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Tuesday, June 10, 2025

GRICE E GUASTELLA

 Cosi mentre il Mill avea classato i significati delle proposizioni in affermazioni della coesistenza, della sequenza e della somiglianza (oltre quelle della semplice esistenza), il Bain non amm(3tte, come abbiamo gi detto, la terza classe, cio delle proposizioni sulla somiilianza, parche questa costituisce, secondo lui, un predicato identico o verbale, e alla somiglianza di Mill sostituisce la quantit oTeguaglianza. AUi le osservazioni precedenti sulle proposizioni delgeometria di posizione mostrano che vi ha una lacuna nella classazione del Bain: queste proposizioni non dei rapporti metrici o quantitativi, delle eguaglianze ; in quale classe devono esse rientrare? Il Bain non parla mai di tali proposizioni: esse non possono classarsi fra le proposizioni di coesistenza, perch, da una parte, sarebbe inesatto, come noi abbiamo osservato, di anniiettere che esse aftermano quella specie di coesistenza che VW chiama ordine nel luogo, e d'altra parte contentarsi di ammettere, come la talvolta il Bain per certe proposizioni, che la coesistenza atlermata  una coesistenza di attributi nello stesso soggetto,  rinunziare ad un'analisi rigorosa del vero contenuto delle proposizioni. La coesistenza nel tempo o nel luogo presenta un'idea chiara: ma cosa vuol dire coesistenza d'attributi, se non si vogliono realizzare delle astrazioni? Vuol dire semplicemente che certe forme verbali si possono applicare simultaneamente, riferendosi allo stesso soggetto: ma si tratta sapere quali siano le rappresentazioni reali corrisponalla predicazione di queste forme verbali. Se, come abitiamo detto, nelle proposizioni della geometria (U posizione le affermazioni reali si risolvono in relazioni delinite di somiglianza, che non  eguaglianza, l'eguaglianza o la quantit A una categoria troppo stretta per contenere tutte le proposizioni della matematica, e bisogna ritornare per questa parte alla classazione di Mill, cio mettere la somiglianza al posto della eguaglianza o della quantit. Perch il Bain vede in una specie della somiglianza (cio l'eguaglianza) un predicato reale, e non nelle altre specie? 11 criterio ch'egli sembra seguire  clie una verit d'inferenza  reale o sintetica, mentre una verit intuitiva  verbale o analitica: infritti tra i principii della matematica egli non riconosce come sintetici cJie i due assiomi generali sulle eguaglianze, i quali costituiscono secondo lui il solo fondamento induttivo della scienza. Ma questo criterio non pu servire di base a una classazione rma sotto diverse espressioni, non si comprende come il raziocinio porti all'estensione delle nostre conoscenze {Op. cit. t. 1. 70), egli cerca di evitare questa diflicolt, chepm'e inerente alla sua propria dottrina, mostrando che il raziocinio ordinariamente procede dal generale al particolare. Ma se nella dimostrazione della proposizione in quistione non vi ha che una sostituzione tra il defuiito e la definizione, non vi ha allora alcun' a pplicazione di un i)i'incipio generale, e l'inferenza  che T accompagna, al conti'ario, afferma un fatto che pu(') condurre a delle conseguenze pi o meno importanti ; esso afferma Y esistenza attuale o })0ssil)il( di cose clie {possiedono la combinazione d'attributi dichiaraata dalla delnizione; e questo fatt(j, se  i*eale, pu essere il fondamento di tutto un edifzio di verit scientifiche. Mill fa un'obbiezione alla propria dottrina: Non  vero che esista un cerchio a raa'gi esattamente eguali: i postulati implicati nelle definizioni non sono dun(iue coml)letamente veri. Vi ha dunque qualche difficolt a conce[)ire che le conclusione l certe rii)Osano su i>remesse, che, lungi di essere certamente vere, non sono certamente vere in tutta l'estensione che comi)orta la loro enunciazione. Ma, risponde l'autore a quest'obbiezione, vi ha altrettanta verit nel postulato, quanta ne bisogna {er portare ci che vi ha di vero nella conclusione. Le definizioni devono essere considerate corno le nostre prime e pi evidenti generalizzazioni relative alle figure quali esse esistono negli oggetti naturali. (Queste generahzzazioni, in ({uanto generalizzazioni, sono i)erfettamente esatte. I^' eguaglianza (U tutti i raggi  vera di tutti i cerchi, altrettanto che essa  vera di un cerchio, ma essa non  completamente vera d' alcuno; essa non lo  elle d'una maniera molto approssimativa, e cosi a|)prossimativa ciie la suj)|)psizione che essa  assolutamente non trascinerebbe nella pratica alcun errore di qualche importanza. (v>uando ci accade d'estendeiv) queste induizioni 0 le loro conseguenze a casi, in cui l'errore sarebbe apprezzai )ile, noi correggiamo le nostre conclusioni combinandovi nuove proposizioni relative all'af)errazione . 11 carattere di rigore o di certezza i>articolare attribuito alle matematiche , dice percii") il Mili, un'illusione, la (juale non si mantiene, se non supponendo che ciueste verit si rapportano ad oggetti puramente ideali, mentre esse si rapportano invece agli oggetti realuKMite esistenti nella natura. Le asserzioni sulle (juali i ragionamenti si fondano non corrispondono, in geometria, )i esattamente che nelle altre scienze ai latti; ma noi .S77>jfoniamo che essi vi corrispondano, per poter tirare le conseguenze che derivano dalla su})posizione. Io trovo dunque esatta in sostanza l'opinione d Dugald Stewart, clic la geometria  fondata su delle ipotesi ; che  a ci che essa deve la certezza particolare che la (hstinguerebbe, e che in ogni scienza si [ui, ragionando su dell(i ipotesi, ottenere un insieme di conclusioni cosi certe clu; quelle della geometria, cio a dire cosi rigorosauKMite crjncordanti con le ipotesi, e forzanti cosi irresistibilmente l'assentimento, a condizione die le ipotesi sian(j vere >. (1. 2'^ e. 5 1). Ora, ammettiamo, coin vuole il Mill, che le [)rop(jsizioni della geometria siano i|)0teticlie: l'affermazione di una proposizione ipotetica implica forse l'atermazione categorica dell'ipotesi? Dire: se vi lia un pendolo nelle con (erai'si come definizioni, dineriscono dalle altre definizioni, in quanto non spieirano seniplicemente il senso di un nome, ma lanno pure la sui)[)Osizione che esistono nella realt de^uli oii'getti corrispondenti alle definizioni. Intatti, dice il Min, sarei )be evidentemente impossibile di dedurne alcuna verit di i^eometria da una i)roposizione che indicasse solamente la maniera di cui s'intende impiegare un segno particolare. Vi ha dunque una distinzione real(i tra le defhiizioni di nomi e ({uelle che si chiamano a torto definizioni di cose ; ma , che (lueste enunciano tacitamente, nello stesso tempo che la signific^azione di un nome, un punto di latto. Quest'asserzione tacita non  una definizione,  un postulato. La definizione  una sem})lice proposizione identica, che non insegna niente altro che Fuso della lingua, e dalla quale non si pu tirare alcuna conclusione relativa a dei tatti. Il postulat> che T accompagna, al contrario, all'erma un fatto che pu condurre a delle conseguenze i)iii o meno importanti ; esso atlerma Y esistenza attuale o possiljile di cose che {possiedono la combinazione (T attriljuti dichiaraata dalla definizione; e questo tatto, se  ideale, pu essere il tbndainento di tutto un edifzio di verit scientifiche (1. ^ e. 8' 5). Il Min ta un'obbiezione alla })ropi-ia dottrina: Non  vero che esista un cerchio a raa'd esattamente euuali; i postulati implicati nelle definizioni non sono dunque completamente V(3ri. Vi ha dunque qualche difficolt a concepire che le conclusioni pi certe rii)Osano su premesse, che, lungi Od essere certamente vere, non sono certamente vere in tutta lestensione che comporta la loro enunciazione. Ma, risponde Fautore a quest'obbiezione, vi ha altrettanta verit nel postulato, quanta ne l)isogna per portare ci che vi lia di vero nella conclusione. Le definizioni devono essere (considerate come le nostre prime e pi evidenti generalizzazioni relative alle figure quali esse esistono negli oggetti naturali. (^)ueste generalizzazioni, in (juanto generalizzazioni, sono j^erlettamente esatte. L' eguaglianza (H tutti i raggi  vera di tutti i cerchi, altrettanto che essa  vera di un cercliio, ma essa non  completamente vera d'alcuno; essa non lo  che d'una maniera molto approssimativa, e cosi approssimativa che la su])ppsizione che essa  assolutamente vera non trascinerebbe nella pratica alcun errore di qualche importanza. Quando ci accade d'estendere c[ueste induizioni o le loro conseguenze a casi, in cui l'errore sarebbe apprezzai )ile, noi correggiamo le nostre conclusioni combinandovi nuove proposizioni relative all'aberrazione . 11 carattere di rigore o di certezza jiarticolare attribuito alle matematiche , dice perci il Mill, un'illusione, la (juale non si mantiene, se non su[)pon(3ndo clie (jueste verit si rapportano ad oggetti puramente ideali, mentile esse si rapportano invece agli oggetti i*ealm(3nte esistenti nella natura. Le asserzioni sulle (juali i ragionamenti si l'ondano non corrispondono, in geometria, pi esattamente che nelle altre scienze ai tatti; ma noi .S7^y>poniamo ciie essi vi corrispondano, per poter tirare le conseguenze die derivano dalla sui)|)Osizione. Io trovo dunque esatta in sostanza l'oinnione di Dugald Stewart, che la geometria  fondata su delle ipotesi ; che  a ci('> clieessa deve la certezza i)articolare che la (Ustinguerebbe, e che in ogni scienza si i)u, ragionando su delie ipotesi, ottenere un insieme di conclusioni cosi certe ch(3 quelle della geometria, cio a dire cosi rigorosamente concordanti con le ipotesi, e l'orzanti cosi irresistibilmente l'assentimento, a condizione che le ipotesi siano vere . (1. 2'^ e. 5osizione geometrica non stabilisco che rapporti comparativi, vuoi fra le cose, vuoi fra le loro idee: questi rapporti dipendono certamente dalle idee o dalle cose; se si vuole, l'attributo, cio il rapporto, non  affermato del soggetto che per ipotesi, cio alla condizione che il soggetto esista. Ma l'esistenza del soggetto non  posta perci: questa esistenza  forse affermata per un altro atto del pensiero, ma non per quello che afferma il rapporto, e il giudizio esistenziale e il giudizio comparativo sono due giudizi logicamente indipendenti, r anmiissione dell' uno dei due non implicando affatto Tammissione dell'altro. Il Mill per provare che una conseguenza non pu tirarsi da una definizione per se stessa, ma solo da un'asserzione tacita suir esistenza, legata alla definizione, mostra che nel primo caso una conclusione Axlsa seguirebbe da premesse vere. Un dragone  una cosa die soffia delle fiamme; Un dragone  un serpente; Dunque qualche serpente soffia delle fiamme. La premessa reale in questo caso, dice il Alili, non  la definizione, ma la supposizione tacita dell' esistenza dell' oggetto definito. Ed  vero: ma la conclusione qui essendo una proposizione esistenziale, essa non poti'ebbe seguire che da un* altra afiermazione esistenziale. Al contrario, le proi)Osizioni dimostrate della geometria essendo, non proposizioni esistenziali, ma solo comparative, j)erc]i le premesse dovrebbero essere esistenziali? Se nelle scienze di fatto  impossibile, come nella geometria, di dedurre nuove verit da una definizione, ci non  perch nelle definizioni geometriche  implicata un'asserzione tacita sull'esistenza, ma non nelle definizioni degli esseri reah; ma perch come dice lo stssso Mill, le propriet distintive delle cose non nascono l'una dall' altra, in altri termini, non pu stabilirsi fra di loro una connessione a priori, come fra le propriet delle figure geometriche; il che non , come abbiamo osservato, che un caso di questa circostanza pi generale, clie la geometria  una scienza a priori e deduttiva, mentre le scienze degli esseri reaU sono sperimentali ed induttive. Quand'anche, aggiunge il Mill, si ammetta che la definizione geometrica, p. e. del cerchio, non postuli l'esistenza di cerchi reali, e sia semphcemente la descrizione della nostra nozione di un cerchio ideale, essa postulereb)je sempre la esistenza reale di quest' idea, prenderebbe per accordato che lo spirito pu formare e forma la nozione di un oggetto corrispondente alla definizione. Dentro questi limiti, cio che la definizione implica, non l'esistenza o la possibilit dell'oggetto definito nell'universo reale, ma la semplice rappresentabilit di quest' oggetto, la dottrina di Mill potrebbe, in un certo senso, ammettersi. I matematici dicono qualche volta che una definizione geometrica deve mostrare la possibiht della cosa definita, e i leibniziani, d'una maniera generale, distinimMiguevano la definizione reale dalla definizione nominale, ammettendo che la i)rima mostra questa possibilit, ci elle non la la seconda. Questo vuol dire semplicemente che una definizione geometrica ( noi sa{>piamo che sono queste definizioni clie hanno dato ai metafsici Y idea di definizione l'eale o essenziale) non  una pura torma verbale senza significazione reale, un semplice non senso, come sarel)le p. e. la definizione del hil/neo rettilineo: una fii'ura terminata da due linee rette  ; ma che ad essa corrispondono delle vere idee, delle ra[)presentazioTii etettive, (3 che ci deve essere evidente dairenunciato stesso della proposizione. Ma il Mill pretende che Tailermazione lY^ale contenuta in una definizione geometrica e un alermazione esistenziale; che il l'atto che essa aicrma (nel tempo stesso die spiega il senso di un nome), e che  il i)unto di partenza dei ragionamenti del geometra,  resistenza, se non di certe forme geometriche, delle rappresentazioni almeno di queste torme. Ora esaminiamo r atto mentale inq)licato nella riconoscenza del latto che r oggetto definito  possibile, o che vi hanno delle forme rappresentaijili conformi alla definizione. Il cerchio  una curva, i cui punti sono equidistanti da un punto interno che si chiama centro; L'ellissi  una curva, in cui la somma delle distanze di ciascuno dei suoi punti da due punti fissi che si chiamano fuochi,  costante . Ciascuna di queste proposizioni contiene due idee distinte: r intuizione (U una certa figura geometrica, e quella di una certa relazione fra certi elementi di (juesta figura ( della eguaglianza della distanza da un centro di tutti i punti del cerchio, o piuttosto, della circonferenza, e della eiruadianza delle sonime delle distanze dai due fuochi di ciascun punto della curva che termina relUssi). Dire che vi hanno degli oggetti, reali o possibili, conformi alla definizione,  dire che vi hanno, sia nell'universo reale, sia nel mondo roposizioni geometriclie sul cerchio sono necessarie, percli esse sarebbero egualmente vere, quand' anche non fossero mai esistiti n potessero mai esistere nella realt dei cerchi conformi, sia rigorosamente, sia approssimativamente^ alla definizione. Cosi ancora che esista la rappresentazione di un cerchio geometrico, che lo spirito umano aljbia la facolt di formarsela,  una proposizione anch'essa contingente: noi ])0ssiamo supi)orre facilmente la possibilit del contrario, tanto pi che noi sappiamo che gli uomini non j^ossiedono tutti allo stesso grado la facolt di rappresentarsi le forme dello spazio. Ma la definizione del cerchio  una proposizione necessaria, perch essa afferma semi)licemente una somiglianza definita tra i raggi del cercliio, senza niente decidere n suiresistenza di cerchi reali n su quella delle nostre rappresentazioni di cerchi possibili. Quando dice che le vere premesse della geometria sono, non le definizioni, ma i postulati in esse sottintesi, il Mill suppone che i postulati siano delle proposizioni esistenziali. Ma nemmeno questo ci sembra vero. I postulati (nel senso rigoroso in cui Euclide impiega questa parola) sono le pia semplici delle proposizioni geometriche di posizione, appartenenti alla classe di queste proposizioni che stabilisce che certe torme possono o non possono avere certi rapporti di posizione. Il postulato relativo alla retta dice che per due punti pu passare una retta (e una sola); il postulato relativo al cerchia dice che, dato un punto, ad un intervallo dato ria questo punto, in un piano, pu passare una circonferenza (e una sola), avente questo punto per centro. Queste proposizioni sono analoghe ai teoremi: Per due rette che si tagliano pu passare un piano, e uno solo ; Da un punto dato si pu condurre un piano, e uno solo, parallelo a un piano dato ; l?er quattro punti, non situati in uno stesso piano, pu passare una slei*a, e una sola; e^c. Tutte queste proposizioni non concernono per niente resistenza reale di oggetti nelle condizioni proposte. Supponiamo infatti che in un caso o in tutti i casi vi fosse un'impossibilit fisica a descrivere un cerchio, avente per centro un punto dato, e a im intei'vallo dato; forse allora il postulatosi trovere!jl>e falso  L'impossibilit dell'operazione materiale non toglierebbe niente alla possibilit ideale ammessa nel p stulat(^. Ciascuna (U (jueste proposizioni afferma semplicemente che non vi ha alcuna incompatibiht nelle condizioni proposte ; che il loro concorso  idealmente possibile ; che qualclie cosa, ma una sola, pu essere conforme alla definizione della retta, del cercliio, del piano, o della sfera, i suoi rapporti di posizione essendo al tempo stesso conformi ai rapporti enunciati nella proposizione; che cei'ti attributi, quelli p. e. di essere un cerchio, di essere situato in un piano dato, di essere a un intervallo dato da un punto dato, possono coesistere in un soggetto, ma in un solo. Ora la coesistenza in un soggetto di certi attributi, di certe propriet astratte, non  altro, noi lo m sapi)iamo, ch(3 la possiljilit per una cosa di ricevere delle denominazioni distinte, di cui ciascuna  ai>plicabile a tutta una classe di oggetti, e quindi ancora la suscettibiht che ha questa cosa di entrare al tempo stesso in pi classi distinte. Ma tutto ci che ciascuna di queste classazioni distinte implica, non sono che delle relazioni deinite di somiglianza: (piello dun(iue che queste proposizioni, ii ultima analisi, affermano  la possibilit o Timpossibilit della coesistenza in uno stesso soggetto di certi rapporti definiti di somiglianza. Le proposizioni di posizione indicate enunciano che una figura di una specie determinata [vu trovarsi in certi rapporti determinati di [)Osizione, e negano al tempo stesso che altre figure della stessa specie possano trovarsi negh stessi rapporti di posizione: ma un'altra variet dello stesso genere negano semplicemente che delle figure di una specie determinata possano trovarsi in certi rapporti determinati di posizione. V. e.: Due cerchi non possono segarsi in pi di due punti; questa proiH-)sizione afferma che (juando due figure possono classarsi tra i cerchi, non possono classarsi tra le figure che si segano in pi di due punti, e viceversa (pianolo possono entrare in questa seconda classe, non possono entrare nella prima. Tutto questo genere di proposizioni geometriche di posizione afferma dunijuc cfie la coesistenza di certi rapporti definiti di somiglianza  possibile o  impossibile, mentre un altro, il pi importante, della stessa classe di proposizioni (di cui abbiamo parlato al. 0^) afferma invece che una tale coesistenza  necessaria. Il Mill ammette pure, come il Bain, che la proposizione che enuncia la formazione di un numero per il numero immediatamente inferiore pi l'unit, pu considerarsi come la definizione del primo numero; ma questa definizione implica, secondo lui, come (luelle della geometria, Tafiermazione d'un punto di fatto. Il punto di fatto p. e. la cui affermazione  contenuta nella definizione di tre SSK wiiKnlaiiM^@Ms^^^gB9^^^^MHnn mmm {3=2+1),  che un gruppo unico di tre oggetti pu essere ottenuto, riunendo a un gruppo di due oggetti un altro oggetto unico, gi separato. In generale, dice il Mill, ci che il nome di numero connota  la maniera in cui degli oggetti del genere dato devono esssere agglomerati per formare quest'insieme particolare. Se si tratta d'un ammasso di sassi, e se noi lo chiamiamo due, questo nome implica che per formarlo bisogna aggiungere un sasso ad un altro sasso. Se noi lo chiamiamo tre,  che per produrlo bisogna riunire uno ed uno ed un sasso, ovvero aggiungere un sasso ad un aggregato del genere due, gi esistente. (,}uello che chiamiamo quattro ha un pi gran numero ancora di modi caratteristici di formazione Ogni proposizione aritmetica, ogni enunciato del risultato d'un'operazione aritmetica,  Tenunciato dell'uno dei modi di formazione di un numero dato. Vi si afferma che tale aggregato avrebbe potuto essere formato per la riunione di pi altri, o per la separazione di certe parti da un altro, e che per conseguenza si potrebbe per il processo inverso riprodurre questi altri aggregati. (Lor/ica). Noi abbiamo seguito l'idea del Mill che il totale d'una somma e i suoi dati designano degli oggetti, che fanno sui nostri sensi delle impressioni distinte, per una differenza d'ordine e di posto. Ma non possiamo seguirlo pi oltre in una via che conduce a misconoscere la differenza fra una proposizione esistenziale ed una comparativa. Per far comprendere in che noi rigettiamo le asserzioni del Mill, mettiamo in rapporto il luogo citato con la supposizione d'un autore citato dallo stesso Mill {Filosofia di Hamilton e. G^). Immaginiamo, dice quest'autore, un mondo costituito di tal maniera, che tutte le volte che due e due oggetti si volessero riunire in un gruppo unico, un altro oggetto apparisse improvvisamente, introducendosi nel gruppo totale. In un tal mondo sarebbe falso che due e due fanno quattro, ma due e due farebbero invece cinque. Ci proverebbe, secondo il Mill, che noi possiamo concepire il contrario di una proposizione pretesa necessaria. Ma se due e due fanno quattro  vuol dire che duee due sono eguali a quattro, e non che riunendo due oggetti e due oggetti si ottiene un totale di quattro, sarebbe sempre vero, anche nel mondo immaginario di cui si fa la supposizione, che due e due fanno quattro e non fanno cinque. La proposizione  dunque necessaria nel primo senso, contingente nel secondo:  necessaria, quando esprime un giudizio comparativo, sopra un'eguaglianza numerica; contingente quando esprime un giudizio esistenziale, sull'ordine con cui i fenomeni appariscono nella natura. Una proposizione sulla formazione di un numero  capace dell'uno e dell'altro senso: i due sensi sono strettamente legati nella nostra mente, ma per prendere nella sua jjurezza la vera portata della proposizione matematica, bisogna separare le due affermazioni. Che nel numero degli oggetti reali vi sia una costanza, almeno relativa, in modo che riunendo due gruppi di due oggetti ciascuno, noi siamo sicuri di ottenere un gruppo di quattro,  una verit dell'esperienza pi familiare, ma che non ha niente da fare con l'aritmetica. Se di questa maniera si pu(') dimostrare sensibilmente a un bambino, dopo che egli ha imparata la numerazione, che 7 pi 5 fanno 12, facendogli contare p. e. il gruppo di i3allQ ottenuto per la riunione di due gruppi di palle gi contati, uno di 7 e l'altro di 5; ci  buono per il bambino, che non sarebbe capace di comprendere una dimostrazione rigorosa. Ma una tale dimostrazione  tanto aritmetica, quanto sarebbe geometrica la dimostrazione della proposizione che gli angoli del triangolo sono eguali a due retti, misurando gli angoli per mezzo del quadrante. Sembra che il calcolo non avrebbe scopo alcuno, se non vi fosse una costanza nei rapporti numerici, 0 in generale quantitativi, dei fenomeni reali: cosi la geometria, se nella natura non vi fosse una costanza nelle forme e nelle grandezze. Come questa persistenza  intimamente legata alle pi semplici nozioni delle relazioni matematiche dei numeri, cosi essa  legata alle pi semplici nozioni della geometria. Affermare un' eguaglianza fra grandezze, tutte le volte che essa non  percettibile d'una maniera immediata,  affermare che esse avranno lo stesso rapporto air unit di misura. Ci suppone la possibilit di misurare le grandezze: ma questa operazione alla sua volta suppone che le grandezze e l'unit di misura non cangino durante il tempo dell'operazione. L' Helmholtz ha fortemente insistito su questo punto nei suoi scritti sugli assiomi geometrici (v. Revue scientifque). Non si pu parlare delle grandezze, egli dice, che se si conosce qualche metodo pratico secondo cui si possano comparare, divi-dere, misurare. Ogni misura dello spazio, ogn'idea di grandezza adattata allo spazio, suppone dunque la possibilit del movimento di elementi, di cui la forma e le dimensioni devono essere tenute per invariabiU.  ( Ree. seleni., artic. del IG giugno 77, VII.) Perci^, secondo lui, la geometria  fondata sulla supposizione che vi siano dei corpi solidi, e che essi possano spostarsi liberamente senz'alterazione della loro forma e delle loro dimensioni. L'Helmholtz considera come un assioma geometrico il principio enunciante il fatto d'esperienza ammesso in questa snpposizione: ma se egli intende per ci clie esso sia una premessa della geometria, sareblje questo certamente un errore. Si deve accordare ad Helmholtz che una proposizione affermante una relazione metrica fra grandezze non avrebbe senso, se non vi fosse un metodo pratico qualunque di compararle: affermare p. e. una eguaglianza fra due grandezze,  aflermare l' identit di risultato della loro misura. La proposizione dunque che atferma questa relazione metrica, contiene la suppo sizione che delle operazioni di misura siano eseguite, nelle condizioni in cui una tale operazione  possibile. Potrebbe quindi dii*si, a questo riguai'do, che una verit geometrica  una proposizione semplicemente ipotetica. Ma come noi abbiamo sopra osservato, la verit di una proposizione ipotetica non im[)lica la verit della supposizione: un principio dun(jue, che esprima d'una maniera generale la supposizione contenuta in tutte le particolari proposizioni geometriche, non  ima premessa della geometria. Se il preteso assioma di Helmholtz avesse una funzione logica anaIoga ai veri assiomi della geometria, la verit del suo contrario sareblje incompatibile con la verit delle proposizioni geometriche ; mentre  evidente che, se tutte le volte che le grandezze cangiassero di posto, la loro forma e le loro dimensioni venissero sensibilmente alterate, non ne seguiirebbe perci(') che i teoremi della geometria finirebbero necessariamente d'essere veri, e diverebl^ero Ma vi hanno casi in cui la possibilit dello spostamento delle figure senza cangiamento della loro forma o dimensioni sembra una vera i^remessa di una proposizione geometrica. 1^] quando un'eguaglianza viene dimostrata per una sovrapposizione immaginaria delle figure, com' il caso nella 1* proposizione d' Euclide. Questa [)roposizione  d'un'importanza speciale, perch mentre essa non suppone dei teoremi antecedenti, i teoremi susseguenti, al contrario, si appoggiano sopra di essa. La (piarta proposizione, dice il Bain, implica questa supposizione, che una figura pu essere sollevata e rivolta senza che cangi di forma  E THelmlioltz d'una maniera pi generale: La base d'ogni dimostrazione nel metodo euclidiano consiste a stabilire la congruenza di linee, d' angoli, di figure ])iane, di solidi, ecc. Per rendere questa congruenza evidente, si suppone che si ap[)lichino le figure geometriche le une sulle altre, senza cangiare beninteso le loro forme e le loro dimensioni. Quando noi vogliamo dare il carattere d' una necessit logica, rondandoci sulla possibilit di trasportare cosi le figure, senza cangiare la loro forma, in tutte le parti dello spazio, questa possibilit, secondo Helmholtz, implica una proposizione non ancora dimostrata. Perci ogni dimostrazione fondata sulla congruenza resta appoggiata sopra un fatto puramente sperimentale . Ora non  vero che la 4 proposizione (rEuclide e le altre la cui dimostrazione  analoga, suppongano la verit di questo fatto sperimentale, di questa affermazione esistenziale, che gli oggetti estesi possono cangiare di posto senza cangiare la loro forma e le loro dimensioni. La dimostrazione non ha bisogno di alcun processo materiale di questa sorta, die consista a prendere una grandezza, e trasportarla sopra di un'altra. Basta ad essa di supporre che  [KDSsibile, per una figura data, una figura esattamente eguale nella forma e nelle dimensioni, ma in un'altra posizione qualunque:  questo il postulato implicitamente ammesso, ed esso non ha che fare coi fatti del mondo reale, o con Tesperienza, nel senso stretto in cui Helmholtz intende questa parola. Dati i due triangoli A B C, D E F, aventi due lati AB ed A C uguali a due lati DE e D F, e Fangolo, compreso fra i lati eguali, eguale, Euclide suppoiie, a prenderlo alla lettera, che il triangolo A B C si adatti sul triangolo D E F, in modo che il punto A si ponga sul punto D e la retta A B sulla D E; e dimostra che, per conseguenza, i due triangoli devono coincidere perfettamente, e sono quindi eguali. Ma siccome ABCprima della sovrapj^xDsizione e A B C dopo la sovrapposizione sono degli oggetti di due percezioni distinte; e siccome la supposizione che questi oggetti siano due stati successivi d'uno stesso triangolo materiale , com' facile mostrare, inutile alla dimostrazione del teorema; cosi ci AM) C B' E FC' che Euclide supiX)ne , in realt, che un altro triangolo (per la parola altro noi intendiamo ci che  l'oggetto d'un'altra percezione^, esattamente eguale ad A B C, e che noi chiameremo A^ B^ C^ indicando con le stesse lettere i vertici corrispondenti dei due triangoli, si trovi in certi rapporti di posizione con D E F, cio gli sia sovrapposto, in modo che il lato A^ B' stia sul lato DEeilpuntoA^ coincida col punto D. Siccome la A^ B^  uguale alla 1) E, perch l'una e l'altra sono, per ipotesi, uguali alla A B, ne seguir che il punto B^ coincide col punto E, e tutta la retta A^ B^ con tutta la retta D E; e siccome l'angolo B^ A^ C^  uguale all'angolo E D F, perch uguali tutti e due a B A C, anche la A' C^ sar sovrapposta alla D F, e il pxmin O coincider col punto F, perch queste due l'ette sono amendue uguali alla A C, e quindi uguali fra di loro Vev conseguenza, siccome due rette i cui punti estremi coincidono coincidono interamente, anche il lato B' C coincider col lato E F, e anche gli altri angoli coincideranno con gli altri angoli, e i due triangoli coincideranno perfettamente, e saranno eguali. Ma il triangolo A^ B^ O , per ipotesi, eguale ad ABC; dun(jue anche A B C e D E F sono eguali. Siccome il postulato non  vero soltanto del triangol( A B C, ma di ogni altro triangolo qualunque nelle condizioni date; siccome, similmente, a D E F possiamo sostituire un altro triangolo (lualuncjue nelle condizioni date ; cosi la conclusione pu estendersi, per parit di ragionamento, dal caso particolare ihmostrato, a tutti gli altri compresi nella proposizione, come avviene nella dimostrazione di tutti gli altri teoremi. Cosi la diiiiostpazione della 4^ proposizione non  n pi sperimentale n meno rigorosa che quella delle altre: la j)remessa particolare che essa implica non concerne che delle possibilit ideali, e come tutti i postulati e tutte le premesse delle matematiche pure in generale, afferma dei rapporti comparativi fra oggetti rappresentabili, ua niente suUesistenza o sull'ordine dei tenomeni reali. . l.> Noi dobbiamo infine proporci la quistione se i risultati delle ricerche di alcuni moderni matematici, che sono conosciute sotto il nome generale di metamatematica o metageometria, possano infirmare quelli a cui noi siamo pervenuti sulla natura e Torigine delPevidenza matematica. La quistione si hmita per noi ai sistemi di geomemetria (htterenti dal nostro, che si pretende di costruire in uno spazio a tre dimensioni come il nostro. Le nozioni di questi sistemi essendo incompatiljili con le nozioni geometriclie ordinarie, pu sembrare che il fatto stesso dell'esistenza di tali speculazioni contraddica al carattere di verit necessarie, che noi abbiamo riconosciuto alle proposizioni geometrice. I geometri malerni fondano generalmente la teoria delle parallele sull'assioma che per un punto dato pu(') passare una sola parallela ad una retta data >, le parallele essendo definite delle rette situate nello stesso piano, che prolungate non s'incontrano mai . Ora se noi paragoniamo (juest'assioma agli aitri assiomi speciali della geometria elementare, come: . e. on la misura effettiva dei tre angoli d'un triangolo rettilineo . Fortunatamente risulta da queste misure effettive dei triangoli, come anche dalle osservazioni astronomiche, clie Tassioma delle parallele e i teoremi della geometria eucHdlana sono, almeno approssimativamente, veri. Se i matematici trascendentalisti avessero avuto un'idea pi giusta sui processi logici dello spirito umano, essi non avrebbero probabilmente contestato la legittimit delTassioma ordinario delle parallele. Quest'assioma non , lo abbiamo riconosciuto, una verit intuitiva, ma un'inferenza; il nostro punto di partenza per arrivare alla generalizzazione della i)roposizione , (|ui come altrove^ Tesperienza: solo, |)er la natura speciale dei rapporti che sono l'oggetto della geometria, non  necessariamente un'esperienza obbiettiva; ci )asta l'esperienza o l'osservazione tutta subbiettiva di oggetti ideali, o semplicemente posto di mettere da parte Tassioma, e di definire le parallele ]>er la equidistanza, fcnidando unicamente su questa delni/ione la teoria delle parallele K possijile infatti dimostrare i teoremi delle parallele, senza invocare altro principio die juello ammesso nella dellnizione indicata: il lettore che conosce gli elementi della ij:eometria, pu trovare facilmente la dimostra/ione, lo gli abbrevier il lavoro,. indicandogli la via che io stesso ho seguita. Prima ho dimostrato che nelle parallele le perpendicolari condotte all'una delle due dall'altra sono anche perpendicolari a quest'altra; poi le relazioni metematici trascendentalisti, hanno dei punti di contatto evidenti con certe dottrine odierne della scuola empirista (v. Stallo La materia e la fisica moderna e. lo"") non sono familiari con questa nozione che gli assiomi genetriche degli angoli formati con una trasversale; e doi>o di queste,, dimostrato prima che la somma degli angoli d'un triangolo  uguale a due retti, sono passato alle proposizioni reciproche, cio che se le relazioni metriche degli angoli formati con una trasversale sono queste, le due rette sono parallele. Infine ho dimostrato (juesto teorema, che due rette che non s'incontrano mai sono parallele (cio equidistanti per dimostrarlo mi sono servito della stessa dimostrazione con cui negli Elementi di Baltzer, i^arte 4,?? 2, 7, III, si dimostra che se in im triangolo la somma degli angoli  18, anche nelle parallele la somma degli angoli interni sar 180'' . ); e, come corollari di quest'ultimo teorema, l'assioma ordinario delle parallele ( vale a dire che per un punto pu passare una sola retta che non incontri mai un'altra retta data) e quello d'Euclide, cio l'XI (Erra dunque il Taine quando, dopo aver dato una dimostrazione, ch'egli crede rigorosa, della ecpiidistanza delle i)arallele, soggiunge tuttavia che l'assioma ordinario, di cui nega il carattere assiomatico, non pu dimostrarsi. V. L' Inlellgenza). Ma la dellnizione, su cui la dimostrazione sarel)be fondata,  .soddisfacente? si pu ammettere senza prova la possil^ilit delle parallele cos deinite? in altri termini, si pu anmiettere senza |rova che due lince situate nello stesso piano )Ossono al tem]to stesso avere queste due propriet, di essere rette e di essere equidistanti? Perch questa linea equidistante da una retta data sarebbe una, retta, e non jn'uttosto una curva, come p. e. nel sistema non euclidiano di \\o\\QV. {\ . Recue phlo^ophque sec. semestre 1870, Tannery La (jeometria fniniaf/inana). Io credo die si pu ovviare a quest'inconveniente, deducendo la equidistanza, ammessa nella delnizione, da un principio pi generale e pi assiomatico, ])reso dalle esperienze pi familiari che noi abbiamo della convergenza e divergenza delle rette. Tale principio potrebhc essere c]uesto: Se una retta  in due punti disugualmente distante da un'altra retta, le due rette s allontanano continuamente in una direzione, e si avvicinano continuamente nell'altra, sicch eSvSe restano situate luna dalla stessa parte dell'altra. Posto (juesto rali sulle eguaglianze sono ancir essi delle verit ac(iuisite e (F esperienza: quando essi applicano uno di questi assiomi, credono che si tratti d'una necessit puramente assioma, oun altro onalofro. (lefniremino scmplicciiientoleptirnllelf^ secondo il desidei-atiun di d^Memhert (FJcincntl dijlo^qfia, ScJuarimento suffli elementi (U geoiaetj /a): anta una retta, s'innalzino sn due punti (luaUimpie di essa e suHo stesso lato due perpendicolni-i uguali; la retta che con^iunire le estremit di (luestc, si cliianni/^arallela alia retta data. Da (piesta deHinzione si potrii dedurre, mediante l'assioma, che le parallele (cosi definite) sono eciuidistanti. Io ci-edo che non si possa contestare il cai^attere assiomatico del principio indicato: esso ha anche, sembra, un vonta^i'^io sulTassioma onlinario Per tutte le rette che noi vediamo o possiamo immaginare, noi osserviamo che quando una ronvor^a^ alciunnto verso un'altrji, la convergenza va sempre crescendo da un lato, mentre la divergenza va sempre crescendo dall'altro: al contrario, non di tutte le i*ette, reali o inmioginarie, che cominciano a convergere, noi possiamo osservare che esse finiscono per incontrarsi. Al nostro assioma si opporr forse che le esperienze familiari su cui esso  fondato, non hanno un rigore .sulciente ; la comparazione delle distanze dei punti di una retta da un'altia implicimdo, prima, lapprezzamento della linea pibwveche va da ciascun punto d'una i-ettii allaltra, e i^oi, la comparazione di (jueste linee le i)i brevi fi*a di loro. II rigore dunii sieui'i che noi conosciamo rocesso pi prinu'tivo, e necessariamente ]>i grossolano, per apprezzare le relazioni fra le grandezze: iier esso, come ]el nostro assioma, noi siamo ridotti alla testimonianza dei sensi (ai pone che durante 1' o]>ertizione. in cui noi facciamo successiviunente coincidere tre grandezze a due a due, (lueste non cangino; ora sapere ci  avere una conoscenza logica, che leghi le eguaglianze date alle eguaglianze inferite; essi non pensano che in questa inferenza, come in tutte le altre, noi ci fondiamo unicamente sulFosservazione anteriore. L'Helmholtz  certamente di (juest'opinione (V. Rev. Scient.) ; e lo stesso A. Comte, come abbiamo visto, ammetteva die la matematica astratta ha un carattere puramente logico, ed  as.solutamente indipendente dalTesperienza . Quando i metageometri dicono che gli assiomi e i teoremi d'Euclide ben potrebbero non essere che approssimativamente veri , non vi ha nella loro asserzione un assoluta inconcepibilit, in quanto questa non si trova, a parlar propriamente, che nel contrario delle verit che noi conosciamo d'una maniera intuitiva, mentre per quelle che conosciamo per inferenza, cio per induzione o per deduzione, si pu, prima della prova, dubitare, e quindi supporre la possibilit del contrario. Tuttavia anclie per tali verit il contrario , in un certo senso, inconcepibile. di eguaglianze, che non pu essere ottenuta per mezzo della coincidenza. L'assioma ordinario delle parallele, non conc^ernendo dei rapporti quantitativi fra grandezze, non mostra cosi ])ene come la i^rojosizione che gli abbiamo sostituita, che esso ha un fondamento analogo a quello degli assiomi generali della matematica e un valore logico eguale. Al contrario la nostra proposizione, stabilendo anch'essa delle n^lazioni metriche, ha pi punti di contatto con questi, e fattala comparazione, ne risulta che non si pu logicamente dubitare del rigore dei teoremi sulle parallele, a meno che questi dubbi non si vogliano estendere a tutta la matematica. (I) Aggiungiamo al luogo citato nel 5. (t. 1. lez. S). quest'altro luogo della Le^. 4: Quando ci proponiamo di valutare un numero sconosciuto di cui il modo di formazione  dato, esso , per il solo enunciato stesso della quistlone aritmetica, gi defunto ed espresso sotto una certa forma; ed evalutandolo, non si fa che mettere la sua espressione sotto un'altra forma determinata, a cui si  abituati a rapportare la nozione esatta di ciascun numero particolare . l'acendolo rientrare nel sistema regolare della numerazione . Un discepolo di Condillac non parlerebbe altrimenti. li i in quanto, })er le proposizioni che concernono, non resistenza, ma la somiglianza, una volta che noi sappiamo che la cosa  cosi, noi non possiamo, come abbiamo pi volte osservato^ immaginare che essa potrebbe essere altrimenti. Come comprenderemo dunque le altre asserzioni dei metageometri, che, senza elevare dei dubbi suiresattezza delle proposizioni geometriche, abbassano queste ftf*oposizioni dal grado di verit necessarie a quello di contingenti  Dentro il cerchio della nostra esperienza, dice Baltzer, ha realmente luogo la geometria ordinaria, com' stata formata dai Greci (in cui gli angoli del triangolo e gli angoli interni delle parallele sono eguali a due retti), ma in s potrebbe anche valere un altro caso della geometria astratta, che  stata ideata da Gauss, Lobat chewsky e Bolyai per tutti i casi.  {parie 4*, Prefazione)  Tutti i tentativi per dimostrare questa proiX)sizione (che gli angoli del triangolo sono eguali a 180^) dovevano necessariamente riuscire vani, perch in s  pure ammissibile ripotesi contraria, cio che in un triangolo, e quindi anche nelle parallele, la somma degh angoli interni sia minore di 180"  {parte ^*, 2, 7, IV), Sarebbe dunque possibile, sembra, che la somma degli angoli di un triangolo l'osse minore di 18i>: questo  Tal tro* caso della geometria astratta, di cui la nostra, la euclidiana, non  che uno dei casi. Ma quando il Baltzer dice che nel cerchio della nostra esperienza vale quest'ultimo caso, parla solo dei triangoli reali, ed esclude i triangoli possibili? No certamente, perch egli dimostra che, se in un triangolo la somma degli angoli  uguale a due retti, lo sar pure in tutti gli altri triangoli, cio in tutti i triangoli possibili. Ma se in tutti i triangoli possibili la somma degli angoli  uguale a due retti, come sarebbe possibile che in un triangolo questa somma fosse minore di due retti? quali sono dunque i casi in cui varrebbe, non la prima proposizione, ma la seconda? Forse questi casi si troveranno nei sistemi geometrici diflerenti dal nostro, che alcuni matematici moderni hanno costruito con un metodo puramente analitico, senza fondarsi sopra alcun dato intuitivo. Beltrami ha, come si :sa, studiato con questo metodo una certa superfcie, eh egli chiama pseudosfera: questa superfcie non  possibile di rappresentarsela; essa non ha di pensabile che la sua definizione analitica, ma air infuori della stessa relazione analitica, non vi ha niente che vi corrisponda, sia nella realt, sia neir immaginazione. La geometria di questa superfcie  conforme all' altro caso della pangeometria di Lobatchewsky: se essa fosse chiamata piano, e le sue linee geodesiche (linee della pi corta distanza fra due punti) rette, essa sarebbe identica alla planimetria non euchdiana. (Per avere un'idea di questa superfcie, v. Helmholtz Assiomi della geometria, Tannery Ree. pJu'los. , Milhaud Rei\ p/dlos., Calinon la stessa rivista giugno 89, ecc.) Dalla possibilit di costruire analiticamentente dei sistemi geometrici difl'erenti dal nostro, se ne  concluso espresamente che le nostre nozioni geometriche sono contingenti ed empiriche (nello stesso senso in cui  empirica una verit di fatto). Gli assiomi, dice Helmholtz, su cui il nostro sistema geometrico  basato, non sono delle verit necessarie, dipendenti solamente dalle leggi irrcfra(l) Quaiuranclie si ammetta la possibilit di sistemi ireometrici differenti dal nostro, di spazi ciwin, come dicono i metagreometri,  chiaro che anche in questo caso grli assiomi e i teoremi della i?eometria eucUdiana sarel^bero sempre d' una verit universale. Se si ammette che il nostro spazio  piano, la retta, cio la linea pi breve fra due punti, di uno spazio cuvoo non sarebbe una retta nel nostro senso; e quindi i triangoli rettilinei dello spazio pseadosferico non sareblero ci che noi intendiamo per triangolo ret^tilineo. Sarebbe dunque sempre universalmente vero che gli angoli d'un triangolo rettilineo sono eguali a due retti. il 11 iriliiWnlli SUI Cimiti i: i/ogetto deij.a conoscicnlv a priori 417 gabili del nostro intendimento. Al contrario diversi sistemi di geometria possono svilupparsi analiticamente con una consistenza logica perfetta. I nostri assiomi sono in realt l'espressione scientifica d'un tatto d esperienza generalissimo, cio che nel nostro spazio i corpi possono muoversi liberamente senza alterazione della loro forma . Ne segue che il nostro spazio  uno spazio di curvatura costante. Ma il valore di (juesta curvatura non pu essere provato che per misure dirette. Lo stesso Tannery della Revuc p/illosop/ii(jue, quantunque non decisamente favorevole alle speculazioni dei metageometri, sembra opinare che queste speculazioni hanno provato la natura empirica e contingente delle nozioni geometriche. 11 concetto dello spazio, egli dice,  formato dair associazione di nozioni distinte, e ciuest'associazione non  necessaria. Ogni proposizione sullo S])azio  dunque contingente. La nozione della retta , come quella del nostro spazio, un complesso di nozioni logiche distinte, la cui origine o almeno la cui associazione  empirica (perch alla propriet comune con la geodcsica dello spazi( pseudosferico si deve unire la pro})riet diterenziale della retta reale, ed  solo res[>erienza che pu provare che (iueste due propriet at)par(engono alla stessa linea Ree. jt/u'l.). (\) l\ fatto (Iella possibilit dello spostamento delle grandezze seriz" alterazione  espresso dai inatnnatici trascendentalisti con la foniiula che il nostro spazio lia uk coeffULente d curcataia co!unto pu passare una sola parallela a una vetta data. Il primo assioma distingue lo spazio piano e lo spazio pseudosferico dallo sferico; il secondo distingue lo spazio piano dallo spazio pseudosferico. Quando i metageometri dicono clie il nostro spazio  i)iano, non intendono escludere assolutamente che esso possa essere pseudosferico o anche sferico. La proposizione che il nostro si)azio potrebbe forse essere pseudosferico non  che un' altra espressione della proposizione di Lobatchewsky, che per un punto possono passare pi parallele ad una retta data. In quanto alla proposizione detcriniriate, il loro modo di esistere. Come ayyr/or/ (|ualsiasi ordine tra i lenomeni della natura sarebbe su[)i)onibile, ma Tosservazione soki ])u decidere a quale di (queste supposizioni sia conforme il corso reale degli avvenimenti, cosi si ])retende che noi possiamo l'ormarci a />r/ori la nozione di ditl'ei'enti spazi o sistemi geometrici [)0ssibili, ma la sola osservazione decide a (juale di usizioiic ii forzata aiiora che quella di Lobatcliewsky. essendo la ue-zazionedeirassiouia che due reUe non ]H)ssono chiudiii chiaramente il le.uanie della i:eouieti*ia trascendentale con lopinione che. mentre {ili assiomi generali della matematica sono ivuramente loniei o razionali, e quindi necessari, al conti'ario quelli uramente razionale, mentre la geometria fa parte della matematica conci'eta, ed . come la meccanica, una scienza fisica e s[>erimentjde. i,)uesta dottrina si appogijria, come ab])iamo detto, sul fatto che il calcolo non voliie chiii facile, per la iireometria, irica delle sue generalit. Ma per gli assiomi generali delle matematiche si continua iu\ ammettere roinione comune che (piesti fiono d'una necessit }>uramente logicji e indipendenti djdl" es])erienza. lo spazio , che esse presentano immediatamente: senza ricercare se questa realizzazione si trovi solamente nel linguaggio, o sia piuttosto inerente alle concezioni stesse, dei metageometri, supporremo che questa parola lo spazio  sia un'espressione compendiosa per designare le forme date o rappresentate nello spazio, e ci che si dice delle propriet o della natura di un certo si)azio determinato, debba intendersi delle forme geometriche determinate che sono possibili in questo spazio, cio in questo sistema di forme geometriche. IVIa anche cosi intese, siffatte proposizioni misconoscono il vero significata degli assiomi e dei teoremi della geometria, perch tendono a riguardarli come giudizi esistenziali, che c'istruiscono sulle qualit e la natura delle forme determinate che si trovano nel mondo della nostra esperienza. Abbiamo gi osservato in pi di un caso che (juando le proi)Osizioni matematiche si riguardano come esistenziali, una conseguenza inevitabile  di riguardarle pure come verit contimi eni, essendo questo il carattere di ogni giudizio sull'esistenza. Questi tre punti di vista duncjue della matematica trascendentale, di considerare le verit geometriche come sperimentali, come contingenti,  comc esistenziali, non ne fanno in realt che uno; ed SSO legato, come gi notammo, all'abuso delle astrazioni che fanno i matematici trascendentalisti. Qui noi ci tro viamo in presenza (F un apparente paradosso, cio che delle opinioni risolutamente empiriste sulle nostre facolt conoscitive vengono appoggiate sovra speculazioni eminentemente trascendenti. Si suppone, come abbiamo detto, che degli spazi differenti o dei sistemi differenti di geometria siano egualmente possibili a priori, e di l si conclude che solo lesperienza pu decidere quali di queste possibilit sia divenuta un'attualit. Qual  lo spazio in cui viviamo?  T osservazione del mondo reale che deve rispondere a questa domanda, e la risposta viene formulata negli assiomi geometrici. Ecco come questi assiomi diventano al tempo stesso esistenziali, contingenti e sperimentali. II cardine della ciuistione  dunque se sia vero che* degli spazi o dei sistemi di torme geometriche dit'erenti dal nostro siano possibili, cio pensabili, perch qui non pu trattarsi di un altra specie di possibilit. Su questo terreno i metageometri si sono trovati necessariamente di fronte alle dottrine kantiane. Kant, spiegando Tapriorit delle proposizioni geometriche per Tapriorit dello spazio, aveva anch' egli perduto di vista il significato puramente comparativo di queste proposizioni,, accostandosi al punto di vista che vede in esse una sorta di verit esistenziali. Trovando egli il fondamento della sintesi, contenuta nelle proposizioni a yjr/or/, in una funzione dello spirito, il quale esso stesso deve congiungere ci chepoi si rappresenta come unito, la sintesi delle proposizioni geometriche  fondata per lui sulla sintesi anteriore che costituisce le rappresentazioni dello spazio. Quindi una proposizione geometrica non pu essere per Kant che la traduzione in una sintesi di concetti della sintesi contenuta nelle rappresentazioni spaziali ; e Y oggetto proprio di (jucste^ proposizioni non  una comparazione reciproca delle forme geometriche o dei loro elementi, ma la descrizione-di queste forme, la conoscenza della loro costituzione e delle leggi secondo cui le propriet, inerenti a queste forme considerate assolutamente, vanno accoppiate. Se la conoscenza geometrica  a /)rori ed  necessaria, se noi possiamo in geometria formare delle proposizioni d'una universalit assoluta, ci avviene, secondo Kant, perch le nostre rappresentazioni geometriche, cio spaziali, sono costituite secondo una forma determinata dalle condizioni interne della nostra facolt intuitiva, e non possono mai allontanarsi dal tipo prestabilito. Ecco dove Kant si trova in contraddizione con la geom.etria trascendentale: mentre egli fa dipendere il carattere necessario e a usi priori delle nozioni geometriche ordinarie dairimpossiljilit in cui siamo di rappresentarci delle forme geometriche ditlerenti, al contrario i metageometri dalla possibilit di rappresentarci queste forme differenti ne concludono il carattere empirico e contingente delle nozioni geometriche ordinarie. Quantunque la tesi di Kant non sia per se stessa pi vera deirantitesi dei metageometri, tuttavia nella quistione particolare se sia o no possibile la rappresentazione di forme differenti dal sistema geometrico ordinario,  certo die i principii fondamentali e lo spirito generale della filosofa empirista danno ragione air idealista trascendentale contro i metageometri empiristi. Su questa quistione, la tesi kantiana appartiene al lato vero ed empirista del criticismo:  Timpossibiht per il pensiero di oltrepassare i dati fenomenali od intuitivi, la necessit di restare circoscritto e condizionato dai "limiti e dalle condizioni stesse dell'intuizione sensibile. Noi che al)biamo si lun>amente dimostrato che non esistono idee astratte, e che non si pensa che unicamente per rappresentazioni concrete, non jossiamo esitare a chiamare parole vuote di senso delle pretese nozioni a cui non corrisponde alcuna intuizione . {[) Beltrami liti rapi>resentato i punti, linee e superllcie dello spazio pseiuloslcrico. ]>roiettan(loli sulPintemo d'una 8U[)erflcie sferica del?iostj'o spazio, i punti della (piale corrispondono ai inintl jnlnitainente lontani dello spazio pseudosferico, in modo che le linee iieodetiche di cjuest" ultimo sono rappresentate, nelTinterno della sfera, da rette. Secondo llelmlioltz, noi perveniamo di questa maniera a rapprcsentarcc lo spazio ]>seudosferico. Eiili suppone che un osservatore del nostro mondo sia trasportato nel mondo i>seudosferico. Dopo la sua entrata nella pseudosfera, quest'osservatore continuerebbe a riguardare i rairiri luminosi o le sue linee di visione come linee rette, cos l)enc che nello spazio ]>iano, e come ^sse lo sono in realt nella rapi>resentazione sferica dello spazio pseiidosferico. I/inunagine visuale degli oggetti nella pseudosfera r^li farebbe dunque la stessa impressione che se egli si trovasse al Un carattere speciale della matematica, e pi propriamente del calcolo,  ciie alle cose stesse vengono sostituiti dei contro Mella sfera mp^rcj^erihUiva di HoUraini. Gli sonil)rerel)be oic ^'li o-^iretti pi lontani lo attorniassero a una distanza finita, p. e. (li cento piedi. Ma se si i^ortasse sino ad essi, li \edre)l)e estendersi dinnanzi a s, e i^ii in profonero. Se e-iii avesse visto due linee rette, clie ixli i>aressero pai'allele sino a juesta distanza di cento piedi, love il mondo finisce per lui, avvicinandosi, riconoscerebbe clie, per juesta estensione dejili o^^'retli che si avvicinano, esse si allontanano tanto pi quanto pi euli si avanza: dietro di lui al contrario la loro distanza seml)rerebl)e diminuire, in modo che esse parrel)l>ero di i>i in ii divergenti e lontane luna dallaltra. Due linee rette clie. rima posizione, iili fossero juirse tai-diaisi in un solo e slesso punto dietro di lui a una distanza di cento p.iedi, fare])l>ero ancora lo stesso, ed e^rli avrebbe un l>eir avvicinarsi, non attinprerebbe mai il punto d'intersezione . Con (juesta supiosizione, secondo Helmholtz. noi ci rupin esiniti(itii) lo spazio pseudosfeiico. Non ne^^a ei^di clic la rappresentazione suiponiia un elemento sensoriale:  i-er l'espressione di rap]>reseidarsi. eiili dice, o di essere in irrado di l,i:urarsi ciclie avviene, io intendo la facolt d'immaiiinare la serie intera delle impressioni sensoriali die si ]>roverebbero in questo caso . La definizione di llelmlioltz  ^riusta, ma alla condizione die noi suppongliiamo die le nostre impressioni sensoriali siano la riproduzione esatta di ci die noi diciamo Poiiiietto esteriore. Se (|uesta corrispondrMiza fra la natura deiro.Hixetto e le percezioni dei nostri sensi non esiste, noi possiamo svolirere (comejiii diarte dei filosot attuali e lo stesso llelmlioltz ammettono come la causa e l'oir^^ctto esterno delle nostre sensazioni,  ler noi irrappresental)ile ed inescogitabile, quantunque noi svoliriamo continuamente la serie delle impressioni sensoriali die esso ci fornisce. Al fondo, per concei>ire un oguetto esteriore, noi non facciamo nitro die obbiettivare le nostre percezioni: se cpieste percezioni sono varie e tali clic non potrebbero al temito stesso attribuirsi alio stesso oggetto, noi ne scegliamo (lualcunaela realizziamo, alfesclusione delle altre. Cosi un oggetto visiliile presentandoci diverse apparenze secon.lo la distanza da cui lo guardiamo,  l'apparenza che essa simboli e il nostro pensiero ordinariamente non va al di l di questii simboli medesimi. Le parti pi elevate della ci presenta quando siamo in prossimit, che noi obbiettiviamo. L'osservatore dumpie del mondo pseudosferico non potrebbe comportarsi altrimenti, in presenza bielle apparenze cangianti e contraddittorie che gli presenterebbero gii oggetti della pseudosfera, s'egli volesse farsi un'idea della natura reale di questi oggetti. Egli penser che (pieste apparenze cangianti e contraddittorie non potrebbero essere tutte degli stati delf oggetto reale in un solo e stesso momento della sua esistenza, e si domander a juale di (lueste percezioni, o se non a nessuna di esse, a quale delle immagini che egli i)0tr mentalmente costruire, attribuir la realt obl)iettiva. S'egli non ]>erverr a rispondere a luesta domanda d'una maniera soddisfacente, che gli desse un'interpretazione coerente delle apparenze del mondo strano in cui egli si  smarrito, concluder o che le forme reali degli oggetti sono per lui inconoscibili, o che non vi hanno forme reali, ma che le forme, in (piel mondo, sono puramente relative al punto di vista dellosservatore Se ])oi (piest'osservatore volesse considerare le forme a lui esibite, non pi come fisico o come filosofo, ma semplicemente come geometra, la piistione della realt di (jueste forme non avrebbe pi importanza per lu: la geometria considerando una forma per se stessa e nella maniera determinata in cui esiste o pu esistere in un momento indivisibile della durata, l'oggetto del suo studio come geometra sarebbe l'apparenza presentata da un oggetto a un momento determinato, considerata singolarmente. Siccome queste forme apparenti non si allontano mai, considerata ciascuna per se stesso, dal tipo eacUd/ano, cos la sua geometria non potrelibe essere che eacUdiana. Se dunque i fenomeni osservati nel mondo Xseudosferico sarel)bero flmicamente dilTerenti dai nostri (in (juanto si seguirebbero in un ordine dilferente), non esisterebbe, al contrario, per l'osservatore, differenza alcuna al jamto di vista ])uramente fjeonieti'fjo. Svolgendo perci la serie delle impressioni sensoriali che il mondo pseudosferico fornirebbe al nostro osservatore, noi non ci rappresentiamo lo spazio pseudosferico, per la semplice ragione che nemmeno egli, lo stesso osservatore, se lo rappresenterel>be. (l) La perfezione del linguaggio dell'aritmetica e dell'algebra consiste nella sua ajtpropriazione completa ad un uso puramente meccanico.. . Ogni operazione sui simboli corrisponde a un sillogismo, l'appresenta un passo d'un ragionamento, relativo, non ai nostra conoscenza non potrebbero fare a meno di un sistema api)ropriato di simboli: quando si  un po' approfondita la natura del pensiero, si vede che il linguaggio e in generale i segni non sono solamente i mezzi per comunicare le idee, ma sono anche indispensabili alle operazioni pi elevate deirintelligenza. La matematica ne  il migliore esempio. 11 carattere eminentemente simljolico del ragionamento matematico non dipende semplicemente dal sistema di segni estremamente semplici e precisi che questa scienza ha a sua disposizione, ma  t'ondato sulla natura stessa delle nozioni che tanno l'oggetto di questa scienza. Gi anzitutto le nozioni quantitative non sono fissate che per mezzo di simijoli, non i)Otendo noi immaginare le cose, al i)unto di vista della quantit o della grandezza, d'una maniei'a cosi adequata e precisa, per Fuso del ragionamento, come al punto di vista della (pialit. Inoltre, un rapporto di eguaglianza non essendo altra cosa he la percezione di questa eguaglianza, tutte le volte che noi non possiamo ettettuare, sia nella realt, sia per Tiuimaginazione, una comparazione attuale fra le grandezze, o immediatamente ira di loro o con l'unit di misura comune, il rapporto affermato non  rappresentato d' una maniera ade(iuata, ma d'una maniera pi o meno simbolica (confr. cap. 8^' S 2% Lo stesso deve dirsi per le eguaglianze dei numeri. Non c' bisogno di aggiungere clie le quantit incognite che entrano nel calcolo sono necessariamente delle nozini simboliche. Ma questo processo non deve fare . corrispondono dei rapi)orti fra queste cose queste cose essendo gli oggetti di i)ercezioni che noi abbiamo avuto o avremo o potreuniio avere in date condizioni. Esso sarebbe completamente vano, se ai simboli non si potessero finalmente sostituii^e delle percezioni, attuali o possibili:  per la possibilit di questo scambio che i simboli hannc un valore. Noi abbiamo, in un capitolo precedente, paragonato le nozioni astratte e generali a degli effetti commerciali, il cui valore  puramente convenzionale, il valore reale non appartenendo che alla moneta e alle merci con cui essi possono scambiarsi. A ciie bisogner dunque paragonare una nozione astratta, cio una combinazione di simboli, a cui non corrisponde intuizione alcuna? ad un effetto cambiario, che nessuno vorr accettare per pagamento. Un l)anchiere potrebbe averne piene le casse, non sarebbe perci pi ricco d'un centesimo. Tutte le speculazioni metaempiriche, che esse siano chiamate metamatematiche o metafsiche o con qualsiasi altra parola che si potreljbe foggiare con lo stesso prefsso, si trovano nello stesso caso. Le s'^ienze di fatto non sono, come la matematica, soggette a (juesta illusione di dare un valore reale a ci che non ne ha che uno convenzionale:  che questa sostituzione completa dei simboli alle cose non avviene che nella matematica. Si  detto che la mitologia  una malattia del linguaggio: quantunfjue non sia forse conveniente ad un non matematico di esirimersi su (lueste materie in una forma cosi decisa, noi diremo che la metamatematica, (juesta mitologia dei matematici,  una malattia del linguaggio matematico. Noi non do))l)iamo per altro rinunziare a vedere anclie nelle speculazioni metageometriclie . come in tutte le speculazioni metaempiricbe in generale, un prodotto, assai indiretto in verit, delle illusioni naturali del nostro spirito. Abbiamo accennato die il fondamento su cui riposano le speculazioni sulla pangeometria, sullo spazio pseudosf'erico. ecc.,  la dottrina comunemente ricevuta die 42f; .^ 15.^ Il carattere di necessit e di apriorit che appartiene alle matematiche pure,  legato col latto che queste scienze escludono, sia dalle loro premesse, sia dai loro risultati, qualsiasi proposizione esistenziale, che non pu essere che contigente e sperimentale, e non v' includono alti'e verit che dei rapporti comparativi. Le verit diquest'ordine sono logicamente indipendenti dalle esistenziali, ma esse i)Ossono ibrmare, anzi (ormano necessariamente, dei punti di partenza per la inferenza di queste: di l il i^osto delle conoscenze comparative nella economia del sapere umano. Cosi le matematiche sono logicamente indipendenti dalle scienze che hanno per oggetto Tordine dei tcnomeni reali; mentre, al contrario, le seconde suppongono la conoscenza delle prime. Gli autori di classazioni delle scienze assegnano il loro posto alle matematiche, Ibndandosi sulla generalit o sulla semplicit pi ^'li assiomi della inateniatica sono fondati, non sulla generalizzazione dell' esperienza, ma soprn una necessit pui'amente logica; donde i tentativi di dimostrare il principio della teoria delle parallele, e il riliuto, dopo l'insuccesso di questi tentativi, di riconoscere in esso il carattere assiomatico. Ora, la dottrina che glassiomi matematici si fondano sopra una necessit logica non  che un caso di quella pi generale che tale  il fondamento di tutte le verit dichiarate necessarie, e questa alla sua volta non , come sapiamo, che una trasformazione di quello che abbiamo chiamato il sofisma a priof'i della psicologia intuizionista. Il legame della metageometria con questa dottrina Hlosofica sembra, nel fatto, incontestabile, llelmholtz crede, come abbiamo visto, che i princii)ii comuni delle matematiche derivano dalle leggi irrefrag(d)ili del nostro intendimento . e che essi si ricavano dalla nozione stessa del numero e rincipio che collima con la dottrina analitica dei giudizi a y>/YO/x spinta alle sue conseguenze ultime): egli ammette che la connessione delle cose, o la maniera di cui la natura tira dehe conseguenze, corrisponde all'incatehainenlo logico dei concetti nel i>ensiero . grande del loro oggetto, ed anche Aristotile attribuiva a questa circostanza la superiorit logica che le distingue (v. Metafisica). Ma vi ha un' altra ragione pi decisiva percii esse deljbano occupare il primo posto in una distribuzione delle scienze, che voglia seguire l'ordine di dipendenza fra le conoscenze:  (juesta relazione generale, che noi abbiamo indicata, fra le conoscenze comparative e le esistenziali. Noi abbiamo visto che la matematica ha })er oggetto dei* rapporti di somiglianza, ma dei rapporti (iejnitl di somiglianza: questi sono o delle classazioni o delle egualianze. D' una maniera generale possiamo dire che ogni verit importante, consistente in rapporti comparativi, si riduce a stabihre delle classazioni o delle eguaglianze:  che soltanto queste due specie di relazioni Jianiio un'impoi'tanza per la previsione dei fenomeni reali; poich, da una parte, la conoscenza dcirordine, cio delle uniformit, della natura suppone Tesatta nozione delle classi, e dall'altra parte, in quest'ordine, tutti i rapporti, dai pi evidenti ai pi riposti, implicano delle relazioni quantitative. i:^ 10.^' Non vi ha altra scienza, oltre le matematiche pure, che abbia per oggetto dei rapporti necessari e conoscibili a priori Potrebbe sembrare forse che tale sia la logica formale: ma questa concerne i rapporti, non tra le cose, ma tra le proposizioni, in quanto vi ha una dipendenza fra la verit di ciu'te asserzioni e r[uella di certe altre, giusta le regole della coerenza o, come dicono i logici inglesi, della consistenza, che sono i principii d'identit e di contraddizione. La logica formale dunque, non essendo governata che da questi [)rincipii, si aggira neYidera per idem, e rinferenza, in cjuanto  l'oggetto di (luesta parte della logica, non  che un'inferenza appal'cnte, pei* cui la conoscenza non fa alcun vero progresso. Le necessit con cui ha da fare la logica formale, si riducono quindi a (jnella di evitare la contraddizione; non sono delle connessioni necessarie tra fatti distinti, o tra verit distinte: cosi esse restano fuori dell' argomento di questo capitolo, in cui non si tratta che delle necessit subiettive che rappresentano delle necessit obbiettive (bench i fatti, che queste legano, siano in |)arte anch'essi subbiettivi), e che, come tali, costituiscono dei giudizi e delle conoscenze reali. Le verit necessarie e a priori, che si trovano fuori della matematica, sono generalmente, non d'inferenza, ma intuitive; e si riducono quasi tutte (quelle che non si limitano ad enunciare che A somiglia a B o ne differisce) all' alTermazione di cassazioni o esclusioni da classi. Noi potremmo chiamare questa sorta di verit delle proposizioni analitiche, intendendo con ci di conformarci aira])plicazione pi abituale di questo termine, purch non si dimentichi che una proposizione analitica non vorr gi dire per noi l'espressione di un giudizio in cui l'attributo  contenuto nel soggetto, come pretcn.jono i concettualisti, ma una proposizione d'una conoscenza intuitiva, che non implica altro se non delle classazioni o esclusioni da classi. Questa sorta (U proposizioni non sono, a gradi diversi, che una complicazione della semplice affermazione in cui non si pone altro che la somiglianza o la difl'erenza fra due cose. Il caso pi semplice  il giudizio di percez^ione; p.e.: Questa cosa che io vedo  un pomo  Bisogna avvertire die questa proposizione, come tutte quelle dello stesso genere, pu avere due sensi dilrenti. Dall' impressione che fa sulla mia vista la superficie del pomo, io posso inferirne che, con questa propriet particolare che  r oggetto della mia sensazione attuale, coesistono tutte le altre propriet del pomo, che io ho trovate costantemente associate con la prima. Questo  un giudizio esistenziale, che  perci('> contingente a a posteriori. La })roposizione indicata non  dunque necessaria ed a priori, se non in quanto essa esprime che la cosa percepita, date I tanto le sue propriet che io percepisco attualmente, quanto quelle che sono oggetto d'inferenza, deve classarsi tra ipomi. Noi abbiamo un caso alquanto pi complesso, se il soggetto, non particolare, ma generale; p.e.: L'uomo  un animale. Tali proposizioni potrebbero considerarsi come le enunciazioni di dipendenze fra due classazioni. Noi dobbiamo qui ripetere l'osservazione antecedente: L'uomo  mammifero  pu esprimere sia che l'uomo ha quelle particolarit dell'organizzazione che si trovano in un mammifero, sia che esso, avendo gi conosciuto che egli ha queste particolarit, deve classarsi tra i mammiferi. Vi ha un caso speciale, di cui dobbiamo fare menzione, perch potrebbe tirarsene un' obbiezione contro la teoria nominalista.  quando l'attributo non pu denotare altri oggetti all' infuori di quelli stessi che sono denotati dal soggetto. Sia p. e. questa proposizione:  Gli oggetti colorati hanno un'estensione visibile. Non vi hanno altri oggetti che abbiano un' estensione visibile tranne gli oggetti colorati, il colore e 1' estensione visibile essendo d' altronde, non gli oggetti di due percezioni distinte, ma di una sola e indivisibile percezione, in modo che noi non potremmo separare queste due qualit se non per un'as^razione. Tuttavia la proposizione non enuncia altro che delle classazioni di oggetti concreti con altri oggetti concreti: essa significa che ogni oggetto, il quale pu classarsi sia fra i bianchi sia fra gli azzurri sia fra i rossi ecc., pu anche classarsi sia fra i lunghi sia fra i corti, sia fra i larghi sia fra gli stretti, sia fra gli alti sia fra i bassi, ecc. Un altro caso di affermazioni disgiuntive di classazione si ha nelle proposizioni di divisione, cio nelle quali si divide un genere nelle sue specie. Alcuni concettualisti vi hanno visto una sorta di giudizi analitici, in cui il soggetto viene decomposto, non secondo la comprensione, ma secondo V estensione. Ma in realt esse non enunciano se non che tutti i particolari, i quali si classano sotto il genere, si classano altres sotto Tuna o Taltra delle specie. (Queste proposizioni sono necessarie ed a priori, quando non implicano alcun'atlermazione sull'esistenza . r Una sezione conica  un' ellissi, un'iperbole o una parabola : qui si tratta di oggetti semplicemente possiljili, quindi la proposizione  necessaria. Ma:  I vertebrati sono mammiteri, uccelli, rettili o pesci  ; la proposizione  contingente e s[)erimentale, perch implica Tatlbrmazione che queste classi, e soltanto queste, dei vertejrati esistono. Una divisione di oggetti reali, la (pale esaurisca tutti i possibili, come ({uesta:  Gli animali sono vertejrat i o invertebrati ,  necessaria, soltanto se non implica Tafterniazione che tutti i membri della divisione esistano eflettivamente. La dieresi di Platone trattava i reali come i I^ossibili: questo filosofo retendeva di possedere un metodo, per cui si i)Oteva, i)er la semplice divisiono progressiva dei concetti, partendo da un concetto primitivo, il pi universale di tutti, la cui realt era data a priori, pervenire alla scoverta di tutte le specie reali ( Idee ) comj)rese sotto (juesto concetto, e quindi alla conoscenza a priori di tutto il reale. Noi possiamo considerare come un altra variet delle proposizioni analitiche (di classazione) quelle che atl'ermano la dipendenza fra due termini correlativi:  Il superiore sui)|:>one Tinleriore , one la valle  Designare un oggetto per un nome implicante una correlazione,  assimilare quest'oggetto ai termini omologhi di una data classe di coppie di correlativi, il che suppone che roggetto  considerato in correlazione con un altro, il quale alla sua volta pu essere assimilato agli altri termini a s omologhi delle coppie di correlativi della classe data, ed essere designato, quindi, per il nome opposto. Cosi Tatfermazione contenuta in una proposizione come quelle che abbiamo citate,  che se un oggetto riceve il nome d'un correlativo, un altro oggetto, con cui viene paragonato e che noi ci ra|)presentiamo simultaneamente con esso, deve ricevere il nome deiralti'o correlativo. La proposizione dunque non esprime che una dipendenza necessaria Tra due classazioni. Il principio hegeliano che gli O])])Osti si implicano reciprocamente, e che data l'esistenza dell'uno  data per ci stesso quella dell'altro, pu riguardarsi come una generalizzazione del latto contenuto nelle cori'elazioni di cui abbiamo Ciarlato, con la pretesa di estendere, per questo mezzo, alle conoscenze sull'esistenza la stessa connessione necessaria ed a jtriori che si trova in questa classe di giudizi sulla somiglianza. I gruppi indicati di proposizioni analiiic/tc sono uno sviluppo dell'atlei'mazione di somiglianza; un altro grupjMj, che si potrebbero chiamare proposizioni analitic/te ncf/ative, es[)rimono invece delle affermazioni di differenza. Noi considerereuio soltanto (juelle il cui soggetto  un termine generale. Tali sono }>. e.: L'uomo non  un bruto, Il cerchio non  quadrato . (Queste proposizioni non enunciano, come abbiamo gi detto, che delle esclusioni da classi, cio che gU oggetti che ai)partengono all'una delle classi (uomo, cerchio, ecc.) devonr) essere esclusi dall'altra classe 0>i'uto, (juadrato, ecc.). Il senso della i)roposizione  al l'ondo lo stesso, se invece di dire: Il cerchio non  quadrato, noi diciamo:  l'na cosa non i)u essere cerchio e (piadrato , cio la llgura circolare e la figura quadrata sono due attributi non compatibili nello stesso soggetto. Non bisogna vedere in una simile proposizione im giudizio esistenziale negativo, cio la negazione del-l'esistenza di un cerchio quadrato: ci di cui si negherebbe l'esistenza in questo caso, sarebl)e un impossibile logico, vale a dire una cosa di cui non possiamo formarci nozione alcuna (Impossihie, dice W oli*, est ciijm nullani notionera formare posswnus). Ma noi non possiamo port l  -tare alcun giudizio su ci di cui non possiamo avere alcuna idea: quindi non possiamo, a parlar rigorosamente; negarne l'esistenza, ix)ich perci bisognerebbe pensarlo e averne l'idea. Ci in realt che una simile proposizione enuncia non  duncjue che delle esclusioni da classi: cio che tutti gli oggetti possibili, vale a dire che noi possiamo rappresentarci, a cui convenga il nome di quadrato,, o in altri termini, appartenenti alla classe dei quadrati,, non possono far parte della classe dei cerchi; e viceversa tutti gli oggetti possibili, cio rappresentabili, appartenenti alla classe dei cerchi, non possono far parte della classe dei quadrati. Quando noi non possiamo rappresentarci alcun oggetto, il quale appartenga al tempo stessa a due classi date, i nomi delle due classi si chiamano attributi incompatibili; tali sono: uoao e bruto, cerddo e quadrato, tutto bianco e tutto nero, ecc. Se invece noi possiamo rappresentarci che uno stesso oggetto appartenga alluna e all'altra di due classi distinte, comeKjuadraio e grigio, o ^flosofo e j^oeta, i termini che indicano queste classi sono degli attributi ditlerenti, ma non incompatibili. Due attributi digerenti possono non mai trovarsi uniti nella realt, p. e. moneta e combustibile; ma da ci non se^ue che i due atti'ibuti siano incompatibili, nel senso logico di questa parola, una moneta combustibile non essendo un impossibile logico, cio una cosa irrappresentabile. Cosi la proposizioi.: . Similmente, quand'anche non vi fossero nell'esperienza altri cerchi che quelli che ditTeriscono d'una maniera ai)prezzabile dall'ideale geometrico, i nostri sensi ci apprenderebbero sempre che, nella misura in cui un cercliio e una retta si avvicinano alla definizione, 1' estensione del loro contatto si avvicina ad un sol punto (Logica, e Filos, di Hamilton trad. frane)!' Ma perch in questi casi, domanderemo noi al Mill, le associazioni contrarie, relative ai cerchi e alle rette approssimative, non impediscono almeno la formazione dell'associazione inseparabile, sulla quale  secondo lui fondata la necessit delle pi*0[)Osizibiettiviamo le nostre sensazioni, e consideriamo l'estensione, la figura, ecc. come attributi di oggetti reali esistenti fuori di noi. Ascoltiamo ora lo stesso Mill sul principio di causalit:  Ogni persona, egli dice, abituata all'astrazione e all'analisi arriverebbe, io ne sono convinto, se essa dirigesse a questo fine lo sforzo delle sue facolt, dacch questa idea fosse divenuta familiare alla sua immaginazione, ad anunettere senza ditiicolt come possibile nell'uno, per esempio^ dei numerosi firmamenti, di cui Y astronomia siderale compone l'universo, una successione degli avvenimenti tutta fortuita e non obbediente ad alcuna legge determinata; e di fatto, continua il Mill, non vi ha n nell'esperienza n nella natura del nostro spirito una ragione qualunque di credere che non sia C(5^i in qualche parte  (Logica). Noi facciamo le nostre riserve sullo scetticismo di quest'ultima proposizione, contraria evidentemente alla pratica uniforme di tutti gVi uomini di scienza: ci che noi vogliamo mostrare non  che il principio di causalit non sia una verit assolutamente universale, ma che esso non  una verit, in senso stretto, necessaria ; e la citazione di Mill, a cui si potrebbe aggiungere tutto ci che gli scettici hanno detto contro (juesto principio, vie come prova che la negazione di esso pu essere perfettamente concepita. 3^.  innegabile che una proposizione basata sulle esperienze pi familiari si distingua dalle altre per una sorta di necessit: ciascuno sentir la differenza che vi ha, sotto questo rapporto, fra queste due proposizioni: I corpi in movimento comunicano per l'urto il movimento agli altri corpi ; e: I corpi si attraggono in ragione inversa del quadrato della loro distanza. Vi ha nella specie di proposizioni di cui la prima  un esempio, un legame cosi stretto fra le idee, che esse hanno in ci la pi grande somiglianza con quelle che sono rigorosamente necessarienoi vedremo anche nel Saggio seguente che questa somiglianza fra le due specie di proposizioni ha una importanza particolare per la spiegazione dei concetti della metafisica. Nondimeno la necessit, tutta relativa, delle proposizioni che non sono che delle generalizzazioni dell'esperienza pi familiare, non raggiunge mai il grado delle proposizioni strettamente necessarie: il legame fi*a le idee non diviene mai cosi forte da renderle assolutamente inseparabili, e noi possiamo sempre concepire la fMDssibilit del contrario. Noi ripeteremo un esempio gi citato, il quale  assai proprio a mostrarci la differenza tra una verit assolutamente necessaria, come quelle della matematica, e una verit familiare, che non ha se non questa necessit relativa che pu essere spiegata per la associazione delle idee. Cercando di mostrare che il contrario di una proposizione matematica pu essere concepibile, si  supposto il caso di  un mondo in cui, tutte le volte che due coppie di oggetti sono poste in prossimit l'una dell'altra, o esaminate insieme, un quinto oggetto  immediatamente creato, e portato sotto l'esame dello spirito al momento in cui egli unisce due e due . Noi abbiamo osservato che anche in un mondo sifttto due e due sarebbero sempre eguali a quattro, bench, in un certo senso, laggregato totale l'ormato dalla riunione di due oggetti a due oggetti sarebbe, non quattro, ina cinque; e che la supposizione mostra che, se il contrario della proposizione aritmetica che atlerma un'eguaglianza,  inconcepibile, il contrario della proposizione fisica, strettamente legata con la prima, e che afferma una seipienza, pu concepirsi quantunque in (luesto caso non possa invocarsi alcuna ditl'erenza nella frequenza delle esperienze, Tesperienza dell'una di queste due verit essendo stata per noi sempre congiunta con quella dell'altra . Ora se vi ha una verit fondata suirunitbrme esperienza d'ogni momento,  certamente (luesta persistenza numerica degli oggetti, questo fatto die l'aggregato totale, risultante dalla riunione di pi aggregati minori,  uguale alla loro somma. Ma se una verit familiare come questa diilerisce ci non per tanto da una verit necessaria, allora bisogna convenire che tra le verit necessarie e le contingenti vi ha una differenza di specie, e non una semplice differenza di grado, dovuta alla frequenza pi o meno grande delle esperienze . '{) Un esenii'o r inconccpililit della negativa dovuta all'associazioTie, il (iiialr -^i trova in quasi tutti gli associazionisti,  Tinipossibilit di concepire separatamente il colore e l'estensione. Hamilton obbiettava giustamente che questa incapacit del nostro pensiero  una i^^ova che queste due proprieti degli oggetti ci sono date primitivamente e indissolubilmente unite (per quanto  lecito dire di due astrazioni clie esse son( indissolubilmente unite) in una percezione unica del senso della vista. Se il colore  assolutamente inconcepil)ile separatamente dall'estensione, cil)asta a dimostrare la nullit radicale della teoria cos detta empirista sull'origine delle nozioni di spazio: perch la teoria supi>onendo un momento in cui ij colore esiste nello spirito senza l'estensione, suppone una cosa che  per noi assolutamente inconcepibile, cio un non senso, poich una cosa inconcepibile e un non senso sono dei termini perfettamente sinonimi. Quest' argomento acquista una forza particolare contro lo Spencer, per cui il criterio della verit consiste nella inconcepibilit della negativa. In altro esempio d'inconcepibilit della negativa dovuta aU'assui iJMiri l: l'oggetto della conoscenza a piuori 4i7 4" 11 tentativo di spiegare per 1' associazione delle idee una verit necessaria ( nei . casi in cui si tratta di una necessit assoluta, come nelle verit intaitice della matematica^  al fondo contradcUttorio in se stesso. Uno dei motivi della dottrina degli psicologi intuizionisti, secondo la quale delle proposizioni, non aventi elfettivamente che ima necessit semplicemente relativa o approssisociazione , secondo Mill (/'//os. di Hamilton, e. VI), limpossibih't di rappresentarci il tempo e lo s]azio come liniti. Ova questa proposizione:  il tempo e lo spazio sono inHiiiti , pu avere icemente l'assenza di limiti dello sj^azio e del tempo considerati in se stessi. Nel ])imiio senso In iu'oiosizione, come vedremo nel lungi azio in ({uesto senso non sono niente di reale: essi non haimo che un'esistenza puramente ideale, non sono er le cose e per gli avvenimenti. L'atfermazione deirinflnit del tempo e dello spazio, in o  intinito: ci vuol dire semplicemente che. data una siuM'e di fenomeni successivi, di (lualuncjue lunghezza essa sl vi ha sempre posto, prima e dopo ([uesta seiMe, per nitri jtvvenimenti possibili: in altri termini, che noi possiamo, in iden, ]>rolungare la serie indefinitamente, (iio quanto vogliamo. Il temiM  infinito, lo spazio  inhnito , sono dun(iue una specie di i)ostulati, come (piello della geometria che  una retta pu essere prolungata indefinitamente, e gli altri che si trovano innanzi al I libro d'Eu('lide. Onesti ]iostulati sono, in un senso, delle iroi>osizioni necessarie, in quanto la possibilit ideale che essi enunciano , in un senso, necessaria. Attermare la necessit di una di queste possibilit ideali,  semplicemente alVermare l'assenza di qualsiasi incongruenza o impossibilit intrinseca nella nozione, altermazione che  necessn riamente m ) #1 mativa ma che questi psicologi confondono con le profKDsizioni assolutamente necessarie sono indipendenti dalTesperienza,  certamente la difficolt che noi proviamo a pensare separatamente le idee che sono gli elementi di queste proposizioni^ ( .  evidente in effetto che per affermare che esse provengono dall' esperienza, noi dobbiamo pensare vero, come sarebbe necessarioinente vera ralferinazione contraria^ se si trattasse invece di una no/ione composta di elementi incom]>atibili. La necessiti! dell" infinit del tempo e dello spazio, nel secondo siirnifcato di questa espressione, si spiega dunque altrimenti che i>er le leprgi dellassociazione. Se invece essa s'intende nel primo significato, cio che il reale non ha limiti n nel tempo n nella spazio, in (luesto caso si  -ertamente fondati a dire che questa tendenza pressoch irresistibile ad oltrepassore ciuolun(]ue limite immaginabile (tendenza, per altro, che non esiste >ropriamente che per i limiti nel tempo, non i>er(]uelli nello spazio) e una conseguenza dell'associazione delle idee; ma juesta tendenza jirodotta dall'associazione pu cosi poco dar luogo a delle proposizioni necessarie. che essa d luogo, al contrario, a delle j^roposizioni necessaria' mente false. LoS])eneer. iei suoi Piinripii di Psicoloffia, d pure degli esemp di pro>osizioni necessarie dovute alTesperienza. Nella teorica del ragionamenti), dopo aver diviso questo in quantitatico e (juaitatiro ^ suddivide il secondo in perfetto ed imperfetto. Un ri\S'oni\ mento perfetto  quello la cui conclusione  una verit necessaria, cio di cui la negazione sarebbe impossibile. Quantunque quest'ultima distinzione sia ivi fondata sul carattere dei rapporti comi>arati, che nei ragionamento perfetto sono, secondo l'autore, eguali, mentre nell'imperfetto non sono clie simili, tuttavia la dottrina generale di Spencer sulT inconcepibilit della negativa  che questa quando non deriva da una necessit primordiale del pensiero  fondata sulla frequente ed uniforme ripetizione dell'esperienze, sia nell'individuo sia nella specie. Cosi, siccome egli considera come dovute all'esperienza le verit enunciate nei suoi ragionamenti jualitativi perfetti, sembra che per lui la necessit di queste verit sia, in ultima anahsi, fondata sulle leggi dell'associazione. Noi al)biamo visto che i ragionamenti qualitativi perfetti, che (jueste idee Tuna separatamente dairaltra: dobbiamo inlatti concepire il tempo in cui il legame ira (lueste idee non si era ancora ibrmato, e immaginare che, in con dizioni empiriche ditlerenti, questo legame non si sareb-. be formato, ma si sarebljero formati invece altri legami incompatibili con esso; ci che  pensare le due idee senza il loro legame, e disgiungerle Tuna dalFaltra. Ora se Si>encer chiama a r((pporfi concinni/, y. e. so A coesiste con B e H con C. A e C coesistono, se A prei.'ede H e H precede C, A precede C, ecc. non costituiscono delle inferenze reali, e che perci tutta la necessita della conseguenza si riduce. i>er essi, alla necessit di evitare una contraddizione. In quanto a (luclli a rapporti (Hxganti, alcuni esempi addotti dall'autore costituiscono delle inferenze reali, ma queste inferenze non sono delle verit strettamente necessarie, cio il cui contrario  assolutamente inconccitiblle uno di questi esempi consiste nel legame fra la causa e l'effetto, e mi jiltro in (piclio fra la sensazione di resistenza e la l)resenza di (pialche cosa di esteso (cio, secondo noi, di visibile). Al contrario i due alti'i esempi che egli adduce (v. ;'/v6otenza a separare queste idee non essendo pi relativa o a[)prossimativa, ma assoluta, noi siamo del tutto incapaci di conce]>ire che il legame (lue punti oaduepai'ti osto, si trova ora in un altro, e una conclusione necessario che essa ha attraversato uno spazio intermediario:  inconcer>ibile che essa sia giunta nella losizione ]>resente senza essere pass;\ta per le ]>osizioni intermediarie fra la sua situazione ori.irinale e la sua situazione attuale. Vi ha qui secondo Spencer raft'ermazione di una successione, che si fonda suUesi^erienza: invece secondo noi si tratta anche in (jucsto caso di una proposizione (aiaitica, nel senso ^ilmeno della proposizione in cui essa  strettamente necessaria. Si  gi osservato che noi riconosciamo per (mo smesso oggetto delle ]resentazioni distinte e successive dei nostri sensi, alla condizione che o non vi sia stato cangiamento negli attril)uti imi>Iicanti delle relazioni si>aziali, o che vi sia stato, sotto questo rapporto, un cangiamento, ma risultante dall' accumulazione di una serie di cangiamenti ciascuno per se stesso indiscernibile. Ne segue che ^Tsedia. da noi veduta in due posizioni dilferenti. non sarebbe da noi chiamata la stessa sedia, se noi non supponessimo che essa ha attravei-sato le posizioni intermediarie. Se fossimo costretti ad escludere la supposizione t\i queste ]osizioni intermediarie, noi non diremmo pi che loggetto visto nel secondo ]tosto e lo Messo che (jucllo visto nel iwimo; ma che l'oggetto del primo posto  stato distrutto, e un altro in tutto simile  stato creato nel secondo. Ora il fatto di un cominciamento assoluto e di un annichilamento assoluto di un corpo  certamente una delle cose pi incredibili; ma nondimeno (M sembra che ogni persona abituata', come dice Mill, all'astrazione e all'analisi, non lo trover inconcepibile; questa persona vedr chiaramente la differenza fra una proposizione cnunciante un simile fatto e delle i^roposizioni assolutamente inroncei)ibili,comerhedue e due fanno cinque o che due rette chiudono uno spazio. Cosi se, nella proposizione non si  formato se non nel corso deir esperienza, che anteriormente a (juesta esso non esisteva, e che in condizioni empiriche differenti esso non esisterebbe, ma esisterebbero invece dei legami differenti incompatibili con esso; perch, ripetiamolo, concepire ci, rappresentarselo/ sarebbe rompere il legame attuale Ira le idee, e pensarle separatamente Tuna dall'altra, ci che  in contraddizione con ripotesi. Ne segue che il tentativo di spiegare le verit necessarie per la forza dellassociazione timpirica arriva logicamente al risultato di negare resistenza di verit necessarie. Ed  di questa maniera clie la intendono, al tondo, gli associazionisti.  Non vi ha, dice Mill, proposizione di cui si possa dire che ogn'intelhgenza umana deve eternamente e irrevocabilmente crederla. Piti proposizioni a cui questo privilegio era accordato con la piti grande confidenza, hanno gi trovato degl'increduli. Le cose che si  supposto non poter mai essere negate sono innumerevoli; ma due generazioni successive non si accorderebbero a formarne la lista. (Logica). Cosi Bain, d'accordo col Mill, non accorda l'esistenza di altre verit necessarie che quelle fondate sui principii d'identit e di contraddizione: per lui verit necessaria e propoche la sedia ha atti'aversato le ])Osizioni iiUvrmediai'ie, non si vedr l)i il semplice enunciato di una condizione necessaria dell'identit della sedia, ma invece Taffermazione deiresistanza di questi fenomeni intermediari che hanno formato il legame fra le due presentazioni successive dei nostri sensi, allora certamente la proposizione, in questo signillcato, non sar pi cauditica, ma non sar nemmeno strettamente necessaria. Ci si perdoner d'avere insistito cosi lungamente sucpiesto soggetto, che ha per noi la sua importanza; la quistione se Tassociazione empirica possa formare fra le idee dei legami assolutamente indissolubili, e determinare per conseguenza delle proposizioni, nel senso stretto, necessarie, essendo per noi connessa con le quistioni pi importanti della teoria della conoscenza. sizione idtntica (o puramente verbale) sono termini perfettamente equivalenti. (Logica, t. 1", Primi princ. della logica.) Noi dobbiamo aggiungere all'osservazione antecedente rimpotenza in cui sono gli associazionisti, di spiegare per il loro principio la necessit delle proposizioni matematiche. Intatti, se la frequenza delPesperienze pu sembrare di fornire una spiegazione plausibile delle conoscenze immediate delta matematica, lo stesso non potrebbe (J irsi per le conoscenze defivate. Si pu certamente invocare Tesperienza d'ogni momento per la proposizione clie due e due fanno quattro o ciie due rette non chiudono uno spazio; ma le proposizioni che la tangente non tocca il cerchio che in un punto, che la somma degli angoli d'un triangolo  uguale a due retti, e in una ])arola, un teorema qualuncjue della geometria o dellalgebra non enunciano delle verit d'un'esperienza cosi familiare come molte proposizioni sulle cose di fatto, le quali nondimeno sono> contingenti, mentre le prime sono necessarie. Cosi noi ritroviamo negli empiristi inglesi, sotto una forma pi generale, le opinioni dei metageometri sulla contingenza e sul valore limitato delle verit matematiche. L assioma:  due cose eguali ad una terza sono eguali tra loro , non , dice il Bain, una verit identica: cosi essa non  una verit necessaria (Logica). Il Mill cita, approvandolo, un autore anonimo, per mostrare che dei principii contrarii alle verit pi familiari della matematica avrebbero potuto divenire perfettamente concepibili, anche con le facolt che abbiamo, se queste fossero coesistite con una costituzione differente della natura esteriore. La citazione comincia per la supposizione, da noi pi volte menzionata, di un mondo in cui una quinta cosa  immediatamente creata tutte le volte che si uniscono due e due: Fautore ne conclude che non  inconcepibile che due e due facciano cinque ; ma noi abbiamo visto die egli confonde con la verit matematica e comparativa una verit fsica ed esistenziale che  con essa strettamente legata.  Si potreijbc pure sui)porre, continua l'autore, un mondo in cui due linee rette chiuderebbero uno spazio. Immaginate un uomo che non ha mai avuto Tesperienza di due linee rette i)er T intermediario di un senso qualunque, i)Onetelo tutto ad un tratto sopra una -ferrovia che s'estende in lontananza su di una linea perfettamente retta a una distanza indelinita nei due sensi. Egli vedrebbe le rotaie, le ]3rime linee rette ch'egli avesse mai viste, toccarsi in apparenza, o almeno tendere a toccarsi, a ciascun limite deirorizzonte, e ne concluderebbe, a difetto d'ogni altra esperienza, ch'esse chiudono uno spazio, (piando sono pi*olungate abbastanza lontano. L'esperienza sola potrebbe disingannarlo. In un mondo in cui ogni oggetto fosse rotondo, alla sola eccezione di una ferrovia retta inaccessibile, tutti crederebbero che due linee rette chiudono uno spazio. In (piesto mond(j, per conseguenza, rimpossibilit di conceire che due linee rette possono chiudere uno spazio, non esisterebbe (\\ Filos. (li Hamilton). In realt in questo mondo, in cui non esistessero altre linee rette che le rotaie di una ferrovia inaccessibile, non sarebbe vero i)er nessuno che due linee rette possono chiudere uno sj^azio, quantuncpie potrebbe essere vero clie nessuno avesse l' idea di linee rette. Il Alili come chiunque altro chiama un'illusione della prosprettiva quella di una ])ersona die, gettando gli occhi sopra una via lunga, vede convergenti i due lati che in realt sono paralleli : ora Y illusione non consiste in ci che le forme geometriche percepite sembrano avere propriet diiferenti di quelle della stessa specie, ma in ci die gli oggetti sembrano avere delle forme geometriche d'un'altra specie di quelle die essi hanno in realt. (Queste linee che l'occhio, i)er un'illusione, vede convergenti, egli non le percejsce come parallele n come pertettamente rette: quindi, se noi non potessimo rettificare quesf illusione, noi non ne inferiremmo gi che due parallele convergono o che due rette jxDssono chiudere uno spazio, ma che le linee, che noi guardiamo, non sono parallele ne rette. La stessa osservazione vale per Taltra citazione che la il Mill della Geometria dei visibili di Reid, in cui questo filosofo sostiene che, se noi avessimo il senso della vista ma non il senso del tatto, ci semljrerebbe che ogni linea retta prolungata deve ritornare infine su se stessa, e die due linee rette prolungate devono incontrarsi in due i)unti. L'i[Ktesi di Reid riposa sulla teoria che noi non i)ercepiamo immediatamente per la vista la terza dimensione dello spazio. Supponiamo che ([uesta teoria sia vera^ e che Reid fosse i)erci fondato ad asserire che ad un uomo, limitato al solo senso della vista, le rette sembrereb)ero ritornare su se stesse. Non ne seguirebbe che quest'uomo attribuirebbe alle rette geometriche propriet dilferenti da ({uelle che noi ad esse attribuiamo, ma che quelle linee che noi vediamo rette, egli non le vedrebbe tali, ma di tutt'altra forma. 5" Conformemente alla dottrina che non vi ha altra necessit nelle j)roiX)sizioni che quella fondata sul I)rincipio di contraddizione, o in generale, sui principii della conseguenza, il Mill sostiene che i teoremi della matematica sono delle verit necessarie, solo in (juanto derivano necessariamente dalle loro premesse. 1 risultati delle matematiche, egli dice, e in generale delle scienze deduttive, ^ sono, senza dubbio, necessarie in questo senso ch'essi derivano necessariamente da certi [)rincipii, chiamati assiomi e definizioni ; cio a dire eh' essi sono certamente veri, se questi assiomi e definizioni lo sono; perch la })arola necessit, anche presa in questo senso, non significa niente di pi che certezza. Noi sappiamo cli-i secondo il ]Mill (questo carattere di necessit e di certezza |)articolare attribuito alle proposizioni della geometria.  un'illusione, perch alcune delle premesse su cui (|ueste proposizioni si fondano, cio le ipotesi implicate nelle definizioni, si allontanano sempre, pi o meno, dalla verit ( V. e. G'^ 10 ). Non occorre di ritornare su (] uesta opinione del Mill, di cui abbiamo sufiicientemente discusso il fondamento su cui essa  appoggiata, cio la dottrina che una definizione geometrica implica la supposizione deir esistenza di oggetti reali corrispondenti alla definizione. Noi abbiamo visto che non  vero che questa pro[)Osizione esistenziale sia una premessa della geometria. Ma quand'anche l'argomento del Mill fosse probante contro l'esattezza e il rigore delle pi'oposizioni geometriche, sarebbe sempre un/r/noratio clcticld come obbiezione contro il carattere (fi necessit che si attribuisce a queste proposizioni ; poich la necessit matematica non consiste in ci che le proposizioni di questa scienza siano pi rigorosamente vere che quelle delle altre scienze e pi esattiimente conformi ai fatti, ma nella incapacit del nostro spirito di sup[)orre come j)Ossibile il contrario di ci die enuncia una pro[)0si/jone matematica gi riconosciuta come vera, mentre, [)er le proposizioni meglio stabilite delle scienze fisiche, questa possibiht del contrario pu essere sempre supposta. \\ questo il[)untoclie il Mill perde di vista nelle sue considerazioni su (juesto soggetto:(iuaido si tratta degli assiomi, egli pu spiegare la coscienza della necessit per la legge dell'associazione inseparabile ; ma questa spiegazione essendo inapplicabile alle proposizioni dimostrate, egli non lascia perci altra necessit a queste ultime che quella della dinixstrazione stessa, cio il sentim3nto della connessione necessaria fra le [)reiiiesse e la conseguenza, che accompagna ciascun passo del ragionamento. (Quando si di!e che le conclusioni della geometria s^no delle verit necessarie, la necessit consisti), egli lice, unica niente in ci che esse derivano regolannerite dalle supposizioni da cui sono dedotte Il solo senso nel quale le conclusioni di una ricerca scientifica qualun(]ue possano essere dette necessarie  che esse seii'uono Icittimamente da qualche supposizione, la (juale, nelle condizioni della ricerca, non  da mettere in quistione.  per conseguenza in (jucsto rapporto che le verit derivate di ogni scienza deduttiva si trovano con le induzioni o supposizioni su cui la scienza  stabilita, e che, vere o false, certe o dubbiose in se stesse, sono sein[)re ritenute certe, relativamente allo scopo particolare della ricerca >'. Cosi non vi lia, secondo il iNIill, alcuna ditlerenza, (juanto alla necessit, fra le matematiche pure e quelle branche delle scienze naturali che, per le matematiciie, sono divenute deduttive. Siano }). e. queste due proposizioni: il teorema della geometria che stabilisce che, nel cerchio, il diametro ha con la circostanza il rapporto ;r, e il teorema della fsica che stallisce che il pendolo ideale eseguisce intoi'no alla verticale una serie indefinita di oscillazioni della stessa am[>iezza e della stessa durata. Le due i)roix3sizioni sono [)er AJill egualmente necessarie, perch seguono con la stessa necessit dalle loro premesse: la i)roi)Osizione fisica dai principii della meccanica su cui la teoi-ia del pendolo  fondata, e dalla supposizione d'un pendolo nelle condizioni ideali supposte dalla teoria; e la i>roposizione geometi'ica dagli assiomi della geometria e dalla supposizione di un cerchio coiTispondente alla definizione. Se la seconda jn'oposizione sembra pi necessaria della prima,  iie, derivata da ci, die mentre, per la proposizione fisica, si tiene conto della circostanza che non vi hanno nella realt dei pendoli esattamente conformi al pendolo ideale, al contrario, per la |)roposizione geometrica, si mette da parte la circostanza che non vi Jianno nemmeno, nella realt, dei cerchi esattamente conformi al cerchio della defnizione. Noi sappiamo invece che la diierenza fraledue proposizioni  reale, e che si ha ragione di chiamare necessar/a la geometrica e eontiiKjcnte la fisica, in quanto noi possiamo immaginare facilmente che la costituzione della natura avrebbe potuto essere diterente dall' attuale, e elle un potere soprannaturale potrebbe cangiare o sospendere le leggi a cui il pendolo obljedisce e tutte le altre leggi del mondo fisico, mentre, al contrario, noi possiamo ignorare quale sia il i'a})porto fra il diametro e la circonferenza, ma non possiamo allatto supporre che il diametro potrebbe avere con la circonferenza un rapporto diverso da quello che noi conosciamo che esso ha. .^Quando il Alili obbietta, contro l'esistenza di verit strettamente necessarie, che molte proposizioni, a cui  stato accordato il privilegio di non poter essere affatto negate, hanno poi trovato deglincreduli, egli pensa a certe induzioni spontanee dell'esperienza [)i familiare, ricevute come verit evidenti per se stesse, come queste: che niente non pu(') essere fatto da niente, che gli antipodi non possono esistere, che una cosa non pu agire dove essa non , ecc. IMa la necessit di queste e simili proposizioni non  che quella sorta di necessit relativa che i)u sola derivare dalla forza dell'associazione: queste sono delle proposizioni esistenziali, e noi al)biamo visto che la necessit, nel senso stretto, non pu appartenere che alle proposizioni comparative, (juali le cosi dette analitiche e quelle della matematica pura. Lo stesso Mill, (v. Filos, d Hamilton e. (')") distingue tra ci che  nel senso stretto inconcepibile e ci(') che  semplicemente incredibile, e conviene che la negazione delle i)roposizioni citate non era propriamente inconcepibile, ma era o sembrava incredibile. Cosi i partigiani della scuola intuitiva gli hanno opposto che egli non avrebbe potuto citare un sol caso, in cui si sia provata la verit o anche la possibilit di un inconcepibile nel senso proprio. INla io non so, dice il Mill, ({uale risposta potrebbe darsi alla quistioiie: si  inai provato che una cosa che era o sembrava inconcepil^ile l'osse vera o t)Ossibile? la (piale i^otesse impedire di replicare che ci che si chiamava inconcepibile non era niente di pi che incredibile; in ettetti, poich T inconcepibilit presenta gradi numerosi, che vanno da una ondendo cosi,  senza dubbio coerente alla sua dottrina, che s[)iega le verit necessarie per un'associazione inseparabile: secondo questa dottrina intatti non vi potrebbe essere una linea i)recisa di se[)arazione ira i due ordini (U [)roi)Osizioni. Ma siccome gli avversari hanno ben ragione di sostenere che tra i due ordini di proposizioni vi ha, non una ditlerenza di grado, ma una ditlerenza s[)ecifica ("(juantunque alcun hlosolb della scuola intuitiva non abijia mai tracciato esattamente la linea di separazione), cosi i casi citati, e che si potrebbero citare, di proposizioni in un tempo ricevute come innegabih eure che luce ed oscurit, rumore e silenzio, movimento e riposo, eiznaprlianza ed inei^uai^^lianza, prima e poi, successiont^ e sinuiUaneit. ogni feno'meno positivo e il suo negativo sono dei fenomeni .listinti, rontrastati di tutto punto, e di cui l'uno  sempre assente^ (juando l'altro  presente. Io considero il principio in luistione come una generalizzazione di tutti pone l'accoppiamento resi .sono andati sino a pretomlere che non vi l.anno ilti-c leggi -nentali, e che tutti i fatti sono spiegabi p l' 1 ti sole legg.. (VI. Mill Dissertai J e .//LI.sST III, lOo e seg.; (Questa dottrina esclusiva, incontrandosi fese lopi delle cose .,on esistessero? Si prelcndc che  resierieii^-, -ore ..esenti al tenn^o 'stesso i\;LZoT;r ^^l^roln e e .dente che quando la ne,a.ionc di c.ualche cosa veTe forni U^ d ^tr di '"u;: r:,u!"r -^ gene ' Wone s,,' f^"t' " l"'Ssouo nascere per islisiiiiil Lh w f '' " ""Possil.ile (tranne forse per alcuMo juelli ^licIIaeclv-elcl.iamaore-anismiseni'n,...^n;> i ;liaPl.'ondereda,lesperien.a-criTe:n o' 'ii ":rr.3-r ^Mia. avrebbe l,iso,M.ato che noi fossimo stati in ."lo di .rei H nozione d. una coso che fosse 1 tempo stesso luce et, eh e movnnento e in riposo, e in una parola, .li un J^,'tto lev " ! thiM,Y^ ^ leMsten/n della contrnddziono /va/c Voi i os^-me ';n:ni':',r''v^ c-e mS la no,.a. o e d ir "i e.^di ",3"'''''^ >o.--.,,csprin,a pere. ^i^ii LMSLLii/a (Il (|ualelie rosa, perdio ri ^n-res8ioiie corretta del principio di contraddizione non  duniiie clic una cosa non ])u essere e non essere al tempo stesso, o che un nttributo positivo e il suo negativo non possono coesistere al tempo stesso nello stesso sogiz-etto, ma sem])]icemente che due Itroposizioni, di cui T una nega ci clic l'altra alerma, non possono essere tutte e due vere.  dalla obbiettivazione illusoria di questo principio e degli altri dello stesto ordine, implicata nelle f(H'mule comunemente impiegate per enunciarli (formule clie per idtro il Min non impiega), che  venuto naturalmente il tentativo di derivarli dairesi)erienza; ed anche qui questo tentativo non ha mancato di conduri-e al solito risultato di negarne la necessit e r universalit assoluta. Il Mill trova a ridire sull' otTerma/Jone di Hamilton che il princii)io di contraddizione e le altre legge del pensiero siano d'unapplicazione universale, e che noi siamo obbligati di crederli veri anche al di l deiresperienza, cio cidi fenomeni. Egli ammette che queste leggi sono universalmente vere per i fe'^oineni, ma non  sicuro della loro verit per i noumeni (se essi esistono): la inapplicabilit di questi principii ai noumeni viene, secondo lui. da ci che noi non abbiamo il dritto di estendere al roposizioni della matematica, e in generale, (jnelle concernenti relazioni fra le idee, siano fondate sul i)rincipio di contraddizione; il die  certamente un errore. ( )ltre a ci il fondamento della classazione  in lui espresso d'una maniera poco precisa: cosi egli si  esposto a non essere compreso. Ma non vi ha dubbio che i suoi giudizi sulle relazioni fra idee, i ([uali sarebbei-o sempre veri, (juaiKranche non esistesse alcun oggetto corrispondente alle idee, non siano i i>iu1  (lizi non esistenziali, essendo opposti ai giudizi concernenti cose di fatto, cio esistenziali. Quantunque perci egli abbia mancato d'indicare cliiarainente che questi rapporti ira le idee sono dei rapporti comparativi (non in verit fra le idee, ma fra le cose stesse, le quali non sono necessariamente reali, ma possono essere semplicemente possibili), tuttavia egli ha tracciato esattamente la linea di separazione fra le due classi dei giudizi, e ha ben visto che alcun giudizio esistenziale ( concernente cose di fatto) non pu essere necessario n a priore. Notiamo che lo scopo, a cui Hume fa servire la sua divisione dei giudizio,  lo stesso che il nostro, quello di determinare i hmiti della conoscenza a priori, mostrando che alcuna Huxley, nel suo libro su Ilunie, (traduz. iranc.), critica questa dottrina, ma mi sembra ch'egli H non l'abbia compresa esottauicnte. Naturalmente i suoi attacclii sono diretti sovratutto contro l'apriorit delle proposizioni matematiche. Che bisogna intendere, egli dice, per quest' asserzione che le proposizioni di questa specie si scoprono per la sola operazione del pensiero, e non dipendono in niente dalle cose che esistono nell'universo? Le nostre idee dei numeri e delle figure e delle loro relazioni sono, come tutte le altre, copiate sulle nosti'esensazioni, e ci che noi chiamiamo universo non  che la somma delle nostre sensazioni. Supponete che non si produca niente nelr universo che rassomigli alle impressioni della vista e del tatto: qual idea potremmo avere d'una linea retta, e a pi forte ragione d'un triangolo e delle relazioni dei lati d"un triangolo? Cosi pure senza l'esistenza nell'universo d'impressioni corrispondenti all'affermazione della somiglianza,  evidente che quest* afiermazione sarebbe impossibile, e (juindi anche l'assioma:  Due quantit eguali a una terza sono eguali fra loro, che non ne  che un casoparticolare. Senza dubbio nessuno contester a Huxley, e tanto meno un seguace di Hume, che le idee su cui volge la matematica derivano dall' esperienza ( proposizione tuttavia che non  vera, in sensa stretto, se non dentro certi limiti ; poich  evidente che, purch si fossero gi ottenute dall' esperienza le nozioni pi elementari sulla forma e sulf estensione, basterebbe la dethiizione p. e. del cercliio o dell'ellissi per darci, anche in difetto d'esperienze specifiche, la nozione di queste figure geometriche. Confr. Bain Logica). Quando Hume dice che le proposizioni della matematica non dipendono dalle cose che esistono nelf universo, egli non vuol dire gi, come suppone Huxley, clie noi potremmo formare queste proposizioni anche se non esistessero nell'esperienza le sensazioni, che sono gli originali delle idee su cui esse volgono, o, ci che vale lo stesso, anche se non esistessero nella natura gli oggetti corrispondenti a queste sensazioni; ci che egli vuol dire  semplicemente che la verit dell'affermazione contenuta in una proposizione matematica,  logicamente indipendente dalla verit o falsit dell' offermazione deh' esistenza di oggetti reali, a cui questa proposizione si riferisca. ( ci che viene spieiu conoscenza simile non  possilMle sulle cose di fatto cio suU' esistenza. Ci basta per giustificare I' empirismo al punto di vista logico, cio come metodo. In effetto il megato Halle pnrole die se^niono iinincliotaniento: \o vi fosse n cerchio ne triangolo nella natura, lo verit .liniostrate .la Euclide non con,servere.,l,oro mono er sempre la loro certezza e la loJo evi.lenza. ) Cu. e perch tali proposizioni non concernono resistenza n,a solamente, come noi abbiamo si'io-alo, delle relazioni .. ^onnuhanxa a,,| dilTonza. La r.uistionc o dun,|ue. non se le i lee che unisce una proposizione matematica lerivino .lallesperienza ma se r esr.orionza sia necessaria per -iustificare T afrermazionJ del rapporto che  Io-etto di una fale,.roposizione. Noi abbiamo .nostrato che non lo , perch, i^er conoscere i rai>porti .li som.^'lianza e di dilToronzo.allaos.servnzione delle cose stesse si pu sostituire ^it. ' '-aucic assoiutaiiit^nte accadere d un altra maniera. Il ^nudizio imnlicntn in .,n rorrumf tfr "''5^ adotSoTclas: queHi ,l e cseTrTT"" -Momento a classario tra etnlr^qu^rii ^.'.iL'tdS VlZ""'toclo a priori e il metodo a posteriori non si disputano le conoscenze sui rapporti comparativi tra gli esseri in essi, cio in quelli fra essi che sono suscettibili di uno studio scientifico, il regno del primo di questi due metodi  incontestato, ma le conoscenze sugli esseri stessi, le loro propriet, la loro azione mutua, e in una parola il loro esistere e il loro modo di esistere. r 'firMiioiiiiM yii limi IMipiM^m0> ^J^JAU^JJ^A Fondamento psicologico della necessita e apriorit dei giudizi sulla somiglianza. 1.^ La necessit di un giudizio non consiste in altro  porto che essi hanno in realt. :;n. 2". Ma quando il rapporto che noi |)ensiamo iion pu essere conosciuto d'una maniera intuitiva come negli esempi ri[)ortati; quando p. e. noi pensiamo un'eguaglianza, che non si conosce immediatament(3 o per una semplice intuizione come quella di due [)i due e di quattro, ma che si conosce soltanto per dimostrazione, come  il caso in tutte le eguaglianze enunciate nei teoremi geometrici; sar vero anche allora che pensare un rapporto, p. e. d'eguaglianza,  avere il sentimento o l'intuizione di un'eguaglianza fra termini pre^senti nel nostro pensiero? Potrebbe sembrare che no; perch, se non fosse possibile di pensare un'eguaglianza fra angoli o linee o superficie che alla condizione di avere il sentimento o l'intuizione dell'eguaglianza fra (jueste grandezze nel momento che ce le rappresentiamo, allora ({uest'eguaglianza non sarebbe una verit di dimostrazione, ma una verit d'intuizione. Vi ha (lui dunque una difficolt reale, che pere) non  insolubile. Per fissare la nostra attenzione sopra un caso concreto, prendiamo p. e. la proposizione che in un trian^rolo che ha due angoli uguali, i lati opposti a questi angoli sono uguah. Siccome quest eguaglianza, almeno quando si tratta d'un grande triangolo, p. e. d'un campo triangolare, non pu essere intuita per l'immediato confronto dei due lati, dire che questi sono eguali non  altro che dire che essi hanno lo stesso rapporto con una misura comune. Un rapporto d'eguaglianza non pu, in ultima analisi, indicare altra cosa che delle percezioni d'eguadianza che abbiamo effettivamente avuto o che potremmo li vere: ma nel nostro esempio come in tutti gli altri in cui il rapporto non  immediatamente percepito, esso invece d'indicare la percezione unica deireguaglianza immediata, indica tutte le percezioni d'eguaglianza che sono implicate nellbperazione della misura. Siccome l'eguaglianza enunciata non ha senso, in questi casi, che relativamente all'operazione della misura, cosi concepire quest'eguaglianza non pu essere che formarsi una concezione delle eguaglianze percettibili implicate nell'operazione della misura. Ora  evidente che, per pensare queste ultime eguaglianze, noi non possiamo rappresentarci, con una precisione rigorosa, i termini fra cui corrono tali rapporti; perch ci sarebbe rappresentarci, con una precisione rigorosa, tutta roi)erazione della misura, cio le grandezze "(la misurare, la grandezza che serve a misurarle, e l'applicazione successiva di quest'ultima sulle due prime Se fosse possibile di rappresentarci tutto ci con una precisione rigorosa, (luestamensurazione ideale equivarrebbe ad una mensurazione reale, e, per cpiesta sola operazione mentale, noi potremmo conoscere allora il rapporto enunciato nella proposizione d'una maniera cosi intuitiva come lo conoI sciamo per roperazi(jne reale dalla misura. Tuttavia noi non possiamo pensare questo rapporto che come consistente in certe eguaghanze percettibili ossia intuitive, e non possiamo pensare alcuna di queste eguaglianze se non per un sentimento di rapporto d'eguaglianza datocida due termini presenti nel nostro pensiero. Ci  necessario, perch la rappresentazione d'un rapporto d'eguaglianza non pu essere che la percezione o il sentimento di questo rapporto allo stato debole, e n possiamo concepire che questo sentimento si produca indipendentemente dalla presenza nella coscienza dei termini del rapporto, n come esso possa essere la percezione di un rapiX)rto fra termini dati, se non  prodotto dalla presenza nella coscienza di questi termini stessi. Noi dobbiamo dunque ammettere ciie anche in questi casi noi ci rappresentiamo i rapporti obbiettivi per dei rapporti corrispondenti intuiti fra le nostre rappresentazioni: le coppie dei termini ideali dei rapporti presenti nel nostro pensiero rappresentano le coppie dei termini reali dei rapporti che possono essere obbiettivamente percepiti, ma non li rappresentano adequatamente ; i primi termini e le loro eguaglianze, piuttosto che le rappresentazioni, nel senso psicologico della parola, dei secondi e delle loro eguaglianze, ne sono semplicemente i simboli. Lo Spencer mostra come una gran parte delle nostre concezioni scientifiche non sono che simboliclie (Pruni pHndpi,) ; e noi stessi' abbiamo gi osservato che le nostre nozioni quantitative sono generalmente pi o meno inadequate e simboliche, essendoci impossibile di rappresentarci le cose, al punto di vista della quantit, d'una maniera cosi precisa come ce le rappresentiamo al punto di vista della qualit. Il carattere simbolico, e perci in un certo modo arbitrario, delle nostre concezioni delle eguaglianze, e in generale, dei rapporti comparativi, che non si conoscono d'una maniera immediata o intuitiva, fa che le proposizioni enuncianti questi rapporti, non hanno per s, rigorosamente parlando, rinconcepibilit della negativa. Nondimeno anche queste proi30sizioni sono necessarie, nel senso die. una volta conosciuta la loro verit, noi non possiamo supporre che le cose potrebbero andare diversamente, come lo iX)ssiarao sempre per le verit esistenziali, anche le pi evidenti. E la ragione  che noi non IX)ssiamo rappresentarci un rapporto di somiglianza che come dipendente necessariamente dalla natura dei termini del rapporto stesso, tutti i rapporti tali esistenti nel nostro pensiero, o che rappresentino adequatamenteirapporti obbiettivi, o che ne siano semplicemente i simboli, essendo semi)re concepiti in una connessione necessaria coi loro termini. .^ 3. Latto dunque dello spirito, quando esso percepisce 0 pensa un rap)orto comparativo,  una vera azione riflessa del cervello, nel senso pi proprio della parola: i termini del rapporto, quando essi sono presentati d'una maniera conveniente ai nostri sensi o rappresentati nel nostro pensiero, ci destano irresistibilmente e fatalmente il senso del rapporto; la coscienza del rapporto non pu avere per condizione che la coscienza dei termini, ed essa  tale, se questi termini sono tali; il rapporto sentito non i)Otrebbe cangiare, a meno che i termini non cangino.  una necessit primitiva e irredutdella nostra costituzione mentale, un atto prlma-r riamente automatico della nostra intelligenza, e noi non dobbiamo sorprenderci se le necessit acquisite del pensiero, dovute allassociazione o alFabitudine, quelle che si sono chiamate delle azioni secondariamente automaticJte, non possono competere per la loro forza con (juesta necessit, che  ingenita al pensiero stesso. Ci che abbiamo detto siega pure perch le verit comparative possono essere conosciute a priori. Allontanate le ipotesi sussidiarie dei razionalisti per ispieirare la possibilit dei giudizi a priori ( dottrina analitica, teoria deirintuiziono razionale, ecc.), la quistione sull'esistenza di questi giudizi si riduce a sapere se esistono o no fra le nostre idee delle connessioni primitive e non derivate dair esperienza. Per le verit esistenziali non vi ha nel nostro spirito alcuna connessione simile: cosi i giudizi che hanno per oggetto queste verit sono tutti a posteriori. Noi non potremmo mai indovinare per la semplice contemplazione deir idea d'una cosa se questa cosa esiste o no nella realt: similmente  invano che noi ricorreremmo alla contemplazione delle idee di due fenomeni per apprendere se il primo suole o no precedere, seguire o accompagnare il secondo. Ci  perch non vi ha nella nostra organizzazione psichica alcun atto primariamente automatico che associi il sentimento della realt alla ra})presentazione di un fenomeno, o (juesta rajjpresentazione a quella di un altro fenomeno antecedente, susseguente o concomitante. La contemplazione delle sole idee ci basta al contrario per vedere se due oggetti sono simili o difterenti, per conoscere che il bleu non  il rosso, che tal gradazione d'un colore  pi carica che tal altra, che la retta  pi breve della spezzata e della curva, ciie due e due sono eguali a quattro e sono minori di cinque, ecc. Cosi i giudizi sulla somiglianza possono essere a priori, perch T osservazione delle cose pu essere sostituita da (juella delle loro idee. E la ragione  che la coscienza di un rapporto di somiglianza essendo invariabilmente legata alla coscienza dei termini del rajjporto, essa deve accompagnarla, tanto se questi termini appariscano nella coscienza a titolo di realt, cio di sensazioni forti, (pianto se vi appariscano a titolo d'idee, cio di sensazioni deboli. 11 legame  lo stesso nell'un caso e neiraltro, e cicV che  vero delle nostre idee si trova necessariamente vero delle cose stesse. i:> 4 Ma qui sorge naturalmente una (piistione: (juando noi confrontando le nostre rappresentazioni, scopriamo fra di loro un certo rapporto di somiglianza, cio otteniamo da questo confronto un certo sentimento di somiglianza, noi atlermiamo subito che le cose corrispondenti alle rappresentazioni hanno lo stesso rapporto, cio che lo stesso sentimento sar ottenuto dal confronto di ^jueste cose stesse. Noi dunque, passando cosi dal rapporto sperimentato fra le idee al rapporto non ancora sperimentato fra le cose, facciamo una vera anticipazione suiresperienza futura. Ora si domanda: per lare questa anticipazione, cio per sapere che i rapporti fra le idee corrispondono ai rapporti fra le cose, ci fondiamo noi sullesperienza del passato, la quale ci mostra costantemente questa corrispondenza, ovvero agiamo in virt di una necessit del pensiero, anteriore e indipendente dair esperienza stessa? Noi crediamo che  la seconda supposizione che  la vera, e che questo fatto costituisce un'eccezione alla teoria deir esperienza, l'unica eccezione per altro che vi sia, pcich  su questo fatto che riposa in definitiva il carattere a /)r/or/ di tutte le conoscenze razionali. Sia p. e. la proposizione: due pi due sono eguali a quattro, e supponiamo un'intelligenza che venga a conoscere per la prima volta questa verit, per il confronto delle solo idee. Se si conviene che questa  una verit necessaria nel senso pi stretto, e che il suo contrario  inconcepibile, deve ammettersi pure che quest'intelligenza, non potendo concepire che due coppie di cose reali fossero ineguali a quattro, non aveva la possibilit di dubitare clie il rapporto fra le cose reali dellesperienza potesse diflerire dal rapporto che essa veniva a scoprire fra le sue idee; e che essa era forzata quindi, anteriormente alle lezioni dell'esperienza, ad estendere alle cose stesse ci che le era stato appreso dalla contemplazione delle sole idee. Tuttavia si supr)orr forse che, quantunque questa credenza spontanea che i rapporti percepiti fra le nostre idee corrispondono ai rapporti percepibili fra le cose, non sia un risultato dell'esperienza, l'esperienza possa almeno giustificare in seguito quest'anticipazione che noi facciamo spontaneamente sull'esperienza stessa. Anche questa supposizione sarebbe, secondo nti, un errore; perch il sentimento del rapixDrtO' essendo indissolubilmente legato alle idee dei termini del rapporto, ogni verificazione sperimentale deiraftermazione si3ontanea di cui si tratta, sarebbe, se ben si riflette, impossibile. Infatti questa verificazione implica che noi. ci rappresentiamo fedelmente per la memoria i rapporti percepiti, tanto in realt quanto in idea, cio i termini di questi rapporti, si i reali che i rappresentati, in connesione con le percezioni dei rapporti stessi. Ora, rappresentarci una somiglianza o una differenza, o, ci che vale lo stesso, la percezione di una somiglianza o di una differenza, non essendo altro, come abbiamo visto, che percepire attualmente questa somiglianza o questa differenza fra le nostre rappresentazioni; siccome la rappresentazione dei termini di uno di tali rapporti produce necessariamente nel nostro pensiero la percezione di questo rapporto; ne segue che noi non potremmo altrimenti rappresentarci nella memoria questi termini che col rapporto determinato che percepiamo fra le loro rappresentazioni, e la credenza nella veracit della memoria non  qui che un caso particolare di questa credenza spontanea nella corrispondenza dei rapporti rappresentati, cio percepiti nel pensiero, coi rapporti reali, cio percepiti o percepibili fra le cose stesse. Questa corrispondenza fra il pensiero e la realt deve ammettersi dunque senza prova: essa  un'affermazione primitiva e indimostrabile, un postulato indispensabile della nostra intelligenza. . 5. A ci che  stato detto nel paragrafo precedente,, dobbiamo aggiungere un'altra osservazione: quando noi diciamo che due oggetti sono simili o differenti, noi non intendiamo di dire semplicemente che la presentazione a !la l'iippresentazione di questi oggetti ci produce attualmente il senso della somiglianza o della differenza ; ma che la somiglianza e la differenza appartiene realmente agli oggetti stessi. Siccome un rapporto di somiglianza e di differenza non  niente di obbiettivo, die possa esistere iuori della nostra coscienza, questa proposizione, che la somiglianza e la differenza appartengono realmente alle cose, non significa altro se non che le slesse cose producono in noi costantemente e necessariamete la percezione degli stessi rapporti. ( )raquest'ari'ermazione implicata in tutte le nostre affermazioni di rapporti di somiglianza e di ditl'erenza,  ugualmente spontanea ed ugualmente incapace di una verificazione sperimentale; o piuttosto essa non pu essere sottoposta a questa verificazione, se non si ammette la veracit della memoria dei rapporti che abbiamo percepito, e quindi il postulato della corrispondenza dei rapporti rappresentati, cio intuiti fra le nostre idee^ coi rapporti intuiti 0 intuibili nella realt, cio fra le cose stesse. Noi vediamo dunque che (|uesto postulato  implicato in tutte le affermazioni sulle somiglianze e sulle differenze, e che tutte le conoscenze che hanno per oggetto (juesti rapporti possono riguardarsi come dedotte dalF esperienza, ma purch si ammetta come un' altra premessa questo postulato. Come infatti Fesperienza pu dimostrare TuniIbrmit delle nostre percezioni di somiglianza, ma alla condizione che si prenda per accordato questo principio indimostrabile; cosi  sull'osservazione che si fondano le verit sulla somiglianza che noi apprendiamo per il solo pensiero sulFosservazione delle idee se non su quella delle cose, e ci che in esse oltrepassa la semplice osservazione, non  che l'applicazione alle cose di ci che abbiamo osservato nelle idee, fatta in conformit di questo principio incUmostrabile. Tutto ci che postulano i nostri giudizi sulla somiglianza,  dunque contenuto in questo j)Ostulato; ed esso non  una conoscenza a priori, ma la conoscenza a, priori, a cui si riduce tutto ci che vi ha di a priori nelle nostre conoscenze. .^ ()'' La nostra proposizione che le conoscenze sulle somiglianze possono ottenersi a priori, non deve intendersi nel senso che tutte queste conoscenze sono eflttivamente ottenute cosi. L' apriorit dei giudizi sulla somiglianza non consiste che nella possibilit di conoscere i rai)porti tra le cose per la comparazione delle idee di (jueste cose. ra quando la comparazione di due cose non jasta ad istruirci sul grado preciso della loro somiglianza ( come avviene nella pi parte dei casi in cui si tratta di rapi)Orti fra grandezze), la comparazione delle loro idee potr istruircene ancora meno. Di pi, per quanto vivamente noi ci rappresentiamo gli oggetti, le nostre rappresentazioni non raggiungono mai il grado di nettezza e di distinzione che sarebbe necessario })erch una comparazione ideale equivalesse, in tutti i casi, ad una comparazione reale. Cosi in molti casi le nostre conoscenze sulle somiglianze sono altrettanto emi)iriche quanto quelle sulle sequenze o sulle coesistenze. (Quelle stesse di queste conoscenze che sono a j)riori, cio che noi possiamo ricavare dal semplice esame delle idee, non sono tutte egualmente indii)endenti dairesperienza. Bisogna distinguere tra verit intuitive e verit (T inferenza. L'indi])endenza assoluta daires])ericnza non ai)partiene che alle prime: tali sono le proposizioni cosi dette analitiche, e tra i principii della matematica ; le proposizioni pi semplici sulle eguaglianze numeriche che la scienza dei numeri non pu a meno di supporre come immediatamente co-, e alcuni assiomi della geometria, (juali (juelli della retta e del piano, e quelli che il tutto  maggiore della parte, e che due grandezze che concidono sono eguali (sono quei principii che il Bain dichiara analitici). La conoscenza di una di queste verit in un caso particolare  sempre immediata, non  mai un'inferenza che noi tiriamo dai casi anteriormente sperimentati a un nuovo caso. Per essere certi che due grandezze date che coincidono sono eguah, noi non abbiamo bisogno di fondarci, n consapevolmente n inconsapevolmente, su questa premessa che in tutti i casi che abbiamo anteriormente conosciuti^ due grandezze coincidenti ci sono parse sempre eguali; ci basta perci di vedere o d'immaginare la coincidenza di queste due grandezze particolari, perche noi non i30ssiamo percepire n in alcun modo rappresentarci due grandezze come coincidenti, senz'avere la coscienza immediata,, cio r intuizione, della loro eguaglianza. Similmente, se noi sappiamo che due fiorini e due fiorini fanno quattro fiorini, non  una conclusione dall'esperienza passata, che ci ha appreso che due coppie d' oggetti danno costantemente un totale di quattro; noi abbiamo l'esperienza presente di questa verit, paragonando, tanto nella semplice immaginazione quanto nella realt, due coppie separate di fiorini con quattro riuniti. Al contrario, quando nella dimostrazione di un teorema noi invochiamo uno degli assiomi generali sulle eguaglianze, noi conosciamo l'eguaglianza particolare che ne concludiamo, non intuitivamente, ma per una deduzione fondata, come qualsiasi altra, sopra un'induzione antecedente, cio sopra una generalizzazione dell'esperienza passata. Questi assiomi dunque, sui quali sono fondate le inferenze nella scienza dei numeri e nella geometria metrica, sono, in quanto costituiscono la base di queste inferenze, dei principii induttivi e sperimentali, come sono induttive e sperimentali le verit particolari che se ne inferiscono. Cosi le verit a priori sulle somiglianze, quando non sono intuitive ma d'inferenza, sono a priori in un certo senso, in un altro sono a posteriori: sono a posteriori in quanto riposano sull'induzione, come le verit sperimentali propriamente dette; e non sono a priori che in quanto le osservazioni, su cui le induzioni sono fondate, non hanno bisogno di essere fatte sulle cose I '' I ti Sn Stesse esteriori, ma basta che siano fatte sulle idee di queste cose. Noi abbiamo visto che le verit di questa classe, cio le inferite, sono delle concezioni simboliche: un giudizio comparativo intatti, in cui le rappresentazioni sono per-rettamente adequate alle cose rappresentate, non pu non essere una conoscenza intuitiva (Ij. . 7^ Prima di finire questo capitolo, dobbiamo ritornare su alcune osservazioni gi fatte nel capitolo >, ma di cui ora il lettore  pi in grado di giudicare la verit. La dottrina razionalista contiene due gravi difficolt intrinseche, che i filosofi di questa scuola cercano vanamente di risolvere per le ipotesi sussidiarie ch'essi aggiungono alla loro tesi principale. L'una  che bisogna ammettere altrettante necessit del pensiero indipendenti quante sono le conoscenze supposte a priori, cio propriamente quante sono quelle fra di esse che non possono dedursi da altre conoscenze pi generali. L'altra  l'armonia prestabilita che essa suppone tra lo spirito e le cose, il carattere fortuito e l'inesplicabilit, nei giudizi a priori, della coincitra il pensiero e la realt. La nostra propria tesi, che non ammette altri giudizi tali che quelli sulle somiglianze,  esente da queste difficolt, e non ha bisogno di ricorrere ad ipotesi, come quelle dei razionalisti, senza base e inconcepibili. Essa non suppone altro d'innato nello spirito che la facolt di parcepire un rapporto di somiglianza, altra necessit del pensiero ciie il legame tra la presenza nella coscienza dei termini di questo rapporto e il sentimento del rapporto stesso. In questo caso la corrici) Il termine conoscenza intutica ha due sensi: in uno vuol dire conoscenza Immediata, e si oppone a conoscenza dedotta o d'inferenza;  in questo senso che lo abbiamo usato nel testo. Nell'altro significa che nel pensiero vi ha la rappresentazione adequata della cosa pensata, e in questo senso intiUUro si oppone a Minbolico. Le conoscenze matematiche che sono intiUtice in questo secondo senso, lo sono necessariamente anche nel primo. S9BB 1 spondenza fra il pensiero e le cose non ha niente di misterioso: il sentimento del rapporto essendo invariabilmente legato alla presenza dei termini del rapporto nella coscienza, il rapporto  ugualmente sentito tanto se questi termini sono presenti alla coscienza come presentazioni dei sensi, (pianto se lo sono come rappresentazioni delFimmaginazione, e i rapporti osservati tra queste rappresentazioni non possono non corrispondere a quelli osservabili tra le cose rappresentate. In ultima analisi, le proposizioni necessarie ed a priori sono tali, perch le verit che esse enunciano, non volgono sulle cose stesse, sulla realt obbiettiva, ma non sono che delle vedute del nostro spirito. Non vi ha tra i fenomeni che noi chiamiamo del mondo esterno, alcuna connessione tale, che Tapparizionc deir uno nella coscienza sia invariabilmente legata all'apparizione dell'altro: se cosi fosse, la connessione tra questi due fenomeni sarebbe subbiettiva, e non obbiettiva.  dunque perch il rapporto di somiglianza  subbiettivo e non obbiettivo, che esso pu costituire una necessit del pensiero; ed  per la stessa ragione che noi possiamo apprendere in noi stessi le verit 0 le leggi che corcernono quest'ordine di rapporti. L' inconcepliflit/i della negativa e il postulato universale. Noi abbiamo visto nel capitolo antecedente che vi hanno dei principii intuitivi o immediatamente conosciuti, che noi dobbiamo ammettere senza prova: il criterio della validit obbiettiva di questi principii  che la loro negazione sarebbe per noi inconcepibile. Ora qui si presenta naturalmente una quistione: non potremmo noi estendere ad altre proposizioni lo stesso criterio? non potremmo, in virt di questo stesso criterio, ammettere, senz' altra prova, la validit ojbiettiva d' una credenza, fondandoci sulla jjersistenza con cui questa credenza  presente nella nostra coscienza? non j30trebbe di pi questo criterio essere il criterio unico della verit, il postulato universale, in modo che la prova di una verit particolare non consista in altro, in definitiva, se non a mostrare che la negazione di questa verit sarebbe incompatibile con Taffermazione di qualche altra verit pi fondamentale, la cui persistenza nella coscienza  assoluta, e la cui negazione  per conseguenza impossibile? Spencer ammette tale dottrina: Tinconcepibilit del contrario  secondo lui il criterio unico della verit, e il postulato universale  che noi dobbiamo ammettere come vere le proposizioni il cui contrario  inconcepibile. Questo criterio garantisce secondo lui la verit delle credenze naturali die i discepoli di Berkeley si sforzano di negare: di pi  sullo stesso criterio che si basano le generalit pi alte della scienza; e siccome queste generalit sono le premesse ultime della conoscenza umana, oltre i fatti particolari e immediati delFesperienza, la cui verit  del pari garantita dallo stesso criterio, cosi  su di esso, in definitiva, che  fondata tutta la certezza delle nostre conoscenze. Lo Spencer comincia per istabilire, sul fondamento del suo postulato universale, il principio della persistenza della materia: noi non possiamo concepire, secondo lui, che la materia possa crearsi o distruggersi, ed  perci che ammettiamo che la quantit della materia  inalterabile^ che essa non pu accrescersi n diminuire. A ci potrebbe obbiettarsi prima di tutto che^, quan-^ tunque la creazione e Tannientamento della materia sianodei fatti, non solo difficili ad essere creduti, ma anche ad essere immaginati, tuttavia una proposizione enunciante questi fatti non  assolutamente inconcepibile, come  p. e. la proposizione che due e due fanno cinque o che due rette chiudono uno spazio. Secondo i principii degli stessi sostenitori della dottrina dcir associazione inseparabile, mancano in questo caso le condizioni per la formazione ili im legame indissolubile fra le idee, cio l'assenza di associazioni contraddittorie.  Nella nostra esperienza giornaliera vi ha, dice Mill, tutto ci che bisogna per immaginare Tannientamento della materia. Noi vediamo un annientamento apparente, quando Tacqua si evapora o il combustibile si consuma senza lasciare residuo visibile. IL fatto non potrebbe presentarsi a noi sotto una forma pi palpabile se Tannientamento fosse reale. Il volgare di tutti V. Stuart Min Filosofia lU Hamilton >-v_''S.'/i paesi ha un tipo esatto sul quale pu formare la sua concezione deirannichilamento della materia, e per conseguenza non ha difficolt a farsene un' idea perfetta . (Filos. di Hamilton trad. frane). Se non che, secondo Spencer, la necessit delle proposizioni che la materia non si crea n si annienta, non  fondata suir associazione empirica delle idee: esse appartengono invece a un' altra classe di proposizioni necessarie 0 aventi per s V inconcepibilit della negativa. Queste s^jno per lui fondate, non suUesperienza, ma sopra una necessit primordiale del pensiero; in altre parole, esse sono delle conoscenze a priori, nel senso pi stretto di questo termine. La ragione, secondo Spencer, per cui noi dobbiamo necessariamente ammettere la persistenza della quantit della materta , lo sappiamo, perch noi non possiamo concepire la creazione e lannientamento della materia: ma ])erch non possiamo concepire questa creazione e (jucsf annientamento  ci(')  secondo Spencer perch noi non possiamo concepire il niente.  Il pensiero, egli dice,  una posizione di relazioni. Non si possono porre relazioni, e per conseguenza pensare, quando Tuno dei termini relativi  assente dalla coscienza. \\ dunque impossibile di })ensare che qualche cosa divenga niente per la stessa ragione per cui  impossibile di pensare che niente divenga qualche cosa; e (|uesta ragione  che niente non pu divenire un oggetto di coscienza. L'annientamento della materia  inconcepibile per la stessa ragione per cui la creazione della materia  inconcepibile; e la sua indistruttibilit diviene cosi una conoscenza a priori dell'ordine pi elevato, non come risultato d'una lunga serie d'esperienze gradualmente organizzate in un modo di pensiero irrevocabile, ma come data nella forma di tutte le esperienze qualsiansi. {Primi principii). Lo Spencer non si dissimula l'obbiezione a cui questa dottrina naturalmente va incontro.  Sembra assurdo di dire che una proposizione non pu essere concepita, quando Tumanit tutta intera la professione di concepirla, e la grande maggioranza degli uomini crede ancora di concepirla  ( ibcL) Ma  la dottrina comunemente ammessa che la materia  stata creata dal niente, non  mai stata, egli risponde, concepita realmente,' ma solo simbolicamente; cosi pure Tannientamento della materia non  stato concepito che simbolicamente, e si  presa a torto una concezione simbolica per una concezione reale (bkl). 2*\  evidente che non  necessario di concepire il niente per concepire una perdita assoluta o un nuovo acquisto di materia: un cangiamento nella quantit della materia non Im bisogno di altre condizioni per essere pensato che un altro cangiamento qualunque. Rappresentarsi un cangiamento  semplicemente rappresentarsi degli stati successivi digerenti: cosi pensare un cangiamento nella quantit della materia non  che pensare due stati: successivi delle cose in cui la quantit della materia sia digerente. Tuttavia quando Spencer d la legge delFindistruttibilit della materia per una conoscenza a priori e per una verit necessaria, la sua tesi non ha la stessa aria paradossale, che quando egli atlerma che i medesimi caratteri di necessit e di apriorit convengono al principio deirindistruttibilit del movimento). La massima che lessere non pu venire dal niente n ridursi in niente ha avuto sempre del credito, fondata com'essa  sulla generalizzazione di fatti dei pi familiari, e in conformit di questa massima gli antichi llL^sof greci ammettevano generalmente Teternit e Timmutabilit della sostanza, che per loro non era al fondo che il principio materiale. Ma la legge della persistenza del movimento, lungi di poter invocare lappoggio delle nostre esperienze pi familiari, queste le sono anzi apparentemente contrarie. Sinch la scienza non c'insegna il contrario, noi dob-1/ biamo credere necessariamente che il movimento si crea, perch ogni essere animato sembra di avere il potere di crearne ad ogni momento, e che il movimento si annichila, perch noi vediamo che ogni corpo in moto si rallenta continuamente e finisce per ritornare in riposo. Lo Spencer non pu naturalmente dissimularsi questa obbiezione ; ma egli d la soUta risposta:  La distruttibiht del movimento non  stata mai concepita (quantunque i Greci non abbiano potuto mai disfarsi di questa nozione, ed essa si sia im[)0sta sino a Galileo); essa  sempre stata una pura forma verbale,una pseudo idea ( .jG; confr. 55). La ragione per cui non possiamo concepire la creazione e Tannichilazione del movimento  la stessa per cui non possiamo concejjire la creazione e F annichilazione della materia; cio che noi non possiamo concepire il niente. Ma nel caso del movimento Targomonto non  cosi specioso come in quello della materia:  cliiaro che della stessa maniera si potrebbe provare che tutto ci che  suscettibile della nozione di quantit non pu essere annientato ; che la S(jmma p. e. di vita o di benessere o di intelligenza o di moralit, ecc.  indistruttibile nel mondo; che alcuna porzione di ciascuna di ({ueste cose non pu sparire in un punto senza che riapparisca in un altro il suo equivalente quantitativo. Anzi por una china inevitabile si arrivereblDC alla tesi di Parmenide, clic non vi lia alcun cangiamento nella natura, e non esiste che Tessere unico ed immutabile, perch se si considera come una creazione e un'annichilazione un cangiamento nella (juantit del movimento, non vi ha ragione per non considerare ogni cangiamento qualsiasi come una creazione ed una annichilazione. Evidentemente T indistruttibilit del movimento non potrebbe riguardarsi come una conseguenza del principio che T essere non pu venire dal niente e non pu annichilarsi, se non considerando il movimento, non come mmm-.i iriMMa IIBiMlilMIIIIBI un'astrazione, ma come una realt, cio supponendo, come quei cartesiani di cui parla Leibnitz (X. S. salV Interni, ipn. 1. 2" e. 21 4 e e. 23 28), che quando il movimento passa da un corpo ad un altro,  rigorosamente lo stesso movimento (idem numero) che si trasferisce, come se esso fosse qualche cosa di sostanziale, e  rassomigliasse a del sale disciolto nell'acqua . Ora, non solo sare3be assurdo di pensare che il movimento guadagnato da un corpo sia individualmente la stessa cosa che il movimento perduto da un altro corpo, ma ancora essi differiscono in tutti i punti in cui un movimento pu differire da un altro, la velocit e la direzione cangiando continuamente nelloscambio dei movimenti. Che si cominci^ dice il Lange, per risolverci il i)roblema del i)arallelogrammo delle forze, se si vuol farci credere alla persistenza della cosa. O una forza che agisce con T intensit x, nella direzione ab,  pure incontestaJjilmente la stessa cosa, (juando la sua azione s' fusa con un'altra forza in una risultante dell'inlensit // e della direzione a d  Si certo, la forza primitiva  ancora contenuta nella risultante, ed essa continua a perseverarvi, quand anche nelFeterno turbine dell'azione e della reazione meccanica, l' intensit primitiva x e la direzione a h non riapparissero mai. Dalla risultante io posso, j)ei' cosi dire, estrarre la forza i)rimitiva, se io sopprimo la seconda forza componente per mezzo d'una forza uguale d'una (Urezionc opposta, (jui dunque io so ci che devo intendere o no per conservazione della forza. Io so, e bisogna che io sappia, che l'idea di conservazione non  che una concezione comoda. Tutto si conserva, e niente si conserva, secondo il punto di vista al quale io mi pongo nella contemplazione dei fenomeni. La verit sta unicamente negli e(iuivalenti della forza che io ottengo per il calcolo e l'osservazione (Storia del materialismo). L'affermazione stessa che la quantit del movimento (ci che comunemente si dice il momento)  costante, non  una espressione rigorosamente adequata dei fatti: essa non  vera, se non in quanto si considera come positivo il movimento verso un lato, e come negativo quello verso il lato opposto, e questo si sottrae cosi dal primo, nel calcolare la quantit del movimento dopo l'incontro di due corpi. Ma questa  una finzione, due movimenti in senso contrario essendo evidentemente amendue reali e positivi allo stesso titolo. Ben pi, la scienza moderna distingue le energie attuali e le energie potenziali: quando un mobile viene proiettato m alto, lottando cosi contro la forza del peso, viene un momento in cui la forza meccanica si esaurisce; la perdita di movimento da una parte non  compensata dalla produzione, da un' altra parte, di movimento o di calore o di un' altra manifestazione qualunque dell'energia. Ma il corpo acquista una nuova posizione vantaggiosa rispetto alla gravitazione: esso pu, cadendo, .restituire col suo movimento in basso l'energia perduta nella sua ascensione. In questo caso si dice che l'energia attuale del movimento viene compensata dall'energia potenziale della situazione; che la prima viene accumulata e tenuta in riserva mentre che il corpo persiste nella nuova situazione acquistata, per essere poi restituita nel ritorno verso la situazione primitiva. Ma il fatto  che nello scambio incessante fra le energie attuali e le energie potenziali vi ha cessazione o generazione di movimento; che al movimento si sostituisce il riposo, e al riposo il movimento; che non  che una semphce metafora di dire che l'energia del movimento perduto si trova accumulata, immagazzinata e tenuta in riserva nel corpo in riposo. La scienza suppone che  dal movimento di attrazione, dovuto alla situazione primitiva degli elementi i quali attualmente comjjongono la massa del nostro sistema solare, che  nato, mediante l'urto, il calore, e di l tutte o la maggior parte delle Ibrze che esistono attualmente nella terra o in generale in questo sistema: queste forze dunque sono^ state letteralmente tirate dal niente, perch il loro antecedente non fu del movimento meccanico o un'altra manifestazione qualunque delFenergia, ma semplicemente la posizione iniziale dei corpi o delle molecole. Ma anche limitandoci al caso pi semplice della comunicazione del movimento, cio quando un corpo ne urta un altro e il movimento perduto dal primo ha per equivalente totale il movimento, verso la stessa parte, acquistato dal secondo, la proposizione che il momento o la quantit del movimento resta la stessa, non deve darci riilusione di credere che vi sia un'identit o anclie semplicemente un eguaglianza nei fenomeni. 11 momento o la quantit del movimento non  die il prodotto della massa per la velocit: ma la massa non si misura che per la spesa di una forza esteriore necessaria per indurre nel corpo un' accelerazione data. La valutazione della quantit del movimento suppone cosi la valutazione della massa, e la valutazione della massa suppone alla sua volta la valutazione della quantit del movimento. L'affermazione che la quantit del novimento  costante implica l'aftermazione che la massa  costante; ma l'aftermazione che la massa  costante implica alla sua volta l'atfermazione che la quantit del movimento  costante. Sarebbe questo adunque un circolo vizioso, se si volesse vedere in queste due proposizioni altra cosa che una maniera di esprimere certi rapporti costanti tra le velocit nello scambio dei movimenti. La velocit perduta dal corpo A sta alla velocit acquistata dal corpo B nel rapporto di 2 ad 1: ci si verifica una volta; noi siamo fondati ad inferire che tutte le volte che il corpo A comunica del movimento al corpo B, questo rapporto sussiste. Di pi quando  il corpo B che comunica il movimento al corpo A, lo stesso rapporto sussister tra la velocit accjuistata da A e la velocit perduta da B. Ancora, se il rapporto delle velocit scambiate tra i corpi C ed A  quello di 3 a 2, il rapporto delle velocit scambiate tra A e B essendo di 2 ad 1, noi siamo fondati ad inferire che il rapporto delle velocit scambiate tra C e B sar di 3 ad L Nello scambio dei movimenti avviene come nello scambio delle merci: ima data quantit di velocit acquistata o perduta da un corpo ha per equivalente un'altra quantit data di velocit perduta o acquistata da un altro corpo, della stessa maniera che una quantit data di una merce ha per equivalente un'altra quantit data di un'altra merce. La massa, nella fsica, non  che relativa, come il valore nella economia politica: il rapporto delle masse di due corpi non  che il rapporto inverso delle velocit che i due corpi possono scambiarsi. Ci che nel movimento corrisponde a un dato immediato dell'esperienza,  dunque la velocit soltanto, ma non la massa; e le leggi (luantitative del movimento non sono che i rapporti quantitativi delle velocit. Ora come nello scambio delle merci una quantit dell'una non si sostituisce alla stessa quantit dell'altra, ma ad una quantit equivalente, cosi nello scambio delle velocit tra i corpi, una quantit di velocit di un coppo non si sostituisce alla stessa quantit di velocit dell'altro, ma ad una quantit equivalente. Ne segue che il principio della indistruttibilit del movimento, nei limiti in cui esso si verifica strettamente, non esprime un'eguaglianza (juantitativa, ma solo un equivalenza, tra i movimenti, cio tra le velocita, che si succedono : esso non afferma se non che vi hanno dei rapporti costanti, secondo cui le velocit dei corpi" possono reciprocamente sostituirsi. D'una maniera analoga, la legge della conversione e della trasformazione dell'energia non afferma che delle equivalenze, cio dei rapporti costanti, nello scarnino o nella sostituzione reciproca dei differenti stati dei corpi che noi chiamiamo energie: tanto di movimento meccanico si scambia costantemente con tanto di calore e con tanto di elettricit, altrettanto di calore scambiandosi pure costantemente con altrettanto di elettricit, ecc. Se dunque la legge della conservazione della forza non afferma che dei rapporti qnantitativi costanti nello scambio incessante dei fenomeni, come s'intender che questa legge non  che una conseguenza del principio assiomatico che Y essere non pu crearsi e non pu annientarsi? Ci sembra in verit che si avrebbe la stessa ragione di provare, in virt di questo preteso principio, che il valore delle merci deve conservarsi, che esse continueranno perpetuamente a scambiarsi con gli stessi raj)porti, perch, si potrebbe dire, se il valore di una merce aumentasse, allora (lualche cosa verrebbe dal niente, e se qu-^sto valore diminuisse, allora qualche cosa diventerebbe niente. Deve notarsi [)er in favore deirargomentazione  venire da niente. Il principio degli antichi filosofi greci, che l'essere non pu venire dal niente ne ridursi nel niente, e che non vi ha veramente n generazione n distruzione ( ad esso che pensa lo Stallo, dicendo che la dottrina della conservazione dell'energia rimonta all'aurora deirintelligenza umana), non implicava alcuna nozione meccanica determinata noi esamineremo il senso e lo portata di questo principio nel Saggio II, Appendice alla parte I. 1 Greci erano necessariamente nell' illusione, creata dalle apparenze giornaliere, che ci mostrano ad. ogn' istante una distruzione completa del movimento, senza lasciare alcun equivalente osservabile: cosi, nella piena maturit della loro filosofa, tutti sentivano la necessit di ammettere una sorgente permanente del movimento, che per gli spiritualisti (come Platone ed Aristotile)era il principio spirituale o animico, e pei materialisti (gh epicurei) era il peso degli atomi. La legge d'inerzia, nel senso della fiSpencer non considera la ibrza come un (luid infuso nella materia; ma non  meno evidente perci ch'egli la considera come una sostanza.  La l'orza come essa esiste fuori della nostra coscienza non  la forza come noi sica moderna. non fu mai sospettata dagli anfichi. Aristotile dimostra elio una forza Unita non vni muovere che i>er un tempo finito, basandosi sul princii>io, che in realt  conforme alle prime lezioni doUesperienza, che una forza maj?iiiore muove per un tempo maggiore, e una forza minore per un tempo minore. (P///*. vni. X ech'z. Didot). len pi. questo filosofo ammette che un corpo spinto non si muovo, in virt della spinta, che sinch  toccato dal corpo che lo spingo, o che cosi la continuazione del movimento suppone ad ogn"istante una .nuova impulsione. ( Phijs. IV, vili, 5, Vni, X. 5). Platone  della stessa opinione: la continuazione del movimouto d'un corj'O lanciato avviene, secondo lui, perch questo fende laria, la quale, ripiegandosi attorno di esso, lo spinge di dietro ( Timeo HO a). Aristotile adotta la stessa teoria: egli suppone i>uro che  la reazione continua dell' ambiente che sola mantiene il movimento. 1 commentatori d'Aristotile, pur dunitando della sua teoria, non gli contestano per la necessit d' un' impulsione senza cessa rinnovellata per la continuazione del movimento (V Martin Timeo). AgU antichi . nei loro tentativi per ispiegare 1' accelerazione nella caduta dei gravi, non venne mai in mente che essa potesse essere dovuta air azione continua della forza del peso e alla conservazione della velocit ac(iuistata. La nozione di rapporti quantitativi precisi nei fenomeni del movimento non poteva esistere ancora in ciucilo stato primitivo della scienza: gli oycurei pare che immnginassero che un cori)0 sottile pu trasmettere il suo movimento a un altro corpo pi grosso o pi denso, indipendentemente dalla massa, e questo a un altro pi grosso o pi denso ancora, la somma del lavoro meccanico moltiplicandosi gradualmente invece di restare la stessa ( v. Lange Stor. del material). U Hain ( Lofjicay ; fa l'onore ad Hamilton di avere duto per il primo l'espressione del principio della conservazione della forza: ma, in realt. la concezione di quest'autore era analoga a quella degli antichi filosofi ionici, e non implicava pi di questa alcuna nozione meccanica alla la conosciamo. Per conseguenza la forza di cui affermiamiamo la persistenza  la forza assoluta di cui abbiamo vagamente coscienza come correlativo necessario della forza che noi conosciamo.... Le manifestazioni che sopravvengono in noi e fuori di noi non persistono; ma ci che persiste  la causa sconosciuta di queste manifestazioni. In altri termini affermare la persistenza della l'orza non  che un'altra maniera di affermare una realt incondizionata senza cominciamento n fine Esaminando i dati che implica una teoria razionale dei fenomeni, noi troviamo ch'essi possono tutti ricondursi al dato senza di cui la coscienza  impossibile: l'esistenza permanente d' un'Inconoscibile come correlativo necessario del Conoscibile... Le verit assiomatiche della scienza fisica suppongono inevitabilmente l'Essere assoluto come loro base comune... Noi non possiamo edificare una teoria dei fenomeni interni senza supporre l'essere assoluto; e a meno di suppore l'essere assoluto, l'essere che persiste, noi non possiamo costruire una teoria dei fenomeni esterni. La forza  dunque per lo Spencer l'essere assoluto, e la sua persistenza  la permanenza dell' essere, di cui tutti i cangiamenti di forma nell'universo sono delle manifestazioni, e che resta costante sotto tutte le forme ( 101). La persistenza della materia e quella del movimento non sono che delle maniere diverse di affermare la persistenza della forza, cio deU'essere assoluto, perdio non sono parte 1.) L'idea di Hamilton di ricondurre il principio di causalit aU'impossibilit di concepi/^e un cominciamento assoluto dell'ossere ha dovuto avere dell' influenza suU' idea corrispondente di Spencer: la metafisica del secondo pu riattaccarsi, su questo punto come su tanti altri, a quella del primo. Ma con lintroduzione del principio odierno della conservazione dell' energia, mediante cui la legge di causalit  messa in rapporto col principio che niente non pu venire da niente, lo Spencer ha certamente apportato una moditicazione felice alla dottrina di Hamilton. V I J. JJi^b'B'-J^^-^gj^ m che dei corollari di (juesto principio. Esso  il principio primo, di cui le generalit pi elevate della scienza sono le conseguenze, e l'ideale di questa sar compiuto, quando essa diventer un aggregato organizzato di deduzioni dirette e indirette tirate dalla persistenza della forza ( 193). In quanto alla stessa persistenza della forza (che non  che un'altra espressione per dire: la permanenza della realt assoluta ed inconoscibile), questa  una verit ultima, che non pu avere prova' induttiva Deve esservi un principio che, essendo la base della scienza, non pu essere stabilito dalla scienza Se noi riconduciamo i principii derivati a quelli di pi in pi larghi donde si deducono, non possiamo mancare d arrivare infine a un principio pi largo di tutti gli altri, che non pu ricondursi ad alcun altro n dedursi da alcun altro.... Questo principio, che alcuna dimostrazione non pu dare,  la persistenza della forza  ( 59). La persi-^ stenza della forza ci  dunque conosciuta d'una maniera immediata: noi raffermiamo necessariamente, per rim{>ossibilit in cui siamo di pensare che qualche cosa divenga niente e che niente divenga qualche cosa, e la sua negazione  inconcepibile. f 61). (l) Il metodo seientilco propugnato da Spencer  dunque essen-^ zialmente deduttivo; l'induzione non pu avere per lui, tra i processi della scienza, che un posto secondario.  ci che'risulta indipendentemente dal suo ideale della scienza come una catena di deduzioni tirate dal principio della persistenza della forza dal suo^ criterio dell'inconcepibilit della negativa e dalle dottrine psicologiche che ne sono la conseguenza. Questo essendo il criterio universale della verit, ne segue che le premesse ultime delle nostre conoscenze devono essere dei principii intuitivi, cio a priori I logici moderni, come Mill e Bain, hanno mostrato che ci che noi chiamiamo un'induzione rigorosa, non  che una vera deduzione di cui una delle .premesse  la grande induzione del principio di causalit. Ma questo principio  secondo Spencer una verit  pnori, sia die debba riguai^ars come l'ctTetto di una necessit i s 5*\ Questa realt assoluta ed inconoscibile, di cui ?7 senso indefinito forma la base della nostra intelligenza ( 31) , rappresenta due parti nella metafsica di Spencer. Vi hanno, come si sa, due problemi capitali in meta/sica: quello del mondo reale o esteriore, e quello delle cause. Primo: vi hanno delle cose esteriori, al di fuori delle nostre sensazioni, e rjuali attributi noi dobbiamo loro assegnare? Secondo: quali sono le cause efficienti dei fenomeni ? Le scienze positive ci danno la conoscenza delle loro successioni uniformi, e chiamano cause gli anteceer noi altra comunicazione possibile Ira il pensiero e le cose che Tesperienza: se questa comunicazione si rompe, la coincidenza tra il pensiero e la realt diventa un mistero, 0 piuttosto un felice azzardo; e Ijasta ci perch sia vano ogni tentativo di fondare la certezza delle nostre conoscenze altrove che suiresperienza stessa. Tuttavia a questa obbiezione e ad altre della stessa natura che potrebbe^ farsi alle dottrine di Spencer, egli ha una ris[X)sta perentoria: tutte queste proposizioni suir assoluto, egli dice, devono ammettersi in virt del criterio deirinconcepibilit della negativa. Noi dobbiamo atlermarle per la semplice ragione che la loro negazione  impossibile. Le proposizioni contrarie, p. e. che non vi ha un mondo esteriore indipendente dalla nostra sensi^ Ijilit, che la materia o la forza non sono persistenti^ sono assolutamente inconcepibili. Se alcuno crede di concepirle, questa  un'illusione: esse non sono delle idee^ ma delle pseudo idee, cio delle pure forme verbali a cui non corsisponde in realt alcuna nozione . UiiJ^^ndo Spencer d resistenza del mondo esteriore o anche r indistruttil)ilit della mnteria per delle proposizioni il cui contrario  inconcepibile, quantunque questa opinione sia seconda noi erronea,  tuttavia un' erroneit che potrebbe i>assare inosservata, essendo un'abitudine dei filosofi razionalisti di scambiare per assolutamente necessarie delle proposizioni necessarie solo relativamente, vale a dire il cui contrario  non inconcepibile, ma solo ditticile ai essere concepito, ci die basta peixiii esso sia alTatto increer conseguenza, se alcuno pretendesse di concepirle, q facesse professione (Wcn^^^yle (confr. la 1. nota al s^ 0 di questo capitolo), egli non avrebbe nel suo spirito delle idee reali, ma illusorie, o. come dice Spencer, delle psendo idee. Ma quantumiue quelli che non conoscono o non ammettono il principio della persistenza della forza, si rai-presentino i fenomeni d'una maniera che non  conforme alla scienza e alla verit, le loro rappresentazioni erronee sono certamente altrettanto reali quanto le rai'presentazioni vere di chi  stato istruito dalla scienza moderna, guando 1' incontro di due cori che si muovono in senso contrario e Y'on velocit inversamente proporzionali alle loro masso, determina la cessazione del loro movimento. vi ha una contraddizione ap]Urente al principio della persistenza della forza, che si risolve ammettendo, come hanno scoverto i fisici moderni, che la forza meccanica perduta  stata sostituita da una quantit equivalente di calore. Cosi, (juando, anteriormente a (lucsta scoverta, si credeva che la forza meccanica, in cpiosto caso, fosse assolutamente perduta, cio senza che la sua perdita fosse compensata da un nuovo. actpiisto di calore o d'un' altra forma) qualunque dell'energia, si anunetteva una proposizione che era realmente in contraddizione col i^rincipio i fenoiiienale sono delle imi30ssibilit psicologiche. Gli elementi della coscienza sono, secondo lo stesso Spencer,. delle sensazioni e dei rapporti fra sensazioni, queste sensazioni i)otendo essere o allo stato forte (sensazioni propriamente dette) o allo stato debole (rappresentazioni o immagini). Dunque il nostro pensiero  necessariamente circoscritto tra i dati dei nostri sensi, e noi non possiamo concepire niente di soprasensibile. In verit, non segue da questa teoria che noi non possiamo pensare se non ci che possiamo sentire: i dati della sensazione noi possiamo combinarli in un ordine diverso da quello in cui li abbiamo sperimentato, e avere cosi dei pensieri che non sono una copia delle presentazioni dei nostri sensi ; ci della persistenza della forza-(]uaiitiin(iiie i dotti pensassero che il fatto fosse conciliabile con (jiiello della conservazione della forza meccanica -( confr. Hain Lonlca 1. Ili e. IV n. 10 e 17). Era questa una proposizione vuota ili senso, una pura forma verbale, a cui non corrispondeva alcuna rappresentazione reale?  assolutamente inimmaLrinal)ile die, dopo l'urto dei due corpi, non vi sia alcun aumento di temperatura n nei corpi stessi n nel loro ambiente, n r apparizione di altri nuovi fenomeni o di elettricit o di magnetismo o di un'altra manifestazione lualuncpie dell'energia? Non i)ossamo noi immaginare che, ilopo 1' urto e la cessazione del movimento, i due corpi e il loro ambienle si trovino ancora nelle identiche condizioni termiche, elettriclie, ecc., in cuf si trovavano primn?  ci che sostiene, in sostonza. lo Spencer quando atferma che il (-ontrario della persistenza della forza  inconcepibile. O dir egli che fueste cose, (juantunque possano immariinat\, non possono pertanto conreprsl f Vi sono dei filosofi che ammettono che noi possiamo concepire ci clie non possiamo immaginare; ma nessuno ha mai preteso. per quel eh' i( sappia, che ci che possiamo immaginare non lo possiamo concepire, e sarebbe strano che il primo a pretenderlo fosse un filosofo, come Spencer, per cui gli elementi dell'intelligenza non sono che sensazioni e rapj^orti tra sensazioni. Le ritlessioni precedenti riguardano il principio della pei^istenza della forza nel suo significato empirico, cio come formulante delle relazioni tra fenomeni; in (pianto al suo sii>nncato metaempinco o trascendente, varr c cUq segue nel testo che ci  impossibile  avere dei pensieri che non si risolvano finalmente in elementi sensoriali. Ci di cui non possiamo formarci un mmar/ ine (cio una sensazione risvegliata o un complesso di sensazioni risvegliate), o copiata fedelmente sui dati dei nostri sensi, o ottenuta per una riunione pi o meno libera di questi dati, non pu essere un oggetto del nostro pensiero. Ora Tlnconoscibile n  un dato dei nostri sensi, n noi yjossiaino l'ormarcene alcuna immagine, combinando, per quanto liberamente,. 1 dati dei nostri sensi: i suoi attributi, p. e. la sua permanenza per cui non dobbiamo intendere una durata nel tempo, perch il tempo non  che un lenoincno subbiettivo , Tordine ontologico che corrisponde a ci che noi conosciamo come tempo, quello che corrisi>onde a ci che noi conosciamo come spazio, e il nexus ontologico che corrisponde a ci che noi conosciamo come differenza, escono ugualmente dalla sfera dei nostri sensi e della nostra immaginazione. Ne segue che ci  assolutamente impossibile di pensare, o di concepire, alcuna di queste cose, e cosi tutte le pretese nozioni suirinconoscil)ile, che V autore accorda al nostro spirito, sono, non (Ij L' imi)ero che 1' uomo ha sul piccolo mondo del proprio intendimento  lo stesso, dice Locke (Saggio su/V intendimento am. li)). II, e. II, i^ 2), di quello che esercita nel gran mondo degli esseri visibili. Come tutta la potenza che abbiamo sul mondo esteriore si riduce a comporre e a dividere i materiali clic sono a nostra disposizione, senza poter produrre la minima particella di nuova materia, cosi noi non possiamo formai'c nel nostro intendimento alcuna idea semplice, ma solo delle idee complesse, ripetendo. comparando e unendo insieme, con unn variet presso(di inlniln, le idee semplici che ci vengono dai sensi e dalla riflessione {per riflessone Locke intende, come si sa, la coscienza che il nostro spirito ha dei suoi propri atti, ci in cui nessun sensista potreblie rilutare di vedere una sorgente reale delle nostre idee; il torto di Locke e semplicemente di non aver couipreso che tutti gli atti di ('ui lo spiiMto pu avere coscienza, si riducono, in sostanza, a sensazioni o sentimenti;. ri04 delle idee, ma delle pseudo idee, cio delle pure forme verjali, a cui non corrisponde alcuna nozione reale. Lo Spencer  quindi costretto ad abbandonare i prinipii della dottrina deir esperienza anche nella quistione sullurigine delle idee: le sue dottrine ontologiche lo conducono fatalmente ad ammettere una classe d'idee che non ci provengono dai sensi, (jupste idee non possono essere che dei dati originali deirintelligenza; essi devono trovarsi in noi sin dall'alba della coscienza. Cosi noi troviamo in Spencer, sidl idea deir Inconoscibile, delle proposizioni che hanno V analogia [)iii colpente con quelle sulle idee innate di una parte dei metafisici che sostengono questa dottrina (quelli che la deducono dal concetto che la sostanza dell'anima^ consiste nel pensiero), p. e. di Rosmini sull'idea dell'essere. (V. N. S. suirorigine delle idee, 'S, G2:WJ2j, ecc. Confr. il mio Saggio seguente, l'A/)pendlce alla parte 1^ e. 2^ verso la fine, e il Supplemento sulla dottrina di Rosmini sulla sostanza delVanimo). L'idea, o piuttosto il sentimento, dell'essere assoluto, cio dell'Inconoscibile, non solo  un dato ultimo della coscienza (Primi principii) e un elemento mentale ultimo, ma  un elemento permanente del pensiero, e non pu mai essere assente dalla coscienza ( 2G, 27, 10, G, ecc);  come il l'ondo della coscienza stessa ( 45) e il suhstratum comune di tutto ci che  in essa, e l'autore lo chiama la materia bruta > o  la sostanza i)ura del pensiero, a cui diamo pensando differanti forme ^>,  la sostanza indifferenziata della coscienza, che riceve delle condizioni nuove in ciascun pensiero.  che, come sappiamo,  l'effetto d'un'illusione naturale del nostro spirito). Ma ci che vi ha di particolare alla dottrina di Spencer,  che ci che essa presenta come dati originali della coscienza, sono delle nozioni che questa, il pi delle volte, ignora completamene. L'affermazione di una realt assoluta inconoscibile, lungi di essere una credenza naturale del genere umano (come dovrebbe essere pertanto, se fosse veramente un dato originale della coscionza),  l'ultima risposta che la metafisica d ai pi ardui problemi dell'inteUigenza umana, dopo averne cercato vanamente una soluzione positiva. L'uomo non esordisce gi per affermare 1' esi Una contraddizione analoga vi lia fra i Primi principii e i Principii di sociologia: secondo i Primi principii,  il senso della realt assoluta e inconoscibile clic Ibraia la base delle credenze reliiiiose; ma di ci neppure una parola nei Principii di sociologia, dove l'autore studia le origini della religione. Dopo aver parlato di questa dottrina di Spencer sull'idea delrinconoscibile, noi ci troviamo pi in grado di rispondere a un rimstenza d'una realt indeiinita al di l delle apparenze che gli mostrano i sensi; le realt per lui, sinch non ha ricevuto le lezioni dei metafsici, o d'una filosofia critica che i loro sistemi hanno preparato, non sono che le presentazioni dei sensi stessi. Similmente egli non comincia per Tatlermazione di cause superiori alla sua concezione e senz alcuna analogia con quelle deiresperienza; ma in possesso di generalizzazioni incoscienti tirate dai fatti pi familiari, cerca istintivamente di ricondurvi gli altri fatti, rappresentane provero che potrebbe venirci mosso sulla nostra interpretazione della sua dottrina sulle proposizioni a priori, (quella dei Primi prtnctpu sulla persistenza della forza, V esistenza d' una realt assoluta, ecc.). Quest'apriorit noi la comprendiamo nel senso stretto e tradizionale, cio come se queste proposizioni fossero assolutamente indii>endenti dalfesperienza, sia personale sia avitica. Ma ci si potreble obbiettare, e, come vedremo, non senza qualche ragione, che lo Spencer non d le sue proposizioni a priori come tali che per rindividuo, mentre per la specie sarebbero a posteriori, esultando dalla eredit organica delle esperienze ancestrali. Questa seconda interpretazione, in effetto, ha il vanta^^gio di mettere di accordo la dottrma dei Primi prinripii con quella dei Prinripii di psicologia e. generalmente delle altre opere dell'autore: ma la quistione  appunto se (piest'accordo sia possibile, o non vi sia inveire tra le due dottrine di Spencer un'aperta contraddizione, che l'autore non ha fatto niente y>q^v risolvere. Gi prima di tutto, per la proposizione che cMmi)orta di pi,, cio la persistenza della forza-che  quella sulla cui apriorit insiste speci(dmente lo Spencer-,che (piest'apriorit debba intendersi nel senso antico e rigoroso, e non come il prodotto delle esperienze ereditarie,  ci che seml)ra risultare dalle dichiarazioni esilicite dellautore. Nel capitolo sull' indistruttibilit della materia , proposizione che, come sappiamo,  un corollario del principio della persistenza della forza, e impresta, per conseguenza, la sua apriorit a quella di questo principio, dice:  L'indistruttibiiit della materia , rigorosamente parlando, una verit a priori. E un po' prima (nello stesso paragrafo):  L'annientamento della materia e inconcepil)iIe per la stessa ragione per cui la creazione della materia  inconcepibile ; e la sua indistruttibilit diviene c>. E parlando della  continuit del movimento :  r3ire che il movimento  creato o annientato, dire che niente diviene cpialche cosa o qualche cosa diviene niente,  stabilire nella coscienza una relazione fra due termini di cui l'uno  assente dalla coscienza,, ci che  impossibile. La natura ste^naturale al nostro spirito,  dunque calcata suiresperienza e sui fenomeni ; tutte le altre sono un prodotto della coltura, e il pi tardo  quella d'una causa o d'una cosa assolutamente inconoscibile e irrappresentabile. Qui noi tocchiamo il punto pi debole del criterio dell'inconcepibilit della negativa. Quale di queste due proposizioni ha per se rinconcepibiht della negativa? quella che dice: ci che mi presentano i sensi sono degli oggetti reali, permanenti, indi[)endenti dai sensi stessi ; o quella che dice: al di l delle apparenze che i sensi mi presentano. vi ha una Se il vero principio primo di Spencer, da cui s deduce la i^ei*sisten/a della forza coi suoi corollari, cio che niente non iU() diventare qualche cosa ne qualcje cosa niente, fosse un risultoto deiraccumulazionc or.iianica delle esjterienze, le necessitn del pensiero su cui esso  fondato, sarel)hero, non delle necessit primordiali, ma ac(]uisite e derivate dalFesperienza (avitica). Queste sono: clie pensare  sta])ilirc delle relazioni ; e che niente ( vale a dire r uno dei termini della relazione che noi dovremmo stabilire per pensare che qualche cosa diventi niente e niente qualclie coso) non  rappresentabile. Ora  evidente che n l'uno n l'altro di questi due fatti potrebbe sj^etrarsi come un prodotto deiraccumulazionc delle esperienze che i nosti'i antenati hanno avuto della persistenza della forza, della materia, e in una parola, delFessere reale. Supponiamo che la natura fosse costituita in modo che essi non avessero avuto le esperierienze di (piesta persistenza, ma avessero avuto invece delle esperienze allatto contrnrie. Forse il pensare avrel)be cessato di essere un i^orre delle relazioni? vi ha l;"i evidentemente un fatto che  dell' essenza stessa del pensiero, cio della facolt rappresentativa, e noi non possiamo immaginare alcun cangiamento della natura esteriore e delle sue leggi, che potesse avere per eHetto di cangiarlo. 0 forse il niente, in quest'ipotesi, sarebbe divenuto rappresentabile? Lo Spencer non dice nei luoghi citati perch il niente  irrappresentabile: egli l'afferma come una verit evidente i>er se stessa: noi dobbiamo duncpie supporre, per la sua atVermazione, le ragioni pi ovvie. Queste sono, evidentemente, cl.e una rappresentazione  qualche cosa di reale, di positivo, e non pu quindi rappresentare che un oggetto anch'esso reale e positivo. La rap])resentazione essendo un' immagine della cosa rappresentata, il niente non potrebbe essere rapi>resentato che dal niente ; ma allora non vi sarebbe rappre^ realt indefinita e inconoscibile? Non la prima, perch Spencer la rigetta ; non la seconda, perch il senso comune la ignoi^a. Sar dunque un'affermazione, che queste due affermazioni differenti hanno in conmne? Ma non vi ha alcuna affermazione comune alle due: io voglio dire, non vi ha alcun oggetto, la cui esistenza sia affermata si dal realismo naturale che dal realismo trasformato, e la cui realt perci possa essere giustificata dal criterio delrinconcepibilit della negativa, o della persistenza della credenza L'oggetto che il realismo naturale alferma,  sentazione, n, per conseguenza, cosa rappresentata. L" irrappresentabilit del niente  dunque un fatto che  una conseguenza necessaria della natura stessa della facolt rappresentativa, non meno che quello che pensare  stabilire delle relazioni. Del resto lo Spencer stesso d esplicitamente questi due fatti per una conseguenza della natura stessa del pensiero, della sforala del pensiero) {Udd, della natura stessa dell'intelligenza w i luoghi citati, i tratti in corsivo): cosi essendo, siccome delle esperienze avitiche differenti avrebbero potuto determinare delle coesioni differenti fra dei pensieri particolari, ma non mutare il liensiero stesso nella sua essenza, l'impossibilit di concepire che niente diventi qualche cosa e qualche cosa niente, non potrebbe originarsi dalle esperienze avitiche della persistenza della forza, della materia, ecc., e noi dobbiamo intendere per questa imix)S8lilit una necessit psichica primitiva e assolutamente indipendente dall'esperienza Un' altra ragione che lo Spencer assegna alla inconcepibilitii della negativa della sua proposizione fondamentale, cio la persistenza della forza,  il legame necessario dell'idea della persistenza con quella che non pu mai essere assente dalla coscienza, vale a dire l'idea dell'Assoluto o dell'Inconoscibile -noi sappiamo in effetto che la Forza non  altm cosa che la realt assoluti! e inconoscibile L' autore considera evidentemente la persistenza della forza come implicata neirintuizione continua, ch'egli accorda allo spirito, dell'essere assoluto; in altri termini, in questa intuizione, quest'essere ci  dato, secondo lui, con l'attributo della persistenza. Cosi l'idea che  la sostanza della coscienza e non pu mai esserne assente, cio quella dell' Assoluto,  chiamata un sentimento di ci clie esiste d'una maniera persisteate e indipendente dalle condizioni. Nel s CO il dato senza di cui -^ ^Nj'^ un oggetto colorato, esteso [cf. H. P. Grice: Can a sweater be red and green all over no stripes allowed?], esistente nel tempo e nello spazio, ecc.: ma l'oggetto che afferma il realismo trasformato,  un oggetto senza colore, senza estensione, l'iiori del tempo e dello spazio, ecc. Lo Spencer non pu avere che una risposta a questa difficolt: Taffermazione di una realt indetinita  un elemento deiraffermazione di una realta definita, estesa, colorata, ecc ; il realismo trasformato non sostituisce un altro oggetto air oggetto affermato dal reahsmo naturale, ma conserva un elemento della credenza e del suo oggetto, il senso (runa realt, la coscienza r iiiii)ossibile  dato per cui dol)l)iaino intendere l'idea, sempre j>resente alla coscienza, deirAssoluto, della quale lia parlato nel?? 20  resistenza pcnnanente .\\\\\nQOwosersistenza di questa qualche cosa la persistenza della Forza). Siccome la nozione dell'Assoluto o deirhiconoscibile non pui' i>rovenire dalla senzazione n essere un'induzione dairesi>erienza,ciche  il motivo per cui l'autore ne fa un' idea innata e sempre presente alla coscienza; l'attrilnito della persistenza essendo compreso in questa nozione stessa, lunione di quesf attributo col suo so;?getto non pu essere un risultato dell'esperienza, sia individuale, sia avitica, e la proposizione che alferma la persistenza dell'Assoluto, cio della Forza,  necessariamente un giudizio a priora nel senso stretto e tradizionale. Talvolta questa proposizione  dedotta, invece che dalla irrappresentabilit del niente, dalla persistenza assoluta dell'idea dell'Inconoscibile nella coscienza. Noi abbiamo visto che il potere sconosciuto, di cui non si pu concepire il cominciamento n il fine,  presente nella coscienza come una materia bruta che riceve uua forma nuova in ciascun pensiero. La nostra incapacit di rapprensentarci i suoi limiti  semplicemente il riscontro della nostra incapacit di mettere fme al .soggetto che pensa sinch continua a pensare. Ma nel oli sopprimendo gli altri elementi, vale a dire Fattribuzione a questa realt delle forme definite sensibili, di cui la credenza, per un'illusione, la riveste.  Noi abbiamo coscienza del relativo come d'un'esistenza sottomessa a delle condizioni e a dei limiti:  impossibile di concepire queste condizioni e questi limiti separati da qualche cosa a cui essi danno la forma; la soppressione di queste condizioni e di questi limiti  la soppressione delle condizioni e dei limiti solamente. Per conseguenza deve esservi un residuo, una concezione di qualche cosa che rieinine il loro contratto che segue (nello stesso??), questo concetto si fonde con l'altro, che la ragione della incapacit di concepire i limiti, cio il cominciamento e il fine, della forza  l' impossibilita di rappresentarsi il niente. Nei due capitoli precedenti noi abbiamo considerato (luesta verit fondamentale (la persistenza della forza) sotto un altro aspetto. Noi al)biamo visto che l'indistruttibilit della materia e la continuit del movimento sono in realt due corollari dell' impossibilit di stabilire nel pensiero una relazione tra qualche cosa e niente. Ci(') che noi chiamiamo lo stabilimento d'una relazione nel pensiero,  il passaggio della sostanza della coscienza da una forma ad un'altra. Pensare (jualche cosa divellente niente imi)licherebbe che questa sostanza della coscienza, avendo esistito sotto una forma data, non prenda pi forma o cessi di essere concepita. Cos r incapacit di concepire la distruzione della materia e del movimento,  l'incapacit di sopprimere la coscienza stessa. Ci che noi abbiamo trovato vero d^lla materia e del movimnto nei due capitoli precedenti,  ajortiori vero della forza, vale a dire dell' elemento di cui si formano le concezioni della materia e del movimento . (Qui la persistenza della forza si deduce, al solito, dalla irrappresentabilit del niente: ma di questa irrappresentabilit del niente si d una spiegazione diversa da quella che ne abbiamo dato noi. Sopra, noi l'abbiamo Si)iegato per la necessit che ogni rai)presentazione sia qualche cosa di positivo: qui l'autore la spiega per l'impossibilit di rigettare dalla coscienza la sostanza della coscienza stessa. Ma le due spiegazioni non si contraddicono: la seconda non esclude che la ragione per cui non possiamo rapprentarci il niente sia che ogni rappresentazione  necessariamente qualche cesa di positivo; solamente aggiunge che questa qualche cosa di positivo deve essere una determinazione dell" idea di esistenza assoluta che  torno, ed  questa qualche cosa crindefinito clie costituisce la nostra concezione dellassoluto L'impulsione del pensiero ci porta inevitabilmente, di l dallesistenza condizionata, all'esistenza incondizionata. Da ci la nosti^ ferma credenza a questa realt, credenza che la critica metafsica non pu scuotere un sol momento. Si pu venire a dirci che questo ixzzo di materia che noi riguardiamo come esistente fuori di noi, non pu essere realmente conosciuto, che noi possiamo solamente conoscere le impressioni che esso produce su di noi ; ma noi siamo la sostanza della coscienza). Secondo il {^ (il (lunqiie, la ragione ultima della necessit in -ui siamo di afTermare la i)ersistenza della forza,  la permanenza deir essere assoluto nella coscienza. Sulla quale deduzione dobbiamo osservare che, siccome non vi ha alcun rapporto concepibile fra questa permanenza e le esi>erienze del fatto che si pretende dedurne, essa non pu essere spiejcrata per l'accumulazione organica dell'esperienze, i)i che l'idea stessa dell'assoluto o rimpossibilit di rai)presentarsi il niente; e quindi la proposizine che se ne d come una conseguenza, cio la persistenza della forza, non pu essere che una proposizione a jn'ori nel senso antico e rigoroso del termine. Ma l'argomento pi decisivo dell'apriorit, in questo senso, del princiiio fondamentale di Spencer, e questo tratto del susseguente: Il postulato al quale siamo arrivati da persistenza della forza)  anteriore alla dimostrazione, anteriore alla conoscenza definita; esso  cosi antico che la natura stessa del nostro spirito. La sua autorit si eleva al di sopra di ogni altra autorit; perch non solo esso  dato nella costituzione della nostra propria coscienza/ ma  impossibile d'immaginare una coscienza costituita in maniera da non darlo. Poich il pensiero non implica che lo stabilimento delle relazioni, si pu facilmente concepire ch'esso si eserciti quando le relazioni non sono state ancora sistematizzate nelle nozioni astratte che chiamiamo spazio e tem[)0; si pu concepire una specie di coscienza che non contenga i principii detti aprtorC che implica l'organizzazione di queste forme di relazioni. Ma non si pu concepire che il pensiero prosiegua la sua opera senza certi elementi tra i quali le sue relazioni possano essere stabilite;non si pu dunciue concepire una coscienza che non implichi l'esistenza continua come dato fondamentale. La coscienza  i)0ssibile senza tale o tal altra/o/7na particolare, ma  impossibile senza contenuto.forzati, per la relativit del pensiero, di pensare che queste impressioni sono in relazione con una causa positiva^, e allora apparisce una nozione rudimentaria d'un'esistenza reale che le produce. Se si prova che ogni nozione d'un'esistenza reale implica una contraddizione radicale, che la materia, di qualunque maniera la concepiauKj, non pu Il solo principio che oltrepassa T esperienza, perch le serve di base,  dun(iue la persistenza della forza. 11 luogo citato esclude della maniera pi assoluta che il ]trincipio della persistenza della forza sia un risultato delFaccumulazione organica delle esi>erienze. Allora, in eiTetto, i)rima che quest'accumulazione fosse gi un fatto compiuto, avrebbero esistito delle coscienze di cui il principio in quistione non sarebbe stato un dato, e cpiindi sarebbe possil)ile d' hnniagnurc una cosricnz-a co'^tituta in maniera da non darlo. Notiamo che in questo luogo, specialmente se si mette in rapporto col antecedente, del luale  una conclusione (basta di confrontarlo coi tratti citati), si trova anche la conferma della giustezza dei nostri argomenti precedenti. I fatti dello spirito la cui lo Spencer deduce il suo principio fondamentale, cio che il pensiero  una posizione di relazioni, che il niente non  rappresentabile, e che r idea dell' essere assoluto  continuamente ])resenle alla coscienza (ci che qui  chiamato il contenuto della coscienza  evidentemente ci che altrove ne  detto la sostan^a. vale a dire l'idea dell'assoluto), non possono, come abbiamo osservato, essere un eltetto delle esperienze avitiche, perch qui sono dati come dei fatti necessari implicati nella costituzione di qualunque coscienza, e non solamente della coscienza modificata dall' esperienza ancestrale. Ialine possiamo osservare che la proposizione con cui termina la nostra citazione, si pu a buon dritto intendere come un'affermazione esplicita che il principio della persistenza della forza  assolutamente indipendente dall'esperienza, anche avitica, tanto pi se si bada all'antitesi tra  il solo principio che oltrepassa 1' esperienza  e  i principii detti a priori  di cui prima ha parlato (detti a priori  significherebbe : impropriamente chiamati cos, perch se sono tali per l'individuo, non lo sono per la specie). Come si vede dalla citazione precedente, l'idea dell'assoluto non potrebbe riguardarsi, pi che il principio della persistenza della forza che se ne deduce, come un risultato delle esperienze ereditarie. Quest'os3ervazione serve a completare ci che abbiamo detto nel testo su quest'idea; ma essa ha anche un' importanza diretta essere la materia quale  effettivamente, la nostra concezione si trasforma e non  distrutta; resta il senso della realt, separata per quanto  possibile dalle l'orme speciali sotto di cui era prima rappresentata nel pensiero. Quantunque la filosofia condanni l'uno dopo Taltro ogni tentativo di concezione dell'assoluto ; quantunque, per obperla dottrina deirautore sulle vro[>osizioni a jn ort (iiidix)eiulenteniente da (juanto si riferisce al inMiicipio della persistenza deUa forza). L'idea, sempre presente alla coscienza, dell" assoluto non  ci clie irli scolastici chiamavano nnei se in /tUrc a /}prensioiic,\Q.\e a dire una rappresentazione senz' alcun' affermazione: ques' idea al contrario, secondo S])encer,  insepai'a)ile dalla credenza all'esistenza reale del suo o^i^etto. Ci r provato gi dai luoirlii citati in cui la persistenza della forza  data come una verit implicata neir elemento permanente della coscienza, o che se ne deduce, poich piesta iM^:)iiosizione enunciando una legiiG della natura reale, essa non alTerma semplicemente il legame del predicato col soggetto, l'esistenza del soggetto restando ii)Otetica. ma anche la realt del soggetto stesso. In alcuni di questi luoghi, che nell'idea sempre presente che la coscienza ha dell' assoluto sia compresa la sua esistenza,  anche alTermato duna maniera esplicita : noi abbiamo visto, in elTetto, che, secondo il ^ (50. il dato senza di cui la coscienza  impossibile  l 'esistenza permanente d'un Inconoscibile >, e che, secondo il i^ 02. non si pu concepire una coscienza cie non implichi 1' esistenza continua come dato fondamentale. Ma, indiii>endentemente dai luoghi che si riferiscono alla persistenza della forza, che all' idea ]>ermanente dell' Inconoscibile sia congiunta la credenza nella sua realt, risulta da ipielli in cui quest'idea  chiamata un .senso o un sentimento o una coscienza dell'essere assoluto ( 2(), 9i trad. frane.:  una coscienza positiva (luantunque vaga di ci che oltre])assa la coscienza : : il senso della realt: :  un sentimento sempre presente d'esistenza reale ;  un sentimento di ci che esiste d'una maniera persistente e indij-endente dalle condizioni; (jucsto senso indefinito d' un esistenza ultima che fa la base della nostra intelligenza; :  una coscienza vaga dell'essere assoluto; ecc.); ed  detto esplicitamente nei seguenti: L'impulsione del pensiero ci porta inevitabilmente, di l dall'esistenza condizionata, all'esistenza incondizionata; e questa rimane sempre in noi come il corpo d'un pensiero 41 cui non possiamo dare forma. Da ci la nostra ferma credenza bedirle, noi neghiamo Tuna dopo Taltra tutte le idee a misura che si producono ; siccome non possiamo bandire tutto il contenuto della coscienza, resta sempre al fondo un elemento che passa sotto nuove forme. La negazione continua d'o^^ni forma e d'ogni limite particolare non ha altro risultato che di sopprimere pi o meno completa.^Ua realt obbiettiva, credenza che la critica metafisica non pu scuotere un sol momento  ( 2(>)  La nostra concezione dell'incondizionato essendo letteralmente la coscienza incondizionata, o la sostanza pura del pensiero, a cui diamo pensando ditferenti forme, .ne segue die un sentimento sempre presente d'esistenza reale fa la ])ase della nostra intelligenza. Poich noi possiamo in atti intellettuali successivi disfarci di tutte le condizioni particolari e rimpiazzarle con altre, ma non possiamo disfarci di questa sostanza indifferenziata delia coscienza, che riceve delle condizioni nuove in ciascun pensiero, resta sempre in noi un sentimento di ci che esiste d' una maniera persistente e indipendente dalle condizioni. Nello stesso tempo che le leggi del pensiero c'interdicono di for.mare una concezione (definita) d'esistenza assoluta, esse c'impediscono egualmente di disfarci della concezione (indefinita) d'esistenza assoluta, poich questa concezione non , noi veniamo di vederlo, che il rovescio della coscienza di s. infine, poich la sola .misura (iella calidit delle nostre credenze,  la resistenza che esse oppongono a fili sforzi che si fanno per cangiarle, ne risulta che quella che persiste in tutti i tempi, fra tutte le circostanze, e die non pu cessare a meno che la coscienza stessa non cessi, possiede il pi alto calore.  Esaminando le operazioni del pensiero, noi abbiamo visto come ci  impossibile di disfarci della coscienza d'una realt nascosta dietro le apparenze, e come da (piesta impossibilit risulta la nostra indistruttibile credenza a questa realt (ibid.). Bench non si possa conoscere l'assoluto in alcuna maniera e ad alcun grado, se si i)rende la parola conoscere al senso stretto, noi vediamo pertanto che 1' esistenza positiva dell'assoluto  un dato neces.sario della coscienza; che sinch la coscienza dura, noi non possiamo un solo istante sbarazzarci di questo dato; e che allora la credenza che vi ha il suo fondamento ha una certezza superiore a tutte le altre. Citiamo ancora il 45, in cui l'autore identifica il  fondo primordiale che la coscienza implica col postulato d'  una Forza inconoscil)ile ; o il 40, in cui, dopo avere stabilito clie il reale per noi  ci che persiste nella coscienza, dice che noi abbiamo coscienza d'una mente tutte le forme e tutti i limiti, e di arrivare ad una concezione indefinita deirinforme e 'leirillimitato In oconcetto vi ha un elemento che persiste.  impossibile che quest elemento sia assente dalla coscienza, ed  impossibile che vi sia presente affatto solo. L^una o Taltra alternativa implica la non coscienza, l'una per manrealt assoluta superiore alle relazioni, prodotta dalla persistenza assoluta in noi di qualche cosa che sopravvive a tutti i cano un omaggio, a ]>arole, al suo principio psicologico con cui egli pretende conciliare la dottrina apriorista e la empirista, ha costruito in realt, trascinato dalle sue premesse ontologiche e metodologiche, una teoria sulle verit ultime interamente aprioristica, e che non l'u assolutamente mettersi d'accordo con quel principio. 1 motivi di (luest'incoerenza sono ovvii. L'idea dell'Inconoscibile non ])otendo derivarsi dai sensi, egli  obbligato a vedervi un possesso ingenito dello spirito, che, per la stessa ragione per cui non pu essei*e acquisito ]>er l'individuo, non pu esserlo nemmeno per la specie. Da un altro canto, siccome non si pu immaginare una reale irrappresentai )ilit derivante dall'esperienza, per appoggiare la sua pi'oposlzione fondamentale sul criterio dell' inconcepibilit della negativa culi deve cercare quest'irrappresentabilit nella natura stessa del jicnsiero; ma allora gli diventa impossibile di trovare a ja \n stesso ontoi^e  Hicoiioscioino tutto ci che vi lia li ben durevole nei tentativi continui clic si fanno per formare una concezione di ci cie  inconcepibile  possibile, ed ancie irobabile, die, sotto le loro forme pi astratte, delle idee di (jnest' ordine continue) anno sempi*e ad occultare il fonro])osizioni. L'autore comincia per dare la cosa come possibile, poi la d comt proha ale, ]>oi come probahilissinia, ma infine^ vince la logica, e Unisce iter atlermarla categoricamente). noi non ne abbiamo alcun bisogno, perch quest' analisi si trova nella Psicologia dello stesso autore. In generale, per combattere le sue dottrine ontologiche, non si ha ad opporre a Spencer che lo stesso Spencer: come all' eroe sedotto dagl'incanti della maga, di cui narra il poeta, si deve a questo filosofo, sedotto dagl'incanti di questa maga che  la metafisica, mostrare se stesso in uno specchio, quello delle sue opere. Dove mai lo Spencer, nei suoi Principii di psicologia, costruisce le nozioni degli oggetti percepiti con altri elementi che i dati della sensazione? quando mai la sua analisi arriva a qualche altro elemento diverso da questi dati stessi?  Levate, diceva Herder (sulla cosa in s di Kant), ad una ad una tutte le pellicole che formano la sostanza bulbosa della cipolla, e ci che rester sar questa pretesa cosa in s >^. Lo stesso deve dirsi di questa nozione di una realt assoluta e indefinita che si pretende restare delle nostre idee delle cose, dopo che si sono spogliate delle qualit sensibili. Che cosa potr restare della nostra concezione di un oggetto esteso, colorato, duro, odoroso, ecc., dopo che si sono soppresse tutte le rappresentazioni venuteci dai sensi? Tutti gli attributi dell'oggetto non hanno altro per contenuto che delle sensazioni: ci non  stato mai posto in dubbio per il colore, la durezza, l'odore, ecc.; in quanto all'estensione, essa risulta, secondo Spencer, dall'associazione delle sensazioni del movimento muscolare con le sensazioni specifiche degli organi della vista e del tatto; per altri invece l'estensione visibile , come il colore, un dato originale della sensazione visuale, congiunto e, per dir cosi, fuso indissolubilmente col colore stesso. Di questi attributi, alcuni indicano dei fenomeni sensibiU che per noi non esistono, anche al punto di vista delle credenze naturali, se non nel momento stesso della sensazione, e attribuendo agli oggetti tali attributi, noi vogliamo dire semplicemente che essi ci occasionano certe sensazioni. Altri attributi invece designano dei fenomeni sensibili che, per la credenza naturale, non esistono semplicemente nel momento della sensazione, ma sono permanenti, e appartengono all'oggetto stesso, o i)iuttosto lo costituiscono. Tali sono Y estensione, il colore, ecc. Ma attribuendo la permanenza e Tobbiettivit a questi fenomeni sensibili, che non sono, come gh altri, che delle sensazioni nostre, noi facciamo ci forse appicciccandole alla pretesa nozione di un oggetto reale, permanente, indefinito, nuda per se stessa di ogni forma sensibile  V operazione del nostro spirito nella concezione degli oggetti esteriori, come abbiamo spiegato nel capitolo 2^ pu indicarsi brevemente cosi: 1 noi consideriamo questi fenomeni sensibili, i quali in verit non esistono che per la nostra sensibilit, come indipendenti da qualsiasi relazione a noi stessi, cio dalle loro condizioni subiettive 2 ai fenomeni sensi bih, che sono stati realmente per noi delle sensazioni attuali, noi aggiungiamo, come concomitanti, come antecedenti, come conseguenti, le sensazioni possibili, cio che noi potremmo o avremmo potuto avere, se fossimo posti o fossimo stati posti nelle condizioni convenienti ; ma queste sensazio^ ni possibili noi le consideriamo, non come fenomeni puramente possibiU, ma come fenomeni reali, e s' intende che questi ultimi fenomeni sensibili, che in se stessi non sono che delle possibilit, ma a cui noi attribuiamo la realt, vengono riguardati, del pari che i primi a cui li aggiungiamo, come indipendenti da qualsiasi condizione subbiettiva. Gli oggetti, quali noi ce li rappresentiamo, non sono cosi che degli aggregati di fenomeni sensibili, cio di sensazioni attuali e di sensazioni possibili realizzate. CJie cosa rester dunque della nozione di un oggetto, dopo aver soppresso tutte le rappresentazioni di senzazioni? ci che rester del bulbo della cipolla dopo aver levate tutte le pellicole. () i)retender forse lo Spencer che, oltre le sensa.sazioni che costituiscono la nostra idea deirestensione, oltre r ordine fra le sensazioni che noi chiamiamo successione, oltre le particolarit distintive di queste sensazioni che ci danno Fimpressione della diUerenza, ci formiamo noi la rappresentazione radimentavia d'un ordine ontologico corrispondente a ci che noi conosciamo come spazio, d'un ordine ontologico corrispondente a ci che conosciamo come tempo, d'un nexas ontologico corrispondente a ci che conosciamo come differenza, e d' un quid indefinito come substratum di tutte queste relazioni ontologiche, e che queste rappresentazioni rudimentarie formano parte integrante della nostra rappresentazione di ci che noi chiamiamo un oggetto esteriore? O ammetter invece che le nostre rappresentazioni degli oggetti sono costituite unicamente di rappresentazioni di sensazioni, ma che il senso della realt indefinita  un elemento delle sensazioni stesse? che ogni sensazione di colore, di resistenza, ecc. contiene la concezione della realt indefinita, assoluta, permanente, che la scienza chiama materia e forza, e che la religione chiama Dio? Tra lo psicologo Spencer che c'insegna Questa sarebbe i)ertanto la sola maniera (Vin tendere la dottrina sulla concezione deirinconoscibile, che la inetterel)be d'accordo col sensismo dei Pricpii di psicologia, e la salverebl)e dal rimprovei'o d essere una forma della teoria delle idee innatese per questa dottrina si prestasse ad una tale interjiretazione. Essendo un elemento di ciascuna sensazione, (juesta concezione sarebbe anche necessariamente un elemento di ciascuna idea (perch un'idea  una sensazione risvei^liata), e cos non si troverebbe mai assente dalla coscienza. Ma la dottrina non si presta ad essere interpretata cos, per pi ragioni di cui due mi sembrano le pi importanti: 1. L'atto mentale per cui apprendiamo l'assoluto, non  una sensazione o una parte di una stmsazioae propriamente detta (cio allo stato forte), perch l'autore parla sempre di (piest'atto mentale come di un pensiero o una rappresentazione (v. 26). Egli lo chiama i>upe,  vero, un .>ononde a una distinzione reale nelle cose, o  soltanto relativa all'uso delle parole? Io credo che la seconda proposizione sia la vera, poich un termine negativo non  al fondo che una designazione generica, conveniente a ciascuno degli attributi positivi che sono incompatibili con l'attributo designato dal termine positivo corrispondente; o in altre parole, il significato di un termine negativo  di denotare le cose che hanno alcuno di questi attributi incompatibili: non bianco  il nome di tutti gli oggetti neri, grigi, cerulei,, o aventi un altro colore ({ualunque differente dal bianco; non quadrato  il nome di tutti gli oggetti triangolari, pentagonali, o aventi un'altra ligura qualunque ditTerente dal quadrato. Cosi una proposizione che nega un attributo di un soggetto,  al fondo una proposizione che qtrerma che il soggetto ha alcuno degli attributi incompatil)ili con questo, ma senza determinare (jaalc; e la ])roposizione, sia che essa abbia la forma affermativa, sia che a])bia la forma negativa,  sempre un' ajrernicu ione, solo nel primo caso l'oggetto deiraffermazione  pi determinato, nel secondo pi indeterminato. (Aristotile, nel trattato De interpretatione, chiama i termini negativi, p. e. non homo, infiniti; e i platonici riconducevano l'opposizione deiresT^cre e del/io/i esset-e e di tutti i contrari. volgere che sul primo caso: quando delle idee sono indissolubilmente legate Ira di loro, la inconcepibilit della negativa, cio la nostra incapacit di separare queste idee,  un criterio della verit? Alla quistione se un legame indissolubile fra le nostre idee sia una prova della verit, si potrebbe aggiungere la quistione corrispondente, se Timpossibilit di congiungere certe idee sia una prova di falsit o dlmpossi])ilit reale. Ma questa seconda quistione rientra a quella dai finito (determinato) e dell'm/^/itYo (indeterminato), come anche a quella dell'ano e del molti notiamo che i contrari delle due aoOTOiy 17.1 erano contaddittori, essendovi tra loro un'opposizione senza medio). A questo punto di vista, la distinzione ammessa nel testo fra una contraddizione e un'asserzione che congiunge in uno stessa soggetto degli attributi opposti o incompatil)ili, svanisce in uua semplice distinzione verbale. Non vi hanno dunque propriamente che due casi d'inconcepibilit: in un caso la proposizione  inconcepibile perch le rappresentazioni, che i'suoi termini esprimono, sono per se stesse opposte o incompatibili, e non vi ha perci alcuna rappresentazione che corrisponda a questi termini, applicati congiuntamente; esso comprende i due casi, distinti nel tosto, della contraddizione e della semplice opposizione o incompati])ilit, e si pu in ([uesto caso dire indifferentemente che l'inconcepibilit  dovuta ad una contraddizione, o che  dovuta alla opposizione o incompatibilit delle nozioni. Nel primo caso d' inconcepibilit, invece, questa contraddizione o incompatibilit non  direttamente fra le nozioni, che si tenta di congiungere, prese per se stesse, ma fra una d queste nozioni e un'altra nozione, che  necessariamente congiunta con quelle a cui si tenta di congiungere la [rima. Che un corpo sia quadrato e rotondo,  un'inconcepibilit dovuta alla contraddizione o alla incompatibilit degli attributi stessi: quadrato e rotondo si escludono direttamente e considerati per se stessi. Ma nella proposizione che abbiamo riportato come esempio dell'altro caso d'inconcepibilit:  Due pi due e quattro sono ineguali , la contraddizione o opposizione non  direttamente fra ineguale e due pi due e quattro, ma fra ineguale ed eguale, e l'idea dell' eguaglianza non pu congiungersi a ({uelle di due pi due e di quattro, perch invece con queste s trova necessariamente congiunta l'idea dell'eguaglianza .nella prima, perch rimpossibilit di formare un le-ame fra certe idee non potrebbe derivare se non dalla circostanza che questo sarebbe incompatibile con qualche altro legame necessario o indissolubile esistente fra le nostre idee. Le obbiezioni di Mill e di Bain contro il criterio  l' influenza delle nostre emozioni vive e delle nostre affezioni.... Queste due influenze saranno pi tardi messe in tutta la loro luce come le cause principali dell' errore e dei sofismi. Bisogna pure tener conto di questa circostanza che, in ragione dei limiti della nostra esperienza, la forza del legame non rappresenta la ripetizione reale dei fatti, a meno che noi non siamo posti in modo da incontrare questi fatti tutte le volte che si producono. Ci che  il pi familiare per la natura pu non essere ci che  il pi familiare per noi. Noi non consideriamo sempre l'universo dall'alto d*un punto di vista centrale e dominante. Il miglior esempio che possiamo darne  l'importanza eccessiva che noi siamo disposti ad attribuire a un tipo particolare di causalit, la volont umana, perch ci  pi familiare degU altri. Ne risulta che noi crappresentiamo la volont come il tipo naturale ed essenziale dell'attivit, quantunque, in fatto, non sia che una forma rara ed anche eccezionale dell'azione e della causalit In riassunto, allorch si considerano le differenti influenze che concorrono a tonnare le nostre convinzioni, la circostanza unica che Spencer mette avanti  talmente dominata dalle altre, che la vivacit della credenza e, per conseguenza, 1'. in-^ concepibilit del contrario, non possono pi essere considerate come un criterio di certezza . (Lofj.) (l). j:^ 11. 11 lettore si  accorto facilmente che il nerbo i\ Huxley, i cui principii filosofici soik, i)cr il fondo, identici a quelli d Mille di Hain, si conlbi'nia inire a questi autori, rigettando il criterio deli'inconcepibilitn. U fatto, egli dice, che il contrario di una credenza  inconcepil)ile,  forse una presunzione in favore) della verit di (luesta credenza, ma non ne  certamente una prova (V. D. nume, sua cita. ecc. trad. fronc. iGiJ-170. hi 540 deHargomentazione di Mill e di Bain consiste in questo: vi hanno e vi sono state delle credenze o incapacit di credere pressoch irresistibili di cui la scienza ha riconosciuta la falsit; queste credenze o incapacit di credere non sono dovute che a delle forti associazioni fra le nostre idee; dunque noi non siamo fondati ad ammettere che un'associazione, anche inseparabile, fra le nostre idee, determinante una credenza irresistibile, possa essere per se stessa un criterio della verit e della falsit; o per riassumere l'argomento con una frase dello stesso Mill: a meno che non esistano degVidola tribus (che sono fondati su ci che il Mill chiama dei sofismi a priori, e sono tutti dovuti alle strette associazioni fra le nostre idee ), la credenza non pu essere una prova concludente della sua propria verit {Log,).  facile di prevedere la risposta che un discepolo della scuola intuitiva pu fare a quest'argomento: queste incapacit di credere di cui la scienza ha riconosciuto la falsit, non sono state delle inconcepibilit assolute; la cosa che si negava sembrava incredibile, ma non era assolutamente inconcepibile. Ma a ci Mill e Bain replicherebbero: Non vi ha una differenza specifica, ma una semplice differenza di grado, fra ci che  soltanto incredibile, e ci che  assolutamente inconcepibile o inimmaginabile. L'inimmaginabilit presenta dei gradi numerosi, che vanno da una debole difficolt a una impossibilit almeno temporanea, e non vi ha hnea precisa di separazione tra ci che  assolutamente inimmaginabile e ci che  totalmente incre dibile, nemmeno tra ci che  inimmaginabile per una persona data e ci che  semplicemente incredibile per essa. Se un' associazione empirica fra due idee non avente la forza che la renderebbe affatto irresistibile, non permette d'immaginare facilmente la separazione dei due fatti corrispondenti, si  fondati a credere che un' associazione empirica pi forte, prodotta da una ripetizione ancora pi incessante, convertirebbe questa difficolt in una impossibiht condizionale, impossibilit che non potrebbe cedere che innanzi ad una esperienza contraria, che le condizioni della nostra esistenza terrestre possono non permettere. E se un'associazione mentale di due fatti, tropp poco forte perch la rappresentazione della loro separazione sia impossibile, pu ancora creare, e, se non vi ha associazioni contrarie, crea sempre pi o meno difficolt a credere che i due fatti esistano separati ; se, secondo i tempi e i luoghi, questa difficolt acquista spesso la forza d'un'impossibiht ; un'associazione che  abbastanza forte per rendere la separazione inimmaginabile pu sicuramente creare un'impossibilit di credenza, non per un tempo e un luogo, ma che durer sinch durer l'esperienza che ha dato nascita all'associazione (V. Mill Filos, di Hamilton, trad. frane). Ora data questa gradazione continua e questa variabilit nella forza dei legami formati dall'associazione; dato per conseguenza che ogni linea di separazione tra i casi di una forte tendenza a credere e quelli di una necessit assoluta di credere, tra i casi di una difficolt di concepire e quelli di un'impossibilit di concepire, non potrebbe essere se non arbitraria ; sarebbe un'incoerenza di non volere che si accordasse ai primi, fondandosi sulla forza con cui la credenza ci s'impone, un valore obbiettivo (visto che esistono degYidola tribus), e di volere che, sullo stesso fondamento, si accordasse ai secondi.  evidente cosi che tutta la forza dell'argomentazione di Mill e di Bain s'incardina nella dottrina dell'associazione inseparabile, nella dottrina, cio, che la forza di un'associazione empirica pu arrivare al punto che questa divenga assolutamente indissolubile, e che tale  l'origine delle necessit del pensiero.  su ci che  fondata il primo argomento contenuto nella prima citazione di Mill: ora, se ben si riflette, questo  il solo argomenta  j forte, il secondo non  clie una vaga generalit, che uno scettico potrebbe impiegare, con la stessa ragi(V ne, contro il valore di ogni conoscenza umana. Se vi fossero, dice Mill, nello spirito delle impossibilit di concepire inseparabili dallo spirito stesso, noi non potremmo concludere che ci che siano incapaci di concepire non pu esistere, perch ci supporrebbe che noi sai)essimo a j)riori che siamo stati creati capaci di concepire tutto ci die pu esistere; che il mondo del pensiero e quello della realt sono stati fabbricati in maniera da corrispondersi mutuamente. Ma  precisamente su questa supposizione a priori, che il mondo del pensiero e quello della realt si corrispondono mutuamente, che si fonda la conoscenza umana: il pensiero non pu uscire da se stesso, e confrontarsi immediatamente con le cose; credere alla realt della nostra conoscenza implica un atto di fede nelle nostre facolt conoscitive. Cosi la nostra credenza nella veracit della memoria, il Mill ne conviene,  un fatto ultimo: noi l'ammettiamo senza prova, perch tutte le prove che se ne potrebbero dare suppongono gi la credenza stessa. Ora questa fede nella memoria, e nelle nostre facolt conoscitive in generale, non implica, altrettanto che la fede nella validit di qualsiasi necessit primitiva del pensiero, la supposizione a priori che il mondo del pensiero e il mondo della realt sono stati fabbricati in modo da corrispondersi mutuamente? Del resto, ammettendo (l) Ci che pu esservi di umuissil^ile nei (Uil)bi di Mill sulla validit di una necessit innata del pensiero,  che la sua corrispondenza con una necessit obbiettiva sarebbe inesplicabile, e siccome noi dubitiamo naturalmente della possibilit d'un fotto quando ve, ed egli stesso, senza osare di  affermare assolutamente  che tutte queste leggi  possono essere rigorosamente rap]X)rtat 3 a un' assoluta necessit della natura delle cose , riconosce questo carattere alla legge che io ho citato. Quantunque, dice egli, la prima legge del movimento sia stata, storicamente parlando, scoverta dall'esperienza, noi siamo ora posti ad un punto di vista che ci mostra che essa avrebbe potuto essere costatata indipendentemente dall'esperienza >>. (Storia delle scienze induttive), Qual esempio pi colpente di questo dell'influenza dell'associazione ? I filosofi, pel* generazioni, trovano una difficolt straordinaria a congiungere insieme certe idee; alla fine vi riescono; e, dopo una sufficiente ripetizione dell'operazione, immaginano dapprima che vi ha un legame natu.rale tra queste idee; poi provano una difficolt che aumentando di pi in pi, finisce per divenire una impossibiht di disgiungerle. {Log.). Il Mill qui non comprende la vera ragione di questa  trasformazione della credenza : non  per l'abitudine di congiungere le idee unite dalla prima legge del movimento, per essersi, dopo una sufficiente ripetizione dell'operazione, familiarizzati con essa sino al punto da diventare imposisibile una disgiunzione di queste idee, che i matematici riguardano questa proposizione come upa verit necessaria. Il fatto r spiegato meglio altrove dallo stesso Mill. In ogni tempo, egli dice (parlando del sofisma a /^r/o/-/ dellaragion sufficiente), i .geometri si sono esposti al rimprovero di voler provare i fatti del mondo esteriore per mezzo ili ragionamenti sofistici, per evitare di appellarne alla testimonianza dei sensi.... Essi credono pi scientifico di stabilire questi principii cosi che per la prova dell' espe;rienza. (Log.). Il sofisma della ragion sufJciente, come tutti gli altri tentativi di dimostrare ie verit di fatto (le quali riposano, non sulla dinostrazione, ma sull'induzione), non  che un caso del metodo a priori, applicato, non, come fanno i filosofi radicalmente aprio.risti, a tutto il sistema delle conoscenze umane, ma a qualche branca particolare, e specialmente ai principii della meccanica noi vedremo nel Saggio seguente che la ricostruzione a priori della realt  una delle manifestazioni generali del modo di pensare metafisico, e come questa manifestazione si riattacca alla tendenza fondamentale imetafsica o sofistica a priori del nostro spirito Del rimanente noi dobbiamo aggiungere che se la difficolt di concepire, dovuta alle prime apparenze, non  sufficiente per fare respingere le leggi scientifiche del movimento,. essa  sufficiente almeno per far trovare incomprensibili i Tatti enunziati in queste leggi: quando si dice che la comunicazione del movimento per l'impulsione (questo fatto per noi il pi familiare della natura esteriore)  un mistero, che r azione a contatto  cosi inesplicabile come Fazione a distanza, questo non  che un effetto della contraddizione delle leggi del movimento, scoverte dalla scienza, con le suggestioni spontanee prodotte dalle prime appai^enze. Il Bain pensa come il Mill che le inconcepibilit sono qualche cosa di variabile e di relativo ai tempi, ai luoghi, alle l>ersone.   in gmn parte, egli dice, la nostra educazione clie decide ci clia noi possiamo concepire e ci che non possiamo concepire. La prova ne  che delle verit, che passavano per inconcepibili a certe epoche e in certi paesi, divengono concepibilissime con un'educazione differente, ed anche si sono a tal punto fissate negli spiriti, che  il contrario di queste verit ciie  ora inconcepibile. I Greci ammettevano che la materia  eterna, ch'essa esiste per se stessa: molti moderni pretendono che l'esistenza per s della materia  assolutamente inconcepibile. Vi ha dei filosofi che pensano che l'azione dello spirito  la sola origine concepibile del potere motore, della forza motrice: altri riguardando al contrario l'azione dello spirito sulla materia come assolutamente inconcepibile, hanno inimaginato delle ipotesi speciali per risolvere la difficolt p. e. Malebranclic con la sua teoria dell'intervento di Dio, e Leibnitz con la sua armonia prestabilita. Newton 11 disaccordo dei llosol suirazione della volont, consideraci ora come il l'arto pi cliiaro, ed ora come il pi inesplicabile, ha suggerito al Mill oneste riliessioni:  1/ inconcepibile e il concepihilc e una circostanza tutta accidentale, e clie dipende interamente dalla esperienza e dalle abitudini di pensiero degli uomini; degrindividui possono, per conseguenza di certe associazioni d'idee, esnon poteva concepire la gravitazione senza l'esistenza d'una sostanza intermediaria: teoria oggi abbandonata ^ (Log,). Noi osserveremo, in primo luogo, su questo ragionamento del Bain, che tanti secoli d'insegnamento della dottrina cristiana non hanno potuto fare che la creazione della materia dal niente finisse di sembrare un mistero incomprensibile, il che prova che l'insegnamento e l'educazione possono cangiare le nostre credenze, ma non le inconcepibilit o le semplici difficolt di concepire del nostro spirito. Se alcuni filosofi hanno appoggiato il dogma incapaci di concepire una data cosa qunlancjue, e divenire in seguito capaci di concepire molte cose, per (luanto inconcepibili avessero potuto sembrare dapprima; e gli stessi fatti clie per una persona determinano nel suo spirito ci die  concepi])ile o no, determinano pure quali sono nella natura le sequenze che gli parranno si naturali e plausibili che non hanno bisogno d'altra prova che l'evidenza della loro luce propria, indipendentemente da ogni esperienza e da ogni spiegazione. Per qual regola decidere fra una teoria di questo genere e un'altra? 1 teorici non ci rinviano ad alcuna evidenza esteriore; ciascuno di loro fa appello ai suoi sentimenti subbiettivi Essi elevano all'altezza d'una legge primitiva deFintelligenza umana e della natura una successione particolare di fenomeni che sembra loro pi concepibile e pi naturale delle altre solo perch  loro pi familiare  {Log.). Secondo noi una concezione metafisica non  ({ualche cosa di cosi arbitrario ed accidentale come (jui il Mill sembra credere: basta a provarlo la persistenza di certe alce madri, di certi tipi generali, nella storia della metafisica (animismo -nel senso che il Tylor d a questa parola, ilozoismo,' spiegazione di tutti i fenomeni fisici per l'impulsione, concezione del reale come sostanzialmente immutabile, realizzazione dei concetti unita al metodo deduttivo, ecc). 11 metodo che noi impiegheremo nel Saggio seguente, per renderci conto delle concezioni dei metafsici, sar di ridurle a dei tipi d pi in pi generali, mostrando, per ciascuno di questi tipi, il concetto fondamentale che gli serve di base, e deducendo questi concetti fondamentali da certe credenze o tendenze a credere istintive, comuni a tutti gli uomini, e che costituiscono la metafisica iiatarale del nostro spirito religioso su degli argomenti razionali, questi argomenti sono tirati quasi unicamente dalla necessit di evitare un altra inconcepibilit (la quale d'altronde  una inconcepibilit assoluta e non una semplice diticolt di concepire), quella deirinflnito attuale. In secondo luogo, perquel che riguarda Fazione della volont, la concepibilit o inconcepibilit di questo fatto non  (lualche cosa di puramente accidentale ed individuale, come pensa il Bain: esso presenta etl'ettivamente alFintelligenza umana, per dir cosi, due l'acce opposte; dall'una, sembra il latto pi evidente e pi naturale, dalFaltra, il pi oscuro ed inesplicabile. Noi spiegiieremo altrove (Saggio 2^ parte 1% e. 4^) questo fenomeno psicologico, per cui i (atti pi familiari del nostro spirito ci sembrano da una parte i pi evidenti di tutti e tali, non solo da non aver bisogno d altra prova, come diceMill(Lo^. 1. 3 e. 5^ 0, 1. e), che l'evidenza della loro luce propria, ma ancora da poter comunicare questa luce a tutti gli altri,  servendo di spiegazione ultima delle cose in generale  (Mill ibid.); ma dall'altra parte ci paiono invece i pi misteriosi di tutti e i pi ribelli ad ogni spiegazione. Per ora accenneremo solamente che questo doppio aspetto in cui gli stessi fatti ci appariscono, non  che una conseguenza del modo differente in cui ce li rappresentiamo: Tidea che la scienza ci d di questi fatti  tutt altra da quella che abbiamo attinto immediatamente dalle osservazioni pi familiari. Quando ci sembrano i pi misteriosi di tutti,  perch ce li rappresentiauo secondo l'idea che ne d la scienza; quando ci sembrano i pi evidenti,  perch li concepiamo nel modo suggeritoci spontaneamente dalla nostra esperienza giornaliera ; ma siccome (per servirci di un'altra frase di Ml'bdem) le suggestioni della vita di tutti i giorni sono pi forti che quelle della riflessione scientifica , il secondo modo di concepirli non  mai soppiantato interamente dal primo, e la loro evidenza prescientifca persiste sempre, per conseguenza, a lato dell'aspetto misterioso in cui la scienza ce li presenta. A ci aggiungeremo, per quanto concerne l'azione volontaria, che ci che prova che l'evidenza e il mistero, attribuiti a questo fatto, non sono qualche cosa di accidentale e di relativo all'individuo,  che, mentre nessuna scuola filosofica ha insistito quanto la spiritualista sull'incomprensibilit dell'azione mutua fra lo spirito -e il corpo, l'evidenza, superiore a quella di qualsiasi altro fatto dell'esperienza, dell'azione dello spirito sul corpo  ^l tempo stesso il concetto fondamentale su cui questa scuola  basata, senza di che essa non eleverebbe questo modo particolare di causazione a tipo universale della causazione e a spiegazione radicale di tutti i fenomeni. Lo stesso autore dell'armonia prestabilita dichiara espressamente che l'idea pi ciara della potenza attiva ci  data dalle operazioni del nostro spirito, e che se questa -si trova anche nei corpi, essa non appartiene gi alla materia, ma alle entelechie (cio alla monadi), che spno analoghe allo spirito (N, S. sulVint, urm). In quanto a Malebran che, egli deduce,  vero, la dottrina che Dio  la causa universale, dalla sua onnipotenza, e non dall'evidenza superiore dell'azione volontaria: ma le .prove, con cui un metafisico dimostra il suo sistema, non sono necessariamente i motivi reali di questo sistema; ed  difficile a credere che la filosofia di Malebranclie sia fondata su un semplice concetto della teologia positiva, e .non su quello che  la base della filosofia teologica in generale, cio l'assimilazione delle forze della natura alla nostra attivit umana, o semplicemente animale. Il disac" cordo dei filosofi sull'evidenza e il mistero dell'azione volontaria non  dunque che apparente ; e questo fatto, ben interpretato, lungi di provare la variabilit delle necessit (relative) del nostro pensiero, ne prova, al contrario, la persistenza. Ora che conclusione si pu(') tirare da questa persistenza (Ielle necessit, tanto assolute quanto relative, del i3ensiero, per la quistione presente sulla validit del criterio deirinconcepibilit della negativa? Da una parte essa mostra pi apertamente la contraddizione die vi ha a respingere la validit del criterio ; poich le necessit del pensiero essendo generali e permanenti, Mill e Bain ne partecipano come tutti gli altri uomini, e, trattandosi di necessit assolute che impongono una credenza irresistibile, essi non possono quindi, senza incoerenza, respingerne teoricamente il valore obbiettivo, quando praticamente sono costretti ad animetterlo. Ma dallaltra parte, se vi hanno delle necessit assolute del pensiero derivate dall'associazione delle idee; se vi ha pericolo che queste necessit assolute siano delle illusioni come quelle necessit relative di cui la scienza ha scoverto l'erroneit; il male sar pi grave ancora di quello che possa temere Mill o Bain, perch, una necessit del pensiero non potendo modificarsi, Tillusione sar senza rimedio. Cosi, lungi dairesserci liberati dalla contraddizione e dalla perplessit, noi vi ci troviamo pi che mai inviluppati: le contraddizioni e le perplessit sono nel fatto inevitabili, sin-che si mantiene la dottrina deVassociazione inseparabile. Queste perplessit, queste contraddizioni ine Noi abbiamo vista in una note antecedente l'incertezza di Mill sulla quistione se un'associazione inseparabile o un'inconcepibilit del contrario (che per Mill  la stessa cosa) produca o no una credenza irresistibile: un'altra incertezza simile noi la troviamo, quando egli determina la nozione stessa dell'associazione inseparabile, (ra Mill chiama inseparabile un' associazione che sar tale sinch delle esperienze contrarie non la diseiolgano (v. p. e. il 1. e. della Filos. di Hamilton);  questa, secondo noi, la vera nozione dell'associazione inseparabile. Ma ora invece ammette che, non solo delle esperienze contrarie, ma anche le operazioni del pensiero possono disciogliere un'associazione inseparabile; cosi nel e. XI della Filos. eli Hamilton, sul principio, distingue l'associazione inseparabile dall'associazione indissolubile. Non si vuol dire per stricabili, in cui la dottrina deirassociazione inseparabile getta fatalmente i filosofi empiristi che la sostengono, non sono che un altro aspetto della contraddizione radicale di questa dottrina coi principi! fondamentali della filosofia dellesperienza. Il canone fondamentale di questa filosofa  che non bisogna niente ammettere senza j)rova (la prova non essendo altra cosa che una detluzione fondata sopra un induzione antecedente ): ma se vi ha in noi una necessit del pensiero che e' impone irresistibilmente la ci^edenza, o che questa necessit sia congenita allo spirito, o che sia il prodotto d'un'associazione empirica, ogni prova sarebbe vana; sarebbe inutile, come dice Mill, di appellarne, perch sarebbe impossibile di modificarla. Ma non ne seguirebbe, come aggiunge lo stesso autore conformemente ai principi! deirempirismo, che la credenza fosse vera. E nel fatto i risultati della dotqueste parole (associazione inseparal)ile) che l'associazione deve inevitabilmente durare sino alla line della vita, che alcuna esperienza susseguente, alcuna operazione del pensiero non possa diSi-ioglierla; ma solamente che. sinch questa esperienza o ensiero non avr luogo, lassociazionc rester irresistibile ; che ci sar impossibile di pensare 1' uno dei suoi elementi separato dall'altro. Ma come chiamare irresistibile un'associazione che un'operazione del pensiero pu disciogliere? Non sembra (juesta una sconfessione della dottrina dell' associazione insei)arabile1 Se  luesta la nozione dell'associiazione insei^arabile, noi siamo presti ad al)bandonare tutte le obi)iezioni che al>)iamo fatte contro (piesta dottrina; ma Mill deve abbandonare pure la pretesa di spiegare per un'associazione inseparabile la necessit dei principii intuitivi della matematica, perch  evidente che noi non ]ossiamo immaginare alcuna operazione del pensiero che i>os8a valere a disciogliere il legame fra le idee di cui consta il giudizio espresso in (juesta proposizione: due e due fanno cpiattro. Sono questi i legami iva le nostre idee che soli meritano il nome d' inseparabili: se si ammette che un'associazione empirica pu diventare inseparaile sino a (juesto punto, allora rinasce la nozione dell'associazione inseparabile contro la quale ab])iamo fatte lejostre ol^ Iniezioni, e con essa l'applicabilit di queste obbiezioni "stesse. trina empirista sono la negazione di molte di queste credenze irriflesse che tendono ad imporsi con la forza pi grande al nostro spirito, credenze che non sono che l'opera dell'associazione spontanea d^Ue idee: cosa che necessariamente deve rendere sospetta ogni associazione relativamente o assolutamente irresistibile, in cui non pu vedersi, invece che una convinzione fondata su Tesarne e delle prove, che un prodotto fatale dell' attivit istintiva dell' intelledas sili permissiis. Ne segue che il canone fondamentale della filosofia dell'esperienza non pu ssere applicabile d'una maniera universale, se non alla condizione che non vi siano fra le nostre idee delle associazioni assolutamente inseparabili. Ora noi abbiamo visto in un capitolo antecedente che questa condizione fortunatamente si verifica; che nel fatto l'associazione non pu stabilire fra le nostre idee alcuno di questi legami assolutamente indissolubili, tali da determinare la irresistibilit della credenza. Cosi si dissipa qu6*,st'ombra di dubbio che le illusioni naturaU del nostro spirito (illusioni per altro che noi possiamo correggere) Un critico di Mill, appartenente alla scuola intuizionista, protesta contro la dottrina dell'associazione inseparabile, che determina necessariamente la credenza, ed esorta la giovent a scuotere l'influenza di questa dottrina, e ad apprendere che  il nostro -dovere di fondare le nostre credenze sovra un giudizio antecedente, e di basarle sull'esame delle realt e delle attualit. 11 Mill si lagna di non essere compreso, e risponde che egli  un missionario delle stesse idee (Filos. d Hamilton trad. frane). Ma Terrore del critico  perdonabile:  un'incoerenza] quando si  un missionario di queste idee, di ammettere al tempo stesso la loro inapplicabilit, un' associazione irresistibile producendo necessariamente una credenza che non  fondata esclusivamente su delle prove, come vuole il Mill. Ci , mutati^ mutandis, come se un moralista, convinto die l'uomo non  capace se non di azioni egoistiche, predicasse nondimeno la morale dell'evangelcf: Amate il pi'ossmo c-ome voi stessi. ^ proiettano sul criterio della inconcepibilit della negativa, e noi evitiamo le contraddizioni, in cui lo spirito non pu non cadere, quando pensa di scuotere questa fede necessaria che noi dobbiamo avere nelle nostre facolt conoscitive. Non vi ha altra necessit del pensiero, altra inconcepibilit della negativa, che nei giudizi immediati sulle somiglianze e sulle ditTerenze: il reale, l'esistente, non pu essere attinto che dalla prova, e questa non pu essere che una deduzione rigorosa fondata sovra un'induzione anteriore. Ma con tutto ci una necessit del pensiero (anche dentro questi limiti) non  sempre una contraddizione ai principii della dottrina dell'esperienza? Questa contraddizione in realt  pi con la lettera che con lo spirito di questa dottrina. Ci  perch il postulato, a cui si riduce ogni anticipazione suU' esperienza contenuta in tutte le nostre conoscenze veramente a priori e necessarie,  uno di quei postulati che noi dobbiamo ammettere senza prova, per la ragione che ogni prova implica gi l'ammissione di questi postulati. Vi hanno tre facolt fondamentaU nell' intelligenza : sono la memoria, la comparazione, e la facolt di concludere o di tirare delle inferenze. Ogni ragionamento, ogni prova o esame dei fatti, suppone 1' esercizio in comune di queste tre facolt associate, facolt che noi non distinguiamo che per una specie di astrazione, perch ogni operazione dell'intelligenza suppone il concorso di tutte e tre. Prendiamo un sillogismo, un sillogismo considerato, non come lo considera la logica formale, cio come un'inferenza puramente verbale, ma come un'inferenza reale, nella quale perci i veri antecedenti logici sono i fatti delF esperienza passata, di cui la maggiore  l'espressione generale. La maggiore enuncia dunque questi fatti deiresperienza passata (e, per essere esatti, insieme a questi fatti, esprime pure la riconoscenza che essi / * -^sono tali, che noi ci crediamo autorizzati a tirare delle su altri latti non ancora sperimentati): ora questi tatti deiresperienza passata noi non li ammettiamo che sulla lede della memoria. JMa oltre la memoria, la maggiore suppone anche la facoltc della comparazione: infatti  per avere scoverta Tunitormit, cio la somiglianza, tra questi tatti dellesperienza passata, che noi possiamo riassumerli in una formula generale. La minore del sillogismo non esprime pure che una comparazione: essa aferma die il caso presente ha una somiglianza definita, per gli attributi che noi ne conosciamo, coi casi delFesperienza passata che sono stati registrati nella maggiore. La conclusione, infine, afferma che il caso presente deve somigliare ai casi passati anche per T attributo che noi ancora non abbiamo direttamente conosciuto, e che quest attributo gli appartiene. (Confr. e. 2^ 14^' n.*^ 4).  evidente che quest'ultima affermazione  altra cosa che una comparazione o un atto di memoria:  per quest affermazione che si manifesta la terza facolt, quella di concludere, o di tirare delle inferenze. Ora ciascuna di queste tre facolt ha il suo postulato, o piuttosto, l'ammissione della veracit di ciascuna di queste tre facolt non  che un postulato; noi non possiamo provarla, ma dobbiamo ammetterla senza prova. Noi ammettiamo che i fatti che la memoria attualmente ci suggerisce lianno in realt esistito nel passato; noi ammettiamo che le somiglianze che il nostro pensiero percepisce sono le somiglianze reali delle cose; infine noi ammettiamo che abbiamo il dritto di tirare delle inferenze dal noto air ignoto, dal passato air avvenire. Tutto ci noi lo ammettiamo senza prova; essi sono dei postulati, e tutti insieme costituiscono il ix)stulato universale, che noi dobbiamo aver fede nelle nostre facolt conoscitive, che il pensiero e la realt si corrispondono, che la verit esiste, che rintelligenza pu conoscere e le cose possono essere 2il pensiero e la realt, non solo e un'anticipazione delFesperienza, ma non potrebbe essere nemmeno verificata ; perch questa verificazione implicherebbe la fede nella veracit della memoria dei rapporti gi percepiti, e siccome in generale p >nsare un tal rapporto non  che percepire il rapporto stesso fra le nostre rappresentazioni (l'idea 0 impressione del rapporto non potendo essere prodotta che da termini presenti attualmente nella coscienza), quindi la fede nella memoria implica, in questo, caso, il postulato che i rapporti sentiti fra le nostre ra})presentazioni corrispondono ai rapporti sentiti fra le cose stesse. Infine, quando noi diciamo che i rapporti attualmente percepiti (sia fra le idee sia fra le ca.se) corrispondono ai rapporti reali esistenti fra le cose stesse, (siccome un rapporto di somiglianza o di differenza non  niente al di fuori della nostra percezione) noi vogliamo dire che la i)ercezione del rapporto non  arbitraria e accidentale, ma  costantemente legata alla presenza dei termini del rapporto nella coscienza, che gli stessi termini ci [)rotlucono costantemente gli stessi sentimenti di rapporto. Questa costanza delle percezioni dei rapporti, implicata in ogni affermazione di somiglianza e di differenza, e anch'essa una supposizione anteriore alfesperienza e elio Tesperienza non pu, rigorosamente, verificare; perche questa verificazione implicherebbe la fede nella veracit della memrria dei rapporti percepiti, la qual fede non  che un caso del postulato che i rapporti perce[)iti fra le rappresentazioni corrispondono ai rapporti percepiti o [)ercepibili fra le cose stesse. Ora questi risultati noi dobbiamo a[)plicarli a tutte le affermazioni di somiglianza e di ditlerenza, le quali, oltre che sono l'oggetto esclusivo delle matematiche pure e di ogni altra verit cosi detta razionale, costituiscono anche un momento necessario di qualsiasi operazione della nostra intelligenza. Ogni ragionamento implicando la costataz ione di cert^ uniformit, fra oggetti di cui una parte almeno sono assenti dalla coscienza, le comparazioni dalle quali risulta la costatazione di queste uniformit, implicano il postulato che i rapporti (di somiglianza e di differenza) percepiti nel pensiero, o fra le nostre rappresentazioni, corrispondono ai rapporti percepiti o percepibili fra le cose stesse. Di pi il ragionamento suppone la costanza di questi rapporti, cio che gli stessi termini ci producono costantemente le stesse impressioni di rapporto. Supponiamo infatti (per quanto una tale supposizione pu essere intelligibile) che le nostre percezioni di questi rapporti non si pi^ducessero pi d'una maniera regolare, che il simile ci sembrasse differente e viceversa; allora ci(j che attualmente chiamiamo ordine della natura ci sembrere bbe invece un disordine, perch la percezione dell'ordine o dell'uniformit non consiste che in percezioni di somiglianze. Allora tutte le nostre classazioni, tutte le nostre previsioni dei fenomeni futuri, sarebbero false o impossiljili; l'ordine della natura non sare)l)o cangiato, semplicemente noi non jx)trcmmo pi com[)renderlo. Tutti i nostri ragionamenti suppongono dunque la regolarit delle nostre percezioni dei rapporti di somiglianza; ma questa supposizione non potrebbe, come abbiamo detto, essere sperimentalmente verificata, a meno che non si ammetta il postulato: che i rapporti percepiti fra le nostre idee corrispondono ai rapporti percepiti o i)crcepibili fra le cose stesse. Questo postulato  dunque implicato in ogni ragionamento, in ogni prova: al fondo esso , unitamente, per le nostre percezioni di somiglianza, ci che i due altri postulati, quello della memoria e quello dell' inferenza, separatamente, sono per tutte le altre nostre percezioni. Dentro i limiti delle percezioni di somiglianza, esso sostituisce il postulato della memoria, percli noi non ci rammentiamo una somiglianza gi percepita per la retcntivit e la reviviscii)ilit della percezione gi provata, come avviene per I 5 le altre percezioni, ma semplicemente perch la rappi^sentazione delle cose simili gi percepite produce attualnella nostra coscienza il sentimento della soQiiglianza. Dentro gli stessi limiti, esso sostituisce il postulato dell'inferenza, perch per conoscere cjual percezione di rapporto ci produrr la presentazione di dati oggetti, noi non abbiamo bisogno di fare un'inferenza, ma ci fidiamo alla inspezione attuale delle rappresentazioni di questi oggetti. Cosi la natura, con mezzi apparentemente pi semplici (una pura azione riflessa) ha ottenuto, per questa classe di percezioni, ci che per le altre non ha potuto ottenere che con mezzi apparentemente pi complicati, quelli che costituiscono il meccanismo, ignoto nei suoi ultimi elementi, della memoria e della inferenza. Se ora ci domandiamo che ragione abbiamo noi di ammettere la validit obbiettiva di questi tre postulati, o, in una parola, del postulato universale della corrispondenza fra il pensiero e le cose, la risposta sar semplice ; ragione  che noi non possiamo fare a meno di ammetterli, se pure non vogliamo rinunziare all'uso del pen-, e ridurci allo stato di vegetali (come dice Aristotile contro quei sofisti che negavano il princiio di contraddizione). Noi possiamo certamente, d'una maniera speculativa, e in ultima analisi, solo verbalmente, elevare dei dubbi sul valore delle nostre facolt conoscitive ; E appena bisogno di oggiungerc che ci che noi diciamo nel testo sui rapporti di somiglianza si riferisce a quelli che sono conosciuti d'una maniera intuitiva o immediata: quando il rapporto viene invece conosciuto per inferenza, allora, come abbiamo detto nel capitolo precedente, noi non ci facciamo una rappresentazione adequata dei termini rapportati, ma le nostre rappresentazioni sono simboliche. In (]uesto caso la congiunzione delle nostre idee  governata dalle leggi generali dell'associazione, e il meccanismo dell'inferenza  lo stesso che in ogni altro caso qualsiasi d'inferenza, in cui si tratti, non di somiglianze, ma di altri fenomeni qualunque. ma, ogni esercizio del pensiero implicando la riconoscenza di questo valore^, noi non lo possiamo senza avvilupparci in inestricabili contraddizioni. Queste facolt sono^  vero, per noi la sorgente di persistenti illusioni: ma noi possiamo correggerle, ben pi, noi possiamo studiare il meccanismo della loro produzione. Dicendo che noi dobbiamo ammettere necessariamente la corrispondenza fra il pensiero e le cose, per queste cose non intendiamo altro che i fenomeni: cio da una parte i nostri fenomeni interni o subbiettivi, da un'altra parte quelli della natura esteriore, che si risolvono in sensazioni reali e possibilit di sensazioni. Per quelli che pensano come Mill e Bain, come per il realismo volgare, le cose non sono che le presentazioni dei nostri sensi: noi non possiamo affermare altra realt, al di l della sensazione o del fenomeno, perch da una parte la credenza spontanea, che fa delle nostre sensazioni delle cose poste fuori di noi e indipendenti dal soggetto senziente,  stata irrevocabilmente distrutta dalla riflessione scientifica; e d'altra parte le concezioni filosofiche che si tenta di sostituire a questa credenza spontanea, n c'impongono immediatamente, com'essa, l'assentimento, n possono essere giustificate per mezzo di "prove (v. Saggio seguente parte 2^), ben pi, esse sono, come abbiamo detto, intrinsecamente inintelligibili e contraddittorie. Il postulato della corrispondenza Tra il pensiero e la realt, cio l'aftermazione supposta in ogni atto del pensiero, che l'intelligenza pu conoscere e le cose possono essere conosciute, implica che i fenomeni sono assolutamente intelligibili, e che vi ha, o piuttosto pu avervi, una coincidenza assoluta fra la conoscenza e l'oggetto conosciuto (aequatlo rei et intellectas). Cosi, non solo lo scetticismo propriamente detto, ma anche il criticismo, la dottrina dell'Inconoscibile e, in generale, tutte le forme dell'agnosticismo contemporaneo, sono in contraddizione r con questo postulato. Il criticismo perch a parte i limiti che il noumeno oppone alla nostra conoscenza il postulato suppone al temjxD stesso l'opposizione e la coincidenza tra la conoscenza e la cosa conosciuta. Per Kant la cosa conosciuta non  che il i)rodotto del nostro pensiero; Fordine con cui le cose ci appariscono non  in esse, ma in noi. I neo-kantiani che abbandonano la cosa in s, arrivano necessariamente alla conseguenza die l'oggetto non esiste assolutamente e per s, ma relativamente al soggetto conoscente. Cosi il criticismo  la negazione della dualit della conoscenza e dell'oggetto conosciuto, dell'indipendenza del secondo dalla prima. In Potrebbe sembrare che la dottrina di Mill e d Rain sul mondo esteriore implica anch'essa la negazione della diudit della conos^^enza e della cosa conosciuta e della indipendenza di questa da (pit'lla: ma mettendosi al punto di vista del sistema, si vedr clie non  cosi. Le cose, cio le presentazioni dei nostri sensi, non sono (ertamente, in luesto sistema, indipendenti dol soggetto senziente, ma esse sono indipendenti dal soggetto conoscente; una presentazione dei nostri sensi, una sensazione, non  una conoscenza, ma  l'oggetto conosciuto; la conoscenza incomincia l dove incomincin la rappresentazione, il giudizio, ci che  suscettibile di verit o di falsit. La proposizione che non pu esservi verit o falsit (e quindi nemmeno conoscenza; nella sensozione, si trova del resto generalmente ammessa, a cominciare dAristotile. Tuttavia secondo la dottrina comune che considera la sensazione come la rappresentazione di un oggetto esteriore distinto da essa, potrebbe avere ancora un senso il dire che la sensazione  una conoscenza: ma nella dottrina di Mill e di Hoin non potrel)be avere alcun senso, perch in essa non solo, come nel realismo popolare, la sensazione s'identifica con la cosa, ma non vi ha altra rosa che la sensazione stessa. Ora ])er questa dottrina le cose, cio le presentazioni dei nostri sensi, i fenomeni, sono indipendenti dal soggetto conoscente, ed hanno un'esistenza assoluta, in quanto l'ordine con cui essi avvengono  qualche cosa di reale e di (\ssoluto; non  una foi-ma del nostro ]>ensiero come per Kant, ma esiste indil>endent('mcnte da ogni rapporto con un soggetto conoscente. (Gonfr. e. V, la nota al 0). m7 quanto alla dottrina dell'inconoscibile in se stessa, indiI)endentemente dalla sua alleanza con le dottrine kantiane, parr forse esorbitante l'asserzione che essa contraddice pure al postulato necessario dell'intelligenza; perch, si dir, affermare che la nostra conoscenza  limitata, non  invalidare il valore reale di questa conoscenza. Ed  vero: cosi quelli che pensano come Mill e Bain, non negano che, al di l dei fenomeni, possa esservi qualche cosa che sfugge assolutamente alla nostra conoscenza. Ma quelli che ammettono che la realt che noi conosciamo, il fenomeno, non  che la semplice apparenza d'una realt sconosciuta, invalidano necessariamente il valore reale diquesta conoscenza. Perch intatti essi trovano necessaria la supposizione di questa realt sconosciuta che serva di fondamento ai fenomeni? Perch, secondo loro, la realt fenomenale  inintelligibile, e ci mostra per questa sua inintelligibilit che essa non  una vera realt, ma una semplice apparenza; perch le idee ultime della scienza sono contraddittorie, e noi ci troviamo di fronte a delle alternative d'inconcepibilit in ciascuna delle concezioni fondamentali che cerchiamo di formarci; perch, in una parola,, la nostra non  una conoscenza, ma un simulacro (U conoscenza (V. Spencer Primi princ. e. 2*^ e:>, e DuHoys Reymond / limiti della filosofa naturale nella Rev. scienti/:). Si replicher tuttavia che queste asserzioni dei fautori della dottrina dell'Inconoscibile non sono essenziali alla dottrina stessa ; che si pu ammettere che lo spirito umano pu formarsi una concezione perfettamente chiara e coerente della realt fenomenale, tanto nelle sue parti quanto nella sua totalit, e che anche in questo caso nondimeno il bisogno di oltrepassare questa realt sareljbe legittimo, perch una conoscenza assoluta delle cose implica la conoscenza dell'essenza, e il fenomeno non  l'essenza ('non  l'essenza, perch la percezione sensibile non ci d la realt assoluta, ^ cio ogg(3ttiva, e perch i legami tra i fenomeni non sono (Ielle vere causazioni, cio efficienti, ma delle semplici uniformit di sequenza). Certamente, in quest'ipotesi, limitare la conoscenza non sarebbe invalidarla; se non che, non si avrebbe, allora, alcuna ragione di limito re la conoscenza, perch non si avrebbe alcuna ragione di affermare un'essenza al di l del fenomeno. L'intelliresso sotto un'altra forma Una cosa che  oggetto di prova e non di conoscenza immediata, non pu essere stabilita che per una deduzione (sillogismo) fondata sovra un'induzione antecedente. Questa induzione antecedente  una proposizione generale, che abbraccia in una stessa formula tanto le cose dell'esperienza passata clie costituiscono il punto d partenza dell'induzione, (luaiito le cose che ne costituiscono il punto d'arrivo, tra le altre quella che  l'oggetto della deduzione susseguente. Cosi la cosa dedotta deve essere dello stesso genere che le cose che servono di punto di [mrtenza aU' induzione antecedente: ma queste non sono che fenomeni ; dunque anche (|uella non pu essere che un fenomeno. essa non potrebbe nemmeno essere conosciuta d'una maniera intuitiva 0 dedotta a priori, perch, come abbiamo mostrato, la realt, l'esistenza, non pu essere l'oggetto di una conoscenza a priori. Noi vediamo dunque che mostrare l'impossibilit di ogni conoscenza a priori sul reale non , come avrebbe potuto credersi, mortificare le aspirazioni pi alte dell'intelligenza, , al contrario, giustificarle. Perch, da un canto, quest'impossibilit implica che non vi ha alcuna ragione che ci forzi di oltrepassare il conoscibile ; e dall' altro canto, che esista o no un' altra realt, nei limiti della nostra, cio della fenomenale, noi dobbiamo ammettere che la nostra conoscenza, quella che le facolt umane possono attingere,  completa ed assoluta Nei fenomeni, che sono le sole cose di cui possiamo affermare l'esistenza, non vi  altro a conoscere che l'ordine regolare con cui essi si presentano, le loro sequenze costantie questa  la sola causalit che abbiamo il dritto di ammettere; ora noi possiamo conoscere queste sequenze e quest'ordine; dunque la conoscenza umana , virtualmente, illimitata. Un empirismo incompleto, inconseguente, rinchiude in limiti stretti l'intelhgenza; ma il vero empirismo, l'empirismo rigoroso, assoluto, rovescia questi limiti, perch non riconosce niente al di l dell'esperienza. Dicendo che un' esistenza trascendente non pu essere dedotta a priori, noi contempliamo anche, e principalmente, Tipotesi che questa esistenza s'inferisca dalla empirica, ma per un'inferenza d natura non induttiva, cio in virt d' una connessione evidente per se stessa o dimostrabile, che vi sia tra la prima e la seconda. Una tale connessione sarebbe una conoscenza a priori;: e, siccome questa conoscenza avrebbe per oggetto r esistenza, e non dei rapporti comparativi, cosi la sua impossibilit  una conseguenza necessaria dei risultati a cui siamo pervenuti sui limiti  l'oggetto della conoscenza a priori. . IZ>f anima dalle realt noi obbiettiamo non si pu concepire una 0 pi note  mentale pan. 9-' 33 21 1 25e26Cocke pi stesso y.nche esteso, Ci conviene CAR. II. fenmenoo di primitivo d'irreduttibile sostanze: dell'esperienza ile la continuit pervezioni successive senza siserva agnoticismo. '^\) 1. Jl ii73 che risulla  non involti; ancora tutte altre (v. in seguito i^ 20-20) l'unita si.^tematica 11 sillogismo:  fondato iucorrenza le leggi dell'intendimento pen. il 11 9 dall'intuizione empirica non pu, spiegarsi iStor. del materiale ipotesi metafisica si propone in circostanza date che essi vi corrispondano sicch esse GAP. viicircostanza  t'ondato ditfeuza GAP. IX. 31 Bench 32-33 estensione figura, 32 in favore) CORRIG De anima, Z, 5; delle realt noi obbiettiviamo si pu percepire una 0 pi altre note mortale Locke) pi spesso anche esteso. Ci avviene di primitivo e d'irriduttibile sostanze dell'esperienza U) Che la continuit percezioni successive senza riserva agnosticismo che risulta e non involte ancora tutte le altre (V. in seguito 26-23) l'uuit sistematica 11 sillogismo  fondato incoerenza i concetti puri e le funzioni dell'intuizione empirica pu spiegarsi Stor. del material. in circostanze date che esse vi corrispondano sinch esse circonferenza fondata differenza " Bench estensione, figura, in favore Sono stati omessi molti altri errori, che il lettore aor notato e corretto facilmente da se stesso. Errata L'ipotesi dei concetti 3 Glassazione dei giudizi 93 Giudizi a priori e giudzi a posteriori, Dottrina analitica dei giudizi a priori Dottrina di Kant sui giudizii sintetici a priori Esame delle proposizioni matematiche e di altre classi meno importanti di proposizioni a priori 347 Dottrina d>' *. I '%' " F n,w,357 ,1  J*rti?iW pt 1 ^^ ffe TiSivl-4-. ^'.r f ^ m m* \.'-l ut the riti xit %\ixv ^0vh 4 1 n Vi ^'^ tttctt itttcnttituoit'sltr -il f :l i Pi \ SOLLA KOeiA OELLA CONOSCENZA FILOSOFIA IIELLI MmmA T-^l^ ir-l^l jf^ ^~^n^^ll'^|IIIMI' PALERMO Remo Sandron Il,nI I LA CAUSA EFFICIENTE Tomo Peimo O CD O (\vrsE K3i]Min(^iii: i: c^vrsi::Mi:TAi::MPP.n('iii v^ ('i mi lunno clic {jn'iidc un !})i() pei un tcloscopio: c^Ii credi' di scmh'ui'It ;ii di fuori e coiisjuTa a coiidi lui d(\i!,ii ,i;,\L'(*tli inlcrcssantissiuii teii)[)laili tutta la sua attcn/ioiu'. Su})i)(>niaiuai'ticolare a be  . (^^iieste parole deirrnitore della S7or/f/ ponupaiisce qnest'al di l dei ienonieni. che  roi,\L"etto ni del mondo nh1ietti\'o, si dati dell' espeiienza. Tuttavia. siccome \v im])i-essioni obbiettive da cui deiivano (pU'sti concetti sono comuni u ecessaiiamente ad oiini uonn). e non si ])n noi a\'erl( se si i^narda il nn)inlo dal ]ninto di vista iri cni 1* nomo  collocato. noi jjossiamo attribnire la loi'o origine nnicanHMite al fattore siilihicffiro. e considerarli come dei ])i'odotti inevitabili, fatali. Iella nostra organizzazione intellettnale. Non solo i concetti fondamentali della metalisica sono j)ro. TiittaNia noi non tardiamo ad accorgerci che \i ha in tutte le e])oche. nella stona Iella metalisica. nn ceito numero di concezioni determinate, o almeno di tembnize o di tipi, di cni i diversi sistemi non sono che delle nnxliticazioni particolari V ( lell e combinazioni: sembra i he lo spirito nmano nella ricerca tilosoiica non abbia che il potere di sceuiiere. di |>i-io shiiicio: ma la pt'sta cli'ci]! sciiiio, e ])vv consc.mu'iixa, il caniniiiio eli" c.uli ])('rc()n'(', iioii sono stati ti-acciati (la lui.  1/ iiivciizioiic nu'tatisica r cos circo scritta tataliiu'iitc dentro liniiti certi dalla natura stessa e dalle disposi/ioni intiiie della nostra intelli.i;('n/a:  nella struttura dello spirito umano (du' sono se;;nate le tracce ])rescritte anticipatamente allo slancio del meta fisico, e (Toetlie ha detto una ]n-otonda verit, (piando Ila para.uonato il metalisico a un animale, cui uno svilito maliiino costringe ad ^a^uirarsi in un cerchio fatale. Il meto(h) che noi cercheremo di seiiuire nella nostra icerca consistei' essenzialmente in una i^'enerali//azione ])ro.u"essiva. Noi i'idurr'nio tutti i concetti nu'talisici che ci ])resenta la stoiia a un certo numero di toinie o tipi costanti e .^emM-ali, e ([ueste ad altre pili ^eneiali ancora: ])oi mostrerinno couc (pieste t'ornu' o ti])i generali di metahsica sono dei^li sviluppi o delle api)lieazioni ditterenti di (vrti coni'etti fondamentali comuni ad o,uni metatisica o almeno alla ])iii parte dei sistenn metatsici ; intine dedurremo (piesti concetti fondamentali da una t(Mi(h'nza naturale e pressoch(' irresistibile della nostra intelliii'eiiza, dimostrata dai fatti ])iii ovvii e spiei^ahile facilmente per le IviXXi conosciute dello spirito. (,>iiesti concetti fondamentali comuni ai diversi sistemi nu'tatsici e la tendenza sp(uitanea della nostra iiitelliucnza (hi cui essi derivano, i)oss()no considerarsi come la Hciafixicfi indurale dello s[)ii"ito umano, di cui la metatisica dei tilosoti (' uno svilup])o in uno o in un altro senso determinato. L '1 i ricerca che noi ci pro[>oniamo na ])er noi un h doi)i>io intei'esse. L'uno al juinto di vista della psicolo])o dello spirito umano. Oi'a cpiest' importanza aumenta, se si ammette, come noi crediamo, ch'essa (' un fenonu'uo permanente del nostro sj)irito, il ])i'0(lotto inevitabile di una tendenza naturale, cheta ])arte della costituzione stessa della nostra intelli,^enza. Ma la nostra ricerca ha anche e sovratutto un'interesse teoiico, al juinto di vista Iella teoria della conoscenza. Se si mostrer che i concetti metatsici sono il ])rodott^ di una tendenza ])uramente suhhiettiva, (' evidente che (pn^sti concetti non ])otraniio ])iii pretendere ad alcun valore obbiettivo. Come se si mostrer che una percezione dei sensi (' ]>rod()tta da cause subbiettive, da un'alterazione deL^ii or.i;ani do\ uta a stiuoli imramente interni, si prover al tem^x stesso il carattere subbiettivo di (piesta ])ercezi(me, e saia \i\no di supporre d(\uli o,usiti\ismo, se non si sa che cosa (' metalisica, e vice versa: sono due contiari senza medio, di cui l'atfeiniazione o la negazione dell'uno ('^ la nei^azione o 1* aifermazione dell' altio. Ora (' una rei^ola della lo.^ica che (piando si detinisce un conc(4to, si detinisca simultaneamente il concetto contrario , ci(') che i tilo>soti antichi formulavano col ])rincij>io che iI(( c k sricfCd dei ((tnfrari princi[>io perfettamente esatto se si tratta di contrari senza medio. Conu sarebbe j)ossibile di a\cr(^ V. hn'u Lof/ica. [ H r i avere una coscienza ciijra del sisteua e d.el metodo che e.Lli [)rofessa, ma  ditticile che vi si atten.i;a strettamente e coerentemente. l la conseguenza uv\ pensiero, conu' nella condotta. )er 1 non \)\U) seuui'e ciie dall' ;i])plicazione costante di ])rincipii n'enerali, e non da un concorso iortuito  svilujipo spontaneo, senza previsione e, per oniamo: [K'rch oltrepassiamo V esjK'rienza? quale  r orii;iie della metailsica e delle sue diverse torme? La dottrina della limitazione necessai'ia tlella ostra facolt di conoscere  divenuta da .^ran temp n un lU( iie niente di pi semplice che la soluzione del ])roblcma che noi ci pr(qoniamo: non sembra intatti naturale che lo spirito umano, prima che l'esperienza dei proprii insuccessi ili facesse actprisrare la coscienza dei limiti iiu'vitabili di'lla sua conoscenza, si sia accanito alla ricerca di qiie/ ste essenze e di ({ueste ca.use .misteriose delle cose. da cui dipendono i lenomeni e ixVi riletti che V esperienza ^li rivela? Se non che la supposizione irit(K e cos, lunu' che (piesta su[)[>osiziom' p(ss i dare una soluzione al nostro problema,  al contrario c detto, naturale e pressoch irresistibile. La nu^tatisica., \\ quanto ha per ou",i;"etto la comscenza della natura. voi!i,'e jn'incipaiimnite su due quilu. stioni. latino :i l )i'in !il l )i';> ibrmnlai'si col vesv) :'!:i!-ei {']\v o la spieLi,azione dei lenomeni che lo ciiTonilano: la scienza .uli apprende i rapporti costanti iVji paesti (muneni. ma ci non i^li d ancorji questo j)erch o questa s[>ii\iiazione circoli domandava. L (pu'sto perch queste cause che la scienza non ]>u da]-e. '' as]>lra iinzitutto a conoscere !a metafisica :  ci che il j>osi( ivismo, m-lla sua l'orma pili ordinaria, dichiara anzitutto inconoscibile. Ma. specialmente nella t!enli oi;\uetti materiali non sono elie reIjitive ai m>stri sensi. che e(sa sono questi o,uu(*tti materiali in se stessi, cio indipendentemente dalle nostre sensazioni I a [)iu i)ai te d ei concetti metatisici. il cui ou^ctto non  la conoscenza deH. pt'i' ruesta livisione non rocesso della loro [)roluzione. In.i'atti la tendenza metalisica niticat(> in cui (piesta parola si pi-ende nelle scienze positixc,  stata lucidamente (\sposta nella Loi;ira di St. Mill. (I. ili. e. \ ): in ([uesto senso, la causazione si (h^Hnisce: ii i'((i/jK>rf() inrdriahlc d scqucizn. 1 fenomeni si succedom secomlo le.u.ui inviolahili: certi fatti sui-cedono e succtMhnanno senijire a certi altri fatti, l/antecedente imariabile  chiamato la c(()(sn: il consci uente invariahile  chiamato V elcilo: e la niversalit re s(\u'uito dall' avvenimento del fenomeno. La causa  la somma delie condizioni. i)ositive v nei;ative, 1 )rese insieme, i 1 totale delle contingenze di o.uiii natura., essendo realizzate conseuiu*nte {V eifelto) st\uue invarialimente. (,)uantun(pie, nel lin-ua^i;\uio pi ccnnune, si scelpi \)vv il solito (pialcuna di (pieste condizioni. di (piesti antecedenti dvW api>arizione del fenomeno. e hi ;i decori co 1 nome di causa,  innidimeno alla totalit di (juest(^ condizioni, il cui concorso (' il vero antecedente invariabilmente se^uuito dal fenomeno, che conviene con })ro[ni(^t il nome di causa del fenomeno. (^)uando (hdiniamo la causa (runa cosa: d* antecedente al siunito del quale ({Uesta cosa accade invaria>ilinente (pieste espressioni non iMpiivali^ono a:  l'anteeedente al st^uuito del (piale (pu-sta cosa (' accaduta invariabilmente neiresperienza ])assata . Perclu a (piesta 10 n m ultima tonila della dctiuizioiu' l)ir/iiu' ]>H volte mossa roi (che al toml() (,areM)e applicabile V ol>itro la dottrina di Iliitie la vera tlottniia ( Iella eausa) elie a piesto conto la notte sarpoito di eauazione tia d\w tenomeni Uisouiia elle la loio scijuenza sia a ziona nelle, nello stesso tem})o eUe nivana l>il. nieoiK liIc. La eansa d/un fenomeno pu} ( lunciue essere * r cui onesto si trova a.iia portata Iella luce del sole ()nni alila condizione ( superllua. e senza cpieste co n dizioni il 'jiorno non avrebbe luo.^o. Non ' dunnue la notte causa dei uiorno. ma  la riunioiH' di pieste com lizioni: percue e la riunione di ilz'nnH((' del la nott , r antecedente invanalule e ///co bill giorno. St. Min a'4-uiun.!L!:e ( Ile Pantecedeiite che non  invana cu le che c/>//f//'://>////////c///c, e io che non sar se,i;uito dal consemiente se non a enniore seunito da un altro tatto. ;e r esjx'rienza generale ci a])preiu ile ci 1 esso j)o trebl )e non esserne sem])r seguito, o se Tesi jcrieiiza ite ssa e tale ch'essa lascia un posto alla jM>ssibilit che i casi 1 conosciuti non ra]>presentano torse esatramente tutti i casi ])ossibiM, r antecedente n/// (jn ururhtbili' mm  ]>ri\so ])er la causa; e perch? ])erc]i noi n.am(^ tra la causa e 1" eifetto non  dnn(|ue . nelle scienze ]ositive. clic un rajijHuto nnitbiue o iinal'iabih' di successione: A  la causa di 1), \uol dire che H \ iene unitbrmemente o invarial)ilmente dorso di A. A  ]>rima. I>  (h>])o, ecco tutto. Dopo di A (\sisre costantement'.' \\. (iuantiinque mm sia vero uiiualmente che prima di i> esista costantemente A. ]ierch uno stesso fenomeno non  dovuto sempre alle stesse cause. Ma ])oich runa o .'altra di un ci'rto numero definito di cause de\'e esistere percli un certo feninueno \\ esista, noi possiamo esprimej-e la lei'.ue di causalit di . roiiiju'to pi elevato della scienza consiste a scoprire (pieste nnifoi'init inva'ial)ili o lei;i;i natnradi nella successione dei fenomeni. Fra le h\u".ui naturali della scipienza (hi fenomeni sono le ])in generali, (pielle a cui s})esso viene limitata l'applicazione i\v\ nome di v( lazi (n r:i V rauo recinroraiiiente con una tor/a che e m raiiioue i 11versa del ipiadato d( Ila loro distanza. Il noviuuMito dei piani ti ain stesso. continnerel>l)i> a muoversi in linea retta con una prestezza uniforme. Alla ])roduzione di ((Uesto tenomeno concoireid; delle cause distinte, esso si s'pie^a dererminamio le:;ne un proiettile, a.^isse sola, il ]>ianeta sca])>( rel>i>e ner la tani;"ente: ( lalla composizioiu' u: queste ( \nv forze diifcrenti (j)'r non piii'are di altri eleaienti clic nel fatto i-endono la s[)ieu:iZone pili complicata) risulta il movimento del pianeta, conformemente alla le.!4-.i;(* j^cneraU^ della composizione delle forze. Ma oerclii' ^ i ia un'attrazione reciproca tra i cor^ji, t'orza elle  in ragione inversa del is(iri((: a priori. t)iuttosto che un 13 movimento di (piesta st)ec4\ (pialsiasi altro avvenimento avrehhe sembrato u;i.ualmente ]>otenu' seguire: il non can-,i;iamento nello stnto dei cori)i, a priori, sembrerebbe anzi pi ]>lausibile else il loro movinumto di attiazione. La j)arola xple^j^tzoiv ha dumpu', nelle scienze ])(>sitive. un siputicato tutto ])articoiare: nel senso pi ordinano (iella ilelli ])aroia. xjnci/arc una cosa vuol dire tar compren(ier( 1 di fa ih la ragione dell'esistenza di (piesta cosa, rendere conto del perch(' la cosa sia necessariamente cos e non altrimenti, e cosi .'^picf/firc un fenomeno [>er le sue causer noi un carattere misterioso: (' sotto (piesto as[)etto che si [)resentauo tutti i fatti ultimi che sono la spiei;azione de.i;li altri fatti. Una sensazione si lU'oduce nel nostro s])irito al s(\i;uito (leira{)plicazione di uno stimolo esteriore a^li ori^jini esterni dei nostri sensi: spiegare il fatto sarebbe per la scienza sco[)rire tutti ;rintermediari fra i due fenomeni estremi, Papplicazione dello stimolo esteiiore e la sensazione; e mostrare come in (piesta serie di fenomeni ciascun cons(\ji,'uente v le.lAato al suo autece(h'nte da (pialche uniformit,ieuerale di se(pienza o le;;L!.e di causaziime. Fra (pu'ste uniformit pi .ucnerali di se(iuenza, in cui deve risolversi il fatto, ve ne ha una (die  c(Uisiderata couu' il mistero i)er eccellenza: (' (piella che le.ua Tultimo antecedente tisico col fatto |)sichico, cio con la sensazione. Come un caui>iamento materiale (verisimilimnite un movimento molecolare) incerte cellule della sostanza nervosa produce una sensazione o un pensiero ? La i)roduzi(nu' d(n f(numieni ])sichici da certi feuoIl m U % lU'in hsici, i' \ ]4 ict'vcrsa qiu'la di (-(MtitV' iioiiu-iii tisici ( lai IVuomciii psicliici, sniibra un fatto cosi incoini>rciis]i>iic, ]w tra i (lue ordini di triioiiicni vi ia tante, ma non un rappoito di cauclic si (* aninusso ( na concomitanza cos u sazio scicn ne. Non si  rHettuto cln una cjuisazione ] )e la za non  che una scpunro in (juesti fatti ultind a tinalmente (piesta spiepizioiK ne scientilica dei fejline a certi fatti inesplicabili e micui arriva he consistono le unitormit pili universali della setpienza tra i tenomeni 1 leuami u'cnei'a li tra le cause e uii etfetti. Cos la spie.uascientilica non s( )( Idisfa il bisouno clic lia il nostro s])iriro di una spieuazione: i le.^ami osservabili tra le causi e uli effetti non soddisfano il desiderio espresso (bd poeta: Fiu'lix mi potiiit 'cruin coiiiiosccrc cjnissjis li Lun.ui di sembrarci y/cccs'Nv/r/, questi !eiami ci semDraiio arbitrari: lun.ui di sembrarci evidenti, ci sembrano misteriosi; lunii,i di send>rarci naturali, ci sembrano, per nsai-e le es])ressioni di Bacone, strani ed inverisinnli e c(nne altrettanti articoli di 'vdv. Ne se.i>ue che, al di l ostatati' dalla scieiizr. speriim'Utale, lo spie cause ( dell rito si foina la nozione di un altro genere di cause: sono (jiieste delle cause tali, tra cui e i Uno ettetti. se esse fossero com )sciute. lo spirito vedrebbe nn U\uame necessarie una ra-i(iu>ute 15 iL^li eft'etti e non ne sar(d)bero sem})licemente dei^li antecedenti invariabili, in modo che il lepime tia la causa e il suo etfetto fosse una cosa naturale ed evidente ]>er se stessa, e inni un fatto misterioso ed incomprcMisibile, che noi amuH'ttiamo (piasi mal.^rado la nostra ra.uione e come un articolo di i'viU^ rivelato dalla es})ei-ienza. vN 4.  dopo Ilume che la distinzione fra i due ordini di caus{' cominci ad ammetteisi esplicitamente da piasi tutti i liosoti. [/analisi dell'idea di causazi;^etto (li attribnisce dei caratteri che bastami a distiniiuei-e il concett l; Ili (h'ile supposte causazioni m cui esso si trova (la ((Ueiio delle causazioni che noi conosciamo. Mentre infatti in ([ueste ultime caiisazila esjxnienza, nelle ])rine invece noi conosceremmo a priori, s, in coniiinnzionc, ma non niai in concssionc >. La definizione di Ilnme della, causa non cone costantemente l'esistenza, ed esse formano, ]er conseguenza, una specie distinta dalle e se le com)sc(^ssi') un !(\i;ame naturale e iwcessario. 1/ o^^ctto delle scienze della natuia, dicono (piesti flosoi, n )n  di scoprir/ i Icfffmn nccessdr o le cause ('licicnfi dei fenomeni, ma le Imo cause /isiclic: cos le scienze tisiclie non possono mai mettere in luce la causa 'caic (efficiente) di un sol fenomeno della natuia, ma solo le le.u'.u'i che redolano (piesti fenomeni, per ([ueste [)arole di cause e di effetti nelle operazioni della natura noi non intendia.mo veramente che dei s(\i;ni e le cose annunziate da (piesti sei;ni. A. Comte, formulando nettamente il j)ensiero di (piasi tutti,i;ii uomini di scienza, (' su ((uesta distinzione che si fon(hi, })er separale le ricerche che sono scii'iitificlie ed accessibili alla nostra intelligenza, e (jiielle ('he mm 1i;i di successione: la ]>arola cU(^ scoi)rire tra i fatti alcuna connessione necessaria. Quantumpie le cose abbiano un legame costante e re'olai"e nel corso odinario della iiatura, tuttavia siccome (piesto leiLame non ])U() essere riconosciuto nelle idee stesse, clie non sembrano avere alcuna dipendenza necessaria, noi non ])ossiaino attribuire la hn-o coniu'ssi(Hie ad altro che alla deternnnazioiie arbitraria d'un ai^cnte tutto sa.i>.uio che le ha fatte essere ed a.uire cos per delle vie che (* assolutamente impossibile al nostro (h'bole intendimento di couipicndere. \' ha in alcune delle nostre i(U'e delle relazioni e d(u le.uaini che sono cos visibilmente racchiusi nella natura (Udle iiU'e stesse, che noi non potremmo conce T. IV. Icz. 51. ^* I! }J pire ciri'ssi' ne i)(ssaiiotere arbitrario clie Vhi\ fatta cos a sua volont o ravrel)l>e potuto tare altrimenti. Ma la coesione e la continuila delie purti della materia, la maniera di cui le sensazioni ossiam attribuirle che alla vobmt arbitraria e al buon piaeiare iscono in virt (runa WiX'^v che bu'o  prescritta, ma che pertanto ci  sconosciuta: nel (piai caso ancorch le cause a-iscano i'e,u(laiiuente e .;1 ettetti ne seguano costautenu'iite, tuttavia come noi non potremmo sco])rire per le nostre idee le loro connessioni e le loro dipemU'Uze, noi mui possiamo averne che una conoscenza sperimentale (la (luale mm , secomh) Locke, una ccniosceii7AXsvieifiJrii). Da tutto ci r tacile di vedere in (inali tenebre siamo immersi, e (luanto la conoscenza che possiamo avere di cibbiamo risolverci ad ionorarle. (l) !SifUU'^ Sftirinl. >nn.. e. IH. ^N -'-^ o 21>. Quaii(h> Locke parla di eause e d' ettetti tra cui non si pim scoprire alcuna connessione, eorto uniforme fra le cause fmvlc e i loro effetti coniiinuto con ro])inione che le cause ('(ficicnti sono inacc(\ssibili alla nostra conosctMiza. Hei'kelev distin,i;ue i;i, coiic ]m) fece Hed, le eause fisiche e le cause )iU'f(( fisiche. Noi non vediamo nei fenomeni sensibili alcun pote'(^ o attivit: essi non sono la causa .u'ii uni de^^ii altri ; essi non hanno tra loro che dei rappoi'ti d se^L'iii a cose sii^niticate, non di cause ad effetti. (l*riuei}>ii). Hisoona distiiii^uere la fsica e la metafisica : (piesta rimonta sino alla causa i-eah^,_/';/. v et l'incipiHu: \)vr  le hanno ric(m(h)tte ai principii pi sem])liei, alle le.U'.^i. Le cause sono in (pu\sto caso le soru'enti della conoscenza, non (h'IT esistenza: la causa d'un fenomeno (^ la rehizione costante di (piesfo fenomeno ad un altro. La fisica non attin,ue che ^ii effetti apparenti, le cause seconde ; ma le cause reali, le cause veramente attive, fanno V oge Motu), La tsica o la nuM-canica scopre il come delle cose: il perch deve essere domandato alla nu'talisica. fSiris). In Malebranche la distinzioiu' tra la vera causa 20 21 e la causa oeca.^ionale corrispoiide tn ideiiteniente della lianiera pi esatta alla nostra distinzione tra la eausa ettieiente e Tanteeedente invariabile. Causa vera, diee Malebranehe,  una eausa tra la (piale e il suo effetto lo spirito percepisce un le,i;anie //^rcs'svnv'o . Perci Dio solo  una vera causa, perch vi lia un le.uanie necessario tra la sua volont e 1* esecuzione di ([uesta volont: ma i fenomeni non sono cause,i>'li uni de,i;li altri, perch lo s])irito non percepisce liai fra loro un h'ifume necessario. L'avvenimento che noi chiauiiamo causa, non  che Toccasioie per cui Dio si determina a ])roduri'e lo avvenimento che noi chiamiamo ue, seccnnlo lui, che i due ordini di fenomeni non possono essere cause gii uni degli Nie. della cer., 1. VJ. parte IT, e. III. MoKidol:^2. (8) S(t(/f/i sffll(( hoif di Dio ecc., parte I. i4. Il; altri, perch una vera causa deve contenere una ragion sufficiente dell'effetto. Di pi come T^nbnitz nega un'azione reale deiranima sul corpo e del corpo sull'anima, perch non vede alcuna connessione intelligibile tra le cause mentali e gli effetti tisici o tra le cause tsiche e gli effetti mentali, cos ancora egli nega un'azione reah^ dei corpi gli uni sugli altri, perch neppure tra le cause e gli effetti egualiiH-nte tisici vede una connessi(Mie intelligibile, cio tale che lo spirito possa scoprire nella causa (pialche cosa che ])ossa s])iegare l'efiltto. che possa servire a rendere ragione a ])riori perch (pu^sto efltto ne segua piuttosto che (pialche altro. Ma per ispiegare (luest'apparenza dell'azione reciproca fra gli esseri, T.eibnitz non trova soddisfac(mte il sistema delle cause occasionali, il princi])io della rauion suftciente esigemh), secondo lui. che le affezioni delle cose possano derivarsi dalla natura delle cose stesse , e per conseguenza che i fenomeni siano spiegabili i)er la natura e le tVnze che Dio ha dato alle creature. Leibnitz .{u)n((dr. cica ((sscrt. thcot'. Stdhl. II. Il sistema delle cause occasicuiali, se esso fosse vero, sarebbe, dice Leibnitz, un miracolo perpetuo. Alcuni credono che il nnracolo non sia che un'ecccv.ione alle regole o leggi generali che Dio ha stablite aibitrarianiente. Ma non tutto ci(^ che avvi(Mu^ ])ei' leggi generali si fa senza miracolo:  se la legge non  fondata in ragi()ni. e non serve a spiegare l'avvenimento per la natuia delle cose, essa non j)U(> essere eseguita che ])er miracolo .  Se Dio avesse risoluto di far esistere continuamente (puilche avvenimento che fosse poco conforme con (piesta natura, non ne avrebbe fatto una legge (h'ila natura, ma avrebbe risoluto di fare un miracolo per])etuo, e di mettervi sempre la mano egli stesso, per produrre ci(^ che sarchi e al di so]H'a delle forze (Telia natura. Ya\  ci() clic accadve)>\>e nel sistema delle cause occasionali, se l'anima e il corpo s'accordassero sempre, senza che la loro natura, e ci(> che vi si piu) concepire, li portasse a(T accordarsi: cio se l'automa del corno non lo ])ortasse a fare ci(') che l'anima. >> ri;L;*'tta dmHjUt' ripott^si di ^Malclnaiic'lic. peiclir questa (list ru,u;mMi u 1 sia si attivit iu\uii esseri ereati: ma ei;'li  (Vacvuole, e se il seguito iiatui'al' delle ])ereezii"e non ])oti-el)l)e essere eseguita che ])er miracoli continui, non essendo contorme alla natura del movimento dei cori)i, che porta che un corpo, mosso in linea curva, continua il suo movimento nella retta tan^icnte, se niente non l'impedisce. Una tale le.u.ue di movimento circolare non sarebbe dunque naturale, su]q>osto che la natura del c(n-po tosj;e tale . f///c (>///>/V.c. ili'V itili, ie Uh. (vUa ((nKt^cilhc ki'U('st(M'h('L('ibnitz(li(-('sulh\(lifterenzatia una le,!e della natura e un miracolo perpetuo, ho voluto ri])ortarlo perch mi sembra assai pi()[)i'io a far comiu-endere la differenza tra una causazione efficiente e una sem)liceseio dei metatisici della causalit efHciente e la (h>ttrina deiLili emi)iristi ])er cui una causa.zione non  altni cosa che una sequenza unifornu'. 1/ opinione, cond)a1tita da Leibnitz, secondo r(ssione della dottrina empirista sulla causalit: basta di estrarla dal suo in\iluppo teologico, per (ttenere la dottrina stessa di Min. Invec(% (jUjindo I.eibnitz esige che, perch un fatto non sia miracoloso, debba essei-vi tia le condizioni del fatto e il fatto stesso, non sem>iicemente un rap])orto costante, ma anche una conn(\ssione intelligibile, razionale, egli non fa altra cosa che enuiu;iare il principio della causalit etHciente. 23 cordo con lui nel neii.are ogni reale azione recii)roca tra gli esseri; cos non gii resta altra ipoti^sichedi lasciare alle cose un'attivit s(Mn])licemente interna, immaiuMite. Ogni sostanza semplice ha dumpu' in se stessa la causa e la ragione dei ])ropri cangianuMiti: essa  un che d'animato, o, ])ifi pro])riamente, un'anima; ma Dio ha costituito le sostanze in maniera tah* che, ciascuna s\ ilnj)pandosi indipendentemente dalle altre, e tirando unicanuMite dal pi'(>pi*io fondo tutto ci che le accade, vi ha nondimeno tra le modificazioni delle diverse sostanze una corrispondenza o un'armonia, che ])roduce Fappai'enza. ma soltnil') l'apparenza, di inrazione reci])roca tra le cose. \'i hanno dinujiie anche ])ei' Leibnitz due spcM-ie di causazini: le causazioni Jisic/tc (ci che noi chiamiamo azione di una cosa su di u'altra). in cui non vi ha tra la causa ^(It(' o effch'i. poste al di l dei tnonu'ni, in Di* e nelle monadi, (ili stat^i successivi della monade lerivano intelligibilnuMite dagli stati antecedeiti. hanno in (pu'sti la ragion sutHciente che li s{iega, che basta a determinare j)erch essi devono i incomprensibile, vi ha nondisueno tra (piestn Causa sujU'eia e i siuu effetti una connessione tabnente intelligibile, che  da Essa che (piello clic avesse un'intelligenza sufHciente, df'duirebbe a prioi'i tutti i t'ciMMueni. Ma non lusoiiU'i credere che In distinzione tra i semplici antecedenti a cui i fenom;^ni seguono costantemente e le cause efticienti dei fenomeni a])p'iitenga solt:int(> ai tilosoli che abbiamo ricordato e ad alcuni altri. assano al di tuori ; lur:iiiultaneamente. e a divenire abili cos a )resaojiv il futuro secondo il passato. I fenomeni sono delU' ombre, delle apparenze senza realt, appunto pervhi noi li vediamo se-uirsi e accompa-narsi eostantemente, ma nmi c vedianu) il percbc; ma nel imnnlo,MU' cose reali (cio delle bU'c). di mi i tViKUneii -(Mio K ombK, niente non esiste senza un perche; la ra-ione vrde coc .incute (( pi ()(r(h>no le une (hdle altre se-,.ond(> dei h'-ami necessari, e la  nuMlo,li (MUioseere non vi ia aleuna ra-u)ne i> Iei;anu' necessario . iv'. !.. r>p> i-i\. {2} V. il cnp. VII di '/c//c, non sono clie gli antecedenti di secpienze invariabili; fra (lueste cause e i loro effetti non vi ha un texus, un legame necessario e per se stesso evhU'nte, non vi ha niente nella natura della causa che possa spiegare la natura deireftetto. >bi (pu'ste cause supposte, ehe "restano al d l deiresperieiiza, le cause nwiajisivhe o rifcienti, sono (pialche cosa di pi che (U-gli antecedenti di secpienze invariabili: tra (lueste cause supposte e i loro effetti non vi ha una semplice congiunzione, ma mia connessione, un legame necessario e per se stesso evidente, e una volta conosciute (pieste cause, noi mm conosceremmo sempliceim'iite che un tale effetto ne segue, ma ciunprenderemmo y>crc//c un tale effetto, ])iuttosto che un altro, derc seguirne. La differenza tra i metafisici e i positivisti i che i tarimi pretendono di conoscere delh' cause di (luesto genere, cio(' lueidjisirhc o efiricnti: ma i secondi le dichiarano inconoscibili, e ammettono che solo le cause dell'altro genere, le .//x/c//c, cio -li antecedenti invarialuli. sono accessinli alla nostra Conoscenza. Tuttavia anche i positivisti suppongono, al di l del genere di cause (die ci rivela 1' esi)erienza, un genere differente di cause: noi non le cimoseiamo, ma '^r le ronosce^xiwo. uoi percepiremmo il Ici/awv narssaro tra cpieste cause e i hu'o (>tf(>tti: le secpienze costanti tra i fenomeni, attualmente misteriose, verrebbero spiegate: mentre noi mm conoseiaim> attualim-nte se non come \ femmieiii si seguono, noi conosceremmo alhna perch essi si segmmo cos: mentre noi non vediamo attualmente gli avvenimenti che in nnifiiHKone . noi b vedremmo allora in cnniexsione. Quamh) A. Comte dice rhe noi non eonosciamo PcxNcy/c^/ (h'ile cose, (-li intendedire lo stesso che iser:(t (IHle cose, ic ai>]miito qiK^sta pjn'ticobnit. che  iicn nntnia delle cause tisiclie, la (|iiale sj>in/l(('irhhe il loro modo d'azioiK' e i loi'o eftetti: ci farebbe couipreiid(M'e ])ercli le cose acuiscono e patiscoio iutuaineiite Ih 1 modo che noi costatiamo per res]>erieiiza. Ma .u-m*tto di osservazione. (1ie cosa jMover dun(iue resistenza di ({ueste cause (fencniirici o ('lcci:^ die cos;i piover che vi ha altro, nella natuia de.iili esseii ol>'oiettivi, i'he delle sem])]ici se(pienze invariabili? che vi ha mi )ku(> csscnzidlc d produzUnic che  lare non  ancora c: hve ess're sp'citiporto tia piesto A e piesto 1> deve essere lo stesso *he tutti i rai>])orti .i-i costatati \)rv la es])erienza tia il tipo di fenomeni A e il ti|)o di f.'uomeni H. lai femuneno del tipo A  la causa (fisica) di un fenomeno del ti])o 1>: noi abbiamo sperimentati pu'sti due ti])i di fenomeni in pu^sto iai)poi'to di -ausa e V'^feto: ne concludiamo che, un certo A essendo dato, un certo U er ammettere resistenza di I>? Noi ]))ssiaino ])ure, inve-e F inferire resistenza di un fenomem) (h'terminato nella sua sijecie o nel su) .uenere, inferire resistenza di pialche fn)nieno che lesta indeterminato nella sua natura. (')s, (hit> il fenomeno A. n)i possiamo inferirne eia esso deve avere una -ausa, senza letcu-minare piale sia piasta causa. Ma anche in ouest> 'aso il tenomeno iiiferit), la causa li A. viene identitcat) ai f(Mi(Uiieni deires])M'ienza ]assata. in \ iiT di cui noi fa noi aiuniettere V esistenza di (pialclie tenomeno cie sia la causa di A? M.M (omc noi abbiamo costatato ])er resj)erienza che ogni h'iioiii!'!)! lin una causa Jisicd^ cio \\\ antecedente 4I (Ili esso e i conseguente invariabile, abbiamo egualmente costatato che ogni tenomein ha una cansa uhfisi('((, cio un:i i(Hi(> e un legame ttecesi^drio 1^ No. perch noi non abbiiiMo mai ( onosciuto una causa nictu/isica, uiui causa efcicHtc o (i(Hi')'((tri('C: un\ vi ha tn!i(ler clu* se l'esperienza non pu costatare r esistenza di ([Uesto .r che  ])osto al di l delr esjHuienza, essa ci fa conosceic per i linufl della nostra conoscenza: dalla liniiozionc del conoscibile n(i couli'.dinnio necessariamente che vi ha (jualche c(>sa che /" inif((, i -enerali elle si rieerl.a -insfainente il titolo ossibile di dedurli da luineipii iiiii j-vuerali: ma ei prova la liuiitazion.. della eonoseeliza sperimentale '? Pereli(> (piesta limitazione tosse peiei pn.vata. bisomierebbe,)rovare prima elle (piesti .-he per noi sono dei priueipii ultimi, son.. inveee, nella natura delle cose, (pialelie cosi di ilerivato ; che vi ha .pialclie cosa,li anterior.'  perch noi .'i siamo gi formato un isarioj e non una semplice sequenza invariabile? Noi ammettiamo che il nostro s})irito si forma naturalmente (pu'sta nozione della causa: ma possijimo noi amnu'ttere che questa nozione ha un vahre obbiettivo? Se noi ammettiamo ci, noi lo ammetttM'cim) senza prova, percli non vi ha altia [)rova che una de(hizione fonihita sovra un'imluzione antecedente; ora (|uesta })rova in ({uesto caso  im[)ossibile. Noi aiunietteremo (hunpie la verit di scono che Tnouio ha una temhuiza naturale ad assimilare il m egli ha dotato tutti gli a essenziale di pro(bizi(me, assimilan(h)li, per (pianto (' possibile, agli atti prodotti dalla volont umana, secondo la nostra ten(h'nza prinunuliale a riguardare tutti gli esseri quali si siano come viventi (runa vita analoga alla nostra, e d'altnmde il pi spesso snix'riore, a causa (h'ila hu'o pi grande energia abituale.... Questa disposizione fcmdamentale  talmente esclusiva, che ruomo non ha potuto veramente rinunziarvi, che cessan(h> di tener (betro a (pu^ste ricerche inaccessibili, per restringersi alla determinazione delle leijiii d(M fenomeni, astrazion fatta dalle loro eunae,,. Tuttavia (pu'sta teiuh'iiza inevitabili della nostra intelligenza verso una filosofia radicahnente teoh)gica  persiste anc(ua, ( si manifesta  tutte le volte che noi vogliamo [lenetrare, a un titolo (inaliiiKiue, sino alla natura iutiiiia dei tt'uouu^iii, secondo la disposizione oeuerale eie earatterizza neeessarianente tutte le nostre speculazioni luiinitive. Allorcli anclie o.:> lo spirito uuano tenta di oltrepassare i limiti inevitalnli della conoscenza, e.ili ricade involontariamente di nuovo, tosse a ri.iuardo dei fenomeni meno complicati, nel cerchio primitivo delle sue al)errazi(mi spmitanee, perch e.ii'li riprende uno scopo ed un punto di ])artenza necessariaU'ute analo;;hi Questa tendenza natuiale del nostio pensiero, che costituisce po spesso irito. Perch dun(iue la nostra temlenza ad amiiettere delle cause eth-ienti, al di l de.uii antecedenti costanti delP osservazione, non sarebbe anch'essa un semplice fatto subbiettivo f ]K rch in jucsto caso il fatto stesso della credenza sarebbe una ])rova sufticiente della validit obbiettiva di qm'sta credenza? vN (). Se Tosservazione ni. T. III. le/>. 10. . T. IV. l( z. 51. 33 nel nostro spirito) non  ch'rivata dalTesperienza. ma  una credenza istintiva, una necessit priiuordiale ed innata del nostro pensiero. Per ora noi non i)ossiamo dare la soluzione di (jnesta ditlicolt: direuo soltanto che una ricerca psicoloi;ica sul T idea di causa elciente deve necessarianuMte supporre che pu'sta idea  couu' tutte le altre di. ori,t;in(^ empirica. Aitriiare cITessa  una necessit x>i'ii^ii'diale del pensiero  semi)licemente affermare ch'essa  un fatto ines[>licabile, ci che renderebbe la nostra ricercji i)i'iva di oi'i'-etto. Noi su])poniamo duncpie che essa pu spiegarsi, ed  (|uesta la quistiime che noi ci projxniiamo: (piai  1' or!L;ine della noziou' di causa eftciente f rese da circostanze straniere alla natura delle cause ;  un inconveniente senza rimedio: non vi ha mezzo di giungere a una detinizione pi esatta, e noi non potrennno determinare [uesta circostanza che legale cause a^di ettetti. Non solo noi non aldiamo idea di questa connessione ; noi non sappiamo nemmeno ci che desideriamo di conoscere, quando ci sforziamo di concei)irla . 8 :54:-jr) l\'siH'ru'i/n (' incapaci' (li -iiistitcaiv si sviluppa iiondinu'iio aairi'spcriciza, scroiulo W i--i couosciutt' del nostro spinto? Questa quistioue uou i' che un easo della iislioue venerale che torma To-uetto di (pu'sto Sa-'oio: perciic' oltrepassiamo T esperienza? perch vi ba una metaiisica? Noi abbiamo visto intatti che se lo spi-^ rito umano cerca le vere cause (h'i fenomeni al di la U'i fenomeni stessi,  perch non si eontenta delle se4iuenze invariabili, ma dtunanda (pialche eosa di pi, ^i-io d che abbiamo (h'tto nel P' paraorafo sulla ricerca dell'ori-ine dei concetti lietatisiei in nvuerale. Kssa non ha solamente per noi un interesse storico e psicoh>.uico (per ispiepire i concetti metafisici die ci presenta la stu'ia, e !a mrta finir nuiundv da cui essi derivano), ma aiche e sovratutto un interesse dimimatico. Il carattere illusorio (h'IKidea di eausa eftidente diverr pi evidente, se uoi se;>prireio il meceanismo di (pu'st"illusi(me. In altri termini, sar allora pi ciunph'tamente dimostrato du (pu'sta tendenza. naturale aUo spirito umano, (rimma-inare ddle cause tali e dei teo-ami tra lueste cause e -li effetti che siano (piah-he (mL di pi che le stMiuenze invariabili eostatate dalla esperienza, non ha alcun valore obbiettivo; che (piesta apparenza di mistero v\w il nostro siriti trova naturalnmnte nelle -eneralizzazioni della seienza. mm  '\v^ un semplice fatto psieolooiro. di una sionitlrazioue puramente subbiettiva ; e che  ille-iiittimo di eonchuUune die la emioseenza speriun'utale  uecessariaimude lindtata, e che T ordine fencmienale, eonoseiuto dall'esperienza, riposa su (pialdie (sistenza ultrafenomenale, die Pesperienza mm pu conoscere. I/idea di causa eniciente non .  vero. Tunica ra-ione per cui si amnu'tte la linutazioiu' della conoscenza sperinu'ntale e un'esistenza iiltrafeuiunenale che la limita ; ma i lisultati a cui saremo pervenuti in (piesta i)rima [)arte, saranno comi)letiiti (hi (pielli a cui ])ei*verrem( ndhi secomhi. Nel sistema di A. Comte V origine della meta tisica resta in realt senza s])i esazione. Per metatisica noi non intendiamo ci(') che intende lo stesso (Vnite, che, come si sa, la distinii'ue (hilla tilosotia teologica, e la fa consistere essenzialmente nella realizzazione (h^lle astrazioni. Noi chiamiamo metafisico o^ni modo di pensare differente radicalmente dal positivo, cio' dalla tilosotia (leires])erienza: la metatisica ('' duncpie ])ei" noi il i..Miere, di cui la tilosotia teologica e la tihsotia metatisica di Comte sono delle specie. Cos, dicendo die Comte non s])iea Torioine della metatisica, noi non vogliamo dire solamente che ei;li non s])i(*i;a ])erdi il metatisico realizza le asti'azioni, e che neoli^'e altre forme di tilosotia differenti dalla teologica e non meno caratteristicamente metatisiche che la realizzazione delle astrazi(>ni sono dei })unti che noi esaminei*emo pi o]>portunamente altrove ; ma sovratutto che non spiega (juesto fatto dello spirito umano, che (' la manifestazione \n\\ colpente (h'ila sua tendenza ad oltrei)assare i femuneni, e che e^li consideia, al tondo, come la base s (U'ila tilosotia teohnica die della metatisica. La tilosotia nietafisica non (' t)er Comte che una moditcazione (h'ila tilosotia teologica: per conseguenza anclT essa (' s])ieata, in ultima analisi, ]>cr (piesto slancio ])riniordiale dello vS])irito umam, che costituisce la tilosotia teologica, per cui esso personifica le forze della natura, assiiiiilan(h)le alla volont umana, e cretle cos di comprendere le cause (/encrftfrici o cfivicnti dei fenomeni, il hu'e tanlo exsciziffJe (li pr(P(h(:i(>n('. Cos Tautoi'e riduce talvolta i tn* stati a due, riunemh) in un concetto unici) la tilosotia. 1) VN I teologica e la metafisica, e distiiile ciitiaiibe per mi carattere comune, clie contrappone a (piello della tlosota positiva. Il vero spirito -enerale di oiepizimte non spiega  percli Tnomo, animato dair aiibizione di conoscere il m(f esscn:i((c di produziotte dei fenoiieni, le cause (jenendricl o ejfirivnfi, crede di pervenire a (piesta conoscenza, prendendo i)er irrincipio della spuo-azione dei fenomeni del mondo esterii, sottorinduenza di un'educazione conveniente, iV attaccarci vivamente alla ricerca delle semplici le.u.i'i dei fenomeni, astrazion fatta dalle loro m/rsr: ma le (pnstioni pi radicalmente inaccessibili ai nostri mezzi, la na T. Ili. lez. 40. Littr Della filos. posit. in Fnanm. di,ilos. yjo.v/7., p. 3.5. Coluto V. IV. loz. 51. tuia intima deoli esseri, Porioine e il fine di tutti i fenomeni, sono precisamente ione, perche  V esperienza sola che ha potuto fornirci hi misura delle nostre forze ; e se l'uomo non avesse dapprima cominciato per averne una opinione esa sviata, esse non avrebbero mai potuto ac(juistare tutto lo sviluppodi cui sono capaci . Cos secondo Comte Tori-ine della fll(sofla teolo.uiea (N indivettamente, anche (U'ihi filosofia metafisica  in (piesta ambizione che ha rm)mo, nmi sottinnesso alla disciplina delle positive, di voler conoscere le cause intime e generatrici, le cause efjhientj, dei fenomeni: eoli cre(h' di ])ervenire a (luesta conoscenza, assimila luh) le forze della natura alla vohmt umana: e nmi pu(> rinunziaTH' a (piesf assimilazione, se non rinunziando alla riceri^a delle cause (eftU'knH), si a (piella delle le--i dei feiionieni, cioc^ delle uniformit di successione. Ma^la causazione che si mostra neoli atti volontari (U'IPuomo non (' essa stessa che una semplice unitcuinita -di se(iuenza; nmi si vede in (piesti atti P azione della causa intima o emciente: come dumpie pim nascere r illusione che. trasportando (jucsta seipieiiza di fen(>meiii, che noi chiamiamo azione vohmtaria, in tutto d (hmiinio della natura, noi comprendiamo cos, non pi le semplici leiii^i o rapporti costanti di successione dei feiionu^ni, ma ia loro natura intima e le loro van^e. il loro modo essenziale di produzione? Perch (piesto rapporto costante di se(nienza che noi vediamo nelP azione volontaria, ci sembra, non un semplice rapporto costante V. I, Ir/. 1. Vedi pure i liio-ii citjiti nel ])ara;i'af( p^'f*" .cedente, verso In line. i 3S 39 spic^a A. Coni te. K evich'ute che se, trasteien(h> la nostra attivit volontaiia nelle forze viamo di conoscere le cause eftcienti o il modo essenziale di proibizione lei fenomein, se noi ])renbamo natuialmente la volont pei' una causa etticicMite, quest'eri'ore deve essei'e fondato sulla natura stessa delle (bu* nozioni. che noi ('OfoinUaio runa con l'altia. L'azione volontaria leve somigliare, pi che tutte le altre unifoiinit di sequenze che ossci'viamo nei fenomcnj. al ti])o er cui il mo(h) essenziale di ])roduzione o Tazione (Udla causa etticiente si distininue dal sem])lice ia])])oito invariabile (b successione, deve trovarsi, almeno aj)pai-entemente, nelTazione volontaria, t>erch(' l'uomo ])ossa ca(h'i"e naturalmente nell'errore di cnMlere che la volont e una causa etticiente, e che nell'azione volontaria vi ha, non un semj)lice rapt)orto unifoi'ne' di successione, ma un mo(h> essenziale (b pro(bizione dei fenomeni. i| His()"iia (IniKinc clic l;i volouh'i iilihin i\ii':iilMtM iiatiUiile col tipo che noi ci formiamo della causa efiiciente: e lo stesso (h've dirsi, non solo della volont, ma di tutto ci^) che i metaiisici hanno immaginato per dare una sod(bsfazione al loro biso;no di conoscere le cause efjieienii. Fra tutte pieste forme sotto cui la metafisica si (' rappresentata la causa efiiciente, com])resa la nozione che A. Comte e i ])ositivisti si formano di (piesta causa senza la (piale nozione non potrebbero distin.u'uere le eanse dai semplici juitecedenti di siMpumze invariabili -. deve esseivi una nota comune: (' di (piesta che noi cerchiauio di renderci conto. L'ouuetto di (juesta i)rima pai'te (' dumiue di spie.i;arci (pu'sta t(Mid(Miza naturale del nostro spirito, che ci spin-v ad imma>inare, ai di l delle cause empiiiche (condizioni dei fenonunii), delle (-ause e/'/ieirnfi v \u\ modo essenzi(fle di produzione delle cose, che  (pialche cosa di diverso (hilU^ semplici uniformit di seciuenza che si j)ossono oss(M-vare tra  fenomeni. Noi ci spie-hereio (juesta tendenza, ricontbic(Midola a (|ualche fatto ordinario della nostra esperienza psicolo.^ica. e pei (piesto fatto inter])reteremo le differenti forme sotto cui la nozione di causa efiiciente (' apparsa nella storia del pensiero umano, in altri termini, le dilferenti concezioni metatsiclie a cui lo sprito umano ( i)ervenuto nella ricerca (h'ile cause efiicienti. Noi prenderemo ]>er punto (H partenza le nozioni pi abituali e ])i sjxmtanee che lo spirito umano si ('^ formato su (jiieste cause, e .guardando al hn-o punto di contatto, al carattere comune in cui esse si somi.;;liano, ridurremo il fatto che si 1 ratta i\\ s])ieo universale , e ^^ trasportare involontariamente il sentimento intimo della propria namra air universale spiegazione radicale di tutti i fenomeni ,  certamente quella che ha creato le prime nozioni metafsiche dello spirito umano, applicato alla ricerca delle cause. Questa tendenza  quella che colpisce pi immediatamente il pensatore, quando la sua attenzione si rivolge verso quest'ordine di fatti: cos prima di Comte essa era stata gi segnalata da Hume , da Reid e da tanti altri pensatori s ostili che favorevoli alle concezioni teologiche. Molti osservatori hanno richiamato l'attenzione su questo fatto, che i selvaggi suppongono un' anima o uno spirito da Storia iHftHraU' dvUa iclif/ionr . V. S((!/{/i Sdlc facoll alfvc. Sa.u.uio 1 e. II e Sa-.ni(> per tutto ove vedono un iiiovinu^.nto o (junlelie altro tcnoineno che non possono spiegare. Cosi g"li autori che  pi recentemente lianno fatto un oggetto del loro studio delle origini della civilt, hanno considerato V animisnio delle religioni primitive conie una filosofia naturale, grossolana ed infantile, fondata su questa disposizione dello spirito dell'uomo primitivo. L'animismo, dic^' Tylor, sviluppandosi in una dottrina d'esseri spirituali, animanti e controllanti l'universo in tutte le sue parti, non  insomma che una teoria delle cause personali, che si trasforma in una filosofia generale dell'uomo e della natura. L'uomo primitivo ha modell.ito gli esseri spirituali sull'idea che s' fatta della sua anima propria, e in secondo luogo egli si  proposto di spiegane i fenomeni naturali, partendo da questo princii)io SI ingenuo ed infantile che la natura  realmente animata in tutte le sue parti. Se, come dice ilpoeta, colui  veramente felice, (^ui ijotiiit rcrmii coiik^scc-I'c caiissas. (Il (M" ntiwhuno. tcniiiih'. in iM)rtiiuauMMitc (lui Tylor. s'intende \x\ crcMlen/ii che nmniette elie l'aninui  lina sostanza distinta  stretta per poter comi>ren(U're le rimitivo. e anche per la ]ni parte dei tlosoti antichi . l'anima dell'iunno e tutti -li altri esseri che si concei>iscono sul ti]M. di essa, non ( una sostanza s^nrituale (nel senso mod*enti a cui si asse1(). vvv. rraduz. rr:nipano se non sulla ])ase di (jualche concezione pi spontanea e naturale. Tna foresta, una momag'na, una fonte, un sasso, ecc. non verranno immediatamente personihcati: essi saranno prima considerati come un'al)itazione di (jualche spirito, ovvero avranno qualche altra relazione col culto deg'li s})iriti, e il culto che primitivamente non viene indirizzato se non allo spirito, finisce ])er riportarsi sullo stesso og'getto TTiateriale. La ])i(4ra che serve di altare per il sacrifizio, finisce per attirare l'adorazione, che in principio non  rivolta che allo s|)irito o alla divinit a cui si sacritica; le offerte date al mare per propiziarsi il dio del mare finiscono per considerarsi come dovute a questo stesso elemento: il fuoco che viene impiegato nel sacrifizio o le preghiere (hdla litiirii'ia diventano degli 02'2'^*tt' di culto e degli esseri divini, cos bene che la immagine del dio finisce ])er confond(rsi, nelT adorazione del credente, col dio stesso di cui  1' immagine. T  malintesi occasionati dal linguaggio avranno pure, come vuole Spencer. apportato il loro contributo alla massa generale delle concezioni feticiste. K dunque verisimile che in molti casi la divinizazzione degli oggetti naturali presupponga il culto di esseri spirituali distinti dalla materia di cui si pu ammettere con Spencer che la prima id(^a  stata quella delT anima delTuomo . Ci per non impedisce che in altri casi sia potuto av'venire il processo contrario, cio che il culto di divinit spirituali, separate da ogni oggetto della natura, si sia svolto da un culto precedente di oggetti naturali, animati e divinizzati. Il negro della Costa d'oro d agli spiriti feticci il nome generico di wong: egli dice: un wong abita questa riviera, quest'albero, quest' amuleto ; ma il pi spesso si contenta di dire: ([uesta riviera, quest' albero, quest' amuleto  un wong. Gli spiriti che risiedono in questi oggetti sono distinti dagli oggetti stessi e allo stesso tempo si confondono con essi. Qualche cosa di analogo si osserva nel politeismo classico. Ordinariamente si dice che esso era una religione naturalista, un culto delle forze della natura, ma questa nozione non  rigorosamente esatta. Poseidon  cosi bene distinto dal mare  Anche dei tilosoti clic, come Pljit(Hic. clistiiiiiiKUio nctt:iiiientc Dio. ci(M' raiiiiiia 7() ( U77 a. si  in seguito fissato in ciuest'oo:getto, ma che l'essere spirituale  stato, air origine, lo stesso og-ge tto naturale personificato, o, a dir meglio, T anima, la personalit di quest'oggetto, che, distintasi dal corpo (per un'estensione del dualismo che la dottrina avmista comincia per ammettere nell'uomo),  divenuta di pi in pi in dipendente dal suo inviluppo materiale, e si  concepita d'una maniera sempre pi antropomorfistica . Ci che pu sembrare una prova della tesi di Spencer, che il punto di partenza delle idee sul sovrannaturale fu la nozione dello spirito d'un uomo morto,  il carattere completamente antropomorfo degli esseri sovrannaturali. L'uomo dice Tylor, attribuisce si ordinariamente ai suoi dei la forma umana, le passioni umane, la natura umana, che noi possiamo a bella prima dichiarare che l'uomo  un antro pomorfita, un antropopatita, e, per completare la serie, un antropofsita. K uno dei pi forti argomenti della teoria secondo cui la concezione deiranima umana  la sorgente e la origine delle opinioni relative agli spiriti e alle divinit in generale. Anche le possenti divinit, su cui riposano le funzioni pi vaste dell'universo, sono modellate sull'anima umana; noi vediamo che i loro sentimenti e le loro simpatie, il loro carattere e le loro abitudini, la loro volont e i loro atti, la sostanza di cui sono composti e la forma che rivestono in mezzo a tutte le loro adattazioni, a tutte le loro esagerazioni, a tutte le loro modificazioni, si modellano, in una grande misura, su dei caratteri imprestati allo spirito umano, . Tuttavia il Tylor non ne conclude, come Spencer, che V. (loblct rAviclln /yi(f('(f ])rio essere una dualit, una sostanza anima distinta e separata dalla sostanza corpo: questi due principii della filosofia spiritualista o, pi o-eneralinente, animista seinhrano e-ualmente primitivi; perch subordinare il primo al secondo? D'altronde, che si ammetta o no l'ipotesi esclusiva di Spencer, ci non fa niente alla quistione fondamentale: V idea di Comte, nei suoi tratti pi oei, orali, resta sempre vera: lo stato primitivo della coitur . nelTun caso e nell'altro, caratterizzato da (jucsta tciidtmza naturale che ha l'uomo, e clic allora pu manifestarsi con tutta la sua energia, a spie^-arc i fenomeni della natura assimilando le loro cause "alia sua prc.prJM attivit. Ne lo Spencer lo neo-a.Oft'ni atto volontario, e-li dice,  per l'uomo primitivo la ])rovn che esiste in lui una sor.uente di forza... Quandi I/osscrvM/ioMr sriiil.ra vouivvuMiVV ^pu'sf opinioiu^ coiKliaiite. clK' vtMh.,.ll;i tisic.latna .'iM'lla iK'crolatria due sor^rtMiti lU-llr n-li-i.Mii i uiialiiH'ti' primitiv' v iiiaiiM-iHlriiti 1' una dall'altra. Srinhra dir in Clona il cult n dr^rli antenati sia venuto a innestarsi sovra un naturisn.o anteriine. Fra i INdinesi, si  potuto stat.iliic elle il le pi oeeidentali della Mieronesia.  In Siberia, seeondo Castreii. esistevano delle jiopolazioni ehe veneravano ;l:1 oiuu .ittwii.w ^tv-.. ..V,....,, insieme delle idee associate. Gli sforzi che suppone per induzione, li rio'uarda come ])rodotti da esseri simili a lui. Col tempo, la concezione dei doppi dei morti, creduti autori di tutti i canoriamenti, ad eccezione dei pi familiari, si modifica. Essi divengono meno grossolani, ma alcuni ingrandiscono per divenire personaggi pi importanti, che tengono in loro potere degli ordini di fenomeni che, relativamente regolari nel loro corso, sua'geriscono la credenza ad esseri che sono al tempo stesso troppo pi possenti deiruomo e pi costanti nei loro modi d azione. In sorta che l'idea di una forza messa in azione da questi esseri si stacca a poco a poco dall'idea dello spirito di un uomo morto. 2. La teoria animista, nella sua dop])ia funzione di spiegare i fenomeni della vita e di fornire al tempo stesso una spiegazione antropomorfistica della natura in generale; questa teoria, che costituisce, come dice Tylor, la filosofa grossolana e infantile dei ])opoli primitivi',  pure il fondo della maggior parte delle concezioni metafisiche dello spirito umano in uno stato avanzato di culturn. Vi hanno, dice Aristoti'ie , tre scienze speculative: la fisica, la matematica e la teolog-ia. La scienza del sovrasensibile, la metaempinca, in"" questa divisione delle scienze, si limita dunque alla Princfni Hi socininfin, v. l\. V^^^' Mei, H. 52 teologia: il concetto di metafisica (i^el nostro senso) e quello di teologia sono cos per Aristotile equivalenti. Una tale definizione della metafisica non pu convenire certamente che alla metafisica quale la comprende Aristotile, ma  approssimativamente della stessa maniera che i pi l'hanno compresa p la comprendono tuttora. L'oggetto della metafisica sono, secondo Kant, le due idee di Dio e dell'anima: cos, deducendo queste due idee, egli intende dedurre i principi! fondamentali della metafisica o, com'egli dice, della dialettica naturale della ragione umana. Questa nozione della metafisica  senza dubbio troppo stretta, e non potrebbe convenire, e nemmeno rigorosamente, che alla metafisica scolastica dei suoi tempi. Non  meno vero per che la metafisica di tutti i tempi si riduce sommariamente alle due idee assegnate da Kant, le altre idee trascendenti, oltre le prime che l'uomo ha concepite (cio Dio e l'anima) non essendo, nella storia del pen Oltre le idee d Dio e deiraiiirna. vi hanno pure per Kant le /(/ura. Ma esse, lice Kant, non oltrepassano il fenomeno, o il mondo sensibile. I^e idee non diventam tritHceialenti, se non in pianto noi ]M>niam l'incondizionato eompletaniente al di fuori del mondo sensibile, e i nostri eoner'tti hanno un o*i;'li esseri presenti, passati e avvenire . Noi vediamo che (pii Platone propone, quantunque esprimendolo in una forma meno precisa che il suo successore Aristotile, l'argomento che conclude alla necessit di una prima causa motrice per l'impossibilit di una serie infinita di cause. Anassagora avea pure certamente in vista di evitare questa difficolt, quando ammetteva che all'orlo ine esistevano tutte le sostanze mescolate insieme ed in riposo, e rintelligenza mise il Lrijiii A'. SlU (l SiM> a. 55 tutto in moviuento, e inizi il processo della separazione di queste sostanze. Cosi tra i suoi predecessori Aristotile non attribuisce propriamente di avere ricercato la causa motrice che ad Anassagora, ed anche ad Empedocle, evidentemente perch le forze motrici di questo, cio l'odio e l'amore, essendo dei principii spirituali, o pi propriamente animici (secondo l'animismo |)rimitivo, cio semimateriali), e dei principii inconvertibili negli elementi materiali ed egualmente primordiali che essi, erano propri a servire da cause prime, bench Empedocle stesso non ne avesse fatto quest'uso, non essendosi proposto il problema di (untare il reo-resso all'infinito nelle cause. In verit Aristotile pensa che il princi[)io motore potrebbe anche attribuirsi ad altri filosoti, oltre ad Anassagora e ad Empedocle : ma  notcivole che tutti i suoi predecessori che, secondo Aristotile, hanno ricercato, o a cui pu attribuirsi di avere ricercato, il principio del movimento. non hanno trovato (juesto j)rincipio cIk nello spirito o in altri V. Met. ni. 12-14. IV. 2-. \ il.:i. A qiK'lli artrinia del uiovimento, lelemenlo animico convertendosi, sfu'oudo loro, legli altri elemetti. e questi \'. i liioirlii citati iiolh' Ino into ])roro H f'ioro di Paniiriiido. li cui ii; ^V^''. , ! H! 11. liio;:o citato. ^ aniiiiato. couw l'altro dei suoi (lue elementi, (mI e rt>iisidrrato come l'elemento. ier dir vnM, ii spirituale (Zellcr Filoni, dei Grn'i). Noi non sappiamo e vi errtuo altre  (S). E poi, confutando Topinione di quelli che fanno dell'anima un'armonia: Inoltre non  ]roprio dell'armonia l liuovere: ma all'anima tutti, per cos dire, attribuiscono massimamente questo . Cos noi possiamo afT(M-niare, secondo Aristotile, che quasi tutti i filosofi il) (-Questa |n|M)sizit)iHi iKHi (levo riferirsi solanieiitc ai llosoti di mi ]arla iiimi('lice deduzione l'Aristotile, ci die Ri comprende perf^ttam;ori)-; ad Eraclito, .-he vedeva nel fuoco, come Diogene d\\i>olIonia neiraria. al tempo stesso l'elemeiUo primitivo e il principio animatore deiruniverso-il fuoco infatti, dice Aristotile su (questa dottrina,  costituito di parti le pi sottili ed  assai pi incorporeo che gli altri ele C. V. 17. C. II. If. (8) C. II. l'i. ~ 60 menti ; si muove inoltre, e muove in primo luogo le altre cose^ ; ^d Alcraeone, di cui Aristotile assimila l'opinine a quelle dei filosofi precedenti, perch e^ii vedeva una prova dell'immortalit dell'anima nell' essere essa sempre in movimento, come gl'immortali (cio le divinit, i corpi celesti). Naturalmente Alcmeone deduceva il movimento continuo dellanima da ci che essa  la forza motrice del corpo animato, conformemente al concetto che Aristotile attribuisce a tutti quelli che aveano fatto dell'anima un principio motore, cio che  impossibile che una cosa ne muova un'altra, se non  essa stessa in movimento ; concetto che era una conseguenza assai ovvia del dopjf/'o materialismo^ che  la forma [)riiiiitiva deiraniinismo. 11 principio, a cui tendono le dottrine di tutti (juesti filosofi, che l'anima  la causa del movimento nella materia, sviluppato d'una maniera [)iii rigorosa (pi rigorosa ancora che nella dottrina di Platone), costituisce il fondamento principale del sistema metafisico d'Aristotih. I! Dio fV Aristotile  essenzialmente il primo {!) (\ Il 11 I.,i (lottrina li cui pjirhi Aristotile h evidenti'iin'Ute 4iu*lla di Eraclito, quaiituihpic questi non sia noiuinato, e dica seruplicernonte:  ad alcuni (l'auiiua.) sembra essei*e fuoco. Infatli i[U ^ quistionc dti tilosnti che identiticano V anima col ])riiei]ii( o i |)rinci])ii di tutte le cose, ca Eraclito ' il s(d ' Eraclito dice die 1' iinima  in un riuss4 continuo: cu che si nmove infatti deve conoscersi da ci che .si muove (seciMido la massima su indicata dei tisici e l'o[iniono di Eraclito che tutto  m movimento). ri) C. II. 17. (:H) V. e. II. s. 61 motore: questa concezione fondamentale della sua metafisica non  che l'idea dei primi filosofi greci, e, possiamo dire generalmente, degli stadi primitivi della cultura, che l'anima ha, essa sola, la capacit di produrre del movimento spontaneo, fatta servire alla soluzione della difficolt acni d luogo T applicazione del principio di causalit alla totalit dei fenomeni, per l'impossibilit di concepire la serie ascendente delle cause d^un effetto dato come illimitata. Il movimento per i filosofi greci essendo press'a poco l'equivalente di cangiamento, l'impossibilit di un incatenamento causale in cui ciascuna causa sia l'efiPetto d'una causa antecedente, si traduce per Aristotile nell'impossibilit che, nella serie dei movimenti cosmici, ciascun movimento sia prodotto da un movimento anteriore. Una serie infinita di cause essendo impossibile, Aristotile ne conclude che  necessario, ri:nontan(i.> continuamente da un movimento a un altro nioviinento anteriore, di fermarsi a qualche movimento primitivo, che non  esso stesso causato da un movimento anteriore. Egli trova questo movimento primitivo in quello dei corpi celesti: nella serre fenomenale,  questo movimento, secondo lui, che costituisce il primo anello dell'incatenamento causale, a cui  legato, come ultimo anello, qualsiasi effetto osservabile nella natura. Rimontando, secondo lui, la serie ascendente delie condizioni di qualsiasi cangiamento che si produce negli esseri mutabili e terrestri, si arriva in fine, come condizione prima, ai cangiamenti periodici delTambiente, i quali sono determinati dai movimenti V. Phjs. 1. Vili. e. V, Mei. 1. II. e. II, DeeoeloX. 111. e. 11. 3, ecc. V. Phys, 1. Vili. VII-IX: il juimo dei movimenti e il movimento di traslazione, e dei movimenti di traslazioue il primo  il circolare (cio quello dei corpi celesti). 2 circolari dei corpi celesti. Sono (questi cang-iainenti periodici le condizioni ultime della generazione e della corruzione deg-ji esseri e di oo-ni altro movimento che si produce sulla terra. (tI stessi esseri animati, dice Aristotile. io!i producono del movimento spontaneo che in apparenza: (juesto movimento che sembra spontaneo,  preceduto da qualche altro, il iameiti delTambiente, e quindi ai movimenti dei corpi celesti, come antecedenti ultimi . Quest'o>('rvnzioTie d'Aristotile  certamente notevole in quello stato primitivo della fisiolotj;-ia: ma tanto  vero che le su^'iiestioni della vita di tutti i .adorni sono pi foni che quelle della ritles.^ione scientitca, che  precisamente questo movimetto spontaneo dell'essere animato, di cui ha riconosciuto il carattere illusorio, il fatto ch(^ eodi sceti'lie come principio di una spiedi-azione radicale di tutti i canudamenti feiomenali, e a questo principio sospende, ])er usare la sua stessa es|)ressione, il cielo e tutta la natura . i movimenti circolari dei corpi celesti si producono perch questi sono dej>di esseri animati (;: cosi le Intellig-enze che animano ((uesti corpi, sono le cause prime di tutti i movimenti didla natura (H). Queste Intelliii'enze, che sono le cause jndue di tutti i Ih gf'. et rorr. 1. Il e. X e XI. />>' foctt 1. II. e. }tef. 1. Xll. t. t'cc. {2\ \ . iH'ta pt'iiultinm. (H) V. /Vm/.s-. i. Vili 11. .'>. VI. 7. , XII. 2, 8, 1. e. V. Met. 1. /. III. 13, De eoelo 1. II. XII. 4, De anlm motu VI. ecc. V. e. VII. per una maggiore intelligenza dei tenonieni. I Neoplatonici e gli Stoici danno espressamente, come Platone ed Aristotile, l'anima cosmica per la forza motrice della materia ; i primi adottando le dottrine platoniche ulTanima, i secondi ritornando alle idee dei pi antichi filosofi , e identificando, commessi, lo spirito con Velemento materiale pi attivo, ma con un concetto pi rigoroso della causa motrice, che essi ancora non hanno, d che, fra i predecessori di Aristoule e di PI atonia noi non troviamo che in Anassagora. Il concetto della divinit come anima del mondo si trova anche in germe (come quello dell'anima come causa motrice) in questi pi antichi filosofi che ammettevano delle dottrine teologiche, ed  gi maturo in quelli tra di essi in cui la filosofia teologica prende una forma pi sistematica, come Diogene d'Apollonia, Eraclito ed Anassagora ; infine, noi possiamo aggiungere Socrate, il quale concepisce evidentemente il rapporto fra Dio e il mondo Por iili Stoici V; Stul). Ecl. l. 178 e cfr. ();ereau Saggio sul sst. filoH. degli Stoici specialiiionte e. 3. pan. . Pei Ncoplatonici v. Simon Storia della scuola dWlesaandria specialmente t. 1. 1. 2. e. 3. V. sopra pajj^. Aristotile (De An.) ilice eh Anassagora ora identilca il nous con l'anima e ora li distingue, in quanto ora seni)ra aceordjire al nous le funzioni dell'anima in generale, ed ora solamente piella dell'intelligenza. Del resto il nous (V Anassagora ^ s cliiarameiite immanente nel mondo, che esso si fraziona nei diversi esseri animati, dei piali costituisce l'anima (V. Fr. Muli, e Arist. Z>c a/i. 1. I. II. 5): questa dottrina prova anche, come osserva bene Aristotile (l. e), che Anassagora riguarda il no?/A* come eipiivalente all'anima In Met. Aristotile paragona Anassagora, rapporto agli altri Jsici, ad un uomo sobrio tra gente ubbriaca, per aver detto che vi ha nella natura, come itegli animali^ un intelletto causa del cosmos e di tutto l'ordine. m per analogia a quello tra l'anirna umana e il corpo umano. L'idea clic Dio v l'anima del mondo  cosi . generale presso ci' I^' l'ani come presso i Greci:  la dottrina della scuci. i e e (Iantina {2), della nijya, della vanesika , della snkhya teista , e in una parola di tutte quelle che ammettono la spieorazione teolog'ica,. sia nella forma panteistica, sia nella dualistica. Naturalmente r anima unirorsale o suprema {Paramtm)  la t'orza motrice deli' universo.  la causa mate V. Seiiof. MfMiiornl. l. 1. e 4. il) V. Colcbnuikr S(nj(ji nida llos. iir(fV IhL. W'aA. tVnic, \y,i^^. Iri-is7. 11M-2(MI. ecc. (li) V. Colei. (>//. i'it. p. .V2-58 (nota di Pauthicr) e 5H. Coli'bi-. (>t>. rit pali, "t'^ (nota di Pauthier). V. Colchr. Op. cif, p. 28,84. (>! f: !n stati del monde prini} della ereazione, ehe h stillo oi-, descritto cos:  .Altra v(lta tutte questo inondo era tenebroso . scojioscinto. n(n siiniticat(. non svelato, vuoto e indiscornilnle. come >rincipale aut. nota li Pauthier. r IH !.,-V cui si serve Platone (nel luo^o citato sul principio del paragrafo) per dimostrare l'esistenza d' una divinit, d'un'aniiiia cosmica. Nella tilosota teologica moderna la funzione di Dio come principio motore passa in seconda linea, ed ha un'importanza di gran lunga inferiore a quella di principio delle cause tinali. Oltre che ai progressi della meccanica, ci si deve evidentemente a questo fatto, che Dio  concepito come troppo separato dal mondo, perch possa muovere la materia come l'anima muove il proprio corpo. La concezione di Keplero pertanto s naturale quando si cerca sovratutto nel sistema teologico uua soddisfazione al bisogno istintivo di conoscere le ca?^.se---che l'universo  un tutto armonioso di cui Dio  r anima*,  ben lontana dallo spirito generale della tilosofia teologica moderna: questa concezione seiibrerebbe ai |)i una degradazione dell' Assoluto, ed  infatti incompatibile coi concetti moderni, risultanti da questo processo di dimnlropomorfizzazioP progressiva della divinit, (li cui parleremo nel 5'. Di pi il dogma della creazione ha per effetto chBarte o., e. Considerazioni sai prineipii di vita e sulle nature plastiche (l)utens. tomo 2.. parte 1., 41): la massima che un ('{}v\m non pu nnioversi che p(ir l'urto allontana i motori particolari, nui ci porta al primo motore, perch la materia essendo indifferente in se stessa a ogni movinn^nto, o al riposo, e possedendo ]ertanto sempre il movimento con tutta la sua forza e direzione. esso uou ])u esservi stato messo che dall' Autore ste^^so della materia. 70 no) a parte la pretesa necessit, di cui qui non  quistione, di spiegare l' armonia presUbilita e la finalit delle leo'o del movimento-. Pi recentemente -anzi e an concetto che si trova g-i in germe in alcuni dei filosofi citati (notevolmente in Berkeley) -questa dottrina si  fondata sulla teoria rolizionale della causazione, secondo la quale la volont  la sola causa vera, cio efficiente, di cui abbiamo esperienza, le altre cause conosciute non essendo che semplici antecedenti di sequenze invariabili, e quindi noi dobbiamo concepire tutte le cause efficienti sul tipo della nostra volont. E in effetto il solo tondatnento che la dottrina possa avere nella scienza moderna. Infatti se il movimento volontario  una causazioio nello stesso senso delle causazioni tsiche, cio una semplice sequenza invariabile, non vi ha motivo di accordare alla volont il ])rivilegio di essere una causa produttrice di movimento, mentre gli altri agenti non sarebbero capaci che di trasmetterlo, essendo da una parte un' applicazione inevitabile del principio della conservazione dell'energia che la volont non pu creare della forza, ma solo dare una nuova forma alla forza gi preesistente, e da un'altra parte degli agenti puramente tisici avendo in comune con la volont il l)otere di trasformare la forza latente in forza visibile, cio m movimento meccanico. Ma se  cos, non vi ha ragione se causa vuol dire antecedente di una sequ'enza invariabile di vedere in un essere spirituale il solo principio che possa spiegare l'origine del movimento; poich, ammessa anche la necessit di una causa prima del movimento, resterebbe a provare che questa causa  necessariamente un principio spirituale, e l'esperienza non potrebbe fornirci alcun argomento per assegnare questa funzione a un principio spirituale piut^ tosto che ad uno non spirituale. Per fare ci non Cfr. Mill Saggio sul teismo. Arjioii.cut delhi causa prima ^ 71 potrebbe darsi che una ragione, cio che lo spirito  la sola causa efficiente, e per conseguenza, tra le causeempiriche del movimento, esso solo  una vera causa, e le altre non sono che semplici antecedenti, che, per essere seguiti dall'effetto, hanno bisogno dell'intervento d'una vera causa, cio d'uno spirito. Qui noi vediamoun aspetto di un fatto del pi grande valore per comprendere la natura intima e portare un giudizio sulla validit obbiettiva della filosofia teologica, e che mostreremo sotto altri aspetti nel ^ 7'^, cio che la base logica indispensabile di questa filosofia, e in generale di ogni metafisica, in quanto essa  una spiegazione della natura,  il concetto di causa efficiente, distinta dal semplice antecedente di una sequenza invariabile. L'importanza dell'idea che il principio motore lo spirito, come fondamento della filosofia teologica, anche nella storia moderna, naturalmente aumenterebbe, sei concetti di cui parliamo al principio del sS Pi, cio quelli dell'anima del mondo e degli astri ed altri analoghi, si classassero in questa filosofia, come sembra pi conforme alle loro affinit reali. K evidente infatti che gli agenti di cui si tratta in questi concetti sono pi pro]>ri a servire da cause del movimento che il Dio (h^X teismo moderno, del c|uale sono destinati a supplire all'insufficienza, come principio esplicativo dei fenomeni. ^ 3. Oltre a fornire la causa d(4 movimento, la funzione della divinit, come principio esplicativo, si riduce in sostanza a una spiegazione teleologica dei fenomeni. Questa seconda funzione nella filosofia moderna ha, come abbiamo notato, un'importanza di gran lunga superiore alla prima, e alcuni tra i pi eminenti dei pensatori moderni, e che il pi profondamente hanno esaminato le basi della filosofia teologica, hanno visto nelle cause finali il fondamento unico della teologia ~ 72 naturale. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, questo concetto non , storicamente, esatto: ci che  vero  che il punto di vista teologico e quello teleologico sono cosi naturalmente legati fra di loro, che noi non possiamo concepirli scompagnati l'uno dall'altro, anche nello stadio primitivo e prescientifico della cultura. Da una parte, infatti, la sola forma chiara e intelligibile della dottrina delle cause finali  quella che vede in esse dei fini di un essere intelligente, che concepisce coscientemente un disegno, e lo realizza volontariamente nella materia l'oscuro concetto di una teleologia mcosciente o immanente di Aristotile, di Hegel, di Scho[)enauer, ecc. non  che un succedaneo, e tira tutta la sua vis esplicativa dalla sua analogia con quello pi naturale e pi spontaneo di una finalit co.^ciente e trascendente .-ora tra le diverse specie della filosofia antropomorfistica la pi naturale di tutte e la pi propria a realizzare questo concetto di una finalit intelligente e cosciente,  evidentemente la teologica. Da un' altra parte, se si ammette da per tutto nella natura razione continua di uno spirito, o di spiriti, analoghi al nostro, e dotati di un intelligenza superiori* alla nostra, si pu non ammettere al tempo stesso che questi spiriti intel V. jiiesto parnur.. in scibili to. e il pai-aj^r. csemn'iite. Xon * ditticik' di coinprciKh'rc, aiiclie non ronsi^lcrando la tilosotia tiMilojiica clic come una scni|>licc spicjja/.ionc dei fenomeni. iMTch lcli' uonn primitivo la tendenza s))ontanoa del nostro spirito ad assimilale 1' azione delle cause dei feiHuneiii naturali alle nostre ])ropiisto che all'ilozoisnu (nel senso stretto del termine. ]>ercli(> alcuni sistemi a cui esso si est5ndc. non sont in realt che dolio forme della tilosota teolo^iica). Basta la ritl(;ssione che Tilcjzoismo contraddico della maniera piii assoluta alla distinzione si ovvia dolI'animat o doirinanimato, ci che ;;li d un ca-attoro ) artificioso.  dal fi^jlio di Fonarota  ^ (('hjtppolli Interpretaz. pantcist. d P/(itone, pa;^. H'^). 11 l>rof. Chiapponi non ii^iiora che vVnassagora ha dotto che  il Nous ordin tutte le cose che dovevan(> ossero, e ({uolle cll(^ furono 0 che sono e che sar;iiino  (Fr. (>. e 12 Muli.), e che Aristotile affoi'iua ch'egli ha crorcato la causa del bene e del bello, e che perci ha ammesso noli' universo un' intoliiirenza causa del cosuios (idi tutto Fonlino  {Met.). Jl ])rof. Chiapponi 8a j)iir(5 (die Eraclito parla della prudenza (die ioverna il mondo (Diog. Laert. IX, 1. e Pluf. De Is. et Osir, e. 77); d(d Xq'vqc oomune a tutti ^li esseri (Sesto ade. MiUli. VII 138 il XYOC *^ oomune a tutti or(di(> tutte v cose non sono che un' obl>icttivaziono della ragiom^): della bellissima armonia che Dio j>ro(luco jov la niesc(danza dei 4M)ntrari (Pluf. De an. jrrocreat. e. 27 e Arist. Eth. JVie. Vili. I): ^,ho dice che, (xuantunepie gli uomini considerino alcuno cose c(>74 due maniere di spiegare le cose per le cause finali. In un caso  partendo dalla considerazione delle cose che si va air applicazione del concetto delle cause finali, perch sono le cose stesse che suggeriscono, pi o meno va^amente, con pi o meno forza, Tidea di un essere, ag-ente con un piano e per uno scopo anche ad uno spirito non superstizioso ne prevenuto ciecamente in favore rli eerte dottriiip filosofiche . Nell'altro caso l'esistenza delle cose e il loro modo di essere non si legano all'idea d'un'azione intelligente, con un piano e per uno scopo, che d' nn?i maniera puramente arbitraria ; se si applica la spiegazione teleologica, non  che una conseguenza del preconcetto che la natura  fatta o dominata da una causa n da cause intelligenti. Ma questa difPeiiie dei mali, ojiiii cosa per Dio ^ )o11ji o liiiista iSehol. l^enet. a,! fnd. TV. 4 efr. Ipocrato j^^p^, ^f^j^xYjC  c-oiii.' un?jrMlO^:irj'^lC Jl ](M8ant(' che t^' il iriii('iino attivo i\v\h\ natura\ Proclo iti Ttm. ]). : e che Diogene (V A]M)lonia dice, in uno dei t'iannnenti clic ce ne restano, che m la sostanza primitiva non fosse intellijiente, essa ncm potrebbe distribuirsi in modo clic tutto fosse fatto con misura, come la estate e riuverm. il giorno e la notte, le piogge, i venti rd il buon tempo, e tutte le altre cose che. chi vorr riflettervi, trover esser costituite della maniera pi bella (Fr. 4 Muli.). Senza insistere su Anassagora per lui sarebbe invece \n\\ opportuna un'altra nota su quelli che gli attribuiscono la stessa scoverta che il ('hiai>peMi attribuisce a Socrate md ci limiteremo a domandare: senei frammento di Diogene non vi ha una forma dell' ar^. Il tipo della finalit d'iiso o d'appropriazione  la finalit interim degli esseri organizzati interna, perch lo scopo  riposto nell'essere stesso, e non nella sua utilit per mi altro: essa consiste in questo fatto generale della natura organica interpretato per un'assimilazione delle opere della natura a quelle dell'industria umana che ogni organo  utile air organismo, e una moltitudine di organi e di funzioni concorrono a una st(^-ssa azione definitiva, e tutti insieme a un risultato unico, cio la conservazione delTorganismo stesso individuale e della sua specie. Gli esempi di questa sorta di finalit (la struttura dell' occhio, deir orecchio, degli organi del movimento, ecc.) sono i pi probanti, o che hanno pi aria di esserlo, frn tutti (juelli enumerati nei trattati di teolot/ia fisica o in altre opere analoghe che cercano di stabilire sui fatti una o un'altra forma della filosofia teologica ; e possono ridursi, almeno i pi importanti, a due categorie : rapj)ropriazione di ciascun organo alla sua funzioni' V la co-operazione funzionale degli organi; e gl'istinti degli animali (bench in questo secondo caso, r analogia con le opere dell' industria umana essendo J.iiurt Le eause finali, pai;. 247 MH 77 pi lontana, altre forme della spiegazione antropomorfstica sembrino pi naturali che la spiegazione teologica ordinaria).  su quest'ordine di fatti che si fonda il prototipo degli argomenti delle cause finali, cio quello di Socrate. Ed  pure di questa sorta di finalit che V. art. II. Seiiof. Memorab. 1. I. e. IV. Socrate, per dimostrare l'esi' tenza (leo;li Dei, doinaiida al suo inte>riocutore {Aristodemo): Ti sembrano pi ainmira)ili quelli che hanno fatto fvgnvG senRu Kcnso e senza movimento, o queUi che cose animate, dotate d'intellitrenza e di movimento j Quelli che cose animate, ripose; sempre che siano fatte, non da una specie d'accidente, ma per conoscenza! Ma delle cose, ri pijili Socrate, di cui non pu  .i^iusto eharti della natura, come la struttura del sistema solare, parvero pure fornire delle testimonianze pi o meno i)rol)anti iu a[)poggio di piesta credenza  (H). L'altra forma della finalit di appropriazione, cio l finalit esterna (vale a dire quella in cui una cosa si considera come iiie/zo per un' altra, come fatta per 1a sua utilit), non ^n nei fatti stessi un appoggio cos forte come Vifenia. L"ai>proj>riazione del mondo esterclit' qiu"itc seinhnino opiTc di tnh* {irtoticc. che:illisMU'li\)erMto di t'jirc csi.iterc leuli punto jiereli non stippne delle -onosc'enze scientifiche, H8o "^ r espressione piti fedele di uno dei motivi del teismo, qualt; ert'etti vilmente ha potufo eoTitrihnire alla sua f(riiiazione. Critica del ffifdizio) V. la HteM'.x n])er^, pamifii e notev/W. Dio Laert. 1H8, ecc. ;s-"W*'r'^'."Sviife^ sono fatte per Dio stesso, il primo  suggerito dall'osservazione degli stessi fatti (non essendo che 1' esagerazione d'un fatto reale, dopo avergli impresso la forma comune della spiegazione teleologica, cio aver trasformato il risultato in uno scopo) ; mentre il secondo implica delle idee troppo trascendenti per potersene formare una rappresentazione chiara ed ovvia oltre che sembra in contraddizione con la dottrina della bont infinita di Dio e con quella della sua infinita perfezione ( in questo caso che  particolarmente applicabile l'obbiezione di Spinoza che, se Dio agisce per un fine, egli desidera necessariamente qualche cosa di cui  privo, e per conseguenza non  perfetto) .Cos l'antropomorfisino, come spiegazione teleologica dei fenomeni, ha per conseguenza naturale 1' nntropocemt risma. Quest' antropocentrismo  espresso nella forma pi ingenua e pi naturale nel discorso che Cicerone mette in bocca allo stoico. A vantaggio di chi  stato fatto l'universo? Degli alberi e delle erbe, che sono privi di senso? Ci  evidentemente assurdo. 0 forse delle bestie? Ma non  pi verisimile che gli Dei abbiano lavorato tanto per degli esseri muti e inintelligenti E chi vorr credere che la terra produca i suoi frut^ti per le bestie, le quali del resto non sanno n seminare, n arare, n raccogliere questi frutti, n conservarli?.... Le bestie stesse anzi, furono create ad uso dell' uomo. E invero a che altro servono le pecore se non a vestire l'uomo con la loro lana? E la fedele guardia dei cani, l'arte che hanno di accarezzare il padrone, l'odio degli stranieri, il sottile odorato, la destrezza nella caccia, che altro significa se non che furono fatti ad uso degli uomini? E a che altro  buono il porco se non ad essere mangiato? l'anima, dice Crisippo, gli  stata data invece di sale? Si per non putrefarsi. E i pesci, e gli uccelli, da cui ne veng^ono dei piaceri s variati, che sembra che la Provvidenza sia stata epicurea? Se il teleologista spiega cos resistenza degli esseri organizzati, cio di quelli che Kant chiama i tini della natura, a pi forte ragione applicher questa spiegazione alla natura inorganica, la cui finalit non potrebbe essere che esteriore. N52 frivole e puerili. Secondo Benianliiio Saint-Pierre,  i cani sono cFordinario di due tinte opposte, Tuna chiara e l'altra scura, affinch in qualunciue luog-o siano nella casa, essi possano essere visti sui mobili, col colore dei quali si confonderebbero Le pulci si i>-ettano, da per tutto dove sono, sui colori bianchi. Quest'istinto  stato joro dato affinch possiamo pigliarle pi facilmente. Questa forma della dottrina delle cause finali nella lilosotia moderna  caduta in disuetudine (quantunque Tvnnt labbia risuscitata, imprimendole il carattere pietista delia sua Hlosotia pratica, cio dichiarando che lo scopo ultimo del Creatore non  la felicit dell'uomo, ma la uuaalit). Tuttavia non si pu non riconoscervi, anche nelle sue applica/ioni [)i esa^'erate, uno sviluppo naturale v log-ico dei [>riucipii di (questa dottrina. h^nitropocenfrismo non  evidentemente che una forma particolare iMVarftt'opomorfisnio. Attribuendo alle forze costituitive della natura di agire con intellig-enza e per un., scopo, uoi as>imiliamo il modo d' azione di (lueste forze al nostro modo dazione umano; e ci facciamo perch  questo che noi .'omprendiamo il pi facilmente, essendoci necessariainente il i^i faniliare. Perla stessa raa-ione nn\ dnbbiaiio attribuire ad esse, come scopo ultimo, uno scopo nostro, umano, perch  questo che noi siamo abituati a considerare come interessante ed avente un valore per se stesso, e che noi comprendiamo il pi facilmente, i)erch  un'idea con cui siamo familiarizzati; cosi all'essere pi elevato noi attribuiamo il fine pi elevato che l'uomo possa proporsi, cio la felicit o, pi ueueralmente. il bene, delle creature umane. L'esempio pi colpente della finalit di piano sono i movimenti dei corpi celesti. Per -li antichi era una prova deir esistenza della divinit superiore anche a quella dedotta dagli esseri organizzati fatto che sembra i coitraddizione con le proposizioni citate di Mill e di Kant. Ci  evidentemente perch i fenomeni pi grandiosi della natura sono i pi propri ad eccitare i sentimenti associati al concetto del divino. Inoltre era un' idea suggerita naturalmente dalla credenza popolare della divinit degli astri. Noi abbiamo visto che, secondo Platone, due cose ci fanno credere all' e.sistenza degli dei: l'uria  che l'anima  la causa prima del movimento, e l'altra, Vordint che si osserva nel movimento degli astri e proposizione accessoria in quante altre cose sono soggette alla potest dell'intelletto, che dispose il tutto. Poco dojjo l\), ritornando sullo stesso concetto, dice: che non si potr mai avere vera piet verso gli dei, se non si  convinti delle due cose di cui ha jjarlato, l'anima essere il principio delle cose generate e ci che regge tutti i corpi, e  la dimostrata negli astri intelligenza degli esseri. Nel Filebo fa domandare da Socrate se si deve dire che quest'universo  retto da una forza irrazionale e che asisce a caso, o che  governato da una mente e una sapienza ordinatrice; e rispondere da Protarco che confessare che tutto  governato da una mente  degno deirasi>efcto del mondo, del sole, della luna, degli astri, e delle loro rivoluzioni. Poi Socrate dice [) che vi ha nell'universo molto Illimitato, sufficiente Limite, e una causa non io'nobile ad essi ])resente, che ordina e dispone gii anni, i tempi deiranno e del giorno, e i mesi, e che si chiama a buon dritto mente e sapienza. Il simile che in Platone vediamo negli Stoici. Secondo Cleanto, la nozione della divinit nello spirito umano j>roviene da quattro cause: il presentimento delle cose future; il terrore che c'incutono i fulmini, le tempeste, i terremoti, Leygi im7 d. 2X d-e. (I^) FU. 30 e. 84 e altri avvenimenti straordinari e terribili; le comodit della vita che si raccolgono in gran copia (argomento delle cause finali nel senso antropocentrico); e l'ordine e la reo'olarit dei movimenti degli astri, che per se stessi dimostrano non essere opera del caso, ma e^sservi una mente che li governa (n. E nel discorso che gli U pronunziare Cicerone, lo stoico dice: Il senso e l'intelligenza degli astri sono dimostrati dal loro ordine e la loro costanza. Niente intatti pu muoversi con ordine e con numero senza intendimento. Ragioni le quali chi ben ponderi, sar ignorante ed empio, se negher esservi gli Dei  2). Questo concetto campeggia Tn tutto il discorso dello stoico ; riapparisce, diversamente lumego-iato, nei e. 21, 35, 3S, 56, 61, ecc.; e gi, comiiR-iaiido a parlare dell'esistenza degli dei, egli aveva detto che ci non ha bisogno di lungo ragionamento, perch che vi ha di rosi evidente, alzando gli occhi e contemplando le cose celesti, che esservi qualche divinit di una mente eccellente che regge queste cose-^ Co) Delle idee che ricordano (juesta prova della divinit si trovano anche nelle antiche religioni pi evolute -ci che dimostra la continuit tra i concetti della tlosotia teologica popolare e prescientifica e di quella dei metafisici-, e in una forma anche pi vicina al concetto moderno, cio in cui l'ordine dei movimenti dei corpi celesti  attribuito, non a delle divinit che sono loro proprie e li animano, ma alla divinit suprema Presso i Caldei, Belo fissa le stelle, stabilisce a dn.iora del sole e dei pianeti, afiinch essi conoscano i loro limiti e non possano allontanarsene. Presso gli Egiziani  Osiride che  mantiene l'ordine nell'universo V. CICERONE (vedasi), De Nat. Deor. e che ha tracciato al cielo e alla terra  la via donde essi non si allontanano. Dimmi, o Ahura ! domanda il Zend-Avesta, chi, se non tu, fa crescere e decrescere la luna? chi ha aperto le loro vie al sole calle stelle? chi ha fatto la luce benefica e le tenebre? i mattini, i mesi e le notti?  E un inno del Rig Veda dice:  che osservano i corpi celesti nelle loro rivoluzioni, soogiun^e:  La natura A dove agisce liberamente, in ciascuna transizione dallo stato indeterminato allo stato fsso, crea anche allora spontaneamente delle forme regolari. Questa reg-olarit apparisce nelle cristallizzazioni d'un ordine elevato Come spieg-are tutto ci, se non si ammette che esiste una produttivit incosciente, ma originariamente della stessa natura che l'attivit cosciente, e di cui non possiamo vedere che il semplice rifiesso nella natura? >. Pi recentemente si ^ anche parlato dell' architettura degli atomi, (juesti sono stati paragonati a degli oggetti manitatti, e si  vista nella supposta regolarit delle loro forme una prova della creazione della materia. Un altro se^nio di finalit di piano che si  visto negli esseri organizzati , oltre alla sinuietria delle loro forme, 1" unit di diseg-no in esseri differenti, cio la loro distribuzione in gruppi, in ciascuno dei quali si n^alizza variamente uno stesso tipo definito. Questa sembra ad Agassiz una prova dell'esistenza di Dio superiore anche a (luella della finalit d:icHO dei loro organi. Che degli esseri aventi degli attributi si diversi, e viventi in circostanze s differenti si conformino costantemente a dei tipi generali identici; p. e. che tutti gli animali, in tutte le posizioni geografiche, nella successione di tutte le epoche geologiche, siano costruiti sui quattro grandi piani di struttura stabiliti da Cuvier;  un risultato, egli dice, che  impossibile di attribuire alle sole forze fisiche, a meno '\e esse non abbiano immaginato questi V. (irtleno Di' plaritis HippomuttM et Platonis 1. 9. r. 8. in tne. Inirodtiz. al Saggio d'un sistema della natura. (Scritti filosulti tradotti da Hiiard). 87 piani, e non l abbiano poi impressi nel inondo materiale come una forma dentro cui la natura fonderel)be ormai costantemente tutti gli esseri. Ogni regolarit nei fenomeni, in cui non si vede una conseguenza necessaria delle leggi meccaniche, dimostra, |>er il teleologista, un disegno e uno scopo. Come infatti i movimenti disordinati degli elementi della materia, in cui non vi ha altra regolarit, inerente alla loro natura stessa, che quella delle leggi del movimento, possono dar luogo a delle successioni regolari che non potrebbero dedursi da (pieste leggi? p. e. a delle serie circolari e costanti di avvenimenti, quali le rivoluzioni planetarie, o i fenomeni evolutivi della materia organizzata, in cui si vede l'essere nella sua maturit riprodurre il germe da cui e* incominciato il suo sviluppo, e la stessa serie regolare di stati ripetersi di generazione in generazione? (Jueste regolarit nella successione dei fenomeni non (essendo una conseguenza, necessaria delle leggi dell urto e del movimento, le sole che siano essenziali alla materia, o deve ammettersi che siano semplici effetti dell'azzardo, o che una mente ordinatrice dirige i movimenti della materia, preordinandoli a questo scopo. Cos il teleolo^iista divide tutte le azioni della natura in due campi: l'uno  il dominio del meccanismo, e l'altro delle cause finali. Questo mondo, dice Platone,  nato dal concorso della mente e della necessit. Vi hanno due specie di cause, 1* una necessaria e l'altra divina: le cause prime sono quelle che producono con intelligenza il buono e il bello (cio quelle della specie divina); quelle che sono mosse necessariamente da altre cose e muovono necessariamente altre cose, sono delle cause seconde, dei mezzi di cui Ajrassiz Della speeie e della idassifieaz, in zoologia. Dio si serve per realizzare, per (luanto  possibile. TIdea deirottirno. Kant oppone continuamente il meccanismo eia finalit come le due sole forme possibili in cui noi possiamo rappresentarci il modo di produzione delle cose. Vi hanno delle cose la cui produzione  possibile secondo lei>'^i puramente meccaniche; ma altre produzioni della natura non sono j)ossibili, almeno per noi, secondo leii'fi'i puramente meccaniche. Per queste yal(% almeno subhiettivamente, oltre al meccanismo della nriturM. determinato dalle sole leg'gi del movimento, un'altra spcn-ie di causalit, cio (|Uella delle cause tinnii, relativamente alle quali le leg'gi delle forze motrici non sarebbero che delle cause intermediarie . La tinalit d'una cosa (cio la sua produzione per delle cause finali) e la contingenza di questa cosa sono due concetti che si implicano reciprocamente: da una parte il concetto di una cosa di cui ci rappresentiamo V esistenza o la forma come possibile sotto la condizione di un fine,  inscparal)ile dal concetto della contingenza delia ) ; e da un' altra parte il concetto della finalit della natura nelle sue produzioni  un concetto necessario al giudizio umao. che si applica a tutto ci che vi ha di coiitingcuite nelle leggi particolari della natura, cio che non pu dednrsi dalle sue leggi gene rali (che sono quelle della materia e del movimento) . Secondo Lachelier, la nostra credenza nel corso uniforme della natiirn implica due princiini: luello delle cause (fHcienti e , 'f parsi nello stesso ordine, perch l' insieme delle direzioni e delle velocit dei loro movimenti sia tale da riprodurre a punto designalo le stesse combinazioni. se noi abbiamo confidenza nella stabilit dell' ordine del mondo,  perch sappiano gi che esso  l'interesse supremo della natura, e che le cause di cui sembra il risultato necessario non sono che i mezzi saggiamente concertati per istabilirlo. E Janet dice. L'esistenza stessa delle leggi nella natura yi^gU parla qui evidentemente delle leggi altre che quelle del movimento)  un fatto di finalit. Noi possiamo infatti concepire che i fenomeni potrebbero prodursi in modo da non permettere alcuna previsione certa per l'avvenire, e non vi ha alcuna ragione perch essi non si producano cos, se si suppongono all'origine degli elementi puramente materiali, in cui non preesisterebbe alcun principio iV ordine e d' armonia. Il solo fatto dell' esistenza d'un ordine qualun(jue attesca l'esistenza dun'altra causa che la causa meccanica, poich questa  indifferente a produrre alcuna combinazione regolare. Se nondimeno tali combinazioni esistono, e sono esistite da tempi infiniti,  dunque che la materia  stata diretta o si  diretta da se stessa, nei suoi movimenti, in vista di produrre (luesti sistemi, queste combinazioni e. questi piani da cui risulta l' ordine del mondo: ci che equivale a dire che la materia ha obbedito a un'altra causa che la causa meccanica. Quest'opposizione tra il meccanismo e le cause finali  suggerita naturalmente dall'azione umana, che  il tipo della finalit e il fatto d'esperienza da cui ne  venuta l'idea: danna parte il mondo esteriore con le sue leggi indii)endenti dalla volont uma\ia, da un'altra i)arte l'uomo, che non [1) Del fondamento dslV induzione. .Taiiot Le cause finali). 1 pu a^'ire su di esso che iniziando nuove serie di movimenti, che una volta incominciati, si continuano e si trasuieitono secondo le loro le^'g'i fatali. Quest'opposizione corrisponde pure a qu(]la del necessario e del contingente: il necessario  in contraddizione col volontario, e le tendenze istintive del nostro spirito, da cui si orifrinano i concetti metafisici, ci conducono a identeficare il necessario col meccanico, e il non necessario, 0 il contingente, col volontario. Infatti, come vedremo pi chiaramente^ nel se!no. ua il lil)ero arbitrio. Xo v\ ha dubbio che jiiando il teleolo^ista oppone il meccanismo alla tnalit. l'idea che la parola m(H*canismo su^'^erisce immediatameurc al suo spirito non sia il meccanismo di Democrito e di Cartesio, quello del movimento trasmesso per l'urto: dei ). E il matematico Cotes nella prefazione alla II edizione dei Principii di Newton, ponendo la gravit come una propriet primitiva della materia, aggiunge una fili|q)ica contro i materialisti, che fanno tutto nascere per necessit, mentre il sistema di Newton fa tutto provenire dalla volont del Creatore, e osserva che le leggi della natura offrono numerosi indizi del disegno pi saggio, ma nessuna traccia di necessit (8). A. Comte ha notato giustamente che la filosofia teologica, anche neirinfanzia Prine. delle eouose. XVI. Lettere tra Clarke e Leibnitz. Seconda Replica di Clarke, I. (8) V. jH^ei Stor. del material, t. 1. parte 8. e. 8. 92 dello spirito umano, pur costituendo una spiegazione universale dei fenomeni, non si applicava ai fenomeni pi fafamiliari, i quali sono stati sempre riguardati come sogo-etti a leirs'i naturali, invece di essere attribuiti aliavolont arbitraria degli agenti soprannaturali. Quando il filosofo teologico moderno divide i fenomeni in necessari Q> contingenti, e spiega tutto per le cause finali, tranne i feno meni necessari, egli fa precisamente come il suo antenato selvaggio o barbaro, perch le successioni di fenomeni che ci sembrano necessarie, sono appunto (pielle che ci sono ^' pin familiari {2). Quando il Pelle-Uossa non comprende, osserva un autore che ha studiato i costumi di queste popolazioni, dice che  uno spirito. Il uon  cosi che fa pure il metafisico incivilito V notiamo che il comprensibile, come il necessario, non  per noi che ci che ci  // pia familiare. La differenza tra il selvaggio e il metafisico incivilito  che il primo spiega immediatamente per l'azione degli spiriti i fenomeni particolari: il secondo ammette ordinariamente che i fenomenti ubbidiscono a delle leggi costanti, ma quando non comprende (pieste leggi, o, ci che  lo stesso, quando esse non gli sembrano necessarie (perch non si tratta delle successioni di fenomeni che ci sono le pili familiari), egli fa conie il selvaggio, le spiega per l'azione di uno spirito, che produce nella natura dei fenomeni eh' egli giudica al di sopra delle forze della natura stessa. 1/ intenzione dello spirito  per lo pi ostile, secondo il selvaggio; secondo il metafisico incivilito, benevola: di pi la spiegazione teleologica del secondo non  ordinariamente cosi chimerica come Corso di fhts. /tosit. ed. i. voi 4. ]>. 491. V. e. 4. N (ioblct d'Alviella L'idea di Dio ecc. p. OS, \'. cap. 4. 93 quella del primo. Tale  la costituzione della natura e pi ancora quella dello spirito umano, che, purch cerchi in questa direzione, egli non potr mancare di trovare nelle leggi stesse dei fenomeni i segni d'un piano intelligente: egli li vedr sia in quf^sto fatto sorprendente, che le leggi della natura contengono spesso dei rapporti metrici i pi semplici e i pi regolari (p. e. l'eguaglianza, la proporzionalit, la ragione inversa al quadrato, ecc.), e sembrano tali da rendere i fenomeniil pi fadlmente intelligibili ; sia in altre circostanze proprie ad alcune di queste leggi che gli suggeriranno pure, vivamente o debolmente, l'idea di uno scopo odi una coordinazione interessante per se stessa e voluta ; sia infine nel fatto stesso che sono delle leggi, perch la leo'ire implica un ordine e una reoolarit, e questi sono contingenti, cio non sono una conseguenza necessaria dell'essenza stessa dei fenomeni non si pu infatti concepire che i fenomeni avrebbero potuto foruare un chaos, pi chaotico di quello che alcun mitologo abbia nai immaginato, cio senz'alcun ordine, senz'alcuna legge senz'alcuna uniformit nelle loro sequenze e nelle loro coesistenze? dunque. ne concluder il teler^logista, quest'ordine e questa regolarit non possono spiegarsi che per una Mente ordinatrice e regolatrice. Malgrado l'opposizione s naturale tra il meccanismo e la finalit, la tendenza a spiegare teleologicamente tutto ci che non  necessario, sviluppata con conseguenza, non pu non oltrepassare il limite fra questi due dominii in cui i teleologisti dividono ordinariamente le azioni della natura. E ovvia infatti la riflessione che le stesse leggi del movimento, anche di quello derivante dall' impulsione, non sono nemmeno esse necessarie, bench l'impulsione stessa sia necessaria-per essere tali esse dovrebbero essere una suggestione dell'esperienza pi familiare, e non, come sono state in 94 95 realt, liolle scoperte scientifich: ne segue che la spiegazione teleologica deve applicarsi anche a (queste leggi. D'altronde  solo il necessario nel senso stretto, vale a dire ci il cui contrario  aftatto inconcepibile, che  assolutamente in contraddizione col volontario: ora ({Uesta necessit nel senso stretto non pu trovarsi inai nelle verit esistenziali, e tutte le leggi della natura sono delle verit esistenziali. Per conseguenza, non VI I; legge della natura a cui la spiegazione teleologica non sia a[)plical)ile. Cosi molti filosofi moderni hanno spiegato |)er le cause finali inche le leggi della nieccniica. Secondo Malebranche Dio scelse jueste l(?ggi perch sono le pi semplici cio, conni abbiamo accennato, contcmgono i rapporti metrici pi semplici, e soo le [)i proprie a produrre, con mezzi i |)i uiitormi, nn iinimnisa variet di fenomeni Avendo risol ut di produrre per le vie ])i semplici (juesta variet intinita di crf^ature ciu noi ammiriamo. Dio ha voluto che i ror[)i si muovessero in linea retta, perch questa lijoa  la pi sem}>Iice ^>. E prevedendo il loro urto, ha stabilito la leg'ge generale della comunicazione dei mo\ imenti: e (jueste due leggi naturali, che sono le pi sem[)Iici di tutte, bastano, i primi movimenti essendo saggiamente distribuiti, per produrre il mondo (juale n*i lo vediamo (o). Dio segue sempre, nelT esecuzione dei suoi disegni, le vie pi semplici, perch sono le pi sagge e quelle che l'onorano di pi. La contingenza f^ ) . il Saji^rio 1. (8) Malebruiitlu' Jiieerva dclhi ver* Se/narim. XV. (Risp. alla 4. prova). 1. U. paitt 2. v. 4.. Concersaz, svila meta/. , ecc. iHalehranelic Jhdit. erht. ^, Kle, della cer. Schinrhn, (R8p. alla 4. i>rc)va). Sehiarim, VI, :^, parte 2. e. >. Concers. untila meta/. IX. X e XI, ecc,^ delle leggi del movimento e la loro dipendenza dal principio delle cause finali era una delle tesi favorite di Leibnitz e della sua scuola. Il pensiero di Leibnitz su ci pu riassumersi con queste parole dell'autore stesso:  La saggezza su])rema di Dio gli ha fatto scegliere sovratutto le leggi del movimento le meglio aggiustate e le pi convenienti alle ragioni astratte o metafisiche... Ed  sorprendente che per la sola considerazione delle cause efficienti o della materia non si potrebbe rendere ragione di (jueste leggi del movimento, scoverte al nostro tempo, e di cui una parte  stata scoverta da me stesso. Perch io ho trovato che vi bisogna ricorrere alle cause finali, e che queste leggi non dipendono dal i)rincipio della necessit, come le verit logiche, aritmetiche e geometriche, ma dal pruciph (iella convenienza, cio della scelta della saggezza. Ed  una delle i)i efficaci e delle pi sensibili prove dell' esistenza d Dio per (luelli che possono aj)i)ro fondi re queste cose. Leibnitz pretendeva anche che dal solo concetto della materia si dedurrebbero delle leggi del movimento differenti dalle reali , e che esse produrrebbero gli effetti pi assurdi e pi irregolari, e sarebbero assolutamente contrarie alla formazione di un sistema .  Fra le rettole generali che non sono assolutamente necessarie, Dio scelse quelle che sono pi naturali, di cui  i)i facile di rendere ragione, e che servono pure il pi fall) Prne. della nai. e della ijraz. n. 11. V. anche TeiMlieeu Prefazione, Sayyi sulla bont di Dio ere. parte S. n. S4r-:^r>(), Esame del W Malebraiielie, eee. V. Lettera sulla quistioiie se l'essenza del eorin eoiisistc iieiresteiiHionc (Duteiis). Leibnitz a Fontenelle {Lettere e opaseoli di Leibnitz ed. da Foucher de Careil, 154. p. 227) e Pise, di mrtafis. {iVuove le^ tere e opnsc. ed. da V. de C.). cilmeiite a rendere ragione di altre cose. E ci che  senza dubbio il pi bello e che vale il meglio . I.e vie di Dio, egli aggiunge, ripetendo il concetto di Malebranche, che  uno degli argomenti preferiti dai teleologisti, sono le pi semplici; perch il saggio fa in modo, il pi che si pu, che i mezzi siano pure jini in qualche maniera, cio desiderabili, non solo per ci che essi, ma ancora per ci che essi mno (l). Ma Tapplicazione pi notevole del principio delle cause finali in fisica  il concetto di una economia di forze e di tempo che la natura prenderebbe per regola nella produzione dei fenomeni. Tolomeo avea dato come spiegazione del fatto che i raggi della luce ci giungono in linea retta, che essi passano da un punto ad un altro per la via pi breve, e per conseguenza nel minor tempo possibile; con (luesto principio erano state spiegate pure dagli antichi le leggi della riflessione della luce ; Fermat lo generalizz, estendendolo a quelle della refrazione. Leibnitz spiegava queste leggi, e tutte le legai dell'ottica in generale, per un principio analogo, cio che la luce segue sempre la via pi facile {la via pia facile era definita quella in cui il prodotto della via percorsa per la resistenza dell'ambiente  un minimum) : questa spiegazione fa vedere, secondo lui, Futilit delle cause finali, perch mostra che dalla considerazione di esse possono ricavarsi certe verit arcane e di gran momento, che sarebbe difficile di ricavare dalle cause efficienti, la natura dei raggi della luce non essendoci cosi conosciuta da poter rendere ragione per le cause efficienti delle leggi che essi osservano nella riflessione e refra Saggi nulla bont di Dio ecc. $. 208. De unico opl., catoptr,, dioptr. prine. Duteus . Il zione. Questa legge di economia fu elevata da Maupertuis a legge fondamentale della meccanica, formulandola nel suo principio della minore azione, in cui egli vedeva Tunica prova delTesistenza di Dio, fondata sull'ordine della natura. la che sia possibile, che noi scopriamo (jueste leggi generali, secondo cui il movimento si distribuisce, si produce o si estingue. Non solo questo principio corrisponde all'idea ch(i noi abbiamo dell'Essere supremo, in -ueiiza, delle legnai dei movimento, anzi  la e^-^'e ])Li universale della natura che eonoseiamo distintamente  ; e^ lo considera anch'eoli come una vc^rit fondata sulle cause finali (I)La sj)ie^azione teleologica delle le-ione sono, dice Leibnitz. di due sorta: le une sono as8olutanu^,nte necessarie; tali sono (juelle la cui necessit  lo (o). Meditdz. erist., 7. u. IS. Meditaz. erist,, 5. V. Siuiiiio sairintead. ani. speeiabiiente >. e. IV. ^. t. 'i dei fenomeni naturali gli sembrano rivestite -ed  perci che esse sono riguardate come contingenti e come arbitrarie sollecita lo spirito umano a cercare una spiegazione qualsiasi, che possa attenuare in (|ualche modo (juesto nistero: e dove pu trovare un tipo per una tale s[)iegazione, se non in se stesso, dacch fuori di se, cio nella natura, tutto gli seml)ra incomprensibile e misterioso'-^ Il fatto stesso che vi hanno delle leiiiii nella natura, cio che i fenomeni si svolgono con un corso uniforme. sembra aiirdresso cinti!ii:('nte ed arbitrario, perch rincom|)rensibilir delle singole uniformit particolari rende pure incompi-ensibile la legge generale d' uniformit che esse costituiscono: cos la lea'a'e implicando, come abbiann notato, un ordine e una regolarit, t|U(\sto fatto stesso entra naturalmente nel dominio della spiegazione teleologica. Berkeley dice: I fenomeni, nella loro regolarit, sono un lingtiaggio per cui l'autore della natura si i-ivela a noi. Questa stessa regolarit dei Menomimi impedisce alla j)iii parte degli uomini di riconoscere la causa libera di (jut^sti fenomeni. Essi sono pronti a pi-oclamare rintervento (T un essere superiore, dacch Tordine della natuta pai-e sospeso, e non pensano che . (H) V. . VII. i:^.:^. e v> Ki. " 'UHI portanti della dottrina delle cause finali baster per mostrarti che essa ha eostiluito una spieg-azione, nel senso stretto, amvei'Hcde della natura. Questa spie^'azione, unita a rjuella di cui abbiamo parlato nel parao-ratb precedente, forma l'insieme di ci che possiamo chiamare la sph'iiazione teologica doi fenomeni. E in questa che dobbiamo riconoscere la vera base di o^-ni forma della iilosofa teoloo-ica, poich  certo che lo spirito umano non ha mai concepito delle cause, poste fuori del campo delTosservazionJ, che i)er servire da spieo-azione desi su (jualche uniformit che l'esperienza stessa ha costatat;^ tra i fatti. Chiamiamo invece a^trori (pielle che non si fondano su qualche principio stabilito induttivamente, ma su [)retesi le,i>-ami lodici fra le ide(% che non sarebbero il risnltato di una o-cMieralizzazione di leo-ami costatati tra i fatti, ma sarel)bero intrinseci alle idee stesse; sia che (pieste prove prendano j)er punto di partenza qualche dato dell'osservazione, sia che deducano r esistenza di Dio da semplici concetti, iidipendentemente da qualsiasi dato empirico.  una conseg-uenza dei principii della teoria della conoscenza esposti nel Sa^'o'io 1 che tutte le prove di questo o-^nere sono necessariamente sofistiche: noi abbiamo visto infatti, da una parte, che non vi ha alcuna deduzione possibile, che sia altra cosa che un'applicazione a casi particolari di una proposizione gcMierale stabilita da un' induzione precedente; e da un'altra parte, che un iiiudizio a priori, cio una verit che deve ammettersi come evidente^ per se stessa, non pu avere per oggetto l'esistenza delle cose n i loro le'ami reali di sequenza o di coe't sistenza, ma solo dei rapporti che lo spirito stabilisce comparandole fra di loro, cio le loro somig'lian/e e le loro differenze. Cosi non vi ha alcun leaane infrinseco fra le idee (cio non risultante da una o'cneralizzazione dell'osservazione) su cui |)ossiamo fondarci \n^r passare dall'esistenza d.'una cosa a quella di un'altra, o per istabiliiv d'una maniera qualsiasi l'esistenza di qualche cosa: questa, come oo'iii altra verit sul reale, se non  un dato immediato dell'osservazione, non [ui stabilirsi che induttivanumte, e oi>-ni pretesa prova non induttiva non pu (^.ssere che un poralo,iMS'no. L'iuduzrone non  solamente l'unico ])rocesso legittimo per concludere una proposizione vera, ma  aiudie l'unico proc(^sso naturale per cui il nostro spirito conclude una proposizione ijualsiasi, ch'essa sia certa o ipotetica o anche assolutamente erronea. Generalmenle le pretese dimostrazioni a priori dell'esistenza di ((ualche cosa o di (jualche leu'o-e del n^ale noli sono clie dei sofismi artifiriali, incapaci picr se stessi di detcMMiiinare una convintone, (piantunciue possano sembrare convincenti a chi  convinto u'i, per altri motivi, di ci che essi pretendono dimostrare. E vero per che nel determinare le nostre credenze ao-isce. accanto alla induzione loo-ica, un processo incosciente di assimilazione di tutti i tatti e di tutte le idee che possiamo formarci sn di essi ai fatti e alle hh'e che ci sono pi familiari -roo-o-etto di questo Sa-oio  appunto di mostrare come tutti i concetti metafisici risultano da quest' attivit incosciente ed extra-logica della nostra intelli.i>'enza -. Ora i risultati di questo pr..c(^sso incoscio di assimilazione, che soli si rivelano alla coscienza, e. s'impon-ono naturalmente come delle verit evidenti per se stesse, cio a priori: vi hanno, per consei4-uenza, dei sofismi, che non sono artiftntfi, ma naturali, e che potrebbero costituire o-U cl(nn(mti di una dimostrazione a priori sull'esistente, che sarebbe un mo 104 tivo reale di crcdoiiza, .spec-ialineiite sul terrouo che  il campo propri') di (|U('.sti solisiiii, cio (vuoilo della metafisica. Ma la metafisica istintiva dello spirito umano Cloe la hlosoHa teolou'ica, (; in i^'enerale, o-(5iuM-almente la i)roposizione  ri^-uardata come un risultato (h^lTesperienza, e r aromento esposto come un'induzione, basata sull'anaIoM*ande parte di quest' ordine, presenta (]ueste  precedente,  stato anche ammesso da al'/aii d(M pi eminejui e dei pi critici fra i mod(M-ni, che hanno sottoj)Osto a un esame severo le basi del teismo, e hanno respinto come di niun valore tutti i^li altri aru'onu^aiti per provare 1' esistenza della divinit. L'argonumto delle cause finali, secondo questi filosofi, non concluile, e costituisce la base unica della teologia naturale, llume nei suoi Dudoijhi snl(( re/if/ioite tnfundc fa dire a Filoiu' (che rappresenta le idee dell" autore, e rifiuta conu. assolutamente vane le altre prove dil' esistenza di Dio): La belt e i rap)orti Ielle cause finali ci colpiscono con una forza si irresistibile, che tutte le obbiezioni paiono (e io credo che lo sono effettivamente) delle pure cavillazioni e dei veri sofisiiii L'Essere divino si scopre e si manifesta nell' inesplicabile nu'ccanismo S(({j!/irt sul frisino, l fturlr. Arf/outrnlo dei su/ ni di piujio indurii. [2) VnvXv \. e raiinnirabilc struttura della natura. Un oo-^c^tto, un disi-no. unMntonziono colpisce da per tutto il pensatore pi'u'rossolano e pi disattento; ed alcun uomo non p trehbe darsi ad assurdi sistemi sino al punto da rigettare (luest'idea in oom tempo: La natura non fa niente iarano K evidente che le opere della natura hanno una torte analo-ia con le produzioni dell'arte; e secondo tutte le reiiole della saiia loo-ica, dacch noi ar-'omentiamo su (jueste materie, dobbiamo inferire che le loro cause ha^mo pure un'analo.u'ia proporzionale  Kant, che riduce a tre le prove della rao-ione teorica p;'r dimostrare resistenza di Dio, cio TontolouMca, la cosmoloo-ira e la Hsico-teolo-ica, dopo aver dimostrato l' assohita iipossibilit delle altre due, dice della flsico-teoloo-ica (cio (|U.dla delle cause Hnali): k la pi antica, la'pi chiara e la pi coiit'onne alla rao'ione um.uii. Vivifica lo studio della natura, della stessa maniera che tira la sua e-^istmiza di ([Uesto studio, e up riceve delle forze nuove. Le conoscenze naturali, che essa estende, elevano la fed' in un autore supremo siuo a una persuasione irresistibile. Sarebbe dunque' non solo privarci di una cousolazioue, ma anche tentare l'impossibile, il pretendere di toii'liere (|ualch(^ cosa all'autorit di (pie sta prova ci). Kant distinii'ue la teolo.o-ia trascendentale e la teologia naturale: la prima stal)ilisce un essere primitivo, ma scMiza determinarlo come essere intellig-ente, ed  fondata suii'li aro-omenti oiitoloo-ico e cosmoloo'ieo; solo la seconda stabilisce un'intelli-'enza suprema, e fra le prove della ragione teorica, non ha altra base che lart' TuttJivii sectnilo Filoii.' P ar.-oiiiouto non t-oiirliulc elle con pro\m\>ilitM. V. la stessa o]M'i-a sulla line. Crii, (it'llo n((/. /mni. I>i verso la tino. ^mmeas^m 109 lOS fatto.  in effetti un risultato inevitabile di questo processo incosciente di assimilazione di cui sopra abbiamo parlato, che noi dobbiano ricondurre oo-ii causa che fa incominciare un movimento alla volont, che  l'antecedente pi familiare dei movimenti che incominciano, e non semplicemente si trasmettono. In questo caso, come in (piello delle cause finali, la proposizione che risulta da (juest'assimilazione incosciente, ci sembra evidente intrinsecamente, e pu quindi ri^'uardarsi come una vcu-it a priori: ma essa pu esporsi pure sotto forma di argomento induttivo o anaiouico, T assimilazione di cui si tratta essendo, nnclie in sit di un'oriijine del inoximento, dando cos'i luo^'O all'arii-omento della causa j)rima. -ata dai filosofi o-reci e che conclude a un primo motore, pu riguardarsi come un raionamento naturale, e come l'espressione di un motivo reale della filosofia teologica. L'altra, supponendo la dottrina della creazione, non pu essere un motivo della teologia naturale, perch questa  la filosofia istintiva dello spirito umano, e una filosofia ha per iscopo la spiegazione dei fenomeni; ora una spiegazione suppone che il fatto per cui si spiega sia pi intelligibile che quello che si tratta di spiegare; per conseguenza un mistero. (|ual  la creazione, non potrebbe servire di base a una s])iegazione, e quindi nemmeno a una filosofia: d' altronde  un fatto incontestabile che la dottrina della creazione non fu all'origine che un dogma religioso, e solo in seguito si cerc di appoggiarla su argomenti razionali. Cosi, se rifiet Vedi, per xiitista seconda ragione. Kant Dialett. traxcfndenl. 1. 2. e. 2. sez. 2. Terza opposiz, delle id. tntseendcitt. Cfr. Ken(nivier Nnoca Momidologia, o. parte. H8 e 1). i tiamo inoltre che fra le prove dcill'esistenza di Dio quelle delle cause finali e della causa prima sono le s^le che s' incontrino a tutte le epoche e pr(\sso (juasi tutti i filosofi che hanno seguito il sistema teologico, le altre non essendo che particolari a certe epoche e a certuni di (|uesti filosofi; noi giungiamo a questo risultato non inatteso: che i ragionamenti naturali [)er provare l'esistenza della divinit non sono altra cosa, sotto un altro aspetto, che le due funzioni della divinit, come principio esplicativo dei fenomeni, di cui al)biamo i)arlato nei due paragrafi precedenti. Le prove di un'ipotesi, in effetto, non ])otrebbero essere altra cosa chi* i fatti di cui (|uest'ipotesi serve a dare una spiegazione, provare un'ipotesi per i fatti e potrebbe esservi altra provaV e s[)iegare i fatti i)er l'ipotesi non essendo che due lati d'una stessa operazione mentale, che si possono distinguere per astrazioiu^ nu^itre in realt sono indivisibili. Sembrer strano che mentre le prove realmente convincenti deir esistenza della divinit sono induttive o analc>giche, consistendo essenzialmente in un' assimilazione delle cause dei fenonu'ni della natura alla volont umana e alla sua catisazione ; a queste prove naturali i metafsici abbiano s s|)esso preferito dei sofismi artificiali [)retesi dimostrativi, ma privi in rc^alt della minima forza probante, come sono in generale i ragionamenti a priori, (juando si tratta della dimostrazione del reale. Questo fatto si spiega anzitutto |)er due cause generali: 1" (j)uesta forma di metafisica che noi chiameremo filosofia apriorista, e di cui parleremo nel capitolo VI. Essa eleva a tipo unico di certezza la certezza matematica o, come si dice anche, metafisica, cio intuitiva o dimostrativa, non lasciando alle verit induttive che una semplice probabilit. L' esistenza di Dio, che non pu essere una semplice verit probabile, deve essere dunque dimostrata -2^ La filosofa teologica, per questo 112 processo di,lisantro,.oii.orti'///>azione progressiva, di cm parleremo nel para-rato seguente, g'iiinge a. conciati di Dio essere p.-rfettissiino (cio intinito in ciascuno dei suoi attributi) e creatore della materia. Ora gli arg-on.enti naturati deir esistenza di Dio (cio .,uelli delle cause Hi.ali e .lei primo motore) non potrebbero provare ne l'uno n raltro di luesti due concetti. Cosi agli aro-omenti naturali saranno preferiti dei sofismi artiiical. che avranno l'aria di provare anche qu-,sti: fra essi i pi accetti saranno dei ra-ionainenti a priori, i-erche dei sofismi induttivi non potrebbero simulare una conclusione rigorosa come fanno necessaria nenti^ i deduttiviCon lu^ste cause generali concorrono delle cause i)articolari: sono delle suggestioni dei concetti .Iella filosofia teologica, che determinano la scelta di certi generi d" ar..-onmi,ti, che ottengono la preferenza sugli altri, non perch.-'. abbiano una maggiore forza probante, ma perch s' incontrano della maniera pi ovvia al punto di vista .lei sistema, di cui sono cosi le conseguenze, invece di essere le ragioni su cui esso  fondato. Ci potr essere chiarito da un esame dei due argomenti a priori pi importanti, cio rontologico ed il cosmologico. L'ont.>logicoun argomento che pretende (Zmos meno, i: Non vi ha aJcuna cosa di cui mni vi sia una ra;_:'ion sufficiente. ci( una ra^ioio che determini perch la co: dev perei a\ t're u H' e."^>o s >u u a sia cosi o non altrimenti. Cosi ruuiverso na ra.iion sufficiente, cio die deternini i;i cosi e. non altrimenti. Ma (juesta ra;Li'ion fticiente d necessario, ma contin;:'ente (infatti >i pu concepire che esso ])olrebbe es.serc dilfereite da quello che ); e. da un'altra parte tato presente del mond( abbia la sua raiiione nelb stato pi-ecedmte, e onesto in n altro ancora, e cos di seguito, rimontando sempre 11 dall'effetto fenomenale alla causa feiiomenah'. si potr andare allMnlnito. m)n si trover mai una rai:ione i he non abbia l)isou'no di lU'altra rautvMS, t. II. i. II. p.e:. i:2). Sn^ij/i snd hnHi d />!( :>S. (>s (Foik'Imt de ('jo'oii Uilmilz, Dcsiut l'ics f Spi sii-raz. sit Sjti iior.ii i(o:.ti. ]>. 21;")). ('(( 116 117 Come si vede, rar*;'oinento eosiiologico  diverso e indipendente (in (|iiello della causa prima. (Questo si foitda suirimj)ossibilit logica d'nna serie intiiita di eause; ma i'ar^oneiito eo.smolo^ieo non snppone, beneh Kant io affermi V. Dialett. traHccnfL I. *J. e. o. sez. .) che una serie infinita di cause  im[)Ossil)i]e, coicludendo da ci la necesisit di una causa prima. Leibnitz, esponendo Tar^omento, suppone quasi senpre che la serie delle cause fenomenali j)un essere infinita. Clai'ke, che fa uso pure di una forma del T argomento cosmolog-ico. respinge una serie infinita di cause cone assurda, ma ci non perch sia intiiita (poich uia successione infinita non , egli dico, coitradio. vu\t.:\, (nte): ma da (juesto principio non pu conchnlersi che il mondo stesso, cio l'insieme di tutti gli avvenimenti, devo avere una causa. Che ogni cosa, e non solamente ogni ((rrnimento. abbia una ragione che la determiii e possa spiegarla, non  vero che se si ammette il teismo e la i)ossibilit di dimostrare l'esistvnza di Dio assolutamente a priori (cio per rargomento ontologico).  solanu'nte allora che ogni cosa in geupralf avr una ragion sufHciente, cio che determina perch essa  cos piuttosto che altrimenti, o, come dice Clarice, per cui essa esiste piuttosto che non esiste; perch solamente allora. noii solo ogni avvenimento avr una causa (in un avvenimento anteriore). ma avr anche una causa la serie intera degli avvenimenti (compreso il loro subtratum permanente), e (juesta stessa causa avr, come dice Clarke, una caum intcriore (cio la /?cvpssif ((ssolnta, che nessun materialista ha mai pensato di attribuire al mondo stesso). Tuttavia la r/.s* probante dell" argomento cosmologico non sta sohimente in una est(Misione illegittima del principio di causalit e in un soti>ma di confusione tra il i>rinciiMO stesso e (|uesta .Mia estensione illegittima che Leibnitz ha formulata col svu princii)io di ragion sufficiente^ . l>ench non si abbia alcun diritto di pretendere che le inclinazioni del nostro si)irito diano k'ggv alle cose stesse. non vi ha dubldo che, se le cose si conformassero al sistema dei metafisici che ammettono il principio di ragion sufficiente e rargomento cosmologico che ne  1" applicazione, rak' a dire resistenza di una eausa prima e una ragione capace di spiegare (piest* esistenza stessa; ci non sarebbe pi soddisfacente ]er la nostra intelligenza che una successione infinita di avvenimenti senza una causa esteriore \n causa interiore la lasceremo ai metafisici). Nel primo caso tutto sarebbe spiegato, mentre nel secondo caso vi ha necessariamente (jualche cosa ns che rosta s(Mi/a s|)ii\ii'a/^i>"ne.. e io e l e Mi l chi a ma c cnllocaziovi prhhitivi'. 81 potrebbe, ])(*r conscuiKMiza. essere tentati di vendere, con Kant, neirarii'oniento esniolouieo, non un .>einj>liee sofsna, ma un raijoamenfu naturale : ma l (lrve il ravattere artilieiale dell'ai-.i^oniento il) V. Ctn'iftf fh'lin )((r>( l>'nih'il. Ir'n. >soint .-oiK-iirr i!r;irio 0 niridcn ihI>oi!>jI>!' (1('1!:i niuiniu". li cui iioi si piiT i.n\ ;nUi.-tt/\:i. (i;L; mi;i lfli;i r;iiii]H)sizinni  MtVcniin r i";ilii-; 1( uv'j^-.i. {halrll. IrasrrmhHf. I. '_'. e. li. scz. 2. (Jinnhf uftpoy/iziom). i}n\ iMi \'r;i del s'.lni rciiiin ;i J1M':ifisirn ii:f;i!-Ml4>tT;:*ibo osscir che uua c'T!o (le |u-n}>(si/.ioi>i (Iclir ;i!lr' i i'' ;Mit in(Jiiic I'omI nio i|ua U!i |Ui!Hij>;o ti cojicIihIc Trsscrc ;is:*o hitMUKMitc lcccssjo'io e loud.-ito >ul ju-incnuo ; in 1/ l'oi-niulnrlt: u-i jU'n no, 111  p'r se ste n'erinnn. cnle in coni i-nbli/ione con >e sto. Ile culi nllennn iur {Uulctl. /rffsmnlfjif. 1. J. llo s|nrito scolastio le rm-'^onicnto ont>!i:i;i IO 1 esselH' IS-.0 liitni nenie n' !icliis> Ini primo. HSW 119 si tnos tra della maniera, pi palpabile,  piamb) si tratta li provare che Tesscu-e assoluta in^nt e iuc essano e Dio. etoe un ess ere dotato d'intelli.u-e]./?! (^ di volont. Se biso"ue)-obbe pro\ nre clic Dio  un  ;scrc ns>oliitnment' neee-sano: mn -io e he pi-o\ a jucsto i' nppnnto rnr-nu':it  ont.ui. C^uest' osservnzi om'  li Knnt i' senza dubbio liiustn. p'rcho che un essere In Mli e ]uiu: K^.  dovreblu l'nr vedere e Voler dire nllr.i -o.-n isleizn   mn Ncritn n'ce>snrin un>er hv 1 ( nr'j.'tHiUMrn eosnio 1 o 'J. ICO he r esistenza  li l.)i o e poti* bile faro che 1' ara:onicnrA'i' l'osse eon\ !n'-'llte. l:il'. ci ehe nui K (>\iib'nte che se rari;^ m(d;"i-o mm ' che T ni-.^o nneiito onldo.uico sviato, e (U'si) '. una  seinpnc' iinu) vazione tbdh spirin >eola stici) . -io*' un puro s tmhnudc, ma H titleinle. pudo n)n i>no -ssere un \v v^^Wi' an(dr"^so. e ra'j.M>H('  1) Tra una sem]di-e inn\ le 1 ;l pili lortc >ro\ ns larenio iiHMizine li luni.ata la ("lnrk' iTrnlL .h-ll' r^isl. r .tnln svilupi drilli iillr(>. (li l>i' !>iciito "iiui-.' i.iipi\u'*'it;i nil(.'^iM): e->a si \ r>\ a '^i; 1. ed ' unn d,i  Sii rh':tiio ni le 1. J/-joni 1 ni! ;ln JU' o\n SI > mdinle he In l-v e a\'ere u, li ;ill libili i lidio spirilo, prem tsi un a-iiomcnto (die e pu> s'm altri, non e puutp'rienza con1'riii; nii'c die lallo spiriOi hrare jd jdaiisildh' li Innli ino adi assimilazi)n' inco!^dcn na turale bd n>stro s)nri (o. S' noi lomamlianu pr(dH lo siurit* ]>rovenir i' la ca:ir>:! > re s'm pre [MU ec. in-r -mseoiu-nza r's>eiv primiivo levuram(Mite artiteiali. Kaut pu affermare eu' esso  un rao'ionamento naturale,  percli emv iit'll; cmiism.  l)i>>^iert'lb' . /'/. e. U.i. La srLMUMla ra^iojie  una f'oi-nia s(>ttile e, jm-i ilir eos. impalpabile drl piiiu-ipi' Im 1" csscic non in. venire lai niente {'Ih' era ra>>it>nia Ir-ii antielii Fi-^ici -n'ci. e sLtni1eava vhv. u realta, nirnt' na^cr ne prrisre nel lM/>//''/^f/*Vvw///r/ />///tr / veii in iicnrral'). I/applirin, non >ai'eldc nn >ciMplicc imhi senso, ma mi'apcrta cont radilizionc: ma si rvvit di ailennair in inahdie modo il mistero della ci'eazion( nna /ttt/trri/taziour deli" essere e delie p'i-tezioni del reatore; i-osi l'essere, in empre pii eceelleiite iUdV ettossibile. Ma quest' accordo, (jtiest' armonia perfetta, della, moralit con la felicit noi non lassiamo concepirla come un risultato delle semplici leggi del mondo sensibib-. ma essa supi)one, (duoo per noi, una causa iitelligente e morale della natura, che preordini Funiverso a ([uesto scopo. Cos 1' esistenza di Dio  uu postulato della ragion pura pratica. Poich  un dovere ^'2'2 i2a por noi li lavorare alla realizza/ione del .sovrano bene,  una necessit, che (lei"i\a da (questo dovere, di supporre la possibilit di inest( sovrano hcMie, il (piale, non essendo possibile ehe alla coinli/icne delTesistenza di Dio, le^a insepai'abihnente al dovere la suj)posizione di porzione, tra la virt e la t'elieit  una proposizione che nvar(\ Kant d, al fondo. |ueroposizioiu' come una cr(o ( 1 1 vere, porterebbe imnauliatamente con s('' la credenza della possibilit manda assai naturale: (juale possa essere lo scopo di (piesta strana inversione loo-ica, che d come un rauioiK^ dell'esistenza di Dio ci che non (' stMto mai rii:uardat(^, e inni polrebl )( essere l'iii'iiardato altrimenti, h he come una conse^iu^e.za di l.' pensieri ~ d l valore d(d dovere da ([Ualcin^ cosa il cui varie ri vare i lore sembri pi evidente intrinsecamente e | nn im*oiites tabile, cio(' la felicit. Kant ])(msa, al fondo, dir ])oich(> il doverv' ci (' incontestabile, esso  dato come un che di un valore b^A ess ere accompau'nato dalia \. \\\ [>iirlr m (li [licslo S;i.u,Li H. 124 L*rMleuza del suo accordo con la fclifit, perch, se uou fosfse cos, il suo valore non ci sembrerei be incontestabile. Cos rai-ii'oinent^ di Kant ion  rhc nun variante del vecchio ar^onn'nto dei teoloiri. che la leuiife inorale suppone un le'oniento die im[)lica (sia che si dica o si sottintenda) che 1' obl)liii'azione morale dipernle dal premio e dalla [)Uii/ione dis|)osti da (pitvsto legislatore I). Tuttavia lo sco|)o di Kant non  tanto di dare un fondamento airobbli^azione morale, quanto di realizzare ["ideale il'un ordine morale nel mondo. A questo punto di vista, il suo argomento, quantunque privo di qualsiasi valore lou'ico, ne ha senza dubbici uno psicologico evidente, essendo 1' espressiom* di uno dei motivi i-eali che contribuis**ono a mant(mere la credenza air esistenza della divinit, nella parte mialiorc^ del *ienere uiiano, quantun(pn' lu'ssuno abbia mai j)ensato. prima di Kant, a vedervi una [)rova di ici, le nliioni inferiori, come osserva Tylor , essendo separate dalla morale, e solo i popoli progrediti concependo la divinit come autrice d' un ordine morale nell' universo. Kant, i)er accordare al suo ar.i;oment( morale una forza probante che nea all' ar^iomento fisico-teologico, non ha che una ra^^ione decisiva: che solo il primo, e non il secondo, pu })rovare la perfezione assoluta della divinit (l'onnipotenza, ronniscienza, la bont infinita, ecc.) (2;. M.'i ei  un'altra j)rova che esso non pu essere la vera base della teologia rwiturale: ])oich questi concetti non ai)pariscono che ad un certo ^'rado dello sviluppo delle idee sulla divinit, di cui non si pu rompere la continuit coi irradi inferiori. Infine noi dobbiamo osservare sull'aro omento di Kant che, quand'anche esso fosse nafaraU'. non contraddirebbe .'dia l)ro|)Osizione che noi abbiamo cercato di stabilire in questo para^Tafo, cio che le sole basi razionali della filosoHa teologica sono la [)rova delle cause finali e quella del primo motore: che cosa  esso infatti se nmi un caso della prima di queste due prove, applicata a un ipotetico ordine morale, invece che alTordine, sino ad un certo punto reale, del mondo tisico? Perch noi dobbiamo preferire l* idea di un Dio autore della proporzione fra la moralit e la felicit alla dottrina buddista del Karma, secondo cui questa proporzione  il risultato spontaneo deiriucatenamento fatale delle cause e deoli effetti, se non in virt di quest'argomento (abbia 'fvlor, Crilzzdz. /irimif.. aradossastica la dottrina budtica, perch eom{)rendia]no dir la j)rop'edi'em mo (*h(; la constatazione pni*a e sein|)lice (hn tatti. Ci a cui si dovono in i:ran |)arte le pi'o\i; sofisticlh ilell 'esistenza di Dio, cio 1* incaj)acit (hdle prove naturali .'1 dimostrarlo come Ti^sscre dssnhif n o /// fin il  dalla rai^ione. anzi spes-^o in antaii'onismo e in contraddizione con econdo (.'ousi mono in un tatto permanente, sempro presente uidla coscienza, e che consiste a percepire al tem[)0 stesso: W tiito (eh'e;;li chiama anche relativo, contingente, ecc.), Yinfinittf (che chiama anche assoluto, necessario. ecc.) \. ^I;i\-.M filli r. Lk srienzd ilrlln /r/ifjionr. 1 y e il rajporto tra i due (cio che il finito ha per causa e pe4substratum V iiifnifo). I nostri ontolooisti (secondo i (piali. non solo noi conosciamo Dio immediatamente, ma lo vediamo), invece die deir/////y///o j)reterivano parbii'e AAV ('ifii ro'JoH dista, dalla uni versali! i della ere denza non si conclude immediatamente cln^ essa  xcra. ma (die  naturale ed istintiva: ci prova, continua l'ar.2^omento, che ess;b  necessariamente vera, perch un'aftermazione immediata d(dla coscienza non pu mettersi in dubbio, ma deve ammettersi come lUia verit assi(matica. I. 'altra forma della (butrina  una conseuuen'/a de.uii ai\i:'onH'nti a priori. Alcuni di ati (li tutti, cio rontoloa'ico e il cosmi)loul concetto che l'essenza dell' anima consiste nel pensiero i2), cercando dcdle idee che [)ossano essere un patrimonio ori^-inario dello spirito, Je trova naturalmente nelle verit evidenti per se stesse o pretese tali. La dottrina (h^ll'intuizione razionale ha [)er oriori ili generale, ammettendo una percezione immediata del Vero stes.so obbiettivo o delle verit in Dio (P^) la dottrina di Cousin della partecipazione a una Jiagione un4 V. Apft. ai (Uff). G. v> fi. noti! ultiuiji. V. Appenri. alla partr t. e. 2. \S !. i^\ (^fr. Samio L e. '. ^ 7. versale non differisce che verbalmente da quella della visione in Dio .Nell'ipotesi di questa percezione d'un oggetto che  col soggetto percepente in un rapporto invariabile, il pi semplice  di ammettere che essa  permanente, tanto pi che la trasformazione delLargomento cosmologico in verit intuitiva arriva naturalmente alla formula che la percezione del contingente, o del suo sinonimo il finito, implica quella del necessario, 0 del suo sinonimo V infinito. 5. Il risultato dei paragrafi precedenti, cio che la base della filosofia teologica  in un processo induttivo, che consiste essenzialmente ad assimilare le cause dei fenomeni e il loro modo d'azione all'uomo e all'attivit umana, pu essere dissimulato da un processo in certa guisa contrario, a cui si confermano, nella loro evoluzione, i concetti teologici, che consiste in ci, che pio e il suo modo d'azione si vanno disassimilando progressivamente dall'uomo e l'azione umana, e pu essere chiamato ([Uindi, come  stato chiamato infatti, adisantropomorfizzazione della divinit. Questo processo d disantropomorfizzazione progressiva pu considerarsi sovratutto sotto due aspetti. L' uno ci mostra una differenziazione crescente tra il sovrannaturale e il naturale. Al principio gli esseri soprannaturali sono degli agenti fisici: quantunque si sottraggono ordinariamente ai nostri sensi, essi possono apparirci, quando loro piace, e mostrarsi per ci che essi sono, cio come persone visibili e tangibili. La persona, il sustrato fisico dello spirito, si va mano mano smaterializzando, e finisce per diventare una sostanza spirituale, cio un quid inaccessibile ai sensi e all'immaginazione. Una trasformazione analoga avviene nello spirito stesso, cio nelle qualit mentali degli agenti soprannaturali: queste diventano sempre di pi in pi sovraumane, e finiscono anche per perdere questa condizione di ogni coscienza empirica, 9 Hi) anzi pi 'uardano come j)erfezioni \i\ ven^-ono conferiti in un i'rado vsempre pi eccellente, sino al pi alto cbe sia |)0ssibile di concepire. Cos dano che non sarebbe il risultato della scelta e della deliberazione, e cIh' non sarebbe lUMiiineiio tonnato da Dio, perch eterno come Dio stesso, piuttosto che 1' opera della ragione, noi vedremmo quella d' un istinto o di un accidente fortunato ; e che il volere  un processo, ed  quindi evidentemente impossibile di concepire un atto di volere eterno, perch una serie di cangiamenti non pu concepirsi come eterna. Alle inconcepibilit di una coscienza che non consiste in atti successivi la teologia cristiana aggiunge l'altra pi patente di una durata che non si compone d' istanti successivi. In Dio, dicono i teologi, non vi ha ne passato n futuro, ina un eterno presente. Nella sua durata o, pi propriamente, nella sua eternit^ non si deve concepire alcuna successione: essa  indivisibile, infinita e sempre presente tutta intera {tota sinuU). E un presente immobile, indivisibile ed infinito, un istante che racchiude tutta l'eternit. Noi abbiamo qui evidentemente la contrad-dizione nella sua forma pi aperta, V attribuzione allo stesso soggetto di due attributi opposti, il massimo ed il minimo, la durata infinita e l'esistenza che si esaurisce in un istante indivisibile.. L'altro elemento della teologia t rascende/ntale, cio l'esaltc^zione di tutti gli attributi divini sino all'infinito,  talmente caratteristico nella forma pi evoluta della filosofia teologica, ch'esso viene considerato ordinariamente dai metafisici moderni come ci che vi ha di ])ro])rio e di essenziale nel concetto della divinit. Secondo i filosofi teologici Dio si definisce V essere perfettissimo^ o anche V infinito o V assoluto.  Dopo aver formato, dice Locke , per la considerazione di ci che Snyyio HuWhatnd. nm., 1. 2. '. 2S. :. proviamo in noi stessi, le idee d'esistenza, e di durata, di conoscenza, di potenza, di |)iacere, di felicit e di molte altre (|ualit ( potenze che  i)i vantaggioso di avere che di non avere, (piando vogliamo formare l'idea pi conveniente dell' essere supremo che ci  possibile d' immaginare, noi estendiamo ciascuna di (pieste idee per mezzo di quella clui abbiamo dell' infinito, e cono'iuuii'endo tutte (Uiest(^ idee insic^nui, ci formiamo la nostra idea complt^ssa di Dio. Tale  elfettivamente il processo per cui la teologia trasc-endentah' giunge a! suo concetto della divinit: la stoffa per cpiest' idea  j)resa in noi st(vssi (antroj)onorfismo): il lavoro della teolou'ia trascendentale consiste a soj)prinHM-e certe (pialit della natura umana, che  servita da tipo primitivo, conservando quelle che  pia rantaggioso di arerc chr di non arere, ed esttnnlendo ciascuna di (piestc per nu'zzo dell'idea dell'infinito, cio facendo della potenza la i)0tenza infinita (onnii)otenza), della conoscenza la coimscenza infinita (onniscienza), della saggezza la sagg(v.za iifinita, o, come si dice pi ordinariamente. assoluta, ecc. Tra i nisteri della teologia (piclli che passano ])er dottriU' filosofiche (essendo troppo intinamente leo'ati al concetto moderno della divinit per non essere accettati aiu-he dal deismo), sono dovuti in gran j)arte a (|uesto processo. Noi indicheremo: l" TI dogma della creazione^ dal niente. K un' applicazione dell' idea dell'infinito alla causalit. Se Dio non avesse creato anche la materia, le cose non sarebbero prodotte interamente da lui, e ((uindi la sua causalit non sarel)l)e assoluta, illimitata. 2" (Quello della ubiquit o onnipresenza di Dio. Dio  presente in ogni cosa, perch opera tutto in tutto, e vi  presente tutto intero, perch  semplice. Egli essendo infinito, mentre il mondo  limitato,  presente anche nello spazio fuori del mondo. La presenza simultanea in nolte cose (conseguenza del .-^'atsf _-watij*.i!ib^ affis.--% j*i .-S*. JK principio preteso assiomatico che iiicnite pu agire dove non )  gi un mistero per se stessa: 1' onnipresenza moltiplica questo mistero, e vi ag'giuiig'e quello dell' infinito attuale. 3'^ La semplicit di Dio (il pi straordinario dei misteri della teologia razionale). Dio  semplice, perch  spirito la semplicit che. si attribuisce allo spirito serve a spiegare la sua incorruttibilit e immortalit . Ma Dio non  solamente semplice come l'anima: la sua semplicit  assoluta o infinita. Dalla sua essenza, dicono i teologi, d(we escludersi ogni composizione; la sua semplicit non ammette composizione: di materia e forma, di sostanza e accidenti, di genere e differenza, di essenza ed essere. Dio fa tutto con un fiat unico, vuole tutto con un atto di volont unico, conosce tutto con un atto intellettuale unico, ecc. In lui non vi ha moltii)licit d'idee distinte: egli pensa tutte le cose con un'idea unica, che  l'idea di se stesso ; con questa senza, conoscer anche tutti i modi ii eui (juesta essenza  partecipabile, e (|uindi tutte le cose, che ne sono, in vario modo, delle partecipazioni. Quest'idea con cui Dio intende s e le altre cose, non si distingue dalla sua stessa essenza: in Dio gli attributi non si distinguono dalla sostanza n fra di loro; in lui il conoscere, il volere, l'operare, ecc. sono la stessa cosa, e ciascuno di questi atti  la stessa cosa che il suo essere. Come si vede sovratutto da Ibi semplicit, questo processo di esaltazione di tutti gli attributi di Dio sino all' infinito ha pure per risultato (|uesto tratto caratteristico dei concetti metafisici, che  1' assoluta irrappresentabilit. Tuttavia esso non raggiunge questo risultato che in alcune delle sue aj)plicazioni: 1' onniscienza, l'onnipotenza, la creazione stessa non oltrepassano la nostra facolt di concepire, uenza ultiinri il i)rincipio posto da Aristotile ; una serie infinita di cause ed d' effetti non iuplicando in sostanza altra difficolt loo-ica che quella implicata in una serie reale infinita, e (piindi anche in una durata infinita del mondo nel passato. Ma non  meno evidente che questa conseguenza ci mette in presenzn di una difficolt analoga a (juella che Aristotile risolve col suo concetto dell'inniiutabilit divina: se la durntn infinita del mondo  impossibile perch implica una successione reale infinita, non sar anche impossibile, per la stessa ragione, la durata infinita di Dio? Cos, come il concetto di Dio come causa prima, cio come primo motore, non imo evitare la difficolt di una serie infinita di cause e d'efPetti, che nella supposizione die in Dio stesso non vi sono cause ed effetti, per conseguenza, avvenimenti, e che egli  esente dal cangiamento ; della stessa maniera il concetto di Dio come creatore non pu evitare la difficolt di una durata infinita del mondo nel passato, che nella supposizione che iu Dio stesso non vi ha durata, che la sua esistenza non y  una serie di momenti, e ch'egli  esente assoluta mente dal tempo e dalla successione. Le quistioni a cui rispondono questi concetti della teologia trascendentale, non sono, secondo noi, fittizie; sono delle difficolt reali, a cui lo spirito umano non pu evitare di cercare una soluzione, e che ai)partengono all' argomento della 2^^ parte di (piesto Saggio. Cos, (piaituncjue le soluzioni delia teologia trascendentale abl)iano il difetto evidente di evitare delle inconcepibilit con altre inconce})il)ilit, talvolta pi ])al])abili, essa , per questa parte, una vera filosofia, in (pianto risponde a dei j)roblemi reali, dati nella natura stessa della nostra intelligenza, e le sue contraddizioni, per (pianto egualmente manifeste, non sono gratuite come i misteri della teologia dommatica. Aggiungiamo ehe essa  anche, senq)re per ([uesta parte, una vera metafisica, perch la pseudo-idea dell'infinito attuale (quindi aiu'ora i problemi a cui d luogo quest'idea e le soluzioni di (|uesti problemi)  il risultato inevitabile d'un'llusione naturale, (piella che ci si)inge ad obl)iettivare le nostre sensazioni, e il carattere essenziale dei concetti metafisici, nel senso proprio della parola,  di essere uno sviluppo dell-: illusioni naturali del nostro spirito. Il concetto che Dio  V infinito o l" assoluto, non essendo evidentenente che quello che alla divinit si deve attribuire ogni ])err'ezioiu5 ed escluderne ognimperfezione, spinto alle sue ultime conseguenze logiche (ed anche illogiche), l' idea filosofica, cio moderna e pi evoluta, della divinit  costituita in sostanza da questi tre elementi: I'^ l'idea data dalla teologia naturale, (piale ipotesi destinata alla spiegazione dei fenomeni, e precisamente del movimento e della finalit; 2" quella che Dio  la causa prima; Fra trli nttrilmti dclhi diviiiitri clic si riattaccMiio alTeleiiieiito della teolooia naturale (quautiiii(Wf*ia!WiBasEBEaasE:raaBfeaara5^Eff uo e o^ il concetto che abbiamo detto, che a Dio si deve attribuire ogni perfezione ed escluderne oo-n'imperfezione. Non  difficile di dimostrare che questo concetto, spinto sino all'idea trascendentale dell' assoluto o V infinito, pu fondarsi meno ancora che quello di Dio causa prima e gli altributi divini che vi si riattaccano, sui principii essenziali della filosofia teologica, se questa si considera come una spiegazione del mondo, basata su un processo induttivo, e consistente ad assiniilare le cause dei fenomeni naturali alla nostra attivit. Questa dimostrazione  stata fatta da Hume e da Kant, e dopo di loro da Stuart-Mill, che ha sviluppato logMcamente un sistema di teismo fondato unicamente sulle prove induttive. A dir vero questi filosofi considerano come base unica della teologia naturale l'argomento delle cause finali ; ma la considerazione di Dio come causa del movimento non modificherebbe certamente il risultato della loro critica. (,)uesto  che dalle taiiioiitr ii naturai' airuoino che il !iiiM)t(*i>ino), possiamo fare rii-iitrarc aiicie l'unit. Se il iiioiiotoisiuo. dico Mill, pu essere preso pel rapprestMitaute del teismo l'una maniera astratta, mm ^ tanto ]>ereli esso t* il cenere di teisnjt elie prolessa^.jo le razze ]iii incivilite della sj.ecie umana, niseono il ;over!io dell' universe a degli esseri sovrannaturali, sono incompatibili cos bene con la permanenza di ([uesto governo a traverso una serie e(ntinua d'aiiteeedenti naturali secondo leggi fisse, che con la relazione di dipendenza mutua clic unisce ciascuna di queste serie a tutte le altre, vale a dire inconq)atibili coi due risultati pii generali della scienza. {Samiio sui teismo, 1. parte, // teismo, C'r.Knit Crii, della ntf/. /nwa. Dialett. trascead. Uh. 2. cap. S. sez. VI). Tuttavia allo stabilimento del monte8mo ha dovuto anche contribuire il processo jier cui spieghiamo in seguito il concetto dell'assoluto: ma e un punto su cui crediamo iuutih; d'insistere. 141 prove su cui  fondata la teologia naturale non risulta n il concetto della creazione (causalit infinita di Dio) n quello, in generale, deirinfinit degli attributi divini. La prova fisico-teologica potrebbe dimostrare tutto al pi un architetto del mondo, di cui la potenza sarebbe limitata dalla natura della materia che egli lavora, ma non un creatore del mondo, all' idea del quale tutto  sottomesso.  evidente che 1' argomento del primo motore non aggiungerebbe niente su di ci alla forza dell' argomento fisico-teologico. In quanto all' infinit degli attributi divini in generale,  impossibile di concluderla partendo dal mondo, perch per ispiegare un effetto si deve assegnare una causa proporzionata, in altri termini non si deve attribuire a questa causa niente di pi di quanto richiede V effetto: ora il mondo non ci mostra che degli effetti limitati, imperfetti ; non si ha dunque alcuna ragione di concluderne una causa infinita, assolutamente perfetta. Dall'ordine, dalla finalit e dalla grandezza che troviamo nel mondo possiamo concluderne una causa saggia, buona, possente, ecc., ma non infinitamente saggia, infinitamente buona, in-finitamente possente, ecc. Per affermare che il mondo suppone un Dio dotato di questi ultimi attributi, cio un essere infinito, perfettissimo, come suo autore, bisognerebbe che noi conoscessimo che questo mondo  il pi grande*, di tutti gli effetti possibili, in altri termini che esso  il pi perfetto di tutti i mondi possibili. Ci importerebbe che noi avessimo comparato questo mondo con tutti i mondi possibili, e per conseguenza che conoscessimo tutti questi mondi possibili, cio che Kant Dialett. traseendent. l. 2. e. 3. sez. 6. Cfr. Mill Samrio sul teismo, 2. parte Gli attributi, e 1. parte Argom. della causa prima. u: o avessimo J' oniiiscieiiza. La verit di queste ol)])iezioiii di Hiiiiie e di Kant contro la creazione e 1' inli nit degli attributi divini  stata riconosciuta anche dai filosofi spiritualisti : essi ne hanno concluso che le prove induttive sono insutihcienti per dimostrare la divinit, e che la dimostrazioiu' deve essere completata per altri argomenti (iiuesti sarel)l)ero gli argomenti a priori ; noi abbiamo visto (;i) che la teologia naturale non pu fondarsi su (piesto genere di prove). La dottrina delP infinit degli attril)uti di Dio non solo non risulta dnll'osservazione del mondo, ma  anche incompatibile coi suoi dati pi evidenti. P^ssn lia dato luooo al problema insoliil)ile di conciliare l'esistenza del male con la bont e la })Otenza infinite del Creatore. Ha Dio la volont d'impcnlire il male, senza averne il })otere? egli dunque non  onnipotente. Ha il [)otere senza averne la volont? dun(jue manca di bont. Gli sforzi che si sono fatti per risolvere questo problema, non implicano solamente, diceMill, un'assoluta contraddizione al imnto di vista intellettuale, essi ci offrono con eccesso lo spettacolo rivoltante d'una difesa gesuitica di mostruosit morali . Tutti gli argomenti degli a])ologisti delle perfezioni infinite di Dio si riducono in sostanza o a sacrificare 1' onnipotenza per salvare la bont infinita, 0 a sacrificare la bont infinita per salvare l'onnipotenza. Ora si suppongono delle possibilit e delle im Huinc Sayyio 11. o, Dittloy/ii $nUa relig. ndturale \ \n\vU^,e Kant Crit. della ray. pura Dialctt. trascend. 1. 2. e. S. sex. (>. e 7. e Orit. della ray. pratira ijarte, L, 1. 2. e. 2. VII. \. .laiict Le cause ptuti, p;i^. 144-14;"), Paragr. 4. Saggio sul teismo, 2. parte. Gli attributi. Vedi aiiclu' Arili il sarove della filosofia teologica,  144 145 escluso anzi dalla principale di queste prove, cio quella delle cause finali. Lo stesso Paley, in ammirazione d'innanzi alla struttura sapiente dell' occhio, non pu impedirsi di farsi questa domanda naturale: Perch l'inventore di questa meravioliosa macchina (che  onnipotente) non ha dato agli animali la facolt di vedere senza impieg'are. questa complicazione di mezzi V E un punto su cui ha insistito particolarmente il xMill. Non (\ egli dice, andare tro[)po lungi dire che ogni indicazione di piano nel cosmos  una prova contro Tonnipotenza dell'essere che ha concepito il piano. In effetto, che s'intende per piano? L'invenzione: Tadattazione di mezzi ad un fine. Ma la necessit d' essere abile, d'impiegare dei mezzi,  una conseguenza della limitazione della potenza. Perch ricorrere a dei mezzi quando per ottenere lo scopo non si ha che a parlare?.... Quale saggezza si trover nella scelta dei mezzi, quando i mezzi non hanno altra efficacia che quella che tengono dalla volont di quello che li impiega, e quando la sua volont avrebbe potuto dotare altri mezzi della stessa efficacia?.... Dunque le prove della teologia naturale implicano nettamente che l'autore del cosmos, quando ha fatto la sua opera, subiva una limitazione, ch'egli era obbligato di piegarsi a delle condizioni indipendenti dalla sua volont, e di giungere ai suoi fini per delle disposizioni che queste condizioni comportavano >. In verit potrebbe dirsi contro il ragionamento di Mill che lo scopo del Creatore non era l'utilit, il risultato, dell' opera, ma 1' opera stessa ; che il bene dell' universo, l'oggetto ricercato nella creazione, non sono i fini a cui le cose sono adattate, ma 1' adattamento stesso, cio delle cose in cui vi ha della finalit, che manifestano Paloy Teolor/ia naturale) Saggio snl teismo, 2. i>arte. un piano, una coordinazione ingegnosa di mezzi ad un fine. Dio, secondo questo punto di vistM. avrebbe fatto l'arte per l'arte; san bbe la spiegazione estetica della creazione; Dio, come dice Eraclito, giocherebbe creando il mondo. Ma  (evidente che 1' umanit, presa in massa, non accetterebbe una tale spiegazione: essa non i)otrebbe vedervi che un' ironia verso la creazione e verso il creatore. Se 1' accettasse, alla difficolt evitata ne subentrerebbe un'altra, perch un Dio, per cui la creazione ' non fosse che un giuoco, l'uomo non lo troverebbe ne saggio n adorabile, e non lo chiamerebbe che per un'altra contraddizione V essere perfettissimo. Fra tutti gli attributi infiniti della divinit, oltre all'eternit (che, almeno in (juanto eternit ab ante,  una conseguenza logica del concetto di causa prima), non ve ne ha forse che un altro che possa riattaccarsi alle ragioni della filosofia teologica, cio la saggezza assoluta (in cui possiamo comprendere anche ronniscienza). Essa non  richiesta da una s[)iegazione teleologica del mondo, ma  una condizione perch questa spiegazione sia conjpleta ed esauriente, poich  chiaro che non ])otrebbe essere tale che nella suj)iosizione che i nuv/zi impiegati siano assolatamente i pi idonei ad ottenere gli scopi. L'attributo di cui possiamo renderci conto il meno di tutti, al punto di vista della teologia naturale,  l'onnipotenza: per vedere che quest'attributo non pu avere alcun rapporto con una spiegazione qualsiasi dei fenomeni (e quindi alcuna base filosofica), basta di riflettere che ad una causa supposta, perch la supposizione abbia un valore esplicativo qualunque, bisogna attribuire dei modi d' azione definiti, quelli che noi comprendiamo, e che per conseguenza possono farci comprendere il perch dei fenomeni che si tratta di spiegare. Ora evidentemente noi non possiano comprendere un modo d' azione di cui non ab10 bituno esperienza o che non imniaginiamo sui tipo di ci di cui abbiamo esperienza: cosi ad nna causa personale noi non possiamo attribuire (per ispiegare i fenomeni) che razione motrice, mentre la teologia trascendentale le aitribuisce indistintamente tutti i modi d'azione concepibili ed anche inconcepibili. Se nelle prove su cui  fondata la teologia naturale non troviamo alcuna base per l'infinit degli attributi divini,  invano che ricorreromiiio, per supplire a questo difetto, alle altre prove della divinitc che, senza essere dei motivi reali della filosofa teologica, sono tuttavia qnalche cosa di pi che semplici sofismi artificiali. L'aro-omento della causa prima, quand'anche se ne concludesse la creazione dal niente, non potrebbe servire di base alTonnipotenza perch una potenza che produce degli effetti che nessuna causa naturale potrebbe produrre, non  necessariamente una potenza illimitata ; meno ancora UT onniscienza, alla bont infinita, ecc., che non hanno il minimo rapporto con la capacit di prodarre anchv3 la materia. L'argomento cosmologico pu riguardarsi come un argomento iialiirale, sinch conclude all'esistenza di un essere necessario, quantunque per dimostrare che quest'essere necessario  un essere personale, uon possa servirsi che di sofismi artificiali. Si potrebbe per conseguenza credere di trovare un fondamento naturale all'idea di essere infinito o assoluto, se quest'idea avesse qualche legame con quella di essere necessario. Ma non possiamo ammettere la possibilit di alcun legame simile, poich in tal caso l' essere infinito sarebbe dimostrabile a priori (poich un essere necessario  quello la cui esistenza potrebbe dimostrarsi a priori) , mentre noi sappiamo che non vi ha alcuna V. ^ L la nota a 118. Cfr. 113. dimostrazione a priori dell'esistente. Kant afferma,  vero, che il passaggio dall' idea di essere necessario a quella di essere infinito  naturale al nostro spirito, (juantunque non vi sia fra le due idee alcun legame reale: ma in questo caso la proposizione Vessere necessario h un essere infinito dovrebbe sembrarci evidente per se stessa (perch ipiesto  il carattere dei sofismi naturali), mentre gli autori stessi che hanno impiegato r argomento cosmologico non hanno preteso che e^^sa sia tale, ma hanno cercato di dimostrarla. Tutte le altre prove della divinit, oltre le indicate, non essendo che dei sofismi interamente artificiali, noi giungiamo duniungere anche Kant, secondo cui l'idea deire??.s realissimut (cio dell' essere che racchiude oo*ni realt, ooui perfezione). (juantiuKiue ci sia impossibile di dimostrarne il valore obbiettivo,  data nella costitu/.ione stessa del nostro spirito, come un prodotto spontaneo delle legM^i della ra^'ione, derivante necessariamente dalla sua t'orma e indipendente da oo*ni esperienza. Ma il tatto prova che l'idea dell'essere infinito cio, in termini meno astratti, di Dio come dotato di perfezioni intinite luno- di essere un'idea innata, o una di (luelle a cui lo spirito umano  portato naturalmente e, per dir cos, di primo acchito. non  che il termine di arrivo di un lun^o pro^Tesso, i cui ^radi sono seg-nati nella storia relio'iosa dell'umanit, e che  consistito in un'esaltazione continua del concetto del divino, che andando da una sublimit a un'altra pi sublime, e accumulando suj)erlativi su superlativi, non ha trovato inhne un punto di fermata, che perch sarebbe assolutamente impossibile all'immaoinazione umana di oltrepassarlo. Anche (juando il su[)erlativo influito apparisce nell'evoluzione delle idee reli die gradatnm-n-e d:d livello del qro^Holmio (per usare la parola ricevuta) antropomoriismo dei popoli primitivi, come basta a provarlo la contraddizione tra ((uesti attributi e qtu^lh che eo-li ci mostra in azione nei miti che lo riguardano. Nel dualismo persiano abbiamo Ormuzd, // H(jnore onrmcimU, quantun(iue egli non sia il primo principio, e la limitazione della sua potenza per una potenza anta-onista sia il tratto caratteristico di questo sistema teolo-ieo; e un antico inno vedico attribuisce 1' onnivegii-enza e V onnipresenza a Varuna, che non  che unTdelle divinit che hanno acquistato un posto i)iu elevato tra o-H esseri sovrumani degli antichi Arii dell'India (li. Presso i Greci l'eternit o almeno l'immortalit-che  verisimilmente il primo degli attributi V Ahix-Miiller Ln scntzn dello reliulone, IV. Cfr. Gol>let d'Alviella IM'ien d Pio wr. *li esseri organizzati. e nel resto della natura nei suoi rapporti con essi, T uomo pu dunque concluderne un creatore, che ab)ia per iscopo l'esistenza e la durata i)er un certo tempo di (juesti esseri, ma non che questo creatore sia buono; perci dovrebbe attril)uirgli j)er iscopo, non la loro semplice esistenza, ma la loro felicit o la loro virt o qualsiasi altro oggetto, se ve ne ha, in cui gli uomini hanno fatto consistere il bene. E vero certamente che  una conse o-uenza naturale dell'amore istintivo della vita che l'uomo consideri la propria esistenza e quella dei suoi Suf/i/i snlti re/if/ionc. La iiatn-a. simili come un bene per se stessa. Ma non  ugualmente certo ch'egli consideri come tale anche l'esistenza d(M bruti ^ci che sarebbe necessario perch l' idea di un creatiu-e buono potesse essere suggerita dalla finalit degli esseri organizzati). (,)uest'esistenza, piuttosto, deve sembrare alla pi parte degli uomini, non solo senza valore, ma odiosa e miserabile, niente essendo pi naturale che 1' illusione di giudicare un modo di esistenza felice o infelice secondo che esso sarebbe per noi stessi un oggetto di desiderio o di avversione. Un'osservazioiui che non poteva sfuggire ai )rimi filosofi teoloo'ic-i la cui attenzione si fiss sui segni di i)iano negli esseri organizzati,  che una parte di questo piano  destinata alla lotta e alla distruzione reciproca. La sapienza della natura nel!" organizzazione d'un animale che lo rende pro])rio al regin\e carnivoro, non  meno ammirabile che in ipiella dell' occhio o dell' orecchio o di (lualsiasi altro degli esempi favoriti dei teleologisti. .Se o-rintestini d'un animale, dice Cuvier, sono organizzati hi maniera da non digerire che della carne e della carne recente, bisogna pure che le sue urnscelle siano costruite per divorare una preda ; le su(> zampe per prtmderla e Incerarla: i suoi denti per tagliarla e dividerla; il sistema intero dei suoi organi del movimento per cacciarla e raggiungerla: i suoi organi dei sensi per vederla da lontano ; bisogna anche che la natura abbia posto nel suo cervello l'istinto necessario per saper nascondersi e tcMulere delle pieghe alle sue vittinie Sotto iiueste condizioni generali ne esistono di particolari relative alla grandezza, alla specie, al soggiorno della preda, per cui l'animale  disposto ; e da ciascuna di (pieste condizioni particolari risultano delle modificazioni di dettaglio nelle forme che derivano dalle condizioni generali (l). Cuvier continua mostrando gli ^l)h^xalU' ricolnz. tirila super/. (h'I f/Ioho. ( Pi-iiicipio ilcllji ileteniiiuazioiM delle ossa fossili dv quadriiiuMli). adattaniemi infiniti in tutte le parti dell'organismo, che sono richiesti da queste condizioni del regime carnivoro. Non sarebbe una delle applicazioni meno forti dell' arg-omento fisico-teolog'ico: ma (lual  lo scopo di tutto ci se non di fare dell'animale un predone^ feroce e sang-uinario? L'idea del padre che  nei cieli  non , evidentemente, sugg-erita dallo spettacolo della natura organizzata: non sarebbe chiamato uu padr.), senza aggiungere dei termini della pi profonda riprovazione,un uomo che armasse i suoi figli gli uni contro gli altri, ordinando loro di farsi una guerra senza piet, e mettendolo come condizione alla loro esistenza. Se dall'organizzazione degli esseri animati si volesse concludere, non solo un piano intelligente, ma anche un'intenzione benevola. sembra che dovrebbe giungersi al concetto che tuttavia non si trova in alcun sistema teologico, ne popolare n filosofico di un creatore e una provvidenza differenti per ciascuna specie differen-te : il dio del gatto non potrebbe esserci quello del topo, il dio del lupo quello dell'agnello, ecc. L' antropocentrismo, cio il considerare che fa Tu .ino s stesso come il fine della creazione, lungi di potere spiegare 1' idea della bont del creatore, ha bisogno invece di esserne spiegato, perch  un punto di vista che. evidentemente, non potrebbe nascere dalla semplice osservazione dei fenomeni. Il Miil (i), quantunque non ammetta che l'unico o principale scopo del creatore abbia potuto essere la felicit dell'uomo e degli altri esseri viventi, pensa non per tanto che un indizio delle sue intenzioni benevole pare essere fornito dal fatto che il i)iacere  sembra il risultato del giuoco normale del meccanismo, mentre la pena nasce naturalmente dall'intervento di qualche oggetto esteriore nel giuoco del meccanismo, e Sdf/uio ani teismo, (ili jittrilmti. 155 sembra essere, in ciascun caso particolare, l'effetto d'un accidente. Ci mostrerebbe che l'autore del meccanismo ha voluto il piacere delle sue creature, mentre la pena non entrerebbe nel suo piano, ma sarebbe un risultato fortuito prodotto senza mezzi im|)iegati appositamente e senza intenzione. Ma contro questa conclusione vi ha un'obbiezione assai ovvia (che del resto non  sfuggita allo stesso Mill), cio che il piacere e la sofferenza stessi sono dei mezzi in vista dello scopo unico che ci sia possibile di attribuire alla natura, la conservazione dell'individuo e della specie. E evidente infatti che se il piacere non fosse legato alle azioni che tendono a conservare l'organismo, ma a quelle che tendono a distruggerlo, siccome  una legge naturale degli esseri senzienti di cercare il jjiacere e di fuggire la sofferenza, essi cercherebl)ero sistematicamente, n.on gli stati che tendono a conservarli, nia quelli che teiulono a distruggerli, e, per conseguenza, la loro specie non potrebbe sussistere, (^uest' obbiezione,  vero, suppone che questa legge per cui gli esseri senzienti cercano il i)iacere e fuggono la sofferenza, sia un fatto necessario e indipendente dalla volont del creatore, mentre invece potrebbe ammettersi che  anch' essa un caso di finalit, un adattamento per cui i Mill inaici! pure altri fatti c-lio sun; V'uWt. che il creatore ha voluto il piacere dvUv creature, cioi': che press(chc tutte le cose danne del ]uacer',' l'una specie o d'un'altra; che il semplice eser;r;ilili  pensare ad esso eome ]iaeevole.  una sola e stessa eosa. E desiiaeere ehe vi si le.ua. ' un'impossibilit tsi considera come tale, malgrado il suo empirismo e la su!i avversione alle verit necessarie. stato sociale e a una vittoria della coltura sugl'impulsi primitivi della natura umana. Il regno della giustizia liei mondo esigerebbe che la sorte che tocca a ciascuno fosse la conseguenza morale delle sue azioni:  ci che si verifica completamente nel sistema di Platone, in cui il carattere buono o cattivo di ciascun essere, il posto che gli  assegnato nel mondo, e tutti gli eventi che gli apporta la fortuna^ sono, in ciascuna delle vite che attraversa. la conseguenza delle sue vite anteriori ; e in parte nella religione cristiana, in cui le ingiustizie di (juesio mondo saranno compensate nell'altro, ma senza che il creatore possa es ;ere giustificato da una responsabilit che rende vana ogni altra giustificazione, cio la distribuzione ineguale della virt e del vizio in (piesta vita. Il fatto stesso che i filosofi teologici, per realizzare il regno della giustizia, trovano necessario di fare intervenire un'altra o altre vite, prova che essi non lo ve(h)no realizzato in (juesta, e che la loro idea della giustizia divina non  venuta dall'esperienza. Le ])asi induttive della filosofia teologica non danno diin(|ue alcun fondamento n alla bont n agli altri attributi morali della divinit. Vi ha appena bisogno di aggiungere che (juc^sto fondamento non potrebbe trovarsi nemmeno sia nel concetto della causa prima sia in (juello dell'essere necessario concluso dall' argomento cosmologico. Noi possiamo quindi concludere che, considerando la flosotia teologica come semplice sistema teorico, cio destinato a una maggiore intelligibilit dei fenomeni, non solo noi non possiamo spiegarci il concetto che Dio  l'infinito, cio che possiede tutte le perfezioni, o, come dice Locke, tutte le qualit che  pi rantaggioso di avere che di non av^rc, ad un grado infinito, ma nemmeno quello che egli possiede queste qualit ad un grado qualunque, salvo la potenza e l'intelligenza.  necessario dunque di considerare (jualche 158 altro lato della tiosofia teologica, senza di che questi concetti resterebbero incouprensibili. Nessuno potrebbe pretendere che la tlosoiia teologica, almeno nelle sue forme popolari che, del resto, hanno influito, pi o meno largamente, anche su quelle dei pensatori pi indipendenti -non sia che un puro prodotto delle facolt razionali dell'uomo, cio una dottrina rivolta unicamente a soddisfare V intelligenza, e che si comprende pienamente come una manifestazione delle tendenze metafsiche del nostro spirito.  evidente ch(* un'interpretazione dei fenomeni, fondata su queste tendenze, deve essere il sustrato delle religioni anche pi infantili perch i sentimenti e le pratiche relativi agli esseri soprannaturali suppongono gi la credenza ad esseri soprannaturali, ed  impossibile di non riconoscere in questa credenza, (jiiahimiue ipotesi si faccia sulle sue origini, uno dei casi defila tendenza generale dell'uomo, manifesta in tutta la storia del pensiero, ad assimilare a s stesso le forze della natura, e a trovare in (juest'assimilazione una spiegazione radicale dei f nomeni. Ma non  meno evidente che questi sentimenti e queste pratiche, una volta nati, dovevano necessariamente reagire sulle idee da cui si originavano, dando alle misteriose forze della natura, gi personificate, dei caratteri meno appropriati alla loro funzione di cause esplicative dei fenomeni, che a quelle di arbitri del destino umano e di esseri con cui l'uomo era posto in relazioni analoghe a quelle coi suoi simili, e che cercava di propiziarsi con mezzi egualmente analoghi. Non  difficile di comprendere come, in conseguenza di questo lato emozionale e pratico dei suoi rapporti con le potenze sovrannaturali, l' uomo finisca per attribuire ad esse, fra le qualit umane, quelle, e quelle sole, che  pi vantaggioso di avere che di non avere, cio eh' egli  org^oglioso di possedere e che loda nei suoi simili.  ir39 ovvio d'innnaginare le due cause che hanno contribuito sovratutto, se non unicamente, a questo risultato. L'una  l'idea, di cui nessuna  pi naturale al punto di vista antropomorfistico, che la lode, cos efficace per rendersi amici gli uomini, non lo sar meno per propiziarsi gli Dei. L' altra, V inclinazione*, innata a credere vero ci che si desidera. Sicconu^ le qualit che noi lodiaino sono, in generale, quelle che ci sono utili, sono esse che l'uomo desidera nei suoi dei, e che finisce quindi per loro attribuire. Queste stesse cause spiegherebbero pure il concetto dell'essere infinito o |)erfettissimo, cio 1' ingrandimento sino all'infinito di queste (jualit lodevoli che sono state attribuite alla divinit? E ci che parecchi hanno inclinato a pensare, o che potrebbe dednrsi da ci che altri hanno pensato. S. Girolamo chiama fatili adulatores quelli che attribuiscono a Dio l'onniscienza ; e, per non citare che i pi autorevoli,  cos, cio per l'adulazione della divinit, che Mill spiega l'attributo dell'onnipotenza , e Hume non sarebbe alieno dall 'ammettere questa stessa spiegazione per tutti gii attributi infiniti in generale. Da un' altra parte Kant sostiene, e, sembra, non senza ragione, che un autore lei mondo, (lotato d' a/na sovrana perfezione, non potrebbe essere dimostrato da nessuno degli argonu^nti teorici, ma solo dal suo argomento morale che prova Dio ])er la necessit di una causa che metta in armonia la felicit con la virt .Questa causa, egli dice, deve essere onnisciente, a fine di penetrare nelle mie pi secrete intenzioni in tutti i casi possibili e in tutti i tempi; onnipotente a fine di far toccare alla ma condotta le conseguenze che merita ; e Comment. hi Habac. cay. I. Suf/glo sul teismo, Conclusione. (8) Dialoyhi shUk relig, naturale, \nivtv XI.cos pure onnipresente, etema, ecc.. Siceoiiu; la i)rova morale di Kant non , come abbiamo notato, ehe la tendenza a credere vero ci che desideriamo messa sotto forma d'argomento, cosi, seg'uendo il suo j.ensiero, si -iuni;eRd)bo naturalmente alia conclusione clie V orio'ine'del concetto deirintinit degli attributi di Dio deve cercarsi precisamente in questa tendenza. Ma e evidente che, anche unendo queste due spieg'azioni 1' una air altra, non si avrel)be ancora una spieoazione sod disfacente, perch si escluderebbero senza ragione altri fattori che possono reclamare giustamente la loro parte nel risultato. Non vi ha, si pu dire, alcun elemento, in questo rapporto ideale cl)e lega l'uomo coi suoi dei, che non lo s[)inga ad esaltare semi)re di pi learabile della potenza a cui si sente sottomesso; il terrore inspirate da questa potenza, misteriosa in se stessa altrettanto che nei suoi liniti; lamore, la venerazione, Tanunirazione; tutti i sentinuMiti che entrano in (luesto complesso che chiamiamo il sentimento religioso; coopereranno con la speranza di propiziarseli rendendo loro gli onori pi sul limi e il timore di offenderli formandosene un concetto non abbastanza elevato, e col desiderio che i suoi sovrani e protettori siano tali da poter dargli tutto ci a cui egli aspira, da una caccia abbondante alla giustizia assoluta nell'universo. Il risultato tinaie sar necessariamente, come abbiamo osservato, che tutti gli attributi della divinit saranno elevati sino al grado massimo che sia possibile di concepire, cio sino airinfinito o all'assoluto. Gli stessi attributi che per se stessi uon sarebbero una perfezione e un'eccellenza, lo divengono per ci solo che sono attributi della divinit: Crii, della rmj. /uut. 1. iarto. 1. L>. e. 2. VII. quindi devono essere innalzati come gli altri al grado supremo, cio devono essere concepiti anch' essi come infiniti ed assoluti. Cos la semplicit, essendo un attributo di Dio (oltre che  il distintivo dello spirito, che  pi nobile della materia), deve essere necessariamente una perfezione: i)er conseguenza anche la semplicit di Dio  infinita o assoluta (con tutti i non sensi che, come abbiamo visto, implica (juesto concetto). A questo punto il filosofo prender rutti questi attributi infiniti "'li ven:ono trasmessi dal teologo, e ne estrarr la sua formula pretenziosa che Dio  l'infinito o l'assoluto.  la sola parte che spetta al filosofo in questa (daborazione dell'idea dell'assoluto. Se per metafisiccf intendiamo le dottrine che derivano dalle illusioni naturali o sofismi a priori ddii wostra intelligenza (ci che solo ci permette di riunire in un' idea unica dei fatti aventi in comune dei caratteri definiti e risultanti da uno stesso processo dello spirito umano), il concetto dell'assoluto, nel senso in cui io prendiamo qui, non , bisogna confessarlo, un concetto metafisico. Ma se non lo  in se stesso, lo  certamente in una sua applicazione, con cui si cerca di attenuare il mistero, che, in conseguenza di questo concetto stesso, ha inviluppato il rapporto tra Dio e il mondo. Dio, dicono i filosofi teologici moderni,  l'omnitudo realitatis: egli possiede al pi alto grado tutta la realt e tutte le perfezioni di tutte le co^e, e 1' essere e le perfezioni delle creature non sono che delle i^ar^ecipazioni limitate dell'essere e delle perfezioni infinite del creatore. Cosi tutte le cose preesistono in un certo modo in Dio, perch ogni perfezione di qualsiasi creatura preesiste ed  contenuta in Dio, quantunque non nella sua realt difettiva, ma eminentemente. Eia dottrina espressa nei celebri versi di Dante: Nel suo profondo vidi (die s'iuterua. Legato con amore in un volume, Ci che per l'universo 8 squaderna. 11 1(^2 Storieameiite, ({uesta dottrina  il risultato di uno dei tentativi dello spirito eclettico, ripetuti nella storia della filosofia, d' innestare la dottrina j)latonica delle hktv. nel sistema teolo'ieo. 1/ ovtoj^ ov, il iravTcXcr ov di Platone, cio le Idee, in rui si riassumeva la realt di tutti li'li esseri fenomenali, e che erano ri"ente da cui il concetto di causa efficiente e le sue diverse applicazioni, e noi ])ossiamo per conseguenza riguardarlo a buon dritto come un vero concetto metafisico. La sua applicazione alla creazione dal niente  certamente una delle meno naturali e delle meno intellio-ibili che sia possibile di fariKi: ma ci importa che noi possiamo considerare questa dottrina come metafisica a un doppio punto di vista, vale a dire in quanto deriva dalle il/ Cfr. v^ t.. l;i nota a \nv^. IV.K lusioni naturali del nostro spirito, e in (guanto  una di quelle idee o pretese idee trascendenti che caratterizzano la metafisica, cio che noi dichiariamo nettamente inconcepibili, ma che il metafisico pretende che si possono pensare, (quantunque non si possano iin.mcuf filare. ^ (). La distinzione [)iii ovvia tra i diversi sistemi teolo^'ici (almeno tra quelli che ammettono, d'una maniera pi o meno ri^'orosa, il j)rincit)ro dell* unit di Dio)  (juella del (lualisno e del panteisito. Questi due ti[)i generali della filosofia teolog'ica (i)ervenuta al li'rado di dottriiia scientifica), alla loro volta, presentano ciascuno una distinzione. ion meno importante, cio ndo stesso, V ordine, le cause finali, non avrebbero, in (juest' ij)otesi, una spieg'azione altrettanto soddisfacente che l origine del movimento. In effetto la spiegazione teleologica non ha per tipo l'attivit che noi esercitiamo sul nostro proprio corpo, ma quella che esercitiamo sul mondo esteriore: l'artefice non pu essere la sua opera, il demiurgo del mondo deve essere distinto e separato dal mondo stesso. E ci che si verifica nella dottrina dei filosofi antichi dell' anima nel mondo: essa spiega i movimenti spontanei dell'universo, facendo di (juesto un tutto vivente e animato; e spiega pure il suo ordine o la sua finalit, facendo della sua anima un essere distinto ed esistente per se stesso, che ag'isce sul suo corpo come noi agiamo sui corpi esteriori. Questa dualit di un'anima e di un corpo dell'universo esiste anche nei sistemi panteisti : la differenza  che, mentre nei sistemi dualisti l'anima e il corpo sono coeterni, nei sistemi panteisti il corpo  proceduto dalT anima, questa essendo identificata con l'elemento materiale primitivo, da cui tutti gli altri (costituenti il corpo del mondo) si fanno nascere per una trasformazione successiva. Questo panteismo  fondato cos su due concetti, che la scienza e la filosofia moderna hanno abbandonati, ma i pi familiari all'antichit: la materialit dell'anima, che  la forma primitiva dell' animismo ; e la convertibilit reciproca degli elementi materiali, riguardati come delle forme diverse rivestite successivamente da una stessa sostanza. Per questa estensione all'universo dei concetti sull'uomo, che costituisce 1' essenza della filosofa teologica, l'anima divina del mondo  riguardata anch'essa come materiale; tra i diversi elementi materiali, essa  identificata con quello che sembra il pi attivo di tutti, e di questo si fa lo stato originale di tutta la materia, in modo che sia al tempo stesso il materiale con cui il mondo  stato costruito e il principio demiurgico che lo ha costruito. Le osservazioni precedenti si applicano della maniera pi esatta alla filosofia teologica dei Greci. Noi abbiamo il tipo del dualismo antico nei sistemi di Anassagora, di Platone e di Aristotile: nel vn 2^ abbiamo gi osservato che in questi sistemi, come in tutti gli altri, Dio  l'anima del mondo, cio un principio il cui ra])porto con l' universo  assimilato a quello dell' anima umana col corpo umano. Lo stoicismo e i sistemi affini ci danno il tipo del panteismo antico. Il mondo, dicono gli Stoici,  un essere vivente di cui Dio  l'anima . Dio  la Mente dell' universo , la Provvidenza che governa il mondo , il VO'JC o il X^og che penetra ogni cosa , ed  il principio motore e ordinatore del tutto (o). Il mondo somiglia all' uomo, e la Philod. De /fietaf. e. 11. Seuccji Nat. qu, prol., IH. Philod. De pletat,, v. 11, Dioj,'. VII. 138. Diogene VII. 138, Cleanth. Hymn. in Jov. v. 12-13 M., wa-. V. 2. pao. 0.5 e 3. pa-'. 84. Provvidenza airaniina umana. Neil' uomo, T anima  un soffio ealdo, diffuso in tutto l' or, (IsdciM) ////>/>. et PIat, Piar. III. 1, Phit. Piar. S. vw. i'A) Diog-, Vi IHS. AthoiiJijLJ. e. (') V. St)b. /. I. ;5JH, Neiiies. Xaf. hom. p. 1()4 (Ed. Math.). ecc. Cfr. ^S 2. pai. 65 e 5i). (7) V. Otjereau Sist. filos. (let/li Stoici ]. 68 v 72. (K) Diujii. Vii. 156, Plut. Piar. ph. 1. I. VII. 17. I 'i grande anno, da un altro riassorbinn^ito nel fuoco, e cosi di seguito all' infinito, in modo che V eternit si compone di un'alternanza, sempre riproducentesi, di due stati successivi, V uno ii cui non esiste che Dio solo, e l'altro in cui, oltre a Dio, esiste un mondo, cio un corpo di cui Dio  l'anima (l). La parte razionale dell'anima umana non , come 1(5 altre cose, una trasformazione della sostanza di Dio, ma una ])arte della sua pura essenza, una scintilla del fuoco divino. (^uantunciue per gli Stoici Dio non sia propriamente che l'anima del mondo, essi chiamano Dio anche il mondo stesso, cio il tutto costituito dall' anima e dal corjo. Questa deificazione degli oggetti stessi per una estensione del carattere divino attribuito originariamente allo spirito che li anima, non ha niente di sor})rendente, e si osserva anche nelle religioni popolari.  cosi p. e. che gl'Indiani dell'America del Nord adorano il cielo, quantunque il vero oggetto della loro adorazione non sia, almeno originariamente, il cielo stesso, ma V Oki, cio la divinit o il demone, che risiede nel cielo (8). Lo stesso dualismo che negli Stoici, e fondato suo'ii stessi concetti, troviamo negli antichi fisici che hanno costruito una nn^tafisica teologica in forma |)anteistica. Il [)rincipio da cui essi i)artono  che 1' anima cosmica  disila stessa natura che l'anima umana, ed  costituita, come questa, dall'elemento materiale pi sot-, da cui tutti gli altri provengono per una condensazione progressiva. Sembrano credere, dice Aristotile, che il fuoco o l'aria siano animati, perch il tutto deve essere della stessa natura che le i)arti 4). Ci vuol dire V. OiifH-ejiu j). TiS (* 6r)-7(). Eiisch. Pvep. ec. XV. 15. 5. (Mcaiith. /rymn. in Joc. v. 4. M., Sencra A>.. 66, 12. Epict. Diss.. I. 14, 6. ei^-. (8) V. Tyh)r di', prim.. cap. XVI. Cfr. t^S 1. p. 47. De un. 1. 1. V. 21 '-SK9K 168 che, secoiulo essi, l'anima non potrebbe trovarsi nelle parti, cio neiili esseri viventi, se non si trovasse pure nel tutto, da cui la ricevono, come ne ricevono jili altri elementi che li costituiscono. Cos Aristotile continua alludendo alla loro oj)inione che g*li esseri divengono animati ])vv comprendersi in loro (jualche cosa del r TTcfy'.syov, cio delPambiente, o dell'atmosfera. Secondo Dioo(Mu d'Apollonia, una |)rova che 1' intelligenza ap])artiene al primo j)rinci))i() di tutt(i le cose, cio all'aria,  che gli animali vivono per il respiro, da cui proviene ad essi 1" anima e Tintelligenza. L' aria, per lui,  ci fhe il fuoco per gli Stoici, la sostanza primordiale di cui le cose sono state fatte, jier la sua trasformazione parziale negli altri elementi della materia, e la })otenza demiurgica che le Im fatte. Nel nunido attuale, (juest'aria intelligente regge e governa tutte le cose, penetrando dapertutto, in modo che non vi ha alcuna cosa che non ne ])artecipi (8): la sua intelligenza spiega perch tutto nel mondo avvenga con misura, |). e. le, stagioni, e ogni cosa vi sia ordinata della maniera pi bella che sia possibile. L'anima di tutti gli animali  aria:  per essa che vivono e sentono, e da essa ricevono la loro intelligcMiza. T/ aria per Diogene d' A})ollonia -come i)er tutti i fisici che ammettono un solo ])rincipio il nome che essi danno a questo i)rinci[)io -ha due significati distinti: quando egli dice che tutto  aria, (|uesta parola designa la sostanza comune di tuttci le cose, che egli identifica, come gli altri fisici unizzanti, con T elemento primitivo, ri (MV. Platone Fiirho 2! n-'M) h. (21 Fr. r>. Mullach. (H) /V. (i. Mullacli. Fr. 4. . (.">) Fr. /. I. 58.  ',"li costruisce tutto il resto '2) nella sua fisica l'aria e il fuoco non sono due elementi distinti, come nella tisica posteriore, ma un solo e stesso elemento . Per quest'anima biso^-na intendere il principio animico, cio la sostanza che  la sorerente della vita e il sustrato della coscienza, tanto nell' uomo e negli esseri animati in generale, (|uanto nel mondo, considerato anch'esso come un'essere animato (8). La nostra anima  IMul. Pine. IV. li. NMiirs. Xat. hom. v. 2. p. '2S. Tcixlorrto t. IV. pnu. ^he attenuare che Eraclito lia parlato li niraninia oco in-ima (/>r (ui. 1. I. e. H. 10-11, in eni dice er Eraclito l'anima ^ fuoco): secondo ([uesti luoghi infatti Eraclit) lia identiticato i' anima col i>rimo i)rincii>io (iot^ con tutto il fuoco esistente nell'universo), imn ha detto Bemidicemente ch'essa ^ forniata della sostanza cli'egli rijuarda della stessa essenza che quella dell'universo , ne  una particella staccata dal tutto : la ragione ci viene dall' atmosfera, da cui la prendiamo per la respirazione (8). L'anima deg'li esseri viventi essendo fuoco, e il fuoco esteriore essendo l'anima cosmica, fuoco ed anima sono per P>ficlito dei termini equivalenti, e per descrivere la conversione reciproca degii elementi, dice: le anime si trasformano in acqua, e 1' acqua in terra; dalla terra viene l'acqua, e dairaccjua l'anima. L'equivalenza tra fuoco ed anima si vede pure nelTespressione la regione del brillante Giove  (per denotare il mezzod, la regione della luce), e nella proposizione che 'artenere evidentemente che ad Eraclito, (.'he ({uesti ha ammesso un' anima cosmica e V ha identiticato col fuoco LyOV (cio l'atmosfera) e dotato di j"a.;ione. Plut. Plae. IV. 3. Xemes. Xai . hom. e. 2. j). 2S. Teodor. t. 4. p. S22. Plut. De /s. 7). Sesto 3fath. VII. l. e. Vili. 2SJ). Teolor. 1. e.  le proi>osizioni di Eraclito sull'identit fra .^di Dei e .uli uomini (v. Mullach Fr. iVl e auiiotaz.) e sul cammino delle anime nella via verso l'alto e ) Fr. 50 M. 172 17H i si serve altrove per l'anima umana, dicendo che questa va volando per il corpo come il fulmine per le nubi) . Per questa diffusione'dell'anima nell'universo e la sua distinzione dall' universo stesso. Eraclito pu dire che tutto  pieno di anime e di dei . una pluralit d' ipostasi divine non essendo incompatil>ile, come vediamo in tutte le dottrine antiche, con l' unit dell'anima cosmica (H). Fr. 71 M. Bisojiiia (M>iit'n>itiii-c le in-(p(>si/ienetrando da per tutti, jx-reh  l'cdemento iin sottile e pii vedo 'e: cos esso  ei per e ni si jicncrano tutte le cose oenerate. e in una ]arola la causa (Platone Cratilo \V1 d-ti:> a). Secondo le comezimii semimaterialiste sull'anima di [uasi tutti i tilos(tl antichi, l'anima cosmica non potrebbe a-ire sulla materia (he ier contiguit e per impulsione, come un corpi su altri corpi. Il Zeler (Fios. dei Greci 1. voi.. 4. ed.. pa,n. 591) d inopportunamente questo luogo del Cratilo come una prova della dottrina di Eraclito che il fiUKo ' l'essenza universale e la sostnnza di tutte le eose: invece esso  evidentemente un'altra testimonianza in favore del dualismo di iiuesto tilosofo. il fuoco di eui (ini si trjitta essendo una sostanza particolare. rLiuarilata come il princi]>ii attivo e foiniatore ilell' uni verso. Diog. 1\. 7 e Arist. De part. aniiud. l. l. e. V. (Didot 227). (S) Alcuni esi)ositori dei tilosot di cui abbiamo parlato, cerato e [)ersonale. Et>li  vede ]}ic(*. faine v saziet  ecc. \. jmt ([lU'sta )r(>iM>sizi(iie Aipenl. e. 1. vN r>. 1. XX XIX. (^ui per Dio iioii si pu iiiteiideie clic il mondo st'sso. o piuttosto la sostanza n(lo. clic rivestendo ontinuanK'nte t'oruie contrarie, resta semine identica a se stesmh). In altro e((uivoco che pu dar Iuo'o a umi tale interpretazione e quello occasionato dall'ainluLiiiit dei termine fuoco e siuJMiimi (diMiotanti ora la materia comune li tutte le cose e ora questa forma particolare della mat'ria clic Israelite ideiititea con la divinit). 11 Z(dler cade [iialclie V(dta in quest'equivoco EQUIVOCO [H. P. Grice: aequi-vocality thesis], p. e. interpn-tandi il Fr. 4S Mullacli (Clii imo nascondersi . dice Kra(dito. dal fuoco  attrilmisce T onni\ eo^cnza non pu ess4'i- ;1 scambi incessanti tra le parti di (pu'sto fuoco e jjli altri elementi didla materia. pere li Kijudito non potreldx' parlare dedla sua permanenza. come noi parliamo. malgrado dejsli .scami materiali analoulii. dcdla permanenza l)ero una tale identitieazi(ue: ma si tratta evidentemente di semplici traslati. ( lie nessuno oserebl)e di prendere strettamente alla lettera, l*. e. Kra(dito (diiama Zeus il TTOAeji.O^ (l;j ouerra). cio qu(^sta (q>poriizione mutua d(dle cose, (questo passai;iiio continuo da un contrario all'altro, che  secondo lui la legiic universale^ e fondamentale della natura (V. Append. e. 1. ^ .>.). 3Ia  chiaro che il ^OASjJwOC qui desijiiia, non la lo (he noi attermiamo  appunto ( lu^ il panteisim di Eraclito (^ di ([nasi tutti i pant(dsti anti(dii mni differisce dal t(dsmo, (die per(di Dio  identificato con la forma primordiale della materia. di cui tutte le altre sono (bdle trasf(rniazi(uii. Framm. 2. Mullach. 76 rere una concezione non lueno naturale, anzi pi forse, che la concozio.u. dualista, che oppone l'anima del mondo al mondo stesso come una sostanza .list.nta e separata. Non  strano tuttavia che la concezione dominante ia stata la secon.la, la dualit che essa introduce nelluniverso, presentandosi, della maniera pili ovvia, come una conseo-uenza della dualit analoga che la teoria animista ammette nell'uomo e neoli altri esseri viventi, e onesta teoria essendo i'accon.pa-namento quasi invariabile della filosofia teologica. E verisimile che lo s.esso Xenofane non si sarebbe allontanato dal punto di vista ordinario, se le basi del suo sistema fossero state unicamente quelle della filosofia teologica. Il dualismo in questo filosofo sarebbe incompatibile con la dottrina fondamentale della scuola eleatica, di cui fu l'iniziatore, cio I-unit e l'immutabilit della sostanza. Da per tutto dove rivoloe i suoi sguardi, Xenofane vede risolversi tutte cose in una sola e stessa essenza, sempre identica a se stessa (l). Una delle applicazioni pi ovvie di questo principio, che, sviluppato in tutto il suo rigore conduceva alla negazione della realt della molUphct e del cau-i amento, era la soppressione della differenza fra il cosciente e il non cosciente, la sostanza unica che circola in tutti gli esseri non potendo passare dall'uno all'altro di questi due stati senza il cangiamento pi radicale nella sua essenza. Il monismo di Xenotane non nasce dunque al punto di vista della spiegazione teoloo-ica: ci  tanto vero che nei suoi successori ritroviamo lo stesso monismo, ma senz'alcuna mescolanza d'idee teologiche . Gli stessi tipi di panteismo e di dualismo che troviamo nella filosofia greca, ritroviamo pure in sostanza Sesti! Eiripirieo Pyirh. 1. 224. Cfr. Appena, e. 1 ^ 6. nella filosofia indiana. Dio  in generale, pei filosofi indiani come pei filosofi greci. V anima del inondo ; e il priiicii)io materiale, anche secondo i primi,  eterno e primitivo come il principio spirituale, sia che questo s'identifichi con la forma primordiale della materia (sistemi panteisti), sia che si facciano dello spirito e della materia due esistenze distinte ed egualmente primordiali (sistemi dualisti). Nel mnkhya t(!ista (sistema di Patandjnli) si amiimttti uiranima sui)rema, Dio, coeterno al principio materiale (Prakriti), ed ordinatore del mondo {!). Il iii/ai/a e il cuii^eaika ammettono l'eternit deir anima e degli atomi: quella  il principio motore e ordinatore degli elementi materiali. Questi sistemi rappresentano il dualismo, e corrispondono, tra i sistemi greci, a quelli di Anassagora, di Platone (^ di Aristotile : il panteismo, corrisfiondente ai sistemi degli Stoici e dei finici loro j)redecessori,  rappresentato dal sistema vedantino, che  la tlo.sota ortodossa de"rindiani. ScH-ondo i Vedaiitini, Dio  al tempo stesso la causa efficiente e la causa materiale dell' universo : nella loro cosmo^ii'onia, come in quella dei filosofi teolog'ici greci per cui il principio divino, cio s{)irituale, non  originariamente distinto dal principio materiale, le cose vengono per una trasformazione di sostanza, non per una ereazione assoluta, dalla sostanza divina . Dio , rispetto all' universo, come un vasellaio V. 2. p. r)fi.()7. V. C()le>r. Filoa, deffV fnd. tviid. trMiic di Pauthirnliiti vasi sono fatti. P>rahnia ha prodotto il mondo })er una trast'onnazione di una parte del suo essere, simile a (|ueila elie subisce il latte per cano-iarsi in latte ea^-liato, e l'acqua per cangiarsi in ghiaccio . Alla dissoluzione del mondo ali elementi rientrano Tuno nell'altro neirordiiu' inverso a (juello in cui al principio sono usciti l'uno dalTaltro (per la volont di 15rahnia), tiiudi tutto sia riassorbito nella causa suprema e infinitamente sottile, che  l'rahma. l'anima universale {i). ^>uesto movimento alternativo, per cui lrahma emette da se il mondo e poi lo fa rientrare nella sua propi-ia sostanza. lon ha cominciamento ne fine: la ndo (la //o//r to il I (Nih'l)!-. I. 2SS. Koniuiiul Sftftii 'li fi/os. ituf. in I^rr. philos. l. .'). p. hi7 e. CoJt'H'ookr p. 17s. (o) KrjiiiHiul in ffcr. fthif. t. 5. p.  ('oI'l>rook(' p. ISO. V. Colrlnnuk 1. H7. 17s. VMK 2SS. (51 I\'iiiiaini in Nrr. phil. t. fi. p. 171. 179 l'espressione esatta della loro propria dottrina nella proposizione dei Vedantini, secondo cui le anime individuali, rapporto all' anima universale, sono conu^ delle scintille che escono da un braciere e vi rientrano . Senza dubbio il sistema vedantino , in un senso, un monismo riko p. 1S()-1S2. \\\\\-2m. (.2) V. r. 1. v\ S. 180 vedere altra cosa che dei prodotti naturali di uno stadio inferiore della coltura. I due primi invece devono considerarsi come le condizioni t^'enerali di ogni filosofa teologica che abbia di mira sovratutto la spiegazione dei fenomeni. La distinzione e opposizione tra Dio e il mondo, come abbiamo notato, oltre ad essere una conseguenza logica della teoria animista,  l'idea pi naturale al })unto di vista teleologico, che assimila il rapporto fra Dio e il mondo a piello fra un artefice e la sua opera. L' eternit e primitivit, della materia  il presupposto ili qualsiasi spiegazione che la filosotia teologica possa dare dei fenomeni, poich essa non potri^bbe consistere in altro che in un'assimilazione delTattivit produttrice dei fenomeni all'attivit umana, e (jiiesta suppone una materia preesistente, su cui possa esercitarsi movcMidola o altrimenti modifcamlola. Nel paragrafo precedente abbiamo i^i osservato che la creazione della materia non pu concludersi dalie prove reali del teismo, corrispondenti alle du(^ funzioni della divinit come principio esplicativo (Un fenonuMii, cio come causa motrice e ordinatrice. Da tutto ci seguirebbe poich i principii su cui si fonda il panteismo antico sono leo-ati, come abbiamo detto, a uno stadio inferiore della cultura che la forma naturale Iella filosofa tipologica, appro[)riata a tutti i gradi dello sviluppo dello spirito umano, sarebbe un dualismo conie quello che Sluart-Mill deduce dalle prove del teismo, cio un sistema che ammetterebbe due princi[)ii coeterni ed egualmente primitivi, Dio e la materia. Tuttavia la filosofia teoloirica moderna non si conforma (juasi mai a (|uesto tipo. Dualisti e panteisti, meno (jualche eccezione isolata, sono d'accordo sul principio che non vi ha altro essere primitivo che Dio (concepito come immateriale), e che la materia ne deriva. I dualisti, (juando rigettano il dogma della creazione, non negano perci la creazione e,r nihilo, ma solanu^ite la creazione nel tempo. I panteisti negano la creazione ex nitilo, ma, ad eccezione del solo Spinoza che, come i panteisti antichi, fa dello spirito e della materia du(^ attributi, egualmente primitivi, delTessere divino non nea-ano che la materia deriva da Dio, cercano solamente un altro liodo di derivazione. Senza dubbio il concetto della derivazione della materia da Dio  |)i proprio a unrt si)iegazione teologica assolutamente universale che luello della materia ceterna a Dio ed egualmente primitiva. Quest' ultimo non  compatibile con una tale spiegazione che a due condizioni: 1' una, che si ammetta che il cosmos. il mondo ordinato, ha avuto un cominciamento: e 1" altra che si tolga alla materia qualsiasi attivit, e si faccia di Dio l'agente universale, come nel sistema delle cause occasionali, in cui, <|uando un corpo ne urta un altro,  Dio che, all'occasione deir urto, produce il movimento del corpo urtato.

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