■«^r H§c\i | o = ^^LO i zH ce — ^=00 1 ^=CN o= =^C\J u_ E Ì=°° 1 O — > 3 — ., — ■ v_^/ C/) — cr — UiHi ^^— -t— > z;= ^=C£> | 31^= C^~ •»~ | I^^^M CO I ^«S?*?^"- ' HÈf REMIGIO SABBADIM CATANIA TIPOGRAFIA SICULA 1893 ' X V I I 4 POLEMICA UMANISTICA W^lX-.^àVX^' v*- La polemica è sana e feconda, quando mira alla scoperta del- la verità. Mi auguro che a sì alta meta miri questa mia e quella che i miei contradittori, G. Salvo-Cozzo e G. Mancini, mi mossero sul Giornale storico della letteratura italiana. Ad ogni modo non mi dispiace di vedere messo a romore il campo umanistico; ciò se non andrà tutto a vantaggio della verità, andrà certo a vantaggio dell' attività. X La polemica del Salvo-Cozzo ebbe un peccato di origine. Egli ed io studiavamo, senza sapere 1' uno dell' altro, il medesimo uma- nista , T Aurispa ; ma io pubblicai il lavoro prima di lui : inde irae. La critica del Salvo-Cozzo non fu perciò serena, ne io avrei risposto, se essa non fosse stata accettata sul Giornale storico (1), verso il quale nutro rispetto e affetto. La risposta (2) non dovette piacergli , perchè mi ha regalato una replica, ricorrendo bIY Ar- chivio storico siciliano (3). (1) Giornale storico XVHI p. 303. (2) ib. XIX p. 357. (3) Archivio storico siciliano XVII (1892). — 2 — Lascio ben volentieri a lui 1' ultima parola . trattandosi di una replica che non porta nulla di nuovo; ma non posso far a meno di congratularmi che egli abbia messo in pratica un mio consiglio, li consiglio era: che quando gli fosse capitato tramano qualche documento nuovo, lo comunicasse pure, ma si formasse lì. Ed ecco che in coda (in cauda venenum) alla replica egli comu- nica un documento, fermandosi lì. Riproduco il documento: Vige- bant ibi studia litterarum (Byxantii); doctor eroi insignis M/muri Cltri/xolunis, non solum mira in graecis litteris eruditiom conspir <-tnis, veruni etiam morum iniegritate praestantissimus : ìs qui Pau- luiu Vigerium, Leonardwm A reti unni, Ioannem Aurispam, Fran- ciscum Phiklpkum i rosque nostri temporis docUssimos viros graecis instituii et in Italia < Unni doeuit. Con ciò sembra che il Salvo-Cozzo voglia far saliere come l'Aurispa imparò il greco. Ha fatto bene a fermarsi lì, senza illustrare il documento, poiché di- versamente a viv ni »e dovuto dirci chi è quel Paulum Vigerwm, dove quando e coinè Francesco Filelfo imparò il greco da Manuele Ori* solora e dove e quando Lo imparò da Manuele l'Aurispa, e, risolte le due ultimo questioni, aggiungere un giudizio sul valore del do- cumento. Il mio consiglio non poteva esser meglio dato. X Per rispondere al .Mancini invece non ricorro al Giornale stori- co, ma pubblico per mio contò questo opuscolo : il Giornale me ne sarà certamente grato. Aneli.' col Mancini corsi pericolo di scontrarmi per un al- tro umanista, il Valla; ma non fu, perche in mettevo insieme una nuda cronologia, mentre egli faceva un lavoro completo. E me ne rallegrai , quando i due lavo» uscirono a breve distanza 1' uno dall'altre; tanto che officiato dalla Direzione del Giornale, accet- tai di scrivere una recensione del libro del Mancini (1). Ma di- ti) CHornali storico XIX p. 403. — 3 — sgraziatamente agli occhi del Mancini quella non fu una « recen- sione» del suo libro, bensì un' «apologia» del mio: di qui la sua po- lemica (1). Bisogna dire però che io abbia fatto un' apologia ben originale, dove giovandomi del suo libro ho modificato sostanzial- mente alcuni capisaldi della mia Cronologia. Ma forse è questo che egli non voleva; infatti mi rimprovera di cambiar di opinio- ne (p. 17). Veramente all'infallibilità non ho mai aspirato; e se non avessi mai cambiato di opinione, avrei di che vergognarmi , do- vechè non mi sono mai vergognato di correggere i miei errori , o che li abbia riconosciuti io o che mi siano stati rilevati da al- tri: senesco discens. Del resto comunque egli ne pensi , io so di avere apprezzato degnamente il suo libro e di averne scritto una recensione coscienziosa. Sicché non mi intrattengo su tale questione e vengo subito ad un' accusa assai strana, la quale riguarda la Miscellanea Tioli. Questa ricca Miscellanea la ho, se non scoperta , almeno ri- scoperta io l'anno 1888 (2) nella biblioteca Universitaria di Bologna e ne ho tratto il miglior partito che ho potuto, destando, credo, qual- che invidia. La Miscellanea mi fu giovevolissima, perchè essa con- tiene in massima parte documenti desunti da codici vaticani. Da un bel pezzo io, che non ho perduto il tempo dormendo, peregri- navo, coi risparmi del mio magro stipendio di professore liceale, per le biblioteche italiane nelle vacanze scolastiche dell' agosto e del settembre; ma nella Vaticana, inesauribile miniera di materia- li, non avevo avuto il bene di metter mai piede, per la sempli- cissima ragione che stava chiusa dal 29 giugno al novembre. Era naturale che non potendo attingere alle «sorgenti» della Vati- cana, attingessi all' « acquidotto » del Tioli: ciò pare sia dispiaciu- (1) ib. XXI p. 1. Alla polemica segue il testo di alcune lettere del Valla. (2) Nelle biblioteche Universitarie eli Catania e di Bologna esistono le prove. — 4 — il Mancini. Ma io vedo che il Mancini cita documenti di Vien- na e Oxford, 3enza essere andato a Vienna e a Oxford, donde se li lece copiare. Per me la Vaticana e Vienna era e continua ad essere . pur troppo, tutt' uno : da qualche anno appena sono in grado di passarvi una settimana, rubandola alla seconda sessione degli esami. Capirà clic non mi parve vero di metterle mani sul Tioli, il quale vai sempre meglio di mi copista ordinario. E ci- tavo il Tioli, o solo o con la fonte da cui egli copiava. Sarei curioso di sapere come dovevo fare altrimenti. Però quanto al caso spe- ciale (elevato dal Mancini troppo frettolosamente a regola generale) della lettera di Guarino (p. 23 n. 1) (1) e, aggiungo, di tutti i miei documenti guariniani della Vaticani!, stia pur sicuro che essi derivano proprio dalle « sorgenti » e furono puntualmente pagati; «1* acquedotto » doveva ancora essere scoperto. Che se poi il Mancini vuol prendersi il gusto di insinuare il sospetto, che neir edizione dell'epistolario del Barbaro del 1884 io abbia tolto la bagattella di 125 lettere dal Tioli senza citarlo, si accomodi pure; tutti i gusti son gusti. X E passiamo ad altro. Il Mancini, unendo la sua voce a quel- la del Salvo-Cozzo, giudica arbitrarie • (p. 4) le mie congetture. Vediamo alla prova lostesso Mancini, là dove siindustria di di- fendere dalle mie povere obbiezioni alcuni punti del suo libro. Per sostenere che il Serra si chiamava Bernardo e non Giovanni am- mette una quintuplice (2) alterazione del copista (p. 3). Per soste- aere la Bua data della disputa su A.bgaro ammette un' altra alte- ra/ione del copista di mesi in mini (p. 12). Per sostenere la sua (1) Essa nel cod. Vaticano ha due redazioni (se il Mancini ha ben os- servato), sulle quali mi il mio testo. (2) H nome Giovanni ai legge una volta noli' indirizzo e quattro volte nel corpo della lettera. — 5 — cronologia del De voluptate ammette uno sbaglio di data nella lettera .del Traversali (p. 22) e inventa una nuova opera dialogi- ca del Panormita , nella quale 1' autore propugna l'epicureismo contro il Bruni (p. 24). Per sostenere le sue idee sul tempo, in cui il Valla fu a Genova, nega autorità a quattro documenti, scan- dalezzandosi del barbarismo ex Genua e Zenae, mentre non si fa scrupolo di interpretare obversari apud Laurentwm Valla/m per « ispirarsi al trattato del Valla » (p. 8). Un bel modo di pre- dicare contro T arbitrio. Di fronte a tali argomentazioni non ho nessuna voglia di discutere un' altra volta i punti controversi già discussi, tanto più clie il mio avversario (mi perdoni la franchezza, ma siamo in polemica) mi ha combattuto senza ponderare troppo attentamente i documenti. E ne reco le prove. La lettera del Valla all' Aurispa, in data Napoli 31 decembre, è per il Mancini dei 1444, per me del 1443, e, a sua confessione, « certe parvenze favorirebbero la mia congettura» (p. 13). Egli per difendere il 1444 dà dei rag- guagli .su Agostino Villa, ambasciatore del marchese di Ferrara, e sulle costumanze del secolo XV, secondo le quali allora gli am- basciatori « tornavano a casa appena sbrigate le commissioni » (p. 14). Sta tutto bene; ma nella lettera è detto che il Valla dal- la partenza del papa da Firenze non sapeva dove fosse V Aurispa. Il papa lasciò Firenze nel 7 marzo del 1443; che il Valla aves- se ignorato la residenza dell' Aurispa sino al decembre 1444, sem- bra poco probabile. E nella lettera è detto anche come Y Aurispa nel prossimo febbraio sarebbe andato a Soma: dove andò infatti nei primi mesi del 1444. Un'altra lettera, quella del Valla al Tortelli, in data Eoma 24 (non 26) settembre, è per me del 1445, per il Man- cini (p. 15) del 1446. Il guaio è che sino dalla fine del 1445 il Tortelli si era stabilito a Eoma, mentre la lettera lo fa a Firenze. Però il Mancini ricorre a un'ipotesi: « per antica costumanza durata fino al — 6 — 1870 gli impiegati della curia papale chiedevano in autunno con- gedo ai loro superiori e si portavano a godere le vacanze lontani da Roma» (p. 15). Sara vero, ma nella lettera ci sono le seguenti parole: « litteras tuas ad Ambrosium nostrum mense iulii datas hic (a Roma) legi». Nel Luglio, come si vede, il Tortelli non era a Roma, dove si trovava il cognato Ambrogio, a cui aveva scritto. E il luglio non cade nell' autunno. Un5 altra lettera ancora, quel- la del Panormita scritta da Stradella : il Mancini la vuole del 1432, (p. 20-21), io del 1431, perchè il Panormita si trovava a Stradella a cagione della peste. Convengo che ivi non <: si parli » espressamente della peste in Pavia, ina e' è la parola pestilcn- tiam e per la peste era a Stradella il Panormita, il quale altro- ve (Episf. Gali. Ili 34) scrive: « te confer ad Stratellae op- pidum, ubi pestilentiam fugiens ago in praesentiarum. » Bensì nel- la lettera « si parla » espressamente del bellum civile a Roma, che sappiamo scoppiato nel 1431 dopo l'elezione di Eugenio IV. E quel bellv/m civile è nominato espressamente anche nella lettera dell' Aurispa (si urbs bello civili quieverit), in proposito della quale il Mancini ha creduto di dover fare (p. 4 n. 1) la distin- zione fra diaconato e presbiterato. Sento perù l'obbligo dì aggiungere due osservazioni. L' una sul- la data della lettera di leggio a Guarino, che io ho fissato « indu- bitabilmente » all' anno 1433, mentre il Mancini la fa del 1432. Queir «indubitabilmente gli pare troppo « autoritario (p. 22); e io gli do subito soddisfazione. Quella lotterà, dove si parla della andata del Valla a Ferrara, uelP edizione del Tonelli (V 13) ha la data di Roma 1-S ottobre; l'anno 1433 risulta dal posto che essa occupa nell'epistolario. La lotterà finisce: commmices has rum Fran- cisco nostro Barbaro, ut ipse quoque rideat\ e appunto nel settem- bre 1433 il Barbaro era ambito a Ferrara per ossequiarvi l' impera- tor Sigismondo. Dalla lettera si scorge ohe Le notizie sul pas- saggio del Valla per Ferrara le avea date Niccolò Loschi , allora scolaro di Guarino; neir edizione del Tonelli, lì vicino, ci è una lettera di Poggio al giovinetto Loschi, con la data Romaé XII Kal. oetobris 1433] non ho qui V edizione , ma questa è la data del cod. Ambrosiano E 115 sup. f. 63. La seconda osservazione riguarda le due lettere di Fr. Filelfo, nelle quali si presuppone il Valla a Genova. Il Filelfo nomina in esse il suo parente Loren- zo Doria. Ciò induce il Mancini a negare adesso quelle due let- tere al Filelfo, mentre prima gliele avea attribuite; e la nuova ra- gione si è che « Lorenzo Àuria fin qui da nessuno fa detto parente del Filelfo » (p. 9). Altro *e fu detto ! Teodora Crisolora, moglie del Filelfo, era figlia di Manfredina Doria. Può vedere la notizia anche nel Giornale storico XVI (1890) p. 193 n. 3. X Diamo ora un' occhiata al testo delle lettere del Valla pub- blicate dal Mancini. Segno con t la lezione dell' originale, con M la lezione proposta dal Mancini. Cito il numero d' ordine delle lettere e la linea di ciascuna di esse. I 9 ea causa £, ea de causa M. Il de è superfluo; così I 72; cfr. V 13, dove il Mancini non ha creduto necessario il de. I 15 adumbratum coloribus /, obumbratum coloribus M. Ma adumbratum è il vero termine tecnico della pittura. I 29 i domine me t, domine mi M. Si ricostruisce: id om- NE ME. I 46 abitiendas /, abjiciendas M. U ortografia regolare è ABICIENDAS. I 48-52 Quid ergo dicam paupertatem ne me praeferre di- vitiis ? Mentiar si icl dixero. Nou erit quocl abs te mihi impen- dendum habeam divitias ne paupertatem patiar : pudendum est hoc apud te dicere, qui paupertatem divitiis praetulisti. Quid igi- tur ? Tacebo naturae , at non mini integrimi tacere quum loqui coeperim 31 — Qui non ci è uè fisonomia latina né senso; e per — 8 — maggior imbroglio alla lezione ad hoc mihi dell'originale fu sostitui- to pattar. — Si ricostituisce: Quid ergo dicam ? Paupertatemne me praeferre divitiis VMentiar: si id diserò, non erit quod abs te mihi DrPETRA^DUM habeaiu. Divida sue pàupertati '? At hoc mihi puden- dum est apud te dicere, qui paupertatem divitiis praetulisti. Tace- bone? At non mihi integrimi tacere, cum loqui coeperim. I 61 escribendos t, scribendos M. Si corregge: exscribexdos. I 64 solveretur qui . . . condidissent / , solveretur qui . . .. condidisset M. La correzione è superflua ; intendi: solveretur illis, qui condidissent. I 72 necessario t, necessarie M. Sta bene nei iessaeio. II 2 quod mihi (corr. in nihil) peragratum est t, quo nihil pergratius est M. Si ricostruisce: quod mihi pergrati\m est. II 6 possem t, possum M. Per la sintassi del Valla sta be- ne POSSEM. Ili 5-6 te habiturum ex nostro opere quo seniores atque a- deo multa tam saecula, non dies corrigias, sed corripias, non ut mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi voluut, de senibius loquor / M, eccettochè M emendò corrigas, senibus e mutò possunt, volumi in passini, velini. — Si ni 'ostruisce: te habiturum ex nostro opere, quo seniores atque adeo mortuà iam saecula non dico (1) cor- rigas, sed corripias; non kxi.m mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi voluxt: do senibus loquor. Ili 20-22 sed illis opera luditur ad laborem comparata: trans- ferendum Homerum civiis ex Iliade libros quatuor ad characte- rem oratorium / M, eccettochc .1/ imitò civiis in curari. Il passo non ha senso; owiis si corregge facilmente in cuius e il periodo si potrebbe ricostruire così: sed illis opera luditur, ad laborem com- parata ad tra nst< Tendimi Homorum (oppure in trasferendo Homero), (1) Anclie VI 5 non ìllico (forse era ilico) va emendato in non diro. cuius ex Iliade libros quatuor ad charaeterem oratorium transtuli. Senso: tradarre Esopo e Senofonte è un gioco, a confronto del tra- durre Omero. V 34 forsitan veniam, et per regem licebit, statini secundum pasca /, forsitan veniam, et si per regem licebit, statini post se- cundum paschae M. Qui non e' era da mutar nulla. L' aggiunta del si rende zoppicante la costruzione; secundum vale post, come del resto lo stesso Valla spiega chiaramente nelle Eleganze II 47. VI 14 quas quum Elegantias /, quas cum Elegantiis M. Me- glio: quibuscoi elegaxtias; anche XI 10 T originale scambia quas e qmbus. VII 13 L et aggiunto da M è superfluo. VII 23 merebitur /, merebit M. Correzione superflua. VII 25 adornatae /, adorna tas M. Va lasciato adornatae , che concorda in caso con quaedam arbores. VII 27 transmito /, transcriptum M. E giusto transmitto, di cui è oggetto earum (1) exemplar; cfr. 32 transmitto. VII 41 respondi f, reposui M. Sta bene respondi, cioè : ad querelas tuas respondi. Il resto non è ben chiaro. VILI 24 detexui /, detexi M. Deve ristabilirsi detexui fda detexo), che fa antitesi con retexam : « stesserò ciò che ho tes- suto ? » Vili 24-25 idem ego sum qui praeponam ut commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum. praeponam f, idem ego sum qui in commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum screpsi praeposui M. H Mancini con ciò suppone già composti i com- menti a Cicerone e Quintiliano, ma l'originale qui adopera il futuro. Vili 32 ad t, ob M. Correzione superflua. VITI 30 prò virili mea £, prò virili mea parte M. Quel parte è superfluo per il Valla. (1) Non eorum, per il genere di arbore*. — 10 — X 3 succrevit ine» m'ita tu num / (se ho ben capito la nota), suecre- yit incogitato miti M. Seguendo lo tracco dell'originale si do- vrebbe leggere: succurrit ix cooitationem. X 12 ulti illas emendaro, ante pancos inter dies / M, eccet- tochè J7 corregge <mtnu\ uia questa congiunzione non può occupa- re il primo posto in una frase. XI 8-10 oo quidem magis quod agam fustelem tam ex ini- bii. In via gustavi ans quod referunt milii minaciae /, co quidem magis quod agam pustulas tam ex imbri. In via gustavimus, quod referunt mini, minacias M. Il passo acquista senso e fisonomia latina ricostruito così : eo quidem magis, quod aquam lutulentàm ex IMBRI IX VIA GUSTAVI. Ammis, (1) quod EEFERUNTUB milli MTXACIAE. XI 1G quia bibi aquam improbi acusculentam /, quia bibi aquam improbam succulenta m M. Si ricostruisco : quia bibi a- quam imbuì lutulentàm. XII 10 fui coniunctus /, sum coniunctus M. Correzione super- flua. XII 17 ut /, et M. Deve restare ut. XII 23 ex carorum fortuna /, carorum fortuna M. Sta bene ir. anche per la simmetria cou ex prosperitate. XII 25 sui siniiliumque /. --ibi similium M. Va bene sui. Il genitivo con similis si trova anche nella lettera al Serra: si ni il is lui. XII 28 fero /. puto M. .Multo probabilmente nel end. è scritto scio, che è la vera lezione. XII 33 mine ne multis teoumdixerio /, mine uonmultis te- cum agam .1/. Meglio si corregge: nane \i: multis tecum dkjsèbam. XII 34 utinam . . . posàt /, utinam . . . possem M, Si cor- regge: utinam . . . possol (1) Cioè animus miìvi dolet e tu corrispondenza con primutn caput dolci (4). — 11 — XHI 16 Quid enira /, Quin enim M. Si corregge: quidni. XIII 33 virtutibus . . . frui i, de virtutibus . . . fruì M. Per- chè quel de ? XHI 37 adisisti t, adsci visti M. Si corregge addexisti. XIV 3 quis om. /, acid. M. Se mai qui. XIV 13 poterò /, possem M. Non si vede la ragione di mutare potevo in possem nel periodo: hoc utor solatio, quod, si putaveris, poterò. XV 6 quod ego mihi molestius est t (se ho interpretato be- ne la nota ), quod mihi molestius est M. Si corregge : quod eo mihi molestius est. XV 12-14 non ea ratione volo causam meam esse defensam quod te non damno. Nam si utrumque iu hoc genere putarem peccas- se, utrumque potius ingenue accusarem. Sed quia culpam t M, eccet- tochè t in luogo di quia ha quod. Si punteggia: non ea ratione. . . . quod te non damno (nam si ... . accusarem), sed quod culpam. Il nesso del periodo è: non quod . . . , sed quod. XV 20 relegi politicam Aristotelis in quibus /, relegi poli- ticami .... in qua M. Si corregge: relegi politica (neutro plurale) . . . ino, uibus. XV 23 ne audeo emplaribus t, me supremis praedicationibus M. Si ricostruisce : ut audio ex pluribus. In questo esame ho lasciato da parte i numerosi passi, nei quali si potrebbero proporre facili emendamenti, e ho invece tenuto conto solo di quelli, nei quali il Mancini ha corretto, ossia inteso di correggere V originale. Ora domando, se per due misere parole (Laurentium Vallam) che io, con relativa nota in calce, ho supplito nella lacuna di un codice, mi meritavo proprio da lui questa grave censura: « ag- giungendo togliendo o sostituendo parole, i documenti finiscono per dire quanto noi desideriamo » (p. 8). — 12 — X Da ultimo discuterò brevemente la cronologia di un gruppo delle lettere pubblicate dal Mancini ; sono la HI, tV, V, VI e VII, dirette dal Valla al Tornili. Sulle altre tornerò in tempo più opportuno. Prendo di mira anzitutto la V, VI e VII, le quali sono in strettissima relazione tra loro. Nella V intatti il Valla manda al Tortelli le Eleganze, pronte per 1' edizione, pregandolo di darglie- ne il suo giudizio; nella VI aspetta il giudizio: « nunc animus de Elegantiis sollicitus est quid (1) sentias. » Le Eleganze era- no state spedite per il recapito al cognato Ambrogio , come dice nella V: « domino Ambrosio, a quo accepturus es, opus restitues » ; e nella VI scrive: « unas enim (2), quibuscum Elegantias mitte- bam, levir meus ait se ad te misisse. » Nella MI domanda con inquietudine se ha finalmente ricevute le Eleganze: « accepistine adhuc Elegantias » ? e allude alla VI con le parole: « tertias (ad te litteras dedi), in quibùs ad querela* tuas.... respondi»; e infatti nella VI confuta corte lagnanze che gli avea messe il Tor- telli. Il contenuto delle tre lettere pertanto mostra che esse sono scritte a pocbissima distanza 1' una dall'altra. Tutte e tre hanno la data di Gaeta: la A' del 18 marzo, la VI dell' 8 marzo (Vili idus martii), la VII del 2)5 giugno (pridie natalis Saneti loan- ìiìs). Ma se la VI ò posteriore alla A', non può essere la VI del- l'8 marzo e la V del L8; ci deve essere errore e eerto fu scritto martii invece di mavì, scamMo tanto comune e tanto ovvio; perciò abbiamo questa successione: 18 marzo, 8 maggio, 23 giugno del medesimo anno. Consideriamo poi La III e la IV. Anche queste due lettere sono tra loro intimamente congiunte; in entrambe il Valla mani- fi) quidquid il Mancini. (2) unas mini levir il Mancini; ma levir è ripetuto sunito dopo. — 13 — ' festa T intenzione di dare a leggere le Eleganze al Tortelli; nella III: « polliceor te habitubum ex nostro opere quo.... »; nella IV: « cum (1) ad te Elegantias misero »; nella III crede di potere andare ìd persona a Firenze a portargli i suoi libri: » haec om- nia intra duos menses perferam » ; nella IV la guerra ne lo im- pedisce: « hos autem omnes istuc libros portassem, nisi bella . . . exorta essent. ^> Le due lettere sono alla distanza di appena qual- che mese; la IV ha la data di Capua 25 maggio; la III non ha data, ma può essere del marzo circa. La III e IV sono di un anno prima, la V, VI e VII di un anno dopo; fra la IV e la V è passato molto tempo , perchè la V comincia: « quatuor ferme iam (2) mensibus huc atque illuc vagatus sum, ut ad te scribere non potuerim». Cerchiamo di fissare gli anni. La VII è da Gaeta 23 giu- gno ; noi sappiamo che sin dal 2 giugno 1442 il re Alfonso conquistò Napoli; perciò la sua corte non era più a Gaeta nel 23 giugno e la lett. VII cade al più tardi nel 1441; così la V e VI che sono del medesimo anno. La III e IV, che sono di un anno prima, cadono al più tardi nel 1440; e questo è V anno loro, per- chè nella IV si allude alla Donazione, che fu scritta dopo la mor- te del Vitelleschi (+ aprile 1440). Se la III e la IV sono del 1440, la V, VI e VE sono del 1441. Determinate queste date, se ne traggono buone conclusioni per la cronologia delle opere del Valla. Dalla III risulta che le Fa- vole di Esopo furono tradotte nel 1439 (anno superiore), non del 1438, come vuole il Mancini, né del 1440, come voleva io. Così al 1439 appartiene la traduzione del I libro della Ciropedia e dei primi quattro dell' Iliade. Prima del 1440 era stato composto il (1) quum sempre il Mancini, che forse non sa della guerra fatta dal Valla al quum. (2) jam sempre il Mancini. — 14 — De Ubero arbitrio e nel marzo circa del 1440 erano finite o per Unire le Eleganze e Unita (absolvi) la Dialettica. Dalla IV risul- ta che la Donazione era già composta il 25 maggio 1440, men- tre io avevo supposto il 1441. Dalla V risulta che nel marzo 1441 il Valla non possedeva ancora le dodici nuove commedie di Plauto, il com- mento di Donato a Terenzio [eccetto 1* Eunuco], Vittorino e Tacito: « si libros quosdam, qui restant mihi legendi , legissem; quorum sunt duodecim comoediae Plauti recenter inventae, Donatus (1) in Terentium, cuius tantum Eunuchum vidi, Victorinus (1), Corne- lius Tacitns. (1) » Dalla VII risulta che nel 23 giugno 1441 il Serra viveva ancora; perciò questi è veramente Giovanni Serra e non (come il Mancini vuole) Bernardo, il quale morì uell' estate del 1439. Qui è rammentata la lettera apologetica al Serra, la quale ha la data del 13 agosto e va per conseguenza collocata almeno un anno prima, nel 1440. La lettera V poi è importante anche per un altro rispetto , poiché da essa risulta che fin dal marzo 1441 il Valla era tor- nato in buona relazione con Leonardo Bruni, al quale infatti vole- va scrivere: « ad Leonardum Arretinum scripsissem, sed vides cau- sane quare non fecerim. » L' ostilità col Bruni risale, come io ho messo in chiaro (Cronologia del Valla p. 75-77), almeno al 1437, nel quale anno il Valla sparlò della Laudafio urbis florentinae del Bruni; e durò qualche tempo, poiché il Valla in un' altra lettera, la XV, annunzia di avere raccolto e voler pubblicare (efferre) (2) molti errori di lingua latina trovati nella Politha di Aristotele tra- dotta dal Bruni. La traduzione della Politica venne in luce nel marzo 1437 (3); la lettera XV perciò, che è del 4 aprile, dovrà collocarsi (1) Donatimi, VicÀorinnm, Corneliton Tacitimi il Mancini; ma devono essere nominativi, soggetti di sunt, come comoediae. (2) afferre il Mancini. (3) Leonardi Bruni Ai-retini Epistol. ed. Mehus I p. LXXVII. — 15 — per lo meno nel 1438; nella lettera V, del 18 marzo 1441, l'ami- cizia è già ristabilita; sicché la lettera XV cade tra il 1438 e il 1440; argomenti per determinarne meglio la data al momento mi mancano. In essa del resto scorgiamo i primi segni di riavvicina- mento, perchè il Valla dice di aver saputo che il Bruni aveva in un crocchio parlato di lui con molta lode. Catania 15 febbraio 1893. Remigio Sabbadini.
Monday, June 9, 2025
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