leoni. Leoni. Keywords: implicatura, freedom, il concetto di ‘freedom’ in Grice
e il liberalism italiano – il concetto di Freiheit in Kant e la tradizione
liberale, Croce, Enaudi, il partito liberale italiano, partito nazionale
fascista, protezionismo, fascismo, storia d’italia, storia del liberalismo
italiano, libero e vincolato, libero e fozato, libero e spontaneo -- Refs: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Leoni: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia umbra – scuola di
Spoleto – filosofia perugiana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Spoleto). Filosofo italiano. Spoleto, Perugia, Umbria. Grice:
“In Italy, they like ‘renaissance men,’ but there’s a peril in that: Leoni was
a philosopher and a physician (to Medici) – when he died, Medici did, Leoni was
accused of malpractice (poisoning), strangled to death, and thrown into a
ditch. Categorie: philosophers in ditch –
Thales, Leoni.” Di famiglia aristocratica, studia a Roma. Insegna a Padova e
Pisa. E qui che ha modo di entrare in
contatto con la cerchia di filosofi che gravitano attorno a Lorenzo de’ Medici,
a Firenze. Ha contatti e una fitta corrispondenza con Ficino e Pico. Venne
considerato uno dei più valenti filosofi. I più illustri personaggi e sovrani
dell'epoca, come il duca di Calabria, il re di Napoli, Ludovico il Moro, forse
anche IInnocenzo VIII, richiedeno le sue cure, tanto che divenne il medico
personale dello stesso Lorenzo de Medici.
All'indomani della morte di Lorenzo de Medici venne ingiustamente
sospettato di essere stato il responsabile del suo avvelenamento, e venne
quindi strangolato e gettato in un pozzo il giorno seguente. Diverse fonti
dell'epoca sostengono che il mandante
dell'uccisione di L. e il figlio di Lorenzo, Piero il Fatuo. F. Bacchelli,
Dizionario Biografico degl’Italiani, riferimenti in. Dagli Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz.
Pirri (Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Era
adpresso del dicto Lorenzo uno excellentissimo et famosissimo medico de
grandissima scientia in FILOSOFIA, nominato magistro Pierleone de leonardo da
Spolitj, reputato el più singulare valente homo in dicte scientie che ogie dì
viva. E questo uomo in tanto prezzo adpresso del dicto Lorenzo che, senza
quisto clarissimo doctore, non podiva stare. E conducto ad Pisa ad legere, ha mille
ducatj de provisione per anno: poj e conducto ad Padova, ha mille et ducento
ducatj per anno. Ad Pisa stecte annj ad legere e similemente ad Padova. Dagli
Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz. D.Pietro Pirri (Estratto dall'Archivio
per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Lorenzo se amala, mandò per luj, e anda
a Firenze. E questo mastro L. de tanta scientia, che predisse la morte sua
essere infra IV misi. E anda mal voluntierj ad Firenze. Tandem jonto ad Firenze
trova Lorenzo stare male: sono lì clarissimj medicj et valentj et excellentj:
poj ce venne el medico del duca de Milano: et predice mastro L. la morte de
Lorenzo. Ipso non presta mai et non se mestecù in alcuna medicina ne potione
sue. Il cronista forse vuol dire che L, non s'ingerì affatto in ciò che
riguarda l'assistenza sanitaria dell'infermo, limitando l'opera sua alla pura DIAGNOSI
della malattia ed a consultazioni astrologiche. E con ciò vuole, forse,
velatamente intendere che niente ha a che vedere L. con quelle strane pozioni a
base di gemme e perle triturate somministrate da un altro medico, il
Piacentino, le quali, attese le lesioni viscerali che tormentano il paziente,
servirono forse ad accelerarne il tracollo -- ma solo ipso in consulendo et
predicendo. Tandem venendo alla morte Lorenzo, Perino, figliolo del dicto
Lorenzo, homo de poca prudentia, reputato homo bestiale e senza prudentia,
ordina che el dicto mastro L. fosse morto. Lorenzo e in villa ad uno suo
casale, e lì tucto dì sta mastro L. Essendo morto Lorenzo, et lì insino alla
sera stando mastro L., volendo tornare luj allu solito loco, e menato per uno
Carlo o vero Alberto martellj ad uno suo casale, et lì e strangulato dicto
mastro L., et buctato in uno pozo. Poj e retracto e portato in Firenze, e
retenuto il suo corpo con guardia et veneratione assai. Et de tanto tradimento
et iniusta morte se ne dolse tucta la città, perché la bona memoria de Lorenzo
ama questo uomo più che uomo vivesse, et tucti li secretj soj sapiva, savio,
sapientissimo e pieno de verità, bontà et integrità." Nella sua "Storia della Letteratura
Italiana" Tiraboschi, Firenze, Landi, riporta fonti dell'epoca, fra cui
Ammirato. Cavossi voce che egli vi si fosse gittato da se medesimo ma si
rinvenne esservi gittato da altri, secondo dice Cambi, da due famigliari di
Lorenzo. Lo stesso testo riporta le affermazioni di Sanazzaro, il quale non
nomina l'autore di questo misfatto. Ma è chiaro abbastanza ch'ei parla di
Pietro de Medici, figliuol di Lorenzo, e di Allegretti, storico senese
contemporaneo di L., che riporta. L. da Spoleto, che lo medica (si riferisce a
Lorenzo) e gittato in un pozzo, perché e detto, che l'avvelena, nientedimeno si
conclude per molti non esser vero. Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corti: Sannazaro. Branca V: Dizionario critico
della letteratura italiana. POMBA, Torino, Cotta, Klien: I Medici in rete, Olschki,
Firenze, C. Dionisotti, “Appunti sulle rime del Sannazaro”, Giornale storico della
Letteratura italiana, Mauro, Opere volgari, Laterza, Bari; Montevecchi, Storie
fiorentine, Rizzoli, Milano; Nibby, Analisi storico-topografica-antiquaria
della carta de' dintorni di Roma, Belle Arti, Roma, Orio, Le iscrittioni poste
sotto le vere imagini de gli huomini famosi il lettere, Torrentino, Firenze, Pesenti,
Professori e promotori di medicina nello Studio di Padova, Repertorio bio-bibliografico, Radetti, Un'aggiunta
alla biblioteca di L. In.: Rinascimento: Rivista dell'Istituto Nazionale di Studi
sul Rinascimento, Firenze, Ranalli: Istorie Fiorentine con l'aggiunte di Ammirato
il giovane, Batelli, Firenze, Rotzoll M.: Pierleone da Spoleto: vita e opere di
un medico del Rinascimento. Olschki, Firenze. Sansi: Storia del comune di
Spoleto dal secolo XII al XVII: seguita da alcune memorie dei tempi posteriori. Pierleone Leoni, Piero Leoni, Pierleone, Pier
Leone. Leone. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The
Swimming-Pool Library. Leoni.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Leopardi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del favoloso – Leopardi fascista – filosofia maceratese – la
scuola di Recanati -- filosofia marchese – scuola di Recanati -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Recanati). Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche. Grice:
“Oddly, Leopardi’s philosophical semantics is negative; admittedly, he is
wedded to the Fido-‘Fido’ theory of meaning, so he thinks, pretty much like the
first Vitters, that language is a prison. Man has a need for ‘non-linguistic
thought,’ to think without naming – without conceptualizing! The oddest
philosophy of language for Italy’s greatest poet, one would first think!” -- Grice: “One could write a whole
dissertation on Leopardi’s implicata – not I My favourite expression would be
‘gli infiniti silenzi’” -- Grice: “While there is a philosophical griceianism,
seeing that my theories were stolen by non-philosophers, there is ‘leopardismo
filosofico,’ seeing that he wasn’t one!” -- essential Italian philosopher, and
founder of a whole movement, ‘leopardismo.’
L. Al dibattito sulle lingue universali
partecipò anche Giacomo L. nello Zibaldone de' pensieri. Sostenne che a rendere internazionale una
lingua non è la potenza della nazione che la parla o la diffusione dei suoi
domini, e nemmeno il suo prestigio letterario: se così fosse la lingua
italiana, che per molto tempo fu intesa e letta nelle corti di tutta Europa e
oltre, sarebbe assurta a lingua
utilizzata da più nazioni, ma così non è stato.L. spiega che invece ciò
che fa di una lingua universale è un aspetto ad essa intrinseco, ovvero la sua
capacità di essere geometrica e regolare e di possedere una struttura semplice
e ideale. Esattezza, precisione, chiarezza i suoi punti costitutivi fondamentali: Quello poi che ho detto che una lingua
strettamente universale, dovrebbe di sua natura essere anzi un'ombra di lingua,
che lingua propria, maggiormente anzi esattamente conviene a quella lingua
caratteristica proposta fra gli altri dal nostro Soave I...I, la qual lingua o
maniera di segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le idee, bensì alcune
delle inflessioni d'esse parole (come quelle de' verbi), ma piuttosto come
inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a
niun suono pronunziato, né significazione e dinotazione alcune di esso. Questa
non sarebbe lingua perché la lingua non è che la significazione delle idee
fatta per mezzo delle parole.linguaggio (così nominiamola) la quale giustamente
si è riconosciuta per quella maniera di segni ch'è meno dell'altre impossibile
ad essere strettamente universale.
63 Ella sarebbe una scrittura, anzi
nemmeno questo, perché la scrittura rappresenta le parole e la lingua, e dove
non è lingue né parole quivi non può essere scrittura. Ella sarebbe un terzo
genere, siccome i gesti non sono né lingua né scrittura ma cosa diversa
dall'una e dall'altra. Quest'algebra delLa proposta L.ana si avvicina alle idee
di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua universale solamente
qualora questa sia rappresentata da segni matematici, algebrici. Conscio però
della forza implacabile del mutamento linguistico, a cui tutte le lingue sono
soggette, L. aggiunge: Resta dunque provato che la lingua
strettamente universale, per cagione di quelle stesse condizioni ond'ella
sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e senza cui
l'universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico,
di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben
tosto, per causa di tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime
condizioni, che naturalmente e necessariamente l'occasionerebbero, in diverse
lingue, e perderebbe conseguentemente la sua universalità, la durata della
quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal
durata indispensabilmente
richieggonsi.oIn sostanza quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di
linguaggio universale auspicabile, cioè quello composto matematicamente da
segni e caratteri, L. rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di
una tal lingua, della sua resistenza al cambiamento. Di questo tratta anche Stefano Gensini quando spiega
che per L. In termini teorici l...]
un'autentica universalità è impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero
a convenire su un sistema artificiale di comunicazione esso, una volta calato
nell'uso, inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini
- (L.] anticipa a livello teorico l'idea
saussuriana che tempo e massa parlante sianostrettamente universale. books.google.it/
books?id=hnS1DwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad =0#v=onepage&q&f=false consultato in
data 06/05/2020. La proposta L.ana si
avvicina alle idee di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua
universale solamente qualora questa sia rappresentata da segni matematici,
algebrici. Conscio però della forza implacabile del mutamento linguistico, a
cui tutte le lingue sono soggette, L.
aggiunge: Resta dunque provato che la
lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse condizioni
ond'ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e
senza cui l'universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per
causa, dico, di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi,
dividerebbesi ben tosto, per causa di tal corruzione, e quindi per causa di
quelle medesime condizioni, che naturalmente e necessariamente
l'occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe conseguentemente la sua
universalità, la durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle
medesime condizioni che a tal durata
indispensabilmente richieggonsi.otIn sostanza quindi, dopo aver
individuato il miglior tipo di linguaggio universale auspicabile, cioè quello
composto matematicamente da segni e caratteri, L. rimane scettico sulla
possibilità, se non d'adozione di una tal lingua, della sua resistenza al
cambiamento. Di questo tratta anche
Stefano Gensini quando spiega che per L.
In termini teorici (.../ un'autentica universalità è impossibile, perché
quand'anche i dotti riuscissero a convenire su un sistema artificiale di
comunicazione (...] esso, una volta calato nell'uso, inevitabilmente
comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L. anticipa a livello
teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante siano elementi 'interni'
dell'organismo linguistico, svuotando di senso, fra l'altro, ogni atteggiamento normativo di tipo
puristico.5STEFANO GENSINI, «Sul campo semantico del linguaggio nello
Zibaldone», in Lo «Zibaldone» di L. come ipertesto. Atti del Convegno
internazionale, a cura di Marìa de las Nieves Muñiz Muñiz, Barcellona, 2012,
pp. 162-163.Il conte Giacomo L., al battesimo Giacomo
Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro L. (Recanati), filosofo. È ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento
italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché
una delle principali del romanticismo letterario; la profondità della sua
riflessione sull'esistenza e sulla condizione umanadi ispirazione sensista e
materialistane fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità
lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama
letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto
oltre la sua epoca. L., intellettuale dalla vastissima cultura,
inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell'antichità
greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio,
Epitteto, Luciano ed altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti
romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un
esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni
materialistederivate principalmente dall'Illuminismosi formarono invece sulla
lettura di FILOSOFI come il barone d'Holbach, VERRI e Condillac, a cui egli
unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una
grave patologia che lo affliggeva ma sviluppatesi successivamente in un
compiuto sistema filosofico. Muore di edema polmonare o scompenso cardiaco,
durante la grande epidemia di colera di Napoli. Il dibattito sull'opera L.ana,
specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e
cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei
contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle
opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una
linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito
poetico fanno sì che L., al pari di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più
tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un
precursore dell'Esistenzialismo. L. nacque a Recanati, nello Stato
pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle più
nobili famiglie del paese, primo di dieci figli. Quelli che arrivarono all'età
adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo, Paolina, Luigi, e Pierfrancesco. I
genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte
Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli studi
e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna
energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni
sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza
per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l'affetto di cui sentiva il
bisogno. In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal
marito, la marchesa prese in mano un patrimonio familiare fortemente
indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto solo grazie a una rigida economia
domestica. La rigidità della madre, contrastante con la tenerezza del padre, i
sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari pesarono sul giovane
Giacomo. Fino al termine dell'infanzia Giacomo crebbe comunque allegro,
giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che
erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di
fervida fantasia. La formazione giovanile La casa natale Ricevette
la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori, Torres e Sanchini
che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola
gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della
teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon
livello contenutistico e metodologico. Nel Museo L.ano a Recanati è conservato,
infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al
fratello Carlo. I momenti significativi delle sue attività di studio, che si
svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi
finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste
natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati ed accurati e qualche
composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione
della Congregazione dei nobili. Il ruolo avuto dai precettori non impedì,
comunque, al giovane L. di intraprendere un suo personale percorso di studi
avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi) e
di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e
probabilmente da quella di Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione
francese e giunto a Recanati come membro onorario della cattedrale della cittadina.
Compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive
nell'Indice delle produzioni di me L. è da considerarsi una composizione. Da
questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati puerili.
La produzione dei puerili Puerili e abbozzi vari Il corpus delle opere
cosiddette puerili dimostra come il giovane L. sapesse scrivere in latino fin
dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana
in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una
passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli. Iniziò lo
studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione
giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di
logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia,
gravitazione, idrodinamica, teoria dell'elettricità, eccetera). Tra queste è
nota la Dissertazione sopra l'anima delle bestie. Con la presentazione pubblica
del suo saggio di studi che discusse davanti ad esaminatori di vari ordini
religiosi ed al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima
formazione che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per
l'erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico. Si immerse totalmente in
uno "studio matto e disperatissimo" espressione da lui stesso
coniata, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua
salute. Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerasse sempre
"poco inclinato a tradurre" da questa lingua in italiano) e, senza
l'aiuto di maestri, il greco. Seppure in modo più sommario apprese anche altre
lingue: l'ebraico, il francese, l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello
Zibaldone si trovano inoltre cenni ad altre lingue antiche, come il sanscrito).
Nel frattempo cessa la formazione dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile
continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono
a questi anni la Storia dell'astronomia, il Saggio sopra gli errori popolari
degli antichi, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni
poetiche, alcuni versi e tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita,
La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta). Per
quanto riguarda la compilazione della Storia dell'astronomia L. si avvalse di
numerose fonti: il testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di
Bailly, ridotta in compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle
Histoires del celebre astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera termina
con la scoperta del pianeta Urano da parte di Herschel. Invece il lavoro di L.
presenta ulteriori aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere,
Pallade, Giunone e della cometa. Per l'elaborazione del suo testo, L. fece uso,
anche, dell’Abrégé d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di
casa L.), del Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di
matematica inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre L. adoperò diverse opere
generali come la Storia della letteratura italiana di Tiraboschi, gli Scrittori
d’Italia di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini
religiosi: Wadding per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così
via. L'elenco di questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane L.. Nella
Storia dell'astronomia L. lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse
per la matematica. Nulla, probabilmente sapeva a proposito dei logaritmi (ai
quali invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici), e
sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs avendo udita la
invenzione de’ logaritmi fatta da Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo.
Probabilmente infatti L. non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla
geometria cartesiana e al calcolo differenziale. Iniziò nello stesso periodo anche le prime
pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando
sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono questi anche gli
anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi
introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal
greco e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre da Frattini di
Reca, la Batracomiomachia e pubblicata su «Lo Spettatore italiano», gli idilli
di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo
dell'Eneide, il Moretum (un poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di
Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano». La conversione letteraria:
dall'erudizione al bello Tra Si avverte in L. un forte cambiamento, frutto di
una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per
dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad
arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di
poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri,
Parini,Foscolo e Vincenzo Monti, che serviranno a maturare la sua sensibilità
romantica. Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le
opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo L. inizia
a liberarsi dall'educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto
della ristrettezza della cultura recanatese ed a porre le basi per liberarsi
dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie
significative come Le Rimembranze, L'Appressamento della morte e l'Inno a
Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai compilatori della
Biblioteca Italiana, indirizzata ai redattori della rivista milanese, in
risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de
Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno. Destinato dal
padre alla carriera ecclesiastica per la sua fragile salute, rifiuterà di
intraprendere questa strada. Fu colpito da alcuni seri problemi fisici di tipo
reumatico e disagi psicologici che egli attribuì almeno in partecome la
presunta scoliosiall'eccessivo studio, isolamento ed immobilità in posizioni
scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo. La malattia
esordì con affezione polmonare e febbre e in seguito gli causò la deviazione
della spina dorsale (da cui la doppia "gobba"), con dolore e
conseguenti problemi cardiaci, circolatori, gastrointestinali (forse colite
ulcerosa o malattia di Crohn) e respiratori (asma e tosse), una crescita
stentata, problemi neurologici alle gambe (debolezza, parestesia con freddo
intenso), alle braccia ed alla vista, disturbi disparati e stanchezza continua.
Era convinto di essere sul punto di morire. Il marchese Filippo Solari di
Loreto scrive poco dopo a Monaldo L.i: «L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo
dopo cinque anni consunto e scontorto, con avanti e dietro qualcosa di
veramente orribile.» Egli stesso si ispira a questi seri problemi di
salute, di cui parlerà anche a Giordani, per la lunga cantica L'appressamento
della morte e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui ripensa a questo e
definisce la sua malattia come un "cieco malor", cioè un male di non
chiara origine, che gli fa pensare al suicidio assieme all'angusto ambiente:
«Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque la speme
e il dolor mio. Poscia, per cieco malor, condotto della vita in forse, piansi
la bella giovanezza, e il fiore de' miei poveri dì, che sì per tempo cadeva. L'ipotesi
più accreditata per lungo tempo (diffusa e sostenuta da medici di Recanati e da
Citati) è che L. soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la
diagnosi dell'epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi
dell'età evolutiva), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare, oppure
dalla spondilite anchilosante (secondo Sganzerla), una sindrome reumatica
autoimmune che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali
con deformazione e rigidità del rachide, uniti ad ampi disturbi infiammatori
sistemici, oculari e neurologici-compressivi in casi gravi, il tutto unitamente
a problemi nervosi. Alcune di queste sindromi hanno predisposizione genetica,
derivabile dal matrimonio tra consanguinei dei genitori. Tutti i fratelli L.
furono deboli di salute, con l'eccezione di Carlo, forse però sterile, e
Paolina, la quale presentava solo una leggera asimmetria del viso. Citati
afferma che avesse anche dei disturbi urinari e di probabile impotenza, e
sarebbero stati questi, più che l'aspetto fisico (a cui poteva ovviare essendo
un nobile benestante) la causa del suo rapporto difficile con le donne e la
sessualità. Nel decennio seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici
fiorentini, come altri medici consultati in gioventù, a parte la deformità
fisica asserirannoprobabilmente in maniera erroneache numerosi disturbi del L.
erano dovuti a neurastenia di origine psicologica (sempre in questo periodo
comincia a soffrire di crisi depressive che taluni attribuiscono all'impatto
psicologico della malattia fisica), come lui stesso a tratti sostenne, anche
contro il parere di numerosi dottori. «Ma io non aveva appena vent’anni,
quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia
vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno
che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e
credo oramai per sempre.» (Lettera dedicatoria dei Canti, agli amici di
Toscana) Secondo il neurologo Sganzerla, propositore della tesi sulla
spondilite al posto della tubercolosi, L. non mostrava invece alcun segno di
vera depressione psicotica, sfatando il mito sostenuto da Citati e dai lombrosiani
come Patrizi e Sergi. Queste patologie comunque, se non condizionarono il suo
pensiero in maniera diretta (come ribadito spesso da L.), influenzarono
comunque il suo pessimismo filosofico e lo spinsero a indagare le cause della
sofferenza umana e il significato della vita da una prospettiva originale,
divenendo, come affermato dal critico Sebastiano Timpanaro, "un
formidabile strumento conoscitivo". Dopo il primo passo verso il
distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e
sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico,
si annuncia quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla
poesia sentimentale che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e
convincimenti filosofici. E per L., che giunto alle soglie dei diciannove anni
aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della
condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo
animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria ed
insofferente dell'angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato
costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo,
dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e
sulla sua attività intellettuale in modo determinante. In questo periodo è
anche la prima formulazione della "teoria del piacere", una
concezione filosofica postulata da L. nel corso della sua vita. La maggior
parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in
cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni
umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero L.ano in questi termini avviene.
Scrisve al classicista Giordani che aveva letto la traduzione L.ana del II
libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva
incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza ed un rapporto di amicizia
che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, il
giovane L. sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma
polemico ed aggressive. Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli
di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io
m'arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con
una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo. Unico
divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi
ammazza: tutto il resto è noia» Egli vuole uscire da quel "centro
dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è
quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con
studio profondo. Fissa le prime osservazioni all'interno di un diario di
pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della
cugina, provando per la prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani
riconosce l'abilità di scrittura di L. e lo incita a dedicarsi alla scrittura;
inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa
partecipare al dibattito culturale tra classicisti e romantici. L. difende la
cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica
persona che riesce a comprenderlo. Il primo amore «Oimè, se quest'è amor,
com'ei travaglia!» (Il primo amore, v.3) Geltrude Cassi Lazzari con
i figli, illustrazione di Chiarini per la Vita di Giacomo L.. Inizia a
compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà le sue riflessioni, le note
filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il
sonetto "Letta la vita scritta da esso" che toccava i temi della
gloria e della fama. Un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro,
nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di
Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale
provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il "Diario del
primo amore" e l'"Elegia I" che verrà in seguito inclusa nei
"Canti" con il titolo "Il primo amore". La posizione di L.
verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche ed
aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono
avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due saggi, la
Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", in risposta
a quella di Madama la baronessa di Staël, ed il Discorso di un italiano attorno
alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro
di Byron. Le due opere mostrano l'avversione, sul piano più strettamente
concettuale, al Romanticismo. La posizione di L. rimane fondamentalmente
montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla
pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti
nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia
con la mentalità romantica. Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a
motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad
attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura
di impegno civile che aveva appreso dal Giordani. Il suo materialismo ateo si
pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo
separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso
nella conquista della libertà politica e dell'unità nazionale, la sua mancanza
di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di
popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua. E il naufragar m'è dolce
in questo mare.» (L., L'infinito. Si riacutizzarono i problemi agli occhi.Tra
il luglio e l'agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per
il Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Ajano, ma il padre lo
venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Fu nei mesi di depressione che
seguirono che il L. elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo
sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità
delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti
che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse
L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di
queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita
solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi
idilli" o "piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la
giovinezza perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici.
Ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre
all'aprile dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A L.
Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che
egli si era figurata studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della
Curia e l'alto numero di prostitute che gli fece abbandonare l'immagine
idealizzata della donna, come scrive in una lettera al fratello Carlo. Rimase
invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato
dall'innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle
Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni
nomi più famosi dei suoi componimenti, come Nerina e Silvia, tratti
dall'Aminta). Nell'ambiente culturale romano L. visse isolato e frequentò
solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen (poi ministro
del regno di Prussia e fondatore dell'Istituto di Archeologia a Roma) e
Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera
dell'amministrazione pontificia, ma L. rifiutò. Ritorna a Recanati dopo aver
constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a
Recanati, L. si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale compose
buona parte delle Operette morali. Lontano da Recanati: Milano, Bologna,
Firenze, Pisa. Il poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella, si
recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di
Cicerone ed altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli
non rimase a lungo perché il clima gli era dannoso alla salute e l'ambiente
culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia. Ritratto di L.
a metà degli anni '30, da alcuni indicato come una realistica proto-fotografia,
probabilmente una riproduzione in eliografia (o altri tipi) di un'incisione; in
alternativa realizzata con la tecnica della camera oscura da artista: tramite
bulino oppure immagine fissata secondo il metodo di Joseph Nicéphore Niépce
(sali d'argento o bitume e lunga esposizione). Recanati, casa L.. Decise, così,
di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne
una breve permanenza a Reca mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e
dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese L. conobbe il conte Carlo
Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un'epistola in versi intitolata
Al conte Carlo Pepoli che lesse nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno
iniziò a compilare, per ordine di Stella, una "Crestomazia",
antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento alla quale fece
seguito una "Crestomazia" poetica. A Bologna conobbe anche la
contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si innamorò senza essere
corrisposto. L. frequentò i Malvezzi per quasi un anno, ma poi la donna lo
allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante del fatto che il poeta si
trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.L. si sfoga in una lettera ad un
corrispondente, usando parole molto dure verso di lei. Uscivano intanto presso
Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo
Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta, patriota, e la figlia
Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici,con la famiglia Brighenti e la cantante
modenese Rosa Simonazzi Padovani. L. in un ritratto postumo del 1845 (olio su
tavola), commissionato da Antonio Ranieri al giovane pittore Domenico Morelli
sulla base della maschera mortuaria, del ritratto di L. sul letto di morte di
Angelini e delle descrizioni fisiche fatte da Ranieri, da Paolina, sorella di
quest'ultimo; Morelli vi lavorò per molto tempo, a causa delle insistenze di
Ranieri sui particolari, ma alla fine il quadro venne ritenuto, dal Ranieri
stesso e da altri testimoni, come il più fedele e realistico dei ritratti di L.,
con l'aspetto che aveva verso la fine della sua vita, soprattutto nei tratti
del volto, oltre che il vestiario e l'acconciatura che portava negli anni
napoletani; i critici hanno però argomentato che sia un ritratto comunque
"idealizzato", in quanto Morelli non vide mai L. dal vivo, ma solo
nella maschera mortuaria in gesso e nei ritratti eseguiti da altri. Nel giugno
dello stesso anno si trasferì a Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati
appartenenti al circolo Vieusseux tra i quali Capponi, Niccolini (amico e
corrispondente di Foscolo allora esiliato a Londra), Colletta, Tommaseo ed
anche Manzoni, che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista
linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico particolarmente del Colletta,
ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non
condividesse le idee di L. Fu invece conflittuale il rapporto col Tommaseo,
cattolico liberale, ma fortemente avverso al razionalismo ed al materialismo,
il quale giunse a provare una forte avversione per L., attaccandolo
ripetutamente su vari giornali (anche se riconosceva l'abilità stilistica nella
prosa); Tommaseo arrivò a denigrare L. per il suo aspetto fisico (cosa che farà,
però solo in lettere private rivolte ad altri, anche il Capponi stesso irritato
per la Palinodia). L. risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro
Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa della detta Palinodia. Al marchese Gino
Capponi. Si recò a Pisa, dove rimase. Qui strinse un'affettuosa amicizia con la
giovane cognata del padrone del pensionato, Teresa Lucignani, a cui dedica una
breve lirica rimasta a lungo inedita. Grazie all'inverno mite, la sua salute
migliorò e L. tornò alla poesia, che tace (con l'eccezione della poco riuscita
epistola in versi Al conte Carlo Pepoli e del Coro di lo studio di Ruysch
contenuto nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette
morali); compose la canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il
canto A Silvia (figura forse ispirata, secondo i critici che si basano su
appunti dello Zibaldone e dichiarazioni del fratello Carlo, alla figlia del
cocchiere di Monaldo, morta giovane, Fattorini), inaugurando il periodo
creativo detto dei Canti "pisano-recanatesi", chiamati anche
"grandi idilli", in cui il poeta si cimenta nella cosiddetta canzone
libera o L.ana, il cui primo sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla
cui lettura ne era venuto a conoscenza. Vaghe stelle dell'orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi» (Le ricordanze) Il periodo di
benessere era finito ed il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e
dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto
con Stella e già durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella speranza di
riuscire a vivere in modo indipendente. Chiese aiuto ad alcuni amici:
Tommasini,il più bello, gli propose una cattedra di Mineralogia e Zoologia a
Milano, ma il compenso era troppo basso e la materia poco consona alle
conoscenze di L.; Bunsen gli offrì la possibilità di una cattedra a Bonn o
Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito, poiché il clima tedesco
era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma. L. allora progettò di
mantenersi con un lavoro qualsiasi, ma le sue condizioni di salute non gli
permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a Recanati, dove
rimase. In questi «sedici mesi di notte orribile. Si dedica nuovamente alla
poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze
(la cui ultima parte è dedicata ad una giovane recanatese morta poco prima,
Maria Belardinelli, da L. chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il
sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo
denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi
idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti
pisano-recanatesi". In questo
periodo l'insofferenza per la sua città natale, da lui definita "natio
borgo selvaggio", aumenta, proporzionalmente all'avversione per i
recanatesi (gente zotica, vil), che lo ritenevano un intellettuale superbo, tanto
che anche i ragazzini del paese, secondo testimonianze postume, cantavano in
sua presenza canzoncine denigranti del tipo: "Gobbus esto fammi un
canestro, fammelo cupo gobbo fottuto. A Firenze dal Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei.» (A se stesso). Fanny Targioni Tozzetti Intanto, il
Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie
ad una sottoscrizione degli "amici di Toscana", l'opportunità di
tornare a Firenze, dove fu eletto socio dell'Accademia della Crusca. Per
mantenersi accettò la sottoscrizione e progettò un giornale che avrebbe curato
quasi da solo, Lo spettatore fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia
e del timore della censura. A Firenze cura un'edizione dei "Canti",
partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda
amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri, futuro senatore del
Regno d'Italia, che durerà fino alla morte. Grazie alla fama di personalità
liberale, fu eletto deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna
(sorto dai moti), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa
in tempo ad accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci
restaurano il governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un
modesto assegno mensile che gli permette di sopravvivere; L. accetta ma,
reputandolo umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Risale sempre
a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e
ultimo amore secondo i biografi, dopo la Cassi Lazzari e la Malvezzi), moglie
del medico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri,
conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di
Aspasia", una raccolta di poesie che contiene: Il pensiero dominante,
Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la
drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il L.
più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli
Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella
dell'amore (l'inganno estremo). Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo
contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai
finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche
se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse
sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a
cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la
descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una
"donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in L.,
il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla
nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che
dalle lettere di L., dalle affermazioni di Ranieri nei Sette anni di sodalizio
e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia
accenna anche a toni polemici e misogini, in cui L. si dice felice di essersi
perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi
come un servilismo morale di cui si vergogna, un giogo ormai spezzato, in una
lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e
la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di
Consalvo e con Amore e morte: «E pure certamente l'amore e la morte sono le
sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere
desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose
che non sono né belle né degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto
più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro.
Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo
che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno
valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e
credetemi sempre vostro.» (Lettera da Roma) «Due cose belle ha il mondo:
/ amore e morte. All'una il ciel mi guida / in sul fior dell'età; nell'altro,
assai / fortunato mi tengo.» (Consalvo) Lo spostamento del Consalvo nei
Canti molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto
pensare che il personaggio di Elvira sia ispirato anche a Teresa Carniani
Malvezzi e non solo a Fanny. Per circa 4 anni frequenta molto spesso casa
Targioni, cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi
autografi di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo
periodo L. diviene amico anche della contessa Carlotta Lenzoni de' Medici di
Ottajano, affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel
1827, ma poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna
descritta negativamente come Aspasia sarebbe stata la Lenzoni. Si reca a Roma
con Ranieri per ritornare a Firenze e nel corso di questo anno scrisse i due
ultimi dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore
d'almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò
a corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure
in maniera più fredda e distaccata. Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i
due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra L. e
Ranieri vi fosse un rapporto amoroso. Pietro Citati però precisa che si sarebbe
trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso
nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo
al Giordani. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri: Antonio
Ranieri, tra gli anni '40 e '60 «Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai,
né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi
desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma
qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno
per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia.
Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà
eternamente tuo. Dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì
per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse
giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Ranieri dichiarò: «Quivi L.,
mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia
(cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi
lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana
allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua
cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da
ravviare i capelli, e le cesoie. Pare infatti che la padrona di casa volesse
cacciarli, per timore che L. fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva
e lui stesso sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua
proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci faceva caso.
Ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse. «L. ist
klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend er den Tag zur Nacht macht
und umgekehrt führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer
Bekanntschaft verschwindet jedoch alles die Feinheit seiner klassischen Bildung
und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein. L. è piccolo e gobbo, il
viso ha pallido e sofferente fa del giorno notte e viceversa conduce una delle
più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da
vicino la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare
dispongon l'animo in suo favore. Busto del poeta presente a Villa Doria
d'Angri Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle
autorità borboniche, a cui seguirà la messa all'Indice dei libri proibiti dopo
la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni
"dialoghi". L. così ne parlava in una lettera a Sinner: «La mia
filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un
nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto». Durante
gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse
probabilmente riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese
i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto.
A quest'ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di
vita. Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo
pseudo Omero della Batracomiomachia, (che già L. aveva tradotta in gioventù, e
di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni
Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre
che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del L.. Le ultime
ottave sarebbero state dettate da L. morente poco dopo aver terminato l'ultima
poesia, Il tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che
Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come
autentici, con poco successo finanziario. Quando a Napoli scoppiò l'epidemia di
colera, L. si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni
a Torre del Greco, dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e
dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri assisterà,
personalmente e con profondo affetto, L. nei suoi ultimi anni, all'aggravamento
delle sue condizioni fisiche. Paolina e l'unica donna che lo amò, sebbene si
trattasse di un amore fraterno. A Napoli L. lavora incessantemente, nonostante
la salute in peggioramento, componendo varie liriche e satire; non segue le
raccomandazioni dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata per una
persona dalla salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al
pomeriggio e sta sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmente sorbetti
e gelati), talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del
colera) e beve moltissimi caffè. La morte L. sul letto di morte, ritratto
a matita di Tito Angelini, anch'esso simile alla maschera mortuaria e quindi
molto realistico e verosimile In Campania egli compose gli ultimi Canti La
ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie
l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e
Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava
anche di tornare a Recanati, per vedere il padre, o partire per la Francia. L.
aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona (il
tono delle lettere a Monaldo diventa molto affettuoso negli ultimi tempi, dal
formale e nobiliare "signor padre" e al voi delle lettere giovanili
passa all'incipit "carissimo papà" e al tu). In questo periodo
cominciò ad ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque
decidere il suo destino. In una lettera al conte L., una delle ultime di
Giacomo, il poeta avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando
più i suoi mali. Ritorna a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue
condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far
sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute. L. si sentì
male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all'inconsueto orario
delle 17); quel mattino, aveva mangiato circa un chilo e mezzo di confetti
cannellini comprati da Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio
e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita
fredda) verso sera. Fu colpito da malore
poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato
programmato, e nonostante l'intervento del medico l'asma peggiorò e poche ore
dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, L. si spense
alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio,
Totonno, non veggo più luce". La morte fu dichiarata all'ufficio dello
stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero
registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della
parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era avvenuto
"alle ore venti". Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri
pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso. La morte del poeta è stata
analizzata da studiosi di medicina. Molte sono state le ipotesi, dalla più
accreditata, pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure scompenso
cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite a problemi
polmonari e reumatici cronici, a quelle più fantasiose[146], fino al colera
stesso.Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il
referto ufficiale, diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare
("idropisia di cuore" o idropericardio), il che è comunque
verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della
colonna vertebrale; è anche possibile che l'edema fosse una delle conseguenze
dei problemi cronici di cui soffriva, e che la causa principale fosse un
problema cardiaco, forse accelerata da una forma fulminante di colera che
avrebbe ucciso il debilitato L. (che notoriamente soffriva di disturbi cronici
all'apparato gastrointestinale, i quali potevano mascherare la gastroenterite
colerosa) in poche ore. L. era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in
cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che
fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spogliequesta
la versione accettata dalla maggioranza dei biografinon furono gettate in una
fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa
dell'epidemia, ma inumate nella cripta e poi, dopo una breve riesumazione alla
presenza di Ranieri che volle anche aprire la cassa, nell'atrio della chiesa di
San Vitale Martire (oggi Chiesa del Buon Pastore), sulla via di Pozzuoli presso
Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro
Giordani: «Al conte Giacomo L. recanatese filologo ammirato fuori
d'Italia scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente
coi greci che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserissima fece
Ranieri per sette anni fino all'estrema ora congiunto all'amico adorato.” Il
ministro avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo,
non il medico curante Mannella, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia
per poter dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. In realtà fin
dall'inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti
furono i dubbi che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue
versioni furono molte e diverse a seconda dell'interlocutore, facendo
sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero
delle Fontanelle, o in quello dei colerosi (o nell'attiguo cimitero delle 366
Fosse), destinati in quel periodo ai morti per colera o per altre cause, come
attesta il registro delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca
di Napoli (riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e
"sepolto id.") o addirittura occultate nella casa di vico Pero, e che
Ranieri avesse inscenato, per un motivo recondito, un funerale a bara vuota,
con la partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco
compiacente a cui avrebbe regalato dei pesci freschi. La lapide
originale, traslata nel parco Vergiliano Comunque, Ranieri continuò ad
affermare che le ossa erano nell'atrio della chiesa di S. Vitale e che il
certificato d'inumazione fosse un falso redatto dal parroco su richiesta del
ministro di Polizia, onde aggirare la legge sulle sepolture in tempo di
epidemia. Nel 1898 avvenne una prima ricognizione; secondo il senatore
Mariotti, smentito da altri, durante i lavori di restauro di alcuni anni prima,
un muratore ruppe inavvertitamente la cassa, danneggiata dalla troppa umidità,
frantumando le ossa e provocando la perdita di parte dei resti contenuti, forse
gettati nell'ossario comune o addirittura con i calcinacci, mescolando i resti
con altre ossa. La tomba di L. (Parco Vergiliano a Piedigrotta o Parco
della Tomba di Virgilio, Napoli). Alla presenza dei rappresentanti regi e del
comune di Napoli, venne effettuata la ricognizione ufficiale delle spoglie del
recanatese e nella cassa (in realtà un mobile adattato allo scopo clandestino
dai fratelli Ranieri), troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con
doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui
delle costole, delle vertebre recanti segni di deformità, e un femore sinistro
intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, e un altro femore
a pezzi), una tavola di legno (con cui gli operai avevano tentato di riparare
il danno alla cassa), una scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna
traccia vi era del cranio e del resto dello scheletro, per cui in seguito si
arrivò anche a formulare la teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi
lombrosiani di frenologia amici del Ranieri. Nonostante i dubbi, la questione
venne ben presto chiusa; secondo l'incaricato professor Zuccarelli, era
plausibile che quelli fossero parte dei resti di L.. Il medico parla
esplicitamente di aver rinvenuto una parte di rachide e una di sterno entrambe
deviate. Alcuni, pur pensando ad un'effettiva morte per colera, credettero
comunque che Ranieri fosse riuscito davvero nell'intento di salvare il corpo
dalla fossa comune corrompendo, se non il ministro, perlomeno dei funzionari
incaricati. La scarpa ritrovata, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata
dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di L., e donata alla città di
Recanati. Dopo vari tentativi di traslare i presunti resti a Recanati o a
Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a quelli di grandi italiani del
passato, la cassa, per volontà di Benito Mussolini che esaudì una richiesta
dell'Accademia d'Italia, venne con regio decreto di Vittorio Emanuele III che
ne stabiliva l'identificazione, riesumata di nuovo e spostata al Parco
Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel
quartiere Mergellinail luogo fu dichiarato monumento nazionaledove tuttora
sorge appunto il secondo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno; nei
pressi venne traslata anche la lapide originale, mentre parte del monumento venne
portata a Recanati. Questa versione è quella sostenuta ufficialmente dal Centro
Nazionale Studi L.ani. Nel 2004 venne anche chiesta (da parte dello studioso
leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato anche della riesumazione e
identificazione dei resti di Caravaggio, Boiardo, Pico della Mirandola e Monna
Lisa) la terza riesumazione, onde verificare se quei pochi resti fossero
davvero di L. tramite l'esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello degli
attuali eredi dei conti L. (Vanni L. e la figlia Olimpia, discendenti diretti
del fratello minore del poeta Pierfrancesco) e dei marchesi Antici, ma la
richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza sia dalla famiglia L. (tramite
la contessa Anna del Pero-L., vedova del conte Pierfrancesco "Franco"
L. e madre di Vanni). La posizione ufficiale della famiglia L. (esplicitata dal
1898 in poi) e della Fondazione Casa L. da loro presieduta (presidente fino
al conte Vanni L.) è invece che i resti
nel parco Vergiliano non siano comunque del poeta e Ranieri abbia mentito, che
il corpo si trovi alle Fontanelle e che quindi la riesumazione sia inutile,
occorrendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Un altro membro
della famiglia, chiamato anche lui Pierfrancesco, si è invece detto
disponibile. Tale esame non è stato finora autorizzato. «Cantare il dolore
fu per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla
disperazione, cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole,
l'unica felicità. n quei canti veramente divini il L. trasformò l'angoscia in
contemplativa dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni
morti in visioni di splendore.» (Papini, Felicità di Giacomo L.) Il
pensiero di L. è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo,
dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge
a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità
speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece
considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque contenuto
ontologico. La contraddizione tra anelito alla vita e disillusione, tra
sentimento e ragione, tra filosofia del sì e filosofia del no, era del resto ben presente allo stesso L., il
quale, secondo Karl Vossler, si adoperò costantemente per ricomporle, non
rassegnandosi mai allo scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in
ogni caso mantenere i legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato
De Sanctis. L. non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla
libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te
ne accende in petto un desiderio inesausto. È scettico e ti fa credente; e
mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti
desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Francesco
De Sanctis, Schopenhauer e L.,Luoghi L.ani A Recanati Targa della
piazzuola del Sabato del Villaggio Palazzo L.: è la casa natale del poeta.
Tuttora il palazzo è abitato dai discendenti e aperto al pubblico. Esso venne
ristrutturato nelle forme attuali dall'architetto Carlo Orazio L. verso la metà
del XVIII secolo. L'ambiente più suggestivo è senza dubbio la biblioteca, che
custodisce oltre 20.000 volumi, tra cui incunaboli ed antichi volumi, raccolti
dal padre del poeta, Monaldo L.. Piazzuola del Sabato del Villaggio: sulla
quale si affaccia Palazzo L.. Ivi si trova la casa di Silvia e la chiesa di
Santa Maria in Montemorello, nel cui fonte battesimale fu battezzato Giacomo L.
nel 1798. Colle dell'Infinito: è la sommità del Monte Tabor da cui si domina un
panorama vastissimo verso le montagne e che ispirò l'omonima poesia composta
dal poeta a soli 21 anni. All'interno del parco si trova il Centro Mondiale
della Poesia e della Cultura, sede di convegni, seminari, conferenze e
manifestazioni culturali. Il Colle dell'Infinito è diventato un Bene del Fai
aperto a tutti. Palazzo Antici-Mattei:
casa della madre di L., Adelaide Antici Mattei, edificio dalle linee semplici
ed eleganti con iscrizioni in latino. Torre del Passero Solitario: nel cortile
del chiostro di Sant'Agostino è visibile la torre, decapitata da un fulmine e
resa celebre dalla poesia Il passero solitario. Chiesa di San Leopardo): venne
fatta edificare dalla famiglia L. insieme e nei pressi della villa affidando la
progettazione all'architetto Gaetano Koch. La cripta, a cui si accede
esternamente, è la tomba gentilizia della famiglia L.. Chiesa di Santa Maria di
Varano (XV secolo): costruita nel 1450 per i Minori Osservanti insieme al
Convento annesso, cacciati i frati e abbattuti due lati del convento, l'orto
divenne quello che ancora è il civico cimitero di Recanati. Vi si conserva ancora
il pozzo di San Giacomo della Marca ed affreschi nelle lunette del portico.
All'interno è la tomba di famiglia dei L. ove sono sepolti Monaldo e Paolina, Altrove
Spoleto, Albergo della Posta (corso Garibaldi), Palazzo Antici Mattei (Roma, via Michelangelo
Caetani), dove fu ospite.Roma, tomba del Tasso in Sant'Onofrio al Gianicolo,
"uno dei posti più belli della terra, in mezzo agli aranci e ai
lecci". Bologna ("ospitalissima"), convento di San Francesco
(piazza Malpighi), primo soggiorno bolognese. Casa dell'editore Anton Fortunato
Stella, vicino al Teatro alla Scala a Milano ("veramente insociale")
(Casa Badini, vicino al teatro del Corso (oggi via Santo Stefano, 33) a Bologna
("tutto è bello, e niente magnifico"). Locanda della Pace, via del
Corso, a Bologna, Ravenna (qui si vive quietissimi), ospite del marchese
Antonio Cavalli. Firenze, "sporchissima e fetidissima città", Locanda
della Fonte, nei pressi del mercato del grano e di Palazzo Vecchio Targa
sull'ultimo domicilio di L. a Napoli Casa delle sorelle Busdraghi, via del
Fosso (oggi via Verdi), Firenze. Palazzo Buondelmonti, abitazione di Giovan
Pietro Vieusseux, a Firenze. Pisa ("una beatitudine"), via Fagiuoli
(casa Soderini). Il Lungarno pisano ("spettacolo così ampio, così
magnifico, così gaio, così ridente, che innamora"). "Una certa strada
deliziosa" da lui battezzata "Via delle Rimembranze", dove va a
passeggiare a Pisa (lettera a Paolina L.). Levane, Camucia e Perugia, di
passaggio. Roma (città oziosa, dissipata, senza metodo), via dei Condotti 81
(spendo qui un abisso), con Ranieri. Napoli, piazza Ferdinando; poi Strada
nuova di Santa Maria Ognibene (casa Cammarota); poi vico Pero (tre appartamenti
affittati con Ranieri e la sorella di lui Paolina). Villa Ferrigni, detta villa
delle Ginestre, a Torre del Greco, alle pendici dello "sterminator
Vesevo". Opere di Giacomo L.. Copertina della prima edizione dello
Zibaldone di pensieri. Epistolario Di L. ci sono rimaste oltre novecento
lettere, composte nell'arco di una vita e indirizzate a circa cento
destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al padre e al fratello Carlo).
L'intero corpus epistolare di L. è raccolto dall'Epistolario, che malgrado le
origini si può leggere come un'opera autonoma: questa raccolta di prose
private, infatti, costituisce un fondamentale documento non solo per seguire le
vicende biografiche del poeta, ma anche per comprendere l'evoluzione del suo
pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue riflessioni culturali. L. prese
parte all'acceso dibattito culturale innescato dalla pubblicazione del saggio
Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël: questa polemica
vide schierarsi da una parte i difensori del classicismo, quali Pietro
Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova poetica romantica. L.,
amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste, mettendo per iscritto il
proprio pensiero nella Lettera ai compositori della Biblioteca italiana e nel
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, rimasti entrambi inediti
sino al 1906. Nella prima L., pur riconoscendo la bontà dell'intervento
dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria alle istanze della
lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad aprirsi alle nuove
letterature europee. Secondo il poeta di Recanati, infatti, si tratta di un
«vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella più vicina alle
uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e quella latina.
Nel Discorso, invece, L. approfondì la sua riflessione poetica in merito al
dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della poesia L.ana,
come l'opposizione tra i concetti di «natura» e civilizzazione. Zibaldone Lo
Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe nelle quali L.
depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari. Inizialmente
l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario, essendo
semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: L. iniziò a
datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente
nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso scartafaccio»),
arrivando perfino a stilare due indici. Il Discorso sopra lo stato presente dei
costumi degl'italiani Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi
degl'italiani, composto a Recanati e rimasto inedito, è un breve trattato
filosofico dove L. analizza le peculiarità che contraddistinguono la società
italiana, e le compara con il carattere, la mentalità e la moralità delle altre
nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera L. giunge all'amara conclusione che
l'Italia, dilaniata da un esasperato individualismo, è troppo poco civile per
godere dei benefici del progresso (come in Francia, Germania ed Inghilterra),
ma troppo civile per godere dei benefici dello «stato di natura», come accadeva
nelle nazioni meno sviluppate, quali Portogallo, Spagna e Russia. Secondo
manoscritto autografo dell'Infinito Le Operette morali, per usare le parole
dello stesso poeta, sono un «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci
malinconici»: è ancora L. a descrivere la propria opera in una lettera
indirizzata all'editore Stella, sottolineando «quel tuono ironico che regna in
esse» e specificando che Timandro ed Eleandro sono una specie di prefazione, ed
un’apologia dell’opera contro i filosofi moderni». Le Operette, oggi
considerate la più alta espressione del pensiero L.ano, racchiudono l'essenza
del pessimismo del poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale
dell'uomo, la tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura. I
Canti, considerati il capolavoro di L., racchiudono trentasei liriche composte
da L.. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il
monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del
dì di festa, Alla luna, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei
testi più rappresentativi della poetica L.ana. Le ultime opere Durante
gli anni napoletani L. scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia
e I nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali:
«Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre Batracomiomachia è battaglia
dei topi e delle rane, ovvero un'opera pseudoomerica che L. aveva tradotto in
gioventù. Dietro la finzione comica L. qui stigmatizza il fallimento dei moti
rivoluzionari napoletani. I topi infatti, simboleggiano i liberali, generosi ma
velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini, che non esitano a
chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi. nuovi credenti, invece, sono un capitolo
satirico in terza rima dove L. esprime una spietata satira contro gli esponenti
dello spiritualismo napoletano, dei quali condanna la religiosità di facciata e
lo sciocco ottimismo. Parole d'autore A Giacomo L. si devono numerosi
neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno in un linguaggio colto e
sorvegliato), come "erompere", "fratricida",
"improbo", "incombere",Al suo tempo, questa vena creativa
di L. non fu apprezzata e fu oggetto degli strali di un atteggiamento purista
che opponeva resistenze all'adozione, e all'accoglimento nei lessici, di
neologismi d'uso forgiati in epoca successiva all'«aureo Trecento» In un caso,
un frutto della sua creatività, "procombere", gli guadagnò accuse
postume mossegli da Niccolò Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana.
Poesia e musica A sé stesso, romanza, versi di L., musica di Frontini, Milano,
Edizioni Ricordi.Coro di morti, versi di G. L. (dal Dialogo di Federico Ruysch
e delle sue mummie, Operette morali), musica di Goffredo Petrassi, per coro e
strumenti. Tre liriche di Goffredo Petrassi, per baritono e pianoforte, testi
di L., Foscolo e Montale. Epistolario di Giacomo L.. L. nell'immaginario
collettivo Il fatto che l'opera di L. sia stata e sia ogni anno oggetto dello
studio di migliaia di studenti ha determinato (come per Dante) che molte
locuzioni delle sue opere siano divenute d'uso corrente. Fra le principali:
studio matto e disperatissimo (in: lettera a Pietro Giordani e Zibaldone di pensieri); passata è la
tempesta... (in: La quiete dopo la tempesta, 1829); che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai... (in: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia); natio
borgo selvaggio... (in: Le ricordanze); la donzelletta vien dalla campagna...
(in: Il sabato del villaggio); godi, fanciullo mio; stato soave... (in: Il
sabato del villaggio);...e naufragar m'è dolce in questo mare (in: L'infinito).
Il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12
pirografie sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie
città della penisola: Recanati, Macerata, Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano,
Napoli. Tali opere sono esposte nel CARTCentro permanente per la
Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva
anche altre opere di Trubbiani dedicate a L.: 10 disegni originali
realizzati sul tema "L. figurativo", 8 incisioni a colori, una
scultura in rame, bronzo e argento con il Poeta pensoso in osservazione di un
gregge di pecore (“Move la greggia oltre pel campo e vede greggi”, ispirata al
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, un'installazione scultorea
sulla Batracomiomachia ("battaglia dei topi e delle rane") ispirata
ai Paralipomeni della Batracomiomachia L.ani. L'ispirazione prodotta in
Trubbiani dall'opera L.ana è raccontata dall'artista nel breve documentario
"Le Marche di L.", patrocinato dalla Regione Marche. L. nella
musica pop italiana L. è citato nella Canzone per Piero di Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i
suoi versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore
errante dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di
Roberto Vecchioni. Giorgio Gaber, nella canzone "Benvenuto il luogo
dove", contenuto nell'album "Gaber" del 1984, dedicata
all'Italia, parla della penisola come il luogo "dove i poeti sono nati
tutti a Recanati. Opere cinematografiche su L. Dialogo di un venditore di
almanacchi e di un passeggiere, cortometraggio di Ermanno Olmi. Pisa, donne e L.
(), mediometraggio di Roberto Merlino. L. è interpretato da Orazio Cioffi; Il
giovane favoloso, film di Mario Martone. L. è interpretato da Germano. Vari
brani del film sono presenti nel programma televisivo"L., il
rivoluzionario" di Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la
storia"; "Le Marche di L.", breve documentario diretto da
Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche. Video in rete su L.
"L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica
televisiva "Il tempo e la storia" con Massimo Bernardini e lo storico
Lucio Villari; "Giacomo L. e l`importanza di Recanati", per Rai
Storia, vita e opere di Giacomo L. nel commento del critico teatrale Guido
Davico Bonino. L’attore Umberto Ceriani legge: L'infinito, La sera del dì di
festa, Alla luna, La vita solitaria; "Ecco il vero Colle dell'Infinito descritto
da L."]: Guzzini del Centro Studi L.ani mostra l'itinerario che il Poeta
compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto di osservazione del
paesaggio che gli ispirò L'infinito; "Marche, le scoprirai
all'infinito", spot turistico della Regione Marche con il noto attore
statunitense Dustin Hoffman che tenta di recitare in italiano L'infinito. Regia
di Giampiero Solari; "A casa di Giacomo L.", intervista di Pippo
Baudo alla contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L. di Recanati; "Un
L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata
di "Visionari" programma televisivo condotto da Corrado Augias su Rai
3. "L'arte di essere fragilicome L. può salvarti la vita", intervista
allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo omonimo libro e spettacolo teatrale.
Inoltre, sono pubblicate in rete numerose letture/interpretazioni dei
principali canti L.ani da parte dei più importanti attori italiani. Fra questi
si possono ascoltare: Gassman: L'infinito, A Silvia, La sera del dì di
festa, Amore e Morte, La quiete dopo la tempest, A se stesso; Carmelo Bene:
L'infinito, Passero solitario, La ginestra (o Il fiore del deserto) Alla
luna, La sera del dì di festa, Il sabato
del villaggio, Le ricordanze, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia,
Inno ad Arimane, Amore e Morte; Foà: L'infinito, Passero solitario, A Silvia,
Il sabato del villaggio, La sera del dì di festa, Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia, Le ricordanze, La ginestra (o Il fiore del deserto), Il
tramonto della luna, All'Italia, Alla luna; Giorgio Albertazzi: L'infinito;
Nando Gazzolo: L'infinito; Gabriele Lavia: L'infinito, Lavia dice L.; Alberto Lupo: Ultimo canto di
Saffo; Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone: L'infinito],
parte de La ginestra (o Il fiore del deserto) la prima parte de La sera del dì
di festa, un brano di Amore e Morte, l'ultima parte di Aspasia. L.
"testimonial" della Regione Marche La Regione Marche, dopo aver più
volte utilizzato l'immagine del poeta recanatese per la promozione turistica
del proprio territorio ed anche della propria offerta enological commissionò
una discussa campagna pubblicitaria attraverso un video, per la regia di
Solari, trasmesso sui principali canali televisivi italiani ed anche esteri,
con protagonista il noto attore statunitense Dustin Hoffman[236], già
conoscitore delle Marche per aver interpretato ad Ascoli Piceno il film di
Germi "Alfredo, Alfredo", assieme ad una giovane Sandrelli.
Questa la descrizione della sceneggiatura dello spot per la promozione della
stagione turistica: «Un uomo legge una delle poesie più note della
letteratura italiano, l’Infinito di Giacomo L., la cui emozionalità è
strettamente legata alle visioni, alle luci, ai colori della terra marchigiana.
L’uomo legge la poesia camminando, cerca di capire e pronunciare bene la lingua
non stando fermo, dietro una scrivania, ma immergendosi nella terra che ha
visto nascere questo capolavoro; legge, riprova, si arrabbia, vuole assolutamente
penetrare la lingua, il sentimento di questa poesia, l’anima di questa terra e
riprova e riprova. Nel sottofondo le note sublimi del Tancredi di Rossini, che
accompagnano il silenzio di questa meditazione nuova che l’uomo cerca per sé:
l’uomo cerca emozioni, vuole fare un’esperienza nuova, e leggere l’Infinito
nelle Marche che l’hanno generato è un’esperienza nuova, formidabile, ma
difficile e faticosa. Ma ne vale la pena. Provare e alla fine sorridere, la
poesia è mia, le Marche sono la mia meta faticosamente conosciuta, capita e
raggiunta.» (dal comunicato stampa della Regione Marche) Nello spot Hoffman
tenta di recitare i versi dell'Infinito in un italiano "condito" dal
suo marcato accento californiano. Un accento tanto forte e straniante da
suscitare numerose critiche all'operato della Regione. Tra queste, quella di
Mina[239], che nella sua rubrica sulle pagine de "La Stampa", ebbe a
scrivere: «L. bisogna meritarselo. Sarebbe andato benissimo anche Oliver
Hardy. Al quale, paradossalmente, in questa demoralizzante «performance», mi
sembra che assomigli. Non so come l'avrebbe fatta Ollio. Non peggio, credo...
Sentire la nostra potente, meravigliosa lingua strapazzata dal pur bravo divo
americano mi ha rigettato giù nella nostra condizione di sempiterna colonia...
il mondo della pubblicità è un mondo di matti. A volte geniale, ma più spesso
volgare e irrispettoso. Dustin Hoffman, from Los Angeles, sarà pure un nome che
tira, ma non li avevamo noi degli attori al suo livello? E che parlano l’italiano?
E che conoscono la musica dell’andamento di un’esposizione poetica?»
(Mina Mazzini) Al contrario, l'operazione promozionale fu elogiata da Rienzo,
linguista e critico letterario, da Francesco Sabatini e Francesco Erspamer,
rispettivamente presidente onorario e presidente emerito dell’Accademia della
Crusca; quest'ultimo commentò lo spot con queste parole: «Sprovincializza la
lingua italiana» Comunque sia, lo scopo perseguito fu raggiunto: anche grazie
alle polemiche, la versione non definitiva del video della Regione Marche,
inserito su YouTube, totalizzò quasi 21.200 visualizzazioni in tutto il mondo
solo nella prima settimana. Visto il successo del, Dustin Hoffman fu
confermato per la campagna promozionale della stagione turistica. Niente più
lettura dei versi L.ani, ma, come sottolineò Grasso sul "Corriere della
Sera", nella nuova edizione «il volto del testimonial diventa più
importante dell’oggetto da reclamizzare. Attraverso gli scatti di Bryan Adams,
si snoda un racconto tutto personale: i cinque sensi di Dustin Hoffman
dichiarano infinito amore per le suggestioni concrete che la regione riesce a
offrire: la gastronomia, l’arte, la musica, i vini e i paesaggi. Nella campagna
promozionale del Dustin Hoffman fu
sostituito dall'attore marchigiano Neri Marcorè. Continuò comunque
l'utilizzo a scopi promozionali dell'immagine di L.: sull'onda del successo del
film "Il giovane favoloso", diretto dal registra Mario Martone e
interpretato dall'attore Germano, la Regione mise in campo una serie di iniziative
per promuovere la visione del film e di conseguenza del territorio marchigiano
che ne aveva ospitato le location, tra cui un "movie-tour",
consentito gratuitamente a tutti gli spettatori muniti del biglietto del cinema.
La Regione ha patrocinato la realizzazione di un breve documentario, "Le
Marche di L.", diretto da Alessandro Scilitani, nel quale l'assessore alla
cultura dell'epoca tratteggiava il riepilogo delle iniziative regionali per
valorizzare la figura del poeta recanatese. Seguono una breve biografia di L.,
con le immagini di Recanati, e gli interventi di vari operatori culturali
marchigiani che, rifacendosi a veri o presunti collegamenti con la vita ed il
pensiero del Poeta, introducono ad altri importanti personaggi nati o presenti
nella Regione (Gioacchino Rossini, Antonio Canova, Terenzio Mamiani, Valeriano
Trubbiani, Osvaldo Licini), il tutto "condito" dalle musiche di
musicisti marchigiani (Giovan Battista Pergolesi, Gaspare Spontini) e da
squarci paesaggistici di varie località della regione.Opere biografiche su L.
Giacomo L., Puerili e abbozzi vari, Bari, G. Laterza et f.i,Antonio Ranieri,
Sette anni di sodalizio con L., Milano-Napoli: Ricciardi, 1920;
poi Milano: Garzanti, (con una nota di Alberto Arbasino); Milano: Mursia
(Raffaella Bertazzoli); Milano: SE, Mario Picchi, Storie di casa L., Milano:
Camunia; poi Milano: Rizzoli, 1990 Renato Minore, L.. L'infanzia, le città, gli
amori, Milano: Bompiani, Rolando Damiani, Album L., Milano: Mondadori «I
Meridiani», Attilio Brilli, In viaggio con L., Bologna: Il Mulino, Rolando
Damiani, All'apparir del vero. Vita di Giacomo L., Milano: Mondadori «Oscar
Saggi» Marcello D'Orta, All'apparir del vero: il mistero della conversione e
della morte di L., Piemme,. Pietro Citati, L., Milano, Mondadori,. Il Centro
Nazionale di Studi L.ani nel primo centenario della morte del poeta, fu
istituito a Reca Centro Nazionale di Studi L.ani. Esso ha come scopo la
promozione di ricerche e studi su Giacomo L. in campo storico, biografico,
critico, linguistico, filologico, artistico, filosofico. Roberto Tanoni,
L'aspetto di Giacomo L., Effettivamente il titolo di conte con cui L. veniva
talvolta appellato, e che egli stesso usava, in quanto primogenito dei conti L.,
era un "titolo di cortesia", in quanto il vero titolo nobiliare era
ancora in capo a Monaldo, finché fu in vita.
Uno sconosciuto: l'ateo filantropo barone d'Holbach, su elapsus. ). Giulio Ferroni, La poesia del dolore: Giacomo
L., su emsf.rai). Forse la malattia di
Pott o la spondilite anchilosante. Erik Pietro Sganzerla, Malattia e
morte di L.. Osservazioni critiche e nuova interpretazione diagnostica con
documenti inediti, Booktime,: «Questo libretto rende giustizia a un uomo che
soffriva di numerosi problemi fisici, che ebbe una vita non felice e una
cartella clinica in cui sono posti in evidenza i sintomi e il loro decorso
temporale, l’età d’esordio della progressiva deformità spinale e dei problemi
visivi e gastrointestinali, l’influenza delle condizioni psichiche e ambientali
nell’accentuazione o remissione dei segnali. altamente probabile la diagnosi di
Spondilite Anchilopoietica Giovanile»; viene poi sostenuto che L. «affetto
da una pneumopatia restrittiva con insufficienza respiratoria cronica,
aggravata da episodi infettivi intercorrenti, sia morto per uno scompenso
cardiorespiratorio terminale in paziente affetto da cuore polmonare e possibile
miocardiopatia. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, Che
dell'esser mio frale, qualche bene o contento avrà fors'altri; a me la vita è
male» (L., Canto notturno di un pastore errante dell'Asia) Renato Minore, L.. L'infanzia, le città, gli
amori, Milano, Lettera di G. L. (Recanati) a Pietro Colletta (Livorno), ed
atteso ancora che il patrimonio di casa mia, benché sia de' maggiori di queste
parti, è sommerso nei debiti. Emilio
Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della letteratura italiana. Milano L'Ottocento
Zibaldone «Il Chimico italiano. Rossella Lalli, Si
spegne la contessa L., erede e custode della memoria del poeta, newnotizie,Scritti
vari inediti di Giacomo L. dalle carte napoletane, Firenze, successori Le
Monnier, Maria Corti in «Giacomo L.. Tutti gli scritti inediti, rari e editi»,
Milano, Bompiani 1972 Citati20-25. Cecchi, Sapegno, oGiuseppe BonghiBiografia di
L., su classicitaliani. Lettera a Pietro Giordani a Milano, Recanati,in
Epistolario di Giacomo L. con le iscrizioni greche triopee da lui tradotte e
lettere di Giordani e Pietro Colletta all'Autore, raccolto e ordinato da
Prospero Viani, I, Napoli, Lettera
all'Avv. Pietro Brighenti a Bologna, Recanati, in Epistolario di L. con le
iscrizioni ecc. Il padre Monaldo lo vide parlare, con sorpresa, in questa
lingua con un rabbino di Ancona, secondo quanto riportato dallo storico Lucio
Villari nella trasmissione RAI Il tempo e la storia di Massimo Bernardini
(puntata "L., il rivoluzionario", 15 ottobre, RaiTre-RaiStoria) Sarà la lingua utilizzata nelle lettere allo
Jacopssen Il programma delle
celebrazioni L.ane, su giornale. regione. marche. Il sanscrito nella teoria
linguistica di Giacomo L., in L. e l'Oriente. Atti del Convegno Internazionale,
Recanati a c. di F. Mignini, Macerata,
Provincia di Macerata, M. T. Borgato, L. Pepe, L. e le scienze
matematiche, 5-8. Aimé-Henri Paulian su data.bnf.fr. Un episodio della sua vita farà da spunto a
una delle Operette morali, Il Parini ovvero della gloria Cecchi, Sapegno, Spesso nell'epistolario
afferma di soffrire il freddo e di coprirsi le gambe con una coperta di
lana. C 33 esegg. Giuseppe Bortone, Il "morire
giovane" in L.i, su moscati..: "frequenti mi occorrono febbri
maligne, catarri e sputi di sangue…" scrive nel testo Alessandro Livi, giacomo L., le malattie ed i
misteri sulla morte e sepoltura, alessandrolivistudiomedico, Paolo Signore,
Giacomo L.: il genio di Recanati favoloso e malato, su Rotari Club Fermo, «Di contenti, d'angosce e di desio, / Morte
chiamai più volte, e lungamente / Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di
cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco Malor,
condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il fiore / De'
miei poveri dì, che sì per tempo Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso / Sul
conscio letto, dolorosamente / Alla fioca lucerna poetando, / Lamentai co'
silenzi e con la notte / Il fuggitivo spirto, ed a me stesso / In sul languir
cantai funereo canto» (Le ricordanze, L. torrese, su torreomnia. Giuseppe Sergi
e Giovanni Pascoli furono i primi a ipotizzare la malattia,
"diagnosi" ripresa poi da Pietro Citati e altri, e considerata
probabile causa della deformità fisica e dei problemi di salute di L. anche da
una ricerca scientifica condotta nel 2005 da due medici pediatri recanatesi,
Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece.
Es. sindrome della cauda equina
Alcuni propongono altre diagnosi: diabete giovanile con retinopatia e
neuropatia, tracoma oculare con sindrome di Scheuermann alla schiena e disturbo
bipolare, sindrome di Ehlers-Danlos di tipo cifoscoliotico, rachitismo e
neuropatia periferica originate da celiachia o malassorbimento, sifilide
congenita con tabe dorsale (Ranieri, negli anni napoletani, arrivò a
pensaresalvo poi smentireaffermando che L. morì vergine (cosa dibattuta), Sette
anni di sodalizio con L.i che avesse contratto la sifilide o che l'avesse
ereditata dal padre. cfr. R. Di Ferdinando, L'amarezza del lauro. Storia
clinica di Giacomo L., Cappelli, Bologna, Con un'analisi postuma molto
contestata poiché basata sulle teorie pseudoscientifiche dell'antropologia
criminale e della frenologia, Cesare Lombroso e i suoi allievi Patrizi e
Giuseppe Sergi affermarono che L. aveva l'epilessia, e avesse disturbi
ereditari come tutta la sua famiglia. Cfr.: M_ L_Patrizi. Prof. M. L. Patrizi, Saggio
psico-antropologico su L. e la sua famiglia, Torino, Fratelli Bocca Editori, Patrizi.
G. Chiarini, Vita di G. L.453. E.
Galavotti, Letterati italiani Lettera di Paolina L. a G.P. Vieusseux, G. L., Lettera
ad Adelaide Maestri, Lettera ad Antonietta Tommasini, G. L., Zibaldone,
autografo, Scritti vari inediti di Giacomo L. dalle carte napoletane, cUn'analisi
critica del Discorso, insieme a un saggio sui Paralipomeni alla
Batracomiomachia si trova in: Riccardo Bonavita, L.: Descrizione di una
battaglia, Nino Aragno Ed., Torino, Aldo Giudice, Giovanni Bruni, Problemi e
scrittori della letteratura italiana, 3,
tomo 1, Paravia, Cfr. pag. 118 del ms. dello Zibaldone, con pensiero. Dove
privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura,
cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più
tenebroso. Cecchi, Sapegno Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di
cui vi parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma),
mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che
sia facile di far con esse nelle città grandi. V'assicuro che è propriamente
tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate
una befana che vi guardi. Trattando, è così difficile il fermare una donna in
Roma come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza
di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al
mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non
si sa come, non (omissis) (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che
si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali
trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono così
pericolose come sapete.» Il passo omesso dalla pubblicazione dell'epistolario
venne censurato alla prima edizione ed è stato ripristinato solo in edizioni
recenti, come quella dei Meridiani, poiché troppo esplicito ("non la
danno"); cfr. Il senso di L. per la donna di città. Pierluigi Panza, La
casa di Silvia (amata da L.) restaurata e aperta, in Corriere della Sera L'eliografia,
metodo di riproduzione messo a punto da Joseph Nicéphore Niépce fu da questi
usato per la prima fotografia (precedente di 13 anni il dagherrotipo). Bonghi, Biografia di L., su classicitaliani. La
donna nelle parole di L., su casatea.com. Paolo Ruffilli, Introduzione alle
Operette morali, Garzanti Citati 226 e
segg. Bortolo Martinelli, L. oggi:
incontri per il bicentenario della nascita del poeta: Brescia, Salò, Orzinuovi,
Vita e Pensiero, Fotografia della
maschera (JPG), Centro Nazionale di Studi L.ani Recanati. 1º gennaio (archiviato il 1º gennaio ). Donatella Donati, L. a Napoli, Centro
nazionale di studi L.ani Centro mondiale della poesia e della cultura "G.L."Recanati
Città della poesia, Per lui scrisse la celebre Palinodia al marchese Gino
Capponi Niccolini era già stato
l'ispiratore del personaggio di Lorenzo Alderani delle Ultime lettere di Jacopo
Ortis «Ora bisogna che io scriva a quel
maledetto gobbo, che s'è messo in capo di coglionarmi» (Lettera di Gino Capponi
a Gian Pietro Vieusseux) Una stroncatura
per L. Archiviato in.; mentre fu più
meditato e indulgente il giudizio dato dal Capponi stesso, in tarda età, sulla
poesia e su L. stesso. Introduzione alla
Palinodia L., Epigramma contro il Tommaseo,
su fregnani. Giuseppe Bonghi, Analisi di "A Silvia", su
classicitaliani.Carlo L. così ricordava, su ilgiardinodigiacomo. wordpress.com.
Cfr. lettera di G. L. (Recanati) a Colletta (Livorno), in cui dichiara di aver
percepito venti scudi romani (diciannove fiorentini) al mese. Lettera aColletta dcome citato in Marco
Moneta, L'officina delle aporie: L. e la riflessione sul male negli anni dello
Zibaldone, FrancoAngeli, Milano, in CitaTO Luperini, Cataldi, Marchiani, La
scrittura e l'interpretazione, Palermo, Palumbo, Le ricordanze, v. 30. Gente che m'odia e fugge, per invidia non
già, che non mi tiene maggior di sé, ma perché tale estima ch'io mi tenga in
cor mio, in Le ricordanze, Camillo Antona-Traversi, I genitori di Giacomo L.: scaramucce
e battaglie, Recanati, A. Simboli, Cecchi, Sapegno. L., in Catalogo degli
Accademici, Accademia della Crusca. CNote ad Aspasia, nei Canti, edizione
Garzanti Donne fatali 2: L. e Aspasia"Io non ho mai sentito tanto
di vivere quanto amando...", su sulromanzo. "Tu vivi / bella non solo ancor, ma bella
tanto, / al parer mio, che tutte l'altre avanzi"Aspasia, G. Sarra,
Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti e link in. Giovanni Mèstica, Gli amori di G. L., in
Fanfulla della domenica, (Fonte DBI).
Altri ritengono che il canto alluda piuttosto alla sola Fanny Targioni
Tozzetti, tra questi, Giovanni Iorio nel commento ai Canti, edizione
Signorelli, Roma. L.: dama invaghita del poeta non fu ricambiata ma evitata, su
adnkronos.com. 1M. de Rubris, Confidenze di Massimo d'Azeglio. Dal carteggio
con Tozzetti, Milano, Arnoldo Mondadori, Paolo Abbate, La vita erotica di L.,
C.I. Edizioni, Napoli. Orto, Sempre caro mi fu, pubblicato in
"Babilonia" Robert Aldrich e Garry Wotherspoon, Who's who in gay and
lesbian history, 1, ad vocem L. gay? Vietato dirlo, su ricerca. repubblica.
Simone D'Andrea, Normalmente diverso, su L.. Epistolario, BrioschiLandi,
Sansoni Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Garzanti, Milano. D'Orta12.
Cfr. anche la lettera di Stanislao Gatteschi a Monaldo L. in L. Epistolario,
Brioschi Landi, Sansoni È stravagantissimo nelle abitudini del vivere. Si
leva verso le due pomeridiane, mangia ad orari irregolari, va a letto verso il
fare del giorno. La sua vita non può esser longeva per i complicati mali onde è
gravato." e Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Garzanti, 1
"Durante tutta la sua vita, egli fece, appresso a poco, della notte
giorno, e viceversa." Traduzione in
Michele Scherillo, Vita di Giacomo L., Greco Editori, Milano, Epistolario,
lettera. L. e le donne una storia tormentata, su ricerca.repubblica. Moro,
Ranieri Paola (Paolina), su treccani. 2 D'Orta25. L. Il poeta della sofferenza, su archivio storico.
corriere. Teorie alternative sulla morte del conte L. sono state trattate e
documentate negli studi condotti da Cesaro (cfr. Sfrondando gli allori della
poesia) Lettera di Antonio Ranieri a
Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli Confronta anche Citati, L., Mondadori,, Milano,
Secondo originale dell'atto di morte di L., su dl.antenati.san.beniculturali. Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e
delle Arti, Napoli dalla Tipografia Plautina, cfr. anche Notizia della morte del Conte
Giacomo L. Angelo Fregnani Ad esempio cibo avariato, congestione, coma
diabetico o indigestione Cenni storiciFu
un'indigestione a causare la morte di L.?, su spaghettitaliani.com. Napoli e L.,
su ildelsud.org. Ecco i confetti che uccisero L.. Al Suor Orsola la collezione
Ruggiero, su corrieredelmezzogiorno.corriere. in Lettera di Ranieri a Fanny
Targioni-Tozzetti, Napoli, 1 idem in Lettera di A. R. a Monaldo L., Napoli, in
Opere inedite di Giacomo L., G. Cugnoni,
I, Halle, Max Niemeyer Editore, Nuovi documenti intorno alla vita e agli
scritti di Giacomo L., G. Piergili, Firenze, Le Monnier, in.; "Idrotorace" in Lettera di A.
R. a De Sinner, Napoli, idropisia di petto" dice Paolina L. in una lettera
a Marianna Brighenti Biografia sulla Treccani,
su treccani. are LB, Matthay MA. Acute pulmonary edema. N Engl J Med Giovanni
Bonsignore, Bellia Vincenzo, Malattie dell'apparato respiratorio terza
edizione, Milano, McGraw-Hill, Picchi, Storie di casa L., BUR, Dalla foto
pubblicata qui, su rete.comuni-italiani. Cfr. anche Effemeridi scientifiche e
letterarie per la Sicilia, Palermo, dalla tipografia di Filippo Solli, Opere di
Pietro Giordani, Scritti editi e postumi
di Giordani, pubblicati da Antonio Gussalli, Milano presso Francesco Sanvito, Riproduzione,
che presenta lieve variazione di testo, sotto forma di disegno in Opere di
Giacomo L., edizione accresciuta, ordinata e corretta secondo l'ultimo
intendimento dell'autore, da Antonio Ranieri,
Firenze, Successori Le Monnier, 1889, fuori testo Archiviato il 10
ottobre in.. Pasquale Stanzione, Giacomo L.Una tomba vuota
a Fuorigrotta, su pasqualestanzione. Foto del Registro (JPG), su pasquale stanzione. Ingrandimento
(JPG), su pasqualestanzione.Nuove scoperte su L.? Occorre cautela in. da
Cronache maceratesi Garofano, Gruppioni, Vinceti Delitti e misteri del
passato: Sei casi da RIS dall'agguato a Giulio Cesare all'omicidio di Pier
Paolo Pasolini, Rizzoli PIER FRANCESCO L.: SONO DISPONIBILE ALLA PROVA DEL DNA,
MA I RECANATESI SONO D’ACCORDO? Loretta
Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di L., Guida,,Ida Palisi, L.,
strane ipotesi su morte e sepoltura, “Il Mattino di Napoli”, recensione a:
Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo L., Guida,
Picchi, Storie di casa L. Si riporta anche il verbale ufficiale delle persone
presenti. E' vuota la tomba di L.. Guerra sulla riesumazione dei resti,
su ricerca.repubblica. La Vita L., sito
gestito dal CNSL Si torna a parlare dei
resti di L., nato comitato per l'esumazione dal sacello del parco Virgiliano di
Napoli, su ilcittadinodirecanati. Il ritratto della pinacoteca di Recanati, su
cdn.studenti.stbm. In Opera Omnia, Milano, Mondadori, Cfr. in proposito anche gli studi che il
filosofo Gentile ha dedicato a L., in particolare: Manzoni e L.: saggi critici
(Milano, Treves, Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni). Paolo Emilio Castagnola, Osservazioni intorno
ai Pensieri di Giacomo L., pag. 26, Tipografia del Mediatore, Gino Tellini,
Filologia e storiografia. Da Tasso al Novecento, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, Sebastian
Neumeister, Giacomo L. e la percezione estetica del mondo Peter Lang, In Saggi critici, Russo, Bari,
Laterza Chiese e Santuari Comune di Recanati, su comune.recanati.mc. Per L., su pergiacomo L..altervista.org. Tutte
le indicazioni su luoghi e viaggi sono prese da Attilio Brilli, In viaggio con
L., Il Mulino, Bologna Tra virgolette le parole di L., tratte da sue
lettere. Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da L. a
Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare,
da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Operette morali, su internetculturale. Sambugar,
Sarà, Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marri, Neologismi
Enciclopedia dell'Italiano (), Istituto dell'Enciclopedia italiana. Catalogo della mostra "Viaggi e transiti
opere L.ane di Valeriano Trubbiani" realizzata in occasione
dell'inaugurazione del Centro culturale "Pergoli" di Falconara Marittima
Comune di Falconara Marittima, Aniballi Grafiche, Ancona, Vedi la scheda
dedicata al CARTCentro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea
di Falconara Marittima nel sito "La memoria dei luoghi" del Sistema
Museale della Provincia di Ancona: CARTCentro permanente per la documentazione
dell'Arte contemporanea, su Associazione "Sistema Museale della Provincia
di Ancona". "Le Marche di L.", breve documentario diretto
da Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche: youtube.com /watch?v=
Km1EK0MH6Sg ascolta la canzone nel sito
della Fondazione Giorgio Gaber:// Giorgio gaber/ discografia-album/ benvenuto-il-
luogo-dove-testo Archiviato il 6 settembre
in. vedi il testo dell'Operetta
morale in Operette _morali /Dialogo _di_ un_ venditore_ d%27 almanacchi_ e_di_un_passeggere.
Il corto metraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di
un passeggiere: youtube. com/ watch? v=hiJOBK JZNaU Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di
un venditore di almanacchi e di un passeggiere è inoltre visibile all'interno
del programma "L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata
della rubrica televisiva di Rai Storia "Il tempo e la storia" con
Massimo Bernardini e lo storico Villari://raistoria.rai/ articoli/l.- il-rivoluzionario/default.aspx
"L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica
"Il tempo e la storia" con Bernardini e lo storico Lucio
Villari://raistoria.rai/ articoli/ L. -il-rivoluzionario/ default.aspx in. Rai Storia, "Giacomo L. e l`importanza
di Recanati"://raiscuola.rai/articoli/ giacomo-L.-parte-prima/3205/default.aspx
Archiviato l'8 settembre in. Nel sito web de "La Stampa",
Guzzini del Centro Studi L.ani mostra
l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto
di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito:// lastampa//07/16/ multimedia/
societa/ viaggi/ecco-il-vero- colle-dellinfinito- descritto-da-giacomo-L.-fncjkba7
fEJyVoUSrazy1H/ pagina.html. Lo spot turistico sulle Marche con Dustin Hoffman
con la regia di Giampiero Solari: youtube."A casa di Giacomo L.",
intervista di Pippo Baudo alla contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L.
di Recanati: youtube. com/watch?v=oNlkBu0E
"Un L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco
D'Intino nella puntata di "Visionari" del 15 giugno, programma
televisivo condotto da Augias su Rai 3: youtube. com/watch? v=KwFnKv0T BaI Intervista allo scrittore Alessandro D'Avenia
sul suo libro e spettacolo teatrale “L'arte di essere fragilicome L. può
salvarti la vita” nel sito di RepubblicaTv (): youtube.com/watch?v=oX Gh3g6lQsM
Gassman interpreta L'infinito, su youtube.com. Gassman interpreta A Silvia: youtube. com/watch?v=7hEbvxBi2ZQ Archiviato il
29 marzo in. Vittorio Gassman interpreta La sera del dì di
festa: youtube. com/watch?v=TPpCs6tws_U Gassman interpreta Amore e Morte: youtube
Gassman interpreta La quiete dopo la tempesta: youtube.com/watch?v=- 8jasZDrV2U
Gassman interpreta A se stesso: youtube .com/watch?v=F0lhF2s_5s4 Bene interpreta L'infinito: youtube.co Bene interpreta Passero solitario: youtube. com/
watch?v=IZz Qbnzpaok Bene interpreta La
ginestra (o Il fiore del deserto): youtube. com /watch?v=ZqzVXF3Fx4Y Bene interpreta Alla luna:
youtube.com/watch?v= v9Iria UNWQk Bene interpreta La sera del dì di festa:
youtube.com/ watch?v= qydGUiV1wwI Bene
interpreta Il sabato del villaggio: youtube.
com/watch?v=vI9PJfCtWw4 Bene interpreta Le ricordanze: youtube. com/watch ?v=jyB0eM9AOoM Bene interpreta Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia: youtube Carmelo Bene interpreta Inno ad Arimane:
youtube.com/ watch?v=f2-QAubKbLE vedi su
Inno ad Arimane: Canti_ (superiori )# Le_ posizioni_ contro _ l.27 ottimismo _progressista
Archiviato in. leggi il testo di Inno ad Arimane
init.wikisource.org/wiki/ Puerili_(L.) /Ad_Arimane Archiviato il 15
settembre in. Bene interpreta Amore e Morte:
youtube.com/watch?v=epYU4-n2jGw Foà
interpreta L'infinito: youtube Arnoldo Foà interpreta Passero solitario:
youtube.com/watch?v= nOr3Qbceuhg Foà interpreta
A Silvia: youtube Arnoldo Foà interpreta Il sabato del villaggio: youtube. com/watch?v=kmk_gd-48XE Foà interpreta La sera del dì di festa:
youtube. com/watch?v=a WOJfMZeCVo Foà
interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: youtube Arnoldo Foà
interpreta Le ricordanze: youtube.com /watch?v= hL 855FC_juA Foà interpreta La
ginestra (o Il fiore del deserto): youtube.com/ watch?v= zB nDqu8X5fk Arnoldo Foà interpreta Il tramonto della
luna: youtube Arnoldo Foà interpreta All'Italia: youtube. com/watch?v=iN HqhHiIqok Arnoldo Foà interpreta Alla luna: youtube. Com
/watch?v=oxzCzwR05WE Albertazzi interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v= BLmhOx6IuCw Archiviato il 1º giugno in. Gazzolo interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v=Te8tyDDsh2A
Lavia interpreta L'infinito: youtube.com/ watch?v=oSV7eBa-_Ao Lavia discetta sull'opera di L., prima della
"dizione" delle opere di L.: youtube Alberto Lupo interpreta Ultimo
canto di Saffo: youtube Elio Germano,
nel film Il giovane favoloso di M. Martone, interpreta L'infinito:
youtube.com/watch?v=jIvz Qvi75rQ
Germano, nel film Il giovane favoloso di Martone, interpreta La ginestra
(o Il fiore del deserto): youtube IGHm4
Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di M.n Martone, interpreta la
pri ma parte de La sera del dì di festa: youtube.com/watch?v NgI8uekF6H4 Germano, nel film Il giovane favoloso di
Mario Martone, interpreta un brano di Amore e Morte: youtube Germano, nel film
Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta l'ultima parte di Aspasia: youtube
nito», su corriere,/ turismo.marche/ Portals/1/L./ L.%2 0nel%20mondo.pd Il
backstage dello spot promozionale della Regione Marche con Dustin Hoffman ed il
regista Giampiero Solari: youtube.com/ watch?v=zi- UJTIBatM La stroncatura di Mina allo spot della
Regione Marche: you tube.co riportato in: "Il cittadino di Recanati",
Anche Mina nella sua rubrica su "La Stampa" affonda lo spot con
L'infinito, su ilcittadinodirecanati, "Il Resto del Carlino" Ancona,
"L. bisogna meritarselo" Mina critica lo spot della Regione, su
ilrestodelcarlino,"Il Resto del Carlino" Ancona, Spot di Hoffman, su
YouTube 21 mila visualizzazioni, su il resto del carlino, Dustin Hoffman ancora
sponsor delle Marche. Ma sembra lo spot di se stesso, su blitzquotidiano. 6
settembre (archiviato il 6 settembre
). vedi la serie di spot "Le Marche
non ti abbandonano mai" interpretati dall'attore marchigiano Neri Marcorè,
con la regia di Rovero Impiglia e Cagnelli: youtube Minnucci, La regione Marche
rispedisce Hoffman in America e pone fine allo stupro di L., su qelsi, su Giacomo L.. Edizioni delle opere Giacomo L.,
[Opere. Poesia], Bari, G. Laterza, Epistolario Epistolario di Giacomo L.,
Francesco Moroncini, Firenze: Le Monnier, Lettere, Solmi e Solmi,
Milano-Napoli: Ricciardi, poi Torino: Einaudi «Classici Ricciardi» Il Monarca
delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo L., Graziella Pulce,
introduzione di Giorgio Manganelli, Milano: Adelphi «Biblioteca» Brioschi e
Landi, Torino: Bollati Boringhieri, Damiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore
«I Meridiani», Zibaldone Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura,
Giosuè Carducci e altri, Firenze: Le Monnier, Pensieri di varia filosofia,
Ferdinando Santoro, Lanciano: Carabba, Attraverso lo Zibaldone, Piccoli, Torino:
Pomba scelto e annotato con introduzione
e indice analitico Giuseppe De Robertis, Firenze: Le Monnier, Il testamento
letterario, pensieri scelti, annotati e ordinati in sei capitoli da «La Ronda»,
Roma: La Ronda, con prefazione e note di Flavio Colutta, Milano: Sonzogno, Opere:
Zibaldone scelto, Robertis, Milano: Rizzoli, Francesco Flora, Milano: Mondadori, in
Antologia L.ana: Canti, Operette morali, Pensieri, Zibaldone ed Epistolario,
Giuseppe Morpurgo, Torino: Lattes, in Opere, Sergio Solmi e Raffaella Solmi,
Milano-Napoli: Ricciardi, poi parzialmente Torino: Einaudi, «Classici di
Ricciardi», in Tutte le opere, introduzione e cura di Walter Binni, con la
collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze: Sansoni); Moroni, saggi
introduttivi di Solmi e Robertis, Milano: Mondadori «Oscar» (con uno scritto di
Ungaretti) e edizione fotografica dell'autografo con gli indici e lo schedario,
Emilio Peruzzi, Pisa: Scuola normale superiore, Il testamento letterario,
pensieri dello Zibaldone scelti annotati e ordinati da Vincenzo Cardarelli, con
una premessa di P. Buscaroli, Torino: Fogoli, Pensieri anarchici scelti
Francesco Biondolillo, Napoli: Procaccini, edizione critica e annotata Giuseppe
Pacella, Milano: Garzanti «I Libri della Spiga», Damiani, Milano: Mondadori, «I
Meridiani», Teoria del piacere, scelta di pensieri con note, introduzione e
postfazione di Vincenzo Gueglio, Milano: Greco e Greco, edizione tematica
stabilita sugli indici L.ani, Fabiana Cacciapuoti, prefazione di Antonio Prete,
Roma: Donzelli Editore, Lucio Felici, premessa di Trevi, indici filologici di
Marco Dondero, indice tematico e analitico di Dondero e Marra, Roma: Newton
Compton, «Mammut», Tutto e nulla, antologia Mario Andrea Rigoni, Milano:
Rizzoli «BUR», edizione critica Ceragioli e Ballerini, Bologna: Zanichelli, Canti
con note per cura di Francesco Moroncini, L., Giacomo, Canti: commentati da lui
stesso, Palermo: R. Sandron, Gallo e Garboli, Torino: Einaudi, Poesie e prose.
Poesie, Mario A. Rigoni, Milano: Mondadori «I Meridiani», n Tutte le poesie e
tutte le prose, Lucio Felici, Roma: Newton Compton, «Mammut», Canti e poesie
disperse, ed. critica Franco Gavazzeni (con C. AnimosiItalia, M.M. Lombardi, F.
Lucchesini, R. Pestarino, S. Rosini), Firenze: Accademia della Crusca, Giacomo L.,
Canti, Bari, G. Laterza e Figli, Operette Morali L. Operette morali; edizione
critica di Francesco Moroncini, Bologna: Cappelli, 1929 introduzione cura di
Prete, Milano: Feltrinelli «Universale economica classici», Milano: Mursia, in
Poesie e prose. Prose, Rolando Damiani, Milano: Mondadori «Meridiani», in Tutte
le poesie e tutte le prose, Emanuele Trevi, Roma: Newton Compton, «Mammut», poi da sole nella collana «GTE», Giacomo L.,
Operette morali, Bari, Laterza, Pensieri Giacomo L., Pensieri, Bari, G. Laterza
e Figli Edit. Tip., introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli
«UEF classici», 1994 Crestomazia italiana Giulio Bollati e G. Savoca, Torino:
Einaudi, «Nuova Universale Einaudi», Memorie del primo amore Galimberti,
Milano: Adelphi, Epistolario di Giacomo L. L. (famiglia) Opere Pensiero e
poetica di L. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Giacomo L., in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giacomo L., su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. L., su The Encyclopedia of Science
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Italiana. accademicidellacrusca.org,
Accademia della Crusca. L., su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Opere di
Giacomo L., su Liber Liber. Opere di L.,
su openMLOL, Horizons Unlimited srl.Progetto Gutenberg. Audiolibri di L., su
LibriVox. L., su Goodreads. italiana di
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Spartiti o libretti di Giacomo L., su International Music Score Library
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nazionale di studi L.ani Recanati, su centro studiL.ani. Classici Italiani e opere complete interbooks.eu Lo Zibaldone,
su rodoni.ch. I canti di L. dai manoscritti autografi della Biblioteca
Nazionale di Napoli, su bnnonline. Il Pessimismo in L. e Schopenhauer
[collegamento interrotto], su gheminga. Opere integrali in più volumi dalla
collana digitalizzata "Scrittori d'Italia" Laterza Opere di Giacomo L.,
testi con concordanze, lista delle parole e lista di frequenza L.: Dialogo di
un Fisico e di un Metafisico. Arte di prolungare la vita o arte della
felicità?, su giornaledifilosofia.net. Concordanze delle Lettere su
classicistranieri.com. Autobiografia (Monaldo L.)/Monaldo L., la satira a
servizio della fede, su totustuus.biz. Nietzsche e L. a confronto, su
agenziaimpronta.net. L. ottimista: un mito del Novecento, su cle.ens-lyon.fr 10
gennaio ). Angelini, "Sereno in L.", su cesareangelini. Buonofiglio,
"L'inquietudine ritmica dell'in(de)finito", su academia.edu. Il primo
di questi scritti usci nella Rassegna bibliografica della letteratura
italiana d’Ancona,. Il secondo nella Critica. Il terzo nella stessa
Critica. Tutti e tre furono riprodotti nei Frammenti di Estetica e
Letteratura, Lanciano, Carabba, Si ha alle stampe un’ Esposizione del
sistema filosofico di Giacomo L. *. E una dissertazione di laurea,
e reca infatti l’impronta comune a tutti i lavori giovanili.
L’inesperienza apparisce nello stesso titolo del libro, un po’ troppo
prosaico, e incongruo col contenuto del libro, che non vuol essere
propriamente un’esposizione fatta dall’autore del sistema filosofico del L.;
ma appunto questo sistema, portato innanzi al lettore con le stesse
parole del L.; non volendo l’autore da parte sua aggiungervi se non
prefazione, note ed epilogo. Metodo anche questo alquanto ingenuo e da
scrittore che non vede ancora la necessità, chi voglia rappresentare
nella sua unità logica e nell’organismo delle sue parti il pensiero d’un
filosofo, d’appropriarsi questo pensiero, entrarvi dentro, mettendosi
allo stesso punto di vista del filosofo, e quindi in grado di rielaborare
il suo pensiero, chiarendolo con le attinenze storiche a cui è
legato, e con le dilucidazioni intrinseche di cui logicamente è suscettibile,
salvo a mostrarne, ove occorra, la inconsistenza: in modo che
l’esposizione riesca una vita nuova del sistema filosofico nella mente
dell’espositore. GATTI, Esposizione del sistema filosofico di L., saggio
sullo Zibaldone” (Firenze, Le Monnier). Lavoro difficile, certo, e che non
riesce felicemente se non agli scrittori provetti; ma che nessuno
ordinariamente crede di potere schivare, se non limiti il proprio ufficio
a quello di semplice editore; e tutti ne escono alla meglio, esponendo i
vari sistemi come ciascuno li ha intesi. L’autore di questo
libro, invece, ha voluto mettere insieme i passi dello Zibaldone L.ano,
mostrando come fil filo un pensiero si svolgesse dall’altro; e dove
la connessione non appariva evidente nelle parole del testo, ha supplito
di suo i legamenti opportuni, ma continuando a parlare, in prima persona, a
nome del L.: proprio come se questi avesse riordinata e organizzata quella
copiosa congerie di riflessioni già via via segnate sulla carta a
schiarimento del proprio pensiero e a sfogo della sua malinconia. Né ha
lontanamente sospettato il rischio, e stavo per dire la responsabilità, a
cui andava incontro, facendo parlare per la sua bocca lui, il L.. Ha
creduto che nello Zibaldone stesse, pezzo per pezzo, tutto un sistema; e
non ha saputo resistere al seducente disegno d’innalzare, con la semplice
composizione degli stessi materiali L.ani, la statua del filosofo sul
piedestallo finora vuoto. Laddove è chiaro che, se anche nei pensieri
inediti del L. fosse implicito un sistema perfetto di filosofia, la via di
ritro- varvelo e dimostrarvelo non poteva essere questa scelta
dall’autore. Ma veniamo all’argomento. L’autore, come già
altri, ha creduto che, se le opere edite ci avevan dato il L. poeta,
questi inediti Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura venuti
ultimamente in luce, ci scoprissero il L. filosofo. Questa era anche la tesi
dello Zumbini nel suo studio Attraverso lo Zilbaldone, da cui il
nuovo studioso manifestamente prende le mosse, distinguendo due fasi principali
della filosofia pessimistica del L.: nella prima delle quali il dolore
sarebbe conseguenza della civiltà; nella seconda, della stessa
natura; donde prima una concezione storica del pessi- niismo, e poi una
concezione cosmica. Ma lo Zumbini non insisteva sul valore sistematico di
questa filosofia L.ana; e, d’altra parte, nel secondo volume dei
suoi Studi su L., esaminando le Operette morali, veniva in realtà a
mostrare come tutto il succo di quelle riflessioni dello Zibaldone, le
conclusioni di quel lungo soliloquio che L. aveva fatto seco stesso
per iscritto, fossero appunto condensate nelle Operette. Gatti, invece, ha
esagerato fuor di misura la tesi dello Zumbini, cominciando col
cancellare quelle differenze cronologiche, che lo Zumbini aveva badato
bene a mantenere tra i vari Pensieri (datati, com’ è noto, dal L.) :
cancellarle a disegno, per poter adoperare i singoli pensieri liberamente
come parti integranti d’un sistema logico. Ora, lo Zibaldone comprende
centinaia e centinaia di pensieri annotati come si formavano giorno per
giorno nella mente del L. attraverso ben (juindici anni periodo lungo per
ogni vita, lunghissimo per quella del Leopai'di, che in 39 anni forse non
visse meno che il Manzoni in 78. Esso è anzi il diario degli anni
in cui si svolse la vita morale del poeta, e offre perciò, com’ è stato
notato, un riscontro a tutti i sentimenti, a tutti i pensieri già noti dai
canti e dalle prose da lui stesso pubblicate. Ed è chiaro che, se in
questi sette volumi abbiamo, per dir così, i segreti documenti di
tutto il lavorìo intimo di quello spirito, non potremo apprezzarli nel
loro giusto valore, se prescindiamo dalle loro rispettive date; perché a
chi scrive ogni giorno le proprie riflessioni, la verità è quasi la
verità di quel giorno: e quel lavoro di sistemazione e organizzazione,
per cui di tutti i pensieri slegati si possa fare un tutto coerente,
manca. Gentile, ifa» 2 ont e L.. Il Gatti protesta che non va
imputato a sua «poca accortezza qualche salto anacronico, a dir così,
facile a rilevarsi, che qua e là avvicinerà pensieri
cronologicamente molto lontani fra loro ». E la sua ragione sarebbe
questa : Tali salti, mentre da un lato ci forniscono ancora una
prova evidentissima e incontrastabile della profonda ripugnanza.... provata da
L. per una concezione cosmica del dolore, rivelano nettamente,
d’altronde, il proposito nell’Autore di rifare spesso a ritroso coll’
immaginazione la via già percorsa dal pensiero allo scopo di viemmeglio
assicurarsi che non battesse falsa strada, e così riprendere, sempre jiiù
sicuro di sé, il cammino, allorché quella linea immaginaria
d’orientamento non gli avrà mostrata altra via da battere per giungere
alla mèta prefìssa». Cioè, se ho capito bene; a dilucidazione di pensieri
anteriori Gatti stima di poter addurre pensieri di un tempo più avanzato,
anche quando occorra ammettere avvenuto nell’ intervallo un
cambiamento sostanziale di pensiero, iierché L. rifà talvolta con
l’immaginazione la via già percorsa col pensiero, e già superata. Ci
sarebbero certi « pensieri di ritorno », o « ritorni immaginari », per
cui, secondo il Gatti, non bisogna credere che il L. contraddica al suo pensiero
posteriormente acquisito, anzi lo lasci intatto, ma, per certa ripugnanza
sentimentale alle più accoranti verità, per un bisogno del cuore ili certi
temperamenti, torni per un momento agli ameni inganni, o alla mezza
filosofia d’una volta. Ma per immaginario che sia, un ritorno siffatto
nella mente del L., se noi crediamo di poter fissare questa nella coerenza di
certi pensieri definitivi, è evidente che non può essere altro che una
contraddizione. Di che, qua e là, il Gatti è costretto, quasi suo
malgrado, ad accorgersi, e a cercarvi una sanatoria. Sanatoria inutile, se egli
avesse rinunziato a pretendere dal L., nelle sue stesse intime
confessioni, queU’unità sistematica che non era nella natura di tali
confessioni. E non era neppure nella natura dello spirito del L.,
che fu un poeta, un grande, un divino poeta, ma non fu un vero e proprio
filosofo. Che fa che egli abbia tante volte protestato di possedere una
sua filosofia ? Allo stesso modo del L., più o meno, chiunque si
ritiene in grado di giudicare dei sistemi dei filosofi, ossia di
mettersi, non dico alla pari, ma al di sopra di costoro, e insomma di
affermare una filosofia propria che possa aver ragione di quei sistemi. E
dal proprio punto di vista chiunque, così facendo, ha ragione; e
aveva ragione il L. ; perché in fondo a ogni mente umana, sopra
tutto in fondo a quella dei grandi poeti, è incontestabile l’esistenza di una
filosofia: e però è lecito parlare così di una filo.sofia del L., come di una
filosofia del Manzoni, dell’Ariosto, di Shakespeare, di Omero. Ma questa
filosofia dei poeti non è la filosofia dei filosofi, e bisogna trattarla,
per non snaturarla e non distruggerla, con molta delicatezza. Una
delle differenze più notabili tra la filosofia dei poeti e quella dei
filosofi è che il poeta può averne una, se è capace di averla, in ogni
singola poesia; laddove il filosofo che dice e disdice, e muta sempre la
sua dottrina, non ha nessuna dottrina. Il L. è in pieno diritto, come
poeta, di affrontare il problema del dolore, sempre da capo, con nuovo
animo, con considerazioni nuove, da un nuovo aspetto, ora maledicendo alla
virtù, ora inneggiando all’amore onde l’umana compagnia deve
stringersi contro il fato. Ogni poesia, ogni prosa di L. è infatti una
situazione d’animo nuova; quindi una nuova vista dello stesso dolore che
domina l’anima del poeta; un nuovo concetto, una filosofia nuova,
che solo trascurando le differenze essenziali, che in una poesia e
in una prosa del genere di quelle del L. son tutto, si può rappresentare come
sempre identica. Egli è che il poeta, checché si proponga e
dica di aver fatto, non espone propriamente una filosofia: ma
esprime soltanto un suo stato d animo, occupato, determinato e quasi colorito
da certi pensieri dominanti. Abbozza in se medesimo (e quindi in un
diario intimo) una filosofia provvisoriamente sufficiente ad
appagare i bisogni della propria ragione (che non sono poi grandi
in uno spirito prevalentemente poetico); e questa filosofia, in quanto
profondamente sentita, in quanto vita della propria anima, diventa
materia di poesia. Di poesia anche in prosa; perché, in sostanza la prosa
L.ana è anch’essa poesia, cioè espressione piena di certi stati
d’animo del Poeta, diversi da quelU manifestati nei Canti per lo sforzo
che nella prosa come nei Paralipomeni il L. fa di costringere il
sentimento spontaneo dentro r intenzione ironica, satirica, che gli fece
appunto pre- f0rire la prosa al verso. Ma in realtà, nelle Operette
come nei Canti c’ è L. con la sua filosofia tetra e col suo
candore, col suo disprezzo degli uomini e col suo grande amore per essi;
con tutte quelle contraddizioni, che altri ha studiosamente cercate in
lui, e che sono il vero segno caratteristico del suo spirito poetico e
non filosofico. La filosofia vera e propria non deve aver niente dell’anima
individuale di chi la costruisce. Essa è una liberazione assoluta compiuta dal
filosofo dai limiti della soggettività; è una contemplazione, diciamo
così, d’una verità eterna, in cui il filosofo, come persona
particolare, si dimentica di se stesso, e dei suoi dolori, e di tutte
le tendenze affettive dell’animo suo. La filosofia di Spinoza, la cui
\dta e il cui animo han parecchi punti di somiglianza con quelli del L.
non presenta nes- Cfr. Tocco, Biografia di Spinoza, nella Rivista d’
Italia, asuna traccia, non offre nessuno indizio di sentimenti
personali. K veramente una visione del mondo sub specie aeternitatis,
come egli diceva, in cui la personalità del filosofo scompare. La filosofia
dei poeti, si potrebbe dire, scompare nell’animo dei poeti stessi;
l’animo dei filosofi. invece, scompare nella loro filosofia. Onde una
volta noi abbiamo innanzi una persona determinata, viva in tutto
l’agitarsi dell’animo suo; un’altra volta, un sistema di concetti, in sé.
Certo, tra le due filosofie non c’ è un taglio netto, che divida i
filosofi dai poeti; ma il pessimismo L.ano è, come è stato tante volte
osservato, così imprgnato di elementi ottimistici, così logicamente
frammentario e contradittorio, e d’altra parte così poeticamente coerente
e vivo, che lo scambio non è possibile. Noi possiamo studiare, dunque, la sua
filosofia, ma come vita del suo spirito, materia della sua poesia.
Studio, ripeto, molto delicato; perché in esso non bisogna mai
lasciarsi sfuggire che la realtà vera, a cui bisogna aver l’occhio,
non è questa filosofia in se medesima, astratta materia della poesia, ma
la poesia appunto, in cui quella filosofia è per acquistare la vita che
uno spirito poetico è capace di comunicarle. La filosofia quindi va
studiata per intendere la poesia, e valutata in quanto poesia, per quella
vita poetica che riuscì a vivere nello spirito del Poeta. La
pubblicaizione dello Zibaldone ha fortemente contribuito a fare smarrire questo
criterio. Ci s’ è trovata innanzi la materia grezza della poesia L.ana,
quella tal filosofia, che il L. rimuginava dentro se stesso, e che,
per quanto confidata a uno Zibaldone, non aveva pregato nessuno di
mettere in pubblico: quella filosofia, che egli destinava a far materia
di espressione più perfetta, cioè di opera poetica; e che infatti divenne
in parte materia di canti e di dialoghi (com’ è stato osservato, ma
merita di essere particolarmente studiato). E dimenticando che pel L.
tutti questi materiali non avevano valore per sé, ma l’avrebbero
acquistato soltanto quando egli li avrebbe trasformati, qualcuno
s’è detto : o eccoci finalmente innanzi la filosofia del L.! No, questi
sono i detriti della sua poesia: tutto ciò che la sua forza poetica non
avvivò, non trasfigurò, o rinnovò interamente, avvivandolo e trasfigurandolo
nel suo canto e nella sua satira. E produce davvero una strana
impressione il procedimento seguito dal dott. Gatti, che riferisce nel
testo certe informi osservazioni dello Zibaldone, e a sussidio di
esse, in nota, luoghi delle Operette o versi dei Canti, in cui gli stessi
pensieri assursero a forma artistica. Il perfetto fatto servire
all’imperfetto; la poesia ridotta a documento d’un suo documento!
Ecco un esempio di filosofia documentata con poesia. In un pensiero
L. S’era domandato. Che vale per noi questa «miracolosa e stupenda
opera della natura, e l’immensa egualmente che artificiosa macchina e
mole dei mondi? A che serve, dunque, questo infinito e misterioso
spettacolo dell’esistenza e della vita delle cose », se « né
resistenza e vita nostra, né quella degli altri esseri giova
veramente nulla a noi, non valendoci punto ad esser felici ? ed essendo
per noi l’esistenza, così nostra come universale, scompagnata dalla
felicità, eh’ è la perfezione e il fine dell’esistenza, anzi l’unica
utilità che resistenza rechi a quello ch’esiste ?» Qui, in verità c’ e
tutta la Idosofia del L.. Ma che significano queste sue interrogazioni ?
Esse non possono aver altro significato che questo, che, non sapendo
concepire il fine dell’esistenza umana [ Zibald., Queste giunture frapposte alle parole del L.
sono del Gatti, che riassumo e in questo caso mi pare modifichi
leggermente il senso del testo. e mondiale se non come felicità, e
non vedendo, d’altronde, che tal fine sia o possa mai esser raggiunto,
egli, Giacomo L., finisce col non sapersi più spiegare quale possa
essere il fine di quest’universo, che pur nella sua artificiosa costruzione e
nella sua vasta armonia farebbe pensare a un’ intima finalità. Qui non è
affermata una verità obbiettiva; è bensì manifestata la situazione
personale del poeta: situazione, che sarà jierfettamente espressa quando
il L. ci dirà tutta la risonanza che questo suo ondeggiare tra il
concetto di una finalità eudemonistica universale e il dubbio suUa
validità di tal concetto ha neU’animo suo; quando da questo suo perpetuo
ondeggiare (che non è filosofia, ma atteggiamento filosofico, o filosofia
soltanto iniziale e potenziale), egli sarà ispirato al Canto notturno di
un pastore errante dell’Asia che il Gatti reca a confronto e conforto di
quelle note dello Zibaldone. Nel Canto notturno L. dice con l’energia della
fantasia commossa quello che nelle note fugaci del diario era
sommariamente accennato, quasi appunto o traccia del canto. E
quando miro in cielo arder le stelle. Dico fra me pensando:
A che tante facelle ? Che fa l’aria infinita, e quel
profondo Infinito seren ? che vuol dir questa Solitudine immensa?
ed io che sono? Cosi meco ragiono: e della stanza Smisurata e
superba, E dell' innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar,
di tanti moti D’ogni celeste, ogni terrena cosa. Girando senza
posa. Per tornar sempre là donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Qui veramente c’ è l’anima tormentata dal
dubbio che non ci sia un fine nel mondo; e non è il dubbio
astratto di un filosofo, ma il dubbio che irrompe neH’anima di un
poeta, che mira in cielo arder le stelle, quasi tante faci accese a
illuminare il mondo; e sente l’infinità dell’aria, il sereno profondo infinito
(elementi di grande commozione, com’ è noto, per L.), e l’immensità
della solitudine attorno alla propria persona non dimenticata {ed io che sono
P) né dimenticabUe perché palpitante; ecc. Qui c’è, non più il germe d’una
filosofia, ma l’uomo L., intero, con l’ansia e il terrore che gh
desta lo spettacolo dell’ infinito misterioso, muto al dolore di lui che
vi si sente dentro smarrito. C’ è anche, innegabilmente, un dubbio
filosofico : semphce dubbio («qualche bene o contento avrà /o;'s’altri. Forse
s’avess’ io l’ale.... più febee sarei, o forse erra dal vero b mio
pensiero, Forse in qual forma.... è funesto a chi nasce il dì natale); ma
come elemento o momento della lirica grande. La pubblicazione
dello Zibaldone, badiamo bene, è stata, in fondo, una certa quale
indelicatezza, che nessun onesto avrebbe giustificato, vivo L., e che
non si permise infatti il Ranieri, intimo del Poeta e conscio deUe
sue intenzioni e del valore da lui attribuito al proprio diario. Ognuno che
scriva e stampi, pubblica soltanto queUo che gli par compiuto secondo il
fine a cui, più o meno consapevolmente, mira scrivendo. Un poeta
non beenzia al pubbbeo le tracce e gli abbozzi delle sue poesie.
Anzi, questi antecedenti naturali del suo prodotto artistico, ha un certo
schivo pudore di mostrarli al pubbbeo: sono il suo segreto. Sono infatti cosa
sua personale; laddove quello che egli crede arte, gb par bene
appartenga, o possa appartenere, a tutti gb spiriti. Certo, r interesse
storico, il legittimo e nobile desiderio d’intendere le opere del genio,
mediante la conoscenza più larga che sia possibile della sua anima,
bastano a giustificare la pubblicazione di siffatti abbozzi, come degb
epistolari intimi, che svelano, senza riguardi, i più gelosi
segreti delle persone, le quali a un certo punto si finisce col credere
che appartengano agli altri più che a se stesse. Ma questa
giustificazione non deve farci dimenticare che gli abbozzi del poeta,
sono abbozzi delle sue poesie, come gli appunti provvisori del filosofo
sono antecedenti spesso superati e rifiutati della sua filosofia. Ad ogni
modo non si dovrà mai pretendere d’attribuire ad essi altro valore
che di sussidio a intendere quelle opere, che rappresentano la conclusione
definitiva del poeta e del filosofo. Tutto questo, si potrebbe
osservare, sarà un bel discorso; ma è troppo generale ed astratto. Bisogna
vedere al fatto, se il L., dopo gli studi di Gatti, ci apparisca
nello Zibaldone un vero filosofo. Potrei rispondere con un altro discorso
astratto, sostenendo che è ben difficile che uno stesso genio possa
essere insieme poeta e filosofo; richiedendosi alla poesia un’attività,
che la filosofia necessariamente combatte e mortifica. Ma penso a
Dante: unico, secondo me, e se non sempre, quasi costantemente mirabilissimo
esempio dell’energia, onde è capace lo spirito umano, di individualizzare
e stringere nella fantasia e nel sentimento di un’anima
singolarmente potente il sistema più intellettuahsticamente universale ed
astratto che la storia della filosofia ci presenti: penso a quella
fusione e unità quasi sempre perfetta d’un sistema miracolosamente vario
e armonico di fantasmi che son pure astratti concetti: unità, che
non si finisce e non si finirà mai di studiare nella Divina
Commedia ». E preferisco perciò una risposta particolare e concreta, che
è questa. Tutto il mio discorso generale io r ho fatto appunto a
proposito del L., dopo Alla quale per questo rispetto non credo si possa
paragonare, ma a distanza grandissima, altro che il Faust: dove l’unità
dell’opera, come arte e come filosofia, rimase lungi dall’esser
raggiunta. aver letto attentamente il saggio di Gatti. Libro,
che non ò certo inutile, perché molti schiarimenti particolari a
concetti del L. da uno studio così attento e minuzioso dei Pensieri si
hanno; c molti istruttiva raffronti, oltre quelli già fatti dal Losacco e dal
Giani, vi sono opportunamente istituiti tra pensieri del L. e
luoghi di Helvétius, di Rousseau, di Maupertuis e degli altri autori del
Poeta; ma insufficiente a dimostrarci la tesi che il Gatti s’era
proposta, che nella mente del L. si fosse organizzato un sistema filosofico;
atto anzi a dimostrare il contrario, per lo stesso esame accurato
che ci dà dei Pensieri L.ani con l’intento di cavarne un sistema. 11 sistema
non c’ è. C’ è la travagliosa meditazione sui fantasmi del Poeta; ci sono
le accorate riflessioni, che gli suggerirono quei jiroblemi che
furono il tormento e la musa perpetua del suo spirito: ma non più
di questo. Il L. lo ritroveremo sempre nel disperato lamento de’ suoi
canti e nel sorriso amarissimo e pur soave delle prose. 11 materialismo
della sua metafisica, il sensismo della sua gnoseologia, lo scetticismo
finale della sua epistemologia, l’eudemonismo pessimistico della sua etica sono
nei pensieri inediti, come in tutti gli altri scritti già noti, i motivi
costanti del breve filosofare leoparebano : ma sono spunti filosofici,
anzi che principii d’un pensiero sistematico; sono credenze d’uno spirito
addolorato, anzi che veri teoremi di un organismo speculativo. Le
sue pretese dimostrazioni non vanno mai al di là dell’osservazione
empirica; e non servono ad altro che a dirci come vedev^a le cose Giacomo
L.. In lui non trovi né anche una critica della ragione, come
in Montaigne o in Pascal, a cui per molti riguardi somiglia. Ma un
prendere di qua e di là proposizioni contestabili, e accettarle come
verità assiomatiche e principii di deduzioni pessimistiche. Passione
v^era per a speculazione il L. non ebbe mai. Non studiò nessun
grande sistema filosofico: egli, conoscitore e studioso dei classici, non si
sforzò mai d’intendere il pensiero di Platone e di Aristotele. La sua storia
della filosofia antica ò tratta da Diogene Laerzio, da Plutarco o altri
dossografi. Del Medio Evo non studia nessuna filsofia. Di Cartesio, di Spinoza,
di Hume non conosce neppur nulla. Lesse Locke, ma come si leggeva. Di
Leibniz sorrise come Voltaire, non sospettando in alcun modo la profondità del
suo pensiero Ebbe una vernice di cultura filosofica, come l’avevano
allora tutti i letterati; ed ebbe velleità di filosofo; ma la sua vera
indole, quella che noi dobbiamo guardare in lui, è r indole poetica,
convinti che fuori della sua poesia il suo pensiero, a considerarlo nel valore
filosofico, è molto mediocre. Non entrerò nei particolari della
esposizione di Gatti. Ma non voglio tacere che quella filosofia pratica
edilicatrice, che egli, conZumbini, giirstamente mette in rilievo di
contro alle conseguenze negative della sua filosofia teoretica, non ha
niente che vedere coll’odierna filosofia prammatistica, a cui egli
studiosamente la raccosta, per dimostrare così la modernità del pensiero L.ano.
Quella filosofia pratica è il retaggio dello scetticismo da Pirrone in
poi: il quale ha contrapposto sempre la vita alla scienza, e salvata
almeno quella dal naufragio di questa. Salvataggio operato ora con la
natura, ora col sentimento, ora con la volontà, e in generale con un principio
irrazionale, o concepito come tale, che, appunto perciò, non contraddice
aUo scetticismo fondamentale. L. ricorre all’ immaginazione e a un
certo qual senso dell’animo, che fan contrappeso agli argomenti dolorosi
della ragione e bastano a confortarci a vivere. Né anche questo
principio, del resto, è sviluppato. Certo, esso non giova a chi presuma di
vedere nel Recanatese un precursore del James e degli altri pram-
matisti d’oggi, i quali non sono scettici, benché in realtà abbiano una
dottrina negativa del conoscere; non vedono nell’attività pratica un
surrogato dell’attività teoretica: ma unificano le due attività, e
immedesimano la verità con l’utile, in modo che quel che giova credere,
sia esso stesso il vero; laddove quel che gioverebbe credere,
secondo L., sarebbe né più né meno che un’ illusione. La differenza tra L. e
James è la differenza profonda tra lo scetticismo di tutti i tempi e il
nuovo prammatismo, che si professa dottrina essenzialmente
dommatica e positiva. Gli studi del Gatti furono ripresi da Giulio A. Levi
*, uno degl’ ingegni più fini tra gh studiosi di letteratura italiana, e
dei più valenti e competenti interpreti del pensiero L.ano; ma con
altro criterio e altro intendimento. E io son lieto di leggere al principio del
suo libro le seguenti parole; «Fu tentato da Pasquale Gatti, e
parzialmente dal Cantella, di ordinare e comporre in un sistema
filosofico i pensieri dello Zibaldone L.ano; con esito che non
poteva essere altro che infelice; quando si pensi che sono riflessioni
scritte giorno per giorno, senza disegno prestabilito, per lo spazio di
circa quindici anni, da quando prima il poeta adolescente cominciò a
voler pensare col suo cervello, fino aUa sua piena maturità. Che fu uno
degli argomenti principali che a suo tempo io opposi al tentativo di
GATTI. E sono interamente d’accordo con LEVI che lo Zibaldone, con gli
ondeggiamenti e gli sforzi speculativi di cui ci conserva i documenti, può
esser materia alla storia (anzi, alla preistoria) del pensiero del poeta,
la cui forma definitiva va piuttosto cercata nei prodotti più maturi,
dove parve all’autore d’avere impressa l’orma definitiva del suo spirito, nei
Canti e nelle Operette. Questa è, in sostanza, l’idea centrale del
saggio del Levi, e conferma pienamente il mio giudizio sul valore e sull’
interesse dello Zibaldone. Questa idea bensì nel libro del Levi non
apparisce netta e ferma quanto si potrebbe desiderare, costretta
com’ è dall’autore ad andare in compagnia di certi prin- cipii direttivi,
che oscurano, a mio avviso, la visione esatta di taluni momenti dello
sviluppo del pensiero L.ano e turbano il giudizio sulla sua forma ultima. Cosi,
quando comincia a notare che io ho ecceduto « negando a priori allo Zibaldone
ogni interesse speculativo, per la qualità stessa dell’autore; il quale
sarebbe bensì un osservatore acuto, ma troppo essenzialmente poeta,
dominato interamente dal sentimento, e perciò di pensiero incoerente, mutevole
e spesso contradittorio », egli, da una parte, esagera e àltera il mio
giudizio sullo Zibaldone e, in generale, su tutta l’opera del L.; e
dall’altra, accenna a un concetto (che non manca subito dopo di dichiarare
esplicitamente), il quale non gli può consentire una ricostruzione
storica non arbitrariamente soggettiva, ma razionalmente giustificabile
del pensiero L.ano. In primo luogo, non è esatto che io abbia negato
o voglia negare ogni interesse speculativo allo Zibaldone e tanto
meno alle poesie e alle Operette morali', anzi sono disposto a
riconoscere che tutta la poesia di L. non abbia altro contenuto, in tutte
le sue forme e in tutti i suoi gradi, che il problema speculativo, nei
termini, s’intende, in cui egli poteva e doveva porlo. Quel che ho
negato e nego è; i) che nello Zibaldone ci sia del pensiero del L.
qualche cosa di più che non fosse negli scritti da lui pubblicati;
qualche cosa che, dal punto di vista del L., fosse già pervenuto a quel
punto di maturità spirituale, di verità, in cui il L. s’acquetò, a
giudicare dalle opere con cui egli stesso volle entrare nella nostra letteratura;
qualche cosa che possa nello Zibaldone farci vedere nulla di diverso {si
parva licei componere magnis) da quelle note, onde ognuno di noi si
prepara ai suoi lavori, e che, compiuti questi, quando ci pare d'averne
spremuto bene tutto il succo, si buttano al fuoco; e tanto più
volentieri, quando dalle note alla stesura dei nostri scritti le idee
nostre si siano venute correggendo e integrando in più logica compattezza
' ; 2) che si possa adeguatamente valutare la grandezza di L., facendogli il
conto del tanto di verità speculativa che è nella sua poesia: poiché, a
prescindere da ogni dottrina sulla natura della poesia, basta considerare
le critiche profonde e ineluttabili, onde quella verità fu superata da
uno spirito, che ebbe inizialmente una profonda simpatia congeniale col L.,
il Gioberti (specialmente nella Teorica del sovrannaturale. Levi scrive: «
Fii detto che la pubblicazione del Diario sia stata un'indelicatezza,
quando il L. medesimo di questa pubblicazione non aveva pregato nessuno.
Oh si, sarebbe un indelicatezza esporre quelle cose agli occhi bene aperti d’un
pubblico di pedanti, i cjuali spiegherebbero con trionfo gli errori del
grand'uomo che si viene formando. Ma chi ha già imparato ad amarlo e a
venerarlo, può accostarsi senza scrupoli a tutte quante le sue reliquie.
Se il Levi con le prime parole si riferisce a quel che scrissi io nella
Rass. bibl. tett. U., mi rincresce
di dovergli rispondere che egli non ha inteso lo spirito della mia
affermazione. La quale mirava soltanto a chiarire che dello Zibaldone non
ci si può servire se non come di documento della formazione del pensiero del L.,
la cui forma ultima dobbiamo per altro cercare sempre nelle opere che da
<iuegli abbozzi trasse l'autore, e pubblicò egli stesso come sole
degne di sé. nel Gesuita e nella Protologia), in pagine che il Levi
non anteporrebbe di certo né pur a quelle dello Zibaldone. L vero
che « nei sistemi filosofici le parti più caduche sono spesso quelle
dovute alle esigenze di sistema ». Ma ciò non dimostra che la filosofia
non è sistema, anzi dimostra che è: perché gli errori di questo genere non
si scoiarono dal critico se non come errori della costruzione del
sistema, ossia come divergenze dalla costruzione che, secondo lui,
sarebbe più conforme alle verità fondamentali intuite d<al filosofo. E se U
critico non rifacesse per suo conto la costruzione del sistema, non
avrebbe modo di discernere nel sistema criticato il vero dal falso,
nato dunque non dal sistema, ma dal falso sistema. Giacché un
giudizio che affermasse immediatamente : questo è vero, e questo è falso,
senza dimostrazione di sorta, non credo che pel Levi sarebbe un giudizio
per davvero. E vero, d’altra parte, che la coerenza del pensiero non
è privilegio dei filosofi, di contro ai yioeti; se per filosofi s’intende
i filosofi storicamente esistenti, Socrate, Platone, Aristotele ecc., e per
poeti quelli che sono realmente vissuti o vivranno. Omero, Dante,
Shakespeare, ecc. Per tutti costoro, non c’ è dubbio, secondo me,
Iliacos intra muros peccatur et extra. D’incoerenze, di maglie
rotte nel sistema, ce n’ è state, e ce ne sarà sempre, da una parte e
dall’altra. Ma noi non possiamo parlare di Omero poeta e di Platone
filosofo senza un concetto del poeta e del filosofo, e cioè della poesia
e della filosofia: le quali, come funzioni dello spirito, trascendono la
storia, che è la concretezza stessa della realtà spirituale. E soltanto alla
poesia e alla filosofia come funzioni trascendentali dello spirito si
possono assegnare caratteri distinti, dei quali quello che è della poesia
in quanto tale non sarà della filosofia, e per converso.
Nella storia tutte le funzioni concorrono in un’unità concreta, in
cui il poeta, essendo anche filosofo, partecipa del carattere dello
spirito che è filosofia; e il filosofo, essendo pure poeta, partecipa del
carattere dello spirito che è poesia, sempre. E la rigida e salda
distinzione delle funzioni astratte cede il luogo alla plastica e mobile
distinzione della storia, che fa essa stessa la divisione dei grandi
spiriti nelle due schiere dei poeti e dei filosofi, secondo che negli uni
prevale il momento poetico e negli altri il momento filosofico; onde la
distinzione e però la categorizzazione del giudizio critico sono poi,
ogni volta, funzioni di giudizio storico, concreto. Perché il
L. va considerato come poeta, e non come filosofo ? Perché, se conosco il
L. storico, quale si formò e quale si espresse nel suo canto, io ci vedo
bensì dentro una filosofia; ma questa filosofia la vedo chiusa,
compressa, fusa e assorbita nella intuizione immediata che questo spirito ha
della sua personalità materiata di cosiffatta filosofia; per cui dico che
egli non rappresenta una filosofia, ma la sua anima; e poiché il suo
occhio è tutto intento alla risonanza tutta soggettiva, in cui vive per
lui un certo, oscuro, vago e frammentario concetto del mondo, la verità è
per lui, e dev’essere per me che lo giudico, non in questo concetto, ma
nella vita di esso, in quella tale risonanza, nella sua Urica. Beninteso
che, per quanto oscuro, vago e frammentario, quel concetto sarà pure un
concetto, che avrà una chiarezza e saldezza organica sufficiente
alla logicità dello spirito lirico, e quindi per lui assoluta. E non ci
sono principii astratti ed estrastorici che possano segnare a priori i limiti
della filosoficità del concetto che vive neUa Urica del poeta. Ma ciò non
toglie che la distinzione non perda mai la sua ragion d’essere, e che
non si possa mai trascurare, volendo rilevare, a volta a volta, il valore
deUo spirito rispetto alle sue forme es- senziaU ed assolute. Ma,
dice Levi, «la grandezza in tutte le sue forme è in fondo una sola,
grandezza morale ed umana; e se è suprema esigenza etica che la nostra
vita sia azione, ed abbia un senso; non sarà fuor di luogo nei poeti,
di cui sentiamo la grandezza, sospettare qualche cosa di più che la
passività del sentimento, o l’attività dell’espressione: sospettare e cercare
un’attività etica con un suo senso determinato e costante ». Ond’egli si
propone di cercare negli scritti del L. «per quah vie egli giunse
alla sua profonda intuizione, e potè prendere un atteggiamento interiore
costante e sicuro di fronte all’universo Ebbene, tutto questo è molto vago
perché possa servire di criterio alla storia del pensiero di un
poeta. Se la grandezza in tutte le sue forme è una sola soltanto « in
fondo », bisogna pure che si rispettino le differenze tra le varie forme,
in cui unicamente è possibile che quello che è in fondo venga su, e si
manifesti, e assuma così una forma storica determinata. E se è
suprema esigenza etica che la nostra vita sia azione, posto, com’ è
necessario, che le suddette forme della I grandezza, o, più modestamente,
dello spirito, siano più d’una, oltre la suprema esigenza etica, ci
saranno (dato pure c non concesso che questa sia la radice di
tutte) altre esigenze supreme : come quella che la vita sia poesia,
e che la vita sia filosofia; le quah, se il Levi ci riflette bene,
s’avvedrà che non sono meno supreme, anche per la sua posizione, in cui
l’azione è fondamentalmente un ^ atteggiamento dell’uomo di fronte
all’universo : poiché; quest’atteggiamento o è un pensiero, o l’imphca; e
questo pensiero, dovendo essere una filosofia, non può non essere
anche una poesia. In realtà, quel che cerca il Levi nel poeta, non è
la ! soddisfazione di una esigenza etica, bensì una
metafisica, I una rivelazione della ragione dell’esser nostro o del
regno soprannaturale dei fini: e con l’occhio a questa
mèta. Gentile, Manzoni e L.] pur accennando qua e là all’ identità del
valore poetico e del valore del contenuto filosofico della poesia,
egli non si propone nemmeno, in nessun punto del suo libro, il
problema dei rapporti tra arte e filosofia, e non mira quasi mai al
giudizio estetico dell’arte L.ana; ma si restringe a tracciare la linea
di svolgimento del pensiero che c’ è dentro, e che egli crede abbia
assunto la sua forma finale in una specie di individualismo
romantico corrispondente alle tendenze dello stesso Levi. Dirò
bensì che la distinzione tra arte e filosofia accenna a svanire nel
pensiero dell’autore appunto pel concetto meramente estetico, più che
etico, di questa filosofia romantica a cui egli aderisce: quantunque pur
in questo concetto la differenza permanga e obblighi il Levi a far
violenza, qua e là, al pensiero del L. per dargli queUa sistematicità,
che è necessaria anche a una filosofia individualistica. Il
risultato degli studi del Levi, in breve, è questo. Nel pensiero
del L. si devono distinguere due periodi; uno come di distruzione e
dissoluzione dell’uomo, l’altro di affermazione e ricostruzione dell’uomo
stesso; il quale allora si contrappone aUa natura pessimistici^- !
mente e agnosticamente concepita in cui termina il primo periodo, e si
aderge in tutta la sua grandezza, che è la j sua stessa infeUcità, o
piuttosto la coscienza della sua p infelicità. 11 primo periodo
terminerebbe verso la fine | del 1823, e sarebbe rappresentato,
sostanzialmente, dallo 1 Zibaldone', il secondo comincerebbe, presso a
poco, nel J gennaio 1824, quando il L. pose mano alle Operette morali', a
proposito delle quali il Levi scrive giusta- # mente ; « Fa onore al buon
gusto e al senso critico del 1 L. l’aver lasciato da parte tutto quello
ch’egU l sentiva estremamente ipotetico nelle sue teorie inrorno jS
alla storia dell’ incivilimento e agli intenti dcUa natura, ?. e l’aver
esposto definitivamente per il pubblico solo il nocciolo essenziale dei suoi
pensieri intorno alla virtù e alla felicità umana. Insomma, anche pel
Levi, lo Zibaldone è il periodo jelle indagini e dei tentativi (de’ suoi
sette volumi i primi sei giungono al 23 aprile 1824): il periodo, in
cui il L. cerca tuttavia se stesso, e ancora non si ritrova qual era
nella sua giovinezza e all’ inizio del suo speculare: «pieno d’ardore per
la virtù, e assetato di felicità, di bellezza e di grandezza ». La
riflessione, in questo periodo, che comincia intorno al ’20, si
stringe addosso a quest’ ideali, che erano la vita dello spirito L.ano;
e non riesce a giustificarli, anzi h corrode e distrugge. Che cosa è il
bello ? e il bene ? e il vero ? e il talento ? Movendo dal sensismo, che
negava lo spirito e non vedeva altro che la natura, tutti i valori dello
spirito si dileguano facilmente dagli occhi del giovane pensatore, poiché
perdono tutti la loro assolutezza, la loro apriorità. Ma da ultimo la
vita stessa, che prende in lui il dolore di questo dileguo di tutti gl’
ideah, si desta nell'esser suo di coscienza, e prorompe in una espressione
ingenua della verità disconosciuta: espressione, che ferma giustamente
l’attenzione del Levi; e giustamente gli fa segnare questo momento come
principio d’un nuovo periodo dello svolgimento del L., ma comincia ad
essere interpretata alla stregua del difettoso concetto che egli ha
delle attinenze della poesia con la filosofia, e a far deviare quindi
tutta la sua interpretazione del secondo periodo. 11 L., il
27 novembre 1823, scriveva nel suo Diario : « Bisogna accuratamente
distinguere la forza dciranima dalla forza del corpo. L’amor proprio
risiede neH’animo. L’uomo è tanto più infelice generalmente quanto
è più forte e viva in lui quella parte che si chiama Storia,
anima. Che la parte detta corporale sia più forte, ciò per se medesimo
non fa ch’egli sia più infelice, né accresce il suo amor proprio. Nel totale e
sotto il più dei rispetti [l’infelicità e l’amor proprio] sono in
ragione inversa della forza propriamente corporale.... La vita è il
sentimento dell’esistenza. La materia (cioè quella parte delle cose e
dell’uomo che noi più pecuharmente chiamiamo materia) non vive, e il
materiale non può esser vivo e non ha che far colla vita, ma
solamente coll’esistenza, la quale, considerata senza vita, non è
capace di amor proprio, né d’ infelicità. Quello che in questo luogo il L.
chiama sentimento vitale, o vita», avverte esattamente il T.evi, «
è manifestamente la coscienza ». Ma continua : Di qui innanzi egli
negherà ancora in astratto la nozione metafisica dello spirito (al che egli
ha avuto cura di tenersi aperta la strada colle
circonlocuzioni quella parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale ’
e ' quella parte delle cose e dell’uomo che noi più peculiarmente
chiamiamo materia'). A questo lo movevano il suo bisogno di concretezza,
e l’avversione a tutto 1 accattato e il falso ch’ei sentiva negli
entusiasmi spiritualistici dei romantici. Ma, praticamente, rispetto a sé
e rispetto all’uomo in generale, egli ha fermato con sufficiente
sicurezza la nozione di ciò che in esso è di natura spirituale e della sua
dignità». Ora qui è il piincipio del maggiore equivoco, in cui si dibatte
poi il Levi in tutta la sua interpretazione del L.. Nel luogo citato del
Diario c’ è la coscienza della vita, ma non c è la coscienza (il
concetto) di questa coscienza; il L. sente la propria grandezza come uomo sugh
animaU e sugli esseri inferiori, e la propria grandezza come L.
sugli uomini comuni, come potenza di essere infehce. ma non pone
mente che egli è grande, non perché infelice, ma perché conscio della sua
infelicità ; cioè non vede 1 esser cuo nella coscienza che si eleva al di
sopra del dolore, e lo impietra, nell’arte; e però non si può a niun
patto asserire che possegga la nozione della propria natura spirituale e
della propria dignità di contro alla natura. Infatti il possederla
praticamente (e soltanto praticamente) come vuole il Levi, che significa
se non che non la possiede come nozione, bensì con quella immediatezza
onde 10 spirito ha, qualunque sistema si professi, coscienza
di sé ? Che se egli ne raggiungesse la nozione, il suo pessimismo, che è il
contenuto della sua poesia (attualità reale del suo spirito), sarebbe
superato; poiché sarebbe risoluto nella poesia diventata essa stessa
contenuto od oggetto dello spirito consapevole della propria
vittoria sulla natura, come opposizione e limite dello spirito, e
quindi sorgente dell’ infelicità. Il pessimismo è assolutamente
inconciliabile col concetto del valore dello spirito; e questa è la vera e
profonda ripugnanza che prova il L., pur quando intravvede nella vivacità
stessa della sua spiritualità l’essenza propria del reale, che è
sentimento, com’egli s’esprime, dell'esistenza ad affermare quella realtà
che non ha posto nella visione pessimistica del mondo in cui si
chiude e fissa l’anima sua; e però ricorre a quelle circonlocuzioni «
quella parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale » ecc. ; circonlocuzioni,
che sono la patente documentazione del fatto, che il L. non si solleva al
concetto dell’essenza dello spirito. Che se questo concetto si fosse
rivelato comunque alla sua mente, con tutta la sua « avversione
all’accattato e al falso che ei sentiva negli entusiasmi spiritualistici
dei romantici », con tutto « il suo bisogno di concretezza », come
avrebbe potuto egh chiudere gli occhi alla luce, e non vedere che
11 sentimento dell’esistenza, non essendo materia..., non è
materia, e che la presunta concretezza della materia come tale non è
altro che un’astrazione, dal momento che essa non ci può esser nota
altrimenti che pel sentimento che ne ha il vivente? Orbene questa
contraddizione intrinseca tra il sentimento, non elevato a concetto, dell’umana
grandezza, e il concetto (contenuto della poesia L.ana) della
nullità dell’uomo di fronte alla natura e quindi della fatalità assoluta del
dolore, questa è la grande situazione poetica di L. rappresentata così
splendidamente dal De Sanctis nel saggio su Schopenhauer: L. produce l’effetto contrario a quello che
si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede
alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la
virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi
lasciarlo, che non ti senta migliore; e non puoi accostartegli, che non
cerchi innanzi di raccoglierti e purilìcarti, perché non abbi ad arrossire al
suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e mentre non crede
possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno
un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così basso
concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura la onora e la
nobilita ». Appunto, questo flagrante contrasto tra il suo concetto
e la sua anima è la forma e il valore speciale della sua poesia: ma non
perviene mai a distinta coscienza degli opposti motivi che vi concorrono
senza scoppiare dentro il contenuto (astrattamente considerato come
filosofia) in manifesta contraddizione logica, come avviene nella
Ginestra: con quanto vantaggio della poesia non so. Certo, la forma L.ana
si regge sull’equilibrio di questi opposti motivi, che sono la
personalità del poeta e il suo mondo pessimistico: equilibrio che si
mantiene perfettamente, per esempio nell’ Ultimo canto di Saffo,
Saggi critici, à nel canto A Silvia, nel Canto notturno e, in modo
tipico, nei versi All' infinito, dove la personalità si dimentica
nel suo mondo, lo pervade e ne è la forma poetica : laddove, appena vi si
contrapponga, come parte di contenuto (che qui coscienza che il poeta ha
di se medesimo) accanto all'altra parte affatto ahena, tende necessariamente a
spezzare l’unità del fantasma, che è la logica del pensiero
poetico. Di tale contrasto il Levi, poeteggiando anche lui per
interpretare il L., non vedo abbia chiara coscienza; e però scambia la
forma col contenuto dell’arte L.ana, e vede una filosofìa (quella con cui piace
a lui d’interpretare l'anima umana) dov’ è soltanto l’anima, e cioè
la poesia del L.. Tralascio i bei capitoli, che il Levi consacra
alla storia della concezione storica del pessimismo, quale si disegna
già nella critica dello Stato e della civiltà, della scienza e della
filosofia e nella teoria delle illusioni attraverso 10 stesso
Zibaldone per trovare in fine la sua espressione nei primi canti; Nelle
nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone. Bruto minore.
Ultimo canto di Saffo, Alla primavera e Inno ai Patriarchi. ’E vengo al
secondo periodo. 11 Levi studia gl’ indizi della coscienza che il L.
comincia ad acquistare della propria grandezza dopo la dimora che fa in
Roma: coscienza culminante da ultimo, in questa nota del Diario: «Ninna cosa
maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto,
che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente
sentire la sua piccolezza.... E veramente quanto gli esseri più son
grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri è l’uomo, tanto sono
più capaci della conoscenza, e del sentimento della propria
piccolezza » ». Quindi s’inizia il secondo periodo, il cui Zibald.] pensiero
il Levi vede maturarsi tutto nelle prose {Storia del genere umano, Dialogo
della Natura e di un'Anima, Dialogo della Natura e di un Islandese,
Frammento apocrifo di Stratone) e nelle note sincrone dello Zibaldone. In
questo secondo periodo dall’uomo L. ritrae la causa del dolore
universale nella natura; alla concezione storica del pessimismo sottentra
quella cosmica; ma di fronte alla natura inesorabile artefice del nostro
doloroso destino e imperscrutabile prosecutricc di fini divergenti dai fini
dell’uomo s’accampa questo con la coscienza del proprio valore:
dell’uomo, secondo intende il Levi, in quanto individuo, e pur creatore
del suo valore nel virile disdegno d’ogni illusione, nella magnanima
sfida al Potere ascoso: nell’affermazione, insomma, di sé come coscienza del
dolore. Onde il L. acquista una serenità, una sicurezza ignota a
quell’angoscioso piegarsi e stridere dell’anima sotto il dolore, che è
l’atteggiamento del primo jieriodo. Questo mi pare, se ho bene inteso il
cenno più che esposizione del Levi, il suo modo d’intendere questa forma
suprema dello spirito L.ano. Ma contro questa interpretazione vedo
due princijiali difficoltà, la prima delle quali confesso di proporre
con qualche esitazione, perché non sono sicuro di cogliere
interamente il pensiero del Levi. Ed è che non vedo i documenti dell’
interpretazione del Levi per ciò che riguarda l’individualità dell’uomo,
che in questo secondo periodo starebbe di contro alla natura.
Nell’allegoria dell’Amore, alla fine della Storia del genere umano, la
designazione dei « cuori più teneri e più gentiU, delle persone più generose e
magnanime », che vengono a provare « piuttosto verità che rassomiglianza
di beatitudine », comprende bensì il L., anzi rappresenta soltanto
il L.: ma non come individuo che crea se stesso, col suo valore. Non è
coscienza del dovere dell’ individuo. che può nello spirito
vincere l’avversa natura e toccare (juindi la beatitudine da questa
contesagli ; ma è l’im- niediata condizione spirituale del Poeta, la cui
serenità estetica si diffonde per tutta la Storia e ne placa il
dolore. 11 ragionamento dimostra la vanità delle illusioni, e di
ogni desiderio della felicità ignota e aliena alla natura dell’universo,
e l’amarezza dei frutti del sapere; ma della beatitudine che spira
intorno al nume, figliuolo di Venere celeste, non v’ è giustificazione,
né quindi concetto. « Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano,
invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate
dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo
effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato
dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi. Qui dunque c’ è
l’anima che non s’arrende alla verità; ma non la verità, come
concetto dell’anima. E l’anima è appunto quella dolce serenità che si
diffonde per tutta la prosa: ossia la forma, la poe.sia, non il
contenuto, la filosofia, del pensiero L.ano. Altrettanto, mulatis
mutandis, ' mi pare sia da osservare di quella individualità che il Levi vede
nelle varie prose al di sopra del pessimismo cosmico, fino a
Tristano che non si sottomette alla sua infelicità, né piega il
capo al destino, né viene seco a patti, come fanno gli altri
uomini. L'affermazione di Tristano è piuttosto negazione: E ardisco
desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e
con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata
al mondo se non da pochissimi. In altri tempi ho invidiato....
quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi
sarei cambiato con alcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né
savi.... Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. In secondo
luogo, di questo disdegnoso gusto, o come altrimenti si manifesti la
vittoria dell'uomo sulla natura, perché e come potrà farsi una
caratteristica del secondo periodo se nel primo periodo resta, per
esempio, il Bruto minore col « prode » di cedere inesperto, che
guerreggia teco Guerra mortale, eterna, o fato indegno;
e resta 1 ’ Ultimo canto di Saffo, in cui l’uomo si erge magnanimo
contro i numi e l’empia sorte, e, conscio della propria grandezza al di
sopra del « velo indegno », emenda il crudo fallo del cieco dispensator
dei casi ? Però credo che nell’esame dei canti del secondo periodo,
cui è consacrato l’ultimo capitolo dell’acuto e suggestivo studio del
Levi, la poesia L.ana sia più d’una volta tormentata affinché risponda
docilmente ai preconcetti filosofici costruttivi dell'autore. Nel
Risorgimento sarebbe celebrata « con gioconda sicurezza la superiorità della
vita affettiva sulla conoscenza e su tutto, e la forza invitta con cui
l’io profondo si afferma, non ostante la contraddizione di tutto
l’universo ». Ma, se il L. canta: Proprii mi diede i
palpiti Natura, e i dolci inganni; Sopire in me gli
affanni L’ingenita virtù. Non l’annullàr, non vinsela
Il fato e la sventura; Non con la vista impura L'infausta
verità. Pur sento in me rivivere Gl’ inganni aperti e noti; E
de’ suoi proprii moti Si maraviglia il sen. la chiave, l’intonazione
della poesia è in questo mera- vigharsi dell’animo di fronte al
risorgimento dell’ ingenita virtù: a questo miraeoi novo, che, appunto
perché tale. j^on è menomamente sicura coscienza della
superiorità della vita affettiva sulla conoscenza. Data la
sicurezza, perché meravigliarsi ? E se togliete questa meraviglia,
questo stupore innanzi al subito rianimarsi del mondo al risorgere del
vecchio cuore, la poesia è svanita. Un altro esempio significativo.
Nei versi .4 se stesso, secondo il Levi, « ancora una volta si sfoga
riaffermando, disperatamente, ma pure ancora superbissimamente,
l’assoluta solitudine della sua grandezza » ; e cita i versi; Non vai cosa
nessuna I moti tuoi, né di .so.spiri è degna La terra. Amaro e
noia La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. Ma
dov’ è qui la solitudine della grandezza, se il L. vi nega ogni finalità ai
moti stessi del cuore, se cioè non crede che il cuore possa aspirare a
nulla, e tutti i versi sono uno schiacciamento del cuore stanco
sotto r immane fatalità ? Infine : « La Ginestra », dice il
Levi, « è da taluni, non senza un po’ di retorica, esaltata per il suo
contenuto morale; da altri è trovata troppo arida e raziocinativa. A me sembra
una cosa grande, anche per quella maschia e dantesca sprezzatura, onde il
poeta non rifugge, per rispetto all’ intento morale, dall’ interrompere
la sua melodiosa poesia colle pagine ossute di ragionamenti in
versi. Certo le parti più belle sono le meditazioni intorno all’
immensità dell’universo e alla piccolezza dell’uomo, eppoi la
straordinaria descrizione delle eruzioni vesuviane. La bellezza di questa nasce
da cosa molto più alta che non sia l’eccellenza espressiva : e questa è
l’intensità tragica del pensiero universale simboleggiato, e la potenza
di una personalità, che si colloca di fronte alla natura, e ne abbraccia
e comprende la terribile grandezza senza lasciarsene opprimere ». Ma io direi
che la Ginestra non può esser cosa grande per la cosiddetta sprezzatura
dantesca d’interrompere la poesia con pagine di ragionamenti. Se vi sono
ragionamenti che interrompono davvero la poesia, il L., mi pare, sarebbe
stato più grande non interrompendo la sua poesia; dato che la grandezza
della poesia non possa essere altro die il carattere eccellente di una
poesia, tanto più poetica, di certo, quanto più ò fusa e una, e
tutta poetica. Vero è che soltanto la retorica può persuadere ad esaltare la
Ginestra per il suo contenuto morale; poiché questa parte appunto (oltre
che la polemica contro la filosofia e contro Mamiani ROVERE (si veda)) è
quella in cui è compromesso l’equilibrio lirico della poesia; ma mi
pare anche un errore staccare la bellezza delle meditazioni sul contrasto
tra la grandezza sterminata dell’universo e la piccolezza deU’uomo, o
ciucila della descrizione dell’eruzione, dall’organismo, dalla vita
di tutta la ])oesia, dove é la vera e sola bellezza, da cui le
altre particolari sono irradiate: e che è, credo, la bellezza della ginestra,
del fior gentile, immagine del L., che, mentre tutto intorno una mina
involve, al cielo Di dolcis.simo odor manda un
profumo. Che il deserto consola: l'espressione più
delicata della divina poesia leojìardiana. E dove il Levi afferma con
intenzione, che la bellezza non so se della descrizione delle eruzioni
vesuviane o se di tutta la Ginestra, « nasce da cosa molto più alta
che non sia l’eccellenza espressiva » alludendo a una dottrina
estetica, che dice altrove di non poter accettare, noterò che egli mostra
di non aver forse compreso che s’intende in questa dottrina per
espressione : perché l’intensità tragica che egli vi contrappone non è
niente di diverso dalla espressione, se di questa intensità tragica intende
parlare in quanto la vede nella Ginestra] poiché l’espressione va
cercata nell’atteggiamento individuale che lo spirito assume di fronte a
una certa materia, e questa, quindi, in lui. Ma c’ è poi
quella personalità, che si colloca di fronte alla natura senza lasciarsene
opprimere? Qui sarebbe il proprio della interpretazione del Levi. Né
supplicazioni codarde, né forsennato orgoglio. Ma la ginestra non
supplica semplicemente perché, più saggia dell’uomo, non crede sue stirpi
immortali, e sa pertanto che supph- cherebbe indarno al futuro
oppressore. Non c’ è, dunque, né pur qui, l’individuo che si contrappone
alla crudel possanza, ma la serenità pacata della coscienza della
sua inesorabihtà ; insensibiUtà di saggio antico, più che affermazione
romantica dell’umana personalità. In conchiusione, anche al nuovo
schema filosofico la poesia L.ana si sottrae e repugna, per
richiudersi sempre ostinata nella naturai veste del suo pathos
lirico. ^l//o scritto precedente il prof. Levi rispose con
alcune osservazioni ingegnose ^ a cui fu replicato con la seguente
lettera: Egregio Professore, Mi par difficile discutere delle
interpretazioni particolari di questa o quella poesia o altro documento
del pensiero L.ano senza rimettere in discussione il concetto
generale e quindi i canoni critici del Suo lavoro. Perché le mie
osservazioni singole non miravano a confutare singole opinioni e determinati
giudizi, né a mostrare piccole infedeltà ed inesattezze, sì bene a far vedere
in atto r illegittimità del criterio fondamentale con cui aveva Ella
ricostruito la sostanza dello spirito leo- [Si possono leggere nella
Critica,] pardiano. Così, nella risjiosta che Ella dà a talune delle mie
critiche particolari, mi pare si sia lasciato sfuggire r intento generale
e il significato complessivo del mio articolo. Per esempio, perché, pur
consentendo che nel luogo citato dello Zibaldone con vita o
sentimento dell’esistenza H L. intenda la coscienza, 10
negavo che si dimostrasse la coscienza, ossia il concetto, della
coscienza ? Perché questo concetto, in quanto tale, in quanto parte di
una generale intuizione del mondo, era ciò di cui Ella aveva bisogno per
cominciare a vedere nel L. la filosofia individualistica, in cui Ella
intende riporre l’essenza della più alta poesia L.ana. Con ciò io non
dovevo attribuire al L. soltanto 11 possesso immediato della
coscienza (com’Ella mi fa dire), che sarebbe stato invero troppo poco: ma
solo un senso vago o, se vuole, una nozione imperfetta, o magari un
concetto, che però non era un vero concetto, della coscienza. Il Leoparch
insomma vede lì la coscienza, ma non la pensa; sicché per lui pensatore
questa coscienza è come se non fosse ; e non può dirsi perciò, che «
praticamente, rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli ha
fermato con sufficiente sicurezza la nozione di ciò che in esso è di
natura spirituale e della sua dignità ». Il senso della spiritualità e
della dignità spirituale di sé e dell’uomo in generale sì; e questo
appunto io dicevo essere non il contenuto (la filosofia, il concetto)
della poesia L.ana, ma la forma (la poesia, la lirica,
l’espressione della personalità del poeta, superiore alla sua
filosofia). Così, sarà verissimo che il L. si creda infelice
perché grande, piuttosto che grande jierché infelice. Ma questo non ha
che vedere con la mia osservazione che, se egli avesse avuto il concetto
della coscienza, avrebbe veduto la propria grandezza in un grado
spirituale che è al di sopra del dolore e della infelicità. La coscienza
per lui era la stessa sensibilità, non la coscienza vera e propria, il
superamento della sensibilità, la filosofia del dolore, che, come
filosofia e quindi oggettivazione e visione sub specie aeterni del dolore
stesso, non può non liberare da esso il soggetto. Nel Dialogo della
Natura e di un Anima il L., phi che far dipendere l’infelicità dalla
grandezza, identifica l’una con l’altra. L’Anima domanda Ma, dimmi,
eccellenza e infehcità straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? o
quando sieno due cose, non le potresti tu scompagnare l’una
dall’altra?» e la Natura risponde; Nelle anime degli uomini, e
proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animah, si può dire che
l’una e l’altra cosa sieno quasi il medesimo : perché l’eccellenza delle
anime importa maggiore intensione della loro vita; la qual cosa importa
maggior sentimento dell’ infelicità propria ; che è come se io dicessi
maggiore infelicità ». Dove è chiaro che la infelicità maggiore è
maggiore sensibilità, cioè eccellenza, grandezza spirituale: perché
l’infelicità è tale in quanto è sentimento di essa, cioè quella vita,
nella cui intensione consiste l’eccellenza dell’animale. E però L.
deve ad ogni modo commisurare la propria grandezza con la propria
infelicità ; ciò che egli non avrebbe fatto, se avesse fermato con
sicurezza, sia pure praticamente, la nozione della vera realtà
spirituale, che in lui spontaneamente s’afferma quando, come per esempio
nella sua lettera del 15 febbraio 1828, tra i « maggiori frutti » che si
proponeva e sperava da’ suoi versi annoverava «il piacere che si jirova
in gustare e apprezzare i propri! lavori, e contemplare da sé, compiacendosene,
le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra
soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo ; sia essa o non
sia conosciuta per tale da altrui. Dove c’ è quel dolore impietrato, di cui io
parlavo come dell’unica forma possibile del dolore in quanto
contenuto della coscienza « ; ma di questa coscienza, e quindi di
quella vita del dolore che non è più dolore nella vita dello spirito il L.
non ha coscienza. E però il contrasto interiore che io vedo nella
poesia del L. è identico a quello che ci vedeva il De Sanctis,
anche se, nel passo citato da me, rappresentato da un solo aspetto; il
contrasto tra la ricchezza spirituale della personalità del poeta e la
povertà, per non dire negazione, di ogni sostanzialità spirituale, propria del
contenuto della sua poesia. Del Dialogo di Tristano e di un amico
non è esatto che il primo periodo citato da me sia; E ardisco desiderare
la morte ecc. ». Le parole precedenti erano state pur da me riferite
immediatamente prima fino a Tristano che non si sottomette alla sua
infelicità, né piega il capo al destino, né viene seco a patti, come
fanno gli altri uomini » Ma queste parole non potevano impedirmi di
vedere in quel che segue, e in cui confluisce il pensiero di quelle
stesse parole, e però in tutto il Dialogo, una negazione piuttosto che
un’affermazione: e negazione non soltanto, come Ella dice, della propria
persona empirica; perché la morte, pel L., non distrugge soltanto la persona
empirica, ma tutto l’essere dell’ mdividuo. Mi piace ricordare la
felice osservazione di Sanctis {Studio sul L.). L. ha la forza di
sottoporrei il suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e generalizzarlo,
e fabbricarvi su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva anche la
forza di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e melodie, e
fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino il .suicidio, e
appunto perché può trasferirlo nella sua anima di artista e immaginare]
Bruto e Saffo, non c’ è pericolo che voglia imitarU. Anzi, se ci sono
stati momenti di felicità, sono stati appunto questi. Chi più felice del
poeta o del filosofo nell'atto del lavoro ? — L’anima, attirata nella
contemplazione, esaltata dalla ispirazione, ride negli occhi, illumina la
faccia. Quanto alla differenza di disposizione spirituale tra ;j
pruto minore, per esempio, e il Dialogo tra Plotino e Porfirio o VAmore e
morte, dove si anela alla morte, ma la si attende serenamente, deposto
ogni disperato pensiero di suicidio, non occorre negarla per non vedere
né anche nei componimenti più tardi quella coscienza jel valore della
propria individualità, che Ella ci vede. ^'el detto Dialogo non si cela,
almeno io non riesco a scorgere, « quella robusta fede nella grandezza
umana, riconosciuta possibile sempre, perché bastevole a se stessa
». Se l’essere dell’uomo è la sua vita, quivi si dice che «la vita è cosa
di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser
molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. E, se non m’inganno,
la nota fondamentale del dialogo è nelle ragioni della tollerabilità
della vita, per misera che sia: le quali ragioni sono bensì la critica
del pessimismo materialistico del L., ma restano nella forma di
sentimento, bastevole a conferire al dialogo quell’ intonazione
affettuosa che gli è propria, e sono veramente l’opposto di quella
affermazione dell’ individualità dello spirito, di cui si va in cerca : «
Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti,
degl’intrinsechi, dei compagni; 0 non essere atto a sentire di sì fatta
cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far ninna
stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di
non curante d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero,
colui che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli
altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire,
dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto
che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il
più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo,
che si trovi al mondo. Se prendessimo atto di questa critica del suicidio
— che. risolvendosi in una serie di asserzioni, vale certo come
effusione di stati immediati deU’animo, ma non come filosofìa che
filosofia diverrebbe questa del Poeta che ha ragionato sempresul presupposto
che la vita dell’uomo sia racchiusa nella sua sensibilità, e che tutto il
mondo all’uomo non si rappresenti se non nella breve sfera del
piacere e del dolore suo individuale ? Ma, d’altra parte, senza questa
contraddizione interna tra la filosofia dominante nel dialogo e il senso
affettuoso onde il poeta è avvinto ai suoi prossimi e a tutto il genere
umano (cfr. la Ginestra) e che pervade tutta la conversazione
intima di Plotino con Porfirio, dove se n’andrebbe la poesia del
commovente dialogo ? Nell’ intendere come ho inteso il Risorgimento
posso sbagliarmi; e la sicurezza con cui Ella crede si debba
intendere altrimenti, mi fa dubitare forte del mio giudizio. Ma la ragione che
mi oppone non mi riesce molto persuasiva; c’è, di sicuro, nella poesia
una risposta alle domande: «Chi dalla grave, immemore Quiete or mi
ridesta ? Che virtù nova è questa ? Chi mi ridona il piangere Dopo
cotanto oblio ? » ecc. ; Da te, mio cor, quest’ultimo Spirto
e l’ardor natio. Ogni conforto mio Solo da te mi vien;
ed è vero che nella quartina precedente l’accento maggiore è nel terzo
verso. Ma è anche vero che questa risposta è la soluzione del problema, in cui
consiste la poesia : l’inaspettato, il miracoloso risorgimento del
vecchio cuore. E quindi il sentimento che regge tutta la poesia mi pare
la meraviglia. Ragione, invece. Ella ha certamente nel correggere il
significato da me attribuito In un periodo ora non più ristampato dello scritto
precedente. agli ultimi versi del canto A se siesso; ma pur dopo la
correzione, il significato del canto non è punto favorevole alla tesi
dell’affermazione della propria grandezza, gi a quella del grido della
disperazione, comune a quasi tutta la poesia L.ana. E nella Ginestra
chi negherà il motivo da Lei richia- luato, della personahtà del Poeta
che non si lascia opprimere dalla crudel possanza della natura ? Ma
bisogna vedere quanto questo motivo sia attenuato qui dall’umile
coscienza delle proprie sorti («che con franca hngua. Confessa il mal che ci fu
dato in sorte, E il basso stato e frale...; ma non eretto Con forsennato
orgoglio inver le stelle. Né sul deserto.... » ecc.), e quasi rammoUito
e sciolto nell’amore con cui l’animo abbraccia tutti gli uomini fra
sé confederati, e nella poesia consolatrice che, commiserando i danni
altrui, manda al cielo, come la ginestra, un profumo di dolcissimo amore,
che consola il deserto. Anche la ginestra, che piegherà il suo capo
innocente sotto il fascio mortai, insino allora non piegherà indarno
codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma ciò non toglie nulla
alla gentilezza del fiore di tristi lochi e dal mondo abbandonati
amante, né alla solenne rassegnata pacatezza del vero sapiente
cantata da L. Certamente, tutte queste cose meriterebbero di essere
chiarite con un’anahsi più accurata degli scritti L.ani; e io voglio sperare
che questa discussione possa invogliar Lei, che ha studiato tutte le cose
del nostro grande Poeta con tanto acume e con tanto amore, a non
staccarsene senza prima avervi gittate su la luce di nuove ricerche. Maestro
di vita L.? Bertacchi > si è proposto appunto di « raccogliere dagli
scritti di Giacomo L. e di comporre in multiforme unità gli
elementi dell’opera sua nei quali parlino più alto le feconde ragioni
della vita»: «quanto di sereno o di mcn ; triste ricorre neUe pagine del
Nostro; quanto di attivo e di energico, pur nello stesso dolore, risulta
dal senti- j mento, e dal pensiero di lui.... allo scopo di
integrar, ^ se pos’sibUe, la figura del grande Scrittore ». Per dire la
' cosa più semplicemente e chiaramente, egli intende illu- | j
strare tutti gli elementi ottimistici propri della poesia .‘1 L.ana.
1; Elementi che non mancano certamente nella detta 'i poesia; e
costituiscono la singolare caratteristica del suo j pessimismo, come già
osservava sessant’anm fa il De San- ' ctis nel suo dialogo sullo
Schopenhauer (dopo che allo stesso concetto aveva accennato un ventennio
prima Alessandro Poerio, in una sua lirica rimasta inedita);, e
conferiscono infatti agli scritti di questo dolente e de- I solato
pessimista un’alta virtù educativa e consolatrice. E molti studi diligentissimi
furono fatti in questo senso i da Negri, nelle sue Divagazioni, che pare
siano t rimaste ignote al Bertacchi. Ma c’è ottimismo e ottimismo; e la
ricerca del Bertacchi mi pare avviata m una J direzione, che potrà
condurre a falsificare interamente il, carattere dello spirito L.ano,
attribuendogli un ot- l timismo edonistico od estetico, che solo un
lettore di-A proposito del libro di Bertacchi, Un rft vita-. Sag^o L.ano,
Il poeta e la natura, Bologna, /a nichelli, igi?- stratto e
superficiale può vedere in alcuni aspetti della sua sublime poesia.
Giacché l’ottimismo del L. è la fede e l’esaltazione della virtù, della
grandezza e della lenza dello spirito, di quelle necessarie illusioni,
come egli le chiama, a cui non trova posto nel mondo, guardato come cieco
crudele meccanismo naturale; ma che non perciò egli abbandona, anzi
afferma sempre più vigorosamente: di guisa che il suo mondo triste e
doloroso viene da ultimo purificato e rasserenato in questa intuizione
schiettamente spiritualistica. La quale, d’altra parte, non a\Tebbe il
suo proprio particolar significato, disgiunta dalla negazione
pessimistica della vita dei piaceri e delle gioie naturah, che ne è come la
base o il contenuto. In questa contraddizione intima tra la natura
cattiva e lo spirito buono che in sé accoglie la visione di cotesta
natura, consiste proprio la radice, da cui trae alimento tutta la poesia
del L.; per intender la quale non bisogna lasciarsi sfuggire né l’uno né
l’altro dei due elementi contradittorii. 11 Bertacchi invece
crede di poter quasi cogliere in fallo il Poeta ogni volta che il vivo
senso delle bellezze naturali (poiché in questa prima parte egli studia
il Poeta in rapporto con la natura) fa lampeggiare dentro ai suoi canti
una sensazione di letizia; per modo che, contro r intenzione del Poeta,
la sua poesia tratto tratto scoprirebbe nella stessa realtà naturale
ravvivata dall’anima dello stesso Poeta le ragioni della vita; ossia una
fonte di dolcezza, a cui il Poeta inconsapevole pur seppe attingere.
Poiché, per lui, « vita è sentire e far sentire il bello e il sereno di
natura; vita ravvisare e creare le fide corrispondenze con essa », e poi
« l’uscirle incontro così, con gli occhi luminosi di gioia o impregnati
di pianto, narrarle le anime nostre, consenta o contrasti essa con noi,
moltiplicarci, nel suo cospetto, di atteggiamenti e di modi, circuirla di
umani argomenti. ] dedurre dal suo stesso sensibile le conchiusioni jiiù
nostre e i significati inattesi » ecc., e il Poeta studiato « ne’
suoi fedeli commerci con la natura esteriore » apparirebbe maestro
di vita «spirito vigile e attivo. ])ronto a fecondarsi d’intorno e a
moltiplicarsi le cose » che sdoppia e ingrandisce e abbellisce con la sua
fantasia. Insomma la vita di cui sarebbe maestro il L. è una vita
di piacere | del piacere procurato dalla intuizione estetica della
natura. Tesi in parte ingenua e oziosa, in parte falsa. Perché se si
volesse dire soltanto che il L. insegna a guardare esteticamente la natura e in
generale a dar vita estetica al mondo sensibile, questo sarebbe
verissimo, ma così del L. come, più o meno, di ogni grande poeta; e
non c’ è nessun bisogno di dimostrare questa tautologia, che un’opera
d’arte, qualunque essa sia, è rappresentazione estetica; e quel che può avere
un interesse e un significato, è dimostrare nel caso particolare in che
modo un artista rappresenti il suo mondo. Ma la tesi di Bertacchi ha in
più la pretesa d’indicare attraverso questo vagheggiamento fantastico
della bella natura una vita diversa da quella apparsa triste al Poeta:
quasi che questi ne avesse avuto innanzi due, una bella e luminosa e 1
altra squaUida e buia, e gli occhi di lui, senza ch’egli se ne
accorgesse, fossero attratti più dalla prima, e la luce di questa
s’effondesse sull’altra. Che è una pretesa affatto erronea; e
giustificabile soltanto col criterio dal Bertacchi candidamente esposto
fin dalla prima pagina del suo libro, come norma fondamentale del suo
metodo critico. Quivi infatti dice essere «comunissima sentenza
che l’opera d’uno scrittore non valga solo per sé, ma anche per il
modo diverso ond’essa, quasi, si adatta a ciascuno di noi », poiché «
spesso dalla parola d’un autore, acco- r stata alle anime
nostre, si svolgono sensi ulteriori che l’autore non previde, ma che le
affinità degli spiriti e le somiglianze dei casi vi sanno naturalmente
ritrovare. Il creatore è creato a sua volta, è rinnovato via via di
significazioni e di uffici ». Sicché L. maestro di vita è il L. dei sensi
ulteriori e non il L. storico; L. creato più che il creatore: creato,
s’intende, in questo caso, dal Bertacchi. 11 quale, una volta sul punto
di creare, non è più legato da nessuno dei vincoli onde ogni critico e
storico è legato alle opere che intende interpretare; e può scegliere tra
gli scritti L.ani quelli soli o di alcuni di essi quelle parti
soltanto, in cui meglio può vedere adombrata l’imma- I gine del maestro
di vita che desidera raffigurare. Così comincerà con lo scartare le
prose ; perché « nella voluta terribile aridità » di queste, « il
pensatore sinistro svolge i suoi tristi argomenti, e noi non abbiamo
agio di aggiungervi nulla del nostro » (nessun senso tiUeriore !) ;
«egh non suscita in noi altro moto che non sia d’attenzione a quella sua logica
amara ». E il Bertacchi vuol dire che lì c’ è il pensiero del L., e non
c’ è la natura nei suoi aspetti suscitatori d’immagini belle: il che non
è poi vero, se si considerano almeno la Storia del genere umano, il
Dialogo della Natura e di un Islandese, La Scommessa di Prometeo e V
Elogio degli Uccelli. Pel Bertacchi le Operette morali sono filosofia e
non poesia. Da scartare poi le poesie in cui il Poeta «trasferisce
nel canto quella materia medesima», malgrado «la maggior seduzione portata
dall’onda del verso, dal periodar musicale, dalle pur rare imagini che
infiorano il discorso qua e là ». E con questi caratteri il Bertacchi non
si perita di designare, oltre 1 ’ Epistola al Pepoli, la Palinodia ed /
miovi credenti, canti come II pensiero dominante. Amore e morte, il
Bassorilievo antico e il Ritratto di bella donna ; definite « Uriche
anch’esse di pensiero e infuse di sentimento » ! Scartate, almeno questa
volta, le poesie in cui il L. parla bensì diretto al nostro cuore
{Sogno, Consalvo, A se stesso, Aspasia), ma cantando se stesso non esce
dall’ambito umano e sdegna ogni elemento esteriore : giacché « chi legge,
anche in tal caso, è legato alla parola del poeta, e solo la
rielabora in sé in quanto essa gli desti nel cuore un moto di passioni
consimili che il cuore abbia provato esso stesso ». Da escludersi infine
i canti civili {AW Italia, Monumento di ALIGHIERI, Ad .-l. Mai, Alla
sorella Paolina, A un vincitore nel pallone) ; sempre per lo stesso motivo, che
« si resta, sebbene con ampiezza maggiore
nell’ordine voluto dal poeta ». Restano le altre poesie, dove il L.
« canta all’aperto » ed effonde il canto dell’anima al cospetto della
natura: «vive con la natura, o almeno, nella natura. E questa natura,
poi, è quasi sempre serena ». Qui il ])oeta Bertacchi, creatore del
creatore, può spaziare a suo agio nel vasto cielo dei sensi
ulteriori. Ecco; 1 paesaggi campestri, le scene umili o grandi in
cui si veniva a comporre l’anima del dolente poeta, sono sempre evocati
nei loro aspetti più belli ; soleggiati sono i suoi giorni; le sue notti sono
stellate e inargentate di luna. La pioggia, che appar malinconica in un
dei giovanili b'ranintenti, e procellosa in un altro, riappare in Vita
solitaria con fresca dolcezza mattutina, attraversata dal sole che entro
vi trema sorgendo». E questa presenza della natura « non è senza effetto
per noi ». Creare qui si può. « Egli, il poeta, potrà bene, contro
ogni serena bellezza, accampar le sue tristi fortune, o le innate
sventure di tutto il genere umano, o l’arcano terribile dell’esistenza;
noi potremmo bene, com’ei vuole, seguirlo nei suoi tristi argomenti,
veder quella bella natura velarsi del dolore di lui, sentir vivo il
contrasto che si agita tra quel poeta e quel mondo: ma, poi, non
possiamo impedire che alcunché di quel bello, di quel sereno che egli
evoca, si apprenda alle anime nostre, e festi in noi quasi a sé, quasi
distinto dai sensi che il poeta vi associa, congiungendosi, anzi, dentro
di noi con quante visioni di giorni dorati e di pure notti profonde vi
si raccolsero negli anni ». Che sarà anche, come si sarà avver-
t^ito, neh’ onda del verso — una poesia bertacchiana, un senso ulteriore,
che L. non ci mise (come ALIGHIERI (vedasi) della novella sacchettiana),
ma non ha più niente che vedere colla poesia del L. E dove pare si
accenni a un giudizio critico, non può essere altro che una vaga e
soggettiva impressione priva d’ogni valore. Così il Bertacchi ci
dirà che nel Sabato del villaggio e nella Quiete dopo la tempesta « il
poeta ha compromesso il filosofo versandoci con troppa pienezza nel
cuore tutta la poesia soave, tutta l’ondata di vita che trabocca dalle
ore descritteci. Che, come giudizio, è un errore, perché tutta quella
poesia traboccante è l’incarnazione deU’ idea stessa del filosofo, che nel
Sabato non si esibisce già nella sentenza finale (« Questo di sette
è il più gradito giorno, Pien di speme e di gioia; Diman tristezza
e noia Recheran l’ore »), ma vive in tutta la rappresentazione
precedente: dove tutta la gioia è la gioia d’una speranza guardata coi
mesti occhi della provata delusione: è la soavità della fanciullezza ma
non quale la sente il fanciullo, bensì come la rimpiange l’uomo già
esperto della vita, in cui ad una ad una si son dileguate le speranze
lusingatrici della prima età. E bisogna non vedere questa pietosa
malinconia, che prorompe da ultimo, ma s’annunzia già dalla malinconica
donzelletta tornante dalla fatica dei campi sul calar del sole,
cioè chiudere gli occhi su tutta la poesia, per parlare d’un
dualismo tra poeta e filosofo, e d’un poeta che prende la mano al
filosofo. O. c., p. IO. Altro esempio, o L'idillio A llu Lufiu e 1
altro La vtla, solitaria..., pur movendo da uno stato di tristezza,
lasciano tanto agio alle malie naturali, da non permettere a queUa di
farsi vero dolore, la mantengono in una sospensione fluttuante, nella quale
diresti che il poeta sia perplesso sul proprio stato » >. Ora, il
breve idiUio Alla \ luna non fluttua punto, ma esprime nettissimamente
il piacere deUa ricordanza sia pur nel noverare l’età del proprio
dolore; il grato «rimembrar delle passate cose, ancor che triste, e che
l’affanno duri». E la Vita solitaria fluttua soltanto agli occhi di chi
non vegga l’umtà e la sintesi che ne è tema (neU’anima, s’intende, del
poeta, e quindi in ogni parte della sua poesia) tra la fresca c
solenne beUezza della natura e il sospirante solingo muto, che non trova
in essa pietà (« E tu pur volgi Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando le
sciagure e gh affanni, alla reina FeUcità servi, o natura »).
Ma in tutto il volumetto non si trova una pagina in cui
propriamente il Bertacchi affisi la poesia del L. invece di vagare nei suoi
cari sensi ulteriori. Dei quali a volte sente come il bisogno di
scusarsi, dicendo per esempio delle Ricordanze che, dopo avere sentito
col poeta, «poi è naturale, è umano che noi, da parte nostra, riviviamo
tutti quei sensi di vita che, sia pure a cagione di rimpianto, quivi il
poeta rievoca; che essi nell’anima nostra, non afflitta da quelle
cagioni, lascino pure qualcosa della originaria dolcezza; è umano che le
stelle dell Orsa e le lucciole del giardino e il canto della rana remota
e j viah odorati e i cipressi e il chiaror delle nevi si aggiungano, come
sorte da noi, alle sensazioni già nostre, ai retaggi deU’essere nostro»».
Umano, troppo umano, certamente. Ma che lavoro sarà questo ? Sarà
poesia sulla poesia ? Dovrebbe essere. Ma la poesia, per dir la verità,
non so vederla nella prosa agghindata, saltellante e retoricamente sonante del
Ber- tacchi. « Ma il dono che L. fece a se stesso ed a noi, godendo
e mettendoci a parte di tante scene serene, non è il significato maggiore della
complessa sua opera, cede, per importanza, alla virtù ivi profusa
di vivere della natura e di comunicare con essa, quali ne siano gli
aspetti, quali ne siano gli effetti ». « Corrispondenza tra la natura e lui,
che era in se stessa, per lui, elemento e ahmento di vita ». « Quelle
mitologie che, sia pure fingendo e trasfigurando, ci definiscono innanzi
la visione delle cose, non le sgombrano forse di quell’aura
d’arcano e di vago che è tanto cara al poeta, conforme all’ inconscio e
aU’ ignoto onde è come infusa ed effusa la fanciullezza dei singoli, la
giovinezza dei popoli ». «Momenti e motivi reali, più che di pura idea,
sono que’ tocchi ed accenni di cui venimmo parlando; son temi di
canto, perché ci son dati da tale che tutto era uso ad avvolgere in aura
di poesia i temi son temi e temi che, comunque, ci attestano come la
stessa malia delle sensazioni infinite fosse cagione per lui a meglio
indugiar sulle cose ed a sorprenderle meglio ne’ loro attimi sacri »
». Né sarà poesia la ritmica prosa, in cui il Bertacchi ama
troppo spesso cullarsi per jiagine e pagine, dove forse i sensi ulteriori
gli soccorrono più lenti alla fantasia. Ecco, per un esempio, la chiusa d’un
capitolo. Come Saffo e Bruto, pur la Ginestra e il Pastor, le grandi
liriche sorelle nate dalle notti d’ Italia, aggiungono alle notti
medesime qualcosa che prima non c’era. Molti di noi certamente, in
qualche grande ora deU’anima, guardando i cieli notturni, sentirono ripioversi
in cuore un’eco di quei canti stellati, e ripensando al poeta
congiunto da quei canti a quei cieli, ridissero a se medesimi. Egli
è passato di là ». Squarci, dunque, di eloquenza, anzi di oratoria
ritmica ; alla quale potranno non mancare gli ammiratori; ma in cui non
direi che sia ricreato i] L.. Proprio il L. ! Meglio, molto meglio
che quest’oratoria si volgesse a qualche altro tema di risonanze
ulteriori: per esempio a un Cavallotti. Prolusione al Corso di letture L.ane
che il Comitato della Dante Alighieri di Macerata istituì nel 1927 presso
quella Università; nella cui Aula Magna questo discorso venne
pronunaiato; quindi pubblicato nella Nuova Antologia. A inaugurare oggi in
Italia un corso perpetuo di letture L.ane c’ è da essere assaliti da un
certo sgomento, per la responsabilità che si assume. E ciò per un
doppio motivo. L’uno, il più ovvio, è che il L. si rajjpresenta generalmente
come un maestro di pessimismo; ed alzare una cattedra a illustrazione
del suo pensiero e della sua poesia può parere perciò tutt’altro
che opportuno in un paese che ha bisogno di reagire a vecchie e radicate
tradizioni d’indifferentismo e scetticismo e di allargare il petto ad energici
sentimenti di fiducia nelle proprie forze e ad alte convinzioni di
fede nella vita che è chiamato a vivere. Oggi sopra tutto, che il
popolo italiano è raccolto nella coscienza di grandi doveri da assolvere
e nel senso della necessità di rifare nella disciplina, nel lavoro, negli
ordinamenti civili, nella educazione della gioventù a maschi propositi e
metodi di vita l’antica fibra del carattere nazionale. E sarebbe
questo il momento di diffondere nei giovani e nel popolo gli
ammaestramenti pessimistici del poeta, la cui poesia non si gusta senza
sentire con lui tutta la miseria di questa vita e l’inanità d’ogni sforzo
che si faccia per medicarla? Motivo grave di esitazione e
titubanza; ma che, lo confesso, non turba tanto l’animo mio quanto
l’altro che vi si aggiunge a far temere un pericolo nella istituzione che
oggi si inaugura. Giacché chi abbia anche una elementare conoscenza della
poesia L.ana, sa bene che il suo pessimismo non ha mai fiaccato, anzi ha
rinvigorito gli animi; e lungi dallo spegnere, ha infiammato nei cuori la fede
nella vita, nella virtù e negl’ ideali che fanno degna e feconda la vita
umana degl individui e dei popoh. Ma il più preoccupante sospetto è che L.,
come già altri poeti e sopra tutto Dante, argomento di letture pel pubbhco,
diventi anche lui materia di quel malfamato genere letterario che troppo
è stato coltivato negh ultimi tempi dagl’ Italiani, e che dicesi
delle «conferenze»; genere che vorremmo avesse fatto il suo tempo, e
potesse ormai relegarsi tra le smesse abitudini dell’anteguerra. Giacché
bisogna che gl’ Italiani si persuadano che, se si vuol far davvero, e
stare tra le grandi Potenze, ed essere un popolo vivo, serio, temibile,
realmente concorrente con gli altri popoli che sono alla testa della
civiltà nel dominio del mondo materiale e morale, bisogna romperla col
passato. Dico col jiassato dell’accademia e della «letteratura», dei
sonetti e delle cicalate, degli eleganti ozi e trattenimenti per dame
e colti signori in cerca di onesti passatempi, più o meno noiosi;
in cui ogni argomento era buono purché leggermente, discretamente,
spiritosamente trattato, o agitato con oratoria adatta a mover gli
affetti e guadagnare gli applausi: ma in cui né dicitore mai, né
ascoltatori debbano sentirsi impegnati, pel solo fatto di parlare o
di ascoltare, a sentire seriamente, schiettamente, con tutta l’anima, e a
pensare, a trarre da quel che si dice o si apiilaudisce, conseguenze che
siano norme di condotta e quasi cambiali che prima o poi scadranno e si
dovranno scontare. La conferenza, si sa, non è un discorso da comizio, in cui
oratore e pubblico, in buona fede, e anche in mala fede, compiono
un’azione e si preparano a compierne altre; e non vuol essere una
predica, che debba edificare un uditorio di fedeli. L’ ideale è che
nessuno vi sbadigh ma neppure vi s interessi tropjio, nessuno vi si
riscaldi; e a trattenimento finito, ognuno Si ge ne
torni a casa con lo stesso animo — vuoto con è venuto alla
conferenza. Ideale vecchio per gl’ Italiani. Sorse e si
sviluppò durante il Rinascimento, quando dall’umanista venne fuori
il letterato, e nacquero, fungaia che si estese rapidamente per tutto il suolo
del bel Paese, tutte quelle accademie dai nomi strani e burleschi che
attestavano es«i stessi la frivolezza dei propositi e la
spensieratezza jegli studiosi perditempo che \’i si riunivano;
accademie, che pullularono in tutte le città e borghi d’ Italia
dalla nietà del Cinquecento in poi, e di cui molte ancora resistono al
sorriso, al sarcasmo e al fastidio degli spiriti nioderni e alla storia,
e vivacchiano oscuramente sul margine dei bilanci dello Stato nelle
provincie e anche nelle maggiori città ricche di tradizioni letterarie, a
danno delie istituzioni più utili e più serie. All’ombra delle accademie
vegetò tutta la vecchia cultura italiana, esanime e priva d’un profondo
contenuto e interesse religioso, morale, filosofico, umano; poesia senza
ispirazione, filosofia alla moda, erudizione per l’erudizione, scienza
per la scienza, nessuna fiassione, né anche nella letteratura
politica, che legasse il pensiero alla persona e la persona al suo
pensiero. Una repubblica delle lettere, in cui l’uomo non era cittadino
della sua patria, né padre della sua famiglia, né credente della sua
religione, ma puro spirito innamorato di astratte forme, senza attinenza
con la pratica della vita e con la realtà degl’ interessi
personali. Cultura intellettualistica, di cervelli magari pieni
zeppi di notizie peregrine e di squisite nozioni e raffinatezze di
arte, ma senz’anima, senza cuore, senza né odi né amori. Cultura estranea
alla vita; che era poi vita senza cultura, cioè senza riflessione e senza
idealità ; la vita degli uomini proni alla frivolità e agl’ interessi
particolari, chiusi ad ogni alto e generoso sentimento e ad ogni idea la
cui attuazione richiedesse fatica e sforzo. Gentile, MaiXrZoni e L..
Chi non conosce queste debolezze dello spirito italiana nei secoli della
decadenza ? Chi non sa che 1’ Italia ^ risorta tra le nazioni quando s’ è
vergognata di quella cultura e di quella letteratura, e con Parini ed
Allieri ha cominciato a sentire che il poeta dev’essere pur uoiuo e
che poesia, come ogni altra forma d’ingegno, vuoi dire pure volontà,
carattere, umanità ? Chi non sa che j)ur dopo la miracolosa risurrezione
di quest’attesa fra le genti, come fu delta 1’ Italia, si sentì che essa
sarebbe stata una creazione effimera ed insignificante senza gl;
Italiani ? Cioè senza Italiani che cominciassero a unire e a fondere
insieme quel che avevan sempre diviso, l’in. teUigenza e la volontà, la
letteratura e la vita, la scienza e gl’ interessi concreti e attuali
deH’uomo, facendola finita jier sempre con l’accademismo e con la rettorica
e con tutta la vecchia sapienza scettica dell’ « altro è il dire e altro
è il fare », per cominciare a prender sul serio tutto, a lavorare
tenacemente, a sentire come proprio r interesse comune, a stringere la
propria sorte a quella della patria, a sentirla perciò questa patria come
intima a sé e tale da meritare che per lei si viva e che per lei si
muoia ? Chi non sa che la vecchia Italia rifatta di fuori si doveva pur
rifare di dentro? Questa almeno l’aspirazione del Risorgimento. Ma
venuto meno lo slancio morale di quell’età eroica, tale aspirazione si
attenuò e fu meno sentita; e nei riposati tempi di pace e di
raccoglimento succeduti al periodo agitato della rivoluzione e della
formazione del Regno, certi vecchi spiriti dell’anima italiana tornarono
a galla; nel rifiorire della cultura (che certamente molto s’avvantaggiò
di quei decennii ultimi del secolo scorso, in cui r Italia parve godersi
le prospere condizioni acquistate con l’unità) risorse con gioia l’antico
gusto idillico c arcadico della letteratura, della cultura intellettualistica
ed elegante; e da Firenze, centro di questa rifioritura letagraria,
fecero epoca le conferenze prima sulla vita italiana e ]50Ì sulla Divina
Commedia. L’esem]no fu imitato jn tutte le principali città, e i
conferenzieri più brillanti f celebrati viaggiavano da una tribuna
all’altra recando j„ giro le loro arguzie, i loro motti ed aneddoti, le
loro pagine patetiche e scintillanti, a gran diletto, si diceva,
del lor^^ pubblico di dilettanti di cultura a buon mercato. Perché a
certe conferenze, con certi nomi, di dire che l’ora é lunga a passare
pochi hanno il coraggio. L. non può esser materia di conferenze. Vi
si ribella la pudica delicatezza della sua anima sensibilissima, che
cerca i luoghi solinghi e i silenzi della notte dove il suo canto possa
spandersi in una religiosa elevazione di tutto il cuore verso l’eterno e
l’infinito; dove il pastore po.ssa interrogare la luna, e l’uomo stare
a fronte della natura, e ragionare tra sé e sé de’ più gelosi
segreti del suo cuore. Vi si ribella la religiosa austerità del suo
spirito tormentato dal mistero del dolore universale. Non amerebbe egli, schivo
com’era e orgoglioso della sua solitaria grandezza, mostrarsi al pubblico
e far suonare la sua voce esile e tremante di commozione in mezzo a
un numeroso uditorio distratto e proclive a mondani pensieri e a cure di
frivola oziosità o di vanità letteraria. No, quanti amano il
Poeta, non tollereranno che anche L. venga alle mani dei pedanti, dei
letterati, dei conferenzieri; e che ei diventi materia e pretesto
di vane esercitazioni onde gli animi si alienino dai problemi che
fanno yiensoso ogni uomo che viva e rifletta sulla sua vita con vigilante
coscienza morale. E io inizio questo corso formulando il voto e, per
cyuanto è da me, fermando il programma, che qui sia sempre vivo e
presente L. poeta, che è il L. degli
uomini, e non L. dei letterati, degli accademici, dei curiosi, dei pettegoli e
dei perditempo. Giacché L. fu anche un erudito ap. passionatissimo ;
anzi, ricorderete, si rovinò la comples. sione e si precluse la via a
ogni godimento della vita per la furia con cui nella età più giovanile si
gettò sugli studi per puro amore di sapere. Per molti anni aspirò,
finché la perduta salute e la vista indebohta non gli ebbero create
difficoltà insormontabili, ad essere un filologo consumato. Delle
questioni letterarie, un tempo delizia degli accademici, fu anche lui
studiosissimo, ancorché ironicamente guardasse dall’alto, per la
coscienza che ebbe del suo più squisito gusto e della sua più
perfetta dottrina, le accademie italiane antiche e recenti. Ma la
sua anima non si chiuse né nella filologia, né nella letteratura. Se ne
servì come di strumenti a vedere e sentire più addentro nel proprio
animo, e di grado in grado elevarsi alla sua forma di poetare. Egli (e la
prova più manifesta è in quel suo diario dello Zibaldone) visse
sempre raccolto e concentrato in se stesso: osservando la vita, studiando
gli uomini, speculando sulla natura e sull’anima umana, indagando i
destini dei mortali e le forme onde l’uomo rifrange nel suo cuore e nel
suo iiensiero la luce di tutte le cose, da cui si vede attorniato. Il
suo pensiero è una continua, commossa meditazione su se stesso, in
forma che ora rimane un filosofema, ora assurge a fantasma, e vibra e rifulge
agli interni occhi trepidanti. L., con diversa temperie
spirituale e cultura diversissima, è dell’età stessa del Manzoni : figlio
di quella nuova Italia che guarda la vita religiosamente, e ne
sente il valore e la serietà; profondamente differente da quella
anteriore aH’Alfieri e al Farmi, quando i poeti italiani cominciarono ad
accorgersi che nella stessa poesia c’è il vuoto se non c’è tutto l’uomo;
l’uomo, che è legaio da intìniti vincoli e in tutti gl’ istanti
della sua vita a una divina realtà, governata da leggi che domano
e annientano ogni arbitraria velleità dei singoli; a una realtà, in
cui il singolo uomo viene a trovarsi nascendo da cui si diparte morendo,
ma in cui deve inserire e jnserisce, con 0 senza frutto e vantaggio, ogni
sua azione, ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo pensiero o
sentimento, durante tutta la vita, dal dì della nascita a quello jella
morte. Anche L., razionalista e irrisore di superstizioni e di dommi, è
uno spirito profondamente religioso, sempre faccia a faccia del destino:
incapace di abbandonarsi a qualsiasi sorta di dilettantismo, e di
prendere alla leggiera i problemi della vita. Sul suo viso è sempre un
sorriso di austera, solenne mestizia, e si scorge il pacato accoramento
dell’uomo che non riesce a distrarsi in vani divertimenti, neppure nel
mondo subbiettivo del pensiero e dell’ imaginazione : tutto preso dalla
considerazione ine\'itabile del mondo, in cui l’uomo, ed egli in
particolare, si sforza di vincere il dolore. Per questa sua
costituzionale religiosità L. non fu soltanto un poeta, ma fu anche un
filosofo, allo stesso titolo e per la stessa ragione di MANZONI. Bisogna
intendersi. Se domandate ai filosofi, diciam così, di professione, ai
filosofi cioè che tengono a distinguersi dal resto degli uomini, essi vi
risponderanno che L. filosofo non fu, non ebbe un sistema; e le
idee speculative che si formò per la lettura dei filosofi recenti
più affini al suo modo di sentire, non ebbero da lui svolgimento e impronta
personale, perché non furono fecondate da una sua speciale ispirazione.
Accettò, riecheggiò, Ria senza elaborare quel che accettò, senza
svilupparlo, ordinarlo e potenziarlo a nuova forma sua propria di verità.
In una storia della filosofia ei perciò non può trovar posto; quantunque
di lui non si possa non parlare di stesamente in un quadro della cultura
filosofica della prima metà del secolo passato. In questo senso,
d’accordo, L. non fu un filosofo. Ma c' è un altro senso in cui si
deve parlare della filosofia; ed è quello poi per cui la stessa filosofia
dei filosofi è una cosa seria, va rispettata, e può interessare
tutti gli uomini, e non essere una malinconica fantasticheria di gente che viva
fuori del mondo. Ed è quello per cui c’ è la filosofia di quelli che
inventano nuovi sistemi filosofici; ma c’è anche la filosofia di quelh
che, senza inventarne, li cercano questi sistemi nei libri dove
sono esposti, e leggono questi libri, li studiano, ne fanno prò, li
gustano, han bisogno di farsene nutrimento e forza dello spirito, in
cerca di risposta a domande che sorgono spontanee dal fondo della loro
anima, insistenti, invincibili, e che essi perciò non saprebbero reprimere
e far tacere. Talvolta questi filosofi-lettori sentono il pungolo dei
problemi dei filosofi-autori, e fanno perciò ressa intorno a costoro,
jjer averne soddisfazione ai bisogni da cui sono senza tregua assillati.
Giacché, insomma, la filosofia, come la poesia, non è privilegio né monopoho
dei pochi quos aequus amavit luppiter] ma è in fondo allo spirito
umano, e quindi nell’animo di tutti. Soltanto, c’ è chi si distrae e
corre e si disperde per le cose e gl’ interessi esteriori, senza mai per altro dissiparsi
a tal punto nelle esteriorità da non portare in tutto l’accento,
per quanto leggiero, della sua personalità; e c’ è chi si ripiega e
raccoglie in sé, e dentro di sé cerca, trova e coltiva il germe della sua
vita e del suo mondo. In questo senso più largo e fondamentale il L.
fu squisitamente filosofo: e stette sempre anche lui con gli occhi
intenti, ansiosi, sopra il mistero della vita, quale ad ogni uomo che
sente e che pensa esso si presenta in jiìczzo a tutte le idee quotidiane,
di tra il confuso agitarsi passioni svariate che gli tumultuano
incessantemente pel cuore. Giacché ogni uomo che sente, non può
vivere così spensierato e abbandonato all’ istinto da non avvertire che
la sua vita non scorre tranquilla com’acqua sopr^ un letto già scavato e
terso. Sono sempre ostacoli da superare, bisogni da soddisfare, desideri!
non ancora appagati e ondeggianti tra la speranza e il timore; e la
gioia offuscata sempre dal dolore, che, vinto, risorge in mezzo allo
stesso ]ùacere; e nell’alterna vicenda di vittorie e sconfitte, cadute e
risorgimenti, speranze e disinganni, giubilo e scoramento, in fondo, alla
fine, uno sparire totale di tutto, un disseccarsi e inaridirsi definitivo
della sorgente stessa, a cui l’uomo accosta ad ora ad ora le sue
labbra assetate; il nulla, la morte. La morte, che ci atterrisce prima di
colpirci, toghendoci per sempre e annientando intorno a noi tante delle nostre
persone care, con cui ci era comune la vita, in guisa che la morte
loro ci pare la morte di una parte di noi. E che è questa morte ? e
che questa vita che precipita fatalmente nella morte ? Che è questo
bisogno di cui viviamo, di non arrenderci a questo fato, che infrange ad
una ad una tutte le nostre speranze, disperde tutte le nostre
gioie, ci priva di tutti i nostri beni, ci chiude dentro mille ostacoli.
ci combatte, c’ insegue, ci sbarra la via, e non ci concede tregua finché
non ci abbatta per sempre ? Nascere è entrare in una lotta, che di giorno
in giorno richiede sempre nuove e maggiori forze, e una volontà
sempre più agguerrita, per vincere una battaglia sempre più aspra.
Svegliarsi ogni mattina è, presto o tardi, pronti 0 lenti, rispondere
all’appello delle cose, della natura, del destino, che ci attende, e ci
spinge a nuove fatiche per soddisfare i nuovi bisogni che riempiranno
tutta la nostra giornata. Per gli uni la vita sarà più facile, o men
difficile: ma per tutti è una scala, che bisogna salire; salire sempre;
da un gradino all’altro: sempre più senza fermarsi mai. Ma,
appena l’uomo che ha un cuore, sente quest affanno e scorge, anche da
lungi, la tragedia e la catastrofe” non può non interrogarsi e riflettere
se a questa lotta ché par destinata a una sconfitta assoluta egli abbia
forz. sufficienti, o se non sia un’ illusione questa jier cui egfi
confida a volta a volta di poter affrontare la lotta stessa per
conquistarsela la sua gioia, e farsi insomma una vita sua, quale ei la
vagheggia, filiera dai mali la cui minaccia mette in moto la sua
attività; e se egli non debba aprire gli occhi, e riconoscersi vittima
del giuoco inesorabile della natura, granello di polvere sperduto nel
turbine, o ruota di un ingranaggio universale, il cui combinato
movimento non s’arresterà né devierà mai, e dentro i] quale ogni sforzo
di volontà non può essere, esso medesimo, al pari delle idee e dei sentimenti
che lo sollecitano, se non un necessario effetto di una causa necessaria
predeterminato ab eterno in eterno. £ il mondo, in cui si svolge la
nostra vita, una realtà massiccia, tutta chiusa neUa sua natura e nelle
sue leggi, immodificabile, e noi dentro di esso, tutt’uno con tutte le
altre cose, anche noi mossi dalla forza irresistibile del destino ? 0
siamo noi veramente capaci di metterci di fronte a ciuesto mondo,
modificarlo con la nostra opera, con la nostra volontà, e al di sopra
delle ferree leggi del meccanismo naturale col nostro amore, con l’impeto
dell’animo nostro innamorato dell’ ideale, instaurare una legge che sia
la norma del bene e di un mondo spirituale dotato di un valore assoluto ?
E se non fosse possibile questo mondo superiore, in cui il bene si
distingue dal male, e c è una verità che si oppone all’errore, come si
potrebbe pensare lo stesso mondo inferiore e quella natura spietata tutta
chiusa nel suo meccanismo, la cui affermazione implica che si ritenga vera? E
se a questo mondo superiore, alla cui esistenza occorre l’attività libera
dello spirito che sceglie il bene e si apprende alla verità resping^n*^
contrario, se ne contrappone un altro che è la nepzione della hbertà,
come si farà ad ammettere che sia libera la natura umana, circondata e
condizionata da una natura che è l’opposto della hbertà ? Pensieri,
che il filosofo più esperto mette in formule stringenti, e scruta a
fondo; ma che confusamente, e non perciò meno tormentosamente, affiorano
in ogni umana coscienza, e ora vi gettano lo sgomento, ora v’ infondono
la fede di cui ogni uomo ha bisogno per non fermarsi e cadere. Giacché 1
uomo non dà un passo senza credere di poterlo dare; senza pensare che c’è
una mèta innanzi a lui da raggiungere, e che quella è la via buona
per giungervi. E quando questa convinzione gli manchi, e gli manchi del
tutto, allora non gli resta che rifugiarsi nell’ Èrebo, come la misera
Saffo. O la fede, o la morte. Ci sono mezzi termini, ma per gh uomini che
pensano e sentono poco, e perciò si cUstraggono. Nessuno invece sentì mai
cosi acutamente come il nostro L.. nessuno vi pensò mai con tanta insistenza, e
ne trasse espressioni di tanta umanità. Poiché il L. se fu un
filosofo in largo senso, fu poi, viceversa, un poeta in senso stretto. Il
che vuol dire, che le sue convinzioni filosofiche non gli rimasero nella
testa; ma gli scesero al cuore, e \'i si abbarbicarono, e furono la sua persona,
lui stesso, la sua anima, 1 immediato sentimento, in cui \ibrò a volta a
volta tutto il suo cuore. La sua concezione della vita, come or ora
vedremo, si chiuse in poche idee, ma queste si fusero e colarono ardenti
sulla stessa fiamma della sua passione viva, e quindi fiammeggiarono
in accenti e fantasmi di poesia. La quale questo ha di proprio, a
differenza della scienza ragionata e del sapere speculativo; che in
questi il pensiero si spersonahzza e si stende in una tela universale,
che ogni intelligenza può SÌ ritenere, e far sua, e viverne anche, ma
elevandosi sopra di sé e quasi uscendo da sé, e mediandosi, cioè
svolgendosi, e quasi aprendo e dilatando il nucleo vivente della sua
individualità, in guisa da parere che non senta più né affetti, né
passioni, né gioie, né dolori, assorta nella contemplazione del suo
oggetto. Laddove la poesia, lungi dall’alienare da sé il soggetto, lo
stringe a se stesso, e lo fa vedere immediatamente così come esso è,
dentro di se medesimo, chiuso nel suo sentire, fremente nel brivido
della sua subbiettiva interiorità, nel suo essere e nel suo atteggiamento
non ancora mediato, sviluppato, riflesso, ragionato e disindividuato. Lo
scienziato cerca e trova la verità che è di tutti, astrattamente obbiettiva,
in guisa che non par più né anche spettacolo di occhi umani od oggetto
conformato alla mente che lo pensa; e il poeta in^’ece non cerca e non
trova se non se stesso: l'amore o qual’altra passione gli detta dentro le
parole in cui egli si esjirime. In questa immediatezza, spontaneità
e quasi naturalità dello spirito poetico è il segreto della miracolosa
potenza della poesia, raffigurata dagli antichi nella virtù incantatrice
della lira di Orfeo, che traeva a sé e trascinava non pure gli uomini che
riflettono, ma le fiere che solo sentono. Perciò la poesia, quantunque
richieda anch’essa cultura e finezza spirituale, risultato di
studio e di educazione, s’appiglia al cuore dei semplici e delle
moltitudini, invade gli animi, conquide e trae seco non per virtù di
persuasivi e irresistibili raziocinii, ma, appunto, d’un tratto,
immediatamente, quasi per divino miracolo. Perciò Tefficacia e la virtù
diffusiva dell’arte è senza paragone superiore a quella della filosofia.
Perciò quella filosofia, che fu nel L. sentimento e diventò sublime
poesia, ha una potenza infinitamente maggiore di qualunque più
sistematica filosofia; e se si chiudesse nel gretto circolo di una
concezione pessimistica della vita, non sarebbe, a dir vero, prudente accorgimento
di educatori del popolo italiano erigere qui una cattedra a commento ed
esaltazione di essa. I filosofi, per raggiungere la loro verità, devono
salire l’erta faticosa del monte; e giunti alla cima, vi restano per
solito in una solitudine magnanima, anche a malgrado della
moltitudine che dal basso sogguarda e sogghigna. I poeti si traggono
dietro il popolo, toccandone il cuore anche lievemente, con quella loro
arte che « tutto fa, nulla si scopre ». L. è tra essi; ma materia del
suo canto è la sua filosofia. E qual è dunque il contenuto di
questa sua filosofia ? Quello che abbiamo già detto dei problemi
filosofici, che spontaneamente sorgono dal fondo del pensiero
umano, ci apre la via a chiarire le idee che furono la vita intellettuale
e sentimentale del nostro Poeta. 11 quale su quei problemi martellò il
suo pensiero; e di quei problemi vagheggiò soluzioni, che scossero
profondamente il suo animo. E sono i problemi fondamentah o massimi
della filosofia: che è pensiero umano derivante dal bisogno di
assicurare all’uomo la fede che gli è indispensabile per vivere: la fede
nella propria libertà; ossia nella possibilità che egli ha, e deve avere, di
esercitare un suo giudizio, di conoscere una verità, di agire, e farsi
un suo mondo, conforme cioè alle sue aspirazioni e a’ suoi ideali e
non dibattersi vanamente in una rete di illusioni e di sforzi infecondi.
Bisogno, rispetto al quale ogni filosofia materiahstica, evidentemente, è una
filosofia fallita; la quale, logicamente, se l’uomo non si risolvesse
da ultimo a non lasciarsi più guidare dalla logica e ad abbandonarsi all’
istinto, dovrebbe condurre l’uomo, come ho detto, al suicidio. Ora
Giacomo L., ogni volta che si trovò a fare di proposito una professione
di fede, fu esplicito nel manifestare la sua adesione alla filosofia
sensualistica e materialistica; e il Frammento apocrifo di Stratone
di Lampsaco, inserito nelle Operette morali, è una dichiarazione del suo
proprio pensiero, quale, per altro, si ripercuote in una buona metà de’
suoi scritti in prosa e in verso. Poiché da per tutto egh si vede innanzi
quella natura simbolicamente rappresentata nel Dialogo della Natura e di
un Islandese', la quale non sa e non si cura dei desiderii né delle sofferenze
umane; natura grande, enorme, infinita, la quale racchiude in sé
tutto, e non conosce perciò l’uomo che pretende di contrapporsele, di
deviarla dal suo corso, piegarla alle proprie tendenze, conformarla a
quei fantasmi di una vita bella ideale, che egli si finge e pretende di
far valere in concorrenza della dura, quadrata realtà che lo fronteggia.
Questa perciò, conosciuta che sia, spezza ogni umana velleità, e aggioga
l’uomo al dominio universale delle leggi di natura: dove non c’è bene né male,
ma tutto è necessario, tutto accade perché, data la causa che lo
determina, non può non accadere; e la stessa necessità ha ogni umano pensiero o
volere, che non deriva da un principio autonomo, che si faccia centro di
una vita superiore e indipendente, avente in sé la propria misura,
ma è effetto del generale meccanismo, che si abbatte sulla così detta
anima umana attraverso le sensazioni e gh appetiti che queste
producono. Filosofia materialistica, dunque. Ma è questa, in
conclusione, la filosofia del L. ? Io \’i invito a riflettere che c’ è due modi
di giungere a conclusioni materialistiche : uno proprio degh spiriti poco
sensibih, che, raggiunte quelle conclusioni, vi si rassegnano: le
trovano inevitabili, e si fanno un dovere, il cui adempimento non
costa a loro grande fatica, di accettarle senza reazione di sorta; e
l’altro invece proprio di quegli altri, che se non trovano la via di
affrancarsene, e scoprirne l’errore e la manchevolezza, ne soffrono, e vi
reagiscono contro, e vi si ribellano con tutta la forza del loro
sentimento, che ò come dire della loro stessa personalità. I
secondi non riescono ad affisarsi tanto nella visione di quella
natura che è opposta alle esigenze morali proprie dell’uomo, da restarvi come
assorbiti, dimenticandosi affatto di queste esigenze, e cioè della lor propria
natura. Il loro tormento, la loro angoscia nasce appunto da questo
stridente contrasto, di cui essi infine vengono a fare l’esperienza, e a
vivere. La realtà finale, al cui cospetto vengono a trovarsi, non è una
sola, ma duplice: da una parte, la natura disumana, in cui tutte le luci
onde s’illumina la via dello spirito si spengono; e dall’altra, questa
realtà fiammeggiante e splendida, che arde dentro di loro, e alla cui
luce, infine, essi comunque guardano e vedono la prima. Giacché anche
questa è oggetto di una affermazione, in cui lo spirito umano manifesta
la fede che ha nelle proprie forze e nella propria capacità di
distinguere il vero dal falso, e di appigliarsi al primo in quanto esso è
opposto al secondo. La realtà che è lì di fronte allo spirito, è sì
quella realtà naturale, materiale, meccanica, chiusa e impervia ad ogni
idealità, inconciliabile con qualsiasi concetto di libertà; ma il contrapporsi
di essa allo spirito importa pure l’opporsi dello spirito ad essa: dello
spirito, che è una realtà dotata di attributi contrari a quelli con cui
vien pensata l’altra. E per ammettere questa, bisogna ammettere prima
quella ; senza la quale mancherebbe lo stesso pensiero, a cui si
chiede tale ammissione. E chi dice pensiero, dice libertà. Dunque ? Siamo
liberi ? Possiamo cioè col nostro pensiero, con la nostra volontà,
crearci il mondo che ci sorride alle menti innamorate; il mondo della
verità, delle cose belle e buone, a cui il nostro cuore tende con
irresistibile slancio ? E come spiegar l’ali, onde noi vorremmo
innalzarci nel libero cielo dell’ ideale, se esse urtano sul muro di
bronzo di questa materiale natura, che ci attornia e stringe da tutte le parti,
dalla nascita alla morte ? Ecco l’esperienza del L., ecco la sua
lìlosofìa, che è molto ]ùù complessa del semjjlicismo
materialistico; ed essa è il reale contenuto della poesia L.ana:
quella filosofia fatta sentimento e persona, che ho detto esser materia
al canto del Poeta recanatese. 11 quale non si rassegna alla pura
affermazione materialistica, perché la ricca e sensibilissima vita morale
che gli riempie il cuore, è la negazione del materialismo; e poi perché
egli è un poeta, e come ogni poeta crede nel suo mondo, lo prende
sul serio; e questo suo mondo è la ])rova più luminosa della sua capacità
creatrice e della sua libertà. Si consideri che questo è uno dei caratteri
principali dell’arte : che laddove l’uomo pratico, lo scienziato,
l’uomo religioso, lo stesso filosofo può sentirsi legato a una
realtà che prcesiste alla sua azione, alla sua ricerca scientifica,
alla sua preghiera o alla sua speculazione, che è in sé quello che è, con
le sue leggi, a cui l’uomo deve arrendersi e subordinarsi, l’artista crea il
suo mondo e, prescindendo nella sua fantasia dalla realtà preesistente,
celebra la sua assoluta libertà, arbitro della nuova realtà che egli si
finge, e in cui vive, e si aliena dal mondo naturale dell’uomo comune e della
sua stessa vita ordinaria: sì che il suo sogno diventa a lui cosa salda,
e si slarga a orizzonti infiniti, e gli fa sentire il gusto deH’cterno
e del divino. La poesia del L. ribocca e freme di trepidante tenerezza
per le vaghe immagini figlie dell’arte sua: per quelle dolci parvenze che
un po’ gli sorridono e poi, a un tratto, lo abbandonano rapite via dalla
corrente di quella disumana realtà, che ignora il dolore che essa cagiona
ai cuori teneri e gentili. E insieme con le immagini belle, gli arridono
tutte quelle che una volta egli dice le « beate larve », familiari agli
uomini non ancora giunti alla conoscenza del tristo vero, ossia non
ancora spinti dalla malsana riflessione alla disperazione (ji quella
mezza filosofia, che è il materialismo: le beate lar\e, che allietano e
confortano la vita agli uomini, nelle antiche età, e nei primi anni della
fanciullezza e della gioventù quando non ancora si sono appressate
le labbra all’amaro calice della vita; e nelle prime ore del
mattino, (juando incomincia il giorno e Tuomo non ha riassaporato per
anco la realtà, e se ne foggia con 1’ immaginazione una che lo anima e alletta
alla nuova fatica. Le beate larve delle illusioni naturali e necessarie :
di tutte, cioè, le idee che formano il pregio della vita, e che quella
filosofia materialistica non potrà giustificare come dotate di un
legittimo fondamento, e pur non potrà sradicare dallo spirito
umano. Perche illusione la virtù ? Perché illusione ogni idea
onde ebbe pregio il mondo ? Perché la vita che noi conosciamo, risponde il L.,
ne è la negazione. Ricordate il dialoghetto di un venditore d’almanacchi
e di un passeggere? L’almanacco promette per l’anno nuovo tante cose
belle; ma il passeggere è scettico; «quella vita eh’ è una cosa bella non
è la vita che si conosce, ma (jueUa che non si conosce; non la vita
passata, ma la vita futura ». La quale però un giorno sarà passata, e
allora si conoscerà, e apparirà quale sarà aneli'essa, una volta sperimentata;
brutta, come tutta la vita passata. 11 futuro è il mondo che vi finge lo
spirito; il mondo, dice L., delle illusioni. Lì è la virtù che vince il male
e trionfa; lì è il sacrifizio dell'uomo per l’uomo; lì è l’amore;
lì è la fede e l’amicizia; lì è la gioia, ecc. Ma quello non è il mondo
reale. Infatti il futuro bisogna che avvenga, e diventi passato. La
realtà realizzata, quale noi possiamo averla innanzi a noi, ed
effettivamente conoscerla, quella ci disillude, e ci dimostra che la
virtù è un nome vano. e che tutte le più vaghe speranze e gl’ ideali più
cari finiscono nel nulla. Tant’ è che Tuomo conchiuda o per
condannare come semplici ombre fallaci tutte le illusioni, e dire che
la vita non si può governare se non in rapporto al reale all’esistente,
al mondo qual è (che è poi il passato); o per risolversi animosamente a
dir no a questo mondo reale (che è il passato senza futuro) e a
governarsi con l’occhio all’avvenire, dove lo trae la sua natura di
essere pensante, e perciò creatore di ideali e vagheggiatore di una vita
superiore a quella puramente naturale. E L. dice questo no con tutta la forza
del suo animo, con tutto r impeto della sua possente poesia. Egli è
tutto proteso verso il futuro, verso l’ideale, e torce con coscienza
prometeica lo sguardo dalla legge fatale che incatena l’uomo come essere
naturale alla ferrata necessità di morte. Egli, di cedere inesperto, disprezza
il brutto poter che ascoso a comun danno impera e V infinita vanità
del tutto. Per lui Nobil natura è quella Ch’a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra Al comun fato. E quanto a sé non cederà
certo ; e alla morte può dire: Erta la fronte, armato,
E renitente al fato. I.a man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non benedir. Solo
aspettar sereno Quel dì eh’ io pieghi addormentato il volto
Nel tuo virgineo seno. Egli è conscio dell’ invitta potenza dell’anima
umana pur nell’estrema miseria. Vivi, dice la Natura all’Anima jn
uno de’ suoi dialoghi; vivi, e sii grande e infelice. Infelice perché
grande; perché sentire la infehcità è solo jelle anime grandi, che con la
loro gagharda natura si jnettono al di sopra del mondo, che le fa
soffrire, e regnano sovrane in quella superiore realtà che è propria dello
spirito. L. sa che la grandezza del suo dolore si commisura alla
grandezza del suo pensiero che lo sente e analizza e ne fa materia al suo
altissimo canto; e che un’anima volgare e torpida non saprebbe provare
tutto il dolore del Poeta, che il volgo infatti non intende e irride.
L. sa che la coscienza dell’umana miseria è già segno di grandezza. Sa
che ancor che tristo, ha suoi diletti il vero: che l'acerbo vero, a
investigarlo, dà un amaro gusto che piace. E poi quando l’anima,
disillusa e stanca della vita che non mantiene mai le sue promesse, si
riduca infatti all’estremo della infelicità, che non è la disperazione, ma la
noia >, la morte ncUa vita, non dolore né piacere, ma il sentimento
della nullità, questo terribile privilegio degli uomini, a cui la natura non ha
provveduto perché non ha neppur sospettato che l’uomo vi potesse cadere;
quella noia che, a simiglianza dell’aria «la quale riempie tutti
gl’intervalli degh altri oggetti, e corre subito a stare là donde questi
si partono, se altri oggetti non gli rimpiazzino », « corre sempre e
immediatamente a riempire tutti i vuoti che lasciano negli animi de’
viventi il piacere e il dispiacere » ’ ; ebbene, anche allora l’anima non
cade, non è vinta. Giacché, secondo L., « la noia è in qualche modo il
più sublime dei sentimenti umani. Il non potere essere soddisfatto
da ’ « La disperazione è molto, ma molto più piacevole della noia.
La natura ha provveduto, ha medicato tutti i nostri mali possibili, anche
i più crudeli ed estremi, anche la morte, a tutti ha misto del bene, a
tutti fuorché alla noia» (Zibald.). Zibald., Giuntile, Manzoni e L..
alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare
l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei
mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo
proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e 1 universo
infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più
grande che sì fatto universo; e sempre accu- sg^re le cose
d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vóto, e pero noia, pare a
me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della
natura umana. Perciò la noia è poco nota agh uomini di nessun momento, e
pochissimo o nulla agli altri animali » Su tutte le delusioni, su tutti i
dolori, su tutte le miserie, al di sopra della mole sterminata di
quest’universo, in cui s’infrangono tutte le speranze e si spengono tutti
gl’ideah, l’infinità dello spirito. Quindi la hbertà, quindi la
possibilità di crearsi una vita superiore degna delle più nobili
aspirazioni connaturate all’animo umano. Anche pel L., poca scienza
pregiudica e mortifica, ma molta scienza ravviva e ringaghardisce
la fede di cui l’uomo ha bisogno per vivere. E questa natura, che
la mezza filosofia del materialista ci rappresenta in voley mutyignu, è
pur quella natura che mette nell’animo nostro le illusioni; e se non
sopravvenga la riflessione e l’opera dcU’ irrequieto ingegno dell’uomo
non più contento delle condizioni naturali della vita che egli
dapprima vive istintivamente, conforta l’uomo con l’amore, con la pietà,
con tutti gli affetti gentili che riempiono il cuore di dolci
consolazioni e di magnanimi ardimenti. Pensieri, N. 68. Questa natura
che governa Tuomo, madre benigna e pia nell’età dei Patriarchi, nei tempi
oscuri e favolosi del genere umano, e risorge amorosa nella prima età
di ciascun uomo a infondergli con la virtù del caro immaginare la
speranza nel futuro a cui egli va incontro; questa natura, che nell’amore
torna sempre a rinverdire le speranze, e che ci fa conoscere una « verità
piuttosto che rassomighanza di beatitudine»; essa torna da capo,
quando l’uomo ha tutto conosciuto il tristo vero e vuotato il calice amaro,
torna a confortare l’uomo, amica e consolatrice. La natura del
materialista è via; ma non è punto di partenza, né punto d’arrivo. 11
savio torna fanciullo, e alla fine, come al principio, l’uomo è
alla presenza di un mondo il quale non è quello del meccanismo, che tutto
travolge e distrugge quanto a lui è più caro, ma quello del pensiero,
dello spirito umano, dell’amore, della virtù. Onde ai suggerimenti egoistici
della filosofia (nel Dialogo di Plotino e di Porfirio) che indurrebbe il
filosofo al suicidio, Plotino può rispondere : <iPorgiamo orecchio
piuttosto alla natura che alla ragione»'. alla natura primitiva « madre
nostra e dell’universo », la quale ci ha infuso un certo senso
dell’animo, che è amore degli altri e che ferma la mano al suicida
ricordandogli la famigha, gli amici e quanti si dorrebbero della sua
morte. Perciò a Porfirio, il filosofo che vorrebbe togliersi la vita, il
filosofo più savio, il maestro, Plotino dirà: Viviamo, e
confortiamoci a vicenda; non ricusiamo di portare quella parte che il destino
ci ha stabilita dei mali della nostra specie ! Sì bene attendiamo a
tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando e dando mano e
soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa
fatica della vita.E quando la morte verrà, allora non ci dorremo :
e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci
conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti,
cosi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora. Perciò
Sanctis paragonando Schopenhauer a L., notava questo grande divario tra n
filosofo tedesco e il poeta italiano: che questi quanto più mette
in luce il deserto desolante e disamabile della vita, tanto più ce la fa
amare; quanto più dichiara illusione la virtù, tanto più ce ne accende
vivo nel petto il desiderio e il bisogno. Perciò la lettura del L. non
sarà mai pericolosa, anzi salutare e corroborante a chi saprà leg-
gergh nel fondo dell’anima. E di lui può dirsi che preso per metà è il
più nero dei pessimisti; preso tutto intero, è uno dei più sani e
vigorosi ottimisti che ci possano apprendere il segreto della vita
operosa e feconda. La morte, anche la morte, il simbolo della
fatalità avversa che opprime ogni sforzo umano, e che pare minacci sempre
da lungi e ammonisca della inanità d’ogni speranza e d’ogni fatica, e
della nullità della vita a cui ci sentiamo tutti legati, la stessa morte
al Poeta, nella maturità piena della sua poesia, quando il suo
animo ha più nettamente ravvisato e sentito nel profondo la sua
verità, e quasi toccato il fondo di se stesso, diventa germana di Amore,
che è pel L., come s’ è veduto, ciò che dà verità più che rassomiglianza
di beatitudine. Fratelli, a un tempo stesso. Amore e Morte
Ingenerò la sorte. Cose quaggiù si belle Altre il
mondo non ha, non han le stelle. Morte diviene una bellissima
fanciulla, dolce a vedere; e gode accompagnar sovente Amore: E
sorvolano insiem la via mortale. Primi conforti d’ogni saggio
core. Non vedo che abbia attirata l'attenzione della critica, come
merita, uno studio recente del prof. Cirillo Berardi, Ottimismo L.ano, Treviso,
bongo e Zoppelli, Il Poeta sente
che Quando noveUamente Nasce nel cor profondo Un
amoroso affetto. Languido e stanco insiem con esso in petto
Un desiderio di morir si sente: Come, non so: ma tale
D’amor vero e possente è il primo effetto. Il Poeta vuol
rendersi ragione di questa coincidenza, e non vi riesce. Ma ben sente che
quando si ama, non ha più valore la vita naturale dell’ inditdduo chiuso
nei suoi limiti, di là dai quah spazia quell’ infinita natura che
fiacca ogni umana possa. Che anzi l’individuo per l’amore scopre che la
sua vera vita è di là da questi hmiti; e che bisogna ch’egli perciò muoia
a se medesimo, e spezzi r involucro della sua individuahtà naturale,
centro di ogni egoismo, per attingere la vera vita. Perciò la morte
opti gran dolore, ogni gran male annulla. Perciò la morte è liberatrice,
affrancando lo spirito umano dai vincoli onde ogni uomo è da natura
incatenato a se medesimo, chiuso in sé, in mezzo agli altri esseri e
forze naturali, incapace di libertà e di virtù. Amare è redimersi,
entrare nel mondo morale, che è il mondo della libertà. Questo il
concetto che il Poeta sentì e visse: questa la materia del suo canto.
Formiamo oggi l’augurio, che attraverso il corso di queste letture, che
inauguriamo, tale concetto apparisca in luce sempre più
chiara. Pubblicato la prima volta negli Annali delle Università toscane
(Pisa) e come proemio alla edizione con note delle Operette morali di G.
L., da me curata, Bologna, Zanichelli, Se si volesse considerare le Operette
morali come una raccolta delle varie parti, in cui il libro è diviso,
sarebbe tutt’altro che agevole stabilirne la cronologia. Certo, non
sarebbe consentito di starsene alle indicazioni fornite con perentoria
precisione dallo stesso autore innanzi alla terza edizione iniziata a
Napoli. Queste Operette », egli diceva, « composte nel 1824, pubblicate
la prima volta a Milano, ristampate in Firenze coll’aggiunta del
Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere, e di quello di
Tristano e di un Amico; tornano ora alla luce ricorrette
notabilmente, ed accresciute del Frammento apocrifo di Stratone da
Lampsaco, del Copernico e del Dialogo di Plotino e di Porfirio. Intanto, non tutte le Operette furono
pubblicate la prima volta a Milano; giacché tre di esse, come « primo
saggio », avevano visto la luce a Firenze nel gennaio 1826, nell’ Antologia e
quell’anno stesso erano state riprodotte a Milano nel Nuovo Ricoglitore.
Ed è pur vero che tutte le Operette, ad eccezione di quelle che nella
notizia testé riferita sono assegnate dall’autore furori composte; perché
l’autografo originale, che è tra le carte L.ane della Biblioteca
Nazionale di Napoli, ce ne Scritti letterari, ed. Mestica, li, fa sicura testimonianza con le date apposte
alle operette singole, e tutte correnti dal 19 gennaio al 13
dicembre di quell’anno Ma si dovrebbe pure distinguere il tempo in
cui ciascuno scritto fu steso, da quello in cui prima fu concepito, o ne
cadde il motivo fondamentale e inspiratore nell’animo del L.. Giacché con qual
fondamento si toglierebbe l’una o l’altra delle Operette a documento di quel
periodo spirituale che si suole infatti atribuire agli anni tra il canto Alla
sua donna con i Frammenti dal greco di Simonide (appartenenti probabilmente a
quello stesso tempo), e l’epistola Al Conte Pepoli o II Risorgimento, se
quei pensieri che sono caratteristici delle Operette risalgono ad epoca
più remota ? Fu già osservato j che negli Abbozzi e appunti per opere da
comporre, che sono fra le carte napoletane, «scritti in piccoli
foglietti staccati senza indicazione di tempo » 3, è segnato un
Ecco le singole date, già in parte pubblicate dal Chiarini, Vita di G. L.,
Firenze, Barbèra, e da me riscontrate tutte sul manoscritto autografo
(che si conserva tra le Carte della Biblioteca Nazionale di Napoli):
Storia del genere umano); Dialogo d' Ercole e di Atlante; Dialogo della Moda e
della Morte; Proposta di premi; Dialogo di un Lettore di umanità e di
Sallustio; Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo ; Dialogo di Malamhruno
e di Farfarello; Dialogo della Natura e di un’.dnima; Dialogo della Terra e
della Luna; La scommessa di Prometeo; Dialogo di un Fisico e di un
Metafisico; Dialogo della Natura e di un Islandese; Dialogo di Tasso e
del suo Genio familiare (i-io giugno); Dialogo di Timandro e di Eleandro;
Il Parini, ovvero della gloria; Dialogo di
Ruysck e delle sue Mummie; Detti memorabili di Ottonieri. Dialogo di
Colombo e di Gutierrez); Elogio
degli Uccelli; Cantico del Gallo silvestre; Note, Da N. Serban, L. et la France, Paris,
Champion, I Avvertenza premessa agli Scritti vari ined. di G. L. dalle
carte napoletane, Firenze, Le Monnier, Dialogo della natura e dell’uomo,
sul proposito di quella parlata della natura, all’uomo, che Volney le
mette in bocca nelle Ruines sulla fine, o vero nel Catéchisme » dialogo,
che si trova nelle Operette col titolo di Dialogo della Natura e di
un'Anima) il quale, dunque, al tempo di quell’appunto non era scritto.
Pure nello stesso foglietto, segue un « TrattateUo degli errori popolari
degli antichi Greci e Romani » (che non può essere la stessa cosa
del Saggio), e quindi subito dopo: « Comento e riflessioni sopra diversi luoghi
di diversi autori, sull’andare di quelle ch’io fo in un capitolo del F.
Ottonieri»; ossia nel penultimo capitolo dei Detti memorabili, che è
delle ultime operette del '24. Ora, se questi appunti sono pertanto da
ascrivere ad epoca posteriore a tale data, in qual modo spiegarsi che del
suo Dialogo della Natura e di un’Anima l’autore parlasse come di opera da
comporre ? O egli non aveva neppur composti i Detti memorabili, e si riferiva
ai materiali che vi avrebbe messi a profitto, e che già, come vedremo,
possedeva ? Comunque, in altra serie di appunti, relativi,
come par probabile, a dialoghi tuttavia da scrivere, e tutti
segnati nel medesimo foglietto, s’incontrano, tra gli altri, i seguenti
argomenti: Salto di Leucade) Egesia pisitanato) Natura ed Anima) Tasso e
Genio) Galantuomo e mondo) Il sole e l’ora prima, o Copernico. Ed ecco,
da capo, il Dialogo della Natura e di un’Anima, ma accanto a un altro dialogo.
Galantuomo e mondo, che l’autore abbozza, per tornarvi sopra nel '24,
senza condurlo tuttavia a termine e la sua prima idea pertanto deve
risalire. E secondo lo stesso documento, contemporanei sono i disegni primitivi
di altre [Vedi abbozzo negli Scritti vari, Il foglietto relativo,
riscontrato per me dall’amico prof. V. Spampanato, è nelle Carte L.ane della
Bibl. Nazionale di Napoli, nel pacchetto X, fase. 12. quattro operette, due del
'24 e due del '27. Giacché, oltre il Dialogo del Tasso e del suo Genio e
il Copernico, qui son pure facilmente ravvisabili in Egesia
pisitanato la prima idea del Dialogo di Plotino e di Porfirio > ; e
nel Salto di Leucade quella del Dialogo di Cristoforo Colombo e di
Pietro Gutierrez e in Misénore e Filénore quella del Dialogo di Timandro
e Eleandro 3. E il documento certamente dimostra che del Plotino e del
Copernico, scritti entrambi, come s’ è veduto, nel '27, non solo il
concetto, ma anche la forma in cui il concetto si ])re- sentò alla mente
del L., non è posteriore alle Operette. E c’ è altro. Stando
alla cronologia dataci dai documenti, r Ottonieri fu composto nell’ultimo mese
d’estate del 1824; ma un’anahsi molto accurata dei singoli Detti,
riscontrati coi Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, ha dimostrato,
in modo incontestabile, che in questo scritto « liberamente il L.
raccolse dal suo Zibaldone gh appunti più singolari e umoristici;
certo intendendo a una vaga e libera somiglianza e rispecchiamento delle
proprie opinioni, ma più col fine di pubblicare qualche parte del
materiale accumulato giorno per giorno». Sicché s’è creduto poter
conchiudere che nell’ Ottonieri al L. « venne fatto un centone, non
un’operetta come le altre organicamente intessuta » 4. Scegliamo infatti
un paio d’esempi, tra i tanti che si potrebbero riferire. Nel cap.
Ili dell’ Ottonieri si legge :> Egesia infatti è ricordato nel Plotino. Cfr.
quel che dice di questo Salto il Colombo e Pensieri. Questo dialogo infatti originariamente recava
il titolo di Dialogo di Filénore e di Misénore. Luiso, Sui Pensieri
di L., nella Rassegna Nazionale. Dice che la negligenza e
l’inconsideratezza sono causa di commettere infinite cose crudeli o
malvage; e spessissimo hanno apparenza di malvagità o crudeltà; come, a
cagione di esempio, in uno che trattenendosi fuori di casa in qualche suo
passatempo, lascia i servi in luogo scoperto infracidare alla pioggia;
non per animo duro e spietato, ma non pensandovi, o non misurando
colla mente il loro disagio. E stimava che negli uomini l’inconsideratezza sia
molto più comune della malvagità, della inumanità e simili; e da quella abbia
origine un numero assai maggiore di cattive opere; e che una grandissima parte
delle azioni e dei portamenti degli uomini che si attribuiscono a
qualche pessima qualità morale, non sieno veramente altro che
inconsiderati. Idee che fin dall’ ii settembre 1820 L. aveva
sbozzate nello Zibaldone dei suoi Pensieri, scrivendo: La negligenza
e l’irriflessione spessissimo ha l’apparenza e produce gh effetti della
malvagità e brutaUtà. E merita di esser considerata come una delle
principali cagioni della tristizia degli uomini e delle azioni.
Passeggiando con un amico assai filosofo c sensibile, vedemmo un
giovinastro che con un gros.so bastone, passando, sbadatamente e come per
giuoco, menò un buon colpo a un povero cane che se ne stava pe’ fatti
suoi senza infastidir nessuno. E parve segno all’amico di pessimo
carattere in quel giovane. A me parve segno di brutale irriflessione.
Questa molte volte c’induce a far cose dannosissime e penosissime altrui,
senza che ce ne accorgiamo (parlo anche della vita più ordinaria e
giornaliera, come di un padrone che per trascuraggine lasci penare il suo
servitore alla pioggia ecc.), e avvedutici, ce ne duole; molte altre
volte, come nel caso detto di sopra, sappiamo bene quello che facciamo,
ma non ci curiamo di considerarlo e lo facciamo cosi alla buona; considerandolo
bene, noi non lo faremmo. Così la trascuranza prende tutto l’aspetto e
produce lo stessissimo effetto della malvagità e crudeltà, non ostante che
ogni volta che tu rifletti, fossi molto alieno dalla volontà di
produrre quel tale effetto, e che la malvagità e crudeltà non abbia
che fare col tuo carattere Pensieri di varia filosofia e di bella
letteratura, no Voltando appena pagina, nell’ Ottonieri si torna a
leggere; Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi
siamo inclinati e soliti a presupporre, in quelli coi quali ci avviene
di conversare, molta acutezza e maestria per iscorgere i nostri
pregi veri, o che noi c’ immaginiamo, e per conoscere la bellezza o
qualunque altra virtù d’ogni nostro detto o fatto; come ancora molta profondità,
ed un abito grande di meditare, e molta memoria, per considerare esse virtù ed
essi pregi, e tenerli poi sempre a mente: eziandio che in rispetto ad ogni
altra cosa, o non iscopriamo in coloro queste tali parti, o non
confessiamo tra noi di scoprirvele. E anche questo pensiero,
quantunque in forma compendiata a mo’ di appunto, era già nello
Zibaldone; Noi supponiamo sempre negli altri una grande e
straordinaria penetrazione per rilevare i nostri pregi, veri o immaginari
che sieno, e profondità di riflessione per considerarli, quando anche
ricusiamo di riconoscere in loro queste qualità rispetto a qualunque
altra cosa. E il numero di simili riscontri è tale che pochi
sono i luoghi dell’ Ottonieri di cui non si trovi la prima prova
nei Pensieri degh anni anteriori. Non sarà dunque da dire che nel ’24
l’autore abbia dato soltanto la forma definitiva a questa operetta, facendone,
come ad altri è sembrato, un centone di sue osservazioni di tre e quattro
anni prima ? Né la domanda vale unicamente per l’ Ottonieri.
Anche del Parini è stato notato che la sostanza è già nei Pensieri [ b
Caratteristico questo luogo del cap. IX, dove l’autore fa dire al
Parini; Come città piccole mancano per lo più di mezzi e di
sussidi onde altri venga all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine;
e V. tra gli altri B. Zumbini, Studi sul L., Firenze, Barbèra,
- 04, II, 42; e Losacco, in Giorn. stor. letter. Hai., come tutto il raro
e il pregevole concorre e si aduna nelle città grandi; perciò le piccole
sogliono tenere tanto basso conto, non solo della dottrina e della
sapienza, ma della stes.sa fama che alcuno si ha procacciata con questi
mezzi, che l’una e l'altre in quei luoghi non sono pur materia d’invidia.
E se per caso qualche persona riguardevole o anche straordinaria
d’ingegno e di studi, si trova abitare in luogo piccolo. Tesservi al
tutto unica, non tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in modo, che
spesse volte, quando anche famosa al di fuori, ella è, nella
consuetudine di quegli uomini, la più negletta e oscura persona del
luogo. E tanto egli è lungi da potere essere onorato in simili luoghi,
che bene spesso egli vi è riputato maggiore che non è in fatti, né perciò
tenuto in alcuna stima. Al tempo che, giovanetto, io mi riduceva talvolta
nel mio piccolo Bosisio; conosciutosi per la terra eh’ io soleva
attendere agli studi, e mi esercitava alcun poco nello scrivere; i
terrazzani mi riputavano poeta, filosofo, fisico, matematico, medico,
legista, teologo, e perito di tutte le lingue del mondo; e
m’interrogavano, senza fare una menoma differenza, sopra qualunque punto
di qual si sia disciplina o favella intervenisse per alcun accidente nel
ragionare. E non per questa loro opinione mi stimavano da molto; anzi mi
credevano minore assai di tutti gli uomini dotti degli altri luoghi. Ma
se io li lasciava venire in dubbio che la mia dottrina fosse pure
un poco meno smisurata che essi non pensavano, io scadeva ancora
moltissimo nel loro concetto, e all’ultimo si persuadevano che essa mia
dottrina non si stendesse niente più che la loro. Mirabile pagina,
piena di verità. Ma essa trae origine da riflessioni jiersonali e
autobiografiche già dal L. segnate sulla carta fin dall’ottobre
1820; Spessissimo quelli che sono incapaci di giudicare di un pregio,
se ne formeranno un concetto molto più grande che non dovrebbero, lo crederanno
maggiore assolutamente, e contuttociò la stima che ne faranno sarà
infinitamente minor del giusto, sicché relativamente considereranno quel
tal pregio come molto minore. Nella mia patria, dove sapevano eh’ io ero
dedito agli studi, credevano eh’ io possedessi tutte le lingue e
m’interrogavano indifferentemente sopra qualunque di esse. Mi stimavano
poeta, rettorico, fisico, matematico, politico, medico, teologo ecc.,
insomma enciclopedicissimo. E non perciò mi credevano una gran cosa, e
per T ignoranza, non sapendo che cosa sia un letterato. non mi credevano
paragonabile ai letterati forestieri, malgrado la detta opinione che
avevano di me. Anzi uno di coloro, volendo lodarmi, un giorno mi disse: A
voi non disconverrebbe di vivere qualche tempo in una buona città, perché
quasi quasi possiamo dire che siate un letterato. Ma, s’ io mostravo che
le mie cognizioni fossero un poco minori ch’essi non credevano, la loro stima
scemava ancora e non poco, e finalmente io passavo per uno del loro
grado Né soltanto la cronologia diventa un problema di
difficile soluzione, una volta sulla via di siffatti riscontri. I quali
però non sono possibili se non dove si consideri ciascun elemento del
pensiero del L. astratto dalla forma che esso ha nelle Of erette. Che se
si guarda a questa, è facile scorgere, per esempio, la superficialità del
giudizio, che abbiamo ricordato, per cui l ’Ottonieri non sarebbe
nient’altro che un centone di luoghi dello Zibaldme. E si badi, d’altra parte,
a non prendere né anche questa forma in astratto, quasi la forma speciale
del tale passo delle Operette, il quale abbia un antecedente più o
meno prossimo nello Zibaldone (quantunque, pur così intesa, essa sia
sempre nei due casi profondamente diversa). Anche questa è una forma
astratta; perché la vera forma assunta in concreto da ciascuna parte
di un’opera è quella tal forma soltanto in relazione con tutta
l’opera, in conseguenza del motivo fondamentale, ossia di quel certo
atteggiamento spirituale, in cui l’autore si trovò componendola. Sicché
un centone si può certamente trovare anche in un’opera che abbia una
salda e vivente unità organica, ma solo pel fatto che si prescinda da
questa unità, e si cominci a indagarne il contenuto, decomposto meccanicamente
nelle singole parti, Pensieri, dalla cui somma a chi se ne lasci sfuggire
lo spirito pare che l’opera risulti. Che è quello che è stato fatto per
le prose L.ane da tutti i critici che se ne sono occupati, ora
considerando e giudicando le singole operette ad una ad una, ora
sminuzzando Cuna o l’altra di esse in una serie di frammenti facilmente
rintracciabili in altri scritti, in verso e in prosa, dello stesso L.
(dando l’idea d’un L. che ripeta inutilmente se stesso), o in precedenti
scrittori, massime francesi del secolo XVIII (in confronto dei quali poi
tutta l’originalità dello scrittore svanirebbe). Il maggior critico che
il L. abbia avuto, il De Sanctis; se ha sdegnato ogni ricerca
analitica e mortificante di fonti e confronti, fermo nella dottrina, che
è sua gloria, dell’ inseparabilità del contenuto dalla forma nell’opera
d’arte, e perciò della necessità di cercare il valore e la vita di
quest’opera nell’accento personale, nell’ impronta propria, onde
ogni vero artista trasfigura la sua materia; non s’è guardato
tuttavia né pur lui, di cercare la vita nelle parti, la cui serie forma
il contenuto del libro, anzi che nel tutto, nell unità, dove soltanto può
essere l’anima e l’originalità dello scrittore. E ha creduto di poter cercare,
per così dire, un L. in ciascuna delle operette, presa a sé, invece
di cercare il L. di tutte le operette, che sono un’opera sola.
In primo luogo, sta di fatto che, ad eccezione del Venditore di
almanacchi e del Tristano, con cui nel '32 l’autore volle tornare a
suggellare il pensiero delle Operette, tutte le altre pullularono dall’animo
del L. nello stesso tempo, da un medesimo germe d’idee e di
sentimenti, da una stessa vita. Abbiamo visto che il Copernico e il
Plotino erano già in mente al poeta quand’ei vagheggiava il suo Tasso, il
Colombo e fin lo stesso Ti- mandro; e meditava insomma quegli stessi
pensieri, che presero corpo nelle Operette del '24; con le quah
infatti, poiché nel '27 l’ebbe scritte, l’autore sentì che dovevano
accompagnarsi. 11 all’amico De Sinner, che gh chiedeva scritti inediti da
potersi pubblicare a Parigi, scriveva : « Ho bensì due dialoghi da essere
aggiunti alle Operette, l’uno di Plotino e Porfirio sopra il
suicidio, l’altro di Copernico sopra la nullità del genere umano.
Di queste due prose voi siete il padrone di chsporre a vostro piacere:
solo bisogna eh’ io abbia il tempo di farle copiare, e di rivedere la
copia. Esse non potrebbero facilmente pubbhcarsi in Italia » '. Ma
avvertiva subito, che da soU questi dialoghi non potevano andare; e
tornava a scrivere al De Sinner: «Dubito che le mie due prose inedite
abbiano un interesse sufficiente per comparir separate dal corpo delle
Operette morali, al quale erano destinate»*. Quanto al Frammento
apocrifo di Stratone da Lampsaco, esso è del ’25; cioè immediatamente
posteriore alle altre prose compagne; anteriore ad ogni tentativo fatto
dall’autore per pubblicare le Operette. Alle quali, nelle edizioni parziali e
totali fattene a Firenze e a Milano, era ovvio che l’autore non
potesse pensare ad includerlo a causa del crudo materialismo che vi è
professato, c che le Censure non avrebbero lasciato passare. Ma,
lasciando per ora da parte queste cinque operette [Stratone, Copernico,
Plotino, Venditore d’almanacchi e Tristano) che vennero successivamente
ad aggiungersi alle prime venti, è certo che queste venti, composte
tutte di seguito in un anno di lavoro felice, furono dall’autore
scritte e considerate come parti d’un solo tutto. E quando ebbe in ordine
il suo manoscritto completo, escluse che le singole operette potessero
venire in luce alla spicciolata. Nel novembre del ’25 sperò poterle pubblicare
Epistolario, Firenze, Le Monnier, * Epistolario, nella raccolta delle sue
Opere, che un editore amico voleva fare allora in Bologna; e, andato a monte
quel disegno, fece assegnamento sugli aiuti efficaci del Giordani, al
quale consegnò il manoscritto affinché gli trovasse un editore: con tanto
desiderio di vedere stampata la sua opera, che scrive impaziente a Papadopoli
: « I miei Dialoghi si stamperanno presto, perché se Giordani, che ha il
manoscritto a Firenze, non ci pensa punto, come credo, io me lo farò
rendere, e lo manderò a Milano » >. Ma da Firenze scrivevagh il
Vieus- seux il 1° marzo : « Giordani, usando della facoltà lasciatagli,
mi passò il bel manoscritto che gli avevate confidato, dal quale abbiamo
estratto alcuni dialoghi, che troverete riferiti nel n. 61 dell’Antologia,
ora pubbhcato, eh’ io ho il piacere di mandarvi. Graditelo come un pegno
del mio fervido desiderio di vedere il mio giornale spesso fregiato
del vostro nome; e più del nome ancora, dei vostri eccellenti scritti. Sento
che queste Operette morali verranno probabilmente pubbhcate costà, e ne
godo assai pel pubblico, e per voi, tanto più che sembrano meglio
fatte per comparire riunite in una raccolta, che spartite in un
giornale » ». Quella prima pubblicazione, dunque, non fu altro che un
saggio. Del quale L. scrive all’amico Puccinotti: «I miei Dialoghi
stampati ntW Antologia non avevano ad essere altro che un saggio, e
però furono così pochi e brevi. E soggiungeva 1 « La scelta fu fatta dal
Giordani, che senza mia saputa mise l’ultimo per primo; affermando così
che tra i dialoghi c’era un ordine, e ciascuno doveva tenere il suo
posto. Proponendo pertanto la stampa dell’opera intera all’editore Stella
di Milano, gli scriveva: « Ha ella veduto [Lett. del 9 nov. al fratello
Carlo, in Epist., II, 47. » Nell' Epist. del L. 3 Epist., II,
142-43. il numero 6i dell’ An tologia, gennaio 1826 ? E penetrato, ed ha
avuto corso in cotesti Stati ? Vi ha ella veduto il Saggio delle mie Operette
morali ? Le parlai già. in Milano di questo mio manoscritto. Ne abbiamo
pubblicato questo saggio in Firenze per provare se il manoscritto
passerebbe in Lombardia. Giudica ella che faccia a proposito per lei ?...
Tutte le altre operette sono del genere del Saggio, se non che ve
ne ha parecchie di un tono più piacevole. Del resto, in quel manoscritto
consiste, si può dire, il frutto della mia vita finora passata, e io 1’
ho più caro de’ miei occhi » '. Questa lettera è del 12 marzo ’26. 11 22 di
quel mese lo Stella rispondeva : « Ho letto il Saggio ; ed ella ha
ben ragione d’amar cotanto quel suo manoscritto. 11 fascicolo
dell’Antologia era stato ammesso dalla Censura, ma l’editore non credeva di
poterne tuttavia sperare altresì l’approvazione per la stampa Avrebbe
provato: intanto gli facesse sapere la mole del manoscritto. E il L.
subito a riscrivergli, il 26 : « Confesso che mi sento molto lusingato e
superbo del voto favorevole che ella accorda alle predilette mie Operette
morali. 11 manoscritto è di 311 pagine, precisamente della forma del ms.
d’Isocrate che le ho spedito, scrittura egualmente fitta di mio
carattere. Sarei ben contento se ella volesse e potesse esserne
l’editore.... La prego a darmi una risposta concreta in questo proposito tosto
ch’ella potrà » i. Lo Stella, per saggiare le disposizioni della Censura
milanese, chiese licenza di ristampare nel suo Nuovo Ricoglitore i dialoghi
usciti nell’ A ntologia ; « de’ quali », scriveva all’autore il 1°
aprile, « poi formerò un opuscolo a parte che mi farà strada a pubblicar
tutte queste, da 0 . c., Lei chiamate Operette, che lo saranno per la
mole, non pel pregio certamente » «. Perciò il 7 il L. affret-
tavasi a mandargli la nota dei molti errori incorsi nella stampa
fiorentina, insistendo nel desiderio che lo Stella assumesse Tedizione
del libro intero ; che il 26 si disponeva a inviargli : « Debbo però
pregarla caldamente di una cosa. Mi dicono che costì la Censura non
restituisce i manoscritti che non passano. Mi contenterei assai più
di perder la testa che questo manoscritto, e però la supplico a non
avventurarlo formalmente alla Censura senza una assoluta certezza, o che
esso sia per passare, o che sarà restituito in ogni caso » ^ E il
prezioso manoscritto partì infatti sulla fine del mese per Milano 3, e lo
Stella j)oté informare l’autore
d’averlo ricevuto. poi gli scriveva; « Nei brevi ritagli di tempo che
mi restano, vo leggendo le Operette sue morali, le quali quanto mi
allettano.... altrettanto temo che trovar debbono degli ostacoli per la
Censura. Forse il rimedio potrebbe esser quello di darle prima nel Ricoglitore,
per poi stamparle a parte, e in fine fare una nuova edizione di
tutte in piccola forma » 4. Ancora uno smembramento delle care Operette ?
La proposta ferì al vivo l’animo del L., che, a volta di corriere, il 31
rispose: «Se a far passare costì le Operette morali non v’ è altro
mezzo che stamparle nel Ricoglitore, assolutamente e istante- mente
la prego ad aver la bontà di rimandarmi il manoscritto al più presto possibile.
O potrò pubblicarle altrove, o preferisco di tenerle sempre inedite al
dispiacer di vedere un’opera che mi costa fatiche infinite, pubblicata a
brani.... » 5. Furono infatti pubblicate in volume l’anno
seguente, come l’autore ardentemente desiderava, conscio dell’organicità
del corpo di tutte le venti operette, nate come venti capitoli di un’opera
sola. All’unità della quale ei certamente mirò nell’ordinamento
definitivo che fece delle singole parti, quando le ebbe condotte a
termine tutte. Abbiamo veduto come tenesse a rilevare e attribuire al
Giordani l’inversione avvenuta nei tre dialoghi ceduti dlVAntologia. Il
Ti- mandro doveva essere l’ultimo, egli avA^erte. Infatti era stato
scritto dopo il Tasso-, ma era stato pure scritto prima del Colombo. Anzi
nell’ordine cronologico • era quattordicesimo, sui venti del 1824: ma
evidentemente fin da principio era destinato al ventesimo o,
comunque, ultimo posto, che tenne nella edizione milanese del '27.
È invero un’apologià del libro; e l’apologià non poteva essere se non la
conclusione e il giudizio, che, nell’atto di Ucenziare il libro, l’autore
voleva se ne facesse. Ma, nel passaggio dall’ordine cronologico a quello
ideale che L.ebbe da ultimo ragione di preferire, non soltanto il Timandro
venne spostato. Infatti tra il Dialogo di un Fisico e di un Metafisico e
il Dialogo della Natura e di un Islandese, scritti successivamente, con
un solo giorno di riposo tra l’uno e l’altro, parve opportuno
frammettere il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, a cui
il L. pose mano appena finito quello della Natura e di tm Islandese. È
ovvio che senza una ragione né anche quest’ordine sarebbe mutato;
ed è ovvio Mtresì che la ragione non potrà consistere se non negli
scambievoh rapporti da cui questi dialoghi eran legati, agli occhi di chi
li scrisse. Va da sé poi che i vari scritti devono per lo più esser nati
già con questi rapporti, l’un dopo l’altro, secondo che il pensiero germoghava
via via nella sua spontaneità organica; ma dove Cfr. sopra, p. io6, n.
i. una ripresa di idee già non sufficientemente svolte, e il
risorgere di un’ ispirazione che era parsa esaurita, traeva l’autore a
tornéire su se stesso, è pur naturale che l’ordine cronologico non
corrispondesse più allo svolgimento e alla coerenza del pensiero. Così il
Tasso, scritto appena levata la mano dall’ Islandese, nasce come un
anello che salda questo dialogo a quello del Fisico col Metafisico;
e se l’autore scrive il Timandro, bisogna pensare che, saldato così l’
Islandese agli antecedenti dell’opera, egli dovè per un momento credere
esaurito il suo tema; credere perciò di potersi arrestare a quella fiera
rappresentazione finale AtW Islandese: e quindi volgersi indietro a
giudicare e difendere il libro. Passarono infatti dodici giorni senza che
si sentisse riattirato verso il suo lavoro, ripreso il 6 luglio col
Panni, e condotto innanzi a sbalzi fino alla fine dell’anno, quando
fu compiuto il Cantico del Gallo silvestre ; altre sei operette in tutto,
che s’ è condotti a pensare formino un gruppo distinto, nato da questo
risorgimento, seguito al Timandro, del motivo ispiratore delle
operette. Ma tutto ciò, si può dire, non prova nulla per l’organismo e
unità dell’opera L.ana, se questa unità non si trova effettivamente nel
suo intimo. Ed è vero. Com’ è pur vero che quando tale unità fosse messa
bene in luce con lo studio interno del hbro, potrebbe anche
apparire inutile tutto questo preambolo, indirizzato ad argomentare che
l’unità ci doveva essere. Ma è infine non meno vero che non si trova quel
che non si cerca; e che l’unità delle Operette L.ane, ritenute
generalmente una semplice raccolta, aumentabile (con la Comparazione delle
sentenze di Bruto minore e di Teofrasto, come tutti fanno), o riducibile
(come pure han creduto gli autori delle varie scelte di prose L.ane) non
si è mai indagata, perché si sono ignorati o trascurati tutti
questi indizi di un disegno, che lo stesso autore ritenne
essenziale. Intanto, lo spostamento osservato del Timandro
epilogo, in origine, delle Operette, ci ha condotto a scorgere un gruppo, che
non è forse il solo tra questi singoli scritti, così come vennero quasi
rampollando Tuno dall’altro. Sottraendo, oltre il Timandro, destinato ad
epilogo, la Storia del genere umano, che, ])er il suo distacco formale
dal resto dell’opera (è la sola infatti che abbia la forma di un mito), e
la sua rajipresentazione complessiva, in iscorcio, di tutto il destino del
genere umano a parte a parte ritratto poscia nelle varie prose, si
può a ragione considerare come un prologo; le diciotto operette
intermedie, formanti il corpo del libro, si distribuiscono naturalmente in tre
gruppi, di sei ciascuno, come tre ritmi attraverso i quali passa l’animo
del L.. Innanzi al terzo, nato, come s’ è veduto, da una ripresa
dell’ ispirazione originaria, si spiega il secondo, che comincia col Dialogo
della Natura e di un’Anima e si compie, (]uasi ritornando al suo
principio, con l’altro Dialogo della Natura e di un Islandese. Precede, e
inizia la trilogia, un primo grujipo, aperto dal Dialogo d’Ercole e di
Atlante e conchiuso da un dialogo parallelo, in cui all’eroe classico
della potenza e della forza. Ercole, sottentra un eroe della potenza dello
spirito immaginato dalle superstizioni moderne, un mago, Malambruno,
dialogante con un Atlante spirituale, un diavolo. Farfarello.
Disposizione simmetrica, sulla quale non giova certo insistere troppo, ma
che non può apparire arbitraria o fortuita quando si osservino gl’ intimi
rapporti spirituali onde sono insieme congiunte e connesse, in tale
ordinamento, le diverse operette. Ascoltiamo dalle parole stesse
del L. la nota fondamentale di ciascuna operetta; e vediamo se le
varie note degli scritti appartenenti a ciascun gruppo non forniino per
avventura un solo ritmo. Cominciamo dal primo gruppo. Ercole
va a trovare Atlante per addossarsi qualche Qja il peso della Terra, come
aveva fatto già parecchi secoli fa, tanto che Atlante pigli fiato e si
riposi un poco. j(a la Terra da allora è diventata leggerissima; e
quando Ercole se la reca sulla mano, scopre un’altra novità più
nieravigliosa. L’altra volta che l’aveva portata, gli « batteva forte sul
dosso, come fa il cuore degh animali; e metteva un rombo continuo, che
pareva un vespaio. Ma ora quanto al battere, si rassomiglia a un orinolo
che abbia rotta la molla »; e quanto al ronzare, Ercole non vi ode
uno zitto. E già gran tempo, dice Atlante, « che il mondo finì di fare
ogni moto o ogni romore sensibile; e io per me stetti con grandissimo
sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che
m’infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi
seppellire, e l’epitaffio che gli dovessi porre. È lo stesso grido, come
si vede, de La sera del dì di festa'. Kcco è fuggito 11
dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il
tempo Ogni umano accidente. Or dov’ è il suono Di quei popoli
antichi ? Or dov’ è il grido De’ nostri avi famosi, e il grande
impero Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio Che n’andò per la
terra e l’oceano ? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa li
mondo, e più di lor non si ragiona. Perché questo silenzio e questa
morte ? Ecco che la Moda, sorella germana della Morte, vien a dirlo essa
questo perché alla Morte stessa: poiché i soh frivoli e accidiosi costumi
dei nuovi tempi possono spiegare i « lacci dell’antico sopor » che, pel
Poeta, non stringono soltanto «l’itale menti»; i costumi «di questo
secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio », e pgj. cui
il Poeta domandava agli eroi già dimenticati e riscoperti dai filologi, « se in
tutto non siam periti » t La Moda spiega infatti aUa Morte: «A poco per
volta ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in
disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben
essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabih che
abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho
messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa,
così per rispetto del corpo come dell’animo, è più morta che viva; tanto
che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della
morte ». Morti gli uomini, spenta la forza dei corpi,
infranto il vigore degli animi. In compenso, si fabbricano macchine, e H
secol morto può dirsi «l’età delle macchine». L’Accademia dei SUlografi
ne fa la satira nel suo bizzarro bando di concorso per l’invenzione di
tre macchine, che restituiscano al mondo quel che agli occhi del
Poeta costituisce il pregio maggiore della vita, anzi la vita
stessa, quale fu una volta: ramicizia, lo spirito delle opere virtuose e
magnanime, e la donna: quella donna, che fu r ideale degli spiriti
gentili, e fu pur ora cantata come la « sua donna » da esso il L. :
Forse tu l’innocente Secol beasti che dall’oro ha nome.
Or leve intra la gente Anima voli ? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti ornai
Nulla spene m’avanza 3 . Sopra il monumento di Dante (rSrS), vv.
3-4. » Ad Angelo Mai 3 Alla sua donna. fbbene, una macchina ne
adempia gli uffici, essendo «espedientissimo che gh uomini si rimuovano
dai negozi jjeUa vita il più che si possa, e che a poco a poco
diano luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. Questa I la
morte dell’uomo ; la morte dell’amicizia e dell’amore, la morte degh
ideali che già fecero virtuoso e magnanimo l’uomo antico, finito con Bruto
minore; il quale non può sopravvivere alla maledizione scaghata
alla stolta virtù, che ei respinge da sé nelle cave nebbie e nei
campi dell’ inquiete larve. Onde se un romano, e 5Ìa Catihna, può
credere, secondo Sallustio, d’infiammare i soci alla battaglia, parlando ad
essi non solo delle ricchezze, ma dell’onore, della gloria, della
libertà, della patria, affidate alle loro destre, un moderno lettore
d’umanità non può senza peccato d’ipocrisia vedere nel testo di Sallustio
quella gradazione ascendente che il luogo, a norma di rettorica,
richiederebbe. La patria ? Non si trova più se non nel vocabolario. La
libertà ? Guai a proferir questo nome. Di essa, dice il L., che ne
sa anche lui qualche cosa « non si ha da far conto ». La gloria ?
Piacerebbe, se non costasse incomodo e fatica. Insomma, la ricchezza è il
solo vero bene: è quella cosa «che gh uomini per ottenerla sono pronti a
dare in ogni occasione la patria, la hbertà, la gloria, l’onore ».
Sicché il testo è da restituire, per travestirlo alla moderna, facendo
dire a Catilina: Et quum proelinm inibitis, memi- neritis, vos gloriam,
decus, divitias, fraeterea spectacula, epulas, scorta, animam denique
vestram in dextris vestris portare. Animam vestram, la vita: quella
vita, che non hanno ! Quella \dta, che Sabazio, l’eterno Dioniso, dio
della vita [Ancona, nel Fanfulla della domenica del 29
novembre *895: G. Carducci, Degli spiriti e delle forme nella poesia di
G. L., Bologna, Zanichelli, 1898, pp. 207-08. e della morte, è in
sospetto anche lui sia cessata da un pezzo in qua; e però manda su dalle
viscere della terra uno spiritello, uno Gnomo, ad accertarsene. E uno
spi rito dell’aria, un Folletto, può dirgli infatti che «gjj uomini
sono tutti morti e la razza è perduta ». Mancati tutti: «parte
guerreggiando tra loro, parte navigando parte mangiandosi l’un l’altro,
parte ammazzandosi nori pochi di propria mano, parte infracidando
nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando,
e disordinando in mille cose; in fine, studiando tutte le vie di
far contro la propria natura » ; studiandole tutte con queir « irrequieto
ingegno, demenza maggiore » che « (juel- l’antico error, di cui « grido
antico ragiona », onde fu negletta la mano dell’altrice natura, come il L.
aveva appreso dal Rousseau. Oh contra il nostro Scellerato ardimento
inermi regni Della saggia natura ! Morto l’uomo; e «le altre cose....
ancora durano e procedono come prima ». E l’uomo che presumeva il
mondo tutto fatto e mantenuto per lui solo ! Il Folletto invece crede
fosse fatto e mantenuto per i folletti; come lo Gnomo per gli gnomi ! La
vanità umana pareggia essa la nullità dell’uomo. Ecco, gli uomini « sono
tutti spariti, la terra non sente che le manchi nuUa, e i fiumi non
sono stanchi di correre.... e le stelle e i pianeti non mancano di
nascere e di tramontare... ». La saggia, l’altrice natura non si commuove
allo sterminio di sé a cui l'uomo è tratto dal suo ardimento. Fu
certo, fu {né d’error vano e d’ombra L’aonio canto e della fama il
grido Pasce l’avida plebe) amica un tempo Inno ai
Patriarchi. Al sangue nostro e dilettosa e cara Questa misera
piaggia, ed aurea corse Nostra caduca età. Non che di latte Onda
rigasse intemerata il fianco Delle balze materne, o con le greggi
Mista la tigre ai consueti ovili Né guidasse per gioco i lupi al
fonte Il pastorei; ma di suo fato ignara E degli affanni suoi, vota
d'affanno Visse l’umana stirpe. Amica è la natura a chi sta contento
della vita spontanea e irrifiessa, qual’ è appunto la vita della natura.
Lo svegliarsi dell’ intelligenza (scellerato ardimento !) è il principio
della perdizione. E invano l’uomo cercherà col pensiero di restaurare la
sua vita e riconquistare la dilettosa e cara piaggia d’un tempo! Faust lo
sa* *; Malambruno che mvoca gli spiriti d’abisso, che vengano con
piena potestà di usare tutte le forze d’inferno in suo servigio, lo
riapprende da Farfarello, impotente a farlo felice un momento di tempo.
La felicità è la vita che si V’iva sentendo che mette conto di viverla: è
la vita col suo valore. E il L. pare la intenda come un diletto
infinito ; il cui bisogno nasce dall’ infinito amore che ogni uomo ha di
se stesso, ma non può esser soddisfatto mai, perché nessun diletto è
infinito, nessun piacere tale che appaghi il nostro desiderio naturale.
Onde il vivere sentendo la vita è infelicità; e questa non è interrotta se
non dal sonno, o da uno sfinimento o altro che sospenda l’uso dei
sensi: non mai cessa mentre sentiamo la nostra vita ; e se vivere è
sentire, « assolutamente parlando », il non vivere è meglio del
vivere. La vita non ha valore. È, a rigore, l’ultima conclu- [Malambruno
è Faust, non Manfredo, come mostra d' intendere il Losacco, L.ana, in
Giornale storico della letteratura italiana, sione di quella premessa,
che la felicità o valore della vita consista nel diletto; il quale non
può essere altro che limitato, e quindi mai mero diletto, senza
mistura di amarezza. Tale il concetto del primo gruppo delle
Operette, che pone l’animo del poeta in faccia alla morte e al
nulla: ossia al vuoto della vita, non più degna d'esser vissuta:
poiché degna sarebbe la vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso,
coscienza. La vita nella felicità è la natura; e l’uomo se ne dilunga
ogni giorno più con la civiltà, con r irrequieto ingegno, che assottiglia
la vita, e la consuma. Ed ecco il problema e il tormento dell’anima di
L.: l’uomo in faccia alla natura. La natura, che è quella del dialogo
dello Gnomo e del Folletto; e l’uomo, che è, non quella ciurmaglia già
spenta, da cui lo Gnomo avrebbe caro > che uno risuscitasse per sapere
quello che egli penserebbe della già sua vantata grandezza: è anzi
quest’uno, Malambruno, che pensa e vede tutti gli uomini morti e la natura
viva, muta, indifferente. Problema affrontato nel Dialogo della Natura e di
un’Anima, il primo del nuovo gruppo, dove la natura dice all’anima,
dandole la vita: «Va’, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e
chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e infelice ».
Giacché, come poi le spiegherà, nelle anime degli uomini, e
proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire
che l’una e l’altra cosa sieno quasi il medesimo: perché l’eccellenza
delle I Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia
risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre co.se,
benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come
prima, dove si credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per
loro soli » (Operette morali, ed. Gentile, Zanichelli, Bologna).
jjiinie importa maggior sentimento dell’ infelicità proria; che è come se
io dicessi maggiore infelicità»; e l’uomo « ha maggior copia di vita, e
maggior sentimento, che niun altro animale; per essere di tutti i viventi
il niù perfetto; e però è il più infelice. E il meglio è per l’anima
spogliarsi della propria umanità, o almeno delle (loti che possono
nobilitarla, e farsi « conforme al più stupido e insensato spirito umano
» che la natura abbia jjjai prodotto in alcun tempo. Di guisa
che quella morte dell’umanità, che nei dialoghi del primo gruppo poteva parere
una colpa dei degeneri nepoti, ecco, apparisce il destino dell’uomo : la
cui storia non può avere altra conchiusione che la rinunzia alla propria
umanità. La quale, dice il poeta col suo amaro sorriso, scacciata dalla
Terra, non si rifugia e raccoglie nella Luna, come immaginò l’Ariosto di
tutto ciò che ciascun uomo va perdendo. La Luna, a cui la Terra,
nel dialogo che da esse s’intitola, ne domanda, non solo la convince che
l’immaginazione ariostesca è semplice immaginazione, ma in tutto il
dialogo dimostra che il linguaggio umano e relativo allo stato degli
uomini, che la Terra usa, non ha significato fuori di questa: e che
insomma non ha base in natura quello che gli uomini considerano pregio
della loro ^^ta, e che, non trovandolo fondato in natura, riconoscono
quindi mera illusione. Ma il concetto più direttamente è trattato
nella Scommessa di Prometeo: scommessa perduta con Momo (che è lo
stesso spirito satirico pessimista con cui
L. guarda la \'ita nella sua vanità).'Perduta, perché Prometeo
deve confessare che alla prova il suo genere umano, che avrebbe dovuto
essere il più perfetto genere dell’universo, « la migliore opera degl’
immortali, gli era fallito, dimostrandosi, dallo stato selvaggio degli
antro- pofagi a quello più incivilito dei suicidi per tedio della
vita, il più sciagurato e imperfetto. Prometeo paga la scommessa senza volerne
sapere più oltre, quando a Londra vede gran moltitudine affollarsi
innanzi a una porta ed entra, e scorge «sopra un letto un uomo disteso
su! pino, che aveva nella ritta una pistola; ferito nel petto e
morto; e accanto a lui giacere due fanciullini, medesimamente morti»:
sciagurato padre, che per dispera- zione ha ucciso prima i figliuoli e
poi se stesso: (juan- tunque fosse ricchissimo, e stimato, e non curante
di amore, e favorito in corte: ma caduto in disperazione «per tedio
della vita, secondo che ha lasciato scritto. Il tedio della vita ! Ecco la
scoperta che si è fatta andando in cerca di quella felicità, di cui si
pose il problema nel primo dialogo di questo secondo gruppo. E i due
seguenti dialoghi hanno questo argomento. Il Dialogo di un Fisico e di un
Metafisico dimostra la vita non essere bene da se medesima, e non esser vero
che ciascuno la desideri e l’ami naturalmente: ma la desidera ed
ama come « istrumento o subbietto » della felicità, che è ciò che
veramente vale. E questa, guardata più da vicino, consistere
nell’efficacia e copia delle sensazioni, nelle affezioni e passioni e
operazioni, e insomma, non nel puro essere, ma nella sensazione
dell’essere e nel far essere (come ben si può dire) l’essere stesso. Non
l’inerzia e la vuota durata, ma la mobilità, la vivacità, il gran
numero e la gagliardia delle impressioni, e cioè il tempo pieno, questo è
l’oggetto dei nostri desiderii: e la vita degli uomini « fu sempre non
dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto più fortemente agitata, e in
maggior parte occupata, senza dolore né disagio ». La vita vacua,
che è la vita «piena d’ozio e di tedio», è morte; anzi peggio della
morte, che è senza senso. Infine, dice lo stesso Metafisico (che ha
cominciato negando che la felicità sia vivere), «la vita debb’esser
viva»: cioè la vera felicita, in fondo, è sì nella vita ; ma la vita (il L.
così sente) non è vita; è la morte; quella morte di cui s’ è acquistata
la certezza nelle operette del primo gruppo; e che non è pura morte, ma
la morte sentita; la morte nella coscienza dell’uomo che non conosce
altra realtà che l’eterna natura, di là dall’opera sua, e non può
sperare perciò di far nulla che abbia valore. La morte è dolore
perché è tedio: quel \moto dove dovrebbe essere il pieno; la morte al
posto della vita. E questo tedio è la malattia, il segreto tormento
del Tasso, che ne ragiona col suo Genio: del Tasso già dal ’zo,
quando fu scritta la canzone Ad Angelo Mai, apparso al L. come suo
spirito gemello, al par di lui « miserando esemplo di sciagura: O
Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa Tua niente allora, il pianto
A te, non altro, preparava il cielo. Oh misero Torquato ! il dolce
canto Non valse a consolarti o a sciorre il gelo Onde l’alma
t’avean, ch’era sì calda. Cinta l’odio e l’immondo
Livor privato e de’ tiranni. .Amore, Amor, di nostra vita
ultimo inganno. T’abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il
nulla, e il mondo Inabitata piaggia. Tasso medesimo, che non trova
nel mondo altro più che il nulla, e si rifugia nei sogni e nel vago
inunaginare, dal quale più duro bensì gli riesce il ritorno alla realtà;
questo Torquato parla nel Dialogo del Tasso e del suo Genio ', e non si
lagna già del dolore, ma della noia, che sola lo affligge e lo uccide. La
quale gli pare abbia la stessa natura dcU’aria: «riempie tutti gli
spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani
contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro
non gh sottentra, quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl’
intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono
occupati dalla noia. E però. come nel mondo materiale, secondo i
Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così nella vita nostra non si dà
vóto»; e poiché piacere non si trova, la vita è composta parte di
dolore parte di noia. E la vita tutta uguale monotona del povero
prigioniero immagine d’ogni uomo di fronte alla immutabile natura — si
viene via via votando cosi del piacere come del dolore, e riempiendo
tutta della tristezza soffocante del tedio. L’uomo
prigioniero della natura ritorna ncll’ultinio dialogo del gruppo, in cui
si presenta da capo la Natura a render conto di sé all’uomo: al povero
Islandese, che la vicn fuggendo per tutte le parti della terra, e se
la vede sempre innanzi, addosso, incubo schiacciante: e l’ha
innanzi, prima di morire, in effigie di donna, di forme smisurate, seduta
in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna;
viva, di volto tra bello e terribile, occhi e capelli nerissimi,
con 10 sguardo fisso e intento. Perché, le chiede il povero
errante, tu sei « carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi
figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere », e « per
niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi ? Se io vi diletto
o vi benedico, io non lo so », risponde la Natura. La vita dell’universo è un
circolo perpetuo di produzione e distruzione. Ma, riprende 1’ Islandese, poiché
chi è distrutto patisce, e chi distrugge sarà distrutto, « dimmi
quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova
cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con
morte di tutte le cose che lo compongono ? E prima di aver la risposta 1’
Islandese è mangiato dai leoni, già così rifiniti e maceri dall’
inedia, che con quel pasto si tennero in vita ancora per quel
giorno, e non più. Questa Natura, che non sa il bene e il male dell’uomo,
è la Natura che al principio ha detto aU’anima: Sii grande, e infelice.
La vita infatti È infelicità, in quanto è noia; e noia è, perché
vuota; e non può non esser vuota, se l’uomo è di fronte a questa
Matura terribile nel cui perpetuo giro esso rientra, molecola ignorata, e senza
valore, non appena con la sua coscienza si stacchi dalle cose, e vi si
contrapponga. L’uomo dunque è veramente infelice, come s’è detto
nel primo dialogo, perché con la sua attività (che è l’anima, il sentire)
non ha posto nella natura, che è poi tutto. Perciò l’anima è vuota, e la
vita è tedio. E qui potè parere al L., come osservammo, di aver
esaurito il proprio tema; e, prevedendo le facili critiche, che non
sarebbero mancate al piccolo e doloroso libro, ritenne opportuno
difenderlo col Timandro. Ma poi considerò che la sua dimostrazione
non era veramente perfetta. Il dolce canto non era valso a consolare
Torquato; ma potrebbe dunque il canto consolare Panimo addolorato ? Gino
Capponi, l’amico del Tommaseo, che fu giudice sempre acerbo e ingiusto al
grande Recanatese b scrisse una volta. L.comincia uno de’ suoi
Dialoghi, inducendo la natura che scaraventa nel mondo un’anima con queste
parole: Vi\d e sii grande ed
infelice. Io per me credo proprio il
rovescio, e che le anime nostre non sieno infelici se non in quanto sono
esse piccole £ cosa facile esser grandi uomini, se basti a ciò essere
infehci, ed L. insegnò a molti la via della infelicità; ma non l’aveva
imparata egh quando produsse quelle canzoni per cui Acerbo e
ingiusto anche nel giudizio, che pur contiene sensazioni profonde di
alcuni aspetti dell'arte L.ana, raccolto nel volume La donna, Milano,
.Agnelli, Vedi i miei Albori della nuova Italia, Lanciano, Carabba, Scritti ed. ed ined., Firenze, Barbèra,-- sta
in alto il nome suo »>. E il De Sanctis doveva osser\’are più tardi:
«Quel suo nullismo nelle azioni e nei lini della vita, che lo rendeva
inetto al fare e al godere, era riempiuto dalla colta e acuta intelligenza e
dalla ricca immaginazione, che gli procuravano uno svago e gli fa, cevano
materia di diletto quello stesso soffrire. Egli aveva la forza di
sottoporre il suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e
generalizzarlo, e fabbricarvi su uno stato conforme del genere umano. Ed
aveva anche la forza di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e
melodie, e fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino
il suicidio, e appunto perché può trasferirlo nella sua anima di artista
e immaginare Bruto e Saffo, non c’è pericolo che voglia imitarli. Anzi,
se ci sono stati momenti di felicità, sono stati appunto questi. Chi più
felice del poeta o del filosofo nell’atto del lavoro ? Ma né il
Capponi, né il De Sanctis avvertivano cosa sfuggita al L.. È suo questo
pensiero vero e profondo ; L’uomo si disannoia per lo stesso sentimento
vivo della noia universale e necessaria ». E suo è ciuesto altro che lo
precede ; « Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche
rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino
evidentemente e facciano sentire 1 inevitabile infelicità della vita,
quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad
un animo grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento,
disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita o nelle più acerbe e
mortifere disgrazie servono sempre di consolazione, raccendono
l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, gh
rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta » I Studio
su L.. Napoli, Morano, Pensieri. Cfr. lett. M avveggo ora bene che,
spente che sieno le passioni, non resta negli studi aura Ebbene, sentire ripullular questa vita, che
il raziocinio aveva dimostrata morta, era pur sentire il bisogno (ji
riprendere la dimostrazione. L. non affronta nelle Operette, né in altro
dei suoi scritti, il problema di questa vita incoercibile che risorge
dalla sua più fiera negazione. Ma sente oscuramente questa diificoltà,
non superata nei primi due gruppi de’ suoi dialoghi. Tutto
l’argomentare della sua filosofia non genera la convinzione che ne dovrebbe
deri\ are: la convinzione che arma la mano di Bruto contro se stesso, e
fa gittare dalla misera Saffo « il velo indegno », per rifuggirsi ignudo
animo a Dite, e così emendare il crudo fallo del destino. L’amor
della vita non è vinto: la Natura ha detto all’Anima che le infinite
difficoltà e miserie, a cui vanno incontro i grandi, « sono ricompensate
abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a questi
egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità della ricordanza che
essi lasciano di sé ai loro posteri. Ebbene, questa gloria, che già
non arride all’anima, quando natura gliel’addita, questa gloria abbelliva
pure agli occhi del L. questo mondo di morti, in cui gli sembrava
di vivere. Filippo Ottonieri, che è lui stesso, potrà esser « vissuto
ozioso e disutile, e morto senza fama », come dice il suo epitaffio, ma
sentiva bene d’esser nato alle opere virtuose e alla gloria ». Questa
gloria, che è il premio della grandezza e la sublime consolazione dei
grandi infehci, che tanto più saran grandi quanto più sentiranno la loro
infehcità, e più quindi saranno infelici, è la lode che nell’animo degli
altri e pei secoli riecheggia la lode stessa che il grande tributa egli
alla loute e fondamento di piacere che una vana curiosità, la
soddisfazione della quale ha pur molta forza di dilettare: cosa che per
Taddietro, finché mi è rimasta nel cuore l'ultima scintilla, io non
potevo comprendere, Epist,,-- propria grandezza nella coscienza felice del suo
genio. La sua sostanza è veramente in questa lode interna e
soggettiva: la sua esteriorità è in quella eco che si ripercuote lontano, e
ferma, e pare consolidi il valore onde il genio vede illuminata la
propria opera. L., nudrito la mente dei concetti classici e delle idee
materialistiche, cerca la realtà di questa gloria, in cui lo spirito
attinge la propria liberazione da tutte le miserie, in quella eco
esterna, in quel consenso che in fatto altri verrà tributando alla nostra
grandezza. E perciò si trova in faccia al problema del valore
tuttavia superstite della grandezza spirituale, veduto in questa
forma; l’anima grande e infelice è destinata essa alla gloria ? o la
speranza è fallace, come tutte quelle che ei rimpiangerà dileguate nelle
Ricordanze? ' Ed ecco il Farmi, che tante difficoltà mostra opporsi all’acquisto
di questa gloria, specialmente nell’età moderna e nel mondo presente, da
farla apparire mèta inattingibile. Talché vien meno anche questa
aspettazione, e al grande non rimane che seguire il suo fato, dove che
egli lo tragga, con animo forte, adoprandosi nella virtù, perché la
natura stessa lo fece nascere alle lettere e alle dottrine.
Dileguata quest’ultima consolazione, la sola che si possa chiedere
alla stessa eccellenza dell’animo, quando altra realtà, e fonte eventuale
di gioia, non si vegga da quella che l’animo mira esterna a se stesso,
qual porto rimane allo stanco spirito umano? Vivere infeUce ?
Dovecanterà: O speranze, speranze; ameni inganni Della mia prima età
! sempre, parlando. Ritorno a voi; ché per andar di tempo. Per
variar d'alletti e di pensieri, Obbliarvi non so. Fantasmi,
intendo, Son la gloria e l’onor; diletti e beni Mero desio; non ha
la vita un frutto. Inutile miseria. E sia; ma se non si può né anche
farsi un monumento della propria infelicità ? Sola nel mondo,
eterna, a cui si volve Ogni creata cosa.In te, morte, si posa
Nostra ignuda natura. Lieta no, ma sicura Dall'antico
dolor. La risposta viene dai morti, che si sveghano per un quarto
d’ora nello studio di Ruysch, e cantano, e descrivono questa loro sicurezza dall’antico
dolor, nella quale vivono immortah; senza speme, ma non in desio,
come le anime del limbo dantesco: Profonda notte Nella
confusa mente Il pensier grave oscura; Alla speme, al desio,
l’arido spirto Lena mancar si sente: Così d’affanno e di
temenza è sciolto, E l’età vote e lente Senza tedio
consuma. Vita vuota, dunque, anche quella: ma senza sentimento. Vero
porto, in cui il povero Islandese finalmente avrà pace, e in cui si può
giungere in un languore di sensi senza patimento, com’ è degli ultimi
istanti della vita, quando sopravvive solo un senso « non molto
dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del
sonno, nel tempo che si vengono addormentando. Dolce morte hberatrice ! Ma
prima che la morte ci abbia sciolti dal tedio ? Filosofare, come Filippo
Ot- tonieri, il socratico, che « spesso, come Socrate, s’intratteneva una
buona parte del giorno ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e
massime con alcuni suoi familiari, sopra qualunque materia gli era
somministrata dall’occasione ». E per tal modo filosofava sempre. non per
farne trattati (ché, al pari di Socrate, non credeva giovasse mettere la
filosofìa in iscritto e irrigidir]^ in formule che non risponderanno piti
ai mutevoli bisogni dell’animo), ma per intendere senza pregiudizi e
senza illusioni la vita, e adattarvisi da saggio, tralasciando ogni vana
querimonia: come aveva detto Spinoza: non ridere, non liigere, neque
detestari, sed intelligere. Questo r ideale dell’ Ottonieri, che vivrà
ozioso e disutile e morrà senza fama, ma « non ignaro della natura
né della fortuna sua »>. E con la sua pacata magnanimità e la
sua bonaria ironia rinnoverà l’immagine di Socrate anche in questa
modesta, anzi umile coscienza del sapere, e quindi, per lui, del potere umano.
L’ Ottonieri vuol essere quasi la filosofia delle Operette fatta vita e
persona. Ma, oltre la filosofia, non v’ è altro rimedio alla noia
? Sì : c’ è la rupe di Leucade. Ce lo insegna Colombo, in una bella notte
vegliata sull’oceano .sterminato e inesplorato col fido Gutierrez, confidando
all’amico che anche in lui vacilla la fede e che, in verità, ha
posto la vita sua e de’ compagni sul fondamento d’una sem- phee
opinione speculativa » che può fallirgli. Ma, egli soggiunge, « quando
altro frutto non venga da questa navigazione, a me ]iare che ella ci sia
profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla
noia, ci fa cara la vita, ci fa prege\'oli molte cose che
altrimenti non avremmo in considerazione. Scrivono gli antichi,
come avrai letto o udito, che gli amanti infehei, gittan- dosi dal sasso
di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella marina, e
scampandone, restavano, per grazia di Apollo, liberi dalla passione
amorosa. Io non so se egli si. debba credere che ottenessero questo
effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di
tempo, anco senza il favore di Apollo, avuta cara la vita, che prima
avevano in odio; o pure avuta più cara e più pregiata che innanzi.
Ciascuna pavigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla
fxipe di Leucade. E navigazione è ogni rischio della vita, ogni azione
eroica. O filosofare, dunque, come Ot- tonieri; o navigare come Colombo,
e far guerra al tedio, P riafferrarsi insomma alla vita, finché la morte
non ce ne liberi. E lo stesso giorno * che finiva di scrivere
il Dialogo a Colombo e Gutierrez L.,
nel fervore dell’animo commosso da questa coscienza del valore e quasi
gusto della vita riconquistato mercé l’attività, di questa grandezza
felice, mette mano al bellissimo Elogio degli uccelli: Urica stupenda,
sgor- gatagU dal pieno petto, al guizzo d’una immagine Ucta e
ridente: di queste creature amiche delle campagne verdi, delle vallette
fertili e delle acque pure e lucenti, del paese bello e dei soli
splendidi, delle arie cristalline e dolci e di tutto ciò che è ameno e
leggiadro, e rasserena e allegra gli animi; e che, col perpetuo movimento
e col canto che è un riso, sono simbolo di quella vita piena
d’impressioni, che non conosce tedio, anzi è tutta una gioia. E ci fanno
amar la natura, che ebbe un pensiero d’amore, assegnando a un medesimo
genere d’animali il canto e il volo ; « in guisa che quelli che avevano a
ricreare gU altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario in luogo
alto ; donde ella si spandesse all’ intorno per maggiore spazio, e
pervenisse a maggior numero di uditori ». Così viva è r intuizione della gioia
gentile che il poeta riceve da questa vaga immagine degU ucceUi,
che è già appagato il desiderio finale di questo Elogio: lo vorrei, per un poco
di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e
letizia della loro vita ». Non ha cantato qui anch’egU la gioia
? Cfr. Pens. E un favoloso uccello,
il Gallo silvestre, di cui parlano alcuni scrittori ebrei, che sta sulla
terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, con un altro
cantico vibrante gli dirà Tultima parola di questa filosofia della vita,
attenuando bensì il tono della lirica precedente, c smorzando
l'entusiasmo, al quale mai come in questo caso s’era abbandonata l’anima
del poeta; e additandogli anzi lontano il pauroso nulla di tutte le cose,
e la morte a cui ogni parte deH’universo s’affretta infaticabilmente,
ma pur rasserenandogli l’animo con la fresca sensazione del puro e
frizzante aer mattutino, ravvivatore e rin- francatore. Sensazione già
nota al Poeta: La mattutina pioggia, allor che l'ale Battendo
esulta nella chiusa stanza La gallinella, ed al balcon s’affaccia
L’abitator de’ campi, e il sol che nasce I suoi tremuli rai fra le
cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente picchiando, mi
risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli
augelli sussurro, e l’aura fresca, E le ridenti piagge
benedico. Canta il Gallo silvestre per destare i mortali dal sonno;
« Il dì rinasce : torna la verità in sulla terra, e parton- sene le
immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita : riducetevi dal
mondo falso nel vero ». La fiera soma! Meglio, meglio dormire, e non
destarsi; ma verrà la morte a liberar dalla vita. Ad ogni modo », dice il
Gallo, la terribile voce che riempie di sé il mondo, c canta questa corsa
universale alla morte, « ad ogni modo, il primo tempo del giorno suol
essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi
ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se
ne La Vita solitaria
producono e formano di presente; giacché gli animi in quell’ora eziandio
senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla
giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei
mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovasi occupato
dalla disperazione; destandosi, accetta uovamente neU’anima la speranza,
quantunque ella in niun modo se gli convenga ». Ed ecco, dunque, la
speranza risorgere ogni giorno, anche se la sera finì nella disperazione
; e se il Gallo silvestre paragona la vita dell'universo al giorno, che
comincia col mattino ma va alla notte, e alla vita umana che muove dalla
heta giovinezza incontro alla vecchiaia e alla morte: e se termina annunziando
che tempo verrà, che la stessa natura sarà spenta, e « un silenzio nudo e
una quiete altissima empieranno lo spazio immenso »; il dolce gusto della
speranza mattutina e giovanile non è distrutto: perché quel tempo è molto
remoto e (secondo avvertì più tardi l’autore in una nota della seconda
edizione) non verrà mai: e la vita mortale ritorna sempre dalla notte al
mattino, e la speranza risorge, e la vita rinasce di continuo. Le operette
dunque del terzo gruppo ricostruiscono, nella misura e nel modo che si
può secondo L., quello che le prime dodici hanno abbattuto.
Ricostruiscono, movendo dall’estrema mina in cui è caduta anche la
speranza della gloria, nel Parini. Il quale lega il terzo gruppo ai
precedenti; e fu ritirato dopo le prime due edizioni verso il principio,
e attratto nell’orbita del secondo gruppo, poiché tra la Storia del genere
umano e il Timandro l’autore non voUe più il Sallustio] e lo rifiutò e
gli sostituì il Frammento di Stratone, collocato al diciannovesimo posto,
innanzi al Timandro. Allora il gruppo ricomprese il Dialogo della Natura e
di un'Anima e il secondo II Parini. E il Frammento, lì sulla fine
del- l’opera, innanzi all’epilogo apologetico, fu come l’interpretazione
metafisica che da ultimo il pensiero, ripiegatosi su se medesimo, diede della
propria intuizione filosofica: concezione, sullo stile delle teorie
cosmologiche greche più antiche, di un universo go\'ernato da pure leggi
meccaniche, com’era quello che giaceva in fondo a ogni concetto
pessimistico del L.; onde si tenta suggellare, nell’ intenzione del
Poeta, l’immagine di quella Natura che eternamente passa, e che negli
ultimi detti del Gallo silvestre è rimasta «arcano mirabile e
spaventoso. Si noti che il Sallustio fu conservato tra le venti
operette primitive anche nell’edizione di Firenze. quantunque in questa
fossero aggiunti i due nuovi dialoghi del Venditore d’Almanacchi e di
Tristano] e si noti che in questa edizione invece non potè entrare il
Frammento di Stratone molto probabilmente per le difficoltà già
accennate, derivanti dalla materia di esso, poiché è il solo scritto
crudamente materialistico, che sia tra le Operette. 11 che, se si pensa
pure al fatto che il Frammento fu scritto quando L. aveva tuttavia presso di sé
il manoscritto delle Operette, e a\ rebbe già fin d’aUora pensato ad
incorporarvelo, se questa aggiunta non avesse disordinato il disegno
simmetrico del hbro), dimostra all’evidenza che i dialoghi fiorentini,
che sappiamo scritti a Firenze due anni prima, formano un nuovo gruppo a
sé, che si viene ad aggiungere alle prhnitive operette, senza
fondervisi: come avverrà del Frammento, appena l’autore crederà
potere e dover tralasciare il Sallustio, e sostituirlo. Perché
tralasciarlo ? « Forse », risponde il Mestica I Cfr. Chi.\rini,
O.C., Scritti letter. di G. L., perché gli parve troppo scolastico e di materia
non [ abbastanza originale, sebbene i pensieri in esso contenuti
siano conformi al suo filosofare ». « Il dialogo ha poco movimento e
scarso valore artistico », osserva lo Zingafelli ' : « l’invenzione è misera, e
sull’attrattiva dello strano e del fantastico prevale nel lettore un
senso d’incredulità. Per queste ragioni l’autore dovette rifiutarlo, e
forse anche per rispetto a Sallustio medesimo. Forse anche col passar
degli anni, il L. non credè più che tutta la grandezza antica perisse con
Bruto e per opera di Cesare e dei cesariani ». Più si è accostato
al L vero questa volta il Della Giovanna > : « Forse egli si
sarà I pentito delle parole crudissime che usa parlando della I
libertà e della patria. È ben vero che anche altrove egli f lamenta
la mancanza d’amor patrio e di libertà, ma in modo più vago ». Il
Sallustio, in questo cinico pessimismo, contraddice al motivo
fondamentale delle Operette: logico nell’ordine di pensieri da cui sorse,
ma ripugnante a quei sentimenti più profondi, onde la personahtà del poeta
abbraccia in sé e contiene, e tempera quindi e solleva a un suo
particolar significato, siffatti pensieri. I quali non sono qui un
sistema filosofico astratto, ma l’alimento segreto di un’anima che si
riversa ed esprime in una poesia di grande respiro, la quale in tutta la
sua unità risuona all’anima del lettore come una musica, secondo
che osservò un amico del poeta, il Montani i, appena I operette
morali di L., ’ Le prose morali di L.Vedi la sua recensione
ncWAntologia del gennaioche incomincia; «Non vi è mai avvenuto una sera
d’opera nuova, di entrare in teatro a sinfonia cominciata, e imaginandovi
un motivo musicale diverso dal vero, trovar men bello e men
significante ciò che poi dee sembrarvi meraviglioso ? — Quando VAntologia,
or son due anni, pubblicò un saggio dell’operette del L. ancora
inedite.... io non ne fui che leggermente colpito; mi mancava il motivo
della musica. Intesone il motivo, al pubblicarsi delle operette insieme
unite, mi parve d'aver acquistato nuovo orecchio e nuovo sentimento. E
ne scrissi al Giordani, ch’era a Pisa, ov’oggi è il L., il quale allora
stava potè leggere tutta la collana delle Operette. Questo rrio
tivo fondamentale facilmente si riconosce nel preI^^]i^^ e nell’epilogo,
onde è inquadrata nella sua naturale cor nice la trilogia delle operette
: ossia nella Storia del genere umano e nel Timandro: due operette, che
sono affatto estranee a qucUo spirito, che si può dir proprio di
tutte le altre, ad eccezione dell’ Elogio degli uccelli, dove ji^re
qua e là s’insinua a frenare l’impeto Urico di gioia e d’entusiasmo; a
quello spirito, che si può definire con le parole stesse con cui il L.
ritrae se medesimo in una lettera al Giordani (del tempo in cui forse raggiunse nel
Frammento di Stratone l’estremo termine di questo suo stato d’animo) : «
Quanto al genere degli studi che io fo, come sono mutato da quel che io
fui, così gli studi sono mutati. Ogni cosa che tenga di affettuoso e di
eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non
cerco altro più fuorché il vero, che ho già tanto odiato e detestato. Mi
compiaccio di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria
degli uomini e delle cose, e di inorridire freddamente, speculando questo
arcano infelice e terribile della vita dell’universo ». Lo stesso animo,
non altrettanto felicemente, ma con maggior abbandono, esprimerà tuttavia, nel
’26, nell’ Epistola al Pepoli : Ben mille volte Fortunato
colui che la caduca Virtù del caro immaginar non perde Per volger
d’anni; a cui serbare eterna La gioventù del cor diedero i fati qui nel
più quieto degli alberghi (già ridotto d’allegra gente a’ di del
Boccaccio), dicendogli che dalla porta di questo alla camera del suo
amico più non salirei che a cappello cavato. Le operette del L. sono
musica altamente melanconica... ». La recensione contiene più d’una
osservazione notabile. SuU’amicizia
del L. col Montani, vedi G. Mestica, Studi L.ani, Firenze, Le
Mounier, (si ricordi il Cantico
del Gallo silvestre)] Della prima stagione i dolci inganni
Mancar già sento, e dileguar dagli occhi Le dilettoso immagini, che
tanto Amai, che sempre inlino all’ora estrema Mi fieno, a ricordar,
bramate e piante. Or quando al tutto irrigidito e freddo
Questo petto sarà, né degli aprichi Campi il sereno e solitario
riso. Né degli augelli mattutini il canto Di primavera, né
per colli e piagge Sotto limpido ciel tacita luna Commoverammi il
cor; quando mi fia Ogni bel tate o di natura o d’arte. Fatta
inanime e muta; ogni alto senso. Ogni tenero affetto, ignoto o
strano; Del mio solo conforto allor mendico. Altri studi men
dolci, in eh’ io riponga L’ingrato avanzo della ferrea vita,
Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi Destini investigar delle
mortaU E dell’eteme cose.. In questo specolar gh ozi traendo Verrò:
che conosciuto, ancor che tristo. Ila suoi diletti il vero.
Questo era stato il suo ideale nelle Operette] speculare, scoprire,
frugare la miseria degli uomini e di tutto, e inorridire, ma con petto irrigidito
e freddo. Se non che nel '25, nel caldo ancora dell’opera, poteva credere
di aver raggiunto già questo stato d’animo; l’anno dopo egli, più
ingenuamente, o meglio con maggior consapevolezza, sente che il suo petto sarà
forse un giorno, non è ancora, al tutto irrigidito e freddo; non è eterna
la gioventù del cuore, né in lui, né in altri, ma non è ancora del
tutto tramontata. Così nelle Operette il freddo inorridire e il disprezzo
d’ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente è un desiderio, un
programma, un propo sito; ma non è, né può essere il suo stile, poiché né
ogni bellezza ancora gli è inanime e muta, né ogni alto senso ogni
tenero affetto ignoto e strano. E questo sente liené e proclama il Poeta
nel dialogo di Timandro e di Eleandro; dove a Timandro che, secondo la
filosofia di moda fa alta stima dell’uomo e del progresso di cui egli è
capace' ed è insomma un ottimista, il pessimista, che sente invece
per l’uomo un’alta pietà, il futuro cantore della Ginestra protesta di non
essere un Timone (per quanto non abbia sdegnato la parte di Momo di
fronte a Prometeo) ; « Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto
affetto quanto può mai cadere in anima viva Oggi, benché non sono
ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, né forse anco tepida »
(aveva appena ventisei anni !) ; « non mi vergogno a dire che non amo
nessuno, fuorché me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è
possibile ». Dove ognun vede che realmente certo invinciliile pudore
arresta Eleandro innanzi alla conseguenza delle sue dottrine; e si
ripigha subito infatti: « Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di
patire piuttosto io, che esser cagione di patimento ad altri. E di
questo, per poca notizia che abbiate de’ miei costumi, credo mi
possiate essere testimonio ». L’amore degli altri si ribella alla negazione che
se n’ è voluto fare, e s’appella all’ intima e irreprimibile attestazione
del cuore. Altro che freddezza e petto irrigidito! E da ultimo
Eleandro conchiude; «Se ne’ miei scritti io ricordo alcune verità
dure e triste, o per isfogo deU’animo, o per consolarmene col riso, e non
per altro ; io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare,
sconsigUare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la
cognizione del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di
bassezza d’animo, [Ed ecco perché, scritto il dialogo, sentì di non
doverlo più intitolare, come aveva pensato da principio, di Misinore e Filénore
: egli non era davvero quell’odiatore dell’uorao (ixio-TjVcop) che poteva
parere; né vero Filénore poteva dirsi l’ottimista. iniquità e disonestà di
azioni, e perversità di costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed
esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e pensieri
nobili, forti, magnanimi, \nrtuosi, e utili al bene comune o
privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che
danno pregio alla vdta; le illusioni naturali dell’animo; e in line gli
errori antichi, diversi assai dagh errori barbari; i quali, solamente, e non
quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della
filosofia ». Dunque, ogni alto senso e tenero affetto, destato da
queste illusioni, non sarà spiegabile nel mondo a cui si volgono gh occhi
del L., il mondo di Stratone da Lampsaco, o la natura dell’ Islandese,
come non è spiegabile nel mondo che solo esiste per la scienza; ma
non perciò è ignorato, o è divenuto estraneo al cuore del Poeta. 11 quale
non è Timandro, ma è bene Eleandro; e a dispetto di quella natura, che è
il vero, ama gli uomini e la virtù, dichiarandola un’illusione, ma
naturale, e quindi vera, quantunque contradittoria a quell’altra natura,
che non conosce né amore, né bene. Inorridire freddamente, sì; ma inorridire,
ed elevarsi quindi al di sopra della universale miseria, sentita come
tale, e non assentirvi, non semplicemente intelligere, come Spinoza
avrebbe voluto. Così nella Storia del genere umano, vero
preludio alla sinfonia delle Operette, quando l’uomo è pervenuto
all’ uno fondo di cotesta miseria, rappresentato dall’ap- parire in terra
della Verità, spunta egualmente una divina pietà al soccorso dell’
infelicità intollerabile dei mortali : « La pietà, la quale negli animi
dei celesti non è mai spenta, commosse, non è gran tempo, la
volontà di Giove sopra tanta infehcità; e massime sopra quella di
alcuni uomini singolari per finezza d’ intelletto, congiunta a nobiltà di
costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva essere comunemente
oppressi ed afflitti più IO.(‘tKSTli.y.. iicnz* ni r L'-'p
’rtìi. che alcun altro, dalla potenza e dalla dura
dominazione di quel genio»: ossia appunto, della Verità. Giove,
«compassionando alla nostra somma infelicità, propose agjj immortali se
alcuno di loro fosse per indurre l’animo a visitare, come avevano usato
in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e
particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a se,
indegni della sciagura universale. Tacciono tutti gli altri Deima si
offre Amore, figliuolo di Venere Celeste, «questo massimo iddio », che «
non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti
all’ imperio della Verità ». Di rado egli scende, e poco si ferma, e
perché la gente umana ne è generalmente indegna, e perché gli Dei
molestissimamente sopportano la sua lontananza. EgU è dunque premio, che
l’uomo conquista con la sua grandezza. La quale perciò è condannata sì
all’ infelicità del vero; ma è pur redenta e beatificata da Amore.
« Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentih
delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio;
diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoh di affetti
sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano,
cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che
rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori
insieme, abbracciando l’uno e l’altro a un medesimo tempo, e inducendo
scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con
grandissima istanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non
gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicità
che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla
divina. A ogni modo, l’essere pieni del suo nume vince per se qualunque
più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Ed
ecco perché il Poeta inorridisce, sia pur freddamente, allo spettacolo
del tristo vero. La sua anima è calda (iel divino beneficio di Amore. Né
può in lui la verità (quella mezza verità) contro le sacre illusioni, che
né egli può respingere, né altri egli ha consigliato mai a
respingere. « Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a
tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine
umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra,
permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla Verità,
quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell’animo grandemente
offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di
contrastare agli Dei ». Non può, cioè, la nostra logica non render l’arme
all’arcano, che resta pel Poeta questa natura, la quale mette in cuore il
bisogno della virtfi, e la fa apparire poi stolta a Bruto. Infine, quella
stessa giovinezza e freschezza mattinale, arrisa e ringagliardita dalla
speranza, ecco, risorge per x’irtù di questo Amore ; « E siccome i fati
lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a
questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini,
che fu di essere tornati alla condizione della puerizia. Perciocché negli animi
che egh si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce, per tutto il tempo
che egh vi siede, l’infinita speranza e le belle e care immaginazioni
degli anni teneri. Molti mortah, inesjierti c incapaci de’ suoi
diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano come
presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri;
e quando gli udisse, niun sup- phzio ne prenderebbe: tanto è da natura
magnanimo e mansueto. Qui non c’ è satira, né riso, né fredda
anahsi; ma la più ferma fede e l’anima stessa del Poeta, che con la
pietà di Giove accenna già da lungi alla pietà di Elean- dro: e raccoghe
in questo suo magnanimo e mansueto amore tutta la infehcità degli uomini
e delle cose, e la purifica e sana nel gran mare tranquillo del cuore,
dove le illusioni rinverdiscono ad ora ad ora in una perpetua
giovinezza; e la vita vera non è quella dell’egoismo e della barbarie, ma
dell’affetto che lega le anime con nodi divini, e della bellezza, della
libertà, della patria, e di tutte le cose nobili e alte che fan grande
l’uomo. Questo amore, che dà piuttosto verità che rassomiglianza di
beatitudine, e ristaura tutta la vita umana, questo è il vero spirito
delle Operette morali. Pessimista, sì, ma alla Pascal, che disse; L’homme n’est qu’un
roscau, le plus faible de la nature] mais c’est un roseau pen- sant. Il
ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser ; une vapeur, une
gcmtte d'eau, suffit pour le tuer. d/a/s, quand l’univers l’écraiserait,
l' homme serait encore plus noble que ce qui le tue, par ce qu’ il sait
qu’ il meiirt, et l’avantage que l’univers a sur lui] l’univers n’en sait
rien\ sicché la grandeur de l’homme est grande en ce qu’ il se
connaU misérable E il L. nell’agosto del ’23, alla vigilia delle
Operette, e quando il concetto di esse era già maturo ; Niuna cosa maggiormente
dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, ossia 1 altezza
e nobiltà deH’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e
fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dei mondi, si
sente essere infinitesima parte di un globo che è minima parte degh
infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione
stupisce della sua piccolezza e profondamente sentendola e intensamente
riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel
pensiero della immensità delle cose, e si trova come smarrito nella
vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo
pensiero egli dà la maggior piova della sua nobiltà, della forza e della
immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e
menomo essere. I Pensées, (Brunschvicg). è jiotuta pervenire
a conoscere e intendere cose tanto superiori alla natura di lui, e può
abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della
esistenza e delle cose. Questa coscienza dell’umana grandezza e sovranità
sulla trista natura il L. non smarrì mai; ed è l’anima di tutta la sua
poesia, in cui queste Operette rientrano. E chi voglia intenderle, deve
nel loro insieme e in ogni singola parte che le costituisce, aver
l’occhio a questo punto centrale, da cui s’irradia la luce che
tutte le investe e compenetra. Tutte, ad eccezione del Sallustio, che è
negazione fredda, senza l’orrore, la ri- beUione dell’animo, il dolore,
sia pur mascherato da amaro sorriso, che si diffonde in tutte le altre. E
questo parmi il giusto motivo che indusse l’autore a
sopprimerlo. Quando nel ’27 una nuova ripresa della primitiva
ispirazione diede il Copernico e il Plotino, venutisi quindi ad
aggiungere alle prime Operette già formanti un organismo, r ispirazione non era
punto mutata. Giacché il Copernico dimostra, secondo il detto dello
stesso autore, la nullità del genere umano; e la dimostra
ripigliando un’ idea che contro i Timandri medievali attardati
aveano già nel Cinque e Seicento svolta Bruno nella Cena delle
ceneri e Galileo nei Massimi sistemi] donde la conclusione necessaria che
Porfirio ricava nell’altro dialogo (che sarebbe poi la conclusione
rigorosamente logica di tutta la parte negativa delle Operette) : che sia
ragionevole uccidersi. Ed egh vince a furia di argomentare (movendo da
premesse, che son quel che sono, ma a lui paiono ben fondate) il suo
stesso maestro, Plotino. Ma Pensieri, Plotino può opporgli una sapienza
assai più profonda più vera: «Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro
ragion^ 1 accomodar l’animo alla vita : certamente quello è u ^
atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuoP elegger piuttosto di
essere secondo ragione un mostr^' che secondo natura uomo. Perché contro
natura e contro umanità il suicidio ancorché conclusione di logica
inesorabile? Porgiam’orecchio, dice Plotino, «piuttosto aUa natura che
alh ragione. E dico a quella natura primitiva, a quella madre
nostra e deU’universo; la quale se bene non ha mostrato di amarci, e se
bene ci ha fatti infelici, tuttavia ci è stata assai meno inimica e
malefica, che non siamo stati noi coir ingegno proprio, colla curiosità
incessabile e smisurata, colle speculazioni, coi discorsi, coi sogni, colle
opinioni e dottrine misere: e particolarmente, si è sforzata ella di
medicare la nostra infelicità con occultarcene, o con trasfigurarcene, la
maggior parte. E quantunque sia grande 1 alterazione nostra, e diminuita
in noi la jjo- tenza della natura; pur questa non è ridotta a nulla
né siamo noi mutati e innovati tanto, che non resti in ciascuno gran
parte dell’uomo antico. Il che, mal grado che n’abbia la stoltezza
nostra, mai non potrà essere altrimenti. Ecco, questo che tu nomini error
di computo; veramente errore, e non meno grande che palpabile; pur si commette
di continuo; e non dagli stupidi solamente e dagl’idioti, ma dagl’ingegnosi,
dai dotti, dai saggi; e si commetterà in eterno, se la natura, che
ha prodotto questo nostro genere, essa medesima, e non già il
raziocinio e la propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a
me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della
nulhtà delle cose, della vanità deUe cure, della solitudine dell’uomo;
non odio del mondo e di se medesimo, che possa durare assai: benché
queste disposizioni dell’animo sieno ragionevolissime, e le lor contrarie
irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo, mutata
leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco, e spesse volte in un
subito, per cagioni menomissime, e appena possibili a notare; rilassi il
gusto della vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose
umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di
qualche cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire,
al senso dell’animo » •. E infine, conclude Plotino, questo senso, non 1
’ intelletto, è quello che ci governa. Sicché è evidente che non la
filosofia negativa, che spazia dal Dialogo d’ Ercole e di Atlante fino al
Cantico del Gallo silvestre e al Frammento di Stratone, e poi nel
Copernico, opera di puro intelletto, è la somma della sapienza L.ana; ma
questa stessa filosofia in quanto dichiarata stoltezza dalla natura e da
questo « senso dell’animo ». Senso dell'animo, che è sempre amore
per L. Giacché non la sola natura ci riattacca alla vita, sì anche un
bisogno d’amore, che a noi spetta di alimentare: « E perché », chiede
Plotino, « anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degh amici;
dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei frateUi, dei genitori,
della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali
siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per
sempre : e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa
separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la
perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità del caso ? ». E dice
la parola, che si va cercando attraverso tutte le Operette, ma di
cui può dirsi quello stesso che Tacito dell’ imma- Il solo, a mia
notizia, che abbia rilevato l’importanza che questo «senso dell'animo» ha
nel sistema dello spirito L.ano, come principio di redenzione dal
pessimismo, è stato il prof. Giovanni Negri, nelle sue Divagazioni L.ane
(6 volumi, Pavia, 1894-99), passim, e specialmente voi. V, pp.
lys-yy. 1gine di Bruto mancante ai funerali della sorella: prae-
fulgebat eo ipso gitoci non visebatiir. « E in vero, colui che si uccide
da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se
non la utilità propria; si gitta per così dire, dietro alle spalle i suoi
prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione del
privarsi della vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o
certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si
trovi al mondo. Dunque quella grandezza non è infelicità; perché l’uomo
infelice dovrebbe darsi la morte; e si ucciderebbe se vivesse per la
felicità e si attenesse quindi al calcolo dell’utile. Ma la vera vita è
non sembianza, sì verità di beatitudine se è amore, in cui l’uomo non
distingue più sé dagli altri, né agli altri antepone più se stesso. E
questa è la A’irtù, la magnanimità, di cui parla tanto spesso L., che non
è più il dolore incomportabile che ci fa invidiare i morti, ma questo
amore che ci stringe ai viventi, e ci ammonisce dal fondo del nostro
cuore di uomini, come Plotino con voce tremante di affetto dice al
suo Porfirio: «Viviamo, e confortiamoci a vicenda; non ricusiamo di
portare quella parte che il destino ci ha stabìhta, dei mali della nostra
specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l'altro; e andiamoci
incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel
miglior modo questa fatica della vita». Questo amore, che ci regge e
riempie la vita, ci conforta la morte e ci abbellisce l’idea di questo
mondo, da cui non spariremo senza sopravvivere. « E quando la morte
verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo momento gli amici e
i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che
saremo sjienti, così molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora
». Vili. Amore è la prima e l’ultima parola delle
Operette. Le quali ebbero ancora una ripresa nei due dialoghi fiorentini:
il Venditore d’Almanacchi e Tristano. Nel primo ritorna il motivo del Cantico
del Gallo silvestre. Il venditore d’almanacchi col suo grido festoso
annunzia l’anno nuovo, il tempo che ricomincia, e risveglia le speranze e
promette. Ma il passeggero in cui s’incontra oppone la sua fredda
riflessione a quell’ impeto di vaghe e indefinite speranze, e lo conduce
a considerare che « quella vita eh’ è una cosa bella, non è la vita che
si conosce, ma quella che non si conosce ; non la vita passata, ma la futura ».
La vita che si conosce è la passata, mista di beni e di mali, e a
cagione di questi ultimi tale che nessuno vorrebbe riviverla: vita
brutta, dunque. La futura è quella che non si conosce, e che sarà
egualmente brutta quando sarà passata; e sarebbe perciò non meno brutta,
se noi ce la vedessimo venire incontro quale in effetti sarà. Dunque ? L.
non conchiude ; ma la conclusione è quella che viene dalle Operette:
sperare non è ragionevole, poiché, come cantava il Gallo silvestre, già
si corre alla morte; ma non sperare non si può; perché, è evidente, il
futuro sarà brutto quando sarà passato; ma bello è finché futuro; né di
questo futuro potrà mai tanto passarne che non ce ne sia sempre
dell’altro, in cui possa rifugiarsi la speranza, o innanzi a cui non
possa il Gallo intonare il suo canto consolatore. E la vita resta sempre
con queste due facce ; a vedersela innanzi, qual’ è, una miseria
disperante; a viverla, a \'iverci dentro col nostro cuore, i nostri
fantasmi, le nostre speculazioni e il nostro amore, una beatitudine
divina. Fu per Giacomo l’anno della tragica prova della sua fede.
Dopo dieci anni tornò la misera Saffo a rivivere nel suo animo; non però
luminosa immagine della fantasia, come nell’ Ultimo canto, ma vita del
cuore stesso di Giacomo. Bello il tuo manto, o divo cielo, e
bella Sei tu, rorida terra. Airi di cotesta Infinita beltà parte
nessuna Alla misera Saffo i numi e l’empia Sorte non fenno. A’ tuoi
superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta, E
dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille
invano Supplichevole intendo Non meno supplichevole Giacomo
guarda ad Aspasia; onde ricorderà: Or ti vanta, che il puoi. Narra
che prima, E spero ultima certo, il ciglio mio Supplichevol
vedesti, a te dinanzi Me timido, tremante (ardo in ridirlo Di
sdegno e di rossor), me di me privo. Ogni tua voglia, ogni parola,
ogni atto Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi Fastidi impallidir. E
cadde l’inganno, e la vita, orba d’affetto e del gentile errore, fu «
notte senza stelle a mezzo U verno ». Ma Saffo proruppe nel grido
disperato ; Morremo ! -- e violenta
cercò l’atra notte e la silente riva. L. scrisse invece Amore e morte]
dove la morte non è più l’orrido Dite di Saffo, anzi si palesa in tutta
la sua gentilezza fino alla donzeUa timidetta e schiva. È sorella d’Amore
; 1 Ultimo canto di Saffo. Aspasia. Bellissima fanciulla,
Dolce a veder, non quale La si dipinge la codarda gente. Gode
il fanciullo Amore Accompagnar sovente; E sorvolano insiem la
via mortale. Primi conforti d'ogni saggio core £ la
morte sospirata dall’amante, nel languido e stanco desiderio di morire,
che si sente Quando novellamente Nasce nel cor profondo
Un amoroso affetto, perché già a’ suoi occhi la vita diviene un
deserto: a se la terra Forse il mortale inabitabil fatta Vede
ornai senza quella Nova, sola, infinita Felicità che il suo pensier
figura; Ma per cagion di lei grave procella Presentendo in
suo cor, brama quiete. Brama raccorsi in porto Dinanzi al
fier disio. Che già. rugghiando, intorno intorno oscura.
E a questa morte consolatrice, che insieme con amore è quanto di
bello ha il mondo, a questa morte, senza armare la mano, anzi con umile e
mansueto animo, vol- gesi il Poeta con un sospiro di religiosa
preghiera: Bella morte, pietosa Tu sola al mondo dei
terreni affanni. Se celebrata mai F'osti da me, s’al
tuo divino stato L’onte del volgo ingrato Ricompensar tentai.
Amore e morte -- Non tardar più, t’inchina A disusati preghi.
Chiudi alla luce ornai Questi occhi tristi, o dell’età
reina. Non già che amore e morte abbian potere di cancellare
la fatale infelicità: né che l’uomo e il L. abbiano mercé loro, a lodarsi
del fato. Quando Morte spiegherà le penne al suo pregare, lo
troverà Erta la fronte, armato, E renitente al fato.
La man che flagellando si colora Nel suo sangue innocente Non
ricolmar di lode. Non benedir. La morte è consolatrice e
liberatrice da questo fato crudele: ma già L. aspetta sereno quel dì ch’ei
pieghi addormentato il volto nel vergineo seno di lei; e il fato è
vinto nel suo animo gentile da questa aspettazione: vinto nella stessa
vita. E questo è Tanimo di Tristano; il quale, dopo avere con amara
ironia fatta la palinodia del suo libro, conchiude che il meglio sarebbe
di bruciarlo : « non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni
poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come
un’espressione dell’infelicità dell’autore»; perché, soggiunge al suo
amico Tristano, con accento che viene dal cuore e vibra di commozione, «
perché in confidenza, mio caro amico, io credo febee voi e felici
tutti gli altri; ma io, quanto a me, con licenza vostra e del secolo,
sono infebeisshno: e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non
mi persuaderanno il contrario ». Egb è flagellato dallo stesso fato di
Amore e morte. «E di più vi dico francamente eh’ io non mi sottometto
alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a
patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e
desiderarla sopra ogni altra cosa.... Né vi parlerei così se non fossi
ben certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole.... In
altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gh stolti, e quelli che hanno
un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con
qualcuno di loro. Oggi non in\'idio più né stolti né savi, né grandi né
piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti»: i morti di Ruysch, già sicuri
àzH’antico dolori E quest'invidia, questo desiderio intenso della
morte, è fiducia confortata da una speranza che non falhrà, e che già
allieta di sé Tanimo sottratto per lei a quella vita che è dolore: a
quella cosa arcana e stupenda, che i morti di Ruysch possono ricordare
senza tema, poiché è un passato irrevocabile: «Ogni immaginazione
piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade nella mia
solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte»: che è
un avvenire, adunque, quale il venditore di almanacchi lo prometteva.
In conclusione, ancora una volta, e sempre, l’amore trionfa del
dolore, anche nella morte, che ci libera infine da quella vita che la
natura e il fato danno all’uomo « di cedere inesperto ». Cederebbe il
suicida egoista, non il magnanimo che allarga la sua persona nell’amore,
e guarda sereno alla morte amica che lo sottrarrà, e lo sottrae,
alla miseria di Saffo e dell’ Islandese. Quanta differenza tra la morte
di cui Ercole ragiona con Atlante 0 quella che s’incontra nella Moda, al
principio delle Operette) e questa morte, a cui l’animo si volge
desioso alla fine delle Operette stesse ! Il filo aureo che
dall’una conduce all altra è già nella Storia del genere umano'.
Amore figlio di Venere celeste. Questo scritto fu pubblicato prima nel
Messaggero della domenica, poi nei Frammenti di estetica e letteratura, A
proposito di L. toma sempre in campo la questione delia differenza e del
rapporto tra filosofia e poesia: poiché questo poeta voUe essere, e per
certi rispetti nessuno può negare sia stato infatti un filosofo; ma,
d’altra parte, egli stesso pare abbia voluto distinguere una cosa dall’altra,
come res dissociabiles, e in un libro di prosa volle in forma più
sistematica e più razionalmente convincente esporre quel suo pensiero da
cui traeva intanto ispirazione il suo canto nelle poesie. E non importa
se non ci sia una sola delle sue poesie in cui il L. non ragioni la sua
fede e non si sforzi di dimostrare la verità del concetto ch’egli s’era
formato della vita, e che attraverso una determinata situazione
personale, un paesaggio, un ’immagine, si sforza costantemente di mettere in
piena luce. Non importa se nessuna delle prose raccolte nelle Operette
morali si presenti sotto la forma di scolastica dimostrazione e scevra di
quel sentimento, di quella viva commozione, in cui \dbra la
personalità del poeta così nelle Operette come nei Canti. La distinzione
pare tuttavia innegabile, poiché, non po- tenilo altro, se ne fa una
questione di quantità e di più e di meno: affermando che l’elemento filosofico
predomina nelle Operette, e l’elemento hrico nei Canti. E si crede
così di salvare la tesi generale, che bisogna rinunziare alla filosofia
per esser poeti, e viceversa: giacché la loro natura è così diversa e
ripugnante, che l’una non può esser l’altra e una sempre deve essere
sacrificata. Ma io non voglio ora affrontare la questione,
che potrà sembrare tanto teoricamente difficile e dehcata uanto
praticamente inutile e oziosa. Nel caso di L. la questione di principio è priva
d’ogni interesse, perché il L., anche nelle sue prose, è
indubbiamente poeta ; temperamento poetico sempre, che, canti o
ragioni, cioè si proponga Luna o l’altra cosa, in realtà non riesce
se non ad esprimere se stesso; a vivere di quella verità che gli invade
l’anima e non gli lascia modo di dubitare e di assoggettarla a quella più
alta razionalità, a quella critica oggettiva che s’inquadra in un
sistema, e in cui consiste propriamente una filosofia che non vuol
dire che non abbia anche lui la sua filosofìa; ma è una filosofìa fatta
vita e persona, fatta vibrazione e ritmo del suo stesso sentimento,
incapace come tale d’acquistare intera coscienza di sé, e perciò di
superarsi. E, cioè, un certo suo atteggiamento spirituale, che s’effonde
nella divina ingenuità della poesia, e che riesce perciò superiore
a quella dottrina che l’autore si sforza consapevolmente di
formulare. Superiore perché, ormai è noto agh studiosi più
attenti della sua poesia questa ha pel
poeta un contenuto pessimistico, e per noi, invece, ha un contenuto
ottimistico. La vita infelice, necessariamente e fatalmente infelice, è ciò che
il poeta aveva innanzi agli occhi, vedeva e si proponeva di cantare. Ma
poiché quella \nta che ogni poeta canta non è quella che ha innanzi
agli occhi, bensì quella che ha dentro al cuore, e però ogni poeta
canta non la vita quale egli la vede, ma il cuore con cui egli la guarda;
e poiché il cuore di L. era, come egli disse una volta, nato ad amare, ed
aveva amato, e forse con tanto affetto quanto ]iuò mai cadere in anima
vdva », così, in realtà, tema del suo I Vedi ora il mio scritto
Arte e religione, nel Giorn. crii. d. filos- Hai., e nel voi. Dante e Manzoni, Firenze,
Vailecchi,-- canto non fu mai quella brutta vita, che è piena di dolore, ma
quell’altra che egli più profondamente sentiva, redenta dall’amore, la
quale «dà piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine. Poiché
appunto qui è il divario tra pessimismo e ottimismo: che il primo vede la vita
quale apparisce nella natura considerata dal punto di vista
materialistico, brutale, sorda ai bisogni e alle finalità dello spirito,
chiusa in sé di contro alle aspirazioni dell’anima umana bisognosa di
amore e di consenso, ossia di un mondo conforme alla sua vita e a lei
consentaneo; e l’altro invece crede nello spirito, nel valore de’ suoi
ideali, e nell’energia dell’amore che sola è capace di reahzzare un tale
valore. 11 mondo del pessimista è il mondo dell’egoismo, per cui il
dovere e la \nrtù sono mere illusioni, e il mondo dell'ottimista è il mondo in
cui la più salda e vera realtà è quella che risponde alle esigenze
dell’animo. E la verità è questa: che il L., pessimista di filosofia, e
ijuasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore, e nel profondo
dell’animo: tanto più acutamente pessimista, col progresso della
riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista. Basta confrontare la
canzone All’Italia con La Ginestra. Di qui la sublime bellezza della sua
poesia, dove la bestemmia e lo strazio della disperazione si smorzano e
dissolvono nella commossa e tenera effusione di un’anima angosciosamente
agitata da un bisogno di amore universale e da un’ incoercibile
fede nella virtù e nella realtà dell’ ideale. Egli non ha la filosofia di
questo superiore ottimismo in cui rimane assorbita la sua iniziale visione
pessimistica; e continua a dire che la sua è sempre la filosofia del
Bruto Minore^-, ma l’anima, che non perviene al concetto filosofico di
quella storia del genere umano. Lett. al De Sinner -- realtà che è
per lei la vera e suprema realtà, raggiungo bensì la forma poetica della
sua espressione in modo pieno e perfetto. Se cerchiamo in lui
il filosofo, avremo lo scettico, ironista, materialista piuttosto
mediocre nell’ invenzione, dove riesce facile scoprire quanto egli debba
ai libri che lesse, e come pronto fosse ad attingere dalle fonti
ph, disparate tutto ciò che comunque paresse giovare a conferma delle sue
idee: mediocre nell'esposizione od elaborazione della materia, per evidente
inesperienza del metodo lìlosofìco e insufficiente familiarità coi
grandi pensatori di tutti i tempi. Ma chi legga il L. e si fermi a
ciò che in lui è mediocre, non ha occhi né anima per vedere che cosa c’ è
propriamente in lui che è vivo ed eterno e grande: ciò per cui anche a
chi pedanteggi la sua poesia s’impone e suscita un’eco solenne
nell’animo. In questo senso bisogna pur dire che in L. non si deve
cercare e non c’ è il filosofo: ma c è un anima, che rifulge in tutto lo
splendore della sua grandissima umanità. C’ è insomma il poeta.
Anche nelle sue Operette. Le quali io credo di avere
definitivamente dimostrato con argomenti esterni, attestanti nella maniera più
esplicita 1’ intenzione di esso L., e con argomenti interni, desunti dallo
svolgimento del pensiero e dagli evidenti legami onde le singole operette
sono congiunte tra loro per graduali passaggi di atteggiamenti spirituali
e di sentimenti dal primo all’ultimo anello, che non sono una raccolta,
ma un organismo, un tutto unico, che si articola dentro di se
stesso e si conchiude. Si conchiude tra un preludio e un epilogo in una
opera, che è un poema, e non è un trattato: un libro di poesia, anch’esso,
e non di contenuto didascalico e speculativo. Il quale si compone o ginariamente
di venti capitoli, scritti tutti in un anno di lavoro felice, ma con un
intervallo tra i primi quattordici e gli altri sei: in guisa da suggerire
il sospetto che la ripresa, da cui trasse origine Tultima parte,
svolgendosi in sei capitoli, potesse trovare riscontro nella prima serie:
dalla quale sottraendo il primo e l’ultimo capitolo, quello perché
introduzione e questo perché apologia e conchiusione di tutta la serie,
si ottengono infatti dodici capitoli, che naturalmente si dividono
in due gruppi di sei capitoli ciascuno; e ciascun gruppo è
destinato a svolgere un certo motivo, e quindi forma un ritmo a sé.
Sospetto confermato da alcuni spostamenti dall’autore introdotti nel primitivo
ordine cronologico, e poi costantemente mantenuti, salvo una
sostituzione che nella terza edizione del libro mise uno scritto, per
l’innanzi non potuto mai pubbhcare, al posto di un capitolo del primo
gruppo: capitolo abolito allora perché infatti non armonico né col
gruppo, né con tutta l’opera. La distribuzione, è ovvio, non
può avere se non una importanza relativa. £ ragionevole pensare che
fosse voluta e curata dall’autore. Il quale egualmente non volle
mai rispettare l’ordine cronologico nelle edizioni da lui curate dei
Canti, e diede loro un ordinamento ideale, che per lui aveva un \'alore,
e che per i lettori ed interpreti non può essere perciò trascurabile. Ma il
fatto stesso che tutte e venti le operette furono scritte
successivamente, l’una dopo l’altra, nello stesso periodo di tempo, e
hanno tutte un prologo generale e un unico epilogo, dimostra
evidentemente che i loro singoli gruppi non si possono considerare
separatamente, quasi ognun d’essi formasse un tutto a sé. La
distribuzione del nucleo principale delle Operette in tre gruppi di sei
capitoli ciascuno, con a capo un capitolo introduttivo e in fondo un altro
capitolo conclusivo, può servire soltanto a renderci attenti per leggere
le varie parti del libro cercandovi tre motivi fondamentali che nel
pensiero deU’autore si fondo no in un solo ritmj complessivo, e
formano l’unità organica del libro; e in questo modo può servire quasi di
chiave a un libro, che fino a ieri si leggeva qua e là, scegliendo l’uno
o l’altro capitolo, come se ciascuno stesse da sé. E non occorre
dire che ci vuole discrezione, e non bisogna pretendere un taglio netto
tra un gruppo e l'altro, e una soluzione di continuità che non si sa
perché l’autore avrebbe dovuto introdurre una prima e una seconda volta nel
corso della sua unica opera. Discrezione che non vedo, per esempio,
nel professor Faggi ', quando del Dialogo di Malambrmio e
Farfarello che resta collocato alla fine del primo gruppo e da servire
quindi come passaggio al secondo, mi domanda: « Ma non potrebbe stare
anche nel secondo, poiché è una affermazione chiara ed esplicita dell’
infelicità assoluta dell’esistenza, onde si conchiude che, assoluta-
mente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere ? ». Ma io non avevo
eretto nessuna muraglia tra il primo gruppo concluso da questo dialogo di
Malambruno e Farfarello e il secondo aperto da quello della Natura
e di un’Anima: anzi, dopo aver mostrato il pensiero dominante nel primo
gruppo, additavo in Malambruno quell’anima che si ritrova di fronte alla
Natura al principio del nuovo ciclo; e tra i due dialoghi successivi non
un salto, anzi un passaggio naturale e come insensibile ove non si
osservi che quella che nel primo ciclo è una constatazione,
un'osservazione di fatto, diventa nel secondo ciclo il problema. Il
Faggi, tratto forse in inganno da alcune parole [Una nuova edizione delle
fn Operette movali n di G. L., nel Marzocco -- da me usate incidentalmente, mi
fa dire che la differenza tra primo e secondo periodo in questa trilogia
delle Operette consisterebbe, secondo me, in ciò: che nel primo « r
infelicità del genere umano si considera particolarmente nell’età moderna come
effetto più che altro della volontà pervertita dell’uomo e della civiltà
», e nel secondo invece, « questa infelicità si considera come
legge imprescindibile e ineluttabile dell’umanità o del mondo in genere»;
sicché «la Natura, che nella prima ipotesi apparisce fonte in se ancora
inesausta di vita e di fehcità, apparisce invece nella seconda vero
principio di ogni male e di ogni dolore. Cotesta sarebbe la nota
differenza osservata dallo Zumbini tra la prima fase « storica » del
pessimismo L.ano, e la seconda metafisica o cosmica. Ma non
corrisponde per l’appunto alla distinzione da me indicata, tra il concetto del
primo e quello del secondo gruppo delle Operette. Nel primo, io dissi,
l’animo del poeta vien posto in faccia alla morte e al nulla : « ossia al
vuoto della vita, non più degna d’essere vissuta; poiché degna sarebbe
la vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso, coscienza. La vita nella
fehcità è la natura; e l’uomo se ne dilunga ogni giorno più con la
civiltà, con l’irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e la consuma
». Qui il pessimismo storico è già superato, e Malam- bruno
può dire che « assolutamente parlando » il non vivere è meglio del
vivere. Lo può affermare, perché la vita umana, fin da principio e per
sua natura, è senso, coscienza, e si è strappata a quell’ ingenuità
istintiva e affatto inconsapevole, che è pura animalità. « Può parere »,
scrissi io, « che la morte dell’umanità, la sua nul- htà o infelicità
sia, nei dialoghi del primo gruppo, una colpa dei degeneri nepoti » :
poiché infatti civiltà è aumento progressivo di coscienza e di pensiero. Ma in
realtà, fin dalle origini, insieme col sapere, che fa uomo
l’uomo. c’ è già il dolore, ed il destino dell’uomo è fissato. Malambruno
perciò è benissimo al suo luogo alla fine del primo ciclo. Il
secondo ciclo ricava la conseguenza pratica della verità scoperta nel
primo. E si apre infatti col Dialogo della Natura e di un’Anima, nel
quale dalla proporzione del dolore con la grandezza dell’uomo (il cui
progresso e perfezione consiste nell’acquisto di sempre maggior
copia di sentimento che gli fa sentire sempre più acuto il dolore
dell’esistenza) deduce, che dunque è meglio spogliarsi deU’umanità, o
delle doti che la nobilitano, e farsi « conforme al più stupido e
insensato spirito umano che la natura abbia mai prodotto in alcun tempo. Negare
l’umanità, rinunziare a ciò che fa il pregio della \ùta, rinunziare ad
affiatarsi con la Natura indifferente, che ci respinge da sé, ossia
rinunziare alla vita: e rassegnarsi alla vita vuota, al tedio, all’
inerzia. Laddove il primo ciclo addita aU’uomo l’abisso che con la
coscienza s’è aperto tra lui e la natura, il secondo gli fa sentire il
destino a cui gli conviene di rassegnarsi, rinunziando a quella natura
che non è per lui, e a quella vita che soltanto nella natura potrebbe
spiegarsi. Il primo ciclo è una negazione, per così dire teoretica; il
secondo è la negazione pratica, che consegue dalla prima negazione. La
conclusione dovrebbe essere quella di Bruto minore e di Saffo, il
suicidio; non ò però la conclusione del L., il quale non finisce
con r Ultimo canto di Saffo, ma con la Ginestra. E perché quella di
Bruto non sia la sua conclusione è detto nel terzo ciclo delle Operette.
Il quale svolge questo motivo: che quella vita che certamente non ha
valore, perché è dolore e perciò negazione della vita che noi
vorremmo vivere, ripullula rigogliosa e incoercibile dalla sua
stessa negazione. La \àta è abbarbicata aH’anima umana; e
questa, attraverso le attrattive e le lusinghe della gloria, la
stessa contemplazione della morte liberatrice, porto sicuro da
tutte le tempeste, come la cantano i morti di Ruysch, attraverso una
filosofia che sappia intendere e sorridere con la magnanimità bonaria di
un Ottonieri, attraverso gli stessi rischi in cui la vita si perde e si
riconquista col gusto di una cosa nuova, e in generale attraverso
l’attività, il movimento, la passione e la speranza che non vien mai
meno; ma sopra tutto, attraverso l’amore che ci fa ricercare nell’uomo,
neW’umana compagnia, quello che la natura ci nega anche nella piena
coscienza della propria infelicità fatale e immedicabile, vive e
sente la gioia d’una vita che trionfa del destino fatto all’uomo
dalla natura. Una soluzione dunque del problema della vita nei
tre cicU delle Operette morali c’ è. Ma è una filosofia ? È evidente che
no: perché la via che filosoficamente si dovrebbe seguire per superare il
pessimismo radicale dei primi due cich è, senza dubbio, quella per cui
l’anima dello scrittore si avvia e spontaneamente e vigorosamente
procede nel terzo; ma questo non è una dottrina, bensì 10 slancio
naturale dello spirito che risorge con tutte le sue forze dalla negazione
pessimistica. E il pessimismo, in linea di teoria, rimane la verità
assoluta e insuperabile. L. sente bensì e vive la verità superiore,
ma non riesce a darle forma riflessa e speculativa. Egli sperimenta in sé
ed attesta coi moti del suo animo la potenza dello spirito, che anche nell’uomo
che s’immagina scliiavo e vittima della natura, trionfa della forza
tirannica e feroce di questo brutto potere, e vive, e gusta la gioia di
questa sua vita in cui consiste la realtà dello spirito. E in questo
balsamo, che il suo animo sparge così su tutte le piaghe che ha aperte e
che ha fissate inorridito, in questa dolcezza che sana ogni dolore,
in quest’ idealità che sopravvive a ogni negazione, qui la
personalità, qui è la poesia del L.. Così, ripeto nelle Operette, come
nei Canti. Si rilegga l’affettuosa parlata di Eleandro onde
si conchiuse da prima tutta la serie delle Operette-, o il di.
scorso di Plotino, con cui il libro tornò ad essere suggei. lato nelle
aggiunte posteriori; e si neghi, se è possibile, che il centro e
l’accento principale dello spirito leojiar- diano è in quel « senso
dell’animo », com’egli dice, che, agli occhi suoi, lega l’uomo all’uomo,
e con l’amore, vincolo soave insieme ed eroico, instaura un ordine morale
inespugnabile a ogni riflessione scettica, e superstite infatti (coni’ è
detto nella Storia del genere umano) a quella fuga di tutti i lieti
fantasmi che è prodotta dal sorgere della verità tra gli uomini. L’animo
del L., come quello di Porfirio, non si scioglie dalla vita, anzi
vi si stringe vieppiù, e la trova, malgrado tutto, degna d’esser vissuta,
per quel che dice appunto Plotino: «E perché non vorremo noi avere alcuna
considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli,
dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e
domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo: che morendo,
bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore di
questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, per
la perdita di persona cara e consueta, e per l’atrocità del caso ?
». Questo non è un argomento filosofico, ma un cuore che trema in ogni
parola; e ogni parola si sente come velata dal pianto dell’anima che il
dolore apre ed espande nell’amore. Ma è proprio vero, torna a
domandarmi il professor Faggi, che amore sia la prima e l’ultima parola delle
Operette ? Ecco: che la Storia del genere umano faccia consistere tutto
il pregio, la bellezza e la felicità della vita nell’amore, mi pare sia
così chiaro dalle ultime pagine del mito, che nessuno possa dubitarne. E non
vedo che ne dubiti lo stesso Faggi. Il quale dubita piuttosto che
amore sia l’ultima parola del libro. Non gli pare che sia nella prima
forma di questo, quando finiva col Dialogo a Timandro e di Eleandro\ né
che sia nella forma definitiva, quando all’ultimo posto fu collocato il Dialogo
di Tristano e di un Amico. La compassione di Eleandro, egli dice, « non è
amore : tant’ è vero che questo dialogo dovea dapprincipio intitolarsi
Misénore e Filénore, e Mis nore, cioè odiatore dell’uomo, doveva essere L.
». Ma il Faggi non ha badato che (come avrebbe potuto vedere da tutte le
varianti che io ho tratte dall’autografo) cotesto titolo, poi mutato
dall’autore nell’altro con cui pubblicò il dialogo, non solo fu ideato
quando ancora il dialogo era da scrivere, ma mantenuto fino alla fine
della composizione del dialogo stesso. Sicché il concetto di Mist'nore è
puntualmente quel medesimo che vediamo incarnato in Eleandro: in chi cioè
non si oppone propriamente all’amatore degli uomini, ma si oppone
soltanto a chi, anzi che Filénore, merita d’esser detto Timandro, perché
eccessivamente valuta, col domma della perfettibilità progressiva, il
potere umano di impadronirsi della feheità. L’uomo del L. non è l’uomo
vantato e millantato dagl’ illuministi del secolo XVIII e dai
progressisti del suo secolo: l’uomo dalle magnifiche sorti e progressive
del Mamiani: è l’uomo vittima della natura e però degno di
compassione. La compassione non è amore; certo. Ma ne è la radice.
E perciò Giove, mosso da pietà, nella Storia del genere umano, manda
Amore fra gli uomini. Perché solo l’amore lenisce i dolori, per cui si
commisera l’infelice; e se Eleandro, dopo aver protestato con un grido
che gli si sprigiona dal più profondo del cuore: Sono nato ad
amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima
viva », soggiunge. Oggi non mi vergogno a dire che non amo nessuno,
fuorché nie stesso, per necessità di natura, e il meno possibile»-
l’aggiunta è un’asserzione voluta dalla coerenza del si' sterna
pessimistico della vita che Eleandro oppone al dommatico ottimismo di
Timandro; ma si smentisce subito continuando. Con tutto ciò sono solito e
pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimenti
ad altri ». E questa è compassione, che è pnrg una sorta di
amore. Che se Tristano non sa più pensare se non alla morte questa
morte (come credo di aver chiarito abbastanza col riscontro di quel
dialogo con i canti dell’amore fiorentino, Aspasia e Amore e morte), non è la
disperazione della vita, cantata da Bruto minore e da Saffo, ma è
la bellissima fanciulla che Gode il fanciullo Amore
Accompagnar sovente; la bella morte, pietosa, sospirata in
quel languido e stanco desiderio di morire che sorge col nascere d’un
amoroso affetto. E r ironia, così nel Timandro come nel Tristano,
non è rivolta contro la vita confortata dall’amore, bensì contro quel
volgare ottimismo che parla il fatuo linguaggio di Timandro e deH’amico di
Tristano. Vero è che per leggere L. non bisogna tanto badare a
quello che egli dice, ma al modo piuttosto in cui lo dice, al tono delle
sue parole, in cui propriamente consiste la sua anima, e quindi la vita e
il valore della sua prosa. Che io perciò desidero considerare più
come poesia che come argomentazione. E perciò non posso accettare
quel che il Faggi dice del Dialogo di Tasso e del suo Genio familiare e dell’
Elogio degli uccelli. Come mai, mi domanda del primo, «appartiene
al secondo gruppo e non al terzo ? Anche questo dialogo è senza
dubbio.... una ricostruzione; e, per questo lato. vale il Dialogo
di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez ». Infatti, egli osserva, «
non dee spaventare la differenza che c’ è fra un uomo chiuso nelle
quattro mura d’una prigione e un altro che corre a vele spiegate 1’ Oceano
infinito. 11 Tasso prova nello spirituale colloquio col suo Genio
familiare press’a poco la stessa soddisfazione che il grande Genovese nel
suo fortunoso viaggio. Tutt’e due han trovato la maniera di fuggire la
noia, questa compagna indivisibile dell’esistenza. Quando altro frutto
non ci venga da questa navigazione, dice Cristoforo Colombo a
Pietro Gutierrez, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per
lungo tempo essa ci tiene Uberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa
pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.
E il povero Tasso ha ricevuto tale conforto dalla conversazione col suo Genio,
che, si può ritenere, il consigUo da questo datogli di ricercarlo, ov’ei
lo voglia, in qualche Uquore generoso, non andrà perduto. Tutt’e due,
tra fantasticare o navigare, van consumando la vita: non con altra
utiUtà che di consumarla; che questo è l’unico frutto che al mondo se ne
può avere: e l’unico ‘intento che l’uomo deve proporsi ogni mattina in
sullo svegliarsi ’ ». Ora tutto ciò, se si guarda alla nota
fondamentale dei due dialoghi, non credo si possa sostenere. Lo
spunto del Colombo ci è indicato dallo stesso L., che, come io ho
mostrato, aveva prima concepito questo scritto col titolo di Salto di
Leucade\ e il senso o nucleo del dialogo va quindi cercato nel passo che segue
alle parole citate dal Faggi, dove Colombo dice: « Scrivono gU antichi,
come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittan- dosi dal sasso
di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella marina, e
scampandone, restavano per grazia di Apollo, liberi dalla passione
amorosa. Io non so se egli si debba credere che ottenessero questo
effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di
tempo, anco senza il favore di Apollo avuta cara la vita, che prima
avevano in odio; o pm-g avuta più cara e più pregiata che innanzi.
Ciascuna na vigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla
rupe di Leucade; producendo le medesime utihtcà, ma pj(, durevoli
che quello non produrrebbe; al quale, per questo conto, ella è superiore
assai. Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a
ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria,
che non fanno gli altri della loro. Io per Io stesso rispetto giudico che
la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da’
navigatori e soldati ». Non il consumai'e la vita è l'utilità
del rischio, a cui Colombo espone sé e i suoi marinai, ma la gioia di
riafferrarsi aUa vita che nell’oceano sterminato si teme sfuggita per sempre:
il gusto che si prova per ogni piccolo bene, appena ci paia di averlo
perduto, se lo riacquistiamo. 11 Colombo è questa gioia del pericolo vinto,
ma che bisogna perciò affrontare per vincerlo. Il Tasso è
tutt’altra cosa. Il navigatore pregusta il piacere della vista di un
cantuccio di terra: ma il povero prigioniero non conosce né spera
mutamento alla sua sorte, e lasciando, com’egli dice, anche da parte i
dolori, la noia solo lo uccide. La noia, di cui egli può parlare
perché ne ha esperienza; ma che gh pare il destino universale degh uomini,
quasi la sua prigione fosse simbolo della natura, che circonda e chiude
dentro di sé l’uomo: A me pare che la noia sia della natura dell’aria :
la (juale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose
matcriah, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro: e donde un corpo
si parte, e l’altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente.
Così tutti gl’ intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono
occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici,
non si dà vóto alcuno; così nella vita nostra non si dà vóto : se non
quando la mente per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero.
Per tutto il resto del tempo, l’animo, considerato anche in se proprio e
come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a
cui l’essere vacuo da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno
di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e
il diletto. Che egli consumi pure un po’ di tempo nel colloquio col suo
Genio, è vero. Ma lo consuma senza dolcezza, ]ier confermarsi nella
convinzione della sua immedicabile tristezza: «Senti. La tua conversazione mi
riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia tristezza, ma
questa per la più parte del tempo è come una notte oscurissima, senza
luna né stelle ; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli,
piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o
trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare. Il Genio
risponderà con amara ironia che la sua abitazione è in qualche liquore
generoso. Ma il Faggi crede sul serio che ci sia qui un consiglio da
prendersi alla lettera ? « Cruda ironia », scrisse il Della Giovanna, che
ebbe pure la strana idea di cercare negh scritti del Tasso l’eventuale
fondamento storico di questo tratto. Il quale, per chi legga la prosa L.ana
con animo sensibile all’angoscia desolata che vi è sparsa dentro, non
può significare altro che un realistico strappo che 1 autore vuol
dare alla stessa poetica illusione consolatrice del- r infelice
prigioniero. E porgendo l’orecchio all’accento commosso dello
scrittore io credetti di poter dire 1 Elogio degli uccelli lirica
stupenda sgorgata al L. dal pieno petto al guizzo d’una immagine lieta e
ridente, e come un canto di gioia. No, oppone il Faggi, « è un elogio
degli uccelli un’opera non d’ispirazione, ma, in massima parte (jj
riflessione; benché questa sia ravvivata dal soffio della poesia inerente
al soggetto. Il L. non intendeva di fare altro ». Piuttosto egli
penserebbe al Passero no litario) ma avverte subito da sé il carattere
del tutto estrinseco del ravvicinamento, e nota che « anche quello
non è un canto di gioia ». Anche nell’ Elogio, secondo il Faggi, il L. è
filosofo, e non è poeta. « Non ha creduto di spogliare del tutto la
giornea del filosofo- che anzi egli parla per bocca di un Amelio,
filosofo solitario come egli dice, che si potrebbe credere il neoplatonico,
scolare di Plotino, se non lo cogliessimo a citare Dante e Tasso.
.Scrive, e ha davanti i suoi libri, soprattutto le opere del Buffon; si difende
in una lunga digressione sull’origine e la natura del riso, suggeritagli dall’osservazione
che il canto è, come a dire, un riso che fa l’uccello ; e, intorbidando
l’immaginazione lieta e serena in cui l’animo suo volea riposarsi, si lascia
attrarre a considerare il riso umano nello scettico, nel pazzo e
nell’ebbro; che non è più manifestazione sincera, o spontanea dell’animo, e non
ha jùù quindi relazione col canto degli uccelli ». Donde
s’avrebbe a concludere che il L. abbia voluto scrivere sul serio l’elogio
degli uccelli, proponendosi una tesi ritenuta da senno per vera, e
industriandosi di dimostrarla nel miglior modo per tale. No, per Dio, non
mi prendete alla lettera ci
ammonirebbe il poeta. Il quale ad altro proposito scriveva al padre
scandalizzato dalle forme pagane di Giacomo : « Io le giuro che l’intenzione
mia fu di far poesia in prosa, come s’usa oggi, e però seguire ora una
mitologia ed ora un’altra ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere
perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ecc. » Senza essere creduti
perciò zoologi o filosofi, possiamo aggiungere noi. E del resto a quella
conclusione io non credo che il Faggi abbia voluto andare incontro
intenzionalmente, poiché egli pure vede « l'imaginazione beta o serena in cui
l’animo del L. volea riposarsi » ; e rispetto alla quale gli uccelli non
sono davvero gli uccelli dello zoologo; ancorché nella tessitura dell’
Elogio l’autore si giovi spesso di reminiscenze delle sue letture del
Buffon (che è poi un poeta, anche lui, della storia naturale) ; ma sono
appunto un’ immagine, simbolo di quella vita piena d’impressioni, che non
conosce tedio, anzi è tutta una gioia. La cui espansione e penetrazione
nel cuore del poeta si vede bene dove a questo si svegha nell’animo un
senso di gratitudine verso quella Provvidenza, che volle il dolce canto
degli uccelli a conforto degli uomini e d’ogni altro vivente. «Certo
fu notabile prowedimento della natura l’assegnare a un medesimo
genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a
ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario in luogo
alto, donde ella si spandesse all’ intorno per maggiore spazio e
pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che l’aria, la
quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali
e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per
mio parere, agli altri animali che agli uomini, l’udire il canto degli
uccelli. La prosa tranquilla e contenuta vuol essere nella
sua forma esteriore l’eloquio didascalico di un filosofo, ma tanto più
perciò essa fa sentire la dolcezza gioiosa che vi si agita dentro, con
quella stessa mobilità irrequieta, che fa dal poeta contrapporre all’ozio
pigro e sonnolento degli uomini la vispezza dei volatili. « Gli uccelli
per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; van- [ I
Episiol., lett. no e vengono di continuo senza necessità veruna ; usano T
volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più cen tinaia di
miglia dal paese dove sogliono praticare, i] medesimo in sul vespro vi si
riducono. Anche nel piccol tempo che soprasseggono in un luogo, tu non h
ved^ stare mai fermi della persona; sempre si volgono cjua I là,
sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si croK lano, si dimenano;
con quella \ds]iezza, queU'agUità quella prestezza di moti indicibile. E con
la stessa intenzione del contrasto tra l’esposizione solenne e dotta del
filosofo e il sentimento che ’ deve vibrare dentro, si spiegano i ricordi
anacreontd che il Faggi dice eruditi e freddi, e che tali vogliono essere
infatti, nella conclusione dell’ Elogio, nel desiderio finale di Amelio:
Similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello,
per provare quella contentezza e letizia della loro vita ». Ultime
parole dell’ Elogio, che ne sono quasi la chiave, e che reca meraviglia
non vedere intese esattamente nepjmr dal Faggi Già il Della Giovanna,
che, mi rincresce dirlo, troppo pedanteggiò irriverentemente nel suo
commento erudito ma offuscatore assai più spesso che rischiaratore del
nitido pensiero L.ano, postillò: n Per un poco di tempo. Meno male ! chè
dopo la vantata perfezione degli uccelli, c era da aspettarsi una
conclusione meno restrittiva. E il Faggi rincara: «Fa quasi sospettare
che Amelio non sia riuscito a convincere pienamente se stesso, o il
suo entusiasmo non sia stato davvero troppo profondo ». Come se si trattasse di
convincere! A me pare ci sia un modo più ragionevole d’intendere
quell’inciso; ed è quello che verrà subito in mente ad ognuno, che
rifletta che se il filosofo avesse espresso il desiderio d’essere
convertito per sempre in uccello, avrebbe fatto ridere. Che diamine, il
poeta invidia degh uccelli la contentezza, la letizia; e ora essi non
sono altro per lui, ma né anche la contentezza e la letizia per lui
sono tutto, ed egli ama troppo la propria umanità per essere disposto a
barattarla con esse per sempre. Anche la morte potrebbe essere per lui,
come per Porfirio, la soluzione del problema dell’esistenza. Ma il «senso
dell’animo» lo ammonisce colle parole di Plotino: «In vero, colui che si
uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degh altri; non cerca
se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i
suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto che in questa azione
del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o
certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si trovi al mondo
». Commemorazione tenuta nell’Aula Magna del Palazzo Comunale di
Recanati; e pubblicata nel fascicolo giugno- luglio dello stesso anno del
periodico “Educazione fascista”. Il modo più degno di commemorare un poeta è
quello di entrare nella sua poesia, cioè nel suo animo, nel mondo
dei suoi fantasmi, come egli li vide e li sentì. Gli elementi della sua
biografia, tutti, dalla data di nascita a quella di morte, i casi della
sua vita, le persone e le cose in mezzo alle quali questa vita si svolse,
le idee stesse che egh accolse e che professò, le correnti spirituali
antecedenti o contemporanee di cui partecipò, sono semplici generahtà,
paragonabili alle note d’un passaporto; le quah, ove non si accompagnino
e precisino con una fotografia, rimangono appunto generalità, riferibili a
migliaia di persone. Ogni uomo è una determinata personalità in quanto
è un’anima. La quale, quando si conosca da vicino e cioè per davvero, è
singolare e inconfondibile: unica. E la sua singolarità in fondo consiste
non nella periferia del mondo di cui l’uomo fu centro, ma in quello
piuttosto che egli fu, al centro di questo mondo, col suo modo di
reagire a questo mondo che era il suo, raccolto nel suo pensiero e nel
suo sentimento. Due possono nascere nello stesso anno e nello stesso
giorno, vivere nello stesso luogo e quasi cogli stessi spettacoli dinanzi
agli occhi, tra gli stessi uomini e quasi con le stesse voci negli
orecchi; e ricevere la stessa educazione, incorrere magari nelle stesse
malattie, e insomma viv'ere tutta materialmente la stessa vita e concorrere
perfino nelle stesse idee, ed essere come due anime gemelle. Eppure ciascuna di
queste anime, se vi provate ad entrare nel suo intern è se stessa,
diversa, assolutamente diversa dall’altra quel certo suo dèmone ascoso,
che tratto tratto si senr nel timbro della voce o lampeggia nelle
pupille, svelane!^ subitamente l’essere dell’indi\dduo : quell’essere
eh” ognuno di noi, nella vita, spia e riesce a scoprire atti e
nelle parole delle persone che frequenta. Quest dèmone interno, sorgente
segreta da cui scaturisce in verità tutta la vita effettiva dell’uomo non
soltanto quale essa è, ma quale è sentita e perciò nel valore che
ha, è quello che i filosofi dicono 1’ Io: il soggetto, che è la base
d’ogni individualità umana. Qualcosa d’inafferrabile in se stesso, perché
infatti non si manifesta se non in quanto si realizza nelle concrete
determinazioni del carattere, nel complesso degh atti e delle
parole, che formano la trama della vita dell’ individuo. 11 centro
non è rappresentabile se non in rapporto alla sua circonferenza.
Ora questo demone segreto che si cela e si svela nella vita di
ciascun uomo, è la fonte viva dell’ispirazione del poeta. Il quale non si
distingue dagli altri uomini se non jierché riesce a stampare una più
profonda impronta di questa segreta potenza nelle espressioni del suo
essere. E pare che per lui innanzi agli occhi meravigliati della
moltitudine si levi e grandeggi in una solitudine infinita l’immagine di
un’anima divina, creatrice, che di sé fa il suo universo; e quelli che
per gli altri sono sogni e ombre, per la virtù sua onnipossente son corpi
saldi, viventi e luminosi, e riempiono tutta la immensa scena del mondo
che il poeta sostituisce a quello della comune esperienza. Nel poeta, in
quanto tale, tutto ciò che egli vede e tutto ciò che può dirci è la sua
anima, anzi questo dèmone che si cela nella sua anima. Nel caso di
L., quanto difficile cercarla e trov'arla questa scaturigine della sua poesia:
e quanto perciò s e girato e si gira tuttavia intorno al segreto della
sua grandezza ! Questa poesia da un secolo e più conquide tutti i
cuori, trova la via di tutte le anime, che spontaneamente si aprono alle soavi
commozioni di essa. Ma studiata lungamente, pertinacemente,
ingegnosamente da mille ingegni, alla luce di mille sistemi e sulla base
di mille preconcetti, analizzata, tormentata dalla pretensiosa volontà
indagatrice della critica, impegnata per lo più nella superba impresa di
ricostruire l’arte dagli sparsi frammenti esanimi ottenuti attraverso una
fredda operazione anatomica, essa si è sottratta e sfugge ancora alla
intelligenza riflessa, che si sforza di coglierne l’essenza e chiuderla in una
definizione. Negli ultimi tempi vi si son provati critici di
grande levatura e dottrina; e si sono avuti saggi, di cui non
disconoscerò io il merito insigne. Questi scritti giovano indubbiamente
alla comprensione della poesia L.ana; ma solo in quanto ne scoprono alcuni
aspetti. 11 loro comune difetto è quello di trascurare la verità,
che io ritengo evidente e indiscutibile, dalla quale ho creduto opportuno
prender le mosse. Trascuranza il cui effetto è questo: che il critico non
sente la necessità di risalire sino alla sorgente da cui la poesia L.ana
sgorga, e in cui soltanto è possibile scorgere l’unità della sua
ispirazione e rendersi conto della varietà dei motivi in essa dominanti.
Così accade che si aprano i canti e le prose del L., e si dica. Nelle
prose, manco a dirlo, non c’ è poesia. C’ è una pretesa filosofia, che
è una filosofia per modo di dire. Lambiccatura di cervello che si
sforza di dimostrare sistematicamente uno stato d’animo personale; e
perciò si mette fuori di questo stato d’animo; e quindi riesce amaro,
falso, estraneo al vero e profondo sentire dello stesso scrittore, e
perciò freddo, sofistico. Né filosofia, né poesia. Nei canti, bisogna
distinguere: c’è poesia e non poesia. Vi sono strofe o versi in cui il
poeta trova se stesso e parla serio e commosso; e lì è il poeta; il poeta
le cui parole non si dimenticano e tornano da sé a risuonare nell’animo,
a commuoverci col calore e la passione della vita che ogni uomo vive
e sente. Ma ci sono negli stessi canti poesie giovanili rettoricamente
patriottiche; ci sono poesie filosofiche non meno fredde e artifiziate
delle prose: ci sono pezzi ora- torii, in cui il poeta cerca l’effetto e
pensa al lettore e non si dimentica nello schietto moto della sua
anima Manca qua e là negli stessi canti più felici il caldo di
queir ispirazione, che s’apprende immediatamente all’animo di ogni uomo.
Risorge il ragionatore a freddo che vede il mondo dall’angustissimo foro
che le sciagure fisiche e le tristi condizioni personali gli han
lasciato aperto sulla grande scena della vita, e vien meno il poeta
che accoglie beato nel suo petto la voce naturale del mondo e il vasto
respiro delle cose. £ fortuna se alla
prova di questa critica si salva qualche frammento della poesia del L..
Ma si salva davvero ? Io vorrei invitare questi critici a
ristampare L. purgandolo da tutte le scorie della sua poesia, per darcene
il fiore, un’antologia; contenente i soli pezzi ^'eramente poetici a cui si fa
grazia. Temo che al fatto questa antologia riescirebbe estrema-
mente difficile, se non impossibile: poiché non solo il significato di
ciascun verso risulta dal contesto a cui appartiene, e ogni strofa ha il
suo valore nel complesso del componimento; ma, si sa, ogni parola ha
sempre un accento, in cui è la sua anima e individuahtà; e quell’accento
non si può sentire se non nel ritmo dell’ insieme. Isolare una parola è
impresa vana ed assurda. E se si crede il contrario, ciò accade perché in
realtà quella parola che ci pare di isolare, noi la facciamo nostra e
la fondiamo in un nuovo nesso, in un ritmo da noi creato, in cui
non è più la parola di quel poeta, ma l’espressione del nostro
animo. L. non è soltanto il poeta degl’ idillii, dove il suo petto
si allarga e s’inebria del profumo della natura, e il suo cuore batte
all’unisono col grande cuore del mondo, commosso dal senso della vita che
ride a primavera nei campi, brilla a notte nel mite chiarore della luna,
imporpora il viso alle fanciulle innamorate, tuona tra le nubi nell’
infuriar della tempesta, e ridesta ad ora ad ora negli animi stanchi e
delusi la speranza e la dolcezza dell’amore. Il L. è anche Tristano ed
Eleandro; ed è Copernico e Ottonieri; ed è Colombo e Tasso visitato nel
mesto carcere dal suo Genio familiare; ed è Stratone e Plotino; ed è 1’
Islandese al cospetto della Natura dal volto mezzo tra bello e terribile; ed è
il gallo silvestre che sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta
e col becco il cielo, e riempie del suo canto l’universo e dice di questo
« arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale » che, « innanzi di
essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi ». E insomma il Leopardi
pacato e placato nel sentimento solenne e religioso del dolore e del
mistero e della vanità dell’opera umana, e pur raccolto nell’ intima
soavità dell’amore, onde gh uomini vincono ogni travagho c gustano una
beatitudine divina, ancorché confusa a certo mistico senso del proprio
dissolvimento nella vita universale. Ed è anche il poeta che come
italiano vede le colonne e i simulacri e le ruine della grandezza antica, ma
non vede più la gloria e le armi dei padri; e non sa rivolgersi indietro
a (juella schiera infinita d’immortah, che onorarono già la nostra terra,
senza pianto e disdegno per la presente viltà; e sente in cuore la
disperazione di Bruto per l’impotenza della virtù sconfitta dalla
perversa fortuna e lo strazio della misera Saffo, spregiata amante, vile
e grave ospite nei superbi regni della natura bellissima. Ma non sì che
l’animo non gli si esalti nell’ idea della guerra mortale che il
prode di cedere inesperto, guerreggerà sempre contro l’indegno
fato, e in cui anche il virile animo di Saffo si sentirà sparso a terra
il velo indegno, di emendare il crudo fallo del cieco dispensator dei
casi. E anche l’uomo che si leva col pensiero al di sopra della ferrea
vita e sentendo che conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il vero,
si compiace d’investigar Yacerbo vero e i ciechi destini delle
mortali e delle eterne cose] e trae gli ozi in questo speculare. E in fine
l’uomo che si rifugia con questo altissimo sentimento della invitta
potenza del pensiero umano nella rocca inespugnabile della noia: di
questo che egli dice « in qualche modo il più sublime dei
sentimenti umani », poiché « il non poter essere soddisfatto da
alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare
l’ampiezza inestimabile dello spazio, n numero e la mole maravighosa dei
mondi, e trovare che tutto è ])oco e piccino alla capacità deU’animo
proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito,
e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che
sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di
nullità, e patire mancamento e vóto, e però noia, pare a me il maggior
segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. E perciò
anche L., nel colmo della sua delusione, può giungere a fermare in se
stesso ogni desiderio e ogni moto, a disprezzare perfino se stesso, come
la natura, il brutto Poter che, ascoso, a comun danno impera, E V
infinita vanità del tutto: e, pur caduto l’incanto che gli fece vedere e
amare in una donna mortale la Dea della sua mente, pur vedendo ormai
nella propria vita una notte senza stelle a mezzo il verno, può trovare
al suo fato Pensieri. mortale bastante conforto e vendetta nella
coscienza di se medesimo: su l’erba Qui
neglùttoso immobile giacendo, Il mar, la terra e il ciel miro, e
sorrido. Se noi rinunciamo a questi ed altrettali motivi
della poesia L.ana, per restringerci al dolce gusto di quell’
idillico che è la prima e immediata forma di questa poesia, noi avremo sì
elementi di una poesia squisita, ma perderemo la poesia propria del L..
Nella quale quella prima forma è solo uno degli elementi del dramma
e del fiero contrasto, nella cui superiore soluzione la poesia L.ana per
l’appunto consiste. L’i dilli o è certo alla base di L. poeta. Ne
risuona il motivo di continuo nell’ Epistolario, nello Zibaldone, nei
Canti, nelle Operette morali. Se volete rendervi conto della natura dell’
idillio, come L. r intese e lo sentì, rileggete l’ Infinito, quei
quindici versi che gittano la fantasia del Poeta al di là della siepe
in spazi interminati, sovrumani silenzi e profondissima quiete:
dove l’infinito silenzio e l’eterno assorbono in sé e annichilano la voce
del vento che stormisce tra le piante e il suono delle lotte e delle
fatiche umane: Così tra questa Immensità s’annega il pensier
mio E il naufragar m’ è dolce in questo mare. L’uomo scioglie
il suo pensiero, ond’egli riflettendo si distingue e si oppone alla
natura, e si confonde con essa. Ricordate il Canto notturno di un pastore errante
dell’Asia, che dice alla sua greggia: Quando tu siedi all’ombra, sovra
l’erbe. Tu .se’ quieta e contenta; E gran parte
dell’anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra
l’erbe, all’ombra, E un fastidio m’ingombra La mente, ed uno
spron quasi mi punge Si che, sedendo, più che mai son lunge Da
trovar pace o loco. Nell’ Inno ai Patriarchi il Poeta rammenta
l'antico mito della colpa che sottopose Vuman seme alla tiranna
Possa de’ morbi e di sciagura ; e attribuisce all’ irrequieto ingegno
dell’uomo la prima origine dei suoi dolori. La noia, la sublime noia, è
il privilegio del pensiero. Finché la riflessione non è sorta, e il
pastore errante non è ancora in grado di domandare alla luna il fine di tanti
moti, e che sia Questo viver terreno. Il patir nostro,
il sospirar che sia; Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante, E perir dalla terra, e venir meno
.‘Vd ogni usata, amante compagnia; egh può esser queto e contento
come la sua greggia. Pensare è distinguersi dalla vita, opporvisi,
sentirsene fuori, cercare e non trovare, sentire la vanità di
tutto: non aver più né contentezza né pace. Il L. intanto sa bene
che senza pensiero non c’ è grandezza. Perciò in uno de’ suoi dialoghi la
Natura dice a un’Anima. Va’, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta
e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e
infelice. Perciò il Poeta dice ai « nuovi credenti » che non credono al
dolore: A voi non tocca DeU’umana miseria alcuna parte,
Ché misera non è la gente sciocca. Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia
alcuna Kon è dagli astri alcun poter concesso. Non al dolor,
perché alla vostra cuna Assiste, e poi sull’asinina stampa 11 pie’
per ogni via pon la fortuna. E se talor la vostra vita inciampa.
Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio Il non sentire e il non
saper vi scampa. Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio
Rompon l’alme ben nate. Ma se il pensiero è la sorgente del dolore,
bisogna pur distinguere tra pensiero e pensiero. E anche questo è
avvertito dal L.. C’ è un pensiero che è la stessa natura deU’uomo ;
deiruomo che sente e crede nell amore e nella virtù ; che sente e crede
nella bellezza della natura e della vita; che spera e apre l’animo alla
gioia delle illusioni, che tali si dimostreranno al cimento della esperienza,
ma che la natura stessa risusciterà sempre dal fondo del cuore umano a
rendere amabile o almen sopportabile la vita. Questo è pensiero. Ma c’ è un
altro pensiero, che si sovrappone a questo primo e lo critica e lo
demolisce e lo irride, e, scoprendone tutte le debolezze e gli arbitrii, gitta
lo sconforto nel cuore umano e lo inonda d’immedicabile amarezza. Non
occorre pertanto che l’uomo si abbrutisca come il gregge per sottrarsi al
dolore. Può essergli simile, e al pari di esso rimaner congiunto con la natura
e godere del benefizio di essa, se si abbandona, per dir così, al
pensiero naturale, e vede la vita con quegli occhi che la natura gh ha
dati. Vive nel suo stesso pensiero la vita spontanea e istintiva
che è propria di tutti gli esseri naturali, senza che questa natura sia
sconvolta o turbata dal suo irrequieto ingegno. Così fa il fanciullo,
così tutti gli spiriti semplici e sani. Questa è la giovinezza sempre
rinascente del genere umano; dell’anima aperta alla speranza e
fortificata dalla fede: dell’anima quale ogni uomo la ritrova in se
stesso al mattino sul primo svegliarsi, all’ inizio d’ogni suo giorno,
come d’ogni nuovo periodo della sua vita « Il primo tempo del giorno »,
canta anche il gallo silvestre « suol essere ai viventi il più
comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella mente pensieri
dilettosi o lieti- ma quasi tutti se ne producono e formano di
presente perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia
alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o
sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mah. Onde se
alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato daUa
disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza
ciuantunque cUa in niun modo se gli convenga. Molti infortuni e travagli
propri, molte cause di timore o di affanno, paiono in quel tempo minori
assai, che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce
del dì passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso,
come effetto di errori e d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla
vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla
giovanezza. Cresce l’esperienza della vita, sopraggiunge la riflessione, la
speranza dilegua: sottentra il dolore e la noia: tanto più acuto quello,
tanto più grave questa, quanto più viva fu la speranza e ardente la fede
nella vita. Quindi la grande importanza del momento idillico, o
giovanile, spontaneo, naturale in una poesia che, come quella del L.,
accentua poi il momento negativo del distacco e della opposizione, che è
il momento del dolore. Questo dolore è materiato, si può dire, dalla
stessa dolcezza dell’ idiUio. Odi et amo. La negazione non avrebbe mai
il suo significato lirico se non corrispondesse a un’affermazione
vigorosa e potente. Appunto perché la vita è così bella agli occhi del
Poeta, ed egh ne sente sì forte il fascino nel fondo del suo cuore, egli si duole
tanto di non possederla. Al disperato affetto di Saffo non arride
spet- tacol molle: ma questo spettacolo pur le è fitto negli occhi
e nel petto; Placida notte, e verecondo raggio Della cadente
luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su la rupe, Nunzio del
giorno; oh dilettoso e care Mentre ignote mi fur l’erinni e il
fato. Sembianze agli occhi miei. Del resto questo molle spettacolo
non fugge da’ suoi occhi senza che questi si volgano desiosi ad altri
spettacoli di natura, meglio rispondenti al suo stato d’animo. Noi r insueto
allor gaudio ravviva Quando per l’etra liquido si voi ve E per li
campi trepidanti il flutto Polveroso de’ Noti, e quando il
carro. Grave carro di Giove a noi sul capo. Tonando, il
tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar
giova tra’ nembi, e noi la vasta Fuga de’ greggi sbigottiti, o
d’alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira
dell’onda. Saffo ha l’animo popolato di ridenti immagini di
questa natura di cui ella si vede prole negletta:, Bello il tuo manto, o divo
cielo, e bella Sei tu, rorida terra. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta Il mattutino albor; me non il
canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure saluta: e
dove all’ombra Degl' inchinati salici dispiega Candido rivo il puro
seno, al mio Lubrico pie’ le flessuose linfe Disdegnando
sottragge, E preme in fuga l’odorate spiagge. GkktIx<s,
Manzoni e L. Bruto minore, fermo già di morire, percote l’aura sonnolenta
di feroci note. Ma tra queste note se ne odono di soavi, affettuose, per
quanto solenni, come queste: E tu dal mar cui nostro sangue
irriga. Candida luna, sorgi, E l’inquieta notte e la
funesta All’ausonio valor campagna esplori. Cognati petti il
vincitor calpesta, Fremono i poggi, dalle somme vette Roma
antica mina; Tu si placida sei ? Tu la nascente Lavinia prole,
e gli anni Lieti vedesti, e i memorandi allori; E tu su
l'alpe l'immutato raggio Tacita verserai quando ne’ danni Del
.servo italo nome. Sotto barbaro piede Rintronerà quella
solinga sede. Ecco tra nudi sassi o in verde ramo E la fera e
l’augello. Del consueto obblio gravido il petto. L’alta mina
ignora e le mutate Sorti del mondo: e come prima il tetto
Rosseggerà del villanello industre. Al mattutino canto Quel
desterà le valli, e per le balze Quella r inferma plebe
Agiterà delle minori belve. D’altra parte, fin da quando il
Poeta ascolta nel suo profondo questa voce antica ed eternamente
giovanile della santa natura e del mondo, contro cui si volgerà sempre
più risentito e dolorante, egli sente nel petto Nell’ imo
petto, grave, salda, immota Come colonna adamantma, quella
noia immortale, di cui parlerà nell’epistola Al Conte Carlo Pepoli. E
nello stesso Infinito, nella Sera del dì di festa e negli altri piccoli e
grandi idilli che altro, infine, si canta se non il dolore ? Dolce
e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli
orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna
mia. Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la
notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol soimo Nelle tue chete
stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta
piaga m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che si
benigno Appare in vista, a salutar m’affaccio, E l’antica
natura onnipossente. Che mi fece all’affanno. A te la speme Nego, mi
disse, anche la speme; e d’altro Non brillin gli occhi tuoi se non di
pianto. La serenità, il dolce chiarore lunare dei primi versi e lo
stesso sonno tranquillo e scevro d’affanni de lla donna formano lo sfondo
del quadro, in cui risalta la personalità di quest’uomo, a cui la
speranza è negata e i cui occhi non brilleranno mai se non di lagrime.
L’amarezza di questa anima desolata nasce dal contrasto. La donna
sogna forse a quanti oggi piacque e quanti piacquero a lei. Fantasmi e
sentimenti pieni di dolcezza; ma sorgono alla mente del Poeta soltanto
per fargli sentire che egli ne è escluso: non io, non già eh’ io
speri, .à.1 pensier ti ricorro. Egli non dorme, non posa, non sogna.
Si getta per terra, grida, freme. E il suo pensiero si insinua
nella gioia altrui e vi soffia dentro il vento della riflessione
che l’inaridisce: Ahi, per la via Odo non lungo il solitario
canto Dell’artigian, che riede a tarda notte. Dopo i sollazzi, al
suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non
lascia. L’artigiano probabilmente non fa questa malinconica
riflessione. Probabilmente egli, come la donna, rimembra i sollazzi del
giorno, la cui memoria non è spenta e basta tuttavia a riempirgli e
consolargli l’animo. Ma su quel mondo festivo e gorgogliante ancora di
sensazioni dilet- tose il Poeta riversa l’angoscia fredda del suo cuore
desolato. E altrettanto si i)uò osservare di tutte queste sue
poesie, che L. stesso definì idillii, e in cui più forte risuona la corda
dell’animo commosso e vibrante della stessa vita del mondo.
Citerò ancora il primo periodo della Vita solitaria che
comincia; La mattutina pioggia, allor che l’ale Battendo
esulta nella chiusa stanza La gallinella, ed al balcon s’afìaccia
L’abitator de’ campi, e il Sol che nasce I suoi tremiili rai fra le
cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente picchiando, mi
risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli
augelli susurro, e l’aura fresca, E le ridenti piagge
benedico; per rivolgersi subito contro le cittadine infauste mura,
e per concludere; In cielo. In terra amico agh
infehci alcuno E rifugio non resta altro che il ferro.
Principio idillico, conclusione tragica. Tragica quanto è idillico
il principio. I due termini si corrispondono e si congiungono insieme in
un nesso inscindibile. Togliete a L. la commozione e l’amore per la
natura, per la vita, per la donna, ])er la bellezza, per la forza
magnanima, per l’ardimento generoso, per la virtù, j>er la patria, per
i parenti, per gli amici, per tutto ciò che rende amabile e santa la
vita, e non intenderete più lo strazio delle sue delusioni. Prescindete
dal fermo convincimento, che la sua filosofìa gli ha piantato nel petto,
della arbitraria soggettività degli ideali in cui l’uomo, non ancora
caduto in preda al pensiero, crede provvidenzialmente; chiudete gli occhi
sull’amarissimo gusto con cui egli, tornando sempre ad esaminare i suoi
pensieri e la vita e il proprio essere e il fato universale degli uomini,
ribadisce sempre quel suo convincimento; e non potrete più sentire il
tumulto con cui il suo cuore s’attacca a questa vita fallace e il tremito
giovanile e sto per dire virgineo con cui tutto il suo essere si stringe
al mondo, che non può, malgrado tutto, non amare. Leggete II
pensiero dominante e V Aspasia, dove culmina l’arte del Poeta. Quel
pensiero, cagion diletta d' infiniti affanni, è gioia ed è dolore. Quella
donna, per cui egli ha vaneggiato, ma il cui incanto è caduto, risorge nella
sua memoria e nel suo cuore superba visione, sua delizia ed erinni'. e
l’angehca sua forma, sempre viva e presente, torna sempre a imprimergli a
forza nel fianco lo strale, che già lo fece per tanto tempo
ululare. L’atteggiamento negativo ed ostile, quando non si
scompagni dal suo contrario, che gli dà vigore e significato, si può intendere
e s’intende anche in quelle forme di fredda ironia e di affettata
irrisione, che assume in qualche raro tratto dei Canti e in parecchie
delle Operette morali. Di cui si è potuto parlar con sì distratta
intelligenza da vedervi lampeggiare non so che sorriso cattivo e sinistro:
mentre chi legge ed ama L., sa che nulla è più alieno dal suo spirito. Ma
questi critici sono i critici del frammento. Si fermano a una
pagina delle Operette L.ane, e non curano di guardarne l’insieme; e
così si lasciano sfuggire quella vivente unità organica, da cui esse
nacquero tutte ad una ad una, sotto la stessa ispirazione, nel pensiero e
nel sentimento dell’autore. Così vedono Momo, i sillografi,
Stratone; ma non vedono il principio e la fine del libro. E si
lasciano sfuggire il significato e l’accento del mito iniziale, la
Storia del genere umano, vaga immaginazione tutta per- v'asa di una
commozione contenuta e pudica di un amore gentilissimo; come si lasciano
sfuggire le meditazioni finali di Eleandro e di Plotino, tutte umanità ed
affetto. Non vedono perciò lo spirito complessivo e centrale e
quell’onda viva di universale e irresistibile simpatia, che abbraccia
uomini e cose, e in sé scioglie i sentimenti più duri, più pungenti, più
amari, onde l’animo del Poeta è colpito allo spettacolo del freddo
vero. L’incanto della jioesia è qui, in questa unità dei due opposti
motivi, che si fondono insieme e infondono nello spirito del L. l’impeto
della sua lirica sublime. La quale nel momento stesso che pare prostri
gli animi nel più disperato dolore, li solleva, conforta ed esalta,
aspergendoli di non so che affettuosa soa\ ita. Idilho e dolore. L’uomo
che vive lietamente e serenamente la vita; e l’uomo che diffida di essa,
e se ne apparta ed estrania; e fattosene spettatore deluso e sconsolato,
sente dentro di sé un vuoto infinito. Due cuori diversi, ma non
posti l’uno accanto all’altro, bensì unificati in un cuore solo. Questa
tragedia, che non è ottimismo, né ])cssimismo, ma il commosso e serio concetto
della nobiltà, del valore e della superiore letizia della vita,
tremenda insieme e adorabile, angosciosa e febee : questa è 1 essenza
della poesia L.ana. In verità, l’origine del dolore è nel pensiero. Ma L.
sa, e soprattutto sperimenta in se stesso, che quel pensiero che ferisce,
sana esso stesso le sue ferite. 11 pensiero che sfronda l’albero della vita di
tutte le sue illusioni, e specula e scopre l’infinita vanità di tutto, è
lo stesso pensiero dentro eh cui quell’albero ad ora ad ora rinverdisce
di nuove fronde. Non si può negare che esso faccia guerra continua alla
nativa confidenza deH’uomo nella natura; ed esso certamente spegne nei cuori la
fede e la speranza. Ecco, da una parte. Saffo supphchevole ; e
dall’altra, il ruscello che al piede della misera donna, la quale tenta
d’immergervisi e sentirne il refrigerio, sottrae disdegnoso le flessuose
acque, e fugge e s’affretta per le piagge odorate. Se non che
questo pensiero devastatore e distruttore della originaria unità dell’uomo
con la natura, è esso stesso una nuov'a natura: è la natura di quell
anima grande perché infelice, e infehee perché grande, onde il
Poeta insuperbisce sopra la turba degli sciocchi. E in verità sempre che
il pensiero non si guardi dal di fuori, ma si pensi, si attui, si viva,
esso non è più nulla di estraneo alla vita, ma è la vita stessa. E in
esso, ancorché rivolto ed affisso alle idee più dolorose e più aride,
rifluisce l’onda della vita e si risveglia il palpito della gioia.
Allora, ecco, il L. acquista coscienza della felicità superiore in cui si
purifica e rinvigorisce il suo spirito attraverso al pensiero e al canto;
poiché (come egli dice) « ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e
la potenza dell’umano intelletto, ossia l’altezza e nobiltà
dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e
fortemente sentire la sua piccolezza. I Pens. di varia filos., Allora egli
sente che lo stesso intìnito, in cui gli è dolce naufragare, è contenuto
nel suo pensiero, che lo abbraccia spaziando più oltre. Allora egli,
piccolo ed esile fiore sull’arida schiena del Vesuvio sterminatore,
s’inebria del profumo della sua poesia, che consola il deserto.
Allora egh ritrova in sé, nel genio che nessuna forza maligna gli
può strappare, nel demone divino e onnipotente che fa insieme la sua
infelicità e la sua grandezza, la gioia e il fervore della vera vita; in
cui, a dispetto dei ragionamenti, risorgono le speranze e si riaccende l’amcre
con cui gli uomini, malgrado tutte le delusioni, si riattaccano alla vita e han
la forza di vivere e di morire. A Porfirio che a conclusione d’un
rigoroso ragionamento si vuol togliere la vita, Plotino ammonisce che «
non dee piacer più, né vuoisi elegger piuttosto di essere secondo
ragione un mostro, che secondo natura uomo. Mostro chi non cerca se non
la utilità propria, e si gitta, per cosi dire, dietro alle spalle i suoi
prossimi, e tutto il genere umano. Uomo chi l’amore di se medesimo
pospone all’amore degli altri. Ma questa natura, che ci fa uomini, è
proprio contraria alla ragione che ci farebbe mostri ? O non ci sono, per
dir così, due ragioni: una, inferiore, che ci trarrebbe al suicidio
attraverso il più sordido amore di noi medesimi, e una superiore, che ci
libera dal giogo di questo amore, e ci fa amare la vita e gli uomini
che ci amano ? Si cliiami ragione o poesia, certo questa non è la
natura primitiva e inconsapevole, ma Tumanità che soffre ed ama e
canta. Quale in notte solinga Sovra campagne inargentate ed
acque. Là 've zefiro aleggia, E mille vaghi
aspetti E ingannevoli obbietti 1 Operette. Fingon l’ombre
lontane Infra Tonde tranquille E rami e siepi e
collinette e ville; Giunta al confin del cielo. Dietro
Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell’ infinito seno Scende la
luna; e si scolora il mondo; Spariscon Tombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna; Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia. L’estremo albor della fuggente
luce. Che dianzi gli fu duce. Saluta il carrettier dalla sua
via; Tal si dilegua, e tale Lascia l’età mortale La
giovinezza. La luna è tramontata, e il carrettiere canta. La giovinezza si
dilegua; ma l’uomo resta, e intona il suo canto. In questo canto, nella
sua mesta melodia, è il più alto segno dello spirito del Poeta. Qui la
sua poesia. Conunemorazione centenaria letta alla R. Accademia
Nazionale dei T .inr ei neUa seduta reale e pubbUcata, oltre che
ncgU Atti dell’Accademia, nella Nuova Antologia del i» lugUo dello stesso
anno. Ripubblicata in Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni Tra
pochi giorni sarà un secolo dalla morte di L. Secolo, segnatamente per 1’
Italia, pieno di grandi eventi ; storia mossa e agitata da fedi e
interessi in massima parte estranei all’animo del L., anzi
osteggiati e a volte irrisi da lui. Altra filosofia, altro uomo. E gli
effetti sono stati così cospicui, così importanti, anche secondo il modo di
vedere del L., da riuscire un’aperta condanna delle sue convinzioni
e de’ suoi giudizi storici. Secolo, si può dire, anti-L.ano, culminante
in questa Italia, potente, imperiale, creazione audace della stessa
Italia che alla fantasia giovanile del L. apparve inerme, anzi di catene
carche ambe le braccia, seduta in terra, negletta e sconsolata, la
faccia nascosta tra le ginocchia, piangente. Eppure lungo questo
secolo la fama del L. è venuta crescendo; s’è dilatata nel mondo, ma in
Italia ha messo radici sempre più profonde nei cuori. L’intelligenza
della sua poesia, della sua anima ha acquistato d’anno in anno, e quasi
giorno per giorno, di penetrazione, di comprensione e di intima simpatia a mano
a mano che gl’ Italiani da prima si svegliavano e in una coscienza
più seria e positiva della vita e de propri doveri e delle proprie forze
risorgevano a dignità civile e politica. Scendevano quindi in campo
contro gli oppressori e li affrontavano nei congressi, e accordavano
rivoluzione e forze conservatrici dimostrando maturità di accorgimento e
di patriottismo da meravigliare 1 Europa ; e tra audacie e negoziati facevano
dell’ Italia archeologica, letteraria ed artistica una nazione viva,
operante e presente nella storia dell’ Europa e del mondo. Intanto
sentivano il bisogno di farsi un nuovo pensiero, una nuova scienza, una
nuova cultura, adeguata all’altezza dell’assunto politico; e creavano un
esercito nazionale; e sviluppavano, in una più attiva collaborazione alla
vita economica internazionale, le loro industrie e i loro traffici; e
creavano le scuole, organizzando tutto un sistema nuovo di pubblica
istruzione e portando via via la luce neUe menti delle plebi abbandonate
da secoli all’ignoranza e alla superstizione ; e negli esperimenti di un
sistema politico aperto alle lotte e alle competizioni di tutte le
energie individuali si venivano educando al senso e alla tecnica dello
Stato; e infine, in una riscossa della coscienza nazionale che si era venuta
formando negli animi più giovanili in un fermento nuovo d’idee religiose
sociali c filosofiche, si trovavano pronti alla più grande guerra della
storia; combattevano con grande onore, e contribuivano più d’ogni altra
nazione alleata alla vittoria finale. E dopo questa prova stupenda dell’antico
valore, arditamente si accingevano con una profonda rivoluzione politica e
sociale a fare una nuova Itaha e una nuova Roma. Quanto cammino! E quanta
vita in quella moribonda Italia, di cui parlava L.! Eppure,
dicevo, il miracoloso progresso di quesb cento anni, lungi
dall’allontanare 1’ Italia dal L., r ha portata sempre più vicino a lui,
a misurare la sua grandezza. La bibliografia L.ana è una delle più
ricche tra quante se ne siano formate intorno ai maggiori poeti e
pensatori itaUani, da gareggiare con la dantesca. Segno visibile del
vasto interesse che ha suscitato e suscita la personalità del L. con i suoi
scritti e con i casi della sua vita. Selva foltissima, di grandi
alberi che soprastano con le loro alte cime al vento, da De San-
ctis a Carducci e a Pascoli, per non citare viventi, e di fitta
boscaglia pullulante per tutto, ai piedi dei grossi tronchi. Intorno al L.
non pure letterati, deside- sori di esattamente conoscere tutti i
particolari della biografia e dello svolgimento graduale del genio, e di
risolvere tutti i problemi che lo studio di tal materia fa nascere; ma filosofi
e storici della filosofia, poiché il L. ebbe il gusto degli alti concetti
speculativi, e nel suo stesso vocabolario riecheggiano detti e pensieri
di dottrine celebri a cui egli, a suo modo, aderì; e insieme
scienziati (antropologi e fisiologi) entrati a un tratto in sospetto
che certi limiti nell’orizzonte spirituale del Poeta derivino da non so qual
limite somatico; sospetto nascente da improvvisate teorie e appoggiato a
improvvisate osservazioni di fatto; ma fecondo tuttavia di costruzioni e
interpretazioni, se oggi cadute di moda, utili tuttavia a chi voglia
farsi un pieno concetto del lavoro compiuto in questo secolo intorno al L..
Fortunatamente, peraltro, se ci sono state deviazioni ed eresie critiche
e storture di metodi materialistici suggeriti da pigrizia
intellettuale di letterati ottusi, o da presunzione pseudo-scientifica di
cervelli rozzi e ignari dei rudimenti di qualsiasi serio concetto intorno ai
valori dello spirito, ci sono stati pur saggi di quella critica
magistrale che attraverso le forme storiche e letterarie e i conseguenti
atteggiamenti della espressione artistica sa scoprire il principio
profondo dell’ ispirazione, che è l’anima del poeta e 1 essenza di
quell’eterna poesia che lo fa immortale. Critica che in Italia, in questo
secolo, da L. a noi, ha avuto esempi da fare epoca, e che hanno infatti
educato nell’universale la coscienza del solo metodo che ci sia per
raggiungere il poeta là dove egli e poeta. Così in questa selva
della letteratura L.ana noi non abbiamo smarrito il Poeta. Anzi, a capo
di questo secolo anti-L.ano si può dire che egli sia stato
prima scoperto, e poi veduto più e più giganteggiare come uno dei
più grandi spiriti della storia del mondo, e come il creatore della più
intensa poesia che si sia prodotta mai in Italia. Fu scoperto quando un
nostro grande critico, che lo aveva conosciuto di persona, gentile e mansueto
come era, e molto ne aveva studiato ed amato gh scritti, e acutamente
investigato lo spirito che ci vive dentro, non poteva paragonarlo allo
Schopenhauer senza sentire la infinita differenza tra il pessimismo amaro
del filosofo tedesco e il pessimismo sui generis del poeta
itahano. L., dice, produce l’effetto contrario a quello che si
propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà,
e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne
accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che
non ti senta migliore; e non puoi accostar tigli, che non cerchi innanzi
di raccogherti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo
cospetto. È scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile un
avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo
amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così basso concetto
dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e la nobilita.
E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al Quarantotto,
senti che te l’avresti trovato accanto, confortatore e combattitore. Atteggiamento
contradittorio ? Lo aveva confessato il L. medesimo, in quel libro in cui
più freddamente si provò ad abbattere le umane illusioni, che agli
occhi dell’uomo il quale si affidi allo istinto dell’anima senza
indagare il mistero dell’universo, fanno la vita bella e degna di esser
vissuta, ossia nelle Operette morali. Dove esce candidamente a dire « che
non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nuUità delle
cose, della vanità delle cure, della solitudine dell’uomo; non
odio del mondo e di se medesimo; che possa durare assai; benché
queste disposizioni dell’animo siano ragionevolissime e le lor contrarie
irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo, mutata
leggermente la disposizione del corpo; a poco a poco, e spesse volte in
un subito, per cagioni menomissime e appena possibih a notare;
rilassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e
le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne
di qualche cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire,
al senso dell’animo ». Benedetto «senso deU’animo», che salva
l’uomo dal sapiente: l’uomo che non odia e non fugge l’uomo, poiché
sente di dover affermare, come fa L. Sono nato ad amare, ho amato, e
forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva, sohto e
pronto a eleggere di patire piuttosto io, che essere cagione di patimento agli
altri ». Questo senso dell’animo gh fa dire : <( Se ne’ miei scritti
io ricordo alcune verità dure e triste, o jier isfogo dell’animo, o per
consolarmene col riso, e non per altro; io non lascio tuttavia negli
stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio di
(juel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di
noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità e disonestà
di azioni, o perversità di costumi; laddove, per Io contrario, lodo ed
esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili,
forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune e privato;
quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che dànno pregio alla
vita; illusioni naturali dell’animo; e infine gli errori antichi, diversi
assai dagli errori barbari; i quali solamente, e non quelli, sarebbero
dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della filosofia ».
Così aveva pensato quando scriveva con animo di credente il Saggio
sopra gli errori popolari degli antichi. Così continuava a pensare, da
miscredente, sette anni dopo, nella canzone Alla primavera, o delle
favole antiche. Non si può credere al Poeta, quando, raccogliendo
il succo dell’amarissima esperienza amorosa fiorentina e assaporandone il
fiero gusto, rivolge .4 se stesso nel '33 quegli accenti disperati ed
empi; In noi di cari inganni Non che la speme, il
desiderio è spento. Amaro e noia La vita, altro mai nulla ; e
fango è il mondo. Al gener nostro il fato Non donò che il
morire. Ornai disprezza Te, la natura, il br\itto Poter
che, ascoso, a comun danno impera, E r infinita vanità del
tutto. Momento satanico, ma un solo momento: voce sì
dell’anima L.ana, ma che il lettore attento non può ascoltare se non
commista in armonia profonda a voci più alte che sgorgano da polle
maggiori; e che lo stesso Poeta ascolta dentro il suo petto come
espressione più schietta della sua propria natura. Alla quale egli
non può rinunziare, convinto che sia da fare « poco stima di quella
poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal
sentimento nobile, che per mezz’ora gl’ impedisca di ammettere un pensier vile,
e di fare un’azione indegna. Il momento satanico ricorre spesso nel L..
Ma esso è la prima e fondamentale ribellione di questa forza incoercibile
che egli sente insorgere di dentro a se medesimo, di fronte e a dispetto
della natura, ossia di questo universal meccanismo che regge il
mondo concepito, come L. aveva appreso a concepirlo, in maniera
rigorosamente materialistica: quel mondo in cui non c’ è posto per la
libertà, né quindi per la virtù, né per l’immortalità; per nulla di ciò
che forma l’essenza umana dell’uomo, e gli conferisce la forza
d’una fede, e la fiducia nella sua forza di contrastare alla natura,
di dominarla e farne strumento di una vita spirituale sempre più
ricca. Lampeggia sì da lungi allo spirito del Poeta l’immagine enorme e
tremenda di quella Natura disumana, che stritola e annienta l’uomo e
tutte le pretese del suo audace ingegno. Si vegga, p. e., come ella gli
si presenta nel Dialogo della Natura e di un Islandese: dove
all’uomo che aveva fuggito quasi tutto il tempo della sua vita per
cento parti la Natura e la fuggiva da ultimo nel- r interno dell’Africa,
sotto la hnca equinoziale, in un luogo non mai prima penetrato da uomo
alcuno, ecco che gli interviene qualche cosa di simile che a Vasco
di Gama nel passare il Capo di Buona Speranza; e s’imbatte nella stessa Natura
in petto e in persona: «Vide da lontano un busto grandissimo; che da
principio immaginò doveva essere di pietra, e a somiglianza degli ermi
colossali veduti da lui, molti anni prima neh’ isola di Pasqua. Ma
fattosi jiiù da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta
in terra, col busto ritto, appoggiato il dorso e il gomito a una
montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile,
di occhi e capelli nerissimi ; la quale guardavalo fissamente ». La
Natura è infatti qui nelle parti dove si dimostra più che altrove la sua
potenza. E alle molte parole con cui 1 ’ Islandese si lagna delle
tribolazioni che affliggono l’uomo in questa vita a cui non egli ha
chiesto di nascere, risponde breve che « la vita di quest’universo è un
perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé
di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla
conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra
di loro, verrebbe parimente in dissoluzione ». Intanto sopraggiungono « due
leoni, così rifiniti e maceri dall’ inedia, che appena ebbero forza
di mangiarsi quell’ Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro,
si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo
caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che r
Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gh edificò un superbissimo
mausoleo di sabbia; sotto il quale colui disseccato perfettamente, e
divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e
collocato nel museo di non so quale città di Europa. Ma lo stesso tono
malinconicamente beffardo della prosa dimostra con qual animo il Poeta
accolga questa immagine deUa Natura. E spesso gli torna alle labbra
una dichiarazione esphcita: che cioè egli si compiace d’indagare questo mistero
enorme delbumverso non per addolorarsi del disperato destino deU’uomo,
anzi per riderne. L’ideale deUa sua personalità è Ottonieri, filosofo
socratico, che con occhi di lince scopre tutto il vano e il doloroso
della vita, ma ne ragiona con impcrturbabUe pacatezza di savio che sta al
di sopra e al di fuori della vita, e la ironizza. Insomma, l’uomo L. non
fa la fine dell Islandese; non soggiace aUa natura, pasto dei leoni o
còlto improvvisamente dalla sabbia del deserto. Guarda dall’alto e
sorride, e sente la propria umanità superiore nell’ intelligenza
vittoriosa e nello stesso potere di reagire al fato col sentimento. £ BRUTO
MINORE che dispregia n plebeo il quale, non valendo a cessare gli
oltraggi del destino, si consola con la necessità dei danni, quasi
fosse men duro un male senza riparo o non sentisse dolore chi è
privo di speranza. No, Guerra mortale, eterna, o fato
indegno, Teco il prode guerreggia. Di cedere inesperto. È Saffo
la misera Saffo, misera e magnanima, riso luta ad emendare il crudo fallo
del cieco dispensator de casi. A quel modo di emenda a cui
s’induce Saffo, L., a pensarci, non potrà consentire, come sappiamo. Ma
per lui resterà sempre, che al fato l’uomo non devecedere. Resterà
sempre la grandezza dell’animo che col pensiero si leva al di sopra del fato,
intende, comprende e sorride; Che se d'affetti
Orba la vita, e di gentili errori, È notte senza stelle a mezzo il
verno. Già del fato mortale a me bastante E conforto e vendetta è
che su l’erba. Qui neghittoso immobile giacendo. Il mar, la terra e
il cielo miro e sorrido. Grandezza eroica, a cui il petto del Poeta
si allarga allo spegnersi del caldo raggio di amore di donna che
fece battere un momento il suo cuore di speranza e di felicità. Ma
questa eroica grandezza non basta; poco stante, nella piena maturità
delle sue esperienze morali, tornata la calma dopo la tempesta della
patita delusione e del sospettato scherno femminile, egli lascerà venir
su dal cuore la risposta più vera che si deve al cieco dispensator
dei casi. Quando, presso Portici, mirerà i campi cosparsi di ceneri
infeconde e ricoperti d’ impietrata lava, là dove erano state liete ville
e ricche messi e armenti e città famose, e ora tutto intorno una ruma
involve, il suo occhio poserà sul gentile fiore della ginestra,
che, quasi i danni altrui commiscrando, di dolcissimo odor manda un
profumo, che il deserto consola: simbolo della sua poesia, del suo animo,
che da questa spietata empia natura sa che c’ è un conforto e un riparo
nella umana compagnia e nell’amore che la stringe insieme incontro
al destino: Nobil natura è quella Che a sollevar
s'ardisce Gli occhi mortali incontra Al comun fato, e che con
franca lingua, Nulla al ver detraendo. Confessa il mal che ci
fu dato in sorte. E non si rivolge stoltamente contro gli uomini, ma
contro la natura che sola è rea: che de’ mortali Madre
è di parto e di voler matrigna. Costei chiama inimica; e incontro a
questa Congiunta esser pensando. Siccome è il vero, ed
ordinata in pria L'umana compagnia. Tutti fra sé confederati
estima Gh uomini, e tutti abbraccia Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni perigli e nelle
angosce Della guerra comune. Oh l’alta meraviglia del L., dopo circa
un lustro di sforzi fatti per affisarsi in quel concetto desolato
del mondo che le meditate dottrine gli mettevano innanzi, e spogliarsi
d’ogni personale sentire, e obliarsi nella speculazione dell’acerbo vero (non
più acerbo del resto a chi lo gusti, poiché conosciuto, come dice lo
stesso Poeta, ancor che tristo ha suoi diletti il vero) ; dopo avere
scritto le Operette che sono la filosofia del L., ma sono pure un
momento essenziale dello svolgimento della sua poesia; dopo avere scritto
il prosaico programma della sua vita avvenire nell’epistola Al conte
Carlo Pepoli; dopo aver preso quel freddo bagno nella filologia italiana,
che furono per lui le cure spese intorno alle Rime del Petrarca e la
compilazione della Crestomazia italiana. oh l’alta meraviglia, quando si
sentì rifluire in petto la vita ! Non che risorgesse la speranza;
non che la natura gli apparisse sott’altra luce; non che si
accorgesse comunque d’errore alcuno ne’ suoi filosofemi. Ma
insomma. Proprii mi diede i palpiti Natura, e i dolci inganni.
Sopirò in me gli affanni L’ingenita virtù ; Non
l'annullàr: non vinsela Il fato e la sventura; Non con la
vista impura L’ infausta verità. Dalle mie vaghe
immagini So ben ch’ella discorda; che natura è sorda. Che
miserar non sa Il mondo, in ogni parte, è proprio qual egli 1 ’ ha raffigurato
nelle Operette: Pur sento in me rivivere Gl’inganni aperti e
noti; E de’ suoi propri moti maraviglia il sen.
Da te. mio cor, quest’ultimo Spirto, e l’ardor natio.
Ogni conforto mio Solo da te mi vien. Saffo ha ragione quando
afferma; Mancano, il sento, aH’anima Alta, gentile e
pura. La sorte, la natura. Il mondo e la beltà.
Saffo però ha dimenticato il suo cuore: Ma, se tu vivi, o
misero. Se non concedi al fato. Non chiamerò
spietato Chi lo spirar mi dà. Ecco, Tanima si calma, torna la
vita con le sue attrattive, con la sua gioia; risorge la poesia. Torna al
cuore del Poeta Silvia, la giovinetta Silvia splendente di bellezza
negli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa; toma l’onda di beate
speranze, di pensieri soavi che gli riempivano il petto, al suon della sua
voce; quando questa voce gli faceva lasciare gli studi leggiadri per
affacciarsi al balcone della casa paterna: Mirava il ciel
sereno. Le vie dorate e gli orti, E quindi il mar da
lungi, e quindi il monte. Lingua mortai non dice Ouel eh’ io
sentiva in seno. E pur lo aveva detto la sua lingua, dieci anni
prima, in quel capolavoro che è l’idillio scolpito nei quindici
versi de L’ infinito, quando, nel fondo dell’empia matrigna, della spietata
natura, aveva intravvista, sentita, amata un’altra Natura; l’immensa
Natura, verso la quale dal limite stesso della prossima siepe l’anima
è lanciata con un impeto di raccoglimento infuso di mistica
dolcezza: interminati Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete ove per poco Il cor non si spaura. E
come il vento Odo stormir tra queste piante, io quello Infinito
silenzio a questa voce Vo comparando; e mi sovvien l’eterno, E le
morte stagioni, e la presente E viva, e il suon di lei. Cosi tra
questa Immensità s’annega il pensier mio; E il naufragar m’ è
dolce in questo mare. Di questo momento mistico del L. poco
s’è parlato; ed è momento di grande valore per la comprensione della sua
anima, che in quest’atteggiamento religioso placa definitivamente il fiero
contrasto tra la sua indomita soggettività e la realtà onnipotente
e infinita, in cui quella par destinata ad infrangersi. Lo placa in
una situazione idillica che, riportando l’individuo alla natura madre,
infonde in lui la fiducia rinfrancatrice, di cui l’uomo ha bisogno per
vivere, abbandonarsi all’azione e sentire nel proprio petto il respiro eterno
e r infallibile sostegno divino del tutto. Negli idilli perciò,
com’egh stesso chiamò i primi, e quelli posteriori, i grandi idilli che
dal canto a Silvia vanno a quello del pastore errante dell’Asia, scritti
tra il ’zq e il ’30, anni della più potente espansione e della lirica più
piena e felice del Poeta, è la chiave di vòlta di tutta la poesia L.ana.
Quando si legge la lettera al Giordani : « Poche sere addietro, prima di
coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro
e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che
abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi
parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un
forsennato, domandando misericordia alla Natura, la cui voce mi parve di
udire dopo tanto tempo »; non si può non essere commossi da questo prorompere
di così alta vena mistica la cui scaturigine evidentemente si cela nel
centro vivo più remoto della personalità L.ana. E allora s’intende
l’invocazione ansiosa della canzone Alla primavera: Vivi tu, vivi,
o santa Natura ? Allora si ode quasi il lento respiro queto e
dolce e l’arcana soave mestizia della Vita solitaria: Talor m’assido in
solitaria parte, Sovra un rialto, al margine d’un lago Di
taciturne piante incoronato. Ivi, quando il meriggio in ciel si
volve. La sua tranquilla imago il sol dipinge. Ed erba o
foglia non si crolla al vento; E non onda incresparsi, e non
cicala Strider, né batter peima augello in ramo, Né farfalla
ronzar, né voce o moto Da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete; Ond’ io quasi me stesso e
il mondo obblio Sedendo immoto; e già mi par che sciolte Giaccian
le membra mie, né spirto o senso Più le coramova, e lor quiete
antica Co' silenzi del loco si confonda. Allora, infine, si
scorge il tono vero del Canto del Pastore, così buio e pur così luminoso, così
accorato e pur così sereno, con i suoi perché disperati, e col suo
funereo sigillo (è funesto a chi nasce il dì natale) e la sua alata
poesia : Forse s'avess’ io l’ale Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di
giogo in giogo. Più felice sarei. Poiché il pastore vede che
la sua greggia è beata, quasi libera d’affanno, e che, sopra tutto, tedio
non -prova, a differenza di lui, che non ha pace anche sedendo
sopra l’erba, all’ombra, poiché un fastidio gl’ ingombra la mente e
uno sprone lo punge di dentro e non gli lascia riposo. E ogni animale
giacendo, a bell’agio, ozioso, si appaga. Vede il pastore che nel seno
della natura è la felicità; e l’affanno nasce dall’opporsi a lei con
l’irrequieto ingegno destinato ad avvolgersi in un insolubile intrigo, in
una fatica vana senza speranza. Tutta la poesia del L. attinge in
quel punto mistico del ritorno alla gran madre la pace e la gioia.
Allora egli parla dei pensieri immensi e dolci sogni che gli
ispirò sempre, nello stesso modesto giardino della casa paterna, « la
vista di quel lontano mar, quei monti azzurri ». Per lui, come pel
jiassero solitario, non sollazzi, né riso, né amore: ma cantare sì, come
ruccellino che dalla vetta della torre antica va cantando, alla
campagna, finché non muore il giorno; ed erra l’armonia per la
valle, mentre Primavera d’intorno Brilla nciraria, e
per li campi esulta. Si ch’a mirarla intenerisce il core. L'uccellino
non si tormenta col pensiero della giovinezza che passa e della morte che
s’avvicina: poiché di natura è frutto ogni sua vaghezza e in lei non è
affanno : e da lei sgorga pure il suo canto; il canto che aduna nel
cuore la dolcezza della primavera che fa brillare l’aria e esultare le campagne. Anche
uomini di alto intelletto, come Capponi, han voluto dar sulla voce al L.
per quel suo concetto della infehcità che cresce negli uomini in proporzione
della loro grandezza: ossia del loro ingegno e sapere. Come se questo stesso
lamento non uscisse dalle Sacre Carte ! E gli han voluto far osservare
che felice era certo egh stesso mentre componeva i suoi canti, e
riusciva ad essere L.. Come se non fosse questo il significato di tutta
la poesia L.ana, e la sorgente del suo irresistibile incanto! L. lo
sapeva bene, e sotto la data del 30 novembre 1828 ne’ suoi Pensieri
annotava: «Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo eh’
io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’
io vivo ! Passar le giornate senz’accorgermene e parermi le ore
cortissime, e meravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di
passarle ». E nell’agosto del '23 non aveva egli scritto, tra gli stessi
Pensieri, che « ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza
deU’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere e
interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza?
Tale il suo canto; il più squisito frutto dell’operare della natura santa
e onnipossente, raccolta, per dir così, a far la più alta prova del suo
potere dentro il genio dell’uomo. Il quale, pertanto, in se stesso,
infine, trova se stesso, scoperta che abbia la fonte della sua
vita: quel divino, che ha in sé e gli colora il mondo delle beate
larve, e lo solleva da questa vicenda perpetua di nascere e di morire, di
fallaci promesse e di v'ane speranze, al regno immortale della vita dello
spirito. E quando scopre questa sorgente, egh è veramente lui, il genio;
e sente l’amore che abbellisce e conforta, e crede nella potenza e
nella grandezza dell’umana intelligenza, e torna ad amare la vita
nobilitata dall’ ideale. E pur con le dolenti parole suggeritegli dallo
spettacolo del mondo esteriore in cui l’uomo rischia di smarrirsi, sente
l’ineffabile gusto dello spirito che si ritrae in se stesso e nel
sentimento del proprio valore, quale si svela al contatto di quella
natura eterna, in cui è il suo principio e con cui perciò deve
immedesimarsi per trovare le radici del suo proprio essere. E il naufragar
m è dolce in questo mare. Qui la grandezza del Poeta; qui l’incanto
della sua poesia, che i giovani amano per l’amore della giovinezza
che vi spira dentro; che gh uomini maturi ed esperti della vita amano non
meno per il lucido specchio che essa offre degli aspetti dolorosi
dell’esistenza, attraverso i quah si deve avere il coraggio di vivere,
malgrado ogni disinganno; che tutti gli uomini, piccoh e grandi,
dotti o ignoranti, considerano come uno dei doni più preziosi di
Dio all’umanità. Piccolo libro, in cui un gran cuore parla a tutti i
cuori, e li unisce (poiché unirsi devono per sedvarsi) in un sentimento
acuto della miseria innegabile della vita e della non meno innegabile azione
dello spirito che affranca da ogni miseria e infonde la fede per
cui si ha la forza di vivere. Piccolo hbro, sacro per gl’ Itahani e per
tutti gli uomini, come tutti i libri in cui grandi pensieri si sono fatti
semplici e chiari e perciò faciU, com’ è al passero solitario il suo
perpetuo canto : anima della sua anima. Piccolo libro da leggere
bensì non a brani e frammenti, ma intero, affinché non sia
frainteso, dimostri tutta la sua bellezza e spieghi insieme la sua dolce
virtù consolatrice e animatrice. Conferenza tenuta al Lyceum di Firenze e
pubblicata nel volume di letture Giacomo L. a cura di Blasi (Firenze. Sansoni).
Ripubblicata in Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni). A
parlare della filosofia di un poeta, e di un grande poeta, o, che è lo
stesso, delle relazioni del pensiero di questo poeta con la filosofia, un
pover uomo, per discreto che voglia essere, si espone al rischio di
toccare un tasto falso e di riuscire uggioso e molesto fin dalle prime
parole. Ripugna infatti al senso poetico di cui ogni spirito bennato è
più o meno riccamente dotato, questa ricerca che ha tutta l’aria d’una
pretesa pedantesca, illegittima e affatto arbitraria : questa ricerca di
mettere quel che pensa un poeta, sopra tutto, ripeto, se è un grande
poeta, e cioè un poeta vero, quel che egli riesce a dire, ossia
quello che egli sente, e sente profondamente, al paragone degh astratti
schemi in cui ogni filosofia va a finire. Non già che i poeti non abbiano
anch’essi la loro filosofia, un loro concetto della vita, una loro fede.
Oh se 1’ hanno ! Non c’ è uomo che non ne abbia una. Anzi con la
vivezza e col vigore del suo sentire la sostanza della propria vita
spirituale, nessuno così fortemente come il poeta afferma la propria fede
e la oppone ad ogni più meditata dottrina che si esibisca da coloro che
passano per gh autorizzati interpreti della filosofia; nessuno più di lui
è convinto d’avere una sua filosofia capace di sbaraghare tutte le
altre. Ma le battaglie che il poeta combatte e vince, si svolgono dentro al
chiuso della sua fantasia. E gh possono bensì procurare la gioia della
vittoria, ma una gioia tutta soggettiva come di chi in sogno viene a capo
del suo più arduo desiderio e coglie il fiore più bello del giardino
della vita. E nella storia — che giudica tutti gli individui e le opere loro,
perché con la ragione sovrana prima o poi valuta le ragioni di ciascuno —
di fronte al poeta rimane sempre il filosofo, che scopre le
contraddizioni del primo, il carattere dommatico e gratuito delle sue
asserzioni, l’immediatezza irrazionale della sua fede; e insomma i
difetti e le debolezze del suo pensiero ; e viene così a trovarsi nella
impossibilità di scorgere la grandezza della sua personalità se a
misurarla non adotti un metro diverso. E che cosa di più irriverente e
ottusamente inumano e brutale che accostarsi ai grandi uomini per guardarli da
tutti i lati, anche da queUi che lasciano scorgere i loro difetti, e non
guardarli mai da quell’unico aspetto in cui rifulge la loro grandezza ?
Fu detto che non c’ è grande uomo per il suo cameriere; e potrebbe parere
che in fine il filosofo sia, per tale rispetto, il cameriere del
poeta; gli spazzola i vestiti, gli allaccia le scarpe, ma non lo guarda
mai in faccia. Oh la servitù numerosa che sta intorno al poeta
! C’ è il filosofo; ma c’ è anche l’antropologo e lo psicologo ; c’ è lo
storico puro e c’ è il filologo ; schiere e schiere di scienziati,
servitori dalle più vistose livree; i quah, per quel garbo e quella
riservatezza che sono tra i requisiti più elementari del mestiere che esercitano,
non alzano mai gli occhi verso il padrone, per entrargli nell’anima e scrutarne
la passione, intenderla, sentirla, parteciparvi. Certo non si permetterebbero
mai tanta confidenza! Nessuna mera^'iglia ]ioi se il poeta guarda
dall’alto tutto questo servitorame, e sta sulle sue, per non confondersi,
per salvare se stesso e \fivere la sua vita superiore, di cui è geloso come del
suo tesoro. Talora può concedere un sorriso di umana indulgenza o
signorile degnazione; ma il più spesso guarda con que’suoi acuti occhi
che penetrano negh ascosi pensieri così laboriosi, così opachi, così grevi; e
negh angoh della bocca il sorriso diventa ironia, sarcasmo. E allora la
povera filosofia, anche pel poeta, come per tutti gli uomini che la
filosofia assedia, assilla e infastidisce con le sue incessanti inchieste e
pretese, diventa materia di satira. Allora, il L. esce in
un’osservazione di gusto volteriano, come questa che è nello Zibaldone. L’apice
del sapere umano e della filosofia consiste a conoscere la di lei propria
inutilità se l’uomo fosse ancora qual era da principio; consiste a
correggere i danni ch’essa medesima ha fatti, a rimetter l’uomo in quella
condizione in cui sarebbe sempre stato s’ella non fosse mai nata. E
perciò solo è utile la sommità della filosofia, perché ci libera e disinganna
dalla filosofia. Osservazione che ama ripetere, dandola come un suo
principio. La sommità della sapienza consiste nel conoscere la propria
inutihtà, e come gli uomini sarebbero già sapientissimi s’ella non
fosse mai nata: e la sua maggiore utilità, o almeno il suo primo e
proprio scopo, nel ricondurre l’intelletto umano (s’ è possibile)
appresso a poco a quello stato in cui era prima del di lei nascimento ».
E in assai più nitida forma tornerà a ribadirla infine come uno de’ capisaldi
delle sue più profonde convinzioni, nel ’zq, nel Dialogo di Timandro e di
Eleandro: «L’ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e
perfetta, si è, che non bisogna filosofare ». Nei Paralipomeni degli
ultimi anni, anzi degli ultimi giorni della sua vita, più amaramente
dirà; Non è filosofia se non un'arte La qual di ciò che
l'uomo è risoluto Di creder circa a qualsivoglia parte. Come
meglio alla fin 1 ’ è conceduto. Le ragioni assegnando empie le
carte O le orecchie talor per instituto Con più d'ingegno o men,
giusta il potere Che il maestro o l'autor si trova avere.
Eppure, s’ingannerebbe sul vero pensiero del L. chi si limitasse a leggere
questa sola ottava dei Paralipomeni, come chi si diverte a ripetere col
Petrarca. Povera e nuda vai filosofia, dimenticando o ignorando che
PETRARCA continua; Dice la turba al vii guadagno intesa. Dopo l’ottava
che ho letta, il L. infatti si ripiglia nella seguente, e precisa,
compiendolo, il pen- sier suo in questo modo: Quella
filosofia dico che impera Nel secol nostro senza guerra alcuna,
E che con guerra più o men leggera Ebbe negli altri non minor
fortuna, Fuor nel prossimo a questo, ove, se intera La mia
mente oso dir, portò ciascuna Facoltà nostra a quelle cime il passo
Onde fosto inchinar 1 ’ è forza al basso. La filosofia, dunque, che
il L. schernisce è quella teologica, come allora si diceva, dommatica,
spiritualistica; la filosofia della Restaurazione e del Romanticismo. La
filosofia imperante al suo tempo: non ogni filosofia. Anzi la filosofia
imperante, tutta ottimistica, presuntuosa, intollerabile alla mentalità L.ana
perché in contrasto coi fatti e con le necessità di ogni libera mente,
proveniente, come pur quivi si dice, da quella Forma di
ragionar diritta e sana Ch’a priori in iscola ancor s'appella,
Appo cui ciascun’altra oggi par vana. La qual per certo alcun
principio pone E tutto l'altro poi a quel piega e compone;
cotesta filosofia non è satireggiata qui propriamente dalla poesia,
ma dalla filosofia stessa, o, se si vuole, da un’altra filosofia. Si
tratta deUa filosofia falsa che è combattuta e debellata dalla vera: ossia da
quella che all’autore par vera. Neanche si può dire quel che dice MANZONI degli
avversari della filosofia respinta in tutte le sue forme e in generale,
quando osserva che anch’essi, questi avversari della filosofia, senza
saperlo, hanno una loro filosofia, servitori senza livrea. Il L. sa di
avere la sua filosofia; anzi, per cominciare ad intenderci, egli
propriamente professa di averne due. Dico cU più: senza r intelligenza di
questa sua duphce filosofia si rischia di fare, a proposito del L., di
quella esegesi filosofica, ov\’ero sia di quella filosofia, che s’ è soliti
fare, e che s’ è sempre fatta fin dal tempo del L.; una filosofia
infarcita di luoghi comuni e di massiccia pedaneria: filosofia da camerieri che
allacciano le scarpe e non guardano in faccia. Con la filosofia
cosiffatta va a braccetto una critica che si chiama infatti filosofica,
presuntuosa non meno, tutta chiusa alla intelligenza dell’anima del Poeta
e però della sua poesia. La quale critica io mi permetto di condannare
per una ragione di metodo, che ritengo fonda- mentale. Ed è questa: che
l’essenza della poesia non è nel pensiero del poeta, ma nel sentimento
che il poeta ha del suo pensiero: non è nel mondo che egh vede, ma
negh occhi con cui lo vede e lo accoglie, lo fa vibrare e vivere nel suo
interno. Fuori del quale ogni realtà, sensibile o ideale, è semphce astrattezza
inafferrabile. Lì, nel trepido moto dell’ intimo sentire, in cui il
mondo ha il suo centro di vita, è l’attuahtà di quanto si vede o si
pensa, o si può vedere e pensare; e lì è la sorgente della poesia. Perciò
una critica che innanzi alle Operette morali si ferma allo «spirito
angusto, retrivo e reazionario », cioè alle idee negative che vi spaziano
dentro, e per ciò non riesce a scorgere quanto v’ è di umano e cioè
di positivo ed eterno, è critica radicalmente sbaghata, che scambia le
ombre con i corpi saldi. Poiché le idee, una volta astratte
dall’atteggiamento che l’anima assume verso di esse, ossia dal concreto
atto vitale a cui esse partecipano e da cui traggono il loro significato
vivente, sono pallide ombre che il critico si fingerà
astrattamente, ma non {lotrà mai abbracciare al suo petto.
Nel caso del L. poi c’ è di più; perché, come ho accennato, se egli
ha una filosofia tutta negativa, natu- rahstica e materialistica, che gli
sembra inoppugnabile e che fa materia di assiduo pensare e ispirazione
altresì del suo canto, egli ha la filosofia di cotesta sua
filosofia. E in questa filosofia superiore che è negazione della
negazione, e che afferma perciò, come abbiamo udito da Eleandro, ultima
conclusione della filosofia v'era e perfetta esser quella, che non bisogna
filosofare; in questa filosofia superiore è il senso serio e profondo di
quella che a primo aspetto ci è parsa condanna beffarda della
filosofia, giudicata inutile anzi dannosa. Lo stesso L.,
teorizzando questa filosofia superiore, in cui fa consistere la cima della
sapienza, la chiama, nello Zibaldone, «ultrafilosofia»: una
filosofia « che conoscendo l’intero e l’intimo delle cose, ci ravvicini
alla natura: filosofia naturale, spontanea, primitiva, barbara; più che alle
origini, si trova nella maturità della intelhgenza umana. Sentiamo
da capo Eleandro, che nel suo stesso nome vuol essere 1’interprete della
filosofia L.ana contro la pretensiosa filosofia ottimistica alla moda di
Timandro: «S’ingannano grandemente », egli dice, « quelli che dicono e
predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza del vero, e
tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dalla ignoranza, e
che il genere umano allora finalmente sarà febee, quando ciascuno o i
più degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello solo
comporranno e governeranno la loro vita. E queste cose le dicono poco
meno che tutti i filosofi antichi e moderni ». Timandro ha concesso ad
Eleandro che tutti sono infelici; gli ha concesso la necessità
della nostra miseria, e la vanità della vita, e l’imbecillità e
piccolezza della specie umana, e la naturale malvagità degli uomini; gli
ha concesso che in queste verità si assommi la sostanza di tutta la
filosofia; ma deplora egh che tali verità vengano divulgate col solo
frutto di spogliare gli uomini della stima di se medesimi («primo
fondamento della vita onesta, della utile, della gloriosa ») e
distorh dal procurare il loro bene. Ma dunque, ribatte Eleandro, quelle
verità che sono la sostanza di tutta la filosofia, si debbono occultare
alla maggior parte degli uomini; e credo che facilmente consentireste che
debbano essere ignorate o dimenticate da tutti: perché sapute, e ritenute
nell’animo, non possono altro che nuocere. 11 che è quanto dire che la
filosofia si debba estirpare dal mondo. Dunque, non bisogna filosofare,
come s’ è detto. Dunque, incalza Eleandro, « la filosofia
primieramente è inutile, perché a questo effetto di non filosofare
non fa di bisogno di essere filosofo; secondariamente è dannosissima,
perché cjuella ultima conclusione non vi s impara se non alle proprie spese, e
imparata che sia, non si può mettere in opera; non essendo in arbitrio
degli uomini dimenticare le verità conosciute, e dcponenclosi più
facilmente qualunque altro abito che quello di filosofare. Non si può
mettere in opera. Il che significa che rultrafilosofia — che è la
conclusione perfetta e perciò la vera filosofia — non estirpa e distrugge
l’altra, falsa o insufficiente. La quale, buona o cattiva che sia, è
quella che è: e, una volta piantata nel cervello dell’uomo, vi
resta confitta incrollabilmente, anche suo malgrado, quantunque insieme
con essa e al disopra di essa ci sia una verità certamente più umana e
degna dell’uomo, diretta a ricostruire quel che la prima ha
demolito. Verità ? Se per verità s’intende solamente quel che si
conosce per mezzo deU’esperienza e di quello schietto ragionare che
s’appoggia sempre ai fatti osservati, questa della filosofia superiore
non è verità, ma esigenza dell’animo, e voce misteriosa della più profonda
natura, che la filosofia più tenace e più pervicace non riuscirà
mai a spegnere. Ma se verità è la mèta raggiunta filosofando, questa è la
verità assoluta, perché messaci innanzi dalla stessa filosofia quando sia
riuscita ad elevarsi fino alla sommità della sapienza. Dove, volendo pur
non contraddire alle verità via via accertate e sempre più
strettamente connesse e saldate insieme in irrepugnabile sistema,
bisognerà sì rassegnarsi a dire errori in sembianza di verità, illusioni,
fantasmi, tutte quelle altre verità che come tali si rappresentano
all’uomo il quale a quella sommità sia pervenuto; e quindi veda
rivivere il mondo nella pienezza rigogliosa della sua vita primitiva,
felice, ridente, soffusa di una divina aura di giovinezza ignara e fidente.
L’uomo L. non può non filosofare; non può non passare attraverso la prima
filosofia; ma non può né anche non giungere infine alla seconda e superiore.
Dove egli ritrova tutto quello che ha perduto. Lo ritrova,
s’intende, com’ è possibile soltanto dopo averlo perduto; poiché
dimenticare quel che ha saputo e sa, non potrà mai ; a quel modo che può
tornar fanciullo un uomo che ha vissuto e sofferto tutte le delusioni e
le amarezze del mondo, e può riacquistare il gusto della virtù chi
abbia una volta bevuto al calice del bene e del male. Chi
distingue nel pessimismo L.ano due fasi o forme, la prima di un
pessimismo storico in cui tutto il male è frutto dell’ « irrequieto
ingegno e dello scellerato ardimento degli uomini contro gl’ inermi
regni della saggia natura (di cui si parla nell’ Inno ai Patriarchi),
e l’altra di un pessimismo cosmico che fa gli stessi uomini vittime
incolpevoli della immane natura, si lascia sfuggire l’unità fondamentale dello
spirito del Poeta, dov’ è, ripeto, il segreto della sua poesia; di quella
dolcezza che ci suona dentro alla lettura dei canti dal primo
all’ultimo, e in forma più palese e più sistematicamente
determinata, almeno nell’ intenzione dello scrittore, nelle Operette
morali: dolcezza che vince, per così dire, tutta l’amarezza che negli uni
e nelle altre si riversa nelle più varie forme dell’anima di quest’uomo,
che fu certamente tanto grande quanto infelice, e seppe accogliere nella
vasta onda della sua poesia tutto il dolore del mondo, ma non per
avvolgere il mondo stesso nella tenebra della disperazione, anzi per
illuminarlo coi raggi d’una indomata fede nella vita con i suoi ideali e
con i suoi entusiasmi. La verità è quella che ci viene apertamente
attestata nello stesso disegno delle Operette. Le quali cominciano
col mito delle origini della umanità governate dall’amore e finiscono
nella conclusione di Eleandro. Se ne’ miei scritti io ricordo alcune
verità dure e triste, o per isfogo dell’animo, o per consolarmene col
riso, e non per altro [e dunque egli ha sfogato, e s’è consolato e ora
può parlare con animo pacato e sereno], io non lascio tuttavia
negli stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo
studio di quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è
fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità
e disonestà di azioni, e perversità di costumi: laddove, per lo
contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano
atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben
comune e privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che
dànno pregio alla vita; le illusioni naturali dell’animo; e in fine gli
errori antichi, diversi assai dagli errori barbari. i quali solamente, e
non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e
della filosofia. E più tardi l’autore aggiungerà il Dialogo di Plotino e
di Porfirio, dove l’accento torna sull’amore come sovrana legge della
vita e rintuzza la volontà suicida dell’egoista giunto al fondo della
disperazione della sua vita senz’amore. Prima parola ed ultima, amore.
Quella stessa che risuona in fondo ai Canti, nella Ginestra. E
contraddice certamente al freddo vero dell’ Epistola al Popoli e dello
Zibaldone, e delle Operette e dei Pensieri e dei Paralipomeni e dei Nuovi
credenti e insomma a tutto il contenuto prosaico della poesia L.ana;
voglio dire a tutto quel sistema di filosofia che era, nel vocabolario
del L., la verità in opposizione agli errori: a tutto il complesso degli
insegnamenti di quella filosofia che, per altro, negli stessi Paralipomeni,
dove più espressamente essa viene esaltata, non impedisce al L. di uscire
in quel famoso grido del cuore. Bella virtù, qualor di te s’awede. Come
per lieto avvenimento esulta Lo spirto mio. Cotesta filosofia, non
occorre esporla. Tutti la conoscono. E quella concezione del mondo, che
giustifica un empirismo assoluto. Lo spirito vuoto; e tutto quello
che in esso può mai trovarsi, un derivato meccanico dall’esterno
attraverso i sensi. Quindi lo stesso spirito, il quale da chi tenga fermo
al concetto delle sue esigenze imprescindibili, non può non raffigurarsi
dotato di liberta, e quindi appartenente a quel mondo dei valori per
cui è possibile un pensare logico che sia vero in opposizione al
falso, o un volere buono in contrasto col malvagio, e un’arte creatrice
di bellezza che si libri nel puro aere ideale e sovrasti alla miseria di
tutte le cose brutte; lo stesso spirito, dico, tratto a sentirsi, nel
vuoto assoluto che si trova dentro, nulla: assoluto nulla, in cui
libertà e verità e virtù e bellezza non possono essere, in fondo,
altro che vane larve e falsi miraggi di un’ immaginazione ingenua e
fanciullesca. E il tutto è natura: cioè questa realtà che si rappresenta
a un tratto tutta spiegata ncUo spazio e nel tempo, materiale, risultante
da infinite parti e particelle che si condizionano a vicenda in guisa
che ciascuna sia 0 si muova in conseguenza di tutte le altre; in un
meccanismo universale, dove tutto quel che accade, è fatale di una
necessità che schiaccia e stritola ogni vana pretesa dell’uomo che si
])rovi a mutare il corso del destino. Tutto. Anche il sentimento che
sboccia nel cuore degli uomini, e che soltanto l’irriflessione e
l’ignoranza ci possono far giudicare buono o cattivo; anche il giudizio
con cui ci s’illude di distinguere il vero dal falso. Anche la volontà
che non sceglie, come si favoleggia, tra bene o male, ma scoppia in un senso o
nell’altro con la stessa cieca necessità del fulmine nelle tempeste della
natura. La natura dunque è tutto, e l’uomo nulla. La natura,
perché meccanica, incomprensibile, opaca, ripugnante a ogni razionalità
(perché la ragione è discriminazione, scelta, libertà). Un mistero.
Così dice cotesta filosofia, come se tutto questo, che essa dice
con tanta sicurezza, fosse possibile; come se cioè fosse possibile un
mondo in cui, se non altro, la verità sia una parola vana, e ci sia nondimeno
posto per l’uomo che, in mezzo a questo universale meccanismo, nel
mistero di questa tenebra profonda e per definizione invincibile, abbia
pure il diritto di affermare che la verità sia proprio quella che egli
asserisce ! Come se fosse possibile salvare una verità qualsiasi dal naufragio
d’ogni verità. Filosofia dunque essenzialmente contradditoria,
che nei filosofi empiristi, naturalisti, materialisti, tipo secolo XVIII,
è ignara di questa sua immanente contraddizione, tra la ragione che si nega e
la ragione che per negarsi rivendica di fatto il proprio potere e
valore. Filosofia accettata dal L., ma con un’anima che troppo
sente le conseguenze dolorose di essa e troppo è naturalmente dotata di
quella forza con cui lo spirito reagisce ai hmiti che si oppongono alla
sua libertà, e quindi al dolore, per non aver coscienza di tale
contraddizione. E questa coscienza è in lui acutissima. L’uomo,
pertanto, che dovrebbe prostrarsi di fronte alla natura nel senso
angoscioso del proprio niente, non piega, invece, non s’accascia, non
rinunzia alle sue verità, anche se battezzate fantasmi. Il dolore, attraverso
la potente reazione di tutto il suo spirito nel senso gagliardo e tenace
con cui l’apprende e lo ferma nel cristallo della sua divina
fantasia, si trasfigura: non è più il limite della sua forza e della sua
libertà; è poesia, cioè umanità; è grandezza umana, trionfo della potenza
creatrice, che è Ubera e infinita potenza. Qui l’anima di L.,
qui il fascino deUa sua poesia. La quale non trae la sua ispirazione
centrale dall’astratto concetto di quel crudo materialismo, che
annienta l’uomo e fiacca perciò ogni velleità di vivere a proprio modo, a
norma de’ propri ideaU, in un mondo qual egU perciò lo vagheggi,
liberamente, ma da questo senso profondo, or cupo e straziante, or
placato e sereno, che gli \aene dalla sua « ultrafilosofia », dal bisogno
di respingere come antiumana e contradditoria alla incoercibile natura
dell’uomo cotesta filosofia negativa e soffocante. Ora è Bruto minore, nudo di
speranza, ma prode, di cedere inesperti), neUa sua guerra mortale contro
il fato indegno, in atto di sfida magnanima contro il Destino, che egU
vince, violento irrompendo nel Tartaro: e la tiranna Tua
destra, allor che vincitrice il grava. Indomito scrollando si
pompeggia. Quando nell’alto lato l’amaro ferro intride, e
maligno alle nere ombre sorride. Ora è la misera Saffo, grave
ospite di natura, estranea alla infinita beltà di questa, consapevole del
prode ingegno che pur le venne in sorte assegnato, delle proprie
virili imprese, del dotto canto, della virtù insomma che può
vantare; ed ecco, è risoluta di spargere a terra il velo indegno ricevuto
da natura, primo principio della sua infehcità; e morire, ed emendare
così «il crudo fallo del cieco dispensator de’ casi. Ora è il Poeta
stesso, che invoca la morte hberatrice. Ma certo troverai, qual si sia
l’ora che tu le penne al mio pregar dispieghi. Erta la fronte,
armato, E renitente al fato. La man che flagellando si
colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non
benedir, com’usa Per antica viltà l’umana gente; Ogni
vana speranza onde consola Sé coi fanciulli il mondo. Ogni conforto
stolto Gittar da me. O che, stanco di sperare e disperare, sente in
sé spento anche il desiderio, e vuol acquetarsi nell’ultima disperazione
e cliiudersi in un superbo disdegno di se medesimo, della natura e di
questa infinita vanità del tutto. Nel disprezzo del brutto poter che, ascoso, a
comun danno impera. Ora invece, il Poeta s’accosta a questa Natura
misteriosa, arcana, e si scioglie in un mistico sentimento della sua vita
infinita e divina. Giacché si sa che il naturalismo è stretto parente della
mistica, che ugualmente oppone la realtà all’uomo al punto da non
lasciargli più modo di distinguersene e spingerlo perciò al
desiderio d’immergersi e immedesimarsi col tutto infinito che gli è
davanti e lo attrae. E allora L. ricompone il suo volto dal ghigno della
ribellione, e scioglie il suo dolore, ossia quella sua soggettività
solitaria e disperata di uomo che, perduta la giovinezza, vede intorno a
sé il deserto e il buio della sera e deH’orrida vecchiezza, nella
languida consolazione degli Idilli: de l’infinito, dove il poeta non
canta più il suo dolore, ma il dolce gusto dell’eterno: Così
tra questa Immensità s’annega il pensier mio; E il naufragar
m’ è dolce in questo mare; de La sera del dì di festa, dove il
cuore si stringe A pensar come tutto al mondo passa e quasi
orma non lascia; e il suono delle umane glorie e degl’ imperi più
famosi cede come il canto dell’artigiano che riede a tarda notte al
suo povero ostello poiché la festa è finita: Tutto è pace e
silenzio, e tutto posa Il mondo; e risvegha nella memoria del
poeta una immagine accorante insieme e viva divenutagli familiare:
ed alla tarda notte Un canto che s’udia per li . sentieri
Lontanando morire a poco a poco; de La vita solitaria, dove «
l’altissima quiete » del meriggio presso all’ immoto specchio del lago di
taciturne piante incoronato gli fa obliare se stesso e il mondo: e
già mi par che sciolte Giaccian le membra mie, né spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica Co’ silenzi del loco si
confonda. Estasi; estasi mistica che fa risalire dal petto il
trepido grido dell’angoscia religiosa, che echeggia nel canto Alla
primavera, 0 delle favole antiche: Vivi tu, vivi, o santa
Natura ? e quello anche ])iù antico della stupenda lettera al
Giordani, che convien rileggere: «Poche sere addietro, prima di
coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e
un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che
abbaiavano da lontano, mi si svegharono alcune immagini antiche, e
mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un
forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi parve di
udire dopo tanto tempo. A questa religione, da cui la filosofia inferiore
allontana, riconduce quella superiore, la ultrafilosofia. Quando L. annota
nello Zibaldone che « la filosofia.... s’ ha per capitai nemica della eeligione,
ed è vero, egli parla, com’ è evidente dal seguito della sua nota, della FILOSOFIA
inferiore. Egli stesso ha il pensiero a una diversa filosofia quando,
sotto la datasegna cjuesto pensiero profondo: «1 tedeschi si strisciano
sempre intorno e appiedi alla verità; di rado l’afferrano con mano
robusta: la seguono indefessamente per tutti gli andirivieni di questo
laberinto della natura, mentre l’uomo caldo di entusiasmo, di sentimento,
di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni, situato su di una
eminenza, scorge d’un’occhiata tutto il laberinto, e la verità che sebben
fuggente non se gli può nascondere ». La mano robusta dunque non si
contenta della ragione, ma vuole anche cuore, fede, natura o « senso
dell’animo », genio ; e cioè, non sa che farsi della piccola ragione,
poiché ha bisogno della grande. La quale non s’illude di aver spiegato
tutto quando ha spiegato la natura, e non ha spiegato e si mette in
condizioni di non poter più spiegare l’uomo, e deve rassegnarsi a
dire errori quelle verità che sono fondamento alla \'ita umana. L’uomo,
che è poi colui che si propone il problema della natura, e senza del quale
{pertanto il problema stesso non sorgerebbe mai. L’uomo, che quella mezza
filosofia della ragione piccola rinserra e schiaccia nel meccanismo della
natura e condanna alla schiavitù del nulla, ma che risorge in tutta la
sua libertà e nel suo valore infinito appena la grande ragione gh faccia
sentire la sua grandezza nella sua stessa infehcità: « Niuna cosa »
infatti, come si legge nello Zibaldone « maggiormente dimostra la grandezza e
la potenza dell’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere e
interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza » ; e
provare la gioia del comporre, del cantare, del pensare, del sentire. L’infehcità,
essa stessa, poiché sentita, intesa, espressa, è grandezza, eccellenza. E
perciò l’uomo non soggiace alla natura, e può non temere la morte, e può,
come la ginestra, consolare il deserto col profumo del suo divino
alito spirituale. Perciò infine il poeta c’ insegna, in una forma
lapidaria che fa parere il suo detto quasi proverbio, che « nessun
maggior segno d’essere poco filosofo e poco savio, che voler savia e
filosofica tutta la vita. Verità infatti che merita di passare in
proverbio tra i filosofi. E pel L. vuol dire che nella vita non c’
è soltanto la filosofia : c’ è altro ancora, che è poi sempre filosofia.
La vera però, che afferra la verità con mano robusta, non quella falsa
che sola par vera all’angusto intelletto del filosofo chiuso nel bozzolo
del suo intellettualismo. La quale FILOSOFIA, si ponga mente, una volta,
come s’è veduto, il Poeta la chiama ultrafilosofia; ma non è poi
altro propriamente che la sua personalità, il suo modo di vedere e di
sentire la vita, quell’ingenita virtù che prorompe nel Risorgimento,
quando l’anima si risvegliò e rivide meravigliata salire su dal profondo
i palpiti naturali, i dolci inganni, la speranza, e il sentimento della
natura. Meco ritorna a vivere, La piaggia, il bosco, il monte; Parla al
mio core il fonte. Meco favella il mar ») : quella ingenita virtù, che gli
affanni poterono sopire; Non l’annullàr: non vinsela Il fato
e la sventura; Non con la vista impura l’infausta
verità. La virtù da cui sgorga la poesia; e che è, io dico, la
stessa poesia, depurata dalle forme in cui il pensiero la determina e
attua. Giacché io non vorrei che nelle parole, nelle formule, nei
concreti pensieri, come sistematica- mente si possono comporre ad unità
nelle esposizioni che l’autore non fece delle sue idee, e che, sempre a
fatica e non senza arbitrarie glosse, continuano a imbandirci quei
camerieri di L. che sono i suoi interpreti, pronti a sobbarcarsi a
scriver loro sulla FILOSOFIA di L. i volumi che questi non pensò mai di scrivere;
non vorrei, dico, si ricercasse una vera e formata FILOSOFIA come opera
riflessa e logicamente costruita su’ suoi fondamentali convincimenti e
orientamenti Mi perdoni la grande e austera ombra del Poeta questa
parola cara oggi a certi spiriti spigoUsti e vanitosi, che ogni giorno
che il Padre manda in terra, suonano a stormo per adunar gente e
catechizzarla tra un sorriso mellifluo e un ohibò di pelosa carità, e
disporla a cercare con essi l’orientamento che essi non riescono mai a
trovare. Xtnnznni. No. LE PAROLE, i pensieri più o meno frammentari
e sparsi, le sentenze assai spesso felicemente formulate non
possono essere pel critico altro che accenni, spie dell’anima del filosofo.
La cui individualità è caratterizzata e, propriamente, individuata da un certo
atteggiamento, che è la concreta FILOSOFIA dell'uomo: quella che,
conferendo all’uomo un carattere, non ci spiega tanto le sue parole,
spesso espressioni di cose pensate e non sentite, ma le azioni in cui
l’uomo opera come sente nel suo più intimo essere; là dove egli, arrivi o
no ad averne coscienza in un sistema chiaro e bene organato di
idee, è quello che è : quello che l’uomo nella sua singolare e inconfondibile
individualità si mamfesta e si fa conoscere non per quel che dice ma per
il modo in cui lo dice, non pel contenuto delle sue parole ma pel
colore che esse hanno sulla sua bocca, per l’accento con cui la sua
anima vi suona dentro. Stile, essenza della poesia d’ogni uomo. Sicché,
infine, a parlare degnamente della filosofia del Leopardi, non bisogna
ridursi alla parte del cameriere. Conviene guardare il Poeta negh occhi,
dove la pupilla trema della commozione segreta: ascoltare il suo
canto, dove la sua filosofia è la sua stessa poesia. Giacomo Leopardi. Leopardi. Keywords: il favoloso. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e gli usi di Leopardi nella filosofia italiana," per
Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Leopardi: l’implicatura conversazionale – 1150 – implicatura –
filosofia italiana – filosofia maceratese -- Luigi Speranza (Recanati). Filosofo italiano.
Recanati, Macerata, Marche. Grice: “We
don’t have at Oxford a ‘chip off the old block’ as they have in Recanati!” -- Importante
esponente del pensiero controrivoluzionario e padre di Leopardi. Leopardi,
targa commemorativa apposta sui portici di piazza Leopardi a Recanati Figlio
primogenito del conte Giacomo e di Virginia dei marchesi Mosca, nacque in una
delle famiglie più preminenti di Recanati. Rimasto a quattro anni orfano del
padre, crebbe con la madre (che non volle risposarsi per accudire i quattro
figli), gli zii paterni rimasti celibi e i fratelli. Educato in casa dal
precettore Giuseppe Torres, padre gesuita fuggito dalla Spagna a seguito della
cacciata dell'ordine dal regno, ricevette una formazione improntata agli ideali
cristiani, cui rimase fedele per tutto il resto della sua vita. Fu sottoposto
alla tutela di un prozio, non potendo amministrare direttamente il patrimonio
familiare per disposizione testamentaria. Ottenne tuttavia da papa Pio VI la
deroga alla disposizione paterna e, all'età di 18 anni, assunse
l'amministrazione della propria eredità. Dopo un primo progetto di nozze andato a
monte, sposa la marchesa Adelaide Antici, sua lontana parente. Il matrimonio fu
un matrimonio d'amore strenuamente osteggiato dalla famiglia di Monaldo, in
base ad antiche dispute tra casati e per questioni economiche (mancanza di una
dote adeguata), che per manifestare la propria contrarietà non partecipò al
matrimonio, che venne infatti celebrato nella sala detta "galleria"
di palazzo Antici a Recanati. Il patrimonio di famiglia, dalle mani di Monaldo,
passò in quelle della moglie, a causa dei debiti del prozio che il conte non
riusciva a ripianare. Frutto di questa unione tra opposti caratteri furono
numerosi figli: di questi, raggiunsero l'età adulta Giacomo, Carlo, Paolina,
Luigi, e Pierfrancesco. A causa della impossibilità di gestirli (dovuta alla
sua indole caritatevole verso i poveri, agli sperperi dei parenti e
all'invasione giacobina), l'amministrazione dei beni di famiglia passò nelle
mani della consorte, donna energica e severa; Monaldo poté così dedicarsi
totalmente alla sua passione, gli studi e le lettere. Tra i suoi molti meriti
vi è aver grandemente contribuito alla formazione del nucleo fondamentale della
biblioteca di famiglia dei L., nella quale il giovane Giacomo passò i suoi anni
di "studio matto e disperatissimo" (compresi i libri proibiti per i
quali il conte ottenne la dispensa della Santa Sede, per metterli a
disposizione dei figli) e che Monaldo donò all'intera cittadinanza recanatese,
come ricorda la lapide apposta nella cosiddetta "prima stanza".
L'impegno civico Angolo della biblioteca di palazzo L. con i ritratti di
L., Adelaide e Giacomo Il medico e naturalista britannico Jenner La sua
opera è rappresentativa del concetto di reazione (per es., la demolizione
dell'egualitarismo nel Catechismo sulle rivoluzioni), inoltre gli vanno
riconosciuti diversi meriti acquisiti durante lo svolgersi della sua vita
politica, indirizzata nei confronti di Recanati, città in cui visse.
Monaldo fu consigliere comunale a diciotto anni, governatore della città, amministratore
dell'annona. Fu tra coloro che si mantennero fedeli al papa Pio VI nel periodo
dell'occupazione francese. S'adopera per mantenere tranquilla la popolazione in
tumulto contro le forze dei rivoluzionari francesi e, in accordo con i suoi
principî morali e religiosi, rifiutò di assumere incarichi pubblici durante la
Repubblica Romana e il primo ed effimero Regno d'Italia. Fu gonfaloniere di
Recanati, la massima carica amministrativa, e si occupò della costruzione di
strade e di ospedali, dell'illuminazione notturna, del sostegno ai meno
abbienti, della riduzione delle tasse, del rilancio degli studi pubblici e
delle attività teatrali. Sebbene fosse preoccupato per le conseguenze
della meccanizzazione sull'occupazione, ritenne che le ferrovie e le macchine a
vapore fossero tutt'altro che inconciliabili con una società cristiana. Stimolò
inoltre il diboscamento del suolo, la messa a coltura dei prati, lo
stabilimento di case coloniche e l'applicazione di nuove colture, come il
cotone o la patata. Fu anche il primo a introdurre nello Stato Pontificio il
vaccino antivaioloso dell'inglese Edward Jenner e lo fece sperimentare sui
propri figli; poi, da gonfaloniere, rese obbligatoria la vaccinazione che svolgeva
personalmente (in ciò smentendo la raffigurazione caricaturale di
"retrogrado" che si attribuì ideologicamente alla sua figura da parte
della critica novecentesca). Sostenne anche un progetto per la fondazione di
un'università nella sua città natale, che però alla sua morte non ebbe
seguito. Infine, durante la carestia, fece erogare gratuitamente i
medicinali ai più bisognosi e creò occasioni di lavoro, sia maschile, con la
costruzione di strade, sia femminile, con la tessitura della canapa. Come scrisse
una volta, quelle attività riformatrici non erano in contrasto con le sue idee
controrivoluzionarie; infatti dichiarò: «Oggi si pretende di costruire il mondo
per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene presente
sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale» Morì il
celebre figlio Giacomo: nonostante tra i due i rapporti non fossero distesi, la
perdita gli causò grave dolore. Si spense nella città natale e fu sepolto nella
tomba di famiglia presso la chiesa di Santa Maria in Varano a Recanati. Dei
molti scritti religiosi, storici, letterari, eruditi e filosofici di Leopardi,
i più famosi sono i “Dialoghetti sulle materie correnti” usciti con lo
pseudonimo di "1150", MCL in cifre romane, ovvero le iniziali di
"Monaldo Conte Leopardi". Ebbero immediatamente un grande successo,
ben sei edizioni in cinque mesi, furono tradotti in più lingue e divennero
notissimi nelle corti europee. Il figlio Giacomo, da Roma, ne informa il padre
in una lettera dell'8 marzo: «I Dialoghetti, di cui la ringrazio di
cuore, continuano qui ad essere ricercatissimi. Io non ne ho più in proprietà
se non una copia, la quale però non so quando mi tornerà in mano.» Per
umiltà lasciò i molti guadagni allo stampatore, il Nobili. È probabile che con
quest'opera Monaldo volesse contrapporsi alle Operette morali del figlio, che
giudicava negativamente e riteneva contrarie alla fede cristiana. In essi,
infatti, esprimeva gli ideali della reazione (o anche controrivoluzione). Tra
le tesi sostenute, la necessità della restituzione della città di Avignone al
papato e del ducato di Parma ai Borbone, la critica a Luigi XVIII di Francia
per la concessione della costituzione (che violerebbe il sacro principio
dell'autorità dei re che "non viene dai popoli, ma viene addirittura da
Dio"), la proposta della suddivisione del territorio francese fra
Inghilterra, Spagna, Austria, Russia, Olanda, iera e Piemonte, la difesa della
dominazione turca sul popolo greco, in quegli anni impegnato nella lotta per l'indipendenza.
Risalgono alcune opere di satira politica: Monaldo era infatti ottimo satirico
e disseminava le sue opere di scherzi letterari. Tra esse, il Viaggio di
Pulcinella e le Prediche recitate al popolo liberale da don Muso Duro, curato
nel paese della Verità e nella contrada della Poca Pazienza (versione
digitalizzata). Fu inoltre autore di ricerche erudite, ammonimenti ai fedeli
cattolici e articoli su varie riviste, tra cui si segnalano «La Voce della
Verità» di Modena e «La Voce della Ragione» di Pesaro, che Leopardi stesso
diresse. La rivista ottenne un buon successo, come dimostrano i 2000
abbonamenti sottoscritti in tutta Italia, tuttavia fu soppressa d'autorità. Rimasero
inediti, invece, i suoi Annali recanatesi dalle origini della città ae la sua
Autobiografia: in quest'ultima la prosa di L. si arricchisce di leggerezza,
ironia e umorismo. Negli ultimi anni di vita Monaldo visse appartato (non
amava allontanarsi da Recanati: la sua più lunga assenza dalla casa paterna
consistette in 2 mesi a Roma), deluso dalle caute aperture liberali del governo
pontificio e degli esordi del regno di papa Pio VI. Collaborò al periodico
svizzero Il Cattolico, di Lugano, tornando poi, negli ultimi anni, agli studi
storici su Recanati, coltivati in gioventù. Opere digitalizzate Monaldo
Leopardi, La Santa Casa di Loreto. Discussioni storiche e critiche, Lugano, presso
Francesco Veladini e C. Monaldo Leopardi, Istoria evangelica scritta in latino
con le sole parole dei sacri Evangelisti, spiegata in italiano e dilucidata con
annotazioni, Pesaro, pei tipi di A. Nobili. Monaldo Leopardi, Dialoghetti sulle
materie correnti dell'anno, Leopardi, Prediche recitate al popolo liberale da
don Muso Duro, curato nel paese della verità e nella contrada della poca
pazienza. Rapporto con il figlio ritratto di Giacomo Leopardi. Nonostante
la vulgata dica il contrario, il rapporto con il figlio illustre appare buono:
senz'altro nei primi anni Monaldo dovette essere orgoglioso della precocità del
ragazzo, e nelle opere giovanili di Giacomo, ad esempio il Saggio sopra gli
errori popolari degli antichi, si avverte ancora l'influenza delle idee del
padre. Ben presto, però, i loro spiriti presero strade diametralmente opposte:
la crescente autonomia di pensiero di Giacomo preoccupava Monaldo. La
lettura del carteggio fra i due rivela una relazione affettuosa, soprattutto
negli ultimi anni. La lettera più sincera scritta da Giacomo al padre è quella
che quest'ultimo non lesse mai: si tratta della missiva datata luglio 1819,
quando il poeta progettava la fuga, e che non fu mai spedita, perché egli
dovette rinunciare ai suoi piani. «Mio Signor Padre. Per quanto Ella
possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti,
Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi
hanno conosciuto, ed hanno portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non
debbo ripetere. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea
cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in
questa città, e com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e
persistesse in quella irremovibilmente. Io so che la felicità dell'uomo
consiste nell'esser contento, e però più facilmente potrò esser felice
mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo.
Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande
azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla
conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero.» Finalmente,
Giacomo lascia Recanati, per farvi ritorno solo saltuariamente. Da lontano, il
padre assiste alla crescita della sua fama nel mondo intellettuale italiano, ma
non riesce a comprendere la grandezza del figlio: disapprova la pubblicazione
delle Operette morali, scrivendogli in una lettera (perduta) le "cose che
non andavano bene", suggerimenti che nella risposta Giacomo promette di
prendere in considerazione, ma che di fatto non sono mai accolti. La
pubblicazione dei Dialoghetti di L. è causa di attrito fra padre e figlio.
Giacomo Leopardi si trovava a Firenze: nell'ambiente iniziò a circolare la voce
che fosse lui l'autore dell'opera, espressione delle tesi reazionarie, cosa che
egli fu costretto a smentire seccamente sul giornale Antologia di Vieusseux. Si
sfogò poi per lettera con l'amico Melchiorri: «Non voglio più comparire con
questa macchia sul viso. D'aver fatto quell'infame, infamissimo,
scelleratissimo libro. Quasi tutti lo credono mio: perché Leopardi n'è
l'autore, mio padre è sconosciutissimo, io sono conosciuto, dunque l'autore
sono io. Fino il governo m'è divenuto poco amico per causa di quei sozzi,
fanatici dialogacci. A Roma io non potevo più nominarmi o essere nominato in
nessun luogo, che non sentissi dire: ah, l'autore dei dialoghetti.» In
toni decisamente più miti ne scrive poi a L. il 28: «Nell'ultimo numero
dell'Antologia... nel Diario di Roma, e forse in altri Giornali, Ella vedrà o
avrà veduto una mia dichiarazione portante ch'io non sono l'autore dei
Dialoghetti. Ella deve sapere che attesa l'identità del nome e della famiglia,
e atteso l'esser io conosciuto personalmente da molti, il sapersi che quel
libro è di Leopardi l'ha fatto assai generalmente attribuire a me. E
dappertutto si parla di questa mia che alcuni chiamano conversione, ed altri
apostasia, ec. ec. Io ho esitato 4 mesi, e infine mi son deciso a parlare, per
due ragioni. L'una, che mi è parso indegno l'usurpare in certo modo ciò ch'è
dovuto ad altri, o massimamente a Lei. Non son io l'uomo che sopporti di farsi bello
degli altrui meriti. [ L'altra, ch'io non voglio né debbo soffrire di passare
per convertito, né di essere assomigliato al Monti, ec. ec. Io non sono stato
mai né irreligioso, né rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei
principii non sono precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e
ch'io rispetto in Lei, ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati
però mai tali, ch'io dovessi né debba né voglia disapprovarli.» Nelle
ultime lettere Giacomo esprime la volontà di rivedere il padre, passando dai
toni formali a quelli affettuosi ("carissimo papà" nell'ultima
lettera). Monaldo sopravvisse 10 anni al figlio. L'incompatibilità fra i
due rimaneva però ancora evidente otto anni dopo la morte di Giacomo, non accettando
lui le idee areligiose del poeta; la sorella di lui, Paolina, scriveva a
Marianna Brighenti: «Di Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto
tacere più che mai tutto quello che di lui veniva fatto di sapere, come di
quello che non combinava punto col pensiero di papà e colle sue idee. Pertanto,
non abbiamo fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere, e
quando le abbiamo comprate le abbiamo tenute nascoste e le teniamo ancora,
acciocché per cagion nostra non si rinnovi più acerbo il dolore.» Su
richiesta dell'ultimo amico di Leopardi, Antonio Ranieri, pochi giorni dopo la
morte del figlio, Monaldo gli spedì un Memoriale con cenni biografici su
Giacomo, con aneddoti e curiosità, in cui si avverte il dolore per la rottura
fra i due e l'incapacità del padre di capire la direzione intrapresa dal
figlio; il Memoriale si interrompe: "Tutto ciò che riguarda il tratto
successivo è più noto a Lei che a me", scrive infatti. Nonostante ciò,
Monaldo piangerà con dolore la perdita di Giacomo, al punto che quando redigerà
il proprio testamento, alla settima volontà scrisse: «Voglio che ogni
anno in perpetuo si facciano celebrare dieci messe nel giorno anniversario
della mia morte, altre dieci il giorno 14 giugno in cui morì il mio diletto
figlio Giacomo. Manetti, Giacomo L. e la sua famiglia, Bietti, Milano. La
famiglia Leopardi è protagonista del romanzo fantastico di Michele Mari Io
venìa pien d'angoscia a rimirarti. L., di Sandro Petrucci Monaldo In viaggio per Leopardi, Leopardi fu
chiamato alla collaborazione a tale rivista dal suo fondatore, il Principe di
Canosa Antonio Capece Minutolo. Giacomo
Leopardi, Carissimo Signor Padre. Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna ed., Giacomo
Leopardi, Il monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi,
Graziella Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano, Adelphi,Monaldo
Leopardi. La giustizia nei contratti e l'usura. Modena, Soliani, Monaldo
Leopardi, Autobiografia, con un saggio di Giulio Cattaneo, Roma, Dell'Altana
ed., Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Mursia ed.,
(L'ultimo amico del poeta narra di un
suo incontro con Monaldo mentre era di passaggio a Recanati). Monaldo Leopardi,
Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, Fede et Cultura, L.,
Dialoghetti sulle materie correnti e Il viaggio di Pulcinella, in, L'Europa
giudicata da un reazionario. Un confronto sui Dialoghetti di Monaldo Leopardi,
Diabasis, Raponi, Due centenari. A proposito dell'autobiografia di Monaldo
Leopardi, Quaderni del Bicentenario. Pubblicazione periodica per il
bicentenario del trattato di Tolentino, n. 4, Tolentino, Giuseppe Manitta, L..
Percorsi critici e bibliografici, Il Convivio, Anna Maria Trepaoli, Gubbio, i
Leopardi, Recanati: un legame da riscoprire, Perugia, Fabrizio Fabbri editore, Pasquale
Tuscano, Monaldo Leopardi. Uomo, politico, scrittore, Lanciano, Casa Editrice Rocco
Carabba,, Giacomo Leopardi Leopardi (famiglia) Pierfrancesco Leopardi. Monaldo Leopardi, su Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ferretti, Monaldo Leopardi, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Corno, L. in Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Monaldo Leopardi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo
Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Opere di Monaldo Leopardi, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Monaldo Leopardi,.Dizionario del pensiero forte, IDISIstituto per la Dottrina e
l'Informazione Sociale, sito "alleanzacattoliga.org". Il conte
Monaldo Leopardi. Monaldo Leopardi, conte di San Leopardo. Cf. Il Leopardi
anti-italiano. che
dopo questa vila comincia un'altra vila, bisogna ripudiare lulli isofismi elutte
le menzogne della filosofia. Queste sono le norme del saggio, questi sono i
doveri del galantuomo, e queste sono le verità proposte, dimostrate e
raccomandate dalla Voce della Ragione. FILOSOFIA Ponam Civitatem hanc in
stur em etinsibilum. La Filosofia e il Cervello. La Filosofia.Già vihodelto chedo
potanti anni di fatiche e di pensieri per accomodare il mondo a mio modo,
questo veccbio con serva ancora certi suoi pregiudizi, e non trovo in esso una
sola cillà la quale sia in lutto e per tullo secondo le mie regole
e secondo il mio cuore. Perciò ho risolutodi fabbricarpe una nuova, e chi
sa che a poco a poco non diventi la capitale di un grande impero. Cer. Tutto
questo va bene, e polete fabbricare e fondare quanto volete, ma come ci entro
io con le vostre fabbriche e con le vostre fondazioni? Fil.Oh Diavolo! volete
che la filosofia vada avanli in una impresa similesenza cervello? LA
CITTÀ a DELLA Il Cervello. In somma, si può sapere cosa volele da me? Cer. Finora
avele sempre operalo senza di me, e potete seguitare a procedere da pazza. Cer.
Fin quì non dite male, ma alla fine dei conli che giudizio è questo vostro con
cui volete mandare sollosopra il mondo? Fil. Oh bella, ognuno ba i suoi gusti,
e de gustibus non est disputandum. Epoiiode sidero diguastare il mondo, perchè
voglio àca comodarne un altro meglio di questo. Cer. Vi darà poi l'animo di
fare un altro mondo migliore del primo? Fil. Proviamoci: cosa sarà? Non si
tratta poi di una gran cosa, e se non riesceci penserà chi vuole. Via
cervellaccio mio, ve nile con me e datemi una mano a fabbricare “Filosofopoli”.
Già adesso non avete altro da fa re, perchè nessuno vi vuole; e al mondo si fa
tutto senza di voi. Cer. Anche questo è vero, e giacchè non si trova più a
campare coi savi sarà meglio accomodarsi al servizio dei malti. Fil. Bravo,
bravissimo. Vedrele che bella città stabiliremo assieme. Ha da essere il regno
della età dell'oro, il paese della cuccagoa, e la vera meraviglia del mondo.
come in addietro, senza curarvi neppure adesso della mia compaggia. Fil. Chi lo
dice che ho operato da pazza e senza cervello? A buon conto io chevole. va
guastare il mondo l'ho mandato sotto sopra, e quelli che avevano obbligo é
desiderio di conservarlo lo hanno mandato e lo mandano soltosopra peggio di m
e. Chi vi pare dunque cbe abbia più cervello, chi guasta quello che vuol
guastare, o cbi guasta quello che vuol conservare? Fil. Oh per questo non
dubitale. Sono cent'anni che ho mandalo fuori gli editti e saccio mille smorfie
per chiamare la gente, co me fa la civella sul mazzuolo per uccellare i
merlolli ; sicchè gli abitatori di “Filosofopoli” non potranno mancare. Anzi
ecco qualchedu. no che si avvicina. Meltiamoci dunque sul sodo, e incominciamo
le nostre operazioni filosofiche e cervello liche. La Filosofia, il Cervello e
il Governo. La Filosofia. Chi siete e cosa volete? Gov. Quanto a questo farete
quello che vi pare, ed io starò nelle vostre mani a rice. vere quella forma che
vorrete darmi, come l'argilla in mano dello stovigliere. Già oggi Cer.
Chi verrà poi ad abitare in questa nuova città ? Il Governo. Io sono il
governo,e domando di essere ammesso nella vostra nuova città, perchè immagino
che non vorrete stabilirla senza governo. Fil. Sicuro che un poco di governo ce
lo vogliamo, almeno pour bien séance, e per servire alle apparenze,e alle
formalilà come l'apparatura nelle feste. Ma intendiamoci bene ; noi non
vogliamo un governo all'antica, il quale pretenda di governare davve ro, ma
bensì un governo filosofico; e vale a dire un ombra, un simulacro, un brodo di
ranocchie e niente di più. questa è una cosa da nulla, ed è più facile
preparare un governo che lavorare un boccale. Fil. E bene ; nella cillà e nel
regno di “Filosofopoli” la vostra forma sarà quella di una monarcbia. Cer.
Bravo! quesla scelta mi piace perchè il governo monarchico è il più naturale e
il più semplice, ed è ancora il più robusto di tullj . Fil. Oibd, oibù ; se
fosse questo non vor remmo saperneniente, e si vede bene che voi v'intendele
poco di filosofia, e non avele una giusta idea del mondo nuovo. Nel mondo
vecchio i monarchi erano certamente forti, rispettatietemuli, perchèsostenevano
diavere ricevuto il loro potere da Dio, e nessuno si azzardava di slendere la
mano contro una au lorità la quale si riputava stabilita per diritto divino. Ma
nel mondo nuovo i monarchi si contenlano di regnare per grazia e volere del
popolo,ricevonoilsalario esilasciano incar. tare dal popolo e conseguentemente
devono essere il trasiullo e lo scherno del popolo.Il governo monarchico
adunque,lavoralo secon do le regole della filosofia, riesce ilpiù comodo e il
più leggiero di tulli, e i filosofi si adallano a lasciarsi governare da un re falto
dal popolo, perchèchipuòfarepuò guastare, ed è più facile sbalzare dal trono un
monar. ca costituzionale, che licenziare dal servizio un gualtero di
cucina.Sentite dunque signor governo, e imparate bene cosa ha da essere il
governo monarchico nella cillà e nel regno della filosofia. Fil. Prima di
tutto, il re ha da essere un re di carta, o vogliamo dire che tulta la sua
autorilà deve consistere in un pezzo di carta, esso medesimo deve riconoscerla
tutta intiera dalla carta, e guai a lui se si allontana un capello da quella
carta. Fil. Inoltre non deve pretendere di dettar le leggi, ma deve riceverle
belle e fatte dalla nazione;e,se si tratti di farne delle nuove, gli è permesso
di mandare i suoi ministri a sfiatarsi e raccomandarsi nella camera dei d e putati,
ma alla fine deve sempre cedere alla voloplà della camera. Quando poi la camera
ha fatto una legge e il re l'ha soltoscritta per amore o per forza, e per una
semplice for malità, sua maestà di carta deve subito pi gliare la frusta e
andare in piazza a menare le mani facendo eseguire idecreti del popolo. Gov.
Benissimo. Fil. Di più non deve impicciarsi nè bene nè male con la giustizia,e
deve lasciare che i giudici facciano di ogni erba un fascio senza essere
ripresi e molestati da nessuno.Anzi se l'istesso monarca cittadino riceverà una
coltellala ovvero una schioppeltata non potrà far altro che dare una querela a
quell'imper linenle,ese igiudici condanneranno coluia tre giorni di pane e acqua,
il re dovràam mirare e ringraziare la imparzialità e la se verità della
giustizia. Gov. Benissimo. Gov. Dile pure, che iosono qui a ricevere i
vostri comandi. Gov. Benissimo. Fil. Similmente il monarca filosofico
costi. tuzionale non avrà l'ardire d'imporre nessu na tassa, e di toccare un
quattrino senza il beneplacito e la licenza del popolo. Quando ci sarà bisogno
di denari per l'andamento del go verno anderà a domandarli come un pitocco alla
cainera dei deputali, e dopo ricevuli li spenderà bene o male,che questo
importa poco, e sulla revisione dei conti non si guarda tanto in sollile.Se
però la camera non vorrà darglieli,lascerà che il governo cammini da per sè
stesso, e resterà colle mani incrociale sul petto come fa il cuoco, allorchè il
pa drone non gli dà iquattrini per fare la spesa. Fil. Per ultimo se qualche
volta il popolo vorrà divertirsi un poco con sua maestà, ac . compagnandolo con
le fischiate ovvero con le sassale, dovrà averci pazienza, e se anche in una
giornata gloriosa il popolo vorrà strac ciarelacarta,cambiare la dinastia,edi
scacciare il re con tutta la sua maestà e la Gov. Benissimo. Fil.Siccome
poi lacartaaccordaalmonar ca il diritto di far grazia, il re cittadino de ve
sapere che quel dirillo gli viene accordato per burla, e che egli pad usarne
soltanto a beneplacilo e a capriccio del popolo. Percið se itribunali
condanneranno giustamente uno scellerato il quale sia benveduto dal popolo, sua
maestà di carta lo dovrà liberare, e se condanneranno ingiustamente un
innocente malveduto dal popolo, sua maestà di carta dovrà farlo impiccare. Gov.
Benissimo. sua inviolabilità, il monarca cittadino dovrà andarsene col bordone
in mano, e avere di caro e grazia di salvare la pelle,perchè alla five dei
conti nell'impero della Filosofia la careta, il trono, il governo, tutto è del
popolo, e ilmonarca costituzionale è un bawboccio vestito dareper servire di passatempo
al popolo. Gov. Benissimo,benissimo,ameraviglia;e vado subito nella cillà a
preparare uo trono di cartone per Pulcinella l.monarca cittadino di “Filosofopoli”.
Fil.Cosa nedilecompare Cervello? Vi pare cbe abbiamo stabilito una monarchia
vera mente solida, dignitosa e utile al buon reg gimento dei popoli? Fil. Sappiatechecisivapensando,eforse
col progresso dell'incivilimento si troverà il modo di fare una macchina che muova
la le. sta e ci serva da re,senza bisogno di pagare un re cilladino, il quale
non è poi tanto a buon mercato quaplo si crede. Intanto però bisogna
contentarsi di un re costituzionale, fin. chè non si può averne un altro lutto
affallo di legno. Ma zillo che si accosta altra gente per veoire a populare
ilregno della Filosofia. Cer. Mi pare cbe quando i monarchi filo sofici
debbano essere lavorali sopra queslo m o dello, un re dipinlo,ovvero un re di
paglia potrebbe servire nello stesso modo. La Filosofia. Chi siete, e cosa
volete? La Giustizia. Io sono la Giustizia e domando di essere ammessa nella
vostra nuova cillà. Fil. Cosa ne dite compare Cervello ? non si potrebbe fare a
meno di questa femmina? Fil. Alcuni litiganti, i quali hanno inolla pratica dei
tribunali,mi banno assicuratoche considerando bene certe giustizie presenti, sa
rebbe meglio cavare a sorte la vincita e la perdita delle cause,ovvero
giuocarsi alla morra il torto e la ragione. Così almeno si ri sparmierebbero le
spese. Cer. Con questo metodo pazzo e scellerato si confonderebbero il giusto
con l'ingiusto, l'innocente col reo,e il galanluomo con l'as sassino. Giu .
Parlate pura giacchè sono venula a p La Filosofia, il Cervello, a la
Giustizia.Cer. Come! vorreste stabilire una città ed un governo senza tribunale
e senza giustizia? Fil. Questo sarebbe poco male perchè ora mai lulle queste
cose sono tanto confuse che non se ne raceapezza più niente. Considero però che
se non ci fosse qualche cosa,chia mata giustizia, gli avvocati e i procuratori
resterebbero in camicia, e questo non si ac comoderebbe con le idee filosofiche
sulla dif fusione dei godimenti e dei beni.È d'uopo dunque per un altro poco
adattarsi al siste ma antico, e perciò venile avanli madonna Giustizia e
facciamo i nostri palli. posta per imparare cosa deve essere la
giu. stizia nel paese della filosofia. Fil. Prima di tutto lenetevi bene in m e
n te che i liberali tauto palesi come occulli non devono avere mai lorlo,e la
giustizia deve essere una vera cortigiana consacrata e ven. dula sfacciatamente
al servizio dei liberali. Giu.Benissimo,ed io mi venderò e mi prostituiròin verecondamente
per compiacere iliberali.Ma ditemi un poco:come ho da fare per favorirli nelle
cause, quando stan no evidentissimamente dalla parte del torto ? Giu. Quei
giudici però i quali procederan no con ingiustizia manifesta potranno essere
discacciati e puniti. 102 re che questo non è proibilo ; e non manca il
modo di stancare e assassinare un povero liligante buttando la polvere sugli
occhi al mondo, e sostenendo che si opera per la giustizia.Se però qualcbe
volta vi troverelealle strelle, rinunziale pure a qualunque pudo re,invocate
ilnome di Dio,egiudicatenel nome del diavolo,purchè la villoria sia sem pre
assicurala per i liberali. pu. Fil. Finchè potete conservare cerle appa renze e
salvare la capra e l'orto, falelo Fil.Non dubitatediquesto,eigiudicinon temano
di niente quando sono protetti dai liberali. Primieramenle nel regno della filo
sofia i giudicisono una potenza assolutache non dipende da nessuno ; e poi i
liberali si mellono per tutto, e coperlamente, ovvero scopertamente comandano
in lulli i dicasteri, sicchè alla fine del conto lutto si fa a modo
loro, e a chiunque la prende con essi toc cano sempre la mazza e le
corna. Giu.Ho capilo: e lasciatevi servire.Segui tale pure la vostra lezione.
Fil. Inoltre se s'incontrano a litigare un uomo indifferenle e un inimico dei
liberali, dale sempre ragione all'uomo indifferente an corchè fosse uù
ruffiano, ovvero un capo la dro, e date sempre lorlo agl'inimici dei li. berali,
acciocchè quesla capaglia impari a rispettare la filosofia e la liberalilà.
Fil. In questi casi potete consollare i vo stri affelli privali, ovvero
ilvostro interesse; potete farvi merito con qualche Ciprigna ;e in somma fale
pure quello che vi pare, che alla filosofia non gliene importa niente.Cosa ne
dile compare Cervello ? Fil.Questo sarebbe un partito troppo gras. so per i
galantuomini i quali giuocherebbero alla pari,enelregno filosoficoiliberalihan.
no da godere sempre qualche vantaggio. A vete capito bene madonna Giustizia ?
Giu. Ho capito anche questo e non mi al lonlanerò dai vostri suggerimenti : ma
come si dovrà procedere in parilà di circostanze o sia quando s'incontrany a
litigare due uo. mini indifferenti, ovvero due liberali ? Cer. Vedo bene che
hanno ragione quelli iquali desiderano, che ildirillo eiltorlo si estraggano
allasorte oppure vengano giuo catiallamorra.Difalliquando la Giustizia non ha
da essere veramente giustizia è m e glio ridurla al giuoco della bianca e della
nera . Giu. Ho capito benissimo,e fascialevi per servire. E nelle cause
criminali come dovrò regofarmi ? Fil. Generalmente parlando lenele sempre per
la parte dei malfaltori,e ricordalevi che nel regno della filosofia non si
vuole la m a n naia del boia, e piuttosto si gradisce ilcol tello degli
assassini. Se la giustizia dovesse essere quella di una volta non si trovereb
bero le gloriose giornate, e noi vogliamo sla re allegramente, e non vogliamo
morire di malinconia. Nei casi poi particolari regolate vi come vi bo già detto
per la giustizia ci vile. Se alcuno abballe una croce, Salegli grazia eseun altroguardatortolabaq
diera di tre colori, ammazzatelo.Se uno be stemmia ovvero calpesla il
Sacramento, te. neteloin prigione mezz'ora,quando pon pos siate faredimeoo; eseunaltrodicemez
za parola contro la carta, fatelo fucilare. Se laluno prende a calci un prete,
un frale, vescovo dite che non ci è luogo a procedere; e se i preli, i frali, i
vescovi negano la se poltura ecclesiastica a qualche scomunicato mandateli in
galera o fateli scorticare.Se il re viene accusato a dirillo,o a torlo di ave
re fatto una sconcordanza, caccialelo in esi. lio, ovvero tagliategli la testa,
e se ilpopolo prende a sassale il re e si ribella contro il re, distribuite le
pensioni e le decorazioni ai capi dei sollevali. In somma regolatevi in modo da
far conoscere che nel regno del la fi'osofia tutto è permesso fuorcbè toc care
colla puola delle dila i liberali e la fi Giu . H o capitotullo
benissimo, e vado a stabilire i tribunali e a portare in trionfo la giustizia
nel regno della filosofia. Fil. Vedo bene compare mio che i miei ordinamenti
fondamentali non incontrano trop. po il vostro genio; ma finchè sarele un cer
vello all'anlica tullo pieno di pregiudizi, nonvimetterele
livellocoilumidelsecolo, c non potrele figurare nel regno della filoso. fia.
Speriamo però che a poco a poco ancho il cervello perderà il cervello, e allora
le dottrine e le pratiche della filosofia si diran no regolale col cervello.
Fraltanlo diamo u. dienza agli altri che vengono per abitare nel. la nostra
nuova cillà. L a Filosofia, il Cervello e la Proprietà . La Filosofia.
Certamente ebe nel inio regno ci hanno da essere i proprielari,ma anche
105 1 losofia. Se poi talvolta doveste per rispetto umano proferire
qualchecondanna nou viaf fliggete per questo, perchè ire dominati na.
scostamente dai liberali faranno sempre la grazia, e non ci sarà mai pericolo,
che la scure del manigoldo ardisea di toccare il col lo di un liberale. La
Proprietà. Io sono la Proprietà e vengo a stabilirmi nel vostro puovo
impero,imma ginando che anche nel vostro regno ci do. vranno essere i
proprietari, e non vorrela che sia pieno lullo quanto di mascalzoni. Pro.
Mi pare cbe non ci sia gran cosa da rinnovare intorno alla proprietà, e lulle
le leggi devono consistere in questo, che ognu. no possa tenere e godere
tranquillamente ilsuo. Fil. Sopra cid ci sarebbe qualche cosa da dire, m a
siccome ancora non siamo arrivati al punto, basterà stabilire per adesso alcu
ne misure e alcuni miglioramenti preliminari. Cer. E che ! vorreste forse che
nei vostri paesi la proprietà non fosse più proprietà,e il proprietario non
fosse più il padrone delle proprie sostanze? Cosa pensereste di fare per
introdurre nel vostro nuovo impero anche questo sproposito ? Fil. Si potrebbe
benissimo stabilire una di visione generale dei beni ovvero una legge agrarja,
intorno alla quale sono già tantise. coli che sospirano lutti i disperati e
tutli i falliti del mondo,ma per quanto la filosofia propenda per questo
partito definitivo, l'in civilimento ancora non è giunto al segno, e il mondo
non è ancora maluro per tanta fe licità. Basta dunque per ora che tutte le leg
gi, tutti i regolamenti e tutte le pratiche go. vernative tendano a procurare
lamaggiordif fusione de'beni. Pro. Cosa si avrà da fare perchè i beni si
diffondano e diventino come una nebbia di cui abbia ognuno la sua porzione
uguale ? 106 voi signora Proprietà dovrete adattarvi alle regole
fondamentali della Olosofia, Fil. Parlando in generale si deve sempre avere in
mira di spogliare iricchi,i signori e i benestanti; e di arricchire
i cialtroni, e a questo scopo salulare e filosofico devono essere sempre
diretle la politica e l'arte dei governanti. Parlandopoi inparticolare,a desso
vi dard alcuni precetti con l'osservanza dei quali si è fallogià ungrancammino,
e si arriverà quanto prima all'incivilimento completo del genere umano. Cer.
Stiamo a sentire queste altre filosofi cbe buscarale. Cer.E che bene verrà da
questo volontario dissipamento? Fil.Ne verranno due risultati filosofici di una
importanza incredibile. Primieramente il governo scialacquando il denaro dello
Sta to senza misuraesenzagiudizio,dovrà imporre tasse gravissime, e siccome
alla fi ne Fil.Prima di tuttosideve ingannareilgo verno per farlo spendere
come un matto e butlare iquattrini da tutte le parti, inducen dolo a fare tutti
gli spropositi possibili e a scegliere tuiti imodi di amministrazione più
rovinosi e più dispendiosi. dei conli le tasse si pagano sempre da chi ha,il
denaro delle tasse levato per forza a chi ba >, anderà naturalmente in mano
di chinonba, conchela diffusione dei beniver rà egregiamente
aiutata.Secondariamente poi con questo scialacquo del pubblico denaro, e con
questo scorticamento dei benestanti si dif fonderà immancabilmente il
malcontento nel popolo,e la filosofiaci avrà un gusto matto, perchè di un
popolo scontento si fa presto a faroe un popolo liberale e ribelle. Avele ca
pito,signora Proprietà? Pro. Ho capito a meraviglia, e passate ad
un altro precello. Fil. Il secondo precello filosofico consiste in questo, che
bisogna stabilire nello Sta. to un diluvio veramente spaventoso d'impie gati
ancorchè sieno inutili e non debbano far altro che grattarsi la pancia e
divorare la so stanza della nazione.Più ce ne sono e più bi sogna amniellerne;
e invece di pigliare a calci nelle natiche tulta quella canaglia che asse-, dia
le anticamere, perchè si oslina a voler vivere nell'ozio e nella opulenza a
spalle dei mincbioni, se gli impieghi non bastano per contentare lulli questi
parassiti bisogna crear ne degli altri.Fra i postulanli poi sidevono sempre
preferire i più indegni, i più asini e i più lemerari, e così si deve correre
ra pidissimamente verso la diffusione universale dei beni, e verso il
perfezionamento filoso fico della civillà. Cer. Quelli però che governano lo
Stalo non si contenteranno che venga così manomesso e saccheggiato . Fil. Messo
in molo una volta l'appelilo de. gli ingordi e dei poltroni, diffusa l'idea che
tulli gli sfaccendali e spiantali devono mantenersi a carico dello Stato, e
rotto l'argi ne al torrenle scandaloso delle raccoman . dazioni, igoverni e i
ministri del governo verranno strascinati da quella piena, e non potranno più
impedire l'assassinio di tutte le proprielà e ladiffusione dei beni.La più
bella di luttesarà poi,cbe quellistessi,iqualide clamano contro questo
disordine e sono vera 108 mente affezionati allo Stato, daranno
mano al l'assassinio economico dello Stato. Imperciocchè tutli i grandi hanno
la loro affezioncella pri vata,ed hanno qualcheduno che li mena pel paso sicchè
in gražia della affezioncella e del condottiere nasale, lulli metteranno avanti
qualche loro protello, tutti diranno che quella è la eccezione della regola, e
tulli"daranno mano perchè la pubblica finanza si dilapidi sempre di
più.Costui dovrà essere provvedulo perchè altempo delle rivoltenonsi è rivol
tato, e colui che si adoperò per fare una ri voluzione deve essere provveduto,
acciocchè non simaneggiper farneun'altra;questode ve essere impiegalo perchè
furono impiegali ilpadre,ilnonno eilbisnonno,e lasua fa miglia ha acquistato il
privilegio di vivere a spalle del pubblico, e quello devee ssere impiegato
perchè non ebbe mai niente, e non è dovere che nel giorno della cuccagna un
galantuomo rimangacoldenteasciulto.Ilme rito dell'individuo e il bisogno dello Stato
non dovranno contarsi per niente; le petizioni, i clamori e le raccomandazioni
assordiranno l'aria; il ministero non saprà più dove dare la testa,e le
sostanze di chi ha anderanno per amore o per forza, a depositarsi nella pan cia
di chi non ha. Pro. Vedo bene che questo sarà un ottimo metodo per operare la
diffusione dei beni, o sia per assassinare le proprietà del pabbli co e dei
privali;ma se mai la multiplicazione inutile degli impieghi non bastasse per sa
- tollare l'ingordigiadi tutti gli infingardi e sfacciali, non vi sarebbe
qualche altro modo da contentare questa povera gente ? Fil. Sicuramente che ci
è un altro modo ancora più efficace del primo, e questo con siste
nell'acconsentire senza riserva a tutte le invereconde domande delle pensioni e
delle giubilazioni. Appena un impiegato vuole ri tirarsi a casa per vivere da
vero poltrone, e produce l'altestato di un medico per provare che patisce di
pedignoni ; ovvero di raffred dori, non importa che quel pelulante abbia
prestato un servizio di pochi mesi,non im porla che sia un giovanotto, ovvero
un uomo sano e robuslo ; e non importa che lascian do un impiego per mentita
impotenza, assu ma poi sfacciatamente altri incarichi più la boriosi dei primi,
ma subito sideve m a n darlo a casa accordandogli la giubilazione ri chiesta,
con che si ottiene il doppio vantag gio di sprecare quella ginbilazione, e di
avere un posto vacante per provvedere un altro pro tello affamato.Le mogli
poidegli impiegati, i figli degli impiegati, le sorelle degli impie gali,le
mamme e le nonne degli impiegali, gli amici e le amiche dei grandi e dei con
dottieri nasali dei grandi, e sino le zitelle, le vedove e le vecchie,
pericolate, perico lose, e pericolanti, tulli e tulle devono ave. re una
pensione veramente sprecata,e lulli devono vivere a spalle dello Stato.E avver
tite bene che secondo gli stabilimenti della fi losofia i salari degli impieghi,
e le pensio ni,e legiubilazioninondevono ridursiapic cole cose baslevoli
soltanto a mantenere la vila nella frugalilà,ma gl'impiegati,igiubilati, e
i pensionati devono sguazzare e scialare, d e vono andare in carrozza o almeno
in carret tella, e devono fare i fichi in faccia ai po veri contribuenti
annichiliti e distrulli per la diffusione filosofica dei beni e della
proprietà. Pro. Questi sono gli stabilimenti veramente grandiosi e giganteschi,
e ci voleva proprio un Ercole per immagioare un modo così pron lo per
sconquassare da capo a fondo la pro prielàe mandareperariauno stato.Suppon go
che basteranno queste pratiche e che non avrele altriprecelli da darmi per
operare la diffusione dei beni. Fil.Questi metodi sono senza dubbio effi
cacissimi;ma sitrovaancoraqualchealtra ricelta per arrivare più presto alla
dirama zione e livellazione filosofica dei beni,o sia al disfacimento generale
della proprietà.Una tas sa, per esempio, pazza e spropositata per le funzioni e
le competenze dei notarie dei pro curatori servirà a maraviglia per disossare a
poco apocoilitigantifacendo passareleloro sostanze nelle tasche dei difensori,
e ridurre isignori a piedi mandando incarrozzaino. tari,gli avvocali e i
coriali; e così di mano in mano vi anderd dando aliri non meno gio vevoli e
preziosi suggerimenti. Fraltanto vi raccomando di non perdere di occhio le
casse di risparmio, le quali oggi sembrano una cosa da niente, ma coll'andare
del tempo potrebbero essere di grande uso permettere il mon dosottosopra
mantenere il livellamento sociale. Fil. Sicuramente;equantunque l'artifi
zio sia un poco sollile,potevate sospellarne, vedendo tanto raccomandate queste
cose dai raccomandatori perpetui della filosofia. Udite. mi, siguor Cervello, e
imparate come pen sano quelli che hanno cervello.Idenariche si vanno
depositando dalla plebe nelle casse di risparmio non devono tenersi morti in
quelle casse, m a devono investirsi dandoli a frullo con le convenienti
ipoteche sopra le sostanze possedute dalla proprietà, perlochè ogni b a iocco
depositato nella cassa da un ciallrone diventa un debito della classe dei
propriela rii verso la classe dei cialtroni. Finchè sare mo nei principi gli
effetti di questa mano vra non saranno sensibili,ma quando lecasse di risparmio
avranno un capitale di più m i lioni, e saranno creditrici di tutti i proprie
tari e ancora dello stato, allora si manife steranno le forze di questa nuova
occulta p o tenza,allora si vedranno compenetrale in quel le casse tulle le
proprielà, e allora si toc cherà con mano che la classe dei ciallroni è
diventata la vera padrona delloStato.Soccor. rere adunque i poveri con
elemosine propor zionate, stabilire imonti d'impreslito per aiu. larli nei loro
bisogni,e ricoverarli nell'ospe dale quando languiscono infermi, queste sono le
opere della prudenza e della carità ; ma dichiararsi i fattori e gli economi di
talli i pezzenti, aprire un salvadenaro ovvero una Cer.Come!ancbe lecasse
di risparmio so no un mezzo filosofico per arrivare alla dif fusione dei beni
? a banca per il moltiplico di tutti i mezzi ba iocchi risparmiali alla
bellola ovvero rubati nelle bolteghe, e aiutare la feccia della plebe, perchè
monti a cavallo sul collo delle clas si elevate e diventi formidabile agli
stessi go. verni, questo è propriamente secondo la dol trina della diffusione
del potere e dei beni, ed è la vera quintessenza della filosofica malignità.
Cer. Confesso il vero che mi avele sor preso, e non credeva cbe la filosofia la
sa. pesse tanto lunga, e pensasse di assassina re il mondo anche sotto pretesto
di fare la carità ai poverelli. Ma in conclusione quali saranno i vantaggi
sociali che proveranno da questa dilapidazione universale della proprie tào
vogliamodiredalladiffusionedeibeni? Fil. Compare mio,chiunque sitrovaco. modo
non cerca di mutar posto, 3 e così quelli che stanno bene ed hanno molto da
perdere non sono mai gli amici delle ri volte. Inoltre le ricchezze acquistate
onesla mente e stabiliteda più generazioni nelle fa miglie nobili e benestanti,
rendono per l'or dinario ereditarie in quelle famiglie la buo na educazione e
la buona morale, il deside rio dell'ordine, l'altaccamento al governo e la
considerazione del popolo; e perciò finchè quelle famiglie non sarannoavvilite
e degra date dalla miseria, sarà sempre difficile sol levare il popolo, sovvertire
l'ordine, distrug gere i governi e corrompere totalmente la moralee icostumi della
nazione. Quando però tutte le proprietà sarango livellate, o per meglio
dire quando lulli isignori saranno spiantati; quando le famiglie patrizie e le
classi superiori ridotle incamicia saranno diventate il ludibrio dei mascalzoni
; quan : do sarà scomparsa ogni idea di dignità e di rispello; quando tutti o
quasi tulli a. vranno da guadagnare nei torbidi e nei su surri e quando infine
tolta la barriera della ricchezza e della nobillà, o vogliamo dire tolta la
barriera della aristocrazia, le sassate della plebe potranno arrivarea diril
tura alla'cervice dei re, allora tulto il mondo sarà un perpétuo bordello, sarà
più faci le fare una rivoluzione che cambiarsi un v e stilo, e le gloriose
giornate saranno sempre a libera disposizione della filosofia. Questo e non
altro è quello che si cerca procurando la diffusione dei beni, o vogliamo dire
l'as sassinio di tutte le proprietà. Fil.Capisco quello che volele dire,
ma Cer. Certo che I vostri proponimenti no veramenti giudiziosi e benefici,ed
il ge nere umano vi deve essere sommamente ob bligato che lo abbiate acconciato
per le fesie ; ma in ogni modo levale le proprietà ai possessori presenti
passeranno in di altri; a poco a poco si formeranno altre ricchezze,sorgeranno
nuove famiglie, si costi tuiranno di nuovo le classi distinte e l'aristo
crazia,e ladiffusionedeibeni,ossial'assassi nio filosofico della socielà, non
potranno es sere permanenti e durevoli, perchè l'egua glianza delle proprietà è
in opposizionecon gli ordinamenti della natura. sfasciata da capo a fondo
una casa ci vuole il suo tempo per edificarla di nuovo, sì quando avremo subissata
ben beno la società, non si polrà riorganizzarla in un giorno ; e ci saranno
disordini e pianto per tutti quelli che vivono e per i figliuoli di quelli che
vivono. Sterminate le famiglie il lustri e potenti, degradate le educazioni e i
costumi, distrutte nelle menti del volgo le idee e le abiludini del rispetto,
tolte le proprie là agliattuali possessori per metterle nelle mani degli
usurai, degli ebreie deipidoc. cbiosi arriccbiti, e consegnato il dominio del
mondo all'arbitrio dei sanculotti, non baste ranno cent'anni per ristabilire le
cose, e la filosofia non avrà fatto poco se avrà polulo assicurare il bordello,
il susurro, e la m i seriadi un secolo.Quanto poi ai secoli successivi,
speriamo,che anch'essi avranno iloro filosofi, e non mancherà chi pensi alla
futura prosperità del mondo. Orsù dunque,madama Proprietà, ci siamo iplesi.
Entrate allegra mente nel mio paese, soltoponetevi ai miei be nefici
regolamenti, e ricordatevi che nel re gno dellafilosofiasidevelavorare con
lemani e coi piedi per la diffusione dei beni e delle proprietà, o sia per
assassinare tulle quante le proprielà. La Filosofia, il Cervello,
l'Insegnamento e l'Incivilimento. Fil. Ecco altre persone che si avvanzano per
venire a stabilirsi nella nostra cillà. Cer. Chi è colui che finge di sludiare
e tiene il libro a rovescio? E chi è quell'altro talto smorfie e vezzisguaiati
che rassembra un maestro di ballo? Fil. Questi sono l'insegnamento e l'incivi
limento ; sono fratelli carnali, e amici tan to sviscerali che non vanno mai
uno senza dell'altro. Cer. L'insegnamento el'incivilimentouna volta erano
persone di garbo e godevano buon nome, ma bisogna dire che l'aria del paese
della filosofia abbia la prerogativa di corrom pere tulle le cose buone, perchè
questi due cbe si avanzano hanno la cera d'impostori e birbanti. Fil. Al contrario:questisonoilfiorede'
galan l’uomini e senza di essi non si potrebbe stabiliregiammaiil regno della
Filosofia.Ve nite avanti, signori, facciamo i nostri patti, e poi andale subito
ad ammaestrare ed inci vilire i Popoli della mia nuova cillà. L'Ins.
Parlate pure perchè noi siamo pron . fi ad eseguire tulli i vostri comandi.
Fil. Prima di tulio bisogna incomincia re dall'insegnamento, giacchè la
diffusione de lumi è quella appunto con cui si olliene
Fil.Dibò,oibo.Tutti vidico,tuttiquanti sonogliuomini, tüllidevonoessereammae
strati e civili. Cer. Ma,echicifarà poilescarpe, Fil.Oh bella! nel nostro paese
come in tutti gli altri ci saranno i calzolari, i cuochi, e i facchini. Cer. E
pretendete che gliuominiinciviliti e genlili si preslino volentieri agli uffizi
bassi della società, e che anche i guatleri, i cia vallini e i mozzi di stalla
debbano essere fi. losofi, letlerati e dottori ? Fil. Tant'è; questo è il voto
prediletto della filosofia, e senza questo non si può archi scoperà le strade,
e chi attenderà alla cucina? la diffusione della civillà.Voi dunque, signor
Josegnamento, dovete mettervi in testa d'in segnare a tutti di rendere tulti
eruditi, let terati e saccenti, e di fare in modo che non ci resti un solo
ignorante e sempliciano in talla la nostra filosofica dominazione. Cer: Piano
un poco, madonna Filosofia, Voi vorrete dire che si ammaestrino e si coltivi no
nelle scienze tutti quelli che dalla natura, dallalorocondizionee. Dagli ordinamentiso.
ciali sono destinati a trarne vantaggio e di letto per se medesimi,e a
rendersiutilicol lorosapereallasocietà; ma quantoalleclassi del basso volgo che
la natura e lacondizione destino agli esercizi rustici e grossolani, que stinon
vorrete che apprendanoquelledottri ne le quali non servirebbero ad altro che a
renderli oziosi,indocili e scontenti diseme desimi, e gravosi e molesti agli
altri. rivare alla diffusione generale dei lumi,e al
l'incivilimento universale del mondo. Cer. Facciamoci a parlar chiaro. Qualora
si giungesse ad ottenere questo incivilmenlo universale tanto raccomandato dai
vostri scon siderati seguaci, qual utile ne verrebbe per un grandissimo numero
d'individui, e qual utile ne verrebbe per tulto il corpo sociale? Fil. A dirla
schiella per moltissimi indivi dui sarebbe meglio restare nella loro rusticità
e semplicità, giacchè una infarinatura di dot trina non può servire ad altro
che ad empir- ' gli la testa di errori e a renderli scontenti del loro basso
stalo,e così la società in generale sarebbe più tranquilla col suo popolo di
vil lapi ignoranti, e col suo popolo di artegiani contenti di sapere quanto
basta al rispellivo mestiere.Quello però che conviene agli indi vidui e alla
società non conviene alla filoso fia, la quale vuole il movimento e non vuole
la quiete, vuole il susurro e lo scandalo, e non l'ordine e la tranquillità. Se
predicando l'incivilimento e la collura tutti gli uomini p o lessero giungere
alla vera sapienza, che con siste nella cognizione della verità e nel do. minio
dellepassioni;ecosìsepotesserogiun gere alla vera civillà cbe consiste nella m
o rigeratezza dei costumi e nella custodia dei modi convenevoli al proprio
grado, la filoso fia non vorrebbe saperne niente e prediche rebbe contro la diffusione
dei lumi e della ci viltà. Siccome però è certo che la grande plu ralità degli
uomini non arriva alle perfezio ni, e che ostacoli insormontabili naturali
e civili si oppongono alla troppa diffusione dei lumi e della civiltà, così
è certa che la propagazione smodera la dell'ammaestramento e dell'incivilimento
empirà il mondo solamente di mezzi dolli, di scioli, di sapulelli teme rari e
presuntuosi, iqualiappunto ci voglio no per secondare la grand'opera della
filoso fia.L'uomo grossolano e di buona fede crede più al curato che alle
pappole dei liberali,e rispellando e temendo il sovrano non pensa, neppure
quando si trova ubriaco, di essere esso stesso un sovrano.Chi non sa leggere o
non presume un poco di letteratura e di ci villà non legge le gazzelte e non
modella il suo modo di pensare sui giornali e sui liber coli della propaganda;e
senza le gazzelle,senza i libercoli e senza igiornali,come si rendereb bero
fuoridimoda iprecettideldecalogo eil calecbismo del Bellarinino ? e dove si
trovereb bero gli uomini e le sassale per atlerrare le croci,per
abballereitroni,eper fareleglo riose giornate?Vedete dunque,carocompare
Cervello,che la filosofia non opera senza cer vello, e che sa ben essa cosa
vuole quando predica la diffusione dei lumi,e della civillà. L'Inc. Orsù, non perdiamo più tempo perchè io
muoro di voglia d'incominciare la mia missione, e di andare a diffondere i lumi
e la sapienza del secolo. Ditemi piutlo sto quali scienze vi piace che vengano
inse goatea preferenza, equalilibricredeleme glio adattati per affascinare la
mente e cor rompere il cuore della gioventù. Fil. Quanto allescienze, generalmentepar:
L'ins. Ho capito bene quanto alle scienze e lasciatevi pure servire;e
quanto ai libri co me dovrò regolarmi? Fil. Tutti i libri che mettono in
ridicolo i preti, i frali, la chiesa e le pratiche della chiesa;tulli quelli
che parlano contro l'aulo rità del Papa e dei principi; e lulti quelli che
trattano scopertamente ovvero copertamen. te di materie scandalose e lascive
lusingando lando, potete secondare il genio dei giovani, purchè avvertiate
sempre di oscurargli la verità e di allerare nel loro cuore igermi della virtù.
Parlando poi specialmente, le vostre lezioni più frequenti devono essere sulla
m e tafisica e su i dirilli dell'uomo, le quali scienzc adoperate dalla
filosofia liberale riescono benissimo adattate per diffondere le dollrine
dell’empielà e per suscitare lospiritodellale. merità.Sevoinon
capilenientedimelafisica, importa poco; purchè viriesca d'imbrogliare la testa
dei vostri allievi,di farli dubitaredi fattoediridurlianonsapere,seilmondo fu
l'opera di un essere necessario, ovverouscì dai vorlicidelcaso, comeesconoilerniele
cinquine del lotto e se essi medesimi sono animali viventi, oppure ciolloli del
torrenle o ravanelli dell'orto. Così se di dirillo natu. rale e civile non ne
sapele un acca, queslo purenon importa niente, purchèivostridi scepoli
ubriacali coi vostri sofismi rimangano persuasi che la ragione delle genti
consiste nella libertà, nell'uguaglianza,nella sovrani tà del popolo e nel
diritto sacro d'insorgere contro i re e di fare le gloriose giornate.L'Ins. Ho
capito tutto a meraviglia, e vado subito a mettere in pratica le vostre
lezioni. Immagino poi che l'ammaestramento dovrà farsi sempre in lingua
volgare. Cer. Come ! Nelle scuole filosofiche non si dovrà più usare la lingua
latina? Fil. Signor no che non si deve usare, per chè questa lingua già morta è
stata abiurata e ripudiata dalla filosofia,e a poco a pocoè d'uopo sbandirla
affallo non solamente dalle scuole, madatutto il commercio letterario
sociale.Che ragioni avele voi,compare Cervello, per desiderare che venga
conservato l'uso della lingua latina? gli appelili e scatenando la furia
delle pas sioni, tutti questi libri generalmente grandi
epiccoli,inversieinprosa,anlichiemo derni, lulti sono altrettanti evangeli
della filosofia, e lulti vi serviranno meravigliosamente per diffondere i lumi,
per incivilire la società, o sia per ridurre iullo il genere umano una massa
abbominevole di corruzione.Per re golarvipoineicasi particolari voi dovete
scegliere un buon giornale letterarioilqualesia scrillo con erudizione e con
grazie per ac cappiare meglio imerlolli,ma ildicuivero fine sia la
rigenerazione filosofioa, o voglia mo direl'assassiniodel mondo. Alloraandate a
colpo sicuro e non polele sbagliare,perchè è quasi impossibile che un libro
lodato da quel giornale non abbia il suo veleno e non possa servirvi in qualche
modo a sollecitare il pervertimento degli uomini. Fil. Questo già s'intende
senza nemmen o parlarne . Cer. Le ragioni che raccomandano la con servazione e
l'esercizio della lingua latina sono mollissime, mavenericorderòdue princi
pali,le quali dovranno venire riconosciule da chiunque non abbia ripudialo
l'uso della ra gione. In primo luogo la lingua latina, essen do la lingua della
chiesa e delle scienze, vie pe inseguata e diffusa in lullo il mondo, serve a
legare tutle le nazioni del mondo coi vincoli religiosi e letterarî, civili,
commer ciali e sociali. Perciò sbandire l'uso di questa lingua universale e
comune sarebbe lostesso che rinnovare la confusione di Babele, e lo gliere alle
nazioni il modo d'iolendersi l'una con l'altra ut non audiat unusquisque vocem
proximi sui. In secondo luogo è necessario appunto l'uso di una lingua morta per
custo dire le tradizioni, i monumenti e le opere delle lingue viventi,perchè
quella si conser va sempre immutabile,passando direttamente dagli scrilli dei
nostri anlichi padri fino al l'intelligenza nostra e alle nostre calledre, lad
dove le lingue volgari regolate dalla moda, allerale dal mescolamento di voci
nuove 0 straniere, e logorate e guastale dall'uso, si mulano e
s'invecchiano giornalmente,ebasta il corso di pochi secoli per soltrarle
all'intel ligenza comune.Di falli mentre tulli glisco lari intendono il latino
di Cicerone e le ope re scritte in latino dieci secoli addietro dagli italiani,
dai francesi, dai goli e dagli arabi, i libri scritti in ilaliano e in francese
sei o sette secoli addietro sono diventali arabici e golici, e non si possono
intendere senza distil ė Fil.Ma noncapitechelalingualatinac'in comoda
precisamente per questo, e che vo gliamo levarcela di altorno appunto, perchè è
la lingua dei preli e della chiesa ? Finchè quel corpo gigantesco della
dottrina ecclesia stica resterà in piedi, vantando diciotto se. coli
d’inalterata antichità, i preti e i frati, i vescovi, i papi e i cristiani ce
lo sbatte ranno sempre sul viso ; le dottrine della filosofia saranno sempre
subissatedaquellamas sa; e gli eretici e i filosofi liberali verranno sempre
riconosciuti come apostati e disertori dalla dottrina dei padri e dalla luce
della ve. rilà e della ragione. Quando però la lingua latina non sarà
conosciuta più da nessuno, e quando la bibbia e l'evangelio, la collezione dei
concili e delle decretali, e la bibliotheca patrum avranno servilo per
accendere il fuoco e per involtare il salame, allora saremo tulli del paro; la
parola di un prele edi un papa varrà quanto quella di un filosofo liberale, e
allora si potrà liberamente rigenerare il mondo secondo il gusto della
filosofia. Cer. Non può negarsi che l'angelo della malizia non vi abbia dato un
suggerimento larsi il cervello è senza il soccorso malsicuro dei commenli.
E sevenissedisprezzatoequasi eli minato l'uso della lingua lalina,chi garanti
rebbe l'autenticità e l'intelligenza delle scrit ture divine ? e cosa
diventerebbero i canoni dei concili, i placiti dei pontefici, le opere dei
padri e dei dottori, e tutto il corpo a u gusto e maraviglioso della dottrina
del cristia nesimo ? giudizioso e veramente da suo pari, ma in primo luogo è
assicurato dall'alto che le po lenze alleale dell'inferno e della filosofia non
prevaleranno contro la chiesa e contro le dot trinedellachiesa, e in secondo
luogoi go verni conoscendo l'ulililà della lingua latina e sospettando sulle
trame della filosofia non permetteranno mai l'espressa o tacita abolizione di
quella lingua. Fil. Non sapete che i governi si lasciano menare per il naso, e
che con lutti gli edilti e con tuttele scomuniche il regime degli stati resta
sempre a disposizione dei liberali? An zi in questi ullimitempi on governo il
qua le più di tutti gli altri dovrebbe essere in leressato a sostenere la
lingua latina l'ha discacciata dai tribunali dove aveva regnalo pacificamente
per due dozzine di secoli,e con ciò le ha dato un grande incamminamen lo verso
l'ultima sua rovina. Cer. Questo certamente è stato un passo falso
carpito dai clamori dei liberali e da quel maledetto giusto mezzo nazionale e
straniero, che presume di salvare la casa aprendo la porta ai ladri :e una tale
concessione rub bata dalla violenza e falta contro la volontà, è appunto una di
quelle riforme che bisogna guastare, se non si vuole che l'ardire della
filosofia e i danni religiosi e sociali diventi. nosempremaggiori.Siateperòcertachepo
co prima o poco dopo le ossa si rimelteran no al loro poslo, la lingua lalina
sarà rista bilita nei tribunali, e con questo neppure i litiganti faranno
nessuna perdita, essendo indifferente per essi che gli alli
giudiziali si facciano in volgare ovvero in lalino. Fil. Credete forse che i
liberali non lo co noscano e che vogliano la lingua volgare nei tribunali per
l'interesse e per ilcomodo dei litiganti? I litiganti stannoin mano degli
avvocati e dei procuratori come gli ammalati stanno in mano dei medici e degli
speziali ; e siccome per gl'infermi è lull'uno che le ricelte sieno scritte in
latino ovvero in vol gare, giacchèin qualunque modo bisogna che prendano il
beverone sulla parola del dot tore e sulla fede del farmacista, così litiganti
è lo stesso che le citazioni e le cause si scrivano nell'una ovvero nell'altra
lin. gua, giacchè alla fine dei conti devono sem . pre fidarsi dei loro
difensori e dei loro cu riali. Abbiamo però altre buone ragioni per desiderare
sbandita la lingua latina dal foro : Fil. La prima è quella ragione generale di
cui già abbiamo parlato,giacchè tollialla lingua latina i tribunali si toglie a
questa lingua il cinquanta per cento della sua importanza e della sua
familiarità, si rende sempre più sconosciuta e straniera,e si spin ge a gran
passi verso il suo totale deperi mento. L'altra poi è quella di dilataremag
giormente l'incivilimento aprendo la carrie ra forense, l'accessoai tribunali,a
e tutti gli impieghi giudiziali a qualanque sortadim a scalzoni. Imperciocchè
dove gli alti giudi ziali si faranno sempre in latino, dove ico. dici e i
commentari saranno scrilti in la per i Cer. E quali sono queste ragioni?
tino, e dove il foro sarà chiuso per chi non ha sludiato
illatino,icursori,iprocuratori, i curiali, gli avvocati e i giusdicenti nelle
proporzioni rispettive avranno sempre un poco d'educazione e di
dottrina,saranno per sone bennale e non saranno ciallroni cavali dal fango, e
somari calzali e vestiti.Quando però sarà levato l'ostacolo insormontabile di quella
lingua, gl'impegni, le protezioni e la cabala faranno il resto; il foro, i
tribunali e le sedie del pretorio saranno aperte a tutti gli asini e a lulli i
facchini;e la piena del l'incivilimento correrà senza ritegno a diffon dersi
sopra tulla quanta la canaglia sociale. Vedo già, compare Cervello, che le mie
ra gioni vi hanno lasciato a bocca aperta,e per cið senza altre chiacchiere,
voi signor Jo segnamento, andate a prostituirvi in volgare nella città della
filosofia, e a diffondere spie tatamenteilumie la peste sopra tutteleclassi del
popolo; e voi signor Incivilimento, venite avanti a ricevere la vostra lezione.
L'Inc.Eccomi a ricevere le vostre istruzioni e i vostri comandi. Fil. Prima di
tutto dovete avvertire di non lasciarvi sedurre dal vostro nome, persuaden
dovi, che la civillà di adesso non deve essere come quella di una volta, e che
l'incivilimen. tonel regno della filosofia ha da essere ilfra. tello carnale
dell'insegnamento,regolato secon do i precetti della filosofia.
L'Inc.Spiegatevi pure chiaramenteenon mi allontanerò dai vostri precetti. Fil.
Una volta adunque la vera civiltà con. e L'Inc. Ho capito
benissimo,e non dubitate che sarele servila. Fil. Inoltre una volta la decenza
e la m a gnificenza del portamento e del vestiario era no l'indizioelagaranzia
dellaciviltà,ma oggi la decenza e la magnificenza non le vogliamo più, e la
civillà presente deve consistere nel ripudio della decenza e della
magnificenza. Per ciò accreditate pure la moda e lasciate pure
cheigiovaniconsuminoiltempoeildenaro, sludiando sul figurino e riformando il
vestito una volta per settimana,ma quando si viene alla conclusione, un'abito
d'arlecchino, una balla di pelo sul volto e un sigaro nella bocca sieno sempre
il vestito di gala e il gran co slume accreditato dalla civiltà. L'Inc. Ho capito
anche questo e non dubi tate che sarete servita. Fil. Per ultimo,una volta il
modello della civillà erano le corli e igran signori,e ipro.
sistevanell'onesláen el pudore;maoggique ste cose non servono, e al più si deve
con servare l'apparenza dell'onestà e l'affeltazione del pudore. Percið
scansate con qualche cura le inverecondie sfacciate e i discorsi d'oscenità
dichiarata e brutale, predicando per lutti gli angoli che queste riserve sono
il frutto della civiltà, m a rendele poi familiari negli scritti e nei
trattenimenti sociali le allusioni impu diche,ifrizzilascivi,ledanze
seducentiei sali e i motteggi dell'empietà, e queste allu sioni e
questifrizzi,questi motteggi e queste tresche siano per opera vostra il vanto e
il diletto delle più colle e delle più civili società. L'Inc. Hocapito
tullo,vadoaservirviin tutto,efrapocotuttoilmondodivenleràuna gran beltola per
opera della civiltà. Fil. Andate pure, e vi accompagnino cou
lelorobenedizionituttigliangeli custodidella filosofia. N Cervello, la Filosofiae
il Cullo. Fil. Cosane dite,compareCervello?Mi pa re che la nostra fondazione
vada riuscendo a meraviglia, e che la città di Filosofopoli non sarà scarsa di
abitatori. Cer. Credo bene, che coi privilegi accordati dalla filosofia, nel
suo paese non ci sarà scar sezza di cilladini;ma sospello che una selva gressi
dell'incivilimento spingevano ad imitare i modi e le costumanze dei grandi, ma
oggi la civiltà deve consistere nel giusto mezzo, e l'incilimento deve
esercitare il doppio uffizio di esaltare gli umili e di umiliare sempre i
superbi. Voi dunque, andando sempre contro natura,dovele mettere in
tuttiifacchini la vo. glia e la superbia d'imilare i signori, e d o vele
meltere in tutti i signori il prurilo e la viltà d'imitare i facchini, siccbè
queste due estremità sociali s'incontrino nei caffè e nei bordelli, passeggino
a bracciello nelle strade, e avvicinate e amalgamale2,per opera vostra
costituiscano una sola famiglia filosofica,o vo gliamodire,una sola canaglia
sociale.E que. sto è il risullato definitivo cui devono sempre mirare la
diffusione dei lumi e della civillà. abitata dagli orsi sarebbe meglio di
una città regolata con questi principi e conqueste leggi. Fil. Non lo conosco
neppur io,e dubilo che sia qualche mallo,ma adessoloconosceremo. Galantuomo
venite avanti, e dile chi siele e che desiderate. Fil. Cosa sono tutti quegli
imbrogli e tutte quelle vesti nelle quali siele imbacuccato ? Fil. Voi vi
ostinale apensare all'antica, mi la grandissima meraviglia che il n 1 0 vo
pensare del mondo ancora non vada d'ac cordo col cervello.Noi per altrofaremo
tan to e diremo tanlo finché a poco a poco an che il Cervello perderà le sue
abitudini di una volla,enon glidarà l'animodivederelecose con altri occhiali
che con quelli della filosofia. Jilanlo atlendiamo a quelli che seguitano a
presentarsi per entrare nel nostro regno. Cer. Cbi sarà mai costui ilquale
siavan za foggiato in tanti modi, e ammanlalo con lanta varielà di vestiti che
si prenderebbe per un buffone ovvero per una cortegiana? Culto. Io sono il
Culto e vengo a prendere servizio nella vostra nuova cillà. Fil. Veramente i
veri filosofi non sanno che farsi di voi,e quando il mondo sarà lullo il
luminato polrele cercarvi un alloggio nel di zionario della favola . Finlanlo
però che non si olliene una vittoria intiera contro i pregiudi zi volgari vi
terremo come un servitore pro visorio,eservireleper trastullareilpopolo e per
fare ridere le persone civilizzate. Culto.Giacchè oramai per me non sitrova di
meglio, bisognerà contentarsi di questo, e verrò provisoriamente al vostro
servizio. Cullo. Sono gli ordegni,e gli abili del mio mestiere, eliboportati
di diversesorteper adaliarmi a quel Culto che vorrelé stabilire nel vostro
paese. Fil. Quando è così avele falto bene a por tarvi una bottega di ordegni e
un guardaroba di paludamenti,perchè nella città della Filo sofia deve esserci
libertà amplissima per tutti i culti. Cer. Come! Nel vostro paese voleleammel
terci tolti i culii ? Cer. Perchè la veritàèunasola,emet terla del pari con
l'errore è lo stesso che ri pudiarla. Il Cullo consiste nel professare una
religione enell'osservarne iprecetti,lepra tiche e i riti; e siccome una sola
religione può esser vera e tutte le altre devono essere false, così un solo
cullo può essere sauto e gralo a Dio, e lulli gli altri devono essere
allrellanle imposture e mascherate, ridicole agli occhi degli uomini e
oltraggiose alla maestà di Dio. Fil. Per adesso non ho voglia di entrare in
discussioni di leologia e di scandalizzarvi con le doitrine
filosoficheintornoalla religio. ne.Di questoparleremo a suo tempo,ma in tanto
dovele considerare che il fondamento della filosofia liberale è la libertà, che
la principale di tutte le liberlà è quella della coscienza, e che una città
dove non ci fosse la libertà della coscienza e del culto non p o
Fil.Giàsisa, olullio nessuno.Percbè si dovrebbe usare parzialilà e sceglierne
uno. facendo torto agli altri ? trebbe essere la citla della
Filosofia. Orsù dunque, signor Culto, entrate pure nella mia residenza con
tutti i vostri ordegni e con tutti i vostri vestiti: credele quello che vi
pare, operate come vi pare, e incensate quel che vipare,che ditutto questo ame non
im porla niente. Cul. Quando è cosi vengo subito ad inca sarmi nel vostro slalo,e
vi conduco tutto il mio seguito. Fil. Chi è tutta questa gente dalla quale
siele corteggiato? Cul. Sono tulte persone di diverse religio
pi,didiversiculti,lequalivengonoago dere i vostri favori, accettando la
tolleranza e la libertà. Falevi avanti signori un pochi per volta, e venile a
ringraziare la signora Filosofia e a dirle qualche parola sulle vo stre
rispettive dottrine. È giusto che essa sappia che venite a fare in casa sua.
Fil. Queslo veramente non è necessario, percbè nei paesi della filosofia ci è
il datur omnibus, e ciascheduno può fare di ogni er. ba un fascio. Nulladimeno
questa specie di rassegna ci servirà per ridere come le vedu te della lanterna
magica. Chi siele dunque voi cbe venite avanti di tutti ? Tur. lo sono un turco,
e la religione dei turchi è la più comoda di lulle. Pensiamo a mangiare a bere
e dormire, e per l'avveni resaràquelchesarà.Intantoviviamo vo luttuosamente nei
nostri serragli, come vi vono i galli nel pollaio e i becchi nel peco rile, e
la dollrina del padre Maometto ciassicura che troveremo pollaie pecorili ancora
nell'altro mondo, e che l'abbondanza delle galline e delle pecore sarà il
guiderdone del. la virtù. Fil. E pure, compare mio,questa mi sem bra una
religione più comoda e più giusta di tulle le altre. Anzi a dirla schietta,
questa, poco più poco meno, è la religione dei fi losofi liberali, i quali non
sanno capacitarsi, perchè non debba essere accordata alli due sessi del genere
umano quella libertà che si godono ibruti animali. Esaminate pure e analizzate
quanto volete le doltrine e i sofi. smi del secolo illuminato, il libertinaggio
animalesco libera è il compendio di lulti i voti e lo scopo principale del
liberalismo. Per questo mondo un pecorile o vogliamo dire un serraglio, e per
l'altro sarà quel che sarà: in quesso consiste tutto l'evangelio della filosofia.Voi
dunque,signor Turco mio caro, entratepurenellamia nuova cillà, esercitatevi il
vostro culto liberamente, e non dubitale che i pollai, i pecorili e i porcili
non saranno mai perseguitati dalla fi losofia. E voi che venile appresso chi
siete ? Dei. Io sono un Deisla e credo che ci sia un Dio, ma siccome non so
cosa vuole questo Iddio, non m'intrigo nè di culli,nèdi
religioni,nèdicomandamenli,emi vado regolando alla meglio secondo il mio giu
dizio. Cer. Basta non esser bestie per conoscere che questa è una
religioneeuna dottrinada bestie Fil. Anche questa dottrina non mi dispia. ce e
si può accordare molto bene con la fi losofia. Imperciocchè un Dio il quale
cred il mondo per passatempo e poi lo lascia anda re senza pensarci più, e non
gli volge mai nè uno sguardo, nè una parola ; questo Id dio è come se non ci
fosse, si può benissi mo riconoscerlosenzaempirsilatestadipre giudizi, e la
dottrina del Deismo non con trasta con quella del libertinaggio e del pe
corile.Perciò,signor Deista,siateilbeuve nuto con tulli i vostri compagni, ed
entrale pure a stabilirvi vei domini della filosofia. Avanti dunque un altro.
Chi siete? Aleo. lo sono un Ateo e non credo all'esi. stenza di Dio. Non so se
il mondo è elerno ovvero se incomincið casualmente per una combinazione
fortuita della materia ; non so se ha durare sempre questo mondo, ovvero se col
tempo prenderà qualche altra figu ra, e non so cosa sia l'uomo e se finirà di
essere quando finirà di muovere le gambe : ma so che chiudo gli occhi per non
vedere nell'esistenza degli esseri e negli ordini del la natura la mano di Dio,
e a dispetto di tutte l'evidenze e di tutti i raziocini, voglio dire che non
c'è Dio. Fil. Quanto a questo ognuno è libero di credere e di direquello che
gli pare; e inol tre se il Dio dei deisti ha da essere un Dio senza braccia e
senza lingua come se fosse di s'ucco, l'essere Ateo e l'essere Deisla è una m e
desima cosa . Sopra tutto quando la dottrina degli atei ci lascia il pecorile,
o il sarà quel che sarà, può accomodarsi benissimo con la dottrina della
filosofia. Entrate dunque voi pure a godere la tolleranza e la protezione
filosofica, e venga avanti chi siegue.Chi sie te voi? Ido. Io sono tutto al
contrario di quelli che mi hanno preceduto,giacchè insieme coi miei compagni
riconosciamo un diluvio di divini tà e facciamo professione d'idolatria. Noi a
doriamo il sole e la luna, gli animali, i sas si e le piante; ci facciamo le
divinità di le gno e di cocco, e onoriamo con gli incensi į galli, i sorci e le
lucerte, è fino le cipolle e gli erbaggi dell'orto, Cer.Comare,questo è un
branco dimatli, e immagino che non vorrele riceverli nel vo. stro
paese. Fil. E perchè no ? Questa povera gente non fa nè bene nè male, e se
la idolatria non è secondo i dellami della filosofia, almeno non riesce molesta
alla filosofia. Anzi al Dio M e r curio protettore dei ladri, nel regno dei
filo sofi non mancheranno adoratori,e a quella cara Venere, deessa della
voluttà si dovreb bero erigere altari in luttiicantonidelmon do. Ditemi un poco
galantuomo : suppongo che la morale di tutti voi sarà abbastanza rilasciata, e
che contro il libertinaggio non ci avrete niente che dire ? Idol. Potete
immaginare cosa debbano es sere la morale e i costumi dove le divinità sono
lavorate nelle botteghe dei falegnami e degli sloviglieri. Nulla dimeno il
fanalismo e l'imposlura si intrudono per lullo sotto lea p Ris. Noi
siamo riformati e protestanti, lu terani, calvinisti, zuingliani,anglicani,
quac queri, puritani, presbiteriani; insomma fra di noi ci è di ogni sorta un
poco, é venia mo astabilireinostricollinellavostranuo. va città. Fil. Immagino
che sarete tuiti quanti per suasi di essere una gabbia di matli, e co noscerele
che essendo una sola la verità, la maggior parte almeno di voi altri deve esse
re lontana dalla verità. Rif. Certo che a parlare sul sodo la veri tà non può
trovarsi fuorchè in una sola dot trina, e lo stesso tollerarci che facciamo con
indifferenza uno con l'altro è una prova che siamo tulli quanti fuori di
strada. Per que. sto se ci mettiamo a predicare e fare i zelanli ridiamo di noi
medesimi e conosciamo di reci tare in commedia, ma l'interesse, il comodo
parenze della pielà, e anche noi abbiamo i nostri sacerdoti e le nostre
vestali, e abbia mo i nostri penitenti e i nostri continenti. Fil. Tanto peggio
per essi ; e poi ognuno ha i suoi gusti, e noi non dobbiamo inquie tarci se i
Bonzi e i Dervis vogliono digiuna re e scorlicarsi in onore delle loro
divinità. Quelle credenze e quelle pratiche religiose che non disturbano la
società devono essere accolte e protette nel regno della filosofia. Andale
dunque tutti liberamente ; incensate quanto vi pare sorci, gatti, porci e
somari, e vivele si cuci della nostra filosofica fraternità. Adesso venga
avanti chi seguita.Che cos'ètutta que sta turba di gente ? Rif. Per
ultimo il nostro clero è disinvol. to e sociale e non intende di rinunziare
alle soddisfazioni della natura ; perlocchè, abbia mo in abbondanza
pretesse,curalesse e ve scovesse, e se fra noi ci fossero il papa e i cardinali
avremmo ancora le papesse e le cardinalesse. Eb. Io sono un Ebreo, e insieme coi
miei compagni vogliamo aprire le nostre sinagoghe nei vostri domini. e
l'impegno ci conservano nel nostro rispet livo partilo, e quanlunque fra di noi
venia mo spesso a capelli siamo sempre d'accordo in quanto a mantenerci
disertori dalla Chiesa romana. Fil. Questo è benissimo fatto,perchèvo lendo
godere i privilegi dell'errore, e non volendo assoggettarsi alle seccature
della ve. rità è d'uopo lenersi lontani da quella dot tora che presame
d'insegnare essa sola la verità. Rif. Inoltre non abbiamo nè scomuniche, nè
frati, nè confessionari, e conoscele bene che questa è una grandissima comodità
per la vila. Fil. Sicurissimamente; e levato quel tram pino del confessionale,
il libertinaggio non si contrasta più da nessuno, Fil. Bravissimi, bravissimi,
e questo si chiama essere cristiani a buon mercato: pro priamente secondo il
gusto della filosofia. Entrale dunque anche voi col vostro mezzo evangelo,
perchè lanto è mezzo quanto è niente, e venga avanti chi resta. Fil.
Senlite, figliuoli miei, nel regno della filosofia ci deve essere senza dubbio
il luogo per lulli,ma voi altri giudei avevale tanti pregiudizi e tante
pretensioni che non so se starele d'accordo cogli altri, e non vorrei che mi
melteste sussurri. Eb. Levatevi pure ogni dubbio,perchè gli ebrei di adesso non
sono più di quelli di pri m a, e anche noi abbiamo ripudiato Mosè con tulli li
patriarchi per arruolarci sollo le in segne della Filosofia. Ci resta un poco
di cir concisione, perchè ce la ficcano quando non possiamo parlare, ma questa
non si vede,e in tull'altro siamo una vera canaglia, nata fatta per venire a
figurare nei vostri paesi. Fil.Questo anderebbebene, ma intanto puzzatecenlo miglia
lontano, non vorrei che facesle venire il vomilo a lulli i miei popoli. Eb.
Neppur questo è vero,perchè oggi nei paesi meglio civilizzati noi siamo il
fiore della nobillà, veniamo ammessi nelle corti, portiamo titoli e
decorazioni, trattiamo fami gliarmente coi signori,e se volessimo degnar. cene
faremmo ancora i nostri parentali coi gran signori. Fil.Quando è così entrale
pure anche voi, fate le vostre sinagogbe, circoncidetevi a modo vostro,e non
dubitale che non vimanche ranno libertà e protezione nel regno della fi
losofia. E voi che siete rimasto cbi siete ? Cat. Io sono un cattolico, e
insieme coi miei compagni desideriamo di professare li 137 e per
ultimo Cat. Eperchèmaiinunpaesedovesifa professione di ammettere tutte le
religioni e tulli icalli, la sola religione cattolica dovrà essere esclusa?
Fil. Perchè voi altri cattolici siete intol leranti. Cat. Ciò non è vero nel
senso in cui voi lo intendele, e non polrete provare in nes sun modo cbe noi
siamo intolleranti. Fil. Non è forse vero che pretendete di es sere i soli a
credere e insegnare la verità, che fuori della vostra chiesa lulli sono p o
veri ciechi deviati dalla strada della salute ? Cat. Questo si chiama essere
conseguenti e non già essere intolleranli ; imperciocchè al di là della verilà
non può trovarsi niente al iro fuorcbè l'errore,e chiunque è persuasodi
trovarsi nella strada della verità deve essere ancora persuaso che quelli i
quali cammina no fuori di quella strada procedono nella via dell'orrcre.Anzi
perconvincersi cheiseguaci delle altre religioni sono lungi dalla verilà basta
solo considerare qualınente essi accor dano che anche fuori delle loro dottrine
si trova la verità. In conclusione poi noi non costringiamo nessuno a
farsicattolico perfor za,compiangiamo enon perseguitiamoquelli che vivono in
un'altra credenza, e neppure ci vendichiamo quando veniamo oltraggiati e
beramente nei paesi della filosofiala religio ne callolica. Fil. Un cattolico! un
cattolico!e avreste la presunzione di stabilire nel regno dei filosofi la fede
e il culto cattolico? e perseguitati ; perlocchè in luogo di essere in
tolleranti, noi fra tulti í credenli siamo i più mansueti e i più tolleranli.
Fil. Inoltre voi vorreste empire lo stato di monache, di frati e di claustrali
di tutti i colori,e queste associazionie corporazioni non vanno a genio della
filosofia. Cat. Ma, se è vero che nei paesi costituiti filosoficamente, ognuno
deve godere amplissi ma liberlà,perchèalcuni uominiealcune donne unanimi nel
pensiero, e animali dallo stesso desiderio, non potranno albergare in una
medesima casa,vestire un medesimo abi to, vivere come gli pare e godere
anch'essi la loro libertà? esegiusta i principi della vostra tolleranza non
podresle escludere dal vostro regno i Bonzi dei Cinesi e dei giappo nesi, e i Dervis
dei maomettani, perchè lo vostre esclusioni saranno riservate privaliva mente
per i soli frati cristiani ? Fil. Tutta la vostra capaglia di frati vuol vivere
senza far niente e campare a spalle degli altri. Cat. I preti e i frati
callolici predicano la parola di Dio, istruiscono la gioventù, so stengono il
ministero del culto, assistono gli infermi, consolano i moribondi e tutto
questo dovrebbe essere qualche cosa ancora agli oc chi della filosofia ; e
quanto al vivere a spe sedeglialtri, forseinostri prelieinostri frati campano
per forza, assassinando i pas saggieri in mezzo alla strada ? forse i predi
canlieisacerdotidellealtrereligioni rice vono il villo e il vestito dalle
nuvole e non 1 $ Fil. E non contate per niente il celibato
del vostro clero il quale naoce alla socielà col l'impedire la molliplicazione
del popolo? Cat.Sarebbefacileildimostrarvichelapro sperità di uno Slalo non
consiste nell'eccessiva moltiplicazione degli abitanti, ma bensì nella giusta
proporzione fra le risorse nazionali e il numero della popolazione. Senza però
entrare in queste discussioni, e seguendo solamente i canoni della libertà,
forse secondo le regole della filosofia sarà libero ai lurchi di avere cento
mogli, e non sarà libero ai preti callo. lici di vivere senza moglie? E forse
sarà li bero alle infami dicongregarsiaviverein un bordello, e non sarà libero
alle vergini cri sliane di chiudersi in un convento per prega re il Signoree vivere
lontane dal bordello? Fil. Dite pure quanto volele, ma quel vo stro culto è
troppo serio, troppo pubblico, troppo pomposo e solenne, e non può essere mai
gradito nel regno della filosofia. Cat. Nelle terre del paganesimo,e dovela
religione callolica èappena conosciuta, sappia mo contenlarci di esercitare il
nostro culto privatamente,ma inquelleterrecristianein cui la religione
cattolica è la dominante, ov. Vero è la religione dello stato, o al meno è la viene
ad essi somministrato dai rispettivi credenti? O forse ci sarà libertà di
donare ai conventi di Dervise di Bonzi, alle moschee, allepagode, allesinagoghe,
epoifarelaca rità alla chiesa e ai ministri della chiesa sa rà contrario alla
filosofia e ai dellami della natura? religione della maggior parte dei
nazionali, sarà giusto che si eserciti con pubblicilà o con solennità il culto
dominante, ovvero il culto dello stato, o almeno il culto della maggior parte
dei nazionali. E poi non avete voi proclamala la libertà dei culti, e non avele
dichiarato cbe quelle credenze e quelle pratiche religiose le quali non
disturbano la società, devono essere accolte e protette nel regno della
filosofia? Ebbene. Noi stiamo alle vostre parole e non vi domandiamo niente di
più. Fil. Dite pure esfiatatevi quanto volele; in ogni modo. Cer. Ma via,comare
mia ;questa vostra mi Fil. Perchè non vogliovo accordare il libertinaggio.
Tant'è : il libertinaggio è la con clusione di tutti gli argomenti e il
lapisphi. losophorum della filosofia;e chi non l'accorda il libertinaggio avrà
sempre ipimici i filosofi liberali e la filosofia.Voi dunque,signor cat.
tolico, avete inteso, e oramai sapete come vi dovele regolare. Se volete
accordarci que sla bagallella entrate pure nei nostri paesi con tutti i vostri
frati, col vostro cullo e col 1 pare una perfidia, e si vede che volele pro
priamente chiudere gli occhi alla ragione. Fil. Cosavoletefarci?Argomentate pure
e convincetemi di contraddizione quanto vi pare, i filosofi liberali non si
accordano mai coi cattolici, e non li possono vedere. Cer. E perchè tutto
quest'odio e tutto que slo controgenio? Fil. Volete saperlo veramente il
perchè? Cer. Dite pure e sentiamo. vostro evangelo, perchè accomodata quella
piccola differenza tulle queste cose cidaran no poco fastidio e serviranno per
ridere e stareallegramente;ma sevioslinateneivo stri pregiudizi e non volete
accordarci il bru tismo, le terre della filosofia non fanno per voi. Oramai è
venuto il tempo di par lar chiaro; e non c'è più bisogno di pallia menli, di
sutterfugi e di misteri. O libertini o niente. I frati dunque, i preti e i cat
tolici pensino ai casi loro; il mondo capisca una volta questa dottrina, e
inlanto Turchi, atei, deisti, idolatri, scismatici, giu dei e filosofi
liberali, entriamotutti allegra mente della città di FILOSOFOPOLI e por tiamo
in trionfo IL LIBERTINAGGIO, nel regno della filosofia. per si 1, Bert
mert doi efis scar cont dang rita fusi Si aprono le porte della nuova città, o
la sciati di fuori il Cervello e il Culto 'cattolico entra la filosofia
accompagnata da tutto il suo ministero liberale, e viene festeggiata con
allegrissimo Charivari all'usanza di quelli con cui il popolo sovrano accoglie
i suoi rappre sentanti, quando tornano dalla camera dei de putati.La sovranità popolare
in qualità di signora della festa offre lo spettacolo gratuito dellebarricate, distribuisce
un generosorinfre. sco di mattonelle, e dà segno per l'incomincia mento del
ballo. La Giustizia dopo quattro sal ti si lascia cadere le bilance,perde
l'equilibrio, sirompeleanche,evazoppicandoperlasa la appoggiatasulle stampelle.
La Proprietà bal lando ballando viene distribuendo i suoi vestiti con dare a
questo il cappello e a quell'altro la ca rive pres spec sce CAS
un miciuola, finchè restata in pennazza si ritira per non servire di
scandalo. L'Insegnamento fa un ballo equestre a cavallo sull'asino, epoi si
mette in disparte a compitare il libro di Bertoldo. L'incivilimento con un
corleggio n u meroso di guatteri e di facchini vestiti secon do il figurino, fa
la sua danza pippando, e fischiando, e poi corre ai bettolino a rinfrea
scarsicon un bocale.ICultiliberiballanouna contradanza, e poi si mettono a
ridere guara dandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare
il vallz, e con cið la dif fusione del potere, dei beni, dei lumi, e della
civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto a r riva il Disinganno
accompagnato dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'o spedale
dei maiti i filosofi liberali, e così fini sce la comedia. Gli spettatori nel ritornare
a casa vanno dicendo:è stata troppo lunga. llanouna
contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con l'altro. Il
libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la diffusione del
potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo completa.
Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la
Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i filosofi liberali, e così finisce
la comedia. Gli spettatori nel ritornare acasa vanno dicendo:è stata troppo
lunga. llanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con
l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la
diffusione del potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo
completa. Frattanto arriva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a
calci la Filosofia, mandano all'ospedale dei maiti i filosofi liberali, e così
finisce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vannodicendo:è stata
troppo lunga. La Libertà. La Sovranità. La Costituzione. Il Governo. La
Rivoluzione. I Poleri. La Patria. Conclusione. La Città della Filosofia. La
Filosofia ed il Cervello. L'insegnamentoe l'incivilimento. La Filosofia. La
Civiltà. e la Giustizia. La Società. Lo stato il Governo. L'Uguaglianza. I Diritti
dell'uomo. La Leggiltimità. Le Opinioni. .La Indipendenza e la Proprietà. Il Cervello,
la Filosofia e il Cullo. DROSTE- della Pace fra laChiesa e gli Stati. Considerazioni
sulla rivoluzione. Sulla scomunica contro gl’usurpatori del dominio
ecclesiastico. E sul monopolio universitario. Parenti. Leopardi. Keywords: 1150. –
the coding of a name. The philosophical Leopardi. The Leopardi fascista – interpretazione fascista da
Gentile dell’ultra-filosofia di Leopardi – l’ultrafilosofia di Leopardi padre. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Leopardi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Lettieri: all’isola
-- la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – filosofia
siciliana scuola di Messina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Messina). Filosofo siciliano.
Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “Lettieri rightly contrasts sensualism in the
practical sphere of reason as ‘egoism’ – my ‘principle of conversational
self-love’ – but focuses on benfeficence, and solidarity – as ‘rational’ – my
principle of conversational benevolence, -- or conversational helfpfulness.” Grice:
“I like Lettieri for two reasons: he uses ‘diritto razionale’ which we at
Oxford don’t! – He cherishes the ‘dialogo filosofico’ as a genre as we
Aristotelians at Oxford don’t – he wrote one on ‘l’intuito’ – While he wrote on
‘sensualism,’ he also explored the idea of ‘man’ and ‘ragione,’ or ragiun, as
he put it in his vernacular!” Insegna
a Messina. Presidente della Real Accademia Peloritana dei Pericolanti. Molto
apprezzato da Mamiani, Gioberti e Galluppi.
Altri saggi: Il sensualismo – cf. Grice, “Some remarks about the empire of the
five senses” – Austin, “Sense and sensibilia” --, dissertazione, Messina, Capra;
“La fisiologia calunniata di materialismo, Messina, Nobolo; La potenza del
pensiero, Palermo, Console; Etica e diritto naturale, Messina, Amico; L’intuito:
dialogo filosofico, Messina, Arena; L'omu nun avi l'usu di la ragiuni -- cicalata
di lu professuri cav. A. Catara- Lettieri (Messina, Amico; Introduzione alla
filosofia morale e al diritto razionale, -- Grice: “I like the idea of
‘rational’ right!” (Messina, Amico; “La cognizione del dovere -- poche nozioni
dirette all'operaio e ad ogni classe di cittadini” (Messina, Amico; “Ricordi
storici intorno al movimento filosofico in Siciliam Messina, Amico; “L’uomo” Pensieri”
(Messina, Amico; Via Lettieri, Messina. Lettieri basis his moral system on rationality –
solidarity, beneficence and all the conversational principles appealed by Grice
find room in Lettieri’s system – ‘dovere verso l’altri” o “il prossimo” – The
fundamental one is that of equality, as when Chomsky says that competence is an
ideal natuve speaker with another one --. Grice: “Lettieri would hardly
consider hiseself an Italian philosopher, seeing that he wrote a trattarello on
‘filosofia in Sicilia’ meaning that Italy does not belong to him, nor does he
belong to her!” – Antonio Catara
Lettieri. Antono Catara-Lettieri. Antonio
Catara-Lettieri. Lettieri. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lettiere: la
ragione conversazionale” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lia: la memoria conversazionale – filosofia napoletana –
scuola di Castrovillari – filosofia cosenze – filosofia calabrese – filosofia italiana
– Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Castrovillari). Filosofo . Filosofo italiano.
Castrovillari, Cosenza, Calabria. Frate minorita. Nato a Castrovillari da
Amostante L. e una Gesualdo, assunse il cognome materno in quanto di più antico
e nobile casato. Entrato ad appena dieci anni come oblato nel convento
cittadino di San Francesco, ret- to dai frati minoriti, fu ammesso al
noviziato. I Minoriti si presero cura della sua formazione, mandandolo a
studiare a Roma, Treviso e Padova. In quest’ultima città Gesualdo prese
gli ordini sacerdotali egli venne affidato un lettorato presso lo
studium. La sua attività didattica si protrasse per un ventennio in vari
collegi dell’ordine e il capitolo generale gli conferì il titolo di
Maestro. Venne eletto ministro generale dell’Ordine, di cui perseguì una
radicale riforma. Il generalato del Gesualdo è dunque volto al
rinnovamento dei voti di povertà e di vita comune, spesso disattesi dagli
stessi frati. Tra l’agosto e il settembre dello stesso anno, egli fissò i
Decreta de casuum reservatione, con i quali venivano abolite tutte le
deroghe ai voti, s’introduceva l’obbligo di rendicontazione e
conservazione dei documenti amministrativi e, infine, veniva isti- tuita
l’obbligatorietà dei seminari per i novizi. La carica a Generale venne
riconfermata per altre due volte, grazie all’appoggio di Clemente. E
vescovo di Cariati e Cerenzia. Muore a Cariati. Su di lui e la sua opera
si veda Busolini; Russo; Keller-Dall’Asta; Cipani. Iofepbus Tamplorut. PJJ
>. PLVTOSOFIA di FILIPPO GESVALDO MINOR CON. Nella
quale, fi (piega l'Arte, della Memoria con altre cole notabili
pertinenti, 24. ì> . 31.. ‘ ... i r, } /T'4 T"V
t'f - ì -A S. ^ v-« 'w->' X i ' li A \h ' IJ A
V 23 f "7 ? J r T iù i -a X o 3 ;. o A 1 t/i
ÈiottfiW. r.'!sb su k'I II : XX Q - l t br: ii;v, ; o H
: d ti ic . 1 5)03 oi -A ì >1 J W 4 i4 A 4 J A O 1 ;3 A T J A jl v
t a h -, V.I.V. x - x ; r », .IO '•• r&v. V»*
'MCa V,. •- > Vt et. ^•.... *T /
m V > f?£ ' 1 c£$é . - w. r-^iL
>«r 'v-.'vr^ v r :x’ J \ i-ì à • : * oliif ! oì)o:r*q
A «Violai a: 7 * 4. a Ai .XXXV.v^ *&$gij,x. 41 ALLILLVSTRISS ET
REVERENDISS. SIGNOR arnolpho vchanskii, CONTE DI SLVZEVVO j {
*1 ABBATE DI SVLEOVIA. Signor mio Colendisfimo. cn
> o Diuotisfimo feruo r : > 3 j 'Z\nii*r-Pi
s Paolo Meietti. ALLA
GLORIOSISSIMA HABITATRICE DEL CIELO CATERINA VERDINE ILLVMINATRICE,
ET PROTETTRICE DI S^TlEJ^Tl&c. I € H E gli antichi
fapienti appende nano in Sa c/e Colonnt le compite Opere .loro, egli Moderni
qlii nomi dì Fa mòfi et lllujlr tifimi Trencipi cort e crar le fogliano :
però battendo io dato fine hoggi all utilis fimo Compendio della memoria
artificiale, quale per esser tesoro e ricihc^a d'ogni bimana fapienza, mi
parue intitolarlo con parole greche plutosofia, hò no luto raccomandarlo alh
MeJJaggieri angelici, che colonne fono del Cielo, e confecrarlo al nome di te
che feiuna delle più care Spofe di Chrifìo, et una delle più fauorite
Tren cipejje del' Taradifo t Serenisftma per fangue, Illuflrisfima
per lapidila, purisftma per virginità, Santisfima per gratia t Con
ftantisjima flantìsfìma per Martìrio, felicìsfima per gloria . JE fe
tate non è il dono, quale ric ercar ebbe t importane del foggetto
t e meritarebbe la dignità dello tuo fiato ; è perà tale quale fi
può da me pre/entare, in qucHa fua prima delineatura. Ideila quale t fe
ui è co fa di lode, lariconofco dalle tue gratic, col le quali ni impetra (li
gratta apprefjo il tuo e mio Signo re di formarla . E fe cofa ui è di
biafimo ( coni io {limo di certo ) ante s' attribuita, che
tmperfettis/imo mi ricono fco. Spero che accettando tu il dono, et
aggradendo per tua pietà il Donatore ; ti digneraì ancora ( di che uiuamente
tiprie • go ) ottenere à me lume, ch'io pojja col tempo illufìrarla
di quella chiarella e perfettione, che con la prima mano non Jho
laputo e potuto darle ; et à quelli che la leggeranno, gratia
dinteUigen'^a,fi che poffano arricchirli felicemente in quello foblime
The loro di Memoria * Ex fi come io tenacemente ten go fcolpito il tuo
gran T^ome nella mia Memoria, E femprc uiuol tuo culto fra gli
diuotipcufieri della mia Mente ; coti ti fupplico che mi tengbi uiuo, tra
le tue uiuaci et efficaci Intercesso, inaila. ghriofa prefenT^a del Tadre
delle mifericordte Dio, c •j diOieùi tuo Spofo,& dilla M«drc
ielle gratie Mar (adergine, 1 ' J XX ., alli quali con profonda
fima humiltà 1, di CH&rt
t ‘ C- a X-L per me%p tuo faccio riueren^a. Dì
Palermo ÌV, Tuo Diuotixfimo Sento Fra Filippo Cefualdi Minor'
Conuentoale. TAVOLA delle colè notabili contenute nella Plutofofia.
Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima et il b.
moftrala feconda facciata :uu 1 I. . 1. Memoria
è Teforo et Erario. Necessità dealermo ÌV, '. Tuo
Diuotixfimo Sento Fra Filippo Cefualdi Minor'
Conuentoale. TAVOLA delle cose notabili contenute nella
Plutofofia. Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la
prima et il b. moftrala feconda facciata* :uu 1 I. .
1. Memoria è Teforo et Erario. Necessità della Memoria. Titolo
di qutft Opera, i^c 9. Guide allukezza delle Mule* Encomij della
Memoria • Memoria diumità Humana. Memoria nona Sfera
Cclcttc et angelica No«e ordini Angelici nell’Huomo. Memoria perche
nuda nell’Origine. Memoria come fi uefte. Memoria prima parte dell'Oratore Memoria
rara e difficile. Pcrfonc illuftrisfime nella Memoria. Pci/onc
infelici di Memoria . LETTIGHE. SIGNIFICATI della
Memoria. ^Se nell Huomo fia Memoria intellettiua. Se nella parte
lènfitiua ui fia Memoria. Se li Bruti hanno Memoria. In che
qualità confitte la Memoria. Tre forti d'ingegni. Caggione della
tenacità della Memoria. Co'i e fi caggionano li fimolacri perla
Memoria. Detti fimolacri imaginati . LETTIGHE. III. A Tto di Memoria
qual fia. Due atti di Memoria. Differenza tra Memoria e Reminiscenza.
Come posfiamo ricordarci di colà dimenticata • Documenti per
facilitar U Memoria. Muodi di facilitar la Memoria C me fi aiuta la
Memoria otturale Rimedi j per la Memoria J t.u i.
b; a.a. 14 . a a. a. ai а. bu j.
a. j.b. j.b. 4 4
«a. 4 .b» a ff Accora /Aceorgùncntr per aiuto
della Memoria Dcirefftrrcitio. neceflario alla Memoria. Nome Hebraico
della Memoria mifteriofb • Dell’Arte della Memoria. Inuentore
dell’Arte della Memoria. Auttori c Scrittori dell’Arte della
M emoria» Muodo d’infegnar queft'Arte. L ETT I 0 7^E.
ITi C He colà fia Memoria artificiale • Nomee titolo di
queftfArtc. Soggetto di qucft’Arte.. Parti tionc di
qucft’Arte. Delli Luoghi perla Memoria.’» Dclli luoghi imaginati (è
fumo per l’Arte. Deili luoghi Naturali fepofiono ulàrfi Delli
luoghi Artificiali ottimi Conditioni perla formatione di luoghi Del
Doue, prima conditionc del luogo Del Sen/àto, feconda conditone
LETT l V * A D Ella formatione di luochi til
Dell’ufo di luochi ai . s ini jqt:
E. V. iDb uxa/ vM ti cruoiiE j
CU adì E VU l / . f.X Della 10.
a. 10. a.b. iò.a. xo.b. 11. a» 1 IUU
x i.a» X i.b, n.b. ri.bt 1 1.b»
ia,b. a>.a. Ijb* l£.b.
ì^b. X 15. su I/Jéb..
lòa. 16. b» 1 7.8» J7.b. i8.a.
18. b. ip.b» ao.a. ao.b. ao.b. ai.
a. ai.b. 11. a. Detta Perfona (labile neìluocM
LETTfO'KE lEtti taoCirinmiTc raTr Vili . a 6 . a. 26
ai » 7 »a* D Lh* Detti lunchiperckittwiayaf
Detti luochi alternati Luochi (opra la perfona humana Q T* E
IX, L Voghi perprogreflfo rigreffo et alternati a8. 29- 30,
Luoghi perla Circolatione limoli' jt. D Elle Imagini
per l’Arte Due muodi di collocar imaginiDel collocar mediato in due
muodi Del collocar Concetti Del collocar le parole Della
collocatone di uerbi Della collocatone delle cole L E T T 1 0
ìi É /^Ottocatione dette cofe figurate formabili Collocatone
delle cofe naturali eccedenti Collocat one delle perfone.
MetHt do dì collocar cofe no figurate» Collocar per limili
longilinea tio ne. L ETTI 0 ^ E X T T, C ^Oilocarper
Mmiimiùmeui vu^ A “ X
A tv lUHVf m Collocar per aggiungimento. Cotto
Collocar per il nuolgimento . rTT
" r_rT 7 L h x — 1 j u e X 1
71. C ollocare pei ta uaiiabonc Collocar per bittitci
Collo la com linone Collocar
perla diuilione Alfabeti per la diuiuon E X J V. nocar pe ma di
uppoin Collocar perii uolontario Mcto che quello fi può intendere da
tre cole, Complesfione, Età, et alteradone. quanto al primo, eh 'c
la Complcfììone,dico fecondo lifìlofofi, che dalle due qualità
humidità,etficcità,fi argomentano e concludono l’apprcn fiua,c la
retétiua-.poiche 1 numido è atto all’app renderceli fèc "co al
ritenere. Colsi fi uedel Acqua, che facilmente appréde, malamente
ritiene;il Salso difficilmente apprende, tenacisfimamente ritiene; l’Acqua per
l'humidità, il Salso per la licci* tà.Parimentc l’apprenfiua in noi
confille nella qualità humi* dada retentiua nella qualità lecca del
ceruello . £ fi trouano tre lord d’ingegni, alcuni nel predominio de?
lécco, c quelli difficilmente apprendono; ma tenacemente ritengono,
com’il Saffo. Altri nel predominio delThumido, e quelli prontilfimamentc
apprendono; ma puoco ritengono, à guila dell’Acqua. Altri confiflono in una
mediocre qualità d humido, et lecco, e
quelli mediocremente apprendono, e mediocremen te ritengono.La caggione
dunque della cattiua Memoria, è il flulftì, et il fouerchio humido del
ceruello . Quanto al fccó do dell'Età dico, che dall’Età fi
uedel'augmento et il mancamento negli organi fènficiui; l’augmento nclli
Fanciulli nelli quali ui c l’alteratione del nutrimento che lèmpre
crelcc: fi co me nelli vecchi ui è il mancamerto; per la quale
alteratione, li fimolacri fenfibilifonoimpcdid,e periicono ; àguilà,
che la forma del uolto,che fi uede ftapataaiell’Acqua penice, per
l'alterationc, c mouimento dell' Acqua. Di piu dall’iflcfaEtà li uede,
cheli Fanciulli fon teneri et numidi ; li Vecchi duri c fecchi: per lo
che, quelli facilmente,nceueno li fimolacri ;et in quelli ; per la
durezza e ficcittàdc gli organi intcriori, difficilmentc .,7
film erteli Gmolacri trapassano: tome fi nedc,c'hel lume trapala per
l’Aria, thè ha del fottile è puro ; non però trapala pef il Marmo, che ha
del grò (so, duro,c, fecco. Quanto al ter 20 dico, che l'alteratione può
naScere, ò da pasfionc di timo re,ò d’infermità, ò d’imbriachezza ; perle
quali alterationi per turbati gli organi, non riceuono ; ò Se riceuono,
non ritengo noli fimolacri Sòmmiftillrati da Senfi, E Semi dirai che li
Fan ciulli hanno tenace Memoria; poiché creSciuti in età fi ricordano
delle prime co/è, che appre/èro : e parimente li Vecchi fi ricordano di
molte colè antiche. Rispondo quanto alli Fan ciulli, che per due raggioni
hanno quella tenace Memoria.La prima Secondo Arinotele et Auerroe; perche
alli fanciulli, le prime cole ch’apprendono sono nuouec mirabile però
con attentionc apprendendole, tenacemente le ritengono. La onde li
fanciulli meglio fi racordano d’una semplice favola, che pargoletti intcScro
dalla nutrice; che di cento altre ch’esfi medesimi huomini fatti leggano
ne i Poeti. Veggiamo eSfer ciò cònaturalc à noi, che lecoSenuouc prime, e
rare ci appor tano marauiglia;la marauiglia porta Sèco gagliarda
attentionc nellapprendente, ilqualc inten/àmente attendendo, tenacemente
ritiene. L’ifteSlo ci rroftra l’eSperienza, che più ci ricor damo d’vna
Cometa apparta, che de mille Stelle cadenti nel notturno Cielo; più d
vn’Eccli/Te del Sole, che di dieci della Luna; come che la Stella
crinitica, ò il Sole Eccli Sfato hanno men del frequente, c piu del nuouo
e raro ; e per confequcnza piò marauiglia apportano. La feconda ragione è
d'Auiccn na, ilquale dice che li Fanciulli tenacemente ritengono
quel che apprendono nella fanciullezza; perche in quell’età Sono
alieni da penfieri, cure, affanni, c trauagli : perlochc, come fgombrati
da ogni impedimento fbn’attisfimi à riceuere,per ritener tenacemente le
prim’apprenfioni . E quella ragione d’Auicenna, è rifiutata dal
Sig.Porta,nel fuo trattato della Me moria nel capitolo vndecimo. Mà
perche la ragione di AriSlo tele mira I oggetto mouentc;e la ragione d‘
Auiccna mira il fo* getto riccucntc : lolodola prima ragione mirante la
dtfpofitione oggettiua; e non rifiuto la lèconda ragione, laquale ma rala
difpolìtione del riceuenteipoiche la nouità dell’oggetto, Ja purità del
Soggetto, fanno ch’il Fanciullo tenacemente ritenga;
rìtenga;oue per cagione di qualità complesfionale non potrei be
tenacemente ritenere. Al fecondo dubbio delti vecchi fi ri Iponde, chè
quella facilità di Memoria nafee, per la moltiplfcatione delle meditationi, Se
eflercitio, Se vfo dell'intenderej Però dice Arillotele nel fecondo capo
del fuo libretto della Memoria, e Remini feenza, che Meditationes
Mcmoriam confer uant reminijeendo. E quello, perche l’Intelletto viene ad
habi tuarfi colla frequente meditatone; è queflhabito poi,viene à
facilitare l'atto del ricordare . £ quello balli quanto al primo
lignificato della Memoria,chc è la potentia memoratiua. E • paflfando al
fecondo lignificato della Memoria, che c il fimolacro dirò due cofe; prima,
comcfi fà in noi quella Memoria; fecondo fe oltre latro del Senio, fi polla in
noi far Memo ria. Al primo dico, che il fimolacro in noi fi caggiona
prin cipalmente da Senfi, li quali riceuono lifimolacri Icnfibili,
e per quelli Senfi, come per tante Finellre, e Porte, paflàno al le
llanze interiori Senio comune e Memoria, doue fi ftabiliIcono e fermano : li
quali fimolacri fono da le potenti muoue re la potentia cognitiua,per
l’atto del conofcere . E quelli fimolacri, idee, Se imagini fono da Filofofi
chiamati fantalmi, li quali depurati poi per l’intelletto agente
diuentano fimolacri, e fpccie intelligibili. E quelli limolacri intelligibili
fi ri ceueno neU’Intelletto posfibile; poiché come diceuamo l’Anima
lepacata, pure ritiene li fimolacri conofoibili ; il che non irebbe, fe
fidamente nella Memoria finfitiua li fimolacri fi ri ceucfTero.
Al fecondo dico, che la Memoria, non fidamente riceue li fimolacri,
li quali intieramente fumo nei Sentì; rnà ctiandio li fimolacri imaginati
formati dalla nofira Cogitatiua, la qua lehauendo li primi fimolacri
nella Memoria contemplandoli, puolc congiongcrc uno fimolacro con 1 altro;ò
uero racco gliere dalTifiefio fimolacro nuoue imagini, e quelli
fimolacri et imagini poi fi riceuono nella Memoria. Per clcmpio
nella Memoria ui è il fimolacro del Sole, Se il fimolacro del verde
villi dal Senfo; prefentandofi quell» due fimolacri al a Cogitatiu ;li
congionge, è dice, il Sole verde, Se nidi la Memoria riceue quello fimolactodel
Sole verde. È parimente fi fa de gli altri imaginati fimolacrij come del
monte d’0.o,ckll’B*p ‘pocctuc. p© cerno, e della Chimera.
Forma ancora delle prime figure, et idée, ò arguitiuamente, ò per ragione
di fbmiglianza altri nuoui fimolacri; li quali fi chiameranno imaginati;
perche non comprcfìda fenfi. Liquali fimolacri imaginati fono necef
fari j all’Arte della Memoria: nella quale ci {bruiremo, non fòllmente de gli
fimolacri hauuti da gli Senfi ; ma ancora degli raccolti dalla Memoria,c
Cogitatiua. E quello balli perla cognitione del fecondo lignificato della
Memoria,& anco per quella Lettione. Douendo raggionare del Terzo
lignificato delia Memo ria,ch*è l'attoal recordatione, quando attoalmente
ci ra cordamo, ( il qual’atto propriamente fi chiama ricordare, fi
ben’ anco li chiama con nome generale, Memoria ) diremo tre colè. Prima,
come fi fa quelt'atto.Secondo in quanti muo di fi fa auefl'atto.Tcrzo in
che modo fi può facilitar quell- . atto, al che mira l'Arte della Memoria,
della quale noi trattando. Quanto al primo dico, che quell’atto fi
fa, quando la potè za cognitiua fiumana drizzata al Tesoro della Memoria,
fé li offerifeano fpeditamente,e prefentano li fimolacri, con li
quali ò contemplai raggiona,ò infegna,ò predica, fecondo l’ufo
delle forze interpretatiue. Quanto al fecondo dico, che l’atto
della Memoria paragonato all’impedimento antecedente, prende due nomi,
l’uno chiamato ripigliamento di memoria^’ altro Rcminifccnza. Il
primo quando fi frapone interrompimcnto di tempo.ll fèco do, quando fi
framette interrompi mento d’obliuione, e dime ticanza. E che quelli due
atti fiano differenti, appare per due ragioni Arifloteliche. La prima
dall’attitudine, La feconda i dai fòggetto.Quantoalla prima chi è pronto
ad apprendere^ capire, e ueloceadimpararc;è pronto, e uelocealla
reminifeenza.E chi è tardo ad imparare et apprendere; è pronto alla ri
membranza « Quanto alla feconda, la rimembranza o ricordarsi; è atto dt molti
Animali: mila reminileenza ddTHuotr» lolamente,comc dirò piu inanzi . £
per darui vn cflcmpio di quelli due atti, prendo qucll’auttorità,
Sapientiam fine fi filone* 0 didici, et fine inuidia communico,& bone
fìat era illitts nonabfcon do . Haueudo hoggi riporto nella Memoria quell
’auttorità, e domani volendo recitarle, le inticramctela Memoria me la
ra prefenrarà, quell’atto di Memoria li chiama ripigliamcnto di
Memoria: perche tra l’atto d'hieri, c quello d’hoggi fidamente ci ètrapollo
interromptmento di tempo. Mi fcdelvcrfb che hieri m’albergai in Memoria,
hoggi io mi ricordo la prima, e la feconda parola, e non mi ficordcrò la terza,
ò quarta; e pcnlàndo, eripenlàfldo, dopò quella obliuione,è dimen ticanza
mi lòuiene la parola dimenticata; qncfl’atto di ricordarmi colà /cordata, li
chiama atto di reminileenza ; perche vi fi c trapolla dimenticanza et
obliuione.Sichela reminilceiT aa none ogni atto di Memoria, dopo qual fi
uoglia interrom pimento; mà lolamcntc l'atto di Memoria dopò
l'interrompimento di obliuione. £ quelli due atti fecondo Ariflotile fono
coli differenti, che >1 primo è communc à gli Huomini et alti
Giomenti; mà il fecondo, che di reminileenza conuiene lolamcnte à gli Huomini:
perche la reminileenza c vna reflesfio f ne dell'Intelletto difcorrcnte,
per ricordarli la colà dimenticata; fiche la reminileenza è atto dell
intelletto, ò della Cogita ciua lènfitiua,congionta
all'Intelletto. Quanto al terzo principale, in ch$ muodo fi può
facilitar l’atto della Memoria, dico che ò pariamo dell’atto della
reminileenza, ò del repigliamento della Memoria. Se del primo atto, racoglicndo
da quel che dice Arillotcienel libretto della Me moria c reminileenza,
dico che in tre muodi noi postiamo ri cordarci di colà dimenticata. Primo
hauendo l’occhio all'ordine delle colè; Secondo al tempo ; Terzo al luogo .
Quanto al primo, dico che dobbiamo mirare alle cole antecedenti, ò
iòflequenti alla colà che noi ci fiamo /cordati ; che coli ci Ibuenirà la colà
mezzana; ilche fi vede per elperienza di quelli p che làpendo molti
uerfi, e /cordandoti del terzo, ò quarto; recitando il primo, e fecondo,
li louiene il terzo, et il quarto. Da quello nalcc dice il Filolofo, che alle
volte ci ricordiamo d’vna colà pafiàta d’?n gran tempo ; et una cola del riftcflfo
gjornojA d’vn’altro innanzi fatta, non «i G>uiene:per» che quella cofa
fouucnutaci nouamente,hà qualche collegaza et ordine có quella cofa, che
noi prefcntialmcnte penfàuamo. Et il procreilo in quella colliganza fi fa
in tre maniere, come dice Ariliotilc; dal limile; dal contrario : dal
propinquo. Dal Amile, come le mi ricorderò di Socrate; ricordandomi di
Platone, ìlquale c limile à quello nella fapienza. Dal contrario, come fe
mi ricorderò di AchiIIc;facendo mentionedel fuo au uerfario Hettore. Dal
propinquo, fe mi ricorderò del Padrementre fò rimembranza del Figlio. Il
fecondo muodo è mira re al tempo;perche volendoci ricordare d’vna colà
paflàta,diftinguendoli tempi, e conAdcrando d’hora in hora potremo
ricordarci della colà dimenticata. Il terzo muodo, è mirare al luogo:
perche conAdcrando diparte, in parte, i luoghi ne’qua li habbiamo fatto
dimora et operato, potrà louuenirci il fatto che vogliamo . Quelli tre muodi di
ageuolare la reminiIcenza, lon fondate nell’ordine, ilqualc è ottima guida per
la facilita ancora del recordare. Indi A traggono d’Arillotilc a.
documenti per facilitar la Memoria, e la reminilcenza. Il primo, chele cofe da
collocare in Mcmoria, Aano ben ordinate, diftinte, e ridotte in capi :
perlochelc colè malamente ordinate, tardamente ci lbucngono.Il lècondo, che le
gli porga vna gagliarda attentione di mente: perlochc alle uolte ci
ricordamo piu d’vna cofa villa vna fol volta ; che un’altra villa piu,
volte. Il terzo che frequentemente Aano meditate, et repetite con ordine.
11 quarto che nel volerli ricordare colà dimentica . ta, li Riabbia 1
occhio al principio della colà, ilqualc è atto atra her a fe il nello,
per la colligaza et ordinejcome A tira vn luco filo, da chi prende il
capo. Se pariamo del ripigliamcnto della Memoria, et vmuerfalmentcd ogni atto
di Memoria dico chem tre muodi posAamo haucr faciltà in quell’atti;
primo per natura; fecondo per clfercitio; terzo per arte. Della
natu ra noi non posAamo farci maeftri; poiché c dono di Dio, ilqualc dono
l’habbiamo An da forigine; et cflendonenoi dotati eccellentemente, dobbiamo
renderne lode a l’auttor della natura ; et eAèndonc bifognoA, dobbiamo
ricorrere a fua diurna MaeAa per aiuto: poiché ìnitium omnù Sapienti,
timor Domini e/t . E ben vero, che la Memoria naturale puoi elfer
C aiutata aiutata dalli Medicamenti, dairE{Tcrcitio, e
dall’Arte. Dell’Arte, e dell’Effcrcitio diremo poi. Quanto alli Medicamenti,
no reiterò di dire*, che per lo più fogliono riufcire perigliofi, e
par ticolarmcntc le vntioni, che li fogliono tare alla poppa del
cerucllo ( chiamata l’occiput ) per ingagliardire la Memoria. Lequali
vntioni fogliono effer di qualità calida,c fecca; e per che il caldo
accende li fpiritidel cerucllo, e quelli (piriti aceli et infiammati
alterano, muouono, perturbano, dilordinano li fimolacri; ne fiegue che
quelli liquali vfano imprudentemé te limili vntioni bene fpelfo diuentano
frenetici, e pazzi. E fè pure non incorrcfiero in quello danno ; non
polìono fuggire qucll’altro: perche fi sa bene, che l’ingagliardimento
d’vn còtrario,rende debole la forza dell’altro contrario; à guifà, che il
calor che fubentra nell’Acqua, quanto più prende forza, tan to più fi
feema e, và mancando il freddo ; c perche l’ingegno e l’acutezza dcllapprenfiua
confitte nell humido; la tenacità della Memoria confitte nel fccco ; però
li Medicamenti calidi, è fecchi; mentre ditteccano la Memoria, chiaro è
che ingagliardendo la retentiua, debilitano l'apprenfiua . Laonde quefti tali
mentre cercano d’hauer felice retentiua, diuentano roz' zi, (tolti, c
tardi, nell’apprenfiuaj intanto, che non fon’attimè da fe fare
inuentioni; nè ben faper’ imitar l’altrui; habili folamente à leggere l’altrui
fcritti, e quelli parolatamente riporli alla Memoria, Ne per quello
intendo negar affatto tali Medicamenti: mà concedo bene poter effer vfati,col
configlio d’vn efpertisfimo Medico, ilqualc conofccndo la qualità e forza
par ticolare del medicamento, la qualità, la complesfione, l’età,
il bifogno delmcdicato,potràopportunamenteordinare,& indi con
ficurczza vfarfi l’ordinato medicamento. Fra gliremedij vniuerfali,fi
recitano, Il moto, Il lauare; La tenebra, e la mediocre attcntione. La onde fi
formano quelli quattro quefiti. Il primo perche caufa quelli, che fi vogliono
ricordare muouono il Capo. 11 fecondo, perche caufa il lauare del Capo
gi.o ua alla buona Memoria. Il Terzo, perche meglio ci ricordiamo nella
tenebra, che nella luce.ll Quarto, perche fapendo noi recitar vna cefi,
udendo darci molta diligenza, et attcntione; ci feordiamo di quella. Al
primo rifpódo,che alle volte nell’organo della potéza Mcmoratiua,vi è qualche
oppilatione, laqua IO le impedifceil libero paflaggio dell» 1
(piriti fenfitiui: e mouédoì noi il capo, s’apre quell’impedimento, et
aperto pa/Tano li Spiriti, c ci ricordiamo. Al fecondo dico, che per tal
lauamen to s’aprono li pori della Tcfta, perii quali cleono fuora li
fu mi, che ingombrauano il ceruello, et impediuano illuogo co
fèruatiuo dclli fimolacri; la onde ufciti quelli fumi,reftando libero
l’organo, facilmente ci ricordatilo. Al terzo ri/pondo, . che ne.
la luce li moti de l’oggetti lenfibili efteriori, come piu gagliardi,
impediuano il moto delli fimolacri interiori, che fò no men gagliardi.
Per lo che fi da regola, che l’huomo per ricordai fi, e per collocar in
Memoria, li può feruire dellatenebra,ò naturale, ò uolontariamaturalc del luogo
o/curo;uoloa taria, chiudendo gli occhi nella luce. Al quarto dico, che
la fi> uerchia diligenza^ attcntionc,preci/àmcntenclli fimolacri
bc ne habituati, perturba li /piriti, c muouc gagliardamente li fimolacri
riporti nelforgani ; c quefta pcrturbatione ecommo uimcnto alterando,
dilfordinando, e confondendo li fimolacri, impedi/ce l’atto perfetto della
Memoria- Ma ponendo mediocre attentione,e diligenza : non ne fiegue quefta
perturba tionc,e di/ordinationeje però li fimolacri meglio fi
ripigliano. Quanto all c/sercitio dico, che ottimo rimedio, per
facilitar l’atto della Memoria, è l’clcrcitio mentale, e uocalejpcr Io
che fi riferilee di quel Filo/òfo lettore, il quale più e più uolte
ri chiefto da’Difcepoli,chc uoleflelor’infegnare l’Arte della Me
moria : dopò molte preghiere, all’vltimo con Metafore di Me tonomia
figurando l’e/èrcitio difse,chc fi riccucflc Scarpa fa na,c Scanno
confumato.Volendo inferire, che lo Scolaro, per far buona Memoria,
fuggendo li fuiamenti; debbe /edere, c uigilando /Indiar molti Libri, E
chi non sà,chc fedendo affai lo Sc-nno, ouc fi fiede fi confuma ;ele
Scarpe, perii ripo/ò rimangono lanc.E qudfto forfè, uolfe dire il
Filo/ofo in quel fuo detto fedendo, e ejuiefcendo,Jinimns fit prudens.
Indi credo, che Adamo /àpientemente impor endo li nomi alle co/c,
chiama/Tc la Memoria con parola hebrea, Zecher. Il qual nome, c comporto di
trelettre; Zain,che c Interpretata oliua. Caph,chc interpretata,curuati
funt: Res, ch’e interpretata Caput. Volendo dire, chelaMemoria confifte
nel Capo curilo^ per Io cheuolendoci noi ricordare d’una cosa dimenticata,
curuamo et inarcamo il Capo; perche ri fedendo la Memoria nella parte deretana
del ceruello, chinando noi il Capo al Petto, con quello moto s’aprc
l’organo, e fasfi più atto, e fa cile alla fua operatione. E di più la
Memoria dice Capocuruo; perche dobbiamo curuar il Capo à lludiar li libri ; e
da qui nalce poi(come dice il filosofo)cheli Studenti per lo più,
hanno qualche poco di Gobba ; perche non piegano pigri il Capo alle
(palle fopral'otiofe piume; mà diligenti I'incuruano al petto, fopra gli aperti
Libri . E di più il nome della Memoria contiene l'Oliua, dalla quale fi
fa foglio, udendoci moftrare,che l'Huomo per acquillar buona Memoria,
debbe uigilare, non folamente con la luce diurna del Sole ; màcon
la notturna dcll’oglio.Oltra che il lume dell’oglio,è più atto di quello
del Seuo,ò graffo, il quale col noiofo fumo, e feto re appanna gli occhi,
c difturba affai il cerudlo. Auertendo per fine di ciò,che in quello capo curuo
non fi prenda fred do nell’occiputjmà fi mantenga col fuo calor naturale,
non ec ceduto, nè alterato da calor eitrinleco : acciò il
calor’acciden tale, non perturbi l’ordine de’fimolacri :& il freddo
nonag giacci,& induri l’humidojfi che fi rendano poi l’organi
tardi, pigri, e difficili all’operatfone.Disfi dell’efercitio uocale,
inté dendo di quelli li quali ripongono in Memoria, per recitare
leggendo, predicando, od orando; perche lappiamo, che non folamente
l’Intelletto è habituabile; mà ancora la Mano, eia Lingua; quella à
fcriuere, quella al recitarejpcr chchauendo noi imparato uinti,ò trenta
uerfi,& affoefacendoci in recitar li molti, è molti giorni, la Lingua
uiene ad habituarfi, intanto, chefenza penlarci ò darci mente recita, e feorre
diuerfo in uerfo ottimamente.Dunque, perche la Lingua è cosfi
habituabile,e porge aiuto alla Memoria in recitare;è molto ben fatto
alloggando nella Memoriale colè, e repetendoleper Ha bilirle in quella,
fare che ancorla Lingua le reciti, el’efplichi con uocc quanto più fi può
intelligibile ; e quello fi uederì con elperienza,'chc apporterà grandiflimo
giouamento alla Memoria. Quanto aTArte da facilitar l’atto
della Memoria ; quella farà la parte, che s’ha da trattare
diffufamentedanoi . Della quale, come uoglionocommunementcli periti de
quell’ Arte e P 1 1 e precifàmente Cicerone, e
Quintiliano, nc fu primo inuento re Simonide Melico Poeta Lirico, il
quale hauendo uifto mol ti fedenti in unconuito,& efsendo poi caduta
la ftanzadelcó uiuio;& vccifi, c dislìpati li cóu tati di maniera,
che nó poteua no elTerconofciuti diflintamcte dalli parenti et amici, che
vole uano farli gli honori funerali, Simonidc Poeta fbp radette,
hauS do per prima riporti nella Memoria licóuitati, fecondo l’ordine
de’luoghi oue fedeuano; diftintamente vno p vno li rico?- nobbe . Metrodoro
feeptio fece perfetta qucft’Arte, Cicer: adHercnnio ne trattò
efquifìtamente, cort Quintiliano, Sene c a, Petrarca, Rauenna ne fa un
trattato ih titolato la Fenice. Fra Lorenzo Guglielmo debordine
minor conuentuale, pienamente ne tratta nella fua Rhettorica. Fra
Cofma Rortellio dell’ordine dc’Predicatori, ne fà un libro intitolato,
Thesàurus memoria: artificiose . E prima di lui ne trattò pienamente
F.Gio. Romberch, Iacopo Publitio, Matheolo Perugino, Francefco Monleo et altri
nelle opre della Retorica.il Sig.Dolce in forma di Dialogo, uolgarizò il
Trac tato del Romberch. E finalmente il Sig.Gio:Battifta la PORTA
(vedasi), n’hà fatto un bellissimo trattato, Io mi sforzerò, et imitando
inuentando; ridur queft’Arte, àquel compito Metodo, che fi potrà
maggiorc.Notando, che due colè iidefiderano in qucft’Arte; primo, Il ucro
Methodo della Dottrina; fecondo la Voce uiua di chi bene l’infègni.Per
difetto del primo, mol tireftanopriui di queft’Arte; per difetto del
Secondo Tariffi mi ne riefeono; perche queft’Arte, à mio giuditio,è
limile alla Mathematica,c Notomia ; le quali, mentre fi fpiegano, bifo
gna ch’il Mathcmatico habbi la fua tauoletta ingefsata, fbprà la quale
difegni, e moftri le Figure Mathematiche: et il Noto mifta habbi dinanzi
a gli occhi, e /òtto le Mani, e tagli di Prattici, il Corpo humanojfòpra il
quale infegnando con la Lingua; moftri con il Dito di parte in parte, tutte le
membra hu manc.Cofiì il Lettore d» que/l'Arte,bifogna che feelga uinti,ò
trenta luoghi, e quelli uifti dalli Scolari, c ben polli in Me moria,
come preamboli; fiuadipoidi parte, in parte, efplican do il contenuto
dell’Arte. D Alle cofc fopradette raccolgo, c concludo quattro colè;
la diffinitionc della Memoria Artificiale, il titolo dell'Art, il foggetto, la
partitione. Del primo dico, che la Memoria Artificiale^ vna forza acquiftatacon
arteficio ingeniofo, perlaquale tenacemente li fimolacri di cofe ò di parole fi
ritengono, c viuacemcnte alla virtù contemplatiua, cnarratiua fi
rapprefentano. Dclfecon do dico, che queft’Arte fi chiama, Arte di Memoria
; e chi la volcfle chiamare Arte di Memoria vdita, non errarebbe ; poiché
è vn’Artc, che conuienc,non folamentc efler iftudiata nel li Libri; ma
vdita ancora da voce viua ; nella guifà che forfè Ariftotele (fecondo
alcuni) intitulò li primi Libri della Fdofòfia,de Phifico auditu . Indi credo,
che tra gli Ieroglifichi, l’Orecchia fi troua confccrataalla Memoria . E
fi bene dottamente Porta, intitulò queft’Arte, l’Arte del ricordare :
poiché la Memoria Artificiale mira, et attende à facilitar l’atto della
Memoria, che è il ricordare; non però ne ficgue, che il titolo antico, e
communc diqueft’Arte debbia edere rifiutato; poiché e da Filofofi, e
daThcologi, tanto la potenza della Memoria; quanto il fuo fimolacro, c
l’atto, son chiamati memoria. E fe ben affermo, che queft’Arte mira anco
la reminifccnzajquando ne i limola cri albergati, foccedeffe obliuione:
nondimeno conuenientemcnte fù chiamata da gli antichi Rettorici, Arte di
Memoria; non fedamente dal fine, come dice il Sig. Porta: poiché il
tutto fi fa per accrefcere la Memoria; ma perche ogni atto di ricor
dare, e chiamato Memoria, com’io disfi. Del Terzo dico, che il foggetto
di queft’Arte, c il Luogo ideato per ricordarci;inté dendoper l’Idea il
fimolacro,la fimilitudine,I’imagine, la quale fi colloca nel Luogo ftabile:
acciò viuacemcnte ci raprefèn ti la co(à,ò parola della quale vogliamo
ricordarci.E da que» fto foggetto, io prendo la partitione dell'Arte,
laqualc è diuifa,in Luoghi, et Imagini.E fèbene il Signor Porta aggiongala
Perfona,tra il Luogo, e l’Imaginc j nondimeno diremo al fuo luogo,fe
quefta Perfona, fi deue ammettere in queft’Arte . Et ammettendofqla
redurremoal Luogo, ò allTmaginctfi che re ftafofficientela partitione,in
Luoghi et Imagini.il luogo è come Materia; l'imagine come Forma; Il Luogo
ca guifa del la carta nella quale li fcriuc: L knaginec à guifa della
(cattura che fi (tende (òpra la carta, e come dice Quintiliano
con CICERONE (si veda) il Luogo c come tauoletta incerata, l'imagine, come
lettera. Si che il Luogo, è quella parte materiale, (labile, diftinta, e
proportionata, laquale c bafe della Imagine, Figura, è fimilitudme della
cofa,ò parofa,come vn’Angolo d’vna Cella. L’imagine c la Forma,!* Figura, la
Similitudine, ó Segno di quella cofa,ò parola, che noi vogliamo
ricordarci, come la forma d’vn’Huomo, ò d’vn Leone, quale con la noftra
Mente, noi collocamo nel Luogo.Del qual Luogo, e poi
dell’Imaginctrattarcmo. Delli Luoghi. Dirò
ordinatamente tre colè delli Luoghi, ’la Partitiotie, le Conditioni, ò
Regole, et il muodo da formarli nella Memoria . Quanto alla
Paninone, ò diuifionede i Luoghi, dico che il Luogo c di tre (orti ^
Imaginato. rti, il primo Reale, il j. imiginato. Il pri roo e
quello, che nel Luogo ucde il Senio,comc nel primo Luogo ci troua la
Porta, nel fecondo l’Angolo,nel terzo la Fi ncllra. Iinagmato c quello,
che ut formala Mente; per clfempio le da Angolo ad Angolo di una danza ui foffe
uno fpatio troppo grande per un luogo, ecapacedt due Luoghi, c‘ che
non ci foffe in tale fpatio niunodidintiuo ; io pollo formarcene uno, con la
mente, collocandoci una Pcrlona, una Fi gura, un colore, un’altro limile
fegno ;ò pure le uoi hauede commodtcà, farebbe bene farci un fegno reale,
come làrebbeà dire prender un Banco ò Caffa,ò altro artificiato, e por
10 in quello fpatio per fegno ; ò pure appendere nel Muro qualche
colà con un chiodo, come un Quadro, una Figura, ò ergerui un’Altare, fè
pure non uiuolede (bruire del Muro per carta di pazzi, dipingendoci un
legno col carbone, o altro co lorante. Equedi fegnifian uidi, reuidi,e
maneggiati; c poi fermati,e repetiti nell.; Memoria. E fc bene fi
rimouinoqucl 11 fegni da i luoghi, fi ritengano però fempre nella
Memoria, come la prima uolta ui fi uiddcro.Auucrtendo (opra il
tutto, che il fegno del didintiuo, non fia troppo piccolo; perche
nó darebbe quella uiuezza che fi dcfidcra . Seftò, Del
Numero. Il numero di Luoghi, mira il bilogno di chi li forma; perche chi
uuole Luoghi per li Concetti, un mediocre numero li bada; chili uuole ufare
anco per le parole di molto numero n’ha-btfogno, fi come colui,che
fcriucpoco, di poca carta hàbtfogno; mà chi Icriue molto, di molta è
bifrgnolbr J 6 Il Raaenna fi uanta d’hauerne formati cento diece mila
. Il Rolfellio ftima, che il gran numero offende alla Memoria .
Cicerone ftimò,che fidamente cento luochi baftalfcro. S.TomafTo con Teglia ad
hauerne molti. Il Petrarca, il Rauéna,Gio: di Michiele, Matheo Veronefèò
Perugino, ìsibuto, e Chirio, et con quelli il Romberch fi dilungano da
Cicerone. Voi formatencne prima cento, per rclfcrcitio j e poi di mano in marno
formatene dell’altri, hor collocando vnaChiefa,hor un Palazzo, hor
un’altra Chiclà, finche haueretc la lèmma d’un mille luoghi. E le quelli
non ui baftalTero, potrete formarne, de gli altri; purché non pasfiatc à
formar li Luoghi della feconda Chiefa, ò Palaggio;fe prima non haurete molto
bene Ila biliti nella Memoria li luoghi formati nella prima Chiefà
ò Palazzo, ch’altrimente facendo, offendcrelle la Memoria, e con la
confu fione, e con la fatica. Settimo, Della Diuerfìtà. Non è
colà doue fi ricerca tanta uarietà,c diuerfità, quan toin queft’Artc; per
lo che l’uniformità, ò Gmilitudine delle colè, c diametralmente opposta
alla Memoria di Luoghi. Però in un Clauftro,doue fi ueggono Archi, e
Colonne tutte limili, non fi polTono formar Luoghi;!! come nc meno
nelle Celle di Dormitori; di Rcligiofi, parlo di quelle che tutte
ha no le porte, e diftanze fimili. Si ben’ alcuni uolcndofi feruire
di tali Luoghi fimili, diano Regola delli Diftintiui imaginati; come
legnarcon la mente le Colonne, una con una Croce, un’altra con una Mano,
vna Cella con un Santo, l’altra con un’altra Figura;non dimeno quello mi
pare uano c fuperfluo, si perla difficoltà, che s’aggiongealla Memoria,
come per ha ucr noi ampia commodità da poter
cIegger’aItrfLuoghi,qua li per la dilfomiglianza,c diftintiui reali fon
più atti, e facili al la Memoria, lènza lottomcttcrci Se à quella nuoua
fatica, et à tal pericolo di uacillarnclli fimili. E ben uero, che le noi
nel formar di Luoghi, doùesfimo palTar da Luogo Commune ad altro
Luogo Commune, come palfarda una Cielàad una Sacreftia; e per congiongcr
quelli due Luoghi Communi, ci conuenilfe palTar, per un Clauftro
colonnato, e che le Colon ne fu nefuflero poche in numero,
come tre,ò quattro ; non negarei il palTat per quelle, e diftinguerle con
qualche legno reale pofto ad tempus^com’io disfi nel Capo quinto del
Diftintiuo, ò collocandoci perfone familiari, fecondo le regole che fi di
ranno delle perfone ftabili, ò almeno diftinguerle con fegni imaginati.
Delle Celle fimih di Dormitori, s’auerta,che ce ne potiamo lèruirc,ò
palpando, ò entrando; le palTando,e tut te le Porte, e le dirtanzc,tra
Porta, e Portalono uguali, e fimi li: è difficoltà a i oprarle, àchi non
le li fàprattiche,diltinguc dole per diftintiui efficaci, c
particolarmente per Peritane che ui habitano, quando lon molto ben
conolciute dal Formato . re. Se entrando è gran commodità ; perche col
diftintiuo ef ficace ritrouata la Cella, fi portono dentro di quella
ordinatamente formare alcuni Luoghi, et ufeendo da una paflarc per lo
fpatio tra mezzo alla lequente Cella. Ocrauo Dell* Lumi,
DErche forniamo fi Luoghi,per collocarci l’Imagini, e talmé *•'
teli raprelentano alla Mente l’Imagini, quafi l’hauesfimo dinanzi à gli
occhi: però bilogna,che il Luoco fia illuminato; acciò Mangine fi
posfimortrareallofguardo. La onde il Luo go oleuro, non catto per queft’
Arte; perche fèpelifce, uela,& acceca Tlmagine.E fi come l’Imagine
porta in aperto Luogo, perii fouercnio lume fi rende all’occhio
fbuerchiamentefplc dente, d’occhio irtelso s'offulca in mirarla, ne può
diurnamente, e commodamente contemplarla; cofi la Mente non ef fìcacemente
apprende, nè uiuacemente la Memoria csfibilce qucll'Imagine, cheda
foucrchto lumeè illuftrata . E però le Strade aperte; le Piazze, le
Muraglie, che fono dalla parte di fuori dell’Edificii, non fono troppo
atti per quert’Arte. E qua to aH’ofcurità,il Sauona dice,cheil Luogo
oleuro, fi può far luminolo: le fi confiderà, efi forma con un lume di
Lucerna, e Tempre fi mantenga nella Memoria cosfi illurtrato,come
fu uifto con il lume quella prima uolta.Ma quello io l'ammetto,
quando quel Luogo oleuro forte neccrtario all’ordine di Luo ghi, per non
interromperli; fi che per continuarli bilognaflc palfar per un Luogo
oleuro. Il limile dico dclli Luoghi aper ti, che per cotinuar
Luogo Còmfflune, al Luogo Comma ne, mi bi/bgnaffc pattar per vn'Andito, ò
per vna Strada,ò per vn Cortile': potrei in tali Luoghi aperti, formar i
Luoghi diftinti.E quando fodero /ouerchiamenie luminofi :fitormino i
Luoghi in tempo nuuololojò nell’hore, quando s’itn bruna il giorno la
/era, ò quando fi chiarifce la mattina. E nel modo che furo vidi la prima
volta che fi formaro ; così fiano Tempre ramcntatt. Et auertail
Formatore, di non eflcr troppo fcrupoloio intorno alli Luoghi aperti;
perche cttendo aperti uerio il Cielo, e per il progretto, nondimeno fono
chiufi a faccia, con mura et habitationi non troppo dittanti» come
/bgliono ctter le ftrade per le Città;e s’ofl'crui quelche fi dirà della
folitudinc,e fic detto di lumi, di formar i luoghi in certe hofe del
giorno, quando e men frequentati, e men luminofi fi veggono; non c dubbio
che permisfibili fono alfArtè. • Nono Della Quantità. m
P Erche ne gli Luoghi fi collocano l’Imagini corporali, diftefe per
larghezza, et altezza;però bifogna, che li Luoghi habbino la loro debbita
grandezza. Et perche il Luogo trop po piccolo, non potrebbe capir
l'Imaginc ; e fe fotte troppo grande fuiarebbe lo /guardo, et
confequentemente la Mente # laquale ila attenta alla Memoria, che è fondata nel
fenfo: però fi attegna la larghezza di otto ò noue palmi,
òpiedi;per che in tanta larghezza, fi può à braccia aperte, e
fpiegatediftender vn’Huomo.Nó meno, acciò nello fpiegar delle brac
ciad’vna perfona,noningombratteilLuogointanto: che nò reftatte fpatio per
l’altra Per/ona, quando per occorrenza del l'Imaginc bifbgnatte
fimilmcnte fpiegar le braccia.Non più» perche noi uogliamo feruirfi delti
Luoghi, non /blamente per li Concetti: ma anco per le Parole. E fi come
malamente leggiamo le parole, quando le lettre, fillabe, ò le parole an
Cora /on'troppo dittanti l’vna dall’altra: così tardamente /om minittra
la Memoria, quando li fimolacri non hanno tra loro vna cofiueniente vicinità»
come diremo nelfeguente Capo della Dittanza. E Decimo Della
Diftantia.' C icerone vuole, che un Luogo Ila dittante dall’altro
trenta Piedi, ilchc lìcgue ilMonlco. Il Rottcllio vuole, che 30 .
Piedi, s’intenda del Luogo ampio; ma del particolare, quindici ò vndici Piedi.
Il Sig. Porta dice, che Cicerone vlàua i Luoghi per li Concetti
giudicali, douebifognaua hauer fpa tio grande, per depingcrci gran fatto:
ma per le noftre Regole batta la diftanzadi otto palmi . Alche fottoferiuo io
di ccndo y col detto Sig.Portarche le per calò ogni otto palmi* non
s’ihcontrafle Angolo^Porta^ Fineftra, ò dtftintiuo nel Muro ; mà il
dittintiuo fotte puoco amati, 11 che bifognal^ fc dittender’il Luogo
altri due palmi, non importa che la didimi Ila di dieci palmi . Si come
incontrando il dittintiuo nel lètti mo palmo, e nelfottauo non ci fette ;
non farebbe er rorc, il fermarfì nel dittintiuo.E la dittanza s’intende,
dal cétro,e dal mezzo del Luogo, al centro dell’altro Luogo : lì che ne
fìegue,che li Luoghi habbino ad etter fbccesfiui, e contigui . Il Rauenna
adegua la dittanza di cinque ò Tei piedi : il che le ben potette
pattare,nondimcno è più lìcuro darli la Iar ghezza d'vn huomo,con le
braccia (piegate e diftefejaccio occorrendo farli Ipiegar le braccia non
s’ingombrino le Per ione tra loro.URomber eh oltre che (lima ottimala
Regola dclRauenna,aflegna ancora la dittanza di due piedi quando
l’Angolo,ò altra cola lègnalata,abbracciafle i luochi.Ilche le s’i mende
da centro à cétro, forfè pattarebbe, per la collocano ne immcdiata:ma non
è congruo perla cJlocatione mediata, laquale ricerca Pcrlone Se Imagini,lequali
douendofi fpie gare per larghezza,non li ballano due piedi; le pure per
piedi, non intendefle due moti, e pasfi. Ma s’egli intende della di
flanza,tra il fìne di vn Luogo, et il principio del feguente : fe la
necessitaci conftringe à far quello* c permetto com’io dif fi con
Porta.-, Icttioiic La soccessione di Luoghi, ò s'intende tra Luogo
Comma ne,e Commune:ò tra Particolare, è Particolare . Quanto alla
prima foccesfione, (irebbe bene in vna Città, hauendo più Luochi
Communi:chc il Formatore (ì sforza (Te ordinar li, conforme al (ito
ideilo che fi trouano;paflàndo da Luogo Comtnune al Luogo Commune
ordinatamente:cioc da un Luogo Commune, li pas(i all'altro Luogo Commune
più ui cinoje co(i poi al terzo, c poi al quartoje girando, ò
caminaa do per dritto ordinatamente, pauarall altri
foccesfìuamente. E non potendoli ciò fare di tutti; (i faccino in due ò
tre par* tite.Et perpaflar da vn Luogo Commune, ad vn’altro Com
mune, coinè da vna Chieli ad vn Palazzo, da quedo ad vn altra Chicli: (irà
ben’incatenar quedi Luoghi Communi, con alcuni Luoghi Particolari;purche
il uiaggio da brcue,cli Luo ghi fi posfino formare commodamcnte, come
disli nell’otta uo.capodelli Lumi, e nel (èttimo della Diucrfità. E
queda (òcceslìone tra Luoghi Communi c vtile: perche collocando voi
vna T*redica,od Oratione, e li Luoghi Particolari d’vna Chieli, non ui
badalsero, perlochc ui bilognalse paflar ad vn’altro Luogo Commune:gioua
il paflirci,per un mezo con tiguatojaltrimente la Memoria fuariarcbbc.È
notate, che que fio paflagio li fà in due modi nel recitare, primo
conpaulà, fecondo lenza paufa.Con paula c poli, per elfempio hauendo
finito il Prohemio, il dicitore prende fiato, epoi ripiglia la
Narratiua:in queda polita, può il dicitore far paesaggio da Luogo
Scontiguato,ad un Luogo Dilcontiguato ; c non (blamente da Luogo Commune,
ad vn’altro Commune, che lia in unaidefsa Città:tna ad un’altro Luogo
Commune, che fia in vn’altra Città.Pcr efempio, hauerò collocato il
Prohemio, nclli Luoghi della Chiefa di San Francefcodi Palermo; polso
collocar la prima Parte della Predica, nclli Luoghi di San Domenico di
Palcrmojò nelli Luoghi della Minerua di £ a Roma, e la feconda
parte, in vn’altrà Chicli . E così, non è inconucniente pattar da Luogo
feontiguato,à Luogo feontiguato;& ctiamdio lontano, quando li prende fiato
. Mal nel fecondo muodo,tjuando bifogna farpaiTaggio lènza paulà, e
fenzapofata: è pericolofo,il pattar da Luogo Commune, à Luogo Commune,
lènza qualche mezo. Per eflempio,la prima parte d’vna Predicabile va
fcguita lènza pofata ; bilbr gna collocarla in un Luogo Commune. E fé un
Luogo Com munc non baftaflè ? Dico che collocandola tu ledeui daraitergo
in un Luogo Commune, che fiacapace:e così fuggiti pericolo.E le per
mancamento di Luoghi, ò per inauertenza te la troui collocata in un Luogo
Commune, e poi fei forzato pattar ad vn’altro Luogo Communc:dico chedeui
pattare advn’altro Commune vicino, quale però fia contiguato per
Luoghi Particola ri, co m’io diceua. E le quello non fofic có modo
difarfi? Dico che bifogna adoprarl’allutia, fingendo qualche coliche ti
dia tanto di Paulà; quanto commodamc te la Memoria, con la Mente uoliiio
al principio dell’altro Luogo Commune, e trouato il principio lèguir la
Narratiua. Per efsempio predicando, quando farògiutoal finedelli Luo
ghi Particolari d'vna Chiela,c douédo pafsar ad vn’altraChie
falontana;fingerò che mi venghi vnatofse, ò cheti Compagno michiama;c mentre
ltarò,ò à tosfire e purgarmi, ò uoltandomi parlar, ò attenderai Compagno;
pafserò con la Me moria, e con la Mente, al principio dell’altro Luogo
Comma ne, e trouatolo e ben polsedcndolo, ripiglio il
ragionamento, e così con l’Arte, e con l’allutia cuopro il difetto . E
quello fia detto della lòccesfione de’ Luoghi Communi, che della
lòccesfione di Luoghi Particolari, non occorre dir altro: poi che quella
li conchiude dalle due Regole antecedenti, Quanti •tà, e Dillanza, alle
quali necefiariamente ficguc la contiguationc,e lòccesfione. L’Ordine del
Moto, s’intende dell’ordine che li de tenere dilcorrcndo per li luochi :
fe fi deue cominciare da man delira, c campando finire nella man
finillra; ò difeorrere al v - -- contrario.il Raucnna parche
cominci dalla delira. Si bené il Rombcrch r duca il Rauenna al mot* perla
deftra;ma cominciaudo dalla liniftra.il Roffcllio vuole, che lì cominci
da man finiftraj (è bene non rifiuta il contrario.. Il Porta
lodai’* rn’è l’altro;purchc li fèguiti l'ordine, che cominciando
dallyna,fi Unifica all’altra.Che dalla delira fi de cominciare, cc Ioperfuade
il Filofofo diccnte, ch'il moto comincia dalla parte delira. Che dalla
liniftra lo proua il Rofcelho: perche queft*Arte,è poco differente dall Arte di
Icriuerc, come dice Cicero ne:e perche noi lcriuendo,e
leggcndo;fcriuemo,è lcggemo,Co minciaudo dalla f!niftra,e cammamoalla
dcftra;però li de ca minar. per i luoghi dalla Anidra alla delira. Alcuni
ftimano, che quelli che ucggono bene col l’occhio deliro, come lon’io; e
poco e niente coll’occhio lìniftro, Icofrefsero dalla delira alla finiftra;
quelli che vgualmente ueggono, con ambedue gli occhi, pofsono indifferentemente
di /correre dall’ vna, e dall’altra parte. Nódimeno l’elperienza moftra,
che ècosì facile cominciar da vna parte, e finir nell’altra : come cominciar
dall’altra, e finir nell’vna.EIa raggione,non è, nè l’vna,nèl’altra asfignata
dal Rofsellio : perche l’vna, efclude l’altra. Che fe fofse,pcr il moto dello
fcriuere: non farebbe facile vgualméte il leggerete i Luoghi al rouerlo, come
l’efperienzaci moftra. Se fofseil mote, che comincia dal deliro : ci
farebbe difficile il cominciar da man manca,ilchenon c vero: fi che ne
l’vna nel altra raggione, elattamente,& elquifitamé te ci quieta.La
ondeùn quello fatto ftimo, che ò pariamo de la collocatone dell’Imagini :
ò della formatone di Luoghi. Quanto alli Luoghi, vgualmente è facile
rallentarli, per vn verlo;comc per l'altro . Quanto airimagini,ò fono
Imagini intere e Iole, di concetti, ò di parole intiere i E così, perche
ogni Luogo hi la fua intiera Imagine; parimente è così facile i
difeorrere per un uerfo,come peri altro.Mà fel'Imagini fof lerodi parole,
et Imagini fpezzatc, cbilògni leggerle, nel muo do è uerfo,che fi leggono
le fìllabe al dritto non al riucrlb : così è più facile difcorrer’à quel
verfo,chc fon collocate. Per elsempio,nel primo Luogo ci metto quelle
parole, te Ibl’ado ro. per T. ci metto vna pei fona chiamata Tiberio,
alqualc dò in mano un Tridente, colquale fora una fòlad’oro . e
così da da Tiberio, hòilT.dal Tridente l'E,e dalla
fclàdioro,que* Ile due parole fol’adoro,e tutte tre quelle figure fanno,te
fol* adoro.Qucde tre figure le pofso collocare in due muodi,pri mo
all’vfo hebreo, che legge dalla delira alla fmiftra, fecondo all’ vfo greco, ò
latino, che fcriue,e legge dalla fin idra alla dedra.Se io le colloco al
primo muodo, 'più facile farà proce der poi, dalla dedra alla
finidrarperchccon quclVordinc io tengo albcrgatcncllaMcmoria.Se le
colloco al fecondo muo do;più facilmente procederò, dalla lìmdra alla
dedra parte . Mà feillmagincc intiera d’vna fola figura, come fe nel
j^ri- ’ ino Luogo ci metterò queda parola Geronimo, 1 eper quedft
parola ci colloco l’Imagine di vn San Geronimo, colpetto ignudo, e col
fallo alla dedra mano : pollo ugualmente ben ricordarmi queda parola, ò
dalla dedra, ò dallj linidra parte, ch’io cominci.E la raggionc, perche la nodra
Memoria, et al dedro,& all’oppodo
muodo vgualmcntc esfibifee, credo che fia: perche non mira l’ordine del
moto di nodripiedi;ma l'ordine che ritroua nelle colè uide dall’occhio. E
perche nel le cole uide, non /blamente ui c l'ordine dal primo al
fecondo, e daquedo al terzo,ecofi loccesfiuamentc fin’ull’vltimo j ma vi
è parimente l’ordine dall’infimo focccsfiuamente fino al primo:pcrò
ordinati ncU’idelTò muodo li fimolacrì, puole la Memoria fondata nel
lenfo,&al dritto,& al rouerfo esfi birh fenza difficoltà
alcunaifi come l’occhio con l’ide/fa faci lità,che mira gli oggetti dalla
dedra alla finidraj puolc mirar li dalla finidra alla dedra. Della
Solitudine. Non parlo di quella solitudine, chefinfe Cicerone della Città
da formarsi da noi cò l’imaginationein vn De (èrto, per darli tutte le
conditionidi Luoghijperchc di queda ne raggionaiyquando disfi delli
Luoghi imaginati : ma intendo dclìi Luoghi artificiali reali, liquali fecondo 1
ide/To Cice fonedeuono efler eletti, in Luoghi folitarii, non frequenta»
da gcnte;pcrche la frequentia.il pa/feggio,lo drepito delle gé
ti,didurba, e debilita li fegni delFlm?gini, che all’incontro
la sòlitudinc conlerua integre llmagioìdi fimolacri.il
Rauenni dima ftinuuana ropinione della fblitudine, ciocche non fi
eleggano Luoghi,d >uec frequenta di gente, come le piazze publi che,
le ftradc della Città frequentate: perche balla hauer uifti quelli Luoghi
qualche uolta lolita rii, e lènza gente. loftimo che quel che dice il
Raucnna fia uero delle Chielè,e Tempii, liquali in certe horelòn uacue,e
lènza gente: et inqucll’bore noi poslìamo formar li Luoghi;!! che balla la
prima uolt.i haucruilli tali Luoghi uacui. Ma delle piazze, e llrade
frequentate d’ognihoradiurna, non so come le poslìamo ueder folitdrie,e
uacuejeccétto che lèm’empilTe l’orccchiedi bombacc,ò cottone,pcr non lèntir’il
tumultojc con 1-occhi facef fi un’eftàfe mctaphilìcale, e non attendere
ad altro con gli oc chi Cc non à ucdcr’e formar i Luoghi; ò pure formar
iXuoghi, nella prima hora del giorno, quando tali Luoghi fogliono elfer quafi
igombri di gentc,com'io disfi nel cap.8. à propofito di lumi. Et in quella
maniera, potresfimo ancora formar Luoghi in tali Luoghi frequentati; Ma potendo
hauer* altri Luoghi più com modi, io non mi metterei à quella im«
prelà faticofa, e periglio là. Dell’Altezza. I L RauennauuoIe,
che li Luoghi non fiano alti:ma coli iti lpofti,che mettedoci l’Imagine
dcll’Huomo, tocchi il Luo go dcfignato.& à mio giudicio, poiché
haueteintelo della Iar ghezza del Luogo, douete anco hauer Regola dell’
Altezza, che mira la !ommità,ela baie del Luogo. La lommità,e bafe,
ftabilitcla con l'altezza d'una perlbna humaua:fiche il piedcye balè del
Luogo, fia il tcrreno,ò l’aftricatOjò il mattonato, ò folaroda fommità
fia. (òpra il capo, tanto quanto può gionger col braccio dirtelo insù, e toccar
conia fommità della ma no.E quello,pcrche occorrerà alle uolte,dar gefto
alla pérlo na di braccio alzato uerlb il ciclo, ò darli qualche colà in
mano, quale per fila conditti one ricerca TAltezza;comelè tenef. fè una
bandicra.Et il piede l intendo in Luogo, che l'occhio poflà mirar tutta
la perfona albergata . E fe nel Luogo ui fia banco, poggio, ò grado, fi
potrà ftabilir la perlbna, con li pie- * di fopra di quellijsforzandofi
però per quanto più fi potrà. che li Luoghi fiano pari, e di
fimile altezza, quando la {labili tà di Luochi,non ricerchi
far’altrimcnte, come nelle fcalc, nel li afcenfi Src.Epcr la parità di
Luoghi, che da cofc mobili fuf fè impedita: fi potrebbe, o ad tenipus,o
con 1 imaginatione fi muoucrc quelle cofe,& formar nella Memoria li
Luoghi pa Dei Sito. ; • Z N On balla hauer il Luogo
particolare : mabifogna conofeer la parte del Luogo, douc s’ha da fituare
rimagi ne;e quella parte deuc cller’il mezzo del Luogo particolare.
E (ebene il Roflcllio dubita, e difputa fiele Figure fi debbono colle care ne
gli Angoli, ò nelTlnterflitii tra Angoli, Se Aa go!i; non dimeno noi
hauendo asfignata la quantità, e la diilanza de’ Luoghi particolari, con la
mifiira della larghezza . d’vn’Huomoj confequcntementc concludiamo la
Figura, e l’Imagine doucr effer fituate, nel centro; difendendole poi dal
l*vna, e l'ajtra banda, delira e finiftra, tanto quanto ricercherà la
grandezza et quantità delle Figure, et Itnagini. E fé in un Luogo
occorrerà collocar più Figure: fi potranno collocare proportionataipentc
compartendoli Luogo, fi che ciafcuna Figura habbi il filo didimo, e
conueniente Sito.il Romberch non loda gli Angolitperche la ftrettezza,che
farebbero le col locate Imagini,&l’ombra et ofeurità, impedirebbero
la didin tione,& chiara uifta. Nondimeno quello impedimento fi
toglievo! giuditiodel collocante; mentre non ingombrerà fo4i erchiatnente il
Luogo; ma in tal mifura, che le Imagini fi modrino all’occhio lueidee
didime. Della Signatione Numerica. V Volc Cicerone, che per
ogni quinto Luogo particola re; fi ponga un fegno numerale. Per efiempio,
al quinto Luogo mettere una Mano d’oro, che con le cinque dita moftra un
cinque, e così (occcsfiuamente . Il Signor Porta (lima quella Regola di
CICERONE (si veda) /uperflitiofà, e
difiutile. Ermippo, come dice Iacopo Supplitio,uuole che ciafcun Luoco è
SEGNATO col numero. Alberto, che ogni decimo Luoco habbi U j ~ ' fuo t
ir Tuo mimero, Qulntiliatio con CICERONE (si veda) .chc ogni
quinto. Que flinumeriòli pongono per dirtimiui, ò per recitartele
per diftintiui fon fuperflui: poiché cialcun Luoco hi il fuodt(lintiuo,
fenza far quella terza fatica. Se per recitarli, il numero è parte d lmagine,c
pero mobile, non immobile ; poiché nè à tutti li Luochi fcrue, ne in ogni
occafione . L per le occafioni, bada ad hauer li Luochi numerali dclli
quali dirò poi. E quella Regola Ciceroniana – CICERONE (si veda) -- fia
da me riferita, più torto, per non lafciar cofa intatta, per la intiera
notitia di que {l’Arte; che ci habbia* o à lèruir di quella. E perche
molti Scrittori quali Dilcepoli Pitagorici, feguendo chi prima
fcrif fe c dille, empiono le loroprc di dottrine fuperflue, mutili,
et alle volte nociue, con poco profitto di chi le Icgqe;laonde per
auertirui rtn conftrctto alle volte trattar di cofe à fuga, non a
lèquela. Comc anco firn sforzato dirui di quella rego ia'che dà il
Roinberch, che li Luoghi non liano circolari : perche il Circolo non hà
principio, ne mezzo, ne fine. Nulla è quella Regola; perche parlando noi dclli
Luoghi perii quali li dilcorre; le ben c’incontramo in vna danza
Circolare, cffendoci la parte per la quale s’entra; bilogna, che ci fia
la faccia dcringrello, &. indi la parte delira, e limftra ; e dalle
parti dell’ingrediente, c caminante lòcccsliuamente, li formano li Luoghi
con li fuoidirtintiui. Della Proporcione' . I L RolTcllio affegna
quella condittione nelli Luoghi, che habbmo proportione con le cole
Iocate;perchc volendo ra contar Panni di Sacrcrtia,più colimene
collocarli in Sacreftia; clic in Cantina, ò in Cocina. Io rtiinarei quella
Regola efler bona, quando com meda mente fipotefle lare: perche le
racconterò molte cofe,c l’albergarò in vn Palazzo;c gtongcn dpal mezzo,
non conuiene, douendo idear colà Sacra, lenza paula lalcia r li Luoghi
locccsliui, per entrar* in Sacrertia ; ma fi deue continouar nelli Luoghi
cominciati ; perche col lalto ad altro Luogo communc, non loccesliuo,
fuariarebbe, e li perderebbe la Memoria . Oltra che la cola in lolita,
F apporta apporta con la nouità maggior atttntione: Uche
fuppli&e, » quel che manca della proportionc. Letti one
VII P Ropofi la Partitione,e le Condittioni di Luoghi, et an co
laformationc di quelli} hauédo à baftanza detto del primo c del fecondo ;
reità che breuemente tratti del terzo, e poi dica dcU’vfo di Luoghi, c delle
Perfòne, coni io prumilì • • i t >* i r .1 . > ;)} Della
Formationo di Luoghi . H Auendovoi ben iftudiateli foprapofti d ieci fette
capi, an darete alli Luoghi communi;& iui conforme alle Conditioni,e
Regole aslignate, formarete i Luoghi. Laqualformationc, nura tre cole,
IlDengnare,U Colli care, et il Rcpc tere Primo, con l’occhio ben mirate,
e rimirate il Luogo » col foo diftintiuo; edifcgnato il primo Luogo
particolare, defignate il fecondo, e coli focccsfiuamente
procedendo, finche giongerctc al fine del Luogo communc. E fatto
que Ito al dritto, ritornerete àriuedcrli alrouerfo, e tante uolte
ciò fate, finche habbiate perfettamente il difegno di Luochi. Secondo,
ben difegnatilt Luoghi, con le regole fopradette in mano,cominciarcte a
collocarli in Memoria, uno per vnc; collocandone una uolta dieci, poi
altri dicci, e così di uolta in uolta in più giorni collocaretc tutti.
Terzo li repctirete, più e più uolte, dt à dritto, et à rouerfo; fin
tanto, che fenza alcun’impedimento, c difficoltà, da per uoi lontano
dalli Luoghi, li fàprctc così ben recitarejcome felhauefte attoalmente
dinanzi à gli occhi. E non ci rincre(ca(dice il Signor Porta) recitarli
trenta è cinquanta uolte il giorno ; poiché quello c il fondamento dell
opera. E come diccilRauenna, quelli Luochi coli formati, li
repetano,tre,o quattro uolte il Mele: perche la repctitione di Luoghi,
non è prezzo che Rimar la nosft . che le dimoftrino, e faccino
parere; dunquegran facilità farà à tutti quefti bifogni, il
ritrouar ne i Luoghi le Perfone . La quarta perche con grande allegrezza^
chiarezza li viene al Luogo,oue fu una Persona, la- quale dii porga
merauigl!a,ò II apporti diletto. La onde le tn Muronud >ò altra
Pcr(oua>nt, n così circonlìantionata, ci fa ricordare vna fola parola;
quella ci porgerà vn veri© m tiero,come chfcfe ci preferita chiara»
lumino!*, desiderata, amata, diletteuole,"e : lrabilita.E le bene
per vn numero con ucnicnte e mediocre di Luoghi, comedi cento, ò ducano,
lì potrebbe far quella diligenza delle pecione inondimene in un
numero grande di cinqueccnt, e mille, e più Luoghi, lì tratta co fa molto
difficile il vler aggeauar la Memoria di quella doppia fatica. Gkrachc
farebbe vn’empir i Luoghi di perfbnc communi, lcquali non farebbono ni
una gagliarda motionc, come le foprapolle,e però a colui, che ha nume ro
grande di Luoghi, ne li reftano molti nudi. Olirachc in certe
occafioni*fon più atti li nudi, che li pfònati;come in ro ler recitare
vinti, ò trenta Santi, ò eflemptgò Auttomà lóro* et effondo note à noi
lelor figure ; più facile ci farà albergar ne i Luoghi nudi, quelle
figure grandi proportionate,e quali Ttue,che il uolcr addattar la
perlòna,chc fìanel Lu' go,chc prenda figura di quel Santo: perche in
collocar quel Santo, nò lolo letica d: colVcarlo;mà far che la Pcrlona
del Luogo, me lo rapprclcnti,hò due fatiche, la pr.ma di fpogliarmi della fila
qualità, è pervadermi, che lia un’altro, e poi datali quella figura, a
llocarla nella Memoria; fi che con l’cIpcricnza, riefee più facile il primo
muodo . Il limile dico, in uolcr recitare molti nomi di
Pcrfoneconofciute;chepiù facile mi làrà,fubbito nel Luogo nudo collocar
la Pcrfòna cóno!ciuta,che m ler con l'imaginationc, formar’ altra
Ima gine,ò Figura nella Perfona (labile del Luogo. li fimilc dico di
molte Imagini, che lì formano dalla conuenicnza del la lcrittura,ò
pronuntia, come diremo al fuoLuogo;lc quali imagini, più fpeditamenre et
cfijuifitamente fon raprefenta te.ptfrle proprie imagini delle Pcrfonc,
che dalle aliene. • InoItrc,fc uorremo ufarc I Alfabeto perlonalc del
Rauea. na, che ogni lettera hà la fua Perfona,come A Antonio B Bifliano
C Carlo ecc., fàrà un metter Perii ma nella perfo-na,fe il Luogo none ignudo da
altra Perlòna.Oltra cheuofendo noi effigiare la Pcrlona flante,non Icmpre
conucrrà à lei l’effigie dcliderata : che te uorrò l’effigie
d’Androtnc Ja,ò di Lucrerò)» trouado nel Luogo un‘huomo uecchio,'
molto ben da.mé coup Aiuto, come lo fatò Donna, fenza «he gran repugnanza
mi fi dia, e nel Collocai la, e nel ramentarla-ln olircela Perfona,per la Aia
friabilità, è inetta à rollar Tempre col luoco; perche à quella Perlòna,che fi trou
collocata, puole Tuccedere alla giornata cafo di morte, e di morte
orwbde,ilcheal formatore, come amico, apporterà difgufto et borrorp,e difturbo
graude ogni uolta, che Te li tara incontro rimembrando, llqual difturbo,
quanta fu nociuo all’ufo della memoria; la elperienza l’infegni.
Per quefte caggioni dunque c per lelpericnza iftefla conclu do, che non
conuiene,haucr tutti li Luoghi perfonati.E le d’alcuni lo concedo, non
oftaranno leraggioni, che fi po£ fono addurre in contrario, Non ofta
primieramente eh? gli Antichi, non deflero quello Mctodo:perche l’Arti
col tf po fon crefciute, migliorate, augmenrate,c fatte lèmprepii);
perfette, con le nuoue raggioni, inuentioni, Scelperienze, Nc olla
fecondo, che il Metodi della Perfona, aggionge fa ne;poiche l’efperienza,
laquale r uerace maeftra delle cole c* infegna,che quelle Perfone
apportano all Arce merautgliofogiouamento, et inelphcabiJc ageu dezza, c
facilità alla Memoria, e chi noi crede, ne facci lc(pcricnza,e poi parli.
E quello balli delle Perfone. Per compimento della coguitlone di Luoghi,
voglio m quella Lcttionc raggionaredi alcuni metbodi Angolari degni
da saperli, il primo di Numeri, il fecondo dell» Luoghi per dritto, e per
riuerfo, il terzo 'per ogni verfo dal capo, dal piede, dal mezzo, quinci,
e quindi, il quarto Luogo per la circjlationc color
rettoria? («li..; Dclli Luoghi Numerali t ..d -’-O* J • *>- ‘fj
... fi* * i Essempio. r, -mi)! •un ijl *5 ESSEMPIO
.’*> Parole che s’han da collocare làran XX.
Videlicec. 0 *i L L ( 9, Morte. ’UI CliO'
io. Porta. li. Inferno. i2.Cie'o. iflitfD
•: 1 3. Sole. u sA iy -iì 14. Luna. ;
HHli'l if.Orizonte. ' o ( ina3i iil j O .5
ip.Marc. • oq «fati ao.Tempio. 1
&i>Oili 0. ./od i\ »OT 3 t 5 ;i ;, -
>• b " • ’J • l«- i* /(. li 1. 1 L pftiarri
(.1 f|o r j 0 i> ; .V .1k /.'Vc-mb ù Riti -sxapaiibnu
tlkuaiaiip tlciSOlU T -il 3.1 . Modo di Collocarle. 1 11 1 1Tr'mo le finità e Decine, I.
Rota. io.Porta. ao.Tempio. Secondo per le Cinquine, 5.
Luce. ij.Orizonte. fi Terzo per li Tari a. Pena. 4 Pane 6 Vita
8 Verità 12 Cielo 14 Luna 16 Raggio 18 F»gho, >1 t
e P tt 1 tO’j-Ó lì XtJDii starno? 1*1 noa
oiu' xi « • t ' * . .u / ;>q ìm si
sr » * 4 £. Pietra. 7 -V^ 5.
Morte. ^ >,oìtìi. 1 li. Interno. etnico >1 IJ.Solc.,.
n, jp.Marc. G Oltre « .1 Oltre di ciò nel collocarle
parole, bifogna collocarle immediatamente fenza imagincima folamente fiano
quelli numeri come la carta neHa quale Hanno ferine leproprieparo le,
fenza Imagini.E s’aucrra che collocando à memoriali nu n eri con le
parole, non fi fermino ò dabililcono in Luoghi ò nella carta:perche
v’apportarebbe confusone col ricorrere à duebande,& alli Luoghi imaginati,
et al luogo ou’cra fermo il numero, e la parola. Ma folamente prendete il
lem plice nome ò parola col fuo numero, e collocateli in memoria. Et di
più nel recitar bilogna non (blamente recitar le pa role, malinameri
congiouti con le paiole, perche hauendo noi familiari li numeri, dicendo
il numero lubito ci rapprefenra la parola collocata nel numero, e con esplicar
il numero si prende tempo tra pareli, e parola, fiche lì può commodamente e
pensare, e pigliare la paro a fcguente.E per far quello bifogna al
principio proporre tutt’il numerò intiero dclli titoli, ò nomi,ò cofe da
recitarle, e cofi propofte poi condì numeri ordinali recitarti, per
eflempio dirò. SanMat theo che (criue la Genclogia di Chrido con.
quarantadue perlonaggi, il pnmo è Abramo, il fecondo Ilàac, il terzo
la cob, il quarto Giuda, il quinto Pharcs, e così Seguiterai fino al 42.
e poi volendo dir concetti, ò fpiegar vno per vno, ù coimnci dal 42.
retrocèdendo linai primo.E quello badi quanto alli Numeri, per Luoghi
numerali, quali àmerielco no facili per il cotid ano edcrcitio che ci ho
latto.Ma perche noi non lodainolt luoghi imaginati potendo haucr li
reali; però potrete fcruiruid’vn’altro modo numeralc,ilqualcèdi
neceslità che fi facci in queft'arte, cioè che lì habbi uno, ò due Luòghi
communi, chchabbino cento, ò ducente Luoghi, e quelli tutti lianb
ordinatamente fegnati con li numeri.1.2. $ .4. c così procedendo, c
quelli Luoghi liano podi in memo ru con li fuoi numeri, fiche lappiate
recitarli al dritto, et al riucr(o,e làppiatbàll'tmprouilopigliar qual lì
uoglia numero contenuto ndccmo, o nclli ducento . Le note numerali £ di
riino nel trattato dcllìmagini.E quando vorrete recitar molte cole
numerate, collocarne le parole con l'imagini in detti Luoghi, e
potretc-lermrui di quelli ad ogni verlb. mio w Peni Dclli
Luoghi per dritto, e riucr fo . .* n. r.: • ., . (} (r I L
recitare al dritto>& al riuerfo fi può Far in due modi, ò con le
parole fole,ò con le parole e numeri, del primo le io Uoglio recitar
lènza numero, li patri della Gcntlogu dirò, Mactheo racconta (antenati di
Chrifto,ehe fon quelli, Abra mo,I/aac, Giactb, Giuda, Fares,&c.
quelli nomi li collocale rò per-via d’Imagini nelli Luoghi ftabih
nudi,ècon l’ifteffa facilita li diro al dritto che al, riuerfo . Del foco
n do le io voglio non folamentc dir quelli nomi; ma h numeri ordinali
dicendo Abramo il primo,il fecondo Ifaac, il terzo Giacob» il quarto
Fares, Sic. per quello recitare io mi fornirò dclli Luoghi numerali,
quali fon neccllarij in quell’arte, e quelli lou di due forti come diifi
nel palfato capo, li Luoghi di nu meri foli,ò luoghi {labili fognati con
li numeri, l’vm, e l’altri poflono foruir à quello effetto, li ben li fecondi
fon mU ghori. Dclli Luoghi Alternati. '»L recitare non
fidamente à dritto, et al riuerfo, ma ancora f dal capo e dal fine
alternata méte, per effempiod1rel142.no mi della Genclogia di Chrilto
cominciando d’Àbramo fino a Chnllq,ficondo far regreffo cominciando da
Chrillo e ri tornando fino ad Abramo, Terzo prendere Abramo, e Chri
do, Ifaac eh e il focoudo,& il penultimo, e cosìalternatamé te
pigliando vno al dritto, Se vn’altroal riuerlb,uno dal pria cipio,
l'altro dal fine: fi può fare in tre modi, primo con li Luoghi d’vna
perfona humana, fecondo con li Luoghi dabili fucceslìui, terzo co li Luoghi
dabtli che danno à faccia . Quanto al prun> della pcriòna humana fi
uede l'effehi pio apprefio, doue fono numerati 4 Luoghi . Il primo alla
punta del piede, tl ai calcagnoli £. al ptfoione della gam ba,il 4. al
«inocchio, e così il 5. alle cofoie, alla Centura il 6 . al fegato il
/.all’afoella 1 8. Al gomito il 9. alla giuntura della mano il x. al dito
auncularc l’i i* al duo anolarc il 1 a. al 4i G x to to mezzano il i
$. al dito indice i! 14. al dito police il r y. allofTo tra la mano, e’1
gomito il 16. nelloflo tra il gomito, C la fpalliil ^.nclla altezza della
fpalla il i8.nella gola il ijfc Yiell’orccebia il 20. nelli capelli il
21.& altri tanti aU’aliro lato procedendo di maniera, che li Luoghi
liano fegnati l’vno di 1 impetro all’ altro nelli lati, come lì vede,
l’orecchio con 1 al tro orecchio. £ praticati nella voftra ifteifa
perlona quelli Luoghi, volendo collocare li nomi, partiteli per
metà,& Vna parte méttete da vn lato, e l’altra metà dall’altro lato,
comm ciaiido à cóllocar dal capo difendendo al ballo finche ui (a
ranno nomi, e poi prender 1 altri dall altro lato fin al capotac ciò il
primo nome li rincontri e llta di rimperto coll'vltimo, et il fecondo col
penultimo, et in quella guifa potrete reci tarli al dritto, al riucrfb, c
d'ambe 1? parti alternatamente. Notando che quelle parole si pongono lènza
Imagine, et im mediatamente à guifa che fanno le parole fritte fopra
la Carta. E di quella perfona cosi difpofla,vi potrete anco fruire nelle
parole con li numeri ordinali, udendoli recitare per ogni ucrfo,e col
proceflò alternato. •idsnflitn lt ^ ; ^*i:l>i 0 o r,. .
.1 .ili* 7*4} 'HO n taf 040! 7
Gratia 13 18 Piena 1 4 1 . Nel quale esscmpio appare
come è cofàfacilisfima far quelli progresli,e regredii, et alternati; Te
ben all auditii te appare gran cofa quel uaj-iare, come quello che non
sà l’Arte: che yòi dicendo al nucrfo, e prendendo in qua, et in li
le parole, tutte nondimeno le recitate per la drittura, è foccesfioue ord
nata di Luoghi. Anzi dico di più, che po« trete. far n iT medclimo; eoo
xij. Luoghi, che /ararono un terzp manco, e faranno èflfcttojdixviij. Luoghi, c
quello fi fi, collocando l’vlti ma parola njcl primo Luogo, e nel fèllo
ui', fia la prima, enelli figucriti vi. Luoghi collocateci le parole
alternate # e recitando cominciate dal fèllo Luogo i ritornando al primo:
poi ripigliate il primo Luogo, c fegu ite fia' al xij. e così ha
ll. r o : il uerctc dette le 6. parole tre
uolte, peti dritto, per riucrfo,& after^ natamente, eme
appare inqueflo et l I
i i - il } I io. DI
n •a ' Fi i r»-i
r vi /Si, . - 1.. j> j sn*M j t r •
^ììgj'^ìc va l :,1 -4 stv>n 1 «»
! I ; £,; I 1 LVOCHI
x. lanieri di Luoghi, che in tutto fono XII. »!>
' LVOCM 1 1 4 .li .
Tcctlljl 0 lfr! » i Dominus 5 ?
ii|' • Piena 4 Progteflo
OJP jS 4 -,n Grada 3 il
-ri: 5 Maria i i Auc
i 7 Aue ( -a 8
• Tecum os 1 1 0 o
o 9 Maria l o 1
tu ro Donvnus 5 ni
-i a 1 1 Gratta 3
tu rt II
Piena 4 H RegrefTo /?\ Vanto al muodo
delti Luoghi {labili,' che danno à fap eia. Dico che quello fi potrà
fare, quando il forma* tore potelfe incontrarle in vna corfia di Luoghi,
ò camere dentro Camere, che habbino quelle Conditioni. Siano i Luoghi
dalle Bande l’vn contra Palerò. I Luochi di quà, c di là, non funo troppo
dittante; e fe folfc* ro diftanti o'jò, ò diesci piedi, làrebbono ottimi.
Da no li Luoghi particolari àiuerfi, 6 che per la fimihtudìne, non
fu.irij la. Memoria. Perq le camere dentro camere, quando le porte danno nej
mezzo, e Tvna di rimpetto all'altra, fon atte, sì perla dmerlità J come
ancp perche fi Ipoflonq formar Luoghi l’f n contro l'altro, per 1 Angoli,
Se. i Interdici). Quar^oifiano dedgnàti li Lqo^ ghi particolari, t
che l’vri dia dirimpetto' all’altro; fiche dando tu in mezzo,
pof tr riveder li y j Luoghi,
fenza troppo giro doc^ chi. Comcapparc nel te- r guentc
edempio . „ [tz «IjVÙ) CI 1 i j t
-r i V>« -Si %x { . 1.1 .,
r« . ! ! 1 1 1 1 X I r 3J Z r,J!
5 I -j {.r.U^' t? iàiAì tj G a .ti 3 jì: ÌÌ»i/£ i
i jtn^u; omiiq, TPOÌ JàJ r
rton li o ; U 11, B II
!, ai ... •! l fQf ni i.!).cij 16
7 t 1 ‘V • c j - ' 1. : ni .‘.fi oj ait
uno-ld^Jog ii> ;> y s.ic I iì ‘-> *•> 11 >, * 3
(* i *4, .che è delle imagini . ob.'*; : l . Q S 1 orr.tiu
!. CI v! a ù ut I O t Ill^> ; étagenus,Sul tri pi iciter 1
intédo, dalle tre dita della ma Zioalzate.il fccódo muodo, ponedo la
prima parola fola, p laquale il recitate hi legno di tutte le parole
fequcti ( p elle po)p raccordarmi quella femeza. Specie» eft qu* predica
tui,3ic. porrò nel Luogo fola mente la parola Ipec.e», dando in mano d'vna
perfora un ncartocc-o, o un tacchetto di fpetie,ò pure una piperà.
Auertcndo per co p mcio di tut to quefto,ci.equando nelle parole, li
vainueft gaiidoffcUi fi troua attionc; nò loio intendo 1 attuane
immediata éte ftgnifì cata per la parola; ma anco 1 anione, clic (i j
otti, e med atamente rurarc dalla parola . Dell’ Attiene immediata fu
queflo esempio. Voglio metter quella fcntcnza, Sede e cft verbum
infinitum . La parola federe immediatamente può cfTer’ideata,pcrvno che
licda m vno Scanro: mà fe dirò, Aue giatia piena, Se benedilla, quell
Aneli può ridurre all'attione d’vno che faluu vn'altro;e coli la parola
bened Figurate, j p cr Volontà. Per Ingegno. Le cofe
figurate per Natura, ò sono uomini, ò altre co I i fc fotto fc
fottocelefti . Per Arte lecolc materiali formate dell’Arte. Per Volontà
come gl’Angeli, e ii Demoni j, che in certe oo cafioni piendono forma
Humana; e le Diurne perfone che vna lì vede d Humanità, che fù il Figlio
che fi riè huomo in tempo, lo spirito santo appare in forma di colomba, e
il padre ancora ci vien dipinto in forma Maieftofa d’un vecchio sedente
nel trono reale. Per ingegno come fono le £» magini figurate, e fìnte di
tanti Dei, con li loro Pegni, et im> prelè, Giquc con li fulmini,
Saturno con la falce, MARTE con LA LANCIA, Venere col fuo Cupido, Amore arcicro,
Dia naia Fonte, Mercurio con l’Alce’! Caduceo, Apolline col Parrò,
e cofi de gli altri . Così anco le Imagini, delle virtù Morali, e
Theologali, delle fcicnze, et Art» hberali, delle Muie, della Morte, della
Vita, e filmili. Delle figurale per ingegno, e per volontà, dò unacoirmune
Regola, chcoccorren dori fintili cofc, le potiamo collocare con le loro
Imagini, nel muodo, cheli formatore 1 ha utile, depinte; e conforme
a quel che bà letto, le fonnacon la imaginatione talmente, quafi che rhaueffe
dinanzi à gli occhi Delle colè Artificiali fi dice il medefimo, eccetto fe
fodero eccedenti, che in ta^ calò bifogna ricorrer’ al limile ritratto ;
conte fi dirà poi in altro propofito,che farà delle cofe Eccedenti, nel
lèguen ie. Delle cofe Nariuali > et eccèdenti. Le cose
naturai, o son uomini, o no. Trattamo delle seconde, quali ò fon
proportionate al Luogo ; ò sono improportionate, ed eccedenti. Se nel
primo modo, quelle iftelfe colè fi poffono collocare. Se fuflcro
eccedenti, bisogna ò con la forza della mente invaginarle piccole c
propor nottate; ò attender alla foitanza della colà, lènza far
troppo penficro della grandezza; ò uero ( ilche meglio mi pare, e
più fccuro) collocar nel luogo la imagine di qualche figura artificiale
dipinta, o scolpita di quella cola Pcreflempio, mi bifogna collocar una
Città, un monte una gran torre, una naue, una Chicfa, un palaggio, una
lèlua, una uigna, una quer qticrcia'& altre cote fimi!!
naturali et artificiali. 11 collocar nel luogo cofe tali, è una
improportione grande ; peròbi» fógna ricorrer’ alle tre regole adegnate,
cioè ò {limandole piccole, ò non attendendo fé non alla fi>llanza,ò
feruendofi delli ritratti loro, Il che lèrue ancora, per le cote cclefticor
forali; et per qual fi uoglia alrra coti troppo eccedente, E te quello
non bafta,ò non piace; fi ricorra alle ^regole del le parole non
figurate. Nel collocar le persone ne 1 luoghi ; io miro à tre colè,
al proprio, aH'Imaginc,al limile. Chiamo proprio la j>erlona propria
tale dame mila, e conolciuta facialmente, E quello farà il primo
muodo di collocar Ieperlóne ; quan do ci metterò le proprie
perfone,perloro diede. Per eflem piouorrò dire il papa, il re,
1’mperadore; porrò nel luo go l'i(let(ì, Papa Rè, &. Imperadore da me
uilli ecopolèiutl 11 fecondo muodo è, quando la perfona io non l’ho
uill* facialmente; ma fi bene per ritratto, e pitturalo fcultura, c
quello muodo lèrue, per collocar li Santi, li Profeti, li Patr j archi, e
tutte quelle perfone, le quali ci fon note per piuu «,ò fcultura II terzo
muodo è dal limile, che mancandomi 1 Imagini delle perlonc uilte facialmente, ò
per ritratto 1 di pittura, ò fcultura ; io ricorro al fimilc( per
elfempio) udendo dir Papa Sifta, collocherq.un papa da me uifio,
che per habito papale, mi rapprelenta il prefèntc Papa, i Coft uolendo
metter quelli tre nomi, Pietro, Martino e Francesco; io metterò alii luoghi tre
perfone, che hanno fimile nome, e fon da me conol’ciute. Le quali fc bene non
fono. Ti delle perfone, delle quali fi raggiona; fono nondimeno fintili
di nome. Enel collocar delle perlóne bi fogna sforzar fi, per quanto p ù
fi potrà, collocar delle perfone più note, e conofciute; perche più
efficacemente mucuono.Nemi Icor. do delle perfone, quali dieesfimo douer
eflèr’ in alcuoàLuoghi ; non mobili, mà immobili ; che eflèndoui tali perloue
immobili, bifjgnarcbbe dar à loro il tutto, e trasformar ', ~ "
l«>per D fc, per p«rcp.«rcl fi nomi che noi uoghW * ben l «e
rnre che nel particolare di nomi nefea piu fac.Ie,& cfped»
«b,il metter Ie P propne,d dipinte, à fintili p(one,delchcinl rimetto
all’efpertenza, e quello baRi per hora. Delle Cofe non figurato.
Jsfi abattanza delle parole di anioni, e delle cofe fìgtl -Jratc*
refta trattar della difficd.siima parte delle Im agirla qulle confitte intorno
alle cose non figurate E prefupponco una diftintione.chc le cofe non figurate
lono in due modi.Le prime non figurate dallocchio, le feconde no
figurate da mun fenfo, Le prme fondi oggetti dell. quac. tro fenfi,
vd.to.gutto, odorato e tatto;come.l duro, A gol le, il caldo, .1 freddo,
l'amaro, il dolce, 1 odore, il fuono.Q^c fte colereali, e perccpute dagl,
alm leni», non pcio fon^ fte da gl. occhi, li chenepasfi Idea perla
Memoria at tttic.a le. Come dunque collocaremo no. .1 do ce, tamaro, 1
odore, il fuono, e limili > R.fpondo che b. fogna ricorrere alle
Caufe,airelfet. ice, alla materiale, et all, getticeli,ftesl. fenfi.
Primieramente b.fogna uederc,dachi natte, e procede, “ fa; c così fi
porrà l’efficiente F cr 1 effetto; cosi la can pana, per il fuono, li
cantanti per la uoce. fecondo mirateti oggetto, e la materia in cui f. troua
quella colmici f ggeto ponete, per la cofa Aggettata; e cosi porrete ^^co
per.l caldo, la neue per il freddo, .1 P ;,mo per 1 odore,.l fatto
per ilduro, l’acqua per il molle, il fauo per .1 dolce, I per
l'amaro, e così d. fimili, sforzandofi di Pender .l fogget to in cui
eccesfiuamcntc fi troui quella qual.tà fcnfibile.l er 20 mirate li getti
di fenfi patienti, e così il capo piegato coir Parecchie erfe, moftrail
fuono; le nari ritratte col pomo in, nanzi, moftrano 1 odore, &c. E
fe mi d.ra. come (. formerà Immagine del tuono Celefte, ò del Lampo ?
R.fpondo dh .1 Tuono lo formo, con poner un Arteghana dinanzi a
Gio-, ue, ilquale con la Saetta llda fdocd je così hauerete Lan
po; Fulgore, et fracalTo del Tuono. Quello fi* detto delle co
ft, che non hanno Irnagme daU’occhio; fe bene dall altri tta fu Dell’altré
co Teglie da neflun fenfola Memoria Artific/a le prende le Tue
Imagini,dirò eoa quella .maggior facilità, c Mcthodo> che làrà
posfibile. Quelle Imagini fi formano io In Significa- i.Ina
rei J tione. * » : "4i il Si- i a.In Vo primo quando auuiene
che la uqcc tutta intiera lignifica cola, disfunilem colà, limile in noce
• Per cflempio, incontrandomi in quella parola auuerbiule. Àncora,
metterò nel Luogo l i nagincd'un’Ancora di Nauc; poiché quello nomee quell
auueib.o han limile fcsétttt.* r i fa, Te ben son dissimili ih
SIGNIFICATO, e accento. Cosi ìncoii tran domi in quella parola “porrò”
(cf. Grice, ConTENT) : metterò nel Luogo in ma no d’yna persona vn
“porro” (cf. Grice, CONTent). E fe la parola tutta ioticra'non c Amile ad
un'altra parola, che SIGNIFICA cosa figurata; bisogna ricorrere al secondo
muodo della similitudine in voce, fecondo alcuna parte, e quello com'io
proposi si fa in varij muodi. DcU’Aggiongimento. Per ritrouar
rimagine in parola Amile in parte, conuicne alterarla con aggiungerli
qualche fillaba o lettera. Perciò fèmpio, uolcndo collocar quella parola
Per. ui aggiungo un'A. nel principio, e fi forma la parola Aper, laquale
figni fica colà Figurata, e cosi pongo nel luogo un Porco lèluaggio,e mi
raprefenta il Per. E quello aggiungimcnto fifa in tre muodi, nel principio,
nel mezzo, e nel fine . Liquali tre muodi, fon le tre Figure allignate da
Grammatici, e Poeti, la Protefi, laquale aggiunge nel principio .
L'Epentefi, Che aggiunge nel mezzo. LaParagoge, che aggiungenel fine.
Si che hauendo parola di cofa Infigurata, fi dilcorra perle lette
re, e per le fiUabc, aggiungendo nel principio, poinel mezzo, poi nel
fine: è riufeendo parola che fignifìchi colà figurata, quella fi collochi
nel Luogho . Della prima figura alTegno quattro elTempi,il primo elfempio
del per, 3t Aper, detto dì /opra. 11 fecondo elfempio del Che, alla quale
parola aggiun gendo un’o,farà la parola oche. Laonde mettendo in
mano d’uua perfona due oche, mi rapprelènterà il che. Il terzo e£
/èmpio di quella parola, Scire, ui metterò il Sarto col fuo cufure; perche
allo (ciré aggiungendo la fillaba cu, fà cucire. 11 quarto elTempio di quella
parola Amo, allaquale aggiungendo la lettera h, fà la parola hamo di pefeatore
. Della feconda figura, che aggiunge al mezzo, fia il primo ef
/èmpio, quella parola, pena, allaquale aggiungendo la lette ra n, fi fila
parola penna di fcr;uerc,ò altra. Il fecondo c£ fempio ila quella parola,
Alium, allaquale aggiungendo un 1, fi fa la parola Album, fiche dando una
penna, ò Aglio in K mano mano d’una perfòna, mi
rapprefenterà la parola pena,© ali u m. Interzo eflempio di quella
parola, forme, aggiungen do'oci linaio la Intera A, fila parola,
foramejficbe la perfò na inoltrante il forame dun muro, mi rapprcfenter4
quella pacala forme . Della.terza Figura,cheaggiimgenel fine, fia.
per eflempio quella parola, ò articolo, uolgarejAH», à cui aggiungo la lìHaba
um, e farà album. II fecondo eflèmp : o diquetta parola Vcl, allaquale giungi
un’o,e-farà Velo. Il terzo di quella parola, Vdut,aggiungafi un’o,c
fifaràla parola Veluto . Mà bi fogna hauerla Regola della coltoca*
none delle parole, cosi figurate coll’aggiongimento, et è, •che fi ponga
legno aila.cofa, perequale fi conofca, clic bifogna tome qualche colà dal
principio,© dal mezzo, ò dal fi ne. £ lidie per lane fi farà, con la
nudità: nelle bcftié, con li fccwtitdtura, ò troncatura di membra ; nelle
piante, con la fcorticatura, ò inedionc; ncU’attioni, col mancamento
nclliilrumenti,ò coliègno nelle perfonej nelle cofc tenute dalle
perfone,con uelami,ò fógni nella perfona tenente. E quelli fegnidi
faccino ordinatamente ; fiche per la prima figura, xhc aggiunge al
principio, fi facci il legno al capo, ò princi pio della colà, per la
feconda al mezzo, et per la terza al fine? Per eflempio alfApcr, li
tronco, ò fcorticoilcapo, che mi moflra douerfi torre la prima Intera, e
fillaba; alloche pari mente le ‘faccio moflrare lenza Telta;al cufcire
fnudo il brac ciò al Sarto. Alla penna la'nigrcggio nel mezzo, all’Aglio
lo fò tenere e coprire Con la mano nel mezzo; e così la penna, dirà
pena; c l’allium, alium. Al uclo, farò che uno lo tagli dal piede, e co ì
dal uelo, haurò uel. Marni dirai, ieoccorreficychc il nome hauefle quattro, ò
cinque fillabc: comefa rò à conofccr fc dal mezzo deuo lcuar la terzi, ò
la quarta Ti rifpondo, che quello fi può fare, con dillinguerla perfò na
in lette parti, capo, petto, Ucntre, uelo, colcie, gambe, piedi, et in.quelle parti ordinar le lillabe, la
prima al capo, la fècóda al petto, la j. al neutre, la 4. al uelo, la
j.alle cofcie,la d.Jallc ga ’ be,la 7 .àib picdi;(ìcbe perla prima
fiaséprealcapo,el’ultinia fillaba all* piedi. (è la parola è di tre
fillabe,la fècóda al petto, le c di quattro, la terza al uentre. le è di
cinque la quarta al uel 0,' c coti lcguendo>L douc fi fàl’aggiuntione,
là fi pon ^ il'lègno.E le quello fi FI nd T eBefliV, fi “diifidalà
bdH* •infette parti, in capo, pcttó con piedi d’innanzMj-feen tre,
groppa con piedi di dietro, Coda, Es’olferui! iftéflò òfrdinc,che della
perlona. E quello dico ddle Bcftie di debita et atta grandezza; perche nelle
Hdlie ò inette, ò ptecòlc;i legni li faranno nella perlona. 11 che fi oflèrui
nellipt ante, tir altre cole, che commodamente non pòflono ricelie
're tale dillintione. PerelTempio uogliodiré fante, e prendo •
un’elefante; lo trouo col capo tronro,c collo (corticato* 8c ho légno,
che leggendo lafcio le due prime fillabe, e profèrifeo fante; Se uorrò dire
l’amaro, darò in mano della pcrfona,un caIamiro,c farò comparire la
perlona,;con la tèda e barba ra(à,il che mi fegna,ché fi debbe tor la prima
fil laba. Volendo dir polue, pongo in mano della perlona un
poluerino,e li fnudo il uentre con tutto ilreftòin giu, e cò sì leggendo
; leggo le due prime fillabe, e trouando Tallire parti nude,m’arrcfto . E
(opra I tutto la facilità di qneftì fegni,nafce dall’atcentione della mente
deftgnatricc di eslr; là quale hauendo dcfignaro,coH >cato nella
Memoria, e ftabilftò il tutto con la repetitione,fenza intoppo riefee nella
con templatione,ò narratone, precifamcnte «eirAggiurigimcnto delle
lettere. Del Mancamento . C OrrilponJe il Mancamento al filo òppofto
aggiungimi? tò*fi che camina con l’iltclsc reg le ; perche
nòh’rìufcé da di ritrouar, parola figurata per raggiungi tódntóy
ricorre mo al mancamente), togliendo dal principio, ò dal mezzo, ò
dal fine. Indi le tre figuri dd'm'ahcànìcrtto,chramaté, Afe4‘ relì >
Sìneopa,& Apocope, la'prifrfa* che tòglie dal principiò,!! 1' feconda
dal mezzora terza del fine. Del primo hò da coi-, locar questa parola, malignojtolgo
uia la prima lìllaba,emì' reità hgno, et un legno colloco in fpalia ad
una perlona. CoìÌ di quella parola, doue; li tolgo la prima lettera,
creila oue. Coli di quella parola, dementa, li tolgo eie, e rella
mé ta; e da quella paioli contingi t,leuo uia il con, e rella tin K
a gir, git, petli quali ponendo rimagm!, il legno mi darà maligno,
la menta dementa) un cedo d’oue il doue, un tintore .che tinge il panno
mi dara il contingit.E (èmi domandi, co me li conoscerà che il legno uuol
dire maligno, la menta eIementaPci rifpondo che lo conofccrai in tre modiche ti
fèr ueranno per Regole, la prima per la prefìssone della tua mente,
che così ttabili, del che tu ti ricordi . fecondo per quel clic manca, tu
puoi collocar lettere, ò altre figure ; onde per dir maligno, ui colloco una
pcrlona chiamata Antonio, che mi rapprefental’A, per la Intera MJi dò nella
man delira un tridente, colquale percuote un legno che flà al la to
iìniftro. fé ben quello muodo partienc piu rollo alla diuilìcne,che al
mancamento.terzo per quel che manca, li può dar un fegno alh luoghi
afsegnati già di fopra, nella perfona,ò corpi di beftie; come al tintore dare
in fronte un tumore,© una gonfiagione. per le quali fi conofce, che bilògna
aggiungere. Della feconda figura y quando fi toglie dal mezzo, per
elfempio udendo dire caulà, ui metto una cala, per conolcie cdcie;&
il légno del mancamento fi può formare conforme alle tre regole, aflegnate di sopra
nel mancamento dal principio. Della terza Figura che toglie dal fine, volendo
collocar principiti, ui métterò principi, per fblemo Iole, pcrcanit due
cani. E peraflegnar li légni da conoféer il mancamento, el’aggiungimento,
che fi de’fare; fi ofTeruino le tre regole di sopra, uar>ando 1’ordine
j perche nella prima figura, pella terza regola, li SEGNI si danno nel
capo, nella seconda nel mezzo, e nella terza ideili piedi. Il tintore
hà'l tumore nella fronte; chi indirà la cafa l'hà nel petto, h cani nelli
piedi, per liquali légni al tingit dico contingit, a cafa caulà, a cani
canit ; alli principi li darò le podagre Belli piedi, per li quali
intendo, che ci bilògna aggiunger qualche colà . E quello badi dell
aggiungimelo, e mancamento . Et fiano ben notate le Regole aflegnate, per
intrichi, aflegnati d'alcuni in quelli proponti. Del Riuolgimento . S E
bene ogni tralponimento irebbe al proposto; nondimeno della fola Riuolutione,
hò fatta mcntione; Rimati do quella tra gli altri e flcr men difficile.
Io tre muodi fi può trafporre ma parola, ò riuolgendola dal fine al
principio» come Amor, Roma, fecondo cangiando fito delle fillabe,co
me core, reco. Tento variando fito delle lettere, come alto, lato . Siche
per il primo muodo,in luoco di Roma, porrò Amore.pcr il fecondo per reco,
porrò rn core.E cóforme al terzo.per alto, porrò lato. La regola
delriuolgimento è, che la colà fi ponga al riuerlò ; accio fi conofca che
al riuerfo li proferifee la parola, cosi per Roma ponendo Amore, porrò
Cupido col capo in giù, e con li piedi in sù.E quella Re gola del
riuoIg!tnento,non è trpppo familiare, nell'ufo dellArte. La variazione, è
quando la parola lèrbando rifleflo ordì ne delle parole, fe li caogia
qualche lettcrajcomeper que Ila parola, mente, cangiando 1 m. in u. dico
uentre, et per mentre colloco nel luogo un uentre. E quelle parole fi
tro uano,col difeorfo delle lettere dell’Alfabeto, rimouendo le
confonanti, et in uece di quelle ponendo dell’altre, ò nella r
ima,ò nella feconda.ò in altra fillaba, finche riefea paro- . che lignifichi
cofa atta da poter cller collocata. Per cficm pio dirò mentre, poi
rimofso l’m. comincio à decorrere per le lettere confonanti, bentre,
centre> dentre, fentre, genttc, ientre, »entre, uentre, pentre, rentre,
fentre, tentre, uentrc. Ecco che fri tutte quefte paro le, non ritrouo
altre, che centtc * CU£n trc, fiche ò ui pongo un uentre, ò molte Centre,
fe io intendo quello uocabolo di centre, per quelli chiodct ti piccoli
chiamiti, «iure, A centrcBc.o tacce.o uccietw. E re timone, >do la
prima Confonante non, mi fufte nuli., ta parola lignificante, haurci
rimolfo I n. e fatto 1 iftcflo dl tHHVu L’agnominazioné, e
Bifticcio,i!qnale è uno fchcrzo/di parole, per uariationc di Lettcrejè
regola molto al prò polito per formar l'imagini. Li bifticci fono per elk
mpio; ponnoj panno; benché, banca; palla, perla ; lagg'a» menica,
manico; ora, ara; pena, pane; loco, luto, e limili. Siche, per pena, porro
pane, per faggio icgg'a» P cr benché ba che, per parla, perla, per ponnò,
panno, o penna. Pcr liqua li Bifticci li notino tre cofc, primo come li formino,
fecon do 1 vfodi quelli, p la memoria, terzo il fogno, che 'e li dà
per nò cófoivkrf, nel ramétarli Quanto al pruno, vedete, li mici
Methodi di moltiplicar i Cócetti; doucio a degno il n-.uo o db fori ar li
B.fticci.E qùì balli fapere, che tale formaturne,!» fa fcccrédo.ple 5
.vocali;p cficpio m’incótro in qiicfta parp h>póno,difcorro per le
quattro uocah, panno, penna, pinna, puuuo;duedi quelli nomi fon' al
propofito, cioè peqna, p panno; poiché lignificano cole figurate, et atte
pcr cfler fol locate. Quanto al fecondo dico che in i qucft'A myion
fola mente fi riceuono bifticci regolati, ma anco di quelli che fon
goffi; anzi piu goffi, e feonfer ati fono, purché habbinòi la fomiglianza
della uoce) maggiormente muouono .come fece colui éhe per l’Ariosto pone
un pezzo d'Arrofto. Quanto al terzo dico, che nelle cofe collocate, ùi fi può
tot mar fegno;còme fi formang, nclli Age.pnglmènti «i df fa . prà,
ponendo il lègBÒ ; àl'lùógo-doiie e latta lùlictàtione, o nella primari
nella lecouda lillaba. La composizione congiunge le parole, che li
douerebbo t no diuidcre, e questo non folamente fi fà delle parole
intiere;mà delle litiabe. Per elTempio,quefte fon due parole, qui, es,
componendole faralfc la parola, quies, e coli per quelle due parole,
metterò vn che fi ripofa, E Erto rcifta.
E fi, U. ; ' r *1 ! F Fabro
F Fondcchiero G Gouernatore G Geometra H Hofle
H Hisloriografia I Imbiancatore P Poct*. 3 Q
Quo «aio. (£ R JL-’. ;1 R Ricamatore
S Spedale S Sartore T Trombettiere T Tcslitorc
V Vcfcouo V Vaiato X X rrj'.-Arf J
z Zeccatore z Zoccolaro. M A à quelle perfonc,bi fogna
darli vn fcgno:acciò non fi prenda il nome della pcrfona, in vece del
nome deilane, dell'officio, ò della dignità . Quanto al Terzo Alfabetto
fia per elfempio K Aquila A Agnello B Bue. y B Bufalo
C Cane C Cerno D Drago D Delfino
E Elefante. E F Falcone. ' 'r F Fagiano
G Gallo G Gatto H Harpia H 1 Iftrice
. I L Leone L Lupo M Montone M
Moietta N Nottola N Nibbio O Oca O Orlò. PpjCO p
Porco P Pallone.
CL, Quaglia. i R Rinocerote, Ródmclla
R Regolo s Simia S Satiro T Tigre T Toro.
ì V Volpe. ‘ i V Vacca X X .i y yj
z, rii • z iof/.-. ibi.uirt s Idbntniii r
z * ' . . J * u E Perche le medefime co fir, fi
potrebbono prendere anco ra per Imagi ni: però bi(ogna chc’l Formatore,dia
uh (e gno à quella colà, che fi determina per lettera, come il Leo
ne con vn monticai collo, fia per Lettera; lenza monile, fia per
Imagine. Quanto al Quarto Alfabeto . Q Vefto Alfabeto, non fi
prende dalle Lettere delle paro ^ le, come li tre precedenti ; mà dalla
forma, e figura della cofa, laquale é limile alla figurac carattere della
lettera; per lochc ridee più facile di tutti li altri, come che alla prima
occhiataci rapprefenta quella figura di lettera, quale fia mo vii di
veder con l’occhio legendo. Delquale Alfabeto no ftro latino, fi reggono
le figure nel Rombcrch, nel Dolce, e nei Rottdho, le ben da altri anco
lono ferirti. Et io nc fa rò qua vna feelta delti più noti . • t/l
Vn Archipendolo di Muratori . Vn comparto grande di legno, con li ferri
in terra, quale vlino i Legnaiuoli . B Vn Liuto col manico verfo il
Cielo, e conlecorde alla finiftra. Vn Acciaiuoleò focile da gittar fuoco.
C Vna Comma di Pottighom. Vn ferro di Cauallo.Vnà • Luna piccola,
quale fi mira di fette giorni. D Vna mezza Luna. Vna tetta di Toro,
con vn còrno in terra, c col mulo alta delira . Vna tetta di
fanciullo, col nafi> alla delira». Vn t$?zzo circolo, con l’arco
alla L a dcftia. i delira. . .
M £ Vn pettine caualliiio di denti larghi dritto.Vna
metta rota, col rotto a man delira. Vna lega dritta, con li tre
legni alia man delira. F Vua falce di mòrte, col ferro in sù . Vna
fcfmitatra f con la. punta in terra, e col pendente del manico à
man delira. G Vnacornamufa, ò ciramella e Piua di pallore
.Vna falce col piede in terra, e col taglio à man delira. H
Due colonne larghe, e con un trauerlo che li lega f e llringenel
mezzo, come li uede l’Imprclàdel Plus 'ultra. J Vna Colonna, Vna
torre, Vn campanile, tali quali li ueggono dipinti. Vna uerga. Vna,
candela. I Vna accetta grande, col ferro in terra, e manico in
sù, Vna Zappa nel medefimo muodo . Vn capo fuoco. ' Vn tre piedi
di caldaia . Vn tridente di Nettuno. Vn paro di forche, cól fuotrauerfo.
Vn paro di mol lette di fuoco. Vn paro diBilancic. 0 Vnallrolabio
circolare. Vn cerch o di tauerna . Vna Corona. Vna Girlanda. Vna
medaglia. 2» Vn Palio rale di Vefcoui. Vn uentagho.Vn manico
di forbice di Cimbatore. Vn pozonctto,ò padella col manico in
giù,& alquan to pendente ; ò un ramaiolo nel medefimo muodo.
R Vn paro di Tenaglie. . S Vna Tromba torta. T Vn Martello.
Vn Succhiello,© triuclla grande di Le gnaiuoli. V Vn rafolo mezzo
aperto in sù. Vn compaflo aperto in sù. X Vnacroce.
VnaSeggia. Z Vna Zappa col ferro in sù uolto à man
finiftra,&alqua to ripiegata. Le figure di quello
Alfabeto fi ueggono nel RolTclUo, c con miglior intaglio nel
Sopplitip, nel Romberch, et nel Dolce. Doler. Se bene alcuni
ih cambio di quelle figure,adoprst no l’iflesfi caratteri di Lettere,
invaginandoli grandi, come li capitoni ò maiufcole.E farebbe anco bene
formarli la pri ma uolta di cartone, e tali quali fi uiddero, collocaro,
c re* pctiro la prima uolta le invagini di quelli caratteri ; tali
rollino lempre nella memoria. Quelli quattro Alfabeti fatti familiari dal
formatore, le he fornirà nelle parole non figurate, auertendo prima
che è beneiluariar le lettere et Alfabeti, ordinandole con giudi
ciò, fi che habbino corrifpondenza infieme, e particolarme te ordinandole
con le perfòne . Per efiempio uorrò dire. Anima, prendo dal terzo
Alfabeto l’Agnello, dal fecondo il Notaro,dal quarto una uerga. E per
ordinarle infieme, pó go il Notaro,chc con una fune tirai’ Agnello,
nell’altra mano tien la uerga, c dinanzi à lui ci fia Antonio, che con un
tridente ribatte ilNotaro.Dall'AgnelIo hò l'A. dal Notaro IN. dalla verga IT.
d’Antonio, hòl’A.e dal tridente l’m.E Umilmente fi faccino l’altrc figure
da collocarli, per uia di Lettere. Auertail formatore, che il primo et
fecondo Alfabeto, fc li potrà formare anco di nomi Latini, fecondo
li ucrrà più commodo: purché fimoflri la lettera, per cui flabilifce la
perfona’. Il terzo Alfabeto Io può formare, ò dell’ Animali podi per
effempio da me, ò di altri qyali più aggradiranno ad efTo; purché fiano
noti,&atti fecondo l'ar te. E parimente il quarto Alfabeto, fclo
potrà formare ò delle figure polle da noi, ò di altrcjpurche uiuamentc
Iirap prefentano il defiderato Carattere. E fè occorrerà
fcriucre in greco, in hebreo, ò in altri idiomi,che uariafTero caratteri e
figure, il formatore fi formi le figure conforme all’Idioma.
:iij u 'ìojafti uy ovint**-f
. D lfsi che fi formano l’imagini dalli firodi, e dalli diflimi Iij
se hauédo detto à ballaza delli limili, retta che breuemente diciamo delli
diliìmih,e primo dcUVppofiti. Non ftarò à riferirui la molciplicita dell
oppofiuonc : poiché mi pare fuperfluo in quello luogo* non douendo noi
adoprare, (e non alcune cole in certe uolte, quando ci mancatici perfetta
notitia dello ppofiti. Et à mio giudicio,ci posfiano f ruire delli
relatiui,come porre il feruo per il patrone, quando quello mi fufè noe*
»e quello m c ignoto ; porre il Dtlcepolo peni Maftro, il Figho per il
Padre, quando quel li mi fuJlero noti,e quelli ignoti. Màbilogna darli
legno, per ilquale s’intenda, che non eslì per fc ftesfij mà per
rapprefen Urei altri, in quel luogo lon collocati . Del Volontario
. Q Velia Regola fu molto commendata dagli antichi Greci; fc ben
CICERONE (si veda) par che la rifiuti. Il modo uolon torio è far una
leelta di cento, ò ducento parole, che più lon frequentate nella
profeslione del formatore, c parole che nò hanno lignificato figurato, come
le coniuntiorii, le disiuntio ni, h fincatego remati, li articoli,
aduerbij, e fintili, e pcrciafeuna di quelle parole a (legnarli vna cofa
materiale, et occorrendo poi la parola, ripor fubito nel luogo quella cola
. Per elTempto, quelle parole. Et. Àn. Vel. In. Quia. Ad. Per A,
pongo vn melone; per An, vna Zucca; per Vel, un Cedro; per In, pongo un
Granato; per Quia, vna Noce; per Ad, vn Cocomero, c così de gli altri.
Quello modo vfato nelle poo. parole infigurate prendo ducento colè
materiali, che ftanno fempre per quel le parole, io diuento pouero
dlmagini; perche le perla pa rola vcl, tengo vn Cedro, e per vn’Et, vn
Melone; fo m’occorrcllc fcruirmi del Melo ne, e del Cedro per altra
Imagine, che per le dae parole Et, e Vel; io fon priuo di quelle
colè à poterle collocare. E (è pur le uorrò collocare, mi confonderò,
mentre il Cedro nou (blamente è imagine del Cedro; mà del Vcl Se ben per
torre quella confulìone, potresfimo fegnar la figura con vn fogno diftinguenre
la parola dall’Imaginè; noivdimciio io à quefto effetto mi forno delle
per iòne, perche (bruendomi fempre di cento, ò ducento perfo ne,
(blamente i quefto effetto, io non m'impoucrifto d’ima ' gim, non
mancand-uni d'altre perfonc da ftru’nni in altri btfogni.N.- miti genera
confufione, poiché quelle pfone nò mi (eruono ad altroché |>
tal’effetto.Dunq; li olferuino que Ile Regole, per riufeirehonoratamente
in quefto modo uoló tar o. Pruno, fi cófideri, in che arte, ò
jpfesfione,ò eifercitio,vi uorrcte fornire del modo uolontario,fo in
latino fo inuolga re,fo in Logica, fo in Grammatica, foin Filofofia,fo in
Theo logia, fom predicare die: e da quella profestione et eflercitio,(ì
prendano le parole più ufitate e manco figurate. Secondo, quelle parole lì formano
in un libretto ordinatami te; c dirimpetto àciafouna parola,!! fcriua la
perfona . Terzo, fiano collocate con frequentato elfcrcnio nella memoria, in
tanto che indire ò incontrarli leggendo, ò in udir imparando quella parola,
Tubilo ui fi raprefonn la perfona. Per cllempio nella Grammatica,
prendo quelle parole,dan dolile Tue Pcrfone
dirimpetto. Et Antonio. n; • ?;i o/licp
orto In Vincenzo. N. i» nifi vilkitnoq
Ad Tornado. N. un ti -di Sur»
Ab Piero. N. ì.litorali zìi: ni :-5 Quia
Paolo. N. ir. Jirioa t! 'lijj’.UI
Cuna Francelco. N.
•rmioil-i ìwi De Sempronio '
N. .snclvjq ^tab Ex Natalitio. N. -•conrjph
clqrvq Propter Lorenzo. -N. D Ol pioT.
ql?! Per Filippo. N., E così dell’altre parole,
facendo il'fimile in altra prorcslìo-* re et eflercitio. Ne fi Igomcntila
pcrlona al primo incontro, quafi il far quello lìa fatica grande: poiché è cola
mira bilisiimamcnte utile e gioueuole, et una fatiga fola di otto
giorni, in pratticar qucfte parole e pcrfone, dura in eterno^ e con
apportar mcrauigliofii facilità alla ipemoria,iog le la fatiga grande,
che fi ha informar l’imagini^ alle parole infigu rate; poiché in
fentirquclla parola, ò trouàdola, fubbito col loco la perlona, quale mi
rapprelenta uiuamente la parola. Quello modo lerueacoljro,che udendo
lettione, ò predica, ò altro, collocano con merauigliofa preftezza . Et
quelli che fanno profesfione di fcriucre ad uerbum, fotto lauiua
uoce di Lettori, Oratori,ò predicatori; li termino con 1 iflelTo modo tre cento,
ò cinque cento parole, ò più o meno delle più ufitate in queUcflercitio ;
et a quelle dianoli luoi fègni, ecarattcriuolontarii,liquali fatti
tamiliari allo fenttore,làrà men ueloce i' dicitore à recitare, che lo
fermare à fcriuere. E chi uolelfe far quella profesfione, olTerui l infra
Icritte Rcgole.Pri no fi fcriua in un libretto le parole piu ufitate in
quella facoltà, et eflercitio . Secondo, lormi li legni, ecaratteri dillinti
per cialcuna perlona.Tcrzo,licaratte rifiano breui,edi pochi tratti di
penne; accio nonuadi piu tempo a Icriucre il carattere, che la parola.
Alle parrole breui e piccole, si diano li caratteri più piccoli; alle parole
più grandi, si potranno dare li caratteri maggiori, man co grandi però,
che fi potrà. Laonde fc non faranno futficienti li caratteri d’vn Ibi tratto di
penna, bifognando leruirfi di Caratteri formati di più tratti di penna, quelli
lì dia no fio allupatole maggiori. Li caratteri
potranno clfere lettere di Alfabeti, latino, greco, ebraico; caratteri di
nutnèri, tratti Geometrici et altri legni volontarij ad arbitrio del formatore.
Sello, potrà formar caratteri dalle prime lettere delle parole; auertendo
pecche vn carattere nq fia fimile all’altro. Settimo, lipotran formar
caratteri, per abbreuiaturc, Icquali lon familiari alli Greci,& anco
all» La tini, Logici, c Filoli-fi. Ilriufcirin quello particola re
è cofa diffìcile, per la gran fatica che bifogna à farli fami Ilari li
caratteri; nondimeno, perche è vna profesfione particolare, allaqualc alcuni
totalmente lì dedic .no; pcròlcirer citio grande li farà facile il tutto.
E lederemo fi facci con pi gliar (critturc, Latine, e Volgari, et quelle
traferiuendo per Caratteri elfercitarfi ; intendendo che li caratteri
liano non di tutte le parole, mà delle più frequentate comedislì. Con
quello Methodo flimo fulìe notata tutta la oratione, che hebbe Catone in
Senato, contro i Congiurati di Catilina, e contra il voto di Cesare, come
racconta Plutarco . £ Tuo Vcfpafiano, comeriferifce SVETONIO »
raccoglieua velocisti*» mameute le altrui parole. Del ConnefTo. I L
terrò modo propollo delli disltmili» c il ConnefTo»ilqtu ic riduco à fei
capi. i, Ugello. 1 i. L’Etimologia . M j. Il legno. w; - l- ’ q..
L’inlegna, et imprelà. >•' ( J j.L’inllromento. e quelli
teruono per formar 1 Imagini delle Arti,, et Ariette» di qual li
soglia forte; onde per il Zappatore fi ponga la «appi, perii Notaro la
penna, per il Soldato la Spata, e l’Elmo, per lAr* tore l’aratro con li
buoi. Il folito di dire c vn contingente, che mira qualche perfona,
laqualc frequentemente dice o una parola, o una sentenza [cf. UTTERER’S
MEANING, UTTERANCE-MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING]; laonde incon
randomi poi in quella parola ò fentenza da collocarvi metto quella
perfooa, laquale c lolita dir quella parola ò fentenza . Indi per- il
Quamquam, pongo una perfona, che lèmpre comincia il fuo parlare, con il
Quamquam. Per quella sententia, Auaritia «Il Idoloru n feruuus; pongo vna
perfona, che in tutti li prò pofitil'hà in bocca, ccofì li intenda dell* altre
Umili parole, o fèntcnze.É quello balli delti Conncsfi,3c inficine di
tutto il Methodo di formar l’Imagini, ilqualc con ellrema fatica, c
molte vigilie, e flato da me inucntato,e prolequito; fe bea quanto al
fatto, in qualche parte fi ritroui dottrina diciò ap predo h Scrittori di
quell’Arte. Retta mò,chepasfiamoaUc Regole deU’Imagini. Regola per
rimaglili. pRopofi di trature delle Regole dcll’itnagini, per compii
JL mento dell’Arte della memoria Artificialejlc quali Rcgo le io le
ridurrò ad alcuni capi, quali confiderà» c ponderati, daranno compiu notitia di
quanto fi defidera fopr» Ciò, in Collocar le persone, fi habbi
auertenza di dar li quelle attioni, che conuengono alla fua
qualitàjpcrchc no Corni iene ad un muritore darli atto di predicare, ne
ad un predicatore darli atto di murare, quando fi poffono haue* re
le perfine appropriate; e parlo dcUi luoghi nudi, lènza perfone
immob.li. li. L’imaginehabbia qualche moto, e (è fufTc cola immo
bile, fi ponghi nel luogo perfona, che la rapprefenti . E per colà
immobile s’inreude colà, che non è animale. Le imagini non filano odo fé;
perche non moucreb bono con uiuezza; pcrò,clTendoui nel luogo un
Cauallo» fate che con la zampa zappi il terreno, ò tiri di calci ; il
lupo, che dcuori pecora; il pallore, che minacci l'Agntllo .Et eflcndo
imagini congiunte con altre cofc; con qucllliftelTe facciano li atti c
gedi. Se la cola è animata, mà c piccola, comeFormica Mofca,
zenzala,pulice; bilogna metterai pcrfona, cheli mo dri. Mà come li farà,
per uederlc? Dico che lì ucdrà primo perla prefissone delia mente.
Secondo perle cofeannefi» le àtali animali; come, fe fbpra un piatto di
mele la pcrlo na (tenderà un paramediche, lì cnnolceranno le Molche; et come le formiche, nel mucchio di Grano. Terzo
perii appropriati di alcune perfone; come fece il Raucnna, che hauendo uifto
uno die ftropicciaua un puhee, lo chiamaua e colloca ua per pulice. Così
fi potrebbe far degli altri. Mà fe uorrò dire Formica,e non Formiche;
come farò, (e tante e non una fi mette nel luogo? Rifpondo, che la
perlona nuda,moltrail (ingoiare; 1; cpme ucllita, il plurale, come
fi dirà poi al fuo luòco. Se molte Imagini fi collocano in uno delio
luogo, ò pure perla continuationc della parola didima in piuluo chi
c ben fatto per quanto più fi può, darle continuatone di attionefra loro.
Per efiempio, udendo collocar per lettere queda parola, Deus, pongo nel luogo
Dominico, i! quale con un pettine, pettina un uitello, tenuto da Siluia.
Da Dominico hò il D. dal peuine l’E dal vitello I V. da Silula l.S.
L’Imagini liano proportionate al luogo non ecce-denti; e c fodero eccedenti,
già disfi che modo s’hà da tene re. Il che s’hauede confiderato il
Monlco, non harebbe riprefo il Supphcio, il quale nell’Alfabeto d’artificiati,
pofè per 1. una torre, c per X. una naue; poiché le colè eccedenti, ò per
liinaginanone,ò per le figure, fi rendono proporticna:c,come disfi.
Vii. Le perlonc che fi collocano nclli luoghi habbino del grande, del
uiuo, dell efficace quanto più fi può ; perche più efficacemente
muouono. La Figura et imagine,non (la /olita à (tare in quel luogo
dòuè fi colloca; perche eflendoui /olita, non muoué efficacemente ;
attento che giungendo nel luogo, crederai che tal cofa non fia indagine;
mà parte ordinaria di quel lùo go, E per ouiarc à quello inconueniente,
olferua la regola di uariar quella cofa con l’imaginatione, dandoli
qualche ua riatione inlolita; per eflempio giungendo ad un luogo doue fia
una feggia,e uorrò in quello luogo porre per indagine una feggia, io metterò
quella feggia trauerfatain terra, per lo qual fegno efficacemente
conofcerò,che la feggia nò fi troua nel luogo, come cola ordinaria; ma
come Cola for mata per imagine. Nel collocar all'improuifo, bada
metter una ima" gine per luogo; ;icl collocar pofatamente le cofe
che fi ftu diano à bel agio, non è inconueniente, porre molte
imagini in un luogojpurche fiano didime, c commodamcnte fiucg
ghinoc rapprefentino. Vogliono comunemente li profclfori di qucft’Arte,
che le imagini fiano collocate in atti fporchi, laidi, c ridicelo fi ;
perche quanto più fi uederanno goffe e fporche, tanto maggiormente
meucranno . Il che potendofi Tare lènza fcrupolo di mouimento indegno nel
formatore; nuderebbe molto utile all’Arte . Per lo che non laudo la
dishoneftà delle imagini. Dottamente difeorre Cicerone intorno alla
viuezza delle imagini ; perche quelle cofe, che noi per efperiqhza
co nolciamo, che ci muouono à conofccrle attentamente fc à ucderle
anfiamentc, quelle lon’al propofito di moucr cffica cernente e uiuamcnte
la noftra Memoria, in ricordarli. Però le cofe nuoue,lc cofe merauigliofe,le
cofe rare, le cofe di letteuoli,le cofe brutte, fporche, e ridicolofe, le
cod horribih e fpaucntcuolijlc cod di gran uarictà, le cod eccesfiue in
bellezze, eccesfiue in brutezze, come una faccia tagliata, vn nafo
grande, vna gobba monftruolà. Così le cofe eccclfiuc in degniti, come vn Rè, vn
Impcradorc,vn lommo Pon tcfice; e limili; le colè eccesfiue mpouertà è mendicità,
come un pouerello ftracciato ccncioIofo,e fimili oggetti, (cmattislìim alla
viuezza deil’Imagiai. Et à fimili accidenti deuc hauer » li
uadi (èmprè ri . perendo; per elfcmpio polla la prima figura fi pasfi
alla feconda, e poi fi ripigli la prima recitando, c contcplando, c porta
la terza fi ripeta di nuouo c la feconda, e la primate portala quarta fi
repctano l’antecedenti, e porta la x.fi repe tano le antecedenti per
folto, la prima, la fèptitna. lanona.la Tetta la quarta, per le fpari per
le pari, al dritto al riuerfo,chc cofi tenacemente fi (colpirono le
Imagini nella Memoria. Sehoggi hauete collocato per imaginc una cofa
; auertite dimani, non collocarla per'Imagine d vii altra cofa
diuerfo. Come le hoggi per quefta parola Agnus, hauete porto vn Agnello,
dimani non porrete l’Agnello per l’inno cenza; perche vi potrebbe
apportar confuhonc, mentre ui rapprefenta due parole; le pur non fufte
dimenticati della prima fignificationc,ò pure forte variata 1 Imaginc con
legni, ò bene rtabilità con li dirtintiui della mente, c con la
prefisfione della ripetitione. Quando fi ha da collocar à memoria vna
oratione, ò periodo,parolatamentc; prima fi legghi due e tre volte
pia namente,e diftintamente,come vuole Cicerone, ilchc appor (a non
poca vtilità. Collocando le parole, fi dia proportione al Genere col fèllo;
perche fe uoglio dir ricchezza, eh e di Genere feminino, meglio è
collocarci vna donna ricca, chevnhuomo ricco. Se vorrete collocar periodi
intieri ò parole, et occorrendo di ritrouar otto, ò dieci, o piu, ò meno
parole, quali noi fiprece molto ben recitare, fcnz’akra collocatiohe; non
occorre far fatica d’Imagini interno alle parole che voi fopetej mi balla
collocarne una principale, quale ricordata u apporta cohfequcntcmente tutte
l’altre. Et quello intendo, nelle coltocationi delle panie, lcquali recitate,
noa curamo chccì reftino à memoriamo ne delle Orationi, Prc diche,
Comedie, ecc. Le Figure, e Imagini habbino proportionata altezza, fiche
l’occhio. 'non habbi fatica d alzarli troppo, pc® vederle; nè all'incontro
abballarli ioucrchiamcnte per contem- fuuer l'occhio il formator di
quefl’Artè Nel collocar le Figure, et Imagini lem piarle. Indi
fiate cauti nelTordirfàtione, che fa il Roi»: berch dellìmagroi l ena
fopra l’altra, peiche hauendo noi luoghi commodi da far progreffo per
la.go, non occorre aggrauarla memoria, laquale memorando procede con
lo ftabdimento del fenfo. Formando rimagini, non fiate prefittoli m
rubilo collocarle, quando agiatamente potete formarle e collocarle* pche
occorrendoui poi vna Imagine piu atta,& elquifita della prima ui irebbe
difficile in collocar la feconda, ha uendo collocatala prima; ò vi
farebbe graue tralasciar la fe concia, elTcndo miglior dcllaprima. Dunque
peniate, e ripense prima, fe altra miglior u occorre, e poi collocate le
Imagini formate. Sopra il tutto fate, chele Itnagmi fiano di cote
ja *oi note, è notisfime;e però ui douete attenere dalle imagini finte,
potendo hauer le reali » e dalle ignote hauendo le note, e dalle men note
haueodo le piu mahifcftc. Si come nuoce la fotniglianza tra li luoghi, nella
for mattone di luoghi; cosi la fomigltanza tra le figure, nelp
formationc delle imagini. Però ui sforzerete di farle, quando più fi potrà
diuerfe e di filmili; accio non u’ingannatc ntf la fomigltanza di elle;
perloche hauendo à dire tre Franccfchi, dtllingueteli perle Cicatrici, ò per
gli atti,e gelti, un gobbo, un monoculo, un fenzanafo,e cò altri limili
accidcn ti Eccesfiui. # . . VT . Siate cauti nelti sinonimi ed
equivoci. Nell’equivoci, accio ponendo il cane, per IL CAN CELESTE. Non
diciate cane, che rode l’olio. E nelli sinonomi, come pietra faflo^
accio una ftcflfa cosa hauendo piu nomi
non li dichi 1 un nome per l’altro, il che fi può diitingucre, per
l’attentione della mente, nel collocarle e ripeterle, piuiiolte; o pure
co qualche altro diftintiuo, pollo neUa cofa, o di lettera o d’- »le
picolc,e quello per non ingombrar tanto il luogo, e per (farlo più capace
Onde ne fiegue, che minor numero di luoghi farari neceflarn ; c li così
picm. per la diversità, rie* /cono più efficaci. Per cflempio per quella
parola ffauentc, pongo nel luogo un’uomo chiamato Nicola, il quale nella
man delira tiene Un piatto di faue, che lo porge ad un fuo Figliolino che
li Uà alla delira, e nella man finiflra tenga un Martelli, cól quale
minacci e fcacci una fanciulla chiamata Emilia . E così legerete dal
piatto Fauc. Dalla persona. Nicola, N. Dal Martello, T. Da Emilia, E. e da
tutti l'intiera parola faucnte. Laonde larà benfatto, tra gl’alfabeti di
perlòne, hauerdue Alfabeti, vno di Fanciulli, l'altro di Fanciulle, oltre
li due di Huomini, e di Donne. Nel collocare, prendendo le parole ò
concetti dalla carta,e riponendo nelli Luoghi, non fi facci memoria nel
la carta e parti fue; Mà (blamente nelli luoghi; perche làrebbe doppia fatica
in ricordarti è delti luoghi, e della carta. Oltra che apporta gran
confusione, perche la mente uedea do, e. nella carta, e nclli luoghi
uacilla, e fi confonde ; mentre a due parti fuggelo (guardo,e quella Regola li
noti molto bene. Nel collocarc,e ripetere l’Imagini, fi auertifca,
di non far’altri geflr, chc quelli che fi ricercano opportunaméte
fecondo l'Arte della pronuntia nel Recitatore. E-fi guardi il Formatore
dinonappKarfi, ò collocado, ò ripetendo ; à qualche geflo intcnlàmcntc
fuor dell’Arte, come il contar con ledita^ener il capo faldo et erto, mirar in
sù,piegar fi in giù; ma indifferentemente redi libero d’ogni intenfa
applìcatione di fi nifi atti; perche alrrirrt^nte facendo, il Recitatore
recitando farà poi l’iftcsfi gclli inconuenicnti,c periglio li j
inconucnicntijperche concro l’Arte; pcriglioli, perche le in qualche
accidente muta gesto li fuiarcbbela Memoria, e fuariarebbe la mente. Per
mancamento di quella Regola, hò uillo alcuni Recitanti, Ila re come che hau
elferoin giyctita una fpada, inflasfibili Hi erti; c con gli occhi fitti
al ìjjuro, che Ila lor dirimpfctto, quali che fuiferò fiatar. la
/quii Uò.fanon (blamente difdicc aitili; ma fciiopre l’Arte, ilche
èflifettuo(b,làpCndo elfer principal dell'Arte, il làp'ec celar l'Arte,
intanto che quel che l 'Intorno fi per Arte,coiU ’ libqrfa dd’li gclli,
e' domiiniò de gli atti, moliti che lo facci per f.TI
I W M M per felicità di natura. £ quello piace affai,
e giuramento de piacere, e dilettare ; poiché nell’Arte fi fcuopre
l’ingegno notro, e nelli doni della natura la bontà influente del 1
Auttor della natura. E conuieneohe piu. ci aggradi l'opra di Dio, chela
notraje che la prima laude, honorc, e gloria fia di Dio, non della creatura,
laquals fc per Arte, ò per ingegno fa, ò sà, ò può cofa, il tutto
ultimamente de riferire à fua Diurna Maeftà. R icerca queft’Arte
della Memoria per fila compita perfettione,chc hauendoui trattato delle
fueprencipi par ti, Luogo, et Imaginc; tratti alcune cole particolari,
vtili, e neceflarie da làperlì. E tralalciando l'altreal giudicio,
ingc gno,e fatica del Formatore; tratterò preedàmente, delmodo di
collocar li Libri, li Numeri, li Generi, li Tempi, li Cali, li Punti, li
Argomentale Quotationi. Dirò poi delle Dittature, della Libraria,e dell
vfo della Memoria, e fògillaro alla fine il tutto, con l’Arte dcll'Oblmione
Della Collocatione di Libri. Occorrendo collocar Libri di qual li voglia
profesfione, è di necesfijp haucr l’Imagini formate di cialcun di loro.
Laonde cftrtcuno fi potrà formar l'Imagini dclli Tuoi Libri, intorno a quali
vcrlà;comelo Scrtttorale formi immagini dclli Libri della Sacra Bibia, Il
Thcologo delti Scolatici, IL FILOSOFO DELLA FILOSOFIA, il Medico della
Medicina, Il Canonifta di Canoni, Il Giunta delle Leggi, il Logico della
Logica, ecoii faccino tutti gli altri. E nel formar l’Imagini olferui quete
Regole . Primo fi fcriua in vn foglio tutti li Libri, intorno a quali
uerla il Formatore . Secondo formi, l’Imagine da vn fatto principale di quel
Libro, ò dal titolo, ò dall’agente, ò dalla prima parola del Libro, ò di
qual’ altro capo fi yoglia;purche Ila reprefentatiuo del nome del
N Libro* Libro.Terzo queft’Imagìnc ò la ponga (opra vn
Libro, ò la ponga nel luogo col Libro» ò vi metta la perfona che
rap prefènci il nome del Libro . Quarto nel collocar li Libri » può
il formatore. Icruirli dcirAuttore di quel Libro, come fe in citar Paolo,
vi metterò S. Paolo col Libro in mano, e per faper qual libro Ha, vi
metterò la fua Imagine,come le fard illibrodi Corinti, ui metterò vnCore
. Coli le uorrò collocar l’auttorità dell'Euangelio, vi porrò
l’Euangcltrta, col libro, e fua figura, Giouanni con l’Aquila, Mattheo
con FHuomo alato, Marco col Leone, Luca col Vitello . E le
vu’Auttorc hi comporto più labri, vi pongo i fegni per di ftingncrli, per
dTempio, Giouanni hàfcritto l’Euangclo, l’Epiftola» l'ApocahlIc; per l'Euangclo
lo pongo ledente, predicante, per l’Epiftola lo pongo Icriuente, pcrl'ApocalilTe
lo pongo con gli occhi merauigliofi alzati al Cielo, come in atto d; ueder
colèi aulita te e noue. San Luca che ha. fcritto rEuangcto, egli atti
Apoftolici ; per l’Euangelo lo pongo con Chrilio, per gli Atti lo pongo
con gli Aportoli. Mole che hà comporto, e le ritto il Pentateuco, Geneti,
Efo* do, Leuitìco, Numeri, Deutoronomio ;nel primo lo pongo con Adamo, Se
Eua, nel fecondo con Faraone, nel terza col Sacerdote, nel quarto con
gl’Elìcrciti, nel quinto con le Tauole della Legge. E pattando à gli
altri Libri, li Libri di Reggi li formarctecon li Reggi, il primo con
Saul, et Da uid Fanciullo, iUècondo con altri; ò pure balia hauer
libro c Rè, e poi li numeri porli per caratteri nu.i erali, come fi
dirà poi. Coli il L bro di Giofuc con Gi^lue, di Giud ci con Sanlbnc, di
Ruth con Ruthapprcflb i mietatori, Efter col Rè Alfuero, Giudit con
Oloferne, li Profeti con loro medelimi, Efiua con la Slega, Geremia ch’è
porto nel Lago, Daniele fra Leoni, Ezechiele fra Rote,8c animali alati,
Giona nella bocca della Balena, e h libri di Machabei con Giuda Machabco, di
Solomone con elfo in fedia Regale giudi cante,& il. limile degli
almLibri fi facci in qual li uogUafcic za e profesiìone . Per
numeri, altri adoprano caratteri formati da varij inftromenti. Altri adoprano
perfone, dando loro li nume ri. Altri. adoprano cofe Materiali,allequali
volontariamente attribuirono li numeri, come che il Melone lia vno,il Ce
druolo due, la Zucca tre, il Cedro quattro. Quello modo l’hà.per mirabile
il Monleo,il fecondo lo fieguc il Rauennaj il primo mi pare piu atto di
tutti. Oppone il Monleo al primo modo dicendo, che li caratteri non fi muouono.
Alche Rilpondo,chc tali caratteri fi pongono in pcrlona morente,
come fi dirà poi: per loche Reità che fiano attisfimi tali ca ratteri. Il
modo delle perfone c bello; ma è alquanto diffici Ic,& intrigato. Il
terzo mi pare che apporta poucrtà c con-fufione al formatore; poiché fc li
tolgono le cole materiali delle quali potrebbe liberamente fcruirli, per imagini.
Ne è il fimilcdelli caratteri noflfri ; poiché noi ci feruimo loiamente
di noue cole, dou’egli nc prende cento. Il modo e fecondo, c terzo lòn
belli, e chi li vuol leguire ved i li lopradetti Auttori; à me balla darui le
Regole, per lèruiruidcl primo modo. Si prendono dunque noue colè
materiali, c quelle lèruino per l’vnità, e per gli otto'primi
numeri, per cllcmpio I. Vn Spiedo, ò vn Pugnale a. Vn paro di
Forbici. 3. VnTriangolo. ' • 4. Vn Quadrangolo,
j. Vn Serpe ritorto. 6, Vna Lumaca, ò chiocciola grande marina col
capo fuor del gufeio. Vna Squadra di Muratori. Vna Zucca a fialco, che ha
due ventri lWn lopra l’altro. 9. Vn’Alciadi Legnaiuolo. Quelle
Figure noue, ò altre noue che parranno al formatore, lèruono per tutti numeri
occorrenti’, olTeruando l’infrafcrittc Regole. Primo per fuggirla confu
(ione di que N a fte ite Soue co fé, perche potrebbonò eflcr prefe
tal uolta per Imagine; Ciano diftintc ; per elTempio Io Spiedo che fta
per cola fu con carne, quando (là per numero dia con vcello; il
pugnale quando c cola lia nudo, quando numero lia fodra to; li forbici
percola fiano con panno, per numero lènza; il triangolo per colà lia di
legno, per numero lia di ferro ; cofi il quatrangolo ; il lerpe per numero
lia nero, per colà fia pinto; la chiocciola per colà habbi il capo
ritirato, per numero lo Sporga in fuora;la Squadrali vari jjcon legno e
fer re; la Zucca fi vari; in figura, ^perche non mandano delle
Zucche, e tonde, e larghe da poter feruire per colà;l'A(cia fi vari} con
manico ligneo, e ferreo, e cofi fi friggerà la confusione. Secondo perche li
numeri altri (on d’vnità, altri di decine, altri di ccntenaia, altri di
migliaia; l'ifteftè figure icr uiranno per tutti li numeri, con
quell’ordine, che quando la figura, è nella man finiftra, dice vnità;
quando nella Spalla finiftra, dice decine; quando nella fpalla delira,
dice ccntenaia; quando nella man delira f dice migliaia- Per elf^mpio
vorrò dire “1345,” “1.345” pongo alla delira mano della pcrlonalo Spiedo,
che infilzi il triangolo che Uà alla Ipalla delira, e paf Ando per fiotto
il mento infilza il quadrato, che Uà alla Ipal la finiltra, e co la punta
trapallà il Serpe che Ila alla man finiflra. Terzo quelle figure filano polle
con la perlòna, laquale S uanto più farà posfib ile, habbi e facci
qualche attione,còle ette figure, come ho mollrato có lo Spiedo, triàgolo
quadra to, e lèrpe. Quarto le li numeri limili fi moltiplicano,
Ciano anco moltiplicate le figui e limili, come fie uorrò dire
“1551” porrò due pugnali; uno alla man delira, e l'altro alla. man
finiftra, e due Sèrpi uno alla fpalla delira, e l'altro alla Spalla
finiftra della perlòna, la quale con pugnali impugnati, e co braccia
curue ferole Sèrpi. Bisognando moltiplicar le migliaia per decine, e
centenaia; bisogna per le decine por le figure alla Centura delira, per
li centinaia allo Ginocchio deliro. Onde udendo dire “182659”, “182.679”:
“cento ottanta due mila sei cento cinquanta nove”; porrò nella cintura delira
d’un Eremita la fialchetta, et al Ginocchio un Fanciullino, che con
uq pugnale ò Spiedo, fora la fialca ; e nella man delira della perfiona
un paro di forbici colliquali tronca le corna alla
alla lumaca, quale ftl alla /paHa delira'; é con l'A/cia dell» man Anidra
percote il Serpe, che ila alla /palla fmiftra . £ Infognando moltiplicar
per migliaia, fi ponghino le figu. te alla piedi; onde «olendo
dire,518265 aggiungo fra li piedi dell’Eremita, che portailfiafco,
unferpe,chcuà amor der’il fanciullo il quale fora con lo Ipiedo il fufco
. E bisognando aggiungere altri numeri (i ponghino ordinatamente nel poggio, c
fcabello della per/ona del luogo ; ò uero fi ponghino nel luogo
antecedente, nell’altra pcrlòna. Eque ilo badi quanto ahi Numeri
aritmetica!!, che quanto alti numeri grammaticali /ingoiare e plurale^ dira nel
capo dell» Cafi. J J f d ili
| .r ' M Dclli Generi k s poiché li generi fi nominano con li nomi
di/esfi, perii genere ma Tedino farete che la perfòna fia mafchiaje
per il genere feminino fia donna. E per didinguer IL MASCOLINO e feminino
dal neutro, quando occorreflc, per quelli generi MASCOLINO e feminino,
Alcuni fanno che le persone habbino fuelati li uafi GENITALI; e perii neutro
l'habbino uelatij/c ben io li didinguerei col variar vela e, dando per
l'unoe l’altro fedo le mutande ò codiali, e perii neutro il velo
aggroppato. Delli Tempi, habbiamo da fàpere il modo di collocare
l'Annijli Mefi, liGiorni, rHore, il prelente, spallato, il futuro. Per l’anni
si collochi un fcrpente, che fi morda la co da, al modo che faceano gli
Egitti; significando che l'Anno fi rincuruae ripiega in le defiò, mentre
fi congiunge il fine, al principio. Li Meli fi podono figurare in
tre modi . Primo per li fogni ò caratteri delti dodici legni del Zodiaco,
ponendole figure idede, un Montone per Marzo, Toro per aprile, gemi
su tu per Maggio, ò li Caratteri ufati la man delira il Geniti
no, la fimltra il Dattilo,]! petto l’Acculàtiuo, il piede e gara ba
delira il Vocatiuo,il fimftro l’Ablatiuo.Si che, fc la parola è in calo
nominatiuo, fi ponga in telta; le ablatiuo fi ponghi al piede fimftro.E
per faper anco li numeri s’oflerui,chc la parte nuda rnoftra il numero
(ingoiare; la parte ucllita mollra II numero plurate. Per esempio uorrò
dire, Ego fum panis. Porrò un cello di pane in capo alla per fona, e che
il capo lìa (nudato ; il capo mi mollra il noinimtiuo, c la nudità mollra il
numero (ingoiare. E le l'ima gineè perlòna,li puòconolcereil cafo,ò per
la parte, ò per il Pegno, per la parte > Te Francclco hauendo tutto il
redo uellito, (blamente mi mollra la manfiniftra nuda, intendo il dativo.
per il legno, fètutta la perfona è nuda, che midi il (ingoiarmi rnoftra
la man finiftra ferita, al qual legno intendo il caso dativo. Conuiene
che le parole habbino i Ior PUNTI, per non ap portar contusone al legente
[JOYCE], come li punti finali, pcr fine del periodo, li mezzi ponti per
prender fiato; così conviencchc anco in quella collocatione della scrittura
della Memoria ui fiano le diftanze debite, non (blamente tra leu
tenza e Temenza, n.à anco tra parola c parola: accio le lettere duna,non
paslìno alla compofitione dell’altra parola E quello oltra che fila, da
una certa diftanzache fi de da realleimagini, nfulta ancora dalla
repetitione del Formatore, il quale collocando prefigge con la mente, douefi
comincia, e doue fi fini Ice. E fecondo, quello lì può Tare con alcuni
geftì, per ellempio, nel PUNTO FINALE [il clistico di R. M. Hare – H. P.
Grice], fare che la perlo na ultima del periodo dia di fianco, con la
faccia rivolta al rocchio del legente. Enel mezzo punto fare, che feafid
con le spalle al luogo, riuolti fidamente la faccia alla delira,
yerfol’occbio dellegentp. Nella diftintione delle parole fi può fare, che la
perlona donde cominciala parola, facci qualche gcflo, contro la perfona
dell’ antecedente parola, e quella perfona fi ririti in un certo modo,
dandoli quella ò con un pugno, ò con vn calcio, ò con altro fecondo
che occorrerà, per l'opportunità dell’magine, e dell’annesti* -!iJ L’argomenti,
che si fanno universalmcnte, si riducono alli sillogismi, e alle consequenze
d’entimeme, delli quali balla qui dire della formatione dell’imagini, e
del modo di collocarli. Quanto alla formatione si tenghi il methodo
universale, o formando immagini per li concetti, ò per le parole, e fi sforzi
il formatore formar 1 In aginc del mezzo termine. Quanto al modo di collocar
l’argomenti, o son syllogismi, o entimeme. Li Sillogismi, che hanno tre
propositioni, la maggiore si colloca alta man delira, la minore alla man siniftra,
la conclulìone al capo. Se bisogna provar la maggiore, le prove fiano collocate
al lato deliro ordinatamele. Seia minore, fiano collocate le prove nel
lato fini(lro,e feoc corre fare un prosìllogismo dalla conclufionc, che
enei ca-, pórli tiri la minore nel petto, la conclufione nel ventre.
Se l’argomento ha in confequcza; l’antecedentc llia nella ma de
fera, il cófequcte nella finiftra. E se bisogna provar consequenza, si
collochino le prove alla faccia, petto, e ventre. E felatcce détcs’ ha da
^puare, si collochino le prove al lato suo deliro, e quelche bilògnafle
per ile conseguente, si collochi nel lato fini(lro, haucndo memoria delti
luoghi, ch'io formai ordinatimente nell! lati della pedona fiumana, e quello
Modo balla per fiatelligenti, à quale fofficicnte in tal propofito
collocar Immediatamente, mà ehi uoleflfe collocar ogni colà mediatamente per
imaginipotrà (cruiriì dclli luoghi {labili ordinatamente. Per
citationi intendo quel riferire che si fà delli Libri, delli Numeri de
Libri, ò di capitoli, ò di titoli, e di limili. Lequali si uariano,
secondo la uarietà delle profeslìoni; onde il Theologo cota dift. par.
ar. memb. Il Filosofo tex. com. Il Lcgillaìeg. glof. tit. $. confil. Il
Canonista quell, can.&c. c tutte le Cotationi, io le riduco a tre
capi, Libro, Nome di Libro, et Aggiunto, dclli quali dirò
didimamente. Della Cotationc di Libri, c Nomi di libri, mi riferifeo
à quel ch'io disfi, nella Lctt. 1 5. della collocatone di Libri;
aggiungendo, che li Nomi di libri, ò titoli di libri, si pollono ideare con
l’iflcsfi libri; quali noi vlàmo gornalmcnte,c di quali damo polfcfibri.
Laonde fc uorrò citare Ai ili. nella Metafilica, io pongo nel luogo, in mano
d'Arifiotcle il mio libro della Mctafifica . E le vorrò citare il Macllro
delle fentenze, vi pongo l'iflcflo mio libro delle fentenze del Mae
ftro. E cosi fi può far de gli altri libri, in qual fi voglia prò
fesfionc. E di più, fe li nomi di libri d’vna profesfionc tufi, {èro
pochi, come tre ò quattro, fi potrebbono diftingucre con li colori, vn
nero, vn bianco, vn rollò, vn giallo, &c. co me San Giouanni che ha
fcrittotre libri, Evangelo, Apocalisse, et Epillola, diftinguerò quelli tre
libri con tre colori rofTo,ncro,uerde, per l'Euangelo colloco il libro
rollo, in mano di San Giouanni, per l’ApocalilTe il nero, per FIEpiflolu
il verde. Con fimil muodo facci il Filosofo, il Legilla, c qual fi uoglia
profefiorc. Dclli Aggiunti della Cotationo. S ’Aggiunge al Libro, c
Nome del libro, il capitolo, il nu* meiOjò limili. Quello aggiunto alle
volte precede il nome del libro, alle volte fosfieguè ; precede quando
l’Autto rehà comporti molti libri in vn medefimo (oggetto, come fe
diccfte, Agoft. lib. 1 2. de ciuitate Dei, all'Auttore dò il Libro,
fieguc il numero, quale precede il nome dell’opera e libro. Alle volte
lòsliegue,& è di due (òrti, immediato, mediato. L'aggiunto immediato c la
particolar cotatione di ca pitoli, di dift. di terti,e limili, come s’io
dicelle, Aug. de Ciuitate Dei quella parola cap. è aggiunto im mediato,
fi come il numero 4. c l’aggiunto mediato. Eque rto aggiunto mediato,
alle uolte fi fa per numero; come nel J'addutto elfempio . Alle uolte fi
fà per parola, come vfa il Legifta,c Canonifta, che adduce la prima
parola della legge, Pan. in c.tua nos. e con l'ifteftb progrefi'o, ò di
numeri, ò di parole, fi fanno molce Cotationi mediate, fecondo
ladiuer fità delle profesfioni . Per le cotationi di numeri s’auer
a, primo, difarle ordinate, il numero del libro fi ponga alia parte
del libro, et il numero del capitolo ail’altra parte ; accio il formatore non
fi confonda, per elfempio dicendo Au- { ;uft. Iibr.a.de Ciuitate Dei
cap.7. nella man delira li dò il ibro, e con fiftelTamano li fò moftrare
due dita fpiegate, che mi moftrano li due, e nell’altra mano li dò lo
sguadro » colquale tocca U capo; e coli hò dal capo il capitolo, e dallo
sguadro il 7. Si noti fecondo, che quelli numeri fi poP fono formare, con
l’irtelfe dita della perlina ; e quando il numero trapalfa il cinque, fi
pongano l’imagini di nume ri alle parti del corpo della pcrlona, conforme
alle Regoli date di numeri. La Cotatione della parola, del capitolo, del
titolo, ò della legge, tkc. fi formi con le Regole deljlmagini
delle parole figurate, ò non figurate. Laonde per la parola de vfu
ns, quel formatore poneua vn Hebreovfuraro. De gli aggiunti di
capitoli,.di tedi, com. gioii leg. $. e limili, fi pollino formare in tre
modi; primo, per Imagini, conforme al Methodo allignato della formatione
dell’Imagini. Secondo, dipingendo, ò (colpendo nel libro, in lettere maiufcole
quelle Cotationi; o ponendoli caratteri del quarto Alfabeto nella perlina
. Terzo, per via Notariaca dal nome, che principia con la prima
lettera della della Cotationè, fcruendol! ùell’irteffa perfoha j Laonde!
>er cap. coiti, can. conf. tocchi il cappello, o’I capo, o’I col o, ol
cigl o ; per tit. tex. tocchi la tempia j Per dirti Dub, tocchi li denti;
per legg. Iett. tocchi la lingua, ò le labbia ; per Glof. la guancia; per
num. tocchi il nafo. In fimil modo fi formino laltre, con li nomi ò volgari, ò
Latini della perfona humana . Mi lì guardi ilfoamatore di non feruirli
d’vn’iftelfa parte humana, per due Cotationi, quando nell'ufo l’occorra
l’una, c l'altra Cotatione;perche l’apportarebbe confu (ione, fe pure non la
dirtingueilecon qualche legno, come fe il labbro corallino dica Legge, il lmido
c nero dica Lettione ; il capo biondo dica cap. il nero com. il bianco
confi e coli de gli altri. Delle Dittature. Per dittature intendo
lo rtupcndo dittare d'alcuni profeffori di queft’Arte, hquali in vn medefìmo
tempo han dittato à cinque, ò dieci e più acrittori, con dire dieci
parole di dieci (oggetti ordinatamente, e poi fèguitare le tralafciate di mano
in mano, fenza errar un iota dal propofito foggetto di ciafcuno. Il far quello
perdono sopra naturale (GRICE: NATURA) c sopra nostro humano, non cade sotto le
regole dell'arte (GRICE: ARTE). Mà il farlo per arte, in quanto poslìamo
noiafeendere, mi pare (i facci in qucfto modo cioè . Che il dittatore formati h
(oggetti diuerfi, ò di Lettioni,òdi Prediche, ò di lettere milione, ò di qual
(ì voglia altro (oggetto, e difpofte le parole in tanti fogli, quanti fon li
soggetti ; prenda ordinatamente le parole alternatiuamcnte da ciafcun
fogl o, He le alberghi nelli luoghi. Per essempio, la prima parola del
primo foglio nel primo luogo, la prima del secondo foglio nel secondo luogo, la
prima del terzo foglio nel terzo luogo, e coli di mano in mano
finche faran collocate tutte le prime parole delli dieci fogli. Poi si
ricominci, e la seconda parola del primo foglio, sìa collocata nell’undecimo
luogo, la seconda del secondo foglio nel duodecimo luogo, e eoli sequendo.
E finite le seconde, siano con l'illesso ordine collocate le terze, poi le
quarte, poi le quinte, finche fitran finite tutte le parole. E udendo
dittare facci distributione delli soggetti alli scrittori, secondo l’ordine
delli fogli scritti, già collocati. E facendo scriuere una parola per uno
ordinatamente, alla fine ciascuno scrittore ritroverà il suo soggetto compito.
E quell’ordine che si tiene delle parole, si può tare ancora delli
concetti, o delle sentenze – GRICE UTTERER’S MEANING, SENTENCE-MEANING,
WORD-MEANING; se bene il primo delle parole pare più stupendo. E chi volesse
dittare per ogni verso, primo dal primo all’ultimo, poi dall’ultimo al
principio, potrà con simil modo collocar le parole, che giungendo all’ultimo
non si ricominci dal primo, ma dall’uItimo. E chi di quello modo si servisse
per raggionare, sarebbe un modo di raggionare allo spropofito; se ben’ordinate
poi le parole, ciascuna al suo soggetto, ri ufeirebbono al proposito li
raggionamenti, come j appare in quello essempio di quattro dittata- E-tv,
Per quello verso si collocano, e dittano. Ci i-i i
Aue Benedid Ti Nunc Magnificat 'o pp
0 o ' Gratia Deus I Scruum Mea c rp
-i Piena 4 Ifrael s Tuum DominCi u> n
ciT c • o
•no Dominus Quia Donnine Et £0 •*t 0
o 2 I Tecum Vifitauit Secudum Exultauit, Li numeri
mostrano li luoghi successivi. V'. i .Quello (la detto del dittare 1 molti per
Arte; lafctamfo di qqcl che si possa per felicità d ingegno, come credo
facesse Giulio Cesare, Uguale ditta à quat o, et egli per qutn. to scrive
altro suggeto, come credo, anco lacelle Origene Adamantio (non però lenza superior
dpno) il quale di continouo ditta à lètte scrittori; pello che non e incredibi
Icy ch'egli compone dei milia volumi, qluli tellifica hauct Midi San
Geronimo. Della Libreria della memoria. E tanta la forza di quello ricco tesoro
della memoria, che divenca anco biblioteca o Libreria, e con
maggior felicità e facilità delle librerie, nelle quali si gloriano
communemente gl’uornini studiosi. Non attendendo che 1 ha ucr libreria,
non è perfezione per leità; ma imperfetta, che sopplilce all’imperfetto degl’uomini.AIli
quali mancando la memoria feconda piena ed adorna, colla tenacità
e permaenza perpetua dei simolacri, (bn conllretti tener copia
dij'bri dalli quali posfmo riccucr i primi CONCETTI delle cose, e nuocar li
dimenticati. Per lo che Iddio, ch’è perfettissimo, non ha quella che da
noi è chiamata pcrlettiotiej poichc neH’illeira essenza sua, come in terlislimo
specchio vede e contempla ogni cosa. Gl’angeli ancora non han bisogno di
libreria; poiché pella cognizione vespertina, che è delle creature nelli lor
proprij generi, hanno la memoria perfetta, fin dalla lor creazione, quando
è'or data ogni pienezza di simolacri, così tenacemente impressi,
che tempo non può scancellarli. Simile dono è fatto a primi nostri
primi pro-genitori; la onde non averebbono avuto bisogno di libreria, poiché
nella lor memoria per dono gratuito albergano tutti li simolacri. E perche
il peccato, quali ladro ei spogha, e tra gl’altri beni ci lolle ancora
què Ho dono, ed introdulTc per peggio nostro l’ignoranza. erim hebecillita;
pell’ignoranza ciascuno nasce colla memoria no. da, come ingelfata parete;
e pella imbecillità alle fatiche dell’acquillati simolacri bene fpeito
foccede oblivione. In- 1 di per fouenir’ He all’ignoranza ed all’oblivione; l’arte
hi. introdotto l’aiuto delli libri. Li quali ancora soppliscono a
due imperfetzoni, distanza, e morte; perche non essendo presente la voce
dell’auttore o maestro, sopplisce la scrittura del suo libro; ed essendo egli
morto, vive nella scrittura del libro, pello che li Rudenti mentre studiano,
come si dice per proverbio, parlano con li morti. Se bene dunque li libri sono
utili, e neceirarii al nostro stato imperfetto; non dimeno studiati che si
sono una volta, meglio è aver la memoria per libreria, che 14 libreria di carte
e scritture; poi che la libreria è fatta, per sopplimento della memoria.
C se così è, meglio è aver la memoria, che è il principale che la libreria
che è il sopplimento; si come meglio è aver la gamba e piede di carne e d’ossa,
che di legno. In oh ire quella libreria apporta fatica, spesa, peso,
travaglio; que (sa non è d'altra fatica, che di ufiria. Di più la libreria
è in uno o alcuni luoghi 1, non in tutti senza grandissima incorri modi
ci; quella l’avete dove vi trovate, e senza pagar altro nolo che della vostra
persona la portate vo seo dove vo lete. Quella conviene (blamente à
ricchi, ed à chi abbonda in denari; quella è commune anco à poveri. £ se
quella vi fa uomini, quella vi fa simili all’angeli, ed a Dio, li
quali ogni seientia hanno sempre feco. Echi non sà che le cose quanto
più s’avvicinano al perpetuo e necessario, tanto più son perfette ? l'universile,
come che aftrahe da tempo e luogo e più astratto, e consequentemente più
perfetto del singoiare, il quale è immerso nel tempo e luogho; la
memoria ha ptù dell’asratto che la libreria; poiché li libri coll’uso e
tempo s’invecchiano e consumano, la memoria coll’ulb e tempo si perpetua;
quelli periscono, quella sempre resta; nè sì puole commodamente aver per
ogni luogo quella biblioteca come quella, che vive e dimora sempre col
formatore. L’oracoli parlano a voce presentialmente, e oracoli sono (limati
quei sapienti, li quali all'improviso, senza girar l’occhio ai libri, rispondono
elquiiitamente ad ogni proposto della lor profesfione; Come fi fa quello
Te noti coll’aiuto della libreria della memoria, la quale toglie
quel rinconuemente, che dille una uolta UN FILOSOFO di quel Me dico
equivoco, il quale refpexit librum, et mortuus est aigrotus. E se ben io ammiro
l’industtra di Gordiano imperatore, il quale lìima camole lettere eie scienze, che
più atte (èall’acquillo di libri, che al tesoro d’argenti, d’ori, e
di gemme. La onde li legge, che raccolte nella sua libreria
tef tenta due india volumi. Lodo la diligenza di 1
irannione Grammatico, che uilTeà tempi di POMPEO magno, il quale liebbe
in suo possesio tre milia libri. Stupifco delle pergamene librerie, le quali,
come riferifee Plutarco, aucano ducento milia volumi. Ofieruo grandemente
Tolomeo Filadelfo, il quale per compir la sua libreria, quale ordina in
Alelssandria, ottenne dalli Gerofolimitam tettanta delli più teuii ed esperti
nelle l'acre lettere, e pr «felibri dcllVn’e l’altro Idoma, acciò li
traducelfero la bibia (aera d’ebreo in greco. Mi più ammiro, lodo, celebro, ed
oflervo la libreria della memoria, che hvbbe Lsdra, il quale come
riferitee Eulèbio, avendo li reggi caldei prelì li libri tecri di Mose,
egli tutti ad verbum h recita, e dal suo recitare furno dittati in quella
maniera, che poi la sinagoga l’adopra. E perche non me chia&o, se quella libreria
di Etedra, folte artificiale, mi balìa amteporui I’essempio di Ravenna, il quale
tanto fi gloria di quella libreria della eemoria che dice, Cum patriam
relinquo, ut peregrinus urbes Italia? uideam, dicere possum, Omnia mea mecum
porto. E perche non mancheranno di quell’che uoranno formarli quella
perfetta libreria; però allignera alcuni capi, dalli quali potrete
raccogliere il modo. È di necessità aver m’gliarac migliara di luoghi,
quali si potranno formare alla giornata, secondo che col1’occasione dello
(India. re, creile il bisogno del formatore. Quel tanto ch’il formatore
alla giornata ordinatamente, secondo l’ordine della Scicntiaò Artc, studia
della sua profesfione; gtornalmente collochi il tutto nell 1 formati luoghi,
non tralafciando cosa che Ila necessaria. Quelli luoghi pieni firn pre
rellano piente per aver la fermezza e tenacità della Memo- M€nàona,
cbe 6 dcfidcra eotitrtl’óbliul olle > tH« e il Urlo e. la poluè, che
rode e dftirugge quella libreria; bisogna rivederla coll’uso della ripetizione.E
quello si può fare con pigliar un giorno di vacanza della settimana, e ripetere
quel che novamente si è collocato in quella settimana, 3c in un'al
trhora ripetere una parte cominciando dal principio, e forzandoti che sia tal
notate compartita la ripetitiope, che per ciafeun Mefc fia npetita e
rcuifta tutta la libreria. Pella qual ripetizione ancora si potrà dare
quell’ora, eh il forma torc si trova disoccupato dall’essercitij diurni,
ne i giorni fc ftiui. Sicomc nelle librerie fogliono alcuni tener quadri
dipinti, con ritratti d’auttori, di sapienti, o potenti, di se medesimi, o
d’alcun'altre pitture bene spesso vane, e lascive – GRICE THE SWIMMING POOL
LIBRARY – WHAT BOOKS DO YOU KEEP THERE? -- ; il formatore di quella libreria vi
ponga quadri di San»tif eleggendoti un certo numero di prencipi del paradilb, angeli,
ed uomini, e quelli si constituisca per protettori di quella bella impresa,
raccomandando à cialcuno di loro un libro, o una sentenza, o una materia, secondo
che meglio pare al divoto formatore, ed a quei santi il formatore oiicri
Ica, voti, digiuni, orazioni, secondo la sua divozione, ecc. La libreria come
scrive VITRUVIO (si veda) deve esser fatta di rimpetto all’oriente, poiché
l'vlo di libri ricerca il lume mannaie; e perche la libreria della memoria
adopra lume interno, però io aucrtilco il formatore, che li sforzi d ha
ucr r. oriente spirituale che è christo, chiamato oriente d’un profeta, Ecce
vir oriens nomen eius. Anzi Christo è il sole, come di ife un’altro profeta,
Orietur vobis timcntibus. nomen meum SOL iustitiat. E 1’oriente di quello sole,
quanto alla deità è il padre eterno, e l’oriente quanto alla temporale umanità
è Maria Vergine. Di rimpetto à quelli oric ti c lumi deve il formatore
drizzai la sua libreria; sforzandoli di fuggirli peccati, e conseruarsi nella
grazia di Dio, poiche, Imtium Sapientia: eli timor Domini. Sello, sicome
nelle librerie li libri (on possi con ordine, fiche in una parte son ripossi
quelli della logica, in un’altra quelli della filosofia, in queiraltro canto
quelli della geometria, ecc. coti bisogna ordinarli LUOGHI COMMUNI, che
trà P loro i toro siano distinti. Per esemplo, neHI luoghi
tTvft* Ciftà -cojloco la logica, ed in quelli d’vo’aitraJi Filofofia, in
quelli della terza la theologia, ed in un luogo comniune della seconda città
ei colloco il primo della fisica, nel secondo il secondo, e cosi
procedendo nell» fequenti libri della FILOSOFIA. E quest’ordine è necessario,
per poter subito ri tcoaara li libri, e li soggetti, che A desiderano. E se
mi dirai che quella biblioteca ha del fa ti còlo affai. Pare che la memoria,
non porta soffrire tanto peso. Pare un chaos di confttAonfc» Ache l’uomo
non puole à Aia voglia ritrovare le materie e soggetti. Come A farà, in voler
formare un raggionamento da questa libraria. Se occorrere all» giornata
aggiungere alli soggetri albergatrnuo ui concetti j' non A potrà far
quello senza confusione delle prime imagini. Sedo, come A potrà
contemplare in questa libreria. Come porrà il formatore servirsi di luoghi
va coi. Se conviene a padri di famiglia £ar che, IL Figli studiosi Aano
arricchiti di questa libreria. Rispondo didimamente a quefti otto capi,
per compimento di questa libreria. Come il pefeatore non pup aven pefei senza
bagnarA, nè l'auido trovar The Airi senza romper Terra e làsli; coli non può
l’uomo far’acquifto di quc-t ft'inclphcabile vtdità, senza gran fatica.
La quale pare grande, perch’è insolita e non possa in uso. Ma cominci il
forma torè con le due guide, diligenza, e patienza, a farne
dpcrien 2 a, e conofeeri che, mi dithcile volenti. Fingono li poeti, che
Giasone con fatato di Medea acquista il vello d’oro; mi non però senza
vincer e domar Tori, arar terra, feminar denti, armarse contrafchierearmate, superar
draghi « Medea c 1 arte della memoria, Giasone il formatore,
Tori Draghi, dicroti son le fatiche, li pudori, le vigilie, l’impcdimenti,
li patimenti, che s’offerifeono alle frontiere di questa impresa, quali però dcuono
esser soffriti, e vinti da colui, che aspira alla palina e corona d’una
tanta felicità. Al secondo, dico che la memoria, quando con
bel’agio, ed à poco à poco vien’alla giornata ripiena, non sente pelb e
disturbo, anzi diletto e follcuamento; poiché col riccuer nuovi nàoui
simolacri. Jr, che coll’esperienzartegionano -dr quella utilissima e
ne diària ptofesilone. Nc chiami inutile ingombro, e fatico» fo impacciò,
il teloro utilissimo, elucidissimo di simolacri. Poiché li luoghi ed imagini
sono come penne ciuanni, che aggiungendo pelo all’uccello, rapportano
facilità ed agilità, inerauigliola al aolojcosi mentre s'accolla la memoria
luoghi, 8t imaginiycon qacfti come con due ali vola con facilità stupenda pell’altezza
della contemplatione, ed attione interpetrativa JE J se quelli mezzi son
difficili; fegoo à che il fi N ie è di gran preggio -E chi mira l’asprezza del
mezzo follmente non l’agcuola colla dolcezza del fine, e incauto ed impcudenccv
poichc fauio, e prudente è colui che contrape’ findoiljialore &: il
preggio del ficee dell’acquisto, dispone con prudenza, intende con sapicnza j abbraccia
cori' rorezza, lìegue con patienza li debiti mezzi. E non peflo fi 1 non
maravigliarmi d’Ippoino, il quale biafima l’arte della memoria, e pur fenc scrive;
perche si non è cieco, quand’egli collocai un’gratnone a memoria, non fa egli memoria
locale, nelli fogli delfi carta feri nailon de prende le parole o
concetti, elic gli colloca ?e fibene questa memoria locale, non cl’ arte spiegata,
è nondimeno arte confa magini, delle tpia li diccsfm.o; ìSc ii> parte averli
pofiono, da quel che sìegue. Per utilissimo documento, hab >i il
formatore qualche parti coiar divozione, pelli luoghi, pella collocazione dell’imagini,
e pel recitare. Pei luoghi formandosi abbia l’occhio se vi trova figure di santi,
altari, crocifissò imagine di Maria Vergine, e per ogni luogo commufcc fi
a-, legga tre, quattro, o cinque, più ò meno, secondo la copia di
luoghi, e secondo la divozione del formatore, di quelle finte figure, ed
alli lor figurati, con effetto pio raccoman- x dela tutela della memoria,
sforzandoli che il primo e l’ultimo luogo siano figurati. E quando ripetendo i
luoghi uipalla Culi la mente, li facci il formatore riverenza, con
qual chfc divota orazione. Il simile facci prima cbenelli luoghi; collochi
l’imaginij C prima che recitile collocate; diodo un S, ro 6i
giro con ti mente, per quelle designate figure sante, è eia-' leuna
offerendo calda orazione, o mentale o vocale. Averca il formatore di non esser
fcru polo fo intorno al veder lume prima ch egli vadi à recitare;
perche quantunque; sia ben fatto dimorar in tenebre, ed in luogo
rictirato, e solitario, e lontano d’ogni strepito, mentre ripone l’imagini
a memoria, e cosi in quel tempo che è immediato il recitare. Non dimeno star sempre
cosi, e non veder mai lume, senò quello ch'egli vede quando recita, è colla perighofà;
perche i’insolito apporta dirturbo e confusione. Però stimo ch'il f
amatore dove una volta a luce aperta ripeter le Tue cote. Ripeter fra
strepiti e fragori giova: perche assicura la memoria intanto, che per qual fi
voglia strepito ò caso che avenghi poi fra’l recitare, non fi (marritee IL
DICITORE. Indi è da esser notato, ed imitato l'essercitio di Demostene, il quale
per telleuarsi d’alcuni difetti di natura, come r.fe ri tee VALERIO
MASSIMO (si veda), combattendo colla natura, la vince con i'artificial essercitio.
Imperochc essendo egli Bacco di fianchi, e debole di lcna, e perciò IMPOTENTE
AL DIRE, s’ingagltardì colla fuica, ed essercitio; auczzandofi à recitar molti
ucrii ad un stato, e pronunciando mentre con ncloci paf fi (àliua per
uiefaticolc, ed erte. Ora dirimpetto alli fra gori marini che pcrcoteuano
li (coglie li lidi; si per fortificar la lena, come anco, acciò afluefatte
l’orccchie a quel rumore e strepito del ripercotimento del mare,
potettero patientemente al rumore della ragunata moltitudine perfeucrarc,
non sgomentandoli nel (ènte, nè vacillando colla memoria. E per aver LA
LINGUA piu spedita e fciolta alla loquela, ulàua pariarea lungo, con te
pictruzze in bocca; accio uacoa folte poi più pronta, ed espedita. Ed avendo la
voce tettile e molto aspra, e noiofa all’AUDIENTI; col continuo effermio, e
grande industria, la ridusse al maturo, grave, e grato suono. E perche nel
principio della sua gioventù, quali fu linguato, non poteva ben esprimere
la lettera che noi chia marno R. la qualo principia il nomò dell'arte rettorica, che
egli imparbua; usa tanta diligenza che muno di poi la PROFERIVA meglio di
lui. Bisogna rifuegliar le tepitc, e Ranche forze deli i> Q^. te
I le potenze, quando fi ua 1 recitare, con raiutl spirituali e
corporali. Li primi d’oratzoni a Dio, ed a santi, li secondi con alcuni ristorativi,
come nell’estate rifrescarsi il volto, e mani, nell’inverno prender
un’alito di fuoco, odorar cole grate, purché non fiano dieccessiva
qualità; toccarsi le narici e polli, con odorifero vino, e simili, secondo il
coniglio del perito medico.Abbi l’occhio il formatore di lenirli della memoria,
non come fine ultimato, mà come fine ordinato ad altro fine, cioè seruirsi
di quella all’ultimo fine dell’orare, eh e il persuadere, e ricordili che
non li trova la maggior per ucrfità, che pervertir l’ordine, e seruirsi
del mezzo per fine; Il che accenna Agostino in quel detto, Summa perversitas est
frui utendis. Le parti oratorie sono fini, mà però ordinati all’ULTIMO FINE DEL
PERSUADERE [GRICE INFLUENCING AND BEING INFLUENCED BY OTHERS]; però non conviene
affettar tanto quelle parti, che all'ultimo L’AUDIENTE lodi quella ò
qwe fi altra parte, senza che relli vinto, prcfo, e MOSSO DELLA
PERSUAZIONE INTENTA. Dedalo vola per mezzo, nè col gelo baffo soggiaccia,
nè col calor soprano si liqueface; mà ICARO INCAUTO, il quale invaghito delle
nuove, ed inlohte penne, affetta con troppo alto eccelso il volo; sapete
che ruinoso cade nell’onde falle. Cosi quelli ch’allontanandosi dalla
prudente mediocrità, pongono tutta la lor mira nell’eccelso di memoria;
cadono pell'imprudenza, perche non mirano il fine che dev’esser fine ultimato; e
perche mirano il proprio onore, ed una vana pompa, non l'onor e gloria di Dio,
di quali può ben dire il falmeggiante Davide. In fecuri, ed
Afciade iecerunt eam. Parla il profeta di quelli, che dislìpano la Chiesa,
COL PAROLARE, e memorare, che sono parti di chi raggiona. La secure e LA LINGUA
O PAROLA, pello che Dimolline fi> lea dire che il suo aversario ORATORE
Fedone è una fecurre; perche con breve mà acuta orazione molto li refifieva, e
contradiceva. L’Afcia come fi dilfe mollra la memoria, per lochenci sepolcri
gl’antichi scriveno quell’elogio. Sub JVfciam dedi vetuit. Con quelle
armi; gl’eretici cercano dissipar la chiesa, e li vani oratori poco frutto
l'apportano, mentre s’aggregano al numero di quei maestri; di quali predille
Paolo. Ad sua desideria coaceruabunt magillros prurientcs auribus.
Dilettano l’orecchio, con puoco frutto J del 6 % détto
rptrito: vogliono parer stupendi, còito felicità di memoria, 6t AFFETTAZIONE DI
PAROLE, nè curano d’esser fruttuosi à convertir gl’animi à Dio. Dunque constituifcasi
l’oratore per fine quel che dee esser fine cioè, l’ACQUISTO DELL’AUDIENTE S
ual’è feopo, per cui è ordinato il suo officio; e per quello ne poi; senza
affetiatione, fa lecito adopr.tr come mezzi le nobilislime parti della memoria. Verte
in dubbio tra gli formatori, (è è meglio ripor a memoria LE PAROLE O LI
CONCETTI – GRICE GELLNER WORDS AND THINGS -- nell’uso dell’orare, predicare, e raggionare,
in diverse professioni. Collocar parole e quando li scrivono cento o ducento
parole in un foglio, e coli scritte si ripongono in memoria, e le iflesse
collocate e scrittc poi si recitano. Collocar concetti è quando il formatore si
forma il concetto, ed cfphcandolo poi COLLA LINGUA non s’obliga a PREMEDITARE
PAROLE; m^ lo spiega con quella FAVELLA, che all’irpproviso la maestra
natura gli somministra. Chi ha tempo da farlo, e senza dubbio meglio ripor LE
PAROLE: perche l’oratore humano o ecclesiastico non direbbe cosa e PAROLA se
non PREMEDITAT, secondo il detto dì David, che dcscritle le parole del signore
essèr premeditate cfà minate, e raffinate sette volte. Eloquia domini,
eloquia carta, argentum igne examinatum, probatum terrac,
purgati septuplum. E come premeditate farebbero proprie, fcclte, ORNATE
D’ELOQUENZA, abbellite di COLORI RETTORICI; non uaneggurebbe IL DICITORE fuor
di termini designati, non discorrore con digressioni lunghe, e noiose,
ollcruarebbc L’AMATA BREVITÀ, AGGIUNGE DI PARTE IN PARTE AL DIRE SUTILI
GESTI DEL CORPO, E TUONI DELLA VOCE, che richiede un'esquisita PRONUNCIA. Mà
perche non tutti li soggetti ricercano quert’OBLLIGO PAROLATO; nè tempre à ciò
fare il tempo è commodo c (officiente; t brache in alcune occasioni, fom-
Kninirtrando lo spirito celerte nuovi pensieri e nuovi colori in premeditati,
non deve il dicitore farli reftrtenza, oporsi impedimento: però il collocar
concetti ancora non è, da esser biasmato. Nel collocare e prccifàmente i
concetti, per facilitar la memoria ALL’USO DEL PARLARE,!! sforzi il dicitore
d’m ftttitfef efquifuamenre IL CONCETTO, e diffonderlo anco in carta; e
prima cheto spieghi in publico x 1 esplichi da se solo, ì z
uocc noce quanto più li puu intelligibile: perche possedendo bene il
fatto, con facilità e abile a narrarlo. E scrivendo, e recitando
uien‘ada(Tuefarf), ed abilitarsi maggiormente; e affuefaccndosi, s’apre la
firada alla CHIAREZZA maggiore del soggetto, ALLA QUAL CHIAREZZA SEGUE POI
PRONTEZZA E VIVACITA maggiore NEL DIRE. Larto di fcordarfc/. \rA
i‘ ;i:> .) i il ii. t atti _>t Se bene, oppositorum
eadem disciplina, ir. tanto che ha vendo noi detto a badanza della memoria,
potrebbe eia feuno da se (ledo intender che cosa sia il suo opposto eh’
è l’oblivione. Non dimeno perche dall’oblivione lì prendono alcune
utilità in qued’arte, è bene a trattarne, non inquanto e disruttiva, ma in
quanto per certa consequenza accidentale è perfettiva della rimembranza. Perche
avendo fcoggi RECITATA UN’ORAZIONE, e udendo din ani scruirmi
del rdleslì luoghi, trovandoli in gorobrati dalle precedenti
ima ginij come me ne potrò io servire, senza grandissima difficoltà e
confufione? Dirò tre cose, primo a che cosa serve qued’oblivionc. Secondo,
a chi è facile per natura. Terzo, se per arte si può far dimenticanza.
Qiiant’al primo dico che noi collocamo della memoria tre sorti di cose, le
prime delle quali vogliamo sempre ricordarci. Le seconde delle quali vorressimo,
se potessimo sempre ricordarci. Le terze delle quali vorressimo subito
fcordarccne. Le prime sono i luoghi dabili, e quell’imagini di dottrina, quali
noi collocamo, acciò sempre diano vive nella memoria, pella felicità del sapere,
come fa Ravenna che tutto quello che auea dudiato, lo colloca nelli luoghi
intanto, che non avea bisogno d’adoprar libri, e per chiarezza di ciò, noi
abdaino dato il modo di far la libreria della memoria. E rispetto a queda
memoria, noi non vogliamo oblivionfc 9 dimenticanza; e se pur se ne
tratta, l’intento è di trattarne come fà il medico dei veneni, il grammatico dell’incongruo –
My neighbour’s three year old is an adult -- o il logico del falso, per
fuggirli, non per feqnirli. Le seconde cose sono quelle delle quali fe fu
lfe possibile vorreffimo sempre ricordarci, come sono le prediche o le
partì principali di quelle, le quali aueresfimo molto caro che
ci feftafleno sempre nella memoria, mentre dura l’essercitio del
predicare; accio dovendo farle, e recitarle altre volte, senza ugual nova
fatica di collocarle, ci reftalfero tenaci, e urne nella memoria. Mi
perche quello è difficile, però fatte e recitate una volta, non curandoci che sian
sepolte nell’oblivione, desiderando li luoghi vacuoi – GRICE VACUOUS NAMES
TRUTH VALUE GAPS -- , desideramo metodo da poterci dimenticare di quelle, e a quello
scruel’arte dell’oblivione. Le terze cose sono quelle che le collocamo alla
memoria per fcruircenc una volta sola, e poi delide raresfimo che subito ct
ufciflcro di mente; come sono le comedie, ed altre cose simili collocate
da recitatori. A questo anco serve l’arte del’oblivione; si che non e inutile
il trattarne, accio non abbiate a lamentarui, come fa Temistocle con
Simonide, che più torto desidera l’arte di dimenticarli che del
ricordarli. E sìa sempre lodato GIULIO (si veda) Cesare, che così facilmente
fifeorda dcl fingiurie riceuute; ove nel reftantchauea felieissima memoria, la
qual arte è più torto cristiana che pagana; pello che dicca. Nulla laudabile
oblivio nisi iniuriarum. Quanto al secondo, dalle cose dette nelle prime
lcttoni della memoria naturale, in qual temperamento e qualità e fondata, lì
trahe pep consequenza, che quelli liquali sono felici nell’apprensiva pell’umido,
facilmente all’equiscono l’effetto di quest’arte; ma con molta difficoltà
quelli che sono pella complefrfione secca tenaci et aridi. Quanto al terzo dico
che l’arte giova aliai, per farci feordare; se bene nefee più
difficile che il ricordarci, e quello per mancamento del tempo,
il quale e padre dell’oblivione. La doue volendo noi in un subito, e senza
lunghezza di tempo dimenticarci, si tratta via estraordinaria, e potenza
maggiore si ricerca, per ottener l’intento. Oltra che essendo la memoria
perfezione della natura, l’oblivione imperfettione; più inten fan ente è
quelli riccuuta, e più caramente ritenuta. Ma quale sìa quello modo di far
l’oblivione non e facile di mostrare. Li poeti ci mandarebbero à ber
l’acqua di Lethe fiume dcU’Abifio, del s cui cui fiumare gufando fS
dimenticare tutte le cose paflàtcj onde e detto Lethe da lithis, che vuol
dire oblivione. Li cosmografi ci manderebbono o nell’ilbla di Zca, o apprelTo
Cli 1 tone città d’Arcadia, douc son’acque delle quali chiane
bc- ucdiuenta smemorato; ò pure vi condurrebono in Boetia, ove son
due fonti, l’un de quali fa buona memoria e Tal tra fa scordare ogni cosà.
Rombercli dice, il professore di quest’arte abbi molti luoghi: accio possa
uanargior-, nalmente, fi.che palTa col tempo la memoria dell’imaginni. Mà
quello scordare non e per arte, essendo per via del tempo, il quale per il corso
naturale apporta oblivione. Il Mó lco rifiutando molti mod'jftimache balli
il tralalciar il pea fiero dell’imagini; perche così vanno in oblivione.
Mi, chi non s'accorge che quello eaiuto piu tolto di natura, per via
del tempo; che regola d'arte PIo tralafciando quelli aiuti nali, che sono
manifelli: fa raccolta d’alcuni aiuti artificiali, li quali congiunti
insieme, porgeràno facilità all’oblivione. Li quali aiuti e modi, lon
nftretti nell’ifralcritti Capiò Regole, Primo, avendo recitate, e udendo
mandar in oblivione l’imagini; òdi giorno con gl’occhi chiusi, ò di notte
fra le tenebre, lì uadi colla mente girando per tutti li luoghi ideati con
invaginarci un’olcurisfuna tenebra notturna, che cuopra tutti i luoghi, e
cosi procedendo, e retrocedendo piu volte colla mente, e non vedendoci
imagini facilmente suamfee ogni figura. Secondo, si vadi correndo per
tutti li luoghi colla mente, dritto, à roverso, e si contemplino vacuoi e
nudi, tali quali la prima volta senza alcuna imagine turno formati, e quello
di? Icorlò fi facci più volte. Se le peritine tacili luoghi sono
llabili, si riucggtó no colla mente per ogni verlo più volte, e si
contemplino nel modo come prima ui furo llabiIite, col capochino, colle
braccia pendenti, e senza imagini aggiunte. Si come il pittore ingclfa e
di di bianco alle pitture, per cancellarle; così noi con colori polli sopra l’imigini
possiamo cancellarle. E quelli colori, o sia il bianco o’l verde, o’l
nero; imaginando sopra li luoghi, tende biantche, o lenzuoli verdi, o panni
neri, condiscorrer più uolc«, per li luoghi, con tal velo di colori. E lì
poflono ancora imaginare gtnare li fuòchi, pieni, che virtute u po fu
e re Dii fudore parandam. Alla qual arte le voi con patienza uigilia e timor di
Dio atttenderete; avendo per metodo quello mio trattato, mi rendo certo, che voi
nufciretc pierauigliofi nell’uso StclTercirto della memoria, col
favor del divino nostro signore, alli cui piedi, e della sua Clvefi santa
catholica e apostolica romana gitto me'ltellb, e lòttopongo ogni mio detco e
scritto, ora e sempre. Filippo Gesualdo di Lia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Lia.” Lia.
Luigi Speranza --
Grice e Libanio: la ragione conversazionale e la setta di Giuliano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Supports Giuliano in his attempt to revive paganism (a charming
letter survives) – “but he is also a friend and teacher of many Christians, can
you believe it?” – Loeb.
Luigi Speranza --
Grice e Liberale: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Not to be confused with Liberace, he is staying at Lyons (Lugdunum)
at the time it was destroyed by fire. A dear friend of Seneca. He follows the
Porch. In his eulogy, Seneca declaims: “While he is accustomed to dealing with
everyday difficulties, a catastrophe, unexpected, and of such magnitude, is more than he could handle.” Ebuzio Liberale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Liberale.”
Luigi Speranza -- Grice e Liberatore: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ULIVO DELLA PACE filosofia
campanese – scuola di Salerno -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo italiano. Salerno, Campania. Grice: “One
could write a whole dissertation – especially in Italy: their erudition has no
bounds – about Liberatore’s choice of the sign being conventional, ‘ramo
d’olivo’ = pace. It’s so obscure! Aeneas held one, against the Phyrgians – but
did the Phyrgians know? And if Mars is often represented wearing an olive
wreath, one would not think there is a ‘patto’ between Aeneas and the Phyrgian
commander about that!” Grice: “I like
Liberatore – a systematic philosopher, as I am! His logic has the expected
discussion on ‘sign.’ A conventional sign he says is a branch of olive
‘signifying’ peace – as opposed to smoke naturally meaning fire – As a
footnote, one should note that in Noah’s days, the signification of the dove
was ALSO natural – although not strictly ‘factive’ – but then not ALL smoke (e.
g. dry ice smoke) signifies fire, as every actor knows!” “Ma
il difetto molto comune degl’economisti è il mancare di giuste idee
filosofiche, e con ciò non ostante voler sovente filosofare.” Entra nel collegio
dei gesuiti di Napoli e chiede di far parte della Compagnia di Gesù. Insegna
filosofia. Fonda a Napoli “La Scienza e la Fede” con lo scopo di criticare le
nuove idee del razionalismo, dell'idealismo e del liberalismo, dalle pagine del
quale venne sostenuta una strenua battaglia in favore del brigantaggio,
interpretato come movimento politico contrario all'unità d'Italia, ovvero:
"La cagione del brigantaggio è politica, cioè l'odio al nuovo
governo". Fonda “La Civiltà” per diffondere AQUINO. Uno degl’estensori
dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Studia Aquino. Pubblica “Corso di
filosofia”. Membro dell'Accademia Romana,. Combatté il razionalismo e
l'ontologismo, così come le idee di SERBATI. Sostenne che il brigantaggio e
la legittima resistenza di un popolo a una conquista non solo territoriale, ma
soprattutto ideologica. Difensore dei diritti della chiesa e studioso dei
problemi della vita cristiana, delle relazioni tra chiesa e stato, tra la
morale e la vita sociale. I filosofi della sua scuola mettono in evidenza
a acutezza dei giudizi, la forza degli argomenti, la sequenza logica del
pensiero, la stretta osservazione dei fatti, la conoscenza dell'uomo e del
mondo, la semplicità ed eleganza dello stile. All'inizio professore e
giudicato da molti nella Chiesa cattolica il più grande filosofo dei suoi
tempi. Si ritenene che vive santamente, e si scorge in lui un profondo spirito
religioso. Considerato uno dei precursori del personalismo economico.
Altri saggi: “Logica, metafisica, etica e diritto naturale, e in
particolare: “Dialoghi filosofici” (Napoli); “Institutiones logicae et metaphysicae”
(Napoli);“Theses ex metaphysica selectae quas suscipit propugnandas Franciscus
Pirenzio in collegio neapolitano S. J. ab. divi Sebastiani Quinto” (Napoli); “Dialogo
sopra l'origine delle idee” (Napoli); “Il panteismo trascendentale: dialogo” (Napoli);
“Il Progresso: dialogo filosofico” (Genova); “Ethicae et juris naturae elementa”
(Napoli); “Elementi di filosofia” (Napoli); “Institutiones philosophicae” (Napoli);
“Della conoscenza intellettuale” (Napoli); “Compendium logicae et metaphysicae”
(Roma); “Sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma);
“Risposta ad una lettera sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale
dei corpi” (Roma); “Dell'uomo” (Roma); “La Filosofia di ALIGHIERI”; In Omaggio
a Aligh. dei Cattolici ital. (Roma); “Ethica et ius naturae” (Roma, Typis civilitatis
catholicae); “Lo stato italiano” (Napoli, Real tipografia Giannini); “Della
composizione sostanziale dei corpi” (Napoli, Giannini); “L'auto-crazia dell'ente”
(Napoli); “Degl’universali -- confutazione della filosofia di Serbati” (Roma);
“Principii di economia politica” (Roma, Befani); “La proposta dell'imperatore
germanico di un accordo internazionale in favore degl’operai”; “Le associazioni
operaie”; “Dell'intervenzione governativa nel regolamento del lavoro”; “L'Enciclica
Rerum Novarum di Leone XIII”; “De conditione opificium”; “La civiltà cattolica
spiega nei dettagli il clima di "difesa" in cui la chiesa si sente. Il
ritorno ad Aquino dov’essere orientato alle sue dottrine originarie. Convinto
che dopo di lui ben poco di nuovo ha prodotto il pensiero umano. Brigantaggio. Legittima difesa del Sud. Gli
articoli della "Civiltà Cattolica" introduzione di Turco (Napoli, Giglio); “Per
l'atteggiamento arroccato in difesa della Chiesa vedi ad esempio Sillabo # La
"cupa scia" del Sillabo
Nardini, Manca di verità e si oppone ad AQUINO la soluzione di un alto
problema metafisico abbracciata da L.” (Roma, Pallotta); “Lettere edificanti
della provincia napoletana della Compagnia di Gesù, in La Civiltà cattolica, Civiltà
cattolica:, antologia Rosa, [ma San Giovanni Valdarno] ad ind.; G.
Mellinato, Carteggio inedito L. Cornoldi in lotta per la filosofia di Aquino (Roma,
Volpe, I gesuiti nel Napoletano, Napoli, Dezza, Alle origini del tomismo,
Milano, Devizzi, La critica all'ontologismo, Rivista di filosofia neo-scolastica,
Mirabella, Il pensiero politico di ed il suo contributo ai rapporti tra Chiesa
e Stato, Milano, Scaduto, Il pensiero politico ed il contributo ai rapporti tra
la Chiesa e lo Stato, in Archivum historicum Societatis Iesu, Serbati, Roma G. Rosa,
Storia del movimento cattolico in Italia, Bari ad ind.; Lombardi, La Civiltà
cattolica e la stesura della "Rerum novarum". Nuovi documenti sul
contributo, La Civiltà cattolica, Dante, Storia della "Civiltà cattolica",
Roma Nomenclator literarius theologiae catholicae, Grande antologia filosofica, Milano, C. Curci,
Compagnia di Gesù La Civiltà Cattolica Rerum Novarum Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana., presentazione del libro su La Civiltà Cattolica e
il brigantaggio. Segno – SENNO -- è generalmente tutto ciò che, alla potenza
conoscitiva, ra-ppresenta alcuna cosa da se distinta. Perciò tal denominazione
ben si addice al concetto il quale esprime al vivo e ra-ppresenta alla mente
l'obbietto intorno a cui si aggira. Ma il concetto è interno all'animo e per
pale sarsi di fuora ha bisogno di un segno SENNO esterno. Questo segno SEENO
esterno consiste ne' voicaboli, i quali tra tutti i segni ottennero la
preminenza iq.ordine alla manifestazione delle cose, che internamente
concepiamo. Così il termine mentale, cio è il concetto, e d il termine ora le
cioè il vocabolo, convengono tra loro nella generica ragione di segno o SENNO. Ma
si differenziano grandemente nella ragione specifica. Imperocchè, primieramente
il concetto è segno naturale; il vocabolo è segno – O SENNO -- convenzionale. Dicesi
segno naturale quello che di per sè e per sua natura mena alla cognizione di
un'altra cosa -- come il fumo, per esempio, rispetto al fuoco, e generalmente
ogni effetto, riguardo alla CAUSA. Dicesi segno convenzionale quello, che
ARBITRARIAMENTE o PER PATTO vien
destinato a di-notare alcuna cosa; come il ramo d'olivo si ad opera per il termine
orale, benchè prossimamente significhi (E SENNO DI) il concetto, non dimeno
mediante il concetto significa (E SENNO DI) lo stesso oggetto. Anzi, poi chè da
chi parla è ad operato per di-notare il concetto non subbiettivamente ma
obbiettivamente, cioè in quanto è espressione della cosa percepita. Ne segue
che, quanto alla significazione (SENNO), esso si confonde quasi col concetto, dicuiè
come la veste e l'esterna apparizione. E però la logica a buon diritto tratta
per ora ni un vocabolo è di sua natura connesso con un determinato concetto;
e però tanta varietà di loquela si scorge presso le diverse nazioni. Al
contrario, il concetto di per sè e necessariamente rappresenta l'obbietto, essendo
ne una natural rassomiglianza; e però il discorso mentale è lo stesso appo
tutti. Inoltre il concetto è segno formale; il vocabolo è segno (SENNO) istrumentale.
Ad intendere questa differenza, è necessario osservare, che il vocabolo
permenarci alla conoscenza della cosa significata, ha mestieri d'esser prima dạ
noi compreso. E pero appartiene a quel genere di segni (SENNO), a a cui può
applicarsi la seguente definizione. Segno (SENNO) è ciò che, conosciuto, adduce
alla conoscenza di un'altra cosa. Ma del concetto non è così: giacchè esso, senza
bisogno d'esser prima conosciuto, col solo attuare la mente, ci mena alla
conoscenza del l'obbietto, sicchè questo appunto sia il primo ad essere diretta
mente percepito. Ciò di leggieri apparisce, tanto solo che si consideri che il concetto
non può percepirsi, se non per cognizione riflessa e pel ritorno della mente
sopra sè stessa. Laonde quello che si percepisce per prima e diretta
cognizione, non può essere esso concetto, ma necessariamente è una qualche cosa
diversa dal medesimo. A di-notare per tanto una tal differenza, venne
introdotta la distinzione del segno (SENNO) formale e del segno (SENNO) istrumentale.
Viene l'abuso del linguaggio che è il mezzo dato all'uomo per esternare ad
altrui gl’interni concepimenti dell'animo. L'analisi de’ vocaboli è
ordinariamente un grande aiuto allo spirito per rischiarare le idee, merce chè
essi sovente tengon chiusi sotto la loro spoglia. Ma accade altresì che si
arroghino più di quello che loro di ragion si compele, e tentino non di essere
esaminali e giudicali dall'intelletto, ma manciparselo e deltargli legge a capriccio.
Per diverse maniere principalmente i vocaboli introducono falsi concetti
nell'animo. Per la loro ambiguità e confusione, imperocchè ci ha delle voci
d'incerto significato, le quali han bisogno d'esser determinale nel senso in
cui si tolgono, altrimenti ingenerano concetto vago e mal fermo da cui procedon
poi fallaci giudizii. Tale è a cagion d'esempio la voce natura, la quale suol
prender sia d’esprimere or l'essenza di una cosa, or il mondo sensibile; or
l'autore dell'universo, or tull'altro a talento di co foi che l'usa. Parimente
le idee significate pe' vocaboli sovente sono assai complesse e complicate; e
pero ove non bene si risolvano per via d'analisi ne’loro elementi, son cagione che
si formiun assai confuse ed informe concetto. Secondo, tal volta i vocaboli
vengono ad operati a significar mere negazioni o prodotti arbitrarii della
immaginativa, o semplici ASTRAZIONI ell'animo; come la voce “cecità”, “fortuna”,
“centauro”, “località”, e somiglianti. Oravviene che per difetto di debita considerazione
si cada nella credenza ch'esse esprimano cose positive e reali si nell'essere
che nel modo onde sou concepite. I vocaboli delle cose immateriali son formati
d'ordinario per analogia presa dagli obbietti materiali, e quindi avviene che
talora si confondano le une cogl’altri. Ne'nomi derivati sebbene spesso
l'origine e l'etimologia del vocabolo coincide col senso in che comunemente si
prende, tuttavia non rade volte se ne dilunga. Nel qual caso per mancanza di attenzione
può avvenire che l'una coll'altro si scambi. A queste cause può aggiugnersi la novità
de’ vocaboli di che taluni stranamente si piacciono, e l'uso incostante che
fanno di quelli stessi che fuor di ragione introduceno. La filosofia per quanto
può nell'ad operare il linguaggio non deve scostarsi dall’uso comune, nè
cambiare a capriccio il senso delle voci ricevute o da sè stessa una volta
determinate. Una indebita applicazione de’ mezzi di conoscenza è radice mal nal
ad'errore. Accadecia in prima dal non bene distinguere con quali facoltà dove
l'oggetto concepirsi; come a cagion d'esempio in chi con la fantasia vuole comprender
ciò che allrimenti non si può che con l'intelletto. Dippiù si bada talora più
alla vivacità e felicità della RAPPRESENTANZA, che alla fermezza del motivo che
spinge all'assenso. E così le cose che vivacemente e prestamente feriscono
l'animo più di leggieri si ammettono che allre non fornite di questa dote, ma
più salde per forza di argomenti. Inoltre si procede temerariamente a giudizii
senza prima considerare se l'obbietto è debitamente proposto giusta le leggi e
le condizioni volute dalla natura. Quinci le fallacie de’ sensi, lo scambiarsi
per i principii proposizioni arbitrarie, il formare assiomi illegittimi, il dedurre
conseguenze erronee da sofistici ragionamenti. E perciocchè lo schivar questi mali
richiede la conoscenza del dritto cammino che deve tener la mente per le
vie del vero, passiamo a trattar diligentemente questa materia, alla quale
premettiamo il seguente articolo, che ad essa valga come
d'introduzione. Cum animi nostri sensus cogitationesque animo ipso
lateant, nec per sese ceteris patefiant; homo, qui ad societatem cum aliis
coëundam e nascitur, idoneis mediis a provido naturae Auctore instructus est,
ut ideas suas aliis, quibuscum vivit, manifestet. Haec media SIGNA (SENNI) quaedam
sunt. Sic enim nominantur quaecumque ad res alias innuendas sive natura sive VOLVNTATE
sunt INSTITUTA. Omnibus vere signis, quibus conceptus nostros et affectus animi
patefacimus, maximopere vocabula praestant. Etsi enim suspiria, gemitus, nutus,
sensa animi nostri significent; minime tamen id efficiunt eadem facilitate,
perspicuitate, distinctione ac varietate, quae vocabulorum propria est. Quam
quam non diffitear gestuum loquelam, si vivax sit, vehementius commovere,
propterea quod imaginationem vividius feriat, et rem veluti ponat ob oculos.
Vocabulum definiri potest: vox articulate prolata ad ideam aliquam
significandam. Ex quo intelligitur, ope vocabulorum proxime et immediate
conceptus, vi autem conceptuum ipsa obiecta significari. Ad originem sermonis quod
spectat, nemini dubium est quin, etsi vis loquendi ingenit a nobis sit,
verborum tamen determinatio ab arbitrio generatim pendeat. Secus si quodlibet
determinatum verbum determinatam rem natura sua innueret; qui fieri posset ut
verbum idem apud diversas gentes, quibus certe eadem natura inest, non idem
exprimat? De hoc nulla est controversia; at quaestio in eo est utrum absolutae
necessitatis fuerit ut sermo aliquis primis hominibus a Deo communicaretur, an
homo sermocinandi tantum virtute ornatus sermonem ipse repererit vel saltem
reperire potuerit. Qua de re in contrarias sententias FILOSOFI distrahuntur. Non
nulli enim non modo possibilitatem, sed factum etiam tuentur, atque hominem
sermone destitutum sermonis auctorem fuisse autumant. Alii id neutiquam evenire
potuisse arbitrantur, cum sermo sine usu intelligentiae. efforinari nequeat, et
ad usum intelligentiae sermonem necessarium esse putent. Equidem sic existimo: ad
absolutam possibilitatem quod at tinet, hominem per se potuisse ex insita
propensione et facultate loquendi, quam accepit, determinatum sensum vocibus
quibus dam tribuere, et sic sponte sua efformare sermonem. Quid enim
repugnasset ut homo rem sensibus occurrentem nutu aliquo com mopstraret aliis,
atque ex innata vi loquendi sonum syllabis quibusdam distinctum proferret et ad
commonstratam rem significandam libere determinaret. Expressis autem rebus
sensibilibus, ad insensibiles significandas gradatim pervenire impossibile sane
non erat; cum ad has exprimendas nomina quaedam ex rebus materialibus,
propter analogiam, quam homo inter utrasque per spicit, transferri facile potuissent.
At si non de
absoluta et abstracta possibilitate, sed de facto loquimur, rem aliter
contigisse certum est. Nam ex sacris
litteris indubie colligimus elementa sermonis primo homini a Deo tributa esse,
quantum saltem sufficeret ad domesticam societatem, in qua ille conditus est,
retinendam. Cuius rei congruentia vel inde patet, quod si, ut supra dictum est,
ad divinam pertinuit providentiam opportuna scientia instruere protoparen tem;
hoc multo magis de usu sermonis dicendum sit,cuius longe maior necessitas
imminebat. An sapienter cogitari poterit totius generis humani parens et
magister, qui quasi principium et fun damentum constituebatur futurae
societatis civilis et sacrae, sine actuali copia illorum mediorum, quae ad
munus hoc adimplen dum tantopere requirebantur. Accedit, quod eruditorum
vestigationes, qui de origine linguarum tractarunt, huc tandem concludendo
devenerunt, ut omnes linguae tamquam dialecti linguae cuiusdam primitivae, quae
perierit, habendae sint. At si sermo inventio esset humana, singulae familiae,
quae diversis populis originem dederunt, linguam sibi omnino propriam atque ab
aliis radicitus discrepantem creavissent. De utilitate vero, quam ex sermone
pro rerum intelligentia mens capit, permulta fabulati sunt FILOSOFI quidam, in
primisque Condillachius. Putarunt enim illum esse necessarium ad analysim et
synthesim idearum habendam, nec sine ipso ideas generales efformari posse. Quin
etiam eo progressi sunt, ut dicerent ipsam intelligentiam non nisi ex usu
loquelae progigni. At enim haec esse ridicula optimus quisque iudicabit, modo
cogitet non posse loquendi usum concipi nisi iam antea intelligentia sub audiatur.
Non enim quia loquimur intelligimus, sed viceversa quia intelligimus loquimur.
Unde bruta, quia intelligentia carent, id circo loquendi facultate privantur.
Quod si intelligentia e sermone non pendet, poterit illa quidem suis uti
viribus ad ideas sive dividendas sive componendas sive etiam abstrahendas, quin
id circo sermo velut causa aut instrumentum adhibeatur. Sed de hac refusius
erit in Metaphysica disputandum. Vera igitur emolumenta sermonis his
continentur. Prae terquam quod ad ideas communicandas inserviat, ac proinde ve
luti vinculum sit societatis; intellectui subvenit, quatenus loco phantasmatum
verba ut signa sensibilia in imaginatione substituit. Memoriae opitulatur ad
ideas semel habitas revocandas. Mentis attentionem figit detinetque in obiecto,
quod exprimit, quae secus ad alia contemplanda statim raperetur. Mentis
opificia conservat, efficitque, ut illa postquam contemplationis suae partus
vocabulis scriptura exaratis ad retinen dum tradiderit, soluta curis ad nova
speculanda impune progredi possit. Hae potissimum utilitates e sermone in
hominem proficiscuntur; ceterae, quae a nonnullis nimium exaggerantur, sine
fundamento ponuntur, et animo humano sunt dedecori. Denique ad dotes loquendi
quod attinet, sermo sit perspicuus, usitatus, brevis; non ea tamen brevitate, qua
obscurior sententia fiat; sed ea, quam rite descripsit Tullius CICERONE, ubi
inquit brevitatem appellanda messe cum verbum nullum redundat, velcum tantum
verborum est, quantum necesse est 1. ANTICHITÀ PER L'INTELLIGENZA
DELL'ISTORIA ROMANA E DEI FILOSOFI LATINI DELL'ABATE DECLAUSTRE Wwwna IN
VENEZIA CO'TORCHI DI GIUSEPPE MOLINARI MITOLOGICHE SLIEHE HE KOS
WIEN HOFBIBLION KA 1 eeeeeeeeexe
erele cele ; egli Ateniesi lee ressero delle statue. Ella fu ancora più celebra
ta presso i romani, i quali le innalzarono il più grande ed il più m a goifico tempioche
fosse in Roma. Questo tempia, le cui rovine ed anche una parte delle volte
restano ancora io piedi, fu cominciato da Agrippina, e poscia compiuto da
Vespasiano. Scrive Giuseppe, che gl'imperadori VESPASIANO e Tito deposero nel
tempio della pace le ricche spoglie, che aveano levate al tempio di
Gerusalemme. In questa tempio della Pace si adunavano quelli che professavano
le belle arti per disputervi sopra le loro prerogative, acciocchè alla presenza
della dea restasse bandita qualsi voglia asprezza pelle loro dispute. Questotem.
pio fu rovinato da un incendio al tempo dell'imperator COMMODO. Presso i greci la
Pace veniva rappresentata in questa maniera. Una dono aportava sulla mano il dio
Pluto fanciullo. Presso I Romani poi si trova per ordinari o rappresentata la Pace
con un ramo di ulivo PACIFERA. In una Medaglia di Marco Aurelio, Minerva viene
chiamata “pacifera”; e in una di Massimino si legge Marte puciferus, qmegli, o
quella che porta la pace, PACTIA.Suddito dei Persiani, al riferire d'Erodoto,
essendosi ricoperato a Cuma città greca, i Persiani non mancarono di mandare a
di mandarlo, acciocchè loro fosse consegnato nelle mani. I Cumeifo . dea
P Pace. I Greci e di Romani onoravano la Pace come una gran qualche volta colle
ali, tenendo un caduceo, e con un serpente ai piedi, Le danno ancora il cornucopia,
el'ulivo è il simbolo della Pace, e il caduceo è il simbolo del Mercurio Negoziatore,
per additare la negoziazione, da cui n'è seguita la Pace. In una medaglia di
Antonino Pio tiene in una mano un ramo di ulivo, e colla sinistra dà fuoco ad
alcu di scudi,e corazze, j PALAMEDE . Figliuolo di Nauplio re
dell'isola d'Eubea, coman daya gli Eubei nell'assedio di Troja. Vi si fece
molto stimare per la sua prudenza, pel suo coraggio, e de sperienza nell'arte
militare; e dicono che insegnasse ai Greci il formare i battagliopi, e lo
schierarsi. Gli attribuiscono l'invenzione di dar la parola delle sentipeļle, quel
la di molti giuochi, come dei dadi e degli scacchi, per servire di trat
tenimento ugualmente all'ufficiale e al soldato nella noja di up lungo
assedio. ΡΑ1CHE tott an que 9 be 8Q CO 32 ti 8 $1 AL sto fu çerp ip contapepte
ricercare l'oracolo de’ Branchidi, per sapere come doveano contenersi; el'oracolo
rispose, che lo consegnassero. Aristodico, uno dei principali della città, il quale
non era di questo parere, ottenne col suo credito, che si mandasse un' altra
volta ad interrogare l'oracolo, ed egli stesso si fece mettere nel numero dei deputati.
L'oracolo non diede altra risposta, che quella avea data prima. Poco sod
disfatto Aristodico, penso nel passeggi. The branch of ‘ulivo’ is represented
in the reverse of a coin of Antonius Pius --. Matteo Liberatore. “Segno e cio
che, conosciuto, adduce alla conosence di un’altra cosa” – cf. Eco’s tesi su
Aquino. Liberatore. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Liberatore” – The Swimming-Pool Library. Liberatore.
Luigi Speranza --
Grice e Licenzio: la ragione conversazionale e il filosofo poeta – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. – A pupil of Agostino. He achieves a reputation of a poet. Licenzio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO! GRICE LIGURE!; ossia, Grice e Liceti: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale – filosofia ligure – l scuola di Rapallo --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Rapallo). Filosofo
italiano. Rapallo, Liguria. Grice: “Liceti is a fascinating philosopher; must
say my favourite of his oeuvre is “Geroglifici,” which as he knows it’s a coded
message – the old Egyptian priests kept this ‘figurata’ away from the plebs!” –
Grice: “Alice once wondered what the good of a piece of philosophy is without
‘illustrations;’ surely Liceti’s beats them all!” Allievo ed erede di CREMONINI (si veda). Nacque
prematuro (6 mesi), venendo alla luce su una nave presa da tempesta lungo le
coste tra Recco e Rapallo. Sempre secondo la tradizione orale suo padre, un
medicoo, lo mise in una scatola di cotone dentro un forno, come si fa per far
schiudere le uova, inventando così il prototipo della moderna incubatrice. Dopo
aver compiuto i primi studi letterari a Rapallo, venne inviato a Bologna per
compiere e approfondire gli studi legati alla FILOSOFIA. Insegna a Pisa.
Padova, e Bologna. Ascritto ai “Ricovrati”
(oggi i galileii – degl’Accademia Galileiana di scienze, lettere ed
arti. Quando comparve in cielo una
cometa, si riaccese una controversia analoga a quella suscitata dalla stella
nova ma questa volta le difese della
teoria aristotelica furono assunte da L. ed il compito di attaccarla, partito
ormai GALILEI (si veda), e assunto dal suo successore sulla cattedra di
matematica, GLORIOSI, che se la prese appunto con L.. Questi risponde
pubblicando un suo De novis astris et cometis, in cui, oltre a difendere il
LIZIO, critica scienziati, tra i quali anche GALILEI, ma con espressioni molto
rispettose e lusinghiere. A questo saggio GALILEI fa rispondere dal suo amico
GIUDICCI col Discorso sulle comete. Srive saggi di filosofia, tra le quali “De
monstruorum causis, natura et differentiis”,
(Padova), con aggiunte di Blaes, nei quali riprese le soluzioni del
LIZIO sul problema delle anomalie genetiche, e “De spontaneo viventium ortu”
nei quali sostenne la generazione spontanea degl’animali inferiori. Altri saggi importanti per la ricerca sono
“De lucernis antiquorum reconditis” apprezzato da Berigardo, e la “Silloge
Hieroglyphica, sive antiqua schemata gemmarum anularium.” Tratta inoltre la
questione dell'anima delle bestie nel “De feriis altricis animae nemeseticae
disputationes.” I suoi saggi sono chiaramente ispirate al LIZIO, in particolare
gli studi sul problema della generazione vivente e sul cosmo, entrando talvolta
in contrasto con GALILEI, specialmente per quanto riguarda la struttura dei
cieli e della Luna, che L. considera una sfera perfetta e trasparente la cui
luminosità non e un riflesso della luce solare, ma veniva generata al suo
interno. Al centro di questo dissenso cosmologico, c'e, infatti, il tentativo
di spiegare il fenomeno luminescente della pietra di Bologna, che L. considera
un frammento di materia lunare. Alcuni saggi di L. rimasero inediti a causa
delle ampie discussioni riportate sulle novità astronomiche. Nella congerie
immensa dei suoi saggi e commenti va notata la difesa della pietas
d'Aristotele; quella pietas così vivacemente messa in forse alcuni anni più
tardi dal platonicissimo cappuccino Valeriano Magno, che taccia d'a-teismo il
sistema dello Stagirita. L. invece disserta «de gradu pietatis Aristotelis erga
Deum et homines», e nel saggio sua «Philosophi sententiae plurimae, fidelium
auditui durae, salubribus explicationibus emollitae, ad pias aures accommodantur,
illaeso genuino sensu Aristotelis». E ad epigrafe dell'opera sua si compiace
del distico Vulgus Aristotelem gravat impietate, L. Doctorem purgat. Numquid
uterque pius? La città di Padova ed Spinola di Roccaforte rendeno omaggio al
filosofo facendo erigere una statua in marmo scolpita da Rizzi. A Rapallo vi è
dedicata una via. Gli è stato dedicato il cratere “L.” sulla Luna. Altri saggi: “De centro et circumferentia”’
“De regulari motu minimaque parallaxi cometarum caelestium disputationes”Vtini,
Nicola Schiratti, Vicetiae, Amadio, Bolzetta, Encyclopaedia ad aram mysticam
Nonarii Terrigenae, Patavii, Crivellari“ Allegoria peripatetica de generatione,
amicitia, et privatione in aristotelicum aenigma elia lelia crispis. Ad aram
lemniam Dosiadae, poëtae vetustissimi et obscurissimi, encyclopaedia, Paris,
Cottard; Ad Syringam publilianam encyclopaedia, Patauii, Pasquato, Bortolo, “Ad
Epei Securim Encyclopaedia Genuensis FILOSOFI ac medici, Bononiae, Monti, “De
centro et circumferentia, Vtini, Schiratti, “De luminis natura et efficientia,
Vtini, Schiratti, “Litheosphorus, siue De lapide Bononiensi lucem in se
conceptam ab ambiente claro mox in tenebris mire conservante, Vtini, Schiratti, “Ad alas amoris divini a Simmia
Rhodio compactas, Patavii, Crivellari,“De lucidis in sublimi ingenuarum
exercitationum liber, Patauii, Crivellari “De Lunae Sub-obscura Luce prope
coniunctiones, “Hieroglyphica”, Patavii, Sebastiano Sardi, “Hydrologiae
peripateticae disputationes”, Vtini,
Schiratti, Ad syringam a Syracusio compactam et inflatam Encyclopaedia,
Vtini, Schiratti, Baldassarri, La pietra di Bologna da Descartes a Spallanzani.
Sviluppo di un modello scientifico tra curiosità, metodo, analogia, esempio e
prova empirica, Nel nome di Lazzaro. Saggi di storia della scienza e delle
istituzioni scientifiche, Garin, La filosofia, Milano, Vallardi, Questo testo
proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in
Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, Bartholin, Institutiones anatomicae, Lugduni Batavorum, Riolan,
Opuscula anatomica nova, in Id., Opera anatomica, L Pombaiae Parisiorum,
Bartholin, Epistolarum medicinalium centuria Hafniae (lettere); Vesling,
Observationes anatomicae et epistolae, Hafniae, lettere a L.; Dallari, I rotuli
dei lettori legisti e artisti dello STUDIO BOLOGNESE, Bologna ad ind.; Edizione
delle opere di Galilei, Firenze ad
indices; Acta nationis Germanicae artistarum, Rossetti, Padova, ad ind.; Rossetti,
A Gamba, Padova, ad ind.; Giornale della gloriosissima Accademia Ricovrata, A:
verbali delle adunanze, Gamba, Rossetti,
Trieste ad ind.; Salomoni, Urbis Patavinae inscriptions, Patavii Facciolati,
FASTI GYMNASII PATAVINI, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena,
Renan, Averroès et l'averroïsme, Paris Taruffi, “Storia della teratologia”
Bologna, Favaro, Amici e corrispondenti di Galilei, Gloriosi, in Atti del R.
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Favaro, Saggio di dello Studio di Padova, Venezia, Ducceschi,
L'epistolario di Severino, Rivista di storia delle scienze mediche e naturali,
Castiglioni, Storia della medicina, Milano, Ducceschi, Un epistolario inedito
di dotti padovani in Atti e memorie della R. Accademia di scienze lettere ed
arti in Padova, Alberti, La prima incubatrice per prematuri, Minerva medica
varia, Boffito, Battaglia di marche tipografiche di Bella e l'ultima memoria scientifica dettata
da Galilei, in La Bibliofilia, Pesce, La iconografia di L., in Genova. Rivista
del Comune, Geymonat, Galilei, Torino, Rossetti, L'opera di L. in un
manoscritto inedito della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, in
Studia Patavina, Bertolaso, Ricerche d'archivio su alcuni aspetti
dell'insegnamento medico presso Padova, in Acta medicae historiae Patavinae, Ongaro,
Contributi alla biografia di Alpini, Tomba, Gli originali di Galileo in Physis,
Ongaro, L'opera di L., in Atti del Congresso di storia della medicina, Roma,
Ongaro, La generazione e il moto del sangue in Liceti, in Castalia, Rizza,
Peiresc e l'Italia, Torino Simili, Una dedica autografa di Galilei a L. e il
clima delle loro concezioni scientifiche e relazioni epistolari, in Galileo
nella storia e nella filosofia della scienza. Atti del Symposium
internazionale, Firenze-Pisa, Firenze Mirandola, Naudé a Padova. Contributo
allo studio del mito italiano, in Lettere italiane, Castellani, Marangio, I
problemi della scienza nel carteggio con Galilei, Bollettino di storia della
filosofia dell'Università degli studi di Lecce, Marilena Marangio, La disputa
sul centro dell'universo nel "De Terra" di L., Soppelsa, Genesi del
metodo galileiano e tramonto dell'aristotelismo nella Scuola di Padova, Padova,
Agosto et al., Rapallo, Berti, Galileo e l'aristotelismo patavino del suo
tempo, in Studia Patavina, Ongaro, Atomismo e aristotelismo nel pensiero
medico-biologico di L., in Scienza e cultura, Galilei e Morgagni, Padova.
Brizzolara, Per una storia degli studi antiquari in Studi e memorie per la
storia dell'Bologna, nZanca, L. e la scienza dei mostri in Europa, in Atti del
Congresso della Società italiana di storia della medicina, Padova, Trieste,
Padova Re, "De lucernis antiquorum reconditis": il capolavoro
calcografico di Schiratti, in Ce fastu? Lohr, Latin Aristotle commentaries,
Firenze, Basso, erudito ed antiquario, con particolare riguardo agli studi di
sfragistica, in Forum Iulii, Basso, "Fortasse licebit". La marca
tipografica di Schiratti e l'impresa accademica di L., in Quaderni Artisti
Cattolici Ellero, Ongaro, La scoperta del condotto pancreatico, in Scienza e
cultura, Poppi, Il "De caelesti substantia" di Ferchio fra tradizione
e innovazione, in Galileo e la cultura padovana, Santinello, Padova,
Kristeller, Iter Italicum, ad indices. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. sapere, De Agostini, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Ruff. L.. Beerbohm: “Send me a letter; I live in Rapallo.” “How should I
address it.” “Beerbohm, Rapallo” “Do not worry, there is only one Rapallo.” “Vico L., Rapallo” – “Statua a L. da Rizzi, Spinelli
Roccaforte, Padova.xstril. minnstiii UAiTiO Stjftdsb iupon Ratfatia in IV
libros De his, quidiuvi- P uunt fine alimento. P1?- 1 in quo
eaptobatissimisautonbus afferuntur obferuationes eorum, qui vitra biduu . ab
omni obo potuque abftmuere. Abstinentiae vana: intra fepumam diem conclu-
.ffaec. Abfimenu, a iepfmo ad decimum diem extenfj. Abftmentixi decimo ad
vigefiraumdiera protc- fe.cap.£. Abstinentii ad mensem produAfe. Abstinentiae a
primo ad tertium mensem produ-. Ax. c Iehmium populorum Lucomonae ad quinque me
des quotannis mire productum. Abstinentia Oftimeftns in muliete Patavina.
Abstinentia pueli Tufer ad feitumdec unum- Spiritus non aliaere. Aerem in mitto
vivente non ali aere intrinlecus quoraodocunqucattra Ao.lenem in mitto non
abfumerc acrcm. Partes animalis 4 przdommio aereas non ali aere inspirato. nui
Aerem hunc, quem inffiramus, non efle alendo et creari c 'i t. fpintus. Ad
nutricationem metaphoricam non semper cd- sequi veram Rondelctij difficilis
alfertio. Soluuntur argumenta quibus nititur pnor opinio, mensem protradla.
Abstinentix ad II annos produAx. Ablhncntix ad III annos protenf. Historia
puellæ Spirenfis quadriennium abftinen- . tiscap.it. Abftinentt a quarto ad
duodecimum annum de- duAx. Abstinenn vitra duodecim annos longissime pro duA
varia exempla. Abstinenti $ diuturnae incerto temporis spatio adi' mentr.
Difficultatem negotii nos retrahere non debere a proposito. Curante omnia
oporteatnos aliorum dogmata de Chatnxleontcm, ac Viperas non ahaere propol i t
c tpeudere. inqua omnesaliorum opiniones examinand breui catalogo numerantur.
tn quo examinantur sapientum virorum opiniones de natura et caudis tam diu-
turni lciumj. Opinio Argenteoj et aliorum exiftimantiu abstmcntcs nomos nutriri
aere inlpirato. Cancmlcucm et Manucodiatam apud Indos non alucrc.Secunda opmio
Medici Clariflimt ex Augento, Si . M a nardo contendentis abstinentt ncftrosalf
odoribus, fle exhala tione aerem obfidente car Examinatur propofita fcntenua,
&: primum often diturnon elfe in topi acre vaporem, ac cxhalationcm.cap.a».
Exhalationem infpiratam vi calori? humant non pofle cogi in fanguincm.St^
alimentum. Exhalationem non alere 1eiunantcs. Expenditurallata opinio
demonttrando primum Non omne fapidu111 alere. caloris aAionein humorem non elle
conti- nuam ;caqueiugi, nonidco affiduam clfc debe- re nutricationem, cap.i.
intus in animali aereos non efltjfcd igneos. C. J. aimores proprie non
ali.Spmtus in viuenni corpore r,ou nutriri.Odores non alere,quia non funt
miftorum fpccits, prima ratio Arifiotchs aduerfus PITAGORICI c1phcatur.cap.2d.
Secunda ratio Anftotclis LIZIO demonttrans odores n6 alere, quia per coAioncm a
calore non podint ex odoribus excrementa lcgrcgan. Omne genera sed vnicum
ottcnditurj nec ali omnia qiuecu que diffluunt in viufnteA^" reftauritionc
indigent. Acrem ml piratum pon efle miftum, nec adeo ut fit alendo corpori.
Explicantur allata dogmata Galeni de eo quod ctt ipiritus aere nutriri, J.
Alexandri, Nicolai, CICERONE, ac Thcophraflirii- fla confiderantur.de eo, qupd
eft att:m alerem fpiritus,& calorem; et ad A rittotclis, ac Hippo- cratis
ccnfuram rediguntur.tf. Hippocratis afiettio dc triplici alimento illuftra-
tlir Olimpiodori. ic Platonicorum dogma 'de horni mbus acre, ac radijs
folartbus enutritis expendi tur.cap.primo noridari trianutrinientorum trrfs T
Omnealimentum, feuexternum, feuinternumco coqui deberc, coftioneque
aberctementispur- Odorem n aloris ita concoqui non poffe, vcab excrementis
dicatur expurgari quia limplicem, l'eu nutriendo corpori omnino diflimilcm
naturam obtineat, Ab odore vi caloris concoqnenris nec tenue, nec craflum fegregari
excrementum.cap.j». Tertia ratio Arillotelisoftcndcns odorem nonale
requiacoftionea calorenonincraffatur.cajt Quarta ratio, qua Ariftotcles probae
odorem non Ci£,& quandopropemare ambulantes falfura. re fenrianr, et alsarum
faporem quos prope ab- finthii fuccus agitatur. Tertia opimo doitiilimi Co/lii
prxeeptoris exiftf m.mns abflinente» nofttos aqua enutrita» primumofle- Propoli
ta sententia confideratnr, ac Ari ditur ex autorita te Platonis
^Haiqpupoacmrantoins a,lere, ftotehs, Galeni, &Auicennp cap Aquamvi
calorisnoncraflefcere,ideoqu-everH ahftinentemalerc. Pvrauftas non ali
exhalatione illi connmili cremento arugmeri fine ten^ imminutione, o. Plantae
non Canemleucm non ali rore, Manucodiatain rore non pafc1. Argumentum duci non
polle a brutomm alimen- to ad nutrimentum hominis. Quo fcnfu verum fit Quod
ftpit nutrit, Exhalationem acri permiftam efle fapidl t Exhalationem non efle odoriferam, et Allomos
noneffe, quiod oribusnutriantur, quicqurdFici nusfenfcnt. Democritum, Homerum
odonbus vitam libi prorogafle ceu medicamentis, non vt alimentis. Animo
delinquentes odotibus recrearr non ut ali- mentis,fcd vt medicamentis
Hippocratis dogma vulgatum de ctlcir nutncatio Aqua nihil inefle lcntiatur,nec
epota ne per odoratum lUuitratur non poffc in alendi fubflantiam.
effealendocorpori, quianonferaturadmem- Aquam coflione non fienfimile malendo
corpobra nutrimentis dicau. Quinto confirmat Ariftotcles odorem non alere, quia
nonnifi per accidens fertur w fontem ali- menti. Odor effe medicamentum, non
alimentum texta ratione probatur, Ccnfurare fponfionum dcraonftratiombus Antro
telicisab Argcntcnoallatarum. Respondetur ad argumenta, quibbs nititur fenten
fupenor, ac primum oftendirur exhalatione de terra Turgentem non ubique pntfto
fuiffe abftinentibus, nec effe milium, cap.jd. Bxhalationetn odore tciro
afferam efle, lapidam ri,vt decet alimentum cap.do. effe Aquam non effe tale
mtftom/juale oportet ali roentum.capdr. Aquam effe vehiculum alimenti,
alimenniracap.dx. Satisfit rationibus quibus nititut et propterea non aliquot
primoque decernitur cur ablhnentium hu- aquam potarent;
quoniarmadpiocualbeihc,afpm^c3- mido inftauretur huraidum Aqua nec plantas
ali,nec aquatdia. campf.t Arfu.mcnto, Vium non feruartccaalloroirse
pvarbualnoi:mc*alorem vtcon- humorem non efleaquammec aqueum. Aqua non reftmn
quod aqueume corporibus ef- fluxerit.cap.dd. alimento, &cauf carnem, 5tlac;
quxpluatpoftca. AquaexAnflotelcquomodofit obigratia,fi noneffe.Exhalationem a
calore non condenlan. Exhalationem in acre cogi non poffc infanguine Qua
ratione potuerit animalia pluere,ac fpeciatim vitulum, pifces,ranas,atque
lemmer. Hippocratis dogma illuftratur de cxhalatrone ve Solis attrafta ex
animalium corporibus. Rorem non effe vaporem vi caloris c6crctum,ncc alimentum
cicadarum.Mannam non fieri ex vapore vi caloris dentato in aere,nec folam alere
poffc ad Hxbraic mannas difcnmcn.Mei non effe purum rorem concretum, nec tale
quid fine alio nutrimento diu pofle hominem fa ftcrilitatis,& pilobus
affumatur non vere alit adeo ex igno,
Animatu quomodo conftituantnuurtriantur aqua et aqua,vt moucanlur nigonee,ft
vere alimentum. Hippocrati; cui aqua cap. femper ex morbo intermitti funiiiones
vitx: quxue operationis lilio morbum fequatur. cVigelimaquinta opinion
Qucrcetanireferendsab- ilinenttx caudam in petrificationcm partium . ventrisimi,
& nutricatumaliarumexaere,ac odoribus.Expenditurallata lentenda offendendo
longum ieiunium haud ortum ede a pctnficatione par- tium naturahum,& a
nutricatu aliarum cx aere in vlkiabdinente. Soluuntur allatx rationes hanc
opinionem robo- rantes, de dilcriminc inter Ecdafim,ac fom-
num;VinterEcdafimgrauem, acleuema- gcntes.cap.aoo. viralianonaerenutrita,
necalijsvitamcommu- Vigcfimapriraa opinio Podhij afferentis homines diu ab
alrmemo abdincre, anima illorum pec cataphoram,& intendorem fomnum vacante
a proprijsofficijs. cap.ioi. Examinatur, et improbatur opinio decernes ab-
ftincntiam diuturnam abalto,&t_ profundiori fomno prodirc. Refpondctur ad
argumenta de (omni differen- dis, et de longum tempus dormientibus, Vigefimalecunda
opinio Benedilti, Montui,& Mercuriales dicendum caudam longi iciunij ede
condri&ionem cutis, pororumque occlu- fionem quidquain ecorpore diffluere
non per- uri ttentem.cap.2a4. Expenditur allata lententia demondrando vfum, ac
necelficatem alimentorum non ede abfolute indaurationcm deperditi, fcd m alium
finem : nec ita meatus omnes occludi pode,vt nihil ef- fluat ccorpore.Soluuntur
Beucdifli, et Montui radones, oflendendo cur cxlum alimends non egear; et quo-
modo corpora, c quibus nihil effluat, ali vanicade. Vigefimafcxta opinio
decernens abdinantes no- ftrosdiufinecibo, potuqueviuercviherbx, ac
medicamendcuiuldamfamem,fiumquepellen tu. Expenditur allata fentenda offendendo
abdinentesnodros nullius hcrbx, autmcdicamenu vir- tute adeo longum pruduxideiciumum.
Occurntur argumentis allatam fentenuam corfir- manubus, confiderando naturam
herbarum,& pharmacorum fitmem dumque pellentium Vigclimaicptima opinio ex
Valeriola referens caudam aiuturnxabdinendxin puram confue tudmcm.Expenditur
propofita fentenda, offendendo contuet udinem non patere tam longam
abffinentiatrc r. Satisfit rationibus
viri Clariffimi, offendendo qua rarione medicamenta, &venenanonagantin.
aduetos;&quomodofc habeat confuctudo ad cibum, et potum, cap.aaa. Soluuntur
argumenta Quercetani odendendo ab (linentis vilcera naturalia non fuide
petnficata; libri Capita centum Prifatio, inqua& difla dicendis attexuntur,
tam mitti Diftnbuitur viucnrium genus m fuas fpccies fupre Ariftotcli mus.cap.r.
minem Quomodo fe habeant ad alimenta propofira vi- ucntiura fpecies vniucrfim.
cap.z. Semen animalium St in vtero, extra vtrmm . femper viuere fine alimento,
In animalium mortalium genere aurelias, 8r nym phas appellatas nunquam vllo
alimento vri: co. paraturque generatio infefli ex verme cum ge- LIZIO in tex-
pofle Ariflo neratione hominis. Semen plantarum non tota fui vita, fed tamen
fine alimento viuere.Oua diu fine alimento viuere, quamuis non diu peratione
viuere ex definitionibus nflotcle promulgatis, Deducitur hoc ipfum cx tngefimo
De anima. o- animae ab A- fexto fecundi vitam fine alimento viuant. cap.tf
Ligna,fcu ramos,&arboresextra humum totam diu fine Adijcittir his definitio
vira in Tamis exarata propofitam iniermiflionem nis adftruens. naturalibus
nutricatio- alimento viuere. Stirpes terra infixas diu, ac fpeciarim tota fine
alimento viuere pofle. cap.8. Brutorum imperfeftioris naturi plurimas hieme
Ariftotclihocidemplacuiflcin Moralium, primo Magnorum diu fine ali mento viuere
pofle: ac fpeciarim icuinio, &ortu brutorum viucnrium intra ioli- diflimos,
imperuiofquc lapides copertorum.c. Aues quampluresdiu abftmere incolumes, c.ro.
Pifces diuturnam tolerareabftincnriam. cap. Tcrrcftrium brutorum perferorum
plurima tumumagere ieiunium. cap.r Homines diu a cibo,potuque abftincrc
pofle.c.r Quotuplex,quique caufla dc propofito nobis inquirenda fit.
Quotuplex,quiquefitcommunisidea vniuerfa-, lilque forma diuturni abfhncntra. y.
E quibufnam fontibus hauriantur argumenta caufla efficiens urqs abftinentes non
ali confirmantia, Homines in diuturno ieiunio nutriendi Quid.dr' quomodo
radicalis humoris a calore nanem intermittere pofle ratione aninra. Nos
diuabftinctes pofle a nutricatione toto co tf- penitus prohibere peffit.
ponstraiiuociari corporis habita rarione. De differentia originis xt 8. citra vitfdifpendiuhabitaquoqj
ratione caloris.c. jr. iqualitatum mifli, deque Homines diu pofle nutriendi
munere priuari ongtne radicalis humoris. Differentia cflentu tnum squalitatum
eflcntia natiui calonsfliumidique dicalis explicatur. Pofle diuturnam nos agere
vitam citra nutrica- tumex ratione vira, fcu viuentis totius, quod ex anima et corpore
mediante calore conftitui. tur. Diu intermini pofle nutricationem abhomine ra-
propofi- tioneipfiusmct nutricationis. Diu pofle intermitti funrtionem alendi
ratione peramentorum, miflorumaqualium tcfcunt; a quibus feiungirur aequalitas
humoris primigeni;, Differentia promulgatarum ipecierum hu,, om- natiui mons
quicalorifubditusefledicitur nino ratione fpirituum. Confirmatur diu fine opera
nutneatus viuerepoffe homines dc lententia principium autorum, ac pnmum
Hippocratis, Nutricatione diu intermitti ex decreto Ocian diu nos pofle 3
nutriendi munere penes durationcm. cap Qui fitiqualitas impediens confumptionem
Celfi.c.14, ad aures Galeni ex illuftn fentcnria m opere it lotis ait hu-
natiui, SC humidi radicalis reperiri pofle. . et humoris naturalia Quomo-
ffir.- caloris, I tvi dicendorum ratio, naturaque proponitur. Liber Tertius,
inquoexrei natura difquiruntur caufisephyficx tara longum ieiunium confti-
tuentes, efficientes, conferuantes, terminantes, ac diftinguetcs cum generarim,
tum fpeciarim. fpecies Hominem diutius nutricatione intermittere pof- no- 1 6.
funflio- diutunra huius abftinentii. ' Aequalitatem virium in homine diu
fcruari pofle. de lc de mente LIZIO in
y. problemate prtmit 1 j. diu-
frOionis.aif.j6. LIZIO fuppofuifle,ac potius exprefle 3. Laurentio
nutricationem vira ncceflariam non fe.cap.3p. ef- Idipfum confirmatur ex eodem
Galeno Corrtcli/ fententiam approbante, propofi- Confirmaturhomincmfine aflione
alendi ftercpofle conii- diu de mete Galeni excorni 1 feOionis. t.a'phor.
Operationem virtutis nutririuse in atrophia ex Auicemra fententia. quoque
pnuatum aflionc nutriendi viuere pofle intextuij.hb.i.dc Confirmatur id ipfum
ex eodem tu -e1ufdcmoperis. Nutricationem inviuente intermitti ho- anima.
teleautorein yltimo problemate dteimtt fOiorir. Confirmatur hominem
pofleabfquenuiricndi dccreuif- fe viuentia funflionem alendi poffeintcruutte-
re, quod ena notauit Auerroes s.dcan. Marcello nutricationem in viucntibus
pofle. intermica Colligitur forma, 8 idea vniuerfaJit abftincnrra noftrum
iciunantium. Quptuplex,qu*qile fit vniuerialis riuo confumpeionem. Quotuplex
efle pofllt qualitas in mifto. ?. tarum; ra Difcrimen trium earundem
xqualitatum ratione leuradicah. squalitas quantitatis diferera; vnde mnumcry
fpecies moris radicalis a calore nanuo. Æqualitatem caloris quoad virtutis in
homine inter- teinno- caloris Quomodo aequalitas virium caloris natiui, er fe
fitim procreent Vt allinentis per fe non refrigeretur vlla ratione-, calor
nauuus.Anflotclis difficilis locus explicatur de refrigerio calor.s ab
alimento.Galeno nem alimentum non refrigerare calortm natiumn, nili per
accidens, fed per fcilluin au- gere. Vtalimentis augeatur caloris innati
gradus, feu qualitas;nonfolamateriacalida exercitatio ; cumdortilfimo Fcrnelio.
do. Vt alimentis non pofiit caloris virtus mtfdi abfq; Vt verne melerei de
ventrtenld, inteftinis f» gant alimentum non expertato fine cortioms. Vt folia,
ttores, frurtus, et femina plantarum pars tes vere non fint, fed excrementa
potius, Vt cx co, ouod oua,& femina
citra nutricatum vi uant,colligere polfimus perferta quoque anima lia vitam
polle traducere ablquc alimentorum vfu. co quod fubicrta calori materia
augeatur. Vt anima nutriens artum habeat immediatum, et Curnonfintfrequentioresnofiri
abfiinentes, fed proprium, in quo edendo no v tat ur organo cor» porco. Calorem
natiuum in nobis,quin etiam ignis riam- tnamapudnos, non indigerencccllario
humoris,quo vcluti pabulo nutriatur, Cur calor humorem in milio, et in viuentc
prxfertim d:palcatur,& intentum procuret, exercita- tio cum liibtililfiino
Scaligcro. Vttn Ecllali ceffct anima nutriens ab alcndimu- nei4.Vt Ecftafis non
Iit priuatio munerum animi intcl ligeutis, exercitatio cu virodortiliiino, ex
Sca- ligero.dd. Vehementi fiupore^hjsque plurimis de caudis de 1.
Jertabanimopolle omnes nouones, et habitus, c Vtalimentivfusnon
fitadrefiaurationemde per- di ti,fcd ad auocandum calorem a cita conlum- tione
humons: exercitatio cum Magno Al- crto.cCur femen maris in vtero femina:
concipientis no alatur.Vt IcmcnnonIit parsanimati, inquoeff.Vt
ou»iubutntancaliat ammata. Digil qt fit
mK cuerti naturae lr| Calor, definiendo^ non^UfrAr.Vt calor iniitus
igneo pro| iCrefpondcnscoi cum femetipfo coUlgaturitluod
vcgcticficak.re,&hieme tiamehushabeant. aa,.:j) mi Ha.t.gMUlCi fsklJlli
l"v'i fcwnq..4,..V«m .t {}.{ioli 1. :S utrori'' 1 1 ) r tluf. tvi. 11 . 5
. un. l M-k 'V' t -'iiklia^. Ohtvn.i, i!,» lRttift j 1? ' m. .j.j.il r.cvt .1
r4 .1 a» c ii t.ojSjva nm.iinhijjafc. Btiftt remtr.il buUma ttiu^ bi' iV. min vituentCe fiuniftionecs UDt inirn^»
marica Mntehumorem abfumert.dicatur. BnOoniidoaw» rf.u.
bkrAt^natnitii\«i>.tthtij . t .1 Sei.t e«10»rilrurfvht 1 ? 9* i >v fp
wuiMe''•{! a.l8-t. aavttt '»wj.iW'i'i :.!.wtvers qiRt . J.vrf>u.*-c tiVa
humorem \ .s-u.-ue. K.,i .1 i/.XIA'VtrQ\i,' "i'l 9\a.1r’.av.iii.pi iA.ivr1
As.ftla,i),at;yi juajm.ih. i1riumdicaviipfuiacunfuaitre
Yalcat.0^.1^AwimtarUiAnti«naV.v,?y..«ri*a:Trium Cupidinum; Voluptuofum tyranni
demin Animæ facultas, concupiscibilisvtin anima vin Amotescur Alatifingantur.
Cur Amores Nudifingantur. De Amoristergemini pulchritudine. Amor curnoncæcus
inSchemate fidus. sa, gercnsincacumine volucrem, et caueam De fructuarboris sapientiæ,
nostroinSchema Inter.viros altafapientiaprestantes, efequi
nonvocedocerefintapts, fedtantum, Schema Gemme. Sapientium,sciendi cupidos
edocere valentium, tresesseclasses.Coruicumviro fapientiæ scriptore detegitur
analogia. Schematis Amorumtrium explicatio Medica. Devolumine Mufices,
invnguibus Coruimy ab Alciato, consideracur. Schema Gemma. Explicatio viri
eruditi de Amore nocturnas Amoris origo mirabilis; a Platone polica,de
Defrondibus Aoribus hwnanæsapientiæ. claratur. Amor voluptuolus veergabellicum,
et litera Amor fapiêtiæcúrnuduse fictus. Decer gemina significatione ftellæ
prælucen. Amor sapientiæ curalatus, et quænam finteius cisin Schemate poni
caput viripsallentis. Alæ. Quomodo fapientiæsymbolumsitarboranno Amoris
Emblemanoftroperfimile, propofitum voce tantumodo docere valeant. Schema primç
Gemma. De arboris in Schemate piata coinparatione 16 busomnibus, modo fcriptis.
geminos Amoresprobaspassomexercere, çatirascibilem, et rationalem, Amor cur a
veteribus Diuinitatc donatus, Explicatio Schematis ab incerto propolica
consideratur. Yeiundas. Depriscis Anularium Gemmarum Sche maribus cxplicandis.
Amor sapientiæcur, præteralas,adhibearetiam brachiamanusque geminas,
quibusfuniculo riuin impcriolam tyrannidem exerceat. Sapientiam apprehendi ab
Animo Doctrinę Humanus animus crga sapientiam cur se habeat sermone vocali
discendi cupidos crudi. ente :primumque de biformis inferoa parte
fticicanentis, repræsentat (1.. Inter viros dostos inueniri, qui non fcriptis
Amor sapientiæ cureffictusingemma puellus Supremamonftriparshunana declaratur.
Vt Amor pusio,corporepusilo imocens, arq;moribusfimplex gallum referente.
Pientia comparatur. ad arborem scientiæ boni et malı, dudum a De fru&u
arboris scientiæ boni et mali, primæ uæ in Paradiso cantilenas ad amicam
personante perpen duplicisecollarinaltum. Responsio de Veterum Gemmarum ex-
Demagnoconatu, ingentiquelabore, quofa plicationcadcunda. Amoris differentiæ
tres cxplicatæ. Cur Amores ætate pueri fingantur a veteri sedulalectione,
acintenta Aufcultatione. Schema Gemme. ditur. Propria proponitur explicatiode
viro fapien. Amor fapientiæ curingem mafi Ausefteffigie DeBarbito,
seulyradigitishumanispulfara pusionis,acinfantis. Deo in Paradiso creatam .
cedelincatæ. Pror Proposito Schemati
comparauraliud Fabij Septentiam Viricl. hocsensusunprám, nocon cundiatoris,
exterminatione confiftere, Schema Gemmę. uenire Schematis imaginibus,
oftendirur. Propria Schematis explicatio prior eft, de Amico veromọitain Amaci
et defunctime. De Armış offendentibus, Heroico Amoribel licodatis in Schema re.
De Cun&ationebellicaper Amoremftantem Proponiturexpofitiopropriadeamorę Ca.
indicata, tofis: cap.xlvi. postulan. Amicum verum inaduerfitate dignofces, cile
fót: vél Tetbydis, aut Veneris Amores:vel Ægyptusludens ditur. Prima cxplicatio
noftra moralis, de formola Peleum, velVencris ad Anchisen delatione,
formofitas, do oscaffo, Şecunda Schematis explicatio, de Amico Pulchra mulier,
permarevitavagarsadare De Amoris bel lici clypeo hieroglyphicum, Cur Amor
istebellicus Pedes,non Equesef, Super incrementa Nili. Amici de funéti memoria
femper in corde confer. raptaproponitur, &adhistoricamfidemrc digitur,
Amoris bellici, ro, qui dignoscitur in aduersa fortuna, Schema Gemma, exarmati,
pendicur. indignacionem.cap.liv. Coniugalis Amor armis offendentibus expolia.
Proprja sententiaproponitur,quæ’est,obocu losooni Schemate noftro proprietares
Amoris irascibilis, fiuemilitaris: primumque de Schema . Gemme. Index
Titulorum, De Amoris bellicivultufæuo, seuero, actan. Explicatio
Schematisacl.Viropropolita, de cumnontoruo,minaçique. De propria significatione
Galeæ incapito dicitiam Matriş-familias. Schema Gemm &. De Amore civili,
qui vocatur Amicitia, vt a tri muliere,quæ nimium extra domum vagans ad
arbitrium,vel eft,vel euadit impudica, yanda;& Amantem non
redamatum,indi- Propria explicatio Gemmæ
proponitur, de gnabundum extinguerequam affectionem, Schema Gemmx .
Triconepulchram Nympham marinam yo, Aliena Viri cl.explicatio,de Amore monftran
lentematq; lubentemcomplecterte, perqs maria ferentc. redamato, syum Amorem
extinguente per Amorem Heroi cummilitiamagisin conferuatio Secundus eruditi
viri sensus explicatur, et ne Ducis, et Exercitus oportune celeris, et cunctantis,
quaminhoftium expenditur, moriam eonseruante, Opinio, dicenshocese
hieroglyphicum Amo Secunda Şchematis explicatio, de Amantenon ris
concupiscibilis per visam negociofam corpore milicis generatim. De Amoris belli
ciceleritace, perAlaşindica- CupidineindigneferenteSibifpiculanegari a
Venere,proponitur et expenditur, filius in Schemate noftræ Gemmulæ, IN SchemąGemma
Smithi anaexplicatiode Nereideper falum Amicus vs que ad Aram Amico illicila
busantea declaratis, Concupiscibili, Ra. Secunda explication fabulofa, vel
Tethydisadrionali, et irascibili contradistinguitur. Opinio ponons hoc esse
symbolum Amorisvo- Terrinexplicatio physicade Ægyprolafciui luptuosi,
expenditur, entesuperincrementa Nilio Rapina puellas dealiasrespulchras exponit
Propria declaratio prima de Amico vsque ad Aras., Fur et pudica Maire-
familias. piugali, exarmatospiculisoffensjonisperpu bitrium, velimpudicaeft,
velimpudicafa. equo marinoveda, proponitur, et cxpene Sententia virieruditide
puella vere a Tritong tccun&ashumanasr esessevanas, proponi- Secunda
cxplicatio,deTijroneraptāpuellam tur, et explicatur primosensu
noftratélubvndasasportāte, Tertia Capicum Operis. Tertia moralis eft
explicatio, depiratis,acpræ- Deoratione Mentalisubhieroglyphiconudæ mortali.
Propria Schematisexplicatio, declarans spe tem et faciem interga versa in,cumligneum scipionem.
cDe forma templi Delphici in Schemate. De consulentis Delphicum oraculum baculo, Mundi Systema,
partesquevniuerfuminte. grantes, explicantur. ASTV'S DEV DITVR ASTV. In cogniti
viri explicatio indicata ex senis datotibus, aliisquemaritimaclasserapienti-
mulierisgenuflexæ,sedentis, et vicumque busresalicnas. Sententia C l . viri, de primo quadrigarum inuentore
proponitur ac expenditur. Oraculorum Diuinorum propriumest, homini,
deEricthonioaPallade, ceu filiofpurio, et tanquam presentes. Schema Gemma. De
Papauere, simulachrosomni,aquoprima De rupe templo Delphico subiect:. Propria fententia proponitur primumquecal
sumitexordia et inquodimidiumsuædura
giliapatratarum, perenneinin conftantiam. Proprialententiaproponitur, et confirmatur,
impuro proicãobus euentus futuros demonftrare Schema Gemme. Aliena
declaratioproponitur,& explicatur. ciarim arborem in lacus propeod ntem,&
hominis cõsulentisoraculum cumpailijpar De Papilionc, significante breuitatem
humanæ vitæ. De Simulachro in templo Delphico. De Canopo, Deo Aepytiorum,
superante Iouis figura vesitaptum Terræ hieroglyphicũ. OratioVocalisatque
Mentalisvnacon pirantes Pallas nuda ve fignct ignis Elementun . Deum
flectunt,ob efficaciterexorant. Schema xiv, Gemma. De Mercurij ligno, Elementum
Aeris repræ de Detribus orandi modis antiquis: ftatario,ad Beneficij,
velabrutisaccepsi,Deumefegratum remuneratorem geniculato et sedentario. decoreftantis, ambabusmanibus Deocor
offerentis. Deque antiquo more tenendi Pallijmotus in terga declaratur.
Explicatio noftrade Mundi Syftemate,parti tumAquæ.cap.xci. uariælymbolummedium
explicaturdevita Dc Rota,lignantehumanarum actionum, invi. Schema Genoma.
Tionis habet humana vita. De Vrna sepulchrali, ad quam terminantur a&iones
omnes humanæ vitæ mortalis. Schema Gemme. Deum Chaldæorum Ignem, viâorem omnium
aliorum Numinum Gentilitatis. buiqueintegrantibus, proponitur; primum que
Zodiaci declaratur imago, pro toto Cælo.D e oraçione Mentali vereres profanos
egisse. Facici mira versio in tergus explicata. Schema Gemma, corroboratur.
Voca- De Nepturo, repræsentantetotum Elemen D e viribus et proprietatibus
orationis lis, atque Mentalis, Deo
Accendo p orrigen . sentante, Poeta HEROV M FILII NOX £ . autoribus proponitur
et Humana vita eft morsvndique miserysobfella. expenditur. De oratione Vocali,
fignata per mulieremic. miamittam, quædexteralacinian tenet,fini- Schema Gemma,
Explicatio Viri Cl. re&taproponitur, et latius ftraserpentem porrigit. Aras
ab orantibus. Poetabonus, ad Lgraincanerenescius: vel Propria Schemaris explicatio proponitur, de
canere nescio. Secunda Schematis
explicatio depromitur ex pium natura generica, Proserpinæ Schema Schema Gemm
&. ponendis apre
facilequedislidijstum ánimo rum dilceptantium, tum corporca violen:. Noftra
explicatiode Ducisexercituumeripli- Sacrilegus Brenus ad Altaresempli Delphici
ciproprietate. Tertia declaratio nultra de Amoris genitabilis fcibilis et
Rationalis, explicari Schemare. Produnturin Schemate. mortem fibi metipfi
sponte conscisceredebuis, Auroranettens Atheraterris,prouchit oria diem .
Schema Gemma. Aurora diejnuncia, celeriterorbem terrarum circuit. .
tiabelligerantur, setranfuerberat. absolute, frustra laboráns. Hesiodo poeta
bono carmita sua ad lyram adagio veçusto
de viro fruftra laborante. PRINCIPATVS ANIMALIVM, Ducis exercituum
proprietates: Amorisgenitalisimperiosapotestas, G Amoris tres differentia,
Elementa vitalia. imperiosapotestate.
vel Ampli il regna benegubernantur, Explicatio viri Cl. de Principatu
animalium. altronomo Lunæ, liderumque seruante, phasesob- De Ajace semetipsum
interficiente, gladiodu dum ab He&ore sibi donato terramcum
Plutoneraptoremanente,totie dem supracerráapudmatremdegente,my. Num
Sahemapossitintelligi.dam fra&tam supplente,affertur,& expen ditur,
Schema Gemma. De Cererisfilia Proserpina,sexmenses intra Amoris tresdifferentias,Irascibilis,Concupi
Elementa viuentium fcracia,& altricia, terna Anonymisententiade Decio
proponitur et cxpenditur,obferuatoris
hieroglyphicum. Schema Gemme, numpoflicimago Schematis interprecari.Explicatio
fabulosa, seu poetica viri do &i de Schema Gemme. De Mercurio Canicipite,
Regnum Acgyptium optimegubernante, Schema Gemench. De viribus Sapientiæ, ac
Eloquentiæincom. Ajaxfurens, ob Achillis armfaibi negata, Schema Gemma. De
Catone Veicense, semetipfum cõfodiente, Proponitur explicatio propria,de
Brenno, Proditoremnunquamplacereviroforti, etiam cui sot vtilis prodirio nesati
hoftis, Schema Gemm. Explicatiovirido &ideCicada, citharæchor Pulchra
fæcunditas, a terracalore rapta, fex menfeslater intra terra viscera, totidem.
que fupra terram in aere degit, C. Sapientia, don Eloquentia litigantes, atque
pugnantesanimos apsefaciley, componit. Aftrorum Lunariummotuum et phasium
Endymione a Diana ad amato. Propria Schematis explicari o proponitur d e
Gallorum Duce facrilego, qui semetipsum confecerit ad Aram Apollinis in templo
Index Titulorum, thologia cómunis explicata. Propria explicatio de
vegetabilium, feu stir te, fabulisquerepræsentata, Sapientia, et fortitudine,fagaciqueprudentia
De Bruto, separiter pugione confodiente, Delphico Schema Gemme. De off Au
Cæsaris accipientis caput Pompeij Magni a proditore, qui virum
interfecerat, Schema Gemma. Larma.
fiueperfona Dramaticum Poctamoftendit. Sue prijci sacrificabantvbigfingulisfere
Dijs vitaprecellentibus, ta vetusta.
AftNo . Schema Gemma, Schema Gemma. Virtute fortunamsuperari. Dc
Qliadrigain Anulosignatorio PlinijSca cundilunioris,& Rana fignatoria
Mecæna eis. tasmaximoperedecet. Schema Gemme. cultatibusin columem. Martiales virimulierumraptor
esprimi, par: Centauri cuerentis, et fagitcantis tergeminum novelfatuplenum, et
excrinsecusoleolisi. Generofasindoles educaridebereab Heroibus ujoueperundum.
Lætarin eminemo porterefraude; quum et ipse consimili capi valeat. cPropriæ
fententiæ declaratio, devitæconcemAmpli Dominij splendor non ofuseatsidera viro
Virumingenio, probitate, fortitudineque polen? thiuminbono Principe, Magnoque
Mini, Stro,quem taciturnitas atque celeri. sememergeredefawienrisfortunediffi
Gerimis Anulorum insculpiconsucuisse vultus gemina, fugax, dprocax,
mysticerepre. Jenialacalefti Sagittario. Insignium virorum, adillorummemoriam,
cultum, et imitationem. De Hominisin Alinumtransformationeper maleficā libidine
abutentem myfteriumexplicatur,primumquedeScr monishumanidifferentia,&
velocitace. Veterumsaltatio Iudicrasupervtresplenos, et
extrinfecusvnitosexplicaia. Eodem Hieroglyphico denotari humanæ vitæ naturam
fugacem, geminaquc differentia De vererum ludicra (alcationesuper vtrem vi.
Schema Gemms. Personam non attribui PoetæLyrico,vel Epi- Chiron Centaurus,
vtviruina&uofæfimul& contemplatiuæ vitæperitumindicet
adomnia:jeaprecipue Veneriadpuritatem coniugý; dfæcunduarem prolisinNuprijs. Schema Gemma. Furum ex rapto viuentium antiquitus
condi Schema Genome, De SacrificioSuisapudantiquos. Fraudulenti pari
fraudecapiuniør: do Vitecontemplatricisverumacgenuinum hieroglyphicum. Schema
Gemma. Gandium& Mæror viciffomfibifuccedunt. Schema Gemme. Anonymi
sententia perpendicur de Psyche Pyralidisalasbabente, ansit Animesymbo
fomquediffamati. Humani Sermonis ; do bumana vite natura in actuos apariter et incontemplatrice
Schema Gemmt. Furacisrapacitatistypus,& inftrumen. Virorum infignium
imagines Anulis in sculpifo: litas,adeorum memoriam, culium,
Mulierumraptoresprimos,& paffim fuissevi ros bellicolos. imitationem.
Libidinis atque Magia prauapoteftasingens, Schema Gemma, virtutis, et vitijdistinctam,maximeque
libi. dinosam. Cole delle proprium symbolum Dramatici. aprum cducaregenerosa
indolis adolcicencs. De Marlya geminatæ tibiæinucntorc fabula menio
latjusexplicato. Schema Gemme. Schema Gemma. tionesexplicatæ. lum absolute.
Platricisintimis attributis. Atuosa vita prima species Bigisinludorum Alia
Panos explicatio devniuerfo proponitur. Circensium Schemare currentibus
hieroglyphice interpretata. Aftuofa vita secunda species, Moralis&Actiua
lufta Zelotypamulieris indignatio, familjema eft: nuncupata, Quadrigarum
fpectaculomy. ftice representata. Schema Gemme de Equo
Troianoproposita,&expensa: Propria Schematis explicatio primumque Darctis
Phrygij deNaturalicu narratio. piditatesciendi. Virorum Heroica virtute
preftantium vultus Potentiorum præde opulenti: Telluris occupatio apud antiquos
merorieac imitationis ergo Dilly's Cretensis Ephemeridum inuentio communis
receptio. veterum, Achillisi mago qualis, et curin Schemace. vltionem, Bigarum
cursus in stadio ve indicet Artificum vitam effe&ricem. comprehendere
fatagientis. Responsio LICETI denneac formasuisymboli Schema Gemmik.
Sophiftaperimitindocius, adoctisinterficitur in literario mundo. Quadrigarum
cursu signariviram Adiuam, Naturalis cupido sciendiqu. erielatentesrerum
præcipueque Milicarem. que Aduerfus hoftesinbelloiusto,dolis Schema Gemma,
expenduntur. cap.cxli. paratur, ac de singulis tribus censura pro mulgatur.
interitus, Schema xlvij. Gemma. pafjem effigiatos. haberi. a fortioribus:
Agraria Legis occafio, do ego Amicitia cogens ad iustam
PerfeisimulacrocurfignaueritAlexander, cur vsiveteresin Numis. Multiplexænigmatis explicatio:
et primade potentioribus diripientibus aliorum opes. De Anulis, quos
adsignandum habebat Magnus Alexander. Secunda Schematis explicatio nostra est,de
robustioribus,terræ dominium, acpofsef Panos Hieroglyphica, deSermone, deque
Vniuerfo declarata. Tertia explicatio
politica noftra Schematis, de terræ distributionem ilitibusvi&toribus, per
Schema Gemma Platonica Panos explicatio, de conditionibus, Legem Agrariam,
affertur. Quarta Schematis explicatio noftrae ftphysi. Auctarium. Schema
Gemima. ca, de typo Agriculturæ. Hostium donfau fpecta fempereffedebere.nam.
Poetarum et historicorum communisopinio, Veriores fententiæ deSphinge
proponuntur exalijs,cap.cxlij. Tertia sententia PLINIO, Pausaniæque de Troia
Equo proponitur, et allatisanteacom Arcana Numinis, et edifta Principumnonime
telligentem, acnonobferuantemmanet Schemaxlij. Gemme. vis: Agriculturetypus:
Ægyptus: Schema xlvii. Gemma, et PROPIA NATURA SERMONIS HUMANI proponitur.
QuintanoftriSchematis explicacio, de regione fionem fibi occupantibus.
licerarij. inuentis ingenia macerat. Schema Gemme. aqueacviribusvtendum .
Aliorum opiniones de Sphingereferuntur, et Propria Schematis explicatio
proponitur de Troiano Equo secundum senfa poetarum Principum,&
nonintelligentesoracula. Index Titulorum, De Schemate noftri Mercurij Pana
fugientem caufas, quibus inuentiscellat, non Sphinx curinterimat non
obseruantesedi et a Ægypti. Postres i Poftreina Schematis explicatioest, de
Amici- . Crucifixi Predicatores, Pifcatoreshominum: ciæ, ad vindictam
injuriarum cxcrcitum. co. Chiorumantiquain Homerum obseruanti apu Explicatio
prima Smethiæ Gemmæ de Crucie c Explicatio primæ Gemmæ Rhodianæ, rife, Propria
Schematis explicario de Mula Thalia rentis obseruatores cæleftium luminumn
proponitur et comprobatur. Curanti quis acerdotes offerrentali quando la
Secunda explicatio Gemmæ, dehomineforcu crificia Numinisedentes, licibello
Cælaris Augusti nata, Belisarja. Afferturgenuina declaratio Numi Comitis11
Comica lafcime gaudet fermone Thalia: vel Sccunda nostra Schematis affertur
explicatio dia gentium comparari. Salute
patratum natomarehumanævitænauigante ventose chariftie Sacramento.Schema Gemme.
ad veritatis imaginem. Felicishominis,feu formuaritypus, Nawigans cum ventis in
V'tre conclusis. culo. gentis, hieroglyphico, c UniuersalisIudicijtypus:
Mirabileconuiuium in Deserto; Viros fapientes publicismonumentisefe colendos
Schema. Numifmatis, Schemą liv, Gemm. De Smithiana gemma.cap.clxii, Animo
pacato sacrificandum et fupplicandum, Fructuum atque frugum vbertatem concors
Schema Gemma. Concordia, et fidedata, feruataquçmirificam Miles atrocibella
fuper ftes in ærum nofam incidit inopiam fæpiffime duobus piscibus mirifice,
Quarta explication Gemmæ, de Sacrofan&oEu Schema Gemma.
cundoadarbitrium,fincracionis guberna blica.cli, Comparantur Numismati
de-Lazara duo ali Numiab Augustino propositi. rá curba in deserto quinque
panibus et explication viri eruditi de Venere, loco, et Cupidi neproponitur,
cap.clv. Schema Gemma, De Amore fơecundante criainferaelementa. apud homines
promoucri bonorum ome niumybercarem, Schemalvý, Gemma Belisarij et Horatij
[ORAZIO] poetæ paupertas, exinfc Fortiondinis audar facinus, pro patrie næ
calamitatisfere çoinpar exprimitur. Digreffiode Cicuræ medicamentis,
&veneno. Mutij Sczuolæ Romani grande facinus et inli- Responsio
deCicutæviribus: et pri mum, cus non habeat vim ex purgandi cor et eucharistia
symbolum. Fixi prædicatoribus hominum piscatoribus. Schema Gemmila luftriss,
loannisde Lazara, De sepulchrorum differentiis et Homericu. Secunda explicatio
Gemmæ, finale iudiciuin mulo, cap,cliii. Poeta Comici, Lyrici uelafciuiori
sactus, Gemma celestium obferuationivacandum animo curis vacuo, quies centeque
corporeprorsus Expendunturalları Schematis imagines, &
sensaViricl.cap.clvi, Aftronomio blernaca, et Aftrologiludicia, vc
exarretieridebcant. cap.clxvii. myftice referentis.Tertia explication Gemmæ,
desaturatainnume de Poerafcu Comico, feulyricolafciua fupidoMaria,Terras
doAeremfæcundans: carmina pangente, cap.clviii, gnis erga Patriam Pictas atquc
fortitudo detegiturinGemma cap.clxi.
pora çiçuræplanta: deque duplici genere Cicutarum, Sale. beat molliendi.
etiamproba, plerumque multum nocet sibi, dum viro coniugi, Cupido au olans a
Psyche fibi non morigera, Amaritudomunuscælitus datumhumanænaty. Ra ad
procreandas multasbonasactiones. Schema lix. Gemma. Quatuor Nouissimorum
explicatio in gemma de mortis memoria, per anulum schematis De
secundonouiffimo, quodeftludicium Dei poftobitum hominum, perperdentis corum
post ludicium luendis a vita de f u n et is per perenni poft obitum, aut
purgationem in cælis possidenda, per Stellam, lunam et cicadam hieroglyphice
signata. Per oratio totius Operis,Caputvlcim
n quo agitur de Monftris generatim. CJ Onflri varia ftgnijicatio 5 (02
propria efi, ac noflri inflituti^. deteoitHr, Monjlri etymologia vulgaris,
quaft res eventnras monjiret^confiitatidr; vem (^ propria proponttur»
DeMonjlroriim Hnmanorum reali existentia, Realts extftentta Monjlrornm
irrationalium naturam non eoredientium patefit, OBenditur in fiirpibus etiam
revera MonBra contingere, De Mon''hor Hmcauffis generatim ijtiot ^qu^ecjue
fint, Monflrorum caujfa Hnalis generatim (jtiQtupLex^qucec^He fit.
DeMonflrorumcattffaformaligeneratim, quotuplex quaquefit, De Moniirorum caufia
ejfetirice generatim, quotaplex, qu& quefit De MonflrorHm caiifia
effeflrice generatimtquotuple Xiqucequefit, Propria Alonfiriffeneratim accepti
definitio investigator. Inventa Monfiri definitioexplicatur.CMonfridivifioin
fuas fpeciesfupremasmtiltiplexaffertur, fedaptior eltgitur In quo fpeciatim
agitur de Monftris
tjumanis.Attexensdi6iisdicenda^&dkendorumordinempromulgans.ORige canjfd
Mon^f OYPimh manorumcomm Hmsqti<e^ "wplexejfe valeat. Monftrorum in
humana f^ecie mutilorum realis exiftentia ex Uifloricis elicitur, Origo, (
prima caujfa monBri uniformis mutili educitur ex propria materits defeu.
Secunda caujjfa^ C=f orfgo MonHri mutili oHenditurejfe ex dehilitate, ac
defe^uvirtutis formatricis, Tertia causa, ( origo
MonBrimutilijlatuiturinangufiiauteri, acloci f(stum continentis, uarta mutili
Monjlricaujfa^(origoadmateriaineptitudinem redigitUY. Quinta Mon(iri
mutiLicaujja^ (£ origo eft ex parente itidem trunco. Sexta causa 3 origo
Monflri mutili admorhumfoetus attinere dicitur, Monflra muttlaex imaginationis
parentum viexoririnonpojfc Monjiri uniformis excedentis redis exifientia ex
hiHoricis item compro- batur, (tajia, Monjiriexcedentisnatura, G?caujfa. prima
elicitor ex parentum phan- Secunda causa, (^ origo Monjlri excedentis in materics
nimio excejfu ejje perhibetur. Non omnia A^fonjlra excedentia ex
materi^srednndantia ex oririiJed aliquaexcedeniiumfuicaajfamtertio locoin una
materiae penuria obtinere. ^jiarta canfa, (^ oriuo Monjlri excedentis infk
perfcetattone collocatur, .^inta caujja, origo Monjlri excedentis rejolvitur in
iteratam ejfu^ Jionem maternifeminis in uterum citrafispeYfQ^tattonem.
Sextacauffa, £? origo Monjtri excedemis pertinet ad anguHiam uteri Septima
caujfi, c^ origo Adonftri excedentis ex parentibus monjirofts elicitur. OUava
origo, ^ caujfa Monftri excedentis in vitio nutricationis confiftcre
perhibetur„ Nona ratto, (^ canfja Monftri excedentis monftratnr in
animipajfionibus parentes aJJicientibHS : ex^rciiatio cum Cavdano, (^ Parxo.,
Decima causa origo MonjiriexcedentisinviolentafKaternicorpo^ ns concnljione
reponimr, .U/idecimacmjpi, ^origo Mon riexcedentisrefertnradmorhnm fœtus,
Monjlrorum ancipitis natur^efHbfillentia realis demonflratnr, Jldonftrianctpitisorigo, Causa. Communis
injtntiaturj ermturque prima. ex ?nateriet diverfce dcfe^H, ac excejja. Secmda
Alondrfancipitisorigo, caujjaextiteriangufiia, (de" feSiu
virtuttsformatricis explicatur Tertia Monjtnancipitis origo, cau^ainmorhofmtm,
^ffiperfce' tatiom deteqitur^ ^iarta Mon^ri ancipitis origo, caujsa refertur in
materi<e ineptitudinem, iteratammaterntjeminis,
(fanguinisejjluxtoftemaduterum, citra fiper fostationsm,
intaMonjlriancipitisorigo, causa de promitur ex parentum corpore Monjlrojb.
Sexta Monjlriancipitisorigoy Ccaujfaex vehemenii parentum imaginationei vitio
nutricationis in faetu enucleator Mofiflri ancipitis origo, Cscaujja feptima
reponitur in arte, peccata JSfatura imitante, ac nonfine ai^ilio Naturiz
operante. Mon^ridijformisexi Bentiaexhi Horicispromalgatur. De Monjlri
dijformis natura, caujfis; primaque illius origo refoU vitur in malam uteri
conformationem Secunda Monjlridijformisorigo, &caujfaJpe5lat ad malumjitum
placenta nuncupatas: cujus ufns explicatur, Tertia dijformisMonfhicaujfa,
(^origoexmoladepromitur. arta Monjiridiffhrmisorigo,
(canjfaofienditurexmotu, inta Monjlri
dijformis origOj (caujfa flatuitur imhecillitas fa- cuttatis difcretricis, yi.
Sexta origo, (caujfa Monjiri dijformis ad nimiam materiie vifet- ditatem
rediaitur, f^lI. Monflra informia, dehitam memhrorum figuram non retinentia
reipfa inveniri. Cde Ad onflrovuminformiumorigine,&caujfa; qu^primlmde
ducitur ex imbecillitatefacultatis formatricis. Secunda Monfirtinformisorigo,
(^caujfj,exanguliiautericolli" gitur.
Tertia informium monfirorum caujfa, (origo in motu inordinato repO
nltur„. arta informis Monflri origoi caufpi d(?prmiturifi mola (fLicema, tumore
utm^concuTYmie virtHtisform^trkn imhcilliime, acmatem tertceweptimdifie,inta
informis Monflri orlgo j ($' C(^0jj4 ex imMgimtio^e parmtum
vehementiexi^ltcatHr» Cap, Sexiatn formis Monftricauffa origo innsonflrofo
parentedete* gttMY, Septimainformis Monjlriorig QcaajfnrefertmadmenflrmYHm
fliixum tempore conceptus, Monjirienormisexi Hentiapatefit, Monjlra enormia et omnino
monfira mn ejfe infantcs candidos e fareKtibus JEihioipibws ortos necviciffm
iEthiopum moremgros e cmdidis: (^decolore Aadromeds. Monflri enormis origo, caujfa prima ejje in
imaginatione paren» tHmperhibetur: ^miiltadeaureocri^re Pythagorse
confiderantHr, Secunda Monfirienormisaureofemorecaujfa, origo reponitur tn
exhalationeigneadecorporeviveniis efliMente, Tertia Monfirie normisameofemore
caufia, origorefblvitHYin morbum regium, ana Monfiri enormiter pilofi caujfa i
(origo ex craffitiei (fuligi num copia extruditptr; ubiplura de cordepilofo
Ariftomenis, inta Manflri enormiterpilofi origo, causa ex parentepariterpih» Jo
petenda eft. Sexta Monflri enormiter Upi defcentis origo et causa ex
intempefiei tic materiae ineptttudine dedudtur Mon^rimuiltt
formtsineademfpeciefnbf Mentiapatefit; ubidecapi-'le ytrtli mulieris corpori
ajfixo de Hermapbrodttts mira quadam explaviantur. Monfirimultiformisin eadem
fpecie^muUerisnempevirite caput habenits origo, ej" cauffa prima ex
hetero^e»ea feminis natura educitur j
defemi» nis' Vulgo tnwiafculosmutatts; Qfdemn fculisefieminatis,
Secund.canfia ejufdem moftlhi multiformis ( ori<To excutitur ex de jtdu
fminis m^fcpilei Tenia Monjiri multiformis in eadsmfpecie origo (£
cauJfarefertHf i,id pdrentumimairin Mionem..t^ariuorigo,
(^cauffaMonfirimuliiformisin eademfpecieadpa rent^s conjimilem natnram attinef,
monfira mnltiformia ^diverfas animulium species in ecdem genere proxmoreferemta
fnonefie figmsnta ^jed in rernmnatura reperiri J^donjlYt midti formis diverfas
animali Hmfpecies in eodem geneYepYO^ ximo referentiSy canjfa c origo frima
depromitur ex apparentia. Secunda causa, G? origo Jkfanflri, mtiltiplicis
fpeciei animalia referen' tts, ex imbecillitate generantis pendere
demon(lrattir, Tertia canjfa, Cs* origo
Adonflri multiformi animalium fpecie elicitur ex deirenerata fsminis anima in
nattiram alienam.arta Aionflri mnltiformis varias animaliam species referentis
origo causa ermtm ex materialifostus principio, jtinta Monflri lotimani
hrntalem effigiem habentis orioo scattjfa ex virtnt is alentis vitio elicitptr,
Ssxta hominis monflroseferinaspartes habentisoritroj caujfain altmentaris
materiis vitio reperitar, Septimacanjfa,(^origo Monflrihitmaniferinam effigiem
habentisex morboelicitur. O avacauffa, origo Monflrihnmaniybrtitorumejfl
gieminmem' bris habentiSfjx imaginatione parentum defttmitHr Nona caufja,
corigo Alonflri varias animalitim effigies habentis agnofcitnr ex parentzbfis
monflrofs, Decima causa origo Monflri partes habentisbrtitorum membra (hnmana
referentes, explicatur exfeminum miHione, ac nefaria venere. Dttbitafiones
propofltam theoriam. urgentes diluuntur (prima edn a ex ARISTOTELE, alicubi
n^gante monjlrtim fieri ex animalibus diverfs fpeciei. AlteradubitatiQ
Maniliana, G Lucretiana diluitur, negans qtiiA ejfe nobis commune cum feris,
plantis ad invicem {nam Caftronianam ver^ bistemer efttffttltam, non
autemrationibusinnixam, latedif cujfimusinopett de Feriis Aitricis Anim3?,
difputat. Tertia dubitatio viri eximii negantis ex variis fpeciebus poffe ejuid
uni tantum parenti congeneum nafci. Exercitatio cum acutiffimo Delrio. Di in le
magis explicatur origo humani monflri ex fera nafcentis,Vndecima causa et origo
Monfiri y varics speciei anirmliumi partes habentis, ex cacodamonis opera
elicitur, Monflra muhiformia fuijfe conflruUa ex partibus referentibus animantia
diversl generis, Monflrihttmani membravHiorumanimalium habentis origo caujfa
prima in apparentiam refertur. Secunda
Monfira diverp generis origo S cauffa ex imbeciUitatsj vtrtutis generamis
colligitur. Tertia Monflridmffigemi origo, emffain Milifate fcrma- tricis
repomtnr artacmujfa c origo Monflrimnln gemie cimbecillitatcviv
tmisfeparatricis dedHcttm. inta causa,
erigo Monflri multigenei referturad femims degeneranoncm. Sexta caujfa
Monflri poligenii materice ineptitudo ejfe offenditur. Septima causa origo
Monflri multigeneidejumitur ex debilitate virtmis alentisfoetum, Octava causa origo Monflri diverft genii ex
inepto partium alimento educitur, Nona
cauffa, origo Monflri multigenii ex morbofostus adducitur, Decima caujfa, G?
origo Monflri multtgenii ex parentum imagi' natione hauritur. Vndecima cauflaj
Gf origo Monflri diverft generis adparentes
mon Yofosrefertur, Duodecima causa y origo Monflripoligenii habetur
infemitium permifiione, Decima tertia causa originis Medufaei tapitis in
ovogallin s...Decima quarta caujfa origo Monjirimultigeniiadvim mali Diemonis
refertur, Monftricacodamonis origo
explicatur ex causis prius adducis.
Vewv&tio totius operis. Licetus. Fortunio Liceti. Liceti. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liceti” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza --
Grice e Licone: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A
Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza --
Grice e Licoforonte: all’isola -- la scuola siciliana – Roma – filosofia
siciliana – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo italiano. Leonzio, Sicilia. A
pupil of GORGIA (si veda) di Leonzio. Primarily a sophist, he takes positions on
philosophical matters. For example, he declares that being from a noble family is
worthless in itself, as its value depends solely on the esteem in which the
family is held. Licofronte. Licofronte.
Luigi Speranza -- Grice e Liguori: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura critica – filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Personally, my
favourite of Liguori’s metaphors is ‘the abyss of reason,’ since Speranza has
elaborated on this: it’s Gide’s ‘mise-en-abyme’ no less, which breaks my
principle of ‘conversational perspicuity’ – a mise-en-abyme text is just
untextable!” -- Grice: “Liguori has
studied the metamorphosis of language in one of his philosophical noble
ancestors!” “I like Liguori: he has the gift of the
gab for metaphor: ‘i baratri della ragione,” “la fucina del filosofo,” “l’alambicco
dell’anima,” “la condizione del senso” ‘il razionale dello irrazionale” o “le
ragione dell’irrazionale” “le ambiguita della ragione,” “Trasimaco ha ragione”
“Giustizia e carita” Ritratto. Frequenta il liceo classico dell’Istituto Massimo
di Roma. Studia alla Sapienza. “Scherzi della memoria.” Si laurea con la tesi “La
scesi giuridica.” Insegna a Lecce ed Ostuni. Si dedica alla storia della
filosofia. Insegna a Bari, Urbino, Ferrara, Trento, Salento, Torino, Firenze, Lecce,
Cassino, Napoli, e Noceto. Con “E il vero baratro della ragione umana” – cf. H.
P. Grice, “Mise-en-abyme conversazionale” -- viene riconosciuto come uno studioso di Kant,
Graf, LEOPARDI (si veda), e Cartesio. Tratta Positivismo di Sergi, Lombroso, Morselli e Vignoli; della scesi di RENSI
(si veda) ponendolo in critica relazione tra LEOPARDI (si veda) e PIRANDELLO
(si veda). Scrive di de' Liguori e di Benedictis, detto l'Aletino. Collabora con
l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Tenne rapporti epistolari
con GARIN, BOBBIO, Augias, Binni, Donini, Ferrarotti e Timpanaro. Fonda ad
Ostuni il Circolo Culturale “Sic et Non”, cui aderiscono e collaborano
note personalità della politica e della cultura quali Donini, Fiore, Radice, matematico e fondatore e direttore di
“Riforma della scuola” e docenti delle Bari, Roma e Lecce. “Sic et Non” si
impegna in complesse battaglie civili come quella per un dialogo tra marxisti e
cattolici, ed altre incombenti questioni sociali come la campagna per il divorzio.
Stringe intese, oltre che con moti uomini politici e studiosi di chiara fama,
con il gruppo dei cattolici del Gallo di Genova e coi fiorentini seguaci di
Giorgio La Pira, i quali si riunivano intorno alla rivista “Testimonianze”
diretta da Balducci e Zolo, nonché con i ragazzi della Scuola di Barbiana,
diretta da Don Lorenzo Milani. Manifesto editoriale del "Sic et Non"
è la rivista Presenza, da lui diretta, che testimonia questa attività politica
allora pionieristica per una piccola provincia del Sud Italia. I sette numeri
pubblicati della rivista Presenza, e altra documentazione di tale impegno
politico, sono attualmente depositati presso la Biblioteca di Ostuni intitolata
a Trinchera e comunque ampiamente documentati nell'unico saggio autobiografico
dello stesso autore. Critica e commenti sull'opera di L. Carteggio con
illustri studiosi Bobbio: Il saggio mi pare di grande interesse, per l’ampiezza
e la serietà della ricerca su un tema, se non sbaglio, mai scandagliato a
fondo, eppure importante nell'ambito più vasto della storia della filosofia
positiva, della critica letteraria e della cultura torinese (argomento a me
particolarmente caro). Sono convinto che si tratta di un lavoro di prim'ordine,
che rende giustizia a uno studioso e a uno scrittore (e poeta) che è stato sì,
ricordato più volte dai suoi discepoli, ma è stato poi dimenticato dagli
storici. Credo che questo libro sia un effettivo contributo alla migliore di
quel periodo della nostra storia che la cultura idealistica aveva disdegnato:
un contributo di cui soprattutto noi piemontesi dobbiamo essere grati».
Sebastiano Timpanaro: «Mi sembra, e non lo dico per adulazione, ma con piena
sincerità, un'opera di livello davvero eccezionalmente alto, per la
caratterizzazione del protagonista e di tutto il suo ambiente, per tutto ciò
che finora ignoto essa porta alla luce. E’ venuto fuori cosi un lavoro che
molto di rado accade di leggere». Donini: “Mi pare, ad un primo esame,
fondamentale per la conoscenza del periodo ancora poco conosciuto. Apprezzo
moltissimo tale metodo di indagine e la serietà della documentazione. Uno
studio di questo genere è certamente costato decenni di intensa documentazione.
Oldrini: ho letto subito il volume su
Graf così ricco e con non poco profitto. Quando l’autore, in un punto se la
prende con gli storici della filosofia italiana che trascurano Graf, anzi noni
menzionano affatto, mi sento in colpa; e tanto più in quanto io, studioso della
cultura napoletana, mi son lasciato sfuggire quei nessi di Graf con Napoli che
il volume di L. illustra con tanta passione». Contorbia: “poche volte accade di
fare i conti con un libro così fatto, stratificato, totalizzante; ad apertura
di pagina si avverte l’impegno, il grado di coinvolgimento appassionato con cui
lei ha condotto avanti negli anni una così impegnativa ricerca peculiare, quasi
il centro della sua esistenza intellettuale, il punto di arrivo (e a un tempo
di partenza) di un confronto che è culturale ma anche morale e politico.La
qualità di un tale lavoro, mi pare, fuori dell’ordinario». Valli: «L’autore ha
consegnato alla critica e alla conoscenza uno studio così complesso da poter
essere considerato un esaustivo panorama della cultura del secondo Ottocento
italiano e non solo italiano]». Recensioni di illustri studiosi Rossi, “L'autore…
ha fatto emergere un quadro ricco e articolato dove accanto alle ombre brillano
alcune luci importanti». Recensione sulla rivista «Panorama» riguardante
il di de Liguori Materialismo inquieto,
edito da Laterza. Cosmacini, «Il lavoro di L. è largamente meritorio oltreché
ampiamente documentato». Recensione uscita su «Il Corriere della sera»
riguardante il di L. Materialismo
inquieto, edito da Laterza. Marti::Dalle appassionate e diuturne indagini
dell’autore su Graf e il suo tempo è venuto fuori il ponderoso, massiccio
volume, che ho ricevuto come caro e preziosissimo dono. Davvero lusinghiera la
“presentazione” di un grande Maestro come Garin, e accattivante e simpatica
l’”Avvertenza”. Tutto il resto è da leggere». Recensione al volume di L. su
Graf, Giornale storico della letteratura italiana. Augias: «Quella di De
Liguori è infatti una storia meridionale che parte da una finzione narrativa di
gusto classico ma così classico da poterla ritrovare in alcuni capolavori tanto
celebri che non vale nemmeno la pena di citarli. Saggi: “Trasimaco ha ragione” (La
Rassegna pugliese); “Giustizia e carità” “fra filosofia e vita” Ivi “Lo scetticismo
giuridico di Rensi” (Rivista di Filosofia del diritto); “Una moderna enciclopedia
del sapere, Rassegna pugliese, II“Efirov e la filosofia italiana, «Problemi», “Un
Leopardi anti-progressivo” (Dimensioni); In tema di materialismo comunista,
Ivi, “Gioberti e la filosofia leopardiana -- momenti del conflitto tra
l’ideologia cattolico borghese e la protesta leopardiana” (Problemi); “Un
episodio di solitudine. Rassegna di studi su Graf,” Ivi “Leopardi e i gesuiti
-- appunti per la storia della censura leopardiana, Rassegna della Letteratura
italiana, Quel povero “Diavolo” di Graf, «Giornale critico della Filosofia
italiana», Le «Scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Graf Ivi, Scetticismo
e religiosità in una rivista militante: «Pietre» in, La filosofia italiana
attraverso le riviste, A. Verri, Micella, Lecce, “La condizione del senso”; “Per una
riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi” «La Rassegna della Lett.
It.», Il mito e la storia” – “Le ragioni dell’irrazionale in Graf, «Problemi»,
Quella «dubitante religiosità». Graf e il modernismo, «Giornale cr. della fil.
It.», Doria tra platonismo e riformismo, «GCFI», Il sodalizio Labriola-Graf negli
anni della loro formazione «Studi Piemontesi»,
Un anti-cartesiano di Terra d’Otranto: Benedictis, in, Miscellanea di
Storia Ligure, Genova); “Materialismo e positivism -- questioni di metodo” (Facoltà
di Filosofia, Bari); “Aletino e le polemiche anti-cartesiane a Napoli” (Rivista
di storia della filosofia); “L’araba fenice: ossia la filosofia nella
secondaria, «Idee», “E il vero baratro della ragione umana” – “Graf e la
cultura” Prefazione diGarin, Lacaita, Manduria,
“Le ambiguità della ragione” – cf. Grice: ‘the equi-vocality of ‘reason’
Grice: “Liguori has a taste for unnecessary plurals: the abysses – the
ambiguities -- ” -- «Idee», “Per la storia della psico-fisica in Italia”; “Il
materialismo psico-fisico e il dibattito sulle teorie parallelistiche in Italia
-- Masci e Faggi «Teorie e modelli», “Di una rinnovata attenzione al
materialism” (Idee); “Mito e scienza nell’antropologia e nella storiografia del
positivismo italiano”; “La filosofia tra tecnica e mito, Atti del Convegno
della SFI, Assisi, Porziuncola); Dimensioni»,
Livorno, Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del
positivism” (Laterza Bari); “Tommasi e la filosofia zoologica di Siciliani,
Rileggere Siciliani, G. Invitto e N. Paparella, Capone, LecceI Presupposti
epistemologici e immagine della scienza in Morselli e Graf, Filosofia e
politica a Genova nell’età del positivismo, Atti del Conv. dell’Associazione
filosofica Ligure-- Cofrancesco, Compagnia dei Librai, Genova, pMaterialismo e
scienze dell’uomo; Kant e la religiosità filosofica di Martinetti, iA partire
da Kant; L’eredità della “Critica della ragion pura”, A. Fabris e L. Baccelli.
Introduzione di Marcucci, Angeli, Milano, Materialismo e scienze dell’uomo -- Il
dibattito su scienze e filosofia, Lacaita, Manduria, La fondazione razionale
della fede in Martinetti, Dimensioni, Livorno, Darwinismo e teorie
dell’evoluzione nella prospettiva monistica di Morselli, Il nucleo filosofico della scienza, Cimino,
Congedo, Galatina, L’immagine della
donna nel paradigma positivistico della degenerazione, Morelli. Emancipazione e
democrazia, G. Conti Odorisio, Scientif. Ital., Napoli, La cultura filosofica in
Torino, Rivista di filosofia», Presupposti torinesi della singolarità
filosofica di Martinetti, «Studi Piemontesi»,
E’ possibile la storia dello scetticismo?, “Segni e comprensione»”; “
filosofi delle bancarelle». Per la critica della storiografia filosofica, «Lavoro critico», Il sentiero dei perplessi -- scetticismo,
nichilismo e critica della religione in Italia da Nietzsche a Pirandello, La
città del Sole, Napoli, La reazione a Cartesio in Napoli, Giovambattista De
Benedictis, «GCFI», La revisione della storiografia sul mezzogiorno, «Segni e comprensione»,
Positivismo e letteratura. Antologia di testi, con Introd. e note, Graphis
Bari, La lezione scettica di Rensi, Critica liberale,- La psicofisica in
Italia, La psicologia in Italia, a cura
di Cimino e Dazzi, Led, Milano, Vignoli e la psicologia animale e comparata,
Ivi, Pensatori dell’area torinese --Percorsi», Quaderni del Centro Frassati,
Torino, Il ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo
leopardiano, in Biscuso e Gallo, Leopardi anti-italiano, Manifesto libri, Roma,
Kant e le scienze della natura -- in margine alle lezioni kantiane di Geografia
fisica, in Filosofia, Lecce, Lacaita Manduria, Cattaneo, Psicologia delle menti
associate, G. de L., Riuniti, Roma, Antropologia, psicologia comparata e
scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli», Geymonat, Treccani. Antropologia e tassonomia
in Kant. Da Blumembach a Buffon, Atti del Convegno sulla Geo-fisica kantiana,
Congedo Lecce, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli,
«Teorie e modelli», Cronache di
filosofia del diritto in Italia. Sforza e i suoi corrispondenti, in «Quaderni
di Storia dell’Torino», Per Mucciarelli:
positivismo psicologia e storia, «Segni e comprensione», Geymonat e il
“materialismo verso il basso”, GCFI, Il materialismo di Timpanaro, «Critica
liberale», Lettere di Timpanaro a Liguori,
in Il Ponte, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Leopardi,
«Quaderni materialisti», Labriola e Graf -- Principio e fine di un sodalizio di
vita e di pensiero, in Labriola e la sua università. Mostra documentaria per
settecento anni della “Sapienza” Aracne, Roma, A. Graf, Memorie, Introduzione,
commento e cura, “Gli Arsilli”, Edizioni dell’Orso, Alessandria Un catalogo per
Labriola, «Critica Sociologica», Utilità dell’inutile. Dalla elaborazione
concettuale alla programmazione e alla costruzione di un catalogo, «Itinerari»,
I Gesuiti. Le polemiche sui riti confuciani tra l’Aletino e i missionari
domenicani, «Studi filosofici»,Le «imbrogliate bestemmie germaniche». Moleschott
e la medicina materialistica, «Physis», La fucina del filosofo. «Segni e
comprensione», Filosofia teologia e fisica di Cartesio nella Difesa della Terza
lettera apologetica dell’Aletino, «Il Cannocchiale», Liguori e la filosofia del
suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, Rivista di Storia della Filosofia, “Libido
Sciendi”. Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento
(da Magalotti a Valsecchi), GCFI, Scherzi della memoria. Mappa di un itinerario
non turistico tra politica e cultura in una provincia del Sud, Prefazione di Ferrarotti;
Postafazione di Cumis, Salvatore Sciascia, Medicina e filosofia in Italia tra
evoluzionismo e scientismo. Da Tommasi a Morse, «Il cannocchiale»,, L’ ”il lambicco dell’anima”.
Note sul Mind body problem in Italia nell’età del positivismo, in Anima, mente
e cervello. Alle origini del problema mente-corpo, P. Quintili, Unicopoli, L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e
del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant, Le Monnier
/Università, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, Romanzo con pefazione
di C. Augias Movimedia, Lecce, Pensatori dell’area torinese tra i due secoli,
in Quaderni Noce, Marco, Lungro di Cosenza, Ateismo e filosofia.
Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e sul rapporto tra
fede e ragione, «Il Cannocchiale», Le metamorfosi del linguaggio nella
controversistica e nella pratica missionaria, Le metamorfosi dei linguaggi, Borghero
e Loretelli, Edizioni di Storia e
letteratura, Roma, Dannazione e redenzione dell'Eros. Soggetti e figure
dell'emarginazione: la donna come oggetto determinante nella invenzione
cattolica del peccato di lussuria in «Bollettino della Società filosofica
italiana», Le cose che non sono, in
«Critica Liberale», Prefazione di E. Garin, Manduria (TA), Bari,
Roma, Lacaita, Gemoynat Treccani, Le Carteggio privato (corrispondenza
autografa) tra L. e i singoli autori citati
Rossi, Viaggio nel Positivismo, in Panorama, Arnoldo Mondadori, L.,
Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del
positivism, Bari, Roma, Laterza, Giorgio Cosmacini, Povero medico condannato al
materialismo, in Corriere della Sera, Marti,
Recensione a I baratri della ragione in
Giornale storico della letteratura italiana, Le sorelle Vadalà. Quattro storie
più una, [Romanzo], Prefazione di Augias, Lecce, Movimedia. Dannazione e
redenzione dell’eros. Soggetti e figure dell’emarginazione: la donna come
oggetto determinante nell’invenzione cattolica del “peccato” di lussuria di L. Il
Cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto vario e
molteplice nei modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si
riproducono e a cui gli antichi avevano preposta una della maggiori fra le
divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e
turpe e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura
d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non
altro in teoria, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il
coniugio e la continenza è virtù che va tra le maggiori. A. Graf1. L. examines the
story of Eros, from ancient Greece to the age of Enlightenment, and tries to
underline relevant connections with other events of thought and religious
traditions as well as European popular customs. The ideological conflict with
Christian ethics and Catholic church is particularly highlighted thanks to a
specific textu- al analysis, particularly during 17th and 18th centuries.
Keywords: Subjects and Figures of Marginalization, Woman Condi- tion, Ethics
and Christianity, St. Alphonsus M. de’ Liguori. 1 A. Graf, Il Diavolo, Treves, cur. Perrone,
introduzione di Firpo, Salerno, Roma. Avverto l’eventuale lettore che il saggio
che segue ha natura meramente divulgativa e di mera indicazione didattica nei
confronti dei docenti di discipline storico-filosofiche. Nasce
dall’assemblaggio di appunti per il canovaccio di uno spettacolo tenutosi a
Parma al Teatro del Vicolo, dal titolo Eros e Poesia. M’è d’obbligo infine
rimandare sull’argomento che qui espongo, agli interventi di alta e corretta
divulgazione, curati per Rai Educational, di Argentieri, Curi e Moravia, in
Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. Raccolta e catalogazione
dei materiali Non partiamo dalla consueta e abusata presunzione ontologica; non
diciamo che le cose sono, piuttosto ci limitiamo, cartesianamente, a scoprire
in noi il pensiero e, col pensiero il corpo e la sua capacità di rapportarci ad
altri corpi attraverso quelli che chiamiamo i sensi. Ci hanno preceduto i
sensi sti: nulla è dentro la nostra mente che non ci viene fornito dai
sensi. E così la fantasia, la logica, la ragione, la fede altro non sono che
gli strumenti più raffinati di un corpo tra i corpi (materia) che, come
l’infima creatura che emette pseudopodi, procede dal coacervato all’ameba e
arriva all’uo- mo, cuspide di presunzione, anelito più che sensata pregnanza di
vita.. Non lasciamoci impressionare dai prodotti di questo strumentario
intellettuale: arti, religioni, presenze invisibili, futurologie improbabili,
paradisi perduti o escatologici disegni, virtualità effimere come sogni,
denunciate già dal fol- le di Danimarca una volta per tutte. Sono sirene
lusingatrici di contro al cui canto ammaliante hanno ancora buona validità i
tappi di cera nelle orecchie usati da Odisseo, navigante curioso, per escludere
i suoi compagni2. Qualcuno sostiene che le cose non sono se non create. Qui noi
non soste- niamo l’inesistenza delle cose: in tal caso dovremmo postulare e
ammettere la trascendenza, laddove noi riteniamo l’oltre una autonoma creazione
(se vogliamo mantenere il termine) del nostro pensiero. Abbiamo raggiunto (a
livello di pensiero puro, non certo di pensiero soggettivo) un tale grado di
evoluzione da creare dal niente, come aveva, in termini tutti romanti- ci,
spiegato Fichte enunciando i tre celebri principi della sua dottrina della
scienza! Ma gli sviluppi delle neuroscienze, in particolare, hanno reso sterili
tali tentativi di esplicazione del reale. Idealismo e religione fanno a gara a
rincorrersi nella loro foga di raggiungere la verità eterna! Meglio perciò
rinchiudere i filosofi nel trittico che si sono costruiti con secolare pazienza
della Metafisica, Teodicea e Ontologia. Che farnetichino in eterno sull’ori-
gine dell’anima, sul rapporto col corpo e sul destino futuro della umanità. Si
potrà, una volta sgombrato il terreno dalla zavorra, procedere in modo più
lineare, ordinato ed onesto alla diagnosi del male di vivere: del nascere e
morire. Tolta di mezzo la pretesa razionalità e la scientificità teologica (e
teleologica) con la sua saccenteria, gli strumenti dei sensi come la fantasia,
la fede, la ragione potranno riprendere legittimamente la loro funzione di
guida o di orientamento. Se partiamo dalla nostra “condizione umana” (senza
scomodare Mal- reau) vera e concreta, viene prepotente in ballo, la nostra
sensualità, prima ancora che la nostra sensitività. Avvertiti da Freud, che va
ascoltato con la 2 Vedi quanto scrive, Berto, L’esistenza non è logica. Dal
quadrato rotondo ai mondi impossibili, Laterza, Roma. 30 dovuta prudenza
filosofica, ci accorgiamo facilmente che è l’eros la molla privilegiata delle
nostre azioni o inazioni. Tanto è vero che sul terreno della storia è con
l’eros che il Cristianesimo ha ingaggiato fin dalle sue prime origini la sua
battaglia aperta, dagli erotici furori degli anacoreti fino ai ra- ziocinanti
dogmatismi teologici dei nostri giorni. Conviene delinearne un breve profilo.
Profilo storico dell’Eros in Occidente. Dal mito di Venere a Maria Vergine È
proprio nel mondo romano, e in quella che gli storici designano come età
tardo-antica, che si compie una storica metamorfosi della mitologia pa- gana:
il suo graduale trasferimento da religione delle classi colte e dominanti a
religione dei campi (pagi = pagani), della plebe rurale. Indicativo tra tutti
il passaggio di Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fecondità, da un
canto, a quella di Demonio, Lucifero (portatore di luce), stella del mattino,
per i suoi referenti legati alla sessualità, e, dall’altro, a quella della
Vergine Maria, madre di Gesù Bisogna ricordare che mentre avanza il
Cristianesimo, il mito di Roma non solo permane ma, sotto mutate spoglie,
cresce e si svolge fino ai nostri giorni. Perde la sua valenza politica, la sua
forza sugli eventi immediati ma guadagna nell’immaginario. Entra a far parte
del grande patrimonio del- la memoria collettiva. Ma in tale processo, se perde
i suoi caratteri storici, obbiettivi, acquista una rinnovata immagine
fantastica, rispondente alle esigenze delle masse. Soprattutto il Medioevo
trasforma Roma, i suoi dei, la sua cultura in nuova mitologia sincretica, mista
di elementi tradiziona- li e di apporti nuovi conferiti dalle differenti
popolazioni d’Europa, attinti soprattutto alla nuova fede cristiana che diventa
l’amalgama di germane- simo, usanze barbariche, romanità, orientalismi, ecc.
Roma continuava ad avere un suo primato nell’immaginario o mondo incantato dei
miti e delle leggende3, come l’aveva avuto in quello, storico, politico
culturale e civile. Ricordiamo l’accorato rimpianto di Rutilio Namaziano Fecisti
patriam diversis gentibus unam. Urbem fecisti quae prius orbis erat Nella
cultura illuministica, tra Settecento e Ottocento, il mito di Roma si veste di
forme neo classiche. Goethe, Winkelmann, e Byron che 3 Cfr. F. Denis, Le monde
enchanté,. Cosmographie et histoire naturelle fantastiques du Moyen Âge,
richiamato da Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, 2 voll., Loe-
scher, Torino. Ma vedi, dello stesso, Roma nella memoria e nelle immaginazioni
del Medio evo, 2 voll., Loescher, Torino
ne fa la patria ideale delle genti Oh Rome! My country! City of the soul!
The orphans of th heart must turne to thee, Lon mother of dead impires! Tale trasformazione della mitologia classica, porta
con sé naturalmente un radicale cambiamento della maniera di concepire l’amore
e di vivere l’e- ros. L’amore tra uomo e donna acquista differenti valenze e si
prepara quella teorizzazione dell’amore tutto spirituale che verrà dommatizzato
e praticato per tutto il Medioevo e, nella forma più angelicata e sublime, da Dante
al Petrarca, ...quel dolce di Calliope labbro che amore nudo in Grecia e nudo
in Roma, d’un velo candidissimo adornando, rendeva in grembo a Venere celeste.
Dilagheranno per tutta Europa fenomeni di sessuofobia completamente ignoti alla
società greca e latina, quale ad es. il fenomeno dell’ascetismo. Sorgerà la
figura, del tutto nuova e inconcepibile per il mondo classico, dell’anacoreta
e, d’altro canto, l’immagine del peccato prenderà aspetto dia- bolico
orripilante, venendo a popolare tutta una nuova mitologia di presen- ze
infernali che accompagnano e turbano la vita degli uomini del Medioevo. Molte e
varie le rappresentazioni tipiche della diabolicità mostruosa, frutto, in
particolare, del peccato di lussuria, quali il mosaico nel Battistero di Fi- renze,
opera popolaresca di Coppo di Marcovaldo che tanto impressionò Dante fanciullo,
il poema predantesco di Bonvesin della Riva, Il libro delle tre scritture o il
De Babilonia di Giacomino da Verona e i vari “precursori” di Dante, fino alle
allucinate raffigurazioni de il Giardino delle delizie di Bosch al Museo del
Prado4. Ma che accadeva? Venere, scacciata, veniva ugualmente a tentare gli
sciagurati che volevano sfuggirle, quali monaci ed asceti; e, come ci ricorda
sempre Graf, «invadeva le loro celle ugualmente, immagine vagheggiata e
detestata a un tempo». Siamo nell’epoca delle tentazioni. Ecco l’autorevolis-
sima testimonianza di San Girolamo, il grande dottore della Chiesa, autore
indiscutibile della Volgata, l’edizione ufficiale della Sacra Scrittura, in una
sua lettera alla vergine Eustochia: Si ricordi, Villari, Alcune leggende e
tradizioni che illustrano la Divina Commedia, «Annali delle Univ. Toscane»,
Pisa. Soprattutto, A. D’Ancona, I precursori di Dante, Sansoni, Firenze. Per ulteriori
e dettagliati riferimenti, cfr. il mio, I baratri della ragione. Graf e la
cultura del secondo Ottocento, prefazione di Garin, Lacaita, Manduria. Oh
quante volte, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole,
che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginavo d’essere tra le delizie di
Roma! Sedeva solo, piena l’anima d’amarezza, vestito di turpe sacco e fatto
nelle carni simile a un Etiope. Non passava giorno, senza lagrime, senza gemiti
e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m’era letto la nuda terra. E
quell’io, che per timor dell’inferno m’era dannato a tal vita e a non avere
altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m’im- maginava d’essere in
mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai
digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva di desideri e nell’uomo, quanto
alla carne già morto, divampavano gli incendi della libidine. E qui
l’iconografia sacra ha lavorato sul santo, riempiendo di San Girolami,
atteggiati in guise diverse, tele, altari, absidi, pale, trittici per tutto il
medioevo e il Rinascimento. Da Dürer a Caravaggio, da Cima da Conegliano a
Masolino, da Masaccio a Tiziano, dalle tentazioni di Giovanni Girolamo Savoldo
al Perugino, fino alla compostezza gotico-geometrica di Antonello, ecc.Si
assiste ad una evoluzione storica dell’eros, che si arricchisce, per così dire,
dell’idea stessa del peccato. Simboleggiato dal frutto proibito, l’atto carnale
tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre viene stigmatizzato come peccato originale,
una sorta di marchio che da quel momento in poi mac- chierà ogni creatura. Homo
vulneratus est naturaliter, sanziona definitiva- mente San Paolo! Anche se la
dottrina della chiesa troverà il modo di recu- perare in positivo quella
ferita, quella malattia costituzionale, con il concet- to dell’agape, nel quale
l’eros si diluisce in amicizia includente la mediazione del Cristo. Ma la cosa
più sorprendente è che Venere, simbolo dell’amore carnale, cantata da Lucrezio,
poeta epicureo, come colei che presiede alla bellezza della fecondazione sia di
piante che di animali, e perciò come voluttà d’uo- mini e di dei, subisce nel
corso della storia differenti e impensabili metamor- fosi. Da un canto, come
quasi tutte le divinità pagane, trapassa a popolare la mitologia cristiana di
nuove figure positive e negative, arrivando a iden- tificarsi dapprima con il
Demonio in persona, poi con la stella portatrice di luce, (Lucifero, angelo
caduto e stella del mattino); infine, fattasi mite e mise- ricordiosa, gradualmente
perdendo i suoi più accesi caratteri erotici di beltà voluttuosa, assurge
addirittura al ruolo di Maria Vergine, concepita senza peccato, Madre di Gesù,
figlio unigenito di Dio! Siamo di fronte a un fenomeno storico noto agli
storici e agli antropologi come sincretismo religioso 5 Trad. fedele di Graf da
Gerolamo, Epistolae, in Patrologia latina, cur. Migne, Parigi. Cfr. Graf, Il
Diavolo, cit.,per cui le divinità pagane continuano una loro vita, si direbbe
più dimessa e quasi nascosta, nei pagi, nelle campagne tra la povera gente,
trasformandosi, e sovente confondendosi, coi santi e le divinità della nuova
religione ebraica e cristiana. Ne è un esempio la favola di Tanhäuser, il
cavaliere francone di cui la dea Venere si innamora. È nel mondo romano in
sfacelo che gli dei di Roma – GIOVE CAPITOLINO -- si avviano alla loro
metamorfosi -- quello che non e accaduto agli dei ellenici. Da un canto si
rintanano nei pagi, nei campi, tra la povera gente di campagna e ne continuano
a propiziare raccolti, a combattere carestie ad aiutare la gente misera nelle
quotidiane disgrazie che affliggevano gl’umili e gl’indifesi. Dall’altro lato,
in questa storica trasformazione, raccolgono in loro tutto il male esecrabile
del mondo antico: il turpe, il diabolico, l’illecito, il peccaminoso del mondo
romano. Soprattutto l’osceno -- ciò che è dietro alla scena e, pertanto, non è
visibile -- e il sensuale nei rapporti amorosi. Gli dei di ROMA si trasformano
così in demoni. Si passa dalla celebrazione dell’amore fisico, cantato dai
poeti, da OVIDIO (si veda), Catullo (i neoteroi) a LUCREZIO (si veda), che lo
inserisce nel fluire e divenire dei fenomeni naturali, alla definitiva
divaricazione della sessualità dall’amore spirituale, come aspetti di una
passionalità di differente e contrapposta natura. Si ricordi l’inno a Venere di
LUCREZIO: AENEADVM GENITRIX HOMINVM DIVOMQVAE VOLVPTAS ALMA VENUS CAELI SVBTER
LABENTIA SIGNA QUAE MARE NAVIGERVM QVAE TERRAS FRUGIFERENTES CONCELEBRAS PER TE
QUONIAN GENVS OMNE ANIMANTVM CONCIPITVR VISITQVAE EXORTVM LVMINA SOLIS. Ma ecco
come espone Graf, storico dei miti romani, la sottile trasformazione degli dei
di Roma -- quelli stessi che VIRGILIO, guida d’ALIGHIERI, chiama falsi e
bugiardi -- in divinità o potenze
demoniache. I numi che hanno altari e templi non muoiono, non dileguano. Si
trasformano in demoni, perdendo alcuni l’antica formosità seduttrice, serbando
tutti la gravità antica, accrescendola. GIOVE DEL CAMPIDOGLIO, Giunone, Diana,
Apollo, MERCURIO, Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri sopravvivono al
culto che loro e reso, ricompaiono fra le tenebre dell’inferno, ingombrano di
strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata
in demonio meridiano, invade i disaccorti troppo obliosi di lor salute, e la notte,
pei silenzi dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le [6 G. Paris,
Legendes du Moyen Age, Hachette, Paris, dove esamina la storia e la diffusione
della leggenda (La légende de Tanuhäuser). Fonte delle varianti della stessa
leggenda resta Guglielmo di Malmesbury. Vedi Graf, Il Diavolo] squadre delle maliarde, istruite da lei.
Venere sempre accesa d’amore, non meno bella demonio che dea, usa negli uomini
l’arti antiche, inspira ardori inestinguibili, usurpa il letto alle spose, si
trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio,
non più curante di Cristo, avido di dannazione. Scienza, filosofia e fantasia:
il pensiero femminile e la ”teoria e pratica della dimenticanza”. Il rapporto
latente tra il sapere e il credere. Ogni proposta gnoseologica parte
opportunamente da quelle ben note premesse che GALILEI (si veda) autorevolmente
chiama la sensata esperienza, anche se le pone in relazione con la certa
dimostrazione. Così, prudentemente procedendo, ogni teoria della conoscenza,
pur restando legata alla dimensione esperienziale, per così dire, non esclude
né puo escludere l’elaborazione successiva di ipotesi con l’ausilio della
fantasia, della fede, dell’intuizione oltre che della facoltà razionale con la
quale da sempre la mente umana prova ad elaborare i portati sensoriali, di
volta in volta vari e complicati. Proviamo a valutare, ad esempio, non le
nostre idee, o i nostri elaborati razionali ma alcuni particolari sentimenti o
pulsioni come l’amore, l’erotismo, o, addirittura, la poesia con cui ci
accostiamo ad una persona o ad uno scenario naturale quale, che so? la volta
celeste di kantiana memoria. Gl’eroi greci per comprendere una verità nascosta,
scendevano nell’Ade, entrano nel regno imperscrutabile delle ombre. Da altra
prospettiva, sub specie feminae, da quel che oggi chiamiamo pensiero femminile,
ci viene incontro, spalancandoci una diversa rinnovata visuale, un modo
solitamen-te desueto di scrutare l’imperscrutabile. Abbiamo davanti un
continente dissepolto, il nostro Ade, tutto da esplorare. È così che – s’è
detto e sostenuto da parte delle donne – le poesie vivono delle voci narranti
che, appassionatamente, riflettono su un passato da abbandonare. Quel che
sembra finito e nascosto entro i luoghi del cuore. Da tale prospettiva, per
giungere a tanto bisogna scendere all’Ade, come fa il viaggiatore Odisseo:
provare i dolori più cupi e le delusioni più cocenti a cui seguono le
esperienze. S’entra così nell’universo del senso fantastico senza ripudiare la
possibilità razionale di elaborare non [Graf, Il Diavolo. Utilizzo in questo
paragrafo, frammettendone brani a mie riflessioni e commenti, il testo
originale inedito, cortesemente messo a mia disposizione, dalla filosofa della
mente Bussolati, Teoria e pratica della dimenticanza.] più ciò che è nei sensi
ma quanto ribolle nella fantasia. Un esempio potrebbe fornircelo LEOPARDI
dell’infinito laddove dalla esperienza sensibile -- la siepe, il vento, lo
stormir delle foglie -- che non si lascia elaborare razionalmente, sale, quasi
spinozianamente, ad un sapere più complesso: una sorta d’amor dei
intellectualis che s’apre al mistero sia della poesia che dell’amore. E come il
vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio e questa voce
vo comparando e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e
il suon di lei. E, ancora, entrando nel campo intricato del male di vivere,
addirittura nelle patologie del comportamento, delle ossessioni, delle
schizofrenie, laddove ci siamo chiesti, con l’angoscia nel cuore, se questo è
un uomo, proviamo a proporre la teoria e pratica della dimenticanza:
l’obliviologia. È certo come un lavoro di scavo; ma non abbiamo da riportare al
celeste raggio nessuna sepolta Pompei. Non procediamo, in senso freudiano, a
rimestare nella memoria, nel sogno, recuperando oggetti rimossi, tutt’altro.
L’oggetto è diventato uno scheletro che va dimenticato, ritenuto per non posto:
mai esistito. La dimenticanza è dapprima una sola pratica; quasi l’abitudine a
dimenticare le chiavi di casa. Poi assurge a tecnica e, infine a teoria e
pratica dell’oblio. Corre, in un certo senso, parallela alla terapia
farmacologica del sonno, indotto da dosi opportune di psicofarmaci. Si tratta
di togliere le fissazioni tramite la dimenticanza: di riportare il conosciuto
agl’elementi puri ma allo scopo di favorire un intervento di maggior forza
ectoplasmica sugli oggetti e sugli eventi esterni, e per eliminare il noto
processo di invecchiamento e, infine, di morte mentale. Scendendo al piano
sperimentale, abbiamo cancellato i sovraccarichi delle impressioni
mnemonizzatrici e fatto sparire le figure retoriche fantasmatiche, i “mostri” o
“giganti” che si fissano e si ripetono continuamente, oberando la mente
affralita. Dimenticare diventa così l’ausilio migliore del vivere senza alcun
sforzo il presente. Non è la panacea, non si raggiunge il Nirvana; non si
recuperano paradi- si perduti. Si vive riconquistando un più corretto rapporto
col corpo, i sensi, la natura. La memoria deve servirci, non turbarci. Se è una
soffitta ingombra rischia di confonderci nel suo disordine; dobbiamo far
pulizia perché la vita va vissuta non sopportata E arriviamo infine a una
considerazione alquanto complessa ma di facile comprensione. Quella stessa
nostra propensione che chiamiamo fede altro non è, finanche nella sua forma più
umile, che sempre e soltanto costruzio- 36 ne della ragione, in quanto
ogni fede presuppone sempre un giudizio della ragione. Da tale considerazione
deriva la plateale conseguenza che la fede non è altro, alla fin fine, che la
nostra visione più o meno razionale della realtà; pertanto quella fede nel
numinoso e nel fantastico che è la fede re- ligiosa dei fedeli e che alla
nostra razionalità più sofisticata ripugna, è solo un puro e semplice equivoco,
imposto dall’educazione, dalle convenzioni e mai può derivare dalla nostra
libera scelta intelligente che in tal modo si contraddirebbe9. Credere, altro
non è che atto razionale; in quanto, rigoro- samente, non c’è fede senza il
sostegno della ragione. Ma, ci si chiede, fino a che punto? Il limite è il sano
buon senso. Oltre c’è la follia e l’assurdo; ma follia, sempre ed
esclusivamente della ragione stessa, unico vero soggetto di quanto chiamiamo
fede! 4. Emarginazione femminile e non. La donna da oggetto a soggetto di
pensiero Da differente angolatura l’oggetto del mistero che chiamano la verità,
si svela gradatamente, di sotto il velame delli versi strani. Del resto, a ben
pensare, quando penso, penso al maschile, ho sempre pensato al maschile. La
storia, la civiltà tutta, occidentale e orientale, hanno pensato soltanto al
maschile. Non solo: per secoli, il vero, il bene, il bello sono stati visti, si
al maschile, ma ancora nella implicita insignificanza oltre che della donna, di
altre figure sociali di grande rilevanza: del bambino, del disadattato o del
diseredato o escluso dalla comunità, dell’alienato o del demente. Interi uni-
versi come continenti inesplorati si sono schiusi appena abbiamo provato a
visitarli. Erano emersi, nella dannazione dell’inferno dantesco, nei mosaici e
negli affreschi allucinati di Coppo, nei battisteri, nelle chiese medioevali,
nelle allucinazioni di raffiguratori fantasiosi fino al paradosso come in Bosch
o in Goja, nei racconti favolosi delle mitiche origini di intere popolazio- 9
Cfr. Martinetti, Scritti di metafisica e di filosofia della religione, a cura
di Agazzi, Ed. di Comunità, Milano, dove tra l’altro si legge: «Anche LA
FILOSOFIA è sotto certi rispetti una fede; in quanto essa è uno sforzo verso
l’unità sistematica che in ogni grado raggiunto si pone come una visione
definitiva della realtà; ciò che non può fare che trasformandosi in una fede
razionale; la fede nella dottrina kantiana. D’altra parte la fede comune non è
assolutamente irrazionale; è una razionalità adatta alla mente comune, ma è una
forma di razionalità; non v’è sistema di dogmi così assurdo che non tenti
subito una razionalizzazione. Ogni esposizione d’un sistema di filosofia è,
sotto questo riguardo, l’esposizione di una fede. Non ha quindi ragion d’essere
la contrapposizione della ragione e della fede (come qualcosa di irrazionale):
la fede è l’espressione stessa di una formazione razionale; ogni grado della
vita razionale in quanto si esprime, si fissa e diventa una realtà operante, è
una fede». Più analitica esposizione della questione si trova nel mio, Ateismo
e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e
contempora- neo e sul conflitto tra la fede e la ragione, Il Cannocchiale, ni, tramandate oralmente nei miti e nelle
leggende che correvano per l’Eu- ropa come fiumi carsici, uscendo di tanto in
tanto al “celeste raggio”, dove l’oblio di secoli li aveva
segregati....Soltanto oggi cominciamo a prenderne consapevolezza, filosofica e
scientifica: scopriamo un nuovo continente speculativo, il pensiero al
femminile come rinnovato modo di guardare la vita, la storia, la natura.
Proviamo a riandare di qualche secolo addietro. Le cosiddette scienze umane ci
si erano accostate per via di quel loro par- ticolare porsi dalla prospettiva
del diverso, ma solo l’assurgere di quell’og- getto alla dignità di soggetto
pensante e determinante trasforma del tutto la prospettiva. La partecipazione
del femminile come quella del diverso, del disadattato alla ricerca della
verità completa veramente il mondo storico della cultura portandolo al suo
stadio più alto, fuori da ogni gilepposo pa- ternalismo o indulgente
concessione caritatevole. Del tutto trascurati o stipati alla rinfusa nella
soffitta anodina della eru- dizione, alcuni sprazzi di consapevole
disponibilità al diverso erano emersi già nel passato, in ambito borghese
progressista, presso spiriti particolar- mente sensibili. Ma restava un fatto
isolato che non ha vissuto significanza o storicità. Sentite questa: siamo: E
dei disadattati all’ambiente non è giusto parlar con tanto disprezzo. Ol-
trecché esercitano alcune funzioni non esercitate dagli altri, essi sono un
lievito sociale utile e necessario; tengon viva nell’organismo collettivo
un’inquietezza nemica delle stagnazioni prolungate, e non avvien mutazio- ne
alla quale in qualche maniera non cooperino che se i geni fossero pazzi davvero
bisognerebbe riconoscereche i più disadattati fra i disadattati, quali son per
l’appunto i pazzi, resero alla misera umanità più di un buon servigio. Da altra
banda è da considerare che un perfetto adattamento all’ambiente farebbe gli
uomini supinamente contenti e tranquilli e porte- rebbe fine al moto della storia,
per la ragione potentissima che chi sta bene non si muove. Lo direi il
vademecum per l’onest’uomo del nostro tempo! Ma molto an- cora resta da fare: e
questa è la vergogna del nostro tempo. La chiesa cat- tolica ad es., che ha
chiesto, solo di recente, con un pontefice tormentato e disponibile al dialogo,
perdono al mondo islamico, ha ancora da chiedere scusa alle donne, ai bambini,
alle coppie di fatto, agli omosessuali, agli atei, agli agnostici, agli
scienziati onesti e laici che dalle dottrine e dai dogmi della chiesa vengono
quotidianamente offesi, respinti e vilipesi. I libri proibiti e il rapporto
sessuale come “peccato” contro il sesto precetto del Decalogo Tra i compiti
primari che si assunsero al loro tempo gli apologisti catto- lici e i controversisti,
figura subito in primo piano quello della lotta ai libri proibiti, che è come
dire a tutta la prodizione libraria moderna. Prendo an- cora ad es. emblematico
il santo teologo moralista e dottore autorevole della Chiesa: L. Ne La vera
sposa di Gesù Cristo10, a dimostrazio- ne di quanto possa essere pericolosa la
lettura in genere, sconsiglia alle Mo- nache addirittura lo studio sia della
Teologia Morale che di quella Mistica. Parimenti libri inutili ordinariamente
sono, ed alle volte anche nocivi per le Religiose, i libri di Teologia Morale,
poiché ivi facilmente possono inquietarsi con la coscienza oppure apprendere
ciò che lor giova non sapere. An- che nociva può essere a taluna la lettura dei
libri di Teologia Mistica, giacché può essere che ella si invogli dell’orazion
soprannaturale, e così lascerà la via ordinaria della sua orazione solita, in
meditare e fare affetti, e così resterà digiuna dell’una e dell’altra. Vige,
come una sentenza inappellabile, il motto lapidario di San Paolo: Sapienza carnis
inimica est Deo. L’amore del sapere viene paragonato ad un vizio, alla libidine
sessuale: libido sciendi11. Circa i classici del pensiero che pur contengono
delle verità, si domanda con San Girolamo: Che bisogno hai di andar cercando un
poco d’oro in mezzo a tanto fango, quando puoi leggere i libri devoti, dove
troverai tutt’o- ro senza fango?». La lettura è importante, fondamentale anche
alla via della salute, ma ha dei rigorosi limiti. Quanto è nociva la lettura
de’libri cattivi, altrettanto è profittevole quella de’buoni. Il primo autore
de’libri devoti è lo Spirito di Dio; ma de’li- bri perniciosi l’autore n’è lo
spirito del Demonio, il quale spesso usa l’arte con alcune persone di
nascondere il veleno, che v’è in tali suoi libri, sotto il pretesto di
apprendersi ivi il modo di ben parlare, e la scienza delle cose del mondo per
ben governarsi, o almeno di passare il tempo senza tedio. Con determinate
categorie di persone, l’esclusione si fa radicale. Alle suore scrive così: Ma
che danno fanno i romanzi e le poesie profane, dove non sono parole 10 Cito
dall’ed. Remondini, Bassano, Vedi l’uso di tale espressione nella denuncia
controversistica cattolica (aristotelica) della filosofia cartesiana e moderna
nel saggio di chi scrive, «Libido sciendi». Immagini dell’empietà
nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento (Da Magalotti al padre
Valsecchi), Giornale critico della filosofia italiana, immodeste? Che danno voi dite? Eccolo: ivi si
accende la concupiscenza de’ sensi, si svegliano specialmente le passioni, e
queste poi facilmente si gua- dagnano la volontà, o almeno la rendono così
debole, che venendo appresso l’occasione di qualche affezione non pura verso
qualche persona, il Demonio trova l’anima già disposta per farla precipitare12.
Contro il risveglio delle passioni e contro la concupiscenza dei sensi, i
controversisti scagliano i loro dardi infuocati e avviano le loro sottili
disqui- zioni teologiche su quanto vada considerato peccato mortale. Ed è
questo un fardello che la chiesa si porta dietro così come uno ster- corale si
rotola la sua palla di escrementi. L’ossessione del sesso: la cura me- ticolosa
con cui si prova da secoli a disciplinarlo, legittimarlo, canalizzarlo,
evirandolo della sua essenza: la ricerca del piacere e costringendolo alla sola
funzione riproduttiva. Ci serviremo non di un semplice scrittore di opere di
pietà ma di un autorevole moralista della chiesa cattolica, santo per giunta,
dottore della chiesa, uomo di grande pietà e d’erudizione: che CROCE define il
più santo dei napoletani, il più napoletano dei santi. Ecco cosa scrive il
nostro moralista sul sesto precetto del Decalogo e in che modo espone le sue
precauzioni con cui anticipa una minuziosa tratta- zione di quanto potremo
chiamare la fattispecie del peccato mortale. Il peccato contro questo precetto
è la materia più ordinaria delle Confessioni, ed è quel vizio che riempie
d’Anime l’Inferno; onde su questo precetto parleremo delle cose più
minutamente; e le diremo in latino, affinché non si leggano facilmente da altri
che dai confessori, o da quei sacerdoti che in- tendano abilitarsi a prendere
la Confessione; e preghiamo costoro a non leg- gere né in questo né in altro
libro di quella materia (che colla sola lezione o discorso infetta la mente) se
non dopo tutti gli altri trattati e quando ormai sono prossimi ad amministrare
il Sacramento della Penitenza. Affronta perciò subito lo scabroso tema della
fornicazione, e dei rapporti carnali con l’altro sesso con minuta casistica
sessuofobica: de tactibus, de muliebre permittente se tangere, an puella
oppressa teneatur clamare, an possit unquam permittere sua violationem, de
aspectis, de verbis, de audientibus verba turpie, ecc. Ma non manca di
precisare: Ante omnia advertendum, quod in materia luxuriae (quidquid alii
dicant de levi attrectatione manus foeminae, vel de in torsione digiti) non
datur par- vitas materiae; ita uti omnis delectaio carnalis, cum plena
advertentia, et consensu capta, mortale peccatum est. La vera Sposa di G.C., L.,
Istruzione e pratica per li Confessori, Giuseppe Di Domenico, Napoli, e sgg.,
anche per le citaz. successive. 40 Il pio moralista, scaltrito nella
casistica giuridica, sa che bisogna scende- re nei minimi particolari per
trovare la situazione peccaminosa: se grave o lieve o poco rilevante o,
addirittura, del tutto inesistente; perciò distingue gli atti sessuali compiuti
nel matrimonio o extra matrimonium. In situazio- ne extra coniugale, tutti i
toccamenti, oscula et amplexus ob delectatione, mortale sunt. Vi sono numerosi
casi dubbi da esplicitare: ne va di mezzo la salute delle anime, calate in
situazioni mondane sempre diverse e comunque sempre a stretto contatto con le
tentazioni della carne. Ad es., la donna o il fanciullo non peccano se si fanno
toccare secondo la consueta pudicizia dettata dalla simpatia o dalla buona
affettuosa disposizione; peccano invece se non si op- pongono a contatti
impudichi, o a baci insistenti (morosis) e furtivi. E anco- ra: la fanciulla
aggredita allo scopo di usarne violenza è tenuta a urlare ad se liberandam a
turpitudine? Nel caso non invocasse aiuto con la dovuta forza e insistenza lo
stupro si cambierebbe facilmente in consenso peccaminoso. Ma la questione resta
controversa se debba ritenersi consenso il non aver gridato o invocato aiuto,
secondo un’antica sentenza per la quale, praesume- batur puella non clamans
consentiente. Perviene infine a definizioni accurate degli atti turpi,
differenziando quelli compiuti naturalmente da quelli innaturalmente. Ecco la
definizione di fornicazione e di concubinaggio, quali peccati mortali:
Fornicatio est coitus intersolutos ex mutuo consensu. Concubinatus autem non
est aliud quam continuata fornicatio, habita uxorio modo in eadem vel alia
domo; [e quella di stupro, come:] defloratio virginis ipsa invita, et ideo praeter
fornicationis malitiam habet etiam injustitiae. Attraverso una minuziosa
casistica quasi boccaccesca, buona – si direbbe - ad arricchire la
documentazione erotica di un romanziere libertino, il moralista passa in
rassegna le svariate forme di rapporti sessuali, da quelle legittime a quelle
addirittura più strane e peregrine, come l’accoppiarsi in luogo sacro, quali
una chiesa, il cimitero, l’oratorio, il monastero, ecc. Pone addirittura
questioni dubbie sulle maniere e le condizioni in cui tale rap- porto potrebbe
verificarsi. Pur ammettendosi il peccato, sorge la questio se si tratti o meno
di sacrilegio. Ad es. «an copula maritalis, aut occulta abita in Ecclesia, sit
sacrilegium?» Vi si potrebbero emanare tre sentenze differenti: una che ritiene
irrilevante la condizione di coniugi, un’altra la situazione occulta (che
l’abbiano fatto di nascosto) e una terza che ritiene essere sacri- lego l’atto
in ogni caso. Addirittura se si tratta di marito e moglie, secondo alcuni
teologi, l’atto consumato in chiesa potrebbe essere scusato, si ipsi sint in
morali necessitate coeundi, puta si ipsi in pericolo continentitiae, vel si diu
in Ecclesia permanere debeant. Il lettore ne trae l’impressione che l’autore
(più che dietro suggerimenti letterari coevi) vada ad estirpare direttamente
dalla vita, dalle lussuriose esperienze dei peccatori, dalle situazione più
impensabili, apprese nelle lun- ghe ore passate al confessionale ad ascoltare
ed a sollecitare le confessioni più intime dei fedeli, tutte le forme, i modi
che la secolare ricerca del piacere ha suggerito di epoca in epoca all’uomo,
dalle più rozze e volgari maniere di accoppiamento fino alle più raffinate arti
di amare e trarre godimento che proprio I LIBERTINI andano perfezionando e
praticando in forme sempre più sofisticate. La stessa lingua latina – ma qui
dovrebbe- ro dirla i linguisti – si fa molto particolare fino all’uso di
neologismi non presenti nei classici. Parlando della sodomia distingue quella
propriamente detta da quella impropria ed eterosessuale coitum viri in vase
praepostero mulieris esse sodomiam imperfectam, specie distinctam a perfecta.
Si quis autem se pollueret inter crura aut brachia mu- lieres, duo peccata
diversa committeret, unum fornicationis inchoatae, alterum contra naturam. An
pollutio in ore fit diverse speciei? Affirmant aliqui, vocantque hoc peccatum
irrumantionem, dicentes quod sempre ac sit pollutio in alio vase quan naturali,
speciem mutat. Sed probabilius sentiunt quod si pollutio viri sit in ore maris
est sodomia; si in ore feminae, sit fornicatio inchoata, et in super peccatum
contra naturam ut mox diximus... Arriva addirittura ad ipotizzare il coito cum
femina morta, che non rien- trerebbe nella fattispecie dei rapporti bestiali ma
nella polluzione e in quella che Alfonso chiama fornicatio affective. Dalla
sessuofobia all’erotismo peccaminoso: Cortigiane poetesse e libertini filosofi.
L’Eros redento Prendiamo due secoli di storia molto emblematici. Dall’Italia
delle corti signorili alla Francia della grande rivoluzione. Due secoli in cui
l’eros vive una sua storia illustre, tra cortigiane raffinate poetesse e abati
filosofi e libertini. A dirla franca alla sua maniera sull’eros e a dargli
veste poetica disinibita, ci pensa subito Pietro Aretino: ma sempre da una
angolatura tutta maschile. Nonostante si salvi la dignità della partner che qui
giuoca un ruolo attivo di co-protagonista del rapporto amoroso, in cui l’atto
sessuale si trasforma in una sticomitia drammatica non priva di poetica
oscenità. Soltanto nel petrarcheggiare delle cortigiane, come la soave Franco
che riceve sotto le sue lenzuola di tela d’Olanda finanche Enrico III di
Valois, la donna trova finalmente il suo primo vero riscatto sul maschio, con
un suo modo raffinato (di alto erotismo) di 42 pilotare la barca
dell’Amorosa Dea; ad esse, tra principi, sovrani, alti prela- ti, pontefici
gaudenti, spetta il compito di riscattare dall’eterna dannazione l’Eros e
fargli recuperare il valore perduto colla tradizione ebraica-cristiana. Un
recupero, tutto al femminile, del paradiso perduto. Così canta il suo ufficio
amoroso, guidato da Apollo, la dolce Veronica. Febo che serve a l’ amorosa Dea
E in dolce guiderdon da lei ottiene Quel che via più che l’esser Dio il bea, A
rilevar nel mio pensier ne viene Quei modi che con lui Venere adopra Mentre in
soavi abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a questi so dar opra, Si ben
nel letto, che d’Apollo all’arte Questa ne va d’assai spazio di sopra E il mio
cantar e ‘l mio scrivere in carte S’oblia in chi mi prova in quella guisa Ch’a
suoi seguaci Venere comparte. Nel Settecento, cui ora vogliam far cenno, sia
pur per sommi capi, le cose stavano in modo ben differente da come ce le hanno
rappresentate quando a scuola ci hanno spiegato quel periodo. I libri del
Marchese de Sade rap- presentano, ad es., una nuova filosofia morale e non sono
la pura e semplice invenzione di tecniche erotiche pervertite, come comunemente
si crede. I recenti studi hanno sfatato quella immagine del divin marchese. “La
filo- sofia deve dire tutto”, egli ha affermato: tutto senza ipocrisie e
fingimenti. Egli non fu né il primo né il solo a sostenere i diritti della
carne, che grida la sua legittima soddisfazione contro le assurde costrizioni
della cosiddetta civiltà. Il celeberrimo sadismo: ricerca del piacere
attraverso il godimento per la sofferenza del partner, ha ben altre origini che
le sole discendenze da Sade. Bisognerebbe intanto rifarsi alle meticolese
ricerche di Skipp, di Leeds, che ha schedato tutti i testi erotici inglesi scoprendovi
come l’uso educativo della frusta e le sculacciate a pelle nuda sui ragazzi,
era praticato dai gesuiti in chiave educativa e correttiva, ma finiva per
confinare molto spesso con l’erotismo portando addirittura all’orgasmo vero e
proprio. Nacque un termine: “orbinolismo” che vuol dire “smania di frustare”
(Cfr. Rodez, Memorie storiche sull’orbinolismo). Né si dimentichi, oltre la
pratica, anche l’elogio cattolico, presso non solo l’ordine dei gesuiti ma
anche di Scolopi e Salesiani, fatto in termini pedagogici della frusta e della
sua frequente pratica a scopi educativi e correttivi: virga tua et baculus tuus
salus mea fuerunt!.... A tali osservazioni sul costume del secolo va aggiunto
che la proverbia- le sporcizia che caratterizzava il ménage domestico
dell’epoca anche tra le famiglie nobili e abbienti, non era poi così
generalizzata. Soprattutto le donne avevano introdotto l’uso davvero innovativo
dell’erotico bidet (che ha la forma di violino e, al tempo stesso, quella dei
fianchi femminili) che permetteva loro di mantenere igiene e pulizia in quelle
parti del corpo che ne avevano più bisogno. A tal proposito restano molto
istruttive le pagine dei romanzi erotici e libertini, tra i quali spicca Restif
de La Breton con il suo Anti Justine dove si nota l’uso frequente e
generalizzato di tale strumento da toilette, prima e dopo gli incontri
amorosi.. Perciò, una volta sfatata l’immagine stereotipata del Settecento
illumi- nistico, astrattamente razionalista, irreligioso e dai costumi
depravati, pro- viamo a riguardare sotto diversa luce e angolatura, libere da
pregiudizi e remore moralistiche e confessionali, la letteratura erotica e
d’amore di quel secolo che, oltre tutto, fu di Mozart, di Kant, di Bach, oltre
che di Voltaire, di Rousseau e di Goethe e ci lasciò in eredità non soltanto la
grande rivoluzione dell’89 ma anche quella che fu la più colossale e universale
summa di sapere moderno: l’Enciclopedia, ovverosia dizionario ragionato di
tutte le scienze, le arti e i mestieri contro la quale pullularono subito una serie
di Anti-Enciclo- pedie anche da noi in Italia per porre un argine all’avanzata
di quelle idee di libertà e di progresso civile. Il ricordare LEOPARDI è qui
d’obbligo: Così ti spiacque il vero, dell’aspra sorte e del depresso loco che
natura ci diè, per questo il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe
palese... Insomma lo zelo sessuofobico, la guerra dichiarata all’istinto
sessuale porta il sacerdote, il ministro del culto cattolico, il confessore a
scendere nei particolari della vita sessuale singola e della coppia, sia entro
che fuori del matrimonio: a scoprire i più segreti momenti dell’intimità delle
coppie fino a scrutare e distinguere, entro le fantasie erotiche più raffinate,
i comporta- menti più o meno peccaminosi, cioè conformi a canoni tutti da
verificare di volta in volta (casistica). Una sorta di filo invisibile lega
pertanto il pio cen- sore al libertino e al peccatore o la peccatrice (lo
denuncia la stessa corrente espressione possessiva: il” mio” confessore!) tanto
da diventare complemen- tari, avvincersi in un legame indissolubile fino a non
poter più fare a meno l’uno dell’altro14. Ma il legame tra religiosità e
libertinismo, così come tra l’erotismo e la religione cattolica in particolare,
si fa sempre più stretto fino a dipendere l’uno dall’altro: come, in regime
capitalistico, domanda e offerta. Il cattoli- 14 Cfr., infine, “L’Asino” di
Podrecca a Galantara e le critiche positivistiche e anticlericali alla morale
alfonsiana, Feltrinelli, Milano] cesimo deve disciplinare a suo modo il sesso
e, in genere, tutta l’attività e la fantasia umane; l’eros deve trovare entro
una nuova coscienza storica la sua rinnovata voluttà. Ecco allora il piacere
stesso trovar vie differenti rispetto al piacere degli antichi, allor quando
quella ricerca non veniva combattuta, non era un tabù, anzi era apprezzata come
uno dei più ambiti doni della na- tura. Vengono a far parte del piacere anche i
marchingegni e i sotterfugi per eludere le prescrizioni correnti e i limiti che
le norme religiose impongono dall’esterno. Finanche i pregiudizi siano di
ispirazione cattolica o meno - diventano materia di raffinato erotismo.
L’esecrabile peccato della lussu- ria, prodotto tipico del Cristianesimo,
diventa perciò stesso fonte di piacere (la Jouissance illuministica), proprio
perché vietato e esecrato: soprattutto quando l’atto viene compiuto di
nascosto, cogliendo quello che è diventato, dopo la mitica cacciata dal
Paradiso terrestre, il frutto proibito, il godimen- to raggiunto di soppiatto e
contro la legge o la morale corrente perciò più seducente e ricercato per la
sua illegtittimità! La letteratura è piena zeppa di esempi e finisce per
produrre un genere di scrittura narrativa particolare che chiamiamo “erotica” o
“pornografica”: di libri che s’han «da leggere con una mano sola», un genere
che non si spiegherebbe prima del cristianesimo e della dannazione dell’eros e
del piacere e che va dai canti carnascialeschi al Decamerone, al Ruzante, all’ARETINO,
ai poeti dialettali: da BAFFO, veneziano, al grandissimo BELLI, romanesco, al
dimenticato TEMPIO, siciliano, nato a Catania, per arrivare alla letteratura
erotica del romanzo libertino francese in cui confluiscono le innumerevoli
forme e modi di estraniazione, di sogno, di fuga dalla realtà che delineano
l’universo fantastico che sarà la base della letteratura romantica europea e
soprattutto del romanzo e della grande narrativa ottocentesca e contemporanea,
da Balzac a Flaubert, a Hugo a Dumas, dal romanzo russo al nostro MANZONI, a
Zola, a VERGA alla miriade dei narratori dei nostri giorni. In conclusio-ne, ma
in una maniera tutta nuova, possiamo ritenere avesse davvero visto giusto il
grande saggio napoletano CROCE quando affermò che non possiamo non dirci cristiani.
Se persino l’erotismo è stato, malgré lui, influenzato e raffinato dal
cristianesimo. Se ne stanno accorgendo anche in Francia dove nasce la
letteratura libertina e la illuminata filosofia del piacere: dal materialista
La Mettrie all’esecrato marchese De Sade16. 15 Emblematico, per quanto qui si
va rilevando, il romanzo libertino, non ancora tradot- to, D.A.F. de SADE,
Alina et Valcour, ovvero il romanzo filosofico. Cfr., la Mostra: BNF, L’Enfer
de la Biblioteque Nazionale. Eros au secret, Paris, 2 Ricco di titoli, è venuto
alla luce un significativo numero di opere e autori soltanto ad opera di specialisti che li vanno pubblicando
e illustrando. Intanto segnalo l’originale antologia da Mettrie e Diderot,
curata da Quintili, L’Arte di godere. Testi dei filosofi libertini, Manifesto libri,
Roma. Alfonso di Liguori. Girolamo de Liguori. Liguori. Keyword: “Associazione
Filosofica Ligure” – Keywords: implicature critica, ‘… is the true abyss of
human reason” – “il baratro della ragione conversazionale” – l’anima distilata
– il lambicco dell’anima”, redenzione dell’eros, la lussuria, la degenerazione,
la metamorfosi dei linguaggi – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Lilla: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Vico – la scuola di
Francavilla Fontana -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Francavilla Fontana). Filosofo italiano. Francavilla Fontana, Brindisi,
Puglia. Grice: “I like Lilla; for one, he ‘revindicated,’ as he puts it, the
philosophy of Vico, which, in Italy, is like at Oxford ‘revinidcare’ Locke!” Formatosi nelle scuole dei Padri Scolopi aderì alle
idee cattolico liberali divulgate dai filosofi della prima metà dell'Ottocento:
Gioberti, Minghetti, Balbo e SERBATI al quale dedicherà molteplici studi
subendone una marcata influenza. Lascia Francavilla per l'ostentata contrarietà
di tutto il clero alle sue idee
patriottiche d'ispirazione giobertiana, manifestate apertamente nel
"Programma d'insegnamento filosofico" pubblicato sul giornale il
"Cittadino leccese", decise di trasferirsi a Napoli ove ebbe modo di
confrontarsi con le idee di Sanctis, Spaventa, Settembrini, Tari e Vera. Si
laurea e insegna a Napoli. Durante questi anni videro la luce "La
provvidenza e la libertà considerate nella civiltà", "Dio e il
mondo", e "La personalità originaria e la personalità derivata"
(Nappoli, Rocco), nei quali getta le premesse degli studi filosofici e
giuridici in cui si cimenterà per tutta la vita: la storia della filosofia, la
filosofia teoretica e la filosofia del diritto; sviluppando altresì e
precorrendo una moderna concezione del rapporto tra "diritti umani e
progresso scientifico" sin da “La scienza e la vita” (Torino, Borgarelli)
-- titolo paradigmatico del suo saggio – cf. Grice, “Philosophical biology,”
“Philosophy of Life” Insegna a Messina. Furono quelli gli anni più fecondi
della produzione scientifica volta a perfezionare la sua concezione dello
Stato, approfondire le fonti rosminiane, confrontarsi con le teorie
evoluzionistiche di Spencer e contemporaneamente intrattenere contatti
epistolari con alcuni fra i maggiori filosofi, giuristi, patrioti e storici
dell'epoca quali: Jhering, Bluntschli,
Roy, Tommaseo, Capponi e molti altri. Altri saggi: “Kant e SERBATI” (Borgarelli,
Torino); “AQUINO” (Torino, Borgarelli); “Filosofia del diritto,”“Critica della
dottrina utilitarista liberale empirica etico-giuridica di Mill”“Le supreme
dottrine filosofiche e giuridiche di Vico ri-vendicate” -- “La pretesa persona
giuridica e le funzioni personali degl’enti morali” (L. Gargiulo); “Della
Riforma civile di Spedalieri” (Messina, Amico); “Le fonti del sistema
filosofico di Serbati-Rosmini” (L.F. Cogliati); “Due meravigliose scoperte di
Rosmin-Serbatii: l'essere possibile e l'unità della storia dei sistemi
ideologici, Cogliati, Il Canonico Annibale Maria Di Francia e la sua Pia Opera
di beneficenza, Messina, San Giuseppe, Manuale di filosofia del diritto,
Milano, Società editrice, Pagine estratte. Martucci, Il concetto dello
stato Antonio Tarantino, Diritti umani e
progresso scientifico: Polacco, La "Filosofia del diritto” (Randi);
“Filosofia” (Milano, Giuffré); Tarantino, “La filosofia della giustizia sociale,
Milano” (Giuffré) – cfr. H. P. Grice, “Social justice” in “The H. P. Grice
Papers,” Bancroft, MS. In occasione del conferimento della "Cittadinanza
onoraria (di Messina) alla memoria, su nettuno press.Tarantino, Diritti umani e
progresso scientifico: emeroteca. provincia. brindisi. Martucci, Il concetto
dello stato, su emeroteca.provincia. brindisi. Treccani, su treccani. Lettere a
Jhering. non accordabile col supremo principio della Scienza Nuova Ilmiolavoro
Vico rivendicato» meritòl'onoredi essere preso in considerazione dai due più
competenti degli stu dii vichiani, ed al giudizio dei competenti bisogna dare
gran peso, perchè effetto di conoscenza bene approfondita sopra un determinato
autore, specialmente se si mira ricostruire la mente di Vico. Questi scrittori
sono Ferri e Fornari i quali si trovarono in pienissimo accordo, tanto da far
supporro che fosse effetto di un concetto prestabilito. L'accordo fu pie
nissimo nella prima parte del lavoro di carattere puramente critico e
riconobbero che la rivendicazione delle dottrine filoso fiche e giuridiche da
tutte le fallaci interpetrazioni fatte in Europa Rivista Italiana di Filosofia.
Quando gli opuscoli hanno un valore così notevole come quello qui sopra
indicato del prof. Lilla, è giusto segnalarli all'attenzione degli studiosi
piuttosto che i volumi di gran molo o di poca sostanza. Questo lavoro dice
molto in poche pagine e il suo intento è questo: rivedere i giu dizi che sulle
dottrine del Vico sono stati portati in Italia, in Germania e in Francia
particolarmente, ricostruire dietro indagino esatta il concetto di questa
dottrina e questo intento ci pare raggiunto. Il Vico non è sem plicemente un
ontologista platonico, come parrebbe dal giudizio del Gioberti, nè un
razionalista kantiano, o piuttosto un precursore del Kant, come sembra a Spaventa,
nè un positivista como fu rappresentato da altri. Questi apprezzamenti risultarono
dall'interpetrazione parzialeesoggetti va di qualche parte dei pensieri
filosofici del Vico che nelle sue opero non sono esposti in ordine sistematico,
e che l'autore di questo lavoro con grande dili genza raccoglie e combina
riferendo le formole e le parole proprie dell'autore della scienza nuova sparse
nei moltiplici suoi scritti. » era esauriente e condotta con
criterii elevati. La mia interpretazione sulla vera mente di Vico fu
riconosciuta vera ed adeguata tanto che il Fornarì mostrò vivissimo desiderio
di veder fecondare quelle supreme linee con svolgimenti ed appli cazioni.
Dominato da tale pensiero concepii il disegno di scrivere un lavoro di lena,
mirante ad un triplice scopo di rivendicare, illustrare, ed integrare la mente
dell'autore della « Scienza Nuova» A tale scopo indirizza i tutte le mie ricerche
attingendo sempre maggiori lumi dalle sue opere edite ed inedito e fin anche
dai manoscritti che si conservano gelosamente nella bi· blioteca Nazionale di
Napoli. I grandi genii, e segnatamente il Vico che, come non ha guari, fu
appellato da un poderoso intelletto di una delle più famose Università il più
grande filosofo del mondo, muovono da una idea madre fecondissima ed alla quale
rannodava tutte le idee secondarie e particolari. Uvità ed armonia cioè
perfetto organismo è la nota caratteristica del lavoro dei sommi.Ed io vado
riunendo non poche idee per ricostruire su solide basi quest'opera di
architettura gigante e le mie indagini non ric scono infruttuose, e ne è prova
evidentissima questo frammento inedito dal titolo « Pratica della Scienza nuova
. » Non poche censure mosse la turba dei filosofanti al Vico perchè s'ispirava
a concezioni idealistiche negligentando la pra tica della vita. Tale critica
presenta apparenze di verità tanto che VICO stesso no rimase impressionato,ma
raffrontando dottrine a dottrine si coglie il genuino e loro vero significato.
La grand o idealità diquestamassima la storia ideale eterna delle nazioni. L.
ha liberato la dottrina del VICO da tutte le fallaci inter petrazioni. La sua
dottrina che mi pare giusta, merita di essere più larga mente svolta. » Nel
volume delle Onoranze; è una vera esagerazione, e chi si addentra nella parte
riposta del sistema Vichiano si accorgerà che non si possa ascrivere ad essa
une perfetta interpetrazione astratta e specialmente raffrottandola colla
psicologia sociale che sta a base del processo del filosofo napoletano. Bisogna
por mente innanzi tutto alle tre fasi che percorre l'umanità nella sua storica
evoluzione; età del senso, della fantasia, e della ragiono. E molto più alla
dottrina del corso e ricorso delle nazioni, cioè al loro periodo d'infanzia, di
giovinezza e di vecchiaia. Valga ciò a smentire l'assoluto idealismo del VICO
il quale è puramente immaginario. Tutta la seconda Scienza nuova è derivata
dalla psicologia sociale evoli tiva e tutti i diritti, i costumi, le religioni,
le costituzioni plitiche degli stati sono emanazionidiquesto principio. Nelprimo
stadio tutto è divino, gli uomini inselvatichiti hanno un diritto divino, tuttoprocededagli
Dei; il Governo teocraticorappresen ato dagli oracoli, la lingua divina per
atti muti di religiose cerimonie. In Giove e Giunone si personifica ciò che si
riferisce agli auspicii ed alle nozzo: la Giurisprudenza è scienza d'intendere
i misteri della divinazione; il giudizio divino, cio è che nei templi
divini,tutte le azioni sovo invocazioni agli Dei :ogni dritto è divino,ogni
pena è sacrificio, ogni guerra assume carat tere religioso ed ha giudici gli
Dei: od il giudizio di Dio si riduce a duello ed alle rappressaglie : tali
categorie sono sim boleggiate dal lituo, dall'acqua e fuoco sopra un altare.
Seguo poi un ordine di fatti eroici da cui deriva la natura eroica, o dei nati
sotto gli auspicii di Giove, il costumo eroico como quello di Achille, il
governo civico o aristocratico o dei for tissimi, la lingua eroica o delle armi
gentilizie o stemmi. I caratteri eroici come Achille ed Ulisse, che
personificano tutte le grandezze e i savii consigli. La giurisprudenza eroica,
che stà nella solennità delle formule della legge, la ragione di
stato conosciuta dai pochi provetti del governo, il giudizio eroico che
consiste nell'esatta osservanza delle formule e precipua mente deriva il feudo
dalla proprietà dei forti. Infine c'è un or dine di fatti umani, cui
corrisponde la natura umana intelligente e perciò benigna,modesta, che riconosce
per legge lacoscienza, la ragione, il dovere, e poi il costume officiale, indi
il diritto umano fondato dalla ragione, il governo umano dettato dalla ragione,
la lingua umana, Abbiamo motivo di credere che VICO impressionato dalle
obiezioni dei contemporanei vollo dichiarare il supremo princi pio della
Scienza Nuova, cioè la storia eterna ed ideale delle nazioni con questo
frammento e senza addarsene disconobbe l'efficacia positiva della Scienza
nuova. Egli dotato di mente speculativa, pratica e progressiva, non si
poteva mai acconciare a vivere di formule astratte e di umana, il parlare
articolato, i caratteri in telligibili, che la mente umana rivelò dai generi
fantastici se parando le forme e le proprietà dai subietti. La giurisprudenza
umana che mira non al certo, ma alvero delle leggi. L'auto rità umuna che nasce
dalla rinomanza di persone capaci e sa pienti nelle agibili ed intelligibili
cose, la ragione umana o ragione naturale che divide a tutte le uguali utilità.
Il giu dizio umano velato di pudore naturale e mallevadore della buona fode che
ai fatti applica benignamente le leggi temperandone il rigore. E questi fatti hanno
ancheiloro simboli nellabilanciache rappresenta le qualità civili nelle
repubbliche popolari, perchè la natura ragionevole è uguale in tutti gli
uomini. Questi tre ordinidifatti riposanointreprincipii, chesono:iltimore,
l'amore, il dolore, simboleggiati dallo altare, dalla pace e dal
l'urnacineraria,ecosì sifondarono loreligioni, imatrimoni e l'immortalità
dell'anima.In questi concetti siriassume tutta la seconda Scienza nuova.
Rispettaro tutto quanto i nostri maggiori operarono di grande è la disposizione
più favorevole a quest'opera di conciliazione, ma perchè il ri spettonon portia
delle idee esclusive e non soffochi la libertà dei nostri giudizi verso lo
scopo ultimo della scienza, avvicinata a questo scopo la pro duzione più
perfetta dell'uomo, ci rivela la sua imperfezione, in questo modo è riconosciuta
la necessità dell'Ideale, perchè fossecriticatoemiglio rato il presente. puri concetti metafisici, poichè il processo
inquisitivo che egli seguiva aveva un fondamento storico e dava origine ad un
temperato e ragionevole positivismo, pel quale non si poteva disgiungere la
scienza dalla vita.Egli ben vedeva che la scienza fuori la vita era una vana
supellettile intellettuale, un giuoco dialettico del pensiero e non punto
proficua al beninteso pro gresso delle nazioni. Esiste un ideale di
perfettibilità, supe riore, ma non indipendente dalla vita, verità questa
intuita dall'antesignano della scuola storica tedesca, da Savignys, ilquale era
ammiratore passionato delle istituzioni giuridiche romane nelle quali vedeva la
più alta manifestazione del progresso giu ridico. Ma fatto maturo di anni e di
senno confessò apertamente che per quanto possono sembrare perfette le
istituzioni romane, pure comparate all'idealità mostrano la loro incompiutezza.
VICO gittò le basi di una vasta costruzione scientifica fondata nel
processostorico– filosofico. E dàbiasimo al divorzio fraquesti due processi
metodici, in questa memoranda sentenza Peccarono per metà i filosofi perchè non
accertarono le loro idee coll’autorità dei filogici; peccarono per metà i
filologi perchè non inverarono la propria conoscenza coll'autorità dei filosofi».
La storia ci rivela il certo, l'origine, le fasi o gl'incrementi degl'istituti
politici, sociali giuridici, e la filosofia rivela l'ele mento razionale e
addita le perfezioni ideali, cui si possono inalzare; veritá questa intuita da Bacone
da Verulamin. I filosofi, dic'egli, scoprono molte cose belle a contemplarsi,
ma impossi bile ad essere attuate, ed i giuristi ragionanı) come prigionieri
nelle catene. Alla mente di VICO si affaccia, un dubbio che poteva presentare
questo supremo principio della scienza studiossi ripararvi con questo frammento
inedito. Tutla quesť opera è stata ragionata come una scienza puramente spe
culativa intorno alla comune natura dello nazioni. Però sembra per quest’istesso
mancare di soccorrere alla prudenza umana, ond'ella si adoperi perchè le
nazioni, le quali vanno a cadere o non ruinino affatto, o non s'affrettino alla
loro ruina ed in conseguenza mancare nella pratica, qual dev'essere di tutte le
scienze, che si ravvalgono d'intorno a materie, le quali dipendano dall'umano
arbitrio, che tutte si chiamano attive. Anche nella coscienza dei grandi vi
sono delle oscil lazioni sulle loro concezioni. VICO nel fram . citato, dice
che la scienza pratica non si possa dare dai FILOSOFI, ma i filosofi civili e i
reggitori degli stati possono creare costituzioni politiche e leggi, e
richiamare le nazioni al loro stato di perfe zione. Niente di più vero: le nazioni
e tutto il mondo moralo creato dall'arbitrio umano non può ridursi a categorie
logiche, non può essere sottoposto alla legge ferrea della necessità, e quindi
la scienza puramente contemplativa o ideale non può contenere nella sua orbita
le leggi relative dei fatti umani. Se quest'ordine è indipendente dalla
necessità logica, può essere [Qui do legibus scripserunt, omnes vel tanquam PHILOSOPHI,
vel tan quam Jureconsulti, argumentum illud tractaverunt. Atque Philosophi
proponunt multa dictu pulcra, sed ab uso remoto. Jureconsulti autem, suae
quisque patria legum, vel etiam Romanorum, aut Pontificiarum placctis
abnoxüetad dicti, judicio sincero non utuntur,sedtanquam evincolis
sermocinantur. Tractatus de dignite et augmentis scientiarum ; solo regolato o
disciplinato dalle scienze pratiche ed attive e non dall'ordine puramente
scientifico. Nel capitolo VIII della seconda Scienza nuova pare che VICO
incorra in un'incoe renza, in quanto si propone di trattare di una storia
eterna sulla quale corre di tempo la storia di tutte le nazioni con certo
originiecerteperpetuità,e poidico chelescienze pratiche possono regolare la vita.
Ma come si può parlare d'una storia eterna, sulla quale sono modellate le
storie di tutte le nazioni se il mondo morale, con tutti i suoi fattori,
procede dall'arbitrio umano ? Questo ardito disegno del filosofo napoletano
racchiude un pen siero riposto. Questa Storia eterna delle nazioni,
modellatrice, esemplatrice di tutte le storie delle nazioni è uno dei più
grandi problemi della Scienza Nuova, che è assai bisognoso di com menti
illustrativi ed esplicativi. In questo capitolo si nasconde una speculazione
alta, e, dirò meglio, vertiginosa. Qui il Vico si rivela come idealista, o
meglio tale appare, poichè nello stabilire un ideale comune a tutte le nazioni
pare che proceda con un metodo astratto e formale, cioè como un ideale fanta
stico di pura creazione del cervello. Parvenza vana inganna trice! Ad un
pensatore meditativo apparisce,com'è infatti, una dottrina a fondo realistico.
Essa non è generata ma è ricavata da uno studio coscienzioso ed accurato dei
fatti. Il diritto naturale delle genti è reale quanto la natura umana, ed è la
fonte di questa dottrina. Secondo la mente di VICO non si potrà revocare in
dubbio l'esistenza d'un dritto naturale, comune a tutti i popoli. Cotal
diritto, comune a tutte le nazioni, ricavasi dalla psicologia sociale, la quale
ci attesta la natura comune sociale dei popoli. Questo argomento
comparativo trova la sua conferma nel fatto irrecusabile che questo diritto
comune, patrimonio di tutto le genti, non poteva essere stato trasferito o
comunicato da popolo a popolo, perchè fra loro non vi era, nè era possibile nes
suna comunanza di relazione. Ponendo mente all'esistenza di un diritto naturale
identico a tutti, o perciò universale e necessario, non si può negare un sicuro
fondamento all'esistenza d'una sto ria eterna nella quale corrono di tempo in
tempo le storie di tutte le nazioni. Il diritto é uno, come uno è il tipo
umano. Nella varietà dei costumi dei popoli vi è qualche cosa che non va ria nè
si trasforma. Dunque uno è il diritto, ed una è la storia ideale delle nazioni,
la quale è fondata sull'unità del diritto. Dunque dalla medesimezza del
costume, sigenera ildirittona turale,e da ciò nasce ildisegno di una storia
eterna delle na zioni Concetto ardito e profondo, poichè in tanto è possibile
una storia eterna ed ideale, in quanto vi è un tipo unico nel di ritto e nel
costume. I grandi genii hanno il presentimento di certe verità che poscia
approfondite dalle venture generazioni acquistano piena coscienza. Questa
divinazione del VICO oggi è rifermata dalla analisi comparativa degli istituti
giuridici e politici, e questa scienza divinata dal Vico è una delle più belle
glorie dei nostri tempi, a cui un forte ingegno siciliano addisse il suo
ingegno e ne abbozzò il primo disegno. E qui si adombrano le prime lince di un
metodo armonico fra il vero e il fatto, fra LA FILOSOFIA e la Storia La Storia
dei costumi deve emanare da due cause coefficienti: dall'ordine reale e
dell'ordine ideale,e così si avvera il gran principio di VICO, verum et factum
reciprocantur. Ma l'ordine ideale per non essere una chimera deve Ideo uniformi
nate appo interi popoli fra essi loro non conosciuti, debbono avere un motivo
comune di vero. Scienza nuova, Dignitá. avere un'origine per quanto
rimota,ma sempre realistica, non è fantasmagorico, ma ricavato,o meglio
osservato nell'elemento comune che presenta il costume dei popoli,e perciò non
è in fecondo e sterile,ma proficuo alla vita. (1Questo brano è tolto dal capitolo
Incoerenze di Vico del mio saggio: La mente del VICO rivendicata, illustrata e
integrata. A riassumere la dottrina giuridica di Vico è
indispensabile determinare i principi fondamentali dell» scuola
storico-filosofica da Ini splendidamente rappresentata. La
Scienza Nuova è lu riprova più sicura della lenominazione apposta ; iu
quel lavoro di architettura gigante si vede adombrato il disegno dell’armonia
fra i principii razionali e il fatto storico. La psicologia sociale è il
substratum delle leggi, delle religioni, delle lingue e di tutti gli
altri elementi della civiltà. In quella filosofia della storia contenuta
in germe LA FILOSOFIA DEL DIRITTO POSITIVO, perchè le costituzioni civili,
sociali e politiche sono conseguenza necessaria della vita, della cultura
e dei costumi delle varie nazioni. Egli divide in tre grandi
periodi la storia civile delle nazioni, cioè l’età del senso, della
fantasia e della ragione, e tutti i fattori dell’incivilimeiito,
dalla religione alla lingua, da questa alla giurisprudenza c infine
alla politica rispecchiano fedelmente le immagini e i caratteri di quei tre
grandi avvenimenti '‘tarici. Anche nell’opera, De universi iurte et
prtnùfno et fine uno le ricerche del DIRITTO FILOSOFICO sono accompagnate
dall’indagine storica e innumerevoli applicazioni fa al diritto romano, da
cui poi si eleva ai supremi principii giuridici. Questo sapiente
indirizzo trova la ragion di essere in quel supremo pronunziato del De
antiquissima Italorum sapiential, che « verum et factum reeiprocantur. Il fatto
adunque deve procedere di conserva col vero, altrimenti si cade o nel
formalismo astratto o nell’imperiamo gretto. E con questo criterio VICO dà
biasimo ai FILOSOFI ed ai filologi; mancarono per metà I FILOSOFI perché
non accertarono le loro idee con l’autorità dei filologi, e mancarono per meta
i filologi perchè non avverarono le loro idee con l’autorità dei
filosofi. Il vero e il fatto sono due termini convertibili, e,
perchè convertibili, l’indagine storica trova la sua vera integrazione
nei principii di ragione, e questi hanno il loro fondamento nell’ordine
dei fatti bene accertati. Storia e Ragione sono adunque i due
fattori del diritto filosofico e, quando si scinde il fatto dal
vero, si avrà del diritto un’idea esclusiva, incompiuta,
o fallace. Il diritto, secondo VICO, è un’idea umana, vale a
dire un principio ideale e storico, o meglio un principio ideale che si
attua nella storia; e tanto è vero ciò che mette radice nell’ordine
eterno dell’eterna ragione o dell’eterna volontà in quanto prescrive alia
volontà umana l’equo bono. Secondo questa dottrina il diritto deriva da
due cause coefficienti, cioè: l’utile e l’eterna ragione. L’una dà la
forma e l’altra la materia. Utilità» fiiit occasio iuris, honestas causa.
Tutto ciò risponde esattamente allo spirito del sistema vichiano. Infatti la
plebe, insorgendo contro il patriziato, conquistava i propri diritti, eppure
era mossa dalla molla dell’interesse. Sicché il progresso morale e
civile delle nazioni era occasionato dalle passioni, lagli interessi, i
quali contribuivano a far riconoscere i principii razionali. Quao vis veri sen
liumann ratio virtus est quantuin cum cupiditate pugnat. Quantum utilitates
diligit et exquat, quao nnum universi iuris principium unusque iincs. L’utile
non è per sè stesso né onesto nè turpe, ma pnò divenire l’uno o l’altro
quando è o confonne o disforme alla giustizia. Ecco dunque come il diritto
ha l’anima e il corpo, la materia e la forma, ed lia un contenuto etico,
che applica nell’utile. E da ciò segue la definizione del
diritto: Igitur ius est in natura utile a eterno, coniincusu acquale. I
punti salienti nei quali si rias mine la teorica del Vico sono i seguenti
: l’indagine storica, base della ricerca razionale, convertibilità. del vero
col fatto; insidenza del diritto nel bene, incarnata nella formula
dell’equo buono : inerenza dell’equo buono nell’ordine eterno; futilità
in quanto è regolata dalla ria veri; l’utile è materia; e la ragione forma
del diritto. Vincenzo Lilla. Lilla. Keywords: implicature, Vico, Vico
ri-vendicato, Vico ri-vendicate, Luigi Speranza, “Grice e Lilla: la semiotica
di Vico” – The Swimming-Pool Library. “Il Vico di Lilla” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza --
Grice e Limenanti – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. La dialettica come
materia di studio trapassa DA ROMA a BOLOGNA nel Medio Evo. Gli scritti
tratteggiati di Marciano Capella, di BOEZIO (si veda), di Cassiodoro, e in
parte anche di Agostino e del Pseudo-Agostino, son le fonti esclusive che
offrirono allora il materiale per lo studio della logica a BOLOGNA, la prima
scuola d’Europa. Li tutt’i luoghi dove, in connessione con il (Rifondersi del
Cristianesimo, o sorsero numerosi centri di cultura del tutto nuovi, o anche fu
talvolta possibile riattaccarsi ad istituti antichi, troviamo comunemente
adottato il corso di studi, più o meno compiuto, del TRIVIO – grammatica
filosofica, dialettica, e retorica -e del Quadrivio – arimmetica, geometria,
astronomia, e musica. E sebbene il quadrivio non e coltivato dovunque alla
stessa maniera, regna tuttavia per lo più una certa uniformità nello studio del
trivio, in quanto che non c’e scuola dove queste tre arti mancano. Non è frase
o esagerazione il giudizio che pronunziamo relativamente alla dialettica, che
cioè l’intiera ITALIA, per tutta la estensione in cui in generale la filosofia
nella sua graduale diffusione è venuta a contatto con esso, è stato
addottrinato dalla tradizione dei filosofi, testé nominati, della tarda
ROMANITÀ, che cioè in ITALIA si venne effettivamente a conoscenza di un certo
materiale di teorie logiche, e anzi soltanto, in modo esclusivo, sul fondamento
di quella tradizione. Appunto per questo riguardo, tuttavia, sembra che la
storia della dialettica non deve già esorbitare dal campo che le spetta. Si dà
cioè il caso che da notizie isolate sopra istituzioni scolastiche, o da
cataloghi di biblioteche, e via dicendo, non risulti assolutamente nient’altro,
se non che in questo o quel luogo o era semplicemente conservato, o in una
qualunque scuola claustrale era anche soltanto letto uno saggio di dialettica,
opera di Marciano Capella o di BOEZIO (si veda) ecc., ovvero che c’ è stato chi
si è coltivato la mente con questa lettura, o l’ha raccomandata ad altri, e
così via. Orbene, queste notizie, per quanto preziose ci possano apparire,
proprio a cagione della loro sporadicità, noi dobbiamo lasciarle alla storia
generale della filosofia o alla storia della universita di BOLOGNA; poiché per
la storia della dialettica basta in generale il fatto di un diffuso esercizio
delle sette così dette arti liberali, quale generico fondamento per entrar a
parlare del Medio Evo, e su questa base dobbiamo poi andare qui in traccia di
ciò che e prodotto da ima personale, per quanto ristretta, attività, di singoli
filosofi, e che perciò presenta elementi, i quali hanno contribuito al
progresso della filosofia nel corso della sua storia. Inoltre, simili dati,
anche se per essi non si oltrepassi la cerchia del materiale apparentemente
insignificante, conterranno poi bene in sè a lor volta qualche elemento, che
permetta di trarre induzioni relativamente a ciò che dicevamo dianzi, che cioè
accanto all’attività individuale isolata, ha da esserci stata una operosità
collettiva, rimasta attaccata semplicemente al testo della tradizione dei libri
scolastici. Si diffonde nelle scuole la dialettica della tarda LATINITÀ. Ma ima
osservazione sola, riguardo a questo materiale scolastico, bisogna premetterla
subito qui, in tutto il suo rigore e in tutta la sua estensione. Dobbiamo cioè
fin dal principio tener fisso lo sguardo sopra l’assoluta esclusività del
materiale stesso, cioè in primo luogo sopra il fatto che questi prodotti
filosofici LATINI sono incondizionatamente i soli che si trovassero in
circolazione, e che pertanto l’ITALIA non conosce nè poteva adoperare in
generale, per la dialettica, nessun’ altra fonte, all’ infuori da Marciano
Capella, BOEZIO (si veda), Cassiodoro e l’autentico o lo spurio Agostino. A
questo periodo del Medio Evo e possibile, intorno alle opere che stanno a
fondamento della dialettica, solamente quella conoscenza di seconda mano, che
puo esser attinta appunto a questi filosofi; e particolarmente gli scritti del LIZIO
(anzi in generale addirittura anche il nome soltanto di Aristotele) sono
conosciuti esclusivamente in quella sola forma, in cui li aveva trasmessi
BOEZIO. Quando in documenti si trovano menzionati saggi del LIZIO, non si può
pensare a nient’altro assolutamente, se non appunto a queste traduzioni di
BOEZIO. Così p. es., quando ') Per Tintento presente debbo pertanto lasciar da
parte un materiale di fonti, non scarso e che sono riuscito a raccogliere non
senza fatica, un materiale che o si gonfierebbe sino a formare una storia di
BOLOGNA, oppure, anche a volersi limitare (cosa del resto non facile a farsi),
a una scelta di passi, strappati dal contesto e solo attinenti alla dialettica
filosofica, comprenderebbe pur sempre soltanto la documentazione di un fatto,
anche senza di ciò universalmente noto, che cioè il contenuto della scienza
scolastica e formato da quelli filosofi nominati più sopra.] tra i libri della Biblioteca di York viene
nominato anche un « aoer ArisBobeles » 2 ), o quando troviamo ricordate a
Tegemsee le Categorie di Aristotele. Certamente, che simili passi sieno tutti
da spiegare soltanto a questa maniera, e perfettamente chiarito al lettore,
grazie, per così dire, alla sua personale esperienza, soltanto da ciò che si
dirà appresso, come pure dal trapasso a quel periodo, in cui venne a conoscenza
del Medio Evo il testo del LIZIO. Ma si è ritenuto non superfluo delimitare
esattamente fin da questo momento il campo visivo. Naturalmente una eccezione
soltanto apparente è data dalla tradizione di un Bulgaro, un certo Simone, che
avrebbe studiato a Costantinopoli la sillogistica di Aristotele. Poiché, che
nell’IMPERO ROMANO di Oriente i greci si occupassero di tale materia, si è
ba[La biblioteca fondata a York da Alberto è descritta dallo scolaro di lui,
Alcuino, nel suo poema De Pontificibus et Sanctis ecclesiae Eborucensis,
Aixuini Opera, ed. Frobenius. Ivi si legge, [Fersus de Sanctis Euboricensis
Ecclesiae: cfr. MGH, Poetile latini nevi Carolini, ed. Dùmmler]: Qiute Victor
inus script ere BOEZIO alque, Historici velerei, Pompeius, PLINIO, ipse Acer
Aristoteles, rhetor quoque TuUius CICERONE ingens [P!L]) Un monaco di Tegernsee
scrive in una lettera (riferita dal Pez, Thesaurus Anecdotorum Novissimus, [Codex diplomaticohistorico-epistolaris di
Pez e Hueber): stultam fecit Deus sapientiam mundi huius (queste son parole di
S. Paolo, ad Corinth.), poslquam exsiccayit fluvios Ethan. Prae dulcitudine
enim decem chordurum Davidis.... paene oblitus sum totidem culegoriarum
Aristotelis.Posso qui rinviare fino da ora per il momento al noto eccellente
lavoro di Jourdain, Recherches critiques sur Page et l’origine des traductions
latines (TAristote, Parigi, sia pure riservandomi di doverlo in più luoghi
correggere e integrare. Liutprandi Antapodosis Pertz, MGH: hunc etenim Simeonem
emiargon, id est semigraecum, esse idebunt, eo quod a puericiu Bizantii
Demostenis rhetoricam Aristotelisque silogismos didicerit [PL]. Ma c’ è una
notizia isolata, e una soltanto, che potrebbe sembrare in contraddizione con il
giudizio da noi pronunziato. Cioè, Papa Paolo I manda a Pipino il Breve, vari
scritti, citando egli stesso tra questi, nella lettera relativa, anche libri
del LIZIO; tuttavia il documento, se è genuino, e della sua autenticità non
sembra esserci ragione di dubitare, parla assai più a favore che non contro la
nostra tesi, poiché manifestamente questo esemplare, unico allora in quella
regione, di mi testo del LIZIO, rimane sepolto presso la corte di Francia,
oppure anda perduto, non riscontrandosi almeno in alcun luogo la minima traccia
di uso che ne sia stato fatto. Inoltre, per quei paesi, la prima sicura notizia
di traduzioni dal LIZIO, cade anzi in generale soltanto all epoca di Carlo
Magno, e appresso verniero ancora i lavori dello Scoto Eriugena (traduzione del
Pseudo-Dionigi. La lettera è stampata da Cajetanus Cenni, Monumenta
dominationis pontificiae, si ve Codex Carolinus (Roma), dove figura il passo.
Direximus edam excellentiae vestrae et libros, quantos reperire potuimus, id
est, Antiphonale, et Responsale, in simul artem grammaticam, Aristotelis,
Dionysii Ariopagitae libros (nel Cenni si legge, senza segno di divisione,
artem Grammaticam Aristotelis), Geomelricam, Orthographiam, Grammaticam, omnes
Graeco eloquio scriptores. La frase “graeco eloquio’, il cui significato nel
linguaggio dell’epoca è fissato con piena sicurezza, si rifere certo
esclusivamente ai libri su nominati, soltanto a incominciare da Aristotele,
perchè 1’ Antiphonale e il Responsale sono naturalmente in latino, e così pure
probabilmente la prima grammatica, mentre la seconda e in greco. Del resto non
si trova questa notizia utilizzata in Jourdain. P. es. nel Chronieon Saxoniae
et vicini orbis Arcloj di David Chttraeus (Lipsia [ed. di Rostock): Instiluit autem Carolus
Osnabrugae, ut in collegio [BOLOGNA] assidui lectores Latinae linguae essent.
Vidi enim cxerulli um literarum fundationis, ut vocant, quas ecclesiae
Osnabrugensi Carolus dedit. E così in molti luoghi, ma sempre con riferimento alla
nota ambasceria della Imperatrice Irene e alle relazioni diplomatiche, che ne
furono determinate. La tradizione della dialettica scolastica, nei riguardi
delle traduzioni di BOEZIO, è limitata e s’ignorano le principali opere logiche
di Aristotele. In secondo luogo, tuttavia, anche quel materiale di fonti IN
LATINO è, a sua volta, proprio nella parte essenziale, limitato. Mentre cioè
gli scritti del LIZIO avrebbero potuto esser letti tutti quanti nelle
traduzioni di BOEZIO, che sono per tale oggetto LA UNICA FONTE, proprio qui si
presenta ima rigorosa delimitazione; poiché della su citata produzione
letteraria di BOEZIO, si adoperano in modo esclusivo soltanto quelle
traduzioni, eli egli stesso illustra con commenti e apprestate per uso
scolastico A BOLOGNA, cioè, oltre alla doppia ri-elaborazione dell’ “Isagoge”
di Porfirio, soltanto la traduzione delle Categorie e le due edizioni del libro
de interpretatione [cf. “the only two things on which I lectured with J. L.
Austin at Oxford” – H. P. Grice], a cui si aggiungono poi a poco a poco ancora
i compendi che son opera dello stesso BOEZIO. All’ incontro, le versioni dei
due Analitici, come poire della Topica aristotelica e dei Sophistici elenchi,
tutte opere che BOEZIO lascia LATINIZZATA si senza commento, rimaneno, appunto
per questo motivo, escluse dalla considerazione, e si sottrassero pertanto alla
conoscenza, a tal punto che per lungo tempo non si sa in generale nemmeno più
che esistesno. Sicché, quando a poco a poco incominciarono a rendersi note
quelle opere principali del LIZIO, e questo un momento decisivo per lo sviluppo
della dialettica. E mentre L, ritene fallaci tutt’ i tentativi di dividere in
periodi, per motivi interni, la così detta « filosofia » medievale, mi sembra
resa possibile per 1 intiero Medio Evo una partizione in singoli periodi,
esclusivamente dal punto di vista della quantità del materiale, di volta in
volta esistente o novamente apportato. Così potrei anche nettamente qualificare
la differenza, rilevando elle prevale qui una conoscenza frammentaria di
BOEZIO, mentre nella Sezione prossima si manifesta un influsso chiaramente
visibile, così della conoscenza, che a poco a poco si acquista, DELL’INTIERO
BOEZIO, come pure dell’ apprestamento di traduzioni nuove delle opere non
utilizzate finora; a ciò si aggiungono in sèguito per le Sezioni successive
analoghi arricchimenti di materiale. La dimostrazione di queste 1 mie idee e
presentata, come ben s’intende, qui appresso. In poche parole, dunque per ripetere la delimitazione così recisamente
e chiaramente quant’ è possibile , il materiale tradizionale della dialettica,
per questa prima sezione del Medio Evo, è costituito esclusivamente da quanto
segue: Marciano Capella, Agostino, pseudoAgostino. Cassiodoro, e BOEZIO. E,
precisamente, di BOEZIO: ad Porphyrium a VITTORINO translatum, ad Porphy rium a
se translatum, ad Aristotelis Categorias, ad Aristotelis DE INTERPRETATIONE, ad
CICERONE Topica, Introductio ad categoricos syllogismos, De syllogismo
categorico, De syllogismo hypothetico. De divisione, De defninone, De differentiis
topicis. Manca invece in questo primo periodo la conoscenza dei due Analitici,
della Topica e dei Sophistici elenchi di Aristotele. E limitandosi lo studio
della filosofia in modo esclusivo alla DIALETTICA, mentre altri rami, come ■s
p. es. la PSCIOLOGIA RAZIONALE e l’ETICA, sono sistematicamente intrecciati con
la teologia morale, anche per la filosofia in generale i suddetti filosofi
formano il materiale quasi esclusivo; poiché vi si aggiunge ancora solamente,
riguardo alla COSMOLOGIA, la traduzione del Timeo piatonico, opera di Calcidio:
come pure, d’altra parte, per la così detta questione della teodicea, un
materiale spesso sfruttato era fornito dal De consolatione philosophiae di
Boezio. Ma duplice e l’attività personale, esercitata da insegnanti o da
filosofi di tutto questo periodo, sopra siffatto materiale esclusivo della
tradizione scolastica. Vale a dire, o si tratta di aggiustare compendi, per lo
più dominati da un affastellamento di svariate fonti, accozzate a casaccio (in
maniera del tutto simile a quel che abbiamo dovuto rilevare particolarmente a
proposito dello scritto di Cassiodoro [De artibus ac disciplinis liberalium
littcrarum ]), oppure ci si occupa di un più o meno minuto COMMENTO dei libri
già in uso, tra i quali si fanno avanti in prima linea la Isagoge e le
Categorie nella redazione (traduzione e commento) di BOEZIO. Ma inoltre, alla
discussione dei problemi della dialettica s’intrecciavano questioni di teologia
GIUDEO-CRITSTIANA – non romana --, come pure le controversie della logica fanno
risentire il loro possente influsso sopra le contese della dommatica, e anzi in
generale domina da principio, per questo riguardo, una situazione molto
caratteristica, che non si può lasciar esclusa dalla nostra considerazione.
Atteggiamento della ortodossia rispetto alla logica. La dottrina
GIUDEO-CRISTIANA, cioè, in se stessa
fatta del tutto astrazione dal processo di formazione delle idee
GIUDEO-CRISTIANE in generale e in
verità, nel suo primo manifestarsi, informata ad assoluta semplicità e immediatezza,
e parla all’ animo suscettibile di emozione religiosa. Ma nello stesso tempo si
trova determinata, nel corso della sua ulteriore propagazione, a operare su di
una popolazione, la quale in parte possede una cultura, formata per opera delle
scuole che funzionavano nella tarda antichità, e che puo cosi cougiungere al
contenuto nuovo di dottrma giudeo-cristiana e di Anta cristiana, un aspetto
formale del mondo antico. Come da questa mescolanza d’immediatezza religiosa e
di addottrinata capacità didattica, si svolgesse rapidamente l’antitesi fra
LAICATO e clero, si formasse cioè una ecclesia docens, e come la Chiesa, per il
fatto eh era docens, affatto naturalmente ponesse le mani sopra le istituzioni
scolastiche, e così facendo si appoggiasse, formalmente, a quel che già esiste,
sou cose che non c’interessano punto qui, nè più nè meno che le lotte, condotte
con le armi della dialettica, e attraverso le quali si veniva compiendo la
formazione del dogma. Invece è di grande interesse per noi la circostanza, che
venne a manifestarsi da un lato una valutazione positiva, e dall’altro lato un
disdegno della logica, come già si è appunto veduto per due eminenti
rappresentanti della teologia giudeo-cristiana, cioè Girolamo e Agostino, che
abbiamo dovuti ricordare più sopra, e dei quali particolarmente il secondo
mostra molto chiaramente il presentarsi di quelle due tendenze, una accanto all
altra. Ma quanto più energicamente e accentuato in tale contrasto il punto di
vista specificamente giudeo-cristiano, tanto maggior importanza dove essere
riconosciuta a quella intima immediatezza, che Agostino denomina lux interior:
e non soltanto è cosa che si spiega facilmente, ma addirittura risponde a una
esigenza teorica, che proprio i più rigidi fra i primi teologi giudeo-cristiani,
mentre conduceno la polemica obbligatoria contro il contenuto dell’antica
filosofia, hanno un atteggiamento molto riservato anche verso le forme di
quella filosofia, da'l quale la fede non soltanto non può essere sostituita, ma
resta anche sovente turbata. Fatto sta che così si forma anzitutto
un’avversione sistematica contro la logica o dialettica, e se riflettiamo che
nelle lotte per la formazione dei dogmi, proprio gl’Ariani e i Pelagiani hanno
una effettiva superiorità per cultura e ABILITA DIALETTICA, ci riesce facile
spiegarci come quell’avversione si sia sviluppata sino a diventare animosa
ostilità. Non soltanto da Ireneo e Tertulliano, ma particolarmente nell’epoca
culminante della contesa intorno ai dogmi, da Basilio il Grande, Gregorio Nazianzeno,
Epifanio, Hieronymue Presbyter [Stridonensis: S. Girolamo], Faustino, Mansueto,
Eusebio, Socrate, Teodoreto e altri, può citarsi una stragrande quantità di
passi, nei quali LA DIALETTICA è tacciata di superfluità, o è denominata un
ozioso operare, che distrugge se medesimo, e un’artificiosa filastrocca senza
scopo, la quale per il suo carattere mondanamente versipelle non può profittare
alla semplice pura verità, e in generale è ANTI-cri[Basilo Magni adversus
Eunomium (Opp ., ed. di Parigi): ij xòrv \ApioxoxéXo'JS 5vxwj xal Xpoaduioo
auXÀoY'.sp&v éìei rcpòp xà |iaOetv Sxi 6 iYÉvvrjxo; où YSY^vrjxat ; [PG « mira vere Aristotelis aut Chrysippi
syllogismis opus nobis erat, ut disccrcmus eum qui ingenitus est, (neque a
seipso, neque ab altero) genitum fuisse. Tertulliani de praescriptione
haereticorum, Opp., ed. di Venezia): Miserum Aristotelem! qui illis dialecticam
instituit, artificem struendi et destruendi, versipellem in sententiis, coaclam
in coniecturis, duram in argumentis, operariam contentionum, molestarli etiam
sibi ipsi, omnia relractantem, ne quid omnino tractaverit [PL], Grixohii
Nazi.anzeni Oratio 26 (Opera, ed. di Colonia): oOx ol5s Xóy“ v o-potfà(, faas
xe ooyibv xa l atviy|iaxa, xal xà; nóppcovo? ivaxàosig, f; è:pééeij, f)
àvxiO-éosif, xal xù>v Xpualintou auXXoYiaptùv xàp éiaXùast?, ■?, xiòv
'ApioxoxéÀoog xsxvùv x^v xaxoxexvlav. Oratio: yaipovxsg xalj pspVjXoi;
xsvo^òiviatf, xal àvxtOéaect xfjg (tsuìiovòpou Y v( ',aso) f’ xa i? eig oòSèv
xpL ( at|iov cpepoùaaij XoY 0 l ia X^ al » [PG: Oratio nec verborura flexus et
captiones novit, nec sapientoni dieta et aenigmata, nec Pyrrhonis instantias,
aut assensus retentiones, aut oppositiones, nec syllogismoruin Chrysippi
solutiones, aut pravorn artium Aristotelis artificiuin. PG Oratio quique
inanibus verbis, et contentionibus falso nominatae seientiae, ac disputationum
pugnis, quae nullam utilitatcm afferunt, obleetantur Epiphanii adversus
haereses Opera, ed. Petavius, Colonia): Ssivóxrjxt gàXXov iaoxoùg
ÈxSsStiixaaiv, èvSuaà|ievot ’ApiaxoxsXrjv xs xal xoòj SXXoog xoO xóo|iou
StaXexxixoùs, iùv xal xo'jf xaprcoùg iiexlaat, |n;8Éva xapnòv 8ixaiooóvi){
eiSóxsf. lbid.. Ili, praef. (p. 809): èx ouXXoYiapffiv y àp xal ’Apiaxo-]
-stiana. Epperò tutta la sillogistica, come deve venir meno dinanzi alle
semplici parole degli Apostoli, serve dal canto suo ancor mia volta soltanto a
contraxsXixcòv xal Y Et0 ]iSTptxà>v xòv S-sòv Ttaptoxàv jìoóXovxaiIbid.,
Ili, 76, 20 (p. 964): xaòxa Ss dxpatpstxai itàaav ooD xùv Xóyiov ouXXoyumxijv
nuÀoXoytav. Kal oì)x èv&èxt'tat ^{*^6 rcpoipé^aatf-ai jiath^ràs
Yevéa&ai ’Apia'coxéXoos toD ao5 éicioxdtou»... Où Y a «° * v Xif(p
aoXXoYtaxixip r/ [ìaa'.Xs'.a xcòv o&pavù>v, xal èv Xó^iji X 0 |iJta:mx,
àXX" èv Suvct|isi xal àXYiO-stqc (v. nota 20). Ibid., 76, 24 (p. 9il):
xpooèXaps xò 0-stov, ibg xaxà xòv aiv Xoyov, si; xr ( v auxoO xiaxiv xijv
ouXXoYiaxtx^v xaùxnjv aou x^v xsxvoXoyiav. 1PG, calliditatem potius amplexi
sunt, seque et ad Aristotelem ac caeteros mundi huius DIALECTICOS accommodare
maluerunt: quorum fructus ita consectantur, nullam ut justitiae frugem
proferant. PCI, quippe syllogismis quibusdam Aristotelicis ac geometrici Dei
naturato explicare studeut. PG atque haec omnia tuam illam argumentorum fabulam
circumscribunt. Neque id hortatione ulla pcrficere potes, ut Aristotelis
praeceptoris lui discipuli esse velimus. Non enim in syllogismis argumentisve
regnum cadeste positura est, neque IN ARROGANTI INFLATOQUE SERMONE, sed in
virtute ac ventate ». PG, Deus, ut asse rere videris, tuum illud DIALECTICAE
SVBTILITATIS ARTIFICIVM, velut quandam lidei euae accessioncm adjecit. Inoltre
proprio in Epifanio si presenta con la massima frequenza affermazioni di questo
genere. Cfr. Hieronvmi de perpetua virginitale B. Mariae adversus Helvidium (i
Opp ed. di Parigi: Non campimi rhetorici desideramus eloquii, non dialecticorum
tendiculus nec Aristotelis spineto conquirimus: ipsa Scripturarum verbo ponendo
sunt [PL. Faustini de Trinitate adversus site de Fide contrai Arianos,
Bibliolheca Veterum Patrum, cura Andreae Gallando, Venezia, VIE. Noli injelix
adversus Christum Dominimi tolius creuturae, Aristotelis artificiosa argomenta
colligere, qui te Christiunum qualitercumque profileris, quasi ex disciplina
terrenae supputationis circumscriptor advenias [P.L. Theodoreti sermo de natura
hominis (Opp., ed. Sirmond, Parigi) [ed. Festa] : fjpslg 8è aòxffiv xf ( v
ipjtXrjgiav òXo^upò|isi>a 8xi 8»; ópùvxsg gapfapocpwvoog àvOpuixoug xtjv
'EXXtjvtxTgv eÒYXtoxxlav vevixrjxóxag, xal xoòg xsxop'jis’Jiiévo'Jg pùS-ODg
xavxÉX&g ijsXtjXapivous, xal xoùg àXiEuxixoog ooXoixp opob? xoùg ’Axxixoùg
xaxaXeXoxóxag E'jXXoyi3|ioù? [PG Graecarum affectionum curatio ): trad. Festa:
Ma noi compiangiamo la stupidità dei derisori. Vedono' pure che uomini di
barbara favella hanno vinta la facondia ellenica, hanno spazzato via. le loro
ben composte favole, vedono che i solecismi dei pescatori hanno dissolto i
sillogismi attici. Quest’allusione alla semplice parlata dei pescatori si trova
pure altrove ancora piuttosto di frequente.] stare e falsificare la fede, come
in particolare si vede nel caso degl’ariani, e così via dicendo. Ma se per tal
modo LA DIALETTICA, della quale per lo pj£i g]*£} latto responsabile
Aristotele, e precisamente in particolare a cagion della sofistica contenuta
nelle Categorie, era quasi diventata oggetto di orrore, insorge tuttavia in
pari tempo da se stesso il senso della necessità di potersi difendere ad armi
uguali contro i nemici della dottrina ortodossa, ed è naturale che finisce con
il prevalere questo motivo, che cioè LA DIALETTICA è UTILE per la lotta contro
gli eretici. Quel che ora importa, e dunque lo spirito e la intenzione, con cui
si coltiva lo studio della DIALETTICA, e a questa maniera si [Irenaei adversus
contro haereses, Opp., ed. di Venezia): minutiloquium miteni et sublimitatem
circa quaestiones, cum sit Aristotelicum, injerre fidei collant II r [cfr.
PO, Eusf.bii historia ecclesiastica,
Opp., ed. di Parigi: Christum ignorarli, sed quaenam syllogismi figura ad suoni
impietalem confimiaridaiti reperilur, studiose indagarunt; quod si quisquam
forte illis aliquod divini eloquii testimonium pròjerat, quaerunt, ulriim
CONIVNCTAM VN DISIVNCTAM syllogismi figuram possit efficere sollerti impiorum
astutia et subtilitate simplicem ac sinceroni divinarum scripturarum fidem
adulterant [cfr. PC, e Griechische Chrisùiche Schriftsteller traduzione latina
di Rufinus, Hieronymi. adversus [Diulogus contrai Luciferianos, Ariana haeresis
magis cum sapientiu seculi facit, et argumentationum rivos de Arislotelis
fontibus mutuatur [PL) Socratis Historia ecclesiastica, ed. Valesii, Torino:
siiOòc o&v èjjsvo?cóva: (intendi Aezio) xoòg èvxUYXàvovxag. ToOxo 8è
Ijxoìei, ta:j xaxrjYOpEcus’ApiaxoxéXoos zioxsóiov gtjìXEov Ss oilxojf ixxlv
èmYSYpa|i|isvov a 5 x(j> ig aòxàìv xs SiaXsYÓpsvog [xal] iauxijì allaga
7xotv ’ApioxoxéXoos.] puo persino menar vanto delle proprie conoscenze in
materia di DIALETTICA ; ma con ciò puo benissimo rimaner legata la idea, che
proprio soltanto per ragioni estrinseche la teologia dommatica ha, servendosi
della dialettica, messo il piede nel campo di un verbalismo affatto esteriore,
e pertanto non ci fa meraviglia trovare più oltre ripetutamente un’aperta
ostilità contro qualunque dialettica in generale. La Isagoge di Porfirio. Ma in
ogni caso, come si è detto, la ecclesia docens e per questa via, pervenuta ad
accogliere nell’ambito della propria attività una certa somma di teorie
logiche, e una volta che, per uso dei chierici, sono adottati compendi quali si
vogliano, se pure con le debite riserve
per quel che riguardava lo spirito informatore e la intenzione -, puo e dove
bene presentarsi inevitaouXÀoytO|ix é>S àXy,9-eiav èxrtaiSeùovxa, àXX’oif;
gjtXa x-ij« àXr^slaj xaxà xoù 4>eó8oo£ Y‘T vé l 1 ® va 82 > 1189 ‘
Aristotelis syllogismos, et Platonis facundiam aurium adjumentis e cieco
didicit Didymus, non quasi veritatem ista doceant, sed quod arma sin! veritatis
contra mendacium. Cyrilli Alexandrini Thesaurus de Trinitate, 11 ( Opp, ed.
Auberl, Parigi: Ex pa8-vjpàxtov r,|nv xiòv'ApiaxoxéXoug ipiuópevot, xal xj
Seivóxr ( xt xi)£ Ev x6o|i(p aotplag àTioxsxpxinivoi, xxóxoug èystpcuat
^'rjp.àxtov XEVtòv, oòx e18óxs£ 8 xi xal tipEg xaóxtjv àpaiHB? 8/ovxej èXsYX s
' 1 Ì 30VTal ' S-aupiaai 5 vxwj àxiXooS-ov. 6 xi 8V) xàv iispl xoa |isi^ovo£
xal xoO EXàxxovog Esexàsovxsf Xéyov, i-l xòv Ttspl xoO 6|ic£o’J xal àvopolou
|iexar:sTCX(óxaotv, oOx eISóxe; 6 xt, xaxà xr/V ’ApiaxoxéXouj xiyyrp, 4 tp* %
pàXiaxa |iEYaXo:ppovEtv Etónlaaiv aòxol, oùx et; xaùxòv xaxaxàxxExat. Y* V °S
33 1:5 6 l i0l0v xal xè àvópoiov. ó)( xal xò pst^ov xal xò IXaxxov [PG. Ea Aristotelica
disciplina nobis insultantes, et mundanae sapientiae fastu turgidi, inanes
verborum crepitus excitant, parum sibi persuadente se Aristotelicae disciplinae
ignaros ostendi posse. Mirandum enim est quod, rum rationeni majoris et minoris
excutiant, ad sermonem de simili et dissimili prolabantur, nescientes, juxta
Aristotelis placita quo ipsi plurimum sese jactitant, simile et dissimile non
in eodem genere collocari, in quo maius et minus.] bilmente anche il caso di
filosofi isolati, i quali, di quel materiale che dove altrimenti servire quale
mezzo ordinato al fine, fanno oggetto speciale e indipendente del loro studio.
E furono, per questo riguardo, prima di tutto le Categorie, che, in dipendenza
dalla tradizione scolastica della tarda età classica, trovarono largo impiego
nelle fondamentali questioni teologiche non pagane ma giudeo-cristiane, e
soprattutto, precisamente, proprio in Agostino (relativamente alla Trinità e ai
così detti attributi del divino. Anzi è persino possibile che già abbastanza anticamente
si ritene autentico lo scritto pseudo-agostiniano sopra le Categorie, e ci si
sente così francheggiati, nello studio di quest’oggetto, dall’AUTORITA dello
stesso Agostino. Ma se le Categorie avevano in ogni caso un valore rilevante
per la teologia pagana o romana e giudeo-cristiana, si ha in verità nello
scritto di Porfirio, cioè nelle Quinque voces – genus, species, proprium,
accidens, differentia -una introduzione alle Categorie, ritenuta indispensabile
nella scuola, e ben e’ intende come, sia per l’insegnamento sia per lo studio,
si prende sempre principio dall’ “Isagoge”, che da uno dei commentatori e stata
anzi persino indicata come condizione preliminare della beatitudine eterna. Ma
tutti due, sia cioè il libro delle Categorie sia anche lo scrittarello di
Porfirio, sono accessibili, per la Chiesa latina, nella traduzione di BOEZIO, e
inoltre corredati anche di note illustrative, e così diventarono i principali
testi scolastici medievali di dialettica. [Miseria del pensiero medievale]. Il
corso della storia ci mostra come, esclusivamente dallo stu[L’argomentazione e
di questo tenore. Chi non studia l’ “Isagoge”, non intende le Categorie, e chi
non intende le Categorie, non intende il resto dell’Organon. Ma chi non intende
l’Organon, non sa pensare rettamente, e chi non pensa rettamente, non sa AGIRE
rettamente. Ma a un tale uomo non può toccare la beatitudine eterna.] -dio
ininterrotto di Porfirio e di BOEZIO prende origine quella contesa intorno al
valore dei così detti ‘universali’, che, secondo si è finora comunemente
ammesso, si presenta come antitesi di
due termini soltanto, realismo e NOMINALISMO, ma in verità fa venire in luce
una variopinta moltitudine di opinioni, caratteristiche di altrettanti numerosissimi
indirizzi. Queste battaglie sul terreno della dialettica non sono già suscitate
da una filosofia personale, segnato della impronta di una individualità
autonoma, di mi uomo eminente. E bensì una materia tradizionale, sono pensieri
ereditariamente trasmessi per via scolastica dall’antichità, e ora non si fa
che prenderli a poco a poco in considerazione alquanto più rigorosamente, nè
altra che questa e la occasione al formarsi di determinati atteggiamenti,
caratteristici delle varie tendenze, e le cui radici sono di già riposte nella
tradizione stessa. Di creazione, intimamente indipendente, di un motivo nuovo,
non è il caso di parlare, nemmeno nello Scoto Eriugena, e neanche in Abelardo.
E im’epoca che sta ancora attaccata tutta quanta nel modo più assoluto alla
pura tradizione, e così puo tutt’al più, con uno studio assiduo, pieno di
abnegazione, forse anche minuzioso, appesantirsi più ostinatamente, entro
gl’angusti limiti che le sono dati, sopra singoli punti, ma non mai dominare
liberamente la materia. Giustamente colpisce gli scolastici non la taccia di
confidente avventatezza o di tumida vacuità, che li porta forse a scaraventare
nel mondo sistemi belli e fatti, nè ci fan rabbia con la loro verbosità. Ma ben
piuttosto ci prende un senso di compassione, quando vediamo, con un campo visivo
estremamente ristretto, sfruttate fedelissimamente sino all’esaurimento, con
una solerzia senz’ombra di genialità, le vedute unilaterali possibili entro
quel campo 6 tesso, o quando a questa maniera si sprecano secoli intieri nel
vano sforzo d’introdurre metodo nella insensatezza. Simili pensieri malinconici
sopra tanto tempo perduto, si destano in noi per lo più proprio là dove con
maggior violenza si fan guerra, relativamente agl’universali, le diverse
opinioni, svolte sino alle ultime conseguenze, mentre il primo sorgere della
contesa ci può pur sempre apparire in parte come principio di un’azione
fecondatrice e stimolatrice. Per il progresso di quella scienza che si denomina
propriamente filosofia, bisogna considerare questo periodo come un millennio
assolutamente perduto, poiché ci si dove, per mezzo del Rinascimento,
riattaccare proprio a quel punto, a cui ci si e trovati. [La questione degli
universali determina un CONTRASTO DI TENDENZE NEL CAMPO DELLA DIALETTICA:
PREVALENZA DI UN REALISMO platonico]. Se riflettiamo che la “Isagoge” di
Porfirio e il testo scolastico più universalmente diffuso, il quale e ritenuto
condizione preliminare per aver adito allo studio della dialettica, certamente
si riesce a spiegare che in tutte le scuole il filosofo della materia,
nell’interesse suo e de’ suoi scolari, dovesse indugiarsi alquanto più a lungo
sovra UN PASSO d’importanza decisiva, che si trova subito in principio del
libriccino (si sa bene che da principio si va avanti volentieri più
minuziosamente e più lentamente), cioè sopra quel passo, che nella traduzione
di BOEZIO è di questo tenore: essere cioè prima quaestio se gl’universali hnno realtà obbiettiva come
esseri IN-CORPOREI, o sieno solamente finzioni nella sfera dell’intelletto
umano. E se ora la risposta più precisa a questa domanda, che riguarda nel modo
più chiaro l’antitesi di platonismo e aristotelismo, viene evitata da
Porfirio-BOEZIO, perchè altioris ne gotti, proprio da ciò i filosofi piu
provetti sono determinati a decidersi per uno o l'altro dei due indirizzi. Vero
è ora che il neo-platonico Porfirio dice espressamente in quel luogo, che egli
si attene alla tesi della natura obbiettiva degl’universali. Ma in pari tempo
ha aggiunto eh’ egli ha svolto la
propria trattazione, per lo più secondo l’indirizzo del LIZIO anche BOEZIO, dal
canto suo, dichiara, nella forma più sbrigativa, che gl’universali esistono in
verità, e vengono appresi consideratione animi. Cosi da questo passo, di
decisiva importanza, del testo di scuola, e bensì reso possibile che molti con
tutta ingenuità credreno fosse loro dato di seguire insieme un modo di pensare
platonico dell’ACCADEMIA e uno aristotelico del LIZIO. Cf. H. P. Grice, A. Dodd,
IZZING and Hazzing, platonism. Ma
proprio per quelli che vuole pensarci su con alquanto maggior precisione, si
tratta di un aut aut, e rispetto a quest’ alternativa, dal punto di vista
teologico romano e giudeo-cristiano, la risoluzione e propriamente presa di già
in antecipo a favore di un realismo platonico. Poiché, quando la dialettica e
considerata tutta quanta un vuoto formale strimpellamento verbale, quei che si
occupano purtuttavia di questa materia, doveno necessariamente industriarsi di
dare a tutto il complesso un fondamento reale, e precisamente, come ben
s’intende, non puo in ciò esercitare decisivo influsso alcun’altra realtà,
all’infuori da quella che si trova nelle idee giudeo-cristiane. Ed è pur anche
possibile che, come per altri riguardi, così anche relativa[V. Col'SIN,
Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi: riprodotto con alcune correzioni e aggiunte
nei Fragnients de philosophie du moyen-àge, Parigi, ha il grande merito di
essere stato il primo a mostrare questa vera fonte del nominalismo e del
realismo, e in base alle indicazioni di lui, Havréau, De la philosophie scolastique,
Parigi, Hist. de la phil. scol., Parigi, ha tratto dai manoscritti ancora vario
materiale prezioso.] -mente alla dialettica, hanno cooperato qual autorità
perentoria, sentenze che si trovano nell’epistole paoline. Per lo meno vediamo
enunciata da Teodoro Raitliuensis, con riferimento diretto a Paolo, la opinione
che si trovi in contraddizione con l’apostolo chi designi lo studio delle
Categorie come un eminentissimo pregio del teologo, e così porta la pia
disposizione d’animo del giudeo-cristiano a non consister d’altro che di parole
o suoni [FLATVS] di parole. E sebbene non vogliamo citare questo passo
addirittura come la prima e più antica manifestazione dell’anti-tesi fra
nominalismo e realismo, è comunque tanto chiaro tuttavia, che, dalla parte
della teologia romana e giudeo-cristiana, dev’esserci, in dialettica, una
corrente prevalente, nel senso del platonismo dell’ACCADEMIA, e non del
nominalismo o concettualismo del LIZIO. La sostanza indi[Per es.: ud Corinth.,
I, 1, 17 : s'ia-;~;s'/JX!i^ba.'. oòx èv ao?!a [evangelizare: non in sapientia
verbi]: xal 6 Xóyos poo xal xò xV/pUYPà poi» oòx Iv nsiOotc aocflaj Xifo i?,
àXX' èv àjtoSelgs'. nvsùpaxos xal Suvà|isioj, iva Jtlaxif 6p(3v pf/ ^ èv
aotplqt àvOptóittov 4XX' èv Sovàpei O-soO [et sermo meus, et praedicatio mea
non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritns,
et virtutis: ut fides vestra non sit in sapientia hominuni, sed in virtute Dei]
; ad ThessaL. I, 1, 5: xó «flaYYèXiov ^ptòv oOx è^sv^a-ig 5tpò? 5pàs èv Xóyip
póvov, àXXà xai èv Sovdpei xal èv nveùpaxi Stylqt Evangelium nostrum non fuit
ad vos in sermone tantum, sed et in virtute, et in Spiritu sancto »] ; ad
Timoth., I, 6, 3-4: et xtj éxspoSiSaaxaXsì..., xsxù?(oxai, pr|5èv émaxàpevog,
àXXà voacòv itspi ^TjxVjasts xal Xoyopaxiap Si quis aliter docet superbus est,
nihil sciens, sed languens circa quaestiones, et pugnas verborum. Theodori
Presbìteri Raithuensis Praeparatio de incarnatione ( Bibl. Patr. Galland.):
i-ziiy, 5è 4 Heuijpog cJiiXat; jtpoxaOé^Exai cpfflvalj. èv fr/paoi xs póvotp
xal ij/oip T1 ì v sùaéjistav 0noxi8-exaf xalxoiYE xoD àrcoaxóXou XéYOvxop „oò
Y“P èv Xiyip ij gaoiXeta xoS 6so0, dcXX’ èv 5ovàps: xal àXvjOsl:?,, (ad
Corinth., I, 4, 20). o5xos 5è xap* a&x(j> Seotjptp xpolxiaxog S-sÌXoyos
y vwpijsxat. tì)g àv xàf xaxrjYopiaj 'AptoxoxéXooj. xal xà Xouxà xiòv S?o)
cpiXoaó;pci>v xoptjià Jjaxrjpévop toyX
) Orig. II, 23 (p. 29a)
[Lindsay]. In his quippe tribù» generibus Philosophiue etium eloquio divina
consistunt. Nam aut de natura disputare solent, ut in Genesi et in Ecclesiaste:
aut de moribus, ut in Proverbiis et in omnibus sparsim libris: AVT DE LOGICA
[DIALETTICA], prò qua nostri Theoreticam [ma Prantl legge tlteologiorni sibi
vindicant, ut in Cantico canlicorum, et Evangeliis [PL. Per lo meno, quanto al senso, la distinzione coincide
perfettamente con quel che si legge nella introduzione allo saggio di VITTORINO
da noi conservato, Expositio in CICERONE Rhetoricam (ed. Capperonicr ed. Halm,
RHETORES LATINI Minores: Q. Faro Laurentii VITTORINO Explaruitionum in Rhet. M.
T. CICERONE, Orig.: Inter arlem et disciplimim Plato non soltanto e possibile
tenere staccati come due rami separati il dominio della retorica e quello della
speculazione, ma era anche consentito a quest’ultimo di trovare, dal suo lato
estrinseco e tecnico, una particolare maniera di trattazione. Compendio di
dialettica nelle Origines. Così Isidoro divide tutta la sfera della logica o
dialettica, anche tenuto conto della dictio e del sermo, in grammatica,
dialettica, e retorica – il trivio, e a quel modo che, rispetto alla
distinzione adottata nelle scuole tra questa e quella, si attiene parola per
parola a Cassiodoro, così in generale proprio il mostruoso compendio di quest’
ultimo, già da noi più sopra tratteggiato, è quel che Isidoro trasmette, con
alcune varianti o aggiunte. Dopo avere cioè compiuto il passaggio dalla
PARTIZIONE DELLA FILOSOFIA – psicologia razionale, grammatica razionale -alla
Isagoge in et Aristoteles hanc difjerentiam esse tolueruiit, dicetiles artem
esse in his quae se et aliler habere possunt. Disciplina vero est, quae de liis
agii quae uliter evenire non possunt. Nam quando veris disputationibus aliquid
disseritur, disciplina erit. Quando uliquid verisimile atque opinabile
tractatur, nomen artis habebit [PL], e differ. spir. Nunc partes logices exsequamur.
Constai autem ex dialectica et rhetorica. DIALECTICA est ratio sive regala
disputatali, intellectum mentis acuens, veraque a falsis distinguens. Rhetorica
est RATIO DICENDI, jurisperitorum scientia [cf. Grice, the devil of scientism],
quam oratores sequuntur. Hac, ut quidam ait, sicut jerrum veneno, sententia
armalur eloquio [PL Orig.]: Logicam,
quae rationalis vocatur, Plato subiimxitdividens eam in DIALECTICAM et Rlictoricam. Dieta autem Logica, i. e.
RATIONALIS Aóyoj cnim apud Graecos et SERMONEM significai et rationem [PL Logici quia in natura et in moribus rationem
adiungunt. RATIO enim Graece Xifog dicitur [PL.
Dialectica est disciplina ad disserendas rerum causas inventa. Ipsa est
FILOSOFIA species, quae Logica dicitur, i. e. rationalis definiendi, quaerendi
et disserendi potens. Aristoteles ad regidas quusdam huius doclrinae argumenta
perduxit, et Dialecticam nuncupavit, prò eo quod in ea de dictis disputatile.
I\'um Xextdv dictio dicitur Ideo autem post Rheloricam disciplinam DIALETTICA
sequitur, quia in multis utraque communio existunt [PL] quella «tessa maniera
secca, che abbiamo veduta iu Cassiodoro), egli presenta una enumerazione e
illustrazione delle quinque voces – genus, species, differentia, proprium,
accidens - dove prende occasione di far risaltare i meriti di Porfirio, di
fronte ad Aristotele e CICERONE), e manifestamente non ha fatto che attingere
alla traduzione di VITTORINO, commentata da BOEZIO, al quale VITTORINO anzi
rinvia egli medesimo). Particolare a lui è, a tal proposito, la pensata
sommamente scolastica, di esprimere a mo' d’esempio le cinque voci – genus,
species, differentia, proprium, contingents -in una proposizione. Appresso
viene, relativamente alle categorie, una notizia che in principio e in chiusa è
ricavata letteralmente da Cassiodoro), ma nella parte centrale è più estesa, e
particolarmente più ricca di esempi. Dopo di ciò viene naturalmente de
interpr., una Sezione che qui per la prima volta incontriamo con la barbarica –
NON-LATINA -intestazione De Perihermeniis [ Aristoteli s] Le parole
introduttive e il nu[Orig. Cuius disciplinae definitionem plenum existimaverunt
Aristoteles et Tulliiis CICERONE ex genere et differentiis consistere. Quidam
postea pleniores in docendo eius perfectam substantialem definitionem in
quinque V partihus. veluti membris suis, dividerunt [PL]. Boezio, ad Porph. [a
Vict. fransi., ed. Brandt [Opp.], ed. di
Basilea [PL]: Isagogas aulem ex Crucco in Latinum transtulil VITTORINO orator,
commentumque eius quinque libris BOEZIO edidit [PL]: et est ex omnibus his
quinque partihus oratio plenae sententiae, ita, “Homo est animai ralionale,
mortale, risibile, boni malique capax” [PL.]. Anche le parole della chiusa del
testo d’Isidoro, eh’è guasta, son da leggere secondo il tenore del luogo
corrispondente di Cassiodoro. Si ravvisava cioè in Perihermeneias inspi ip
|iv)vsia?!. SCRITTO IN UNA SOLA PAROLA, un accusativo plurale, e s’imaginava un
corripondente nominativo, “Perihermeneiue”. Invero troviamo nella Storia di S.
Gallo di Ii-defons v. Arx, I, p. 262, “die Periemerien » di Aristotele”.] eleo
centrale vero e proprio -la definizione di nomen, verbum, ORATIO (indicativa o
enunciativa, imperativa), nuwtiatù, affirmatio, negatio, contradictio) sono
copiate parola per parola da Cassiodoro, ma in mezzo ci sono alcune
osservazioni più generali, che son prese da BOEZIO, e che, concernendo la
relazione tra linguaggio e la psicologia RAZIONALE, vennero ad assumere grande
importanza; ma le parole di chiusa segnano il passaggio alla SILLOGISTICA in
ima maniera più tollerabile che non sia quella tenuta da Cassiodoro. Segue ora
LA SILLOGISTICA stessa, che, dopo un
monito introduttivo a guardarsi dall’abuso sofistico, è presa con la più
letterale fedeltà da Cassiodoro. Appresso viene la teoria della definizione,
che Isidoro copia da VITTORINO, ragion per cui abbiamo dovuto riferirne il
contenuto. Ma dalla definizione si passa alla TOPICA con le stesse parole di
Cassiodoro, e anche nella enumerazione dei loci è utilizzato solamente
quest’ultimo. Ma anzitutto rimangono qui affatto escluse quelle
interpola[[Isidoro riproducel anche il motto su Aristotele: Omnis quippc res,
quae una est et uno si^nìficiitur sermone, aut per nomen significatur, aut per
verbum: quae dune partes orutionis interpretanlur totum, quidquid conceperit
mens ad loquendum. Omnis enim elocutio CONCEPTAE rei mentis interpres est [PL],
Particolarmente dobbiamo a questo proposito mettere in rilievo la locuzione
concipere, concepito. \Utililas~\ Perihermeniarum haec est, quod ex his
INTERPRETAMENTIS syllogismi fumi. Vnde et analytica pertructantur: plurimum
lectorem adiuvat ad veritatem investigandam tantum, ut absit ille error
decipiendi adversarium per sophismata falsarum conclusionum [PL).] -zioni
estranee), e inoltre, omessi i loci retorici, vengono, di quelli dialettici,
accolti integralmente soltanto di CICERONE, e tre inoltre di quelli di
Temistio. Finalmente la chiusa è data da ima speciale Sezione De opposilis, che
senza dubbio qui non sta nella solita connessione con la teoria delle
categorie, ma si riattacca ancora al materiale della topica, coni’ è anche di
fatto estratta dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE. Altri spunti di
teorie logiche. Ma, oltre a questo compendio di dialettica, c’ è in Isidoro
qualche cos’ altro ancora, che, grazie all’ autorità da lui goduta esercita
influsso sopra la storia. Da un lato cioè si trovano frammenti isolati di
teorie logiche in altre sezioni della sua opera enciclopedica. Così, p. es.,
oltre a ripetere la solita definizione degli omonimi ecc. (nella Sezione
intorno alle categorie), Isidoro viene anche nella Grammatica razionale a
parlare di quest’oggetto, ma qui egli fa uso delle forme verbali greche.
Inoltre, della retorica, è da ri[fra i loci ivi riferiti di Temistio, troviamo
qui soltanto: a loto, a partibiis [PL Invece, in altra forma: Primum genita est
contrariorum, quod iuxta CICERONE diversum (leggi AD-versum) vocutur. Secundum
genita est relalivorum. Tertium genus est oppositorum -si osservi la terminologia
inesatta -habitus vel orbatio. Quod genus Cicero privationem vocat. Quartum vero genus ex
confirmutione et negatione opponilur. Quod genus quartum apud Dialecticos
multimi liabet conflictum, et appellatur ab eis calde oppositum [PL. La fonte di questo vedila in BOEZIO, ad. CICERONE
Top. [PL]; il luogo relativo di Cicerone
e citato. Orig. : Synonyma, hoc est PLVRINOMIA. Homonyma [AEQUI-VOX]. hoc est
VNINOMIA PL]] cordare in particolare la Sezione De syLlogismis, perchè, da un
lato, fa riconoscere, per l’argomentazioue, un’alto valore all’entimema O
IMPLICATURA o raggionamento implicito --, e perchè, dall’altro lato, contiene
una, per quanto meschina, notizia della esistenza della IN-duzione. II
contenuto di questa teoria del sillogismo non offre, coni’ è naturale,
assolutamente NULLA DI NUOVO, bensì è preso da VITTORINO, e attraverso
VITTORINO rinvia «ino a CICERONE e ivi particolarmente il passo relativo,
concernente 1 ’ cnthymemd. D’ altra parte, infine, con alquanti semplici
accenni a punti particolari, che in se stessi stanno FUORI DAL CAMPO DELLA
LOGICA – ma la prammatica di Grice -Isidoro
quasi direi senza volere da
occasione a quelli che son venuti dopo, di sollevare questioni, delle quali noi
dovremo citare appresso le soluzioni, come elementi del corso della storia. Una
delle cose sopra le quali a tal proposito fermiamo l’occhio, è la
determinazione di mia DIFFERENZA TRA RAZIONALE E RAGIONABILE [cf. GRICE], che, evidentemente
fondata sopra un passo del commento di BOEZIO alla Isagoge, può aver [ Orig.:
Syllogismus Graece, Latine ARGVMENTATIO – RATIONAMENTVM -appellatur.
Syllogismorum apud rhetores principulia genera duo sunt: inductio et
RATIOCINATIO [PL. Sebbene dunque possa far maraviglia al lettore che di tali
cose io faccia menzione qui, risulteranno più sotto sufficentemente i motivi,
per cui è bisognato che, dello straricco tesoro di scienza scolastica isidorea,
io facessi risaltare proprio questi, e anzi esclusivamente questi due elementi
particolari. Si tratta in generale di rendersi conto dell’assoluta intima
MANCANZA D’INDEPENDENZA dei ‘filosofi’ di questo periodo. De difjer. spirit., [PL] GRICE: INTER RATIONABILE ET RATIONALE
hoc interesse sapiens quidam [Agostino, De ordine, PL, dixit RATIONALE est,
quod rationis utitur intellectu – ut: “homo.” RATIONABILE vero, quod ratione dicium vel factum est.
Lo stesso, quasi alla lettera,’ Differ. PL. Porfirio aveva cioè, nell’indicare
quel eh’è comune al yivoc e alla Staqsopà, adoperato come esempio il Xoy ixóv,
in un passo che nella traduzione di BOEZIO (p. 95 [In Porph. a se avuto per
conseguenza che in seguito si facessero oggetto di ancor più accurata
ponderazione le parole del passo. Invece l’altra cosa consiste nell’
affermazione, connessa alla creazione dal nulla, che LE TENEBRE *NON* sono
sostanza, e di ciò non tarderemo a trovare appresso ima conseguenza ulteriore.
Alcuino: sua compilazione di un compendio di dialettica. Lo stesso punto di
vista d’Isidoro, così riguardo al valore della dialettica, come anche nella
bislacca compilazione di un compendio, prevale pure in Alcuino: coni’è noto,
dell’insegnamento, da lui impartito, della logica allora in voga, profitta lo
stesso Carlo Magno. Non soltanto troviamo in Alcuino la partizione delle
scienze secondo transl.: ed. Brandt, suona cosi: Cumque sit differentia
RATIONALIS praedicatur de ea ut differentia id quod est ratione ufi, non solum
aulem de eo quod est RATIONALE, sed etiam de his qttae sunt sub rationali
speciebus praedicabitur ratione uti [PL]. Ora nel commento di queste parole BOEZIO
dice (p. 96 [ ittici ., ed. Brandt): de RATIONALI duae differentiae dicuntur.
Quod enini RATIONALE est, utitur ratione nel habet rationem. Aliud est aulem.
uti ratione, aliud habere rationem.... ergo ipsius RATIONABILITATIS quaedam
differentia est ratione uti, sed sub RATIONABILITATE homo positus est [PL,
Sentent. : Materia ex qua coelum terraque formata est, ideo informis vocata
est, quia nondum ea formata erant, quae formari restabant, verum ipsa materia
ex nihilo facta erat: Non ex hoc substantiam habere credetulae sunt TENEBRAE,
quia dicit dominus per prophetam. Ego Dominus formans lucem, et creans tenebras
[Eisa.] ; sed quia angelica natura, quae non est praevaricata, lux dicitur.
Illa autern quae praevaricata est, tenebrarum nomine nuncupatur [PL) Einhahdi
Vita Karoli lmperatoris [Pertz, MOH: audivit in discendis caeteris disciplinis
Albinum cognomento Alcoinum apud quem et rethoricae et dialecticae ediscendae
plurimum et temporis et laboris impertivit [PL. Poeta Saxo, Annalium de gestis
Caroli Magni Imperatoris, nel Pertz, MGIT, I, p. 271: Artis rethoricae, seu cui
diulectica nomen. Sumpsit ab Alquini dogmute noticium [PL]] uno schema che si
conforma a quello d’Isidoro, ma egli inoltre ripete letteralmente, attingendo a
quest’ultimo, la su riferita concezione teologica romana o giudeo-cristiana
della logica. Nello svolgere questi pensieri, mostra dappertutto di apprezzare
altamente LA FILOSOFIA, non la TEOLOGIA, e mentre spesso a tale apprezzamento
associa lamentele per la ignoranza largamente diffusa, si leva a sentenziare
che le arti liberali son le sette colonne della sapienza, e così, nelle
principali questioni teologiche romane e giudeo-cristiane sopra il concetto del
divino fa largo uso, rimandando ad Agostino, della tradizionale filosofìa scolastica,
cioè della teoria delle categorie. Ma che lo stesso Alcuino scrive intorno a
tutte sette le arti, è ima credenza già da gran tempo confutata, essendo stato
dimostrato che passa per essere opera di Alcuino mi compendio del De artibus di
Cassiodoro, molto letto. È bensì vero invece eh’ egli coltivò la grammatica, la
retorica e la dialettica, e che inoltre accompagnò 1’ invio a Carlo Magno del
libro pseudo-agostiniano sopra le Categorie con mi prologo metrico dove nel
modo d’in[Ai.cuini Operu, ed. Frobenius, Ratisbona PL e Dialectìca, P. cs., E
pisi. Epist. 68 (p. 94), E piu. ed. Diinimler, MGH, Epist. Grammatica PL:
Sapicntia liberalium litlerurum septem columnis confirmatur; nec alitar ad
perfectam quemlibet deducit scienliarn, itisi bis septem columnis vel etiam
grndibus exaltetur. De Fide S. Trinitatis ed Epistola nuneupatorio: ed.
Diinimler, Epist.], Quaestiones de Trin., Epist., Epist. ed. Dummler, Epist.
Dal Frobenius, nella Praef., PL Tale prologo è del seguente tenore ed. Dummler,
MGH Continet iste decem naturile verbo libellus, Quae iam verbo tenenl remm
ratìone stupenda Omne quod in nostrum poterit decurrere sensum. Qui legit
ingenium veterum mirabile laudet, Atque suum studeat tali exercere labore,
Exomans titulis vitae data tempora honestis. Rune Augustino placuit transferre
matender le categorie è implicito il punto di vista di BOEZIO. Lo stesso
compendio di dialettica, che reca parimente in cima mi simile INSIGNIFICANTE
prologo, è scritto in forma dialogica. LE DOMANDE SONO SEMPRE FATTE DA CARLO
MAGNO. Ma Alcuino dà le risposte. In
questo compendio, da principio TUTTO E LETTERALMENTE preso da Isidoro, anche la
divisione della logica in retorica e dialettica. Ma al contenuto vero e proprio
si passa con una partizione, in sommo grado scolastica, della dialettica in
cinque specie, La prima Sezione, cioè, coni’ è naturale, la Isagoge, è COPIATA
PAROLA PER PAROLA da Isidoro, e neanche manca quell’unica proposizione
esemplificativa. Fa seguito una minuziosa notizia, intorno alle categorie, che
è interamente estratta dal compendio pseudo-agostiniano, con trascrizione
BARBARICA delle parole greche che vi s’incontrano. Di nuovo c’è aggiunta una
cosa soltanto, che cioè anche per le categorie viene ora formala qui una frase
unica, presentata come esempio [Ma mentre nel pseudo-Agoslino dopo la decima
categoria dell’habere viene la solita trattazione degli opgislro De veterum
guzis Graecorum clave latino. Quem libi rex, magnus sophiae sectator, umator,
Munere qui tali gaudes, modo mitto legendum [PL, K. Quot sunt species
dilecticae? A. Quinque principales; isagoge, categoriae, syllogismorum.
formulae, diffinitiones, topica, periermeniae. In veri là una disposizione
mostruosa, che mal si accorda inoltre con il numero di cinque, che si chiude
con le seguenti parole: tlaec commentario sermone de isagogis Porphyrii dieta
sufficiant. Pinne ardo postulat ad Aristotelis categorias nos transire. K. Ex
his omnibus decerti praedicamentis unam mihi conjunge orationem. A. Piena enim
oratio de his ita conjungi potesti Augustinus magnus orator, filius illius,
stans in tempio, hodie infulatus, disputando fatigatur.] posti, per tale
argomento Alcuino disdegna questa fonte, limitandosi a COPIARE ORA PAROLA PER
PAROLA, con la intestazione De contrariis vel oppositis, la Sezione corrispondente
in Isidoro. Invece immediatamente dopo, per i così detti Postpraedicamenta
(prius e simul), fa ancora un salto per ritornare al Pseudo-Agostino, omettendo
tuttavia affatto, di quest’ultimo testo, il cap. sull’immutatio. Viene poi, con
la intestazione De argumentis, prima di tutto un riassunto estremamente
sommario di quell’ estratto della teoria del giudizio, che BOEZIO incorpora al
suo scritto De differentiis topicis, e poi, in quanto che proprio lì si viene a
parlare anche dell’argomentazione, ima meschina scelta di alcuni esempi di
sillogismi ipotetici, svolti da BOEZIO in quello stesso scritto. Ma a ciò si
attaccano ancora subito i quattro primi modi dei sillogismi categorici, che son
tratti da Isidoro. La teoria della [Con la sola differenza che negl’esempi i
nomi propri o il contenuto degli esempi stessi sono trasportati ■iella sfera
morale-teologica romana e giudeo-cristiana. Nè al principio di questi
postpraedicamenta nè in chiusa, è stato segnato un qualsiasi trapasso, che li
riconnettesse alle trattazioni precedenti. Dopo ch ! è stato determinato che
cosa sia urgumentum (rei dubiae affirmatio) e che cosa sia oralio (veruni Dial. Particolarmente si trova anche fatta
qui novamente menzione di concetti imaginari, p. es.: HIRCOCERVVS quod graece
trngelaphus dicitur. PL. K. Num et Ulne aline species quatuor (non enunciativa,
ma, cioè interrogativa, imperativa, deprecativa, e vocativa) ad dialecticos non
pertinenl? A. Non pertinenl ad
dialecticos sed ad grammaticos.] zione, ma adduce inoltre alquanti esempi
attinenti alla sfera delle fallacie sofistiche, servendogli qui da fonte Aulo
GELLIO (si veda)[ Fredegiso da Tours]. Se questi due compendi che abbiamo
sinora considerati, ci presentano esclusivamente la forma di opere a centone,
nella compilazione delle quali non si fa neanche sentire più il bisogno
astrattamente logico di un qualsiasi ordine di successione che tenesse unito il
complesso, certamente, al paragone di tali prodotti scolastici, ravvisiamo già
un progresso, quando vediamo questo o quello filosofo sentirsi per lo meno
stimolato, dal materiale divenuto tradizionale, a proporre questioni, alle
quali tenta di dar tale o talaltra risposta. Ma non possiamo pretendere gran
che da siffatti primi tentativi: e nient’ altro che un documento di assoluta
mancanza di chiarezza, in quelle questioni che non tarderanno a determinare
dissidi di tendenze, ci è dato dalla maniera in cui Fredegiso, scolaro di
Alcuino, abate di Tours, in una Epistola de nihilo et tenebris, indirizzata ai
teologi della corte di Carlo Magno, viene alle prese con i concetti di « nulla
» e di « tenebre », dei Dialogus de Rhetorica et Virtutibus PL: Si dicis, non
idem ego et tu; et ego homo, consequens est, ut tu homo non sis. Sed quot syllabas habet
homo? Duas. Nunquid tu dune itine syllubae es? Nequaquam. Sed quorsum ista? Ut sophislicam
intelligas versutiam. Cfr. La [Stampata nella Steph. Baluzii Miscellanea, ed.
Dom. Mansi, Lucca, e di là riprodotta nella PL: ma la edizione migliore,
fondata sopra una nuova comparazione dei manoscritti, si trova curata da Ahner,
Fredegis von fours, Lipsia. Le parole introduttive son di questo tenore.
Omnibus fidelibus et domini nostri serenissimi principis mjt ' J acro eius F
tdntio consistentibus Fredegysus Diaconus [IL, quali, secoudo la maniera usata,
vuol parlare così ratione, cioè logicamente, come anche auctoritate, cioè
conforme alla teologia ortodossa, romana e giudeo-cristiana. La occasione a
tutto il dibattito è data certamente, in generale, dal passo già citato di
Isidoro, ma il modo d’intendere le questioni, a prescindere dal generale punto
di vista teologico romano e giudeo-cristiano, è, per riguardo alla dialettica,
cosi rozzo o così ingenuo, che di fatto non troviamo un termine per
qualificarlo. Poiché, dove non si presenta neanche la più tenue traccia di
riflessione sopra i così detti ‘universali’, ci è impossibile parlare di
realismo o di nominalismo. Insomma si tratta di ima mostruosità tale, da non
potersi neanche designarla come un primo passo verso idee venute fuori in epoca
più tarda. Non soltanto cioè si afferma, in termini secchi, che, insieme con
l’ESPRESSIONE (EXPLICATVRA) verbale, noi intendiamo immediatamente la cosa, ma
vengono inoltre assunte senz’altro come identiche la signi[Chl j. m,ue Studichi
senza prevenzione, consentirà che questo dualismo di ratio e auctoritas. il
quale si manifesta dappertutto rondo li • nd,e de ' le Par ° 1 ! '' *
Fredegiso. Queste, sei rondo la piu antica lezione riportata dal Baluze i
suonano come segue: huic responsioni oblia,uhm est primari'. Ubet’ sedrZT
‘‘"'T' rfe,We betoniate, non q ua., ’ r "',0 ’,r ‘ dumtaxat, quae
sola auctoritas est salame immola " f 7 urd / NeS6Uno infaUi si Presterà
ad accreditare derZi^ ). Ma poi, anche nello scritto De institutione clericorum,
Hrabano viene a parlare delle sette arti liberali: e dopo che ivi egli lia già
in generale ammonito i teologi a guardarsi dall’abuso dell’arte di disputare,
questo atteggiamento circospetto è quel che predomina in lui, anche là dove,
seguendo l’ordine solito di successione, viene propriamente a trattare de
DIALETTICA dopo avere parlato della grammatica filosofica e della retorica.
Ripete cioè, per prima cosa. Opera, ed. Colvener, Colonia) Hrabani Mauri) De
universo: Logica autem dividitur in duus species, hoc est DIALECTICAM et
Rhetoricam. De instit. cler.: Sed disputationis disciplina ad omnia genera
quaestionum. quae in litteris sanciis sant penetranda et dissolvendo, plurimum
valet; tantum ibi colenda est Pl 'ioTTo I ^ PUenl ' S e I’815 "or 10 fra r887 « r890) abbia
esercitato in . en era e Ti r r ” rì,,i “ ) ’ “,,ra « t:: 1,: è noto; ma può
darsi che a noi ~z:: e t abbia T imes ° qn6to s. decisiv ° -*• °° ICa >
^iche, relativamente al punto il 122» voT ddla Patralógii TeWiomtP-"-,«/;
F, t0SS ’ e toTm * ferisco qui nelle citazioni. Ma a nurlli J"*' 18j ? ’
al qua,e n,i ri ‘ opera dell’ Hauréau il Commentairede le % 3ggl £ n . t0
'"Cora,,, r lionus Cupella (nelle Nolices et Extraitì T ^ Ér,gène sur Mar.
2, Parigi 1862 [p. 1 ss.]) Extraits dea Manuscrits, non r’imér^no r qui*'ì!’a 1
nno ' ^ròv^to un rifl'’ 8 *" 0 C °" lo Soot ° letteratura, avendo
Nicola Mofli ™T,nten f° anche "ella und seme Irrthiimer OC S F,• tLEB
preso posizione (J. S. E tro Fr. Am. Staudr™*™ U sT 1844) con Ze« 1«G. S. E. e
la sci. nl,,,1 1 . • dle Wissenschuft seiner te 1834), e contro il Saint-Rtné
TaiTi.andifr I>1, Gotha 1860), nè da V Kin. ' m"” C dottrina System des
J. S E r« TI Jl. » Naulicm (Dos speculatil e, negli Atti 3,'ll ó è ™ s
Peeulativo di G. S. E » IP™!), nè da Gio v. Hubeh (/. slVf ili vista logico, che lo Scoto si trova ad
avere assunto, non sembra comunque essersi pronunziato ancora un giudizio
esauriente, quando ci si limita a qualificarlo come realismo, o magari anche
come realismo stravagante. Vero è invece che con l’atteggiamento realistico,
che in generale è fondato sopra la concezione biblico-teologica romana e
giudeo-cristiana, e che naturalmente a nessuno può passare per il capo di
negare allo Scoto, si unisce qui, in maniera sommamente caratteristica, un
motivo dialettico, al quale ci sembra di dover attribuire somma importanza,
perchè in esso ravvisiamo i primi lineamenti del nominalismo scolastico. La
prima cosa che certo si manifesta con la massima evidenza a qualsiasi lettore
dello Scoto, è la forma rigorosamente sillogistica, nella quale si volge questo
filosofo, mettendo con ciò in mostra nello stesso tempo, per così dire, le sue
conoscenze scolastiche di logica. È questa ima cosa, della quale per se stessa
non faremmo già particolare menzione, non essendo qui compito nostro di
registrare per avventura tutti quanti gli scritti di tutti quanti i Padri della
Chiesa o filosofi medievali, nei quali si riveli un addestramento logico.
Tuttavia nel caso presente sussiste, a quanto ci pare, una stretta connessione
fra tale cultura scolastica estrinseca e l’intima struttura dell’ordine d’idee
professato dal filosofo. Lo Scoto Eriugena manifestamente, nella persuasione
che la sillogistica, proprio nella sua forma rigorosamente scolastica, abbia un
valore filosofico, trae partito da tutte le cose consimili. Così ne’ suoi
scritti, a prescindere dalla frequente
larga trattazione delle categorie in senso teologico romano o giudeo-cristiano,
si presenta, p. es., della teoria del giudizio, la divi[Des ]. E. Stellung zur
mittelalterlichen Scholastik und Mystik f« La posizione di G. E. rispetto alla
scolastica e alla mistica medievale], Rostock), nè da Lod. Noack (Weber Leben
und Schriften des ] J. S. E.: [die Wissenschaft und Bildung seiner Zeit, Della
vita e degli scritti di G. S. E.: la scienza c la cultura del tempo suo »),
Lipsia.] aione in giudizi affermativi e giudizi negativi, e anzi con fa
terminologia affirmativus e abdicativus, o la indicazione delle varie specie di
opposti, tra i quali inoltre viene sovente messo in particolare rilievo il cosi
detto opposto CONTRADITTORIO: come pure viene fatta menzione delle relazioni
anti-tetiche sussistenti fra il possibile e 1 impossibile. Si trova anche presa
in considevolia ilio Scoto (de dlctóone a^°I'^ 1 p una Cap. delle Categorie
pseudo-azostini»,,» r W3j 111 C0 P‘ are *1 10° sario, -“j! ch è neces ' de div. nat., I, 14, p.
462: Et hoc Ir i • i’ ^“ 8nto a * giudizio, v. p. es. ^soXoyla iKo^onix-rj del
Pseudo Dioniei ° r£ “ ; xaxcreaTtxrj e la damus exempio. Essentia tZaZf A
reopag,ta) brevi conci,,. coda : « supe’ressetZTLT ** ^ terminologia che
ricorre ancor più volte nelIoVom 6 * 0 ''""' alla confusione che
abbiamo trovata di eb n r ’ Va r / 1 f 0n ® chiaro dalla spieoare Pian, ad
duplum... ; am per negat’ionZ Z Z SÌnt ’ ut s, ' m ‘ propter) qualitates
naturales per abZntiam’m°h “*\ °“*^ (, leggi AVT SECVNDVM PRIVATIONEM, ut mors
etvUaL n tenebrae sanitas et imbecillitas. Su questo numi „ s, u contrarl “m,
ut desuma fonte che Isidoro (v. sopri la „mwn? aU ' n, ° alla, ne ' cavato
malamente dalle parole di 11 *.. : s °hanto che ha rie absentia. 1 ' BOEZIO °
una distinzione tra PRIVATIO [De praedestinatione, 5, 8 n ì"». i,„,, i
oluntate posset simul dici « libera est iihe quomodo de eadem CONTRADICTORIE
dicuna,r, quia simul fieri n “ l>; haec enim nat.: comradictoZnJZ r p0ssunt
~ De divis. erit veruni, alterimi falsimi Non !«' 9'"a fient, et
necessario unum ”r l htsa calidario ZloaZ 7e sZZ versahter sint, sive
particulariter fi, : subjecto eodem, sive unidelia terminologia di BOEZIO (clntradZ
** Vede ’ C è '"escolanza nota 113) con quella di M^ianoTl n ). Copella
(proloquium) De divis. nat., II, 29 n 597Pn*.n,ir in numero rerum computi
impossibile dicet.... De quibus quisquis alene T . pl,lloso P lum tium
coniraOwi-E, hi JZ’Z,u,‘Z,ZZ": hoc p Z£L~ illt razione la solita
enumerazione delle varie specie di definizione. Ma principalmente sono messe in
rilievo dallo Scoto, tanto frequentemente, proprio dal punto di vista formale,
le forme dell’argomentazione: e non soltanto troviamo in lui, in molti luoghi,
intrecciati nel testo, sillogismi formulati assolutamente secondo la regola
delle scuole, bensì ancora egli molto si compiace di menzionare, con i loro
nomi tecnici, sillogismi appartenenti alla topica. Ma appunto per quest’ ultimo
riguardo ha grande importanza per noi, che lo Scoto accuratamente distingua il
procedimento dialettico propriamente detto, cioè il sillogismo in generale,
dalla rimanente sfera puramente retorica, e per la dimostrazione dia importanza
decisiva alla sopito dispulutum est. È ben facile capire cbe questo è tutto
preso da BOEZIO. Quamvisque multae definitionum species quibusdam esse
videuntur, sola ac vera ipsa dicenda est definitio, quae a Graecis oòaubSr jj,
a nostris vero essentialis rocari consuevit. Aline siquidem aut connumerationes
intelligibilium partium oùatag, ai il argumentationes quaedam extrinsecus per
accidentiu, aut qualiscunque sententiarum species sunt. Sola vero oòauóSrjs id solum recipit ad definiendum,
quod perjectionem nuturue, quam definit, complet ac perjicit. Questo può essere
ricavato da Alcuino o da Isidoro (v. sopra le note 38 s.) o da BOEZIO. Tali
passi non si discostano da quella terminologia ch’è usuale in Boezio; così, p.
es., affirmativus, negativus, termini, diulectica proposito, jormula syllogismi
condilionulis, e così pure connexio (v. la Sez. XII, nota 141), e persino
tropus; inoltre troviamo ancora collectio e reflexio, che son termini propri di
Apuleio (v. la Sez. X, note 15 e 19). 81 ) Così, p. es., de praedest., 14, 3, p. 410; ibid.,
16, 4, p. 420. De div. nat., I, 49, p.
491 ; v. anche qui appresso le note 94 ss. 92 ) P. es., de div. nat., I, 27, p.
474: sunt loci diidectici u genere, a specie, a nomine, ab antecedenlibus, u
consequeiuibus, a contrariis, ceterique hujusmodi, de quibus nunc disserere
longum est. De praedest.: argumentum, quod ub
effectibus ad causam sumitur, locus a contrario e locus a similitudine, e
similmente più volte. Anche nel Comment. ad Muri. Gap. tres purles
syllogismorum, i. e. ab antecedentibusi, a consequentibus, a repugnantibus. Ma la
conoscenza di tutti questi loci lo Scoto la poteva ricavare esclusivamente de
Cassiodoro. 'orma logica soltanto. Anzitutto cioè viene da lui attribuito già
il più eminente valore a quèlla formulazione del sillogismo disgiuntivo, che,
da CICERONE in poi, si e conservata nella tradizione come enthymema, e che per
tal via aveva avuto accoglimento anche nella Enciclopedia d Isidoro (e ripetuta
la stessa cosa, a proposito di Alenino: ed effettivamente Scoto in questa forma
del sillogismo ravvisa il punto culminante di tutti gl’argomenta, i quali
invero sono ancora pur sempre considerati congiuntamente ai signa i r ra in:
anzi la forma dell’entimema ha potere d’in•'«rio a qualificare l’entimema
stesso senz’altro come syllogismus: e in verità in un altro passo, dove dice
espressamente di volersi servire deIl’*ico8«i*Tix* le dimostrazioni che
seguono, sono appunto presentate esclusivamente in quella forma disgiuntiva; ma
nello stesso tempo egli assegna tuttavia decisamente alle forme del cosidetto
sillogismo categorico un posto ancor più eievato, appun to perchè queste non
appartengono al meccasumuntur. Qribm tanta ’rii inll [ R Stu " t
contrarietatis loco excellcntwe suae merito a ('rimri^'è'h""'' qt ‘°
(ìam privilegio conceptiones rLZ sicJZZ e,,lhymemnt “ dicantur. hoc est, munì
est illud, nuoci sumitur * '‘ rsu . met },orum omnium forlissicalium aptissimum
est. quo d ducitur "ab end" ° mnU,m . si S"°rum volhid.. m, 1 n
193 . „ \ tU, et >dem conlranetatts loco.
Diulècticisac RhètorZiseZnt"” ^ediyimus. a xaTavTC'fpaat .5 IW
4vtt*p«oi ^ TestZmTi’uZ grnmmaticis ver ° gnorumque verbalium nobilissima v
loT^T ar ^ n -n'orum stiri fine, e cfr. poi la nota 189 * qm appresso la nota
96 > concluditur, quodsemperesTn coni nulo °c" "" '',,r *
umento (ora segue un sillogismo della l'orma Non eZnVn'B* 4 ° “** ergo B non
est: v. la Se? Vili t.n i l 1 „ et
A est. Idem quoque syllogismiis hnr 'm 1 ' p a • XII, note 13 e 69 )....
cibici. 4 3 n T?J w connectitur (id. c. *.). àitoS.txxtx^ utamur,
primufnfadversus ZT"e uTl^’ * C *f" r sillogismi della forma
ricordata or ,U f ann,° S, '* U1| ° due parole, da uomo consapevole della
vitro* P °A S ‘ con queste Via igitur regia gradiZdtm, r, ?''' C ° ncIllsum est igitur.... vcrtendum, etc. ’ °
" d d^ternm, nec ad sinislram dinismo dell’argomentazione retorica,
apparentemente più efficace Bli ). Ma che questa preponderanza della forma
sillogistica sia stata anche subito sentita come tale dai lettori dello Scoto,
ci è confermato dalla ineccepibile testimonianza di un anonimo del IX secolo,
il quale dice che Scoto fa consistere la dialettica in un continuo incalzarsi e
cacciarsi (fuga et insecutio) delle proposizioni. Scoto, del resto, la
conoscenza delle forme sillogistiche da lui usate, la poteva ricavare
esclusivamente da 8l! ) Vale a dire, in occasione di una dimostrazione
piuttosto lunga, relativa alla immaterialità della sostanza ( de div. nat., I,
47 ss.), troviamo anzitutto, dopo le parole introduttive hus inique paucas de
pluribus dialecticas collectiones considera, due sillogismi categorici secondo
il primo modo della prima figura, c appresso segue un'argomentazione in forma
dilemmatica; ma dopo questa si trova la seguente transizione: l’t uulem piane
cognoscus,... hunc argumentalionis accipe speciem. [Discipulus] Acci piani ;
sed prius quondam formulalii praedictae argumentationis fieri necessarium
video. Nam praedicta ratiocinatio plus argumentum u contrario videtur esse,
quam dialectici syllogismi imago. [Magisteri Fiat igilur maxima propositio sic:
e ora seguono quattro sillogismi secondo il modo 2° della 1* figura, con le
parole conchiusive: huec formula idonea est; ma immediatamente appresso: [D.]
Hoc etiam certa dialettica formula imaginari volo. | M. | Fiat itaque fornuda
syllogismi conditionalis ; il che si verifica nella forma : Si A est, lì est, A
vero est; e dopo tutto questo si trova, per chiudere in maniera energica,
ancora un entimema: Si autem èvtì-upijiiaTOf. hoc est, conceptionis communis
animi syllogismum, qui omnium conclusionum principatum oblinet, quia ex his,
quae simili esse non possimi, assumitur, audire desideras, accipe hujusmodi
formulam. Riferita da V. Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél: Secundum vero Joannem
Scottum, est dyalectica quaedam fuga et insecutio, ut cum quis dicit « omnis
honestus est », et insequitur alius dicendo omnis honestus non est, talis haec
disputatio fugae et insecutioni videtur esse consimilis. Se del resto già
l’abate Benedetto da Aniane [Francia Merid.], si lamenta di un syllogismus
deltisionis iipud modernos scholasticos, maxime apiid Scotos (Baluzii Misceli.,
ed. Mansi), non è leeito già inferire da ciò, che lo Scoto abbia potuto
ricavare la propria abilità dialettica da studi di logica che fossero con larga
diffusione coltivati nelle scuole della Scozia: bensì quel lamento si riferisce
esclusivamente a un singolo contrasto dommatico (riguardo alla Trinità), il
quale può esser denominato syllogismus nella sua formulazione, nè più nè meno
che cento altri simili Isidoro o da Marciano Capella, e non c’èun solo passo
che ci costringa ad ammettere eh egli abbia mai conosciuto anche gli Analitici
di Aristotele, nella traduzione di BOEZIO os ). [b) posizione dello Scoto,
rispetto alla dialettica Ma proprio questi elementi, che per così dire
appartengono alla prassi logica dello Scoto, ci apron la via per passar a
considerare anche la posizione teoretica di lui, nei rispetti della dialettica.
Nelle arti liberali in generale, egli ravvisa i prodotti di una naturale
attitudine dell amma umana, e pertanto un suo ornamento B8a ), in quanto che
esse sono le compagne e le investigatrici della sapienza "); ma nello
stesso tempo riconosce che quel che importa qui è la disposizione di spirito,
trovando hi particolare la dialettica, della quale è facile abusare, il proprio
compito essenziale nella lotta contro gli eretici 10 °). ) 1 oicliè questo
punto avrà ancora più volte importanza ner noi ho dovuto di proposito fin qua
richiamare còsi n inutàumnte rat’tenzione sopra le fonti della logica dello
Scoto. )G ommenl. ad Mari. Cup. [Artes
libe:tZ ] n, 0la iPSa amma P erci P' umur ’ nec uliunde assi,n,untar sed
nalurahier in anima mieli,gannir ; p. 30: Liberales disciplinar ’natu r ali ter
insunl in anima, ut aliunde venire non intelligunUir ■ et ideo TCTTìI ~, Cfr
q,,i appresso la noia l78 (cioè ri.-’ fi • ’’ ’• P430: ^ rrorem saevissimum
eorum (cioè de suoi avversari dommaUci) ....e* utilium discinlinarum alias, psa
sapienti a suas comites investigatricesque fie^voluTTdr S ira la notai 50),
ignorantia credtdenm sumpsisse primordio In un A ìSi " 4 "'“ » aZerS denTk 77™ Gotes UerumSez. XII note 84 J ST: Tt ^zrZiiri
uctìones ’ sensui subjacet: cirro nnnm ... . • P nr, ‘ l ' s _>'st, nulhque
corporeo versuntur. Al si illa incorporea est^nuTtìb' Ziter'vìd t omnia, quae
ani ei adhaerent, au, in P « subsistoZ, ' non possimi, incorporea sint 9 ‘slum,
et sine ea esse se immutabiles puro mentis contuitn „ t f r ! ale f* Q h*er res
per ' rontl ‘“" perspiaenlur in sua simplicisce anche il concetto di
genere in maniera del tutto realistica 115a ), anzi ripete minutamente la
dimostrazione, ricavata dal Pseudo-Dionigi, che essentia e corpus sono
totalmente diversi e non possono essere mai scambialino. In una parola, è un
avversario sistematico della sostanza individuale (del xóSe ti) di Aristotele.
[e) ontologia e dialettica], Ma dobbiamo riflettere che, per lo Scoto, tutta
quanta la sfera del molteplice (dimque infine anche la pluralità delle
categorie stesse) viene a cadere in quello stadio in cui la sussistenza
concreta è propriamente qualche cosa che non dev’ essere, perchè la pluralità è
provenuta per via di divisione dalla unità, e ha essenzialmente per funzione di
essere di nuovo risolta nella unità, e in tale processo proprio il punto
mediano dev’ essere quello di massima lontananza, sia dalla unità originaria sia
dalla unità finale. Così la formazione delle cose infinitamente molteplici del
mondo sensibile è la prima parte del processo, come dire una scissione della
Divinità: e Scoto spiega, in accordo con Gregorio da Nissa, il manifestarsi
concreto delle cose sensibili e in tute, aliler senati corporeo in ali quii
materia ex concursu earum facto compositae. Omnia erìim, quae intellectus in
rulione universaliter considerai, particulariter per sensum in rerum omnium
discretas cognitiones definitionesque partilur (dunque rSpiattxóv delle
definizioni speciali viene già a esser più pertinente alla sfera sensibile. Il
passo di BOEZIO).,ls ‘) Comm. ad Alari. Cap„ Genus est multarum formarum
substantialis unitas.... Est enim quaedam essentia quae comprehendit omnem
naturam, cujus participatione consistit omne quod est. Substantia generalis est multorum individuorum
substantialis unitas. De div. nat. Sed adversus eoa, qui non aliud esse corpus,
et aliud corporis essentiam putant, in tantum seducli, ut ipsam substantiam corpoream
esse, visibilemque et traclabilem non dubilent, quaedam breviter dicendo esse
arbitrar: f t autem firmius cognoscas, oòalav id est essentiam, incorruptibilem
esse, lege librum sancti Dionysii Areopagilae de divinis Nominibus eie.: e a
ciò fa seguito la dimostrazione estesa. generale la origine della materia, con
il fatto che alcune categorie vengono a trovarsi insieme, per modo da poter
essere apprese dai sensi) : e nello stesso tempo, in questo generarsi,
analogamente che per i filosofi precristiani, opera poi il fuoco, come quello
che dà la forma alle cose sensibili. Ma poiché ora, secondo lo Scoto, non in
altro che in questa molteplicità del mondo deve, per opera della filosofia,
essere scomposta (5iaipruxVj) la unità divina, e da quella deve da capo partire
la via da percorrere per il ritorno alla unità (àvaXtmxrj), quel grado
intermedio della pluralità acquista una speciale importanza anche per la
dialettica, poiché proprio in quella stessa pluralità del sensibile si viene a
contessere la favella umana, come mezzo di espressione. A quel modo perciò che
nelle cose sensibili le categorie, incorporee in se stesse, sono alla fine
diventate corporee (per quanto m maniera enimmatica e mistica), così anche il
linguaggio, in quanto è sensibile, afferrerà le categorie soltanto nella forma
verbale sensibile-corporea (per quanto parimente con un intrecciarsi di motivi
mistici), e appunto lo stadio intermedio della dialettica, vale a dire **? rh '
d ' 34 ’ Quantitàs vero, qualitasque. situs, et habifT \ nte \r COeu ’ ltes
mater iem.... jungunt, corporeo sensu per Wcl nU alluTT GregoriusN y s ^-orti*
raHonibu, ita esse ahud dicens matenam esse, nisi aecidentium quondam compositi
0, nem ex mvis.lnlibus causi® ad visibile® materica, pròcedentem [Lo Scoto cita
il Sermo « De Imagine» del NiTsen” ma forse parafrasa I cap^XXHHV del libro «
De hominis opificio *] interni 2 ’ 5' 494 S : Formarum al,l ‘e in oùoia. aline
in qualitate uVc" r; j ^ '"°' iOÌa « "‘bstantùdes speciel
generis ti^ 'seu mLtn* 8 ’ °, ‘"Tatque P° XÌ,Ì onem naturali um par “7
" Ì r r r «d quahtatem referri, formatnque proprie vomembra e [ l ",T
dl ? ìtt . am 1 en ‘ e « forma, bensì all’armonia delle membra e bellezza del
colorito] ex qualitate ignea, quae est color FXfrDe i rr tur Et h r n vocatur a
form °’ h ° r si rai ' d (v! 1 estus [De
I erborimi significata ed. Lindsay, p. 73] s v forma) Udum Sa rii diffinitione non dissential.... (PL 9
lj,y oj. ): Aristoteli genus, speciem, difjerentiam. propnum et accidens,
subsistere denegava (se. Minerva), quae Platani subsistentia persuasa. Aristoteli
an Plotoni magis credendum pulatis. Magna est utriusque aucloritas, quatenus rix audeat quis
allerum alteri dignitate praeferre [PL]. Cui
rei Aristoteles in libro Peri Ermenias congrua bis verbis: Sunt ergo ea quae
sunt in voce, earum quae sunt. Altre notizie ancora, appartenenti alla seconda
metà o alla fine del secolo X, possiamo citarle soltanto come documento del
perpetuarsi della tradizione scolastica; tal è il caso, quando vien riferito
che il vescovo \ olia n g o a Ratisbona in una disputa teologica trovò maniera
di applicare le varie specie in cui può esser diviso Yaccidens (a tal proposito
c degno tuttavia di nota, che il metodo dialettico viene denominato carnali^
antidotus), o quando vengono menzionati gli studi di logica, di lAbbone da
Orléans, che studia a Fleury e ivi successivamente insegna, e del vescovo
Bernward a Hilin anima passionimi nolae [cfr. BOEZIO, p. 216 e 297; Prima
cditio, I 1 ed. Meiser, Pars Prior, p. 36; Secunda edilio, I, 1, ed. Meiser,
Pars Posi.; PL, 64, 297 e 410], Omnis nota aUcujus rei nota est. Prius ergo res
est quam nota. Res ergo prius ponderando est, quum nota».... Boetius tir
eruditissimus in libro Peri Ermenias secundae editionis [p. 450; VI, 13, ed.
Meiser, Pars Post., p. 4a), Spira pret.. Analitici e Topica, e a proposito di
quest’ ultima, d’accordo con BOEZIO (de diff. top.), riconosca che i due campi,
dialettico e retorico, sono a contatto uno con l’altro, per accennare da ultimo
a Cicerone, rappresentante della retorica vera e propria, in quanto questa non
venga a ricadere nella sfera dialettica 206 ). [§ 22. Gerberto, figura ASSOLUTAMENTE
INSIGNIFICANTE: a) materiale degli studi di logica al tempo suo]. J "*) Il
1° Libro (ibid., p. 35) s'intitola: Primus libeUus de studiopoetae, qui et
scholasticus, e dopo aver trattato della poesia, fa seguire la filosofìa: Inde
ubi maiorum tetigit nos cura ciborum, Porphyrius claras nobis reseravit
Athenas, Qua multi indigente librabunt verba sophistae. Cernere erat quondam
vidtu pallente puellam. Pructica cui limbum pinxitque theorica peplum, Et licet
effigiem macularet parva (leggi: prava) vetustas, Ipsa tamen ternas suspendit
ab ubere natas (v. ibid. la tripartizione della sfera teoretica). Praeslitit
haec nobis summi subsellia ledi. Et postquam strato licuit discumbere cocco.
Proceduta senae turba comitante SORORES (cioè dialettica, retorica, ritmica,
matematica, musica, astronomia). Ingenui vultus non absque gravedine gestus
Adducit famulas praestanti corpore quinas (cioè le cinque parti che vengono
subito appresso) Omnia sub gemino claudens Dialectica puncto (il duplice punto
di vista è invenlio e io dicium, v. la Sez. XII, ibid.). Prima quidem (la
Isagoge) miles generali nomine pollens Insignita tribus (cioè genus, species,
difjerentia) unum selegit amictum. Hanc vice continua sequitur gradiente
secunda (le Categorie). Tertia (la teoria del giudizio) discredi quidquid
primaeva coegit, Dans operam sane cirros crispare secundae, Quos quartae
(sillogistica, cioè Analitici) solido collegit fibula nodo. Inslabilem fucum
lulit ultima (la Topica) quinque sororum Dodo quibus geminas decernens Graecia
jormas (cioè loci dialettici e retorici) Pinxit « quale » tribus, « quid sit »
reperendo duabus (cioè il Quale consiste in persona, tempus, circumstanliae , e
invece il Quid in definitio e descriptio), Ut reboant nobis deliramentu
Platonis (questo non riesco a spiegarlo). Inde suam stipai comilem pressura
sodalem Rhetoricam duplicis vestitam flore coloris, Quuc iaciens varias nervo
pulsante sagittas Monstrat hypothetici nobis spedaicula ludi. Et ioni cornuta
surgens ad sidera fronte Causarum rivos putido profudit ab ore. Sed postquam
illatas pepulit conclusilo lites Ipsaque gravigenas conipegit pace sophistas.
Omnibus asseculum veniente porismate laetis Sub pedibus Eogicae recubabat nexa
coaevae, Commissura tibi reliquie rum munia, Tulli. A ciò fanno seguito la
ritmica e le altre discipline nominate più sopra. Anche del famoso Gerberto
(Papa Silvestro II) dobbiamo anzi affermare la stessa cosa, che cioè egli,
senza originalità, rimase assolutamente irretito nella tradizione scolastica:
purtuttavia c’è d’ uopo bitrattenerci sopra di lui alquanto più a lungo,
appunto perchè a lui e al suo comparire si riconnettono notizie preziosissime
riguardo ai limiti ristretti, entro i quali era contenuta in quell’epoca la
trattazione della logica). Ci racconta cioè anzitutto un contemporaneo di
Gerberto, come questi in gioventù fosse iniziato alla logica da un chierico
eminente (probabilmente Giselberto) a Reims, dove poi incominciò subito la sua
operosità di maestro delle solite discipline scolastiche). Ma, come colui che
riferisce la notizia enumera a tal proposito distesamente e compiutamente anche
tutto m ) Per notizie sul conto di lui in generale, v. M. Buedincer, Gerbert’s
U’issenschaftliche und politische Stellung («Posizione scientifica e politica
di G. »), Cassel, e K. Werner, Gerbert !’• Aurillac, die Kirche und
Wissenscfiaft seiner Zeit (« G. da A., la Chiesa c la scienza del tempo suo»),
Vienna [2* ed.,J. a ®) Richeri Historiarum
(Pertz, :MGH, V, p. 617): luvenis igitur apud pupam relictus, ab eo regi
(cioè Ottoni) oblatus est. Qui (vale a dire Gerberto) de urte, sua
interrogatus, in mathesi se satis posse, logicae vero scientiam se addiscere
velie respondit.... Quo tempore G. Remensium archidiaconus in logica
clarissimus habebalur. Qui etium a I.othario Francoricm rege eadem tempestate
Ottoni regi Italiae legatus directus est (un arcidiacono di Reims in quel tempo,
con il nome incominciante per G, sarebbe Giselberto, presente al Concilio
d’ingelhcim: v. Marlot, Metropolis Remensis historia. Lilla; il Buedincer e 1
Olleris; v. [per la precisa citaz. delPoperg;, ai quali si unisce il Werner,
pensano a Garamnus, menzionato [dal Mabillon] negli Acta Sanctorum Ordinis S.
Benedicti : Saec. [dove precisamente trovo ricordato il « Signum.... Geranni
Archidiaconii »]. Cuius adventu iuvenis exhilaralus, regem adiit, atque ut
G.... o committeretur obtinuit. E G.o per aliquot tempora haesit, Remosque ab
eo deductus est. A quo etiam logicae scientiam accipiens, in brevi admodum
profecit, G....S vero cum mathesi operam daret, artis difficultate iictus, a
musica reiectus est. Gerbertus interea studiorum nobilitate praedicto
metropolitano commendatus, eius gratium prue omnibus promeruit. linde et ab eo
rogatus, discipidorum turmas artibus instruendas et adhibuiI [PL il repertorio
di scritti di logica, di cui si serviva Gerberto nell’ insegnamento, così
veniamo in possesso di un documento tanto importante quanto decisivo, per
provare che pur alla fine del secolo X restava ancora sempre sconosciuta la
traduzione, dovuta a Boezio, degli Analitici e della Topica di Aristotele:
perchè proprio di questi manca la menzione, mentre vengono citate in fila tutte
le altre traduzioni e i lavori originali di Boezio (v. la Sez. XII, note 72
s.); ed è altresi degno di nota che Gerberto facesse venire l’insegnamento
della retorica soltanto di seguito a quello della dialettica, come pure che il
cronista nel suo racconto assegnasse ancora la retorica alla logica, trovandosi
pertanto a considerarle da quel punto di vista, che abbiamo veduto proprio
d’Isidoro, Alcuiuo e Hrabano (note 27, 54 e 79 di questa Sezione) 209 ). Ma ci
viene riferito inoltre che Gerberto si occupava di delineare una figura, nella
quale fosse rappresentata in una Tabula logica la distribuzione di tutte le
cose; venne tuttavia su questo punto a contesa con Otrico, e con ciò va messa
in relazione una disputa filosofica che si svolse =l *l Ibill, (in
continuazione) L4-6-8J : Dialecticum ergo ordine librorum percurrens, dilucidis
senlentiarum verbis enodavit. In primis enim l’orphyrii ysagogas id est
introductiones secunduin Pictorini rhethoris trunslationem, inde etinm easdem
secunduin Mani inni explanavit, Cathegoriarum id est pruedieamenlorum librino
Aristotelis consequenter enucleans. Periermenius vero, id est de
interpretatione librimi, cuius luboris sit, aplissime monstravit. Inde edam
topica, id est argumentorum sedes, a Tullio de Graeco in Latinum translata et u
Manlio constile sex commenlariorum libris dilucidala, suis auditoribus
intimavi!. Necnon et quatuor de
topicis differentiis libros, de sillogismis cathegoricis duos, de ypotheticis
tres, diffinitionumque librum unum, divisionum aeque unum, utililer legil et
expressit. Post quorum laborem cum ad rhethoricam suos provehere velici, id sibi
suspectum erat, quoti sine locutiontim modis, qui in poelis discendi sunt, ad
oratoriam arlem ante perveniri non queat. Poelas igitur adhibuit quibus
ussuefactos, locutioniunque niodis composilos, ad rhethoricam trunsduxit. Qua
instructis sophistum adhibuit: apud quem in controversiis exercerentur, ac sic
ex urte agerent, ut praeter arlem agere viderentur, quod oratoris maximum
videtur. Sed haec de logica. In mathesi vero. etc.
[PL a Ravenna, al cospetto di Ottone II, allora quindicenne 21 °). Un’ altra
più minuziosa narrazione concernente questo colloquio, ci fa chiaramente
riconoscere, che sopra l’argomento i contendenti sapevano semplicemente a
memoria quel che aveva detto Boezio (nel commento alla Isagoge), e su tal
fondamento dibattevano la controversia, se cioè il concetto di RAZIONALE sia
più ristretto che quello di Mortale, o non piuttosto, viceversa, si dimostri
più ristretto quest’ ultimo Z11 ). Huconis monachi Virdunensis, abballa
Flaviniacensis, Chronicon (P'ertz, MGH) : Quo tempore Otrieus apud Saxones
insigni* habebatur.... Adalbero Romam cum Gerberto petebat, et Ticini Augustum
(cioè Ottonem) cum Ottico reperit, a quo.... duo tus.... Ravennani, et quia
anno superiore Otrieus Gerberti se veprehensorem in quudam figura cum
mulliplici diversarum rerum distribuitone (presa da Boezio, p. 25 (in l’orph. a
Vict. transl.: ed. Brandt; PL) monstraverut, iussu Augusti omnes pnlatii
sapientes intra pululium colletti sunt, tirchie piscopus quoque cum Adsone
abbate Dervensi et scolasticorum numerus non parvus; et coeptu disputatone, cum
iam pitene lotum diem consumpsissent. Augusti nulu finis impositus est. È
inconcepibile che il Werner, abbia potuto, con accento di biasimo, rinfacciarmi
di aver antccipato la data della disputa, riportandola all'anno 870, perchè
nella prima ediz. di questo volume (pag. 54) si poteva pur leggere chiaramente
il numero 970; senza poi contare che non è lecno ritenermi capace di far
partecipare a un dibattito nell' 870, un uomo che io stesso dò come morto nel
1003. "“) Richerj op. cit., e. 60 e 65, p. 620 s.: Otrieus.... a il:
«Quoniam pliilosophiae partes uliquol hreviter uttigisti, ad plenum oportet ut
et dividas, et divisionem enodes...... Tunc quoque Gerbertus: 4 ....secundum
Vitruvii (leggi Victorini ) atque Boctii divisionem dicere non pigebit. Est
enim philosophia genus; cuius species sunt. predice, et theorelice: praclices
vero species dico, dispensativam, distribulivam, civilem. Sub theoretice vero
non incongrue intelligunlur, phisica naturalis, mathematica intelligibilis, or
theologia intvllectbilis. La fonte è BOEZIO. Tunc vehementius Otrieus admirans
I versa circa la distinzione tra l’octu.s necessaria, l'actus non necessanus,
il quale ultimo ha origine a palesiate ovvero a subsistendo. e analmente la
pura e semplice potenzialità. Gerberto mette questa partizione in forma di
tabella: ma in ciò può ben ravvisarsi soltanto un modesto titolo di merito,
poiché, ch’egli non abbia neanche un solo pensiero suo personale. Io
dimostriamo, qui come apP m?’/ IC ? 1 no\emotiva di Monaco (C.od. lui. 14272),
contiene questa lettera. tuisce l’oggetto di giocherelli sillogistici: dopo
averla rappresentata cioè in modo assoluto come una disutilaccia, a Adalberone
viene in mente di saggiare logicamente la validità universale di questo
giudizio riprovativo, e procede ora a una disquisizione in forma dialogica, per
sostenere che il giudizio è singolare, che c’è un opposto contraddittorio del
giudizio stesso, e via dicendo: viene appresso l’invito a fornire a regola d’
arte la dimostrazione della inutilità di quell’animale 2S0 ) ; ciò si fa
percorrendo nel dialogo, in forma antitetica, l’intiero elenco dei giudizi
ipotetici 233 ), e a ciò si trovano anche fram-, hc riempie una pagina e mezzo
in folio (fol. 182 tO. Pare elle il titolo riferito più sopra sia stato
semplicemente combinato dal Pez. FUilco). Denique haec mula.... non esset
universaliter, seri polius aut particulariler aut indefinite, quae paene unum
suiti, inutilis proponendo.... Igitur quae particulariter quoquo modo utilis est,
omnimodis universaliter inutilis non est.
A(dalbero). Si hanc iauliiem atque
inhonestam indefinite vituperarem, veruni a falso non diseernerem, nam huius
mulae inutilitas, si universaliter esset dedicatila. particulariler esset
abdicatila (cioè sarebbero allora predicati nello stesso tempo concetti
contraddittori). Sed haec viluperatio
ncque universaliter ncque particulariter est determinata.... igitur quia
singularis est, neutrum horum est. F. Singulare dedicativum nonne suum hubet
abdicativum?... Putasne, universale propositio universali, purticularis
particolari, indefinita indefinitae sicut siaglilares contrudictorie
opponuntur? A. Piane opponuntur: si substantia fuerit, erit praedicativa, sive
sit sive non sit. F. Putasne. si accidens? A. Eodem modo opponuntur, si illud
fuit inseparabile. F. Omne inseparabile contrudictorie opponitur? A. Non. _F.
Illud tanlummodo cui aliquid possit uccidere, et illud dicitur substuntiale.
Sed nunc ex arte, non de arte, nostris affirmalionibus cum luis repugnantiis
hanc mulani esse inulilem atque inhonestam
onci nei profiteberis. Qui sono mescolate insieme la teoria di Boezio
(fin Ar. de interpr.. ed. seconda, II, 7 e III, 10: ed. Meiser, p. 117 ss. e 255
ss.; PL, e la terminologia di Alareiano Capella (ibid.. nota 66). 31 ) A. Mula
haec si claudicai, male ambulai; atqui claudicai : igitur male ambulai. F. Mula
haec si claudicai, mule ambulai: utqiii non claudicai; igitur non male ambulai
. A. Mula haec non. si claudicai, male non ambulai; atqui claudicat: igitur
male ambulai. F. Mula haec non. si non male ambidat, claudicai : atqui non male
ambulai; igitur non claudicat. A. Si valida non est. debilis est; atqui valida
non est; igitur debilis est, e via dicendo. 106 mischiate enunciazioni di
regole logiche) ma l’insieme, clf è
preso tutto quanto da BOEZIO, si chiude con l’accenno a lma causalità demoniaca
della inutilità della mula, una spiegazione, questa, che dovrebbe, a quel che
sembra, sodisfare ambedue le parti contendenti. Scolaro di Gerberto e panmente
Fulberto, vescovo di Chartres (dove nel 990 aveva aperto una scuola, e vi resse
la sede vescovile dal 100/ [o 1006] sino alla morte,che godette di grande reputazione
come conoscitore della dialettica 234 ), sì che persino gli f u conferito il
soprannome di Socrate dei Franchi). Ma, mentre assolutamente nulla di preciso
ci è noto, in ordine alla sua teoria F e' A ' et negalio semper est in
pruediculis nota 119) adhibetur,
vind/cat sibi vini contradictionis et modus in1 A Hon et eodZTn em P
°"" P, r “ cA ' c ""' s Sminati» subiectis. 4 7>liL
f'i nominali appresso da Tritenuo, sono
d. contenuto puramente teologico). erio iì““S . Ji Bereiim’SLST logica 23B ),
dobbiamo in ogni caso tenerlo in gran conto quale maestro di Berengario da
Tours, sebbene sia lecito argomentare che da Fulberto le conoscenze e
l'abilità, relative alla dialettica, erano ancora tenute del tutto lontane dal
campo teologieo-dogmatico, poiché per quest’ultimo riguardo egli esortava i suoi
scolari alla più rigorosa ortodossia 237 ). Ma possiamo, in generale, scorgere
un segno di più intensa operosità, relativamente alle condizioni di
quell’epoca, già nel fatto che di nuovo si procedeva ad apprestare compendi o
si elaborava con commenti continuativi il materiale esistente a uso delle
scuole, poiché, quantunque in ciò non donimi ancora una energia creativa
ùltimamente personale, purtuttavia si torna a ravvisare nella conservazione o
nell’ incremento del sapere logico il vero e proprio fine: l’attività si volge
cioè alla teoria come tale, sebbene senza originalità. [Anonimo rifacimento
metrico della Isagoge e delle Categorie: colorito nominalistico]. Cosi un A il
o n i ni o Ila rifuso in esametri la Isagoge
e le Categorie), per imprimersi nella memoria, con questo primo suo lavoro,
come dice egli stesso nella introduzione in prosa, indirizzata a un certo
Belinone, il contenuto di quei libri 239 ). Inco3, l La notizia, che Fulberto
abbia mandato la Isagoge allo « scholaslicus » di un chiostro (v. Fui.berti
Opera, ed. Villiers, Parigi 1608, Ep. 79, fol. 76 b [PL: Ep.) è priva
d'importanza. I Adelmanno, loc. cit., p. 3 [§ 6-8): obtestans per secreta
ilio.... [colloquiai..., et obsecrans per lacrymas,... ut illue omni studio
properemus, viam regioni directim gradientes, sunctorum Patrum vestigiis
obsenantissime inhaerentes, ut nullum prorsus in diverticulum. milioni in novam
et fallacem semitoni desiliamus etc. f PL. loc. cit. or ora, nella nota 2351.
Il lavoro è riprodotto a stampa, di su un codice di St. Germain (n. 1095), dal
Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél., p. 657-669. ) Chi sia stato o dove sia vissuto
quel tal Bennone, non può mincia con il prendere da Boezio la divisione (Sex.
XII, nota 77) dell’ Organon aristotelico, e pensa a tal proposito che la
faccenda sia andata cosi: che cioè Aristotele abbia incominciato con lo
scrivere i primi Analitici, e poi, siccome questi erano riusciti
incomprensibili, abbia scritto appresso gli Analitici secondi, ai quali per lo
stesso motivo ha dovuto far seguito la Topica, come pure poscia il De interpr.,
e quindi ancora le Categorie; ma non avendo voluto Aristotele scendere, per
farsi capire, a un livello ancor più basso, e avendo perciò passato sotto
silenzio le quinque voces, è intervenuta qui per fortuna, a compier V opera,
l’attività di Porfirio. II contenuto della Isagoge viene poi spicciato molto
sommariamente con la semplice indicazione della definizione delle quinque voces
241 ), e indi fanno seguito le Categoricavarsi dalla introduzione, che si tiene
affatto sulle generali. Del no stesso lavoro dice ivi l'Autore: Quoniam
complurium mci ordinis scholusticorum, praesul venerande, oblatus tibi litteras
omni gradarum idacritate saepius te audio suscepisse,... tuue confisus....
pietati uliqua et ego offerre litterarum jocularia praesumo tliae maiestati.
Feri animus, Dei aspirante grada, quum puueissimis oratione metrica absolvere,
quod Porphyrii Isagoge et Aristotelis Calegoriae videntur in se continere. Quod
batic ob causam maxime decreta agere, ut, quae illi latius difjudere, breviter
collecta per me tenaci diligentius crederem memoriae. Nomina quoque grueca
quaedoni interposui, ubi lege metri constrictus latina non potili.... Id mihi
ne duculur litio, primum abs te, pater piissime, cui hoc litterarum munere ingenii
mei primitias immolo, deinde ab omnibus veniam /tostalo. ) lbid„ p. 658: Doctor
Aristoliles, cui nomen ipsa dedit res, Ingenio pollens miro praecelluit omnes. Hic, natis post se diulectica ne
latuisset, Primos componens Analilicos studiose. De syllogismis ratio
perpenditur in quis, Credidit ut sapiens hos planos omnibus esse. Sed cum
nullus eis intellectu capiendis Sufficeret, rursus tentai prof erre secundos :
Quos ncque posse capi cum sensit. Topica scripsit ; Hinc Perihermenias,
postremo Cathegorias : Post quas finitas. descendere noluit infra. Hic genus ac
speciem, proprium, distantia, stritigens, Simbebicos edam quid sint omnino
tacebat. Porphyrius tandem cernens, nisi cognita quinque Haec sint, bis quinus
nesciri cathegorias, Cuique smini finem signavit convenientem. (Cfr. anche
Bokzio, p. 113 rio Ar. prued.. I;
PL, 64, 160 s.] ; Sez. XII, nota 841. t Jbid. Dopo la definizione delle cinque
voces, si legge: Ni nimis est longutn. communio dicier horuni (vale a dire ciò
di cui rie. Dice espressamente l’autore, a proposito di queste, sin dal
principio, che si tratta lì non già delle cose per se stesse, ma soltanto delle
voces signativae delle cose 242 1, si che troviamo qui una ripetizione di quel
punto di vista nominalistico, considerato più sopra (note 149 ss. e 159); ma hi
ciò consiste anche tutto quel che di più importante dobbiamo rilevare in questo
compendio; poiché nel rimanente esso si tiene cosi strettamente attaccato allo
scritto pseudo-agostiniano intorno alle categorie (Sez. Xll, note 43-50), che
di l'atto lo si può denominare, in una parola, una versificazione dello scritto
stesso; tutfai più si può osservare inoltre, che i numerosi termini greci, i
quali vi figurano barbaramente trascritti, derivano ugualmente da quella
medesima fonte, dove pure si trovano abbastanza spesso intercalati, restando
con ciò molto semplicemente eliminata ogni ipotesi che eventualmente sorgesse,
relativamente a studi che fin d’allora si facessero sopra l’originale greco 243
). appreso viene a trattare Porfirio: v. la Sez. XI, note 49 ss.), Non nos
barrerei : sed malumus ergo lucere. Ne generelur in his libi nausea
discutiendis. :l: ) lbid., p. 658 s. : Post haec, bis quinus pandamus
cuthegorias. In quis rir doclus
non ex ipsis quasi rebus, Sed signativis de rerum vocibus orans. SuiniI ab omonymis tractandi synonymisque Principium
eie. ***) Poiché tutto questo scrino è semplicemente una ripetizione metrica di
quello del Pseudo-Agostino, appare superfluo fare citazioni particolari. Ma per
quel che riguarda i termini greci, spiegati per lo più in latino con glosse
interlineari, può ricordarsi: usya, simbebicos e simbebicota, enarithnui
(àvdpiitpa : Sez. XII, nota 43), epiphania (a proposito della quantità) T6601,
poi, a proposito delia relazione, Pesametro 1662): Thesin, diuthesin,
episthemin, estesili, exin (cioè èiuaxrjprjv, aloDijoiv, IJ'.v e similmente [
il). | Dicilum ornile quod est, rei eneria dinamite (cioè évspysJa e Suvàpzi),
come pure, a proposito della qualità 16631: Exis, diathesis, phisices dittamis
poelesque (rcoiÓTrjg Passibilis, potius seu pathos, scemala morphue (axtipaTa
popcff,c), nella Sezione che tratta degli opposti 1667 \habitus sleresisque
atépr,oi;, e, a proposito del postpraedicamentum del moto [668-9] : Auxesis,
megesis, genesis, florus, aliusis. Et Itala ton joras, metabeles associato
(cioè aB(;l}Olg, |ia£o)atg, YÉvEatg, àXÀoùasig, xatà xòv tónov, pexagoXtJ).
no [§26.
Intensa attività della Scuola di S. Gallo. Notker Labeo: a) un Tractatus
insignificante ].Ma principalmente a S. Gallo noi troviamo, intorno a
quell’epoca, una più estesa rielaborazione del materiale logico in uso nelle
scuole, e per tale riguardo spetta in ogni caso al famoso NotkerLabeo il merito
di aver dato P impulso e diretto la esecuzione, sebbene non tutt’ i lavori dei
quali qui si tratta, sieno venuti fuori proprio dalle sue mani 24 *). Non c’è
dubbio che qui pure il fondamento è dato solamente dal materiale tradizionale,
e non c’ è da aspettarsi propriamente novità 245 ): ma questo materiale
tradizionalmente trasmesso è in parte trattato tuttavia in maniera più libera,
mostrandosi in ogni caso un interesse, che si volge con abbandono all’ oggetto
della trattazione per se medesimo. J4 *) Mentre cioè J. Gbimm («Gott. Gel. Anz.
», 1835, N. 921 è (li opinionr che Notker sia l'autore unico di tutti quegli
scritti, e a questa opinione aderisce incondizionatamente anche H. Hattemer
iDenkmiiler des Mitteltdters « Monumenti del M. Evo », III [S. Gallo, p. 3 ss.),
ci sembra invece più giusto, tenuto conto della diversità intrinseca di quei
lavori, ammettere con W. WackerNACEL I Orse il ichte dir deulschen Lilteralur
«Storia della letteratura tedesca », p. 80 s. 12* ed., Basilea 18791 : v. di
lui anche la orazione accademica sopra le benemerenze degli Svizzeri verso la
letteratura tedesca, Basilea 1833) che le opere recanti il nome di Notker sieno
state composte da vari autori, semplicemente sotto la direzione di lui: rfr.
inoltre appresso la nota 262. FI1 Franti non cita Die Schriften Natkers und
seiner Scinde (« (ili scritti di Notker e della sua scuola») editi da P. Piper,
Voi. I (Scritti di argomento filosofico). Frihurgo-Tubinga, 1882], ' 45 l Cose
straordinarie si posson leggere invero nella Geschiehte Din St. Gallai («Storia
di S. Gallo») di Ild. v. Arx. Nella Dialettica, ch’essi dividevano in Logica,
Peripatetica, Stoica e Sofica [sic/l, furono loro maestri Aristotele, Platone,
Porfirio e BOEZIO: eran loro ben note le dieci categorie e le Periemerie del
primo tra essi, le cinque Isagogi di Porfirio e il metodo d’insegnamento di
Socrate. Ma nientr’ è facile scorgere subito che tutta questa notizia può
fondarsi solamente sopra la più crassa ignoranza dell'autore, si dovrebbe
supporre tuttavia ch’esso abbia ricavato da mi qualche manoscritto la
informazione che dà, relativamente alla partizione della dialettica; tuttavia
anche su questo punto sono -tato messo tranquillo dal mio amico e collega
Hofmann, il (piale, in occasione di sue ricerche personali, fece a S. Gallo Tra
questi scritti il più insignificante è un « Tractatus inter magistrum et
discipulum de artìbus »: l’autore infatti si è limitato qui a riassumere il
Compendio di Alenino (v. sopra le note 48 ss.), conservandone la forma
dialogica, e ha inoltre utilizzato in compendio anche BOEZIO, ma epiest ultimo
soltanto da principio, cioè a proposito della Isagoge e della categoria della
quantità 24 °). [§ b) rifacimento delle Categorie]. Invece un più diligente studio delle opere di
BOEZIO e una rielaborazione alquanto più libera del materiale che vi si trova,
sono manifesti in altri due scritti, notoriamente di somma importanza anche per
la storia della lingua tedesca, cioè nel rifacimento delle KaTTjyopi'at, e nel
rifacimento del libro IlepUppTjvelas 247 ). Il primo di questi scritti si
attiene in complesso rigorosamente, quanto al testo, alla anche nel mio
interesse una verifica relativamente alle opere di logica, ma non potè trovare
assolutamente nient’altro, all’ infuori da quali t’è stato di già pubblicato, o
per lo meno accennato dal (iraff. dal Wackernagel e dallo Hattemer; v. anche
appresso nota 271. ’ / bsisle manoscritto alla Biblioteca Governativa di Monaco
(Coti. lat..), di dove lo Hattemer ( Denkm. d. Mitlelalt.. [già Cil.l, III, p.
532 ss.) trasse per pubblicarle le sole intestazioni dei capitoli. La
partizione della filosofia e della logica è quasi letteralmente presa da
Alcuino, ma dove si tratta delle quinque voces, la ' numerazione delle diverse
loro sottospecie e gli esempi illustrativi -ono ricavali da Boezio; la Sezione
che tratta delle categorie è da principio un riassunto da Alcuino, con
omissione degli homonyni" ecc.; e dopo che di nuovo è stato utilizzato
Boezio, solamente riguardo alla categoria della quantità, si viene in seguito a
parlaridelie rimanenti categorie, attingendo parola per parola ad Alenino, ma
soltanto fino alla categoria dell’/iufiere: e da quell" unica proposizione
esemplificativa (v. qui sopra la nota 57) si passa subito, con la intestazione
Quid su,il formulile syllogismorum, alle notizie !" -Alcuino intorno all
argomentazione, le quali sono altrettanto '"eraunente riassunte, quanto le
seguenti che riguardano Biffi niil( *\ topica e Periermertine. .. 1 F ;^ P 7 Ìo
24S ). ma frammezzo al testo, periodo traduzione di Boezio t n te per periodo,
vi è intrecciata una spiegazione, contendi, S ua volta la parte più importante
del commento dello «Z Boezio, e a BOEZIO una volta Fautore espressaniente si
richiama: molto spesso la dimostrazione queste spiegazioni viene articolata ne suoi
e 1 maniera perspicua, mediante cenni sommari del conte unto o altre
intestazioni, anzi anche con la indicazione Propositi io, Asmmptio, Conclusi
o«): e gh esempi esplicativi sono in alcuni luoghi personalmente escogitati da
Notker; si può osservare ancora che Fautore, con manifesta predilezione per la
geometria, s indugia piu a lungo e con maggiore originalità su quei passi, che
contengono un accenno a tale disciplina • re) rifacimento del De
mlerpretalione). Il rif"'" menlo del II.pt nlliene «« 1»"• a 1
™r«n «tesso della storia della logica, lo ho prealcun influsso nel torso, zwe i
altesten Compendien srwfttiSX* gj d r p,l l8™“,b ‘ di logica in tedesco»),
Monaco,, ^ aria ’ zion ;. ta,l V olta sono abbrevT.zSi od Soni ^ *
dere, e via dicendo. a pedo mule [el disposino ist PÌP -; €o S t 4 p. lC
eTaT4 a n9 le s Quesfulti.na terminologia è presa da Hoizio. de syll. hyp.\ v.
la nota a • intu itiva «) A questa maniera non soltanto lp. WZ ss. « u5
mediante disegni "jò^l'^niTesaurita la trattazione della *„ .... diseano
diverso che in Roezio. to al testo, parola per parola alla traduzione di
BOEZIO, e i commenti che si trovano alla stessa maniera intrecciati anche qui,
si fondano parimente sopra il commento di Boezio, del quale l’autore, come
accenna egli stesso, ha utilizzato ambedue l’edizioni ***). Ma ha importanza la
introduzione, eh’ è premessa all’ insieme, in quanto che novamente c’
imbattiamo qui pure nel punto di vista nominalistico, che ravvisa nel
significato delle parole l'oggetto delle Categorie; ivi inoltre, notizie, ed
espressioni tecniche, tratte da Marciano Capella, vengono intrecciate in
maniera caratteristica con quelle osservazioni die riguardano l’ordine ili
successione dei libri dell’ Organon, e che sono ricavate da BOEZIO: e appunto
rispetto a queste ultime notizie, ci è consentito ancora di ricavare dagl’
ingenui equivoci dell’autore la conchiusione sicura eh’ egli conosceva gli
Analitici e la Topica di Aristotele, proprio soltanto per sentito dire, da quel
passo di BOEZIO, Hattemer, p. 474 a [ ed. Piper, p. 511: rifacimento del De
interpr., Lili. I, 111: Est hoc \tractare 1 nlterius negotii. Taz isl anders
uuur zelerenne, samoso er chade, lis mine metaphisicu (v. BOEZIO, p. 230 [ in
de interpr., Prima editio: ediz. Meiser, I, 5, p. 74; PL, 64, 3151), dar lero
ili tih iz. Ahere boetius saget iz fure in, in secunda editione etc. (cioè
Boezio, p. 326 I ih., Seeunda editio: ediz. Meiser, II, 5, p. 101; PL. [Est hoc
alterius negolii. Ciò dev’essere insegnato in altro luogo; così disse egli: «leggi
la mia Metafisica; li te lo insegno». Ma BOEZIO lo dice apertamente in secunda
editione ete. (Della traduzione, di questo, come dei segg. passi di N. L.,
debbo esser grato alla dottrina, tanto cortese quanto sicura, del rh.mo collega
BATTISTI (si veda). Neanche mancano qui quelle figure, con le quali BOEZIO
rende intuitiva la teorica del giudizio, e anzi per esse l’autore rinunzia a
servirsi del tedesco. “’) ìhid.. p. 465: Aristotiles sreib cathegorias, chunl
zcluenne, uutiz einluzziu uuori pezeichenen (cfr. più sopra le. note 149 ss.,
159 c 242, e subito appresso la nota 256); nu lutile er samo chunt ketuon in
periermeniis, uuaz zesumine gelogitiu bezeichenen, an dien veruni linde falsum
fernomen uuirdet; tiu latine heizent proloquia; an dien aher neuueder uernomen
neuuirdet, tilt eloquio heizent (la fonte di questa terminologia, vedila in
Marciano Capella, Sez. XII, nota 51, e in Agostino, ibid., nota 33); tero
uersuiget er an disamo buoclie. I nandù ouh proloquia geskeiden sint, unde
einiu heizent 8. il «De parlibue loicae»; nominalismo]. Un altro scrittarello,
intitolato « D e partibus loicae»™) si presenta come una compilazione
compendiosa per uso delle scuole, essendovi anzitutto enumerate le sei parti*
della logica, compresa la prima, che fu aggiunta da Porfirio alle cinque
aristoteliche) : alla enumerazione fa poi Simplicio, dar eia uerbum ist, ut
homo uiuit, andenu duplicia, dar zuei ucrba sint, ut homo si uiuit spirat, so
leret er hier simplicia, in topicis leret er duplicia. Fone simplicibus uuerdent
predicatoli syllogismi, jone duplicibus uuerdent conditionules syllogismi (la
fonte di questa distinzione, in BOEZIO: A ah periermeniis sol man lesen prima
analitica, tur er beidero syllogismorum kemeina regida syllogislicam heizet:
taranah sol man leseti secunda analitica, lar er sull Arrigo leret predicutinos
syllogismos, tie er heizet upodiclicam (anche chi avesse dato appena una
occhiata superficiale agli Analitici stessi, non si potrebb esprimere a questa
maniera); zc iungisl sol man lesen topica, un diener oidi sunderigo leret
conditionales, tie er heizet dialecticam. Jiu purtes heizenl samenl logica. Nu
uernim uuio er dih ielle zuo dien proloquiis (anche nel commento stesso,
accanto alla terminologia di BOEZIO, vediamo sovente figurare proloquium).
[Aristotele scrive le Categorie, per indicare che cosa significhino le parole
isolate. Invece nelle Periermeniae egli stesso dichiarerà quello che
significano le combinazioni di parole, con cui viene enunciato il verum e il
falsimi, e che in latino soli dette proloquia ; se invece non viene enunciata
nessuna delle due cose, «on dette eloquio. Ala su ciò egli tace in questo
libro. Inoltre anche nei proloquia si può fare una distinzione, e taluni, p.
es. « homo viviti, in cui c è un verbo solo, vengon detti « simplicia », altri,
in cui ci sono due verbi, p. es. « homo si vivit spirat», vengon detti «
duplicia». Dei simplicia egli ragiona qui, dei duplicia nei Topica. Dai
proloquia semplici si fanno i predicativi syllogismi. dai duplici i
conditionales syllogismi. Dopo le Periermeniae, si leggeranno i primi
Analitici, dove si chiama sillogistica la regola comune agli uni e agli altri
sillogismi; dopo di che si leggeranno i secondi Analitici, dov’egli insegna
separatamente i sillogismi predicativi, la cui regola chiama apodittica; per
ultimo si leggeranno i Topica, dove insegna separatamente i sillogismi
condizionali, la cui regola egli chiama dialettica. Queste parti
complessivamente portano il nome di logica. Ed ora apprendi coni’ egli ti guida
ai proloquia (ed. Piper, p. 499, op. ull. cit., « Praefatiuncula »)]. 251 )
Edito, di su un manoscritto zurighese, dal XX ackernacel negli Altdeiilsche
Bliitter (« Fogli Altotedeschi ») di FIaupt e Hoffmann, II, p. 133 ss., e dallo
Hattemer, op. cit., p. 537-540. *“) Hattemer, p. 537: Quot sunt partes logicue?
Quinque secundum Aristolelem, sextum partem addidit aristotelicus Porphirius;
quae sunt: isagoge, calhegoriae, periermeniae, prima analitica, secunda
analitica, topica. seguito una più o meno lunga indicazione del contenuto delle
parti stesse. Dopo che cioè della Isagoge sono state citate soltanto, nella
traduzione di Boezio, le definizioni delle quinque voces, viene brevemente
illustrata mia sola delle categorie, la sostanza, senza che sieno neanche
nominate le altre nove, ma in tale occasione viene enunciata 2o6 ) la
concezione nominalistica, ancor più nettamente di quel che s’è veduto or ora,
alla nota 253; segue poi, riguardo ai giudizi, la semplice enumerazione delle
quattro specie (universale affermativo, universale negativo, particolare
affermativo, particolare negativo), tratta da Marciano Capella e con la
terminologia di lui 2r ‘ 7 ). Ma ciò che viene detto poi intorno agli Analitici
primi e secondi, ha ugualmente per fondamento quello stesso passo di Boezio, dove
questi espone 1’ ordine delle parti dell’ Organon, e certo neanche qui è fatto
uso della traduzione da lui curata degli Analitici 23S ). Infine si tratta
minutamente della Topica, e anzi in piena conformità con Isidoro (v. sopra la
nota 39), aggiungendo qui 1* autore proverbi tedeschi come esempi dei singoli
loci 259 ). fe) scritto De syllogismis, e sua importanza ]. Ma il più
importante fra tutti questi scritti, provenuti da : “ 8 ) Ibid., p. 538 a: Quid
tractutiir in cathegoriis? Prima rerum significano et quid singulae dictiones
significent, utrum substantiam an accidens etc. sn )Ibid.: Quid narratile in
periermeniis ? Quid consideratile in primis analiticis? SILLOGISTICA quae est
communis regula omnium sillogismorum, necessariorum et probabilium, cathegoricorum
et ippolhelicorum, item praedicativorum et condilionalium (raddoppiamento
insulso, risultante daH’aver tirato dentro la terminologia di Marciano Capella.
Quid traclatur in secundis analiticis? Apodictica id est demonslraliva quae
demonstral veritatem, id est necessarios siilogismos. w ) È parimente copiato
da Isidoro (nota 27) quanto lo Hattemer (ibid., p. 530 s.) riporta, da un altro
luogo dello stesso manoscritto, intorno alla differenza tra dialettica e
retorica. S. Gallo, è la monografia De syllogismis 2G0 ) ; poiché, sebbene si
fondi parimente ancli’essa sopra una compilazione di materiale svariato, il suo
autore, con un maggior corredo di letture, mette mano qui anche sopra cose, per
cui non bastava una conoscenza puramente superficiale dei compendi scolastici
d’Isidoro o di Alcuino; inoltre egli conserva una notevole indipendenza, in
quanto che mostra la tendenza verso una interna, unitaria finalità della
logica: con la esposizione di tale finalità si chiude la monografia. Prima
viene enunciata ) la definizione del SILLOGISMO, presa da Marciano Capella, con
l’aggiunta di alcune parole della Retorica d Isidoro, e qui già un considerevole numero di esempi
in tedesco serve a chiarire la trattazione: poscia 1 autore, facendo uso di una
terminologia mista, presa sia da Marciano sia da Boezio, adduce la divisione
dei sillogismi in categorici e ipotetici 2 ' 12 ); presenta quindi, attingendo
a Marciano (Sez. XII, note 63 e 67), le parti costitutive del sillogismo
categorico e del giudizio categorico), per far poi seguire a ciò la esposizione
integrale dei diciannove modi del sillogismo, la quale è tratta da Apuleio
(Sez. X, 1 Integralmente riprodotto a stampa nello IIattf.mer; in forma di
estratti, nel Deutsches Lesebuch [« Antologia tedesca»] di Gucl. Wackfrnacel,
I, p. Ili ss. ) C. 1, ibid., p. 541 a: Quid sii syllogismus. Syllogismus
graece, lutine dicitur ratiocinatio.... quuedam indissolubilis oralio .... quae~ dam orutionis
catena et inficia ratio. Et ex iis videntur quidam esse qui latine dicuntur
praedicativi, alii autem qui dicuntur conditionales.... (p. >12 b) Constai
autem omnis syllogismus proloquiis i. e. proposilionibus. Dalle parole che vengono appresso proloquia dicumus cruezeda, similiter
proposiliones cruezeda [ incroci, combinazioni di voci CI, itera proposiliones
pietunga O Bietungen », offerte, trad. lett. di proposiliones 3, alii diami
pemeinunga [« Bemeinungen », enunciazioni) risulta altresì che in ogni caso
erano in parecchi a occuparsi di simili rifacimenti della logica Od. Piper: r r
hti minori, attinenti a Boezio, lì : «/le Syllogismis », 1], Cioè sumpta,
illatio, subiectivum, declaralivum.n-ote 18 ss.), e chiarita con esempi
tedeschi, che son opera dello stesso compilatore 2M ). Si passa quindi ai
sillogismi ipotetici, e anzi per prima cosa viene presentato, alquanto
liberamente elaborato e con intercalati termini di Boezio, quel che su tale
argomento si ritrova in Marciano: solamente appresso trova posto la indicazione
compiuta dei sette modi sillogistici enumerati da Cicerone (Sez. Vili, nota
60), e illustrati qui con una minuta spiegazione, che l’autore trae dal
commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE, e correda parimente di esempi in
tedesco 20 °). Ma ora c’ era pur iuoltre in Isidoro un syllogismus rhelorum (v.
sopra la nota 43), e in connessione con quanto da lui era stato detto, viene
colta qui la occasione di passar a considerare più minutamente la teoria
retorica, illustrandosi, con esplicito rinvio a CICERONE (de Inventione, v. la
Sez. Vili, nota 59), l’argomentazione retorica, e facendosi uso perciò di un
esempio che si trova in Cicerone stesso 2B7 ). Ma subito 1’ autore s’industria
di ricondurre al sillogismo categorico tale specie di sillogismo, in quanto che
questo è adeguato all’ esigenze formali della riprova della verità, accennando di nuovo sulle orme di Boezio agli
elementi semplici dei sillogismi in generale 2B8 ), e a ciò unendo spiegazioni
reC. 3-8, p. 543-47. ) C. 912, p. 548 s. L’espressioni usate «la Marciano vengono
qui intese come specifica terminologia, cioè: pro/Htsitio, assumptio,
conclusio. **) C. 13, p. 55(4553. Qui LA FONTE è BOEZIO, ad CICERONE Top., V,
p. 831 [PL, 64, 1142] ss. I C. 14, p. 553 a: Transeunt vero syllogismi et nd
rlietores iam latiores et diffusiores factì.... Ilorum esempla sunt upud Ciceronem in libri*
Rhetoricorum. L’esempio ciceroniano del governo delI universo (de Invcntione,
I, 34, 59), elle del resto figura anche in BOEZIO, de cons. phil., I, p. 958
[PL,, viene poi svolto parimente in tedesco. l Ibid., p. 554 a: Praedicntivus
est ille syllogismus nut condi lative al giudizio 269 ). E dopo che a ciò hanno
fatto seguito disquisizioni etimologiche sopra alcuni concetti, affini per
significato al syllogismus disquisizioni
che sono tratte o direttamente da Isidoro, o dal così detto Glossario di
Salomone (v. sopra la nota 185), e in parte anche da BOEZIO 27 °) vien approfondita, in base alla Topica
ciceroniana, la differenza tra dialettica e apodittica 2T1 ) ; tale differenza
coincide con quella tra sillogismi ipotetici e categorici, ma proprio per
questo, nel fine unico della scoperta del vero, si risolve in ima superiore
unità, poiché con il magistero del ragionare si apprende ogni verità umana,
mentre il divino trascendente s’intende senza tale arte 272 ). tionulis?....
Piane ergo praedicativus est.... nam et omnes purtes syllogismorum, sire
propositio sive approbalio sive sumptum sive illatio sive conclusio sive ut
alii dìcunt complexio (v. la Sez. Vili, nota 59) aut confectio, communi nomine
enuntialio vocantur (v. ibid. la nota 45). La fonte di questa riduzione alla
proposizione semplice è Boezio, ad Cic. Top., V, p. 823 [PL, 64, 1129]: cfr.
anche la Sez. XII, note 131 e 140. "’) lbid.: Est autem enuntialio oratio
verum aut falsum significans.... huius species sunl affirmatio et negatio (Sez.
XII, nota 111): successivamente si vien a trattare, in lingua tedesca, di
assumptio, illatio, conclusio. OT ) C. 15, p. 555 a: Cioè sopra ratiocinari,
disputare, iudicare, experimentum ; e inoltre: argumentum dicitur, ut BOEZIO
(ad CICERONE Top., I, p. 763 [PL, 64, 1048]) placet, quod rem arguii i. e.
probat. '”) C. 16, p. 556 a: Quuerendum autem magnopere est, quare CICERONE
dialecticam in ypolhelicis tantum conslituerit syllogismis.... Est enim medius
inter Arislolelem et Stoicos (forse che quella tale notizia, accennata più
sopra, nota 245, I. v. Arx l’ha attinta di qua?).... Proplerea Boetius
Arislolilem in thopicis dialecticam et in secundis analiticis apodicticam
docuisse testalur, cioè il complesso è preso da BOEZIO, ad Cic. Top., I, p. 760
LPL, 64, 1045] g., dove si trova uno svolgimento ulteriore del punto di vista
ricordato. De potentia disputandi, i. e. Fone dero muhte des uuissprachonis. Si
ergo satis intellectum est, omnem apodicticam constare in decem et novem modis
syllogismorum et dialecticam in septem modis syllogismorum, non sit dubitandum,
totam earum utilitatem esse in invenienda veritate. Ube niunzen sloz
apodicticae unde sibeitiii dialccticae muda gelirnet sin, so uuizin man
dormite, duz sie nuzze sint, alla uuarheit mit in zeeruarenne [Quando si sono
bene appresi i 19 sillogismi apodittici e i 7 dialettici, con ciò Così
l’autore, la cui concezione già con questo ci rammenta, in maniera tanto chiara
quanto consolante, 10 Scoto Eriugena (note 111-120), può, per la sfera della
umana aspirazione alla verità nel mondo di qua, enunciare una definizione
unitaria della logica, nella quale ha la propria essenza la dialettica «ovvero»
apodittica: e quel ch’egli trovava detto già da Boezio (Sez. XII, nota 76),
prende da lui mia espressione più precisa ed energica, là dove dice,
analogamente allo Scoto, che la logica è la scienza del giudicare o disputare
273 ) : perchè 11 potere della forma, che si manifesta nei sillogismi di
qualunque specie, è per lui quel che decide, è il termine, nel quale vengono a
confluire tutte le differenze che si manifestano entro la sfera della logica
274 ); la retostesso apprendiamo che essi giovano a riconoscere ogni sorta di
veritàl. Omnia enim his Constant, quae in humanam cadunt rationem. Al daz
menniskin irratin mugin, taz uuirdit hinnan guuissot [Quanto gli uomini
arrivano a intendere, tutto viene saputo con questo mezzo]. Divina excedunt
humanam rationem, intcllectu enim capiunlur. Tiu gotelichin ding uuerdent
keistlicho uernomen ane disa meistrrskaft ILe cose divine vengono apprese con
l’intelletto, senza questa maestria (nel ragionare) (ed. Piper. Quid sit
dialectica vel apodictica. Ergo diffinienda est dialectica sire apodictica,
possunt enim unam et eandem suscipere diffinitionem in hunc modum.. Dialectica
est sive apodictica iudicandi peritia vel ut olii dicunt disputandi scientia
(proprio questo già si trova anche nello Scoto, v. sopra la nota 112).
Meisterskafl chiesennes linde rachonnis, taz ist dialectica, taz ist ouh
apodictica [La maestria nel giudicare e nel disputare, è la dialettica o
l'apodittica (ed. Piper, ed. Piper,
ibid.] : l'rius diximus. quia ratio est quae ostendit rem. Reda skeinit uuaz iz ist. Pi
dero redo sol man chiesen. ube iz uusen nuige.... Taranah mag er [Il discorso dimostra quel che una
cosa è; con questo discorso si ricercherà se una cossa possa sussistere. In
seguito egli potrà] rachon i. disputare, ioh [e anche] uuarrachon. i.
ratiocinari.... Ter uuarrachot. ter mit redo sterchit. linde ze uuare bringel.
taz er chosot. Reda errihtet unsih allis tes man stritet. Ter dia chan uinden.
(p. 621) der ist [Ragiona colui che con il suo discorso rafforza e dimostra
quanto ha ricercato.... Il discorso c’istruisce in tutto ciò su cui si viene a
contesa. Chi può trovare questo, è un] index, ter ist raliocinator. ter ist
disputator. Ter ist argumentator. ter ist dialecticus. der ist apodicticus et
sillogisticus. rica invece, la quale serve soltanto alla verisimigliauza ma non
già alla verità, è perciò situata su di un altro campo, mentre quel che c’è di
comune e di più veramente omnicomprensivo è la espressione verbale (verbum),
nella quale deve spaziare così il sermo filosofico come anche la diclio
retorica. Ma proprio per questa ragione il punto di vista che è per l’autore
assolutamente ovvio e naturale, è quel punto di vista nominalistico, che
abbiamo trovato nello Scoto, poiché la differenza tra vero e falso, cioè
l’oggetto di ogni atto giudicativo o di ogni disputa nella sfera della logica,
può manifestarsi solamente nella forma di giudizi umani, e anche i
praedicamenta non sono appunto nient’altro che enunciazioni 276 ). Comunque, è
una cosa che ci fa veramente piacere, esserci qui imbattuti in un autore, che
sa quel che si vuole, e per noi questo scritto è infinitamente superiore ai
giocherelli pedanteschi e senza costrutto di un Gerberto o di un Anseimo; è
anche ben difficile imaginare che si sarebbe venuti a presentar le « prove
della esi) C. 19, p. 558 b [ed. Piper]: Nec panini hoc altendendum est. quantum
intellectu quaedam distata, quae simili modo solent interpretati, ut sunti
verbum, sermo, dictio.... Qiuie si unum significatela, nequaquam sermo daretur
philosophis, dictio vero rhetoribus; ut auctores docenl (cioè Isidoro: v. sopra
la nota 27); nani et Aristotiles dialecticum, quae interprelatur de dictione,
ad rhetores traxil et voluit eam esse in argumentìs rhetoricis, i.
probabilibus, quae ille iudicavit esse (nel manoscritto: rum esse) discernenda
a necessariis argumentìs, de quibus fiunt ypothetici syllogismi et tota dialecticu,
ut Cicero docuit (v. Boezio, cit. nella prered. nota 271).... Dignior est namque sermo et
gravior, ut sapientes decet, dictio humilior est et plus communis data
rheloribus. Verbutn autem omnium est. ■ ''> IbidEt in interpretando proprie
sermo (cfr. la nota 321[?]) saga diritur. sic et enuntinlio, quae similiter philosophis
tradita est. et disputantibus necessaria est. quia inest ei semper veruni aut
fcdsum.... Praedicare autem est, inquit Doetius To
non forse 124? ad Ar. pracd., I; PL, 64, 1761), aliquid de aliquo dicere, i.
eteuuaz sagen fone etcuuiu. linde et praedicnmenlum dicitur et praedicatio,
einis tingis kesprocheni fone demo undermo [Tesser una rosa detta di un’altra
cosa]. stenza di Dio », se in generale si fosse conservata quell’avvedutezza,
di esercitare cioè belisi in tutte le direzioni la maestria deH’argoinentare,
iiell’ànibito della realtà da noi percettibile, ma di lasciare invece al pio
sentimento dei credenti la rivelazione del Divino nella sua immediatezza. Del
resto, dobbiamo pure qui far ugualmente rilevare che l’autore di questa
monografia non può aver conosciuto la traduzione degl’analitici curata da
BOEZIO, perchè altrimenti, se gli fosse stata accessibile la sillogistica
stessa di Aristotele, egli, che pur mostra in generale un corredo di letture
maggiore di quello degli altri, non sarebbe certamente andato già a prendere i
diciannove modi da Apuleio, nè, con la sua aspirazione alla unità interiore
della logica, si sarebbe riattaccato esclusivamente a quegli stessi passi, che
a ciascuno erano noti, dalle traduzioni e dai commenti più diffusi di BOEZIO.
Ma in quello studio esteso della logica, quale ci si presenta a quest’epoca in
S. Gallo, potremmo ben anche ravvisare un fenomeno piuttosto isolato, sempre
che non sia determinato solamente da mancanza di notizie il giudizio che
pronunciamo, quando diciamo che nella prima metà del secolo XI in generale ha
prevalso una mancanza di attività, per quel che concerne il dibattito delle
questioni di logica, o persino la *") In siffatti casi sembra che
l'argumentum ex silentio sia assolutamente calzante, e elle pertanto si
aggiunga, come una convalidazione mollo precisa, alla circostanza generale,
vale a dire non esserci, in tutta questa letteratura, un solo indizio positivo
che sia stato fatto uso di quegli scritti aristotelici. TSoggiugerò qui che lo
scritto del Prantl. da lui citato più sopra, comparso negli Atti della Regia
Accademia Bavarese delle Scienze (Classe I, voi. "Vili, Scz. I), riguarda
non gli scritti logici di Notker L., bensì due compendi dovuti uno a Ortholph
Fuchsperger, l’altro a Volfango Biitner, e rispettivamente stampati ad Augusta
e a Lipsia. compilazione di compendi. Nel corso della nostra indagine, dobbiamo
invero a ogni passo tener presente la possibilità clic una parte del materiale
die esisteva, sia stata sottratta totalmente alla nostra conoscenza, sebbene si
sia portati ad ammettere che difficilmente le manifestazioni di una certa
importanza sarebbero dileguate senza lasciar alcuna traccia, e che un silenzio
assoluto di tutte le fonti non sarebbe pensabile, se realmente lo studio della
logica fosse stato più largamente diffuso. [Altri documenti relativi allo
studio DELLA LOGICA NEL SECOLO XI: FrANCONE A LlEGI, OtLOH a Ratisbona, Pier
Damiani], Dalla metà circa del secolo XI ci giunge la notizia che un tal
Francone, scholasticus a Liegi (intorno al 1047), compose, sopra la quadratura
del circolo (v. le note 191 e 251 di questa Sezione), ima monografia che si
riattacca al relativo passo di Boezio 278 ) : e forse della stessa epoca
possiamo citare almeno l’espressioni, con le quali un monaco di St. Emmeram,
Otloh, morto a Ratisbona [dove appunto sorgeva il chiostro di St. Emmeram],
vien a riconoscere che ci sono alcuni dialectici ita simplices, che applicano
il canone dialettico a tutte le parole della Sacra Scrittura, e credono a
Boezio più che alla Bibbia stessa 278 ). Ma da quest’ultima doglianza bisogna
con*") Sicebekti Gemblancensis Chronica ad unnum 1047 (Pertz, MiGH, :
Franco scolaslicus Leodicensium et scìentia litterarum et morum probitate
claret; qui ad Herimannum archiepiscopum scripsit librum de quadratura circuii,
de qua re Arislolelcs (com’è riferito da Boezio I in Ar. praed., II; PL, 64,
230], p. 165) ait: Circuii quadratura, si est scibile, scìentia quidem non est,
illud vero scibile est |PL, 160, 209]. ”°) Oti.ohni Dialogus de tribus
Quaestionibus (riprodotto dal Pez, Thesaur. Anecdot., HI, 2, p. 143 ss.), p.
144-5: Peritos autem dico magis illos, qui in Sacra Scriptura, quarti qui in
Dialectica sunt instructi. Nani dialecticos quosdam ita simplices inveni, ut
chiudere che il su riferito monito di Fulberto (nota 237) non fu disdegnato
solamente da un Berengario, ma che da varie parti fu designata la dialettica
come pietra di paragone in questioni teoretico-dommatiche ). La maggioranza
invece, com’è ben facile intendere, rimaneva fedele al punto di vista
originario del Medio Evo cristiano, e può perciò, poiché stiamo ormai per
entrare in un’epoca di contese, ricordarsi soltanto a mo’ d’esempio come Pier
Damiani, assegnasse alla dialettica il compito di starsene quale pia ancella al
servizio della Chiesa, e di tener dietro umilmente pedisequa alla sua padrona
2S1 ), senza che in verità la divota anima del Damiani abbia ancora il minimo
presentimento che anche questa domestica possa licenziarsi e fondarsi un
proprio focolare. omnia Sacrae Scriplurue dieta juxta dialecticae auctoritatem
constringendo esse decernerent: mugisque Boèlio quam Sanctis Scriptoribus in
plurimis dictis crederent. Linde et eundern Boètium secuti, me reprehendebant,
quod personae nomen, (dicui, nisi substimtiae rationali, adscriberem etc. [PL],
W. Scheber, Leben VTilliram’s Ables von Ebersberg [« Vita «li Williram, abate
di Ebersberg »] (nei Rendiconti dell’Accademia imperiale, Classe filosoficostorica,
voi. 53, Vienna, 1866), p. 289, riferisce queste allusioni a scolari di
Lanfranco; cfr. appresso la nota 299. '*') Poiché, a prescindere dal fatto che
nei vari scritti teologici di Otloli non si parla in maniera particolare della
questione della Santa Cena, e pertanto è difficile che la sua polemica contro i
dialettici si riferisca a Berengario, nel passo sopra citato si tratta proprio
di casi personali, che Otloh designa come conseguenza di un indirizzo generale
dell’epoca. *“) Petri Damiani Opera, ed. Cajetano, Parigi,De. divina
omnipolentia, V; PL, 145, 603]: Haec piane, quae ex dialecticorum vel rhetorum
prodeunt argumentis, non facile divinaivirtutis sunl optando mysteriis; et quae
ad hoc inventa sunt, ut in syllogismorum instrumenta proficiant, vel clausulas
dictionum, absit ut sacris legibus se pertinaciter inferant et divinae virluti
conclusiotiis suae necessitates opponant. Quae tamen artis humanae peritia, si
quando tractandis sacris eloquiis adhibetur, non debet jus magisterii sibimet
arroganler arripere; sed velut ancilla dominue quodam famulatus obsequio
subservire, ne, si praecedit, oberrel eie. Movimento più vivace nella seconda
metà del SECOLO XI: la scienza giuridica.
Ma proprio nella seconda metà del secolo XI si manifestò nella storia
della cultura l’azione di fattori, i quali portarono, entro la tradizione della
logica delle scuole che si conservava uguale a se medesima, un movimento più
vivace, e anche un violento rinnovarsi di vecchi contrasti fra le varie
tendenze. Da due lati diversi si risente un influsso sopra la logica, ma in
varia maniera e in molto vario grado, perchè di questi lati uno possiamo
scorgerlo qui dapprima soltanto in tenui inizi, per poi novamente riattaccarci
a questo punto, quando lo stesso fattore si manifesterà più tardi con maggiore
intensità, mentre l'altro lato sùbito si leva su con tutta la sua forza, e per
molto tempo determina le condizioni in cui la evoluzione compie il suo corso.
Ma questi due lati corrispondono alla giurisprudenza e alla teologia
dominatica. Se cioè l’amministrazione della giustizia già per se stessa in
generale implica un richiamo alla prassi dialettico-retorica, è facile spiegare
come, in un’epoca in cui in Italia s’iniziava un rinnovamento della scienza
giuridica e incominciavano a sorgere scuole di diritto), si desse ora maggior
peso alla logica pratica, cioè a ima logica, la quale veramente mal si
distingue dalla retorica, ma nella teorica dell’argomentazione e nella topica
rimane pure conforme al solito materiale ch’era in uso nelle scuole di logica.
Come noi stessi per il nostro presente intento abbiamo potuto già da prima
(Sez. Vili, note 52 e 68) trovare la nostra fonte in passi che prendevamo dalle
Pandette, così sembra d’altra parte fL ) Vedi Savigny, GESCHICHTE DER ROMISCHEN
RECHTS IN MITTELALTER Geschichte dea Ròmischen Rcchts im MiUelalter [Storia del
diritto romano nel Medio Evo],. [trad. it., Torino, J, e Giesebrecht, De lìti, attui, ap.
Itiilos, Berlino, 1845, in -4° [ir. it. Pascal, già cit.]. che IN ITALIA lo
studio della grammatica filosofica e della retorica abbia conservato una
connessione ininterrotta con le materie giuridiche del DIRITTO ROMANO ) : e
sebbene noi preferiamo lasciar da parte l’aneddoto letterario, secondo il quale
tutto quanto lo studio del DIRITTO ROMANO a BOLOGNA avrebbe preso principio da
una spiegazione grammaticale della parola « As » 2S ) Ibid., Aristotelica
didicimus disciplina duarurn specierum commistione lertiam gigni minime. Rerum
etiam naturam puli nomino non posse, duo contraria simili in eodem esse vel,
quod trovava nel commento (li Hoezio alle C-utegorioo. Ma questa medesima
questione fu anche oggetto di una disputa che Anseimo sostenne a Magonza, e
della quale diede minuta relazione in una lettera al suo maestro Droone. Ecco
il nòcciolo della questione: Quando sussiste un’alternativa (p. es. tra lode e
biasimo), si può creder di cogliere il giusto mezzo, non facendo nè una cosa nè
l’altra; ma si obbietta in contrario, die il giusto mezzo è la unione degli
opposti (come p. es. il rosso è la unione di nero e bianco), dunque bisogna
pure scegliere per conseguenza una delle due cose, qualora non si voglia farle
tutte due al tempo stesso. Ma a ciò da capo si obbietta che il mezzo è
propriamente la negazione dei due opposti (dunque p. es. è impossibilius,
eandem essentium procreare. Quod veruni sit necne, quaerimus f Hbetorim., iib.
I]. M ° c ) Laudare enim vel vituperare necesse est. «Non laudabo, inquid, nec
vituperabo, cuoi medium faciam, quod nec laus est nec viluperatio. Est igilur
possibile utrum non lucere, ubi aliquod neutrum est invenire. Si medium,
inquam, ut dicitis, fecerilis, lune et utrumque. Constai enim medium ex utrisque,
ut ex albo et nigro rubrum, et ideo medium. Sicque in faciendo neutrum facietis utrumque. Utrum
ergo facere necesse est, quoniam in utro vel ulroque utrum non lacere possibile
non est». « Medium, inquid, ut dicitis, non ex utrisque, sed ex nega!ione
confìcitur utrorumque, ut non quod et album et nigrum illud rubrum, set quod
est neutrum, illud dicimus rubrum, sicque omne medium. Utrum ergo lacere
necesse non est, quia in meo neutro utrum vel utrumque possibile non est ». «
Si ex negatione utrorumque. medium confectum est, quod, ut dicitis, neutrum
est, non magis utrorumque quarti omnium rerum neutrum est. Quod bene perspectum
nichil est. Non enim magis ex albi et nigri negatione confìcitur rubrum, quam
cucii et lerrae ceterarumque rerum. Quia sicut est veritas ut, quod nec album
nec nigrum est, illud rubrum existat, sic quod nec caelum nec terra nec celerà,
illud esse rubrum a veritale non [58] discrepat, Quod aulem omnibus rebus
negatis nichil illarum est, illud res praedicari inpossibile est. Rcs vero,
quod non est illud, nichil esse necessario consequens est. Sicque in faciendo
(diquid facietis nichil. Utrum ergo facere necesse est, utrumque enim vel
neutrum impossibile vel nichil est. Epistola Anseimi ad Droconem (sic)
mugistrum et condiscipulos de logica disputatione in Gallia habitat. rosso,
quel che non è nè bianco nè nero); ma questa obiezione viene respinta, perchè
una tale negazione va di là dall’alternativa data (perchè allora si potrebbe
dire altrettanto bene, che è rosso, quel che non è nè cielo nè terra), e
metterebbe capo infine a una negazione di tutti gli opposti, cioè dunque a un
nulla. Il risultato è, per conseguenza, che nella presente alternativa bisogna
pure scegliere proprio un solo dei due termini. Abbiamo una prova ulteriore di
come la scienza del diritto entrasse in giuoco nello sviluppo della logica,
quando in due uommi eminenti di quell’epoca, Lanfranco e Irnerio, vediamo
presentarcisi, per così dire, ima unione personale di quei domìni. È infatti
incontestabile che Lanfranco dedica ampiamente e con buon successo la prima
metà della sua operosità, prima che scoppiasse la contesa intorno alla Santa
Cena, principalmente allo studio del diritto 291 ), sebbene non si possa, per
ragioni cronologiche, pensare a una relazione diretta, quale persino gli è
stata attribuita con lo stesso Imerio); ma in ogni modo, come risulta dalle
testimo"9 Milonis Crispini Vita Beati Lanfranci, c. 11, riprodotta dal
Mabillon, Acia Bened. [Sacc. VI, P. II], Tom. IX, p. 639 [PL, Ab annis
puerilibus eruditus est in scholis liberalium nrtium, et legum saecidarium ad
siate morern patriae. Adolescens orulor veteranos adversantes in uctionibus
causarum frequentar revicit, torrente facundine accurate dicendo. In ipsa
aetale sententias depromere sapuit, quas gratnnter Jurisperiti aul Judices vel
Praetores civitatis acceptabanl. Meminit horum Papiu (cioè PAVIA sua patria).
At cum in exsilio philosopharetur, accendit animum ejus divinai ignis, et
illuxit cordi ejus amor venie sapientiae. Notizie varie, specificamente
giuridiche, vedile nel Merkel, op. cit., p. 14 e 46 s. [12 s. e 35 ss. della
cit. trad. it.??J. 5 ") Roderti De Monte Auctarium ad chronicam Sigeberti
Gemblacensis ad anntan 1032 (Pertz, MGII): Lanfrancai Papiensis et Garnerius
socius eius, repertis upud APVD BONONIAM LEGIBVS ROMANIS quas Iustinianus....
emendaverat, Itis, inquarn, repertis, 9.
C. Prantl, Storia della logica in Occidente, II, manze, quella medesima
abilità dialettica, della quale fanno fede le battaglie da lui più tardi
sostenute contro i suoi avversari teologici, lo ha assistito di già fin
d’allora. Ma Imerio, e cbe con la sua comparsa segnò, com’è noto, per LA SCUOLA
O LO STUDIO DI BOLOGNA, il passaggio dal pruno’ periodo embrionale a una più
ricca espansione, viene, nelle glosse di Odofredo, designato espressamente come
«logico»; e la circostanza ch’egli sia stato antecedentemente maestro delle
arti liberali, spiega quella esagerata sottigliezza cb’è venuta a trovarsi
nelle sue glosse-’ Avendo d'altra parte lrnerio composto anche un Formularium,
a questo fatto dobbiamo connettere una osservazione preliminare, essersi cioè
venuta a creare una particolare ed estesa letteratura, la quale serviva
all’arte e alla prassi del notariato, e che valse a mantener viva per
l’avvenire la relazione tra la retorica in uso nelle scuole, e la materia del
diritto. Questi « F o r m u operam dederant eas legere et aliis exponere; sed
Garncrius in hoc « vero disciplinas liberales et litteras divi, tuis m Galli,s
multo* edoccns, tandem Beccum verni, et ibi mona, ehm facili* est [PL], Forse
tuttavia la obiezione croTologira sollevata dal Savigny [p. 25-6 della trad. it
|) e m generale fuor di luogo, se, dove si dice « socius », non pensiamo a
relazione personale, ma piuttosto a un comune atteggiaspirituale nei riguardi
della concezione del diritto. minorameli Uge 1 ldtima de in "tegrum
resti,utione "l", . 2, 22); Or, segnar,, plura non essent dicendo
super lege ista Dom.nus lumen } rnenus, quia loicus fui,, et mogister fui. In c
rifate istu in arti bus, antequum docerel in legibm, fecit imam g ssam
sopitisticun ?, quae est obscurior, quam sii textus. E (CoÌi% l, n /r^ miCa M,and. Urstis, Francoforte, 1585, p. 433
[Pebtz, >MGH, XX, 376]): l’etrus iste (se. Abailardus).... habuit.... primo
praeceptorem Rozelinum quondam, qui
primus noslris temporibus in logica sententi am vocum instiluil, et post
ad gravissimos viros Anshelmum Laudunenscm, GwUhelmum Campellensem Catalauni
episcopum migrans, ipsorumque dictorum pondus, tanquam sublilitatis acumine
vacuum iudieans, non diu sustinuit. Inde magistrum induens Furisius venit (v.
la Sez. seguente, nota 258). "') [Johannes Turmair detto] Aventinus,
Atinales Ducum Boiariae, VI, 3 (ed. Riezler. Hisee quoque temporibus fuisse
reperto Rucelinum Brilanum, magistrum Petri A belar di, novi lycaei conditorem,
qui primus scienliam (leggi sententinm) vocum sive dictionum insliluit, novam
philosophandi ciani invertii. Eo namque authore duo Arislolelicorum,
Peripateticorumque genera esse coeperunt, unum illud vetus, locuples in rebus
procreandis, quod scientiam rerum sibi vendicai, qttamobrem reales vocantur,
allerum noviim, quod eam distrahit, nominales ideo nuncupali, quod avari rerum,
prodigi nominum atque notionum, verborum videntar esse adsertores.
"") Joannis Saresbehiensis Metalogicon, (Opera, ed. Gilè?, V, p. 00
[ed. Webh. Naturata lamen tmiversalium hic omnes expediunt, et allissimum
negotium et maioris inquisitio-[Le notizie sul conto di Roscelino rivelano
Vastio degli avversari]. Ma poiché
Anselmo 31B ), che nella sua ortodossomania, inventò la squisita espressione di
« eretici della dialettica » e la usò a carico di Roscelino, dice, per cieca
passionalità o maligna esagerazione, che secondo quella opinione le sostanze
universali non sono nient’altro che un flatus vocis, sarà bene che noi accogliamo non senza
cautela anche le altre notizie comunicate da quello zelatore del realismo, tanto più che, come vedremo, se si sta ai
prodotti originali della sua dialettica, non si può ritener che fosse capace di
giudicare sopra questioni di logica; così pure egli non fa invero che dar
espressione al più intransigente odio partigiano, quando rampogna i seguaci di
Roscelino, perchè danno nis contro menlern auctoris esplicare nituntur. Alius
ergo consistit in vocibus; licei haec opinio curii Rocelino suo fere omnino iam
evanuerit. Alius sermones (v. sotto la noia 324) inluetur et ad illos detorquet
quicquid alicubi de universalibus meminit scriptum; in bue autem opinione
deprehensus est Peripateticus Palalinus Abaelardus noster, qui multos reliquit
et adhuc quidem aliquos habet professioni huius sectatores.... [iPL, 199, 874], Così anche nel Polycruticus (Opp., IV, p. 127
[ed. Webb, U, p. 142; PL, 199, 6651): Fuerunt et qui voces ipsus genera
dicerenl esse et species ; sed eorum inni explosa sententia est et facile cum
auclore suo evanuil (v. la nota 325). "*) Ansfxmi de fide Trin., c. 2 (ed.
Gerberon, p. 42 s. [PL, 158, 265J): llli utique nostri tempori dialeclici (imo
dialeclicae haeretici, qui non nii flatum voci putant esse universales
substantias, et qui colorem non aliud queunt inielligere quam corpus, nec
sapienliam hominis aliud quam animami prorsus a spiritualium quaestionum
disputatione sunt exsufflandi. In eorum quippe animabus ratio, quae et princeps
et judex omnium debel esse quae sunt in /tornine, sic est in imaginationibus
corporulibus obvoluta, ut ex eis se non possit evolvere, nec ab ipsis ea, quae
ipsa sola et pura contemplari debel, valcat discernere. Qui enim nondum intei
ligit, quomodo plures homines in specie sint uniis homo, qualiter in illa
secretissima et altissima natura comprehendet, quomodo plures personae.... sint uiius Deus? Et cujus meris
obscura est ad discemendum inter equum sinim et colorem ejus, qualiter
discernet inter unum Deum et plures relationes ejus? Denique qui non potest
intelligere aliquid esse hominem, nisi individuum, nullalenus intelliget
hominem, nisi humanam personam. Omnis enim individuus homo, persona est. Quomodo ergo iste intelliget hominem assumptum esse a
Verbo eie. la ragione in balia corporalibus imaginationibus : e in verità è
lecito sperare, tutt’al contrario, che proprio nulla ci faccia assurgere così
alto al disopra dell accidentalità sensibile, come il penetrare a fondo nell
universale contenuto concettuale delle parole, e che soltanto a questa maniera
ci sia aperta la via a un sapere effettivo, conquistato da noi stessi, mentre a
una ontologia soprannaturalistica è spesso indispensabile ima imaginazione
irretita nella sensibilità. E possiamo lasciar stare il rimprovero ridicolo,
mosso a Roscelino, ossia di non intendere come la pluralità degl’individui nel
concetto della specie sia una unità poiché anzi proprio questo è riuscito
invece a intendere Roscelino, che cioè la unità risiede nella parola
enimciatrice del concetto. Dovremo ora piuttosto rimettere, come si conviene,
le questioni nei loro veri termini, per quanto concerne le altre osservazioni
mosse contro Roscelino: vale a dire ch’egli fa confusione tra il colore di una
cosa e la cosa stessa, e tra le proprietà e i loro substrati, e parimente
ch’egli non si rende conto, come altro sia « Uomo », e altro il singolo uomo.
Infatti la prima osservazione può significare solamente che, secondo la
opinione di Roscelino, il concetto di una qualità, in quanto concetto, contiene
altrettanta universalità quanta ne contiene il concetto di una sostanza, in
quanto concetto. L’altra osservazione poi comprende, se la sfrondiamo di quella
interpetrazione odiosa che le dà il relatore, il semplice principio
fondamentale del nominalismo, che cioè obbiettivamente, nell’essere concreto,
esiste dappertutto soltanto l’individuale, mentre i concetti della specie e del
genere si trovano soltanto subbiettivamente nelle parole dell’uomo, che insomma
obbiettivamente gli universali non hanno esistenza separata dall’individuale.
Che per conseguenza la Trinità, come obbiettiva essenza di Dio, debba parimente
consistere di tre individui), è implicito in una tale veduta logica,
coerentemente svolta: e così fu che, analogamente a quanto era accaduto con
Berengario, la teologia venne a essere coinvolta nella lotta fra le tendenze
che si dividevano il campo della logica. Ma sembra che Roscelino in generale
abbia molto conseguentemente svolto sino in fondo da tutt i lati il suo punto
di vista, perchè altrimenti sarebbe difficile spiegare, come mai nelle scarse
informazioni che ci sono pervenute sul conto di lui, ci sia ancora una volta un
certo punto isolato, che ci rhuanda in pieno a quel medesimo principio: si
tratta cioè del concetto di parte, che Boezio aveva preso a considerare in vari
luoghi, e riguardo al quale, così per Roscelino come per l’Anonimo già
ricordato (nota 171 g), il momento subbiettivo è ugualmente il momento
decisivo; poiché la notizia, relativa al punto in questione 321 ), va intesa
nel senso seguente: Se p. es. il tetto dev’essere considerato come parte della
casa, si ha da riflettere che obbiettivamente, in “>) Ibid., Epist. n, 41,
p. 357 [PL quia Roscelinus clericus dicil, in Deo tres personas esse tres ab
invicem separatns, sicut sunt tres angeli, ita tamen ut una sit voluntas et
poteslas: aut Pulrem et Spiritum sanctum esse incarnatum, et tres deos vere posse
dici, si usus admilteret. *») Abaelardi [Dialectica, P. V*. liber] divisionum
et defin., p. 471 (ed. Cousin): Fuit aulem, memini, magislri nostri Roscellim
tam insana sentenlia, ut nullam rem purtibus constare velici, sed sicut solis
vocibus species, ila et partes adscribebat. Si quis aulem rem illam, quae domus
est, rebus aliis, pariele scilicet et fondamento, constare diceret (è questo il
solito esempio di divisione del tutto in parti, usato da Boezio, p. es. a p. 52
s. [in Porph. a se trami., I, 8; ed. Brandt, p. 154, 156; PL, 64, 80 s.] e a p.
646 [de divisione ; PL, 64, 888]), tali ipsum urgumentatione impugnabili: si
res illa quae est puries, rei illius quae domus est, pars sit, cum ipsa domus
nihil aliud sit quam ipse paries et tectum et fundamentum, profecto paries sui
ipsius et caeterorum pars erit. At vero quomodo sui ipsius pars fuerit?
Amplius, omnis [pars] naturaliter prior est loto suo : quomodo aulem paries
prior se et aliis dicelur, cum se nullo modo prior sit? quanto è una cosa, il
tetto è una entità perfettamente indipendente, poiché, nel riguardo della
obbiettività o dell’essere reale, quel che ci può essere, è appunto soltanto un
tetto di ca6a, e parimente soltanto una casa fornita di tetto (dato cioè che
debba essere realmente una casa); perciò, se il tetto fosse oggettivamente una
parte della casa, verrebbe a essere ima parte di quella che è ima totalità
obbiettivamente indivisibile, e pertanto, in seguito a tale indivisibilità,
finirebbe con l’essere anche una parte di se stesso: vale a dire che il
concetto di parte, dal punto di vista obbiettivo o dell’essere reale, conduce a
contraddizioni, e la couchiusione giusta è che il tetto viene caratterizzato
come parte esclusivamente dalle nostre parole, racchiudenti in sé i concetti,
sicché dunque il concetto di parte, come tale, si trova essere di spettanza
della espressione verbale subbiettiva. Lo stesso può ripetersi, anche
relativamente alla priorità della parte di fronte al tutto, poiché dal punto di
vista obbiettivo, in quanto è cosa, non è possibile che il tetto sia
antecedente alla unione obbiettivamente inscindibile di se stesso con qualche
cos’altro, poiché allora alla stessa maniera, a cagione della inscindibilità,
risulterebbe che il tetto sarebbe prima di se medesimo : sicché bisogna
conchiudere che anche la priorità del concetto di parte ha luogo solamente nel
pensiero subbiettivo. Ma, come anche questa idea di Roscelino fu malignamente
deformata da’ suoi avversari), così egli stesso l’applicò spiritosamente contro
il ra ) Abaelardi Epist. (Opera, ed. Amboes. [ed. Cousin; PL (Epist., Hic sicut
pseudo-Dialecticus, ita et pseudo-Christianus, cum in Dialeclica sua nullam
rem, sed solam vocem partes habere astruat, ita divinam paginam impudenter
perverlit, ut eo loco quo dicitur Dominus parlem piscis assi comedisse, partem
huius vocis, quae est piscis assi, non purtem rei intelligere cogatur. Che
questa lettera [indirizzata a Gilberto vescovo di Parigi] sia stata scritta da
Abelardo, o, com’è opinione del Du Boulay, da un altro intorno al 1095, è, per
quel che ri-mutilato Abelardo, da ciò prendendo occasione per assegnare,
coerentemente, all’atto intellettuale subiettivo anche il concetto di totalità,
poiché, modificandosi la consistenza obbiettiva di una unione inscindibile,
deve essere subito sostituita con una denominazione diversa la denominazione
che si conformava al suo concetto, e che allora non è più in grado di tener
saldo il pensiero soggettivo di una totalità" ')[c) conchiusione sopra
Roscelino ]. Che del resto il punto di
vista di Roscelino non fosse, in sostanza, affatto nuovo, risulta manifesto dal
confronto con quel che siamo venuti dicendo più sopra; soltanto che, dopo la
comparsa di Berengario, la idea che, nella questione degli universali e della
formazion dei concetti, si tratti solamente di parole, e dell’uso che ne fa
l’uomo, aveva pròvocato ima maggiore circospezione e una più aspra ostilità per
parte della ortodossia. C è invece un punto solamente, e forse anzi il più
importante, che, in seguito alla mancanza di fonti, ci rimane assolutamente
oscuro; nel passo sopraccitato di Giovanni da Salisbury, è fatta cioè una netta
distinzione tra coloro che riponevano gli universali nella « vox », e quelli
che li riferivano ai « sermones », e si soggiunge che Abelardo era di questi
ultimi. Ora, tenuto conto del valore gramguarda questo passo, indifferente; del
resto quanto è stato detto più sopra, nota 314, sembra avvalorarne
l’attribuzione [oggi infatti non contestata] ad Abelardo). [Il passo citato, in
Lue., XXIV, 421. ra ) Roscelini Epist. [ed. Remerà, p. ol I. S,,J forte Petrum
te appellavi posse ex consuetudine mentiens. Certus sum aulem, quod masculini
generis nomea, si a suo genere deciderit, rem solitam significare recusabit
Solent emm nomina propriam signìficationem ami tte r e, cum eorum significata
contigerit a sua perfeclione recedere. /Veglie emm ablalo tecto vel pariete
domus, sed imperfecla domus vocabilur. Sublata igitur parte quae hominem facit,
non Petrus, sed imperfectus Petrus appellandus es. maticale delle parole vox e
serrno, e antecipatamente riferendoci a quel che prenderemo a considerare più
sotto (Sez. seguente, note 308 ss.) a proposito di Abelardo, dobbiamo
senz’alcun dubbio congetturare che Roscelino, con veduta unilaterale, abbia
tenuto presente soltanto il concetto isolato, e pertanto, senz’avere riguardo
alla connessione della proposizione, abbia considerato le parole come concetti
compiuti 324 ); ma non sappiamo invece determinare se la teoria del giudizio
sia stata da lui semplicemente trascurala, o se forse egli non abbia contestato
anche direttamente il valore del giudizio, o quale procedimento abbia seguito,
nel portare così il nominalismo alle ultime sue conseguenze). Raimberto a
Lilla, e la logica « vecchia » di Ottone da CambraiJ. Ma proprio per l’epoca,
nella quale aveva fatto la sua comparsa Roscelino, possediamo una notizia
sommamente caratteristica, relativamente alla lotta delle tendenze sul terreno
della lo***) [Cfr., su questo punto, Ueberwec-Gf.yer]. Tra i più vecchi
nominalisti potrebbero pertanto essere riawicinati a Roscelino, per aver dato
un più unilaterale rilievo alla vox, quel tale Pseudo-Hrabano, Jcpa, l’Anonimo,
l’Anonimo del Cousin (nota 242), e l’Anonimo di S. Gallo, che ha rifuso il
libro De interpr., come pure in parte anche lo Scoto Eriugena; sarebbero invece
più affini ad Abelardo, per aver tenuto eonto del serrno e del rapporto
predicativo, Erico, l’Anonimo di S. Gallo, autore della monografia De
syllogismis, e Berengario. Sarebbe possibile, qualora Roseclino avesse re alm
ente avvalorato con argomenti questa orientazione unilaterale del nominalismo,
prender alla lettera la succitata espressione di Ottone (primus.... sententiam
vocum instituit ); ma risulta comunque da Giovanni da Salisbury, che i seguaci
del nominalismo non tardarono ad abbandonare questo punto di vista angusto;
soltanto non ci si può, come ha pur fatto già qualcheduno, esprimer nel senso
che Giovanni da Salisbury abbia dichiarato il nominalismo in generale ormai
spento; v. la Sez. seguente, note 76 ss. 150
gica 326 ). C’era cioè a Lilla un certo Raiinberto, che insegnava la
dialettica, al pari di « moltissimi altri », se**) Hekmajvni Narratio
Heslaurulionis Abbuliae Sancii Martini Tornacensis, riferita dal D’Acheby,
Spicilegium, ed. De la Barre, PL, 180, 41 ss.; MGH, XTV, p. 274-5]: Iam vero,
si scolae appropiares, cernercs magistrum Odonem nunc quidem Feripulelicorum
more cura discipulis dovendo deambulanlem, nunc vero Stoicorum instar
residentem, et diversus quaestiones solventem.... Sed cum omnium septem
libcruliurn artium esset peritus, praecipue tamen in dialeclicu eminebat, et
prò ipsa maxime clericorum frequenlia eum expetebat. Scripsit etiam de ea duos
libellos, quorum priorem, ad cognoscendu devitandaque sophismala valde utilem,
inlitulavit « Sopliistem », alterum vero appellavit libruiti « Complexionum »;
tcrcium quoque «De re et ente » composuit; in quo sol vii, si unum idemque sit
res et ens. In his tribus libellis.... non se Odonem, sed, sicut lune ab
omnibus vocabatur, nominubat Odardum. Sciendum tamen de eodem magistro, quod
eandem dialecticam non juxta quondam modernos (è questo, qualora non si
vogliano per caso invocare le parole citate il testo più antico dove si trovano
designati i nominalisti come moderni) in voce, sed more Boetii antiquorumque
doctorum in re discipulis legebat (dunque, in opposizione alla pretesa
innovazione, Boezio e Porfirio, in quanto realisti, vengon chiamati antiqui.
Unde et magister Baimbertus, qui eodem tempore in oppido Insulensi dialecticam
clericis suis in voce legebat, sed et alii quam plures magistri ei non parum
invidebant, et delrahebanl, suasque lectiones ipsius meliores esse dicebant;
quam ob rem nonnulli. ex clericis conturbali, cui magis crederent, haesitabant,
quoniam et magistrum Odardum ub antiquorum doctrina non discrepare videbant, et
tamen aliqui ex eis, more Alheniensium aut discere aut audire aliquid novi
semper humana curiositate studentes, alios potius laudabant, maxime quia eorum
lectiones ad exercilium disputandi, vel eloquentiae, immo loquacilatis et
facundiae, plus valere dicebant (Alcuni dunque desideravano di poter
congiungere tuttavia all’ortodosso realismo il virtuosismo formale dei loici
propriamente detti, cioè dei nominalisti). Unus itaque ex eiusdem ecclesiae
canonicis, nomine Gualberlus.... tanta sentenliarum errantiumque clericorum
varietate permolus, quendam pbitonicum (cioè un indovino rpyt/ion/cum]), surdum
et mutum, sed in eadem urbe divinandi famosissimum, secreto adiit, et, cui
magistrorum magis esset credendum, digilorum signis et nutibus inquirere
coepit. Protinus ille (mirabile dictu!) quaestionem illius intellexit,
dexteramque manum per sinistrae pulmam instar aratri terram scindentis
perlrahens, digitumque versus magistri Odonis scholam protendens, signifkabat,
doctrinam eius esse rectissimam ; rursus vero digìlum contro Insulense oppidum
protendens, manuque ori admota exsufflans, innuebat, magistri Raimberti
lectionem nonnisi ventosam esse loquacitatem. Haec dixerim, non quo pbitonicos
consulendos.... arbitrer..., sed ad redarguendum quorundam superborum nimiam
coudo le « moderne » idee nominalistiche (in voce), e costoro, insieme con i
loro seguaci, apertamente si atteggiavano ad accanita rivalità contro Oddone,
vescovo di Camhrai, il quale aveva ricostituito il chiostro di S. Martino a i
ournai, e ivi insegnava logica secondo lo stile « vecchio », cioè secondo
l’indirizzo realistico (in re). Ora, poiché ci sono diversi che dal fascino
della novità si sentivano attratti verso Raimberto, ma poiché nello stesso
tempo, bilanciando tra loro i pregi delle due scuole, non sembrava si potesse
ottenere im risultato ben determinato, uno dei canonici di Touruai si rivolse a
un indovino che godeva allora di gran fama. Questi, SEBBENE SORDOMUTO, intese
subito la questione che gli era rivolta, e con il linguaggio dei gesti si
pronunciò incondizionatamente nè altro
ci si poteva aspettare nel senso di
riconoscere come giusta ed eccellente la tendenza rappresentata dalla scuola
realistica di Oddone. Se del resto chi ci riferisce questa storia (l’abate
Ermanno, vivente a Tournai nella prima metà del secolo XII), il quale del pari,
da buon ortodosso, si professa naturalmente nemico della ventosa loquacità del
nominalismo, ricorda nello stesso tempo scritti di logica, composti da Oddone,
dobbiam certo deplorare ch’essi sieno andati perduti; puramente si può
congetturare che forse il « Liber complexionum » fosse semplicemente tolto di
peso da Boezio (de syll. categ.: v. la Sez. XII, note 131 ss.), e così pure che
il « Sophistes » sia stato putacaso in relazione più stretta con le polemiche
teologiche, o che, com’è possibile, si limitasse anche a ripetere le nozioni
esposte da Cassiodoro (Sez. XII, nota 182); praesumptionem, qui nihil aliud
quarentes nisi ut dicantur sapientes, in 1‘orphirii Aristolelisque libris magis
volimi legi suarn adinventitiam novitatem, quam Boetii caetcrorumque antiquorum
exposilionem. maggiore importanza può invece aver avuta lo ecritto « De re et
ente », poiché la questione, se res ed ens sien lo stesso, era ivi risolta certamente
in senso realistico, quantunque sia da presumere come la cosa più verisimile che tutto il complesso semplicemente si
limitasse a richiamarsi a un passo isolato di Boezio (Sez. XII, note 89
s.). Comunque, si potrebbe ammettere
tuttavia che il nominalismo rosceliniano di allora sia stato rappresentato in
un numero di scritti, più considerevole di quel che le nostre fonti non ci diano
a divedere; poiché, per siffatte notizie letterarie occasionali, siamo invero
quasi esclusivamente rimandati ad autori teologici, mal disposti sin da
principio, quali avversari di una minoranza ch’era loro sospetta, a parlare
lungamente di questa, e invece più propensi ad accordarsi con un Fulberto (nota
237) o un Lanfranco (nota 309) nella condanna della dialettica in generale.
Anselmo d’AOSTA (si veda): a) Vargomento ontologico Se pertanto ci volgiamo a
considerare) F inventore del concetto di haerelicus dialecticae e dunque il
rappresentante attendibile di una logica correttamente ortodossa, cioè Anseimo
[d’AOSTA, arcivescovo] di Canterbury, per prima cosa c’interessa soprattutto
quel così detto argomento ontologico, al quale egli deve la sua •") Così
dice p. es. Ildeberto da Lavardin, arcivescovo di Tours, Sermo (Opera, ed.
Beaugendre [PL Quidum enim in philosophicis jacultatibus qiumulam subtilitalem
inutilem vel inutilitatem subtilem quaerentes, quibusdam minutiis verborum in
cavillatione respondenles utunlur, quibus in disputatione uli, ossa Christi est
incinerare.... Ktsi enim deus convertii nos, arlium liberalium phanlusmatibus
uli, si in hac Scriptum voluerimus similiter sophistice incedere, odibiles Deo
erimus, strepitum ranarum Aegypti in terram Gessen traducere molientes. ra )
Quel che nella prima edizione costituiva il contenuto delle note 328-333, è
stato qui soppresso. pretesa gloria imperitura 33i ), e che, quanto al suo
contenuto teologico o speculativo, viene a cader fuori dai limiti che qui ci
sono imposti, dovendo fermarsi la nostra attenzione puramente sopra il suo
aspetto formale. Che in generale l’assunto di voler dimostrare la esistenza
obbiettiva di Dio, sia tutto quanto una pazzia (perciò anche lo Hegel, proprio
solamente nella sua qualità di neoplatonico ha ripreso per suo conto
l’argomento ontologico), è cosa ammessa da chiunque non sia filosoficamente già
prevenuto, a quel modo stesso che sicuramente si riterrebbe un controsenso
l’assunto di dimostrare per sillogismi la esistenza di un mondo obbiettivo; ma
che in quell’epoca antifilosofica e senza idee chiare potesse venir fuori un
tale tentativo, si spiega benissimo, soprattutto perchè c’era allora, come
sostitutivo della filosofia, solamente ima sfera culturale, limitata alla
teologia dommatica e ad un’abilità tradizionale nella logica delle scuole;
tostochè, per effetto delle controversie teologiche, ci si era dunque fatta
l’abitudine di unire tra loro questi due elementi, in tal maniera che si
tentava di dare un fondamento logico anche a singole frammentarie parti del
domma (v. sopra la nota 303), era semplicemente questione di coerenza, che a tale
formulazione si procedesse, incominciando subito da quello che, nella
professione di fede obbiettivamente dommatica, è il punto supremo. Ma era
perciò naturalmente da porre, quale condizione essenziale, che la posizione
dell’Autore si presentasse come un realismo logico, poiché a un nominalista,
che avesse informato il [La esposizione esaurientemente particolareggiata che
del pensiero di Anselmo è stata pubblicata da Hasse ( Anselm von Canterbury,
Lipsia), è informata a una costante sopravvalutazione della importanza di lui.
Cfr. del resto anche G. Runze, Der ontologische Gottesbeweis, kritische
Darstellung seiner Geschichte [« La prova ontologica della esistenza di Dio:
esposizione critica della 6ua storia»]. Halle.
proprio pensiero a una certa coerenza, non sarebbe venuto mai in niente
di dimostrare con parole subbicttivamente umane la esistenza obbiettiva di Dio
(abbiamo veduto più sopra, nota 272, per questo rispetto, un esempio molto
onorevole di circospezione); e questa connessione con il modo di vedere
realistico, è anche il solo motivo, che c’induce a menzionare questi tentativi
di dimostrazione, al loro primo comparire (cfr. anche la Sez. seguente, nota 94
a); perciò siamo anche ben contenti di rinunziare per tutt’i successivi sviluppi, nei quali
vien meno il punto di vista della logica formale, con la relativa distinzione
di contrastanti tendenze a ricordar le
diverse trasformazioni, per le quali è passato l’argomento ontologico (p. es.
nella filosofìa di Cartesio, Leibniz, Wolff, Mendelssolm, ilaumgarten, Kant).
Anseimo si atteneva, nè altro c’è da aspettarsi da un discepolo di Lanfranco,
al punto di vista, secondo il quale il sapere ha, nella fede cristiana, la
propria condizione e il proprio limite) ; per conseguenza, egli trova, di
fronte al pensiero, una realtà incondizionatamente obbiettiva, nel riguardo
intellettuale già bell’e compiuta, sì che a questa realtà obbiettiva il
pensiero può semplicemente o partecipare o non partecipare: Anseimo, cioè,
com’è di per sè chiaro, in logica è un realista. E il singolare desiderio di
costringere irrevocabilmente il nostro pensiero a questa partecipazione in
senso obbiettivo, cioè d’imporre per forza di dimostrazione il punto di vista
realistico al pensiero umano, è il motivo fondamentale dell’argomento
ontologico 336 ) : ar’“) Epist., Il, 41 (Opera, cd. Gcrberon, Parigi, 1675), p.
357: Chrisliunus per fidem debet ad intellectum proficere, non per intelleclum
ad fulem accedere, aul, si intelligere non valel, a fide recedere. Sed cum ad
intellectum valel perlingere, deleclalur, cum vero nequit, quod capere non
potest, veneralur [PL], ”*) Broslogion, c. 2, p. 30 [te6to curato dal Daniels:
Beitrage del Baumker, voi. "Vili, fase. I-IIJ : Convincitur ergo etiam
insipiens gomento clie ci offre lo spettacolo della massima contraddittorietà,
dovendo invero per esso 1 obbietlivismo sistematico più rigoroso, ricevere,
come tale, proprio un fondamento subbiettivo. il controsenso di questa
intrapresa consiste dunque nel proposito stesso del realista, il quale, mentre
a priori riconosce l'ideale solamente come obbiettivo, vuole dimostrarne la
esistenza obbiettiva ancor soltanto con mezzi subbiettivi; ora un tale
controsenso fu scorto cou perfetta esattezza da G a unilone (monaco
nell’abbazia di Marmoutier [Tours]), come dimostra la sua aff ermazione che
l’argomento varrebbe altrettanto bene anche per provare la esistenza di
un’isola incondizionatamente perfetta 337 ), poiché, di fatto, con la medesima
formula il realismo avrebbe poesie vel in inlellectu aliquid quo nihil maius
cogitari palesi, quia hoc, cum audii, intelligil; et quicquid inlelligitur, in
inlellectu est. Et certe id quo maius cogitari nequit non palesi esse in solo
inteileclu. Si enim vel in solo inlellectu est, potest cogitari esse et in re,
quod maius est. Si ergo id quo maius cogitari non potest est in solo
inlelleclu, id ipsum quo maius cogitari non potest est quo maius cogitari
potest. Sed certe hoc esse non potest. Existit ergo procul dubio aliquid, quo
maius cogitari non valet, et in intellectu et in re [PL, 158, 228J. Liber apologeticus contro Gaunilonem [testo
c. s.J : Ego dico: si vel cogitari potest esse, necesse est illud esse. Nani
quo maius cogitari nequit, non potest cogitari esse nisi sine initio. Quicquid
uutem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse. Non ergo quo maius cogitari
nequit, cogitari potest esse et non est. Si
ergo cogitari potest esse, ex necessitate est, e via dicendo, con grossolana
continua confusione tra cogitari ed esse [PL, 158, 2491. U! ) Liber prò
insipiente, c. 6 (Anselmi Opp., p. 36 [testo c. s.]): aiunt quidam ulicubi
oceani esse insulam, quam ex difficultale vel potius impossibilitate inveniendi
quod non est cognominanl aliqui perditam, quamquam jabulanlur.... universis
aliis.... usquequaque praestare. Hoc ita esse dicat mihi quispiam.... At si
lune vel ut consequenter adiungat ac dicat: non potes ultra dubitare insulam
illam lerris omnibus praestantiorem vere esse alicubì in re, quam et in
intellectu tuo non ambigis esse, et quia praestantius est, non in intellectu
solo sed eliarn esse in re, ideo sic eam necesse est esse, quia nisi fuerit,
quaecunque alia in re est terra, praeslantior illa erit; ac sic ipsa iam a le
praestantior intellecta praestantior non erit , si inquam per hacc ille mihi
velil astruere de insula illa, quod vere sit, etc, etc. [PL]. Più minute notizie sopra Gaunilone son date
da B. Hauréau, Singularités historiques et littéraires, Parigi tuto dimostrare
anche la esistenza reale di tutte quante le idee platoniche. Ma quando a ciò
Anseimo replica ch’egli non ha parlato già della esistenza del concreto, bensì
ha parlato proprio soltanto dell’ Incondizionato 338 ), si lascia
necessariamente prendere al suo stesso laccio; poiché si trova costretto a
ricorrer ora tuttavia a un’ascesa per gradi successivi, onde soltanto a poco a
poco ci eleviamo dal minore condizionato, mentalmente, sino al pensiero del
superlativo incondizionato 339 ) ; per conseguenza, come essere reale, questo
Incondizionato non può naturalmente avere se non una realtà che sia posta dal
pensiero; ma, da capo, con questa conchiusione molto male si armonizza invece
quel che dice d’altra parte lo stesso Anseimo, quando in ciascun pensiero, e
anzi espressamente anche nel pensiero drizzato verso cose concrete, distingue
mi aspetto puramente nominale (vox signìfìcans) e un intendere reale (id
ipsiirn quod res est), in maniera tale, che in quest’ultimo sia già implicita
la esistenza, ma nel primo sia possibile ogni assurdità 340 ); e infatti,
stando così le cose, non c’è *“) Apoi. c. Gaun., c. 3, p. 38: Sed tale est,
inquis, ac si aliquis insulam oceani etc . Fidens loquor; quia si quis
invenerit mihi [ aliquid] aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter
quo[d] maius cogitari non possit, cui optare valeat connexionem huius meae
argumenlationis, inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam
[PL]. “*) Ibid., c. 8, p. 39: Quoniam namque omne minus bonum in tantum est
simile maiori bono in quantum est bonum, patel cuilibel rationabili menti quia
de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex bis quibus aliquid maius cogitari
potest multum possumus conicere illud quo nihil potest maius cogituri,... Est igitur linde possit conici
quo maius cogitari nequeat | PL. M0 ) Prosi., c. 4, p. 31: Aliter enim
cogitatur res cum vox eam significans cogitatur, aliter cum id ipsum quod res
est intelligitur. Ilio ilaque modo potest cogitari Deus non
esse, isto vero minime. [Nella ed. Gerberon: Nullus quippe intelligens id quod
sunt ignis et aqua palesi cogitare ignem esse aquam secundum rem ; licet hoc
possit secundum voces, ita igitur nemo intelligens id quod Deus est....]
IS'ullus quippe intelligens id quod Deus est potest cogitare quia Deus non est,
licet haec verbo dicat in corde aut sine ulta aut cum aliqun estranea significatione
[PL bisogno, in generale, nè di ima prova della esistenza, nè di un’ascesa
all’Incondizionato, bensì non c è allora nient’altro da fare, che pensare
appunto ciascuna cosa dal suo lato obbiettivo reale. Con molta accortezza
perciò Anseimo non si addentra con una sola parola neanche nella più calzante
obiezione di Gaunilone; quest’ultimo rappresenta un nominalismo molto
ragionevole, quando dice eh è bensì vero che la vox da sola, come semplice vox,
cioè puramente come suono di lettere (dell’alfabeto), non contiene verità di
sorta, ma che nella Bfera della esperienza, dove il significato intelligibile
della parola viene connesso con cose note e commisurato a queste, si pensa
effettivamente nelle parole l’essere obbiettivamente reale, dovendosi dunque,
per quella sfera che trascende ogni esperienza, star contenti alla significano
perccptae vocis, che non implica in sè la esistenza obbiettivamente reale della
cosa significata 341 ). Dice cioè Gaunilone: nelle no*“) L. prò insip., c. 4,
p. 36[testo c. s.] : Neque enim aut rem ipsam [girne deus est] novi aut ex alia
possum conicere simili, quandoquidem et tu talcm asseris illam ut esse non
possil simile quicquam. Nam si de homine aliquo mihi prorsus ignoto, quem etiam
esse nescirem, dici lamen aliquid audirem, per illam specialem generalemve
notiliam, qua quid sit homo vel homines novi, de ilio quoque secundum rem ipsam
quae est homo cogitare possem. Et tamen fieri posset ut, mentiente ilio qui
diccret, ipse quem cogitarem homo non esset; cum tamen ego de ilio secundum
veram nihilominus rem, non quae esset ille homo sed quae est homo quilibet,
cogitarem. Nec sic igitur ut haberem fulsum istud in cogitatione vel in
intellectu, habere possum istud, cum audio dici « Deus » aut « aliquid omnibus
maius », cum, quando illud (cioè quell'uomo) secundum rem veram mihique notum
cogitare possem, istud (cioè Dio) omnino nequeam nisi tantum secundum vocem,
secundum quam solam aut vix aut nunquam potesl ullum cogitaci verum. Siquidem
cum ila cogitatur, non tam vox ipsa quae res est utique vera, hoc est
litterarum sonus vel syllabarum, quam vocis auditae significatio cogilelur, sed
non ita ut ab ilio qui novit quid ea soleat voce significavi, a quo scilicet
cogitatur secundum rem vel in sola cogilatione veram : verum ut ab eo qui illud
non novit et solummodo cogitat secundum animi molum illius auditu vocis
effeclum significationemque perceptae vocis conanlem effingere sibi. Quod
miruin est si unquam rei peritate potuerit. Ita ergo. stre parole abbiamo la
esperienza concreta convertita in concetti, e nelle parole possediamo anche la
forza di trascender la immediata realtà; ma tostochè questo accada, ci troviamo
esclusivamente nella sfera del pensiero, ed è fatica sprecata voler fare venir
fuori da questo, in quanto puramente subbiettivo, la esistenza obbiettiva del
pensato, perchè, proprio quando ci si volge al cogitavi, si rende manifesto che
esse e non esse appartengono alla sfera obbiettiva, sicché la prova ontologica
non prova niente, perchè va di là dal proprio campo, e così prova troppo. [b)
realismo anselmino, privo di fondamento scientifico, nel Dialogus de
veritate]. Se dunque l’argomento
ontologico è nato solamente perchè Anseimo non era riuscito a venire
logicamente in chiaro neanche del suo proprio punto di vista realistico, questa
medesima debolezza si mostra anche in quella professione di fede realistica,
cli’è contenuta nel « Dialogus de veritale s >. Già più sopra (nota 319),
nel passo indirizzato contro Roscelino, abbiamo veduto la espressione
schiettamente realistica «substantiae universales » ; ma proprio un tal modo
d’intendere impedisce naturalmente ad Anseimo qualsiasi comprensione di quel
che significhi la forma del giudizio logico: poiché, potendo egli sin dal
principio considerare la enuntiatio solamente come ricalcata sopra l’essere o
il non-essere obbiettivo, nemmeno in tale forma assegna alla enuntiatio stessa
la verità, ma questa trasferisce in modo esclusivo nella sfera obbiettiva, la
quale, lungi dall’esser vera nel suo presentarsi come oggetto del giudizio,
contiene invece solamente la nec prorsus al iter. adirne in intellectu nuo
constai illud haberi, cum audio intelligoque dicentem esse aliquid maius
omnibus quae valeanl cogitari. Haec de
eo quod somma illa natura iam esse dicitur in intellectu meo [PL]. causa della
verità del giudizio 342 ) ; Anselmo auzi espressamente irride alla forma del
giudizio: questo infatti com'egli si
esprime anche quando è in contraddizione
con lo stato di fatto oggettivo, continua pur sempre a essere un giudizio
giusto, per quanto si attiene puramente all’enunciare e al significare, mentre
la vera giustezza, cioè la stessa verità, risiede appimto solamente in quella
obbiettività, a raggiunger la quale, in senso obbiettivo, s’ha da tender con
uno sforzo, ch’è designato quasi come dovere morale 343 ) : poiché, dato che
tutte le cose ricevono Tesser loro solamente dalla suprema Verità 344 ),
Tessere stesso prende infine la forma di un *°) Dialogus de ventate, Magister.
Quando est numi intuì vera? Discipulus.
Quando est, quod enuntiat si ve affermando sive negando; dico enim esse quod
enuntiat, eliam quando negai esse quod tuta est; quia sic enuntiat, quemadmodum
res est. An ergo libi videtur, quod res enunliata sit veritas enunlialionis?
Non. Quare? Quia nihil est veruni, itisi
participando verilatem: et ideo veri veritas in ipso vero est; res vero
enunliata non est in enuntialione vera, unde non ejus veritas, sed causa
veritatis ejus dicendo est [PL. "*’) Ibid., p. 110: XI. Ergo non est illi
[se. enuntiationi\ aliud veritas [?], quam reclitudo. Video quod dicis: sed doce me,
quid respotulere possim, si quis dicat, quod ctiam cum [ojratio significai esse
quod non est, significai quod dehet: ttariler namque accepit significare esse
et quod est et quod non est. Nam
si non accepisset significare esse eliam quod non est, non id significarci.
Quare eliam cum significai esse quod non est, significai quod debet. Al si,
quod debet significando, recto et vera est, sicut ostendisti, vera est oralio,
edam cum enuntiat esse quod non est. XI.
Vera quidem non solet dici, cum significai esse quod non est; veritatem tamen
et rectitudinem habet, quia jacil quod debet. Sed cum significai esse quod
est, dupliciter jacil quod debet: quoniam significai et quod accepit
significare, et [adì quod facta est. Sed secundum hanc rectitudinem et
veritatem, qua significai esse quod est, usu recto et vera dicitur enuntiatio,
non secundum illam, qua significai esse eliam quod non est.... Alia igitur est
rectitudo et veritas enuntiationis, quia significai ad quod significandurn
facta est: alia vero quia significai quod accepit significare. Quippe ista
immutabilis est ipsi oralioni: illa vero, mutabilis [ PL, p. 111-2: An putas
aliquid esse aliquando, autalicubi, quod non sit in stimma ventate, et quod
inde non accepcril quod est inquantum est: aut quod possil aliud esse, quam
quod ibi est? [PL], Dovere S4B ). Per conseguenza
risulta sì un fondamento unitario, semplicemente obbiettivo, della verità 346
), ma con quanto maggior energia vien dato rilievo all’ apprendimento
esclusivamente spiritualistico di quello), tanto meno si riesce a capire, come
mai rimanga ancora una qualsiasi funzione di principio alla forma logica del
giudizio. [c) punto di vista compassionevolmente basso, nel Dialogus de
grammatico]. Ma quanto poco accuratamente elaborata sia stata in generale
nell’opera di Anseimo la concezione della logica, appare manifesto con la
massima chiarezza dallo scritto intitolato « Dialogus de grammatico » 34S ). È
vero che si tratta semplicemente *“) : In rerum quoque exislemia, est simililer
vera vel falsa significano ; quoniam eo ipso quia est, dicil se debere esse
[PL], Con quest’affermazione è connessa anche la totale identilicazione che
Anseimo stabilisce tra il Non-essere reale, ovvero il Nulla che è, da una
parte, e, dall’altra, il Male ( Epist., II, 8, p. 343 s. [PL), onde,
confrontato con lo Scoto Eriugena (note 133 ss.), egli fa una più risoluta
professione di realismo platonico. '“) Ibid., c. 13, p. 115: Si recliludo non
est in rebus illis, quae debent rectiludinem, nisi cum sunt secundum quod
debenl, et hoc solum est illis rectas esse, manifestum est, earum omnium unam
solam esse rectiludinem.... Quoniam illa (se. veritasj non in ipsis rebus, aut
ex ipsis, aul per ipsas, in quibus esse dicitur, habet suum esse; sed cum res
ipsae secundum illam sunt, quae semper praesto est his, quae sunt sicut debent,
tunc dicitur hujus vel illius rei veritas IPL,Nempe nec plus nec minus continet
isla diffinitio veritatis, quam expediat, quoniam nomen reclitudinis dividii
eam ab ornili re, quae rectitudo non vocatur. Quod vero sola mente percipi
dicitur, sepurat eam a reclitudine visibili [PL]. **) Dice lo stesso Anseimo
(Prologus ad dial. de ver., p. 109 [PL): [edidi tractatum ] non inulilem, ut
puto, inlroducendis ad dialecticam, cujus initium est « De grammatico»: e da un
passo di SiciBKftTO da Gsmbloux (de scriptoribus ecclesiaslicis, c. 168), dov’è
ripetuta questa notizia (vedilo riprodotto dal Fabricius nella Dibl. eccl., p.
114 [PL, 160, 586] : scripsit.... alium librum inlroducendis ad dialecticam
admodum utilem, cujus initium est « De grammatico »), ha avuto origine la
opinione erronea, ch’egli abbia scritto una particolare « Introducilo in
dialecticam ».di un esercizio scolastico, composto da Anseimo, come dice egli
stesso, soltanto in considerazione delle solite numerose trattazioni analoghe 3
'* 9 ) ; ma mentre ci è ignoto se quegli altri scritti consimili sieno mai
stati migliori, scorgiamo in ogni caso che questo di Anseimo si tiene a un
punto di vista compassionevolmente basso. Poiché è un continuo insulso giocare
con proposizioni ricavate da Boezio, e apprese macchinalmente, senza trarsi
fuori dalla tediosa fatica di scovare in un primo tempo difficoltà, là dove un
uomo ragionevole non ne saprebbe trovare, e poi da capo presentarne la
soluzione adeguata; insomma è il
prodotto di una erudizione scolastica estremamente limitata, tanto meschino
quanto lo scritto ricordato più sopra di Gerberto; e di un qualche impulso che sia
da esso derivato allo studio della dialettica, si può tanto meno parlare, in
quanto che, persino relativamente alla questione che divideva il campo della
logica in contrarie tendenze, si presenta estremamente ottuso e scolorito.
Tutta la trattazione si volge intorno alla questione, se « grammaticus » sia
sostanza o sia qualità, dato che ima e l’altra alternativa debbano entrambe
esser ammesse, ma non sia possibile che sieno in pari tempo tutt’e due vere 35
°). Ma alla risposta ragionevole, che **) Diulogus de grammatico, Tamen quoniam
scis, quantum noslris temporibus diulectici certent de quaestione a te
proposila, nolo le sic his quae diximus inhaerere, ut ea perlinaciter teneas,
si quis validioribus argumentis haec destruere et diversa valuerit astruere:
quod si conti gerii, saltem ad exercitationem disputandi nobis haec profecisse
non negabis [PL, . B °) lbid., c. 1, p. 143: De grammatico peto ut me cerlum
jacias, utrum sit substantia an qualitas, ut, hoc cognito, quid de aliis quae
similiier denominative dicuntur, sentire debeam, agnoscam. La questione ha la
propria fonte in Boezio (p. 121 [in Ar. praed., I; PL, 64, 171-2]), il quale,
dove nelle Categorie vien citato grammaticus come denominalivum da grammatica,
nomina nel commento Aristarco quale esempio di grammaticus, e inoltre, nel trattare della categoria della
sostanza (p 134 [ibid.; PL, 64, 189]), espressamente riconduce grammaticus su
su ad animai, mentre è da agli. cioè son pur vere tutte due le alternative, ci
si arriva per via indiretta nel modo più artificioso 351 ). Alla opinione di
chi ammette che « grammaticus » è sostanza, perchè invero il grammatico è un
uomo, ma l’uomo è sostanza, si contrappone cioè anzitutto un sillogismo
deforme, il quale ha per conchiusione che nessun grammatico è uomo 352 ) :
conchiusione, che per prima cosa viene confutata con l’argomento, che alla
stessa maniera potrebbe anche dimostrarsi che nessun uomo è un essere vivente
353 ) ; ora soltanto a tale argomento vien disgiungere che (p. 185 s. [i6., HI;
PL, 64, 256-7J) per la categoria delia qualità, grammuticus era diventato
l’esempio stereotipato. Perciò Anselmo pone ora una accanto all'altra come
reciprocamente contraddittorie le seguenti espressioni: Ut quidem grammaticus
prò betur esse substantia, sufficit quia omnis grammaticus homo, et omnis homo substantia
(cfr. Boezio [ad Porph. a se fransi.], p. 63 s. [probabilmente si deve leggere
36 6.: lib. H, c. 11; ed. Brandt, p. 103-4; PL, 64, 57]).... Quod vero
grammaticus sit qualitas, aperte jatentur philosophi, qui de hoc re
tructaverunt, quorum aucloritalem de his rebus est impudenlia improbare. Item quoniam necesse est, ut
grammaticus sit aut substantia aul qualitas.... Cum ergo alterum horum verum
sit, alterum jalsum, rogo ut julsìtatem detegens, aperius mihi veritatem [PL,
158, 561]. K1 ) Ibid„ c. 2: Argumenla, quae ex
utraque parte posuisti, necessaria sunt; nisi quod dicis, si alterum est,
alterum esse non posse. Quare non debes a me exigere, ut alteram partem esse
falsam ostendam, quod ab ulto fieri non potesti sed quomodo sibi invicem non
repugnent, aperiam, si a me fieri polest. Sed vellem ego prius a te ipso
audire, quid his probalionibus tuis oblici posse opineris \ib., 561-2]. K ‘)
Ibid.: Ulani quidem propositionem quae dicit, grammaticum esse hominem, hoc
modo repelli existimo : quia nullus grommati• cus potest intelligi sine
grammatica, et omnis homo polest intelligi sine grammatica. Item, omnis
grammaticus suscipit magis et minus (questo è ricavato da BOEZIO, p. 186 [in
Ar. Praed., Ili; PL, 64,
257]), et nullus homo suscipit magis et minus: ex qua utraque contextione
binarum propositionum conficitur una conclusio, id est, nullus grammaticus est
homo [PL, 158, 562]. * sl ) C3, p. 143 s. : Non sequitur.... Contexe igitur tu
ipse quatuor.... propositiones.... in duos syllogismos:... « Orane animai
polest intelligi praeler rationalitatem; nullus vero homo potest intelligi
praeter rationalitatem>. Item: que multipliciter appellatur.... Et communis
est multiplex appellatio, edam in his nominibus, quae veluti genera de
speciebus dicuntur;e (p. 183 [ibid., PL): Grammatici enim a Grammatica
nomìnantur, atque hoc est in pluribus, ut posilo nomine, si quid secundum ipsas
qualitales, quale dicilur, ex his ipsis qualilatibus appellatio derivetur. Etc . distinctis qualitatum vocabulis appellantur....
Così neanche Anseimo oltrepassa dunque assolutamente la limitata sfera delle
fonti sin qui note, e se si fosse già fin d’allora conosciuta la traduzione
degli Analitici, è da credere che in generale tali disquisizioni sarebbero
state impossibili. Anseimo tuttavia non ci consente ancora di gustare subito la
sua concezione realistica, bensì ancora per qualche tempo ci mena strascicando
attraverso uno sciocco gingillar con le parole. Se cioè si obietta che «
grammatico » e « uomo » vengono per conseguenza a essere ugualmente predicati
significativi, e che pertanto il primo abbraccia del pari in una unità reale il
concetto di uomo e il concetto di grammatica
tale obiezione dev’essere ora confutata con la considerazione, che allora
« grammatica » non sarebbe accidente, ma differenza sostanziale, il che
dovrebb’essere altrettanto vero di tutte le qualità simili: e così pure ne
risulterebbe la illazione che un non-uomo, il quale fosse grammatico, dovrebbe
allora proprio perciò essere nello stesso tempo uomo 364 ) ; inoltre bisogna
ben riflettere appunto sopra la forma di aggettivo che ha la parola
grammaticus, poiché se « uomo » fosse già per sè contenuto in « grammatico »,
potrebbe darsi che, con la sostituzione, si dovesse continuar a ripetere
all’infinito la parola « uomo », e in generale si sconvolgerebbe il punto di
vista proprio degli appellativi derivati, perchè allora p. es. anche hodiemus
dovrebb’essere un verbo 363 ). J C. 13, p. 14 ì: Sicut enim homo constai ex
ammali et rationalitate et morlalitale, et idcirco homo significai liaec trio,
ila grammatici^ constai ex homine et grammatica; et ideo nomen hoc significai
utrumque.... M. Si ergo itti est, ut tu
dicis, diffinitio et esse grammatici est « homo sciens grammalicam ».... Non
est igitur grammatica accidens, sed substantialis differentia; et homo est
genus, et grammaticus species: nec dissimilis est ratio de albedine, et
similibus accidentibus: quod falsum esse totius artis traclatus ostendit
((BOEZIO fin Porph. a se transl., IV, 1: ed. Brandi, p. 239 ss.; PL, 64, 115
ss.], p. 79 ss.).... Ponamus, quod sit animai aliquod rationale, non tamen
homo, quod ita sciai grammalicam sicut homo ... Est igitur aliquis non homo
sciens grammaticam.... At omne sciens grammalicam est grammaticum.... Est
igitur quidam non homo grammaticus.... Sed tu dicis in grammatico intelligi
hominem.... Quidam ergo non homo est homo quod falsum est [PL, 158, 571-2], )
Jbid. : Si homo est in grammatico, non praedicatur cum eo simul de aliquo...;
non enim apte dicitur, quod Socrates est homo animai (Boezio [loc. ult. cit.,
II, 6: ed. Brandt, p. 192; PL Dopo che si dà così
per dimostrato che grammatica* non chiude in sè unitariamente la sostanzialità
dell’uomo, bensì vale soltanto quale significazione adeguata della grammatica,
deve adesso chiarirsi ancora tuttavia in qual modo grammaticus sia puramente un
appellativo mediato dell’uomo; e ciò si fa, con il più balordo scambio di
concetti attributivi, mediante questo esempio, che cioè, se ci sono, uno
accanto all’altro, un cavallo bianco e un bove nero, dicendosi senz’altro S, qUoJ 7. homo solus, i. e. sine grammatica,
est gromma auinno f b ‘ m °' l,S,ntell W POtest: uno vero, altero falso. Homo
quippe (questo e il verni modus) solus, i. e. absque grammatica est qiTnecToh
Ter habe ^ ^ m maticam: grammatica namque, nec sola nec cum honune. habet
grammaticum. Sed homo so irammn ' grammat,ca ««* grammatici; quia, absente
grammatica, nullus esse grammatici potest (il falsus modus consi alerebbe cioè
ne 1 intender quella proposizione nel senso che non per^ r „a n n e ted a n>
^amniotica alla sostanza 7 ». stante dell uomo): sicut qui praecedendo ducit
alium, et so . 1 praevius, quia qui sequitur non est praevius,... et solus non
lvL pr i5T l 5m l, !cr n T f qui T‘ evius esse non P° test la prima delle due
alternative viene utilizzata per la professione di fede realistica, e qui
Anselmo aderisce, con l’accento di chi si rassegna di mala voglia, alle idee
dei dialettici aristotelici, per salvare almeno quel che poteva essere salvato,
poiché, visto che le Categorie godevan pure di ima così grande autorità, da non
poter essere del tutto rigettate, bisognava far il tentativo d’interpetrarle in
senso realistico. Dice Anselmo cioè, che designare il grammatico esclusivamente
come qualità, è giusto soltanto dal punto di vista delle Categorie
aristoteliche, poiché in quest’opera si tratta in verità non dell’essere reale
delle cose stesse, e neanche della designazione puramente appellativa mediante
parole, bensì delle voces significativae (v. sopra la nota 363), in quanto che
queste significano immediatamente l’essere sostanziale in se stesso: e perciò è
giusto che tra i dialettici sia rimasto in uso di tenersi puramente nell’orbita
di questa significazione sostanziale, cioè di servirsi del grammatico, soltanto
com’esempio di qualità 3T0 ) ; peroc”“) C. 16: Cum vero dicitur, quod
grammaticus est qualilas, non recte, nisi secundum tractatum Aristotelis de
categoriis, dicitur. C. 17: D. An aliud habet ille tractatus quam « omne quod est, aut est
substantia, aut quantitas, aut qualilas, etc. » (BOEZIO [in Ar. Praed., I;
PL).... M. Non tamen fuit principalis
intentio Aristotelis, hoc in ilio libro ostendere, sed quoniam omne nomen vel
verbum atiquid horum significai; non enim intendebal ostendere, quid sint
singulae res, nec qiiarum rerum sint appellalivae singulae voces, sed quorum
significativae sint. Sed quoniam roces non significant nisi res, dicendo quid
sit quod voces significant, necesse fuit dicere quid sint res.... De qua
significatione videtur libi dicere, de illa qua per se significant ipsae voces,
et quae illis est subslantiulis, an de altera, quae per aliud est, et
accidentalis? D. Non nisi de ipsa, quam
idem ipse eisdem vocibus esse, diffiniendo nomen et verbum (Boezio [in de
interpr., ed. Becunda, I, 1: rdiz. Meiser, Pare Post.,
p. 13 ss. ; PL, 64, 398-9], p. 293 s.), assignuvil, quae per se
significant. M. An pulas.... aliquem eorum,
qui eum sequentes de dialectica scripserunt, aliter sentire voluisse de hac re,
quam sentii ipse? D. Nullo modo eorum scripta hoc aliquem opinari
permilliinl: quia nusquam invenitur aliquis eorum posuisse aliquam vocem ad
ostendendum aliquid quod significet per aliud, sed semper ad hoc quod per se
significai [PL, chè, in questo senso realistico, il grammatico, per rispetto
alle categorie, è, parimente dal punto di vista del linguaggio come nella
realtà, una qualità laddove, fatta
astrazione da questa considerazione dialettica, la quale tuttavia deve pertanto
contenere Tessere essenzialmente sostanziale, ciò che rimane è solamente il
campo della comune maniera di parlare appellativa, nella quale il grammatico è
chiamato «uomo»: non diversamente p. es., nel considerare le forme
grammaticali, è giusto chiamare maschile il sasso, mentre, nell’uso comune del
linguaggio, non c’è nessuno che designi il sasso come mi essere mascolino 3n ).
Dunque Anseimo scorge bensì nelle categorie un pòtere formale, ma lo riferisce
esclusivamente alla Tabula logica, già obbiettivamente data, dell’Essere
sostanziale. Ma quanto rozzamente ciò da lui sia stato inteso, appare manifesto
dalla concliiusione dello scritto, dove si discute ancora la questione, se una
sola cosa possa cadere sotto più categorie; poiché, quando p. es. si dice c ìe
armatus può anche rientrare nella categoria della sostanza, perchè l’armato ha
in sè una sostanza, vale a In C ' 18, U s .: Si crgo proposila divisione
oraefata (cioè L!X n 7 e ;' leCÌ categorie), quaero a te, q uid sii grammaticm
secundum hanc divisionem, et secundum eos. qui illuni scribendo D P™lT2Z
qUUn,Ur t: qU,d QUaer0 ’ ° Ut QUÌd mihi rospondebi? _ -A " ÌUC P ° test
quaeri ’ nisi de voce aut de re quam significati quare, qu ia constai
grammaticum non significare respondebo^i '"'“'"'T hominem sed
grammaticum, Incuneiamo Tve^oauàerlde de V ° Ce ' quu ) vox significans quali
totem, si vero quaens de re, q uia est q ualitas.... Quare si ve quaeralur de
yZZlil Ve J e,lf’ CUm quuer,tur quid sit gr animai-ras secundum A ristoici s
tractatum et secundum sequaces ejus. recte respóndZr -Mila' "t t * men s f
cundum oppellationem vere est subslanliu. scribuntd emm V Vere " OS debet
' quod d ulectici ahler utùmur InLc J bUt S0C ‘,ndum quod sunt
significativae,,diter eis dèi Idi //T '" secun dum qiwd sunt appellativae:
si et grommatic ahud dietim secundum formam vocum. aliud secundum reium
naturam. Dicunt quippe lapidem esse mascolini generis.... cum tu rno dicat
lapidem esse masculum [PL, dire le armi, cou ciò si tocca veramente il colmo
della incomprensione della logica; e a noi piace chiudere con la sentenza che
Anselmo pronuncia su tale argomento, essere difficile cioè ( poiché non vuole
affermare neanche questo con assoluta certezza ) che una cosa, la quale eia un
tutto uno, possa cadere sotto più categorie, laddove invece una parola,
includente più significati, può ben essere considerata, come non unitaria, dal
punto di vista di più categorie: tal è p. es. il caso di albus, ch’e di
pertinenza così della categoria della qualità, come anche di quella dell’avere.
Cosi quest’ottuso realismo s’inviluppava, per la sua propria impotenza, in
difficoltà, che in generale, per chi consideri le questioni secondo un criterio
realmente logico, sono inesistenti, e tutto l’atteggiamento di Anseimo ci
appare soltanto come un documento di una congenita disgraziata disposizione,
dalla quale è affetto, in ordine alle questioni di logica, l’oggettivismo
realistico. [§ 35. Grado ancor basso di
sviluppo del contrasto FRA LE TENDENZE. ONORIO DA AUTUN. Ma ili generale sembra
in quel tempo, cioè al limite fra l’XI e il XII secolo, essersi manifestato,
quale risultato di più Nam, si grammaticus est qualilus, quia significai
qualitatem, non video cur armalus non sit substantia,... quia significai
habentem substantiam, i. e. arma:... sic grammaticus significai habere, quia
significai habentem disciplinam. M.
Nullalenus.... negare possum, aut armatum esse substantiam aut grommaticum
[esse] habere.... Rem quidem unam et eamdem non puto sub diversis apiari posse
praedicamentis, licet in quibusdam dubitari possit: quod majori et altiori
disputationi indigere existimo (saremmo stati in verità smaniosi (li leggerla,
questa altior disputatio).... Unam aulem vocem plura significamela non ut unum,
non video quid prohibeat pluribus uliqucndo supponi praedicamentis, ut si albus
dicitur qualitas, et habere [PL], Successivamente si prende ancor in esame il
concetto di albus, per sostenere ch’esso non è unitario, ma risulta appunto da
qualitas e habere appiccicati insieme. e meno recenti controversie logiche e
teologiche, un contrasto, ancora dichiaratosi in maniera anzichenò grossolana,
tra nominalisti e realisti: si era cioè incapaci, all’infuori da questi due
punti di vista, di prenderne in’ considerazione alcun altro, come pure si
enunciava ciascuno di quei due unilateralmente, ancora in forma estrema e per
così dire grezza. Uno svolgimento di gran lunga più ricco e meglio
disciplinato, ce lo presenteranno di già subito i prossimi decenni, e più che
mai 1 epoca ulteriore, che per il momento preferiamo tuttavia passar del tutto
sotto silenzio. La usata logica delle scuole poteva anzi esser allora intesa da
alcuni singoli scrittori in maniera tale, che rimanesse ancor affatto immune da
qualsiasi influsso del contrasto fra le tendenze, e qual esempio di assoluta
ingenuità, così per questo rispetto come relativamente alla logica in generale,
possiamo, per chiudere questa Sezione, citare ancora, del principio del secolo
XII, alcune amene osservazioni di Onorio da Autun, il quale rappresenta le
sette arti liberali come altrettante sedi dell’anima: ed ecco tutto ciò che, a
tal proposito, egli sa metter avanti, relativamente alla dialettica: per cinque
porte (le quinquc voces) si entra nella vera e propria fortezza (cioè le dieci
categorie), dove stan pronti due campioni, vale a dire il sillogismo categorico
© quello ipotetico, che Aristotele ha armati nella Topica e ha portati poi, nel
libro de interpr., sul campo di battaglia, sicché ci si può qui metodicamente
addestrare nella lotta contro gli eretici S7S ). TO ) Honorii Aucustodunensis
de Animae Exsilio et Patria, c. 4, riprod. dal Pez, Thesaur. Tenia civilus est
Dialettica, multis quaestionum propugnando munita.... Uaec per quinque portas
adventantes recipit, scilicet per genus, per species, per differens, per
proprium, per accidens; unde et Isagogae introductiones dicuntur, quia per has
repatriantes introducuntur. Arx hujus urbis est substantia; turres
circumslantes novem sunt accidentia. In hoc duo pugiles sunt et litigantes
certa ratione dirimunt: Calhegorico et hypothetico Syllogismo quasi praeclaris
armis viantes muniunt. Quos Aristoteles
in Topica recipit, argumenlis instruit, in Perihermeniis ad lalum campum
syllogismorum educit. In hac urbe
docentur itineranles haereticis, et aliis hostibus armis rationis resistere
eie. [PL PROGRESSO GRADUALE VERSO LA CONOSCENZA COMPIUTA DELLA LOGICA ARISTOTELICA
Si colmano le lacune del materiale degli STUDI DI LOGICA, CON LA CONOSCENZA DEI
DUE ANALITICI e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici]. Dopo aver
detto più sopra che c’è un solo motivo di dividere in periodi la storia della
logica medievale, motivo che consiste per me nella misura estrinseca della
conoscenza, più limitata o più estesa, che si aveva degli scritti aristotelici,
e che la differenza di contenuto fra la precedente e la presente Sezione si
riduce in ultima analisi al fatto che sino al principio del sec. XII non erano
noti nè utilizzati i due Analitici e la Topica, insieme con gli Elenchi
Sofistici, mentre in seguito, a poco a poco, anche questi libri furon tratti
entro la sfera dei dibattiti sopra le questioni di logica, m’incombe ora qui per prima cosa il dovere di
fissare anzitutto precisamente quei dati di storia letteraria, che stanno a
fondamento della separazione. Per tutta questa Sezione, con la quale entriamo
nell’agitata epoca di Abelardo e procediamo sino al termine del XII secolo,
bisogna cioè in primo luogo metter sott’occliio l’àmbito del materiale di cui
disponevano gli studiosi di logica, e dal quale scaturirono le numerose
controversie di questo periodo, vale a dire bisogna mostrare che, e in qual
modo, a poco a poco, per un verso si pervenne alla conoscenza di tutta quanta
la produzione letteraria di Boezio, che aveva appunto tradotto l’Organon per
intiero, e per l’altro verso si apprestarono traduzioni nuove dei libri
suddetti: perchè, solamente dopo fatto ciò, potremo riferire quale attività si
sia svolta nel frattempo sopra questo terreno gradatamente ampliato. Che quella
suindicata limitazione sia effettivamente sussistita fino al principio del
secolo XII, si può forse darlo ora per dimostrato, sia dalle notizie positive,
addotte nella Sezione precedente, sia anche dall’assoluta mancanza di qualsiasi
accenno in contrario. Ma appunto, quanto più per questo periodo antecedente
invochiamo in nostro favore la forza dell 'argumentum ex silentio ’), tanto più
diligentemente abbiamo preso in considerazione anche le tracce isolate e per
così dire cancellate, di manifestazioni, dalle quali quel silenzio viene rotto,
a partire da un dato momento. Il punto critico si ha cioè, quando viene presa
conoscenza degli Analitici e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici*),
e per quanto ciò sia accaduto soltanto insensiCerto non deve perciò negarsi la
possibilità di nuove scoperte in qualche Biblioteca, dalle quali vengano messe
in luce notizie, contrastanti con questa nostra veduta; ma tuttavia si
tratterebbe sempre soltanto di casi isolati, senz’alcun indosso sopra lo
svolgimento generale della logica in quel tempo, perchè a riconoscere
l’andamento della logica in generale, sembrano sufficienti le fonti sinora
accessibili, ") Jourdain nelle sue Rechcrches critiques si era invero
proposto solamente il compito di ricercare le traduzioni nuove, venute fuori
nel Medio Evo, e poteva escludere dunque dalla propria considerazione questa
rivoluzione, in quanto essa concerne la conoscenza di Boezio: ma gli sono
sfuggiti testi d'importanza decisiva anche per quel suo intento particolare
bilmente e a poco a poco, ci si può bene aspettare che una conoscenza, sia pur
ancora frammentaria, di queste principali opere aristoteliche non sarà senza
connessione con lo studio della logica, fattosi ora più ricco e variato.
Giacomo da VENEZIA (si veda). Già una notizia che c del seguente tenore: un
tale Giacomo da Venezia [SI VEDA] tradusse dal greco i due Analitici, la Topica
e gli Elenchi Sofistici, e nello stesso tempo li corredò di un commento,
sebbene degli stessi libri ci sia stata una traduzione più antica » *), riguarda, come si vede, proprio quelle opere,
che il periodo precedente non aveva nè conosciute nè utilizzate: e, com’è da
rilevare da un lato, che l’informatore, appartenente egli pure al secolo XII,
era edotto della esistenza della traduzione, curata da BOEZIO, di quei
libri, poiché dove si parla di una traduzione
« più antica », non può alludersi se non a quella , è parimente chiaro, d’altra
parte, che quel tale Giacomo di VENEZIA (si veda) ignorava che la traduzione
stessa esistesse, e proprio da ciò era stato indotto a curar egli stesso la sua
propria versione di quei libri. Ma il paese, al quale siffatte circostanze
vanno ambedue riferite, è L’ITALIA. Prima ancora che si disponga del testo DEI
LIBRI ARISTOTELICI SU RICORDATI, TRAPELANO D’ALTRA FONTE NOTIZIE SPORADICHE. Si
DIMOSTRA CIÒ CON ARGO*) In nota a un passo di Roberto da Mont-St.-Michel
(Roberti de Monte Cronica, riprod. dal Pertz, MGH, Vili, p. 489), un
continuatore (cioè « alia manus », ma, come afferma il Pertz [rectiiu: L. C.
Bethmann]) osserva quanto segue: Iacobus Clericus de VENEZIA (si veda)
transtulit de Graeco in Latinum quosdam libros Aristolilis, et commentatili est;
scilicet Topica, Anal. priores et posteriores, et Elencos; quamvis anliquior
translatio super eosdem libros haberetur fPIL MENTI TRATTI dagli scritti di
AbelardoJ. Questa importante notizia, la quale contiene dunque elementi
relativi alla conoscenza di quelle opere, e inoltre nello stesso tempo elementi
relativi alla non-conoscenza delle opere stesse, non sta tuttavia così isolata,
come si eredeva 4). Una conoscenza di quei libri sembrerebbe cioè, ben è vero,
rimaner esclusa a prima vista da dichiarazioni di Abelardo, affatto categoriche
e di amplissima portata. Fatta astrazione dal lamento ch’egli leva, e che qui
non c’interessa, per la mancanza di una traduzione della Fisica e della
Metafisica di Aristotele 5 ) Abelardo
c’indica egli stesso espressamente le fonti della sua logica, e dice che la
letteratura in lingua latina, riguardante la logica, ha per fondamento sette
scritti, ripartiti fra tre autori: di Aristotele cioè si conoscono soltanto le
Categorie e il de interpr., di Porfirio la Isagoge, ma di BOEZIO sono in uso i
trattati de divisione, de differenti™ topicis, de syllogismo categ., de
syllogismo hypoth. b ); inoltre, anche una osservazione, tratta dagli, ora ’
®“P ra Giacomo da V., anche Ueberwec-Geyer, p. 146] .11I Cousin (Ouvr. inédits
d’Abélard, p. L ss, e anche Fragni. de pini, du moyen àge Parigi) è
assolutamente in errore, e dai passi di Abelardo che dovremo citare subito
appresso, trae conchiusioni, solamente in base al tenore delle parole,
estrinsecamente considerate, senza por mente al contenuto delle dispute intorno
ai problemi della logica. . “I Abaelardi Dialectica, negli Ouvr. inéd. (ed.
Cousin), p. 200: in l hysicis [et].... in his libris, quos Metaphysica vocat,
exequitur (se. Aristoteles). Quae quidem opera ipsius nullus adhuc translator
latinae linguue aptavit. Confido.... non pauciora vel minora me praestiturum
cloquentiae peripateticae munimenta, quam illi praestiterunt, quos latinorum
celebrat studiosa doclrina.... Sunt autem tres, quorum septem codicibus omnis
in hac arte eloquenza latina armalur. Aristotelis enim duos tantum,
Praedicamentorum scilicel et l J eri ermenias libros usus adhuc latinorum
cognovil; Porphyrii vero unum, qui videlicet de Quinque vocibus conscriptus,
genere scilicet, specie, differentia, proprio et accidente, introductionem ad
ipsa praeparal praedicamenta; BOEZIO autem qualuor in consuetudinem duximus
libros, videlicet Divisionum et [2291 Topicorum cum Syllogismis tam Categoricis
quam Hypotheticis. Quorum omnium summam noElenchi Sofistici, Abelardo la cita
una volta, soltanto di seconda mano, espressamente riferendosi a BOEZIO, come a
propria fonte 7 ). Mentre dunque Abelardo, com’è di per sè chiaro, da quei
passi di BOEZIO già più volte menzionati, doveva aver appreso esattamente quali
sieno i libri scritti da Aristotele, si direbbe ch’egli riconosca con le parole
ora riferite, in modo assolutamente inequivocabile, che non gli era possibile
far "uso delle traduzioni degli Analitici, della Topica e degli Elenchi
Sofistici. Ma tutto quel che ci è lecito conchiudere anche da questo
riconoscimento, si è che Abelardo non aveva a disposizione quelle opere
principali di Aristotele, perchè queste in generale non si trovavano tra gli
scritti entrati nell’uso (si ponga mente all’espressioni « usus.... cognovit »
e «in consuetudinem duximus »); vediamo cioè che allora in Francia, in tutti
quei luoghi, per i quali Abelardo si andò aggirando o dove in generale ci si
occupava di logica, non si possedeva un esemplare del testo genuino di quei
libri; poiché 6e se ne fosse posseduti, con l’ardore per gli studi di logica,
caratteristico di quell’estrae dialecticae textus pienissime concludet etc. Che
per Topica qui non sia da intendere nient’altro che lo scritto de diff. top., è
dimostrato, oltre che dalla esposizione che di questo ramo della dialettica si
trova nello stesso Abelardo, anche da una quantità di passi, dov’egli cita
punti singoli 'del de di/}, top. come « Topica» di BOEZIO, tout court: così, p.
es., lntrod. ad thcol. [ed. Amboes.], II, 12, p. 1078 [ed. Cousin, II, 93; PL,
178, 1065] (si riferisce al de diff. top., I, p. 858 s. [corrisponde a PL),
Theol. Christ. [ed. Martène], IU, p. 1281 [ed. Cousin, II, p. 488: PL] (si
riferisce c. s.). Sic et Non, c. 9, p. 41 della ediz. Henke e LindenkohI [PL
(de diff. top., II, p. 866 [PL, ]), ibid., c. 43, p. 105 [PL, 178, 1405] (de
diff. top., III, p. 873 [PL, 64, 1197]), ibid.. c. 144, p. 397 [PL] (de diff.
top., II, p. 867 [PL]). ') Dialect., ed. Cousin, p. 258: Sex autem sophismatum
genera Aristotelem in Sophisticis Elenchis suis posuisse, Boethius in secando
editione Peri ermenias commemorai (BOEZIO, p. 337 s. [in de inlerpr., Secunda
editio, II, 6: ed. Meiser, Pars Post., p. 133-4; PL, 64, 460 s.]). poca, li si
sarebbe certamente messi in piena luce. Non rimane invece esclusa in tali
circostanze la possibilità che qualche elemento di quegli scritti sia tuttavia
venuto altrimenti a conoscenza del pubblico dei dotti: e sol che si trovasse
anche una unica notizia soltanto, della quale si riuscisse a dimostrare che non
possa essere stata ricavata da uessun’altra fonte se non da uno di quei libri,
sarebbe fornita la prova che in qualche maniera, da qualche altra parte, dati
isolati ricavati dagli Analitici e dalla Topica sono filtrati nell’atmosfera
degli studiosi francesi di logica. Ma dimostrare per opera di quali uomini e in
quale maniera ciò sia accaduto, non è compito da assegnare a noi; è impossibile
fornir tale prova, anzi nemmeno possiamo designare la fonte locale. Che cioè al
tempo di Abelardo si fosse venuti a conoscenza di elementi staccati, tratti da
quegli scritti aristotelici che fin allora non erano ancora stati messi a
profitto, è cosa della quale possiamo trarre le prove precisamente da Abelardo
stesso, e anzi riferendoci non a un pimto soltanto, ma a parecchi. Abelardo
osserva una volta, a proposito della definizione del genus 8 ), che in
determinate circostanze anche l’individuo può fare da predicato, come p. es.
nella proposizione « hoc album est Socrates», oppure «/tic veniens est Socrates
» : una considerazione questa, che
sarebbe vano ricercare in tutta la serie dei commenti di BOEZIO, ma che si
trova bensì negli Analitici Primi, con letterale coincidenza di quelle
proposizioni esemplificative; e proprio di là questa notizia dev’essere venuta
anche a cono[Glossae in Porph., ibid., p. 560: videtur esse falsum, quod
individua de uno solo praedicenlur, cum hoc individuum Socrates de pluribus
habeat praedicari, ut « hoc album est Socrates », « hic veniens est Socrates».
Il luogo aristotelico corrispondente si trova negli Anal. pr., I, 27 (nella
traduzione di BOEZIO PL. scenza di vari altri cultori della logica 9 ).
Abelardo riferisce inoltre che ci son « molti » che traspongono la essenza
della definizione esclusivamente nella indicazione delle qualità 10 ) : e non sarebbe
il caso di dire che questa opinione è soltanto una conseguenza estrema ricavata
da un passo [delle Categorie] già da gran tempo conosciuto [nella traduzione di
Boezio] ll ), perchè un contemporaneo di Abelardo formula quella opinione
stessa in termini tali da ricondurci alla vera sua fonte, che troviamo soltanto
nella Topica di Aristotele 12 ). Abelardo poi, a proposito della controversia
intorno agli universali, usa inoltre una maniera di esprimersi (cioè
universalia « appellant in se »), spiegabile soltanto ove si ammetta che la
idea fondamentale di quei passi degli Analitici secondi, dove Aristotele tratta
di xaxà •) Che la cosa abbia dato occasione a una controversia di moda nelle
scuole, ai desume da Joh. Saresb., Metalog., II, 20 (p. 110, ed. Giles d. Webb;
PL]) : Hoc enim ex opinione quoTundam sensisse visus est Aristotiles in
Ancdeticis dicens (segue quel passo medesimo [cit. nella nota precedente]). ’”)
Dialect., p. 492: Unde multi, cum significationem substantiae hitjus nominis
quod est « homo » agnoscant, nec qualitates ipsius satis ex ipso percipiant,
tantum propter qualitatum demonstrationem diffinitionem requirunt. “)
Abistotele, Cut., 5 ; in BOEZIO, PL. L’autore dello scritto De generibus et
speciebus, dal Cousin attribuito a torto ad Abelardo (v. sotto le note 49 e
148), dice a p. 541 9.: Concedunt omnes, species ex differentiis constare....
Dicunl, omnes differentias esse in qualitate etc. In tale forma accentuata,
quest’ultima affermazione poteva esser ricavata solamente da Aristotele. Top.
(cioè dalla trattazione, che ivi si trova, della definizione, con la quale si
accordano poi altri passi), e ha dovuto in tal maniera appartenere al novero di
quelle notizie sporadiche, che ora contribuivano a moltiplicare, le
controversie scolastiche; l’autore del De gen. et spec. fa poi sforzatamente
risalire la idea ora citata a un altro passo di BOEZIO, p. 62 (ad Porph. [a se
transl., II, 5: cd. Brandt, p. 186; PL, 64, 93-4]), e dunque è certo che
possedeva come fonti solamente i testi universalmente diffusi. Invece Joh.
Saresb., loc. cit., p. 100 [edL Webb, p. 103; PL, 199, 880] mette già in
connessione con tale questione anche Sopii. El., 22, 178 b 36. 7tavTÓ£ e di xn
pr,ma d °° Magalo! bi >]U,S cairn istas
concedei ; « nllLl, Secunda figura coni,agii m > oni oe justum possibile est
! lum Possibile est esse bo zs‘?r, • *» : ìt . ’z *• vZ’-£z iz"tr;«,ur
Zssrzzzr 6 “ *5 (ibid., nota 5721 _ E-.-, . 41 jnstani esse». Sic et ..._ 6u veraciter
componi. ÉZpus enT n Td Syllog,smi
Ibid., c. 27, p. 183 [ed. Webb, p. 193; PL]: Ceterum conira eos qui
veterum favore potiores AristotiUs libros excludunt Boetio fere solo contenti,
possent plurima allcgari. ed. Webb,
p. 170-1; PL, 199, 919-20]: rosteriorum vero Analeticorum subtilis quidem
scientia est et paucis Ma come da questa lamentanza risulta naturalmente
manifesto che quei libri eran conosciuti, così d’altra parte viene riferito
ancora che la Topica aristotelica, da gran tempo trascurata, proprio allora è
stata, per così dire, richiamata da morte a vita 2S ) : e alla informazione,
secondo la quale questa idea di tirar fuori la Topica ha anche trovato a sua
volta i suoi oppositori, si collega anche l’altra notizia, concernente un certo
D r o g o n e, che non ci è ulteriormente noto, e che a Troyes manifestamente
lavorò attorno alla topica, secondo il modello di quella di Aristotele 2B ). [|
7. Nuove traduzioni dell’Organon, nella
Bassa Italia e nell’Impero Bizantino].
Ma per quanto concerne ora in particolare il venire in luce di
traduzioni nuove, si ricava in verità assai poco da una lettera di Giovanni,
che da Costanza richiede copie ingeniis pervia.... Deinde huec ulenlium
raritate iam fere in desuetudinem abiil, eo quod demonstralionis usus vix apud
solos malhemalicos est.... Ad haec, liber quo demonslrativa trudilur disciplina
(cfr. la nota 25), ceteris longe lurbutior est, et transposilione sermonum,
traiectione litterarum, desuetudine exemplorum, quae a diversis disciplinìs
mutuata sunt, et postremo, quod non conlingil auctorem, adeo scriplorum depravatiti
est vitio, ut fere quot capita, tot obstacula hubeul. Et bene quidem ubi non
sunt obstacula capitibus pluru. Unde a plerisque in interpretem difficultalis
culpa rejunditur, asserenti bus librum ad nos non vede translulum |
pervenisse]. A qual traduttore si fa qui allusione, a Boezio o a un altro? B )
Ibid., Ili, 5, p. 135 [ed. Webb, p. 140] : Cum itaque tam evidens sii utilitas
Topicorum, miror quare cum aliis a maioribus tam diu intermissus sit
Aristotilis liber, ut omnino aul fere in desuetudinem abierit, quando aetate
nostra, diligentis ingenii pulsante studio, quasi a morte vel a somno excitalus
est, ut revocarvi errante* et i iam veritalis quaerenlibus aperiret [PL]. “)
Ibid., IV, 24, p. 181 [ed. Webb, p. 191: e v. ivi la nota]: Salis ergo mirari non
possum quid mentis habeant (si quid tamen hubent) qui haec Aristotilis opera
carpunt.... Magisler Theodoricus, ut memini. Topica non Aristotilis, sed
Trecasini Drogonis irridebat; eadem tamen quandoque docuil. Quidam auditores
magistri Rodberti de Meliduno (v. appresso le note 453 e.) librum hunc fere
inutilem esse calumnianlur [PL I di Jibn aristotelici in generale, e prega
inoltre che vengano anche aggiunte annotazioni, data la possibilità che non ci
sia da fidarsi del traduttore 3 °). È invece di grande importanza veder da lui
citato un medesimo passo, sia nella traduzione di Boezio, sia anche, e
contemporaneamente, nella versione « nuova >«); e come quest’ultima si
distingue per essere più letterale, così in generale Giovanni si era fatta una
opinione abbastanza precisa in latto di traduzioni (soltanto cioè quando queste
aderìscono, quanto strettamente è possibile, secondo una regola rigorosa,
all’originale, è dato ottenere una con,prensione, garentita contro qualsiasi
pericolo di unilateralna da una « ratio indifferentiae »); egli dice che una
tale opinione ha trovato allora conferma e appoggio in un Greco da Severinum
(cioè da Szoreny in Ungliena), versato in entrambe le lingue 32 ). Ora quella I
Epist. 211 (II, p. 54 s ed. Giles 1PL 19Q oacn ri. > stotehs, quos habelis,
mihi facialis exscribi ) \. M,ro . s Ar " supplicatione, quatinus in
operibus Aristoteìis ubiZitr 'T "7"“ haaonetn: cicadàtionès enimJùntJ
-IL ^ rPL 199 io A m ct ' 11 .’ Sl sunt > menu ad rutionem Sei HI° IT ^
ÌPÌat ° n T dÌ ArÌS, °, • A’sitcaftratio indifferentiae per se stessa non
c’interessa per il momento qui, bensì la si vedrà intrecciarsi alla nostra
esposizione della logica di Giovanni da Salisbury (note 574 ss.); ma è ben cosa
che c’interessa lino da ora, che, in connessione con quella, egli ricordi
inoltre anche un secondo traduttore (parimente, è vero, senza riferirne il
nome), del quale aveva l'atto la conoscenza nelle Puglie 33 ). Ma se, coni’ è
attestato da questi importanti passi, il comparire di traduzioni nuove, ebbe
impulso nell’ Impero tuzantino, e, per opera di Greci, nell’ Italia
meridionale, e se di ciò ebbero notizia gli studiosi di logica a Parigi o in
Inghilterra, si avrebbe qui una prima traccia, sebbene passeggierà, di un
influsso dell’epoca di Anna Comncna (v. qui appresso le note 219 e 370, come
pure altre notizie nella prossima Sezione, note 1-5 ss.). Finalmente può ricordarsi ancora, per così
dire ad abundantiam, che negli scritti di Giovanni, accanto a citazioni coincidenti
in modo assolutamente letterale con la traduzione di Boezio, se ne trovano
anche di quelle, che bisogna chiamare per lo meno inesatte, semprechè non sieno
state originariamente attinte ad altra fonte 34 ). manga, aU’infuori da quel
Severinum che si trova in Ungheria [Webb: / orsan e civitate Sanctae Severinae
in Calabria (Santa Severina, prov. di Catanzaro)]. ") Ibid., I, 15, p. 40
[ed. Webb, p. 37; PL, 199, 843] : non pigebit re/erre, nec forte audire
displicebit quod a Graeco interprete et qui Latinum linguam commode noverai,
durn in Apulia morarer, accepi eie. M ) Tra le prime vanno annoverate: Metal.,
II, 15, p. 86 [ed. Webb, p. 88; PL, 199, 872] (Top., I, 11: nella traduzione di
Boezio, p. 667 [I, 9: PL, 64, 916]) e
II, 20, p. 110 [ed. Webb. p. 113; PL, 199, 887] (Anal. pr., I, 27: p. 490 della
traduzione di Boezio [I, 28: PL, 64, 669]).
Tra le seconde vanno annoverate: Metal., II, 9, p. 76 [ed. Webb, p.
75-6; PL, 199, 866] (Top., I, 11: p. 667 della traduzione di Boezio |I, 9; PL,
64, 917]) - II, 20, p. 100 [ed. Webb, p. 103; PL, 199, 880] (De sophisticis
Elenchis, cap. 22: nella traduzione di Boezio, p. 750 [II, 3; PL, 64,
1032]) III, 3, p. 126 [ed. Webb, p. 131;
PL, 199, 897] (Top., I, 9: p. 666 della traduzione di Boezio [I, 7; PL, 64,
915. Invece lo Webb rinvia a Cat., 4, 1 b 25 ss.]). CARLO PRANTL f§
S’iIVTENSIFlCA LO STimm np,, . A LOGICA C„„ la " tT Cm ' BEL
Pseudo-BoezioJ. Ora ch’è f, Tr filate
strato a sufficienza come antece 1, C °“ C1 ° dÌmo " letteraria di
Abelardo ^ “ f 1 ^ 6 aI1 ’ atti vità studio della logica fos’se stataT^à
arrfccWt^ T ^ sovra punti particolari e „ P arricchita, abneno piersi a poco a
dopo 1, ^ Ve “ Uta P OÌ a c °®Jisbury (di questo sr T°i 3 temP ° ^ Giovanni da
Saranno ancora “ ale « ; 0m P Ìme «‘o « si presenteci è reso noto cosìVfattor
T’* ?8 ’ 219 allora derivare un birre T t™™: ^ qUale doveva nell’attività
svolti 1 • "V™ ° ' lntensità e di estensione si SDie^a t rapporto
scambievole die ben SJ spiega, una forza cooperante era do, . . . dalla
teologia donunatica: e ciò nere! ' “ a f Uardo ' die Sia di fronte allo Scoto
EringLt a ortodossia,,„„l le ta Materi, * * " ' “ «“'»«. ’• stata all’erta
così • . q e tloni mgJche, era resse, ora che la diale1 1 ^'^ ViSta dtd
n,e(lesin '° intesi» «.loro. z:::~ * r**r « lotte, si tiraron fuori a Ài * propria
vita d intime incularlo teologico affinclo" ordeea>
dall’armaeon,tastanti J '* Sci. era 'L SS ““ •“'« 1o»n« eliic’ mischiati anche
elementi di ^ ^,rapassassero fra mfera dogmatica p ri » L :,tr;i%r P a a'rr;“ ì
r te: valere, ma ora inZiT' . T *°' P Ur
fatta mettersi in più inten ^ d " C ^ pOSltlvamente a nitrologica messa in
condizioTeTdot ““ !" 8t ° rÌa deUa ~ no'opera di grazie a una certa
formulazione di principii logico-ontologici, potè esercitare azione
cooperatrice nelle controversie dei dialettici. Si tratta del de Trinitene del
Peeudo • B o e z i o, e a tal proposito non mancò naturalmente di manifestar il
proprio influsso il fatto che fosse ritenuto suo autore proprio Boezio, il
rappresentante di tutta la logica S5 ). Appunto in quell’epoca cioè, ossia a K
) Da Fr. Nitzsch (Dos System des Boethius und die ihm zugeschriebenen
theologischen Schrijten [«Il sistema di Boezio, e gli scritti teologici a lui
attribuiti »]), Berlino, 1860, furono svolte le più valide ragioni elle si
oppongono alla tesi [oggi invece generalmente accettata] che sia Boezio
l’autore dei trattati teologici a lui attribuiti. E se poi Hermann Usener,
Anecdoton Holderi [ : ein BeiIrug zur Geschichte Roms in Ostgotischer Zeit («
Testo inedito comunicato all’Usener da Alfred Holder: contributo alla storia di
Roma nel periodo ostrogotico »). Festschrift zur Begriissung dcr XXXII.
Versammlung deutscher Philologen und Schulmiinner in Wiesbaden], Lipsia
[rectius : Bonn] ha pubblicato di su un manoscritto di Reichenau del secolo X
un passo di un sunto di uno scritto di Cassiodoro finora sconosciuto ( il passo
Tp. 4] suona così: « Boethius dignitatibus summit excelluit. ulraque lingua
peritissima orator fuit.... scripsit librimi de sanciti trinitate et capita
quaedam dogmatica et librum contro Nestorium. condidit et carmen bucalicum. sed
in opere artis logicae id est dialecticae transferendo ac mathematicis
disciplinis talis fuit ut antiquos auctores aut uequiperaret aut vinceret » ) e
a ciò è unito un tentativo di dimostrazione dell’autenticità di quei
trattati, non direi che gli sia
riuscitoconciòdiconfutareffettivamente la opinione, rappresentata dal Nitzsch e
ripetutamente suffragata dai competenti specialisti. Poiché rimane senza
soluzione la contraddizione innegabile, che cioè un uomo, il quale si mantiene
assolutamente entro la sfera della filosofia della tarda antichità e non fa mai
il nome di Cristo, nè dice mai una parola intorno alla consolazione della idea
cristiana dell’opera di redenzione, si sia occupato minutamente di sottili
questioni di doinmatica cristiana. Se l’Usener (p. 50) dice che si devono
appunto tener separate le due personalità, dell’uomo e dello scrittore
appartenente alla storia della letteratura, questa è cosa che non sembra
possibile in tal maniera per l’autore della Consolatio philosophiae, il quale
anzi si trova direttamente in presenza della questione della teodicea,
questione appartenente all’orbita della religione. Ma poiché in quel
manoscritto di Reichenau neanrhe abbiamo un testo che sia dovuto allo stesso
Cassiodoro, bensì solamente l’opera di un epitomatore, che, come ammette
l’Usener (p. 28), riassume tutto il lavoro originale frettolosamente, e
attribuisce a Boezio fra l’altro anche un Carmen bucolicurn, rimane comunque
possibile che l’epitomatore stesso, stando sul terreno della tradizione ch'era
in circolazione dal tempo di Alcuino, abbia fatto partir da Abelardo 36 ), si
accumulano le citazioni tratte da quei quattro libri intorno alla Trinità, e
Gilbert de la Porrée li accompagnò con un ampio commento, sì che non era più
possibile lasciarli da parte, nel trattar delle questioni relative.,. Ma ’ 111
ordine a un influsso esercitato sopra la logica, c interessano qui
essenzialmente quegli assiomi, che l’Autore in principio del 3» Libro [cioè del
libro «Quomodo substantia, in eo quod sint, bonae sint, cum non sint smistanti
alia bona »] mette in testa a tutto, per poi ri arsi da essi, quando costruisce
nel corso ulteriore deiopera l’edifizio delle sue prove. Premessa una
definizione della communis conceptio, gli assiomi stessi”) si riferiscono alla
differenza, invalsa nella teologia, tra essenza Oòcfa) ed esistenza
(òrtóaraai?), in quanto che a quest ultima deve ancora aggiungersi la forma
dell’Essere, e per essa lia pertanto luogo una partecipazione, come pure risulta
la possibilità di un avere-in-sc, il che poi conduce alla distinzione di
sostanza e accidente, e serve di fondamento a distinguere due modi di essere di
quella partecipazione; ma, a tale proposito, viene ato rilievo anche alla
unità, in cui sono congiunte negli esseri semplici, a differenza dai composti,
la essenza e la es.stenza, e da ultimo viene messa in vista mia naturale
affinità di essenza in seno alla diversità esplicata. “Tp* * di Parigi, traua
r]af uth ’ ’ !•’ P ' ? 039 ’ Amho ™[ed. di d’Anjboisel W.Co^II.mTpI.iS
10Mr,Ser,,ti ^ Fra " S ° ÌS ZtaontZb no,a tìSu/ti£'Za rÌ39Ue etiam d “
ci,jlinis:Pr ° pOSUÌ «EQuesti prineipii, dei quali non ci concerne qui 1 uso
che se ne faccia nel campo teologieo-dommatico, non tardarono a essere citati, anche
da cultori della dialettica, come « regulae », insieme con altre « auctoritates
», e e da ritenere che vari studiosi di logica sin da principio, su questioni
ontologiche, si guardassero daH’andar contro questi assiomi, perchè poteva
inoltre esserci la minaccia di conseguenze pericolose, relativamente alla
Trinità. Così ne venne, che si ebbe qui non già soltanto una più larga
applicazione della logica alla teologia, ma anche un diretto influsso di
elementi dominatici sopra il movimento di elaborazione della logica nel suo
aspetto ontologico. [§ 9. Contrasto fra
logica e dogma]. Senza dubbio, con
questa mescolanza viene a verificarsi una situazione caratteristica, ed è cosa
notevole che in quell’epoca, naturalmente incapace di una chiara e meditata
separazione dei due campi (nel senso in cui 1 hanno intesa p. es. Cristiano
Thomasius o Pietro Bayle), venga enunciata tuttavia la incommensurabilità delle
due verità, teologica e logica, mentre si continuava a svolgere nello stesso
tempo i due punti di vista inconciliabili. Anzi proprio Abelardo stesso, il
Peripateticus Pwlatinus, ne dà la più eloquente testimonianza, quando 2)
Diversum est esse, et id quod est. Ipsum enim esse nondum est. At vero quod est, accepta
essendi forma, est alque consistit. 3)
Quod est, participare aliquo potest. Sed ipsum esse nullo modo aliquo
participat.... 4) Id quod est. Iutiere aliquid praeterquam quod ipsum est,
potest, ipsum vero esse nihil aliud praeler se, habet admistum. 5) Diversum est.... esse
aliquid, et esse aliquid in eo quod est: illic enim uccidens, hic substantia
significalur. 6) Omne quod est, parlicipat eo quo est esse, ut sit, ulio vero
participat, ut aliquid sit.... 7) Omne simplex esse suum, et id quod est. unum
habet. 8) Omni composito aliud est esse, aliud
ipsum est. 9) Omnis diversitas est discors, similitudo vero quaedam appetendo
est. Et quod appetii aliud, tale ipsum esse naluraliter ostenditur, quale est
illud ipsum, quod appetit fFL, dice che ai cultori della logica, ovvero
Peripatetici, Dio rimane ignoto, perchè da quelli tutto viene sussunto a una o
l’altra delle dieci categorie, laddove Dio non può cadere sotto alcuna di
queste 38 ) : e mentre ciò potrebb’eseere ancora interpetrato come il punto di
vista generale, venuto in uso fra i teologi da Agosthio in poi (efr. lo Scoto
Eriugena, Sez. precedente, note 120 s.), Abelardo, proprio relativamente alla
dottrina della Trinità, si pronuncia con la massima chiarezza, nel senso che
quella ha i suoi nemici più pericolosi nei dialettici o peripatetici 39 ),
argomentando costoro, dal punto di vista della logica, la unità individuale
dalla unità di essenza delle tre Persone, e, viceversa, dalla diversità delle
tre Persone la diversità della loro essenza 40 ). E non ténTI D B nRANn D VP
e0/ ' Chrht " V1271 (ne,la di Martene e Uuram) Thesaurus novus
Anccdotorum, Parigi, 1717, voi V) edt-ousin, II, p. 478]: Quod autem illi
quoque doctore's nostri UT intendimi Logieae. ill„ m summam majestatem, quam in
n . L eUm eSSe ',rofì "; nt ", r omnino ausi non sunt attingere, aut
Cum e Z oZ ? COm P rehender *’ ex ipsorum scriptis liquidum est. Cum erum omnem
rem aut substantiae aut alieni aliorum generalissimorum sub],ciani: inique et
Deum, si inter res ipsum eomdZnnZT ’ aut ? ubstantiis ’ quanti tali bus, aut
ceterorum pruedicamentorum rebus connumerarent, quod nihil omnino esse ex ipsis
convmcitur (p. 1273) [480].... qui tamen omnem rem aut siibstantiae aut alieni
aliorum praedicamenlorum applicanti palei leni 1’ ruCU,lu h .enpalelicorum
illuni summam [481] majeslatem omnino esse exclusam [PL], ' Christi'^tion / C 1
’, P ‘ 1242 C44, 8] j S " Pr " univers °> s autem inimicos
sani-lue TriniZZZ*’ J,,daeo \ sive Oenliles, subtilius fide,,, essores d el
Perquuunt. e, ucutius arguendo contendimi pròfessores dialecticae, seu import,mitas
sophistarum. quos verborum agrume atque sermoni,m inundatione bentos esse Plato
irridendo apZtzl mm T dem ’ ° ^ nane dZeZeos [PL^l 78, ]2 lT™ UUaS ^ maXlmM
haere *es.... esse repressas eie. eillinl "'Z'f 'I' P ' 1266 r472,: in
loco Kravissimae et difficili,mae Dialecticorum quaestiones occurrunt. Hi
quippe ex unitale duZsTtn, n ",tuU ' m Pecsonarum impugnanti ac cursus ex
[473] rìnZn, Pf ‘ rSO " an,m ldentlt !' u ‘ m essentiae oppugnare
laborant. rPL T?8 A C, TH Z'T"r P onamus ' r>°'« a dissolvamus di A . r
'° A, "dfd fa ora seguire una enumerazione, ' f P t nl, . tre *,
‘•«""•o 'a Trinità, ricavate dalla logica, per confutarle poi
teologicamente. 1 è facile (lifatti
metter d’accordo il concetto aristotelico della sostanza individuale con il
domina della Trinità, sicché a rigore tutt’i cultori della logica, che
seguivano Aristotele, si trovavano inevitabilmente esposti alla taccia di
eresia. [ § io. Pietro Lombardo.
Bernardo da Ciiiaravalle]. Così si
riesce a spiegare come Pietro Lombardo (morto nel 1164 [1160.'']), mentre sta
ad attestare la connessione tra la controversia intorno alla Trinità, e la
scissione delle tendenze sul terreno della logica, respinga nello stesso tempo
qualsiasi applicazione della logica a quella fondamentale questione della
teologia 41 ). Anzi egli stesso è esclusivamente puro teologo in così alto
grado, che per lui la questione degli universali in generale non è neanche
oggetto di contesa; e mentre più tardi (particolarmente nella Sez. XIX) avremo
a sazietà occasione di ravvisare nei numerosi commenti ai « Sententiarum libri
quatuor » del Lombardo (ch’eran divenuti, com’è noto, il fondamento di tutta
quanta la letteratura teologica) un principale teatro della guerra intorno agli
universali, il Lombardo “) Petri Lomhardi Sententiarum 1, 19, 9 (/. 27, ed. dl
Ira, 1516 fdi Quaracclii: S. Bonaventurae Opera omnia l,p. ifUj): Videlur tamen
mihi ita posse accipi. Cum alt (seAugustinusJ « substantia est commune, et
hypostasis est particulare » ; non ita haec accepit, cum de Pro dicantur, ut aecipiuntur
m phtlosophtca disciplina, sed per similitudinem eorum quae a philosophis
dicuntur. locutus est; ut sicu/ ibi commune vel universale dicitur quod
praedicatur de pluribus. particulare vero vel individuimi quod d uno solo; ita
hic essentia divina dieta est universale, quia de omnibus personis simili et de
singulis separutim dicitur, particulare vero singula quaelibet personarum, quia
nec de alus hoc de aliqua aliarum singulariler praedicatur. I ropter
similitudinem ergo pruedicalionis substantiam Pei dixit universale, et P^ s
°nas particularia vel individua.... (e. 101 Dicuntur enim ^ d^erre numero,
quando ita difjerunt. ut hoc non sit tUud.... dl b ferunt Socrates et Pialo et
huiusmodi, quae apud philosophos dicuntur individua vel particularia; iuxta quemi
modum non possunt dici tres personae differre numero. Etc. [PI-, 192, 57 1 (I,
1, 14 e 1 )]. non si è in alcun luogo immischiato egli medesimo in questa
controversia, bensì solamente, con l’uso di determinate innocenti parole, ha
offerto a’ suoi conunentatori motivo occasionale di dare, nella lotta già
divanipata, libero corso al loro infiammato zelo. E come ciò si è verificato
nella più larga misura per le parole testé mentovate del Lombardo, così il
lettore delle « Sente*tiae » non può, a proposito di moltissimi luoghi, avere
neanche il piu lontano sentore della caterva di discus«oni, attinenti a,
problemi logici, che vi si sarebbe più tardi riattaccata la). De] resto ^ p.^
riproducono anche le sofistiche quistioni, più sopra (Sez. precedente, nota
303) citate, dibattute dalla teologia medievale « ■»). Nello stesso senso può
ricordarsi che anche un altro celebre contemporaneo, cioè Bernardo da Chi ara
valle (nato nel 1091, morto nel 53) apertamente si professa nemico della
dialettica «). simplex, i. e.'indivisibìlh et inmateliaÙs^pluna’ Es " cn,
j a restie! f r ia ’ te r de •h 1-2)1. O similmente L^L^ T-'T^ Qua «u,r'rÌ’ V
49 ’ r 61 ‘ 5 f?) ’ n, 17, i m ; ’ 19 ’ 1 fed ' logia trovò e aÌche°i dd
in -Ha teotenga esclusivamente alla
letteratura tcXrir° 0013 478) ’ appar " libro di Fr. Protois Pierri* tomi
ì .° 0f!ter m veniendam necescst logica causa elLuenZZ N P™ Slma «»'*•» omnium
inventa disciplinas investigarmi et ’unireM Tert'’ ^ prn ! !tl ' ct, as Principales
tractare, et disserro de UlZc Zà veracl ™’ honestius dlas cius per dialecticum,
honestius ner rhoZ ** ^ (,mmati c«m, veracundiae rectitudinem veritatem heU,
rtcam. Logica namque fa^asi testualmente nel mZZ’X"‘TZ ad ^ nitt ^ U
s,esso 809]); cfr. ibid.. I r „ ) ì 2 Vn 7 m’ TI ; P 39 fPL > 17 6, 745,
752, 765], P ' ’ 2 (l >7); III, 1 (p . i 5) tPL> 176 . 1 Lhdasc., I, 12
(Opp., HI, p . fj) mj j 7fi 7 . q| . repertae fuerant; sed necesse luitloZ ’ *
. ' • Ceterae pnus nemo de rebus con veniente J PljZ quoque invemn ; quoniam
quandi rationem agnoverii. / 6,u"vi
TmÓ' iqf IpZZZm ^ Istae tres usu prirnae lucrimi to/ i * * 176, 8091: venta est
logica Ouae cum dt i p ? stca P r °Pter eloquentiam indebet in doctrina Fr, J
‘, -''"'T' Ul " ma ' prima tamen Excerpt. pnor., loc. ciL, c. 23: In
designa la logica come « sermocionalis », perché tratta « de vocibus » 47 ), e
la divide ora in una maniera che ci ricorda molto da vicino lo Scoto Eriugena
(Sez. precedente, nota 105), dimodoché, appartenendo alla logica, secondo la
più vasta accezione della parola Àóyoc, ogni manifestazione della facoltà di
parlare, la logica stessa si divide così in grammatica e logica rarìonalis:
quest’ultima, corrispondente all’accezione più ristretta della parola Àóyo;,
viene poi ulteriormente suddivisa nella maniera ordinaria, tenuti presenti i
passi ovunque divulgati di BOEZIO. Movimento più intenso: grande estensione, E
IN PARI TEMPO CARATTERE UNILATERALE, DELLA LETTERATURA ATTINENTE ALLA
LOGICA]. Ben è vero che sarebbe stato
certo più comodo lasciare sin da principio legendis urtibus talis est orda
servandus. Prima omnium comparando est eloquentia, et ideo expetenda logica,
deinde etc. [PL], ) Didasc., II, 2 (p. 7) [PL Philosophia dividitur in
theoricam, practicam, mechanicam, et logicum. Hae quatuor omnem continenl
scientiam.... Logica sennotionalis, quia de vocibus tractat.... Hanc divisionem
Boetius fucit uliis verbis.... (segue il passo citato più sopra, Sez. XII, nota
76). *) Ibid., I, 12 (p. 6): Logica dicitur a Graeco vocabulo Àóyog, quod nomen
geminam habet interpretationem. Dicitur enim Xiyog sermo sive ratio (v.
Isidoro, Sez. precedente, nota 27): et inde logica sermotionalis sive
rationalis scientia dici polesl. Logica ralionalis, quae discretiva dicitur,
continet dialecticam et rhetoricam. Logica sermotionulis genus est ad
grammaticum, dialecticam atque rhetoricam: et continet sub se disertivam. Et
haec est logica sermotionalis, quam quartam post theoricam, practicam et
mechanicam annumerami^ [PL, 176, 749-501.
Excerpt. prior. TI1, c. 22 (p. 339): Logica dividitur in grammaticum, et
rationem disserendi. Ratio disserendi dividitur in probabilem, necessariam. et
sophisticam. Probabilis dividitur in dialecticam et rhetoricam. Necessaria
pertinet ad philosophos, sophistica ad sophistas (v. BOEZIO). Grammatica
filosofica est scientia RECTO loquendi. Dialeclica dispulalio acuta, verum a
falso distinguens. Rhelorica est disciplina ad persuudendum quaeque idonea [PL,
177, 201-21. Didasc., Il, 29 (p. 14):
Logica dividitur in grammaticam. et in rationem disserendi. Grammatica razionale,...
est litteralis scientia.... Ratio disserendi agii de vocibus secundum
intellectus fPL, 176, 7631. Ibid-, 31
(p. 15): Ratio disserendi esaurirsi tutta quauta la logica in un simile cliché
tradizionale, e a questo modo anche le idee platonico-cristiane, del pari che
la dommatica teologica, avrebbero potuto continuare, senz’essere turbate nella
loro ingenuità, la innaturale loro alleanza con avanzi di aristotelismo
atrofici e contorti. Tuttavia l’intimo impulso ch’è peculiare alla dialettica,
era pur anche rimasto vivo, già fino a questo momento, in seno alla stessa
ecclesia docens, e poiché ora, come s’è visto, da due lati si faceva strada una
più energica spinta (da due lati: vale a dire, da un lato, proprio per effetto
della controversia dommatica intorno alla Trinità, e dall’altro, per effetto
della conoscenza sporadica, la quale gradualmente veniva compiendosi, dei libri
aristotelici fin allora ignoti), si levò ora, nel tempo stesso, sul terreno
della logica, accanto alla scuola di S. Vittore, con tutto il suo misticismo,
un ricco movimento, diviso in molteplici diramazioni : e qui la stona della
logica, dovendosi stare alle fonti esistenti, entra in un periodo di difficoltà
estrema. La difficoltà consiste cioè per prima cosa in questa circostanza, che
le informazioni a noi accessibili discendono bensì con abbondanza di notizie
sino al minuto particolare, ma intanto, con la loro forma semplicemente
frammentaria, ci lasciano all’oscuro, riguardo a tutt’i fili di collegamento: a
ciò si aggiunge ancora il carattere indeterminato della usuale espressione «
quidam » ch’era in uso [per designare i rappresentanti di una data tendenza], o
della integrale partes habet, inventionem et judicium (v. più sopra Boe:
divisivas vero demonstrationem, probabilem, sopluslicam. Demonstratio est in necessariis
argnmentis, et pertinet ail philosophos. Probubilis pertinet ad dialecticos et
ad rhetores. Sophistica ad sopliistas et caviliutores. Probubilis dividitur in
dialecticam et rhetoricam, quorum utraque integrales partes habet invenhonem et
judicium [PL, 176, 764], Parimente ibid.. Ili, 1 • i i * k’ 176, 765], Le stesse notizie
ritornano in una € Epitome iti philosophiam » «li Ugo, edita dall’ Hauréau
(Hugues de Saint-Victor: nouvel examen de l’èdition de ses oeuvres, Parigi
indicazione del nome di im cultore della logica, con la semplice lettera
iniziale; e così in generale (particolarmente p. es. riguardo a quel frammento,
al quale il Cousin diede il titolo « De generibus et speciebus ») 4 "), la
ricerca, che comunque sarebbe di già malagevole, viene attraversata inoltre da
molteplici difficoltà letterarie; per di più fra i relatori ce n’è parecchi che
in se medesimi son poco degni di fede, e c’imbattiamo in contraddizioni, che
non possiamo, per mancanza di altre fonti, risolvere in maniera adeguata. Ma se
poi si domanda ancora come questo materiale slegato e lacunoso debba venir
elaborato per la presente esposizione, ecco quel che debbo limitarmi a
rispondere: data la impossibilità di svolgere il pensiero dei singoli autori
(per la maggior parte non meglio conosciuti) secondo Cordine della successione
storica, io sono riuscito a trovare, dopo molta riflessione, soltanto
l’espediente di presentare l’epoca di Abelardo in blocco, e precisamente in tal
modo che, analogamente a quel che ho fatto nella Sezione XI, vengano messe
sott’occbio le numerose controversie, secondo l’ordine di successione di quei
gruppi che, negli studi di logica di quell’epoca, prevalgono per importanza,
quanto al contenuto; a tal riguardo è da notare che le varie opinioni intorno
alla Isagoge, cioè la disputa intorno agli Uni«) Non poteva non esser «ausa di
grave confusione, l’errore degli eruditi francesi, i quali con il Cousin hanno
ritenuto che questo frammento sia opera di Abelardo; sopra tale punto ha più
rettamente giudicato H. Ritter (sebbene non sia per noi accetta» bile la sua
congettura, riguardo l’autore di quello scritto: v. appresso la nota 146);
invece a prescindere dal Rousselot, che
non poteva ancora avere sott* occhio, quando compose la sua opera [Études sur
la philosophie dans le Moyen a Parigi, 1840-21, il VII 0 volume del Ritter anche il RÉMUSAT e persino I’Haureau han
fatto le. viste di non conoscer affatto la opinione del Ritter,. e, aderendo al
Cousin, si sono fondati sopra quello scritto per costruire argomentazioni, che
dovevano nuocere alla esatta esposizione della controversia intorno agli
universali. CABLO PRANTL versali, offrono un materiale più vasto che non i
dibattiti sopra le rimanenti parti della logica. Ma mentre degli autori più
eminenti e meglio conosciuti si viene così a parlare, in connessione con questi
motivi attinenti al contenuto, bisognava senza dubbio che io facessi una
eccezione, proprio per Abelardo: le vedute di lui intorno agli universali
potranno pine a loro volta esser fatte oggetto di sufficiente disamina
solamente più tardi, quando si tratterà di esporre la caratteristica di tutta
quanta la sua Dialettica, poiché egli è invero il solo, del quale possediamo
uno scritto, che abbracci quasi intiera la sfera della logica. Tuttavia mi è
sembrato che un tale smembramento della esposizione delle controversie, per
quanto si riferiscono agli universali, fosse qui proprio il minore
degl’inevitabili inconvenienti. Ad Abelardo potremo poi far seguire, allo
stesso modo, principalmente Gilbert de la Porrée e Giovanni da Salisbury. Per
effetto delle ragioni suindicate, lo studio della logica, a prescinder dalla
sua universale diffusione in tutt’i paesi, decisamente progredì, quanto alla
intensità, in rigore e precisione, e per quanta era la estensione del materiale
allora accessibile ai cultori della logica, ci si abituò, con la maggior
esattezza possibile, a ponderar e lumeggiare da vari lati tutte le particolari
tesi o controversie: certo con questo lavoro, mancando in modo assoluto una
base propriamente filosofica, poteva venir fuori soltanto una sottigliezza
contraddistinta da unilaterale formalismo, e die per un verso doveva condurre
al massimo sminuzzamento nella formazione di contrastanti indirizzi, mentre per
l’altro verso fu, a sua volta, parimente alimentata e rafforzata da quello: e
il numero dei magiatri, che in tal maniera, per lo più risolvendo polemicamente
i contrasti di opinioni, esplorarono con cura tutto il campo della logica, non
può forse, nella sola Francia, essere rimasto molto al di sotto del centinaio.
Non farà meraviglia che in un tale movimento quelli che non avevano a priori,
per ragioni teologiche, un sacro orrore della logica, si trovassero spesso
imbrogliati, al primo momento che ne intraprendevano lo studio 50 ) ; anche a
noi vengon pure quasi le vertigini, quando dai particolari frammentari
risaliamo a una conchiusione concernente quella totalità, alla quale essi
avevano appartenuto. È una grande illusione, a proposito del movimento di
quell’epoca nel campo della logica, creder di potersela cavare con i due
termini di « nominalismo » e « realismo », tutt’al più aggiungendone ancora un
terzo, cioè « concettualismo », poiché in primo luogo, come apparirà manifesto,
la divisione in tendenze contrastanti è ben più molteplice, e questa, in
secondo luogo, costituisce soltanto una parte dell’attività complessiva
spiegata nello studio della logica. Le
vicende dello studio della logica, NEL RACCONTO CIIE NE FA GIOVANNI DA
SALISBURY. Se ci possiamo interamente fidare di Giovanni da Sali-sbury, il
quale spesso in verità si è limitato a metter giù impressioni generiche, e in
buona parte puramente a memoria (v. appresso la nota 536), in quei decenni il
corso seguito dalla logica nel suo svolgimento, in quanto essa fu rielaborata
in compendi (artes) o in commenti o semplicemente in glosse 51 ), sarebbe 6tato
in complesso il seguente. Giovanni parla cioè di un awerM ) Abael. Dialect.,
ediz. Cousin, p. 436: Sed quia labor hujus doclrinae diuturna*.... jatigat Icctores,
et multorum studia et aelates sublilitas nimia inaniter consumit, multi.... de
ea diffidentes, ad ejus angustissimas fores non audenl accedere; plurimi vero
ejus subtilitate confusi, ab ipso aditu pedem referunt. 51 ) Joh. Sakesb.
Metal., ITI, Prol., p. 113 (ed. Giles, voi. V [ed. Wclib, p. 117; PL): Nec in
transitu vel semel dialecti- corum attigi scripta, quae vel in arlibus vel in
commentariis aul glosematibus scienliam pariunt aut retinent aut reformanl. II
sario della sua concezione della logica, da lui simbolicamente denominato
Cornificio (v. appresso le note 528 se.), e in tale occasione dice 52 ) che
quel modo di fare, venuto in voga, di chi, senza uno studio metodico e
faticoso, vuol diventare filosofo, ma riesce in realtà a diventare solamente un
sofista e a addestrare gli altri nella pura sofistica, proviene da quella
scuola, nella quale ) Ibid., I, 1, p. 13 [ed. Webb, p. 8]: Cornificius non ter,
stu- diorum eloquenliae imperilus et improbus impugnatoti. (2, p. 14 [ed. Webb,
p. 9]): populum qui sibi credat habet; et.... ei.... turba insipientiurn
adquiescit. lllorum tnmen maxime, qui.... videri quam esse appelunt
sapientes.... 3, p. 15 ss. 110J: sine arlis beneficio.... faciet eloquentes et
tramite compendioso sine labore philosophos.... Eo autem tempore ista
Cornificius didicit quae nunc docenda reservut,... quando in liberalibus
disciplinis Intera nichil erat et ubique spiritus quuerebutur, qui (ut aiunt)
latet in littera. Ylum esse ab Hercule, validum scilicel argurncnlum a forti et
robusto argumentutore..., et in hunc modum docere omnia, sludium illius aetatis
erat. Insolubilis in illa philosophantiurn scola lune temporis quaestio
habebatur, an porcus, qui ad renalicium agilur, ab homine an a funiculo
teneatur. Item, an capucium
emerit qui cuppam integram comparava. Inconveniens prorsus erat oratio, in qua
haec verbo, «conveniens » et « inconveniens », « argumentum » et « ratio» non
perslrepebant, multiplicatis particulis negativis, et traiectis per « esse » et
« non esse », ita ut calculo opus esset, quotiens fuerat disputandum.
Sufficiebat ad victorium verbosus clamor; et qui undecumque aliquid inferebat,
ad propositi perveniebat metam. Eoetae, liisloriographi habebanliir infames, et
si quis incumbebat labori bus anliquorum (cioè degli autori dell’antichità,
Porfirio, Boezio), .... omnibus erat in risum. Suis enirn atit magistri sui
quisque incumbebat inventis. l\ec hoc tamen diu licitum, curn ipsi
auditores.... urgerentur, ut et ipsi, spretis bis quae a doctoribus suis
audierant, cuderent et conderent novas scctas. Fiebant ergo summi repente
philosophi; nani qui illiteratus accesserat, fere non morabatur in scolis
ulterius quam eo curriculo temporis, quo avium pulii plumescunl. Jtaque
recentes magistri e scholis ... pari tempore.... avolabanl. Bcce nova fiebant
omnia; innovabatur gramalica, immutabatur dialectica, contemnebatur rethorica;
et novas totius quadruvii vias, evacuatis priorum regulis, de ipsis
philosophiae aditis proferebant. Solam « convenientiam » sive « rationem »
loquebantur, « argumentum » sonabat in ore omnium, et.... nominare.... aliquid
opertim naturar instar criminis erat aut ineptum nimis aut rude et a philosopho
alienum. Impossibile credebatur « convenienter »
et ad rationis » normam dicere quicquam, aut facere, nisi « convenientis» et «
rationist mentio cxpressim esset inserta. Sed nec argumentum fieri licitum,
nisi praemisso nomine argumenti [PL ci si voleva mostrar geniali di suo, con
l’occuparsi, senz’altro fondamento che l’attitudine logica innata, di
controversie del genere più balordo (p. es., se un maiale, portato al mercato,
è tenuto dalla fune o dall’uomo, e simili), sempre tuttavia sputando con
arrogante albagìa alquanti termini tecnici della logica, un indirizzo, questo, tanto intollerante nei
riguardi di qualsiasi altra scienza e studio, quanto destinato, con la sua
mania del nuovo e il rapido trapasso dall’apprendere all’insegnare, a
frantumarsi subito nella più confusa varietà di vedute individuali. Questo
anfanare senza ima direzione, ha avuto ora per conseguenza 53 ), che ialini,
persuasi della vanità di siffatte cose, in preda a un pessimismo universale, si
son rifugiati nei monasteri, altri han posto mano, a Salerno e a Montpellier,
allo studio della medicina, per coltivare ora questa scienza con lo stesso
spirito cavilloso che prima mettevano nello studio della logica : ma altri a
lor volta cercavano di campare alle corti dei ricchi e dei potenti, e altri
infine, a nulla pensando fuorché a guadagnare quattrini, si son dedicati alle
sfere più basse di attività (v. appresso la nota 530): insomma, con tutta
questa genia, la logica e la scienza in generale son cadute nel massimo
dispregio. In seguito tuttavia continua
Giovanni ) per opera ") Ibid., c.
4, p. 18 ss. [ini. Webb, p. 12; PL, Alii
namque monuchorum aul clericorum claustrum ingressi sunt.... deprehendentes in se et aliis
praedicantes quia quicquid didicerant vanitus vanitatum est. Alii autem....
Salernum vel ad Montem Pessulanum projecli, facti sunt clientuli medicorum, et
repente, quales fuerant pliilosophi, tales in momento medici eruperunt...Alii....
se nugis curiulibus mancipaverunt ut, magnorum virorum patrocinio jreli,
possent ad divitias aspirare.... Alii autem.... ad vulgi profession.es easque
profanas relapsi sunt; parum curante* quid philosophia doceat.... dummodo rem
faciant f 11 » 6 > P138 [ed. Webb, p.
143; PL, 199, 904]: Non... inanem reputem operam modernorum, qui equidem
nascentes et convalescentes ab Aristotile, inventis eius nudlas adiciunt
rationes et regalas prioribus aeque firmas..Habemus graliam.... Peripatetico
Palatino, et alus praeceptoribus nostris, qui nobis proficere studuerunt vel in
explanatìone veterum vel in inventione novorum. ) Epist. 181 (voi. I, p. 298,
ed. Giles) [PL, 199, 179]: Sludiis tuis cangratulor, quem agnosco ex signis
perspicuis in urbe garrula et ventosa, ut pace scholarium dictum sit, non tam
inutilium argumentationum locos inquirere, quam virlutum. Tuttavia è anche possibile, poiché non sappiamo
nient’allro sul conto del Maestro Ra«E*» N,CER ' destinatario dt questa
lettera, che per urbs ventosa debba intendersi Avignone, essendo passato in
proverbio: « Avenio ventosa, stne vento venenosa, cum vento fastidiosa » fluiva
col non sapere nemmeno più quale fosse la opinione sua propria S8 ) : e intanto
poi, per amor di gloria personale, si disprezzavano anche gli autori antichi, e
si metteva da parte quell’ordine, al quale la logica scolastica si soleva
attenere 5B ). E infine vien fatta ora inoltre espressamente la osservazione,
che questo enorme e stupido dispendio di tempo e di energie aveva per suo
principale obbietto la Isagoge, e che questa veniva commentata, assumendosi a
compito esclusivo e supremo la contesa intorno agli universali 60 ), sicché da
ultimo nella *') Melai., II, 6, p. 72 [od. Webb, p. 71]: Indignantur....
puri philosophi et qui omnia praeter logicam dedignantur, aeque grammaticae ut
phisicae experles et ethicae.... c. 7, p. 73 [72] : qui damant in compilis et
in triviis docent, et in ea, quam solam profitentUT, non decennium aut vicennium,
sed lolam consumpserunt aelatem.... Fiunt itaque in pile rili bus Achadcmici
senes, omnem dictorum aut scriplorum excutiunt sillabam, immo et litleram;
dubilanles ad omnia, quaerentes semper, sed numquam ad scientiam pervenientes;
et tandem convertuntur ad [73] vaniloquium, nesciente* quid loquantur aut de
quibus asserant, errores condunt novos, et antiquorum (cioè degli autori
dell’antichità, come più sopra, nota 52) aut nesciunt aut dedignantur
sententias imitari. Compilant omnium opiniones, et ea quae eliam a vilissimis
dieta vel scripta sunt, ab inopia iudicii scribunt et referunl.... Tanta est
opinionum oppositionumque congeries, ut vix suo nota esse possit auctori
[PL], lbid-, c. 18, p. 93 [96; PL] : De
magistris ani nullus aut rarus est qui doctoris sui velit inhaerere vesligiis.
Ut sibi faeiat nomea, quisque proprium cudit errorem. Polycr., VII, 12, p. 126 [cd. Webb, li, p.
141] : Veterem.... quaestionem in qua loborans mundus iam senuit, in qua plus
temporis consumptum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio
consumpserit Coesarea domus.... Haec enim tam diu multos tenuit ut, cum hoc
unum in tota vita quaererent, tandem nec istud nec aliud invenirent [PL, 199,
664]. V. inoltre appresso, nota 540. “1 Enthetìcus, v. 41 ss.: Si sapis
auctores, veterum si scripta recenses, Ut staluas, si quid forte probare velis,
Undique clamabunt « i ctus hic quo tendit asellus? Cur veterum nobis dieta vel
acta refert? A nobis sapimus, docuit se nostra juventus, Non recipit veterum
dogmata nostra cohors. Non onus accipimus, ut eorum verbo sequamur, Quos habet
auctores Graecia, ROMA colit.... » (v.
59) « Temporibus pioniere suis veterum bene dieta. Temporibus nostris jam nova
sola placent ».... Haec schola non curat, quid sit modus, ordove quid sit, Quam
teneanl doctor discipulusque viam [PL Metal., II, 16, p. 89 [ed Webb, p. 901:
Sed quia ad hunc elementarem librum (cioè le Categorie) magis elementarem
quodamSTORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE disamina dello scritto di Porfirio si
finiva con il cacciar dentro tutta la filosofia, offrendosi in tal modo un
campo alla sodisfazione della vanità personale, e ugualmente recandosi danno
all’insegnamento La polemica intorno agli universali: si PUÒ DIMOSTRARE CHE
ALMENO TREDICI ERANO LE CORRENTI, NELLE QUALI SI DIVIDEVANO LE OPINIONI SU
QUESTO PROBLEMA. Così le notizie, di carattere più generale, trasmesseci da
Giovanni da Salisbury, ci portano naturalmente a prender in esame le
controversie intorno agli universali, e da quel che abbiamo veduto sinora, ci è
lecito concliiudere legittimamente, che la contesa divampò, in quella maniera
unilaterale e sofistica, nei primi decenni del secolo XII, sicché qui si
presenta manifesta la connessione storica con la comparsa di Roscelino e con le
lotte insorgenti in quell’epoca (v. la Sez. precedente, note 312 ss., e
particolarmente 326). Ci sono anzi ragioni interne, militanti a favore della
opimodo scripsit Porphirius, eum ante Aristotilem esse credidit antiquilas
praelegendum. Recte quidem, si
recte doceatur; id est ut tenebras non inducat [91] erudiendis nec consumat
aetatem.... c. 17, p. 90: Naturam tamen universtdium hic omnes expediunt, et
altissimunì negotium et maioris ìnquisitionis contro menlem auctoris explicare
[92] nituntur. Ibid., Ili, 5, p. 136 [141]: qui in Porphirio aut
Categoria explanandis singuli volumina multa et magna conscribunt [PL, 199:
873-4, 903]. Ciò trova conferma in una espressione di Abelardo: v. appresso la
nota 104. I Ibid., I], 20, p. 113 [ed. Webb] : Nec fideliter cum / or ph trio
nec utiliter cum introducendis versantur qui omnium de generibus et speciebus
recensent opiniones, omnibus obviant, ut tandem suae inientionis erigant
titulum. Ibid., Ili, 1, p. 117 [ c d.
Webb, p. 121]: Austerus nimis et durus magister cst'lollens quod positura non
est et metens quod non est seminatum, qui Porphirium cogit solvere quod omnes
pbilosophi acceperunt; cui salisjactum non est, nisi libellus [122] doceat
quicquid alicubi scriptum invenitur.
Polycr., VII, 12, p. 129 [ed. Webb, II, p. 144]: Qui ergo Porpniriolum
omnibus philosophiae partibus replent, introducendorum obtundunt ingenia,
memoriam lurbant | PL, 199: 888, 891, 666], Vedi inoltre il passo di Guglielmo
da Conches, che si troverà citato appresso, ne, secondo la quale, a partir da
quel momento, nelle controversie concernenti gli universali, sarebbe stata
piuttosto prevalente, in un primo tempo, la concezione nominalistica : non
soltanto infatti è indizio di una tale prevalenza la circostanza, che quei
cultori della logica, a quanto riferisce Giovanni, assumevano un contegno
esclusivistico e intollerante contro qualsiasi scienza reale (note 52 e 58), ma
riesce anche facile argomentare che gli scrittori citati da Giovanni, come
benemeriti del risveglio degli studi di logica, tutti quanti alieni da un
nominalismo estremo, o anche in parte avanzati sino ai limiti estremi del
realismo, hanno provocato o promosso in ogni caso una rivoluzione, la quale
determinò il passaggio dai principii nominalistici verso differenti cammini. Ma
da una più esatta e approfondita ispezione delle fonti a noi accessibili,
risulta chiaro che, per tale riguardo, come abbiamo già detto, il dissidio
delle opinioni non si aggirava soltanto entro i limiti di un contrasto
dicotomico o tricotomico, bensì si manifestava distinto in una serie di graduazioni
più numerose. La più precisa notizia ce la dà ancor una volta Giovanni da
Salisbury, e, stando a quella, la diversità di opinioni relativamente agli
universali, ha preso la forma seguente: 1) la opinione di Roscelino, che gli
universali sieno voces 6J ) : v. le note
76 ss. di questa Sezione; 2) quella di Abelardo e de’ suoi seguaci, che cioè
gli universali vadano ridotti a sermones, non potendo K ) Metal., Il, 17, p. 90
[ed. Webb, p. 92; PL, 199, 874], dove alle parole testé citate (nota 60) fa
seguito immediatamente quel passo intorno a Roscelino, che abbiamo veduto alla
nota 318 della Sezione precedente. mai il predicato di una cosa esser esso
stesso una cosa 03 ): v. appresso le
note 283 ss.; 3) la tesi, che intellectus o nono, nel senso attribuito a questi
termini da Cicerone (cioè dagli Stoici), sia ciò che si chiama « universale » M
) : v. appresso le note 581 se. Da
costoro Giovanni distingue poi quelli che si tengono attaccati alle cose ( «
rebus inhaerent »), ma a lor volta si scindono in varie tendenze, e dunque: 4)
la opinione che fu poi subito ancora abbandonata, di Gualtiero da Mortagne,
secondo la quale gli unie! ) lbid.: Alius sermones intuetur et ad illos
detorquel quicquid alicubi de universalibus meminil scriptum ; in hoc attieni
opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus Abaelardus nosler, qui multos
reliquit et adhuc quidem aliquos habet professionis huius sedatores et testes.
Amici mei sunt ; licet ita plerumque captivatam detorqueant litleram ut vel
durior animus miseratione illius movetur. Rem de re praedicari monslrum
dicunt; licet Aristotiles monstruositatis huius auctor sit, et rem de re
saepissime asseral praedicari; quod palam est, nisi dissimulent, familiaribus
eius. **) lbid. (in continuazione): Alius versatur in intellectibus, et eos
dumtaxat genera dicit esse et species. Sumunt enim occasionem a Cicerone et
Boetio, qui Aristotilem laudani auclorem, quod haec credi et dici dcbeant
noliones. « Est autem », ut aiunt, « notio ex ante
perceplu forma cuiusque rei cognitio enodatione indigens » (cosi effettivamente
Cicerone, nel passo citato alla nota 37 della Sez. Vili, passo che mostra
tuttavia nello stesso tempo com’egli si riferisse non già ad Aristotele, bensì
a « Graeci », cioè agli Stoici). Et alibi; « Nodo est quidam intellectus et
simplex animi concepito » (così Boezio, ad Cic. top. [Ili], p. 805 [PL, 64,
1106], dove si commenta quel passo di Cicerone: solo [che in Boezio si legge r,
" ltUr ea in Versoi r "“°" e singularibus specialissima
genelerce 1 aque ™nstuml. Sunt qui more mathematicorum « fornuis » 142] rifinì
AW'/ 1 lddquid de univLalibus lert.l.,,1
referunl. Alu discutiunt «
tntellectus » (3) et eos uniiZ “ U uomimbus censeri confirmanl. Fuerunt et qui
«voces» (lt ìm*h. UùJZ U L S "'“ *•-»» «M,,c qui r l JVella ediz. Cousin
degli Outr. inéd. d’Abélard p 513n P genertbus et speciebus diversi diversa
sentiunt. Alii namqul voces rebus Zo a n?hil P ho PS «dngularcs esse affirmant,
in rebus vero mìni horum assignant. Alti
vero res generales et speciales universales et singulares esse dicunt; sed et
ipsi interne cieTe» 0 *, ' ntlUnt P'"d« m enim dicunt singularia individua
esse species et genera subalterna et generalissima, alio et alio modo alterna
mento la distinzione tra coloro che qualificano gli universali come vox
[voces], e quelli che li considerano come res, ma della posizione di questi
ultimi vengono nominate soltanto due sottospecie, cioè 10) la così detta ratio
indifferentiae (v. appresso le note 132 ss.) e 11) il punto di vista di
Guglielmo da Champeaux, v. le note 102
ss. Di queste varietà di opinioni parla inoltre una volta anche Abelardo 7S ),
ricordando, in seno al realismo, pri(lo stesso autore indica questa opinione
come « sentendo de indif- ferendo »: v. appresso la nota 133). Atti vero
quasdam essendas universales fingimi, quas in singulis individuis totas
essentialiter esse credunt (che qucst'ultima sia la opinione di Guglielmo,
risulterà chiaramente appresso). ™) iE cioè nelle Glossulae super Porphyrium,
già più sopra (nota 13) ricordate, e riferite dal Rémusat, op. cit., p. 96
(neanche qui purtroppo ci vicn fatto conoscere il testo originale): La grande
queslion que PorphyTe indique en débutant.... arrète Abélard, et il est
presque obligé de la traiter seulement pour la poser. Toules les opinions sur
les universaux se prévalent, diuil, de grundes auto- rités [testo originale,
ed. Geyer: «De generibus et s peci eh us quaestiones enodarc compeUiinur, quas
(nec ipse Por- pkyrius ausus est solvere, cum cas tamen tangendo ad earum
inquisitionem accenda! lectorem ». E,
dopo aver accennato alla varietà delle soluzioni proposte : «tamen unusquisque
lue- tur se aurtorilate i u d i c e » (p. 512)] (già qui la traduzione del
Rémusat è sbagliata, poiché nella nota egli riproduce le parole dell'originale,
« unus quisque se tuetur auctoritale iudice », e queste voglion dire che
ciascuno avvalora la propria opinione con l’autorità tradizionale, cioè
Aristotele).... p. 97 : Le premier syslème est celiti de l’existence des choses
universelles. lì est plusieurs manie- res de Vétablir. Suivant l’une eie. [Geyer, p.
515: .... primam (se. sententiam de universalihus) quae de rebus est, primi-
tus exequamur. De qua etiam sunt plurcs opiniones, cum alii aliter res
universales esse affirmant. Nominili
cnim....] (ora viene la opinione di Guglielmo da Champeaux: v. appresso la nota
105)... p. 99: «La seconde manière» ecc. [Geyer, ma di tutto le due tesi dottrinali anche
testé ricordate, ma poi 12) una concezione, secondo la quale la differenza ra
genere e individuo risiede soltanto in un modo par- ticolare (propalasi) di
esistere, in quanto che 1W versale può presentarsi così in parecchie cose
insieme come anche in esseri singoli. Invece nel De intellectibus del
Pseudo-Ahelardo (v appresso le note 416 ss.) si trova soltanto espressa, in
amerà ^determinata e generica, la distinzione tra rea- sii, nominalisti, e
opinione di Abelardo u ). l'ZL'mZp mTtó, appreso pou r soutenir que les
universali sonldesdoses VoulZT "T^ la communauté, l’on dii ai,'entri- l„
Voulant expliquer singtdière est une diffide TlrtruTl et l * cho.se a etre
universelle, la proprietà ani Inni' ",> . ropne, ' i ( l ul consiste
mal, le corps est nniZZl et Zel " ? ^ • bt ****- L'ani- et quelque corps ;
mais dire un étre qui aliter re,
universales esse videninV affi “ " n® r, u m a 1 i i, nitatem assignnntes
dicunt rem .,t;„ • ®,rniare * Hj re bns comrmi- id est alterins proprietatis
(il C uru . ver . 6a ^ em > aliam singularem, inéd., p. 522 IDe Zen et s Jc
\ « V “ CoVSIN ’ Ou.tr esse ex hoc quod est onivTsai et ^ V ” EAV ’ V, 313)
Iaris. Ut animai est
universale et mm!!""* h ° C q ” od est sin SB- vel aliquod corpus.
Tale est enini ^ ’ j CC t ? men al| quod animai mal esse universale, ne si
dieatnr- ni. Undum,lanc sen tentiam ani- animal est, et tale est hoc animai
" a s “ nl quorum unumquodque dieatnr: una sola rea«J°hoc d T, 8ol °» ac -
espressa in forma indeterminata la r „ n l . na]ment ^ (P- 106) segue, voces
[cfr. Geyer, p. 522 - 31 . ’
oncezione degli universali come ^à-VtoZ^ 63 : Philosophie sco - Quidam enim
volimi omnZloZ f * diversa -^ntiunt. dam nullas ^ro folti snnt (mane. Il lo,.,
”ha "“(til T :zh r p- * T„,-irr rato vel albo Zane cana l VOCabul °'
!" ^pus ipsum a colo-altri invece, e certamente i più sconsiderati e più
radicali, come p. es. un tal magister « \ . si appigliavano unicamente al «
significare », sì che per e6si in ciascuno dei predicati assegnati a una cosa
qualunque, si trova insieme già significata la cosa stessa: e degno di nota è
che costoro si appoggino per tal riguardo alla grammatica, secondo la quale
ogni nome significa così una sostanza, come anche, al tempo stesso, una qualità
83 ). Dovevan essere nominalisti di quest’ultima specie anche coloro che, forse
seguendo in maniera unilaterale le vedute di Rosceliuo (Sez. precedente, nota
321), si spinsero sino ad affermare che la semplice dictio (vale a dire la
parola singola, in opposizione con il giudizio) non porta in generale affatto
in sè parti dell’atto intellettivo, vale a dire neanche parti simultanee, bensì
come un punto, comprende in uniLà indifferenziata tutto quel che cade entro
l’accezione della parola 84 ). Alcune
particolari conseguenze del nominalismo, in ordme alla teoria delle categorie,
vedile appresso, alle note 196 s. e 199. M J lbid.: ....Hi vero, qui onirtem
vocum impositionem in significutionem deducunt, auctorilatem protendimi, ut eu
quoque significati dicant a voce, quibuscumque ipsa est imposila, ut ipsum
quoque hominem ab animali, t ei Socratem ab homine, vel subjectum corpus ab
albo vel colorato; nec solum ex arte, verum edam ex auctoritate grammalicae
id conantur ostendere. Cum enim tradat
grammatica, omne nomen substantium cum qualitate significare, album quoque,
quod subjcctam nominat substantium, et qualitqlem determinai circa eam,
utrumque dicitur significare (dunque, secondo il Cousin, questo dovrebb’essere
il modo di vedere proprio del realista Guglielmo da Cbampeaux!). M )
Pseudo-Auael. de ititeli-, loc. cit-, p. 472: Sunt iluque inteilectus
conjunctarum ve! divisatimi rerum, dictionum tantum; cotijungentes vero vel
dividentes intellectus, oralionum tantum sunt. liti quippp simplices sunt, isti
compositi (Tale la opinione del1 Autore). Sunt plerique fortassis (cioè
nominalisti), qui intellectus simplices nullas ninnino purtes habere concedant,
ncque scilicet per sticcessionem nequc simili (vale a dire parti
non-simultanee, o successive, ne ba in generale soltanto il giudizio, ma non
mai la parola singola). Qui enim, inquilini, plura simul intelligit, una simplici
actione omnia simul attendit [Arali.. Opera, ed. Cousin, La teoria che gli
universali sono « maneries » : Ucuccione].
Ma era certo una ramificazione del nominalismo la tesi sostenuta
relativamente alla « manerics » (v. sopra la nota 69); poiché è vero che
Giovanni da Salisbury l’annovera tra le opinioni realistiche; ma, d’altra
parte, non soltanto suscita in noi gravi dubbi quel passo di lui, riferito più
sopra (nota 70), dov’egli già finisce con il qualificare tutto quanto come
realismo, bensì dobbiamo anche tener conto di un’altra fonte d’informazioni:
infatti, secondo quel che viene altrove perentoriamente riferito, erano i
nominalisti che, a sostegno della loro opinione, secondo la quale generi e
specie sono soltanto le parole, piu universali o più particolari, enunciate nel
soggetto o nel predicato, senz’altro denominavano, nei rispettivi passi di
Boezio e di Aristotele, la « res » « vox » e il « gemisi « maneries » *>).
La parola « maneries » per "se stessa non e, parimente, nè così mostruosa
nè così rara, come Giovanni mostra di ritenere nella notizia più sopra’
riferita: non soltanto infatti la s’incontra, con accezione generica, in
Bernardo da Cliiaravalle 8S ), ma, addirittura in senso specificamente logico,
in un altro au) De gen et spec., loc. cit., p. 522: Ntmc illam sementiam quue
toces solas genera et species unìversales et partici,lares praesubjectas
asserii et non res, insistamus.... ( p 523 ) Boethius, ira commentano super
Categorias ([L. I], p . 114 rp[, 64 162n dici « quoniam rerum decem genera sunt
prima, necessefuUdSem suhilrH i eSS \ S,m f. llces voces > dune de
simplicibus fin Boeziosubtectis J rebus d,perenti,r ». Hi tamen exponunt: «
genera id est Z"Z1* S L r : 0 r dam ™ Aerili 1 S f 7 Jm rme p aS,raduzi0ne
di BOEZIO [Prima Ldino, 1, 7. ed. Meiser, Pars Pnor, p. 82; PL, 64, 318], p
233)«rerum alme sani unìversales, aline sunt singulares». Hi tamen rUatibic Lo
r onTì;,d T ° C " m HU "“ tem tnm «PertM auctomentili aut e n‘ l
ir"* ",lentes ’ aut di ™nt «udori,a,es TncTdunt. P labor «utes, quia
excoriare nesciunt, pellem . Epi y402 S° pera ’, d Martène, Venezia, 1765, 1,
p. 156)m"614] 1 wn ' s pro *,f!lll ° sU dilla ad mommi non erat [PL, tore
dei primi del Duecento, cioè nel canonista Uguccione (morto nel 1212), il quale
nel suo scritto lessicale definisce « species » come « rerum maneries » 87 ). E
a quel modo che questa parola (il francese « manière »), se stiamo alla sua
precisa etimologia, ci riporla da ultimo al significato di « maneggio » o «
modo di trattare » [« Behandlungsweise » da « Hand », come «maneries » da «
manus »] S8 ), cosi, nel suo uso logico, ha dovuto anzitutto significare il
modo d’intendere subbiettivo, e pertanto raccostarsi alla concezione
nominalistica, o a quel tale « colligere » che abbiamo veduto alla nota 68;
invece, soltanto allorché «maneries» dall’accezione « maniera, guisa », a poco
a poco fu volta a significare una « sorta », fu possibile prenderla, come
termine della logica, in senso oggettivo, per tal modo che potè entrare in
giuoco la questione dello « status » (nota 65), sebbene, anche trattandosi di «
sorta », venisse ancor fatto abbastanza facilmente di pensare all’ « assor¬tire
» (cioè colligere). I Platonici: a)
Bernardo da Cliartres Gli avversari unilaterali degli unilaterali nominalisti
furono comunque i veri e propri platonici, tra i quali ci si presenta per
primo, come principale rappresentante, Bernardo da Cbartres, soprannomi*0
Uguccione, autore di una Stimma Decrelorum e di altri scritti canonistici (sul
conto di lui, notizie più precise nel Sarti, de clarissimis Arcbigymnasii
tìononiensis projessoribus, I, p. 296 ss., c nella Prefazione del Du Cange al
suo Glossario,Ugutionis vocabularium »]), aveva scritto un vocabolario (liber
derivationum), ricavato in parte da quello su ricordato (Sez. precedente, note
286 ss.) di Papias, e conservatoci in numerosi manoscritti. Da esso il Du Cange
j. v . «Maneries » riferisce le seguenti parole: Species dicitur rerum
Maneries, secundum quod dicitur « Herba huius speciei, id est, Maneriei,
crescit in borio meo ». “) Vedi Diez, Etymtdogisches Wórlerbuch der romanischen
Sprachen, p. 216 [s. v. «Maniero», p. 203 della 5" ediz.j. Parola del
tutto diversa è maneria, derivante da maneo e affine a mansio, con il
significato di « soggiorno » (v. il Du Cance, s. v. « Maneria »).nato Sìlvester
(viveva intorno al 1160). [Oggi dai P,U . 81 r,t, ° '' dell, pera idea
platonica, laddove il “tLÀTSH”' fica iniziarsi della mescolanza co „
"*”>la olitolo l’aggettivo {album) è ritenuto e, •’ m °“ lre contaminazione
insanabile della idea coó 1 T"' '* orna Pertanto ci didicUe del".;.7b
‘ “"T sieno state rese ne.» . «eptorare che non ci * i .™.,r,:;LT H ~ ri,e
nere)], _ PmtaLtt',2ri tu’in
893hVr"“ a o f C 2;;.™* idem 120 [ed i Wcbb ’ 124; PL AÌebai a R et q “ Ìbus dominamtur den
°a ~r, 2 ?»SSS. tn ffi emm il/ud, ‘ x culiàs^ l qùod^vJ r b 1 ui^ l lg > ',t
^ nem,/ >v. nelle Opere del Venerabile Beda (ediz. di Colonia, 1688, li. p.
206 ss. [PL, 90, 1127 ss.]). Ma proprio questa medesima parte della Philosophia
detta minor la si ritrova da capo, non soltanto ristampata nella Maxima
Bibliotheca Patrum [di Lione], voi. XX, p. 995 [PL, 172, 40 ss.], dov’è
indicato come suo autore Onorio da Autun (Sez. precedente, nota 373) [Honorii
Augustodunensis De Philosophia Mundi 11 IVI. bensì ancora in un libro che sta a
sè, con il titolo: Philosophicarum et astronomicarum institutionum Guilei mi,
Hirsaugiensis olim abbatis, libri tres, Basilea, 1531, in -4°. (Questo abate
Guglielmo da Hirschau, nato nel 1026, morì nel 1091: v. Pertz, MGH, VII, p. 281;
XII, p. 54 e p. 64 ss.; XIV, p. 209 ss.). Se ora 1’ Hauréau ( Singularilés
hist. et litlér., p. 240) a favore dell’attribuzione di quello scritto a
Guglielmo da Conches può richiamarsi a un manoscritto di Parigi, e nello stesso
tempo allega la testimonianza di Guglielmo da S. Thierry, un avversario
contemporanco, io ritengo senza dubbio questi argomenti conte decisivi, ma è da
richiamare in ogni caso l’attenzione sopra il fatto che nella stampa nominata
per ultima (fatta astrazione da frequenti piccole modificazioni della
espressione letterale) è menzionato in più luoghi per nome l’autore arabo
Costantino Cartaginese, e del pari è nominato una volta anche Johannitius, cioè
Hunain Ibn Tshàk, mentre nelle altre edizioni a stampa, in luogo di questi nomi
figurano soltanto le espressioni indeterminate « philosophus » o « philosophì
», sicché questa variante richiede forse ancora una ricerca più approfondita.
Le glosse di Guglielmo da Conche* al De consol. phil. di Boezio ei sono state
fatte conoscere da Ch. JourDAIN (nelle Notices et Extraìls des manose., voi. XX, p. 21. Ma se, come vuole 1’ Hauréau ( op. ull. cit ., p. 242
s.ì sia da attribuirai al nostro Guglielmo anche il commento al Timeo, che il
Cousin (Ouvr. inéd. d’Abél., p. 644 ss. r648-157]) ha pubblicato in estratti,
attribuendolo a Onorio da Autun, sarebbe cosa da lasciar in dubbio. Senza
contestazione sono invece di Guglielmo quei frammenti [della secunda e tertia
philosophia (Antropologia e Cosmologia)], che il Cousin ha pubblicati ibid.. p.
669 ss. r670-7. 1,’Ott AVMNO ha curato
la pubblieaz. di Un brano inedito della « Philosophia » di G. di C., Napoli,
1935, illustrando nella Prefazione lo stato attuale delle questioni relative].
glielmo »^) svolge, secondo I ‘ P l8tIca ~ che G u . grafìa, psicologia e
fisica 9 ‘ c ). ben sì ^p 21 ™ 16 di co »niof, oens! ci limiteremo a quel Bcda,
p. 207 r (PL. e 9o" 112820l per
mundi ère,,iohoc foctus est aLmT ** ° ngel,,s “-/"'deus \ f To nnifice ;
(irlif(, x mundutn creanti )T°’ r,i ^
v„i. 75 ( 'i873! R ;.1;rs. dc,rArcatlt ' mi; d 'Vie.;: poco clic c’è ila rammentare, in ordine alle
questioni di logica vere e proprie. Guglielmo, che sul terreno della
gnoseologia si pone dal punto di vista platonico, di un idealismo che procede
verso l’alto er ’), e anche espressamente sentenzia che tra i filosofi pagani
egli dà la palma a Platone " 6 ), distingue si una quadruplice maniera di
considerare tutte quante le cose, cioè dialettica, sofìstica, retorica,
filosofica 87 ), ma relativamente alle prime due (quanto alle due ultime, è per
lui cosa che già s’intende da sè) si schiera risolutamente dalla parte dei
realisti, combattendo coloro che volevano escludere qualsiasi realtà, o infine
da ultimo neanche volevano ammettere più i nomi delle cose, bensì, in generale,
alquante parole solamente (che sarebbero poi le quinque voces) 9S ). Ma,
analogamente allo Scoto Eriugena, egli almeno riconosce tuttavia, richiamandosi
a Boezio, che appartiene allo spirito umano la funzione d’imporre alle cose che
hanno “) V. i frammenti riprodotti dal Cousin, op. cit., c specialmente p. 673
s. M ) Nella edizione già ricordata del Gratarolus, p. 13: Si gentili*
adducenda est opinio, malo Plalonis quam alterius inducalur; plus numque cum
nostra fide concordai. ”) Ibid., p. 4: De eodem numque dialectice, sophistice,
rhelorìce, vel philosophice disserere possumus. Considerare numque de ali quo,
an sit singultire un universale, est dialeclicum; probare, ipsum esse quod non
est vel non esse quoti est, sophisticum est: probure, ipsum esse dignum proemio
vel poena, rhetoricum: sed de natura ipsiusque moribus et officiis disserere,
est pbilosophicum. Dialecticus ergo, sophistn, oralor, philosophus, de eudem re
diversa considerunles et intendentes disputare possimi. ”) Ibid., p. 5: Quod
intelligentes quidam res omnes a dialeclica et sophisticu di sputulione exter
minar erunt, nomina lamen earum receperunt, eaque sola esse universalia vel
singulttria praedicaverunt; deinde supervenit stultior aetas, quue et res et
earum nomina exclusit alque omnium disputationem ad qualuor fere nomina
reduxit; ulraqiie tamen seda, quia non erat ex deo, per se defecit. Quei qualuor nomina non posson essere altro elle le
quinque voces, escluso forse il proprium : in antitesi ron una siffatta
riduzione di numero, incontreremo in compenso anche sex voces: v. la nota 278.
mulo franti. ^r^roi 1 zj,,on'» Se Be 'ZlTcZ, “‘“T* O»»]. 8rao platonico,
princiml mamfe8tava J ano realilenm affermazioni idealistiche"' 6 .
e8prÌBlendo8Ì con soficanti, era in ogni caso imn ° 3 am P lificazi om edit0ria
*”**• d i prender oranti JT ° ^ meri * relazione debba pensarsi che L,]i “
8lderare “ quale esistenti, stiano con gl’individuf.U1 "r erSah> come
eose c7° C ° nSÌ8te Ia ^portanza 2*^J, * ten * C h ani P e a ux (morto nel 119
!) ; U ^ llel «o da ! ma lo 8Ìeo, nel realismo di hii n ’ U pnnto * Imea,
rispetto al pimto di ’ P “” ancora m seconda varsi tuttavia, fin da principio i
^ De ™ rileGuglielmo da Champeaux siàm^l "‘T" 0 * Ue idee di C081
minutamente informati, ^,lmgi dall’essere 8in ; di ahri,. pe re h è rir; r r^
ioj,e dei c assolutamente andar oltre il n na non Possiamo notizie, a noi
accessibili, che,mnT° * ^ ghw ono le a equivoci «»*). “ lascino per nulla adito
w ) Ibid., p. 29 o, • i Hit 12’un°A OCUlÌS muìlT 1 constituto tr :~«4 ^.rr »"
stolrfe in prìmam T? “‘T"' sub °P™£ dicati?’s "’ m istn Stendi .
aliai,,,,,,} * secun dam dividitur ali,, ‘H*’ un et e "b Ari \ T ° P° S!
"*sio. ’ allf P‘»ndo ... actus b . 199, 8321 ’ SARESB I, s, p . 2, S li r
. led ^cbl», p. 16-7; PL Della produzione letteraria di Guglielmo, non abbiamo
sotto mano nulla, cbe riguardi oggetti di pertinenza della logica 103 ) : siamo
così ridotti a servirci principalmente di una notizia di Abelardo, il quale
mena vanto di avere combattuto con felice successo le idee di Guglielmo intorno
agli universali, di guisa che quest’ultimo le modificò in misura notevole: ma
con questo il suo insegnamento ci scapitò, per autorità e per concorso di
uditori, a tal punto che finirono con il passare forglielmo da Champeaux tutte
quante quelle abbreviazioni (« magister V. », « magister noster V. ») che si
trovano nel manoscritto, nè più nè meno che quei passi, dove si trova « If
illelmus » ; anzi ha persino fatto lo stesso in un certo luogo, dove (de gerì,
et spec., p. 509) con le parole « Vel uliter secundum magistrum G. », è
indicata in modo abbastanza chiaro una posizione antitetica a quella del
mngister Willclmus antecedentemente (p. 507) nominalo, E come ora è francamente
segno di leggerezza trovare ugualmente in quel magister G. un'allusione al
nostro Guglielmo, cosi non è detto cbe in compenso abbiamo un punto di appoggio
nell’abbreviatura € V. », tanto più che questa lettera stessa parla in senso
contrario. Poiché Abelardo, prima di recarsi presso Guglielmo da Cliampeaux,
aveva cercato d’istruirsi presso tutti i dialettici eminenti ( Epist ., I, c.
I, p. 4, Amboes. Ted. Quercetanus di Parigi 16161, [ed. Cousin, I, p. 4; PL,
178, 115]: Proinde diversas disputando perambulans provincias, ubicunque huius
arlis vigere studium audieram, peripaielicorum uemulalor fuctus sum), come «
magister noster » egli può indicare una quantità di uomini, dei quali ci è
ignoto il nome, c dobbiamo guardarci daU’argomentare, senza sufficiente
ponderazione, che si alluda a persone determinate, per evitar di andare fuor di
strada (v. per es. più sopra la nota 82 ). Ma alle deduzioni del Cousin
aderirono il Rousselot, l’Hauréau, e anche H. Rittcr. lra ) L’Hauréau (De la
phil. scoi., I, p. 223 [cfr. Ili ut. de la phil. scol^, I, 322]) riferisce che
il Ravaisson ha trovato, nella Biblioteca di Troyes, 42 frammenti di Guglielmo;
e con la pubblicazione di questi frammenti, E. Michaud, nel suo scritto
Guillaume de Champeaux et les écoles de Paris au Xll.e siede (2’ ediz., Parigi,
1868), si sarebbe potuto acquistare una benemerenza. In base a quel ch’è stato
detto più sopra (nota precedente), non si può argomentare che Guglielmo da
Champeaux abbia scritto «Glossulae super Periermeneias », perchè il passo
relativo nella Dialectica di Abelardo (p. 225) attribuisce uno scritto così
intitolato semplicemente a un « magister noster V. ». [Ma ora son da vedere i
47 frammenti « Guillelmi Campellensis Sententiae vel Quaestiones XLVII » puhbl.
da G. Lefèvrk. Les variations de
Guillaume de Champeaux et la question des Universaux, Lilla, 1898, pp. 19 ss.].
malmente tutti alla opinione di Abelardo
104 ). Guglielmo cioè avrebbe affermato ili primo luogo che gli universali, in
quanto sono, nella loro unità, cose uguali, ineriscono nello stesso tempo
essentialiter, in indivisa totalità, a tutti cpianti gl’individui che cadono
nella loro estensione, e pertanto fra gl’individui non sussiste differenza di
essenza, bensì le differenze hanno fondamento soltanto nella molteplicità di
determinazioni accidentali. E come ciò trova letterale conferma nel passo del
De gen. et spec., citato più sopra (nota 72), ivi appunto ci viene data una
spiegazione più precisa-la quale persino ci riporta a un passo, affatto
isolato, di Boezio, e ci dà così maniera di veder bene addentro come il daffare
che si davano a quel tempo con le controversie tra opposti indirizzi, avesse
fondamento in minuzzaglie di erudizione scolastica, piuttosto che in contrasti
intimi fra modi di vedere teoretici. IM ) Abaf.l. Epist., 1, c. 2, p. 4 [ed.
Consinl : Perveni tandem ransius, uh, jam maxime disciplina liaec florere
consueverat, ad \rUiUclmum scilicet Campellensem praeceptorem meum in hoc lune
magisleno re et fama pruecipuum: cum quo aliquanlulum moratus primo et
acceptus, poslmodum gravissimiis extiti, cum nonnuttas scuicet ejus sententias
refellere conarer, et ratiocinari conira eum saepius aggrederer, et nonnunquam
superior in disputando viderer tp. a) lum ego ad eum reversus, ut ab ipso
rhetoricam audirem. mler caetera disputationum nostrarum conamina, antiquam
ejus de uni versali bus sententiam patentissimis argiimentorum dispulationihus
ipstim commutare, imo destruere compiili. Erat autem in ea senlenlia de
commentiate universalium, ut eamdem essentialiter rem imam simul smgulis suis
inesse astenerci individuisi quorum quidem nulla esset m essenti!, diversitas,
sed sola multitudine accidentium vanetas. ile autem tstam lune suam correxil
sententiam, ut deinceps rem eamdem non essentialiter. sed individualiter (la
variante « indilferenter » [accolta dal Comuni, che la ed. d’Ambois segna in
margme Si trovava anche in vari manoscritti; vedi I’Hauréau, op. cit, 1, p. 236
( H,st. de la ph. scoi., I. p. 3381), dicere,. Et.... quum hanc "le
correxisset, imo coactus dimisisset sententiam, in tanlam lectio ejus devoluta
est negligentiam, ut jam ad dialecticae lectionem vix admitteretur: quasi in
huc scilicet de universalibus senlenlia tota hiijiis artis consisterei summit
(cfr. la nota 60). Ilinc tantum roboris et auctontatis nostra suscepit
disciplina, ut ii, qui antea vehemenj nogutro tilt nostro adhaerebant. et
maxime nostram infestabant aoctnnam. ad nostras convolarent scholas fPL
Affermava cioè Guglielmo che in quel quid di accidentalmente superaddito
(adveniens) son da ravvisare le forme individuali, le quali improntano la
materia, consistente nel concetto del genere (malcriam informarli), in tal
maniera, che con ciò la essenza universale ne risente una individualizzazione
secundum totam sitarti quanlitatem : e lo stesso può ripetersi poi, a questa
maniera, per tutta quanta la scala, dal genere, attraverso la specie, sin giù
giù airindividuo 103 ). Inoltre, come riferisce altrove Ahelardo, Guglielmo,
incominciando dalle dieci categorie, svolgeva a fondo questo processo
d'informazione giù giù sino agl’individui, e poteva allora, poiché quelle
stesse forme più individuali differenzianti rimandano da capo agli universali,
spiegare la predicahilità degli universali con il fatto che questi spettano
agl'individui, o essenzialmente o adiettivamente iadjacenter) 10 °). Ma proprio
in ciò consiste decisamente Ite gen. et sper., p. 513 s. : Uomo quaedam species
est, res una essenti ali ter, cui adveniunt forntae quaedam et efficiunt
Socralem: Ulani eamdetn essentiuliter eodem modo informata formae facientes
Platonern et caetera indiridua hominis ; nec aliquìd est in Socrate, praeler
illas jormas informanles il latti malcriam ad fuciendum Socratem, quia iìlud
idem eodem tempore in Platone informatimi sit formis Plalonis. Et hoc intelligunt de singulis
spcciebus ad individua et de generi bus ad species.... Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est,
secundum totani suoni quantitatem informatus Socratitate (riguardo al concetto
di Socratitas, v. la concezione corrispondente di I orfirio e Boezio: Sez. XI,
nota 43). Quicquid enim res universalis suscipit, tota sui quantitate
retinet.... Quicquid suscipit, tota sui quotifilale suscipit. Ma anche questo'
è proprio ricavato da Boezio, che dice, a proposito della differenza {ad Porph.
a se transl., p. 87 tEd. Brandt, IV, 9, p. 263; PL, 64, 1261): Aeque enim sicnt
in corpore soler. esse alia pars alba, alia nigra, ita fieri in genere potcst;
getius enim per se consideratimi partes non habet, itisi ad species referalur.
Quicquid igitur habet, non purtibus, sed tota sui magnitudine retinebit. Cosi,
dove si tratta di storia della filosofia medievale, spesso 1 apparenza [della
originalità, o della novità! viene a ridursi | grazie alla indicazione delle
fonti antiche] a quella ch’è la vera sua portata: “ r H U ' a PP r re riprod.
XTTe": dÌ ( ?* differentiam et
secundum IdZtiZ^eZd^^' ^ Secundum intUfferentiam l>, e J ll *dem prorsus
essentiae. n hZ£ s : adem -=£t2; nrtlSTò
ifhix Sfe isrF"’ SS ff *7 rs s »;s£*Atas pure appartiene infine alla
tradizione la notizia isolata, che, riguardo alla topica, egli portava la
essenza della inventio a consistere nella scoperta di un termine medio 110 ).
[§ 21. Le difficoltà e i gradi del
realismo]. È probabile che proprio le
difficoltà, alle quali si trova esposta la opinione di Guglielmo da Champeaux,
abbiano dato ai realisti mentre in
generale essi potevano approvare il punto di vista di lui motivo di scindersi essi medesimi a lor volta
fra loro, a forza di tentativi di correggere quella opinione, o di darle nuovo
fondamento: si è così formata una quantità d’indirizzi divergenti, ai
quali anche passando affatto sotto
silenzio il nome dei loro rappresentanti
non ci è più possibile tener dietro, considerando minutamente il
determinarsi delle loro particolari differenze. A parte le difficoltà
teologiche die si sollevavano, sia che si assumessero gli universali quali
prodotti di una creazione, sia che li si assumesse quali entità eterne, tanto
più che alcuni effettivamente designavano per tal modo come « cose » tutt’i
singoli attributi di Dio nl ),
positìonem ejusdem parti* sequatur pars illius. Sequitur enim
bipunctalem lineam pars ejus, i. e. punclum., non tamen ad punctum pars ejus
sequitur, quia indiani habet. u ") Joh. Saresb. Metal. Ili, 9, p. 115 [ed.
Webb, p. 152] : Versatur in his (se. in Topici*) incentionis muteria, quam
hilaris memoriae fVillelmus de Cam pelli*.... diffinivil, etsi non perfecte,
esse scienliam reperiendi medium terminimi et inde eliciendi argumentum [PL,
199, 9091. m ) De gen. et spec., p. 517 : Genera et species aut creator sunt
aut creatura. Si creatura sunt, ante juit suus creator quam ipsa creatura. Ila
ante juit Deus quam justitia et jortitudo.... Itaque ante juit Deus quam esset
justus vel fortis. Sunt auleta qui.... illam divisio- nem.... sic jaciendam esse dicunt:
quicquid est, aut genitum est aut ingenitum. Universalia autem ingenita
dicuntur et ideo coaeterna, et sic secundum eos qui hoc dicunt,... [noni Deus
aliquorum jactor est. Abael. Inlrod. ud theol., II, 8, p. 1067 ( Amboes.
[ed. Cousin, II, p. 85; PL, 178, 1057]): Terlius vero praediclorum (se.
magistro- rum divinae paginae, cioè un magister in pago Andegavensi ) non so-
ciò che dal punto di vista ontologico si voleva evitare era proprio quel
vicendevole invilupparsi di tutti eli universali. 6 Perciò alcuni si
appigliarono all’espediente, certo grossolano di assumere quel
«sovraggiungersi» (che abbiamo veduto piu sopra, alla nota 105) delle
differenze specifiche, come qualche cosa di puramente passeggierò, per salvare
così la indipendenza del genere »*) Altri invece tiraron fuori un modo di
vedere, ch’era proprio di Aristotele, considerando il genere come la materia
che nella sua essenza rimane identica, e che viene diversamente formata nelle
specie: ma, proprio per quella identità di essenza, vennero a trovarsi in con-
lutto con la teoria degli opposti 11S ). Onde a ccadde, da un lato, che,
relativamente a questo «i™ isssrwtsar ir-" -s™ ~~~ hujusmodi, quae iuxta
fiumani * erlcor( i‘,im, tram et caelera gnificantur, res quasdam et amil i
lonls, c ? nsuetu di nem in Deo si- t ig jfer res diversas conslituat. '
aicumur, tot in Deo dicunt quidam, quia differentiÌe "quldmn m "J° rU
. slm P l icitatis, quod genere non fondanti* U%kVt generi ’ sed in subjectum.
per se d,c,tur e- sia inasprita, e ahL ia n* 1 « a anZ * C ^ C c * uesta
diffìcile controversia si « gran somaro », non essendo C cT alu U " C
" t0 ^ r Z ° sco,astico del passo del De gen. et spec u ( man,era . dl
comprendere il quod scilicet incoteMens eduttl „ ° PPOSlta - «*• in codem,
sententiam tenenl perchè non *" • n { >oss n nt > qui grandis asini
:±,rr"° év-J quale n.n fl 1ZS
processo, con il quale alla materia si dà la forma, venne fuori da capo
la questione, se cioè la differenza specifica sia solamente il mezzo per
formare le specie, o se essa invece, insieme con il genere, trapassi nello
stesso tempo nella essenza della specie medesima, e alcuni (evidentemente tenendosi più vicini
a Guglielmo da Champeaux) si son pure effettivamente decisi a favore della
seconda soluzione 114 ) : e così, d’altra parte, per i concetti di genere e di
specie, veniva in luce una difficoltà, anche per il fatto degli opposti che
(almeno nella loro esistenza individualizzata) si trovano in imo e medesimo
soggetto: ciò ha per conseguenza che, qualora un uomo sia bensì casto ma in
pari tempo sia avaro, dovrebbe in lui coincidere l’universale del bene con
quello del male; ora, taluni se la cavavano con una distinzione tra i generi
superiori da un lato, e dall’altro lato le specie degli opposti, nella loro
specializzazione, escludendo almeno queste ultime dalla possibilità
d’incontrarsi [in un medesimo soggetto], laddove altri estendevano persino ad
esse la pericolosa concessione 115 ). 1H ) Abael. Dial., p. 477 : RATIONALITAS
enim et mortalitas, adve- niente* subtantiae animulis, eam in speciem creunt. quae
est homo. Nec cum ipsae generis substuntium in speciem reddunt, ipsae quoque in
essentiam speciei simul transeunt, sed sola genera vel subjecta
specificantur.... non quidem cum differentiis, sed per differentias.... Si enim
differentiae in speciem transferrentur cum genere,.... sicul quorumdam
sententia tenet,... profecto cogeremur jateri, et dijjeren- tias ipsas cum
genere aeque in essentia speciei convenire ; linde et ipsas de substanlia rei
esse, et in partem maleriae venire contingcrel. m ) Ihid.. p. 390: Sunt uutem
quidam qui contraria genera in eodem esse non abhorrent, sed contrarias species
in eodem esse impossibile confitentur. Dicunt enim quod cum omnia accidenlia
per individua in subjecta veniant, et ipsa contraria genera per individua sua subjeclis
contingunt . ut virtus et vitium, quae in hoc homine per hanc castitatem et
hanc avaritiam recipiunliir, quae individua sunt caslitatis et avaritiae, quae
invicem species non sunt contrarine.... Verum species contrarias esse in eodem
per aliquu sua individua, illud prohibet, quod nec ipsarum individua in eodem
possunt esse, quorum sunt tota substantia ea quae sunt contraria, utpote
species.... Sunt autem et qui species contrarias in eodem posse consistere non
denegant. adol e, T ^ C1 " aUrÌ 3UCOra « indotti a adottare 1 esperte
radicale, di affermare cioè che la .uizmne della differenza specifica in
generale ha luogo tu ta quanta solamente nella categoria della sostanza
laddove, quando si tratta delle qualità, le così dette sue’ eie o sottospecie
son propriamente da considerare sen z altro come formazione d’individui, sicché
n es h' e nero sarebbero due essenze diverse a cuci 1 h che son tali due
individui umani ”)’ " ^ 816880 farina, non c’è nane », . 3,10n c e * c e
pane », dovendo prima la ~7 n p, *“’ ” c,,e “ cb '»a»c»„r;.jr,o " awo cì
**•£ [§ 22. Controversie intorno alla definizioneINTORNO al CONCETTO DI PARTE |
E cakie»j. M a controversie ) De gerì,
et spec. d ?4i. c tmnsubnantiae differentiis haberTdilZTe?™ Solum P^edicamentn
duas proximas species. dicunt illaT'nn l cllm . J ff uaht ^ dividati,r aliquas
differenti,: »ed et in micas converti tur linde nèn • sc, i,c el furinam esse
deserit non sit, panis desit. Eie. equicquam concedila ut, si farina di questo
genere, che venivano per lo più agitate, con grande sfoggio di passi di Boezio,
sfiorando già, come si vede, il confine della stupidità, venivano altresì
dibattute, secondo il modello della logica in uso nelle scuole, anche nell
arringo affine della teoria della divisione (v. sopra la nota 75) e della
definizione. Ben è vero che i realisti si trovavano tutti d’accordo nel
preferire, in armonia con il modo di pensare di Boezio (Sez. XII, nota 98), o
piuttosto di Porfirio (Sez. XI, note 41 ss.: cfr. la Sez. Ili, note 78 ss.), il
procedimento platonico di ima continua dicotomia 118 ); ma subito a proposito
della divisione del genere, necessaria per la definizione, doveva già
ripresentarsi la questione del come vadan le cose con le parti della essenza,
distinguibili nel concetto del genere: e mentre da taluni si affermava che tali
parti sono unite per mescolanza, press’a poco a quel modo che anche dalla
mescolanza di bianco e nero si genera un terzo colore differente 119 ), altri
facevano osservare che tutte le parti della essenza del genere posson pure,
anche singolarmente, esser enunciate come predicati degl’individui,
appartenenti al genere stesso 120 ); per con) Ibid., p. 458: Si aulem genus
seni per nel in proximas species t ei in proximas differenlias dìvideretur,
omnis divisio generis, sicut Boethio (de divis p. 643 [PL, 64, 8831) placuit,
bimembris essel.,.. Hoc autem ad eam philosophicam sententiam respicil, girne
res ipsus, non tantum voces, genera et species esse confitetur. ) Oilberti 1
orretae in l. 1 . Boethii de S . Trinitele commenta • ria_ (Bokth. Opera, eri.
[costantemente cit. dal Franti] di Basilea, 1570), p. 1144 [PL, 64, 12721 :
Butani quidam imperiti.... quod non sit vera dictio. si quis dical « homo est corpus
», non addens et anima »: uut si dicat « homo est anima », non addens c et
corpus ». Opi nantes quod, ex quo diversa, ut unum componant, conjuncta sunt.
esse utriusque adeo sit ex illa conjunctione confusimi, ut sicut cum album et
nigrum permìscentur, quod ex illis fit, nec album nec nigrum dicilur, sed
ciijusdam alterius coloris ex illa permixtione provenienti».... 1 Ibid., p. 1143:.... corporalitàs, non modo de
hominis illa parte I qua e corpus e.st], verum etiarn de homine praedicetur. Et.... rationalitas.... non modo
de hominis illa parte, quae spiritus est, sed etiam de homine praedicatur.... (p. 1144).... quicquid de parte nuturaliter, idem et
de composito affirmandum [PL, 64, 1272-3]. irò, anche questo fu da capo
contestato da alcuni, perche quelle parti della essenza sono predicati,
soltanto in quanto sono concetti più generali, fatta cioè astrazione dalla loro
connessione con altre note essenziali; dellW mo, p. es„ viene affermata cioè,
come predicato, non -dà la corporeità specificamente umana, ma proprio in
gèneraie la corporeità nella sua accezione universale, e tosi parimente anche
la spiritualità 121 ). Un’altra controversia manifestamente comiessa con quel
che precede, concerneva la seguente questione se ' fr J “ dMÌ *"• ^ il
7o,Z f dilTereuza -pacifica si riferisca «oltau.o alla .peci. O anche, nello
stesso tempo, al genere che st r, ’ mento della specie 122 ! Y, 3 fonda ia
specie ). Via via che si separava più net. amente a t ìlferenza dal genere
(note 112, 114) g j po z::i re p t n r pit °
lbid., p . H44 f PL 6,,,
'illuni rationalitatem guani Uhm quuè est A,"” al ‘ qU ‘ d ‘ cere 8esti
unl, d‘ci. et simUiter scienti,, a liam et alUmr ‘ T™"*' de homine human,
corporis est. ’ 1 sparai,totem quam quae notila. PaSS °
re,atÌV ° è ri P r « d »« integralmente più sopra> • ^ Abael. Dialect. n 402
• \f 1 * * noe hujus nominis quod est « homo » 'nen™ s,gn, fi cat ‘t»iem
substans, at ±' f* x P so percipiant, tantum nronlèr nT 7?’ nec ^ ualitat ^
ipsius diffinitionem requirunt. P P r qualitatum demonstrntionem il suo
significalo concettuale, fosse stata accolta, in senso realistico, quest’ultima
soluzione, sicché la proprietà sarebbe definita come un quid, formato da un
universale (p. es. [il «bianco» è un] formatum albedine), si poteva da capo
domandare se questa sia la definizione della proprietà stessa ( albedo ), o del
sostrato qualificato (album); e se poi ci si atteneva alla seconda alternativa,
dato che la prima conduce a mia reduplicazione priva di senso, sorgeva il
dubbio, se con ciò sia definito ciascun singolo di siffatti sostrati, o non
forse invece tutti quanti insieme: e necessariamente ambedue le ipotesi si
mostravan da capo insostenibili, poiché da un lato non si tratta di definire le
cose stesse, bensì soltanto ima proprietà, nè d’altra parte le cose, per una
sola proprietà che abbian comune, sono identiche nella loro essenza 121 ). Ma a
quel modo che tutta questa discussione si atIbid., p. 495: Ai vero in fiis
diffinitionibus quae sumplorum (con questo termine Abelardo suole indicar gli
aggettivi: v. appresso la nota 321) sunl vocabulorum, magna, memini, quaestio
solet esse ub his, qui in rebus universalia primo loco ponunt....; duplex enim
horum nominum quae sumpta sunt, significatio dicitur, altera.... principalis,
quae est de forma, altera vero secundaria, quae est de formalo. Sic enim «
album », et albedinem, quam circa corpus subjectum determinai, primo loco
significare dicitur, et secundo ipsius subjectum, quod nominai. Cum ilaque
album hoc modo diffinimus « formatum albedine », quueri solet. ulrum haec
diffinitio sii tantum hujus vocis, quae est « album », an alicujus siine
significationis. Al vero cum vocem non secundum essenliam suam, sed
significulionem diffiniamus, videlur haec diffinitio recte ac primo loco illius
esse. Restat ergo
quaerere, sive illius significationis sit, quae prima est, i. e. albedinis, sit
e cjus, quae seconda est. quae est « subjectum idbedinis ». At vero si haec
diffinitio albedinis sit, praedicalur de ipsa, et de quocumque albedo dicitur,
et ipsa diffinitio prucdicatur. At vero quis vel albedinem vel hanc albedinem
formuri albedine concedei?... Si
vero diffinitio supraposita ejus rei, quam « album » nominani, esse dicatur,...
quaerilur, utrum uniuscujusque sit per se, quod albedinem susci pi unt.... | il
Cousin corregge: suscipiat], sive omnium simul acceptorum. Quod si uniuscujusque
sit illa diffinitio, utique et margaritae. Vnde de quocumque illa diffinitio
dicitur, et margarita praedicatur, quod omnino falsum est. Si vero omnium simul
acceptorum esse concedatur, oporlebit ut, de quocumque diffinitio illa
enuntiatur, omnia simid praedicenlur. quod iterum falsum est. tiene ancora di
regola a quello stesso basso punto di vista, che abbiamo trovato più sopra
(Se*, precedente, note 350 ss.), dove si trattava del realista Anseimo, cosi
anche le dispute sopra il secondo metodo di divisione, cioè sopra la partizione
della o alita ne suoi elementi, recano in sè una ben grave unilateraLta. I
oiche la questione di stabilire che cosa s’intenda per parte originaria (pars
principalis), fu forzata a prendere la forma di un’alternativa, in quanto che
cioè gli uni denonimavano originarie quelle parti le quali, mentre
costituiscono la essenza della totalità, non sono piu a lor volta parti di una
parte (p. es„ nell’uomo, anima e corpo), e invece gli altri consideravano come
origmane quelle parti costitutive ultime, distrutte le quali viene distrutto il
tutto (p. es. la testa o il cuore) -»)• ma a questa maniera, in seguito al
realismo ontologico, adotandosi la prima soluzione, tutto questo punto di vista
della divisione rimaneva falsato, e surrettiziamente scambiato con il terreno
proprio della definizione, laddove, se »! adottava la seconda soluzione,
sconsideratamente « trasponeva la funzione subiettiva dell’intelletto urna“’ !•
q S ° la . Crea ÌJ COncetto di P«le, nella realtà ZTl ì C0MCeZ1One "«usa, della
quale già si era linoi ^ 9 ! “T m ° r ° 8CelÌniauo (Sez. precedente, note 321
s.). Mentre gli uni intendevano la divisione ab «finito come obbiettivamente
materiale, ed escludeno cosi dalla considerazione l’attività formale [die
gècundarias'^àrtès ZocaH^TnTat^alf 0 ’ ocrates. destructa ungula, remanet
Socrates et ila quod prius non erat Socrates, fìt Socrates. O, similmente,
ibid., p. 512: Haec.... sen-La teoria dello « status », come tentativo di
conciliazione: Gualtiero da Mortacne].
Se a questa maniera il realismo offriva in realtà molteplici documenti
di quella cattiva sorte, che nelle questioni di logica propriamente dette, deve
rimanere insepara. . Je da esso ’ non fa maraviglia che da vari lati si sieno
battute vie nuove per rendersi conto degli universali, r csidcrandosi co 8I di
sfuggire alle difficoltà del realiamo non meno che alla unilateralità del
nominalismo. mbra doversi interpetrare quale forma di passaggio prima di tutto
quella concezione, che potrebbe, dal suo termine tecnico caratteristico,
denominarsi «teoria e lo status »: e parimente sembra (cfr. la nota “ e *f a
813 8tata originata dalle obiezioni sorte contro le affermazioni di Guglielmo
da Champeaux. Se cioè la essenza universale del genere deve, per tutta quanta
la sua estensione, venire specializzata mediante lorme individuali (v. sopra la
nota 105), è difficile veder bene addentro, come stiano le cose, riguardo a
quelle «proprietà superaddite » (advenicntia), che, in seno a IimiT’ ° T Ìan °
° 80U0 S ° lamente P asse ggiere. Ora alctmi si appigliarmi qui all’espediente
di ammettere che ! universale e bensì modificato da siffatte qualità, ma non
tuttavia proprio in quanto è un universale: e una faeffe 1 ir e a arriVatÌ dn °
3 qUeSt ° P unto ’ 8i rendeva acile la effettiva trasformazione degli
miiversali, i quali dai realisti erano stati tenuti b, conto di cose (res) in
daT >: i CÌOè ° ra ne »a serie graduale che va dal genere all individuo, non
fu più tenuto conto del1 Universale, bensì dello .status universali*»: ima
concezione questa, che era così abbastanza facilmente suggerita dal motivo
usuale di ma Tabula logica, come anlentia medium digiti naturam unam esse
nonni, creaturam esse merito dubitat. Aut er J Zò, 'che poteva, dal canto suo,
trovare parimente appoggio in un passo di Boezio 129 ). Un rappresentante di
questo modo di vedere fu Gualtiero da Mortagne [de Mauretania] (insegnante a
Parigi al tempo di Abelardo, e morto, vescovo di Laon, nel 1174) : egli dedicò,
è vero, con preponderante ardore, la propria attività alle controversie
dommaticlie ), ma fece sentire, per incidenza, il suo influsso anche nel campo
della dialettica. Cercò cioè di conciliare la unità numerale deH’universale con
la connessione essenziale, in cui esso sta con le cose singole. > Ibid., p.
514 s.: Amplius sanitas et lunguor in corpore animahs fundalur; albedo et
nigredo simpliciter in corpore. (Juod si animai totum existens in Socrate
languore afficilur, et totum, quia quicquid suscipit. Iota sui quantitale
suscipit, eodem et momento nusquam est sine lang[u)ore; est autem in Platone
totum illud idem; ergo edam ibi languerel; sed ibi non languet. Idem de
albedine et nigredine circa corpus. Ad haec enim non rejugiant, ut dicani
etc.... Addurli: animai universale languet, sed non in quantum est universale.
L tinum se videant !... Si ad status se transfer ani, di centes I animai in
quantum est universale non languet in universali statu », respondcant, de quo
velint agere per has voces $ in stata universali ». Ma di questo concetto di «
status universalis » scorgeremo a buon diritto la fonte in Boezio, là dov’egli
dice, a proposito della qualità (ad Ar. praed. [I. 11IJ, p. 180 |PL, 64. 250J):
Nihil impedit, secundum aliam scilicet ulque aliam causam, unam eamdemque rem
gemino generi spedai suae supponere, ut Socrates in eo quod pater est, ad
aliquid dicitur, in eo quod homo, substantia est, sic in calore atque frigore,
in eo quod quis secundum ea videtur esse dispositus, in disposinone numerula
sunt, perchè quel rhc qui deride, è lu espressione « in eo quod » : e rosi pure
in un altro passo ancor più chiaro (ibid., p. 189 [PL, 64, 2611): Si secundum
aliam atque aliam rem duobus generibus eadem res.... supponutur, nihil
inconveniens cadit. Ita quoque et habitudines, in eo quod alicuius rei
habitudines sunt, in relutione ponuntur, in eo quod secundum eas quales aliqui
dicuntur, in quotitele numerantur. Quare nihil est inconveniens, unam atque
eamdem rem, secundum dnersas naturae suae potenlias (proprio questo son gli
universali),... pluribus adnumerare generibus. Le euc lettere (stampate nello
Spicil. del D’Achery, ed. De la Barre, Parigi, 1723, III, p. 520 ss.) sono
soltanto di contenuto dommatico, e non hanno menomamente rhe fare con la storia
della filosofia. [Ora è da vedere il trattato sopra la teoria della indifferenza,
attribuito a Gualtiero da Mortagne e pubblicato dall’Haurcau (1892), poi dal
Willner procedendo a questa maniera, vale a dire con il distinguere
nell’individuo, uno per uno, come status differenti, la individualità, e il
concetto della specie, e così pure il concetto del genere, fino su su al sommo
genere 1SI ). Comunque, sebbene ci manchino del tutto notizie più precise sopra
un tal modo di vedere, c’è questo di notevole in esso, che cioè da un lato
l’universale è raccostato alle cose singole, e dall’altro lato, per quel tenere
distinti i diversi « stati », la operazione intellettuale subbiettiva si fa più
avanti nel primo piano. Perciò neanche appare indegna di fede quella notizia
(v. sopra la nota 69), secondo la quale sembra che taluni, dalla tesi
nominalistica della « maneries » sieno passati alla questione dello status (v.
la nota 88). [§ 24. La teoria
dell’iindifferenza. Ma la evoluzione interna degli studi di logica ci conduce
con ciò spontaneamente alla teoria della indifferenza, la quale in particolare
occupa ima posizione di mediatrice tra le varie tendenze. A suo fondamento sta
il principio, che una medesima cosa è, nello stesso tempo, universale e
singolare, nel senso non già che si dia un universale essenzialmente inerente
alle cose, bensì semplicemente che in queste, in quanto sieno più cose e simili
per natura, si presenti alcunché, che esse hanno indifferenziatamente (
indiff&renter ) in comune; per conseguenza, ciò che più cose hanno
d’indifferente o intrinsecamente simile (indifferens o consimile), è dunque
indicato nella definizione come « genere », e, per l’universale così inteso, è
salva la possibilità della predicazione (praedicari de pluribus ), laddove il
realismo ha sempre corso pericolo di dover, di una cosa, predicare ima cosa (v.
appr. la nota 287): e quest’ultimo aspetto suhbiettivamente logico poteva ora
caso mai venir pure M1 ) Il passo in appoggio, vedilo più sopra, alla noia unilo anche con il concetto di status, di
modo die ciascuna cosa avrebbe in sè uno « stato » d’individualità e nello
stesso tempo uno « stato » di universalità 132 ); ma si tratta nonpertanto di
un punto di vista, tutto diverso da quello di Gualtiero. Mentre là, cioè, si
tiene ancor ferma la esistenza delu ‘) Abael. Glossulae sup. l’orph., riferite
dal Rémusat (v. le note 13 e 73), p. 99 s. : La seconde manière de soutenir
l’universalilé des choses, c’est de prétendre que la ménte chose est
universelle et particulière; ce n’est plus essentiellement, mais indifféremment
que la chose commune est en divers.... Ce qui est dans Platon et dans Socrate,
c’est un indifférent, un semblablc, « indifferens vel consimile ». Il est de
certaines choses qui conviennenl ou s’accordent entre elles, c esl-à-dire qui
sont scmblables en nature, par exemple en tanl que corps, en lant qu’animaux ;
elles sont aitisi universelles et particulières, universelles en ce qu’elles
sont plusieurs en conimunaulé d attributs essenliels, particulières, en ce que
chacune est disimele des autres. La définition du genre (« praedicari de
piuribus »....) ne s’applique alors aux choses qu’elle concerne qu’en tanl
qu’elles sont semblables, et non pus en lant qu’elles sont individuelles. Ainsi
les mèmes choses ont deux états, leur étal de genre, leur état d’individus, et,
suivant leur étal, elles comportenl ou ne comportenl pas une définition
differente. [Vedasi ora il testo originale, ediz. Geyer, p. 518: Sunt a lii in
rebus unii-er salitatela assignantes, qui eandem rem universalem et
parlicularem esse astruunl. Hi
namque eandem rem in diversis in differente r, non essentialiter inferioribus
affirmunt. Veluti cum dicunt idem esse in Socrate et Plutone, « idem » prò
indifferenti, idest consimili, intelligunt. Et cum dicunt idem de pluribus
praedicari vel inesse aliquibus, tale est, ac si aperte diceretur: quaedam in
aliqua convenire natura, idest similiu esse, ut in eo quod corpora sunt vel
ammalia. Et iuxta hanc.... senlentium eandem rem universalem et particularem
esse concedunt, diversis tamen respeclibus; universalem quidem in eo quod cum
pluribus communitutem habet, particularem secundum hoc quod a ceteris rebus
diversa est. Dicunt enim singulas substunlius ita in propriae suae essentiae
discretione diversas esse, ut nullo modo haec substantia sii eadem cum illa,
etiamsi substantiae materia penitus formis carerei, quod tale secundum illos
praedicari de pluribus, ac si dicatur: aliquis status est, participatione
ctiius multae sunt convenientes, praedicari de uno solo, uc si dicatur: aliquis
status est, parlici patione cuius multae sunt non convenientes 1 . Se il
Rémusat abbia effettivamente trovato qui [come (v. s.) effettivamente ha
trovato] nel manoscritto il termine « status »
cosi almeno sembra che sia o se si
tratti di un’aggiunta, fondata solamente sopra il suo personale modo di vedere,
io non lo so. l’universale, e proprio a quest’ultimo vengono atmbu «stati»
differenti, per i sostenitori della tesi della indifferenza viene avanti in
prima linea, con tutto il suo rigore, la idea, appartenente al nominalismo
(note 77 ».), vale a dire che in generale null’altro esiste, all infuori dai
soli individui, e apprendendosi il pensiero a questi, come a’ suoi propri
oggetti, gli universali si generano soltanto per la diversità
dell’apprendimento (aliter et aliter attentum), sicché status o natura dell’essere
individuo o dell’essere specie e via dicendo, sono da considerare soltanto come
modi di vedere soggettivi: e a tal proposito è prima di tutto da considerare il
carattere, per così dire, negativo del procedimento che conduce dall’individuo
all’universale, in quanto che Ymtellectus gradualmente lascia da parte (non
concipit), intenzionalmente dimentica ( oblitus ), posterga e abbandona (
postponit, relinquit) le differenze individuali, per prògredire
nell’apprendimento dell’indifferenziato, sino al grado supremo, cioè alla
sostanza 1 ). Pertanto anche questo modo di vedere, analogamente «*) De geli,
et spec., p. 518: Nane itaque >Uam, quae de indifferentia est. sententi,im
perquiramus Cujus *«£«**£**£ JJJJ ninnino est nraeter individuimi; sed et illud
aliter et aliter atten tum specie* et genus et genertdissimum est (ugualmente
nel pas.o ' ùo già opra! nota 72). Itaque Sacrate* in ea natura (m ponga mente
al termine « natura », in luogo del quale subno dopo « de Socrate, quod nota,
idemj homo » -^CmfPponat ZioaagsH’S z zzi: zzi::‘oli.. „ . .» «» bocr “ m quod
notul « substantia », generulissimttm est. agli altri, può richiamarsi a passi
isolati di Boezio, quando si tratta di affermare che l’individuo, considerato
come individuo, non reca in sè nulla d indifferenziato, ch’egli abbia in comune
con altri individui, bensì, per così dire, egli è la differenza stessa,
laddove, quanto più si considera questo medesimo individuo come specie o come
genere, tanto in maggior numero si scoprono in lui momenti indifferenziati
comuni, e allora si abbraccia, come concetto del genere o della specie, tutto
quel che c’è di elemento comune 134 ) : cosicché con ciò, poiché infine ogni
manifestarsi d’individui si può prenderlo anche dal lato (status) del suo
genere più universale, ci sono in verità tanti generi universalissimi, quanti
sono gl’individui: ora questi generi supremi si raggruppano a lor volta in
dieci classi (categorie), soltanto mediante la considerazione di quel che
d’indifferenziato hanno in comune, ma d’altra parte tutt’insieme vengono a
formare da capo una unità universalissima, consistente m ) Ibid. : Socrates, in
quantum est Socrutes, nidlum prorsus indifferens habet, quod in alio
inveniatur; sed in quantum est homo, plura habet indifferentia, quae in Platone
et in aliis inveniuntur. Nam et Plato similiter homo est, ut Socrates, quamvis non
sit idem homo essentialiter, qui est Socrates. Idem de animali et substantia. Ma per ricondurre
questo testo alla sua fonte, bastano i seguenti passi di Boezio, ad Porph. a se
trunsl., I, 11, p. 56 [ed. Brandt, p. 166; PL, 61, 85J : Cogitantur vero
univcrsalia, nihilque aliud species esse putanda est, nisi cogilatio collecta
ex individuorum, dissimilium numero, substantiali similitudine: genus vero
cogitano collecta ex spoderimi similitudine. Sed haec similitudo cum in
singularibus est, fit sensibilis: cum in universalibus, fit intelligibilis ;
inoltre ibid.. Ili, 9, p. 76 [ed. Brandt, p. 228; PL, 64, 111]: Individuorurn
quidem simililudinem species colligunl, specierum vero genera. Similitudo autem nihil est
aliud, nisi quaedam unitas qual itati s ; c ibid., TU, 11, p. 78 [ed. Brandt,
p. 235; PL, 64, 114]: ea enim sola dividuntur, quae pluribus communio sunt; his
enim unum quodque dividitur, quorum est commune, quorumque naturam ac
simililudinem continel. llla vero, in quibus commune dividitur, communi natura
parteciparti, proprietasque communis rei his, quibus communis est, convenit. Al vero individuorurn proprietas nulli communis est.
Qui cioè è abbastanza chiaramente preannunriato così il simile o commune, come
anche il colligere (nota 136). 17. C.
Pbantl, Storia della logica in Occidente, II.CARCO prantl ili ciò che son
proprio essi 1 elemento comune e indifferenziato 135 ). Nella stessa maniera si
configura poi anche la relazione predicativa, poiché, mentre l'individuo è
sempre soltanto il suo proprio predicato, quell’aspetto suo, che viene inteso
come specie o come genere, può recare con sè un riferimento reciproco ad altri
individui: cioè, p. es., Tesser uomo, di Socrate, è predicato (inhaeret) anche
per Platone, e viceversa: e questo esser genere, dell’individuo, è concetto
collettivo (colligitur), cosi per questo stesso individuo come anche per gli
altri della medesima specie 13 °) insomma il rapporto dell’universale e del
singolare si riduce a un « in quntum », e, non essendoci nè un puro universale
nè un puro individuale, dipende dalla diversità del punto di vista (diversus
respectus), che l’universale venga considerato come singplare, e il singolare
come universale 13T ). [Adelardo da Bath: intonazione platonica DA LUI DATA
ALLA TEORIA DELLA INDIFFERENZA]. Ora U5 ) Jbid., p. 519: Solvunt.... illi
dicentes: generalissima quidem infinita esse essenlialiter, sed per
indifferentiam decem tantum ; quot enim individua substanliae, tot et sunt
generulissimae substantiae. Omnia lamen illa generalissima generalissimum unum
dicuntur, quia indifferentia sunt. Socrates enim in eo quod est substantia,
indifjerens est cum qualibel substantia in eo statu, quod substantia est. ”“) Ibid.:
Sed et hi dicunt: Socrates in nullo slatti aliati inhaeret nisi sibi
essenlialiter; sed in statu hominis pluribus dicitur inhaerere, quia olii sibi
indifferentes inhaerent; eodem modo in statu animalis.... (p. 520) Dicunt ita:
Socrates, in quantum est homo, de se colligitur (si ponga mente a questa
espressione) et de Platone caelerisque; unumquodque individuimi, in quantum est
homo, de se colligitur. ls, > Ibid., p. 521: Itti tamen non quiescunt, sed
dicunt: nullum singulare, in quantum est singulare, est universale, et e
converso; et cum universale est, singulare est universale, et e converso. Ibid., p. 520: Negant hanc consequenliam € si
est universale, non est singulare». Nam imposilione suae sententiae habelur:
omne universale est singulare, et omne singulare est universale diversis
respcctibus. questa dottrina dell’ indifferenza viene tuttavia a sua volta ad
armonizzare infine con il principio « Singultire senti tur, universale
intelligitur », sicché le era dato di trovare un appoggio anche in Boezio (Sez.
XII, nota 91), e comunque si poteva ammettere che per noi quaggiù, in questa
valle di lacrime, gli universali soltanto come individui hanno una esistenza
percettibile, mentre va riconosciuta a essi in verità una realtà intelligibile:
stando così le cose, anche i Platonici, particolarmente per via di quella
tendenza dell’ individuale a deviare all’insù, « lasciando » [relinquere] le
sue caratteristiche singolarità, potevano prender gusto alla teoria della
indifferenza, mentre nello stesso tempo gli Aristotelici erano inclini a por
mente in essa alla relazione scambievole tra universale e particolare, come
anche al conto in cui quella tiene la operazione suhbiettiva dell’intelletto
(di quest’ultimo modo di vedere troveremo un esempio appresso, note 432 s., in
imo scolaro di Abelardo). S’intende pertanto come Adelardo da Bat li, il quale
compose intorno al 1115 [tra il 1105 e il 1116] imo scritto De eodem et
diverso, che aveva per fondamento il platonismo 138 ), credesse di potere,
proprio con la dottrina della indifferenza, comporre il contrasto fra Platone e
Aristotele. Si lamenta Adelardo dell’aspro contrasto fra opposte tendenze, nel
campo della logica, come pure della mania d’innovazioni dominante al tempo suo
13,) ), ma è d’opinione che, lss ) V. sul conto suo maggiori particolari nelle
Recherches critiques dello Jourdain (2* ed. 1843, p. 26-7, 97-9 e 258-277),
dove si riproducono tradotti, di su un manoscritto parigino, notevoli frammenti
di questo libro. [Ma ora del trattato di Adelardo è stato pubblicato
integralmente il testo originale, a cura di H. Willner, nei Beitriige del
Baunikcr, IV, 1, Miinster, 1903, p. 3-34]. “”) Ibid., p. 262: L'un prétend
qu’on doit partir dcs choses sensibles, l'autre commence par les choses non
sensibles. Celui-là soutient que la Science n'est que dans les premières,
cclui-ci qu’elle est. hors des dernières; ils s’inquiètent aitisi mutuellement,
à fin qu’aucun d’eux ne s’altire la confiunce.... (p. 263) A qui donc faul-il con il venir bene in
chiaro di quel che concerne gli universali, si potrebbe appianare la contesa
140 ). Intorno ai concetti di specie e di genere, egli si esprime qui in
perfetto accordo con la teoria della indifferenza, anzi facendo pereino uso
quasi degli stessi termini (p. es. diversus respectus, oblivisci, non attendere
ecc.), sicché può ritenersi che il nostro informatore su citato [v. s. la nota
133] avesse sottocchio lo scritto di Adelardo, non essendoci altra variante, se
non che qui non è messo in campo il concetto di status, ed è forse dato un
certo maggior peso alla denominazione 141 ). Ma croire d'entre ceux qui
tourmenle.nl nos oreilles de leurs innovations journalières, qui cheque jour
naisscnt pour nous, nouveaux Aristotes et nouveaux Piatomi, qui prometterà
également et les choses qu’ils savent, et celles qu’ils ignorent? Ili testo originale, ediz. Willner, p. 6, suona così:
« Alius enim a sensibilibus invesligundas (se. res) esse censuil, alter ab
insensibilibus incepit; alius eus in sensibilibus tantum esse arguii, alter
praeter sensibilia etiam. esse divinavit. Sic dum uterque alterum inquietat,
neuter fidem adipiscitur.... (p. 7) Cui tandem eorum credendum est, qui
cotidianis novitatibus aures vexant.” Et assidue quidem etiam nunc cotidie
Platones, Aristoleles novi nobis nascuntur, qui aeque ea, quae nc sciant, ut et
ea, quae scianl, sine frontis iacluru promittant.... » |. M “> Ibid., p. 267: L’un
d’eux (cioè Platone e Aristotele), transporté par l’élévation de son esprit et
les uiles qu’il semble s’ètre créés par ses efforts, a entrepris de connuilre
les choses par les principes eux-mémes ; a esprime ce qu’ils élaient avant
qu’ils ne se reproduisissent dans les corps, et a definì les formes archétypes
des choses. L’autre, au conlraire, a commencè par les choses sensibles et
composées ; et puisqu’ils se rencontrent dans leur route, doit-on les dire
opposés? Si l’un a dit que la Science étuit hors des choses sensibles, et
l’autre, qu'elle était dans ces mémes choses, voici conimela il jaul les
interpréter. [Ed. Willner, p. 11: « Unus eorum merilis altitudine clatus
pennisque, quas sibi indui obnixe nisus, ab ipsis iniliis res cognoscere
aggressus est, et quid essent, antequam in corpora prodirent, expressit,
archelypas rerum formas, dum sihi loquilur, definiens. Alter autem.... a sensibilibus
et compositis orsus est. Dumque sibi eodem in itinere obviant, contrarii
dicendi non sunt.... Quod autem unus ea extra sensibilia, alter in sensibilibus
tantum existere dixit, sic accipiendum est. »1. «*) Delle parole ohe ora fanno immediatamente seguito
(p. 267-8 del Jourdain), FHauréau (De la philos. scol., I, p. 255 IHistoire de
la phil. scol.) riproduce il testo latino originale [che qui si riferisce
secondo la ediz. Willner] : Genus et species
de his enim senno est etiam rerum
subiectarum nomina sunt. fan poi seguito, secondo lo spirito del platonismo,
espressioni di lamento, perchè agli uomini runiversale si presenta oscurato
dalla indispensabile percezione sensibile, mentre gli universali, nella loro
pura semplicità, esistevano originariamente soltanto nel No0{ divino 11); e*a
questo si connette subito la strana affermazione, che proprio perciò hanno
ragione tutti due, così Aristotele, il quale ha trasportato gli universali in
quella sfera, cli’è la sola dove sieno a noi accessibili, come anche Platone,
che li confina là dov’essi hanno la vera loro realtà, che insomma entrambi,
mentre nella maniera di esprimersi sembra si contraddicano, nel merito si
trovan d’accordo 143 ). Per arrivare a questa conciliazione, AdeNam si res
consideres, eidem essentiae et generis et speciei et individui nomina imposita
sunt, sed respectu diverso. V olcntes etenim philosophi de rebus agere
secundurn Itoc quod sensibus subiectae sunt, secundurn quod a vocibus
singularibus notantur et numeraliter diversae sunt, individua vocarunt, se.
Socratem, Platonem et celeros. Eosdem autem altius intuente s, videlicet non
secundurn quod sensualiter diversi sunt, sed in eo quod notantur ab liac voce «
homo », speciem vocavertuti. Eosdem item in hoc tantum, quod ab hac voce « animai
» notantur, considerantes genus vocaverunt. Nec tamen in consideratione
speciali jormas individuales tollunt, sed obliviscuntur, cum a speciali nomine
non ponantur, nec in generali speciales oblatas inielligunt, sed incsse non
attendunt, vocis genendis significatione contenti. Vox enim haec « animai » in
re illa notai substantiam cum animatione et sensibililate ; haec autem « homo »
totum illud et insuper cum ralionulitale et mortalitate: « Socrates » vero
illud idem addila insuper numerali accidentium discrelione [ed. Willner, :
Assueti enim rebus . cum speciem intueri nituntur, eisdem quodammodo
caliginibus implicantur nec ipsam simplicem notam.... contemplari nec [350] ad
simplicem specialis vocis positionem ascendere queunl. Inde quidam, cum de
universalibus ageretur, sursum inhians « Quis locum earum [se. vocimi] mihi
ostendet? », inquit. Adeo rationem imaginatio perturbai.... Sed id apud
mortales. Divinae enim menti.... praesto est muteriam sine formis et jormas
sine aliis, immo et omnia cum aliis.... distincte cognoscere. Nani et antequam
coniuncta essent, universa quae vide?in ipsa noy simplicia erant [ed. Willner,
p. 12]. lbid.: Nunc autem ad propositum redeamus. Quonium igitur illud idem,
quod vides, et genus et species et individuimi sit, merito ea Aristoteles non
nisi in sensibilibus esse proposuit. Sunt etenim ipsa sensibilia, quamvis
acutius considerata. Quoniam vero ea, inlardo non deve davvero essersi molto
stillato il cervello 144 ). [§ 26.
Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere ]. Un modo di vedere analogo al principio della
teoria della indifferenza, sebbene il metodo seguito fo9«e alquanto diverso,
potrebbe ravvisarsi nella opinione di Gauslenus o Joscelli¬ nus da Soissons
(dove fu vescovo dal 1125 [1122] al 1151), il quale ritiene cioè che gli
universali non si trovano già negl’individui presi per se stessi, bensì com¬
petono a questi, solamente in quanto l’individuale viene raccolto in una unità
(in unum collectis ) 145 ) ; poiché questa è ima tesi che sarebbe perfettamente
in armo¬ nia con il principio su riferito (nota 133), vale a dire che esistono
esclusivamente individui; soltanto che il formarsi degli universali nel
pensiero umano sarebbe ottenuto qui non già con mi lasciar da parte
[(re/inquere ) le differenze individuali], bensì fin da principio con un metter
assieme ( colligere ), del quale infine non poteva pur fare a meno neanche la
teoria della indiffe¬ renza (nota 136). Ma sopra la opinione di Gauslenus non
sappiamo assolutamente nulla di più preciso 14e ) : quantum dicuntur genera et
species, nemo sine imaginatione presse pureque intuetur (qua pertanto troviamo
veramente «li già la « ignota cosa in sé»), Plato extra sensibilia, scilicet in
niente divina, et concipi et existere dixit. Sic viri illi, licet verbis
contrarii videantur, re lamen idem senserunt [ed. Willner, p. 12], Tanto più
che poteva ben essergli accessibile, almeno attra¬ verso Agostino (de civ. Dei,
Vili, 6 f?j), il noto passo ciceroniano dello stesso tenore ( Acad. Prior., I,
6 Tv. anche ih., 41, relativa¬ mente ad Antioco [d'Ascalonal). Abbiamo veduto
più sopra (nota 66) come anche Bernardo da Chartres si sforzasse di conciliare
Pla¬ tone e Aristotele. ’“) Vedi la fonte più sopra, nota 68. “*) Poiché, se H.
Bitter, che sopra Gualtiero da Mortagne, Adelardo da Balli ecc. ci dà notizie,
in parte prive della necessaria precisione, in parte addirittura erronee, vuole
senz’altro riven¬ dicare a Gauslenus lo scritto De generibus et speciebas, per
indurci e mentre da un lato già molto
avanti abbiamo veduto (Sez. prec., nota 175) cbe anche il realista Ottone da
Cluny si serviva di una espressione analoga, e anzi an¬ che Giovanni da
Salisbury sembra riconoscere in Gaueleno un realista (il che tuttavia non ha
forse grande importanza: v. sopra le note 70 e 85), d’altro lato può darsi che
soltanto la separazione degli universali da¬ gl’individui singoli sia per noi
il principale motivo che c’induce a raccostare la tesi di Gausleno alla teoria
della indifferenza: e a conferma di ciò potrebbe fors’anche valere il fatto,
ch’egli ha promosso il passaggio alla teo¬ ria nominalistica della « mancries »
(v. sopra la nota 68). Allora avremmo qui una ripetizione di quel che fu già
affermato, a proposito dei primi inizi di una formazione di contrastanti
tendenze dalla parte dell’indirizzo nomi¬ nalistico liT )Lo scritto anonimo de
generibus et speciebus: punto di vista del suo autore: a) critiche ad altre
soluzioni del problema degli universali],
Ma se, relativamente agli universali, l’ordine al quale dobbiamo dar la
preferenza (v. sopra la p. 208), ci porta a prender in esame le vedute di
AEelardo, come pure di Gilbert de la Porrée e di Giovanni da Salisbury,
solamente qui appresso, in connessione cioè con la totalità della loro
dottrina, per il momento ci rimane da
conati ammettere quest’attribuzione non basterebbero le poche parole di quel
l'unica fonte che possediamo intorno a Gauslenus, neanche qualora esse fossero
in armonia con le vedute dell’autore dello scritto Do gen. et spec. Ma che un
tale accordo sia molto dubbio, può risultare da quanto dovremo ora subito dire,
a proposito di quello scritto anonimo [che invece oggi si tende ad attribuire
appunto a Gauslenus o a un discepolo di lui. Del Ritter v. la 3“ parte della
già cit. St. d. fil. cristiana, p. 381-6 (Allei, da Bath) e 397401 (Gualt. da
Mortagne)]. Cioè il Pseudo-Rabano (Sez. precedente, nota 153) e quel co,i detto
Jepa (ibid., nota 170) si sono espressi, intorno al concetto di genere, in
maniera affatto simile. CABLO PRANTL siderare un unico scrittore ancora, e
questi è l’autore sconosciuto dello scritto «De generibus et speciebus» liS ),
il quale ci mostrerà taluni punti di contatto o di affinità con parecchie delle
opinioni menzionate «inora. In origine il lavoro, nel suo complesso, si
presentava certo come ima monografia «De divisione » (cfr. le note 118-128),
assolutamente alla stessa maniera dello scritto omonimo di Abelardo (v.
appresso le note 277 e 353 ss.), e, come in principio del testo da noi
conservato si tratta ancora della questione delle parti originarie di ima
totalità, così anche qui l’Autore, altrettanto colto quanto acuto, ha poi preso
occasione, dalla discussione intorno alla divisione del genere, per intervenire
nella disputa intorno agli universali, e lumeggiando criticamente le opinioni
degli altri, e ancora esponendo le ragioni delle sue proprie vedute 149 ). Per
prima cosa combatte alla spiccia il nominalismo, con l’argomento che le parole
in generale non hanno un essere, poiché ciò che si genera soltanto per
successione temporale, non può costituire un tutto unitario: ima osservazione,
questa, che è volta appunto, per 14 “) Del libro, edito dal Cousin ( Ouvrages
inédits d'Abélard, p. 507-550) di su un manoscritto di St. Gerniain, manca il
principio; e il titolo, che è invenzione dello «tesso Cousin, si può forse
continuare a adottarlo, ma certamente fatta eccezione per l’aggiunta «Petti
Abelardi » ; poiché, che nel suo complesso non sia un’opera di Abelardo (v.
sopra la nota 49), se ne sarebbe dovuto accorgere anche il Cousin; la cosa
appare manifesta non soltanto da particolarità stilistiche (p. es. Fespressioni
« Attende » o « Solutio », intercalate dove si tratta di risolvere obiezioni, o
ancora, il caratteristico termine « rationabile ingenium », clic l’Autore
mostra di prediligere, ecc.), ma anche da intrinseche divergenze che modificano
la teoria stessa, e si acuiscono persino in forma polemica. Sopra questo punto,
a scanso di ripetizioni, mi limito a rinviare alle note seguenti, 150, 167,
168, e particolarmente 171, dove si vedrà addirittura designata come « ridicola
» una opinione che è di Abelardo. ’*) Con lo studio accurato di questo scritto,
potrebbero forse venir meno del tutto le censure enunciate a suo carico da H.
Rrr- ter (VII, p. 363), che lo giudica malcostrutto e oscuro. quanto in essa si
attiene alla funzione del pensiero nel giudizio, anche contro le idee di
Abelardo (v. appresso la nota 315) 15 °); ma poi la relazione tra materia e
forma, dominante nel passaggio dal genere alla specie, neanche sarebbe già assolutamente
possibile esprimerla con parole, poiché mai ima parola è materia di un altra
parola 151 ). D’altra parte, l’Autore combatte anche il realismo di Guglielmo
da Champeaux, poiché se l’universale, in tutto quanto il suo contenuto, viene
individualizzato nell’individuo (nota 105), non soltanto questo medesimo
contenuto dovrebbe pur trovarsi da capo nello stesso tempo tutto quanto in un
altro individuo 152 ), ma dovrebbero altresì spettare a tutti gl’individui
anche le proprietà varianti o transitorie 153 ), e nioltre nel concetto del
genere si troverebbero poi simultaneamente anche gli opposti 154 ). E
ugualmente egli assume più oltre un atteggiamento m ) Cousin, loc. cit., p.
523: ltem voces nec genera sunt nec species nec universales nec singulares nec
praedicatae nec subjectae, quia omnino non sunt. Nani ex his, quae per
successionem fiunt, nullum omnino totum constare, ipsi qui hanc sententiam
tenent, nobiscum credunt. Quemadmodum statua constai ex aere materia, forma
autem figura, sic species ex genere materia, forma au- tem differentia (v. la
nota 160 s.), quod assignare in vocibus impossibile est. Nam cum animul genus
sit hominis, vox vocis nullo modo est altera alterius materia. m ) p. 514: Quod
si ita est, quis polest solvere, quin Socrates eodem tempore Romae sii et
Athenis? Ubi enim Socrates
est, et homo universalis ibi est, secundum totani suam quantitatem infor- matus
Socratitate.... Si ergo res universalis, tota Socratitate affecta, eodem
tempore et Romae est in Plutone tota, impossibile est, quin ibi etiam eodem
tempore sii Socratitas, quae totani Ulani essentiam conlinebat. Ubicumque autem
Socratitas est in homine, ibi Socrates est: Socrates enim homo Socraticus est. Ibid. Il passo si trova citato già più sopra, n. 129.
”*) p. 515: Quam statim enim rationalitas illam naluram tangit, se. animai, tam
statim species efficitur, et in ea rationalitas fundatur. llla ergo totum
informat animai.... Sed eodem modo irrationalilas totum animai informat eodem
tempore. Ita duo opposita sunt in eodem secundum idem. polemico contro la
teoria della indifferenza, cosi attaccandola nel suo principio, cioè in quel
tale concetto del « comune » (nota 134) 155 ), come anche contraddicendo sia la
opinione, che i sostenitori di quella teoria professano, relativamente al
concetto collettivo (collidere, nota 136) 15 “), sia del pari la conseguenza,
che si ricava, e che consiste nelTobliterarsi della differenza tra universale e
particolare 157 ). [b) soluzione da lui stesso proposta ]. La sua propria opinione traspare già, in
primo luogo, dov’egli tratta della divisione all’infinito (note 126 s.), e
riconosce che una totalità può ancora continuar a sussistere, quand’anche una
sua parte perda la propria forma e subisca, quanto alla materia, ima
diminuzione 158 ), e cosi pure
particolarmente, in secondo luogo, dov’egli esprime la idea, che due punti non
vengono ancora a formare una linea, se non c’è la cooperazione di una energia
creatrice unitaria (una creatura ) 15B ). Anche nella p. 519: Ncque enim
Socrnles aliquam naturarti, quarti habeat, fiatoni communicut, quia neque homo
qui Socrales est neque animai, in aliquo extra Socratem est. !M ) p. 520: Socrates.... lumen
nullo modo de pluribus colligitur, quia in pluribus non est. Già questo dovrebbe renderci circospetti, nell
attribuzione di tale scritto a Gausleno: ma v. appresso la nota 162. 15t ) P521: Al vero nec
particuluritas nec universalitas in se transenni. Namque universalitas potest
praedicari de particularitate, ut animai de Socrate vel Platone, et
particularitas suscipit praedicalionem universalitatis ; sed non ut
universalitas sit particularitas, nec quod particolare est, universalitas fiat.
[Queste parole fan parte di una eitaz. da
Boezio, ad Ar. Praed., I, p. 120; PL, 64, 170]. P510: Non sequitur « si hic
asser est, et medietas hujus asseris est»; posset enim destrui medietas,....
non quanlum ad totani ejus massam, sed quanlum ad formam, et tamen remanentibus
ejus aliquibus particulis non destrueretur hic asser, quoniam medietatis ejus
materia, forma tantum pereunte, tota non periret. P511 : Si quuelibet duo
puncta proxime juncla faciunt bìpunctalem lineam, quue sit una creatura, tunc
habebit unum fundamentum; sed una atomits non erit ejus fundamentum; jam polemica contro un emendamento [proposto per
sfuggire alle difficoltà] del realismo, egli risolutamente si attiene alla
similitudine derivata da Porfirio (Sez. XI, nota 44), e indi passata nelle
teorie di Boezio (Sez. xn, nota 97) : la similitudine, cioè, dell’opera d’arte,
sicché per lui il genere è la materia e la differenza è la forma, ma il
prodotto stesso, cioè la specie, nella quale la materia è il sostrato della
forma (formarti sustinet ), viene considerato come una unione permanente, e
designato anche con il termine « materiatum » 160 ) ; in luogo di questo
termine, d’altro canto, trovasi pure, ferma restando rigorosamente la idea di
parte, la caratteristica espressione « diffinitivum totum » J01 ). Ma un più
preciso fondamento a questa sua opinione egli lo dà nella maniera seguente:
Nell’individuo una certa «essentia», cli’è la materia, porta in sè ( sustinet )
la forma della individualità, ed è composta con essa, dal che appunto si genera
la diversità degl’individui singoli; ora, proprio questa essenza, in quanto la
si trova non soltanto in uno o nell’altro individuo, ma nello stesso tempo
anche, come materia, in tutti quanti insieme, è la specie, la quale pertanto,
per molte che sieno le essenze singole ( essenrìaliter multa), viene tuttavia
designata come concetto collettivo ( collectio) con le enim esset bipunctaliter
linentum.... p. 513 : postarlius dicere quod ipsa bipunctaìis linea fundutur in
illis duabus alomis ut in subjeclis, non in subjecto. ’*’) p. 516: Sed dico:
facta est species ex genere et substanliali differentia, et sicut in statua aes
est materia, forma autem figura, similiter genus est materia speciei, forma
autem differentia. Materia est, quae suscipit formam. Ita genus in ipsa specie
constituta formimi sustinet. Nani et postquum constituta est, ex materia et
forma constai, i. e. ex genere et differentia.... p. 517: ontne materiatum
sufficienter constituitur ex sua materia et forma. ’") p. 522: Speciem ex
genere et substanliali differentia constare, ut statua ex aere et figura,
alidore Porphyrio (in Boezio, ad Porph. a se trinisi., IV, 11, p. 88 fed. Brandt, p. 268; PL]), constat.
Itaque pars est speciei materia et similiter differentia. Ipsa vero species est totum diffinitivum eorum.
parole « un universale », ovvero « una natura », press a poco come anche il
concetto di «popolo» abbraccia molti individui 162 ); non già viene cioè
individualizzata in ciascun individuo singolo la specie tutta quanta, bensì
solamente una sua parte, cioè appunto una sola siffatta essenza, la quale non è
già identica alla totalità che costituisce la specie (concollectio), ma ha con
essa in comune soltanto la simile composizione o la simile energia creatrice
(similis compositio, similis creatio ): onde neanche la similitudine con il
popolo o con un esercicito calza perfettamente, sussistendo tra l’essenze smgole
e la loro totalità, data quella somiglianza nella produzione, una maggiore
identità di essenza che non tra un soldato e l’esercito; tutta questa relazione
si presta invece meglio a esser paragonata con il caso di una massa di metallo
piuttosto grande, la quale in una delle sue parti può esser lavorata in forma
di coltello, e nello stesso tempo, in un’altra sua parte, in forma di stile.
Quid nobis polius lenendum rideatur de his, Deo annuente, amodo ostendemus.
Unumquodque individuimi . ex materia et forma compositum est, ut Socrates ex
homine materia et Socratitate forma; sic Plato ex simili materia, se. homine,
et forma diversa, se. Platonitale, componitur; sic et singuli homines. Et sicut
Socratilas, quae formaliler constituit Socratem, nusquam est extra Socralem,
sic illa hominis essentia, quae Socralitatem sustinet in Socrate, nusquam est
nisi in Socrate. Ita de singulis. Speciem igitur dico esse non illam esscntiam
hominis solum, quae est in Socrate, vel quae est in aliquo alio individuorum,
sed tolam illam collectionem ex singulis tdiis [5251 hujus naturae conjunc.tam.
Quae tota colleclio, quamvis essentialiter multa sit, ab auctoritatibus (cioè
da Porfirio e Boezio) tamen una species, unum universale, una natura
appellarne, sicut populus (v. la Sez. precedente, nota 153), quamvis ex multis
personis collectus sit, unus dicitur. Speciem esse dicimus multitudinem
essentiarum inter se similium. ut hominem.... lllud tantum humanitatis
informatur Socratitate. quod in Socrate est. Ipsum autem species non est, sed
illud quod ex ipsa et caeteris similibus essentns conficttur. Attende. Materia
est omnis species sui individui et ejus formam suscipit, non ita scilicet, quod
singulae essentiae illius speciei informentur illa forma sed una tantum, quae
tamen.... similis est
compositioms, prorsùs cum omnibus aliis ejusdem naturae essenliis.... Neque.... diversum judicaverunt [se. auctores] unam
essenJiam illius con[Ora questa medesima relazioue si ripete per il concetto di
genere, essendo ciascuna delle esscntiae, appartenenti alla totalità di una
specie, composta a sua volta di una materia e di una forma, con questa sola
differenza, che cioè la forma qui non è più esclusivamente quella sola della
individualità, ma involge essa medesima in sè la pluralità delle differenze
specifiche, cioè sostanziali; ma quella materia come tale appare
indifferenziata ( indifferens ) in quelle essenze singole, che, come materia,
stanno a fondamento della formazione della specie, e si chiama ora genere la
multitudo dell’essenze, che possono far da sostrato (sustinere, recipere) alle
differenze specifiche 164 ). E lo stesso può infine ripetersi anche
relativamenteal « primo principio », perchè le essentiae appartenenti a un
genere, consistono a lor volta di materia e forma, e sono, quanto alla materia,
parimente indifferenziate colleclionis a tota collectione, sed idem, non quod
hoc esset illud, sed quia similis creationis in materia et forma hoc eral cum
ilio.... Massam aliquam ferream, de qua fuciendi suiti cultellus et Stylus,
videntes, dicimus: hoc fulurum materia cultelli et styli, cum tàmen nunquam
tota suscipiut formam alterulrius, sed pars styli, pars cultelli.... (p. 527)
Major.... identitas alicujus essentiae illius collectionis ad totum, quarti
alicujus personue ad cxercitum; illud enim idem est cum suo tato, hoc vero
diversum. Inoltre p. 535: Hoc enim habet
nostra sententia, quod animai illud genus in parte sui suscipit rationalilalem
et in parte irrationalitalem. 1M ) p. 525 : Item unaquaeque essentia hujus
collectionis, quae humanitas appellalur, ex muteria et forma constai, se. ex
animali materia, forma autem non una, sed pluribus, rationalitate et
mortalitate et bipedalitate, et si quae sunt ei aliue substantiales. Et sicut de homine dictum est,
se. quod illud hominis, quod sustinet Socrutitalem, illud essentialiter non
sustinet Platonitatem, ita de animali. Nam illud animai, quod formas [Cousin
corregge: formami huma. nilatis, quae in me est, sustinet, illud essentialiter
alibi non est, sed illi indifferens est in singulis materiis singulorum
individuorum animalis. Hanc itaque mullitudincm essentiarum animalis, quae
singularum specierum animalis formas sustinet, genus appellandum esse dico:
quae in hoc diversa est ab illa multitudine, quae speciem facit. Illa enim ex
solis illis essentiis, quae individuorum formas sustinent, collecta est; ista
vero, quae genus est, ex his, [quae] diversurum specierum substantiales
differentias recipiunt. C (indiff erentes
), mentre recano in sè, come loro forma, le differenze del genere, e così ancor
una volta si arriva a una multiludo di essenze, come al generalissimum, del
quale infine può ancora dirsi soltanto, che la sua materia è la « mera essentia
» o la sostanza stessa, mentre la sua forma è la susceptibilitas contrariorum
165 ). Così l’Autore, con il suo caratteristico potenziamento o incastramenti
della essenza, si accosta tuttavia ancora molto dappresso a Guglielmo da
Cliampeaux; pertanto non si può in verità dire di lui che, come Gauelenus,
abbia staccato l’universale dalPiudividilo (v. le note 145 s.), ma nello stesso
tempo, mediante i concetti di collectio e d’indifferens, egli viene a contatto
con la teoria della indifferenza, mentre quei concetti stessi, hanno certamente
per lui, in grado di gran lunga maggiore, una validità obbiettiva. [c) dottrina
del giudizio ]. Ma tanto più caratteristica è perciò la forma che deve qui
assumere la concezione della funzione logica subbiettiva, cioè del giudicare,
nei riguardi degli universali, mentre d’altra parte, soltanto con la
enunciazione del modo di vedere dell’Au’*) Ibid.: Item, ut usque ad primum
principium perducalur, sciendum est, quod singulae essentiae illius
multitudinis, quue animai genus dicitur, ex materia aliqua essendo corporis et
formis substantialibus, animatione et sensibililale, constat, quae, sicut de
animali diclum est, nusquam alibi essentialiler sunt; sed illae indifferentes
jormas susdnent omnium specierum corporis. Et haec taliurn corporis essentiarum
multiludo genus dicitur illius naturae, quam ex moltitudine essentiarum
animalis confectam diximus. Et singulae corporis, quod genus est, essentiae ex
materia, se. aliqua essentia substandae, et forma, corporeitate Constant. Quibus indifferentes essentiae incorporeitalem, quae
forma est, species, sustinent ; et illa taliurn essentiarum multiludo
substantia generalissimum dicitur, quae tamen nondum est simplex, sed ex
materia mera essentia, ut ita [526] dicam, et susceptìbilitate contrariorum
forma constattore sopra questo punto, le idee di lui trovano la loro
esplicazione compiuta. Egli si lamenta della mancanza di una definizione della
relazione predicativa; poiché intenderla senz’altro come inerenza obbiettiva, è
un uso non giustificato, a prescinder dal fatto che la inerenza stessa la si
può prendere soltanto nel senso sumdicato di divisione: e come ci si deve
guardare dalle conseguenze della teoria della indifferenza, è in generale da
respingere la identificazione di praedicari e di esse, dal punto di vista del
contenuto definitorio della specie: mia osservazione, questa, che certamente è
rivolta contro Abelardo (v. appresso la nota 318), e più che mai assume il
carattere di una espressione specificamente polemica, allorquando, prendendosi
posizione, come non si può disconoscere, contro una teoria di Abelardo
(relativamente ai « sumpta»: v. appresso la nota 321), si afferma che tutte
quante le denominazioni universali, sieno aggettivi eieno sostantivi, si
riferiscono indirettamente a forme obbiettive 166 ). Insomma, il giudizio ) p.
526: Audi et attende; praedicari quidem inhaerere diclini. Usus quidem hoc
habet; sed ex auctoritate non imeni con cedo tamen; inhaerere autem dico
humanitatem Socrati, non quod tota consumatiliin Socrate, sed una tantum ejus
pars Socratitate mformatur (v. la nota 163). p. 531: Nasse debes quod nusquam,
quid sii praedicari, piane dicit auctoritas. Nani quod solet dici quod
praedicari est inhaerere, usus est ex nulla auctoritate procedens., p ; 21 '
ltem «pec'es in quid praedicatur de individuo (quest abbreviazione «praedicari
in quid» la incontriamo qui per la prima volta efr. la nota 282: cioè nella
traduzione di Boezio [in p. 527 8.: Sed,
dicuril^.. « ralionale » alterius nomen est, prò impositione scilicet animalis,
et aliud est quod principaliter significai, se. rationalitas, quam praedicat et
subjicit; t homo non asserisce mai che quel dato soggetto e quel dato
predicato, bensì asserisce solamente che il soggetto va annoverato fra quell’
essenze, che o son costituite da una determinata materia, o sottostanno a una
determinata forma 168 )! pertanto (e ad avvalorar le sue parole 1 Autore può
persino richiamarsi qui a un passo isolato di Boezio) il nome che significa una
specie, viene dato appunto soltanto ai rispettivi individui singoli, ma non mai
alla specie stessa 170 ); e per tal riguardo si distinguono i sostantivi e gli
aggettivi, in quanto che quelli si riferiscono alla materia e questi alla
forma, sicché chi parlasse di un accidentale, cioè di un « adiacens » ma è proprio ancora Abelardo che fa così : v.
appresso le note 283 s. , commetterebbe il più grande degli errori m ) ; ma se
così stanno le cose per quel che concerne il significato originario dei termini,
modi di dire, come p. es. « Uomo è un concetto di specie », sono soltanto
espressioni traslate, imposte dalla necessità 17 ). vero nihil aliud vel
nominai vel significai, quam illam speciem. Absit hoc; imo, sicut «
Tallonale » et « homo», sic et quodlibet aliud universale substantivum alterius
nomen est, per impositionem quidem ejus, quod principaliter significai. V. g.:
rationale vel album imposi timi luit Socrati vel alicui sensilium ad nommundum
propler formas, i. e. rationalitalem et albedmem, quas principaliter
significant. . . . ’*) p. 528 : Itaque cimi dicitur « Socrates est homo », lue
est sensus «Socrates est unus de materialiter constitulis ab homine».... Sicut
cum dicitur « Socrates est ralionalis », non iste est sensus « res subjecta est
res praedicata », seti « Socrates est unus de subjectis huic jormae, qvae est
rationalitas ». ... "») Ibid.: Quod aulem « homo » impositum sit lus, quae
materialiter consliluiinlur ab homine, i. e. individuis, et non speciei, dicit
Boethius, in commentario super Calegonas, his verbis etc. (v. BOEZIO liti ir.
praed.. II. p. 129); cfr. la Se-/., precedente, nota 121. m ) Ibid.: Nomina
illa tantum dicunlur substantiva, quae imponuntur ad nominandum aliquem propter
ejus malenam.... vel.... expressam essentiam .; adjectiva
vero Ma dicuntur, quae,mponuntur alicui propler formam, quam principaliter
significai.... I\a quod dici solet, adjectivum esse, quod significai accidens,
secundum quod adjacet, et substantivum, quod significai essentiam, ut
essentiam, ridiculum est vel sine inlellectu. '”) p. 529: Sciendum est ergo:
vocabula, quae imposita sunl [d)
propensione al platonismo ]. Già da ciò
è manifesto che l’Autore (in antitesi con Abelardo) disconosce il valore
effettivo della sintesi che ha luogo nel giudizio, e, secondo lo spirito del
platonismo, isola le parole tutte quante, come imagini subbiettive di esemplari
obbiettivi: pensiero che non potrebb’enunciarsi con maggior chiarezza di quel
ch’egli stesso fa, quando p. es. dice : « razionale » non è il nome di ciò che,
come soggetto, sottostà al predicato della razionalità, bensi è il nome di una
entità, che vien costituita dalla « razionalità » 17S ) ; anzi, a questa
maniera, bisogna ch’egli concepisca il rapporto predicativo in guisa così
indeterminatamente generica, ch’esso si trovi in generale a coincidere con il
prodursi del termine « significante », ed essendo quest’ultimo momento, per il
soggetto e per il predicato, il medesimo, la differenza tra uno e l’altro si
riduce a essere puramente esteriore e accidentale; ma, a tal proposito,
l’Autore si appoggia a un passo di Prisciano, dove, in base alla terminologia
generalmente adottata dagli Stoici (v. la Sez. VI, note 112 ss.), le particelle
vengono denominate « syncategoreumata », dal che si può argomentare che allora
tutte le altre parole sono appunto categoreumata, cioè predicati 174 ). rebus
propter aliud significandum principaliter circa eas, quandoque transjerunlUT ad
agendum de principali signi ficatione ; ut cum.... translative .... dicilur «
rationale est differentia » et « album est species coloris i, nihil aliud
intclligo quam « ralionalitas » et « albedo ». Sic.... cum dicilur « homo est
species ».... Concedimus itaque, hanc translationem necessitate fieri. *”) p.
547: Rationale enim non est nomen subjecti rationalitatis, sed rei quae a
rulionalitale constiluitur, quae non est ipsum animai. m ) p. 531: Mihi autem
videlur, quod praedicari est principaliter signi ficari per vocem praedicatam;
subjici vero, significavi principaliter per vocem subjectam, et hoc quodammodo
videor habere a Prisciano, quod in tractatu orulionis, unte nomen (cioè nel
capitolo che precede la trattazione del Nomen), dicit praepositiones et
conjunetiones « syncategoreumata », i. e. consignificantia. Scimus autem « syn
» apud graecos « cum » praepositionem [532] significare, « categorare » autem «
praedicuri » ; unde « categoriae » « prne1S.
Questi syncategoreumaia die, presi dalla
grainma. tica, son qui messi in campo di passata, e che noi in questa Sezione
incontreremo ancora qualche volta, esercitarono più tardi, a partire da Psello
(Sez. seguente, note 9 e 92) e da Pietro Ispano (Sez. XVII, nota 256), un
influsso estremamente esteso: ma questo è im argomento che, com’è ben naturale,
dobbiamo riserbare al seguito della presente esposizione. Invece la conseguenza
che da ciò ricava qui il nostro anonimo Autore, conduce a un platonismo, che
deve farci ricordare da vicino lo Scoto Eriugena. Se cioè « praedicari », a
questa maniera, è la stessa cosa che « significari principaliter », la funzione
dell’intelletto umano trapassa in quelle forme e maniere di essere obbiettive,
che stanno a fondamento degl’individui, poiché il concetto si genera
(intellectus consti tuitur, generante) per mezzo della parola, in vista
dell’universale obbiettivo 1 ”), e anche la inerenza, se con essa si vuole,
secondo l’abitudme tradizionale, identibeare la relazione predicativa, ha
tuttavia appunto esclusivamente mi valore obbiettivo nel processo del divenire
delle cose ”•). Insomma si tratta soltanto delle irifcantLl d,"" ur S
.' td . em est «eategoreumata» quoti «sifótér» Til n d0m p « praedicari » quoti
« significar, principavol i, S41 s „,n SCUN ',°> II, 15 [ed. Hertz, voi I p.
54] suona così: Partes ignur orationis sunt secundum dudecticos dune, uomo,, et
verbum, quia hae solae eliam per Te coniunctae plenum facium ortUionem, alias
attieni partes « syncategoremata », hoc est consignificantia, appellabant).
WiJJV i" 1 erl * « praedicari. » quoti « si.gnificari principali ’ q i SO
r‘ m s, Z m J ìc ationem recepit Aristoteles, juxta iUud albani mi significai,
msi qualilatem (Cai., 5: v. la Sezione IV nota 476; cosi si storceva qualsiasi
testo a favore del proprio perso’ " • m °'!° dl V e dere) : n Cu m enim
album «subjectum albedinis » nominando significa, illuni solam significationem
notaviI. Aristole- les m qua mtellectus constituitur per vocem.... Sicut ensis
et g/a- diuseumdem generant mlcllcelum, ita ilio duo nomina jacerent. ) p.
53.1: Quod si «praedicari» quidem prò « inhaerere » ac- liPl ì q “° d ?* c °
ncedl ™us, ncque enim bonum usimi abo- e lolumus sic dicendum est: omms natura,
quae pluribus inolierei indivulins materuiliter, species est. nature »
unitarie, che stanno a fondamento delle cose: e, quando il concetto di natura
viene ridotto alla similis creatio (v. sopra la nota 163) o rispettivamente,
per mantener la separazione da altre formazioni, alla dissimilis creatio m ), a
ciò si connette una teoria platonico-mistica della Creazione, la quale qui non
c’interessa 17S ). Ma è da considerare, a questo proposito, che, da un lato,
secondo è stato detto più sopra, vien a essere posta massimamente in rilievo,
per la predicazione, la distinzione tra essentia materialis ed essendo forma-
lis 17 °), come pure, dall’altro lato, che nel rispetto ontologico viene
attribuita una efficienza alla forma soltanto 1S0 ) ; per tali ragioni va
combattuta quella opinione la quale del
resto appartiene del pari ad Abelardo (v. appresso la nota 306) secondo la quale il sommo genere ( genus generalissimom)
sarebbe la materia stessa, e pertanto le forme sarebbero le sue specie prossime
181 ); OT ) 1 Ititi. : Hic aulem tantum agitur de naturis. Si uutem quae- ras,
quid appellem naturimi, exaudi: naturam dico, quicquid dissimilis crealionis est
ab omnibus, quae non sunt vel illud vel de ilio, sive una essentia sii sive plures,
ut Socrutes dissimilis crea- tionis ab omnibus, quae non sunt Socrates. Similiter et homo spe- cies est
dissimilis creationis ab omnibus rebus, quae non sunt illa species vel aliqua
essentia illius speciei. Anche
la obiezione relativa alla f enice, la quale esiste soltanto in esemplare unico
(v. la Sez. XII, nota 87), viene presa in ronsiderazionc, ma la si rimuove, con
la osservazione che la opposizione tra materia e materiatum (v. sopra la nota
160) dev’essere tuttavia mantenuta nella sua universalità. ™> p. 538-540.
*'") P- 548 s. : Concedo, rationulilatem praedicari de homine in
substantia, ut animai, sed illud ut formalem essenliam, aliud [Cou- sin
corregge: animali vero ut materialem. Vere attieni assero, imi- Inni simpUcem
jormam de alio praedicari substanlialiter, quam de his, quae formaliter
constiluit. P- 549: Non est diversus effectus materiarum, imo forma- rum.... Apparvi, quod ille effectus
sequitur formas, et non maleriam. m ) p. 546: .... ne concedere cogamur, et
muteriam substantiae generalissimum esse genus, et susceptibilitatem
contrariorum, et quaslibet simpliccs formas esse species.... Respondendum est, quod in diffinitione generis
intelligcndum est, id quod genus est debere 276 e questo perchè, come s’è
veduto (nota 165), già nel sommo genere stesso l’Autore ravvisa un prodotto di
materia e forma, e perciò per queU’ultima materia suprema, cioè per la « mera
essenza », altro predicato non gli rimane all’infuori dal puro essere, vale a
dire « est » 182 ) ; precisamente alla stessa maniera che anche (v. la nota
170) quella essenza, la quale, come materia, sta a fondamento degl’individui,
non ha di già essa stessa un nome che sia dato a lei quale predicalo, perchè
invece mi tale nome collettivo viene predicato solamente dei rispettivi individui
183 ). Ma quest’ultima considerazione viene ora estesa anche alle forme, cioè
alle differenze specifiche; in un lungo dibattito, d’intonazione polemica
estremamente accentuata, contro la tesi usuale (Sez. XI, nota 44, e Sez. XII,
nota 87), si dimostra cioè la impossibilità che la differenza specifica venga a
cadere sotto la categoria della qualità, perchè allora la qualità dovrebbe
scomporsi in due specie supreme, ciò sono la differenza e la qualità residua,
ma ciascuna di esse a sua volta potreb- b’essere costituita solamente mediante
mia differenza specifica, e quest’ultima d’altra parte dovrebbe pure venir a
cadere parimenti sotto la categoria delle qualità, il che non le è possibile in
nessuna maniera, cioè nè come genere nè come specie o sottospecie; e così
anche, nemmeno in un’altra categoria ci può essere poi ima dif- praedicari de
pluribus speciebus proxime sibi supposids, quod, quia deest illi maleriae
[Cousin corregge: materia], idcirco non est genus. *) Ibid.: Possumus edam
dicere, quia illa mera essendo ad interrogadonem factum per quid convenienler
non respondetur.... Si ergo quaeritur «quid est [547] substantia »,
respondeamus «est». Neque enirn potest responderi per nomen « sub stantia »;
namque non est nomen nisi materialorum a substantia, vel ipsiits substan- dae.
Per transladonem supervacue responderi manifestum est. “’) p- 534: Opponetur:
illa essendo hominis, quae in me est, aliquid est aut nihil.... Respondemus,
tali essentiae nullum nomen esse dalum, nec per imposidonem nec per transladonem.ferenza
specifica, poiché ciascuna specie della qualità (e a queste la differenza
stessa dovrebbe ben appartenere) potrebb’essere soltanto una differenza
specifica nell’àmbito della qualità stessa 18, II, p. 98; PL, 199, 640]: Sunt
autem dubitubilia sapienti quae.... suis m ulramque parlem nituntur firmamenti.
Talia.... sunt, quae quaerunlur.... de materia et motu et principiis corporum.
de progressu multttudims et magnitudini sectione an terminos omnino non habeanl
(v. sopra le noie 125 ss.). de tempore et loco de numero et mattone, de codoni
et diverso, in quo plurima attrilio est, de dividilo et individuo, de
substanlia et forma vocis, de statu universalium, de usu et fine orluque
virlulum eie. logica, la tendenza propria di quell’epoca; con ciò diremmo di
poter in pari tempo rendere compiuta la conoscenza del terreno, sul quale si
esercita la operosità tal proposito, anzitutto le Categorie, di fronte alle
quali alcuni che ne hanno trattato, hanno assunto invero di Abelardo. [a) sopra
le Categorie]. Per quel che riguarda, a
un atteggiamento svalutativo 18 “), già quei concetti preliminari di
aequivocum, univocum e denominativum (v. sopra la nota 93) hanno dato motivo a
discrepanze ™°). Ma poi la contrapposizione di sostanza e accidente (Sez. XII,
nota 90) fu da taluni contestata, da altri invece o giustificata, limitatamente
alle cose naturali concrete, o riferita alla mera relazione predicativa (cfr.
la nota 186), o anche, con uno scambio tra forma e accidente, trasportata nel
concetto di totalità costituita da parti m ). *'"l Lo stesso, Metal., IV,
2-1 ( Opp ., V), p. 181 [ed. Velili, p. 191J: Alti detrattimi Catliegoriis IPL,
199, 930J. *) lbid-, III, 2, p. 120 [ed. Wehb, p. 124; PL, 199, 893]: Ex
opinione plurima idem principtditer significala denominativa et ca a quibus
denominuntur (un’affermazione come questa, può essere stata fatta
esclusivamente da segnaci dell'indirizzo realistico). Arali. . Dialecl., p. 481 : Alee aequivoca ex
sola debent praedU catione judicari ; sed nec unìvoca propler eamdem
communionis causarti.... Sani autem nonnulli, qui.... non ad ca, quibus est
impositurn vocabulum acquivocum et de quibus enuntiatur, respiciunt; imo ad ea,
ex quibus est imposilum ; ut « amplector », cum ad eamdem personam,
amplectenlem simul et umplexam. acquivocum dicatur, secundum diversarum
proprietatum diffinitioncs, uclionis scilicet et passionis, non ad personam
commune dicatur, sed ad pròprietales, quas aeque designat. M Pseudo-Abael. De
inlell. (riferito dal CousiN, Fragments pitilosophiques, Parigi, 1840, p. 493
[Abael. Opera, II, p. 753]): Quaeritur, un linee divisin, leonini qttae sunt,
aliud est substantia, uUud est accidens », sit sufficicns. Quod si concedatur, tunc, cum
Tulionulitas sit, opnrtet esse substantiam vel accidens. Si autem accidens
fuerit, potesl adesse et abesse....; quod falsum est.... Quidam dicunt, quod de
quocumque veruni est dicere « istud est una res», de eodem veruni est dicere,
esse substantiam vel accidens. Hi
tamen non conceduti/, rem imam debere dici, quod per opus hominum liabet
exislentium, ut domus, nec quod habet pnrtcs disgregalas, sicut popuAnche la
disamina delle singole categorie diede parecchia materia a controversie, le
quali non varcarono tuttavia il limite di quel che si trovava negli scritti di
Boezio. Così, per quel che riguarda la relazione, la divergenza, che già si era
manifestata fra Platone e Aristotele, rispetto al modo d’intendere questa
categoria, si era trasmessa, attraverso i commentatori (Sez. Ili, nota 49; IX,
nota 31; XI, nota 71), sino a farsi sentire anche nella discussione che
s’incontra in Boezio (Sez. XII, nota 93), e pertanto questo punto controverso
torna a comparire anche qui I92 ). Si disputava altresì, se i concetti di
somiglianza o di uguaglianza non sieno da ascrivere alla qualità, piuttosto che
alla relazione, a quel modo che studiosi isolati assegnavano alla qualità
persino la categoria della situazione ( situs) 193 ). Ovvero si metteva hi
dubbio che fosse giusto considerare ubi e quando come categorie, dato che son
ricavati dai concetti di spazio e di tempo, i quali appartengono alla quantità,
e lus.... Alti vero duobus modis dicunl [754] divisionem sufficiente ni esse:
praedicatione scilicet, et continentia secundum naluram. Predicanone quidem....
v. g.: animalium aliud est rationale, aliud irrattonale ; haec divisto est
sufficiens praedicatione, quia de quocumque poterit dici: «istud est animai»,
de eodem statim consequelur, esse vel rationale vel irrutionale.
Continentia.... ut tale sit exemplum: « domus alia pars paries, alia tectum,
alia fundamentum Accidens tamen ibi large accipitur prò forma. ) Abael,
Dialect., p. 201 s.: Quae quidem [ diffinitio ] ab alia in eo maxime diversa
creditur, quod itane Aristoteles secundum rerumnaluram protulil, illam vero
Plato secundum conslruclionein nominum dedit.... Sunt autem qui quemadmodum
Platonicam diffinilionem nirnis laxum vituperata, ila et Aristolelicam nimis
strictam uppellant. ' (kid., p. 204: Sunt tamen, qui « acqualis et inaequalis, simihs et
dissimilis » inter qualitates contrarias recipianl. p.
208: Hi vero, qui similitudinem potius inter qualitates enumerant, ut Magislro
nostro V. (v. la nota 102) piacili t. (La fonte di questa controversia è
Boezio, messa a confronto con p. 187 \in Ar Praed., II e III: PL, 64, 219 e
259]). Ibid., p. 201: Unus, memini,
Magisler noster erat, qui positionis nomea ad qualitates quasdam aequivoce
detorqueret. sono pertanto in perfetto parallelismo, p. es., con l’avverbio
interrogativo « qualiter » 104 ). O, ancor una volta, si domandava quale fosse
la corretta subordinazione dei concetti di « morte », o di « sonno », e simili
1B5 ). Oppure si discuteva sul come vada inteso il magis vel minus che compare
sovente nelle Categorie, se cioè la graduazione concerna puramente il sostrato,
o puramente la proprietà, o uno e l’altra al tempo stesso 106 ). Li tali
occasioni poteva anche venir fuori la distinzione tra i diversi indirizzi sopra
la questione di principio, in quanto che i nominalisti, p. es., designavano il
concetto di « ieri » come un Non-essere 1B7 ), o facevan valere il proprio lw )
Ibid., p. 199: Videntur autem nec generalissima esse « Ubi » vel « Quando », eo
quod prima principia non videantur. Quae enim ex alio nascuntur, prima non
videntur principia, sed ipsa quoque principia habenl; Ubi autem ex loco. Quando
autem ex tempore..,, originem ducimi.... Solel autem a multis in admiratione[m]
ac quaesi ione [ ni ! deduci, cur magis ex loci vel temporis udjaccntia
praedicamenta innascantur, quum ex adhaerenlia aliarum specierum sire generum.
Tarn enim bene « Qualiter » unius nomiti generalissimi videtur, sicut « Ubi »
vel « Quando », cujus quidem species bene vel male dicerentur [Cousin: bona vel
mala dicereturl, sicut « Quando » heri vel nudiustertius, vel « Ubi » Romae vel
Antiochiae [200] esse. La fonte di questa controversia, oltre che la Sezione riguardante la quantità,
e nella quale anzi locus e tempus hanno avuto una speciale trattazione
(Bof.zio, p. 146 [in Ar. praed.. Il: PL, 64, 205]), è in particolare il commento dello stesso
Boezio, p. 190: « quando» et «ubi» esse non polesl, nisi locus ac tempus fuerit
[in Ar. praed.. Ili: PL, 64, 262], ”“) Ibid., p. 402: Solel autem de morte et
vita quaeri, utrum in privalionem et habilum, un potius in contraria
recipiuntur. p. 406: Si.... f in dormiente
], inquiunt, visio esset..., ridere eum oporleret. Si vero caecitas inesset,
nunqunm amplius ipsum ridere contingeret. “*) Gilb. Porret. de sex princ., 8
(puhhl. nella ediz. lat. delle Opere di Aristotele, Venezia, 1552, I, f.34) :
Dicitur autem « magis et minus suscipere » tripliciter. Aiunt enim quidam
secundum erementum vel diminutionem eorum, quae suscipiunt, subiectorum. Aliter
autem et olii, ipsa quidem, quae suscipiuntur, in suscipiente diminuì et
crescere, annuntiant. Alii autem secundum ulrumque, amborum diminutionem et
augmentationem [cfr. PL, 188, 1268. e la nota 21 di questa Sez.]. w ) Abael.
Dinlect., p. 196: Cum.... « Iteri » rei existentis designativum non
videatur.... Sed fortasse hi, qui magis in speciebus 282 CABLO PRANTL punto di
vista, anche in ordine alla relazione e agli op. posti, mentre allo stesso modo
operava, dal canto suo, la corrente realistica 19S ). Ma sembra che, più spesso
di tutto, si sia parlato della categoria della quantità, già per il fatto che
questa offriva la opportunità di passare di nuovo alle questioni concernenti il
concetto di parte (note 125 ss.). Mentre i nominalisti intendevano i concetti
numerali in modo perfettamente analogo a tutto il resto [ intendi : dei
concetti], e perciò designavano i singoli numeri come specie, il cui genere è
il concetto stesso di Numero I99 ), ciò era negato dai loro avversari; secondo
costoro infatti, mancava nei numeri quella essenziale unità di natura, eh e
necessaria per il concetto di specie o di genere, e per conseguenza i numeri
vanno semplicemente qualificati come espressioni aggettivali di un procedimento
collettivo; quest’ultimo poi si applicava altresì a tutti quanti i momenti
della quantità, in quanto che a ima realtà sostanziale posson pretendere
soltanto i fondamenti semplici della quantità, vale a dire i concetti di rerum
naturimi quarn vocabulorum impositionem attendimi, per * ^ Qunmduiji praesentem
(idjacenliam designari volunt. ) lbid., p. 392: Quod qitidem multos in hanc
sententiam induxtt, ut contrarium nomen tantum universalium, non eliam
sitiglilarium confiterentur, albedinis quidem et nigredinis, non hujus albedmis
vel hujus nigredinis. Sic quoque et relutivum et « privalio et habitus » nomina tantum
universalium diclini. Relativa quidem.... tantum universalìa dicebanl ex
relatione construclionis. « Habitus» quoque et « prie alio » universalium
tantum nomina diclini, eo quod in individuis non possimi servaci. lbid..
p. 398: Quidam talem eum (se. Boethium ) divisionali invilisse dicunl, quod
contraria alia siint genera, alia specialissima. Specialissima vero sic
subdividuniur, ut cornili alia sub eodem genere, alia sub diversis contrariis
ponantur. ' ') lbid., p. 190: Hi vero, quibus videtur. in speciulibus uut
generalibus vocabulis non solimi ea contineri, quae una sunt naturaliter, sed
magis ea, quae substantialiter ab ipsis nominantur, possimi forlasse et istu
(rior i singoli ronrrtli numerali) species appellare, quum videlicel magis
logicum in impositione vocimi sequuntur, quam physicam in natura rerum investigando. punto, unità, istante, lettera
[dell’alfabeto, come suono elementare], luogo, ma tutto il resto si riduce a
pure espressioni collettive 200 ); fu altresì da alcuni fatto cenno della
differenza che sussiste, rispetto alla divisibilità, fra il concetto di tempo e
quant’altre quantità ci sono, divisibili e continue 201 ). [b) sopra la teoria
del giudizio in generale]. Nella teoria
del giudizio sembra essere stato spesso compendiato tutto quanto il contenuto
essenziale della logica, entro i limiti in cui di questo si faceva uso,
semplicemente per la istruzione degli scolari più giovani; imperocché si
riduceva il libro De interpretatione in forma di compendi, di « Introductiones
» o di « sumrna artis », ”») Ibid., p. 188 Numentm autem colleclionem unilatum
determinimi....’ I ndo maxime Magistri nostri sementiti, membri, confirmabut,
binarium, ternarium, caeterosque numeros spectes numeri non esse, nec numerimi
genus oorum, cujus videlicet res una natur,diter non esset. Hae namquc dime
unitates in hoc homine liomae habitante, et in ilio qui est Antiochiae
consistimi, atque lume binariunì componimi. Quomodo una res in natura
diceretur, aut quomodo ipsae spatio tanto disluntes imam simili specialem seti
generalem naturam reci pieni? Linde potius numeri nomen et binarli et ternani
et caeterorum a collectionibus imitatimi sumpta dicebant [così il codice: ma il
C. legge « (Magister noster) dicebal»].
Ibid., p. 179 s.: Ilarum autem (se. qu.mtilalum) aline sunl simplices,
alme compositae. Simplices vero quinque dicunt: punctum scilicet. unitotem,
instans quod est indivisibile lemporis momentam, dementimi quoti est vox
individua, simplicem locum.... Ilas autem tantum, quae simplices sunt, Magistri
nostri sementili speciales appellabili naturas, eo videlicet quod sint unite
nuturaliter, quae partibus careni, quae vero e* bis sunt compositae, composita
individua dicebat, nec una naturaliter esse....; mugisque eurum nomina....
sumpta esse a collectionibus quibusdam.... ™) Ibid., p. 186: Cimi autem res
singulae sua habeant tempora in se ipsis jundata, sua scilicet momento, suas
horus, silos dies, rei menses, vel annos, omnes lumen dies simul existentes,
vel menses, vel anni prò uno accipiuntur.... (p. 187) In ttliis.... lotis,
lotum positum ponil partem, et pars desimela perimit totum.... In tempore vero e converso est, velati in die. Si
enim prima est, dies esse dicitur, sed non convertitur.... Al vero si dies non
est, prima non est. sed non convertitur.... In his itaque totis, quae per unum
tantum partem semper existunt, iUud, quod de inferenlia totius et partis
Boethms (de difj. top.. TI, p. 867 [PL, 64, 1188]) docet, non admittunt. e si mettevano assieme regole sopra le parti
e le forme del giudizio, la quantità, qualità ed equipollenza, il contrano e il
contraddittorio, la verità e la falsità, la con versione e la modalità dei
giudizi ecc., cercandosi a que sta maniera di meglio conformare, per così dire,
il li. bro aristotelico all’uso scolastico, e di apportarvi in vari mod!
compimenti o ampliamenti 202 ). Ma, per quest’ultimo riguardo, nessuna più
precisa notizia ci è stata tramandata: che a tale lavoro si collegassero da
capo altre controversie sovra punti particolari, ci risulta invece ani le t a e
ristrette fonti, a noi accessibili. Furon così solevale subito difficoltà, già
riguardo al concetto di vox significativa (Se*. XII, nota 109), e tali
difficoltà, relativamente alla propagazione del suono, arrivarono a un tale
colmo di astruseria, che alcuni finirono con il de«ignare addirittura l’aria,
come ciò che ha la funzione di « significare » *). Non vale molto di più la
questione, QuiZ^n 135]: manifestiti* poteril nuilihet, mterpr.), compendiosius
et excepla reverenti vZborZL fn ZT’ T° d " quas Introduciiones foconi Vix
est Jn," l ‘ b "r rudintentìs > non doceat, adirai* aUis non
mtnTn^LlrS^a qmd nomea, ql,id verbum, quid oratio none Urrunt,taque quae vires
enuntiationom 1 orano, qU ae spectes eius, tate, q U ae determinate verae sunt
auUahà^ SOrtÌant “ T aut ( i,lnlU team, quae consentiant sibi quae dissentine? 11 ™ qu,bus, l ?qu>pol
visim, coniunctim praedicenlur alt con? " ’ 9 “ ae P raed,ca ‘“ dU quae
sii natura modalium et auae si et quae non >' il em n ni 11171 . /> • *
Quae smgularium contradìctio _ Pcriermeniis docet?"o'uis^'liimd? *** quae
vel Aristotile* in cairn totius artìs sumZm Zfc, C ° nq “ lslta l « dicit? Omnes Cfr ! qUÌaPP^’la noU 366. /aC ‘ 7,7 "“
fra, „ b „ n j~ sollevata a proposito della unità della significano, se cioè
una parola possa « significare » anche le lettere da cui è costituita 204 ). Poteva
invece esercitare più profondo influsso,
sebbene non ci sia stata tramandata notizia di ulteriori conseguenze ,
la netta delimitazione che si segnò, a proposito del nomea, tra significare e
nominare, in quanto che di quello è oggetto la universalità, e di questo il
singolare 205 ). E così pure, prima di tutto,
in occasione della controversia, se le preposizioni e le congiunzioni
sieno parimente parole « significanti », o non possano invece assolutamente
esser annoverate tra le parti del discorso
grande importanza potè avere il contatto che si venne a determinare tra
i dialettici e i grammatici: di questi ultimi, taluni si decisero, da un punto
di vista unilaterale, per la seconda alternativa, ma altri tennero conto anche
degl’interessi della logica, rendendo con ciò effettuabile una conciliazione,
in base alla quale si potè almeno preparare a quelle parti del discorso
aeres..., ipsis etiam, quos reverberat, consimilem soni formam attribuita
illeque fortasse aliis, qui ad aures diversorum perveniunt. Nostri tamen,
mcmini, sententia Magislri ipsum tantum aèrem proprie audiri ac sonare ac
significare volebat. Cfr. qui appresso la nota 499. ) lbid., p. 488: Totum
constai ex suis parli bus, vox ex suis non conslituitur significationibus. Et
fil quìdem divisio totius in partes, vocis vero [non] in significationes. Nam
etsi hoc in quibusdam vocibus contingat, ut scilicet ex suis jungantur
significationibus. ut hoc vocabulum quod est xens» ex littcris suis, quas etiam
significai, non tamen id ad naturam vocis, sed totius referendum est; in eo
enim quod ex eis constai, totum est earum, non eas significans. Est etiam et
alia quorumdam solutio, ut scilicet concedant, nullam vocem conjungi ex signi
ficationibus diversis, ad quas videlicet diversas impositiones secundum
aequivocationem habeal. Ncque enim « eris » ad quaelibet plora dicunt
aequivocum, sed tantum ad divcrsorum subslantias praedicamenlorum. linde de
lilleris, quae in eodem clauduntur praedicamento. aequivoce non dicilur. *“>
J°«Saresb. Metal., II, 20, p. 100 [ed. Webb, p. 104; PL, 199, 881] : Quod fere
in omnium ore celebre est, aliud scilicet esse quod appellativa significant et
aliud esse quod nominant. Nominante singularia, sed universalia significantur.
(analogamente, si direbbe, al modo tenuto dall’autore del De gen. et spec.: v.
«opra la nota 174) il successivo loro ingresso nella logica 20 °). Può essere
ugualmente attribuita a im influsso della grammatica (ed è possibile sia stato
per opera di Bernardo da Cliartres: v. la preced. nota d9) la introduzione di
una terminologia, per la quale giudizi, come ad es. «Uomo è un sostantivo»,
furon denominati « materialiter im posila», ovvero giudizi « de significante et
significato» 207 ). Ma nei dibat¬ titi sopra la questione della essenza
deiraffermazione e della negazione, poteva ricomparire il contrasto fra opposti
indirizzi, attenendosi alcuni alla forma gramma¬ ticale, altri ai concetti,
altri ancora alla realtà obbiet¬ tiva 208 ). ) Abael. Dialect., p. 216:
Praepositiones et conjunctiones de rebus corion, quibus apponuntur, quosdum
inlellectus facere videntur, alque in hoc impericela canon significalo dicilur,
quod... ipsu quoque res, de qua inlellectus habetur, in hujusmodi dictionibus
non tenelur stetti in nominibus et eerbis, qtute simul et res demonstrant
ac..... I nde certu apud grammaticos de praepositionibus sementili exlitit, ut
res quoque eorum, quorum vocabulis apponuntur, ipsae destgnarent.... Vnde illa
quorumdam dialecticorum setitentia potior yidetur, qttam grammaticorum opinio,
quae omnino a parlibus orationis hujusmodi voces, quas signifieativas esse per
se non judicavit, divisti, uc magis ea quucdarn supplemento ac colligamenta (v.
la Sezione XII, note 43, 60 e 111) partirne orationis esse aicit.... (p. 217)
soni etiam nominili, qui omnino a significativi hujusmodi dictiones remorisse
diulecticos adstruant. Cfr. appresso le note 349 Reggi: 348] e 620. 1Q0
1J?"1 S . AK T B MetaL ’ jfl,. 5, P137 [ed. Webb, p. 142; PL, JU4J.
Interdum tamen dictionem rem esse contingit, cimi idem sermo ad agendum de se
assumitur, ut in his quae jtraeceptores nostri materialiter dicebant imposi la
et dicibilia; quale est: «Uomo est nomea », «CurriI est verbum ». Abael. Dial... p 248IJitidam tamen
trnnsitivam grummaticam in quibusdam propositiom US esse volimi; qui quidem
propositionum alias de consignificantibus vocibus ulias vero de significante et
significato fieri diclini, ut soni dlae, quae de ipsis vocibus nomina sua
enunciant hoc modo « homo est nomea vcl vox vel disyUabum ». Cfr. la nota 618.
) Abaei.. Dialect., p. 404: Quidam aiitem per « jacere sub affirmatioae et
negatione » finitum et infinitum vocabulum accipiunl.[c) sopra questioni
particolari, attinenti alla teoria del giudizio]. Anche a proposito di vari punti parti¬
colari, che si trovavano dibattuti nel commento di Boe¬ zio, ci si decise
senz’altro iu senso contrario all’autorità di lui: così, p. os., riguardo alla
unità del giudizio 2UB ), o relativamente alla scomposizione del verbo in due
ele¬ menti, la copula e un participio 210 ), o a proposito di cpiei giudizi,
nei quali 1 « est » non implica la esistenza effettiva del soggetto 211 ), o a
proposito della questione del rapporto quantitativo tra soggetto e predicato
212 ), ut « sedet, non sedetti quidam vero intellectus ab affirmalione et negatione
generalos (v. la nota 175): sed nos polius va, quae ab affirmatione et
negatione dicunlur, aceipimus, essentias scilicel rerum, de quibus per
affirmulionem et negationem agitar. Ma non si riesce a intender bene Joh. Saie
Metal., 11, 11, p. 81 Led. Webb, p. 83; IL, 199, 869]: expedit [ dialeclicu J
quaestiones...; quale est: An affirmare sit enuntiare (viceversa, se si potesse
leggere « an titillitiare sit affirmare », ci sarebbe qualche maggiore
possibilità di congetturare un significato), et: An simili exture possit
contradictio. •“) Abael. L)ial., p. 298: Sunt aulem, qui udslruanl, diversa
accidentia unam enuntiationem lucere, cum tulio sumuntur, quae ad diversa
referuntur, veluti si dicatur : «/ionio citliaroedus bonus» (v. Boezio, p. 419
[in de interpr., ed. secunda, V, 11; cdiz. Meiser, Pars Post., p. 363: PL,
64, 573J). '") lbid., p. 219: Idem dicit « homo ambulata, quunlum prò-
ponit «homo est ambulatisi) (Boezio [ ib., V, 12; p. 390: PL, 64, 586], p.
429). Sed ad hoc, memini, magister nosler V. opponete so' let: si, inquit,
verbum proprium significationem inhuerere dicit, ve¬ runi autem sii, cam
inhuerere, projeclo ipsum verum dicit, ac sen- sum propositionis perfidi. ‘ )
Ibidem, p. 223 s.: Unde quidem, cum dicitur, Homero quo¬ que defuncto, «Homerus
est poiitu » (Boezio [//>., V, il; p. 3734: PL, 64, 578], p. 423).... «esse»
quoque, quoil inlerponilur, in desi- gnatione non existentium vqlunt accipi....
Nostri vero sementili Ma- Bistri non secundum verbum accidentalem dicebat
praedicationem, sed secundum tolius construclionis significaturam, atque impro-
priam loculionem.... Sed quaero in
ilJu significativa locutione, « Ho¬ merus est poeta», cujus nomea « Homerus»
aul « poeta» acci- piatur. At vero, si hominis, falsa est enunciutio, co
defuncto ', si vero poemutis.... est.... nova vocis aequivocalio. ' ) lbid., p.
247: In liis autem quae secundum accidens praedi- cunlur nec totani subjecti
substantium continent, sed in parte tan¬ tum subjectum attingunt (Boezio [in de
interpr., ed. prima, II, 11; ed. Meiser, Pars Prior, p. 159: PL, 64, 358], p.
263).... non est necesse, praedicatum vel majits esse subjecto vel aequale,
veluti cum dicitur « animai est homo », vel « quiddam animai est homo alla
quale questione potevan riattaccarsi pure sottigliezze grammaticali 213 ). Anzi
le opinioni furono divise, anche in ordine a quei cenni intorno al « giudizio
indefinito », con i quali Boezio aveva dato il compimento che ci voleva allo
scritto aristotelico De interpretatione (Sez. XII, nota 115), essendo stato tale
compimento da taluni giustificato, ma da altri respinto, e fra questi ultimi ci vien fatta menzione di
un Magister « V. », autore di « Glossulae super Periermenias » 214 ). Riguardo
ai giudizi modali v. la Sez. XII, nota
119: il termine tecnico « modalis » appare ora pienamente invalso •, si deve
ravvisare veramente un modo di vedere individuale nell’ atteggiamento di
alcuni, i quali deducevano i giudizi stessi dai giudizi non-modali, in tal
maniera che dalle parole « possibilmente » o « necessariamente » rimanesse
modificato non il contenuto di fatto, ma il senso della enunciazione, ovvero nell’atteggiamento di altri, i quali
dicevano che in tali giu- (cfr. Boezio ( iniroiì. ad cuthegoricos Syll.: PL,
64, 768], p. 562). Quamvis tamen et hic quidam concedunt, animai quod subjicitur non esse
majus homine. Diclini cnim, quia animai, quod homo est, ibi subjicitur, quod
non est majus homine. “> J° H - Saresb. Metal., n, 20, p. 101 [ed. Webb, p.
105; PL, 199, 881]:.... quia « omnis homo diligit se». Quod si ex relativae
dictionis proprietate discutias, incongrue dictum forte causabaris et falsum;
siquidem.... sive collcclive sire distributive accipialur quod dicium est «
omnis », pronomen relativum « se », quod subiun- gitur, nec universitati
singulorum nec alicui omnium veraciter el necesse est, So- cralem non esse
equum, possibile est vel necesse esse non equum.... In.... universali bus.... non ita concedunt, ut
videlicet tantumdem va- leat « non » ad «esse» praepositum, quantum id [Cousin:
ei], quod « esse » copulai compositum. "i Ibid., p. 442: Sunt lamen
quidam, qui nec discretionem ul- lam inler categoricam et hypotheticam in
disjunclione compositas habenl. sed idem dicunt proponi, cum dicitur « Socrates
est vel sanile vel aeger », et cum dicitur « aut Socrates est sanus aut aeger
»; ut scilicet omnis enunliatio, quae disjunctas recipit conjunctiones,
hypothetica credatur. Volunt itaque semper in hujus modi categorici s. quae
disjuncliones recipiunl, hypotheticae sensurn intelligi. veduti cum dicitur «Socrales
est sanus vel aeger », tale est ac si dicatur « aut Socrates est sanus aut
Socrates est aeger. [d) sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo
]. Dalla sfera della sillogistica non
possiamo a tutta prima aspettarci ima così fatta letteratura sovra punti
controversi, perchè, mentre da un lato i relativi compendi di Boezio, essendo,
per così dire, puri formulari scolastici, non porgono occasione a divergenze di
opinioni, dall’altro lato, come abbiamo veduto (qui sopra, note 8-34),
solamente a poco a poco si venne, appunto in quell’epoca, a conoscenza degli
Analitici aristotelici, i quali inoltre mancavano anche allora di mi apparato
esegetico, quale da gran tempo erasi avuto per le rimanenti parti della Logica.
Si trova tuttavia, almeno in Giovanni da Salisbury, una notizia, dalla quale
sembra potersi argomentare che sia stato preso particolarmente in
considerazione quel tal passo estrema- mente difficile degli Analitici Primi,
concernente la conversione dei giudizi modali (Sez. IV, nota 546), in quanto
che si trovò necessaria una particolare terminologia ( materia naturalis,
contingens, remota), per significare i concetti, che ivi s’incontrano, di quel
eh’ è naturalmente determinato [tte^’jxcs], del possibile, e del non-aver-luogo
219 ). Dalla medesima fonte apprendiamo altresì, che dei sillogismi, già noti
ad Abelardo ") Joh. Sar. Metal., IV, 4, p. 160 [ed. Webb, p. 168; PL, 199,
918], dove in un sommario del contenuto degli Analitici Primi si legge anche
quanto segue: quid in loto esse aul non esse, quas prò positiones ad usum
sillogisandi converti contingat et quas non; quidve optinent in his quae
modcrnorum (v. la nota 55) usti dicuntur esse de naturali materia aut
contingenti aul remota. Quibtis praemissis, trium figurarum subneclit rationes
etc. La eennata tripartizione poteva essere ricavata da Boezio (Sez. XII, nota
119), il quale dal canto suo aveva attinto ad Ammonio (Sez. XI, nota 157); la
terminologia di quest’ultimo passò nel Compendio di Psello (Sez. XV, nota 14),
dove il passo corrispondente presenta, nelle traduzioni latine, le tre
espressioni testé ricordate (Sez. XVII, note 38 e 155). Ci troviamo pertanto,
anche qui, dinanzi alla possibilità che verso la fine delI’XI secolo si sieno
fatti strada nell’Occidente latino sparsi frammenti della letteratura
scolastica bizantina. (nota 17), formati
da giudizi modali, fu ora fatto uso frequente, così per parte dei teologi, come
pure nelle scuole di dialettica 220 ). Un’argomentazione insidiosa, occasionalmente
menzionata ima volta, e relativa alla possibilità del futuro, è d’imitazione
ciceroniana 221 ). [e) sopra questioni di Topica ]. Invece la Topica ebbe a godere ancor una
volta di una più vasta e varia attività di studiosi; e ciò risulta già in
generale dall’opera di Abelardo, il quale, a proposito dei singoli loci, si
esprime in tal modo da indurci a ritenere ch’egli abbia trovato dappertutto già
pronto un numero determinato di « regole » formulate, le quali rappresentavano
la redazione, fatta nelle scuole, delle notizie riferite da Boezio nel suo
scritto De diff. top. 222 ); inoltre, a partire dal tempo in cui fu tratta
fuori novamente la Topica aristotelica (v. sopra le note 28 s.), ci furono
effettivamente alcuni, che tentarono di arricchire questo ramo della dialettica
con la invenzione di nuovi loci e di nuove « regole » 223 ), Ibid. : Deinde
habila modalium rutione transit ad commixtiones qitae de necessario sunt aut
contingenti rum bis quae sunt de inesse.... Expositores vero divinar paginae
rationem modornm pernecessariam esse diclini.... [169] Est enim modus, ut
aiunt, quasi quidam medius habitus terminorum (ofr. la Sez. XII, nota 150). Et
prafecto, licei nullus modos omnes, linde modales dicuntur, singultitivi
enumerare sufficiat, quod quidem nec ars exigit (v. ibid., noia 163), lumen
mugistri scolarum inde commodissime disputant, Cfr. appresso la nota 623. Lo
stesso, Polvcr.. II, 23. p. 125 [ed. Webb. I, p. 132; PL, 199. 455] : Restai libi illius Stoici
lui quaestio.... Quaerebat.... enim.... an posses aliquid facete eorum quae
minime faclurus es etc. Cfr. la Sez. VI, note 136 e 164. '“) Abael. Dialect.,
p. es. p. 334 (sunt igitur quatuor hujus inferentiae regnine), p. 353 (regulae
antecedentis et consequentis), p. 375 (regidae ab interpretatìone), p. 376
(tres autem regidas a genere in usum duximus), e cosi via pereorrendo tutta la
Topica. ’l Joh. Sar. Metal., Ili, 9, p. 145 [152]: Non omnes tamen locos buie
operi (cioè BOEZIO, de diff. top.) insertos arbitror, quia nec potuerunt, cum
et a modernis, huiiis praeeunte benefìcio, aeque necessarios evidentius cotidie
docerì conspiciam. lbid., 6, p. 138 [1431: ma potè nello stesso tempo
diffondersi altresì una idea giusta del posto e della importanza della
dialettica ). Trasparivano tuttavia anche qui le differenze di ordine generale
tra punti di vista, quando da taluni erano posti unilateralmente in maggior
rilievo i concetti isolati, fatta astrazione dalla espressione verbale 225 ),
da altri invece s’insisteva solamente sopra la necessità interna dell’ordine di
successione nell’argomentazione 22 “), mentre altri ancora, al contrario, ci
tenevano a veder presa in considerazione proprio la probabilità subbiettiva. Ma
c’erano poi varie controversie, che si collegavano anche a singoli loci o a
regole particolari 22S ). Non tamen huic operi (cioè alla Topica aristotelica)
tantum tribuo, ut inanem reputem operam modernorum, qui equidem nascentes et
convnlescentes ab Aristotile, inventis eius multas adiciunt rationes et regulas
prioribus aeque jirmus | PL, 199, 909 e 9011. V. appresso la nota 413 a. “)
Ibid., 5, p. 134 [ed. Webb, p. 139; PL, 199, 9021:... scienti Topicorum.... ex
opinione multorum dialeclico et oratori principuliter faciat. ™) Abael.
Dialect., p. 426: Dieunlur in argumentis ea, quae a propositionibus ipsis
significanti^, ipsi quidem intellectus, ut quibusdam plucet, quorum conceptio,
sine eliam vocis prolulione, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitanlem.
**•) Ibid-, p427: Sunt autem, meniini, qui, verbis auctoritatis nimis
adhaerentes, ornile necessarium argumentum in se ipso necessarium dici velini.
**) Ibid., p. 335: Sunt autem quidam, qui non solum necessarias consecutiones,
sed quaslibel quoque probabiles verus esse fateanlur. Dicunl enirn, verilatem hypotheticue
proposilionis modo in necessitale, modo in sola probabilitale consistere; in
qua quidem sentenliu Magistrum etiam nostrum deprehensum dolco.... (p. 336)
Dicunl tamen, quia omne quod probabile est, verum est, saltem secundum eum, cui
est probabile. *“) Così taluni volevano che tra le maximae propositiones (Sez.
XII, nota 165) fossero annoverate anche le regole principali del giudizio
categorico (Abael. Dial., p. 339 s.), e c’eran altri che volevano estenderle
anche di più (ibid., p. 366): oppure si trasferivano l 'antecedere e il
consequens nei [intendi: «si allargava l'applicazione delle regulae antecedenti
et conseguenti, fino a comprendere anche le relazioni tra i »] singoli termini
del sillogismo (ibid., p. 353 s.), o si restringeva il locus a praedicalo
puramente a giudizi categorico-ipotetici (p. 381), mentre da altri lo si faceva
valere soltanto come principio di prova del locus a genere (p. 384); 293 U 29 . Negli studi di logica, la qualità
continua A RIMANER MOLTO AL DISOTTO DELLA QUANTITÀ]. Ma riflettiamo ora come
quasi tutta la materia, che avevamo da presentar sino a questo punto, si sia
dovuto ricavarla da due scrittori soltanto, vale a dire Abelardo e Giovanni da
Salisbury, dei quali per caso ci sono conservate opere di più lunga lena,
cosicché ci sarebbe comunque da imparar ancora ben di più, qualora si
disponesse di fonti più abbondanti: e riflettiamo così pure, inoltre, che
ciascuna delle opinioni sopra citate, relative a punti particolari, ci permette
di argomentare, per parte dello scrittore che se ne fa sostenitore,
un’operosità di studioso, estesa a tutta quanta la sfera della logica di
quell’epoca; se terremo presenti queste considerazioni, ci sarà difficile andar
tropp’oltre, nell’ imaginarei la estensione dell’attività, svolta in quel
tempo, soprattutto in Francia, nel campo della logica. Ben è vero che, ad
avvalorare, per così dire, una impressione generale ben nota, può darsi che,
quanto a intensità, le cose andassero diversamente, perchè in nessuna parte
abbiamo trovato, non che una concezione filosofica, neanche segni di effettiva
originalità. Come in generale il Medio Evo era e rimase dipendente dal
materiale di una tradizione, imposto dal difuori, così anche le numerose
controversie attinenti alla logica, non prendevano principio da un intimo
impulso, bensì si fondano sopra uno stimolo esterno, dato dal materiale della
tradizione scolastica, e bisognava, a così dire, che aspettassero questo
stimolo, per avere in generale occasione di inoltre, anche sopra questo stesso
ultimo /ocus, si dibatteron da rapo varie controversie, disputandosi cioè se
esso abbia validità incondizionata (p. 378), o sia da intendere soltanto in
senso causale (p. 386): e controversie analoghe concernevano il locus ab
efficiente. con partecipazione anche di motivi teologici (p. 413), o il locus
ab interpretatione, trattandosi di decidere fino a qual punto coincida con la
etymologia. manifestarci. Così anche i
rappresentanti delle più importanti opinioni, caratteristiche dei vari
indirizzi, abbiamo pur dovuto spogliarli della gloria di essersi aperti da sè
la loro strada; poiché certi passi isolati di Boezio, strappali dal contesto, e
che sono stati appunto oggetto di studio appassionato, ci si sono rivelati
(note 105, 129, 134, 170) come i punti di partenza, in base ai quali, a forza
di stiracchiare, è stato poi messo insieme il resto, E se in mani nostre
neanche Abelardo si sottrae forse a un simile destino (nota 286), non ne
abbiamo colpa noi, ma la ragione ne va rintracciata nella verità storica come tale.
[§ 30 . Abei.ardo : a) suo ingegno:
caratteristica generale], Proprio la considerazione ora esposta, che cioè in
quell’epoca, da un lato, una grande moltitudine di maestri si occupavano,
discendendo sino ai più minuti particolari, del materiale di studi di logica,
quale veniva tramandato, e che, dall’altro lato, per l’appunto nella
letteratura tradizionale tutto questo genere di produzione veniva a trovare le
proprie condizioni, derivandone il suo proprio indirizzo ci doveva già da principio indurre a procedere
con circospezione nel nostro giudizio sul conto di Abelardo (nato nel 1079,
morto nel 1142): e di fatto, a prender in esame più da presso l’opera sua in
connessione con quella dei contemporanei, ci troveremo anche messi in guardia
contro ogni esagerazione nell’apprezzamento di lui 22B ). Mentre “) In
particolare gli studiosi francesi sembrano propensi a sopravvalutare il loro
connazionale, e in ciò, fra i tedeschi, va per lo meno a pari con loro
[Federico Cristoforo] Schlossf.r [in un libro del 1807, su Ab. e fra Dolcino].
La vasta opera di Charles de Rémusat, Abélard, Parigi, 1845, in due voli., è,
per la parte biografica, quanto di meglio possediamo, nella letteratura
moderna, sul conto di Abelardo: aH’inoontro, nella esposizione della dottrina,
i presupposti storici, consistenti nei movimenti spirituali generali, propri di
quell’epoca, son forse lasciati troppo nell’ombra, in concioè, riguardo
all’etica, ci compiacciamo di ravvisare e riconoscere in Abelardo un eretico
del tempo suo, e delle sue benemerenze di teologo 22Ba ) dobbiamo lasciare
invece che si occupi la storia della teologia, ci apparirà chiaro come, nel
campo della logica, egli non abbia esplicato un’attività più originale di forse
cento altri suoi contemporanei 23 °). È innegabile la sua grande vivacità
d’intelletto, e prima di tutto la sua straordinaria abilità nella forma
retorica di esposizione: anche alla dialettica, come a tutto ciò su cui metteva
le mani, si slanciò sopra con appassionato fervore, e si manifestò subito come maestro
estremamente suggestivo; la sua attenzione era qui essenzialmente volta
all’intento di fronto con le benemerenze personali di Abelardo : a ciò si
aggiunge ancora, riguardo alla dialettica, l’inconveniente già più sopra (nota
49, e cfr. la nota 148) rilevato con espressioni di biasimo. w ‘) Su questo
argomento, v. la vasta opera di S. Maht. Deutsch, Peter Abàlard: ein kritischer
Theologe des 12. Jahrhunderts [P. A.: un teologo critico del XII secolo],
Lipsia, 1883. a ") Non s’insisterà mai abbastanza nel ricordare che la
nostra indagine si svolge tutta quanta entro i limili segnati esclusivamente
dal quantitativo del nostro materiale di fonti. E tra Abelardo c gli altri
dialettici dell’epoca sua sussiste qui una differenza soltanto, che cioè di
quello ci sono conservati casualmente moltissimi scritti, si che di lui, per
conseguenza, siamo in grado di riconoscere e pienamente svolgere le idee
fondamentali, più largamente ricostruite nel loro ordine sistematico, mentre
per gli altri non ci è possibile fare altrettanto. Ma dobbiamo guardarci dal
convertire in una obbiettiva superiorità di Abelardo, questa circostanza
favorevole, che torna a vantaggio della nostra esposizione. m ) Ch’egli sia
stato scolaro di Roscelino, ma anche di Guglielmo da Champeaux, e che inoltre
abbia cercato e trovato ispirazione in tutti gli altri eminenti maestri, si
vede dalla nota 314 della Sezione precedente, c dalle note 102 e 104 di questa.
Del suo presentarsi come maestro fa il racconto egli stesso, Epist., I, c. 2,
p. 4 (Amboes.) [ed. Cousin, I, p. 4 c 6] : Perverti tandem Parisius... Factum
tandem est ut supra vires aetatis meae de ingenio meo praesumens, ad scholarum
regimen adolescentulus aspirarem, et locum, in quo id agerem, providerem ;
insigne videlicet tunc temporis Meliduni castrum, et sedem regiurn.... (p. 5)
Ab hoc autern scholarum noslrarum lyrocinio [Amboes .: exordio] ita in arte
dialeclica nomea meum dilatori coepit, ut non solum condiscipulorum meorum,
verum etiam ipsius magistri (cioè Guilelmi Campellensis) fama farsi capire
facilmente, adattandosi egli, anche nella scelta del materiale, all’esigenze
della scolaresca ), ed è naturale che fosse perciò invitato sovente a
esercitare a profitto di altri il suo talento di maestro di logica **). Ma il
nomignolo di « Peripateticus Palatimis » [nativo di Palet o Palais] egli lo
deve soltanto a questo suo virtuosismo formale, perchè, da un lato, per i suoi
contemporanei « peripatetico » e « cullor della logica » eran espressioni
sinonime, nulla conoscendosi in generale di Aristotele aH’infuori dall’Organon,
e con quella espressione volevasi soltanto significare uno che si occupasse
molto estesamente o con particolar efficacia di questi scritti aristotelici 2S4
), senza che con ciò si pensasse già a un pieno esauriente svolgimento del
principio aristotelico; ma, d’altro lato, lo stesso Abelardo ha avuto pure
contrada paulatim extinguerelur.... (p. 6) [6] 1 unc ego Melidunum reversus, scholas ibi
nostras, sicut antea, constitui.... Meliduno
l'arisius redii . extra civilatem in monte S. Genovejae, scholarum noslrarum
castra positi [PL) Joh. Saresb. Metal., Ili, 1, p. 116 (ed. Giles [cd. Webb, p.
120]): Sic omnem librimi legi oportet, ut quam facillime potasi eorum quae
scribuntur hubeatur cognitio. Non enim occasio quaerenda est ingerendue
difficultatis, sed ubiqiie facilitas generando. Qttem morem secutum recolo
Peripateticum Palatinum. Inde est, ut opinor, quod se ad puerilem de generibus
et spedebus, ut pace suorum loquar, inclinavit opinionem: malens instruere et
promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum esse obscurior.
Faciebat enim studiosissime quod in omnibus praecipit fieri Augustinus, i. e.,
rerum intellecltii serviebut I PL, 199, 890-1J. at ) Abael. Introd. ad llteol.,
I, Pro!., p. 974 (Amboes. [ed. Confiti, II, 31): Ad has itaque dissolvendas
controversias cum me sufficere arbitrarentur, quem quasi ab ipsis eunubitlis
[Cousin: inainabulis] in Philosophiae studiis ac praecipue Dialecticue, quae
omnium mugislra ralionum videtur, conversatimi sciant, atque experimento, ut
aiunt, didicerint, unanimiter postulane, ne talenlum miht a Domino commissum
multiplicare differam. Ep. 1, c. 2, p. 5
[51 : Non multo aiitem interjecto tempore, ex immoderata studii affliclione
correptus infirmitate, coactus sum repatriare, et per unnos atiquot a Francia
quasi remolus. quaerebar ardentius ab iis, quos dialectica sollicitabat
doctrina [PL]. =“) Joh. Saresb., loc. cit., I, 5, p. 21 [171 : Peripateticus
Pulatinus, qui logicue opinionem praeripuit omnibus coetuneis suis, adeo ut
solus Aristotilis crederetur usits colloquio [PL una felice idea, a tenor della
quale poteva, rifacendosi da un unico passo che si trova in Boezio [v. appr.
nota 2861, «connettere ad esso il riconoscimento della giu"tozza della
teoria aristotelica del giudizio; ma invece e;>/., p. 226, Abelardo dice,
nel passare da questa prima parte principale alla seconda: Hactenus quidem,
Dagoberte frater, de partibus orationis, quas dictiones appeUamus, sermonem
texuimus. Quorum tractatum tribus vóluminibus comprehendimus. Primarn namque
partcm libri Partium ante Praedicamenta posuimus ; dehinc autem Praedicamenta
submisimus, denique vero Postpraedicamenta novissime adjecimus, in quibus
Partium textum complevimus. Come vengano intesi gli Antepraedicamenta, apparirà
chiaro appresso; ma intanto nel procedere dai Praedicamenta ai
Postpraedicamenta, si dice (p. 209): Evolutus superius textus ad discretionem
significanonis nominum et rerum natura s, quae vocibus designantur, diligenter
secundum distinctionem decem praedicamentorum aperuit. Nunc autem ad voces
significativas recurrenles, quae solae doctrinae deserviunt, quol sint modi
significanti studiose perquiramus ( similmente alla p. 245: Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina): e
pertanto, alle p. 209226, segue non già, come fa ritenere il titolo,
arbitrariamente imposto dal Cousin, la Sezione de intcrpretationc, bensì
solamente una trattazione delle parti della proposizione. Con questa
denominazione e suddivisione della prima parte principale si accordano poi
anche le citazioni che Abelardo fa di se stesso, sia che rinvìi alla Sezione
complessiva, denominandola Liber partium (p. 377 : sicut in libro Partium
docuimus, e p. 477: sicut in libro Partium, tractatu speciei, disseruimus ),
sia che ricorra proprio a quella denominazione nel menzionar pure le
suddivisioni (p. 174: sicut secundus anle-praedicamentorum de differentia
continet; p. 249: Nam« homo mortuus»
....compositura nomen est.... sicut in primo Posl-praedicamentorum ostendimus :
e questa citazione, al pari delle due altre dello stesso tenore, alle pagine
296 e 299, si riferisce alla p. 214; negli altri due rinvìip. 204: sicut in
Libro Partium ostendimus, e p. 205: in Libro Partium requi rantur va certamente letto primo, anziché libro).
Dei resto, con tutto questo sistematico rilievo dato alle « parti del discorso
», riusciamo ora a spiegarci come Abelardo potesse effettivamente denominare «
Grammatica » un rifacimento delle Categorie (v. qui sopra la nota 241). 273 )
p. 227: Susta et debita serie textus exigente, post tractatum singularum
dictionum occurrit comparano orationum .... Non autem quarumlibet orationum
construclionem (anche questa e una esptesquesta Sezione Abelardo diede il nome
di « Libcr calegoricorum » 274 )Ma quando ha poi da far sèguito la teoria del
giudizio ipotetico, Abelardo, anche a ciò determinato da Boezio (de diff. top.:
v. la Sez. XII, nota 167), fa che la validità di queste forme di giudizio sia
condizionata dai loci (v. la nota 269), e pertanto premette il « Liber
topicorum », così che soltanto dopo di esso vengono lo stesso giudizio
ipotetico e i sillogismi fondati sopra di questo 275 ) : a quest'ultima Sezione
dà il nome di « Liber hypotheticorum » 27e ). Così Abelardo, secondo il suo
modo d’ intendere, ha compiutamente svolto la teoria deirargomentazione,
procedendo dal semplice, cioè dagli elementi, al complesso: quanto al « Liber
divisionum », designato dal Cousin come quinta parte della dialettica, non ha
alcun nesso sione di Prisciano; v. sopra la noia 263) exequimur, sed in his
tantum opera consumenda est, quae verilatem seu falsitatem continent, in quorum
inquisitione dialecticam maxime desudare meminimus. Undc cum inter
propositiones quaedam earum simplices sinl et natura priores, ut categoricae,
quaedam vero compositae ac posteriores, ut quae ex categorici jungunlur
hypotheticae, has quidem quae simplices sunt prius esse tractandas...., unaque
earum syllogismos ex ipsis componendos esse apparet. 274 ) È vero che il
manoscritto reca qui il titolo (p. 227) « Abaelardi.... Analyticorum priorum
primus», ma non soltanto si corregge da se stesso nella seconda suddivisione di
questa Sezione, dove a p. 253 si legge questo titolo: « Explicit primus;
incipit secundus eorundem, hoc est categoricorum », bensì ancora dallo stesso
Abelardo questa Sezione è citata come Liber categoricorum (p. 395: Sed de hoc
quidem uberius in libro Categoricorum egirnus). 275 ) p. 437 : Congruo....
ordine, post categoricorum syllogismorum traditionem, hypotheticorum quoque, tradamus
constitulionem. Sed sicut ante ipsorum categoricorum complexiones categoricas
propositiones oportuit tractari, ex quibus ipsi materiam pariter et nomea
ceperunt, sic et hypotheticorum tractatus prius est in hypotheticis
proposìtionibus eadem causa consumendus, de quorum quidem locis ac veritate
inferentiae, quia in Topicis satis, ut arbitror, disseruimus, non est hic in
eisdem immorandum. Sed satis earum divisiones exequi. 27e ) Anche qui si
verifica la medesima singolare circostanza, che cioè il manoscritto reca da
prima (p. 434) il titolo « Abaelardi.... Analyticorum posteriorum primus », ma
poi nel passaggio dalla prima alla seconda suddivisione, la indicazione esatta
(p. 446): Explicit primus hypotheticorum, incipit secundus. con quel che precede
2 "), ma è ima monografia che sta a sé, concernendo lo stesso oggetto che
lo scritto De getter, et spec.; in questa monografia Abelardo unì
immediatamente uno all’altro gli scritti di Boezio, de divisione e de
definitione, cosicché, a chi consideri 1’ intima diversità fra questi due (Sez.
XII, nota 103), appare con tutta chiarezza, come in Abelardo l’interesse per la
logica si converta in interesse per la retorica. Seguendo noi ora perciò, per
la nostra esposizione, il suindicato motivo, dominante nella divisione della
materia secondo Abelardo, ci atterremo interamente all’ordine già tenuto per
Boezio, e inseriremo, ancor prima della teoria del giudizio, quel che sarà
necessario dire della Sezione de divisione, la quale si riattacca alla teoria
del concetto. [li) esposizione della Isagoge (Antepraedicamenta), quale risulta
dalle Glossae, e soprattutto dalle Glossulae, super Porphyrium: atteggiamenti
polemici sopra la questione degli universali].
Quanto alla prima Sezione della prima parte principale, cioè la Isagoge
o i così detti Antepraedicamenta, la grave lacuna già ricordata dobbiamo cercar
di colmarla attingendo ad altra fonte, e precisamente, in special modo, ai
testi riferiti dal Rémusat (nota 238) : ma inoltre ricorreremo anche a tutti
quegli altri luoghi, che possano aiutarci a comprendere, con maggior vigore o
maggior ampiezza, la posizione di Abelardo nel contrasto fra i diversi
indirizzi, sicché già qui si ha da chiarire, quante possibile compiutamente, le
questioni essenziali e di principio, e da ottenere mia conoscenza esatta e
approfondita della logica di Abelardo in generale: resterà poi, relativamente
alle altre parti della dialettica, da addurre ancora, su tale ) Neanche si
trova, in alcun punto del libro, fatto cenno a un ricollegamento con altre
parti della dialettica. fondamento, soltanto i testi relativi a punti più
particolari. Ha in sè qualche cosa di sorprendente il fatto che Abelardo, nelle
glosse alla Isagoge, non soltanto parla di « sei parole », aggiungendo alle
solite cinque anche « individuum », ma osserva altresì che si tratta, oltre che
di queste parole stesse, anche di ciò ch’esse significano significala eorum 27S ); tuttavia la prima circostanza si
spiega in parte con quel passo di Boezio ch’è la fonte, a cui Abelardo attinge
2T9 ), e in parte con la espressa osservazione [fatta dallo stesso Abelardo],
che cioè Porfirio non ha avuto bisogno di comprendere, subito da principio, nel
novero delle voces il concetto d’individuo, perchè già 1’ individuo vien
comunque a rientrare sotto le altre cinque parole, e in se stesso è una
denominazione predicativa di un oggetto, nè più nè meno che i generi e le
specie 28 °). Ma se ora proprio questo rilievo che 27s ) Glossae in Porph.,
riferite dal Cousin, p. 553: Intendo Porphyrii est in hoc opere tractare de sex
vocibus, i. e. de genere, e! de specie, et de dijjerentia, el de proprio, et de
accidenti, et de individuo et de signijìcatis eorum.... Considerare, nullas
voces magis esse necessarias ad Categorias quam istas sex voces, quoniam ex istis
sex vocibus con stituunlur praedicamenta, ideo perelegit tractare de istis sex
vocibus. Hujus operis sunt materia istae sex voces el earum significata, finis
ipse catcgoriae (il Cousin. con le sue modificazioni e con la interpunzione, ha
guastato il giusto significato del manoscritto). Scicntiae inveniendi
supponitur iste traclatus ([passo già più sopra cit.,] nota 268), quia hic
docemur invenire rationcs sufficienles ad probandas quaslibet quaestiones
Jactas de istis sex vocibus et de signijìcatis earum. Cfr. appresso la nota
603. 27 *) Questo numero di sei non ha cioè niente che fare, come si capisce da
sè, con quel passo, che si è avuto da citare, ricavandolo dai commentatori
greci (Sez. XI, nota 134). ma ha per fondamento il contenuto di quelle notizie,
date da Porfirio (ibid., nota 43), che son riferite come segue da Boezio, p. 15
[ad Porph. a Vict. transl. I, 16; ed. Brandt, p. 44: PL, 64, 28]: Eorum, quae.
dicuntur, alia ad unitatem dicuntur, sicut sunt omnia individua, ut est
Socrates et hic et illud, alia quae ad mulliludinem, ut sunt genera (et)
species et differentiae et propria et accidentia. 280 ) p. 553: Et cum intendat
tractare de istis sex vocibus et omne (leggi omnes) tractat, lamen non proponit
nisi [Cousin: vocibus, et omne tractare tamen non proponit, nisi....] de quibusdam tantum ; ideo Abelardo dà alla relazione predicativa, torna
a coincider pure con il secondo punto, cioè con la presa in considerazione
anche di « quel ck’è significato dalle sei parole », d’altra parte Abelardo
sopra tale questione fondamentale non presenta qui spiegazioni più precise:
bensì, persino a proposito di quel passo
di essenziale importanza (prima quaestio), al quale da gran tempo abbiamo
veduto riattaccarsi tutta la questione, che dividea tra loro le tendenze
contrastanti egli presenta
esclusivamente una sottile distinzione, insignificante nei riguardi degli
universali, tra solus intellectus, nudus intellectus e purus intellectus 2S1 )
: e anche nel rimanente della esposizione, si tiene aderente al testo della
Isagoge, prevalentemente limitandosi a dare spiegazione delle parole 282 ).
Invece proprio sopra questo punto che ci rimane qui ancora oscuro, gettano la
più vivida luce le altre così dette glosse minori alla Isagoge. Ivi cioè
Abelardo, alle notizie che dà sopra le opinioni altrui (e per questo ci è
servito più sopra egli stesso quale fonte) collega in primo luogo osservazioni
polemiche, per poi svolgere la sua personale concezione degli universali.
Contro Gunon ponit de individuo, quia individuum continetur sub unoquoque, et
in significatione et in praedicamentali ordine : nam quemadmodum genera et
species proprie ponuntur in praedicamento, eodem modo individua ipsorum. Anche
questo si trovava nel commento di Boezio al passo citato dove (p. 16 s. [loc. ult. cit., p. 49: PL,
64, 30]) si legge: Ita individua, quae ad unitatem dicunlur, cunctis
superioribus (cioè quinque vocibus) supposita sunt.... Individua vero.... ad
nihil aliud praedicantur nisi ad se ipsa, quae singula atque una sunt.
Atque.... « ad unitatem dicunlur». Abelardo cioè ne ricavò che le denominazioni
individuali vengono purtuttavia predicate
dicunlur, praedicantur. 2S1 ) p. 555: Illa dicimus poni in solis
intellectibus, quae tantum intelliguntur et non sunt.... Illa dicimus poni in
nudis intellectibus. quae, cum sint, aliter intelliguntur esse, quam sirtt....
Illa dicimus poni in puris inlelleclibus, quae intelliguntur simpliciler ut
sunt. a82 ) Si può osservare che anche qui la locuzione abbreviata, ricordata
già più sopra (nota 167) „praedicari in quid “ o ., praedicari in quale “ è
comunemente adottata nel senso di „ praedicari in eo quod quid “ o,, praedicari
in eo quod quale". glielmo da Champeaux osserva (v. sopra la noia 106)
che, se si ammette una così poco stretta connessione tra le forme
individualizzanti e le sostanze universali, tutte le sostanze _non eccettuata
neanche la Fenice, che esiste esclusivamente mia volta sola appunto come sostanze, dehhon finir con
l’essere uguali e identiche fra loro, e neanche possono per conseguenza
distinguersi dalla sostanza di Dio : e parimente osserva che questa identità di
essenza di tutte le sostanze, o la loro indifferenza rispetto a qualsiasi forma
individuale che vengan a prendere, conduce a dover ammettere anche la
coincidenza degli opposti in ima stessa sostanza Glossulae s. l’orph .,
riferite dal Rémusat, toc. cit., II, p. 97-99: Ce SYStème exige que les jormes
aient si peu de rapport avec la malière qui leur seri de sujet, que dès
qu'elles disparaissenl, la malière ne diffère plus d'une aulre malière sous
aucun rapport, et que tous les sùjets individuels se réduisent n l'unité et à
l'identité. Une grave hérésie
est au bout de cotte doctrine ; car avec elle, la substance divine, qui est
reconnue pour n'admettre aucune forme, est nécessairement identique à toute
substance quelconque ou à la substance en generai.... Et non seulement la
substance de Dieu, mais la substance du Phénix (v. la Sez. XII, nota 87), qui
est unique, n'est dans ce système que la substance pure et simple, sans accident,
sans propriélé, qui, partoul la méme, est ainsi la substance universelle. C'est
la mème substance qui est raisonnable et sans raison, absolumenl camme la mème
substance est à la Jois bianche et assise ; car étre blanc et ótre assis ne
soni que des jormes opposées, comme la rationnalité et son contraire, et
puisque les deux premières Jormes peuvent notoirement se trouver dans le méme
sujet, pourquoi Ics deux secondes ne s'y trouveraient-elles pas égalemenl ?
Est-ce parce que la rationnalité et Virrationnalité soni contraires ? Ellcs ne
le sont point par l'essence, car elles sont toutes deux de Vessence de qualité
; elles ne le sont.... per adjacentia, car elles sont, par la supposilion,
adjacentes à un sujet identique. Du moment que la mème substance convient à
toutes les Jormes, la contradiction peut se réaliser dans un seul et mème ótre
[ed. Geycr del testo originale, p. 515:... « Quibus hoc obicimus: quod si hanc
sententiain concedi convenit, quippe si formas contingeret a subiecta materia
discedere, ita scilicct quod subiecta bis penitus rarerent, in nullo pcnitus
hir et ille differrent, sed iste et ille omnino idem efiicerentur. Ex quo
scilicet pessimain haeresim incurrunt, si hoc ponatur, clini scilicet divinam
substantiam, quae ab omnibus formis aliena estidem prorsus oporteat esse cum
substantia. Nec (propter) deum solum verum est, sed etiam propter alias
substantias fortasse, ut est phoenix. Oportet igilur secundum praedictam Contro la dottrina
della indifferenza, egli oppone (v. la nota 132) per prima cosa la definizione
del concetto di genere ( genus est, quod praedicatur de pluribus ), dalla quale
rimane escluso che ima e medesima cosa possa essere mai al tempo stesso genere
e individuo: e poi le oppone anche la relazione predicativa in generale, stando
alla quale bisogna mantenere la distinzione tra individui e concetti specifici,
e deH’universale stesso è impossibile predicare la individualità, laddove, se si prende l’individuo già nello
stesso tempo come specie o come genere, il concetto di genere, in quanto vieu
predicato, resta privato del proprio soggetto, o, quando si tratta di qualità
(cioè di adiacentia ), non può appunto essere più un predicato, valido per
diversi soggetti [cfr. il testo originale, ed. Geyer, p. 520: « .... non omni
generi convenit, eum omne genus non habeat praedicari in adiacentia »] 2Si ).
sententiam substantiam divinam idem esse cubi qualibet substantia, quam constat
esse veram et simplicem et ab ni nni proprietate irnmuncm. Praeterea si cadem
substantia essentialiter sit in omnibus, ita scilicet (ut) ea quae informata
est ralionalitate, sit irrationalitate occupata, quomodo negari potest, quin
substantia rationalis sit substantia irrationalis ? Quibus obiectis nidlatenus
refragari queunt, cum eadem substantia penitus omnibus f'ormis informari
ostendatur. Quis enim cum eandem substantiam albedine et nigredine et sessione
occupatam viderit, ncgabit substantiam albani esse sedentem ? Si quis vero dicat insistens rationale esse
irrationale, veluti substantia alba est substantia sedens, cum hae oppositae
formac contrarrne sint, illae vero non, fallitur, quia nec in essentia magis
sunt oppositae istae quam illae, cum eadem essentia qualitatis sit penitus, nec
in adiacentia, cum eidem substantiae penitus adiaceant. Sed si quis dicit formas istas
oppositionem habere ex oppositis formis quibus informantur, fallitur, cum eadem
ratione non possit assignare, onde illae oppositionem trahant »]. 2S1 ) Ibid.,
p. 100: Muis c’est là ce qui n'esl pus soutenable. La défirtition qui veul que
le gerire soit ce qui est attribuable à plusieurs, a été donnée à l'exclusion
de Vindividu. Ce qu’elle définit ne peut en soi étre à aucun titre, en aucun
état, individu. Dire qu'une méme chose tour à tour comporle et ne comporte pas
la définition du genre, c'est dire que cette chose est, comme genre,
attribuable à plusieurs, mais que, comme genre aussi, elle ne Vest pas, car un
individu qui serait attribuable ò plusieurs serait un genre ; par conséquent
Vassertion est con[Finalmente, anche contro quella tesi, a noi non meglio nota,
che concerne una proprietas delle cose (v nota 73), rivolge ripetutamente la
stessa obiezione tratta dalla definizione del concetto di genere, e denota in
generale come la cosa più pericolosa e insostenibile. tradicloire, ou plutòt
elle n’a aucun gens. Les auteurs
disent que celle nroposition : L’homme se promène, vraie dans le particulier,
est fausse de l’espèce (qui tuttavia il Réniusat deve o aver avuto sottocchio
un testo scorretto, o aver inteso scorrettamente il testo corretto, poiché lu
dottrina ripetutamente enunciata da BOEZIO, a p. 15 [in Porph. a Vici, transl.,
I, 16: ed. Brandt, p. 45; PL, 64, 27], p. 36 [i6.. II, 10 (Cicero sedet, homo
sedei): cd. Brandt, p. 103; PL, 64, 57], ecc., facendo uso dello stesso esempio
Cicero ambulai, homo ambulai è espressa
naturalmente nel senso, che l’accidente è predicato, primitivamente dell’
individuo e derivativamente della specie, ma non che questa seconda
predicazione sia falsa). Commenl maintenir cotte dislinction, si une ménte chose
est espèce et individu ? (p. 101) V individuai ile résultant de formes
accidentelles ne saurait èlre l'attribut essentiel d’une substance susceptible
d'universalité ; ccpendant certe substance, en tant que particulière, distincte
de ses somblables, est esscntiellement individueUe, violation manifeste de la
règie de logique qui porte que „dans un mème, Vaffirmalion de l'opposé exclut
Vaffirmation de l’autre oppose’'’. Lorsqu'on dit que le genre est atlribuable à
plusieurs, on parie ou d'attribution essentielle (praedicari in quid), ou de
toute autre ; s’il s’agit d'attribution essentielle, camme on le nie aprìs
Vavoir affirmé, elle cesse d’ètre essentielle, ou elle emporte avec elle son
sujet ; s'il s’agit d’attribution accidentelle (in adjaceutia), la définition
n’est plus exacte, elle ne convient plus à tout genre [ed. Geyer Huic autem
sentcntiae o p p o nani u s . . . . In primis inquirendum iudico, quomodo
Porphyrius dicit praedicari de pluribus ad cxclusioncm individuorum, cum illa
scilicet praedicentur de pluribus secundum illos. Sed dicunt mihi, quod cum
dicitur genus de pluribus praedicari, tale est, ac si dicatur: genus in quantum
est genus, praedicatur de pluribus. quod constare non potest. Amplius cum
diffinitio generis sit, quod praedicatur etc., oportet eum concedere quod
individuimi ex stalli individui sit genus, quia ex ilio quod praedicatur de
pluribus, [quod] est animai. Propterea quomodo dicunt « praedicari de pluribus
», quod generi convenit, genus ab individuo removcrc, cum idem prorsus
individuo conveniat ?... Amplius
quomodo dicit B o e t h iu s super Peri ermenias [Boezio, in libr. de
interprete ed. seconda, L. II, c. 6 (ed. Meiser, Pars Post., p. 133: PL, 64,
461), p. 337] quod haec propositio « homo ambulat » de speciali falsa est, de
particolari vero vera est ? Numquid et de universali similiter vera est, cum idem sit
universale et particulare ? Sed fortassis inquies, quod ab hoc universali
ambulatio prorsus removeri potest, a particulari vero non, hoc modo: nullum
universale ex statu universali ambulat. Sed
similiter dici potest, quod nullum particulare ex statu particuqualsiasi
scambio o confusione tra individuo e universale. [i) soluzione proposta da
Abelardo : il senno praedicabilis]. Ma
secondo il suo personale modo di vedere, egli credeva di aver trovato la via
giusta per poter alfine comporre, com’è sua opinione, il contrasto fra Platone
e Aristotele, vale a dire appigliandosi a quell’unico passo del libro De
interpr., dove l’universale è designato come ciò, ch’è « naturalmente fatto per
essere predicato laris anilnilationcm habeat. Haec quippe enuntiatio: « in co
quod est universale, non ambulata, duobus modÌ9 potest intelligi, sive
interpositum sive praepositum. Interpoeituin sic: in eo quod universale, non
ambulat, ac si diceretur: proprictas universalis non patitur ambulationem, quod
omnino falsum est, eum eidem subiecto universalitas et particularitas et
ambulatio adiaceant. Quod si praeponilur, intelligitur boc modo: non in eo quod
est universale, ambulat, sicut est illud: non in eo quod animai est, habet
caput, hoc est: non exigit proprietas universalis, ut ambulet, sicut non exigit
natura animalis, quod habeat caput. Sed eodem modo verum crii de particulari, orai proprietas
particularis non exigat ambulationem ». Ecc. ecc., sino alla p. 521], 286 )
Ibid., p. 102: La difficulté est toujours de faire cadrer ce système avec la
définition du genre. Il faut que la propriété d'ètre attribuable à plusieurs
séparé Vuniversel de l'individuel ; or, on vieni de dire que de plusieurs
choses chacune est individuellement animai ; le nom indiriduel d'animal
seraitil donc le nom de plusieurs ? V indie Uhi serait-il attribuable à
plusieurs ? Cela ne se peut. Mais comme animai ne peut plus se dire de
plusieurs, mais de chacun, il n’y a plus de genre, ou plutòt tout est renversé,
c'est l’individu ou le non-universel qui prend la place de Vuniversel, c'est ce
qui ne peut s'ajfirmer de plusieurs qui s'affirme de plusieurs. et c'est une
pluralité où chacun s'affirme de plusieurs que l'on appelle Vindividu [ed.
Geyer, p. 521-22 : « Primum quaerendum est.... quomodo secundum hanc sententiam
individuimi ab universali differat per praedicari de pluribus, cum individuimi
habeat praedicari de pluribus, id est plura sunt, quorum unumquodque est individuimi.
Sed fortasse inquies, quod recte praedicari de pluribus in diffinitione
universalis ponitur ad exclusionem individuorum, cum omne universale praedicari
de pluribus habeat, nullum autem individuimi de pluribus praedicetur. Sed eodem
modo inter universale et animai differentia potcrit assignari, cum omne
universale de pluribus et nullum animai de pluribus... Praeterea secundum banc
sententiam concedere oportet, quod non-universale sit universale et res quae
non praedicatur de pluribus, praedicetur de pluribus et multos quorum
unumquodque de pluribus praedicatur, concedat individuimi appellali»]. di
più cose» (quod natura est de pluribus praedicari ); poteva Abelardo con
questo, nella maniera già più sopra ricordata (nota 254 1, far procedere
insieme la genesi delle cose qual è data obbiettivamente in natura, e quella
produzione subbiettivamente umana che è la denominazione, e anzi esprimere
questa relazione, persino ricorrendo alla similitudine della statua, la quale è
costituita dalla pietra, che lia esistenza obbiettiva, e dalla forma, ch’è
aggiunta dalla mano dell’uomo 286 ). Ma su ciò si fonda ora il vero e proprio
sciboleth, che contraddistingue la posizione di Abelardo nel con2BC ) liuti.,
p. 104 s. : Aristote, au dire d'Abélard, parati l'insinuer clairement, qunnd il
définit l'universel ce qui est né altribuable à plu~ sieurs, quod de pluribus
natum est praedicari. Cest une propriété uree laqtielle il est né, qu’il a d’origine, a
nativitate sua. Ór, quelle est la nativité, l'origine des discours ou des noms
? Vinstitution humaine, tandis que l’origine des choses est la création de
leurs natures. Celle différence d’origine peut se rencontrer là méme où il
s’agit d’une mème essence. Ainsi dans cel exemple : cette pierre et cette
statue ne font qu’un, l'étal de pierre ne peut ótre donné à la pierre que par
la puissance divine, l’état de statue lui peut ótre donné par la main des
hommes. [ed. Geycr, p. 522: «Est alia de universalibus sententi a rationi
vieinior, quae nec rebus nec vocibus communitatem attribuit; sed serinones sivc
singulares sive universales esse disserunt. Quod etiain Aristoteles ... .
aperte insinuat, cuin ait: « Universale est, quod est natum praedicari de
pluribus », idest a nativitate sua hoc contrahit, ex institutione scilicet....
Hoc enim quod est n o m e u sive s c r m o, ex hominum institutione eontrahit. Vocis
vero sive rei nativitas quid aliud est, quam naturar creatio, e uni proprium
esse rei sive vocis sola operatione nalurae consistat ? Itaquc nativitas vocis et sennonis diversitas,
etsi penitus in essentia identitas. Quod diligentius exemplo declarari potest.
Cum idem penitus sit hic lapis et haec imago, alterius tamen opus est iste
lapis et a[terius haec imago. Constat
enim a divina substantia statura lapidis solummodo posse conferri, statum vero
imaginis hominum comparatione posse formari»]. Nella traduzione di Boezio, p.
338 [ed. secunda, II, 7: ediz. Meiser. Pars Post., p. 135; PL, 64, 462], il
passo aristotelico citato nella Sez. IV. nota 197, è cioè del seguente tenore:
Quoniam autem sani haec quidem rerum universalia, illa vero singillatim ; dico
autem universale, quod in pluribus natum est praedicari, gingillare vero, quod
non, etc. Qui dunque Abelardo poteva appoggiarsi, per la tesi realistica, alla
parola « natum », e al tempo stesso, per la tesi nominalistica, alla parola «
praedicari ». Così in quell’epoca, ch’era incapace di assurgere alla visione
dei principii, ma si limitava allo studio
« tra ' Van mdirizzi; ««Perocché, una volta che il predicato venga r,
conosciuto come naturalmente determi nato, ne consegue che nè le cose come
tali, nè le paroJ ' come tali sono 1 universale, bensì la universalità è ri
posta soltanto nello stesso praedicari, e dunque in' quella maniera di
esprimersi ch’è il giudizio, insomma el « sermo » : con questo si evita ora la
opinione sba ghata e insostenibile, che cioè di una cosa possa ori carsi una
cosa, sì che, a questa maniera, mia co a f ugual r e in più e una cm., ma « per
r.ppnnto „„ preJica | 0 ' E, mettendo „ ra Abelardo in eo„„e„i„„ e eon '
conseguenza 1, definizione già riferita del genere ne ‘ espressamente che nega mo) sia di • universale il predicato
(ser” 3 3ll ° ra ‘“tersale anche la parola in quanto paro a poiché alla stessa
maniera si potrebbe d mLT U Cl,e è “• «. 'ce dell alfabet o; „ deve rnvece,
in,„eli„ definir .. tener rizzi sano statesenz^tmcozUuIt^o^^* 1 !, 0 he dei J '
vcra ' 'odilati diversi da uno all’altro scrittore 77'l f°? dame ? to di passi
isolai/ Ctteratura in uso nelle scuole Cfr -Y* !u testi e l‘e formavano ^)Ibid
aPPre S .° k DOta 293 -‘ P1U S ° Pra n ° tC I05 ’ 129 ’ buatte à plufieurs, ni
ìefchòses'n'i fet* 1 umversel Pst d'origine altri c p n est paste mot. la voix.
mais le dilriu, T" Car stori du mot, qui est attribuable à divers C e ? t
~ d ~ dire l ' p *prcsdis mots, ce ne sont pas les mots mais Ù . 9 lw, g “ P '
Ù S ° Pra (nota 63 > "tato, di GiovauTda Salisb^ “ PaSS °’ fisso
l’occhio sopra l’oggetto da essa definito, cioè sopra lo stesso genere, e con
ciò si rende manifesto che nella parola singola non è già contenuto il genere
stesso nella sua totalità, bensì invece la parola ch’esprime il genere, viene,
in un giudizio, predicata di diverse cose, insomma che proprio il giudizio è
predicabile, « sermo est prue dicabilis
» , perchè il pensiero dispone per ordine le parole, in vista della descrizione
delle cose 2SS ). Se per conseguenza la parola è predicata, non secondo la
esteriorità del suo effettivo suono, bensì secondo il suo intimo significato, e
è dunque il suo significato che ne fa un uni) Ibid., p. 107 s.: Mais Abelard se
faii des objeclions. Comment l oraison peni-elle elre un,vergelle, et non pas la voix, quand la
descriplion du genre convieni aussi bien à l’une qu'à Vautre ? Le genre est ce
qui se dii de plusieurs qui diffèrent par Vespèce ; ainsi le décrit PorphyTe.
Or, la descnption et le décrit doivenl convenir à tout suiel quelconque ; c est
une règie de logique, la règie De quocumque, et camme le discours et Ics mots
ont le ménte sujet, ce qui est dit du discours est dii des mots. Vane, comme le
discours, la voix est le genre. Celle pròposti,on est incongrue, non congruit;
car la lettre étant dans le mot et par consequent s attribuant à plusieurs
comme lui, il s'ensuivrait que la lettre est le genre. Cesi que, pour que la
description ou définition du genre so,t appi,cable il faut qu'on Vapplique à
quelque ckose qui uit en so, la realite du défim, rem definiti; c'est la
condilion de l'applicatwn de la regie De quocumque, et ici catte condition
n'existe pus Le mot ne contieni pas tout le défini, il n'en a pas laute la
compréhens,on et,1 n est atlnbue a plusieurs, affirmé de plusieurs, pracdicatum
de pluniras. qU e parce que le discours est prédicable. est sermo pracdicabibs,
c est-a-d,re parce que la pensée dispose des [si direbbe che Franti intenda
come « fosse scritto « Ics »] mots pour décrire toutes choses [ed. Geyer. p.
522-23: «Cui sementine opponitur. 1 rimimi enun quaeritur, cur sermones et non
voces esse universale? astmant cum descriptio generis tam vocibus quam
sermombus conveniate De quocumque enim praedicatur descriptio, et descriptum;
sed descriptio generis praedicatur de voce, cum vox sit ifiud quod praedicatur
de pluribus differentibus specie etc.; vox «ritur est genus. Quod
sic s o 1 v i t u r: Huic argumentationi; Cst ', ., '',j US ' ^ mUd q "° d
praedicatur ' ( iuia est sermo PaANTL, Storia detta logia, in Occidente,
II.versale 289 ), ben può dirsi a questa maniera che il genere e la specie sono
una parola (vox), ma non già, viceversa, che la parola è la specie o il genere,
perchè la essenza individuale, che è la parola, non può essere predicata di più
cose, mentre si può, con una tale concezione, ammettere invece, senza
difficoltà, un essere obbiettivamente reale, corrispondente ai generi e alle
specie 2D0 ). Generi e 2#s )
Ibid.. p. 108: On peut dotte dire que le discours étanl un gente, et le
discours étant un mot, un mot est le genre. Seulement il faul ajouter que c'est
ce mot uvee le sens qu’on a entendu lui donner. Ce n'est pus l essence du mot,
en tant que mot, qui peut ètre attribuée à plusieurs ; le son vocal qui
constitue le mot est toujours actuel et particulier à chaque fois qu’on le
prononce, et non pas universel ; mais c'est la signification qu'on y attaché
qui est générale [cd. Geyer, p. 523-4:« Cum haec vox sit hic sermo et hic sermo
sit genus, quomodo ratiouab iliter negari poterit, quin haec vox sit genus ?
Quod sic solvitur: Cum dicimus « hic sermo est genus», tale est ac si dicamus:
sermo huius institutionis est genus. Sed cum dicimus « haec vox est genus », tale
est ac si dicamus: haec essentia vocis est praedicabilis ctc., quod falsum
est.... Concedimus itaque has esse
veras: Hoc nomen est genus, hoc nomen est universale. Similiter: Hic sermo «
animai» est genus, hoc vocalndum « animai » est genus et universale, et
similiter omnes in quihus subicitur vox innuens institi! tionem, non
simpliciter essentiam vel prolationem, sed signifìcationem et praedicans
eommunitatem, sicut est: genus, universale, sermo, vocabulum, dictio,
oratio.... »]. *®°) Ibid., p. 108-9: Abélard.... permei qu'on dise que le genre
ou l'esp'ece est un mot, est vox, et il rejette les propositions converses ;
car si l on disait que le mot est genre, espèce, universel, on attribuerait une
essence individuelle, celle du mot, à plusieurs, ce qui ne se peut. C'est de
mème qu'on peul dire: cet animai ( hic status animai) est cette matière, la
socratité est Socrate, l’un et l’aulre de ces deux est quelque chose, quoique
ces propositions ne puissent ètre renversées [ed. Geyer, p. 524: « Nota tamen,
quod haec propositio vera est: genus est vox et species est vox. Tale est enim
ac si dicatur: generale vocabulum est vox vel speciale. Convcrsae harum,
scilieet: vox est genus vel vox est species, non sunt concedendae, cum per
illas communitas essentiae ostendatur, quae similiter in omnibus reperitur.
Concedimus exiirn propositiones: hic status animai est, haec materia Socratis
est Socrates, utrumque istorum est aliquid; conversas vero istarum negamus
omnino, scilieet: homo est hic status animai, Socrates est materia Socratis,
aliquid ast utrumque istorum»),
Dialect., p. 480: in significationibus suis vocabula saepe nominantur,
ut cum ea quoque vel genera vel species vel universalia vel singularia rei
substantias vel accidentia nominamus. Nomen
autem.... hoc loco accipiendum est quaelibet vox significativa simplex, qua
rebus praeposita vocabula praedicamus. specie, cioè, in quanto sono da noi
pensati, si riferiscono bensì a qualche cosa che esiste, e questa cosa
afferrano, ina soltanto in senso figurato poteva dirsi che essi esistono quali
universali pensati da noi, poiché il senso proprio di tale espressione è
solanieute questo, che esiste cioè qualche cosa che dà luogo a questi
universali 291 ). 2tfl ) Ibid., p. 109 10: Il décide que. bien que ces concepts
(ma chi sa se nell’originale latino ri leggerà in questo punto « conceptus » ?
io eongetturo piuttosto che vi si dica « intellectus » : v. appresso le note
313 ss.) ne donneiti pas les choses camme discrètes, L, 64, 121-2], p. 84: rfr.
la Sez XI, nota 44), secundum quas ipsa genera, quae ab ipsis divisa sii nt.
specificantur.... Nec cum ipsae generis subslantiam in spederà reildunt, ipsae
quoque in essentiam speciei simul transcunt, sed sola "enera vel subjecta
specificantur, non qmdem separata a difierentiis. sed, nisi ei differentiae
adveniunt, ipsa sola non etiam differentiae species efficitur, non quidem cum
differentiis, sed per differentias, sicut in libro Partium, tractatu speciei,
disseruimus (v la nota 272). Si enim differentiae in speciem transferrentur cum
lenere . ipsas de substantia rei esse, et in partem malenae venire
rontineeret.... (p. 478) Nihil.... aliud materia jam fannie aclual,ter contunda
quam ipsum materiatum, ut nihil aliud est hic annulus aureus quam aurum in
rotundilalem duetum.... Stalline.... compostilo, quem Boethius (p. 88) ponit .
species non riddar, cum nec materia sit unum, sed operatione hominum, nec
substantiae nomen, sed accidentis cum statua videtur et a quadam compositione
sumptum. z»«) Introd. ad t/no/.. II, 13, p. 1083 [98]: Cum autem species ex
genere creaci seti gigni dicantur, non lanieri ideo ri eresse est,genus speries
suas tempore, vel per existentiam precedere, ut videlicet ipsum prius esse
contigeril quam Mas. Numquam eternai genus nifi per aliquam speciem suam esse
contingit, vel ullatenus animai juit, antequam calumale vel irrationale fuerit
: et ita quaedam species cum suis generibus simul naturaliter existunt, ut
dMlatenus genus sino illis, sicut nec ipsae sine genere esse‘pomerint [PI.,
178, lOtuj. praedicatio, la quale può riferirsi ora alla forma, ora alla cosa
formata da questa, e via dicendo 29? ). Ma dovendosi, a proposito di questo
generarsi delle specie dai generi, toglier di mezzo quella più difficile
questione riguardante gli opposti (v. sopra le note 113 e ilo s.), ecco qual è
su questo punto il modo di vedere di Abelardo: La diversità delle specie può
essere determinata soltanto dal fatto che sussiste ima diversità delle
sostanze; ma questa è un prodotto della differenza specifica la quale si chiama
sostanziale, proprio perchè realizza entro la sostanza ima separazione di
gruppi, e con ciò, al tempo stesso, una unità dei gruppi così separati,
eiascuno dei quali ha una comune natura 888 ); e a quel modo che, per
conseguenza, la materia, ch’è il genere, non si presenta più, hi identità di
essenza, in tutte quante le specie, cosi dalla differenza specifica vengono
esclusivamente prodotte soltanto le specie della sostanza stessa; se perciò
tutte le altre specie, che non procedono dalla sostanza, si debbono generare
senza l’azione esercitata da una differenza sostanziale e debbono pertanto aver
il pròpno fondamento nella sola materia, la unità di quest’ultnna va intesa
come somiglianza di essenza (consimilitudo), dalla quale per es„ nonostante la
comune essenza ipslls^nriti^t ^ P> 1277 f183]: ^oprie,as ilaque n,aterine
ZZ, v/,, secundum quam ex ea materialitcr al,quid fieri habe'. Materiati vero
proprietàs est ipsa e converso postcrioritas Pro prietates itaque ipsae
impermixtae sunt per praedicMionem licei iosa proprietà.... permixtim de eodem
praedicentur. Aliud quippe est prue Ì7{/~\^]. f ° rma,Um ÌPSUm ' h e iP sam
Jormae subjec“ ) Dialect., p. 418: Diversitas itaque subslantiae diversitatem
quae natura substantiae divina univit operatio.
(lell'esser colori, non rimane esclusa la opposizione contraria del
bianco e del nero 2 "). Così Abelardo tiene distinte, da un lato, quelle
forme, che son, esse medesime, essenze, e che bisogna pur che entrino nella
materia, la quale sta a loro fondamento ( subiectum ), per far di questa
qualche cosa, che senza quelle non sarebbe,
e, dall’altro lato, quelle forme, che per se stesse non sono essenze, ma
son di già contenute nella materia del genere 300 ) ; naturahnente nelle prime
c’è la differenza specifica vera e propria, a quel modo che nelle seconde c’è
la così detta nota casuale di differenze accidentali, cioè queU’adiacerma (nota
284), cli’è oggetto della predicazione non-sostanziale 301 ). Ma, con ciò, gli
opposti, nelle forme sostanziali, sono derivati soltanto ! ") Uh/., p.
400, dove al passo citato più sopra (nota 113) fa sèguito: Si enim omnium
specierum est eadem in essentia materia, tunc albedinis et nigredinis et
caeterorum contrariorum, quae omnia.... ejusdem generis species esse necesse
est.... Nostra quoque sententi a te net, solas substantiae species differentiis
confici, caeterasque species per solam subsistere materiam, sicut in libro
Partium ostendimus. Si ergo eadem prorsus est materia, quae est in ipsis
diversitas ? Sed eadem (cioè diversitas in ipsis est), quae est in
consimilitudine substantiae, non indeterminatae essentine. Ncque enim ea
qualitas, quae est essentia albedinis, essentia est nigredinis, essel enim
albedo nigredo, sed consimilis in natura generis superioris. Consimilitudo
autcm vel substantiae vel jormae contrarietatem non impedit. Riguardo alla
consimilitudo, e£r. qui appresso la nota 307. 30 °) Pseudo-Abael. de intell.,
edito dal Cousin, Fragm. phil. (1840), p. 495 s. [Opera, II, p. 755]: Alii
autem, qui quasdam formas essentias esse, quasdam minime, perìiibenl. sicut
Abaelardus et sui, qui artem dialecticam non obfuscando sed diligentissime
perscrutando dilucidante nullas formas essentias esse approbant, nisi quasdam
qualitates, quae sic insunt in subjecto, quod subjectum ad esse earum non
sufficit, sicut ad esse quantitatum ipsum subjectum sufficit... et ad esse
sessionis necessaria est dispositio partium... Nullam enim formam essentiam
esse asserunt, cui... poterit assignari... subjectum ad esse illius sujfficere.
Theol. Christ., Ili, p. 1280 [487]: sire illa forma sii communis differentia,
h. e. separabile accidens. ut nasi curvitas, si ve magis propria differentia,
i. e. substantialis, sicut est rationalitas, quae sci licet substantialis
differentia non solum facit alterum, i. e. quoquo modo diversum, verum etiam
aliud, h. e. substanlialiter atque specie diversum [PL, 178, 1251]. Qui la
fonte è Porfirio (Sez. XI, nota 44), cioè Boezio [ad Porph. a se transl., lib.
IV], p. 79 ss. dall'attività della differenza specifica e sono senz'altro separati,
mentre, trattandosi delle forme non-sostanziali, ci si presentano nella materia
del genere, quali possibilità’' 2 ): e Abelardo, dato che per lui a base di
tutte quante le opposizioni puramente qualitative non c’era un substratum
sostanziale, mentre un tale substratum andava riconosciuto esclusivamente per
quelle opposizioni che vengono a costituir delle specie, poteva molto
facilmente, con il mantenere la non-unificabilità degli opposti, sottrarsi a
quella difficoltà che più sopra (nota 115) abbiamo veduta 303 ). ' Ma mentre a
questo modo quel processo di creazione, nel quale la differenza specifica opera
separando, e le specie cosi separate si raccolgono in raggruppamenti unitari
(nota 298), si estende, in progrediente graduazione, sino all individuo
singolo, il quale è, come tale, essentialiter o entialitcr (non tuttavia
secondo la sua sostanza) separato dal suo simile 3 °fre (B0tZI0 ’ P™ nox7Lì h
-md ÌS lil l P Ì80 3 r487F-T ^ già, più s °P ra ' aUa mero sun, difierenlia. q
uae loia JL,.,L. Z^ZTentt disTctsum sire solo numero ab inviami disteni, ut
Socrate* e, i>LT ’ mente come im nome generale equivoco 305 ), ma invece la
« subsiantia », in quanto è questo il concetto del genus generalissimum,
dev'essere consideratacome quella suprema ultima materia, sulla quale
incomincia a esercitarsi Fattività della differenza specifica 308 ). Così
Abelardo, in quanto è platonico, insegna mia ontologia obbiettiva degli
universali, la quale da un lato vantaggiosamente si distingue, per la maggior
cura con cui si giova di Boezio, dal più grossolano realismo di Guglielmo da
Cbampeaux, ma al tempo stesso, mediante il concetto già sopra menzionato (nota
299) di consimilitulio, viene, d’altra parte, in certo modo, a mettersi in
contatto con l’autore dello scritto De gen. et spec. (note 163 e 177) o con la
teoria (nota 132) della indifferenza 807 ). [mi ma dallo stesso principio
Abelardo trae insieme partito secondo il punto di vista aristotelico ]. Ma ora, quanto a quell’altro modo di vedere
di Abelardo, die si 305 ) Glossae ad Porph. (riferite dal Cousin), p. 568: Ens
est aequivocimi.... [569] videlicet illam definilionem, quam habel ens in
praedicamento substantiae, nunquam habebit in praedicamento quantitàtis.... Ens non habet unam substantialem
diffinitionem, cum qua praedicalur de omnibus generalissimis, cum hac
diffinitione praedicatur ens de substantia : substantia est ens, quod ncque est
qualitas nec quantitas etc. V. la Sez.
XII, nota 89. 30li ) Ibid.. p. 565: Substantia est generalissimum, quia est
solum genus.... (p. 566) quemadmodum
substantia est genus generalissimum, cum suprema sii, eo quod nullum genus
supra eam sit, etc. Inoltre il passo citato più sopra, nota 298, e
Dialect., p. 485: Genus omne naturaliter prius est suis speciebus.... genus
[est materia] specierum. 307 ) In una maniera consimile, che ricorda quelle
teorie, si esprime Abelardo, Theol. Christ., Ili, p. 1261 [468]: Sed nec
Socrates, cum sit a Platone numero diversus, li. e. ex discretione propriae
essentiae ab ipso alius, litio modo ideo ab ipso aliud dicitur. h. e.
substantialiier differens, cum ambo sinl ejus[dem ] naturae secundum ejusdem
speciei convenientiam, in eo scilicet [1262] quod uterque ipsorum homo
est. Ibid., p. 1279 [486]: Idem vero similitudine
dicuntur quaelibet discreta essentialiler, quae in aliquo invicem similia sunl,
ut specics idem sunt in genere vel individua idem in specie [PL]. accorda con
il punto di vista logico di Aristotele, bisogna che tentiamo di metter in
chiaro, in qual maniera dovesse, secondo lui, intendersi il concetto già
ricordato (note 286 ss.) di « sermo », e com’egli ne determinasse minutamente
il fondamento: e qui fin da principio sembra esser degno di nota ch’egli,
rimanendo assolutamente fedele al punto di partenza da cui lì aveva preso le
mosse, si attiene a passi contenuti nel libroDe interpr. Se cioè deve tenersi
fermo il principio dianzi enunciato, vale a dire che il praedicari è degli
universali, quali sono naturalmente determinati, si ha anzi tutto una semplice
parafrasi dello stesso principio, quando si afferma che la predicazione (sermo)
è in rapporto di originaria affinità con le cose 308 ) : tuttavia, com’è
naturale, ciò va inteso nel senso che la denominazione (vocum impositio ),
venendo dopo, è condizionata e dipendente dalle cose obbiettive che essa
significa ( res significala) 30S ), anzi che, in questo senso, anche la
significano della parola è ancora quel primum, dal quale soltanto dipende la
parola come parola 310 ). Vero è poi che a questa maniera i generi e le specie
non sono nient’altro che ciò che da queste parole è significato 3n ), ma quel
che da esse è significato. 3 " 8 ) Introd. ad theol., II, 10, p. 1074
[90]: Conslat quìppe, juxta Boethium ac Platonem, cognatos de quibus loquuntur
rebus oportere [91] esse semiortes [PL, 178, 1062]. V. Boezio, ad Ar. de interpr. [ed. seconda,
II, 4: ediz. Meiser, Pars Post., p. 93; PL, 64, 440-11, p. 323. J 30 °)
Dialect., p. 487: vocem secundum imposilionis suae originem re significata
posteriorem liquet esse. Ibid., p. 350:
Si nòminis hujus. quod est « homo », propriam impositionem tenueril, secundum
id scilicet, quod substantiae hominis ut existenti ex animali etrationalitote
et mortalitate datum est, ratam omnino conseculionem viderit. Inoltre il passo ricordato più sopra, nota
255. 31 °) Dialect ., p. 345: neque enim nomina ncque verbo sunt, suis non
existentibus significationibus. Ibid.. p.
482: [propria significatio. illa ] scilicet. de qua inlelleclum proprie vox
queal generare. 3iI ) Glossae in Porph.. p. 567: genera et species. id est ipsa
significata harum vocum, come pure nel passo riferito più sopra (nota 278) si
dice sempre: sex voces et significata eorum. in altro non può consistere, a sua
volta, se non nei prodotti (li quel processo di creazione, onde dal genere si
scende giù giù sino all’individuo: e avendo i generi e le specie una esistenza
concreta soltanto negl’individui, nella proposizione « Socrate è un uomo » noi
parliamo per esempio soltanto di quel che significato da queste parole, ina non
già delle parole stesse, in quanto parole 312 ). Ma proprio poiché i generi e
le specie non sono ciò ch’esiste concretamente, l’antico motto « singultire
sentilur, universale intelligitur » conserva il proprio valore: ed essendo, dal
concetto intellettivo ( intellectus ), afferrato ciò che non cade sotto i sensi
3113 ), bisogna che poiché
quell’universale che non cade sotto i sensi, è ciò ch'è destinato a esser
predicato 1 esso concetto
necessa¬riamente contenga in sé il principio onde si genera la predicazione, e
venga alla coscienza, attraverso qualsiasi predicato, come principio del
generarsi di questo, ovverossia: sermo generalur ab intellectu et generar
infelicetum 314 ). Così il « predicare » (sermo) è il terreno degli 312) Diale
et., p. 204: Neque enim substantia specierum diversa est ab essentia
individuorum, sicul in Libro (leggi primo: v. la nota 272) rartium ostendimus,
nec res ita sicut vocabolo diversas esse contingit. Sunt namque diversae
vocabulorum in se essentiae specialium et singularium, ut « homo » et « Socrates
sed non ita rerum diversae sunt essentiae. Unde Ulani rem, quae est Socrates.
Ulani rem. quae homo est, esse dicimus ; sed non illud vocabulum, quod est «
Socrates », illud, quod est « homo», linde quod in re speciali contingit, et in
ipsius individuis necesse est contingere, cum videlicet nec ipsae species
habeanl nisi per individua subsislere, nec in ea, quae informant et ad invicem
jaciunt respicere, nisi per individua, venire (cfr. la nota 296). 313) Introd.
ad theol., li, 3, p. 1061: Proprie.... de invisibilibus intellectus dicitur,
secundum quod quidem intellectuales et risibiles naturar dislinguuntur [PL,
178. 1052: e cfr. PL, 76, 1202], 3U ) Theol. Christ.. I, 4, p. 1162 a. [365]:
Licei etiam ipsum nostrae mentis conceptum ipsius sermonis lan i effemini quam
causam ponere, in proferente quidem causam. in audiente effeclum, quia et sermo
ipse loquenlis ab ejus intellectu proficiscens generalur, ut cum (leni rursus
in auditore generel intellectum. Pro hac itaque maxima sermonum et intellectuum
cognatione non indecenler in eorum nominibus mutuas fieri licei translationes :
quod in rebus quoque et nominibus propter adjunctionem significationis
frequenter contingit [PL, 178, 1130]. alcunché di predicato), bensì soltanto
nel fn) ispirazione aristote/im al giudizio (praedicari) I _ jù a m dato
ceintellettivo lin e" ^ 1“' “nnon cade,,1,,,; e "p *» »“» lenivo. Con
Jè U 00 “ en “ U Intelpovalità (cfv. la nota 252) Tv '7 ’ m mon,e n‘o di tem.
M»v enunciato, richiede „„ cèrio i'.'mm,!!" per "'ente significante,
* non dopo che tnt.e k,T ' '“'i .teno successi va mente fatte innanzi- e r, '
r„ alicujus exist.it.... fìuod intei cativam dicere, quod unum P de
hU*eó"""l ."™‘ 9u, ' ml,bel ’ta signifi-,V U !,a f,,nte è
Boezio (ad Ar de ituern l ? tellectus ooncipiatur. Meiser p ars Post ^ ss • PI T, P
‘ Ynf 1 ' 1 seeu “ da - I. 1; ed. Sez.
XII, nota 110. - 64 ’ 402 S -L P- 296 s.; V. Ja
siste nella unità di quel pensiero, che esso fa nasce- -re sl8 )- Ma
proprio perciò il giudizio, al pari della parola, in quanto
questaèelementodelgiudiziostesso, ha essenzialmente due lati a un tempo, uno
dei quali consiste nelle cose, delle («de») quali il giudizio tratta
{significai io reali*), mentre l’altro riguarda il pensiero, che esso giudizio
contiene e genera, ma del quale non tratta (significatio intellectualis ): e
c’è pertanto parallelismo tra essere e non-essere, nella realtà obbiettiva, ed
esser vero e falso, rispetto al giudizio 317 ). Ben è vero, cioè, 316 ) Ibid.,
p. 297: ....ut multiplìcem illam dictionem dicamus, quae pluribus imposila est,
ex quibus non fit unum, li. e. plura in sentenlia tenet non secundum id, quod
ex eis unus procedal intellectus. Sic autem e converso omnis illa una est
diclio, quae plurium significativa est. secundum id, quod ex eis unus intellectus
procedal. V. Boezio, p. 335 [o non forse 328? Loc. ult. cit. II. 6. p. 106 ss.:
PL, 64, 447-8] (cioè Aristotele: v. la Scz. IV, note 185 ss.). 317 ) Ibid., p.
238: Sunt igitur veruni ac falsum nomina intel- lectuum, voluti cum dicimus
„intellectus verus et falsus “, h. e. habitus de eo, quod in re est vel non
est, quos quulem intellectus in animo audientis prolata propositio generai....
Sunt cursus vertim ac falsum nomina proposti 1 onum, ut cum dicimus,,propositio
vera vel falsa" i. e. veruni vel falsum intellectum generane. Significant propositiones idem,
quod in re est, vel quod in re non est. Sicut enim nominum et verborum duplex
ad rem et ad intellectum significatio. ita etiam propositiones, quae ex ipsis
componuntur, duplicem ex ipsis significationem contrahunt, unam quidem de
intelleclibus, aliam vero de rebus.... Patet insuper adco, per propositiones de
rebus ipsis. non de intellectibus nos agere.
p. 240 s.: Restat itaque, ut de solis rebus, ut dictum est,
propositiones agant, sive idem de rebus, quod in re est, enuncient, ut „homo
est animai, homo non est lapis “, sive id, quod in re non est, proponant, ut
„homo non est animai, homo est lapis “, ut etiam de significatione reali
propositionis, non tantum de intellectuali, suprapositae [Prautl corregge:
supraposita] propositionis diffinitio (Boezio, p. 291 [? Corrisponde a loc.
ult. cit., Prooem., p. 7 ss.: PL, 64, 395-6]) possit exponi sic significane
veruni vel falsum, i. e. dicens illud, quod est in re vel quod non est in re“,
et in hac quidem significatione veruni et falsum nomina sunt earum
exislentiarum rerum, quas ipsae propositiones loquuntur. Cum autem eamdem
dijfinilionem et de intellectibus ipsis hoc modo exponimus „significanles
[Prantl: significane] verum vel falsum, h. e. generane secundum inventionem
suam de rebus, de quibus agitur. verum vel falsum intellectum “, lune quidem
ipsos nomi- nani [Prantl: nominai] intellectus. Nota autem, sive de intellectibus sive de rerum
existentiis exponamus, orationis praemissionem necce-che la parola « praedicari
» ha tre significati: vale a dire,ni primo luogo la si usa, in modo affatto
estrinseco, per significare la semplice collocazione di un soggetto e di un
predicato, imo di seguito all’altro, fatta astrazione da qualsiasi contenuto
reale; ma poi quella stessa parola concerne, in doppio senso, la relazione,
qual è data effettivamente nella realtà obbiettiva, in quanto che, riguardo a
quel tale processo di creazione (note 294 ss. e 312), il praedicari mette in
rapporto con la materia del genere o il formato ( materiatum ) o la forma ;
tuttavia, com’è naturale, soltanto tale relazione, espressa dal termine
praedicari in queste due ultime sue accezioni, è ciò di cui («de quo») tratta
il giudizio: e in tale significalo praedicari vai quanto esse, sicché, in quanto non possiamo enunciare giudizi, se
non con parole che im giudizio sia
affermativo, o un altro negativo, e via dicendo, queste son distinzioni che
ricadon nell’orbita della modalità della espressione 318 ). Inoltre c’è pur
coincidenza tra quel duplice riferimento che può esser contenuto nei giudizi, e
l’antica distinzione tra « de subie- soriani esse. Qui la fonte si trova in
Boezio, p. 321 [corrisponde a tm iM ' V/ 7 64 ’ 437 ~ 8] -~ Cf "- anche la
347 - ) Unii., p. 366-7 : Tnbus autem modis „praedicari “ sumilur : uno quidem
secundum enuntiationem vocabulorum ad se invicem in conslructione ; duobus vero
secundum rerum ad se inhaerentiam, aut cum videlicel in essentia cohaeret sicut
materia materiato, aut cum alterum alteri secundum adjacentiam adhaeret, ut
forma materiae. Ac secundum
quidemenuntiationem omnis enunliatio.... praedicatum et sub- jectum li a bere
dicitur.... Sed non de his in propositione aeitur.
sed de predicanone tantum rerum, illa scilicet solum. quae in essentia, quae
verbo subs,antico expnmitur. consista!.... Tantum itaque ..praedican illud
accipimus, quantum si „hoc Mud esse 1 * diceremus. tantum per,,removeri'\
quantum per,,non esse 1 *.... Cum itaque per ..praedicari, „esse accipiamus,
superflue rei „rere“ vel .. affermative “ apponitur: Quod emm est aliquid, vere
est illud, affirmative autem enuntiatioms est determinano, quia tantum in
vocibus consisti/ affirmatio sicul et modi vel determinationis oppositio [leggi
con il Pronti appositio). Modus emm vel determinano (v. la Sez. XII, nota 119)
tantum vocum sunt designatila, quae solae moderanmr vel determinata [Prantl:
determinantur] in enuntiatione positae.
c/o» e « in subiccto » (v. la Sez. XII, nota 92), e la h>x
praedicamenti ha la propria sfera d’influenza proprio in quelle due accezioni
reali del giudizio 31 °). Con ciò ci è resa ora soltanto interamente perspicua
la su riferita partizione della dialettica (note 272 ss.) secondo Abelardo.
Tutto sta nel sermo, cioè nel giudizio. Ma è anche vero che gli universali sono
i predicati che son nati, che sono stati generati nel processo della creazione,
e il pensiero li aff erra, secondo la dottrina di Platone, e, secondo la logica
di Aristotele, li enuncia, come universali, nel giudizio: e anzi perciò
Abelardo, accanto alle solite quinque voces, ne annoverò ancora mia sesta, cioè
anche l’individuo (note 278 ss.), poiché l’individuo, quale prima substantia
(Sez. XII, nota 91), ovvero, come qui anche lo si denomina, quale principalis
substantia, viene designato appunto con quella parola (vox), che corrisponde
all’ultimo grado del processo della creazione 3l2 °). Ma poi, giacché Abelardo
considerava la differenza specifica esclusivamente come forza efficiente, e non
come tale che passi essa medesima nella materia del genere (nota 295), egli si
trovava a dover prendere qui il nome della differenza non quale sostantivo,
come aveva fatto Guglielmo da Champeaux) Glossae in Categ . omnia.... aut dicuntur de princi ’palibus
substantiis sibi subjectis.... servata lege praedicamenti.... aut sani in eis subjectis. Un diverso modo di
esprimersi, in luogo di questo, si ha (ibid ., p. 585 s.) nella distinzione tra
praedicari sub stantialiter e praedicari accidentaliter (Boezio, p. 131 \i.n 4r
Praed I; PL, 64, 189]): cfr. la nota 322. m> ) Ibid., p. 584: species, in
quibus conlinentur principales subslamine.... genera et species ordinata post
principales substantias sola.... dicuntur secundac substantiae (e ripetutamente
a questa stessa mamera). p. 591 : Vere primae substantiae significanl aliquid
hoc individuale, quia illud, qund significatur a prima substnnlia, scilicet
quae tox est sicut et consimilia (così si deve leggere secondo il manoscritto,
con una piccola modificazione; la lezione del Cousin dà un controsenso), est
individuum et unum numero, i. e. parificalum numerali descriptione, i. e.
significatur ab hac voce, quae est individuum et unum numero., bensì alle
obiezioni che su questo punto furono sollevate anche da altri (nota 122),
poteva sottrarsi con l’interpetrare la parola che designa la differenza, come
un aggettivo derivato da questa (sump-, um » ,) ss)). Ma a quei predicati nati
seguono poi nelle Categorie le cose stesse, in quanto vengono designate con
parole « naturae, quae vocibus
designatitur » e per conseguenza le
categorie contengono le cose a22 ), mentre appresso vengono prima di tutto
considerate le parole, in quanto esse sono ciò che designa, e costituiscono il
passaggio al giudizio (sermo) stesso, che è composto da quelle. [o) anche il
preteso intellettualismo di Abelardo deriva dal suo aristotelismo]. Ma allora il giudizio non contiene già le
cose, bensì contiene il pensiero ( intelleetus), e invece tratta intorno alle
cose, ma non 321) Dialect., p. 456 : De nominibus dififerentiarum sciendum est,
ut non quidem substantiva, sed sumpta a dififierentiis sumantur, posita lumen
loco specierum. Oportet eitim in eadem significai ione vocabula dijjerentiarum
sumi in divisione generis, in qua significatione ipsa in dijfinitione speciei
ponuntur, cum scilicel nomini generali adjacent.... (p. 457) sicut in nostra
fixum est senlentia, nullo modo inter accidentia dififerentias admiltamus (v.
sopra le note 300 s.). Quod autem Porphyrius per dififerentias genus in species
dividi dixit, secundum eam dictum est sentenliam. qua naturam generalem in
species redigi atque distribuì per susceptionem dififereniiarum realiter voluit
; aut potius per dififerentias genus in species dividi voluit, cum earum
vocabula adjuncla nomini generis speciem designant, atque diffinìtionem speciei
componunt. hoc modo „animai aliud ralionale, aliud irrationale animai .‘ Ihid, p. 189: In sumplis enim non ea, quae ab
ipsis nominantur, comparantur, sed tantum fiormae, quae per iosa circa subjccta
determinane tur ; alioquin et subslantias ipsas comparaci contingeret, quae
saepe a sumptis nominibus nominantur, ut ab eo quod est album.... 322 ) lbid..
p. 209 e 245, cioè due passi, che sono stati citati di già più sopra, nota 272.
Ma vedi inoltre a p. 220: Subiectarum vero rerum diversitas secundum decem
Praedicamentorum discretionem superius est ostensa, qua [Cousin: quae]
principale ac quasi substantialis nomini significano detur. Caeterae vero
significationes, quae secundum modos significando accipiuntur, quaedam
posteriores atque accidentale* dicuntur. già ili quanto le significhi, bensì in
quanto contiene la connessione, afferrata dal pensiero, tra le cose e il
processo di creazione. Laddove per conseguenza il predicare Tessere (nel
giudizio) non è esso medesimo un essere, nel predicare si tratta di uno stato
di cose reale, cioè della connessione obbiettivamente reale tra ciò ch’è
significato dal soggetto, e ciò cli'è significato dal predicalo 323 ). Questa
distmzione fra « contenere » e « trattare » forma l’intimo nòcciolo della
concezione del giudizio secondo Abelardo 324 ). È ben vero, cioè, che il
predicato ha un suo aspetto grammaticale, e che, designando noi nel giudizio
una sola e medesima cosa con varie denominazioni (come per esempio quando
chiamiamo Socrate ora uomo, ora corpo, ora sostanza), appunto in ciò consiste
una differenza tra la espressione verbale e la realtà (efr. la nota 312); ma
mentre la praedicatio per eè sola, avulsa dalla obbiettiva rerum inhaerentia,
non è assolutamente nulla, precisamente la logica ha il compito di studiare il
giudizio, in questo senso, dal lato della espressione verbale S2S ). Anzi quel
che più importa è pro32S ) lbid., p. 241: Digrumi miteni inquisitione censemus,
utrum Mae existentiae rerum. quas propositiones loquiintur, sint aliquae de
rebus existentibus. Clanim ilaqiie ex suprapositis arbitrar esse, res aliquas non esse ea, quae
a propositionibus dicuniur.... Palei insuper, ea quae propositiones dieunt
nullas res esse, cum videlicet nulli rei praedicatio eorum apiari possit ; de
quibus enim dici putest, quod ipsa sint ..Socrates est lapis “ vel ..Socrates
non est lapis"?. ...Esse
autem rernaliquam vel non esse, nulla est omnino rerum essentia. Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina. Imo
qualiter sese ad invicem habeant, utrum scilicel sibi conveniant annon,
proponunt ; quae idcirco verae sunt, cum ita est in re sicut enunciant, lune
autem falsae, cum non est in re ita. Et est projecto ita in re, sicut dicit
vera propositio, sed non est res aliqua, quod dicit. linde quasi quidam rerum
modus habendi se per proposiliones exprimitur, non res aliquae designantur. s24
) Soltanto dall’avere disconosciuto questa differenza è derivato, che il
Cousin, e con lui l’Hauréau e il Rémusat, abbiano ravvisato nella dottrina di
Abelardo un intellettualismo o concettualismo. 3 “) Dialecl., p. 247 s.: Si
quis itaque secundum rerum inhaeren tiam rcalem acceperit praedicationem ac
subjectionem, secundum id prio ciò, di cui il giudizio « tratta »; ma ciò non è
nè la parola nè il pensiero (intellectus), poiché non può dirsi che dalla
esistenza di tuia data parola venga posta la esigenza che esista un’altra
parola, e neanche sussiste, tra i pensieri, che i giudizi « contengono », una
reciproca affinità che li leghi a forza: poiché in ciascun giudizio abbiamo
pure un unico pensiero soltanto, e ad ammettere che ne abbiamo parecchi
insieme, si arriverebbe alla conseguenza che avremmo al tempo stesso un numero
infinito di pensieri, essendo obbiettivamente, di fatto, contenuti in ciascuno
stato elementi infiniti in serie continua: invece solamente in ciò, di cui il
giudizio « tratta », deve trovarsi o fissarsi la connessione reale, ovvero
quell’obbiettiva relazione reciproca: e perciò anche la modalità della
espressione, sia cioè affermazione o negazione o via dicendo (v. la scilicet,
quod unaquaeque res in se recipit ac subsistit, sicut nihil esse eam viderel
praeter ipsam, ita eam nihil esse per se ipsam invenerit. Al vero magis
praedicationem secundum verbo proposiiionis, quam sedi ndum rei exislenliam,
nostrum est attendere, qui logicae deservimus, secundum quod quidem de eodem
diversas facimus enuntialiones hoc modo Socrates est Socrates vel homo vel
corpus vel substantia. Aliud enim in nomine Sacratis quam in nomine hominis vel
caeteris intelligitur ; sed non est alia res unius nominis, quod Socrati
inhaeret, quam altcrius. V. inoltre il passo citato più sopra, nota 255. 328 )
lbid., p. 352 s.: Neque enim veram Itane consequenliam „si est homo, est animai
“ de vocibus agentem possumus accipere, sive diclionibus sive propositionibus. Falsum est enim, ut, si haec vox
..homo" existat, haec quoque sit quae est,.animai “ ; ac similiter de
cnuntiationibus sive earum intellectibus. Ncque enim necesse est, ut qui
intellectum praecedenti propositione generatum habet, habeal quoque intellectum
ex consequenti conceptum. Nulli enim diversi intellectus ita sunt affines, ut
ulterum cum altero necesse sit haberi, imo nullos simul intellectus diversos
animam retinere, ex propria quisque discretione convicerit, sed totani singulis
intellectibus, dum eos habet. vacare invenerit. Quod si quis essentiam
intellecluum ad se sequi sicut essentiam rerum, ex quibus habentur intellectus,
concesserit, profecto quemlibet intelligentem infinilos intellectus habere
concederei, secundum id scilicei, quod quaelibet propositìo innumerabilia
consequentia habet.... Ut igitur
verilatem consecutionis teneamus, de rebus tantum eam agere concedamus, et in
rerum natura regulas anteccdentis ac consequentis accipiamus. nota 318), non
risiede nè nelle parole nè nei pensieri, bensì è da ricondurre soltanto al loro
fondamento obbiettivamente reale 32r ). [p) ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell'argomentazione}. Ma se a questa maniera, secondo Abelardo, nel
giudizio si ha clic fare non con il pensiero ( intellectus ), ma con la
inerenza di fatto nella sfera della oggettività, si capisce ora altresì perchè
egli (e il motivo al quale in ciò si conforma, è dato dal giuoco di combinare
assieme elementi stoici con elementi boeziani) tratti il giudizio categorico
solamente come un grado preparatorio al giudizio ipotetico, nel quale ultimo
s’inserisce la topica, come base della sua validità. Il giudizio ipotetico, in
quanto è complesso, ha anzi la funzione di servire come espressione adeguata
della connessione, e questa viene resa manifesta nel procedimento
dell'argomentazione, mediante ragionamenti, nella ipotesi che le premesse
abbiano, per chi ascolta, un valore di enunciazione espressiva. Quel, cioè, che
l’uomo pensante afferra con la mente, nella maniera rivelata da Platone, ed
enuncia con il giudizio, nella maniera fissata da Aristotele, deve ora esser
utilizzato per l’argomentazione, nella maniera propria della tradizione
retorico-ciceroni alia. Vale a dire che anche neH’argomentazione come viene osservato con tono polemico contro
altri studiosi: v. la nota 225 non si
tratta già dei pensieri ( intellectus ), bensì di quel medesimo oggetto del
quale trattano i giudizi, che costituiscono rargomentazione stessa, con questa
sola differenza, che cioè qui la necessaria connessione (necessitas) che ci si
presenta nello stato di fatto obbiettivo, è nel RAGIONARE espressa precisamente
dalla sussunzione (inferentia): ne ad Abelardo sembra d’insistere mai
abbastanza nel rilevare che la relazione di dipendenza tra antecedens e
CONSEQUENS non è data nel pensiero, ma, come esclusivamente obbiettiva,
sussiste già da se stessa nella natura creata, e nel fondamento reale di tutt i
giudizi 329 ). L perciò, anche a quel1 altro modo di vedere unilaterale, che
abbiamo incontrato più sopra (nota 215), egli nettamente contrappone la idea,
che alla modalità dei giudizi, anche relativamente ai concetti di possibile e
di necessario (del pari che più sopra, nota 327), sia da metter a fondamento
una modificazione obbiettiva dell’essere. Dicunlur in argumentis ea. quae a
propositionibus ipsis significantur. ipsi quidem inlcllectus, ut quibusdam
placet, quorum conceptio, SINE ETIAM VOCIS PROLATIONE, ad concessionem alterius
ipsum cogit dubitantem. XJnde et bene rationis nomea in praemissa diffinitione
(cioè in quella di Cicerone [intendi la definizione di CICERONE di ARGVMENTVM ;
Top., cap. 2, § 8]: vedila, riprodotta in BOEZIO, neljla Sez. XII, nota 165)
dicunt apponi ; ratio enim nomen est intcllcclus. qui in anima est. Sed, si
divisioni verbo altendamus, potius argumentum accipiendum erit in designatane
eorum, quae a propositionibus dicunlur, quam eorum intellecluum, qui ab ipsis "
enerantur.... Neque enim in propositione quidquam de intellectu dicilur. sed,
cum de rebus agitur, per ipsam intcllectus generatur, qui neque in sua essentia
necessilatem tenet, neque in/erentiam ad alterum ... linde potius de bis, quae
propositiones ipsae dicunt, supraposita diffinitio ....est accipienda. 3 “ 9 )
Introd. ad theól III. 7, p. 1134 [141] : Ex quo apparet, quarti veruni sit,...
in illa.... philosophorum regula, cujus possibile est ante cedens, et
consequens, eos ad creaturarum tantum nomea accommodare [IL. 178, 1112]. Dialect. Ex his itaque manifeslum est, in
consequentiis per propositiones de earum inlelleclibus agendum non esse, sed
magis de essentia rerum.... Et in hoc quidem significalione eorum, quae
propositiones loquuntur, una tamen exponitur regula, quae ait, posito antecedenti,
poni quodlibet consequens ejus ipsitts, h. e.: existente aliqua antecedenti
rerum essentia, necesse est existere quamlibet rerum existentiam consequentem
ad ipsam. Ibid., p. 351: Si quis itaque
vocum impositionem recte pensaverit, enunliationum quarumlibet veritatem
facilius deliberaverit, et rerum consecutionis necessitatali velocius
animadverterit. Parimente alle p. 343 s.
e 382. 33 °) Dialect. Unde oportet, ut rcctae sint modales, ut etiam de rebus,
sicut simplices. agant ; et tunc quidem de possibili et impossibili et
necessario ; quod quidem tam in his, quae singultire subjectum hdbenl, quam in
his, quae universale, licei inspicere. Con quel che siamo venuti dicendo
intorno alla essenza, al principio e allo svolgimento della dialettica di
Abelardo, crediamo di esser giunti a farcene ima idea giusta e approfondita,
che, ove ce ne fosse bisogno, potremmo noi stessi avvalorare con un documento
estrinseco, servendoci di un epitafio) composto in onore di Abelardo, da un suo
contemporaneo. In questa dialettica, non è certamente spirito aristotelico quel
che ci alita in fronte, bensì di gran lunga più manifesto vi risentiamo
l’influsso ammorbante dello stoicismo (v. la Sez. VI, note 47-56), che s’era
fatto strada negli scritti di Boezio; poiché quell’associazione di mi rozzo
empirismo con un motivo formale, dato dal progresso verso mia sempre più
complessa composizione, e con l’interesse retorico delFargomentazione,
prende proprio là, dove Abelardo
sacrifica dappertutto i motivi logici, per considerare lo stato di fatto
obbiettivo il posto di una sillogistica
che torni veramente a profitto del sapere definitorio: e a chi tenga presente
la logica di Abelardo nel suo nucleo centrale, egli appare come un retore che
fa la teoria dell’argomentazione, piuttosto che come un platonico o un
aristotelico. Tuttavia egli è ampiamente giustificabile, perchè delle opere
principali di Aristotele, conosceva, semplicemente per sentito dire, soltanto
alcuni particolari frammentari (note 8-18), e in special modo perchè, dato, per
un verso, 1 ordine irrazionale in cui erano disposte le parti dell’Organon,
come pure date, 881) Citato, attingendo al Rawlinson, dal Rémusat, II. p. 101:
Hic docuit voces cum rebus significare, Et docuit voces res significando
notare; Errores gencrum correxit, ita specierum. Hic genus et species in sola
voce locavit, Et genus et species sermones esse notavit . Sigili* ficativum quid sit (questo, cioè, è il
giudizio: v. la nota 315), quid significatami Significans quid sit (questa è la
parola singola), prudens diversificar il. Hic quid res essenti quid voces
significar enti Luci dius reliquis palefiecit in arte perilis. Sic animai
nullumque animai genus esse probalur. Sic et homo et \sed?] nullus homo species
vocitatur [PL, 178, 104], per 1 altro verso, le idee che Boezio aveva prese da
Porfirio, era inevitabile che traesse origine da ciò mia concezione contorta e
contraddittoria. In Abelardo, e forse in tutti i suoi contemporanei, si compie
la vendetta del fatto che, da un lato la Isagoge e le Categorie [delle quali,
come sappiamo, il Franti contesta l’autenticità: v. la Sez. IV, nota 5] si
tengono più vicine al platonismo, e che d’altro canto, al tempo stesso, nei
libri successivi si trova contenuto l’aristotelismo; e inoltre può darsi che
Abelardo dal suo medesimo personale talento fosse portato a non curarsi
d’intendere più profondamente queste antitesi, e trascinato ad assumere
Patteggiamento del retore. Si direbbe ch’egli, se fosse vissuto in quei secoli
più vicini a noi, sarebbe stato certamente un seguace di Pietro Ramo. [ql
continua l'analisi del contenuto della Dialettica: le Categorie]. Ma adesso ci rimane il compito di seguire,
anche attraverso le singole parti della dialettica. Io svolgimento che questa
ha avuto da Abelardo, il quale ci si presenta sulla stessa linea degli altri
autori di cui sopra, che hanno promosso le particolari controversie già
ricordate, e dei quali ci è ignoto il nome. Seguendo la partizione dello stesso
Abelardo (note 2,2 ss.), dobbiamo supporre colmata la lacuna del testo qual è a
noi giunto, dovuta alla mancanza degli Antepraedicarnenta, e pensar di essere
già stati condotti così a trattare le questioni più generali, e che più
propriamente si posson dire questioni di principio. Agli Ante praedicament a
tien ora dietro la seconda Sezione della prima parte principale, cioè i
Praedicamenta, dove, come ben s’intende, è preso a fondamento Boezio, che viene
ormeggiato a passo a passo. I concetti di univocum, e simili, conforme a quanto
abbiamo detto più sopra, sono naturalmente di spettanza dell [a teoria della
predicazione, in quanto quest’ultima ha anche un] aspetto grammaticale 332 ).
La categoria della substantia, che altrove, d’accordo con il de Trin. del
Pseudo-Boezio, viene intesa anche come subsistentia 333 ), è l’atta qui oggetto
di una trattazione, che in tutto e per tutto si mantiene nel più pieno accordo
con Boezio 334 ). Più minutamente è presa in esame la quantità, sebbene qui
Abelardo si dovesse appoggiare a quel che n’era stato detto da altri, perchè,
com’egli medesimo confessa, era ignorante di aritmetica M5 ) ; egli consente
con coloro Icfr. le note 109 e 127), i quali eran di opinione che la linea
consista di punti 33 °), e, riguardo al concetto di numero, si attiene al principio
della unità naturale, condizionata dal processo della creazione (nota 304) :
per conseguenza, in contrasto con le su riferite opinioni di altri (note 199
s.), qui il fondamento realistico è formato dal singolo, in quanto è
particolare, cosicché da un lato il « numero in generale » include già la
pluralità e ha lo stesso significato che « [le] unità », e d’altra parte i
diversi numeri determinati sono, come sostantivi, le denominazioni di diverse
unità collettive superiori, in maniera comparabile con il procedimento
collettivo, onde, secondo diversi punti di vista, raccogliamo 332 ) Così,
occasionalmente, Dialect., p. 480: Hoc ituque nomea, quoti est aequivocum sive
univocum, ex vocabulis tantum in rebus contingit. 333 ) Introd. ad theol., II, 10.
p. 1071 [88]: Unde et subslanliae quasi subsistentiae esse dictae sunt, et
cactcris rebus, quae ei assistunt, [ci] non per se subsistunt. naturaliter
priores sunt [PL, 178, 1060], 334 ) Dialect., p. 173178. (Il testo del manoscritto incomincia propriamente
soltanto a mezzo della categoria substantia, cioè in corrispondenza con Boezio
[in Ar. praed., I: PL, 64, 187-8], p. 133). 333 ) Ibid., p. 182: Etsi multas
ab arithmeticis solutiones audierim, nullam tamen a me praeferendam judico,
quia ejus artis ignarum omnino me cognosco. 336 ) Ibid. : Talem autem, memini, rationem Magistri
nostri sententia praetendebat, ut ex punctis lineam constare
convinccretur.... (p. 183) Alioquin
supraposita Magistri sententia, cui et nostra consentii, etc. le cose ili
specie, o sottospecie, o altrimente ili gruppi 337 ). In quanto che nello
stesso luogo si deve trattare anche del discorso umano inteso come alcunché di
quantitativo, Abelardo combatte il modo di vedere unilaterale, che abbiamo
trovato più sopra, onde si ritenne che fosse l’aria a adempiere l’ufficio di
«significante»: e, assegnando egli invece al suono questa funzione di «
significare », va in cerca di autorità che suffraghino tale sua opinione 338 ).
Ma, immediatamente dopo la quantità, fa posto alle categorie ubi e quando, come
a quelle che per natura sono collegate, nella loro origine, con i concetti di
luogo e di tempo, presi hi esame nella trattazione della quantità 339 ), e
mentre così intende quelle due categorie in 337 ) P186: [numerus] semper.... in
natura discretionem habct, qui solam unitatis parlicularilatem requiril.... cum
nomea numeri plurale simpliciter videatur atque idem cum co, quod est unitates.
Unde opportunius nobis videtur, ut, sicut supra tetigimus, numeri nomea
substantivum tantum sii ac particulare unitatis, atque idem in significai ione
quod unitates. Binarius vero vel ternarius cacteraque nu merorum nomina
in/eriora sunt ipsius pluralis, sicut homines vel equi ad animalia, aut albi
homines et nigri, vel tres vel quinque homines ad homines. Et fonasse quoniam
omnia substantiva numerorum nomina in unitalibus ipsis pluraliter accipiuntur,
omnia ejusdem singularis pluralia poterunt dici, secundum hoc scilicet, quod
diversas unitatum collecliones demonstranl (c£r. la nota 307). Numerus quidem
simplex metialur plurale, alia vero secundum certas collectiones determinala. A
ciò fa poi seguito il passo citato più sopra, nota 199. Cfr. anche alla p. 421: Haec
enim unitas hominis Parisiis habitanlis et illa hominis Romae manentis, lume f
aduni binarium. Unde sola unilatum pluralitas numerimi
perfidi. Così pure a p. 486. ) P* 190:
Nos autem ipsum proprie sonum audiri ae significare concedimus: unde et
Priscianus ( Inst. gramm., I, 1 [ed. Hertz, p. 5]) ait, voccm ipsam tangere
aurem, dum auditur, ac cursus ipse Boethius (deMusica [cap. XIV: PL,63, 1177],
p. 1071 [della ediz. delle Opere di Boezio, Basilea 1546, cit. dal Cousin: p.
1379 della ediz. di Basilea 1570, alla quale, come s’è visto, suol riferirsi il
Prantl]) totam vocem.... ad aures diversorum simul venire perhibet, dopo di che
ci si richiama ancora, con le seguenti espressioni, di forma singolare, ad
Agostino e a Boezio (p. 193): Ipsum etiam Augustinum in Categoriis suis
asserunt dixisse..., e etiam Boethius dicitur in libro musicae artis.... [194] adhibuisse.
33 °) P195: Hactenus de quantitale disputationem habuimus. Nunc ad tractalum
pracdicamentorum reliquorum operam transferamus, eaqtie geuso realistico,
includendovi anche p. es. il concetto di « ieri » * * 3 '* 0 ), arriva, per via
dell’« essere nel luogo » e delT« essere nel tempo », a considerare i vari
significati di « messe » 341 ), ma cerca, in contrasto con obiezioni di altri,
riferite più sopra (nota 194), le quali mettevano in campo l’analogia con
l’avverbio interrogativo qualiter, di assegnare quell’espressioni concernenti
l’inesse, all’uso del linguaggio secondo la grammatica 342 ), e di giustificar
invece quelle due categorie, come tali, con la considerazione che in quelle è
possibile una comparazione, e che pertanto non è il caso di ricondurle alla
quantità, la quale esclude ima comparazione 343 ) : a ciò del resto si lega
ancora il lamento che Aristotele sia stato in generale così parsimonioso nella
trattazione delle ultime sei categorie 344 ). posi quantitatem exequamur, quae
ei naturalitcr adjuncta videntur ac quodam modo ex ea originem ducere ac nasci.
Ilaec aulem ., quando *" ei ..ubi." nominibus Aristoteles designai.
Quorum quidem alterum ex tempore, alterum ex loco duxit exordium. ***) p. 196:
v. sopra la nota 196 [reclius 197J. 3)l ) p. 197 : Quum aulem et ..quando"
in tempore esse et ..ubi" in loco esse determinamus, non incommodo hoc
loco demonstrabimus, quot modis ..esse in aliquo" accipimus ; Boelliius
autem in edilione prima [198] super Categorias novem computai (dei quali modi segue
qui la enumerazione, ricavata da Boezio [in Ar. praed., I; PL, 64. 172], p.
121: v. Sez. XII, nota 92; Cousin si scandalizza, per non aver trovato questo
passo di Boezio!). 3 «) p. 200: Si quis autem „qualità “ dica! nihil aliud quam
qualitatem demonstrare, et ..ubi"' dicemus nihil aliud quam locurn
designare, vel „ quando “ nihil aliud quam lempus. Unde et carlini definitiones
recte vel „in loco esse “ vel „in tempore [esse]" dicimus, quae, si
grammaticae proprietatem insistamus, nihil aliud a loco vel tempore diversum
ostendunt.... Videntur itaque magis prò nominibus accipienda esse ..esse in
loco “ vel ..esse in tempore", quam prò definitionibus. M3 ) Ibid .: Haec
autem generalissima ipsa, ut arbitror, comparationis necessitas meditari
compulit. Cum enim quantitates non comparaci constarci (Boezio [in Ar. praed..
II; PL, 64, 215], p. 154), non poteramus comparalionem,,diu “ vel „diuturni “
vel ..extra" ad tempus vel locum reducere: indeque maxime inveniri
pracdicamentu arbitror, ad quae illa reducantur. 3M ) Ibid. : Ac de his quidern
praedicamenlis difficile est pertractare, quorum doctrinam ex auctoritate non
habemus, sed numerum tantum. Ipse enim Aristoteles, in tota praedìcamentorum
serie, sui studii operam Nella controversia intorno alla categoria della
relazione (v. sopra la nota 192), Abelardo finisce con il decidersi a favore
dell’autorità della definizione aristotelica 3, * n ), e così pure la questione
del posto da assegnare ai concetti di simile e di uguale (nota 193) è da lui
risolta nel senso che essi appartengano alla qualità 346 ). [r) i
PostpraedicamentaJ. I Postpracdicamenta
poi, che costituiscono la terza Sezione del Liber partium, contengono, come si
è veduto (nota 272), la trattazione del nome e del verbo, in quanto questi sono
i modi di significare le cose, e vengono considerati quali parti, da cui il
giudizio, come totalità, è costituito. La opinione di Abelardo, riguardo al
concetto di significavi o SIGNIFICATIO (cf. Grice, “Meaning”), da noi
precedentemente messa in chiaro, lo porta qui a dichiararsi d’accordo con quel
Garinondo (nota 82), ch’era un nominalista moderato, e ìwn nisi qualuor
praedicamerUis ndhibuit, Substanliae scilicct. Quantitali, ad Aliquid,
Qualitati ; de Facere autem vel Pati nihil aliud docuit, nisi quod contrarietatem
ac comparalionem susciperent.... De reliquis autem qualuor. Quando scilicet. Ubi, Situ,
Ilabere, eo quod manifesta sunt, nihil praeter exempla posuit.... De Ubi quidem
ac Quando, ipso quoque attestante Boethio (p. 190 [in .-Ir. praed., HI; PL. 64,
262 s.].), in Physicis, de omnibusque altius subtiliusque in his libris, quos
Metaphysica vocat, exequilur. Quae quidem opera ipsius nullus adirne translator
lalinac linguae aplavit ; ideoque minus natura horum nobis est cognita. Cfr. più sopra la nota 18, dove abbiamo dovuto
accennare di già alla integrazione, portata più tardi da Gilbert de la Porrée:
v. appresso le note 488 ss. Ms ) p. 204: Aristoteles de imperfcelione
restrictionis sicut Plato de acceptatione nimiae largilatis culpabilis videlur
; uterque enim modum excesserit, alque hic quasi prodigus, ille tanquam avarus
redarguendus. Sed et si Aristotelem Peripateticorum principem culpare
praesumamus, quem amplius in hac arte recipiemus ? Dicamus itaque, omni ac soli
relationi ejus diffìnitionem convenire eie. 346 ) p. 208: At vero, cum
similitudo relationibus aggregetur (Boezio [in Ar. praed., II; PL, 64. 219], p.
157),.... non videtur secundum solas qualitates simile dici.... His autem. qui
simile ac dissimile inter qualitatcs computant (Boezio [in Ar. praed., Ili; PL,
64, 259], p. 187), monstrari potcst, res quaslibct in eo, quod dissimiles sunt,
esse similes.... At fortasse non impedit, si in eo, quod dissimilitudinem
participanl, similes inveniantur (si attiene cioè al passo ult. cit. di BOEZIO.
pertanto scorgeva la essenza della significazione non nella parola come tale,
bensì nel contenuto concettuale della parola stessa: un modo di vedere, questo,
che Abelardo trova confermato da passi di Boezio,7 ). Nella disputa intorno
alla questione, se le preposizioni e le congiunzioni sieno da considerarsi come
parti del discorso ( nota 206), cerca di conciliare i punti di vista
imilaterali dei grammatici e dei dialettici, attribuendo bensì a quelle parti
del discorso la capacità di significare, ma riconducendo questa capacità, alla
stessa maniera che la modalità della predicazione (note 327 e 330), a una
modificazione obbiettiva 348 ); onde, come si vede, anche secondo la opinione
di Abelardo, i così detti byncategoreumata (cfr. le note 174 e 206) dovrebbero
coerentemente trovar posto in una o nell’altra parte della logica. . Ma in
tutto il resto egli si tiene strettamente vicino a Boezio, e cerca di confutare
obiezioni, sollevate da altri 349 ), cogliendo la occasione che di ciò gli era
offerta. sn\ 210, dove alle parole già citate (nota 82) fa seguito
immediatamente: linde manifestimi est, eos velie vocabula non omnia illa
significare, quae nominimi (che p. es. animai non « significhi » •ria
senz’altro homo), sed ea tantum, quae definite designata, ut animai se, Hat
animai sensibile, aut album albedinem, quae semper m ipsis denotanlur. Quorum
scntentiam ipse commendare Boethius (p. bij ['«' divisione: PL, 64, 877])
videlur, cum ait in divisione vocis „vocis attieni in proprias significationes
divisto fit etc .(p. ZÌI) Oiiamen sanificare" proprie ac secundum rectam
et propnam ejus dijjinilionen, signamus, non alias res significare dicemus, msi
quae per vocem concipiuntur. Cfr. la
nota 317. 348 ) p. 217: llla ergo mihi sententia praelucere videtur, ut
grammatici consentientes, qui eliam logicae deserviunt, has quoque per se
sisnificativas esse confiteamur, sed in eo significatwnem earum esse dicamus,
quoti quasdam proprietates circa res forum vocabulorum, quibus apponi,ntur
praepositiones, quodam modo determinerà.... t.onjunctiones quoque, dum quidem
rerum demonstrantconjiinctionem, quamdam circa eas determinant
proprietatem. Cfr. la nota 620. ;n ») p
eg219, dove di fronte alla obiezione ricordata piu sopra (nòta 210), si
osserva: Veruni ipse verbo deceptus erat, ac prave id ceperat, verbum dicere
rem suam inhaerere. così relativamente a quei giudizi (nota 211) che non
implicano la esistenza effettiva del proprio soggetto 35 ), e questo nesso, che
consiste in quella rispondenza, onde i due concetti son riferiti uno all’altro,
è ciò per cui si distingue esso giudizio dal giudizio categorico: questo cioè
enuncia la semplice esistenza, mentre l’ipotetico c valido con assoluta
necessità, fatta astrazione dalla esistenza delle cose, ma appunto per questo
ricorre all'aiuto dei loci, relativamente a ciò che non può desumersi dalla
semplice realtà 396 ). In questo senso ex loco firmitalcm halent. Cujus quidem
loci proprietas hacc est : vim inferentiae ex habiludine, quarti habet ad
terminum illatum, conferre consequentiae, ut ibi tantum, ubi imperjecta est
inferentia, locum valere confiteamur.... Hoc ergo, quod ad per]eclionem inferentiae deest, loci
supplet assignatio. La deno mutazione
« inferentia » è derivata dal termine boeziano « inferre » : e così parimente
anche la idea che la consecuzione abbia a fondamento il nesso della necessità,
è presa da Boezio: v. la Sez. XII, note 153 s. 301 ) p. 330 s.: Quae enim in ea
ponuntur vocabula, essentiae tantum, non habitudinis, sunt designativa, ut «
homo » et « animai » et « lapis». Qui itaque dicuut « si est homo, est animai, si est homo,
non est lapis», nullo modo de habitudinibus rerum, sed de essentiis agunt,
ila.... ut, si aliquid sit essentia hominis, et essenlia animalis esse
concedatur, et lapidis subslanlia esse denegelur. 39S ) p. 336: Quod autem veritas hypotheticae
propositionis in necessitate consistat, tam ex auctoritate quam ex ralione
tenemus. Questa maniera d’intendere il giudizio ipotetico sembra essere stata,
in modo speciale, peculiare di Abelardo. (Jon. Saresb. Polycr. II, 22, p. 122
[ed. Webb, I, p. 129]): Solebai nostri temporis Peripateticus Palalinus omnibus
his conditionibus obviare, ubi non sequentis inteileclum anlecedentis conceptio
claudit, aut non antecedentis contrarium conseqitentis destructoria ponit, eo
quod omnes necessariam tenere consequentiam velint. Dello stesso, Metalog.: Miror tamen quare
Peripateticus Palatinus in ipoteticarum iudicio tam artam praescripseril
legem.... Siquidem.... ipotelicas respuebat, nisi manifesta necessitate urgente
[PL, 199, 453 e 904]). 39 °) p. 343: Categoricarum autem propositionum veritas,
quae rerum aclum circa earum existentiam proponil, simul cum illis incipit et
desinit. Hypotheticarum vero sententia nec finem novit nec princi pertanto,
nelle discussioni dialettiche la concessione fatta daH’mterlocutore va intesa,
fatta astrazione dalla sua esatta corrispondenza alla realtà, come una tale
necessità 3B7 ), e nel giudizio ipotetico non si tratta già, come taluni
ritengono (nota 228), de’ suoi singoli membri, bensì proprio di tutto quanto il
nesso tra antecedens e consequens 3BS ) ; inoltre, per la medesima ragione, nel
giudizio disgiuntivo, come già è stato mostrato da Boezio (v. la Sezione XII,
nota 141), è semplicemente da ravvisarsi un’altra forma di enunciazione del
giudizio ipotetico 3BB ). Li base a tale fondamento si parla poi, d’accordo con
Boezio, delle cosi dette « maxitnae proposi tiones » (v. ibid., nota 165), le
quali, in polemica con le idee di altri (v. sopra la nota 228), vengono
ristrette alla forma del giudizio ipotetico 1B0 ). Indi fan seguito pium. Ulule
el antequam homo et animai creata Juerint, vel postquam cliam omnino perierint,
aeque in veritate consisti! id, qupd haec consequentia proponit « si est homo
animai ralionale mortale, est animai. Quia vero calegoricae enuntiationes actum
rerum proponunt quuntum ad enuntiationes inhaerentiae praedicati. actus vero
rerum ex ipsarum rerum praesentia manifestila est, necessitas autem inferentiae
ex aclu rerum perpendi non potest, quae acque, ut dictum est, et rebus
existcntibus et non existentibus. permanet, arbitror. hinc. locum tantum in
hypotheticis propositionibus requiri ; cum de vi inferentiae rerum earum
dubitatur, quae ex actu rerum convinci non possimi. 3BT ) p. 342: Ncque mirri
dialecticus curai, sive vera sit sive falsa inferentia proposilae
consequenliae, ilummodo prò vera eam recipiat ille, cum quo sermo
conseritur.,.. Seti liaec.... concessio vcrae inferentiae in necessitate
recipienda est. >W) p. 353: Quidam lamen has regulas non solum in tota
anteccilenlis et consequcntis enuntiatione, veruni ctiam in terminis eorum
assignaiUes.... Sed.... regulae
sunt accipiendae in his, quae tota propositionum enuntiatione dicuntur. Quoti
autem antecedens et consequens in disjunctis quoque lloethius accipit, non ad
renna essentias, sed ad enuntiationum constitutionem respexit ....Quod ex
resolutione disjunctae di e nosci tur ; ex qua etiam resolutione. hypothelicae,
i. e. condilionales, disjunctivae quoque sunt appellatae. 40 °) p. 359 s.:
Maximarum.... proposilionum proprielales inspiciamiis, quibus quitlem
singularum veritas consequenliarum exprimitur, quaeque ultimam et perfeclam
omnium consecutionum probationem tcnent.... Cum itaque diximus, eas conseculionis sensum habere,
categoricas enuntiationes exclusimus. i singoli loci, e qui Abelardo, esclusi
quelli retorici, vuole metter in campo solamente i dialettici 401 ); l’ordine
di successione in cui son disposti, trova fondamento in Boezio, che, trattando
di questo argomento, cerca (de dijf. top . : v. la Sez. XII, nota 168) di
accordare i loci di Temistio (Sez. XI, nota 96) con quelli ciceroniani
‘"'); ma la conchiusione è costituita da osservazioni sopra ^argomentazione
in generale, e sopra la importanza che han per la retorica la induzione e
l’entimema 40S ). Come già più sopra (nota 222) è stato rilevato, la
dichiarazione dei singoli loci consiste nella indicazione ed enumerazione di «
regole », fissate secondo l’uso delle scuole: e anche nella esposizione dello
stesso Abelardo si fa manifesto, hi connessione con quel che 401 ) p. 334 :
Illud praesciendum est, nos, qui haec ad doctrinam artìs dialecticae scribimus,
eos solum laens exsequi, quibus ars ista consuevit uti. 102 ) In confronto con
quell’ordine di successione [seguito da Cassiodoro], del quale abbiamo dato
notizia nel 1° voi. (Sez. XII, nota 184), la materia si dispone qui nella forma
seguente: Anche qui (p. 368) si presentan da principio i loci tratti dalia sostanza
stessa, cioè a diffinitionc, a descriptione, a nominis inter pretal ione ; ma
appresso vengono, in una scelta risultante da una combinazione di elementi
derivali da Temistio c da Cicerone, i loci che son tratti dalle conseguenze
della sostanza (p. 375), cioè a genere, a toto, a partibus divisivis, a
partibus constilulivis, a pari, a praedicato, ab antecedenti, a consequenli ; a
questi fan seguito (p. 386), come loci presi extrinsecus, solamente le
sottospecie del locus ab oppositis, cioè a relatione (inclusi simul e prius), a
contrariis, a privatione et habitu, ab ajfirmatione et negatione (in questa
trattazione delle quattro specie di opposizione vien tirata dentro quasi per
intiero la corrispondente Sezione delle Categorie); poi, come loci medii, seguono
a relativi^, a divisione et parlitione, a conlingenlibiis, e sono quindi
indicati inoltre a compimento come
quelli che vengono raramente in uso (p. 409 : sunt autem alii, quibus diabetici
raro ac nunquam fere utuntur, quos tameri Boethius.,.. non praetermisit) tra i « loci» ex consequentibus substantiam,
quelli a causa, a materie, a forma, a fine, a motu. Del resto in tutta questa
Sezione il Cousin si è spesso limitato ad accennare con intestazioni di titoli
l’ordine della successione, senza pubblicare il contenuto stesso. 4 " 3 )
p. 430 ss. I passi ai quali attinge qui Abelardo, son presi da Boezio, de dijf.
top., su cui si fondano queste notizie: v. la Sez. XII, note 82 e 137. »i è
visto più sopra (nota 228), a quanto muneroso conLvorsic generale abbi. 1.
..pi» tonato nelle svuole l’argomento e la occasione 404 )r z) i sillogismi
ipotetici. Giudizio conclusivo sopra l'opera di Abelardo]. Infine nel Liber
hypo, h e ticorum, cioè nella teoria dei gtudtzi e 8 dlo gismi ipotetici, viene
ora riprodotto per urti ero d con tenuto dello scritto di Boezio de syll.
hypoth Attui trendo a tale scritto, Abelardo incomincia con lo syol aere per
prima cosa 406 ) la partizione del gmdmo ipo tetico (v. la Sez. XII, note 139
ss.), e, relativamente ai giudizi che s’iniziano con la congiunzione « cum
» n( . h,, intorno alla causa efficiente
e a motu (p. 41.5 ss.) si e g . 376 8B .) causalità divina del creatore de
mondo H locas « ge ^ Crca . porla a prender in coimderazione il processo
Stendere il locus a ..one e così comdde cernii m iUimit;, ta,nenie universale
praedicato (p. 484), i fi incontriamo qui la ter(p. 381). A proposito del Incus
°*>opP 4fl7 . comp lexa autem miuologia « complexa » c « in P ^ ^ cod em
contraria cnuncontraria eas dicimus proposilionc, 7 acgerrt). e così pure tiant
hoc SS* immediata inferra« constantia » (p. 408 [nassunto ue ' imme diMa smt ;
qiiam linai habeant, adjietendumesse..ag»J p hrdus]) _ Abelardo ìss'ù.w ù.
>. (v. le note 18 e 344). 405) p. 437-439.
tici 406 ); inoltre combatte la opinione già ricordala (nota 218) di
altri, relativamente alla posizione del « vel.... vel » nei giudizi disgiuntivi
407 ). Ma è poi notevole quel che vien detto appresso, circa la conversione dei
giudizi ipotetici; questi cioè, quando sono in forma disgiuntiva, potrebbero
esser convertiti simpliciter (scambiandosi di posto i termini della
disgiunzione!), e lo stesso potrebbe pure ripetersi del giudizio, che contenga
[la enunciazione di] una [relazione di] contemporaneità, e che incominci con
«cum»; invece, quando si tratti del giudizio propriamente ipotetico, fondato
sopra il nesso della necessità naturale, il principio fondamentale, a tutti
noto, della consequenlia (vedilo in Boezio, Sez. XII, nota 145) sarebbe da
prendere [cfr. ibid., nota 130] nel senso che qui si dia un caso di conversiti
per contrapositionem 40S ). Ma se questo preteso compimento della teoria
tradiziosed ad conceptus tummodo leritatem Aeque cairn unus est intellectus
..lapis ratio,lamultos intellectus ' *“"iplicem l’ero intellrctum dicimus
muuos intellectus ab invicem dissolutos, ut si dicam animai" pauluhim
quiescens, addam „rationale'\ ’ Cfr iuvece ' 4 ?» C " Abc,:!r US Wmim P erso ' lalem discreti,m,m attendimi, h. e.
simpliciter hominem excogilo,,n eo scilicel tantum, quod homo est i e animai
rat tonale mortale, non edam in co, quod esVhic ho moti file ri!!ru rSale h “ J
iu ‘ c ", s “hslraho individui s. SU itaque abstractio superna r‘ l
"feTtor, lbus : «“ scilicet universalium ab individui per praedicationem
subjecds, sme Jarmari,m a materiis per fundationem no/, Subtrac "° f ero e
con, rario dici potest,... cum alìquis subjeclae naturam essenti,,,absque omn,
forma nidtur speculari. Uterque autem mtellectus, tam abstrahens scilicel quam subtrahens, aliter
quam res se habet concipere V, detur.... p. 482: Nusquam enim ita pure
subsistit S smt“Pl T C ° n rP llUr 'E *. m,ìla esl na •) a: Non vidctur ergo
transferenda conversatio dialeclicorum ad huiusmodi propter
inconvenientia.... 33, p. 91 b: Quod ergo dica Johannes Damasceni is (v.
la Scz. XI. nota 170), non ita accipiendum, ut universalia et individua ita
accipiantur sicut in philosophicis disciplinis.... Si quaeratur, an hoc
praedicabile,.deus“ sii universale rei CARLO PRANTL tavia in molte delle sue
trattazioni al De Trinitate del Pseudo-Boezio (v. le note 35 ss.), e anzi con
la comica osservazione che quello scritto è fdosofico (!) più che teologico, e
che perciò non si deve lasciarsene sviare 451 ) ; inoltre la distinzione della
sostanza come soggetto e della sostanza come forma, del pari che la distinzione
della forma sostanziale come produttrice dell’individuo e come suscitatrice
delle specie e dei generi, ci fan soltanto vedere il realismo
platonico-teologico nella sua forma più rozza 452 ). Parimente nel suo
contemporaneo Roberto da M e 1 u n [m. 1167], molto celebrato per la sua
superficiale abilità nella dialettica 453 ), si trova nient'altro che il solito
realismo ontologico, il quale teoreticamente è tanto ottuso da non poter in
generale interessarsi ai momenti individuimi, neutrum hic admittendum [PI,, 211
922 e 921], E tuttavia fu anche lui accusato di eresia : v. lu nota 478. 451 )
Ibid., I, 4, p. 8 b: Ideo imponitur Boelio, quod illam diffmitionem (cioèfdi
persona ) magis posuit ut philosophus, quam ut thcoloP" s 32, p. 93 b. : Sed nostri thcologi plerique
non habent illam diffinitionem prò aulhentica, quia magis Juit philosophus quam
theo^^923 I {t mag * S “) Ibid,, 1,6, p.
12 a: Subslantia a subslando dicitur ipsum subjectum, quod substat Jormis, sive
sit corpus sive alia res. Substantia a subsistendo dicitur forma, quae adveniens
subjecto illud subsistit, i. e. sub se et aliis Jormis sistit, i. e. substare
sibi et aliis Jacit, sìcut imago sigilli ceram.... Sed substantialis forma
duplex est, vel quae facit „quis“, et lalis est omnis individualis proprielas,
i, e. individuo et proprio nomine, ut Platonitas, cujus parlicipatione Plato
est quis ; vel quae facit „quid“. ut speciale vel generale, i. e. quae speciali
vel generali nomine significatur, ut humanitas, animalitas, cujus participatione
Plato est ..quid", non vero „quis“ [806-7], 4M ) Joh. Saresb. Metal.. II,
10, p. 78 s. (ed. Giles [e Webb]): Sic ferme loto biennio conversatus in monte
(cioè Sanctae Genovefae), artis huius praeceploribus usus sum Alberico (v.
sotto la nota 521) et magistro Rodberto Meludensi (ut cognomine designetur quod
meruil in scolarum regimine, natione siquidem Angligena est); quorum alter....
Alter aulem (cioè Roberto), in responsione promptissimus, subterfugii causa
propositum numquam declinavit articulum, quia alteram contradictionis partem
eligeret ani determinata multiplicitate sermonis doceret unam non esse
responsionem.... In responsis perspicax, brovis et
commodus [PL logici, oppure, dove s’interessa, si mostra appunto in tutta la
sua debolezza, come p. es. quando si polemizza contro chi riconosce carattere
unitario al significato che è racchiuso in « est », e a quello ch’è racchiuso
in « ens » 154 ). Ma per conseguenza non fa maraviglia che gli scolari di
questo Roberto vilipendessero la Topica aristotelica, giudicandola un libro
inutile (v. sopra la nota 29). [§ 35.
Gilbert de la porrée: a) il commento al De Trinitate del Pseudo-Boezio :
posizione teoretica ingenua e contraddittoria].
Invece LnGilbert de la Porrée (nato a Poitiers, e perciò detto anche
Pietàviensis, morto nel 1154) l’alterco dei teologi intorno alla Trinità ha
dato occasione a una concezione logica, nettamente determinata, riguardo agli
universali, e bisogna pertanto che ci teniamo presente più da vicino, oltre
allo scritto De sex principila, reputato di grande importanza nei secoli
successivi, anche il commento dello stesso Gilberto al De Trinitate del
Pseudo-Boezio 45 °). Che Gilberto conoscesse di già gli Analitici di
Aristotele, è stato ricordato già più sopra (nota 21); tuttavia, fatta
astrazione da quella citazione, egli in realtà non trae ulteriormente 1M )
Oltre alle notizie che si trovano nel De Bollai', Hist. Universitatis Paris.,
II. p. 264 [ivi, p. 585628, testi di R. da M.], I’IIauréaU, de la phil.
scolasi., I, p. 333 ss. [Hist. de la ph. scol., I, p. 491ss.], ha riprodotto
ancora vari tratti da manoscritti ; di quel ch’egli riferisce, poiché tutto il
resto non ha che fare con il nostro presente intento, può citarsi, riguardo a
un punto di logica, il passo seguente (p. 333 [492]): Has verovoces „esl“ et
„ens** ejusdem esse significationis, omnes philosophicae clamitanl scriplurae.
In istis ergo locutiotlibus,,tiiundiis est ens**, ..mundus esf”, terminis
oppositis idem significatile; sed nullus tanta amentia ignorantiac excaecatus
est, qui aliquam harum vocum „essentia, est, ens** in illa significalione
retenta, in qua creaturis convenit, Deuni vcl essenliam divinam significati
praesumut, e via dicendo [Su Rob. da Melun, v. ora Uebervveg-Geyer, p. 272 e
276-8], «*) Riprodotto a stampa nel voi. delle Opere di Boezio, ed. di BasUea
1570, p. 1128-1273 [PL, partito da una conoscenza intrinseca dei principii ivi
contenuti, bensì si limita ad aggirarsi entro l’orbita, più ristretta, della
logica scolastica generalmente in uso 4S0 ). Mentre anch’egli ci mostra il
singolare spettacolo della contraddizione, onde da un lato si fa sfoggio di
tutto l’acume logico nella discussione sopra la Trinità (v. tuttavia la nota
478), e intanto, dall’altro lato, si mantiene ima separazione assoluta di Dio e
del mondo della natura, semiira in
verità che, sul compito e la posizione della logica, egli non sia stato in se
stesso del tutto chiaro. Nè si può in Gilberto, neanche allo stesso modo che in
Abelardo, distinguere le sfere della ontologia e della logica, ma, a mal grado
di tutto il suo fondamentale tono realistico, egli accetta con piena ingenuità
e senza incertezze il principio della funzione della espressione linguistica
umana; poiché l’eccitazione della intelligenza egli la fa dipendere affatto
ugualmente, ripetendo un detto di Boezio, dalla proprietà delle cose,
altrettanto che dal significato costituito delle parole 45 . 7 ): e se alla
stessa maniera trova la qualità del giudizio nella successione delle cose e
delle parole, o nella modalità della espressione, ciò che potrebbe rammentarci Abelardo : v. le
note 318, 327, 330 , e con questo richiama energicamente l’attenzione sopra la
forma verbale 458 ), egli torna da capo
156 ) Così p. es. a p. 1185 [1315] egli ricorda la differenza tra sillogismo ed
entiinena, a p. 1187 [1317] la« dialecticorum omnibus nota topica generalis, »,
a p. 1225 [1361] la «regula dialeclicorum [de conversione] », ap. 1187 [1317]
la «concepito communis », a p. 122 1 [1360] il « conceptus non entis [rectius :
ejus quod non esl] » (p. es. i Centauri), a p. 1226 [1362] il nihil come nomea
infinitum. e via dicendo: c anche la menzione che fa de’ sei sofismi (p. 1130
[1258]) può averla attinta alla stessa fonte che Abelardo (v. sopra la nota 7).
457 ) Cum in aliis inlelligenliam excilel rei certa proprietas, aul certa vocis
positio, ctc. Trio quippe sunt.
res, et intellectus, et sermo. Res intellectu concipitur, sermone significatur
(Boezio, p. 296 [toc. tilt. cit. (alla
nota 436), p.20:PL, 64, 402]: v. la Sez. XII, nota 110). 45s ) p. 1130 [1258]:
Qualitas autem orandi vel in rerum atque dietionum consequentia. vel in
earumdem tropis attenditur. logica in occidente a collocare il contenuto
filosofico, che 6 considerazione approfondita della proprietàs rerum,
immediatamente accanto alle loqttendi rationes, che son di competenza della
logica, e in pari tempo accanto a, momenti grammaticali, e a quelli sofistici,
e a quelli retorici • ). fb) concetto di sostanza. Teoria delle formae
nativae]. Pertanto Gilberto, nelle questioni riguardanti la relazione della
obbiettività ontologica con la subbie»,vita logica, è persino ancor più ingenuo
che non fosse stato lo Scoto Eringena: ma invece, dal primo di tal, punti d,
vista, cioè dal lato obbiettivo-ontologico, il concetto, ond eg i prende
posizione tra gl’indirizzi che si contrastavano nella contesa intorno agli
universali, è il concetto d, sostanza; e se la sua posizione ci mostra punti d,
contatto essenziali con altre correnti, questa è appunto una prova novella
dell’incrociarsi delle opposte tendenze in vari punti nodali. . Nel concetto di
sostanza che, in maniera omnicomprensiva, va considerato come genere supremo d,
tutti gli esseri, così corporei come incorporei, Gilberto distingue cioè,
conforme al punto di vista della terminologia teologica (ossia dtel
Pseudo-Boezio), due aspetti, onde m un essere viene designata quale g ua
sostanza così que ch’esso è (quod est subsistens), come anche ciò, per cui esso
è quel che è {quo est subsistenUa) ). Ma ora, m # [1406]: Quia omnis dictio diversa
significa,, quid e, de quo diligens “ u,U X 1246 113831: Ne ergo lectorem
decipere possit aliqua dictio, «Hfndat ; ^ locis am siderans, de tot
signifiirSX’lSto pertinet, convenientium illi rationum admtnÌC ‘t i'X 2 [1281]:
Hoc nomea, quod est ..substa,aia“ non a pe_-\ d. 1145 112741: Subsistentia
causa est, ut id, quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum. p. 1175 [1305]: Quoties enim subsistens ex
subsistentibus conjunctum est. necesse est, ejus totum esse, i. e. Ulani qua
ipsum perfectum est subsistentiam, ex omnium parlium suarum omnibus
subsistenlus esse conjunctam. concetti ili genere e di specie hanno un altro
essere da quel delle cose stesse; poiché i primi hanno appunto solamente
l’essere della sussistenza, e invece le seconde hanno l’essere, come soggetti e
sostrati degli attributi unificati nella sussistenza 4 ' 0 ). E così il
pensiero intende i concetti generici e specifici, come gli universali di fronte
alle cose particolari, argomentando, con un atto di metter assieme (colligere),
dagli oggetti particolari concretamente esistenti, ai quali ineriscono gli
attributi, l’essere della sussistenza 471 ); e da tale punto di vista poi le
cose naturali, rispetto alla sussistenza del genere e della specie, alla quale
[sussistenza] partecipano, come le cose singole partecipano all’essere
sostanziale, vengono significate con i nomi di specie e di genere, del pari che
gli attributi vengono enunciati come predicati, e, anche denominativamente, la
sussistenza stessa viene chiamata soggetto 472 ). Ma, come il concetto del
metter assieme ( collectio ), for47,) ) Genera et species, i. e. generales et
speciales subsistentiae, subsistunt tantum, non substanl vere.Ncque enim
accidenlia generibus speciebusve contingunt. Ut quod sunt, accidentibus debea
ni (il concetto di accidens, qui come dappertutto, è preso in tal senso da
comprendere, di fronte alla sostanza, tutte nove le altre categorie)....
Individua vero subsistunt quidem vere.... Informata enim sunt jam propriis et
specificis differentiis, per quas subsistunt. Non modo autem subsistunt, veruni
etiam substanl individua, quoniam et accidentibus, ut esse possitit, ministrant
: dum sunt scilicel subjecta.... accidentibus. 471 ) p. 1238 [ 13715] :
Essentiae in universalibus sunt, in partimilaribus substant . Subsistentiae
[così il Prantl, ma nelle ediz. cit. : substantiae] in universalibus sunt, in
parlicularibus capiunt substantiam, i. e. substant.... Universalia, quae
intellectus ex parlicularibus colligit, sunt, quoniam particularium illud esse
dicuntur, quo ipsa particularia aliquid sunt. Particularia vero non modo sunt,
quod utique ex hujusmodi suo esse sunt, veruni etiam substant. 472 ) p. 1137
[1265]: Ad generales quoque et speciales subsistcn tias, quae subsistentium, in
quibus sunt. esse dicuntur, eo quodeis, ut sint aliquid, conferunt, ejusdem
nominis, i. e. matcriae, alia fil denominatio.
p. 1140 [1269]:
Essentia est illa res, quae est ipsum esse, i. e. quae non ab alio lume mutuai
dictionem, et ex qua est esse, i. e. quae caeteris omnibus eamdem quadam
extrinseca participatione communicat .... Namque et in naturalibus omne subsislenmaluiente
usato da Gilberto per dar una definizione del genere 473 ), lo abbiamo di già
incontrato più sopra nella teoria della indifferenza (nota 136), in Gausleno
(nota 146) e nell’autore dello scritto De gen. et spec. (nota 162), così Gilberto associa a questo concetto,
ispirandosi a vedute realistiche, una concezione, da lui designata con le
espressioni « substantialis similitudo » o « conjormantes subsistentiae », ma
di preferenza con il termine, che ricorre in lui così frequentemente, di«
conjortnilas», anche esteso ai nomi delle cose 471 ); nè può qui disconoscersi
tinnì esse ex forma est, i. e. de quocunque subsistcnte dicitur « est »,
formar, quam in se habet, participatione dicitur. p. 1141 [ 1270J : Omnia de subsistente
dicuntur : ut de aliquo homi/ie tota forma substanliae, qua ipse est perfectus
homo, et omne genus omnisque differcntia, ex quibus est ipsa composita, ut
corporalitas et animatio, ...et denique omnia, quae vel loti illi formae
adsunt, ut humanitati risibilitas, vel aliquibus partibus ejus. p. 1145 [1274]: Quoniam... subsistentia causa
est, ut id quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum, ipsa quoque
per denomi nalionem eisdcm subjecta dicitur, et eorunUkm materia.... (p. 1146 [rectius : 1142
(1270)]): et ideo gerteraliter cum qualitalibus qualitas ....dicitur, et cum
solis albedinibus specialiter albedo. Atque
adeo multa sunt. quae de. istis dicuntur : ut saepe etiam efficiendi ralione a
coaccidentibus ad ea, quibus coaccidunt, denominativa transsumptio fiat. Ut «
linea est longa, albedo est clara». p.
1199 [1329]: Hoc igitur, quod* habet a sua substantia, nomea, ad ea, quae ex
ipso [il Pranll legge: ipsa] fluxerunt, denominative transsumptum est. 473 ) p.
1252 [1389]: Genus vero nihil alimi putandum est, nisi subsistentiarum secundum
totam eorum proprietatem, ex rebus secundum species suas differentibus,
similitudine comparata collectio. 174 ) p. 1135 [1263] :,l)iversae,... subsistentiae,
ex quartini aliis homines, et ex aliis equi, sunt ammalia, non imitationis vel
imaginaria, sed substantiali similitudine ipsos, qui secundum eas subsistunt,
facilini esse conformes. p. 1136 [1263
s.] : Dicuntur etiam multa subsistentia unum et idem, non naturar unius
singularilate, sed multarum, quae ralione similitudinis fit, unione ....Ilio,
quae divcrsarum nnlurarum adunai conformitas, genere vel specie unum dicuntur
.... Tres homines.... neque genere ncque specie, i. e. nulla subsistentiarum
dissimilitudine, sed suis accidenlibus dissimilitudinis distant . Sunt
conformantium ipsos subsistentiarum numero plures. p. 1175 [1305]: Conformitate aliqua....
plures homines dicuntur unus homo. p.
1192 [1322]: Secundum proposìtae naturar plenitudinem.... dicitur substantialis
similitudo : qualiter album albo simile est, et homo homini. p. 1194 [1324]: Tales sunt omnes differentiae
illae, quae[cunque] rei huic generalissimo proxime cum ipso quaedam contrae-l’affinità
con la« similia creatio» del libro De gen. et spec. (nota 163), e
particolarmente con la « consimilitudo » di Abelardo (nota 299) ; ma è degno di
nota che il termine « indìfierentia », che pur doveva offrirglisi affatto
spontaneamente, Gilberto lo usi esclusivamente a proposito di discussioni
teologiche intorno alla Trinità « 5 ), e che pur si serva invece, così per
sostanze come per attributi, del termine « identitas» 47B ). In generale egli
intende questa virtù formativa degli universali in senso realistico, a tal
punto, che, p. es., non solamente la bianchezza, ma anche la unità appare a lui
come una tale forma, la quale deve, qualunque sia il predicato, cooperare per
far del soggetto di esso una cosa 477 ): e, mentre con ciò si trova esposto
alla obiezione sopra citata (nota 438) : ed è possibile che fosse diretta
proprio contro Gilberto), arriva qui a stabilire una distinzione, utilizzabile
per la questione della Trinità, ma poi da capo violentemente combattuta da
altri, fra la unità e 1’ Uno, o in generale tra gli aggettivi numerali e le
forme ideali che stanno loro a fondamento
in quanto che quelli posson essere predicati soltanto delle fiorii
similitudinis consumimi genera, quae a logica.... subalterna vocanlur ■ vel
subalterna similiter adhaerentes, quamlibet siib ipsa Subsistentiam specialem
componuntp. 1231 [Ì370]: ffomo subsistentia spedala, quae est hujus nomina
qualità» una uulan conformilate, sed plures essenliae singulantate, de singola
honunibus.... Parimente p. 1251 [?}» 1262 [1399], ecc. |9Q0) in ) Così, p. es.,
p. 1134, 1152 e 1169 [1262, 1280 e 1-99]. 4tg\ p H 69 [1299]: Identitate
unionis.... homo idem quod nomo est. Nam'piato et Cicero unione speciei sunt
idem homo. .. auae ex proprietate est unitatis |Prantl legge: propnetata est
unitale ], q “ra,ion P ale P idem quod rationate est, eduli anima hommu, et,pse
homo, non unione speciei, sed unitale propnetata, sunt unum ra donale. [ 1309
]: Vnilas omnium.... praedicamentorum Comes est. Narri de quocunque aliquid
praedicatur, idpraticato ?“**'” «* hoc, quod nomine ab eodem sibi indilo, et
verbi iubifonm'i compos.tione ... esse significata, sed unitale,psi cooccidenfe
esf um m ul album albedine quiden, album est, sed un,late cocce,dente albedim,
unum, et simul albedine et ejus comite annate est album unum. cose concrete, che
appunto sottostanno all’azione formativa degli universali ideali 478 ). Ma poi
al concetto di conjormitas si associa inoltre anche un modo d’ intendere,
secondo il quale nell’ individuo tutte le determinazioni possibili sono
unificate per tal maniera, che esso, nella totalità della sua sussistenza (cfr.
la nota 462), non è conforme a nessun altro essere, e pertanto la individualità
consiste in questa dissimiglianza di essenza, mentre all’ incontro tutto quel
che c’è di nonindividuale si fonda sopra una somiglianza, e può pertanto venire
compartito ne’ suoi modi di manifestarsi, individuali e concreti, che in esso
sono simili, ma tra loro son dissimili: concezione questa, che Gilberto
carat47S ) p. 1148 [1277]: Quod est unum, res est unitali subjecta, cui scilicet
vel ipsa unilas inest, ut albo : rei adest, ut albedini. Unitas vero est id,
quo ipsum, cui inest, et ipsum, cui adest, dicimus unum: ut album unum, albedo
una. liursus ea, quae dicimus esse duo, in rebus sunt, i. e. res sunt dualitati
similiter subjcctae, quae dune sunl.... ldeoque non unitas ipsa, sed quod ei subjeclum est, unum
est ; nec dualitas ipsa, sed quod ei subjectum est, recle dicitur duo . Nani vere omnis numerus non numeri ipsius, sed rerum
sibi suppositarum est numeriti. Ma che in generale persino questo sforzo,
ispirato alla più stretta ortodossia, abbia raccolto poca gratitudine dalla
parte di vari altri teologi, lo desumiamo dal fatto che, come riferisce il Du
Houlay, Il istoria Universitatis Parisiensis, I, p. 404 [rectius : p. 402 ss.:
y. inoltri ibid. p. 741, e particolarmente p. 200], il Priore Gualtiero di S. V
ittore compose egli stesso uno scritto contro i« quattro labirinti di trancia»
[Contro qualtuor labyrinthos Franciae : lo scritto si suol citare appunto con
questo titolo], cioè contro Pietro Lombardo (v. sopra le note 41 ss.),
Abelardo, Pietro da Poitiers e Gilberto; da manoscritti di tale opera
(conservati nella Biblioteca di S. Vittore) il Launoi, de varia Aristot. in
Acad. Paris. Jori., c. 3. p. 29 [p. 189 della ediz. di Vittemberga, 1720],
comunica il passo seguente: Quisquis hoc legerit, non dubitabit, qualuor
Labyrinthos Franciae, i. e. Abaelardum et Lombardum, Pelrum. Pictavinum et
Gilbertum Porretanum. uno spiritu Aristotelico afflalos, dum ineffabilia
Trinitatis et Incarnationis scholastica levitate tractarent, multas haereses
olim vomuisse, et adhuc errores pullulare [Cfr. UEBERtYEG Geyer, p. 271].
Maggiori particolari sopra questo alterco fra teologi sono stati riferiti
dall’UsENER nei Jahrbiicher fiir protestantische rheologie, voi. V (1879), p.
183 ss. [« Gislcbert de la Porrée» è il titolo della nota, riprodotta nel IV
voi. della raccolta delle Kleine Schriflen dell’Usener, Lipsia terizza
scegliendo, per i così detti nomina appellativa, il termine « dividila », che
troviamo qui per la prima volta, e, per i così detti nomina propria, il termine
« individua » 479 )Per la logica, una maniera di trarre partito da questo
realismo ontologico consiste nell’andar su e giù per la Tabula logica, come si
fa, secondo il procedimento di Boezio, nella definizione e nella divisione 48
°) : consiste pertanto nella funzione predicativa, inquantochè quel che dal
predicato si predica, relativamente alle cose concrete, non è mai l’essere
concreto per se stesso, ma solamente la essenza, cioè la sussistenza e gli
attributi essenziali 481 ): vale a dire che il realismo di Gilberto trova la
propria espressione in ciò, ch’egli considera tutte le categorie come le
causalità reali del loro manifestarsi nelle cose concrete, e le designa pertanto
come sommi generi non dei 47 9\ y 1164* 112941: Si enim dividuum facit
similitudo, consequens est ut individuimi dissimilando. p. 1236 11372]: Homo et
sol a Grammatici appellativa nomina, a Dialeclicis vero dividila vocantiir
Plato vero et eius singularis albedo, ab eisdem Grammatica propria, a Dia
lecticis vero individua. Sed horum homo tam aclu quam natura appella tivum vel
dividuum est; sol vero natura tantum, non aclu. Multi nam que non modo natura,
verum etiam actu, et fuerunt, et sunt, et sant, subslanliali similitudine
similes hommes. Pestai igitur, ut illa tantum sint individua, quae ex omnibus
composita. nullis aliis in loto possimi esse conformia, ut ex omnibus, quae et
actu et natura fuerunt vel sunt vel futura sunt, Platoms collecta Hatomtas. 112g jj 255 j. Sia* in diffinitiva demonstratione
specie» aenere, sic in divisiva genus specie declaratur. Nulla species de suo
genere praedicatur» in diffimtionum genere verum est; itero « orarti* species
de suo genere praedicatur » in divistonum genere verum est., 48 i\ p. 1244
[1381]: Nunquam enim id, quod est, praedicatut % sea. esse et quod illi adest,
praedicabile est, et sine tropo, non msi de eo, quod est. (Se Gilberto con
queste parole designava ì giudizi puramente esistenziali come inconcludenti, si
metteva con ciò da capo in contrasto con certi teologi: v. Otto Frisino, de
gest. Fnd.. I, 52 n. 437, ed. Urstis [MGH, XX, p. 379-80]: Erat quippe
quorunda'm in logica sententia, [quod.] cum quis diceret, Socratem esse, nihil
diceret. Quos praefatus episcopus [intendi appunto 1 episcopus (i tctaviensis)
Gisilbertus ] seclans, talem dicti usuro haud premeditate „d theologiam
verterà!). predicati ma degli oggetti,
si che per conseguenza la jacultas logica contiene semplicemente un ricalco
della realtà 482 ). Ma, su questo punto, non si limita a distinguere le
categorie, alla solita maniera, onde quella della sostanza si contrappone a
tutte le altre nove, bensì queste ultime si dividono a lor volta, secondo che
appartengono all’ intima essenza, o han per contenuto solamente una relazione
estrinseca 483 ) ; cioè, qualità e quantità, che appartengono alla « natura»
(nota 461) o alla sussistenza, servono perciò ancora a predicare il vere esse,
laddove le altre sette categorie,
inclusa dunque pur quella della relazione , esclusivamente ricadono
nella sfera degli status e delle loro esterne mutevoli circostanze (status :
cfr. circumstantia in Boezio, Sez. XII, nota 166) «“). 4S2 ) p. 1173 [1303]:
Ilorum nominum illa significata, quae diversis rationibus Grammatici
qualilates, Dialectici cathegorias, i. e. praedicamenla, vocant, praedicantur
substantialiter, p. 1153 11281-2]:
Qualilas ....omnium qualitatum gcneralissimum est, et quantilas omnium
quantilatum.... Ideoque qualitas est qualitas genere cujuslibet qualitatis,
quale vero est quale qualitate cujuslibet generis.... Sirniliter nullum, quod
est ad aliquid, relatio est. et nulla relatio est ad aliquid. Sed.... id, de
quo ijJsa dicilur, est ad aliquid.... Ubi quoque, et quando, et habere, et
situm esse, et Jacere, et pati, rwmina sunt generalissima, non eorum quae
praedicantur, sed eorum de quibus praedicantur.... Ilaec igitur praedicamenta
talia sunt relationibus logicae jacullatis, qualia illa subjecta, de quibus ea
convenit dici, permiserint. p. 1146
[1274]: Caeteras, quae in corporibus sunt, vocantes formas, hoc nomine
abutimur, dum non ideae, sed idcarum sint eìxóveq, i. e. imagines, quod ulique
nomen eis melius convenit. Assimilantur enim.... quadam extra substantiam
imitatione his formìs, quae non sunt in materia constitutae, sinceris) p. 1153
[1282]: Quidquid hoc est subsistentium esse; eorundcm substantia dicilur. Quod
ulique sunt omnium subsistentium speciales subsistentiae, et omnes ex quibus
hae compositac sunt, scilicet, eorumdem subsistentium, per quas ipsa sibi
conformia sunt, generales, et omnes, per quas ipsa dissimilia sunt,
dijjerentiales.... Accidenlia vero de illis quidem substantiis, quae ex esse
sunt, aliquid dicuntur, sive in eis creata, sive extrinsecus affixa sint, sed
eis tantum, quae esse sunt, accidunt. 484 ) p. 1156 [1285]: Ilare quidem, i. e.
subslantiae, qualitates, quantitates, sunt talia, quibus vere sunt, quaecunque
his esse proponuntur, ideoque recte de ipsis praedicari dicuntur. Reliqua vero
sep[d) lo scritto De sex principiis: un'abborracciatura]. Ma proprio quest’ultimo argomento ci porta a
prender in esame lo scritto di Gilberto De sex principiis, un pasticcio
veramente pietoso, che fu già commentato da Lamberto da Auxerre (v. la Sez. XVII,
nota 116), e poi, in conseguenza dell’autorità goduta da Alberto Magno (ibid.,
note 439 s.), venne a essere tenuto in così grande conto da essere formalmente
incorporato aH’Organon 485 ). ivi c’ imbattiamo novamente (cfr. la nota 461)
nel concetto di essere sostanziale, nel quale risiede la forma di un
intrecciarsi degli elementi della essenza 486 ) : e a tale proposito si fa la
osservazione, la quale, come più sopra (nota 464), resta senza motivazione, che
cioè dalla singolarità delle cose concrete il pensiero trae fuori e intende
quell’elemento, cb’è, nella sua unità, commune e universale 487 ). Ma poi si
passa a considerar le categorie. lem generai» accidentia.... [non] vera essendi
rationc praedicantur. Narri.... extrinsecis scilicet eircumfusus et
determinatili minime praedicaretur, si non prius suis esset per se propri
elalibus informatili. p. 1160 [1290]:
Sic ergo praedicatio alia est, qua vere inhaerens inhaerere praedicatur ; alia,
quae quamvis forma inhaerentium fiat, tamen ila exterioribus datur, ut ea nihil
alieni inhaerere inlelligatur. Caetera vero (cfr. la nota 461). quae de ipso
noturaliter dicuntur, quidam ejus status vocantur, eo quod nunc sic, nunc vero
aliler, rctinens has. quibus aliquid est, mensuras et qualitalcs et maxime
subsistentias, statuatur.... Situ, vel loco, vel Inibita, vel relatione, vel
tempore, vel actione, vel passione slatuitur. Cori, quanto alla categoria della
relazione, vien detto inoltre, nella forma più esplicita, a a p. 1163: relativa
praedicatio ....consislil.... non in eo, quod est esse. 485 ) In conseguenza
del suo accoglimento neH’Organon, è stato stampato in quasi tutte le più
antiche traduzioni latine di Aristotele; io cito dal voi. I delle Opere di
Aristotele in versione latina, Venezia 1552, in fnl. [Qui s’includono tra
parentesi quadre i riferimenti al testo accolto nella PL: cfr. più sopra la
nota 21]. 4S “) Cap. 1, f. 31, v. A: Forma est compositioni contingens,
simplici et invariabili essentia consistens.... Substanliale vero est, quod
conferì esse ex quadam composilione compositioni, ut in pluribus, quod
impossibile est deesse ei [PL, 188, 12589]. 487 ) f. 31, v. B: Sicut ex plurium
partium coniunclionc constitutio quaedam primorum excedens quantitatem
ejfìcilur, sic ex singularium discretione unum quoddam intelligilur. eorum
excedens praedicationem. Così anche
[Cap. 2], f. 32, r. B: omnes quidem homines eius hominis. qui communis est, et
universale con quella stessa dicotomia (note 483 ss.) di categorie intrinseche
ed estrinseche, ma con questa differenza tuttavia, che cioè qui la categoria
della relazione non viene ora più annoverata fra le categorie estrinseche,
bensì questo gruppo viene a esser costituito dalle ultime sei categorie
soltanto (actio, passio, ubi, quando, situs, habere) : e poiché delle prime
quattro categorie ha di già parlato a sufficienza Aristotele, Gilberto vuole
trattare ora più compiutamente appunto di queste altre sei 488 ). Sodisfa cosi
un bisogno, che abbiamo veduto di già manifestato piu sopra (note 18 e 344): e
qualificando Gilberto, con la sua mania realistica, anche queste categorie come
« principia» (cfr. le note 477 e 482), tale suo scritto, privo di senso comune,
venne ad assumere più tardi, anche in considerazione del suo titolo, una cosi
grande importanza, da esser accolto per cosi dire nelFOrganon come sua parte
integrante. [e) i sei « principii»: actio, passio, quando, ubi, situs,
habitus]. Per prima cosa vien definita l
'actio, e, con il più netto dualismo tra azione corporea e azione psichica, la
si qualifica come legata da relazione di reciprocità con il concetto di
movimento 489 ) : a ciò fa seguito la osservazione che la particolarità
delazione ha per 4#8 ) [Cap. 2], f. 32, r. A: Eorum vero, quae contingunt
exislenti, singultirli aul extrinsecus advenit, aul intra subslanliam
consideratur simpliciler : ut linea, superficics, corpus. Ea vero, quae
extrinsecus contingunt, aut actus, aut pati, aul dispositio, aut esse alicubi,
aul in mora, aut habere necessario erutti. Sed de his, quae subsistunt, et quae
non solum in quo existunt exigunl, in eo qui « de Categoriis» libro
inscribilur, disputatimi est: de reliquis vero continuo aeamus [1260], * 4S “)
Cap. 2, ibid. : Actio vero est, secundum quam in id, quoti subiicitur, agere
dicimur.... Differunt autem, quoniam ea, quae corporis est, rnovens est
necessario illud, in quo est,.... actio autem animae non id movet, in quo est,
sed coniunclum : anima enim, dum agii, immobile est.... Omnis ergo actio in
mota est : omnisque motus in actione firmabitur sua proprietà (li produrre la
passio, e che pertanto l'actio è il « principio » primordiale 49 °): a questo
punto il concetto di « jacere » viene applicato anche a tutte le rimanenti
categorie in ima serie di affermazioni che son delle più aride e peggio fondate
491 ) : e secondo il modello delle quattro prime categorie si fa vedere, anche
nel jacere e nel pati, il rapporto di contrarietà e la graduazione di più o
meno 492 ). Ma poi viene, ciononostante, in secondo luogo la passio, dandosi
per essa rilievo alla varietà di accezioni di questo termine 493 ). Viene
appresso presentata, in terzo luogo, la categoria del quando, la quale è bensì
afline al tempus, ma pur se ne distingue, in quanto che i tre tempi, passato e
presente e futuro, non son già un quando, ma sono solamente un effetto e una
proprietà, conforme a cui qualche cosa viene denominata come passata e via
dicendo (v. alcunché di simile alla precedente nota 194); inoltre nulla può
misurarsi secondo il quando, ma secondo il tempo sì 494 ). 49 °) f. 32, r. B: Naturqlis
vero actionis propnetas est, passionem ex se in id, quod subiicitur, inferre :
omnis enim aclio passionis est effectiva.... Et sic actus quidem est
primordiale principiata [1261]. 491 ) Ibid.: Facere vero id, quod quale est, ex
se gignit.... Quantitatum vero particularium positio effectrix est, et qunlilatum
universa enim liaec a situ substantiam et generalionem kabent.... Situs autem, agere et pati : in dispositionis nonuple
compositione quaedam generalio simplicium fil, quam in motiva actione
consistere necesse est. Quando vero tempus. Ubi vero locus. Habere autem corpus
: ea enim, quae circa corpus sunt, habere dicuntur [1261], 492 ) Ibid.: Recipit
autem facere et pati contrarielalem, et magis et minus : secare enim ad
plantare contrarium est....: et calefieri magis et minus dicilur [1261-2]. 493 ) C. 3, f. 32, v. A: Passio
est effectus illatioque actionis.... Est autem pati eorum, quae multipliciter
dicuntur : animae enim actionum unaquaeque passio dicitur.... Dicilur quoque passio, quod in naturam agii : ut
morbus.... Ea vero, quae nunc relinquuntur, in eo qui est « de Generatione»
libro tractanlur (questa citazione è presa da Boezio [in Ar. praed.. Ili: PL,
64, 262], p. 190). 494 ) C. 4, ibid. : Quando vero est, quod ex adiacentia
(cfr. la nota 504) temporis reliquitur. Tempus vero quando non est, utriusque
autem ratio coniuncta est, ut tempus quidem praeteritum quando non est, A ciò
fa seguito, come il colmo della stupidità, la indicazione di una differenza tra
quando e ubi, in quanto che il quando del presente, in pari tempo che l’istante
stesso, è in eodem, ciò che non si verifica per Vubi 49S ), e cosi pure ima
divisione del quando e del tempus in semplici e in composti 496 ), e infine la
notizia che la relazione di contrarietà, e di più o meno, non ha luogo nel
quando 497 ). Quarto viene ora ubi, e qui si presenta la distinzione analoga
tra ubi e locus 498 ): e alla impossibilità che due cose sieno in uno stesso
luogo o una stessa cosa in diversi luoghi, si collega anche la controversia
sopraccennata (nota 203) circa la propagazione del suono); anche Vubi vien
distinto in semplice e in complesso, e si esclude che, rispetto ad esso, abbia
luogo la relazione di più efeclus autemcius, et affectio, secundum quarti
dicilur aliquid fuisse, quando est. Instans autem quando non est, sed secundum
quod aliquid aequale, tei inacquale est: eius autem affectio, secundum quam
aliquid dicilur in instanti esse, quando est. Futurum similiter tempus quando
non est. — f. 32, v. B: Distai autem et tempus ab eo, quod quando: quoniarn
secundum tempus aliquid est mensurabile : ut motus animus.... Al vero secundum quando ri ih il mensuratur, sed
aliquando dicilur esse [1262]. 4 96 ) f. 32, V. B : Differì enim quando ab eo,
quod est ubi : quoniarn in quocunque, tempus est vel fuitvcl erit, in eo quidem
quando, est vel fuit vel erit, quod secundum idem tempus dicilur: quando enim,
quod exislenti est, curn ipso instanti est, et simili in eodern sunt.... Ubi
vero et locus, a quo est, vel fit, nunquam simili in eodem : ubi enim in
circumscriptione est: locus autem in compicciente [1263], 19a ) Ibid. : Quando
....sicut autem et tempus, aliud quidem compositum est, aliud vero simplex. Est
autem compositum, quod in composita anione consista: simplex vero, quod cum
simplici procedit [1263], 497 ) Ibid.: Inest autem quando, non suscipere magis
et minus.... Amplius quando nihil est contrarium) C. 5, f. 33, r. A: Ubi vero
est circumscriptio corporis, a circumscriptione loci proveniens. Locus autem in
eo, quod capii, est, et circumscribit.... Non est autem in eodem locus et ubi:
locus enim in eo, quod capii, ubi vero in eo, quod circumscribitur et
complectitur [1264]. 4 ") Ibid, : Nequaquam igitur duo in eodem loco esse
simul possunt, nec idem unum in diversis.... Movet autem quis quaestionem f
orlasse, idem in diversis et pluribus concludens ; etenim vox in auribus
diversorum est.... Confiteli oportel omnino, urtarti particulam aeris ad aures
diversorum pervenire.... Relinquitur igitur, diversum sensum esse
imaginabiliter se generanlium, et similiter [1264-5]. o ili meno, e così pure
quella di contrarietà, a proposito della quale l’Autore persino espressamente
si riferisce ai concetti di sopra e di sotto 50 °). Quinto segue situs, ovvero
la categoria, come la chiama Gilberto, della positio, intesa secondo il
realismo più rozzo possibile, sicché tutte le particolari manifestazioni di
questa categoria, nel cui novero vengono compresi, p. es., anche lo scabro e il
levigato (cfr. la nota 193), sono considerate soltanto come espressioni
derivate 501 ); si contesta che questa categoria comporti opposizione
contraria, e ciò perchè i contrari appartengono soltanto a un medesimo genere,
e invece lo star seduti e il giacere vanno assegnati a generi differenti, in
quanto che soltanto esseri ragionevoli possono star seduti, laddove gli altri
stanno a giacere 502 ); e mentre qui è inammissibile anche la relazione di più
o di meno, questa categoria va messa nella più stretta connessione con quella
della sostanza, proprio in essa trovando le sostanze il loro ordinamento 503 ).
Ml °) f. 33. r. B: Ubi autem. aliud quidem simplex, aliud vero composilum.
Simplex quidem, quod a simplici loco procedit : composilum autem, quod ex
composito.... C.arct autem libi inlenlione et remissione : non enim dicitur
alterum altero magis in loco esse vel minus.... Inesl autem ubi, nihil esse
contrarium.... Sursuni enim et deorsum esse contraria pluribus videntur....
Conlingit autem contraria in eodem esse.... Si enim sursum esse et inferius
esse contraria sunt, cum idem sursum et deorsum sit, colligitur, idem sibimet
contrarium fieri [1265]. 601 ) C. 6, f. 33, v. A: Positio est quidam parlium
situs, et generati onis ordinatio, secundum quam dicuntur stantia vel
sedentia.... Sedere autem et lacere positiones non sunt, sed denominative ab
his dieta sunt. Solet autem quaestio induci de curvo et recto, aspero et
leni.... Non sunt autem positiones ea, quae dieta sunt omnia, sed qualia circa
situm existentia [1265-6]. 60S ) Ibid. : Suscipere autem videtur situs
contrarietates : nam sedere ad id quod stare contrarium esse videtur....
Ponentibus autem nobis, haec contraria esse, inconvenientia recipere cogimur,
hoc, quod unum sit contrarium plurium.... Amplius autem conlrariorum quidem
ratio est, circa idem natura existere. : sedere enim et iacere non circa idem
natura sunt seiuncta : est enim sedere proprie circa ralionalia, iacere vero et
accumbere circa diversa) f. 3, V. B.: Proprium autem positionis, ncque magis
neque minus dici.... Magis autem
proprium videtur esse positionis, substantiae Riinane poi ancora in sesto luogo
Vhabitus, categoria identificata con il concetto di adiacentia, già familiare a
noi, che conosciamo Abelardo (nota 284) 504 ); quando poi si legge che per
habere la relazione di più o di meno è, di regola, ammissibile, ma talora,
come, p. es., nel caso dell’« esser vestito », è inammissibile, e che in questa
categoria non sussiste contrarietà, perchè esser armato ed esser calzalo non
sono opposti 505 ), — anche ciò rende sufficiente testimonianza del talento
logico dell’Autore; come particolarità di questa categoria, viene indicato il
fatto che essa rimanda sempre a una pluralità, il che può, soltanto per certi
rispetti, ripetersi anche per le categorie della quantità e della relazione 508
); finalmente vengono citate ancora cinque accezioni differenti del termine
habere 507 ). [f) la controversia intorno al magis e al minus]. — Ma venuta poi
a una conchiusione questa disamina dei « principi » 508 ), fa ancor seguito una
trattazione speciale del proxime assistere, omnibus qiiidem aliis/ormis
suppositis. Posilio autem nihil aliati est. quatti naturalis ipsius subslantiae
ordinatio [1260]. S04 ) C. 7, f. 33, v. B: Habitus est corporum, et eorum quae
circa corpus suoi, adiacentia : secundum quam hoc quidem habere, illa vero
dicunlur halteri. Haec autem non
secundum totum dicunlur, sed secanti uni particularem divisionem, ut armatum
esse [1267], s01i ) f. 34, r. A: Suscipit autem habitus magis et minus :
armatior enim est eques pedite.... In quibusdam autem non videtur, quoti rum
magis et minuspraedicentur : ut vestitum esse, et similia. IIabitui quoque
nihil est conlrarium : elenim armatio calceationi non est contraria [1267], 60
°) Ibid. : Proprium quidem habitus est, in pluribus existere.... In paucis
autem aliis principiis huiusmodi invenies : in quantilate enim solum, et in his
quae ad aliquid sunt, similia reperies.... Habitus autem omnis in pluribus
necessario existit, ut in corpore. et in his quae circa corpus sunl) Ibid. :
Dicilur autem habere multis modis : habere enim dicitur alterationem.... Dicilur etiam ras aliquid habere.... Habere quoque in
membro dicimur,... Dicitui vir uxorem habere, et recipere uxor virum.... Quare
modi habendi, qui dici consueverunt, quinario numero terminanlur [1267-8], 50s
) Ibid. : Et quidem de principiis haec dieta sufficiant : reliqua vero in eo,
quod de Analylicis est. quaerantur volumine magis et minus ; e qui Gilberto
taglia il nodo della controversia ricordata più sopra (nota 196), non potendo
l’ordine delle graduazioni risieder già nella sostanza stessa, poiché questo
urta contro il concetto di sostanza, ma d’altra parte nemmeno negli accidenti,
perchè allora il grado superiore, p. es., di bianchezza dovrebbe consistere
nell’ampiezza della superficie (!) : donde consegue che il più o il meno
neanche ha la propria sede nell’ima e negli altri insieme, cioè nella sostanza
e ne’ suoi accidenti 509 ). Ma la soluzione positiva, che dà ora Gilberto, ha
questo fondamento, che cioè il magis vel minus consiste nel grado in cui lo
stato di fatto reale sta più vicino o più lontano dall’accezione del termine
che designa la qualità, una graduazione questa che non si manifesta, dove si
tratta di sostanze, per la ragione che la denominazione delle sostanze stesse
rimane compresa entro saldi confini (in terminis) : tuttavia a tal proposito
viene a confessare egli stesso quali assurdità sieno queste che presenta,
quando deve aggiungere che una tale saldezza si ritrova tuttavia anche nella
denominazione di talune qualità 51 °). In60 “) C. 8, f. 34, r. B: Non ergo
secundum suscipicntium ipsorum Crementum vel decremenlum, cum „magis vel minus
“ aliqua dicuntur. Nulla cnim ratio obviarel dicenti, hominem et animai et
substantiam et caetcra consimilia cum „magis et minus" dici.... Mons eliam
alio monte maior dicitur, cum neuler crescat vel decrescat.... Amplius autem
ncque secundum ea, quae inficiunt. Si enim, secundum magnitudinem albedinis vel
alicuius caelerorum, dicitur aliquid albius aliquo, vel, secundum parvitatem,
minus album, vel quomodolihet aliter, utique et magis albus equus vel homo, vel
quodlibet aliud albius margarita dicetur : etenim maior albedinis quantitas
equo accidit quam margaritae.... f. 34, v. A: l’atet itaque, nihil
secundum,.magis et minus“ praedicari, ncque secundum suhiecti solum augmentum
vel diminutionem, neque secundum accidentis ; quare ncque secundum utrunaue
[1268-9], ^ 61 °) 6 34, v. A: Oportet igilur ab alio ea invenire, quae cum
„magis et minus" dicantur. Huiusmodi vero sunt ea, quae. sunt in voce
eorum, quae adveniunt, et non secundum subiecti vel mobilis cremenlum vel
diminutionem, sed quoniam eorum, quae sunt in voce, impositioni propinquiora
sunt, sive ab eadem remotiora sunt : de his etenim cum „ magis" dicuntur,
quae proximiora sunt ei, quae in ipsa voce est, impositioni, cum „minus"
autem de his, quae remotiora consistunt.... Quanto igitur tìne la faccenda
mette pur capo anche alla tesi essenziale, che cioè nella pluralità della
realtà materiale in generale, hanno loro proprio luogo il divenire e la
relatività 511 ), e F illogico realista assume poi a criterio per questo campo
la espressione verbale, mentre, per Forbita del vero essere, possiede nella
parola solamente il ricalco di una idea. Così lo scritto di Gilberto intorno
alle categorie ci porge un documento veramente miserevole, per provare come
quell’epoca non fosse per nulla meno goffa e inetta dei secoli precorsi,
tostochè sol si tentasse mai, senza le dande della tradizione, di muover un
passo indipendente, anche senza uscir dall’ambito delle cose più semplici. [§
36. — Ottone da Freising, seguace di Gilberto. Lo scritto pseudo—boeziano De
imitate et uno]. — Ma quale seguace di Gilberto, riguardo alla concezione degli
universali, ci si presenta Ottone da Frei8 i'n g (nato nel 1109 [rectius : nel
1114 o 1115], morto nel 1158), che alle sue opere storiche intreccia talvolta
disgressioni formali di contenuto filosofico, manifestando in esse, con i modi
consueti di espressione, il suo rispetto di teologo verso Platone, e in pari
tempo il conto in cui ad vocis impositionem accedens puriori inficitur
alitarne, tanto et candidior assignabitur.... Dubitabit autcni aliquis, quarc
haec quidem cum ..magis et minus LL dicantur, substantiae vero minime : hoc
autem contingit. quoniam subslantiarum impositio quidem in termino est, ultra
quem transgredi impossibile est. Additur autem et de accidenlibus quibusdam,
quae sine ..magis et minus “ dicuntur : ut quadrangulus, et triangulus, et
similia [1269], 6U ) f. 34, v. B: In subiecto enim duo sunt. quorum haec quidem
estjorma secundum rationem, haec autem secundum materiam ; quando igitur in his
duobus est transmutatio, generatio et corruptio crii simpliciter secundum
veritatem.... Est autem materia
maxime quidem subieclum gencrationis et corruptionis proprie susccptibile....
Haec autem hoc aliquid significant et substantiam, haec autem quale, haec autem
quantum. Quaecunque igitur non substantiam
significant, non dicuntur simpliciter, sed secundum aliquid generari tiene la
logica aristotelica 512 ). Come Ottone occasionalmente aderisce una volta alla
tesi, che gli esseri concretamente esistenti formano il contenuto e l’oggetto
dei predicati dichiarativi, laddove i concetti di specie e di genere vengono
predicati, avuto riguardo alla causalità delle cose che ha in essi fondamento
513 ), — così un’altra volta egli si pronunzia più distesamente sopra questa
relazione, in tutto e per tutto ripetendo la opinione di Gilberto, con il quale
si accorda anche nella espressione letterale ( nativum, natura, Jorma,
con.jorm.is, coadunatio, — « omne esse ex Jorma est» —) 514 ). Nello stesso
senso, 612 ) Chron. II, 8, p. 27, cri. Urstis [MGH, XX, p. 147]: Sacrale*....
educaviI Platonem et Aristotilem, quorum alter de potentia. sapientia, bonilate
creatoris ac genitura mundi creationevc hominis tam luculenter, lam sapienter,
tam vicine verilati disputai.... alter vero dialecticae [libros] arti* vel
primus edidisse, tei in melius correxisse, aculissimeque ac disertissime iride
disputasse invenilur [cfr. il testo della ediz. Wilmans (M G II), e ivi
l’apparato critico], 61a ) De gest. Frid. Prolog., p. 405, cd. Urstis [MGH, XX,
p. 352]: Sicut enim iuxta quorundam in logica nolorum positionem, cum non
formarum, sed subsistentium proprium sii praedicari seu declarari. genera tamen
et species praedicamento transsumpto ad causam praedicari dicuntur. Vel, ut
communiori utar exemplo, sicut albedo clara, mors pullida, eo quod claritatis
altera, palloris altera causa sit, appellatur, etc. (La espressione transsumptio,
come pure lo stesso esempio albedo clara, si trovano in Gilberto, p. 1142
[1270] : v. la nota 472). M4 ) De gest. Frid. I, 5, p. 408 [354]: Nativum velut
natimi aut gemtum, descendens a genuino (v. la nota 464).... In nalivis igitur
omnem naturata seu formam, quac integrata esse subsistentis sii, vel adii et
natura, vel natura sallem conformem habere necesse est.... Partes aulem hic
vaco eas formas (nota 468), quae ad componendarn speciem aut in capite
ponuntur, ut generales, aut aggregante, ut differentiales, aut eas comitantur,
ut accidentales.... [355] Potei.... humanitatem Socratis secundum omnes partes
et omnimodum effectum humanitali Plutoni* conformem esse, ac secundum hoc
Socratem et Platonem eundem et unum in universali dici solere (nota 474),... Concretìo
etiam in naturaiibus non solum coadunatione formae et subsistentis. sed ex
moltitudine accidentium, quae substanliale esse comilantur, consideravi potest
(note 464 e 471).... Sunl aliae formae subiectum integrum informante*, quae
naluram tantum conformem habenl. Esse quippe soli*, etsi non aclu, natura
conformem habere noscitur. Quare, quamvis plures soles non sint, sine repugnanlia
tamen naturae plures esse possunt (nota 479).... (p. 410) Omne namque esse ex
forma est.... Tantum de co, quae a philosophis genitura, a nobis faclura seu
creatura dici solet, disputai inumi inslituimus. Sed notandum, quod compositio alia forébìin altro
luogo (con. intonazione polemica contro Guglielmo da Champeaux) qualifica
l’universale come« quasi in unum versale», e a ciò unisce una giustificazione
etimologica dei termini e dei concetti di dividuum e individiium 515 )',
inoltre condivide con Gilberto l’ingenuo raccostamento delle cose e delle
parole 516 ), come pure ricorda altresì ima volta quell’esercizio ginnastico,
che vien fatto nello studio della logica, sull’albero di cuccagna della Tabula
logica 517 ). Appartiene allo stesso gruppo anche uno scrittarello anonimo
[oggi è riconosciuto esser opera di Domenico Gundissalino] «De unitate et uno»,
che manifestamente è una produzione determinata dalle polemiche di quel tempo
intorno alla Trinità, ma che, al pari di quella più antica opera De Trinitate
[oggi, come abbiamo veduto, attribuita appunto a Boezio], fu ritenuta marum,
alia est subsistentium.formarum ex formis, subsistenlium ex subsistentibus..,.
[356] Formarum autem aliae compositae, aline simplices ; simplices, ut albedo,
compositae, ut humanitas.... Ulule Boetius in oclava rcgula libri llebdomade
„omni composito aliud est esse, aliud ipsum est“ (v. la noia 37). 61S ) Ibid.,
53, p. 437 [380] : Universalem..., dico, non ex eo, quod una in plurilius sii,
quod est impossibile (noia 105), sed ex Iwc, quod plura in similitudine vivendo
[rectius : uniendo] ab assimilamii unione univcrsalis. quasi in unum versalis
dicalur.... Ex quo palei . quare.... singularem, individualem vel parlicularem
dixerim proprietatem, eam nimirum, qttae suum subiectum non assimilai aliis. ut
humanitas, sed ab aliis dividii, discernit, partitur. ut ea, quam fido nomine
solemus dicere,,Platonitas “, a dividendo individua, a parliendo particularis,
a dissimilando singularis dieta. Nec opponas, quod potius a dividendo dividuam,
quam individuam dici oporteat. Nam cum suum subiectum non solum ab aliis
dividat vel dissimilet. sed etiam in sua individualitale et dissimilitudine tam
firmiter manere faciat, ut nec sii nec fuerit neo futurum sit aliud subiectum,
quod secundum eiusmodi proprietalem illi assimUari queat, melme individuum
privando, quam dividuum ponendo vocalur, eiusque oppositum, quod dividendo
pluribus communical, et communicando dividii, rectius dividuum dici debet (noia
479). “ 1G ) Ibid., p. 438 [ifc.] : Cum enim omne esse ex forma sii, quodlibet
subsistens rem et nomea a sua capit forma (note 458, 174, 482). s17 ) Ibid..
60, p. 444 [386] : iuxta logicorum enim regulam methodus a genere ad
destruendum, a specie valet ad aslruendum (nota 480). fattura di Boezio (v.
sopra la nota 35) «»). Domina nella questione della unità, che anche Gilherto
era stato tratto a discutere (note 477 s.), quello stesso realismo di Gilberto
o di Ottone 519 ), e forse possiamo tutt’al più ricordare che qui si trova una
singolare enumerazione di accezioni varie del termine « unum» Alberico (da
Reims ?), a Parigi. WilliRAM DA SoiSSONS. VARI ALTRI AUTORI, MENZIONATI DA
Mapes]. Ma nello stesso tempo, cioè press’a poco tra il 1140 e il 1170, viene a
cadere anche la comparsa di alcuni altri autori, dei quali conosciamo quasi
esclusivamente i nomi, e a ogni passo della nostra indagme torna a imporsi la
considerazione, che cioè le fonti a noi accessibili ci consentono pur sempre
soltanto una conoscenza frammentaria. Si dovrà anzi designare come casuale la
notizia dataci da Giovanni da Salisbury, quando, raccontando il corso de’ suoi
studi, fa il nome di un certo Alberico, che, morto Abelardo, insegnò aS.te
Geneviève in Parigi, e imprese energicamente la „ Q M^n. tampata °P cre di
Boezio, ediz. di Basilea 1570, p. 1274 l'òleslpaTJTwTìMiT l * 3 bibli0thè 1 ue
* *.s dipar,ements de . ’ 1 ungi 1841, p. 169) trovo m un manoscritto di St
-Michel Hd/nf t0 an0nmM p rh e T nd ° aUe righe “ iziali d “ lui citate, c
identico a questo Pseudo-Boezio. ".*> p -.,. 1274 t PL ’ „ 63 1075]:
Omne enim esse ex forma est, in unita* r f ' S> ' " ullum eSSC ex f°
rma nini cum forma maleriae unita est. Esse xgitur est nonnisi ex eoniunctione
formae cum materia j.m autem forma matenae unitur, ex eoniunctione utriusque
necessario al,quid unum consti,ni,ur.... Uni,io autcm non fi, nisi un.tatZ Zmam
autcm non tene, uni,am cum materia nisi unitasi ideo materia egei untiate ad
umendum se.... et de natura sua habet multiplicari Uni,as vero retine,, umt e,
colligi,. Ac per hoc ne materia divida,ur et spargami -, necesse est, ut ab
unitale retineatur ecc. [testo cit. se0nd ° a ed £C r ™ (Beitràge del Baumker,
I, 1, p. 3 5 )]. ) p. 12/6 fPL, 63, 1077-8]: Unum enim aliud est essentiae
Simpl,Citate.... Ahud simplicium eoniunctione.... Aliud.... continuitate....
Ahud... compositione.... Alia dicuntur unum aggrega,ione Alta....
proportione.... Alia.... accidente.... Alia.... numerai Alia ZZI'"' Al,a
":;. natura . unum ’ ut participatione speciei plures hommes unus.
Alia.... natwne.... Alia.... more [testo c. s„ p. 9-10]. STORIA DELLA LOCICA IN
OCCIDENTE lotta contro i nominalisti, nella quale pare lo abbia sostenuto un
considerevole talento per le distinzioni 521 ). Riferisce inoltre Giovanni,
ch’egli stesso ha impartito 1’ insegnamento della logica a tale W i 1 1 i r a m
[Guglielmo ?] da Soissons, il quale, da lui presentato poscia a Adamo dal
Petit-Pont (note 440 ss.), ha ideato in seguito una speciale machina contro i
seguaci della vecchia logica (antiqui, logicae vetustas: v. sopra le note 55
ss.) 522 ). Giovanni menziona poi un’altra volta, oltre 621 ) Jou. Saresb.
Metal., II, 10, p. 78 s. (ed. Giles [e Wcbbj): Contali me ad Peripateticum
Palatinum qui. Iurte in monte Sanctae Genoue/ae clarus doclor et admirabilis
omnibus praesidebat. Ibi ad pedes eius prima artis huius rudimento accepi....
Deinde post discessum eius, qui michi praeproperus visus est, adhaesi magistro
Alberico, qui inter ceteros opinalissimus dialeclicus enitebal et erat revera
norninalis sectae acerrimus impugnator. Sic ferme tota biennio conversatus in
monte, artis huius praeceptoribus usus sum Alberico et magistro Rodberto
Meludensi (v. sopra la nota 453)....; quorum alter (cioè Alberico), ad omnia
scrupulosus, locum quaestionis inveniebal ubique, ut quamvis polita planilies
ojjvndiculo non carerei et, ut aiunl, ei [sjcirpus non esset enodis. Nam et ibi
monstrahat quid oporleal enodari ....Apud hos, toto exercilatus biennio, sic
locis assignandis assuevi et regulis et aliis rudimentorum elementis, quibus
pueriles animi imbitumar, et in quibus praejati doctores potentissimi crani et
expeditissimi, ut etc. [PL, 199, 867-8). Menzione di questo Alberico si trova
fatta da Giovanni anche nell’ Enthelicus, v. 55 s. : Iste loquax dicaxque parum
redolel Melidunum, Creditur Albrico doctior iste suo [PL, 199. 966). Ma di
quale Alberico si trattasse, fra i parecchi con questo nome, menzionati in
quell’epoca, non è possibile determinare con sicurezza; la indicazione
cronologica su riferita rende probabile che fosse Alberico da Reims,
soprannominato de Porta Veneris, il quale fece più tardi accoglienza ospitale a
Giovanni da Salibury e all’arcivescovo Tommaso [Becket], quando furon esuli in
Italia. V. Du Boulay, Hist.
Univ. Par.. II, p. 724. e la Ilistoire littér. de la France, XII, p. [72-6, e
particolarmente] 75. 522 ) Ibid., p. 80 [81]: linde ad magistrum Adam....
familiarilalem contraxi ulteriorem.... Interim Willelmiim Suessionensem, qui ad
expugnandam, ut aiunt sui, logicae vetustatem et consequentias inopinabiles
construendas et antiquorum sentcntias diruendas rnachinam postmodum fedi, prima
logices docili dementa et tandem iam dieta praeceplori appositi. Ibi forte
didicit idem esse ex contradictione, cum Aristotiles obloquatur, quia « idem
cum sit et non sit, non necesse est idem esse » (queste parole si trovano negli
Anni, pr., II, 4, 57 b 3: v. la Sez. TV, nota 614), et item, cum aliquid sit,
non necesse est idem esse et non esse. Nichil enim ex contradictione [82]
evenit et conlradictionem impossibile est ex aliquo evenire. Unde nec amici machina ima quel suo avversario,
denominato da lui Cornificio (v. subito appresso), il rappresentante di un
altro indirizzo, a quanto sembra, esagerato e astruso, nello studio della
logica, e lo designa con il nome imaginario di Sertor i u s 523 ). Ma a ciò si
aggiunge, oltre a notizie mal verificate circa un tal Davide, a ITirschau, e un
Giovanni Serio, a A ork r ’ 24 ), un’altra informazione ancora, che dobbiamo a
un autore della fine del secolo XII», cioè a Walter M a p e s, il quale nelle
sue poesie occasionalmente dimostra conoscenza delle personalità e delle
tendenze dominanti nelle scuole; costui menziona (con la osservazione, che il
maggior numero di seguaci lo ha Abelardo), oltre a Bernardo da Chartres, Pietro
da Poitiers e Adamo dal Petit—Pont, anche un certo Regina I d o, uno
straordinario sbraitone, che criticava tutti pellente urgeri potili ut credam
ex uno impossibili omnia impossibitia provenire [PI,, 199, 868], Anche a
prescindere dalla questione di determinare in che cosa inai potesse consistere
questa misteriosa machina, tutto il passo, del quale può anche ben darsi che il
testo sia guasto, mi è rimasto assolutamente incomprensibile; tutto quel che
risulta da un altro passo (v. appresso la nota 624), è che si tentav f di
riattaccare a quelle parole di Aristotele i sillogismi ipotetici. ) Enthet.,\.
116 ss. |PL, 199, 967-8]: Si i/uis credatur logicus, hoc satis est ; Insanire
putes potius. quam philosophari, Seria sani etemm cuncta molesta nimis.
Dulcescunt nugae, vultum sapientis abhorrent, lormenti geritts est saepe videre
librum. Ablactans nimium tencros Sertorius olim Discipulos Jerlur sic docuissc
suos ; Doctor mini juvrnum prelio compulsila et aere Pro magno docuit munere
scire nihil. tuo ), 1THKMI1 Ann ? liì Uirsaugienses, ann. 1137 (ediz. di S.
Gallo. 1690, I, p. 403): David.... monachicum habitum suscepil.... Scripsil
quaedam non spernendae lectionis opuscolo.... de grammatica L. 1, in
Perihermenias Aristotelis libros duos. Che tuttavia le notizie di Tritemio
abbiano scarso valore, lo sanno tutt’ i competenti; d’altra parte è noto che le
cose vanno di gran lunga anche peggio per il 1 ITSEUS [John Pits, 1560-1616],
il quale spesso, quando non copiava il Lei and [John Leland (Leyland,
Laylonde), antiquario inglese m. 1552], inventava semplicemente menzogne,
sicché forse neanche vai la pena di ricordare quel ch’egli dice. De illustribus
Anghae scriptoribus. p. 223 s. (ad ann. 1160): Joannes Serio dictus magister
Serio.... ex Eboracensi canonico Jactus est.... Fontanus Abbas.... Scripsit....
de aequivocis diclionibus librum unum, de univocis dictionibus librum unum. e
appiccò Porfirio alla l'orca (laqueo suspendit), sicché potremmo forse
ravvisare in lui quel Comifìcio di cui parla Giovanni da Salisbury [e da altri
diversamente identificato; cfr. la nota del Webb alla p. 8 della sua ediz. del
Metalogicus] ; menziona inoltre, insieme con Robertus Pullus, un Manerius,
estremamente sottile, mi arguto Bartolomeo e un Roberto Amici a s 525 ). Si può
anche ricordare che la poesia finisce con la cacciata dei monaci dalle scuole
dei filosofi 528 ): e c’è del pari un’altra poesia, che appartiene press’a poco
alla stessa epoca, e rappresenta con molto spirito il contrasto fra il pretume,
dedito ai piaceri del senso, e la fine cultura logica 527 ). 5 “) The latin
poems commonty attributcd to Walter Mapes, collected and edited by TnOMAS
Wrigiit (Londra, 1841-4), dove uella Introduzione è anche esposto quel che di
più preciso risulta sul conto di Walter Mapes. In una delle poesie, Metamorph.
Goliae, v. 189 ss. (p. 28), si trova il passo seguente: Ibi doctor cernitur
ille Carnotensis, Cujus lingua vehemens truncat vclut ensis ; Et hic praesul
praesulum stai Pictaviensis, Prius et nubenlium [studenlium ?] miles et
castrensis (seguono i versi cit. più sopra, nota 442).... [v. 199 ss.)
....Celebrem theologum vidimus Lumbardum ; Cum Yvone, Helyam Petrum (entrambi
grammatici), el Bernardino [p. 29], Quorum opobalsamum, spiralo*, el riardimi. Et professi plurimi sunt
Abaielardimi. Reginaldus monachus dumose contendit. Et obliqui s singulos verbi
s comprehendit ; Hos et hos redarguii, nec in se descendit. Qui nostrum
Porphyrium laqueo suspendit. Roberlus theologus corde vivens mando Adest, el Manerius
quem nullis secando ; Alto loquens spiritii el ore profundo. Quo quidem
subtilior nullus est in rnundo. Hinc et Bartholomaeus faciem acutus. Retar,
dialecticus. sermone astutus, Et Robertus Amiclas simile secutus, Cum hiis quos
praetereo, populus minutus. 5 -’) Ibid., v. 233 (p. 30): Quidquid tantae curiae
sanctione datur. Non ceda t in irritum, ratuni habealur ;
Cucullatus igitur grex vilE pendatur. Et a philosophicis scolis expellatur. —
Amen. 5 “') De presbytero et logico (parimente edito dal Wrigiit, op. cit., p.
251 ss.) in 216 versi, dove a dire il vero non si trova alcun contributo d’
informazione storica per il nostro intento. Il contrasto degl indirizzi ha p.
es. la sua espressione nei versi 29 ss.: Logicus: «Fallis. fallis, presbvter,
coelum Christianum, Abusive loqueris. laedis Priscianum; Te probo falsidicum,
te probo vesanum»; ....Presbyter. « Tace, tace, logice ; tace, tir fallator;
Tace, (lux insaniae, legis vanne lator ;....» Log. — « Peccasti, sed gravius
adjicis peccare. Legem hanc adjiciens vanam nominare; Sanum est, dissercre nel
gramC. Prantl, »S 'torio, della logica in Occidente, H. [§ 38. — Il così detto Cornificio, oggetto
della polemica di Giov. da Salisbury]. — Ai già nominati si unisce finalmente
ancora tutto quell’ indirizzo, che Giovanni da Salisbury, volendo combattere
non contro la persona, ma esclusivamente contro la cosa, qualifica con il nome
simbolico di Cornificio 528 ). I numerosi passi dov’egli rammenta questo suo
avversario o i seguaci di lui, coincidono in un punto, che è questo: c’erano
cioè parecchi, i quali a priori respingevano come inutile ogni tecnica della
parola nudrita di pensiero (eloquentia o logica), perchè tutto ha fondamento
nella disposizione naturale, e pertanto, chi possieda questa, senza punta
tecnica, tocca da se medesimo il segno, e invece chi non ha talento, non fa
progressi neanche in grazia della teoria 629 ). E quando si soggiunge che
questi « filosofi di mutilare, — Si insanum reputai, velim dicas quare». Prcsb.
— « Dco est udibile vestrum argumentum ; Ibi nulla veritas, toturn estfigmentum
;», o p. es. ai versi 129 ss.: Log. —« Audi, inter phialas quid philosopharis ;
follus, non philosophus, bine esse probaris ; Stulto sunt similia singola quac
faris, [parte tua caream quarti ibi lucraris ]. Epicure lubrice, dux ingluviei,
Cujus Deus venter est, dum sic servis ei etc. ». 62S ) J OH. Saresb. Metal., I,
2, p. 14 [ed. Webb, p. 8|: Utique par est sine derogatione personae sententiam
impugnari ; nichilque lurpius quam cum sententia displicet aut opinio, rodere
nomea aucloris.... [9] Celerum opinioni reluclor, quae multos perdidit, eo quod
populum qui sibi credat habet ; et licei antiquo novus Cornificius ineptior
sii, ei tamen turba i nsipienlium adquiescit. — Polycr., I, Prol., p. 15 [16]:
Aemulus non quiescit, quonium et ego meum Cornificium habeo.... Quis ipse sit, nisi ab iniuriis temperet, dicam....
Procedat tamen et publicet, arguat meum ralione vel auctoritate mendacium [PL,
199, 828 e 388], Dal modo di esprimersi dello scrittore in questi due ultimi
passi, risulta come Giovanni non abbia fatto che trasportare simbolicamente il
nome di Cornificius da un personaggio del1 antichità al suo proprio nemico, e
può ammettersi con certezza che a ciò gli abbiano dato occasione le notizie di
Donato (Pila Virgilii, c. 17 s. : vedi le Opere di VIRGILIO, ed. Wagner, I, p.
XCIX s.), riguardo a un tale Cornificio, avversario di Virgilio « ob perversam
naturami> [cfr., nella ediz. Brummcr delle Vitae Vergilianae, il « Plenus
apparatus ad vitam Vergilii Donatianam», p. 31], 529 ) Ib., Metal., I, 1, p. 12
[ed. Webb, p. 6]: Miror ilaque.... quid sibi vull, qui eloquentiae negat esse
studendum.... p. 13 [8[: Cornificius noster, studiorum eloquentiae imperitus et
improbus impugnalor. — C. 3, p. 15 [10]: Fabellis tamen et nugis suos pascit
interim auditesta propria », avendo a disdegno F intiero trivio e quadrivio. si
son gettati sopra forme di attività pratica e sovra profitti pecuniari ;>3
°), sarebbe in ciò da riscontrare un indizio significativo, in quanto si
direbbe che tale corrente, non prendendo ispirazione da vedute clericali o
dommatiche bensì per effetto di un impulso pratico, si sarebbe mostrata avversa
al farraginoso viluppo della scienza scolastica, e avrebbe richiamato
l’attenzione sopra il valore immediato del talento individuale. Così potremmo
intendere tali manifestazioni come un preludio di tendenze svoltesi più tardi.
Qualora ci fosse lecito riferire al così detto Cornificio anche la notizia, che
taluni rigettarono le Categorie e la Isagoge come inutili libri elementari 531
), potremmo forse ritenere che il già tores quos sine artis beneficio, si vera
sunt quae promittit, fa ci et eloquentes et tramite compendioso sine labore
philosophos. — C. 5-6, p. 23 [20]: Neque erti rii. ut Cornificius, meipsum
docui.... Non est ergo ex eius sententia.... sludendum praeceplis eloquentiae ;
quoniam eam cunctis natura ministrai aut negai. Si ultra ministrai aut spante,
opera superflua et diligentia ; si vero negai, inefficax est et inanis. — C. 9,
p. 29 [26]: Eo itaque opinionis vergit intentio, ut non omnes mutos faciat.
quod nec fieri potcst nec expedit, sed ut de medio logicam tollal. — Ibid.. II,
Praef., p. 62 [60]: Logica, quam. etsi mutilus sit et amplius mutUandus,
Cornificius, parielem solidum eccoti more palpans, impudenter attemptat et
impudenlius criminatur. — Ibid., IV, 25, p. 181 [192]: Sed Cornificius nosler,
logicar criminator, philosophantium scorra, non immerito contemnetur. —
Enthel., v. 61 ss. « Quum sit ab ingenio totum, non sit libi curae. Quid prius
addiscas posteriusve legas ». Ilare schola non curai, quid sit modus ordove
quid sit. Quam teneant doctor discipulusve viam [l’L, 199: 827, 828, 833 837,
857, 931, 966], 530) j \Jctal. I, 4, p. 20 [15]: Alii autem Cornificio similes
ad vulgi professiones easque prophanas relapsi sunt; parum curantes quid
philosophia doceat, quid appetendum fugiendumve denuntiet ; dummodo rem
faciant, si possunt, recte ; si non, quocumque modo rem (Hor. Ep. 1, 1,
65[-6])....Evadebant illi repentini philosophi et cum Cornificio non modo
trivii nostri sed totius quadruvii contemptores IPL, 199. 831], 531 ) Ibid.,
III, 3, p. 123 [128]: Sunt qui librum islurn (cioè le Categoriae), quoniam
elementarius est, inutilem fere dicunt, et satis esse putant ad persuadendum se
in diabetica disciplina et apodictica esse perfectos, si contempserinl vel
ignoraverint illa, quae in primo commento super Porphirium anlequam artis
aliquid attingatur docel Boelius praelegenda [PL nominato Reginaldo fosse per
lo meno un rappresentante di questa tendenza 532 ), se non apparisse inutile,
con tante lacune nella conoscenza delle fonti, presentare semplici congetture.
Ma quale idea si fosse fatta lo stesso Giovanni della origine di siffatta opposizione
alla logica scolastica, è stato già più sopra indicato, alle note 52 s. [§ 39.
— Giovanni da Salisbury: a) i suoi studi: il « Metalogicus»]. — Ma così è
venuto il momento di occuparci proprio di quello stesso autore, che già tante
volte abbiamo finora dovuto usare quale fonte, cioè di Giovanni da Salisbury).
Costui (morto nel 1180) aveva intrapreso lo studio della logica alla scuola di
Abelardo, lo aveva proseguito presso il già ricordato Alberico, Roberto da
Melun e Guglielmo da Conches, M2 ) È possibile che nella espressione sopra
citala « laquco suspendi!» (nota 525) si celi anche un’altra volta un giuoco di
parole con Cornificius e carni/ex. V. upprcsso, nota 545, un altro giuoco di
parole con cornicari. 693 ) Approfondite ricerche sopra Giovanni da Salisbury,
dal punto di vista della storia letteraria, sono state presentate da Cristiano
I’ETERSEN nella sua edizione dell’Uref/ietieus (Amburgo, 1843). La monografia,
nella quale Ermanno Reuter (Johann von Salisbury : Zur Geschichte der christlichen
Wissenschaft im 12. Jnhrhundcrl [G. da S. : Per la storia della scienza
cristiana nel 12° Secolo], Berlino, 18 12) ha tentato di svolgere la dottrina
di Giovanni, generalmente si risente dell’orientamento proprio dell’Autore, e
che è tanto sbagliato quanto estremamente insufficiente. Una ricca esposizione
della dottrina stessa la dobbiamo a C. ScHAARSCHMIDT, Joh. Saresberiensis nach
Leben und Studiai, Schriften und Philosophie [G. da S. ueda vitu e negli studi,
negli scritti e nella filosofia] (Lipsia, 1862): ma le osservazioni ch’egli
muove in questo suo libro (p. 303 ss.) contro il mio modo di vedere, non in’
inducono per nulla a modificare la mia opinione, che trova appoggio nelle
fonti. — Le citazioni son fatte sulla base della edizione complessiva di A.
Giles (Oxford 1848, in 8°, 5 voli., dei quali il 3° e il 4° comprendono il
Policraticus, mentre il Metalogicus si trova nel 5°), sebbene tale edizione non
sia adatto compiuta con diligenza, e sia particolarmente da rilevare conte
essa, con la più assurda interpunzione, renda spesso difficile l’intelligenza
del testo (le necessarie modificazioni ce le introduco tacitamente). [Qui sono
aggiunti, per il Policraticus e per il Melalogicon, i rinvii alle più recenti
ediz., curate dal Webb. e seguite in massima nella riproduzione dei testi]. poi
entrò in relazioni scientifiche con Adamo' dal PetitPont, ascoltò di nuovo
lezioni di dialettica presso Gillierto de la Porrée, di teologia presso Roberto
Pulleyn [e Simon Pexiacensis], indi ritornò agli Abelardiani, che nel corso di
quei vent’anni nulla avevano appreso e nulla dimenticato 534 ), e compose
intorno al 1160 535 ) il suo Metalogicus, dove principalmente espose le sue
vedute relativamente alla logica. Giovanni ha scritto, come dice egli medesimo,
quest’opera sua soltanto a memoria, frettolosamente e in breve tempo, dopo che
da molti anni aveva interrotto i suoi studi di logica, e fu suo intento non già
di comporre un commento che servisse a insegnare o a imparare, bensì
essenzialmente di dimostrare la utilità della logica, contro gli attacchi che
le erano stati mossi, e così difenderla 636 ). 534 ) Metal., II, 10, dove al
passo citato più sopra (n. 521) fa seguito (p. 79) [79]: Deinde.... [80] me ad
gramaticum de Concilia transtuli, ipsumque triennio docentem audivi. Viene
appresso il contenuto della precedente nota 522, e poi [82]: Reversus
itaque.... repperi magistrum
Gileberlum. ipsumque audivi in logicis et divinis ; sed nimis cito subtractus
est. Successa Rodbertus Pullus, quem vita pariter et scienlia commendabanl. Deinde me excepit Simon Pexiacensis [J’issiacensis.
Pisciacensis, cioè da Poissy: è lecito congetturare eon lo Wcbb che si tratti
dello stesso Simone, di cui v. qui sopra. nota 54].... Sed hos duos in solis
theologicis habui praeceptores.... locundum itaque visum est veteres quos
reliqueram et quos adhuc diabetica detinebat in monte recisero socios, conferve
cum eis super ambiguilatibus pristinis, ut nostrum invicem ex collatione mutua
commeliremur profectum. Inventi suiti qui fuerant et ubi ; neque enim ad palmam
visi sunt processisse. Ad quaesliones pristinas dirimendas neque
propositiunculam unam adiecerant. — Ibid., Ili, 3, p. 129 [134]: Habui enim
hominem (cioè Adamo dal Petit — Pont: v. la nota 441) familiarem assiduitate
colloquii et communicatione librorum et cotidiano fere exercitio super
emergentibus articulis conferendi ; sed nec una die discipulus eius fui. Et
lamen Italico gratias, quod eo docente plura cognovi, plura ipsius.... ipso
arbitro reprobavi [PL, 199, 868-9 e 899]. Cfr. inoltre la nota 54. 53ó) V.
Petersen, loc. cit., p. VI e 73 ss. 63B ) Metal.. Prol., p. 8 [2]: Siquidem cum
opera logicorum vehementius tanquam inulilis rideretur, et me indignanlem et
renitenlem aemulus cotidianis fere iurgiis provocare!, tandem litem excepi et
ad.... cnlumnias.... studiti responderc.... [3] Placiti! itaque sociis ut hoc
ipsum tumultuario sermone dictarem ; cum nec ad sententias subtiliter . [b)
punto di vista utilitaristico, alla maniera di Cicerone. La divisione del
sapere ]. — Per lui il punto di vista decisivo è quello della utilità, e per
conseguenza dobbiamo già aspettarci di trovar in lui un eclettico, che procede
assolutamente senza scorta di principii 537 ). Dominato com’è anche lui dalla
pratica tendenza utilitaria, si distingue dal suo avversario Cornifichi,
soltanto perchè non rigetta, come costui, la dottrina delle scuole, bensì vuole
render pratica questa dottrina stessa; ma egli è filosofo tanto poco quanto
Cicerone, con il quale si trova in intimo accordo. Anzi fa anche espressamente
professione di aderire alla dottrina probabilistica di quella setta degli
Accademici, ch’era caldeggiata da Cicerone 63S ), e per conseguenza trova nella
utilità pratica il fine unico di ogni scienza 539 ). In tal senso si esprime
circa il peexaminandas nec ad verbo expolienda studium supcresset aut otium....
(p. 9) Nam ingenium hebes est et memoria infidelior quarti ut antiquorum (v. le
note 55 ss.) subtilitates percipere aut quae aliquando percepta sunt diutius
valeam retinere.... Et quìa logicae suscepì patro cinium. Metalogicon inscriptus est liber. Praef. p. 113 [117]: Anni fere vigilili elapsi sunt
ex quo me ah officiai» et palaestra eorum qui logicam profitrntur rei
jamiliaris avulsit angustia.... Unde me excusaliorem habendum pillo in bis quae
obtusius et incultius a me dieta leclor internet. Ergo procedat oratio. et quae
anliquatae occurrent memoriae de adolescentiae sludiis, quoniam iocunda aetas
ad menlem reducilur ctc. — III, 10, p. 156 [164]: ....pròpositura est ;
scilicet, ut potius aemulo occurratur, quarti ut in artes, quits omnes docenl
aut discunt, commentarli scribantur a nobis TP!, 199: 824, 889-90, 916], 1 ’
537 ) Reuter s’inganna a partito, quando parla di un « superiore punto di vista
filosofico», che Giovanni avrebbe assunto, elevandosi al disopra degl’
indirizzi allora contrastanti. ) I olycr., I, Pro!., p. 15 [1. 17] :
[cum]....in phitosophicis academice disputane prò ralionis modulo quae
occurrebant probabilia sectatus sim. Nec Academicorum erubesco professionem.
qui in bis quae sunt dubilahilia sapienti, ab eorum vestigiis non recedo. Licei
enim seda haec tenebras rebus omnibus videalur inducere, nulla ventati
examinandae jidelior et, auctore Cicerone qui ad eam in senectute divertii,
nulla profectui familiarior est. — Metal., II, 20, p. 102 [106]: qui me in bis,
quae sunt dubitabilia sapienti, Academicum esse pridem pro/cssus sum [PL, 199:
388 e 882|. 63 ") Metal., Eroi., p. 9 [4]: De moribus vero nonnulla
scienter inserui ; ratus omnia quae legiintur aut scribunlur inutilia esse, nisi
dantesco verbalismo e la sottigliezza dei dialettici, facendo uso di termini
così energici, che il più sistematico nemico della logica in generale, non
potrebbe pronunziarsi con maggiore veemenza 54 °); anzi persino in quelle
discettazioni sopra le Categorie, alle quali il suo maestro Gilberto s’era
dedicato, egli trova, pur essendo per molti lati d’accordo con lui (v. appresso
le note 582 ss., 593 ss. e 606 ss.), da criticare tuttavia qualche cosa, che
possa cioè scapitarne la conoscenza morale di noi stessi 5U ) : e trascinato
dal suo zelo per la teologia morale, qualifica la logica aristotelica, che pur
vuole difender contro chi l’attacchi, con il termine aslutiae, che siamo
abituati a veder usato dai nemici fanatici della filosofìa 542 ). quatenus
afferunl nliquod adminiculum vilae. Est enirn quaelibet professi philosophandi inutili et
falsa, quae se ipsam in cultu virlulis et vitae exhibitione non aperit [PL,
199, 825]. MO) Polycr., VII, 9, p. 110 [II, 123]: Suspice ad moderatores
philosophoruni temporis nostri....; in regula una aut duobus aut pauculis
verbis invenies occupalos. aut ut mullum pauculas quaesliones aplas iurgiis
elegerunt, in quibus ingenium sutim exerceant et consumatit aetatem. Eas tamen
non sufficiunt etwdare, sed nodum et tolam ambiguitatem cum ititricntione sua
per auditores suos transmittunt posteris dissolvendum.... Latebras quacrunt,
variant faciem, nerba distorquenl,... si in eo perstiteris, ut quocumque verbo
defluant et volvantur. quid velit, intelligas et quid sentiat [II, 124] in
tanta varietale varborum, et tandem vincietur sensu suo et capielur in verbo
oris sui, si substantiam eorum quae dicunlur attigeris firmiterque tenueris. —
lbid., 12, p. 122 [II, 136]: Erranl ulique et impudenler errant qui
philosophiam in solis verbis consistere opinantur ; erranl qui virtutem verbo
putant.... Qui verbis inhaerent, malunt videri quam esse sapientes.... [II,
137] quaestiuneulas movent, intricala verbo ut suum et alienum obducant sensum,
paratiores ventilare quam examinare si quid difficultalis emersit [PL, 199, 654
e 662]. Inoltre, la precedente nota 58. 511 ) Jbid., Ili, 2, p. 164 [I, 174]:
Inde est forte quod illi, qui prima totius philosophiae elemento posteris
tradcre curaverunt, substantiam singulorum arbitrati sunl intuendam,
quantilatem, ad aliquid. qualitotem, situai esse, ubi, quando, habere, facete,
et pati, et suas in omnibus his proprietates, ari intcnsionem admittant, et
susceptibilia sint contrariorum, et ari eis ipsis aliquid invenialur adversum
(queste ultime son tutte questioni discusse appunto da Gilberto: v. le note
489-509 [507]). Provide quidem haec et diligenter, etsi in eo negligentiores
exstiterint. quod sui ipsius notitiam in tanta rerum luce non asseculi sunt
etc. [PL, 199, 479]. 5! -) Jbid., IV, 3, p.
227 [I, 243]: Astutias Aristolilis, Crisippi acuMa se cerchiamo quindi di
scoprire quale sia la posizione che Giovanni assegna alla logica, dal punto di
vista di un ordinamento sistematico, vediamo una volta, relativamente alla
divisione delle scienze, accennato da lui un tono fondamentale, che ci ricorda
molto da vicino Ugo da S. Vittore (note 45 s.), designandosi come forze
ancillari, sotto la sovranità della divina pagina, le discipline meccaniche,
teoriche e pratiche, e con esse la filosofia che erige il saldo baluardo 543 )
: e a tal proposito è degno di nota che anche da Ugo il compito della logica è
trasferito nel perfezionamento della espressione verbale. E quando un altra
volta, tenendosi attaccato, nella maniera più lampante, a Gilberto (nota 465),
Giovanni distingue ima triplice funzione della ratio, — in quanto che l’uso
concreto di questa (modus concretivus) è rivolto alla natura sensibilmente
percettibile, Tattivita astrattamente analitica ( resolvere ) conduce alla
matematica, e la comparazione riferente (conjerre et rejerre) è compito della
logica 544 ), — già da ciò desumiamo l’attitudine di Giovanni ad afferrare a
capriccio opinioni varie di altri, e a metterle ancora, ecletticamente, una
accanto all’altra. mina, omniumque philosophorum lendiculas resurgens mortuus
confutabat. Metal., Ili, 8, p. 141 [147]: Pithagoras naluram exculit, Socrates
morurn praescribit normam, Plato de omnibus persuader, Aristotile* argutias
procurai [PL, 199. 518 e 906], Cfr. la nota 560.,,J3 ) Enthet., v. 441 ss.:
Ilaec scripturarum regina vocalur, eandem Divinam dicunt.... Haec caput
agnoscil Philosophia suum ; Huic omnes artes famulae ; medianica quaeque
Dogmala, quac variis usibus apio videi, Quae jus non reprobai, sed publicus
approbat usus, Iluic operas debent militiamque suam ; Practicus buie servii
servitque theoricus; arcem Imperli sacri Philosophia dedii [PL, 199, 971-5].
Riguardò a Ugo, cfr. più oltre la nota 555. 64 ‘) Ibid., v. 659 ss.: Res
triplici spedare modo ratio perhibetur, Nec quartum poluit meni reperire modani
; Concretivus hic est, alius concreta resolyit, Res rebus confert tertius atque
refert ; Naluram primus, mathesim medius comilatur, Vindical extremum logica
sola sibi [c) punto di vista retorico,
come in Cicerone. Grammatica e dialettica ]. — Ma invero per la logica il punto
di vista propriamente eclettico è il punto di vista retorico, perchè questo si
libera di tutte le difficoltà che si possono presentare nelle questioni
filosofiche fondamentali: e così anche Giovanni è esonerato dalla fatica di
decidersi per ima data concezione filosofica, a preferenza delle altre. Senza
determinare più precisamente il posto della logica nel campo delle scienze, nè
discutere in base a una qualsiasi veduta, pur che fosse una e ben definita, la
relazione del pensiero subbiettivo con la obbiettività o con la forma della
espressione verbale, egli può qui accontentarsi di opporre ai nemici della
logica, sfoggiando una ricca colorita varietà di frasario, e traendo partito
dalla solita tradizione scolastica, il concetto e il valore della « eloquentia»
64S ). La maniera in cui il pensiero si atteggia rispetto alla espressione
verbale, è qualificata mercè un fioretto retorico, parlandosi di un « dolce e
fecondo connubio» della ragione e dell’eloquio 546 ), nè diverso valore ha
l’altra frase, che cioè le proprietà delle cose « ridondano» nelle parole: e
data l’affinità che sussiste fra le cose e ciò che di queste si dice
[.sermones] (lo stesso 5Ji ) Melai.. I, 7, p. 24 [21]: Cornicatur haec domus insulsa (suis
tamen verbis ) et quarti constai totius eloquii contempsisse praecepta.... [22]
Ait cairn : Superflua sunl praecepta eloquentia, quoniam ea naturaliler adest
aut abest (nota 529). Quid, inquarti, falsius ? Est enim. eloquentia facullas
dicendi commode quod sibi cult animus expediri.... (p. 25) Ergo cui facilitas
adest commode exprimendi verbo quidem quod sentii, eloquens est. Et hoc
faciendi jacultas rectissime eloquentia nominatur. Qua quid esse praeslantius
possit ad usum, compendiosius ad opes. fidelius ad gratinai, commodius ad
gloriam, non facile video [PL. 199. 834]. M6) lbid., I, 1, p. 13 [7]: Ratio,
sciattine virlutumque parens..., quae de verbo frequentius concipil et per
verbum numerosius et fructuosius parit, aut omtrino sterilis permanerei aut
quidem infecunda, si non conceptionis eius fructum, in lucem ederet usus
eloquii; et invicem quod sentii prudens agitano mentis hominibus publicaret.
Haec autem est illa dulcis et fructuosa coniugatio rationis et verbi, quae etc.
[PL si legge in Abelardo — cfr. la nota
308 —, e qualche cosa di simile in Gilberto — cfr. la nota 457), si tratterebbe
semplicemente di possedere in mente una quantità di cose, e in bocca una
quantità di parole 547 ). Insomma per Giovanni il punto di vista più essenziale
è rappresentato dalla consistenza dei mezzi, che s’abbiano una volta a
disposizione, appropriati per la manifestazione del pensiero con il discorso, e
pertanto la « logica nel significato più esteso» della parola, è da lui
definita in termini ciceroniani come ratio loquendi vel disserendi, onde è di
sua competenza l’addestramento all’uso del discorso (magisterimn sermonum): e
qui essa, mentre da un lato rivela la propria utilità, dall’altro lato tiene
anche il primo posto fra le arti liberali, poiché in quella più vasta accezione
comprende anche la sfera della grammatica 548 ). Ma mentre con ciò si
renderebbe tuttavia manifesta la esigenza di una più rigorosa determinazione,
in ordine a questa estesa definizione, della relazione reciproca tra grammatica
e logica (cfr. subito appresso la ) Ibid., 16, p. 42 [39]: Natura enìm copiosa
est et ubertatis suae pratiam Immotine mdigentiae facit. Inde ergo est, quod
[401 pròpnetas rerum redundat in voces, dum ratio offertat sermone, rebus de
quibus loquUur esse cognatos. — Polycr., VII, 12, p. 124 fll. 1391 A telili
cairn utilius, nichil ad gloriam aut rcs adquirendas com'modius inventati quam
eloquenza quae ex eo plurimum comparatile si rerum ln r re copia sit ver,l °
rum fPL, 199, 845 e 6631. etuTrìJ, 1 ': 10 ’ P ‘ w 8 [ 2 J ]: Est ita ^ e lo *
ica ' ). Ma poiché
ciascun’argomentazione o disputa consiste di espressioni verbali, si la ora la
distinzione — in maniera simile che in Abelardo (nota 271), e tenuto conto di
questa definizione più ristretta (cfr. invece la nota 548) — fra la grammatica,
che tratta soltanto della dictio, e la dialettica, che ha per oggetto e
contenuto i dieta : ma a tal proposito, con atteggiamento di puro
indifferentismo, si qualifica come irrilevante la questione se si tratti qui
del profferire, o di quello che vien profferito 556 ). E mentre Giovanni a ciò
novamente ricollega la parcisecundo super Porphirium asserii (p. 47 [PL, 64,
73; ed. Brandt, 140]), est orlus logicai disciplinae. Oporluit enim esse
scientiam quae veruni a falso discerncret. et doceret quae ratiocinatio veram
teneat similari i disputarteli, quae verisimibm, et quae fida sit, et quae
debeat esse suspecta ; alioquin veritas per ratiocinantis operam non poterai
diveniri. — I, 15, p. 41 [39]: Diabetica autem id dumtaxalaccentai. quoti verum
est aut verisimile, et quicquid ab his longius dissidet ducil absurdum [PL.
199: 857, 858 e 844]. 5M) ihid.. II, 3. p. 65 [64]: Profecta igitur hinc est et
sic perfecta scientia disserendi ; quae disputandi modos et rationes
probationiim aperit...; aliis philosophicis disciplinis posterior tempore, seti
ordine prima (parimente Ugo da S. Vittore, nota 46: e cfr. la nota 543). Inchoanlibus enim philosophiam
praelegenda est, eo quod vocum et intellectuum inlerpres est. sine quibus
nullus philosophiac articulus recte procedil in lucern [PL, 199, 859]. 5M )
lbid., 4. p. 67 [65] : Est autem diabetica, ut Angustino placet (v. la Sez. XII,
nota 30), bene disputandi scientia.... Est autem disputare, aliquid eorum, quae
dubia sunt aut in [66] contradictione posila aut quae sic rei sic proponunlur
catione supposita probare rei irnprobare ; quod quidem quisquis ex arte
probabiliter facit, ad dialectici pertingil metani. Hoc autem ei nomea
Aristotiles auctor suus impostili, eo quod in ipsa et per ipsam de diclis
disputatile : ut enim gramatica de diclionibus et in dictionibus. teste
Ilemigio (Sez. precedente, nota 172), sic ista de dictis et in diclis est. Ilio
verbo sensuum P rln ~ cipaliter : sed linee examinat sensus verborum ; nani
lecton [aev. .ov] graeco eloquio (sicut ait Isidorus) (Sez. precedente, nota
27) dietum appellalur. Sire autem
dicatur a Graeco lexis [>.£''.;], quod locutio interpretalur.... site a
lecton [)£Xt6v], quod dietum nuncupatur. non multum refert ; cum ex aminare
loculionis vim et eius quod dicitur veritalem et sensum. idem aut fere idem sit
; vis enim verbi sensus est. — III, 5, p. 137 [142]: Est autem res de quo
aliquid, dicibile quod de aliquo, dictio quo dicitur hoc de ilio : e a ciò fan
seguito le parole sopra citate, alla nota 207 [PL. zione delia logica, venuta
in voga nella scuola, da Boezio in poi 537 ), la conoscenza ch’egli ha di
Aristotele, lo porta in pari tempo a distinguere tra apodittica e dialettica:
in tale distinzione tuttavia, neanche la prima delle due reca in se stessa una
propria interna finalità, bensì rimane pur sempre come cosa essenziale la
utilità della logica, così divisa, nella sua totalità 558 ). [d) conoscenza
compiuta . 66 [64]: Pro co namquc logica dieta est. quod rationalis, i. e.
rationum ministraloria et examinalrix est. Divisti eam Plato in dialeclicam et
rethoricam ; sed qui efficaci am eius altius metiuntur, et pitica attribuunt.
Siquidem ci demonstrativa. probabilis et sopii'stira subicmntur, ecc., in piena
conformità con Boezio (v. in Sez. XH, nota 82). Così pure 5, p. 68 [67]:
Demonstrativa. probabilis, et sophistica, omnes quidcm consistimi in inventione
et iudicio, et itidem dividentes, diffinientes, et colligentes, domestici
rationibus utuntur : v. ibid. la nota 76 [PL, 199, 859 e 861], yotq Uiid.. II,
14, p. 85 [87]: Principia inique dialecticae probabilia sunt ; sicut
demonstralivae necessaria . — III, IO, p. 152 [160]: Sophisma est sillogismus
litigatorius ; philosofimn vero, demonstrativus ; argumentum aulem. sillogismus
dialecticus ; sed aporisma (v. la Scz. IV, nota 33), sillogismus dialecticus
contradictionis. Horum omnium necessaria estcognitio, et in facultatibus
singulis perutilis est exercilalio. — p. 154 [162]: Sic simrum instrumentorum
necessc est logicum expedilam habere faciillatem, ut scilicet principia noverii.
probabilibus habuntoo et inducendi omnes ad manum habeat rationcs [PL iiosce
più gli scritti logici parzialmente, e soltanto per sentito dire, è da lui
qualificato come vero duce (campiduc- tor) di tutti gli studiosi di logica, e
in ogni caso, sebbene con le riserve dovute all’autorità della fede cristiana e
della teologia morale, come maestro dell’arte di disputare 559 ): al
ciceroniano Giovanni, cioè, manca naturalmente il senso dell’ intimo valore
filosofico della logica aristotelica, nella quale scorge invece soltanto una
tecnica estrinseca: e perciò è anche sua opinione questo ci fa ricordare la espressione su
ricordata (nota 542) « astu- tiae» — che Aristotele mostri maggior vigore nella
polemica contro altri, che non nella costruzione positiva della sua propria
dottrina 58 °). Prese le mosse dalla tesi che la logica, come tecnica dei
discorsi ( sermones ), comprendendo inventio e iudicium (Sez. XII, nota 76), è
lo strumento di tutte le discipline, per la quale ragione appunto Aristotele si
è meritato di essere soprannominato « il Filosofo » 581 ), Giovanni con- 559 )
Ihid., Ili, 10, p. 147 [154]: Rei rationalis opifex et campi- doctor (Giles
legge campi doctor [PrantJ, campiductor ]) eorum qui lo- gicam profitentur.
Campidoctor (come sopru) itaque Peripateticae disciplinae, quae prae ceteris in
veritatis indaga- lione laboret, infelicem summam operis dedignatus, taluni
compqnil (allusione a Hor. Ars poet., v. 34); cerlus quoti cuiusque operis per-
fectio gloriam sui praeconalur aucloris. — IV, 23, p. 180 [190] : Sicul optimus
campidoctor (qui anche il Giles dà la lezione corretta [ campiductor ]) hunc ad
infcrendam pugnimi, illum inslruit ad cau- telam. — 27, p. 183 [193]: Nec tamen
Aristotilem ubique bene aut sensissc aut dixisse protestar, ut sacrosanctum sit
quicquid scripsit. Nam in pluribus [194], optinente ratione et auctoritatc
fidei, con- vincitur errasse . linde sic accipiendus est, ut ad promovendos iu-
vrnes ad gravioris philosophiae instituta doctor sit, non morum sed
disceptaiionum [PL, 199: 910, 915-6, 930, 932], 5 ““) Ibid., III, 8, p. 141
[147]: Aristotilem prue ceteris omnibus tam aliae disserendi ratiocinationes
quam diffiniendi titulus (cioè il contenuto del 6° Libro della Topica)
illustrarci, si tam patenter astrarrei propria quam potenter destruxil aliena
[PL, 199, 906], M1 ) Enlhel., v. 821 ss.: Magnus Arisloleles sermonum possidet
artes Et de virtutum culmine nomen habvt. Judicii libros componil et inve-
niendi Vera, facultales tres famulantur ei; Physicus est moresque docet, sed
logica servii Alidori semper officiosa suo ; Haec illi nomen proprium Jacit
esse, quod olim Donai amatori sacra Sophia suo ; Nam qui prae - sidera
l’intiero Organon in una maniera che perfettamente si accorda con il modo di
pensare di Abelardo (note 271 ss.); Aristotele cioè avrebbe ricevuto dalle mani
dei grammatici la semplice vox significativa, della quale avrebbe preso a
trattare nelle Categorie, in tal guisa che essa possa poi (De Interpretatione)
venire considerata come elemento della complessa struttura del giudizio, e a
ciò possa far seguito Io svolgimento di quanto si attiene alla inventio e al
iudicium ; la Isagoge compilata da Porfirio [per introdurre] alla prima di
queste parti principali, appartiene al tutto, proprio soltanto quale introduzione,
e non si deve, come si suole da molti (note 56 ss.), farne per così dire la
cosa principale 562 ). Così però si opera nell’Organon anche una nuova
divisione in due gruppi principali, in quanto che la Isagoge, le Categorie e il
De interpr. posson valere solamente da gradi preparatorii (praeparaticia
artis), essendo tali libri ad artem, piuttosto che de arte, laddove la tecnica
vera e propria, nella quale la inventio e il iudicium trovano la loro piena
esplicazione, si presenta nelle tre opere celiò, liluli communis honorem
Vindicat. — Metal., II, 16. p. 88 [90]: fìrnnes se Aristotilis adorare vestigio
gloriantur ; adeo quidem, ut communi' omnium philosophorum nomea praeminentia
quadam sihi proprium fecerit. Nam et antonomasice, i. e. excellenter. Philo- sophus
appellatile [PL, 199: 983 c 873], 562) jVf e (a/., II, 16. p. 89 [90]: Ilic
ergo (cioè Aristotele) proba- bilium rationes redegit in artem et, quasi ab
dementis incipiens, usque ad propositi perfectionem evexit. Hoc autem pianura est his qui
scru- tantur et diseutiunt opera cius. Voces enim primo significativas. i. e.
sermones incomplexos, de gramolici menu accipiens, differentias et vires eorum
diligenler exposuit, ut ad complexionem enuntiationum et inveniendi
iudicandique scientiam facilius qccedant. Sed quia ad lume elementarem librum
magis elementarem quodammodo scripsit Por- phirius, eum ante Aristotilem esse
credidii antiquitas praelegendum. Recte quidem, si recte doceatur ; i, e. ut
tenebras non inducal [91] erudiendis nec consumai aetatem,,.. linde quoniam ad
aliu introduclorius est, nomine Ysagogarum inscribitur. Itaque inscriptioni
derogant qui sic versantur in hoc, ut locum principalibus non relinquant [PL,
principali: Topica, Analitici e Soph. Elenchi 563 ). Ma proprio per rispetto alla inventio e al iudicium,
risulta di nuovo un altro punto di vista da adottar quale principio della
partizione, in quanto che la Topica, insieme con i libri precedenti, riguarda
prevalentemente e fondamentalmente la inventio, laddove alla stessa maniera
Analitici e Soph. El. debbono servire al iudicium ; tuttavia neanche si
potrebbe daccapo mantenere rigorosamente questa partizione (della quale poi non
sappiamo davvero perchè in generale sia stata assunta come fondamentale),
perchè alla inventio contribuiscon pure gli Analitici e i Soph. El., e
viceversa anche la Topica giova al iudicium 564 ). D’altra parte, oltre a tutto
ciò, troviamo che Giovanni, per far intendere che cos’è l’Organon, utiM3 ) Dopo
che cioè nel lib. Ili, cap. I, del Metal, si è trattato della Isagoge, nei cap.
2 e 3, delle Categorie, c nel cap. 4, del De interpr., al principio del c. 5,
p. 134 [139] si legge: Artis praeparalitia praecesserunl, ad quam suus opifex
et quasi legislator rudem omnino tironem irreverenter el, ul dicisolet, illotis
manibus non censuit admittendum.... Utilissima quidem sunt et, si non satis
proprie dicantur esse de arte, satis vere dicuntur esse ad artem : parum autem
refert, si magis dicatur ari sic. Ipsum itaque quodammodo corpus artis, deditctis
praeparatiliis, principaliter consistit in tribus ; scilicet Topicorum.
Analeticorum. Elenchorumquc notitia; his enim perfecte cognitis, et habitu
eorum per usum et exercilium roboratis, inventionis et iudicii copia
suffragabitur in omni facultate tam demonstratori quam dialectico et sophistae
[PL, 199, 902]. M4 ) Ibid., IV. 1, p. 157 [165]: Unde cum inventionis
instrumenta procurasset et usum. quasi in conflatorio setlens, examinatorium
quoddam studuit cadere, quo diligentissima fieret examinatio rationum. Ilic
autem est Analeticorum liber, qui ad iudicium principaliter special, et lanieri
ad inventionem aliquatcnus proficit. Nani [166] disciplinarum omnium connexae
sunt rationes, et qucelibel sui perfectionem ah aliis mutuatur. — III. 5, p.
134 [139]: Scientia Topicorum. quae, etsi inventionem principaliter instruat,
iudiciis tamen non mediocriler sujjragatur.... Siquidem sibi invicem universa contribuunt. coque in
[140] proposito facultate quisque expeditior est, quo in vicina el cohaerente
instructior fueril. Ergo et tam Analetice quam Sophistica conferunt inventori,
et Topice itidem conducit indicanti ; facile tamen adquieverim singulas in suo
proposito dominari et accessorium esse beneficium cohaerentis. — IV, 8, p. 164
[173]: Licei ad iudicium maxime dicatur hacc scientia (se. demonstrativa)
pcrtinere, invenlioni tamen plurimum conferì [PL izza una similitudine, e
compiutamente la svolge, facendo corrispondere alle lettere dell’alfabeto le
Categorie, e alle sillabe il libro De interpr. 56S ); fa poi seguito la Topica,
che rappresenta la parola (dictio) e v’incliiude la colleclio degli elementi
566 ) : e ciò anzi in tal guisa, che, procedendo lo sviluppo nel senso di una
costante ascesa, a fondamento di tutta quanta la logica stia il primo libro
della Topica 567 ), e cosi poi il libro ottavo corrisponda alla connessione
della proposizione ( constructio, espressione di Prisciano — cfr. la nota 273),
ond’è proprio questo il libro, in cui si dà la scalata al punto culminante
della logica, ed esso, al paragone di tutta la letteratura moderna (dei moderni
: v. le note 55 ss.), dev’essere qualificato come lo scritto di gran lunga più
utile 588 ). Gli Ana5C5) Jbid., Ili, 4, p. 130 [135]: Libcr Pcriermeniarum, vel
potius Periermenias (v. la Sez. precedente, nota 33), ratione proporlionis
sillabicus est, sicul Praedicamenlorum elementarius ; nam dementa ralionum,
quae singulatim tradii in sermonibus incomplexis. iste colligil, et in modum
sillabae comprehensa producit ad veri falsiquc signijlattionern. Tantae quidem
subtilitatis est habitus ab antiquis, ut in praeconium eius celebralum ferat
Isidorus (v. ibid. la nota 34), quia Aristotiles, quando Periermenias
scriplilabat, calamum in mente tinguebat [PL, 199, 899]. _ 66r >) Ibid.. 6,
p. 137 s. [143]: Sicul autem elementarius est Praedicamentorum, Pcriermeniarum
vero sillabicus, ila et Topicorum liber quodammodo dictionalis est. Licei enim
in Periermeniis agatur de simplici enunliatione, quae ulique veri falsine
dictio est, nondum tornea ad vim colligendi pertingit, nec illud assequilur. in
quo dialecllces praecipua opera versalur. Ilic vero prirnus est in
rationtbus ex piicandis, doctrinamquc facit localium argumentationum, et
sequcntium complexionum pandit initia ]PL, 199, 904]. _ 567 ) Ibid., 5, p. 135 [140]: Odo quidem
voluminibus clauditur, fiuntquc semper novissima eius potiora prioribus. Primus
autem quasi materiam praeiacit omnium reliquorum [141] et lolius logicae
quaedam conslituit fundamenta [PL, 199, 903]. 56S ) Ibid., 10, p. 147 [154]:
Arma lironum siiorum locami m arena, dum sermonum simplicium significationem
evolverei et ilem cnunliationum locorumque naturam aperiret.... Ut autem
praemissae similitudinis sequamur proporlionem, quemadmodum Categoriarurn
clcmentarius, Pcriermeniarum syllabicus, proemiasi Topici dictwnnles libri sunt
; sic Topicorum octavus constructorius est ralionum, quorum eiementa vel loca
in praecedentibus monstrala sunt. Solus itaque versatur in praeceptis, ex
quibus ars compaginatur, et plus confort ad scientiam litici Primi, che si riattaccano a quel libro
stesso, vengono, con l’aggiunta di una barbarica interpretazione [etimologica]
del titolo (cfr. la nota 23 e la Sez. precedente, n. 288), lodati bensì
parimente per la loro utilità, ma nello stesso tempo criticati tuttavia per la
sterile loro forma, poiché non soltanto si trova lo stesso contenuto svolto
altrove (cioè evidentemente in Boezio, de syll. cat. e Introd. ad syll. cat.)
in forma molto più facile e penetrante, ma ancora perchè quell’opera, in
generale, con il suo stile conjusus e inintelligibile, è poco meno che
inservibile per dare all’argomentazione il suo apparato esteriore (ad phrasim
instruendam) : e però ci si doveva limitare a imparar a memoria le regole in
essa contenute (dunque press’a poco alla stessa maniera che troviamo in Boezio,
loc. cit. [direi che si riferisca alla nota 77 della Sez. XII, richiamata nella
nota — o, più precisamente, al seguito del testo corrispondente, dove si parla
di Boezio, come del primo autore di una logica, indirizzata all’unico intento
di far entrare un certo numero di regole nelle teste dei più stupidi]), ma il
rimanente si poteva lasciarlo da parte, come loppa o foglie secche 589 ).
disserendi, si memoriter habeatur in corde... .quam omnes fere libri
dialecticae, quos moderni patres nostri in scnlis legere consueverant ; nani
sine eo non disputatile arte., sed casu [PI]. 60 °) Jbid.. IV, 2, p. 158 [166]:
Analeticorum quidem perutilis est scienlia, et sine qua quisquis logicam
profitetur, ridiculus est. Ut
vero ratio nominis exponatur, quam Graeci Analeticen diclini, nos possumus
Rcsolutoriam appellare (questo è un pensiero che Giovanni ha preso da Boezio :
v. la Sez. XII, nota 77), familiarius tamen assignabimus. si dixerimus aequam
locutionem; nam illi anu « acquale », lexim « locutionem » dicunl. Frequens autem
est, cum sermo parum est inlellectus, et eum in notiorem resolvi desideremus
aequivalenter ; unde et interpres meus (probabilmente uno o l’altro di que’ due
traduttori, che abbiamo trovati più sopra, note 32 s.), cum verbum audirei
ignotum, et maxime in compositi », dicebat « Analetiza hoc » quod volebat
aequivalenter exponi . Ceterum, licei necessaria sit dottrina, liber non
eatenus necessarius est ; quicquid enim continet, alibi faci lius et fidelius
traditur, sed certe verius aut forlius nusquam. Siquidem et ab invito fidem
extorquel.... Porro exemplorum confusione et traiectione litterarum quas tuoi
de industria, tum causa brevilatis, tum E se è opinione di Giovanni che questa
incomprensibilità si manifesti per es. particolarmente neU’ultimo capitolo
degli Analitici Primi (Sez. IV, note 649 s.) 57 °), lo stesso biasimo è da lui
rivolto anche contro tutti quanti gli Analitici Secondi, soltanto con
raggiunta, che una parte di colpa ce l’ha forse la traduzione 571 ). Invece il
ciceroniano Giovanni si trova ora di nuov o, da buon retore, nel suo elemento,
con i Soph. Elenchi, che pertanto, staccati dalla Topica, egli colloca alla
fine dell’Organon; dice che nessun altro libro è più utile di questo per la
gioventù, e com’esso porge il più grande ausilio per la retorica (ad phrasin),
così va preferito anche ai due Analitici, perchè promuove, in maniera più
facilmente intelligibile, la eloquentia, cioè la espressione del pensiero
mediante la parola). Ma dalla Topica ne falsitas alicubi cxemplorum argueretur,
interseruit, coleo confusus est, ut cum magno labore co perveniatur, quoti
faciliime tradì potest. Sicut autem regulae utiles sunt et necessariae ad
scientìam, sic liber fere inutilis est ad frasim instruendam, quam nos verbi
supellectilem possumus appellare.... Ergo scientia memoriter est firmando, et verbo pleraque
excerpenda sunt ; ....quac alio commode transferunlur et quorum potest esse
frequentior usus. Reliquae coaequantur foliis sine fructu, et oh hoc aut
calcantur aul sua relinquuntur in arbore. (Qui fa seguito il passo citato più
sopra, nota 20). — Ibid., HI, 4, p. 132 [137]: Sunt autem pleraque quae, si a
suis avellas sedibus, aut nichil aul minimum sapiunt auditori; qualia fere sunt
omnia Analelicorum exempla, ubi litterae ponunlur prò terminisi quae, sicut ad
doclrinam profìciunt.. sic tracia alias inutilia sunt. Regulae quoque ipsae,
sicut plurimum vigorie habent a veritate doclrinae, sic in commercio verbi
minimum possunt [PL, 199, 916-7 e 900-11. 67 °) Ibid., IV, 5, p. 162 [170]:
Postremo agii de cognitione naturarum. Grande quidem capitulum et quod, licei
aliqualenus proposito conferai, fidem tamen prom issi nequaquam irnpìet. Unum scio, me huius capituli beneficio neminem in
cognitione nalurarum vidisse perfectum [PL, 199, 919], Il passo è stato citato
di già più sopra (nota 27). E72 ) Metal., IV. 22, p. 178 s. [188]: Sophisticam
esse dicium est, quae falsa imagine tam dialecticam quam demonslralìvam
acmulatur, et speciem quam virtulem sapientiae magis affettai.... Opus quidem
dignum Aristotile et quo aliud magis expedire diventati non facile dixerim ....
Frustra sine hac se quisquam [189] gloriabitur esse philosophum; cum nequeat
cavere mendacium aut alium deprehendere menlientem.... Unde et ad frasim
eoncilìandum et totius philosophiae in[di Aristotele], che contiene proprio il
fondamento della logica, sono scaturiti i rispettivi scritti di Cicerone e di
Boezio, come pure il libro di quest’ultimo De divisione (su questo punto non c’è
dubbio che Giovanni ha perfettamente ragione), il quale tra le opere di Boezio
occupa un posto particolarmente eminente 573 ). [e) la « ratio indijjerentiae »
come indifferentismo scientifico]. — Con questo ci siamo ora perfettamente
orientati riguardo al punto di vista di Giovanni, e in esso ravvisiamo certo
con buon fondamento un’accentuazione di quella, che Abelardo aveva chiamata
(nota 267) eloquentia Peripatetica ; e se nel rispetto filosofico già in
Abelardo aveva prevalso una conciliazione inorganica di opinioni opposte, anche
questo può ripetersi in più alto grado per Giovanni. È in verità un
atteggiamento coerente il suo, quand’egli, stando con l’attenzione rivolta in
modo esclusivo alla eloquenza dell’argomentazione, va in cerca persino di una
formula determinata, con cui elevarsi a tutta prima al disopra di quante
difficoltà potrebbero esser riposte in una salda posizione filosofica, che
fosse assunta nel contrasto fra le tendenze. Questa formula è la sua« ratio
indijjerentiae », vale a dire il procedimento del perfetto indifferentismo.
Egli cioè anzitutto, trattandosi della conoscenza delle cose che posson essere
oggetto dei discorsi (rerum praedicamenlalium : v. appresso vesligationes
sophisticae exercitatio plurimum prodest ; ita tamen ut veritas, non
verbositas, sit huitis excrcilii fructus. In eo autem michi videntur (se.
Elenchi ) Analelicis praejerendi, quod non minus ad exercitium conferunt et
faciliori intellectu eloquenliam promovent [PL, 199, 929-30], 57a ) Ibid.. Ili,
9, p. 145 [152]: Qui vero librum hunc (cioè la Topica aristotelica) diligentius
perscrutatur, non modo Ciceronis et Boetii Topieos ab his septem voluminibus
(cioè dai primi sette libri) erulos deprehendet. sed librum Divisionum, qui
compendio verborum et eleganlia sensuum inter opera Boetii, quae ad logicam
spectant, singularcm gratiam nactus est [PL, e dei discorsi stessi (sermonum),
richiama l’attenzione sopra la molteplicità di significato a cui i discorsi si
prestano, e osserva che questi all’epoca di Aristotele potevano avere un
significato diverso, perchè invero, secondo la sentenza oraziana, le parole van
via scorrendo in continuo mutamento, e solamente 1’ uso le fissa a questo o
quel modo). E sebbene ora si conceda che, a parità di significato, la
terminologia degli antichi sia più degna di reverenza, che non quella dei
moderni), in linea di principio tuttavia l’uso è più potente che non sia lo
stesso Aristotele: e perciò, in quanto venga in questione la verità di fatto
nella sua obbiettività, e con essa il senso reale delle parole, ben possono
anche sacrificarsi l’espressioni verbali, mentre d’altra parte, fin che la cosa
sia soltanto ammissibile, si può conservar insieme, del1 antica dottrina, e la
lettera e l’intimo significato 576 ). S71 ) Ibid., 3, p. 128 [133]: Profecto
rerum praedicamentalium et sermonum pcrulilis est notitia.... Et quia
multiplicitas sermonum plerumque inlelligentiam claudit, quoliens dicatur
unumquodque docci (se. Aristotiles) esse quaerendum.... Conlingit autem tractu
temporis, et adquiescente utentium voluntate, multipticitalem sermonum nasci
itemque extingui.... (p. 129) [134: Esse in aliquo] multiplicius dicitur quam
Aristotelis tempore diceretur ; et quae lune verbo aliquam. nunc forte nullam
habenl significalionem ; siquidem « Multa renascentur quae iam recidere,
cadentque Quae nunc sunt in honore vocabuia, si volet usus, Quem penes
arbitrium est et ius et norma loquendi » (Hor. Ars poet., v. 70 ss.) [PL, 199,
898-9J. “"') Ibid., 4, p. 131 [136]: Praeterea reverentia exhibenda est
verbis auctorum, cum culla et assiduitale utendi ; tum quia quondam a ma gnis
nominibus antiquitatis praeferunt maiestalem, tum quia dispendiosius
ignorantur, cum ad urgendum aut resistendum potentissima sint.... Licei itaque modernorum et
veterum sii sensus idem, venerabilior est velustas [PL, 199, 900]. 6,r ') Patet
itaque quod usus Aristotile potentior est in derogando verbis vel abrogando
verbo ; sed veritatem rerum. quoniam eam homo non statuii, nec voluntas Humana
convellit. Itaque. si fieri polest, artium verba teneantur et sensus. Sin autem
minus, dum sensus maneat, excidant verbo ; quoniam artes scirc non est
scriptorum verbo revolvero, sed nasse vini earum atque senlentias. Enthel., v. 27 ss.: Qui sequitur sine mente sonum,
qui verbo capessit. Non sensum, judex integer esse nequit : Quum vim verborum
dicendi causa minislrel, Ilaec si nescilur, quid nisi ventus erunl? [PL Già di
qua si desume che tale principio deve condurre a una maniera estremamente
comoda di fare sparir tutte le difficoltà che vengono a galla, perchè in tutti
questi casi basterà dire che la espressione verbale nel corso del tempo è
venuta ad assumere un significato diverso, oppure che in generale essa non ha
importanza. Cosi dice appunto Giovanni stesso (a proposito di una opinione di
Bernardo da Cliartres) che non è per lui di nessun momento il prender una
parola alla lettera, e che non c’è punta necessità di metter in armonia con un
singolo passo, in tal senso, anche tutti gli altri passi). E di fatto a questa
maniera la ratio indijjerentiae, ch’egli ritiene il punto di vista giusto anche
ai fini del tradurre (nota 32), prende forma, dov’egli si richiama a essa, di
esplicito metodo di negazione dello spirito scientifico. Poiché certamente è
somma leggerezza non soltanto il considerare, com’egli fa, « significare-» e «
praedicare » quali perfetti sinonimi, mentre Abelardo si era pure sforzato di
arrivare a una rigorosa definizione (nota 318), — ma anche il denotare, a tal
proposito, come cosa assolutamente indifferente che p. es. con gli aggettivi si
voglia intendere la qualità, ovvero l’oggetto che n’è qualificato; e
rimettendosi egli su questo punto per ciascun singolo caso a una benigna
interpretatio, fa valere le Categorie come un fondamento essenziale ad
avvalorare il suo procedimento, proprio perchè in esse si tratta, ora delle
parole significanti, ora delle cose significate 578 ). Similmente ) Metal.,
dove al passo che abbiamo già citato qui sopra (nota 93) fa seguito: Habet haec
opinio sicut impugnatores, sic defensores suos. Michi prò minimo est ad nomea
in talibus disputare, cum intelligentiam dictorum sumendam noverim ex causis
dicendi. Nec sic memoratam Arislotilis aliorumve auctoritates interprelandas
arbitrar, ut trahalur istuc quicquid alicubi dictum reperitur [PL, 199, 893].
57S ) Ibid., p. 122 [126]: Ex quo liquel quoniam « significare », sicut et «
praedicare », multipliciler dicitur ; sed quis modus familiarissimus sit,
discernere palam est. Inde est, quod iustus et similia si comporta Giovanni, a
proposito di un passo aristotelico, e viene su questo punto, conforme alla sua
indifferentia o ratio licentiae, al risultato, che 1’ individuo singolo,
percettibile per mezzo dei sensi, può essere tauto predicato quanto
soggetto”»). E se nella trattazione di tali questioni siamo con Giovanni al
punto dove la logica finisce, prima di esser in generale neanche incominciata,
non può farci maraviglia che, presentandosi difficoltà un poco più riposte,
egli enunci subito con tutta disinpassim apudauctores rame dicuntur iustum,
nunc iustitiam significare vel predicare.... [127J Tale est iUud Aristntilis :
Qualitalem significant, ut album; quantilatem, ut bicubitum (Cai., 4: v. la
Sez. IV. nota 303 [dove la citaz. si arresta avanti le esemplifieaz. : Sinr/u
Xsuxiv...]; in Boezio [ad Ar. praed., I; PL, 64, 180], p. 127) .Sic ulique quia
dantur a quahtale vel quanlitate, ila et qualitalem praedicant, quam apposita
demonstrant inesse subieclis ; inlerdum dicuntur significare quatta, quomam
apposilione sua declarant quali,i sint subiecta. Sed haec a se, si sit benignus
inlerpres, non multum distaili, etsi andito albusintelhgatur in quo albedo ;
cum autem albedo (licitar, non mteUigiturin quo talis color ; sed polius color
jaciens tale. Illud vero quod nudità voce concipit iniellectus, ipsius
familiarissima significalio est. 3, p. 122 s.: Quia ergo aut acquivoce aul
univoco aut denominative, ut sequmtur indifferentiae rationem, singula
praedicanlur, ipsaque praedicatio quaedam ratiocinandi materia est.
praedicamenlorum praemissa sunt instrumenta.... Rationem vero indifferentuie,
LI—“J quarti semper approbamus, liber iste commendai prue cetens ; etsi ubique
dilìgenter inspicienti manifesta sit. Agii enim nunc de sigmficantibus, nunc de
significati, aliorumque doctrinam J acU n nomuitbus aliorum [PL, 199, 894-5], «
Ih>d " 2 ;?‘ P'., 110 Mine forte est illud in Analeticis Aristomenes
intclligibihs semper est; Aristomenes autem non semper . ( Ar l al pr .,, I,
33; in Boezio [PL], p. 445). Et hoc quidem est singulariter individuum, quod
salum quidam munì posse de al,quo praedicari.... Ego quidem opinionem hanc
vehementernec impugno, nec propugno; nec enim multum referre arbitror, ob hoc
quod illam amplector indifferentiam in vicissitudine sermonum, sino qua non
credo quempiam ad mentem auctorum fidehter pervenire. Itaque hic. sicut et alibi,
executus est quod decet libertdium artium pracceptorem, ugens, ut dici solet.
Minerva pinguion [Cic. de Amie., V, 19] ut intelligeretur.... Quid ergo
prohihcl,uxta hanc licentiae rationem ea quae sunt sensibilia vel praedicari
vel subici? Nec opinor auctores hanc vim imposuisse sermoni, ut alligatus sit
ad imam in iuncturis omnibus signìficationem, sed doctnnaliter sic esse
locutos, ut ubique servianl inlelleclui Ino c ° n ‘™ n f!' !i '! mus est el Q upm ‘bi haberi prue ceteris ratio
exigit [PL. 149, 886-/]. V. inoltre appresso [il seguito, nella] voltura il suo
punto di vista, come p. es. quando, riguardo al giudizio universale, prende per
equivalenti la inerenza obbiettiva e la predicazione subbiettiva, e tutt’al più
ravvisa qui ima modificazione di terminologia, presentatasi nel corso del tempo
580 ). [f) la Isagoge. Concezione deglia universalia in re»]. — Se dopo di ciò
seguiamo nei loro particolari l’espressioni di Giovanni relativamente alla
sfera propria della logica, tenendo dietro al filo della partizione da lui
stesso assunta come fondamentale per l'Organon, — incontriamo in lui anzitutto,
come ben s’intende, nell analisi della Isagoge, cioè nella questione degli
universali, 1 estremo sincretismo o eclettismo, cbe sfocia da ultimo in una
concezione stoico-ciceroniana. Non già al punto di vista di un filosofo cbe
stia al disopra della unilaterale contesa tra i contrastanti indirizzi, bensì a
mancanza di acume filosofico o a faciloneria da retore praticone, s’informa
l’atteggiamento di Giovanni, quando qualifica come infantile tutta la disputa
sui concetti di genere e di specie : e invero, a tal proposito, egli si limita
a tirarsi indietro, riferendosi a quella molteplicità di significati delle
parole, di cui più sopra (note 574 s.) abbiamo fatto cenno : imperocché genere
e specie possono significare cosi il principio della generazione, cioè la base
ontologica delle cose, come anche il predicabile, cioè il valore logico dei
concetti universali 58 ^). E a quel modo cbe su questo punto m°) JHd„ IH, 4, p.
132 [137]: Quod dicitur „in loto esse allerum alteri “ vel .. 'in loto non esse
", et „universaliler aliquid de aliquo prae dicari '“ vel „ab aliquo
removeriidem est (cfr. la nota 16); frequens tamen usus est alterius verbi, et
alterius fere inlercidit, nisi quatenus ex condicto inlerdum admittitur. Fuit
/orlasse tempore Aristotilisutriusque usus celebrior, sed nunc prae altero
viget alterum, quoniam ita vu lt usus. Sic et in co quod dicitur contingens.
aliquatenus derogatimi est ei quod apud Aristotilem optinebat [PL, 199, 901]
(cfr.la nota 216). 581 ) lbid., 1, p. 116 s. [120]:... sed ad puerilem de
genenbus et speciebus.... inclinavit opinionem (s’intende Abelardo); malens in
Giovanni si appoggia al commento boeziano della Isagoge di Porfirio, così
insomma è ancor una volta, come vedremo (nota 602), in un passo isolato di
Boezio che ci si offre concentrata la opinione di lui, sicché anche in lui
ritroviamo di nuovo un argomento per provare quanto strettamente tutto il
movimento degli studi di logica in quell’epoca si tenesse attaccato a sentenze
frammentarie degli autori tradizionalmente più autorevoli. Perfettamente
analogo all’atteggiamento di Abelardo, che si riattaccava a un solo unico passo
[della versione boeziana del De inlerpr.] per avvalorare la duplicità del suo
modo di vedere [nella questione degli universali] (nota 286), è l’atteggiamento
complessivo anche di Giovanni, in quanto ch’egli presta agli universali un
valore ontologico, e logico al tempo stesso; con la sola differenza, che in lui
la confusione dei punti di vista è non soltanto più complessa e stravagante, ma
anche ben più contraddittoria che non in Abelardo. Giovanni, cioè, non soltanto
parla occasionalmente, quale teologo, intorno ai concetti di sostanza e di
essenza, alla stessa maniera che si trovano trattati questi argomenti nel
Pseudo-Boezio de Trin. e in Gilberto 582 ), ma anche in quello scritto ch’è
dedislruere et promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum
esse obscurwr.... Itaque sic
Porphirius legendus est, ut sermonum de quibus agitar, significatici teneatur,
et ex ipsa superficie habeatur sensus verborum.... Sufficiai ergo introducendo nosse quia nomen generis
multiplex est et a prima instilutione significai generationis prìncipium....
Deinde hinc translatum est ad significandum id, quod de differentibus specie in
quid pratdicatur (sopra questa terminologia abbreviata, v. la nota 282). Item
et species multipliciter dicilur ; nam ab instilutione formam significai....
Hin autem sumptum est ad significationem eius quod in quid de differentibus
numero praedicalur. (lutto ciò ha fondamento in Boezio [ad Porph. a Vict tranci
I 22: ed. Brandt, p. 66; PL, 64. 38], p. 22, e [od Porph. a se fransi, lì, 2:
ed. Brandt, p 171 ss.; PL, 64, 87-8] 57 s.).... Quid ergo sibi volunt [Webb:
voi in qui.... quicquid aliud exeogitari potest, adiciunt ?.... Vocabulorum
simpliciter aperiantur significai ioncs, apprehendatur illa quae proposito
congruit per descriptiones certissimas etc. [PL]. oS ") Epici. Quicquid
autem subsistit, sine dubìo in genere vel in natura vel in substantia manet.
Quum ergo essentiam cato alla logica, espressamente manifesta il suo accordo
con Platone e con il suo realismo ontologico, secondo il quale il vero essere
appartiene all’ intelligibile, mentre le cose concrete neanche son degne del
verbo «esse» 083 ). E com’egli all’erma quale base reale dell’essere la natura
non peritura della sostanza e la persistente efficienza della forma,
attenendosi in ciò pedissequamente al motto, trasmesso per antica tradizione «
singultire sentitur, universale intelligitur » 6M ), così a lui Gilberto è
guida, anche relativamente alla definizione della natura, e alla forza
plasticadella differenza specifica 686 ): Giovanni anzi si serve persino del
termine « jorma nativa » (cfr. la nota 467); nè parimente manca in lui, come
non manca in alcuno tra i realisti, il concetto di partecipazione 586 ) ;
infine la dicimus significare naturam, vel genus rei suhstantiam. intelligimus
ejus rei, qua e in his omnibus semper esse subsistat.... Quod si apud Graecos
expressam habent dififerenliam lutee, quae Ilio totics inculcata sunt, essendo,
natura, genus, substantia, cam expediri omnium arbitror interesse quamplurimum
[PL, 199. 162-3]. i > 83 ) Metal., IV, 35, p. 193 [204]: Plato quoque eorurn
quae vere sunt et eorum quae non sunl sed esse videntur, dififerenliam docens,
intelligibilia vere esse asseruit.... Unde et eis post essenliam primam reale
competei esse; i. e. firmus certusque status, quem verbum, si proprie, ponilur,
[205] cxprirnil substantivum ; temporalia vero videntur quidem esse, co quod
intelligibilium praetendunt imaginem. Sed appellatione verbi substanlivi non
satis digna sunt quae rum tempore transeunt, ut nunquam in eodem statu
permansavi, sed ut fumus evane scant ; fugiunt enim, ut idem ail in Thimaeo (p.
49 E), noe expeetant uppellutionem .... p. 195 [206]: Ideam vero.... sicut
aelernam audebat dicere, sic coaeternam esse negabal [PI., 199, 938-9]. 6M)
Enthet. Nulla perire potasi substantia, formaque jormae Succedens prohihet,
quod movet, esse nihil. Solis corporeis sensus carnalis inhaeret, Res
incorporcae sub ratione jacent [PL. 199. 987 e 992]. m ) Metal., I, 8, p. 26
[23]: Est autem natura, ut quibusdam placet (evidente allusione a Gilberto: v.
la nota 461), ( licei eam sit dijfinire difiìcile,) vis quaedam genitiva, rebus
omnibus insita, ex qua /arare vel [24] pati pnssunt. Genitiva autem dicitur, eo
quod ipsam res quaeque controllai, a causa suae generalionis, et ab eo quod
cuique est principium existendi.... (p. 27) Sed et unamquamque rem injormans
specifica differenza, aut ab eo est, per quem facta sunt omnia. aut omnino
nichil est. Esto ergo ; sit potens et ejficax vis illa genitiva, indita rebus
originaliter [PL, 199, 835—6]. 686 ) Énthet.. v. 395 ss.: Est idea potens veri
substantia, quae rem stessa concezione della individualità assume una forma
tale, che vi riconosciamo la distinzione di Gilberto tra dividila e individua
587 ). [g) grossolano eclettismo, nella questione degli universali]. Ma, dopo
avere udito Giovanni pronunziarsi in tal maniera, che non lascia adito a
equivoco, abbiamo ragione di maravigliarci che egli, per il fatto che
l’intelligibile non può esser universale, ma può soltanto esser concepito
universalmente, dichiari che quella intorno agli universali è una disputa priva
di oggetto, nella quale si cerca di acchiappare la sostanzialità di un’ombra o di
una nube fuggevole 688 ). Vien ora anche, per quel che riguarda la logica, dato
formalmente congedo a Platone, oltre che ad Agostino e a tutt’ i Platonici, per
far posto ad Aristotele, sia pure con l’aggiunta, a mo’ di consolazione, che la
dottrina di quest’ultimo può ben darsi Quamlibet informat ut Jacit esse, quod
est ; Omne quoti est vcrum, convinci! forma vel actus, Necfalsum clubites, si
quid utroque caret. Forma suo generi quaevis addirla tcnelur Et peragil semper,
quicquid origo jubet; Ergo quod informa nativa constai agilve, Quod natura
mancns in ratione rnonet Esse sui generis, veruni quid dicilur idque Indicai
effectus aut sua forma probat. — Polycr.. Iniplet autem haecvita omnem
creaturam, quia sine ea nulla est substantia creaturae. Omne enim quod est,
eius participatione est id quod est [PL]. Metal. Ergo si genera et species a
Deo non sunt, omnino nichil sunt. Quod si unumquodque eorum ab ipso est, unum piane et idem
bonum est. Sì autem quid unum numero est, protinus et singulare est. Nam quod
quidam unum aliquid dicunt, non quod unum in se. sed quod multa unial expressa
plurium conformitate, articulo praesenti non derogant.... Omnis namque
substantia acciden tium pluralitate numero subest. Accidens autem omne et forma
quaelibet itidem numero subiacet, sed non accidentium aut formarum
participatione, sed singularitate subiecti [PL, 199, 884], Polycr., VII, 12, p.
127 [II, 141]: Sicut in umbra cuiuslibel carpari, frustra solidilatis
substantia quaeritur, sic in his quae intelligibilia sunt dumtaxat et
universaliter concipi nec tamen univcrsaliler esse queunt, solidioris
existentiae substantia nequaquam invenitur. In his aetatem terere nichil agentis et frustra
laborantis est ; nebulae siquidem sunt rerum fugacium et, cum quaeruntur
avidius, citius danese uni [PL che non sia per nulla più vera, ma è comunque
his disciplinis magis accommoda [tale (v. la nota 589) è la espressione di
Giovanni, resa dal Prantl con le parole « fiir die logischen Partien passender
»] sa9 ). Vengon ora pertanto criticati tutti coloro, che nella Isagoge voglion
metterci dentro un modo di vedere ispirato al platonismo, o che in altra
maniera si scostano da Aristotele: e, richiamandosi nel modo più risoluto alla
sentenza aristotelica, che cioè gli universali non hanno per se stessi
esistenza separata, Giovanni respinge a priori qualsiasi teoria che parli di un
essere degli universali stessi 590 ), combattendo così in particolare, da
questo punto di vista, anche la teoria dello status 591 ). Ma se siamo ora
effettivamente curiosi di vedere come si risolva cjuesta contraddizione con le
tesi prima enunciate, il nostro stupore crescerà forse ancora di passo in
passo. Giovanni cioè anzitutto mette pur in prima linea P intellectus, in tal
maniera che, accordandosi quasi 58 B ) Metal., II, 20, p. 112 [115]: Licei
Plato cetum philosophorum grandetti et lam Augustinum quatti alios plures
nostrorum in statuendis ideis habeat assertores, ipsius lanieri dogma in
scrutinio universalium nequaquam sequimur ; eo quoti hic Peripateticorum principem
Aristotilem dogmatis huius principem prafilemur. Ei qui Peri palei ieorutn
libros aggredilur, magis Aristotilis sentendo sequenda est ; forte non quia
verior, sed piane quia his disciplinis magis accommoda 'est [PL, 199, 888], 60
°) Ihitl.. 19, p. 94 [97] : Quasi ab adverso pectentes (cioè i commentatori
della Isagoge), veniunt contro menlem auctoris et, ut Aristoliles planior sit,
Platonis sententiam docent aut erroneam opinionem, quae aequo errore deviai a
sententia. Aristotilis et Platonis; siquidem omnes Aristotilem profilentur. 20,
p. 94: Porro hic genera et species non esse, sed intelligi tantum asseruit
(Anni, post., I, 22 e 11: v. la Sez. Ili, nota 66, e la Sez. IV, nota 373)
....(p. 95) Ergo si Aristotiles verus est. qui eis esse tollit. inanis est
opera praecedentis investigationis.... [98] Quare [oul] ab Aristotele
recedendum est, concedendo ut universalia sint [oul....] [PL], e via dicendo.
B91 ) Ibid., 20, p. 102 s. [106]: Sed esto ut statimi aliquem generalem
appellativa significent,... status ille quid sit, in quo singola uniuntur, et
nichil singulorum est, etsi aliquo modo somniare possim ; lamen quotando
sententiae Aristotilis coaptetur. qui universalia non esse conlendit, non
perspicuum habeo [PL, parola per parola con l’autore dello scritto De
intellectibus, non soltanto dà rilievo all’ intellectus coniungens et
disiungens, e in priino luogo principalmente alla forza dell’astrazione (
intellectus absirahens: v. la nota 432), — ma, respingendo anche la obiezione
che 1 intellectus abstrahcus sia illegittimo ( cassus : v. la nota 429),
rivendica all’ intellectus la facoltà di considerar le cose, altrimenti da quel
che sono in concreto (v. le note 432 s.): e con ciò designa l’astrazione, quale
condizione fondamentale di tutta la tecnica dell’intelletto : a tal proposito,
mentre si trova d’accordo con Gilberto (abstractim attendere: v. la nota 464),
va facendo uso altresì di espressioni che abbiamo trovate adottate dai
rappresentanti della teoria della indifferenza ( generaliter intueri, diverso
modo attendere: v. [per una terminologia analoga] le note 133 e 13/), e nello
stesso tempo viene a trovarsi ancora d’accordo, nel concetto del raccogliere le
somiglianze (v. le note 162 s.), con l’autore dello scritto De genenbus et
speciebus: anzi, con la risèrva che si tratta qui soltanto della facoltà
intellettiva subbiettiva, e che obbiettivamente nella natura gli universali non
esistono, si serve persino di quello, ch’era il ter min e invalso nella teoria,
da lui combattuta, dello status (v la nota 132) S92 ). ’*-) limi., 20, p. 95
[98]: Nec verendum ut cassus sii intellectus, qui ea percepent scorsimi a
singularibus, cum lumen a singularibus seorsum esse non possint. Intellectus
enim quandoque rem simpliciter tntuetur, velut si hominem per se intucatur...;
quandoque gradalim suis inceda passibus, ut si hominem albore.... contemplelur.
Et hic quidem dicitur esse compositus. Porro simplex rem interdum inspicit ut
est, ut si Platonem attendai, interdum alio modo ; nunc enim componendo quae
non sunt composita, nunc abstrahendo quae non possunt esse distancta. Ceterum
componens, qui disiuncta coniungit (l’esempio è HIRCOCERVVS [oltre che
centaurus]), inanis est ; abstra hens vero fidelis, et quasi quaedam officina
omnium artium. Et quiocm rebus
existendi unus est modus, quem scilicel natura conlulil, sed easdem
intelligendi aut significatali non unus est modus. Licet enim esse nequeat homo qui non sit iste vel
alias homo, intelligi tamen potest et significari. Ergo ad significationem
incomplexorum per abstra -Se così, in una variata scelta di motivi, ricavati
dalle opinioni di altri autori, si vedon convergere diversi fili, a formar la
concezione della operazione subbiettiva delT intelletto, deve ora riuscirci
inaspettato che a ciò si ricolleghi da capo il realismo di Gilberto: la
dottrina, cioè, secondo la quale la incorporeità qualifica gli universali
soltanto negativamente, laddove, rispetto al loro fondamento positivo, questi
debbono, come in generale tutte le cose, esser messi in relazione di dipendenza
da Dio; ma Dio ha creato la materia formata, vale a dire che tutte quante le
forme, sicno sostanziali sieno accidentali (v. questo punto in Gilberto, alle
precedenti note 461 s.), hanno da Dio il loro essere e la loro efficienza, e
così nell'atto onde sono state espresse le cose, ha predominato un riguardo ai
concetti delle specie, concetti che pertanto il cultore della logica non può
tener separati da Dio, ma in virtù dei quali « le cose son venute fuori [ma
Prantl rende « prodierunt » con « eingiengen»] dapprima nella loro propria
essenza, e appresso nell’intelletto umano» 593 ). In seguito a tale cauhentem
inteUectum genera concipianlur el species ; qaae tamen, si quis in rerum natura
dùigentius a sensibilibus remota quaerat, nichil aget et frustra laborabil;
nichil cnim tale natura peperit. Ratio autem ea deprehendil, substantialem
simililudinem rerum differentium perirnetans apud se. — Polycr., II, 18, p. 96
[I, 103]: InteUectus.... nunc quidem res ut sunt, nunc aliter imudar, nunc
simpliciter, nunc composite, mine disiuncta coniungit, nunc coniuncta
distroihil et disiungii. Si abstrahentem tuleris inteUectum, liberalium arliurn
officina peribit.... Sic hominem intellectus attingit, ut ad neminem hominem
aspectus illius descendat, generaliter intuens, quod non nisi singulariter esse
potest. Dum itaque rerum similitudines et dissimilitudines colligit, dum
differentium convenientias el convenientium dijfcrentias altius perscrutata,
multos apud se rerum invenit status, alios quidem universales, alias singulares
[PL]. Metal.: Sed et nomina, quae proemisi,,.incorporeum“ et insensibile “,
universalibus convenire, privativa in eis dumtaxat sunt, nec proprietates
aliquas, quibus natura universalium discernatur, illis attribuunt ; siquidem
nichil incorporeum aut insensibile universale est.... Quid est autem
incorporeum quod non sit substantia creata a Deo vel ipsi concretum ? Valeanl
autem, immo salita mistica di quella clic Gilberto aveva chiamata forma
sostanziale, Giovanni ora può dire che la sostanzialità degli universali è
vera, soltanto riguardo alla causa cognitionis, e in pari tempo riguardo al
generarsi delle cose (natura), perchè ciascun ente, secondo ch’è situato a un
grado più basso nella Tabula logica, ha bisogno, per il suo proprio essere ed
essere pensato, di un altro ente, che si trovi rispettivamente a un grado più
alto; ma d’altra parte gli universali non hanno un essere, nè come corpi, nè
come spiriti, nè come individui). Cosi dunque Giovanni, mentre segue Gilberto,
crede di poter in pari tempo essere un aristotelico, e come ritiene di sfuggire
a quella non necessaria duplicazione di sostanze, ch’è una conseguenza della
concezione platonica), cosi dice nella maniera dispereant univcrsalia, si ei
obnoxia non sunt. Omnia per ipsum farla sunl, inique lam subiecta formarum quam
formae subiectorum.... Formae quoque, tam substantiales quam accidentales, habenl ab ipso ut sinl
et ut suos subiectis operentur effectus. Quod itaque ei obnoxium non est,
omnino nichil est. Ut enim ait Auguslinus, formatam creavit Deus materinm.... Eo
spectat illud fìoetii in primo de Trinitate,.omne esse ex forma esl“ CuiUbet
ergo esse quod est, aul quale aut quantum est, a forma est. fundamenta iecit
Deus; et in ipsa expressione rerum habita est mentio specierum. Non illarum dico, quas logici fìngunt non obnoxias
creatori ; sed formarum in quibus res pròdierunl primo in essentiam suam, et in
liumanum deinde intelleclum. Nam hoc ipsum quod aliquid coelum aut terra
dicitur, formae. effectus est [PL]. Quod autern univcrsalia dicuntur esse
substantialia singularibus, ad causam cognitionis referendum est singulariumque
naturam (analogamente lo Scoto Eriugcna aveva, riferendosi agli universali,
fatto uso dell’espressioni causaliter ed effectualiler); hoc enim in singulis
patet. siquidem inferiora sine superioribus nec esse nec intelligi possunt....
Quia ergo tale exigit tale, et non exigitur a tali, tam ad essentiam quam ad
notitiam, ideo hoc illi substantiale dicitur esse. Idem est in individuis, quae
exigunt species et genera, sed nequaquam exiguntur ab eis.... Universalia tamen
et res dicuntur esse, et plerumque simpliciter esse ; sed non ob hoc aut moles
corporum aut subtilitas spirituum aut singularium discreta essentia in eis
attendendo est [PL]: Itaque detur ut sint univcrsalia, aut etiam ut res sint,
si hoc pertinacibus placet ; non tamen ob hoc rerum erit più esplicita che gli
universali — i quali stanno a fondamento delle cose, non diversamente dal modo
in cui il piano detrazione, che è incorporeo, sta a fondamento delle azioni,
che sono invece sensibilmente percettibili, — li troviamo appunto,
esclusivamente, soltanto nelle cose singole, le quali ultime si presentano
visibilmente come ex empia, in cui gli stessi universali si fanno manifesti:
Giovanni cioè risolutamente rappresenta — e su questo punto è il primo, ad
assumere tale atteggiamento — la concezione degli « universalia in re», e
persino combatte la dottrina platonica degli « universalia ante rem », perchè
fuori dal singolo non c’è universale 596 ). Ma poiché, in questa sua posizione,
gli sta sempre dinanzi il concetto che ha Gilberto della forma sostanziale, è
naturale che si attenga a quei passi di Aristotele, dove il concetto di genere
e il concetto di specie vengono designati come qualche cosa di qualitativo 597
). rerum numerum aligeri vel minai prò eo, quoti iuta non sunl in numero' rerum
[PL], C ' J6 ) Ihid. : Nirli il au tem universale est, nisi quoti in
singularibus invenitur.... Nec moveat quoti singularia et corporea exempla sunl
universalium et incorporalium ; cttm omnis ratio gerendi... incorporea sit et
insensibile, illud tamen quoti geritur, et actus quo geritur, plerumqite
sensibilis sit (anche ciò fa tornare a mente il significato che lo Scolo
Eriugena ripone nel termine,,agcre“. Habita tamen ratione aequivocationis. qua
ens vel esse distinguitur prò diversilate subiectorum, species et genera
utrumqite non sine ratione esse dicuntur. Persuadet enitn ratio ut ea dicantur
esse, quorum exempla conspiciuntur in singularibus, quae nullus ambigli esse.
Non autem sic dicuntur genera et species exemplaria sitigli lorttm, ut. iuxta
Platonicidogmalis sensum, formae sint exemplares, quae in mente divina
intelligibiliter constiterint, antequam prodirent in corporei (questo è il
passo di Prisciano. già cit. nella nota 263); sed quotiiam, si quis eius quod
communiter concipitur, audito hoc nomine ..homo", aut quod dijjinitur,
cttm dicitur ..homo esse animai rationale mortale l % quaerat exemplum, slalim
ei Plato aliusve hominum singulorum oslenditur. ut communiter significantis aut
dìffinientis ratio solidelur [l’L, 199, 879 e 885-6]. ia, ) : /lem Aristotiles
: Genera, inquit, et species circa substantiam qualitatem determinanl
(Cai.).... Item in Elenchis (in Boezio [PL], con una traduzione che alquanto si
scosta dal testo: v. soIn queste forme qualificanti scorge la « mano
[dell’Artefice] della natura», che ha dato alle cose la veste delle forme,
perchè l’uomo le possa più facilmente comprendere: e perciò si presenta ora con
il più spiccato rilievo la prima substantia di Aristotele, cioè l’individuo,
movendo dal quale l’intelletto da sè solo si eleva, in linea ascendente — per
mezzo della uguaglianza di forma che accomuna i singoli ( conjormitas : v.
questo concetto in Gilberto) sino alla
universalità dei concetti di specie e di genere): e come Giovanni si ritrova su
questo punto ancora in accordo con la teoria della indifferenza, così adopera
anche a tal riguardo persino la espressione» conjormis status» 599 ). A pra la
nota 34):,,/Jomo et omne commune non hoc aliquid, sed quale quid, (rei) ad
aliquid vel aliquo modo vel huiusmodi quid significai". Et post paura :
„Manifestum quoniam non dandum hoc aliquid esse quod communiter praedicalur de
omnibus, sed aut quale aut ad aliquid aut quantum aut talium quid
significare". Profecto quod non est hoc aliquid, significatione espressa
non potest explanari quid sii [PL]. 69S ) Polycr., II, 18, p. 98 [I, 105]: Et
primo substantiam, quae omnibus subest, acutius intuetur (se. intellectus), in
qua manus naturae probalur artificis, dum cam variis proprietatibus et formis
quasi suis quibusdam vestibus induit et suis sensuum perceplibilibus informat,
quo possit aptius humano ingenio comprehendi. Quod igitur sensus percipit,
formisque subiectum est, singularis et prima substantia est. Id vero sine quo
illa nec esse nec inlclligi potest, ei substantiale est, et plerumque secunda
substantia nominatur.... Universale, si, licei non natura, conformitate tamen
sii commune multorum. Quod forte facilius in intellectu quam in natura rerum
poterit inveniri, in quo genera et species, dijferenlias, propria et
accidentia, quae universaliter dicuntur, planum est invenire, cum in actu rerum
subsistentiam universalium quaerere exiguus fructus sii et labor infinitus, in
mente vero Militar et faciliime reperiuntur. Si cnim rerum solo numero differen'.ium substantialem
similitudinem quis mente pertractet, speciem tenel; si vero etiam specie
differentium convenientia menti occurrat, generis lalitudo mente diffunditur.
Denique dum rerum, quas natura substanlialiter vel accidenlaliter assimilavit,
conformitatem percipit intellectus, in universalium comprehensionc movetur. Numquid
abstrahens intellectus, dum haec agit, otiosus est aut inutilis, per quem
animus honestarum artium gradibus ad thronum consummatae philosophiae
consccndit? [PL]. Enthet. Est individuum, quicquid natura creavit, Conformisque
status est ralionis opus : Si quis Arislotelem primum questo modo la
uguaglianza delle cose tra loro, riguardo alla forma, viene messa in connessione
immediata con la inlellectus communitas (communiter intelligi) ), ma gli
universali stessi vengono, come tali, trasferiti puramente nel modus
intelligendi (e ciò è in armonia anche con la teoria della maneries), sì
ch’essi vengono denominati parole « figurali», e appartenenti esclusivamente
alla « dottrina » (di figura locutionis avevano parlato anche i nominalisti: v.
la nota), o, in una parola, « jigmenta », che, con le cose singole, si trovano
nella relazione scambievole di mostrare e di essere mostrati, e però han potuto
da Aristotele esser acconciamente denominati « monstra » (monstrare) concetto
indeterminato di notio. Ma questo modo di considerare gli universali è ora in
verità così elastico, che nel concetto di« figmentum» Giovanni ci può trasportare
anche l’apprendimento, per parte dell’ intelletto, non censet liabendum, Non
reddit merilis proemia digita sttis [PL], Melai. Ergo quod mcns communiter
inteìligil et od qingularia multa aeque perlinet, quod vox communiter
significai et acque de mullis ve rum est, indubitanter universale est. Secundum
intellectum illuni deliberari palesi de re subiecta, i. e. actualiter
exemplificari, ob inlellectus communitatem ; res, quae sic intelligi potest,
etsi a nullo intclligalur, dicitur esse communis ; res enim conjormes sibi
sunt, ipsamque conjormilatem deducta rerum cogitatione perpendit inlellectus
[PL]. Ergo dumlaxat intelligunlur, secundum Aristotilem, universalia ; sed in
actu rerum nichil est quod sii universale. A modo enim intelligendi figuralia haec, licenter
quidem et doctrinaliter. nomina indila sunt. Ergo ex sententia Aristotilis
genera et spccies non omnino quid sunt sed quale quid quodammodo concipiuntur ;
et quasi quaedam sunt figmenla rationis, seipsnm in rerum inquisilione et
doctrina suhtilius exercentis.... [112] Possunt et monstra dici (si riferisce
al noto passo antiplatonico di Aristotele: vedilo qui più sopra, nota 31),
quoniam invicem res singulas mon.siranf, et monstrantur ab eis. Ea vero quae
intelligunlur a singularibus abstracta,.... animi figmenla sunt.... quae ex
conformitale singularium intellectu non casso concipiuntur [PL]. dei modelli
originari (exempiano), che misticamente esercitano il loro influsso, dalle cose
(exempla), sopra l’anima: a tal proposito enuncia con sufficiente chiarezza il
suo sincretismo eclettico, qualificando,
oltre che far uso di quell’espressioni d’intonazione nominalistica —,
gli universali come prodotti psicologici (phantasiae, termine che ricorda lo
Scoto Eriugena: v. appresso la nota 613 [per altre reminiscenze delle dottrine
doU’Eriugena]), ma a ciò collegando nel medesimo tempo la concezione
stoicociceroniana, secondo la quale gli universali stessi sono concetti
subbiettivi (svvoiou, notiones); e inoltre egli passa ancora, in modo molto
manifesto, rasente al platonismo, o per lo meno va d’accordo con Gilberto, in
quanto che anche da lui gli universali son tenuti in conto d’ imagini di una
originaria purezza ideale, tralucenti dalle somiglianze delle cose singole: con
ciò si trova infine ancora commisto l’aristotelismo, poiché queste figurazioni
fantastiche non possiedono già una esistenza separata dalle cose singole,
bensì, quando si volesse così afferrarle, si dileguano come ombre o come
imagini di sogno). Se ora sembra che non sia effettivamente possibile
accumulare, una sull’altra. 602) lbid.. II, 20, p. 96 [99]: Sunt itaque genera
et species nor. quidem res a singularibus aclu et naturaliter alienae, sei!
quaedam nottiralium et aclualium phantasiae (anche questo termine si trova
parimente — cfr. [per la concezione di Giovanni degli universalia in re, nella
sua relazione con quella dello Scoto Eriugena] le note 594 c 596 — nello
Scoto.Eriugena: v. la Sez. XIII, nota 125) renitentes in intellectum, de
similitudine aclualium. tamquam in speculo, nativae puritatis ipsius animar,
quas Gracci ennoyas [evvoia;] sire yconayfanas [elxovo22 ) Policr.: Sic et
geometrae primo petinones quasdam quasi totius artis iaciunt fondamento, deinde
commanes animi conceptiones adiciunl et sic quasi acie ordinala ad ea quae stb,
sunt demonstranda procedunt [PL ch’è stata colmata dagli studiosi venuti più
tardi, ma anche riguardo ai sillogismi consistenti in combinazioni di giudizi
categorici con giudizi di necessità e di possibilità (Sez. IV, note 558 ss.),
dice che essi non sono esposti da Aristotele in maniera esauriente: e pertanto
rimane qui ancora aperto ad altri il campo a un’attività, la quale tuttavia,
sussistendo il bisogno pratico di così fatte forme di ragionamento, dovrà
fornire. per sodisfarlo, mezzi che sieno, dal punto di vista pratico, più
convenienti) e queste sono ehiaccbieie, per le quali, anche dal canto suo, egli
stesso sembra dover pretendere quella benigna interpretatio, di cui s’è fatto
cenno più sopra. Similmente Giovanni si pronunzia circa i sillogismi ipotetici,
da Aristotele lasciati forse intenzionalmente da parte, a causa della loro
difficoltà; tuttavia, oltre a un accenno a questi sillogismi, che si trova già
nella Topica, è stato in particolare un certo passo degli Analitici. che ha
determinato Boezio e altri a colmare la lacuna, sebbene neanche per opera loro
sia stata ancora raggiunta la vera compiutezza 624 ). Che Giovanni anche 623)
Metnl.. IV, 4, p. 160 [168]: Trium figurarum subnectil rationes (se.
Aristotiles) et qui modi in singulis figuri* ex complexione extremitatum
provenirmi docci : data quidem semente rationis eorum quos, sicul Boetius
asserii (il passo è stato citato più sopra, Sez. V, nota 46), Theofrastus et
Eudcmus addiderunt. Deinde habita modalium ratione transil ad commixtiones quae
de necessario sunl aul contingenti cum his quae sunl de inesse.... A ec tamen
dico ipsum Aristotilem alicubi, quod legerim, nisi forte quod ad propositum, de
modalibus sujficienler egisse ; sed procedendi de omnibus fidelissimam
scientiam trudidit. Exposilores vero divinae paghine rationem modorum
pernecessariam esse dicunt. Et prof celo licei nullus modos omnes, unde modale
s dicuntur, singulatim enumerare sufficiat. quod quidem ncc ars exigit, tamen
magistri scolarum inde commodissime disputali t. et, ut pace multitudinis
loquar, Aristotile ipso commodius [PL] Dialecticam et apodicticam.... prue
cedentia docent ; in his tamen de ipoteticis syllogismis nichil aut parum est
actitatum, Seminarium tamen datum est ab Aristotile, ut et istuc per industriam
aliorum possit esse processus. Cum cairn tam probabilium quam necessariorum
loci monstrati siili, ostensum est quid ex quo sequilur probabiliter aut
necessario. Quod quidem ad vpoteticarum negli Analitici avesse dinanzi agli
ocelli soltanto lo scopo pratico dell’argomentazione, è manifesto dove fa
menzione così della pelino principii B2S ), come pure di alcuni altri momenti
della tecnica, tra cui il procedimento della controprova, per il quale sceglie
il termine « catasyllogismus » «»). Dagli Analitici secondi lia potuto
attingere la conoscenza dei così detti quattro principii aristotelici 6 “'), e
aneli egli è stato inoltre portato a entrare nelle questioni di teoria della
conoscenza, che tuttavia discute assai peggio che non l’autore dello scritto De
intellectibus (note 418 ss.), perchè a un esordio, d’intonazione ancora
abbastanza aristotelica, concernente la percezione sensibile, la fantasia e la
opinione, fa seimUcinm maxime special.... Praeterea Boetius (De syll.
hypothetico ( 1. IL, 01 . 836], p. 609) hoc prò seminio inveniendorum dicit
acceptum quod Aristotile$ ait in Analeticis (v. sopra la nota 522): ..Idem cum
su et non SI', non neresse est idem esse." Ergo ipse et olii (v. la Sez.
XII nota 139) aliquatenus suppleverunt imperfectum Aristotilis in line . parte;
seti quidem, ut michi visum est, imperjecte (sino a qual punto ‘,‘Zn r:r oss I
er ': azione sia v. Md., note 155 e imi [188],Sea forte ab Aristotile de
industria relictus est hic lahor. co quòd plus difficultatis quam utilUatis
videtur habere libcr illius qui dilLenttssime scnpsit. Prof ceto si hunc
Aristotiles more suo exequerelur, vensimile est tantae difficultatis fare
librum ut praeter Sibillam inlelligat nomo. Nec tamen hic de ypotelicis satis
arbitrar expeditum, sudP ien ^ nia vero scolorimi perutilia et necessaria sunt
[PI,. 199 928-01 nota 62BW 5 ' P | 161 t 1 . 7 ?] 1, Adicit (-inai. pr.. II,
16: v. la Sez. IV\ nota 628) et regulampetitwnis principii, quae speculatio tam
demonstraton quam diabetico satis accommodata est ; licei hic probabilitale
gaiiaeat* tue verUatem aumtaxat amplectatur. PL. Segui tur de causa falsae
conclusioni, et catasillogismi (cosi è anche intitolato effettivamente nella
traduzione di Boezio, p. 516 [cap. XX „De falsa ratiocinalione. catasyllogismo
iZlZTu l Z l '° ne ì e l e ' en rt° : PL 64 ’ 7 ° 51 ’ 11 ri8 P««ivo capitolo
AnaL pr II, 19. v. la Sez. IV, nota 631) et elenchi et de fallacia secundum
opinionem (ibid. : nota 634 s.) et de conver sione medi! et extremerum (ibid.,
nota 636 s.), cuius tamen tota utili tas longe commodius tradi potest [PL, 199,
919], w ') Enthct., v. 375 ss. [PL. 199, 973]: Quatuor ista solerei laudem
praeslare creatis : Subjectum, species, artificisque manus. Finis item cunclis
qui nomina rebus adaptat. Arist. Anal. post., II, 11: v la’ Sez. IV, nota 696.
Era pertanto affatto inutile che si mettesse in librila SS U " a
COnOSCenZa ’ P" ài Giovanni, dei guito subito il concetto ciceroniano di
prudenza pratica, al quale viene appresso la concezione platonica della rado i,
per metter capo infine alla sapientia, intesa in senso teologico, come ultima
meta 628 ). Parimente, come tratto dalla conoscenza dei Sopii. Elenchi, posti
da Giovanni a conchiusione dell’Organon aristotelico, potrebbe tutt’al più
essere degno di ricordo il termine « reluclatorius [eluctatorius : v. la nota]
syllogismus), e così pure, come ricavata dairàmbito degli scritti di Boezio, la
menzione delle quindici specie di definizione (v. la Sez. XII, nota 107); e qui
la lettura superficiale del libro di Boezio ha indotto Giovanni a ritenere che
Cicerone abbia composto anche lui uno scritto De definidone 63 °). 6as ) Melai.: Cum sensus
secundum Aristotilem ( Anal. post.) sit naturalis potenlia indicativa rerum,
aut omnino non est aut vix est cognitio, deficiente sensu.... p. 166: Aristotiles
autem sensum potius vim animae asserii quarti corporis passioncm. Imaginatio
itaque a radice sensi!um per memoria’ fomitem oritur. Primum enim iudicium
viget in sensu.... Secundum vero imaginationis est; ut cum aliquid perceptorum.
relenta imagine, tale vel tale asserii, de fiuturo iudicans vel remoto. Hoc autem alterutrius iudicium opinio appellalur
(così in Boezio si trova tradotto il termine Só^a: v. sopra la nota 19; invece
per existimatio v. la nota 423). — 12, p. 169: Prudentia autem pst, ut ait
Cicero, virtus animae, quae in inquisitione et perspicientia sollertiaque veri
versatur. Inde est quod maiores prudentiam vel scientiam ad temporalium et
sensibilium notiliam retulerint : ad spiritualium vero, intellectum vel
sapienliam. Nam de humanis
scientia, de divinis sapienlia dici solet. Ergo et potenlia et potentine motus
ratio appellatur. Ilunc autem motum asserii Plato in
Politia vim esse deliberativam animae ctc. Sapendo vero sequitur intellectum,
co quod divina de his rebus quas ratio discutit, intellectus excerpsit, suavem
habenl gusta ni et in amorem suum animas intelligentes accendunt [PL, 199:
921-3, 925, 927], 629 ) Ibid., IV, 23, p. 180 [ed. Webb]: Sicut enim
dialecticus elencho, quem nos eluctalorium dicimus sillogismum, eo quod contradiclionis
est,.... utitur ctc. [PL, 199, 930]. — Cfr. Polycr., II, 27, p. 145 [ed. Webb,
I, p. 153; PL, 199, 467], dove, sotto il nome [di syllogismus] „cornutus“,
viene messo in opera un dilemma. oso) Vietai., Ili, 8, p. 141 [147]: Sumpserunt
hinc (cioè da Arist., Top. VI) doctrinae suae primardio Marius Victorinus et
Boelius cum Cicerone, qui singuli libros dififinitionum cdiderunt. Illi quidem
difi . — Alano da Lilla], Mostra qualche
affinità con Giovanni da Salisbury, nei riguardi della ontologia teologica.
Alano da Lilla [ab Insulis], scrittore tanto scipito quanto affettato (morto
intorno al 1200 [circa nel 1203]), a entrambi servendo da comune punto di
partenza, circa tali questioni, la concezione di Gilbert de la Porrée. Alano
tuttavia non ba trovato che valesse la pena di prender in considerazione,
neanche a quella maniera che ci si fa manifesta in Gilberto o magari anche in
Giovanni, il valore di questa ontologia dal punto di vista della logica,
dovendo, in ordine a quella, rimanere riservato ai teologi il compito di
giudicare o apprezzare: bensì ba assunto, nell’ampolloso suo poema «
A/iticlaiidianus », rispetto alla logica, il punto di vista della dottrina
scolastica piu volgarmente ordinaria, che ancb egli ha in buon conto, solamente
come mezzo di argomentazione per la battaglia contro gli eretici). Facendo
comparire, analogamente a Marciano Capella, le sette arti quali figure
simboliche, egli, dopo che per prima è stata introdotta la grammatica,
rappresenta, in secondo luogo, la logica come una vergine estremamente
industriosa e solerte, nel cui volto scolorito si scorgono solamente pelle e
ossa, sicché vi si riconoscono le conseguenze delle veglie trascorse
nell’applicazione allo studio 63 -); enumera poi i suoi doni, ch’essa reca con
sé finicndi nomen usque ad quindecim species dilataverunl, describcndi modns
dijfinitionis vocabulo subponentes ; hiiic vero de substanliali praecipue cura
est fPL, 199, 906] (v. la fonte di questo errore alla Sez. XII. note 103 c
106). Anticlaud. (Alani Opp., ed. C. de Visch, Anversa [PL]: Succedit Logicae
virlus arguta, Haec docet argutum JMartem ralionis mire, Adversae parti
concludere, frangere vires Oppositas, parlenupie su ani ratione Uteri :
Eestigare fugarti veri, falsumque fugare, Schismaticos logicce, falsosque
retundere fratres. Et pseudologicos et denudare sophislas [testo cit. secondo
la ediz Wright: Dist. VII, eap. VI, 1 ss.]. 6 ‘-) [PL]: Latius inquirens,
sollers, studiosa, laborans. Virgo secando starlet, intrat penetralia mentis,
Sollicitatque manum, mentem manus excitat, urget Ingenium.... Et decor nella
battaglia per la verità, e tra essi precisamente nomina anzitutto la topica,
con le sue maximae propositiones, a questa intrecciando la sillogistica, come
pure la induzione e Vexemplum: seguono poi la definizione, con inclusa la
descrizione, e la divisione del genere nelle specie, come pure del lutto nelle
parti, e inoltre il ricostituirsi della connessione tra i membri così
differenziati: tutte funzioni, queste, con le quali la logica agisce quale
strumento o chiave della verità, come pure quale arma per tutte le altre arti).
Finalmente Alano, enumerando gli scrittori di logica, esalta Porfirio come un
secondo Edipo, critica Aristotele, per la confusione di parole che ha
introdotta, onde la logica è stata novamente oscurata e velata : ma dopo di lui
è venuto Boezio a riportare nel tutto, luce e ordine). e t species afilasset
virginia arlus, Sicul praesignis membrorum disseril orda. Ni facies quadam macie, respersa
iacerel. Vallai eam macies, macie vallata profunde Su lisi del. et nudis culis
ossibus arida nubit. Ilaec habitu . gesta, macie, pallore, figurai Insomnes
animi motus, vigilemque Minervam Praedicat, et secum vigiles vigilasse lucernas
[Dist.]. [PL]: Monslrat elenchorum pugnas, logicaeque duellum : Qualiter
ancipiti gladii mucrone coruscans Vis logicae veri facie tunicata recidit
Falsa, negane falsum veri latitare sub umbra.... Quid locus in logica dicalur
quidve localis Congruitas, quid causa loci, quid maxima, quid sitVis argumenli,
mattana a fonte locali, C.ur argumentum firmeI locus, armet elenchum Maxima,
quae vires proprias largitur elencho. Cur ligel extremos medius mediator eorum
Terminus, et firmo confibulel omnia nexu...., Qualiter usurpans vires et robur
elenchi Singula percurrit inductio, colligit omne.... Qualiter excmplum de se
paril.... Quomodo diffinit, parlitur, colligit, unii Singula, quaegremio
complectitur illa capaci. Quomodo res pingens descriptio claudit easdem, Nec
sinit in varios descriptio currere vultus. Quid genus in species divisum
separai, aut quid Dividit in partes totum, rursusque renodal, Quae sunt sparsa
prius, divisaque cogil in unum. Qualiter
urs logicae tanquam via, janua, clavis, Ostendil, reserat, aperii secreta
sophiae. Qualiter arma gerii, et in omni militai arte [PL]: Auctores logicae,
quos donai fama perenni Vita, recole.ns defu nctos suscitai orbi. [Illic
Porphyrius directo tramite pontem Dirigit, et monstrat callem quo lector
abyssum latrai Aristotilis, penetrane penetralia libri.] Illic Porphyrius
arcana Passaggio alla letteratura]. Eccoci giunti così al limite del XII 0 e
del XIII° secolo, limite caratterizzato anche dal fatto, che proprio in quel
momento da varie parti è stato recato all’Occidente latino materiale nuovo : la
considerazione di questo deve formare l'oggetto delle due prossime Sezioni,
perchè sia poi possibile distesamente illustrare i vasti effetti di questo
materiale nuovo che ha da sopraggiungere. Per quanto si attiene al progresso
della storia della civiltà, è un fatto che la nostra ricerca, sino al punto a
cui Pabbiamo condotta, non ci ha davvero presentato punti di vista, i quali ci
dian motivo a rallegrarci. Ci siamo sì fatti passare dinanzi multa, ma
certamente non multum. Anzi, persino la conoscenza che un poco per volta si
ridesta, delle principali opere aristoteliche, non è stata feconda di frutti
che meritino di essere ricordati: e al posto di un modo veramente filosofico d’
intendere la logica, quale avrebbe potuto essere determinato dallo studio di
Aristotele, sembrò infine volersi ancora far valere, più che mai di gusto, P
impulso alla retorica pratica. E anche le Sezioni che seguiranno più tardi, ci
faranno, pure in un’epoca in cui uno spirito nuovo spezza le catene della tradizione
e dell’autorità esteriore, assistere, nel campo della logica, solamente a una
ripetizione intensificata di questo giuoco della storia, onde la logica,
frammezzo a molte diverse concezioni, continua sempre a esser di nuovo cacciata
via da una base intimamente filosofica. resolvit, ut alter Aedipodes nostri
solvens aenigmata sphingos, Verborum turbator adest, et turbine multos Turbai
Aristotiles noster gaudelque Intere. Sic logica tractat, ut non tractasse
videtur ; Non quod oberret in hoc, scd quod velamine verbi Omnia sic velai,
Quod vix labor ista revelet.... In lucem tenebrosa rejert, nova ducit in usum,
Exusalque 1 rapo s, in normam schema reducit, Exerit ambiguum Severinus ; quo
duce linquens Natalem linguam nostri, peregrinai in usum Sermonis logicar
virlus, ditatque Latinum. Abbone da Orléans Abelardo abstractio Adalberone
Adamo dal Petit-Pont Adelardo da Balli udjticcnler, adjacentia aequi pollentia
Alano da Lilla Alberico Alberico da Monle Cassino Alcuino Anonimo, De gener. et
specieb. De intellectibus De
interprete De unii, et uno San gali. De p<irt. Loicae SangaU. De syllog., 115 Anselmo d’AOSTA (si veda) Anseimo il
Peripatetico Anlepraedicamenta antiqui antiqui e moderni Aristotele (nuove
traduzioni di) Arnolfo da Laon Asino (Prova dell’) Bartolomeo Berengario Questo
Elenco è mantenuto ei eli'erano stati segnati dai Franti (N. Bernardo da
Chartres Bernardo da Chiaravalle Bernhard da Hildesbeim, 93. Borgognone da PISA
(si veda) calasyllogismus Categorie colligere concepito conceptus communes conformilas
consimilitudo contingens c possibile copida Cornifieio Costantino Cartaginese
[note] Damiani Davide da Hirsebau Definizione Differenza, v. Porfirio Diritto
(Scienza del), v. Giurisprudenza dividenlia dividuum Drogone da Troyes
eloquentiu eloquentia peripatetica Erico da Auxerre forma subslantialis formae
nativae Formularii ìtro gli stessi limiti, molto ristretti (I. J'.) Francone da
Liegi Fredegiso Fulberto da Charlrcs Gannendo Caunilone Gauslenus da Soissons
Genere (Concetto di), v. Universali Gerberto Giacomo da Venezia Gilbert de la
Porrée Giovanili da Gorze Giovanni da Saiisbury Giovanni Scoto Eriugena
Giovanni Serio Giselberto da Reims Giudizio Giurisprudenza Gualtiero Mapes, v.
Mapes Gualtiero da Mortagne Gualtiero da S. Vittore [nota] Gualtiero da Spira
Guglielmo da Champeaux Guglielmo da Conches Guglielmo da llirscliau Gunzone
ITALO (si veda) Uraliano Mauro identitas Jepa indifferentia Indifferenza
(Dottrina della) individualiter inesse informare Intellettualismo inlelleclus
intellcclus conceptus intellectus coniungens e dividens Josccllinus da
Soissons, v. Gauslcnus Irnerio Isidoro da Siviglia Lanfranco Logica, vecchia e
nuova, v. antiqui c moderni maneries Manerius Mapes malerialite.r imposila
materialum modulis moderni moderni e antiqui, v. antiqui e moderni monstra,
Nominalismo Nominalismo e realismo nominaliter notio Notker Labeone Oddone do
Candirai Onorio da Autun Otloli da Ratisbona Ottone da Cluny Ottone da Freising
Papia Parte (Concetto di) perihermeniae Pietro LOMBARDO (si veda) Pietro da
Poitiers Plutonici Poppone Porfirio (Isagoge di) possibile e conlingens, v.
contingens e possibile postpraedicamenta praedicamentalis praedicari praedicari
in quid [nota] proprium, v. Universali Pscudo-Abclardo Pseudo-Boczio, De Trin.
Pseudo-Boezio, De unii, et uno Pseudo-Erico Pseudo-Hrabano Rainibcrto da Lilla
rntionale Realismo Realismo e nominalismo, v. Nominalismo e realismo Reginaldo
Reinhard da Wiirzburg Remigio da Auxerre res de re non praedicalur Rhahano
Mauro, v. Hrahano Roberto Amiclas Roberto da Melun Roberto da Parigi Roberto
Pulleyn Roscelino Salomone (Glossario di) S. Gallo Scoto Eriugcna, v. Giovanni
S. E. Sensismo aerino sermocinalis Sertoriu9 sex principia significatimi
Sillogismi' (Teoria dei) Sillogismi ipotetici Silvestro li, v. Gerberto Simeone
speries, v. Universali status sumplum syllogismi imperfccti syncalegoreumata
Tendenze contrastanti Teologia Topica Ugo di S. Vittore Ugucrione universale
intelligitur, singultire sentitur Universali (Disputa intorno agli), v.
Tendenze contrastanti Universali in re vcrbaliter, v. nominaliter vocalis voce»
signativae vocis flatus vocum impositìo Volfango da Ratisbona Williram da
Soissons Finito di stampare, in 1500 esemplari numerati, nella Tipografia
Fratelli Stianti in Sancasclano Fai di Pesa Esemplare N. IL PENSIERO STORICO SOTTO
GLI AUSPICI DELL’ENTE NAZIONALE DI CULTURA. CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA
LIZIO Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca. Si
diffonde nelle scuole lu logica della lorda latinità .La tradizione della
logica scolastica, nei riguardi delle traduzioni di Boezio, è limitata: e
s’ignorutto le principali opere logiche di Aristotele. Atteggiamento della
ortodossiarispettoallalogica L’Isagoge di Porfirio, Miseria del pensiero
medievale. La questione degl’universali determina un contrasto di tendenze nel
campo della logica: prevalenza di un realismo platonico .Pensiero e linguaggio
. Isidoro da Siviglia: Logica e Teologia Compendio di dialettica nelle «
Origine, Altri spunti di teorie logiche . Alenino: sua compilazione di un
compendio di dialettica INDICE DELIE MATERIE Fredegiso da Tours . Pag. 35
Hrabuno Mauro: suoi scritti di sicura autenticità. Il « De TrinUate » del
Pseudo-Boezio, Giovanni Scoto Eriugenu, Sua abilità nella logicu formale
.Posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica, Realismo teologico dello
Scoto, il quale tuttavia fu unche mollo conto della Sterilità: tenui tracce di
studio della logica: Poppone a Fulda, Reinhard a W'iirzburg, Giovanni da Garze,
Canzone Italo ( prende cosci mitemente posizione nel contrasto delle tendenze),
Wol fungo a Ratisbona, Abbone du Orléans, Bernward a llildesheim, Gualtiero da
Spira, Gerberto, figura assolutamente insignificante: Materiale degli studi di
storia di logica altemposuo. Lo scritto
«De rationale et ratione uti Adalberone di Laon . Fulberto di Chartres .
Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e INDICE DELLE MATERIE XV delle
Categorie, del secolo XI: colorito nominalistico .Intensa attività della scuola
di Sun Gallo. Notker Labeo: Un trattato insignificante Rifacimento delle
Categorie . Rifacimento del «De interpretatione Il «De partibus loicae»:
nominalismo. Scritto anonimo De syllogismis, e sua importanza . » Conclusione .
Altri documrnti relativi allo studio della logica nel secolo XI: Francane u
Liegi, Otloh a Ratisbona, Pier Damiani .Movimento più vivace, la scienza
giuridica l’apia. Anseimo il Peripatetico, Lanfranco, Irnerio; i Formulari .
Movimento più vivace, la teologia. Nominalismo di Berengario nella questione
della Santa Cena, e atteggiamento
Movimento più intenso: grande estensione, e in pari tempo carattere
imilaterale, della letteratura attinente alla logica. Le vicende dello studio
della logica, nel racconto che ne fece Giovanni da Salisbury Contrasto caratteristico fra logica «vecchia»
e «nuova» . La polemica intorno agli tuiiversuli : si può dimostrare che almeno
tredici erano le correnti. xvn nelle quali si dividevano le opinioni su questo
problema. Nominalismo che rasenta il sensismo Grudi vari di questo nominalismo
(Garmondo) La teoria che gli universali sono « maneries »: Uguccione / Platonici: . a) Bernardo da Chartres .
Guglielmo da Conches (e Costantino Cartaginese. Il realismo di Guglielmo da
Champeaux .Le difficoltà e i gradi del realismo Controversie intorno alla
definizione e intorno al concetto di « parte La teoria dello «status», come
tentativo di conciliazione. Gualtiero da Mortagne La teoria della «
indifferenza Adelardo da Balli : intonazione platonica da lui data alla teoria
della « indifferenza Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del
colligere. Lo scritto anonimo « de generibus et speciebus »: punto di vista del
suo autore: Critiche ad altre soluzioni del problema degli universali.
Soluzione da lui stesso proposta . Dottrina del giudizio . Propensione al
platonismo . Controversie sovra punti speciali. Sopra le « Categorie Sopra la
teoria del giudizio in generale Sopra cpiestioni particolari, attinenti alla
teoria del giudizio. Sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo . e)
Sopra questioni di Topica .Negli studi di logica, la qualità continua a rimaner
molto al disotto della quantità Abelardo : a) Suo ingegno: caratteristica
generale Scritti di logica . Dialettica e teologia: intimo dissidio della
dottrina di Abelardo) Abelardo aristotelico. Ma il « Peripatetieus Palalinus è
al tempo stesso anche platonico, Nè aristotelico, nè platonico, infine: bensì,
retore, La « Dialettica » è la principale tra le. opere logiche di Abelardo:
disposizione della materia . Esposizione dell’Isagoge o Antepraedicamenta », quale risulta dalle «
Glossae », e soprattutto dalle « Glossulae », « super Porphyrium»:
atteggiamenti polemici sopra la questione degli universali, Soluzione proposta
da Ahelardo: il « sermo praedicabilis) L’universale inteso come « quoti natum
est de pluribus praedicari »: uso di questo principio, secondo lo spirito del
platonismo, Ma dallo stesso principio Ahelardo trae insieme partito, secondo il
punto di vista aristotelico . » 331 n) Ispirazione aristotelica, nel maggior
rilievo dato al giudizio (« praedicari »)) Anche il preteso intellettuulismo di
Abelurdo deriva dal suo aristotelismo) Ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell’argomentazione .Continua
l’analisi del contenuto della « Dialettica»: le « Categorie La topica . zi l sillogismi ipotetici.
Giudizio conclusivo sopra l’opera di Ahelardo Accentuazione dell’ aspetto
aristotelico della «Dialettica» di Abelardo: .l Ja B371 In un commento anonimo
del De interpretatione. Nell’acuto untore dello scritto pseiulo-abelurdiano De
intelleclibus, Punto di vista aristotelico, Dottrina del « sermo In Adamo dal
Petit-Ponl prevale la teoriu del giudizio Scetticismo logico di Roberto
Pulleyn: e reazione teologica di Pietro da Poitiers e di Roberto da Melun
Gilberto de tu Porrée: . Il commento al « De Trinitate » del PseudoBoezio:
posizione teoretica ingenua e contraddittoria, Concetto di sostanza. Teoria
delle « formae nativae ». Realismo di Gilberto .I.o scritto « De sex principiis
* : un’abborracciatura . > e) I sei « principii » : « actio, passio, quando,
ubi, situs, habitus » » /) La controversia intorno al « magi» » e al « minus
Ottone da Freising, seguuce di Gilberto. Lo scritto pseudo-boeziano « De
unilate et uno Alberico (da Reims?), a Parigi. WUliram de Soissons. Vari altri
autori, menzionati da Walter Mapes . Il cosi detto Cornijìcius, oggetto della
polemica di Giovanni da Salisbury . Giovanni da Salisbury: a) I suoi studi: il
« Metalogicus Punto di vista utilitaristico, alla muniera di Cicerone. La
divisione del sapere. Punto di vista
retorico, come in Cicerone. Grammatica e dialettica. Conoscenza compilila dell
« Organon ». Punti di contatto con Abelardo, soprattutto nel modo di intendere
e giudicare l’opera logica di Aristotele . Pag. 430 e) La « ratio
indifferentiae » come indifferentismo antiscientifico, L’Isagoge, Concezione
degl’universalia in re, Grossolano eclettismo, nella questione degli universali,
Concetto indeterminato di « notio, Le Categorie, Teoria del. Giudizio, Topica,
sillogistica, teoria dei sofismi Uno scritto insignificante di Alano da Lilla, Passaggio
al XIII secolo. LA LOGICA MEDIEVALE
CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA ARISTOTELICA NEL PRIMO MEDIO EVO
Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca]. Saggio su
PRANTL, STORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE NELL’ETÀ MEDIEVALE. LA NUOVA ITALIA
FIRENZE. La Geschichte der Logik ini Abendlande, di Prantl, curata da Fock a
Lipsia, è divisa in parti. La prima ha por oggetto lo svolgimento della Logica
nell’Antichità. Gli fecero sèguito una seconda parte dedicata alla Logica nel
Medio Evo. In una Collezione, che ha per suo programma di rendere largamente
accessibili ai filosofi italiani quello grande saggio di esplorazione e
ricostruzione della storia della filosofia, che sono imperitura gloria della
cultura, doveva esser fatto luogo a un classico trattato qual è questo del
Prantl. Per ragioni editoriali l’ordine di apparizione dei volumi della
traduzione italiana non corrisponde all’ordine di successione del saggio
originale: e si è dovuto dare la precedenza al Medio Evo, la quale forma un
tutto unico e continuo, dotato di una certa autonomia. Alla traduzione del
primo volume che vedrà successivamente la luce, diviso in due o tre tomi, sarà
premesso un discorso introduttivo intorno all’Autore, e alla importanza e.
vitalità della sua opera: bastino qui brevi cenni, a giustificare il lavoro e a
render ragione dei criteri adottati dal Traduttore. Il disegno di Storia della
Logica Medievale presentato dal Franti non è stato sostituito da opere più
recenti: il suo intento, di risparmiare, almeno per lungo volger (Tanni, agli
studiosi venturi, la immane fatica di riprender ex novo l'argomento, rifacendosi
direttamente dalle fonti, è stato raggiunto: e il trattato è ancor oggi cosa
viva, sì che nessuno studioso, mettendosi, con un suo particolare obbietta, a
lavorar attorno a questa materia, può far a meno di ricorrere e di ricollegarsi
a quello: è, a giudizio di CROCE, il solo, tra i libri special, recanti il
titolo di Storia della Logica, che, fondato sopra lunghe ricerche, sia
veramente insigne per dottrina e per lucida e animata esposizione. Animata,
vorrei soggiungere, ancor più che lucida: non di rado, in venta, la espressione
è negletta e contorta, e la perspicuità e sacrificata alla rapidità e alla
efficacia: lettura dunque, non tutta agevole, ma tale da far desiderare una
versione che, se non sembri troppo ambizioso il proposito, elimini almeno in
parte, pur attenendosi con scrupolosa cura di fedeltà all'originale, quelle
cause che non possono non render ostica a noi Italiani la greve prosa * f-CXC
SC Q, Dei progressi che gli studi son venuti facendo in questi cinquant anni si
doveva naturalmente tener conto, ma senz alcuna intenzione di metter assieme un
Prantl nuovo, in luogo di ri presentare nella sua integrità il I rantl vecchio:
e la questione era soltanto del modo piu opportuno di far posto a quel
pochissimo ch'è del traduttore, nella poderosa costruzione innalzata dall
Autore. i\on era dunque il caso di contrapporre all'atteggiamento che il Pronti
assunse, con icastiche espressioni di disprezzo, di fronte al pensiero
medievale, un giudizio valutativo diverso o per lo meno più temperato: anche se
nessuno si sentirebbe disposto a ripetere senza riserve che una filosofia
medievale non c'è stata, intensificandosi anzi da molte parti lo sforzo di
rintracciare nel Medio hyo anticipazioni e presagi del pensiero moderno, il
giudizio del Prantl va conservato in tutta la sua crudezza, per lo meno quale
documento significativo di un momento importante nella storia della cultura:
d'altra parte, in antitesi con la corrente che, sempre tendenziosamente
talvolta nostalgicamente, porterebbe ad abohre la differenza tra Medio Evo ed
età moderna, o a sopravvalutare quello, a tutto danno di questa, può avere
virtù correttiva, od operare come reazione salutare, la ricomparsa dell'opera
di un eminente ricercatore., il quale, proprio studiando lo sviluppo di quella
disciplina filosofica che fu più largamente e appassionatamente coltivata nella
età di mezzo, ne trasse occasiime a rivelare lo spirito medievale nel suo
aspetto deteriore: quasi si direbbe ch’egli si fosse accinto all’ardua impresa
di esporre classificare giudicare i cultori illustri e oscuri della logica nel
Medio Evo, con la persuasione di vedersi dispiegare dinanzi agli occhi un
panorama tanto interessante quanto poco conosciuto, e tale comunque da
compensare il travaglio della indagine: e nei giudizi recisamente svalutativi
da lui pronuziati nei riguardi di quasi tutti gli autori che ha studiati,
diresti di sentire la eco di un’amara delusione o un movimento di dispetto, se
non addirittura l’accento scorato di chi è tratto ad esclamare: «et oleum et
operata perdi di » ! Rimaneggiare l'opera di Prantl, conservando immutate
quelle sole parti che han conservato oggi tutto il loro valore, e sostituendo
integrando rifacendo quelle che appaiono antiquate o inadeguate, sarebbe stato
in contrasto con l’indirizzo al quale, come s’è accennato, la Collezione si
attiene: il rispetto dovuto alle opere in essa incluse, ne esige la
riproduzione compiuta, senza modificazioni o mutilazioni, che han sempre l’aria
di manomissioni arbitrarie. Primo dovere era quello di rivedere l’ingente
materiale accumulato nelle numerosissime note, che prevalgono per ampiezza
sopra il testo del Prantl: poderosa raccolta di testi accortamente scelti,
della quale riconoscono l'incomparabile valore anche i meno disposti a seguire.
l’Autore ne’ suoi apprezzamenti e nelle sue interpetrazioni. È Prantl uno
studioso di esemplare diligenza, e fa veramente, maraviglia che, con lina
smisurata mole di lavoro, egli sia soltanto eccezionalmente incorso in errori
di trascrizione, sviste nella correzione delle bozze, inesattezze nelle
citazioni e nei rimandi. Ma alcune mende s’è pur dovuto rilevare, che, com’era
inevitabile. sono state naturalmente travasate tutte quante nel « Manuldruck.
In una traduzione, invece, bisognava procurare di eliminarle, e riscontrar le
citazioni, una per una, con i testi, per ottener la massima possibile
correttezza, evitando altresì che, come pure in alcuni luoghi è accaduto all
Autore, la trascrizione frammentaria possa alterare o non render intiero il
pensiero dello scrittore: si direbbe che il Franti qualche volta prendesse
frettolosamente le sue note dai testi da citare, e poi le trascrivesse per la
stampa, senza più darsi pensiero di collazionarle con l originale. Inoltre, era
suo costume di servirsi a caso di una o altra edizione che trovava, per ciascun
autore, consert ata nelle Biblioteche di Monaco, rendendo così a noi, molto
spesso, difficile il riscontro delle sue citazioni con i testi originali da lui
usati: era dunque necessario non solamente emendare e aggiornare le citazioni,
ricorrendo, ogni qual volta fosse possibile, a edizioni moderne criticamente
condotte, ma inoltre sodisfare una esigenza di uniformità e di unificazione,
aggiungendo a ciascun passo il riferimento al luogo corrispondente di un grande
repertorio, largamente diffuso e facilmente accessibile, qual è la Patrologia,
Greca e Latina, del Migne (designata nelle note, tra parentesi quadre, con la
sigla PC o PL, seguita in cifre arabiche dalla indicazione del volume, poi
della colonna o delle colonne corrispondenti). Testi che il Franti aveva potuto
conoscere solamente di seconda mano, riferendoli secondo le parafrasi di
benemeriti studiosi francesi, son oggi editi, e dovevano naturalmente venir
citati anche nella forma originale, così rendendosi manifesti i
progressirealizzatinella conoscenza di scrittori, quali Adelardo e Abelardo.
Successivamente alla comparsa del secondo volume (seconda edizione) della
Storia del Pronti, la letteratura concernente gli Autori da lui studiati si è
venuta accrescendo in misura molto rilevante: e non c’è forse un solo scrittore
o argomento, per il quale non si rendano necessarie allo studioso informazioni
bibliografiche supplementari: ma si è voluto evitar di gonfiare la mole della
traduzione, introducendovi dati che ciascuno può facilmente trovare raccolti in
opere di uso comune, universalmente apprezzale per ricchezza ed esattezza
d’indicazioni, qual è, per citare la più nota, il Manuale d’Ueberweg, nelle più
recenti edizioni curate dal Paumgartner e dal Geyer. Questioni che si giudicano
definitivamente risolte, in senso contrario alle tesi sostenute dal Pronti —
quelle, per esempio, che riguardano l’autenticità degli scritti teologici di
Boezio, o le relazioni tra le Summulae » di Pietro Ispano e la Sinossi di Psello — non potevano venir qui dibattute:
e al lettore basterà veder accennato il presente stato delle questioni stesse.
I volumi del Pronti son tipici esemplari dell arte tipografica tedesca, intorno
alla metà del secolo scorso: pagine massicce, caratteri minuti, scarsità di
capoversi: tutto quelchecivuole,perdisvogliaredalla lettura, o per renderla più
che mai fastidiosa. Ben diverso è l’aspetto delle pagine della traduzione: la
necessità di conformarla al tipo prescelto per i. volumi precedenti della
Collezione, portava di necessità a un considerevole aumento di mole, in
confronto con l’originale: e s è dovuto ripartire in tre volumi la materia
compresa dal Pronti nel secondo e nel terzo volume: effettivamente le due
ultime Sezioni del secondo volume del testo, la XV a («Influsso dei Bizantini»)
e la XVI a («Influsso degli Arabi»), trovano il loro posto più adatto, meglio
che nel presente volume, in quello che gli farà sèguito: non servono di
conchiusione. alla Storia della Logica, ma d’introduzione alla Storia della Logica
nel XIII 0 secolo: e formeranno dunque opportunamente, insieme con l’amplissima
Sezione XVIP, il contenuto del prossimo successivo volume. Ho avuto cura di
render sensibile al lettore come si compartisca e articoli la trattazione del
Prantl, moltiplicando i « da capo », e soprattutto dividendo e suddividendo in
paragrafi le varie Sezioni, ciascuna delle quali forma nel testo un tutto
compatto: una modificazione, questa, che osiamo sperare sarà apprezzata
segnatamente dagli studiosi, quando ricorreranno al libro per consultazioni e
ricerche particolari. I titoli dei paragrafi e sottoparagrafi corrispondono
inpartealleindicazioni che il Prantl ha raccolte nell’ Indice delle Materie, e
anche riprodotte in capo alle pagine, in parte sono state aggiunte dal Traduttore,
il quale ha cercato di tener distinta, compilando l’Indice stesso, una
dall’altra parte, mediante l’uso di tipi differenti. Di regola, e nel corso
dell’intiero lavoro, ha incluso tra parentesi quadre tutto ciò ch’è aggiunta
sua, dichiarativa o emendativa o integrativa, evitando tuttavia di esporsi alla
taccia di pedanteria con una frappo minuta registrazione delle varianti:
solamente il raffronto fra i testi quali sono riferiti nell'originale e nella
versione potrebbe, a chi volesse, fornire la misura della pazienza che ha
richiesta la revisione dell’estesissimo prezioso materiale. Il traduttore non
s’illude di esser riuscito a evitare errori e sviste nel lavoro di versione,
trascrizione, rettificazione: ma ha coscienza di aver fatto tutto quello che
stava in lui, per ridurli al minimo: è grato a quanti gli hanno agevolato le
ricerche, condotte per lungo periodo di tempo, presso Biblioteche italiane e
straniere: in particolare ringrazia l'insigne collega Mons. Geyer della
Università di Bonn, che gli ha liberalmente offerto ospitalità nella sede
dell’Albertus Magnus Institut di Colonia. Nell’attendereaquestanuova edizione
riveduta, era mio primo dovere, come ben s*intende, di adeguarla alla presente
condizione degli studi: e sebbene non sieno stati molto numerosi i contributi,
recati negli ultimi ventiquattr’anni allu storia della logica medievale,
bisognava certamente trarne profitto con la massiina accuratezza. Ma la nostra
conoscenza attuale della letteratura logica di quell’epoca presentando pur sempre,
sovra punti particolari, varie lacune, sarei lieto di dare rinnovellato impulso
alla pubblicazione di testi supplementari, quali appaion desiderabili, tratti
dai preziosi fondi manoscritti delle Biblioteche. Questo augurio vale ancor
oggi segnatamente nei riguardi della questione pselliana [sopra la quale son da
vedere le Sezioni XV e XVII, nel volume successivo di questa versione], clic io
sono bensì convinto di avere oramai risolta in linea di principio, ma che debbo
tuttavia qualificare come una questione aperta, in quanto che presentemente ci
manca tuttora la conoscenza degli anelli intermedi, che si erano avuti
antecedentemente su terreno bizantino. Pbantl. Monaco di Baviera.Relativamente
al Medio Evo si trattava ancora di studiare criticamente tutto quanto il'
materiale accessibile, come pure di rintracciare la linea effettivamente
seguita dal corso della storia. E, per quest’ultimo rispetto, si rese subito
manifesto che proprio la storia della logica può aver il compito di correggere
o di compiere la conoscenza della così detta filosofia del Medio Evo. A quel
modo cioè che, in ordine alla controversia intorno agli universali, è venuta in
luce una varietà di tendenze contrastanti. della quale finora non si aveva la
idea, — così si .è potuto in compenso non soltanto delimitare esattamente, in
quale misura fosse, in quei secoli, conosciuta la letteratura logica, ma anche
fornire la dimostrazione incontestabile, che nell’intiero Medio Evo, senza
eccezione di sorta, non c’è stato un solo autore che abbia cavalo fuori dalla
propria testa un pensiero che fosse suo: bensì la letteratura di quell’epoca
era tutta dipendente e condizionata dalla estensione di un materiale
preesistente, trasmesso per tradizione. Soltanto sobbarcandomi alla fatica
indicibile di sollevare e di risolvere, quasi direi frase per frase, la
questione della fonte dalla quale la frase! fosse stata ricavata, sono riuscito
a esporre in maniera obbiettivamente esatta il corso della evoluzione; e anche
quella sola volta che (cioè a proposito di Escilo) non sono stalo più in grado
di dar una risposta a quella domanda « Di dove? », non è già che su questo
punto resti da ciò alterata la giustezza della mia tesi generale, ma in quel
caso speciale semplicemente manca alla ricerca il materiale necessario. Se del
resto io per principio mi sono limitata a quella produzione letteraria, che
abbiamo a nostra disposizione in pubblicazioni a stampa, sono tuttavia contento
di ammettere la possibilità che da varie Biblioteche, utilizzandosi materiale
manoscritto, vengano tratti alla luce elementi per rettificare o integrare la
mia ricerca, e anzi in più luoghi ho espressamente formulato l’augurio che ciò
awengà. Purtuttavia in un caso soltanto ho derogato a quel mio principio: da
manoscritti parigini, additati dall’ Hauréau, ho potuto cioè desumere con gioia
ch’era mio dovere addurre il materiale che ivi si trova; poiché n’è derivata
luce, non meno nuova che interessante, sopra la relazione di Psello con Pietro
Ispano, o piuttosto con i predecessori e contemporanei di quest’ultimo: un
risultato, al quale non si sarebbe mai potuti pervenire, con la letteratura a
stampa. | Il l J rantl allude qui munì lestamente a scritti inediti di
Guglielmo da Shyreswood e di Lamberto da Auxerre, dei quali tuttavia egli si è
giocato non per il 2”, ma per il 3" volume di questa sua Storia. Si veda,
nel volume successivo della presente traduzione italiana, la Sezione XVII J. Se
i passi delle fonti, copiosamente riportati nelle Note, sembrano spesso
(particolarmente nella Sezione [la XVI': vedi il voi. successivo della
traduzione ] che tratta degli Arabi) contenere più ancora di quel che ho
esposto nel testo, il lettore vorrà scusarmene, considerando che io mi sono
sempre sforzalo di attenermi alla massima possibile brevità, e che pertanto mi
son provato a presentare nel testo non una semplice traduzione e neanche un
riassunto, bensì la intima essenza dei passi originali. Al medesimo intento di
brevità servono anche i numerosi reciproci rinvii, nei quali il lettore vorrà
ravvisare non un ozioso abbellimento, o imbruttimento, ma un mezzo compendioso
di tener dinanzi agli occhi in molti casi una più ampia connessione. Monaco di
Baviera. Le
difficoltà che s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’ italiano
dipendono, in primo luogo, dall’incerto significato del nome stesso, onde puo
essere ugualmente designate come POSITIVA, filosofia -della quale sembra più
interessante mettere in luce le caratteristiche differenziali che non i tratti
comuni. I positivisti non si definiscono come tali per la concorde adesione a
una rigida dottrina, o per la collaborazione consapevole alla costruzione di un
sistema ben determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo metodico, di una
forma mentale che impronta di sè non solamente la ricerca filosofica
propriamente detta, ma l’intiero mondo della cultura. Il positivismo ripone e
ricerca la verità nel fatto, intende la conoscenza come relativa, la esperienza
come unica fonte del sapere e ultimo criterio della certezza, ritiene che la
cognizione filosofica non sia diversa per natura dalla scientifica, e anche non
possa se non prepararla e integrarla, assume di fronte ai problemi della
metafisica un atteggiamento agnostico o semplicemente negativo, concepisce la
natura come universale meccanismo, escludendone la teleologia e, pure
affermando la irreducibile diversità della materia dallo spirito, non crede che
da ciò rimanga spezzata la unità e interrotta la continuità del reale,
interpetra il mondo dei valori come prodotto della evoluzione psicologica, e
dei valori stessi domanda la spiegazione e la giustificazione alle leggi della
psicologia. Ma l’accordo — che può anche essere parziale — sopra questi
principii non esclude la possibilità di svolgimenti molteplici e autonomi,
perchè i principii stessi valgon piuttosto a dirigere nella selezione e nella
discussione dei problemi, che non ad anteciparne in concreto la soluzione:
onde, chi voglia essere cronista esatto del vasto e vario movimento, si trova
di necessità a ravvicinare pensatori che si sono reciprocamente ignorati e che
proverebbero senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi insieme:
particolarmente in Italia il positivismo è affermazione perenne della libertà
filosofica, sì che sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una formula, e
si manifesta la necessità di determinarne la fisionomia, considerando in modo
distinto la operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità risulta ancora dal
fatto che nella maggior parte dei positivisti italiani, sopra il gusto delle
costruzioni sistematiche, ha prevalso la tendenza a esplorare determinati campi
della indagine: e però limitarsi a registrare le concezioni generali del mondo
e della vita, trascurando i contributi recati da più modesti studiosi alle
scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del movimento una idea
affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno tra le
fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro intendimento del
loro più profondo significato, consentire anche quegli scienziati che sono
affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si decorasse del nome
di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche volta, per dirla con
Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana, ingenua sino alla
inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella metafisica contro la quale
il positivismo era sceso in campo: positivismo non può infatti essere ignoranza
della tradizione metafisica e incapacità d’intenderne le ragioni, bensì
dev’esspre revisione critica dei postulati assunti e dei metodi tenuti dalla
metafisica stessa. Eppure in un quadro sommario che aspiri a riuscire completo,
anche queste manifestazioni di pensiero più povere di critica hanno il loro
significato e debbono trovare il loro posto. D’altra parte, in Italia, in
questi ultimi anni, le fortune della filosofia idealistica, soprattutto nella
sua forma attualistica, indussero i dissenzienti a costituire una fronte unica
contro una dottrina che romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come
opera di fantasia e prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come
sistemazione di conoscenze vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale,
atteggiamento di opposizione e di reazione, ebbe come conseguenza che
tendessero a obliterarsi i caratteri differenziali del positivismo da altri
indirizzi. A far la rassegna dei filosofi che pròfessano oggi di essere
positivisti, si sarebbe indotti a conchitidere che i « quadri » non sono stati
mai poveri come adesso : eppure mai come in questo momento è apparsa chiara la
influenza del positivismo sopra la educazione mentale e la posizione dottrinale
di quei pensatori che non si sono ralliés alla filosofia di moda. Il periodo
storico che qui si considera, coincide con il cinquantennio dell’attività
filosofica di R. Ardigò; questi, nato a Casteldidone, pubblica La psicologia
come scienza positiva », segnandovi le linee fondamentali della sua dottrina,
già preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete, nella
commemorazione di Pomponazzi — e morì a Mantova, avendo atteso fin quasi all’ultimo
giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione del sistema ardighiano
erano precorse in Italia altre manifestazioni di pensiero positivistico. Il
sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si lega in Italia come
all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i maravigliosi
progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come delle scoperte,
il fervore degli studi storici, la reazione contro le intemperanze del pensiero
metafisico, il disgusto dei sistemi dogmatici. Le origini prossime del
movimento positivista sono da ricercare nella scuola di Romagnosi, dalla quale
uscirono Ferrari e Cattaneo. Ma Ferrari, rappresentante di un fenomenismo
estremo che reca le tracce d’influenze discordi e tende a sboccar nello scetticismo,
non orientò il suo pensiero verso il positivismo così decisamente come il
Cattaneo: questi è comunemente riconosciuto come l’iniziatore del movimento e
il più ef. ficace banditore della dottrina. Nel Cattaneo, patriotta insigne,
cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente poliedrica, si manifesta
l’interesse per la glottologia, la storia e la politica, la demografia, la
economia e la organizzazione tecnica della industria e dell’agricoltura:
ne’suoi scritti filosofici, non ammette conoscenza che non sia di fatti, e
attribuisce alla filosofia una funzione sintetica rispetto alle altre scienze:
raccogliendo la eredità del Vico, pone come fondamentale il pro-^ bleina
deH’incivilimento: la civiltà è opera dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una
finzione mentale, che non può adeguarsi alla varietà e alla concretezza del
mondo umano; la psicologia individuale deve integrarsi nella psicologia
sociale, o psicologia delle menti associate; mente non si dà, nè funziona e si
forma se non in un giuoco di azioni e reazioni, che, poiché i conviventi
operano uno sopra l’altro e ogni generazione scomparsa sopra le successive.] è
a un tempo il fondamento della unità sociale e della continuità storica. La
dottrina del Cattaneo s'intona al positivismo del Comte e all’umanismo del
Feuerbach, sebbene si sia costituita in perfetta indipendenza dall'uno e
dall’altro, e contiene germi che dovranno maturare nella filosofia dell’Ardigò
(« Opere edite e inedite di Cattaneo). Maestro acclamato e autorevolissimo
nelle scienze storiche, Villari, che aveva mostrato, nel « Saggio sull’origine
e sul progresso della Filosofia della Storia, di risentir la influenza di Comte
e Mill, illustrò e favori («La Filosofia positiva e il metodo storico)
l’indirizzo storico già prevalente nelle scienze morali, sostenendo che queste
non avrebbero potuto fiorire come le scienze naturali, se non ne avessero fatto
proprio il metodo, positivo o sperimentale. La influenza esercitata dalla
divulgazione della dottrina darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi
biologici ed ebbe fra noi il suo apostolo più fervido in Canestrini ( «
Antropologia » La teoria dell’evoluzione
esposta ne’ suoi fondamenti La teoria di Darwin), è manifesta negli scritti di
Tommasi, medico insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche
dallo stato metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi
dinanzi ai problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo
dottrinale e metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento
del sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il
materialismo, e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè
ogni teleologia («Il naturalismo moderno, Il rinnovamento della medicina in
Italia). Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore
nella clinica di Napoli. Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina d’Ardigò
e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più
rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filosofiche rispecchiano
il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede inconcussa nel Vero
e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella esemplare austerità della
vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato impari, se pur non affatto
insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa era sodisfatta, in modo
positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che rappresenta ancora una entità
ontologica, onde si mantiene l’antitesi di sostanza e di fenomeno, e il
fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e trova alla soglia di questo il
proprio limite: il sistema dell'A. si forma fuori da ogni diretta influenza di
queste dottrine, per la rivoluzione che lo studio delle scienze naturali opera
nella sua mente, resa, da lunga consuetudine, familiare con i classici della
teologia e della metafisica: il distacco dalle vecchie credenze non è
definitivo, fin ch’egli non ha trovato la soluzione del problema gnoseologico,
e non ha inteso come si possa spiegare la origine delle idee, senza ricorrere
alla trascendente facoltà dell’intelletto. La posizione centrale assegnata alla
teoria della conoscenza è la caratteristica più significativa del sistema
dell’A. « Non è senza significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al
suo apparire coll’A., fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando
subito il problema dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una
concezione organica dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore
ed obiettiva non si acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica
dell’uiiità della coscienza, e invece che tener separata la questione
gnoseologica dalla cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo
concetto si della natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si
separano se non per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di
Comte, nè quello di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il
naturalismo del Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono
umani: ma il fatto primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata
che ne abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a
fondamento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza
trascorrere dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo
dell’A. che elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così
la contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione
dell’oggetto nel soggetto; e sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza
incorrere nei sofismi del soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra
termini di pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa
assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la sensazione,
e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due mondi, per il
doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato la sintesi
delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi delle
sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se
stesse nè interne nè esterne, ma il differenziamento si opera, per la
specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e
costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale,
è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione
delle sensazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro
incommensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in
percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico
della percezione). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto in se
stessa, in quanto conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come
percezione, o conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce
cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il
soggetto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo
termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come
possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto
d’irreducibilità che il pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e
che, come tale, è noto («L’Inconoscibile di Spencer e il positivismo). La
materia non farà mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la
trascendenza così intesa, in senso affatto diverso dal tradizionale, non
esclude la fondamentale unità, che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me
e Non-Me) che vi si costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico.
«L’unità dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la
continuità del processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale)
caratterizzano la concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una formazione
naturale la psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega l’essere e ne
domina lo sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si specifica la
realtà: la preminenza e la priorità del problema gnoseologico rispetto a tutti
gli altri problemi filosofici si esprimono nel fatto che appunto dallo studio
del fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il concetto della natura come
indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita virtualità di successivi
che si realizza nella infinità dei coesistenti. Il processo dall’indistinto al
distinto è governato dalla legge del ritmo, la quale spiega come ogni
formazione naturale debba sempre essere un ordine, malgrado le accidentalità
proprie di ogni ordine dato, che è sempre l’effettuazione di uno tra infiniti
altri possibili. Per la universale ritmicità si ha infatti nella natura non il
caso, ma la cosa e il fatto, il tipo e la legge, l’impero, dunque, della
causalità; ma causalità non è forma a priori dello spirito, nè semplice
successione che generi per abitudine l’attesa del riprodursi del passato;
l’idea di causa è una formazione naturale endogenetica per l’esperienza subita
dal mondo esterno, onde avvertendo costantemente una determinata successione,
siamo costretti ad ammettere che il fatto precedente ha in sè una condizione e
ragione di causare: ogni fatto, dunque, emerge in modo necessario
dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra parte, la necessità non esclude
il caso, perchè l’ordine si attua in seno all’universo che è infinito: onde il
fatto può a un tempo dirsi, per la sua intrinseca necessità, equazione del
determinato, e, per la imprevedibilità della sua determinazione necessaria,
equazione dell’infinito: poiché l’indistinto non è un sistema chiuso, il
distinguersi di uno o dell’altro ordine è casuale. Il determinismo non elimina
dunque la casualità, nè semplicemente l’ammette come espressione della nostra
ignoranza: ma la riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto
della realtà, non meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per
necessità naturale da una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi
non assegnabile, o non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del
suo principio, non solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche negli
elementi costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione
naturale nel fatto del sistema solare; la trilogia: « Il Vero» «La Ragione» L’Unità della Coscienza). E’ una
formazione naturale anche la filosofia, che non soltanto ha funzione coordinatrice
e sintetica rispetto alle scienze, ma è la matrice perennemente feconda del
sapere scientifico e dei problemi che alla scienza appartiene di risolvere.
Come l’indistinto si specifica, per un processo di ascendenza dinamica, nei
sistemi ritmici, corrispondenti a gradi sempre più alti di autonomia, cosi la
filosofia si viene differenziando nelle discipline speciali che in essa si
unificano e di essa risentono l’azione propulsiva (« Lo studio della Storia
della filosofia Il compito della filosofia e la sua perennità). Sopra i
contributi recati dall’A. alle distinte scienze filosofiche non posso
intrattenermi qui: basti ricordare come il suo realismo psicofisico e il
prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano portato alla costruzione di un
sistema di psicologia, dove la unità della coscienza figura come idea
direttrice, e la critica del vecchio associazionismo prepara la teoria della
confluenza mentale — come inoltre sovra basi fisiopsicologiche si eriga una
concezione della vita morale, nella quale la impulsività della sensazione è
assunta a spiegare la imperatività della idealità sociale antiegoistica (« La
Morale dei positivisti) — come, ancora, la morale s’integri in una sociologia
che è piuttosto una filosofia del diritto, o lo studio della formazione
naturale della Giustizia, intesa come forza specifica della società
(Sociologia) — come infine le dottrine fondamentali si coordinino e sbocchino
in ima pedagogia, che pone l’esercizio a fondamento cosi della educazione
intellettuale come della educazione morale (La Scienza dell’educazione).
Ardigo, prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi
discepoli vogliono essere ricordati in primo luogo Marchesini, Dandolo,
Tarozzi, Ranzoli, Troilo. MARCHESINI (vedasi), prof, di ped. a Padova,
fondatore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e scienze affini,
illustrò la figura del Maestro e ne propagò la dottrina, elevandosi dalla
esposizione acuta e fedele alla originale ricostruzione e rielaborazione (« La
vita e il pensiero di Ardigo; Ardigo, L’uomo e l’umanista. Il M. ha definito il
positivismo d’Ardigò come naturalismo umanistico e questa denominazione designa
la duplice direzione nella quale egli stesso ha svolto la propria attività di
scrittore, integrando felicemente il sistema, che rivela così nella varietà e
la novità degli sviluppi la propria feconda vitalità. Il naturalismo del M. si
fonda sopratutto sul principio dell’unità come sintesi universale: egli
concepisce la unità come continuità dinamica dei fatti fisico, biologico,
psichico, postulando il « fatto minimo », come idea-limite, in armonia con lo
stesso concetto della continuità nella eterogeneità, e spiegando con la
impossibilità di depotenziarci la presunta inintelligibilità del trapasso, alla
quale si devono le due estreme concezioni, idealistica e materialistica. La
conoscenza, in quanto è determinata dal reale, in ordine al principio della
continuità stessa ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già puramente
simbolico (« La crisi del positivismo e il problema filosofico, Il simbolismo
nella conoscenza e nella morale). Umanistico è detto dal Marchesini il
naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla celebrazione della
persona umana e dà fondamento razionale e positivo all’idealismo etico e alla
dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M., e non soltanto in quelli
che hanno più diretta attinenza con la pedagogia (« L’educazione morale» I
probi, fond. dell’ed., Disegno stor. delle dottr. ped.), si manifesta più che
mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche per il M. la
continuità non esclude, ma comprova l’autonomia del soggetto umano, come
formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il diritto a
un orgoglio umano razionale come vera e propria virtù etica (« Il dominio dello
spirito, ossia il problema della personalità eildiritto all’orgoglio). Sulla
stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza come rispetto della
personalità nella sua costituzione specifica (« L’intolleranza e i suoi presupposti).
L’ideale è relativo alla personalità, ma pensato come assoluto acquista da ciò
uha particolare potenza utilizzabile pedagogicamente (Le finzioni dell’anima).
In esso, e nelle sue singole specie, si reintegrano le inclinazioni umane
fondamentali, all’infuori d’ogni trascendenza metafisica, ch’è puramente
simbolica («La dottrina positiva delle idealità). Nella teoria del M. si
ravvisa antecipata in alcuni de’ suoi elementi più caratteristici e
significativi la filosofia del « come se », che ha avuto in questi ultimi anni
singolare fortuna e grande diffusione. Dandolo, prof, di fil. teor. a Messina,
concepì il problema gnoseologico come problema psicologico, e lo fece oggetto
d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare attitudini all’analisi e alla
rappresentazione della vita mentale. Tra fatti psichici e fatti fisiologici
corre un rapporto unitario di correlazione: il fatto psichico non è il
riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie caratteristica nella
coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone assolutamente e del quale
è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti dell’esperienza
edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso all’intelletto, se
pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza nella sensazione;
ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di sviluppo: la pura
sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione, come l’appetito
s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione nella volontà.
Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma la relatività
reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre si pone come
fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un termine
correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero.
Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella
oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della
legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il
D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i
fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è
un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento
conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e
la percezione esterna, Le integrazioni psichiche e la volontà, La causa e la
legge nell’interpretazione dell’universo, Intorno al valore della scienza, Studi
di psicologia gnoseologica, oltre a numerosi altri saggi, soprattutto di psic.
e di st. della psic.). TAOROZZI (vedasi), prof, di fii. a BOLOGNA, occupa in
Italia, rispetto alla tradizione storica del positivismo sistematico, una
posizione spiccatamente personale: è stato, e si è professato sempre, discepolo
delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali
postulati: la filosofia è anche ricerca, perennemente promossa dai risultati
della scienza e dallo sviluppo dei pensiero comune; scienza e filosofia si
differenziano non per il metodo bensì per l’oggetto, e insieme tendono a un
fine comune cioè alla obbiettività, la quale può essere raggiunta dallo spirito
umano solo entro l'ambito della categoria quantitativa, onde ha grande valore
filosofico lo sforzo di esprimere il qualitativo in termini quantitativi; la
esperienza non è di atti ma di fatti; non è concreto se non ciò che è
sicuramente determinabile nel tempo e nello spazio. Ma la originalità del T. si
è rivelata anzitutto nelle critiche alle quali egli sottopose il determinismo,
ravvisando in questo un residuo metafisico e un elemento estraneo allo spirito
del positivismo. il suo indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del
Bergson, del Mach, congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità
del fatto singolo, senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo («
Della necessità nel fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il
realismo gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza
» consente una soluzione esauriente della questione relativa alla
determinazione qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar
fondamento alla persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è
contingente, e però presuppone il reale come altro da se stessa, e implica
l’idea della esistenza come incondizionalità dell’essere rispetto alla
conoscenza; da ciò s’inferisce un reale, di cui tutte le determinazioni
appartengono alla esperienza, tranne una, cioè la esistenza, che le si sottrae.
Il reale così inteso sfugge a quella determinazione del finito che è propria
della conoscenza razionale : e però è l’infinita varietà, che come tale non può
essere se non dinamica: infinito dev’essere dunque il principio dinamico dell’infinitamente
vario in ciascun essere che l’esperienza ci presenta come determinato e finito.
La contingenza della conoscenza, da un lato, giustifica la distinzione della
conoscenza pura dalla conoscenza empirica e quindi il riconoscimento di leggi proprie
del pensiero, dall’altro, ha in tale distinzione e nella esistenza di queste
leggi la propria riprova. Nella conoscenza pura, intesa come conoscenza
deH’autonomia dello spirito, consiste il fondamento gnoseologico e logico,
dell’idealismo etico. Caratteri dell’idealismo etico sono la coscienza della
libertà dello spirito, la responsabilità, l’impero effettivo dell’ideale. La
libertà dello spirito, come rivelazione dell’infinito nella coscienza, e
capacità che ha l’uomo di creare il regno della sua umanità morale, non esclude
ma implica la obbligazione, l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste
fra necessario e infinito, in quanto quello pone un limite che questo esclude,
vien meno, infatti, nella necessità morale, e in essa soltanto, perchè in essa
l’infinito si limita non negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità, in
quanto è correlativa alla obbligazione, è responsabilità non soltanto del male,
ma anche del bene, in quanto è indipendente dalla obbligazione, trascende i
limiti dell’attività del soggetto, onde questi tende ad assumere sopra di sè il
carico del male della umanità intiera. Effettivo è l’impero dell’ideale, perchè
esso come autonomia dello spirito, è, per natura sua, un fine: ma non può
essere fine a se stesso, bensì presuppone un reale ateleologico che si offre
come oggetto e materia al teleologismo in cui esso ideale si esplica;
presuppone dunque, nell’ordine degli oggetti, la natura indifferente,
nell’ordine dei valori, l’utile, il regno dell’interesse egoistico, in cui
l’uomo a questa natura indifferente obbedisce. Moralità è spiritualità, e
spiritualità è successiva trascendenza di fini gli uni rispetto agli altri. Con
il sentimento dell’infinito ha affinità profonda il sentimento estetico:
l’estetica non determina una distinta regione dello spirito, ma si afferma
sovrana, come espressione sintetica della humanitas. La pedagogia idealistica
che risolve la educazione nell’autoeducazione, ripugna al senso comune: la
educazione dev’essere spiritualistica, perchè promuovere negli educandi il loro
valore propriamente umano, significa avviarli a pensare come vera vita la loro
vita interiore. Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina del T.
appartiene alla storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido, aperto
a interessi molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte, bensì
è portato a rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente
meglio coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori
umani; ma egli non ha mai dubitato che quella rivendicazione morale
dell’energia dello spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale
(Gentile), non sia appunto il programma che il positivismo propone a se stesso
e ha virtù di realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo
sistematico tutte le idee qui accennate, vedi: « La coltura intellettuale
contemporanea, Ricerche intorno ai fond. della certezza raz. » Menti e
caratteri » «La virtù contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del bene Il
contenuto mor. della libertà del n. Tempo L’educazione e la scuola Note di
estetica sul Par. di Dante. Anche Troilo, prof, di fil. a Padova, operoso
cultore della st. della fil. (« La dottrina della conoscenza nei mod.
precursori di Kant, Telesio » La fil. di Bruno Figure e studii di st. della
fil.), manifesta, nella esposizione delle sue vedute teoretiche, il travaglio
perenne di uno spirito che si cerca: tutta la sua feconda attività di scrittore
è infusa di pathos profondo. Egli riferisce a un’antitetica che si rivela
fondamentale nell’attività dello spirito, il perenne avvicendarsi dei due
indirizzi, positivistico e idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che
superando la unilateralità delle contrastanti vedute, integri il positivismo
con una sua propria costruzione teoretica (Idee e ideali del Pos. Il Pos. e i diritti dello spirito). Il suo
atteggiamento di calda simpatia per il sistema d’ARDIGÒ non gli vieta di
criticarne il concetto dell’Indistinto psicofisico, nel quale ravvisa una
pericolosa concessione al dualismo; d’altra parte, il fenomenismo puro riesce a
una finale identificazione con il soggettivismo idealistico: a questi indirizzi
egli oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità dell’Essere come Dato
primo assoluto, assolutamente autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte,
dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente in sè quella forma della Realtà
ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel Conoscere, il quale altro non è che
funzione, la legge è la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e
Trascendenza, spoglie di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come
espressione integrale teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale,
pedagogia dello spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non
deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia («
Filosofia, vita, modernità, La conflagrazione). Il positivismo del Trailo si
determina come Realismo Assoluto: e un Realismo assoluto è anche la dottrina di
RANZOLI (vedasi), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto della conoscenza non è
nè una imagine dell’oggetto esterno, nè una creazione del soggetto, bensi lo
stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi, .si pone come identico a
sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto, come spirito e come
natura (L’idealismo e la fil.). Porsi come natura significa rappresentarsi e «
distendersi » in quei rapporti spaziali e temporali che risultando dalla mutua
irreducibilità degli elementi della conoscenza, e quindi del reale, si possono
definire come la visione panoramica che il reale ha di se stesso («Teoria del
tempo e dello spazio). Lo spirito costituisce il ritmo supremo dell’esistenza,
ossia il limite di quel processo d’individuazione che rappresenta la legge
fondamentale della realtà : legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma
esprime al contrario la fusione del caso con la causalità (« Il caso nel
pensiero e nella vita). Queste idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è
sovente un modello di stile filosofico: anche di lui può dirsi, come di DANDOLO
(vedasi), che la natura sobria dell'ingegno si riflette nella composizione
nitida e organica delle dottrine, ma non vieta di avvivarne efficacemente la
espressione con imagini colorite e vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra
« La fortuna di Spencer in Italia, ha dimostrato che il positivismo nostro
mosse i suoi primi passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è
staccato ben presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana,
che meglio si accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre
tradizioni filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del
Rinascimento, ma anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che
si continua ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo
dello Spencer, meglio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare
se stesso: l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo
hegelismo: fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana,
dalla quale uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari,
Angiulli) annovera anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che,
rimanendo sul terreno dello hegelismo, riconobbero, nei limiti della filosofia
della natura, il valore del principio della evoluzione. E il positivismo
italiano fu, per molta parte, evoluzionistico: il fascino esercitato sopra le
menti dalla idea di evoluzione trae il sacerdote giobertiano Trezza, bene a ciò
preparato dagli studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una intuizione
naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il filosofo: le sue
idee si organizzarono (La critica moderna) intorno ai due concetti, della
relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli appaiono come una
serie di trasformazioni perenni — e. della immanenza delle leggi cosmiche che
sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio delle volontà
trascendenti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo consenso fra gli
scienziati: minor favore incontrò la dottrina dell’Inconoscibile, combattuta,
per opposte ragioni, da hegeliani e da neo-criticisti, da spiritualisti e da
positivisti; ma è manifesta la influenza dello Spencer sopra quel movimento di
pensiero che ebbe per organo la Rivista di filosofia scientifica, fondata e
diretta da MORSELLI, prof, di psichiatria a Genova. L’opera di lui è
soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di richiamare i filosofi alla
scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo la metafisica
antiintellettualistica, e reagendo contro io spirito antifilosofico,
manifestato o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M. rappresentò
autorevolmente una filosofia monistica ed evoluzionistica, consapevole della
propria funzione sintetica e non ignara delle proprie intime difficoltà, ma da
ciò indotta non a cedervi bensì a superarle e una psicologia che si rende conto
dei limiti, ma anche del valore del metodo introspettivo («La fil. mon. in
Italia» Id. id.» L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà, Il
darwinismo e l’evoluzionismo La psic. scient. o pos. e la reaz. neo-ideal.
» ecc.). Classiche sono le ricerche
biopsicosociologiche del M. sul suicidio. Anche a dire del M. («C. L. e la fil.
scient.), LOMBROSO (vedasi), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un
filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua
psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle
indagini ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni
psicologiche anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte,
quand'egli le mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate,
quasi insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra
la costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla influenza
che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso determinismo bio
sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la legislazione penale è
debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di lui e de’ suoi
discepoli, con il movimento della
filosofia scientifica («L’uomo delinquente» L’anthrop. crim. L’uomo di genio,
«Nuovi studi sul genio). Alla negazione del libero arbitrio e alla fondazione
.di una dottrina della imputabilità penale non costituita sopra la
responsabilità morale, diede opera, con altri, FERRI (vedasi), fondando quella
scuola del diritto penale, o piuttosto della criminologia, che fu detta
positiva, e che propugnò lo studio e la considerazione non del delitto, ma del
delinquente. Il Lombroso diffuse in Italia, La circolazione della vita » di
Moleschott. Questo saggio, nel MOLESCHOTT, prof, a Torino, sostenne le proprie
vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della dottrina
lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti fra i
cultori delle scienze biologiche: e un tale indirizzo è manifesto nelle
ricerche psico-fisiologiche di Schiff, prof, di fisiologia a Firenze («Sulla
misura della sensaz. e del movimento»
«La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, Herzen (Fisiol. e
psicol., La condizione fisica della coscienza » « Della nat. dell’attività
psich. » «Il moto psich. e la coscienza) che nell’« Analisi fisiologica del
libero arbitrio umano illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico,
delle azioni umane; e dell’antropologo Sergi, già prof, a Roma (« Elem. di
psic. L’origine dei fenomeni psichici), studioso anche di problemi pedagogici
(« Per l’educazione del carattere » Educazione e istruzione). Le vedute di
SERGI (vedasi) sono impugnate da REGALIA (vedasi), sostenitore della tesi che
il dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari,
cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione). Un altro antropologo, Vignoli,
coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica («
Peregrinazioni psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella
spiegazione delle malattie mentali e le ragioni filosofiche che sono poste a
suo fondamento furono combattuti dal grande clinico MURRI (vedasi) (Nosologia e
psicologia. Non si staccò dall’indirizzo materialistico BUCCOLA (vedasi), il
quale a Reggio Emilia — dpve sotto la direzione di TAMBURINI (vedasi), e più
recentemente di Guiceiardi (vedasi), ebbero grande impulso la psicopatologia e
la freniatria — avvia ricerche psicometriche che ebbero larga eco anche
all’estero («La legge del tempo nei fenomeni del pensiero). Ma scarso è il
contributo direttamente recato dai filosofi positivisti alla psicologia con
ricerche sperimentali, alle quali attesero prevalentemente seguaci di altri
indirizzi o studiosi estranei alla milizia filosofica. Allo studio sperimentale
delle emozioni contribuì poderosamente MOSSO (vedasi), prof, di fisiologia a
Torino (La paura, La fatica), studioso anche di problemi educativi, il quale
aderì alla teoria Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al
lombrosiano PATRIZI (vedasi)– no il da Dazia --, prof, di fisiologia a Modena)
è dovuto il primo impulso alle ricerche di psicologia applicata ai problemi
sociali e del lavoro (psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a
tentativi d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della psicologia
positiva («Saggio psico antropol. su 0. Leopardi, Il Caravaggio e la nuova
crit. d’arte. Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per
es. con studi sopra le relazioni fra emozioni e lavoro muscolare) e
particolarmente coltivò le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia
tecnica scolastica, portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al
problema della valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di
psicologia e pedagogia dei deficienti («Educazione dei deficienti)si dedica
Sanctis, prof, di psicol. a Roma), autore anche di apprezzate ricerche sopra i
sogni. Benemerito della pedagogia correttiva è Ferrari, direttore dal 1905
della Rivista di Psicologia. BROFFERIO (vedasi), prof, di st. della fil. a
Milano (La filosofia delle Upanishadas », postumo), esercitò la propria
attività nella sistemazione della psicologia e, sopra saldo fondamento
psicologico, della gnoseologia positivistica : si propose il problema della
classificazione delle specie della cognizione, come propedeutico rispetto al
problema dell’origine, razionale o sperimentale, della cognizione, e ridusse le
intuizioni, per le quali la esperienza è resa possibile, alla intuizione
fondamentale del numero (unità e molteplicità), la quale s’integra in quelle
della quantità (intensità) e della qualità; ma di quella intuizione egli
illustrò la natura sperimentale. Scarso è il contributo recato dai positivisti,
alla estetica. Oltre a Mantegazza, professore a Firenze (Epicuro), autore anche
di molto fortunati studi sulle emozioni, si può appena ricordare Pilo
(«Estetica Psicologia musicale) e BARATONO (vedasi) («Sociol. estetica»). Quest’ultimo,
autore anche di lodati Fondamenti di psicologia sperimentale ha coltivato poi
di preferenza la pedagogia, con indirizzo criticistico. il preteso a priori non
è se non la esperienza accumulata della razza. Il positivismo affermando, in
contrasto con il materialismo degli scienziati, la relatività della cognizione
e precludendosi la via alla ricerca della realtà assoluta, lascia la
possibilità di fondare sovra prove morali la credenza nella esistenza di Dio e
di appagare la invincibile aspirazione alla immortalità. Il B. ravvisò poi
nelle esperienze spiritiche la verificazione sperimentale di quelle ipotesi che
aveva da prima accolte per volontà di credere («Le specie dell’esperienza »
Man. di psic., Per lo spiritismo). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone
a fondamento della filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del
conoscere è il sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le
leggi dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire secondo una
legge dinamica universale si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di
sensazioni anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del
pensiero. La realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal
sentire nascono così l’io come il nonio. E il sentire è anche base della
morale. La vita, la quale per conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini
la collaborazione e la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi
agli effetti pratici vien postulato come fine delle azioni. E al dovere
s’informa anche la educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita (Nel
regno del conoscere e del ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio
dell’io, Alle soglie della metafisica. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, da
Marchesini, dal Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo
positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la scienza della
educazione: e si onora anzitutto del nome di GABELLI (vedasi), che professa un
positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni materialistiche; ma più che
ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi della pratica: propugnò
l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze morali, e delineò un’etica
utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto daH’amor proprio (« L’uomo e
le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione socratica (Credaro) con la
diagnosi severa — condotta da un punto di vista rigidamente conservatore — dei
mali morali del popolo italiano e con la indicazione del rimedio, che doveva
consistere in una educazione diretta a formare le teste, a bandire l’artifizio,
il verbalismo, la retorica, ad assumere come elementi integranti del carattere
idee chiare verificate al paragone della esperienza: il miglioramento morale è
indissolubilmente legato al progresso intellettuale: non sussiste contraddizione
tra il fine umanistico e l’indirizzo realistico della educazione («Il metodo
d’insegnamento nelle scuole elementari d'Italia Riordinamento dell’istruzione
elementare. Relazione, Istruzioni e programmi» L’istruzione in Italia).
Angiulli, prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante hegelismo con un
sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale della scienza
positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo d’interdipendenza:
ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la virtualità
dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica, evoluzionistica e
relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa di sè anche la
morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra con la
cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette negl’individui
anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza se non nella e
per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle condizioni
esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi sociali
s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente con
la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico,
praticamente con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della vita.
Liberale in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere,
d’impartire la educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica.
L’incremento della cultura femminile deve render possibile che si armonizzino,
nella scienza, la educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica
deve in tutti i suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia
e la ricerca positiva, La Ped., lo Stato e la Famiglia, La Fil. e la Scuola). SICILIANI
(vedasi), prof, di ped. a BOLOGNA, aspira a una sistemazione del positivismo
italiano, sulla traccia di Galileo e di Vico e in armonia con l’evoluzionismo
(«Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia). La sua pedagogia ha a fondamento
la storia della educazione e ne ricava i due principii della dignità intrinseca
della «santa» personalità umana, e dell’autodidattica (La Scienza nell’Educ.
Rivoluzione e Ped. moderna). FORNELLI (vedasi), prof, di ped. a Napoli,
contribuì a diffondere in Italia la dottrina herbartiana (Studi herbartiani),
la quale tuttavia dovette la sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi
Credaro (« La Ped. di Herbart): ebbe vivo il senso della importanza del
problema pedagogico nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che
deve trovare nella scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si
pongono sopra il fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della
sua costituzione psicologica, ma della finalità civile della educazione. La
volontà è determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la
individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu
sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo
(«Educazione moderna» «L’Insegnamento pubblico
ai tempi nostri» 1881 «L'adattamento nell’educazione). DOMINICIS (vedasi), già
prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii dell’evoluzionismo e del
darwinismo («La dottrina dell’evoluzione); ha determinato, in base alla
esperienza naturalistica e storica, i fattori, le leggi, i fini della
educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia, acutamente
analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della Educ.), e
ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem.) sopra la formazione dei
maestri. Colozza, prof, di ped. a Palermo, concepisce non diversamente dal suo
maestro Angiulli la scienza della educazione nel sistema della filosofia
scientifica ed evoluzionistica («Saggio di Ped. comparata» La Ped. nei suoi
rapporti con la Psic. e le Se. Soc.): ma ha temprato il forte e indipendente
ingegno nell’analisi psicologica, nella ricerca del fondamento psicologico
della pedagogia, nello studio di problemi educativi e didattici, nella
revisione di concetti comunemente accolti senza discernimento critico: dal
ripensamento originale della dottrina del Rousseau ha tratto conforto alla fede
nella virtù del metodo attivo; ha risposto negativamente al quesito se esista
la educazione dei sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped., Del potere
d’inibizione, La meditazione, Questioni di Ped. «Il metodo attivo nell 'Emilio.
Ripensando l ’Emilio » La matematica nell’opera educativa). VALLE, prof, di
ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel riguardo della
forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza): ma prevale nell’opera
sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine
sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine
speculativa del Valore (che è sempre un fine,): donde due dottrine pure
(Psicoenergetica, Axiologia) e due dottrine applicate (Psicotecnica,
Teleologia). Il D. V. può dirsi positivista, quando ricava « Le Leggi del
lavoro mentale » per induzione da esperienze, anche originali, e ravvisa nella
pedagogia sperimentale un capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un
capitolo della teleologia). Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal
positivismo. I Valori (esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono
rivelati ma non contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sintesi a
priori ; possono esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti, trascendenti,
cioè indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non
intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà
assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta.
L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie classi di
valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.:
Le premesse dell’Axiol. pura»).Montessori ha coltivato l’« Antropologia
pedagogica, ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei bambini, che
hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il principio di
spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met. della ped.
scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 « L’autoeduc.
nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient.). Tauro, lib. doc. a Roma,
autore di un lodato profilo del Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed
evoluzionistico nella ped., scient. e filosofica, della quale ha delineato un
piano sistematico (« Introd. alla ped. gen.): ha studiato « Il probi, delia
coltura nelle sue attinenze con la scienza e con la scuola, ha affrontato
questioni di ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità
mentale e la concentraz. della istruz.) e alla formazione del maestro (« La
preparaz. degl’insegnanti elem. e lo studio della ped.), ha, infine, assunto il
silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate, fermandosi
a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo dell’autoeducazione
(«Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito). Per Resta, lib. doc. a Roma,
realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso in balia delle
contingenze (attualità,ed eterogenesi dei fini), ma la conformità dei risultati
complessivi a un piano di svolgimenti progressivi (persistenza, e omogenesi dei
fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo) una forma o norma di vita, per
la progressiva riduzione dell’ordine naturale e attuale dello sviluppo umano,
secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una tale forma o legge delle
realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un lato, inerente al vivere
umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica cioè distinta e
originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè come il farsi
maestro e far da maestro, mediante una progressiva azione di corrispondenza
delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine attuale) alle finalità
della vita (ordine finale). La educazione è dunque attività di sforzi
perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che si trasformano in
abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini della vita: suo
modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica (l’autonomia) nella
migliore realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) « L’anima del fanciullo e
la ped., I probi, fond. della ped. » Trattato di Ped. 1 » L’educaz. del
geografo. 11 carattere umanistico della morale dei positivisti è stato già rilevato.
Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito dell’etica greca,
defini come umanismo la sua filosofia : umanismo critico e integrale, distinto
dall’umanismo pragmatistico, perchè tien separate le categorie gnoseologiche e
quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e appreziativo del mondo: tutto
da lui prende luce e si predica, tutto da lui prende senso e si avvalora.
Fondamento di ogni valutazione è uno spirito individuale, che è l’unico reale:
lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito collettivo una metafora. Ma
nell’individuo esistono pure tendenze collettive e storiche, e tendenze
universali: individualismo e universalismo sono aspetti inseparabili
deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente eteronoma e dogmatica:
la concezione subbiettivistica dei valori porta a costruire la morale sopra
fondamento psicologico. Centro della vita psichica, organo dei valori finali,
regolatore supremo della vita è il sentimento, che è il Iato subbiettivo e
vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione immediata dello stato del
soggetto: fondamento di una morale autonoma è il sentimento non come dolore
(tendenza) o piacere (fruizione), bensì come sentimento di calma che rivela lo
stato di tregua per la sodisfazione avvenuta e l’armonia di tutte le tendenze:
all’edonismo va sostituito l’alipismo: il senso di tutto il mondo dello spirito
umano è spirito, sospiro o conato di pace, di liberazione dal dolore.
L’umanismo pedagogico assume a fine della educazione la perfetta formazione
degli organi individuali dei valori umani, informandoli al sistema storico
della coltura: la educazione deve tendere a sostituire i valori religiosi con
valori spirituali più alti, vincendo la superstizione del divino con la
celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I » « Ricerche sistematiche per una
fil. del costume. I » «La fi!, mor. e i suoi probi, fond. » 1902 « Le basi
dell’umanismo, L’umanismo ped.). L’umanismo etico di CESCA (vedasi), prof, di
st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul fenomenismo gnoseologico ed
esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina nella concezione di una
religione morale e umanitaria (« La religione morale dell’umanità» La Fil.
della vita» La Fil. dell’az.). La religione identificata con la forza della idealità
continuamente aspirante al meglio, viene anche a identificarsi con la
educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento, deve rivolgersi
all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C. costruisce la
pedagogia generale sopra fondamento evoluzionistico: il suo pluralismo critico
tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della educazione» (1896)
nella concezione della educazione stessa come processo unitario, realizzantesi
nella concordia di discordi molteplici fattori. In JUVALTA (vedasi), prof, di
fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza della esigenza
critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi (« Prolegomeni a una morale
distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e i limiti della morale
come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della morale » I limiti del razionalismo etico) son tutti il
frutto di meditazione severa, promossa da un irresistibile bisogno di chiarezza
che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le soluzioni dei problemi
etici che sono state proposte nel corso della storia, ma anche i termini e la
posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine morale sono fondamentali e
decisive nella posizione e nella soluzione dei problemi di ordine metafisico; e
direttamente o indirettamente ne dipendono anche le questioni filosofiche, che
a primo aspetto si presentano come d’interesse prevalentemente teoretico. È
dunque, nonché opportuno, necessario affrontare i problemi morali
indipendentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo filosofico, implicanti
una particolare soluzione dei problemi della realtà e della conoscenza. Nella
scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i diversi sistemi filosofici,
prevale l’atteggiamento personale della coscienza morale. JUVALTA crede alla
possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa consistere in un sistema
di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di norme da seguire, se non
nella ipotesi che sia assunto come fine quell’effetto o quell’ordine di
effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni e i fattori. Una tale
scienza differisce dalle altre scienze precettive soltanto perchè suppone che
al fine suo sia riconosciuto un valore di universale preferibilità e precedenza
sopra ogni altro fine. Perchè la determinazione delle norme etiche possa dirsi
scientifica, si richiede che il fine sia umanamente possibile, cioè in
relazione di dipendenza da una certa forma di condotta collettiva o individuale
(e particolarmente per questa maniera d’intendere il carattere scientifico
della morale, il punto di vista dello J. si differenzia da quello che ha
prevalso tra i positivisti). Perchè le norme sieno norme etiche, si richiede
che sia ammesso come postulato che il riconoscere al fine assunto valore di universale
preferibilità e precedenza rispetto a qualsiasi altro fine umanamente
possibile, è una esigenza morale. L’esigenza caratteristica di una norma morale
(esigenza giustificativa, diversa dalla esigenza esecutiva, che è relativa ai
mezzi di assicurare la osservanza della norma stessa) è quella di una
universale giustizia; e il fine che sodisfa a questa esigenza è una forma di
società umana tale, che tutti i socii trovino nelle sue stesse condizioni di
esistenza la medesima o equivalente possibilità esteriore di rivolgere la loro
attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni ai quali la convivenza e
cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del conflitto fra i criteri
fondamentali di valutazione morale, lo J. ha recato, e ancora promette,
notevoli contributi. ORESTANO, prof, di st. della fil. a Palermo, ha coltivato
la storia della filosofia e della pedagogia («Der Tugendbegriff bei Kant» 1901
«Le idee fondam. di F. Nietzsche»
«L’originalità di Kant» Comenio » Angiulli » Rosmini» L. da Vinci) e la
filosofia morale (« I Valori umani» 1907 «La scienza del bene e del male»
Gravia Levia» Prolegomeni alla scienza del bene e del male, Pensieri’). Meglio
che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci dell’indirizzo critico. Egli
ritiene che il positivismo coerente non possa uscire dalla descrizione della
vita morale: ma la scienza si rivela insufficiente di fronte alle questioni più
essenziali che la mente umana può proporsi di fronte alla realtà, e delle quali
nell’operare umano è implicita una soluzione : la esperienza morale, forse
tutta la esperienza umana, non rivela al pensiero la totalità delle condizioni
sue: non tutta la realtà è nell’esperienza. 11 progresso dello spirito è
segnato dall’accrescimento dei problemi. D’altra parte ORESTANO ha finora
soprattutto inteso a costruire sul terreno della esperienza una scienza del
bene e del male, che si limita alla descrizione più economica, cioè più
semplice e più completa, dei rapporti funzionali elementari (espressi
possibilmente nella forma del calcolo) dei fenomeni morali; e ha portato nn
ricco geniale contributo al problema del valore e della valutazione,
considerato cosi in generale come dal punto di vista etico. Ogni sistema di
vita morale consiste infatti in un complesso di valutazioni, tendenti a obicttivarsi
mediante azioni e a svilupparsi in un sistema di principii e di leggi. Ammessa
la subbiettività del valore, non per questo se ne assume come sufficiente la
spiegazione psicologica: la coscienza non è che una piccola sezione della
personalità: e quest’ultima è coestensiva col sistema della vita, il quale
presenta, nell’aspetto organico psicologico sociale, una composizione multipla
e pluricentrica. L’unità trascendentale dell’io è un mito che non spiega nulla.
La valutazione è una funzione dell’interesse (che è reazione totale dell'io): è
la coscienza riflessa di uno stato d’interesse riferito al suo oggetto. Il
concetto ontologico del valore non può essere fondamento della scienza morale,
la quale deve adoperare il concetto del valore come un principio formale di
sintesi dell’esperienza morale senza obbedire ad alcuna intuizione concreta;
caratteristico della reazione morale è pertanto il riferimento di un oggetto
particolare d’interesse al concetto fondamentale che si ha della vita nella
totalità de’ suoi scopi: questo concetto è il vero fondamento di tutt’i giudizi
etici: fondamento relativo, ma che una volta fissato, agisce come principio
assoluto. Tale definizione s’integra nella definizione del fatto morale come
impiego effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione di un tale
concetto unitario, esplicito o implicito, di essa: è la vita che pensa e vuole
se stessa, che sceglie da sè i suoi propri modi di essere: il mondo morale è
una teleologia in azione. Ma la vita non può pensarsi nè volersi che
socialmente: la personalità sociale è il soggetto della esperienza etica, la
quale presenta cosi due aspetti, sociale e personale. L’O. riconduce tutte le
valutazioni a un comune denominatore, la vita, che è la massima misura umana
della realtà e del valore: il valore della vita, poi, è una funzione dipendente
del valqre supremo idealmente concepito: per VALLI (vedasi), lib. doc. a Roma,
Il Valore Supremo s’identifica con la vita stessa. La sua teoria generale del
valore come simbolo di una corrente d’impulsi o di volontà concordi in una
direzione, mette in luce la legge di proiezione dei valori, per la quale la
coscienza crea ai valori stessi una meta fittizia, considerando come valore
proprio l’ujtima parte consapevole di ogni processo vitale, e con ciò crea i
falsi assoluti della morale, che devono via via decadere. Valore proprio,
rispetto al quale tutti gli altri sono valori relativi, è soltanto la vita,
unico valore vero e perciò supremo, nel quale e per il quale esistono gli altri
valori, compresi i valori conoscitivi che sono anch’essi valori strumentali
della vita. In questa stessa Rivista, il V. ha presentato modificata in senso
antiintellettualistico, la teoria della religione sostenuta nel libro « Il
fondamento psicol. della religione). ZINI
(vedasi), lib. doc. a Torino, aderisce, sul terreno della gnoseologia, al
realismo critico: afferma l’intima unità o mutua compenetrazione dello spazio e
del tempo, e svolge una teoria dinamica dello spazio, concepito come emanazione
del tempo: la nostra sensibilità, cioè ia nostra vera vita spirituale in quanto
è formata di rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione e di volontà, è
soggetta alla legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma le condizioni per
cui nella realtà soggettiva sorgono queste forme fondamentali, esistono nella
realtà oggettiva, nella natura (« La doppia maschera dell’universo). Nel campo
della morale, Z. haprofessato sempre la insufficienza dell’empirismo e si è
venuto sempre più accostando (La morale al bivio) alla posizione criticistica,
in antitesi con il naturalismo etico e il determinismo: ma può essere
annoverato qui per l’opera data alla costruzione di una morale logica, la quale
sia l’applicazione alla condotta dei sistemi di cognizioni formulati dalla
scienza. ZINI ha vigorosamente criticato la morale religiosa, emotiva ed
eteronoma, tutta volta alla espiazione del passato e alla redenzione dai
peccato, e, svelandone il meccanismo psicologico, l’ha presentata come
impedimento alla formazione della personalità libera e responsabile (« Il
pentimento e la morale ascetica): egli ha ricostruito la storia psicologica del
sentimento e della idea di « Giustizia, e studiato il problema sociale come
problema che è anche morale e che trova la sua soluzione non nella socializzazione
della proprietà, ma nella partecipazione di tutti alle condizioni di una
civiltà superiore (« Proprietà individuale o proprietà collettiva?). Scolaro d’ARDIGÒ
e di MARCHESINI (vedasi), LIMENTANI, prof, di fil. inor. a Firenze, ha
sostenuto che un’etica indipendente dalla metafisica deve abbandonare ogni
pretesa normativa o deontologica: il valore morale si specifica come rapporto
formale fra la coscienza del dovere la
quale si spiega con la costituzione pluralistica della personalità e della
società e la condotta effettivamente
praticata: misura del valore morale è lo sforzo, ed è però competente a
giudicarne, in più eminente grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione
morale strido sensu vanno distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra
le quali caratteristiche son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta
del soggetto e le aspettazioni dei socii (« I presupposti formali della
indagine etica » «La morale della
simpatia «Moralità e normalità» «L’onore e la vita morale). Salvadori, lib.
doc. a Roma, contribuì efficacemente alla diffusione della dottrina
evoluzionistica, con traduzioni di opere dello Spencer e monografie
illustrative (Spencer e l’opera sua, La scienza economica e la teoria
dell’evoluzione. Saggio sulle teorie econ.-soc. di Spencer, L’etica
evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di Spencer); combattè gli errori del
trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità) ed ebbe a guida
l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale dei sentimenti morali
alle spiegazioni metafisica e puramente empirica, rivelatesi insufficienti
(Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.), come nel fondare sopra
la conciliazione dell’antitesi essere-divenire, un concetto positivo del
diritto naturale (Das Naturrecht und der Entwicklungsgedanke. Il positivismo
italiano già nel suo fondatore, CATTANEO (vedasi), è, sulle orme del Vico,
storicismo: MARSELLI (vedasi), scolaro di SANCTIS (vedasi), dopo avere, ne’
primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica, ormeggiato lo Hegel, prova
poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani avevano fatto della Idea astratta
e della scienza a priori, e concepì la storia come la più alta tra le scienze
di osservazione, che con lo stesso metodo adottato dalle scienze naturali, deve
rivelarci le manifestazioni della natura umana e le sue leggi. Il positivismo
del M. è una metafisica monistica, che non oppone lo spirito alla natura, nè
risolve questa in quello, ma spiega con la legge di evoluzione il progresso da
una all’altro («La scienza dellastoria» Le leggi storiche dell’incivilimento»,
postumo). P. R. TROIANO (vedasi) da opera alla costituzione de La storia come
scienza sociale, combattendo il concetto dellastoria come opera d’arte. Da
apprezzate ricerche d’etnologia preistorica e protostorica (L’origine degli
Indoeuropei), condotte sulla traccia luminosa d’intuizioni del Cattaneo, MICHELIS
(vedasi) procede ad approfondire il problema della conoscenza storica. Le
scienze di leggi dalla matematica alla sociologia e la storia lato sensu, rispondono a due
distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei rapporti
condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono la
«Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del reale
a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che vorrebbero
sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il contenuto
logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o fondata
soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali viene
pensato il reale come natura, e sovra persistenti vedute astrattistiche e
sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se
la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni
progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle
scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale,
neanche la storia potrebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle
scienze storiche). BERTAZZI (vedasi), prof, di st. della fil. a Catania,
fecondo studioso del pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie
ricerche sovra «I presupposti fondamentali della storia della filosofia.
Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considera i problemi morali dal punto di
vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il
modo di conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di
fil. mor.): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la
classificazione e seriazione dei fatti sociali: approfondì la dottrina del
metodo delle scienze morali e la dottrina della classificazione delle scienze (
« La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte). Ma della vastissima letteratura
sociologica che dilagò per l’Italia sul finire dello scorso secolo e nel primo
decennio del presente, non è il caso di far parola: sopra quella emergono per
l’austera serietà degli intendimenti e la rigorosa fedeltà al metodo positivo
gli « Elementi di scienza politica di MOSCA (vedasi), prof, di diritto
costituzionale a Roma, e il «Trattato di sociologia generale di PARETO: questi
scrittori, se pure non fecero professione di filosofia, con il loro pensiero
robusto e originale esercitarono grandissima influenza sopra la formazione
delle giovani generazioni. Scolaro d’ARDIGÒ, LORIA (vedasi), prof, di economia
politica a Torino, sociologo ed economista dei più eminenti, ricercò un
principio che lo guidasse alla spiegazione organica della vita sociale: non si
propose la soluzione di problemi speculativi, ma intese il materialismo storico
come un ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo più intransigente
estreme illazioni (Le basi economiche della costituzione sociale). Diffuse con
parola lucida colorita efficace la conoscenza del movimento sociologico
contemporaneo («La sociologia, il suo compito, le sue scuole, i suoi recenti
progressi» «Verso la giustizia sociale). La concezione della storia come
divenire automatico e fatale dei processi economici, e la interpretazione del
materialismo storico come applicazione della filosofia materialistica alla
storia, sono state vigorosamente combattute da MONDOLFO (vedasi), prof, di st.
della fi!, a BOLOGNA. LABRIOLA (vedasi), prof, di fil. mor. a Roma, aveva sostenuto
che il materialismo storico deve fondarsi sopra una dottrina di attività, sopra
la marxista filosofia della praxis: l’uomo non è un essere passivo e inerte,
docile all’azione delle condizioni esistenti: queste, mentre limitano e
ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi contro di esse per reagirvi e
trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha create sono da lui, nel
processo della lotta fra le classi, superate e trasformate. Il marximo del L.,
contro ogni teoria dei fattori storici, artificiosamente separati ed
entificati, rivendica il principio della unità della vita e della storia
(«Saggi intorno alla concez. mater. della st. » ). Anche MONDOLFO, autore di
pregevoli saggi di psicologia (Studi sui tipi rappresentativi) e di storia
della filosofia (Condillac, La morale di Hobbes, Le teorie mor. e poi. di
Helvétius, Il dubbio metodico e la st. della fil., Il pensiero di Ardigò» «La
fil. di Bruno nella interpretaz. di F. Tocco» Rousseau nella formaz. della
cose, mod., Acri e il suo pensiero) e studioso di problemi pedagogici e
culturali («Libertà della scuola), interpreta il materialismo storico come
intuizione volontaristica della vita e concezione critico-pratica della storia
(Il materialismo stor. di F. Engels, Sulle orme di Marx). A fondamento della
ricostruzione della dottrina sta lo stesso criterio, per cui la dialettica
reale del Marx si opponeva alla dialettica hegeliana della idea, ossia il
principio, derivato dall’umanismo del Feuerbach, che restituisce all’uomo la
sua concreta realtà ed azione nella vita, affermando di fronte alla realtà
dello spirito la realtà della natura. La conoscenza e la storia umana si
sviluppano in un rapporto dialettico fra soggetto (bisogni, aspirazioni,
volontà degli uomini) e oggetto (condizioni naturali e storiche): questo si
pone come limite, ostacolo e perciò stimolo progressivo all’attività umana e
alle conquiste e creazioni, ch’essa compie nella diuturna sua lotta, e che si
convertono nelle condizioni nuove, alle quali nuovamente spetterà la funzione
di limite e perciò d’impulso a nuovi sforzi di superamento. In questo
volontarismo concreto, che riconosce fra i bisogni umani la preminente
impellenza del bisogno economico, è l’essenza del processo storico e, insieme,
la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi efficacemente nella storia.
Alla conoscenza della dottrina e dell’attività politica degli estremi partiti
rivoluzionari ha contribuito validamente ZOCCOLI (vedasi) (« L’anarchia Gii
agitatori Le idee I fatti), autore anche di saggi sopra la filosofia dello
Schopenhauer e del Nietzsche e già prof, di fil. mor. a Catania. Largo
contributo recarono i positivisti agli studi di filosofia giuridica, nei quali
aveva già stampato un’orma profonda ARDIGÒ (vedasi) con la sua Sociologia. Uno
sforzo di conciliazione fra le dottrine positivistiche e il criticismo si
ravvisa nei tre volumi delle Opere di VANNI (vedasi), prof, di f. d. d.° a
Roma, che assegna alla fil. del dir. il triplice problema gnoseologico,
fenomenologico, deontologico: mette in luce la esigenza gnoseologica implicita
nello stesso positivismo comtiano e illustra la dottrina etico-giuridica di
Spencer: segna le linee fondamentali di un programma critico di sociologia,
riconoscendo la caratteristica della vita sociale nella «storicità-. Le sue
Lezioni ebbero grande efficacia sulla educazione mentale di parecchi giuristi.
Piuttosto eclettica che propriamente positivistica è la dottrina di Carle,
prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita
soc.» «La F. d. d°. nello Stato mod.),
ispirata ai principii dello storicismo. La necessità di una larga concezione
sociologica e storicistica del diritto fu sostenuta da BRUGI (vedasi), prof,
d’istituz. di d° civ. a Pisa ( Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc.
4 , seguace e propugnatore dei principii della scuola storica, il quale accolse
e illustrò la dottrina d’ARDIGÒA; da DALLARI (vedasi) (La esigenza del posit.
crit. per lo studio fil. del dir. » Il pensiero fil. di Spencer, Il nuovo
contrattualismo nella fil. soc. e giur.. F. d. d.° e scienza storica
dell’incivilimento); e da SOLARI (vdasi) (La scuola del diritto naturale nelle
dottrine etico-giuridiche, «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» li
probi, mor.), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista è
FRAGAPANE (vedasi), prof, di f. d. d°. a BOLOGNA, che sostenne contro il
contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del fatto,
della coscienza e della società (Contrattualismo e sociol. contemp.), applica al
campo della filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo (Il probi, delle
origini del dir.) e combattè l’eclettismo di VANNI (vedasi), negando il compito
deontologico della f. d. d.° (Obbiettò e limiti della f. d. d.° ). Scolaro di
FRAGAPANE e illustratore dell’opera di VANNI è FALCHI (vedasi), prof, di f. d.
d.° a Parma («L’opera di I. Vanni» Sulla differenziaz. del diritto dalla mor.
» «Le mod. dottrine teocratiche» I fini
dello Stato e la funz. del Potere »), che negò la legittimità della esigenza
metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione all’aspetto psicologico della
fenomenologia giuridica presta MICELI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Pisa, che
sostenne la riduzione della f. d. d.° per la parte speculativa alla filosofia
morale, e per la parte tecnica alla dottrina generale del diritto (« Le fonti
del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » Principii di F. d. d.° »). Considerarono
la vita del diritto da un punto di vista evoluzionistico e antropologico SCHIATTARELLA
(vedasi), AGUANNO (vedasi), e PAPALE (vedasi),prof, di f. d. d.°
rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò sono
usciti Alessandro Grappali e Alessandro Levi: il primo (n. 1874), prof, di f.
d. d.° a Modena, contribuì alla critica della Sociologia del Maestro dal punto
di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno scientifico),
fece conoscere in Italia le principali correnti del pensiero sociologico
straniero (« Saggi di sociologia » I fondamenti giu.el solidarismo) e assegna
alla sociologia la triplice funzione critica, sintetica e teleologica
(«Sociologia e psicologia). LEVI (vedasi), prof, di f. d. d.°a Catania, assegna
alla filosofia il compito di discutere il problema gnoseologico, e
conseguentemente intende la f. d. d.°come logica o gnoseologia del diritto,
differenziato dalla economia e dall’etica come una distinta forma logica o
guisa dello spirito umano; assume come concetto fondamentale dell’ordinamento
giuridico, quello di rapporto giuridico, individuazione della forma logica del
diritto, che è l’apprezzamento delle attività nel loro profilo intersoggettivo:
«ubi societas, ibi ius». («Contributi ad una teoria fil. dell’ordine giur.» F.
d. d.°e tecnicismo giuridico Saggi di
teoria del d.° » « La Fil. poi. di
Mazzini). BARTOLOMEI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un
saggidiscusse, alla stregua di una metafisica monistica e apprezzò con
equanimità e acume « I principii fondam. dell’etica di ARDIGÒ e le dottrine
della fi], scientifica, ma il suo ulteriore pensiero si svolse in direzione
piuttosto criticistica che non positivistica. DONATI (vedasi), prof, di f. d.
d.° a Macerata, porta contributi allo studio del diritto come fenomeno, e si è
poi rivolto specialmente alle ricerche storiche, rendendosi benemerito degli
studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 11 socialismo giur. e la
riforma del d.° » Il rispetto della legge dinanzi al principio di autorità.
Critica alla Fil. civ. di Hobbes »
«Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi » Essenza e finalità
della scienza del d°). VACCA (vedasi) traccia le linee di un programma di f. d.
d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.° sperimentale. Il positivismo è
portato naturalmente a contribuire a quel movimento che può definirsi di
filosofia della scienza. Positivistico è l'atteggiamento assunto nel suo libro
«Scienza e opinioni» da VARISCO (vedasi), prof, di fil. a Roma, il quale non
potrebbe esser annoverato oggi più tra i positivisti, dopo la revisione e le
integrazioni alle quali è stato indotto dal suo indomito spirito di ricerca. Il
V. distingue assolutamente pensiero e realtà. Questa si compone d’infiniti
corpuscoli, estesi ma fisicamente indivisibili, dotati di proprietà
psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si muovono e all’occasione si urtano;
e, quantunque duri, negli urti si comportano come se fossero elastici. La
fisica del V. si riduce integralmente a una meccanica, sul genere di quella di
SECCHI (vedasi): l’accadere fisico è quello che ha luogo tra i corpuscoli,
mentre l’accadere psichico è provocato, In ogni corpuscolo, degli urli a cui va
soggetto. Non esistono mentalità indipendenti dal fatto del nostro pensare (il
V. mantiene anche oggi questo suo concetto, che per altro ha reso più
coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se non l’esigenza causale dei
fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto psichico (separatamente
preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto embrionale, ma certo
assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che consta. P. es.:
consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo nell’acqua si
vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il remo sia
spezzato, non è puntovero. Quello che consta non è dunque vero, in generale,
che relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di quello che
consta c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C da P è
assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto con
certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che ci
fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu chiamato
il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze positive
(dimostrative, secondo GALILEI BUONAUTI, il quale riteneva opinabili tutte le
altre dottrine). Fine della filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò
molto le sue opinioni, è la discussione del problema, se oltre alla natura
psico-fisica ci sia o non ci sia un soprannaturale, cioè se la religione sia o
non sia giustificata. Ed egli rispondeva allora che alla riflessione il
soprannaturale non può constare; il sentimento del soprannaturale, qualunque ne
sia il valore oggettivo, non può essere tradotto in cognizione distinta, non
può servire di fondamento alla costruzione del sapere. 1 nomi di ENRIQUES e di RIGNANO
si trovano associati nell’impresa di promuovere con la rivista Scientia
(fondata e tuttora fiorente sotto la direzione del R.) la coordinazione del
lavoro scientifico, la critica dei metodi e delle teorie, e di affermare un
apprezzamento più largo dei problemi della scienza. «Problemi della scienza»
s’intitola il saggio con il quale l’E. , matematico di fama già mondiale, si
annunziò come rappresentante di un positivismo che può dirsi critico, dominato
come tale, dalla consapevolezza della esigenza gnoseologica. La teoria della
conoscenza, sostenuta dall’E., deriva dall’esame della scienza, non accettata
dogmaticamente ma investigata nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben
giustificata la definizione della sua costruzione come positivismo critico:
l’E. infatti elimina il dualismo di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno
rappresenta il lavoro scientifico come un progresso senza fine, perchè sono
senza fine i rapporti che legano fra loro le cose, e il concatenamento delle
cause naturali: e questo progresso concepisce come procedimento di
approssimazioni successive, dove dalle deduzioni parzialmente verificate e
dalle contraddizioni eliminanti l’errore delle ipotesi implicite, sorgono nuove
induzioni più precise, più probabili, più estese ricerca la origine empirica
delle concezioni metafisiche, alle quali può attribuirsi soltanto il valore
d’ipotesi, capaci talora di preparare scoperte e teorie scientifiche fa oggetto
di studio il fondamento psicologico e il contenuto sperimentale delle supreme categorie
logiche opera una revisione delle stesse dottrine positivistiche, con il fine
di escluderne i residui metafisici assume come criterio della verità la
esperienza, la quale dimostra se sussista o meno l’accordo fra l’elemento
subiettivo della previsione e l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come
dati immediati della realtà non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra
sensazioni e volizioni che condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono
gl’invarianti elementari riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa
di reale suppone un insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a
certe condizioni volontariamente disposte riesce con la definizione del reale
come invariante della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare,
contro le teorie della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la
comprensione del «fatto bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera
dell’E. è ispirata alla fede razionale nel valore della scienza e al principio
della continuità e interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione
del contrasto razionalismo-storicismo il pensiero dell’E. va sempre più
evolvendosi nel senso del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con
l’empirismo da un lato e con lo storicismo dall’altro («Scienza è
razionalismo» «Per la storia della
logica). RIGNANO (vedasi), lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi
sociologici biologici psicologici: ha esposto criticamente la sociologia
comtiana, soprattutto dal punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di
Fil. pos. di A. C. ): ha spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria dei
caratteri acquisiti con una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti
recati a favore così del preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi sussidiaria
suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale ed
esclusiva della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni mnemonici
propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in generale.
Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è
fornito un modello energetico, capace di dare una idea della natura intima
della vita (Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti). Hanno origine e
natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de synthèse
scientifique). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti
psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi, che lo
costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli altri: da
un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze
affettive (« Psicologia del ragionamento). Così la sola proprietà mnemonica
spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della vita, dalla
ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino
agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La
memoria biologica). I nomi di Varisco, d’Enriques e di Rignano mostrano come il
pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di revisione
critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli del
pensiero contemporaneo. Ma non debbo dimenticare pur vedendomi costretto, per non esorbitare
dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo insufficiente l’opera di Peano (Calcolo geometrico, 1
principii di Geometria logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Pieri, Padoa,
Forti, la quale tanto ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa
sistemazione logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi
appello all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e
filosofico che, partendo dagl’insegnamenti di PEANO (vedasi) e di GARBASSO
(vedasi) (Fisica d’oggi. Filosofia di domani), PASTORE (vedasi), prof, di fil.
teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli
meccanici (Sopra una teoria della scienza Logica formale dedotta dalla
consideraz. di modelli meccanici » «Del
nuovo aspetto della scienza e della fil.»
«Sillogismo e proporzione» «Il
pensiero puro» «Il problema della
causalità). Il calcolo logico, secondo il P., non è che uno degl’infiniti
modelli con cui si può rappresentare l’ordine dei fenomeni e prevederli; e
tutti sono immagini o simboli equivalenti dell’infinita verità. Ma nelle sue
ultime opere PASTORE (vedasi), superando la posizione di questo suo iniziale
nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di panlogismo. Al positivismo
anzi al positivismo più rigoroso ed estremo va pure ascritta la « filosofia
scettica » di RENSI (vedasi), prof, di fil. mor. a Genova, pensatore fervido,
scritore suggestivo, polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri
principali una vivace battaglia contro l’idealismo assoluto, negando
radicalmente ogni assolutezza delle forme o attività spirituali, e sostenendo
che nell’ambito della sfera della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione,
o lo spirito, costruisca cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e
si concepisca non come determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa
l’oggetto) impera sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma,
quindi, certezza v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale,
e a questa certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti.
Comincia il regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia
(e perciò in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la
constatazione del fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la
constatazione del fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione
di esso, ed è mera espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista
del sapere, scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » ). Di conseguenza,
anche nel campo pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo
spirito cavi con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati,
qua e là variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo
sofistico e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia
dell’Autorità» «Introduzione alla scepsi
etica). Anche l’estetica è, come forma a priori dello spirito, nient’altro che
scepsi estetica (« La scepsi estetica) e come «bello» non può valere se non la
valutazione di fatto che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi
suoi scritti (L'irrazionale, il lavoro, l’amore, Interiora Rerum, Realismo) RENSI
(vedasi) accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici del
suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui
ricordato LEVI (vedasi), prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della
st. d. fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi,
dell’essere e del divenire nella fil. gr. sino a Platone» « Id. nella fil. di Platone» «Sulle
interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.»), mod. («La fil. di Berkeley) e
conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane, contemp. » ecc.). Il L. («Sceptiea) rappresenta un
radicale scetticismo che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla
consueta accusa d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso
l’idealismo assoluto, si fondano sopra una concezione realistica, che, in
quanto voglia rispondere a esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è
senza giustificazione, anzi in contrasto con il presupposto fondamentale del
conoscere (costituito dal mio io pensante): tuttedico — fuorché una, il
solipsismo, che da questo presupposto direttamente deriva, e che, sebbene
criticabile perchè includente innegabili irrazionalità, è fra tutte la più
plausibile. Contro il positivismo, il solipsismo sostiene che il dato
dell’esperienza esige una interpretazione del pensiero, e però non ha valore
per sè. L’estetica del L. («La fantasia estetica) si riassume nella tesi che «
l’opera d’arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente
ed esaurientemente e suscita in chi la contempla uno stato particolarissimo,
irreducibile e non del tutto definibile ». In SICILIA (non Italia) il
positivismo si presenta con aspetti caratteristici nella filosofia
dell’identità di CORLEO (vedasi), prof, di fil. mor. a Palermo, e nel radicale
empirismo di GUASTELLA (vedasi), prof, di fil. teor. a Palermo. In CORLEO.,
positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma egli con la pura
osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere alla metafisica
e a conclusioni eminentemente razionalistiche. Non vi è qualità la quale non si
riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito della scienza, rende
possibile la costruzione di una filosofia che adegui la esattezza della
matematica. CORLEO ha una concezione atomistica della vita psicologica: dalle
percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero, e, presentandosi come in
parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono tutte complessi,
identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la sintesi spontanee,
che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili di queste si
presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si separano
naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo stesso
fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della esperienza,
emergente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale dato che
consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che
identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è
per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua
psicologia è piuttosto una schematizzazione matematica di esperienze
psicologiche, anche logica e gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di
concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti
della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e
norma degli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e
riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è
la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti
sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità
parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del
principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e
procede a rettificare e giustificare, contro i positivisti, le idee della
metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure
fondamento positivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi
dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil.
univ. Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità). GUASTELLA
procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il pensiero di lui a
maggior coerenza, e professa un assoluto nominalismo. Il suo sistema
nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est percipi) e,
nell’aspetto logico, psicologico e gnoseologico, un non meno radicale
empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè come
conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico, intendendosi per
mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o che s’inferiscono
da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti costanti osservati fra
di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa esperienza. Empirismo, cioè
una dottrina sul criterio della verità, che tra i motivi delle nostre
affermazioni di quelle che non sono semplici atti di memoria o comparazione non
ammette come legittimo che la induzione, e respinge come illegittimi l’evidenza
intrinseca (non confermata dall’induzione) e l’influenza della passione e della
volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e non è costituito se non da imagini
concrete e particolari: non esistono giudizi a priori : tutte le nostre
proposizioni sono affermazione o negazione della esistenza di certi fatti
particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la critica dissolvente del
concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano daglielementi del senso.
Non si può affermare altra esistenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni
o subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che
si risolvono in sensazioni reali o possibili: non vi è altra scienza possibile
che quella delle uniformità di successione, coesistenza, somiglianza tra i
fenomeni. E il fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in
quanto se ne ha esperienza: ma questa conoscenza fenomenica è completa e
assoluta. Anche la credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento
nella esperienza, che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato
della corrispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come obbiettivamente
valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi implicito in ogni prova, e non
si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del pensiero: rientra, in
sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver fiducia nelle nostre
facoltà. La parte più originale della dottrina di GUASTELLA è la Filosofia
della Metafisica, cioè la ricerca del fondamento psicologico delle costruzioni
metafisiche e la dimostrazione del loro carattere illusorio. Quel fatto che è
la metafisica, richiede di essere spiegato: come nasce la tendenza
irresistibile a trascendere la esperienza, e come si determinano le varie forme
sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei fenomeni? Tale tendenza è
tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i fenomeni e tutte le idee
che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee sui fenomeni, che ci sono
più familiari: particolarmente ai fenomeni dell’azione della volontà sul nostro
corpo donde la filosofia volizionale — e del movimento per urto — donde la
filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi sulla teoria della con. I. Sui
limiti e l’ogg. della con. a priori. II. Fil. della Metafisica» «Le ragioni del
fenomenism). Non e il compito di L. considerare le relazioni del positivismo
italiano con le filosofie ch’esso trova già vigoreggianti al suo primo
manifestarsi, e con le altre correnti che successivamente, in antitesi o in
continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato fortuna tra noi. La precedente
rassegna analitica basta a dimostrare la profondità, l’ampiezza, la fecondità
di un movimento che scaturisce da una necessità, immanente allo spirito umano.
Fin dal suo apparire il positivismo fu accompagnato in Malia con i segni aperti
di una ostilità che non ha disarmato mai : è leggenda tanto più insistentemente
ripetuta quanto più esaurientemente sfatata ch’esso abbia mai ottenuto il
predominio nell’insegnamento superiore o aspirato a esercitarvi una tirannica
dittatura. Ha tenacemente resi¬ stito all’imperversare di polemiche, le quali
hanno sovente trasceso i limiti segnati alla critica onesta e serena, mossa
unicamente da zelo di verità. Seguendo la traccia d’ARDIGÒ, e trovando in sè la
virtù di reagire contro la tendenza al semplicismo e al rozzo empirismo, è
venuto progressivamente interiorizzandosi e affinando in sè il senso della
esigenza storica e critica: inflessi- bile nel rivendicare alla filosofia la
stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha tenuto fede al patto di alleanza
con la scienza, stretto sul fondamento della unità di metodo : e non è
certamente questa la sua minore benemerenza verso la cultura nazionale.
Firenze, R. Università.Ludovico Limentani. Luigi Speranza, “Grice e Limentani”. Limentani.
Luigi Speranza -- Grice e Limone: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della simbolica del
potere – la scuola d’Atella -- filosofia basilicatese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Atella). Filosofo
italiano. Atella, Potenza, Basilicata. Grice: “I like Limone; like me, he has
explored the idea of value in terms of catastrophe – I didn’t. He has explored
the poetics of philosophy – and he has investigated on a concept that Strawson
and I always found fascinating, that of a person!” -- “Che cosa è, nel mondo
umano, la persona?” “Tutto.”
“Che cosa è, nel mondo contemporaneo, la persona?”” Nulla.” Persona e memoria,
Rubbettino. La sua ricerca filosofica si inserisce nel solco del personalismo
comunitario. Si laurea a Napoli e il
Roma. Studia a Parigi e a Châtenay-Malabry, sede dell'Association des
amis de Mounier, presso la Comunità dei muri bianchi, cui appartenevano
Fraisse, Ricœur, Mounier, Domenach. Insegna a Napoli. I suoi interessi di
ricerca abbracciano aspetti epistemologici, etici, filosofico-pratici e simbolici.
Al centro della sua attenzione teoretica è “la persona”. Fonda la rivista
"Persona” e "Symbolicum" sulla simbolica. SIMBOLO. Sonda in
profondità l’idea di persona. Là dove la persona non è né la semplice
nobilitazione dell’essere umano in generale, né una singola unità seriale.
Della persona si può dare idea, non “concetto”, perché l’idea è aperta come la
vita, mentre il concetto è chiuso. L’idea di persona, però, non è l’idea di un
quid ma di un “QVIS” perché la persona è un “chi” (“Someone is hearing a
noise”) non un “che” (“Something is hearing a noise”)– That’s why it’s very
wrong to call “the chair is red” as third-PERSON seeing that the chair is
hardly a person!” è l’idea di un’essenza che non può essere separata dalla
concreta singola esistenza, originalissima e dotata di dignità. In quanto idea
di un “quis”, la persona si presenta come l’altro versante del teorema
d’incompletezza di Gödel. Il significato della persona si delinea all’interno
di una costellazione in cui essa: -è realtà singolare e la sua idea; -è
prospettiva ontologica sussistente e la sua verità; -è la parte di un tutto che
solo parzialmente è parte, perché per altro verso si presenta come un tutto, in
quanto è irriducibile al tutto e indivisibile in sé; -è l’eccezione istituente
una regola che riesce, e non riesce, a farsene istituire; -è l’idea di qualcosa
che resiste alla possibilità di essere ricondotto a un’idea; -è l’idea di un
appartenere che resiste all’idea di appartenere. L’essere della persona
richiama, a suo modo, il problema delle antinomie di Russell. Un tale
arcipelago di paradossi costituisce, però, una forza virtuosa che interroga
ogni sistema. La persona si configura come invenzione teorica, paradosso logico
e misura epistemologica, e rappresenta il punto strutturale di base che istituisce
la visione del gius-personalismo. Altri saggi: “Tempo della persona e sapienza
del possibile: Valori, politica, diritto (ESI, Napoli); “Tempo della persona e
sapienza del possibile: Per una teoretica, una critica e una metaforica del
personalismo (ESI, Napoli); La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi,
Milano. Bellezza e persona, su “Aisthema” “La macchina delle regole, la verità
della vita. Appunti sul fondamentalismo macchinico nell’era contemporanea, in
La macchina delle regole, la verità della vita (Angeli, Milano); Che cos’è il
gius-personalismo? Il diritto di esistere come fondamento dell’esistere del
diritto, Monduzzi, Milano. Ars boni et aequi. Ovvero i paralipòmeni della
scienza giuridica. Il diritto fra scienza, arte, equità e tecnica (Angeli,
Milano), Filosofia e poesia come passioni dell’anima civile. La persona fra potere
e memoria in Persona, Artetetra, Capua. Persona e memoria – cf. Grice,
“Personal identity” -- “Oltre la maschera” il compito del pensare come diritto
alla filosofia, Rubbettino, Soveria Mannelli. Poesia Polifonia d’un vento
(Salerno-Roma). Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma). Ore d’acqua
(Salerno-Roma). Incontrando il possibile re (Salerno-Roma). “Notte di fine
millennio” (Bari). Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma). L'angelo
sulle città, in onore del figlio (Roma ). Le ceneri di Pasolini (Pasturana, Alessandria).
Aforismi di un impiccato felice (Salerno). Aforismi del passato duemila:
distruzioni per l'uso (Salerno). Ossi di limone. Aforismi di uno scostumato
(Vatolla). Sierra Limone. Dai taccuini fenici di Er Limonèro (Vatolla). NV.
Melchiorre, Essere persona, Fondazione A. e G. Boroli, Milano Fondazione roberto
farina. Giuseppe Limone. Limone. Keywords: simbolo, simbolismo, la dimensione
del simbolo, ventennio, fascismo, simbolica
del potere, mistica fascista, damnatio memoriae, la composita, la simbolica,
simbolo, composito. Strawson, “The concept of a person” – Ayer: “The concept of
a person” – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Limone: la composita” --. Luigi Speranza, “Grice e Limone: umano e
persona” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Lisi: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone
-- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean. When the Pythagoreans were being
persecuted in Italy, L. escapes and makes his way to Teba. There he becomes the
tutor of Epaminonda, the city’s military leader. He writes a letter to Ipparco. Lisi
Luigi
Speranza -- Grice e Lisiade: all’isola – la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
siciliana – scuola di Catania. filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo italiano. Catania,
Sicilia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Luigi
Speranza -- Grice e Lisibio: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Luigi
Speranza -- Grice e Lisimaco: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma – filosofia toscana – filosofia
fiorentina – scuola di Firenze -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. He belonged to The Porch. The tutor of Amelio
Gentiliano. Since Amelio comes from Firenze, that may be taken as having been
the home of L. as well.
Luigi Speranza -- Grice e Livi: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del consenso sociale – la
scuola di Prato -- filosofia toscana -- filosofia italiana – l’aporia: se
cristiano, non filosofo. Luigi Speranza (Prato). Filosofo italiano.
Prato, Toscana. Grice: “Livi is one of the few Italian philosophers who have
taken Moore’s ‘common-sense’ seriously!” – Grice: “The way Livi justifies
common-sense, not unlike Moore, is via a principle of ‘coherence’” Allievo di
Gilson, collabora con Fabro, Noce edAgazzi. Inizia la scuola filosofica del senso comune,
rappresentata dalla Common-Sense Association, che ha come organo ufficiale la
rivista "SENSVS COMMVNIS” – cf. Grice on Malcolm, Moore -- . Alethic
Logic". Tra i suoi numerosi discepoli o estimatori vi sono Renzi, autore
di importanti saggi di Storia della Metafisica, Bettetini, Arecchi,
Spatola, Covino ed Arzillo. Fondatore di
Vinci, membro associato della Accademia d’AQUINO, decano e professore emerito della
Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. Firma con
Giovanni Paolo II alcune parti dell'enciclica Fides et ratio. «Senso
comune» è il termine utilizzato da Livi – apres Malcolm, Moore e Grice -- in
chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili
possedute da ogni uomo. Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a
priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che
derivano dall'esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni
ulteriore certezza. – cf. Grice, “Common Sense” --. Grice, “Common Sense and
Ordinary Language,” “Common Sense and Scepticism” --. Ha per primo precisato quali siano queste certezze e
ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il
fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l'evidenza
dell'esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l'evidenza dell'io,
come soggetto che si coglie nell'atto di conoscere il mondo; l'evidenza di
altri come propri simili; l'evidenza di una legge morale che regola i rapporti
di libertà e responsabilità tra i soggetti; l'evidenza di Dio come fondamento
razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua
esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale
lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza
in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica
aletica su base olistica. Tra gli studi recenti sul sistema della logica
aletica elaborato da lui vanno ricordati i saggi di AGAZZI, "Valori e
limiti del senso comune" (Angeli, Milano), Ottonello ("L.", in
"Profili", Marsilio, Venezia ), Vassallo ("La riabilitazione del
SENSO COMUNE", in "Memoria e progresso", Fede et Cultura,
Verona), di Arzillo, “Il fondamento del giudizio -- una proposta teoretica a
partire dalla filosofia del SENSO COMUNE (Vinci, Roma ); Renzi, La logica
aletica e la sua funzione critica -- analisi della proposta di L. (Vinci, Roma).
Hanno scritto su L. anche Andolfo, storico della filosofia antica, Sacchi,
Cottier, Fisichella, Galeazzi, Pangallo e Possenti. Da Gilson, Fabro ed Agazzi
ha appreso ad affrontare i problemi essenziali della speculazione metafisica in
dialogo con grandi filosofi antichi (Platone, Aristotele, la Scesi, Agostino),
del Medioevo (Anselmo, Aquino, Scoto) e dell'età moderna (VICO, Kierkegaard,
Rosmini-Serbati). Convinto assertore del metodo realistico di interpretazione
dell'esperienza, ne ha difeso le ragioni utilizzando sistematicamente gli
strumenti dialettici offerti dai filosofi della scuola analitica. Suoi critici
più intransigenti sono stati, da una parte, l’idealista Severino, e dall'altra
il caposcuola del pensiero debole, Vattimo. Altri saggi: “Cistiano e filosofo
-- il problema (L'Aquila: Japadre);
“Cristiano e comunista” (Torre del Benaco: Colibrì); “Filosofia del SENSO
COMUNE -- Logica della scienza (Milano: Ares); “IL SENSO COMUNE tra
razionalismo e la scesi in VICO” (Milano: Massimo); “Lessico filosofico latino”
(Milano: Ares); “Il principio di coerenza – SENSO COMUNE e logica epistemica”
(Roma: Armando); “Aquino: filosofo” (Milano: Mondadori); “La filosofia in eta
antica” (Roma: Alighieri); “Dizionario storico della filosofia, Roma:
Alighieri); “La ricerca della verità” (Roma, Vinci, Verità del pensiero
(Fondamenti di logica aletica) Roma: Laterano); “Razionalità della fede nella
Rivelazione -- Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica” (Roma:
Vinci); “La ricerca della verità -- Dal SENSO COMUNE alla dialettica” (Roma:
Vinci); L'epistemologia d’AQUINO e le sue fonti” (Napoli: Comunicazioni );
“SENSO COMUNE e logica aletica” (Roma: Vinci); “Perché interessa la filosofia e
perché se ne studia la storia” (Roma: Vinci); “Storia sociale della filosofia
in eta antica: aspetti sociali”, La filosofia antica e medioevale; moderna;
contemporanea, L'Ottocento; Il Novecento, Roma: Alighieri); “Logica
della testimonianza - quando credere è ragionevole” (Roma: Lateran); “SENSO
COMUNE e metafisica -- sullo statuto epistemologico della filosofia prima” (Roma:
Vinci); “Nuovo Dizionario storico della filosofia” (Roma, Alighieri); “Premesse
razionali della fede. Filosofi e teologi a confronto sui praeambula fidei”
(Roma: Lateran); “Etica dell'imprenditore. Le decisioni aziendali, i criteri di
valutazione e la dottirna sociale della chiesa” (Roma: Vinci); Dizionario
critico della filosofia, Roma: Alighieri); “Teologia come braccio della
metafisica speziale” (Bologna: Edizioni Studio Domenicano); “IL SENSO COMUNE al
vaglio della critica” (Roma: Vinci); “Filosofia del SENSO COMUNE. Logica della
scienza e della fede” (Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere
l'autentica scienza della fede da un'equivoca "filosofia religiosa"
(Roma: Vinci); “L'istanza critica, Roma: Vinci); “La certezza della verità. Il
sistema della logica aletica e il procedimento della giustificazione
epistemica” (Roma: Vinci); “Dogma e pastorale. L'ermeneutica del Magistero, dal
Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, Roma:Vinci,. Le leggi del pensiero. Come
la verità viene al soggetto” (Roma: Vinci,. Teologia e Magistero” (Roma:
Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica scienza della fede
da un'equivoca "filosofia religiosa",
su Gli equivoci della teologia morale dopo l’amoris Laetitia” (Roma:
Vinci); “Aquino filosofo” in Piolanti,
AQUINO nella storia della filosofia” (Roma: Vaticana); “La filosofia di
Gilson", in Piolanti, Gilson, filosofo,
Roma: Vaticana, "L'unità
dell'ESPERIENZA nella gnoseologia in AQUINO", in Piolanti "Noetica,
critica e metafisica in chiave tomistica", Roma: Vaticana); “SENSO COMUNE
e unità delle scienze"[cf. Grice, Einhiet Wissenschaft] in Martinez "Unità e autonomia del
sapere: il dibattito", Rome: Armando, Ledda, In memoriam: Corrispondenza
Romana, antoniolivi.Vinci, su editriceleonardo
ISCA Commonsense Association ca-news; fidesetratio. Ilgiudiziocattolico. Antonio
Livi. Keywords: ‘il senso commune in Vico” – Grice develops a sceptical defence
in his early “Common sense and scepticism,” “mainly motivated by what he sees
as a ‘cavalier attitude’ to the sceptic by, of all people, Malcolm.” – Grice:
“I’m not sure Livi would agree with my idea, but I think he would – certainly
Vico took the sceptic challenge possibly most seriously than anyone and Livi is
an expert on Vico. Vico’s line of defense lies on the connection, conceptual he
thinks, between ‘common sense’ and ‘consenso’: therefore, Malcolm and I have to
reach a consensus that we are going to use ‘know’ for things like ‘I know that
s is p,’ say, there is cheese on the table, there is a mermaid on the table.
Etc. And that “if I’m not dreaming” may not always be a conversationally
appropriate defeater!” – Livi. Keywords:
consenso sociale, amoris laetitia, Letizia dell’amore -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Livi” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livio: la ragione conversazionale e la
storia romana come fonte della morale romana – etica togata -- Roma – filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova) Filosofo italiano. Padova,
Veneto. Disambiguazione – "Livio" rimanda qui. Se stai cercando altri
significati, vedi Livio (disambigua). (latino) «Neque indignetur sibi Herodotus
aequari Titum Livium» (italiano) «Che Erodoto non s'indigni che gli venga
eguagliato Tito Livio» (Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1, 101) Busto di Tito Livio, opera di Lorenzo Larese
Moretti (1858-1867) Tito Livio (in latino Titus Livius[1]; Patavium, 59 a.C. –
Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore degli Ab Urbe condita,
una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di
Augusto, nel 9 a.C. È considerato uno
dei maggiori storici dell'Antica Roma, assieme a Tacito.[2] Biografia
Ritratto di Livio Secondo Girolamo, il quale a sua volta si rifà al De
historicis di Svetonio, nacque nel 59 a.C.[3] a Padova.[4] Quintiliano ha tramandato la notizia secondo la
quale l'oratore Asinio Pollione rilevava in Livio una certa patavinitas
("padovanità" o peculiarità padovana), da intendersi come patina
linguistica rivelatrice della sua origine,[5] mentre il celebre epigrammista
Valerio Marziale ricorda l'accentuato moralismo della sua terra,[6] tipico del
carattere di Livio, tanto quanto le sue tendenze politiche conservatrici.[7] Lo
stesso Livio, citando Antenore, mitico fondatore di Padova, all'inizio della
sua monumentale opera, conferma indirettamente le proprie origini patavine.[8]
Per tutta la sua vita, ha dimostrato sempre un amore sfrenato per la sua città
natale.[senza fonte] I Livii erano di
origine plebea, ma la famiglia poteva fregiarsi di antenati illustri in linea
materna: nella Vita di Tiberio Svetonio ricorda che la Liviorum familia «era
stata onorata da otto consolati, due censure, tre trionfi e persino da una
dittatura e da un magistero della cavalleria».[9] Verosimilmente, Tito Livio fu educato nella
città natale, istruito prima da un grammatico, con cui apprese a scrivere in un
buon latino e imparò altresì il greco, e poi da un retore, che lo avvicinò
«all'eloquenza politica e giudiziaria».[10] Uno degli avvenimenti più
importanti della sua vita fu il trasferimento a Roma per completare gli studi;
fu qui che entrò in stretti rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito,[11]
lo chiamava "pompeiano", ossia filo-repubblicano; questo fatto non
compromise la loro amicizia, tanto che godette sempre della stima e
dell'ospitalità dell'imperatore, e per suo consiglio il nipote e futuro
imperatore Claudio compose un'opera storica.[12] Non ebbe tuttavia incarichi pubblici, ma si
dedicò alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo
imperatore, e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo
tempo. Fu anche autore di scritti di carattere filosofico e retorico andati
perduti.[13] Ebbe un figlio, che egli
esortò a leggere Demostene e Cicerone,[14] autore di un'opera di carattere
geografico, e una figlia, che sposò il retore Lucio Magio.[15] Non si sa quando sia tornato a Padova, ma è
certo che qui vi morì nel 17 d.C., secondo Girolamo: «T. Livius historiographus
Patavii moritur».[16] Opere Lo stesso argomento in dettaglio: Storia
della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Gli Ab Urbe condita libri Lo stesso argomento in dettaglio: Ab Urbe
condita libri. Voce da controllare Questa voce o sezione sull'argomento antica
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cinquecentesca delle Historiae di Livio
Ab Urbe condita, 1715 Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita
si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel
753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto
probabile che l'opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di
150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C.[senza
fonte] I libri furono successivamente
divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con
determinati periodi storici. Dell'intera opera ci è pervenuta solo una piccola
parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall'I al X e dal XXI al XLV (la
prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono
conosciuti solo tramite frammenti e riassunti ("Periochae"). I libri
che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di
Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la
seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della
Macedonia e di una parte dell'Asia Minore. L'ultimo avvenimento importante che
si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna. Già il titolo dell'opera dà l'idea della
grandezza dei propositi dello storico. Livio utilizzò il metodo storiografico
che alterna la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il
racconto per annunciare l'elezione di un nuovo console, dato che questo era il
sistema utilizzato dai Romani per tener conto degli anni. Nell'opera, Livio
denuncia inoltre la decadenza dei costumi ed esalta al contrario i valori che
hanno fatto la Roma eterna. Lo stesso
Livio affermò inoltre che la mancanza di dati e fonti certe precedenti al sacco
di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.C., aveva reso il suo compito assai
difficile. A rendere più arduo il compito dello storiografo fu il fatto che non
poteva accedere, come privato cittadino, agli archivi e dovette accontentarsi di
fonti secondarie (documenti e materiali già elaborati da altri storici). Allo
stesso modo, molti storici moderni ritengono che, per la mancanza di fonti
puntuali e precise, Livio abbia presentato per le stesse vicende sia una
versione mitica sia una versione "storica", senza privilegiare
nessuna delle due versioni, ma lasciando alla discrezione del lettore la
decisione su quale sia la più verosimile. Nella prefazione è l'autore a
spiegare che «quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o anteriori,
non cerco né di confermarli né di smentirli: il loro fascino è dovuto più
all'immaginazione dei poeti che alla serietà dell'informazione» (ne è un
esempio la presenza nell'opera del mito dell'ascensione al cielo di Romolo e di
un racconto secondo il quale lo stesso Romolo sarebbe stato ucciso). Il suo
talento non va tuttavia ricercato nell'attendibilità scientifica e storica del
lavoro quanto nel suo valore letterario (il metodo con cui impiega le fonti è
criticabile poiché non risale ai documenti originali, qualora ve ne siano, ma
utilizza quasi esclusivamente fonti letterarie). Livio scrisse larga parte della sua opera
durante l'impero di Augusto; nonostante ciò, la sua opera è stata spesso
identificata come legata ai valori repubblicani e al desiderio di una
restaurazione della repubblica. In ogni modo, non vi sono certezze riguardo
alle convinzioni politiche dell'autore, dal momento che i libri sulla fine
della repubblica e sull'ascesa di Augusto sono andati perduti. Certamente Livio
fu critico nei confronti di alcuni dei valori incarnati dal nuovo regime, ma è
probabile che il suo punto di vista fosse più complesso di una mera
contrapposizione repubblica/impero. D'altro canto, Augusto non fu affatto
disturbato dagli scritti di Livio, e anzi lo incaricò dell'educazione di suo
nipote, il futuro imperatore Claudio.
Nella Ab Urbe condita (libro IX, capp. 17–19) si trova la prima ucronia
conosciuta, quando Livio immagina le sorti del mondo se Alessandro il Grande
fosse partito per la conquista dell'occidente anziché dell'oriente. Lo storico
si dice convinto che, in tal caso, Alessandro sarebbe stato sconfitto dalla
maggiore organizzazione dell'esercito e dello Stato romano. Stile
"Titus Livius historicus" in un'illustrazione delle Cronache
di Norimberga. Livio fu sempre accusato di patavinitas
("padovanità"); ancora oggi non si è riusciti a capire quale sia il
significato preciso del termine: la maggior parte dei critici rileva in ciò una
critica nei confronti dello stile "provinciale" dello storico (ma di
suddetta provincialità non si rilevano tracce negli scritti a noi pervenuti)
mentre altri, come il Syme, ritengono che il termine riguardi più la sfera
morale e ideologica. Questa critica è stata mossa inizialmente da Asinio
Pollione, politico e letterato romano. Quintiliano definì il suo stile come una
lactea ubertas (letteralmente "abbondanza di latte"), per indicare
che la prosa di Livio è scorrevole e allo stesso tempo dolce e piacevole per il
lettore. Lo stile di Livio è caratterizzato da architetture ben studiate e da
un periodare fluente. A Livio interessa
comporre un'opera dilettevole sulla storia di Roma, non facendolo
scientificamente (come faceva Tucidide in Grecia), ma raccogliendo semplicemente
le notizie dando così piacevolezza all'opera. Ciò lo allontana dallo stile
secco e chiuso tipico di Polibio e fa sì che la sua narrazione venga
caratterizzata da sfumature definibili "drammatiche", senza eccessi.
La storia per lui è "Magistra Vitae" dal punto di vista morale,
vivendo infatti in un periodo difficile per la società romana riteneva che il
modello da seguire per tornare la grande potenza di un tempo sarebbe stato
quello degli antichi romani, per primo quello di Romolo. Livio era un grande
nostalgico del passato soprattutto riguardo alla morale e ai valori che avevano
reso grande Roma, che in quel periodo erano in grande declino. Livio attribuisce ai vari personaggi che pone
sotto analisi dei caratteri quasi assoluti, facendoli diventare dei paradigmi
di passioni (tipi). Un altro elemento tipico della drammatizzazione è quello di
mettere in bocca ai personaggi dei discorsi, sia in forma diretta che
indiretta, informazioni utili ai fini della narrazione, soprattutto per quanto
riguarda la parte "dilettevole" del suo intento. I discorsi sono
infatti costruiti in maniera fantasiosa, e di fatto non sono da prendere come
verità storiche oggettive ma come esigenze di stampo narrativo e psicologico.
Spesso lo storico padovano rileva come una situazione stia precipitando, quando
all'ultimo istante si ha un ribaltamento di fronte inatteso, il tipico
procedimento teatrale greco del "deus ex machina". Dal punto di vista prettamente stilistico
Livio procede sulle orme di Erodoto (più fiabesco) e segue il modello di
Isocrate, con la sua eloquenza piacevolmente narrativa. Fama di Tito Livio tra i posteri L'opera di
Livio fu un esempio di stile e di rigore storiografico durante l'epoca
dell'Impero, venendo copiata nelle biblioteche imperiali. Successivamente, nel
Medioevo, il testo fu copiato anche nelle abbazie cristiane. Livio ebbe famosi
ammiratori, tra cui Dante Alighieri, che nel XXVIII canto dell'Inferno della
Divina Commedia cita un episodio cruento della Battaglia di Canne, preso da
Livio, ed elogia lo storico: «come Livio scrive, che non erra» (XXVIII, 12).
Anche Niccolò Machiavelli lo stimava e scrisse i famosi Discorsi sopra la prima
Deca di Tito Livio. Note ^ Titus è il
praenomen, cioè il nome personale; Livius è il nomen, cioè il nome gentilizio,
che significa "appartenente alla gens Livia". Dunque, Tito Livio non
aveva il cognomen, il terzo nome, quello di famiglia, cosa peraltro non
insolita in epoca repubblicana. In ciò le fonti classiche sono concordi: Seneca
(Ep., 100,9), Tacito (Ann., IV,34,4), Plinio il Giovane (Ep., II,3,8) e
Svetonio (Claud., 41,1) lo chiamano Titus Livius; Quintiliano lo chiama Titus
Livius (Inst. Or., VIII,1,3; VIII,2,18; X,1,101) o semplicemente Livius (Inst.
Or., I,5,56; X,1,39). Nell'epigrafe sepolcrale di Patavium, che con tutta
probabilità lo riguarda, è chiamato, con l'aggiunta del patronimico, T(itus)
Livius C(ai) f(ilius) (CIL V, 2975). ^ Tommaso Gnoli, Livio, Tito, in
Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2006. ^
Chronicon, anno Abrami 1958 (= 59 a.C.): «Messala Corvinus orator nascitur et
T. Livius Patavinus scriptor historicus». Tuttavia Messalla Corvino nacque nel
64 a.C. Probabilmente l'errore è dovuto alla somiglianza dei nomi dei consoli
dei due anni, Cesare e Figulo nel 64 e Cesare e Bibulo nel 59. ^ Il luogo di
nascita è confermato anche da Asconio Pediano, Pro Cornelio, I, 60, Simmaco,
Epistulae, IV, 18, e Sidonio Apollinare, Carmina, II, 189, oltre che da Asinio
Pollione. ^ Quintiliano, Institutio oratoria, I, 5, 56: «Pollio deprehendit in
Livio Patavinitatem» e VIII, 1, 3: «in Tito Livio mirae facundiae viro putat
inesse Pollio Asinius quamdam Patavinitatem». ^ Marziale, Epigrammaton, XI, 16,
7-8: «Tu quoque nequitias nostri lususque libelli / Uda, puella, leges, sis
Patavina licet». ^ Ricordate da Cicerone, Philippica XII, 4, 10 durante la
guerra civile: «Patavini [...] eiecerunt missos ab Antonio, pecunia, militibus
et, quod maxime deerat, armis nostros duces adiuverunt». ^ Ab Urbe condita
libri, I, 1, 1-3. ^ Svetonio, Tiberius, 3, 1: «Quae familia, quamquam plebeia,
tamen et ipsa admodum floruit octo consulatibus, censuris duabus, triumphis
tribus, dictatura etiam ac magisterio equitum honorata». ^ F. Solinas,
Introduzione a Tito Livio, Storia di Roma, Milano, Mondadori, 2007, vol. I, p.
XIII. ^ In Annales, IV, 34 Tacito fa dire a Cremuzio Cordo: «Titus Livius,
eloquentiae ac fidei praeclarus in primis, Cn. Pompeium tantis laudibus tulit,
ut Pompeianum eum Augustus appellaret; neque id amicitiae eorum offecit». ^
Svetonio, Claudius, 41. ^ Seneca, Epistulae, 100, 9: «scripsit enim et
dialogos, quos non magis philosophiae adnumerare possis quam historiae, et ex
professo philosophiam continentis libros». ^ Quintiliano, Institutio oratoria,
X, 1, 39: «apud Livium in epistula ad filium scripta, legendos Demosthenem
atque Ciceronem, tum ita ut quisque esset Demostheni et Ciceroni simillimus». ^
F. Solinas, cit., p. XIII; all'opera del figlio di Livio accenna Plinio il
Vecchio. ^ Chronicon, anno Abrami 2033 (= 17 d.C.). Bibliografia Ab Urbe condita libri, edizione del XV secolo
Tito Livio, Storia di Roma dalla Sua Fondazione, edizioni BUR, 13 volumi, Testo
Latino a fronte. Trad. e Note di Michela Mariotti, Prima ediz. 2003. ISBN
978-88-17-10641-2 (Si riferisce al Volume 13, edizione della seconda ristampa
2008) Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni, Elena Sada, Studia
Humanitatis vol. 3 La formazione dell'Impero ISBN 88-434-0856-9 Tito Livio,
Storia di Roma, Newton Compton, Milano, 1997 (6 volumi) traduzione di Gian
Domenico Mazzocato Opera di Giovanna Garbarino Storie Sansoni, 1918, commenti
di Carolina Lanzani Tito Livio, Ab urbe condita, Stampate nella inclita cittade
di Venetia, per Zovane Vercellense ad istancia del nobile ser Luca Antonio
Zonta fiorentino, nel anno MCCCCLXXXXIII adi XI del mese di febraio. URL
consultato il 7 marzo 2015. (LA) Tito Livio, Ab Urbe condita. Libri 6.-23.,
Venetiis, apud Carolum Bonarrigum, 1714. (LA) Tito Livio, Ab Urbe condita.
Libri 23.-34., Venetiis, apud Carolum Bonarrigum, 1714. Antonio Manfredi,
Codici di Tito Livio nella Biblioteca di Niccolò V, in Italia medioevale e
umanistica, vol. 34, Padova, Antenore, 1991, pp. 277-292, OCLC 908477617.
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il 15 novembre 2013. - Testi con concordanze e liste di frequenza Tito Livio,
Le Deche di Tito Livio - Volgarizzamento del buon secolo corretto e ridotto a
miglior lezione, a cura di P. Francesco Pizzorno, Savona, Luigi Sambolino,
1842. - vol. 1, vol. 2, vol. 3, vol. 4, vol. 5, vol. 6 Tito Livio, La Storia
romana di Tito Livio coi supplementi del Freinsemio - tradotta e con il testo a
fronte - 39 volumi, a cura di Luigi Mabil, Brescia, Nicolò Bettoni, 1805-1817.
- La storia Romana di Tito Livio (Libri XL-XLI-XLII) Controllo di autoritàVIAF
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a.C.Romani del I secoloNati nel 59 a.C.Morti nel 17Nati a PadovaMorti a
PadovaPersonaggi citati nella Divina Commedia (Inferno)Tito Livio[altre]Although
famous as one of the great Roman historians, he is also a philosopher, who
popularises the genre of the ‘dialogo filosofico.’ Pre-testo. DISCORSI SOPRA LA
PRIMA DECA DI LIVIO di MACHIAVELLI, FIRENZE, G. BARBÈRA, EDITORE. MACHIAVELLI A
ZANOBI BUONDELMONTI E COSIMO RUCELLÀI SALUTE. o vi mando un presente, il quale
se non corrisponde agl’obblighi clic io ho con voi, è tale senza dubbio, quale
ha potuto Machiavelli mandarvi maggiore. Perchè in quello io ho espresso quanto
io so, quanto io ho imparato per una lunga pratica e continova lezione delle
cose del mondo. E non porlendo nè voi nè altri disiderare da me più, non vi
potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può incrcsccre della povertà
dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia
del giudizio, quando io in molte parli, discorrendo, m'inganni. Il che essendo,
won so quale di noi si abbia ad esser meno obbligato all’altro; o io a voi, che
mi avete forzalo a scrivere quello ch’io mai per me medesimo non arci scritto;
o voi a me, quando scrivendo non abbi soddisfatto. Pigliate, adunque, questo in
quello modo che si pigliano tulle le cose degli amici: dove si considera più
sempre l’intenzione di chi manda, che le qualità della cosa che è mandata. E
crediate che in questo io ho una salisfazione, quando io penso che, sebbene io
mi fussi ingannato in molle sue circostanze, in questa sola so eh io non ho
preso errore, di avere delti voi, ai quali sopra tutti gli altri questi miei
Discorsi indirizzi: sì perché, facendo questo, ini pnre aver mostro qualche
gratitudine de benefizii ricevuti: si perchè e mi pare esser uscito fuora dell’uso comune
di coloro che scrivono, i quali sogliono
sempre le loro opere
a qualche principe indirizzare; e, accecati
dall’ambizione c
dall’avarizia, laudano quello
di tutte le virtuose
qualitadi, quando di
ogni vituperevole parte doverrebbono
biasimarlo. Onde io, per
non incorrere in questo
errore, ho eletti
non quelli che sono
Principi, ma quelli che per le
infinite buone parti loro meriterebbono di essere; nè quelli che polrebbono di
gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non polendo,
vorrebbono farlo. Perchè gl’uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a
stimare quelli che sono, non quelli che possono esser liberali; e così quelli
che sanno, non quelli che, senza sapere, possono governare un regno. E gli scrittori laudano più Icronc
Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re:
perchè a Icronc a esser principe non manca altro che il principato; quell’altro
non avera parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto quel bene
o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore,
che queste mie oppinioni vi siano grate, non mancherò di seguire il resto della
istoria, secondo che nel principio vi
promisi. Valete Ancouaciiè, per la invida natura degl’uomini, sia sempre
stato pericoloso il ritrovare modi ed ordini nuovi, quanto il cercare acque e
terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le
azioni d’altri; nondimeno, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre
in me di operare, senza alcun rispetto, quelle cose che io
creda rechino comune benefìzio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via,
la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà
fastidio e diffìcultù, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che
umanamente di queste mie fatiche considerassero. E se T ingegno povero, la poco
esperienza delle cose presenti, la
debole notizia delle antiche, faranno questo mio conato difettivo e di
non molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno, che con più virtù, più
discorso e giudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare: il che se non mi
arrecherà laude, non mi dovrebbe partorire biasimo. E quando io considero
quantoonore si attribuisca all’antichità, c comemolte volte, lasciando andare
moltialtri esempi, un frammento d’una
antica statua sia stato comperato granprezzo, per averlo appresso di sè,
onorarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro che di quella arte si
dilettano; e come quelli poi con ogni
industria si sforzano in
tutte le loro opererappresentarlo: e vcggendo,
dall’altrocanto, le virtuosissime operazioni che le istorie ci mostrano, che
sono state operate da regni cda
repubbliche auliche, dai re, capitani, cittadini, datori di leggi, ed ultri che
si sono per la loro atfaticati, esser più presto ammirate che imitate;
au/i in tanto da ciascuno inogni parte
fuggite, che di quella antica virtù non
ci è rimaso alcun seguo: posso fare che insieme non me nelavigli e
dolga; e tanto più, quanto veggio nelle differenze che intra iladini civilmente
nascono, o nelle inalattie nelle quali
gl’uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli giudiciio a quelli rimedi
che dagl’antichi sono stati giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non
sono altro che sentenzio date dagli antichi iurcconsulti, le quali, ridotte in
ordine, a’presenti nostri iureconsulti giudicare insegnano; nè ancora la
medicina è altro che cspcrienzia fatta dagli antichi medici, sopra la
quale fondano i medici presenti li loro
giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel govcrnai e i regni,
nell’ordinare la milizia ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi,
nell’accrescere l’imperio, non si trova uè principi, nè repubbliche, nè capitani,
nè cittadini che agl’esempi degl’antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca
non tanto dalla debolezza nella quale la
presente educazione ha condotto il mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio
ha fatto a molte provincie c città
cristiane, quanto dal nou avere vera cognizione delle istorie, per non trarne,
leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè.
Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà
dell’accidenti che in esse si
contengono, senza pensare altrimeute d’imitarle, giudicando l’imitazione
non solo difficile ma impossibile: come se il cielo, il sole, gl’elementi, gl’uomini
fossero variati di moto, d’ordine e di potenza, da quello eli’egli erano
anticamente. Volendo, pertanto, trarre gl’uomini di questo errore, ho giudicalo
necessario scrivere sopra tutti quelli libri di
L. che dalla malignità dei tempi non
ci sono stati interrotti, quello che io, secondo l’antiche e modern
cose, giudico esser necessario per maggiore intelligenzia d'essi; acciocché coloro
che questi miei discorsi leggeranno, possino trarne quella utilità pella quale
si debbe ricercare la cognizione della istoria. G benché questa impresa sia
difficile, nondimeno, aiutato da coloro che mi hanno ad entrare, sotto aquesto
peso confortato, credo portarlo in modo che
ad un altro reste breve cammino a condurlo al luogo destinato. Quali siano
stati universalmente i principit’di qualunque città, c quale fosse quello di
ROMA. Coloro che leggeranno qual principio fosse quello della città di ROMA, e
da quali legislatori e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si
sia per più secoli mantenuta in quella città; e che di poi ne sia nato quell’imperio,
al quale quella repubblica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento
suo, dico che tutte le città sono edificate o dagl’uomini natii del luogo dove
le s’edificano, o dai forestieri. Il primo caso occorre quando agl’abitatori
dispersi in molte e piccole parli non par vivere sicuri, non potendo ciascuna
per sè, e per il sito e per il piccol
numero, resistere all’impeto di chi l’assalta; e ad unirsi per loro
difensione, venendo il nemico, non sono a tempo; o quando fossero, converrebbe
loro lnsciare abbandonati molti de’loro ridotti, e cosi verrebbero ad esser
sùbita preda dei loro nemici: talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi
o da loro medesimi, o d’alcuno che sia infra di loro di maggior autorità, si
ristringono ad abitar insieme in luogo
eletto da loro, più comodo a vivere e più facile a difendere. Di queste, infra
molle altre, sono state Atene e Vincaia. La prima, sotto l’autorità di Teseo,
fu per simili cagioni dall’abitatori dispersi edificata; l’altra, sendosi molti
popoli ridotti in certe isolette che erano nella punta del mare Adriatico, per
fuggire quelle guerre che ogni dì, per lo avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dell’imperio
romano, nascevano in ITALIA, cominciano infra loro, senza altro principe
particolare clic gli ordinassi, a vivere sotto quelle leggi che parvono loro
più atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio che
il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli popoli che
affliggevano ITALIA, navigi da poterli
infestare: talché ogni picciolo principio li potò fare venire a quella
grandezza nella quale sono. Il secondo caso, quando da genti forestiere è
edificata una città, nasce o da uomini liberi, o che dipendano d’altri come
sono le colonie mandate o da una repubblica o d’un principe, per Sgravare le
loro terre d’abitatori, o per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato,
vogliono sicuramente e senzas pesa mantenersi; delle quali città
IL POPOLO ROMANO ne edifica assai, e per tutto l’imperio suo: ovvero le sono
edificate d’un principe, non per abitarvi, nia per sua gloria; come la città d’Alessandria
d’Alessandro. E per non avere queste cittadl la loro origine libera, rade volte
occorre che le facciano progressi grandi, e possinsi intra i capi dei regni
numerare. Simile a queste fu l’edificazione
di FIRENZE, perchè (fi edificata da’soldati di SILLA, o, a caso, dagl’abitatori
dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto
OTTAVIANO nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si
edifica sotto l’imperio romano; nè potette, ne’principii suoi, fare altri
augumentiche quelli che per cortesia del principe li erano concessi. Sono liberi l’edificatori delle cittadi quando alcuni popoli, o sotto un
principe o da per sé, sono costretti, o per morbo o per fame o per guerra, od
abbandonare il paese potrio, e cercarsi nuova sede: questi tali, oegli abitano
le cittadi elle e’ trovano nei paesi eli’ egli acquistano, come fa Moisè; o ne
edificano di nuovo, come fa ENEA. In questo caso è dove si conosce la virtù
dello edificatore, e la fortuna dell’edificato:
la quale è più o meno meravigliosa secondo che più o menoè virtuoso colui che
ne è stato principio. La virtù del quale si conosce in duoi modi: il primo è
nell’elezione del sito; F altro nella ordinazione delle leggi. Eperchè gli
uomini operano o per necessità o per elezione; e perchè si vede quivi esser
maggiore virtù dove l’elezione ha meno autorità; è da considerare se sarebbe meglio eleggere,
per la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gl’uomini,
costretti ad indùstriarsi, meno occupati dall’ozio, vivessino più uniti,
avendo, pellla povertà del sito, minore cagione di discordie; come intervenne
in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale
elezione sarebbe senza dubbio più savia e più utile quando gli uomini fossero contenti a vivere delloro,
e non volcssino cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo gl’uomini assicurarsi
se non colla potenza, è necessario fuggire questa sterilità del pnese, e porsi
in luoghi fertilissimi; dove, potendo pell’ubertà
del sito ampliare, possa e difendersi da chi l’assalta, e opprimere qualunque
alla grandezza sua si opponesse. G quanto a quell’ozio
che l’arrecasse il sito, si debbe ordinare che a quelle necessitadi le
leggi la costringhino che’l sito non la costringesse; ed imitare quelli che
sono stati savi, ed hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, c alti a pròdurre
uomini oziosi ed inabili ad ogni virtuoso esercizio: chè, per ovviare aquelli danni i quali
l’amenità del paese, mediante l’ozio, arebbero causati, hanno posto una necessità d’esercizio a quelliche avevano a
essere soldati: di qualità che, per tale ordine, vi sono diventat imigliori
soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati aspri e sterili Intra
i quali fu il regno degl’Egizi, che non ostante che il paese sia amenissimo,
tanto potette quella necessità ordinata dalle leggi, che vi nacquero uomini
eccellentissimi; e se li nomi loro non fussino
dalla antichità spenti, si vedrebbe come meriterebbero più laude che
Alessandro Magno, c molti altri dei quali ancora è la memoria fresca. E chi avesse
considerato il regno del Soldano, e
l’ordine de’Mammaluchi e di quella loro
milizia, avanti che da Sali, Gran Turco, fusse stata spenta; arebbe veduto ili
quello molti esercizi circa i soldati, ed arebbe in fatto conosciuto quanto
essi temevano quell’ozio a che la
benignità del paese gli poteva condurre, se non v’avessino con leggi fortissime
ovviato. Dico, adunque, essere più prudente elezione porsi in luogo fertile,
quando quella fertilità con le leggi
infra’ debili termini si restringe. Ad Alessandro Magno, volendo
edificare una città per sua gloria, venne Dinoerate architetto, e gli mostra
come ei la poteva fare sopra il monte
Albo; il quale luogo, oltre allo esser forte, potrebbe ridursi in modo che a
quella città si darebbe forma umana; il che sarebbe cosa meravigliosa e raro, e
degna della sua grandezza: e domandandolo Alessandro di quello che quell’abitatori
viverebbono, rispose, non ci averepensato: di che quello si rise, e
lasciatostare quel monte, edifica
Alessandria, dove gl’abitatori avessero
a stare volentieri pella grassezza del paese, e pella comodità del mare
e del Nilo. Chi esaminerò, adunque, l’edificazione di Roma, se si prende Enea
per suo primo progenitore, sarà di quelle citladi edificate da’forestieri; se
Romolo, di quelle edificate dagl’uomini natii del luogo; ed in qualunciic modo,
la Vedrà avere principio libero, senza depcndere d’alcuno: vedrà ancora a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e
gl’altri, la costringessino; talmente clic la fertilità del sito, la comodità
del mare, le spesse vittorie, la grandezza dell'imperio, non la poterono per
molti secoli corrompere, e Ir» » mantennero piena di tante virtù, djp^quante
mai fusse alcun’altra repubblica ornata. E perchè le cose operate da lejj, ^e che sono da L. celebrate, sono seguite o
per pubblico o per privato consiglio, o dentro o fuori della cittade, io
comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro, e per consiglio
pubblico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò, aggiungendovi
tutto quello che da loro dependessi: coni quali Discorsi questo primo libro,
ovvero Questa prima parte, si terminerà.
Di quante spezie sono le repnbbtiche, e di quale fu la Repubblica Romana. Io voglio porre da
parte il ragionare di quelle cittadi clic hanno avuto il loro principio
sottoposto ad altri; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio 'ontano
do ogni servitù esterna, nia si ; j sono subito governate per loro arbitrio, o
come repubbliche o come principato: U quali hanno avuto, come diversi principi,
diverse leggi ed ordini. Perchè ad alcune, o nel principio d’esse, o dopo non
molto tempo, sono state date d’un solo le leggi, e ad un tratto; come quelle
che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in
più volte, e secondo l’accidenti, come Roma. Talché, felice si può chiamare
quella repubblica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che le dia leggi
ordinate in modo, che senza avere bisogno di
correggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta
le osservò più che ottocento anni senza corromperle, o senza alcuno tumulto
pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d’infelicità quella città,
che, non si sendo abbattuta ad uno ordinatore prudente, è necessitata da sè
medesima riordinarsi: e di queste ancora è più infelice quella che è più
discosto dall’ordine; e quella è più discosto, con suoi ordini è al tutto fuori
del dritto cammino, che la possi condurre al perfetto e vero fine: perchè
quelle clic sono iu questo grado, è quasi impossibile che per qualche accidente
si rassettino. Quel le altre che, se le non hanno l’ordine perfetto, hanno
preso il principio buono, e atto a diventare migliori, possono pell’occorrenza dell’accidenti diventare perfette. Ma fia ben vero questo, mai non s’ordineranno
senza pericolo perchè l’assai uomini non s’accordano mai ad una legge nuova che
riguardi uno nuovo ordine nella città, se non è mostro loro d’una necessità che
bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità senza pericolo, è facil
cosa che quella repubblica rovini, avanti che la si sia condotta a una
perfezione d’ordine. Di che ne fa fede
appieno la repubblica di Firenze, la quale fu dallo accidente d’Arezzo, nel 11,
riordinata, e da quel di Prato, nel XII, disordinata.Volendo, adunque,
discorrere quali furono li ordini della città di Roma, e quali accidenti alla
sua perfezione la condussero) dico, come alcuui che hanno scritto delle
repubbliche, dicono essere in quelle uno de'tre stati, chiamati da loro
Principato, d’Ottimati e Popolare; e come coloro che ordinano una città,
debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e secondo l’oppinione di molti
più savi, hanno oppinione che siano di sei ragioni governi; delti quali tre ne
siano pessimi; tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì focili a
corrompersi, che vengono ancora essi ad essere perniziosi. Quelli che sono
buoni, sono i soprascritti tre: quelli clic sono rei, sono tre altri, i quali
da questi tre dependono; c ciascuno d’essi è in modo simile a quello che gli è
propinquo, che facilmente saltano dall’uno all’altro: perchè il Principato
facilmente diventa tirannico; li Ottimati con facilità diventano stato di pochi;
il Popolare senza diflìcultà in licenzioso si converte. Talmente che, se uno
ordinatore di repubblica ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo
ordina per poco tempo; perchè nessuno rimedio può farvi, a far che non
sdruccioli nel suo contrario, pella similitudine che ha in questo caso la virtù
ed il vizio. Nacquono queste variazioni di governi a caso intra li uomini:
perchè nel principio del mondo, sendo l’abitatori rari, vissono un tempo
dispersi, a similitudine delle bestie; di poi, multiplicando la generazione, si
ragunorno insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciorno a riguardare
fra loro quello che fusse più robusto c
di maggiore cuore, c fecionlo come capo, e lo obedivano. Da questo nacque la
cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e ree:
perchè, veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e
compassione intra gl’uomini, biasimando li ingrati ed onorando quelli che
fusscro grati, e pensando ancora che quelle
medesime ingiurie potevano esser
fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, ordinare
punizioni a chi contea facesse: donde venne la cognizione della giustizia. La
qual cosa fa che avendo di poi ad eleggere un principe, non andano dietro al
più gagliardo, ma a quello che fussi più prudente c più giusto. Ala come di poi
si comincia a fare il principe per successione, e non pei’ elezione, subito cominciorno li eredi a
degenerare dai loro antichi; e lasciando 1’opere virtuose, pensano che i
principi non avessero a fare altro clic superare l’altri di sontuosità e di
lascivia c d’ogni altra' qualità deliziosa: in modo che,
cominciando il principe ad essere odialo, e per tale odio a temere, e passando
tosto dal timore all’offese, ne nasce
presto una tirannide. Da questo nacquero
appresso i principi» delle rovine, c delle conspirazioni e congiure contea i
principi; non fatte da coloro clic fussero o timidi o deboli, ma da coloro che
per genei'osità, grandezza d’animo, ricchezza e nobiltà, avanzavano gl’altri; i
quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel principe. La
moltitudine, adunque, seguendo l’autorità di questi potenti, s’arma contra
al principe, c quello spento, ubbidiva
loro come a suoi liberatori. E quelli, avendo in odio il nome d’uno solo capo,
constituivano di loro medesimi un governo; e nel piincipio, avendo rispetto
alla passata tiratinide, si governavano secondo le leggi ordinate da loro,
posponendo ogni loro comodo alla comune utilità; e le cose private e le
pubbliche con somma diligenzia governano c conservavano. Venuta di poi questa
amministrazione ai loro figliuoli, i quali, non conoscendo la variazione della
fortuna, non avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla
civile equalità, ma rivoltisi all’avarizia, all’ambizione, all’usurpazione
delle donne, feciono clic d’uno governo d’Ottimati diventassi un governo di
pochi, senza avere rispetto ad alcuna civiltà: tal che in breve tempo intervenne loro come al
tiranno; perchè infastidita da’loro governi la moltitudine, si fe ministra di
qualunque disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e cosi si levò
presto alcuno che, colI’aiuto della
moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del principe
e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo Stato de’pochi e
non volendo rifare quell del principe,
si volsero allo Stato popolare; c quello ordinarono in modo, che nè i pochi
potenti, nè uno principe v’avesse alcuna autorità. E perchè tutti gli Stali nel
principio hanno qualche reverenza, si mantenne questo Stato popolare un poco,
ma non molto, massime spenta che fu quella generazione che l’aveva ordinato;
perchè subito si venne alla licenzia, dove
non si temeno nè li uomini privati nè i pubblici; di qualità che,
vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni di mille ingiurie: talché, costretti per necessità, o
per suggestione d’alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenzia, si ritorna di
nuovo al principato; e da quello, di grado in grado, si riviene verso la
licenzia, nei modi e pelle cagioni dette. E questo è il cerchio nel quale
girando tutte le repubbliche si sono
governate, e si governano: ina rade volte ritornano nei governi medesimi;
perchè quasi nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare
molle volte per queste mutazioni, c rimanere in piede. Ma bene interviene che,
nel travagliare, una repubblica, mancandoli sempre consiglio e forze, diventa
suddita d'uno Stato propinquo, clic sia meglio ordinato di lei: ina dato che questo non fusse,
sarebbe atta una repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi governi. Dico,
adunque, che lutti i detti modi sono
pestiferi, pella brevità della vita che è ne’ tre buoni, e pella
malignità che è ne’ tre rei. Talché, avendo quelli che prudentemente ordinano
leggi conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per se
stesso, n’elessero uno che partieipasse di lutti, giudicandolo più fermo e più
stabile; perchè l’uno guarda l’altro, scudo in una medesima città il
Principato, li Ottimati ed il Governo Popolare. Infra quelli che hanno per
simili constituzioni meritato più laude, è Licurgo; il quale ordina in modo le
sue leggi in Sparta che dando le parti sue ai
He, agli Ottimali e al Popolo, fa
uno Stato che durò più che ottocento
anni, con somma laude sua, e quiete di quella città. Al contrario intervenne a
Solone, il quale ordina le leggi in Atene che per ordinarvi solo lo Stato
popolare lo fa di sì breve vita che avanti morisse vi vide nata la tirannide di
Pisistrato: e benché di poi anni quaranta ne fusscro cacciati gli suoi eredi, c
ritornasse Atene in libertà, perchè la riprese lo Stato popolare, secondo gl’ordini di Solone; non lo tenne più
cliccento anni, ancora che per mantenerlo facesse molte constituzioni, pelle
quali si reprime la iusolenzia grandi c la licenzia dell’universale, le quali
non furou da Solone considerate nientedimeno, perchè la non le mescola colla
potenzia del Principato e con quella dclli Ottimali, visse Atene, spetto di
Sparta, brevissimo tempo. Ria
vegniamo a ROMA; la quale nonostante che
non ha uno Licurgo che la ordinasse in modo, ilei principio, che la potesse
vivere lungo tempo libera, nondimeno sono tanti gl’accidenti che in quella
nacquero, pella disunione che era intra la Plebe ed il Senato che quello che
non fa uno ordinatore lo fa il caso.
Perchè, se ROMA non sortì la prima fortuna, sortì la seconda; perchè i primi
ordini se sono defettivi, nondimeno non
deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perchè
ROMOLO e tutti gl’altri re fanno molte e buone leggi, conformi ancora al vivere
libero: ma perchè il fine loro fu fondare un regno e non una repubblica, quando
quella città rimane libera, vi mancano molte cose che era necessario ordinare
in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate. E
avvengachè quelli suoi re perdessero l’imperio pelle cagioni e modi discorsi;
nondimeno quelli clic li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che
stessino nel luogo del re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà
regia: talché, essendo in quella Repubblica i Consoli ed il Senato, veniva solo
ad esser mista di due qualità delle tre soprascritte: cioè di Principato e di Ottimali. Restavali solo a
dare luogo al Governo Popolare: onde, essendo diventata la Nobiltà romana
insolente, si leva il Popolo contro di quella; talché, per non perdere il
tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte; e, dall’altra parte, il
Senato e i Consoli restassino con tanta autorità, che potcssino tenere in
quella Repubblica il grado loro. E cosi nacque la creazione de’Tribuni della plebe; dopo la
quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di quella Repubblica, avendovi
tutte le tre qualità di governo la parte sua. E tanto li fu favorevole la
fortuna, che benché si passa dal governo de’Re e delli Ottimati al Popolo, per
quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono
discorse: nondimeno non si tolse mai, per dare autorità alli Ottimati, tutta
l’autorità alle qualità regie; nè si diminuì l’autorità in tutto all’Ottimati,
per darla al Popolo; ina rimanendo mista, fa una repubblica perfetta: alla
quale perfezione venne pella disunione della Plebe e del Senato. Quali
accidenti facessino creare in Roma i Tribuni della plebe; il che fa la Repubblica più perfetta.
Come dimostrano lutti coloro che
ragionano del vivere civile, e come ne è piena d’esempi ogni istoria, è
necessario a chi dispone una repubblica, ed ordina leggi in quella, presupporre
tutti gli uomini essere cattivi, e clic
li abbinosempre od usure la malignità dell’animo loro, qualunchc volta ne
abbino libera occasione: e quando alcuna malignità sta occulta un tempo,
procede d’una occulta cagione, ebe, per non si essere veduta esperienza del
contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono
essere padre d’ogni verità. Pare clic fusse in Roma intra la Plebe cd il
Senato, cacciati I Tarquiili, una unione grandissima; e che i Nobili, avessino
deposta quella loro superbia, c russino diventati d'animo popolare, c
sopportabili da qualuncbc, ancora ebe infimo. Stette nascoso questo
inganno, nè se ne vide la cagione,
infino ebe i Tarquini vissono; de’quali temendo la Nobiltà, ed avendo paura che
la Plebe mal trattata non s’accostasse loro, si porta umanamente con quella: ma
come prima furono morti I Tarquini, e die a’ Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare
contro Olla Plebe quel veleno che s’avevàno tenuto nel petto, ed in tutti i
modi che potevano la offendevano: la qual cosa fa testimonianza a quello che di
sopra ho detto, che gl’uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità;
ma dove la elezione abbonda, e che vi si può usare licenzia, si riempie subito
ogni cosa di confusione e di disordine. Però si dice che la fame e la povertà
fu gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per sè medesima senza la legge opera bene, non è
necessaria la legge; ma quando quella
buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però, mancati i
Tarqnini, che con la paura di loro tenevano la Nobiltà a freno, convenne
pensare a uno nuovo ordine ehe facessi quel medesimo effetto che facevano i
Tarquini quando erano vivi. E però, dopo
molte confusioni, romori e pericoli di
scandali, che nacquero intra la Plebe c la Nobiltà, sivenne per sicurtà della
Plebe alla creazionc ile’ Tribuni; e
quelli ordinarono con laute preminenze e tanta riputazione, che potcssino
essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, eovviare alla insolenzia
de’Nobili. Che la disunione della Plebe c del Senato romano fece libera e
polente quella Repubblica. H0U njt fil
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mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte
de’Tarquini alla creazione de’Tribuni; e di poi alcune cose contro la oppinionc
di molti clic dicono. Roma esser stata una repubblica tumultuaria, e piena di
tanta confusione, clicse la buona fortuna c la virtù militare non avesse
supplito a’loro difetti, sarebbe stata inferiore ad ogni altra repubblica. Io non posso negare che la
fortuna e la milizia non fussero cagioni dell’imperio romano; ma e’ mi pare
bene, che costoro non s’avvegghino, clic dove è buona milizia, conviene clic
sia buono ordine, e rade volte anco occorre clic non vi sia buona fortuna. Ma
vegniamo all i altri particolari di quella città. Io dico clic coloro clic
dannano I tumulti intra i Nobili c la Plebe, mi pare clic biasimino quelle cose
che furono prima cagione di tenere libera Roma; c clic considerino più a’romori
ed alle grida clic di tali tumulti nascevano, che a’buoni effetti clic quelli
partorivano: e che non considerino come ei sono in ogni repubblica duoi umori
diversi, quello del popolo, c quello dei grandi; c come tutte le leggi che si
fanno in favore delia libertà, nascono dalla disunione loro, come facilmente si
può vedere essere seguito in Roma: perchè da’Tarquini ai Gracchi, che furono
più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio,
radissime sangue. Nè si possono, per tanto, giudicare questi tumulti nocivi, nè
una repubblica divisa, che in tanto tempo pelle sue differenze non mondò in
esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora condennò in
danari. Nè si può chiamare in alcun modo, con ragione, una repubblica
inordinata, dove siano tanti esempi di virtù; perchè li buoni esempi nascono
dalla buona educazione; la buona educazione dalle buone leggi; e le buone leggi
da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perchè chi esaminerò
bene il fine d’essi, non troverà ch’egliabbino partorito alcuno esilio o
violenza in disfavore del comune bene,
ma leggi ed ordini in benefizio della pubblica libertà. E se alcuno
dicesse: i modi erano straordinari, e quasi efferati, vedere il Popolo insieme
gridare contro il Senato, il Senato contra il Popolo, correre tumultuariamente
per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la Plebe di Roma le quali
tutte cose spaventano, nonclic altro,
chi legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi, con i quali il popolo
possa sfogare l’ambizione sua, e massime quelle ciltadi che uelle cose
importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali la città di Roma aveva
questo modo, che quando quel Popolo voleva ottenere una legge, o e’faceva
alcuna delle predette cose, o e’non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo
bisogna in qualche parte satisfargli. E i desiderò de’popoli liberi, rade volle
sono perniziosi alla libertà, perchè e’na seono o da essere oppressi, o da
suspizionc di avere a essere oppressi. E quando queste oppinioni fussero false,
e’vi è il rimedio delle concioni, che sorga qualche uomo da bene, che, orando,
dimostri loro come c’ s’ ingannano: e li
popoli, come dice CICERONE, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e
facilmente cedono, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero. Debbesi,
adunque, più parcamente biasimare il governo romano, e considerare che tanti
buoni effetti quanti uscivano di quella repubblica, non erano causati se non da
ottime cagioni. E se i tumulti furono cagione della creazione dei Tribuni, meritano somma laude; perchè,
oltre al dare la parte sua all’amministrazione popolare, furono constituiti per
guardia della libertà romana. Dove più sccurnmentc si ponga la guardia della
libertà, o nel Popolo o ne’Grandi; c c/uali hanno maggior cagione di tumultuare,
o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere. Quelli clic prudentemente hanno
constituita una repubblica, intra le più
necessarie cose ordinate da loro, è stato constituire una guardia alla liberta:
e secondo che questa è bene collocala, dura più o meno quel vivere libero.
Eperché in ogni repubblica sono uomin grandi e popolari, si è dubitato nelle mani
di quali sia meglio collocata detta guardia. Ed appresso i Lacedemoni,
c,ne’nostri tempi, appresso de’Viniziani, la è stata messa nelle mani de’Nobili; ma appresso de’Romani fu messa
nelle mani della Plebe. Per tanto, è necessario esaminare quale di queste repubbliche
avesse migliore elezione. E se siandassi dietro alle ragioni, ci è che dire da
ogni pajte: ma se si esaminassiil fine loro, si piglierebbe la parte de’Nobili,
per aver avuta la libertà di Sparla c di Vinegia più lunga vita che quella di Roma. E venendo alle
ragioni, dico, pigliando prima la parte de’Romani, come e’si debbe mettere in
guardia coloro d’una cosa, che hanno menoappetito d’usurparla. E senza dubbio, se
si considera il fine de’nobili e deili ignobili, si vedrà in quelli desiderio grande
di dominare, cd in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per conseguente,
maggiore volontà di vivere liberi,
potendo meno sperare d’usurparla che non
possono li granili: talché, essendo i popolani preposti a guardia d’una
libertà, ò ragionevole ne abbino più cura: e non la putendo occupare loro, non permettino clic altri la occupi.
Dall’altra parte, chi difende l’ordine sparlano e veneto, dice clic coloro che
mettono la guardia in inano de’potenti, fanno due opere buone: I’una, che
satisfanno più all’ambizione di coloro che avendo più parte nella repubblica, per avere questo
bastone in mano, hanno cagione di contentarsi più; I’altra, clic bevano una
qualità di autorità dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d’infinite
dissensioni escandali in una repubblica, e alta a ridurre la nobiltà a qualche
disperazione, che col tempo faccia cattivi eliciti. E ne danno per esempio la
medesima Roma, che per avere i Tribuni
della plebe questa autorità nelle mani, non bastò loro aver un Consolo
plcbeio, che gli vollono avere ambe due. Da questo, c’voltano la Censura, il
Pretore, e tuttili altri gradi dell’imperio della città: nè bastò loro questo,
chè, menati dal medesimo furore, cominciorno poi, col tempo, a adorare quelli
uomini che vedevano atti a battere la
Nobiltà; donde nacque la potenza di Alarlo, e la rovina di Roma. E veramente, chi
discorressebene I’una cosa c l’altra, potrebbestare dubbio, quale da lui fusse
eletto per guardia tale di libertà, non sapendo quale qualità d’uomini sia più
nociva in una repubblica, o quella ohe desidera acquistare quello che non ha,‘
o quella che desidera mantenere l’onore già acquistato. Ed in fine, chi
sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa conclusione: o tu ragioni d’una repubblica che vogli fare uno
imperio, come Roma; o d’una che li basti mantenersi. Nel primo caso, gli è
necessario fare ogni cosa come Roma; nel secondo, può imitare Yinegia e Sparta per
quelle cagioni. Ma, per tornare a discorrere quali uomini siano in una repubblica piu nocivi, o
quelli clic desiderano d’acquistare, o quelli clic temono di perdere lo acquistato; dicodie, scudo fatto Marco
Meiiennio dittatore, e Marco Fulvio maestro de’cavalli, tutti duoi plebei, per
ricercare certe congiure clic s’erano falle in Capovaconlro a Roma, fu dato
ancora loro autorità dal Popolo di poter ricercare chiin Roma per ambizione e
modi straordinari s’ingegnasse di venire al consolato, ed agli altri onori
della città. Eparendo alla Nobiltà, che tale
autorità fusse data al Dittatore contro a lei, sparsero per Roma, clic
non i nobilierano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi
straordinari, ma gl’ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virtù
loro, cercavano pervie straordinarie venire a quelli gradi; e particolarmente
accusano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa, che Mencnnio, fatta
una conclone c dolutosi deite calunnie dategli da’Nobili depose la dittatura, e
sottomessesi ai giudizio che di lui fussi fatto dal Popolo; c di poi, agitala
la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso, o
quel che vuolemantenere o quel che vuole acquistare; perchè facilmente 1’uno e l’altro appetito può essere cagione di
tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il più delle volte sono causali da chi possiede, perchè la paura del
perdere genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano
acquistare; perchè non pare agli uomini
possedere sicuramente quello clic l’uomo ha, se non si acquista di nuovo
dell’altro. E di più vi è, che possedendo molto, possono con maggior potenzia c maggiore moto
fare alterazione. Ed ancora vi è di più, che li loro scorretti e ambiziosi portamenti accendono
ne’petti di chi non possiede voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro
spogliandoli, o per potere ancora loro entrare in quella ricchezza c in quelli
onori clic veggono essere male usati dagli altri. Se in 1 ionia si poteva
ordinare uno stalo che togliesse via le inimicizie intra il Popolo ed il
Senato. Noi abbiamo discorsi di sopra gli effetti che facevano le controversie
intra il Popolo ed il Senato. Ora, sendo quelle seguitate in
fino al tempo de’Gracchi, dove furono cagione della rovina del vivere libero,
potrebbe alcuno desiderare che Roma avesse fatti gl’effetti grandi che la fece,
senza che in quella fussino tali inimicizie. Però mi è parso cosa degna di
considerazione, vedere se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via dette controversie. Ed a volere
esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle repubbliche le quali senza
tante inimicizie c tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato
era il loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esempio tra lì antichi ci è
Sparta, tra i moderni Yinegia, state da me di sopra uominate. Sparla fece uno
Re, con un picciolo Senato, che la
governasse. Vinegia non ha diviso il governo con i nomi; ma, sotto una appellazione, lutti quelli che
possono avere amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo dette
il caso, più che la prudenza di elùdette loro le leggi: perchè, sendosi ridotti
in su quegli scogli dove è ora quella città, pelle cagioni dette di sopra,
molti abitatori; come furon cresciuti in tanto numero, che a volere vivere insieme bisogna loro far
leggi, ordinorono una forma di governo; c convenendo spesso insieme ne’consigli
a deliberare della città, quando parve loro essere tanti che fussero a
sufficienza ad un vivere politico, chiusono la via a tutti quelli altri che vi
venissino ad abitare di nuovo, di potere convenire ne’loro governi: e, col
tempo, trovandosi in quel luogo assai abitatori
fuori del governo, per dare riputazione a quelli clic governavano, gli
chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo modo nascere e
mantenersi senza tumulto, perchè quando e’nacque, qualunque allora abita in
Vinegia fu fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che
di poi vi vennero ad abitare, trovando lo Stato fermo c terminato, non
avevano cagione nè comodità di fare tumulto. La cagione non y’era,
perchè non era stato loro tolto cosa alcuna: la comodità non v’era, perché chi
regge gli teneva in freno, c non gl’adopera in cose dove e’ potessino pigliare
autorità. Oltre di questo, quelli che di poi vennono ad abitare Vinegia, non
sono stali molli, c di tanto numero, che vi sia disproporzione da chi gli
governa a loro che sono governati; perchè il numero de’Gentiluomini o
egli è eguale a loro, o egli è
superiore: sicché, per queste cagioni, Vinegia potette ordinare quello Stalo, e
mantenerlo unito. Sparta, come ho detto, essendo governata da un Re c da una stretto Senato, potette
mantenersi così lungo tempo, perchè essendo in Sparta pochi abitatori, ed
avendo tolta la via n chi vi venisse ad abitare, ed avendo prese le leggi di
Licurgo con reputazione, le quali osservando, levano via tutte le cagioni
de’tumulti, poterono vivere uniti lungo tempo: perchè Licurgo colle sue leggi
fece in Sparta più cqualità di sustanze, e meno equalità di grado; perchè quivi
era una eguale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perchè i gradi della
città si distendevano in pochi cittadini, ed erano tenuti discosto dalla plebe, uè gli nobili col trattargli
male dettero mai loro desiderio di avergli. Questo nacque dai Re spartani, i
quali essendo collocati in quel principato e posti in mezzo di quella nobiltà,
non avevano maggiore rimedio a tenere fermo la loro degnità, ehc tenere la
plebe difesa da ogni ingiuria: il che fa che la plebe non temeva, c non
desiderava imperio; e non avendo imperio nè
temendo, era levatavia la gara che la potessi avere con !unobiltà, c la cagione
de’tumulti; e poterono vivere uniti lungo
tempo. Ma due cose principali causarono questa unione: T una esser pochi gli
abitatori di Sparta, e per questo poterono esser governati da pochi; l’altra,
che non accettando forestieri nella loro repubblica, non avevano occasione nè
di corrompersi, nè dicrescere in tanto
che la fusse insopportabile a quelli pochi che la governavano. Considerando,
adunque, tutte queste cose, si vede come a’ legislatori di Roma era necessario
fare una delle due cose, a volere che Roma stessi quieta come le sopraddette
repubbliche: o non adoperare la plebe in guerra, corne i Viniziani; o non
aprire la via a’forestieri, come gli Spartani. E loro feceno 1’una e l’altra;
il che dette alla plebe forza ed
augumento, ed infinite occasioni di tumultuare. E se lo stato romano veniva ad essere
più quieto, ne seguiva questo inconveniente, ch’egli era anco più debile, perchè
gli si tronca la via di potere venire a quella grandezza dove ei pervenne: in
modo che volendo Roma levare le cagioni de’tumulti, leva ancole cagioni dello
ampliare. Ed in tutte le cose umane si
vede questo, chi le esaminerà bene: che non si può mai cancellare uno
inconveniente, che non ne surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare un popolo
numeroso ed armato per potere fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu
non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantienio piccolo o disarmato
per potere maneggiarlo, se egli acquista dominio, non lo puoi tenere, o
diventa sì vile, che tu sei preda di
quaiunche ti assalta. E però, in ogni nostra deliberazione si debbe considerare
dove sono meno inconvenienti, c pigliare quello per migliore partito: perchè
tutto netto, tutto senza sospetto non si trova mai. Poteva, adunque, Roma a
similitudine di Sparta fare un Principe a vita, fare un Senato piccolo; ma non
poteva, come quella, non crescere il numero de’cittadini suoi, volendo fare un grande imperio; il che fa
che il Re a vita ed il picciol numero del Senato, quanto alla unione, glisarebbe giovato poco. Se alcuno volesse, per
tanto, ordinare una repubblica dinuovo, arebbe a esaminare se volesse ch’ella
ampliasse, come Roma, di dominio e di potenza, ovvero ch’ella stesse dentro a
brevi termini. Nel primo caso, è necessario ordinarla come Roma, edare luogo a’tumulti e alle dissensioni universali,
il meglio che si può; perchè senza gran numero di uomini, e bene armati, non
mai una repubblica potrà crescere, o se la crescerà, mantenersi. Nel secondo caso, la puoi ordinare come Sparta c
come Yinegia: ma perchè l’anipitale è il veleno di simili repubbliche,
tlebbc, in tutti quelli modi che si può,
citi le ordina proibire loro lo
acquistare; perchè tali acquisti fondati sopra una repubblica debole,
sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a Sparta ed a Yinegia: delle quali la prima avendosi
sottomessa quasi tutta la Grecia, mostra in su uno minimo accidente il debole
fondamento suo; perchè, seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopitia,
ribellandosi l’altre cittadi, rovinò al tutto quella repubblica. Similmente Yinegia, avendo occupato gran
parte d’Italia, e la maggior parte non con guerra ma con danari e con astuzia,
come la ebbe a fare prova delle forze sue, perde in una giornata ogni cosa.
Crederei bene, che a fare una repubblica che dura lungo tempo, fussi il miglior
modo ordinarla dentro come Sparla o come Yinegia; porla in luogo forte, e di
tale potenza, che nessuno credesse poterla subito opprimere; e dall’altra
parte, non fussi si grande, che la fussi formidabile a’vicini: c così potrebbe
lungamente godersi il suo stato. Perchè, per due cagioni si fa guerra ad una
repubblica: Cuna per diventarne signore, l’altra per paura ch’ella non ti
occupi. Queste due cagioni il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via;
perchè, se la è difficile ad espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa,
rade volte accadere, o non mai, che uno possa fare disegno d’acquistarla. Se la
si starà intra i termini suoi, e veggasi per esperienza, che in lei non sia
ambizione, non occorrerà mai che uno per paura di sè gli faccia guerra: e tanto
più sarebbe questo, se e’fusse in lei constituzione o legge che le proibisse
l’ampliare. E senza dubbio credo, clic
polendosi tenere la cosa bilanciata in questo modo, che e’sarebbe il vero
vivere politico, e la vera quiete d’una città. Ma scudo tutte le cose degli
uomini in moto, c non potendo stare salde, conviene che le saglino o clic le
scendino; e a molte cose che la ragione non t' induce, t’induce lo necessità:
talmente che, avendo ordinata una repubblica atta a mantenersi non ampliando, e
la necessità la conducesse ad ampliare,
si verrebbe a torre via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare più presto.
Così, dall’altra parte, quando il Cielo le fusse si benigno, che la non avesse
a fare guerra, ne nascerebbe che l’olio
la farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per sè,
sorebbono cagione della sua rovina. Pertanto, non si potendo, come io credo,
bilanciare questa cosa, nò mantenere
questa via del mezzo a punto; bisogna, nell’ordinare la repubblica, pensare
alla parte più onorevole; ed ordinaria in modo, che quando pure la necessità la
inducesse ad ampliare, ella potesse quello ch’ella avesse occupato, conservare.
E, per tornare al primo ragionamento, credo che sia necessario seguire l'ordine
romano, e non quello dell’altre repubbliche;
perchè trovare un modo, mezzo infra l’uno e l’altro, non credosi possa:
e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato nascessino, tollerarle,
pigliandole per uno inconveniente necessario a pervenire alla romana grandezza.
Perchè, oltre all’altre ragioni allegate dove si dimostra Y autorità tribun zia essere stata necessaria per la
guardia della libertà, si può facilmente considerare il benefizio che fa nelle repubbliche l’autorità
dello accusare, la quale era intra gl’altri commessa a’Tribuni. Quanto siano
necessarie in una repubblica le accuse per mantenere la libertà. A coloro che
in una città sono preposti per guardia della sua libertà, non si può dare
autorità più utile e necessaria, quanto è quella di potere accasare i cittadini
ai popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando che pcccassino in
alcuna cosa contea allo stato libero.
Questo ordine fa duoi effetti utilissimi ad una repubblica. Il primo è che i
cittadini, per paura di non essere accusati, non tentano cose contro allo
Stato: e tentandole, sono incontinente e senza rispetto oppressi. 1/ altro è che si dà via onde sfogare a quelli
umori che crescono nelle citladi, in qualunque modo, contea a qualunque cittadino: e quando questi umori
non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a’modi straordinari, che
fanno rovinare in tutto una repubblica. G non è cosa che faccia tanto stabile e
ferma una repubblica, quanto ordinare quella in modo, che l’alterazione di questi umori che l’agitano,
abbia una via da sfogarsi ordinata dalie leggi. Il che si può per molti
esempi dimostrare, e massime per quello
che adduce L. di CORIOLANO, dove ei dice, che essendo irritala contro alla
Plebe la Nobiltà romana, per parerle che l Plebe avesse troppa autorità
mediante la creazione de’Tribuni che la difendevano; ed essendo Roma, come
avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato
per grani in Sicilia; Coriolano, nimico
alla fazione popolare, consiglia come egli era venuto il tempo da potere
gastigare la Plebe, e torte quella autorità die ella si aveva acquistata c in
pregiudizio della nobiltà presa, tenendola affamata, c non li distribuendo il
frumento; la qual sentenza sendo venuta alii orecchi del Popolo, venne in tanta
indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero
tumultuariamente morto, se gli Tribuni non 1’avessero citato a comparire a
difendere la causa sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra
si è detto, #quanto sia utile e necessario che le repubbliche, con le leggi
loro, diano onde sfogarsi oli’ira clic concepc l’universalità contra a uno
cittadino; perchè quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli
estraordinari; c senza dubbio questi
fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perchè, se
ordinariamente uno cittadino è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne
seguita o poco o nessuno disordine in la repubblica: perchè l’esecuzione si fa
senza forze private, e senza forze forestiere, che sono quelle che rovinano il
vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro
particolari, nè trascendono a cosa che
rovini la repubblica. E quanto a corroborare questa oppinione con gli esempi,
voglio che degli antichi mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno
consideri, quanto male saria resultato alla repubblica romana, se tumultuariamente
ci fussi stato morto; perchè ne nasceva offesa ila privati a privati, la quale
offesa genera paura; la paura cerca difesa; pella difesa si procacciano i partigiani; dai
partigiani nascono le parti nelle cittadi; dalle parti la rovina di quelle. Ma
sendosi governata la cosa mediante chi ne aveva autorità, si vennero a tór via
tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata.
Noi avemo visto ne’nostri tempi, quale novità ha fatto alla repubblica di
Firenze non potere la moltitudine sfogare l’ nniino suo ordinariamente contra a un suo cittadino;
come accadde nel tempo di VALORI, clic era come principe della città: il quale
essendo giudicalo ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e
animosità trascendere il vivere civile; e non essendo nella repubblica via a
poterli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che non
avendo paura quello, se non di modi
straordinari, si comincia a fare fautori che lo difendessino; dall’altra parte,
quelli clic lo oppugnano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle
vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove, quando pell’ordinario
si fusse potuto opporseli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo;
avendosi a spegnere pello straordinario, seguì con danno non solamente suo, ma
di molti altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, a fortificazione
della soprascritta conclusione, l’accidente seguito pur in Firenze sopra
SODERINI; il quale al tutto segui per
non essere in quella Repubblica alcuno modo d’accuse contra alla ambizione
de’potenti cittadini: perchè l’accusare un potente a otto giudici in una
repubblica, non basta: bisogna che i giudici
siano assai, perchè pochi sempre fanno a modo de’pochi. Tanfo che, se
tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbono accusato, vivendo egli
male; e per tal mezzo, senza far venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato
l’animo loro: o non vivendo male, non arebbono avuto ardire operarli contra,
per paura di non essere accusati essi: e cosi sarebbe da ogni parte cessato
quello appetito che fu cagione di
scandalo. Tanto che si può concludere questo, che qualunque volta si vede che
le forze esterne siano chiamate da una parte d’uomini che vivono in una città,
si può credere nasca da’cattivi ordini di quella, per non esser dentro a quello
cerchio, ordine da potere senza modi
islraordinari sfogare i maligni umori che nascono nelli uomini: a che si
provvede al tutto con ordinarvi le
accuse alii assai giudici, e dare riputazione a quelle. Li quali modi furono in
Roma sì bene ordinati, che in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o
il Senato o la Plebe o alcuno
particolare cittadino non disegnò valersi di forze esterne; perche avendo il
rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello fuori. E benché gl’esempi
soprascritti siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un
altro, recitato da L. nella sua istoria:
il quale riferisce come, scudo stato in Chiusi, città in quelli tempi
nobilissima in TOSCANA, da uno Lucumone violata una sorella d’Aruntc, c non potendo Arunte vendicarsi pella potenia
del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi, che allora regnano in quello
luogo che oggi si chiama Lombardia; e
quelli confortò a venire con annata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro
utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi vendicare con i modi
della città, non arebbe cerco le forre barbare. Ma come queste accuse sono
utili in una repubblica, così sono inutili e dannose le calunnie. Quanto le
accuse sono utili alle repubbliche,
tanto sono perniziose le calunnie. Non ostante che la virtù di Cnmmillo,
poi ch’egli ebbe libera Roma dall’oppressione de’Franciosi, avesse fatto che
tutti i cittadini romani, parer loro tòrsi reputazione o cedevano a quello;
nondimeno MAULIO Capitolino non poteva sopportare chegli fusse attribuito tanto
onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato
il Campidoglio, aver meritato quanto
CAMMILLO; c quanto all’altre belliche laudi, non essere inferiore a lui. Di
modo che, carico d’invidia, non potendo quietarsi pella gloria di quello, c
veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si volse alla Plebe,
seminando varie oppinioni sinistre intra quelfb. E intra V altre cose che dice,
era come il tesoro il quale si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi
non dato loro, era stato usurpalo da privati cittadini; e quando si riavesse,
si poteva convertirlo in pubblica utilità, alleggerendo la Plebe da’tributi, o
da qualche privato debito. Queste parole poterono assai nella Plebe; talché
comincia avere concorso, ed a fare u sua posta tumulti assai nella città: la
qual cosa dispiacendo al Senato, e parendogli di momento e pericolosa, crea uno
Dittatore, perchè ei riconoscesse questo
caso, e frenasse lo impeto di MANLIO. Onde che subito il Dittatore lo fa
citare, e eondussonsi in pubblico all’incontro l’uno dell’altro; il Dittatore in mezzo de’Nobili, e
MANLIO in mezzo della Plebe. Fu
domandato Manlio che dove dire, appresso a chi fusse questo tesoro che ei dice,
perchè ne era cosi desideroso il Senato
d’intenderlo come la Plebe: a che MANLIO non risponde particularmenfe;
ma, andando fuggendo, dice come non era necessario dire loro quello die e’si
sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere. È da notare per
questo testo, quanto siano nelle città libere, ed in ogni altro modo di vivere,
detestabili le calunnie; e come per reprimerle, si debbe non perdonare a ordine
alcuno che vi faccia a proposito. Nè può essere migliore ordine a torle via,
che aprire assai luoghi alle accuse; perchè quanto le accuse giovano alle
repubbliche, tanto le calunnie nuocono: e dall’altra parte è questa differenza,
che le calunnie non hanno bisogno di testimone, nè d’alcuno altro particulare
riscontro a provarle, in modo che ciascuno da ciascuno può essere calunniato;
ma non può già essere accusato, avendo
le accuse bisogno di riscontri veri, e di circostanze, che mostrino la verità
dell’accusa. Accusatisi gl’uomini a’magistrati, a’popoli, a’consigli;
calunniatisi pelle piazze è per le logge. Usasi più questa calunnia dove si usa
meno 1’accusa, c dove le città sono meno ordinate a riceverle. Però, uno
ordinatore d’una repubblica debbe ordinare che si possa in quella accusare ogni cittadino, senza
alcuna paura o senza alcuno sospetto; e fatto questo e bene osservato, debbe
punire aeremente i calunniatori: i quali non si possono dolere quando siano
puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli avesse per le
logge calunniato. E dove non è bene ordinata questa parte, seguitano sempre
disordini grandi:perchè le calunnie
irritano, c non castigano i cittadini; e gli irritali pensano di
valersi, odiando più presto, che temendo le cose che si dicono contea a loro.
Questa parte, come è detto, era bene ordinata in Roma; ed è stata sempre male ordinala nella nostra
città di FIRENZE. E come a Roma questo ordine fa molto bene, a FIRENZE questo
disordine fa molto male. E chi legge le istorie di questa città, vedrà quante calunnie sono state in ogni tempo date
a’suoi cittadini che si sono adoperati nelle cose importanti di quella.
Dell’uno dicevano ch’egli aveva rubati danari al comune; dell altro, che non
aveva vinto una impresa per essere stato corrotto; e che quell’altro per sua
ambizione aveva fatto il tale e tale inconveniente. Del che ne nasceva che da
ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva
alla divisione; dalla divisione alle sètte; dalle sètte alla rovina. Che
se fusse stato in Firenze ordine d’accusare i cittadini, c punire i
calunniatori, non seguivano infiniti scandali che sono seguiti: perchè quelli
cittadini, o condennati o assoluti che
russino, non arebbono potuto
nuocere alla città; e sarebbono stati accusati meno assai clic non ne erano
calunniali, non si potendo, come ho
detto, accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l’altre cose di clic
si è valuto alcuno citadino per ventre alla grandezza sua, sono state queste
calunnie: le quali venendo conira a’cittadini potenti che allo appetito suo si
opponevano, facevano assai per quello; perchè, pigliando la parte del Popolo, e
confirmandolo nella mala oppiatone eh’egli aveva di loro, se lo fece amico. E
benché se ne potesse addurre assai
esempi, voglio essere contento solo d’uno. Era lo esercito fiorentino a campo a
Lucca, comandato da GUICCIARDINI (si veda), commissario di quello. Vollono o i
cattivi suoi governi, o la cattiva sua fortuna, che Ja espugnazione di quella
città non seguisse. Pur, comunque il caso stesse, ne fu incolpato inesser
Giovanni, dicendo com’egli era stato corrotto da’Lucchesi: la quale calunnia
sendo favorita da’nimici suoi, condusse messer Giovanni quasi in ultima
disperazione. E benché, per giustificarsi, ei si volessi mettere nelle mani del
Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non essere modi in
quella repubblica da poterlo fare. Di che ne nacque assai sdegno intra li amici
di messer Giovanni, che erano la maggior parte
delli uomini Grandi, ed infra coloro che desideravano fare novità in
Firenze. La qual cosa, e per queste e per altre simili cagioni, tanto crebbe,
che ne seguì la rovina di quella repubblica. Era dunque MANLIO Capitolino
calunniatore, e non accusatore, ed i Romani mostrarono in questo caso appunto,
come i calunniatori si debbono punire. Perchè si debbe fargli diventare
accusatori; e quando 1’accusa si riscon tri vera, o premiarli, o non punirli:
ma quando la non si riscontri vera Uf»5
Come egli è necessario esser solo a volere ordinare una repubblica di
nuovo, o al lutto fuori delti antichi suoi ordini riformarla. E’porrà forse ad
alcuno, che io sia troppo trascorso dentro nella istoria romana, non avendo
fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori di quella Repubblica, nè di
quelli ordini che o alla religione o alla milizia riguardassero. E però, non
volendo tenere più sospesi gli animi di coloro che sopra questu parte volessino
intendere alcune cose; dico, come molti per avventura giudicheranno di cattivo
esempio, che uno fondatore d’un vivere civile, quale è ROMOLO, abbia prima
morto un suo fratello, di poi consentito alla morte di Tito TAZIO Sabino,
eletto da lui compagno nel regno; giudicando per questo, che gli suoi cittadini
potessero coll’autorità del loro principe, per ambizione e desiderio di
comandare, offendere quelli che alla loro autorità s’opponessino. La quale
oppinionc sarebbe vera, quando non si considerasse che line l’avesse indotto a
fare lai OMICIDIO. E debbesi pigliare questo per una regola generale: clic non mai o di rado occorre che alcuna
repubblica o regno sia da principio ordinato bene, o al tutto di nuovo fuori
delti ordini vecchi riformato, se non è ordinato d’uno; anzi è necessario che
uno solo sia quello clic dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque
simile ordinazione. Però, uno prudente ordinatore d’una repubblica, e che abbia
questo animo di volere giovare non a sé ma
al BENE COMUNE, non alla sua propria successione ma alla comune patria,
debbe ingegnarsi d’avere l’autorità solo; nè mai uno ingegno savio riprende
alcuno d’alcuna azione istraordinaria, che per ordinare un regno o constituire
una repubblica usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fallo, lo effetto lo
scusi; e quando sia buono, come quello di ROMOLO, sempre lo scuserà: perchè
colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere. Debbe
bene in tanto esser prudente e virtuoso, che quella autorità che si ha presa,
non la lasci ereditaria ad un altro: perchè, essendo gl’uomini più proni al
male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che da
lui virtuosamente fusse stato usato. Oltre di questo, se uno è atto ad ordinare, uoti è la cosa
ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma si bene,
quando la rimane alla cura di molti, e che a molti stia il mantenerla. Perchè,
cosi come molti non sono atti ad ordinare una cosa, per non conoscere il bene
di quella, causato dalle diverse oppinioni che sono fra loro; cosi conosciuto
che lo hanno, non si accordano a lasciarlo. E che ROMOLO fusse di quelli che
NELLA MORTE DEL FRATELLO e del compagno meritasse scusa; e che quello che fece,
fusse per IL BENE COMUNE, e non per ambizione
propria; lo dimostra lo avere quello subito ordinato uno Senato, con il quale
si consigliasse, e secondo l’oppinione del quale deliberasse. E chi considera
bene P autorità che ROMOLO si riserbò,
vedrà non se ne essere riserbata alcun’altra che comandare alli eserciti
quando s’era deliberata la guerra, e di ragunare il Senato. Il che si vide poi,
quando Roma divenne libera per la cacciata de’Tarquini; dove da’Romani non fu
innovato alcun ordine dello antico, se non che in luogo d’uno Re perpetuo,
fussero duoi Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di
quella città essere stati più conformi
ad uno vivere civile e libero, che ad uno assoluto e tirannico. Polrebbesi dare
in corroborazione delle cose sopraddette infiniti esempi; come Licurgo, Solonc,
ed nitri fondatori di regni e di repubbliche, i quali poterono, per aversi
attribuito un’autorità, formare leggi a proposito del bene comune; ma gli
voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne solamente uno, non si celebre, ma da considerarsi
per coloro che desiderassero essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che
desiderando Agide re di Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le
leggi di Mcurgo gli avessero rinchiusi, parendoli che per esserne in parte
deviati, la sua città avesse perduto assai di quella antica virtù, e, per
conseguente, di forze e d’imperio; fu ne'suoi primi principii ammazzato dalli
Efori spartani, come uomo che volesse
occupare la tirannide. Ma
succedendo dopo lui nel regno Cleomene c nascendogli il medesimo desiderio per
gli ricordi e scritti eh’egli aveva trovati di Agide, dove si vede quale era la
mente ed intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se
non diventa solo di autorità; parendogli,
pell’ arabizione degli uomini, non potere fare utile a molti contra alla
voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fa ammazzare tutti gl’Efori, e
qualunque altro gli potesse contrastare; di poi rinnova in tutto le leggi di
Licurgo. La quale deliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e dare a
Clcomcne quella reputazione che ebbe Licurgo, se non fussc stato la potenza
de’Macedoni e la debolezza dell’altre repubbliche greche. Perchè, essendo dopo
tale ordine assaltato da’Macedoni, e trovandosi per sè stesso inferiore di
forze, c non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo disegno,
quantunque giusto e laudabile, imperfetto. Considerato adunque tutte queste
cose, conchiudo, come a ordinare una repubblica è necessario essere solo; c
ROMOLO per LA MORTE DI REMO E DI TAZIO meritare iscusa, e non biasmo. Quanto
sono laudabili i fondatori d’una repubblica o dJ uno regno, tanto quelli dJ una
tirannide sono vituperabili. Intra tutti gli uomini laudati, sono i
laudatissimi quelli die sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso
dipoi, quelli che hanno fondato o repubbliche o regni. Dopo costoro, sono
celebri quelli che, preposti alti
esercìti, hanno ampliato o il regno loro, o quello della patria. A questi si
aggiungono gli uomini iilterati; e perchè questi sono di più ragioni, sono
celebrati ciascuno d’essi secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il
numero de’quali è infinito, s’attribuisce quut’ che parte di laude, la quale
gli arreca l’arte e l’esercizio suo. Sono, pello contrario, infumi e
detestabili gli uomini destruttori delle
religioni, dissipatori de’regni e delie
repubbliche, inimici delle virtù, delle lettere, e d'ogni altra arte che
arrechi utilità ed onore alla umana generazione; come sono gli empii e
violenti, gl’ignoranti, gl’oziosi, i vili, e i dappochi. E nessuno sarà mai sì
pazzo o si savio, si tristo o si buono, che, propostogli la elezione delle due
qualità d’uomini, non laudi quella che è
da laudare, e Biasini quella che è da biasmare: nientedimeno, di poi, quasi
tutti, ingannati da un falso bene e da una falsa gloria, si lasciano andare, o
voluntariamente o ignorantemente, ne’gradi di coloro che meritano più biasimo
che laude; c potendo fare, con perpetuo loro onore, o una repubblica o un
regno, si volgono alla tirannide: nè si avveggono per questo partito quanta
fama, quanta gloria, quanto onore,
sicurtà, quiete, con satisfazione d’animo, e’fuggono; e in quanta infamia,
vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine incorrono. Ed è impossibile che
quelli che in stato privato vivono in una repubblica, o che per fortuna o virtù
ne diventano principi, se leggcssino l’istorie, e delle memorie delle antiche
cose facessino capitale, che non volessero quelli tali privati, vivere nella loro patria piuttosto
Soipioni che Cesari; e quelli che sono principi, piuttosto Agesilai, Timolconi
e Dioni, clic Nabidi, Falari e Dionisi: perchè vedrebbono questi essere
sommamente vituperati, e quelli eccessivamente laudati. Vedrebbono ancora come
Timoleone e gli altri non ebbero nella
patria loro meno autorità che si avessiuo
Dionisio e Falari; ma vedrebbono
di lungo avervi avuto più sicurtà. Nè sia alcuno che si inganni pella
gloria di Cesare, sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perchè questi
che lo laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza
dello imperio, il quale reggendosi sotto quel nome, non permette che gli
scrittori parlassero liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli
scrittori liberi ne direbbono, vegga
quello che dicono di CATILINA. E tanto è più detestabile GIULIO (si veda)
CESARE, quanto più è da biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto
fare un inule. Vegga ancora con quante laudi celebrano BRUTO (si veda); talché,
non potendo biasimare quello pella sua
potenza, e’celebrano il nemico suo. Consideri ancora quello eh’ è
diventato principe in una repubblica,
quante laudi, poiché ROMA fu diventata imperio, meritarono più quelli
imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli che
vissero al contrario: e vedrà come a Tito, Nerva, Traiano, ADRIANO, Antonino e
Marco, non erano necessari i soldati
pretoriani nè la moltitudine delle legioni a difenderli, perchè i costumi L
loro, la benivolenza del Popolo, l’amore
i del Senato gli difende. Vedrà ancora
come a Caligola, Nerone, Vitellio, ed a tanti altri scellerati imperadori, non
bastarono gl’eserciti orientali ed occidenItili a salvarli conira a quelli
nemici, che li loro rei costumi, la loro malvagia vita aveva loro generati. E
se la istoria di costoro fusse ben considerata, sarebbe assai ammaestramento a
qualunque priucipe, a mostrargli la via
della gloria o del biasmo, e della sicurtà o del timore suo. Perchè, di
ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimiuo, sedici ne furono
ammazzati, dicci morirono ordinariamente; c se di quelli che furono morti ve ne
fu alcuno buono, come Galba e Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo
antecessore suo aveva lasciata nc’soldati. E se tra quelli che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scellerato,
nome Severo, nacque d’una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose
pochi uomini accompagnano. Vedrà ancora, pella lezione di questa istoria, come
si può ordinare un regno buono: perchè tutti gl'imperadori che succederono all’imperio
per eredità, eccetto Tito, furono cattivi; quelli che per adozione, furono
tutti buoni, come furono quei cinque da Nervo a Marco: e come P imperio cadde
negli eredi, ei ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe
i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e
che furono poi; edipoi elegga in quali volesse essere nato,o a quali volesse
essere preposto. Perchè in quelli governali da’buoni, vedràun principe sicuro
in mezzo de’suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo:
vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati con i suoi onori; godersi i
cittadini ricchi le loro ricchezze; la nobiltà c la virtù esaltata: vedrà ogni
quiete ed ogni bene; e, dall’altra parte, ogni rancore, ogni licenza, corruzione
e ambizione spenta: vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e difendere
quella oppinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pienodi
riverenza e di gloria il principe, d’amore e di sveurilà i popoli. Se
considererà, di poi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà atroci
per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi morti
col ferro, tante guerre civili, tante esterne; P Italia afflitta, e piena di nuovi
infortunii; rovinate e saccheggiate le città
di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’suoi cittadini disfatto, desolati
gl’antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà
il mare pieno di esilii, gli scoglipieni
di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi; e la nobiltà, le
ricchezze, gli onori, e sopra tutto ia virtù essere imputata a peccato
capitale. Vedrà premiare li accusatori, essere corrotti i sèrvi contro al
signore, i liberi contro al padrone; e quelli a chi fusscro mancati i nemici,
essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma,
Italia, e il mondo abbia con Cesare. E senza, dubbio, se e’ sarà nato d’uomo,
si sbigottirà I da ogni imitazione dei tempi cattivi, c accenderassi d’uno
immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo, doverrebbe
desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come
Cesare, ma per riordinarla come lloinolo. E veramente i cieli non possono dare
all i uomini maggiore occasione di gloria, nè li uomini la possono maggiore
desiderare. E se, a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità n dcporrc il principato, meriterebbe quello
clic non la ordinasse, per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma
potendosi tenere il principato ed
ordinarla, non si merita scusa alcuna. E in somma, considerino quelli a
chi i cieli danno tale occasione, come sono loro proposte due vie: 1’una che
gli fa vivere sicuri, e dopo la morte gli rende gloriosi; I’altra gli fa vivere in continove angustie, e dopo la
morte lasciare di sè una sempiterna infamia. Delta religione de’Romani. Ancora
che Roma avesse il primo suo ordinatore ROMOLO,
e che da quello abbia riconoscere come figliuola il nascimento e la
educazione sua; nondimeno, giudicando i cieli che gli ordini di ROMOLO non
bastano a tanto imperio, niessono nel petto del Senato romano di eleggere NUMA
(si veda) Pompilio per SUCCESSORE A ROMOLO, acciocché quelle cose che da lui
fossero state lasciate indietro, fossero da Numa ordinate. II quale trovando un popolo ferocissimo, e volendolo
ridurre nelle ubbidienze civili con le arti della pace, si volse alla
religione, come oosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà; e la
costituì in modo, che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in quella Repubblica: il che facilitò
qualunque impresa che il Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero
fare. E ehi discorrerà infinite azioni,
e del popolo di Roma lutto insieme, e di molli de’Romani di per sé, vedrà come
quelli cittadini temevano più assai rompere il giuramento che le leggi; come
coloro clic stimavano più la potenza di
Dio, che quella degli uomini: come si vede manifestamente per gli esempi di
SCIPIONE e di MANLIO TORQUATO. Perchè, dopo la rotta che Annibale aveva dato
a’Romani a Canne, molti cittadini si
erano adunati insieme, c sbigottiti e paurosi
si erano convenuti abbandonare l’ITALIA, e girsene in Sicilia: il che
sentendo SCIPIONE, gli andò a trovare, e col ferro ignudo in mano gli costrinse
a giurare di non abbandonare la patria. LUCIO MANLIO, padre di TITO MANLIO, che
fu di poi chiamato Torquato, era stato
accusato da MARCO POMPONIO, Tribuno
della plebe; ed innanzi che venissi il
di del giudizio, Tito andò a trovare Marco, e minacciando d’ammazzarlo se non
giura di levare l’accusa al padre, lo costrinse al giuramento; e quello, per
timore avendo giurato, gli levò t'accusa. E cosi quelli cittadini i quali
l'amore della patria e le leggi di quella non ritenevano in ITALIA, vi furon ritenuti da un giuramento che furono forzati a pigliare; e quel Tribuno
pose da parte l'odio che egli aveva col padre, la ingiuria che gli aveva fatta
il figliuolo, c i’onore suo, per ubbidire al giuramento preso: il che non
nacque da altro, che da quella religione che Numa aveva introdotta in quella
città. E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la
religione a comandare agli eserciti, a
riunire la plebe, a mantenere gli uomini
buoni, a fare vergognare li tristi. Talché, se si avesse a disputare a quale
principe Roma fusse più obbligata, o a ROMOLO o a Numa, credo più tosto Numa
otterrebbe il primo grado: perchè dove è religione, facilmente si possono
introdurre l’armi; e dove sono l’armi e non religione, con diflìcultà si può
introdurre quella. E si vede che a ROMOLO
per ordinare il Senato, e per
fare altri ordini civili e militari, non gli fu necessario dell’ autorità di
Dio; ma fu bene necessario a Numa, il quale simulò di avere congresso con una
Ninfa, la quale lo consiglia di quello ch’egli avesse a consigliare il popolo:
e tutto nasce perchè voleva mettere ordini nuovi ed inusitati in quella città,
e dubita che la sua autorità non basta. G veramente, mai non fu alcuno
ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo, che non ricorresse a Dio;
perchè altrimenlc non sarebbero accettate: perchè sono molli beni conosciuti da
uno prudente, i quali non hanno in sè ragioni evidenti da potergli persuadere
ad altri. Però gli uomini savi, che vogliono torre questa diflìcultà, ricorrono a Dio. Cosi fece Licurgo, cosi Solone, cosi
molti altri che hanno avuto il medesimo
fine di loro. Ammirando, adunque, il popolo romano la bontà e la prudenza sua,
cede ad ogni sua deliIterazione, Ben è vero che l’essere quelli tempi pieni di
religione, e quelli uomini, con i quali egli aveva a travagliare, grossi, gli
detlono facilità grande a conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro
facilmente qualunche nuova forma. E senza dubbio, ehi volesse ne’presenti tempi fare una repubblica, più
facilità troverebbe negli uomini montanari, dove non è alcuna civilità, che in
quelli che sono usi a vivere nelle
città, dove la civilità è corrotta: ed uno scultore trarrà più facilmente una
bella statua d’uno marmo rozzo, che
d’uno male abbozzato d’altrui. Considerato adunque tutto, conchiudo che la
religione introdotta da Piuma fu intra le
prime cagioni della felicità di quella città: perchè quella causò buoni
ordini; i buoni ordini fanno buona fortuna; e dalla buona fortuna nacquero i
felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione
delia grandezza delle repubbliche, cosi il dispregio di quella è cagione della
rovina d’esse. Perchè, dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno
rovini, o che sia sostenuto dal timore d’un principe che supplisca a’difetti
della religione. E perchè i principi sono di corta vita, conviene che quel
regno manchi presto, secondo che manca la virtù d’esso. Donde nasce che i regni
i quali dependono solo dalla virtù d’uno uomo, sono poco durabili, perchè
quella virtù manca colla vita di quello; e rade volte accade che la sia
rinfrescata colla successione, come prudentemente ALIGHIERI (si veda) dice:
tt Rade
volte risurge per li ramiL'umana
probitade: e questo vuolo Quel
che la dà, perchè da lui si chiami. „Non
è, adunque, la salute di una repubblica o d’uno regno avere uno principe che
prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, clic, morendo
ancora, la si mantenga. E benché agli uomini rozzi più facilmente si persuade uno ordine o una oppinione nuova,
non è per questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili, e che si
presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non pare essere nè ignorante
nè rozzo: nondimeno da Savonarola fu persuaso che parla con Dio. lo non voglio
giudicare s’egli era vero o no, perchè d’un tanto uomo se ne debbe parlare con
reverenza: ma io dico bene, che infiniti
lo credevano, senza avere visto cosa nessuna istraordinaria da farlo loro
credere; perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese, erano
sufhzienti a fargli prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si
sbigottisca di non potere conseguire quello che è stato conseguito da altri;
perchè gli uomini, come nella Prefazione nostra si disse, nacquero, vissero e
morirono sempre con un medesimo ordine.
Di quanta importanza sia tenere conto della religione j e come la Italia per
esserne mancata mediante la Chiesa
romana y è rovinata. Quelli principi, o quelle repubbliche, le quali si
vogliono manienere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere
incorrotte le cerimonie della religione, e tenerle sempre nella loro
venerazione; perchè nissuno maggiore
indizio si puote avere della rovina d’una provincia, che vedere dispregiato il
culto divino. Questo è facile a intendere, conosciuto che si è in su che sia
fondata la religione dove l’uomo è nato; perchè ogni religione ha il fondamento
della vita sua in su qualche principale ordine suo. La vita della religione
gentile era fondata sopra i responsi delti oracoli e sopra la setta delli
aridi e delli aruspici: tutte le altre
loro cerimonie, sacrifìcii, riti, dependevano da questi; perchè loro facilmente
credevano che quello Dio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo
futuro male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i tempii, di qui
i sacrifici!, di qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli:
perchè l’oracolo di Deio, il tempio di GIOVE Aminone, ed altri celebri oracoli, tenevano il mondo
in ammirazione, e devoto. Come costoro cominciarono dipoi a parlare n modo
de’potenti, e questa falsità si fu scoperta ne’popoli, divennero gli uomini
increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque, i Principi
d’uria repubblica o d’un regno, i fondamenti della religione che loro tengono,
mantenerli; e fatto questo, sarà loro facil cosa a mantenere la loro repubblica
religiosa, e, per conseguente, buona ed unita. C debbono, tutte le cose che
nascono in favore di quella, come che le giudicassino false, favorirle ed
accrescerle; e tanto più Io debbonofare, quanto più prudenti sono, e quanto più
conoscitori delle cose naturali. E perchè questo modo c stato osservato dagli
uomini savi, ne è nata l’oppinione dei
miracoli, che si celebrano nelle religioni eziandio false: perchè i
prudenti gli aumentano, da qualunche principio e’si nascano; e l’autorità loro
dà poi a quelli fede appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma
assai; e intra gli altri fu, che saccheggiando i soldati romani la città
de’Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone, ed accostandosi
alla immagine di quella, e dicendole vis
venire Romani, parve od alcuno vedere che la accennasse; ad alcun altro, che
ella dicesse di si. Perchè, sendo quelli uomini ripieni di religione (il che
dimostra L. perchè nell’entrare nel tempio, vi entrarono senza tumulto, tutti
devoti e pieni di reverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda
loro per avventura si avevano presupposta: la quale oppiuione e credulità, da
Cammillo e dagli altri principi della città fu ni tutto favorita ed
accresciuta. La quale religione se ne’ Principi della repubblica cristiana si fusse mantenuta,
secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le
repubbliche cristiane più unite e più felici assai ch’elle non sono. Nè si può
fare altra maggiore conieltura della declinazione d’essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui
alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi
considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l’uso presente quanto è diverso da
quelli, giudicherebbe esser propinquo, senza dubbio, o la rovina o il flagello.
E perchè sono alcuni d’oppinione, che’l
ben essere delle cose d’Italia dipende dalla Chiesa di Roma, voglio contro ad essa discorrere quelle ragioni che
mi occorrono: e ne allegherò due potentissime, le quali, secondo me, non hanno
repugnanza. La, prima è, che per gli
esempi rei di quella i corte, questa provincia ha perduto oguI divozione ed
ogni religione: il clic si i lira dietro infiniti inconvenienti e infiniti
disordini; perchè, così come religione si presuppone ogni bene, dove ella manca
si presuppone il contrario. Abbiamo,
adunque, colla Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo, d’essere
diventati senza religione c cattivi: ma ne abbiamo ancora un maggiore, il quale
è cagione della rovina nostra. Questo è die la Chiesa ha tenuto e tiene questa
nostra provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o
felice, se la non viene tutta alla
obedienza d’una repubblica o d’uno
principe, come è avvenuto alla Francia. E la cagione che la Italia non sia in
quel medesimo termine, nè abbia aneli’ella
o una repubblica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa;
perchè, avendovi abitalo e tenuto imperio temponile, non è stata sì potente nè
dì tal virtù, che l'abbia potuto occupare il restante d’Italia, e farsene
principe; e non è stata, dall’altra parte, si debile, che, per paura
di non perder il dominio delie cose temporali, la non abbi potuto convocare uno
potente che la difenda contra a quello che in Italia fusse diventato troppo
potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante
Carlo Magno la ne cacciò i Lombardi, eh’ era no già quasi
re di tutta Italia; e quando ne’
tempi nostri ella tolse la potenza a’Veneziani con l’aiuto di
Francia; di poi ne cacciò i Franciosi
eoa l’aiuto de’ Svizzeri. Non essendo, dunque, stata la Chiesa potente da
potere occupare l’Italia, nè avendo permesso che un altro la occupi, è stata
cagione che la non è potuta venire sotto un capo; ma è stata sotto più principi
e signori, da’quali è nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si è
condotta ad essere stata preda, non
solamelile di barbari polenti, ma di qualunque I’ assalta. Di clic noi altri
Italiani abbiamo obbligo colla Chiesa, c non con altri. E chi ne volesse per
esperienza certa vedere più pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta
potenza, che mandasse ad abitare la corte romana, coll’autorità che l’ha in
Italia, in le terre de’Svizzeri; i quali oggi sono quelli soli popoli che vivono, e quanto alla religione e quanto
agli ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe che in poco tempo
furebbero più disordine in quella provincia i costumi tristi di quella corte,
che qualunchc altro accidente clic in qualunche tempo vi potessi surgere. Come
t Romani si servirono della religione per ordinare la città, e per seguire le
loro imprese e fermare i tumulti. Ei non mi
pare fuor di proposito addurre alcuno esempio dove i Romani si servirono
della religione per riordinare la cillà, e per seguire l’imprese loro; e
quantunque in L. ne siano molti,
nondimeno voglio essere contento a questi. Avendo creato il Popolo romano i
Tribuni, di potestà consolare, e, fuorché uno, tutti plebei; ed essendo occorso
quello anno peste c fame, e venuti certi prodigii; usorono questa occasione i
Nobili nella nuova creazione de’Tribuni, dicendo che li Dii erano adirati per
aver Roma male usata la maestà del suo imperio, e che non era altro rimedio a
placare gli Dii, che ridurre la elezione de’Tribuni nel luogo suo: di che
nacque che la Plebe, sbigottita da questa religione, creò i Tribuni tutti
nobili. Vedesi ancora nella espugnazione della città de’Ycienti, come i capitani degli eserciti si valeno
della religione per tenergli disposti ad una impresa: ehè essendo il lago
Albano, quello anno, cresciuto mirabilmente, ed essendo i soldati romani in
fastiditi pella lunga ossidione, e volendo tornarsene a Roma, trovarono i
Romani, come Apollo e certi altri responsi dicevano che quell’anno si
espugnerebbe la città de’Veienti, che si deriva il Ingo Albano: la qual cosa fece ai soldati
sopportare i fastidi della guerra e della ossidione, presi da questa speranza d’espugnare
la terra; e stettono contenti a seguire la impresa, tanto che Cammillo fatto
Dittatore espugna detta città, dopo dieci anni che l’era stala assediata. E
cosi la religione, usata bene, giovò e pella espugnazione di quella città, e pella
restituzione dei Tribuni nella Nobiltà:
chè senza detto mezzo difficilmente si sarebbe condotto e l’uno e
l’altro. Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro esempio.
Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di Terentillo Tribuno, volendo lui
promulgare certa legge, per le cagioni che di sotto nel suo luogo si diranno; e
tra i primi rimedi che vi usò la Nobiltà, fu la religione: della quale si
servirono i duo modi. Nel primo fecero
vedere i libri Sibillini, e rispondere, come alla città, mediante la civile
sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non perdere la libertà: la qual
cosa, ancora che fusse scoperta da’ Tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne’petti
della plebe, che la raffreddò nel seguirli. L’altro modo fu, che avendo uno
APPIO ERDONIO, con una moltitudine di sbanditi e di servi, in numero di quattromila uomini,
occupato di notte il Campidoglio, in tanto che si poteva temere, che se gli
Equi ed i Volsci, perpetui nemici al nome romano, ne fossero venuti a Roma, la
arebbono espugnata; e non cessando i Tribuni per questo d’insistere nella
pertinacia loro di promulgare la legge Terentilla, dicendo che quello in sulto
era fittizio c non vero: uscì fuori del
Senato uno Publio Rubezio, cittadino grave e di autorità, con parole
parte amorevoli, parte minacciatiti, mostrandoli i pericoli della città, e l’intempestiva
domanda loro; tanto che e’constrinse la Plebe a giurare di non si partire dalla
voglia del Consolo: onde che la Plebe obediente, per forza ricupera il
Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio consolo,
subito fu rifatto consolo Tito Quinzio;
il quale per non lasciare riposare la Plebe, nè darle spazio a ripensare alla
legge Terentilla, le comanda s’uscissi di Roma per andare contra a’Volsci,
dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il Consolo, era
obbligata a seguirlo: a che i Tribuni s’opponevano, dicendo come quel
giuramento s’era dato al Consolo MORTO, e non a lui. Nondimeno L. mostra, come la Plebe per paura della
religione volle più presto obedire al Consolo, che credere a’ Tribuni; dicendo
in favore della antica religione queste parole: Nondum htiDPj quce nunc tenet
sceculum, negligcntict Dcùm venerai, nec
interpretando sibi quisque jasjurandum et legcs aplas a La ‘faciebal. Per la
qual cosa dubitando i Tribuni di non perdere allora tutta la lor degnila, s’accordarono col
Consolo di stare all’obedienza di quello; e che per uno anno non si ragionasse
della legge Terentilla, ed i Consoli per uno anno non potessero trarre fuori la
Plebe alla guerra. E cosi la religione fa al Senato vincere quella diffìcultà,
che senza essa mai non arebbe vinto. I Romani interpretano gli auspicii secondo
la necessità, con la prudenza mostravano
d’osservare la religione j quando forzali non l’osservavano; c se alcuno
(emwariamente la dispregia, lo punivano. Non solamente gl’auguri! erano il
fondamento in buona parte dell'antica religione de’Gentili, ma ancora erano
quelli che erano cagione del bene essere della Repubblica romana. Donde i
Romani ne uvevano più cura che d’alcuno altro ordine di quella; ed usavangli ne’comizi consolari, nel
principiare l’imprese, nel trai’ fuori gl’eserciti, nel fare le giornate, ed in
ogni azione loro importante, o civile o militare; nè maisarebbono iti ad una
espedizionc, che non avessino persuaso ai soldati che gli Dei promettevano loro la vittoria. Ed infra
gli altri nuspicii, avevano negli eserciti certi ordini di aruspici, che
e’chiamavano Pollarii: e qualunque volta
eglino ordinavano di fare la giornata col nemico, volevano che i Pollarii
fucessino i loro auspicii; e beccando i polli, combattevano con buono augurio:
non beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostra
loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la fannp
in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non pare che la fucessino con dispregio
dello religione: il quale termine fu usato da
Papirio consolo in una zuffa clic fece importantissima coi Sanniti, dopo
la quale restorno in lutto deboli ed afflitti. Perchè sendo Papirio in su’campi
rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e
volendo per questo fare la giornata, comandò ai Pollarii che fucessino i
loro auspicii; ma non beccando i polli,
e veggendo il principe de’Pollarii la gran disposizione dello esercito di
combattere, e la oppinione che era nei capitano cd in tutti i soldati di
vincere, per non torre occasione di bene operare a quello esercito, riferi al
Consolo come gli auspicii procedevano bene: talché Papirio ordinando le squadre,
ed essendo d’alcuni de' Pollarii detto a certi soldati, i polli non aver
beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nipote del Consolo; e quello
riferendolo al Consolo, rispose subito, eh’ egli attendesse a fare l’oflìzto
suo bene, e che quanto a lui ed allo esercito gli auspicii erano rolli; e se il
Pollarlo aveva detto le bugie, ritornerebbono in pregiudicio suo. E perchè lo effetto corrispondesse al pronostico,
comandò ni legati clic constituìssino i Pollarii nella primo fronte della
zuffa. Onde nacque che, andando contra ai nemici, sendo da un soldato romano
tratto uno dardo, a caso ammazzò il principe de’Pollarii; la qual cosa udita il
Console, disse come ogni cosa procede bene, e col favore degli Dii; perchè lo
esercito colla morte di quel bugiardo si era purgato da ogni colpa, e da ogni
ira che quelli avessino preso contra di lui.
E cosi, col sapere bene accomodare t disegni suoi agli auspicii, prese
partito di azzuffarsi, senza clic quello esercito s’avvedesse che in alcuna
parte quello avesse negletti gl’ordini della loro religione. Al contrario fece
APPIO Pillerò in Sicilia, nella prima guerra punica: che volendo azzuffarsi con
l’esercito cartaginese, fa fare gli auspicii a’Pollarii; e referendogli quelli,
come i polli non beccavano, disse: veggiamo
se volessero bere; e gli fece giUare in mare. Donde che, azzuffandosi, perdette
la giornata: di che egli ne fu a Roma condennato, e Papirio onorato; non tanto
per aver l’uno vinto e l’altro perduto, quanto per aver 1’uno fatto contra agli
auspicii prudentemente e l’altro temerariamente. Nè ad altro line tende questo
modo dello aruspicare, che di fare i soldati
confidentemente ire alla zuffa; dalla quale confidenza quasi sempre uasce la vittoria. La qual cosa fu non
solamente usala dai Romani, ma dalli esterni: di che mi pare d’addurre uno
esempio. Come i Sanniti, per estremo rimedio alle cose loro afflitte, ricorsono
alla religione. Avendo i Sanniti avute più rotte dai Romani, ed essendo stati
per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro
eserciti e gli loro capitani; ed essendo stali vinti i loro compagni, come Toscani, Franciosi ed
Umbri; ncc suis, nec extcrnis viribus jam slare polcrant: t amen bello non
abstinebantj adeo ne infeliciler quidem defensae libcrtatis tcedcbalj et vinci quarti non tentare victorianij
malebant. Onde deliberarono far ultima prova: e perché ei sapevano che a voler
vincere era necessario indurre
ostinazione negli animi de’soldati, c che a indurla non v’era miglior
mezzo che la religione; pensarono di ripetere uno antico loro sacrifìcio,
mediante Ovio Faccio, loro sacerdote. Il quale ordinarono in questa forma: che,
fatto il sacrificio solenne, e fatto intra le vittime morte e gli altari accesi
giurare lutti i capi dello esercito, di non abbandonare mai la zuffa, citarono
i soldati ad uno ad uno; ed intra quelli
altari, nel mezzo di più centurionicon le spade nude in mano, gli facevano
prima giurare che non ridirebbono cosa che vedessino o sentissino; di poi, con
parole esecrabili e versi pieni di spavento, gli facevano giurare e promettereagli Dii, d’essere presti dove gli imperadori gli
comandassino, c di non si fuggire mai dalla zuffa, e d’ammazzarequalunque
vedessino che si fuggisse: la qual cosa
non osservata, torna sopra il capo della sua
famiglia e della su stirpe. Ed essendo sbigottiti alcuni diloro, non
volendo giurare, subito da’ loro centurioni erano morti; talché gli altriche
succedevano poi, impauriti dalla ferocità dello spettacolo, giurarono tutti.E
per fare questo loro assembramento più
magnifico, sendo quarantamila uomini, ne vestirono la metà di pannibianchi, con creste e pennacchi
sopra lecelate; e così ordinati si posero presso ad Aquilonia. Contra a costoro
venne Papirio; il quale, nel confortare i suoi soldati, disse: Non enim crislas
vulnerafacere, et pietà alque aurata scuta transirc ttomanum pileum. E per
debilitarela oppinione clic avevano i suoi soldatide’ nemici per i) giuramento. preso, disse che quello era
per essere loro a timore, non a
fortezza; perchè in quel medesimo tempo
avevano uvere paura de’cittadini, degli Dii, c de’nemici. E venuti al
conflitto, furono superati i Sanniti; perchè la virtù romana, ed il timore conccputo
pelle passate rotte, superò qualunque ostinazione ei potessino avere presa per
virtù della religione e per il giuramento preso. Nondimeno si vede come a lóro
non parve potere avere altro rifugio, nè
tentare altro rimedio a poter pigliare speranza di ricuperare la perduta virtù.
Il che testifica appieno, quanta confidcnzia si possa avere mediante la
religione bene usata. E benché questa parte piuttosto, per avventura,
sirichiederebbe esser posta intra le cose estrinseche; nondimeno, dependendo d’uno
ordine de’più importanti della Repubblica di Roma, mi è parso da commetterlo in
questo luogo, per non dividere questa materia, cd averci aritornare più volte. Un
popolo uso a vìvere sotto un principe, se per qualche accidente diventa libero,
con difficultà mantiene la libertà. Quanta difficultà sia ad uno popolo uso a
vivere sotto un principe, preservare di poi la libertà, se per alcuno accidente
l’acquista, come l’acquistò Roma dopo la
cacciala de’Tarquini; io dimostrano
infiniti esempi che si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale
difficultà è ragionevole; perchè quel popolo è non altrimenti che uno animale
bruto, il quale, ancora che di feroce natura e silvestre, sia stato nudrito
sempre in carcere ed in servitù, che di poi lasciato a sorte in una campagna
libero, non essendo uso a pascersi, nè sappiendo le latebre dove siabbia
a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo. Questo
medesimo interviene ad uno popolo, il quale setido uso a vivere sotto i governi
d’altri, non snppiendo ragionare nè delledifese o offese pubbliche, non
cognoscendo i principi nè essendo conosciutoila loro, ritorna presto sotto un
giogo, il quale il più delle volte è più grave che quello che per poco innanzi
si avevalevato d’in su’1 collo: e
trovasi in queste difficullà, ancora che la materia non sia in tutto corrotta;
perchè in uno popolo dove in lutto è entrata la corruzione, non può, non che picciol tempo, ma punto vivere
libero: e però i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove la corruzione
non sia ampliata assai, c dove sia più del buono che del guasto. Aggiungesi
alla soprascritta, un’altra difficultò; la quale è che lo Stato che diventa
libero si fa partigiani nemici, e non partigiani amici. Partigiani nemici gli diventano
tutti coloro che dello Stalo tino dei dìscorsi Tannico si prevalevano,
pascendosi delle ricchezze del principe; a’quali sendo tolta la facoltà del
valersi, non posso vivere contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di
riassumere la tirannide, per ritornare
nell’autorità loro. Non si acquista partigiani amici; perchè il vivere libero propone onori e
premii, mediami alcune oneste e determinate cagioni, e fuori di quelle non premia
nè onora alcuno; e quando unoha quelli onori e quelli utili che gli
paremeritare, non confessa avere obbligo concoloro che lo rimunerano. Oltre a
questo, quella comune utilità che del viverelibero si trae, non è da alcuno,
mentreche ella si possiede, conosciuta: la qualeè di potere godere liberamente
le cosesue senza alcuno sospetto, non
dubitaredell’onore delle donne, di quel de’figliuoli, non temere di sè; perchè
nissuno confesserà mai aver obbligo conuno che non 1’offenda. Però, come
disopra si dice, viene ad avere lo Statolibero c che «li nuovo surge,
partigianinon partigiani amici. E vonemicilendo rimediare a questi
inconvenienti,c a quegli disordini che le soprascritte diflìculta si
arrecherebbono seco, non ciè più potente
rimedio, nè più valido, nè più sano, nè più necessario, che ammazzare i
figliuoli di Bruto: i quali, come l’istoria mostra, non furono indotti, insieme
con altri gioveni romani,n congiurare contra alla patria per altro, se non
perchè non si potevano valere straordinariamente sotto i Consoli, come sotto i
Re; in modo che la libertà di quel popolo par che fusse diventata la loro servitù. E chi prende a
governare una moltitudine, o per via„ di libertà o per via di principato, e non
si assicura di coloro che a quell’ordine nuovo sono nemici, fa uno Stato di poca vita. Vero è ch’io giudico
infelici quelli principi, che per assicurare lo Stato loro hanno a tenere vie
straordinarie, avendo per nemici la moltitudine: perchè quello che ha per nemici i pochi, facilmente e senza molti
scandali, si assicura; ma chi ha per nemico 1’universale, non si assicura mai;
e quanta più crudeltà usa, tanto diventa più debole il suo principalo. Talché
il maggior rimedio che si abbia, è cercare di farsi il popolo amico. E benché
questo discorso sia disformo dal soprascritto, parlando qui d’un principe e
quivi d’una repubblica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa
materia, ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, un principe
guadagnarsi un popolo che gli fusse nemico, parlando di quelli principi che
sono diventati della loro patria tiranni; dico eh’ci debbe esaminare prima
quello che il popolo desidera, e troverà sempre ch’ei desidera due cose; Y una vendicarsi contro a coloro che sono
cagione che sia servo; l’altra di riavere la
sua libertà. Al primo desiderio il principe può satisfare in tutto, al
secondo in parte. Quanto al primo, ce n’è lo csempio appunto. Clearco, tiranno
d’Eraelea, scudo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il
popolo e gli ottimati d’Eraclea, veggendosi gl’ottimati inferiori, si volsono a
favorire Clearco, c congiuratisi seco lo missono, contea alla disposizione
popolare, in Eraclea, c toisono la
libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra l’insolenzia degl’ottimati,
i quali non poteva in alcun modo nè contentare nè correggere, c la rabbia
de’popolari, che non potevano sopportare l’avere perduta la libertà, deliberò
ad un tratto liberarsi dal fastidio
de’grondi, c guadagnarsi il popolo. E presa sopra questo conveniente occasione,
tagliò a pezzi tutti gli ottimali, con
una estrema satisfazione de’popolari. E così egli per questa via satisfece ad
una delle voglie che hanno i popoli, cioè di vendicarsi. Ma quanto all’altro
popolare desiderio di riavere la sua libertà, non potendo il principe
satisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno desiderare
d’essere liberi; e troverà che una piccola parte di loro desidera d’essere
libera per comandare; ma tutti gli
altri, che sono infiniti, desiderano la libertà per vivere securi. Perchè in
tutte le repubbliche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non
aggiungono mai quaranta o cinquanta cittadini: e perchè questo è piccolo
numero, è facil cosa assicurarsene, o con levargli via o con far lor parte di
tanti onori, che secondo le condizioni loro essi abbino in buona parte a contentarsi. Quelli altri, ai
quali basta vivere securi, si satisfanno facilmente, facendo ordini e leggi,
dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E quando
uno principe faccia questo, e che il
popolo vegga che per accidente nessuno ei non rompa tali leggi, comincerà in
breve tempo a vivere sccuro e contento. In esempio ci è il regno di Francia, il quale non vive securo per altro, che per
essersi quelli Re obbligati ad infinite leggi, nelle quali si comprende la
securtn di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello Stato, volle che quelli Re,
dell’arme e del danaio facessino a loro modo, ma che d’ogni altra cosa non ne
potessino altrimenti disporre che le leggi si ordinassino. Quello principe,
adunque, o quella repubblica che non si assicura nel principio dello stato suo, conviene che
si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi lascia passare
quella, si pente tardi di non aver fatto quello che dove fare. Sendo, pertanto,
il popolo romano ancora non corrotto quando ci recuperò la libertà, potette
mantenerla, morti i figliuoli di BRUTO e spenti i Tarquini, con tutti quelli
rimedi ed ordini che altra volta si sono
discorsi. Ma se fussc stato quel popolo corrotto, nè in Roma nè altrove
si trovano rimedi validi a mantenerla. Uno popolo coitoIIo, venuto in libertà,
si può con difficullà (grandissima mantenere libera. lo giudico che gli era
necessario, o die i Re si estinguessino in Roma, o che Roma in brevissimo tempo
divenissi debole, e di nessuno valore: perchè, considerando a quanta
corruzione erano venuti quelli Re, se
l'ussero seguitati così due o tre successioni, e che quella corruzione che era
in loro, si fossi cominciata a distendere per le membra; come le membra fussino
state corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il capo quando
il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi cd ordinati. E
debbesi presupporre per cosa verissima, che una città corrotta che vive sotto
un principe, ancora che quel principe con tutta la sua stirpe si spenga, inai
non si può ridurre libera; anzi conviene che Putì principe spenga l’allro; e
senza creazione d’un nuovo signore non si posa mai, se già la bontà d’uno,
insieme con la virtù, non la tenessi libera; ma durerà tanto quella libertà,
quanto durerà la vita di quello: come intervenne a Siracusa di Dione e di Timoleone, la virtù de’quali in
diversi tempi, mentre vissero, tenne libera quella città; morti clic furono, si
ritornò nell'antica tirannide. Ma non si vede il più forte esempio che quello
di Roma; la quale cacciati i Tarquini, potette subito prendere e mantenere
quella libertà: ma morto Cesare, morto Caligula, morto Nerone, spenta tutta la
stirpe cesarea, non potette inai, non
solamente mantenere, ma pure dare principio alla libertà. Nè tanta diversità di evento in una medesima città
nacqueda altro, se non da non essere ne’ tempi de’Tarquini il popolo romano ancora
corrotto; ed in questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perchè allora, a
mantenerlo saldo e disposto a fuggire i Re, bastò solo furio giurare che non
eon sentirebbe mai che a Roma alcuno
regnasse; e negli altri tempi, non bastò T autorità e severità di BRUTO,
con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella
libertà che esso, a similitudine del primo BRUTO, gli aveva rendutu. Il che
nacque da quella corruzione che le parli mariane avevano messa nel popolo;
delle quali essendo capo Cesare potette accecare quella moltitudine, eh’ella non conobbe
il giogo che da sè medesima si mette in sul collo. E benché questo
esempio di Roma sia da preporre a qualunque altro esempio, nondimeno voglio a
questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne’nostri tempi. Pertanto
dico, che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe redurre mai
Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. H che si vide
dopo la morte di VISCONTI; che volendosi
ridurre Milano alia libertà, non potette e non seppe mantenerla. Però, fu
felicità grande quella di Koma, che questi Re diventassero corrotti presto,
acciò ne fussino cacciati, cd innanzi che la loro corruzione fosse passata
nelle viscere di quella città: la quale incorruzione fu cagione che gl’infiniti
tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il fine buono, non nocerouo, anzi giovarono alla
Repubblica. E si può fare questa conclusione, che dove la materia non è
corrotta, i tumulti cd altri scandali non nuòcono: dove la è corrotta, le leggi
bene ordinate non giovano, se già le non son mosse da uno che con una estrema
forza le facci osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so se
sie mai intervenuto, o se fusse possibile
ch’egli intervenisse: perchè c’si vede, come poco di sopra dissi, che una città
venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si
levi, occorre per la virtù d’uno uomo eh’è vivo allora, non per la virtù dello
universale clic sostengo gli ordini buoni; c subito che quei tale è morto, la
si ritorna nei suo pristino abito; come intervenne a Tebe, la quale per la virtù di Epaminonda, mentre lui visse,
potette tenere forma di repubblica e di imperio; ma morto quello, la si ritornò
ne’primi disordini suoi. La cagione è, che non può essere un uomo di tanta
vita, che’l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza. E
se unod’una lunghissima vita, o due successioni virtuose conlinove non la
dispongono; come una manca di loro, come
di sopra è detto, subito rovina, se già con molti pericoli c molto sangue c’
non la facesse rinascere. Perchè tale corruzione e poca attitudine olla vita
libera, nasce da una inequulità che è in quella città: e volendola ridurre
equale, è necessario usare grandissimi estraordinari; i quali pochi sanno o
vogliono usare, come in altro luogo più particolarmente si dirà. In che modo
«ci.c; mi corrotte si potesse mantenere tino stalo liòerOj essendovi; o non
essendovi, ordinartelo. Io credo clic non sia fuori di proposito, nè disformo
dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può
mantenere lo stato libero, scndovi; o quando e’non vi fosse, se vi si può
ordinare. Sopra la qual cosa dico, come gli è mollo difficile fare o l’uno o
l'altro: e benché sia quasi impossibile
darne regola, perchè sarebbe necessario procedere secondo i gradi della
corruzione; nondimnneo, essendo bene ragionare d’ogni cosa, non voglio lasciare
questa indietro. E presuppongo una città corrottissima, donde verrò ad
accrescere più tale difficoltà; perché non si trovano nè leggi nè ordini che
bastino a frenare una universale corruzione. Perchè, così come gli buoni costumf, per mantenersi, hanno bisogno delle
leggi; cosi le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’buoni costumi. Oltre di
questo, gli ordini e le leggi fatte in una repubblica nel nascimento suo,
quando erano gli uomini buoni, non sono di poi più a proposito, divenuti che
sono tristi. E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non
variano mai, 0 rade volte, gli ordini suoi: il
che fa che le nuove leggi non bastano, perchè gli ordini, che stanno
saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in
Roma era l’ordine del governo, o vero dello Stato; c le leggi di poi, che con i
magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello Stato era l’autorità del
Popolo, del Senato, dei Tribuni, dei Consoli, il modo di chiedere e del creare
i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono
nelii accidenti. Variarono le leggi che frenavano 1 cittadini; come fu la legge degli adulferi!, la
suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo clic di mano in mano
i cittadini diventavano corrotti. Ma lenendo fermi gli ordini dello Stato, che
nella corruzione non erano più buoni, quelle leggi che si rinnovavano, non
bastavano a mantenere gli uomini buoni; ma sarebbonn bene giovate, se con la
innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini. G che sia il vero che
tali ordini nella città corrotta non fossero buoni, e’si vede espresso in due
capi principali. Quanto al creare i magistrati e le leggi, non dava il Popolo
romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che
lo dimandavano. Questo ordine fu nel principio
buono, perchè e’non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne
giudicavano degni, ed averne la repulsa era ignominioso; si che, per esserne
giudicati degni, ciascuno opera bene. Diventò questo modo, poi, nella città
corrotta perniziosissiiuo; perchè non quelli che avevano più virtù, ma quelli
che avevano più potenza, domandavano i
magistrali; e gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandargli
per paura. Vcnnesi a questo inconveniente, non ad un tratto, ma per i mezzi,
come si cade in tutti gli altri iuconveiiienti: perchè avendo i Romani domata
l’Affrica e l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ohidienza, erano
divenuti sicuri della libertà loro, nè pare loro avere più nimici che dovessero
fare loro paura. Questa securtà e questa
debolezza de’nemici fece che il Popolo romano, nel dare il consolato, non
riguarda più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio
sapevano iutrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i
nemici: di poi, da quelli che avevano più grazia, discesero a dargli a quelli
che avevano più potenza;talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi.
Poteva uno Tribuno, e qualunque altro cittadino, proporre al Popolo una legge;
sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi
che la si deliberasse. Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni;
perche sempre fu bene, che ciascuno clic intende uno bene per il pubblico, lo
possa proporre; ed è bene che ciascuno
sopra quello possa dire l’oppinione sua, acciocché il Popolo, inteso ciascuno,
possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale
ordine pessimo, perchè solo i potenti proponevano leggi, non per la comune
libertà, ina perla potenza loro;ccontra a quelle non poteva parlare alcuno per
paura di quelli: talché il Popolo veniva o ingannato o sforzato a
deliberare la sua rovina. Ero
necessario, pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera,
che, cosi come aveva nel processo del vivere suo fatte nuove leggi, l’avesse
fatti nuovi ordini: per«thè altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in
un soggetto cattivo, che in un buono; nè può essere la forma simile in una
materia al tutto contraria. Ma perchè questi ordini, o e’si hanno a rinnovare tutti ad un tratto, scoperti che
sono non esser più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschiuo per
ciascuno; dico che 1’una e l’altra di queste due cose è quasi impossibile.
Perchè, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno
prudente, che veggio questo inconveniente assai discosto, e quando e’nasce. Di
questi tali è facilissima cosa che in una
città non ne surga mai nessuno: e quando pure ve ne surgesse, non
potrebbe persuadere mai ad altrui quello che egli proprio intendesse; perchè
gli uomini usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto più non
veggiendo il male in viso, ma avendo ad essere loro mostro per con letture.
Quando ad innovare questi ordini ad un (ratio, quando ciascuno conosce clic non
sono buoni, dico che questa inutilità,
clic facilmente si conosce, è diffìcile a ricorreggerla: perchè a fare questo,
non basta usare termini ordinari, essendo i modi ordinari cattivi; ma è
necessario venire allo istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e
diventare innanzi ad ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a
suo modo. E perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, ed il diventare
per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo
si troverà che radis sime volte
accaggia, che uno uomo buono voglia diventare principe per vie cattive,
ancoraché il fine suo fusse buono; e che uno reo divenuto principe, voglia operare
bene, e che gli caggia mai nell’animo usare quella autorità bene, che egli ha
male acquistata. Da tutte le soprascritte cose nasce la diffìcultà, o
impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una repubblica, o a
crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere,
sarebbe necessario ridurla più verso lo stato regio, che verso lo stato
popolare; acciocché quelli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia,
non possono essere corretti, lusserò da
una podestà quasi regia in qualche modo frenati. Ed a volergli fare per altra
via diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa, o al tutto impossibile;
come io dissi di sopra che fece Cleomene; il quale se, per essere solo, ammazzò
gli Efori; e se ROMOLO, per le medesime cagioni, AMMAZZO IL FRATELLO E TITO
TAZIO SABINO, e d ipoi usarono bene quella loro
autorità; nondimeno si debbe avvertire che V uno e T altro di costoro
non avevano il soggetto di quella corruzione macchiato della quale in questo
capitolo ragioniamo, e però poterono volere e, volendo, colorire il disegno
loro. Dopo uno eccellente principio si può mantenere un principe debole; ma
dopo un debole, non si può con un (diro debole mantenere alcun regno.
Considerato la virtù ed il modo del
procedere di ROMOLO, NUMA e TULIO, I PRIMI TRE RE ROMANI, si vede come Roma
sortì una FORTUNA GRANDISSIMA, AVENDO IL PRIMO RE FEROCISSIMO E BELLICOSO,
1’altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocia a Romolo, e più amatore
della guerra che della pace. Perchè in Roma era necessario che surgesse
ne’primi principii suoi un ordinatore
«lei vivere civile, ina era bene poi necessario che gli altri Re ripigliassero
LA VIRTU DI ROMOLO; ALTRIMENTI QUELLA
CITTA SAREBBE DIVENTATA EFFEMINATA, e preda de’suoi vicini. Donde si può notare
che uno successore non di tanta virtù quanto il primo può mantenere uno Stato
per la virtù di colui che PImretto innanzi, e si può godere te sue fatiche: ma
s’egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un altro che
ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno a rovinare. Cosi, per il contrario, se due, 1’uno
dopo P altro, sono di gran virtù, si vede spess che fanno cose grandissime, e
che ne vanno con la fama in fino al cielo. Davit, senza dubbio, fu un uomo per
arme, per dottrina, per giudizio
eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti ed abbattuti
tutti i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo un regno pacifico: quale
egli si potette con le arti «Iella pace,
e non della guerra, conservare; e si potette godere felicemente la virtù di suo
padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboan suo figliuolo; il quale non
essendo per virtù simile allo avolo, nè per fortuna simile al padre, rimase con fatica erede della sesta
parte del rt'guo. Baisit, sultan de’Turchi, ancora die fusse più amatore della
pace che della guerra, potette godersi le fatiche di Maumelto suo padre; il
quale avendo, come Davit, battuti i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e
da poterlo con F arte della pace facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo
Salì, presente signore, fusse stalo simile
al padre, c non all’avolo, quel regno rovinava: ma e’si vede costui
essere per superare la gloria dell'avolo. Dico pertanto con questi esempi, clic
dopo uno eccellente principe si può mantenere un principe debole; ma dopo un
debole non si può con un altro debole mantenere alcun regno, se già e’non fusse
come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli
principi sono deboli, che non stanno in
su la guerra. Couchiudo pertanto con questo discorso, clic LA VIRTU DI ROMOLO E
TANTA che la potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con
1’arte della pace reggere Roma: ma dopo lui successe Tulio, il quale pei’la sua
ferocia riprese la reputazione di ROMOLO:
dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato, che poteva usare la pace, e sopportare la guerra. E
prima si dirizzò a volere tenere la via della pace: ma subito conobbe come i
vicini, giudicandolo effeminato, lo
stimavano poco: talmente che pensò che,
a voler mantenere Roma, bisogna volgersi alla guerra, e somigliare Romolo,
e non Numa. Da questo piglino esempio tutti i principi che tengono stato, che
chi somiglierà Numa, lo terrà o non
terrà, secondo ehe i tempi o la fortuna gli girerà sotto: ma chi
somiglierà Romolo, e lui come esso armato di prudenza e d’armi, lo terrà in
ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto. K certamente
si può stimare che se Roma sortiva per terzo suo Re un uomo che non sapesse colle
armi renderle la sua reputazione, non arebbe mai poi, o con
grandissima dilTìcultà, potuto
pigliare piede, nè
fare quelli effetti
ch’ella fece. E così, in
mentre eh’ ella visse
sotto i Re, la portò
questi pericoli di
rovinare sotto un Re o
debole o tristo. Due
continove successioni di principi virtuosi fanno grandi effetti: c come
le repubbliche bene ordinate hanno di necessità virtuose successioni: c però
gli acquisti ctl auQumcnli loro sono
grandi. Poi che Roma ebbe cacciati i Re,
mancò di quelli pericoli i quali di sopradetti che la porta, succedendo in lei
uno Re o debole o tristo. Perchè la somma dello imperio si ridusse nc’ Consoli,
i quali non per eredità o per inganni o
per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed
erano sempre uomini eccellentissimi: de’quali godendosi Roma la virtù e la
fortuna di tempo in tempo, potette venire a quella sua ultima grandezza in
altrettanti unni, che la era stata sotto i Re. Perchè si vede, come due
coutinove successioni di principi virtuosi sono suffìzienti ad acquistare il mondo: come furono Filippo
di Macedonia ed Alessandro Magno, il clic tanto più debbe fare una repubblica,
avendo il modo dello eleggere non solamente due successioni, ma infiniti
principi virtuosissimi, che sono l’uno dell'altro successori: la quale virtuosa
successione fia sempre in ogni repubblica bene ordinata. Quanto biasimo meriti
quel principe e quella repubblica che
manca d'armi proprie. Debbono i presenti principi c le moderne repubbliche, le
quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro
medesime j e pensare, con lo esempio di Tulio, tale difetto essere non per
mancamento d’uomini alti alla milizia, ma per colpa loro, che non hanno saputo
fare i loro uomini militari. Perchè Tulio, scudo stata Roma in pace quaranta anni, non trovò, succedendo lui nel
regno, uomo che fussc stato mai alla guerra: nondimeno, disegnando lui fare
guerra, non pensò di valersi nè di Sanniti, nè di Toscani, nè di altri che
fussero consueti stare nell'armi; ma deliberò, come uomo prudentissimo, di
valersi de’ suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto il suo governo gli
potè fare soldati eccellentissimi. Ed è più
vero che alcuna altra verità, che se dove sono uomini non sono soldati,
nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura:
di che ce n’è uno esempio freschissimo. Perchè ognuno sa, come ne’ prossimi
tempi il re d’Inghilterra assaltò il regno di Francia, nè prese altri soldati
clic i popoli suoi; e per essere stato quel regno più clic trenta anni senza
far guerra, non aveva nè soldato nè
capitano che avesse mai militato: nondimeno, ei non dubitò con quelli assaltare
uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano stati
continovamcnte sotto l'armi nelle guerre d’Italia. Tutto nacque da essere quel
re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della pace non
intermette gli ordini della guerra. Pelopida ed Epaminonda tebani, poiché gli ebbero libera Tebe, e trattola
dalla servitù dello imperio spartano; trovandosi in una città usa a servire, ed
in mezzo di popoli effeminati; non
dubitarono, tanta era la virtù loro ! di ridurgli sotto Parrai, e con
quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi
he scrive, dice come questi due in breve tempo mostrarono, che non solamente
in bacedemonia nascevano gli uomini di
guerra, ma in ogni altra parte dove nascessino uomini, pur che si trovasse chi
li sapesse indirizzare alla milizia, come si vede che Tulio seppe indirizzare i
Romani. E VIRGILIO non potrebbe meglio esprimere questa oppinione, nè con altre
parole mostrare d’aderirsi a quella, dove dice: u Desidesque movebit Tullus in
arma viros. Quello che sia da notare nel
caso dei tre Orazi romani, e dei Tulio, re di Roma, e Mezio, re di Alba,
convennero che quel popolo fusse signore dell’altro, di cui i soprascritti tre
uomini vincessero. Furono MORTI TUTTI I CURIAZI albani, restò vivo uno degli
Orazi romani; e per questo, restò Mezio, re albaiio, con il suo popolo,
suggello ai Romani. E tornando quello ORAZIO VINCITORI IN ROMA e scontrando una
sua sorella, che era ad uno de’tre Curiazi morti maritata, clic PIANGEVA LA
MORTE DEL MARITO, L’AMMAZZO. Donde quello Orazio per questo fallo fu messo'in
giudizio, e dopo molte dispute fu libero, più per li prìeglii del padre, clic
per li suoi meriti. Dove sono da notare Ire cose: una, che mai non si debbe con
parte delle sue forze arrischiare tutta
la sua fortuna; l’altra, che non mai in una città bene ordinata li
devmeriti con li ineriti si ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti
savi, dove si debba o possa dubitare della inosservanza. Perchè, gl’importa
tanto a una città lo essere serva, che mai non si doveva credere che alcuno di
quelli Re o di quelli Popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli
avessino sottomessi; come si vide che
volle fare Mezio: il quale, benché subito dopo la vittoria de’Romani si
confessassi vinto, e promettessi la obedienza a Tulio; nondimeno nella prima
espedizione che egli ebbono a convenire contra i Veienli, si vide come ci cercò
d’ingannarlo; come quello che tardi s’era avveduto della temerità del partito
preso da lui. E perchè di questo terzo notabile se n’’è pnr luto assai, parleremo solo degli altri due ne’seguenti
duoi capitoli. Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte
le forze; c per questo j spesso il guardare i passi è dannoso. Non fu mai
giudicato partito savio mettere a pericolo tutta la fortuna tua, e non tutte le
forze. Questo si fu in più modi. L’uno è facendo come Tulio e Mezio, quando e’
commissouo la fortuna tutta della patria
loro, e la virtù di tanti uomini quanti avea l’uno e l’altro di costoro
negli eserciti suoi, alla virtù e fortuna di tre de’loro cittadini, clic veniva
ad essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. Nè si avvidono,
come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori
nell’ordinare la repubblica, per farla vivere lungamente libera e per fare i
suoi cittadini difensori della loro
libertà, era quasi che suta vana, stando nella potenza di sì pochi a perderla.
La qual cosa da quelli Re non potè esser peggio considerata. Cadesi ancora in
questo inconveniente quasi sempre per coloro, che, venendo il nemico, disegnano
di tenere i luoghi diffìcili, e guardare i passi: perchè quasi sempre questa
deliberazione sarà dannosa, se giù in quello luogo diffìcile comodamente tu non potessi tenere tutte le
forze tue. In questo caso tuie partito è da prendere; ma scndo il luogo aspro,
e non vi potendo tenere tutte le forze tue, il partito è dannoso. Questo mi fa
giudicare cosi lo esempio di coloro che, essendo assaltati da un nemico
potente, ed essendo il paese loro circondato da’monti e luoghi alpestri, noti
hanno mai tentato di combattere il nemico
in su’passi e in su’monti, ma sono iti ad incontrarlo di là da essi: o,
quando non hanno voluto far questo, lo hanno aspettato dentro a essi monti, in
luoghi benigni e non alpestri. E la cugioite ne è suta la preallegata: perchè,
non si polendo condurre alla guardia de’luoghi alpestri molli uomini, sì per
non vi potere vivere lungo tempo, si per essere i luoghi stretti e capaci di
pochi; non è possibile sostenere un nemico clic venga grosso ad urtarti: ed al
nemico è facile il venire grosso, perchè la intenzione sua è passare, e non
fermarsi; ed a chi l’aspetta è impossibile aspettarlo grosso, avendo ad
alloggiarsi per più tempo, non sapendo quando il nemico voglia passare in
luoghi, com’io ho detto, stretti e sterili. Perdendo, adunque, quel passo che
tu ti avevi presupposto tenere, e nel
quale i tuoi popoli e lo esercito tuo confidava, entra il più delle volte
ne’popoli e nel residuo delle genti tue tanto terrore, che senza potere
esperimentare la virtù di esse, rimani perdente; c così vieni ad avere perduta
tutta la tua fortuna con parte delle tue forze. Ciascuno sa con quanta
diftìcultà Annibaie passasse r Alpi che dividono la Lombardia dalia Francia, e
con quanta difficoltà passasse quelle
che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i Romani l’aspettarono prima
in sul Tesino, e di poi uel piano d’Arezzo; e vollon più tosto, che il loro
esercito fusse consumato dal nemico nelli luoghi dove poteva vincere, che
condurlo su per l’Alpi ad esser destrutto dalla malignità del sito. E chi
leggerà sensatamente tutte le istorie, troverà pochissimi virtuosi capitani
over tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette, e perchè e'non si
possono chiudere tutti; sendo i monti come campagne, ed avendo non solamente le
vie consuete e frequentate, ma molte altre, le quali se non sono note
a’forestieri, sono note a’paesani; con l’aiuto de’quali sempre sarai condotto
in qualunque luogo, contra alla voglia di citi ti si oppone. Di che se ne può addurre uno freschissimo esempio, nel
T 51 5 . Quando Francesco re di Francia disegna passare in Italia per lu
recuperatone dello Stalo di Lombardia, il maggiore fondamento clic facevano
coloro eli’erano alla sua impresa contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono
a’passi in su’monti. E, come per esperienza poi si vide, quel loro fondamento
restò vano: perché, lasciato quel re da
parte due o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un’altra via incognita;
e fu prima in Italia, e loro appresso, che lo avessino presentilo. Talché loro
isbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli di Lombardia si aderiron
alle genti franciose; sendo mancali di quella oppinione avevano, che i
Franciosi dovessino essere tenuti su’ monti. Le repubbliche bene ordinate
costituiscono premii c pene aJ loro
cittadini; ne compensano mai r uno con l’altro. Erano stati I MERITI D’ORAZIO
GRANDISSIMI, avendo con la sua virtù
VINTI I CURIAZIl. Era stato il fallo suo atroce, avendo MORTO LA
SORELLA: nondimeno dispiacque tanto tale omicidio ai Romani, che io condussero
a disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi c
sì freschi. La qual cosa a chi
superficialmente la considerasse, parrebbe uno esempio d’ingratitudine
popolare: nondimeno chi la esaminerà meglio, e con migliore considerazione
ricercherà quali debbono essere gli ordini delle repubbliche, biasimerà quel
popolo più tosto per averlo assoluto, che per averlo voluto condeunare. E la
ragione è questa, che nessuna repubblica bene ordinata, non mai cancellò i demeriti con gli meriti de’suoi
cittadini; ma avendo ordinati i preraii ad una buona opera e le pene ad una
cattiva, ed avendo premiato uno per aver bene operato, se quel medesimo opera
di poi male, lo gastica, senza avere riguardo alcuno alle sue buone opere. E
quando questi ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo;
altrimenti, sempre rovinerà presto.
Perchè, se ad un cittadino che abbia fatto qualche egregia opera per la
città, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli arreca, una
audacia e confidenza di potere, senza temer pena, fare qualche opera non buona;
diventerà in brievc tempo tanto insolente, che si risolverà ogni civilità. È
ben necessario, volendo clic sia temuta la pena per le triste opere, osservare
i premii per le buone; come si vede che
fece Roma. C benché una repubblica sia povera, e possa dare poco, debbe di quel
poco non astenersi; perchè sempre ogni piccolo dono, dato ad alcuno per
ricompenso di bene ancora che grande, sarà stimato, da chi lo riceve, onorevole
e grandissimo. È notissima la istoria di ORAZIO CODE e quella di MUZIO SCEVOLA:
come V uno sostenne i nemici sopra un ponte, tanto che si tagliasse: l’altro si
arse la mano, avendo errato, volendo ammazzare Porscna, re delli Toscani. A
costoro per queste due opere tanto egregie, fu donato dal pubblico due staiora
di terra per ciascuno. È nota ancora la istoria di MANLIO Capitolino. A costui,
per aver salvato il Campidoglio da' Galli che vi erano a campo, fu dato da
quelli che insieme eon lui vi erano
assediati dentro, una piccola misura di farina, il quale premio, secondo
la fortuna che allora corre in Roma, fu grande; e di qualità che, mosso poi
Manlio, o da invidia o dalla sua cattiva natura, a far nascere sedizione in
Roma, e cercando guadagnarsi il popolo, fu, senza rispetto alcuno de’suoi
meriti, gittato precipite da quello Campidoglio ch’egli prima, cou tanta sua
gloria, aveva salvo. Chi vuole riformare
uno stalo antico in una città libera, ritenga almeno l’ombra desmodi antichi.
Colui che desidera o clic vuole riformare uno stato d’una città, a volere elle
sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a
ritenere l’ombra almanco de’modi antichi, acciò che a’popoli non paia avere
mutato ordine, ancora che in fatto gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perchè
lo universale degli uomini si pasce così di quel che pare, come di quello che
è; anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono, che per quelle clic
sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere
libero questa necessità, avendo in cambio d’un Re creali duoi Consoli, non
vollono ch’egli avessino più clic dodici
littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai Re.
Olirà di questo, facendosi in Roma uno sacrifizio anniversario, il quale non
poteva esser fatto se non dalla persona del Re; e volendo i Romani che quel
popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli Re alcuna cosa
dell’antiche j, creorono un capo di detto sacrifìcio, il quale loro chiamorono
Re Sacrifìcolo, e lo sottomessono al
sommo Sacerdote: talmentechè quel popolo per questa via venne a satisfarsi di
quel sacrifizio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di desiderare
la tornata dei Re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono
scancellare uno antico vivere in una città, e ridurla ad uno vivere nuovo c
libero. Perchè alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle alterazioni
ritenghino più delr antico sia possibile; e se i magistrati variano e di numero
e d'autorità e di tempo dagli antichi, che almeno ritengliino il nome. E questo
debbe osservare colui che vuole ordinare una potenza assoluta, o per via di
repubblica o di regno: ma quello che vuol fare una potestà assoluta, quale
dagli autori è chiamala tirannide, debbe
rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirò. Un principe
nuovo, in i ima città o provincia presa da lui, 1 debbe fare ogni cosa nuova.
Qualunque diventa principe o d’unacittà o d’uno Stato, e tanto più quando i
fondamenti suoi lussino deboli, c non si volga o per via di regno o di
repubblica alla vita civile; il mcgliore rimedio che egli abbia a tenere quel
principato, è, sendo egli nuovo
principe, fare ogni cosa di nuovo in quello Stalo: come è, nelle città fare
nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi uomini; fare i
poveri ricchi, fece Davil quando ei diventò Re: qui csuricnles implevil bonis,
et divites dimirti inanes; edificare oltra di questo nuove città, disfare delie
fatte, cambiare gli abitatori da un luogo ad un altro; ed in somma, non lasciare cosa niuna intatta in quella
provincia, e che non vi sia nè grado, nè ordine, nè stato, uè ricchezza, che
chi la tiene non la riconosca da te; c pigliare per sua mira Filippo di
Macedonia, padre di Alessandro, il quale con questi modi, di piccolo Re,
diventò principe di Grecia. E chi scrive di lui, dice che tramutava gl uomini
di provincia in provincia, come i mandriani tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi,
e nemici d’ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunche
uomo fuggire, c volere piuttosto vivere privato, che Re con tanta rovina degli
uomini: nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene,
quando si voglia mantenere, convien die entri in questo male. >la gli uomini
pigliano certe vie del mezzo, clic sono
dannosissime; perchè non sanno essere nè tutti buoni nè tutti cattivi: come ne
seguente capitolo, per esempio, si mostrerà. Sanno rarissime volle gli uomini
essere al lutto tristi o al fulto buoni. Papa Giulio secondo, andando na
Bologna per cacciare di quello Stato la casa de’Bentivogli, la quale aveva
tenuto il principato di quella città cento anni, voleva ancora trarre Giovampagoto
Buglioni di Perugia, della quale era tiranno, come quello che aveva
congiurato contro a tutti gli tiranni che occupavano le terre della Chiesa. E
pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione nota a ciascuno,
non aspettò di entrare in quella città con lo esercito suo che lo guardasse,
mn % entrò disarmato, non ostante vi
fusse dentro Giovampagolo con genti assai, quali per difesa di sè aveva ragunate. Sicché, portato
da quel furore con il quale governa tutte le cose, colla semplice sua guardia
si rimesse nelle mani del nemico; il quale d ipoi ne menò seco, lasciando un
governadore in quella citta, che rendesse ragione pella Chiesa. Fu notala dagli
uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e la viltà di
Giovampagolo; uè potevano stimare donde
si venisse che quello noti avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un
tratto il nemico suo, e sè arricchito di preda, sendo col papa tutti li
cardinali, con tutte le lor delizie. Nè si poteva credere si fusse astenuto o
per bontà, o per conscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d’un uomo
facinoroso, che si tene la sorella, che aveva morti i cugini cd i nepoti per
regnare, non poteva scendere alcuno
pietoso rispetto: ina si conchiuse, che gli uomini no sanno essere
onorevolmente tristi, o perfettamente buoni; e come una tristizia ha in sè
grandezza, o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Cosi
Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non
seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendon giusta occasione, fare una impresa,
dove ciascuno avesse ammirato l’animo suo, e avesse di sè lasciato memoria
eterna; sendo il primo che avesse dimostro ai prelati, quanto sia da stimar
poco chi vive c regna come loro; ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza
avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, clic da quella potesse depeudere.
Per qual cagione i Romani furono meno ingrati agli loro cittadini che gli
Ateniesi. Qualunque legge le cose fatte dalle repubbliche, troverà in tutte
qualche spezie di ingratitudine contro a’suoi citladini; ma ne troverà meno in
Roma che in Atene e per avventura in qualunque altra repubblica. E ricercando
la cagione di questo, parlando di Roma c di Atene, credo accadesse perchè i
Romani avevano meno cagione di sospettare de’suoi cittadini, che gli Ateniesi.
Perchè a Roma, ragionando di lei dalla
cacciata dei Re intino a Siila e Mario, non fu mai tolta la libertà da alcuno
suo cittadino: in modo che in lei non era grande cagione di sospettare di loro,
e, per conseguente, di offendergli inconsideratamente intervenne bene ad Atene
il contrario: perché, sendole tolta la libertà da Pisistrato nel suo più
florido tempo, e sotto uno inganno di bontà; come prima la diventò poi libera, ricordandosi
delle ingiurie ricevute e della passata servitù, diventò acerrima vendicatrice
non solamente degli errori, ma delP ombra degli errori de' suoi cittadini. Di
qui nacque l’esilio e la morte di tanti eccellenti uomini; di qui Pordine dello
ostracismo, ed ogni altra violenza che contra i suoi ottimati in vari tempi da
quella città fu fatta. Ed è verissimo
quello che dicono questi scrittori della
civiltà: che i popoli mordono più fieramente poi ch’egli hanno recuperala la
libertà, che poi che l’hanno conservala. Chi considerrà adunque, quanto è
detto, non biasimerà in questo Atene, nè lauderà Roma; ma ne accuserà solo la
necessità, per la diversità degli accidenti che in queste città nacquero.
Perchè si vedrà, chi considererà le cose sottilmente, che se a Roma fusse siila tolta la libertà
come a Atene, non sarebbe stata Roma più pia verso i suoi cittadini, che si
fusse quella. Di che si può fare verissima conieltura per quello che occorse,
dopo la cacciata dei Re, contra a Collatino ed a Publio Valerio: de’quali il
primo, ancora elicsi trovasse a liberare Roma, E MANDATO IN ESILIO NON PER
ALTRA CAGIONE CHE PER TENERE IL NOME DE’ TARQUINI; P altro, avendo sol «lato di
sè sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per essere
fatto esule. Talché si può stimare, veduto quanto Roma fu in questi due
sospettosa e severa, che Farebbe usata la ingratitudine come Atene, se da’suoi
cittadini, come quella ne’primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fosse
stata ingiuriata. G per non avere a tornare più sopra questa materia della
ingratitudine, ne dirò quello ne occorrerà nel seguente capitolo. Quale sia più
ingrato, o un popolo j o un principe. Egli mi pare, a proposito della
soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempi questa
ingratitudine, 0 un popolo, o un principe. E per disputare meglio questa parte,
dico, come questo vizio della
ingratitudine nasce o dalla avarizia, o dal sospetto. Perchè, quando o
un popolo o un priacipe ha mandato fuori un suo capitano in una cspedizione
importante, dove quel capitano, vincendola, ne abbia acquistata assai gloria;
quel principe o quel popolo è tenuto allo incontro a premiarlo: e se, in cambio
di premio, o ei lo disonora o ei T offende, mosso dalla avarizia, non volendo,
ritenuto da questa cupidità, satisfarli;
fa uno errore che non ha scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna. Pure si
trovano molti principi che ci peccano. E Cornelio TACITO dice, con questa
sentenzia, la cagione: Proclivius est inj ur ite, quarti beneficio vicem
cxsolvcre, quia grafia oneri, ultio in questu fiabe tur. Ma quando ei non lo
premia, o, a dir meglio, l’offende, non mosso da avarizia, ma da sospetto; allora merita, e il popolo e
il principe, qualche scusa. E di queste ingratitudini usate per tal cagione, se
ne legge assai: perchè quello capitano il quale virtuosamente ha acquistato uno
imperio al suo signore, superando i nemici, e riempiendo sè di gloria e gli
suoi soldati di ricchezze; di necessità, e con i soldati suoi, e con i nemici,
e coi sudditi propri di quel principe
acquista tanta reputazione, che quella vittoria non può sapere di buono
a quel signore che lo ha mandato. G perchè la natura degli uomini è ambiziosa e
sospettosa, e non sa porre modo a ntssuna sua fortuna, è impossibile che quel
sospetto che subito nasce nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano,
non sia da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine usato insolentemente. Talché il principe non può
peusare ad altro che assicurarsene; e per fare questo, pensa o di farlo morire,
o di torgli la reputazione che egli si ha guadagnala nel suo esercito e ne’suoi
popoli: e con ogni industria mostrare che quella vittoria è nata non per la
virtù di quello, ma per fortuna, o per viltà dei nemici, o per prudenza degli
altri capitani clic sono stati seco in tale l’azione. Poiché Vespasiano, sendo
in Giudea fu dichiarato dal suo esercito imperadore; Antonio Primo, che si
trova con un altro esercito in llliria, prese le parti sue, e ne venne in
Italia contea a Vitellio il quale regna a Roma, e virluosissimamente ruppe due
eserciti Vitelliani, c occupò Roma; talché Muziano, mandato da Vespasiano, trova
per la virtù d’Antonio acquistato il tutto, e vinta ogni diffìcultà. Il premio
che Autonio ne riportò, fu che Muziano gli tolse subito l’ubidienza dell’esercito,
e a poco a poco io riduce in Roma senza alcuna autorità: talché Antonio ne andò
a trovare Vespasiano, il quale era ancora in Asia; dal quale fu in modo
ricevuto, che, in breve tempo, ridotto in nessun grado, quasi disperato morì. E
di questi esempi ne sono piene le istorie.
Ne’nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa con quanta industria
e virtù Ferrante, militando nel regno di Napoli contra a’ Franciosi per
Ferrando Re di Ragona, conquistasse e vince quel regno; e come, per premio di vittoria, ne riportò
che Ferrando si parti da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli levò la
obedienza delle genti d’arme, c di poi gli tolse le fortezze, ed appresso
lo menò seco in Spagna; dove poco tempo
poi, inonorato, mori. È tanto, dunque, naturale questo sospetto ne’principi,
che non se ne possono difendere; ed è impossibile ch’egli usino gratitudine a
quelli che con vittoria hanno fatto sotto le insegne loro grandi acquisti. E da
quello che non si difende un principe, non è miracolo, nè cosa degna di maggior
considerazione, s.e un popolo non se ne
difende. Perchè, avendo una città che vive libera, duoi fini, V uno lo
acquistare, l’altro il mantenersi libera; conviene che nell’una cosa e
nell’altra per troppo amore erri. Quanto agli errori nello acquistare, se ne
dirà nel luogo suo. Quanto agli errori per mantenersi libera, sono, intra gli
altri, questi: di offendere quei cittadini elicla doverrebbe premiare; aver
sospetto di quelli in cui si doverrebbe
confidare. E benché questi modi in una repubblica venuta alla corruzione siano
cagione di grandi mali, c che molle volte piuttosto la viene alla tirannide,
come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello che la
ingratitudine gli negava; nondimeno in una repubblica non corrotta sono cagione
di gran beni, e fanno che la ne vi\e libera più, mantenendosi per paura ili punizione gli uomini migliori, e
meno ambiziosi. Vero è che infra tutti i popoli che mai ebbero imperio, per le
cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata: perchè della sua
ingratitudine si può dire che non ci sia altro esempio che quello di Scipione;
perchè Coriolano c Cammillo fumo fatti esuli per ingiuria che l’uno e l’altro
aveva fatto alla Plebe. Ma all’uno non fu
perdonato, per aversi sempre riserbato contea al Popolo l’animo nemico; Paiteo
non solamente fu richiamato, ma per tutto il tempo della sua vita adorato come
principe. Ma la ingratitudine usata a Scipione, nacque d’un sospetto che i
cittadini cominciorno avere di lui, che degli altri non s’era avuto: il quale
nacque dalla grandezza del nemico che Scipione aveva vinto; dalla reputazione che gli aveva data la vittoria di
sì lunga e pericolosa guerra; dalla celerità di essa; dai favori che la
gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili virtuti gli acquistavano. Le
quali cose furono tante, che, non che altro, i magistrati di Roma temevano
della sua autorità: la qual cosa spiaceva agl’uomini savi, come cosa inconsueta
in Roma. E parve tanto straordinario il vivere suo, che CATONE PRISCO, riputato
santo, fu IL PRIMO a fargli contra; e a dire che una città non si poteva
chiamare libera, dove era un cittadino che fusse temuto dai magistrati. Talché,
se il popolo di Roma 1 seguì in questo
caso L’OPINIONE DI CATONE, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare
quelli popoli e quelli principi che per sospetto sono ingrati. Conchiudendo
adunque questo discorso, dico, che usandosi questo vizio della ingratitudine o
per avarizia o per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per T avarizia la
usorno, e per sospetto assai i manco che
i principi, avendo meno cagione di sospettare: come di sotto si dirà. Quali
modi debbo usare un principe o una repubblica per fuggire questo vizio della
ingratitudine: c quali quel capitano o quel cittadino per non essere oppresso
da quella. Un principe, per fuggire questa necessità di avere a vivere con
sospetto, o esser ingrato, debbe personalmente andare nelle espedizioni;
come facevano nel principio quelli
imperadori romani, come fu ne’tempi nostri il Turco, c come hanno fatto e fanno
quelli che sono virtuosi. Perchè, vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto
loro; e quando non vi sono, sendo la gloria d’altrui, non pare loro potere
usare quello acquisto, s’ei non spengono in altrui quella gloria che loro non
hanno saputo guadagnarsi, e diventare ingrati ed ingiusti: e senza dubbio, è maggiore la loro
perdita, che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per poca prudenza, e’si
rimangono a casa oziosi, c mandano un capitano; io non ho che precetto dar loro
altro, che quello che per lor medesimi si sanno. Ma dico bene a quel capitano,
giudicando io che non possa fuggire i morsi della ingratitudine, che faccia una
delle due cose: o subito dopo la
vittoria lasci lo esercito c rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi
da ogni atto insolente o ambizioso; acciocché quello, spogliato d’ogni
sospetto, abbia cagione o di premiarlo o di non lo offendere: o, quando questo
non gli paia di fare, prenda animosamente la parte contraria, e tenga tutti
quelli modi per li quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non
del principe suo, facendosi benivoli i
soldati ed i sudditi; e faccia nuove amicizie coi vicini, occupi con li suoi
uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli che non
può corrompere s’assicuri; e per questi modi cerchi di punire il suo signore di
quella ingratitudine che esso gli userebbe. Altre vie non ci sono: ma, come di
sopra si disse, gli uomini non sanno essere nè al tutto tristi, nè al tutto buoni: e sempre
interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito non vogliono,
portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che abbino in sè
Tonorevole, non sanno; talché, stando ambigui, intra quella loro dimora ed
ambiguità, sono oppressi. Quanto ad una repubblica, volendo fuggire questo vizi
dello ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al principe; cioè che
vadia, e non mandi, nelle cspedizioni sue, sendo necessitate a mandare un suo
cittadino. Conviene, pertanto, che pei rimedio io le dia, che la tenga i
medesimi modi che tenne la repubblica romana, ad esser meno ingrata che
l’altre: il che nacque dai modi del suo governo. Perchè, adoperandosi tutta la
città, e gli nobili e gli ignobili,
nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età tanti uomini virtuosi, ed
ornati di varie vittorie, che il popolo non avea cagione di dubitare di alcuno
di loro, sendo assai, c guardando P uuo Patirò. E in tanto si mantenevano
interi, e respettivi di non dare, ombra di alcuna ambizione, uè cagione al
popolo, come ambiziosi, d’offendergli; che venendo alla dittatura, quello
maggior gloria ne riporta, che più tosto
la depone. E cosi, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano
ingratitudine. In modo che, una repubblica che nott voglia avere cagione
d’essere ingrata, si debbo governare come Roma; c uno cittadino che voglia fuggire
quelli suoi morsi, debbc
osservare i termini osservati
dai cittadini romani. Che » capitani
romani per errore commesso
?io« furono mai istraordinariamcnlc puniti; nè furono mai
ancora puniti quando, pella ignoranza loro o tristi partiti presi da loro, ne
fissino seguiti danni alla repubblica. 1 Romani, non solamente, come di sopra
avemo discorso, furono manco ingrati die V altre repubbliche, ma furono ancora
più pii e più respctlivi nella punizione de’loro capitani degli eserciti, che
alcune altre. Perchè, se il loro errore fussc stato per malizia, e’lo
gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissino, e’ lo
premiavano ed onoravauo. Questo modo del procedere era bene considerato da
loro: perchè e' giudicavano che fusse di tanta importanza a quelli che
governavano gl’eserciti loro, lo avere l’animo libero ed espedito, e senza
altri estrinsechi rispetti nel pigliare i parliti, che non volevano aggiugnere ad una cosa per sè stessa
difficile e pericolosa, nuove difficultà c pericoli; pensando che
aggiugttendovcli, nessuno potesse essere che operasse mai virtuosamente.
Verbigrazia, e’mandavano uno esercito in Grecia contra a Filippo di Macedonia,
o in Italia contra ad Annibale, o contro a quelli popoli che vinsono prima. Era
questo cupitano clic era preposto a tale espedizione, angustiato da tutte
quelle cure che s’arrecavano dietro quelle faccende, le quali sono gravi e
importantissime. Ora, se a tali cure si fus»sino aggiunti più esempi di Romani
ch’eglino avessino crucifissi o altrimenti morti quelli che avessino perdute le
giornale, egli era impossibile che quello capitano intra tanti sospetti potesse
deliberare strenuamente. Però, giudicando essi
che a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere perduto, non
gli vollono con altra maggior pena sbigottire. Uno esempio ci è, quanto allo
errore commesso non per ignoranza. Erono Sergio e Virginio a campo a Veio,
ciascuno preposti ad una parte dello esercito; de’quali Sergio era all’incontro
donde potevano venire i Toscani, c Virginio dall’altra parte. Occorse che
sendo assaltato Sergio dai Falisci e da
altri popoli, sopportò d’essere rotto c fugato prima che mandare per aiuto a
Virginio. E dall’altra parte, Virginio aspettando che si umiliasse, volle piuttosto
vedere, il disonore della patria sua, e la rovina di quello esercito, clic
soccorrerlo. Caso veramente esemplare e tristo, c da fare non buona coniettura
della Repubblica romana, se 1’uno c l’altro non
fusscro stati gasligali. Vero è che, dove un’altra repubblica gli a r
ebbe puniti di pena capitale, quella gli punì in danari. II che nacque non
perchè i peccali loro non meritassino maggior punizione, ma perchè gli Romani
voiiono in questo caso, per le ragioni già dette, mantenere gli antichi costumi
loro. E quanto agii errori per ignoranza, non ci è il più bello esempio che
quello di VARRRONE (si veda): per la
temerità del quale sendo rotti i Romani a Canne d’Annibaie, dove quella
Repubblica porta pericolo della sua libertà; nondimeno, perchè vi fu ignoranza
e non malizia, non solamente non lo gastigorno ma lo onororno, e gl’anda
incontro nella tornata sua in
Roma tutto l’Ordine
senatorio; e non lo potendo
ringraziare della zuffa, Io
ringraziarono eh’ egli
era tornato in Roma,
c non si era
disperato delle cose romane.
Quando Papirio Cursore
volevu fare morire Fabio,
per avere contea
al suo comandamento combattuto
coi Sanniti; intra le altre
ragioni che dal patire di Fabio erano assegnale conira alla ostinazione del
Dittatore, era che il Popolo romano in alcuna perdita de’suoi Capitani non
aveva fatto mai quello che Papirio nella vittoria voleva fare. Una repubblica o
uno principe non e sia conira ad una consuetudine antica della città, è
scandalosissimo. Egli è sentenza degli antichi scrittori, come gli uomini
sogliono affliggersi nel male c stuccarsi nel benej e come dul1’una e dall’altra
di queste due passioni nascono i medesimi effetti. Perchè, qualunque volta è
tolto agli uomini il combattere per
necessità, combattono per ambizione: la quale è tanto potente ne’petti
umani, che mai, a qualunque grado si salgano, gl’abbandona. La cagione è,
perchè la natura ha creati gl’uomini in modo, che possono desiderare ogni cosa,
e non possono conseguire ogni cosa: talché, essendo sempre maggiore il
desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di
quello che si possiede, e la poca
satisfazionc di esso. Da questo nasce il variare della fortuna loro: perchè
desiderando gli uomini, parte d’avere più, parte temendo di non perdere lo
acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla quale nasce la
rovina di quella provincia, e la esaltazione di quel1’altra. Questo discorso ho
fatto perchè alla Plebe romana non bastò assicurarsi de’ Nobili per la creazione de’Tribuni, al quale desiderio fu
constretta per necessità; che lei subito, ottenuto quello, comincia a
combattere per ambizione, e volere con la Nobiltà dividere gli onori e le
sustanze, come cosa stimata più dagli uomini. Da questo nacque il morbo che
partorì la contenzione della legge agraria, ed in (ine fu causa della
distruzione della Repubblica romana. E perchè le repubbliche bene ordinate hanno a tenere ricco il
pubblico, e li loro cittadini poveri; convenne che fusse nella città di Roma
difetto in questa legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che
la non si avesse ogni di a ritrattare; o che la si differisse tanto in farla,
che fusse scandotoso il riguardarsi indietro; o sendo ordinata bene da prima,
era stata poi dall’uso corrotta; talché, in qualunque modo si fusse, mai non si parlò di questa
legge in Roma, che quella città non anda sottosopra. Aveva questa legge duoi
capi principali. Ter l’uno si dispone clic non si potesse possedere per alcun
cittadino più che tanti iugeri di terra; per V altro, che i campi di che si
privavano i nimici, si dividessino intra il popolo romano. Veniva pertanto a
fare di duoi sorte offese ai Nobili: perchè quelli che possedevano più beni non
permetteva la legge (quali erano la maggior parte de’Nobili), ne avevano ad esser privi; e dividendosi
intra la Plebe i beni de’nimici, si toglieva a quelli la via dello arricchire.
Sicché, venendo ad essere queste offese contra ad uomini potenti, e che pare
loro, contrastandola, difendere il pubblico; qualunque volta, com’è detto, si
ricorda, anda sottosopra quella città:
ed i Nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano, o con trac fuora un
esercito, o che a quel Tribuno che la propone s’opponesse uno altro Tribuno; o
talvolta cederne parte; ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse
a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, pel quale surgendo questa
disputa della legge, si mandò in quel luogo una colonia traila di Roma, alla quale si consegnasse
detto contado. Dove L. usa un termine
notabile, dicendo clic con ditTìcultà si trovò in Roma eli i desse il nome per
ire in detta colonia: tanto era quella Plebe più pronta a volere desiderare le
cose in Homa, che a possederle in Anzio ! Andò questo umore di questa legge
così travagliandosi un tempo, tanto che i Romani cominciarono a condurre le loro armi nell’estreme parti d’Italia, o
fuori di Italia; dopo al qual tempo
parve che la restasse. Il che nacque perchè i campi che possedevano i nimici di
Roma essendo discosti dagli occhi della
Plebe, cd in luogo dove non gli era facile il coltivargli, veniva meno
ad esserne desiderosa: ed ancora i Romani erano meno punitori tic’ loro nemici
in siinil modo; e quando pure
spogliavano alcuna terra del suo
contado, vi distribuivano colonia. Tanto che per tali cagioni questa legge
stette come addormentata inOno
a’Gracchi: da’quali essendo poi svegliata, rovinò al tutto la libertà romana;
perchè la trovò raddoppiata la potenza de’suoi avversari, e si accese per
questo tante odio intra la Plebe ed il Senato, che si venne all’armi ed al
sangue, fuor d’ogni modo e costume
civile. Talché, non potendo i pubblici magistrati rimediarvi, nè
sperando più alcuna delle fazioni in quelli, si ricorse a’rimedi privati, e
ciascuna delle parti pensò di farsi uno capo che la difendesse. Pervenne in
questo scandalo e disordine la Plebe, e volse la sua riputazione a Mario, tanto
che la lo fece quattro volte Consolo; ed
in tanto continuò con pochi intervalli il suo consolato, che si potette per sè stesso far Consolo tre
altre volte. Contra alla qual peste non avendo la Nobiltà alcuno rimedio, si
volse a favorir Siila; e fatto quello capo della parte sua, vennero alle guerre
civili e dopo molto sangue e variar di fortuna, rimase superiore la Nobiltà.
Risuscitorono poi questi umori a tempo di Cesare c di Pompeo; perchè, fattosi
Cesare capo della parte di Mario, c Pompeo
di quella di Siila, venendo alle mani rimase supcriore GIULIO CESARE: IL
QUALE E IL PRIMO TIRANNO IN ROMA, TALCHE MAI E POI LIBERA QUELLA CITTA. Tale,
adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E benché noi mostrassimo
altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato c la Plebe mantenessero
libera Roma, per nascerne da quelle leggi in favore della libertà; e per questo
paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria; dico come,
per questo, io non mi rimuovo da tale oppinionc: perchè egli è tanta P
ambizione de’grandi, che se per varie vie ed in vari modi la non ò in una città
sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua. In modo che, se la
contenzione della legge agraria penò trecento anni a fare Roma serva, si sarebbe condotta, per avventura, molto più
tosto iti servitù, quando la Plebe, e con questa legge c con altri suoi
appetiti, non avesse sempre frenato la ambizione de’Nobili. Vedasi per questo
ancora, quanto gli uomini stimano più la roba che gli onori. Perchè la Nobiltà
romana sempre negli onori eedè senza scandali istraordinari alla Plebe; ma come
si venne alla roba, fu tanta la
ostinazione sua nel difenderla, che la Plebe ricorse, per Sfogare
1’appetito suo, a quelli istraordinari che di sopra si discorrono. Del quale disordine furono motori i Gracchi;
de’quali si dcbbe laudare più la intenzione che la prudenza. Perchè, a voler levar
via uno disordine cresciuto in una repubblica,
e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male
considerato; e, come di sopra largamente
si discorse, non si fa altro che accelerare quel male a che quel disordine ti
conduce: ma temporeggiandolo, o il male viene più tardo, o per sè medesimo col
tempo, avanti che venga al fine suo, si spegne. Le repubbliche deboli sono male
risolute, e non si sanno deliberare; c se le pigliano mai alcuno partito j
nasce più da necessità che da elezione. Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per
questo agli Volaci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressar Roma;
fatti questi due popoli uno grossissimo esercito, assalirono gli Latini e gli
Ernici, e guastando il loro paese, furono constretti gli Latini c gli Ernici
farlo intendere a Roma, c pregare che fussero difesi da' Romani: ai quali,
sendo i Romani gravati dal morbo,
risposero che pigliassero partito di difendersi da loro medesimi e con
le loro armi, perchè essi non li potevano difendere. Dove si conosce la
generosità e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni fortuna volle
essere quello che fusse principe delle deliberazioni che avessero a pigliare i
suoi; nè si vergognò mai deliberare una cosa che fusse contraria al suo modo di
vivere o ad altre deliberazioni fatte da
lui, quando la necessità gliene comanda. Questo dico perchè altre volte il
medesimo Senato aveva vietato ai detti popoli l’armarsi e difendersi; talché ad
uno Senato meno prudente di questo, sarebbe parso cadere del grado suo a
concedere loro tale difensione. Ma quello sempre giudicò le cose come si
debbono giudicare, e sempre prese il meno reo partilo per migliore; perchè male
gli sapeva non potere difendere i suoi sudditi; male gli sapeva che si
armassino senza loro, per le ragioni dette, e per molte altre che si intendono:
nondimeno, conoscendo che si sarebbono armati, per necessità, a ogni modo,
avendo il nimico addosso; prese la parte onorevole, e volle che quello clic gli
avevano a fare, lo facessino con licenzia sua, acciocché avendo disubbidito per necessità, non si
avvezzassino a disubbidire per elezione. E benché questo paia partito che da
ciascuna repubblica dove esser preso; nientedimeno le repubbliche deboli e male
consigliate non gli sanno pigliare, nè si sanno onorare di simili necessità.
Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi.
Dipoi, volendosene tornare a Roma per la
Toscana, mandò in Firenze uno suo uomo a domandare il passo per sé e per
il suo esercito. Consultossi in Firenze come si avesse a governare questa cosa,
nè fu mai consigliato per alcuno di concedergliene. In che non si seguì il modo
romano: perchè, sendo il Duca armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati
che non gli potevano vietare il passare, era molto piu onore loro, che paresse che passasse con permissione di
quelli, che a forza; perchè, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe
stato in parie minore quando I’avessero governata altrimenti. Ma la più cattiva
parte che abbino le repubbliche deboli, è essere irresolute; in modo che lutti
i partili che le pigliano, gli pigliano per forza; e se vieti loro fatto alcuno
bene, lo fanno forzato, c non per prudenza
loro. Io voglio dare di questo duoi altri esempi, occorsi ne’tempi
nostri nello stato della nostra città, nel mille cinquecento. Ripreso che il re
Luigi XII di Francia ebbe Milauo,
desideroso di rendergli Pisa, per aver
cinquanta mila ducati che gli erano stati promessi da’ Fiorentini dopo tale
restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa, capitanati da monsignor
Beaumonte; benché francese, nondiraanco
uomo in cui i Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo esercito e questo
capitano intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando
alcuno giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennero oratori Pisani a
Beaumonte, e gli offerirono di dare la città allo esercito francese con questi
patti: che, sotto la fede del re, promettesse non la mettere in mano de’Fiorentini, prima che dopo quattro
mesi. Il qual partito fu dai Fiorentini al tutto rifiutato, in modo che si
seguì nello andarvi a campo, e partissene con vergogna. Nè fu rifiutato il
partito per altra cagione, che per diffidare della fede del re; come quelli che
per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani sue: e
dall’altra parte, non se ne fidavano, nè vedevano quanto era meglio che il re
potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e non la rendendo scoprire P animo
suo, che non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati comperare
quelle promesse. Talché molto più utilmente arebbono fatto a consentire che
Beaumonlc V avesse, sotto qualunque pròmessa, presa: come se ne vide la
espcrienza di poi, die essendosi ribellato Arezzo, venne a’soccorsi de’Fiorentini mandato dal re
di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il qual giunto propinquo ad
Arezzo, dopo poco tempo cominciò a praticare accordo con gli Aretini, i quali
sotto certa fede volevano dare la terra, a similitudine de’Pisani. Fu rifiutato
in Firenze tale partito; il che veggendo monsignor Imbalt, e parendogli come i
Fiorentini se ne inlendessino poco, comincia a tenere le pratiche dell’accordo
da se, senza participazione de’Commessaci: tanto che e’io conchiuse a suo modo,
e sotto quello colle sue genti se ne entra in Arezzo, facendo intendere
a’Fiorentini come egli erano matti, e non s’intendevano delle cose del mondo:
che se volevano Arezzo, lo fucessino intendere al re, il quale lo poteva dar
loro molto meglio, avendo le sue genti in quella città, che fuori. Non si resta
in Firenze di lacerare e biasimare detto Imbalt; nè si resta mai, infino a
tanto che si conobbe che se Beaumonte fusse stato simile a Imbalt, si sarebbe
avuto Pisa come Arezzo. E cosi, per tornare a proposito, le repubbliche
irresolute non pigliano mai partiti buoni, se non per forza, perchè la
debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è alcuno dubbio; e se quel
dubbio non è cancellalo da una violenza, che le sospinga, stanno sempre mai
sospese. In diversi popoli si veggono spesso i medesimi accidenti. E’si conosce
facilmente per chi considera le cose presenti e l’antiche, come in tutte le
città ed in tutti i popoli sono quelli medesimi desiderii e quelli medesimi
umori, e come vi furono sempre: in modo che gli è facil cosa a chi esamina con diligenza
le cose passate, prevedere in ogni repubblica le future, c farvi quelli rimedi
che dagli antichi sono stati usati; o non ne trovando degli usati, pensarne
de’nuovi, pella similitudine degl’accidenti. Ma perchè queste considerazioni
sono neglette, o non intese da chi legge; o se le sono intese, non sono
conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandali in
ogni tempo. Avendo la città di Firenze perduto parte dell’imperio suo, come
Pisa ed altre terre, fu necessitata a fare guerra a coloro che l’occupano. E
perchè chi l’occupa era potente, ne seguiva che si spende assai nella guerra,
senza alcun frutto; dallo spendere assai ne risulta assai gravezze; dalle
gravezze, infinite querele del popolo; e perchè questa guerra era amministrata
d’uno magistrato di dieci cittadini che si chiamano i Dieci della guerra, 1’universale
comincia a recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione della guerra e
delle spese d’essa; e corniliciò a persuadersi che tolto via detto magistrato,
fusse tolto via la guerra: tanto che avendosi a rifare, non se gli fecero gli
scambi; e lasciatosi spirare, si commisero le azioni sue alla Signoria. La
qual deliberazione fu tanto perniziosa
che non solamente non leva la guerra come l’universale si persuade; ma tolto
via quelli uomini che con prudenza l’amministravano, ne seguì tanto disordine,
die, oltre a Pisa, si perde Arezzo e
molti altri luoghi: in modo che,
ravvedutosi il popolo dell’errore suo, e come la cagione del male era la febbre
e non il medico, rifece il magistrato de’Dieci. Questo medesimo umore si leva
in Roma conira al nome de’Consoli: perchè, veggendo quello Popolo nascere 1’una
guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e'dovevano pensare che la
nascesse dalla ambizione de’vicini che gli volevano opprimere; pensano nascesse
dall’ambizione dei Nobili, che non potendo dentro in Roma gastigar la Plebe
difesa dalla potestà tribunizia, la volevano condurre fuori di Roma sotto i
Consoli, per opprimerla dove non aveva aiuto alcuno. E pensarono per questo,
che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potestà,
che e’non avessino autorità sopra il popolo, nè fuori nè in casa. Il primo che
tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale propone che si
dovessero creare cinque uomini che dovessino considerare la potenza de’Consoli,
e limitarla. II che altera assai la Nobiltà, parendoli che la maiestà
dell’imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobiltà non restasse più
alcuno grado in quella Repubblica. Fu nondimeno tanta l’ostinazione dei
Tribuni, che il nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo
qualche altro ordine, piuttosto creare Tribuni con potestà consolare, che i
Consoli: tanto avevano più in odio il nome che le autorità loro. E cosi
seguitorno lungo tempo, infino che conosciuto io errore loro, còme i Fiorentini
ritornorno ai Dieci, così loro ricreorno i Consoli. La creazione del
DECEMVIRATO in Roma, e quello che in essa è da notare: dove si considera, intra
molte altre cose, come si può salvare per simile accidente, o oppressore
una repubblica. Volendo discorrere
particolarmente sopra gl’accidenti che nacquero in Roma pella creazione del
decemvirato, non mi pare soperchio narrare prima tutto quello che segui per
simile creazione, e dipoi disputare quelle porti che sono in esse azioni
notabili: le quali sono molte, e di grande considerazione, cosi per coloro che
vogliono mantenere una repubblica libera, come per quelli che disegnassino
sommetterla. Perchè in tale discorso si vedranno molti errori fatti dal Senato
e dalla Plebe in disfavore della libertà; e molli errori fatti d’APPIO, capo
del decemvirato; in disfavore di quella tirannide ch’egli s’aveva presupposto
stabilire in Roma. Dopo molte deputazioni c contenzioni seguite intra il Popolo
e la Nobiltà per fermare nuove leggi in Roma, pelle quali e’si stabilisse più la libertà di
quello stato; mandarono, d’accordo, Spurio Postumio con duoi altri cittadini ad
Atene pegl’essenti di quelle leggi che Solone da a quella città, acciocché
sopra quelle potessero fondare le leggi romane. Andati e tornati costoro, si
venne alla creazione degl’uomini eh’avessino ad esaminare e fermare de.tte
leggi; e ercorno dieci cittadini per un anno, tra i quali fu creato APPIO CLAUDIO, il primo
filosofo romano, uomo sagace ed inquieto. E perchè e'potessimo senza alcuno
rispetto creare tali leggi, si levarono di Roma tutti gli altri magistrati, ed
in particolare i Tribuni e i Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che
tale magistrato veniva ad essere al tulio principe di Roma. Appresso ad APPIO
si ridusse tutta 1’autorità degli altri suoi compagni, per gli favori clic gli
fa la Plebe: perché egli s’era fatto in modo popolare colle dimostrazioni, che
pare meraviglia eh’egli avesse preso sì presto una nuova natura c uno nuovo
ingegno, essendo stato tenuto innanzi a questo tempo un crudele persecutore
della Plebe. Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo più che
dodici littori, i quali andavano davanti
a quello ch’era infra loro preposto. E bench’egli avessino 1’autorità assoluta,
nondimeno avendosi a punire un cittadino romano per omicidio, lo citorno nel
conspelto del Popolo, e da quello lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi
in dicci tavole, ed avanti che le confirmassero, le messono in pubblico,
acciocché ciascuno le potesse leggere c disputarle; acciocché si
conoscesse se vi era alcuno difetto, per
poterle binanti alla confirmazionc loro emendare. Fece, in su questo, Appio
nascere un rornorc per Bomn, che se a queste dieci tavole se n’ aggiungcssiuo
due altre, si darebbe a quelle la loro perfezione; talché questa oppinionc
dette occasione al Popolo di rifare i Dieci per uno altro anno: a che il Popolo
s’accorda volentieri; si perchè i Consoli non si rifacessino; sì perchè
speravano loro potere stare senza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come
di sopra si disse. Preso, adunque, partito di rifargli, tutta la Nobiltà si
mosse a cercare questi onori, ed intra i primi era Appio; ed usa tanta umanità
verso la Plebe nel domandarla, che la comincia ad essere sospetta a suoi
compagni: credebant cnim liaud gratuitam in lanla superbia comilatcmfore. E dubitando d’opporsegli
apertamente, diliberarono farlo con arte; e benché e’fusse minore di tempo di
tutti, dettono a lui autorità di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo eh’egli
osservasse i termini degl’altri di non proporre sè medesimo, sendo cosa
inusitata e ignominiosa in Roma, Me vero imprdimentum prò occasione arripuit; e
nominò sè intra i primi, con meraviglia e dispiacere di tutti i Nobili: nominò
poi nove altri al suo proposito. La qual nuova creazione fatta per uu altro
anno, cominciò a mostrare al Popolo cd alla Nobiltà lo error suo. Perchè subito
Appio: finem fedi ferenda aliena persona; e comincia a mostrare la innata sua
superbia, ed in pochi dì riempiè di suoi costumi i suoi compagni. E per
Sbigottire il Popolo ed il Senato, in
scambio di dodici littori, ne feciono cento venti. Stette la paura
eguale qualche giorno; ma cominciarono poi ad intrattenere il Senato, e battere
la Plebe: e s’alcuno battuto dall’uno, appella ali’altro, era peggio trattalo
nell’appeltagione che nella prima causa. In modo che la Plebe, conosciuto l’errore
suo, comincia piena d’afflizione a riguardare in viso i Nobili; et inde
libcrtatis captare a urani, linde
servitutem tiinendoj in cum s taluni rempublicam adduxerant. E alla Nobiltà era
grata questa loro afflizione, ut ipsij teedio prcesenliunij Consules desiderar
ent. Vennero i di clic terminavano l’anno: le due tavole delle leggi erano
fatte, ma non pubblicate. Da questo i Dicci presono occasione di continovare
nel magistrato, c cominciorono a tenere con violenza lo Stato, e farsi
satelliti della gioventù nobile, alla quale davano i beni di quelli che loro
condannavano. Quibus donis Juventus coirumpebatur, et malebat liccnliam suoni,
i quatn omnium liberlatcm. Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i Volsci
mossero guerra a’Romani: in su la qual paura cominciarono i Dieci a vedere la
debolezza dello Stato loro; perchè senza il Senato non potevano ordinare la guerra, e ragunando il Senato
pare loro perdere lo Stato. Pure, necessitati, presono questo ultimo partito: e
ragunali i Senatori insieme, molti de’Senatori parlorono contro alla superbia
de’Dieci, ed in particolare Valerio ed Orazio: e l’autorità loro si sarebbe al
tutto spenta, se non che il Senato, per invidia della Plebe, non volle mostrare
l’autorità sua, pensando che se i Dieci
deponevano il magistrato voluntarii, che potesse essere che i Tribuni
della plebe non si rifacessero. Dcliberossi adunque la guerra; uscissi fuori
con due eserciti guidati da parte di detti Dieci; APPIO rimase a governare la
città. Donde nacque che s’innamora di Virginia, e che volendola torre per
forza, il padre VIRGINIO, PER LIBERARLA, L’AMMAZZO: donde seguirono i
tumulti di Roma e degl’eserciti; i quali
ridottisi insieme col rimanente della Plebe romana, se n’andarono nel Monte
Sacro, dove stettero tanto clic i Dieci deposono il magistrato, e che furono
creali i Tribuni ed i Consolide ridotta Roma nella forma dell’antica sua
libertà. Notasi, adunque, per questo testo, in prima esser nato in Roma questo
inconveniente di creare questa tirannide, per quelle medesime cagioni che nascono la maggiore
parte delie tirannidi nelle città: e questo è da troppo desiderio del popolo d’esser
libero, e da troppo desiderio de’nobili di comandare. E quando c’non convengono
a fare una legge in favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a
favorire uno, allora è che subito la tirannide surge. Convennono il Popolo ed i
Nobili di Poma a creare i Dieci, e crearli con tanta autorità, per desiderio
che ciascuna delle parti aveva, 1’una di spegnere il nome consolare, l’altra il
tribunizio. Creati che furono, parendo alla Plebe che Appio fusse diventato
popolare c battesse la Nobiltà, si volse il Popolo a favorirlo. E quando un
popolo si conduce a far questo errore di dare riputazione ad uno perchè balta
quelli che egli ha in odio, e che quello
uno sia savio, sempre interverrà che diventerà tiranno di quella città. Perchè
egli attende, insieme con il favore del popolo, a spegnere la nobiltà; e non si
volterà inai all’oppressione del popolo, se non quando ei V arà spenta; nel
qual tempo conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove rifuggire. Questo
modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannidi in le repubbliche: c se questo modo avesse tenuto
APPIO, quella sua tironnide arebbe preso più vita, e non sarebbe mancata si
presto. Ma ei fece tutto il contrario, nè si potette governare più
imprudentemente; cliè per tenere la tirannide, c’si fece inimico di coloro che
glie T avevano data c che gliene potevano mantenere, ed amico di quelli che non
erano concorsi a dargliene e che non gliene
arebbono potuta mantenere; e perdèssi coloro che gl’erano amici, e cerca
d’avere amici quelli che non gli potevano essere amici. Perchè, ancora che i
nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della nobiltà che si truova fuori
della tirannide, è sempre inimica al tiranno; nè quello se la può mai
guadagnare tutta, pell’ambizione grande e grande avarizia che è in lei, non
polendo il tiranno avere nè tante
ricchezze nè tanti onori che a tutta satisfaccia. E così Appio, lasciando il
Popolo ed accostandosi a’Nobili, fa uno errore evidentissimo, e pelle ragioni
dette di sopra, e perchè a volere con violenza tenere una cosa, bisogna che sia
più potente chi sforza, che chi è sforzato. Donde nasce che quelli tiranni che
hanno amico l’universale ed mimici i grandi, sono più sicuri; per essere la loro violenza sostenuta da maggior
forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo ed amica la
nobiltà. Perchè con quello favore bastano a conservarsi le forze intrinseche;
come bastorno a Nabide tiranno di Sparta, quando tutta Grecia ed il popolo
romano l’assalta: il quale assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il
popolo, con quello si difese; il che non arebbe
potuto fare avendolo inimico. In quello nitro grado per aver pochi amici
dentro, non bastano le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora. Ed
hanno ad essere di tre sorti: 1’una satelliti forestieri, die li guardino la
persona; l’altra armare il contado, che faccia quell’oflìzio che arebbe a fare
la plebe; la terza aderirsi co’vicini potenti, che li difendino. Chi tiene
questi modi e gli osserva bene, ancora
ch’egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma
APPIO non poteva far questo di guadagnarsi il contado, scudo una medesima cosa
il contado e Roma; c quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò nc’
primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del
decemvirato errori grandissimi: perchè ancora che di sopra si dica, in quel discorso che si fa del
Dittatore, che quelli magistrati che si fanno da per loro, non quelli che fa il
popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina
i magistrali, fargli in modo che gl’abbino avere qualche rispetto a diventare
tristi. E dove e’si debbe proporre loro guardia per mantenergli buoni, i Romani
la levorono, facendolo solo magistrato
in Roma, ed annullando tutti gli altri, pell’eccessiva voglia che il Senato
aveva di spegnere i Tribuni, e la Plebe di spegnere i Consoli; la quale gli
acceca in modo che concorsono in tale disordine. Perchè gl’uomini, come dice il
re Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne’quali è tanto
desiderio di conseguire la loro preda a che la natura gl’incita che non sentono un altro maggior uccello che sia loro
sopra per ammazzargli. Conoscesi, adunque, per questo discorso, come nel
principio proposi, l’errore del Popolo romano, volendo salvare la libertà; e gl’errori
d’APPIO, volendo occupare la tirannide. Sahare dall’umilila alla superbia j
dalla pietà alta crudeltà senza debiti mezzij è cosa imprudente ed inutile.
Oltre agli altri termini male usati da
APPIO per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto
d’una qualità ad un’altra. Perchè l’astuzia sua nello ingannare la Plebe,
simulando d’essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene usati i
termini che tenue perchè i Dieci s’avessino a rifare; fu ancora bene usata
quella audacia di creare sè stesso contra all’oppinione della Nobiltà; fu
bene usato creare colleghi a suo
proposito: ma non fu già bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo che
di sopra dico, mutare in un subito natura; e d’amico, mostrarsi nimico alla
Plebe; d’umano, superbo; di facile, difficile; e farlo tanto presto, che senza
scusa veruna ogni uomo avesse a conoscer la fallacia dell’animo suo. Perchè chi
è paruto buono un tempo, e vuole a suo proposito diventar tristo, io debbe fare per gli debiti
mezzi; ed in modo condurvisi colle occasioni, che innanzi che la diversa natura
ti tolga de’favori vecchi, la te ne ubbia dati tanti degli nuovi, che tu non
venga a diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e senza
amici, rovini. Quanto gl’uomini facilmente si possono corrompere. Notasi ancora
in questa materia del decemvirato,
quanto facilmente gl’uomini si corrompono, e fatinosi diventare di
contraria natura, ancora che buoni e bene educati; considerando quanto quella
gioventù ch’Appio si aveva eletta intorno, comincia ad essere amica della
tirannide per uno poco d’utilità che gliene conseguiva; e come Quinto Fabio,
uno del numero de’secondi Dieci, sendo uomo oliimo, accecalo da un poco di
ambizione, e persuas dulia malignità d’APPIO, muta i suoi buoni costumi
in pessimi, e diventò simile a lui. Il che esaminato bene, fa tanto più pronti
i legislatori delle repubbliche o de’regni a frenare gl’appetiti umani, c torre
loro ogni speranza di potere impune errare. Quelli che combattono pella gloria
propria, sono buoni e fedeli soldati. Considerasi ancora pel soprascritto
trattato, quanta differenza è d’uno esercito
contento e che combatte pella gloria sua, a quello che è male disposto e che
combatte pell’ambizione d’altri. Perchè, dove gl’eserciti romani solevano
sempre essere vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono.
Da questo essempio si può conoscere parte delle cagioni dell’inutilità
de’soldati mercenurii; i quali non hanno altra cagione clic li tenga fermi, che un poco di stipendio che tu
dai loro. La qual cagione non è nè può essere bastante a fargli fedeli, nè
tanto tuoi amici, che voglino morire per le. Perchè in quelli eserciti che non
è una affezione verso di quello per chi e’combattono, che gli facci diventare
suoi partigiani, non mai vi potrà essere tanta virtù che basta a resistere ad
uno nimico un poco virtuoso. G perchè
questo amore non può nascere, nè questa gara, d’altro che da’sudditi
tuoi; è necessario a volere tenere uno stato, a volere mantenere una repubblica
o uno regno, armarsi de’sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli
che con gl’eserciti hanno fatti grandi progressi. Avevano gl’eserciti romani
sotto i Dieci quella medesima virtù; ma perchè in loro non era quella
medesima disposizione, non facevano gl’usilati
loro effetti. Ma com prima il magistrato de’Dieci fu spento, e che loro come
liberi cominciorno amilitare, ritorna in loro il medesimo animo; e per conscguente, le loro imprese avevano il
loro fine felice, secondo l’antica consuetudine loro. Una moltitudine senza
capo è inutile: e non si debbo minacciare prima, c poi chiedere l'autorità. Era
la Plebe romana pello accidente di
Virginia ridotta armata nel Monte Sacro. Manda il Senato suoi ambasciadori a
dimandare con quale autorità egli avevano abbandonati i loro capitani, e
ridottisi nel Monte. E tanta era stimata l’autorità del Senato che non avendo
la Plebe intra loro capi, ninno si ardiva a rispondere. E L. dice, ohe e’non
manca loro materia a rispondere, ma manca loro chi fa la risposta. La qual cosa dimonstra appunto l’inutilità
d’una moltitudine senza capo. Il qual disordinefu conosciuto da Virginio, e per
suo ordine si cre venti Tribuni militari, che fussero loro capo a rispondere e
convenire col Senato. Ed avendo chiesto che si manda loro Valerio ed Orazio, ai
quali loro direbbono la voglia loro, non vi volsono andare se prima i Dieci non
deponevano il magistrato: ed arrivati
sopra il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che volevano che
si creassero i Tribuni della plebe, e che s’avesse ad appellare al Popolo d’ogni
magistrato, e che si dessino loro tutti i Dieci, chè gli volevano ardere vivi.
Laudarono Valerio cd Orazio le prime loro domande; biasimorono l’ultima come
impia, dicendo: Crude litatcm dannatisj in
crudclitaiem ruitis; e consigliamogli che dovessino lasciare il fare
menzione de’Dieci, e ch’egli attendessino a pigliare l’autorità e potestà loro:
di poi non mancherebbe loro modo a satisfarsi. Dove apertamente si conosce
quanta stultizia c poca prudenza è domandare una cosa,
e dire prima: io voglio far
male con essa; perchè
non si debbo
mostrare l’animo suo, ma
vuoisi cercare d’ottenere quel
suo desiderio in ogni modo. Perchè e’ basta a dimandare a uno le armi, senza
dire: io ti voglio ammazzare con esse; potendo poi che tu bai l’arme in mano, satisfare allo
appetito tuo. E cosa di malo esempio | non osservare una legge falla, c massime
dallo autore d'essa: e rinfre scare ogni di nuove ingiurie in una t città, è a
chi la governa dannosisi simo. Seguito
lo accordo, e ridotta Roma in l’antica sua forma, Virginio citò Appio innanzi al Popolo
a difendere la sua causa. Quello comparse accompagnato da molti Nobili.
Virginio comandò che fussc messo in prigione. Cominciò Appio a gridare, ed
appellare al Popolo. Virginio diceva che non era degno di avere quella
nppellagionc che egli aveva distrutta, ed avere per difensore quel Popolo che egli aveva offeso. Appio replica, come
e’non aveano a violare quella appellagionc ch'egli avevano con tanto desiderio
ordinata. Pertanto egli fu INCARCERATO ED AVANTI AL DI DEL GIUDIZIO AMMAZZO SE
STESSO. E benché la scellerata vita d’Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno
fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta allora.
Perchè io non credo che sia cosa di più
cattivo esempio in una repubblica, che
fare una legge e non l’osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi
l’ha falla. Essendo Firenze stala riordinala nel suo stato con l'aiuto di frate
Savonarola, gli scritti del quale mostrano la dottrina, la prudenza, la virtù
dello animo suo; ed avendo intra P altre conslituzioni per assicurare i
cittadini, fatto fare una legge, che si
potesse appellare al popolo dalle sentenze che,
per caso di Stato, gli Otto c la Signoria dessino; la qual legge
persuase più tempo, e con difficoltà grandissima ottenne: occorse che, poco
dopo la confirmazicne d’essa, furono condcunati a morte dalla Signoria per
conto di Stato cinque cittadini; e volendo quelli appellare, non furono
lasciati, e non fu osservata la legge.
Il che tolse più riputazione a quel frate, che nessun altro accidente:
perchè, se quella appellagione era utile, ei doveva farla osservare; s’ella non
era utile, non doveva farla vincere. E tanto più fu notato questo accidente,
quanto che il frate in tante predicazioni che fece poi clic fu rotta questa
legge, non mai o dannò chi P aveva rotta, o lo scusò; come quello che dannare
non voleva, come cosa che gli torna a
proposito; e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto l’animo suo
ambizioso e paitigiano, gii tolse riputazione, e dettegli assai carico. Offende
ancora uno Stato assai, rinfrescare ogni dì nello animo de’tuoi cittadini nuovi
umori, per nuove ingiurie ebe a questo e quello si fucciano: come intervenne a
Roma dopo il decemvirato. Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini, in diversi tempi furono accusati e
condannati: in modo che gli era uno spavento grandissimo in tutta la Nobiltà,
giudicando che e’non si avesse mai a porre fine a simili condennagioni, fino a
tanto che tutta la Nobiltà non fusse distrutta. Ed arebbe generato in quella
città grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse stato
provveduto; il qual fece uno editto, che per uno anno non fusse lecito ad alcuno citare o
accusare alcuno cittadino contano: il che rassicurò tutta la Nobiltà. Dove si
vede quanto sia dannoso ad una repubblica o ad un principe, tenere con le
continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi dei sudditi. E senza dubbio, non si può tenere il più pernicioso
ordine: perchè gli uomini che cominciano a dubitare di avere a capitar male,
in ogni modo s’assicurano ne’pericoli, e
diventano più audaci, e meno rispettivi a tentare cose nuove. Però è
necessario, o non offendere mai alcuno, o fare le offese ad un tratto; e dipoi
rassicurare gl’uomini, e dare loro cagione di quietare e fermare l’animo. Gl’uomini
salgono da una ambizione ad unJ altra; c prima si cerca non essere offeso t
dipoi d’offendere altrui. Avendo il Popolo
romano ricuperala la libertà, ritornato nel suo primo grado, ed in tanto
maggiore, quanto si erano fatte dimolte leggi nuove In corroborazione della sua
potenza; pare ragionevole che Roma qualche volta quictasse. Nondimeno, per
esperienza si vide il contrario; perchè ogni di vi surgeva nuovi tumulti e
nuove discordie. E perchè L. prudentissimamente rende la ragione donde
questo nasce, non mi pare se non a
proposito riferire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la
Nobiltà insuperbiva, quanto l’altro s’umiliava; e stando la Plebe quieta intra
i termini suoi, cominciarono i giovani nobili ad ingiuriarla; ed i Tribuni vi
potevano fare pochi rimedi, perchè ancora loro erano violati. La Nobiltà, dall’altra
parte, ancora che gli pare che la sua gioventù fusse troppo feroce, nondimeno
aveva a caro ch’avendosi a trapassare il modo, lo trapassassino i suoi, e non
la Plebe. E cosi il desiderio di difendere la libertà fa che ciascuno tanto si
prevaleva, eh’egli oppressava l’altro. E V ordine di questi accidenti è, che
mentre clic gli uomini cercano di non temere, cominciano a far temere altrui; e
quell ingiuria ch’egli scacciano da loro, la pongono sopra un altro: come se fussc necessario
offendere, o essere offeso. Vedesi, per questo, in quale modo, fra gl’altri, le
repubbliche si risolvono; e in che modo gl’uomini salgono d’una ambizione ad
un’altra; e come quella sentenza di SALUSTIO posta in bocca di GIULIO Cesare, è
verissima: quod omnia mala exempla bonis mitiis orla sunt. Cercano quelli cittadini clie
ambiziosamente vivono in una repubblica, la prima cosa di non potere essere
offesi, non solamente dai privati, ma
eziam da’magistrali: cercano, per potere fare questo, amicizie; e quelle acquistano per vie in apparenza
oneste, o con sovvenire di danari, o con difendergli da’potenti: e perchè
questo pare virtuoso, s’inganna facilmente ciascuno, c per questo non vi si
pone rimedio; intanto che egli senza ostacolo perseverando, diventa di qualità,
che i privati cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto. E quando egli è saJito a
questo grado, c non si sia prima ovvialo alla sua grandezza, viene od essere in
termine, che volerlo urtare è pericolosissimo, pelle ragioni che io dissi di
sopra del pericolo che è nello urtare uno inconveniente che abbi di già fatto
augumento in una città: tanto che la cosa si riduce in termine, che bisogna o
cercare di spegnerlo con pericolo d’una subita rovina j o lasciandolo fare,
entrare in una servitù manifesta, se morte o qualche accidente non te ne
libera. Perchè, venuto a’soprascrilti termini, che i cittadini ed i magistrati
abbino paura ad offender lui e gli amici suoi, non dura di poi molta fatica a
fare che giudichino ed offendino a suo modo. Donde una repubblica intra gl’ordini
suoi debbe avere questo, di vegghiarc che i suoi cittadini sotto ombra di bene non possino far
male; e di’egli abbino quella riputazione che giovi, e non nuoca, alla libertà.
Gli nomini j ancora clic si ingannino ncJ
generali j nei particolari non si ingannano. Essendosi il Popolo romano recato
a noia il nome consolare, e volendo che potessiao esser fatti Consoli uomini
plebei, o che fusse limitata la loro autorità; la Nobiltà, per non deonestare
l’autorità consolare nè coll’una nè coll’altra cosa, prese una via di mezzo, e
fu contenta che si creassino quattro Tribuni con potestà consolare, i quali
potcssino essere cosi plebei come nobili. Fu contenta a questo la Plebe,
parendogli spegnere il consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua.
Nacquene di questo un caso notabile: che venendosi alla creazione di
questi Tribuni, e potendosi creare tutti
plebei, sono dal Popolo romano creati tutti fiobiii. Onde L. dice queste
parole: Quorum comitiorum eoenlus docuit, alias animo sin contcntione
libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto judicio
esse. Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gii uomini
nelle cose generali s’ingannano assai, nelle
particolari non tanto. Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare
il consolato, per avere più parte in la città, per portare più pericolo nelle
guerre, per esser quella che colle braccia sue mantene Roma libera, e la fa
potente. E parendogli questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa
autorità in ogni modo. Ma come la ebbe a fare giudizio degli uomini suoi
particolarmente, conobbe la debolezza di
quelli, e giudica che nessuno di loro merita quello che tutta insieme gli pare
meritare. Talché vergognatasi di loro, ricorse a quelli che Io meritano. Della
quale deliberazione meravigliandosi meritamente L., dice queste parole: /lane
modestiam, aquila IcmquCj et allitudinem
animi, ubi moie in uno inveneris, qua: lune populi universi fuit? In
corroborazione di questo, se ne può addurre un altro notabile essempio, seguito
in Capova da poi che Annibaie ebbe rotti i Romani a Canne; pella qual rotta
sendo tutta sollevata Italia, Capova sta ancora per tumultuare, pell’odio eli’
era intra il Popolo ed il Senato; e trovandosi in quel tempo nel supremo
magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il pericolo che porta quella città di
tumultuare, disegna con suo grado riconciliare la Plebe con la Nobiltà; e fatto
questo pensiero, fece ragunare il Senato, c narrò loro Podio che M popolo aveva
contra di loro, ed i pericoli che portano d’essere ammazzati da quello, e data
la città ad Annibaie, sendo le cose de’Romani afflitte: di poi soggiunse, che
se volevano lasciare governare questa cosa a lui, farebbe in modo che s’unirebbono
insieme; ma gli voleva serrare dentro al palazzo, e co fare potestà al popolo
di potergli gastigare, salvargli. Cederono a questa sua oppinione i Senatori, e
quello chiamò il Popolo a coocione, avendo rinchiuso in palazzo il Senato; e
disse com’egli era venuto il tempo di potere domare la superbia della Nobiltà,
e vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto
la sua custodia: ma perchè crede che loro non volessino che la loro città
rimanesse senza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi,
crearne de’nuovi. E per tanto aveva messo tutti gli nomi degli Senatori in una
borsa, e comincierebbe a trargli in loro presenza j ed egli farebbe i tratti di
mano in mano morire, come prima loro avessino trovato il successore. E
cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato un rumore grandissimo,
chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Paeuvio che
facessino lo scambio, si racchetò tutta la conclone; c dopo alquanto spazio, fu
nominato uno della plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a
ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in un altro: o così seguitando di
mano in mano, tutti quelli che furono nominati, gli giudicavano indegni del
grado senatorio. In modo che Pacuvio, presa sopra questo occasione, disse:
Poiché voi giudicate che qucslu città stia male senza Senato, ed a fare gii
scambi a’Senatori vecchi non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi
riconciliate insieme; perchè questa paura in la quale i Senatori sono stati,
gli arà fatti in modo raumiliare, che
quella umanità che voi cercavate altrove, troverete in loro. Ed accordatisi a
questo, ne segui l’unione di questo ordine; e quello inganno in che egli erano
si scoperse, come e’furono constretti venire a’particolari. Ingannansi, olirà
di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli accidenti di esse
j le quali di poi si conoscono particolamento, si avveggono di tale inganno. Sendo stati i principi della città
cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma piuttosto una
certa licenza ambiziosa, ed andando le cose pubbliche di inale in peggio; molti
popolari veggiendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne
accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per poter
fare uno Stato a suo proposito, c torre loro la libertà: c stavano questi tali
per le logge c per le piazze, dicendo male di molti cittadini, e minacciandoli
che se mai si trovassero de’Signori, scoprirebbono questo loro inganno, e gli
gastigarebbono. Occorre spesso che de’simili ne ascendeva al supremo magistrato;
e come egli era salilo in quel luogo, e che e’vedeva le i cose più dappresso,
conosce i disordini donde nascevano, ed
i pericoli che soprastavano, e la difficoltà del rimecitarvi. C veduto come i
tempi, e no gli uomini, causano il disordine, diventa subito d’un altro animo,
c di un’altra fatta; perché la cognizione delle cose particolari gli toglieva via quello inganno che nel
considerare generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano
prima, quando era privato, sentito
parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevano
che nascesse, non per più vera cognizione delle cose, ma perchè fusse stalo
aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini c molte
volte, ne nacque tra loro un proverbio, che dice: Costoro hanno uno animo
in piazza, cd uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto quello si è discorso,
si vede come e’si può fare tosto aprire
gl’occhi a’popoli, trovando modo,
veggendo che uno generale gl’inganna, ch’egli abbino a descenderc ai
particolari; come fa Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma. Credo ancora, che
si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debbe fuggire il giudizio
popolare nelle eo9e particolari, circa le distribuzioni de'gradi e delle
dignità: perchè solo in questo il popolo
non s’inganna; e se s’inganna qualche volta,
Ha sì raro, che s’inganneranno più volte i pochi uomini che avessino a
fare simili distribuzioni. Nè mi pare superfluo mostrare l’ordine che teneva il
Senato per isgannare il popolo nelle distribuzioni sue. Chi vuole che uno
magistrato non sia dato ad un vile o ad un tristo j lo facci domandare o ad
un troppo vile e troppo tristo, o ad uno troppo nobile c troppo
buono. Quando il Senato dubita che i Tribuni con potestà consolare non fussino
fatti d’uomini plebei, tene uno de’duoi modi: o egli fa domandare ai più
riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompe qualche
plebcio sordido ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di miglior
qualità, pell’ordinario lo domandano, anche
loro lo domandassino. Questo ultimo modo fa che la Plebe si vergogna a
darlo; quel primo fa che la si vergogna a torlo, li che tutto torna a proposito
del precedente discorso, dove si mostra che il popolo se s’inganna de’generali,
de’particolari non s’inganna. Se quelle città che hanno avuto il principio
libcrOj come Romaj hanno diffìcultà a trovare leggi che le mantenghino; quelle
che lo hanno immediate servo, ne hanno
quasi una impossibilità. Quanto sia difficile, nell’ordinare una repubblica,
provvedere a tutte quelle leggi che la mantenghino libera, lo dimostra assai
bene il processo della Repubblica romana: dove non ostante che fussino ordinate
di molte leggi da ROMOLO prima, di poi da Nuraa, da Tulio Ostilio e Servio, ed
ultimamente dai dieci cittadini creali a
simile opera; nondimeno sempre nel maneggiare quella città si scoprivano nuove
necessità, ed era necessario creare nuovi ordini: come intervenne quando
crearono i Censori, i quali furono uno di quelli provvedimenti che aiutarono tenere Roma
libera, quel tempo che la visse in libertà. Perchè, diventati arbitri
de’costumi di Roma, furono cagione potissima che i Romani diflerissino più a corrompersi. Feciono bene nel principio
della creazione di tal magistrato uno errore, creando quello per cinque anni;
ma, di poi non molto tempo, fu corretto dalla
prudenza di Mamereo dittatore, il qual per nuova legge ridusse detto
magistrato a diciolto mesi. Il che i Censori che vegghiavano, ebbono tanto per
male, che privorno Mamcrco del senato: la qual cosa e dalla Plebe c dai Padri
fu assai biasimata. perchè la istoria non inostra che Mamerco se ne potesse
difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gl’ordini di Roma in
questa parte non buoni: perchè non è bene che una repubblica sia in modo
ordinata, ebe un cittadino per promulgare una legge conforme al vivere libero,
ne possa essere senza alcuno rimedio offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si dehbe, per la
creazione di questo magistrato, considerare, che se quelle città che hanno
avuto il principio loro libero, e che per se medesimo si è retto, come Roma,
hanno difHcultà grande a trovar leggi buone per mantenerle libere; non è
meraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo,
abbino, non che dilfìcultà, ma impossibilità
ad ordinarsi mai in modo che le possino vivere civilmente e quietamente.
Comesi vede che è intervenuto alla città di Firenze; la quale, per avere avuto
il principio suo sottoposto all’imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto
governo d’altri, stette un tempo soggetta, e senza pensare a sè medesima: di poi,
venuta l’occasione di respirare, comincia a fare suoi ordini; i quali sendo
mescolati cogl’antichi, che erano tristi, non poterono essere buoni: e così è
ita maneggiandosi per dugento anni che si lia di vera memoria, senza avere mai
avuto stato pel quale ella possa veramente essere chiamata repubblica. E queste
diflicultà che sono state in lei sono state sempre in tutte quelle città che
hanno avuto i principii simili a lei. E benché molte volte, per suffragi
pubblici e liberi, si sia dato ampia autorità a pochi cittadini di potere
riformarla; non pertanto mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a
proposito della parte loro: il che ha fatto non ordine, ma maggiore disordine
in quella città. E per venire a qualche essempio particolare, dico come intra
le altre cose che si hanno a considerare d’uno ordinatore d’una repubblica, è
esaminare nelle mani di quali uomini ci
ponga 1’autorità del sangue coutra de’suoi cittadini. Questo era bene ordinato
in Roma, perchè e’si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se pure fussc
occorsa cosa importante, dove il differire l’esecuzione mediante la
appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale
eseguiva immediate; al qual rimedio non rifuggivano mai, se non per necessità. Ma Firenze, c Y altre città nate
nel modo di lei, sendo serve, avevano questa autorità collocata in un
forestiero, il quale mandato dal principe fa tale uffizio. Quando di poi
vennono in libertà, mantennero questa autorità in un forestiero, il quale
chiamano Capitano: il che, per potere essere facilmente corrotto da’cittadini
potenti, era cosa perniciosissima. Ma di poi, murandosi per la mutazione degli
Stati questo ordine, creorno otto cittadini che facessino l’uffizio di quel
Capitano. Il quale ordine, di cattivo, diventò pessimo, per le cagioni che
altre volte sono dette: che i pochi furono sempre ministri dc’poehi, e de’più
potenti. Da che si è guardata la città di Vinegia; la quale ha dieci cittadini,
che senza appello possono punire ogni cittadino. E perchè e’non basterebbono a
punire i potenti, ancora die ne nvessino autorità, vi hanno constituito le
Quarnntie: c di più, hanno voluto che il Consiglio de’Pregai, elicè il
Consiglio maggiore, possa gastigargli; In modo che non vi mancando l’accusatore,
non vi manca il giudice a tener gl’uomini potenti a freno. Non è dunque
meraviglia, reggendo come in Roma, ordinata da sè medesima e da tanti uomini
prudenti, surgevano ogni di nuove cagioni pelle quali s’aveva a fare nuovi
ordini in favore del viver libero j se nelle altre città che hanno più
disordinalo principio, vi surgono tuli difficoltà, che le non si possino
riordinar mai. iVon dcbbc uno consiglio
o uno magistrato potere fermare le azioni della città. tirano consoli in Roma
Tito Quinzio Cincinnato c Gneo Giulio Mento,
i quali sendo disuniti, avevano ferme tutte le azioni di quella
Repubblica. Il che veggcndo il Senato, gli conforta a creare il Dittatore, per
fare quello che pelle discordie loro non poteva fare. Ma i Consoli discordando
in ogni altra cosa, solo in questo erano d’accordo, di non voler creare il
Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo altro rimedio, ricorse allo aiuto
de’Tribuni; i quali, con l’autorità del
Senato, sforzarono i Consoli ad ubbidire. Dove si ba a notare, in prima, la
utilità del tribunato; il quale non era solo utile a frenare l’ambizione che i
potenti usano contra alla Plebe, ma quella ancora ch’egli usano infra loro:
1’altra, che mai si debba ordinare in una città, che i pochi possino tenere
alcuna deliberazione di quelle che ordinariamente sono necessarie a mantenere
la repubblica. Yerbigrazia, se tu dai una autorità nd uno consiglio di fare una
distribuzione di onori c di utile, o ad
uno magistrato di amministrare una
faccenda; conviene o imporgli una necessità perchè ei l’abbia a fare in
ogni modo; o ordinare, quando non la voglia fare egli, che la possa e debba
fare un altro: altrimenti, questo ordine sarebbe difettivo e pericoloso; come
si vede che era in Roma, se alla
ostinazione di quelli Consoli non si poteva opporre l’autorità de’Tribuni.
Nella Repubblica veneziana il Consiglio grande distribuisce gl’onori e gl’utili.
Occorre alle volte che l’universalità, per isdegno o per qualche falsa
suggestione, non crea i successori ai magistrati della città, ed a quelli che
fuori amministravano lo imperio loro. Il che era disordine grandissimo: perchè
in un tratto, e le terre suddite e la città propria mancavano de’suoi legittimi
giudici; nè si poteva ottenere cosa alcuna, se quella universalità di quel Consiglio
non si satisfaceva, o non s’ingannava. Ed avrebbe ridotta questo inconveniente
quella città a mal termine, se dagli cittadini prudenti non vi si fusse
provveduto: i quali, presa occasione conveniente, fecero una legge, che tutti i magistrati che sono o fussino dentro
e fuori della città, mai vacassero, se non quando fussino fatti gli scambi e i
successori loro. E cosi si tolse la comodità a quel Consiglio di potere, con
pericolo della repubblica, fermare le azioni pubbliche. Una repubblica o uno principe
debbe mostrare di fare per liberalità quello a che la necessità lo consiringe.
Gl’uomini prudenti si fanno grado sempre
delle cose, in ogni loro azione, ancora che la necessità gli constringesse a
farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal Senato romano, quando ei
deliberò che si desse lo stipendio del pubblico agli uomini che militavano,
essendo consueti militare del loro proprio.Ma veggendo il Senato come in quel
modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo non potendo nè assediare terre, uè condurre gl’eserciti
discosto; e giudicando essere necessario potere fare 1’uno e 1’altro; delibera
che si dessino detti stipendi; ina lo feciono in modo, che si fecero grado di
quello a che la necessità gli constringeva; e fu tanto accetto alla Plebe
questo presente, che Roma anda «sottosopra pella allegrezza, parendole uno
benefizio grande, quale mai speravano di
avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E benché i Tribuni s’ingegnassero
di cancellare questo grado, mostrando come ella era cosa che aggrava, non
alleggeriva, la Plebe, scodo necessario porre i tributi per pagare questo
stipendio; nientedimeno non potevano fare tanto che la Plebe non lo avesse
accetto: il che fu ancora augumentalo dal Senato pel modo che distribuivano i tributi; perchè i più gravi ed i maggiori furono
quelli chVposono alla Nobiltà, e gli primi che furono pagati. A reprimere la
insolenza d’uno che surga in una repubblica potente, non vi c più securo e meno
scandaloso modo, che preoccuparli quelle vie pelle quali e’viene a quella
potenza. Yedesi per il soprascritto discorso, quanto credito acquistasse la
Nobiltà colla Plebe pelle dimostrazioni
fatte in benefizio suo, sì del stipendio ordinato, s’ancora del modo del porre
i tributi. Nel quale ordine se la Nobiltà si fosse mantenuta, si sarebbe levato
via ogni tumulto in quella città, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che
egli avevano colla Plebe, e, per conseguente, quella autorità. E veramente, non
si può in una repubblica, e massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno scandaloso e
più facile, opporsi all’ambizione d’alcuno cittadino, che preoccuparli quelle
vie, pelle quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna, li
qual modo se fusse stalo usato contra Cosimo de’Medici, sarebbe stato miglior
partito assai per gli suoi avversari,
che cacciarlo da Firenze: perchè, se quelli cittadini che gareggiavano
seco, avessino preso lo stile suo di favorire il popolo, gli venivano senza
tumulto e senza violenza a trarre di mano quelle arme di che egli si valeva
più. SODERINI s’aveva fatto riputazione nella città di Firenze con questo solo,
di favorire l’universale: il che nello universale gli da riputazione, come
amatore della libertà della città. E veramente, a quelli cittadini che
portavano invidia alla grandezza sua, era molto più facile ed era cosa molto
più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa pella repubblica, preoccupargli
quelle vie colle quali si fa grande, che volere contrapporsegli, acciocché colla
rovina sua rovinasse tutto il resto della repubblica: perchè, se gli avessero
levate di mano quelle armi colle quali si fa gagliardo (il che potevano fare
facilmente), arebbono potuto in lutti i
consigli, e in tutte le deliberazioni pubbliche, opporsegli senza sospetto, e
senza rispetto alcuno. E se alcuno replica, che se i cittadini che odiavano
Piero, feciono errore a non gli preoccupare le vie colle quali ei si guadagna
riputazione nel popolo, Piero ancora venne a fare errore, a non preoccupare
quelle vie pelle quali quelli suoi avversari lo facevano temere; di’che Piero merita scusa, si perchè gli era
difficile il farlo, sì perchè le non erano oneste a lui: imperocché le vie colle
quali era offeso, ciano il favorire i Medici; con li quali favori essi io
battevano, e alla fine !o rovinorno. Non poteva, pertanto, Piero onestamente
pigliare questa parte, per non potere distruggere con buona fama quella libertà
alla quale egli era stato preposto a guardia: di poi, non potendo questi favori
farsi segreti e ad uno tratto, erano per Piero pericolosissimi; perchè
comunelle ei si fusse scoperto amico de’Medici, sarebbe diventato sospetto ed
odioso al popolo; donde ai nimici suoi nasce molto più comodità di opprimerlo,
che non avevano prima. Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito
considerare i difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi
sia più del pericoloso che dell’utile;
nonostante che ne fusse stata data sentenza conforme alla deliberazion loro.
Perchè, facendo altrimenti, in questo caso interverrebbe a quelli come
intervenne a Tullio; il quale volendo torre i favori a Marc’Antonio, gliene
accrebbe. Perchè, sondo Marc’Antonio stato giudicalo inimico del Senato, ed
avendo quello grande esercito insieme
adunato, in buona parte, dei soldati che avevano seguitato la parte di Cesare;
Tullio, per torgli questi soldati, confortò il Senato a dare riputazione ad
Ottaviano, e mandarlo con lo esercito e con i Consoli contra a Marc' Antonio:
allegando, che subito che i soldati che seguitavano Marc’Antonio, scntissino il
nome d’Ottaviano nipote di Cesare, e che si fa chiamar Cesare, lascerebbono
quello, c si aceosterebbono a costui; e così restato Marc’Antouio ignudo di
favori, sarebbe facile lo opprimerlo. La qual cosa riuscì tutta al contrario;
perchè Marc’Antonio si guadagnò Ottaviano; e lasciato Tullio ed il Senato, si
accostò a lui. La qual cosa fu al tutto la destruzione della parte degl’Ottimati.
Il che era facile a conietturare: nè si dove credere quel che si persuase
Tullio, ma tener sempre conto di quel nome che con tanto gloria aveva spenti i
nimici suoi, ed acquistatosi il principato in Roma; nè si dovea credere mai
potere, o da suoi eredi o da suoi
fautori, avere cosa che fusse conforme al nome libero. Il popolo molte
volte desidera la rovina sua j ingannato da una falsa spezie di bene: e come le
grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono. Espugnata che fu la
città de’Veienti, entrò nel Popolo romano una oppinione, che fusse cosa utile
per la città di Roma, che la metà de’Romani andasse ad abitare a Veio;
argomentando che, per essere quella città ricca di contado, piena di edifizii e
propinqua a Roma, si poteva arricchire
la metà de’cittadini romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna
azione civile. La qual cosa parve al
Senato ed a’più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente
dicevano, essere piuttosto per patire la morte, che consentire ad una tale
deliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, s’accese tanto la
Plebe contra al Senato, che si sarebbe venuto alle armi cd al sangue, se il
Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi e stimati cittadini; la riverenza dc’quali frenò la Plebe, che la non
procede più avanti colla sua insolenza. Qui si hanno a notare due cose. La
prima, che’l popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene,
desidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come quello sia male, e
quale sia il bene, d’alcuno in chi esso abbia fede, si pone in le repubbliche
infiniti pericoli c danni. E quando la sorte
fu che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre,
sendo stato ingannato per l’addietro o dalle cose o dagli’uomini; si viene alla
rovina di necessità. Ed ALIGHIERI (si veda) dice a questo proposito, nel
discorso suo che fa De Monarchia che il popolo molte volte grida viva la sua
morie j C muoia la sua vita. Da questa incredulità nasce, che qualche volta in
le repubbliche i buoni partiti non si
pigliano: come di sopra si disse de’Veneziani, quando assaltati da tanti
inimici non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno colla
restituzione delle cose tolte ad altri (pelle quali era mosso loro la 'guerra,
e fatta la congiura de’principi loro contro), avanti che la rovina venisse.
Pertanto, considerando quello che è facile o quello che è diffìcile persuadere ad un popolo, si può fare questa
distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte
guadagno, o perdita; o veramente pare partito animoso, o vile: e quando nelle
cose che si mettono innanzi ai popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia
nascosto sotto perdila; e quando e’paia animoso, ancora che vi sia nascosto
sotto la rovina della repubblica, sempre
sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre difficile
persuadere quelli partiti dove apparisce o viltà o perdita, ancoraché vi fusse
nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con
infiniti esempi, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perchè da questo
nacque la malvagia opinione che surse in Roma di Fabio Massimo, il quale non
poteva persuadere al Popolo romano, che
fusse utile a quella Repubblica procedere lentamente in quella guerra, e
sostenere senza azzuffarsi l’impeto d’Annibaie; perchè quel Popolo giudica
questo partito vile, c non vi vede dentro quella utilità vi era; nè Fabio aveva
ragioni bastanti a dimostrarla loro: c tanto sono i popoli accecati in queste
oppinioni gagliarde, che benché il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorità al Maestro
de’cavalli di Fabio di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che
per tale autorità il campo romano fusse per esser rotto, se Fabio colla sua
prudenza non vi rimedia; non gli basta questa esperienza, che fa di poi consolo
VARRONE (si veda), non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze
e tutti i luoghi pubblici di Roma,
promesso di rompere Annibaie, qualunque volta gliene fusse data
autorità. Di che ne nacque la zuffa e rotta di Canne, e presso che la rovina
di Roma. Io voglio addurre a questo
proposito ancora uno altro essempio romano. Era stato Annibaie in Italia otto o
dieci anni, aveva ripieno di occhione de’Romani tutta questa provincia, quando
venne in Senato Marco Centenio Penula, uomo
vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado nella milizia), ed
offersegli, che se gli davano autorità di potere fare esercito d’uomini
volutitari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in brevissimo
tempo, preso o morto Annibaie. Al Senato parve la domanda di costui temeraria;
nondimeno ei pensando che s’ella se gli negasse, e nel popolo si fusse di poi
sapula la sua chiesta, che non ne
nascesse qualche tumulto, invidia e mal grado contro all’ordine senatorio,
gliene concessono: volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo
seguitassino, che fare surgere nuovi sdegni nel Popolo; sappiendo quanto simile
partito fusse per essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Anda,
adunque, costui con una moltitudine inordinata ed incomposita a trovare
Annibaie; e non gli fu prima giunto all’incontro, che fu con tutti quelli che
lo seguitavano rotto e morto. In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo
e prudentissimo, persuadere a quel popolo, che non fusse bene andare ad
assaltare Sicilia: talché, presa quella deliberazione contra alla voglia
de’savi, ne segue al tutto la rovina d’Atene.
Scipione quando fu fatto consolo, e che desidera la provincia d’Affrica,
promettendo al tutto la rovina di Cartagine; a che non s’accordando il Senato
pella sentenza di Fabio Massimo, minaccia di proporla nel Popolo, come quello
clic conosce benissimo quanto simili deliberazioni piaccino a’popoli.
Potrebbesi a questo proposito dare esempi della nostra città: come fu quando
messere Ercole Bentivogli, governadore delle genti fiorentine, insieme con
Giacomini, poiché ebbono rotto llartolommeo d’Alviano a San Vincenti, andano a
campo a Pisa; la qual impresa fu deliberata dal popolo in su le promesse
gagliarde di messcr Ercole, ancora che molti savi cittadini la biasimassero:
nondimeno non vi ebbero rimedio, spinti da quella universale volutila, la qual
era fondata in su le promesse gagliarde del governadore. Dico, adunque, come
non è la più facile via a fare rovinare una repubblica dove il popolo abbia
autorità, che metterla' in imprese
gagliarde: perchè, dove il popolo sia d’alcuno momento, sempre fieno accettale;
nè vi arà, chi sarà d’altra oppinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la
rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particolare de’cittadini
che sono preposti a simili imprese: perchè, avendosi il popolo presupposto la
vittoria, eomee’vienc la perdita, non ne
accusa nè la fortuna, nè la impotenza di chi ha governato, ma la tristizia
e l’ignoranza sua; e quello il più delle volte o ammazza, o imprigiona, o
confina: come intervenne a infiniti capitani Cartaginesi, ed a molti Ateniesi.
Nè giova loro alcuna vittoria che pello addietro avessino avuta, perchè tutto
la presente perdita cancella: come intervenne a Giacomini nostro, il quale non
avendo espugnata Pisa, come il popolo
aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia popolare, che non
ostante infinite sue buone opere passate, visse più per umanità di coloro che n’avevano
autorità, che per alcun’altra cagione che nel popolo lo difendesse. Quanta
autorità abbia uno uomo grande a frenare una moltitudine concitata. Il secondo
notabile sopra il testo nel superiore
capitolo allegato, è, che veruna cosa è tanto atta a frenare una
moltitudine concitata, quanto è la riverenza di qualche uomo grave e d’autorità,
che se le faccia incontro j nè senza cagione dice VIRGILIO (si veda): “Tutn
vietate graverà ac meritis si forte virum Conspexere, sileni, arrectisque
aur^®n^ci Per tanto, quello che è proposto a uno esercito, o quello che si trova in una città, dove nasce tumulto, debbe rappresentarsi in
su quello con maggior grazia e piu onorevolmente che può, mettendosi intorno l’insegne
di quel grado che tiene, per farsi più reverendo. Era, pochi anni sono, Firenze
diviso in due fazioni, Fratesche ed Arrabbiate, che cosi si chiamano; e venendo
ali’arme, ed essendo superati i Frateschi, intra i quali era Soderini, assai in
quelli tempi riputato cittadino; cd
andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per saccheggiarla; suo
fratello, allora vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si trova a sorte in
casa: il quale, subito sentito il romore e veduta la turba, messosi i più
onorevoli panni indosso, e di sopra il rocchetto episcopale, si fa incontro a
quelli armati, e colla persona e COLLA PAROLA GLI FERMA; la qual cosa fu per tutta la città per molti giorni notata e
celebrata. Conchiudo, adunque, come e’non è il più fermo nè il più necessario
rimedio a frenare una moltitudine concitata che la presenza d’uno uomo che per
presenza paia e sia reverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato
testo, con quanta ostinazione la Plebe romana accetta quel partito d’andare a
Yeio, perchè Io giudica utile, nè vi
conosce sotto il danno vi era ? e come nascendone assai tumulti, ne
sarebbero nati scandali, se il Senato con uomini gravi e pieni di riverenza non
avesse frenato il loro furore. Quanto facilmente si conduellino le cose in
quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che dove è e qualità, non si
può fare principato / e dove la non èj non si può far repubblica. Ancora clie
di sopra si sia discorso assai quello
sia da temere o sperare delle città corrotte; nondimeno non mi pare fuori di
proposito considerare una deliberazione del Senato circa il voto ehe Cammillo
fa di dare la decima parte ad Apolline della preda de’Veienti: la qual preda
sendo venuta nelle mani della Plebe romana, nè se ne potendo altrimenti riveder
conto, fa il Senato uno editto, che ciascuno dove rappresentare al pubblico la decima parte di
quello gl’aveva predalo. E benché tale deliberazione non ha luogo, avendo di poi
il Senato preso altro modo, c per altra via satisfatto ad Àpolliue in
satisfazione della Plebe; nondimeno si vede per tali deliberazioni quanto quel
Senato confidasse nella bontà di quella, e come e’giudica che nessuno fusse per
non rappresentare appunto tutto quello
che per tale editto gl’era comandato. E dall’altra parte si vede, come la Plebe
non pensa di fraudare in alcuna parte l’editto con il dare meno che non dove,
ma di liberarsi da quello con il mostrarne aperte indignazioni. Questo
essempio, con molti altri che di sopra si sono addotti, mostrano quanta bontà e
quanta religione fusse in quel Popolo, e quanto bene fusse da sperare di
lui. E veramente, dove non è questa
bontà, non si può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle
provincic che in questi tempi si veggono corrotte: come è la Italia sopra tutte
le altre; ed ancora la Francia di tale corruzione ritengono parte. E se in
quelle provincie non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni di,
deriva non tanto dalla bontà de'popoli, la quale ìh buona parte è mancata; quanto dallo avere uno re
che gli mantiene uniti, non solamente pella virtù sua ma pell’ordine di quelli regni che ancora non
sono guasti. Vedesi bene nella provincia della Magna, questa bontà e questa
religione ancora in quelli popoli esser grande; la qual fa che molte
repubbliche vi vivono libere, ed in modo osservano le loro leggi, che nessuno
di fuori nè di dentro ardisce occuparle.
E che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà, io nc
voglio dare uno essempio simile a questo detto di sopra del Senato e della
Plebe romana. Usano quelle repubbliche, quando gli occorre loro bisogno d’avere
a spendere alcuna quantità di danari per conto pubblico, che quelli magistrati
o consigli che ne hanno autorità, ponghino a tutti gli abitanti della città uno per cento, o dua, di quello
che ciascuno ha di valsente. E fatta tale deliberazione secondo 1’ordine della
terra, si rappresenta ciascuno dinanzi agli esecutori di tale imposta; e, preso
prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in una cassa a ciò
deputata quello clic secondo la conscienza sua gli pare dover pagare: del qual
pagamento non è testimonio alcuno, se
non quello che paga. Donde si può conictturare quanta bontà e quanta religione
sia ancora in quelli uomini. E debbesi stimare che ciascuno paghi la vera
somma: perchè, quando la non si pagasse, non pitterebbe la imposizione quella
quantità che loro disegnassero secondo le antiche che fussino usitate riscuotersi;
e non gitlando, si conoscerebbe la fraude; e conoscendosi, arebbon preso altro modo che questo. La quale bontà è
tanto più d’ammirare in questi tempi quanto ella è più rara: anzi si vede
essere rimasa sola in quella provincia. Il che nasce da due cose: Y una, non
avere avuti commerzi grandi co’vicini; perchè nè quelli sono ili a casa loro,
nè essi sono iti a casa altrui; perchè sono stati eontenli di quelli beni, e
vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane
che dà il paese: d’onde è stata tolta via LA CAGIONE D’OGNI CONVERSAZIONE,
ed il principio d’ogni corruttela; perchè non hanno possuto pigliare i costumi
nè franciosi nè spagnuoli nè italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la
corruttela del mondo. L’altra cagione è, che quelle repubbliche dove s’è
mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportano che alcuno loro cittadino nè sia nè viva ad uso di
gentiluomo: anzi mantengono infra loro una pari equalità, ed a quelli signori e
gentiluomini che sono in quella provincia, sono inimicissimi; c se per caso
alcuni pervengono loro nelle mani, come priacipi di corruttela e cagione d’ogni
scandalo, gl’ammazzano. E' per chiarire questo nome di gentiluomini quale e’sia
dico che gentiluomini sono chiamali quelli che ociosi vivono de’proventi delle
loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna cura o di coltivare, o di
alcuna altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniciosi in ogni
repubblica ed in ogni provincia; ma più perniciosi sono quelli che, oltre alle
predette fortune, comandano a castella,
ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti d’uomini ne sono pieni il regno di Napoli, terra di Roma, la Romagna e la
Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è mai stata alcuna
repubblica, nè alcuno vivere politico; perchè tali generazioni d’uomini sono al
tutto nemici d’ogni civiltà. Ed a volere in provincie fatte in simil modo
introdurre una repubblica, non e possibile: ma a volerle ri-ordinare, s’alcuno
ne fusse arbitro, non arebbe altra via
che farvi un regno. La ragione è questa, che dove è tanto la materia corrotta
che le leggi non bastino a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle
maggior forza; la quale è una mano regia, che colla potenza assoluta ed
eccessiva pone freno alla eccessiva ambizione e corruttela de’potenti.
Verificasi questa ragione coll’esempio di Toscana: dove si vede in poco spazio
di terreno stale longamente tre repubbliche, Firenze, Siena e Lucca; e le altre
città di quella provincia essere in modo serve, che, coll’animo e coll’ordine,
si vede o che le mantengono, o che le vorrebbono mantenere la loro libertà.
Tutto è nato per non essere in quella
provincia alcun signore di castella, c nessuno o pochissimi
gentiluomini; ma esservi tanta equalità, che facilmente da uno uomo prudente, e che delle antiche
civilità avesse cognizione, vi si introdurrebbe un viver civile. Ma lo
infortunio suo è stato tanto grande, che infino a questi tempi non ha sortito
alcuno uomo che lo abbia potuto o saputo fare. Trassi adunque di questo
discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai
gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e che colui che dove è
assai EQUALITA vuole fare uno regno o uno principato, non lo potrà mai fare se
non trae di quella equalità molti d’animo ambizioso ed inquieto, e quelli fa
gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella e possessioni, c
dando loro favore di sustanze e d’uomini; acciocché, posto in mezzo di loro,
mediante quelli mantenga la sua potenza;
cd essi, mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti n
sopportare quel giogo che la forza, e non altro mai, può far sopportare loro.
Ed essendo per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno
fermi gl’uomini ciascuno nell’ordine loro. E perchè il fare d’una provincia
atta ad essere regno una repubblica, c d’una atta ad essere repubblica farne
un regno, è materia da uno uomo che per
cervello e per autorità sia raro; sono stati molti che Io hanno voluto fare, e
pochi che lo abbino saputo condurre. Perchè la grandezza della cosa parte
sbigottisce gl’uomini, parte in modo gli’mpedisce, che ne’primi principii
mancano. Credo che a questa mia
oppiatone, che dove sono gentiluomini non si possa ordinare repubblica,
pare contraria la esperienza della repubblica veneziana, nella quale non
usano avere alcuno grado se non coloro che sono gentiluomini. A che si
risponde, come questo essempio non ci fa alcuna oppugnazione, perchè i
gentiluomini in quella repubblica sono piu in nome che in fatto; perchè loro
non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze grandi fondate
in sulla MERCANZIA e cose mobili; e di
più, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gl’uomini:
ma quel nome di gentiluomo in loro è nome di degnila e di riputazione, senza
essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell’altre città si
chiamano i gentiluomini. E come l’altre repubbliche hanno tutte le loro
divisioni sotto vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari; e
vogliono che quelli abbino, ovvero possino avere, tutti gl’onori; quelli altri
ne sieno al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra.
Gonstituisca, adunque, una repubblica colui dove è, o è fatta una grande
egualità; ed all’incontro ordini un principato dove è grande inequalità:
altrimenti fa cosa senza propprzione, e poco durabile. Innanzi che segnino i
grandi accidenti in una città o in una
provincia, vengono segni che gli pròìioslicanOj
o uomini che gli predicono. Donde e’si nasca io non so, ina si vede pei’gli
antichi e per gli moderni essempi, che mai non venne alcuno grave accidente in
una città o in una provincia, che non sia stato, o d’indovini o da revelazioni
o da prodigi, o d’altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da
casa nei provare questo, saciascuno
quanto da Savonarola fusse predetta innanzi la venuta del re Carlo di Francia in Italia; e come, olirà
di questo, per tutta Toscana si disse esser sentite in aria e vedute genti
d’arme, sopra Arezzo, che s’azzuffavano insieme. Sa ciascuno olirà di questo,
come avanti la morte di Lorenzo de’Medici vecchio fu percosso il duomo nella
sua più alta parte con una saetta celeste, con
l'ovina grandissima di quello edilìzio. Sa ciascuno ancora, come poco
innanzi che Soderini, quale era stato fatto gonfaloniere a vita dal popolo
fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente d’un
fulgore percosso. Potrcbbesi, olirà di questo, addurre più essempi, i quali per
fuggire il tedio lascerò. Narrerò solo quello che L., innanzi alla venuta
de’Franciosi in Roma: cioè, come uno Marco Cedizio plebeio, riferì al senato
avere udito di mezza notte, passando pella Via Nuova, una voce maggiore ch’umana,
la quale l’ammoniva che riferisse ai magistrati, come i Franciosi venivano a
Roma. La cagione di questo credo sia d’essere discorsa ed interpretata d’uomo
che abbia notizia delle cose naturali e soprannaturali: il che non abbiamo
noi. Pure, potrebbe essere che, sendo
questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno d’intelligenze; le quali per
naturale virtù prevedendo le cose future, ed avendo compassione agl’uomini,
acciò si possino preparare alle difese,
gl’avvertiscono con simili segni. Pure, comunelle si sia, si vede cosi
essere la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose
istraordinarie e nuove alle provincie. La plebe insieme è gagliarda; di per se
è debole. Erano molti Romani, scudo seguita pella passata de’Franciosi la
rovina della lor patria, andati ad abitare a Yeio, contea alla constituzione ed
ordine del senato: il quale, per rimediare a questo disordine, comanda per i
suoi editti pubblici che ciascuno, infra certo tempo e sotto certe pene, torna
ad abitare a Roma. De’quali editti, da
prima per coloro contea a chi e’venivano, si fu fatto beffe; di poi, quando s’appressò
il tempo dell’ubbidire, tutti ubbidirono. E L. dice queste parole: Ex fcrocibus
universtSj singtili metti suo obedienfes fuere. E veramente, non si può
mostrare meglio la natura d’una moltitudine in questa parte che si dimostra in
questo testo. Perchè la moltitudine è audace nel parlare molte volte contra alle deliberazioni del loro
principe; di poi, come veggono la pena in viso, non si fidando l’uno
dell’altro, corrono ad ubbidire. Talché si vede certo, che di quel che si dica
uno popolo circa la mala o buona disposizion sua, si debbe tenere non gran
conto, quando tu sia ordinato in modo da poterlo mantenere, s’egli è ben
disposto; s’egli è mal disposto, da poter provvedere che non t’offenda. Questo s’intende per
quelle male disposizioni che hanno i popoli, nate da qualunque altra cagione,
che o per avere perduto la libertà, o il loro principe stato amato da loro, e
che ancora sia vivo; perchè le male disposizioni che nascono da queste cagioni,
sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno bisogno di grandi rimedi a
frenarle:1'altre sue indisposizioni fieno
facili, quando ci non abbia capi a chi rifuggire. Perchè non ci è cosa,
dall’un canto, più formidabile ch’una moltitudine sciolta e senza capo; e,
dall’altra parte, non è cosa più debole: perchè, quantunque ella abbi 1’armi in
mano, fia facile ridurla, purché tu abbi ridotto da potere fuggire il primo
impeto; perchè quando gl’animi sono un poco raffreddi, e che ciascuno vede d’aversi
a tornare a casa sua, cominciano a
dubitare di loro medesimi, e pensare alla salute loro, o con fuggirsi o coll’accordarsi.
Però una moltitudine così concitata, volendo fuggire questi pericoli, ha subito
a fare infra sè medesima un capo che la corregga, tenghila unita e pensi alla sua
difesa; come fa la Plebe romana, quando dopo la morte di Virginia si partì da
Roma, e per salvarsi feciono infra loro venti Tribuni: e non facendo questo,
interviene loro scmj)re quel che dice L.
nelle soprascritte parole, che tutti insieme sono gagliardi; e quando ciascuno
poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole. La
moltitudine è più savia e più costante che un principe. Nessuna cosa essere più
vana e più inconstante che la moltitudine:
cosi L. nostro, come tutti gli altri filosofi affermano. Perchè spesso
occorre, nel narrare l’azioni degl’uomini, vedere la moltitudine avere
condannato alcuno a morte, e quel medesimo di poi pianto e sommamente
desiderato: come si vede avere fatto il Popolo romano di Manlio Capitolino, il
quale avendo CONDENNATO A MORTE, sommamente di poi desidera. E le parole dell’autore
son queste: Populum brevi, posteaquam ab co periculum nullum eral, desiderium
rjus tenuit. Ed altrove, quando mostra gl’accidenti che nacquero in Siracusa
dopo la morte di Girolamo nipote di
Ierone, dice: Hcec natura mulliludinis
est : aut umiliter servii, aut superbe domi natur. Io non so se io mi
prenderò una provincia dura, e piena di tanta difficoltà, che mi convenga o
abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una cosa,
la quale da tutti gli scrittori è accusata. Ma, comunehc si sia, io non giudico
nè giudicherò mai essere difetto difendere alcune oppinioni colle ragioni,
senza volervi usare o la autorità o la forza. Dico adunque, come di quello
difetto di che accusano i filosofi la moltitudine, se ne possono accusare tutti
gl’uomini particolarmente, e massime i principi; perchè ciascuno che non sia
regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine
sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perchè e’sono c sono stati assai
principi, e de’buoni e de’savi ne sono stati pochi; io dico de’principi che
hanno potuto rompere quel freno che gli può correggere; intra i quali non sono
quegli re che nascevano in Egitto, quando in quella antichissima antichità si
governa quella provincia colle leggi; nè quelli che nascevano in Sparta; nè
quelli che a’nostri tempi nascono in Francia: il quale regno è moderato più
dalle leggi, che alcuno altro regno di
che ne’nostri tempi si abbi notizia. E questi re che nascono sotto tali
constituzioni, non sono da mettere in quel numero, donde si abbia a considerare
la natura di ciascuno uomo per sè, e vedere se egli è simile alla moltitudine:
perchè a rincontro loro si debbe porre una moltitudine medesimamente regolata
dalle leggi come sono loro; e si trova in lei essere quella medesima bontà che noi veggiamo essere in quelli, e
vedrassi quella nè superbamente dominare nè umilmente servire: come era il
Popolo romano, il quale mentre durò la Repubblica incorrotta, non servì mai
umilmente nè mai dominò superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati
tenne il grado suo onorevolmente. E quando era necessario insurgerc contra a
uno potente, lo fa; come si vede in
Manlio, ne’Dieci, ed in altri che cercorno opprimerla: e quando era necessario
ubbidire a’Dittatori ed a’Consoli per la salute pubblica, lo fa. E se il Popolo
romano desidera Manlio Capitolino morto, non è meraviglia; perchè e’desidera le
sue virtù, le quali erano state tali, che la memoria d’esse reca compassione a
ciascuno; cd arebbono avuto forza di fare quel medesimo effetto in un principe, perchè 1’è sentenza di tutti i
filoofi, come la virtù si lauda e s’ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, infra tanto
desiderio, fusse risuscitato, il Popolo di Roma arebbe dato di lui il medesimo
giudizio, come ei fa, tratto che l’ebbe
di prigione, che poco di poi lo condenna a morte; nonostante die si vegga di
principi tenuti savi, i quali hanno fatto morire qualche persona,
e poi sommamente desideratala: come Alessandro, Clito ed altri suoi
amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo istorico nostro dice della natura
della moltitudine, non dice di quella
che è regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la
siracusana: la quale fa quelli errori che fanno gl’uomini infuriati e sciolti,
come fa Alessandro magno, ed Erode, ne’casi detti. Però non è più d’incolpare
la natura della moltitudine che de’principi, perchè tutti egualmente errano,
quando tutti senza rispetto possono errare. Di che, oltre a quello che ho
detto, ci sono assai essempi, ed intra gl’imperadori romani, ed intra gli altri
tiranni e, principi; dove si vede tanta incostanza e tanta variazione di vita,
quanta mai non si trova in alcuna moltitudine.
Conchiudo, adunque, contea olla comune oppimene, la qual dice come i
popoli, quando sono principi, sono vari, mutabili, ingrati; affermando che in
loro non sono altrimente questi peccati che si siano ne’principi particolari.
Ed accusando alcuni i popoli ed i principi insieme, potrebbe dire il vero; ma
traendone i principi, s’inganna; perchè un popolo che comanda e sia bene
ordinato, sarà stabile, prudente e grato
non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio stimato
savio: e dall’altra parte, un priucipe sciolto dalle leggi, sarà ingrato, vario
ed imprudente più che uno popolo. E che la variazione del procedere loro nasce
non dalla natura diversa, perchè in tutti è ad un modo: e se vi è vantaggio di
bene, è nei popolo; ma dallo avere più o meno
rispetto alle leggi, dentro alle quali l’uno e l’altro vive. E chi
considerrà il Popolo romano, lo vede essere stato per quattrocento anni iuimico
del nome regio, ed amatore della gloria e del bene comune della sua patria:
vedrà tanti essempi usati da lui, clic
testiiuoniauo 1’una cosa e l’altra. £ se alcuno m’allega l’ingratitudine eh7
egli usa centra a Scipione, rispondo quello die di sopra lungamente si discorse in questa materia,
dove si mostrò i popoli essere meno iugraii de’principi. Ma quanto alla
prudenza ed alla stabilità, dico, come uno popolo è più prudente, più stabile e
di miglior giudicio che un principe. E uon senza cagione si assomiglia la voce
d7 un popolo a quella di Dio; perchè si vede una oppinioue universale fare
effetti meravigliosi ne’pronostichi suoi:
talché pare che per occulta virtù e’prevegga il suo male ed il suo bene.
Quanto al giudicare le cose, si vede rarissime volte, quando egli ode due
concionanti che tendino in diverse parti, quando e’sono di egual virtù, che non
pigli’ia oppinione migliore, e che non sia capace di quella verità ch’egli ode
£ se nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra;
molte volte erra ancora uri principe
nelle sue proprie passioni, le quali sono molle più che quelle de’popoli.
Yedesi ancora, nelle sue elezioni ai magistrati, fare di lunga migliore
elezione che uno principe; nè mai si persuaderà ad un popolo, che sia bene
tirare alla degnila uno uomo infame e di corrotti costumi: il che facilmente e
per mille vie si persuade ad un principe. Yedesi un popolo cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli
stare in quella oppinione: il che non si vede in uno principe. E dell’una e
dell’altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il Popolo romano:
il quale, in tante centinaia d’anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni,
non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe tanto in
odio il nome regio che nessuno obbligo
di alcuno suo cittadino che tenta quel
nome, potette fargli fuggire le debite pene. Yedesi, oltra di questo, le città
dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e
molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto un principe ! come fa
Roma dopo la cacciata de’re, ed Atene da poi che la si liberò da Pisistrato. Il
che non può nascere d’altro, se non che sono
migliori governi quelli de’popoli che quelli de’principi. Nè voglio che
s’opponga a questa mia oppinione tutto quello che lo istorico nostro ne dice
nel preallcgato testo, ed in qualunque altro; perchè, se si discorreranno tutti
i disordini de’popoli, tutti i disordini de’principi, tutte le glorie de’popoli,
tutte quelle de’principi, si vede il popolo di bontà e di gloria essere di
lunga supcriore. E se i principi sono superiori a’popoli nell’ordinare leggi,
formare vite civili, ordinare statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto
superiori nel mantenere le cose ordinate, eh’egli aggiungono senza dubbio alla
gloria di coloro che l’ordinano. Ed in somma, per epilegare questa materia,
dico come hanno durato assai gli stati de’principi, hanno durato assai gli stati
delle repubbliche, el’uno e l’altro ha
avuto bisogno d’essere regolato dalle leggi: perchè un principe che può fare
ciò che vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole, non è savio. Se,
adunque, si ragionerà d'un principe obbligato alle leggi, ed’un popolo
incatenalo da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se si
ragionerà dell’uno e dell’altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che
nei principe; e quelli minori, ed aranno
maggiori rimedi. Perchè ad un popolo licenzioso e tumultuario, gli può da un
uomo buono esser parlato, e facilmente può essere ridotto nella via buona: ad
un principe cattivo non è alcuno che possa parlare, nè vi è altro rimedio che
il ferro. Da che si può far coniettura della importanza della malattia dell’uno
e dell’altro: chè se a curare la malattia del
popolo bastano le parole, ed a quella del principe bisogna il ferro, non
sarà mai alcuno che non giudichi, che dove bisogna maggior cura, siano maggiori
errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temono le pazzie che quello fa,
nè si ha paura del mal presente, ma di quello che ne può nascere, potendo
nascere infra tanta confusione un tiranno. Ma ne’principi tristi interviene
il contrario: che si teme il male
presente, e nel futuro si spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva
vita possa far surgere una libertà. Sì che vedete la differenza dell’uno e
dell’altro, la quale è quanto dalle cose che sono, a quelle che hanno ad
essere. Le crudeltà della moltitudine
sono contra a chi ei temono clic occupi il ben comune: quelle d’un principe
sono contro a chi ci temono che occupi
il bene proprio. Ma la oppiti ione contro ai popoli nasce perchè de’popoli
ciascuno dice male senza paura e liberamente, ancora mentre che regnano:
de’principi si parla sempre con mille paure e mille rispetti. Nè mi pare fuor
di proposito, poiché questa materia mi vi tira, disputare di quali
confederazioni altri si possa più fidare, o di quelle falle con una repubblica,
o di quelle fatte con ui> principe. Di quali confederazioni, o lega,
altri si può più fidare; o di quella fatta con una repubblica, o di quella fatta con uno principe. Perchè ciascuno dì
occorre che P uno principe con l’altro, o V una repubblica con l’altra, fanno
lega ed amicizia insieme; ed ancora similmente si contrae confederazione ed
accordo intra una repubblica ed uno principe mi pare d’esaminare qual fede è più stabile, e di quale si debba
tenere più conto, o di quella d’una repubblica,
o di quella d’uno principe, lo, esaminando tutto, credo che in molti
casi e’siano simili.ed in alcuni vi sia qualche disformità. Credo per tanto,
che gli accordi fatti per forza non ti saranno nè da un principe nè da una
repubblica osservali; credo che quando la paura dello stato venga, l'uno e
l'altro, per non lo perdere, ti romperà
la fede, e ti userà ingratiludine. Demetrio, quel che fu chiamato espugnatore
delle cittadi, fa agl’Ateniesi infiniti benefici!: occorse di poi, che sendo
rotto da’suoi inimici, e rifuggendosi in Atene, come in città amica ed a lui
obbligata, non fu ricevuto da quella: il che gli dolse assai più che non aveva
fatto la perdita delle genti e dell’esercito suo. Pompeio, rotto che fu da Cesare in Tessaglia, si
rifuggia in Egitto a Tolomeo, il quale era pello addietro da lui stato rimesso
nel regno; e fu da lui morto. Le quali cose si vede che ebbero le medesime
cagioni; nondimeno fu più umanità usata e meno ingiuria dalla repubblica che
dal principe. Dove è, pertanto, la paura, si trova in fallo la medesima fede. E
se si trova o una repubblica o uno principe, che per osservarti la fede aspetti
di rovinare, può nascere questo ancora da simili cagioni. E quanto al principe,
può molto bene occorrere che egli sia amico d’un principe potente, che se bene
non ha occasione allora di difenderlo, ei può sperare che col tempo e lo
restituisca nel principato suo; o veramente che, avendolo seguito come
partigiano, ei non creda trovare nè fede nè accordi con il nimico di quello. Di questa sorte sono
stati quelli principi del reame di Napoli che hanno seguite le parti franciose.
E quanto alle repubbliche, fu di questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspettò
la rovina per seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire le parti franciose. E credo, computata ogni
cosa, che in questi casi, dove è il
pericolo urgente, si trova qualche stabilità
più nelle repubbliche, che ne’principi. Perche, sebbene le repubbliche
avessino quel medesimo animo e quella medesima voglia che un principe, lo avere
il moto loro tardo, fa che le porranno sempre più a risolversi che il principe,
e per questo porranno più a rompere la fede di lui. Romponsi le confederazioni
per lo utile. In questo le repubbliche sono di lunga più osservanti degli accordi che i principi. E potrebbesi addurre
essempi, dove uno miuinio utile ha fatto rompere la fede ad uno principe, e
dove una grande utilità non ha fatto rompere la fede ad una repubblica: come fu
quello partito che propose Temistocle agl'ateniesi, a’quali nella conclone
disse che aveva uno consiglio da fare alla loro patria grande utilità; ma non
lo poteva dire per non lo scoprire, perchè
scoprendolo si toglieva l’occasione del farlo. Onde il popolo d’Atene
elesse Aristide, al quale si comunic la cosa, e secondo dipoi che paresse a lui
se ne deliberasse: al quale Temistode mostrò come I’armata di tutta Grecia,
ancora che stesse sotto la fede loro, era in lato che facilmente si poteva
guadagnare o distruggere; il che fa gl’Ateniesi al tutto arbitri di quella
provincia. Donde Aristide riferì ai
popolo, il partito di Temistocle essere utilissimo, ma disonestissimo: per la
qual cosa il popolo al tutto lo ricusa. II che non arebbe fatto Filippo
Macedone, e gl’altri principi che più utile hanno cerco e più guadagnato col
rompere la fede, che con verun altro modo. Quanto a rompere i patti per qualche
cagione d’inosservanza, di questo io non parlo come di cosa ordinaria; ma parlo dì quelli che si rompono per cagioni
istrasordinarie: dove io credo, per le cose (lette, che il popolo facci minori
errori che il principe, e per questo si possa Fidar più di lui che del
principe. Come il consolato e qualungue altro magistrato in Roma si (lava senza
rispetto di età. E’si vede pell’ordine della istoria, come la Repubblica
romana, poiché’i consolato venne nella Plebe,
concesse quello ai suoi cittadini senza rispetto d’età o di sangue;
ancora cbe il rispetto dell’età mai non fusse in Roma, ma sempre s’anda a trovare la virtù, o in giovane o in vecchio cbe la fusse. Il
che si vede per il testimone di Valerio Corvino, che fu fatto Consolo nell!
Ventitré anni: e Valerio detto, parlando ai suoi soldati, disse come il
consolato crai prcetnium virfulisj, non
sanguinis. La qual cosa se fu bene considerata, o no, sarebbe da
disputare assai. E quanto al sangue, fu concesso questo per necessità; e quella
necessità che fu in Roma, sarebbe in ogni città che volesse fare gli effetti
che fece Roma, come altra volta si è detto: per i! chè e’non si può dare agl’uomini
disagio senza premio, nè si può torre la SPERANZA di conseguire il premio senza
pericolo. E però a buona ora convenne che la Plebe avesse speranza di avere il
consolato; e di questa SPERANZA si nutrì un tempo senza averlo. Di poi non
bastò la speranza, che e’convenne che si venisse allo effetto. Ma la città che
non adopera la sua plebe ad alcuna cosa gloriosa, la può trattare a suo modo,
come altrove si disputa: ma quella elle vuole fare quel che fe Roma, non
ha a fare questa distinzione. E dato che
così sia, quella del tempo non ha replica; anzi è necessaria: perchè nello
eleggere uno giovane in uno grado che abbi bisogno d’una prudenza di vecchio,
conviene, avendovelo ad eleggere la moltitudine, che a quel grado lo facci
pervenire qualche sua nobilissima azione. E quando un giovane è di tanta virtù,
che si sia fatto in qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima
che la città non se «e potesse valere allora, e che la avesse ad aspettare che
fusse invecchiato con lui quel vigore deir animo, quella prontezza, della quale
in quella età la patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio
Corvino, di Scipione, di Pompeio e di
molti altri che trionfarono giovanissimi. Laudano sempre gli uomini, ma noti
sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo
sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi
che da loro sono state, pella memoria che ne hanno lasciata gli scrittori,
conosciute; ma quelle ancora che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro
giovanezza avere vedute. E quando questa loro oppinionc sia falsa, come il più
delle volte è, mi persuado varie essere
le cagioni he a questo inganno gli
conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s’intenda al tutto
lu verità; e che di quelle il più delle vollesi nasconda quelle cose che
recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possono partorire loro
gloria, si remlino magnifiche ed amplissime. Però che i più dei filosofi in
modo alla fortuna de’vincitori
ubbidiscono, che per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescono
quello che da loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’nimici in
modo illustrano, che qualunque nasce di poi in qualunque delle due provincie, o
nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quelli uomini e
di quelli tempi, ed è forzato sommamente laudargli ed amargli. Olirà di questo, odiando gli uomini le cose o
per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell’odio
nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione
d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e
veggono; le quali, pei l’intera cognizione di esse, non t’essendo in alcuna
parte nascoste e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che
ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora
che in verità le presenti molto più di quelle
di gloria e di fama meritassero: ragionando non delie cose pertinenti
alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in sè, che i tempi possono torre o
dar loro poco più gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di
quelle pertinenti alla vita e costumi
degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni. Replico,
pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare soprascritta;
ma non essere già sempre vero che si erri nel farlo. Perchè qualche volta è
necessario che giudichino la verità; perchè essendo le cose umane sempre in
molo, o le salgono, o lescendono. E vedesi una città o una provincia essere ordinata al vivere politico
da qualche uomo eccellente; ed, un tempo, pella virtù di quello ordinatore,
andare sempre in augumento verso il
meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più li antichi tempi che i
moderni, s’inganna; ed è ausato il suo inganno da quelle cose che di sopra si
sono dette. Ma coloro che nascono di poi, in quella città o provincia, che gli è venuto il tempo che la scende verso la
parte più rea, allora non s’ingannano. E pensando io come queste cose
procedino, giudico il mondo sempre essere stalo ad un medesimo modo, ed in quello
esser stato tanto di buono quanto di tristo; ma variare questo tristo e questo
buono di provincia in provincia: come si vede per quello si ha notizia di
quelli regni antichi che variavano
dall’uno all’altro pella variazione de’costumi; ma il mondo resta quel
medesimo. Solo vi era questa differenza,
che dove quello aveva prima collocata la
sua virtù in Assiria, la colloca in Media, di poi in Persia, tanto che la ne
venne in Italia ed a Roma: e se dopo l’imperio romano non è seguito imperio che
sia durato, nè dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme; si vede nondimeno essere sparsa in di molte nazioni
dove si vive virtuosamente; come era il regno de’Franchi, il regno de’Turchi,
quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna; e prima quella setta Saracina
che fa tante gran cose, ed occupa tanto mondo, poiché la distrusse l’imperio
romano orientale. In tutte queste provincie, adunque, poiché i Romani
rovinorono, ed in tutte queste sètte è stata quella virtù, ed è ancora in
alcuna parte d’esse, che si desidera, e che con vera laude si lauda. E chi
nasce in quelle, e lauda i tempi passati più che i presenti, si potrebbe
ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia divenuto o in Italia
oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi, e laudare
gli altri: perchè in quelli vi sono assai cose, che gli fanno meravigliosi; in questi non è cosa alcuna che
gli ricomperi d’ogni estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è
osservanza di religione, non di leggi, non di milizia; ma sono maculati d’ogni
ragione bruttura. E tanto sono questi vizi più detestabili quanto ei sono più
in coloro che seggono prò tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere
adorati. Ha tornando al ragionamento
nostro, dico che se il giudicio degl’uomini è corrotto in giudicare
quale sia migliore, o il secolo presente o l’antico, in quelle cose dove pell’antichità
ei non ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha de’suoi tempi; non
doverrebbe corrompersi ne’vecchi nel giudicare i lempi della gioventù e
vecchiezza loro, avendo quelli e questi egualmente conosciuti e visti. La qual
cosa sarebbe vera, se gl’uomini per
tutti i tempi della lor vita l'ussero del medesimo giudizio, ed avessero quelli
medesimi appetiti: ma variando quelli, ancora che i tempi nou variino, non
possono parere agl’uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri
diletti, altre considerazioni nella vecchiezza, che nella gioventù. Perchè,
mancando gl’uomini quando li invecchiano di forze, e crescendo di giudizio e di
prudenza; è necessario che quelle cose che in gioventù pareno loro sopportabili
e buone, ineschino poi invecchiando insopportabili e cattive; e dove quelli ne
doverrebbono accusare il giudicio loro, n’accusano i tempi. Sendo ultra di
questo, gl’appetiti umani insaziabili, perchè hanno dalla natura di potere e
voler desiderare ogni cosa, e dalla fortuna di potere conseguirne poche; ne risulta continuamente
una mala contentezza nelle menti umane, ed un fastidio delle cose che si
posseggono: il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e
desiderare i futuri; ancora che a fare questo non fussino mossi d’alcuna
ragionevole cagione. Non so, adunque, se io meriterò d’essere numerato tra
quelli che si ingannano, se in questi mia discorsi io lauderò troppo i tempi degli antichi Romani,
e biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora regna, ed il vizio che ora regna, non fussino
più chiari che il sole, andrei col parlare più rattenuto, dubitando non
incorrere in quello inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa si
manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che
intenderò di quelli e di questi tempi; acciocché gl’animi de’giovani che questi
mia scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad imitar quegli,
qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perchè gl’è offizio di uomo
buono, quel bene che pella malignità de’tempi e della fortuna tu non hai potuto
operare insegnarlo nd altri, acciocché
sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne’discorsi
del superior libro parlato delle deliberazioni fatte da’Romani pertinenti al di
dentro della città, in questo parleremo di quelle che’l Popolo romano fa
pertinenti all’augumento dell’imperio suo. Quale fu più cagione dell’imperio ch’acquistarono
i Romani, o la virtùj o la fortuna. Molti hanno avuta oppinione, intra i quali
è Plutarco, gravissimo filosofo, che’1 Popolo romano nell’acquistare lo imperio
e più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed intra l’altre ragioni che n’adduce,
dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute
dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati più templi alla fortuna
ch’ad alcuna altra divinitai. E pare che a questa oppinione si accosti
L.; perchè rade volte è che facci
parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non v’aggiunga la
fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcun modo, nè credo ancora
si possa sostenere. Perchè, se non s’è
trovato mai repubblica che abbi fatti i progressi che Roma, è nato che non si è
trovata mai repubblica che sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perchè la virtù degl’eserciti gli
feciono acquistare I’imperio; e l’ordine
del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo legislatore, gli
fa mantenere l’acquistato. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due
potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del popolo
romano; perchè e’non ebbero guerra con i Latini se non quando egli ebbero non
tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu da’Romani fatta in difensione
di quelli; non combatterono con i Toscani se prima non ebbero soggiogati i
Latini, ed enervati colle spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di
queste potenze intere si fussero, quando erano fresche, accozzate insieme,
senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina
della romana Repubblica. Ma, comunelle
questa cosa nasce, mai non intervenne ch’eglino avessino due potentissime
guerre in un medesimo tempo: anzi parve sempre, o nel nascere dell’ una,
l’altra si spegnesse; o nel spegnersi dell’una, l’altra nasce. Il che si può
facilmente vedere pell’ordine delle guerre fatte da loro: perchè, lasciando
stare quelle che feciono prima che Roma fusse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gl’Equi e con
i Volsci, mai, mentre questi popoli sono potenti, non si levarono contro di lor
uitre genti. Domi costoro, nasce la guerra contea ai Sanniti; e benché innanzi
che finisse tal guerra i popoli latini si ribellassero da’Romani, nondimeno
quando tale ribellione segui, i Sanniti erano in lega con Roma, e con il loro
esercito aiutorono i Romani domare l’insolenza latina. I quali domi, risurse la
guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a’Sanniti le loro forze, nacque la guerra de’Toscani;
la qual composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti pella passata di Pirro in ITALIA. Il quale come fu ribattuto e
rimandatoin Grecia appiccarono la guerra con i Cartaginesi: nè {ìrima fu tal
guerra finita che tutti i Franciosi, e di là e di qua dall’Alpi, congiurarono
conti ai Romani; tanto che intra Popolonia e Pisa, dove è oggi la torre a San
Vincenti, furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per ispazio
di venti anni ebbero guerra di non molta
importanza; perchè non eombatterono con altri che con I LIGURI, e con
quel rimanente de’Franciosi che era in Lombardia. E così stettero tanto che
nacque la guerra cartaginese, la qual per sedici anni tenne occupata Italia.
Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica; la quale tìnita,
venne quella d’Antioco e d’Asia. Dopo la qual vittoria, non restò in tutto il
mondo nè principe nè repubblica che, di
per sè, o tutti insieme, si potessero opporre alle forze romane. Ma innanzi a quella
ultima vittoria, chi considerrà l’ordine di queste guerre, ed il modo del
procedere loro, vedrà dentro mescolate colla fortuna una virtù e prudenza
grandissima. Talché, chi esaminasse la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe
facilmente: perchè gli è cosa certissima, che
come un principe e un popolo viene in tanta riputazione, che ciascuno
principe e popolo vicino abbia di per sè paura ad assaltarlo, e ne tema, sempre
interverrà che ciascuno d’essi mai lo assalterà, se non necessitato; in modo
che e’sarà quasi come nell’elezione di quel polente, far guerra con quale di
quelli suoi vicini gli parrà, e gii altri colla sua industria quietare. I
quali, parte rispetto alla potenza suo,
parte ingannati da quei modi che egli terrà per nddormentargli, si quietano
facilmente; e gli altri potenti che sono discosto, e che non hanno coinmerzio
seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga loro. Nel quale
errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non
hanno rimedio a spegnerlo se non colle forze proprie; le quali di poi non
bastano, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare, come i
Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Yolsci e gli Equi; e per
non essere troppo prolisso, mi farò da’Cartaginesi: i quali erano di gran
potenza c di grande estimazione quando i Romani combattevano con i Sanniti e
con i Toscani; perchè tii già tenevano tutta 1’Affrica, tenevano ia Stintigna e
la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale polenza loro,
insieme coll’esser discosto ne’confini dal Popolo romano, fa che non pensarono
mai d’assaltare quello, nè di soccorrere i Sanniti e Toscani: anzi fecero come
si fa nelle cose che crescono, più tosto in lor favore collegandosi con quelli,
e cercando l’amicizia loro. Nè s’avviddono prima dell’errore fatto che i Romani, domi tutti i popoli mezzi
infra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dell’imperio di
Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo a’Franciosi che a’ Cartaginesi,
e cosi a Filippo re de’Macedoni, e ad Antioco; e ciascuno di loro crede, mentre
che il Popolo romano era occupato coll’altro, che quell’altro lo supera, ed
essere a tempo, o con pace o con guerra,
difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbono in questa
parte i Romani, 1’arebbono tutti quelli principl che procedessero come i
Romani, c fussero di quella medesima virtù che loro. Sarebbeci da mostrare a
questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie
d’altri, se nei nostro trattato de’principati non ne avessimo parlato a lungo; perchè in quello questa materia è
diffusamente disputata. Dirò solo questo brevemente, come sempre s’ingegnarono
avere nelle provincie nuove qualche amico che fusse scala o porta a salirvi o
entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede che pel mezzo de’Capovani entrarono
in Sannio, de’Camertini in Toscana, de’Mamertini in Sicilia, de’Saguntini in
Spagna, di Massinissa iti Affrica, degl’Eloli in Grecia, d’Eumene ed altri
principi in Asia, de’Massiliensi e dell’Edui in Francia. E così non mancarono
mai di simili appoggi, per potere facilitare l’imprese loro, e nel’acquistare
le provincie e nel tenerle. Il che quelli popoli ch’osserveranno, vedranno
avere meno bisogno della fortuna che quelli che ne saranno non buoni
osservatori. E perchè ciascuno possa
meglio conoscere quanto potè più la virtù che la fortuna loro ad
acquistare quello imperio; noi discorreremo di che qualità furono quelli popoli
con i quali egli ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la
loro libertà. Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come
ostinatamente quelli difendevano la loro libertà. Nessuna cosa fece più
faticoso a’Romani superare i popoli d’intorno,
c parte delle provincie discosto, quanto l’amore che in quelli tempi molti
popoli avevano alla libertà; la quale tanto ostinatamente difendevano che mai
se non da una eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati. Perchè, per molti
essempi si conosce a quali pericoli si mettessino per mantenere o ricuperare
quella; quali vendette e’ facessino contra a coloro che l’avessino loro occupata. Conoscesi ancora nelle lezioni
delle istorie, quali danni i popoli e le città riccvino pella servitù. E dove
in questi tempi ci è solo una provincia la quale si possa dire che abbia in sè
città libere, ne’tempi antichi in tutte le provincie erano assai popoli liberissimi. Vedesi come in quelli tempi
de’quali noi parliamo al presente, in Italia, dall’Alpi che dividono ora la
Toscana dalla Lombardia, insino alla
punta d’Italia, erano molti popoli liberi; com’erano i Toscani, i Romani, i
Sanniti, e molti altri popoli che in quel resto d’Italia abitano. Nè si ragiona
mai che vi fusse alcuno re, fuora di quelli che regnano in Roma, e Porsena re
di Toscaua; la stirpe del quale come s’estinguesse, non ne parla la istoria. Ma
si vede bene come in quelli tempi che i Romani
andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e tanto si godea della
sua libertà, e tanto odia il nome del principe, che avendo fatto i Veienti per
loro difensione un re in Veio, e domandando aiuto a' Toscani contra ai Romani;
quelli, dopo molte consulte fatte, deliberarono di non dare aiuto a’Veienti,
infino a tanto che vivessino sotto’1 re; giudicando non esser bene difendere la
patria di coloro che l’avevano di già
sottomessa ad altrui. E facil cosa è conoscere donde nasca ne’popoli questa
affezione del vivere libero; perchè si vede per esperienza, le cittadi non
avere mai ampliato nè di domiuio nè di ricchezza, se non mentre sono state in
libertà. E veramente meravigliosa cosa è a considerare, a quanta grandezza
venne Atene per ispazio di cento anni, poiché la si liberò dalla tirannide di
Pisistrato. Ma sopra tutto meravigliosissima cosa è a considerare, a
quanta grandezza venne Roma, poiché la
si liberò da’suoi Re. La cagione è facile ad intendere; perchè non il bene particolare, ma il bene comune è quello che
fa grandi le città. E senza dubbio, questo bene comune non è osservato se non
nelle repubbliche; perchè lutto quello che fa a proposito suo, s’eseguisce; e
quantunque e’torni in danno di questo o di quello privato, e’sono tanti quelli
per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contra alla disposizione
di quelli pochi che ne fussino oppressi. Al contrario interviene quando vi è
uno principe; dove il più delle volte quello che fa per lui, offende la città;
e quello che fa pella città, offende lui. Dimodoché, subito che nasce una tirannide sopra un viver libero, il
manco male che ne resulti a quelle città, è non andare più innanzi, nè crescere
più in potenza o in ricchezze; ma il più delle volte, anzi sempre, interviene
loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi surgesse un tiranno
virtuoso, il quale, per animo e per virtù d’arme ampliasse il dominio suo, non
ne risulterebbe alcuna utilità a quella repubblica, ma a lui proprio: perchè
e’non può onorare nessuno di quelli cittadini che siano valenti c buoni, che
egli tiranneggia, non volendo avere ad avere sospetto di loro. Non può ancora
le città che egli acquista, sottometterle o farle tributarie a quella città di
che egli è tiranno: perchè il farla potente non fa per lui; ma per lui fa
tenere lo Stato disgiunto, e che ciascuna terra e ciascuna provincia riconosca
lui. Talché di suoi acquisti, solo egli ne profitta, e non la sua patria. E chi
volesse confermare questa oppinione con infinite altre ragioni, legga Senofonte
nel suo trattato che fa De Tirannide. Non è meraviglia adunque che gl’antichi
popoli con tanto odio perseguitassino i tiranni, ed nmassiiio il vivere libero,
e che il nome della libertà fusse tanto stimato da loro: come intervenne quando Girolamo nipote
di lerone siracusano fu morto in Siracusa, che venendo le novelle della sua
morte in nel suo esercito, che non era molto lontano da Siracusa, cominciò
prima a tumultuare, e pigliare 1’armi contro agli ucciditori di quello; ma come
ei sentì che in Siracusa si gridava libertà, allettato da quel nome, si quietò
tutto, pose giti l’ira contra a’tirannicidi, e pensò come iti quella città si
potesse ordinare un viver libero. Non è meraviglia ancora che i popoli faccino
vendette istraordinaric contra a quelli che gli hanno occupata la libertà. Di
che ci sono stali assai esempi, de’quali n’intendo referire solo uno, seguilo
in Coreica, città di Grecia, ne’tempi della guerra peloponnesiaca; «love sendo
divisa quella provincia in due fazioni,
delle quali 1’una seguita gl’Ateniesi, l’altra gli Spartani, ne nasce che di
molte città, che erano infra loro divise,
l’una parte segue l’amicizia di Sparta, l’altra d’Atene: ed essendo
occorso clic nella detta città prcvalessino i nobili, e togliessino la libertà
al popolo, i popolari per mezzo degl’Ateniesi ripresero le forze, e posto le
mani addosso a tutta la nobiltà, gli rinchiusero in una prigione capace di tutti loro; donde gli
traevano ad otto o dieci per volta, sotto titolo di mandargli in esilio iti
diverse parli, e quelli con molti crudeli essempi fanno morire. Di che sendosi
quelli che restano accorti, deliberano, in quanto era a loro possibile, fuggire
quella morte ignominiosa; ed armatisi di quello potevano, combattendo con
quelli vi volevano entrare, l’entrata della
prigione difendevano; di modo che il popolo, a questo romore fatto
concorso, scoperse la parte superiore di quel luogo, e quelli con quelle rovine
sufìbeorno. Seguirono ancora in delta provincia molti altri simili casi orrendi
e notabili: talché si vede esser vero, che con maggiore impeto si vendica una
libertà che ti è suta tolta che quella che li è voluta torre. Pensando dunque
donde possa nascere, che in quelli tempi
antichi, i popoli fussero più amatori della libertà che in questi; credo nasca
da quella medesima cagione che fa ora gl’uomini manco forti: la quale credo sia
la diversità dell’educazione nostra dalla antica, fondata nella diversità della
religione nostra dall’antica. Perchè avendoci la nostra religione mostra la
verità e la vera via, ci fa stimare meno l’onore del mondo: onde i Gentili stimandolo assai, ed
avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle azioni loro più feroci. Il
che si può considerare da molte loro constituzioni, cominciandosi dalla
magnificenza de’sacrificii loro, all’umilila de’nostri; dove è qualche pompa
più dilicata che magnifica, ma nessuna azione feroce o gagliarda. Quivi non
manca la pompa nè la magnificenza delle
cerimonie, ma vi s’aggiunge 1’azione del sacrificio pieno di sangue e di
ferocia, ammazzandovisi moltitudine d’animali: il quale aspetto sendo
terribile, rende gl’uomini simili a lui. La religione antica, oltre di questo,
non beatifica se non gl’uomini pieni di mondana gloria: come erano capitani d’eserciti
e principi di repubbliche. La nostra religione glorifica più gl’uomini umili e
contemplativi che gl’attivi. Ha di poi posto il sommo bene nell’umilila,
abiezione, nello dispregio delle cose umane: quell’altra lo pone nella
grandezza dell’animo, nella fortezza del corpo, ed in tutte l’altre cose atte a
fare gl’uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che abbi in te
fortezza, vuole che tu sia atto a patire più che a fare una cosa forte. Questo
modo di vivere, adunque, pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in
preda agl’uomini scellerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare, veggendo
come l’università degl’uomini, per andare in paradiso, pensa più a sopportare
le sue battiture che a vendicarle. E benché paia che si sia effeminato il
mondo, e disarmato il cielo, nasce più senza dubbio dalla viltà degl’uomini che
hanno interpretato la nostra religione
secondo l’ozio, e non secondo la virtù. Perchè se considerassino come la
permette l’esultazione e la difesa della patria, vedrebbono come la vuole che
noi l’amiaino ed onoriamo, e prepariamoci ad esser tali che noi la possiamo
difendere. Fanno adunque queste educazioni, e si false interpretazioni, che nel
mondo non si vede tante repubbliche quante si
vedeva aulicamente; nè, per conscguente, si vede ne’popoli tanto amore
alla libertà quanto allora: ancora che
io creda piuttosto essere cagione di questo, che l’imperio romano colle sue
arme e sua grandezza spende tutte le repubbliche e lutti i viveri civili E
benché poi tal imperio si sia risoluto, non si sono potute le città ancora
rimettere insieme nè riordinare alla vita civile, se non in pochissimi luoghi di quello imperio. Pure,
comunelle si fusse, i Romani in ogni minima parte del mondo trovano una
congiura di repubbliche armatissime, ed ostinatissime atia difesa della libertà
loro. Il che mostra che'1 Popolo romano senza una rara ed estrema virtù mai non
l’arebbe potute superare. E per darne esseinpio di qualche membro, voglio mi
basti l’essempio de’Sanniti:i quali pare cosa mirabile, e L. lo confessa, che
fussero sì potenti, e 1’arme loro si valide che potessero infino al tempo
di Papirio Cursore consolo, figliuolo
del primo Papirio, resistere a’Romani (che fu uno spazio di XLVI anni), dopo
tante rotte, rovine di terre, e tante stragi ricevute nel paese loro; massime
veduto ora quel paese dove erano tante cittadi e tanti uomini, esser quasi
che disabitato: ed allora vi era tanto
ordine, e tanta forza, eh’egli era insuperabile, se da una virtù romana non
fusse stato assaltato. E facil cosa è considerare donde nasce quello ordine, c
donde proceda questo disordine; perchè tutto viene dal viver libero allora, ed
ora dal viver servo. Perchè tutte le terre e le provincie che vivono libere in
ogni parte, come di sopra dissi, fanno i progressi grandissimi. Perchè quivi si vede maggiori
popoli, per essere i matrimoni più liberi, e più desiderabili dagl’uomini:
perchè ciascuno procrea volentieri quelli figliuoli che crede potere nutrire,
non dubitando che il patrimonio gli sia tolto; thè eT conosce non solamente che nascono liberi e
non schiavi, ma che possono mediante la
virtù loro diventare principi. Veggonvisi le ricchezze multiplicare in maggiore numero, e quelle che
vengono dalla cultura, e quelle che vengono dall’arti. Perchè ciascuno
volentieri multiplica in quella cosa, e cerca d’acquistare quei beni, che crede
acquistati potersi godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara pensano ai
privati ed a’pubblici comodi; e l’uno e l’altro viene meravigliosamente a
crescere. II contrario di tutte queste cosesegue in quelli paesi che vivono
scivi; c tanto più mancano del consueto bene, quanto è più dura la servitù. E
di tutte le servitù dure, quella è durissima cheli sottomette ad una repubblica:
E una, perchè la è più durabile, e manco si può sperare d’uscirne; Y altra,
perchè il fine della repubblica è enervare ed indebolire per accrescere il
corpo suo, tutti gli altri corpi. Il che non la un principe che ti sottometta,
quando quel principe non sia qualche principe barbaro, destruttore de’paesi, e
dissipatore di tutte le civilità degli uomini, come sono i principi orientali.
Ma s’egli ha in sè ordini umani ed ordinari, il più delle volte ama le città
sue soggette egualmente, ed a loro lascia l’arti tutte, e quasi lutti gl’ordini
antichi. Talché, se le non possono crescere come libere, elle non rovinano anche come serve; intendendosi della servitù
in quale vengono le città servendo ad un forestiero, perchè di quella d’uno
loro cittadino ne parlai di sopra. Chi considerrù, adunque, tutto quello che si
è detto, non si meraviglierà della potenza che i Sanniti avevano sendo liberi,
e della debolezza in che e’vennero poi servendo: e L. ne fa fede in più luoghi,
e massime nella guerra d’Annibaie, dove ei mostra che essendo i Sanniti
oppressi d’una legione d’uomini ch’era in Nola, mandano oratori ad Annibale a
pregarlo che gli soccorresse; i quali nel parlar loro dissono, che avevano per
cento anni combattuto con i Romani con i propri loro soldati e propri loro
capitani, e molte volte avevano sostenuto duoi eserciti consolari e duoi
consoli; e che allora a tanta bassezza erano venuti, che non si potevano a pena
difendere da una piccola legione romana che era. Roma divenne grande città
rovinando le città circonvicine, e ricevendo i forestieri facilmente aJ suoi onori. Crescit inlerea Roma Albce
ruinis. Quelli che disegnano che una città faccia grande imperio, si
debbono con ogni industria ingegnare di farla piena d’abitatori; perchè senza
questa abbondanza di uomini, mai non riuscirà di fare grande una città. Questo
si fa in duoi modi; per amore, e per forza. Per amore, tenendo le vie aperte e
secure a’forestieri che disegnassero venire ad abitare in quella, acciocché
ciascuno vi abiti volentieri: per forza, disfacendo le città vicine, e mandando
gl’abitatori di quelle ad abitare nella tua città. Il che fu tanto osservato in
Roma che nel tempo del sesto Re in Roma
abitano ottantamila uomini da portare armi. Perchè i Romani vollono fare ad uso del buono
cultivatore; il quale, perche una pianta
ingrossi, e possa pròdurre e maturare i fruiti suoi, gli taglia i primi
rami che la mette, acciocché, rimasa quella virtù nel piede di quella pianta,
possino col tempo nascervi più verdi e più fruttiferi. E che questo modo tenuto
per ampliare e fare imperio, fusse necessario e buono, lo dimostra I’essempio
di Sparta e d’Atene: le quali essendo due repubbliche armatissime, ed ordinate
d’ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza dell’imperio romano;
e Roma pare più tumultuaria, e non tanto bene ordinata quanto quelle. Di che
non se ne può addurre altra cagione che la preallegata: perchè Roma, per avere
ingrossato per quelle due vie il corpo della sua città, potette di già mettere
in arme dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non passano mai ventimila
per ciascuna. Il che nacque, non d’essere il sito di Roma più benigno che
quello di coloro, ma solamente da diverso modo di procedere. Perché Licurgo,
fondatore della repubblica spartana, considerando nessuna cosa potere più
facilmente risolvere le sue leggi che la commistione di nuovi abitatori, fa
ogni cosa perchè i forestieri non avessino a conversarvi: ed, oltre al non gli
ricevere ne’matrimoni, alla civiltà, ed alle altre conversazioni che fanno
convenire gl’uomini insieme, ordina che in quella sua repubblica si spende
monete di cuoio, per tor via a ciascuno il desiderio di venirvi per portarvi
mercanzie, o portarvi alcuna arte; di qualità che quella città non potette mai
ingrossare di abitatori. E perchè tutte l’azioni nostre imitano la natura, non
è possibile nè naturale che uno pedale sottile sostenga un ramo grosso. Però
una repubblica piccola non può occupare città nè regni che siano più validi nè
più grossi di lei; e se pure gl’occupa, gP interviene come a quello albero che
avesse più grosso il ramo che’l piede, che sostenendolo con fatica, ogni
piccolo vento lo fiacca: come si vede che intervenne a Sparla, la quale avendo
occupate tutte le città di Grecia, non prima se gli ribellò Tebe, che tutte l’altre cittadi se
gli ribellarono, e rimase i! pedale solo senza rami. Il che non potette
intervenire a Roma, avendo il piè si grosso, che qualunque ramo poteva
facilmente sostenere. Questo modo adunque di procedere, insieme con gl’altri
che di sotto si diranno, fa Roma grande e potentissima. Il che dimostra L. in
due parole, quando disse: Crcscit intcrea Roma Albce ruinis. Le repubbliche
hanno tentili tre modi circa l’ampliare. Chi ha osservato l’antiche istorie,
Iruova come le repubbliche hanno tre modi circa l’ampliare. L’uno è stato
quello ch’osservorono i Toscani antichi, d’essere una lega di più repubbliche
insieme, dove non sia alcuna che avanzi l’altra nè di autorità nè di grado; e
nello acquistare, farsi 1’altre città compagne, in simil modo come in questo tempo
fanno i Svizzeri, e come nei tempi antichi feciono in Grecia gl’Achei e gl’Etoli.
E perchè gli Romani feciono assai guerra con i Toscani, per mostrar meglio la
qualità di questo primo modo, ini distenderò in dare notizia di
loro particolarmente. In Italia, innanzi all’imperio romano, furono i
Toscani per mare e per terra potentissimi: e benché delle cose loro non ce ne
sia particolare istoria, pure c’è qualche poco di memoria, e qualche segno
della grandezza loro; e si sa come e’mandarono una colonia in su’l mare di
sopra, la quale chiamarono Adria, che fu si nobile, che la dette nome a quel
mare ch’ancora i Latini chiamano Adriatico. Intendesi ancora, come le loro arme
furono ubbidite dal Tevere per infìno ai piè dell’Alpi, che ora cingono il
grosso d’Italia; non ostante che dugento anni innanzi che i Romani crescessino
in molte forze, detti Toscani perderono l’imperio di quel paese che oggi si
chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da’Franciosi: i quali mossi
o da necessità, o dalla dolcezza dei frutti, e massime del viuo, vennono in
Italia sotto Bellovcso loro duce; e rotti e cacciati i provinciali, si posono
in quel luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamano
GALLIA, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da’Romani
fussero domi. Vivevano, adunque, iToscani
con quella equalità, e procedevano nello ampliare in quel primo modo che
di sopra si dice: e furono dodici città, tra le quali era Chiusi, Yeio,
Fiesole, Arezzo, Volterra, e simili: i quali per via di lega governavano lo
imperio loro; nè poterono uscir d’Italia cogl’acquisti; e di quella ancora
rimase intatta gran parte. L’altro modo è farsi compagni j non tanto però che
non ti rimanga il grado del comandare, la sedia dell’imperio ed il titolo dell’imprese:
il quale modo fu osservato da’Romani. Il terzo modo è farsi immediate sudditi,
e non compagni; come fecero gli Spartani e gl’Ateniesi. De'quali tre modi,
questo ultimo è al tutto inutile; come c’si vide che fu nelle sopraddette due
repubbliche: le quali non rovinarono per altro, se non per avere acquistato
quel dominio che le non potevano tenere. Perchè, pigliar cura d’avere a
governare città con violenza, massime quelle che tassino consuete a viver
libere, è una cosa diffìcile e faticosa. E se tu non sei armato e grosso
d’armi, non le puoi nè comandare nè reggere. Ed a voler esser così fatto, è
necessario farsi compagni che ti aiutino ingrossare la tua città di popolo. E
perchè queste due città non feciono nè1l’uno nèll’altro, il modo del procedere
loro fu inutile. E perché Roma, la quale è nello esempio del secondo modo, fa
l’uno e l’altro; però salse a tanta eccessiva potenza. E perchè la è stata sola
a vivere cosi, è stata ancora sola a diventar tanto potente: perchè, avendosi
ella fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con
eguali leggi vivevano seco; e dall’altro canto come di sopra è detto, sendosi riservato sempre la sedia
dell’imperio ed il titolo del comandare; questi suoi compagni venivano, che non
se n’avvedevano, colle fatiche e col sangue loro a soggiogar sè stessi. Perchè,
come cominciorono a uscire con gl’eserciti d’Italia, e ridurre i regni in
provincie, e farsi soggetti coloro che per esser consueti a vivere sotto i Re,
non si curano d’esser soggetti; ed
avendo governadori romani, ed essendo stati vinti d’eserciti con ii titolo
romano; non riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che quelli
compagni di Roma ch’erano in Italia, si trovano in un tratto cinti da’sudditi romani,
cd oppressi d’una grossissima città come era Roma; e quando e’si avviddono
dello inganno sotto i! quale erano vissuti, non furono a tempo a rimediarvi: tanta autorità aveva presa Roma
colle provincie esterne, e tanta forza si trova in seno, avendo la sua città
grossissima ed armatissima. E benché
quelli suoi compagni,
per vendicarsi delle ingiurie,
gli congiurassino contea, furono in
poco tempo perditori
della guerra, peggiorando le
loro condizioni; perchè di
compagni, diventarono ancora loro
sudditi. Questo modo di procedere è stato solo osservato
da’Romani: nè può tenere altro modo una repubblica che voglia ampliare; perchè
la esperienza non te ne ha mostro nessuno più certo o più vero. Il modo
preallegato delle leghe, come viverono i
Toscani, gl’Achei e gl’Etoli, e come oggi vivono i Svizzeri, è dopo a quello
de’Romani il miglior modo; perchè non si potendo con quello ampliare assai, ne seguitano duoi beni: l’uno, che
facilmente non ti tiri guerra addosso; l’altro, che quel tanto che tu pigli, lo
tieni facilmente. La cagione del non potere ampliare, è lo essere una
repubblica disgiunta, e posta in varie sedi: il che fa che difficilmente
possono consultare e deliberare. Fa ancora che non sono desiderosi di dominare:
perchè essendo molte comunità a’participarc di quel dominio, non istimano tanto tale acquisto,
quanto fa una repubblica sola, che spera di goderselo tutto. Governansi, oltra
di questo, per concilio, c conviene che siano più tardi ad ogni deliberazione che quelli che abitano dentro
ad un medesimo cerchio. Vedesi ancora per esperienza, che simile modo di
procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esempio che mostri che si
sia trapassato: e questo è di aggiugnere
a dodici o quattordici comunità; di poi non cercare di andare più avanti:
percliè sendo giunti al grado che par loro potersi difendere da ciascuno, non
cercano maggiore dominio; sì perchè la necessità non gli stringe di avere piò
potenza; si per non conoscere utile negli acquisti, pelle cagioni dette di
sopra. Perchè gli arebbono a fare una delle due cose; o seguitare di farsi compagni, e questa
moltitudine farebbe confusione; o gl’arebbono a farsi sudditi: e perchè
e’veggono in questo difficultà, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano.
Pertanto, quando e’sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si
voltano a due cose: P una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; c per
questi mezzi trarre da ogni parte danari, i quali facilmente intra loro si
possono distribuire: 1’altra è militare per altrui, e pigliar stipendio da
questo e da quello principe che per sue imprese gli soldo; come si vede che
fanno oggi i Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che il’è testimone L., dove dice che, venendo a parlamento Filippo
re di Macedonia con Tito Quinzio Flamminio, e ragionando d'accordo alla presenza d’un pretore degl’Etoli; in venendo
a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato l’avarizia e
la infidelità, dicendo che gl’Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi
mandare loro uomini ancora al servigio del nimico; talché molte volte intra
dnoi contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto,
come questo modo di procedere per leghe,
è stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo
di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e
quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo
di fare sudditi è inutile nelle repubbliche armate, in quelle che sono
disarmate è inutilissimo: come sono state ne’nostri tempi le repubbliche d’Italia. Conoseesi, pertanto, essere vero modo quello
che tennono i Romani 5 il quale è tanto più mirabile quanto e’non ee il’era
innanzi a Roma essempio, e dopo Roma non è stalo alcuno elio gli abbi imitati.
E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svevia che gli
imita. E, come nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati da
Roma, così pertinenti alle cose di dentro
come a quelle di fuora, non sono ne’presenti nostri tempi non solamente
imitati, ma non n’è tenuto alcuno conto; giudicandoli alcuni non veri, alcuni
impossibili, alcuni non a proposito ed inutili: tanto che standoci con questa
ignoranza, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E
quando la imitazione de’Romani paresse difficile, non doverrebhe parere cosi
quella degli antichi Toscani, massime
a’presenti Toscani. Perchè, se quelli non poterono fare uno imperio simile a
quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del
procedere concesse loro. Il che fu per un gran tempo securo, con somma gloria
d’imperio e d’arme, e massima laude di costumi e di religione. La qual potenza
e gloria fu prima diminuita da’Franciosi,
di poi spenta da’Romani; e fu tanto spenta che ancora che duemila anni
fa la potenza de’Toscani fusse grande al
presente non ce n’è quasi memoria. La qual cosa m’ha fatto pensare donde
nasca questa oblivione delle cose. Che
la variazione delle sèlle e delle lingue insieme coll'accidente de' diluvi o
delle pesti j spegno la memoria delle cose. A quelli FILOSOFI che hanno voluto
che’l mondo sia stato eterno, credo che si potesse reificare, che se tanta
antichità fusse vera, e’sarebbe ragionevole che ci fusse memoria di più che
cinque mila anni; quando e’non si vede come queste memorie de’tempi per diverse cagioni si
spengano: delle quali parte vengono dagli nomini, parte dal cielo. Quelle che
vengono dagl’uomini, sono LE VARIAZIONI DELLE SETTE E DELLE LINGUE. Perchè quando surge una setta nuova, cioè una
religione nuova, il primo studio suo è, per darsi reputazione, estinguere la
vecchia; e quando egli occorre che gl’ordinatori della nuova setta sono di
lingua diversa, la spengono facilmente. La
qual cosa si conosce considerando i modi che ha tenuti la religione
cristiana contra alla SETTA GENTILE; la quale ha cancellati tutti gl’ordini, tutte le ceremonie di quella, e
spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gl’è riuscito spegnere
in tutto la notizia delle cose fatte dagl’uomini eccellenti di quella: il die è
nato per AVERE QUELLA MANTENUTA LA LINGUA LATINA; il che fecero forzatamente,
avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perchè, se l’avessino potuta
scrivere con nuova lingua, considerato l’altre
persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E
chi legge i modi tenuti da san Gregorio e dagli altri capi della religione
cristiana, vedrà con quanta ostinazione e’perseguitarono tutte le memorie
antiche, ardendo P opere de’poeti e delli istorici, minando le immagini, e
guastando ogni altra cosa che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se
a questa persecuzione egli avessino aggiunto una nuova lingua, si sarebbe
veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare. È da credere, pertanto, che
quello che ha voluto fare la religione
cristiana contra alla setta gentile, la gentile abbi fatto contra u quella che
era innanzi a lei. E perchè queste sètte in cinque o in seimila anni variarono
due o tre volle, si perdè in memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo. E
se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è prestato
loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che benché e’renda ragione di
quaranta o cinquanta mila anni, nondimeno è riputata, come io credo che sia,
cosa mendace. Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che spengono
l’umana generazione, e riducono a pochi gl’abitatori di parte del mondo. E
questo viene o per peste o per fame o per una inondazione d’acque: e la più
importante è questa ultima, sì perchè la
è più universale, sì perchè quelli che si salvano sono uomini tutti montanari e
rozzi, i quali non avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare
a’posteri. E se infra loro si salvasse alcuno che n’avesse notizia, per farsi
riputazione e nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo
a’successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste
inondazioni, pesti e fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perchè ne
sono piene tutte le istorie, sì perchè si vede questo effetto della oblivione
delle cose, sì perchè e’pare ragionevole che sia: perchè la natura, come
ne’corpi semplici, quando vi è ragunato assai materia superflua, muove per sè
medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così
interviene in questo corpo misto della umana generazione, che quando tutte le
provincie sono ripiene d’abitatori, in modo che non possono vivere, nè possono
andare altrove, per esser occupati e pieni tutti i luoghi; e quando l’astuzia e
malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo
si purghi per uno de’tre modi; acciocché gl’uomini essendo divenuti pochi e
battuti, vivano più comodamente, e diventino migliori. Era adunque già tu
Toscana potente, piena di religione e di virtù; aveva i suoi costumi e la sua
LINGUA PATRIA: il che tutto è stato spento dalla potenza romana. Talché di lei
ne rimane solo la memoria del nome. Come i Romani procedevano nel fare la
guerra. Avendo discorso come i Romani procedeno nell’ampliare, discorreremo ora come e’ procedeno nel fare
la guerra; ed in ogni loro azione si vede con quanta prudenza i diviano dal modo universale degl’altri, per
facilitarsi la via a venire a una suprema grandezza. L’intenzione di chi fa
guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare e mantenere l’acquistato;
e procedere in modo con esso, che I’arricchisca c non impoverisca il paese e la
patria sua. È necessario dunquc, e nell’acquistare e nel mantenere, pensare di
non spendere; anzi far ogni cosa con utilità del pubblico suo. Chi vuol fare
tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e modo romano: il quale fu in
prima di fare le guerre, come dicono i Franciosi, corte e grosse; perchè,
venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le guerre eh’egli ebbono co’Latini, Sanniti e Toscani le espedirono in brevissimo
tempo. E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino
all’ossidione de’ Yeienti, tutte si vedranno espedite, quale in sei, quale in dieci, quale in ventidi. Perchè
l’uso loro era questo: subito che era scoperta la guerra, egli uscivano fuori
con gl’eserciti all’incontro del nimico, e subito facevano la giornata. La
quale vinta, i nimici, perchè non fussc
guasto loro il contado affatto, venivano alle condizioni; ed i Romani gli condennavano
in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati comodi, o gli
consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro,
veniva ad esser guardia de’confini romani, con utile di essi coloni, che
avevano quelli campi, e con utile del
pubblico di Roma, che senza spesa teneva
quella guardia. Nè poteva questo modo
esser più seeuro, o più forte, o piu utile: perchè mentre che i nimici non
erano in su i campi, quella guardia basta: come e’fussino usciti fuori grossi
per opprimere quella colonia, ancora i Romani uscivano fuori grossi, e venivano
a giornata con quelli; e fatta e vinta la giornata, imponendo loro più gravi
condizioni, si tornavano in casa. Così venivano ad acquistare di mano in
mano riputazione sopra di loro, e forze in sè medesimi. E questo modo vennono
tenendo infino che mutorno modo di
procedere in guerra: il che fu dopo l’ossidione de’Veienti; dove, pei’potere
fare guerra lungamente, gl’ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non
essere necessario, essendo le guerre brevi, non gli pagavano. E benché i Rotflani dessino IL SOLDO, e che per virtù di questo ei
potessino fare le guerre più lunghe, e per farle più discosto la necessità gli
tenesse più in su’campi; nondimeno non variarono mai dal primo ordine di
finirle presto, secondo il luogo ed il
tempo; nè variarono mai dal mandare le colonie. Perchè nel primo ordine gli
tenne, circa il fare le guerre brevi, olirà il
loro naturale uso, T ambizione de’Consoli; i quali avendo a stare un
anno, e di quello anno sei mesi alle stanze, volevano finire la guerra per
trionfare. Nel mandare le colonie, gli tenne 1’utile e la comodità grande che
ne risulta. Variarono bene alquanto circa le prede, delie quali non erano cosi
liberali come erano stati prima; sì perchè e non pare loro tanto necessario,
avendo i soldati lo stipendio; sì perchè essendo le prede maggiori, disegnano d’ingrassaie
di quelle in modo il pubblico, che non lussino constretti a fare le imprese con
tributi della città li quale ordine in poco tempo fece il loro erario
ricchissimo. Questi duoi modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e
circa il mandar le colonie, feciono che Roma arricchiva della guerra j dove gli
altri principi e repubbliche non savie ne impoveriscono. E ridusse la cosa in
termine, che ad un Consolo non pare poter trionfare, se non porta col suo trionfo assai oro ed argento, e
d’ogni altra sorte preda, nell’erario. Cosi i Romani con i soprascritti
termini, e coti il finire le guerre presto, sendo contenti con lunghezza straccare
i nemici, e con rotte e con le scorrerie e con accordi a loro avvantaggi, diventarono sempre più ricchi e più potenti.
Quanto terreno i Romani danno per colono. Quanto terreno i Romani
distribuiisino per colono, credo sia molto diffìcile trovarne la verità. Perchè
io credo ne dessino più o manco, secondo i luoghi dove e mandano le colonie. E
giudicasi che ad ogni modo ed in ogni luogo la distribuzione fusse parca:
prima, per poter mandare più uomini,
sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perchè vivendo
loro poveri a caso, non era ragionevole che volessino che I loro uomini
abbondassino troppo fuora. E L. dice, come preso Veio e’vi mandorno una
colonia, e distribuirono a ciascuno tre iugeri e sette once di terra; che sono
al modo nostro. Perchè, oltre alle cose soprascritte, e giudicavano che non lo
assai terreno, ma il bene coltivato
bastasse. È necessario bene, che tutta la colonia abbi campi pubblici dove
ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove prendere del legname per
ardere; senza le quali cose non può una colonia ordinarsi. La cagione perchè i
popoli si partono da luoghi patriij cd inondano il paese altrui. Poiché di
sopra si è ragionato del modo nel procedere della guerra osservato da’Romani, c
come i Toscani furono assaltati da’Franciosi; non mi pare alieno dalla materia
discorrere, come e’si fanno di due generazioni guerre. L’una è fatta per
ambizione de’principi o delle repubbliche, che cercano di propagare lo imperio;
come furono le guerre che fece Alessandro Magno, e quelle che feciono i Romani,
e quelle che fanno ciascuno di, 1’una
potenza con F altra. Le quali
guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto gl’abitatori d’una provincia; perchè e’basta al vincitore solo la ubbidienza
de’popoli, e il più delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre
con le loro case, e ne’loro beni. L’altra generazione di guerra è, quando un
popolo intero con tutte le sue famiglie si beva d’uno luogo, necessitato o
dalla fame o dalla guerra, e va a
cercare nuova sede e nuova provincia; non per comandarla, come quelli di sopra,
ma per possederla tutta particolarmente, e cacciarne o ammazzare gli abitatori
antichi di quella. Questa guerra è crudelissima e paventosissima. E di queste
guerre ragiona SALUSTIO nel fine dell’Iugurtiuo, quando dice che vinto lugurta,
si senti il moto de’Franciosi che venivano in Italia: dove e’dice che’l Popolo romano con tutte le altre genti
combattè solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi si combattè
sempre per la salute di ciascuno. Perchè ad un principe o una repubblica
spegnere solo coloro che comandano; ma a queste
popolazioni conviene spegnere ciascuno, perchè vogliono vivere di quello
che altri vive. I Romani ebbero tre di queste guerre pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu presa, la quale fu occupata da quei
Franciosi che avevano tolto, come di sopra si disse, la Lombardia a’Toscani, e
fattone loro sedia; della quale L. ne allega due cagioni: la prima, che furono
allettati dalla dolcezza delle frutte, c del vino di Italia, delle quali
mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno francioso moltiplicato
in tanto di uomini, che non vi si potevano più nutrire,
giudicarono i principi di quelli luoghi,
che fusse necessario che una parte di loro anda a cercare nuova terra; e fatta
tale deliberazione, elcssono per capitani di quelli che si avevano a partire,
Belloveso e Sicoveso, duoi re
de’Franciosi: de’quali Belloveso venne in Italia, e Si» coveso passò in
Ispagna. Dalla passata del quale Belloveso, nacque l’occupazione di Lombardia, c quindi la
guerra che prima i Franciosi fecero a Roma. Dopo questa, fu quella che fecero
dopo la guerra cartaginese, quando tra Piombino e Pisa ammazzarono più che
dugentomila Franciosi. La terza è quando i Todeschi e Cimbri vennero in Italia:
i quali avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario. Vinsero
adunque i Romani queste tre guerre
pericolosissime. Ne era necessario minore virtù a vincerle; perchè si
vede poi, come la virtù romana manca,
e che quelle arme perderono il loro antico valore, fu quello imperio
distrutto da simili popoli: i quali furono Goti, Vandali c simili, che
occuparono tutto lo imperio occidentale. Escono tali popoli de’paesi loro, rome
di sopra si disse, cacciati dalla necessitò: e la necessitò nasce o dalla fame, o da una guerra ed oppressione
clic ne’paesi propri è loro fatta; talché e’sono constretti cercare nuove
terre. E questi tali, o e’sono grande numero; ed allora con violenza entrano
ne' paesi altrui, ammazzano gl’abitatori, posseggono i loro beni, fanno uno
nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fa Moisè, e quelli popoli che
occuparono lo imperio romano. Perchè
questi nomi nuovi che sono nella Italia e nelle altre provincie, non
nascono d’altro che d’essere state nomate così da’nuovi occupatoci: come è la LA
LOMBARDIA, CHE SI CHIAMAVA GALLIA CISALPINA: LA FRANCIA SI CHIAMAVA GALLIA
TRANSALPINA, ed ora è nominata da’Franchi, chè cosi si chiamano quelli popoli
che l’occuparono: la Schiavoniu si chiamava
ILLIRIA, l’Ungheria PANNONIA;
l’Inghilterra BRITANNIA: c molte altre provincie che hanno mutato nome,
le quali è tedioso raccontare. Moisè ancora chiama Giudea quella parte di SORIA
occupata da lui. E perchè io ho detto di sopra, che qualche volta tali popoli
sono cacciati della propria sede per guerra, donde sono constretti cercare
nuove terre; ne voglio addurre lo essempio de’Maurusii, popoli anticamente in Soria: i
quali, sentendo venire i popoli ebraici, e giudicando non poter loro resistere, pensarono essere meglio
salvare loro medesimi, t’ lasciare il paese proprio, che per volere salvare
quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andano in
Affrica, dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in
quelli luoghi trovarono. G così quelli che non avevano potuto difendere il loro
paese, poterono occupare quello d’altrui. E PROCOPIO, che scrive la guerra che
fece Bellisario co’Vandali occupatori dell’Affrica, riferisce aver letto
lettere scritte in certe colonne ne’luoghi dove questi Maurusii abitano, le
quali diceno: S os Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii flava.
Dove apparisce In cagione della partita
loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli formidolosissimi, sendo cacciati d’una
ultima necessità; e s’egli non riscontrano buone armi, non saranno mai
sostenuti. Ula quando quelli che sono constretti abbandonare la loro patria non
sono molti, non sono sì pericolosi come quelli popoli di chi s’è ragionato;
perchè non possono usare tanta violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo, e, occupatolo,
mantenervisi per via d’amici e di confederali: come si vede che fa ENEA,
Didone, i Massiliesi e simili; i quali lutti, per consentimento de’vicini, dove
e’posorno, poterono mantenervisi. Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi
tutti de’paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai
uomini, cd il paese di qualità da non gli potere nutrire, sono forzati uscire, avendo molte
cose che gli cacciano, e nessuna che gli ritenga. E se da cinquecento anni in
qua, non è occorso che alcuni di questi popoli abbino inondato alcuno paese, è
nato per più cagioni. La prima, la grande evacuazione che fece quel paese nella
declinazione dello imperio; donde uscirono più di trenta popolazioni. La
seconda è che la Magna e1’Ungheria,
donde ancora uscivano di queste genti, hanno ora il loro paese
bonificato in modo, che vi possono vivere agiatamente; talché non sono
necessitati di mutare luogo. Dall’altra parte, sendo loro uomini
bellicosissimi, sono come uno bastione a tenere che gli Sciti, i quali con loro
confinano, non presumino di potere vincergli o passargli. E spesse volte
occorrono movimenti grandissimi da’Tartari, che sono di poi dagl’Ungheri e da
quelli di Polonia sostenuti; e spesso si gloriano, che se non fussino 1’arme
loro, la Italia e la chiesa arebbe molle
volle sentito il peso degl’eserciti tartari. E questo voglio basti quanto
a’prefati popoli. Quali cagioni
comunemente faccino nascere le guerre intra i polenti. La cagione che fece
nascere guerra intra i Romani ed i Sanniti, che
erano stati in lega gran tempo, è una cagione comune che nasce infra
tutti i principati potenti. La qual cagione o la viene a caso, o la è fatta nascere da colui che desidera muovere la guerra. Quella che nacque intra i
Romani ed i Sanniti, fu a caso; perchè la intenzione de’Sanniti non fu,
muovendo guerra a’Sidicini, e di poi a’Campani, muoverla ai Romani. .\Ia sendo
i Campani oppressati, e ricorrendo a
Roma fuora della oppinione de’Romani e de’Sanniti, furono forzati, dandosi i
Campani ai Romani, come cosa loro difendergli, e pigliare quella guerra che a
loro parve non potere colloro onore fuggire. Perchè e’pare bene a’Romani
ragionevole non potere difendere i
Campani come amici, eontra ai Sanuiti amici, ma pare ben loro vergogna non gli
difendere come sudditi, ovvero
raccomandali; giudicando, quando e’non avessino presa tal difesa, torre la via
a tutti quelli che disegnassino venire sotto la potestà loro. Ed avendo Roma
per fine l’imperio e la gloria, e non la quiete, non poteva ricusare questa
impresa. Questa medesima cagione da principio alla guerra conira a’Cartaginesi,
per la difensione che i Romani presono de’Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso. Ma non fu
già a caso di poi la guerra che nacque infra loro; perchè Annibaie capitano
Cartaginese assalta i Saguntini amici de’Romani in Ispagna, non per offendere
quelli, ma per muovere l’arme romane, ed avere occasione di combatterli, c
passare in Italia. Questo modo nello appiccare nuove guerre è stato sempre
consueto intra i potenti, e che si hanno
e della fede, e d’altro, qualche
rispetto. Perchè, se io voglio fare guerra con uno principe, ed infra noi siano
fermi capitoli per un gran tempo oservati, con altra giustificazione e con
altro colore assalterò io un suo amico che lui proprio 5 sappiendo massime, che
nello assaltare lo amico, o ci si risentirà, ed io arò V intento mio di fargli guerra; o non si
risentendo, si scuoprirà la debolezza o
la infidelità sua di non difendere un suo raccomandato. E l’una e I'altra di
queste due cose è per torgli riputazione, e per fare più facili i disegni miei.
Debbesi notare, adunque, e pella dedizione de'Campani, circa il muovere guerra,
quanto di sopra si è detto; e di più, qual rimedio abbia una città che non si
possa per sè stessa difendere, e voglisi difendere in ogni modo da quel clic l'assalta: il quale è darsi
Uberamente a quello che tu disegni che ti difenda; come feciono i Capovani ai
Romani, ed i Fiorentini al ré Roberto di
Napoli: il quale non gli volendo difendere come amici, gli difese poi come
sudditi contra alle forze di Castruceio da Lucca, die gli opprimeva. I danari
non sono il nervo della guerra j secondo che è la comune oppi ninne.
Perchè ciascuno può cominciare una
guerra a sua posta, ma non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una
impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere
tanta prudenza, che delle sue forze ei non s’inganni; ed ogni volta
s’ingannerà, quando le misuri o dai danari, o dal sito, o dalla benivoienza
degli uomini, mancando dall’altra parte d’arme proprie. Perchè le cose predette ti accrescono bene le forze,
ma le non te ne danno; e per sè medesime sono nulla; e non giovano alcuna cosa
senza l’arme fedeli. Perchè i danari assai, non ti bastano senza quelle; non ti
giova la fortezza de! paese; e la fede‘e benivoienza degli uomini non dura,
perchè questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni
monte, ogni lago, ogni luogo
inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori mancano. I danari
ancora non solo non ti difendono, ina ti fanno predare più presto. Nè può
essere più falsa quella comune oppinione che dice che i danari sono il nervo
della guerra. La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella guerra che fu
intra A'ntipatro macedone c il re spartano: dove narra, che per difetto di
danari il re di Sparta fu necessitato
azzuffarsi, e fu rotto; che se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la
nuova in Grecia della morte d’Alessandro, donde e sarebbe rimaso vincitore
senza combattere. Ma mancandogli i danari, e dubitando che lo esercito suo per
difetto di quelli non Io abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della
zuffa: talché Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra. La qual sentenza è
allegata ogni giorno, v da’principi non tanto prudenti che basti, seguitata.
Perchè, fondatisi sopra quella, credono che basti loro a difendersi avere
tesori assai, e non pensano che se’1 tesoro basta a vincere, che Dario arebbe
vinto Alessandro, i Greci nrebbon vinti i Romani; ne’nostri tempi il duca Carlo
arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono,
il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere
Francesco Maria, nipote di papa Giulio II, nella guerra d’Urbino. Ma tutti i
soprannominali furono vinti da coloro che non il danaro, ma i buoni soldati
stimano essere il nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re di Lidia
mostrò a Solone ateniese, fu un tesoro innumerabile; c domandando quel che gli
pare della potenza sua, gli rispose
Solone, che per quello non lo giudica più potente; perchè la guerra si fa col
ferro e non coll’oro, e che poteva venire uno che avesse piu ferro di lui, e
torgliene. Olir’a questo, quando, dopo la morte d’Alessandro Magno, una
moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in Asia; e mandando i Franciosi
oratori al re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re, per mostrare la potenza sua e per
{sbigottirli, mostrò loro oro ed argento assai: donde quelli Franciosi che di
già avevano come ferma la pace, la j uppono; tanto desiderio in loro crebbe di
torgli quell’oro: e cosi fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva
per sua difesa accumulata. 1 Yeniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo
erario loro pieno di tesoro, perdeno tutto lo Stato, senza potere essere difesi
da quello. Dico pertanto, non l’oro, come grida la comune oppinione, essere il
nervo della guerra, ma i buoni soldati: perchè 1’oro non è suflìzienle a
trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati son ben sutlìzienti a trovare
l’oro. Ai Romani, s’egli avessero voluto fare la guerra più con i danari che
con ii ferro, non sarebbe bastato avere tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che
fcciono, e le difficoltà che vi ebbono dentro. Ma facendo le loro guerre con il
ferro, non patirono mai carestia dell'oro; perchè da quelli che li temevano era
portato l’oro infino ne’campi. E se quel re spartano per carestia di danari
ebbe a tentare la fortuna della /uffa,
intervenne a lui quello, per conto de’danari, che molte volte è intervenuto per
altre cagioni; perchè s’è veduto che, mancando ad uno esercito le vettovaglie,
ed essendo necessitati o a morire di fame o azzuffarsi, si piglia il partito
sempre d’azzuffarsi, per essere più onorevole, e dove la fortuna ti può in
qualche modo favorire. Ancora è intervenuto molte volte, che veggendo uno
capitano al suo esercito nimico venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con
quello e tentare la fortuna della zuffa;
o aspettando eh’egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi
disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne ad Asdrubale quando nella
Marca fu assaltato da Claudio Verone, insieme con l’altro consolo romano), che
un capitano che è necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge
il combattere; parendogli in questo
partito, ancora che dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro, avere a perdere in ogni
modo. Sono, adunque, molte necessitati che fanno a uno capitano fuor della sua
intenzione pigliare partito d’azzuffarsi; intra le quali qualche volta può
essere la carestia de’danari: nè per questo si debbono i danari giudicare
essere il nervo della guerra, più che le altre cose che inducono gli uomini n simile necessità. Non è, adunque,
replicandolo di nuovo. 1’oro il nervo
della guerra; ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo,
ina è una necessità che i soldati buoni per sè medesimi la vincono; perchè è inipossibile
che a’buoni soldati manchino i danari, come che i denari pei loro medesimi
truovino i buoni soldati. Mostra questo che noi diciamo essere vero, ogni istoria in mille luoghi; non
ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con tutto il
Peloponneso, mostrando che e potevano
vincere quella guerra colla industria e colla forza del danaio. E benché in
tale guerra gl’ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perdeno; e
valsoti più il consiglio e gli buoni soldati di Sparta, che la industria ed il
danaio d’Atene. Ma L. è di questa
oppinione più vero testimone che alcuno altro, dove discorrendo se Alessandro
Magno fusse venuto in Italia, s’egli avesse vinto i Romani, mostra esser tre
cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani prudenti, e buona
fortuna: dove esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessino in queste
cose, fa di poi la sua conclusione senza ricordare mai i danari. Doverono i
Capovani, quando furono ricfiiesti da’Sidicini che prendessino l’arme per loro
contea ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, c non dai soldati:
perchè, preso ch’egli ebbero partito d’aiutarli, dopo due rotte furono constretti
farsi tributari de’Romani, se si vollono salvare. Non è partito prudente fare
amicizia con un principe che abbia più oppinionc che forze. Volendo L. mostrare
l’errore de’Sidicini a fidarsi dello aiuto de’Campani, e l’errore de’Campani a
credere potergli difendere, non lo potrebbe dire con più vive parole, dicendo:
Campani magie nomen in auxilium Sidicinorunij quam vires ad prcesidium
atlulcrunl. Dove si debbe notare che le leghe si fanno co’principi che non
abbino o comodità d’aiutarti pella distanzia del sito, o forze di farlo per suo disordine o altra sua
cagione, arrecano più fama che aiuto a coloro ehe se ne fidano: come intervenne
ne’dì nostri a’Fiorentini, quando il papa ed il re di Napoli gl’assaltarono;
che essendo amici del re di Francia, trassono di quella amicizia magis nomcn,
r/nam praesidium: come interverrebbe ancora a quel principe, che confidatosi di
Massimiliano imperatore, fa qualche impresa; perchè questa è una di quelle
amicizie che arrecherebbe a chi la fa magis nomcn 9 quam prassi ditinij come si dice in questo testo,
che arrecò quella de’Capovani ai Sidicini. Errarono, adunque, in questa parte i
Capovani, per parere loro avere più forze che non avevano. E così fa la poca
prudenza delti uomini qualche volta, che non sappiendo nè potendo difendere sè
medesimi, vogliono prendere imprese di
difendere altrui: come fecero ancoro i Tarentini, i quali, sendo gl’eserciti
romani allo Incontro dell’esercito de’Sanniti, mandorono ambasciadori al consolo
romano, a fargli intendere come ci volevano pace intra quelli duoi popoli, e
come erano per fare guerra centra a quello che dalla pace si discostasse, talché il consolo, ridendosi di
questa proposta, alla presenza di detti
ambasciadori fa sonare a battaglia, ed al suo esercito comandò che anda a
trovare il nimico, mostrando ai Tarentini col1’opera e non colle parole – GRICE
A MAN OF WORDS AND NOT OF DEEDS IS LIKE A GARDEN FULL OF WEEDS -- di che
risposta essi erano degni. Ed avendo ragionato dei parliti che pigliano i
principi al contrario pella difesa d’altrui, voglio parlare di quelli che si
pigliano pella difesa propria. Scegli è meglio, temendo d’essere assaltalo o inferire,
o aspettare la guerra. lo lio sentito d’uomini
assai pratichi nelle cose della guerra qualche volta disputare, se sono duoi
principi quasi d’eguali forze, se quello più gagliardo abbi bandito la guerra
contra a quello altro, quale sia miglior partito per Poltro; o aspettare il
nimico dentro ai confini suoi, o andarlo
a trovare in casa, ed assaltare lui: e ne fio sentito addurre ragioni d’ogni
parte. E chi difende l’andare assaltare altrui, n’allega il consiglio che Creso
da a Ciro, quando arrivato in su’confini de’Massageli per fare lor guerra, la
lor regina Tarniri gli manda a dire, ch’elegge quale de'duoi partiti volesse; o
entrare nel regno suo, dovè essa Ip aspetterebbe; o volesse che ella venisse a
trovar lui. E venuta la cosa in disputazionc, Creso, contra all’oppinione degl’altri,
dice che s’andasse a trovar lei; allegando che s’egli la vince discosto al suo
regno, che non gli torrebbe il regno, perchè ella arebbe tempo a rifarsi; pia
se la vince dentro a’suoi confini, potrebbe seguirla in su la fuga, e non le
dando spazio a rifarsi, torli io Stato. Allegane ancora il consiglio che da Annibaie ad Antioco,
quando quel re disegna fare guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non
si potevano vincere se non in Italia, perchè quivi altri si poteva valere delle
arme e delle ricchezze e degl’amici loro; chi gli combatte fuora d’Italia, e
lascia loro l’Italia libera, lascia loro quella fonte, che mai li manca vita a
somministrare forze dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima
torre Roma che l’imperio; prima l’Italia che l’altre provincie. Allega ancora
Agatocle che non potendo sostenere la guerra di casa, assalta i Cartaginesi clic glieuc facevano, e gli
ridusse a domandare pace. Allega SCIPIONE che per levare la guerra d’Italia,
assalta l’Affrica. Chi parla al contrario dice, che chi vuole fare capitare
male uno nimico, lo discosti da casa. Allegane gl’Ateniesi, che mentre che
feciono la guerra comoda alla casa loro, restarono superiori; e come si
discostarono, ed andarono cogl’eserciti in Sicilia, perderono la libertà.
Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato
da Ercole Egizio, fu insuperabile mentre
che Io aspettò dentro a’confini del suo regno; ma come e’se ne discosto per
astuzia di Ercole, perdè lo Stalo e la vita.
Onde è dato luogo alla favola di Anteo, che sendo in terra ripiglia le
forze da sua madre, che era la Terra; e
che Ercole avvedutosi di questo, lo leva in alto, e discostollo dalla terra.
Allegane ancora i giudizi moderni. Ciascuno sa
come Ferrando re di Napoli fu ne’suoi tempi tenuto uno savissimo
principe: e venendo la fama, duoi anni avanti la sua morte, come il re di
Francia Carlo Vili voleva venire ad assaltarlo, avendo fatte assai
preparazioni, ammalò; e venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasciò ad
Alfonso suo figliuolo, fu che egli aspettasse il nimico dentro al regno; e per
cose del mondo non traesse forze fuori
dello Stato suo, ma lo aspettasse dentro aisuoi confini tutto intero; il che
non fuosservato da quello; ma mandato uno esercito in Romagna, senza combattere
perdè quello c lo Stato. Le ragioni che, oltre alle cose dette, da ogni parte
si adducono, sono: che chi assalta viene con maggiore animo che chi aspetta, il
che fa più confidente lo esercito; toglie, oltra di questo, molte comodità al nimico di potersi valere delle
sue cose, non si potendo valere di quei sudditi che sieno saccheggiati; e per
avere il nimico in casa, è constretto il signore avere più rispetto a trarre da
loro danari ed affaticargli: sicché e’viene a seccare quella fonte, come dice
Annibaie, che fa che colui può sostenere la guerra. Oltre di questo, i suoi
soldati, per trovarsi ne’paesi d’ altrui, sono
più necessitati a combattere; e quella nccessila fa virtù, come più
volte abbiamo detto. Dall’altra parte si dice; come aspettando il nimico, si
aspetta con assai vantaggio, perchè senza disagio alcuno tu puoi dare a quello
molti disagi di vettovaglia, e d’ogni altra cosa che abbia bisogno uno esercito:
puoi meglio impedirli i disegni suoi, per la notizia del paese cheta hai più di
lui: puoi con più forze incontrarlo, per
poterle facilmente tutte unire, ma non potere già tutte discostarle da casa:
puoi sendo rotto rifarti facilmente; sì perchè del tuo esercito se ne salverà
assai, per avere i rifugi propinqui; si perchè il supplemento non ha a venire
discosto: tanto che tu vieni arrischiare tutte le forze, e non tutta la fortuna;
e discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non tutte le forze. Ed alcuni sono stati che per indebolire meglio
il suo nimico, Io lasciano entrare parecchie giornate in su il paese loro, e
pigliare assai terre; acciò che lasciando i presidii in tutte, indebolisca il
suo esercito, e possiulo dipoi combattere più facilmente. Ma, per dire ora io
quello che io ne intendo, io credo che si abbia a fare questa distinzione: o io
ho il mio paese armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri; o io l’ho disarmato,
come avevano i Cartaginesi, o come Y hanno i re di Francia e gl’Italiani. In
questo caso, si debbe tenere il nimico discosto a casa; perchè scudo la tua
virtù nel danaio e non negli uomini, qualunque volta ti è impedita la via di
quello, tu sei spacciato; nè cosa veruna te lo impedisce quanto la guerra di
casa. In essempi ci sono i Cartaginesi; i quali mentre che ebbero la casa loro
libera, poterono colle rendite fare guerra con i Romani; e quando la avevano
assaltata, non potevano resistere ad Agatoeie. I Fiorentini non avevano rimedio
ulcuuo con Castruccio signore di Lucca, perchè ci faceva loro la guerra in
casa; tanto che gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Roberto di Napoli.
Ma morto Castruccio, quelli medesimi
Fiorentini ebbero animo di assaltare il duca di Milano in casa, ed
operare di torgli il regno: tanta virtù monstrarono nelle guerre louginque, e
tanta viltà nelle propinque. Ma quando i regni sono armati, come era armata
Roma e come sono i Svizzeri, sono più difficili a vincere quanto più ti
appressi loro: perchè questi corpi possono unire più forze a resistere ad uno
impeto, che non possono ad assaltare
altrui. Nè mi muove in questo caso I’autorità di Annibaie, perchè la passione e
Y utile suo gli faceva cosi dire ad Antioco. Perchè, se i Romani avessino avute
in tanto spazio di tempo quelle tre rotte in Francia ch’egli ebbero in Italia
da Annibaie, senza dubbio erano spacciati: perchè non si sarebbono valuti
de’residui degli eserciti, come si valsono in Italia; non arebbono avuto a rifarsi quelle comodità; nè
potevano con quelle forze resistere ai nimico, che poterono. Non si trova che,
per assaltare una provincia, loro mandassino mai fuora eserciti clic passassino
cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne misono in arme conira ai
Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia di migliaia. Nè
arebbono potuto poi romper quelli in
Lombardia, come gli ruppono in Toscana; perchè contro a tanto numero di ninnici
non arebbono potuto condurre tante forze sì discosto, nè combattergli con
quella comodità. I Cimbri ruppono uno esercito romano in la Magna, nè vi ebbono
i Romani rimedio. Ma come egli arrivorono in Italia, e che poterono mettere
tutte le loro forze insieme, gli spacciarono. I Svizzeri è facile vincergli
fuori di casa, dove e’non possono mandare più che un trenta o quarantamila
uomini; ma vincergli in casa, dove e’ne possono raccozzare centomila, è
difficilissimo. Conchiuggo adunque di nuovo, che quel principe che ha i suoi
popoli armati ed ordinali alla guerra, aspetti sempre in casa una guerra potente
e pericolosa, e non la vadia a rincontrare: ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese inusitato
della guerra, se la discosti sempre da casa il più che può. E così r uno e l’altro,
ciascuno nel suo grado, si difenderà meglio. Che si viene di bassa a gran
fortuna più colla fraude che colla forza. Io stimo essere cosa verissima, che
rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a gradi
grandi, senza la forza e senza la fraude;
purché quel grado al quale altri è pervenuto, non ti sia o donalo, o
lasciato per eredità. Xè credo si truovi mai che la forza sola basti, ma si
troverà bene che la fraude sola basterà: còme chiaro vedrà colui che legge la
vita di Filippo di Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri
simili, che d’infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o ad
imperi grandissimi. Mostra Senofonte,
nella sua vita di Ciro, questa necessità dell’ingannare; consideralo che la
prima ispedizione che fa fare a Ciro
contea il re d’Armenia, è piena di fraude, e come con inganno, e non con forza,
gli fa occupare il suo regno; e non conchiude altro per tale azione, se non che
ad un principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a ingannare.
Fagli, olirà di questo, ingannare
Ciassare, re de’Medi, suo zio materno, in più modi; senza la quale fraude
mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Nè credo che
si truovi mai alcuno constiluito in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio
solo colla forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo colla fraude: come fa Galeazzo
per tor lo Stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E quei che sono necessitati
fare i principi ne’principi! degli augumenti loro, sono ancora necessitate a
fare le repubbliche, infimo che le sieno diventate potenti, e che basti la
forza sola. E perchè Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione,
tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò ancora di questo. Nè
potè usare, nel principio, il maggiore inganno,
che pigliare il modo di sopra discorso da noi, di farsi compagni; perchè
sotto questo nome se li fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli
all’intorno. Perchè prima si valse dell’arme loro in domare i popoli convicini,
e pigliare la riputazione dello Stato: di poi, domatogli, venne in tanto
augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avviddono mai di
essere al tutto servi, se non poi che
viddono dare due rotte ni Sanniti, e costrettigli ad accordo. La (piale
vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani eoi principi longinqui,
clic mediante quella sentirono il nome romano e non l’armi; così generò invidia
e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l’armi, intra i quali furono i
Latini. E tanto potè questa invidia e questo timore, che non solo i Latini, ma le colonie che essi avevano in
Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanti difesi, congiurarono contra al
nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra,
che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma
difendendo i Sidicini contra ai Sanniti; a’quali i Sanniti facevano guerra con
licenza de’Romani. E che sia vero che i Latini si movessino per avere conosciuto
questo inganno, lo dimostra L. nello bocca di Annio Setiuo pretore latino, il
quale nel consiglio loro disse queste parole: Nam, si etìam mine sub umbra
feederis cequi servitutem pati possumus etc. Yedesi pertanto i Romani ne’primi
augumenti loro non essere mancati eziam della fraude; la quale fu sempre
necessaria ad usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi
salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa
de’Romani. Ingannatisi molte volle gli uomini j credendo coll’umilila vincere
la superbia.Vedesi molle volte come l’umilila non solamente non giova, ma
nuoce, massimamente usandola cogl’uomini insolenti, che, o per invidia o per
altra cagione, hanno concetto odio teco.
Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di guerra intra i Romani
ed i Latini. Perchè, dolendosi i Sanniti con i Romani, che i Latini gli avevano
assaltati, i Romani non vollono proibire ai Latini tal guerra, desiderando non
gli irritare: il che non solamente non gli irritò, ma gli fece diventare più
animosi contro a loro, e si scopersono più presto inimici. Di che ne fanno fede le parole usate dal prefato Annio
pretore latino nel medesimo concilio, dove dice: Tentaslis patientiam negando
mililem: (jais dubitai cxarsisse eos ? Pcrtulerunt (amen hunc dolorem. Excrcitus nos parare adversus
Snmnilcs feederatos suos audierunl, ncc mnverunt se ab urbe. I Inde hcec
illis tanta modestia j, ni si a eonscienlia virium, et n os trarum, et suarum? Conoscesi, pertanto, chiarissimo per questo testo,
quanto la pazienza de’Romani accrebbe l’arroganza de’Latini. E però, mai uno
principe debbe volere mancare del grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna
cosa d’accordo, volendola lasciare onorevolmente, se non quando e’la può, o
e’si crede che la possa tenere: perchè gli è meglio quasi sempre, sendosi
condotta la cosa in termine che tu non
la possa lasciare nel modo detto, lasciarsela torre colle forze che con
la paura delle forze. Perchè se tu la lasci con In paura, lo fai per levarli la
guerra, ed il più delle volte non te la lievi: perche colui a chi tu arai con
una viltà scoperta concesso quella, non starà saldo, rao ti vorrà torre delle
altre cose, e si accenderà più contra di te, stimandoti meno; e dall'altra
parte, in tuo favore troverai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o
debole, o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari
le forze, ancoraché le siano inferiori a lui quello ti comincia a stimare;
stimanti più gli altri principi allo intorno; ed a tale viene voglia di
aiutarti, sendo in su P arme, che abbandonandoti non ti aiuterebbe mai. Questo
si intende quando tu abbia uno inimico; ma
quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi ad al’euno di
loro per riguadagnarselo, ancoraché fusse di già scoperta la guerra, e per
smembrarlo dagli altri confederati tuoi inimici, fia sempre partito prudente.
Gli Stati deboli sempre fieno ambigui nel risolversi: e sempre le deliberazioni
lente sono nocive.in questa medesima materia, ed in questi medesimi principi! di
guerra intra i Latini ed i Romani, si
può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello die si
ha a deliberare, e non stare sempre in ambiguo, nè in su lo incerto della cosa.
Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando
c’pensavano alienarsi da’Romani. Perchè avendo presentito questo cattivo umore
che ne’popoli latini era entrato, i Romani, per
eertificarsi della cosa, c per
vedere se potevano senza mettere mano all’arme riguadagnarsi quelli popoli, fecero loro intendere, come
e’mandassero a Roma otto cittadini, perchè avevano a consullare colloro. I
Latini, inteso questo ed avendo conscienza di molte cose fatte centra alla
voglia de’Romani, fcciono consiglio per ordinare chi dovesse ire a Roma, e
dargli commissione di quello ch’egli
avesse a dire. Estando nel consiglio in questa disputa, ANNIO loro pretore
disse queste parole: Ad sumiuam veruni nostrarum pertinerc arbitrar, ut
vogilctis magis, quid agendum nobis, quam quid loqucndum sii. Facile crii,
cxphcatis consiliis j accommodarc rebus nerba. Sono, senza dubbio, queste
parole verissime, e debbono essere da ogni principe e da ogni repubblica gustate: perchè nell’ambiguità e nell’incertitudine
di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole; ma fermo
una volta 1’animo, e deliberalo quello sia da eseguire, è facil cosa trovarvi
le parole, lo ho notato questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte
conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle pubbliche azioni, con danno i’con
vergogna della repubblica nostra. E
sempre mai avverrà, che ne’partiti ilubbii, e dove bisogni animo a
deliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbino ad esser consigliati e
deliberati d’uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le deliberazioni lente
e tarde, che ambigue; massime quelle che si hanno a deliberare in favore di
alcuno amico: perchè colla lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a sè
mede simo. Queste deliberazioni così fatte procedono o da debolezza d’animo e
ili forze, o da malignità di coloro che hanno a deliberare; i quali, mossi
dalla passimi propria di volere rovinare lo Stato o adempire qualche suo
desiderio, non lasciano seguire la deliberazione, ma la impediscono e l’attraversano.
Perchè i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popolare voltarsi alla
parte perniciosa, mai impediranno il
deliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu
Girolamo liranno in Siracusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i
Romani, vennono i Siracusani in disputa se dovevano seguire l’amicizia romana o
la cartaginese. E tanto era l’ardore delle parti che la cosa sta ambigua, uè se
ne prende alcuno partito; insino a tanto che
Apollonide, uno de’primi in Siracusa, con una sua orazione piena di
prudenza, mostrò come non era da biasmare chi teneva E oppinione ili aderirsi
ai Romani, nè quelli che volevano seguire la
parte cartaginese; ma era bene da detestare quell’ambiguità e tardità di
pigliare il partito, perchè vede al tutto in tale ambiguità la rovina della
repubblica; ma preso che si fusse il partito,
qualunque e’si fosse, si poteva sperare qualche bene. Nè potrebbe mostrare
più L.
che si faccia in questa parte, il danno che si tira dietro lo stare
sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de’Latini: perchè, sendo i Latini
ricerchi da loro gli stessine neutrali, e che il re venendo in Italia gli
avesse a mantenere nello Stato e ricevere in proiezione: e dette tempo un mese
alla città a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione da chi per poca prudenza
favoriva le cose di Lodovico: intantoehè, il re già sendo in su la vittoria, e
volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la ratificazione accettata; come
quello che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati, e non voluntari nella
amicizia sua. Il che costò alla città di Firenze assai danari, e fu per perdere
lo Stato: come poi altra volta per simile causa li intervenne. E tanto più fu
dannabile quel partito, perchè non si servi ancora il duca Lodovico; il quale
se avesse vinto, arebbe mostri molti più segni d’inimicizia conira ai Fiorentini, che non fece il re. E
benché del male che nasce alle repubbliche di questa debolezza se ne sia di
sopra in uno altro capitolo discorso; nondimeno, avendone di nuovo occasione
per un nuovo accidente, ho voluto replicarne,
parendomi, massime, materia che debba esser dalie repubbliche simili alla
nostra notala. Quanto i soldati ne’nostri tempi si disformino dall’anttcht
ordini. ha più importante giornata che fu mai fatta in alcuna guerra con alcuna
nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece con i popoli latini, nel
consolato di Torquato e di Decio. Perchè ogni
ragione vuole, che cosi come i Latini per averla perduta diventarono
servi, così sarebbono stati servi i Romani, quando non l’avessino vinta. E di
questa oppinone è L.; perchè in ogni parte fa gl’eserciti pari d’ordine, di
virtù, d’ostinazione c di numero: solo
vi fa differenza, che i capi dell’esercito romano furono più irtuosi che quelli dell’esercito latino.
Yedesi ancora come nel maneggio di
questa giornata nacquero duoi accidenti non prima nati, e che di poi hanno rari
esempi: che de’duoi Consoli, per tenere fermi gl’animi de’soldati, ed
ubbidienti al comandamento loro, e diliberati al combattere, 1’uno ammazzò sè
stesso, e I’altro il figliuolo. La parità, che L. dice essere in questi
eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari di lingua,
d’ordine e d’arme: perchè nell’ordinare la zuffa tenevano uno modo medesimo $ e
gl’ordini ed i capi degl’ordini avevano medesimi nomi. Era dunque necessario,
sondo di pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa istraordinaria,
che fermasse e facesse più ostinati gl’animi dell’uno che dell’altro: nella
quale ostinazione consiste, come altre volte si è detto, la vittoria; perchè,
mentre che la dura ne’petti di quelli
che combattono, mai non danno volta gl’eserciti. E perchè la durasse più
ne’petti de’Romani che de’Latini, parte la sorte, parte la virtù de’Consoli
fece nascere, che Torquato ebbe ad ammazzare il figliuolo, e Decio sè stesso.
Mostra L., nel mostrare questa purililà di forze, tutto l’ordine che tenevano i
Romani nell’eserciti e nelle zuffe. Il quale esplicando egli largamente, non replicherò altrimenti; ma
solo discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che per essere
negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto negli eserciti e nelle
zuffe di molti disordini. Dico, adunque, che per il testo di Livio si
raccoglie, come lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali
toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la
seconda principi, la terza triarii: e ciascuna di queste aveva i suoi cavalli.
Nell’ordinare una zuffa, ei mettevano gl’astatiinnanzi; nel secondo luogo, per
diritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel
mede»imo filo, collocano i triadi. I cavalli di tulli questi ordini gli
ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le schiere de’quali cavalli, dalla forma loro e dal luogo, si
chiamavano alce, perchè parevano come due alie di quel corpo. Ordinavano la
prima schiera delli astati, che era nella fronte, serrata in modo insieme che
la potesse spignere e sostenere il nimico. La seconda schiera de’principi,
perchè non era la prima a combattere, ma bene le conveniva soccorrere alla
prima quando fusse battuta o urtata, non la
facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualità che la
potesse ricevere in sè senza disordinarsi la prima, qualunque volta, spinta dal
nimico, fusse necessitata ritirarsi. La terza schiera de’triadi aveva ancora gl’ordini
più radi che la seconda, per potere ricevere in sè, bisognando, le due prime
schiere de’principi e degli astati. Collocate, dunque, queste schiere in
questa forma, appiccavano la zuffa: e se
gl’astati erano sforzati o vinti, si ritiravano nella radila degl’ordini
de’principi; e tuttiinsieme uniti, fatto di due schiere un J corpo,
rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano ributtati e sforzati, si
ritiravano tutti nella radila degl’ordini de’trioni; e tutte tre le schiere
diventate un corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non avere
più da rifarsi, perdeno la giornata. E
perchè ogni volta che questa ultima schiera de’triarii si adopera, lo esercito
era in pericolo, ne nacque quel proverbio: Res redacta est ad triarios; che ad
uso toscano vuol dire: Noi abbiamo messo I’ultima posta. I capitani dei nostri
tempi, come egli hanno abbandonato tutti gli altri ordini, e della antica
disciplina ei non ne osservano parte alcuna, cosi hanno abbandonata questa parte, la quale non è di
poca importanza: perchè chi si ordina da potersi nelle giornate rifare tre
volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere perdere, ed ha ad
avere per riscontro una virtù che sia atta tre volte a vincerlo. Ma chi non sta
se non in su M primo urto, come stanno oggi gli eserciti cristiani, può
facilmente perdere; perchè ogni disordine, ogni
mezzana virtù gli può torre la vittoria. Quello che fa agli eserciti
nostri mancare di potersi rifare tre volte, è lo avere perduto il modo di
ricevere I una schiera uelP altra. Il che nasce perchè al presente sf ordinano
le giornate con uno di questi duoi disordini: o ei mettono le loro schiere a
spalle P una delP altra, e fanno la loro
battaglia larga per traverso, e sottile per diritto; il che la fa più debole, per aver poco dal petto alle schiene.
E quando pure, per farla più forte, ei riducono le schiere per il verso de’
Romani, se la prima fronte è rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla
seconda, s’ingarbugliano insieme tutte, e rompono sè medesime: perché se quella
dinanzi è spinta, ella urta la seconda; se la seconda si vuol far innanzi, ella
è impedita dalla prima: donde che
urlando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce tanta
confusione, che spesso uno minimo accidente rovina uno esercito. Gli eserciti
spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove mori monsignor de Pois,
capitano delle genti di Prandi (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene
combattuta giornata) s’ordinarono con uno de’soprascritti modi; cioè clic l’uno
e1’altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non
venivano avere nè 1’uno nè 1’altro se non una fronte, ed erano assai più per il
traverso cìie per il diritto. E questo avviene loro sempre dove egli hanno la
campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché, conoscendo il disordine
che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggouo quando e’possono
col fare la fronte larga, coni’ t detto;
ma quando il paese gli ristringe, si stanno nel disordine soprascritto, senza
pensare il rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese
inimico, o se e’predano, o se e’ fanno altro maneggio di guerra. Ed a santo
Regolo in quel di Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani
ne’tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e quella città, per la sua ribellione dopo la passata
di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tal rovina d’altronde, clic dalla
cavalleria amica; la quale sendo davanti e ributtata da’nimici, percosse nella
fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante delle genti
dierono volta: e messcr Ciriaco dal Borgo, capo antico delle fanterie
fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volle, non essere mai stato rotto se non dalla
cavalleria degli amici. 1 Svizzeri, che sono i maestri delle moderne guerre,
quando ei militano coi Franciosi, sopra
tulle le cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse
ributtata, non gli urti. E benché queste cose paiano facili ad intendere, e
facilissime a farsi; nondimeno non si è trovato ancora alcuuo de’nostri
contemporanei capitani, che gl’antichi
ordini imiti, e gli moderni corregga. E benché gl’abbino ancora loro tripartito
l’esercito, chiamando 1’una parte antiguardo, l’altra battaglia e l’altra
retroguardo; non se ne servono ad altro che a comandargli nelli alloggiamenti: ma nello adoperargli, rade
volte è, come di sopra è detto, che a tutti questi corpi non faccino correre
una medesima fortuna. E perchè molti,
per scusare l’ignoranza loro, allegano che la violenza dell’artiglierie non
patisce che in questi tempi s’usino molti ordini degl’antichi, voglio disputare
questa materia, ed esaminare se l’artiglierie impediscono che non si possa
usare l’antica virtù. Quanto si debbino sii inave dagl’eserciti ne'presenti
tempi l’artiglierie; e se quella oppiatone che se ne ha in universale j è vera.
Considerando io, oltre alle cose soprascritte, quante zuffe campali (chiamate
ne’ nostri tempi, con vocabolo francioso, giornate, e dagl’Italiani fatti
d’arme) furono fatte dai Romani in
diversi tempi; mi è venuto in considerazione l’oppinione universale di molti,
che vuole che se in quelli tempi fussino state le artiglierie, non sarebbe
stato lecito a’Romani, nè sì facile,
pigliare le provincie; farsi
tributari i popoli, come e’feciono; nè arebbono in alcuno modo fatti si
gagliardi acquisti. Dicono aiTcora, che mediante questi instrumenti de’fuochi,
gli uomini non possono usare nè mostrare la virtù loro, come e’ potevano
anticamente. E soggiungono una terza cosa: che si viene con piu diflìeultà alle
giornale che non si veniva allora, nè vi si può tenere dentro quegli ordini
di quelli tempi; talché la guerra si
ridurrà col tempo in su le artiglierie. E giudicando non fuora di proposito
disputare se tali oppiuioui sono vere, e quanto l’artiglierie abbino cresciuto
o diminuito di forze agl’eserciti, e se le tolgano o danno occasione ai buoni
capitani d’operare virtuosamente; comiucerò a parlare quanto alla prima loro
oppinione: che gl’eserciti antichi romani non
arebbono fatto gl’acquisti che feciono, se l’artiglierie lussino state.
Sopra che, rispondendo, dico: come e’si fa guerra o per difendersi, o per
offendere; donde si ha prima ad esaminare a quale di questi duoi modi di guerra
le faccino più utile, o più danno. E benché sia che dire fla ogni parte, nondimeno io credo che senza comparazione
faccino più danno a chi si difende, che a chi
offende. La ragione che io ne dico è, che quel che si difende, o egli è
dentro a una terra, o egli è in su’campi dentro ad uno steccato. S’egli è
dentro ad una terra, o questa terra è piccola, come sono la maggior parte delle
fortezze, o la è grande. Nel primo caso, chi si difende è al tutto perduto,
perchè l’impeto delle artiglierie è tale che non trova muro, ancoraché
grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni
spazi da ritirarsi e con fossi e con
ripari, si perde. Nè può sostenere 1’impeto del nimico che volesse di poi
entrare pella rottura del muro, nè a questo gli giova artiglieria ch’ha: perchè
questa è una massima, che dove gl’uomini in frotta e con impeto possono andare,
l’artiglierie non gli sostengono. Però i furori oltramontani nella difesa delle
terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gl’assalti italiani, i quali non
in frolla, ma spicciolati si conducono alle battaglie, le quali loro, per nome
mollo proprio, chiamano scaramuccio. E qucsli che vanno con questo disordine e
questa freddezza ad una rottura d’un muro dove sia artiglierie,
vanno ad una manifesta morte, c conira a loro l’artiglierie vogliono: ma
quelli clic in frotta condensati, e che l’uno spinge l’altro, vengono ad una
rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrano in ogni
luogo, e l’artiglierie non gli tengono; e se ne muore qualcuno, non possono
essere tanti che gl’impedischino la vittoria. Questo esser vero, si è
conosciuto in molte espugnazioni fatte dagl’oltramontani IN ITALIA, e massime
in quella di BRESCIA: perchè, sendosi quella terra ribellata da’Franciosi, e
tenendosi ancora per il re della Gallia
la fortezza, hanno I VENEZIANI, per
sostenere l’impeto che ila quella potesse venire nella terra, munita tutta la
strada d’artiglierie che dalla fortezza alla città scende, e postane a fronte e
ne’fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno. Delle quali monsignor di Fois non
fa alcuno conto; anzi quello con il suo squadrone, disceso a piede, passando
pel mezzo di quelle, occupa la città, nè
per quelle si sentì eli’egli avesse
ricevuto alcuno memorabile danno. Talché, chi si difende in una terra
piccola, conte è detto, e trovisi le mura in terra, e non ha spazio di
ritirarsi con i ripari e con fossi, ed hasi a fidare in su l’artiglierie, si
perde subito. Se tu difendi tuta terra gronde, e che tu hai comodità di
ritirarti, sono nondiinanco senza comparazione più utili l’artiglierie a chi è
di fuori, che a chi è dentro. Prima, perchè a volere ch’una artiglieria nuoca a
quelli che sono di fuora, tu sei necessitato levarti con essa dal piano della
terra; perchè, stando in sul piano, ogni poco d’argine e di riparo che il
nimico fa, rimane sicuro, e tu non gli puoi nuocere. Tanto che avendoti ad
alzare, e tirarti sul corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri dietro due difficoltà. La
prima, che non puoi condurvi artiglieria della grossezza e della potenza che
può trarre colui di fuora, non si potendo ne’piccoli spazi maneggiare le cose
grandi. L’altra, che quando bene tu ve la potessi condurre, tu non puoi fare
quelli ripari fedeli e sicuri, per salvare detta artiglieria, che possono fare
quelli di fuora, essendo in su terreno, ed avendo quelle comodità e quello spazio che loro
medesimi vogliono: talmentechè, gli è impossibile a chi difende una terra,
tenere l’artiglierie ne’luoghi alti, quando quelli che soli di fuora abbino
assai artiglierie e polenti; e se egli hanno a venire con essa ne’luoghi bassi,
ella diventa in buona parte inutile. Talché la difesa della città si ha a
ridurre a difenderla colle braccia, come anticamente si fa, e colla artiglieria minuta: di che se si
trae un poco d’utilità rispetto a quella artiglieria minuta, se ne cava
incomodità che contrappesa alia comodità della artiglieria; perchè, rispetto a
quella, si riducono le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne’fossi:
talché, com’e’si viene alle battaglie di mano, o per essere battute le mura o
per essere ripieni i fossi, ha chi è dentro molti più disavvantaggi che non ha allora. E però si
disse giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le terre che a chi è
campeggiato. Quanto alla cosa di ridursi in uno campo dentro ad uno steccato
per non fare giornata, se non a tua comodità o vantaggio. Dico che in questa
parte tu non hai più rimedio ordinariamente a difenderti di non combattere, che
s’avessino gl’antichi; e qualche volta,
per conto dell’artiglierie, hai maggiore disavvantaggio. Per chè, s’il nimico
ti giunge addosso, ed ha un poco di vantaggio del paese, come può facilmente
intervenire; e truovìsi più alto di te; o che nello arrivare alio tu non hai
ancora fatti i gini, e copertoli bene con que luto, e senza che tu hai alcun ti
disalloggia, e sei forzato usci fortezze tue, e venire alla zuffa intervenne
agli Spagnuoli nel nata di RAVENNA i
quali essent nili tra il fiume del Ronco ed gine, per non l’avere tirato U che bastasse, e per avere i Frai poco il vantaggio del
terreno, constretti dall’artiglierie usci fortezze loro, e venire alla zi dato,
come il più delle volte de sere, che il luogo che tu hai coll campo è più
eminenti altri all’incontro, e che gli ar; sino buoni e sicuri, tale che, r il
sito e 1’altre tue preparazio miro non ardisse d’assaltarti; in questo caso a
quelli modi c cainente si veniva, quando uno il suo esercito in lato da non pi
sere offeso: i quali sono, co paese, pigliare o campeggiare le terre tue
amiche, impedirti le vettovaglie; tanto che tu sarai forzato da qualche necessità
a disalloggiare, e venire a giornata; dove l’artiglierie non operano molto.
Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e reggendo come
ei feciono quasi tutte le lor guerre per offendere altrui, e non per difender
loro; si vedrà, quando sieno vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono
avuto più vantaggio, e piu presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fussino
state in quelli tempi. Quanto alla seconda cosa, che gl’uomini non possono
mostrare la virtù loro, come ei potevano
anticamente, mediante l’artiglieria; dico eh’egli è vero, che dove gl’uomini
spicciolati si hanno a mostrare, eh’e’portano più pericoli che allora, quando avessino
a scalare una terra, o fare simili assalti, dove gl’uomini non ristretti
insieme, ma di per sè 1’uno dall’altro avessiuo a comparire. E vero die gli
capitoni e capi degli stanno sottoposti più al perii! morte che allora, potendo
esser con le artiglierie in ogni lu giova loro lo essere nelle ultii «Ire, e
muniti di uomini fortissi dimeno si vede che l’uno c P questi duoi pericoli
fanno ra danni istraordinari: perchè munite bene non si scalano, i con assalti
deboli ad assaltarh volerle espugnare, si riduce la una ossidionc, come
anticamen ceva. Ed in quelle clic pure pe si espugnano, non sono molto i pericoli che allora: perchè n cavano
anche in quel tempo a fendeva le terre, cose da trarre se non erano si furiose,
facevam all’ammazzare gli uomini, *il s fello. Quanto alla morte de’ci
de’condottieri, ce ne sono, in v tro anni
che sono state le guerre simi tempi in Italia, meno esempi, che non era
in dieci anni di tempo appresso agii antichi. Perchè, dal conte Lodovico
della Mirandola, che morì a Ferrara
quando i Veniziani pochi anni sono assaltarono quello Stato, ed il Duca di
Nemors, che muore alla Ciriguuola, in fuori; non è occorso che d’artiglierie ne
sia morto alcuno; percdiè monsignor di Pois a Ravenna mori di ferro, e non di
fuoco. Tanto che, se gli uomini non dimostrano particolarmente la loro virtù,
nasce non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini, e dalla debolezza degli
eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la possono dimostrare nella
parte. Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle
mani, fc che la guerra si condurrà tutta in su P artiglierie, dico questa
oppinione essere al tutto falsa; e così ila sempre tenuta da coloro che secondo
P antica virtù vorranno adoperare gli eserciti loro. Perchè, chi vuole fare uno esercito buono, gli
conviene, con eser più apertamente questo errore, mare più i cavalli che le
fantei uno altro essempio romano. E Romani a campo a Sora, ed i usciti fuori
della terra una tu cavalli per assaltare il campo, fece all’incontro il Maestro
de romano con la sua cavalleria, e di petto, la sorte dette che nel scontro i
capi dell’uno e dell’alticito morirono; e restali gli alti’governo, e durando nondimeno I i
Romani per superare più faclo inimico, scesono a piede, e cc sono i cavalieri
nimici, se si voi fendere, a fare il simile: e co questo, i Romani ne
riportarom toria. Non può esser questo eì maggiore in dimostrare quanto virtù
nelle fantericche ne’cavag che se nelle altre fazioni i Con cevano discendere i
cavalieri i era per soccorrere alle fanterie i tivano, e che avevano bisogno
ili aiuto; ma in questo luogo e’discesono, non per soccorrere alle fanterie nè
per eombattere con uomini a piè de’nimici, ma combattendo a cavallo co’cavalli,
giudicareno, non potendo superargli a cavallo, potere scendendo più facilmente
vincergli. Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa
senza grandissima diffìcultà esser
superata, se non da una altra fanteria. Crasso e Marc’Antonio romani
corsone per il dominio de’Parti molte giornate con pochissimi cavalli ed assai
fanteria, ed all’incontro avevano innumerabili cavalli de’Parti. Crasso vi
rimase con parte dello esercito morto. Marc’Antonio virtuosamente si salvò.
Nondimanco, in queste afflizioni romane si vede quanto le fanterie prevalevano
ai cavalli: perchè essendo in un paese largo, dove i monti son radi, ed i fiumi
radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni comodità; nondimanco
Marc’Antonio, al giudicio de’Parti medesimi, mente si salvò; nè mai ebbe tutta
la cavalleria pnrtica te ordini dello esercito suo. Se rimase, chi leggerà bene
le s vedrà come e’vi fu piuttosto che forzato: nè mai, in tutti sordini, i
Parti ardirono di uri sempre andando
costeggiando pedendogli le vettovaglie, prò gli e non gli osservando, lo et od
una estrema miseria. Io avere a durare più fatica in p quanto la virtù delle
fanterie lente ebe quella de’cavalli, fussino assai moderni essenv rendono
testimonianza pieniss è veduto novemila Svizzeri i da noi di sopra allegata,
and frontale diecimila cavalli ed fanti, e vincergli: perchè i cf li potevano offendere: i fanti, ] gente in buona
parte guascoi ordinata, stimavano poco. Yi ventiseimila Svizzeri andare a
trovare sopra Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila cavalli,
quarantamila fanti e cento carra d’artiglieria; e se non vinsono la giornata
come a Novara, combatterono due giorni virtuosamente; e dipoi, rotti che
furono, la metà di loro si salvarono.
Presunse Marco Regolo Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i
cavalli, ma gli elefanti; e se il disegno non gli riuscì, non fu però che la
virtù della sua fanteria non fusse tanta, che ei non confidasse tanto in lei
che credesse superare quella difficoltà. Replico, pertanto, che a voler
superare i fanti ordinati, è necessario opporre loro fanti meglio ordinati di
quelli: altrimenti, si va ad una perdita
manifesta. Ne’tempi di FilippoVisconti, duca di Milano, scesouo ili Lombardia
circa sedicimila Svizzeri: donde il Duca avendo per capitano allora il
Carmignuola, lo manda con circa mille cavalli e pochi fanti allo incontro loro.
Costui non sappiendo combatter loro, n’anda ad inc nari o d’amici ei non può
tenere lungamente tale esercito, è matto al tuttose non tenta la fortuna
innanzi che tale esercito s’abbia a risolvere: perchèaspettando, ei perde al
certo; tentando, potrebbe vincere.
Un’altra cosa ci è ancora da stimare assai: la quale è, che si debbe,
eziandio perdendo, volere acquistar gloria; e più gloria si ha adesser vinto
per forza, che per altro inconveniente che t’abbia fatto perdere. Sì ch’Annibaie
dove essere constretto la queste necessità. E dì Scipione, quando Anuibaferita
la giornata, e non stalo l’animo andarlo a tghi forti, non pativa, pevinto
Siface, e acquistate Affrica, che vi poteva sta comodità come in Italia, terveniva
ad Annibaie, ql’incontro di Fabio; nèciosi, che erano all’inctzio. Tanto meno
ancoragiornata colui che coll’il paese altrui; perchè, trare nel paese del
niiviene quando il nimico scontro, azzuffarsi seco; er la più corta, e per
vincere ogni di (Tic ulta nè dar tempo
al marchese a diliberarsi, ad un tratto mossele sue genti per quella via, cd al
marchese significa gli mandasse le chiavi diquel passo. Talché il marchese,
occupato da questa subita diliberazione, glimandò le chiavi: le quali mai gli
arebbemandate se Pois più lepidamente si fusscgovernato, essendo quel marchese
in legaeoi papa e coi Viniziani, ed avendo uusuo figliuolo nelle mani del papa;
le quali cose gli danno molte oneste scuse a negarle. Ma assaltato dal subito partito, pelle
cagioni che di sopra si dicono, le concesse. Cosi feciono i Toscanie o i Sanniti, avendo pella presenza dell’esercito
di Sannio preso quelle arme che gli avevano negato per altri tempi pigliare. Qual
sia miglior partito nelle giornale, o sostenere lf impeto de’nimicij c
sostenuto urtargli; ovvero dapprima con furia assaltargli. Erano Decio e Fabio,
consoli romani, con due eserciti all’incontro degli eserciti dei Sanniti e dei
Toscani; e venendoalla zuffa ed alla giornata insieme, è danotare in tal
fazione, quale di due diversi modi di procedere tenuti dai dueConsoli sia
migliore. Perchè Decio conogni impeto e cor ogni suo sforzo assalta il nimico; Fabio solamente lo sostenne,
giudicando V assalto lento essere più utile, riserbando l'impeto
suonell’ultimo, quando il nimico avesse perduto il primo ardore del combattere,
e come noi diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della eosa, che
a Fabio riuscì molto meglio il disegno che a Decio: il quale si straccònei
primi impeti; in modo che, vedendo la banda sua
piuttosto in volta diealtrimenti, per acquistare con la morte quella
gloria alla quale colla vittorianon aveva potuto aggiungere, ad imitazione del
padre sacrificò sè stesso perle romane legioni. La qual cosa intesada Fabio,
per non acquistare manco onore vivendo, che s’avesse il suo collega acquistato
morendo, spinse innanzi tutte quelle forze che s’aveva a tale necessità riservate;
donde ne riportò una felicissima
vittoria. Di qui si vede che’l modo del procedere di Fubio è più sicuro e più
imitabile. Donde nasce che una famìglia iìi una città tiene un tempo imedesimi
costumi. E’pare clic non solamente 1’una città dall’altra abbi certi modi ed
institutidiversi, e procrei uomini o più duri opiù effeminati. Ma nella
medesima città si vede tal differenza esser nelle fumiglie l’una dall’altra. H che si riscontraessere vero in ogni città,
e nella città di Roma se ne leggono
assai essempi:perché e’si vede i
Manlii essere statiduri ed ostinati, i Pubi icoli uomini benigni ed amatori del
popolo, gli Appiiambiziosi e nimici della Plebe: e cosimolte altre famiglie
avere avute ciascunale qualità sue spartite dall’altre. La qualcosa non può nascere
solamente dal sangue, perchè e’conviene eh’ei varii mediante la diversità dei
matrimoni; ma è necessario venga dalla diversa educazione che ha una
famiglia dall’altra. Perchè gl’importa
assai che un giovanetto dai teneri anni cominci a sentirdire bene o male di una
cosa; perchè conviene che di necessità ne faccia impressione, e da quella poi
regoli il modo del procedere in tutti i tempi della vita sua. E se questo non fosse, sarebbe impossibile che
tutti gl’Appii avessino avuta la medesima voglia, c Rissino statiagitati dalle
medesime passioni, come nota L. in molti
di loro: e per ultimo, essendo uno di loro fatto Censore, ed avendo il suo
collega alla fine de’diciotto mesi, come ne dispone la legge, deposto il
magistrato, Àppio non lo volle deporre, dicendo che lo poteva tenere cinque
anni secondo la prima legge ordinata dai Censori. E benchésopra questo
se ne facessero
assai concioni, e se ne
generassino assai tumulti, non pertanto ci'fu mai rimedio che volesse deporlo,
conira alla volontà delPopolo e della
maggior parte del Senato. E chi leggerà
l’orazione che gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi
noterà tutte l’insolenze oppiane, e tulle le bontà ed umanità usale da infiniti
cittadini per ubbidire alle leggi e dagl’auspicii della loro patria. Che un
buon cittadino per amore della patria debbo dimenticare l’ingiurie’
private.Era Manlio consolo
con l’esercito conira ai Sanniti ed essendo stato in una zuffa
ferito, e per questo portando legenti sue pericolo, giudicò il Senato esser
necessario mandarvi Papirio Cursore dittatore, per sopplire ai difetti del Consolo.
Ed essendo necessario che’l Dittatore fusse nominato da Fabio, il quale era con
gli eserciti in Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che non volesse
nominarlo; gli mandarono i Senatori due
ambasciadori a pregarlo, che,posti
da parte gli
privati odii, dovesseper
benefìzio pubblico nominarlo. Il che Fabio fece, mosso dalla
carità della patria; ancora che col tacere e con molti altri modi facesse segno
che tale nominazione gli premesse. Dal quale debbono pigliare essempio tutti
quelli, che cercano d’essere tenuti buoni cittadini. Quando si vede fareuno
errore grande ad un nimico, si debbe credere che vi sia sono inganno. Essendo
rintaso Fulvio Legato nello esercito che i Romani avevano in Toscana, per esser
ito il
Consolo per alcune cerimonie a
Roma; i Toscani, per vedere se potevano avere quello alla tratta, posono un
aguato propinquo ai campi romani, e mandarono alcuni soldati con veste di
pastori con assai armento, e gli feciono
venire alla vista dell’esercito romano: i quali così travestiti s’accostarono
allo steccato del campo; onde il Legato meravigliandosi di questa loro
presunzione, non gli patendo
ragionevole, tenne modo ch’egliscoperse la fraude; e cosi restò
il diigno de Toscani rotto. Qui si può comoramente notare, che un capitano
dieserciti non debbe prestar fede ad uno errore che evidentemente si vegga fare
al nimico: perchè sempre vi sarà sottofronde, non sendo ragionevole che gli uomini
siano tanto incauti. Ma spesso il disiderio del vincere acceca gl’animi degl’uomini,
che non veggono altro che quello pare facci per loro. I Franciosi avendo vinti i Romani ad Allia, e venendo a Roma, e
trovando le porte aperte e senza
guardia, stettero tutto quel giorno e la notte senza entrarvi, temendo di
fraude, e non potendo credere clic fusse tanta viltà c tanto poco consiglio ne’petti romani, che
gli nbbandonassino la patria. Quando nel 4508 s’andò per gli Fiorentini a Risa a
campo, Alfonso del Mutolo, cittadino
pisano, si trova prigione dei Fiorentini, e promise che s’egli era libero, darebbe
una porta di Pisa all’esercito fiorentino. Fu costui libero. Di poi, per
praticare la cosa, venne molte volte a parlare coi mandati dc’commissari; e
veniva non di nascosto, ma scoperto, ed accompagnato da’ Pisani; i quali
lasciava da parte, quando parla
eoi Fiorentini. Talmentechè si poteva conietturare il suo animo doppio; perchè
non era ragionevole, se la pratica fussc stata fedele, eh’ egli 1’ avesse
trattata sì alla scoperta. Ma il disiderio che s’aveva d’aver Pisa, accecò in
modo i Fiorentini, che condottisi coll’ordine suo alla porta a Lucca, vi
lasciarono più loro capi ed altre genti
con disonore loro, pel tradimento doppio che fece detto Alfonso. Una
repubblica, a volerla mantenere libera, ha ciascuno di bisogno di nuovi
provvedimenti; e per guali meriti Quinto Fabio fu chiamato Massimo. E di
necessità, come altre volte s’è letto, che ciascuno dì in una città grande
'taschino' accidenti che abbino bisogno elei medico; e secondo che gli
importano più, conviene trovare il medico più savio. E se in alcune città
nacquero mai simili accidenti, nacquero in t\oma e strani
ed insperati; come fu quello quando e’parve cha tutte le donne romane avessino
congiurato contra ai loro mariti d’ammazzargli: tante se ne trovò clic gli
avevano avvelenati, e tante eh’ avevano preparato il veleno per avvelenargli.
Come fu ancora quella congiura de’baccanali, clic si scopri nel tempo
dellaguerra macedonica, dove erano già
inviluppati molti migliaia d’uomini e di donne; e se la non si scopriva,
sarebbe stata pericolosa per quella città; o seppure i Romani non fussino stati
consueti a gasligare le muititudiui degl’uomini erranti: perchè, quando e’non
si vedesse per altri infiniti segni la grandezza di quella Repubblica, e la
potenza dell’esecuzioni sue, si vede per la qualità della pena che la
impone a chi erra. Nè
dubita far morire per via di giustizia
una legione intera
per volta, ed una
città tutta; e di
confinare ottoo diecimila uomini
con condizioni straordinarie, da non essere osservate da un solo, non che da
tanti: come intervennea quelli soldati che infelicement combatteno a
Canne, i quali confina in Sicilia, e
impose loro che non alkergassino in terre, e che mangiassino ritti. Ma di tutte
1’altre esecuzioni era terribile il decimare gl’eserciti, dove a scorte da
tutto uno esercito è morto d’ogni dieci uno. Nè si poteva, a gasligare una
multitudine, trovare più spaventevole punizione di questa. Perchè quando una
moltitudine erra, dove non sia 1’autore
certo, tutti non si possono gastigare, per esser troppi; punirne parte e parte
lasciare impuniti, si farebbe torto a quelli che si punissino, e gl’impuniti
arebbono animo di errare un’altra volta. Ma ammazzare la decima parte a sorte,
quando tutti la meritano, o, 1'è punito si duole della sorte; ehi non è punito,
ha paura che un’altra volta non tocchi alui, e guardasi di errare. Sono punite,
adunque, le venefiche e le baccanali secondo che meritano i peccali loro. K.
benché questi morbi in una repubblica faccino cattivi effetti, non sono a
morte, perchè sempre quasi s’ha tempo a correggerli: ma non s’ha già tempo in
quelli che riguardano lo stato, i quali se non sono da un prudente corretti, rovinano la città. Erano in
Roma, pella liberalità che i Romani usano di donare la civilità a’forestieri,
nate tante genti nuove, che le comincia avere tanta parte
ne’suffragi, che’l governo comincia a variare, e partivasi da quelle
cose e da quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio
che è censore, mette tutte queste genti nuove da chi dipende questo disordine
sotto quattro tribù, acciocché non potessino, ridotte in si piccioli spazi, corrompere
tutta Roma. È questa cosa ben conosciuta da Fabio, e posto vi senza alterazione conveniente rimedio; il quale è
tanto accetto a quella civilità, che merita d’esser chiamato Masssirno. Machiavelli
a Zanobi Buondelmonti e Rucellai salute. Tito Livio. Keywords: filosofia
romana, Romolo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Livio” – The SwmmingPool
Library, Villa Speranza. For H. P. G. Grice’s Gruppo di Gioco. Tito Livio.
Luigi Speranza -- Grice e Lodovici: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della virtù – verso la
meta – la meta è l’origine – la scuola di Messina -- filosofia siciliana – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Messina). Filosofo siciliano.Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “I like
Emanuele Samek Lodovici – very Italian – his metamorfosi della gnosi is good!”
-- samek lodovici -- one of the two. Il
suo pensiero d'impronta metafisica si oppone al materialismo e al riduzionismo.
Esperto della filosofia di Plotino, Sant'Agostino e Marx, si occupa dello
gnosticismo che a suo parere si trova ripresentato in diverse filosofie e
ideologie dell'età moderna e contemporanea. Figlio del bibliotecario e
bibliografo Sergio Samek Lodovici, nativo di Carrara, che lo chiamò come suo
fratello maggiore, noto medico e politico. Rimase in Sicilia per breve tempo
per poi vivere sempre a Milano. Scampò a soli cinque anni alla tragedia di
Albenga, quando dopo il naufragio di un'imbarcazione carica di bambini era
stato inserito nel gruppo delle piccole salme, ma il tempestivo intervento di
un medico lo salvò. Di formazione e cultura cattoliche, studia a Milano dove si
laurea con «Filosofia classica e spiritualità cristiana nel Commento di
Sant'Agostino al Vangelo di San Giovanni». Insegna aTorino. Pubblicò due
monografie, una su Agostino (con il contributo del C.N.R.), e l'altra sulla
gnosi moderna, che gli valsero la cattedra di Filosofia a Trieste. In una lettera Noce si riferiva così. Nella
prima delle sue due opere fondamentali, Dio e mondo, inizia considerando la
grave accusa rivolta da Heidegger alla metafisica, ovvero di non aver compreso
che cos'è l'«essere» e di aver reificato Dio, di averlo cioè reso una
«cosa». Questa critica può essere legittima ma non nei riguardi della
metafisica neoplatonica nella forma in cui è stata mediata da Agostino. Individua
il fulcro di tale metafisica nella dottrina della «partecipazione» delle idee
col mondo, in forza della quale il rapporto di Dio col mondo è una relazione
sostanziale e non oggettualità. In Metamorfosi della gnosi, delinea una
fenomenologia della cultura come influenzata da una mentalità inconsciamente
gnostica. Tale mentalità ha assunto in sé le tesi dello gnosticismo antico,
ovvero la sostanziale negatività del mondo, la possibilità di redenzione dalla
oscurità del mondo attraverso un sapere salvifico (gnosi) e la possibilità di
un redenzione del mondo realizzata, senza bisogno della grazia divina, dalla
sola azione dell'uomo tramite la politica e/o la scienza. Così nel
pensiero gnostico la finitezza e la creaturalità vengono disprezzate e
rifiutate, con l'ambizione di creare l'Uomo Nuovo e la Gerusalemme terrena.
Insomma, sintesi del pensiero gnostico è quella formulazione che trova il
proprio culmine nel «rifiuto di non poter essere Dio»; in tal modo nella
visione gnostica non è più Dio, ma l'uomo gnostico a identificarsi con
l'infinito, sgravato com'è da qualsiasi limite. Da ciò appaiono evidenti
gli obiettivi polemici e critici di ogni metamorfosi dello gnosticismo rappresentato
nelle forme del riduzionismo antireligioso, del prometeismo marxista,
della filosofia radical-relativista diffusa attraverso i media, della
corruzione della memoria storica attuata anche attraverso la corruzione del
linguaggio ed infine nella strategia della distruzione della famiglia, che è
stata potentemente colpita in particolare con la rivoluzione sessuale e con
alcuni tipi di femminismo. Per quanto riguarda la sua pars construens,
Safferma che proprio a partire dalla post-marxistica crisi del pensiero
secolarista gnostico si deve delineare la necessità di ritornare alla tradizione
metafisica, da lui indicata sulla linea di Platone, Plotino e soprattutto
Agostino. In sintonia con l'ermeneutica
contemporanea, e pur evitandone le derive nichilistiche, riconosce la struttura
storicamente condizionante del linguaggio nei confronti dell'esistenza e della
conoscenza, secondo una sua favorita formula per cui «chi non ha le parole non
ha le cose», e d'altra parte il filosofo riconosce anche la funzione inversa
del linguaggio per cui, oltre che elemento condizionante, esso è anche il mezzo
con cui l'uomo storico può trascendere i vincoli della storia e del linguaggio
stesso (i baconiani «idola fori» e «idola theatri») ed esprimere le verità eterne. Rievoca
la valenza dell'autocoscienza della ragione e delle sue vastissime
potenzialità, sia in bene che in male, e a partire da queste, ne ricorda i
limiti, i fallimenti storici e le costitutive incapacità che emergono
specialmente nel momento in cui essa viene elevata ad una illuministica
idolatria, concretizzandosi nella moderna vita di massa che «ha affermato la libertà politica da ogni
autorità spirituale, finendo per favorire il potere dell’uomo sull’uomo; ha
affermato la libertà dell’amore dalla morale per vanificarlo nel sesso; ha
affermato di lottare contro ogni religione in quanto superstizione, solo per
prepararne una più esiziale, quella della scienza e del successo.»
Piuttosto, una ragione accorta deve, restando autonoma, interagire con la
religione, per corroborarla e giustificarla razionalmente o per cercarvi le
risposte prime ed ultime. Tipica poi del suo pensiero è la «cultura del ricordo», intesa come
cultura non di una memoria archeologica bensì di una memoria che guardando ai
fallimenti del passato possa liberare il presente dalle menzogne ideologiche e
dai progetti utopistici che, ripetendosi nella storia, hanno generato i
totalitarismi del XX secolo, e che oggi producono la dittatura del relativismo
e del nichilismo. Così la memoria assume una funzione spirituale nel senso che «mi rende migliore di quello che sono». La
riflessione è dunque nel complesso di carattere etico-sapienzale, consapevole
che in ogni agire umano si esplica la ricerca della felicità, una ricerca che,
per essere efficace e compiuta, deve però essere immune da qualsiasi utopismo
onirico: è alla luce di questa precisazione che può affermare che «non vi è
nessuna felicità senza virtù, in altre parole non vi è nessuna felicità senza
quell'unica attività che è in grado di rendere l'uomo pienamente umano», perciò
«non si può pretendere che l'acquisto della felicità non passi attraverso lo
sforzo, la lotta, e in ultima analisi la sofferenza», ed è in tal modo che
trovano un senso il limite umano e la sofferenza. Non sfugge al filosofo la
coscienza della precarietà della felicità umana, però questa «ben lungi dallo
spingerci alla tristezza per l'insaziabilità dell'uomo, va tuttavia vistaottimisticamente,
come l'indizio che è un'altra la felicità conforme al livello spirituale degli
esseri umani», perché «ultima hominis felicitas non est in hac vita. Saggi: “
Plotino nel In Johannis Evangelium di Agostino, in Contributi dell'Istituto di filosofia, Vita e
Pensiero, La Lettera ai Galati” in Marcione e Tertulliano, in «Aevum», Milano, Agostino,
in Questioni di storiografia filosofica,
La Scuola, Brescia); Sul processo di Gesù e su Gesù e gli zeloti, Vita e
Pensiero, Marxismo o Cristianesimo, Ares, Sesso, matrimonio e concupiscenza in,
Etica sessuale (Milano); Tra cosmologia e metafisica. Note sul concetto di
cosmo, in “Il demoniaco nella musica, Giappichelli, La felicità e la crisi della cultura radicale
ed illuministica, in La crisi della
coscienza politica e il pensiero personalista, Libreria Gregoniana, “Dio e
mondo: relazione, causa e spazio” (EStudium); “Metamorfosi della gnosi” Ares, Dominio dell'istante, dominio della morte.
Alla ricerca di uno schema gnostico, in «Archivio di Filosofia», Istituto di
studi filosofici, Roma, “La gnosi e la genesi delle forme, in «Rivista di
Biologia», Il gusto del sapere, Universitas); “L'arte di non disperare. Il
gusto del sapere Estratti di L'arte di
non disperare M. Picker, Il mio professore di filosofia, Studi
Cattolici, Alabiso, La critica dell'attacco macro-strutturale al cristianesimo,
Catania. Giacomo L., Profili. L., Studi Cattolici, Sciffo, Le maschere della
gnosi, «Avvenire», Barbiellini Amidei, Il filosofo che insegna l'arte della speranza.,
in «Corriere della Sera», filosofo che insegna arte_della_co shtml G. Feyles,
La battaglia di Samek, in «Tempi», tempi la-battaglia-di-samek Fumagalli, L. e
Noce: Gnosi e secolarizzazione, Santa Croce, Roma //sergiofumagalli/files/ tesi.pdf
Taddeo, Verità e diritto, Trento G. Segre,
una vita per la Verità, «la Bussola Quotidiana» /la nuova bussola quotidiana.com/it/archivio
Storico Articolo-emanuele-samek- lodoviciuna vita-per-la-verit- A. Galli, Il
ritorno della gnosi, in «Avvenire», Anna, L'origine e la meta. Ares, Milano. Gnosticismo Cattolicesimo, Noce, Voegelin, Mathieu
su Santi, beati e testimoni, santiebeati. Il gusto del sapere Universitas, Documentazione
interdisciplinare di scienza e fede, Gnosi moderna e secolarizzazione
nell'analisi” Fumagalli, Pontificia Università della Santa Croce, Roma, “la
gnosi come vero avversario della verità di Restelli, sito "Cultura Cattolica.
Emanuele Samek Lodovici. Lodivici. Keywords. la virtù, l’amore sessuuale, il sessuale – la
sessualita, il maschile, il machio, il sesso maschile, il vir, virile,
virilita. Refs.: Luigi Speranza, “ Grice e Lodovici” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Lodovici: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma) The author of a fascinating essay
on philosophical psychology. Figlio di Emanuele Samek Ludovici. Giacomo Samek
Lodovici. Lodovici.
Luigi Speranza -- Grice e Lombardi: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia campanese – filosofia
napoletana -- scuola la filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano.
Grice: “I like Lombardi; he took seriously my idea of Philosophy’s
Longitudinal Uniity, and like Passmore or Warnock, engaged iin a study of the
‘last hundred years of Italian philosophy. This shows that his interests on
Kant, etc., are Italian-based, mainly!” Il
padre e avvocato e docente di diritto e procedura penale a Napoli, già allievo
prediletto di Bovio, deputato prima e dopo il fascismo, autore di scritti vari
di sociologia. La madre Rosa Pignatari fu nipote di Ciccotti, nella cui casa era cresciuta.
Tradusse alcuni degli scritti di Marx nelle Opere edite dal Ciccotti e la
Storia del movimento operaio di Edouard Dolleans. Laureato e libero docente in filosofia lavora
in filosofia. Pubblica “Il mondo degli uomini” (Firenze, Le Monnier) Insegna a
Roma. Presidente della Società Filosofica Italiana e (sin dalla fondazione)
della Società filosofica romana, diresse il "Centro di Ricerca per le
Scienze Morali e Sociali" presso l'Istituto di filosofia della Roma. Direttore
della rivista De Homine cui si è affiancato il Bollettino Bibliografico per le
Scienze morali e sociali. Membro dell’Accademia nazionale dei Lincei. Gli e
conferito il premio nazionale "Croce" per la filosofia. Saggi: “L'esperienza e l'uomo.”“Fondamenti di
una filosofia umanistica” (Firenze: Sansoni); “Il mondo morale;”“Feuerbach” (Firenze:
Nuova Italia); “Feuerbach e Marx: “Kierkegaard” (Firenze: La Nuova Italia); “La
libertà del volere” (Milano: Bocca); La filosofia critica, Roma: Tumminelli;
“Il problema kantiano, “Commento alla Critica della ragion pura” Kant vivo (Firenze:
Sansoni); Nascita del mondo modern (Firenze: Sansoni); Concetto e problemi di
Storia della filosofia” (Asti: Arethusa); “Le origini della filosofia” (Asti:
Arethusa); “Libertà” (Asti, Arethusa); “Dopo lo Storicismo” (Firenze: Sansoni);
“Ricostruzione filosofica” (Asti: Arethusa); “La filosofia italiana” Asti:
Arethusa, Il piano del nostro sapere, Asti: Arethusa); “La posizione dell'uomo
nell'universo, Firenze: Sansoni); “Problemi della libertà, Firenze: Sansoni, Filosofia e civiltà” (Firenze: Sansoni, Saggi
Manoscritti inediti Scritti vari di filosofia, Scritti politici Filosofia e
Società, Firenze: Sansoni, Filosofia e Società Firenze: Sansoni, Il senso della
storia” (Firenze: Sansoni); Aforismi inattuali sull'arte” (Firenze: Sansoni); Galilei:
un ante-signano”(Firenze: Sansoni, scritti per l'università, Firenze: Sansoni,
“Continuità e Rottura, Firenze: Sansoni, Una svolta di civiltà, n.d.: ERI, Gaetano
Calabrò, Torino: Filosofia, Atti del Congresso internazionale di Filosofia,
Milano: Castellani et C Editori, Il materialismo storico Atti del Congresso
internazionale di Filosofia; Roma: Fratelli Bocca, Il problema della filosofia
oggi Varie Taccuini di viaggio Dodici canzoni napoletane, su versi di Salvatore
Di Giacomo, Firenze: Forlivesi, Torino: Edizioni di Filosofia, Treccani
L'Enciclopedia italiana. Un contributo significativo per la costruzione della
filosofia italiana contemporanea, Lincei, in Biblioteca di Filosofi, Sapienza Roma.
Franco Lombardi. Lombardi. Keywords: la filosofia italiana, Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lombardi” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Longino: la ragione conversazionale e il filosofo della regina -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. An adviser to Queen Zenobia. Oddly, when Zenobia is defeated by the
Romans, she is taken off to Rome, whereas her adviser is executed.
Luigi Speranza --
Grice e Longino: la ragione conversazionale e il diritto romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A legal scholar and theorist. Uno degl’uccisori di
GIULIO (si veda) Cesare. Gaio Cassio Longino. Longino
Luigi Sperranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Longano:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’uomo naturale –
filosofia molisese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ripalimosani). Filosofo italiano. Ripalimosani, Campobasso, Molise. Grice:
“Longano took ‘naturalness’ so seriously that he would apply it to anything:
‘man’ (‘uomo naturale’) and morals (‘morale naturale’).” “I like Longano; he is
a systematic logician, as I’m not – therefore he thinks that to study
semantics, which logic is, starts with studying signs – as I did in my seminars
on Peirce – so Longano is the one I was referring when I mentioned what ‘people
were at when they display an interest in natural versus conventional signs; he
also has interesting things to say about my favourite parts of speech,
syncategoremata!””Allievo di ZURLO, si
trasfere a Campobasso e quindi a Napoli dove divenne allievo di GENOVESI. Fa parte della massoneria ed è considerato un
importante esponente dell'illuminismo, fu sostenitore dello stretto rapporto
tra anima e corpo e di una visione dell'uomo nella sua interezza. Propugna la
rinascita dell'Italia, proponendo un piano di riforme e il superamento del
feudalesimo. Altri saggi: “Piano di un corpo di filosofia morale; ossia,
Estratto d'un corso di Etica, di economia e di politica” (Napoli,“Dell'Uomo
Natural Napoli, “Saggio sul commercio” (Napoli, presso Vincenzo Flauto, Raccolta
di Saggi economici per gli abitanti delle due Sicilie, Napoli, presso Sangiacomo e Campo, “Dell'uomo e della
sua morale natura -- Esame fisico, e morale dell'uomo, Napoli, Morelli, Dell'uomo,
e sua morale natural, Della morale naturale, Napoli, M. Morelli, Dell'uomo
Religioso e cristiano, Dell'uomo religioso,
Napoli, Morelli, “Logica” Viaggio per lo contado di Molise ovvero descrizione
fisica, economica e politica del medesimo, Napoli, Viaggio per la Capitanata,
Napoli, Sangiacomo, Il Purgatorio ragionato, Lepore, postfazione di Martelli,
Campobasso, Palladino, Philosophiae rationalis elementa; De arte logica, Napoli;
De metaphysica, Napoli, Orsino; De Jure humanae, Napoli, Biblioteca provinciale
di Foggia; L'anno di Genovesi, su biblioteca provincial foggia. Gaetano, su
webcache .googleusercontent.com A. Rao, L'amaro della feudalità: la devoluzione
di Arnone e la questione feudale a Napoli, Guida, Rizzo, La civiltà del
Purgatorio: riformismo e anti-clericalismo nella provincia molisana, S. Borgna,
su delpt.unina, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. I I BIBLIOTECA NAZ. Vittorlo Emanuele III i
\.A NAPOLI t V' PHILOSOPHIÆ RATIONALI*? ELEMENTA A V f T. N DE ARTE £OGIC4 r i u ^ u A Pe rerum ideis, et signi 'f, Jej%
erroribus et ycritate NEAp0Ll s fcE CLARIS DIALE C TIGiE SCRIPTORIBUS. AD GANTORIUM. I 1 V v
% r Philosophia, Josephe
pr^claridiime, in quam uno Dialectica
studio ingredimur, rerun divinarum, kumanarumque sapientiam conticet » Hinc
Dialectica inchoat, qutf sapientia
perficit. At vir acerrimi ingenii, divine memori e, et per quam longa
meditatione, ac lectione contritus Antonius Genuensis meus amicus, et magister,
multa in sua arte logica > pluraque
in aliis desiderans, neminem plane, qui jure
appellari Dialecticus posset, dicebat. Habebat itaque vir magnus comprehensam ani *
f. 4 m
quem si imitari non possfimifs, at qualif esse debeat, poterimus fortasse dicere i “ Ars disserendi licet a ratione proficiscatur
j proindeque quolibet in homine ingenita;
verum,tamen a Græcis primo elaborata, atque ab usdem et monumentis, et literis
est cepta mandari. Testes enim sunt, j arieter plurimos philosophos illustres,
etiam *pene innumerabiles oratores, uti
Lysias, Isocrates, Hyperides, JEschines,
Lycurgus, Pericles, DemOslheoes, aliique
plures. Quibus si artem disserendi demas, omnem eorum vim, atque loquendi ce
piam prorsus evertes. Equidem si hac arte Pericles ( mitto eet«fos ) fuisset
orbatus', quo pacto tanta cum delectatione aculeos, reliquisset in animis eorum, i. a a qui-O qi/ibns esset auditus i Quis
putet suhtUitateni ingenii L. Bruto
defuisse, qui ex oraculo Apollinis tam acute conjecerit, qui summam prudentiam simulatione stu/titi.c texerit,
quique Civitatem perpetuo dominatu llt
er at am fAagistratibus annuis, legibus, ju liciisque devinxerit ? Quis denique putet Appium
Cvium, Catonem majorem, Cn. Servilium, Tib. Gracchum, t-. Cott..m, P. Scxvolam, L. Crassum, C. Antonium, Hortensium, C. Cxsarem, Ciceronem,
aliosque disertissimos Itali x oratores nulla Qialecticx Arte fuisse imbutos ?
Verum huc In loco non quxrimus, qui
fuerint clari Didfectici, sed quanti pretii eorum scripta; tempus est igiiur,
ai id quod instituimus, acie edere. Dialectica a Grxcis exorta } ut superius
j bnte Christum an. 4 66., Zenoni ex
urbe P,lea in hucahia postea Velia
Parmenidis Auditori tribuitur, At
Zenonis Logica, quid aliud, hi si ars
nixandi, cavilldndique, ex qua Eleatici Sophistx profanarunt, quorum
intolerabilem arrogantiam Socrates Atheniensis prxstan tissi no vir ingenio j
atque morum probitate it - lustris abhorrens, irohica subtilitate eorum
iru st i tuta refellere solebat. Eleaticam scholam Leucippus Abderita Zelionis
discipu'us ante Christum an. 452. sumthopere illustravit. Etenim is fuit
atomorum sententix auctor, cujus
doctrinam primus instauravit Democritus etiant Abderita, ante Chri s 3 stuni
stum 420. ac postremo Epicurus Atheniensis,
a quo initium schola Epicurea ante Chr. 300. an. accxpit .
At Socrates, qui cum floreret ante Chr. 41S. >»• owi«/ genere virtutis r hac tamen fuit
luitde clarissimus, quod omnium primus homines felices. reddere studuit. Ille enim non de rerum natura, atque astrorum motu, iit
superiores philosophi, sed de animo, de
perturbationibus, de bonis et malis,
deyue humana vita, aC moribus sdpienter disputavit. Quantum vero ad ijusdem Dialecticam y tota versabatur in eo
t quod principio omnia vocabula definita
vellet, deinde quibusdam minutis
interrogatiunculis propositiones per necessariam consecutionem ita acute teperet, donec adprxceps
inconsideratos adversarios perduceret. Hujus
tanti viri domus t ciinctx Greci.e quasi
ludus cum esset, atque officina dicendi,
minime mirum, si ejus ex uberrimis
sermonibus extiterint tot, thntique
doctissimi viri. Sed,, inquies,
qui isti tandem fuerint ? Hoc in nomine,
inquam, non sunt habendi, nisi ii qui
maxima cum citra Dialecticam coluerunt,
quorum illustriores fuerunt Plato, ei qito Academici, Euclides, ex quo
Megarenses ptomanarunt. Itemque Anihistenes Cynicorum p arens % atque Aristippus sbct.t Cyren.torum Conditor.
Hisce veluti ouatuor familiis universd
veterum Dialecticorum multitudo conclusu,
ad hxc usque tempora est 'ptopagata. Quare
distincte me pro kejm iessisse deliror,, si eorundem Xripta Logici 'perpendam Plato ante Chr. 39 - an ‘ Codrit
ex parte p!U iris, et Solone ex parte
.matris editus, in sua adolescentia
exercitationibus gymnasticis, pictu ¥
pro morum philosophia Dialecticam præcipuum m medum f eluit • Hinc ejus auditorei, ut ex
Lærtio discimus dicti sUAt,et Megarenses Ut
Dialectici Quantum ad ejusdem disserendi
artem, tota erat iA quadam inductionum, ac conclusionum serie, eX qua disputandi pressa, ratione Eubolides illius distipuius muti a
sophismatum genera invertit, adhibuitqhe .. At
Diodorus, qui dicitkr. Crbhus, hujus schoU alumnus sumtno nitore conjectus est,
quoniam Stilponis argutias refellere
ignoravit i Megareu i urguendi modus in
Europi barbarie renovatus inter NOmirta/ium,
et Singularium, atque in u ter
Thomistarum et Scotistarum scholas diutii sime regnavit .. j Altet ' Sacratis discipulus fuit Aristippus
] qui ante Chr. 406. an, floruit i Hic,
r* l/r^/ Cyrenarum Socratis fama
fercitUs, Athenas Venit, ut eum audiret,
Aristippus fuit Secta CyrenuicX auctor 4
At tjus sequaces j eque Physicam ac Dialecticam n egi exedunt. Non miretis l et tur ) si ‘tohr.em ititer et voluptatem
nbllum discrimen (funerent. Quin imo
interiorem dumitaxat voluptatis, uut doloris Sensum putabant ven es^f judicium, quia sentiatur. Verum
pbtestne quisquam dicere, inter eUm, qhi doleat t et inter eum qui in 'voluptate sit, nihil
inter esse. Aut ita, qui sentiat f non apertissime msamai. 1 ix..J Postremiis Socratis disciphlus fuit Anthiste-
' • n * s -Atheniensis, Cynicorum secta;
Jnstituior i Paucissima hic de arte
disserendi scripsit, ut ex Lærtio, in
ejus vita Dos iit in gymnasio, Otqtie Diogenem Sinopeuhl, quem Cynicum
cognominant, ' habuit auditorem. En, Josepht
doctissime, Pelui i surculos Dia/ecticie piante, quam Zerin seruit Soctates y fj usque
discipuli excoluerunt. Dicendum medo est
f quales ei quatito? fructus unhsquisque
eorum produxerit i iLx Platonis
auditoribus, ceteris presiitere
Aristoteles Schole Peripatetice institutor et princeps, atque Xenocrates Magister
Xenonis Cittici, aili Stoicorum est
parens i Aristoteles Stagirites N icomachi Filius, magnique Alexandri preceptor,
floruit ante Chn an. 350. Hic enim adeo prestavit, ut excepto Platone, parem noti invenias. Quis enim
illo gravior in loqtiendo, in sententiis
argui ior } iri docendo copiosiot in
edisserendo subtilior, a’c tandem in
inveniendo, disponendoque admirabilior ? Referti sunt ejus libri et omnigena
rerum cognitioni, et verbis illustribus
i Senex impie tatis crimine a sacerdotibus accusatus, aufugit t ln Isyceeo eidem successit Theophrastus
il/iai auditor, quo mortuo pene siluit
licet in ets docuerint Eicon, Aristo,
Critolaus, Demetrius Phalereus ) et Strato cognomento physicus 4 Quod spectat ad Aristotelis Dialecticam,
in qua fuit pnestantissimus y ejus libri
sunt de rcttione disserendi multi, et multum probati 4 Etenim veteres scriptores artis hujus usque
a principe illo, atque inventore Zenone
repetitos unum in locum conduxit, et
naminatim cujus que prscepta magna conquisita tura perspiouS 00 *
te> Conscripsit, et enodata
diligentissime exposuit i Scis enim
nihil esse simul et inventum, et
perfectum. Stagirites itaque omnium primus attulit hanc artem omnium artium maximam, - et quasi lucem ad ea, quit- confusa, jejuna,
et exilia cntum ante annos scripta erant.
Ad Platonis scholdrti refertur quoque
Zeno Cittieus ante Chr. 300. an. qui
fuit Xenocratis Chalcedonii discipulus. Trigesimo
sum xtatii anno Athenais ivit, ht iiras
illos nosceret, 'quorum opeta lectitarat.
Principio Craten deinde Stilponefn i Xenocratem, atque Diodorum Crontim audivit.
In Stoa scholam ape* ruit, habuit que
nonnullos discipulos, quos morum honestate plus, quam scientiis informabat
i Etenint multa de justitia, de
fortitudine, de temperantia, de amicitia,
deque hujusmodi ahis Stoici graviter, et
enucleate scripserunt. Quantum autem ad artem disserendi, quam ab Oratoria arte sej ungerent, nihil in eo
genete, quod ad disputandum valet, prætermissum est. Quaque Dialectici nunc tradunt,
et docent, nomie ab illis philosophis
instuta suhtj ' kt inventa ? At, inquies, pr teter dinumeratos iisdem
fere iempbrihus floruerunt etiam
Parmenides, Xenocrates Ciren.ei, Stilpo Megarensis, ac denique Epicurus tantx
scholte conditor, qui si Dialectici non
sunt habendi, nescio hoc nometi cui
tribui possit. Sed quid insipientius, quarti
isti omnes i Parmenides enim, et Xenocrates iritrtt H
increpabant eorum arrogantiam, quasi irafi, Hui cum sciri nihil possit, audeant se
scire dicere. Uipsum dicendum de
Cyrenxis qdi hegant esse quid quam,
qtlod percipi possit extrinsecus, sed ea se sola percipere, qti.e tactil intimo sentiant. Nihil de Stilpone. Quam fnu'ta ille cofitra sensus, 'quam multa
contra omnia, qu.e in consuetudine
probantur ? Nihilque de Epicuro, 1 eujus tt>ta Dialectiea in sensibus erat. It
e mq ile ex Dialectica tollit definitiones: nihil de diitisione ddcet: non
quomodo efficiatur concludaturqile ratio, tradit: non qua via captiosa solvantur, ambigua
distinguari tar, oftetidit. Tu quidem, inquis, loiurrt Epicurum e philosophorum choro sustulisti. Ita sane, flatu qtiomodo philosophiis, qui
disserendi artem nullam habuit ? qui in physicis tam plumbeus, qui Solem bipedalem facit, qui
de atomis tot puerilia fingit ', qiii
tandem regulam veri, et falsi in
sensibus ponit ? Nonne hxc discere
liidus esset ? Verum ab hoc tam crediilo, qui numquam setlsus mentiri putat,
discidamus. Insuper pressifis affis, et
inquis, quod Arce silas, ChrysippuS,
Pyrrho, et Carneades summi Dialectici fuerint, qtioniam Arcesilas fuit medix Academix parens, Chrysippus
fitlcire putabatur porticuih Stoicorum,
Pyrrho scepil eorum' sectam, et Carneades novam Academiam eonJidit. Primum Arcesilas Pilanx natus in JEolide
*ntc! ante Chr. 290. floruit; Cratique
in Academia successit. Juxta Lærtium
Arcesilus omnium primus utramque in partem disserere aggressus est. Quod esi omnino falsum ex ipso Lærtio, qui in ejusdem vita etiam scripsit:
Primui Orationis modos, quos Plato
tradiderat, novit, 'effecitque per
interrogationem ct resportsionem
contentiosius Id ipsum asserit Cic. libro de Oratore tertio: Arce silis
primum., qui Polemonem audierat, ex variis Platonis libris, et sermonibus Socratis, hoc maxime arripuit
f nihil esse certi quod aut sensibus,
aut animo percipi possit: quem fuerunt
eximio qubdar/i Usum lepore dicendi,
aspernatum esse omne animi, sensusque
judicium; primumque instituisse, tlon quid ipse sentiret, ostendere; sed centra id quod quisque se sentire dixisset,
disputare. Ai darius libro de finibus secundo:
Socrates percontando, atque interrogando elicere solebat eorum opinibnes, quibuscum disserebat
j iit ad ea, qu.c hi respo id ssent, si
quid vi letetur, diceret. Qui mos cum a posterioribus non esset retentus, Arcesilus euiti revocavit, tt instituit • Hoc ipsum in questionibus
Academicis novam appellant, qux milii vetus videtur; siquidem Platonem ex illa
veteri nume • j. ramus, cujus in libris nihil affirmatur, ei iri utramque partem multa disseruntur, de
omnibus queritur, nihil certi dicitur. Hac de cau. sa sicut i Tib. Gracchum
populi Poma ni per '. turbatorem, ita Arcesi/am Reip. philosophorum „ e
fversorem appellavit: Habendus ergo Dialecticus, pt quidem summus, qui negat quicquam sciri
y neque comprehendi posse, ne illud
ipsum quod fi. ocrates, st nihil scire ?
Sed si nihil sciri; ni hi /que
comprehendi possit, quo pacto rationis
artificia convellere posse, dicebat ? Insuper notiis innotescit
probabilitatem maximam vim habere in artibus. Artes autem sine»scientiis
esse non posse. Qua cum fint, pateretur
fortasse hoc "Raffæl Urbinus aut
Michæl- An gelus, aut Titianus nihil se
scire, cum in eorum operibus esset tanta
solerjia ? Vide quxso, quos, et quantos
laqueos sibi Scepticf texuerunt. Quantum ad Chrysippum Cilicum
professione Stoicum, et Zenonis
Auditorem, qui ante Chr. £ 30. an. vixit, scis illum
fuisse virum et vafrum, et ingeniosum. Scis
etiam eundem scriptitasse plusquam
septigentos libros, quorum pars maxima
in Dialecticis versabatur. Sed intellege,
ouid Scioppius in Elementis philosophia sioictp moralis: neque tamen, ait,
defendere, ac negare velim fuisse Stoicorum non
paucos, qui specie ingenui illecti >, inanibus argutiis Ipdibria
quadam excitando severissima, et
gravissima ortionis in contemptum adduxerint; quorum princeps jure dici possit
Chrysippus, qui cum esset magna ingenii vi p radit us, mireque ad quidvis
excogitandum celer et acutus, nihil aque
solebat labofare, quam ut non reliquarum
tantum' sectarum inventoribqs contradiceret, sed a Magistris etiam su/q Zeno»
% e none, et Cieant e pleri sque in rebuS dissideret,, 1'uitne summus Dialecticus, teste eodem
Scioppio, qui persep.e scripsit eadem, sæpius sibi contraria, ac repugnautia ? Sequitur Pyrrho Peloponesiacus, qui primo
' picturam exercuit, atque artate
Alexandri Magni, quem suis in bellis comitatus est, floruit. Pyrrho Anaxagarxr auditor, illa ipsa Sentiit, qur Arcesilas, proindeque nihil decerni >
neque quidquam comprehendi posse dicebat.
At de Pyrrhoniis ita A. Gellius lib. %l.
Cum h.ec autem consimiliter tam
Pyrrhanii dicant, quam Academici,
dtjjtrre tamen inter sese, et propter
alia qu.edam, et vel maxime propter ea existimati sunt, quod Academici quidem ipsui/t illud
nihil posse comprehendi comprehendunt;
et nihil posse s discerni, quasi
discernunt: Pyrnhoaiii ne ii quidem ullo pacto videri verum dicunt, quod
aihil esse verum videtur. Sextus autem
Empyricuf Pyrrhonios inter, et
Academicos aliud discri- ' pien invenit,
scilicet: Arcesi/as amnem judicii
suspensionem habuit bonam, atque solam adjipiationem uti semper malam
putavit. Sed Pyrrho, ej usque auditares adfirmationem non esse secundum naturam, verum secundum id quod apparet, disputabant. Qui i multa ? Inter
mortem, et vitam Pyrrho nullum discsrimcn agnovit, quod Epictetus, licet hanc
sectam diligeret, damnabat. Sequitur po
(tremo loco Carneades illustris
philosophus Grecus, qui habetur teri i a- Acas/t- pii* parens, et
floruit ante Ckr. 160. an. vegum qui Academi,e auctor ? nonne scis Carnea liem
fuisse veteris instaut atorem, vel venuq
assertorem ? Hinc f icero hero
de nat. Deor. primo: la philosophia,
ratio contra omnia disserendi, nullamque rem aperte judicandi, profecta a
Socrate, repetita ah Arcesila, confirmata a Carneade usque ad nostram viguit
xtatem. Hic enim disputans, omnibus veris false; quicdam adjuncta esse tanta similitudine, ut
in iis nulla insit judicandi, ac
assentiendt nota « At, inquies, eum
maximum fuisse Dialecticum, quoniam de eo sic CICERONE (si veda) scripsit •
Carneadis yis incredibilis illa dicendi,
et varietas argumentorum perquam esset optanda nobis: qui pullam in illis suis disputationibus rem
defendit, quam non probarit, nullam oppugnavit,
quam non everterit • Ulterius dices ? Nonne, ipse Cicero eum extimuit, cum it; libro de
legibus primo ait: perturbatricem autem harum
omnium Academiam hanc ab Arcesila, et Carneade recentem exoremus, ut
sileat. Nam si invaserit in hxc, que satis scite nobis
instructa, et composita videntur, nimias edet ruinas. Quam quidem ego placare cupio, submovere tton audeo. Ex quibus tandem optime concludis
^ Carneadem summum fuisse Dialecticum
• Sit sane Carneades Dialecticus, et
quident nummus. Dic mihi, vir
prestantissime, cum Logici finis sit
veritatem cujusque generis in pdtiqare, estne Dialecticus f qui eam tollit,
tf ejusdemque est eversor ? nonne in
Senatu Rol\ mano maxima populi
frequentia cum is pro justitia, et in
justitiam Jisputasset, eam radicitus evulserit i Ulterius qui de omnibus
dubitat t dubiamne quoque reddit sui
ipsius assertionem ? Similiter } qui
universa ut falsa habet, nonne eidem est
quoque falsum, quod ipse asserit l Hinc
profecto intelliges Ciceronem timuisse
Carneadem, non ut potentem Logicum, sed ut iniqu.e mentis hominem, quem sapienter
placatum malebat, quam submotum; amicum potius
quam hostem implacabilem, inexpiabi/emque optabat. Quid tnirum ? Diis manibus ne
noceant) fortasse nos ip i quotidie non
litamur 1 Satis multa de veterrimis
Dialecticæ Scriptoribus. qui eam /em vel invenerunt, vel auxerunt^ vel
perpoliverunt ad Cx-aris usque ætatem.
Secundo autem ecclesi.e s.ecu/o, Alexandriæ, ad quam veluti meYcutum bonarum artium cum literati omnes confluerent, invaluit quadam
philosophandi ratio, quæ ecclectica, dicebatur. Ejus erat ex singulis philosophorum scholis tum
temporis florentibus qux-dam exprcepere, aliaque mutare. Qu.e phihj^Qpnsndi ratio adeq
placuit sanctissimis, ct doctissimis
ecclesia.' Patribus, Ut 'statim per
universum Christianorum orbem propagata
fuerit. Huic accessit, quod novatores
quinti suculi Aristoteleis, ac Stoicis præsidiis abutentes no tros Doctores adgrediebantur,
qui ut adversantium argumentationibus
occurrerent, fadem deputandi arte etiam,
imbuebantur. Quamobrem "Dialectica iTla ex Stoica, atque Peripatetica conflabatur, qute usque ad
sxculum duodecimum in occidente fuit
tradita, maxime quia S. Augustinus eam
discipulis suis commendasse dicitur. Verum labente duodecimo sæculo, scholastici
t sive christiani occidentales
Aristotelis libros • ab Arabibus versos,
atque ab iisdem interpretatos accepere. Sed pernimio rixandi ardore ducti, Dialecticam, ac Metaphysicam per
se obscuras, atque involutas novis
subtilitatibus, novisque contortissimis
qucstiunculis ac laqueis ideo foedarunt,
ut nihil supra • Etenim cum linguie
Grxc saltem præcipuos, minime expendit ?
Qui ver sabulorum, et propositionum
naturam non exponit ? lllene Dialecticus, qui veritates cujusfue generis non
videt, et principia, ex quibus oriuntur,
/10« ostendit ? lllene denique Dialecticus, 71« /k*Ai 7 4/f rerum
definitionibus, ac divisionibus,
nihilque de errorum caussis, >0rumque emendatione, t/oeer. Petrus Ramus ex pauperrimis editus parentibus
anno 1516., quamvis hebes,, ac /cr/zf
stupidus, quamvis sero, ef duram servitutem in Navarrte collegio serviret;
verumtamen Cleantis instar oleo, ef
lucerna mafkpuum disciplinarum lumen sibi comparavit. Quin imo tanto sciendi desiderio exarsit, ut solo
labore, et diligentia in id Hierarum
splendoris pervenerit, ut trigesimo sue etatis anno adversus Aristotelem scripserit, atque sequentem
thesin sustinere ausus sit: Quæcumque ab
Aristotele dicta fuissent, esse
commentitia. Rei novitate attoniti, atque temeritate
judices percussi irrito conatu per diem
integrum fuit Magistratus. Ita barbari barbare vocabant ejusmodi scholastica exercitia. Sic Freigius in vita
Petri Rami. Scripsit Ramus
istitutiones Logicas r qu ali ia. plures. Lockiuf suam Logicam e fi Jit. ouatuor libris comprehensam, in quorum
primo pro aris, et focis disputavit
universas rerum ideas repetendas esse
partim a sensibus exterioribus, partim a mentis reflexione. Quamobrem hac in re Aristotelis opinionem instauravit,
et Cartesianorum Doctrinam sustulit. In
secundo libro agit, quo pacto ide.e ipsæ
acquiruntur. Tractat in tertio de
vocibus, earumque proprietatibus. Quartus denique in cognitionibus humanis in
genere, Ac sigillat im in veritatibus y
qux tam ex ratione y quam ex historia eruuntur, versatur. Sed qu* viri docti in eo damnant, sunt
1. repetitio earumdem rerum, et quod
maxime mirum, nullius momenti: 2. res
involutas, vel non extricat, vel male
enodat, g. irrito conatu autesivit
materiam esse cogitantem. His dictis,
nunc reliquorum Dialecticorum, si placet, States, et gradus prosequamur. Quod in Anglia Lokius, idipsum fecerunt in Gallia Manotte; in Germania
Christianus ThomasiuSy Andreas Rudigerus,
et Christianus V/olfius; in Italia
denique Antonius Genuensis t A/oysius
Verneus Lusitanus, atque Ab. Angelonus.De quibus singillatim, et ne nimius sim,Stricte
dicam. fc 4 Ma t \
Mari oli e m rebus phy sitis diutissime versatus, etiam logicam edidit
duas in partes tributam, quarum aiteru quasdam propositione * per se claras, ceu principia continet. Alter
m vero modos, ex quibus veritates
cujusque generis 'ab iisdem principiis deduci possunt. Hinc qute arguendi ratio, et quo pacto errores,
er sophismata internoscenda sunt, notat,
Summopere hic auctor commendandus ob claritatem
suarum cogitationum, ob rerum ordinem, atque ob exemplorum delectum. Verum,
quia artem Criticam tam necessariam ne
quidem tetigit: nihil de veritate
probabili egit: omnigenus errorum caussas non vidit: sequitur Ma~ riotti Logicam mancam esse’, et imperfectam. Christianus Thomasius Hahe natus anno 1 727. in Introductione ad philosophiam Aulicam
nievis, atque erroribus, quibus Dialectici superiores Logicam infuscarunt,
detersit. Verum tanta Eruditionis moles viris doctis est
omnino inutilis, tyrones opprimit. Hoc
in' numero ha* bendus quoque Audreas
Eudigerus. Denique Christianus Wofius
maximi nominis vir accuratissime
vocabula definivit, atque acutissime veritates cujusque generis detexit,
demonstravitque. Inquis ergo, hanc unam esse
Logicam perfectam ? Minime, inquam, nam lectores rerum minutissimarum
atque inutilium perpetua demonstratione
laborant. Insuper exemplorum copia eosdem fatigat, i. perfectam criticam t' picam M* tradidit i Denique hctienom
tine ulla delectatione homines
negligunt. Sequitur Gt nuens is ai omnia
sumi na natus, qui a magistris parum
institutus, naturam habuit admirabilem *
Omnia magna erant in eo, sed corporis
actio singularis. Manus enim, humeri, latera, oc«/i, status proceritas, gratia,
incessus, omnisque motus cum verbis 4, sententiisque consentiens, erant
hujusmodi, ut statuo nihil fieri potuisse perfectius.. Unus, ut scis, Josepkus Ciri Ilus omnium
eloquentium jurisperitissimus, • « jurisperitorum emnium eloquentissimus cum eo in
Cathedrapoterat decertare. Illius viri domus cuncte Ita U lia, quasi ludus quidam patuit, atque
officina docendi. Magnus philosophus, et
perfectus magister inter parietes aluit illam gloriam, quam nemo quidem est postea consequutus •
Hujus viri egregii interitus, non modo
prasentem literatorum Civium, bonorumque penuriam attulit, sed etiam et
auctoritatis, et prudentia triste nobis
desiderium reliquit • Verum id, quod
propositum erat, prosequamur. Quinque
in libros tribuit ejus Dialectice
Institutiones tertio editas anno 1 7-66., quarum finis cum sU humane rationis perf ectio,
act eam comparandam gradatim accedere
curavit, proindeque libro primo mentem
emendare tot, tantisque erroribus tum
animi, tum corporis foedissime
inquinatam, studuit • Illam reddidit y
rerum omnium inventricem in secundo. Hin * idearum
origo, et genera. Hinc sensuum usus efue
humana, ARTIS LOG I C M f UMENTA INTRODUCTIO y f,. ( 'trf I • ••rt' *1 • -I • v • Logic 9 Rorumque progressibus «De
Logica Docente De mentis humana actibus. Quibus partibus constat homo. Homo est
animal rationis compos Q Uisqu* scit hominem esse rationis cofri» potem, per
quam consequentia cernit, pene universas
rerum causas cognoscit. Insuper plurima inter se componens, atque rebus prresentibus annectens futuras, non modo
totius vitæ cursum facile videt, sed etiam corporum coelestium ordinem
intelligit. Prseterea hac divina rationis vi, nonne innumerabiles scientias,
artes, atque infinita instrumentorum, et machinarum genera invenit ? Quid plura ? Huic uni tribuenda sunt
societatis primordia, hominum juta, atque officia Denique ratio ipsa est nostra
morum norma, quam si sequamur ducem, non
aberrabimus» Spiritus a corpore, in quo
discriminatur. Qu* cum sint, quisque intelligit naturairf mentis humame toto coelo ab illa
corporis differre. Etenim corporis est
divisibilitas, co A 3 lor De mentis actibus
lor, figura, inertia, partium resolutio. Denique neque movit, neque
movetur, nisi ab alio corpore impellatur.
Nulla itaque vis in eo, nulla
comprehensio, nullaque judicandi,
ratiocinandi, reminiscenaique vis inhopret. Verum hrec, atque alia ejusdem generis
injiint in homine. Tribuenda sunt igitur
ejus menti, cujus .natura quicquid extensum, divisibile, figuratum, atque
corporeum respuere debet. Ex quibus perspicue constat ex corpore, atque anima hominem constare. Mens sensuum
exteriorum ope ideis imbuitur, Ex dictis
liquido patet corpus esse in homine unam ex partibus præcipuis. Hinc etiam patet non posse universas mentis humanæ
vi. res comprehendi, multoque minus
explicari, nisi prius quæ in ipso-
corpore obveniunt, intelligantur. Etenim a natura ita comparati sumus, quod sicuti corporum ictus
nostros sensus veluti explicant, ita
sensus externi, mentis vires ceu creant
atque exsuscitant. Ex quo sequitur
nullam posse dari ia mente actionem,
nisi a sensibus exterioribus ea commoveatur, et sensus ipsi delitescerent, si
in iisdem nulla corporum heret percussio.
A sensibus igitur exterioribus exordiendum esse
ducp • tum salina, quæ ad nares ducuntur, ac 'nervos
olfactorios afficiunt, ex quo in cerebro
odoris, vel fætoris sensatio excitatur.
Maximæ utilitatis est hic sensus gustui. Animalibus autem suffiicit ad cibos
distinguendos, proindeque in illis est ex
quisitior, nam iisdem deficit alius judicandi modus. 16. Quid gustus, ejusque fabricatio • ([ustus situs est in parte exteriori lingux,‘qux tt £> vel in basi. Tactus in lingua exercetur, sed
alio sensu. Nam partes oleosæ; atque
salinx ciborum cum liquoribus salivalibus mixtæ, et resolutæ linguæ papillas quodam rriodo
afficiunt * Ex quo oritur saporum perceptio,
qux in variis hominibus, atque animalibus vari» est, pro papillarum dispositione. Hinc tantæ in saporibus vatietates, qux xtatis,
sexus, consuetudinis, morbi, atque temperamenti retionem sequuntur* Hinc
denique tanta hujus sensus inconstantia» Quid Tactus. Tactus denique est unus
sensus in universa corporis superficie
diffusus, licet in extremis digitorum,
atque pedum sit vividior. Sensatio
oritur ex corporum impressionibus, qux
in nostro corpore fiunt. Impressiones vero, nervorum. ope in cerebro transferuntur.
Hinc eorporum multitudo, durities,
frigus, calor, gravitas, asperitas. Sensus cur non perfectiores. if. Verum multi exquirunt, £iir sensus
tara pauci, et tani imperfecti * Utraque
exquisiEorumque progressibus, tio inepta.
Primum si sensus
essent etiam jniUe, fortasse mentis
operationes essent plures, quam modo sunt? minime quidem. Quin imo pro universis mentis actibus explicandis, sufficit unus sensus. Quid si deinde
perfectiores ? Dicam, quod eadem ratione, qua in hominibus augerentur
voluptates, augerentur quoque molesti*.
Ha?c de sensibus exterioribu*,. De t ensibus interiobus, 19, Numerantur sensus interiores. OEnsus interiores, ut superius, sunt«eV 3
moria, vis %emreramenti y \is affectuum,
etttentio, ac sensus moralis. De omnibus, quam breviter ad tyronum captum. t. 02. Q uiJ cerebrum, et cerebellum. • •: 10. Universa cerebri massa, duas in
partes præcipuas ab anatomi peritis
dispescitur, quarum altera cerebrum,
altera Vero cerebellum appellatur. Cerebri substantia natu, jra mollis, atque pene infinitis cellulis
re-, pletur, in quibus modo nobis
.prorsus incognito, non solum imprimuntur, verum etiam diutissime retinentur bbjectorum
exteriorum idex, sive simulacra, sive
species, cum eorumdem relationibus etiam abstractis, et perquam longo ordine
implicatis. Mihi sufficit velle, statimque idex bovis, canis, domus, urbis teproducuntur, eaque distinte tissime quasi
in tua. & I>' mentis actibus que
eomposita distinguuntur. Primi generi»
»unt illa quatuor omnibus nota: videlicet ckulericum, sanguineum,
melancolicum, ac flegsnuticum. Ad secundum genus referuntur ea, qus ex iisdem componuntur, ut sunt choxtT ico
sanguineum, cholerico melancolicum, et eho-lerico JLeg muticum. Sanguineo-melancolicum, etc. Rari homines dantur, qui ab uno dumtaxat temperamento dominantur. In pniversis
temperamentum mixtum reperitur. joc AUi
temperamentorum effectus,, ir _ Hominum
temperamenta si quis consideret,
profecto iptelliget rationem, cur alii sunt pæne stupidi ac bardi, alii
vero ingeniosi: Cur alii pro rebus
metaphysicis, atque abstractis sunt
facti, alii pro enucleanda solummodo
verborum vi. Alii videntur pene nati philosophi, alii oratores, aliique
pqetx. Nonne -temperamentorum vis amnium
artium, et teieutiarum; utiune omnium
virtutum, ac visiorum velu|i officina sit -habenda ? £x hac de,nique homines inertes,
mendaces, flagitiosi t «c sacrilegi
oriuntur. 06. Animi quid
passiones. Accedunt te.tio loco
passiones, sive affefctus, sive perturbationes; qux non sunt, nisi quedam animi, atque corporis
.commotiones ab objectis exterioribus in
nobis ope -sensuum excitato. Harum
.omnium sedes in cqrde collocatur, qupd
nervorum intercostalx propagatione cerebro adhæret, Hac de causa cet Eor umque protrusimus. \j februm, et cor amice i ater se conspirant. Etenim pro ut ideæ boni, vel mali in cerebro
ceu pinguntur, et sunt viviJ* } sic cordis
vibrationes vel retardantur, vel adcelerantur. En ratio, quare modo
animus cordis motibus, modoque cor animi
commotionibus inservit. 2 7* Prxcipua passionum divisio. Multiplex est passionum partitio. Præcipuæ vero sunt amor, odium, timor, spes, ambitio, avaritia, etc. qua? cujusque vis sit, et
quid in nostris judiciis hac induunt,
suo loco dicemus. Si quis vero amplissimam tractationem desideret, legat opus, inscriptum: Homo
na~ tur.i/is a me tertio editus« 28. Quid Attentio. Quid meditatio • Quarta mentis operatio est meditatio,
quS quoddam vinculum ac nexum inter
ideas ponimus. In meditatione profunda sensuum exercitatio relaxatur » Parum
differt homo perquam longa meditatione contritus ab eo, qui sen- Rorumque progressibus S sensibus caret. Hujusmodi fuit Nicolaus
arcanus pnestantissimus Mathematicus, as
Antonius Genuensis recentissimoj-um philosophorum facile princeps, ac
denique N artus Lama rerum physicarum,
ac mathematicarum peritissimus quibuscum
familiariter viri. Quid obstructio, rationisque compositio. Sed mens non modo
percipit, reagit, recordatur, ac diutina meditatione conteritur, sed ideas etiam sua natura conjuctas,
concipit divisas. Et e contrario, qux
reapse sunt divisæ, ut conjunctus
percipit. Harum a tera vocatur mentis
abstractio, altera vero rationis compositio dicitur. Ad primum actum idex justitir, prudenti )iodo easdem iterum
componens veritates invenit, easque in infinitum auget. Qui rationis compositione magis
polient* Sed est obtusi, atque hebetis
ingenii ideas sejungere, easdemque,
recte componere ? minime quidem. Imo 'est dumtaxat virorum acris ingenii, naturas vi; atque arte
prxstan- tisT X 9 tilius Regulus, est æqualitatis,
sive convenientix judicium. At si dicam. Italia modo flaret, ut in Augusti t itate, continetur hoc in
judicio inæqualitatis narratio. Nam falsum est,
quod nunc Italia floret s. Eoruniaue
progressibus, Quid ratiocinatio. Quid si mens duas inter se ideas
comparans, non distinguit, num hæ inter
se conveniant, vel disconveniant ? Tum
illas cum tertia idea comparat jquacunt
convenire,vel disconvenire inteliigit. En
octava mentis operatio, quæ ratiocinatio nuucupatur. ex gr. Ignoro num solis
materia sit necne ignea. Dico. Quicquid
urit, est ignis • Verum radii sons urunt. Ergo solis materia est ignea. Insuper:
Quicquid est ponderosum, est corpus. At
lapides sunt ponderosi. Lapides igitur sunt corpora 1 Duplex ratiocinandi vis, Ex dictis facile intelligitur duo
ratiocinii genera dari. Aliud dicitur
adfirmans, aliud vero negans.
Ratiocinatio vocatur affirmans, dummodo
ideæ conveniunt cum teitia, cum qua
comparantur. Alias dicitur negans. 1 limi generis est hoc: Corpus in partes
dividi » fur, Sed piant £ suas in paries
resolvuntur. Flaatte igitur sunt corpora.
Secundi gereris est illud: quicquid
cogitat, judicat, raioci natur, quoque vult, et recordatur, non est corporeum. Mens
autem humana ‘ percipit, judicat,
ratiocinatur, et recordatur. Mens igitur humana non est natura corporea.
Quid
ratiociniotum senes • Quid si una idea
non sufficiat pro enucleando nostro ratiocinio ? Tunc accipiantur duæ, vel tres, vel quatuor aliæ ideæ, et
fiat quxdant ratiocinationum series. ex.
gr. estne spi «t De mentis actibus, spiritus humanus immortalis ? Hunc in
modum ratiocinor. Spiritus cogitat. QuicquiJ
cogitat est natura simplex. Quod
ejusmodi est, mutationi non est obnoxium. Quod autem non mutatur, non destruitur Spiritus igitur est immortalis. Quid methodus Postrema mentis
operatio consistit in quodam rerum ordine ac via ' quem ipsa sequitur tum in
veritatum investigatione, tum que in
earumdem explicatione; qui modus methodus appellatur. Pr .edictorum actuum
reductio. Hujusmodi sunt universi mentis humanæ actus, qui licet facillime
reduci possent d simplicem perceptionem,
etenim simplex comprehensio est reflexio,
abstractio, compositio, meditatio, recordatio, atque ipsa judicandi,
ratiocinandique vis Verumtamen. Mens vel
ope sensuum exteriorum, vel propria
reflexione ideis imbuatur; Si primo modo
ideæ dicuntur directx. Si secundo vocantur reflexæ. Insuper reflexæ vel
duarum Idearum comparatione, vel ex
duarum comparatione cum tertia oriuntur. Hinc duobus capitibus universa comprehendam. Primo
enim capite de ideis directis, in
sequenti de ideis reflexis sermo erit. Eo^umqifb
progressibus i »f Pe Ueis directis,
quas ope sensuum exsteriorum mens
excipit, 5 *- Idearum partitio • I N recesendis omnibus ideis, ut ordine
piT>cedam, exquiram primo earum originem,
deinde illarum naturam, tum quo pacto menti obversantur, distinguuntur. Que idee sensibiles, et objectio % Quantum ad Originem, aliæ dicuntur sensibiles, directa, atque adventitia’, qui
omnes a sensibus proveniunt. Aliæ vero
reflexæ, quæ ex earumdem comparatione
fiunt. Primi generis sunt ideæ fi guræ, coloris, saporis, som t frigeris, ac caloris. Ad secundum genus
referuntur omnes ideæ abstractæ, uti sunt idee
justitiæ, pulchritudinis, prudenti e, liberalitfr tis, magnitudinis, etc. Quid idete primitivte, et quid secundari*
• Hinc patet ompes ideas vel a sensibus,
vel ab ipsa mente oriri • Qux a sensibus,
dicuntur ideæ primitive, qux autem ab ipsa mente oriuntur, vocantur secundarie.
Patet etiam nullo pacto mentem posse
ideas abtractas efficere, nisi adsint primitivæ. Dicito igitur ruentis vires a sensuum impulsionibus
excitari, ac ceu creari. Quid idee simplices, et composite • ldeje, quo ad earumdem naturam in simplices,
j6 De intnth actibus, ces, et in
compositas distinguuntur. Ide?e simplices sunt ilice, in quibus partes, seu
alix idex non interveniunt, ut idea
coloris, frigoris, motus, voluptatis, ac doloris. Compositx vero dicuntur idex, si in iisdem alix
idex simplices distinguntur. Hujusmodi sunt idex corporis, navis, urbis, domus, etc* etenim
hx plurimis ideis simplicibus
componuntur. 6q. Quotuplicis generis
sunt i dee compos it. e. Prxterea idex
compositx vel aliis ideis simplicibus ejusdem generis, vel diversi generis constant. Si primum, idex compositx dicuntur
similares, si alterum dissimilares. Ad
primum genus revocantur idex diei, et milliarii, qux constant ex ideis
ejusdem generis. Ut idex urbis, domus, exercitus. Nam uti partes diei sunt hoax, minuta prima,
et minuta secunda, et milliarii partds
sunt stadia, pas r us, pedes, et pollices, ipsæ non sunt nisi vel temporis, vel mensurx
longitudines, /Quid idea clarte et obscur.e, etc. Tertio loco Idex ad mentem relatx,
multiplicis sunt generis. Primo alix sunt clare, vel obscure; alix distincte vel confuge;
alie complete vel incomplete; alix
denique adequate atque inadeqvate. i. si lapidem ab arbore dignoscam, »4ea dicitur clara, alias
obscura. q. Si- meum horologium a mille aliis distinguam, idea
dicitur distincta; siu minus confusa. 3* Si omnes magnetis proprietates sciam,
' mi- E orumque progressibus. mihi est
idea cnmpleta hujus lapidis, aliter est
incompleta. Denique si mihi innotescant non solum omnes magnetis proprietates,
sed gradus etiam cujusque proprietatis,
tunc illa idea dicitur adæquata, alias inadxquata. Qua: substantiarum, et modorum i
de. e. Itemque ad mentem referuntur ideæ
substantiarum, et modorum. Primi generis sunt
idea? tabulæ, in qua scribo, chartæ, equi, bovis, etc. quæ ex se
subsistunt. Secundi generis sunt ideæ figurx, caloris, saporis, gravitatis, et
frigoris, quæ non existunt a substantiarum ideis sejunctæ. de causa, neque
puelli, neque senes sunt valido judicio, quoniam puellis deest idearum multitudo, et quædam fluidorum
xquabilitas, atque elasvicius, Viris
autem senio confectis deficiunt idex, ob
memorix labilitatem. f6. Quid vis
ratiocinatrix, At sive mentis
imbecillitate, sive idearum multitudine,
et varietate raro contingit, ut ex
simplici idearum comparatione, earum
convenientis, vel disconvenientis relationem quis inveniat, requiritur itaque ut
easdem cum tertia comparet. Hujusmodi
mentis actus, ratiocinatio appellatur. ex.
gr. scire quis aveat, num planta. sit
corpus. Hunc in modum ratiocinatur. Quicquid videtur, ac tangitur, vocatur
corpus. Sed piant* videntur, atque tanguntur. Piant x igitur sunt corpora, Duplex est ratiocinandi genui, Duo ratiocinandi genera dari possunt. Vel enim dux idex, quarum relatio nobis est incognita, cum tertia conveniunt, necne. Si primum ratiocinatio dicitur adfirmans. Si alterum negans nuncupatur • Primi
generis est hoc ratiocinium. Quacumque
videmus, tangimus, atque in partes dividimus, sunt corpora. Piant x autem, et
animantia videmus, tangimus, atque suas in partes dividimus. Planta igitur, et animantia sunt corpora. Secundi
ger netis est hoc aliud. Qu*vis
substantia cogitans, ratiocinanS, et
memoria, est prxdita spiritum nominamus • Nullum vero corptj cogitat,
neque r. In quo ratiocinandi vis
consistat. Ex dictis manifesto
colligitur omnem viin * ratiocinii huic
uni principio inniti. Qu, . Quantum ad
primum in veterrima; historia sacra omnium gentium, etiam imiTnnium jnvenitur, quod Dei idea fuerit omnibus
hominibus ubique locorum, ac temporum pene
insita. Ab illis annalibus discimus, quibus cxiemoniis eumdem coluerunt, quibus symbolis
designarunt, quomodo in calamitatibus
invocarunt, et qua ratione placarunt ceu iratum* Insuper notantur in iis annalibus
tormentorum Rorumque progressibus. genera, atque execrabiles formulæ,
quibus impii publice excruciabantur. Quid
plura ? Scimus etiam ex ipsis populorum
præjudicia, superstitiones, deliria,
absurditates, fxditates, aliaque
innumerabilia, quæ Dei cultum vel
foedarunt, vel destruxerunt. De
memoria ad naturam relata (, ex quo
historia naturalis Eorumque progressibus. hac tantæ rationis vi Theologia oritur, quæ Dei existentiam, ejusque adtributa rimatur
t cujus abusus, sunt impietas, et
superstitio, quarum altera rerum omnium
opificem arroganter oppugnat, altera vero fædat. Præterea rationi quoque spirituum tum bonorum,
tuin malorum cognitio est adtribuenda.
Nonne denique tantæ rationis auxilio ipsam rationem intelligimus ? Nonne eidem
etiam debemus notitiam vitx futuræ,
morum regulam nostrorum, quæ sint præmia,ac
penæ? Item quæ sunt sperantia, credenda, et
timenda ? 93. De ratione ai naturam
relata, ex qua physica. Alterum rationis objectum est natura,
sive munius, quod in corporibus in
genere, atque in eorumdem proprietatibus,
et qualitatibus versatur. Etenim ratio
vel abstracte corporum proprietates
Gonsiderat, vel ipsa corporum genera. Utraque hxc contemplatio scientiam physicam eificit. Ipsa est, quæ quicquid
in coelo, in atmospharra, in tellure,
ejusque in visceribus continetur,
proindeque astra, me theora, universa
animantium genera, omne-' plantarum
classes, fossilium, ac metallorum et
mineralium series comprehendit. Ad plenissimam hujus d i vinar scientis
cognitionem conjungitur mathesis, tum pura, tum mixta, ut Arithmetica, Geometria plana, ac solida,
atque Algebra, Mechanica, Dinamica, Hidraiv
ika, Ars B^llistica, Cosmographia, Optica, Dio-:
Di I Dc mentis actibus. Dioptriaa, Catoptrica, Sectiones Conicæ, Trigonometria tam spharica, quam triangularis.
Ad naturæ scientiam quoque referuntur
Astronomia, Anatomia, Physiologia, Medicina, Botanica, Venatio,
Agricultura, chyinica, Metallurgica, atque pmnium animalium, et plantarum historia, 94. De ratione quo ad hominem, ex quo ethica, /* **»* UB.If,
•» Ej usque progressibus. 49 L |
B, tl. - Signorum Artificialium ortu,
ac progressu quibus humanæ mentis actus
clarius explicantur. '*ne innumerabiles aliæ voces, quæ
substantias videntur notare, sed revera
earumdem relationes exprimunt, Hujusmodi sunt pulchritudo, deformitas,
stupiditas \ paupertas, nobi•iitas, sanctitas, justitia, alixqqe. Iri ipsum .dici posset de adverbiis docte, erudite,
elefitnter } diligenter, recte, etc. Octava vocum classis • Octavo loco distinguuntur rerum si S na,
sive voces in claras er obscuras; in
istinctas et confusas; in completas et in incompletas; tandem in ad.equatas, atque
in inadxquatas. Primi generis sunt voces: quercus, ovis, aper: obscuræ vero sunt voces,
vis, energia, atfractio, gravitas. Distinet* sunt Cicero, C.csar, Pompejus,
Sertoriut, Sylla. Circuli autem trianguli, quadrati, etc. sunt voces completæ. Contraq. incompletx sunt sequentes, lignum, lapis, pisces. Denique adxquatx sunt: linea,
superficies et trian°ulum-,\ndiA?e aliquis Italus. Htec de sermqnis elementis, tam in
genere, quam in specie. A quo pacto
hujusmodi voces sunt inter se, vel cum
tertia conjungendæ, vel separandæ, px quibus propositiones, et syllogismi
efficiuntur, in sequentibus capitibus
fuse disseretur. Quid propositio, qua judicia explicantur. Jidicium alibi definitum, est mentis
actus, quo duas ideas inter se comparans,
ipsa percipit illarum æqualitatem, aut
inæqualitatem illarumque convenientiam,
ve| disconvenientiam. Qua de re propositio non est aliud nisi mentis judicium, quod verbis exprimitur. Ex. gr. Sol est ingentissima Mundi moles. Luna est corpus opacujn. In quibus
propositionibus: soli tribuitur maxima moles jl unse Alitem opacitas. Dicitur etiam propositio, De
Lojuela, licet si subjecto removetur
qualitas quædam. JEx, gr, Itali hodierni
non habent suorum majorum virtutem. Qua
in propositione sejungitur virtus ab illis Italis qui modo vivunt. Duobus
terminis constat propositio Hinc patet
unamquamque propositionem ex duobus
terminis constare debere, quorum alter
dicitur subjectum, alter vero prædicatum,
quod plerumque est aliqua subjecti qualitas. Sic in prima propositione:
sol est subjectum • Ingentissim* vero moles f est prxdicatuin.In secunda luna
dicitur subjectum, opacitas vero prædicatum. Propositio constat etiam ex verbo
» Hinc etiam patet, quod propositionis
termini conjungendi sunt, vel separandi
cum verbo, alias nulla habetur judicii
expressio. Etenirti sublato verbo, quod
affirmationem, aut negationem continet, termini neque affirmant, neque negant, sed dumtaxat res designant.
Ex quo sequitur, quod quævis propositio,
præter duos terminos, constare quoque
debet ex popula, quæ plerumque sumitur
ex verbo sum, es, est, Sic corpus est
extensum • Spiritus est substantia cogitans. Duplex est propositionum genus. Ex
quo sequitur tertio, quod ut judiciorum,sic etiam duplex datur
propositionum genus .Sunt enim
propositionum aliæ affirmantes alia? nega/ttes. Dicuntur propositiones
affirmantes illæ, in quibus prxdicgta cum Subjectis Ejusque progressibus. 6 $ etis conjunguntur. In quibus vero
prjedicata a subjectis separantur,
propositiones negativæ appellantur. Ad primum genus revocantur: Leo est ferox. Homo
est rationis compos, Samnites sunt
bellicosi. Ad secundum referuntur: Materia non cogitat. Spiritus non est extensus. Deus non est ipse mundus. 41. Aliud est judicium verum, alia autem propositio adfirtnans. Priusquam ad alia
deveniamus, duo hic notanda ducimus.
Primum est, quod persarpe evenit, quod
licet judicium sit verum, ejus tamen enunciatio est negativa. Gontraq. judicium falsum cum enunciatione affirmativa quandoq.exponitur.Primi generis
est propositio: Deus non est ipse mundus.
Secundi generis est bxc altera: Deus est
ipse mundus. In primo exemplo judicium
verum, negative exprimitur. In secundo judicium falsum adiirmative enunciatur. Quandoq.
propositiones carent terminis, ft ipso
verbo. Notandum secundo, quod quævis
propositio non semper habet duos terminos, sed
quandoq. omittitur unus, vel alter. Ex. gr. Dux regit, deest pr-xdicatuin, nempe mitites.
Filium verberat, deticit subjectum, scilicet Pater. Inveniuntur fandem qujedam
propositiones, in quibus et subjectum, et prædicatum omittuntur, ut in illis Cæsaris,
per quam notis yerbis ad Senatum,
populum q. Koma E um t • JJe
Loquela. num scriptis: Veni, vi di,
vici. propo. sitio nes sunt, et reapse
continent suos terminos, hoc est 2 Ego fui videns. Ego fui venien*,'Ego fui
victor. De Materiat Forma, e t propositioni* Quantitate Otk Quid propositio necessaria, repugnans., ti’cmtins. gr. Amicitia homines supponit
equal (S, vel ipsa ejjicit Conditionales sunt, in quibus inest aliqua conditio,
sine qua prxdicatum nullo pacto subjecto convenire potest, ex. gr. Si
spiritus t st sui naturi substantia
cogitans, nequit esse ^ corporeus Que
causales. Causales sunt illx propositiones, in
quibus notatur causa, qua pfxdicatum subjecto convenit, necne. ex. gr.
Deus non potest innocentem punire, quia justus. Que relate. Delate sunt illx *
in quibus inest aliqua terminorum ratio,
ex.gr. Homo in artibus, atq. scientiis projicit, f>ro ut est attentus j et
labor at » =• i ftjusque progressibus i
iff 52. Qule Jiscretiva. Deniqufc, appellantur discreiiva, si
inter terminos notetur quidim collisib. ex.
gr. Castruccius Castracanus fioh militum numefro, sed virtute
Flerentinos vicit i 5$. De aliis
propositionibus compositis. Sequuntur
propositiones secundi generis, qui vidfcntur esse simplices, at resolnt* Sunt iquoqbe tompositx, ipsiq. sex in
classes etiahi distingubntur. 54. Qua dicuntur exilusivtt. Vocantilr
prbpdsitiones exclusivx illæ bmnes, in
quibus prædicatum universa subjecta
excludit, ptxtfer udum. e*, gr. Una felicitas ex omnibus bonis, est Optabilis. Qua comparativæ. Comparativa surit illa:, quæ
oriuntur ex subjectorum, vel
prxdicatbrum relatione, ex. gr. Scipio
Africanus fuit prxstantiorfAnnibale. Q. I ab iUs Maximus fuit prudcntior
Mi Terentio Varrone. i> 6. Qua ihcaptiva. Inceptiva sunt illæ,
in quibiis prædicatum nusquam subjecto convenit, sed fcsepit convenire. eX. gr.
Regnum Neapolis inci* pit modo artibus,
scientiisque florere. 57. Qua desit iv
a. 4. Desitiva dicuntur propositidnes J
iri qbibus pridicatum desinit subjecto
conveni e. ex. gr. Roma cessavit eloquentia cum CICERONE (vedasi) interitu
i t s
S yo De Loquela, Que continuativ* Postremo loco, si pridicatum,
quod antea subjecto convenit, etiam in
presens convenit, hujusmodi propositio
appellatur coi 1tinuativa. e*.; gr. hali etiatnniim perseverant esse sagacissimi. Prmdctx propositiones, cur
compositie. At dicetis, quomodo mpdicgr
propositiones habendi' sunt compositx Respondetur, quod harum unaquteq.' duas
in nobis excitat ideas, temporis nempe vel personarum, vel qualitatum. Sic in
primo e-xemp 6^ jam allato: Sota
felicitas ex omnibus bonis est ^
expetibilis, æquivalet huic: neque diviti*, neque scienti*, neque
gloria, neque honores, sed una felicitas
maximum continet hdnum, proirfdeque expetibilis. Irt Comparativa.
Dicemus,^ quod Scipio, et Atmibal
fuerunt ambo duces, verum Scipio in gradu majori. Illudque ipSum dici posset de inceptivis, de desitivis,
neque continuativis, etenim irt incasptivis,
prædicatum quod nuittquam retro convenit
modo competit. In Desitivis contra, quod
retro couvenit, non amplius competit.. Denique iri ultimis quod retro convenit,
m prxsens etiam competit. Nonne ha: tres
piopositiones quantam temporum: rationem con tinent? v Quid propositio incidens »• frater huc usqtTe dinumeratas propositiones j
tam siriiglic*, luam’ Ej usque progressibus. flantur et aliæ, quar incidentes
nuncupantur, quæ ad compositas referri
commode possunt. Incidentes æque
subjecto, ac prædicato conveniunt. Subjecti incidens est hæc: Attilius Regulus omnium Romanorum fortissimus a Poenis
interficitur. Prædicati incidens est hxc
alia. Octavianus deseruit
Ciceronem, qui omnium philosophorum, et
oratorum fuit jacile princeps. In utroq.
etiam datur propositio incidens. Antonius, Lepidus, et Octavianus Senatum, populumq. Romanum confregerunt, non
eorum virtute, sed audacia. Hxc de
propositionis materia, sequitur ejusdem
forma. Propositionis cu jusque FORMA in
terminorum unione, vel in eorumdem separatione
consistit, ex quo propositionum c;j)irmatio,ve l earumdem negatio oritur, ex. gr.
Beneficentia exercitium hominem reddit
Deo gratum. Dicitur hxc adfirmativa
propositio. Et contra nominatur n-gativa, si subjecto prtedicatum non conveniat
ut: .Horno intemperans nequit esse sanus i Quo in loco notandum ut alibi,
quod judicia vera cum propositionibus
negdntibusi et judicia falsa cum
propositionibus adhrmativis enunciari possint, attamen ipsa judicia eorum vim
nusquam amittunt. Qur notanda in propositionis forma. Notatur secundo, quod in omnibus
proposi* tionibus affirmantibus
terminorum unip necessario sequi debeat subjecti, non autem prjedicoti E 4 si- De LoyOeli, SIGNIFICATIONEM: ex. gr.
Omnis leo est
animali Non intelligitur, quod omnis leo
sit omne genus animalis. At in
propositionibus negantibus, prædicatum prorsus excluditur, ex. gr* Nulla planta est animal. ^Equivalet huic:
nulla planta est ulla animantium species. Hisce expositis, reliquum est, ut de
propositionis quantitati aliqua dicantur. Quid ouantitds propositionis. Hic pro
propositionis quantitate haud
intelligitur, quam major, aut minor terminorum significationis extensio,
qui in propositione continentur. Hinc primo sequitur posse dari duas propositiones inter se maxime
discrepantes, quarum altera dicitur universalis: altera vero singularis. Primi
generis est hæc: omnes homines ratione sunt proditi * Alterius generis est hæc
alia: Petrus ra* tiocinatur. Alia propositionurh vatietai. Præterea tam
propositio universalis, quam singularis
esse possunt ambæ affirmantes, vel artihx negantes * Propositiones ojnnes
universales sive sunt affirmativæ, sive
negativæ, quibusdam notis distinguuntur}
qtix siirtt: omnis, et nullus. Prima universalibus affirmantibus, altera
universalibus negantibus inservit. Singulares vero propositiones articulis, hic, et ille notantur. •? quibusdam vulgaribus propositionum
adjectionibus Qitid propositionum oppositio. Hoc in loco nomine adjectionis
veniune qucedam propositionum qualitates,
qu» sunt oppositio y icquipollentia j
atque conversio propositionum. Principio?
oppositio duarum propositionum
comparationem exprimit, qu* licet iisdem
terminis constent, attamen ipsæ differre
possunt inter se, vel solS forma, vel
sola quantitate, vel in utraque. Si pugnent in sola forma, retenta quantitate, hæ
propositiones vel sunt ambæ universales,
vel ambæ peculiares. Si primum, dicuntur contrari dicendum est, quod tunc duce
propositiones sunt ejusdem vis, ac
valoris et arquepollent, quando altera alteri substitui possit, quin earum vis mutetur 1 ex. gr. Quicquid est justum.,
esi etiam honestum. Contraque fuod est
honestum, est quoq. justum. Ex quo patet tunc dari requipollentiam, atq. Conversionem inter
duas propositiones, quando ha?
reciprocari possint. Hujusmodi sunt jam
jam allata?. Huc revocantur rerum
definitiones, eaturnque divisiones. Cum autem definitiones, ac rerum divisiones
non sint, nisi totidem mentis judicia,
intelligitur easdem locum habere in propositionibus. Dicamus itaq. quid
sint, et quotupliciter, maxime quod quamplures Dialectici JLogicam esse artem bene definiendi, atque
dilidendi dixerunt. Definitio est
propositio, quS terminorum Ejusque
progressibus. 7 ? rtam ope aliqua idea
completa, et determi, nata explicatur. ex.
gr. Homo est animal quoddam ratione
preditum, civile, atq. ad felicia tatem
aptum natum. Itemq. definitiones adhibemus pro rerum notis distinguendis, ut
eas ab aliis facillime secernamus. Nonne
cum dicam hominem esse, animal ratione
præditum, civile % atq. ad propriam
felicitatem naturo, factum a exteris
animantibus eundem non distinquamusS 73
Bone definitionis not.e. Ex quo sequitur Debere ingredi in definitionibus rerum notas intrinsecas: quandoq. etiam possibiles. ex. gr. Homo non
modo es% animal rationale, civile, et ad felicitatem comparandam factam, sed
quoque harbitauin moralium capax, Alite bone definitionis note, Ex quo consequitur *. pro omni rerum
ambiguitate removenda, necessum est, ut definitionis termini sint clari, atque definitiones cum
rebus definitis reciprocentur. Hinc bene definitur. homo animal ratiocinaris,
nam ott)ne animal ratione pr editum, est homo., Definitiones rea/es, sunt quoq.
nominales. Ex quo tertio, colligitur non
dari definitio, lies reales, atq.
essentiales, ut scholx loquuntur, nam rerum essentialia nobis non innotescunt.
Omnes itaque definitiones sunt nQ« minum
definitiones, vel potius descriptiones,
7 6. Quid rerum divisio. Deniq,
rerum divisio est resolutio totius in suas
par. Ue Loquela,, parte?
prscipuas, qur dicitur physica in
quantitatibus solidis, idealis autem in abstra~ ftis. Ad primam divisionem spectat illa
corporis humani partitio jn partes solidas, etjluidas. Ad alteram retertur illa hgurarum
planarum apud Geometras in trilateras,
quatrilateras, ct multilateras. Divisionis
utilitas est maxima jn rebus per quam
maxime implicitis, et per quam longis,
quoe uno veluti mentis intuitu, ne q.
videri, neq. comprehendi possunt. Sed ex quo
orationis claritas, nisi ex recte deficitis, et rectius divisis propositionibus
? Alia propositionum penera. Postremo
semigeometroe jrecentes, qui nominibus mathematicis tantopere abuntuntur,
dictis quoque accensent propositiones,
quas ipsi dicunt practieas, Theoreticas,
demonstrabiles, indemonstrabiles, axiomata, postulata, problemata, Theoremata, schflta, corollaria, lemmata,
et si qu* sint alia vobis omnibus per
quam cownita. Sequitur syllogismus de quo Aristoteles apud Grsecos
quarnplurimos libros scripsisse scin)us ex Lærtro, i C ir v. •t
4 Ejusjue pragrf sibus. \l »'* .-ia « c, if*
.: V », J • i •r«r ; *A f -- ^ V^-;
*#•* >5,I His omnibus ultimo
loco addendum est ixemplum, quod fit,
cum ex rebus notis ad incognita
profcedamus. Ex. gr. Lacedemones,
Athenienses, et Romani fuerunt liberi, qui agriculturam, et militiam exercuerunt • Q UI
" cumque igitur Status has artes
maximo animi, tardore colit, erit etiam
liber. Ex antedicti jnodis hic est
prsestantior, etenim ab exemplis ortum habuerunt et progressus ars medica;
agrorum cultura, navigatio, pictura, sculptura, poesis, tactica, etc. Ecquis
est inter homines, qui aliquo exemplo cognito non lucitur, btiatn ad aliquod
scelus patrandum j ftonne Alexander
Mstgnus Achillem, « L.l Cæsar Alexandrum
est imitatus? Quid plura • F 4 N? Ue erruriubs .accenduntur et inflammantur* i
\m ul ac accensa sunt, ex statu, tanta; omnigenæ ignorantiæ trans.it homo in
rerum quamplurimarnm scientiam. Verumtamen in tanti temporis longinquitate, atq. in tanta
artium,, scientiarumq. progressione mens
humana adhuc res infinita», ignorat, atq. omnfgeqa errorum colluvie pxne
tabescit. Eam itaque curare tabescentem
unius .philosophi est cum prxceptis', et
institutis. Sed prius tantx imbeci i' itatis causas noscere, atq. præcipuas
extricare, fit opus Difficultas in addiscendo «> Quicumque artem aliquam,
etiamsi mecha» liicam, vel scientiam
sibi comparare sedulo studet, quandain
difficultatem in se sentit, qux fere
adeo magna est, ut eam difficillime superet. Quid hoc manifestius jn sbcietate
civili? Forsitan esse possunt, ut iisdem
lubet, omnes maximi philosophi, omnes
Poetx, matheniatum cultores, atq. artifices magni nominis ?. Rerum sciendarum infinita multitudo. Tanta es.t rerum, naturalium copia,
tanta artium, scientiarumq. multitudo,
tantaq. re-, rura falsarum, vel dubiarum
infinitas, ut mens iisdem prope obruatur.
Nonne hoc delegare dementis esset. Libido rerum multiplicium Quid si hisce
errorum causis, libido quoque «ccedat
multas, ac diversas artes j multas et e
’ di- JSorumque progressibus * jf
diversas scientias eodem teinporfe comparan» di ? Profecto quxvis mens ex imbecilla evadet
imbecillior, et majorum errorum fiet
capax. Alia errorum cauta in sensuum obtusi ' i ' * tat e. ‘ v
Addite bis omnibus sensuum exteriorum
quandam obtusitatem, atq. sonsuum interiorum naturalem dispositionem,
quibus rerum corporearum ceu venenantur,
et mutantqr jmagines. Nonne eadem de re
diversi judicant varii homines, quia djversa corporis temperatione dominantur £ Marius Pater natura
audax agebat audacter. Contrft Q. P':jbius maximus verrucosus natura lentus,
lefttjssinie proqessit, adeoq. ille pro Cimbris delendis, hic pro Annibale
delassando, factus Alienationes, et distractiones. Mentis imbecillitas etiam eruitur ex tot, tantisq. alienationibus tum voluntariis,
tunt physicis, quæ nonnullis hominibus
adeo inficerent, ut pacne insensiles appareant. In flcgmaticis
inertia solet esse maximi Altera errorum causa in nuturie phænomenis. 1 Deducitur etiam errorum causa
ex indeclinabj T li difficultate
cojvnoscencfi rerum vires, essentias,
relationes, et fines. Ausi sunt quamplurimi hrec omnia rimari; at eorum absurditates nemo nus adhuc dinumerare potuit. De erroribus Jn
repetitionibus et contradictionibus.
Mentis imbecillitas quoqu^ eruitur ex tot, tantisque repetitionibus parumdem rerum,
atque ex tot, tantjsq. contrarietatibus, quibus
ne quidem summi viri carent. Hujusmodi
exempla sunt sexcenta, qux hic recensere
t»eque liibet, neq. juvat. In systematum absurditatibus. His omnibus
adjungite tot systemata absurda, tot phænomena inenodabilia, tot hypotheses
commentitias, quibus maxime reeentiorum libri scatent. E x meditationis inertia
^ Mentis item imbecillitas colligitur
e? meditandi inertia, quoe omnibus hominibus est pxne communis. Hac de causa paucissimi sunt, qui rerum causas cognoscere curant. Quid
turpius, quam se ipsum nescire, et cujam sui corporis artis medies imperitis
committere ? Ex corporis humani lentitudine. At animum inbecijlimupi reddunt qusdam forporis lentitudo, atque affectuum vjs,
quie eum ita percutiunt, conturbant, et
commovent, ut mens sola rerum superficie sit contenta. Ex nimio sui ipsius
amore. His omnibus addendum, quod nemo unus
propriæ debilitatis, sit conscius, neque sibi testis esse velit. Quisquis enim aliqua de
re j ud i-Eornmaue progressibus,
gg judicium affert, putat non posse
melius dijudjcari. 14. Alia errorum
causa ex parentibus. Quid si hisce
omnibus breviter adumbratis prsecipuis
errorum causis, ultimo loco addal tis,
quod parentes, nutrjces, magistri, theatra, ineptorum librorum lectio, ipse
multitudinis consepsus pueros depravant', atque
abducunt a vero ? En errorum omnium principes causas, quas singillatim
indicare cura, bo, ut declinare
possitis. P ex judicia populari. Præter
jam dic$a, sunt et alia, uti pr*ju*
dicia popularia, quæ ut piant», et animantia regionibus sunt adcpmodata.
Quis ea cognoscit, et cognita ab iisdem
audeat se liberare ? Nonne decipi, et decipere seculuiq peitaturDe erroribus j De erroribus mentis t - quo ad Sensus exteriores. Visus prostantia. * X sensibus, visus est reliquis
pr®stantior, quia illius ope majori
'idearum numero mens perfunditur, quam
cum cjrteris. Ptenim hoc uno corporum colbres, 'Hgurts, magnitudines',
distantiis, motum, atq. hu usce immensæ
universitatis pulchritudinem percipimus, quo orbati, nulla esset coeli
fornicepS, nulla prtur® et scnlptth®
proportio, nulla rerum dispositio,
nullaq. tantæ natur® immensitas nobis obversaretur. Attamen quis crederet ? Ilcc sensu mens niaximopere
decipitur. x 7» Ex visu. i. Mens errat, cum quis objectorum
existentiam, qu® non videt, audacter negat. Profecto nemo æris fluidum, neque inhnita animalcula, neq. corpora longe procul dissita
jntuetur, licet existant. I P. Ex visu.
IT. Decipimur in judicando de rerum
distantiis, eteniin credimus solem, lunam, et
nubes ®qualiter a nobis distare. Verumtamen nubes non attolluntur, prxterquam ad duo, vel
milliaria. Luna funerat distantiam Eorumque progressibus. 07 33 Sol denique juxta Kebleri supputatione
nonagintas miriones excedit. Ex visu.
HI. Sj inter dyas Urbes, vel montes maxime dj^ijos, interposita sit vallis
etiamsi amplissima, 'procul visi',
apparet una eademque urbs, atq. unus idemq. mons. ac. Ex visu, Fallimur etiam, quo ad corp.orum figuras.
Nam ellypsis cominus perspecta a circii.
lp non distinguit
ujr. Et Turris angularis videtur sphærica. rtemq. du lineæ parallela longissime
protensse, videntur convergentes. Qontraq, duo parietes divergentes APPARENT paraliel
Quid amplius? linea tortuosa procul visa, nobis recta apparet. Campanæ
fremitus, dum sonat, non intuetur,
etiamsj sonitus. audiri nequeat, nisi
partium metallicarum vibrationibus > at 4 * ærl 5 undis. liludq. ipsum dicito de aquis
paludosis ac lutulentis. no. Ex VISU. Eademq. deceptio notatur in lucis
propagatione, cujus motus putatur fieri puncto temporis, attamen est
successivus licet celerrimus. New/tonus
enim eam percurrere quolibet minuto.
secundo 20. semidiametros terrestres,
scii., 202. milli^ria Italica putavit. Ex visu: Prxterea sol. videtur diametri
bipedaroribus, lis. Itemq. Planetx majores, atq. stellx prirus magnitudinis
apparent tanquam faculæ accensa;,
verumtamen. præstantissimi Astronomi recentes Tellurem esse asserunt solis vix
partem milionesimam. Nihil dicendum de
Jove, deque Saturno. Decipimur quoque cum judicamus colores omnes corporibus
adhærere, licet in iis non reperitur, nisi
quædam radiorum lucis retlexio, cujus
angulum si varies, motatur quoque color Si in fili extremo ponatur carbo
accensus, atq. tanta celeritate circum torqueatur, ut minuto secundo circulus
absolvatuy, circulum igneum minime interruptum distinctissime intuemur. Ex
visu. Decipimur item adspicientes remum
in aqua aliqua immersum, ruptum judicamus.
In apice akissimi montis solem videmus matutino tempore, attamon est
ejusdem ctrum. Vf. Ex visa. V t V'; Ex
audit - ’ 'vc«*Jdl Ut lucis radii, sic
acris und.e obstaculi inipactx resiliunt* £* hac ær» rep$fCu*, sio ne, oritur vocis repetitio, quam æch
uro dicimus, hujusmodi vocis
repetitiones. fiud ratis locorum
distantiis. V Sylvestres autem credunt esse homines, qui eosdem ‘ludificant.
Quod est iaW. n •" * &* odMTMPk'* A Odoratus menti quoq.i causas
errorum trifcuit, qui sunt sequentes. Brimo putamus omnes odores ac fxtores corporibus
inessed. Quod est omuino falsum. Nam
corporibus non inhxrent, prxterquam
effluvia, sive pafm insensibiles nobis
voluptatem, vel jbolestjam excitant. Si
primufn, sensaodorem. Si secundum wem. Hinc,
sequitur, quod si toixmktitur odor, vel fator. E odoratu*. '. m'-Secundo
decipimur, diim judicamus ofnn honines
qtte ac nos odorem, vel fetorem alicujus
qprporis sentire. Fortasse est una
eademq* nari««nfebricatio m amnibus homi,bus Quis eniifa ignorat eundem hominem rtfdrbo- laborantem non sentire odores,
titl prius ? Cur fta ? quia sensus
dispositio non est eadem. Hinc bjwfnali
- tempore non setr+ s* I '4 aL M
i Eorumqut progm rsi&us timus, quæ
tempore æstivo nos conturbant. Ex
gustatu. Sequitur gustatus. Hic sensus licet nobis maximæ utilitati, attamen
est etiam multorum errorum causa. Primo
judicamus sapore ni, sci!, amarum vel dulcem esse in dapibus. Verumtamen in
ipsis non inest, quam qujedam
particularum multitudo, quæ linguæ
nervulos plus, minusve afficiunt.
Ex gustatu. o. Decipimur, cum
putamus omnes honunes ceque ac nos sentite saporem in dapibus, amaritudinem, aut dulcedinem in vino,
etc. Quod ne quidem in ipso homine
contingere . «otest, quoniam ejusdem linguæ dispositio perpetuis mutationibus subjacet. Ex tactu.
Sequitur ultimo loco tactus •, qui reliquis
est minus erroneus. Corpora enim, quæ video esse possunt spectra
[MACBETH saw Banquo; Hamlet saw his father – DISIMPLICATVRA]; sonitus, quem
atu dio esse potest vis phantasiæ,
illud, ipsum dicito de' fætor ibus, et
saporibus. At equum, parietem, aquam,
ignem si tetigero, de eorum existentia dementis esset addubitare. Quid plura? U110 judice tactu, scimus
nos existere, atq. extare infinita alia
corpora extra nos\ a quibus continuo
impellimur, et commovemur. Licet res sic
se habet, verumtamen hoc sensu mens decepta, frequentissime errat. r* 'Wfc* ttt
tn»,« • «oWawtf x 4% / q q 40. Ex tactu.Vas ære repletum *qufc
ponoerostnh putamus, ac si ab illo
fluido esset orbatum. Quis nescit ærem
ponderare, uti extera cor* pora ? atque
ex hoc errore oritur alter. Arbitrantur en; tn otunfcs homines æiem in nobis, neq. in se i so gravitare, attamen
reCentissimi philosophi centies experti sunt ærem gravitate, illiusq. columnam,
qus nobis imminet, æquari ponderi asperrimas intuemur. Ex tactu. Insuper judicamus quædarri corpora esse sua
natura frigida, quædam alia ex se calida. Calorem, itaq. et frigus corporibus
inesi se credimus. Quod est omnino
falsum. Etonim calor, et frigus sunt qnxdam anitni nostri sensationem; quas in
nobis, uti odores, ' 1 * ' k ' tft f /
qigjped (S Eorurtique progressibus. et
Sapores, corpora exteriora in nobis excitant. Ex tactu 4 V. Decipimur quoque, cum manum ca dam irt aqua frigida mergamus, aqoam sentimus
calidam, et contra. Quin advertatur *
quod ma«us, aqua sit calidior, vel rigl,
dior. Ex. gr. Si in manu sint calonS 8. S ra ‘ dus, in aqua autem frigiditatis. Aqua sentiri
debet calida, uti Contra si in aqua sint decem frigiditatis gradus, et in
manu caloris. Manus sentitur frigida, ut
sex. Ex tactu denique decipimur, curri a, s ?
th judicium feramus de corporum duiitie, mollitudine, flexibilitate,
etc. qux suos gradus habent. Nonne quotidie experimur > quo uni durum, alteri molle videtur*vv, »* ».
f Jflu. O/i •jv 5.'*' ir:-k,K Pqui temperamento cholerico dominantur, sunt rmgmt.nm
rerum promissores, superbi, audaces,
vaferrimi, ambitiosi, crudeles. Sanguinei
amem sunt Venerei, vinosi, voluptuarii, brevius ad Sa omnia. rapiuntur, qu* sensus alliciunt,
et mulcent. Melancolici plerumq. sunc
confusi, laboribsi, diffidentes, atq.
acerrimi judicii Flegmaticos denique experimur pavidos, superstitiosos,
somnolentos, serviles, confusos, atq.
tam in virtutum, quini in vitiorum
exercitatione inerres. Ex
temperamento. Quæ cum ita sint, quisjue intelligit, quod hi omnes eodem de objecto diverse jfidl
are debeant, e >rUmque judicia natur*
cujasque e«e adtemperata. Ex qno
necessario sequitur idem periculum sanguineis minimi, rnelancolicis, et
flegmacicis Maxirhi moifienti obve rsari. Ex quo etiam sequitur, quod una, eademqtie res esse debet uni
maxirrce voluptatis, alteri vero maximi
doloris. Hinc quoque redditur ratio,
quare unus judex illum ipsum absolvit,
quem alter damnat. Nonne tanta
judiciorum varietas, a diversa corpoj-Um constituzione repetenda ? Nonne hac
est multorum causa errorum? Mentis errores ex passionum vehementia. III
nostrorum errorum fons, idtmque uber.
th 6 fi e erroribus, liberrimus in
passionibus inest. Quid singula»
jjersequar, cutn omnes ad unum sui ipsiu»'; amorem reducantur? Etenim ex immoderato sui ipsius amore exortæ sunt tot populorum cædes,
patri» proditiones, parricidia, flagitia, scelera, incendia, provinciarum,
urbiumque direptiones. Quis ea recensere valeret, quar Cyrus major Persarum Rex, quæ Alexander
Macedo, quxque tandem ipsi ROMANI gesserunt ? Legite quæso vitæ humanæ monumenta historica H tam recentia, quam illa ab ultima antiquitate repetita, in iis
tanquam in tabula innumerabiles amicos proditos, Sanctiora iædera neglecta,
innocentium tnilliones modo unius
ambitioni, modo avaritix, modo libidini, modoque crudelitati immolatos esse videbitis. Dici posset hoc ipsum singillatim de timore, de spe, de
ambitione, coeterisque. Quid plura ?
Nulla in homine passio immodica,qux
martyrum mil'lione» non recenset. Ex attentionis defectu «ja. Sequitut attentio, ex cujus
neglecta plurimum quoque decipimur.
Erramus, cum nostra attentio licet
finita, eam in quam piurima objecta distrahamus, a. Sæpissime attentio uni objecto adhærens, reliqua nos
ignorare facit. Ipsaq. augetur vel minuiut, pro ut nostra militas est major,
vel miti >r .Ex attentionis neglectu fere contirftt.t, quod de rebus
involutis, et implicitis judidelationes noverimus ? Deniq. ex slttentioni defectu
ortum ducunt tot, ac tanta præjudicia popularia, mentis alienationes, atq.
aWrdi* tates. Nihil dicarri de sensu
mbrali, qui tiumq. nos decipit v Ha-e de
mentis erroribus quo ad sensus
exteriores, et interiores i ertorib ., guo ai animi sensationes. Ex
sensationibus errores. ITT' X omnibus iis, qua? huc usque maxima P.f curti brevitate extricata sunt,
liquido patet universaS animi
sensationes prædictorum sensuum tam
naturalem, quam temporaneam
dispbsitionem sequi debere. Cum
hi sensua jnagna sunt in \'arietate, non
modo inter homines, sed fctiam in ipso homine, sequi quoque debet, quod unius
sensatio abs alterius 4 serisatlone
distinguenda. En ratio cur idem corpus,
neq.:eque durum, neq. atque pohderosum,
vel molle, vel odorum, vel fætidum omnes
sentiunt. En quoque ratio
# quare dictatum illud sit verum. Quot
homines, tot sententia. Rerum enim judicia a senr sationibus, sensationes vero a sensuum
textura oriuntur. Varietas itaq. sensuum, etiam judici orum diversitatem
affert. Qua? cum sint* videamus ftiodo f
quo pacto a sensationibus Recipiamur.
quæ non sunt nisi r ‘ to- • y % t
t®, P? errjg/fyt *, totidem rectiones
no is conspnse, vel dissq «ce, habeantur absolutæ. ajcfe/hr Jfceptio m IV. Decipitor quo® e cum Dei,
horainunj, et plant»‘win actiones
putentur ejusdem generis, tametsi tofo cxlo differant. Sequitur aiiu deceptio.
V. Sim; it r Dliitur, dym ideas spirituales onnhi extensas, et mitf riales
^oncipiat. Judicia fa^sa 'x prava
idearum unione • i. JEr^at e-inn, si qu*
sint conjuncta,, separata esse ju icet. Coi.traque
qu?e nonnisi jn tote separantur,
concipit conjuncta.,, Suoqi noris
gereris suat Poetarum fabuljp. Secunda
autem sunt to F-,oms irrotibus. Omfiis eirctilus qua tuor angulis rectis
equahit Circulus autem est figura plana.
Omnis itaqui figura plana quatuor rectis
tequatur. V syllogismi vitiositas. Syllogismus est vitiosus, si quis e præmissis
negantibus velit affirmativi concludere. Contraqi
si e* præmissis ajentibus velit aliquid negativi concludere « Primi
generis fcst: Arabes non sunt
Christiani. ITALI non sunt Arabes. Ergo ITALI
sunt jChristiani » Secundi generis est
hic: Africani sunt inertes. Eurtrpæi autem stmt naturS laboriosi. Africani
igitur non Sunt Europii. Alter syllogismi defectus. Erratur etiam vi
haspirationis. Ex. gn Quicquid amas, non
comedis. Sed pisces hatnai pisces ergo
non comedis rir. VII syllogismi defectus. Mens errat in syllogismo conficiendo
j si quid pro causa ponatur, quod reapse
non sit Causa. Ex. gr. Literarum studium
breviorem reddit Litbratorum vitam.
Octava syllogismi vitiositas
Illud quoq. dicendum si quis pro deffiotiStrato habeat, quod est in
qUatstiotie. Ex. gr» Si quis diceret. Mundi
cl atrum ist illud, ii i quo universi
corpora tendunt 1 Atqui omnia mundi corpora in Tellurem decidunt. TellitS
igitu? ttst mundi centrum. Nona
syllogismorum vitiositas Vili. Vitiosus pariter est Syllogismus, si quid Ttorumque
progressibus « t 4 f qtlidquam alicui
substanti* absolute tribuatur t qiiod
eidem per decidens competit. Ex. gr.
P/anetx f uti tellus, sunt corpora opaca. Ergo habitatores habent. 1 14* Error ab exemplo. Mens errat in exemplo, quando ex r t cognita ad incognitam quis deveniat, quin
eidem rtJrum circumstanti* non concurrant. Ex. gr. Prima bella civilia inter
pairicios, et plebeos, fecerunt Romam
maximam, atque potentissimam. Ergo si omnes Europx status bella intestina
foverent .(Q tiod utiq. est falsum) Redderentur potentiores. Ex enthymemate i Errat mens in enthimemate ob idem principium. Ex. gr. Dux valentinus
statum Ecclesia a tyrannis vindicavit. Fuit
ergo maximtis imperator. Duodecima ex sorite vitiositas. Captiosa est
argumentatio si in aliqua
jiroposititinum serie, una est erronea. Tunc Quotquot sunt, omnes rUunt. Ex.gr. Ex omnibus
terrx partibus Europa est melior. Ex EUiopse statibiis Italia. Ex Italiis
regionibus regnum Neapolis et ex sensu exteriori fqi cilhme decipiatur, neces/e duco, V t uni stnsui nusquam dedatis; Quamobrem plures Vint adhibendi. Sic visus ab auditu: et
tactus ex gustu emendatur. Propria
Votura tst notanda. nus. homine adeo discriminatur. Vt raro eveniat, dW «fc
conspirent ami est eorundem memori, temperationis, passionum, atque attentionis
differentia, ex quibus * iam tanta
judiciorum varietas, atque tanta errorum
origo. Si quis igitur eosdem velit def mare, sedulo perpendat hxc omnia. Quod
si errores si nequeat evellere, salæm eosdem minuit, Sensationes sunt cuique proprix. H>Sensationes
cujusq. generis sunt cuiq.komini JS orumque progressibus. ilf peculiares, atque in ipso homine variant. Qua igitur in iis contentio. Si ipse sint re/at.e
? Excitanda est attentio. Ex attentionis contemptu, quamplurimi errores. Ipsa igitur est excitanda, et
adhibenda. Ratio est quoque excolenda, quam si unans sequamur ducem, nusquam aberrabimus. Vpcabula
obscura vitanda. Quid vocibus, uti animi nostri SIGNIS, utilius? Sint itaque
clare, perspicua, et non a communi usu
remote. ltemque vocabula complicata, emphatica, methaphorica, atque
SIGNIFICATIONIS expertia, vitato. Declinanda sunt enunciationes absurd.t, Sint enunciationes judiciis conformes, decliænturque
falsa;, obscure, atque absurde. Ars Sophistica philqsopho est ableganda t Definito res. Sed definitiones sint rebus
clariores. Ille autem amnibus prestant, que
cum rebus definitis reciprocentur. Vitato syl ^g is mos erroneos. Ars
enim Sophistica a philosopho est
ableganda.Nusquam a re cognita ad incognitam deveniatis, nisi prius omnes rerum
circumstantias perpendatis. Soritem raro
adhibito Soritem raro adhibito t quia plerumq. est argumentatio captiosa De erroribus, A scepticismi spiritu procul estote. A
scepticismi spiritu, maxime inconsiderato longe procul abesto. Argumentum,
analogi£ fugito. Neq. immodica sciendi curiositas vos abripiat. Quamobrem. Libidinem comparandi
multas, et diversas scientias uno eodemaue tempore vitato. Alienationes voluntarias fugito.
Ab alienat usibus voluntariis vos ab
alienato. Phisic.r autem si sint, attentione miniiendtt. i tll 1Rc-
Morumque progressibus. is J Rerum
causas cognoscere studeto. Rerum omnium causas, et fines cognoscere studeto.
Aliter nemo esse potest felix. Contrarietates, et repetitiones fuggito.
Contrarietates, ac repetitiones fuggito. Contrarietas enim mentis defectum,
repetitio vero memori labilitatem
accusat scriptoris. Inertiam vitato. Prxterea
perquam longa meditatione vos
contritissimos volo } et quandam insitam inertiam vitato. Affectuum vis
immodica est temperanda. Quid
vehementius, quam passionum vis\ maxime
rn at at e vestra tam fervida\ Eam igitur compescite catenis. 146, Propria debilitas est cognoscenda, et cwranda. Pandem
nemo unus homo adhuc inventus est propria debilitatis conscius, neque sibi tesris voluit esse. Eam igitur cognoscere
prius curato, de in adsidua librorum lectione, virorum consuetudine bonorum } atq. ex sui
ipsius meditatione vel minuito, vel
eradicato. Hactenus de errorum ortu, ac
progressibus. Ej usque progressibus Qua veritas moralis Itemq. si nostra jqdicia factis
respondeant, Veritas dicitur moralis.
Hujusmodi sunt historica? narrationes; qusq. nos ab aliis quotidie inaudimus, yel legimus. Qu£ veritas certa. Præterea si veritas ita est quotuplex sit dubietas. Denique
dubietas, vel ponitur in squali rationum
contrariarum squalitate, ut omnia
insecta ortiuntur ex ovis, vel ab animalculis spermaticis, vel a
putredine. H.xc dicitur positiva. I a ‘
Illa De Veritate Illa vero; «Jirs i.n idearum ignoratione
consiStic, aopellatur negativa. ' Estne stellarum mt~ tperus par', vel impar ?.g. Quid', et quot u
ple x sit f alsit as* Ex dictis clare
ihtettigituf falsitatem esse
disconvenientiam nostrorum judiciorum ab. objectis exterioribus, vel. ab
eorumdem. relationibus, vel ab ipsis fecti$ auditis, vel lectis, ex quo consequitur tot dari genera
falsitatum, 1 quot numerantur veritatis'
genera. Dantur itaque
fahitates sensibiles, discursive ac morales. Q intus ita delinitis, priusquam
veritas cujusque generis investigetur,
de veritatis existepti paucissima dicam.
De Cujusq. veritatis exist entia. Exiseit veritas sensibilis. fTlAmetsi mens
nostra ek unoquoque sensu, X atq. ex sui
ipsius judiciis, et ratiociniis
quandoque decipiatur, existunt tamen veritates sensibiles,, atq.
abstractæ, ut ex sequentibus. I. Quis addubitare potest de tot, tantorumque. Corporum
existentia, qua?, nos ambiunt? Nonne pæne infinita objecta nostris
sensibus quotidie obversantur ? quot, et
quantos Homines, plantas, animalia, atq. xdilicia videmur.' Idipsum dicito de
sonis, de saporibus, de odoribus, atque de sensationibus quas i n No- Hjustpit
progresiibus Yfobis ex tactu oriuntur. Quas veritates si quis denegaret, habendus esset demens ac
delinis. Existunt itaque veritates
sensibiles. Quid plura ? Nisi extarent hujusmodi veritates, ne quidem
existentiam nostram sentiremus. Existunt veritates abstracte. Mens humana
prarter ideas sensibiles, quamplurimas
alias investigat illas comparans inter
se, vel cum tertia. Ex qua comparatione judicia, et ratiocinia nascuntur.
Hinc veritates methaphysicæ, et
matematicæ. Hinc artium, scientiarumq.
principia, ex quibus infinitæ
demonstrationes oriuntur. It. Existunt veritates morales. Denique si in aliqua
narratione constabilienda, non modo testes, historia, et traditio sive oralis, sive scripta, verum etiam
monumenta concurrant, non est de illa minime
dubitandum. Quis enim sane
mentis homo dubitaret CICERONE (si veda)
fuisse Consulem, in Formiano habuisse villam ? Quis dubitaret GIULIO (si veda)
CESARE fuisse .occisum, OTTAVIANO (si veda) fuisse Romanum Imperatorem ? Existunt itaque,
veritates sensibiles, demonstrativæ, et morales. Error scepticorum. Ex His huc
usque adumbratis sane eruitur afnotx mentis fuisse illos omnes, qui prædictas
veritates acerrime, ac pugnacissime denegarunt, uti fuerunt Accademici,
Pyrrhonii, Cyrenaici, qui ausi sunt
ipsas nostras comprehensiones impugnare. GIRGENTI (si veda) enim Ve
Veritate, asservit abstrusa esse omnia,
nibil nes sentire, nihilque cernere. Nonne hi excxcant nos orbantq. sensibus ?
Philo negavit quidquam esse, quod
comprehendi posset, sic judicium tollit
incogniti, et cogniti i Democritus contra solis sensibus credidit. VELIA (si
veda), et Xenophanes quasi irati
increpabant eorum arrogantiam, qui cuin sciri nihil possent, audeant se scire
dicere. Neque sunt audienda contorta, et
aculeata Diodori, atque Alexini
sophismata. Quid absurdius illorum fallacibus j.onclusiunculis ? ad unum itaq. omnes
veritatis impiignatores disputarunt nihil percipi, nihil congnosci, nihilq.
sciri posse, sed veritates in profundo esse demersas. Cur ita?, Quia angusti sunt sensus, imbecilli animi >
brevii curricula vitæ. EJasyue progressibus De cu. yusq. veritatis /tota. t .*3« fuo cntenum veritatis * Q Uæritur hoc in capite, quo criterio verum
a falso distinguimus. L’ORTO, qui soUs
sensibus credebant, veritates alterius gelieris respuebant: Platonici; atq;
Stoici judicium veri } ac falsi in una mente potiebant i Fuerunt, et sunt, qui in ntroq. veritatis
notam colldcant. Sensus scilicet i ri veritatibus physicis, mentem vero, in abstractis. Denique
judiciorum' certitudinem in evidentia potuit Cartesius, quatti in physicam,
methaphysicam, et moralem dispescuit; Prima locun? habet in rebus sensibilibus;
in veritatibus abitractis altera; ultima vero in auctoritate; Refelluntur
eptcurei i; At harum omnium opinionuni qualis vera tit, an falsa liHbrriirife dicarri
Quommodd soli sensus esse possUnt
judicium veri, ac falsi f si ipsi sint
tam fallaces ? non ne decipimur nos ab oculis, ab auribus, ab olfactu, gustatu t tactuque ? si soli sensus riotant
veri, ac falsi comprehenderent, sol
esset magnitudine bipedalis j stellæ rion essent plures, quani videntur. REMVS IN AQUA ESSET FRACTVS, parelii essent soles reales ec. Denique si
soli tdnsus judicium veri, ac falsi
continerent, i. L 4 quæRefellantur platonici, ac Stoici. An ponenda veritatis noti in una mente, sensibus exclusis ? Falluntur quoque, qui
ita philosophantur. Nam sublatis
sensibus, nullum daretur in mente judicium, nulla ratiocinatio, nullaque
veritas, Quæ mens sine judi«*ts, et quæ judicia, et ratiocinia sine ideis, et quæ tandem idæ sine sensibus; quibus sublatis, nulla esset in mente operatio ?
Constat itaq. Pluton icorum, ac Stoicorum opinionem esse fallacem. Quid si in utroaue. Q n 'd dicendum, si tam in sensibus,
quam in mente, quod erat tertia ex notis
propositis ? Sensus quippe mentem corrigere possunt, mens autem emendare sensus.
Sed in mente ipsa ponendum est
principium, quod quærimus, quoniam una
mens capax est veritatis, sensus enim materiam»judicandi eidem dumtaxat præbent.' 17* NH novi in Cartesii evidentia. Ultimo loco, quo ad Cartesii
evidentiam, dico, quod hæc opinio eadem
difficultate qua prædictæ opiniones,
laboret. Etenim cum Cartesius tot evidentiæ
genera posuisset^ quot sunt veritatis
species, vellem ab eo scire, quo pacto, quod mihi visum est evidens, esse evidens sciam ? quomodo judiciorum
meorum. Ejustque progrehibus. f%% rum
evidentiam cognoscam quomodo deniq.
rerum auditarum quamobrem non ab alio
quærendum principio, nisi a sensibus in veritatibus physicis, u mente in
abstractis, atque ab aliorum fide in narrationibus historicis. Quæ omnia
singillatim disputata sunt, ac refutata.
Quid veritatis crittrium. Hisce quam breviter enucleatis, ad propositum.
Exquirimus hoc in loco veritatem primam, qui alia demonstratur. Propositionem
nempe hic quærimus ex se certam, cuique
cognitam, atque cujusque veritatis cew
fulcrum, quæ sui natura demonstrari nequit ipsi omnes alias demonstrare possumus. iq. A dubietate oritur veritas. Principio veritatis est capax, qui dubitat. Nam
qui omnia adfirmat, propositionem etiam sui adversarii esse veram dicit. Contra
qut Universa negat, quæque ipse dicit,
quoque negat. Philosophus itaque in veritatis investigatione a dubitatione
incipere delet. Sunt enim dubietates tamqaam nodi, quos philosophus resolvere
debpt. At qui semper dubitat, nnsquam
veritates invenit, prqindeq. a dubitando debet desistere. Nam. in
dubietatum catena, si daretutf
progressus in infinitum, nihil sciremus.
Idem nequit esse-» et non esse. Principium itaque pro omnigena veritate reperienda,
est illud ipsum, qiiod LIZIO initio suæ
Methaphysicæ præscripsit. JSIihil pots$ n*
Veritate, potest simul esse, et noti esse. Videamus ttuSdo, num hæc propositio
sit certa, evidens atque adæquata. Expendendum nempe num hujusmodi principium sit clarum cuiq;
cognitum, num denique cujusq; veritatis genera
constabiliat; Ex quo veritas sensibilis, L Veritas phisica a sensibus oritur. Si mihi igitur obversetur
vesevus ignivomus, dubito de ejusdem existentia ? Turic tactum adhibeo,
aliosq'. homines sentio Si mihi alii,
uti ego, judicent vesuvium esse ignivomurri.
Nori potest non existere. Alias esset, et non
esset mons ignivomus. Quo nihil absurdius;
Si dicat. Illa musica, quæ me tantopere
allicit, alios excruciat. Esto. Sed si musici existet, nenio negat. Istudq. ipsum dicito
de odoribus, saporibus, ac de
sensationibus frigoris, ac, caloris quæ
nori extarent * nisi earum objecta existerent. Ex qud veritas methaphisica.
Ratiocinia tunc efficimus dum duas ideas cuni
tertia comparemus, ex qua comparatione earumdem æqualitas y vel inæqualitas
deducitur; ex f gr. Quiequid est extensum est
corporeum. Tabula vero est extensa i Tabula igitur est corporea. Extensionis
itaq. idea convenit tam corpori, quam tabulæ; Corpus igitur, et tabula
conveniunt inter se; Alias tabula esset, et
non esset corpus. Quod est iterum absurdum; ai i
V., >, £jusque progressibus i
Sx quo veritas historica. Tertio loco, si in aliqua historica narratione testes
sunt oculati, historia, traditio, atque itionuihenta æque concurrant, potestne
de facto quis dubitare ? Demus igitur Medos, Babilonios, Græcos, et ROMANOS
numquam extitisse, nonne essent, et non essertt simul tot historise, totq. ac tanta monumenta ab ultima
antiquitate repetita? Concludamus omne
verum, ac falsum a dubietate oriri, et
cujusq. veritatis notam positam asse in constabilita superius allata
propositione sua natura certa, cuiq.cognita, atq. adæquata. Quæ cum sint, jid ulter riora procedamus. Quid } et quotuplex sit
methodus. Methodus est via quædam, qua nostra ju-J dicia i ac ratiocinia ita disponimus, ut Veritates invenire, vel jam inventas cum
aliis communicare possimus. Licet alii regulas tradant inveniendi; addiscendi;
exponendi, atqv disputandi j duæ tamen
mihi videntur præcipuæ, alteri, inveniendi, altera explicandi. Pri- 1 Cia analytica, secunda vero synthetica. Una
via. conjuncta separamus, altera
disjuncta unimus. Primus modus rerum inventioni j alter earumdim explicationi
inseruit. winalysis, idem est ac totius
suas in partes 1 k4 quibus cdti* flantur lapides montis vesevi, eosdem in
su ultima principia reducit, ita illorum
componentia reperit. Analytkicæ contraria est sinthetica methodus, sive
compositio, quæ ex quibusdam generalibus
principiis varia componendo in unum
colligimus, itt alios doceamus. Regulæ utriusq. methodi, in sequentibus capitibus fuse exponantur. Et Methodo reperiendte veritatis sensibilis
Oq. Htcc a sensibus, Certitudo, quam physicam adpellavimus; ex sensibus exterioribus
provenit eaq. nuncupatur etiam intuitiya. Quare si
objecta exteriora a sensibus retnpveas,
hxc veritas on amplius extat. Hinc ruitur primo, quod hæc certitudo nostrorum sensuum rationem sequi debet. Etenim pro ut sensus sunt
bene conformati, et objecta exteriora
multiplicia,, eo major nostrarum
cognitionum sphæra fit, atq. augetur.
Sensus esse debent bene constituti •
Sequitur secundo, quod si nostrorum sen*
suum fabricatio sit vitiosa, objecta non cernimus distinta. En ratio,
cur ii, qui morbd hjcterico laborant,
universa objecta sub coloro Ei usque progressibus M* croceo 'vi/ent. En quo*
ratio, «nny^ fci corpora remota, et
presbyti,qu* sibi sont proximiora, non
cernunt. veritates referuntur, quæ constantissima observatione, atq. diutinis
experimentis liquido constant. Hujusmodi sunt, quæ ex antiquis LIZIO, iElianus,
Plinius, tum jecta impellit. Def. Benevolentia est quoddam animidtsiderium, quo
ad egenos juvandos rapimur. ax. 1, Bona in natura sunt pæne infinita. et viem
sceleratus. Quid monumenta i Quid si pr®dictis ultimo loco momi-i intenta, qu® modo extant, addatis, nemo. «anus dubitat. Reapse quis dubitat
Samnites £xtitisse, et fuisse tam
bellicosos. si urbes a Lb ttjusgiii progressiius æstus marini causa, et sexcenta alia Reg. Si qutesilurti resolvi
possit, tunc videto si resolvi posset in
omnes ejus partes, vel in una, Hujus generis sunt quædam quæsita, qua plures in partes adspicienda sum ex. gr.
ltius refertur ad familias, ad civitates, ad imperia, ad hominum coetum, nisi
hac omnia considerentur quæsitum non
potest Bene definiri, maxime quod uni familiæ, uni civi, tati, uniq. imperio potest' esse u ilis,
aliis vero maximo detrimento. Quam ad
regulam si animadvertissent tot tantique
recentes luxus scriptores, non
consenuissent vel in eo laudando, vel vituperando. Reg. Si quxsitum sit
solutionis capax t extricandum tunc
remanet, num sit simplex, vel compositum scilicet num unum, vel plura membra habeat. Illud quippe est perquam
adcuratfc definiendum, alias -erratur. Sic in malorum origine videndum primo quid sit malum. Deinde num existat in universo, tum si sit ejusdem, vel multiplicis generis Demum si sit
multiplex, distinguendum in omnes ejusdem cl astes. Eorumque progressibus 'fes. Dicito hoc ipsum de voce luxus
superius memorata. Reg. Si q tussitum
resolvi possit, tunc constabilienda sunt
principia clara frnm, ata. omni ex parte
manifesta px contemptu hujus præclarissimi reguli Hobbesii conclusiones sunt
falsæ, quia la Isis principiis
innituntur. Hunc in errorem inciderunt quoq. omnes Pyrrhonii, aliiq.
veritatis infipugnatores. Reg. Propositiones quot quot sunt, omnes Jluere debent veluti totidem illationes ex
principiis superius, firmatis ac stabilitis. Quod tunc evenit, quando omnes ita inter se
conneetantur, ut ceu quandum catenam efficiant atq. una
ab alia nascatur. Qui id non consequuntur, habendi sunt ingenii plumbei. En ratio cur juventus
neccsse est, ut; consenescat in
addiscendis Euclidis Geometriæ libris
planis. Etenim in illorum lectione modus
adquiritur demonstrandi, admiratur in iis, quo pacto secunda de monstratur ex
prima propositione, et tertia ex secunda. Sic deinceps. Aristotelis æthica
eodem ordine est conscripta, qua in addiscenda juvenum profectas esset major. Nam
non de rebus abstractis, sed de homine
agitur, verumtamen nemo unus eam legit, accurat. Cur ita ? quia eorum institutores nondum
sciunt Aristotelem extitisse, fuisse
virum doctissiunim j Br Peritote-».. gt mmn, ad Nicomacum scripsisse decem de sethica libros. Reg. Conditis, sub qnk
subjecto prgdicutum convenit, est adcuratissime definiendum* Eapnitn philosophi
munus est rationem, reddere t fiio pacto
effectu! ad causatn referatur. Queritur enim a seeulo præterito usq.* ad prarsentem diem, num luxus sit statui
alicui UtiSfS'? 1 '. J '.w,;-' j, fi; -i 't. •• *>fi Huc usq,
universi scriptores in genere quæsitum extricarunt. Sed false omnes. Itaq.
eum vel commendarunt, vel vituperarunt.
Cur ita ? Quia quarsitum non fuit iniqua
m bene ptopositum i Sed dicendum tst:
pratsens luxus est utilitati, vel
detrimento regno neapolis I, vel Rom.el
Quæsito ita proposito, videndum mini
otnnes artes primitiva, et secundaria
possint ne numerum artificum majorem h«»
bere? Si possint, necessum est, ut ii^pleantWr. Siti aditer, et remanent
in toto regno centum millia qui laborare
possunt, iisdemqj -Occupatio deficit. Quaro
isti centum millia vuftis, ut iiiOpes
vagentur, vel ut expellantur e* statu,
vel occidantur, num denique in artibds itfjAis Occupandi ? Quis npn videt
1»^ xum non modo esse huit statui uttlem,
sed ilittirti decemriufn' ? ‘-fi RVg. 9. Si in qudsitb rOfoleemdo, vobis
non ebniiiigat cettiiadiheth repetite,
tunc probabiollialtm auffite, riebir eyuhg.antd» niti MafKiri l V ' pro
-Ejusque progressibus 1 6f
probabilitas. Verum cavete, ne hypotheses velati theses habeatis. Quæritur
nuin sol, circa tellurem, ve] hæc circa illum moveatur. Certitudo omnino
defecit. Quærenda est probabilita. Utraq. est
probabilis. Tunc quære probabiliorem. Mibi videtur illa Cupertiici, quia mjnus me
allicit. Nam facillime intelligo
revolutionem diurnam terrx circa seipsam, atq. illam annuam circa solem in eccliptica „ et sojis re:
«jlunonem circa proprium axem vigmti septem dierum spatio. Reg. Non omnia
quxsita sunt ejusdem geperis, alia enim sunt physica, alia metaphysica t aha
denique moraba. Si physica sensus,
observationes, a/iosq. homines interrogate. Si i nethaphysica, adhibenda est ratio, ac
demonstratio. Sin denique moralia. Notate testes, historiam, traditionem, ac monumenta. Licet hxc sint per se clara,
verumtarnen in rebus facti, nulla
ratioctnii. Dum facta video, rationem
non audio Sxpe etiam in re clara, et
manifesta, qua mpluri mi testibus
utuntur. Fortasse testes
imiorem rationem habent j quam ipsa
ratiocinia firmissimis principiis constabilita? Reg.
ii. Quo pacto in narrationibus historicis procedendum, si monumenta amplius
non extern ? Codices consulite, quibus
in legendis funditus sciri debet
scriptoris lingua. At ca~ L 4 vrr# De Veritate,j t t ' J veto ne Verslones
vulgares, Hef. itxicos conmunes adhibeatis. Seri quorsuih hcpc - Quia 'nulla
lingua in aliam translatari optime
potest. Quatvis .enim lingua suas habet
pecujiares proprietates, sectam, religionem, imperiv firmam, mores denique y 'propensiones, adjectus,
educationem, studia, exercitia, ac
partium studium. Hrc enim omhia ad plenissima scriptoris sensa intelligenda mixime conducunt •
Natn quiiumque- scribit etiam nolens
suis in libris I transfundit suos mores,
adfectus y temperamentum, opiniones, scientiam, oartium studium, atq. alia sibi
propria. Brevius sjuicumq. scribit, se ipsum describit, Quid liber, quam Sermo
scriptus Nonne sermone, aliorum animos pæne
videmus?. Hoc fusius, ac 1»T Ejusqie progrersibnj • i est diligentissime
versandum, verum maxima, cura lectitanda,
sunt omnia, ut scriptoris mens ex
universis ejusdem operibus constet Potent
enim esse, quod aliquod rejecisset. En ratio quare quampluritni in judicando errant. Quia vel integrum librum non legunt,
vel non intelligunt. Quid si. reliqua
scriptoris opera, ignorent, vel non curant scire ? At quid statuendum, si scriptor
de aliorum opiaionibus, vel factis
agat? Reg. 14. Tunc exquirite primo, an
scire potuerit, Num fuerit perspicax. 3. An in judicando adeuratus. 4« Num in
referendo sincerus • In quibus si uni eorum defecerit, fidem ei denegate. Sin minus, eundem habete et
diligentem, et sincerum, et veracem. Hujusmodi
sunt optimi historici noti. LIVIO (si veda), SALLUSTIO (si veda), Cornelius TACITO
(si veda) præstantissimi fuerunt historiæ scriptores. Apud recentiores MACHIAVELLI
(si veda), Franciscus GIUCCIARDINI (si
veda), Bernardus SEGNI (si veda), Angelus de
Constantia, Robertson, Hum, atq. historix universalis anglJci scriptores.
Quid si ex uno scriptore quamplures
acceperint. Reg.Si quamplurimi, etiamsi mille ex uno scriptore sua traxerunt, omnes simul
tatl%. valent, quantum unus, quem
transcripserunt. Quod si clare constet
historicum fuisse J cujus nomen præfert. Sic Jjbnr de consolatione CICERONE (si veda)
adscriptus; est ' Hgarjii .Ergo spurius.
Contra VirgHii .®neidos., suflt Virgilii, nam, ab ejus obitu ad præsentem usque ætatem eidem tribuitur. IlJudq.
ipsum dicitp de CICERONE (si veda), ORAZIO (si veda), COLUMELLA (si veda), M. VARRONE
(si veda) operibus. Tertio loco si in
Codice m°dp aliquid legitur, quod in
scriptqcis:$t#te, vel antiquis Codicibus non legentur, dicitur interpolatus. Denique
si jaunc aliquid desideretur, quod fa
antiquis :jpndieihu» etfeat, appellatur mutilatus. HdSjjtm omnium exempla surtt
pæne infinita, jju brevitatis gratia
omittuntur; et quS rdtione fiæc omnia internosci possunt ? Reg. Dicito illum librum esse spurium, jt. -Si scribendi stylus, vel cogitdndi ratio
non sit illius scriptoris, cujus nonfen
profert. . j&i a scriptoribus corvis non sit memoraV Si adeo ineptus, ut
cui tribuatur, nullo. EjuspK
progressibus n *7P lo modo possit
convenire. 4. Dengue libe habendus eit
'spurius, -si antiqui eum rejecet irini /; - iV .. ..Reg. Contra^ liber
habendus est genuinus I. Si stylus, et
cogitandi modus illi conve • ni aut,
cujus nomen > prxsefert: 2» Si a scriptoribus Coxvis sit memoratus: Si
antiqui de libri genuitaie, minime
dubitarim. Reg. Lib^r habendus est
interpolatus t vel spurius y si facta,
et personor memorentur scriptoris xtate posteriores. Ipsum dicito de vocibus,
ac locutionibus. Ultimo loco si doctrinas
•Si st e mati sibi proposito contrarias contineat Quid si scriptor fuerit ineptissimus*. Reg. Codex est mutilatus si in eo aiiquid
desit, quod vetustissimis in codicibus legebatur: 2. Si qux continet y vani,
cottfuseq leguntur. Hæc pro auctoritate humana satis esse duco. Quo ad divinam,
præter ea superius dicta notanda sunt etiam quæ sequuntur. Reg Oportet perpendere .Nam Deus loquutus fuerit' Cui loquutus: Quo in loco:
quando: quid'., Hæc omnia
manifestissima sunt in quinque Pentafheuchi libris a Mose scriptis. Nam Deus
loquu,tus cum universo Populo Hæbrreorum. In mote Sinai, post eorum
egressum ab iEgypto. Quæ autem loquutus
fuerit in duabus Tabulis lapideis
continebatur * Quse licet j De
Veritate, j' v> . licet constent;,
veruuuamen videndam insu-, i f *. Per. Reg,. Num qu& Deus dixit, ai/ aoj
incorrupta, vel interpolata, vel mutilata pervenerint. 2. i 1 / sensus, ac
vrria possint varii accipi. Si autem varie accipi possint, nemo «aaa fuo arbitratu, ac teneri intellegat, W
aat (Catholicæ Scclesix judicio, standam
erit., Hujusmodi sunt præcipuæ rCgulæ,
qua? methodo analitic.e maxime inserviunt. Quæ autem sequuntur ad syntketicam
spectant. Ej usque progressibus De regulis explicanda veritatis, tam viva
voce, quam scriptis I T' X omnibus animantium generibus unus 1/ homo veritatis capax, est quoq.
loquela præditus, qii^ sui animi
intimiora sensa exprimit. At mirabilior ejt scriptura, qua cum absentibus temporis, ac loci loquimur
Sed si philosqphi, si parentes, si
ludimagistri desiderent, ut juventus
utiliter hæc divina rationis instrumenta
adhibeant, sequentes regulas ob oculos habeant. r Reg. i. Initio cujusq.
facultatis, magister doceat, quid
ea" sit, que fuerit ejusdem origo,
progressus, vicissitudines, scriptores, atq. quas in partes ea distinquatur. v; •, Cur itl ? ut
sciant auditores, quæ ipsi comparant, atq. univers® scienti® quandam
designationem ceu^ in parva tabula adumbratam
habesmt. In quibus enucleandis una, vel akeia lectio sufficit, ne rerum
multitudine detineantur ii, qui paucis prsceptis sunt imbuendi. Reg. st. Maxima
cum brevitate [H. P. GRICE: Quantitas: be maximally brief], ac claritate simul primo controversis: status proponatur,
deinde suas in paries dividatur; tum inutilibus
resectis, omnia sensim sine sensu explicentur In hoc a quatnplnrimis
erratur. Neq.enim -v t pro- «r ffif •• - J-dolemata sciunt acute propd n
ere, neque omnes, nodos extricare. Veriwn
omne tempus in congerenda cujtisq.
generis eruditione sine ullo ordine,
judicio, lepore tevurit. Qujf GrammaticorutntForensium^c medicorum pleynmq.
est perquam inepta scribendi ratio. Reg. Vocabula omnia definiantur, ut
quid sit res de qua agitur, plenissime
intelligatur l Hujus iftilissim* regulæ contemptus juvenes impedit, ut bene
iatelligant, atque addiscant. Reg. 4. Ex definitionibus officiantur
axioma* ta; atq % postulata, ex quibus
clein emitis præpositionum series eruatur. Hæc rectissima docendi ratio, quam
sibi sumunt Geometr, est illorum omnium,
tjui sciunt ratiocinari. Divus Thfcmav’
non erat Geometra, veramtamtn quia
divino ingenio præditus ordine scripsit.
Quid dicendum
de Aristotelis ethica tam pressp et ta!n
stricto ordine Conscripta Reg. ij.
Definitis universe scientia vocabulis, initium sumatur a rebus simplicifribus
t ac facilioribus, atq. ad maximi
Compositas 9 jfuxijpeq. difficiles
procedatur. Sin aliter fiat., discipuli
non krtelligunt. Reg.' In rationum ''catena conficienda, ita ordiatur, ut altera 1 alteri prxluceat, atq.
altera alteri inserviat. Ex quo tandem integrum
disciplinæ systema compingatur omni ex parte connexum. Reg. Ej usque progressibus. ut sciatur
tempus, W, w r«nf gesta.
fc '- . „ Reg. 14. natUrd j
' ac pravus. Ergo pontus ut educationi
defrrtur, proinde? magister curat auditores redde-, re laboriosos longius, quam res tanta dici poscit.. Pritpo
arithmetica est scientia, qua mentem
instruit, ut ea expedite ac recte super
qtiibusdam cyphris numericis operetur. At qua de causa ? ut nempe veritates
inveniat. Hac scientia licet quamplurimis contineatur regulis, ut additione,
subtractione, multi plicatione, ac divisione, attamen additio, subtractio,
multiplicatio, ac divisio tam in quantitatibus integris, quam in fractionibus
cujusque generis ad additionem, atque
subtractionem reducuntur. Itemque regula
aurea, societatis, alligationis,
positionis, ac combinationis; nonne ha? omnes, et si qua? sint alia? etiam
infinitæ, revocantur ad unicam regulam aureEtenim multiplicatio nihil aliud
est, quam ipsa additio concisa: et
divisio est ipsa subtractio. Sic si mihi
multiplicandum esset g. per 4. duos
modos adhibere possum, vel M fi 8. qua-
« \1 lif *,. quatuor seriam, factaque summa habebitur 32.
alter modus est si 4. accipiam octo: vel
octo accipiam quater, productus erit semjper 32. ex quo pate't multiplicationem
non esse, nisi ipsam additionem
compendiosam. Id i^nm dicendum est de
"divisione; nam ha?c est ipsa subtractio,
cum hoc uno discrimine, .quod subtrætio
fiat semel, scilicet ex quantitate majori dematur minor, ut quod remanet, videatur. In divisione
vero subtractio fieri debet secundum
numeros divisoris. Sic si dividere vellem 484. per quatuor. Fieri debet in uno
quoque .numero hinc primo ingreditur
semel, in secundo bis, ip tertio etiam
semel, quotus erit 121. Ergo in primo
numero subtractio fuit unius numeri 4. in secundo subtractio dupli 4. et
postremo etiam unius 4. Ex quo 'etiam liquet divisionem non esse, nisi ipsam subtractionem. Quod quidem non inteligendum solum de numeris
integris, verum etiam de fractis, ac de
fractorum fractis. At si quis inquiet;
ad quam regulam referuntur potentiarum
elevationes, atque radicum omnium extractiones Respondebitur, quod potentiarum elevationes sola
multiplicatione conficiuntur 1 ' extractftfnes vero radicum cujusque generis et
multiplicatione, ac divisione, hoc est
ex additione, et subtractione simul. Sequitur postrema scientias nume ricæ
regula, qu* est sola aurea, ad quam quot. quot sunt, omnes reducantur. Verum
quid continet hrec: nisi quo pacto fex
tribus numeris cognitis inveniri possit quartus numerus proportionalis
incognitus Hoc parumper perpendamus in tyromim gratiam. Ad quatuor classes, omnes problematum
numericorum resolutiones vulgares ari/ thmetki reducunt, nempe ad regulam
auream sive trium; ad societatem: ad alligationem, atque ad falsam et duplicem
positionem. Primo regula aurea sive
directa, vei indirecta: sive simplex vel
composita est inventio quarti numeri proportionalis, post tres alios datos: ut 4. boves ararunt I. terr®
jugera, quot jugera arassent 16. eodem
tempore ? Itemque 4. messores metunt quandam segetum quantitatem 8.diebus, quæritur quanto tempore
eundem campum messuissent if. messores? In
utroque problemate semper quartus proportionalis inveniendus est, cum
hoc uno* discrimine, quod In primo problemate multiplicatur secundus, cum tertio, productufn
dividatur per primum, hoc est te3. per
-4. quartus pfo» portionalis est ja. In
secundo autem problemate 'multiplicatur inter se primus cum secundo-, productum
dividatur per tertium, videlicet 3*. per 16. quotus, hoc est quartus proportionalis est. Sin autem utraque
sit M 4 cora- quibus mentis adus clarius
explicantur De Jignorum artificialium origine De linguatum omnium natura De
linguarum artate conjicienda De vocum divijione De propojitionibus De mater i
a, forma, £r propofitionis quantitate 6e errorib.me ntis quo ad jenjus exteriors
De errorib, quo ad animi /enfationes De errorib. quo ad ip/ius mentis
adtus.iOQ De errorib. quo ad animi Jigna
relatis, de illorum abufu De errorib.
quo ad propo [itiones De errorib, quo ai /yllogi/mos, aliofq. arguendi modo s. De errorib. qui ex prava
puerorum eJucurione oriuntur Ve errorum emendatione De veritatis ortu, ejufq. p
r Ogre£ibus Quid, O quotuplex Jtt veritas
cujufq. veritatis exifientiaJ
uip, et quotuplex Jtt veritas De cujufq. veritatis nota. Quid, et quotuplex
Jit methodus De methodo inueniind.e veritatis fenftbilis Dg methodo demon/irqnd
£ Veritatis De methodo reperiendx veritatis prob De veritate probabili De
regulis pradlicis reiie philo fophandi De regulis explicande veritatis, tu n:
viva voce, tum {criptis De Logices redudione ad arithmeticam.
ACJA.jpfd/L<rsa SLIOTECA NAZ. Vittorlo Emanuele III NAPOLI DE
ARTE RECTE COGITANDE LECTIONES SEX. DE ARTE RECTE COGITANDI
LECTIONES SEX NEAPOLI EX OFFICINA MICHÆLIS MORELLI. PUBLICA AUCTORITATE. IILUSTRISS.
AC REVSRftfWSS. VIRO MATTHjEO JANUARIO T E S T iE-P ICCOLOmINEO
ARCHIEPISOOPO CARTHAGINIENSI, j ET FERDINANDI IV REGIS A
SACRIS, ET COWSILIIS, AC REGU AR-CHIGYMSfASII prefecto Q Uct omnia
Deus Opt. Max. d rerum primordiis condidit homini condidit hominemque
i~ ppfum alteri homini. Hinc fit, ut qui ex hominibus majori cura j
diligentiaque aliorum quarunt utilitatem, ac praCtpue in literis,
artibufquc provehendis, qua funt cujufque bene conflitutee Retpublics
ornamentum, ii exteris proflantes, jure inclyti habeantur, *f§rnamque flbi
comparent famam. Inter hu-jufmodi viros quinam hac noflra tempeflate
merito adnumerandus, quam tu vir Illuflrijftme, ac Rcverendijftme ? qui ft in
exteris dignitatibus Tibi collatis pro tua humanitate, prudentia, juflitia quod
Caput 1 cfl, pro tua in omni re liter aria, penitiori cognitione ipfarum
literarum, ear umque cultorum Te praflanttjftmum patronum femper prafliteris,
tamen ab eo tempore, gwo //£* Regii Archigymnafli Prxfcllura fuit
demandata, ita eas, eofque provexifli } ut fub te uno utrique nati
videantur 4 Pro tuo igitur bumanijjimo ingenio, «r me, ac meum libellum
de arte rcSle cogitandi, qui nunc primum in lucem prodit, ac tibi
libenti animo nuncupo, rogo excipias optime vale. Neap. pridie non.
Ap.iyy'/* \s.LE- DE EXIGUO HISTORIjC LOGIGE COMMENTARIO ale£tica,
qua» eft ars perficienda rationis humana, a Gracis exorta Zenonii Eleati
Parmenidis auditori, 8 c adoptione filio tribuitur, ut ex
Ariftotele, Sexto Empiribo, et Lærtio. Verum Zenonis Logica reapfe non
fuit, nifi ars rixandi * et cavillandi i ex qua Eleatici Sophifta profluxerunt
| quorum audaciam Socrates pra- • a 4 ftan- [Floruit Zeno circa
olympiadem 79., qui juxta Valerium Maximum lib. 3 cap. 3. Nearco
Agrigenti Tyranno aurem morfu corripuit. Plutarchus Vero ad verfus 'Colotem
fcripfit Zenonem fuam linguam dentibus amputatam in Tyrannum expuifle.
Hujus philofophi principia naturalia rejecit LIZIO libro Metaphysicoautn tertio
cap. 4. ftantiflimo vir ingenio, atque morum innocentia Angularis
retundens, non aperto marte eos aggrediebatur, .fed quadam difputandi
dexteritate proprios errores confiteri eofdem cogebat. Hinc Socratis Logica
tota erat in eo, ut primo vocabula omnia vellet defjnita, deinde
quibufdam, minutis interrogationibus propofitiones omnes per neceffariam
confecutionem ita te? xeret, donec ad præceps inconfideratos
adverfarios perduceret. A Socrate quamplurimæ philofophorum familiæ
profe&æ funt, quarum celebra- [Ante Socratem philofophi JEthicæ
ftudium neglexerant. Hic vero maximo ingenio, corde, ac fpiritu omfiium
primus homines felices reddere curavit. Is enim de anima, de paflkmibus,
d'. vitiis, virtutibus, pulcritudine, deque hujufmodi aliis, quæ vel cum
nobis, vel cum focietate conjunfta funt, fapientiflime difputavit.
Adverfarios hironia, atque induftione refutabat. Xenophon, et ACCADEMIA
ejus do&rinam, et vitam fcripferunt. Irreligionis crimine adcufatos,
quia Græcis fuperftidonem deteftabatur, ac Dei bratiffimæ, quasque
Diale&icam furtimo cum honore excoluerunt, memorantur ACCADEMIA a ACCADEMIA
Athenienfi, Meg a unitatem confitebatur, veneno obiit in carcere. Quæ
hujus praiftantiflimi viri fenfa fuerunt, quo ad Deum, animam, res
morales, aconomicas, atque politicas leggi poffunt in Lærtio. Plato
jEgynenfis, Codro ex parte Patris, et Soloni ex Matre
conjun&us, 87. olympiade natus eft. In pueritia in
exercitationibus gymnafticis, pi£luræ,muficas, poefis, atque eloquentias ftudio
operam navavit. Verum cum Homerum legeret fe excuflit, ac
philofophiac fe totum dedit. Principio Cratilum, atque Heraclitum,
poftremo o£lo annis Socratem audivit, quem in fuis cafibus non deferuit. Quin
imo univerfa ejus bona pro Magiftri incolumitate judicibus obtuLit. Poft
Socratis mortem petivit jEgyptum, deinde ITALIAM, atque in fchola
Pythagorica CROTONE METAPONTO TARANTO REGGIO initiatus. Athenas redux, fcholam
aperuit prope Ceramicum, in quo monumenta eorum erant, qui
Marathone tam glori ofe occubuerant. Plato moriens fua bolo
garici ab Euclide Megarensi, Cyrenai bona illis reliquit, qui
folitudini, quieti, meditationi, atque filentio vacarent. Inter quam
plurimos ejus difcipulos recenfentur LIZIO, Speufippus, Xenocrates,
Hyperides, Lygurgus, Demoftenes, atque Ifocrates* Plato fuit vir divini
ingenii, laboriosus, temperans, agendo loquendoque gravis, patiens, atque
urbanus. Toto vitæ curriculo juventutem inftituit, obiitque ætate 81. Annorum
Perfeus Mitridates ftatuarrt, et LIZIO altare elevaverunt. Itemque dies fu» nativitatis habitus eft facer. Qu*
autem de Diale&ica, de rebus phyficis moralibus, politicifque
pertra&avit, funt pene divina. Is fuit Primæ ACCADEMIA au&or, cui
fucceflerunt Speufippus, Xenocrates, Polemon, Crates, et Crantor, quam
deinceps inftauravit Arcefilas, poftremo Carneades, qui Medi, ac Terti ACCADEMIA
principes fuerunt. Platonis do£irina primum inftaurata fuit fub Augufto, et Tiberio
a Theone Smyrnenfi, atque Alcinoo; fub TRAIANO (si veda) a Phavorino; fub ANTONINO
(si veda) Pio a L. Apulejo, et Numcnio Apamenfi: fub Ccmtiaici ab
Ariftipo Cyrene Afri es urbe; na- COMMODO a Maximo Tyrio, Plut. ac Galeno.Exa£la autem
barbarie eam excoluerunt BefTarionus FICINO (si veda), Angelus POLIZIANO
(si veda) Aretinus Calderinus, Joannes Picus PICO (si veda) Mirandolanus. In
ACCADEMIA libris aliquam Trinitatis notionem deprehendifle nonnulli fibi vifi
funt. Sed hac in re videnda eft Joannis Frederici Meyer
diflertatio, Samuel Crellius, Joannes Clericus. Euclides fpiriturri fui
magillri non feq nutus eft, etenim pro morum philofophia, Logicam coluit,
ex quo ut in Lærtio ejus auditores di£U funt et Me garenjes et Dialctttci.
Is Athenas no£lu ibat tunica muliebri indutus, pallio verficolore
amiflus* caputque rica velatus e domo fua Megara ad Socratem commeabat,
ut ejus sermonum ac confiliorum fieret particeps. Rurfumque fub
lucem millia pafluum paulo amplius viginti, eadem tunica teftus
redibat Ita A GELLIO (si veda) lib.
Euclides enim in arguendo nonnifi conclufionibus utebatur. Qua•r$ Eubulides
ejus fucceftor multa fophifmatum genera invenit, adhibuitque. At
nato, LIZIO ab LIZIO (e) LIZIO Diodorus hujus auditor moerore
mortuus eft, quoniam Stilponis argutias refellere ignoravit, quique
Euclidseus fpiritus Europse regnavit inter Nominales, ac Reales; inter
Thomiftas et Schotiftas. LIZIO Macedo Nicomachi, ac Pheftiadis
filius, Platonem audivit circiter 20. annos, immenfam au£orum. legionem habuit.
In Lycæo fchoiam aperuit abfente Speufippo Platonis nepote. Alexandrum
Philippi Macedonum Regis filium docuit. Senefcens impietatis crimine
adcufarur a Sacerdotibus, fugi it. Quo ad ejus mortem alii 0 in ./Euripum
fe præcipitaffe, alii fibi ipli necem intulifle ferunt. Hujus philosophi
opera sunt pene innumera, ut ex Lærtio. Quas LIZIO de historia
naturali, de arte oratoria, de poesi, de ethica, de rebus aiconomicis,
politicisque sunt quippe admiranda. Eidem in Lyc2eo fucceflit TheoDhraftus suus
discipulus, quo mortuo pene filvit, licet in eo docuerit Lycon, Ariston,
Critolaus, Diodorus, Demetrius Phalaræus, ac LIZIO, denique PORTICO a Zenone
Cittieo. 1 r princognomerito phy (iens. Verum fub Imperatoribus Romanis alias
viguit hæc doftrina. At illo imperio proftrato omnino evanuit. Sed iterum
Romanorum Pontificum cura poft ^urops barbariem denuo inftaurata, eam
fummopere excoluerunt Albertus Magnus, D. Thomas, LOMBARDO (si veda),
Scotus, aliique. Majori autem cum fucceffu dein culta a POMPONAZZI (si veda), ZABARELLA
(si veda), Francifco atque Alexandro PICCOLOMINI (si veda) Senenfibus: Itemque
ab Andrea Cassalpino, Cæsare Cremonino CREMONINI ROBERTI (si veda), qui Harveo
præfuit in nobili fanguinis circulatione. Hac in philefophia floruit
quoque Melan&onius Germanus, qui poftea Nominales et Reales, variafqne fcholafticorum feftas
infequutus eft, Quiq. etiam PORTICO, Scepticos, atque L’ORTO damnabat.
Pcftremo hanc do&rinam coluerunt Nicolaus Taurellius, Michæl
Picartus, Cornelius Martini, et Hermannus Corringius cum quo LIZIO philofophia
corruit. Zeno Cittieus Mnefii filius ætate triginta trium annorum
Athenas primum ivit cipium habuerunt. Verum qua», aq
qualis fuit illorum omnium ars disputandi: Itemque in quibus laudanda,sVei
culpanda, licet a propofito non eflet aliecurri, attamen quia hujufmodi
exquifitiome ivit, ut purpuram venderet, iliofque tam celebres viros
cognofcerct, quorum libros perlegerat. Quo cum perveniflet, Cratem
primum, illoque religio Stilponem decem annos audivit, coluit etiam
Xenocratem, Diodorum Cronum, Polemonem inter» rogavit, quorum
omnium cognitionibus maxime imbutus fcholam aperuit in PORTICO,
quamplurimofque habuit auditores, quos vita? potius honeftate, quam
leflionibus inftituere folebat. Zeno 88 annorum artate occubuit, Artam
oratoriam a Diale&ica non dillinxit. Zenonifc dtfcipuli fuerunt
Philonides, Calippus, Pofidonius, Zenodes, Scion, Cleantes, Ariston Chius
Miltiadis ftlius, Herillus Carthaginenfis, Sphoerus, Cleantes Lycius,
Zeno et Antipater Tharfenfes, Diogenes Babylonius. Apud Romanos ftoica
doflrlna in fummo fuit honore. Poft literarum inftaurationem eam
coluerunt Juftus Lypfius me ab inftituto fummopere abalienaret præteritur,
atque oculo peregrino reliqua percurram. Poft hos omnes floruit L’ORTO Arhenienlis,
qui Xenocratem, et Pamphilumflus, Gafpar Scioppius, Daniel Heinhus, aliique complures, L’ORTO
maximus philofcphus Gargetti L’ORTO in Attica ojfymp.Top. ex Neocle et Chereftrata
editus unus eorum fuit, quos Atfienienfes in Infulam Samos miferunt,
Hic puer Matri piaculari præibat, atque aliquo piaculo domos conta&as
circumibat. Ita Lomeyer de Lujtrationibus. Hoc exorciftx genus inhonorum
erat apud antiquos. Rediit Athenas decimo fux setatis anno, trigeflmo
vero fexro scholam in viridario aperuit, ibique cum fuis amicis
tranquille vixit, Quamplurimos habuit difcipulos, ad quem ex omnibus Græcia:
urbibus confluebant, quocum etiam vitam vivebant, nam L’ORTO dicere folebat, ut
ex CICERONE (si veda), de finibus lib: *• omn r f »™ rerum, quas ad beate
vivendum faptentia comparaverat, nihil ejfe amscitia majus, nihil uberius,
nihilque ju-cun Ium Platonicos, et Theophraflum Veri pzcundius. ^Jeque hoc
oratione folum, fed etiam moribus, ac vita comprobabat. Ejus fequaces
adeo Magiflro adhasferunt, ut etiam mortuus fpiraret in fummailla
tot animorum confenfione fui memoria. ita Gajfcndus de vita, (y moribus
L’ORTO. Philofophia» corpufcularis Epicurus non fuit au£lor, fed
infkurator. Hunc momordit ejus difcipulus Metrodorus, qui ad Carneadem
tranfiit. Etiam CICERONE (si veda) GIARDINO convitiis laceffivit, at ejus
caufam dixerunt Alexander ab Alexandro, Cœlius Rhodiginus, Joannes
Francifcus PICO (si veda) Mirandolanus, Marcus Antonius
Bonciajius, Palingeniur, Andreas Arnaldus, Francifcus de Quævedo,
denique Gassendus. Quibus omnibus præfuit ipfe Lærtius, qui fcripfit
in ejus vita: nam fan&itatis in Deos, et charitatis in patriam fuit
in eo affe£tus ineffabilis. Ipfe CICERONE (si veda) de finibus lib. Ac
mihi quidem, quod ipse bonus vir fuit, et multi epicurei fuerunt, et hodie funt,
et in amicitiis fideles, &.in omni vita conflantes, Sc graves, nec
voluptate, fed officio confilia, LIZIO audivit. Hujus Canonica sive
b Diamoderantes, hsec videtur major vis honeflatis, et minor voluptatis. Ita
enim vivunt quidam, ut eorum vitam refellat oratio, atque ut cæteris
exiftimentur, dicere melius, quam facere, at Epicurus voluit melius facere,
quam dicere. Quamobrem Seneca de vita beata cap. 2. fcripfit: non
ab Epicuro impulfi luxuriantur, fed vitiis dediti luxuriam fuam in
philofophiæ finu abfcondunt; 8c eo concurrunt, ubi audiunt laudari voluptatem. Nec æftimatur voluptas illa Epicuri quam
fobria, et ficca fit: fed ad nomen ipfum ad volant, quærentes libidinibus
fuis patrocinium aliquod ac velamentum. Hic
in inultis culpatur, ut ex tot |§ntifque fcriptoribus tam antiquis, quani
recentibus. Maxima
vero animi conflantia, qua femper vixerat urinæ doloribus correptus ætatis
67. an. 0 lymp.Hic vocabulo
voluptatis juventutem allexit, at in fuis le£lionibus nihil aliud,
quam virtutes, temperantiam, frugalitatem, bonum publicum, an imi
fortitudinem, vita; negle&um, ac voluptates animi, non autem corporis
difcipuios docebat. Dialc&ica paucas regulas de fermoris
perfpicuitate, deque reflo ratiocinandi ordine, quas fophiflis fu ætatis
oppofuit, continebat. Qu*que legi poflunt in Lærtio fuo difcipulo, in
Stanleyo, in l'hpr mafio, atque in Bruckero, H*c de veteribus
celebrioribus philosophis, qui Dialefticam vel invenerunt, vel auxerunt,
vel perpoliverunt ad Cælaris ufque jEtatem, at fecundo ecclefi* feculo
Alexandri*, ad quam quafi ad bonarum artium mercatum literati omnes
confluebant, invaluit quadam philofophia,'qu* ccclettlca dicebatur, cujus
nobile inllitutum erat ex fingulis philofophi fe- Ad ejus
fcholam pr*ter 'virbs confluxerunt etiam muliqp?s celeberrimas, ut
Themiflia Leontii uxor, Philenides, Erotia, Hedia, Marmaria, Bodia,
Phedria, neq. ejus cives, neque ejus adverfarii eum vel libidinis, vel
impietatis crimine adcufarunt. GIARDINO ORTO Philofophia fine ulla
interruptione culta fuit ad Augqflum ufque, LUCREZIO (si veda) eandem
collegit. Eandem quoque coluerunt Celfus, Lucianus, et Diogenis Lærtius, H*c
phjlofophicum Ceftis tunc temporis florentibus qimlam excerpere,
quxdam mutare, aliterque exprimere. Verum hsc philofophandi ratio
dofliflimis ecclefias Patribus adeo placuit,
ut ftatim per omnem Chriflianum orbem fuerit ditfufa. His acceflit,
quod ha:retici quinti feculi Ariftotelads, ac PORTICO prafidiis
abutentes, dolores noftros adgrederentur, qui ut adverfariorum
argumentationibus, atque irrifionibus occurrerent, eadem difputandi arte etiam
imbuti funt. Dialectica itaque eccle&ica ex PORTICO, atque ex
Ariftotelica componebatur, qua2 ufque ad duodecimum ieculum in occidente
fuit tradita, maxime quia b z B.. cum ROMA sepulta iterum
revixit initid feculi decimi feptimi, atque ignominia formarum
plafticarum alias atomos in priftinum fplendorem alii reponunt Magnarius
Luxemburgenfis edidit primus ejus Demotritum revivtfcentem, Magnano fucceflit
Gaffendus vir pradlantiflimo ingenio an. 15P2. Poft Gassendum coluerunt
raolierius, Bumerius,.‘Vandomus, Bovillonius, Catinat, Polignac itemque
abbas Gennet,Fontauellius aliique quarn plurimi, viri. Aliguftinus
fuis difcipiilis eam commendaflfe fertur. Seculo autem duodecimo
ScholalHci?fivt Chriftiani occidentales LIZIO libros ab Arabibus versos,
ab iifdem interpretatos accepere. At hi nimio rixandi ftudio du&i
Logicam, ac Metaphyficam fatis quidem obscuras atque IMPLICITAS
novis subtilitatibus, novifque quseftiunculis ac laqueis foedarunt.
Etenim cum linguam Grxcam ignorarent, Ariftotelem neque legere,
neque interpretari poffent, ejuR dem VALLA (si veda) Roriis
natus. anno quinquagefinio suæ statis occubuit. Is incultam fermonis
barbariem elegantiarum libris dsfasdare curavit. Ut ex Jovio. Natnra
mordacilTimus CICERONE (si veda) vellicabar, LIZIO carpebat, VIRGILIO (si
veda) fubfannabat, uni tantum GIARDINO affurgebat. Hic cum pauca in Logica
fui temporis animadvertilfet, adverfus Magiftros fe fe offerebat, ac
planum diceret nullam efle Logicam, prater Laurentianam. In libro de
voluptate, ac vero bono GIARDINO .adhæfit. Hic omnium primus philosophiam
ex pyriffimis fontibus, non ex dem Utiliora neglexerunt,
fophiftica duntaxat amplificarunt. Scholaftici itacjuc LIZIO denominati funt,
et denominantur, licet eorum pauciflimi LIZIO legerint. Hujulmodi Logica futnmo
in honore habita fuit ufque ad feculum XV. illiufque veftigia
etiamnum manent in quamplurimis Monacorum familiis. Verum
initio decimi fexti fcculi, primum VALLA (si veda) et Agricola,
dein* b 3 de ex lutulentis rivulis falubriter
hauriendam effe docuit, explofa penitus fcholallicorum difciplina, qui
tunc temporis principatum obtinebat. Rodolphus Agricola apud Frifios ortus
Hic enim tanquam athleta multa tulit, fudavit,& allit abftinuitque venere,
et vino, ut magis magifque literis vacaret. Poltque Parifiis, et Ferrarii
Gricam, ac LATINAM LINGVAM comparavit, reliquum itatis partim Hebdcrbergi,
partimque Wormatii duxir. Pofl: ejus mortem Lovanii editus fuit
liber temeritate judices concuffi, irrito conatu per diem integrum
imagiftramvt fuit i ut barbari barbare vocabant. ItaFreigius in
vita Petri Rami. Scripfit inftirutioves Logicas, atque in LIZIO trviniadverfhnes,
Ex Triumvirali fenrentia ejus libri damnati furtt. At paulo poft
Diaia&tcx, atque eloquentia Cathedras obtraurtTTandem in S.
Bartolomad prælio occifus eft. Baco magnus Cancellarii fub Jacobo i.
unuseorum eft qui ora* nes perfefliones, atque imperfectiones
fcholaftica; philofophiæ cognovit, oftenditque: itetftque vehementi (lime
laboravit pro ea perficienda. Hujus
traClatio de augmentis ferendarum eft perquam utilis Literarqmafliduitate dx
ditiflimo obiit pauper. In fcientiarum organo do rebus Logicis
difertiflime difputavic, in quibus modum optime conficiendæ Induclionis
difleruit, cum AriftotelicI methodum docerent conficiendi fylidgifmi. Quo
in mas Hobbefius, qui licet luam Logicam computandi anem
infcripferit, verum tamen ut cæteræ illius temporis fcholaftiGa
garrulitate etiam fcatet. a Poft hos meliori methodo atque acriori ingenii
acumine de Logica egit Cartesius vir doctifiimus y cujus libellus
de methodo rationis rettc dirigendæ, inquirenda in J cientiis veritatis
eft valde praftans. Etenim is primus fuit, qui. conculcatis vetuftiffimis
au&oritatis præjudiciis ad veritatem
inveniendam aljos excitavit • Itemque non ex aliorum judicio, virum ex
propriis viribus omnia explir in opere o&odecim annds confumpfit. Hic
unus novæ philofophue praxurfor fuit. Hobbefius Malmesburii ornis pfiuja ætate
piaxiraos habuit progreffus in linguis, quinquennio philolophiæ scholafticæ
operam dedit. Deinde ITALIAM, ac Galliam peragravit. Tucididem in linguam
artglicam vertit, ut fbtus Democratici conftifiones notaret. Lutetiæ an. i)
Lockius Vyrigton prope Briftblium natus an. i6p. prima literarum
rudimenta in Collegio Oxfortenfi, accepit, quaque illi eide tn -puerilia
vifa funt. At Cartefti opera illum acuerunt. A Cartefii operibus ad
medicinam tranfir, qua de re anathomen, hiftoriam naturalem, atque
chymicam comparavit. Peragravit primo Germaniam ac Pruffiam, deinde
Galliam atque ITALIAM cu«l Comite Noftumberlando-Heflico morbo correptus
Galliam venit 1 qua benigne exceptus fuit » Vix ad Angliam redux y
Babris anglice editis artem cogitandi comprehendit. Hos Petrus Coste
in Gallicum sermonem, Burrigidius vero IN LATINVM VERTIT. Lockius enim
fummo mentis acumine rerum caufas rimatur, vires humana rationis computat,
denique Logicos docuit qua via (e explicaripoflent, neque erubefeere fe
nefeire, quod reapfe ignorant. Cartefianos aggreditur, ac difputat omnes
ideas vel fenfuum ope, vel meditatione oriri:
Ostendit quo pa&o unaquaque idea adquiratur: Diligentiffime artem
criticam expofuit. Poftremo de humana cognitione, de veritate cujuslibet
generis, de ratione, de fide, ceterifque aliis fufe lateque pertraftavit.
Attamen reprehenditur. Bataviam petivit, atque ab Anglia rege
requifitus ire noluit. De Intelle£lu humano librum confecit, quem
edidit: rure compofuit librum de Imperio civili, in quo tyrannidis
injuftiriam expofuit: eoque in loco compofuit prater librum de puerorum
educatione, etiam aliquas epifiolas, ac Chriflianifmum ratiocinatum, quo in
libro Rationis vires nimium, Quod fæpiffime eadem magno verborum
adparatu repetat. Quod quædam inutilia addat: Quod exempla neceflaria
omittat, Quod libertatis arbitrium non re£le explicuerit. Ex Lockii Schola
Joannes Clericus præftantiffimus philofophus prodiit, qui univerfa judicandi
prscepta ia fu a arte critica complexus cft. Nam 1. de ideis. de judiciis, ac
propofitionibus: de methodo, poftremo de argumentatione ac fvllogifmo
difleruit. Poft Clericum mariotte Gallus doflif fimus vir
Logicam duas in partes divifam edidit, quarum altera in quibusdam
propofitionibus evidentilTimis verfatur; altera vero qua via ex præmiffis
propofirid mium y quam par eft, prædicat, vitamque sternam iis offert, qui
Chrifto credunt, legemque naturalem exercent. Occubuit
num materia poflit cogitare, conatus eft oftendere. At quid intereft utrum
materia fit cogitans, nec nej? Quid enim intereft, fi medtis human®
fimplicitas in tuto collocetur ? Fortaffe ipfa efficere poffet, juftitiam
injuftiriamve noftrarum a&ionum, noftram futuram felicitatem,
veritatefque fyftematis politici ?. 1 tionibus alis deduci re£te
poflint, perrra£lat. Culpatur primo quod de veritate probabili, deque arte
critica nihil dixerit; Itemque quod ratiocinandi artem confufe tranaverit
\ quod omnium errorum caufas non patefecerit, Quod in Anglia Lockius,
atque in Gallia Clericus, ac Mariorte, identidem in Germania fecerunt
Chriltianus Thomasius, Eeibnitzius, Wolfius, aliique complures. Primus
enim fine prateriti feculi introduttione ad Philosopbiam Aulicam,
Dialecticam a nugis, atque erroribus, quibus eam maxime infufcaverant
fcholaftici, emendavit. Id quoque fecit Andreas Rudigerus etiam
Germanus in fua pbilofopbia Syntbetica, atque in libello de fenfu
veri, ac falfi. Id ipfum dici » i ' {q) Leibnitzius Lypfis natus in
Saxonia editus elt in lucem ex Schmuch, illi præmortuus pater a matre fuit
inftitutus. Vix ex Ephebis egrelfus
maximam librorum copiam, quam eidem pater relique„ rat, legit, at «cognita
magiftri indigentia, ad Thomasium omni in re literaria, io dici poffet de Francjfeo Buddæo, de
Leibnitaio >(q), Chriftiaoo Wolfio, deque aliis pene innumeris, de
quibus verbum nullum addam, ne propofita: brevitatis limites praft^iantur.
His omnibus accenlendi denique lune præclariflimi viri Antonius Genuenfis
(GENOVESI, si veda) neapolitanus noster præceptor maximo vir ingenio, ac
per quam longa meditatione, ac lectione contritus aliaue. fortuna
dignus, Aloysius Vernejus Lusitanus, Sorias Pisanus PISANO (si veda),
Salvator Rugerius (ROGERIO – si veda), atque Angelonus P. Cœlestinus (CELESTINO
– si veda) ambo Neapolitani. Quorum omnium opera amo, atque excolo, primum ob
rerum gravitatem, fecundum ob methodi claritatem, in tota Germania
infignem avolavit. Sub tanto præceptore historiam, et Politices
artem calluit, Peragravit deinde omnem Germaniam, atque ITALIAM pro describenda
Ducum Brunswifcorum hiftoria. Cum rediiffet Codicem Juris Qentium
diplomaticum edidit.. ejus vita legitur m Kortholt, Eckard, » s tem, k SERMONIS LATINI nitorem,
Pifanum ob methodum, atque præcepta Logica, alium præter res, etiam OB LINGVA
LATINA ELEGANTIAM postremum propter ejus methodum darifliraam. VMnis
humana perfe&io ab officiorum, et virtutum adcurato exercitio unice pendet.
Verum nulJum eft officiorum, ac virtutum laudabile exercitium, nifi a
natura: notitia, ejufque. auftore, qui eam ad proprium dirigit finem: hæc
vero rerum Iatebrofarum cognitio. eft laborum, ac speculationum
profundiffimarum fru&us, quæ, rationem requirunt omni ex pane illuftratam.
Ratio autem est quædam ip homine vis y five facultas, qua 8c
noeram, et aliorum corporum exiftentiam, eorumque relationes cognofcimus;
qua fumus liberi; qua alia feparamus, aliaque conjungimus; qua præterea a
quantitatibus cognitis ad occultas incognitas pervenimus; ac idearum, $c
judiciorum feries neceflario vinculo conne£timus: et qua, SIGNORVM ope,
noftra intimiora animi sensa ALIIS COMMVNICAMVS, errores cognofcimus,
veritates detegimus: qua denique juftum abinjufto, bonum a malo, honeftum a
turpi facile decernimus, Haic vis, quaecumque illa fit, dum vivimus ex sensuum
applicatione oritur; experientiis, atque obfervationibus augetur, Audio
vero Logices perficitur. Ex quibus fane concluditur, Logicam elfe fummo
emolumento iis omnibus, qui vel fe ipfos, vel alios perficere curant, Cum
igitur mihi propofitum fuerit ipfam juventuti enucleare, refla via ac
ratione proceflifle arbitror, fi primo de mentis humanae
operationum ortu, ac progrelfibus, tum DE SIGNIS, quibus eas aliis explicamus;
deinde de errorum, ac veritatum fontibus, atque augmentis pertractaverim. Haec
vero omnia quatuor leflionibus compleflar: quarum prima: duae docentem, dqae
vero poftremae leflioqes Logicam utentem., yt ajunt, cohflituent. Quibus
ultimo loco accedet de Logicas redu&ione ad Arithmeticam
breviflima leflio, ut a Dhfiefttco fupputandi necefi fitas
agnofeatur. LE- DE ORIGINE OPERATIONUM
RATIONIS HUMANÆ, E1USQUE MAXIMIS PROGRESSIBUS. Illud quidem
maximum efl, »g/a animum videre. CICERONE (si veda) Tufc.t.
Quibus partibus confiet homo. 'X omnibus animantium
generibus nobis ufque adhuc cognitis, unus homo vi fuz rationis
ceteris praftat, quia hujus facultatis beneficio non modo feipfum,
fed infinita quoque obje&a exteriora cognofcit. Etenim diutina
corporum imprefiione in fuos fenfus, eorum exiftentiam primo intelliglt, deinde
mentis meditatione illorum adtributa, qualitates, 8 c relationes
comprehendit. Itemque natur* leges, rerum ordinem rimatur: rerum
praeteritarum recordatur, eafque cum praefentibus conjungens, futuras
pr*fcit, ac veluti. intuetur. Quid multa? ad propriam felicitatem
contendit, proprise exiftenti* principium mundique conditorem fk
intelligit, et colit. Hanc maximam ac pene divinam rationis vim
mihi delineare nitenti, vifum eft, primo idearum originem enucleare,
tum quo paflo eajdem vel inter fe, vel cum aliis pofltnt combinari.
Sed priufquam ad h*c perpendenda aggrediamur, de hominis
partibus paucifiima dicamus. Principio
infunt in homine par. tes, quas videmus, dividimus, contremamus,
dimetimur; quaque funt extenf*, relilleffres, mutabiles. Verum haec, atqu$
ejufmodi alia corporis funt adtributa. Homo itaque ex corpore conftat,
Infuper quilibet homo quodam vehementiflimo natur* impetu ad veritatis
mfrxime utilis ftudium, ad bonum com. parandum, ad malum declinandum
ducitur. Rurfus ordinem, pulchritudinem, perfeftionem amat; eidemque jullitia,
honsr flas, De mentis aftibus. 5 flas,
libertafque placet. Praterea flepe magno animi mrcrore angitur, eodem
tempore quo elt omni ex parte fanus. Contra quandoque ell hilaris, licet
ejus corpus maximis cruciatibus torqueatur. His omnibus accedunt tot
abftraftiones, atque alienationes invita:, tot rerum peregrinarum inventa, tot
artes, tot difciplina. Qua: omnia ronnifi ab homine prorfus
hebete, ac veluti plumbeo, materia: folida, atque in ertiflima: tribui poflunt.
Quamobrem homo corpore, et fpiritu conflat. Quod (i quis ulterius urgeret,
ac diceret, hominem ex fola materia conflari; quaererem ab eo: unde tanta
cogitandi vis, tanta agendi libertas, tantaque rerum etiam abditiflimarum
fcientia? uflde tanta fciendi, dominandique cupiditas? unde denique tanta
fenlationum contrarietas, axionum oppofitio, virium interiorum pugna, tot
tantique confciefni» laniatus. Ex quibus omnibus planiflime deduci arbitror:
primo hominem ex corpore, et fpiritu conflari: errafle eos, qui vel solo
corpofe, vel uno fpiritu ipsum conflare crediderunt: eos quoque fuiffe deceptos,
qui fpiritum ipfius Dei modificationera, vel particulam efle fcripferunt. Qua autem ratione fpiritus io corpus, corpus
vero in fpiritum agat, et inter fe mutuo pene colloquantur, ac fe intelligant,
omnino ignoratur, ficuti etiam ignoratur in qua corporis parte animus locatus
fit. Cordatiflimorum quippe virorum hac de re opinio eft pro capite. At
amotis his tricis, quseraraus feria, atque ad propofitum accedamus.
XUifque Icit omnem cerebri raaffam per concavum fpinas ufque ad
ejus os facrum protendi. Quifque etiam Icit ex hac mafla telam nervofam
oriri, qua: fenfuum texturam efficit. De quibus mox. Senfus igitur efl:
quadam animi vis, qua corporum externorum impreffiones fentimus. Verum latiore SIGNIFICATIONE
fenfus omnem vim mentis exprimit, qua objeciorum exteriorum ideas, sive simuhcra,
sive fpecies, sive idola De mentis aftibus. 7 concipimus, five
quicquid interius fentimus. Primi generis fune ideæ omnium rerum, quas
vel videmus, vel tangimus, vel audimus. Secundi vero generis funt
omnium voluptatum, ac dolorum ideæ. Ex quibus intelligitur, fenfus
vel esse interiores, vel exteriores. Exteriores funt quinque
notiflimi, quorbnl quatuor fedes habent peculiares, unus vero tactus efl in
toto corpore diffufus f imo et reliqui ad hunc folum reducuntur.
Interiores autem fenfus funt totidem alii, fcilicet memoria,
temperamentum, pajjiones, attentio, ac denique fenfus moralis senfus porro tam
interiores, quam exteriores in omnibus lio»minibus diflinguuntur; etenim omnes
partes folida:, ac fluid in quoque homine toto cado inter fe funt
diverbe, varieque complicatæ. Quid multa? In eodem homine temporis
progreffu omnis flru&ura muratur. De fmgulis, 8c primo loco de
exterioribus. Vifus efl fenfuurti eminentiflimus, nam vis vifiva ita
requirebat, cum ipfa fit orizontis extenfioni proportionalis, et propter hominis .indigentias efl
duplex. Oculi funt duo globuli, tribus præcipuis tunicis fepti,
quarum concavitates totidem A 4 humoribus replentur, adeo denfis, ut lucem
refrangere poflint. Hujus autem refraftio ita a natura comparata eft,
ut in oculorum fundo, five retina objeftorum inverfas pingat imagines.
Qu« porro a nervo optico excepta, ignoto nobis modo, in cerebro, non
folum imprimuntur fecundum reales corporum magnitudines, figuras, fitus,
colores, fed quoque diutiffime in ipfo cerebro, quin deleantur,
impreflse remanent. Cum autem in omni animantium genere, maximeque
in homine iapfu temporis hujus organi figura, humoruni deniitas, atque ipfa
fibrarum textura mutetur, inexplicabilis ideo eife debet videndi
differentia. Qua: omnia fi quis adcurate fupputaret,
univerfam vis vifiva: quantitatem habebit. Auditus eft alter senfus
duplicatus, in auribus fitus. Auricula exterior pro æris undulationibus,
ex corporis fonori vibratione produ£tis excipiendis, infervit. Hic ær tamquam
in infundibulo tortuofo receptus tympanum ingreditur, atque ex hoc
tranfit in labyrinthum, cui nervi acuftici adharent, quorum ope
ufque ad cerebri fibras communicatur corporis De mentis actibus. £ fonori
fremitus, qui etiam ignota ratione in nobis ideam foni excitat. Qux
cum ita fint, patet quod pro defipiendo foni gradu, fupputanda eft
primo corporis fonori elafticitas: iftus quantitas: obje&i fonori diftantia. æris
reflftentia: denique ipfius organi a&ualis ftatus. In naribus porro
eft odoratus; quæ quibufdam nervulis capillaribus velli untur, ab ipfo
cerebro productis. Scitur vero ex corporibus fetidis, atque
odorir maximam effluviorum copiam continuo exhalare, qua: ærem
circumvolant. Scitur etiam, quod ejufmodi particulæ infenfiles narium nervulos
olfa&orios vellicant, ex quibus excitatur in cerebro odoris, vel fetoris
fenfatio. Hujus senfus propterea vis habetur ex effluviorum numero,
eorumque impetu, ex fucci nervei fubtilitate, atque ex fibrarum cerebri
elafticitate. Quam proximus odoratui eft guJius, in lingua, ac palaro
fitus. Lingua enim eft fuperius te£la quadam membrana quaqua verfus
iqnumeris foraminibus repleta, ex quibus innumerabiles papilfe nerveas
taftui rigidæ fe produnt. Particufe \x falinas, oleofas, fulphureas, aliæqige
quamplurima: in cibis contentæ iftos nervulos titillant, ex quibus rerum
fapidarum, vel infipidarum idea in tlobis excitatur. Gradus hujus fenfationis fupputatur: i. ex particularum
numero, et qualitate, 2. ex noftra
naturali, et momentanea difpolitione. Tandem taStus in omnes corporis, tam
interiores, quam exteriores partes eft diffufus. Medulla enim oblongata
inter colli vertebras, et fpinas lateraliter nonnulla nervorum paria
protendit, qui v in omnem corporis fuperficiem propagantur, atque ita
mirabiliter inter fefe ordiuntur, ut portentofam membranas reticularis telam
efficiant. Hinc evenit, quod quaslibet impreffio,quas in hac fit,ftatim
cerebro communicatur, atque imprimatur idea corporis exterioris. Ad hunc
fenfum referuntur omnes fenfationes frigoris, caloris, gravitatis,
afperitatis, &c. Vis hujus fenfus habetur ex, vi premente, atque
ex noftra aquali, et naturali difpofitione. Hujufmodi eft fabrica fenfuum exteriorum, quos
vulgus multiplicatos vellet, atque etiam perferiores. At fi sensus eflent
etiam centum, attamen humanat mentis operationes eflent ilis ipfe,
quas modo habemus, nam fenfuum multiplicitate non augerentur, verum
fola idearum sphoera evaderet major. Quantum vero ad horum
imperfe&ionem, eft quoque inepta querela, nam fx fenfus eflent perferiores,
illa ipfa ratione, qua voluptatum numerus fieret major, eadem
quoque dolorum copia fieret numerofior « Nefcimus igitur quid
petamus. TpXpofita hominis parte exteriore, perpendendum nunc eft
ejus interius mirabile magifterium, quod fummopere in cognitiones,
atque in aftus humanos influit. Senfus interiores funt memoria,
temperamentum, paffiones, attentio, ac fenfus moralis. De quibus
quambreviter ad Tyronum captum verba faciam. Univerfa cerebri maflfa
duas in partes difpefcirur, quarum altera cerebrum, alterum cerebellum
nuncupatur. Hæc fubftantia mollis infinitis peno cellulis, five
flexionibus repletur, in quibus, modo nobis incognito, non
folum imprimuntur, fed quoq. retinentur objectorum exteriorum
imprefliones, cum eorundem relationibus, etiam abftra&is, et perquam longo ordine implicatis. Mihi fufficiet duntaxat velle, et itatim in
hac fubftantia imagines canis, bovis, equi, domus, navis, exercitus
&c. diftinCte intueor. Itemq. hujufmodi ideæ tanta vi imprimuntur, ut
iis licet femel vilis, recorder tamen cujufq. magnitudinem, colorem, litum,
dimenliones, et cetera. His accedit, quod in hac mirabili cerebri fabrica,
manent non folum obje&orum ideæ hefterna die mihi obverfatæ, fed
etiam illæ, quæ olim meam pueritiam profperam, hilaremque reddiderunt.
Itemq. in ea pilæ celeritatem, teftudinis tarditatem, ignis vim, vulpis
vafritiem, Sinenfium vanitatem, a1 iaque infinita quafi lego. Quid multa. In
hac una tanquam in libro diftinCtiflimis characteribus obfignato tot
philofophicarum meditationum feriem, tot fyftematurn abfurditates, tot
imperiorum yiciflitudines, uno verbo univerfos humanæ rationis progreflus,
et natura ipfius revolutiones pene intueor. Haic vis, quæcumq. illa fit,
memoria nominatur: Ipfaq. crefcit, decrefcitq. in eodem homine; fere femper in
fene£lute debilitatur, et nimia morborum vi etiam prorfus ammittitur, ut
ex hiftoria. Temperamentum eft folidorum, ac fluidorum conftitutio,
quæ fere in Angulis hominibus differt. Ex hoc facile enodatur, cur ex
hominibus alii funt obtufi, torpidi, ac lenti; alii contra a&uofi,
violenti, iracundi. Itemq. dantur homines fere femper hilares, feftivi, et lætantes; alii contra taciturni, mærentes,
triftefque. Denique funt 8c qui facillime omnia, ac clare intelligunt.
Sunt alii, qui pauciflima, et obfcure concipiunt. Unde hæc tanta
varietas, nifi ex varia folidorum, et fluidorum permixtione. In
quamplurimis porro fibra funt debiles; in aliis vero refiftentes. Itemque
dantur fibra magis, vel minus elafticac, magis vel minus molles, ac cædentes,
atque ex vafis alia funt latiora, alia mediocria, aliaque angustiora. Quibus
pofitis, fequi neceflario deber, fluida non poffe in omnibus a*que
circulare. Ex quo intelligltur dari cfiverfa temperamentorum genera.
Datur ideo cbolericum sanguineum, melancholicum, O phlegmaticum in
hominibus temperamentum. Et quoniam in fanguineis fluida æquabiliter
cwrunt, ideo funt hilares, aperti, fecuri, eloquentes, benefici, urbani,
intrepidi. At quia in cholericis fluida funt fubtiliora, et vafa
apertiora, idcirco cholerici funt celeres, impetuofi, iracundi,
ambitiofi, atque ad vindi&am propenfi. Temperamentum melaocolicum eft
fanguineo inferius. Etenim melancolici funt lenti, taciturni, acri ingenio,
acrique judicio. At omnium lentiflimi funt phlegmatici, ob eorundem
fluidorum fpiffitudinem, et vaforum anguftias. Hinc fit, quod
phlegmatici funt vultu triftes, tardi, timidi, diffidentes, avari,
obtufi, denique in virtutibus, $c vitiis mediocres. Quicunque igitur
omnem terræ fuperficiem mente perluftraverit, generarim inveniet,
primo climata frigida homines modificare ad temperamentum phlegmaticum,
calida vero ad cholericum: deinde inveniet in quam proxime frigidis
homines effe melancholicos; in quam proxime calidis efle fanguineos. Verum
hac in genere. Nam indifcriminattm ubique locorum omnia temperamenta
dominamur. Quin imo in ipfo homine, eademque familia notantur diverfa
hominum temperamenta. Quæ cum ita fint, fenfationes non poliunt elfe
easdem in omnibus hominibus, et ne in ipfo quidem homine, Pajfiones, five
affe&us, iive perturbationes, five quodvis aliud vocabulum adhibeas,
funt quadam animi commotiones ab objeflis exterioribus excitata. Ha rum omnium
fedes eft in corde, quo4 nervorum ope cerebro adhæret, Partiones
licet multas, ac vari®, omnes tamen totidem amoris fui ipfius funt
modificationes ac veluti reafliones, quarum unaquaque in noftras ideas, et judicia
maxime influit. Verum partionum vis,
atque energia a tyronibus facilius fentitur, quam iifdem explicari poflit. Quartus
fenfus interior eft attentio, qua nihil aliud eft, quam quadam infita
mentis occupatio in objeSo nobis cognito. Ex quo ftatim intelligitur,
quod attentio fit quadam vis obje£H impreffione anterior, nobis a Deo
data, ut minutim rerum qualitates explorare valeamus. Hinc etiam intelligitur,
attentionem, efle quandam mentis energiam, qua; vel in toto objefto,
vel in aliqua ejus parte occupatur, ut illius ideam adsquatam habeat.
Attentionis vis eft in ratione compofita tum indigentiæ prsfentis, tum
temperamenti, atque educationis: Itemque attentio varia eft pro finium
diverfirate Denique fcnfus moralis eft quædam anterior animi difpofitio, qua,
fine ullo magiftro turpia ab honeftis, bona a malis, folo natur®
impetu, diftinguimus. Eadem igitur ratione, qua quis dulcia potius,
quam amara guftat, ita honefta et bona potius confequi, quam turpia, 8
c mala amat. Hsc animi humani vis eft phyfica, ac veluti mechanica,
ipfoque Rationis prscclaro lumine multo anterior, et vividior, atque ex
fe ipfa explicatur in quolibet homine. Hinc pene infinita hominum multitudo
beneficentiam, et juftitiam amat, earumque oppofita deteftatur, etiamfi ignoret
in natura inefle quandam vivendi normam omnibus communem,
conflantem, sternam; quam quifque fine magiftro fcit, fine
interprete intelligit, fine coailione fequitur: quaque denique
omnes pueri, adulti, urbani, fyi-, veftrefque homines, ut oculis, ut
auribus, ut guftu libere utuntur. Ex hoc fenfu oritur in
quovis 'homine illa probitas, qua: ingenita dicitur, quasque lenti tur ab
omni humana coniideratione, a qualibet rationum fubtilirate, a præmiis,
atque a poenis iplis femota, ac diftintia. Ex di&is clarilTime
intelligittir, animum percipere bonum, et malum cum eorumdem
gradibus non dillimili raticne, quam qua colores intuetur, harmoniam concipit,
odores lentit, pulchritudinem diligit, et abnormia deteftaiur. Ex ditiis
quoque colligitur, hunc fenfum effe univerlalem, reliquofque completii,
nam ex unoquoque fe inflruit,ut de objettorum exteriorum bonitate, ac pravitate
dijudicare poflit. Hæc de lenfibus tam exterioribus, quam interioribus, qui
veluti totidem fenfationum animi fulcra, ac fundamenta habendi fuut. Qua: omnia,
nifi quis diltin&c comprehenderit, nullo pa£lo intelligcre poterit,
quid ex tot tantilque obje&orum imprelfionibus animo ipfi contingat,
ut ex fequentibus clarum erit. De Animi Scnfattonibus, OI ne
objeftis exterioribus nullap eflent in homine fenfationes, et fine
his nulla in eo eflfet fcientia, vel ars. ScnJ
'ationis nomine hic venit illa interior animi commotio, qui ex corporum
prifentia, five preflione in nobis excitatur. Cum autem fenfationes
fenfuum numerum, Sc difpofitionem fequantur, fecundum eorumdem ordinem
explicabuntur. Si quis autem quacfiverit, Utrum idei, Sc fenfationes fint
ejedem, vel diverlse: Num fenfationes, quas animus ab objeftis
excipit fibi ipfi, vel objectis fint confom: Ex quo oritur tanta
impreflionum vis, atque impetus: Quare inter fe non confundantur
tot fenfationes, et fibrarum fremitus, qui animum concutiunt:
Tandem quo pa£Io easdem nofiro arbitratu comparemus, cum ipfi non fint,
nifi totidem cerebri commotiones, et rea&iones ab ipso animo
difitinfl®: ex quibus omnibus, aliifque tandem is concludit.•
fenlationum De mentis anibus. i» ertum, earumque progrefTum,
et varietatem inexplicabiles nodos continere Principio fenfationes vifu
defini-' tx non verfantur, nifi in corporum figuris, coloribus,
magnitudinibus, diftantiis, et motu determinando. Preliis enim ocuhs ex
luce a corporibus reflexa, fenfatio fecundum vim prementenj, atque ocuh
flruauram modificatur. Ex his 'pref. 1 lombus in nobis attentio
excitatur, qu primum de noftri exiftentia, deinde de objecto
exteriori nos inftruir. Tum an prefliones lint nobis confentanea, necne
ex quibus denique fenfationes grata vel molefla eruuntur, atque ex his
voluptates, vel dolores producuntur: qua postrema non folum animi, fed etiam
omnium e ju felem deliberationum fulcra ac vires motrices habenda
funt. Secundo animus ex una in aliam fenfationem tranfir, id elt ex
voluptate m dolorem, atque ex hoc in illam ex quo tranfitu, 8c
cenationis; et Jurationis lenfationes adquirit. Cellatio itaque efl
dolorum,. vel voluptatum fufpenfio; duratio autem ell horum continuata fuccefEx
ejufmodi fenfationum vel fufpenfione, vel alterna fucceflione oriuntur in
nobis defdcris, et detcflationes. Quia ubi voluptas, vel dolor, ibi
attentio. Itemque ubi fenfatio nobis confona; ibi voluptas; ubi fenfatio nobis
diffona, ibi dolor. Amamus autem voluptates,
dolores odimus. Ex primis igitur oriri debent desideria erga voluptatum
objeela; atque ex fecundis deteflationes erga dolorum caulas. Quapropter
defideria, atque abominationes ex fenfationibus ipfis pratentibus cum præteritis
germinant. Senfationum itaque memoria noftrum fpiritum, tum
ipfiufque progreffus excitat. Sed ex quo fenfationum memoria. Quum ab
aliquo objefto procul abfumus, ipfum neque flati m, neque totum ex animo
deletur, nam pro ut attentio fuerit major, vel minor, diutius in animo
ejus imprefiio remanet. Memoria igitur ex attentione, Sed ex quo
attentio ? Ex di£lis, nulla memoria fine attentione. Nulla
autem attentio fine indigentiis, vsl noflris,vel alioruui. Itemt|ue quilibet
homo jugiter eget, alias non confervatur. Ergo quilibet indiget, ut,fc
tueatur, necdfaria fibi comparet, noDe trientis risibus. citura declinet: verum neutrum fine
atternione obtinetur, necefiitate itaque ha mo eil attentus, adfcoque
fublata attentione, nulla hominis dari poteft tuitio; et eontraquc
remotis omnibus indigentiis j nulla in eo attentio. Denique memoria
differt ab ifriaginatione, I.-Quia memoria efl: imbecil la, vivida
imaginatio. Prima locum habet arque in rebus abftraftis, et materialibus,
altera vero in folis corporeis. Vis
memoris ideas ordinate unit, i magi natrix autem eafdern unit difpares,
confundit et difiociat fimilares.4.
Tandem memoria ex a&uum repetitione et fit, et corroboratur;
imaginatio ex fola natura oritur. Ex huc ufque expolitis, fequitur
r. Animum humanum variis habitibus posse imbui, ut (impliciter fentiendi,
et fen* tiendi tam voluptates quam dolores, desiderandi, abominandi,
reminifeendi, imaginandi. Sequitur 2. Mentem ab uno
fenfii tot habitibus imbui, quot ex quinque imbuitur. Qui non alia
de caula nobis multiplicati funt, quam pro fenfationuni multitudine
augenda. Sequitur Univerfos mentis habitus effe totidem attentionis ac
defideriorum gradus diverfos.At fenlationes, ac defideria ipfa non funt,
nifi totidem merse fenfationes, videtur itaque quod quot quot funt mentis
a£lus, omnes ad lolas fenfationes revocari poflint. Sequitur
denique 4. pro omni mentis humana: energia enucleanda fufficere unum
fehfum, minime vero depravatum, ut clarius ex fequentibus fiet. Auditus
fonos percipit, quin ad majorem, vel minorem obje&i fonori diitantiam
advertat. Initio quilibet amat fonos fimplices, poftea etiam maxime
compofitos. Identidem de odoratu dici poflet. Guftu eafdem facultates, ac
vires adquirimus, quas vifu, auditu, atque odoratu comparamus. In faporum
multiplicitate vix unus et confufe fentitur. Hic fenfus eft cseteris
charior, nam pro vita fufti nenda unice neceflarius. Tametfi homo videat,
audiat, contre&et, itcmque odores,& fapores fentiat, verumtamen
harum omnium ortum ignorat. Deinde
etiamli ta&us ex reliquis fenfibus minimam habeat vim, homo tamen
omnis omnino ta£lus fenfationis expers, De menti s ælibus. 25
pers, non poflet vivere. Ita fere fenfuum corporis EXPLANATA analyfi,
fenlationumque natura, ac varietate expofita, ordo poftulat, ut de
prajcipuis mentis humanne a&ibus aliqua dicamus. Dtf mentis
aftibm in genere .. T)Rinium Perceptio, five a/mt, X ell primus mentis
a£Ius, quo fenfuum ope corporum externorum exiftentiam,five impreffiones
fentimus: Hinc fenfatio, idea, quomodo in neceffitatibus
invocarunt, quaque ratione iratum placabant. Itemquc notau funt
tormentorum De mentis attibus, 4 j genera, atque execrabiles
formula:, quibus impii excruciabantur. Contra qux vitx honeftas, qux
morum innocentia, qux jullitia, qux pietas pro futura felicitate
confequenda requirebantur. ScimuS denique ex ipfis tot populorum
prxjudieia, fuperftitiones, deliramenta, abfurditates, foeditates, aliaque
innumera puerilia, qux Dei cultum vel foedarunt, vel deflruxcrunt.
Secundo quantum ad naturx hisloriam, eidem debentur aflrorum notitix;
fcilicet quid fint aflra, quo ordine difpofita, quibus in orbitis, et quomodo
moveantur, quibus viribus xquilibrantur, quibus ratis temporibus proprios
cuffus conficiant. Eidem debetur metheororum hifloria, maris, St terrx,
animalium j plantarum, et foffilium cognition. Eidem denique totius naturx
revolutionum periodicarum defcriptio debetur. Tertio humana hiftoria quid eft, nifx ipfius
memorix produ£tio. In hac enim videtur qualis fuit primitivus
humani generis flatus, qux focietatuia civilium origo, imperiorum omnium
viciffitudines, tyrannorum feritas, heroum gloria, ambitioforum
vafrities, qui navigatio, quale commercium, terne productiones, hominum
induftria, leges, ufus, con fuet udi nes, bella, foedera, magiflratus,
militia i ve&igalia, fcientia; litterati, morbi, exercitia gymnaftica
populorum tranfmigrationes, linguaz, urbium, provinciarumque devaftationes,
fpirituum vis, juventutis inftitutio, ludi, feftivitates, feri», aliaque
Ad Rationem referuntur etiam Deus, natufa, et homo. Quantum ad Deum Philofophia, qu» eft tam
excelfa, ut hominem pene divinum reddat, Rationis eft filia. H»C licet infinite extenfa, attamen tria funt ejufdem
pracipua obje£ta, nempe Deus, natura, et homo. Profe&o naturalis Rationis
progreffio eft incipere ab individuis ad fpecies ab his ad genera \ atque
a generibus ad univerfalia * Hax mentis vis metaphyficam produxit^ quam
tanta cum utilitate quotidie adplicamus ad Deum, ad naturam, ad
hominem Quæ fcientia minime feparari poteft a mathematicis, qua; in
puras, Se in mixtas difpefcuntur. Arithmetica, Geometria, Algebra, ad primas;
ad alteras vero Mechanica, Dinamica, Hidraulica, Balliftica, Cofmographia,
Geographia, Chronologia, Gnomonica, Optica, Dioptrica, Catoptrica, coniiciendique ars
referuntur. Similiter ad natura fcientias fpeftant etiam Notomia
phyfiologia, Medicina, Botanica, Venatio, Agricolrura, paftoralis,
metallurgica, Chymica, magia naturalis, aliaque hujufmodi pvero
ipfx hominum indigentis. En quo pafto LINGVA mentis vires, contraque mens
vocum multitudinem, proprietatem, atque energiam invenit, et auxit. Ex
diflis fane colligitur duplicem clari in homine fe exprimendi modum. Alter
nempe eft naturalis, qui in corporis motibus; alter vero artificialis, qui
m lingux modificatione sive in vocis modulatione confiftit. Ex
di&is quoque colligitur vocum ortum, cuidam lingux conatui, augmentum
indigentiis, denique perieftionem fpiritus culturæ, afliduifque vitæ uftbus
deberi. Verum ita femel enodata LINGVA, IDEÆ APVD HOMINES fic redditæ
funt COMMVNES, ac familiares, ut nihil fupra. Deinceps cognira etiam fuit
neceflitas loquendi hominibus loci, vel temporis ratione remotis. Quapropter
varias imagines excogitarunt, quibus mentis a£lus EXPLICATI sunt. Hinc pro
defignandis homine, equo, leone, bove, eorum figuras defignarunt. En quo
pafto a&ioni LINGVÆ NATVRALI, accelferunt primo foni articulati pro præsentibus,
et scriptura pro abfentibus. Quæ scriptura
initio fuit tota SYMBOLICA, ut tres frumenti fpica: tres annos
notabant. Ex SYMBOLICA evafit Hieroglyphica, quam etiamnum frequentiflime adhibemus
in nummis, in pi&uris, in fculpturis. Sed ad exprimendos noftri
animi impetus poftremo maximum in modum influxerunt quoque pene
infinita belli, pacifque inftrumenta. Atque hinc facile eruitur 1.
voces nihil aliud efle, quam quadam figna abitraria, quæ prater fonum, in
nobis quoque excitant CONCEPTVM MENTIS, ut horno j præter fonum huic
voci proprium, * D 2 ex 'Ac Progrejffu SIGNORVM 6 r
gnum, et parvum; re&um et curvum, grave 8 c leve. Sic
Gallia eft magna cum Regno Neapolis comparata, at eft perquam parva
Sinenfium Imperio relata. Hinc intelligitur, quod licet omnes relationes
fint ideales, vcrumtamen Diale&ici eas diftinguunt in ideales, atque
reales. Ideales funt, qua: intercedunt inter ideas abftradas, ut
inter Tacqueti, et Cavallerii Geometrias. Reales funt, qua: reperiuntur inter
pondus auri, et argenti. In hunc cenfum referri quoque poflunt pene
innumeras voces, qua; fubftantias videntur notare, fed vere relationes
exprimunt, quia ipfæ non explicant, nifi qualitates, ut pulcritudo,
deformitas, do&rina, ftupiditas, vitiofitas, fon&itas, juftitia. Itemque
hujufmodi nomina videntur effe abfoluta,& funt relativa. Etenim unus homo
refpe&u alterius deformis videtur, pulcher, et cetera, Id ipsum dici polfet
de adverbiis dofle, erudite, diligenter &c. Ultimo loco dantur
termini, sive voces simplices, (y compostt a; C lar ce, 8c obscura;
dijlintta, et confufce, compleice, fk incompleta j adæquata, (D 1 inadaquata. Primi generis fuqc linea; et superfides. Dc Ortu, ficies
Protomartyr, et archimandrita Secundi
generis, funt corpus, et anima. Tertii generis funt Petrus, et homo.
Ultimi vero generis funt circulus, et vis. His omnibus accenfenda: etiam
funt voces fmgulares, ut Annibal; generales, ut planta; univerfales, ut
res; determinata, ut equus a, canis b; indeterminata, ut equus, et leo.
Si quæ fint alia; voces, quas prætereo, etiam facili negotio reduci
poffunt ad has jam expofitas. Hæc de elementorum orationis do&rina',
five de vocibus tam in genere, quam in fpecie; verum quo pa 6 to eædem
vel inter fe, vel cum aliis poflint combinari, dicam brevius, quam res
tanta pofcat, adeoque, De ftmplici vocum combinatione 3 ftve
de propofttione, r Alibi diftum e/1 judicium duas
ideas, vel fenfationes requirere; unam rei, quacum conjungitur, vel
feparatur aliqua qualitas; alteram vero illius, quæ eidem tribuitur,
vel removetur. Ex g.. i 1 v Sol eft ingentiflima ignis moles. Luna i • est
corpus opacum. In prima propofitione: ignis a6lio foii, 8c in altera
terra; opacitas Lunæ tribuitur. Contraque fi judicium ex qualitatum
remotione a rebus, quibus non conveniunt .Sic i ITALI hodt emi non habent
prijlinam virtutem. Et: homo in maximis divitiis innutritus raro
eji mi/cricors. In quibus fane propofitioi nibus ab Italis pratentibus majorum
gloria, atque ab opulentis mifericordia feparatur. Ex quibus liquet,
quod cum fit judicium oratio verbis exprefla, ea conflare debet ex duobus
terminis, quorujn alter rem, de qua agitur, exprimat, alter quod eidem
tribuitur, vel removetur. Sic agrorum cultura cfi utilis. Ha:c propolitio
duos habet terminos: alter eft agrorum cultura; alter utilis,
quorum primus dicitur antecedens five fubjeclum; fecundus vero
vocatur confequens five adtributum five prædicatum. Cum vero voces ex earum
inventione non inferviant, nifi pro objcftis denominandis, hinc fequitur,
quod fi quis adfirmare, vel negare aliquid velit, oportet, ut verbum
aliquod adhibeat, cum quo At fi dicam: Brutus Roma pugnavit,
ut fervaret reliquias morientis libertatis. Incidens eft in prædicato, Itemque
datur etiam propofitio hypothetica, cum nempe fubje&o prædicatum convenit
fub aliqua conditione, ut: Refp. tunc erit florida, cum juventus fuerit
optime inftituta. Ha?c de propofitionis materia, fequitur nunc ejus
forma. Propofitionis forma in terminorum unione, vel in eorumdem
feparatione confiftit, ex quo oritur propofitionum adfirmatio vel negatio.
Sic: virtute quamprotcime homines accedunt ad Deum. Contraque: vitium non eft
utile Harum altera dicitur ajens, altera vero negans. Quo in loco notandum
est quod in propofitionibus affirmativis terminorum unio fequi debeat
fubjetti, non vero prædicati extenfionem. Ex. g. Omnis leo eft animal. Non intelligitur, quod
omnis leo fit omne animantium genus. At
in propofitionibus negantibus prædicatum omnino excluditur. Ex. g. Nulla
planta est anima f sequivalet huic: nulla planta eft nulla animalium
fpecies. Hæc de forma propofitionum perquam fatis Reftat, ut
poftremo loco de propofitionis quantitate aliqua dicamus, quæ nihil
aliud eft y quam major, aut minor terminorum vis, quæ in propofitionibus
continetur. Cum autem termini yo De Ortu, mini maximam, vel
minimam SIGNIFICATIONIS extenfionem habere poftint, hinc fequitur, dari
debere duas propofitiones inter fe maxime diftantes, quarum altera
dicatur universalis, altera vero fingularis. Ut: univerfi homines ratiocinantur
t eft primi generis: Petrus ratiocinatur, efl fecundi generis.
Itemque amba; effe poffunt vel' adfirmativa, vel negativa. Nota propolitionum
univerfalium eft vel omnis, vel nullus. Singularium vero propofitionum
nota eft, hic, ille, et cetera. Inter has duas propofitiones maxime
extremas dantur et alias intermedias, qua: particulares atque
indeterminata; vocantur. Ut: aliquis homo ejl dottus. I temque:
aliqua figura omnes angulos habet duobus redis aquale Notandum hoc in loco
eft quod poflit dari propofitio qua; videatur fingularis,verumtamen eft
univerfalis. Et con tra. Hi nefit, quod; ut propofitio fit univerfalis,
requiritur. Ut plures rerum fpecies fub fe comprehendat. Ex. g. Omne
triangulum; Omnes planta, omnes lapides. 2. Requiritur ut prædicatum abfolure,
vel faltem hypbthetice alicui fpeciei Ac Progrejf 4 SIGNORVM ciei
conveniat. Ex. g. homo honestus ejl Reip. utilis. Requiritur, ut
generis prædicatum etiam omnibus individuis conveniat. Ex. g. aurum in
fluido demerfum in eius fundum incidit. Idem
eft ac (t dicerem; Omne /olidum gravitate fpeciflca majus aqua in fundum
decidit. Omnes propofitiones univerfales in
metapbyflcas, et morales dividuntur. Primæ funt, in quibus neque genus
aliquod, neque individuum excipitur. Ex. gr. omnis homo ex corpore, (D*
fpiritu conflat. Hæc propofitio adpellatur quoque abfoluta, utpote
fubftantiæ elfentialibus innixa. In quibus vero aliquod genus, vel
fpecies, vel individuum excipitur, denominantur morales, ut omnes Galli
a temperamento /anguineo, (y omnes Hifpa. ni a cbolerico
dominantur. Nam falfum eft, quod omnes Galli, vel omnes Hifpani,
nullo excepto, fint fanguinei, et cholerici. Denique quotquot funt
univerfales propofitiones, omnes funt vel adflrmativa, vel negativa, quas
brevitatis gratia fcholaftici hifGe quatuor alphabeti Uteris
indigitant, quæque funt. A, E, 1, 0. Prima; duæ
affirmativas, duæ autem poftremæ negativas defignant. Infu E 4, P De Ortu,
per A denotat univerfalem affirmativam, E negativam. Ex poftremis I
affirmativam particularem, O negativam quoque particularem. Denique E
continetur in A, et O in E-, dummodo propofitiones fmt ejufdem
generis. Sic: Omnia animantium genera fentiunt. Oves vero funt
animantes.’ Ergo fentiunt. Et fic:
quicquid non componitur, nequit in partes clivuli. Spiritus non
componitur. Non ejl itaque diviftbilis. De quibufditm vulgaribus
propofitionum adfetlionibus. Hic affe£lionum nomine veniunt
quxdam propofitionum qualitates, qua; funt: oppofttio, a qui poli enti a,
et converfto. Primo oppofitio duarum propofitionum
comparationem denotat, qua; licet iifdem terminis conflent, attamen
ipfæ variare pofTunt v$l in fola forma, vel in fola quantitate, vel in
utraque. Si pugnent in fola forma, retenta quantitate, tunc vel funt
amba; univerfales, vel ambæ particulares, Si primum, dicuntur Ac
Prdgrcjfu SIGNORVM iur contraria, ut .OMNIS ITALVS EST SAGAX. NVLLVS
ITALVS EST SAGAX. Sin alias, dicuntur fubcontraria: ut aliquis l iteratus
ejl boneflus\ aliquis liter atus non ejl bonejlus f Si vero pugnent
in quantitate, retenta forma, tunc vocantur fubaltema, quæ efle
poffunt, vel ambæ affirmantes, vel negantes Primi generis eft hæc;
omnis homo laboriofus ejl etiam bonejlus: aliquis laboriofus ejl
bonejlus Secundi generis eft hæc altera:
nulla fuperjlitio ejl utilis: aliqua fuperjlitio ejl utilis.
Poftremo duæ propofitiones poffunt inter fe æque pugnare tum in
quantitate, tum in forma, quo cafu dicuntur contradi Horia; ut: omnis
tyrannus ejl generi humano detrimento: aliquis tyrannus non ejl generi
humano detrimento. Quantum ad æquipollentiam,dico quod tunc du$
propofitiones fint ejufdem valoris, vel æquepollent, cum altera alteri
fubftituti poteft, quin earum vis, vel. valor mutetur; ut: quicquid ejl
vere jujlum ejl utile. Et contra: quod sjl vere utile, ejl jujlum. Quo 1
eft de unica æqui pollentia fimplici. Ex quo fequitur primo, quod
tunc detur æquipollintia inter duas propofitiones, cum definitio
reciprocari poteft cum definito. Ex. g. machina, qux horas diei
defxgnat, horologium adpcllatur. Et contra: horologium ejl machina, qua
horas diei deftgnat. Secundo fit, ut quod fubje&o convenit,
praidicato quoque conveniat. Sic omnis Japiens legislator Reipuhlica
tranquillitatem promovet. Et viceverfa omnis Reip. proj perit as a
fapientijfimo legislatore provenit. Ex quo etiam fit, quod omnis
propofitionum converfio fit etiam sequipollentia > proindeque de
ea. nullum verbum. Cum definitiones, ac divifiones non fint,
nili totidem judicia, hinc intelligitur eafdem locum habere in propofitionibus.
Definitio itaque eft propofitio, qua quorumdam terminorum ope
aliqua idea completa, vel determinata exprimitur. Ex. g. Homo eft animal
ratione pra$ ditum, civile, atque ad propriam felicitatem propenfum.
Itemque definitiones adhibemus pro rerum notis diftinguendis, ut eas ab
aliis facile fecernamus. Sic: homo efl animat rationale, civile, ad bea
titudinem f alium. Hlfce notis
diftinguitur adeo a ceteris animantibus, ut aliter ab iifdem diftingui
non pollet .Ac Progrcjfu SIGNORVM Ex his fequitur. Debere ingredi in
definitionibus folas notas intrinfecas. Sequitur pofle quoque ingredi
poflibiles, 8 c impoflibiles, dummodo impoflibilitas non fit abfoluta, ut: homo
eft animal ratiocinans, politicum, ad felicitatem fatlum, vaiiifque
habitibus moralibus imbutum. Ex his fequitur. Pro
omni rerum ambiguitate removenda
neceffe eft, ut termini fint perquam clari. Quod tunc definitio
dicitur generis, aut fpeciei, cum utriufque effentialia dinumerantur.
Quod illa fit definitio particularis, quæ eft rei adeommodata. Verum cum
pmer rerum eflentialia etiam nomina definire poflimus, propterea dantur
quoque definitiones nominales. Hinc univerfæ definitiones in reales, 8 c
nominales diftinguuntur. Primi generis funt definitiones circuli,
quadrati, trianguli. Secundi generis funt definitiones infiniti, trilateræ,
quatrilateræ figuræ. In quo notent juvenes, quod licet Diale&ici
definitiones reales adpellent illas, quæ ex genere, et differentia
confiant, verumtamen ipfæ quoque funt »0minalcs. Nam etiam definitionibus
realibus nihil aliud intelligitur, quam illud ipfum, quod illo
vocabulo Philofophi comprehendunt. Sic: homo ejl animal rationis compos,
humana figura praditum, quid eft aliud, quam hujus nominis definitio? Cur
ita ? Quia nemo unus adhuc fcivit rerum effentias, aut Tuet
unquam. Denique divifio eft totius refohitio in fuas partes componentes. Quæ
dicitur phyfica in quantitatibus extenfis r et compofitis: idealis in abstractis.
Ad phyficam refertur humani corporis
divifio in partes solidas, et fluidas. Ad alteram vero
figurarum planarum partitio in trilateras, quatrilateras, et multilateras.
Divifionis utilitas eft maxima in rebus maxime complicatis ac longis, quæ
uno veluti mentis intuitu videri, aut comprehendi minime poliunt. Præterea
iftis propofitionibus accedunt quadam alia, quæ apud Geometras palfim
inveniuntur, fcilicet propofitio T beor cHica et praftica,
demonflrabilis in demonflrabilis. Itemque axioma, pofiulatum, problema,
theorema, fcholium, corollarium lemma, et si quæ fint alia, quæ utpote
omnibus notæ, de iifdem locati non arbitror. Ac Progrejfu SIGNORVM De
Compofita Terminorum combinatione J five de syllogifmo, m Cum
ratiocinatio fit convenientis, vel difconvenientis ratio, quam duas idea:
habent cum tertia; intelligifur inde, quod ficuri ideæ cum terminis, et judicia
cum propofitionibus explicantur, fic fyllogifmo ratiocinatio enunciatur.
Ex quo intelligitur, quod fyllogifmus fit oratio, qua mentis vis aliis
communicatur: atque etiam intelligitur, quod omnis fyllogifmus ex tribus
propofitionibus conflare debeat. Verum ejufmodi proportiones inter fe ita
funt colliganda, ut non modo terminum medium habeant communem, fed
requiritur etiam, ut termini extremi inter fe uniantur. Ex. g. Omne grave tendit deorfum. Lapis autem
eji gravis. Cadit ergo. In quo fyllogifmo tres termini vel propofitiones
funtropofitiones, Termini funt gravis, apis, deorfum, Propofitiones vero
funt Omne grave tendit deorfum. Lapis ejl gravis, Ergo tendit
deorfum. Quarum duæ prima: dicuntur pramijfa, poflrema vero vocatur conci ufio
nuenfis, aliique complures late fufeque de tot tantifque variis
fyllogifmorum figuris difputaverint, attamen eaj mihi femper vira: funt mera»
fubtilitates fcholaftica:, omnino inutiles, hoc confilio potius ea
pmerire volui, quam juventutem in nugis detinere. Ac ProgreJJu SIGNORVM.
De quibufdam vulgaribus argumentandi i modis. Primo pra fua maxima
claritate poteft in fyllogifmo omitti major propofitio, qui argumentandi 'modus
'dicitur eutbimeema. Ex. g. Hic homo
cbolerico temperamento dominatur. Ergo e fi cru ielis y ubi
ioielligitur hax major propofitio: £foirumque temperamento cbolerico
domina t. r efl crudelis. Hic autem bomo temperamtnto cbolerico dominatur.
Ergo efl crudelis, Secundo cuique propofitioni addi poteft ratio, qua prædicaturi
convenit fubje&o, idque fieri poteft in utrifque
propofitionibus. Hic modus apud oratores frequentiffimus, apud
Diale&icos perquam rarus, dicitur; Epicberema. Sic:
in corpore civili quifque debet alium dilidere y aliter nequit in eodari
harmonia politica. Petrus y autem, Francifcus, aliique funt in corpore
civili. Ergo fe mutuo diligere debent. Tertio ficuti. ex tribus fyllogifmi
propofitionibus, ‘una tac.eri poteft ob F 2 maximam ejus evidentiam, ita
aliquando ad manifeltandum perquam longum, atque IMPLICATVM ratiocinium
tres propoiitiones nou fufficient, fed oportet alias addere, vel faltim
alium fyllogifmum, vel qnthimema. In primo cafu argumentum dicitur /ornes,
in altero Profyllogifmus. Quantum ad foritem, ipfe e(l quadam
propofitionum feries, ita connexa, ut pradicatum prima propofttionis in
fubjetium fecundec tranfeat: pradicatum fecunda: in fubjettum tertia, et ita
deinceps, donec in. concluftone fubjeElum prima uniatur cum pradicato
ultima propofttionis. Sic:
lueratur ut laboratur: laboratur ut confumitur: confumitur ut luxus: luxus ex
divitiis divitia vero, ut commercium.
Lucratur itaque ut commercium majus, vel minus efl. Atque hinc
intelligitur, foritem dici. bypotbeticion, fi ex fyllogifmis hypotheticis
conflet. Ex„ g. ft Deus efl fapientiffimus, prafcire omnia mala debuit ft mala prafcita fuerint, fublata funt\
fi mala fuerint fublata, mundus a Deo creatus efl ceteris melior. Sed
Deus efl fapientijjimus. Mundus ergo a Deo creatus ejl reliquis
melior v Ac Ptogrejfu /ignorunt» Quantum
ad profyllogifmum, ipfe ejl merus fyllogifmus, cujus conci ufio in
pramijjtam alterius fyllogifmi tranfit. Ex. g. Omne ens fua natura iners,
ejl corporeum. Spiritus autem non ejl iners, jed attuo fus. Ergo
non ejl corporeus. Verum quicquid non ejl corporeum in partes dividi
nequit. Spiritus itaque humanus non cjl refolubilis De errorum
fimus l His omnibus additur, naturas res cffe adeo innumeras, ac complicatas,
ut nemini adhuc contingerit de iifdem adcurate judica. Denique quis
umquam propria debilitatis libi teftis eft? Quicumque fane de aliqua re
judicium adfert, exiftimat de ea non poffe melius judicari. Quamobrem ut
Intellectus hos errores vel devitet, vel minuat, hic pro mea virili
nunc curabo, atque ut ordine noftra procedat oratio, errores fecundum ea
ipfa principia, qus in altera parte enucleata funt, expendam,
fcilicet juxta Mentis, ac lingua; operationes Quod fi dicenda non
fuffecerint ad omne ignoranti, errorumque velum difcindendum, fufficient
tamen tyronibus et ut minus errata fortafle efficient. De Mentis
erroribus ad fenfus exteriores relatis. Sicuti fit ubi optici varient vel
in lentium difpofitione, vel numero, objefta majora, vel minora,
magis, minufve diftantia adparent, ita oculi cum non Mentis ortu, ne
progrcffibusl 95 fint, quam todidem tubuli optici, inter fs maxime
differentes, tam ob eorum tunicas, quam ob eorum humores; ex tali
varietate variæ prorfus fenfationes, at. proinde ab iis complures errorum
caufæ oriantur neceffe eft. Erratur Cum quis objeflorum exiftentiam negat,
quæ ipfe non videt oculo inerim; at oculus microscopio armatus infinita
intuetur, qux ei fine tali auxilio non obverfabantur Decipimur in diffantiis;
nam fol, luna ^ 8c nubes videntur ^qualiter diftare, verumtamen nubes non
attolluntur nifx ad duo Y vel tria milliaria Italica: Luna excedit
333330. fol vero, juxta Kepleri fupputationes, nonaginta miliones fuperat. Duæ
urbes cum valle intermedia, etiamfi inter fe diflantiffimæ, cominus vifx,
videntur 1 una eademque Decipimur quo ad
corporum figuras ellypsis enim procul vifa. a circulo non diftinguitur; Itemque
duæ lineæ parallelæ apparent convergentes; 8c duo 'parietes divergentes
videntur paralleli; et linea flexa ac torfuofa apparet refla. Quarto campana
pulfata, licet ejus partes interiori fremitu concuffæ, attamen videntur
omnes De en orum nes immobiles. Id ipfum dici poflet de aquis
paludofis, ac lutulentis. In propagatioue Jucis etiam decipimur, cujus
motus pulatur fieri in inflanti, cum tamen iit fuccefiivus. Hinc Newtonus
obfervavit quolibet min uto fecundo ea in percurrere. Semidiametros
terreflres, vid. 8, 202. milliaria. Poflremo erramus quantum ad rerum
magnitudines, nam folaris difci diameter duorum, vel trium, pedum
videtur, verumtamen folis magnitudo ab aftronomis eft millione major 'if
ipfa tellure. Alias mentis deceptiones, quo ad vifum omitto, ne hac in re
nimius efTe videar. Sequitur auditus,. 1. hic fenfusi nos decipit
dum judicamus fonum, vel concentum effe in ipfis inflrumentis, cum
re vera fit in nobis. Etenim in inftrumentis non reperiuntur, quam
cordarum vibrationes, quæ ærem movent. Itaque ære deficiente,
debent etiam deficere ejus undulationes, adeoque fonus, ut in machina
pneumatica, atque in altiffimis montibus facillime obfervatum. Decipimur,
dum judicamus alios eodem modo fentire, ac nos. Quod nequit accidere ob
diverfam aurium ftrufturam. Erramus, dum fonum referimus verfus illam
partem, ex qua ad nos pervenit, iicet corpus fonorum fit alibi
Quarto denique fepiflime unum fonum cum alio
confundimus. Odoratu, et guftu etiam' fallimur. r. Odores, 8 c fapores in
objeftis extare putamus, cum in iis non fit,- nifi fola partium
difpofitio, five effluviorum, qu narium, et linguai papillas nerveas titillant:
His fenfibus turbatis fetida, atque infipida corpora judicamus, qualia
reapfe non funt. g.jEflimamus eundem fetoris, odoris, et faporis gradum
ab orpnibus circumflantibus a:que fentiri: Quod fane eft omnino falfum,
nam harum senfationum gradatio fequi debet organorum difpofitiones Ta£us
in gravitatis, afperitatft, caloris, et frigoris fenfationibus verfatur;
et in his omnibus perpetuo decipimur Vas ære repletum æftimatur æque ponderofum,
ac fi ære elfet orbatum. Ex quo judicamus aliquid non gravitare fupra nos,
judicamus id elfe ponderis expers. Quapropter ærem non æftimamus gravem,
attamen columna æris, quæ nobis imminet, putatur æqualis ponderi.
mercurii pollicum: Si folidum in, fluido demereatur, amittit in eo tantum
ponderis, quantum eft volumen fluidi folidi volumini asquale, adeoque ipfamet
auri moles gravitat minus in aqua, quam in vino; et minus in vino, quam
in ære. Corporum quot quot funt fuperficies, etiamfi omnes
appareant lævisiatæ, attamep mycrofcopio yifaf, eas jntuemur
afperas. Judicamus quadam corpora fua natura calida, contraque alia
frigida; verumtamen palor, et frigus non funt, nifi quadam interiores
corporis noftri fenfationes. Hinc fi manu frigida tangatur aqua calida, hæc
fentitur frigida. Et contra fi manus calida mergatur in aqua frigida, hæc
fentitur calida. Sane hæc tanta fenfationum contrarietas, eft in nobis ipfls,
Id |pfum dicendum eft de voluptatibus, ac doloribus, corumque gradibus,
nam quicquid ipfa funt, ad nos femper funt referenda. Hæc de mentis
erroribus, quo ad fenfus exteriores, illos nunc percurramus, qui ad iq»
feriores fpe&ant. De mentif prroribus ad fenfus interiores
relatis f Interiores hominis fenfus alibi X defcripti, funt
memoria, temperamentum, affe&us, attentio, ac fenfus moralis. Perpendatur
modo quo pafto ab iifdem decipiamur. Primo memoria, cui univerfam
cognitionum noftrarum fphceram debemus, in quamplurimis nos decipit. Prompte
non exhibet nobis ideas alias conceptas, cujus defe&us quilibet eft
con* fcius, 8 c maxime fcnes; Unam pro alia idea, unum pro alio
nomine, unumque locum pro alio nobis fubminiftrat; Sua vi, atque energia
aliquando mi-rus vividas vividioribus ideis præfert: Sæpiffime in ipfis
narrationibus maximi momenti deeft. Idelas, earumque SIGNA, etiam improbo labore difpofitas,
inter fe confundit. Facilius retinet ilia y quæ ad nos, quam quæ ad alios
fpeflant. Denique quandoque eft adeo vivida, pt phantafia evadat.
Hinc fane visiones, G 2, illufiones, abalienationes, phanatifmus y
exftafis, et quidam mentis furor oriuntur: Hinc etiam voluptatis, ac
doloris gradus dependent. Secundo loco cum temperamentum fit certa
folidorum,aq fluidorum, conftitutio, 4ntelligitur, quod ipfum efle
poffit magis, vel minus lentum; magis vel minus vividum, adeoque
fuftimopere influere debet in noftras idearum intellectiones, in noftra
judicia, atque in ipfa ratiocinia. En
caufa, cur cholerici fere omnes flnt ambitiofl, ac crudeles. Contra
fanguinei urbani, et mifericordes. Cur melancholici taciturni, ac
ratiocinatores; contra phlegmatici timidi, pufillanimes, excordes,
avari. Atque hine facile eruitur horum omnium propeniiones et judicia
debere efle varia. Nam primi funt magni pro? miffores, fuperbi,
audaces, vafri, ambitiofl. Secundi apti, nati ad venerem, ad vinum, ad
libidinem, ad ludos, brevius ad un iverfa, qu® fenfus alliciunt, et mulcent:
itcmque funt.hilares, ac ftrenui milites, conflantes, liberales,
fociales, qd grandia quoque fafti. Melancholici ftmt mentis coufufe,
laboriofi, diffidentes atque acerrimi judicii. Phlegmatici denique funt
natura pavidi, pufillanimes, fuperftitiofi, fervi nati, confufi,
fuperficiales, ignavi. Qua: cum ita fint, neceflario fequi debet, quod
circa idem objeftum his omnibus obferyatum, non æque judicare
poflint. Itemque idem periculum fanguineis videbitur nullius momenti,
melancholicis magnum, phlegmaticis maximum. Similiter
eadem res uni efle debet magna:. voluptati; alteri vero maximo dolori. Præterea
idem ac£ufatus, ab uno excufatur, ab altero damnatur ad mortem, a tertio
ad crucem, ab ultimo ad remos. Unde igitur tanta judiciorum
diverfitas, tiifi ab ideis variis; unde idearum varia-tas, nift ex
fenfationum diverfitate; unde tandem hæc varietas, nili a temperamentis,
ad quod nifi mens advertat, non æquo judicabit Iove, fed potius
fecundum propriam conftitutionem. Tertius noftrorum errorum
fons in pafiionibus confiftit: Primo quotquot funt in homine
pafliones, omnes ad lilium fui ipfius amorem reducuntur; hinc eft quod noftra
judicia femper ad hoc unicum atque indeclinabile obje&um referantur. Hinc
quoque eft, quod in noflris judiciis non aliud legitur, et obfervatur,
quam quo nos temperamento dominamur, et quo amore nos ipfos diligimus. Legatur
hiftoria Civilis ad hoc evidentiflime comprobandum, e qua videbitur, ob
proprium amorem filios Patribus, Patres filiis necem intulilfe identidem
de fingulis animi paflionibus fecUndariis dici poflet. At quis dinumerare
poterit univcrfa Intelledus errata, quæ ex odio, timore i ambitione fpe,
immodica lætitia defiderio ira, audacia, timiditate, ceterifque animi
modificationibus orta funt, ac quotidie oriuntur Loquacem Fabium, ut ille ait,
delalfarem, fi vellem ea omnia fingillatim per- Mentis ortu, ac
progrejjib. fgqui; at pauciflima dicam ad Tyronum captum, qui rerum
multitudine ilon funt. obruendi ac tot hominum ftupiditas
derivanda eft. Ex ipfa voluntatis alienatio, mentis diftra£lio, judiciorum præcipitantia
non modo apud populum, fed penes ipfos viro§ literatos. Nonne hæc funt errorum
fons, atque origo. Reflat, ut extremo loco de fenfu morali dicamus,
ejufque fallacias ostendamus. Verum cum hic fenfus fit omni reflexione,
quolibet examine, et quibufvis præjudiciis anterior * hinc nequaquam ab
eo decipimur» At profequamur reliqua mentis errata. De erroribus ad mentis
affus relatis. T ris cogitans, judicatrix ac V ratiocinatrix eft tam
involuta, atque difficilis, ut quafi impoflibile fit omnium errorum analyfim
juxta univerfos mentis a£lus hic exhibere. Quapropter confueta ratione præcipuos
tantummodo attingam Mens errat dum fenfationes concipit tanquam res
realiter in objeftis io 6 De errorum exiftentes. Hinc
judicamus dolorem eflfe in cultro, faporem in ficubus, dulcedinem in vino
frigorem in aqua, calorem in igne. Dum fenfationes, quas ut centies
diftum eft i funt relate, habentur abfolutse, hinc dicimus fua natura
bonum vel malum aliquod obje&um, quod tald eft duntaxat refpe£tu
rioftri. Id ipfurri diceridum quoque eft de voluptatibus, ac doloribus, qus non
funt nili totidem rea&iones tiobis confonse, vel diflonas,
ddeoque nobis folis tiiric temporis relate 4 Nihil enim in ipfis quidquam
abfolutuni concipiendum eft i 44 Decipimur dum ideas abftra&as, ut Dei,
hominum, Sc corporum aSiones habentur ejufdem generis i licet toto coelo
inter fe diftinguantuT Item durii ideas fpirituales putamus
materiales, uti funt Angeli, Dsmones, 8 c c. 6. erramus dum qua: vinita
funt, feparata judicamus; et cotitra quæ fola mente fepararitur, natura
conjun£Ia putamus Primi generis errata funt tot Poetarum fabellæ ^ atque
commenta. Secundi autem gerieris * funt tot Romanorum Dea:, et Dii, ut
juftitia i Visoria, Fortitudo, Februa, Jupiter Terminalis, Mentis ortu, ac
progrejjtb. icj liatis, Feretrius, et c. 7. false judicatur, si relationum
ideaj ignorentur, ut in malorum origine; in Dei natura, pradcientia. Etiarri
falfo judicatur fi hypothefes habentur vera», priufquam ad praxim revocata;
fuerint. Hujufmodi funt ACCADEMIA ideaj innata;, noftra intuido in Deo,
qua; Malebranckio placuit
Woowardi, Wiftoni j et Burnct systemata, aliaque hujufce
commenta pene infinita, potius delirantium fomnia,quam Philosophorum opinions.
His. 9. additur, quod ex meditationis defe&u facile erramus. Si ut
abfolute accipiantur, quæ ex quodam circumflandarum concurfu intelligenda
funt. Hinc male quis ntentis gradus ex fortuna determinabit. Facile
decipitur fi a particulari idea ad univerfalem flatim afcendatur, quin
omnes fpecies et genera percurrerit. Quis
enim dicet literulis grajcis imbutunl etiam cordatum efle virum, et solida,
magriaque cogitantem? quis Philosophum putabit etiam bonum agricalam quis denique Cafuiftam etiam Theologum,
philofophum, hiftoricum, atque æconomicum Præterea decipimur, dum ea
t quas De errorum qux non intelligimus, infipienter,
atque obftinato animo negamus. Decipimur, cum ea quaj nobis funt
contraria, fpernimus, minuimus, damnamus novitatis amore: Scepticifmi
fpiritu inconfiderat. Erratur ex argumenti analogia, five ex rerum
fimilitudine: Ex libertatis abufu: iB. Ex nimia curiofitate: ip. Ex nimio
defiderio nos diftinguendi a reliquis hominibus faltem ejufem ordinis. Ex
partium ftudio,quod 3 uibufdam temporibus, ac locis nos luificat:
Pro privato emolumento, quod nos oblivifci facit ipfa naturæ ligamina, ut
liberemur ab interioribus fenfationibus moralibus. Denique quodam ambitionis
fpiritu, quo in noftro cerebro veluti mundum univerfum concipimus, cujus
nos centrum evadimus, lætamur dum aliorum opiniones circa nos gyrant,
atque ceu deliquia pati obfervamus. Di Mentis ortu, ac progrejftb',
iop' De erroribus ad animi ftgna relatis i OUnt voces, aut
vocabula totidem ANIMI INSTRVMENTA, VEL RERVM SIGNA. Cum autem voces considerari
possint tam solitariæ, quam simul junctæ, tum simplici tum compotita ratione,
hinc fit, quod totidem modis in iifdem intelle&us errare poterit, ut
ex fequentibus. Primo erramus cum vocibus utimur, quæ pmnis omnino
fignificationis funt expertes, ut entelechia, quam adhibuit LIZIO. Cum
utimur vocibus ex fe clariflimis, quæ tamen unione fiunt OBSCVRÆ,
ut circulo Quadratus, corpus spirituale. Si voces adhibeamus ambiguas, ut
anima, cujus idea varia philofophorum placita fequitur: Si putemus
abfolutas voces, quæ sunt vere relatæ, ut pulcritudo, deformitas, vitiositas,
justitia. Erratur, fi eidem vocabulo eadem vis tribuatur, etiam in maxima
locorum, ac temporum diftantia, yt pileus, calceus, navis, theatrum: fio
LcRio Itl, De errorum Si verba nova, yel METAPHORICA, vel emphatica
adhibeantur, quin fit neceffarium. Si vocibus utamur vis INDETERMINATAS, ut
odium, amor, voluptas, dolor, sensatio, qux temperamentorum, atque habituum
ratipnem conftantiffime fequuntur. Si termini adhibeantur, qui res minime
intelligibiles DESIGNANT, ut infinitas, xternitas, preatio, annichilatio
Earumque progrefftbus. Tertio quoque intelligitur, quod, ex duabus propositionibus
una esse potest altera probabilior; unaque altera verifimiiior. Primi
generis eft hæc: Cupcrniei hypotbefis eji fyjiemate Tyconis probabilior.
Alterius generis eft fequens: Redi opinio eji vero fwiilior, quam illa
Le•wenoekH. Quibus ita i:itelle£lis, priufquam invenienda: veritatis regulas in
madium proponam, opera pretium duco quædam de ipfa veritatis nota, five
criterio adumbrare. De veritatis cujufque generis nota. Veritatis
nota ab aliis in V. Tolis fenfibus, ab aliis in fola mente, ab
aliifque denique in utrifque ponitur. Cartesius. vero in rerum evidentia. Ex
quo fit, quod Cartesio est certum quicquid eft evidens. Contraque
omne evidens eft quoque certum. Quapropter evidentia certitudinem, et hæc
illam efficit. At fi Cartefius interrogetur, eique dicatur. Quicunque
judicat, ac De veritatum ortu, ac ratiocinatur, putat fe clare, atque
evidentiflime percipere, ac judicare, quis itaque evidentiam ipfam tutam
reddit: quis meam, quis aliorum evidentiam in tuto ponit, cum ipfa
fenfibus, ac cujufque lumini fit proportionalis. Itemque,ii evidentia omnia
certitudinum genera tuta redderet, primo ipfa non deberet habere gradus;
at evidenti phyfic® pr*ftat mathematica, physica autem morali prævalet. Præterea
fi evidentia exifteret, nufquam efle deberent in collifione du*
evidentiæ. At fuperfleies taftui convexa eft oculo plana: quod eft fal
vifui eft: faccharum palato. Ipfeque Jacob erat Efau taftui, Jacob
autem Jfaaci auditui. Quid denique multa? Quilibet fenfus cum fe
ipfo confligatur. Qui pi&uram adfpicit, videt in ea antra, fluvios,
urbium rudera, pontes, præliaque magis minufve diftantia, attamen eadem
et plana tela omnia limitat, ac definit. His
omnibus addi poteft. Quod corporum exiftentia ex fenfibus habetur. At hi omnes
jam demonftrati funt fallaciflimi. Ipfa itaque corporum exiftentia
videtur- e fle incerta. Earumqne progrejjibus Secundo ft daretur certitudo,
ea eflet omnium temporum, ac locorum.Verum ipfa eft relata, haud
abfolura. Si ipfa exifteret faltem uni eidemque homini videri poflct
eadem. At noftra fenfuum conftitutio, mutabilitas, atque ipfum mentis
lumen mutantur perpetuo. Nequit itaque efle eadem. Denique fi
evidentia certitudinis eflet nota, ea efle deberet veritas primitiva, quaz
.mihi deberet oftendere secundariam; verum Cartefius dubitando ad evidentiam
pervenit. Dubium itaque potius, quam evidentia eft certitudinis
cujufque generis nota. Hinc Ariftoteles primo metaphyficorum libro
fcripfit nos dubitatione veritates pofle confequi. Dubitationes enim funt
veluti quidam nodi, quos ft quis non videat, (cientia: five
veritatis non eft capax. At hoc pofito nonne eflet perabfurdum ex
dubio fcientiam prodire. Ex quibus facillime eruitur, quam
inconfiderate nomen doftiflimi, et fapientiflimi, non dicam GALILEI (si veda),
Leibnitzio, Newtono, fed cuilibet alteri tribuatur. Quis enim omnia (civit, aut fcire ppteft? De veritatum
ortu. Sed ex huc ufque expofitis, nemo velim deducat, non dari
cujufcunque generis veritates. Nam etfi veritas abfoluta nobis
defit, non autem relata, qua prope infinita fcimus. Revera qui poterit
dubitare, de tot corporum, quibus undique premor, exiftentia ? Nihil
refert, quod materiæ natura, vires, energia, et combinationes me lateant, cum ad horum omnium
exiftentiam comprobandam mihi fufficiant folas mei animi interiores
commotiones. Exiftit ergo certitudo phyfica ITEMQVE CVM HOMINES INTER SE
CONVENERINT SIGNIS 4, 10, ioo. illas indicere quantitates, in quibus numerus
tinus, quatuor, decies, et centies repetitur, quis me poterit reddere
dubium, centum eflfe decuplo majorem numero decem Poftremo antequam ego
Romam ivifiTem, hilari animo de ejus rebus peregrinis loqui audiebam.
Quum viferera, eandem inveni, ut millies et audiveram, et legeram
Quæro 11 id dpfum mihi dicatur de .Mediolano, de Florentia, de Bononia,
deque Veneriis, eccur narranti non credam ? Itemque hiftoricis
antiquis de Babiloniis, Hetrufcis, Samnitibus, E arum que
prorejjtbus Tarentinis, Gallis poft tot fecula jam elapfa tam multa
narrantibus fidem habebo? Præterea tot recentiflimis hiftoricis
afferentibus effe antipodas, Indos, tam orientales, quam occidentales, aliofue
non credam? At hæc denegare, infani eft. Exiftit itaque evidentia,
quacum veritatum cujufcunque generis certitudo facillime nobis
innotefcit. c a p. m. De veritatis natura, ejufque divistone.
Omnis propofitio ex fe confiderata, V^/ vel efl vera, vel falfa. Ad
nos autem relata vel eft nerta, vel incerta. Etenim nos concipere
poffumus majofem, vel minorem relationum numerum inter duas ideas,
quæ eafdem ligant. At fub primo afpeflu nullius effet utilitatis: juvat
itaque veritates speculari fecundum noftras cognitiones. Hinc veritas
fuperius definita fuit: quædam noftrorum judiciorum congruentia cum
rebus, vel cum earundem relationibus. Quod fi veritas eft noftrorum
judiciorum cum obje&is exterioribus conformitas, V De
veritatum ortu, tas, ipsa igitur eft dependens. Nam ubi defunt
fenfationes, deefle quoque debent cogitationes; atque ubi deficiunt
cogitationes deficere etiam debent veritates Logic*. Contra veritates ætern* in
rerum relatione conftabilit Dei voluntate, qux natura fua
immutabilis, etiam noftris cogitationibus omnino deftruftis, exiftunt.
Ulterius idearum obje&um dupliciter menti noftræ eft conforme, vel
interius, vel exterius. Namobje&um, ad quod cogitamus; vel ex noftra
ipfa cogitatio; vel exiftentiam realem habet. Prima veritas dicitur 'interior, altera exterior. Ex
quo fequitur, quod omnis veritas exterior fit quoque interior. At
non contra. In veritatum porro inveftigatione, vel a principiis eas
deducimns; vel ab eorundem conclufionibus. Primo modo ad veritates
pervenimus intuitionc; alio modo vero ratiocinatione. Ex quo fit, quod
duo veritatum genera habeamus. Primum eft veritatum objettivarum, five
intuitivarum. Altera vero abJhaSta, et difcurfiva y qu* in idearum
connexione confiftit. Ex quo facile deduco, omnes fcientis
eundem certitudinis gradum habere polfe, nam quot quot fcientiaj, artefque
dantur, uniEcrUmquc progrejjtbuiUnlvefa; logicas veritates continent
adeoque evidentias capaces. Hinc ethica, metaphysica, Politica, aliasque
demonftrari quoque poflimt. Reapfe ^Ethicas auSor quinque libris
comprehenfas. impietatem fuam ex falfis priilcipiis oftendit. Identidem
fecit Hobbesius; denique Wolfius univerfa. ejus perquam prolixa opera
etiam methodo mathematica confcripfit. Itemque in hac tanta rerum
varietate, fervatur quidam ordo, qui Dei voluntati eft omnino conformis;
hujufmodi veritas dicitur metaphyfica, Qua; fane veritas est prorfus
extrinfeca, nullimode dependens a noflris cogitationibus, ideoque eft
abfoluta, atque asterna. Poftremo veritas moralis aliorum fidei
innititur, nempe ipsa est, fpiritus noftri perfuasio narrantium
auftoritate conifabilita. Ex his, quæ ha&enus summa cum
brevitate expofui, apertiflime eruitur, quod veritas fit tanquam totum
quod ex omnium relationum complexione deducitur, quas funt inter ideas.
Ex his quoque intelligitur, quod fi omnes idearum connexiones, vel
contradi&iones nobis innotefeaut, tunc habebimus veritatis
certitudinem. At fi {"dummodo totius aliquam partem agnofcamus, non e rit
veritas, fed probabilitas. Qua: ita delibatis, reliqua profequamur. De
certitudine tam intuitiva, quam demonslrativa, probabili, 0 nc ’P'° met h°dus eft via,five ordo, quo vel
incognita invenimus; vel inventa aliis communicamus. Quibus in re
vel a partibus ad totum; vel ab hoc ad illas proceditur. Si primum,
methodus dicitur analytica, fi alterum fyn4 et hic a. Primus modus ex rebus
manifeftis, et fimplicibus procedit ab obfcuras, compofitas, et
IMPLICITAS. Contra alter: ut ia corporis humani anatome, fi omnium
primo difquiram univerfa fluida, deinde folida, ex quibus poftremo
deducam, corporis humani ftructuram ex fluidis, ac solidis conflari,
perquam ordinate dispositis. Quod fi hæc vellem aliis enucleare,
principio dicam corpus humanum ex fluidis. Earumque progrejjibus. dis, Sc
folidis conflare, tum fingula exponam. Ex quibus fane intelligitur, quod
primus modus pro re invenienda, alter pro eadem explicanda infervit. His
ita expolitis ad propofitum accedamus. Primo certitudo phyfica eft quædam
noftri judicii qualitas, quæ forti invi£laque relatione nollrum fpiritum
neceflario unit cum propofitione, quam nos affirmare, vel negare volumus.
Hujufmodi certitudo fentitur tam in omnium corporum exiftentia, quam in
eorum fenfationibus, late, fufeque in prima leflione
pertra£latis. Ex quo primo fequitur, hanc certitudinem fequi debere
nollrorum fenfuum rationem, obje&orumque prelftones. Secundo
fequitur, quod fi fenfuum organa ftnt vitiofa,vel non fint in debita
diliantia, obje&a non poffunt videri clare-dilfin£fa, ut in myopis, Sc
presbytis. Tertio fequitur, quod fi unus fenfus non fufficiat,
necelfe elf, ut adhibeatur alter. Sic fi vifus non diftinguat,
utrum mafla aliqua fit necne metallica, adhibetur, etiam
taffus. Quarto requiritur, ut medium, per quod lux tranfit, fit
omnino fimplex, i en LefDe veritatum ortu, en ratio, cur
remus in aqua videatur fra&us. Quinto requiritur quidam lucis
gradus pro vifione fufficiens, alias objeftum non videtur, uti revera est. Sexto
convenit obje£la afpicere fecundum omnes eorundem fitus. Poftremo
requiruntur perferiora inftrumenta, quæ oculis funt maximo adjumento. Hæc de
certitudine phyfica, f«tpiitur demonftrativa. q’ a p. v. De certitudine
dcryonjtrativa. Ri nc ipi° demonftratio nihil aliud JL eft,quam
videre, num prædicatum conveniat, necne, fubje£lo.Qu2 relatio dum a
definitionibus, poftulatis, atque ex axiomatibus deducitur, vocatur
direBa. Si autem aliqua contradi6lio, sive absurdum ostendatur ex proposito
principio oriri, vocatur demonftratio indire&a, Primi generis funt
pene omnes Euclidis propofitiones. Secundi vero funt fexta,
feptima, alixque qpamplurim ejufdem roris. Earumque progrejjibut. Ttemque
veritas vel ex efie£libus, vel cx caufis eruitur. Primo cafu dicitur
a pofleriori, in fecundo a priori. Ad primum genus referuntur omnes illas
veritates, quas ex obfervationibus, atque experimentis detegimus. Sic Redus
deduxit, omnia infefta oriri ex ovis. Ad aliud porro genus
referuntur omnes philosophorum hypothefes. De omnibus fingillatim dicemus.
Qui fibi proponit perpendere, num aliquod prædicatum fubjetlo
conveniat. Ex integra definitione, vel ex ejus partibus
propofitiones accipiat pro fyllogifmorum catena conficienda. Si circa
idem obje£fum habentur axiomata, vel poftuiata, vel alis propofitiones
jam demonstratæ, iifdem uti poteftin minoribus fyllogifmorum propositionibus.
Data propositione, quæ sibi cum aliis est medius terminus communis,
revocatur ut fiat major in alio syllogismo. Cum his præmissis
uniatur alia ex antecedentibus jam nota. Tandem quotquot funt
propofitiones ita inter se conne&antur, donec ad syllogifmum
perveniatur, ut ejus conclusio sit ipsa propositio, quam demonfirandam
fufcepimus. Hinc fi quis, I 2 ostendcre v-llet illud ipfum, quod habet
Horatius in fatyris: nemo fua forte contentus; hunc ia modum procedat.
Def.i. Felicitas eft ille hominis cujufque ftatus, quo omni ex parte eft
contentus, cuique ftatui nihil addi, vel detrahi. poteft. fuffiEatutnque
progrcjpbusl fufficientem alicujus effe
quz in eo locum habent. Prsterea notandum, 'quod fi duo effectus
quandoque fuerint conjungi, fequi non debet eofdem femper effe fimul. Ex
g. apparet Cometa id nostro horinzonte, ergo ærumnæ in familiis, in
imperiis ? aliquis literatus eft facinofofus, literæ igi* tut funt
Civitati detrimento? Si vero attributum rei adhæreat, tunc concludendum, quod
res ita fit. Sic EVROPÆVS non est fua iotte
contentus: de fua forte querantur etiam Africanus, Asiaticus, atque
Americanus. Nullus itaque homo vitam ducit omni ex parte beatam i
Id ipfum dicendum eft, fi propofitio sit hypothetica, dummodo ex
repetitis experimentis proveniat 4 Ita homo, qui a temperamento
cholerico dominatur, ad crudelitatem natura rapitur. Sed an vere
fit crudelis, observanda est ejus vita, aliter erratur; etenim inftitutio
naturam pote ft j fcttruthcjue progrefftonibus i 1 jj tert
immutare: ex quo intelligitur, quod propofitionum univerfalitas a
repetitis experimentis, atque obfervationibus derivatur At quo pa£ta> a
caufarum cognitione ad effe&us ratiocinandum sit, videamus. Primo necefle
eft, ttt omnis efFe£lus fit caufaj proportionalis, fcilicet fi
duplex, vel triplex fit effeftus, dupla, vel tripla efle quoque
debet caufa. Denique erir phyfica, vel moralis, fi effe&us fuetit
hajufmodi. His propofitis, fit igitur. Defii.Deus eft em perfetfijfimum
Earumque progrejjtbm. tatorum eft capax. Sane quidam Aftronomi afleruerunt,
eandem efle habitatam. Prima eifc intrinseca, secunda extrinseca. Denique
verifimilitudo eft illa, quæ reperitur infra certitudinis
dimidium: Itemque illa probabilitas, qux certitudi, dinis dimidio
ajquivalet, dicitur dubitatio. Primi generis eft hæc: Petrus mihi dixit, me
vicifle centum fcuta, fi hoc eft verum illi fpondeo. En
verisimilitudo, fin autem spondeo Dubia mihi videtur notitia, nam ex
utroque latere æquantur. Sed quidnam requiritur, ut refle probabilitates
fupputentur. Primo neceffe eft videre, num quod quæritur fit poflibile.
Secundo adcurate fupputandi funt omnes refiftentiaj, vel difficultatis
gradus. Ex.g. morietur ne Sinenfium Imperator in novilunio Aprilis
hujus anni currentis? ut hoc problema rite refolvatur, fupputandus eft numerus
civium: Imperatoris ætas, ejufque vita, deinde fi dari poffit aliquis æris
influxus perniciofus: medicorum peritia: aliaque. Tertio notandum,
quod fi in quæfito ex duabus fyllogifmi præmiffis, una fit certa,
altera vero probabilis, conclusio quoque esse debet probabilis. Sia autem
ambæ præmiflæ fint probabiles, conclusio continebit probabilitatem
probabilitatis. Sic unus tertis oculatus habet dimidium probabilitatis;
qui illum audivit, et ex eo narrat, habet dimidium primi; fcillcet
dimidium dimidii, hoc eft quartam probabilitatis partem. Denique fi
illud ipfum narrat tertius, hic habebit dimidium dimidii, nempe ortavum
probabilitatis gradum. Et fic deinceps, At ex omnibus probabilitatis
generibus, quæ mihi maxime cordi funt, iunt historia, 8c æconomica, in
quibus vellem ut confenefcereot juvenes, nam prima eft objertum
innumerabilium domi, militiceque fartorum. Quæque nos reddit yeluti
præsentes omnibus temporibus, a q J ocis. Hoc uno facilique medio
quin pniverfam telluris fuperficiem cum tot vita? difcriminibus, ac
fumptibus peragremus, difcimus quicquid in ea agitur ab abfentibus. Hinc
ex ea cognofcimus Imperiorum origines, formulas, leges, vires, artes, scientias,
vicisiitudines, In æconomia autem eft major fupputandi
utilitas, etenim ex hac fupputalione habei.ur navium numerus, terrarum
m flatui nocet ? determinanda eft relationis quantitas. Revocato ad hæc pauca universo ratiocinii mystefio, sequentes
regulas – REGULA – cf. H. P. Grice, “The rules of the conversational games: how
to make the moves” -- Dialectici proponunt, ut ejufmodi quæsita enodentur. Reg.
In cujufque quaditi fdlutiorte omnium primo determinanda eft vocabulorum
vis, maximeque fi ea fmt IMPLICITA. Statim legis hujus neceflltas
intelligitur, cujus negligentia etiam apud scriptores magni nominis
contentiones perpetuas produxit. Definiantur luxus, libertas, inanitas,
prafcientia divina, et eradicatæ erunt decertationes. Vocibus
definitis, animadvertatur. Regula Semel determinata vocabolorum vi, non
amplius convenit ab ea recedere. Quamplurimi hac in re aberrarunt. Vox
Deus apud ipsos dell’ORTO, Sc Manichteos non fonat idem. Apud Hobbesium
natura jura non semper significant eandem rem. Quid multa. Cartesius ipse
materiam fubltilem varie accepit# Videatur praterea. Reg. Si quzfitum fit refolationis capax. Quo expenfo,
exquirendum K 3 dein 't Tt > v m De veritatum
ortu, deinceps est, num totum, vel ex parte, limites capacitatis
humanas, vel tua; trafcendat. Si primum deferatur
inta&um, ut in intelligenda unione mentis cum corpore. Sin alterum te ipfum concute, vel alios te
praftantiores, ac seniores interroga. Quam regulam fi fciviflent tot
Jiterati viri, non confenuiflent in tot tantifque quadliunculis
inexplicabilibus, atque inutilibus, neque poli tot foculorum focula
etiamnum eas ad manus haberent. Uti
eft malorum origo, humani foetus conceptio, vis elaftica, attraflio, et cetera!
Quid fi quicftio fuerit folubilis. Reg. Videndum, num qurefitum fit fimplex,
vel compofitum. Si compofitum dividendum eft in omnia e/us membra
poflibilia. Ex quibus, inutilibus membris refecatis, alia fic extrincentur, ut
unum membrum alteri præluceat, ac contineat. Sic in hoc quæfito: luxus
eftne flatui utilis? videndum eft. 1. Si flatus, fit Monarchicus,
vel Republicanus; deinde num ex propriis, vel exteris artificibus, ac materiis.
Tertio si ex propriis, videndum ultimo est num artes primis. Enrumque
progr cjjibus. qu?e raro habetur, probabilitas querenda eft. At non
evulgari debet nifi tanquam veritas probabilis. In quo cavendum quoque
eft, ne hypothefes ut thefes habeantur. Eft ha&enus incertum, num
terra, vel fol moveatur. Ergo ad probabilitates recurrendum. Itemq. ex variis
veritatibus probabilibus quæratur probabilior, ut Redi hypothefis eft
probabilior animalculis fpermaticis Leewenhoeckii. Reg. Obfervandum porro
eft quxfiti genus, nam (i fit de rebus phyficis, fenfus, exprimenta, atque
observationes funt interroganda. Si de rebus» abrtra&is, rationem
interroga; fi denique de rebus fa&is, confule Codices faftorum. Reg.
In confulendis autem codicibus, funditus fciri debet lingua, in qua
Codices fuere confcripti. Ac cavendum a tradu&ionibus vulgaribus, aut
Lexicis communibus. Ad hoc rite, re£leque intelligendum fufficiet legere
Ciceronis orationes a DOLCE (si veda) IN LINGUAM ITALICAM CONVERSAS: Quininno
LUCREZIO (si veda), et VIRGILIO (si veda) verGones. Reg. Ad intimiora
fcriptoris fenfe 1^4 Lett. IK De verttatuni ortu, fenla
penetranda, præter linguam, fac etiam fcias fcriptoris patriam ætatem,
fæculum adfe&us > ftudia > exercitationes t Quorfum ha;c
omnia. Nam ea mirum quantum influere poflunt ad au6loris
intelligentiam .Quicunque enim fcribit his viribus occultis non modo
movetur, fed etiam concutitur. Ergo horum omnium cognitio maximopere prodeft. Id
libentiflime oftendetem ex multis kriptorum omnium fententiis, atque
opinionibus, fi in te tam clara teftibus indigetem Reg. Non unum
aliquod Scriptoris opus diligentiffime verfandum. eft, fed fumma
indufiria legenda iunt omnia ejufdem fcriptoris opera. Quod fi de
ejus fertterttia nihil confiet: Tunc vel totum 'tei ice s vel
dubita. En potiflima ratio, cut innumeri ltt judicando errent Id ex eo maxime provenit quod Vel
integrum librum non degunt, vel non intelligent. At quid fi fcriptor
de aliorum opinionibus j vel fa 4 ftis agat? Eimmque progrcjjibus. Reg. Tunc quære
primo an fcire potuerit. An fuerit perspicax.
An in judicando adcufatus. An in referendo fincerus. In quibus omnibus
vel eorum uni fi defecerit, fidem ei denega; fin minus, eundem habe
aptum, ac VERACEM. r* Duo Vtllani, mundi hiftoriam fcripferunt.
Sed fciveruntne quæ in eorum funt libris ? maximis fcatent profeflo erroribus. At
non fic Guicciardinus. Quid vero fi quamplurimi ex uno hifiorico acceperunt?
Quantum ipfi valenf? Reg. Si quamplures ex uno hiltorico fua
traxerunt, Omnes fimul va- • 1. lSnt, quantum ille unus, ex quo transcripta
fuerunt omnia. Quod fi clare confiet, fcriptorem fuifle faflt
fcienthTi. mum, in cognofcendo p^jfpicacem, injudicando adcuratum,
ad denique irt referendo fincerum, adtribenda eft illis fides. Reg. Turtc
obferva an liber fit fpurius vel genuinus; an interpolatus, vel
mutilatus. Si fpurius, eum reiice: fi genuinus eum tene. Si interpolatus,
additiones nota; fi denique mutilatus, lacunas agnofce, et diftingue, poftea fi
poter is etiam reftitue. LcR.
Di verir arum nrfu, Primo liber eft fpurius,five a Reg. Oportet
perpendere, num Deus loquutus fuerit: Cui : Quo loco: Quando: Quid: Si ccnftet reapfe locutum
efle, videndum infuper est, num quæ
dixerit ad nos incorrupte ac genuina, vel interpolata, aut mutilata
pervenerint. Itemque fi verba pofiint varie interpretari, tunc nemo
fut> arbitratu temere ea intelligat, fed unius ecclefiæ Catholicæ
judicio standum erit. Hujufmodi est methodus analytica, quæ non infervit
modo pro veritate LcH. De veritatum ortu, tate invenienda, fed
etiam juvat pro cujufque feriptoris fcientia definienda. Internofeimns enim ex regulis propofitis, qui scriptores
sint ferviles, fuperficiales, duri, difficiles; qui profundi,
nobiles, clari, folidi, philosophi. Itemque inter nofeimus qui habendi
fint optimi fpi ritus, peregrini. Sed ex quo tanta feribendi varietas?
Refpondetur, Hæc varietas partim repetenda eft ex corpore, partim
ex fpiritu humano. Secundo attentio non est eadem in omnibus, neque
fenfuum difpofitio eft omnino conformis, Denicjue hominum
inftitutio, habitus, exercitia, cultus in infinitum variant. En feribendi
varietas. His omnibus accedunt sensuum usus, meditandi adfiduitas,
librorum Icilio, literatorum virorum frequentia, itinera, experimenta,
obfervatipnes, Itemque ad hog conferunt Geometriæ, atque arithmeticæ ftudia,
quorum primum reddit faciliores idearum combinationes, aliud nos
adfuefeit ad eafdein inter se colligandas. §.ido. Ex his
omnibus oriuntur artium, fcientiarumque progreffus. Ex his ratiocinandi
robur, CLARITAS, atque ORDO. Ex E arumque progrejftbusl his denique
politica arcana referantur, fuperditionis myderia evanefcunt, ignorantiæ velum
vel retrahitur, vel in minimas partes fcinditur. Reliquum ed, ut de modo, quo veritas inventa aliis
com-i» municatur, fedulo pertrahemus, De regulis, quibus explicanda
ejl veritas. LcH. IV. De veritatum ortu, Reg. Magister
{^caveat. ne sophismata vel paradoxa vel IMPLICATURA sive DISMIMPLICATURA,
wl do£lrinas novas auditoribus proponat, nam juvenes hifce femel imbuti, facile
in turpiflimum fcepticifmum incidunt. Quin imo. ltudiofe doceat, qui libri fint fcepticQrum,
ut eofdem vitent. Reg. Modum doceat, quo legeqdi funt libri, ut mentem
au£loris, et fpifitum confequi poflint. Qua in re, juvat le£lio
alicujus libri, atque a magiliro notentur omnia ? ut difcipuli
proficiant, Reg, Doceat, quod pro aliqua hitfaria legenda, addifcantur
prius chronolqgia, ac Geographia; itemqu® asthica, ac politica,
alias nihil proficient Reg. In fiiftoria literaria, cure? -ut
juventus prima veluti rationis (lamina in omqihus artibus, ac scientiis
agnofcar: faciat deinde notare earum progrefliones, atque quibus ex caufis a
maximo ad minimum devenere gradum, Reg. Præterea homo eft natura i
nertiflimus, ergo quantum ipfe ell, totum edftcationi debet' adeoque
magilter eum fedulo inftituat, maximeque io praceptis yit* civilis, nam
fi cum non Earumque p rogrejfibus non poterit efficere philosophum,
faciat faltem bonum, et pium civem Nam fine fpiritu patriotico homines fe
mutuo deftruant, et fine religionis idea, erunt Deo ingrati, aliis vero
hominibus pemiciofi. Reg. Sed fupra omnia ju-ventutem ad laborem horetur,
et adfuefcat, atque erga alios reddat benevolam; nam hxc duo funt focietatis
veluti fulcra, qua: corpus civile fullentant. Reg. Itemque
exciretur in juvenibus amor erga genitores, qui habendi funt totidem Dii
terreftres;ex quo amor, et obedientia in illos oriri debent. Reg. Infuper
qui alios docet, excipiat animo grato juvenes, eof que curet reddere
meliores, tam in eorum parte phyfica, quam morali. Quo
aoftrema cujufque generis fit, fo!a multiplicatione, .ac divifione, scilicet sola
additione, æ fiibtraftione conficiatur. Sequitur
omnes arithmetica; regulas ad falam additionem, ac subtractionem reduci. Dialectica
tantopere a Græcis exculta, deinde a noftris poli literarum
inftaurarionem, ad inftruendum Intelle£hira, ut omni loco, ac tempore
veritatem inveniat, tendit. Hinc finis ejus eft mentem perficere, errores
vitare, veritatefque fr" Legantur tabula numerica
Proflafnrafts, .ub Erwert odita, quibu% Rcduftione ad Arithmeticam.
que detegere. Sed qu est cogitandi materia, quxque ipfius
mentis vis ? atque energia. Respondetur cogitandi materiam a fenfuum ufu
provenire, qui corporum imprefliones excipiendo mentem tion modo quafi
excitant, ac acuunt, fed quoque eandem imbuunt tot tantifque rerum ideis,
ut quadam nobis incognita vi eas inter Te modo conjungens, modoque
feparans ex veritatibus notis ad incognitas deveniat. En itaque
totum fcientiarum abditiflimum mytterium manifeftatum: En fcieqdi arcana
referata : en denique ars illa pene divini, qua intelle&us fupra res
humanas fe erigens ad peleftia perfcrutanda adfpirat, Quibus 1 ex
omnibus profero intelligitur fenfationes efle cogitandi objeflum, ac veluti
materiam : mentis vero artificium in judicando, ac ratiocinando effe
pofitum. Sed quid judicium, quidve ratiocinium. Judicium eft quidam
mentis arftus bus multiplicatio, ac divifto additione, 0 fubtra&atione
abfolvuntur. • iy6ftus, quo ideas inter se ieparamus, vel eaidem
conjungimus: fic dicimus: Petrus e/i dottus: Petrus non efl ovis. In
primo judicio ne6litur do6lrina cum Petro; in alio vero disjungitur ovis
proprietas a Petro. Verum dari poliunt certitudines tam intuitivæ, quani
demonllrativæ. Ia intuitiv^s liquet judicia non efl'e, nili itidem, vel
additiones, vel fubtrafliones, hoc eft judicia affirmativa ad additionem,
negativa autem ad fubtra&ionem relerri. Quo autem referuntur
ratiocinia, ac tot vulgarissimi argumentandi modi. Ex di£lis in toto Logicæ
curfu, omnes mentis ratiocinationes fatis confiat elfe duarum
idearum relationes cum tertia: nam fi eontigprit, ut quod inter duas
ideas relatio non mihi innotefeat, tunc «afdem cum alia confero. Cui
tertiæ vel ambæ conveniant, vel minime. In primo cafu ratiocinium dicitur
affirmativum, in fecundo negativum. Sic fi quæratur; folis moles
eline ignea. Itemque plantæ funt animatæ ? neque in primo, neque in
fecundo quæfito video quid mihi affirmandus vel negandum sit inter ideas ea-
M rundem relationes, hinc ad refolvenduni primum quæfitum.tertiam
ideam veluti in auxilium fumam, ac dic^n: quidquid u, rit, ejt
igneum fol autem urit, efl igitur
igneus. In quo syllogifmo, tertia idea, oim qua duas alias comparavi, eft
quicquid curit. ut qua; eidem conveniunt, inter fe quoque conveniunt.
Itaque eidem urere conveniat tam natura ignis, quam folis. Ex quo
poftremo conclufum eft, folem efle igneum. In fecundo quasfito hanc
aliam ideam in auxilium fumam : qua ex fe moventur, funt animata. Plantæ
autem ex fe non moventur, ergo non funt animata. In hoc Tyllogifmo
tertia idea eft cx fe movere, cui convenit efle animatum, at quia
eidem non convenit plantarum natura, proindeque conclufum eft plantas non
efle animatas. Ex hifce duobus exemplis,«fit manifeftum ratiocinium
efle illud ipfum, quod in Arithmetica regula aurea, five trium, hoc
eft ex datis tribus terminis vel veritatibus notis, quaritur quarta
incognita. Sic in primo fyllogifmo veritates notas,
funt. l.Quicquid urit. Iqnis. Sol
urit. Terminus incognitus fol efi igneus. In alio exemplo. Quod ex se
movetur est animatum. Planta non se moventur. Ergo planta; non funt
ani- M nu- ruat efl quarta veritas incognita, Con itat itaque
ratiocinium efle quoque regulam nurnericam, Quantum ad cætgas argumeptandi
rationes apud vulgares cognitas, ipfe pon iunt, pifi diyerfe unius
fyllpgifmi modificationes, p. Ex quo fit, ut illud ipfum Dialectico
contingat in quxfitorum folutionibus, quod arithmeticis in fuis problematibus
refol vendis f Hi enim quartum terminum proportionalem incognitum poft
tres datos nofos, femper inveniunt vel multiplicando fecundum cum teifio,
vel primum cum fecundo, eorurpque productum yel dividunt per primum, vel
per tertium, Sic quoque Dialeftjci medium terminum varie combipando
cum fuis extremis modo directo, modoque reciproco omnes fyllogifmorum
formas conficiunt, Jtemque f; quis ratiocinii naturam per-, pendat,
inyenif eandem ad ipfum judicium referri, etenim in fyllogiljno aliud pop
fit, quam duas yoces prius ad tertiam, deinde inter fe referre, Sicuti igitur
quotquot dantur numericæ regula: omnes ad additionem atque
fubrraftionem revocantur, ita etiam omnes regula: Logica ad unum
judicium vel pegativum, vel affir s R.cduftione ad Arithmeticam
mativum, hoc eft ad ipfam etiam additionem, vel fubtra&ionem
referuntur. Hæc cum ita fint, quifque intelligit primo, quod ficuti
Diale&icus operetur in ideis, ac fenfationibus, fic arithmeticus in
cyphris numericis: Intelligitur, quod utriufque finis fit idem hoc eft
veritatis inventio Etiam intelligitur, tot regulas dari in una,
quot in altera. Denique patet mentis operationem in utraque efle eamdem 4
His demonftratis, nonne fequitur inter has difciplinas dari maximam
analogiam. Nonne Logicaj studiofo esse perquam neceflariam numericam
fupputationem? nonne denique fequitur mentem hac exfufcitari, acui
nobilitari. Quibus ita potius inchoabis', qnam explanatis, patet
numericam fupputandi rationem omnibus efle necessariam, maximeque
Diale&icis. At fi jethicas, fi oeconomicus, fi politicus fint
ejusdem expertes, habendi funt bardi, et tanquam ftipites ac trunci. Quis enim
fe ipfum regere ac vincere potuerit nifi prius proprias vires tam
phyficas, quam morales fupputaverit ? quo patfto aliquis fe
cohibere prafumat, nifi antea et temperamenti, Sc propenfionum,
&affeftuum impetum definierit ? Quomodo denique socialis, nifi
propria et aliena jura, ni fiqqe propria aliena officia ante pra>calluerit. Quid
tandem dices in æconomia civili, ac politica ars numerica cum
noftro tempore paucis rrtagiftris docenda, pauciflijnis vefo difcipulis
addifcenda eadem deferatur Q infantuli natura: humanæ afelli! Poffuntne
refle profpereque procedere a:que pes domeflicæ, ac civiles fine ulla
numerica fupputatione. Quomodo enim fciremus hominum multitudinem, qui
hunp regnum incolunt: quomodo confummatioriis quantitatem frugum copiam,
animalium fruflum, commercii extenfionem, indituri» produ^qm ? fine hac
fciremps navium numerum, regni fijperficiem, terrarum omnium produttjones,
veftigalium yim, hominum cujufque coetus lahores, vita: commoda,
fortunas, bona, atates, morbos periodicos, curationes. Penique fine
ulla fppputandi arte quisnam scire posset, hujus regni prafeqtem, ac
pme? yitum ft^tum, et quodammodo etiam futqrum pracogpofpere. Quid multa.
Non RcduEltorte dii Arithndeiicdrti. i8f fltf prafens totius Europæ
floritas 1 uni computanJi fpiritui tribuenda est. Ex di£lis igkur hanc in
apertiflimam coriclufionem venio i quod fi qui impetent, re£le
facillimeque computant, ejus regimen est philosophicum j artes, scientiæque
florere debent, atque flatus omni e parte effe debet fecufus ac potens Contraque
fi ubiqud mendici, otiosi, ignavi, fiagitiofi: fi ex flatii extrahantur materiæ
primæ atque immittantur aliorum induflria: i si ars pecuaria negligatus ac
commefcium Vilefcat: fi aftifices, agriculæ, ac laboriofi lngentiffima
ve£ligaliuni pondefe dpprimantur : fi ftupidi } Vafri, atque iftfciedtiffimi
fublimantuf, deprifnentufque holi efll et induflriofi: si denique rtlufici f hislriones
1 mimi, balatrones ifiagnifice excipiantur, literatique autem viri faceflt,
dicendunl in illo flatu artem computandi prorfus ignoraii Inoumbac itaque
huic fcrentiæ quilibet logicæ studiofus 1 iri fuifque operationibus
confenefcac Marti visum est, quantum æque paupefibi» prodefl i
locupletibus arqufe i sfque negle£U viris 1 pueris, fenibufque nocebit. Dialectica,
qu# efl afS perficienda rationis humans, a Grsecis orta Zenoni Eleati VELIA (si
veda) Parmenidis auditofi i et adoptione filio tribuitur, cujus
progfefiio f ac fata tum apud antiquos tum apud recemiftiirtos ufque ad
Abbatem Angelorium Patrem Coeleftirtum brevirtime d£fignatitur. Itemque itir præcipuis
fcripfofibus, cjuid itl iis ^culpatur, quidve laudatur fine partiurti
lludio exponitur, De origine aperntiattunt R.ationii humana, ejuj que
maximis progrejpbus, Ex omnibus animantium generibus tiobis huc ufque.
cognitis 1 unus M 4 Jio- homo vi j. 12 rationis cæteris
prsfcftat quia hujus facultatis beneficio
se ipsum, et peiie, infinita alia objefta exteriora cognofcit. Sed
quo pa£to; nifi corporum exteriorum diutinis experimentis in fuos
fenfus ? Quid fenfus, iiift qu&dam organa,- quæ nos videmus, tangimus, ac
dividimus. Verum quæ ita funt, corporea funt . Homo igitur corpore
confiat, Itemqæ quilibet homo sua natura ducitur ad veritatis investigandæ
studium, 3 d bonam comparandum, ad malum declinandum. Infuper rerum
ordinem, pulcritudinem, jufiitiam, honeftatem, liberatemque diligit. His
addite tot divina rerum inventa, tot artes, tot dtsciplinas, quæ omnia nonnifi
ab homine plumbeo materiæ solidæ, atque inertiflitnæ tribui poflunt,
Denique nonne maximum eft animo ipfo animum videre. Quare homo etiam spirito
confiat. Sed qua via is ad veritatem inveniendam contendit, ea tam theoretice,
quam practice Logicæ tironibus enucleabitur. Sensus, qui funt totidem
animi fenfationum fulcra y quibus mens veluti excitatur, concutitur,
atque augetur, re£U difiiogutmtur in exteriores, et in interivres. Primi
funt V ©mrri- eo fortius ac facilius ratiocinatur. Denique quo plures
teftes oculati, veraciores, ac Tagaciores, eo veritatum multitudo augetur.
At sapisntiffime quifque philofophatur, ii fciat, num subjectum, num
pradicatum, vel eorundem relatio eidem iit quarenda. Ad qua; tria
revocatis universis philosophandi mysteriis, curandum primum est, ut
vocabula accurate definiantur, neque ab eorum vi iemel determinata minime
recedendam. Curandum secundo est, utrum quafitum iit resolutionis
capax, alias defere. Itemque utrum simplex, vel compositum. Quibus
rite conftitutis: propofitiones omnes ita ordire, ut una alteri
colligatur ceu in catena annuli. Infuper
videndum, utrum quafiti genus fit de rebus phyficis; tunc fenfus
atque experimenta adhibe: ii de rebus abftrattis, rationem
interroga. Si denique de rebus factis, Codices consule. Verum his in
confulendis, ausiorum lingua funt callenda, atque fcienda eft illorum patria,
astas, religio, seculum, imperium, fefta, mores, adfe£lus, exercitiaque. Postremo
loco inquirendum est, jnum liber sit spurius vel genuinus, vel interpolatus,
vel mutilates. Quibus undique conquifitis,fi aliis volueris ea tam viva
voce, quam scriptis communicare, dic primo quid sit facultas tfadenda, ex quo
et quando orta, qui fuerunt ejufdem progreflus, qua: fata quique
fcriptores, eamque denique in partes diftin£te propone . Qusb
omnia ceu in parva quadam tabula funt tibi perspicue delineanda. Tum
cura, ut omnes rei nodi proponantur, iidemq. fingillatim in operis
progreffu refolvantur. Sed rite procefferis fi voces definias, fi a rebus
fimplicibus ad compofitas procedas, fi pa* radoxa devites fi auditores ad
laborem utilem, atque ad vita: honeftatem inflamtnes, fi pedantifmura quo
undique laboramur, declines. En universa informandæ rationis ars; en principia,
quibus politica arcana formidando velo obdu&a referantur; en fontes quibus
ignorantis tenebrae, ac fuperftitionis tctrificse lemures cvanefcunt. En
denique via, qua in faerum veritatis templum ingredi quilibet poterit. Verum
quid funt tot arte», tot fcientiae? Quid hiftoria omnigena. Quid ipfk
fidei regula a Christo prædicata, a noftrifi que majoribus nobis
propofita $ ni fi totidem merttis humans Computationes. Nam nifi
San&iflimam invenissent, neque ipsi, neque posteris eam
colendam commendassent, Nonne ars computandi in arithmetica
contineatur. Quotquot igitur dantur artes quotquot scientiæ omnes arithmetica
sunt regulæ. At jure merito hoc nomen ufurpat Dialectica; in qua tot
regulæ docentur, quot in altera. Principio univeffae Arithmeticae regulae sunt
additio, ac subtractio, nam ad primam revocatur multiplicatio, ad alteram
divisio. Hæc tam de integris, quam de numeris fractis. Quo ad
potentiarum elevationes ipfae non sunt, mfi multiplicationes; extractiones
vero radicum sunt multiplicationes, ac divisiones simul, hoc est
additiones, ac subtrctiones. Quid multa. Nonne ad has quoque duas
revocantur omnes trium numerorum regulæ. Quibus ita perspectis, si quis
Diale&icae prscepta perpenderit, identidem inveniet. Nam veritatis
objectum eft utrique facultati commune. Altera enim operatur in numeris,
altera in ideis. Itemque mens combinat in utraque nempe in illa
ideas, in hac vero cyphras.Rurfus omnis veritas vel est intuitiva,
vel ex idearum combinatione innoiefcit, scilicet vel addas ideas, vel eas
inter se separes. Nonne ha; sunt additio, subtractio, ac regula trium. Uti
igitur quartus numerus proportionalis cum regula aurea invenitur in arithmetica,
ita etiam quarta idea in Logica cum ratiocinatione invenitur. Quisquis igitur
Logicam voluerit optime callere, in Arithmetica; fupputationibus se terat
ac consenescat; nam. ea, ut bene Horatius: Æqua pauperibus prodejl,
locupletibus. j . æque: Æque neglefta viris, Pueris, Sertibufq nocebit. Francesco
Longano. Longano. Keywords: dell’uomo naturale, metafisica, logica. Luigi
Speranza, “Grice e Longano: esame fisico dell’uomo” “Grice e Longano: la
semiotica” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Losano:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia del
diritto romano – la scuola di Casale Monferrato -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Casale Monferrato). Filosofo italiano.
Casale Monferrato. Alessandria, Piemonte. Grice:
“I like Lossano; his research overlap with that of H. L. A. Hart, but Losano is
more interested in the philosophy and he is obviously more continental, as he
should, given the prominence of Kelsen in the field!” Si occupa di filosofia del diritto e informatica
giuridica. Si laurea a Torino. Insegna a Milano e Alessandria, e Torino. Si
occupa di storia della filosofia del diritto; teoria generale del diritto;
circolazione mondiale delle idee giuridiche e sociali; filosofia politica;
diritti umani; geopolitica; informatica giuridica; privacy; e-publishing; edizioni
di archivi storici. Pubblica un completo panorama sull'evoluzione della nozione
di sistema nel diritto dalla ROMA antica ad oggi. Cura carteggi di Jhering ed
opere di Jhering e di Kelsen. Curato
l'edizione critica delle corrispondenza di Roesler. Come informatico giuridico,
ha pubblicato un manualedi informatica giuridica e diritto informatico e un
progetto di legge sulla tutela della privacy; Presidente del "Centro di
calcolo automatico” a Milano. Altri saggi: La dottrina pura del diritto, Einaudi,
Torino; La teoria di Marx ed Engels sul diritto e sullo stato. Materiali per il
seminario di filosofia del diritto” (Milano. Anno Accademicom Cooperativa
Libraria Università Torinese, Torino); “Gius-cibernetica” Macchine e modelli
cibernetici nel diritto, Einaudi, Torino); Libia Materiali sui rapporti fra
ideologia ed economia” (Milano. Anno Accademico Cooperativa Libraria Università
Torinese, Torino); “Lo scopo nel diritto. Einaudi, Torino, Jhering, Lo scopo
nel diritto” (Aragno, Torino, Corso di informatica giuridica, Cooperativa Milano),
Corso di informatica giuridica; L'elaborazione dei dati non numerici, Unicopli,
Milano; Il diritto dell'informatica, Unicopli, Milano Corso di informatica
giuridica; Stato e automazione. Etas
Kompass, Babbage: la macchina analitica. Un secolo di calcolo automatico, Etas
Kompass, Milano Scheutz: La macchina alle differenze. Un secolo di calcolo
automatico, Etas Libri, Milano); Invenzioni francesi del Settecento. Testi
originali con 15 tavole dell'epoca, Bottega d'Erasmo, Torino); I grandi sistemi
giuridici. Introduzione ai diritti europei ed extra-europei, Einaudi, Torino, I
grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed extraeuropei,
Einaudi, Torino, I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed
extraeuropei, Laterza, Roma Bari, L'informatica legislativa regionale.
L'esperimento del Consiglio Regionale della Lombardia, Rosenberg e Sellier,
Torino Forma e realtà in Kelsen, Comunità, Milano, Automi arabi. Dal
"Libro sulla conoscenza degli ingegnosi meccanismi" (Maestri, Milano);
Automi d'Oriente. "Ingegnosi meccanismi" arabi del XIII secolo,
Milano Il diritto economico, Unicopli, Milano); L'ammodernamento giuridico,
Unicopli, Milano); Corso di informatica giuridica: Informatica per le scienze
sociali, Einaudi, Torino Il diritto privato dell'informatica, Einaudi, Torino, Scritto
con la luce. Il disco compatto e la nuova editoria elettronica, Unicopli,
Milano, L'informatica e l'analisi delle procedure giuridiche, Unicopli, Milano,
Diritto e CD-ROM. Esperienze italiane, Giuffrè, Milano, Storie di automi. Dalla
Grecia classica alla Belle Époque, Einaudi, Torino Saggio sui fondamenti
tecnologici della democrazia, Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, Istituto
per la Documentazione Giuridica, Firenze, Kelsen Umberto Campagnolo, Diritto
internazionale e Stato sovrano. L. Con un inedito di Kelsen e un saggio di
Norberto Bobbio, Giuffrè, Milano, Un giurista tropicale. Tobias Barreto fra
Brasile reale e Germania ideale, Laterza, Roma); “Sistema e struttura nel
diritto: Dalle origini alla scuola storica” (Giuffrè, Milano, Il Novecento” (Giuffrè,
Milano); Dal Novecento alla postmodernità, Giuffrè, Milano U. Campagnolo, Verso
una costituzione federale per l'Europa. Una proposta inedita. Giuffrè, Milano, "Cedant arma Un giudice e due leggi. Pluralismo
normative, Giuffrè, Milano, Funzione sociale della proprietà e latifondi
occupati, Diabasis, Reggio Emilia, Kelsen, Scritti autobiografici. Traduzione e
cura di L., Diabasis, Reggio Emilia Peronismo e giustizialismo: dal Sudamerica
all'Italia, e ritorno. M. Rosti, Diabasis, Reggio Emilia, Memoria
dell'Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche,
Accademia delle Scienze, Torino Academia delle scienze editorial memorie morali
Campagnolo, Conversazioni con Kelsen. Documenti dell'esilio ginevrino Giuffrè,
Milano La geopolitica del Novecento. Dai Grandi Spazi delle dittature alla de-colonizzazione”
(Mondadori, Milano); Kelsen Arnaldo Volpicelli, Parlamentarismo, democrazia e
corporativismo” (Aragno, Torino); Alle origini della filosofia del diritto a
Torino: Albini. Con due documenti sulla collaborazione di Albini con
Mittermaier, Memorie della Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze
Morali, Storiche e Filologiche, Accademia delle Scienze, Torino accademia delle
scienze/attivita editorial periodici-e-collane/ memorie/morali I carteggi
di Albini con Sclopis e Mittermaier. Alle
origini della filosofia del diritto a Torino, Memoria dell'Accademia delle
Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Accademia
delle Scienze, Torino accademia delle Scienze attivita editorial, periodici-e-collane/memorie
morali Alle origini della filosofia del diritto, Il corso di Alessandro
Paternostro a Tokyo. In appendice: Paternostro, Lexis, Torino I La Rete e lo
stato” (Mimesis, Milano); Bobbio. Una biografia culturale, Carocci, Roma, Kelsen, Due saggi sulla democrazia in
difficoltà” (Aragno, Torino); “La libertà d’insegnamento in Brasile e
l’elezione del Presidente Bolsonaro” (Mimesis, Milano). MAX PLANCK INSTITUTE FOR LEGAL HISTORY AND
LEGAL THEORY RESEARCH PAPER SERIES. Tra lex
e ius: le leggi razziste del fascismo e le amnistie
postbelliche. Una nota anche bibliografica com/abstract= Tra
/ex e ius: le leggi razziste del fascismo e le amnistie
postbelliche Una nota anche bibliografica. 1. Ottant’anni dalle
leggi razziali del fascismo: un anniversario nella pandemia 2.
L’antisemitismo dell’epoca fascista e il contesto delle leggi razziali a)
Il problema ebraico e lo Statuto Albertino del 1848 b) Il fascismo e la
purezza della stirpe c) Leggi e documenti razzisti del fascismo: una
sintesi . Commemorare in tempi immemori: tra condanna e nostalgia .
Un esempio: la rievocazione all'Accademia delle Scienze di Torino . Una
guida: i ricordi di Liliana Segre . Un dibattito: “l’amnistia Togliatti”
tra giusta punizione e pace sociale L’“Amnistia Azara” del 1953 e la fine
della giustizia di transizione NAUAOU Bibliografie
Libri di sopravvissuti Bibliografia sulle leggi razziali
Bibliografia sintetica sull’“Amnistia Togliatti” 1946 Bibliografia
sintetica sull’“Amnistia Azara*, Ottant’anni dalle leggi razziali del fascismo:
un anniversario nella pandemia Nel 1938 venne pubblicato il
Manifesto della razza e in quello stesso anno il regime fascista emanò
varie norme razziste che colpivano gli italiani ebrei. Caduto il fascismo,
quell’anniversario venne ricordato in convegni e scritti, ma non subito: nel
2018, “l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali antiebraiche del
1938 ha risollevato interesse e attenzione su quella pagina oscura della
nostra storia e sulla successiva rimozione, protrattasi, salvo alcune lodevoli
eccezioni, sino all’anniversario del primo cinquantennio”!, cioè sino al 1988,
quando la Camera dei [Modona, La magistratura e le leggi razziali
1938-1943, in: Piazza (a cura di), Le leggi razziali del 1938, Il Mulino,
Bologna] Deputati promosse un convegno sulle leggi razziali e Michele Sarfatti
pubblicò un’esauriente raccolta di quelle leggi e delle circolari
amministrative che le accompagnarono?. In Italia il “Giorno della
Memoria” venne istituito soltanto nel 2000: “La Repubblica italiana riconosce
il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz,
‘Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del
popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei
cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la
prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi,
si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita
hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”3. Da parte delle
Nazioni Unite, il riconoscimento del “Giorno della Memoria” venne
soltanto cinque anni dopo, nell’Assemblea Generale del 1° novembre 2005.
Nei quarant'anni dopo il fascismo “un diffuso processo di rimozione ha
nascosto sotto un impenetrabile velo di oblio il periodo della persecuzione
dei diritti” proiettando lo stigma “sul periodo della Repubblica Sociale
Italiana, sulla deportazione e lo sterminio nei campi nazisti. Quello che
è stato chiamato ‘il peso di Auschwitz? ha finito per svalutare e minimizzare,
sino a cancellarla dalla memoria collettiva, l’essenziale funzione preparatoria
svolta dalle italianissime leggi antiebraiche. Anche si
rievocò quell’anniversario: l’ottantesimo dall’emanazione delle leggi
razziali (che sarebbe più corretto chiamare ‘razziste’). Però, mentre si
preparavano non poche delle pubblicazioni legate a quella ricorrenza, e
cominciò a diffondersi la pandemia del coronavirus Covid-19. Il blocco
della vita sociale ed economica che ne seguì non solo impedì incontri e
convegni, ma coinvolse anche le imprese editoriali e tipografiche, con
inevitabili rinvii e ritardi delle pubblicazioni. Molti scritti collegati
all’anniversario delle leggi razziali persero così il collegamento temporale
con l’evento che intendevano ricordare, mentre d’altra parte subivano
interruzioni e ritardi anche le pubblicazioni che volevano commentare
quegli scritti. L’esigenza di ricordare quelle leggi vergognose era
rafforzata dalla costante ripresa degli atteggiamenti politici di estrema
destra in Italia e in Europa, nonché dal manifestarsi di forme antisemitismo
che si ritenevano ormai appartenenti a un passato lontano. Alcune fra le
più recenti di queste posizioni verranno sommariamente richiamate nel
prossimo paragrafo. L’Accademia delle Scienze di Torino ricordò l’ottantesimo
anniversario delle leggi razziali con un convegno, i cui atti pubblicati nel
2021 si aprono con una “richiesta di scuse per il ritardo della
pubblicazione di questo volume rispetto alla data di svolgimento del
convegno al quale hanno contribuito le difficoltà connesse con la
pandemia Covid-19”5. Questa situazione comune a molti altri scritti di
quel periodo — mi indusse a [La legislazione antiebraica in Italia e in
Europa. Atti del convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma,
Camera dei deputati, Roma Sarfatti, Documenti della legislazione
antiebraica. I testi delle leggi, cfr. infra, nota 36. 3 Art. 1
della Legge, n. 211, Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello
sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati
militari e politici italiani nei campi nazisti. 4 Neppi Modona, La
magistratura e le leggi razziali Piazza (a cura di), Le leggi razziali del
1938, Il Mulino, Bologna] riunire alla fine del presente scritto le indicazioni
bibliografiche che andavano disperdendosi nei mesi della pandemia:
indicazioni che si rivelarono particolarmente numerose perché intendevano
non soltanto rievocare il passato, ma anche — attraverso la rievocazione —
contrastare il crescente manifestarsi di atteggiamenti di estrema destra.
Queste pagine si presentano dunque come un dimesso apporto documentario,
cioè come un contributo umile ma, spero, utile per una futura storia del
diritto contemporaneo6. Dopo aver ricordato nel prossimo $ 2 l’evoluzione
dell’antisemitismo in Italia, il $ 3 si sofferma su alcuni recenti
episodi soprattutto italiani di chiara simpatia per i regimi dittatoriali
prebellici, mentre i tre paragrafi successivi commentano tre recenti volumi
sulle leggi razziali, sul loro contesto e sull’atmosfera dell’immediato
dopoguerra: gli atti del convegno dell’Accademia delle scienze, le memorie di Segre
e l’analisi dell’“amnistia Togliatti. Infine l’“Amnistia Azara” segna la
conclusione tombale della giustizia italiana di transizione.
Seguono quattro bibliografie: la prima sulle memorie scritte da
sopravvissuti alla deportazione; la seconda, più estesa, sulle rievocazioni
delle leggi razziali; la terza sull’“amnistia Togliatti” che nel 1946 evitò
molte tensioni in una società che usciva da una guerra civile, ma che
d’altra parte lasciò impuniti molti eventi inaccettabili; infine la quarta
sull’‘amnistia Azara, che completò il passaggio dalle amnistie
all’amnesia. Le dittature prebelliche non perseguitarono soltanto
gli ebrei, ma anche gli avversari politici (dai democratici ai socialisti
e ai comunisti) e i diversi (gli omosessuali, “le vite non degne d’essere
vissute” i Testimoni di Geova e gli zingari): di essi non è possibile occuparci
in queste pagine”. Per ragioni di spazio non è possibile esaminare
l’atteggiamento dell’Italia postbellica di fronte all’eredità tanto del
fascismo quanto, in particolare, della persecuzione degli ebrei. A
partire dal dopoguerra inizia “la costruzione del mito [...] del popolo
italiano come salvatore degli ebrei. Si precisa da subito che non si tratta
dell’invenzione di episodi falsi, bensì di un’operazione di storytelling,
che modifica la prospettiva sul fenomeno e la percezione [Un quadro
generale è in L., Storia contemporanea del diritto e sociologia storica,
Franco Angeli, Milano.; un esempio concreto di documentazione giuridica a
futura memoria è in Id., La libertà d’insegnamento in Brasile e l’elezione del
Presidente Bolsonaro, Mimesis, Milano Si vedano per esempio: Giannini, Vittime
dimenticate. Lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omosessuali e dei
testimoni di Geova, Stampa alternativa/Nuovi equilibri, Viterbo; Bravi -
Bassoli, Il porrajmos in Italia: la persecuzione di rom e sinti durante il
fascismo, Emil di Odoya, Bologna 2013, 103 pp. (in lingua romo sinti
porrajimos indica lo sterminio: il loro Olocausto); Carla Osella, Rom e Sinti.
Il genocidio dimenticato, Tau Editrice, Todi Sulla situazione attuale: Paolo
Bonetti, Alessandro Simoni e Tommaso Vitale (a cura di), La condizione
giuridica di Rom e Sinti in Italia. Atti del Convegno internazionale,
Università degli studi di Milano Bicocca, 16-18 giugno 2010, Giuffrè,
Milano); Benadusi, I/ nemico dell’uomo nuovo: l'omosessualità
nell’esperimento totalitario fascista. Prefazione di Emilio Gentile,
Feltrinelli, Milano] collettiva, portando in primo piano singole azioni
individuali contra legem [cioè contro le leggi fasciste] e mettendo in
ombra il contesto complessivo, normativo e culturale, dell’Italia
fascista e della RSI, che portò all’arresto d’ebrei. In altre parole, sino ad
oggi si intrecciano interventi politici e legislativi che pongono con
prevalenza l’accento su uno soltanto dei due aspetti. La vasta opera del
penalista Paolo Caroli dedica a questo accavallarsi di iniziative postbelliche
una cinquantina di pagine, per metà costituite da fitte note bibliografiche: a
questo scritto può rifarsi chi vuole approfondire gli eventi legislativi e
giudiziari che, dal dopoguerra sino ai giorni nostri, caratterizzano la
giustizia transizionale italiana e la supplenza della magistratura
rispetto alla politica. Il fascismo prese il potere in un’Italia che già nella
fase pre-unitaria aveva concesso i pieni diritti alle minoranza religiose
presenti sul territorio: gli ebrei e i valdesi!0. Sotto il fascismo la
persecuzione dei valdesi derivava dall’atteggiamento politico dei valdesi
stessi: non aveva quindi fondamenti religiosi o razziali, come avvenne
invece nei confronti degli ebrei. Caroli, 1/ potere di non punire. Uno
studio sull’amnistia Togliatti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli
2020, 382 pp. (Fonti e Studi per il Diritto Penale, collana diretta da Sergio
Vinciguerra e Fornasari; le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si
riferiscono a questo saggio. ? A questi temi Caroli dedica gli
ultimi due capitoli del suo libro (IV. La transizione amnesica italiana:
l’eredità dell’amnistia [Togliatti]; V. L’oblio della clemenza). I paragrafi
finali completano il presente paragrafo sulle leggi razziali del fascismo: 4.
Diritto penale e questione ebraica. Un percorso di autoassoluzione? 4.1.
La Shoah nei processi e nella legislazione dell’immediato dopoguerra;
4.2. L’innesto del paradigma eurounitario: la Giornata della Memoria e
l'aggravante del negazionismo; Il
d.d.l. Fiano: quando il simbolo [fascista] è una minaccia per la
democrazia; 5. Lo specchio della transizione degli anni ’90. Il diritto
penale per uscire dalla guerra e il diritto penale per uscire da Tangentopoli;
5.1. Un elemento di differenza fra le due transizioni: sulla maggiore
responsabilità dl legislatore; Un elemento di analogia e continuità:
l’abdicazione del legislatore e la responsabilità lasciata alla
magistratura. Sulle persecuzioni dei valdesi — che meriterebbero
un’apposita ricostruzione — ci si limita qui ad alcune indicazioni
bibliografiche. In generale: Dino Carpanetto - Patrizia Delpiano (a cura di),
L'Italia fra cristiani, ebrei, musulmani. Immagini, miti, vite concrete,
Claudiana, Torino 2020, 235 pp. Sull’evoluzione storico-politica dei
valdesi: Spini et a/., Il glorioso rimpatrio dei Valdesi: dall'Europa
all'Italia. Storia, contesto, significato, Torino, Claudiana 1988, 165 pp. (con
pdf); Bruno Bellion et al., Dalle valli all’Italia: i Valdesi nel
Risorgimento. Introduzione di Giorgio Tourn, Claudiana, Torino Sulla
repressione fascista: Giorgio Rochat, Regime fascista e chiese
evangeliche. Direttive e articolazioni del controllo e della repressione,
Claudiana, Torino; Davide Dalmas - Anna Strumia (a cura di), Una
resistenza spirituale. “Conscientia” 1922-1927, Claudiana, Torino
(settimanale protestante di Roma, chiuso dal fascismo nel 1927; il volume
contiene l’indice di tutti gli articoli e la riproduzione di alcuni di
essi); Susanna Peyronel Rambaldi - Filippo Maria Giordano (a cura di),
Federalismo e Resistenza. Il crocevia della “Dichiarazione di Chivasso,
Claudiana, Torino: documento approvato a Chivasso da resistenti
provenienti dalle valli valdesi e dalla Valle d’Aosta (di indirizzo
repubblicano e federalista: v. anche il manifesto di Ventotene, Per
un’Europa libera e unita] Tuttavia - senza voler con questo avallare il
generico mito degli “italiani brava gente” — l’antisemitismo non era un
sentimento diffuso tra gli italiani, come attestano due storie personali.
Il generale Maurizio Lazzaro de’ Castiglioni
operava sul fronte della Francia occupata: “Les juifs et les étrangers
pourchassés par les Allemands trouvent à ses còtés une réelle protection,
par humanisme certes, mais aussi pour manifester son opposition, parfois
‘musclée’ aux Allemands. Son comportement en tant que commandant de
l’occupation illustre les valeurs qui l’animaient. Il a
sans doute contribué à la réputation — au mythe ? — du ‘brave
Italien’”1!, Il commerciante Giorgo Perlasca militò nel fascismo in
gioventù; poi, trasferitosi in Ungheria e di fronte alle deportazioni
nazionalsocialiste, si finse console generale spagnolo e concesse i
lasciapassare che salvarono la vita a più di cinquemila di ebrei
ungheresi!?. Bisogna tenere presenti questi esempi individuali per
comprendere il contesto sociale in cui si inserirono le leggi razziali.
Esse trovarono meno antisemiti che in Germania, però non pochi
opportunistici spalleggiatori: “Se è vero, infatti, che in Italia gli
ebrei erano degradati a cittadini di serie b, va anche evidenziato come il
ruolo degli italiani nell’operazione di caccia all’ebreo e di collaborazione
nella deportazione fu pressoché motivato da opportunismo di tipo
economico e personale, più che da ideologia antisemita finalizzata allo
sterminio, propria invece del contesto nazista. Nei processi davanti alle
CAS [Corti Straordinarie d'Assise del dopoguerra] relativi alla Shoah,
infatti, lo scopo di lucro risulta quasi sempre presente. Mentre la
prossima sezione di questo paragrafo ricorda l'emancipazione delle
minoranze religiose nel Piemonte risorgimentale (estesa a tutt'Italia con
l’unificazione nazionale), la sezione successiva documenta come - sino a
pochi anni prima delle leggi razziali — l’atteggiamento fascista rispetto ai
problemi razziali fosse diverso da quello della Germania di allora.
Infine, nella terza sezione, vengono sintetizzate le norme razziali emanate dal
fascismo. Panicacci, L’occupation italienne, Sud-Est de la France, Presses
Universitaires de Rennes, Rennes, Cecini, Il salvataggio italiano degli ebrei
nella Francia meridionale e l’opera del generale Maurizio Lazzaro de’
Castiglioni, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, Roma
L’emissione abusiva di questi lasciapassare spiega il titolo della sua autobiografia:
Giorgio Perlasca, L’împostore, Il Mulino, Bologna.; cfr. anche Deaglio, La
banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, Milano. Negli
anni del Risorgimento si erano occupate della questione ebraica personalità
importanti come Carlo Cattaneo!3 e Massimo d’Azeglio!4. Nel Piemonte sabaudo -
sul cui territorio viveva, oltre alla minoranza ebraica, anche la
minoranza valdese — il problema delle minoranze religiose era stato risolto nel
contesto liberale che aveva accompagnato l’emanazione dello Statuto
Albertino nel 1848. Questa costituzione venne poi estesa all’intero Regno
d’Italia, rimanendo in vigore anche durante l’epoca fascista e sino all’entrata
in vigore nel 1948 dell’attuale costituzione. Lo Statuto
Albertino riconosce il principio di eguaglianza all’art. 24: “Tutti i
regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla Legge.
Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessi alle
cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi” Esso
tutela formalmente anche la libertà individuale, l’inviolabilità del
domicilio, la libertà di stampa e la libertà di riunione. Inoltre “la
Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato” (art.
1). Lo Statuto Albertino entrò in vigore il 4 marzo 1848: l'emancipazione
dei valdesi venne poco prima di quella data (con le Lettere Patenti),
mentre l'emancipazione degli ebrei venne subito dopo di essa: a entrambe
le minoranze erano così riconosciuti i diritti civili e politici. Un decreto
regio abolì i privilegi ecclesiastici ed espulse i Gesuiti dallo Stato
sabaudo. Una legge di poco posteriore (la “Legge Sineo”) precisava che la
differenza di culto non impediva il godimento dei diritti civili e politici e
l'ammissibilità alle cariche civili e militari!S, Questa era
la situazione giuridica ereditata dal fascismo al momento della sua presa
del potere e, soprattutto, della sua affermazione elettorale, quando nel
Parlamento giunse a detenere 400 seggi su 540. Iniziava l’epoca delle “leggi
fascistissime. È difficile spiegare come, partendo da questo rapporto
pacificato con la comunità ebraica, si sia giunti alle leggi razziali del
1938. Per rispettare le esigenze di sintesi di questa nota soprattutto
bibliografica, mi limiterò all’esame di un solo testo, ma importante:
l’Erciclopedia [Cattaneo, Ricerche economiche sulle interdizioni imposte
dalla legge civile agli israeliti, Zini, Milano. Questo estratto dagli “Annali
di giurisprudenza pratica” v. 23, porta sulla copertina il titolo: Sulle
interdizioni israelitiche, adottato nelle numerose edizioni successive, come
nella recente Interdizioni israelitiche. Introduzione e cura di Gianmarco
Pondrano Altavilla. Prefazioni di Noemi Di Segni, Ofer Sachs, Maurizio
Bernardo, Castelvecchi, Roma Azeglio, Dell’emancipazione civile degl’israeliti,
Le Monnier, Firenze Una sintesi di queste emancipazioni è in Alberto Cavaglion
(a cura di), Minoranze religiose e diritti. Percorsi in cento anni di
storia degli ebrei e dei valdesi, 1848-1948, Angeli, Milano Atti delle
Giornate di studio tenute a Torre Pellice e Torino] Italiana, comunemente
nota come Enciclopedia Treccani. Essa ha quindi preso forma per intero
nell’epoca fascista, che ha trasfuso in essa anni di lavoro pre-fascista
dando così origine a un’opera tuttora culturalmente valida. GENTILE (si
veda) (che a questa enciclopedia ha consacrato molti anni della propria vita,
e riposto in essa uno dei maggiori titoli della sua personale
reputazione) si muove tra due poli: da un lato, “in un’enciclopedia non
si vuol distribuire diplomi di gloria ma semplici informazioni sulle persone
come sulle cose che ognuno per qualsiasi motivo può aver vaghezza di
conoscere; dall’altro, essa nasce quando “l’Italia, per l’azione potente d’un grande
Uomo e d’una grande Idea, risorgeva per la terza volta a imperiale
potenza e riaffermava nel mondo la sua missione. Esaminando
in questa enciclopedia le voci sul fascismo e sui problemi razziali, si
nota che sino a pochi anni prima delle leggi razziali l'atteggiamento
ufficiale, riflesso nelle voci dell’enciclopedia, è nettamente distaccato
dall’ideologia dominante in Germania. Anche qui il fascismo si presenta,
secondo Alessandro Galante Garrone, come una “dittatura annacquata” dalla “italica
disposizione alla inefficienza del potere” cioè come “qualcosa di
abissalmente diverso dal rigore consequenziario del regime nazista. Il
gatto e la tigre, come mi pare dicesse in quegli anni dall'America
Giuseppe Antonio Borgese”!8, È inevitabile partire dal voce
Fascismo, scritto dal vice-segretario del Partito Nazionale Fascista, Arturo
Marpicati, e, al suo interno, dalla sezione Dottrina politica e sociale: testo
non imparziale, ma certamente autorevole, perché firmato da Benito
Mussolini!9, Nelle sei dense colonne in cui egli passa in rassegna le
dottrine confutate dal fascismo e gli indirizzi teorici e pratici di
quest’ultimo, non compare la parola ‘razza’ o ‘razzismo’; vi si legge soltanto:
“La politica ‘demografica’ del regime è la conseguenza di queste
premesse, e subito si passa a criticare l’universalismo e
l’internazionalismo. La voce Razza rivela qualche sorpresa nella
sezione Le razze umane, firmata da Gioacchino Sera, antropologo
dell’università di Napoli. Egli critica gli studi antropologici tedeschi
perché scritti “con un così evidente entusiasmo ‘nordico’, che lascia
trasparire troppo chiaramente la tendenziosità e l’inaccettabilità dei
risultati. Ne deriva un’“unilateralità dei risultati della maggior parte
di questi studi: cioè l’affermata prevalenza dell’elemento nordico nella
genesi della civiltà europea. Tale prevalenza sarebbe determinata da una
maggiore ‘creatività’ della razza nordica, in confronto con tutte le
altre, 16 Ad essi si aggiunge il volume Appendice I del 1938,
quindi ancora durante il fascismo: in esso infatti confluiscono i
vari fascicoli (come spiega Gentile nella sua Prefazione), seguito da due
volumi di Appendici, già postbellici. In queste pagine faccio riferimento
solo all’Appendice I del 1938. 17 Giovanni Gentile, Prefazione
all’Appendice Garrone, Amalek, il dovere della memoria, Rizzoli, Milano, sw.
Fascismo. La sottovoce Dottrina politica e sociale è firmata da Benito
Mussolini per esteso (mentre tutte le voci sono firmate soltanto con la sigla
degli autori) ed è scritta in prima persona: “Quando, nell’ormai lontano
marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia, io convocai a Milano i
superstiti interventisti-intervenuti] stando agli autori suddetti. Ciò senza
dubbio non corrisponde alla realtà E conclude: “Come la storia della civiltà
non autorizza esclusivismi di popoli nell’opera creativa della civiltà
umana, così l'antropologia non autorizza esclusivismi di razza. Soltanto
l’Appendice dell’anno delle leggi razziali) presenta il lemma Politica fascista
della razza come prosecuzione e completamento della voce Razza del 1935,
richiamata poco sopra?0. L'autore Virginio Gayda - direttore del
“Giornale d’Italia” gloriosa testata della destra storica divenuta in
quegli anni quasi portavoce del governo fascista — seguendo l’interpretazione
allora diffusa presenta la politica razziale antiebraica dell’Italia come
l’importazione del modello adottato dal fascismo in Africa Orientale: “Questo
tipo nuovo d’impero, che ammette nel suo territorio vaste masse bianche
di nazionali, crea anche un problema nuovo, che è quello dei rapporti fra
nazionali e indigeni” Per arginare il meticciato “lo Stato intervenne con
precisi principi di netta separazione: un decreto-legge, approvato nel
Consiglio dei Ministri del 9 gennaio 1937, vietò con sanzioni penali
[reclusione da 1 a 5 anni?!] le relazioni con carattere coniugale tra i
cittadini italiani e i sudditi dell’Africa Orientale Italiana In quel
territorio il concubinato era facilitato da un un istituto del diritto locale —
il matrimonio per mercede o pro tempore — che regolava anche gli obblighi
verso i nati dalle unioni temporanee, diffuse tra le truppe italiane23.
Questo concubinato, noto come reato di “madamato” era avversato dal
regime?4: “l'Impero si conquista con le armi, ma si tiene con il
prestigio” aveva detto Mussolini; e una circolare del governatore dell’Harar
ribadiva questo precetto con un’ineludibile alternativa: “Aut Imperium
Aut Voluptas!” La sanzione legislativa contro il “Ìmadamato”
precede di pochi mesi le leggi antiebraiche. Secondo Virginio Gayda,
questa politica si trasferisce “dal piano imperiale a quello nazionale” a causa
“di due fatti esterni: le abbondanti immigrazioni in Italia di elementi
stranieri, Appendice, Razza (sezione: La politica fascista della razza).
Ne è autore Virginio Gayda, direttore del “Giornale d’Italia” sul quale il
15 luglio 1938 venne pubblicato l’articolo anonimo Il fascismo e i
problemi della razza, che — riprodotto il 5 agosto 1938 sul primo numero della
rivista “La difesa della razza” con la firma di dieci scienziati — ebbe poi
larga diffusione come Manifesto degli scienziati razzisti, anticipando la
legislazione razziale. 21 “Conversione in legge del r.d.l., sulle
sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi”
archivio.camera.it/ inventari/scheda/ disegni-e- proposte-legge-e-incarti- commissioni-
1848-1943/ CD0000007 126/ conversione-legge-del-r-d-1-19-aprile-1937-xv-n-880-sulle- sanzioni-i-
rapporti-d-indole-coniugale-cittadini-e-sudditi Norme relative ai meticci”
LeggeCfr. anche Giorgio Rochat, I/ colonialismo italiano, Loescher,
Torino Su questo tema avevo affidato una tesi, divenuta poi libro: Marina
Rossi, Matrimonio e divorzio nel diritto abissino. Stratificazione di diritti
ed evoluzione dell’istituto, Unicopli, Milano 1982, 152 pp. (2° ed. rivista
e ampliata). 24 Mario Manfredini (magistrato), Problemi di
diritto penale coloniale nell'Africa orientale italiana: il delitto di
madamato, “Scuola positiva. Rivista di diritto e procedura penale, 1938, n.
1-2, 15 pp. (estratto); Federico Bacco,// delitto di “madamato” e la
“lesione al prestigio di razza”. Diritto penale e razzismo coloniale nel
periodo fascista, in Loredana Garlati — Tiziana Vettor (a cura di),//
diritto di fronte all’infamia nel diritto: a 70 anni dalle leggi
razziali, Giuffrè, Milano 2009, pp. 85-121; Gabriella Campassi, // madamato in
Africa Orientale: relazioni tra italiani e indigene come forma di
aggressione coloniale, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, vol.
12, Bozzi, Genova] soprattutto ebraici, fuggiti dopo il 1919 e sempre più
numerosi dall’Europa Orientale e poi dopo dalla Germania e infine
dall’Austria. Ne nasce “un duplice problema: di concorrenza molesta al
lavoro italiano e soprattutto d’influenza corrosiva creata dalla mentalità di
una razza che non può armonizzarsi con quella della razza italiana. La
formulazione di questi problemi doveva portare alla creazione di una vera
politica italiana di razza, nel senso di un’azione statale rivolta alla
difesa della purità della razza italiana e dell’esaltazione dei suoi più
essenziali valori” (ivi). Il tutto accompagnato da una vana rassicurazione: “La
politica razziale fascista riguardante gli Ebrei tende a separare la
razza italiana da quella ebraica senza assumere alcun carattere
particolarmente persecutorio. Quale sia poi stata la realtà lo
illustrano, ad esempio, le vicende esistenziali descritte nel $ 5 e nella
bibliografia Libri di sopravvissuti. Se si ricorda che ebbe luogo il rogo
dei libri nella Piazza dell’Opera di Berlino (poi Bebelplatz di Berlino
Est), sorprende che alcune importanti voci dell’Enciclopedia Treccani sulla
cultura ebraica siano state affidate ad autori ebrei sino al 1938;
proprio in quello stesso anno entrava in vigore una “delle norme per la
difesa della razza nella scuola italiana” che ordinava: “Nelle scuole
d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri
di testo di autori di razza ebraica. Il divieto si estende anche ai libri
che siano frutto della collaborazione di più autori, uno dei quali sia di
razza ebraica; nonché alle opere che siano commentate o rivedute da
persone di razza ebraica. Pincherle era docente universitario e redattore
dell’Enciclopedia Treccani, ma — a causa delle leggi razziali — dovette
esiliarsi in Perù, dove insegna a Lima nell’Universidad Nacional Mayor de San
Marcos (la più antica dell'America) e nell’Università Pontificia, fino al
suo ritorno in patria a guerra finita. Alla voce Antisemitismo, Pincherle
traccia una storia generale dell’antisemitismo, e conclude. Anche in Italia il
dopoguerra da luogo a qualche pubblicazione antisemita. Si tratta per lo più di
traduzioni o di rimaneggiamenti di opere straniere. Ché alla diffusione
dell’antisemitismo da noi osta la tradizione del nostro Risorgimento
nazionale, al contrario di quanto accadde in Germania, tutta favorevole,
per ragioni nazionali, all’emancipazione degli ebrei ed al loro incorporamento
nello Stato. Mancano del resto in Italia i motivi economici e sociali che, se
non giustificano, spiegano in parte la fortuna dell’antisemitismo in
altri paesi: scarsi di numero gli ebrei italiani e quasi tutti stabiliti
da secoli nel paese, sì da essersi completamente italianizzati; lunga
tradizione di pacifica convivenza tra ebrei e cristiani specialmente in
quelle provincie, come la Lombardia, la Venezia, la Toscana, nelle quali
la tolleranza è stata largamente praticata anche dagli antichi governi;
mancanza di un’alta banca e di un’oligarchia finanziaria specificamente
ebraiche Art. 4 del Regio decreto-legge, Integrazione delle norme per la
difesa della razza nella scuola italiana. Antisemitismo,
Pincherle è docente di storia del Cristianesimo all’Università di Roma; da non
confondere con l’omonimo romanziere, noto con lo pseudonimo di Moravia] L’ampia
voce Ebrei apre la sezione ‘Antropologia’ con queste parole. Occorre
anzitutto affermare l’inesistenza di una pretesa razza o tipo ebraico. Ne è
autore il già ricordato Sera, antropologo di Napoli. La sezione ‘Storia e
religione’ del popolo ebraico è affidata al rabbino maggiore di Trieste,
Israele Zoller; ‘Diritto ebraico” a Dante Lattes, rabbino a Roma;
‘Diritto post-talmudico’ a Mario Falco, professore di diritto pubblico
all’Università di Milano ed esponente di rilievo della comunità ebraica: a lui
si deve la “Legge Falco” che — in parallelo con i Patti Lateranensi - regolò i rapporti tra lo Stato
fascista e le comunità ebraiche in Italia28. Nonostante questi rapporti
di alto livello con lo Stato fascista e la sua iscrizione dal 1933 al partito
fascista, anche Falco dovette lasciare l’insegnamento nel 1938. Morì nel
1943, mentre era in fuga per sottrarsi alla deportazione. È importante la
sua amicizia con Arturo Carlo Jemolo?29, presso il quale trovò rifugio la
sua famiglia superstite sino alla fine della guerra. Non mancavano
però ebrei fascisti, anche in posizioni di rilievo. Venne perciò
istituita la figura dell’“ebreo arianizzato” sulla base di una specifica
legge. Un’apposita “Commissione per le discriminazioni” (nota come
“Tribunale della razza” i cui atti non erano pubblici) formulava un
parere, sulla cui base il Ministero dell'interno emanava un decreto di
arianizzazione, che dichiarava “la non appartenenza alla razza ebraica anche in
difformità delle risultanze degli atti dello stato civile” evitando così
l’applicazione delle leggi antiebraiche. Questa disposizione “favorì un vero e
proprio mercato delle ‘arianizzazioni’, alimentato da una schiera di
faccendieri e truffatori, di funzionari corrotti e di avvocati di bassa
lega, basato su testimoni falsi chiamati a dichiarare di aver avuto
occasionali rapporti sessuali con una donna ebrea sposata.
Gli ebrei ebbero comunque una vita difficile. Sulle difficoltà cui
andarono incontro gli ebrei fascisti sono esemplari le vicende di un
importante filosofo del diritto del Novecento, Vecchio. Rettore
dell’università di Roma sotto il fascismo, epurò vari docenti ma fu a sua
volta espulso sulla base delle leggi razziali. Alla fine della guerra
venne reintegrato nella sua posizione di docente come perseguitato in base alla
legislazione razziale, ma poco dopo venne nuovamente rimosso a causa
della sua attività di rettore sotto il fascismo. Per questo le sue
memorie narrano la persecuzione di un perseguitato. Ebrei, Questa voce affronta
tutti gli aspetti della cultura ebraica: lingua, letteratura, musica, numismatica.
Secondo Gentile, questa legge “riduceva l’autonomia statutaria e il carattere
di democrazia interna, al contempo assicurando allo Stato un forte controllo
sulle Comunità Jemolo, Lettere a Mario Falco, Giuffrè, Milano Legge, Norme
integrative del Regio decreto-legge, sulla difesa della razza italiana
(Gazzetta Ufficiale Questa normativa è analizzata nel $ 3. Un richiamo
indispensabile: il basilare r.d.I. La valutazione della razza ebraica: la legge
de 13 luglio1939 e il “tribunale della razza”, in Gian Savino Pene
Vidari, La legislazione antiebraica del 1938-39, con la sua applicazione
in Piemonte nel campo dell’istruzione e dell’avvocatura, in Piazza, Le leggi
razziali Modona, La magistratura e le leggi raziali 1938-1943, in Piazza, Le
leggi razziali Vecchio, Una nuova persecuzione contro un perseguitato.
Documenti, Tipografia artigiana, Roma Leggi e documenti razzisti del
fascismo: una sintesi Il clima fin qui evocato e il legame sempre
più stretto con il nazionalsocialismo portarono l’Italia fascista a
emanare le leggi razziali. I destinatari erano soprattutto gli ebrei:
persone, a quell’epoca, secondo Gayda33; oppure “non più di
quarantaquattromila” come desume Salvatorelli da altre fonti34. Il primo
quesito che si pone è questo: come potevano le leggi razziali essere
compatibili con lo Statuto Albertino che, come si è visto, aveva concesso
la piena capacità giuridica a ebrei e valdesi? La risposta è nella natura
giuridica di quello stesso Statuto: esso è una costituzione flessibile,
modificabile cioè con una legge ordinaria. Quindi l'emanazione delle
leggi razziali abrogava le norme emancipatorie dello Statuto Albertino.
Esso venne così progressivamente svuotato, ma poté restare in vigore sino
alla fine del fascismo, così come la costituzione di Weimar rimase in vigore
sino alla fine del nazionalsocialismo. La preparazione delle
leggi razziali iniziò, quando MUSSOLINI, come Ministro dell’Interno,
istituì la Commissione per la preparazione di provvedimenti legislativi
concernenti la difesa della razza italiana e la disciplina degli ebrei
stranieri residenti in Italia. Seguirono numerosi testi legislativi sulla
politica razziale del fascismo. Due giorni dopo il decreto
sull’esclusione degli ebrei dalla scuola venne emanato il decreto-legge
“per la difesa della razza italiana”: articoli basilari per la politica
antiebraica fascista e per la definitiva perdita dell’eguaglianza civile degli
ebrei nello Stato italiano” che costituiscono “la ‘magna charta’
dell’antiebraismo giuridico fascista. Per brevità, ci si limiterà
qui a citare soltanto alcuni articoli tratti dal Regio decreto-legge,
Integrazione delle norme per la difesa della razza nella scuola italiana (il
cui art. 4 è già stato ricordato poco sopra); sono più che sufficienti per
comprendere qual è lo spirito di queste leggi. A qualsiasi ufficio od
impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate
da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica, anche
se siano state comprese in graduatorie di concorsi anteriormente
al presente decreto; né possono essere ammesse al conseguimento
dell’abilitazione alla libera docenza. Agli uffici ed impieghi anzidetti sono
equiparati [Questa cifra è fornita dal già citato Gayda: Appendice, alla
voce Razza. Il censimento nazionale degli ebrei indica però l’ebrei
italiani e stranieri (rapporto del
sottosegretariato “Demorazza” Ministero degli Interni, in Cavaglion —
Romagnani, Le interdizioni del Duce, Salvatorelli — Mira, Storia d’Italia nel
periodo fascista, Einaudi, Torino Sull’intera parabola della legislazione
razziale si veda l’esauriente Giorgio Fabre, I/ razzismo del duce. Mussolini
dal Ministero dell’interno alla Repubblica sociale italiana. Con la
collaborazione di Annalisa Capristo, Carocci, Roma Sarfatti, Documenti
della legislazione antiebraica. I testi delle leggi, in Michele Sarfatti (cur.),
Le leggi contro gli ebrei, “La rassegna di Israel” (numero monografico. Un
elenco delle norme razziali è reperibile anche su Internet wiki/ Leggi_
razziali fasciste# Legislazione_ italiana_in_chiave_ razziale). Vidari,
La legislazione antiebraica, con la sua applicazione in Piemonte nel
campo dell’istruzione e dell’avvocatura, in Piazza, Le leggi razziali] quelli
relativi agli istituti di educazione, pubblici e privati, per alunni italiani,
e quelli per la vigilanza nelle scuole elementari. Delle Accademie,
degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti non possono
far parte persone di razza ebraica. Alle scuole di ogni ordine e
grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono
essere iscritti alunni di razza ebraica. È tuttavia consentita l’iscrizione
degli alunni di razza ebraica che professino la religione cattolica nelle
scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità
ecclesiastiche. Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni
italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza
ebraica. Il divieto si estende anche ai libri che siano frutto della
collaborazione di più autori, uno dei quali sia di razza ebraica; nonché
alle opere che siano commentate o rivedute da persone di razza
ebraica. Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello
Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di
essi non sia inferiore a dieci. Le comunità israelitiche possono aprire,
con l’autorizzazione del Ministro per l'educazione nazionale, scuole elementari
con effetti legali per fanciulli di razza ebraica, e mantenere quelle all’uopo
esistenti. Per gli scrutini e per gli esami nelle dette scuole il Regio
provveditore agli studi nomina un commissario. Nelle scuole elementari di
cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica; i
programmi di studio saranno quelli stessi stabiliti per le scuole
frequentate da alunni italiani, eccettuato l’insegnamento della religione
cattolica; i libri di testo saranno quelli di Stato, con opportuni adattamenti,
approvati dal Ministro per l'educazione nazionale, dovendo la spesa per
tali adattamenti gravare sulle comunità israelitiche. Nella parte
meridionale dell’Italia liberata dagli Alleati e, successivamente, sull’intero
territorio nazionale le norme razziali vennero abrogate in considerazione
dell’“urgente ed assoluta necessità di reintegrare nei propri diritti
anteriori i cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica per
riparare prontamente alle gravi sperequazioni di ordine morale e politico
create da un indirizzo politico infondatamente volto alla difesa della
razza. Tuttavia la reintegrazione degli epurati nelle loro
posizioni originarie fu spesso complessa, perché i loro posti erano stati
nel frattempo affidati a colleghi vincitori di un regolare concorso. Ancora una
volta è utile esaminare un caso paradigmatico: quello del filosofo del
diritto TREVES (si veda), reduce da un lungo esilio in Argentina, e della
sua complessa reintegrazione, ricostruita da Nitsch in un volume ricco di
documenti originali. Tra di essi viene citata una lettera di Ravà a
Treves; quest’ultimo aveva chiesto ragguagli sul suo possibile rientro in
Italia. Con l'abolizione delle leggi razziali, — scrive Ravà, — rientrano in
servizio, oltre me, anche Donati e Levi di filosofia del diritto. Ciò disturba
quelli che sono ai nostri posti e io mi rammarico di dover disturbare BOBBIO
(si veda). Questi è chiamato a Torino, ma non c’è posto, essendo
rientrati due professori ebrei. Ora può essere lo chiamino a Milano. Qui a Roma
VECCHIO (si veda) è stato collocato a riposo per ragioni politiche e ne è
molto amareggiato. Per altri sono in corso provvedimenti (Maggiore, Cesarini).
Tutto ciò Regio Decreto-Legge, Disposizioni per la reintegrazione dei
diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già
dichiarati di razza ebraica e/o considerati di razza ebraica. Pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale — serie speciale — e convertito dal decreto
legislativo luogotenenziale pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, serie speciale]
determina un ambiente poco simpatico; perché come non fu gradevole che siano stati
occupati i nostri posti, così non è bello andare al posto dei professori ora
epurati. E io non sono sicuro che il nostro ritorno sia gradito a tutti,
perché sposta notevoli interessi. Nel dopoguerra la costituzione
repubblicana stabilì all’art. 3 l'uguaglianza di tutti gli italiani senza
distinzioni, tra l’altro, di razza. Però anche questo articolo della
costituzione non è del tutto applicato, come si è visto nel primo
dopoguerra con la discriminazione dei “mulattini” (i nati durante l’occupazione
degli alleati) e come avviene ancora oggi con il mancato riconoscimento della
cittadinanza italiana ai nati in Italia (e perfettamente integrati) da genitori
non italiani. Silvana Patriarca, professoressa di storia alla Fordham
University di New York, ha analizzato questo aspetto della recente storia
italiana, giungendo alla conclusione che, “se nella nuova repubblica
democratica l’idea di razza non era più accettabile se applicata agli
ebrei, la stessa continuava a essere accettabile se applicata a persone dalla
pelle più scura. Ne è prova ancora oggi il sempre ricorrente
rifiuto del “ius soli” e nel persistere del “ius sanguinis” che
attribuisce la cittadinanza (e, quindi, anche il diritto di voto) a lontani
discendenti di emigranti che spesso non sono mai stati in Italia e non parlano
più l’italiano. Un dibattito senza fine: “Il presidente del consiglio
Paolo Gentiloni, alla festa per i dieci anni del Partito democratico ha
detto che si sta impegnando per far approvare la legge di riforma della cittadinanza
impropriamente chiamata ius soli, che era nel programma elettorale del Pd
ed è bloccata al Senato da due anni”4!, Commemorare in tempi immemori:
tra condanna e nostalgia Il ricordo e la condanna delle leggi
razziali del fascismo è divenuto ancora più necessario nei tempi
presenti, nei quali la condanna delle colpe fasciste si scontra con una
crescente nostalgia per quegli anni e con un rafforzamento dei movimenti
di estrema destra‘. (Questo [Nitsch, Renato Treves esule in Argentina.
Sociologia, filosofia sociale, storia. Con documenti inediti e la
traduzione di due scritti di Treves, Accademia delle Scienze, Torino Tutto è
mutato; Le difficili vie della normalizzazione: l'abrogazione delle leggi
razziali e la disciplina della revisione dei concorsi). La lettera di
Ravà è citata. (Documento). Il riferimento è al penalista di Palermo
Giuseppe Maggiore e al filosofo del diritto Widar Cesarini Sforza.
40 Silvana Patriarca, I/ colore della Repubblica: “figli della guerra” e
razzismo nell'Italia postfascista. Traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi,
Torino. La frase citata è ripresa nella recensione di Nadia Urbinati, L'Italia
è una Repubblica fondata sul razzismo, “Domani” Camilli, Ius soli, ius
sanguinis, ius culturae: tutto sulla riforma della cittadinanza, “L’internazionale”internazionale.it/
notizie/annalisa-camilli/ 2017/10/20/ riforma-cittadinanza-da-sapere).
Sulla destra italiana: Coglitore, Cernigoi, La memoria tradita. L'estrema
destra da Salò a Forza Nuova, Ed. Zero in Condotta, Milano; Ferrari, Da
Salò ad Arcore. La mappa della destra eversiva, L’Unità, Roma; Passarelli
- Dario Tuorto, La Lega di Salvini: estrema destra di governo, Il Mulino,
Bologna; Ugo Maria Tassinari, Naufraghi. Da Mussolini] clima ostile alla
democrazia parlamentare si manifesta anche in Europa e fuori d'Europa: ma
non è qui possibile occuparcene4.) Senza perdersi in distinzioni e condanne che
sarebbero inappropriate in queste note soprattutto bibliografiche, basti
qui accennare sommariamente allo stillicidio di prese di posizione
“nostalgiche” che tendono a ripresentarsi ciclicamente, per poi essere
dimenticate. Per esempio, nel 1989 Alessandro Galante Garrone
pubblicava “un grido d’allarme” contro “i pericoli sempre latenti o risorgenti
dell’antisemitismo in Italia e nel mondo” e ricordava che “verso la fine
degli Anni Cinquanta e della prima metà degli anni Sessanta si ebbe in
varie parti del mondo una preoccupante ondata di razzismo e in
particolare di antisemitismo. Anche l’Italia ne fu insudiciata” Proprio come ai
nostri giorni, anche allora si discusse sulla chiusura di organizzazioni
di estrema destra e la Germania sciolse il Bund Heimatfreier Jugend e la Demokratische
Nationale Arbeiter Partei” dalla sigla sinistramente simile alla
Nationalsozialistische Deutsche Arbeiter Partei di Hitler. Altre
ricorrenti manifestazioni di antisemitismo si sono ripetute nei decenni
successivi, cioè sino ai giorni nostri e su di essi Galante Garrone andò
pubblicando una serie di articoli “sul quotidiano “La Stampa?” di Torino.
In altre parole, nulla di nuovo sotto il sole44. Per
limitarci ai casi più recenti, nel febbraio del 2021 la consigliera comunale
torinese del Movimento Cinque Stelle, Monica Amore, è accusata di
razzismo per una vignetta satirica a sfondo razzista sugli ebrei
pubblicata sui social (e poi rimossa a furor di polemiche). Il
procuratore aggiunto Emilio Gatti l’ha iscritta nel registro degli indagati con
l’accusa di diffama zione aggravata dall’odio razziale. L’inchiesta è
stata aperta ufficialmente ieri dalla procura di Torino a seguito
dell’esposto depositato a Palagiustizia da un legale incaricato dal presidente
della comunità ebraica Dario Disegni. Il post raffigurava un
collage di testate giornalistiche del gruppo Gedi accompa-gnato da immagini
evidentemente antisemite e cioè la caricatura di due uomini con naso
pronunciato, Kippah e la Stella di David giunte alla consigliera
attraverso un canale Telegram. Lei, in cima al post, aveva scritto:
“Interessante. Qualche mese dopo, il Sottosegretario all’Economia
nell’attuale governo Draghi — Claudio Durigon, della Lega - proponeva di
ritornare alla toponomastica fascista in un comizio a Latina, città sorta
nelle terre dell'Agro Pontino bonificate dal fascismo e inaugurata il 18 dialla
Mussolini: anni di storia della destra radicale, Immaginapoli, Pozzuoli Sui
rappporti dei movimenti italiani con quelli stranieri: Piero Ignazi,
L'estrema destra in Europa, Il Mulino, Bologna Milza, Europa estrema: il
radicalismo di destra, Carocci, Roma Qualche accenno è nel mio Democrazia senza
democratici: Weimar alle porte?, in Hans Kelsen, Due saggi sulla
democrazia in difficoltà, Aragno, Torino; inoltre: Id., Germania:
manifestazioni neonaziste, privacy e libertà d'informazione, “Diritto
dell’informazione e dell’informatica” La libertà d’insegnamento in Brasile e
l’elezione del Presidente Bolsonaro, Mimesis, Milano Dieci di questi
articoli sono riprodotti in Galante Garrone, Amalek, il dovere della memoria,
cLe citazioni provengono dalla breve Premessa. lastampa.it/ torino/ news/post-antisemita-la-consigliera-amore-indagata-peristigazione-all-odio-razziale]
con il nome di Littoria (divenuto poi Latinia
e l’attuale Latina. In un comizio a Latina dove parla accanto a Salvini,
Durigon propone di cambiare il nome al giardino comunale per
reintitolarlo al fratello del duce, Arnaldo, come era durante il
fascismo, accusando l’attuale sindaco di aver fatto un’operazione politicamente
orientata quando nel 2017 ha intitolato il parco ai magistrati Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino: “Questa è la storia di Latina che qualcuno ha
voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve
tornare a essere quel Parco Mussolini che è sempre stato” Ma il sindaco Damiano
Colella spiega che nessuno “ha cancellato la storia di Latina. Il podestà
stabilì di cambiare tutta la toponomastica. E da quel giorno Parco
Arnaldo Mussolini è diventato Parco Comunale. Quando nel 2017 abbiamo
intitolato il parco a Falcone e Borsellino non l’abbiamo fatto per rivalsa nei
confronti della storia della città. Abbiamo scelto i valori e il
sacrificio di due uomini dello Stato che hanno perso la vita per
l’affermazione della legalità e della giustizia contro la mafia” Infatti “la
delibera numero 248 del 31 luglio 1943 cambiò tutta la topomomastica:
Piazza Ciano divenne piazza Giulio Cesare, piazza Predappio piazza del
Mercato, piazza Littorio cambiò nome in piazza d’Italia, insieme a tutte le
vie, viale delle Camicie nere per esempio divenne via Giosuè Carducci Si
noti che “in realtà Arnaldo Mussolini non ha rapporti con la storia cittadina,
perché è morto prima della fondazione di Littoria, nome originario di
Latina, battezzata dal fratello Benito Mussolin La sortita del
Sottosegretario leghista va collocata nella situazione locale, alla
vigilia delle elezioni comunali di Latina, con la Lega che tenta di captare i
voti della destra con candidati dai sospetti coinvolgimenti in vicende di
mafia o di corruzione, ora oggetto di processi da parte della Lega contro
“Domani” il giornale che ha pubblicato queste notizie. La vicenda Durigon si
salda così alla richiesta di sanzioni per le liti temerarie intentate contro i
giornali per le notizie pubblicate: ma questa polemica sulle liti come
strumento per soffocare la stampa libera è una vicenda diversa, La
politica italiana dibatté sull’opportunità di far dimettere questo membro del
Governo, cosa che avvenne 22 giorni dopo quell’affermazione sul “Parco
Mussolini” anche “per le relazioni emerse con personaggi legati ai clan di
Latina” - “rapporti pericolosi”4. Mentre in Italia questa disputa era in
parte soffocata dal ritorno degli atleti italiani dalle Olimpiadi (dove
per la prima volta avevano raggiunto il record di 40 medaglie), la
notizia non passava inosservata all’estero: Il The
Times di Londra dedica un pezzo al sottosegretario leghista: “Let's dedicate
local park to Mussolini, says italian minister” (“Dedichiamo un parco a
Mussolini, dice un ministro italiano”). Così anche Abc Neuws, il portale
della celebre emittente americana (“Crescono le tensioni dopo la proposta di
dedi- [Preziosi, / partiti si accorgono che Durigon è impresentabile:
adesso cacciatelo, “Domani” Trocchia, Con i richiami a Mussolini Durigon
coltiva i voti fascisti per la Lega, “Domani” Zini, Durigon sta cercando di
fermare ‘Domanî’ a colpi di querele, “Domani” Tizian — Nello Trocchia, Durigon
si dimette e accusa i giornali di averlo infangato, “Domani” Il
sindacalista di Durigon dava ordini al clan di Latina,“Domani] care un parco a
Mussolini”) che come Euronews — colosso che trasmette in 155 Paesi — riprende
il titolo della American Press. Ma c'è pure il francese L’opirion, che
parla di “nostalgia fascista”50, In pieno Ferragosto era giunta
anche un’altra dichiarazione, come minimo qualunquista, di un candidato
sindaco di Milano per il centrodestra: “Io non distinguo le
persone tra fascisti e antifascisti, contro questo o contro quell’altro. Le
persone non le distinguo se non per uomo, donna e persone perbene” Luca
Bernardo, candidato della destra alle Amministrative di Milano,
preferisce non prendere posizione. E così ammette che per lui fascisti e
antifascisti uguali sono” [...] Parole che suonano come una difesa del
sottosegretario leghista Claudio Durigon, che nei giorni scorsi si era augurato
che un parco di Latina fosse dedicato ad Arnaldo Mussolini!,
In tempo già preelettorale hanno avuto luogo le elezioni locali in importanti
comuni — l’esempio del Sottosegretario Durigon fece scuola, e anzi
qualcuno rincarò la dose, proponendo che Piazzale dei Partigiani, a Roma,
tornasse ad essere intitolato ad Adolf Hitler come ai tempi
dell’occupazione nazionalsocialista: Dopo le polemiche sul caso del
Sottosegretario all’Economia della Lega Claudio Durigon che, du rante un
comizio a Latina aveva proposto di intitolare di nuovo il parco ad Arnaldo
Mussolini, ora arriva un’altra idea di intitolazione che fa discutere. A
lanciarla, come riporta “La Repubblica” è Andrea Santucci, vigile del
fuoco ed ex consigliere comunale leghista di Colleferro, che si dichiara
favorevole a intitolare di nuovo piazzale dei Partigiani a Roma, ad Adolf
Hitler. Le sue parole: “Nel bene e nel male questa è la nostra storia,
credo anche che per la cecità di alcuni perdiamo moltissimo in termini di
turismo nel voler nascondere. Alcune eredità del passato fascista riemersero in
una storia che non è solo individuale. Dopo le mancata reviviscenza, a
Latina, del parco che fu intitolato ad Arnaldo Mussolini, nella poco
lontana Anzio (dove sbarcarono gli Alleati nel 1944) Edith Bruck —
scrittrice ebrea ungherese sopravvissuta alla Shoa e naturalizzata
italiana — rifiutò il Premio per la Pace con una lettera al sindaco:
“Avrei volentieri accettato, se nel frattempo non avessi saputo che è stata
negata la benemerenza a una mia correligionaria, Adele di Consiglio,
sopravvissuta alla barbarie nazifascista, e invece è stata riconfermata a
Mussolini”53, Infatti nel 2019 il Partito Democratico aveva proposto di
revocare la cittadinanza ono- [L. Giar.,I/ caso [Durigon] arriva sul
“Times”e in tutta Europa, ma non al Tg2,“Il Fatto Quotidiano” S1 L. Giar.,
Milano, Luca Bernardo fa il nostalgico: “Non distinguo tra fascisti e
antifascisti”, “Il Fatto Quotidiano”. Inoltre: “Certo che c’è differenza tra i
due, se vogliamo andare sul semantico. So che cosa mi volete chiedere, so
che cosa vi rispondo’, ha replicato ai cronisti a margine di un evento. E
a domanda diretta se possa definirsi antifascista, Bernardo tergiversa
ancora: ‘No, io non mi definisco né A, né B, né Z. Mi definisco un
cittadino della città di Milano, che vuol dire che è aperto e liberale. La
libertà conquistata grazie ai nostri nonni dobbiamo portarla sempre
avanti. Io mi definisco Luca Bernardo che arriva dalla società
civile” S2 “Intitolare a Hitler piazzale dei Partigiani”: bufera su
ex consigliere leghista di Colleferro
huffingtonpost.it/entry/intitolare-a-hitler-piazzale-dei-partigiani-bufera-su-ex-consigliere-leghista-acolleferro
Redazionale,] Anzzo, onorificenza a Mussolini: Bruck rifiuta il premio, “Il
Fatto Quotidiano] raria a Mussolini e di conferirla ad Adele di Consiglio.
L’allora sindaco respinse entrambe le richieste, e oggi Edith Bruck
rifiuta di essere associata al cittadino onorario Benito Mussolini,
responsabile della deportazione degli ebrei italiani, e quindi anche della sua.
La risposta del sindaco attuale suona però non come una discolpa, ma come
un’aggravante: “Mussolini ha la cittadinanza onoraria dal 1924. Prima di
me ci sono stati tre sindaci comunisti, due socialisti, uno repubblicano,
uno Ds e nessuno l’ha mai revocata. Anzi questo argomento non è stato mai
discusso in Consiglio comunale. Questi e altri eventi e interventi pubblici
palesemente nostalgici culminarono, il 9 ottobre 2021, nelle
manifestazioni di piazza a Roma che portarono alla devastazione della sede
centrale del sindacato CGIL: un assalto nel quale ebbero una posizione di
rilievo gli esponenti del movimento di estrema destra Forza Nuova.
L’irruzione nelle sedi sindacali non è una novitàs5, ma la devastazione romana
richiamò alla memoria di molti l'assalto e l’incendio della Camera del
Lavoro di Torino d - giusto un secolo fa — e l’affermarsi dello
squadrismo fascista. Non si tratta di casi isolati, benché
frequenti: in realtà, questa tradizione di “fascismo eterno” non si è mai
spenta e trova il suo caso più emblematico in Verona, in una sequenza che
inizia nel 1920 e dura ancora oggi: Nero era il colore dello
sparuto drappello di “diciannovisti” capeggiati da Italo Bresciani, fondatore
e segretario del piccolo Fascio di Verona, il “terzogenito” nato
appena due giorni dopo la fondazione a Milano dei FASCI DI
COMBATTIMENTO. Nera è l’evoluzione in città del Partito nazionale fascista. La prima
visita di Mussolini in città: il futuro duce atterra con un Aviatik nella
scalcinata piazza d’armi di stradone Santa Lucia. Diciotto anni dopo, un’altra
visita. Trionfale. Verona diventa il teatro di fondazione della
Repubblica sociale italiana, sede di cinque ministeri e di importanti comandi
tedeschi. Il nome della città si incide dunque anche nella storia
del fascismo repubblicano: accostato prima al Manifesto di Verona (il
piano programmatico per il governo della RSI, in cui si definivano gli
obiettivi politici del Partito fascista repubblicano, nato dalle ceneri
del Partito nazionale fascista) e poi al celebre processo di Verona, che
condannò Galeazzo Ciano e altri gerarchi accusati di avere tramato con Badoglio
per fare arrestare Mussolini. È sempre a Verona che il comando
generale della Gestapo allestisce la sua base in Italia. [... Nel
dopoguerra] Il territorio scaligero diventa un crocevia per diverse
organiz zazioni neofasciste: la Rosa dei Venti del generale Amos Spiazzi;
Ordine Nuovo; la sanguinaria sigla Ludwig — responsabile di dieci
“omicidi per caso” — e il Fronte Nazionale di Franco Freda sono gli zii.
Poi sono arrivati i nipotini. Che portano avanti la tradizione della
‘ditta’. Neri sono i movimenti che, da metà anni Ottanta, mettono radici
a Verona. Ferrario, Anzio. Il “rifiuto” di Edith Bruck: “Mat accanto a
Mussolini”, “L'Avvenire, avvenire. it/attualita/ pagine/il-rifiuto-di-edith-bruck-mai-accanto-a-mussolini).
SS Per esempio: “Lavoratrici, lavoratori! Un criminale attentato fascista
è stato compiuto contro la sede della CGIL [dalle] forze della estrema
destra che temono l’unità dei lavoratori e la loro combattività
sindacale: lavoratrici, lavoratori! rispondete con la lotta unitaria: uniti si
vince. Federazione milanese del Pci” (Manifesto del PCI del 1964).
56 Paolo Berizzi, Verona, la città in fondo a destra: dal fascismo al
fascismo, *MicroMega” micromega.net/verona-estrema-destra-berizzi/). La
“singolarità del caso Verona, il laboratorio italiano della destra radicale” è
descritta per esteso nel volume (da cui è tratto l’articolo di “Micromega”) di
Paolo Berizzi, È gradita la camicia nera, Rizzoli, Milano] Nell’autunno del
2021 si moltiplicarono in Italia i moti di piazza, nei quali estremisti
di destra e, in misura minore, di sinistra si infiltrarono nelle
manifestazioni organizzate dai movimenti contrari alle misure anti-pandemiche,
come No-Vax e No-Green Pass. Un esempio inquietante di questa simbiosi è
la manifestazione dei No-Vax, quando i partecipanti sfilarono per le vie di
Novara con pettorine a strisce bianche e grigie contrassegnate da numeri,
in un demenziale richiamo ai campi di stermino nazisti: volevano così
protestare contro l’obbligo del certificato vaccinale nei luoghi
pubblici, odiato simbolo della “dittatura sanitaria” La Procura della
Repubblica indaga sul “negazionismo” dei partecipanti, anche se per poter
“negare” bisognerebbe “sapere” o almeno “avere una vaga idea” mentre in questo
caso l’ignoranza abissale si rivela più preoccupante della violazione di certe
norme giuridiche. Purtroppo tra gli italiani è presente un elevato tasso di
analfabetismo funzionale”, e in queste aree di regressione culturale si
inseriscono i gruppi di estrema destra: “La vergogna dell’ignoranza” così
lAssociazione Nazionale Partigiani Italiani ha commentato la sfilata di
Novara. Soprattutto il partito di estrema destra “Forza Nuova” ha
organizzato sistematicamente l’infiltrazione in vari settori della destra
presentabile e dei movimenti incolti, attraverso l’attività del suo
leader Roberto Fiore, arrestato dopo l’assalto alla sede sindacale di Roma.
Mussolini, successivamente eletta alla Camera, lascerà il seggio
all’europarlamento al neofascista Fiore, che a Bruxelles compirà passi decisivi
nel progetto di infiltrazione di sigle sicuramente più presentabili e
ascoltate di quanto lo è Forza Nuova” Fiore ha finanziato con fondi
esteri “un’associazione molto ascoltata tra i critici della gestione
governativa della pandemia. A questo si aggiunge l’infiltrazione metodica
nei salotti della chiesa conservatrice e oltranzista” per esempio
nell’associazione Pro Vita et Famiglia (la quale nega però questo
legame)58. Questo doppio livello consente a Forza nuova, da un lato, di
“contare nei palazzi della politica pur senza rapresentanza parlamentare”
e, dall’altro, di infiltrarsi a Roma e a Milano, a Torino e a Trieste
nelle manifestazioni contro “la dittatura sanitaria” inneggiando alla
dittatura del ventennio. A Milano “il gruppo ha cantato slogan di chiara
matrice fascista durante la partecipazione al corteo contro il
certificato verde” e sono stati fermati “8 militanti del gruppo di
estrema destra per apologia del fascismo” In conclusione, “il bilancio
finale del corteo parla di 83 denunce e di un 22enne arrestato nei
concitati momenti del tentato (e fallito) assalto alla Camera del lavoro,
sede della Cgil [di Milano, questa volta]. Sono ormai [Il 70% della
popolazione italiana si colloca al di sotto del livello 3, il livello di
competenze considerate necessarie per interagire in modo efficace nella
società del XXI secolo”: così si esprime sull’analfabetismo funzionale il
rapporto ISFOL, “Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei
lavoratori”: ente pubblico di ricerca vigilato dal Ministero del Lavoro -- it happens – analfabetismo funzionale
existe anche quello di ritorno. I dati ufficiali sono nel Rapporto nazionale
sulle competenze degli adulti isfol.it/piaac/i-risultati-di-piaac). Una
dettagliata analisi di questa strategia del ‘doppio binario” è in Giovanni
Tizian, Anatomia dell’infiltrazione fascista nell’èra dei complotti, “Domani”
da cui sono tratte le citazioni nel testo. “Le affermazioni presenti
nell’articolo volte ad accostare la onlus [Pro Vita et Famiglia] al
partito Forza Nuova sono false, inesatte, oppure nemmeno pertinenti”
scrive in una Richiesta di rettifica il presidente della onlus, Antonio Brandi,
riservandosi azioni legali (“Domani] oltre 300 i denunciati nei 14 cortei che
vanno avanti: e questo nella sola Milano. Poiché queste gravi
tensioni presenti in tutt'Italia assumevano spesso un aspetto quasi
eversivo, i partiti di centro-sinistra chiesero di applicare contro Forza Nuova
la XII disposizione transitoria della costituzione (“È vietata la
riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”)
e presentarono varie mozioni parlamentari a questo fine. Il Parlamento rinviò
però ogni decisione. Nel dibattito parlamentare e politico di quei
giorni è stata richiamata più volte la “Legge Scelba; poiché essa riporta
alla memoria le tensioni ormai lontane dell’immediato dopoguerra, vari
giornali l’hanno illustrata ai lettori odierni: La norma di
riferimento è la legge. Meglio conosciuta come “legge Scelba” (dal
nome del politico Dc che, alla guida di un comitato interministeriale del
governo De Gasperi, la elaborò) rientra nelle norme di attuazione
della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione: “E
vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito
fascista” si legge. La norma attua questo principio mettendo nero
su bianco il concetto di “riorganizzazione” del “partito fascista” e
prevedendo due strade per lo scioglimento dei gruppi: tramite il ministro
dell’interno, sulla base di una sentenza di un tribunale, oppure in
maniera più diretta attraverso un decreto del governo, ma solo in
casi “straordinari di necessità e di urgenza”90, Delle due vie
prospettate nel 1952, il parlamento scelse quella della sentenza giudiziaria,
che permetteva di guadagnare tempo rinviando ogni decisione e affidandosi così
alla tanto criticata funzione suppletiva della magistratura: suppletiva
cioè della decisione politica cui non riescono a giungere i governi
deboli e le coalizioni troppo frammentate: Nessun vincolo arriva
dal Parlamento allo scioglimento di Forza Nuova. Le quattro mozioni del
cen trosinistra che chiedevano all’esecutivo di utilizzare la legge Scelba
e di sciogliere con decreto la for mazione di estrema destra, e i suoi
simili, sono approdate oggi pomeriggio in Senato. Ma, il tempo di
presentarle, e sono state ritirate, diventando un ordine del giorno
unitario. Un atto cioè, d’indirizzo, ma non vincolante. Che può
essere letto come la legittimazione ulteriore di quello che sembra essere
l’orientamento del governo: prima di scrivere anche una sola riga del decreto
legge di scioglimento, aspettiamo che la magistratura si esprima sui
fatti del 9 ottobre, sulla devastazione della Cgil a Roma. Dopo un
lungo dibattito il Senato ha approvato per alzata di mano l’ordine del giorno
del centrosinistra: l’atto avrà poco più che una valenza simbolica®!,
Il condizionare lo scioglimento di un movimento neofascista
all’esistenza di una futura sentenza giudiziaria aveva tre precedenti. Da un
lato, lo scioglimento di movimenti neofascisti era già avvenuto con “lo
scioglimento di Ordine Nuovo, movimento sciolto dal Ministro dell’interno
Taviani in seguito alla sentenza di accertamento della ricostituzione del
partito fascista, nel processo in cui era pubblico ministero Vittorio Occorsio,
poi [Giuzzi, Corteo no pass, un fermo e 83 denunciati, “Corriere della
Sera” Bartoloni, Sanzioni e scioglimento dei partiti fascisti, cosa prevede la
legge Scelba repubblica.it/ politica news/iter_scioglimento_partito_fascista Olivo,
Su Forza Nuova la maggioranza si sgonfia: il governo non sarà costretto a
scioglierla huffingtonpost. it/entry/ su-forza- nuova-la-maggioranza-si-sgonfia-il-governo-non-sara-costretto-ascioglierla
_ it] ucciso in un attentato rivendicato proprio da Ordine Nuovo”; con lo
scioglimento di Avanguardia Nazionale; nel 2000 con lo scioglimento del
Fronte nazionale. D’altro lato, le esitazioni attuali del governo non
sono infondate, e i dubbi sull’opportunità dello scioglimento sono stati
sintetizzati dai giuristi Michele Ainis e Vladimiro Zagrebelsky: lo
scioglimento rischierebbe di provocare “un’inversione di prospettiva tra
persecutore e perseguitato” (Ainis), né esso è lo strumento più adatto a
cancellare i rigurgiti neofascisti (Zagrebelsky). Per fronteggiare il
problema delle organizzazioni neofasciste la “Legge Scelba” era stata
attualizzata con la “Legge Mancino” che qui può essere soltanto menzionata. Il
governo Amato emanò il Decreto Legge n.122 contenente “misure urgenti in
materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” poi convertito
nella legge 205/93 e oggi conosciuta come Legge Mancino. La Legge Mancino
costituisce ancora oggi il principale strumento legislativo contro i
crimini d’odio, mirando a sanzionare e a prevenire le condotte di
discriminazione razziale, etnica e religiosa, attraverso il divieto di
ogni organizzazione movimento o gruppo che abbia tra i propri scopi
l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici,
nazionali o religiosi. L’art. 7 comma 3 della legge Mancino consente lo
scioglimento di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che abbiano
favorito la commissione dei reati elencati dall’art. 5 della medesima
Legge (oggi descritti all’art. 604 fer del codice penale [64]). Si tratta
di tutti quei reati commessi per finalità di discriminazione o di odio
etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare
l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno
tra i loro scopi le medesime finalità” Ma qui conviene arrestarsi:
il Parlamento ha approvato un atto che, come si è detto, “avrà poco più
che una valenza simbolica” mentre le manifestazioni contro la “dittatura
sanitaria” vengono strumentalizzate dai nostalgici delle dittature tout
court. Questa reviviscenza dell’estrema destra non avviene solo in Italia.
Sempre in quegli stessi giorni, il governo polacco era coinvolto nella
polemica (anche giudiziaria) sulla legge con cui vietava a società
straniere di possedere più del 49% di reti televisive o radiofoniche in
Polonia: in questo modo eliminava le catene critiche rispetto al governo, come
TVN24, controllata dall’americana Discovery International. Inoltre quello
stesso governo prendeva una misura che negava il risarcimento agli ebrei
che erano stati espropriati durante l’occupazione nazionalsocialista
della Polonia, entrando così in collisione con gli Stati Uniti: Prosegue
il suo corso tra le polemiche anche la legge che blocca i risarcimenti agli
ebrei (e non ebrei) espropriati durante la Seconda guerra mondiale e nella
furia nazionalizzatrice del regime comunista. Ponendo il limite massimo
di 30 anni per la presentazione del ricorso da parte degli ex
proprietari, o degli eredi, il governo vanifica in blocco tutte le
istanze. Per chiudere definitivamente il capi- [Caputo, Neofascismo e
ordine democratico: sciogliere Forza Nuova necesse est,“Micromega” micromega.net/sciogliere-forza-nuova/).
Caputo analizza anche la “Legge Mancino” appena accennata nel testo.
63 Ivi; e Vladimiro Zagrebelsky, “La Stampa” lastampa.it/ topnews/lettere-eidee/10/16/ news/i-pro-e-i-contro-di-un-decreto-su-forza-nuova.
64 Per un’analisi del contenuto di queste norme: Modifiche agli articoli
604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o
discriminazione per motivi di sesso, di genere, di orientamento sessuale o di
identità di genere A.C. 107, A.C. 569, A.C., A.C. 2171, A.C. 2255
Dossier Il testo unificato adottato
come testo base documenti camera it leg (Dossier] tolo risarcimenti, e per
giustificare la decisione, il legislatore si è fatto forte di un complicato
fardello pregresso di atti giuridico-amministrativi, risalente ai
decenni passati. Ma ciò che ha scatenato l’ira degli Stati Uniti e
di Israele sono state le allusioni al rischio di possibili “tentativi di
truffa” da parte di millantatori, indice per Washington e
Gerusalemme di una politica “cripto-antisemita” Non esplicita, ma
già nei fatti6S, Anche la Francia registra da tempo un crescente
antisemitismo. Nelle manifestazioni che ogni sabato scendono in campo
contro la c.d. ‘dittatura sanitaria’ in varie città della Francia
“fioriscono dei numeri sull’avambraccio (riferimento ai deportati nei campi di
concentramento) o delle stelle gialle sulla giacca (richiamo alla politica
antisemita nazista)”66, Si moltiplicano le scritte “Qui?” (Chi?), il cui valore
antisemita va però spiegato. “Qui?” fa riferimento a un’allusione
antisemita del generale a riposo Dominique Delawarde, che il 18 giugno
2021, in una trasmissione su CNews, continuava ad accusare un complotto
mondiale “qui contròle le Washington Post, /e New York Times, chez nous
[cioè in Francia] BFM-TV et tous les journaux qui viennent se grouper
autour”, senza però citare alcun nome. La ripetuta domanda “Chi?” resta
senza risposta, e il conduttore a questo punto interrompe la trasmissione. Ma
da quel momento la domanda “Chi?” diviene uno slogan degli antisemiti: il
7 agosto un’insegnante di destra, in una manifestazione contro la
politica sanitaria, inalbera un cartello con i nomi dei traditori — tutti
ebrei — accompagnati dallo slogan “Mais Qui?” (“Ma chi?”): e la “Q” è
adorna di diaboliche corna”. Riassumendo i fatti recenti — “Sui
cartelli compaiono i ‘Chi? diretti contro la comunità ebraica, derivati
da un’allusione antisemita del generale a riposo Dominique Delawarde; su
un centro di vaccinazione vengono dipinte delle stelle di Davide; una stele in
omaggio a Simone Veil, in Bretagna, è stata vandalizzata tre volte in una
settimana” “Le Monde” non può fare
a meno di chiedersi: “Que se passe-t-il en France?, E non solo in
Francia: Bergoglio condanna il crescente antisemitismo durante il suo viaggio
in Ungheria e Slovacchia, le cui comunità ebraiche avevano softerto molto
durante l’epoca nazionalsocialista, ma nelle quali l'antisemitismo stava
riaffiorando sotto i governi sovranisti di destra. Nel 1941 l’effimero Stato slovacco — sot[Rosaspina, “I/
blocco dei risarcimenti contro gli ebrei è inaccettabile” Ma il governo: avanti
con la legge, “Corriere della Sera, Antisémitisme: le poison de la
banalisation lemonde.fr/ idees/article/2021/08/18 /antisemitisme-le-poison-de-la-banalisation
Sur la pancarte [...] figure une série de noms de ‘traîtres’: plusieurs
responsables politiques actuels, mais aussi une dizaine de personnalités
frangaises ou américaines, qui n’ont que peu de rapport direct avec la
gestion de la crise sanitaire. Le milliardaire américain d’origine hongroise
George Soros, le fondateur du forum de Davos, Klaus Schwab, Bernard-Henry
Lévy ou encore la famille Rothschild sont ainsi cités. Leur point commun?
Ils sont de confession juive. Au centre de la pancarte figure le slogan en
lettres rouges Mais Qui?”, dont le ‘O’ est agrémenté de cornes” (Samuel
Laurent - William Audureau, “Mass qui”, de la blague virale au slogan
antisémite. Au travers de cette question rhétorique, certains opposants à
la politique sanitaire ciblent la communauté juive, accusée d’étre responsable
de la crise liée au coronavirus, Publié
à 16h28 — Mis à jour le 14 aoùt 2021 à 06h35 le monde. fr/ societe/article mais-qui-
de-la- blague-virale- au-slogan-antisemite. Cfr. Le
Monde, idees article/2021/08/18/ antisemitisme-le-poison-de-labanalisation] to
la guida di Jozef Tiso, sacerdote cattolico dalla vita tormentata in un
territorio tormentato5? — aveva emanato un “codice ebraico” contenente misure
antisemite analoghe alle “Leggi di Norimberga” nazionalsocialiste del
1935 e a quelle fasciste. La politica filo-nazionalsocialista di Monsignor Tiso
aveva imbarazzato non poco la Santa Sede. Con l'ascesa al potere del
comunismo, era giunta per Monsignor Tiso la condanna a morte per
collaborazionismo: ma oggi alcuni ambienti slovacchi ne propongono la
riabilitazione. Il Pontefice esortava “a promuovere insieme un’educazione
alla fraternità, così che i rigurgiti di odio che vogliono distruggerla
non prevalgano. Penso alla minaccia dell’antisemitismo, che ancora
serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo
per disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la
fraternità” Un analogo appello era risuonato in Ungheria: “Parole, -
commentava il quotidiano dei vescovi italiani, — che appaiono anche come
una risposta indiretta al premier Viktor Orbn, incontrato prima della
Messa, Negli stessi giorni, il congresso “Interfaith” — il G20
delle fedi — rilanciava a livello interconfessionale la stessa condanna e
annunciava la preparazione di uno studio sugli attentati a sfondo
religioso compiuti nel mondo negli ultimi quarant’anni. Nel suo intervento, il
presidente Mario Draghi condannava espressamente le “manifestazioni di
antisemitismo, un fenomeno in preoccupante crescita”7!,
Questo era dunque il clima in cui ci si preparava a ricordare
l’anniversario delle leggi razziali. Un esempio: la rievocazione
dell’Accademia delle Scienze di Torino L’Accademia delle scienze di Torino
ricorda l’ottantesimo anniversario della legislazione razziale del fascismo con
un convegno che si proponeva, “a 80 anni dalla promulgazione delle leggi
razziali da parte del regime fascista, di ricostruire le [Lorman, The
christian social roots os Jozef Tiso’ radicalism, 1887-1939, in Rebecca
Haynes — Martyn Rady (eds.), Jr the shadow of Hitler. Personalities of
the right in central and Eastern Europe, Tauris, London - New York;
Graziano — Istvîn Eòrdògh Josef, Tiso e la questione ebraica in
Slovacchia. Prefazione di Antonello Biagini, Periferia, Cosenza 2002, 143 pp.;
Nardini, Tiso: una terza proposta, Ceseo
Liviana, Padova; Giannini, Monsignor Tiso, “Rivista di Studi Politici
Internazionali, Muolo, La visita. Il Papa a Budapest e Bratislava: “Mai più
odio e chiusure, ma fraternità” “L'Avvenire” 12 settembre 2021
(https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-budapest). Una descrizione degli
incotnri del Pontefice è in Domenico Agasso, Slovacchia, il Papa al
Memoriale dell’Olocausto incontra gli ebrei: con la Shoah “qui disonorato
il nome di Dio”,“La Stampa” lastampa. it/vaticaninsider/it/2021/ 09/13/ news/ slovacchia-il-papa-al-memoriale-dell-olocausto-incontra-gli-ebrei-con-lashoah-qui-disonorato-il-nome-di-dio-
Intervento del premier Draghi nell’ambito dell’Interfaith Forum,
osservatorioantisemitismo. it/articoli/intervento-del-premier- mario-draghi-nellambito-dellinterfaithforum]
linee essenziali delle radici ideologiche e politiche della persecuzione, il
suo svolgimento e i suoi risultati per dare un contributo al rinnovarsi
della memoria e per stimolare le dovute riflessioni in un mondo in cui si
continuano ad alimentare odii etnici e risentimenti”72. Il programma così
annunciato costituisce la cornice delle nove relazioni, pubblicate in
volume a metà del 2021 (a causa della pandemia, come già ricordato nel $
1). Il curatore del volume, Piazza, professore di genetica a Torino), è
anche autore del saggio di apertura, in cui ripercorre le teorie razziali poste
a fondamento della legislazione fascista e le confuta sulla base delle
teorie genetiche attuali, chiedendosi infine. Perché lo stereotipo
razziale è così difficile da estirpare. Gli altri saggi si occupano del
contesto in cui prese forma la legislazione razziale fascista, delle reazioni
che essa suscitò in generale, nella società italiana e nella Chiesa
cattolica; nonché delle reazioni in specifici ambienti: l'università, la
magistratura, la comunità dei matematici, l’istruzione e l’avvocatura.
Fabio Levi, già professore di storia contemporanea all’Università di
Torino, sintetizza la transizione degli italiani da una posizione di
indifferenza rispetto alla sorte degli ebrei a una maggiore attenzione
per la loro sorte: ma non sempre e ovunque. Questa transizione correva parallela
allo scoppio della guerra, all’aggravarsi del suo svolgimento in Grecia e in
Russia, ai bombardamenti alleati del 1942, all’arresto di Mussolini il 25
luglio 1943, all’armistizio dell’8 settembre, alla fuga del re, alla
nascita di una repubblica fascista asservita ai nazionalsocialisti. “Il trauma
dell’armistizio aveva ridotto di molto la distanza residua fra ebrei e
non ebrei. Sia gli uni sia gli altri erano vittime della stessa guerra”: presi
nella morsa della persecuzione antiebraica e delle distruzioni belliche,
“gli ebrei tentarono la sorte affidandosi al mondo che avevano intorno” e
“in queste condizioni si rese possibile un incontro inaspettato: quello con gli
italiani non ebrei. Due saggi riprecorrono la storia del razzismo
prima della legislazione razziale. Massimo Salvadori - dopo aver
sottolineato che il razzismo moderno, a differenza di quello delle società
antiche e di quello fondato sulle religioni, non offre “una via d’uscita dalla
condizione degli appartenenti alle razze inferiori o intrisecamente
nemiche traccia una sintetica storia del
razzismo a partire dal Seicento, “il secolo definito della,rivoluzione
scientifica”: Infatti scienziati, teologi e filosofi sostennero non soltanto la
differenza, ma anche la gerarchia delle razze e, con quest’ultima, anche
il diritto della razza superiore a dominare quella inferiore. Insomma, da
Linneo a Gobineau è “agevole scorgere elementi che si possono definire di
proto-nazismo. Ma è con il Novecento (e con l’opera di Steward Notizie
sul convegno sono contenuti in vari siti (per esempio:
https://\www.unito.it/eventi/le-leggirazziali-convegno-allaccademia-delle-scienze;
i filmati dell’intero convegno sono in:
accademiadellescienze.it/attivita/iniziative-culturali/le-leggi-razziali). Piazza
(cur.), Le leggi razziali,Il Mulino, Bologna, Piazza, La scienza contemporanea
e le ceneri del razzismo, in Piazza, Le leggi razziali del 1938, cit.,
p.- 24: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo
saggio. Levi, Le risposte della società italiana, in Piazza, Le leggi
razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a
questo saggio. 76 Massimo Salvadori, I/ razzismo prima di nazismo e
fascismo, in Piazza, Le leggi razziali del 1938, cit., pp.119132: le
indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio.] Chamberlain,
“una sorta di bibbia del razzismo novecentesco” p. 35) che le teorie
razziali sanciscono l’assoluta superiorità degli ariani e l’insanabile
contrasto con gli ebrei. In Chamberlain questi ultimi “subiscono una sorta di
jelevazione’, in quanto sono visti quale l’altra razza che [...] è la
sola che possa contrastare il dominio dei teutoni nel mondo”; quindi “la
via allo sterminio degli ebrei e alla riduzione degli slavi e delle altre
etnie considerate inferiori era spianata dal programma formulato da
Chamberlain” (p. 35). Hitler mise in pratica questo piano “e nel 1938 il
servile dittatore nostrano si mise al carro di quello tedesco col varare
le leggi razziali. Il saggio di Gentile, professore di diritto a Milano,
considera nel suo insieme la legislazione antiebraica del fascismo un
fenomeno di rara complessità e descrive al suo interno quattro fasi, che
analizza poi in dettaglio: “Un primo frangente è quello degli antefatti e della
preparazione del dispositivo discriminatorio, un secondo momento è
costituito dalle norme vere e proprie, un terzo dalle circolari
amministrative — superamento delle norme —, un quarto e ultimo stadio è
quello in cui si travalicano le circolari stesse: la fase, buia oltre ogni
dire, della Repubblica sociale italiana” Viene descritta quindi “una
paurosa gradazione ascendente” in cui si passa dalla “persecuzione dei diritti”
alla “persecuzione delle vite. Ancora una volta l’esperienza coloniale è
additata come fonte della discriminazione razziale: “È proprio in colonia
che si adoperano, veicolano e immettono nel circuito, nel panorama e nel
linguaggio giuridico concetti e categorie nuove a cui si fa riferimento
in fase di elaborazione della normativa antiebraica. Anzi, il maggior
portato dell’esperienza coloniale fu probabilmente la giuridicizzazione
del concetto di razza. Di fronte al Manifesto della razza, la Chiesa cattolica
espresse un cauto rifiuto attraverso posizioni non omogenee. Da un lato, Pio XI
condannò il razzismo antisemita, ma, d’altro lato, l’articolata gerarchia
della Chiesa assunse atteggiamenti variamente sfumati: Francesco Traniello, già
professore di storia a Torino, li riconduce alla “viva preoccupazione che
la politica dell'Asse, inaugurata da MUSSOLINI, stesse portando a
un’omologazione ideologica e fattuale del regime fascista a quello
nazionalsocialista” col suo razzismo paganeggiante del sangue e della
terra, condannato sotto il profilo dottrinale dall’enciclica papale Mit
brennender Sorge Il punto cruciale era però “l’interconnessione tra la
questione ebraica e quel sistema di relazioni con il regime fascista che,
per quanto possibile, la Chiesa non intendeva mettere a repentaglio,
sistema sancito dal Concordato che aveva ulteriormente innalzato il
livello del supporto consensuale della Chiesa all'opera di Mussolini. Di
conseguenza, “l’incidenza della linea negoziale adottata dalla Santa Sede sul
complesso della legislazione antisemita fu [Gentile, Le premesse della
campagna razziale dell’Italia fascista: profili politici e storico-giuridici,
in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le
citazioni si riferiscono a questo saggio. Traniello, Le risposte della
Chiesa cattolica alla legislazione e alla politica antisemita del regime
fascista, in Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le
citazioni si riferiscono a questo saggio.] nell’insieme molto limitata,
riducendosi a qualche aggiustamento normativo ottenuto dai contatti
ufficiali e più spesso informali”: ad esempio, lo Stato non avrebbe considerato
“concubinato, penalmente perseguibile, la fattispecie di matrimoni razzialmente
misti celebrati con rito cattolico” ovvero avrebbe considerato
l’appartenenza “alla razza ‘non ebraica’ dei figli di matrimoni misti
nati dopo che fossero stati battezzati entro cinque giorni dalla
nascit. Il mondo universitario italiano era stato colpito nel 1931
dall’obbligo dei docenti di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, cui
pochi si erano sottratti7?. Ben più gravi erano invece i vuoti che si
aprivano con le leggi razziali80. Annalisa Capristo, bibliotecaria presso
il Centro di Studi Americani, raccoglie una nutrita schiera di testimonianze e
sottolinea che “per decenni l’Italia non ha fatto veramente i conti con
il suo passato razzista e antisemita” Una valutazione “è stata compiuta
solo a partire dal 1988 ed è tuttora in corso e “uno degli ambiti più
studiati è quello accademico” per tre ragioni: la presenza ebraica vi era
rilevante; il regime fascista diede particolare enfasi a questo intervento; vi
fu una forte compromissione dei FILOSOFI e degli intellettuali non ebrei
nella politica antisemita del fascismo. Queste considerazioni vengono
approfondite con documenti sugli atteggiamenti di GENTILE (si veda), CROCE
(si veda), EINAUDI (si veda), del quale vengono riportate annotazioni
diaristiche con inveterati stereotipi antisemiti, seguite dall’“allineamento
zelante dei matematici italiani e dalla documentazione sugli archeologi
(“una testimonianza raggelante). Opposta fu la posizione dell’economista
Attilio Cabiati (destituito per aver scritto al Ministro delle Finanze di
ritenere “antigiuridica” la normativa razziale, p. 118) e del costituzionalista
Ernesto Orrei, di cui — per sbaglio!
venne pubblicato il libro in cui esprimeva il proprio sdegno per
l’epurazione dei docenti ebrei. La scuola e la biblioteca sono come le chiese
dello stato moderno. Non si respinge nessuno. Il tema dei matematici
italiani espulsi è ripreso da Valabrega, professore di geometria a Torino, che
si fonda soprattutto sulle informazioni avute da colleghi più anziani,
che hanno conosciuto direttamente — o attraverso testimonianze dirette i fatti,
e ne hanno parlato con me in tante conversazioni. Ne risulta un contributo
ricco di dati individuali, anche di matematici non ebrei. Fra i tanti nomi,
vanno ricordati tre matematici non ebrei, ma “molto contrari alle leggi
razziali: Tullio Viola a Roma e, a Torino, Buzano e Tricomi. Quest’ultimo,
“contrario al Goetz, Il giuramento rifiutato. I docenti
universitari e il regime fascista, La Nuova Italia, Firenze; e la recensione di
L. in “Sociologia del diritto. L’elenco dei professori ebrei espulsi è in Ugo
Caffaz, Discriminazione e persecuzione degli ebrei nell'Italia fascista,
Consiglio Regionale della Toscana, Firenze. Capristo, Le reazioni degli
ambienti FILOSOFICI accademici italiani, in Piazza, Le leggi razziali: le
indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo
saggio. Orrei, Intorno alla questione ebraica. Lineamenti di storia e di
dottrina, s.n., Roma. Il volume venne subito ritirato dalle autorità, ma
è oggi presente in alcune biblioteche. Valabrega, La legislazione
antiebraica: la comunità matematica italiana, in Piazza, Le leggi
razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a
questo saggio.] fascismo da sempre, addirittura si convertì, pur non
essendo religioso, alla religione valdese, perseguitata dal fascismo. In
Val Pellice [una delle “valli valdesi” del Piemonte] si rifugiò, partecipando
per un breve periodo alla lotta partigiana. L’impatto delle leggi
razziali sull’università che si è già visto nell’analisi di Annalisa
Capristo viene ripreso daVidari, professore di storia del diritto
medievale a Torino, che ricorda come Torino abbia “espulso con zelo
amministrativo 58 persone: a ricordo ed espiazione l'Ateneo da poco ne ha
tracciato con un’apposita, efficace e dettagliata mostra nel palazzo del
Rettorato tutte le vicende personali e scientifiche, connesse con la propaganda
razzista Le autorità accademiche del tempo si limitarono a dare scarne notizie
su quegli allontanamenti: solo all'Accademia di medicina di Torino il
presidente Luigi Bobbio (padre di Norberto) “ha dato la notizia della
decadenza, ma con un’espressione di stima e di ringraziamento per i soci
allontanati: si tratta di un accenno gentile, non frequente, ripetuto in
Italia in qualche altra rara occasione. L’esame di altri gruppi professionali
conferma un’immagine di sostanziale acquiescenza al regime. L’analisi del
comportamento della magistratura italiana di fronte alle leggi razziali
può essere approfondito partendo dalla bibliografia pubblicata da Giuseppe
Speciale nel suo volume del 2007 e aggiornata in un suo successivo
articolo8S. Inoltre è particolarmente viva la testimonianza di chi,
all’epoca delle leggi razziali, fu un giovane magistrato di prima nomina:
Alessandro Galante Garrone, eminente figura dell’antifascismo, che esamina con
equilibrio la situazione della magistratura negli anni della dittatura —
e i suoi cedimenti: “Episodi più che altro penosi, patologici. Diciamo
ancora che questa magistratura scorata e avvilita ebbe, proprio sotto la
repubblica di Salò e il tallone tedesco, qualche sussulto di fierezza, come
il non prestare giuramento e qualche energica protesta collettiva, in
varie regioni italiane. Ma nel complesso, di fronte alle leggi razziali
del 1938, essa ebbe, più che tutto, imbarazzo e disagio di coscienza: scantonò
e tacque. Tutto sommato, penombre, e qualche ombra più o meno densa, e
qualche debole luce, Sulla magistratura durante l’epoca fascista è
opportuno limitarci a questi accenni, e ritornare al volume dell’Accademia delle
Scienze torinese. In esso Guido Neppi Modona, già pro-[Vidari, La legislazione
antiebraica, con la sua applicazione in Piemonte nel campo
dell'istruzione e dell’avvocatura, in Piazza, Le leggi razziali: le
indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo
saggio. 85 Giuseppe Speciale, Giudici e razza nell'Italia fascista,
Giappichelli, Torino, La giustizia della razza. I tribunali e l'art. 26
del r.d., in Lacchè, Il diritto del Duce. Giustizia e repressione
nell’Italia fascista, Donzelli, Roma; l'aggiornamento bibliografico. Inoltre:
Speciale, Le leggi antiebraiche nell’ordinamento italiano. Razza,
diritto, esperienze, Pàtron, Bologna, Vedi anche: Ernesto De Cristofaro,
Una figura paradossale della legge: il diritto razzista, Speciale,
Giudici e razza negli anni della discriminazione: voci dalle sentenze; in
Ruggieri, Io sono l’altro degli altri: l’ebraismo e il destino
dell’Occidente, Firenze, Giunti, Garrone, Amalek, il dovere della memoria,
cit.; in particolare, il capitolo La memoria dell’offesa, che contiene A
quarant'anni dalle leggi antiebraiche, e Cinquant’anni dopo: ricordi e
rilessioni di un giudice] fessore di diritto e procedura penale nell'Università
di Torino, ricorda che, all’entrata in vigore delle leggi razziali, il
ministero della giustizia chiese che i singoli magistrati dichiarassero
di non appartenere alla “razza ebraica”. Magistrati vennero dispensati
d’ufficio, mentre quattro chiesero di essere messi a riposo: “non risulta che
alcuno dei magistrati in servizio abbia preso in qualche modo le distanze
dall’espulsione. È “l’immensa palude abitata da figure silenti” evocata da
Saverio Gentile88. Molti però non rimasero silenti, ma anzi
parteciparono attivamente alle riviste razziste del regime: “La difesa
della razza” “La nobiltà della stirpe” e, in particolare, “Il diritto
razzista” Neppi Modona elenca pagine di nomi e funzioni, e constata — con
un elenco di casi esemplari — che a guerra finita nessuno è stato condannato.
Non poteva mancare la carriera Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale
della razza, poi nel dopoguerra “Ministro della Giustizia nel primo
Governo Badoglio, consulente giuridico del guardasigilli Togliatti, infine
presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche. In pensione è
nominato dal presidente Gronchi giudice della Corte costituzionale, di
cui diviene presidente eletto dai suoi colleghi della Corte sino all’anno
della morte. Al Tribunale della razza appartenevano anche Antonio Manca e
Giuseppe Lampis, anch’essi divenuti giudici costituzionali nel
dopoguerra. Ecco la loro (vittoriosa) difesa: il Tribunale della razza
era “una commissione tecnico-giuridica, composta in prevalenza di magistrati,
che consentiva di far dichiarare ariane persone che agli atti dello stato
civile risultavano ebree. Parecchie famiglie israelite furono così sottratte ai
rigori della legge” (p. 145)82. Infine, Oggioni passa dal tribunale di
cassazione della RSI alla Corte costituzionale dell’Italia postbellica:
nominato da parte del Presidente della repubblica Giuseppe Saragat, fu
vice-presidente di quella Corte. Non mancarono però magistrati con la
“spina dorsale” come Peretti Griva?0 (una cui sentenza su questioni razziali
provocò circolari di rimbrotto perché in contrasto con la posizione del
Ministero degli interni) e altri ancora di cui Neppi Modona rende conto. In
questa indagine egli ha esaminato “una fonte inedita, i verbali delle adunanze
del Consiglio giudiziario del distretto di corte d’appello di Torino nel
decennio dal 1937 al 1946” sulla valutazione dei magistrati. Su quelle
“centinaia di pareri i riferimenti alla razza sono episodici e casuali,
in tutto solo quattro; da essi “non risulta che alcuno abbia manifestato
un sia pur Modona, La magistratura e le leggi raziali 1938-1943, in
Piazza, Le leggi razziali: le indicazioni tra parentesi dopo le citazioni si
riferiscono a questo saggio. 88 Saverio Gentile, La legalità del
male. L'offensiva mussoliniana contro gli ebrei nella prospettiva
storico-giuridica, Giappichelli, Torino, Ulteriori notizie in Boni, Azzariti:
dal Tribunale della razza alla Corte costituzionale, “Contemporanea academia. edu
Azzariti_ dal_ tribunale_della razza alla corte costituzionale). Una
precisa descrizione della sua carriera è in Antonella Meniconi, La
magistratura e la politica della giustizia durante il fascismo attraverso le
strutture del ministero della giustizia, in Luigi Lacchè (ed.), I/
diritto del Duce, Campobello (a cura di), Una spina dorsale. Domenico Riccardo
Peretti Griva: magistrato, antifascista, fotografo, Edizioni SEB, Torino, Garrone,
Peretti Griva: una spina dorsale, “Nuova Antologia] timido dissenso o
riserva nei confronti della politica razziale del regime o, al contrario,
abbia manifestato adesione a tale politica” (p. 154). Se ne può concludere
che “l’alta e la bassa magistratura si sono trovate accomunate nel medesimo
processo di rimozione della legislazione e della politica razzista del
fascismo”; di conseguenza, “quali che siano stati i motivi della
rimozione, la realtà è che i conti con il passato filo-razzista della
magistratura italiana sono ancora tutti da fare. Nei tribunali operavano
anche numerosi avvocati e procuratori, fra i quali l’epurazione venne
realizzata con la legge. La situazione del Piemonte è stata descritta
sulla base di documenti inediti: “Obiettivo della legge fascista era la
cancellazione dei professionisti ebrei dai rispettivi albi”; però veniva
istituito un “albo aggiunto” per includervi “gli ebrei ‘discriminati’ per
particolari meriti nazionali (cioè ARIANIZZATI, come si è visto): “nell’albo
torinese dopo i avvocati ARIANI sono aggiunti in calce l’ebrei
discriminati, e quindi riparificati agl’ARIANI. Salvadori concludeva il
convegno torinese con una constatazione non basta accrescere la
conoscenza: occorre coltivare la memoria” e con un quesito che si
dovrebbe sempre tener presente: sarebbe necessario che “chi ha la fortuna di
vivere in tempi migliori di quelli che abbiamo evocato e di cui abbiamo
qui scritto non ceda ai facili eccessi di moralismo nei confronti di
coloro che piegarono la schiena per salvaguardare se stessi e che domandi
con sincerità a se stesso: ‘To che cosa avrei fatto, avrei superato la prova? Una
guida: i ricordi di Segre Gli astratti furori delle norme
antiebraiche si sono tradotti nelle concrete softerenze di milioni di
individui, quando non nella loro morte spesso atroce. A partire dal dopoguerra
molte persone hanno descritto la loro propria tragedia, affinché non si
dimenticasse l’orrore che avevano vissuto, nella convinzione che il
tramandarne la memoria avrebbe (forse) impedito il ripetersi di tragedie
analoghe. Nel settembre del 1938 Liliana Segre era una bambina
milanese otto anni, espulsa dalla scuola perché ebrea. A 13 anni venne
deportata ad Auschwitz, dove morirono suo padre ed entrambi i nonni
paterni. Sopravvissuta al campo di concentramento e tornata in Italia,
rimase in silenzio per anni, poi condivise i suoi ricordi con migliaia di
giovani, che incontrò durante trent'anni di costante impegno nelle scuole
di tutt'Italia. Proprio nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziste, già
ricordato più volte — Segre venne nominata senatrice a vita. A
novant’anni incontra i giovani di una comunità di Arezzo per quella che
lei stessa definì la sua “ultima testimonianza pubblica Per un quadro generale:
Neppi Modona, La magistratura dalla liberazione agli anni Cinquanta, in
Storia dell’Italia repubblicana, vol. III/2, Einaudi, Torino, Salvadori,
Conclusioni, in Piazza, Le leggi razziali] inclusa in un volume insieme con
altri documenti?3. Questa testimonianza è ora affidata alla lettura di
ciascuno di noi e va meditata nel silenzio delle nostre coscienze.
Le testimonianze individuali si sono moltiplicate nel corso degli anni,
anche sotto la pressione delle rinascenti simpatie per gli autoritarismi tanto
attuali quanto passati (qui evocate nel $ 3). La testimonianza di Segre è
accompagnata da un elenco selettivo di Libri di altri sopravvissuti. Però
la memorialistica su quegli anni è più estesa: è già stato citato il libro di
Giorgio Del Vecchio; altri ancora affiorano ripensando anche alle persone
che abbiamo conosciuto?4; e indelebile è il ricordo della mia insegnante
al Liceo Galvani di Bologna, Sandra Basilea, che ci leggeva in veneziano
Giacinto Gallina e che ci commosse con il suo libro Sez viva Anne?: “Io
li amo i miei ragazzi. E ne ho sempre tanti. Ragazzi e ragazze” Parlava a
noi (“non c'è nulla di più bello che due occhi di adolescente che
ascoltano un argomento più grande di noi”) rivolgendosi ad Anna Frank, e
si presentava così: “Chi sono? Sono una superstite di quell’orribile marasma.
Sono viva. Scampata per miracolo. Vivo ancora. Sono passati ormai più di
dieci anni da quel lontano 1945. Ma vi sono anni della vita che non si
dimenticano più. Incidono nel sangue”95, Per Sandra Basilea,
l’uscire in un giorno di primavera dalla stanza dove era rimasta nascosta per
550 giorni è un ricordo imperituro, ma — guardandosi intorno nel fervore del
dopoguerra — si chiede. Non sono troppi gli immemori?”; e conclude sulla
salutare inevitabilità dell’oblìo: “Tutti forse dimentichiamo. Forse è
destino che sia così. Dobbiamo anche dimenticare. Dimenticare i dolori per
riprendersi, i rancori per perdonare, la vita passata per quella futura
che si evolve e procede instancabilmente. Se Basilea si sofferma
sull’oblio individuale, vedremo come Ernest Renan lo estenda alla vita di
un’intera nazione, quando essa esce da una catastrofe fortemente divisiva. La
curatrice del volume di Segre, Rastelli, ha arricchito il volume di
interessanti Approfondimenti: una Nota biografica su Liliana Segre, una
Cronologia che ripercorre con chiarezza gli eventi storico-politici e, infine, delle Proposte di lettura e
documenti sulla Shoah italiana, che comprendono la bibliografia dei Libri
di Liliana Segre, i Libri di altri sopravvissuti (ricordati poco sopra) e
una selezione di volumi suddivisi per argomento. Segre, Ho scelto la
vita. La mia ultima testimonianza pubblica sulla Shoa. Prefazione di Ferruccio
de Bortoli. A cura di Alessia Rastelli, Solferino, Milano Per esempio,
Ottolenghi, Per un pezzo di patria. La mia vita negli anni del fascismo e delle
leggi razziali, Blu Edizioni, Torino.; Ottolenghi, Ricordi di un “gagno”
di “Giustizia e libertà”, “Micromega” (avvocato, figlio dell’internazionalista
Giuseppe Ottolenghi dell’Università di Torino). “Gagno” significa bambino
o ragazzo in piemontese. Basilea, Sei viva Anne?, Cappelli, Bologna. Su
Basilea: Corsi, La persecuzione narrata, in Grasselli, Stranzeri in patria: gli
ebrei bolognesi dalle leggi antiebraiche, Pendragon, Bologna; in
questo volume sono analizzati anche altri testi memorialistici di ebrei
scampato] Forse i più giovani non hanno presente il convulso sovrapporsi di
eventi; però è necessario ripercorrerli a grandi linee — seguendo la Cronologia
di Alessia Rastelli sopra ricordata — per rendersi conto dell’intersecarsi e
del sovrapporsi di eventi spesso in reciproco contrasto, perché riflessi
d’una realtà frammentata e contraddittoria. Gli anglo-americani sbarcano
in Sicilia; il Gran Consiglio del Fascismo depone Mussolini e il Re e
Imperatore Vittorio Emanuele III lo fa arrestare; il governo firma
l’armistizio con gli alleati e fugge da Roma; i tedeschi occupano l’Italia
centro-settentrionale e inell’Italia del Nord nasce la REPUBBLICA SOCIALE
ITALIANA. Essa è guidata dal Partito Fascista Repubblicano, il cui programma
è contenuto nel Manifesto di Verona, in cui si legge. Gli appartenenti
alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a
nazionalità nemica. In stretta collaborazione con i nazisti inizia così la
deportazione degl’ebrei italiani. A simbolo di questo nuovo corso assurge
la deportazione in Germania, di oltre mille ebrei romani, dei quali
soltanto sedici sopravvissero. Da Milano partono i treni per Auschwitz che
deportano anche Levi e Segre. Si intensifica la lotta partigiana e viene
costituito il governo di unità nazionale presieduto da Badoglio; gli
alleati liberano Roma e sbarcano in Normandia. L’Italia è divisa in due, con
l’esercito della RSI che, a fianco dei tedeschi, combatte contro gli
angloamericani che risalgono la penisola, affiancati dall’esercito regio
di Badoglio; una parte dei militari fascisti si sbanda (“Tutti a casa” è
appunto il titolo del celebre film di Comencini su quei giorni); altri
passano alla lotta partigiana; altri entrano nell’esercito di Salò. Ma molti
rifiutano di servire sia nella RSI sia sotto i tedeschi e vengono internati in
Germania. È la tacita resistenza degl’Internati Militari Italiani, non
meno eroica della resistenza armata. L’esercito sovietico libera Auschwitz; il
Comitato di Liberazione Nazionale ordina l’insurrezione generale contro i
nazi-fascisti: è la data della Liberazione oggi festa nazionale; si
suicida Hitler e la Germania si arrende; gli americani sganciano le bombe
atomiche su Hiroshima e Nagasaki e il Giappone si arrende. La Seconda
Guerra Mondiale è finita. Iniziano i processi di Norimberga contro i criminali
nazionalsocialisti e inizia il processo di Tokyo contro i militaristi
giapponesi, mentre per l’Italia si registra una mancata Norimberga.
Accanto a questa “grande storia” dell’Italia scorre la “piccola storia”
quotidiana degli italiani: bombardamenti, sfollamenti, tessere annonarie,
rappresaglie dei nazisti e dei “repubblichini” azioni anche arbitrarie dei
partigiani, mentre la lotta per i grandi ideali (dell’una e dell’altra
parte) si interseca con meschine e violente rivalse politiche e vendette
personali. 27 Michele Battini, La mancata Norimberga italiana,
Laterza, Bari-Roma 2003, XII-189 pp.; Filippo Focardi, Criminali a piede
libero: la mancata “Norimberga italiana”, in Giovanni Contini - Filippo Focardi
—- Marta Petricioli (a cura di), Memoria e rimozione: i crimini di guerra
del Giappone e dell’Italia, Viella, Roma Atti del Convegno tenuto a Firenze nel
2007); Guido Caldiron, La mancata Norimberga italiana, in Ora e sempre
Resistenza, “Micromega. L’ITALIA DIVIENE UNA REPUBBLICA PARLAMENTARE,
ricostruisce un suo apparato statale che — oltre a garantire il
funzionamento della nazione - deve anche punire i reati commessi nel convulso
triennio appena trascorso. In particolare, deve punire i reati commessi
dai fascisti, e deve farlo nell’ambito della nuova legalità repubblicana,
i cui tribunali sono però ancora in maggioranza retti da magistrati con
un passato di acquiescenza al fascismo. L’Italia esce da una guerra mondiale,
ma anche da una guerra civile, lasciandosi alle spalle un’epoca nella
quale le istituzioni monarchiche e fasciste hanno goduto di un largo appoggio
popolare. Un quesito ineludibile si pone alle nuove istituzioni repubblicane:
devono assumersi l’onere di reprimere i reati fascisti, come ad esempio i
reati connessi alle leggi antiebraiche? Fiat justitia et pereat mundus? La
nuova repubblica preferì la via della pace sociale e della conciliazione,
che però è anche la via dell’impunità: l’“amnistia Togliatti” si colloca
in quest’Italia dilaniata dal passato, divisa sul presente ma fiduciosa nel
futuro. Tra giusta punizione e pace sociale: “l’amnistia Togliatti. Dopo i
tormentati giorni successivi all’armistizio e la conclusione delle
attività militari sul territorio italiano, nel tentativo di salvare la
monarchia Vittorio Emanuele II abdicò il 9 maggio 1946 a favore del figlio
Umberto II, che era stato Luogotenente Generale del REGNO D’ITALIA: è sua la
firma sui decreti luogotenenziali esaminati tra poco. Il referendum
istituzionale trasformò l’Italia in repubblica e quindi UMBERTO II - il “re
di maggio” — DOVE PARTIRE PER L’ESILIO. Nel contempo, sotto la guida di Alcide
De Gasperi, veniva formato il primo governo repubblicano, il cui ministro della
giustizia era Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano: un
inevitabile riconoscimento della rilevanza avuta dai comunisti nella lotta
di Liberazione, destinato però a non avere seguito. Togliatti fu
vice-primo ministro nel 1944-45 e Ministro di Grazia e Giustizia: in
quest’ultima veste varò l’amnistia che prese il suo nome e che verrà qui
brevemente esaminata, avendo come testo di riferimento una recente
analisi soprattutto tecnico-giuridica, cioè penalistica, di
quest’amnistia?8. Il suo autore, Paolo Caroli, sintetizza così la
sua opera: “Nel primo capitolo si offre una ricostruzione del contesto
storico-giuridico della transizione italiana, sia con riferimento ai
delitti fascisti che a quelli commessi dai militari italiani all’estero, ai
delitti della Resistenza e a quelli dei militari tedeschi. Il secondo
capitolo si concentra sull’amnistia Togliatti, analizzan- [Caroli, I/
potere di non puntre. Uno studio sull’amnistia Togliatti, Edizioni Scientifiche
Italiane, Napoli, Fonti e Studi per il Diritto Penale, collana diretta da
Sergio Vinciguerra e Gabriele Fornasari, n. 2); le indicazioni tra
parentesi dopo le citazioni si riferiscono a questo saggio. Cfr. in
particolare: il grande ripiegamento”: dalla pena alla clemenza; 2.7.
L’esercizio del potere di clemenza: l’amnistia Togliatti; 2.8. Gli
interventi di clemenza successivi (1946-1966), pp. 48-57, e due capitoli di
analisi dell’amnistia Togliatti, pp. 101-211; importante la Brbliografia] do i
delitti a cui si applica ed evidenziando lo iato tra /aw in the books e law in
action. Il terzo capitolo sottopone il provvedimento di amnistia a un
sindacato critico, ricorrendo a un duplice parametro: da un lato i
criteri offerti dalla dottrina penalistica, dall’altro quelli della
giustizia di transizione e del diritto penale internazionale. Il quarto
capitolo allarga lo sguardo alla transizione nel suo insieme, comparando
l’esperienza italiana con quella spagnola e sudafricana” ma affrontando
anche un problema italiano recente, cioè confrontando l’esperienza postbellica
“con ciò che avvenne nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica,
in quella stagione nominata Tangentopoli”9, iniziata nel 1992. Nel quinto
capitolo, infine “si sviluppano considerazioni più generali sulla
clemenza collettiva e sulla non punibilità” nell’Italia di oggi. Nella fase
postbellica di transizione anche istituzionale vennero emanati anzitutto
due decreti luogotenenziali per il perseguimento penale dei reati commessi
sotto il fascismo: uno sulla Purzizione dei delitti e degli illeciti del
fascismo, l’altro sulle Sanzioni contro il fascismo! Quest'ultimo — che
può essere considerato “la Magna Charta della giustizia transizionale
italiana — istituisce l’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il
Fascismo e individua le fattispecie penali che saranno giudicate dalle Corti
Straordinarie d'Assise (CAS), poi Sezioni speciali delle Corti d’Assise:
Sono abrogate tutte le disposizioni penali emanate a tutela delle istituzioni e
degli organi politici creati dal fascismo. Le sentenze già pronunciate in
base a tali disposizioni sono annullate. I membri del governo fascista, e
i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver annullate le garanzie
costituzionali, estinte le libertà popolari, creato il regime fascista,
compromesse e tradite le sorti del Paese condotto alla attuale catastrofe,
sono puniti con l’ergastolo e, nei casi di più grave responsabilità, con
la morte. Essi saranno giudicati da un’Alta Corte di giustizia
composta di un presidente e di otto membri, nominati dal Consiglio dei
Ministri fra alti magistrati, in servizio o a riposo, e fra altre personalità
di rettitudine intemerata. Art. 3. Coloro che hanno
organizzato squadre fasciste, le quali hanno compiuto atti di violenza o
di devastazione, e coloro che hanno promosso o diretto l’insurrezione
sono puniti secondo l’art. 120 del Codice penale. Rilevanti i due
paragrafi sulla “transizione degli anni ’90”: “Il diritto penale per uscire
dalla guerra e il diritto penale per uscire da Targentopoli: a. Un
elemento di differenza fra le due transizioni: sulla maggiore responsabilità
del legislatore; 6. Un elemento di analogia e continuità: l’abdicazione
del legislatore e la responsabilità lasciata alla magistratura. Rispettivamente:
Decreto Legislativo Luogotenenziale, Punizione dei delitti e degli
illeciti del fascismo; Decreto Legislativo Luogotenenziale, Sanzioni contro
il fascismo (“Gazzetta Ufficiale” serie speciale). Sull’insieme delle
norme di quei giorni: Massimo Donini, La gestione penale del passaggio
dal fascismo alla Repubblica in Italia,“Materiali per una storia della
cultura giuridica”; Nello Martellucci, Le sanzioni contro il fascismo ed il
Priulla, Palermo. L’articolo del codice penale italiano citato nel titolo ha il
seguente contenuto: “False dichiarazioni sulla identità 0 su qualità
personali proprie o di altri.Chiunque, fuori dei casi indicati negli
articoli precedenti, interrogato sulla identità, sullo stato o su altre qualità
della propria o dell’altrui persona, fa mendaci dichiarazioni a un
pubblico ufficiale o a persona incaricata di un pubblico servizio,
nell’esercizio delle funzioni o del servizio, è punito con la reclusione da uno
a cinque anni. Coloro che hanno promosso o diretto il colpo di Stato e coloro
che hanno in seguito contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore
il regime fascista sono puniti secondo il Codice stesso. Chiunque ha
commesso altri delitti per motivi fascisti o valendosi della situazione
politica creata dal fascismo è punito secondo le leggi del tempo. I
delitti preveduti dall’articolo precedente sono giudicati, a seconda della
rispettiva competenza, dalle Corti d’assise, dai Tribunali e dai
Pretori. Le Corti d’assise sono costituite dai due magistrati, previsti
dal Testo unico delle disposizioni legislative sull’ordinamento delle Corti di
assise, e da cinque giudici popolari estratti a sorte da appositi elenchi
di cittadini di condotta morale e politica illibata. Seguono poi
le pene, delle quali vengono qui di seguito presentati soltanto alcuni
esempi, che richiedono però una spiegazione preliminare. Il lettore di
questo testo (e di altri ad esso successivi, qui non riportati) può
constatare come, nell’indicare i fatti soggetti a punizione, vengano
usati termini così vaghi, da lasciare largo spazio all’interpretazione del
giudice nello stabilire il livello di gravità del comportamento, o
addirittura l’esistenza del reato, e quindi nel decidere se la pena vada
comminata, e in che misura, oppure no. Questa vaghezza terminologica può
avere due cause. Una deriva dalla natura politica o fattuale del comportamento
punito, il quale non è quantificabile o comunque delimitabile con
precisione. Chi vive in un Stato totalitario, e per di più occupato da un
esercito nemico, nella propria attività professionale inevitabilmente
“collabora” con il nemico: a partire da quale momento questa inevitabile
“collaborazione” diviene colpevole “collaborazionismo In base all’art. 3
appena citato, come distinguere gli “atti rilevanti a mantenere in vigore il
regime fascista” dagli atti irrilevanti a questo fine? L'altra causa della
genericità terminologica deriva dall’arrière pensée attribuibile al legislatore,
che pratica una politica giuridica simbolica, anche se in apparenza dura: il
legislatore compie il bel gesto di punire con severità certi
comportamenti, sapendo che quella severità verrà attenuata (e anche molto)
perché l’applicazione di quelle norme è affidata a una magistratura che ha
ancora le sue radici nell’epoca fascista, come si vedrà tra poco. Ecco
ora il testo di alcune norme, da considerare tenendo conto delle osservazioni
sin qui svolte sulla loro terminologia: Art. Chi, per motivi
fascisti o avvalendosi della situazione politica creata dal fascismo, abbia
com piuto fatti di particolare gravità che, pur non integrando gli estremi
di reato, siano contrari a norme di rettitudine o di probità
politica, è soggetto alla interdizione temporanea dai pubblici uffici ovvero
alla privazione dei diritti politici per una durata non superiore a dieci
anni. Senza pregiudizio dell’azione penale, i beni dei cittadini i quali
hanno tradito la patria ponendosi politicamente ed attivamente al servizio
degli invasori tedeschi sono confiscati a vantaggio dello
Stato. Sono dispensati dal servizio [cioè epurati]: 1) coloro che,
specialmente in alti gradi, col partecipare attivamente alla vita politica del
fascismo o con manifestazioni ripetute di apologia fascista, Vassalli —
Sabatini, Il collaborazionismo e l’amnistia politica nella giurisprudenza
della Corte di Cassazione. Diritto materiale, diritto processuale, testi
legislativi, La giustizia penale, Roma
(analizza le sentenze] si sono mostrati indegni di servire lo Stato; 2)
coloro che, anche nei gradi minori, hanno conseguito nomine od
avanzamenti per il favore del partito o dei gerarchi fascisti.
Mentre sono dispensate (cioè epurate) altre figure legate al partito fascista e
alla sua attività, in altri casi sono previste forme (altrettanto vaghe) di
diritto premiale, come ad esempio nell’art. “Chi, dopo, si è distinto
nella lotta contro i tedeschi, può essere esente dalla dispensa e da ogni
misura disciplinare” Segue poi l’“Avocazione dei profitti di regime, cioè
la confisca dell’arricchimento individuale realizzato sfruttando le
opportunità offerte dal regime fascista: Gli incrementi patrimoniali
conseguiti dopo, da chi ha rivestito cariche pubbliche o comunque svolta
attività politica, come fascista, si presumono profitti di regime, a meno
che gli interessati dimostrino che gli arricchimenti hanno avuto lecita
provenienza. Ciò vale anche se i beni abbiano cessato di appartenere alla
stessa persona. Infine, una norma nella cui formulazione “la
responsabilità del legislatore è più evidente” —, P 5 P osserva il
penalista Caroli — punisce “le sevizie particolarmente efferate” all’art. 3
del decreto dell’“Amnistia Togliatti che è opportuno vedere per
intero: Amnistia per altri delitti politici. È concessa amnistia per i
delitti di cui agli articoli 3 e 5 del decreto legislativo
luogotenenziale ed all’art. 1 del decreto legislativo luogotenenziale, e per i
reati ad essi connessi a’ sensi dell’art. 45, n. 2, Codice procedura
penale, salvo che siano stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni
di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati
commessi fatti di strage, sevizze particolarmente efferate, omicidio o
saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro!02,
Il termine ‘sevizie’ (si noti il plurale) “presuppone un livello estremo
di disumanità. Esso non dovrebbe perciò tollerare l’apposizione di aggettivi
che ne qualifichino l’intensità. Le sevizie, in quanto tali, dovrebbero
essere già di per sé al livello massimo di gravità. Tuttavia il
legislatore rende il termine ancora più selettivo, affiancandovi un avverbio ed
un aggettivo e richiede, affinché tali sevizie abbiano efficacia ostativa [cioè
impediscano l’applicazione dell’amnistia], che esse siano ‘particolarmente
efferate Il risultato pratico di questa scelta terminologica fu che le
‘sevizie’ senz’altra qualificazione e le ‘sevizie efferate’ vennero
amnistiate dai tribunali, con sentenze che sono “addirittura ripugnanti
all’umana coscienza Per la Corte di Cassazione, la sevizia
particolarmente efferata è “soltanto quella che, per la sua atrocità, fa
orrore a coloro stessi che dalle torture non siano alieni” (Cassazione,
Camerino). Con un’aberrante interpretazione di questo tipo, nota un
commentatore, “giudice dell’efferatezza diventava la sensibilità dello stesso
seviziatore Il progressivo svuotamento delle sanzioni avvenne con varie norme e
circolari interpretative, nonché “con l’entrata in vigore della Costituzione”
perché “l’art. consente anche ai Testo integrale dell’“Amnistia
Togliatti”. Decreto Presidenziale, Amnistia e indulto per reati comuni,
politici e militari, “Gazzetta Ufficiale” Serie Generale gazzettaufficiale.it/eli/id/ Garrone, Guerra
di liberazione (dalle galere), “Il Ponte” La citazione è tratta da Massimo
Donini, La gestione penale del passaggio dal fascismo alla Repubblica in
Italia,“Materiali per una storia della cultura giuridica] condannati in via
definitiva di presentare ricorso al fine di ottenere l’amnistia. Ciò di
fatto annulla gli effetti di gran parte del lavoro dell’Alta Corte di
giustizia. Infine, il perseguimento penale “dei crimini fascisti in Italia
conosce un punto d’arresto con l’amnistia, qualificata dagli storici come
‘colpo di spugna’, una combinazione di ‘amnesia e amnistia.
Una precisa esegesi del testo dell’“Amnistia Togliatti” e il dibattito
sulle sue numerose manchevolezze va lasciato ai penalisti. Proprio le
indeterminatezze testuali favorirono “un vero e proprio attivismo della
magistratura” segnata — come si è visto — dalla forte impronta ricevuta
nell’epoca fascista: “Dall’inizio del secolo al fascismo, il sistema si basava
su una sorta di ‘dialogo’ fra aperture sociali da parte del legislatore
ed applicazione in senso restrittivo da parte di una magistratura
conservatrice, che faceva massimo uso degli spazi di discrezionali tà
consentita” In altre parole: “La logica del bastone e della carota nei
confronti delle classi subalterne e dei movimenti politici di opposizione
vede dunque, in un evidente gioco delle parti, il legislatore offrire la
carota e la magistratura brandire il bastone a difesa della conservazione.
L'applicazione dell’amnistia in Italia si reggeva proprio su questo gioco delle
parti fra legislatore e magistratura. Tenendo presente questa situazione
conviene ora ritornare per soffermarsi brevemente sul contenuto dell’“amnistia
Togliatti”105. Un suo chiaro commentario è la relazione con cui Togliatti
stesso accompagnò il provvedimento, presentandolo come “un provvedimento
generale di clemenza. L’amnistia riguarda i delitti comuni puniti con una
pena detentiva inferiore ai 5 anni e commessi entro, nonché “i delitti
politici commessi dopo la liberazione” (art. 2): però non veniva definito che
cosa si intendesse per delitto politico. Altri articoli introducevano
importanti forme di indulto fuori dai casi di amnistia: la pena di morte
era commutata in ergastolo; l’ergastolo in reclusione per 30 anni; le
pene detentive superiori a 5 anni erano ridotte di un terzo; quelle inferiori a
5 anni venivano condonate. L’“amnistia Togliatti” provocò la
scarcerazione immediata di molti fascisti e venne criticata non solo dai
movimenti partigiani, ma anche all’interno del Partito Comunista
Italiano: infatti vennero scarcerati i fascisti, ma non i partigiani
arrestati prima e durante la Liberazione. Tipica è la posizione dell’esponente
del Partito d’Azione Berlinguer, senatore socialista (e padre di Enrico,
futuro segretario generale del PCI). Quindi poco prima dell““Amnistia
Togliatti“ aveva presentato alla Camera un provvedimento di “larga
amnistia e di condono” infatti egli si dichiarava favorevole a un
provvedimento di amnistia che riguardasse tanto i reati politici quanto anche
quelli comuni, adducendo due ragioni a favore di questa sua proposta: il
mutamento della coscienza giuridica dopo il ’44 rispetto ai reati comuni e
l‘esigenza di ridurre i processi arretrati che erano andati accumulandosi!0,
Di fronte all’“amnistia Togliatti” ne valuta il pro e il contro: da un [
Bracci, Come nacque l’amnistia, “Il Ponte, ; in generale: Romano Canosa,
Storza dell’epurazione in Italia. Le sanzioni contro il fascismo, Baldini
e Castoldi, Milano, Mario Berlinguer, Lineamenti della prossima amnistia, “La
Giustizia Penale] lato, la ritiene pericolosa perché “dimentica le vittime per
perdonare i persecutori”!07; ma, dall’altro lato, dà “atto al governo di
questo gesto saggio e patriottico, segno di generosità, di forza e di
fiducia nell’Italia che si rinnova, Nell’immediato dopoguerra,
inoltre, bisognava tenere presente la collocazione politica tanto del
governo quanto della magistratura: quest’ultima “è ora chiamata a giudicare
membri del passato regime, i quali rappresentano comunque la conservazione, a
fronte di un nuovo governo che di fatto è un governo rivoluzionario. Esso
era inoltre composto da partiti come il PCI, sino a poco prima bandito
come illegale e bollato come sovversivo del concetto stesso di ordine
costituito. L'atteggiamento della magistratura non rappresenta quindi un
intervento improvviso e imprevedibile, ma un’evoluzione coerente e
perfettamente prevedibile. All’interno società italiana del dopoguerra si
intrecciavano ancora “moti di violenza, minacce neofasciste, ritorno di
partigiani alla macchia, omicidi eccellenti e omicidi di classe, mentre nel
contesto internazionale l’Unione Sovietica, da alleata delle democrazie
occidentali nella ‘guerra calda’, si era trasformata nella loro nemica nella
‘guerra fredda”. All’interno dell’Italia veniva quindi meno quella
solidarietà tra i partiti antifascisti di destra e di sinistra che aveva
caratterizzato la Resistenza, mentre all’esterno appariva chiaro che gli
Stati Uniti non potevano accettare che nel governo italiano fosse presente il
maggior partito comunista dell'Occidente. Di conseguenza, il PCI venne
escluso dal governo De Gasperi: resterà fuori dall’area governativa sino
alla sua dissoluzione, Il grave attentato a Palmiro Togliatti del
14 luglio 1948 può essere preso a simbolo delle tensioni sociali e politiche
dell’immediato dopoguerra!!0; un simbolo con una doppia valenza. Da
un lato, l’attentato porta alla luce in forma estrema gli atteggiamenti
fortemente ostili ancora presenti in tutto il Paese: “Operai e contadini in
piazza, sciopero generale prima spontaneo poi ufficiale, l’urlo della
folla in marcia, le fabbriche occupate, le sedi cattoliche devastate, le
camionette della Celere in azione, i comizi del Pci, i primi colpi, le prime
violenze. Compaiono i mitra: i dimostranti sparano, i celerini
rispondono, si contano i primi morti. Togliatti ha invitato alla calma,
ma l’Italia è un vulcano. Genova, Firenze, Torino e Venezia sono in
rivolta. Il Governo mette in campo l’esercito. Sono le ore più
drammatiche della breve storia repubblicana. Siamo nell’anticamera della guerra
civile”; Berlinguer, L’ammnistia è pericolosa. Dimentica le vittime per
perdonare i persecutori, “Non Mollare”. Contrario all’amnistia anche A. Battaglia,
A proposito dell’amnistia. Una cattiva legge ed una indebita circolare,
“Rivista Penale” Berlinguer, Incongruenza e iniquità dell’amnistia, “La
Giustizia Penale” Il Congresso del PCI decise di mutare nome in Partito
Democratico della Sinistra, destinato a successivi cambi di nome e a un
costante calo elettorale. 110 La notizia dell’attentato nella
stampa di quei giorni è raccolta nel sito della Fondazione Feltrinelli
fondazione feltrinelli.it/ app/uploads _Attentato-a-Togliatti). infine, “l’estate
rovente del ’48 va in archivio, portandosi dietro una guerra civile che non
c'è stata e un bilancio pesante: morti e feriti, Dall’altro
lato, nel giorno stesso in cui fu vittima dell’attentato all’uscita dal
parlamento, l'atteggiamento moderato di Togliatti tenne a freno un
partito in cui molti militanti ex partigiani avevano ancora le armi in cantina:
“Le uniche parole che il segretario [del PCI] pronuncia prima di entrare di
entrare in sala operatoria sono “State calmi; non perdete la testa! Il carisma
del segretario generale e la disciplina del partito, nonché la ferma reazione
del governo, evitarono giorni drammatici alla giovanissima
repubblica. L’“Amnistia Azara” e la fine della giustizia di
transizione Il clima fin qui illustrato spiega perché, a partire
da quello stesso anno, si sussegua uno stillicidio di norme e di atti di
clemenza individuale. Assume un particolare rilievo l’“amnistia Azara” dal nome
dell’allora ministro della giustizia!!3. Essa vuole (queste le parole del
relatore alla Camera dei deputati, Francesco Colitto) “chiudere il ciclo fin
troppo lungo di una lotta politica assai aspra e drammatica, cancellando
i residui della dura guerra civile e dare così inizio ad una nuova èra di
solidarietà nazionale”1!4. Il medesimo spirito irenico traspare dalla
presentazione al Senato di questo “progetto di clemenza”: PRESIDENTE.
L’ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: “Delegazione al
Presidente della Repubblica per la concessione di amnistia e
indulto” già approvato dalla Camera dei deputati. Dichiaro aperta la
discussione generale. È iscritto a parlare il senatore Piola. Prima che egli
inizi il suo discorso, mi sia consentito di ricordare al Senato che un
provvedimento di clemenza deve essere discusso 11! Innocenti: l’attentato
a Togliatti -- SoleOnLine4/ Tempo%20 liberoX20e%20 Cultura Storia-storie-
togliatti-14-luglio.shtml). Su questa celebre frase (narrata in più
varianti, ma tutte con la stessa carica pacificatrice): Fabrizio Rondolino, I/
nostro PCI. Un racconto per immagini, Rizzoli, Milano, il manifesto per il
ritorno di Togliatti alla Festa dell’Unità); Marcella e Maurizio Ferrara,
Conversando con Togliatti, Edizioni di Cultura Sociale, Roma. La carriera d’Azara
riflette la mutevolezza dei suoi tempi: negli anni del fascismo fu
giudice di cassazione dal 1936, collaborò alla preparazione del codice civile
del 1942 (ottimo codice tuttora vigente), fu membro del comitato
scientifico delle riviste “La nobiltà della stirpe” e “Diritto Razzista”
rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana (venendo per questo
espulso dalla magistratura) e dal 1948 alla morte fu senatore della
Democrazia Cristiana. Come ministro della giustizia nel 1953-54 emanò un
provvedimento di indulto e amnistia per i reati politici commessi
entro (D.P.R), noto come “Amnistia
Azara”. Azara, Amnistia e indulto. Discorsi pronunciati alla Camera dei
deputati nelle sedute del 2 e del 18 dicembre 1953, Tipografia della
Camera dei deputati, Roma; Id., Direttive fasciste nel nuovo Codice
civile, Giuffrè, Milano normattiva it uri-res stato decreto
presidente. repubblica: 1953-12-19;922!vig=). Piromallo, Esposizione
critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e d’indulto dell’ultimo
decennio, Società Editrice Libraria, Milano; la citazione (2° ed. aggiornata con il decreto di
amnistia e indulto, illustrato articolo per articolo). in un’atmosfera
che non contrasti con le elevate finalità che esso si propone. Il senatore
Piola ha facoltà di parlare. proLa. Illustre Presidente, onorevoli
colleghi: il richiamo e l’augurio che il nostro Presidente ha fatto, di
mantenere la discussione nell’ambito della più assoluta serenità, trova
certamente concordi tutti i colleghi. Dirò brevi parole sul progetto in
esame, risultato dei lavori della Commissione, nella quale è regnata
quella stessa serenità di discussione che si verificherà in quest’Aula. Il
progetto è giunto al Senato monco, in relazione a quello che era stato il
progetto governativo, avendo l’altro ramo del Parlamento respinta
l’amnistia; la Commissione all’unanimità ha ritenuto che dovesse essere
integrato in quella parte che le vicende della discussione, alla Camera,
avevano annullato. Non spetta a questo Consesso di indagare sulle ragioni
complesse per le quali dal progetto era stato eliminato l’articolo primo;
ma era doveroso per l’armonia stessa del provvedimento di clemenza che la
Commissione si facesse parte diligente col creare l’altro pilastro sul
quale il provvedimento stesso doveva poggiare. Ed è così che accanto
all’indulto si propone all’approvazione del Senato l’amnistia,
Anche questo decreto contiene dunque norme sia sull’amnistia, sia
sull’indulto. In esso l’amnistia è “generale” mentre la particolare
ampiezza dell’indulto aveva animato il dibattito sull’approvazione del
provvedimento: secondo alcuni, infatti, quell’ampio indulto sembrava una
misura per far uscire dalle carceri tutti i politici. L'amnistia sancita dal
decreto presidenziale è nota come
“amnistia Azara” perché promossa dall’allora Ministro della Giustizia,
Antonio Azara, “magistrato fascista e notoriamente razzista (sostenitore delle
“leggi razziali” e membro della rivista “Diritto razzista”). Tale
decreto, congiunto alla legge n. 921 sulla liberazione condizionale, emanata
giusto il giorno precedente, determinò la scarcerazione dei
collaborazionisti che erano ancora reclusi, Basti qui
richiamare in forma abbreviata i due articoli iniziali di questo testo, la cui
analisi complessiva sarebbe lunga e tecnicamente complessa: È concessa
amnistia: a) per ogni reato, non militare o finanziario, per il
quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro
anni, sola o congiunta a pena pecuniaria, oppure soltanto una pena
pecuniaria. [Segue un elenco di reati esclusi dall’amnistia.]
b) per tutti i reati preveduti dal regio decreto-legge, e sue successive
modificazioni, nonchè per tutti i reati preveduti da leggi antecedenti e
successive al decreto-legge anzidetto in ordine alla disciplina dei
consumi, degli ammassi e dei contingentamenti; per il reato di
diffamazione a mezzo della stampa; d) peri reati militari di
assenza dal servizio preveduti dagli articoli del Codice penale militare di
guerra commessi, in quanto non siano stati compresi in precedenti decreti
di amnistia; per ogni reato, non militare o finanziario, per il quale è
stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a sei anni, sola o
congiunta a pena pecuniaria, commesso da minori di anni diciotto, ferme
restando le esclusioni di cui alla lettera a); per i reati finanziari
preveduti [segue elenco]. Senato della Repubblica, Seduta, Discussione del
disegno di legge: Delegazione al Presidente della Repubblica per la
concessione di amnistia e indulto, p. 2671 senato. it/service). Relatore
è il senatore Giacomo Piola della Democrazia Cristiana. Dalla tesi
di Malo, La giustizia di transizione tra fascismo e democrazia,
dspace.unive.it/bitstream/ handle/1 sequence=2). Art. 2. È concesso
indulto: a) per i seguenti reati commessi: reati politici, ai sensi
dell’art. 8 del Codice penale, e i reati connessi; nonchè i reati
inerenti a fatti bellici, commessi da coloro che abbiano appartenuto a
formazioni armate: 1) commutando la pena dell’ergastolo nella reclusione
per anni dieci e, qualora l’ergastolo sia stato già commutato in
reclusione per effetto dell’indulto, riducendo ad anni dieci la pena della
reclusione sostituita a quella dell’ergastolo; riducendo ad anni due la
pena della reclusione superiore ad anni venti e condonando interamente la pena
non superiore ad anni venti; per ogni reato commesso non oltre il 18
giugno 1946 da coloro che abbiano appartenuto a formazioni armate, e non
fruiscano del beneficio indicato nella precedente lettera. In sintesi,
quell’amnistia e alcune norme successive “estesero definitivamente a tutti i
condannati (compresi i latitanti), i benefici delle scarcerazioni e delle
amnistie. In questo modo in carcere non rimase più nessuno, e la
giustizia del dopoguerra così si concluse” 117, Se la condanna
esige il ricordo, l’amnistia impone l’oblìo: e forse, come il dimenticare
è essenziale per la mente dell’individuo, così il dimenticare è
necessario affinché una nazione possa vivere senza eccessive tensioni.
L'Italia ha molto dimenticato, e la natura e le dimensioni di questo oblio
imporrebbero un’ulteriore, vasta ricerca. Essa potrebbe svolgersi all’insegna
di quando aveva affermato Renan: L’oblio, e dirò persino l’errore
storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed
è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un
pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla
luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le
formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche:
l’unità si realizza sempre in modo brutale. Una nazione è un’anima, un
principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola,
costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato,
l’altra è nel presente. Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi;
l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà
di continuare a far valere l’eredità ricevuta insieme. L’essenza di una nazione
sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio
comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticate molte altre
cose!!8, Nella giustizia transizionale dell’Italia del dopoguerra
le amnistie “Togliatti” e “Azara” sono i primi passi sulla via
dell’oblìo; altri se ne aggiusero, soprattutto dopo le turbolenze.
Omettendo ulteriori approfondimenti, se ne può tracciare un primo quadro
complessivo. I provvedimenti di amnistia e di indulto per fatti politici sono
cinque su un totale di nove atti del genere (i decreti emessi in
relazione a fatti politici contengono di solito disposizioni anche in
ordine a reati comuni). Il primo è
(D.P.R.) (D.P.R.). Gli altri sono
(D.P.R.), (D.P.R.) e (D.P.R.). Dopo, non vi sono più amnistie per fatti
politici. Di conseguenza i provvedimenti di questo tipo Ivi dspace.unive.it
stream handle. Ivi Renan, Che cos'è una nazione? E altri saggi, Donzelli, Roma.
Sull’oblìo individuale in Sandra Basilea, risultano essere cinque nei
trentacinque anni: queste sono le dimensioni della ‘clemenza’ politica in
Italia in tempi recenti”!!9, La riabilitazione del passato culminò
nel 1960 con la formazione del Governo Tambroni, che ottenne la fiducia
1’8 aprile: un monocolore democristiano con l’appoggio esterno del
Movimento Sociale Italiano, diretto erede della Repubblica Sociale Italiana e,
quindi, del partito fascista (che una norma della costituzione vieta di
ricostituire “sotto qualsiasi forma; di qui la scelta di denominarlo
“Movimento” e non “Partito”). Questa inaccettabile alleanza politica
aveva il suo simbolo in Giorgio Almirante, già sottosegretario nel
governo della Repubblica Sociale Italiana, co-fondatore e poi segretario
generale del Movimento Sociale Italiano, nonché deputato nel parlamento
repubblicano. La fiducia a quel governo di centro-destra provocò violente
manifestazioni in tutto il paese e Fernando Tambroni presentò le sue
dimissioni. Ma oggi la fiamma tricolore — che fu il simbolo dell’estinto
Movimento Sociale Italiano — continua ad essere presente nel simbolo del
partito di estrema destra “Fratelli d’Italia” che nelle elezioni passate ha
acquistato una posizione rilevante e che negli attuali sondaggi
elettorali presenta una crescita costantel21, anche se sembra aver subìto un
rallentamento nelle elezioni locali. In questo richiamo al ‘passato che non
passa’ ritorna l'atmosfera ‘nostalgica’ (già evocata nel $ 3.Commemorare
in tempi immemori: tra condanna e nostalgia) e la constatazione che, nella
repubblica nata dalla Resistenza, si sta ormai affermando sempre più la
desistenza, cioè il cedere il passo alle pulsioni di destra sopite ma non
cancellate, al fascismo eterno evocato da Eco. Ed era proprio la desistenza
quello che Piero Calamandrei temeva: Finita e dimenticata la
Resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco
recla meranno a buon diritto cattedre ed accademie. Sono questi i segni
dell’antica malattia. E nei migliori, di fronte a questo
rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di
appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso
stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare Santosuosso, Gli anni .inventati. org/ apm/ abolizionismo/ santpoli/
santpoli6. Costituzione della Repubblica italiana, Disposizioni
transitorie e finali, XII: È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi
forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono
stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore
della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla
eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista. Secondo un
sondaggio dell’importante Istituto Nazionale di Ricerche Dembòpolis “se si
votasse oggi il primo partito sarebbe Fratelli d’Italia con il 21% delle
preferenze. La Lega, però, insegue ad appena lo 0,2 di distanza, accreditandosi
al 20,8 per cento. - Non distante dai partiti del centrodestra il Pd, che
otterrebbe il 19,5%. Il Movimento 5 Stelle, invece, si assesterebbe al 16,6
per cento, mentre tutti gli altri partiti sarebbero sotto la soglia del
10%. Forza Italia [il partito di Silvio Berlusconi], infatti, è
accreditata al 7 per cento, seguita da Azzore al 2,6%, Sinistra Italiana al 2,2
per cento, Leu all’1,9 per cento e infine Italia Viva all’1,7%”
lagone.it/2021/08/29/ sondaggi- politicielettorali-oggi-fratelli- ditalia-lega-e-pd-
racchiusi-in- appena-un-punto-e-mezzo/). Eco, I/ fascismo eterno, La nave
di Teseo. Eco indica “una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei
chiamare l’“Ur-Fascismo” o il “fascismo eterno” Tali caratteristiche non
possono venire irreggimentate in un sistema: molte si contraddicono
reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di
fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare
una nebulosa fascista” e combattere, prima che negli altri, in se
stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che
gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo
dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo. Dopo la breve epopea
della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il
mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi
della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza
individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla
sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa
volta, non potrebbe non esser mortale, Bibliografie, Libri di
sopravvissuti. Rispetto all’elenco contenuto nel volume di Liliana Segre (cfr.
supra, S$ 5. Una guida: i ricordi di Liliana Segre, i titoli sono qui
riportati in ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore e, ove
possibile, è stata indicata la prima edizione e qualcuna delle successive.
Quasi tutti i titoli hanno però ulteriori edizioni, con vari curatori o
prefatori. Bruck, Edith, Chi ti ama così, Lerici, Milano;
Feltrinelli, Milano, Signora Auschwitz. Il dono della parola, Marsilio, Venezia,
Il pane perduto, La nave di Teseo, Milano, Bucci, Andra Tatiana Bucci, Noî, bambine ad Auschwitz. La
nostra storia di sopravvissute alla Shoah. A cura di Umberto Gentiloni
Silveri e Marcello Pezzetti. In collaborazione con Stefano Palermo, Mondadori
Milano, Fiano, Nedo, A Il coraggio di vivere. Prefazione Fiamma Nirestein;
presentazione Ernesto Galli della Loggia; contributo storico Marcello
Pezzetti, Monti, Saronno; Premesse di Andrea, Emanuele e Enzo Fiano, San
Paolo, Cinisello Balsamo Levi, Primo, Se
questo è un uomo, De Silva, Torino; Einaudi, Torino, La tregua, Einaudi, Torino,
I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, Millu, Liliana I/ fumo di Birkenau, La
Prora, Milano, Giuntina, Firenze, Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager.
Prefazione di Paolo De Benedetti. Introduzione di Piero Stefani,
Giuntina, Firenze, Modiano, Sami, Per questo ho vissuto. La mia vita ad
Auschwitz-Birkenau e altri esili. A cura di Marcello Pezzetti e Umberto
Gentiloni Silveri, Rizzoli, Milano, Veltroni, Tana libera tutti. Sami, Calamandrei,
Desistenza, “Il Ponte, jacopo giliberto.blog. ilsole24ore. desistenza-un-
vecchio-articolo- di calamandrei -da-rileggere-conattenzione/). Queste
bibliografie sono pubblicate anche nella rivista on line dell’Institut fur
Zeitgeschichte di Monaco di Baviera e Berlino: Le leggi razziali in
Italia: dall’amnistia all’amnesia. Una bibliografia, “Schepunkte, Max Planck
Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Modiano, il
bambino che tornò da Auschwitz, Feltrinelli, Milano, Veltroni raccoglie la
testimonianza diretta di Sami Modiano e la trascrive per i più giovani).
Nissim, Luciana, Ricordi della casa dei morti, in Luciana Nissim Pelagia
Lewinska, Donne contro il mostro, Ramella, Torino; anche in Luciana
Nissim Momigliano, Ricordi della casa dei morti, e altri scritti,
Giuntina, Firenze. Springer, Il silenzio dei vivi. All'ombra di Auschwitz,
un racconto di morte e resurrezione, Marsilio, Venezia Szòrenyi, Una
bambina ad Auschwitz. Bernardi, Mursia, Milano, Terracina, Piero, Pensate
sempre che siete uomini. Una testimonianza della Shoah. Con una postfazione di
Lisa Ginzburg, Ponte alle Grazie, Milano, Venezia, Shlomo, Sonderkommando
Auschwitz. A cura di Marcello Pezzetti e Umberto Gentiloni Silveri; da
un’intervista di Béatrice Prasquier, Rizzoli, Milano, All’elenco di Liliana
Segre si possono aggiungere: Basilea, Sandra, Se: viva Anne?, Cappelli,
Bologna, Del Vecchio, Giorgio, Una nuova persecuzione contro un perseguitato.
Documenti, Tipografia artigiana, Roma, Grasselli, Antonia (ed.), Strarzeri in
patria: gli ebrei bolognesi dalle leggi anti-ebraiche, Pendragon, Bologna, Ottolenghi,
Massimo, Per un pezzo di patria. La mia vita negli anni del fascismo e delle
leggi razziali, Blu Edizioni, Torino, Ricordi di un “gagno” di “Giustizia e
libertà”,“Micromega, Una bibliografia sulle leggi razziali. La bibliografia che
segue elenca soltanto i titoli dei libri (non quindi degli articoli) in cui
compaiono le parole “leggi razziali” e si limita agli anni prossimi
l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali. Questa selezione è
necessaria perché il Sistema Bibliotecario Nazionale indica
complessivamente titoli dedicati a questo tema. Benussi Annalisa Di Fant
(cur.), Razzismo in cattedra. Il liceo Petrarca di Trieste e le leggi
razziali, EUT, Trieste, Convivere con Auschwitz. Il rafforzamento del dovere
della memoria per la pace e la democrazia nell’ottantesimo dal
preannuncio a Trieste delle famigerate leggi razziali. convegno: EUT, Trieste, Atti
del convegno tenuto a Trieste nell’ambito della Settimana della
Memoria). Di Veroli, Andrea, Giulio Amati da uomo a numero. La vita di un
ebreo italiano spezzata dalle leggi razziali, Chillemi, Roma, Fanesi,
Pietro Rinaldo, GU ebrei italiani nelle Americhe dopo le leggi razziali, Introduzione
di Mulas. Postfazione di Silvana Amati Roma, Nova Delphi, Roma, Max Planck
Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Fidanza,
Vittorio, La lunga notte. Gli italiani fra leggi razziali e deliri totalitari,
Associazione Culturale Mitico Channel, Foggia, Foà, Ugo, Il bambino che
non poteva andare a scuola. Storia della mia infanzia durante le leggi razziali
in Italia, Manni, San Cesario di Lecce, Lombardo, Giacomo, L’ Italia s’è
vespa. Una vespa che racconta i due volti dell’ Italia e della Piaggio,
dalla promulgazione delle leggi razziali fino al boom economico; Pegrari,
Porteri (a cura di), Le leggi razziali contro i beni e le professioni degli
ebrei in Italia, Travagliato Torre d’Ercole, Brescia, Alatri, Giovanna,
Asili infantili dall'Unità alle leggi razziali: ebrei a Roma. Prefazione di
Riccardo Di Segni. Introduzione Paolo Mieli, Fefè, Roma, Calivà, Mario,
Le leggi razziali e l'ottobre del 1943, Besamuci, Nardò (Lecce), Casula, Felice
- Spagnoletti, Triulzi, La conquista dell’impero e le leggi razziali tra
cinema e memoria, Annali - Archivio audiovisivo del movimento operaio e
democratico, Effigi, Arcidosso (Grosseto), Malaguti, Gino Barbara
Previato, Giorgio Malaguti, Espulsi e licenziati: alunni e docenti delle scuole
modenesi e le leggi razziali, Nonantola - Centro studi storici nonantolani, Il
Fiorino, Modena, Pagliara, Alessandro (a cura di), Antichistica italiana e
leggi razziali. Atti del Convegno in occasione dell’ottante- simo
anniversario del Regio Decreto Legge (Università di Parma), Athenaeum, Parma, Riccardi,
Andrea - Gabriele Rigano (eds.), La svolta. Fascismo, cattolicesimo e
antisemitismo. Postfazione di Giovagnoli, Guerini, Milano, Severino, Gerardo,
Le leggi razziali e la Guardia di Finanza. Il caso del finanziere di mare
Ettore Marco Cesana, Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma, Battifora,
Paolo (cur.): l’emanazione delle leggi razziali. Testimonianze, saggi,
riflessioni, Storia e memoria. Istituto ligure per la storia della
Resistenza e dell’età contemporanea Raimondo Ricci, Genova, Brusco,
Carlo, La grande vergogna: l’Italia delle leggi razziali. Prefazione di Liliana
Segre, Gruppo Abele, Torino, Cardinali, Cinzia Anna di Castro, Ilaria
Marcelli (cur.), Voci di carta. Le leggi razziali nei documenti del- la
città di Siena. Catalogo della mostra documentaria, Archivio di Stato di Siena,
Pacini Giuridica, Cecini, Giovanni, Ebrei non più italiani e fascisti.
Decorati, discriminati, perseguitati, Edizioni Nuova Cultura, Roma; con
prefazione di Riccardo Segni. In 4° di copertina: Secondo di tre volumi
realizzati nell’ambito del progetto “Le leggi razziali e il Valore
Militare, Le leggi razziali e il Valore Militare. Antologia di testi e
documenti, Edizioni Nuova Cultura, Roma, Max Planck Institute for Legal History
and Legal Theory, “Le leggi razziali e il Valore Militare, Di Ruscio — Gravina,
Migliau, Le leggi anti-ebraiche. Materiali per riflettere e ricordare,
s.l.s.n. Pubbliprint, Roma, Duranti, Simone, Leggi razziali fasciste e
persecuzione antiebraica in Italia, Unicopli, Milano, Iossa, Vincenza — Manuele
Gianfrancesco (cur.), Vietato studiare, vietato insegnare. Il Ministero
dell’educazione nazionale e l’attuazione delle norme antiebraiche, Prefazione
di Michele Sarfatti, Palombi, Roma, Nigro, Giuseppe, Opposte direzioni:
le famiglie Friedmann e Sonnino in fuga dalle leggi razziali. Prefazione
di Alfonso Botti. Con una nota di Angelo Proserpio, Biblion, Milano, Perini,
Mario, L'Italia – le leggi antiebraiche e a 70 dalla Costituzione. Atti del
Convegno tenuto a Siena, Con una presentazione di Francesco Frati e con
un’introduzione di Floriana Colao, Pacini Giuridica, Pisa, Riccardi Rigano, La
svolta. Fascismo, cattolicesimo e antisemitismo. Postfazione di Agostino
Giovagnoli, Guerini, Milano, Affricano, Marta, Una bambina ebrea ai tempi delle
leggi razziali, Le Graffette, Sassuolo, Berger e Pezzetti, vite spezzate,
Gangemi, Roma, Boratto, Rosanna Ruffino, le leggi razziali: i diritti negati
tra discriminazioni e persecuzioni, Comitato provinciale di Udine della
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Udine, Bozzi (cur.): le “leggi
razziali”) l’anti-ebraismo fascista dalla persecuzione dei diritti alla
Shoah, ANPI, Magenta Ca’ Foscari allo specchio: dalle leggi razziali. [Con la
supervisione di Alessandro Casellato], Catalogo della mostra, CFZ Ca’ Foscari
Flow Zone, Venezia, in occasione del Giorno della memoria, Le) case e le
cose : le leggi razziali e la proprietà privata. Catalogo della mostra,
Fondazione per l’arte e la cultura della Compagnia di San Paolo, Torino, Cassarino,
Salvatore, Nego nel modo più assoluto di essere ebreo. Documenti e riflessioni
sull’applicazione delle leggi razziali nella provincia di Ragusa.
Prefazione di Saro Distefano, Sicilia Punto L, Ragusa, Cavicchi, Alba - Dino
Renato Nardelli, Le leggi razziali nell’Italia fascista, Istituto per la
storia dell'Umbria contemporanea (Isuc), Perugia Collotti, Enzo, I/
fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia. Prefazione di Donatella Di
Cesare RCS, Milano, Critelli e Surace, Leggi razziali e drammi personali: i
documenti raccontano, [Tipografia Essezeta], Varese. Delsante, Con la
faccia infarinata: ebrei a Collecchio dalle leggi razziali (Corcagnano: Graphital), Collecchio, Dix,
Gioele, Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famiglia perseguitata
dalle leggi razziali, Monda- dori, Milano, Edizione speciale edita per i
periodici del Gruppo Mondadori; prima edizione: Mondadori, Max Planck
Institute for Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Fogarollo,
Note scordate: tre musicisti ebrei nella tempesta delle leggi razziali.
Prefazione di Liliana Picciotto. Con CD musicale a cura di Giovanni
Cardillo e Francesco Buffa, Sillabe, Livorno, Graffone, Valeria, Espulsioni
immediate: l’Università di Torino e le leggi razziali, Zamorani, Torino, Guadagni,
Davide (a cura di), Due anniversari: 80° dalle leggi razziali, dalla Costituzione, Pisa University
Press, Pisa Id. Una giornata particolare: la cerimonia del ricordo e delle
scuse. Pisa, San Rossore, dalla firma delle leggi razziali italiane, Pisa
University Press, Pisa, Irico, Pier Franco (a cura di), Vo: 0n siete italiano:
a ottant'anni dalle leggi razziali, gli ebrei trinesi e i regi- decreti,
ANPI, Associazione nazionale partigiani d’Italia di Trino, Trino, Liceo
classico e linguistico statale Vincenzo Gioberti di Torino,] Non dimenticare:
le conseguenze delle leggi razziali al liceo Gioberti, Torino, Pardo,
Lucio, Barbarie sotto le due torri: leggi razziali e Shoah a Bologna, Centro
stampa regionale, [Bologna, Carolina Delburgo (a cura di), Dopo la barbarie: il
difficile rientro, [s.1.], Centro stampa della regione Emilia-Romagna, II
rumore del vuoto: assenze e presenze nell’istituto magistrale Laura Bassi
durante le leggi razziali [progetto didattico: Luchita Quario e Maria
Giovanna Bertani], Regione Emilia Romagna Assemblea Legislativa, Bologna,
Sega, Maria Teresa, Il banco vuoto. Scuola e leggi razziali: Venezia, Prefazione
di Gadi Luzzatto Voghera, Cierre, Sommacampagna, Vercelli: francamente
razzisti: le leggi razziali in Italia, Edizioni del Capricorno, Torino Volpe,
Pompeo — Simone, “Posti liberi”: leggi razziali e sostituzione dei docenti
ebrei all’Università di Padova, Padova University Press, Padova, Foà,
Dario e Aida, Quando due parallele si incontrano: due ragazzi ebrei dalle leggi
razziali ad oggi, S. Belforte, Livorno 2Meneghetti, Francesca, Nor sapevo
di essere ebrea. Carla Rocca di fronte alle leggi razziali, Istresco,
Treviso, Rossi, Scipione, Lo squalo e le leggi razziali. Vita spericolata di
Camillo Castiglioni, Rubbettino, Soveria Mannelli, Triggiani, Ilaria (cur.),
La memoria contro ogni discriminazione. Giorno della memoria, Assemblea
legislativa delle Marche, Ancona, L’“Amnistia Togliatti. Questa bibliografia si
limita ai titoli di un numero limitato di libri perché, per ulteriori ricerche,
si può ricorrere alla vasta Bibliografia contenuta nel volume del
penalista Paolo Caroli, // potere di non punire. Uno studio sull’amnistia
Togliatti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Max Planck Institute for
Legal History and Legal Theory Research Paper Series, Agosti, Togliatti,
l’amnistia e i ragazzi di Salò, in: Italia: guerra di liberazione e nascita
della Repubblica. Scritti sulla Resistenza, sulla guerra civile e sulla
Costituente, L'Unità — Nuova iniziativa editoriale, Roma, Battini,
Michele, Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana, Laterza, Roma-Bari,
Bugni (Arno), Ermenegildo, Riffessioni su due periodi storici: la Repubblica di
Montefiorino, il dopoguerra, l’amnistia di Togliatti e il dopo... cur.
Pedrini, ANPI, Comitato provinciale di Bologna, Bologna, Angelo, I
socialisti e la defascistizzazione mancata, Franco Angeli, Milano, Franzinelli,
Mimmo, L’Amnistia Togliatti: colpo di spugna sui crimini fascisti,
Mondadori, Milano, Ristampato con una postfazione di Guido Neppi Modona:
Feltrinelli, Milano, Caroli: “La principale monografia storica al riguardo” //
potere di non punire, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e
rimozione dei crimini di guerra nazifascisti, Mondadori, Milano, Giannantoni,
Franco, / giorni della speranza e del castigo. Varese: la resa nazifascista, il
Tribunale del popolo, il campo di concentramento di Masnago, i processi
della Corte d’Assise, gli eccidi delle bande irregolari, il progetto
Alleato di “occupare” la provincia, il fallimento delle Commissioni Epurazione
e Illeciti Arricchimenti del regime, l’amnistia Togliatti, Emmeceffe,
Varese, Marchionne, Antonio, Amristia Togliatti. I provvedimenti clemenziali al
mutar di regime: l’amnistia, [tesi di laurea, Università di Napoli
Federico II]. Peregalli— Mirella Mingardo, Togliatti guardasigilli. In
appendice: circolari e documenti, Colibrì, Paderno Dugnano, Santosuosso,
Amedeo — Colao, Politici e aministia: tecniche di rinuncia alla pena per i
reati politici dall’unità ad oggi, Bertani, Verona, Scalabrino, I guardiasigilli
comunisti Togliatti e Gullo. Sanzioni contro il fascismo e processo alla
Resistenza, Miccoli, La grande cesura. La memoria della guerra e della
Resistenza nella vita europea del dopoguerra, Il Mulino, Bologna, Nelle
bibliografie risultano entrambi i nomi Scalabrino, Francesco e Scalambrino,
Francesco.] Scalambrino, Francesco, Gullo e “amnistia Togliatti”,
in Giuseppe Masi (a cura di), Mezzogiorno e Stato nell’opera di Fausto
Gullo, Orizzonti meridionali, Cosenza, Collana di studi e ricerche
dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia
contemporanea). Bibliografia sintetica sull’“Amnistia Azara. I
testi su questa amnistia e sul suo autore sono pochi e di difficile
reperimento. Essi sono qui suddivisi in tre sottosezioni: a) Per una
biografia di Antonio Azara; b) Testi legislativi; c) Scritti sull’“Amnistia
Azara”. Per una biografia di Azara, Berri, Azara: necrologio, “Il diritto
fallimentare e delle società commerciali, Insediamento del primo Presidente
della Corte di Cassazione sen. dott. Azara. Udienza delle Sezioni unite
civili), Stamperia Nazionale, Roma, Max Planck Institute for Legal History and
Legal Theory Research Paper Series, L., Insediamento
del Procuratore generale presso la Corte suprema di Cassazione sen. dott.
Antonio Azara. Udienza delle Sezioni unite civili, Stamperia nazionale,
Roma, Il) trentennio della Rivista di diritto agrario, Scritti di Azara; in
appendice: I giudizi dopo il primo decennio, Tipografia B. Coppini,
Firenze, Tritto, Francesco, Azara, Antonio, in: Dizionario Biografico degli
Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma treccani.it/ enciclopedia/
antonio-azara_(Dizionario-Biografico). Testi legislativi
Amnistia-indulto e liberazione condizionale: legge, legge, D.P.R., Schiano, S.
Maria Capua Vetere, Calvanesi, Giovanni, Amnistia, indulto, liberazione
condizionale. Testo completo dei provvedimenti: commento generale ed
analitico articolo per articolo, richiami legislativi e giurisprudenziali,
formulario, indice completo di tutti i reati compresi negli atti di
clemenza (Decreto del Presidente della Repubblica, G. U. Legge, G. U.), Ed.
Istituto Dante, Roma, Tip. Pug, Pontificia Università Gregoriana, Decreto
del Presidente della Repubblica, Concessione di amnistia e di indulto
gazzettaufficiale.it/ eli/id sg; GU Serie Generale). Curatolo, D.P.:
Amnistia e indulto per reati comuni finanziari, militari, politici; D.P.:
liberazione condizionale, Marrese, Bari, In cop.: Con commento e giu-
risprudenza, elenco articoli C.P. amnistiati; in appendice: reati elettorali ed
elenco amnistie ed indulti, Gorgoglione, I decreti di clemenza: in materia
penale, politica, militare, finanziaria, valutaria, annonaria,
disciplinare, elettorale, amministrativa, tributaria e di polizia. Manuale
pratico sugli istituti giuridici dell’amnistia e dell’indulto con
prontuario dei decreti, note illustrative, criteri di applicazione,
richiami giurisprudenziali e prospetto riassuntivo dei decreti, Giuffrè, Milano,
Piromallo, Esposizione critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e
d’indulto dell’ul- timo decennio, Società editrice libraria, Milano, con
il decreto dell’“Amnistia Azara” cfr. infra, c). Id., Esposizione
critica della giurisprudenza sui decreti di amnistia e d’indulto dell’ultimo
decennio, Società Editrice Libraria, Milano, con il decreto di amnistia e
indulto, illustrato articolo per articolo). Testo completo (dalla Gazzetta
Ufficiale delle leggi, per la concessione amnistia ed indulto, Ceretti, Genova,
Supplemento a: Ruote del lotto,). Scritti sull’“Amnistia
Azara” Amnistia e indulto : leggi, decreto P.R., L. Di G. Pirola, Milano, Azara,
Amnistia e indulto. Discorsi pronunciati alla Camera dei deputati nelle sedute,
Tipografia della Camera dei deputati, Roma, Max Planck Institute for Legal
History and Legal Theory Research Paper Series, Bartholini, Salvatore, La
delegazione legislativa in materia di amnistia e indulto, Giuffrè, Milano, Rivista
trimestrale di diritto pubblico”). Basso, Lelio, Per un’amnistia
riparatrice, Camera dei deputati, Roma, Berlinguer, Mario, Su/l’amnistia, Discorso
pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta, Tipografia della Camera dei
deputati, Roma, Bracci, Arnaldo, Brevi cenni di giurisprudenza
sull’applicazione dell’amnistia di cui al D.P., al reato di contrabbando di
tabacchi esteri,“La Giustizia Penale”, Capalozza, Enzo, I/ reato politico
nell’ultimo provvedimento di amnistia ed indulto, “Il Nuovo Diritto”
Colitto, Ammnistia ed indulto: discorso pronunciato alla Camera dei Deputati
nella seduta, Tipografia della camera dei deputati, Roma, De Francesco,
Giuseppe Menotti, La tesi monarchica sull’amnistia: discorso, Roma, L’amnistia
e l’indulto in relazione all’articolo della costituzione : discorso, Jannitti
Piromallo, Alfredo Esposizione critica della giurisprudenza sui decreti di
amnistia e d’indulto dell’ulti- mo decennio, Società Editrice Libraria,
Milano, con il decreto di amnistia e indulto, illustrato articolo per
articolo, anteriore all’“Amnistia Azara. Malizia, Saverio,
Giurisprudenza completa sull’amnistia e indulto : Decr. Gazzettino Forense,
Padova, Perazzoli, Giuseppe, / limiti di applicabilità dell’amnistia per i
reati di assenza dal servizio, “Archivio penale” Riccio, Stefano,
Sull’amnistia e l’indulto. Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella
seduta, Tipografia della Camera dei deputati, Roma Santamaria, Dario,
Considerazioni sull’applicabilità dell’amnistia al reato continuato, “Rivista
Italiana di Diritto Penale” Scardia, Marcello, // concetto di formazioni
armate nel recente decreto di amnistia e indulto, “La giustizia penale”
Tipografia della camera dei deputati, Roma). Siracusano, Ancora
sull’amnistia e sull’immutabilità dell’accusa, Compagnia industriale
tipografica editrice meridionale, Catania Rassegna giuridica di Catania”
Udienza) Spallicci, Aldo, Su/l’amnistia. Discorso pronunciato al Senato
della Repubblica, Tip. del Senato, Roma, Max Planck Institute for Legal History
and Legal Theory Research Paper Series. Mario Giuseppe Losano. Losano. Keywords:
filosofia del diritto romano, Livio -- Luigi Speranza, “Grice e Losano: storia
del diritto romano – what Kelsen never had!” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Losurdo: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del ribelle aristocratico – la scuola di Sannicandro di Bari --
filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sannicandro di Bari). Filosofo
italiano. Sannicandro di Bari, Puglia. Grice: “Losurdo has contributed to a
collection on ‘fatti normativi’ which is fascinating!” -- Grice: “I like Losurdo: describing Nietzsche
as the aristocratic rebel is genial; he also engages in some linguistic
botanising with his ‘linguaggio dell’impero’: something Romans and Brits know
well – cf. ‘Great Britaiin’ and my little England!” Italian philosopher, expert
not on Grice, but Nietzsche, “Nietzsche, ribelle aristocratico” -- essential Italian philosopher. Si laurea a Urbino sotto la guida di SALVUCCI con la
tesi, “La semantica di Rodbertus”. Direttore dell'Istituto di Scienze
filosofiche e pedagogiche Pasquale Salvucci ad Urbino, insegna storia della
filosofia nella stessa università presso la facoltà di Scienze della
Formazione. Inoltre fu presidente dell'hegeliana Società internazionale
Hegel-Marx per il pensiero dialettico, membro della Società di scienze di
Leibniz a Berlino (un'associazione di scienziati che si rifà alla settecentesca
Accademia Reale Prussiana delle Scienze nella tradizione di Leibniz) e
direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI. Dalla militanza
comunista alla condanna dell'imperialismo statunitense, fino allo studio della
questione afroamericana e di quella dei nativi, L. e studioso anche partecipe
della politica nazionale e internazionale. Di formazione marxista,
descritto sia come un «marxista controcorrente» sia come un «marxista
eterodosso» e un «comunista militante», la sua produzione spazia dai contributi
allo studio della filosofia kantiana (la cosiddetta autocensura di Kant e il
suo nicodemismo politico), alla rivalutazione dell'idealismo classico tedesco,
specie di Hegel, nel tentativo di riproporne l'eredità (sulla scia di Lukács in
particolare), alla riaffermazione dell'interpretazione del marxismo tedesco e
non (GRAMSCI (si veda) e i SPAVENTA (si veda)), con incursioni nell'ambito del
pensiero nietzscheano (la lettura di un Nietzsche radicale aristocratico) e di
quello heideggeriano (in particolare la questione dell'adesione al nazismo di Heidegger).
La sua riflessione filosofico-politica, attenta alla contestualizzazione del
pensiero filosofico nel proprio tempo storico, muove in particolare dai temi
della critica radicale del liberalismo, del capitalismo, del colonialismo e
dell'imperialismo, nonché della concezione tradizionale del totalitarismo (Arendt),
nella prospettiva di una difesa della dialettica marxista e del materialismo
storico, dedicandosi anche allo studio dell'antirevisionismo in ambito
marxista-leninista. Losurdo ha una visione molto critica della tradizione
intellettuale europea del liberalismo, in particolare della tradizione classica
e delle sue origini, sostenendo che pur pretendendo di enfatizzare l'importanza
della libertà individuale in pratica il liberalismo reale è a lungo contrassegnato
dalla sua esclusione di persone da questi diritti, con conseguente sfruttamento
come razzismo, schiavitù e genocidio. Afferma che le origini del nazismo si
trovano in quelle che considera politiche colonialiste e imperialiste del mondo
occidentale. Esaminando le posizioni intellettuali e politiche degli
intellettuali sulla modernità, Kant e Hegel furono i più grandi pensatori della
modernità mentre Nietzsche fu il suo più grande critico. I suoi lavori,
che lui stesso fa rientrare nell'ambito della storia delle idee, riguardano
inoltre l'indagine delle questioni di storia e politica contemporanee, con una
attenzione critica costante al revisionismo storico e la polemica contro le
interpretazioni di Furet e Nolte. In particolare critica una tendenza reazionaria
tra gli storici contemporanei revisionisti riconoscibile nel lavoro di autori
come Nolte, che traccia l'impeto dietro l'Olocausto agli eccessi della
rivoluzione russa; o Furet, che collega le purghe staliniane a una «malattia»
originata dalla rivoluzione francese. Secondo L. l'intenzione di questi
revisionisti è di sradicare la tradizione rivoluzionaria in quanto le loro vere
motivazioni hanno poco a che fare con la ricerca di una maggiore comprensione
del passato, ma si trovano nel clima e nei bisogni ideologici delle classi
politiche, come è più evidente nel lavoro dei revivalisti imperiali Johnson e Ferguson.
Fornisce inoltre una nuova prospettiva su rivoluzioni come quella inglese,
americana, francese, russa e quelle contro il colonialismo e l'imperialismo. Si
discosta anche dalle posizioni elogiative che la maggior parte delle biografie
prende nell'analisi di Gandhi e la nonviolenza. L. volge la sua
attenzione alla storia politica della filosofia moderna tedesca da Kant a Marx
e del dibattito che su di essa si sviluppa in Germania, per poi procedere a una
rilettura della tradizione del liberalismo, in particolare partendo dalla
critica e dalle accuse di ipocrisia rivolte a Locke per la sua partecipazione
finanziaria alla tratta degli schiavi. Riprendendo ciò che afferma Arendt in Le
origini del totalitarismo, per Losurdo il vero peccato originale del Novecento
è nell'impero coloniale di fine Ottocento, dove per la prima volta si manifesta
il totalitarismo e l'universo concentrazionario. Controversia degli
storici L. critica il concetto di totalitarismo, sostenendo che fosse un
concetto polisemico con origini nella teologia cristiana e che applicarlo alla
sfera politica richiedeva un'operazione di schematismo astratto che
utilizza elementi isolati della realtà storica per collocare la Germania
nazista e altri regimi fascisti e l'Unione Sovietica e l'esperienza del
socialismo reale e di altri Stati socialisti nello stesso insieme, servendo
così l'anticomunismo degli intellettuali della guerra fredda piuttosto che
riflettere la ricerca intellettuale. Forte critico dell'equiparazione tra
nazismo e comunismo (in particolare quello sovietico) fatta da studiosi come Furet
e Nolte, ma anche da Arendt e Popper, nonché del concetto di «olocausto rosso»,
il suo Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, sollevò un dibattito
sulla figura di Iosif Stalin, sul quale a suo avviso peserebbe una sorta di
leggenda nera costruita per screditare tutto il comunismo. Porta l'esempio che
nel lager vi era volontà omicida esplicita in quanto l'ebreo che vi entrava era
destinato a non uscire più (vi è una despecificazione naturalistica) mentre nel
gulag no (si tratta di despecificazione politico-morale) e nel primo venivano
rinchiusi quelli che il nazismo chiamava Untermensch – sottouomini -- mentre
nel secondo (in cui afferma finissero solo una parte dei dissidenti), pur
essendo una pratica da condannare, erano rinchiusi dissidenti da rieducare e
non da eliminare. L. afferma che «il detenuto nel Gulag è un potenziale
compagno [la guardia stessa era tenuta a chiamarlo in questo modo] e dopo l'inizio
del biennio delle grandi purghe che seguono l'assassinio di Kirov] è comunque
un cittadino». Riprendendo anche l'opinione di Levi (internato ad Auschwitz,
secondo cui il lager era moralmente più grave del gulag) e contro Solženicyn
(internato in Siberia e che affermava l'equiparazione della volontà
sterminazionistica),sostiene che pur essendo grave che un Paese socialista nato
per abolire lo sfruttamento usi sistemi imperialisti e capitalisti, il gulag
sia analogo a molti campi di concentramento occidentali (i cui governi hanno
sostenuto e sostengono di essere paladini della libertà), che per certi versi
furono anche più affini al lager in quanto campo di sterminio e non di
rieducazione, riprendendo la storia del genocidio indiano. Egli sostiene anche
che i campi di concentramento e le colonie penali britanniche erano peggio di
qualsiasi gulag, accusando anche politici come Churchill e Truman di essere
autori di crimini di guerra e contro l'umanità pari (se non peggiori) di
quelli che sono stati poi attribuiti a Stalin. L. ritiene inoltre che i
comunisti soffrano di autofobia, cioè paura di se stessi e della propria
storia, problema patologico che va affrontato, a differenza dell'autocritica
sana. Despecificazione politico-morale e despecificazione naturalistica La
despecificazione è l'esclusione di un individuo o di un gruppo dalla comunità
dei civili. Esistono due tipi di despecificazione: La despecificazione
politico-morale (in questo caso l'esclusione è dovuta a fattori politici o
morali). La despecificazione naturalistica (in questo caso l'esclusione è
dovuta a fattori biologici). Per L. la despecificazione naturalistica è
qualitativamente peggiore rispetto a quella politico-morale. Infatti mentre
quest'ultima offre almeno una via di scampo mediante il cambio di ideologia,
questo non è possibile nel caso in cui sia in atto una despecificazione
naturalistica, che è irreversibile in quanto rimanda a fattori biologici che
sono di per sé immodificabili. A differenza di altri pensatori ritiene quindi
che l'olocausto degli ebrei non è incomparabile ed è quindi disposto ad
ammettere in questo caso una tragica peculiarità. La comparatistica che L.
offre a proposito non vuole essere una relativizzazione o uno sminuire, ma
semplicemente considerare l'olocausto degli ebrei come incomparabile significa
perdere la prospettiva storica e dimenticarsi dell'olocausto nero (l'olocausto
dei neri) o dell'olocausto americano (l'olocausto dei nativi indiani d'America
ottenuto negli Stati Uniti mediante la continua deportazione sempre più a ovest
e la diffusione ad arte del vaiolo), oltre ad altri stermini di massa come il
genocidio armeno. Polemiche riguardanti Stalin Una recensione effettuata
da Guido Liguori su Liberazione (organo ufficiale del Partito della
Rifondazione Comunista) di Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, libro
in cui L. critica la demonizzazione di Stalin effettuata dalla storiografia
maggioritaria e cerca di sottrarlo a quella che definisce «la leggenda nera su
di lui», è al centro di una polemica all'interno della redazione del suddetto
quotidiano. Venti redattori inviano una lettera di protesta al direttore del
giornale in cui si critica sia il tentativo di riabilitazione di Stalin
presente nel libro di Losurdo sia la recensione di Liguori (giudicata troppo
positiva nei confronti del libro), oltre che la scelta del direttore del
giornale di pubblicare tale recensione. Il libro riceve delle recensioni
critiche per le sue affermazioni e per la metodologia di lavoro utilizzata.I
critici di L. lo accusano di essere un «neostalinista». Grover Furr, autore di
Krusciov mentì e descritto come un «revisionista storico», un «revisionista in
una ricerca lunga una carriera per scagionare Stalin» e un «prezioso contributo
alla scuola revisionista storica degli studi sovietici e comunisti», elogia il
lavoro di L., in particolare quello su Stalin, iniziando un'amicizia reciproca.
Nel introduce Furr a un editore italiano
che pubblica la traduzione italiana di Khruschev mentì, per cui scrive
l'introduzione. Aveva già scritto l'introduzione e il retrocopertina del libro
di Furr sull'assassinio di Kirov che rimane inedito. Negli estratti di un
convegno organizzato per rivalutare la figura di Stalin a cinquant'anni
dalla morte critica le rivelazioni contenute nel rapporto segreto di Chruščёv,
l'allora segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica.
Secondo Losurdo la cattiva fama di Stalin deriverebbe non dai crimini commessi
da quest'ultimo (paragod altri del suo tempo), ma dalle falsità presenti in
quel rapporto che Chruščёv lesse nel corso del Congresso. Nella relazione al
convegno dà credito a una delle accuse principali che stavano alla base della
sanguinosa repressione staliniana contro gli oppositori, ovvero l'esistenza
nell'Unione Sovietica della «realtà corposa della quinta colonna» pronta ad
allearsi col nemico. Losurdo ribadisce di non voler riabilitare Stalin, seppur
calato nella sua epoca, volendo presentare solo un'analisi dei fatti più
neutrale e attuare un revisionismo sull'esperienza generale del socialismo
reale ritenuta passata, ma utile da studiare per capire le dinamiche future del
socialismo. Losurdo apparteneva alla corrente del marxismo-leninismo, ma
ammirava anche l'interpretazione che Mao Zedong diede della pluralità della
lotta di classe, da collocare nel contesto dell'attenzione che rivolge al
processo di emancipazione femminile e dei popoli colonizzati. Vicino prima al
Partito Comunista Italiano, poi al Partito della Rifondazione Comunista e
infine al Partito dei Comunisti Italiani, confluito nel Partito Comunista
d'Italia e nel Partito Comunista Italiano, di cui è stato membro, fu anche
direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI. Critico del liberalismo,
della NATO e dell'imperialismo, in particolare quello statunitense, Losurdo
contestò l'assegnazione del Premio Nobel per la pace a Xiaobo, considerato un
sostenitore aperto del colonialismo occidentale, in particolare per la sua
idealizzazione del mondo occidentale e per aver affermato che ci sarebbe
bisogno di «300 anni di colonialismo. In 100 anni di colonialismo Hong Kong è
cambiata fino a diventare ciò che è oggi. Data la grandezza della Cina,
ovviamente ci vorrebbero 300 anni per trasformarla in quello che Hong Kong è
oggi. E ho dei dubbi che 300 anni siano abbastanza». Saggi: “Auto-censura e
compromesso” (Napoli, Bibliopolis); “La questione nazionale, restaurazione.
Presupposti e sviluppi di una battaglia politica” (Urbino, Università degli
Studi);“La rivoluzione e la crisi della cultura” (Roma, Riuniti); “Lukacs” Urbino,
Quattro venti, Il comunismo e sui critici (Urbino, Quattro venti, La catastrofe
e l'immagine” (Milano, Guerini, Metamorfosi del moderno.Urbino, Quattro venti);
“La tradizione liberale. Libertà, uguaglianza, Stato, Roma, Riuniti); “Tramonto
dell'Occidente? Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli
studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino,
Quattro venti, Antropologia, prassi, emancipazione. Problemi del comunismo, e Urbino,
Quattro venti, Égalité-inégalité. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto
italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica,
Urbino, Quattro venti, Prassi. Come orientarsi nel mondo. Atti del convegno
organizzato dall'Istituto Italiano per gli Studi filosofici e dalla Biblioteca
Comunale di Cattolica (Urbino, Quattro venti); La comunità, la morte,
l'Occidente. L’ideologia della guerra, Torino, Boringhieri, Massa folla
individuo. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli studi
filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino, Quattro
venti, La libertà dei moderni, Roma, Riuniti, Napoli, La scuola di Pitagora,.
Rivoluzione francese e filosofia, Urbino, Quattro venti); “Democrazia o
bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale” (Torino, Bollati
Boringhieri, Il comunismo e il bilancio storico del Novecento, Gaeta,
Bibliotheca, Napoli, La scuola di Pitagora, Gramsci e l'Italia. Atti del
Convegno internazionale di Urbino, Napoli, La città del sole, La seconda
Repubblica. Liberismo, federalismo, post-fascismo, Torino, Boringhieri); “Autore,
attore, autorità” (Urbino, Quattro venti); Il revisionismo storico. Problemi e
miti, Roma, Laterza, Utopia e stato d'eccezione. Sull'esperienza storica del
socialismo reale, Napoli, Laboratorio politico, Ascesa e declino delle
repubbliche, Urbino, Quattro venti, Lenin, Atti del Convegno internazionale di
Urbino, Napoli, La città del sole, Metafisica. Il mondo Nascosto, Roma, Laterza,
Gramsci dal liberalismo al comunismo critic, Roma, Gamberetti, Dai fratelli
Spaventa a Gramsci. Per una storia politico-sociale della fortuna di Hegel in
Italia” (Napoli, La città del sole); “Hegel e la Germania. Filosofia e
questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Milano, Guerini, Nietzsche. Per
una biografia politica, Roma, Manifesto); “Il peccato originale del Novecento,
Roma, Laterza, Dal Medio Oriente ai Balcani. L'alba di sangue del secolo
americano, Napoli, La città del sole, Fondamentalismi. Atti del Convegno
organizzato dall'Istituto italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca
comunale di Cattolica. Cattolica Urbino, Quattro venti, URSS: bilancio di
un'esperienza. Atti del Convegno italo-russo. Urbino, Urbino, Quattro venti, L'ebreo,
il nero e l'indio nella storia dell'Occidente, Urbino, Quattro venti, Fuga
dalla storia? Il movimento comunista tra autocritica e auto-fobia, Napoli, La
città del sole, poi Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione
cinese oggi, La sinistra, la Cina e l'imperialismo, Napoli, La città del sole, Universalismo
e etno-centrismo nella storia dell'Occidente, Urbino, Quattro venti, La
comunità, la morte, l'Occidente. Heidegger e l'ideologia della guerra (Torino,
Boringhieri); “Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e
bilancio critico, Torino, Boringhieri, Cinquant'anni
di storia della repubblica popolare cinese. Un incontro di culture tra Oriente
e Occidente. Atti del Convegno di Urbino, Napoli, La città del sole, Dalla
teoria della dittatura del proletariato al gulag?, Marx e Engels, Manifesto del
partito comunista, Laterza, Bari, Contro-storia del liberalismo, Roma, Laterza,
La tradizione filosofica napoletana e l'Istituto italiano per gli studi
filosofici, Napoli, nella sede dell'Istituto, Auto-censura e compromesso nel
pensiero politico di Kant, Napoli, Bibliopolis, Legittimità e critica del
moderno. Sul marxismo di Gramsci” (Napoli, La città del sole); “Il linguaggio
dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana” (Roma-Bari, Laterza); “Stalin.
Storia e critica di una leggenda nera, Roma, Carocci); “Paradigmi e fatti
normativi. Tra etica, diritto e politica, Perugia, Morlacchi, La non-violenza.
Una storia fuori dal mito, Roma, Laterza, La lotta di classe. Una storia
politica e filosofica, Roma, Laterza, La sinistra assente. Crisi, società dello
spettacolo, guerra, Carocci,. Un mondo senza guerre. L'idea di pace dalle
promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci. Il comunismo occidentale.
Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza. PCI Ancona: cordoglio per la scomparsa, su il
partito comuista italiano, A. Orsi, Scienza e militanza. Un ricordo, MicroMega,
Cordoglio, Il Metauro, Verso, Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia
americana, Roma, Laterza. Il comunista contro-corrente. Un comunista eterodosso.
Auto-censura e compromesso in Kant, Napoli, Bibliopolis, Hegel e la libertà dei
moderni, Roma, Riuniti, Napoli, La scuola di Pitagora, Lukacs, Urbino, Quattro
venti, Dai fratelli Spaventa a Gramsci. Per una
storia politico-sociale della fortuna di Hegel in Italia, Napoli, La città del
sole, Nietzsche. Il ribelle aristocratico. La comunità, la morte, l'Occidente.
Heidegger e l'deologia della guerra; Controstoria del liberalismo, Laterza, Revisionismo
storico. Peccato originale del
Novecento. La non-violenza. Una storia
fuori dal mito. La non-violenza. Una
storia fuori dal mito, su L'Ernesto, Associazione Marx, Dalla teoria della
dittatura del proletariato al gulag?, in
Marx, Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Laterza, Bari David
Broder. Jacobin. Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. URSS: bilancio
di un'esperienza. Atti del Convegno italo-russo. Urbino, Urbino, Quattro venti,
Popper falso profeta, Contro Popper, Armando Editore, B. Lai e L.
Albanese. Fuga dalla storia? Il
movimento comunista tra auto-critica e auto-fobia. Il linguaggio dell'impero.
Lessico dell'ideologia, Lettere su Stalin; Stalin. Storia e critica di una
leggenda nera, su sissco. Stalin. Storia
e critica di una leggenda nera. A.
Romano, Canfora e lo stalinismo che non
fa male, ilcannocchiale. In Memoriam, La Città del Sole, Stalin nella storia
del Novecento, R. Giacomini, Teti, Una teoria generale del conflitto
sociale", Intervento al Congresso Nazionale del PdCI. Il Consiglio Direttivo
dell'associazione Marx Il Nobel per la
pace» a un campione del colonialismo e della guerra, il cavallo oscuro della
letteratura, Open Magazine, Open Magazine, H. Arendt Controstoria del
liberalismo A. Gramsci Genocidio indiano Grandi purgh, Heidegger, Marx, Nietzsche
Olocausto, Stalin Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" - blogspot.com.
Intervista RAI Filosofia, su filosofia.rai. Intervist RTV Svizzera, su you tube.com.
Domenico Losurdo. Losurdo. Keywords: il ribelle aristocratico. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Losurdo, e
Nietzsche, ribelle aristocratico," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Lottieri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del bene commune – diritto
individuale – l’età degl’eroi – la ragione del stato – la scuola di Brescia -- filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Grice: “I like Lottieri; he has quoted
Hobbes and Hume and Gauthier from a game-theoretical approach to co-operation,
conversational and other – all very Griceian, if I may mayself so say it!” Allievo di Caracciolo, studia a Genova, Ginevra e
Parigi, su la filosofia di Mosca. Insegna a Siena e Verona. Da vita
all'Istituto Bruno Leoni, un istituto che si ispira alla tradizione
intellettuale di Einaudi e Ricossa, e di cui egli è direttore del dipartimento
Teoria Politica. Cura Leoni. La filosofia di L. si sviluppa all'interno del liberalismo
classico e, grazie allo studio degli autori elitisti, si delinea quale critica
del sistema di dominio iscritto nei regimi democratici rappresentativi. Mostra l'adesione
a tale prospettiva, che rapidamente evolve grazie al contatto con il
libertarianismo. Il suo libertarianismo ottieri metta in discussione "la
psicologia regolamentativa e anti-innovativa del burocrate", avverso a
ogni forma di rischio e cambiamento. Il saggio sul libertarismo evidenzia
l'adesione ai temi classici del pensiero liberale lockiano e giusnaturalista
(difesa della proprietà, del mercato, dell'auto-nomia negoziale), ma anche il
maturare di questioni che sono invece tutte interne al realismo politico:
specie nel confronto con Schmitt, Brunner e MIGLIO (si veda). Mentre il
testo sul rapporto tra economia di mercato e ordine sociale/comunitario (Denaro
e comunità) è una critica della sociologia, a cui è rimproverato di avere
frainteso la natura inter-personale della moneta e delle relazioni di mercato,
il saggio su Leone muove dal pensatore torinese per delineare una filosofia
libertaria anche oltre la lettera stessa dell'autore di Freedom and the Law. In
particolare, in questa fase della riflessione Leoni viene individuato come uno
studioso in grado di dare una maggiore consapevolezza filosofico-giuridica alla
teoria libertaria, fino ad ora elaborata per lo più da economisti e teorici politici. “Denaro
e comunità: relazioni di mercato e ordinamenti giuridici nella società liberale”
(Napoli, Guida) “Il pensiero libertario contemporaneo. Tesi e controversie
sulla filosofia, sul diritto e sul mercato, Macerata, Liberi “Le ragioni del
diritto: libertà individuale e ordine giuridico” (Treviglio Mannelli, Rubbettino);
“Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno” (Soveria Mannelli,
Rubbettino); “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da
Filippo il Bello a Wiki Leaks” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “Liberali e non:
(cf. Griceiani e non.) percorsi di storia del pensiero politico” (Brescia, La
Scuola); Ferrero in Svizzera. Legittimità, libertà e potere, Roma, Studium, Un'idea elvetica di libertà. Nella crisi
della modernità europea” (Brescia, Scuola); ““Beni comuni, diritti individuali
e ordine evolutivo,”Torino, IBL. Nella sua filosofia sull'unificazione europea,
in particolare, è cruciale l'opposizione tra l'armonizzazione spontanea
emergente dal basso e l'unificazione coercitiva. Lottieri identifica quattro
superstizioni o quattro credenze erronee che sotto alla base dei tentativi di
creare un nuovo stato chiamato ‘Europa'. Primo, l'idea che la libertà
individuale e il poli-centrismo giuridico causino tensioni e, in definitiva,
conflitti; Secondo, che il mercato derivi dall'ordine giuridico creato dallo
Stato; Terzo, che l'esistenza di una distinta identità europea esiga la
costruzione di un singolo stato continentale; e quarto, che un'Europa unificata
e più armoniosa e meglio in grado di sostenere lo sviluppo delle sue componenti
più povere. Individuato come uno degl’esponenti di un liberalismo
particolarmente radicale e volto a proporre una sorta di fuga dallo stato:
Dario Fertlio, "Libertari: la grande fuga dallo Stato, Corriere della
Sera. Una disamina molto critica al limite dell'insulto personale di tale
liberalismo libertarian si ha nella recensione che Vitale dedica al volume su
Rothbard scritto a quattro mani da lui assieme a Diciotti (basato su un
confronto assai franco tra prospettive molto diverse): una recensione che,
rivolgendosi al solo Diciotti, si chiudeva con l'invito per il futuro “ad
occuparsi di un autore più interessante con un autore più interessante” (E. Vitale,
“Rothbard, un Trasimaco piccolo piccolo. E una modestissima proposta”, Teoria politica).
Vernaglione, Il libertarismo. La teoria, gli autori, le politiche, Mannelli, Rubbettino). Un riferimento
garbatamente polemico alle sue posizioni gius-naturaliste di si trova in D
Antiseri (Laicità.. Le sue radici, le sue ragioni, Rubbettino). La stessa
contrapposizione è al fondo di una discussione tra i due riguardante proprio i
contenuti di quel volume://blog. centrodietica/?p=2005. Questo saggio e una presentazione completa e
approfondita della filosofia libertaria nelle sue diverse varianti, mentre si
evidenzia anche un approccio libertario ai problemi eco-logici. Ce sono riserve
nei riguardi delle tesi libertarie e dell'ispirazione anarchica della sua teoria
del diritto. Nella sua monografia su Leoni (L'ordine giuridico dei private” (Soveria
Mannelli, Rubbettino) pure Grondona sviluppa alcune critiche nei riguardi
dell'interpretazione dello studioso torinese offerta da lui mentre in maggiore
sintonia con le sue posizioni si trova Favaro (“ Dell'irrazionalità della legge
per la spontaneità dell'ordinamento” (Napoli, Scientifiche). Mostra che,
contrariamente a un'opinione diffusa, le distanze fra la concezione del diritto
di Leoni e quella di Hayek sono notevoli. In ogni caso non e Hayek a
influenzare Leoni ma il secondo a influenzare, almeno in parte, il primo. Per
un'equilibrata analisi del saggio si veda: M. Grondona, "Recensione Le ragioni del diritto", Nuova
Giurisprudenza Ligure. Carlo Lottieri. Lottieri. Keywords: bene commune,
diritto individuale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lottieri” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Luca: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nell’arte d’amare – la scuola
di Marostica -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Marostica). Filosofo italiano. Marostica, Vicenza, Veneto. Grice:
“Luca expands on Alcibiades – I have touched the topic of Alcibiade when
discussing eudaemonia, as literally having to do with the eudaemon – and the
expression occurs in connection with Socrate/Alcibiade -- Grice: “One good
thing about Luca is that if my philosophy revolves around ‘reason,’ his does it
around ‘eros’!” -- Frequenta il Liceo Ginnasio Brocchi di Bassano del Grappa. Si laurea a Firenze, con la tesi, “Platone e il
problema del linguaggio” con relatore Adorno.
È stato incentrato inizialmente sulla tematica dell’’amore’ nella
tradizione greco-romana del Convitto e Fedro. Mmantenuto però una costante
apertura al ‘mythos’ di Omero, nella convinzione che per quanto differenti
possano essere i costumi o gli statuti sociali, rimane un elemento per così
dire “originario”, intrinsecamente umano, nell’approccio con il desiderio,
l’amore, l’amicizia, la sessualità. In Labirinti dell’Eros, pur sviluppandosi
la tematica all'interno di un arco di tempo definito, l’intento non è quello di
affrontare l’argomento nella sua unita longitudinale ma di esprimere, senza
costrizioni di un “per-corso pre-figurato” una distinzione logico concettuale,
attraverso la quale conseguire, almeno, un punto fermo nell'amatoria. Riguarda
anche lo sviluppo della tradizione pitagorico-platonica, sia nelle sue
caratteristiche peculiari ed in rapporto alla metafisica, sia nell'accezione
più ampia rispetto all'esigenza di dare conto "dei fenomeni" o
sensibilia. Si orientata alla tarda produzione platonica e al pitagorismo di
seconda generazione, che vengono analizzati anche attraverso la cosmologia. Saggi:
“Il Simposio, Nuova Italia, Firenze, Platone, Fedro, Nuova Italia, Firenze, Eros
e Epos: il lessico d'amore nei poemi omerici, L’amatoria, L.S. Gruppo editoriale,
Quarto Inferiore (BO); “Platone e la sapienza antica. Matematica, filosofia e
armonia, Marsilio, Venezia, Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone, con un
saggio, Marsilio Venezia. Roberto Luca. Luca. Keywords: l’arte d’amare, Ovidio,
il convito, I dialogui dell’amore: il convito e Fedro, l’amore degl’eroi –
achille e patroclo – niso ed eurialo – la filosofia dell’amore nel convito, la
morte di Patroclo, la morte di Niso, la morte di Eurialo, l’eroe tragico,
Achille eroe tragico, Eurialo e Niso, eroi tragici, Enea, eroe tragico, Aiace,
eroe tragico, Catone di Utica, eroe tragico, la morte di Eurialo – la morte
d’Eurialo – la pederastia – Eurialo piu giovane da Niso. Luigi Speranza, “Grice
e Luca: amatoria conversazionale: la massima o principio dell’amore proprio
conversazionale e la massima dell’amore all’altro. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Luca” – The Swimming-Pool Library. Luca.
Luigi Speranza --
Grice e Lucano: la ragione convrsazionale al portico romano -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. The nephew of Seneca, he
achieves fame with a poem about the civil war between GIULIO (si veda) Caesar
and Pompeo. He follows the Porch, as tutored by Lucio Anneo Cornuto. Farsaglia. Marco Anneo Lucano. Lucano.
Luigi Speranza --
Grice e Lucceio: la ragione conversazionale e l’orto romano -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo
italiano. A historian and a friend of CICERONE. Some of Cicerone’s letters to L.
suggests that he may have followed the sect of L’ORTO. Citato da Svetonio. Amico di Giulio Cesare. Citato da
Livio. Lucio Lucceio. Keywords: Livio. Lucceio.
Luigi Speranza --
Grice e Luciano: la ragione conversazionale e la gnossi -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Filosofo italiano. A gnostic, a follower of Cerdo. Luciano.
Luigi Speranza --
Grice e Luciano: la ragione conversazionale e il cinargo romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. He studies at Rome with
Nigrino -- whom some suspect to be his
invention – and Albino, of the Accademia. Also influenced by Demonax, whose
philosophical outlook is more eclectic, although he is generally regarded as a member
of the Cinargo. He is famous for his essays and dialogues, mostly satirical,
many of which have survived. A number of philosophers appear in them, although
not all of them may have existed. As a satirist, he is more interested in
mocking pomposity and exposing hypocrisy than in advocating any positive
doctrine. Loeb. Luciano.
Luigi Speranza --
Grice e Lucilio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library (Sessa
Aurunca). Filosofo italiano. Alcuni romani insigni nutrirono interesse vivo per
i problemi della filosofia. L. Ciò si può dire di un membro del circolo degli
Scipioni, nato da famiglia ricca e distinta. L. ha un fratello che e
senatore e, per mezzo della figlia, nonno di Pompeo. L. conosce la cultura
greca (di cui si penetra) nell’Italia meridionale e a Roma, ove passa la
maggior parte della vita. Forse soggiorna anche in Atene. Come cavaliere L.
partecipa alla guerra contro Numanzia, agli ordini di Scipione Emiliano
L'Affricano, con cui aveva già stretti rapporti.In seguito appoggia
del'Affricano energicamente l'azione politica. L. fa parte, oltrechè del
circolo degli Scipioni, di uno più ampio. L. e amico dell'accademico
Clitomaco, che gli dedica un libro. Morì a Napoli. L. scrive XXX libri di
satire -- un genere filosofico --, di cui restano frammenti.In esse satire, L.
rappresenta e critica la vita romana dell’età sua, interessandosi soprattutto
di questioni politiche.Dei vizi del tempo L. e giudice severo. L. si
occupa molto di problemi logico-grammaticali, retorici e letterari.Si interessa
anche di filosofia speculativa, alla quale deve avere dedicato una
satira. Nei framm. del l. 28 la teoria dell’ORTO è confutata
verisimilmente da uno dall’ACCADEMIA, anche perchè vi si trovano varie notizie
sulla storia di tale scuola. La forma e il contenuto delle satire di L.
rivelano l’influsso della filosofia popolare del cinismo di Bione e di
Menippo. Un ampio frammento in cui L. dipinta la virtù romana, secondo
alcuni proviene da Panezio, secondo altri da Cleante: però qualche storico pone
L. in relazione con l'Accademia. A poetical philosopher, he writes many satirical
works. Although philosophy is one of his subjects, many of his writings are
concerned with social morals and standards of public life. Only fragments
survive. Climotaco dedicates a ‘saggio’ on the suspension of judgment to him.
Ed. Warmington Loeb, Remains of Old Latin. Gaio Lucilio. Keywords: Livio. Lucilio.
Luigi Speranza --
Grice e Lucilio: la ragione conversazionale e il portico romano -- l’implicatura conversazionale -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A poetic philosopher. Best known as the friend of Seneca, to whom CXXIV
letters are written discussing a wide range of issues from a primarily point of
view of the Porch. Gaio Lucilio
Minore.
Luigi Speranza --
Grice e Lucio: la ragione conversazionale e il cinargo romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Of the Cynargo and an opponent of Favorino. Lucio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Lucrezio: la ragione conversazionale e l’orto romano –
l’limplicatura conversazionale dell’alma figlia di Giove – Roma == filosofia
italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pompei). Filosofo italiano.
Grice: “By far the most important concept in Lucrezio’s philosoophy is that
of clinamen that Strawson translates as the ‘swerve.’ It was saved from
extinction by an Italian – as the novel tells you!” Grice: “While Strawson
reads it in Latin, I prefer the version in the vulgar!” – Grice: “And by the
vulgar I mean Marchetti!” Grice: “It’s amazing how well Marchetti interprets
Lucezio – there is a little treatise on Epicureanism in the Lucrezio by
Marchetti which is interesting. A real continuity in Italian philosophy!” -- possibly
the most important Italian philosopher. Seguace
dell'epicureismo. Della sua vita ci è ignoto quasi tutto: egli non compare mai
sulla scena politica romana, né sembra esistere negli scritti dei
contemporanei, in cui non viene mai citato, eccezion fatta per la lettera di
Cicerone ad Quintum fratrem II 9, contenuta nella sezione Ad familiares, in cui
il celebre oratore accenna all'edizione, forse postuma, del poema di L., che
egli starebbe curando. Ma in scrittori romani successivi egli viene spesso
citato: ne parlano Seneca, Frontone, Marco Aurelio, Quintiliano, Ovidio,
Vitruvio, Plinio il Vecchio, senza tuttavia fornire nuove informazioni sulla
vita. Questo però dimostra che non si tratta di un personaggio inventato. Un'altra
fonte che lo cita è San Girolamo nel suo Chronicon o Temporum liber, di cinque
secoli dopo, in cui, ispirandosi ad alcuni dubbi passi di Svetonio, ci dice che
sarebbe nato morto suicida. Tale dato
non concorda tuttavia con quanto affermato da Elio Donato, maestro di Girolamo
stesso, secondo il quale Lucrezio sarebbe morto quando indossò la toga virile,
nell'anno in cui erano consoli per la seconda volta Crasso e Pompeo. Questo
dato ha fatto propendere a credere che Lucrezio mori nel 55 a.C., all'età di quarantatré anni.
Queste vengono comunemente considerate le uniche notizie biografiche tramandate
direttamente dall'antichità. Ignoto risulta anche il luogo di nascita,
che tuttavia taluni hanno creduto essere Ercolano, per la presenza di un
Giardino Epicureo in quest'ultima città, in particolare, dall'analisi di
numerose epigrafi risalenti all'epoca dell'autore latino, risulta evidente
un'ingente presenza del cognome Carus nell'antico territorio campano, secondo
la critica recente la suddetta indagine prova fermamente (nei limiti del
probabile) le origini campane di L.. Neppure la sua militanza politica sembra
essere ricostruibile: il desiderio di pace accennato prima non sembra affatto
ricordare il drammatico rancore dell'aristocratico, per altro solitamente
stoico, che vede sgretolarsi la Repubblica e la libertà, ma il desiderio
dell'"amico" epicureo, che vede nella pace e nel benessere di tutti
la possibilità di fare accoliti e viver serenamente. È tuttavia rilevante il
fatto che la sua opera De rerum natura sia dedicata a Memmio, fine letterato e
appassionato di cultura greca, ma anche e soprattutto membro di spicco degli
optimates. Tale era, del resto, il suo desiderio di pace da auspicare
alla fine del proemio della sua opera una "placida pace" per i
Romani. Questo anelito così forte alla pace è peraltro riscontrabile non solo
in Lucrezio, ma anche in Catullo, Sallustio, Cicerone, Catone l'Uticense e
perfino in Cesare: esso rappresenta il desiderio di un'intera società dilaniata
da un secolo di guerre civili e lotte intestine. La scarsità delle fonti
sulla sua vita ha portato molti a interrogarsi persino sulla stessa esistenza
del filosofo, a volte considerato solo uno pseudonimo sotto il quale si celava
un anonimo filosofo per alcuni un amico epicureo di Cicerone, Tito Pomponio
Attico, che si suicidò, o persino lo stesso Cicerone. Secondo lo storico
Luciano Canfora, è possibile ricostruire una scarna biografia di Lucrezio:
nacque ad Ercolano, dove aveva una villa la famiglia nobiliare di un possibile
parente, Marco Lucrezio Frontone) appartenente quasi sicuramente all'antica
famiglia nobile dei Lucretii (qualcuno ne fa invece un liberto della stessa
famiglia). Studiò l'epicureismo proprio ad Ercolano, dove si trovava un centro
della "filosofia del giardino", diretta da Filodemo di Gadara, allora ospite nella villa
di Lucio Calpurnio Pisone, il ricco suocero di Cesare (la cosiddetta "villa
dei papiri"). Avrebbe sofferto di sbalzi d'umore, chiamati oggi
disturbo bipolare, ma non sarebbe stato pazzo, ma di questo umore alterno
risentì il suo lavoro. In disaccordo con le guerre civili, avrebbe lasciato
Roma e non sarebbe morto suicida ma avrebbe viaggiato ad Atene, nei luoghi del
maestro Epicuro, e oltre, essendo forse il suo nome conosciuto da Diogene di
Enoanda, quindi quasi in Asia minore, nelle cui famose incisioni sotto il
portico della sua casa si ricorda un certo "Caro" (nome poco
diffuso), romano, e sapiente epicureo. Non si sa se il poema fosse
diffuso nell'oriente, quindi è possibile che Lucrezio si fosse davvero recato
in Grecia. Lucrezio, spinto da una delusione d'amore, si sarebbe allontanato
lasciando incompiuto il suo poema, affidato forse a Cicerone stesso (che
difatti non parla effettivamente di suicidio ma afferma: «Lucretii poemata, ut
scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis» ("le
poesie di Lucrezio, come tu mi scrivi, sono dotate di molti lumi di talento, e
tuttavia di molta arte"), ma, forse, senza impazzire e morire (che fosse
suicidandosi o perché assassinato), esagerazione della fonte di Girolamo o di
qualche altro avversario di Lucrezio, e sarebbe stato forse volutamente confuso
dallo stesso Girolamo con Lucullo, onde screditare l'epicureismo. Il
destinatario dell'opera, Gaio Memmio, caduto in disgrazia ed espulso dal Senato
per condotta immorale, andò ad Atene, causando una nuova delusione a Lucrezio,
che, tornato a Roma, sarebbe morto. La
notizia di un "filtro d'amore" velenoso somministratogli da una donna
di facili costumi, amante gelosa di Lucrezio, viene riportata anche da Svetonio
nei confronti di Caligola e della moglie Milonia Cesonia; in questo caso è
apparsa una semplice diceria, e, data l'ispirazione svetoniana (dal perduto De
poetis) del passo di Girolamo su Lucrezio, anche lì sembra essere una
spiegazione semplicistica, dovuta alla poca conoscenza dei disturbi psichici
che si aveva all'epoca (anche per Caligola si parlò, difatti, come per
Lucrezio, di epilessia e malattie fisiche misteriose che l'avrebbero fatto impazzire
improvvisamente, come, nel caso di studiosi moderni, l'avvelenamento da piombo,
oltre che dei detti "filtri"). Se Lucrezio soffrì di un disagio
psichico, che lo avrebbe spinto a cercare sollievo nella filosofia, non fu a
causa di un veleno, e se il suicidio ci fu (il che potrebbe spiegare
l'abbandono improvviso del poema), la causa potrebbe essere stata di natura
politica — come sarà più tardi il caso di Catone Uticense —, ovverosia la
rovina del suo protettore Memmio e della sua cerchia culturale. Virgilio, che
lo rispettava anche se era passato dall'epicureismo, abbracciato in gioventù,
alle teorie pitagoriche, parla di lui nelle Georgiche e nelle Bucoliche,
definendolo "felix" (ossia "prediletto dalla dea fortuna") e
non "folle". Secondo Guido Della Valle, la V ecloga, che parla della
morte di un personaggio chiamato Dafni (a volte identificato con Cesare, a
volte con Flacco, il fratello di Virgilio), potrebbe riferirsi invece alla
morte dello stesso Lucrezio, definita "immatura e innaturale", cioè
avvenuta per cause traumatiche. Il movente politico e morale del gesto potrebbe
essere la causa del silenzio attorno ad esso e del fiorire di aneddoti per
giustificarlo, dato che non si poteva cancellare la grandezza filosofica di
Lucrezio, con una sorta di damnatio memoriae di solito riservata ai nemici
politici. Essi erano spesso vittime delle liste di proscrizione dei
vincitori, come quella di Marc’antonio che colpirà Cicerone, e molti si
toglievano la vita, in quanto morte onorevole per i costumi romani; Virgilio e
Orazio, estimatori di L., facevano parte della corte di Augusto, e dovevano
quindi allinearsi alla linea culturale dettata dall'imperatore, assertore
dell'antica moralità e diffusore della leggenda di Cesare (per cui venivano
cancellate le espressioni scomode di dissenso), e dal suo amico Mecenate, in
cui l'epicureismo, se non sfumato come in Orazio appuntocosì come ogni opera
che non fosse celebrativa del princeps e della grandezza di Roma non trovava
spazio, per cui Lucrezio verrà ricordato solo come grande poeta, tralasciandone
l'aspetto filosofico. Secondo Della Valle, quindi, Lucrezio si sarebbe
tolto la vita come gesto di protesta contro la classe politica in ascesa, o
perché condannato a morte da essa. L., per il periodo in cui è vissuto,
personaggio scomodo: gli ideali epicurei di cui era profondamente intriso
corrodevano le basi del potere di una Roma alla vigilia della congiura di
Catilina. In un'epoca di tensioni repubblicane, infatti, isolarsi dalla realtà
politica nell'hortus epicureo significa sottrarsi ai negotia politici e uscire
di conseguenza anche dalla sfera d'influenza del potere. Le più forti correnti
stoiche, ostili all'epicureismo, avevano permeato la classe dirigente romana in
quanto più conformi alla tradizione guerriera dell'Urbe. L'epicureismo era
invece presente anche attraverso il citato Filodemo e altri in Campania, dove
Virgilio avrebbe approfondito la sua conoscenza dell'epicureismo. Orazio non lo
nomina, ma è evidente che lo conosce, e ideologicamente gli è più vicino di
altri. La natura poetica del De rerum natura fa sì che Lucrezio col suo
pessimismo esistenziale avanzi profezie apocalittiche, visioni quasi
allucinate, critiche e ambigue espressioni (Grice), che accompagnano il poema.
Alcuni teologi come San Girolamo ed altri, hanno dato di lui l'immagine di un
ateo psicotico in preda alle forze del male. Appoggiandosi alla psicoanalisi
qualcuno ha sostenuto che in certi bruschi cambiamenti di immagine e di
pensiero ci fossero i sintomi di una pazzia delirante o di problemi di ordine
psichico. In realtà l'ipotizzata pazzia di L. appare oggi più plausibilmente un
tentativo di mistificazione per screditare il poeta, così come la presunta
morte per suicidio sarebbe stato l'esito di un modo di pensare perverso, che
travia chi lo segue. L'ipotesi dell'epilessia poi, viene avanzata sulla base
dell'arcaica credenza che il poeta fosse sempre un invasato; elemento
quest'ultimo da collegare alla credenza che gli epilettici fossero sacri ad
Apollo e da lui ispirati nelle loro creazioni. Comunque altri scrittori
cristiani come Arnobio e Lattanzio affermarono che egli non fosse pazzo e che
non si fosse ucciso. L'ipotesi della follia e del suicidio attestata dal
Chronicon di Girolamo si fondava su illazioni di Svetonio, peraltro di
difficile verifica. Potrebbe anche esserci stata una confusione dovuta
all'abbreviazione “Luc.,” impiegata indifferentemente nei codici latini per
indicare i nomi di Lucillius, Lucullus e Lucretius. Plutarco scrisse infatti di
un certo Licinio LUCULLO (si veda), politico, generale e cultore dei piaceri,
che morì dopo essere impazzito a causa di un filtro d'amore. L'errore di
interpretazione dell'abbreviazione “Luc.” potrebbe così aver permesso lo scambio
dei due personaggi. A causa dell'impossibilità di ricostruire i momenti
salienti della sua vita, dunque, il progetto filosofico che egli volle
esprimere è ricostruibile interamente solo dalla sua opera, considerata tra le
più vigorose d'ogni età. Bisogna ora individuare le motivazioni che spinsero L.
a scrivere il De rerum natura, che fondamentalmente sono due. La prima è una
ragione etico-filosofica, in quanto L., affascinato dalla filosofia epicurea,
desiderava invitare il lettore alla pratica di tale filosofia, incitandolo a
liberarsi dall'angoscia della morte e degli dèi. La seconda motivazione invece
è di carattere storico. L. era conscio che la situazione politica a Roma
peggiorasse di giorno in giorno: Roma era quadro ormai di continui scontri
bellici e conseguenti dissidi; giustappunto egli, con un evidente positivismo,
voleva incoraggiare il cittadino-lettore romano a non perdere la fiducia verso
un successivo miglioramento della situazione. L. si proponeva di rivoluzionare
il cammino di Roma, riportandolo all'epicureismo che era stato declinato in
favore dello stoicismo. La prima cosa da distruggere era la convinzione
provvidenzialistica stoica e più propriamente romana. Non c'era un dovere
romano di civilizzare "l'orbe terrifero e de le acque", come farà
dire Virgilio alla Sibilla Cumana in un colloquio con Enea. Non c'è una ragione
seminale universale responsabile della vita nel cosmo, destinata a deflagrare
per poi ricominciare un nuovo, identico, ciclo esistenziale, come voleva la
fisica stoica, ma un mondo che non è unico nell'universo, peraltro infinito,
essendo uno dei tanti possibili. Non c'è quindi nessun fine provvidenziale di
Roma, essa è una Grande fra le Grandi, ed un giorno perirà nel suo tempo. La
religione, considerata come Instrumentum regni, deve essere non distrutta, ma
integrata nel contesto del viver civile come utile ma falsa. Egli afferma fin dal
libro I del De rerum natura. Tanto male poté suggerire la religione. Ma anche
tu forse un giorno, vinto dai terribili detti dei vati, forse cercherai di
staccarti da noi. Davvero, infatti, quante favole sanno inventare, tali da
poter sconvolgere le norme della vita e turbare ogni tuo benessere con vani
timori! Giustamente, poiché se gli uomini vedessero la sicura fine dei loro
travagli, in qualche modo potrebbero contrastare le superstizioni e insieme le
minacce dei vati... Queste tenebre, dunque, e questo terrore dell'animo occorre
che non i raggi del sole né i dardi lucenti del giorno disperdano, bensì la
realtà naturale e la scienza... E perciò, quando avremo veduto che nulla può
nascere dal nulla, allora già più agevolmente di qui potremo scoprire l'oggetto
delle nostre ricerche, da cosa abbia vita ogni essenza, e in qual modo ciascuna
si compia senza opera alcuna di dèi. Lucrezio colpiva direttamente la credenza
negli dèi latini sostenendo che non c'è preghiera che schiuda le fauci di una
tempesta, giacché essa è regolata da leggi fisiche e gli dèi, seppur esistenti
e anche loro composti da atomi così sottili che ne assicurano l'immortalità,
non si curano del mondo né lo reggono; ma la religione deve essere inglobata
nella scoperta e nello studio della natura, che rasserena l'animo e fa
comprendere la vera natura delle cose: infatti l'unico principio divino che
regge il mondo è la divina voluptas, Venere: il piacere, la vita stessa intesa
come animazione regge l'universo, ed è l'unica cosa in grado di fermare lo
sfacelo che sta portando Roma alla fine: Marte, ovvero la Guerra. Proprio per
questo, egli elogia Atene, creatrice di quegli intelletti più grandi che hanno
illuminato la natura e quindi l'uomo stesso, ed in ultima istanza Epicuro, sole
invitto della conoscenza rasserenatrice. Non solo, egli stesso si sente quasi
un poeta rasserenatore delle tempeste umane e proprio per questo si sente
profondamente affine ai poeti delle origini, il cui luogo principe è in
Empedocle (secondo infatti per elogi solo a Epicuro) ma con una sola grande
differenza: egli non è portatore di una verità divina fra le umane genti, ma di
una verità affatto umana, universale e per tutti, che attecchirà ben presto per
la salvezza di Roma. Epicuro è comunque, per Lucrezio, il più grande uomo mai
esistito, come risulta dai tre inni a lui dedicati (chiamati anche
"trionfi" o "elogi"): «E dunque trionfò la vivida
forza del suo animo. E si spinse lontano, oltre le mura fiammeggianti del
mondo. E percorse con il cuore e la mente l'immenso universo, da cui riporta a
noi vittorioso quel che può nascere, quel che non può, e infine per quale
ragione ogni cosa ha un potere definito e un termine profondamente connaturato.
Perciò a sua volta abbattuta sotto i piedi la religione è calpestata, mentre la
vittoria ci eguaglia al cielo. Il De rerum natura e un poema didascalico in
esametri, di genere scientifico-filosofico, suddiviso in sei libri (raccolti in
diadi), comprendente un totale di 7415 versi, che illustrano fenomeni di dimensioni
progressivamente più ampie: dagli atomi si passa al mondo umano per arrivare ai
fenomeni cosmici. Riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la
struttura del poema Περὶ φύσεως di GIRGENTI (vedasi) (anche un'opera dell’ORTO
aveva il medesimo titolo). Secondo i filologi vi sono corrispondenze e
simmetrie interne che corrisponderebbero ad un gusto alessandrino. L'opera
infatti è suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare ed una fine
tragica. Ogni diade contiene un inno ad Epicuro, mentre il secondo e il terzo
libro (in quest'ultimo è presente anche un'esposizione della sua estetica) si
aprono entrambi con un inno alla scienza. Essendo un poema didascalico, ha come
modello Esiodo e quindi anche GIRGENTI (vedasi), che aveva preso il modello
esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri
modelli potrebbero essere i poeti ellenistici Arato e Nicandro di Colofone, che
usavano il poema didascalico come sfoggio di erudizione letteraria. Il
destinatario e i destinatari Il dedicatario dell'opera è la Memmi clara
propago, ovvero il rampollo della famiglia dei Memmi, che solitamente si identifica
con Gaio Memmio. Più in generale, si può dire che il destinatario che l'autore
si prefigge di conquistare è il giovane aperto ad ogni esperienza, che un
giorno prenderà il posto dei politici e attuerà quella rivoluzione propugnata
con tanto fervore da L.. Ma, almeno con Memmio, egli fallì: da adulto divenne
un dissoluto, fraintendendo il significato di piacere catastematico epicureo, e
fu allontanato dal Senato probri causa, cioè per immoralità. Riparò quindi in
Grecia, dove scrisse poesie licenziose e dove ce lo menziona anche Cicerone
(nelle Ad Familiares), intenzionato a distruggere la casa e il giardino in cui
proprio Epicuro risiedette, per costruirsi un palazzo, suscitando lo sdegno
degli epicurei che fecero istanza a CICERONE stesso di intervenire per
impedirglielo, senza che però Cicerone ci riuscisse. In un simile progetto L.
scelse di doversi rifare ad un modello di stile arcaico, che vedeva in Livio
Andronico, ma soprattutto in Ennio e in Pacuvio i modelli emuli, per motivi fra
loro quanto meno vari: l'egestas linguae (povertà della lingua), lo vede
costretto a dover arrangiare le lacune terminologiche e tecnicistiche con
l'arcaismo, ancora che proprio L., insieme a Cicerone, sia uno dei fondatori
del lessico astratto e filosofico latino, e a colmare e ancor meglio
comprendere l'oscurità del filosofo con la mielosa luce della poesia. Discendendo
più in profondità nelle anguste gole del poema, si notano anche altri problemi
cui dovette far fronte: primo fra tutti, come tradurre parole di pregnanza
filosofica in latino, che ancora non aveva termini confacenti. Finché poté,
egli evitò la semplice translitterazione (ad es. "atomus" per Ατομος)
e preferì invece usare altri termini presenti già nella sua lingua magari
dandogli altra accezione oppure (come mostrato anche sopra) creando neologismi.
Ed è proprio grazie all'arcaismo che L. riesce a rendere possibile tutto questo:
infatti era proprio dello stile arcaico il neologismo "munificenza"
ed anche un certo uso (convulso a detta di antichi e moderni) delle figure di
suono quali allitterazioni, consonanze, assonanze e omoteleuti. Molto
importante è anche il fatto che L.non si limitò a trasmettere il messaggio di
Epicuro con un arido scritto filosofico, ma lo fece attraverso un poema che, a
differenza del rigoroso linguaggio razionale della filosofia, parla per squarci
imaginifici. Sul piano teorico l'opera di Lucrezio si caratterizza come una
puntualizzazione di quella epicurea con alcune esplicazioni che nel suo
referente greco non erano abbastanza chiare. Il concetto di parenklisis che
Lucrezio tradurrà con clinamen mancava di definizione chiara. Nella Lettera ad
Erodoto Epicuro poneva infatti la parenklisis ma poi parla piuttosto di una
deviazione per urto. Il celebre passaggio del libro II del De rerum natura
dice: Perciò è sempre più necessario che i corpi deviino un poco; ma non
più del minimo, affinché non ci sembri di poter immaginare movimenti obliqui
che la manifesta realtà smentisce. Infatti è evidente, a portata della nostra
vista, che i corpi gravi in se stessi non possono spostarsi di sghembo quando
precipitano dall’alto, come è facile constatare. Ma chi può scorgere che essi
non compiono affatto alcuna deviazione dalla linea retta del loro percorso? Lucrezio
precisa poi ulteriormente le modalità del clinamen aggiungendo: «Infine,
se ogni moto è legato sempre ad altri e quello nuovo sorge dal moto precedente in
ordine certo, se i germi primordiali con l’inclinarsi non determinano un
qualche inizio di movimento che infranga le leggi del fato così che da tempo
infinito causa non sussegua a causa, donde ha origine sulla terra per i viventi
questo libero arbitrio, donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente
dai fati, in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida, e deviamo
il nostro percorso non in un momento esatto, né in un punto preciso dello
spazio, ma quando lo decide la mente? Infatti senza alcun dubbio a ciascuno un
proprio volere suggerisce l’inizio di questi moti che da esso si irradiano
nelle membra] Per quanto riguarda la sfera del vivente Lucrezio la
collega direttamente agli atomi nel loro processo creativo,
scrivendo: Così è difficile rescindere da tutto il corpo le nature
dell'animo e dell'anima, senza che tutto si dissolva. Con particelle elementari
così intrecciate tra loro fin dall’origine, si producono insieme fornite d’una
vita di eguale destino: ed è chiaro che ognuna di per sé, senza l’energia
dell’altra, le facoltà del corpo e dell’anima separate, non potrebbero aver
senso: ma con moti reciprocamente comuni spira dall’una e dall’altra quel senso
acceso in noi attraverso gli organi. Lucrezio riprende in maniera radicale la
tesi già di Epicuro. La religione è la causa dei mali dell'uomo e della sua
ignoranza. Egli ritiene che la religione offuschi la ragione impedendo all'uomo
di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di poter accedere alla felicità, da
raggiungere attraverso la liberazione dalla paura della morte. Il poema ha come
argomenti principali la lacerante antinomia fra ratio e religio, l'epicureismo
e il progresso. La ratio è vista da Lucrezio come quella chiarità folgorante
della verità «che squarcia le tenebre dell'oscurità», è il discorso razionale
sulla natura del mondo e dell'uomo, quindi la dottrina epicurea, mentre la
religio è ottundimento gnoseologico e cieca ignoranza, che lo stesso L.
denomina spesso con il termine "superstitio". Indica l'insieme di
credenze e dunque di comportamenti umani "superstiziosi" nei
confronti degli dèi e della loro potenza. Poiché la religio non si basa sulla
ratio essa è falsa e pericolosa. Afferma che sono evidenti le nefaste
conseguenze della religione e adduce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo
poi che il mito è una rappresentazione falsata della realtà, come
nell'Evemerismo. La religione è perciò la causa principale dell'ignoranza e
dell'infelicità degli uomini. L. riprende i temi principali della dottrina
epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e la "parenklisis" (che
egli ribattezza clinamen), la liberazione dalla paura della morte, la
spiegazione dei fenomeni naturali in termini meramente fisici e biologici. Egli
opera un completamento di essa in senso naturalistico ed esistenzialistico,
introducendo un elemento di pessimismo, assente in Epicuro, probabilmente da
attribuirsi a una personalità malinconica. Da un punto di vista ontologico,
secondo Lucrezio, tutte le specie viventi (animali e vegetali) sono state
"partorite" dalla Terra grazie al calore e all'umidità originari. Ma
egli avanza anche un nuovo criterio evoluzionistico: le specie così prodotte
sono infatti mutate nel corso del tempo, perché quelle malformate si sono
estinte, mentre quelle dotate degli organi necessari alla conservazione della
vita sono riuscite a riprodursi. Tale concezione atea, materialista,
antiprovvidenzialista e storica della natura sarà ereditata e rielaborata da
molti pensatori materialisti dell'età moderna, in particolare gli illuministi
Diderot, d'Holbach e La Mettrie, anch'essi atei dichiarati e a loro volta
divulgatori dell'ateismo; Lucrezio sarà inoltre seguito da Foscolo e Leopardi. L.
nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e
afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la
produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Però, il progresso
non è positivo a priori, ma solo finché libera l'uomo dall'oppressione. Se è
invece fonte di degradazione morale, lo condanna duramente. Lucrezio introduce
nel III libro del De rerum natura una chiarificazione che nel mondo latino era
stata trascurata generando non poche confusioni, circa il concetto di “animus” in
rapporto a quello di anima Vi sono dunque calore e aria vitale nella sostanza
stessa del corpo, che abbandona i nostri arti morenti. Perciò, trovata quale
sia la natura dell'animo e dell'anima quasi una parte dell'uomo -, rigetta il
nome di armonia, recato ai musicisti già dall'alto Elicona, o che essi hanno
forse tratto d'altrove e trasferito a una cosa che prima non aveva un suo nome.
Tu ascolta le mie parole. Ora affermo che l'anima e l'animo sono tenuti Avvinti
tra loro, e formano tra sé una stessa natura. Ma è il capo, per così dire, è il
pensiero a dominare tutto il corpo: quello che noi denominiamo animo e mente e
che ha stabile sede nella zona centrale del petto. Qui palpitano infatti
l'angoscia e il timore, qui intorno le gioie provocano dolcezza; qui è dunque
la mente, l’animo. La restante parte dell’anima, diffusa per tutto il corpo,
obbedisce e si muove al volere e all’impulso della mente. Questa da sé sola
prende conoscenza, e da sé gioisce, quando nessuna cosa stimola l’anima e il
corpo. L. riprende il concetto ellenico di anima come "soffio vitale che
vivifica ed anima il corpo, ciò che i greci chiamavano psyché. Questo soffio
pervade tutto il corpo in ogni sua parte e lo abbandona solo “con l'ultimo
respiro". L'"animus" invece è identificabile col
"noùs" ellenico, traducibile in latino con mens. Dunque animus e mens
paiono essere o la stessa cosa o due elementi coniugati dell'unità mentale.
L'indicazione della “zona centrale del petto” come sede fa pensare al concetto
di “cuore”, ricorrente ancora oggi nel linguaggio comune per indicare la sensibilità
umana, centro dell'emozione e del sentimento. Parrebbe allora che l'animus sia
insieme e conoscenza e emozione, mentre l'anima è soffio vitale. L'angoscia
esistenziale Il De rerum natura è ricchissimo di elementi tipici
dell'esistenzialismo moderno, riscontrabile specialmente in Leopardi, che
dell'opera di L.era un profondo conoscitore, anche se in realtà non è noto il
lasso di tempo in cui Leopardi lesse L.. Questi elementi di angoscia hanno
indotto alcuni studiosi a sottolineare il pessimismo di fondo che si opporrebbe
alla volontà di rinnovare il mondo a partire dalla filosofia epicurea; in altre
parole, in Lucrezio ci sarebbero due spinte contrapposte; l'una dominata dalla
razionalità e fiduciosa nel riscatto dell'uomo, l'altra ossessionata dalla
fragilità intrinseca degli esseri viventi e dal loro destino di dolore e morte.
Altri studiosi, però ritengono che l'insistenza di Lucrezio sugli aspetti
dolorosi della condizione umana non sia altro che una strategia di propaganda,
per fare emergere più fortemente la funzione salvifica della ratio epicurea. S'intende,
ciechi alla dottrina di Epicuro. Sul
luogo di nascita: anche se c'è chi afferma fosse nato a Roma, si ritiene quasi
all'unanimità che fosse originario della Campania: di Napoli, di Ercolano, o,
secondo recenti studi epigrafici, di Pompei, dove il nomen e il cognomen Tito e
L. sono attestati, e la gens Lucretia ha delle ville cfr: Biografia di L.; o
perlomeno vi avesse abitato a lungo cfr. Enrico Borla, Ennio Foppiani,
Bricolage per un naufragio. Alla deriva nella notte del mondo, cfr. anche la
Lucrezio Caro, Tito su Enciclopedia Treccani
Sulla data di nascita: molti optano per il 98 a.C. o secondo altri 96
a.C. Secondo alcune fonti: Lucretius
testimonia vitae Canfora, Vita di L., Sellerio, o secondo altri 53 a.C., cfr. Paolo Di Sacco,
M. Serio, "Odi et amoStoria e testi della letteratura latina" L'età
arcaica e la repubblica", Scolastiche Mondadori, Modulo. Testimonianze su
L. Canfora. Lucrezio, De rerum natura, L., De rerum natura, Enrico Fichera, I
"templa serena" e il pessimismo di Lucrezio: echi lucreziani nella
letteratura, Roma, Bonanno edizioni, Lippold, Testo per Arndt-Bruckmann,
Griech. u. röm. Porträts, Monaco. Enciclopedia dell'arte antica Cfr. Gerlo, Coccia, Il mondo classico
nell'immaginario contemporaneo Nel
romanzo epistolare di Tiziano Colombi, Il segreto di Cicerone, Palermo,
Sellerio, Nomi romani: glossario
Canfora, Cicerone, Ep. ad Quintum fratrem, II 9. S L. Canfora, Classici: L. e il De rerum
natura Aldo Oliviero, Il suicidio di L., su lafrontieraalta.com. Stampini,
Il suicidio di L., Messina, Tipografia D'Amico, La risposta di Virgilio a L. Guido Della Valle (Napoli), pedagogista e
docente universitario, autore di Tito L Caro e l.'epicureismo campano, Napoli,
Accademia Pontaniana, L. in Enciclopedia Italiana L.: informazioni biografiche
ibidem La natura delle cose, Milano, Rizzoli, Eneide, lLa natura delle
cose, cit. supra81. L., La natura delle cose, La natura delle cose. Il De rerum natura di L.
Introduzione a Lucrezio accesso= Memmio su Enciclopedia Italiana Lo stile
di Lucrezio C. Craca, Le possibilità
della poesia. Lucrezio e la madre frigia in «De rerum natura» IBari, Edipuglia,
Epicuro, Opere, E. Bignone, Laterza L,, La natura delle cose, Biagio Conte,
Milano, Rizzoli, La natura delle cose. De rerum natura, Fusaro, L., su filosofico.net.
e rerum natura, VTasso segue L. stilisticamente, non ideologicamente: vedasi la
famosa similitudine del proemio del libro IV, ripresa nel proemio della Gerusalemme
liberate, La natura delle cose, cit. supra, De rerum natura, Pazzaglia,
Antologia della letteratura italiana. L., introduzione Edizioni De rerum
natura, (Brixiae), Thoma Ferrando auctore, De rerum natura libri sex nuper
emendati, Venetiis, apud Aldum, In Carum Lucretium poetam commentarij a Pio
editi, Bononiae, in ergasterio Hieronymi Baptistae de Benedictis, De rerum
natura libri sex a Lambino emendati atque restituti et commentariis illustrati,
Parisiis, in Gulielmi Rovillij aedibus, De rerum natura libri VI, Patavii,
excudebat Josephus Cominus, De rerum natura libri sex, Revisione del testo,
commento e studi introduttivi di Giussani, Torino, E. Loescher (importante edizione critica, tuttora
fondamentale). De rerum natura, Edizione critica con introduzione e versione
Flores, Napoli, Bibliopolis, Traduzioni italiane Della natura delle cose libri
sei tradotti da Marchetti, Londra, per G. Pickard. La natura, libri VI tradotti
da Rapisardi, Milano, G. Brigola, Della natura, Armando Fellin, Torino, POMBA. Della
natura, Versione, introduzione e note di Cetrangolo, Firenze, Sansoni, La
natura delle cose, Introduzione di Gian Biagio Conte, Traduzione di Canali,
Testo latino e commento Dionigi, Milano, Rizzoli, La natura, Introduzione,
testo criticamente riveduto, traduzione e commento di Giancotti, Milano,
Garzanti (Per la specifica sul De rerum
natura si rimanda a tale voce) Alfieri, L., Firenze, Le Monnier, A.
Bartalucci, L. e la retorica, in: Studi classici in onore di Cataudella, Catania,
Edigraf, Bollack, La raison de L. Constitution d'une poetique philosophique
avec un essai d'interpretation de la critique lucretienne, Parigi, Les editions
de Minuit, Bonelli, I motivi profondi della poesia lucreziana, Bruxelles,
Latomus, Boyancé, L. e l'epicureismo, Edizione italiana Alberto Grilli,
Brescia, Paideia, Camardese, Il mondo animale nella poesia lucreziana tra topos
e osservazione realistica, Bologna, Patron, Canali, L. poeta della ragione,
Roma, Editori Riuniti, Canfora, Vita di L., Palermo, Sellerio, G. Della Valle,
Tito L. Caro e l'epicureismo campano, Seconda edizione con due nuovi capitoli,
Napoli, Accademia Pontaniana, Gerlo, Pseudo-L. in: «L'Antiquité Classique», Giancotti,
L. poeta epicureo. Rettificazioni, Roma, G. Bardi, Giancotti, Religio, natura,
voluptas. Studi su L. con un'antologia di testi annotati e tradotti, Bologna,
Patron, Giardini, Lucrezio. La vita, il poema, i testi esemplari, Milano,
Accademia, Greenblatt, Il manoscritto. Come la riscoperta di un libro perduto
cambiò la storia della cultura europea, traduzione di Zuppet, Milano,
Rizzoli, H. Jones, La tradizione
epicurea, Genova, ECIG, R. Papa, Veterum poetarum sermo et reliquiae quatenus
Lucretiano carmine contineantur, Neapoli, A. Loffredo, Perelli, L. poeta
dell'angoscia, Firenze, La Nuova Italia, Perelli, L.. Letture critiche, Milano,
Mursia, Pieri, L. in Macrobio. Adattamenti al testo virgiliano, Messina, Casa
Editrice D'Anna, V. Prosperi, Di soavi licor gli orli del vaso. La fortuna di
Lucrezio dall'Umanesimo alla Controriforma, Torino, Aragno, Sasso, Il progresso
e la morte. Saggi su Lucrezio, Bologna, Il Mulino, R. ScarciaE. ParatoreG.
D'Anna, Ricerche di biografia lucreziana, Roma, Ateneo, Tescari, Lucretiana,
Torino, SEI,O. Tescari, L., Roma, Edizioni Roma, A. Traglia, De Lucretiano
sermone ad philosophiam pertinente, Roma, Gismondi, Scritti letterari Canali,
Nei pleniluni sereni. Autobiografia immaginaria di Tito Lucrezio Caro, Milano,
Longanesi, E. Cetrangolo, L.. Tragedia, Roma, Cometa, Colombi, Il segreto di
Cicerone, Palermo, Sellerio. Piergiorgio Odifreddi, Come stanno le cose. Il mio
L., la mia Venere, Milano, Rizzoli, Alieto Pieri, Non parlerò degli dèi. Il
romanzo di L., Firenze, Le Lettere, Epicureismo Esistenzialismo ateo Storia
dell'ateismo L. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Tito L. Caro, in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tito L. Caro Opere di Tito L.
Caro, su Liber Liber. openMLOL, Horizons
Audiolibri di Tito L. Caro, su LibriVox. Goodreads. De Rerum Natura: testo con
concordanze e liste di frequenza, su intratext.com. Intervista a Luca Canali su
passioni e razionalità in Lucrezio, dall'Enciclopedia multimediale delle
scienze filosofiche, su conoscenza.rai. Analisi critica del pensiero di
Lucrezio, su lucrezio.exactpages.com. V D M Epicureismo Filosofia
Letteratura Letteratura Categorie: Poeti
romani Filosofi romani Roma L. Atomisti Epicurei Filosofi atei L. Storia
dell'evoluzionismo Pre-esistenzialisti Personalità dell'ateismo. Refs.:
Lucretius, in The Stanford Encyclopaedia. Alma figlia di Giove, inclita
madre Del gran germe d'Enea, Venere bella, Degli uomini piacere e
degli Dei: Tu che sotto i girevoli e lucenti Segni del cielo il mar
profondo, e tutta D’ animai d'ogni specie orni la terra, Che per se
fora un vasto orror soUngo: Te Dea, fnggono i venti: al primo arrivo
Tuo svaniscon le nubi: a te germoglia Erbe e fiori odorosi il suolo
indnstre: Tu rassereni i giorni foschi, e rendi Col dolce sguardo il
mar chiaro e tranquillo, E splender fai di maggior lume il ciclo. Qualor
deposto il freddo ispido manto L'anno ringiovanisce, « la soave
Aura feconda di Favonio spira, Tosto tra fronde e fronde i vaghi
augelli. Feriti il cor da' tuoi pungenti dardi, Cantan festosi
il tuo ritorno, o Diva; Liete scorron saltando i grassi paschi Le
fiere, e gonfi di nuor' acqae i fìami Varcano a nuoto e i rapidi
torrenti: Tal da' teneri tuoi rezzi lascivi Dolcemente allettato
ogni animale Desioso ti segue ovunque il gnidi. In somma tu
per mari e monti e fiumi, Pe'boschi ombrosi e per gli aperti campi,
Di piacevole amore i petti accendi, E cosi fai che si conservi '1
mondo. Or se tu sol della Natura il freno Reggi a tua voglia,
e senza te non vede Del di la luce desiata e bella, Nè lieta
e amabil fassi alcuna cosa: Te, Dea, te bramo per compagna all'opra,
In cui di scriver tento in nuovi carmi Di Natura i segreti e le
cagioni Al gran Memmo Gemello a te si caro, In ogni tempo, e d’ogni
laude ornato. Tu dunque, o Diva, ogni mio detto aspergi D’eterna
grazia, e fa’ cessare intanto E per mare e per terra il fiero
Marte, Tu, che sola puoi farlo: egli sovente D’amorosa ferita
il cor trafitto Umil si posa nel divin tuo grembo. Or mentr’
ei pasce il desioso sguardo Di tua beltà, ch'ogni beltade avanza,
E che l’anima sua da te sol pende, Deh ! porgi a lui, vezzosa Dea,
deh ! porgi A lui soavi preghi, e fa'ch’ ei renda Al popol suo la
desiata pace. Che se la patria nostra è da nemiche Armi abitata, io
più seguir non posso con animo quieto il preso stile, nè può di
Memmo il generoso figlio aS l^egar sé stesso alla comaa
salate. Tu, gran prole di Memmo, ora mi porgi Grate ed attente
orecchie, e ti prepara, Lungi da te cacciando ogni altra cura,
Alle vere ragioni, e non volere I miei doni sprezzar pria che gl’
intenda. Io narrerotti in che maniera il cielo con moto alterno ognnr
si volga c giri j Degli Dei la natura, e delle cose Gli alti
principi, e come nasca il tutto ; Come poi -si nutrichi, e come
cresca, Ed in che finalmente ei si risolva: £ ciò da noi
nell’avvenir dirassi primo corpo, materia, o primo seme, o corpo
genitale, essendo quello Onde prima si forma ogni altro corpo: Che
d'uopo é pur che’n somma eterna pace Yivan gli Dei per lor natura, e
lungi Stian dal governo delle cose umane, Scevri d' ogni dolor, d’ogni
periglio, biechi sol di lor stessi, e di lor fuori di nulla
bisognosi, e che nè metto Nostro gli alletti, o colpa accenda ad
ira. Giacca l’ umana vita oppressa e stanca Sotto religìon grave e
severa. Che mostrando dal ciel l’altero capo Spaventevole in vista e
minacciante ne soprasta. Un iiom d’Atene il primo e, che d’ergerle
incontra ebbe ardimento Gli occhi ancor che mortali, e le s’oppose.
Questi non paventò nè eie! tonante Nè tremoto che ’l mondo empia d’
orrore, Nè fama degli Dei, nè fulmin torto j Ma qual acciar su dura
alpina cote quanto s’agita più tanto più splende. Tal dell’animo suo
mai sempre invitto Nelle difficoltà crebbe il desio a Di
spezzar pria d'ogni altro i saldi chiostri, E r ampie porte di Natura
aprirne. Cosi vins' egli, e con l' eccelsa mente Varcando
oltre a' confin del nostro mondo, e bastante a capir spazio
infinito. Quindi sicuramente egli n’ insegna Gid che nasca o non
nasca, ed in qual modo Ciò che racchiude l' Universo in seno Ha
poter limitato, e tcrmin certo : E la religion co’pié
calcata, L' alta vittoria sua c’ erge alle stelle. Nè creder già che
scelerate ed empie sian le cose eh’ io parlo. Anzi sovente L' altrui
religion ne’ tempi^antichi Cose produsse scelerate ed empie. Questa
il fior degli eroi scelti per duci Deir oste argiva in Aalide
indusse Di Diana a macchiar l' ara innocente Col sangue d' Ifigenia,
allor che cinto di bianca fascia il bel virgineo crine vid’ella a se
davanti in mesto volto Il padre, e alni vicini i sacerdoti Celar 1’
aspra bipenne, e '1 popol tutto Stillar per gli occhi in larga vena il
pianto Sol per pietà di lei, che muta e mesta Teneva a terra le
ginocchia inchine. Nè giovi punto all’innocente e casta povera
verginella in tempo tale, ch’ a nome della patria il prence avesse
All’ esercito greco un re donato; Che tolta dalle man del suo
consorte Fu condotta all’ aitar tutta tremante: Non perchè
terminato il sacrifizio, legata fosse col soave nodo d’un illustre
imeneo. Ma per cadere Nel tempo stesso delle proprie nozze A* piè
del genitore ostia dolente per dar felice e fortunato evento All'
armata navale. Error si grave Persuader la religion poteo. Tu stesso dall’orribili
minacce de’ poeti atterrito, a i detti nostri di negar tenterai la fe
dovuta. Ed oh, quanti potrei fìngerti anch'io Sogni e chimere, a
sovvertir bastanti Del viver tuo la pace, e col timóre Il sereno
turbar della tua mente. Ed a ragion, che se prescritto il
fine vedesse l'uomo alle miserie sue. Ben resister potrebbe alle
minacce Delle religioni, e de' poeti. Ma come mai resister può, s'
ei teme Dopo la morte aspri tormenti eterni. Perchè dell' alma è a
lui l’essenza ignota: S' ella sia nata, od a chi nasce infusa, E se
morendo il corpo anch' ella muoia? Se le tenebre dense, e se le
vaste Paludi vegga del tremendo Inferno, O s' entri ad informare
altri animali Per ^divino voler, siccome il nostro Ennio cantò, che
pria d' ogn' altro colse In riva d'Elicona eterni allori. Onde
intrecciossi una ghirlanda al crine FRA L’ITALICA GENTI illustre c
chiara? Bench' ci ne' dotti versi affermi ancora Che sulle sponde
d' Acheronte s' erge Un tempio sacro a gl' infernali Dei, Ove
non 1' alme o i corpi nostri stanno. Ma certi simulacri in ammirande
Guise pallidi in volto, e quivi narra d’aver visto l'imagine d’Omero
Piangere amaramente, e di Natura Raccontargli i segreti e le
cagioni. Dunque non pnr de’più sublimi effetti Cercar le cause, e
dichiarar conviensi Della luna e del sole i morimenti. Ma come
possan generarsi in terra tutte le cose, e con ragion sagace principalmente
investigar dell' alma, £ dell'animo uman l’occulta essenza, E
ciò che sia quel, che vegliando infermi, £ sepolti nel sonno, in guisa
n'empie d’alto terror, che di veder presente Parne, e d’udir chi già
per morte in nude ossa ò converso, e poca terra asconde e so ben io qual
malagevol’ opra Sia r illustrar de’ Greci in toschi carmi L’
oscure invenzioni, e quanto spesso Nuove parole converrammi usare, non
per la povertà della mia lingua ch’alia greca non cede, e più d’ ogn’
altra piena è di proprie e di leggiadre vocij ma per la novità di quei
concetti Ch’esprimer tento, e che nuli’ altro espresse. Pur
nondimcn la tua virtude ò tale, e lo sperato mio dolce conforto
Della nostr’amistà, eh’ ognor mi sprona A soffrir volentieri ogni
fatica, E m’induce a vegliar le notti intere, sol per veder con
quai parole io possa Portare innanzi alla tua mente un lume, Ond’
ella vegga ogni cagione occulta. Or si vano terror, si cieche
tenebre Schiarir bisogna, e via cacciar dall’ animo nn co’ be’
rai del sol, non già co’ lucidi dardi del giorno a saettar poc’
abili fuorché l’ombre notturne e i sogni pallidi, Ma col mirar della
Natura, e intendere D’occulte cause e la velata imagine. Tu, se di
conseguir ciò brami, ascoltami. Sappi, che nulla per diyin volere
Pad dal nalla crearsi, onde il timore, che qaind'il cor d'ogni mortale
ingombra, Vano è del tutto, e se tu vedi ognora Formarsi molte cose
in terra e ’n cielo, nè d'esse intendi le cagioni, e pensi Perciò
che Dio le faccia, erri e deliri. Sia dunque mio principio il
dimostrarti, Che nulla mai si può crear dal nulla. Quindi assai
meglio intenderemo il resto £ come possa generarsi il lutto
Senz'opra degli Dei. Or se dal nnlla- Si creasser le cose, esse di
seme Non avrian d'uopo, e si vedrian produrre Uomini ed animai nel
seti dell' acque, nel grembo della terra uccelli e pesci, e nel vano
dell’aria armenti e greggi; Pe' luoghi culli, e per gl' inculti il
parto D'ogni fera selvaggia incerto fora; Nè sempre ne darian
gl'istessi frutti Gli alberi, ma diversi ; anzi ciascuno D' ogni
specie a produrgli allo sarebbe. Poiché come potrian da certa madre nascer
le cose, ove assegnati i propri semi non fosser da ^Natura a tutte
1 Ma or perché ciascuna è da principi certi creala, indi ha il natale
ed esce Lieta a godere i dolci rai del giorno, ov'è la sua materia e
-i-vorpi primi: E quindi nascer d'ogni cosa il tutto Non può,
perchè fra loro alcune certe cose hall l'interna facoltà distinta.
Inoltre ond' è che primavera adorna sempre è d’ erlie e di fior? che
di mature Biade all' estiv' arsura ondeggia il campo? e che sol
quando Febo occupa i segni O di Libra o di Scorpio, allor la
vite Suda il dolce liquor che inebria i sensi? Se non perché a'ior
tempi alcuni certi Semi in un concorrendo, atti a produrre Son ciò
che nasce, alJor che le stagioni Opportune il richieggono, e la
terra «I Di rigor genital piena c di succo, Puote all’ aure inalzar
sicuramente Le molli erbette e l’altre cose tenere i che se pur generate
esser dal nulla Potessero, apparir dovrian repente In contrarie
stagioni e spazio incerto, Non vi essendo alcun seme, che
impedito Dall' Union feconda esser potesse O per ghiaccio o per sol
ne' tempi avversi. Né per crescer le cose avrian mestiere di spazio
alcuno in cui si unisca il seme, i' elle fosser del nulla atte a nutrirsi.
Ma nati appena i pargoletti infanti Diverrebbero adulti, e in un
momento Si vedrebber le piante inverso il cielo Erger da terra le
robuste braccia. Il che mai non succede. Anzi ogni cosa cresce, come
conviensi, a poco a poco, E crescendo, conserva e rende
eterna La propria specie. Or tu confessa adunque Che della sua
materia, e del suo seme Nasce, si nutre e divien grande il tutto.
S’arroge a ciò, che non daria la terra il dovuto alimento ai lieti
parti. Se non cadesse a fecondarle il seno Dal del 1' umida pioggia,
e senza cibo propagar non potrebber gli animali La propria specie, e
conservar la vita, Ond' è ben verisimile, che molte Cose molti fra
lor corpi comuni Àbbian, come le voci han gli elementij Anzi, che
sia senza principio alcuna. In somma ond' è che non forma Natura uomini
tanto grandi e si robusti, che potesser co’ piè del mar profondo varcar
l’ acque sonanti e con la mano sveller dall’imolor l’alte montagne, e
viver molt’ etadi, e molti secoli? L. is known only for his long poem De rerum natura in
which he sets out the doctrines of the Garden. As the only substantial
systematic work of the Garden to survive from antiquity it is a work of
considerable significance. Unfortunately, it is difficult to judge how accurate
an account of the school’s teaching as there is little with which to compare
it. However, the Garden tended towards conservatism in doctrinal matters and so
it isunlikely L. strays far from orthodoxy. The first two books of the poem are
mainly concerned with espounding atomism, the middle two are concerned with
human nature and knowledge, and the last to analyse a number of natural
phenomena. Tito Lucrezio Caro. Lucrezio. Luigi Speranza, "Grice, Lucrezio, e la natura
delle cose," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Luigi Speranza, “Grice e Lucrezio: implicatura atomica”
– “implicatura e composizionalita” – “implicatura elementare” – “implicatura
simplex” “implicatura simplice” “implicatura complessa”, “alma figlia di Giove”
--. Lucrezio.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lucullo: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Si distingue nella guerra sociale come tribunus
militum. Avendo avuto quale pro-questore sotto SILLA (si veda) nella guerra
mitridatica l’incarico di recarsi dalla Grecia in Cirenaica e in Egitto e di
raccogliere una flotta, L. volle avere presso di sè Antioco d’Ascalona in quel
pericoloso viaggio sul mare. Pretore, propretore in Africa, e console,
ottenne il governo proconsolare della Cilicia e il comando della guerra contro
Mitridate e sconfisse prima questo, poi il suo alleato Tigrane re di
Armenia. Negl'anni del suo comando, batiè con poche forze grossi eserciti
nemici. Ma per il malcontento dei soldati le cose peggiorarono, sicchè i suoi
avversari lo fanno richiamare a Roma ove soltanto gli e concesso il
trionfo. L. contribuì potentemente alla diffuzione della filosofia in
Roma. L. e oratore, storico -- scrive una storia della guerra sociale -- e si
interessa vivamente per la filosofia, tanto che volle compagno Antioco sia da
pro-questore che da pro-console e con gli studi filosofici si consola degli
insuccessi politici. A rich Roman who
makes a career in public and military life. A friend and pupil of Antioco, his
philosophical tastes appear to have been quite eclectic. He spends his last
years quietly going insane. Lucio Licinio Lucullo. Keywords: Livio. Lucullo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Luporini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- i corpi di Vinci – il leopardi fascista – leopardi fascisti
– ultra-filosofico – la scuola di Ferrara -- filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming
Pool Library (Ferrara). Filosofo
italiano. Ferrara, Emilia Romagna. Grice: “I like Luporini; I lerarned from him
how silly Austin is when talking of ‘material object’ – a contradiction in
terminis for Kant who uses ‘materie’ very strictly; Luporini’s study of
Leopardi is brilliant – and he has explored the genius of Vinci, which is
good!” Si recò a Friburgo, dove
frequenta le lezioni di Heidegger, e poi a Berlino, dove poté seguire le
lezioni di Hartmann. Si laurea a Firenze. Insegna a Cagliari, Pisa e Firenze.
Dopo un in interesse per l'esistenzialismo, aderì al marxismo, iscrivendosi al
Partito Comunista, per il quale fu eletto senatore nella terza legislature. Tra
le altre iniziative parlamentari, fu firmatario di un progetto di legge,
"Istituzione della scuola obbligatoria statale dai 6 ai 14 anni.” Fonda la
rivista Società. Collabora ai periodici
politico-culturali del PCI, Il Contemporaneo, Rinascita, Critica marxista.
Durante il dibattito che, a seguito degli eventi, porta alla trasformazione del
PCI in PDS, si schierò decisamente contro la "svolta" di Occhetto,
aderendo alla mozione "due" di opposizione interna, in un'orgogliosa
difesa e per un rilancio della prospettiva e degli ideali comunisti. Il
marxismo di Luporini si fonda su una critica radicale allo storicismo, sul
rifiuto di ogni concezione finalistica dello sviluppo storico: il comunismo,
quello marxista in particolare, non è assimilabile con la tematica tipicamente
storicista del progresso come traccia dell'evoluzione umana. Egli rifiuta
letture dogmatiche del marxismo e le sue deteriori forme di economicismo e
meccanicismo, ma, pur apprezzando lo strutturalismo di Althusser con cui cercò
di far dialogare tutto il marxismo italiano, non ne condivideva
l'anti-umanismo, in quanto il pensiero di Marx conserva per lui un profondo
umanesimo, anche negli scritti successivi alla "rottura
epistemologica" in cui le strutture, cioè i modelli interpretativi della
società, non sono astratti ma in funzione degli individui concreti, umani. Nello stesso ambito marxista, tra i suoi
obiettivi polemici vi furono quelle posizioni che proponevano una
interpretazione di radicale discontinuità tra Marx e Hegel, cioè quelle di
Volpe e della sua scuola. Centrale è infatti per Luporini la nozione di
“contra-dizione,” la marxiana "oggettività reale", che lo pone
comunque in relazione con Hegel. Marx deve essere considerato una concezione
aperta e complessa, dove materialismo e dialettica compongono una sintesi mai
totalizzante (da qui il suo interesse per l'elaborazione di Gramsci) e parte
fondamentale di una più generale teoria dei condizionamenti umani. Fondamentale è il concetto di formazione
economico-sociale, espressione già utilizzata da Sereni, ma in senso
storicistico e cioè la possibilità per il marxismo di costituire un modello per
l'analisi degli specifici modi di produzione della società capitalista, nonché
per la previsione scientifica delle sue varie forme. La legge generale delle
formazioni economico-sociali è tratta dall’Introduzione ai Lineamenti
fondamentali di critica dell'economia politica di Marx. La struttura economica
va indagata secondo logica scientifica e bisogna stabilire un "criterio
oggettivo", il momento dominante che condiziona tutti gli altri assetti
produttivi. L'approccio storico-genetico
non è un continuum evoluzionistico come nella tradizione storicistica, è la
fase dell'osservazione e descrizione empirica del fenomeno dalla sua origine ed
è secondario rispetto all'approccio genetico-formale, cioè all'indagine che
permette di stabilire la categoria dominante di una determinata fase storica
della produzione. Il modello de Il Capitale può dunque aspirare
all'universalità, ma anche alla flessibilità di applicazione. La
formalizzazione di un “modello” attraverso il metodo genetico, individua anche
il processo per cui i rapporti di produzione si riflettono in qualcos’altro, la
coscienza dei singoli, le relazioni inters-oggettive (l’inter-azione’) e le
radici stesse della vita morale. È palese così il contrasto di L. ad ogni
disegno provvidenzialista e di filosofia della storia e anche in questo si
rende chiaro il rapporto dialettico-oppositivo tra Hegel e Marx. Per quanto
riguarda Leopardi, secondo Luporini, la sua poesia non è permeata solo di
pessimismo, ma ci invita anch'essa alla resistenza attiva. La formazione
filosofica di Leopardi, infatti, illuminista e materialista, permette di
leggere ad esempio, nelle "magnifiche sorti e progressive" de
"La Ginestra", una possibilità di rinnovamento politico-sociale non
in antitesi con la concezione della 'natura matrigna', un compito storico degli
esseri umani altrimenti o comunque destill'infelicità esistenziale. “Filosofia
e politica: scritti dedicati a L., Firenze, La Nuova Italia, Una completa e aggiornata, L. Fonnesu, è stata
pubblicata nel numero speciale dedicato a Luporini di "Il Ponte"
(Firenze). Oltre agli studi sulla storia della filosofia e a un'elaborazione
teorica del marxismo incentrata sui temi etici, si ricordano, fra le sue opere
principali: “Situazione e libertà”
(Firenze, Monnier); “Filosofi vecchi e nuovi” (Firenze, Sansoni); “Spazio e
materia in Kant” (Firenze, Sansoni); “L'ideologia comunista” (Riuniti, Roma);
“Dialettica e materialismo, Roma, Riuniti,
Il soggetto e il comune, Il marxismo e la cultura italiana, in Storia
d'Italia, I documenti, Einaudi. Un'incidenza notevolissima ha sugli studi
leopardiani il suo saggio Leopardi progressivo.
Sulle lezioni di Heidegger e Hartmann vedi l'aneddoto in Intervista in
"Repubblica", Sereni, Da Marx a Lenin: la categoria di formazione
economico-sociale, Quaderni di Critica marxista, Realtà e storicità: economia e
dialettica nel marxismo, in Critica marxista, Per l'interpretazione della
categoria formazione economico-sociale, in Critica marxista, Le radici della
vita morale, in Morale e società,
Riuniti, Roma); S. Lanfranchi, Dal Leopardi ottimista della critica fascista al
Leopardi progressivo della critica marxista, Saggi critici in Garin, Esistenza
e libertà, in Critica marxista, G. Mele, Esistenzialismo e significato della
libertà, Critica Marxista, A. Zanardo, Un orizzonte filosofico materialistico,
in Critica marxista, Rocca, Esistenzialismo e nichilismo «Belfagor», R.
Mapelli, Milano, ed. Punto Rosso, Ponte, Ponte, Convegni Quarant'anni di filosofia in Italia.
"Critica marxista", Il fascicolo contiene gli atti delle due giornate
di studio sulla sua filosofia oorganizzate dalla Facoltà di Lettere e filosofia
dell'Firenze e dalla fondazione Gramsci di Roma, Feltrinelli. Nella loro
maggior parte i contributi riprendono gli interventi al Convegno promosso
dall'Firenze e organizzato dal Dipartimento di Filosofia. Treccani Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Senato della Repubblica; Biblioteche dei Filosofi
(SNS), su picus unica. L'ultima lezione (una grande avventura intellettuale
attraverso il Novecento), su hyperpoli. Sebbene
questo titolo rimandi a questioni di critica letteraria, e di fatto i risultati
della critica leopardiana costituiscano l’oggetto principale da cui muove
questo studio, essi saranno presentati e analizzati nelle prossime pagine
innanzitutto come un ‘documento’ storico : un documento che forse non ci darà
risposte soddisfacenti per comprendere meglio il pensiero leopardiano, ma
contribuirà invece alla nostra riflessione sull’iter culturale e ideologico di
alcuni intellettuali italiani. Per affrontare il problema della transizione e
tentare di isolare alcuni elementi di continuità e di rottura, il discorso
svolgerà un percorso circolare : partendo dal saggio pubblicato da L. Leopardi
progressivo, al quale, in un primo momento, si accennerà solo molto brevemente
; seguendo poi un cammino a ritroso per rintracciare l’itinerario e le origini
anche abbastanza lontane del dibattito – iniziato sin da prima del Ventennio –
da cui trae origine questo testo ; e tornando infine al libro di L., molto
noto, anche fuori dalla cerchia degli specialisti di Leopardi, tanto da esser
divenuto un ‘classico’ studiato spesso sin dal liceo1. 2 Scrive
Sebastiano Timpanaro a proposito del titolo scelto da Luporini : « un titolo
che per un vers 3 Si tratta del v. 51 della Ginestra, in G. Leopardi, Poesie e
prose, vol. I, Poesie, a cura di M. A. L., Leopardi progressivo. La scelta
dell’aggettivo progressivo, benché avesse un’eco politica particolare nella
cultura comunista del primissimo dopoguerra2, era dettata dal richiamo
letterario alle « magnifiche sorti e progressive » de La Ginestra di Leopardi3.
Ma nella citazione di Luporini l’aggettivo perdeva il sapore amaramente ironico
di quel verso leopardiano ed assumeva invece un significato totalmente
positivo, per indicare una forma di fiducia nel « generale progresso
dell’incivilimento »4 che, secondo il critico, emana dalla lettura complessiva
di una poesia come La Ginestra e, forse soprattutto, da un’attenta analisi
dello Zibaldone di Leopardi. Questa fiducia non risiede però, per Luporini,
nell’individuo, bensì nella moltitudine, ovvero nel popolo e nella sua virtù, e
sfocia in una dichiarazione di solidarietà tra gli uomini tutti, contro la
natura, per un progresso generale della condizione umana. La vivacità
delle reazioni che suscitò il saggio quando fu pubblicato dà una preziosa
indicazione di quanto originale e quanto importante fosse l’interpretazione
proposta da L. Per illustrare l’accoglienza che ricevette è particolarmente
utile la recente testimonianza di Brunetti, che sarebbe poi diventato
professore di filosofia e specialista di Galilei, ma che allora era ancora al
terzo anno di studi della Scuola normale superiore di Pisa, dove Luporini
appunto insegnava. Brunetti ricorda perfettamente Leopardi progressivo,
la cui lettura creò interesse e agitazione fra i normalisti : ne discutevano
animatamente nei corridoi, nelle stanze e durante i pasti nella sala da pranzo
soprattutto gli italianisti Bollati, Blasucci, Dante della Terza, che
trascinavano tutti gli altri. Era lecita una definizione politica del poeta ?
Era corretta siffatta operazione ideologica? Non era forse più opportuna una
ricomposizione unitaria del pensiero leopardiano. Brunetti, Il « nostro » L.,
in L., a cura di M. M La discussione, animata e per certi versi lacerante, si
protrasse per giorni, riecheggiando sotto le volte dei corridoi nel Palazzo dei
Cavalieri. Fu però efficace, perché fece rientrare la sensazione provocatoria
del saggio e ricondurre l’elemento ideologico e il « tecnicismo filosofico »
nelle giuste dimensioni, sortendo d’altro canto l’effetto di mettere in
discussione l’apollineità in cui la critica crociana mirava a rinchiudere la
poesia e insieme il poeta. Non è un caso che da quello stesso anno anche il
lavoro critico di Russo si attestò in una valorizzazione della « politicità »
dei poeti, rompendo, proprio lui, il dominante schema crociano. Una pietra
gettata nello stagno, una fertile provocazione intellettuale.5 4 Quanto
racconta Brunetti è, per molti aspetti, significativo e rappresentativo del
clima ideologico e culturale di quegli anni, e della transizione che si sta
operando, anche nel piccolo mondo della critica letteraria. L., Leopardi
progressivo Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, Sansoni. Sebbene
molto diversi, il testo di Brunetti definisce il testo di L.
un’operazione ideologica, in quanto offre una lettura non solo eminentemente
politica dell’opera leopardiana, ma una lettura esplicitamente comunista. L.
vede in Leopardi un « anticipatore di ulteriori dottrine, fedele ai principi
della democrazia rivoluzionaria, anche più avanzata. In questo senso, si segna,
col saggio di L. – e col saggio altrettanto noto di Binni, La nuova poetica
leopardiana – una svolta decisiva nella storia della fortuna leopardiana,
inaugurando la proficua stagione della critica leopardiana del secondo
Novecento, segnatamente della critica detta marxista. D’altra parte,
Brunetti considera che l’opera di L, era, nel contesto culturale della seconda
metà degli anni Quaranta, una vera e propria « pietra gettata nello stagno » e
una « fertile provocazione intellettuale », in quanto rimetteva in questione il
« dominante schema crociano ». Con quest’ultima osservazione, Brunetti non
rende, tuttavia, conto di quanto fosse recente tale « dominio ». Se è vero,
infatti, che il metodo crociano si era imposto nel mondo culturale di quel
primissimo dopoguerra, durante tutto il Ventennio e anche durante la guerra
esso era stato sì prevalente, ma solo nella cerchia, in realtà abbastanza
ristretta, degli intellettuali ostili o estranei al fascismo. Di sicuro non era
stato lo « schema dominante » imposto negli studi letterari, nelle riviste,
nelle accademie e nelle università dell’Italia fascista. Croce conia la
voce “allotrio”per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al
vocab Per l’influenza di Gentile sul mondo culturale in epoca fascista, si veda
in particolare G Il ruolo di Cian negli studi letterari del Ventennio e nel
periodo di transizi. Marpicati compie studi di letteratura italiana a Firenze,
pubblica alcune raccol . Ecco quanto scriveva, ad esempio, Cian, rivolgendosi a
Croce e ai suoi discepoli. Mi sia consentito di rimandare in questa sede a due
testi miei, entrambi accessibili in linea : S. In realtà, durante il
Ventennio solo una minoranza di critici – pur trattandosi di una minoranza
quantitativamente e soprattutto qualitativamente importante – aveva seguito
l’idea crociana dell’autonomia dell’arte, e quindi perlopiù evitato di dare una
lettura apertamente politica dei testi letterari. Erano relativamente pochi i
critici che aderivano al principio secondo cui gli elementi che in un’opera
d’arte contengono un messaggio dichiaratamente politico o morale sono « allotri
»8, ovvero estranei alla vera poesia del testo, perché non corrispondono allo
slancio primo e poetico dell’intuizione estetica. A questi si opponeva la
critica di stampo fascista, nelle cui file, ben più folte, troviamo uomini di
grande influenza e di grande potere nell’ambiente culturale ed accademico, come
un Gentile, un Cian, ma anche un Marpicati. Essi contestavano, anche
violentemente, la lezione crociana12, mentre rivendicavano, per tutti i testi
letterari, la legittimità di una lettura morale, politica, improntata
all’attualità. La tendenza ad ‘attualizzare’ il significato delle opere fu
portata a tal segno da far loro presentare, talvolta e anzi spesso, i classici
della letteratura italiana come precursori del fascismo. Non era dunque la
prima volta che si buttavano pietre nello stagno della critica crociana ; si
potrebbe quasi dire, anzi, che non si era fatto altro che buttarvi pietre
durante tutto il Ventennio. In realtà, i primi sintomi di « insofferenza »
Russo li diede, mentre scriveva un arti. Perciò, quando Brunetti denuncia «
l’apollineità » in cui Croce rinchiude i poeti, e quando ricorda l’itinerario
di Luigi Russo – che in quegli anni, dopo esser stato a lungo un fedele
discepolo crociano, da Croce prende appunto le distanze14 – egli ci fa intuire
non tanto una rottura, quanto una ‘transizione’ interessante. Tra i critici che
erano stati antifascisti negli anni Venti e Trenta, molti cominciano, sin dai
primissimi anni Quaranta, a maturare un progressivo allontanamento dalla
posizione crociana, proprio perché si sentono vincolati da quell’implicito
divieto di ‘allotrismo’ che caratterizza la produzione critica crociana,
rivendicando la possibilità di considerare « la politicità nascosta » anche
nella « grande poesia. Sembrano ormai giunti al punto di rottura. Ma quel che
preme qui sottolineare è che vi è dunque una continuità, non certo nei
contenuti politici – affatto diversi – ma potremmo dire nel metodo e nei
presupposti teorici ed estetici che vengono opposti a Croce durante e dopo il
Ventennio, ovvero nella comune rivendicazione allotrica. Il testo di L.
segna senz’altro una svolta nella fortuna critica di Leopardi nel Novecento,
quando lo si studia come punto di partenza di una tradizione critica, e in
questo modo esso viene generalmente e giustamente valutato. L’intento di questo
lavoro sarà invece di considerarlo come punto di approdo problematico di
un’altra tradizione critica, non posteriore ma anteriore, vigente nel Ventennio
e di stampo generalmente fascista, con cui il testo di L., nonostante le fondamentali
differenze, ha in comune almeno due aspetti essenziali. Il primo è appunto
l’opposizione all’estetica crociana che è già stata evocata e che potrebbe,
senz’altro, esser estesa a gran parte della critica letteraria, non trattandosi
di una specificità leopardiana ; il secondo è l’idea – sulla quale verterà più
precisamente questo studio – di un fondamentale ottimismo leopardiano. Ora, una
certa paternità del tema dell’ottimismo leopardiano, così come lo sviluppa
Luporini, può essere attribuita a Gentile e ad un suo saggio sulle Operette
morali di Leopardi. Questo, invece, è un discorso specifico, valido per la sola
critica leopardiana. L’ipotesi di una continuità tra l’interpretazione che
L. dà di Leopardi e la produzione critica con una comune opposizione a Croce,
ma anche una comune matrice – almeno parziale – gentiliana, è convalidata sia
dall’analisi dei testi, come vedremo, che dalla stessa biografia di L. e da
quanto lui stesso racconta della propria esperienza. La vicenda umana,
ideologica e culturale di L. in quel decennio che va dalla seconda metà degli
anni Trenta alla fine degli anni Quaranta è, per molti aspetti, emblematica
proprio di quel profilo di intellettuale nella transizione tra fascismo e
Repubblica. L., Critica e metafisica nella filosofia kantiana, Rendiconti
della Reale Accademia Nazi. Il testo fa parte di un volume scritto dai docenti
del liceo dove L. insegnava, in occasi. Nella sua autobiografia, Bobbio cita un
disegno di Guttuso che illustra una delle p C. L., Qualcosa di me stesso, in L. L. si laurea a Firenze, dopo aver studiato
anche in Germania, dove fu in contatto con Heidegger e Hartmann. La sua tesi di
filosofia su Kant, d’impostazione esistenzialistica, è letta e molto apprezzata
da Gentile, il quale decide di presentarla all’Accademia dei Lincei di cui era
socio. Dopo aver conseguito la laurea, L. insegna al liceo, prima a Livorno,
dove pubblica un primo testo su Leopardi, di cui dà un’interpretazione
esistenzialistica e la cui impostazione reca già segni evidenti di
anticrocianesimo. Torna a Firenze ed entra a far parte del movimento
liberalsocialista di Capitini e Guido Calogero, nel quale frequenta anche Bobbio, Guttuso e Morra. Gentile lo chiama
alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove era disponibile un posto di lettore
di tedesco. C’era, tra Gentile e L., un rapporto che L. stesso ebbe a definire
di grande franchezza politica, sin da quando i due uomini si conobbero meglio,
e fino alla morte di Gentile. L. non aveva approvato la decisione del movimento
liberal-socialista di confluire nel Partito d’Azione e si era perciò ritirato
per aderire invece al Partito Comunista. L. si trova quindi agli esatti
antipodi politici di Gentile. Eppure egli stesso racconta di come avesse
tentato di convincerlo ad abbandonare la Repubblica di Salò e avesse anche
creduto di riuscire nel suo intento, definendo tragica ma anche consapevole la
sua fine. Non mi soffermerò sull’ultima fase di Gentile, tragica. Ricordo solo
che, certo illusoriamente, cercai di persuaderlo a che si tirasse fuori dal
fascismo, nel frattempo divenuto la Repubblica di Salò. Al Salviatino, dove
abita, ha con lui un incontro che non finiva mai, perché non riuscivo a
rimanere solo con lui. Quando ce la feci, lo misi al corrente di quello che
stava succedendo, dandogli delle notizie che evidentemente non gli davano le
autorità fasciste – era stato anche ucciso uno del suo entourage – mentre io le
avevo dalla rete clandestina in cui mi trovavo. Me ne uscii con la sensazione
che forse qualcosa avevo ottenuto. Invece, non era così : due giorni dopo,
venne fuori che il ministro Biggini s’era recato lì, al Salviatino, per
offrirgli la presidenza dell’Accademia d’Italia, e che Gentile aveva accettato
(ma, quand’ero stato da lui, non me l’aveva detto). E così s’avviò verso un
destino di cui in qualche modo aveva consapevolezza. Poche settimane dopo
quest’episodio, Gentile propone a Luporini di diventare bibliotecario
dell’Accademia d’Italia. Ma Luporini rifiuta, sancendo così la fine del suo
rapporto con Gentile : un rapporto che, nella nostra prospettiva, è senz’altro
importante e che invece è stato quasi integralmente passato sotto silenzio. In
realtà, di L. si ricorda soprattutto l’attività posteriore, in particolare
quella che svolse come co-fondatore – con Bandinelli – della rivista “Società”,
e in seguito come direttore della stessa. La storia di questa rivista illustra
l’evoluzione di molti intellettuali di sinistra dopo la Liberazione, proprio
per il vincolo che venne rapidamente a crearsi col partito comunista. Parlando
di « Società » e dei suoi intenti programmatici, L. dichiara che per lui,
l’idea principale era d’una saldatura fra quella cultura degli anni trenta
di cui ho parlato – quella rottura con il passato che eravamo venuti preparando
lentamente, modestamente, molecolarmente – e la cultura di quelli che venivano
da fuori, soprattutto i dirigenti comunisti, e segnatamente Togliatti. Perciò,
non ero d’accordo con Vittorini, con la sua idea, nel « Politecnico » d’una «
nuova cultura ». I contenuti li avevamo in comune, più o meno ; però io ero per
un continuismo, non assoluto, naturalmente, ma rispetto a quel che ho detto. Per
illustrare meglio le forme di questo « continuismo », bisogna rifarsi alle
pagine che precedono questa citazione, in cui Luporini descrive l’ambiente
culturale della Firenze degli anni Trenta e il gruppo di intellettuali
antifascisti che vi frequentava. L. dichiara in quest’occasione che « da un
certo punto di vista la vera dittatura era proprio quella idealistica » e che,
nel campo specifico della letteratura e della storiografia, l’idealismo «
dittatoriale » era forse più crociano che non gentiliano Continua poi la
narrazione del proprio iterintellettuale, negli anni Trenta e Quaranta, che L.
descrive come un percorso che consta di due tappe fondamentali, due svolte,
anzi due transizioni. La prima avviene negli anni Trenta, quando Luporini
prende le distanze dall’idealismo crociano e scopre l’esistenzialismo ; la
seconda, negli anni Quaranta, quando dall’esistenzialismo L. si sposta verso
posizioni marxiste. Questi pochi elementi biografici offrono due spunti
notevoli per l’analisi della produzione di L. In primo luogo, il rapporto personale più
approfondito che L. aveva con Gentile e non con Croce induce a riconsiderare
l’influenza dell’uno e dell’altro sulla sua prima formazione, da giovane
studente e studioso di filosofia e di letteratura. In secondo luogo,
nell’esprimere a posteriori il programma della sua rivista Società, L. formula una precisa volontà culturale ed
ideologica propria di quel periodo di transizione, che consiste nel superare
l’idealismo crociano e nel consentire una forma di « continuismo » tra una
certa cultura anticrociana degli anni Trenta e quella degli anni Quaranta.
Applicati alla critica leopardiana del dopoguerra, questi due elementi
dimostrano quanto fosse complessa e problematica l’eredità della critica
fascista e della critica idealista. L., Con Heidegger. Alcune
riflessioni, oggi, tra filosofia e politica, in Heidegger. G. Gentile, Manzoni
e Leopardi, in Opere, Firenze, Sansoni. Leopardi, d’altronde, offre una
prospettiva privilegiata per analizzare il rapporto tra Croce, Gentile e L..
Era il poeta prediletto di L. Leopardi è stato sempre il mio autore, dichiara
L., e come tale, egli continuò a leggerlo e a rileggerlo da un capo all’altro
della sua vita. Ma era anche un poeta molto amato da Gentile – benché numerose
e importanti fossero le differenze tra il materialismo dell’uno e l’attualismo
dell’altro – e la costanza del suo interesse per Leopardi ci è testimoniata
dalla regolarità con la quale il filosofo siciliano pubblicò testi sul pensiero
e sulla poesia di Leopardi, poi raccolti in un unico volume24. D’altro canto,
invece, Leopardi non è stato un autore particolarmente apprezzato né compreso
da Croce. Citiamo qui l’allegro commento di uno studioso che era stato suo
discepolo, Gerace, e che dichiara: Gerace, Leopardiana, in La tradizione e
la moderna barbarie. Prose critiche e filosofiche, Folig. Croce non ama
Leopardi. Non può amarlo. Gli dà forte sui filosofici nervi. Gli è d’impaccio
al teorico passo, uso a scalciare stizzoso, ovunque lo trovi, quel terribile
nemico della sua teoria estetica: l’intellettualismo e il moralismo nel mondo
dell’arte. Or se c’è un intellettualista e un moralista convinto e di altissimo
stile nella storia della nostra poesia, e tenace in teorie e in fatti, questi è
Leopardi. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari, Laterza. Gerace allude
qui senz’altro al celebre testo che Croce pubblica dapprima su La Critica e poi
nel volume Poesia e non poesia. La principale critica che Croce rivolge alla
poesia di Leopardi è di esser intrisa di elementi allotri, di momenti
meditativi, filosofici, polemici, che sono, per il critico idealista,
profondamente estranei alla pura ispirazione e intuizione poetica. Come tali,
Croce non li considera veramente poetici, tanto che, nel suo esame complessivo
dei versi leopardiani, egli considera che solo un numero relativamente ridotto
corrisponda alla sua definizione di poesia. Croce non emette riserve unicamente
sulla poesia di Leopardi, ma ne esprime di ancora più forti sul valore della
sua filosofia. Per Croce, il pensiero leopardiano è dettato innanzitutto dal
sentimento, anzi dal risentimento per una « vita strozzata », ed è dunque
troppo soggettivo per essere considerato un pensiero filosofico universale. In
questa prospettiva, Croce interpreta il pessimismo o ottimismo di Leopardi come
un indizio dell’origine prettamente sentimentale del suo pensiero, e quindi
come una prova della sua pochezza concettuale. La filosofia, afferma Croce, in
quanto pessimistica o ottimistica è sempre intrinsecamente pseudo-filosofia,
filosofia a uso privato I due testi si trovano oggi nel volume di Gentile,
Manzoni e Leopardi, cit. Il primo, Le Operett. In queste pagine, Croce sta in
realtà dialogando con colui che era, da molti anni ma per pochi mesi ormai, un
amico ed un collaboratore, Gentile, il quale aveva pubblicato, due saggi – il
primo sulle Operette morali, il secondo intitolato Prosa e poesia nel Leopardi
– decisivi per la questione della filosofia pessimistica o ottimistica di
Leopardi 28. Anche Gentile, come Croce, giudica severamente la qualità
filosofica del pensiero leopardiano, dichiarando che « se cerchiamo in lui il
filosofo, avremo lo scettico, ironista, materialista piuttosto mediocre
nell’invenzione Gentile formula, tuttavia, un’interpretazione ben diversa,
molto più feconda ed originale, della questione del pessimismo o ottimismo di
Leopardi. Senza negare del tutto il suo pessimismo, Gentile lo ridimensiona
attribuendolo storicamente e concettualmente alla sola influenza della
filosofia materialista, direttamente ereditata dai Lumi. Si tratta quindi di un
« pessimismo della ragione » settecentesca, che Gentile giudica, tutto sommato,
superficiale e poco originale, e al quale oppone invece un « ottimismo del
cuore », profondamente radicato nell’animo leopardiano. Così scrive : Leopardi,
pessimista di filosofia, e quasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore,
e nel profondo dell’animo : tanto più acutamente pessimista col progresso della
riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista Vi è, nello
Zibaldone, un’unica occorrenza del termine « ultrafilosofia », come vi è, del
resto, un (..Ricordiamo, a tale proposito, il giudizio formulato da Augusto Del
Noce, secondo cui Gentile sent Pasini, Tutto il pessimismo leopardiano,
Parenzo, Coanna. Gentile dà particolare rilievo alla tesi di un’ultra-filosofia
leopardiana, supponendo l’esistenza di una sorta di pensiero leopardiano oltre
la filosofia pessimistica e materialistica: un pensiero più autentico, perché
più intimamente poetico, più spirituale e quindi, per Gentile, più leopardiano.
La rivalutazione gentiliana delle Operette morali e l’interpretazione in chiave
ottimistica del pensiero leopardiano segnano un momento importante nella storia
della critica, avviando un nuovo filone esegetico che gode di particolare
successo durante il Ventennio. Si assiste allora, come nota un critico, ad un «
capovolgimento, del punto di vista dal quale si usava considerare Leopardi » :
da « poeta del pessimismo » che era « per tutti », Leopardi « è diventato il
poeta dell’ottimismo. Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, in Scritti critici e
Ricordi, Torino, Utet. Per una presentazione dei testi, dei contenuti e degli
autori di questa particolare produzione crit Sanctis esalta l’effetto positivo
prodotto dalla lettura della poesia leopardiana, dichiarando che Leopardi
produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e
te lo fa desiderare ; non crede alla libertà, e te la fa amare »34. Negli anni
Venti e Trenta, tuttavia, l’intento della critica leopardiana è rivelare
elementi intrinsecamente positivi ed ottimistici, non nell’effetto prodotto sui
lettori, ma alla matrice stessa del pensiero leopardiano. L’opposizione
proposta da Gentile nel 1919, tra un pessimismo della ragione ed un ottimismo
del cuore viene ampliamente ripresa e riesplorata, dando adito a tutta una
serie di interpretazioni che potremmo definire irrazionali e fideistiche. Oltre
il pessimismo materialista, oltre il razionalismo disperato, la cui importanza
viene sistematicamente sminuita, molti critici cercano ed esaltano lo slancio
ottimistico della fede leopardiana : fede nella poesia, ma anche e spesso soprattutto
fede nella patria e nella stirpe italiana. In questo senso potremmo
interpretare alcune letture mistiche che vengono date di Leopardi e del suo
pensiero negli anni Trenta soprattutto. Lanfranchi, De centenaire en
centenaire. L’Italie fasciste célèbre ses poètes (Foscolo, Leo Non è certo
questo il luogo per analizzare questa produzione, vasta seppur povera di
elementi filologici e critici realmente nuovi. Ai fini del nostro discorso, preme
tuttavia osservare che un argomento ricorre sovente tra questi testi, che
consiste nel dare una spiegazione prettamente contestuale e storica al
pessimismo di Leopardi, negandogli di fatto un valore universale. Il motivo
fondamentale del pessimismo leopardiano è, per la critica di stampo fascista
degli anni Venti e Trenta, di natura politica, anzi patriottica. Leopardi non
ha assistito né agli albori del Risorgimento, né alla prima guerra mondiale, né
tanto meno alla marcia su Roma : se invece fosse stato spettatore e attore di
tali avvenimenti, egli – assicurano tali critici – non sarebbe stato
pessimista. Questo argomento costituisce un vero e proprio topos oratorio,
ripetuto centinaia di volte in occasione dei discorsi ufficiali e delle
commemorazioni del Ventennio, poiché, nonostante sia fondato su un anacronismo
e quindi scientificamente non abbia alcun valore, la sua efficacia retorica è
notevole. E segnatamente lo si trova quando, in occasione del centenario della
morte, il regime organizzò, spesso controllandoli e canalizzandoli, tutta una
serie di festeggiamenti ufficiali, in cui Leopardi veniva molto spesso
presentato come un precursore del fascismo. Vi furono però alcune celebrazioni
che riuscirono a rimanere in margine delle commemorazioni ufficiali e quindi a
garantire una certa libertà di espressione rispetto alla produzione su
Leopardi. Tra queste, troviamo l’annuario di un liceo livornese, che pubblicò
un numero speciale con vari studi consacrati a Leopardi. Il secondo, intitolato
Il pensiero di Leopardi, era proprio il testo di L., che in quel liceo appunto
insegnava filosofia. In questo saggio, l’intento primo di Luporini non è solo
di presentare un Leopardi esistenzialista, ma anche e forse soprattutto di
contestare la posizione dell’idealismo, sia crociano che gentiliano,
rivendicando innanzitutto il valore filosofico del pensiero leopardiano e
quindi anche del suo pessimismo. L. non
esita a metterlo a confronto con i maggiori filosofi dell’Occidente : C.
L, Il pensiero di Leopardi, Tra il pessimismo del Pascal, ultima grandiosa
affermazione del medioevo religioso e il pessimismo di Leopardi, c’è l’età
dell’illuminismo nei suoi ideali più alti, c’è Cartesio e Kant (che pur
Leopardi non conosceva), c’è insomma il pensiero moderno che fonda tutto il
valore dell’uomo nella sua dignità morale e questa sua dignità morale nella
verità che egli ha raggiunto colle proprie forze, rivelata alla sua ragione. Secondo
Timpanaro: L’esperienza esistenzialistica L. se l’era ormai lasciata C.
L., Leopardi progressivo Sarebbe opportuno comprendere se vi siano elementi comuni
tra i due testi di L. su Leopardi, scritti a distanza di dieci e decisivi anni.
Sussistono poche tracce del Leopardi esistenzialista nel Leopardi progressivo.
Un lascito più evidente consiste invece nella condanna duratura e permanente di
Croce – di cui L. cita esplicitamente « l’infelice giudizio » su Leopardi. Per
L., non solo la poesia di Leopardi è sempre vera poesia, ma anche il suo
pensiero, potremmo dire, è vero pensiero, vera filosofia. Leopardi, dice L.,fu
un pensatore progressivo ; in certo modo, dentro i limiti della sua funzione di
moralista, di non-tecnico della filosofia né di alcuna disciplina particolare,
il più progressivo che abbia avuto l’Italia L’interpretazione data da Gentile –
che invece L. nel suo testo non cita mai – e la stagione di studi sul Leopardi
ottimistico che essa inaugurò per il Ventennio fascista lasciano invece dietro
di sé, e sul saggio di L. in particolare, un’eredità molto più complessa da
cogliere e da valutare. Nell’insistere sul materialismo del pensiero leopardiano,
Luporini intendeva senz’altro opporsi alla lettura idealistica e spirituale di
Gentile. È inoltre significativa la scelta di L., che non parla di un Leopardi
ottimista, ma progressivo, rifacendosi perciò ad un lessico di tutt’altra
connotazione ideologica. Vi sono, tuttavia, anche alcuni elementi di
continuità, e ci soffermeremo brevemente su tre di questi. Timpanaro,
Classicismo e illuminismo Il primo sta nell’origine contestuale e storica che L.
attribuisce al pessimismo leopardiano, il quale deriva, secondo lui, da una
delusione storica : la delusione della Rivoluzione francese. « Questa delusione
– scrive Luporini – non spiega solo il pessimismo storico di Leopardi, ma il
suo successivo e rapido pessimismo cosmico; ossia spiega tutto il pensiero
leopardiano. I due pessimismi nascono da un unico germe, appartengono a un
unico processo di pensiero »41. Esprimendo un giudizio complessivamente molto
positivo sul testo di L., Timpanaro emette la principale sua riserva proprio su
questa interpretazione, che giudica insufficiente in quanto non rende conto del
« valore permanente del pessimismo leopardiano »42. Nella nostra prospettiva, è
importante notare che la spiegazione storica, benché usasse altri mezzi e
perseguisse altri fini, era già usata in modo sistematico dalla critica
fascista, escludendo a priori l’idea di un pessimismo non fondato sulla storia,
ma sulla condizione umana in senso universale e astorico. L., Leopardi
progressivo. Il secondo elemento di continuità sta nel giudizio, proprio di Luporini
ma anche della critica fascista, secondo cui nonostante il pessimismo scaturito
dalla delusione storica, vi fosse in Leopardi una “inconcussa e nascosta
fede”43, qualcosa che lo induceva comunque a sperare. Come Gentile, anche
Luporini dà un notevole rilievo a quell’unica occorrenza del termine «
ultrafilosofia » nello Zibaldone, ma le attribruisce contenuti affatto diversi
perché in essa « sembra condensarsi la “disperata speranza” dell’individuo
Leopardi] Timpanaro considera che non era « accettabile » il rimprovero mosso a
L. Il terzo ed ultimo elemento di continuità, tra il testo di L. e la
produzione critica del Ventennio, sta infine nel presentare Leopardi quale un «
anticipatore di ulteriori dottrine. In entrambi i casi, Leopardi diventa
precursore politico di un’ideologia del Novecento e, in entrambi i casi,
diventa precursore di un’ideologia strutturalmente ottimistica. L’ottimismo
era, infatti, un aspetto culturale e ideologico programmatico per il fascismo
ma, d’altra parte, il progresso – e quindi la visione ottimistica del divenire
umano che lo sottende – è a sua volta un perno essenziale dell’ideologia
comunista. L., Leopardi moderno, intervista a cura di Adornato,
L’Espresso. Su questo punto vorremmo abbozzare le nostre prime rapide
conclusioni. Parallelamente al discorso critico più tradizionale e canonico,
che sin dall’Ottocento va definendo le varie fasi del pessimismo leopardiano,
si possono rintracciare nel Novecento le tappe di elaborazione del mito di un
Leopardi ottimista : un mito che forse proprio durante il Ventennio conosce la
maggiore diffusione, ma che non muore con la caduta del regime fascista. Il suo
permanere, sotto forme diverse, è forse proprio dovuto al vincolo che lo unisce
ad ideologie strutturalmente ottimistiche, le quali, quando designano nel
Leopardi un precursore, lo « piegano » naturalmente in questo senso. Alla luce
di queste considerazioni, assumono un significato particolare le parole che
pronuncia lo stesso Luporini, in un altro periodo di transizione, alla fine
degli anni Ottanta, davanti al crollo del regime comunista e davanti alla crisi
di quest’altra ideologia novecentesca. Non a caso, L. ritorna allora a studiare
Leopardi, per trovarvi l’espressione del suo sgomento : « Il sapersi soli di
fronte alla storia, senza speranze – senza nessuna garanzia, senza nessuna
ideologia, senza nessuna consolazione. Siamo molto lontani dal messaggio ottimistico
del Leopardi progressivo, e rimane poco delle antiche speranze di L.. Rimane
però quello stesso amore per Leopardi, e quel sentimento della sua ‘attualità’
più pregnante : Nella nostra epoca così confusa e in fase di
assestamento, nella crisi di tutte le categorie con le quali ci siamo mossi
finora, questa mi sembra un’idea liberatoria. Si può, anzi si deve, essere
disillusi : ma non per questo inerti e rassegnati. Essere nichilisti e insieme
attivi : ecco l’attualissimo messaggio di Leopardi. 47 Débat Inizio
pagina. Il testo Leopardi progressivo fu pubblicato per la prima volta nel
volume Filosofi vecchi e nuovi : Scheler-Hegel-Kant-Fichte-Leopardi, Sansoni,
Firenze. Come L. scrive in un’avvertenza ad una nuova edizione, « questo
Leopardi progressivoebbe subito una sua risonanza particolare, così che poi,
nel corso di tutti questi anni, molte volte sono stato sollecitato a
ripubblicarlo in edizione separata. Questa domanda proveniva da varie parti, ma
soprattutto dal mondo della scuola (insegnanti e studenti), il che mi ha sempre
fatto particolare piacere. L., Avvertenze, in Id., Leopardi progressivo, Roma, Editori
Riuniti). Scrive Timpanaro a proposito del titolo scelto da L. : un titolo che per un verso alludeva
polemicamente alle magnifiche sorti e progressive derise nella ninestra
(volendo indicare che Leopardi, nemico del falso progresso borghese-moderato,
mirava ad un progresso molto più radicale, al di là dell’orizzonte politico
della propria epoca e del proprio ambiente), per un altro accoglieva
quell’accezione un po’sottile e non immune da ambiguità che questo aggettivo
ebbe per alcuni anni nel linguaggio politico italiano : non equivalente a
“progressista” (che sapeva troppo di radicalismo borghese), ma piuttosto a
“democratico avanzato”, di una democrazia destinata, senza rivoluzione, a
sfociare nel socialismo. Gli equivoci politici di quest’uso di “progressivo” ne
causarono la rarefazione e poi la scomparsa quando era ancora in vita
Togliatti, che ne era stato, se non l’inventore, certo il massimo diffusore
attraverso la formula della “democrazia progressive -- TIMPANARO,
Anti-leopardiani e neo-moderati nella sinistra italiana, Pisa, ETS. Si tratta
del v. 51 della Ginestra, in G. Leopardi, Poesie e prose, Poesie, a cura di
Rigoni, con un saggio di Galimberti, Milano, Mondadori (I Meridiani. L.,
“Leopardi progressivo”. Brunetti, Il « nostro » professore L., in L., a cura di
M. Moneti, numero speciale della rivista « Il Ponte ». L., Leopardi
progressivo. Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, Sansoni. Sebbene
molto diversi, il testo di L. e quello di Binni hanno in comune l’originalità
dell’impostazione critica, che contribuì a rinnovare gli studi leopardiani nel
dopoguerra. La migliore illustrazione e analisi di tale svolta critica si trova
forse ancora nelle pagine, ormai non più recenti, di TIMPANARO, Classicismo e
illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri Lischi. Croce conia la voce «
allotrio » per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al
vocabolario filosofico tedesco dell’Ottocento, e al greco “ἀλλóτριος,” che
signifca « estraneo, altrui ». Per l’influenza di Gentile sul mondo
culturale in epoca fascista, si veda in particolare G. Turi, Gentile : una
biografia, Firenze, Giunti. Il ruolo di CIAN negli studi letterari nel periodo
di transizione è stato recentemente studiato d’Allasia in una serie di lavori,
tra cui il virus malefico dell’ideologia nazionale e le illusioni d’un maestro
di metodo: VCian, in Fascisme et critique littéraire. Les hommes, les idées, les
institutions, a cura di Vento e Tabet, Caen, PUC (Transalpina). MARPICATI compie studi di letteratura italiana a
Firenze, pubblica alcune raccolte di poesie e vari testi di critica letteraria.
Ma sin dalla prima guerra mondiale mette da parte l’attività letteraria – alla
quale si consacra solo sporadicamente – per dedicarsi invece alla politica,
dapprima a Fiume, poi nella militanza e nel regime fascisti. Assume vari
incarichi prestigiosi, tra cui quello di Cancelliere dell’Accademia d’Italia,
poi di direttore, dell’ISTITUTO NAZIONALE DI CULTURA FASCISTA, e anche di vice
segretario del Partito Nazionale Fascista. Ecco quanto scriveva, ad esempio,
Cian, rivolgendosi a Croce e ai suoi discepoli : « Questi cerebrali, più o meno
giovini, chierici sterili e sterilizzatori, officianti nella cappella
all’insegna dello Spegnitoio, dovrebbero ormai decidersi. O smetterla,
rassegnandosi a tacere e a sparire dalla scena letteraria – e sarebbe tanto di
guadagnato – oppure mettersi al passo coi tempi nuovi » (V. CIAN, Rassegna
bibliografica, Giornale Storico della letteratura italiana. Mi sia consentito
di rimandare in questa sede a due testi miei, entrambi accessibili in linea:
Lanfranchi, La recherche des précurseurs, Lectures critiques et scolaires de
Alfieri, Foscolo et Leopardi dans l’Italie fasciste --
archives-ouvertes.fr/docs] ; Id., « Verrà un dì l’Italia vera », Poesia e
profezia dell’Italia futura nel giudizio fascista, California Italian Studies
», escholarship.org/uc/ismrg_cisj], In realtà, i primi sintomi di’insofferenza
RUSSO li da mentre scrive un articolo sulla critica foscoliana recente, nel
quale rivendicava la « politicità » di un testo come Le Grazie e la legittimità
di una lettura che non si attenesse ad un’analisi strettamente letteraria,
estetica e formale. Questo esempio viene a dimostrare quanto detto subito dopo
nel nostro studio, ovvero l’ipotesi di un allontanamento progressivo dalle
posizioni crociane durante gli anni Quaranta (L. Russo, Le Grazie di Foscolo e
la critica contemporanea, “Italia che scrive”. L., “Critica e metafisica
nella filosofia kantiana, « Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei
Lincei. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche », Il testo faceva
parte di un volume scritto dai docenti del liceo dove L. insegna, in occasione
del centenario della morte di Leopardi: L., Il pensiero di Leopardi, in Studi
su Leopardi, Livorno, Belfronte e C. (Pubblicazioni del R. Liceo Ciano, 1),
Nella sua autobiografia, BOBBIO cita un disegno di GUTTUSO che illustra una
delle prime riunioni clandestine del movimento, riunito nella villa di Morra,
vicino a Cortona. Vi si vedono Bobbio, L., Capitini (con davanti a sé un testo
che porta la scritta Non violenza), MORRA, lo stesso GUTTUSO e CALOGERO (con un
altro testo intitolato invece Liberalismo sociale, Bobbio, Autobiografia,
Roma-Bari, Laterza. L., Qualcosa di me stesso, in Questo testo è la
trascrizione dell’ultima lezione tenuta, dall’autore, nella Facoltà di Lettere
di Firenze, al momento dell’andata fuori ruolo. Luporini, Con Heidegger. Alcune
riflessioni, oggi, tra filosofia e politica, in Heidegger in discussione, Atti
del Convegno internazionale « L’eredità di Heidegger », Roma, a cura di Bianco,
Milano, Angeli. Gentile, Manzoni e Leopardi, in Opere, Firenze, Sansoni,
Gerace, Leopardiana, in La tradizione e la moderna barbarie. Prose critiche e
filosofiche, Foligno, Campitelli. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari,
Laterza. I due testi si trovano oggi nel volume di GENTILE, Manzoni e Leopardi,
cit. Il primo, Le Operette morali, fu pubblicato per la prima volta in Annali
delle Università toscane, poi come proemio di un’edizione delle Operette morali
curata da Gentile (Leopardi, Operette morali, con proemio e note di Gentile,
Bologna, Zanichelli; il secondo, Prosa e poesia nel Leopardi, fu invece
pubblicato nel « Messaggero della domenica ». Vi è, nello Zibaldone, un’unica
occorrenza del termine « ultrafilosofia », come vi è, del resto, una sola
occorrenza del termine pessimismo, ma nella critica leopardiana questi due
hapax hanno goduto di grandissimo successo. Leopardi scrive. E un popolo di
filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo. Perciò la nostra
rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo
l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E questo
dovrebb’essere il frutto dei lumi straordinari di questo secolo -- manoscritto
dello Zibaldone. Ricordiamo, a tale proposito, il giudizio formulato da
Noce, secondo cui GENTILE « sentì se stesso come il filosofo di Leopardi, come
il suo vero continuatore perché l’attualismo avrebbe realizzato
quell’ultrafilosofia a cui Leopardi aspira: Noce, Gentile, Per una
interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, Il Mulino.
PASINI, Tutto il pessimismo leopardiano, Parenzo, Coanna, Sanctis, Schopenhauer
e Leopardi, in Scritti critici e Ricordi, Torino, Utet. Per una presentazione
dei testi, dei contenuti e degli autori di questa particolare produzione
critica leopardiana, oggi poco nota, rimando alla mia già citata tesi di
dottorato (S. Lanfranchi, La recherche des précurseurs, LANFRANCHI, De
centenaire en centenaire. L’Italie fasciste célèbre ses poètes (Foscolo, Leopardi,
in Fascisme et critique littéraire, Caen, PUC (Transalpina). L., Il pensiero di Leopardi. Secondo TIMPANARO:
L’esperienza esistenzialistica [L.] se l’era ormai lasciata decisamente alle
spalle ; eppure essa aveva lasciato una traccia nell’interesse per i temi
leopardiani della “vitalità” e del rapporto natura-ragione, nel rifiuto di
un’interpretazione troppo storicisticamente angusta del problema Leopardi.
Timpanaro, Anti-leopardiani e neomoderati. L., Leopardi progressivo, Timpanaro,
Classicismo e illuminismo, c L., Leopardi progressivo.TIMPANARO considera che
non era accettabile il « rimprovero » mosso a Luporini, di aver fatto di
Leopardi un « precursore del marxismo. Timpanaro, Classicismo e illuminismo. Ma
certe pagine del libro di Luporini e alcune formule in esse contenute
(segnatamente quell’anticipatore di ulteriori dottrine) se non rendono «
accettabile » un tale giudizio, perlomeno ne spiegano l’origine. L., Leopardi moderno, intervista a cura d’Adornato,
« L’Espresso ». Cesare Luporini. Luporini.
Keywords: corpo e mente, corpo animato – l’anima di Vinci – la mente di
Leonardo – i corpi di Vinci – il Leopardi fascista. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Luporini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Luzzago:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Bresica -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, per il
Grupo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Brescia). Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Nato
da Girolamo e da Paola Peschiera, in una delle più importanti famiglie del patriziato
cittadino, e educato alla pratica devota e all'apostolato. Nel convento di S. Antonio
dei gesuiti si impegna in un corso di filosofia. Dibatte in pubblico 737
argomenti filosofici! Con l'aiuto di Borromeo partecipa a Milano ai corsi di
teologia dei gesuiti di Brera. Si laurea a Padova. Desideroso di entrare a far
parte della Compagnia di Gesù, le difficoltà economiche della famiglia, causate
da alcune transazioni inopportune del padre, glielo impedirono. Conservatore
dei Monti di Pietà, e protettore della
Compagnia delle Dimesse di S. Orsola e di altri due istituti caritativi
bresciani: il Soccorso e le Zitelle. Ri-organizza e da nuovo impulse a un'altra
istituzione sorta dopo il Concilio di Trento: la Scuola della dottrina
cristiana. Fonda la Congregazione di S. Caterina da Siena. Per far sì che il
suo operato continuasse, fonda la Congregazione dello Spirito Santo, che
raccolse i membri della classe dirigente cittadina con l'obiettivo di co-operare
più efficacemente e concordemente al sostegno di tutte le buone istituzioni e
mantenere un clima di Concordia. Infatti, intercede per la conciliazione delle
famiglie nobili bresciane spesso in conflitto. La sua indole caritativa emerse
soprattutto quando venne a far parte del Consiglio di Brescia, dove sa
armonizzare le strutture governative ed organismi canonici. Nelle opere scritte
vi sono indicazioni per i cavalieri di Malta, sulla carità, ispirati al modello
della Compagnia di Gesù. Durante il suo viaggio a Roma esamina le strutture di
beneficenza per poi proporle a Brescia. Ha la possibilità di conoscere F. Neri.
In un'epistola a Morosini, e informato che Clemente VIII, prende in
considerazione il suo nome per la carica di arcivescovo di Milano. Fu avviata
presso la Congregazione dei riti la causa di beatificazione. Leone XIII,
riconosciute le sue virtù eroiche, gli conferì il titolo di venerabile. Dizionario Biografico degli Italiani, A. Cottinelli,
Vita del venerabile patrizio bresciano: dedicata ai comitati parrocchiali,
Tipografia e libreria Salesiana, A. Cistellini, Il movimento cattolico a
Brescia, Morcelliana. A. Fappani, Enciclopedia bresciana, Opera San Francesco
di Sales, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, S. Negruzzo, L'allievo santo: Roccio precettore, in «Annali di Storia
dell'Educazione e delle Istituzioni Scolastiche», S. Negruzzo, Dalla scuola
dell'ajo al collegio dei gesuiti: il caso di L., in Dalla virtù al precetto.
L'educazione del gentiluomo, Brescia,
Fondazione Civiltà Bresciana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ORATIONE DEL
MOLTO REV. MONSIGNOR OTTAVIO ERMANNO Macftro di Thcofogia PREPO
SITO DI LORENZO Vele officio TrenteJtmOydel Sig. Alcffianiro L. fatto
nella fu a Chtefa adi /. Giugno, M. C I r. Delle ragioni delli divina providenza
nella niorte di elfo Signoc AlefTandro. IN BRESCIA, Apprcffo Pietro
Maria Marchetti. Con licenza de Supenori. a H O IT A Jl O VH; OT JO M
.J3a OVTMAM513.0I7ATTO
5I0;Afcolcaton,chctiuouatrouatafiaque- Al I llancllaflncflrdiT)I
lendo in picciol quadro riftringcre numerofo ftuolo di gente, contenti di
compitamente delineare alcuni perfonaggi più illuftri, e principali; altri
fpargon in vna picciol parte di loro, chi nel capocchi in vn braccio, chi
in vna gamba, chi in va fianco; cosi io racchiudendo quàto ho da direnel
picciol qua-> cito della querela propofta andrò còforme à quello, che si
pretende cercando i miseri della Diuina prouidenza nella morte del Signor
Aleflandro in quefto tempo, in queftacti, inquefle circonflanze, confidato
nella bontà de gl'ingegni voliti aiuttati dallo Spirito del Signore, che
da queiU fi faran fcala i. trouarne altri più fublimi, e più alti .
Incominciando aduaque da più baflò grado luflusperit none/i ijuìrecogitet
corde» Vuole il Signore, cftenoi penfiamo di cuore alle cagioni
dellJL morte di quefio fuo amico, tanto giufio ; doue ricorrerò à
ricercarne il conto? hò pcnfatodi fpcdirmi daconfiglicri più bafsi. Non
v'ha dubio alcuno, che fe il Medico, o*l Filosofa foflè chicfta d*vn Hmil
quefito,rirponderebbe, non cfTere marauigliaalcuna ; et che vn'huomodi tante
fatiche,c cosi poco riposo, di tanti digiuni, e così poco cibo, di
tantcpafsioni c così poco rifioro,
dicosi graue infermiti, e cosi deboli for2e non poteuaviuer molto fenza
miracolo ;& il farmiracoliè fuori del comune cotfo della natura,
quale il Signor Iddio noa peruertifce fe non per qualche cafo
appartenente all'ordine fopranaturaledellagratia. Quefta rifpolla diede
egli fteffo à. me poco prima, che partiffe per Milano. Signor A
led'andro^ difsi iOy come (late voi l'ano in quefio iufluilò de mali
tanto pe ftilenti ftando la vita y che voi fate? Guardate, rirpofe, e
miracolo di Dio. era miracolo, fe viueuai Dio non hi voluta far'il
miracolo, perche non era ifpediente : adunque è morto^ Queftarifpofta
pare al primofcontrofodisfarejmaa chi confiderà le parole della querela, non
vuota atfatco la difficoltai poiché cosi fiando, non occorrerebbe
lamentarfi di cora,che comunemente corre nella vita, e nelJa motte di
ognVno, oltre cheàgiudicio mio s'appoggia a fondamento talfo; cioè chela divina
providenza nelle cofe naturali non habbia elie iure altroiAchelalciar
Correre le caufe naturali i i loroe^eai concoWndoreco Comé eaóft prima »
t lifciàndofì ^^t^rmìnw da loro, dico che lei è quella, che ha pofle in
ordinanza tali caufc per produrrai i effetti, e cofi mi refla Tempre da
dimandare, perche a etfccro tanto] nobile com*è l'huomo giu(lo,e
qucft'huorr.o in particolare hi ordinato caufe tanto pernicio
fe,checosìtoftodouefl'erodiftriiggereìa vita di lui. Alziamo dunque la
mira à più alto berfaglio, e vediamo, fe potiam cattare la rispofta dairifteHà
querela, nella feconda parte di lei. acìe enìm malici f colle &US eft
ikflus y € (i dìch\3iTzqy3c(io pa(lb con quell'altro della Sapientia al
quarto. Vlacens 'Deo fiBus dilcdus, et vìuens inter peccatores transUrus
e fi ; raptus efl ne mi' litiamutaret intdlt^um eius, aut ne fi^io
deciperet animam ìlUut . placitaenimerac Deo anima illius: propterhoc
properauit educere illum de medio iniquitatum. E veramente che da facri
Theologi c annouerato fra gli effetti della Diuina predeflinatione il
dare prefla morte al predeftinato,cui vede, che foprauiucndo, (ì
dannarebbe . ma quello fenfo non è neceflàrio, che conuenga a tutti; poiché
puòefsere, che per altri rifpetti ancora chiami a fe preftamente il Signore
quelli, che altrefi foprauiuendo fi farebbero faluati. Diciamo dunque,
inherendo a quefto paflb, che non ha il Signore lafciato arriuare il
Signor Aleffandro alla vecchiaia, perche non poteua farli il maggior fauore,
che liberarlo prefto da quei piccioli peccati, che in fe fteffo haueua; e da
quei grandi, che con grauifsimo fuo tormento vedeua in altri. Non replico
le cofe già dette da altri «quanto gli fpiaceflero i peccati veniali
medelìmi : foggiungo cflere im poffibile a huomo mortale,per fanto che fi
fia,viuere fenza pec cati veniali : econchiudo efièr flato gran fauore i
quedo gran de amico di Dio liberarlo quanto prima da fuoi peccati
per leggieri che foffero. Ma de’ peccati altrui propriamente parla la
Scrittura ne i luoghi allegati; et io dico, che chi conofceua l'infocato zelo
di quell'amorofo petto contro al peccato in aiuto de peccatori, dira che
patiua grauifs imo tormento, effendo per la fua conditione artretto a conutrfar
con peccatori, e che gratia gli ha fatto il Signore grande liberandolo;
potrei apportar quiui mille teftimoni, mille lentenze vdite có le mie
orecchie dalla bocca fua ; ma troppo lungo farebbe il ragionamento. Di vna mi
contento per adtlfo, et è che I accontandogli io vn facto occorfo dioéefa graue
d'iddio acciò gli A 4 prouedci?^ ; perche la narrat?ua (Tf^cndcua vn poco
in fango J in quel mentre ch’io ragionauo.fotto gli occhi mici
fcoppiaua di do'ore,& era coftretto tenerfi la mano al petto, perche
gli d fchiantaiiailcuore,emi prfgaua, ch’io finifsi quanto prima. Quindi
da quefto principio raccogliete voi le altre cofe di que fio punto, e ne
trouaretc infinite: come farebbero quelle inuentioni, quei flratagemi che
(ludiaua perdiuertir gli abufi ò publici ò priuati; come farcbbejChc ne i
giorni de i Santi tutelari della fua villa dodeci anni fono per ouuiare i
confueti ba« gordi intrcduceflel'oration delle 40. hore; vi conduccfTei primi
Predicatori di Brcfcia, quefto cflempio fofle poi feguito da l'altre
ancora : che nelle barche doue foggiornaua percagion di viaggio, diuertilTe i
ragionamenti vituperofi, introdudoccndonealtri,ediletteuoli, et vtili,
diftribuendo à tutti e libretti, e imagini : come farebbe, che ogni pochi
giorni haueffeìncafa mcfchinazzi,e vagabondi, acciò li faceficconfcfiarc;
cheraccoglieflei Valtelini per aiutarli nella fede; che fodètan to
follecito per la confcruation della fede in qucfta Citti; come poffo atteftar
io di opre importanti fatte a qucfto finejchc fcorrefTe ogn'anno qualche
parte di quefta grandiocefe fotto'l ftendardo 5L in Aituto della
chrifliana dottrina,non perdonando nei fpefe,nea fatiche; non lafciando luogo
peralpeftrc che foHe: come farebbe, che commandafle a vn gentilhuoma
fuo famigliare, che capitandogli donzelle d'aiutare,ò dopò la caduta,
òauanti, che cadano ; ne fapendo doue ricouerarle, le mandaffe tutte
infallibilmente à cafa fua, ecento d'altri. Io rhoviftotal volta
riprendere con feruor grande alcuna perfona, che malamente fi lafciaua tener in
freno, e fpezzaua la briglia, 8i ho ammirato in quel vifo,in quegli occhi, in
quella lingua mi (lion tale d'amor'edi fdegno, che ben dimoflraua
adirarficontra'l peccato,non controal peccatore; ne fcandaHzat^
(ìgiamaidi niuno. Hn'àtale,chcfi mifein difputa meco vna volta à volermi
perfuadere, ch'egli foffe il maggior peccatore del mondo, etiandio fuori
di quella fuppofitione che faccua Si Frajìcefco: cioè, perche fe Dio
hauefle facto a gli altri peccatori le gratie fatte alni, Thaucrebbero feruiro
meglio di lui: ctiamfenzaquefto voleua Alefiandrocllèrc maggior peccatore
di tutti : n^a trouandofialle ftrette con le ragioni/aila fine mi
.tiiiTe^che luilafcmiua così>fe bene non ne fapeua render la
ragionc gtonif! O animà benedetta, ò lume veramente diuina, che
fpunrando i più lucidi raggi fuoi dentro alle fineftrcdi quelle porczc,
gli faceua difcemere ogni pagIiuzza,ogni atomo^ognt pelo d'imperfcttionc.
Horsù propcrMUÌt educere iUnm de medio in'tifuìtatum, Si egli l'ha
riputato fauor grandifsimo. Più alto, più alto. Juftus petit, et non efi
qui recogitet corde. Che miftcrio, Signore, volete voi che ritrouiamo nella
morte di quefto giiifto ? forfè quello, che voi accennate colaappunto
nella Sapientia al quarto? Confumatustn breui expleuit tempora multai c
difopra. Sene^us enim yenerabìlis efi ncn diuturni, neq; annoti numeto
computata; caniautem funt fenfus hominis ; et feneSu» tis yìta
immaculata. Et c quefto, che egli con feruor grande co-operando à diuini
impulfi, ne arrcftando con le proprie colpe lediuineinfpirationi,è
arriuato prettamente a quel fegno di gratia, Si i quel grado di gloria,
al quale Iddio l'haueua predeftinato: fiche era di meftieri troncargli il filo
di queftavita prefente; acciò non diuentaHe più fanto di quello, che Dio
lo voleua,per fegreto della giufta prouidcnza fua;qual fegretO
ancora andaremoìnueftigando più abaflb. Quefto e l'haucr in breue corfo
riempiti di meriti molti anni: Quefto è l'hauer nella vita immaculata
l'honor della vecchiaia . cfie dirò io qui di quella follecitudine
inferuorata tanto propria di lui? Pareua che indouinaftc il fine, che
parlando meco pochi giorni fono; inftaua grandemente, che bifognaua far
prefto, e non lafciar paftìire occafione ninna, che conccrneffe il
fcruitio di Dio, e richicfto da me, per vna certa occasione, vna volta,fe
in tanti negotij, tanto varij, et impoittuni fentiua mai tedio, o languìdezza
;mi replicò tre volte: mai mai mai nhòfentito; hò fcmprefentito la mcdefima
prontezza. Il Solcfpunta i raggi del marcino con foauità grande ; ma
falendo al mezzo giorno auen ta i ftrali infocati, che accendono, che
abruggiano, e di più chiara luce rifplendono. Le virtù di Aleifandro nella
fanciulkzza, e nella giouentùfua,quasi raggi matutini, erano piene
difoauita,edidolcezza; mancl meriggio deiretàfua, nella fommiti di quei
meriti, i quali era adell'o falito, non vedete come ardeua di
diuin'amore? come sfauillaua parolcdouunq; fi trouaflc tutte ferafiche, tutte
diuìne? chi lo fentì gi.imai à par lare non ditòociofamente, che quefto
auuertimento è troppo baffo ; ma humaQamcnte? qual ragionamento conchiufc
egli fe non n8 in Dìo?qual lettera fcrìrtc tontano, che no la
fregìaflc dì parole di Oio?quaI polìza madò per la città, che nòia
rpruzzaftè di Dio? doue mai moffe i piedi/e non per Dio? che cofa
operò etiam humanamente, e naturalmente, che non la iudrizzaffe in
Dio? Dio haueua egli fempre nel cuore, Dio nella bocca Dio nei piedi, Dio nelle
mani, era tutto abforto in Dio. Si maraujgliano, che habbi lafciato
moglie, doti grandi, robba di vnigenito quefto è nulla à quel gran cuore
; ha lafciato tue to fé fteffojOgnifuo commodo e temporale, e fpirituale
per feruigiodi Dio,eperaiuto del profsimo. Ditelo voi, che gli
recauate à biafìmo, cheincafafua non ci fo(Iè ordine; che noa vi fi
trouan'e mai hora ne di mangiar, ne di dormire. Dirò io quello, in che
più patiua, che più gli premeua . I diletti, i gufìi dello fpirito lafciauaper
Dio, et per il profsimo. lafciaua invnaparola Chrilto peramor di Chrifto.
Intendete hora, Afcoltatori, quel diffìcil parto di San Paolo. Optabam
ego amt" tema effe à LhriHo prò fratribus meis ^ Vedetene la prattica
in Ale(ìandro,huomo tanto dedico alla contemplatione^dcllecofe celeft i;
che pigliaua tanto diletto nello fludio delle facre let tere; tutto
lafciaua, di tutto fi priuaua per feruir al Signore ne fratelli fuoi.
Signor Alelìandro, gli diceuo io, a che propofitohauctefpcfitanti anni
nellefchole della Theologia,fe non la vedete mai ? a guifa di colui, che
prefa moglie, tofto l'abbandona, lafciandola in mano de parenti fuoi ? perche
non vi ritirate qualche volta a pigliar quel altifsimo diletto, per
cui tanti Santi, 8c amici di Dio han dato bando a tutte le cofe
crea te, fi fono ritirati ne'chioftri, e ne deferti? quei Nazianzeni, quei
Bafilij, quegli Agoftini. Haoece ragione, rifponde egli, ne patifco
grandemente: ma non hò tempo; et ertbrtaua me ancora à iafciarquefto gufto
pcrfcruitio di Dio, che afpettate più? Ah,mi fugge il tempo conchiudo in
vna parola quanto fi può dire; egli era in arto fcmpre dell'vna, e l'altra
vita la contemplatiua, et Tattiua,nc leoperationi de Tvna impediuano gli
eflcrcitij dell'altra, e come che quel felice fpirito forte chiufo nella
carcere di corpo terreno, ftaua però talmente Tempre abforto in Dio, e con il
corpo impiegato in feruiggio del profsimo, come fe rvno,e l'altro in vna
medefima ca fa facelVcro diuerfa famiglia in diuifi appartamenti ; e come
il fuoco talmente s'adopra attorno alla materia di cui fi
pafce» che fce poi rotto in fc^ftellb, c fmoO più giubilando auampa
con maggior fiamma, € folletti feco »ò ra pifce i n alto quella terre
ilrità della materia; così lo fpirito di AlenandroabbaiTandofi a bifojrni
de profsimi fuoi non s'immergcua in efsi di maniera, che non
foUeuaflerecoognicofa a Dio. Deh fermati fole, cU*io non poflb tacer
quello, ch'io fon per dire Cade di bocca quefio Nouembre palfatoquafi per
fchcrzo ad vnfuo amico, c famigliare, ragionando con vn padre
rcligiofo>chehauercb be fotti gli cflercitij fpirituali della
Compagnia di Gesù, fe il Signor Alefandro gli haueffe fatto compagnia,
tenendo per fermo e(lèrcimpofsibile, per i molti negotij fuoi; tanto
più che la Signora fua madre era grauamente inferma » come ne mori.
Lo riferì il padre al Signor Aleflandro, non ftete egli a bada, non fii
lento a pigliar l'occafìone; fparfe parole per cafa, che andaua a
ritirarfì fuori della Citta per cagion de fludi . Si ritirarono tutti tre
il Padre, et efsi ;goder ono per quei giorni il Paradifo. O Aquila
celcfte,ò (guardo diuino, come ti dipinge diuinamence lo Spirito fanto in Giob
a trenta none. T{unquid éidpraceptum tuum eleuabitur à^qmla ; et in arduìs
ponct nidum fuum ? In
petr'is manet, et in pr£ruptìs filicibus commoratur, atque inacceffis
rupìbus . Inde coniemplatur efcam, et de Longe oculieiusprofpiciunt.
Soggiorna quell'Aquila per lo più vicino al fole eterno, habita nella
pietra, nelle rupi, nelle cauernc della maceria, nelle piaghe del Saluatore
colloca il fuo nido, tro ijailfuoripofo;qnindi s’abbairaali'efca terrena;
ma incontanente al fuo nido ritorna. Chi è di voi chi fappia i trauagli
grandijchehà patiti continuamente Alcffandro? credete voi^ che gli
leuailero la tranquillità, et il ripofo,che godeua ia quel fuo nido? So
che nell'occafionedi vnograuifsimo venu^ togli per vn’opera fatta per
feruigio di Dio, e falute di v n'anima; di fle a me, che con tutto ciò non
vorrebbe nonhauerlafac ta.,dC rhauerebbc fatta di nuouo . So che di altre
perfone^cbfit Igli dauano trauaglio hcbbe a dir molte volte, che era loro
molto obligato.di onde pigliaua quedi fentimenti? da quelle riiiik pi in
CUI baucua collocato il fuo nido. O marauighofo cotv 4cerco di ben
accordata cetra procedente da corde ài contrjr*' ario (uotvo; Tvna,e
l'altra vita. Nella attiua meriraua, nelljt «làaxaiipiaciua godeua: nella
atciua faticaua, nella coatetnpk. fitatiùa riporani ineHa inhtdìtcfnitxìi al
baflbi nella Contemplaciua vulaua in alto : ticHa acci ua proucdeuaad
aIcri>neU la conccmp iariua prouedcuaa fé fleiTo: nella
acciuaconuerfauacon gli huoiTìini, nella concemplaciua conuerfaua co gli
Ani;cli. Confiétnatus in breui expleuìt tempora multa . ha vnito in
fcftcflo cucci i ftaci, cucce le pcrfcctioni. Ma più al co ancora . luflus
per'it, et non eft,qm recogttec corde che habbiam dt penfar che habbia
molTo il Signore a dar la morce adeffo a que fio giudo amico Tuo? Thonor
grande, che gli voleua fare in cielo y Scili cerca per lo cócorfo
(lupendo di caufe cali,che morendo in cempo cale, di fuo lecco, fuor del
marcirio non potea morir più gloriofamcncc. Non mi ftcndo ad eHaggerar
quc fto pa(ro;lofapcce voi. Ad vn puncomi riftringo. egli e alle
mani Diohoggidi adilluflrare la fancica, e la gloria di quella gran colonna di
Tanca Chiefa il Cardinale Borromeo. Non era in corra il piiì (ìmile a lui
nella parcicolar vircù fua, che era il zelo della faluce delie anime, che
L. Non erachi peralcri piùconfumafferedefrotCheilBeaco Carlo, Se il
Signor Alefl'androjà guifaproporcionalmencedi duegran doppieri podi nella
Chiefa di Dio, quali ferueudo ad alcri di (Iruggono fé medeHmi: c perciò non
era ne anco in cerra a cui, porcaffe maggior amore il Cardinale mcncre
viueua,che a L. L'ha voluco per compagno nella gloria in Paradifo.gli ha
voluco comunicare la gloria fua anco in cerra, e farlo Hmilc afe anco nella
morce con quella proporcione, che in cofe non affacco medefìme fi può
ricrouare. Vaffene a Turino il Cardmale a vificar quell Alcezza canco a
lui cari per nuoua occafione: vafTeiie a Milano Aleffandro a
vificar queU'Arciuefcouo Cardinale canco Tuo, quanco fi è vido,
nuouamence venuco da Roma. Quindi viene il Cardinale a Varallo a vificar
quel sepolcro di Christo: fcieglie quel cempo d'andar'a Milano Aleifandro, che
fi lena il facro Chiodo per adorarlo; e con i'afpecco del facro Chiodo gode
il Beaco Sepolcro del Cardinale, e gli offerifce i doni d'argento.
S'amala al Sepolcro di Varallo il Cardinale : s'amala foprajil Sepolcro del
Cardinale Aleflandro. Condotco à Milanoil Cardinale, fubico e pronunciaco
fpedico da Medici: Dal fepolcro del Cardinale Alclfandro è commandaro
ricirarfi i l«cco, c riftelTa maccÌDa Icgucace fi fi la fcncenza della
moue quat- iquìittro giorni paflsino d'nifeJ^ft^ al Cardifiale: quattro
giovi Ili intieri foli giace in letto Aleffandro. More il Cardinale
in Milano: morc Aleffandro in Milano. More il Cardinale ncllx
camera,encl letto Archiepifcopalc: more AlclTandro nelle mini deirArciuefcouo
Cardinale cugino carnale di quello, fomigliantifsimo nella fantita, et nclli
angelici coftumi all' vno, 8C airalcro. More il Cardinale vicino al
cinquantefìmo anno dclTctà Tua: more Aleflindro vicino vn*anno al
cinquantefìmo dell'età fua . Morto il Cardinale vien apertole fuentrato :
aprir c fuentrar c ncceflario Aleflandro, che più? Carcano Anatomica di
Pauia è quello, chcefTcntera il Cardinale: Carcano medcfimo è quello, che
eflcntcra Aleffàndro. Si fanno TeHcquie del Cardinale dal Clerotutto: tutto'l
Clero peroccafion diSinodofitrouaal funerale di AlefTadro . 11 Cardinale di
Cremona in Pontificale fa l'officio al Cardinale: Il Cardinale di Milano in
Pontificale fa l'officio ad Aleflandro. Il Cardinale di Cremona fatto
l'officio, in publico confperto del mondo incomincia a dar fegno della
fantità del Cardinale facendogli toccar la corona: Il Cardinale di
Mi" lano morto Alessandro fubito gli bacia la mano come à Santo e fa
ordini, e da commifsionidclla riuerenza in che vuole, che fi tenga.
Sopra'l corpo del Cardinale fi fa l'oratione funebre daircloqucntifsimo
P. Panicarola : fopra il corpo d*Aleflàndro fi fa l'oratione da
qucllo,che nella CompagniadiGiesù fa publica profefsione di eloquenza, e
dell'arte del dire. Andate inanzi . Se Aleflandro cinque giorni e flato
morto fopra terra per il bifogno di condurlo a Brefcia: anco cinque
giorni flette lopra terra il Cardinale perdute fodisfattion al popolo, et
ap» parccchiarlecfl'equic. lamutatioiì,che fi vide nella faccia di
Aleflandro quando l' vltimo giorno fi fecero le eflequie. la vidi 90 in
quel giorno anco nella faccia del Cardinale. Corfcroal Cardinale le genti
a garra per ottener'alcuna delle reliquie fuc: Corfcro.e corronoad
Aleflandro et in Milano,& in Brefcia i popoli i garra per lo medcfimo
effetto . S'incominciòaH'hcH ra fubito à fcntir per la Citta mormorio di
varie gratie impeirate per lainuocation del Cardinale : Molte ancora, e di
graa yileiio fi fono vdite quini octenute per la intcrccfsion di Alessandro.
Refta, che come pochi anni dopò,la fua morte fi ù ricordaio il SignoK
d'iUuilrar cou miracoli il Cardinale; cosi Incfncftoincoft fiborifca
Alfffandrò". O beata co piiiòfcli ce confortio . che flarò io a dire
in queda occadone ? MwtaUit stima mea morte iufìorym fiint nouifiìma tnea
horum fimilia. Mi bt aktem nimU bmmati funt amiti tu't, Deus . Tr£tìofa
in tonfpeffu Domini mo- s fauSorum eius . Tanto è grande l'honore, che fa
il Signore a gli amici Tuoi, tanto illufVre la gloria, che dona
lorOi che non contento di quella del Cielo, la dilata anco per la tetta,
per quella valle di milerie: non contento dello fpirirOfll coniinunica
anco al corpo ; anco alle ofl*a fecche; anco alle ceneri ; anco à lorbaftoni; à
lorveftimenti ; à lor capelli; à lor (lringhe;i lor fcarpe; alle ombre
loro, comunicandogli virtà onnipotente . E dunque vero Signore, che Stmi%
honorati funi amiciiuiy Deus. Ma fagliamo vn fcalin più alro ancora.
Lequac tro cagioni annouerate non efcOno dalla perlona di Alcflandro;
fono particolari Tue. Due iChereftano Tono più diuine più alte ; pretendono il
ben commune, che è molto \»mi petto ad Alc!randro, & i Dio. Non vi
ricorda? Cftpi. ego anAtcma effe à Chrifio prO fratribus mets ^ E di
quell'ai tro,chc in ecceflb di fpi rituale pazzia dimandaua gratia al
Signore, che man dafTe alrinferno lui, e libera(lè tutte quelle anime, che vi
ftauano rac che con grauc bcftcmmia contro la diuina clluìna
proaidenzatepntanòimporsibile fcruire pcrfettimdti(eaSua Diuina MaefUfotco
paterni recti, nella cara domenica, neirhabico laicale, nella conuerfacion del
fecolo, fra le occafìoni de peccati, nelle procelle di quello tempeflofo
mare del mondo. O gran filofofìa»© fapientia rara, ma necelTaria,
8C importante più dì tutte . Ecco in AlelTandro laico, la vira re
]igiora;in AleH'andro occupato la vita monadica; in AIeiTan- chi il zelo
dell'anime, chi la cura delle pxci, chi le prigioni, chi gli hofpitali, chi le
congregationi, chi gli oratorij,e tutti infìemevn'accefo amor di Dio 5^
del proffimo. Qncde rapine v'afsicuro io, da parte fua, che gli aggradiranno
molto più, che fcalzarlo, ò fucdirlo, ò pelarlo per di-. uocioné; 5c fe
queilo hauete fatto; vi fìano quelle reliquie vrr perpetuo mantice, che
v'accenda all'imitatione de fuoi Santi Codumi. Alessandro Luzzago. Luzzago.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luzzago” – The
Swimming-Pool Library.
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